Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

IL TERRITORIO

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Val d’Aosta.

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Spartani vs Messapi.

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.

 


 

IL TERRITORIO

TERZA PARTE



 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Demografia.

La Politica.

La Sanità.

L’Informazione.

La Demografia.

La Puglia si spopola, Viesti: «sono tre secoli che non accadeva niente di simile». La popolazione scende sotto i 4 milioni, -3,2% rispetto al 2011In un anno, le perdite più consistenti sono a Bari (-1.257 residenti). MARISA INGROSSO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Settembre 2023  

L’emigrazione è come una brutta ferita infetta che duole e continua a sanguinare copiosamente indebolendo la Puglia delle sue risorse migliori, i giovani in età da lavoro e ben formati. Né le culle sempre più vuote e una immigrazione ancora contenuta riescono a tamponare la falla. In conseguenza di ciò, lentamente, la regione si sta spopolando.

Lo dicono i “numeri” del Censimento permanente della popolazione pugliese, al 31 dicembre 2021, che l’Istat ha appena pubblicato. È scritto che i residenti sono 3.922.941, con una diminuzione del 3,2% rispetto al 2011. In quel decennio la riduzione complessiva è stata di 129.625 persone. La più significativa si registra nella provincia di Brindisi (19.528 persone, -4,9%), seguita da Foggia (-27.004, -4,3%) e Taranto (-24.757, -4,2). Bari ha perso 20.519 residenti in 10 anni (-1,6%), Lecce 26.670 (-3,3%).

Rispetto al 2020 i dati censuari evidenziano un decremento di -10.836 persone residenti nella regione. E nemmeno l’area che - sulla carta - offre le migliori possibilità, il Barese, è esente da questo fenomeno: «A livello provinciale Bari perde -3.374 residenti, seguita da Foggia (-3.366), che registra anche il maggiore decremento relativo (-0,6%)», rileva Istat. In percentuale, da anno ad anno è stata la Capitanata a perdere più residenti (-0,6%).

Aumentando l’«ingrandimento» sul fenomeno e passando al livello comunale, il dossier spiega che «tra il 2020 e il 2021 un comune su tre non ha subito perdite di popolazione e tra questi non è presente alcun capoluogo di provincia, tranne i comuni di Barletta, Andria e Trani. Invece sono 174 i comuni dove la popolazione diminuisce: in valore assoluto, le perdite più consistenti si registrano a Bari (-1.257), Taranto (-1.256) e Foggia (-664); in termini relativi nei comuni di Poggiorsini (-3,6%) e Celle di San Vito (-3,3%)».

Istat dice che «la diminuzione della popolazione residente della Puglia è frutto di un saldo naturale fortemente negativo (-19.905 unità) al quale si somma un saldo migratorio totale che rimane negativo (-870 unità) nonostante un recupero dei movimenti demografici internazionali tra il 2020 e il 2021. Il saldo censuario positivo (+9.939) non riesce a compensare la perdita di popolazione. La dinamica naturale conferma il trend negativo in corso. La mortalità è in aumento: il tasso di mortalità passa dall’11,2 per mille del 2020 all’11,8 per mille del 2021, e raggiunge il valore più alto (12,3 per mille), nelle province di Lecce e Taranto».

Le donne sono più degli uomini (rappresentano il 51,3% del totale e superano gli uomini di poco più di 101mila unità) e la popolazione pugliese presenta, nel 2021, una struttura sensibilmente più giovane rispetto al totale del Paese, l’età media è 45,7 anni, la media nazionale è 46,2 anni.

La popolazione straniera al 2021 ammonta a 135.173 unità, il 2,7% della popolazione straniera residente in Italia. Quasi il 75% dei cittadini stranieri risiede nelle tre province di Bari (31,1%), Foggia (22,9%) e Lecce (19%). La percentuale sulla popolazione residente totale è minore rispetto al valore nazionale (3,4% contro 8,5%). Non sorprende che l’incidenza provinciale più alta si osservi a Foggia (30.973 persone, 5,2%) mentre, all’opposto, quella più bassa è a Taranto (14.770 persone, 2,6%). A Bari il totale di stranieri raggiunge quota 42.047 il 3,4% del totale della popolazione residente.

Circa la loro provenienza, l’Istituto nazionale di statistica rileva come oltre la metà (50,3%) dei cittadini stranieri proviene dall’Europa, il 26,1% dall’Africa, il 20,5% dall’Asia e il 3,1% dall’America. Per essere precisi: i cittadini stranieri acquartierati in regione provengono da 168 Paesi del mondo, ma particolarmente dalla Romania (21,6%), ovviamente dalla vicina Albania (15,6%) e dal Marocco (8,0%); albanesi e georgiani presentano una particolare concentrazione rispetto al livello nazionale.

L’economista Viesti: sono tre secoli che non accadeva niente di simile

«Si può lavorare sulla natalità, ma servono politiche di immigrazione e integrazione»

«È una cosa di importanza secolare, nel senso che sono tre secoli che non accadeva niente di simile». Il professor Gianfranco Viesti, ordinario di Economia applicata nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari, considera lo spopolamento della Puglia la vera grande sfida politica contemporanea.

L’area che - almeno sulla carta - dovrebbe offrire più opportunità, perde in termini assoluti più residenti: Bari, ne perde più di Foggia. Che ne pensa?

«Bisognerebbe lavorare di percentuali. Questo fenomeno riguarda tutto il territorio regionale. È un mondo nuovo al quale dobbiamo abituarci e ha conseguenze enormi, su scuola, servizi, sulla società. Cambia e invecchia la popolazione ed è una situazione con cui conviveremo almeno per i prossimi quanti? Vent’anni? Non c’è da aspettarsi grandi cambiamenti perché le donne in età fertile sono diminuite ed è difficile far nascere tanti bambini. La verità è che abbiamo troppo pochi immigrati. È un tema maledetto, reso tale da una politicizzazione estrema, ma in Puglia ci sono troppo pochi immigrati e non ci aiutano a contrastare il declino demografico soprattutto delle forze di la- voro (perché sono molto più dei resi- denti le persone in età di lavoro). Ne abbiamo meno della media nazionale e questo è un tema che bisognerebbe mettere più al riparo dalle polemiche politiche. La verità è che sono troppo pochi e, fra l’altro, sono prevalentemente romeni e albanesi, cioè persone con cui ci sono distanze linguistiche e culturali modeste».

Quindi si può lavorare sulla natalità, ma non basta?

«Si può lavorare sulla natalità ma non è sufficiente e l’unico modo per contrastare lo spopolamento...

La Politica.

Torino, il governatore pugliese Emiliano assolto dall'accusa di finanziamento illecito.

L'inchiesta sulla campagna per le primarie Pd 2017. Condannato l'ex capo di gabinetto Stefanazzi: «Io innocente, rinuncerò alla prescrizione». L'avvocato del presidente: «Sconfitta la macchina del fango». REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 05 Maggio 2023.

Il Tribunale di Torino ha assolto "per non aver commesso il fatto" il presidente della Regione, Michele Emiliano (difeso dall'avvocato Gaetano Sassanelli), dall'accusa di finanziamento pubblico in relazione alle primarie del Pd del 2017. Il giudice Alessandra Salvadori ha assolto con la stessa formula anche l'imprenditore foggiano Giacomo Mescia.

Condannati a quattro mesi e 20mila euro di multa, con pena sospesa e non menzione, l'ex capo di gabinetto della Regione e attuale parlamentare Pd, Claudio Stefanazzi (assolto dall'imputazione relativa al finanziamento illecito relativo a Mescia), e l'imprenditore Vito Ladisa. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.

I fatti risalgono al 2017 e si riferiscono a somme versate dalle aziende di Mescia e Ladisa alla Eggers, una società del Torinese che curò la campagna elettorale di Emiliano per le primarie 2017 del Pd. Secondo la procura subalpina (cui gli atti furono trasmessi, per competenza territoriale, da quella di Bari) si trattò di un finanziamento occulto e - ai due imprenditori - venne contestato anche di un connesso reato fiscale. Tutti si sono sempre dichiarati innocenti.

«La sentenza di oggi - dice l'avvocato Sassanelli - è la pietra tombale sulle fandonie a carico del presidente Emiliano che finalmente stacca la corrente al circuito del fango nel ventilatore, così tanto utilizzato a suo danno in questi lunghi 5 anni. Ma, naturalmente, com’è d’obbligo in Italia, nessuno risponderà di questi anni di informazione avvelenata, nonostante si siano rivoltati come un calzino la vita, i rapporti, gli affetti e l’intera esistenza del presidente. Sono stati utilizzati gli strumenti investigativi più invasivi a disposizione della polizia giudiziaria, perché forse qualcuno con il suo esposto anonimo ha cercato di guidare dall’esterno l’indagine, pensando così di sferrare un attacco finale e definitivo. Ma non aveva fatto i conti con la verità che, con la sua tenacia, alla fine ha avuto la meglio, dimostrando che la realtà era ben diversa. Qualcuno evidentemente pensava che lo squallido ed incostituzionale strumento dell’anonimo potesse essere uno strumento con cui scardinarne l’immagine».

«Non ci dimentichiamo infatti - aggiunge il difensore del presidente Emiliano - che questa indagine è partita da una ipotesi di corruzione, senza neanche l’individuazione dell’atto contrario ai doveri di ufficio che costituisce un elemento costitutivo di quel reato, lasciando il retrogusto di un utilizzo della giustizia penale come strumento per raggiungere un determinato risultato, con la conseguenza che nell’opinione pubblica si era radicata una convinzione di colpevolezza in totale rotta di collisione con la verità, dopo molti anni accertata anche processualmente. Si spera che ora, finalmente, dando il giusto peso ai maleodoranti anonimi, si torni invece alla logica del processo come attività necessaria per accertare fatti esistenti ed almeno astrattamente riconducibili ad un precetto penale. Ma partendo sempre da un fatto e mai più da  congetture prive di sostanza». 

Stefanazzi: «Io innocente, rinuncerò alla prescrizione»

«Apprendo con costernazione e sorpresa - è il commento dell'ex capo di gabinetto, Claudio Stefanazzi - della decisione del Tribunale di Torino. Come ho sempre fatto in questi anni non commento questa decisione per il rispetto che nutro nei confronti della Magistratura. Peraltro le recenti archiviazioni delle innumerevoli inchieste cui sono stato sottoposto in 6 lunghi anni, confermano la mia posizione. Sono proprio il rispetto e la fiducia nei confronti della Magistratura che mi portano oggi a rinunciare alla prescrizione, che averrebbe tra circa un anno, al fine di far prevalere la mia assoluta estraneità ai fatti contestati fino alla Suprema Corte di Cassazione, estraneità ampiamente provata documentalmente».

Anche la difesa dell'imprenditore Vito Ladisa annuncia che presenterà appello. «La sentenza di primo grado ha - finalmente - accertato - dice l'avvocato Michele Laforgia - che Vito Ladisa non ha mai finanziato Michele Emiliano, come abbiamo sempre sostenuto e ampiamente dimostrato nel corso del processo. Quando leggeremo le motivazioni, cercheremo di capire com’è possibile che Ladisa sia stato ugualmente condannato per finanziamento illecito, un reato che non è stato commesso dal presunto beneficiario del contributo. E ciò nonostante sia stato altrettanto dimostrato, nel corso del processo, che il pagamento oggetto di contestazione ha riguardato una prestazione professionale documentata, soggettivamente e oggettivamente vera e reale, tanto che il reato fiscale è stato, a suo tempo, archiviato. Non so dire perché. Del resto uno dei padri della Costituzione repubblicana, Piero Calamandrei, ha detto che la giustizia è come la divinità, e si manifesta solo a chi ha fede. Noi continuiamo ad aver fede anche di fronte al Mistero. Ne riparleremo in appello».

Il governatore pugliese Michele Emiliano assolto dall’accusa di finanziamento illecito. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 maggio 2023.

L'inchiesta avviata dalla procura di Bari verteva sulla campagna per le primarie Pd 2017. Condannato l'ex capo di gabinetto Stefanazzi: «Sono innocente, rinuncerò alla prescrizione». L'avvocato di Emiliano: "Sconfitta la macchina del fango"

Il Tribunale di Torino ha assolto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano (difeso dall’avvocato Gaetano Sassanelli) “per non aver commesso il fatto“, dall’accusa di finanziamento pubblico in relazione alle primarie del Pd del 2017. Il giudice del Tribunale di Torino Alessandra Salvadori ha assolto anche l’imprenditore foggiano Giacomo Mescia con la stessa formula.

La vicenda risale al 2017 riguardante le somme versate dalle aziende di Mescia e Ladisa alla Eggers, una società di Torino che aveva curato la promozione della campagna elettorale di Emiliano in occasione delle primarie del Pd. Secondo la procura torinese (a cui furono trasmessi gli atti dalla Procura di Bari, per competenza territoriale) si sarebbe trattato di un finanziamento occulto, e venne contestato ai due imprenditori che si sono sempre dichiarati innocenti, anche un connesso reato fiscale.

Condannati a quattro mesi e 20mila euro di multa, con pena sospesa e non menzione Claudio Stefanazzi l’ex capo di gabinetto della Regione ed attuale deputato eletto nelle liste del Pd, (assolto dall’imputazione relativa al finanziamento illecito relativo a Mescia), e l’imprenditore Vito Ladisa. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni. Per entrambi sono state riconosciute le attenuanti generiche.  Il pm Giovanni Caspani  della procura di Torino, aveva chiesto la condanna a un anno di reclusione per Emiliano e Stefanazzi, a otto mesi per i due imprenditori.

Le accuse iniziali nei confronti degli imputati erano state avviate e sostenute dalla Procura di Bari sono state a dir poco “ridimensionate” se non smentite dai magistrati torinesi nell’avviso di conclusione delle indagini: l’inchiesta partita da Bari, ipotizzava infatti, anche le accuse per i reati di “abuso di ufficio” ed “induzione indebita”, poi decadute e stralciate a Torino dove il fascicolo era stato trasmesso per competenza territoriale in quanto l’imprenditore Dotti risiede nel capoluogo piemontese e quindi il presunto reato si sarebbe consumato in quella sede e quindi la Procura di Bari era incompetente territorialmente.

Nel capo di imputazione contenuto nell’avviso di conclusione delle indagini era contestato il concorso nella violazione delle norme sul finanziamento pubblico ai partiti ipotizzando che Mescia e Ladisa, su sollecitazione di Stefanazzi, si sarebbero fatti carico di pagare 65mila euro richiesti da Dotti ad Emiliano per una campagna di comunicazione alle primarie del 2017.

L’avvocato Gaetano Sassanelli, difensore di Emiliano, aveva chiesto “l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché Michele Emiliano non lo ha commesso. Il processo – ha aggiunto – che si sta celebrando è nato da un esposto anonimo fatto che dovrebbe mettere in guardia sulla strumentalità della vicenda. Emiliano a mio avviso – ha proseguito – si trova senza aver fatto nulla a rispondere di una colpa d’autore, non per la sua condotta, dunque, ma per il suo ruolo e se si deve rispondere per quello che si è o per quello che si è commesso bisogna prendere atto che non c’è alcun rilievo penale perché Emiliano non poteva nè doveva occuparsi delle questioni che gli vengono contestate“»”. 

“La sentenza di oggi è la pietra tombale sulle fandonie a carico del presidente Emiliano – ha dichiarato l’avvocato Sassanelli – che finalmente stacca la corrente al circuito del fango nel ventilatore, così tanto utilizzato a suo danno in questi lunghi 5 anni. Ma, naturalmente, com’è d’obbligo in Italia, nessuno risponderà di questi anni di informazione avvelenata, nonostante si siano rivoltati come un calzino la vita, i rapporti, gli affetti e l’intera esistenza del presidente. Sono stati utilizzati gli strumenti investigativi più invasivi a disposizione della polizia giudiziaria, perché forse qualcuno con il suo esposto anonimo ha cercato di guidare dall’esterno l’indagine, pensando così di sferrare un attacco finale e definitivo. Ma non aveva fatto i conti con la verità che, con la sua tenacia, alla fine ha avuto la meglio, dimostrando che la realtà era ben diversa. Qualcuno evidentemente pensava che lo squallido ed incostituzionale strumento dell’anonimo potesse essere uno strumento con cui scardinarne l’immagine“.

“Non dimentichiamo infatti che questa indagine è partita da una ipotesi di corruzione, – aggiunge il difensore del governatore Emiliano – senza neanche l’individuazione dell’atto contrario ai doveri di ufficio che costituisce un elemento costitutivo di quel reato, lasciando il retrogusto di un utilizzo della giustizia penale come strumento per raggiungere un determinato risultato, con la conseguenza che nell’opinione pubblica si era radicata una convinzione di colpevolezza in totale rotta di collisione con la verità, dopo molti anni accertata anche processualmente. Si spera che ora, finalmente, dando il giusto peso ai maleodoranti anonimi, si torni invece alla logica del processo come attività necessaria per accertare fatti esistenti ed almeno astrattamente riconducibili ad un precetto pale. Ma partendo sempre da un fatto e mai più da  congetture prive di sostanza“. 

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha così commentato la sentenza del Tribunale di Torino. “Sapevo sin dall’inizio di queste indagini durate 5 anni di essere completamente innocente. Il fatto che finalmente oggi lo abbia accertato il giudice mi dà una grande gioia, non tanto per me, ma per tutte le persone che mi vogliono bene e soprattutto per la Puglia che rappresento. Ringrazio il mio avvocato, Gaetano Sassanelli, che in questi lunghi anni mi ha difeso nel processo, in un momento per me di sofferenza patita in silenzio per scelta e per rispetto della Magistratura. Sono certo che anche Claudio Stefanazzi riuscirà a dimostrare la sua assoluta estraneità ai fatti contestati. Bisogna sempre avere fiducia nella giustizia“.

Il legale di Ladisa: “Presenteremo appello, una condanna incomprensibile”

Anche l’avvocato Michele Laforgia difensore dell’imprenditore Vito Ladisa annuncia che presenterà appello contro la decisione incomprensibile del Tribunale di Torino. “La sentenza di primo grado ha finalmente accertato che Vito Ladisa non ha mai finanziato Michele Emiliano, come abbiamo sempre sostenuto e ampiamente dimostrato nel corso del processo. Quando leggeremo le motivazioni, cercheremo di capire com’è possibile che Ladisa sia stato ugualmente condannato per finanziamento illecito, un reato che non è stato commesso dal presunto beneficiario del contributo. E ciò nonostante sia stato altrettanto dimostrato, nel corso del processo, che il pagamento oggetto di contestazione ha riguardato una prestazione professionale documentata, soggettivamente e oggettivamente vera e reale, tanto che il reato fiscale è stato, a suo tempo, archiviato. Non so dire perché. Del resto uno dei padri della Costituzione repubblicana, Piero Calamandrei, ha detto che la giustizia è come la divinità, e si manifesta solo a chi ha fede. Noi continuiamo ad aver fede anche di fronte al Mistero. Ne riparleremo in appello“. L’imprenditore barese con grande senso di equilibrio, ha commentato: “Rispetto le sentenze in silenzio senza “se” e senza “ma”… ricorreremo in appello“.

L’on. Stefanazzi: “Sono innocente, rinuncerò alla prescrizione”

“Apprendo con costernazione e sorpresa della decisione del Tribunale di Torino – commenta l’ex capo di gabinetto di Emiliano, Claudio Stefanazzi – . Non commento questa decisione per il rispetto che nutro nei confronti della Magistratura come ho sempre fatto in questi anni. Peraltro le recenti archiviazioni delle innumerevoli inchieste cui sono stato sottoposto in 6 lunghi anni, confermano la mia posizione. Sono proprio il rispetto e la fiducia nei confronti della Magistratura che mi portano oggi a rinunciare alla prescrizione, che averrebbe tra circa un anno, al fine di far prevalere la mia assoluta estraneità ai fatti contestati fino alla Suprema Corte di Cassazione, estraneità ampiamente provata documentalmente“. Redazione CdG 1947

Torino, le motivazioni dell’assoluzione del governatore pugliese Emiliano. «Mai interessato agli aspetti economici delle primarie Pd 2017». MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 luglio 2023.

Michele Emiliano non si è mai interessato degli aspetti economici della campagna per le 1primarie Pd del 2017 che gli è costata un processo per violazione della legge sul finanziamento pubblico. Nel motivare l’assoluzione con formula piena del governatore pugliese, decisa a maggio, il Tribunale di Torino ha però stabilito che l’uomo della comunicazione scelto da Emiliano, Piero Dotti, archiviato nel 2021 quando l’indagine era ancora a Bari, «ha posto in essere una condotta materiale necessaria all’integrazione del delitto. Da qui la decisione del giudice Alessandra Salvatori, che ha trasmesso alla Procura di Torino «in relazione ai profili di responsabilità» di Dotti e di Francesca Tusino, commercialista dell’altro assolto, l’imprenditore Giacomo Mescia.

L’inchiesta partì da Bari con una lettera anonima (recapitata ai giornali e alla Procura) in cui era contenuto un decreto ingiuntivo emesso nei confronti di Emiliano dalla Eggers di Torino, la società di Dotti che organizzò la campagna di comunicazione. Dalle indagini emerse che i 65mila euro per la campagna di Dotti (copiata da quella della Serracchiani) furono pagati in parte dalla Margherita di Mescia e per il resto dalla Ladisa. Da qui il processo che, dopo una serie di archiviazioni parziali, è approdato a Torino.

Il Tribunale piemontese ha sposato in pieno la linea difensiva di Emiliano (con l’avvocato Gaetano Sassanelli), e ha riconosciuto che l’intera vicenda è «il frutto di una serie di eventi accidentali che hanno sottratto quell’unico debito contratto per la campagna elettorale delle primarie alla normale procedura», partiti dalla «mancata ricezione» del preventivo di Dotti da parte del tesoriere Antonio Vasile, in un periodo «eccezionale e funesto» per i principali collaboratori di Emiliano (dalla scomparsa di Stefano Fumarulo ai gravi problemi familiari di Domenico De Santis).

Dall’esame dei messaggi e dalle testimonianze acquisite a dibattimento il giudice ha ritenuto «pienamente dimostrata» l’assoluta estraneità del governatore pugliese alla gestione amministrativa. Questo perché «per mancanza di tempo ma soprattutto per una deliberata scelta di fondo [Emiliano] non si interessava minimamente agli aspetti economici della sua campagna», al punto che «neppure conosceva o non ricordava» l’importo pattuito con Dotti e «non era al corrente della consistenza dei fondi disponibili». «È significativo – scrive ancora il giudice – che Emiliano, una volta appreso da Stefanazzi l’importo approssimativo» del debito, «si sia offerto di anticipare il totale, pagando con denaro personale e, a fronte della proposta di Stefanazzi di versare il dovuto in due tranche, abbia insistito per pagare lui la differenza».

Il compito di pagare Dotti fu demandato al capo di gabinetto. Stefanazzi «dopo aver appreso che le disponibilità erano del tutto insufficienti» si rivolse all’avvocato Mescia, imprenditore del fotovoltaico, che – ha stabilito il giudice -, al pari di Stefanazzi non ebbe alcun ruolo «nelle attività che portarono a pagare 20.000 euro alla Eggers di Dotti in modo non trasparente». Fu infatti la Tusino, commercialista di Mescia (con «il contributo volontario fornito da Pietro Dotti») a far modificare la causale della fattura emessa dalla Eggers nei confronti della Margherita, lasciando «consulenza di comunicazione» ma eliminando «a favore di Michele Emiliano», così – scrive il giudice - «da trasformarla artificiosamente e in modo non veritiero in un “normale” pagamento della società». A maggio il Tribunale ha condannato (a 4 mesi, pena sospesa e non menzione) l’allora capo di gabinetto di Emiliano (oggi parlamentare Pd), Claudio Stefanazzi, e l’imprenditore Vito Ladisa, che presenteranno appello.

(ANSA il 31 marzo 2023) - La condanna a un anno di reclusione e a 90mila di multa è stata chiesta dalla pubblica accusa per Michele Emiliano, governatore della Puglia, processato a Torino per finanziamento illecito. Il pm Giovanni Caspani ha proposto la stessa pena per il suo ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi (ora parlamentare Pd) e otto mesi per gli imprenditori Vito Ladisa e Giacomo Mescia

(ANSA il 31 marzo 2023) - "Forse in passato quando la sentivo pronunciare da altri commettevo l'errore di considerarla una frase fatta: ora dico che confido nella giustizia. Ho 63 anni e ho sempre cercato di comportarmi bene, sia nelle cose importanti che in quelle meno importanti". Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha chiuso così oggi la dichiarazione spontanea, che ha reso in tribunale a Torino nel corso del processo in cui è chiamato in causa per finanziamento illecito. La vicenda si è legata alla campagna per le primarie del Pd del 2017. Il processo, oltre a Emiliano, riguarda il suo ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, ora parlamentare del Pd, e gli imprenditori Giacomo Mescia e Vito Ladisa.

Al vaglio del tribunale vi sono le somme versate dai due imprenditori alla Eggers di Pietro Dotti, la società del Torinese che si era occupata della campagna elettorale di Emiliano. Per l'accusa si trattò di un finanziamento occulto.

 "Mi sono candidato molte volte - ha detto Emiliano - e ho sempre seguito una regola: a occuparsi della raccolta dei finanziamenti doveva essere l'associazione Piazze d'Italia, che era molto attenta a scegliere gli interlocutori. Per questo non ho mai incontrato nessuno e negoziato alcunché. C'era anche un limite nell'ammontare del finanziamento, una specie di codice etico sovrapposto alle previsioni della legge.

La separazione fra l'indirizzo politico della campagna e i profili amministrativi fu netta anche in occasione delle primarie". Emiliano ha ricordato che era scontento del lavoro svolto da Dotti "perché, senza dirci nulla, aveva riciclato lo stesso formato campagna elettorale della Serracchiani" in Friuli Venezia Giulia. Quando l'imprenditore cominciò a sollecitare il pagamento della prestazione, arrivando a chiedere un decreto ingiuntivo, Emiliano discusse la situazione con i collaboratori: "Per me era importante non passare per uno che non paga, tanto più che la questione era finita sui giornali. Con Dotti non parlai: non avevo tempo e non volevo dirgli cosa ne pensavo.

Ero talmente seccato che dissi ai collaboratori di sistemare la cosa: 'se avete i soldi pagate, sennò ve li do io'. Loro risposero 'non preoccuparti, ce ne occupiamo noi'. Non sentii più parlare della questione fino a quando ricevetti un messaggio da Dotti: 'Sistemato tutto'. Risposi solo 'va bene', sempre senza aggiungere quel che ne pensavo". "Il mio timore - ha aggiunto Emiliano - è che di fronte a certi passaggi non chiari neppure a me possano sorgere dei dubbi. Ma sono eventi non ascrivibili a una mia responsabilità". "Mi spiace - ha concluso rivolgendosi al tribunale - avere impegnato tanti anni il sistema giudiziario, i magistrati di Bari e di Torino. L'unica consolazione che posso offrirvi è che ho sofferto quanto voi"

Finanziamento illecito durante le primarie: Emiliano in tribunale a Torino, l'accusa chiede un anno. Il processo riguarda anche l' ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, ora parlamentare del Pd, e gli imprenditori Giacomo Mescia e Vito Ladisa. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Marzo 2023

«Forse in passato quando la sentivo pronunciare da altri commettevo l’errore di considerarla una frase fatta: ora dico che confido nella giustizia. Ho 63 anni e ho sempre cercato di comportarmi bene, sia nelle cose importanti che in quelle meno importanti». Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha chiuso così oggi la dichiarazione spontanea, che ha reso in tribunale a Torino nel corso del processo in cui è chiamato in causa per finanziamento illecito.

La vicenda è legata alla campagna per le primarie del Pd del 2017. Il processo, oltre a Emiliano, riguarda il suo ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi, ora parlamentare del Pd, e gli imprenditori Giacomo Mescia e Vito Ladisa.

Al vaglio del tribunale vi sono le somme versate dai due imprenditori alla Eggers di Pietro Dotti, la società del Torinese che si era occupata della campagna elettorale di Emiliano. Per l’accusa si trattò di un finanziamento occulto. «Mi sono candidato molte volte - ha detto Emiliano - e ho sempre seguito una regola: a occuparsi della raccolta dei finanziamenti doveva essere l’associazione Piazze d’Italia, che era molto attenta a scegliere gli interlocutori. Per questo non ho mai incontrato nessuno e negoziato alcunché. C'era anche un limite nell’ammontare del finanziamento, una specie di codice etico sovrapposto alle previsioni della legge. La separazione fra l’indirizzo politico della campagna e i profili amministrativi fu netta anche in occasione delle primarie».

Emiliano ha ricordato che era scontento del lavoro svolto da Dotti «perché, senza dirci nulla, aveva riciclato lo stesso formato campagna elettorale della Serracchiani» in Friuli Venezia Giulia. Quando l’imprenditore cominciò a sollecitare il pagamento della prestazione, arrivando a chiedere un decreto ingiuntivo, Emiliano discusse la situazione con i collaboratori: "Per me era importante non passare per uno che non paga, tanto più che la questione era finita sui giornali. Con Dotti non parlai: non avevo tempo e non volevo dirgli cosa ne pensavo. Ero talmente seccato che dissi ai collaboratori di sistemare la cosa: 'se avete i soldi pagate, sennò ve li do iò. Loro risposero 'non preoccuparti, ce ne occupiamo noì. Non sentii più parlare della questione fino a quando ricevetti un messaggio da Dotti: 'Sistemato tuttò. Risposi solo 'va benè, sempre senza aggiungere quel che ne pensavo».

«Il mio timore - ha aggiunto Emiliano - è che di fronte a certi passaggi non chiari neppure a me possano sorgere dei dubbi. Ma sono eventi non ascrivibili a una mia responsabilità». «Mi spiace - ha concluso rivolgendosi al tribunale - avere impegnato tanti anni il sistema giudiziario, i magistrati di Bari e di Torino. L’unica consolazione che posso offrirvi è che ho sofferto quanto voi».

L'ACCUSA

La condanna a un anno di reclusione e a 90mila di multa è stata chiesta dalla pubblica accusa per Michele Emiliano, governatore della Puglia, processato a Torino per finanziamento illecito. Il pm Giovanni Caspani ha proposto la stessa pena per il suo ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi (ora parlamentare Pd) e otto mesi per gli imprenditori Vito Ladisa e Giacomo Mescia.

La Procura di Torino chiede la condanna di Emiliano ad un anno per finanziamento illecito. Lui ai giudici: “Ho sofferto quanto voi”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’1 aprile 2023

La vicenda trae origine dalle primarie del Pd nel 2017. L’imprenditore Giacomo Mescia viene chiamato in causa per un versamento di circa 24 mila euro alla Eggers, la società torinese che curava la campagna elettorale del governatore pugliese nelle primarie del Pd,

Il pm Giovanni Caspani della procura di Torino ha chiesto la condanna a un anno di reclusione e 90mila di multa  per Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, nel controverso processo in corso a Torino per finanziamento illecito. ha proposto la stessa pena per il suo ex capo di gabinetto Claudio Stefanazzi ora parlamentare del Pd ( difeso dall’avvocato Luigi Covella), ed otto mesi per gli imprenditori Vito Ladisa (difeso dall’avvocato Michele Laforgia)e Giacomo Mescia del gruppo Margherita (difeso dall’avvocato Gianluca Ursitti) . 

All’esame del Tribunale di Torino vi sono le somme versate dai due imprenditori alla Eggers di Pietro Dotti, la società del Torinese che si era occupata della campagna elettorale del governatore pugliese nelle primarie del Pd, in cui Emiliano era candidato contro Matteo Renzi ed Andrea Orlando. Secondo la Procura si trattava di un “finanziamento occulto“, anche sei i documenti prodotti da Ladisa hanno smentito l’ipotesi accusatoria degli inquirenti. Nelle precedenti udienze l’imprenditore barese Ladisa ha fatto dichiarazioni spontanee : “Non ho mai finanziato Emiliano, né direttamente né indirettamente. Io e la mia azienda è stata la sua versione siamo estranei ai rapporti fra Eggers ed Emiliano. Quell’anno contattai Piero Dotti per una nostra campagna di comunicazione. Ci incontrammo alcune volte: lui svolse il lavoro, mi presentò il contro e pagai. Lui mi parlò una sola volta di Emiliano definendolo un cattivo pagatore. Gli risposi che delle questioni del governatore non mi interessavo. Io non frequento Emiliano e nel 2017 neppure lo sostenni“.

La vicenda trae origine dalle primarie del Pd nel 2017. L’imprenditore Giacomo Mescia viene chiamato in causa per un versamento di circa 24 mila euro alla Eggers, la società torinese che curava la campagna elettorale di Emiliano. Il fascicolo su Mescia inizialmente era stato  trasmesso dalla Procura di Torino a quella di Roma, la quale dopo avere chiesto l’archiviazione della parte delle accuse relativa a irregolarità nelle fatturazioni, ha restituito il fascicolo per competenza a Torino. Le accuse iniziali sostenute dalla Procura di Bari non sono state condivise dagli inquirenti piemontesi che le hanno “ridimensionate” nell’avviso di conclusione delle indagini: l’inchiesta barese ipotizzava anche i reati di abuso di ufficio e induzione indebita, successivamente decadute. Il fascicolo era stato trasmesso a Torino perché è nel capoluogo piemontese che risiede l’imprenditore Dotti, quindi il presunto reato si sarebbe consumato lì.

La difesa di Emiliano aveva anche provato a trasferire il processo a Foggia, forse considerata più vicina, ma la procura di Torino ha sollevato conflitto di attribuzione, che la Corte di Cassazione ha risolto ritenendo che fosse il capoluogo piemontese la sede deputata per definire la vicenda. L’avvocato Gaetano Sassanelli, legale di Emiliano, ha chiesto “l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché Michele Emiliano non lo ha commesso”. “Il processo che si sta celebrando è nato da un esposto anonimo fatto che dovrebbe mettere in guardia sulla strumentalità della vicenda” ha evidenziato l’ Avv . Sassanelli che ha proseguito “Emiliano a mio avviso si trova senza aver fatto nulla a rispondere di una colpa d’autore, non per la sua condotta, dunque, ma per il suo ruolo e se si deve rispondere per quello che si è o per quello che si è commesso bisogna prendere atto che non c’è alcun rilievo penale perché Emiliano non poteva nè doveva occuparsi delle questioni che gli vengono contestate”. “È chiaro che Emiliano, in una vita dedicata alla difesa della legalità, ha dato fastidio a molti. – conclude l’ avv . Sassanelli – All’inizio si parlava di gravi ipotesi di reato, siamo finiti in Cassazione perché qualcuno non voleva mollare il processo come invece avrebbe dovuto fare (il riferimento è molto chiaro: la Procura di Bari n.d.r. ) . E non credo sia un caso che quando ci si è allontanati da Bari la vicenda si sia ridimensionata“.

Emiliano, al termine dell’udienza in tribunale ha reso delle dichiarazioni spontanee: “Forse in passato quando la sentivo pronunciare da altri commettevo l’errore di considerarla una frase fatta: ora dico che confido nella giustizia. Ho 63 anni e ho sempre cercato di comportarmi bene, sia nelle cose importanti che in quelle meno importanti”., che ha aggiunto ” Mi sono candidato molte volte e ho sempre seguito una regola: a occuparsi della raccolta dei finanziamenti doveva essere l’associazione Piazze d’Italia, che era molto attenta a scegliere gli interlocutori. Per questo non ho mai incontrato nessuno e negoziato alcunché. C’era anche un limite nell’ammontare del finanziamento, una specie di codice etico sovrapposto alle previsioni della legge. La separazione fra l’indirizzo politico della campagna e i profili amministrativi fu netta anche in occasione delle primarie“. 

Emiliano ha spiegato che era scontento del lavoro svolto da Dotti “perché, senza dirci nulla, aveva riciclato lo stesso formato campagna elettorale della Serracchiani” in Friuli Venezia Giulia. Quando il pubblicitario torinese cominciò a sollecitare il pagamento della prestazione, arrivando a depositare in Tribunale una richiesta di decreto ingiuntivo, il governatore pugliese analizzò la situazione con i collaboratori: “Per me era importante non passare per uno che non paga, tanto più che la questione era finita sui giornali. Con Dotti non parlai: non avevo tempo e non volevo dirgli cosa ne pensavo. Ero talmente seccato che dissi ai collaboratori di sistemare la cosa: “se avete i soldi pagate, sennò ve li do io”.

I collaboratori di Emiliano risposero : “non preoccuparti, ce ne occupiamo noi“. Il governatore pugliese ha aggiunto che “Non sentii più parlare della questione fino a quando ricevetti un messaggio da Dotti: “Sistemato tutto”. Risposi solo “va bene”, sempre senza aggiungere quel che ne pensavo. Il mio timore – ha aggiunto Emiliano – è che di fronte a certi passaggi non chiari neppure a me possano sorgere dei dubbi. Ma sono eventi non ascrivibili a una mia responsabilità“.

Mi spiace avere impegnato tanti anni il sistema giudiziario, i magistrati di Bari e di Torino. L’unica consolazione che posso offrirvi è che ho sofferto quanto voi” ha concluso rivolgendosi al tribunale . A distanza di sei anni, il procedimento penale, è arrivato alle conclusioni. La prossima ed ultima udienza si terrà il prossimo 4 maggio, quando è attesa la decisione del giudice.

In una nota diffusa dei consiglieri regionali del Gruppo Con,  Giuseppe Tupputi, Stefano Lacatena, Alessandro Delli Noci, Gianfranco Lopane e Alessandro Leoci. si afferma: “Siamo convinti dell’assoluta estraneità del presidente Emiliano dai fatti contestati nel processo di Torino e siamo altrettanto certi che la sentenza restituirà un quadro di chiarezza e verità. Siamo vicini ad Emiliano perché ogni processo è un tunnel di amarezza, quando non si hanno responsabilità, e ci auguriamo che possa arrivare al più presto la meritata serenità per lui, per i suoi cari e per tutta la Puglia”.

Anche il Partito Democratico, per voce di  Filippo Caracciolo presidente del gruppo consiliare ed il segretario regionale Domenico De Santis – ha diffuso una nota sulla richiesta di condanna della procura di Torino per il presidente Emiliano:  “Siamo certi che il presidente Emiliano saprà dimostrare la sua totale estraneità ai fatti contestati dalla procura di Torino riguardanti le primarie Pd 2017. Abbiamo massima fiducia nella giustizia e, in attesa che faccia il suo corso restituendo la verità dei fatti, siamo vicini al presidente consapevoli delle difficoltà e delle sofferenze che comporta il dover affrontare un giudizio sapendo di non avere alcuna responsabilità”. Redazione CdG 1947

La Sanità.

La Piccola Melissa.

La Piccola Giorgia.

La Piccola Melissa.

La piccola Melissa è tornata a casa: «La cura ha funzionato». Alfonso SPAGNULO Venerdì 25 Giugno 2021 su quotidianodipuglia.it.

La piccola Melissa Nigri e i suoi genitori (papà Pasquale di Fasano e mamma Rossana di Monopoli) sono finalmente tornati a casa. Nello scorso fine settimana la famiglia Nigri è atterrata a Fiumicino per raggiungere Monopoli dove risiede. Ad attenderla un gruppo di sostenitori che, in questi mesi di campagna solidale, di battaglie contro la burocrazia italiana e di forti preoccupazioni per la sorte della bambina, hanno sostenuto “l’impresa impossibile” avviata proprio da mamma Rossana e papà Pasquale per raggiungere l’ingente somma di un milione e 900mila euro che ha consentito a Melissa, affetta da Sma di tipo 1, di accedere alla somministrazione del farmaco sperimentale Zolgensma, ultima frontiera della scienza contro la malattia degenerativa molto grave il cui utilizzo in Italia ancora non è stato autorizzato del tutto. Si dice che “i soldi non fanno la felicità” ma non è questo il caso perché ora si spera che Melissa possa avere una vita normale.

Le cure

Dopo aver lanciato l’appello della raccolta fondi sui social la famiglia Nigri è stata subissata di solidarietà e appena raggiunta la cifra necessaria è volata a Dubai (e non negli Stati Uniti come si pensava), in una clinica specializzata, per la somministrazione. Sono dovute trascorrere altre settimane di riabilitazione prima che la bambina potesse sopportare il viaggio di ritorno cosa che è avvenuta per la gioia della famiglia. Sono trascorsi circa otto mesi da quando, era il novembre del 2020, mamma Rossana Messa lanciò l’appello per la sua bambina. Una raccolta fondi, così come dichiarò la combattiva donna, dettata dalla disperazione, senza speranza di poter raggiungere l’obiettivo. E invece col passare dei giorni e delle settimane il tam tam mediatico si è allargato tanto da riaccende la speranza. Tanti i personaggi famosi che, con appelli e donazioni, si sono interessati della vicenda. Un elenco lunghissimo: Alessia Marcuzzi, Chiara Ferragni, Fedez, Alessandra Amoroso, Emma Marrone, Giuliano Sangiorgi, Diana del Bufalo, Mara Venier, Maria Grazia Cucinotta, Elena Sofia Ricci, Bobo Vieri, Lele Adani, Albano Carrisi e Gianluca Lapadula. Poi la partenza per la città degli Emirati Arabi. «La bambina ora sta benissimo – sottolinea mamma Rossana – e ha fatto progressi enormi da quando ha lasciato l’Italia.

La terapia ha funzionato: ha già recuperato il 50% della funzione motoria, tanto che ormai mantiene la testa dritta, riesce a stare seduta normalmente, muove gli arti con più disinvoltura, ma dovrà proseguire la riabilitazione tutti i giorni andando in piscina. In realtà avrebbe bisogno di continuare la fisioterapia fatta all’estero, ma purtroppo da noi non esistono centri specializzati. Stiamo verificando al Nord. Ci hanno consigliato di somministrare il Ristiplan, uno sciroppo per il quale da noi non ci sono studi che certifichino l’efficacia e che ci auguriamo sia prescrivibile. Mi auguro non si debba fare un’altra lotta anche per questo. In ogni caso torneremo a Dubai nel mese di ottobre per le verifiche e i test motori che immaginiamo certificheranno ulteriori progressi. Ci hanno infatti detto che dal terzo mese dalla somministrazione, quindi già dai prossimi giorni, si cominceranno davvero a vedere i miglioramenti. Intanto non ci resta che ringraziare tutti ancora una volta. Non smetteremo mai di farlo. Adesso vorremmo tornare alla nostra vita normale, godendoci tutto quello che finora ci siamo persi. Ma vi promettiamo che tutti sarete nel nostro cuore per sempre».

Bari, 1,8 milioni di euro per curare Melissa col ZolgenSma: la denuncia di una delle benefattrici. Da norbaonline.it il 23 Agosto 2023

I genitori di Melissa, Rossana Messa e Pasquale Nigri, si dicono sereni : quei soldisono serviti a pagare lo Zolgensma, che da solo costava oltre un milione e ottocentomila euro, le spese per l’hotel e l’ambulanza che ogni giorno trasportava la bambina in ospedale

Intervista a: Maria Preite, imprenditrice

Servizio di Guglielmina Logroscino

Riprese e montaggio di Cosimo Caragiulo

Raccolta fondi salva Melissa, azienda di famiglia spende 1,5 milioni per un capannone: esposto in Procura. Autore: Antonio Loconte su quintopotere.it il 15 Agosto 2023 

Nel 2020 la storia della piccola Melissa, affetta da Sma 1 e bisognosa di un farmaco del valore di oltre 2 milioni di euro, commosse l’Italia intera. Gente comune, commercianti, politici, calciatori e molti personaggi famosi contribuirono a raggiungere l’insperato obiettivo. Melissa è così riuscita a volare a Dubai per la somministrazione del Zolgensma e i suoi miglioramenti sono sotto gli occhi di tutti.

Chiunque in Italia, nel periodo della raccolta, sapeva cosa fosse quel farmaco impronunciabile e a cosa servisse. Nonostante gli aggiornamenti sulla pagina Facebook “Un futuro per Melissa” e i video di mamma Rosanna e papà Pasquale, l’impiego dell’enorme cifra raccolta ha subito scatenato maldicenze e accuse. Tutto ciò nonostante il conto corrente dedicato fosse sottoposto alla vigilanza di un giudice tutelare.

Tre anni dopo l’azienda di famiglia, la mamma in particolare, si aggiudica all’asta un compendio industriale, concepito per la lavorazione e distribuzione di prodotti agricoli. Il 10 agosto Rosanna Messa ha versato circa 1,5 milioni di euro per aggiudicarsi il compendio. L’obiettivo della famiglia è quello di aumentare le entrate dell’azienda di souvenirs e bomboniere in modo da sostenere le costosissime cure alle quali Melissa dovrà sottoporsi, con un costo massimo compreso tra i 36mila e i 40mila euro al mese. Nello stesso compendio di Polignano a Mare, finora, c’era l’azienda agricola di Maria Preite, che ha tentato senza successo di aggiudicarsi l’asta telematica contro la mamma di Melissa. Maria Preite, insieme a molte persone a lei vicine, è stata anche una fautrice della raccolta fondi. Scoprire che ad aggiudicarsi l’asta era stata la mamma di Melissa è stato un colpo particolarmente duro.

I dubbi sull’impiego dei soldi della raccolta fondi sono aumentati al punto da presentare un esposto in Procura insieme ad altri dieci benefattori. Abbiamo ascoltato la perplessità della Preite e di alcuni altri querelanti, compreso l’artigiano che aveva realizzato le barchette servite per raccogliere ulteriori fondi, ma siamo stati anche a casa di Rosanna e Pasquale per sentire la loro versione e constatare personalmente quanto siano incredibili i miglioramenti fatti in questi anni dalla piccola Melissa.

La Piccola Giorgia.

 Selvaggia Lucarelli, bordate contro la madre di Giorgia: «Ha raccolto cifre impressionanti e ora chiede soldi anche ad Al Bano». Rosanna Scardi su Il Corriere della Sera l'1 agosto 2023

La ragazzina pugliese di 15 anni è  affetta da una rarissima malattia: è in cura al Children Hospital di Pittsburgh. La Lucarelli punta il dito  sulla mancata rendicontazione dei fondi incassati per aiutarla a guarire

Selvaggia Lucarelli torna a puntare l’attenzione sulla leccese Elisa Barone, mamma di Giorgia, la ragazzina di 15 anni, affetta da una rarissima malattia e in cura al Children Hospital di Pittsburgh e sulla mancata rendicontazione dei fondi incassati per aiutarla a guarire. Barone si trova negli Stati Uniti insieme all’altro figlio, Jody, maggiorenne. «Tra periodo in lista di attesa, trapianto e cure sono lì tutti e tre da otto anni — scrive Lucarelli sulla sua pagina Facebook —. Non mi interessa entrare nelle questioni sanitarie e di come sia possibile rimanere in America spesati dalla Asl per anni prima di entrare in lista di attesa e per quattro anni a operazione avvenuta, ci sarà tempo. Quello che mi preme sottolineare subito è che negli anni la signora Barone ha raccolto una cifra impressionante e difficilmente quantificabile di denaro chiedendo senza mai sosta alle persone di donarle soldi».

La giornalista sottolinea come Barone abbia richiesto denaro «nei modi più disparati e creativi, coinvolgendo in appelli e donazioni vip, tv, giornali, star del calcio, politici e così via — prosegue pubblicando le immagini delle campagne che coinvolgono i personaggi famosi —. Al Bano (che ha risposto alla sua polemica ) e Checco Zalone, giusto per fare due nomi a caso. È sempre stata (ed è) molto sostenuta dalle tv locali e dalle testate del politico pugliese ed editore Paolo Pagliaro (nonché dalla onlus di Pagliaro), ma hanno diffuso suoi appelli anche programmi di Liorni, Panicucci e così via».

Il lungo post della Lucarelli prosegue riepilogando la vicenda, iniziata nel 2009. Quattro anni dopo la mamma di Giorgia ha dato vita alla onlus Stellina di Berdon «per raccogliere denaro con lo scopo di fronteggiare le sue spese, onlus i cui presidenti sono lei, la sorella Tamara e due fratelli Mirko e Camillo. La onlus, come da descrizione, si prefiggeva anche di fare da collante tra le famiglie di bambini ammalati e di fare informazione sulla rara sindrome di cui soffre la figlia. Io, di queste attività promesse, non ho trovato nulla». 

Gli eventi per la raccolta fondi

Tra i sistemi di raccolta fondi negli anni Lucarelli elenca «eventi di beneficenza quali concerti, spettacoli a teatro, balli, galà. Aste. Braccialetti venduti. Salvadanai nei negozi e altrove. Stelline e pubblicità su fb. Donazioni dirette da chiunque, da politici a calciatori su conto corrente italiano e americano e Postepay. Poi ci sono 80 mila euro di 5 X mille (32 mila solo nel 2022). Liste regali su Ebay». La giornalista lamenta l’assenza di rendicontazione, di un bilancio, di dettagli sulle spese sostenute. «Si tenga presente che anche solo con un singolo evento erano stati raccolti 150 mila euro e che la signora ha fino a 9 mila euro al mese rimborsati dalla Asl per vitto e alloggio (più altre entrate fisse, e le spese sanitarie - parliamo di milioni di euro - completamente coperte dalla Asl di Lecce)». Già in passato, Lucarelli aveva provato a  contattare Elisa Barone. L’ultima volta, tramite una telefonata, a fine luglio. «Mi ha risposto che mi avrebbe chiamata dopo due minuti con l’avvocato», scrive la giornalista che sta ancora aspettando.

La mamma di Giorgia contro gli hater dopo l'attacco di Lucarelli: «Contro di noi una persecuzione, non ne posso più». Claudio Tadicini  su Il Corriere della Sera il 5 agosto 2023

Elisa Barone, madre della 14enne leccese da anni negli Usa per curarsi da una malattia, in un video su Facebook: «Contro di noi una persecuzione». Selvaggia Lucarelli aveva avanzato dubbi sulla trasparenza delle donazioni e sulle attività della onlus della donna. 

Lo sfogo su Facebook dopo il ricovero della figlia: «Chi pensa che sia una truffatrice vada a denunciarmi». Elisa Barone, mamma di Giorgia, la ragazzina leccese affetta da sindrome di Berdon e da 8 anni negli Usa per curarsi, affida ai social il suo dolore per l’ennesimo ricovero della figlia nell’ospedale di Pittsburgh e si scaglia contro gli haters che la attaccano da giorni, dopo i dubbi sollevati dalla giornalista Selvaggia Lucarelli riguardo la scarsa trasparenza sulle donazioni e attività della onlus Stellina di Berdon (di cui la donna è presidente) per aiutare a sostenere le spese della vita in America. Del caso si era interessato anche Al Bano, molto critico nei confronti di Selvaggia Lucarelli.

«Stiamo ricevendo offese ed insulti - racconta la donna durante la diretta Facebook sulla pagina Aiutiamo Giorgia, che definisce il suo diario di bordo - Chi pensa che io sia una truffatrice è pregato di denunciarmi e di farla finita, questa persecuzione sta esasperando me e i miei figli. Non ne possiamo più, questa situazione deve finire. Ho seguito le regole e le leggi, sono in regola con tutto - aggiunge la mamma di Giorgia - se non mi credete è un problema vostro, smettete di attaccarmi. Lasciateci in pace per favore». Nel corso della lunga diretta, durata quasi 24 minuti, la donna dichiara di non percepire rimborsi dall’Asl da un paio di anni. «È grazie alla mia associazione che si va avanti - riferisce la signora Barone - senza i soldi della mia associazione non potrei essere qui, perché non è vero che prendo 9.000 euro al mese di vitto e alloggio dall’Asl. Non prendo rimborsi dal 2021».

La Regione: prestazioni sanitarie garantite

Quest’ultima dichiarazione, tuttavia, sembra stridere con quanto dichiarato in una nota da Regione Puglia, Asl di Lecce e Crt (centro regionale trapianti), che il 3 gennaio 2023, rispondendo alla richiesta di chiarimenti della stessa Lucarelli sui costi sostenuti per garantire le cure a Giorgia negli Usa, sostenevano che i controlli delle strutture regionali sulle spese riguardassero sia i «pagamenti delle prestazioni sanitarie» che la «diaria prevista da apposita delibera», lasciando intendere che il rimborso spese per consentire la permanenza del nucleo familiare negli Stati Uniti (vitto e alloggio), almeno fino a gennaio 2023, sia stato corrisposto. Fornire risposte (documentate) alle richieste di chiarimenti e trasparenza sulle attività della onlus, ora pretese anche da tanti donatori, aiuterebbe a mettere a tacere gli «haters» e tranquillizzare chi oggi nutre legittimi dubbi.

Estratto dell'articolo di Rosanna Scardi per corriere.it l'1 agosto 2023.

Selvaggia Lucarelli torna a puntare l’attenzione sulla leccese Elisa Barone, mamma di Giorgia, la ragazzina di 15 anni, affetta da una rarissima malattia e in cura al Children Hospital di Pittsburgh e sulla mancata rendicontazione dei fondi incassati per aiutarla a guarire. Barone si trova negli Stati Uniti insieme all’altro figlio, Jody, maggiorenne.

 «Tra periodo in lista di attesa, trapianto e cure sono lì tutti e tre da otto anni — scrive Lucarelli sulla sua pagina Facebook —. Non mi interessa entrare nelle questioni sanitarie e di come sia possibile rimanere in America spesati dalla Asl per anni prima di entrare in lista di attesa e per quattro anni a operazione avvenuta, ci sarà tempo. Quello che mi preme sottolineare subito è che negli anni la signora Barone ha raccolto una cifra impressionante e difficilmente quantificabile di denaro […]» 

La giornalista sottolinea come Barone abbia richiesto denaro «nei modi più disparati e creativi, coinvolgendo in appelli e donazioni vip, tv, giornali, star del calcio, politici e così via — prosegue pubblicando le immagini delle campagne che coinvolgono i personaggi famosi —. Al Bano e Checco Zalone, giusto per fare due nomi a caso. È sempre stata (ed è) molto sostenuta dalle tv locali e dalle testate del politico pugliese ed editore Paolo Pagliaro (nonché dalla onlus di Pagliaro), ma hanno diffuso suoi appelli anche programmi di Liorni, Panicucci e così via».

Il lungo post della Lucarelli prosegue riepilogando la vicenda, iniziata nel 2009. Quattro anni dopo la mamma di Giorgia ha dato vita alla onlus Stellina di Berdon «per raccogliere denaro con lo scopo di fronteggiare le sue spese, onlus i cui presidenti sono lei, la sorella Tamara e due fratelli Mirko e Camillo. La onlus, come da descrizione, si prefiggeva anche di fare da collante tra le famiglie di bambini ammalati e di fare informazione sulla rara sindrome di cui soffre la figlia. Io, di queste attività promesse, non ho trovato nulla».

[…]  La giornalista lamenta l’assenza di rendicontazione, di un bilancio, di dettagli sulle spese sostenute. «Si tenga presente che anche solo con un singolo evento erano stati raccolti 150 mila euro e che la signora ha fino a 9 mila euro al mese rimborsati dalla Asl per vitto e alloggio (più altre entrate fisse, e le spese sanitarie - parliamo di milioni di euro - completamente coperte dalla Asl di Lecce)».

Già in passato, Lucarelli aveva provato a  contattare Elisa Barone. L’ultima volta, tramite una telefonata, a fine luglio. «Mi ha risposto che mi avrebbe chiamata dopo due minuti con l’avvocato», scrive la giornalista che sta ancora aspettando.

Selvaggia Lucarelli contro la mamma di bimba salentina in cura a Pittsburgh: «Ha davvero bisogno di restare lì?» Non manca la risposta dell'Asl Puglia interpellata sui social dalla Lucarelli che replica all'attacco: «L’utilizzo da parte dello stesso nucleo familiare di eventuali finanziamenti privati da loro procurati non può essere oggetto di verifiche da parte della Regione Puglia». Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 03 Gennaio 2023

Sta scatenando polemiche un post su Facebook della giornalista Selvaggia Lucarelli che oggi ha sollevato dubbi sulla veridicità degli appelli di una mamma della provincia di Lecce che da sette anni circa vive negli Stati Uniti per curare sua figlia affetta da una grave malattia: "Forse - attacca Lucarelli nel lungo post - sarebbe ora che la Asl Puglia desse delle spiegazioni sull'opaca vicenda. Davvero la signora ha bisogno di rimanere in America con due figli, costando alla sanità milioni e milioni di euro?», scrive ponendo molti interrogativi.

La bimba è affetta da una rarissima malattia all’intestino, la sindrome di Berdon, diagnosticata alla nascita, ed è stata sottoposta anche un trapianto. Per poter stare negli Usa e pagare i costi la mamma ha chiesto aiuto avviando alcune raccolte fondi nel corso degli ultimi sette anni. Mentre alcune spese per le cure sono a carico della sanità pubblica.

La Regione Puglia in serata ha risposto ai dubbi posti da Lucarelli, precisando tra l’altro che «nei casi di cure all’estero le procedure prevedono la verifica delle spese sanitarie sostenute, con relativa documentazione e verifica della congruità di quanto dichiarato». «Tutto quello che andava fatto - prosegue la Regione - dal punto di vista sanitario per salvare la vita della bambina è stato fatto, da parte della Asl e della Regione Puglia nel rispetto delle norme. E questo per noi tutti è un punto di orgoglio», spiegano l’assessore regionale alla Sanità Rocco Palese, il direttore del Dipartimento, Vito Montanaro, il direttore generale della Asl Lecce, Stefano Rossi, e il coordinatore del Centro Regionale Trapianti, Loreto Gesualdo.

«Il sistema sanitario regionale pugliese - aggiungono - nel 2014 si trova ad affrontare il caso di una bambina affetta dalla sindrome di Berdon, una malattia genetica rarissima che compromette la funzionalità dell’apparato gastrointestinale, che richiede un trapianto multiviscerale: fegato, stomaco, pancreas ed intestino. La complessità del caso richiedeva l’identificazione di un centro altamente specializzato nel campo trapianto multiviscerale e, tra questi, il Children Hospital dell’Università di Pittsburgh risultava essere un centro di riferimento mondiale per genere di interventi, ancor più delicato nel caso specifico trattandosi di una bambina». L’assessore e i medici spiegano che «all’epoca i trapianti di questo tipo in Italia non venivano eseguiti e, comunque, la complessità del caso non era gestibile nel nostro Paese, ma solo in pochissimi centri al mondo». Oggi la bambina "ha 14 anni - proseguono - e si trova ancora a Pittsburgh per il proseguimento delle cure perché, vista la complessità, la bambina ha ricevuto solo il trapianto di intestino il quale ha presentato poi diverse complicanze che hanno necessitato di ulteriori interventi chirurgici, l’ultimo del quale è programmato nelle prossime settimane». «La Asl di Lecce - concludono - insieme al Centro regionale trapianti aveva già in programma una visita presso il centro americano nelle prossime settimane, dopo il suddetto intervento, per accertare le condizioni cliniche della paziente e programmare il suo rientro in Italia nei tempi compatibili con l’evoluzione del suo quadro clinico».

Carte in Procura. Lo scorso 20 luglio il presidente della Regione ha incontrato la giornalista alla presenza del direttore generale della ASL Lecce Stefano Rossi e del coordinatore del Centro regionale Trapianti Loreto Gesualdo. REDAZIONE ONLINE l'8 Agosto 2023 su La gazzetta del Mezzogiorno

Torna sotto la luce dei riflettori il caso della piccola Giorgia ragazzina leccese affetta dalla sindrome di Berdon che da 8 anni è a Pittsburgh per curarsi. Dopo i dubbi sollevati dalla giornalista Selvaggia Lucarelli riguardo la scarsa trasparenza sulle donazioni e le attività della onlus Stellina di Berdon (di cui la mamma di Giorgia, Elisa Barone è presidente) per aiutare a sostenere le spese che la ragazzina e la sua famiglia affrontano in America, la Regione Puglia e la Asl di Lecce rispondono alle critiche della Lucarelli con una nota dettagliata.

Lo scorso 20 luglio il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha incontrato la giornalista Selvaggia Lucarelli alla presenza del direttore generale della Asl Lecce Stefano Rossi e del coordinatore del Centro regionale Trapianti Loreto Gesualdo, con riferimento al caso della piccola paziente pugliese in cura a Pittsburgh. Lo comunica la Regione.

«Durante l’incontro - fanno sapere dalla Regione - la giornalista ha trasferito una serie di informazioni, pubblicate successivamente sia sui suoi canali social che sulla stampa, che il presidente Emiliano ha ritenuto di trasmettere alla Procura della Repubblica, all’Inps e ad Arca Salento per gli adempimenti di competenza». Inoltre, il presidente ha chiesto alla Asl di Lecce e al Centro regionale trapianti di «dare risposta ai quesiti della giornalista, compatibilmente con il diritto alla riservatezza dei dati appartenenti alle categorie particolari».

La bimba è affetta da una rarissima malattia all’intestino, la sindrome di Berdon, diagnosticata alla nascita, ed è stata sottoposta anche un trapianto. «Le azioni intraprese dalla Asl di Lecce - dichiarano il direttore Rossi e il professore Gesualdo - sono state sempre in linea con la normativa vigente, conseguenti alle autorizzazioni del Centro nazionale trapianti e del Centro regionale trapianti e ai provvedimenti della magistratura. A cominciare dalla scelta di Pittsburgh che si fonda sull'autorizzazione del Centro nazionale trapianti (Cnt) e del Centro regionale trapianti (Crt). Il Centro regionale trapianti ha autorizzato la permanenza all’estero per diagnosi e cura pre-trapianto, per l’inserimento in lista d’attesa e per le cure post-trapianto, sulla base della rarità della patologia».

«L'autorizzazione è stata concessa - aggiungono - pur non essendo prevedibile il tempo necessario per trovare un donatore compatibile. Tanto che, l’attesa era stimata in due anni, anche in considerazione della rarità dei donatori pediatrici, e non poteva essere consumata in Italia perché i tempi del viaggio per raggiungere gli Stati Uniti d’America, in caso di convocazione per il trapianto, non sarebbero stati compatibili con i tempi di ischemia degli organi». «Il rimborso spese per alloggio e vitto - concludono - è stato effettuato ai sensi della normativa nazionale, per la paziente e per un solo accompagnatore, e nel rispetto di un provvedimento del giudice a seguito di un ricorso fatto dai genitori».

L’Informazione.

Indagato Nicola Pepe giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno per la fuga di notizia nell’indagine su Michele Emiliano. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 21 Marzo 2023

Nicola Pepe il 9 aprile del 2019 si recò presso la sede della presidenza della Regione Puglia rivelando ad Emiliano quanto aveva appreso poco prima nella redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, e cioè la notizia coperta da segreto d'indagine, dell'imminenza di una perquisizione da parte della Guardia di Finanza e della nuova ipotesi di reato che sarebbe stata contestata al governatore

La Procura di Bari ha chiuso le indagini sul giornalista Nicola Pepe, della Gazzetta del Mezzogiorno, con l’accusa di “favoreggiamento personale” nei cui confronti è più che concreta la conseguente richiesta di rinvio a giudizio. Pepe risponde delle accuse di aver rivelato a Michele Emiliano presidente della Regione Puglia, il quale all’epoca dei fatti era indagato per finanziamento illecito ed abuso d’ufficio in relazione alla campagna elettorale per le primarie del Pd, della imminente perquisizione sia domiciliare che presso gli uffici della presidenza regionale, con sequestro ed acquisizione di documenti, da parte della Guardia di Finanza di Bari.

Sulla base delle contestazioni avanzate dalla pm Savina Toscani, a seguito di indagini delegate, Nicola Pepe il 9 aprile del 2019 si recò presso la sede della presidenza della Regione Puglia rivelando ad Emiliano quanto aveva appreso poco prima nella redazione della Gazzetta del Mezzogiorno, e cioè la notizia coperta da segreto d’indagine, dell’imminenza di una perquisizione da parte della Guardia di Finanza e della nuova ipotesi di reato che sarebbe stata contestata al governatore, l’abuso d’ufficio che si aggiungeva al finanziamento illecito ai partiti. Notizie queste trapelate presumibilmente da qualche “gola profonda” della Procura di Bari.

Michele Emiliano, nello stesso giorno della rivelazione, da magistrato in aspettativa, presentò una denuncia alla magistratura per rivelazione del segreto d’ufficio rivelando quanto accaduto. A seguito della sua rivelazione il giornalista Nicola Pepe è accusato di aver provocato “un grave nocumento all’attività investigativa” consistita nel rinvio delle perquisizioni e nella conoscenza da parte degli indagati dell’indagine a loro carico e dei provvedimenti da eseguirsi. 

Questa volta l’ Assostampa pugliese non ha potuto alzare gli scudi per difendere un loro collega, come è solito fare, e persino l’ Ordine dei giornalisti della Puglia si è vista costretta di fatto a dover prendere le distanze, con una dichiarazione del suo presidente Piero Ricci, giornalista in servizio presso la redazione barese del quotidiano La Repubblica: “Nessun comportamento deontologicamente scorretto da parte dei suoi iscritti sarà tollerato dall’Ordine dei Giornalisti della Puglia” in relazione all’accusa di favoreggiamento personale con cui la Procura di Bari ha chiuso le indagini su Nicola Pepe.

Anche in questo caso vale la presunzione di non colpevolezza – aggiunge il presidente Ricci – ma ricordo, soprattutto agli iscritti, che si può essere sanzionati anche se il comportamento non si dovesse configurare come reato ma come illecito disciplinare. Per questo il caso sarà segnalato al consiglio di disciplina territoriale per le attività istruttorie, compresa la richiesta alla magistratura degli atti non coperti da segreto, per accertare se le accuse configurino oltre che una lesione del patto di lealtà con i lettori, anche una violazione degli obblighi di lealtà nei confronti dei colleghi“.

Pepe nell’ ottobre 2022 era stato condannato per diffamazione, dopo aver perso anche una causa di lavoro contro il precedente editore Ladisa. ma ad onor del vero non ci risulta che nessuno, tanto meno l’ Ordine dei Giornalisti di Puglia abbia aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti ! Chissà se la Procura di Bari avrà la stessa determinazione nello scoprire chi ha passato ai giornali e le televisioni a Tribunale chiuso, di domenica, le immagini filmate dalle microcamere della Guardia di Finanza che filmarono il passaggio di tangenti da un imprenditore pugliese all’ ex dirigente della Protezione Civile, Lerario. Stranezze baresi…

Chiaramente queste notizie la Gazzetta del Mezzogiorno, non le pubblica. E tutto questo spiega come mail giornale abbia perso credibilità, autorevolezza e lettori. Chi potrà credere mai a questo giornalismo infetto e corrotto ? Redazione CdG 1947

Anche a dicembre in Puglia, il Quotidiano batte la Gazzetta del Mezzogiorno sempre più in crisi. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 10 Febbraio 2023

Una "debacle" che conferma la crisi profonda economica della Edime, la nuova società editrice della Gazzetta con perdite mensili che oscillano fra le 400-500mila euro al mese, creando non poche preoccupazioni fra i circa 140 dipendenti del giornale che esce da un fallimento che l'ha tenuta lontano dalle edicola per circa 7 mesi.

Trend in crescita per la maggior parte dei quotidiani in “Top20” nel confronto con il mese di novembre (dati Ads) . Per la Gazzetta dello Sport ed il Corriere dello Sport aumenti in doppia cifra grazie anche ai campionati mondiali di calcio in Qatar. Il Corriere della Sera conferma la sua leadership, avendo quasi doppiato il numero delle copie vendute dal diretto concorrente La Repubblica. Il quotidiano Libero sotto la direzione di Alessandro Sallusti è l’ unico quotidiano a crescere in edicola rispetto a dicembre 2021.

In Puglia continua il crollo di vendite di copie in edicola ed online della Gazzetta del Mezzogiorno (media copie stampate 8.558, copie vendute 6.156) distribuita in tutta la Puglia e Basilicata con un bacino di circa 5 milioni e mezzo di abitanti , che è stata superata anche nel mese di dicembre (2022) dal concorrente Nuovo Quotidiano di Puglia edito dal gruppo Caltagirone Editore (media copie stampate 10.698, copie vendute 7.331) che esce soltanto a Bari, Brindisi, Lecce e Taranto con un bacino di circa 4milioni200mila abitanti .

Una “debacle” che conferma la crisi profonda economica della Edime, la nuova società editrice della Gazzetta con perdite mensili che oscillano fra le 400-500mila euro al mese, creando non poche preoccupazioni fra i circa 140 dipendenti del giornale che esce da un fallimento che l’ha tenuta lontano dalle edicola per circa 7 mesi. Preoccupazioni giuste in quanto l’accordo raggiunto fra il nuovo editore e la curatela fallimentare prevedeva un garanzia occupazionale per soli 24 mesi, e quindi senza la ripresa delle vendite e della pubblicità alla fatidica scadenza del biennio di garanzia, sono prevedibili non pochi licenziamenti, al punto tale che la Edime ha già conferito la testata La Gazzetta del Mezzogiorno ad una nuova società.

Basti fare un raffronto con dei giornali di provincia come L’ ECO DI BERGAMO che può contare su un territorio di 1.102.700 abitanti, stampa una media di 28mila copie al giorno, vendendo 13mila copie in edicola con un totale (edicola + online) di 29.500 copie “vendite individuali“, e LA GAZZETTA DI MANTOVA con appena 406.000 abitanti fra capoluogo e provincia, stampa una media di 15mila copie al giorno, e vende 10mila e 200 copie in edicola con un totale (edicola + online) di 12.700 copie di “vendite individuali“.

La crisi editoriale della Gazzetta era facilmente prevedibile data l’inesperienza dei nuovi soci della Edime (il gruppo Miccolis che opera nel settore dei trasporti autobus, ed il Gruppo Cisa che opera nel settore dello smaltimento di rifiuti, e le scarse capacità di un management completamente a digiuno di informazione e marketing pubblicitario-editoriale. Per non parlare della inesperta direzione giornalistica affidata ad un giornalista Oscar Iarussi che si è sempre occupato di spettacolo e cultura, venendo ritenuto non all’altezza neanche di entrare in RAI nell’ultimo concorso per assunzioni nella sede regionale pugliese, ed un vice direttore Mimmo Mazza che ha sempre e solo fatto il cronista giudiziario a Taranto e qualche intervista al solito imprenditore massafrese (Tonino Albanese n.d.r.) ora diventato il suo nuovo datore di lavoro.

Come i lettori potranno constatare questo articolo si basa sui numeri e non su opinioni personali. Non siamo tenuti a criticare dei giornale concorrenti anche se come numero di lettori (seppure noi siamo solo online) non pensiamo minimamente e tantomeno ci preoccupiamo dei giornali cartacei e le testate online pugliesi. Sono lontano anni luce dai nostri numeri che per questione di etica comparativa evitiamo di pubblicare. Le decine di migliaia di lettori cha da 9 anni ci scelgono ogni giorno, hanno dimostrato da tempo di saper riconoscere e scegliere la qualità del “prodotto” giornalistico che realizziamo ed offriamo. E loro, come i numeri, hanno sempre ragione.

Redazione CdG 1947

E sorpasso fu. Il Quotidiano di Puglia supera la Gazzetta del Mezzogiorno crollata ai minimi storici di vendite in edicola. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 13 Dicembre 2022

Secondo fonti informate fra i due soci azionisti della Gazzetta ci sarebbero delle frizioni e dei contrasti sulla gestione editoriale e la voglia di qualcuno di uscire dalla compagine societaria. Ma chi comprerebbe mai un giornale così sindacalizzato con 140 dipendenti a busta paga e poche migliaia di copie vendute e senza una concessionaria nazionale di pubblicità

Sul sito di Ads sono disponibili i dati mensili stimati di ottobre di quotidiani e settimanali e riferiti al mese di settembre per i mensili. Disponibili anche i dati di ottobre della Stampa Gratuita di Informazione. Accertamenti Diffusione Stampa ha introdotto un Regolamento per la certificazione delle copie cartacee e delle copie digitali. Fra le principali modifiche, lo schema di rappresentazione dei dati introduce una suddivisione in vendite individuali, pagate dall’acquirente e vendite multiple, pagate da terzi. La rappresentazione – spiega Ads – segna il superamento della separazione tra copie cartacee e copie digitali: le due tipologie vengono affiancate, in linea con le abitudini e i comportamenti attuali.

I dati per la Puglia riscontrano il crollo delle vendite in edicola della Gazzetta del Mezzogiorno che su una tiratura di 8.616 copie ne vende in edicola 6.076 copie (prima del fallimento ne vendeva circa 9.000, perdendo 300mila euro al mese) sorpassata dal Nuovo Quotidiano di Puglia (giornale del gruppo Caltagirone) che su una tiratura di 11.578 copie ne vende in edicola 7.735, pur non uscendo nelle edicole di Foggia e della Bat, come il concorrente storico ormai superato da tempo.

Il dato ADS arriva proprio in concomitanza con il tour auto-celebrativo di incontri e mostre per i 135 anni del quotidiano barese, che dopo il suo fallimento, e la breve gestione semestrale in attivo della Ledi del gruppo Ladisa (chiusa in attivo) con il nuovo assetto societario Miccolis-Albanese (soci al 50%) che ha dovuto incassare molteplici rifiuti per assumerne la direzione di autorevoli giornalisti a partire da Giovanni Valentini, ed ha dovuto accontentarsi di giornalisti privi di alcuna esperienza dopo aver messo da parte senza alcuna logica l’ultimo direttore Michele Partipilo che è senza dubbio il giornalista più autorevole e capace della redazione della Gazzetta del Mezzogiorno. Da fonti riservate interne al giornale barese si parla di perdite di 500 mila euro al mese. Sino a quando saranno sostenute dalla nuova società che un capitale sociale abbastanza modesto?

Secondo fonti informate fra i soci e della Gazzetta ci sarebbero delle frizioni e dei contrasti sulla gestione editoriale e la voglia di qualcuno di uscire dalla compagine societaria. Ma chi comprerebbe mai un giornale così sindacalizzato con 140 dipendenti a busta paga e poche migliaia di copie vendute e senza una concessionaria nazionale di pubblicità? Ai posteri l’ardua sentenza. Redazione CdG 1947

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Bari, la Corte d'appello nega risarcimento danni a mamma di Ciccio e Tore, fratellini morti a Gravina. Scomparsi dalla loro città il 5 giugno 2006 e i cui cadaveri furono ritrovati il 25 febbraio 2008 in un rudere chiamato 'La casa delle cento stanze'. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 Ottobre 2023

La Corte d’appello di Bari ha negato il risarcimento dei danni alla madre e alla sorella di Francesco e Salvatore Pappalardi, 'Ciccio' e 'Tore', i fratellini di Gravina in Puglia (Bari) scomparsi dalla loro città il 5 giugno 2006 e i cui cadaveri furono ritrovati il 25 febbraio 2008 in un rudere chiamato 'La casa delle cento stanze'. Il risarcimento era stato chiesto al Comune di Gravina e alla Edilarco, società proprietaria dell’immobile in cui i fratelli si erano recati quel giorno. Il padre, Filippo Pappalardi, che per la scomparsa fu arrestato con l’accusa di duplice omicidio e occultamento di cadavere e successivamente scagionato da ogni accusa, non si è costituito.

La Corte ha confermato la sentenza di primo grado del settembre 2021 con cui ai familiari era già stato negato il risarcimento: la morte dei due, per entrambi i collegi giudicanti, sarebbe dipesa da caso fortuito. L’immobile, scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado, «non era aperto al libero accesso». Il muro di recinzione, alto quasi due metri, «non era facilmente accessibile» ed «era idoneo a impedire l’accesso a terzi». «La circostanza che molti ragazzi - divenuti adulti nel corso del processo - hanno confermato di essersi abusivamente introdotti nell’immobile (per recuperare il pallone o anche per gioco), come correttamente ritenuto dal Tribunale, non consente di inferirne la conoscibilità e prevedibilità dell’evento da parte del custode», si legge nel provvedimento.

«Neppure i genitori dei ragazzi - scrivono i giudici - erano a conoscenza della frequentazione abituali del fabbricato da parte di questi ultimi». E ancora: «L'abusiva intromissione nell’altrui proprietà, chiusa al libero accesso, non consente di invocare la prevedibilità dell’evento». I fratellini «hanno fatto ingresso in un immobile recintato e visibilmente abbandonato e fatiscente, dando luogo alla fattispecie dell’uso anomalo della cosa in custodia», circostanza che escluderebbe la responsabilità altrui.

«Risulta infatti provata - si legge nella sentenza, in un passaggio che richiama la decisione di primo grado - la presenza di un fattore estraneo che presenti i caratteri del fortuito idoneo a interrompere il nesso causale, quale la condotta dei danneggiati». Questa condotta, «tesa a violare la proprietà privata di un bene in stato di abbandono, risulta di per sé causalmente efficiente alla determinazione del danno, in quanto non prevedibile né evitabile da parte del custode».

Il ritrovamento dei corpi dei fratellini fu possibile solamente per un episodio simile a quello che ne causò la morte: nel febbraio 2008 un 12enne si recò con alcuni amici nella casa delle cento stanze e cadde nella stessa cisterna. Gli amici del 12enne chiamarono subito i soccorritori, che oltre al bambino ferito recuperarono anche i cadaveri di Ciccio e Tore.

Nessun risarcimento per la morte di Ciccio e Tore, cosa ha deciso la corte d'appello di Bari. La mamma dei bimbi morti a Gravina vede respinta l'istanza anche in secondo grado: per i giudici si è trattato di un caso fortuito. Federico Garau il 29 Ottobre 2023 su Il Giornale.

La corte d'Appello di Bari ha confermato quanto già determinato dai giudici in primo grado di giudizio, negando alla madre e alla sorella di Ciccio e Tore Pappalardi la possibilità di ottenere il risarcimento dei danni.

I due fratellini Francesco e Salvatore scomparvero improvvisamente da Gravina (Bari) il 5 giugno 2006, e di loro non si seppe più nulla finoa al 25 febbraio del 2008, quando le salme furono rinvenute in un edificio diroccato noto con il nome di "La casa delle cento stanze". L'istanza di risarcimento era stata inoltrata dai familiari dei bimbi nei riguardi del comune di Gravina e della Edilarco, ovvero la società che risultava ancora proprietaria dello stabile in cui furono rinvenuti Ciccio e Tore. L'unico a non costituirsi parte civile fu il padre dei fratellini Filippo Pappalardi, il quale peraltro fu inizialmente accusato di duplice omicidio e occultamento di cadavere, venendo arrestato: l'uomo fu poi scarcerato e scagionato da ogni accusa.

In sostanza, quindi, la corte d'Appello di Bari non ha fatto altro che confermare quanto stabilito nel primo grado di giudizio nel settembre del 2021: nella sentenza i giudici respinsero la richiesta di risarcimento parlando di una morte avvenuta per un caso fortuito. L'edificio in cui sono morti i fratellini, spiegano i giudici della corte d'Appello,"non era aperto al libero accesso", ed era circondato da un muro di cinta alto quasi due metri "non facilmente accessibile" nonché "idoneo a impedire l'accesso a terzi". "La circostanza che molti ragazzi - divenuti adulti nel corso del processo - hanno confermato di essersi abusivamente introdotti nell’immobile (per recuperare il pallone o anche per gioco), come correttamente ritenuto dal Tribunale, non consente di inferirne la conoscibilità e prevedibilità dell’evento da parte del custode", precisa ancora la sentenza. Oltretutto, "neppure i genitori dei ragazzi erano a conoscenza della frequentazione abituali del fabbricato da parte di questi ultimi".

"L'abusiva intromissione nell’altrui proprietà, chiusa al libero accesso, non consente di invocare la prevedibilità dell’evento", precisano i giudici. La responsabilità di terzi decade nel momento in cui si analizza la situazione, dato che Ciccio e Tore"hanno fatto ingresso in un immobile recintato e visibilmente abbandonato e fatiscente, dando luogo alla fattispecie dell’uso anomalo della cosa in custodia".

"Risulta infatti provata la presenza di un fattore estraneo che presenti i caratteri del fortuito idoneo a interrompere il nesso causale, quale la condotta dei danneggiati", scrivono ancora i giudici, ricalcando in sostanza uno dei principi attorno ai quali è ruotata anche la sentenza di primo grado. Condotta che, "tesa a violare la proprietà privata di un bene in stato di abbandono, risulta di per sé causalmente efficiente alla determinazione del danno, in quanto non prevedibile né evitabile da parte del custode".

L’Informazione.

Quattro indagati per falsa testimonianza nel processo a Bari all’ex inviato Mingo per i servizi pilotati per “Striscia la notizia”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 26 Aprile 2023 

I quattro indagati (fra i quali il giornalista della GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, Nicola Pepe) avrebbero reso false dichiarazioni deponendo come testimoni nel processo a carico dell'ex inviato Mingo (Domenico De Pasquale) e della moglie Corinna Martino.

La Procura di Bari ha chiuso le indagini con l’accusa di falsa testimonianza sul giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Nicola Pepe e su altre tre persone: Maria Sara De Marco, 41 anni, Lorenzo Gentile, 42 anni, e Marco Mastropirro.  I quattro, secondo l’accusa, avrebbero reso false dichiarazioni deponendo come testimoni nel processo a carico di Domenico De Pasquale (più noto con i nome artistico di  Mingo) e di sua moglie Corinna Martino rappresentante legale della Mec Produzioni srl in relazione a dei presunti servizi televisivi “taroccati” (cioè inventati a tavolino) andati in onda negli anni scorsi nel programma Striscia la Notizia di Antonio Ricci, su Canale5, per i quali Mingo e la moglie si sarebbero fatti rimborsare costi non dovuti per figuranti e attori. Il processo di primo grado si è concluso con la condanna emessa il 14 dicembre 2020 dalla giudice Rosa Calìa Di Pinto, di Mingo e della moglie Corinna alla pena di un anno e due mesi per i reati di “diffamazione“, “falso” e “truffa” .

La Procura al termine del processo di primo grado decise di valutare ed approfindire la posizione di altro quattro persone, Nicola Pepe, Lorenzo Gentile, Marco Mastropirro e Maria Sara De Marco collaboratori della società Mec che avrebbero aiutato i coniugi De Pasquale ad allestire i servizi, per verificare se abbiano dichiarato il falso durante le testimonianze fatte nel processo. Indagini che hanno portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati.

Nell’avviso di conclusione delle indagini si legge che “Pepe nell’udienza del 20 gennaio del 2020″ avrebbe reso “false dichiarazioni” in quanto riferiva “modalità di prestazione quale figurante da remoto non reali, né previste dal contratto tra Rti Mediaset e la Mec“. Inoltre il giornalista della gazzetta del Mezzogiorno nel corso della sua deposizione testimoniale avrebbe affermato il falso affermando “di aver svolto la propria opera di gancio e figurante in altre località fuori dal comune di residenza” a Lecce, Matera e Mesagne, tra l’ottobre del 2014 ed il marzo del 2015 “nonostante le celle del proprio cellulare attestassero” che in gran parte dei casi in realtà si trovava nel centro di Bari.

Lorenzo Gentile a sua volta nell’udienza del 7 ottobre del 2019 avrebbe reso le proprie “false dichiarazioni” in particolare secondo l’impianto accusatorio della Procura di Bari ha riferito “falsamente” di aver partecipato con Pepe ad attività di figurante con microcamere” tra Barletta, Foggia e Mesagne, “quando invece Pepe si trovava a Bari”. Gli altri due indagati avrebbero reso false dichiarazioni, a loro volta De Marco durante l’udienza del 4 novembre del 2019, e Mastropirro nell’udienza del 7 ottobre del 2019 .

Inutile cercare la notizia sulla Gazzetta del Mezzogiorno che quando si tratta del proprio co-editore Antonio Albanese o di qualche suo giornalista come Nicola Pepe, preferisce auto-censurarsi e non informare i propri lettori. Ecco perchè poi non si vende in edicola e si fallisce…. Redazione CdG 1947

Tutto tace sulla “vertenza Gazzetta del Mezzogiorno” ed i licenziamenti mentre gli editori continuano a prendere appalti pubblici milionari. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 Novembre 2023

Chissà se il vertice dell' Acquedotto Pugliese è a conoscenza che il presidente della CISA spa di Massafra, rag. Antonio Albanese ha dei precedenti penali e ben due processi in corso a carico, uno per smaltimento di rifiuti tossici a Lecce, ed uno aver ostacolato il corso della giustizia a Taranto.

Un raggruppamento di società guidato dalla Cisa di Massafra, di cui fanno parte Suez Italy, Suez International, Edil Alta ed Ecologica spa, con un gruppo di progettazione guidato da Ai Engineering con Consorzio Uning e Suez Italy si è aggiudicato alla fine di settembre un appalto integrato da 81,8 milioni di euro per la progettazione e la realizzazione dell’del primo impianto di dissalazione pugliese, quello che sorgerà a Taranto e renderà potabili le acque salmastre prelevate dalle sorgenti del Tara. Alla base della realizzazione dell’impianto c’è la tecnologia della multinazionale francese della società Suez di Parigi.

Il contratto di appalto verrà firmato al termine delle verifiche sul possesso dei requisiti. Chissà se il vertice dell’ Acquedotto Pugliese è a conoscenza che il presidente della CISA spa di Massafra, rag. Antonio Albanese ha dei precedenti penali e ben due processi in corso a carico, uno per smaltimento di rifiuti tossici a Lecce, ed uno aver ostacolato il corso della giustizia a Taranto. Possibile che all’ Acquedotto Pugliese non sappiano nulla?

Il dissalatore previsto dall’ Acquedotto Pugliese fa parte di una strategia di diversificazione degli approvvigionamenti. In base al piano industriale predisposto dal presidente Aqp, Domenico Laforgia, e dal direttore generale Francesca Portincasa, questa strategia potrebbe prevedere anche la realizzazione di un secondo dissalatore gemello a Manfredonia.

Il progetto prescelto si basa su una tecnologia sviluppata dai francesi della Suez, già applicata nella realizzazione del dissalatore dell’isola D’Elba, che produce un basso livello di salamoia di scarto (un liquido ad alta concentrazione di sale, che può alterare l’equilibrio delle acque in cui viene riversato). La salamoia finirà nell’area portuale di Taranto, in una zona del molo polisettoriale dove insistono altri scarichi. Il dissalatore del Tara produrrà a regime 650 litri al secondo di acqua che verrà remineralizzata aggiungendo acqua dolce e poi inviata al serbatoio di Taranto da 200mila metri cubi. La realizzazione del dissalatore è finanziata per 27 milioni di euro dal Pnrr, e dovrà essere realizzata entro due anni ed una volta in esercizio sarà il più grande d’Europa.

Alla gara avevano partecipato quattro raggruppamenti societari. L’offerta vincitrice presentata dalla cordata guidata dalla CISA spa è quella che ha ottenuto il miglior punteggio soltanto per il progetto tecnico (realizzato dai francesi della Suez) ma soltanto il secondo miglior punteggio per il ribasso (9,194%) che ha superato la verifica di congruità: il valore di aggiudicazione dell’appalto è stato di 81,8 milioni di euro. Al secondo posto si è piazzato il raggruppamento guidato dalla barese Cobar insieme agli spagnoli di Acciona, al consorzio Infratech, e al consorzio guidato da Castiglia che riuniva le società Putignano di Noci e la Faver di Bari. Redazione CdG 1947

ESCLUSIVA: Tutti gli atti dell’ordinanza cautelare sull inchiesta della Procura di Bari che ha coinvolto Sannicandro, imprenditori e funzionari pubblici. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 Novembre 2023

La Procura di Bari aveva chiesto gli arresti domiciliari per Sannicandro , ma la misura è stata rigettata dal gip (che ne ha disposto invece l’interdizione di 12 mesi), così come sono state rigettate le richieste per altre 12 persone che rimangono indagate a piede libero

Come anticipato ecco l’ordinanza cautelare del Gip dr. Giuseppe Battista del Tribunale di Bari, pubblicata questa notte per evitare i soliti “fotocopiatori” di altre testate che rubano le nostre notizie sempre documentate, che non a caso pubblichiamo per primi, vi faremo leggere tutti gli atti completi dell’ordinanza cautelare composta da 374 pagine evidenziate, affinchè i nostri lettori possano avere un’ informazione completa a 360° su un sistema di corruzione che inquinava la vita pubblica ed imprenditoriale pugliese.

In carcere come potrete leggere negli atti sono finiti arrestati un imprenditore di Lucera, Antonio Di Carlo; sua figlia Carmelisa è stata posta agli arresti domiciliari , e Sergio Schiavone, funzionario del Coni a Roma. Interdetti per 12 mesi dai pubblici uffici Elio Sannicandro (ormai ex-direttore generale Asset) , Michele Tamborra e Leonardo Panettieri (funzionari della Regione Puglia), Luigi Troso (funzionario del Comune di Castelvecchio), Bruno Maria Gregoretti, Antonio Pacifico, Antonio Ferrara, Michele Camanzo. Per altri indagati disposto, invece, il divieto  di  contrattare  con  la  pubblica  amministrazione  sempre  per  12  mesi. 

A causa della pesantezza del documento abbiamo diviso la pubblicazione in due parti

Raffaele (Elio) Sannicandro

Ipm Pinto e Toscani della Procura di Bari avevano chiesto gli arresti domiciliari per Sannicandro , ma la misura è stata rigettata dal Gip Battista (che ne ha disposto invece l’interdizione di 12 mesi), così come sono state rigettate le richieste per altre 12 persone che rimangono indagate a piede libero. Trasmessi al tribunale Foggia, competente per territorio, gli atti relativi ad alcuni episodi che riguardano appalti per lavori nei comuni della zona. 

E’ben nota ai nostri lettori la scelta editoriale e giornalistica del nostro giornale di pubblicare integralmente i documenti giudiziari che la Legge consente di rendere noti, non essendo coperti da segreto istruttorio, nella loro integrità, evitando i soliti “virgolettati” giornalistici che spesso salvano o omettono alcuni nomi, fatti e circostanze che invece consentono a lettori di conoscere tutti i fatti, le indagini, le decisioni della magistratura. Redazione CdG 1947

Gli editori della Gazzetta del Mezzogiorno a Bari licenziano, mentre a Grottaglie fanno affari (con soldi pubblici) per 20 anni ! Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Novembre 2023

L'operazione voluta tra la Società aeroportuale e l'assessorato allo Sviluppo Economico della Regione Puglia prevedeva una selezione concorrenziale tra operatori del settore per raccogliere entro lo scorso 2 maggio le manifestazioni di interesse.

Mentre l’ accoppiata CISA-ECOLOGICA società co-editrici al 50% della EDIME srl società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno licenzia 47 giornalisti, a causa del crollo delle vendite del giornale in edicola, si aggiudicano in ATI (associazione temporanea d’impresa) da Aeroporti di Puglia la concessione ventennale  per la realizzazione di attività di “Disassembly, Dismantling & Recycling Aircrafts“. Disassemblaggio, smantellamento e riciclo, tradotto: dare una nuova vita agli aeromobili giunti a fine vita e recuperare materiali. L’aggiudicazione non compare al momento nella sezione Amministrazione Trasparente del sito di Aeroporti di Puglia, il cui ufficio stampa da noi contattato ci ha riferito che avverrà nelle prossime ore.

L’operazione voluta tra la Società aeroportuale e l’assessorato allo Sviluppo Economico della Regione Puglia prevedeva una selezione concorrenziale tra operatori del settore per raccogliere entro lo scorso 2 maggio le manifestazioni di interesse. Il particolare che potevano partecipare operatori economici che hanno già esperienza e competenze nell’attività industriale aeronautica, logistica o servizi strumentali, che nè la Cisa non ci risulta avere, mentre ad onor del vero Ecologica già si occupa di demolizioni di vagoni ferroviarie.

Stiamo parlando di un’ operazione che frutterebbe nel suo complesso diversi milioni di euro. A livello mondiale, la dimensione del mercato commerciale del riciclo degli aerei nel 2021 è stata valutata 5,95 miliardi di dollari con una previsione di crescita nel 2022 fino a 6,74 miliardi e 15,35 milioni di dollari entro il 2032.

“Il nostro compito è quello di sviluppare modelli di business complementari al trasporto aereo e di metterli a disposizione del mondo delle imprese. La scelta dell’aeroporto di Taranto-Grottaglie non è casuale. Riteniamo infatti che Taranto sia l’unico posto in Puglia in cui ci sia una competenza specifica in questo settore, trattandosi per altro di un’attività industriale compatibile con il modello di business individuato nel Piano Strategico di Aeroporti di Puglia”, dichiarò a suo tempo il presidente di Aeroporti di Puglia, aggiungendo “L’obiettivo di questo bando è dare all’aeroporto di Grottaglie la centralità che merita per generare sviluppo e occupazione“, mentre l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Alessandro Delli Noci spiegava che “L’obiettivo di questo bando è dare all’aeroporto di Grottaglie la centralità che merita per generare sviluppo e occupazione“.

Leonardo Aerostrutture aveva deciso tempo fa di far nascere un proprio stabilimento e quest’anno ha annunciato che non ci sarà neppure un’ora di cassa integrazione grazie al progetto del drone europeo della Difesa, “Euromale“, ma soprattutto per il rilancio degli ordini per il Boeing 787 grazie al contratto sottoscritto dalla compagnia di bandiera araba e il nuovo vettore Riyadh Air e la compagnia americana per la fornitura di 121 aerei. Secondo gli ultimi dati Istat il distretto aerospaziale pugliese nei primi 9 mesi del 2022 ha visto l’export attestato a 234 milioni di euro, con una flessione di 38 milioni rispetto allo stesso periodo del 2021. Poi nel terzo trimestre la ripresa con un considerevole +24,9.

Aeroporti di Puglia e Leonardo spa nella scorsa primavera hanno sottoscritto un contratto per la sub-concessione ventennale dell’Hangar two dell’ Aeroporto di Grottaglie (Taranto), una struttura di circa 9000 metri quadri, con annessi 1.400 metri quadri di uffici ed aree circostanti, che Leonardo destinerà allo sviluppo del progetto del drone europeo ‘Euromale’ che vede interessati, oltre all’Italia, i governi di Francia, Germania e Spagna.. A firmare il contratto per Adp, il presidente Antonio Maria Vasile; per Leonardo il capo divisione Aerostrutture, Stefano Bortoli, e Maurizio Rosini, responsabile Operations Aerostrutture.

L’aeroporto di Grottaglie è stato riconosciuto quale piattaforma logistica integrata per l’attività di ricerca, sperimentazione e test di prodotti aeronautici a cui, successivamente, con l’atto di indirizzo del Ministro delle Infrastrutture e Trasporti del maggio 2018 si è aggiunta la designazione di ‘Spazioporto nazionale per lo sviluppo sostenibile del settore dei voli suborbitali’.

Giovedì 9 novembre 2023 in occasione della 26esima edizione di Ecomondo, presso lo stand della Cisa spa , alla presenza del viceministro del MASE, on. Vannia Gava (Lega), sarà presentato il progetto del primo centro italiano di smontaggio e riciclo degli aerei che sarà realizzato nell’aeroporto di Grottaglie (Taranto) da un’associazione temporanea di imprese pugliesi risultata aggiudicataria della concessione ventennale di Aeroporti di Puglia, in attesa della firma del relativo contratto che non è stato ancora sottoscritto. Resta da chiedersi: ma ricordiamo bene la scorsa campagna elettorale delle regionali pugliesi, quando il leader della Lega Matteo Salvini descriveva Michele Emiliano come il male assoluto della Puglia. Cosa è cambiato nel frattempo? Redazione CdG 1947

ESCLUSIVO. La vera storia sulla “carriera” di Martellotta e Mazza alla Gazzetta del Mezzogiorno, e quelle strane operazioni per pilotare la procedura fallimentare. Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno mercoledì 1 novembre 2023.

Nonostante la fallimentare accoppiata giornalistica quella Iarussi-Mazza che nel biennio del proprio operato, ha perso il 50% delle copie vendute ai lettori, così contribuendo ad un bilancio in rosso per circa 4 milioni e mezzo di perdite.alla guida del giornale è arrivato l'ex-sindacalista Mimmo Mazza che lo ha portato con Oscar Iarussi alla più seria crisi della sua storia.

Era il 18 giugno 2017 alle h. 17.17 allorquando il giornalista Bepi Martellotta utilizzando la propria mail come presidente dell’ Assostampa di Puglia scriveva una lettera a Vito Ladisa, uno dei soci dell’omonimo gruppo industriale, all’epoca dei fatti azionista di controllo della Ledi s.r.l. la società che aveva riportato in edicola dopo la cessazione delle pubblicazioni della Gazzetta del Mezzogiorno effettuate in esercizio provvisorio disposto e concesso dai curatori fallimentari della Edisud spa, società editrice controllata da Ciancio Editore. Lettera quella di Martellotta che ci è pervenuta anonimamente a mezzo posta ordinaria, e che abbiamo consegnato all’ Autorità Giudiziaria (Carabinieri) delegata dalla Procura di Lecce sulle indagini in corso sulla procedura fallimentare, per le quali sono stato ascoltato come “persona informata sui fatti“.

Nella sua lettera-sfogo Martellotta parlava del suo vicepresidente di Assostampa Puglia (all’epoca dei fatti) Mimmo Mazza, scrivendo testualmente: “Lungi da me difendere quanto fatto da Mazza. Sono qui a chiedere rispetto per le rappresentanze sindacali e per le persone che detengono quella rappresentanza, piaccia o no alla collega inopinatamente invitata a quel tavolo di oggi: se ne aveva titolo, lo avevano anche gli altri 85 giornalisti-creditori traditi da Mazza o no ?” omissis…..

Mimmo Mazza e Bepi Martellotta

Il presidente dell’ Assostampa di Puglia continua nel suo sfogo polemico: “Se su di me si può dire quello che si vuole (ci sono i fatti, come detto, a parlare per me), sul sindacato e sul ruolo che rappresento no. Imbastire processi sommari nei confronti del sindacato regionale dei giornalisti solo perchè un suo rappresentante (il riferimento è chiaramente rivolto a Mimmo Mazza – n.d.a. ) commette azioni in danno dei lavoratori che dovrebbe tutelare, a titolo individuale è pericoloso“….omissis….. “Lascio volentieri ad altri la facilità di passare nel giro di pochi mesi da “nemici” dell’imprenditore a fedelissimi yesman (o yes woman ) pronti a stendere tappetini rossi sui colleghi pur di accreditare se stessi” continua Martellotta nella sua lettera-sfogo. “Allego a questo mio lungo, perdonami, sfogo, la lettera che come FNSI ed Associazioni di Stampa abbiamo mandato alle due curatele ed al giudice delegato. Lo abbiamo fatto appena due giorni prima che Mazza decidesse in solitudine e in silenzio, di fare il suo blitz personalistico. L’ abbiamo resa nota al CdR ed al direttore del giornale (Michele Partipilo n.d.a.)”….omissis….”E non sarà una macchia di qualcuno a titolo personale o uno schizzo di fango lanciato da qualcun altro per vocazione al killeraggio a sporcare il nostro cammino“.

Equi arriva la “vergogna delle vergogne”. Così scriveva Martellotta: ” L’ azione portata avanti in maniera individuale, non concordata con le rappresentanze sindacali (Assostampa, FNSI e CdR) e tenuta nascosta a questi soggetti e a tutti i lavoratori rappresentanti, da Mimmo Mazza nel Comitato Creditori Edisud è in netta contrapposzione con i valori morali, prima che sindacali, di cui sono modesto portatore” – e il presidente dell’ Assostampa di Puglia così continua – “E’ stata condotta con una qualifica – quella dei creditori privilegiati nel Comitato dei creditori Edisud – della quale deve rispondere chi la riveste ( cioè Mazza n.d.a.) dinnanzi ai suoi “rappresentati“, non dinnanzi ai giornalisti che lo hanno eletto vicepresidente dell’ Assostampa nel congresso del sindacato di cui sopra e che potrebbero solo riunirsi di nuovo celebrando in anticipo il congresso, per eleggere un nuovo vicepresidente. E mi sembra non lo abbia fatto” aggiungendo “Nè in tale ruolo è stato investito dai soli giornalisti della Gazzetta che pure lo hanno eletto componente il Cdr (cioè il Comitato di redazione, la rappresentanza sindacale interna – n.d.a.) visto che in quella sede rappresenta tutti i creditori privilegiati della Edisud (anche i poligrafici) e a loro, tutti, dovrebbe rispondere del suo operato“.

Ma lo sproloquio-sfogo del presidente dell’ Assostampa di Puglia non finisce qui: “I processi elettivi non possono essere depennati dalla volontà di qualcuno: Mazza non è un dipendente della Assostampa che posso licenziare, nè posso sfiduciare, visto che è stato eletto com si elegge un parlamentare alla carica che riveste. E’ in carica e a quella carica deve onorare, innanzitutto non firmando atti a nome di Assostampa di cui io sono l’unico rappresentante legale. E mi sembra non lo abbia fatto.”. Nella prima parte di questo passaggio però Martellotta scrive una clamorosa “bufala” paragonando un elezione sindacale di categoria a quella parlamentare. Forse il presidente di Assostampa Puglia non sa che il voto alle elezioni parlamentari è delegato a tutta la popolazione italiana avente diritto , mentre quello per le cariche sindacali, ai soli iscritti al sindacato giornalistico pugliese a cui è iscritto soltanto una modesta percentuale dei giornalisti pugliesi.

Quello che il sindacalista militante Bepi Martellotta farebbe bene a ricordare, quale presidente dell’Assostampa di Puglia, cioè l’organismo che rappresenta la categoria sul fronte sindacale, “è la sua promozione a vice capo redattore della Gazzetta del Mezzogiorno contestualmente a quella del suo vice Mimmo Mazza nominato caporedattore n.2 del giornale, e continua a essere il vice di Martellotta nell’Assostampa di Puglia” e subito dopo vicedirettore . Una circostanza notata e segnalata sui socialnetwork dal collega Antonello Valentini, figlio dello storico direttore dei tempi d’oro della Gazzetta del Mezzogiorno, Oronzo Valentini (quando era di proprietà di una società editrice controllata dal Banco di Napoli), che aveva scritto segnalando la circostanza.

Martellotta aveva denunciato Antonello Valentini con un esposto al Consiglio di Disciplina dell’ Ordine dei Giornalisti del Lazio, accusandolo a suo dire di aver violato alcune norme di carattere professionale perché Valentini in alcuni post su Facebook aveva scritto a suo tempo (novembre 2021) che su Bepi Martellotta e di un altro suo collega sindacalista in carica, Mimmo Mazza, si prospettava la promozione nel nuovo organigramma della Gazzetta, nell’ambito di una trattativa sindacale con i nuovi editori della Edime srl. . Come si legge nella motivazione del provvedimento disciplinare, secondo l’Ordine dei Giornalisti del Lazio in realtà “Valentini si sarebbe limitato a esprimere la sua opinione personale in merito alla vicenda legata alla Gazzetta del Mezzogiorno”. E per questi motivi il Collegio “votando all’unanimità, decide di archiviare il procedimento”. Martellotta nel suo esposto di 6 pagine definiva “disinformato Valentini…” . In realtà le anticipazioni di Antonello Valentini erano assolutamente veritiere ed avevano trovato pieno riscontro nei fatti allorquando scriveva “lui, (cioè Martellotta n.d.a.) presidente del sindacato regionale, è stato promosso vice capo redattore; Mimmo Mazza ( allora componente del sindacato interno della Gazzetta) è stato promosso redattore capo centrale, n.2 del giornale, e continua a essere il vice di Martellotta nell’Assostampa di Puglia”.

” Su queste vicende avevo espresso – e confermo – la mia opinione: nessuna illegittimità nelle promozioni, ma una questione che attiene all’opportunità, all’immagine della categoria giornalistica, in particolare quando si ricopre un ruolo sindacale” scrive Valentini aggiungendo “Non avevo mai visto che un reato di opinione venisse invocato e sostenuto da un sindacalista, per giunta presidente dell’Associazione regionale di categoria. Con quale faccia e quale coerenza, Martellotta si è schierato in sostanza contro tutte le battaglie durissime e coraggiose della Federazione Nazionale della Stampa contro politici o editori che chiedevano di perseguire i giornalisti anche in tribunale con l’arma arcaica e fascista dei reati di opinione, cioè contro le idee e la libertà di pensiero garantita dalla Costituzione? E di fronte a questa sentenza dell’Ordine, qual è la reazione e quali sono saranno i comportamenti e le decisioni di Martellotta ?”

Quello che Antonello Valentini, con la consueta eleganza familiare giornalistica aveva omesso di raccontare era stata l’offerta ricevuta (e respinta) da suo fratello Giovanni della direzione della Gazzetta della Mezzogiorno sotto la proprietà EDIME srl (50% Cisa spa – 50% Ecologica spa). Offerta questa proposta senza esito a Giovanni Valentini in un incontro avvenuto a Roma con Antonio Albanese presidente della Cisa spa di Massafra, e che era condizionata alla vicedirezione da affidare al fedele “sodale” di Albanese, cioè il giornalista ex-sindacalista Mimmo Mazza che guarda caso da qualche settimana è diventato direttore responsabile dopo il pensionamento di Oscar Iarussi. Una fallimentare accoppiata giornalistica quella Iarussi-Mazza che nel biennio del proprio operato, ha perso il 50% delle copie vendute ai lettori, così contribuendo ad un bilancio in rosso per circa 4 milioni e mezzo di perdite. Lasciando alla guida del giornale, Mimmo Mazza che lo ha portato con Oscar Iarussi alla più seria crisi della sua storia.

le famiglie Albanese e Miccolis, e l’ex direttore Iarussi

Emblematico ed imbarazzante il nuovo piano di ristrutturazione della Edime ( Ecologia-Cisa) che vuole licenziare il 50% dei propri giornalisti, guarda caso tutti collaboratori e redattori (art. 1) delle redazioni decentrate, senza toccare la redazione centrale “super-sindacalizzata” di Bari. Prevedendo di perdere un altro 20% di vendite in edicola. Della serie: “debole con i forti e forte con i deboli ” o “dilettanti allo sbaraglio” ?

Antonello de Gennaro. Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

I comunicati dei sindacati dei giornalisti e dei poligrafici: «Si difendano i lavoratori». IL CDR su La Gazzetta del Mezzogiorno il il 28 Ottobre 2023

«L'avvio della procedura di licenziamento collettivo alla Gazzetta del Mezzogiorno colpisce giornalisti e poligrafici che con grande impegno e professionalità raccontano ogni giorno il nostro territorio e che hanno già visto il loro lavoro a rischio per via della grave crisi che colpì il giornale, conclusa nel 2022 con il ritorno in edicola».

Così in una nota il senatore barese del Pd, Alberto Losacco, in occasione dello sciopero indetto da giornalisti e poligrafici dello storico quotidiano dopo la decisione da parte dell’editore Edime di avvio della procedura ex 223/91, con la dichiarazione di esuberi e il conseguente licenziamento collettivo di 47 giornalisti e 28 poligrafici coinvolti nella ristrutturazione.

«Il mio auspicio - aggiunge Losacco - è che la proprietà possa fermarsi e scegliere la strada del confronto per esplorare ogni soluzione alternativa in merito al rilancio del giornale che contempli la salvaguardia dei posti di lavoro. Il Governo, dal canto suo, intervenga per tutelare una realtà centrale nel panorama informativo meridionale, facendosi carico della questione».

Interviene anche il Movimento cinque stelle, che chiede un'audizione in Commissione Lavoro del Presidente della Task Force regionale Leo Caroli e del presidente dell’Assostampa Puglia Bepi Martellotta e di un rappresentante del gruppo editoriale Edime. 

«La Gazzetta del Mezzogiorno - dichiara il gruppo consiliare del M5S alla Regione - fa parte del patrimonio storico della Puglia e del Mezzogiorno. Occorre il massimo impegno a tutti i livelli per evitare il licenziamento collettivo di 47 giornalisti e poligrafici»

«Riteniamo che le Istituzioni debbano fare la loro parte per evitare la procedura di licenziamento collettivo. Per questo vogliamo ascoltare il presidente della task force Leo Caroli in modo da capire come poter salvaguardare i livelli occupazionali. Parallelamente coinvolgeremo i nostri parlamentari affinché chiedano al governo di occuparsi di questa vertenza, come hanno fatto i precedenti esecutivi in casi simili».

Sulla stessa lunghezza d'onda Fratelli d'Italia. «La Puglia non può veder ridimensionato e depotenziato lo storico quotidiano, La Gazzetta del Mezzogiorno. Non è possibile - dicono - che 47 professionisti dell’informazione ed esperti poligrafici possano essere tagliati d’un colpo».

«La crisi del settore è tale che comprendiamo anche le ragioni degli editori, che hanno salvato il giornale nel momento più buio della testata, ma serve uno sforzo collettivo, per questo auspichiamo che la Regione Puglia attivi tutte le azioni possibili da quelle che può mettere in campo il Dipartimento della Comunicazione Istituzionale, al tavolo della task force per le vertenze regionali. Purché siano proposte serie». 

Solidarietà ai lavoratori delle sedi Lucane della Gazzetta Del Mezzogiorno arriva anche da Basilicata Casa Comune: 

«Quando le politiche dell’informazione non mirano a diffondere la consapevolezza tra i cittadini favorendo la crescita del settore, ma si limitano a distribuire “mancette” più o meno consistenti nella speranza di controllare il flusso delle notizie, è l’intero

comparto a soffrirne. E’ necessario ripensare radicalmente a queste politiche e intanto adoperarsi subito per scongiurare che il colpevole ritardo nell’affrontare compiutamente questo tema possa tradursi in una perdita di luoghi di pluralismo e di posti di lavoro».

Oggi niente giornale in edicola

L'assemblea dei giornalisti ha deciso di fermarsi per un giorno, spiegando ai lettori i motivi della scelta. Ecco il comunicato congiunto di Cdr, e Assostampa di Puglia e Basilicata e quello della rappresentanza sindacale dei poligrafici:

«L’assemblea dei giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno esprime forte preoccupazione e sconcerto a seguito della decisione unilaterale da parte dell’editore Edime di avvio della procedura ex 223/91, con la dichiarazione di esuberi e il conseguente licenziamento collettivo di 47 giornalisti del quotidiano, nonché dei poligrafici coinvolti nella ristrutturazione. Si tratta di scelte connesse alla chiusura delle redazioni decentrate riaperte solo nel febbraio del 2022. Questo orientamento, in controtendenza dopo il coraggioso e provvidenziale salvataggio della testata operato dagli editori, intervenuti dopo il fallimento della Edisud, mette a rischio il tradizionale radicamento della Gazzetta, consolidato in oltre 136 anni in due regioni e otto province di Puglia e Basilicata.

Questo drastico indirizzo aziendale potrebbe pregiudicare il percorso, intenso e pieno di sacrifici condivisi con la proprietà, che - con un impegno sinergico tra lavoratori e editori - ha portato la Gazzetta a ritornare in edicola dopo l’interruzione delle pubblicazioni dovuta alla procedura fallimentare, ricostruendo e rinsaldando la connessione sentimentale con città, comunità, territori, mondo culturale, economico e sportivo.

In un contesto economico segnato dal post covid, dalla crisi energetica, da due guerre (in Ucraina e a Gaza), se l’aumento dei costi di produzione è incontrovertibile, una nuova vertenza che colpisce i livelli occupazionali, riducendoli in maniera pesantissima, di fatto pregiudica pesantemente l’informazione capillare nelle due regioni e rischia di avere pesanti ripercussioni sulla diffusione del giornale e sulla raccolta pubblicitaria.

L’assemblea dei giornalisti della Gazzetta - d’intesa con Assostampa di Puglia e Basilicata - ha incaricato il Comitato di redazione di avviare ad horas i contatti con Edime per la convocazione di un tavolo che affronti la crisi e scongiuri possibili licenziamenti. Allo stesso tempo l’Assemblea ha proclamato per oggi una giornata di sciopero, riservandosi anche di avviare tutti gli strumenti previsti dalle normative, a livello ministeriale e presso la task force della Regione Puglia.

Le nuove gravi difficoltà della Gazzetta, imprescindibile strumento di informazione e controllo del potere in Puglia e Basilicata, non possono essere trascurate dalla politica, che - a partire dalla Manovra in discussione nelle Camere - deve valutare l’adozione di strumenti adatti, come avviene per altri settori industriali della nostra terra, ad affrontare e porre soluzioni per la crisi dell’editoria, anche predisponendo nuovi ammortizzatori sociali per i giornalisti, che siano utilizzabili a prescindere dal precedente quinquennio mobile.

I giornalisti della Gazzetta si scusano con i Lettori per non essere in edicola, ma la comunità che ci ha sostenuto in questi anni e soprattutto dopo il ritorno in edicola del febbraio 2022, comprenderà il passaggio cruciale per il futuro della testata e per le famiglie di tutti i lavoratori.

Il Cdr

Assostampa di Puglia

Assostampa di Basilicata

«Decimati i poligrafici si difendano i lavoratori»

Le organizzazioni sindacali Cgil-Uil-Cisl e Ugl unitamente alle Rsu dei poligrafici, ritengono irricevibile oltre che irrituale l’avvio di procedura di licenziamento collettivo attivata dalla società Edime srl che, qualora venisse portato a termine, vedrebbe azzerato o ridotto a sole qualche unità, l’intero comparto poligrafico della Gazzetta del Mezzogiorno.

La ripresa delle attività della Gazzetta, sospese nell’agosto 2021, passa per la omologa della proposta concordataria della Ecologica Spa (procedimento n. 40/2020 Fallimento Mediterranea S.p.a.).

Tale proposta prevedeva l’acquisizione dell’intero attivo e passivo fallimentare ed il mantenimento dei livelli occupazionali per un biennio. Orbene, ancor prima della scadenza dei due anni prevista dalla proposta concordataria ci troviamo con una procedura di licenziamento collettivo che distrugge la quasi totalità dell’asset poligrafico, che ha già subito enormi sacrifici per le difficoltà economiche in cui versava e versa la storica testata. Fino a quest’oggi le parti hanno sempre posto in campo strumenti di gestione degli esuberi concordati e con la possibilità di snellire gli organici grazie anche alle norme sui prepensionamenti votate in Parlamento.

Non più tardi del 28 settembre scorso nel corso dell’incontro previsto con il Comitato per le Crisi Occupazionali della Regione Puglia avevamo lamentato una scarsa aderenza della società alle intese assunte al tavolo il 31.mar.2022 in tema di formazione (per la creazione di nuove opportunità di reimpiego delle risorse fuori dal ciclo produttivo e miglioramento delle competenze per investire sugli aspetti della digitalizzazione) e riguardo a tematiche completamente disattese (organizzazione archivio storico, proposte di riallocazione in aziende del gruppo, mancata attivazione di misure regionali di politiche attive del lavoro, mancata realizzazione dei distacchi presso terzi per la rotativa). Si evidenziava alla delegazione della Società la necessità di cambiare passo nella gestione del giornale per una concreta e visibile azione di risanamento e rilancio. Un quadro che già ci preoccupava e che ha visto la triste evoluzione odierna, nonostante una nuova convocazione del tavolo di crisi. La scelta della scelta di avviare la procedura di licenziamenti collettivi Riteniamo questa pesante, irriguardosa ed irrituale, forzatura, anche di fronte alle Istituzioni Regionali!

Le scelte strategiche di business purtroppo non ci hanno mai visti coinvolti. Questo sindacato unitario, consapevole della crisi del settore, non più tardi del 13 ottobre scorso ha chiamato a raccolta tutti i Parlamentari eletti in Puglia per sollecitare un adeguato sostegno alla storica testata (contributi all’editoria) e la richiesta di una dotazione di strumenti legislativi utili ad una riduzione non traumatica della forza lavoro senza dispersione occupazionale. La politica ha raccolto il grido di sofferenza dei lavoratori e del sindacato, ed ha avviato un percorso per mettere nella disponibilità dell’editore alcuni strumenti necessari.

La risposta non può essere l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo!

Invitiamo l’Editore ad aver più rispetto della storia di questi lavoratori, dei sacrifici che hanno dovuto affrontare con le loro famiglie e ritirare una procedura che è un colpo al cuore dell’intera collettività Pugliese.

Alle luce di quanto sopra le scriventi OOSS e la RSU de La Gazzetta del Mezzogiorno proclamano con effetto immediato lo stato di agitazione e si riservano nelle prossime ore di promuovere iniziative di lotta più incisive ivi compreso lo sciopero di tutti i lavoratori poligrafici.

SLC CGIL FISTEL CISL UILCOM UIL UGL Chimici Carta e Stampa - RSU EDIME srl.

La Gazzetta del Mezzogiorno cambia direttore. Premiato con la nuova direzione il crollo delle vendite e le perdite per 4 milioni di euro della Gazzetta del Mezzogiorno. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Settembre 2023

Chissà se adesso Mazza troverà ancora il tempo di fare il moderatore passando dai Festival dell’ Unità alle conferenze della Massoneria. Più semplice “servire” giornalisticamente il proprio editore Albanese, condannato, pluirindagato e sotto processo a Taranto e Lecce, di cui la Gazzetta ben si guarda di scrivere…all’insegna del giornalismo libero ed indipendente per cui millanta di lottare.

Il giornalista Mimmo Mazza 52 anni, di San Marzano (Taranto), arriva oggi 17 settembre alla seconda direzione della sua “carriera”. Dopo quella della rivista “Ribalta di Puglia” edita dalla moglie del giornalista Salvatore Catapano del TG3 Puglia, cancellata ai sensi di Legge della Stampa dal Tribunale di Taranto nel 2015 dal giudice Italo Federici per inattività, grazie alla sua “vicinanza” e “fedeltà” all’imprenditore della spazzatura il massafrese Tonino Albanese che “sponsorizza” e sostiene Mazza da anni, il quale dopo aver fatto da vice direttore per due anni alla Gazzetta del Mezzogiorno ad Oscar Iarussi, andato in pensione (che aveva provato ad entrare in RAI venendo respinto) prima di assumere per mancanza di candidati la direzione del fallimentare quotidiano barese negli ultimi due anni.

La “vicinanza” e sponsorizzazione” di Mazza da parte di Albanese, attuale co-editore al 50% della Edime srl, capitale sociale 10.000 euro, società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, è di vecchia data, e risulta persino nei registri di Palazzo Chigi quando durante il Governo Conte quando Albanese cercava attraverso il sottosegretario Mario Turco di farsi finanziare dallo Stato per trasformare un albergo di Massafra, l’ Appia Terminal, comprato ad un’asta fallimentare, in una struttura sanitaria, ovviamente a spese del contribuente, dopo averci provato inutilmente con la Regione Puglia.

Mazza di spalle ed Albanese alla corte di SalviniMazza, Decaro ed Albanese parlando degli affari a Bari del “massafrese”

Ma non solo. Infatti il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di rivelare un retroscena. Nelle settimane prima del fallimentare ritorno in edicola della Gazzetta del Mezzogiorno, si recò a Roma, incontrando il nostro autorevole collega Giovanni Valentini, figlio dello storico “direttore” della Gazzetta, Oronzo Valentini, che è stato direttore dei settimanali L’ Europeo, L’ Espresso e condirettore di Eugenio Scalfari del quotidiano La Repubblica di cui è stato uno dei giornalisti fondatori. Albanese proponendo a Giovanni Valentini la direzione della Gazzetta, gli disse “il suo vice però dovrà essere Mimmo Mazza, persona di mia fiducia“. Immediata e scontata fu la risposta che ricevette: “La ringrazio dell’offerta ma nella mia storia professionale il mio vice me lo scelgo io, e questo Mimmo Mazza non so chi sia“.

Solitamente quando un giornale non va bene, ed il caso della Gazzetta del Mezzogiorno, calato dalle 8.000 copie pre-fallimento alle attuali circa 5.000 copie vendute in edicola al giorno (fonte: ADS, agosto 2023) in un bacino di lettori di oltre 6 milioni di abitanti fra la Puglia e la Basilicata, crollo che ha determinato la chiusura del bilancio al 31.12.2022 con una pesante perdita di 4.358.344 euro. Un importante giornalista di fama nazionale ha così commentato: “Il fatto più “misterioso” è che viene promosso il vicedirettore di un giornale che sotto questa direzione ha perso altre 3.000 copie e 4 milioni di euro !”

La nomina di Mimmo Mazza già vicepresidente di Assostampa Puglia alla direzione della Gazzetta del Mezzogiorno, ricorda tanto per analogia quella del suo collega (anche di sindacato) Gianni Svaldi quando assunse la direzione di un quotidiano tarantino (che utilizzava indebitamente il nome dello storico giornale che state leggendo) con l’ indicazione “di Puglia e Lucania” edito dalla fallita Cooperativa 19 Luglio, portato alla chiusura, dopo aver incassato negli ultimi 10 anni la bellezza di circa 27milioni di euro a fondo perduto, dalla Legge sull’ Editoria, lasciando un “buco” di oltre 5 milioni di euro di debiti.

Va ricordato che sull’acquisizione della Gazzetta del Mezzogiorno, da parte degli imprenditori Miccolis ed Albanese, piena di conflitti d’interesse e “dormite” del Tribunale Fallimentare di Bari, pende ancora oggi un procedimento penale dinnanzi alla Procura della Repubblica di Lecce per il quale è stato ascoltato come persona informata dei fatti il nostro direttore Antonello de Gennaro, che molto ha scritto in materia senza mai essere smentito, rettificato o querelato.

Il comitato di redazione della Gazzetta del Mezzogiorno oggi con una nota “ringrazia e saluta con affetto il direttore Iarussi per il lavoro svolto riportando in edicola la Gazzetta dopo l’interruzione delle pubblicazioni e per aver profuso il massimo sforzo per il consolidamento del nostro quotidiano. A Mimmo Mazza augura in bocca al lupo per il prestigioso incarico”. Quello che i sindacalisti della Gazzetta del Mezzogiorno fingono di non ricordare è che l’impegno della Edime srl dinnanzi al Tribunale fallimentare di Bari di mantenere i 140 dipendenti della fallita Edisud, era solo per due anni, e non a caso l’ accoppiata Miccolis-Albanese che hanno rilevato (al 50%) dal fallimento della Mediterranea lo stabile della vecchia sede del giornale barese in via Scipione l’ Africano, dovendo cedere l’altro 50% al Gruppo Ladisa che vantava un credito di circa 6milioni di euro da quel fallimento.

Corre voce infatti che anche la testata de La Gazzetta del Mezzogiorno (in pancia al fallimento della Mediterranea spa) sia stata trasferita ad una terza società per sottrarla al rischio di un fallimento o liquidazione “pilotati” dell’ attuale società editrice EDIME. Chissà cosa diranno l’asemblea redazionale dei giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno ed il CdR, il giorno che scopriranno il contenuto di una mail inviata dall’attuale Presidente dell’ Assostampa di Puglia Bepi Martellotta, e giornalista della Gazzetta, in cui accusava Mazza di aver votato durante la procedura fallimentare contro l’offerta del Gruppo Ladisa, per agevolare l’offerta del gruppo Miccolis, dietro la quale si nascondeva Albanese.

Chissà se adesso Mazza troverà ancora il tempo di fare il moderatore passando dai Festival dell’ Unità alle conferenze della Massoneria. Più semplice “servire” giornalisticamente il proprio editore Albanese, condannato, pluirindagato e sotto processo a Taranto e Lecce, di cui la Gazzetta ben si guarda di scrivere…all’insegna del giornalismo libero ed indipendente per cui millanta di lottare.

Una cosa è certa. Finalmente dal 1 gennaio 2024 sarà operativa la sede regionale per la Puglia e la nostra webtv che stiamo allestendo a Bari, e sarà un piacere fare la concorrenza giornalistica, editoriale e pubblicitaria anche con la Gazzetta del Mezzogiorno. Alla fine vince sempre il mercato e la qualità dell’informazione . I soldi non bastano sopratutto quando puzzano di spazzatura. Redazione CdG 1947

E’ arrivata la nuova crisi della Gazzetta del Mezzogiorno gestita da dilettanti allo sbaraglio. Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 28 Ottobre 2023

Dopo aver letto questo piano di risanamento pieno di lacrime e sangue, siamo veramente curiosi di conoscere le reazioni dell' assemblea dei giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, del Comitato di Redazione ed in particolare dell' Assostampa di Puglia il cui presidente Bepi Martellotta ha fatto "carriera" in Gazzetta. Sembra impensabile che il suo ex-vice presidente Mimmo Mazza (ormai ex-sindacalista...) possa proporre il suo licenziamento, e tantomeno occuparsi di una "battaglia sindacale" visto il suo nuovo ruolo dirigenziale e contrattuale.

Come avevamo previsto senza voler fare l’uccello del malaugurio, ma semplicemente limitandoci a osservare ed analizzare i dati di vendita in edicola, ed i bilanci societari, puntualmente è arrivata la crisi dell’attuale società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno all’indomani dei due anni di garanzia assicurata in sede di aggiudicazione fallimentare. E gli editori della EDIME-Editrice del Mezzogiorno s.r.l. (50% CISA spa– 50% Ecologica) hanno aperto la procedura di esubero di personale da licenziare e mettere in cassa di integrazione, che chiaramente andrà a gravare sulle spalle dei contribuenti, cioè di tutti noi.

I 147 dipendenti ereditati dal fallimento dalle Edisud s.p.a. (Gruppo Ciancio Editore) composti da 89 giornalisti e 58 poligrafici, non sono stati capaci di riaddrizzare le sesorti del giornale bare. Il piano industriale predisposto al momento della ripresa delle pubblicazoni, ipotizzatava una media giornaliera di copie vendute pari a 9.000 copie al giorno che rappresentava il numero medio di copie vendute dai curatori fallimentari nel corso dell’ esercizio provvisorio dell’ attività d’impresa della fallita EDISUD spa. Ed invece si sono fermati ad una media di 5.000 copie vendute in edicola giornalmente.

La EDIME,società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, una srl di appena 10mila euro di capitale sociale, quest’ anno ha depositato il bilancio di esercizio chiuso al 31 dicembre 2022 con una perdita di oltre 4milioni e mezzo di euro circa, nonostante l’utilizzo della cassa integrazione a zero ore per alcuni dipendenti.

A nulla sono serviti degli accordi di abbinamento in edicola per soli 4 mesi con il quotidiano LA GAZZETTA DELLO SPORT ed una consulenza con la società ARTS MEDIA srl, così come a nulla sono servite le riaperture delle edizioni e redazioni locali passate da 4 a 6 in Puglia e Basilicata, mentre le copie vendute sono scese come dicevamo sopra, dalle 9.000 copie precedenti (con 4 edizioni) alle circa 5.000 attuali (con 6 edizioni) . Numeri impietosi che parlano da soli.

Nonostante l’aumento delle edizioni locali, infatti, il giornale ha perso sempre più copie e quindi ha visto crescere le perdite economiche-finanziarie mese dopo mese. Il costo della stampa complessivo delle edizioni locali hanno generato un costo mensile medio pari a €uro 118.186,69, determinando una perdita media mensile di €uro 53.330,60. e quindi secondo gli editori “è quindi evidente come sia antieconomico mantenere le suddette edizioni”.

Questi i dati economici dichiarati dall’ editore:

L’ Edizione Basilicata a fronte di ricavi medi mensili di €uro 9.2323,57 ha avuto una perdita media mensile di €uro 15.110,06.

L’Edizione Bat (Barletta, Andria, Trani) a fronte di ricavi medi mensili di €uro 13.511,46 ha avuto una perdita media mensile di €uro 5.812,28.

L’ Edizione Foggia a fronte di ricavi medi mensili di €uro 16.612,00 ha avuto una perdita media mensile di €uro 1.294,37.

L’ Edizione Salento (Lecce-Brindisi) a fronte di ricavi medi mensili di €uro 18.608,05 ha avuto una perdita media mensile di €uro 16.051,66.

L’ Edizione Taranto a fronte di ricavi medi mensili di €uro 6.892,30 ha avuto una perdita media mensile di €uro 15.062,23.

Alla luce di questi numeri disastrosi generati da una gestione editoriale inesperta ed incompetente settorialmente, si è affiancata la mancanza di una guida, cioè di una direzione giornalistica capace di ridare energia ed autorevolezza ad un quotidiano sempre più illeggibile, infarcito da pagine pressochè riempite da notizie di agenzie di stampa, gli editori hanno deciso di avviare “una gestione equlibrata” ( per meglio dire, un bagno di sangue occupazionale) che prevede la chiusura delle sedi ed edizioni locali, per arrivare ad una edizione unica con la riduzione delle attuali 96 pagine (comprensive di tutte le edzioni locali) a 56 pagine. Nella nota trasmessa alle organizzazioni sindacali la società EDIME inoltre ritiene “corretto ipotizzare una riduzione delle vendite medie giornaliere da 5.500 a 4.500 giornaliere“, cioè il 50% in meno di quanto vendeva durante l’esercizio provvisorio dei curatori fallimentari. Secondo l’editore “l’ipotetica riduzione delle vendite in esame comporterebbe minori ricavi per circa 400.000.00 euro”.

Numeri questi che erano facilmente prevedibili dopo aver affidato il rilancio del giornale ad un accoppiata di vertice, ci sia consentito di dirlo sulla base dei numeri, cioè dei risultati, non all’altezza della situazione: un direttore come Oscar Iarussi che era stato “scartato” da un concorso per l’assunzione di giornalisti in RAI, ed un “vice” come Mimmo Mazza (promosso addirittura da caposervizio prima a Taranto, e vice di Iarussi , all’attuale direzione anche editoriale “forte” di una rapporto notoriamente molto stretto con uno dei due soci della proprietà, e cioè Antonio Albanese, patron della CISA spa di Massafra, che detiene il 50% della EDIME srl.

Sempre secondo il nuovo piano di ristrutturazione aziendale “la chiusura delle sedi e delle edizioni locali produrrà un sostanziale risparmio sia sul fronte delle spese legate ad affitti ed utenze delle sedi sia in termini di riduzione costo della carta, di cui si è già detto in precedenza, ma il principale risparmio è quello relativo del costo del personale” cioè dei giornalisti. All’ esito del piano di risanamento, gli editori prevedono “un organico del settore giornalistico che residuerà sulla sede centrale sarà pari a 30 unità lavorative, compreso un prepensionando, di cui 29 giornalisti art. 1 ed 1 praticante“.

L’eliminazione delle redazioni locali e sedi centrali, determinerà “la cessazione dei rapporti di lavoro giornalistico art.36″ nonchè “di 14 giornalisti di cui un prepensionando” e “di tutti i collaboratori ex art. 2 e 12 già in Cigs” a zero ore. Un taglio radicale, o meglio un vero e proprio bagno di sangue di giornalisti che si ritroveranno di fatto in mezzo ad una strada, il cui licenziamento “comporterà un risparmio sul costo del lavoro di circa 1.400.000,00 euro l’anno“.

Nel settore poligrafico degli attuali 34 dipendenti, “a seguito dei prepensionamenti, diventeranno 32 alla fine dell’ anno e di cui 7 gia in Cigs a 0 ore. Per effetto dell’edizione unica le posizioni del presente settore dovranno essere ridotte a 6“. e quindi 26 poligrafici perderanno a loro volta il posto di lavoro ! L’editore “ritiene opportuno quattro risorse (incluso l’addetto all’infografica) che possono iintervenite in caso di esigenze particolari o imprevisti” prevedendo che “una quinta risorsa sarà destinata all’ amministrazione e si occuperò anche della segreteria di redazione (la relativa mole di lavoro consente certamente di svolgere entrambi i ruoli indicati“.

Il piano di risanamento prevede la totale soppressione anche “dei settori Economato, Segreteria di Redazione, Area Tecnica multimediale” nonchè “l’esternalizzazione dei settori Abbonamento, Contabilità, Diffusione e gestori del Sistema Editoriale“, ma anche “l’ipotizzabile abbinamento con un quotidiano nazionale a condizioni però che non incidano eccessivamente sui ricavi della società”. Resta da chiedersi quale quotidiano nazionale vorrà mai accoppiarsi con un giornale che non si vende in edicola !

Dopo aver letto questo piano di risanamento pieno di lacrime e sangue, siamo veramente curiosi di conoscere quali saranno le reazioni dell’ assemblea dei giornalisti della Gazzetta del Mezzogiorno, del Comitato di Redazione ed in particolare dell’ Assostampa di Puglia il cui presidente Bepi Martellotta nel frattempo ha fatto “carriera” in Gazzetta. Sembra impensabile che il suo ex-vice presidente Mimmo Mazza (ormai ex-sindacalista…) possa proporre il suo licenziamento, e tantomeno occuparsi di una “battaglia sindacale” visto il suo nuovo ruolo dirigenziale e contrattuale. Evidentemente Mazza adesso preferisce stare dalla parte del “padrone“, piuttosto che “battagliare” come sosteneva di fare, per i diritti sindacali dei giornalisti in Puglia. Anche perchè secondo noi, questa sua direzione della Gazzetta del Mezzogiorno rischia di esser la prima ed unica di un quotidiano nella sua carriera professionale, dopo quella precedente di un periodico tarantino (Ribalta di Puglia) testata chiusa dal Tribunale di Taranto.

Antonello de Gennaro. Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

Fake news e dati Ads-diffusione della stampa confermano: la Gazzetta del Mezzogiorno è in una profonda crisi di vendite. E gli editori hanno più di qualche problema…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 16 Aprile 2023

Nessuna verifica giornalistica post-annuncio, la cosa più comica che per vedere del giornalismo serio ed attendibile in Puglia bisogna cercarlo rivolgendosi al noto programma tv "Chi l'ha visto ?". E' proprio il caso dire: "E' la stampa monnezza !"

di Antonello de Gennaro

 Ads ha reso disponibili dal 13 aprile, i nuovi dati mensili stimati dagli Editori (leggi QUI) riferiti al mese di febbraio 2023 relativi a quotidiani stampati, da cui emerge e si conferma la crisi irreversibile di vendite del quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, reduce da un doppio fallimento (Edisud-Mediterranea) , ed il cui corpo redazionale e l’attuale direzione “improvvisata” non riescono a sovvertire. Incredibilmente il giornale barese è sceso a vendere al momento una media di circa 6.000 copie, cioè 2000 in meno rispetto alle 8.000 che vendeva al momento della chiusura fallimentare.

Quello che molti si chiedono che fine faranno i 140 dipendenti dell’ attuale società editrice EDIME srl (che ha appena 10mila euro di capitale sociale) a dicembre 2023, alla scadenza dei due anni di propria gestione durante la quale ha dovuto rispettare le condizioni di gara ed assegnazione fallimentare, garantendo il posto a tutti. Se durante la gestione della Gazzetta del Mezzogiorno in esercizio provvisorio sotto la curatela fallimentare con 8.000 copie vendute, perdevano 300 mila euro al mese, adesso è facilmente ipotizzabile e calcolabile (anche a causa degli aumenti della carte e del costo dell’energia elettrica ) che le perdite mensili oscillino fra i 450/500 mila euro al mese. E che alla scadenza dei due anni si prevedono forti tagli di personale. Inoltre corre voce (stiamo verificando) che la EDIME srl, abbia ceduto la testata La Gazzetta del Mezzogiorno ad altra struttura societaria per meglio proteggerla in caso di un nuovo fallimento. 

Gli attuali editori Miccolis ed Albanese (soci al 50%) in fatti non se la passano molto bene, in particolar modo ECOLOGICA impresa dell’indotto ex Ilva, con circa 200 addetti che si occupano di pulizie industriali, che ha comunicato ad Acciaierie d’Italia che “stante il perdurare dell’incertezza sulle modalità di liquidazione delle spettanze maturate, soprattutto dello scaduto oltre i 180 giorni, saremo costretti, nostro malgrado, a sospendere tutte le attività sino ad oggi garantite”.  decisione conseguenziale all’insolvenza di Acciaierie d’Italia, che malgrado i solleciti, non paga il lavoro svolto in fabbrica e lo scaduto fatture si va ampliando.

Ma anche la CISA spa di Massafra non se la ride molto. Il suo “patron” Antonio Albanese è stato mandato sotto processo dinnanzi al Tribunale di Taranto ed a quello di Lecce notizie che la Gazzetta del Mezzogiorno poco deontologicamente tiene in silenzio occultandole ai propri lettori , non è riuscito ad ottenere il raddoppio del suo stabilimento di smaltimento rifiuti a Massafra, così come non è riuscito ad ottenere finanziamenti per l’ex Hotel Appia Terminal , e tantomeno ha mai realizzato la tanto “strombazzata” Cinecittà di Puglia...!

 Così scriveva 3 anni fa la Gazzetta del Mezzogiorno: «Non abbiamo certezze sui tempi di realizzazione del centro medico e di ricerca. Ma è più importante sapere – evidenzia Quarto (sindaco di Massafra n.d.r.) – che si farà il progetto della società Appia Medical Center, già illustrato alle istituzioni facenti parte del Contratto istituzionale di sviluppo Taranto». L’iniziativa è ambiziosa. «E non solo. In quanto – spiega il sindaco – prevede la trasformazione e riqualificazione dell’immobile per un investimento totale pari a circa 50 milioni di euro, garantendo un’occupazione a regime tra fissi e a tempo determinato superiori alle 150 unità». Di quel progetto è rimasta solo l’idea, perchè contrariamente a quanto sostenuto (“la famiglia Albanese intende realizzare nell’immobile che ospitava l’ex Hotel Appia, struttura ricettiva abbandonata da anni a seguito del fallimento della società che la gestiva“) non è stato realizzato nulla non essendo riusciti ad accedere a fondi regionali, nazionali e comunitari. Ma si sa, che applicare il “fact-checking” giornalistico in Puglia è un pò come cercare dell’acqua nel deserto !

 Per non parlare poi delle invenzioni giornalistiche firmate Massimo Scagliarini che nell’agosto 2020, sempre sulla Gazzetta del Mezzogiorno, così scriveva testualmente “Lo scorso anno l’imprenditore tarantino Antonio Albanese, il re delle discariche, ha ridato impulso al progetto di riqualificare il parco a tema Felifonte, a Castellaneta Marina, trasformandolo in studi cinematografici con un investimento stimato in 50 milioni di euro. È bastato passare la voce perché l’idea rimbalzasse su riviste e siti specializzati, attraendo l’interesse degli addetti ai lavori”.

 In precedenza a marzo 2020 un sito locale che si occupa di Massafra e Castellaneta, destinatario di non poche inserzioni pubblicitarie provenienti dalle attività di Antonio Albanese, il 3 marzo 2020 scriveva testualmente una marea di “fake news” telepilotate.: “Felifonte si estende su un’area di 45 ettari che saranno convertiti in studi cinematografici all’avanguardia, per circa 18mila metri quadrati, di cui 9 studi di posa (il più grande di 5mila mq.) e 2 piscine, ideali per le riprese subacquee, che faranno di Castellaneta Marina la nuova Cinecittà.

A capo del progetto “Apulia Studios”, come detto, Antonio Albanese, l’imprenditore massafrese presidente della CISA Spa operante nel settore del trattamento dei rifiuti, che si avvale della consulenza qualificata di due dirigenti ex Apulia Film Commission, nonché fondatori della società di produzione cinematografica e televisiva romana Fidelio: i baresi Silvio Maselli e Daniele Basilio.Il progetto – dal costo di 50 milioni di euro – sarà cantierizzato nei prossimi mesi e si articolerà in due fasi: la prima vedrà luce nella primavera dell’anno prossimo ( quindi 2021 n.d.r.) e riguarderà i primi impianti di medie dimensioni, la seconda prevede il completamento degli studi di posa più imponenti entro la fine del 2021″ . E meno male che chi ha scritto queste fesserie, di cognome fa “Serio” !

 Persino l’edizione barese del quotidiano La Repubblica contribuiva ad una disinformazione pugliese, scrivendo “La notizia viaggia sui siti dedicati al cinema, compreso quello del Mia, il primo mercato italiano che riunisce l’industria audiovisiva: “Prende il via il progetto ambizioso di trasformare un parco acquatico di 450mila metri quadrati in degli studios all’avanguardia entro il 2021″. Sarebbero grandi quanto 60 campi di calcio, e si chiameranno Apulia studios, con l’intenzione di diventare il fiore all’occhiello del settore nella regione, in grado di moltiplicarne l’attrattiva. Dietro la rinascita di Felifonte c’è Antonio Albanese, imprenditore di Massafra impegnato nel settore dello smaltimento rifiuti ( sua la Cisa spa).

 Aggiungendo “La conversione di Felifonte nella Cinecittà di Puglia dovrebbe avere un costo di 50 milioni di euro, e i lavori potrebbero cominciare già nel 2020: almeno per la realizzazione degli studi di medie dimensioni e delle vasche, per completare il tutto alla fine del 2021.” “Architetti e ingegneri avrebbero stilato un progetto di 18mila metri quadrati di studi cinematografici, il cui maggiore arriverà a misurarne 5mila”.

In realtà nulla di tutto quanto annunciato da Albanese è mai stato realizzato !

 Anche in questo caso, nessuna verifica giornalistica post-annuncio, e la cosa più comica che per vedere la Cinecittà di Puglia…ed il centro di ricerca medica della famiglia Albanese, e sopratutto del giornalismo serio ed attendibile bisogna rivolgersi al noto programma tv “Chi l’ha visto ?“.

E’ proprio il caso dire: “E’ la stampa monnezza !“

Redazione CdG 1947

Monnezzopoli”: il co-editore della Gazzetta del Mezzogiorno Antonio Albanese a processo nell’inchiesta T-Rex bis. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 7 Aprile 2023

Ad allertare la “cricca” dei tangentisti e monnezzari, di essere sotto intercettazione della Guardia di Finanza, secondo le indagini ed accertamenti della procura sarebbe stato Antonio Albanese, presidente della CISA spa di Massafra, ed attuale co-editore del quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno di cui detiene il 50% della società editrice EDIME srl

Si svolgerà il prossimo 13 settembre la prima udienza del processo sul secondo troncone di indagine della Guardia di Finanza . È stato il giudice Fulvia Misserini a disporre il rinvio a giudizio richiesto dalla procura sulla vicenda che aveva portato all’arresto e poi alla condanna di primo grado dell’ex presidente della Provincia e sindaco di Massafra Martino Tamburrano ad oltre 9 anni di reclusione in quanto riconosciuto colpevole di aver ottenuto tangenti dalla società bresciana Linea Ambiente per concedere l’autorizzazione all’ampliamento della discarica “La Torre – Caprarica“. L’ex primo cittadino di Massafra si era sempre proclamato innocente.

Ma c’è anche un altro sindaco, Giuseppe Tarantino primo cittadino di San Marzano di San Giuseppe, chiamato a rispondere delle accuse di aver richiesto e ottenuto posti dei di lavoro dall’imprenditore Pasquale Lonoce (assistito dall’ avv. Michele Laforgia del foro di bari) durante la campagna elettorale del 2018 per la sua elezione a primo cittadino. Secondo le evidenze investigative Tarantino avrebbe fornito all’imprenditore, al quale è riconducibile la società intestata ai suoi famigliari, che gestiva la raccolta di rifiuti nel comune di San Marzano, i nominativi delle persone da assumere in modo da aumentare il proprio consenso elettorale.

Ad allertare la “cricca” dei tangentisti e monnezzari, di essere sotto intercettazione della Guardia di Finanza, secondo le indagini ed accertamenti della procura sarebbe stato Antonio Albanese, presidente della CISA spa di Massafra, ed attuale co-editore del quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno di cui detiene il 50% della società editrice EDIME srl, giornale che si è ben guardato di riferire ai propri lettori tale circostanza.

Sono finiti a processo anche l’ex sottufficiale dei carabinieri ora in pensione Antonio Bucci (assistito dall’ avv. Gaetano Vitale) poichè pur essendo a conoscenza dell’illecito legato all’affare discarica “La Torre – Caprarica”, mentre era ancora in servizio per l’ Arma dei Carabinieri, non avrebbe fatto nulla di quanto avrebbe dovuto per interrompere il giro di corruzione e tangenti la vicenda.

Aprocesso sono finiti anche il concessionario di automobili Antonio D’Elia e l’ingegnere Federico Cangialosi, il dirigente AMIU Taranto spa Cosimo Natuzzi (assistito dall’ avv. Egidio Albanese) questi ultimi due, membri di una commissione di gara del Comune di Sava estraneo ai fatti e parte lesa, i quali secondo la procura, su “sollecitazione” con promessa di compenso in denaro, ricevuta da Martino Tamburrano avrebbe attribuito un punteggio alla società di Lonoce affinché vincesse la gara per il servizio di igiene urbana al Comune di Sava, gara che venne annullata in autotutela dal sindaco in carica all’epoca dei fatti Avv. Dario Iaia attualmente eletto deputato di Fratelli d’ Italia. Il rinvio a processo ha colpito anche Pietro Accolla, Giacomo Santoro, ed il funzionario dell’ente provinciale Lorenzo Natile accusato in questo troncone d’inchiesta di corruzione per aver favorito Antonio D’elia per ottenere la patente di guida per automezzi pesanti. Redazione CdG 1947

Ecco il decreto “Monnezzopoli (T-Rex) bis”: il co-editore della Gazzetta del Mezzogiorno, Antonio Albanese a processo. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 9 Maggio 2023

Esattamente un mese fa il giudice delle indagini preliminari dr.ssa Fulvia Misserini ha disposto il processo per tutti gli imputati del secondo troncone d’inchiesta dell’indagine T-Rex condotta dalla Guardia di Finanza nata sotto il coordinamento dell’ex comandante provinciale della Guardia di Finanza Col. Gianfranco Lucignano.

Secondo le indagini delle Fiamme Gialle accolte e condivise dalla Procura di Taranto, ad allertare la “cricca” dei tangentisti e monnezzari, di essere sotto intercettazione della Guardia di Finanza, sarebbe stato Antonio Albanese, presidente della CISA spa di Massafra, ed attuale co-editore del quotidiano barese La Gazzetta del Mezzogiorno di cui detiene il 50% della società editrice EDIME srl, giornale che si è ben guardato di riferire ai propri lettori tale circostanza. 

Purtroppo, guardando le date del provvedimento, facile intuire che anche in questo caso molti degli imputati la passeranno liscia grazie alla prescrizione, considerato che la prima udienza del processo di primo grado si terrà dopo 5 anni dai fatti. Se questi tempi sono “accettabili” per i magistrati degli uffici giudiziari di Taranto (per la gioia dei difensori e degli imputati) è il caso di dire “Addio giustizia” e di poter definire il palazzo degli uffici giudiziari di viale Marche a Taranto il vero porto delle “nebbie” e si capisce come mai il noto avvocato pregiudicato Piero Amara plurindagato, finito sulle cronache di tutti i giornali italiani e dei programmi televisivi , avesse trasferito in provincia di Taranto le sedi legali inesistenti delle sue società. Così come non è un caso se a Roma le Fiamme Gialle, nel corso di una perquisizione disposta e seguita personalmente dal pm Stefano Fava (ora giudice presso il Tribunale di Latina) abbiano trovato in una stanza al lavoro il giovane avvocato Giuseppe (Peppe) Argentino, figlio di quel Pietro Argentino ex procuratore aggiunto a Taranto e successivamente procuratore capo a Matera, dove ha concluso la sua nefasta carriera andando in pensione.

Ribadiamo il concetto: questa è la vera malagiustizia “monnezza“, che prospera grazie anche ad un giornalismo locale asservito, “comprato & svenduto” per pochi euro, e pensare poi che certi giornalisti pugliesi, in particolare a Taranto, si lamentano che i giornali e le tv locali falliscono ! Redazione CdG 1947

Fallimento Edisud, a processo per bancarotta fraudolenta gli ex editori della «Gazzetta». Il gup Rinaldi dispone il rinvio a giudizio. Prima udienza ad aprile davanti al Tribunale di Bari. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 03 Marzo 2023

Il gup di Bari, Francesco Rinaldi, ha rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta l'ex editore della Gazzetta del Mezzogiorno, il 91enne siciliano Mario Ciancio Sanfilippo, il figlio Domenico Natale Enzo Ciancio Sanfilippo, 48 anni, e l'ex direttore generale Franco Capparelli, 79 anni, che hanno gestito la Edisud, società editrice del quotidiano, sino alla data del fallimento (15 giugno 2020).

I tre, per i quali il processo comincerà il 5 aprile davanti alla prima sezione collegiale del Tribunale di Bari, sono stati accusati di concorso in bancarotta fraudolenta aggravata al termine delle indagini condotte dai pm Lanfranco Marazia e Luisanna Di Vittorio e coordinate dal procuratore capo Roberto Rossi. I tre, sempre secondo l'accusa che si basa sulle indagini condotte dalla Guardia di Finanza, avrebbero compiuto "atti di dissipazione e/o depauperamento consistiti in rimborsi spese e spese di rappresentanza prive di giustificazione economica, negli anni dal 2016 al 2018, per complessivi 192.489 mila euro, causando "per effetto di operazioni dolose il fallimento della società Edisud spa". Accuse che gli interessati hanno sempre fermamente respinto: «Per il mantenimento dei valori attivi, tangibili e intangibili, nonché per la salvaguardia della forza lavoro impiegata nella conduzione dello storico quotidiano- aveva detto l'ex editore Mario Ciancio Sanfilippo dopo la notifica dell'avviso di conclusione delle indagini - sono intervenuto con il mio patrimonio personale versando, dal 1996 ad oggi, più di 30 milioni di euro».

Oggi la "Gazzetta" è gestita dalla società Edime, aggiudicataria della testata nell'ambito della procedura fallimentare che si è aperta a seguito del fallimento Edisud.

Ennesimo “show” mediatico della Procura di Bari sul fallimento della Gazzetta del Mezzogiorno. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Marzo 2023

Resta da capire, ma spetterà accertarlo alla procura di Lecce che sta indagando in merito, a cosa servì la presenza, ed a che titolo (non si è mai verificata una cosa del genere a memoria d'uomo) del procuratore Rossi e dei due pm Marazia e Di Vittorio nella famosa udienza di convalida dinnanzi al Tribunale Fallimentare di Bari quando il quotidiano barese fu assegnato alla società Ecologica, che lo ha poi conferito all'attuale

Il Gip del Tribunale di Bari Francesco Rinaldi, ha rinviato a giudizio su richiesta dei pm Lanfranco Marazia e Luisanna Di Vittorio siglata anche dal procuratore capo Roberto Rossi, per bancarotta fraudolenta nei confronti dell’ex editore del quotidiano pugliese-lucano La Gazzetta del Mezzogiorno, il 91enne siciliano Mario Ciancio Sanfilippo, di suo figlio Domenico Natale Enzo Ciancio Sanfilippo (48 anni); e dell’ex direttore generale della Edisud spa, Franco Capparelli (79 anni) , uomo di fiducia dei Ciancio sino al fallimento . Secondo i magistrati della Procura di Bari sarebbero stati loro i responsabili del fallimento della società Edisud spa, ex editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, dichiarata fallita nel giugno 2020 . la vicenda ha origine dalle denunce presentate in Procura da alcuni giornalisti esponenti sindacali “pilotati” dietro le quinte da un noto furbetto.

I capi di imputazione attribuiti ai tre indagati, ora diventati imputati, per i quali dovranno difendersi nel processo, sono quello di “concorso in bancarotta fraudolenta aggravata” in relazione alla gestione della società. Con tutto il rispetto per gli inquirenti resta poco credibile l’ipotesi che tre persone agevolino il fallimento di una società a proprio discapito per un’importo che osiamo definire imbarazzante !

Lascia un pò sorridere leggere che secondo l’accusa i tre indagati avrebbero compiuto “atti di dissipazione e/o depauperamento consistiti in rimborsi spese e spese di rappresentanza prive di giustificazione economica, negli anni dal 2016 al 2018, per complessivi 192.489 mila euro” confrontando questa cifra confrontata sulla massa fallimentare di oltre 40milioni di euro !

Sempre secondo l’accusa, i Ciancio e Capparelli rivestendo i ruoli rispettivi in seno alla società sarebbero responsabili del reato contestato “istigando e/o determinando l’altrui volontà”, con i quali avrebbero causato “per effetto di operazioni dolose il fallimento della società Edisud spa”. Accuse che abbiamo già letto mosse dai giornalisti sindacalisti “carrieristi” della Gazzetta del Mezzogiorno , che l’ex editore, che in passato era stato presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), aveva pubblicamente respinto sin dalla conclusione indagini. “Mi rendo conto che la difesa – ha commentato Mario Ciancio Sanfilippo – può essere spiegata solo nel processo e sono pronto, assieme a mio figlio, a dimostrare che per il mantenimento dei valori attivi, tangibili e intangibili, nonché per la salvaguardia della forza lavoro impiegata nella conduzione dello storico quotidiano di Bari, sono intervenuto con il mio patrimonio personale versando, dal 1996 al 2020, più di 30 milioni di euro“.

Dimostrerò anche che i rimborsi di cui ci accusano sono assolutamente leciti – ha aggiunto l’editore – e riferibili ad un lungo lasso di tempo in cui abbiamo lavorato per la Gazzetta. Infine, le cosiddette operazioni dolose non sono altro che l’omesso pagamento delle imposte, dovuto alla necessità di far fronte, con poche risorse, a tutti i debiti della gestione, compresi quelli per il pagamento degli stipendi dei lavoratori, cosa che abbiamo sempre tenuto in grande considerazione“. “Quando nel 2020 mi sono reso conto che la crisi del settore era diventata per me insostenibile – sottolinea Mario Ciancio Sanfilippo – le mie partecipazioni in Edisud e Mediterranea sono state messe gratuitamente e ufficialmente a disposizione di chiunque volesse rilevarle, purché con intenti e impegni seri che rispettassero la testata ed i suoi lavoratori”.

Dimostrerò che ho sempre sostenuto la Gazzetta del Mezzogiorno con convinzione, garantendo autonomia e indipendenza a tutti i giornalisti che vi hanno lavorato, mai facendo mancare – conclude Mario Ciancio Sanfilippo – ogni concreto sostegno, almeno fino a quando le mie finanze lo hanno consentito, per far sì che potessero esprimersi in piena libertà“.

Resta da capire, ma spetterà accertarlo alla procura di Lecce che sta indagando in merito, a cosa servì la presenza, ed a che titolo (non si è mai verificata una cosa del genere a memoria d’uomo) del procuratore Rossi e dei due pm Marazia e Di Vittorio nella famosa udienza di convalida dinnanzi al Tribunale Fallimentare di Bari quando il quotidiano barese fu assegnato alla società Ecologica, che lo ha poi conferito all’attuale società Edime srl, e per quale motivo venne da loro depositata una relazione preliminare della Guardia di Finanza di Bari che peraltro evidenziava la presenza fra i soldi versati da Ecologica ai curatori fallimentari (l’ avv. Castellano e il commercialista Zito) di 4 assegni per un totale di un milione di euro tratti sui conti bancari della CISA spa di Massafra, società che fa capo al plurindagato e pluriprocessato Antonio Albanese, che non partecipava all’asta fallimentare, e che non aveva a quel momento alcuna partecipazione societaria con il Gruppo Miccolis di Castellana Grotte (Ba) che controlla la società Ecologica.

Un versamento illegittimo che però spiegava i tanti conflitti d’interesse di quella procedura ed assegnazione fallimentare che la stampa pugliese (compreso il sindacato) finge di non vedere e tace, e cioè dei collegamenti professionali ed economici dei due curatori fallimentari con Antonio Albanese, presidente della CISA. Così come imbarazzante il ruolo del giudice che ha convalidato la procedura ed assegnazione fallimentare della Gazzetta del Mezzogiorno, che è l’ ex marito di Barbara Barattolo (da cui hanno avuto un figlio) il cui fratello Fabrizio Barattolo ha sposato dell’ attuale amministratore delegato della Edime srl. Aurelia Miccolis.

Così come imbarazzante è un’altra circostanza, e cioè che la giornalista Isabella Maselli, che scriveva della vicenda del fallimento della Gazzetta del Mezzogiorno, sull’edizione barese del quotidiano La Repubblica, rivelando dati ed informazioni riservate della curatela fallimentare durante la procedura fallimentare della società Mediterranea spa, società che deteneva la proprietà dell’ immobile di via Scipione l’ Africano e la testata La Gazzetta del Mezzogiorno, che guarda caso recentemente sono stati conferiti ad un’altra società condivisa fra il gruppo Miccolis ed il Gruppo Cisa di Antonio Albanese. Infatti adesso la Maselli guarda caso è passata a scrivere da Repubblica alla Gazzetta.

Solo coincidenze ? Lasciamo ogni legittima risposta e valutazione ai lettori ed agli inquirenti salentini che non hanno mai avuto problemi ad indagare sugli uffici giudiziari di bari. Redazione CdG 1947

L’Imprenditoria.

Operazione della Gdf per reati contro la pubblica amministrazione, 41 indagati e 10 arresti in Puglia. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 12 Settembre 2023  

Ai domiciliari un funzionario in pensione della Regione e due imprenditori Due i filoni di indagine, che vede coinvolti anche rappresentanti delle forze di Polizia.

La Guardia di Finanza ha posto agli arresti domiciliari un funzionario in pensione del settore Riforma fondiaria della Regione Puglia, Antonio Vincenzo Salvatore Fasiello, insieme agli imprenditori Emanuele Piccinno di Gallipoli e Cesario Faiulo di Presicce, tutti con applicazione del braccialetto elettronico. Gli arresti sono tra le misure cautelari personali e reali emesse dal gip Marcello Rizzo del Tribunale di Lecce, su richiesta del pm Alessandro Prontera della Procura della Repubblica di Lecce, che da stamattina le Fiamme Gialle stanno eseguendo nei confronti di 10 persone indagate, a vario titolo, di associazione per delinquere, reati contro la pubblica amministrazione, contro la fede pubblica e l’amministrazione della giustizia, accesso abusivo a sistema informatico e di reati edilizi ed ambientali. Tra questi anche due appartenenti all’ Arma dei Carabinieri in servizio nella provincia di Lecce colpiti da due misure interdittive. Altre misure interdittive e divieti di dimora sono stati eseguiti nei confronti di altri imprenditori ed un funzionario dell’Agenzia delle Entrate che avrebbe effettuato alcuni accessi abusivi al sistema informatico per ottenere informazioni privilegiate. 

Sono in corso inoltre le notifiche di ulteriori 41 informazioni di garanzia nei confronti di persone indagate, tra cui vi sono anche un carabiniere, un poliziotto e un finanziere in congedo. Le indagini, svolte dai finanzieri della compagnia di Gallipoli hanno portato alla luce due distinti e paralleli filoni di indagine.

Nel primo filone di indagine risultano coinvolti due imprenditori di Gallipoli, Emanuele Piccinno 46 anni, che all’epoca dei fatti era assessore comunale al turismo, e Cesario Faiulo 57 anni, due nomi molto noti con rilevanti interessi economici nella zona di Gallipoli, coinvolti in passato in altre vicende giudiziarie, i quali si sarebbero serviti di tecnici e pubblici funzionari comunali corrotti che favorivano l’approvazione di progetti di espansione nel settore dell’edilizia e del turismo. In quest’ambito sarebbero coinvolti due carabinieri che, in cambio di utilità, avrebbero rivelato agli imprenditori informazioni coperte da segreto d’ufficio apprese anche attraverso l’accesso abusivo ai sistemi informatici. 

Il secondo filone d’indagine riguarderebbe invece alcuni casi di corruzione nella gestione del patrimonio pubblico inerenti la dismissione dei beni – ex Ersap (Ente Regionale di Sviluppo Agricolo della Puglia) da parte di Vincenzo Fasiello di 69 anni, di Lecce, un funzionario della Regione Puglia ora in pensione, il quale era in servizio presso il settore riforma fondiaria dell’ Ente Regione, che insieme con altri collaboratori, attraverso l’attivazione di procedure illegittime, avrebbe favorito secondo gli inquirenti l’assegnazione di importanti immobili di proprietà della Regione Puglia della ex riforma fondiaria a prezzi di favore, a persone a lui “amiche” ricevendo soldi o varie regalie alcuni beni immobili senza fare ricorso a procedure di evidenza pubblica

Le Fiamme Gialle hanno effettuato sequestri al Ten in zona Punta della Suina, ad un residence a Gallipoli di cui parte degli appartamenti sono ancora in vendita, un ex tabacchificio nel territorio di Nardò e una un B&B a Porto Cesareo, e stanno sequestrando denaro ritenuto provento della corruzione, beni mobili, immobili ed attività economiche, del valore stimato di oltre 30 milioni di euro.  Redazione CdG 1947

Caso Punta Perotti, per l’Italia condanna bis. La Cedu: risarcire i proprietari dei suoli. «Ma non è provato che lì si potesse costruire». MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Agosto 2023

La sentenza con cui nel 2012 la Cedu condannò l’Italia a risarcire con 49 milioni di euro i costruttori di Punta Perotti ha fatto storia riportando nei tribunali italiani la vicenda dell’ecomostro abbattuto nel 2006. A 11 anni di distanza è arrivata una seconda sentenza con cui la Grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha nuovamente condannato lo Stato per Punta Perotti, stavolta per cifre decisamente più basse ma con un inciso che potrebbe riaprire (anche) le polemiche: «Non è provato», hanno scritto i giudici, che quei suoli illegittimamente confiscati fossero effettivamente edificabili ai tempi della fallita lottizzazione sul lungomare di Bari.

La sentenza (depositata il 13 luglio e non ancora tradotta in italiano) riguarda la Giem, una società della famiglia Andidero proprietaria di alcune particelle che - pur non partecipando alla lottizzazione - subì la confisca delle proprie aree. Sul punto la Cedu si era già espressa nel 2018, stabilendo (come aveva fatto nel 2012 su ricorso dei costruttori Sud Fondi, Mabar e Iema) che la confisca ai danni di Giem era «abnorme» e invitando le parti (cioè lo Stato) a trovare un accordo con le società baresi e con altri tre soggetti incappati negli anni in situazioni simili in altre parti d’Italia (Golfo Aranci e Fiumarella di Pellaro)...

LA VICENDA INFINITA. Bari, il Comune in Cassazione per il debito su Punta Perotti. Palazzo di Città, Regione e Ministero della Cultura sono condannati a pagare in solido 10,8 milioni, i danni subiti dagli imprenditori. FRANCESCO PETRUZZELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 5 Maggio 2023

Il primo dei preannunciati ricorsi. Con il Comune che non ci sta a dover pagare la sua parte. Un terzo di quei circa 10,8 milioni che l’ultima sentenza ha stabilito a favore dei costruttori, condannando in solido anche Regione Puglia e Ministero della Cultura. Punta Perotti finisce nuovamente nelle aule di giustizia per l’infinita battaglia dei risarcimenti.

L’amministrazione Decaro ha infatti deciso - la delibera di giunta risale ad alcune settimane fa, ma è passata quasi in sordina - di presentare ricorso in Cassazione per ribaltare la sentenza della Corte d’Appello di Bari. Si tratta del provvedimento con il quale a settembre scorso la Terza Sezione Civile ha in parte accolto il ricorso presentato dalla Società Sudfondi srl in liquidazione degli imprenditori Matarrese, stabilendo per i costruttori un risarcimento pari a circa 8,7 milioni di euro. In sostanza i giudici hanno riconosciuto il danno patrimoniale subìto dai costruttori nella primavera del 2006 per l’abbattimento dei palazzoni sul lungomare, accertando così le responsabilità in capo alle amministrazioni, e quindi a Comune, Regione e Soprintendenza, che agli inizi degli anni ‘90 avevano rilasciato le concessioni edilizie e le regolari autorizzazioni a costruire su quei suoli. Gli 8,7 milioni di euro salgono in realtà a 10,8 milioni comprensivi di rivalutazione monetaria, interessi legali e di ulteriori interessi dovuti. E che vanno equamente suddivisi tra i tre enti condannati. In sostanza al Comune per la querelle con i Matarrese toccherebbe la quota parte di 3,6 milioni di euro, già abbondantemente accantonata nei mesi scorsi. E in via molto cautelativa. A fine 2022, con un apposito debito fuori bilancio, il Consiglio comunale ha infatti detto sì a una sorta di salvadanaio su Punta Perotti: lo stanziamento di 13,7 milioni a totale copertura delle cifre stabilite dai giudici nello scorso autunno.

Oltre al risarcimento riconosciuto alla Sudfondi c’è anche da considerare il verdetto quasi “gemello” con il quale dì lì a poco sempre la Corte di Appello ha poi dato ragione all’altro gruppo di costruttori, la Mabar della famiglia Andidero, stabilendo un indennizzo di circa 1,3 milioni di euro (che sale a 2,5 tra rivalutazioni e interessi). In sostanza due sentenze rispetto alle quali il Comune ha sùbito voluto mettersi al riparo, anche da eventuali inadempienze da parte degli altri enti condannati. Il ragionamento pratico e prudenziale di Palazzo di Città è stato più o meno questo: coprire integralmente ed eventualmente il debito per tutti al fine di evitare ulteriori danni contabili e contenziosi. «Stiamo solo mettendo da parte queste somme in attesa di capire i ricorsi in Cassazione e l’orientamento degli altri enti. È importante avere dei soldi da parte per non incorrere in altre conseguenze» le parole in Aula del sindaco Antonio Decaro per spiegare al Consiglio comunale l’ammontare del maxidebito natalizio (votato il 23 dicembre scorso). E di quella cifra accantonata in realtà sino ad ora sono stati versati solo 325mila euro per le spese di registrazione delle sentenze. E anche in questo caso il Comune ha deciso di anticiparle per tutti gli enti, per poi scoprire che almeno uno, in particolare il Ministero, aveva già pagato la sua quota parte.

Ora arriva il primo ricorso in Cassazione con la richiesta di inibitoria della sentenza di Appello che ha dato ragione ai Matarrese. E a questo punto appare quasi scontato attendersi la stessa decisione (ritornare quindi nelle aule di giustizia) sull’altra sentenza che ha segnato un punto a favore degli Andidero.

Crac Fc Bari, la curatela fallimentare non si costituisce parte civile. Prima udienza del processo sul crac della società sportiva, dichiarata fallita il 14 gennaio 2019, per il quale sono a giudizio l’ex patron Cosmo Antonio Giancaspro e la commercialista Anna Ilaria Giuliani. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Aprile 2023

La curatela fallimentare della Fc Bari 1908 spa non si è costituita parte civile nella prima udienza del processo sul crac della società sportiva, dichiarata fallita il 14 gennaio 2019, per il quale sono a giudizio l’ex patron Cosmo Antonio Giancaspro e la commercialista Anna Ilaria Giuliani.

Giancaspro risponde di bancarotta fraudolenta documentale e falso in bilancio, Giuliani di falso in attestazioni e relazioni, reato previsto dalla legge fallimentare. Secondo la Procura, avrebbero alterato i bilanci della società provocandone il fallimento dopo la mancata iscrizione al campionato di serie B nel 2018. Nell’ambito dello stesso procedimento era imputato anche l’ex amministratore unico e presidente del cda (da dicembre 2015 a giugno 2016) Gianluca Paparesta, che sarà giudicato con rito abbreviato.

Stamattina la Procura ha chiesto ed ottenuto dal Tribunale di ascoltare il curatore fallimentare e un proprio consulente tecnico. La difesa di Giancaspro, affidata all’avvocato Felice Petruzzella, ha invece presentato una corposa lista di testimoni, chiedendo l’audizione del consulente tecnico Marco D’Angelo e l’esame dell’imputato, che respinge l’accusa di bancarotta.

Secondo il pm, Giancaspro avrebbe concorso al fallimento della società omettendo «sistematicamente il pagamento di imposte e ritenute fino a raggiungere un passivo di oltre quattro milioni e mezzo di euro», e non avrebbe riportato, nel bilancio 2016, «importi per complessivi 871.008,68 euro». Quanto a Giuliani, avrebbe esposto «informazioni false» omettendo anche "informazioni rilevanti» nel concordato preventivo. Si tornerà in aula l’11 febbraio 2024 per ascoltare il curatore fallimentare e il consulente della Procura.

Fallimento Bari Calcio: si sgonfiano le accuse della Procura, chiesto processo solo per 4 persone. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Marzo 2023

E' stato chiesto dalla procura il non luogo a procedere per "non aver commesso il fatto" per l’imprenditore Domenico De Bartolomeo ex presidente di Confindustria Puglia, membro nel CdA del Bari calcio dal 2008 al 2011; e per l’ex parlamentare Salvatore Matarrese, 60 anni, che è stato consigliere dal 2002 al 2011 della società, che avevano hanno chiesto il processo con rito abbreviato, e la loro posizione è stata stralciata.

La procura di Bari nel corso dell’udienza preliminare che si è svolta oggi dinanzi al Gup Luigia Lambriola del Tribunale di Bari , ha insistito sostenendo le proprie accuse seppur riducendo le singole contestazioni per ciascun imputato chiedendo il processo per bancarotta fraudolenta soltanto per l’ex parlamentare ed ex presidente Figc Antonio Matarrese, vicepresidente vicario del CdA del Bari Calcio dal 2010 al 2011; per Salvatore Matarrese 66anni consigliere di amministrazione della società sportiva dal 2002 al 2011; e per gli ex amministratori unici Claudio Garzelli e Francesco Vinella, imputati per il fallimento dell’Associazione Sportiva Bari spa, avvenuto nel 2014.

E’ stato chiesto invece dalla procura il non luogo a procedere per “non aver commesso il fatto” per l’imprenditore Domenico De Bartolomeo ex presidente di Confindustria Puglia, membro nel CdA del Bari calcio dal 2008 al 2011 ed attuale vicepresidente nazionale dell’ Ance; e per l’ex parlamentare Salvatore Matarrese, 60 anni, che è stato consigliere dal 2002 al 2011 della società, che avevano hanno chiesto il processo con rito abbreviato, e la loro posizione è stata stralciata.

Le accuse erano relative alla gestione della società sportiva tra il 2009 e il 2013 allorquando, secondo le indagini svolte dalla Guardia di Finanza inizialmente coordinate dalla pm Bruna Manganelli, sarebbero stati accumulati debiti tributari per mancati versamenti al fisco per quasi 55 milioni di euro e, malgrado ciò, sarebbero state anche compiute operazioni che hanno azzerato il patrimonio della società così aggravando la situazione del dissesto societario sconfinato nel fallimento.

Il collegio difensivo composto dagli avvocati Domenico Di Terlizzi, Michele Laforgia, Angelo Loizzi, Giuseppe Mariani e Giuseppe Modesti tornerà in aula il prossimo 16 giugno ed il successivo 7 luglio per la discussione dei difensori e quindi la decisione del giudice dell’udienza preliminare. Redazione CdG 1947

Crac Bari Calcio: ridimensionate le accuse, chiesto giudizio per 4 persone. Pm chiede assoluzione per De Bartolomeo e Salvatore Matarrese. REDAZIONE ONLINE su Il Corriere del Giorno il 3 Marzo 2023

La pm Silvia Curione ha insistito nella richiesta di rinvio a giudizio, pur ridimensionando le accuse, per bancarotta fraudolenta per quattro dei sei, tra ex componenti del cda e amministratori della società, imputati per il fallimento dell’Associazione Sportiva Bari spa, avvenuto nel 2014.

Nel corso dell’udienza preliminare che si è svolta oggi dinanzi al gup del Tribunale di Bari Luigia Lambriola, la pm ha insistito sulle accuse (pur riducendo per ciascun imputato le singole contestazioni) chiedendo il giudizio per l’ex presidente Figc ed ex parlamentare Antonio Matarrese, vicepresidente vicario del cda del Bari dal 2010 al 2011; per il 66enne Salvatore Matarrese consigliere della società sportiva dal 2002 al 2011; e per gli ex amministratori unici Claudio Garzelli e Francesco Vinella.

Chiesto invece il non luogo a procedere per non aver commesso il fatto per l’imprenditore ed ex presidente di Confindustria Puglia, Domenico De Bartolomeo, nel cda del Bari calcio dal 2008 al 2011; e per l’ex parlamentare Salvatore Matarrese, 60 anni, che è stato consigliere dal 2002 al 2011 della società. Questi ultimi due hanno chiesto si essere processati con rito abbreviato e la loro posizione è stata stralciata.

Le accuse riguardano la gestione della società sportiva tra il 2009 e il 2013 quando, secondo le indagini condotte dalla guardia di finanza (e coordinate inizialmente dalla pm Bruna Manganelli), sarebbero stati accumulati debiti tributari per mancati versamenti al fisco per quasi 55 milioni di euro e, malgrado ciò, sarebbero state anche compiute operazioni che hanno depauperato il patrimonio della società aggravando la situazione di dissesto fino al fallimento.

Si tornerà in aula il 16 giugno e 7 luglio prossimi per la discussione dei difensori (Michele Laforgia, Giuseppe Modesti, Domenico Di Terlizzi, Angelo Loizzi e Giuseppe Mariani) e la decisione del giudice dell’udienza preliminare.

Tribunale Bari dichiara il fallimento di Finba, «cassaforte» dei Matarrese. La società: «Ricorreremo in appello» Rigettata l'istanza di omologazione dell'accordo di ristrutturazione dei debiti cui si era opposta anche la Procura di Bari. GIOVANNI LONGO su La Gazzetta del Mezzogiorno l’1 Marzo 2023

La quarta sezione civile del Tribunale di Bari ha dichiarato il fallimento della Finba Spa, la "cassaforte" della famiglia Matarrese. Il collegio (presidente Raffaella Simone, giudice Assunta Napoliello, relatrice Carlotta Soria) con decreto ha rigettato l'istanza di omologazione dell'accordo di ristrutturazione dei debiti cui si era opposta anche la Procura di Bari con i pm Desirèe Digeronimo, Giuseppe Dentamaro e Lanfranco Marazia.

Non è passata al vaglio dei giudici fallimentari l'architettura finanziaria piuttosto complessa studiata per evitare il crac e che prevedeva la vendita di alcuni beni immobilii con lo spostamento di debiti sulla controllata Imco. Dunque, con sentenza, il collegio ha poi accertato lo stato di insolvenza della società finanziaria che ha debiti per quasi 16 milioni di euro, dichiarandone il fallimento.

LA SOCIETA': «RICORREREMO IN APPELLO»

«La Finba spa, una delle holding della famiglia Matarrese, prendendo atto con rammarico del provvedimento emesso dal Tribunale di Bari, presenterà reclamo innanzi alla Corte di Appello, ritenendo che sussistano tutti gli elementi per l’accoglimento del proposto accordo di ristrutturazione e ritenendo che il suo mancato accoglimento possa solo produrre effetti negativi nei confronti dei creditori della società». E’ quanto si legge in una nota della Finba spa in riferimento alla pronuncia del tribunale fallimentare che ha respinto l’istanza di omologazione dell’accordo di ristrutturazione del debito e ha dichiarato il fallimento della Finba spa.

Anche gli azionisti di riferimento delle holding della famiglia Matarrese «prendono atto con rammarico» dello stesso provvedimento «e si augurano che il preannunciato reclamo possa trovare accoglimento». «Allo stesso tempo» gli azionisti "garantiscono l’impegno, tramite le altre holding, a supporto della storica attività di costruzioni pubbliche e private che, tramite la Matarrese spa, prosegue con regolarità e senza alcun pregiudizio dalle odierne vicende, a tutela del futuro dell’impresa, delle famiglie dei suoi collaboratori diretti e dell’indotto, oltre che dei suoi creditori».

Bari, Matarrese e i debiti: «Siamo sotto attacco, ma la nostra storia non potrà mai fallire». Antonio Matarrese: salveremo le nostre aziende cercando un socio che possa sostenerci. Gli errori? Tanti a partire dal calcio. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 03 Marzo 2023

«La prossima settimana partirò per il Ruanda. C’è il congresso della Fifa di cui sono membro d’onore. Rieleggeranno Infantino, che vent’anni fa era un mio collaboratore, e per me è una grande soddisfazione. Ma salirò in aereo con il cuore che mi scoppia, perché non posso dimenticare che qui a Bari lascio una famiglia e una azienda in crisi». Antonio Matarrese è stato ai vertici del calcio mondiale, ha guidato Lega Calcio (due volte: mai accaduto in Italia) e Figc, è stato vicepresidente della Fifa e della Uefa, deputato per cinque legislature dal 1976 al 1994. A 82 anni non ha perso né il gusto per la battuta né quello per le cravatte. Ma il fallimento della Finba, la holding di famiglia, e l’indagine per bancarotta aperta dalla Procura di Bari lo hanno profondamente scosso. «Con mio padre e i miei fratelli - dice - abbiamo fatto la storia di Bari. Me lo faccia dire: uno dei vanti di questa terra è la famiglia Matarrese. Io non sono un uomo di impresa, ho dedicato la vita al calcio e anche per questo mi sento ancora un ambasciatore di Bari nel mondo. Capisco che arriva per tutti il giorno di dire basta. Ma nessuno può accusare la mia famiglia di aver tolto soldi all’azienda, perché è vero esattamente il contrario. Abbiamo fatto di tutto e faremo di tutto per salvarla, questa azienda. Non scapperemo. Abbiamo una responsabilità nei confronti di tutti, a partire dalla memoria di nostro padre che da umile muratore è diventato un cavaliere del lavoro».

Presidente Matarrese, lei dice “non sono un uomo di impresa”. Però ha assunto anche lei ruoli operativi nelle società di famiglia, ruoli che le costano oggi un’indagine per bancarotta. Può spiegare cosa sta accadendo?

«È cominciato tutto dalla scomparsa di Vincenzo, nel 2016, con una forte incomprensione tra mio fratello Michele e mio nipote Beppe. E così Michele, con i figli Salvatore e Marco, decise di uscire dal gruppo. A quel punto mio fratello Amato con i miei nipoti Beppe, Salvatore e Michelino chiesero a me di mediare. Accettai di fare per sei mesi il presidente della Salvatore Matarrese, così da permettere a loro di ritrovare sintonia. Poi io sono uscito e dopo di me sono subentrati Amato come presidente e Beppe come amministratore delegato. Tra i due non c’è stato feeling anche per via di una diversa cultura aziendale. E quindi la guida dell’azienda è passata a Salvatore di Michele, che ha un carattere meno irruento rispetto al cugino, più collaborativo con la famiglia. Beppe quel punto si è ritrovato in minoranza. Il mio caro amico Michele Giura fece un piano per tenerci tutti insieme ma Beppe, non ho mai capito perché, si è opposto e l’accordo è saltato. Rotto questo equilibrio, si è aperta una crepa»...

La Cultura.

L’inaugurazione del Petruzzelli, il primo atto di Tangentopoli. Ad essersi aggiudicati, alcuni anni prima, il suolo comunale da destinare a nuovo Politeama, erano stati proprio i fratelli Antonio e Onofrio Petruzzelli. ANNABELLA DE ROBERTIS su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Febbraio 2023.

È il 15 febbraio 1903. Centoventi anni fa un trafiletto in terza pagina riportava una notizia dalla portata epocale per la storia della città di Bari e di tutto il territorio pugliese: «La grande inaugurazione del Teatro Petruzzelli». Il critico del «Corriere delle Puglie» così racconta quella storica serata: «Quando il pubblico, il gran pubblico, il pubblico aristocratico e democratico, borghese e lavoratore, che affollava la immensa sala è rimasto colpito dalle onde di luce, dal fulgore dell’oro, dai colori smaglianti, dai quadri rivelatori di tutto un superiore criterio di arte; quando quel pubblico ha visto schiuso innanzi a sé il meraviglioso ambiente, in cui il livello teatrale cittadino era innalzato alle vette di un teatro, che è uno dei più belli d’Italia, ha avuto come una esplosione di questa meraviglia, di riconoscenza verso chi ha dato un’opera monumentale a Bari, di entusiasmo delirante per l’opera creata e portata a fine, dall’ingegnere Messeni con una costanza infaticabile, dai fratelli Petruzzelli con una persistenza che si spiega soltanto col sentimento di uomini che si prefiggono una meta e tutto sgombrano per raggiungerla. E costoro l’hanno raggiunta anche oltre l’aspettativa, l’hanno raggiunta nell’ammirazione anche dei diffidenti e degli increduli; l’han raggiunta dando a Bari un teatro Petruzzelli, che mette Bari tra le città che possono inorgoglire di avere un grande, un bello, uno splendido teatro».

Ad essersi aggiudicati, alcuni anni prima, il suolo comunale da destinare a nuovo Politeama, erano stati proprio i fratelli Antonio e Onofrio Petruzzelli, commercianti baresi di lenzuola, asciugamani e fazzoletti, i quali avevano affidato il progetto al cognato, l’ing. Angelo Cicciomessere, che qualche tempo dopo avrebbe cambiato il suo cognome in Messeni. «Non è comune il caso di privati, i quali soltanto dal lavoro han tratto e traggono la loro fortuna, e che impiegano più di un milione per un concetto artistico, per adorazione dell’arte, per la incarnazione del bello in una sublime espressione estetica», commenta il giornalista.

Già autore di uno dei primi piani regolatori della città, Messeni, prendendo spunto dai più grandi teatri europei, progetta una sala grandiosa da circa 2000 posti che comprende platea, palchi, galleria e loggione, realizzando così uno spazio continuo dall’acustica perfetta. A Raffaele Armenise, un pittore barese della scuola napoletana di Domenico Morelli, viene affidata l’esecuzione del telone della scenografia che riproduce la liberazione di Bari dai Saraceni, avvenuta per opera dei Veneziani nel 1002, la cui riproduzione fotografica si può ammirare oggi sul pannello che ricopre il cantiere di palazzo Starita su via Venezia.

Armenise affresca magistralmente anche la volta, una superficie di oltre 500 metri. Quella sera la rappresentazione de Gli Ugonotti di Giacomo Meyerbeer, interpretata dal tenore Carlo Cartica e dai soprani Carmen Bonaplata e Tina De Spada, inaugura la prima stagione del Petruzzelli. «La sala di una splendidezza d’incanto. Innumerevoli le signore di eleganza squisita. Non un palco, non una poltrona, non una sedia, non un posto di loggione vuoto».

Di tutt’altro tenore, invece, la notizia che compare il 19 febbraio 1992 a pagina 8 de «La Gazzetta del Mezzogiorno»: «L’ingegner Mario Chiesa, 48 anni, socialista, da sei presidente del Pio albergo Trivulzio, noto ai milanesi come la “Baggina” e del non meno noto istituto per orfanelli “Martinitt”, arrestato lunedì sera dai carabinieri nel suo ufficio, aveva intascato una tangente di 10 milioni. “Lo abbiamo preso con le mani nella marmellata”, ha dichiarato ieri il procuratore della Repubblica Saverio Borrelli nel corso di un incontro coi giornalisti». Trentuno anni fa si compiva il primo atto dell’inchiesta che passerà alla storia con il nome di «Mani pulite»: quello che in quei primi giorni viene raccontato come un isolato caso di corruzione si trasforma ben presto in una valanga che travolgerà non solo il Partito socialista, ma l’intero sistema partitico italiano.

L’Università.

Il mondo accademico in lutto per la morte del professor Lanfranco Massari. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Agosto 2023

All’età di 85 anni si è morto il professor Lanfranco Massari che da cinque anni era Professore emerito, riconoscimento che aveva conquistato grazie ai suoi numerosi meriti scientifici e per la sua longeva attività didattica e accademica per la quale aveva dedicato una vita intera. Il riconoscimento gli era stato conferito dall’allora ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, a conclusione di una lunga carriera partita nel 1963 quando si laureò con una tesi in Ragioneria con il professor Emilio Cassandro . 

Lanfranco Massari stimato ed apprezzato dottore commercialista, aveva ricoperto le cariche di professore ordinario di Economia Aziendale, consulente tecnico del Giudice e Curatore fallimentare presso il Tribunale di Bari e Revisore dei conti. 

Le sue migliori energie sono state impegnate nella didattica, attraverso la formazione dj generazioni di giovani così contribuendo allo sviluppo della stessa istituzione universitaria. Un’ impegno continuo, speso con lo stesso entusiasmo sia da giovane assistente universitario che quando era arrivato a a ricoprire la carica per 10 anni di Direttore del’ Istituto di Ragioneria e di economia Aziendale, nell’Università “Aldo Moro” di Bari, della quale è stato anche consigliere di amministrazione ponendo alla fine degli anni Ottanta le basi per la costituita Facoltà di Scienze Economico- Bancarie Assicurative e Previdenziali dell’ Università di Lecce, presiedendone il Comitato Tecnico Ordinatore, attività per la quale gli venne conferito il “Sigillo d’Oro”, dall’ Università leccese . Lo stesso impegno accademico lo ha visto protagonista quindici anni dopo della creazione della II Facoltà di Economia con sede a Taranto.

Molteplici sono stati i suoi lavori come componente dell’AIEA (l’ Accademia Italiana di Economia Aziendale), della quale è diventato autorevole e prezioso punto di riferimento nell’ambiente universitario ma anche una importante risorsa per enti e istituzioni pubbliche e private che si sono avvalse della sua competenza e consulenza.

Tra i numerosi incarichi ricoperti il professor Massari era stato presidente negli anni ’80 dell’ ATI, Azienda Tabacchi Italiani del Monopolio di Stato, e consulente dell’IMI sin dal 1965 per la valutazione degli investimenti industriali per il Mezzogiorno . Vicepresidente del Comitato per lo sviluppo della imprenditoria giovanile, nomina questa ricevuta dal Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, ha contribuito allo sviluppo di oltre cinquemila progetti industriali valutati .

Tra i vari riconoscimenti ricevuti l’encomio del Ministro delle Finanze nel 1991, per i risultati raggiunti come componente della Commissione per privatizzare i Monopoli di Stato e nel 2001 il Premio Nazionale Valle dei Trulli per la ricerca economica.

Lascia i suoi amati tre figli, Antonella, Stefania e Fabrizio e l’adorato nipote Alessandro ai quali il nostro giornale si unisce nel dolore per la scomparsa dell’ indimenticato Lanfranco . I funerali si terranno domani, giovedì 3 agosto, nella chiesa di San Ferdinando a Bari. Redazione CdG 1947 

LECCE , MORTO , GIOVANNI INVITTO. Bari, si è spento a 91 anni il professor Giacomo Marvulli. Lo storico docente di latino e greco dei licei Socrate e Flacco ricordato con affetto e stima non solo dai suoi ex studenti ma da chi lo aveva conosciuto. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 3 Agosto 2023

All'età di 91 anni si è spento il professor Giacomo Marvulli, indimenticato e amato docente di latino e greco dei licei Socrate e Orazio Flacco del capoluogo pugliese. 

Innumerevoli i messaggi di cordoglio che affollano il suo profilo Facebook da quando è giunta notizia della sua morte: a ricordarlo i parenti, gli amici, generazioni intere di ex studenti, di chi aveva avuto il piacere e l'onore di accedere alla sua innata capacità di trasmettere il sapere e al tempo stesso la conoscenza profonda per la lingua latina e il greco antico, dei quali era studioso appassionato dall'indiscusso valore. 

«Il funerale di Giacomo Marvulli sarà celebrato alle 15 di venerdì 4 agosto alla Basilica di Santa Fara a Bari» recita un laconico, ultimo post sul suo profilo. 

La Regia Università di Bari. E' il 16 gennaio 1925. Il giorno prima il principe di Udine, Ferdinando di Savoia, il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele e il sottosegretario di Stato alle Ferrovie Sergio Panunzio, hanno inaugurato la Regia Università di Bari. Annabella de Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Gennaio 2023

È il 16 gennaio 1925. «Bari ieri realizzava il sogno di un’intera generazione poiché da oltre quarant’anni gli animi maggiori e migliori di questa terra avevano lottato per la conquista che oggi si compie»: così inizia l’editoriale in prima pagina su «La Gazzetta di Puglia» di 98 anni fa. Il giorno prima il principe di Udine, Ferdinando di Savoia, il ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele e il sottosegretario di Stato alle Ferrovie Sergio Panunzio, hanno inaugurato la Regia Università di Bari. Da decenni si discuteva dell’istituzione, dopo quella di Napoli, di una seconda Università del Mezzogiorno: finalmente prende ufficialmente forma quello che intende essere un polo culturale con una prospettiva di ordine internazionale, un centro di attrazione per i popoli del basso Adriatico.

La mutata situazione geopolitica, all’indomani del Primo conflitto mondiale, aveva reso infatti l’Albania e tutta la penisola balcanica terre di potenziale influenza politico-culturale italiana. Con questo preciso scopo, nel settembre 1923, è stata istituita l’Università di Bari, ma il primo anno accademico della sua unica facoltà, Medicina e chirurgia, prende avvio solo il 15 gennaio 1925. La cerimonia si è svolta, si legge sul quotidiano, nel Teatro Petruzzelli: il discorso ufficiale è stato tenuto dal Rettore Magnifico Nicola Pende, che diverrà poi tristemente noto per la sua adesione convinta alla politica razzista del regime: la fondazione dell’Università, secondo il patologo di Noicattaro, riscatta una terra «condannata finora a vita politica vegetativa e considerata dal centro e dal nord piuttosto come ottima terra di rifornimento di grano, di vino e di soldati». Un anno dopo, il Consiglio di Amministrazione decreterà di intitolare l’Università al capo del Governo, Benito Mussolini. Così si conclude l’editoriale in prima pagina del direttore Gorjux: «Bari ha detto così la sua parola, non limitandola più come sino a ieri ad una attività circoscritta, ma universalizzandola in una concreta opera di pensiero e di azione. [...] sono le vie dell’Oriente che si aprono dinanzi, sono le vie della Puglia che si disnodano, sono le campagne che si ristorano, che si offrono al bacio del sole. L’Ateneo barese sarà luce, amore, intelligenza, virtù, e l’altezza della consacrazione e l’eco altissima che essa ha sollevato, sono per Bari impegni solenni ai quali essa certamente non verrà meno».

Nel decennio successivo nasceranno altre tre facoltà: Giurisprudenza, Farmacia e Scienze economiche e commerciali, quest’ultima nata dalla ben più antica Regia Scuola superiore di commercio. A partire dal 1944 l’Università verrà potenziata con Lettere e Filosofia e molti altri indirizzi.

La Sanità.

Bari, ospedale in Fiera, le carte choc: «Lavori senza progetto approvato». La relazione dei collaudatori: Lerario non aveva il potere di spendere 23 milioni. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Febbraio 2023

I lavori per l’ospedale Covid della Fiera del Levante furono avviati prima ancora che ci fosse un progetto esecutivo, approvato in realtà solo una settimana prima della chiusura dei cantieri. E l’appalto, che avrebbe dovuto essere aggiudicato sulla base di offerte a prezzi unitari (cioè ribassi singoli per ogni voce di lavorazione), fu fatto senza computo metrico né lista dei prezzi, ma con un unico ribasso percentuale. Sono solo le più clamorose «criticità e anomalie» rilevante nella procedura da parte della nuova commissione, nominata dalla Regione, che ha dichiarato l’opera non collaudabile.

La struttura realizzata dalla Protezione civile nei padiglioni della Fiera del Levante ha lavorato da marzo 2021 allo scorso maggio, e non è ancora stata smontata, ed è al centro dell’indagine della Procura di Bari sul sistema-Lerario: l’ex dirigente, arrestato in flagranza per tangenti all’antivigilia di Natale 2022, è accusato di corruzione, e insieme all’ex responsabile del procedimento e direttore lavori, Antonio Mercurio, e al procuratore dell’Ati aggiudicataria, Domenico Barozzi, risponde anche di falso in atto pubblico e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente.

La relazione che alla vigilia di Natale è stata firmata da tre funzionari della Regione (Roberto Polieri, Giovanna Netti e Leonardo Panettieri) dice molte cose. Ma la più grave, oltre alla mancanza del registro di contabilità dei lavori e al pasticcio dell’appalto, è che la procedura seguita da Lerario e Mercurio è in contrasto con quanto previsto dal codice degli appalti e dal regolamento. Ed è ancora più grave che in Regione nessuno se ne fosse accorto, e che a nessuno fosse venuto nemmeno un minimo dubbio sui milioni di euro spesi senza rispettare le regole...

La Provincia.

Aggressione a Santeramo: assicuratore morto dopo una colluttazione. Fermato presunto aggressore per omicidio preterintenzionale. Sul posto carabinieri e ambulanza, ma per il 71enne Luigi Labarile non c'era più niente da fare. ANNA LARATO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Settembre 2023

E' stato sottoposto a fermo, il 49enne accusato di aver causato la morte del 71enne Lugi Labarile  al culmine di un litigio. L'uomo ha confessato l'aggressione durante la quale la vittima è caduta battendo la testa. Risponde di omicidio preterintenzionale. 

E' accaduto questa mattina a Santeramo in Colle, nel Barese. La vittima, Luigi Labarile, 71 anni, è un ex consigliere comunale della cittadina murgiana oltre che direttore di banca. Sul delitto indagano i carabinieri, coordinati dalla Procura di Bari. L’aggressione sarebbe avvenuta nella sede della sua agenzia assicurativa in via Tripoli, al culmine di un litigio. 

A seguito di un diverbio verosimilmente riconducibile a futili motivi, come spiegano gli investigatori - la vittima sarebbe stata aggredita dopo aver negato al 49enne l’accesso ai servizi igienici della sua agenzia -  il titolare 71enne della agenzia ha perso la vita dopo aver battuto il capo per una caduta.

Il 49enne, presunto autore dell’aggressione, era stato bloccato dai militari. La sua posizione al vaglio degli inquirenti. Sul posto, oltre al medico legale, è presente la Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale dei Carabinieri di Bari per eseguire tutte le attività di sopralluogo. Le indagini per ricostruire la dinamica esatta dell’evento sono in corso.

«Sono sotto shock. Ho sentito Luigi questa mattina intorno alle otto tramite whatsapp e mai avrei immaginato cosa sarebbe successo di lì a qualche ora». Lo dichiara il sindaco di Santeramo in Colle, Vincenzo Casone, dopo la morte di Luigi Labarile di 71 anni, deceduto dopo una violenta colluttazione avvenuta nella sede della sua agenzia assicurativa. Il presunto aggressore, un 49enne, è stato individuato dai carabinieri. Casone esprime «vicinanza alla famiglia della vittima». 

La Procura di Bari ha disposto l'autopsia sul corpo di Luigi Labarile, l’uomo di 71 anni morto dopo una colluttazione avvenuta nella agenzia assicurativa di Santeramo in Colle (Bari) che gestiva. Il presunto autore dell’aggressione è stato arrestato: si tratta di un uomo di 49 anni del posto che risponde di omicidio preterintenzionale.

Secondo quanto emerso finora, il 49enne avrebbe chiesto al 71enne di poter usare i servizi igienici e al suo no avrebbe reagito con violenza, colpendolo con qualche schiaffo e spintone. L’anziano avrebbe prima battuto la testa contro lo spigolo di una porta per poi finire sul pavimento. Per lui sono stati inutili i soccorsi prestati dal 118: è morto sul colpo. A effettuare l’esame autoptico sarà il professor Davide Ferorelli dell’Istituto di Medicina legale del Policlinico di Bari. A quanto si apprende, la vittima avrebbe lesioni sul volto e sulle mani oltre alla ferita sulla nuca. L’esame autoptico dovrà stabilire se il decesso è stato provocato dalla caduta o da altra causa. 

La Città.

Forse dovremmo tornare a tirar tardi in via Sparano. Il corso di Bari ha perso carattere e smarrito la sua vera natura. Michele Mirabella La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Gennaio 2023.

Andavamo su e giù per Via Sparàno. Vasche o struscio: instancabili passeggiate. L’arrivo della zona pedonale promosse l’abitudine paesana. Il rito s’accentuava di sabato e di domenica mattina. Dopo gli anni ‘90 e, poi, via via fino ad oggi, questa main street ha perso la peculiarità di «corso». I negozi sono rimasti, imponenti, ma sembrano inerti. La trasformazione ad altra funzione commerciale del magnifico palazzo di Mincuzzi ha dato un colpo severo alla provincialità affascinante di Via Sparàno che culminava nell’incrocio con l’afrore marinaro all’angolo con il Corso Vittorio Emanuele: un via vai di una vita cittadina da volto umano che fu, prima di diventare la confusa strada qualsiasi di oggi, affastellata di corsie e parcheggi. Dall’altro capo, Via Sparàno trovava la benedizione di un clima più agricolo nella piazza, oggi, detta Aldo Moro. Era questo luogo, con la sua Fontana e il sontuoso prospetto della facciata della Stazione ferroviaria, dislocamento utilissimo agli ozi di tarda sera, quando s’andava ad aspettare l’uscita notturna della Gazzetta e del Paese Sera la cui lettura ci faceva sentire provinciali in senso buono, nel sentirsi, cioè, appartenenti ad una comunità culturale nazionale.

Le mie incursioni baresi e la mia curiosità annidata nel cuore mi consentono di verificare meglio i cambiamenti grazie agli sporadici sopralluoghi, ma sempre attenti e appassionati. Con qualche amarezza ho già avuto modo di costatare che siamo spaesati. Spaesati vuol dire qualcosa di più di disorientati: è uno smarrimento, una sorta di ansia dovuta all’identità periclitante, alla confusione culturale in senso antropologico e alla caduta di specificità.

L’omologazione del corso principale alle strade di tutta Italia e la sua perdita di carattere è solo l’aspetto più evidente del pallore che fa smarrire la natura precipua di Bari. Posso azzardare l’ipotesi che lo struscio, la vasca, la passeggiata si sono ristrette nel salotto televisivo dove ci troviamo in compagnia di milioni di sconosciuti ai quali somigliamo nei gusti, nei consumi culturali, negli stili di vita. Ma, per fortuna, da qualche tempo la televisione ha voluto e scelto Bari come set cinematografico: In questo, mi dicono, fascinoso racconto di immagini, si può ritrovare l’icona della nostra città, quella di cui abbiamo nostalgia quando la lasciamo.

Da ragazzi abbiamo consumato iniziazioni e prime esperienze passeggiando in Via Sparàno e conversando. La pratica assidua e irrinunciabile del confronto aperto, della spicciola dialettica della pigra, ma appassionata conversazione irrobustivano la famigliare solennità dell’esperienza e del confronto. L’assiduità della bell’abitudine ci spingeva alla coscienza della cittadinanza. L’agorà che Via Sparano era diventata sin dall’ottocento, ci serviva a misurare la vita quotidiana, ma anche massimi sistemi come la politica e la passione che, questa, imponeva.

Adesso abbiamo fretta e siamo spaesati. I passeggiatori sono diventati passanti. I cittadini ingombrano i salotti catodici e il viavai inconsulto dei nuovi media droganti e sembrano non riconoscersi né per orientamento né per sensibilità culturali, ma solo in grazie del parlottio di telefonate e messaggi via internet. E la missione alta della civiltà della politica declina nel marasma mediatico di giornali, televisione e informatica. A poco serve invocare la fresca abitudine della “movida” della città vecchia e nuova, animata da futilità consumistica e ozio appannato.

Ho visto, nel tempo andato, aperte sfide e animatissime conversazioni generare maggioranze e battaglie nel tempo lungo dell’ozio pensoso. Il declino del foro fu segnalato del tacere dei comizi: Bari era in, questo, appassionata e i Baresi inclinavano volentieri a confrontarsi con quell’oratoria, a volte spontanea e rudimentale, ma sempre interessante perché era testimonianza della passione dei tempi e, spesso, divertente. Capitava che sullo stesso palco s’avvicendassero oratori di diverso, quando non opposto, orientamento e capitava, il più delle volte, che il pubblico li ascoltasse tutti senza, in questo, testimoniare confusione di idee. In un palinsesto accurato, scandito dagli inni e dalle musiche di scena s’inscenava la sequela dei comizianti. All’ora di cena e, talora, più tardi, quella tribuna si quietava e i più stangachiazz indugiavano per l’ultimo commento.

Era la politica dal volto strapaesano, d’accordo, ma ci si conosceva e la polemica, anche se, spesso, pregiudiziale, conservava aspetti famigliari. Considerando l’instancabile lite e la, francamente, noiosa rissa dei numerosi schieramenti, non più mossi da ideologia, argomentanti uno straccio di bipolarismo compiuto, si va costatando che la freddezza dei cittadini verso la politica, anche nel suo comparto locale, è la conseguenza della mancanza del confronto, del dialogo, della lite benefica. Da una parte gli addetti ai lavori furoreggiano sui giornali e nei salotti buoni, dall’altra gli elettori sono spaesati. Forse dovremmo ritornare a tirar tardi in Via Sparano A proposito chi era questo Sparàno da Bari? Da studente barese, mi sono documentai. Mo ho finito lo spazio. Lo leggerete in un prossimo articolo.

Falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza: chiuse le indagini sulla Pop Bari. Ancora indagati Marco e Gianluca Jacobini. Il provvedimento notificato ai vertici dell'istituto di credito commissariato nel 2019 dalla Banca d'Italia. REDAZIONE ONLINE La Gazzetta del Mezzogiorno l’8 Marzo 2023

Con le accuse di falso in bilancio per gli anni 2016, 2017 e 2018, ostacolo alla vigilanza della Consob e di Bankitalia, estorsione e lesioni personali ai danni di un manager e aggiotaggio bancario ai danni degli azionisti della banca, la Procura di Bari ha emesso gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti degli ex vertici della Banca popolare di Bari (BpB), commissariata dalla Banca d’Italia nel dicembre 2019.

L’atto di chiusura delle indagini, che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio, è stato  notificato a Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex vice direttore generale della Bpb, a Vincenzo De Bustis Figarola, ex dg ed ex amministratore delegato della banca, Giorgio Papa, ex Ad, Roberto Pirola, ex presidente del collegio sindacale, e agli ex dirigenti Elia Circelli, Giuseppe Marella, Gregorio Monachino, Nicola Loperfido e Benedetto Maggi.

L’ammontare delle false comunicazioni sociali è stimato in diverse centinaia di milioni di euro. Le accuse sono contenute in 23 capi d’imputazione nei quali gli indagati, a vario titolo, sono accusati, sia attraverso i falsi in bilancio sia nelle comunicazioni alla clientela, di aver minato la stabilità patrimoniale e la capacità di essere solvibile della banca, di aver alterato la percezione della solidità bancaria, quindi la fiducia dei risparmiatori che avevano affidato alla Bpb i risparmi in gestione fiduciaria. I reati contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 2013 e il 2019. 

Sono 23 i capi d’imputazione contestati agli ex vertici della Banca popolare di Bari (Bpb) ai quali oggi la Procura barese ha fatto notificare l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Ai 10 indagati vengono contestati, a vario titolo, 15 episodi di falso in bilancio, uno di aggiotaggio, uno di estorsione, maltrattamenti e lesioni, e i restanti sei per ostacolo alla vigilanza della Consob e di Bankitalia.

Le contestazioni di falso in bilancio fanno riferimento, tra l'altro, all’omessa svalutazione degli avviamenti per le società Tercas-Cassa di risparmio della Provincia di Teramo e Banca Caripe spa per 32,4 milioni nel 2016 e per 82,5 milioni nel 2017 "al fine di occultare le perdite"; l’omesso accantonamento in bilancio di 42 milioni, somma da versare ai creditori, al fine di attestare nel bilancio 2016 un utile ritenuto inesistente; nel bilancio del 2017 sarebbe stata indicata un’apparente liquidità di 500 milioni derivante da un’operazione di cartolarizzazione e dall’entrata nel fondo della finanziaria 'Chariot funding llc', dalla quale Bpb uscì subito dopo l'approvazione del bilancio, il 5 gennaio 2018, «così da far apparire in bilancio una liquidità inesistente». Nei bilanci del 2016, 2017 e 2018 gli indagati sono accusati di non aver contabilizzato alla voce 'Rettifiche per rischio di creditò rispettivamente le somme di 490 milioni, 506 milioni e di 542 milioni.

Altre contestazioni di falso in bilancio riguardano la registrazione nei consuntivi di imposte anticipate di perdite fiscali «al fine di occultare le perdite», la registrazione nel consuntivo della partecipazione al Fondo Atlante per 24 milioni, in realtà il valore reale era di gran lunga svalutato, ma - secondo l’accusa - fu utilizzato dalla banca per far apparire in bilancio un utile che in realtà era inesistente.

PM: GLI UTILI ERANO FINTI

Per quanto riguarda l’ostacolo alla vigilanza della Consob alcuni degli indagati sono accusati di aver omesso di riportare informazioni complete sulla determinazione del prezzo delle azioni della banca, e aver omesso di comunicare una transazione contrattuale con il Gruppo assicurativo Aviva. L’ostacolo alla vigilanza di Bankitalia riguarda le controdeduzioni degli allora vertici della Bpb ai verbali ispettivi del 2013 e del 2017 dell’istituto di via Nazionale su una serie di comportamenti ritenuti illeciti relativi alla situazione gestionale ed aziendale della Banca.

I due Jacobini e De Bustis Figarola sono anche accusati di estorsione, maltrattamenti e lesioni personali ai danni dell’allora Chief risk officer della banca al quale - secondo i pm - avrebbero impedito di svolgere le funzioni, minacciandolo di licenziamento e ponendo in essere condotte vessatorie con le quali lo esautoravano da qualsiasi potere e lo escludevano dalle riunioni provocandogli problemi di salute.

L’aggiotaggio bancario fa riferimento alle false informazioni diffuse tra il 2016 e il 2019 al fine di occultare le operazioni con le quali la gran parte degli indagati avrebbe minato la stabilità patrimoniale e la capacità della banca di essere solvibile, alterando in questo modo la fiducia dei risparmiatori che affidavano alla Bpb i loro risparmi.

«Il tesoro del gruppo Fusillo dissipato per colpa della banca». Dopo il crac della Maiora: i curatori chiedono 50 milioni di danni alla Popolare di Bari e agli imprenditori. «Dovevano fallire nel 2015». MASSIMILIANO SCAGLIARINI il 20 Febbraio 2023 su La Gazzetta del Mezzogiorno.

La Maiora è stata il principale cliente della Banca Popolare di Bari, almeno fino al fallimento del 2019 e al conseguente commissariamento dell’istituto di credito barese. Ma la società che fa capo agli imprenditori Fusillo e Curci sarebbe dovuta già fallire nel 2015: a tenerla in vita sarebbero state da un lato le mancate svalutazioni nei bilanci di esercizio, dall’altro i munifici finanziamenti concessi dai vertici della banca. Il risultato sarebbe stato un danno per i creditori da 50 milioni di euro, per il quale i curatori fallimentari Francesco Campobasso ed Eugenio Mangone hanno avviato una azione di responsabilità nei confronti di ex vertici e revisori della Maiora, ma anche della stessa Popolare.

Le società del gruppo Fusillo sono fallite con 430 milioni di debiti, ma con un considerevole patrimonio immobiliare che è stato oggetto di azioni revocatorie quasi tutte concluse positivamente. A novembre anche la curatela di Fimco, l’altra società dei Fusillo, ha avviato un’azione da 82 milioni di euro nei confronti della Bpb. La Maiora (con gli avvocati Giuseppe Trisorio Liuzzi e Vito Lorenzo Augusto Dell’Erba) è andata oltre, ritenendo che la responsabilità del «crac» vada condivisa anche con gli amministratori. Gli stessi che nel 2013, per tentare il salvataggio dell’immobiliare, misero in piedi un’operazione di finanziamento da 25 milioni con la società maltese Futura Funds: un’emissione obbligazionaria che si è poi trasformata nell’anticamera del baratro.

Maiora, nata nel 2012 dalla scissione parziale delle società di Fusillo e Curci, aveva in pancia un enorme patrimonio immobiliare: l’ex hotel Ambasciatori di Bari e una serie di proprietà nel quartiere Umbertino, per esempio, ma anche il polo logistico di Rutigliano, l’Hotel dei Borgia e una sede dell’Agenzia delle Entrate di Roma. Secondo la curatela, nei bilanci sarebbe stato rappresentato un valore degli immobili «al costo di acquisto o di realizzazione, senza considerare la perdita durevole del loro valore, né l’andamento del mercato». Anche perché già ad aprile 2015 una perizia della Deloitte aveva attestato che Maiora e le sue controllate avevano un patrimonio netto negativo. E dunque avrebbero dovuto essere liquidate. Invece Popolare - come emerge anche dagli atti dell’indagine della Procura di Bari, avrebbe continuato a finanziare il gruppo Fusillo, e in particolare Maiora, arrivando a una esposizione copmplessiva di 140 milioni.

Tra le sopravvalutazioni di bilancio i curatori di Maiora annotano le azioni di Popolare Vicenza, acquistate nel 2013 a 3 milioni di euro. Nel bilancio 2015 le azioni della banca veneta (una fotocopia del caso Bpb) erano state svalutate di 696mila euro. Tuttavia, secondo i curatori, a quell’epoca il valore era già sceso ai 6,3 euro del recesso. L’atto di citazione fa anche cenno all’operazione «Masseria del Monte», la presunta svendita per 500mila euro di un suolo di 41 ettari a Conversano che in realtà varrebbe quattro milioni e mezzo, e che è al centro di una distinta indagine per bancarotta fraudolenta: il suolo era in carico alla Maiora per 6,5 milioni di euro, nonostante al momento della costituzione della società fosse stato valutato per 1,6 milioni.

In questo contesto si innesterebbero le presunte responsabilità della Popolare di Bari, le stesse ipotizzate in sede penale dal procuratore Roberto Rossi, per aver mantenuto «artificiosamente in vita l’intero gruppo Fusillo». Sono le stesse risultanze della ispezioni della Banca d’Italia, che aveva quantificato in 100 milioni di euro i finanziamenti senza garanzie concessi alla Maiora fino a fine 2018, parlando di «ripetuti interventi creditizi non sempre sufficientemente vagliati né (...) esaustivamente rappresentati al Consiglio». A sua volta, in quattro anni, la banca aveva ottenuto dalla società quasi 25 milioni di euro a titolo di interessi.

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Omicidio nella tabaccheria, la titolare uccisa a coltellate: “Foggia non è più un posto sicuro”. La donna aveva riaperto proprio oggi la sua attività dopo la pausa estiva. Per lei non c'è stato niente da fare, il corpo è stato trovato riverso vicino al bancone. Non si esclude nessuna pista. Redazione Web su L'Unità il 28 Agosto 2023

Aveva appena riaperto, proprio oggi, la sua attività dopo la pausa estiva, la donna di 72 anni titolare di una tabaccheria in via Marchese De Rosa a Foggia. Francesca Marasco è stata uccisa a coltellate, raggiunta da diversi fendenti fatali questa mattina. Per la vittima non c’è stato nulla da fare. Quando sul posto sono giunti i soccorritori e le forze dell’ordine la donna era già morta. Sul caso indagano i carabinieri, al momento non si esclude alcuna pista anche se alcuni media locali ipotizzano la rapina culminata nel sangue.

L’omicidio si è consumato intorno alle 13:00. La donna lavorava da sola, non era sposata ed era conosciuta da tutti nel quartiere. Il corpo di Marasco è stato ritrovato riverso vicino al bancone. Non sarebbe stata ancora identificata la persona che ha fatto scattare l’allarme al 112. Sul posto anche il medico legale per un primo esame sul cadavere. Gli investigatori analizzeranno le immagini delle telecamere di sorveglianza per risalire alla dinamica dell’omicidio. L’episodio ha riportato a molti alla mente quello del 15 luglio 2020, quando in una rapina al Bar Gocce di Caffè venne ucciso Francesco Traiano, titolare dell’attività.

“Fino a qualche anno fa nel negozio c’era anche la madre ma poi è venuta a mancare e Francesca, da allora gestiva tutto da sola. Alle 12 sono passato con il cane davanti all’ingresso della tabaccheria e sembrava tutto tranquillo. Poi abbiamo sentito molte sirene e abbiamo appreso cosa era accaduto. Foggia non è più un posto sicuro“, ha dichiarato all’Agi una persona della zona. Redazione Web 28 Agosto 2023

Tabaccaia uccisa a coltellate a Foggia, il killer fermato a Napoli confessa: “Non volevo ucciderla”.  Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Settembre 2023  

Il 43enne marocchino era colpito da un decreto di espulsione dal territorio italiano disposto in seguito ad una serie di reati che avrebbe commesso. Ma purtroppo non era mai stato eseguito.

Èstato fermato il 43enne Redouane Moslli, sospettato di avere ucciso Franca Marasco, la titolare 72enne di una tabaccheria,  in via Marchese De Rosa, una delle vie del centro di Foggia accoltellata durante un tentativo di rapina nel suo negozio il 28 agosto scorso . L’uomo è stato sottoposto a fermo su disposizione del pm dopo essere stato interrogato nel corso della notte. L’uomo risponde delle accusa di omicidio e rapina aggravata, anche se sono ancora in corso accertamenti da parte dei carabinieri sull’esatta dinamica dei fatti .

Il presunto omicida di origine marocchina è stato rintracciato ieri sera nei pressi della stazione di Napoli, individuato dai Carabinieri, coordinati dalla procura di Foggia, grazie ai controlli su numerosissime telecamere pubbliche e private, intercettazioni telefoniche ed esami testimoniali, che hanno consentito di ricostruire l’intero percorso di fuga dell’omicida. 

L’uomo dopo l’omicidio aveva indossato nuovi indumenti, secondo quanto accertato, abbandonando quelli usati precedentemente all’interno di un sacchetto in plastica in via Mameli, dove sono stati trovati e posti sotto sequestro dai Carabinieri che hanno rintracciato e sottoposto a sequestro anche il telefono cellulare rubato alla vittima, che sarebbe stato venduto dall’uomo ad altre persone. 

Come detto, Il cittadino marocchino era destinatario di un decreto di espulsione dal territorio italiano disposto in seguito ad una serie di reati che avrebbe commesso. Il provvedimento, però, non gli era mai stato notificato in quanto l’uomo era irreperibile a causa del suo continuo spostarsi tra varie città italiane. Da indiscrezioni, sembra che fosse giunto da poco tempo a Foggia. 

Redouane Moslli, il cittadino marocchino di 43 anni fermato per l’omicidio della tabaccaia ha confessato, sostenendo però di non avere avuto intenzione di uccidere, . Secondo quanto riferito dal legale dell’uomo, l’avvocato Nicola Totaro, Redouane Moslli si trovava a Foggia dall’11 luglio scorso, impiegato come bracciante agricolo nelle campagne di Torremaggiore e viveva in un dormitorio in città. Conosceva la tabaccheria di via Marchese de Rosa perché vi si era recato già in altre occasioni.

Secondo quanto riferito dal suo legale, l’uomo ha confessato che la mattina del 28 agosto, in difficoltà economiche, “armato di coltello è entrato nella tabaccheria, puntando il coltello alla gola della vittima, ferendola una prima volta perché la donna si sarebbe mossa“. Poi avrebbe tentato di portar via soldi, 75 euro, presi dalla cassa, ma la donna avrebbe cercato di bloccarlo e l’uomo l’avrebbe ferita al torace con il coltello dalla lama appuntita. Poi la fuga durante la quale avrebbe tentato di disfarsi del cellulare della vittima. Sempre secondo quanto dichiarato, l’uomo sarebbe stato intercettato da un italiano mentre tentava di disfarsi del telefono e glielo avrebbe consegnato. Poi, dopo essersi disfatto degli abiti indossati durante il delitto, sarebbe rimasto a Foggia per alcuni giorni fino a quando, ricostruisce il legale, resosi conto della gravità del fatto, ha tentato la fuga a Napoli dove è stato rintracciato ed arrestato dai Carabinieri..

“Sin dal momento del fermo in Napoli – precisa l’avvocato -, il signor Moslli Redouane si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria avendo capito di aver sbagliato; stamane ha reso dichiarazioni durante l’interrogatorio, ha fornito tutti gli elementi al Pubblico Ministero, entrando nei particolari; ha prestato il consenso agli accertamenti ed al prelievo del proprio dna“. Secondo il suo difensore “si è trattato di una rapina finita in malo modo, poiché non ha saputo gestire la situazione e non aveva alcuna volontà di uccidere la vittima”. Nei prossimi giorni si svolgerà l’udienza di convalida del suo arresto e verranno riscontrate le dichiarazioni fornite con il completamento delle indagini preliminari. Redazione CdG 1947

4 anni in galera, già espulso nel 2020: chi è il marocchino che ha ucciso la tabaccaia. Massimo Balsamo il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

Fermato per l'assassinio della tabaccaia Franca Marasco, il marocchino Moslli Redouane era già noto alle autorità. Il procuratore: "Foggia è una città insicura oggettivamente"

Domenica è arrivata la svolta nell'omicidio di Franca Marasco, la titolare della tabaccheria di Foggia uccisa a coltellate lunedì 28 agosto. Le forze dell'ordine hanno arrestato a Napoli Moslli Redouane, 43enne marocchino individuato grazie al complesso lavoro di indagine coordinato dalla procura foggiana. Lo straniero non è uno sconosciuto per le autorità: arrivato in Italia nel novembre del 2007, era già stato colpito da un provvedimento di espulsione mai eseguito perché non c'erano posti disponibili al Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio).

Il killer di Foggia era già stata espulso nel 2020

In possesso di un permesso di soggiorno rilasciato a Milano per lavoro dal 2007 al 2012 e mai rinnovato, il killer di Foggia era stato arrestato nel 2017 per rapina ed era rimasto in carcere a Cagliari fino al novembre del 2020. Una volta uscito di prigione, lo straniero era stato colpito da un ordine di espulsione dalla Questura. Come anticipato, l'ordine non è stato eseguito, perché, a quanto apprende l'Adnkronos, non c'erano posti disponibili al Cpr. Ma non è tutto. Nel 2021 era stata emessa una misura di sicurezza dal magistrato di sorveglianza di Milano, atto mai notificato perché Redouane si era reso irreperibile.

Procuratore: "La città è insicura"

"Foggia è una città insicura oggettivamente, poco illuminata in determinate zone e questa mancanza di illuminazione e di videocamere incrementa i reati", queste le parole del procuratore della Repubblica di Foggia Ludovico Vaccaro nella conferenza stampa sulle indagini sull'omicidio della tabaccaia. Vaccaro ha aggiunto: "Chiedere collaborazione senza garantire sicurezza non ha efficacia, ecco perché insisto sulla necessità di incrementare le videocamere pubbliche e il sistema integrato con quelle private".

Il procuratore ha posto l'accento sulle difficoltà nelle indagini, a partire dall'assenza delle telecamere di sicurezza, ma le poche telecamere private presenti hanno consentito di individuare il responsabile del delitto: "Congratulazioni all'Arma dei Carabinieri per il complesso lavoro svolto. Ce l'abbiamo fatta ma è stata dura; siamo riusciti a individuare una persona indiziata di reato". Secondo gli inquirenti, il movente dell'omicidio di Franca Marasco è la rapina. Dopo aver valutato altre piste, è stata ribadita quella del furto finito male. Dopo l'assassinio, il marocchino si è cambiato gli abiti e ha venduto il cellulare rubato"a terzi che hanno collaborato con noi nella ricostruzione di questa dinamica", ha confermato Vaccaro.

Chi è il presunto killer di Franca Marasco, la tabaccaia uccisa a Foggia: l’uomo fermato a Napoli. Il delitto è avvenuto lo scorso 28 agosto. I carabinieri hanno trovato il presunto assassino alla stazione del capoluogo campano. Indagini in corso per ricostruire l'esatta dinamica dei fatti. Redazione Web su L'Unità il 3 Settembre 2023

Dopo essere stato interrogato nel corso della notte, è stato sottoposto a fermo su disposizione del pm l’uomo di 43 anni sospettato di avere ucciso il 28 agosto scorso a Foggia Franca Marasco, la titolare 72enne di una tabaccheria accoltellata durante un tentativo di rapina nel suo negozio. L’uomo è accusato di omicidio e rapina aggravata, ma sull’esatta dinamica dell’accaduto sono ancora in corso accertamenti da parte dei carabinieri.

Chi è il killer di Franca Marasco la tabaccaia uccisa a Foggia

Il presunto omicida, di origine marocchina, è stato individuato dai carabinieri, coordinati dalla procura di Foggia, attraverso l’esame di numerosissime telecamere pubbliche e private, intercettazioni telefoniche ed esami testimoniali, che hanno consentito di ricostruire l’intero percorso dell’omicida. L’uomo è stato rintracciato ieri sera nei pressi della stazione di Napoli. Secondo quanto accertato, dopo l’omicidio l’uomo aveva indossato nuovi indumenti, abbandonando quelli usati precedentemente all’interno di un sacchetto in plastica in via Mameli.

Le indagini

Qui sono stati trovati e posti sotto sequestro dai carabinieri. I militari hanno inoltre rintracciato e sottoposto a sequestro il telefono cellulare rubato alla vittima e che sarebbe stato venduto dall’uomo ad altre persone. Chi è il presunto killer di Franca Marasco la tabaccaia uccisa a Foggia? L’uomo si chiama Moslli Redouane, 43 anni compiuti proprio oggi e con precedenti specifici per rapina. Stando ad indiscrezioni, il 43enne non era da molto tempo a Foggia. È solito, stando a quanto si apprende, girovagare per varie città d’Italia. Ulteriori accertamenti sono volti a ricostruire l’esatta dinamica di quanto accaduto la mattina del 28 agosto.

Redazione Web 3 Settembre 2023

Tragedia a Manfredonia, trovati morti i due bimbi dispersi: precipitati in una vasca profonda 3 metri. Si indaga per omicidio colposo. I corpi ritrovati in un bacino idrico di 40 metri per 40. Forse i piccoli, di 6 e 7 anni, cercavano un po' di refrigerio. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Luglio 2023  

Sono stati ritrovati i corpi dei due fratellini rumeni di 6 e 7 anni dispersi da diverse ore a Manfredonia, in provincia di Foggia. Secondo quanto si è appreso i due bambini sarebbero stati trovati morti all'interno di uno dei bacini d'irrigazione presenti nella zona e dove erano in corso ora le ricerche dei vigili del fuoco.  A recuperare i corpi da un vascone per l'irrigazione i pompieri, già sul posto con i sommozzatori per le ricerche.

I vasconi per l’irrigazione dei terreni sono all'interno di un’azienda agricola nelle campagne tra Manfredonia e Zapponeta, in località Fonterosa: a destare preoccupazione le loro ciabattine trovate sul bordo della vasca.  A dare l’allarme sono stati i genitori dei due fratellini. Le vittime sono cadute in un vascone di 40 metri per 40 e con una profondità di circa 3 metri. La zona è scarsamente illuminata e sul posto i soccorritori stanno operando anche con le fotocellule per cercare di ricostruire la dinamica del tragico incidente.

«Un intervento drammatico": così i Vigili del fuoco hanno descritto le operazioni che la notte scorsa hanno portato al ritrovamento dei cadaveri dei due fratelli, di sei e sette anni, di nazionalità romena, annegati in un vascone di irrigazione, profondo circa tre metri, nelle campagne tra Manfredonia e Zapponeta, in provincia di Foggia. Indagini sono in corso per accertare come i due bambini - i cui genitori, che stavano riposando quando i figli si sono allontanati da casa, avevano denunciato la scomparsa nel pomeriggio di ieri - siano annegati nel vascone.

Il vascone d’irrigazione agricola, nel quale sono annegati ieri, dista solo poche decine di metri dal casolare dove i due fratellini, di origine romena, di sei e sette anni, vivevano con i genitori nelle campagne tra Manfredonia e Zapponeta, nel Foggiano.

Secondo quanto si è appreso - la recinzione del vascone - che ha un argine di circa un metro e mezzo - era parzialmente divelta. Gli investigatori della Polizia, con l’ausilio dei Vigili del fuoco, stanno facendo ulteriori indagini per accertare la dinamica dell’incidente.

«È stata una notte terribile": sono le parole usate da Domenico De Pinto, comandante provinciale dei Vigili del fuoco che la notte scorsa hanno ritrovato i cadaveri dei due bambini, di sei e sette anni, annegati in un vascone d’irrigazione agricola nelle campagne di Manfredonia.

Secondo quanto si è appreso l’allarme dei genitori è stato lanciato nel tardo pomeriggio, mentre i vigili del fuoco del distaccamento di Manfredonia sono giunti sul posto alle ore 21.36. Circa un’ora e trenta dopo, da Bari sono arrivati i sommozzatori che, intorno alla mezzanotte, hanno ritrovato i due cadaveri, a distanza di dieci minuti l’uno dall’altro.

Un’indagine per omicidio colposo è stata aperta per accertare eventuali responsabilità sulle morte, avvenuta ieri per annegamento, di due bambini, di sei e sette anni, in un vascone di irrigazione agricola nelle campagne tra Manfredonia e Zapponeta, nel Foggiano. Sul posto - dove sono arrivati numerosi giornalisti e operatori televisivi - sono al lavoro gli investigatori della Polizia.

Sul posto, un podere a due piani che dista un paio di metri dal vascone, è possibile notare un piccolo buco nella recinzione che delimita l’area. Da lì i bambini potrebbero aver avuto accesso all’area per salire sull'argine, alto circa un metro, per poi finire nel vascone, dove - per cause da accertare - sono annegati. E prende sempre quindi più forza l’ipotesi che i due fratellini abbiano voluto trovare refrigerio entrando nel vascone.

«I bambini erano soliti giocare davanti il podere senza mai allontanarsi. Non riusciamo a spiegarci questa tragedia». Lo hanno raccontato alcuni famigliari dei due bambini, di origine romena, di sei e sette anni, annegati ieri in un vascone di irrigazione, nelle campagne di Manfredonia (Foggia). La famiglia romena ha altre due figlie minorenni.

Bimbi annegati: il 13 luglio i funerali, lutto cittadino a Manfredonia. Il sindaco: 'Evento ha suscitato sgomento nella nostra comunità'. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Luglio 2023  

Il sindaco di Manfredonia, Gianni Rotice ha proclamato per la giornata di domani il lutto cittadino durante la celebrazione dei funerali di Daniel e Stefan i due fratelli rumeni annegati in un vascone per la raccolta dell’acqua nelle campagne di Manfredonia, nel Foggiano.

«Un grave evento - ha detto il primo cittadino - che ha suscitato nella nostra comunità profondo sgomento e particolare vicinanza alla famiglia colpita da questa immane tragedia. La proclamazione del lutto cittadino è il modo con cui l'amministrazione intende manifestare solennemente e tangibilmente il proprio cordoglio e quello dell’intera comunità».

Per tutta la giornata le bandiere esposte nel Palazzo di Città e negli altri edifici pubblici saranno esposte a mezz'asta. Il sindaco Rotice ha invitato gli esercizi commerciali ad abbassare le serrande dalle 16 alle 16.10, durante la cerimonia funebre.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’assedio di Manduria e la morte di Archidamo Re di Sparta. Cosimo Enrico Marseglia l’1 Gennaio 2023 su corrieresalentino.it.

MANDURIA (Taranto) – Siamo nell’epoca a cavallo fra il quarto ed il terzo secolo a. C., prima della conquista romana delle Puglie, caratterizzata dalle continue lotte fra le popolazioni messapiche, iapigie o salentine, che dir si voglia, contro la colonia spartana di Taranto che mira alla supremazia ed al controllo assoluto del Salento. Nonostante la perfetta macchina bellica, i tarantini non riescono ad aver definitivamente ragione della fiera e tenace resistenza opposta dai Messapi, pertanto gli strateghi della città invocano il soccorso di Archidamo Re di Sparta. Questi accoglie l’invito della colonia e, col consenso del Consiglio degli Anziani, appronta un grosso esercito, sbarcando nella Penisola Salentina e seminando il terrore dovunque.

Grazie alle milizie perfettamente addestrate, sin dalla più tenera età, l’avanzata del sovrano spartano è inarrestabile, costringendo le città della Lega Messapica a cadere una dopo l’altra. Tuttavia la strenua resistenza dei nativi non si affievolisce perché, se una piazza cade, i superstiti corrono subito a rinforzarne un’altra, nella speranza di frenare l’invasore. Si giunge così allo scontro finale nella città di Manduria, uno degli ultimi baluardi salentini che Archidamo deve necessariamente prendere prima di raggiungere Taranto. Da un lato il Re di Sparta assedia la città dall’esterno, al comando delle forze tarantine e spartane, dall’altro Messapi e Peuceti asserragliati nella cinta muraria a difesa della loro Patria e della loro Libertà.

Lo scontro si presenta subito sanguinoso per l’accanimento dei contendenti, tuttavia l’organizzazione e l’addestramento delle forze d’invasione fa la differenza, infatti, dopo alcune ore di assedio, le armate di Archidamo cominciano ad avere la meglio. Quando ormai l’ultimo attacco sferrato si appresta a concretizzarsi nella presa della città, avviene l’incredibile: un dardo scagliato dagli assediati colpisce a morte il Re di Sparta. Le linee spartane e tarantine vacillano in preda allo sgomento, mentre le urla di giubilo messapiche risuonano nell’aria, infondendo coraggio negli assediati che, ritrovata nuova forza, aprono le porte della città riversandosi come furie sul nemico e costringendolo ad una rotta disordinata. Ancora una volta la Messapia riesce a salvare la sua indipendenza dalle mire espansionistiche di Taranto.

Si racconta che i Messapi stessi raccolsero le spoglie di Archidamo che, comunque, ebbe tutti gli onori del suo rango, quindi lo seppellirono in un luogo imprecisato sotto le mura della città, insieme alle ricchezze che aveva con sé. Dopo più di due millenni le sue spoglie non sono ancora state ritrovate. 

Alla scoperta del Salento: le origini di Lecce secondo la leggenda. Cosimo Enrico Marseglia su corrieresalentino.it.

Nei tempi antichi ogni evento veniva spiegato attraverso la mitologia o la leggenda, anche se, a mio avviso, esse nascondono sempre una sottile verità, divenuta appunto mito, a causa della carenza di fonti documentarie, o perché perdute oppure perché erroneamente interpretate.

Secondo la leggenda e la storia antica, la città di Lecce, battezzata Syrbar che significa Città della Lupa in lingua messapica, fu fondata dal mitico Malennio che ne divenne anche il primo sovrano. Alla sua morte il trono passò nelle mani dell’unico figlio maschio di nome Dauno. La vicenda si colloca, all’incirca, all’epoca della Guerra di Troia e, a questo punto entra in scena il Re di Creta Idomeneo. Questi, reduce dalla suddetta guerra, non riusciva a guadagnare le coste cretesi a causa dell’ira di Poseidone, il dio del mare greco equivalente al Nettuno dei Romani. Pur di placare la collera del dio, Idomeneo fece voto di immolare in suo favore la prima persona incontrata, una volta approdato in patria. Caso volle che tale persona fosse proprio suo figlio. Combattuto fra l’amore paterno ed il timore di essere spergiuro, prevalse quest’ultimo nel suo animo, così sacrificò il giovane.

Alcune giornate, tuttavia, cominciano male e finiscono peggio, infatti, tornato a corte scoprì la sua consorte Meda fra le braccia di un prestante giovanotto di nome Leuco che, fra l’altro, gli aveva anche usurpato il trono. Deluso, levò un’altra volta le ancore e, dopo lungo vagare, si diresse verso nord, in direzione della Iapigia o Messapia, dove esistevano alcune colonie cretesi. Sbarcato nei pressi di Roca, però, trovò schierato l’esercito messapico con la cavalleria in testa, al comando del Re di Lecce e Roca Dauno, che lo ricacciò nuovamente in mare. Questi aveva una sorella, il cui nome tramandatoci soltanto il lingua greca era Euippa che significava “Bella Cavalla”. Un nome, un programma. Costei era continuamente guardata a vista a causa della sua bellezza.

Intanto Idomeneo, che mal digeriva la sconfitta militare, dopo un periodo di riflessione, decise di prendere la Messapia con la forza delle armi. Sbarcato nell’odierna Calabria che all’epoca aveva tutt’altro nome, assoldò un esercito e lo condusse via mare in direzione di Roca., deciso a conquistarla e di installarsi sul trono. Tuttavia, giunto all’ingresso del porto, intravide sulle mura della città Euippa che, nel frattempo, era diventata Regina di Lecce (sarebbe più corretto dire di Syrbar) e di Roca, in seguito alla morte di Dauno. Preda di un improvviso colpo di fulmine, invece di comandare l’attacco, Idomeneo inviò Cleandro, fratello dell’altro reduce della Guerra di Troia Diomede, a chiedere la mano della bella regina in suo nome. A quanto pare Euippa acconsentì e, in un solo colpo, Idomeneo ebbe sia la regina sia il trono.

Cosimo Enrico Marseglia

Cosimo Enrico Marseglia. Nato a Lecce, città in cui vive. Ha frequentato i corsi regolari dell’Accademia Militare dell’Esercito Italiano in Modena e della Scuola di Applicazione dell’Arma TRAMAT presso la cittadella militare Cecchignola in Roma, ed ha prestato servizio come ufficiale dell’Esercito presso il 3° Battaglione Logistico di Manovra in Milano, il Distretto Militare di Lecce ed il Battaglione Logistico della Brigata Pinerolo in Bari. Dopo otto anni in servizio permanente effettivo, ha lasciato la carriera militare, dedicandosi alla musica jazz ed al teatro. Attualmente collabora con il Dipartimento di Studi Storici dell’Università del Salento, come esperto di Storia Militare, e dal 2009 è ufficiale commissario del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. Scrive per L’Autiere, organo ufficiale dell’ANAI (Associazione Nazionale Autieri d’Italia), Sallentina Tellus (Rivista dell’Ordine del Santo Sepolcro), per L’Idomeneo (Rivista dell’Associazione di Storia Patria) e per altre testate. Ha già pubblicato Les Enfants de la Patrie. La Rivoluzione Francese ed il Primo Impero vissuti sui campi di battaglia (2007), Il Flagello Militare. L’Arte della Guerra in Giovan Battista Martena, artigliere del XVII secolo (2009), Battaglie e fatti d’arme in Puglia. La regione come teatro di scontro dall’antichità all’età contemporanea (2011), Devoto ad Ippocrate. Rodolfo Foscarini ufficiale medico C.R.I. fra ricerca e grande guerra (2015), Marseglia. Storia di una famiglia attraverso i secoli (2016) per la Edit Santoro, e Attacco a Maruggio. 13 giugno 1637. Cronaca di una giornata di pirateria turca nel contesto politico-sociale europeo (2010) per la Apulus, quest’ultimo insieme al Dott. Tonino Filomena. Ha conseguito il Diploma Universitario in Scienze Strategiche presso l’Università di Modena e Reggio. 

La morte del Re degli Spartani sotto le mura di Manduria. Cosimo Enrico Marseglia su pugliaplanet.com il 6 novembre 2019.

L’episodio di cui si discute oggi non è una leggenda, bensì storia, tuttavia esso ha comunque dato origine ad un mito. L’epoca è all’incirca quella a cavallo fra il quarto ed il terzo secolo a. C., prima della conquista romana delle Puglie, caratterizzata dalle continue lotte fra le popolazioni messapiche, iapigie o salentine, che dir si voglia, contro la colonia spartana di Taranto che mirava alla supremazia ed al controllo assoluto delle prime.

Nonostante la perfetta macchina bellica, i tarantini non riuscivano ad aver definitivamente ragione della fiera e tenace resistenza opposta dai Messapi, pertanto gli strateghi della città invocarono il soccorso di Archidamo Re di Sparta. Questi accolse l’invito della colonia e, col consenso del Consiglio degli Anziani, approntò un grosso esercito e sbarcò nella Penisola Salentina, seminando il terrore dovunque. Grazie alle milizie perfettamente addestrate sin dalla più tenera età, l’avanzata del sovrano spartano fu irresistibile, costringendo le città della Lega Messapica a cadere una dopo l’altra. Tuttavia la strenua resistenza dei nativi non si affievoliva perché, se una piazza cadeva, i superstiti correvano subito a rinforzarne un’altra, nella speranza di frenare l’invasore. Si giunse così allo scontro finale nella città di Manduria, uno degli ultimi baluardi salentini che Archidamo doveva necessariamente prendere prima di raggiungere Taranto. Da un lato il Re di Sparta assediava la città dall’esterno, al comando delle forze tarantine e spartane, dall’altro Messapi e Peuceti asserragliati nella cinta muraria difendevano la loro Patria e la loro Libertà.

Lo scontro si presentò subito sanguinoso per l’accanimento dei contendenti, tuttavia l’organizzazione e l’addestramento delle forze d’invasione faceva la differenza infatti, dopo alcune ore di assedio, le armate di Archidamo cominciarono ad avere la meglio. Quando ormai l’ultimo attacco sferrato si apprestava a concretizzarsi, avvenne l’incredibile: un dardo scagliato dagli assediati colpiva a morte il Re di Sparta. Le linee spartane e tarantine vacillarono in preda allo sgomento, mentre le urla di giubilo messapiche risuonavano nell’aria, infondendo coraggio negli assediati che, ritrovata nuova forza, aprirono le porte della città riversandosi come furie sul nemico, costringendolo ad una rotta disordinata. Ancora una volta la Messapia salvò la sua indipendenza dalle mire espansionistiche di Taranto.

Si racconta che i Messapi stessi raccolsero le spoglie di Archidamo che, comunque, ebbe tutti gli onori del suo rango, quindi lo seppellirono in un luogo imprecisato sotto le mura della città, insieme alle ricchezze che aveva con sé. Da allora non è stato mai ritrovato ed attende ancora di essere riportato alla luce ……….. Cosimo Enrico Marseglia

Da Sparta a Manduria, la fine di un re. Italo Interesse il 14 Novembre 2019 su quotidianodibari.it.

Tra il VII e il III secolo avanti Cristo Sparte ebbe per cinque volte un re dal nome Archidamo. Uno di questi, Archidamo III (figlio di Agesilao II), che fu a capo della potente città della Laconia dal 360 al 338, legò per sempre il suo nome alla nostra terra. Nel destino di quest’uomo era evidentemente scritto che non avrebbe conosciuto vita lunga e quieta, consumata fra ozi e mollezze. Già prima di salire sul trono comandò le forze spartane contro i Tebani (battaglia di Leuttra, 371) e contro gli Arcadi (367 e 364); infine, nel 362 difese Sparta dall’esercito di Epaminonda. Salito al trono, non smentì la sua natura di uomo da prima linea sostenendo i Focesi contro Tebe, poi schierandosi con la città di Lyttos in guerra con Cnosso. Poteva un uomo siffatto morire nel proprio letto? Da vero guerriero Archidamo trovò la morte in battaglia, una delle ultime del secolare conflitto che contrappose Tarantini e Messapi. Ma facciamo un passo indietro:  Quando nel 356 Lucani e Messapi strinsero quell’alleanza da cui conseguirono le conquiste di Eraclea e Metaponto, Taranto, cominciò a sentirsi accerchiata. In un secondo momento, una volta che la minaccia ebbe assunto contorni preoccupanti. i tarantini reagirono chiedendo aiuto al loro alleato storico, quella Sparta da cui nel 708 a.C. (stando a Eusebio di Cesarea) presero il mare alcuni coloni (i Parteni) che, guidati da Falanto, si sarebbero insediati sulla piccola lingua di terra che separa il Mar Piccolo dal Mar Grande. Così, nel 342 Archidamo arrivò in Italia a capo di un potente esercito col quale cominciò a combattere ora i Messapi, ora i Lucani. Stando a Plutarco il coraggioso re trovò la morte combattendo sotto le mura di Mendonion, l’odierna Manduria. Quale memoria resta di quest’uomo in quella città? Fino a qualche tempo fa il nome del re spartano a Manduria era legato ad un B&B e un primitivo locale. Davvero poco, tanto più che il Comune non ha dedicato al re spartano neanche una strada. Ma da qualche anno, in estate, la figura di Archidamo è al centro di ‘Scegnu’, una rievocazione storica ideata e organizzata dall’associazione storico culturale di Manduria Cerva Regia. Sotto la direzione di Katja Zaccheo, presidente della suddetta Associazione nonché studiosa di filologia e di usanze e tradizioni dei popoli antichi, ha luogo all’interno del Parco Archeologico delle Mura Messapiche una ricostruzione (notturna) dello scontro che fu fatale ad Archidamo e che vede protagonisti elementi dell’associazione I Cavalieri de li Terre tarantine. Ma ‘Scegnu’ non si limita a ricordare quel sanguinoso confronto. Una serie di postazioni rievocative illustra in che modo gli antichi manduriani vestivano, come passavano il tempo, dove riposavano, come si profumavano e s’imbellettavano, come celebravano i riti funebri, come costruivano armi…Italo Interesse

Il segreto di Sparta. Matteo Carnieletto il 29 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Una società guerriera e ancestrale, che continua ad affascinare tutto il mondo.

Sparta, oggi, non esiste più. Al suo posto c'è una nuova città, confusa e moderna, così diversa rispetto al suo archetipo. Di quella antica, sorta sulle sponde del fiume Eurota, restano solamente poche pietre consumate dal tempo. Non ci sono templi. Non c'è, come ad Atene, un Partenone che veglia dall'alto e che indica una via. Una strada ideale da percorrere. Non ci sono mura. Del resto, dicevano gli antichi, per difendere Sparta erano sufficienti i petti dei suoi cittadini. Eppure, a distanza di millenni si continua a parlare di questa polis avvolta dal mistero.

Ancora oggi, a scuola, i bambini ammirano quei valorosi soldati, coperti solamente da un manto cremisi, che marciavano al fronte compatti. E che magari avevano paura, ma non lo davano a vedere. Non potevano farlo perché un codice d'onore non lo permetteva ("tememmo il filo della lama e il dolore delle ferite, ma molto più di questo dolore tememmo il disprezzo dell'amico che combatte al nostro fianco, la vergogna della donna che attende il nostro ritorno e il ripudio del vecchio che un tempo lottò per noi", scrive Agatocle alla vigilia della battaglia delle Termopili). Ancora oggi, i giovani ragazzi rimangono incantati mentre ascoltano (o guardano) la storia di Leonida e dei suoi 300 spartani che si sono fatti trucidare pur di fermare l'avanzata di Serse. Non lo fanno per spirito altruistico nei confronti delle altre poleis o perché cercano la bella morte. Lo fanno per non morire da schiavi. Per vendicare un amico caduto. Per proteggere il compagno che hanno accanto. Fino alla fine.

Sparta - che anche in termini di letteratura non ha lasciato nulla, se non qualche verso bellico di Tirteo - esiste ancora oggi perché ha saputo affascinare gli uomini che l'hanno incontrata e che non hanno potuto fare a meno di raccontarla (e, a volte, di mitizzarla). È l'uomo - meglio: il suo carattere - ad essere il centro di questa polis ancestrale.

Ne L'esempio di Sparta. Storia, eredità e mito di una civiltà occidentale (Passaggio al bosco) si ripercorrono le fasi e la formazione degli spartani. Tutto iniziava con l'agoghé: a sette anni, i bambini vengono allontanati dalle proprie famiglie e sottoposti a un rigido sistema educativo volto a forgiare anima e corpo. Si tratta di una vera e propria "condotta", questa la traduzione della parola greca Un nuovo modo di vivere. Di sacrificare se stessi - e i propri legami - in nome della società. Non c'erano deroghe. L'asprezza della vita era il minimo comun denominatore delle giornate di Sparta. I neonati non potevano essere avvolti in alcun tipo di fascia: dovevano infatti imparare a resistere alle intemperie e a muoversi liberamente. Dopo esser stati abbandonati dai genitori, i giovani si radunavano in aghèlai, in "mandrie", guidate da un ragazzo più grande, che doveva essere da esempio.

Ed era questo il centro dell'educazione di Sparta. L'esempio. I più piccoli guardavano i più grandi e iniziavano a comportarsi come loro. Li imitavano nelle virtù. Un giorno, durante le olimpiadi, un anziano signore girava allo stadio in cerca di qualcuno che lo facesse sedere. Posto dopo posto, nessuno si alzava per farlo riposare. Fino a quando non arrivò al settore dedicato agli spartani. Non appena i giovani - e pure qualche uomo fatto e finito - lo videro si alzarono. Del resto, Plutarco ha scritto: "Tutti i Greci sanno ciò che è giusto fare, ma solo gli Spartani lo fanno". È la differenza tra chi pensa soltanto e chi, invece, dopo aver riflettuto agisce. È la presenza costante di un esempio da seguire. Era questo, ed è ancora oggi, il segreto di Sparta.

Matteo Carnieletto. Entro nella redazione de ilGiornale.it nel dicembre del 2014 e, qualche anno dopo, divento il responsabile del sito de Gli Occhi della Guerra, oggi InsideOver. Da sempre appassionato di politica estera, ho scritto insieme ad Andrea Indini Isis segreto, Sangue occidentale e Cristiani

Il Giochi del Mediterraneo.

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Lo Sperpero.

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I Giochi del Mediterraneo.

Giochi del Mediterraneo 2026. Finalmente sono finiti gli isterismi e si passa ai fatti: ok alla ristrutturazione ex-novo dello stadio Iacovone. Redazione CdG 1947  su Il Corriere del Giorno il 3 Ottobre 2023 

Il commissario Massimo Ferrarese nominato dal Governo  e il sindaco Rinaldo Melucci si sono incontrati e confrontati con i rispettivi tecnici alla Cittadella delle Imprese, partendo dallo stadio Erasmo Iacovone che non verrà demolito, ma come previsto dai due masterplan iniziali, ma sarà oggetto di un'importante ristrutturazione con la copertura completa dell'impianto

Si è svolto oggi pomeriggio, finalmente in clima sereno, l’incontro definitivo fra il Comune di Taranto ed il Commissario di Governo raggiungendo un’intesa sull’impiantistica sportiva da realizzare per i Giochi del Mediterraneo del 2026, dopo 4 anni di inerzia, passerelle elettorali e rendering privi di alcuna concretezza. Il sindaco Melucci ed i tecnici dell’ amministrazione comunale. 

Il commissario Massimo Ferrarese nominato dal Governo  e il sindaco Rinaldo Melucci si sono incontrati e confrontati con i rispettivi tecnici alla Cittadella delle Imprese, partendo dallo stadio Erasmo Iacovone che non verrà demolito, ma come previsto dai due masterplan iniziali, ma sarà oggetto di un’importante ristrutturazione con la copertura completa dell’impianto, per il quale è prevista la riqualificazione dell’anello superiore, la demolizione e ricostruzione dell’anello inferiore, un nuovo manto erboso, nuovi spogliatoi, una sala stampa degna di essere chiamata tale . Il tutto per un costo di 28 milioni di euro per un intervento con una capienza che potrebbe arrivare a 23mila spettatori. I lavori partiranno al termine della stagione sportiva calcistica in corso e la ristrutturazione prenderà il via subito dopo l’estate. La ristrutturazione dello stadio dovrebbe essere completata a febbraio 2026 per il necessario collaudo . 

Rivisto il progetto del Centro Nautico, che costerà 6 milioni in meno del previsto che serviranno a coprire i costi dei lavori previsti per stadio. Per lo stadio del nuoto si vuole raggiungere l’obiettivo di realizzare l’impianto al meglio delle possibilità sono in corso valutazioni sul progetto “faraonico” che prevedeva addirittura due piscine olimpioniche da 50 metri (una coperta ed una scoperta) de molto probabilmente se ne realizzerà una sola. Verrà abbattuto il mini-palazzetto  Ricciardi utilizzato solo per il basket, ed al suo posto è prevista la realizzazione di un centro polivalente multidisciplina dal costo di 12 milioni di euro. Redazione CdG 1947

Taranto, anche il Governo abbandona i Giochi del Mediterraneo. Il Comitato organizzatore continua a perdere pezzi. Dopo l’addio del Coni, sancito il 31 luglio scorso, è il turno del ministero dello Sport. REDAZIONE PRIMO PIANO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 25 Settembre 2023

Continua a perdere pezzi il comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo che dovrebbero svolgersi a Taranto nel 2026.

Dopo l’addio del Coni, sancito il 31 luglio scorso con una lettera dal presidente Giovanni Malagò, ieri sera è stato addirittura il Governo a mollare l’organismo che ha come direttore generale Elio Sannicandro, capo dell’agenzia regionale Asset.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi con una lettera inviata al governatore Michele Emiliano, al sindaco Rinaldo Melucci, al presidente del Cijm Taranto 2026 Davide Tizzano, al presidente del Coni Giovanni Malagò, e per conoscenza al ministro Raffaele Fitto e al commissario Massimo Ferrarese, ieri ha comunicato che «sono venute meno le ragioni della presenza di un rappresentante del Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio dei ministri nell’attuale Comitato». Abodi sottolinea di aver agito dopo aver preso «atto della posizione espressa dal Coni» e di agire d’intesa con il ministro Fitto.

Il rappresentante del Governo ricorda «le criticità riscontrate nella gestione organizzativa dei Giochi stessi e dello stallo che ne è conseguito» e si dice «disponibile, su nuovi presupposti, a consentire la celere ricostituzione del soggetto organizzatore per garantire il rispetto delle scadenze previste per la realizzazione dell’evento sportivo di cui trattasi».

Va ricordato che proprio i ritardi organizzativi avevano portato il Governo a nominare come commissario straordinario Massimo Ferrarese.

La palla ora passa agli enti locali, chiamati a decidere se sciogliere il comitato organizzatore oppure proseguire da soli.

Certo è che la data di svolgimento della competizione sportiva si sta avvicinando ma le opere necessarie, in particolare quelle qualificanti come la piscina olimpionica e lo stadio di Taranto, stentano a prendere forma perfino sulla carta. Un ritardo che mette a rischio i Giochi. 

Dopo il Coni anche il Governo esce dal comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo 2026 a Taranto. La fine dei “giochetti” di Melucci e Sannicandro. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 25 Settembre 2023 

Dopo il Coni, l'uscita del Governo dall'organizzazione dei Giochi del Mediterraneo. Nel giro di quasi due mesi due uscite fondamentali dal comitato organizzatore dell’evento internazionale previsto per giugno 2026.

L’uscita del Governo “ufficializzata” dalla lettera del ministro dello Sport, Andrea Abodi, inviata in serata via mail al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, al presidente del comitato internazionale, Davide Tizzano, e, per conoscenza al ministro degli Affari europei, politiche di coesione e Pnrr, Raffaele Fitto, ed al commissario di Governo per i Giochi, Massimo Ferrarese.

Così scrive il ministro Andrea Abodi: “Nel prendere atto della posizione espressa dal Coni comunico, d’intesa con il ministro degli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Pnrr, on. Raffaele Fitto, che sono venute meno le ragioni della presenza di un rappresentante del Dipartimento per Sport della Presidenza del Consiglio dei ministri nell’attuale Comitato”. Abodi ricorda infatti che lo scorso 31 luglio il presidente del Coni Giovanni Malagò “in considerazione delle criticità riscontrate nella gestione organizzativa dei Giochi stessi e dello stallo che ne è conseguito, ha manifestato la volontà di ritirarsi dall’attuale governance del Comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo – Taranto 2026, comunicando le proprie dimissioni dall’organismo”. 

L’uscita del Governo dal comitato organizzatore è quindi in linea a quella del Coni, anche se, Abodi scrive che, “siamo disponibili, su nuovi presupposti, a consentire la celere ricostituzione del soggetto organizzatore per garantire il rispetto delle scadenze previste per la realizzazione dell’evento sportivo”. La decisione del Ministro Abodi è stata comunicata a Malagò e Ferrarese. È facilmente prevedibile a questo punto che esca dal comitato organizzatore locale, anche del comitato internazionale (Cijm) guidato da Tizzano che a seguito della decisione di Malagò evidenziò come sia fondamentale la presenza del Coni, trattandosi di una manifestazione di sport, dichiarando: “Abbiamo preso atto della decisione di Malagò ma abbiamo anche scritto al Coni dicendo che resta il nostro interlocutore per i Giochi. Il Coni rientrerà. Deve rientrare assolutamente. A livello statutario non si può fare un evento senza il Coni. Il nostro statuto lo dice chiaro“. 

Lo scorso 24 luglio Michele Emiliano dichiarava: “Abbiamo avuto una riunione non ancora decisiva, perché il Governo non ha sciolto ogni riserva sul trasferimento dei fondi per l’inizio dei lavori necessari all’esecuzione dei Giochi, ma mi pare di poter dire che abbiamo fatto un passo importante per rimettere in piedi un dialogo positivo tra Governo e Comitato organizzatore, anche grazie alla mediazione del presidente del Coni Giovanni Malagò“. A oggi, però, il CONI presieduto da Malagò non solo non è rientrato ma la situazione dei Giochi, pare complicarsi, anziché semplificarsi, a causa dei comportamenti irriguardosi ed oltraggiosi di Melucci e Sannicandro.

La cacciata di Sannicandro dal CONI

Da quello che risulta al CORRIERE DEL GIORNO, a indurre il Governo ad uscire dal Comitato organizzatore locale, sono state alcune iniziative intraprese dall’interno del comitato nella persona del direttore generale Elio Sannicandro il quale ha cercato di scavalcare il Coni (da cui tempo fa fu messo alla porta, rivolgendosi direttamente alle federazioni sportive contattate dal comitato e invitate ad un confronto in relazione agli impianti. Le Federazioni, però, correttamente non hanno accettato l’invito ed informato immediatamente il CONI. Di qui la decisione governativa di abbandonare il comitato per ricostruirne un altro su nuove basi e con presenze più autorevoli e qualificate.  Redazione CdG 1947

Il commissario di Governo sui Giochi del Mediterraneo fa chiarezza e smentisce il Comune di Taranto. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 23 Settembre 2023

Tutto quello che la stampa locale sul "libro paga" (leggasi pubblicità) del Comune di Taranto non vi racconta, ve lo raccontiamo noi che non abbiamo mai chiesto e quindi ricevuto un centesimo di euro dall' Amministrazione Melucci

Il sindaco Rinaldo Melucci con una conferenza stampa indetta ieri senza alcun preavviso a Palazzo di Città continua a sostenere che lo stadio Iacovone è da ricostruire per intero in vista dei Giochi del Mediterraneo di giugno 2026 ed un giorno prima rispetto alla scadenza fissata dal commissario, Melucci ha manifestato al commissario Massimo Ferrarese i suoi intendimenti, dimenticando che il Governo con la nomina del commissario straordinario ha annullato i poteri decisionali dell’ Amministrazione Comunale di Taranto guidata da Melucci e del direttore generale del Comitato Organizzatore, Elio Sannicandro che non gode di buona fama sopratutto al CONI per una sua scabrosa vicenda per la quale venne di fatto accomodare alla porta, costringendolo alle dimissioni. 

L’idea-fissazione avanzata ancora una volta dal sindaco Melucci nella sua conferenza stampa a Palazzo di Città a cui ha fatto seguito una lettera trasmessa al commissario con ed esplicitata ) è questa: costruzione di uno stadio nuovo, demolendo lo Iacovone e rifacendolo di sana pianta; non sarà più un progetto di privati al Comune, che non ci sono più, ma diverrà tutto pubblico, col Comune soggetto promotore e attuatore; viene acquisita, a seguito di gratuita donazione, la progettazione dello studio Gau Arena. Progettazione che in realtà al momento di fatto non esiste, e peraltro il precedente progetto (che era solo un “rendering”) firmato dagli architetti Zavanella è stato lautamente pagato dalla Red Sport, altro che “gratis” come racconta il sindaco di Taranto !

Il sindaco Melucci che non ha alcuna esperienza in materia di realizzazione di opere edili stima in 15 mesi il tempo necessario, dall’avvio del cantiere, per realizzare l’opera e in circa 25 milioni il fabbisogno finanziario. La gara di appalto a suo dire potrebbe farsi all’inizio del 2024 e il cantiere avviarsi prima dell’estate. Non ci sarebbe bisogno di rifare a suo dire tutto l’iter essendo già stata effettuata la prima parte del percorso e, peraltro, con un intervento dimensionalmente più grande.

L’ affermazione del sindaco Melucci “Noi facciamo i Giochi per i tarantini, non per gli atleti stranieri” rappresenta una posizione lontana anni luce dal vero scopo etico sportivo della manifestazione, e che spiega molto bene la ragione per cui il presidente del CONI Giovanni Malagò un mese fa ha deciso di uscire dal cosiddetto Comitato Organizzatore. Melucci inoltre ha affermato contrariamente al vero che “avevamo concordato col commissario una sua impegnativa per andare avanti negli altri gradi di progettazione. Non abbiamo ricevuto nulla. Non ci è stato dato un euro. E abbiamo finito le risorse nostre” . Dichiarazioni queste particolarmente gravi che confermano la necessità ogni giorno di più del necessario commissariamento anche del Comitato Organizzatore, che per bocca di Melucci e Sannicandro continua a raccontare solo sorielle frutto di una allucinante vergognosa fantasia. Infatti i soldi sinora versati nelle casse del Comitato sono solo quelli dello Stato attraverso il CONI. 

Alla lettera-conferenza stampa di Melucci ha fatto seguito una secca risposta chiarificatrice da parte del commissario Ferrarese, attraverso una PEC inviata oggi, che il Corriere del Giorno può rivelare grazie alle proprie fonti confidenziali interne a Palazzo di Città. Ferrarese ha risposto a Melucci precisando preliminarmente che nel “masterplan redatto dal Comitato Organizzatore di cui il Sindaco di Taranto è Presidente, in data 14 dicembre 2022 unico documento ricevuto dalla struttura commissariale, in relazione alle opere da eseguire per lo stadio Iacovone di Taranto, prevedeva “la riqualificazione e Adeguamento” dell’opera destinando ai relativi lavori un importo pari ad Euro 18.000.000,00 e che pertanto nessuna programmazione ha mai previsto la totale demolizione e ricostruzione dello stadio stesso.” 

Ferrarese ha poi precisato nella sua replica al sindaco Melucci che “nulla in merito a tali opere di “Riqualificazione ed Adeguamento” come contenuto nel masterplan, è mai stato nè formalmente nè informalmente trasmesso dalla S.V. a codesta struttura commissariale, nonostante le richieste formali formultevi più volte già a partire dallo scorso mese di giugno 2023”

In relazione al millantato progetto che lo studio Gau Arena avrebbe “donato” al Comune di Taranto, il Commissario di Governo nella sua risposta a Melucci precisa che “la scrivente struttura commissariale ha potuto visionare alcune tavole non esaustive (rendering) dei progetti redatti dallo Studio Gau Arena solo nell’immediatezza dell’incontro dello scorso 7 settembre 2023″. E peraltro aggiunge che “tale documentazione” in realtà è “relativa alla realizzazione di uno stadio ex novo e non a “Riqualificazione ed Adeguamento“.

Viene inoltre precisato dal commissario di Governo che “dalla visione della documentazione da voi presentata in quella occasione, la scrivente struttura commissariale ha ufficialmente appreso che il progetto di finanza si connaturava nella realizzazione congiunta di uno stadio totalmente nuovo, roto-traslato rispetto alla sagoma dell’esistente, con capienza pari a 16.000 posti ed un’importante piastra commerciale“. E questa è la conferma di quanto rivelato solo e soltanto dal CORRIERE DEL GIORNO, e cioè di una realizzare una vera e propria speculazione edilizia-commerciale di circa 20.000 metri quadri per “e come facciamo adesso per realizzare un’ipermercato” (parole testuali pronunciate da Melucci alla presenza di testimoni )sinora occultata dietro il progetto di uno stadio nuovo, che Melucci avrebbe voluto dare in project financing per 90 anni alla Red Sport srl, società con appena 11mila euro di capitale sociale, che è diventata attiva soltanto lo scorso 10 luglio 2023 , inoltre un anno dopo la sua costituzione, e ben oltre l’avvio della Conferenza di Servizi convocata dal Sindaco Melucci ! 

Ferrarese nella sua lettera continua evidenziando che “dalla visione di questi elaborati grafici, come pure nella descrizione fatta dai Vs. tecnici comunali e dall’ Arch. Zavanella (tecnico del soggetto proponente del soggetto proponente del Project Financing) dallo stesso progetto emergeva che la realizzazione del nuovo stadio fosse strettamente vincolata alla realizzazione simultanea della piastra commerciale e che le tempistiche di realizzazione dell’opera, complessivamente calcolate tra iter autorizzativi, gara di appalto, inizio lavori e completamento degli stessi, portassero ad una data di possibile consegna in Luglio 2026 (tutto questo con valutazioni esclusivamente formulate dai tecnici comunali e del soggetto proponente il Project Financing)“.

“Tutto ciò nella sola ipotesi che si riuscissero a rispettare tutte le condizioni” continua il Commissario di Governo “da voi formulate in termini temporali sia relativamente all’ iter autorizzativo, di assegnazione di gara pubblica, di inizio lavori e di completamento degli stessi, in assenza di alcun periodo temporale cuscinetto per assorbire eventuali ritardi nell’ avvio delle opere, derivanti da possibili ricorsi contro la società aggiudicatrice delle opere a realizzarsi (ricorsi non esclusi dallo stesso consulente della società proponente presente all’incontro ed allo scopo interpellato), o da qualsiasi altro evento non prevedibile“

Ferrarese nella sua lettera di precisazione puntuale ed analitica, scrive che “dovendo svolgere i Giochi stessi a partire dal 13 giugno 2026, tali tempistiche erano assolutamente incompatibili con l’obiettivo da raggiungere e diventava naturalmente necessario rivedere il progetto stesso” ricordando che i rappresentanti del Comune di Taranto, preso atto di tale situazione, chiesero al soggetto proponente se fosse stato possibile elaborare una proposta alternativa che consentisse di raggiungere gli obiettivi temporali prefissati, garantendosi anche un minimo periodo di tempo di scorta, antecedente alla data di inaugurazione dei Giochi per assorbire eventuali imprevisti e raggiungere con ragionevole certezza il traguardo.

I dubbi ed il disinteresse dell’ Arch. Zavanella a progettare solo lo stadio

L’architetto Zavanella, a quel punto, ricorda il commissario Ferrarese, manifestò la “possibilità di valutare l’esecuzione dell’intero progetto per stralci funzionali al fine di garantire la consegna e , dunque l’utilizzabilità dello Stadio per i Giochi del Mediterraneo“, ma nel corso della riunione “furono rilevate quindi, evidenti criticità logistiche nello svolgimento di una così importante manifestazione, visto che bisogna garantire via di accesso e di esodo in sicurezza a migliaia di persone, in contiguità di aree di cantiere di opere già realizzate, o da realizzare, e propedeutiche al paventato secondo stralcio” e preso atto che “occorreva svolgere le competizioni sportive in assenza di attività edili o di aree di cantiere ancora aperte, fu chiesto all’ Arch. Zavanella la possibilità di valutare la sola progettazione dello stadio” ma in prima battuta “l’ Architetto Zavanella non dimostrò interesse verso tale richiesta” .

L’incontro si concluse ricorda Farrarese con la “consapevolezza comune che occorresse operare un’importante opera di rifacimento ed ammodernamento dello stadio esistente, quale unica soluzione per garantire il raggiungimento dell’obiettivo di tempi e costi legato ai Giochi del Mediterraneo e per garantire alla città di Taranto uno stadio praticamente “nuovo” senza pregiudicare l’obiettivo di rivalutazione urbana dell’intera area.“ 

“Tutto ciò premesso, riscontrando la vs. comunicazione come in oggetto” risponde Ferrarese a Melucci “la scrivente struttura commissariale constata oggi una nuova soluzione ibrida, che prevede un progetto ex novo del solo stadio (chiaramente questo nuovo indirizzo conferma l’ abbandono del Project Financing evidentemente da Voi stessi ritenuto inattuabile nei tempi) adeguando il progetto contenuto nel Project Financing“. Ed aggiunge “Pertanto a tutt’oggi viene prospettata una nuova terza soluzione diversa sia dalla “Riqualificazione e Adeguamento” prevista nel Masterplan (redatto dal Comitato Organizzatore, di cui il Sindaco di Taranto è Presidente), sia del Project Financing”.

“Ci duole constatare che a fronte della richiesta ufficiale dalla scrivente struttura commissariale di ottenere un DIP entro il 22 settembre c.m. il giorno precedente a tale scadenza ci comunicate che ci farete avere, non è dato sapere quando, il PFTE adeguato nel nuovo progetto, nel quale si intenderebbe procedere per “stralci“ conclude il Commissario di Governo Massimo Ferrarese “poichè nessuna documentazione ci è pervenuta in merito a questa terza soluzione, siamo impossibilitati ad effettuare qualsiasi valutazione in merito. A tel fine vi invitiamo a fornici, entro e non oltre la mattina del 2 ottobre p.v. il DIP di questa nuova “terza ipotesi” in modo da consentirci una valutazione in merito e sin d’ora si convoca codesta Amministrazione, negli uffici commissariali martedì 3 ottobre alle ore 15:00. al fine eventualmente, di autorizzarvi a procedere con le redazione del relativo PFTE“.

La lettera-ultimatum di Ferrarese si conclude in maniera diplomatica ricordando che “La scrivente struttura commissariale, nello spirito di collaborazione più assoluta, accetta ancora una volta di concedere altro tempo per valutare la nuova proposta da Voi paventata, ricordandovi che , purtroppo, il tempo perso è ormai troppo e non si può immaginare di perderne altro“.

E grazie…all’inefficienza dell’ accoppiata Melucci-Sannicandro dopo 4 anni nessuna struttura è stata progettata e realizzata compiutamente, per non parlare poi dei 150 milioni mancanti che la Regione Puglia ed i Comuni partecipanti ai giochi, previsti nel Masterplan, avrebbero dovuto versare. Finanziamenti che non si sono visti. Redazione CdG 1947

Tutte le bugie di Pinocchio-Melucci: dalla Ocean Race ai Giochi del Mediterraneo 2026. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 14 Agosto 2023

Il sindaco Melucci dimentica (o omette ? ) di raccontare la verità e cioè di aver avuto ben tre incontri sinora con il commissario Massimo Ferrarese il quale da noi contattato nel pomeriggio odierno dopo il comunicato di Melucci, molto signorilmente ha commentato con un "no comment" aggiungendo "io non faccio politica, sono un tecnico e rappresento il Governo".

di Antonello de Gennaro

C’era una volta un agente marittimo di nome Rinaldo Melucci, ignoto alla città di Taranto, balzato agli onori della cronaca per essere diventato il “tappabuchi” elettorale del PD alle elezioni amministrative al Comune di Taranto nel 2017, venendo eletto per circa 800 voti. Delle “follie” politiche di Melucci, come i nostri lettori ben sanno, ci siamo occupati a lungo in questi anni, venendo puntualmente querelati, non venendo però mai sottoposti a processo dai magistrati della Procura di Roma.

Nel frattempo il “sor” (cioè “signore” in romanesco) Melucci si è dilettato a farsi chiamare “dottore” firmando atti per il Comune di Taranto finiti nelle aule di giustizia nei quali millantava persino una laurea mai ottenuta e tantomeno raggiunta. Ma non contento ha letteralmente dilapidato il “tesoretto” trovato nelle casse comunali grazie agli accantonamenti effettuati per circa 150milioni di euro dall’ oculata gestione amministrativa ricevuta in eredità dal sindaco uscente Ezio Stefàno, giunto al suo secondo mandato.

Sin dalla sua prima consiliatura, conclusasi con 6 mesi di anticipo, a seguito delle dimissioni di alcuni consiglieri della maggioranza di centrosinistra, Melucci ambiva ad organizzare degli eventi sporti internazionali nel capoluogo jonico, arrivando a chiedere un finanziamento (a spese delle casse comunali e quindi dei cittadini-contribuenti di Taranto) di 24 milioni di euro all’ Istituto di Credito Sportivo che all’epoca dei fatti era presieduto da Andrea Abodi attuale ministro dello sport del Governo Meloni.

Però sia Abodi che la Corte dei Conti sezione regionale per la Puglia, accesero il semaforo rosso, dopo aver letto i nostri articoli di denuncia sulla vicenda, e la regata non si fece, facendo risparmiare ben 24 milioni di euro ai contribuenti tarantini. Regata che si trasferì a Genova dove “L’impegno della civica amministrazione sui costi relativi all’organizzazione è stato previsto nella misura di 11 milioni e 800 mila euro”. Così si leggeva nelle prime pagine della delibera con cui la giunta del Comune di Genova il 17 settembre del 2019 dava l’avvio all’ operazione Ocean Race che vide svolgersi davanti al porto di Genova la fase conclusiva di questa importante manifestazione velica, seconda al mondo solo all’America’s Cup. 

L’impegno di spesa per il triennio 2019-2022, poi slittò di un anno causa Covid, prevedeva tutta una serie di rate che andavano versate, in tempi definiti come da contratto, per garantire l’organizzazione della manifestazione e le molteplici presentazioni in giro per il mondo. Praticamente il Comune di Genova ha speso la metà di quanto prevedeva e voleva spendere il sindaco Melucci, e la sua compagine di centrosinistra, che definire un’ armata “Brancaleone” sarebbe più adeguato.

Non contento del “flop” sull’ Ocean Race, Melucci ha puntato successivamente sui semiclandestini Giochi del Mediterraneo, manifestazione ignorata letteralmente dalla grande stampa sportiva e non italiana ed internazionale: Basti pensare che nell’ultima di edizione svoltasi nel 2022 ad Orano la RAI non ha acquistato neanche i diritti televisivi della manifestazione e non ha inviato i propri giornalisti sportivi (sono oltre 120 in tutta Italia, uno squadrone!)

E peraltro la coincidente organizzazione delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 il cui comitato organizzatore avvalendosi di un top manager come Antonio Marano (ex-presidente di RAI Pubblicità) direttore commerciale della Fondazione Milano Cortina 2026.  che ha sinora già raccolto mezzo miliardo di euro dalle sponsorizzazioni con investitori del calibro di Deloitte, Eni, Esselunga, Herbalife, Randstad, Salesforce, Grana Padano, Consorzio di tutela del Prosecco Doc (oltre 12.000 aziende in 9 Provincie italiane, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia) contro lo “ZERO” raccolto dal Comitato Organizzatore tarantino dei Giochi del Mediterraneo 2026 presieduto proprio da Rinaldo Melucci, lasciano presagire un analogo disinteresse dei media e degli investitori pubblicitari anche per la prosssima edizione dei Giochi del Mediterraneo.

Di fronte alla inaffidabilità ed incompetenza del vertice del Comitato organizzatore tarantino-barese dei ritardi (dopo 4 anni dall’ assegnazione di luglio 2019 ancora nulla di fatto !) il governo nelle persone dei Ministri Raffaele Fitto ed Andrea Abodi, avendo stanziato ben 150 milioni di euro per le opere ed impianti da realizzare, importo ben superiore ai 120milioni previsti del primo masterplan realizzato dall’ agenzia regionale pugliese ASSET guidata da quel Raffaele Sannicandro, messo di fatto nel recente passato alla porta dal CONI, che prevedeva altri 150milioni di euro di finanziamento dalla Regione Puglia e dai Comuni , soldi dei quali non si è visto un solo centesimo di euro ! 

Per non parlare poi dei 20milioni previsti dai “privati” (cioè dagli sponsors !) hanno commissariato la gestione economica finanziaria affidandola al nominato Commissario di Governo Massimo Ferrarese. Ma chi è Ferrarese ? Titolare di diverse società operanti nelle costruzioni, nella prefabbricazione industriale e nel turismo. Diviene presidente di Confindustria Brindisi dal 2004 al 2009 e dal 2007 al 2009 è stato componente della giunta nazionale di Confindustria durante la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo. Da giugno 2015 a gennaio 2019 è stato presidente di Invimit, la società dello Stato deputata alla valorizzazione e gestione del patrimonio pubblico italiano.

A luglio del 2009 Ferrarese si candidò alle elezioni amministrative come presidente della Provincia di Brindisi a capo di una coalizione chiamata Laboratorio. Nel primo turno ottiene il 44,4% delle preferenze riuscendo così accedere al ballottaggio contro Michele Saccomanno candidato del centro-destra che riesce a sconfiggere ottenendo il 57% delle preferenze. Quindi un politico-manager che può vantare senza alcuna ombra di dubbio esperienza e capacità ben superiori a quella dell’ accoppiata Melucci-Sannicandro.

Non contento delle folli dichiarazioni, delle minacce (“Possiamo anche fare a meno dei Giochi del Mediterraneo“) persino alla vigilia di Ferragosto , il sindaco Melucci che difficilmente si vedrà riconfermato alla Presidenza della Provincia di Taranto, secondo le voci circolanti negli ambienti vicini alla presidenza della Regione Puglia, ha ben…pensato di diffondere un comunicato farneticante affermando fatti e circostanze contrarie al vero, dimenticando che il Commissario Ferrarese rappresenta in questa vicenda il Governo che è un organo costituzionalmente superiore al Comune di Taranto.

Così scrive oggi Melucci (da dove, Crispiano o dalla sua nuova residenza tarantina…?) : “Avremmo tutti bisogno di metterci in fretta al lavoro, secondo la ampia e leale disponibilità che nuovamente abbiamo fornito al Governo nell’ultimo tavolo istituzionale a Roma invece continuiamo solo a vedere conferenze stampa e prese di posizione poco garbate, che nulla hanno a che vedere con l’esistente Masterplan dell’evento internazionale. Il Comune ha a più riprese reiterato il proprio invito ad un confronto tecnico e formale con la struttura commissariale, attendiamo fiduciosi. Sul progetto del nuovo stadio comunale, poi, debbo ancora una volta sottolineare che esso occorre alla rigenerazione dell’intero quartiere Salinella e ad una piazza importante come quella di Taranto. Se il Commissario è di diverso avviso deve lui prendersi la responsabilità con la comunità ionica. I tecnici dicono chiaramente che noi siamo nel giusto e il tempo sarebbe ancora sufficiente“.

Ma Melucci dimentica (o omette ? ) di raccontare la verità e cioè di aver avuto ben tre incontri sinora con il commissario Massimo Ferrarese il quale da noi contattato nel pomeriggio odierno dopo il comunicato di Melucci, molto signorilmente ha commentato con un “no comment” aggiungendo “io non faccio politica, sono un tecnico e rappresento il Governo“. Quello che il sindaco di Taranto Melucci non spiega ai cittadini, ed ai giornalisti locali (quelli liberi ed indipendenti) come mai nel secondo ed ultimo “masterplan” firmato digitalmente lo scorso 14.12.2022 da Raffaele Sannicando dg di ASSET Puglia (documento che il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di documentare in esclusiva) non è mai stato previsto nessuno stadio nuovo per Taranto ma bensì fondi per 18milioni di euro per la ristrutturazione dello Stadio Jacovone. 

Anche perchè i Giochi del Mediterraneo sono una manifestazione sportiva, e non uno stanziamento per la “rigenerazione dell’ intero quartiere Salinella” come sostiene Melucci, che parla nel suo comunicato dello stadio definendolo “impianto comunale” senza però dire che vorrebbe darlo in gestione per 99 anni ad una società neocostituita (la Red Sport srl, capitale sociale 11.000 euro, costituita da appena un anno e che presso la banca dati delle camere di Commercio risulta come “inattiva“!) .

Così come Melucci non racconta dei 17.000 metri quadrati di spazi commerciali interni al progetto di uno stadio nuovo (a lui molto, troppo “caro”) che qualche “furbetti” vorrebbero mettere a reddito, utilizzando i 18milioni di euro pubblici previsti per la ristrutturazione dello Stadio Iacovone ! A chi fanno gola quegli spazi , solo alla Red Sport o forse dietro le quinte della tentata speculazione di qualcun altro che sta pensando al suo futuro economico dati i p risultati disastrosi sotto mentite spoglie di imprenditore ?

 Melucci parla di progetti pronti e qualche altro “sodale” portaborse della sua Amministrazione sostiene che siano stati effettuati a spese del Comune di Taranto. Peccato che noin ci sia alcune delibera, alcuna determina che comprovi tali affermazioni di facciata !

Leggendo il masterplan allorquando viene indicato il termine “PDFTE”, oggi con i dovuti previsti pareri con il nuovo Codice si potrebbe già andare a gara. Analizzando le date dei progetti per gli impianti sportivi di Taranto, risultano le date di gennaio, febbraio e marzo 2023, e successivamente i progetti esecutivi avrebbero dovuto essere pronti a giugno, luglio e settembre 2023, ma i “PDFTE” che come indicato nel “masterplan” firmato digitalmente da Sannicandro (ASSET Puglia) avrebbero già dovuto essere pronti dal dicembre 2022 e gli esecutivi a giugno 2023 ! E di fatto quanto trasmesso dal Comune di Taranto al Commissario di Governo, al momento non può essere mandato in gara con appalto integrato, in quanto la struttura commissariale dovrebbe prima ricevere i “PDFTE” con i relativi pareri, e quindi successivamente il progetto esecutivo diventerebbe di competenza delle imprese costruttrici.

Ma tutto questo chi glielo spiega ad un ex agente marittimo come Melucci ed un ex assessore di un piccolo comune del barese come Sannicandro ? Forse i “due tecnici” comunali dalle discutibili competenze alle dipendenze del sindaco Melucci, molto noti per passare il loro tempo nei ristoranti tarantini a spese di un importante imprenditore operante nello smaltimento dei rifiuti ? E’ proprio il caso, anche questa volta di parlare di “politica-spazzatura” ! Redazione CdG 1947

Giochi del Mediterraneo. Il silenzio dei soliti “noti” e le fake news della stampa locale. Il Corriere del Giorno il 3 Agosto 2023

di Antonello de Gennaro

Massimo Ferrarese, commissario straordinario nominato dal Governo per la realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei XX Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026 questa mattina ha incontrando i giornalisti per fare il punto della situazione. Assenti ingiustificati rappresentanti del Comune di Taranto e della Regione Puglia, che hanno perso il giocattolo (degli appalti) , vivono da due mesi di comunicati stampa imbarazzanti e di grandi menzogne a cielo aperto . “Se il Governo ha nominato un commissario vuol dire che qualcuno è stato commissariato. – ha esordito Ferrarese – Il ruolo che mi è stato assegnato consente delle strade in più per accelerare e agevolare il percorso. Lo scorso 6 giugno quando sono stato nominato per prima cosa ho inviato una PEC a tutti gli attori per ottenere i progetti esecutivi.” “Dobbiamo recuperare il tempo perso – ha aggiunto Ferrarese – voglio accelerare, voglio andare al massimo. Quindi siamo qui per questo. Per farlo però c’è bisogno in questo momento di un pit-stop. Dobbiamo fermarci un attimo e ripartire più forte di prima auspicando la collaborazione da parte di tutti“. 

Ferrarese ha subito fatto dei necessari chiarimenti: “ Ad oggi sono solo otto i progetti presentati per i Giochi del Mediterraneo da tutti i comuni interessati (Avetrana, Crispiano, Grottaglie, Laterza, Lecce, Martina Franca, Statte,e Torricella e, nessuno dal Comune di Taranto da cui ho ricevuto solo quattro DIP (cioè documento di indirizzo programmatico n.d.r. ) relativi a Campo Scuola per lo stadio di Atletica, Palamazzola, lo stadio di Talsano, i giardini della Villa Peripato (che sarebbe interessante capire che manifestazioni sportive dovrebbero ospitare) e quattro PFTE (progetto di fattibilità tecnico-economica) per il PalaRicciardi, lo stadio del nuoto, zona Torpediniere e la palestra di Paolo VI.

Secondo il commissario Ferrarese “i problemi si risolvono solo con la collaborazione , quindi una grande apertura a tutti i sindaci, soprattutto a quello di Taranto. Sicuramente i 150 milioni che sono già stati messi a disposizione del commissario dal Governo non basteranno. Serviranno altre decine di milioni per realizzare i Giochi e stiamo lavorando per questo. Sono convinto che il governo lavorerà in tal senso“.

Con grande stile istituzionale Ferrarese non ha fatto alcun riferimento alla circostanza che nel primo “masterplan” presentato al Comitato Internazionale nel luglio di ben 4 anni fa, nel 2019, per aggiudicarsi l’edizione 2025 (poi causa Covid, slitta al 2026) realizzato da Elio Sannicandro, direttore generale dell’ agenzia regionale ASSET , il contributo pubblico dello Stato era previsto per 120milioni, di cui 100 per opere ed infrastrutture e 20milioni per l’organizzazione. E che dei 142 milioni di euro previsti a carico di Regione, Comune ed altri Enti Locali non si è visto un solo euro. Per non parlare poi dei 28 milioni di euro previsti ed indicati a carico dei “privati” (cioè gli sponsor). Figuriamoci se la la stampa tarantina in gran parte a libro paga della politica pugliese faceva qualche domanda del genere. 

Il solito Domenico Palmiotti, giornalista pensionato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, negli ultimi tempi diventato frequente collaboratore nel nuovo Quotidiano di Puglia, noto dispensatore onnipresente di “like” ed elogi pubblici rivolti al Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, questa mattina ha sciorinato una serie. di fesserie colossali: “I 150 milioni che a marzo 2022 il Parlamento deliberò per i Giochi nell’ambito del decreto Sostegni Ter, non sono ancora arrivati. Ferrarese dice che ci sono, arriveranno, ma questi soldi sono già insufficienti per tre motivi. Uno noto da tempo, ovvero che il masterplan iniziale prevedeva un sostegno finanziario maggiore, nell’ordine di almeno un centinaio di milioni in più, e questo dovrà necessariamente portare ad asciugare il masterplan stesso“

le “fake news” pubblicate dal Nuovo Quotidiano di Puglia

Cosi continuava a scribacchiare Palmiotti: Sino a ieri perché la coperta era corta, oggi perché non c’è più tempo per fare quello che si era preventivato. Al motivo noto, se ne sono aggiunti recentissimamente altri due: i costi delle opere complementari ai Giochi (l’accoglienza, i villaggi sportivi, la logistica, l’organizzazione) e il rincaro dei materiali edili necessari a costruire impianti sportivi e strutture connesse. Chi li mette questi soldi? Emiliano dice che la Regione è pronta a versare 40 milioni di euro non appena il ministro Raffaele Fitto assegnerà la quota del Fondo di Sviluppo e Coesione che spetta alla Regione Puglia: 4,6 miliardi.“

Se questo giornalista…avesse letto una sola volta il masterplan di cui scrive… (sembrerebbe sotto dettatura) avrebbe potuto rendersi conto che i soldi mancanti sono i 142 milioni di euro previsti a carico della Regione Puglia e del Comune di Taranto ! Così come Palmiotti ignora (o finge di ignorare) che i costi delle opere complementari ai Giochi (l’accoglienza, i villaggi sportivi, la logistica, l’organizzazione) erano già previsti ed inclusi sin dal primo “Masterplan” del 2019.

Per non parlare poi di un giornaletto online tarantino, edito da un “compra oro” (una di quelle società che prosperano grazie alla disperazione economica della povera gente che si vende ogni affetto ed effetto personale pur di tirare a campare. Attività legittima, sia chiaro, ma eticamente poco ammirevole. Come si fa a stimare chi vive sulla disperazione altrui ? ebbene in un articolo che vi risparmiamo, per decenza del vostro (e nostro) intelletto, è stata pubblicata la seguente nota a margine: “Il Commissario Ferrarese afferma di aver ricevuto soltanto negli ultimi giorni i progetti, uno addirittura la scorsa notte. Dal Comitato Organizzatore fanno sapere che i primi file dei progetti sono stati inviati al Commissario, così come al Ministro dello Sport ed a quello degli Affari Europei in data 24 giugno. Poi sono stati rimandati, sempre al Commissario, martedì 25 luglio e lo stesso Ferrarese venerdì sera, 28 luglio, ha chiesto di rimandarli perché non riusciva ad aprire gli allegati che gli sono stati inoltrati nuovamente tra martedì e ieri”. 

Probabilmente il “portavoce” in questione, chiamarlo Direttore sarebbe un’offesa a tutti quei bravi direttori che si assumono le responsabilità della propria redazione e collaboratori, non sa che quando si mandano documenti “pesanti” quasi sempre non si aprono, e che i progetti di cui parla sotto dettatura di qualcuno…(del Comitato Organizzatore ? ) sono stati giudicati incompleti ed irricevibili dal Governo, ed in particolare dal ministro dello Sport Andrea Abodi che nel suo precedente dell’istituto finanziario di diritto pubblico “Credito Sportivo” di progetti ne ha visti analizzati, studiati e finanziati in tutta Italia, sicuramente più di Emiliano, Melucci e Sannicandro ed i loro tecnici messi insieme. Ecco perchè sono stati commissariati !

Possibile che nessuno si sia chiesto: ma come mai un Commissario di Governo tiene una conferenza stampa e nessuno delle istituzioni pubbliche è presente e partecipa per garbo e rispetto istituzionale ? E nessuno ha mai chiesto invece al Comune di Taranto ed all’ Asset “come mai avete trasmesso il progetto di project financing per un nuovo stadio a Taranto soltanto alle 2 della notte precedente alla conferenza stampa ?“. 

Il vero punto di rottura fra Melucci e Ferrarese è il desiderio ardente del primo cittadino di Taranto di fare realizzare uno stadio nuovo demolendo l’attuale Iacovone nel quartiere Salinella per utilizzando l’area per la costruzione di un nuovo che impianto costerebbe circa 50 milioni di euro. “Con un project financing (per una durata di 99 anni che Palmiotti occulta e non cita !!! ) una società si è candidata, il Comune vorrebbe farne uno nuovo. Un nuovo stadio riqualifica la città, dice Melucci” scrive Palmiotti che ben si guarda e si degna di spiegare e rendere noto a quei pochi lettori che ormai lo leggono data la crisi perdurante della carta stampata in Puglia e non solo…, che quella società (Red Sport srl) ha solo 11mila euro di capitale sociale, è stata costituita appena un’ anno fa e dalle visure societarie della Camera di Commercio risulta inattiva, e vorrebbe mettere le mani su 25milioni di euro di contributo pubblico a fondo perduto (che era previsto per la ristrutturazione dello stadio Iacovone) per realizzare intorno ed all’interno 17.000 metri quadri di spazi commerciali da mettere a reddito. Un’operazione al limite del codice penale, che per fortuna non si farà mai. Ed adesso Sannicandro e Melucci , in compagna di Ferrara non resta altro che andare a giocare con i mattoncini della Lega e costruirsi il loro stadio dei sogni a spese proprie e non certo dei contribuenti ! 

In relazione allo stadio Erasmo Iacovone, il principale impianto sportivo a Taranto il Commissario Ferrarese ha reso noto di aver ricevuto “solo la scorsa notte il project financing dello Iacovone, anche se ero già a conoscenza di questo progetto, nonostante nel masterplan si parli di chiaramente riqualificazione e adeguamento dell’impianto. Ho già parlato con 15 tecnici e tutti hanno ribadito che il progetto dello stadio ex novo è irrealizzabile nei tempi a disposizione. Io ho il dovere di far funzionare l’opera entro febbraio 2026, ecco perché immagino un restyling di alto livello per lo Iacovone, con copertura totale e 25mila posti utilizzabili contro i 16mila previsti dall’altro progetto“.

Quanto alla decisione del Coni di uscire dal Comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo per non danneggiare la reputazione ed immagine della massima istituzione sportiva dello Stato, il commissario Ferrarese ha detto che “il presidente Malagò ha voluto fare un cambio di passo ed è sicuramente quello che chiedo anche io“. In conclusione, Ferrarese ha annunciato di aver raggiunto accordi con Eutalia società del Ministero dell’Economia e delle Finanze e Sport e Salute quale centrale di committenza del ministero dello Sport, società dello Stato e la struttura operativa del Governo per la promozione dello sport e dei corretti stili di vita incaricata anche di distribuire i contributi pubblici agli Organismi sportivi. La Società Sport Salute è anche proprietaria dello Stadio Olimpico e gestisce in concessione il Parco del Foro Italico. In questa veste, oltre ad ospitare le partite di Roma e Lazio, organizza manifestazioni sportive di rilievo mondiale. Nel 2022 sono stati 19 gli eventi al cui svolgimento Sport e Salute ha contribuito con le sue strutture e le sue competenze. Dagli Internazionali di tennis al trofeo di rugby Sei Nazioni, solo per citare due esempi. E non solo a Roma. La Società infatti collabora all’organizzazione, tra gli altri eventi, delle Nitto Atp Finals e del Next Gen. 

Antonello de Gennaro. Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

Incendio allo stadio di Taranto: giallo sui lavori mai completati. Un fumogeno è finito su materiale infiammabile accatastato in curva sud. Dubbi sui lavori di riqualificazione dell'impianto. Annarita Digiorgio il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

È andata a fuoco ieri sera, dopo la partita di serie C con il Foggia, la curva sud dello stadio Iacovone di Taranto. Danni ingenti, ma nessun ferito. Lo stadio è stato dichiarato inagibile e la Procura ha aperto un'inchiesta coordinata dal sostituto Francesca Colaci. Le indagini sono condotte dalla Polizia che sta visionando i filmati delle telecamere della videosorveglianza. Ed è proprio dai video amatoriali diffusi sui social che emerge come le fiamme siano state provocate dal fatto che uno dei fumogeni lanciati dai tifosi del Foggia è finito su del materiale infiammabile accatastato sotto la curva sud. Si tratta di rotoli di rivestimento delle piste di atletica, con una componente in gomma, che hanno facilmente preso fuoco. Ora si dovrà accertare chi, e per quali ragioni, abbia autorizzato il deposito del materiale sotto la curva.

Da ieri infatti le immagini dell’incendio vengono diffuse sui social insieme a quelle dell’assessore ai lavori pubblici di Taranto, Mattia Giorno del Partito democratico, che a marzo si fotografava con questi rotoli in bella mostra, presso un’azienda di Alba: “L’arrivo della gomma ci permetterà di avviare l’ultima fase del cantiere, cosi da poter consegnare alla città tutta la struttura già per l’inizio della prossima estate” scriveva l’assessore Giorno a marzo scorso.

Ma, nonostante i roboanti annunci, la pista d’atletica non è mai stata completata, e non si sa chi ha stoccato quei rotoli infiammabili sotto al curva dello stadio destinata ai tifosi in trasferta, senza nessuna precauzione di sicurezza. E infatti la parte dello Iacovone andata a fuoco è solo quella dove erano accatastati i rotoli per la pista di atletica leggera destinata al nuovo camposcuola. Camposcuola in rifacimento dal 28 gennaio 2020 e ad oggi ancora in alto mare.

Su questo il consigliere comunale della Lega a Taranto, Francesco Battista, ha presentato una interrogazione all'assessore del pd Mattia Giorno: " Ho chiesto se il materiale fosse frutto di una fornitura o anche di eventuale posa in opera, se lo stoccaggio rispettasse tutte le norme di sicurezza in termini di luogo e conservazione e chi ha autorizzato questo atto, se è stato fatta una quantificazione dei danni e per ultimo se è stata istituita o si ha intenzione di istituire una commissione interna per verificare eventuali responsabilità". Come nota il consigliere Battista "in fumo sono andate diverse migliaia di euro di soldi dei tarantini per l’acquisto del materiale e altri se ne andranno per ripristinare la curva sud".

La decisione di inibire tutto lo stadio - dove domenica sarebbe arrivato il Brindisi per incontrare il Catania perché lo stadio della città adriatica è chiuso per lavori di ristrutturazione - è stata presa in attesa di verificare se l'incendio ha provocato danni anche alle strutture delle altre parti dell'impianto sportivo.

"Il Calcio Foggia 1920 è vicino alla società Taranto F.C. e alla città di Taranto", scrive il club in una nota, "per quanto accaduto nella serata di ieri allo 'Iacovone. Speriamo che le indagini, già partite, portino immediatamente alla luce la natura dell'incendio divampato e che qualora ci fosse il dolo, i responsabili vengano puniti. Il Calcio Foggia 1920 si rende disponibile, sin da subito, a collaborare con gli organi competenti".

Ieri sera allo Iacovone c'erano 10mila spettatori, circa 250 i tifosi del Foggia, di cui una cinquantina arrivati solo a secondo tempo già cominciato a causa di un tamponamento sulla statale 106 Ionica all'altezza di Chiatona. Dopo la partita, tutti i tifoso foggiani hanno lasciato lo stadio scortati dalle forze di polizia. Per lo stadio erano già in programma lavori di ristrutturazione grazie ai finanziamenti pubblici da fruttare per i Giochi del Mediterraneo 2026. Ma proprio intorno a questa struttura è nata la diatriba che ha portato al commissariamento dei giochi dal parte del governo.

Infatti bypassando il masterplan di candidatura, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci con il comitato organizzatore gestito da Michele Emiliano, aveva proposto il totale abbattimento e ricostruzione dello stadio, diminuendone i posti, ma con negozi commerciali, un hotel alto 80 metri, per oltre 50 milioni di fondi pubblici da fare entro tre anni.

E proprio per le diatribe, Giovanni Malagò ha fatto uscire il Coni dal comitato organizzatore abbandonando i Giochi del Mediterraneo 2026 al loro destino, quisquilie, e interessi locali, nonostante i 150 milioni di fondi pubblici stanziati.

Incendio allo stadio Iacovone: il valzer delle bugie e delle responsabilità occultate. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 5 Settembre 2023

Incendio allo stadio Iacovone: il valzer delle bugie e delle responsabilità occultate.

L'incendio è divampato nuovamente anche questa mattina. Un'altra responsabilità è secondo noi in capo al Prefetto di Taranto che ha consentito la presenza dei tifosi dauni, che per la cronaca hanno fatto vincere il "premio multe" della Lega al Foggia Calcio, a seguito delle loro intemperanze (a dir poco...) su tutti gli stadi di serie C. Non si capisce sulla base di quale ragionamento a dir poco insensato sia stata data questa autorizzazione

di Antonello de Gennaro

Partiamo dai fatti documentati che abbiamo riscontrato personalmente in quanto eravamo allo stadio domenica sera e ci siamo tornati lunedì mattina per fare alcune verifiche, nonostante l’ingiustificato ostruzionismo ricevuto da uno sprovveduto arrogante appartenente della Polizia di Stato, che come ho già reso noto al questore di Taranto ed al Dipartimento di PS del Ministero dell’ Interno, provvederò a denunciare nelle prossime ora.

Domenica sera al 60′ di gioco, la partita era iniziata alle 20:45, hanno fatto ingresso in curva Sud un gruppo di tifosi dauni al seguito del Foggia Calcio che appena arrivati sugli spalti hanno iniziato a lanciare razzi, fumogeni e petardi in campo e persino in direzione della tribunale laterale, nel totale immobilismo degli steward del Foggia Calcio che erano al seguito dei tifosi dauni, probabilmente in “gita-premio” visto che non hanno fatto pressoche nulla per fermarli ! Quindi solo un osservatore distratto o credulone potrebbe credere alla circostanza che la “comitiva” dei tifosi dauni sia stata attentamente controllata dalle forze dell’ ordine, in quanto quello che è accaduto è successo davanti agli occhi di oltre 10 mila tifosi del Taranto Calcio presenti allo stadio che hanno dato una prova di grande civiltà ed attaccamento alla squadra guidata da mister Ezio Capuano.

 Nel frattempo all’ingresso della curva nord dei tifosi del Taranto gli steward e le forze dell’ordine volevano controllare persino le buste dei genitori che avevano portato allo stadio i propri figli, contenenti panini e focacce per tamponare la fame serale. Quindi non si riesce a capire tanto “rigore” nei confronti dei tifosi locali ed altrettanta superficialità e leggerezza nei confronti dei tifosi al seguito del Foggia. Un’altra evidente responsabilità è in capo al Prefetto di Taranto che ha consentito la presenza dei tifosi dauni, che per la cronaca hanno fatto vincere il “premio multe” della Lega al Foggia Calcio, a seguito delle loro intemperenze (a dir poco…) su tutti gli stadi di serie C, non si capisce sulla base di quale ragionamento a dir poco insensato. 

L’incendio come dichiarato anche dall’ing. Giovanni Pietroforte, vice comandante dei Vigili del Fuoco di Taranto è stato causato da dei razzi finiti negli spazi sottostanti la curva sud, dove il personale del Comune di Taranto aveva alloggiato i tappeti di gomma (materiale infiammabile) prodotti dall’ azienda “Mondo” acquistati dal Comune per la pista di atletica in fase ri ritardata realizzazione nel quartiere Salinella. “Eravamo presenti allo stadio perché svolgiamo un servizio di vigilanza antincendio. A fine partita, il funzionario di turno ha notato una nube di fumo che si alzava proprio in corrispondenza della Curva Sud. Quindi ha allertato il personale presente nell’impianto. Sul posto sono giunte anche due squadre dei distaccamenti “Porto” e “Grottaglie” con relative autobotti. L’incendio è stato completamente estinto solo alle prime luci dell’alba“ aggiungendo e spiegando che “a prendere fuoco sono stati materiali gommosi che, per loro natura, si raffreddano con molta difficoltà“. 

Resta da chiedersi però come mai allo stadio non fosse presente neanche una piccola autobotte dei Vigili del Fuoco , che peraltro per la loro presenza (obbligatoria) vengono anche retribuiti per circa 700 euro a partita dal Taranto Calcio. Una presenza-assenza che ha fatto sviluppare l’estensione dell’incendio, Inoltre come mai sono intervenute le squadre dei distaccamenti del Porto e nel comune di Grottaglie, quasi 20 vigili del fuoco allorquando il quartiere generale dei Vigili del Fuoco è distante qualche centinaia di metri dallo stadio Iacovone ? Quesiti che ci auguriamo possano essere chiariti dalle indagini della procura affidate al sostituto procuratore dr.ssa Francesca Colaci. 

Altrettanto imbarazzante è la dichiarazione del sindaco di Taranto Melucci, presente allo stadio solo nel primo tempo, senza l’inseparabile “staffista” al seguito indossando una maglia rossoblu, vecchia ed obsoleta riportante uno sponsor che non c’è più: ” L’amministrazione comunale ha avviato tutte le verifiche di natura amministrativa rispetto all’episodio verificatosi nella serata di ieri all’interno dello stadio “Erasmo Iacovone”. Gli uffici tecnici stanno quantificando i danni provocati dall’incendio scoppiato nell’area della curva sud e l’intera macchina amministrativa si è messa a disposizione degli inquirenti per consentire il tempestivo accertamento delle responsabilità”. 

“Al netto di queste verifiche, imprescindibili – le parole del sindaco Rinaldo Melucci – dobbiamo concentrarci sull’episodio e condannarne senza remore la gravità. Quel che è accaduto allo stadio “Erasmo Iacovone”, dopo la festa per l’esordio di campionato, è inammissibile, si scontra violentemente con il concetto di sport e di sana competizione che coltiviamo. Ci auguriamo che i responsabili vengano presto individuati dall’autorità giudiziaria, nel frattempo mi preme ringraziare i Vigili del Fuoco e tutte le forze dell’ordine per l’encomiabile lavoro svolto in queste ore“.

Dichiarazioni di facciata, quelle di Melucci che evidentemente o mente o finge di non sapere, che la responsabilità di chi ha lasciato quei materiali gommosi infiammabili è proprio della sua Amministrazione, che lo scorso 24 marzo si “beava” ed elogiava da sola, per voce dell’ assessore Mattia Giorno, il quale continua a manifestare la sua scarsa esperienza amministrativa ed inadeguatezza nel ruolo che ricopre. Infatti l’ assessore scriveva: ” abbiamo formalmente ricevuto i circa 500 rotoli che andranno a comporre la superficie blu in gomma, come la stessa utilizzata per le Olimpiadi di Tokyo del 2020 e i prossimi mondiali di Budapest 2023. È stato un importante momento di confronto sul settore dell’impiantistica sportiva, centrale nello sviluppo della città per i prossimi anni. L’arrivo della gomma ci permetterà di avviare l’ultima fase di cantiere, così da poter consegnare alla città tutta la struttura già per l’inizio della prossima estate“

In realtà basta passare davanti al vecchio campo scuola nel quartiere Salinella, a qualche centinaio di metri dallo stadio Iacovone, dove è prevista la realizzazione di una pista di atletica per i Giochi del Mediterraneo 2026 per rendersi conto con i proprio occhi dell’immobilismo e dello stato di fermo totale del cantiere, verifiche queste che nessun organo di (presunta) informazione locale si è mai guardato di andare a vedere e documentare, preferendo affidarsi alle dichiarazioni e comunicati che arrivano nelle redazioni tarantine da Palazzo di Città. Melucci dovrebbe chiedersi innanzitutto qualcosa, e lo aiutiamo… noi : chi ha autorizzato la giacenza dei rotoli di gomma della pista d’atletica sotto la curva Sud ? Chi risponderà dei danni di 400mila euro per la pista di atletica in gomma andata distrutta dall’incendio ? 

Su quanto accaduto si è espresso anche il Foggia, attraverso una nota ufficiale pubblicata sul sito della società dauna: “Il Calcio Foggia 1920 è vicino alla società Taranto e alla città di Taranto per quanto accaduto speriamo che le indagini, già partite, portino immediatamente alla luce la natura dell’incendio divampato e che qualora ci fosse il dolo, i responsabili vengano puniti. Il Calcio Foggia 1920 si rende disponibile, sin da subito, a collaborare con gli organi competenti”. 

Quello che resta da capire è se il provvedimento di sequestro è solo per la curva Sud o dell’intero stadio in attesa di verificare se l’incendio ha provocato danni anche alle strutture degli altri settori, in particolare della tribuna confinante con la curva sud Nel secondo caso sarebbe un danno enorme logistico ed economico per la società del Taranto Calcio, ma anche del Brindisi Calcio che domenica 10 settembre ha in programma proprio allo stadio Iacovone Brindisi-Catania, essendo lo stadio Fanuzzi di Brindisi chiuso per lavori di ristrutturazione. Ma al Comune di Taranto in realtà importa solo incassare il canone di affitto dello stadio, o fare qualche passerella “omaggio”…..

Questa mattina incredibilmente si è riacceso l’incendio nella curva Sud dello stadio Iacovone, circostanza che comprova l’inefficacia delle operazioni svolte dai Vigili del Fuoco nella serata di domenica e nella mattinata di lunedì, nonchè la sciagurata mancata rimozione e trasferimento dei materiali gommosi sotto la curva Sud dello stadio che si sono incendiati nuovamente questa mattina, in quanto i rilievi della Polizia Scientifica sono stati effettuati nella giornata di ieri. 

Inutilmente abbiamo cercato di contattare l’ Ing. Giuseppe Merendino comandante provinciale di Taranto dei Vigili del Fuoco, che ci viene riferito sarebbe da ieri a Bari, così come non ci è stato possibile rintracciare telefonicamente nessun altro dirigente provinciale. Abbiamo quindi contattato telefonicamente il direttore regionale Ing. Giampietro Boscaino il quale non ha saputo fornire alcuna spiegazione arrivando a dirci “chieda un appuntamento e così di persona le rispondo” manifestando un’inadeguatezza per il ruolo ricoperto. Abbiamo provato anche a contattare il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco, ma ci è stato riferito dalla segreteria dell’ Ing. Carlo Dall’Oppio comandante nazionale del corpo, che il responsabile dei rapporti con la stampa “è impegnato in una riunione per preparare un evento”…. 

Nel frattempo nostre fonti locali riferiscono che i Vigili del Fuoco di Taranto sostengono che si tratti di un episodio di “autocombustione“, ipotesi questa però difficile da credere dopo che sono passate 48h dal primo incendio e sopratutto dopo ed il forte acquazzone calato sulla città di Taranto fra ieri sera e stanotte !

Nel primo pomeriggio il Sindaco di Taranto ha diffuso questo comunicato: “Il sindaco ha riunito stamane gli uffici tecnici del Comune di Taranto, per pianificare nel dettaglio le azioni possibili ai fini della più rapida fruizione in sicurezza degli spazi dello stadio “Iacovone”, almeno quelli non ammalorati dall’incendio appiccato dai tifosi del Foggia in occasione dell’ultima gara del campionato di Lega Pro. Previa opportuna istanza alle autorità di polizia e giudiziarie, gli uffici tecnici effettueranno quanto prima un sopralluogo volto a verificare la situazione strutturale della curva sud e le implicazioni del sinistro sul resto dell’impianto comunale. Dopo sarà presumibilmente la volta dei ripristini, nel più breve tempo possibile, in danno come da norme della Lega Pro alla società di calcio ospite”.

Il comunicato continua: “Con riguardo al materiale attualmente stoccato nello stadio comunale, nell’attesa delle disposizioni degli inquirenti che ne consentano l’evacuazione, gli uffici tecnici stanno provvedendo alla rimodulazione del cronoprogramma di interventi riferibili al completamento dello stadio Valente“. Melucci non dice una sola parola sulle responsabilità dello stoccaggio di materiale infiammabile sotto la curva da sempre riservata alle tifoserie ospitanti !

“Non voglio più commentare l’inciviltà, sembra nemmeno nuova, di certa tifoseria. Faremo tutto quanto nelle nostre possibilità per agevolare un rapido rientro agli allenamenti e alle gare ufficiali dei rossoblu – ha commentato a margine del tavolo di lavoro il primo cittadino ionico – siamo in stretto contatto con lo staff del presidente Massimo Giove e desideriamo ringraziare di tutta la costante collaborazione il signor questore di Taranto Massimo Gambino e il signor prefetto di Taranto Demetrio Martino”.  

queste le condizioni in cui versa la (non)realizzazione del nuovo stadio di atletica alla Salinella

Fermo restando i comportamenti delinquenziali dei tifosi al seguito del Foggia, Melucci sconfina nel ridicolo: “Restiamo anche tutti impegnati per evitare problemi al cantiere del nuovo stadio di atletica, che nei prossimi giorni visiteremo insieme all’impresa incaricata, confidiamo di mantenere una consegna dei lavori entro l’inizio del nuovo anno. Inviterei, perciò, tutti a terminare ogni strumentalizzazione ai danni della città: dimostriamoci una volta tanto una comunità matura, che fa le cose che si devono fare. Colgo, in ultimo, occasione per invitare i residenti del quartiere Salinella a tenere le finestre chiuse in queste ore di ulteriore attività nello stadio comunale“. In realtà il cantiere del nuovo stadio di atletica, come abbiamo documentato ieri, è fermo da mesi ! Redazione CdG 1947

Le squallide speculazioni del Comune di Taranto sullo stadio Iacovone. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 7 Settembre 2023 

L'obiettivo del nuovo stadio è, quindi per il sindaco Melucci, la rigenerazione del quartiere Salinella come la mitigazione del rischio idraulico. Rigenerazione che l' Amministrazione Melucci avrebbe potuto realizzare con i propri fondi senza scialacquare sinora 8 milioni euro per le regate di Sail GP oltre agli altri 4 previsti di spesa nel 2024 per un totale di 12 milioni di euro

“Registrando i fatti che stanno succedendo e vedendo come reagiscono le strutture, è imprescindibile immaginare una nuova infrastruttura e non un restyling dell’esistente”. con queste dichiarazioni il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, si improvvisa “tecnico” senza di fatto esserlo, e prospetta scenari a dir poco vergognosi sulla sua idea per lo stadio Erasmo Iacovone all’indomani dell’incendio e alla vigilia dell’incontro di oggi con il commissario di Governo dei Giochi del Mediterraneo, Massimo Ferrarese. 

Melucci ha reso queste dichiarazioni in occasione della presentazione di 56 nuovi autobus ibridi, dopo la sua ordinanza di interdizione temporanea dello stadio interessato domenica scorsa da un incendio che ha interessato la curva sud dopo il derby contro il Foggia. E quando gli vengono chieste le ragioni per cui quale il materiale infiammabile fosse depositato sotto i gradoni della curva sud , da sempre riservata alle tifoserie ospiti, così risponde: “Tutti si stanno accanendo su un fatto che non è in discussione. Poi faremo le verifiche tecniche del caso. Sembra quasi che il reato lo abbia commesso chi ha stoccato del materiale in tutta sicurezza, perché senza il fumogeno entrato allo stadio non si sarebbe sviluppato l’incendio”.

Quello che Melucci o non capisce o finge di non capire è che in tutta Italia le tifoserie nonostante i controlli più o meno efficaci delle forze dell’ ordine e degli stewart delle società (che non posso fare perquisizioni personali) riescono a fare entrare, razzi, petardi e fumogeni. Soltanto uno sprovveduto (o un deficiente, a seconda dei pareri) può depositare del materiale infiammabile sotto la curva ospiti. Inoltre Melucci manifesta la propria ignoranza istituzionale e giuridica quando parla di “fatto non in discussione” quando invece lo è a parere della Digos e della Procura, che sono gli unici poteri dello Stato a poter fare queste valutazioni, e non certo un agente di servizi portuali diventato sindaco ” a sua insaputa” !

Il sindaco di Taranto continua nel suo sproloquio al solito giornale barese amico e “sodale” della sua Amministrazione comunale da cui ha incassato non pochi soldi, allorquando dichiara: “Quello dello Iacovone è un lavoro che richiede programmazione, risorse, burocrazia e tante questioni tecniche. Ognuno si prenda le sue responsabilità. Vogliamo ragionare insieme delle cose che si possono fare. Io mi permetto di ricordarlo, come ho già fatto con il commissario Ferrarese e so che lui condivide questo pensiero, noi non facciamo i giochi per fare una festicciola più grande nell’estate del 2026″. 

Equi esce la verità ben nota a tutti : Melucci insieme a Sannicandro (Asset Puglia) volevano gestire gli appalti: ” Facciamo i Giochi del Mediterraneo per rigenerare i quartieri di Taranto, con una leva pubblica che altrimenti non avremmo trovato altrove. E l’intento di lasciare un’eredità importante al mondo dello sport e dell’associazionismo tarantino“. L’obiettivo del nuovo stadio è, quindi per il sindaco Melucci, la rigenerazione del quartiere Salinella come la mitigazione del rischio idraulico. Rigenerazione che l’ Amministrazione Melucci avrebbe potuto realizzare con i propri fondi senza scialacquare sinora 8 milioni euro per le regate di Sail GP oltre agli altri 4 previsti di spesa nel 2024 per un totale di 12 milioni di euro ! Ma i giornalisti locali ben si guardano dal fare domande e contestare certe follie derivanti da una nota mania di “protagonismo”. E non solo…. 

In relazione ai fondi necessari il sindaco Melucci insiste: “Se le cose si possono fare e ci sono anche i promotori privati si faranno (dimenticando di ricordare una gestgione privata di uno stadio nuovo per 90 anni ! n.d.a.) , altrimenti faremo altri progetti. La città ne beneficerà. Usciamo tutti da questa querelle. Dobbiamo fare i giochi, dobbiamo rinnovare l’infrastruttura sportiva della città, creare qualcosa di importante per il quartiere Salinella e troveremo nelle prossime ore la soluzione più adeguata. Spesso capitano tante cose complicate – continua il sindaco – come in tutte le comunità che fanno grandi sforzi, però ci dimentichiamo di vedere tutte le cose buone che funzionano e che ci fanno fare bella figura, frutto di programmazione che viene da lontano e che non nasce oggi“.

Ma quali sarebbero le cose buone che funzionano, e che fanno fare bella figura alla città di Taranto “frutta di una programmazione che viene da lontano” non è dato saperlo figuriamoci poi se qualche pennivendolo o scribacchino locale si degna di chiederlo ! Altrimenti poi mancette e markette come arrivano ?

Redazione CdG 1947

Il Coni contesta il Comitato organizzatore dei Giochi del Mediterraneo e si tira fuori. Antonello de Gennaro Il Corriere del Giorno il 31 Luglio 2023

Malagò: il “perdurante e irrisolto stato di impasse, che ha portato a palesi ritardi nella realizzazione delle opere infrastrutturali e nell'organizzazione in generale” necessita di una svolta "che consenta di riprendere il cammino nell'interesse di tutti gli stakeholders, dei vostri e nostri rispettivi ruoli".

di Antonello de Gennaro

Le stupide minacce mediatiche , le incapacità gestionali e le critiche fuori luogo di due dilettanti allo sbaraglio (leggasi Melucci e Sannicandro) hanno indotto il Coni ad uscire fuori dal Comitato Organizzatore dei Giochi del Mediterraneo 2026. La lettera inviata dal presidente del Coni Giovanni Malagò ai Ministri Andrea Abodi (Sport e giovani ) e Raffaele Fitto (Affari Europei) e , al Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, al presidente del Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo, Davide Tizzano, e al Commissario straordinario, Massimo Ferrarese, altro non è che un’inconfutabile e pesante critica all’attuale governance, cioè all’ attuale Presidente che è il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ed il direttore generale Elio Sannicandro una vecchia conoscenza del CONI che anni fa lo mise praticamente alla porta. 

Il documento che il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di fornirvi in visione in esclusiva, grazie a delle autorevoli “fonti” romane, è molto chiaro: il “perdurante e irrisolto stato di impasse, che ha portato a palesi ritardi nella realizzazione delle opere infrastrutturali e nell’organizzazione in generale” necessita di una svolta “che consenta di riprendere il cammino nell’interesse di tutti gli stakeholders, dei vostri e nostri rispettivi ruoli”. 

La lettera a firma del presidente del Coni Giovanni Malagò è molto chiara: “riteniamo di fare un passo indietro rispetto all’ attuale governance del comitato organizzatore, con l’auspicio che questa presa di posizione formale possa essere condivisa da tutti i soggetti interessati, per ricostruire con la massima urgenza un modello gestionale che possa concretizzare al meglio ogni attività finalizzata all’ ottimale svolgimento dell’ evento“

Malagò conclude la sua lettera rimanendo “fiducioso ed ottimista che ci sono e continuano ad esserci tutte le condizioni per realizzare una edizione dei Giochi del Mediterrano che resterà nella storia come esempio positivo delle capacità organizzative, di efficienza ed accoglienza del nostro Paese“. Ma soltanto con un nuovo comitato organizzatore gestito da persone esperte e capaci e non certo da Melucci e Sannicandro.

da sx. Elio Sannicandro, Michele Emiliano e Rinaldo Melucci

In serata il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano ha diffuso una lunga dichiarazione, che abbiamo circoscritto ai Giochi del Mediterraneo. ” La uscita del CONI dal Comitato Organizzatore dei Giochi del Mediterraneo è la conseguenza delle incertezze sul finanziamento dei Giochi da parte del Governo” circostanza questa che è contraria al vero e che possiamo smentire noi dopo averlo verificato con autorevoli fonti di Palazzo Chigi.

“La Regione Puglia ribadisce la disponibilità a trovare col Governo un’intesa che consenta a quest’ultimo di rimuovere ogni remora a far fronte agli impegni presi col CONI, con la Regione Puglia, col Comune di Taranto e con i comuni pugliesi facenti parte del Comitato Organizzatore” continua Emiliano, il quale dimentica che in realtà la Regione Puglia e gli Enti locali non hanno versato quanto avrebbero dovuto !!! 

 Come potete vedere nel riquadro in alto estratto dal “masterplan” cioè dal cronoprogramma realizzato dall’ agenzia regionale pugliese Asset (che troverete sotto nella versione integrale) guidata da Elio Sannicandro, un ex assessore dell’ Amministrazione Emiliano al Comune di Bari, alla data dell’ aggiudicazione dei Giochi del Mediterraneo alla città di Taranto (cioè nel 2019) erano previsti solo 120 milioni di euro di finanziamento dallo Stato (che invece generosamente ne ha stanziati ben 170 !) mentre la Regione Puglia, il Comune di Taranto ed altri enti locali che avrebbero dovuto stanziare 142 milioni, soldi che non si sono mai visti, nè tantomeno sono mai stati stanziati ! Per non parlare poi dei 28 milioni previsti da privati (sponsor) dei quali non si è visto anche in questo caso un solo centesimo di euro !

“Nell’ultima riunione svoltasi con i Ministri Fitto e Abodi – continua Emiliano – la Regione Puglia aveva espresso, a richiesta del Ministro Abodi, la sua disponibilità ad integrare il Comitato Organizzatore con le presenze ritenute necessarie dal Governo al fine di sbloccare i finanziamenti, offrendo inoltre la propria disponibilità a versare la somma di 40milioni di euro di sua competenza non appena assegnata dal Ministro Fitto la quota del Fondo di Sviluppo e Coesione spettante alla Regione Puglia ammontante a 4,6 miliardi”. Piccolo particolare: il proprio contributo finanziario ai Giochi del Mediterraneo la Regione Puglia doveva stanziarli sin dal 2019, senza aspettare i fondi da Fitto, che a quell’ epoca sedeva ancora fra i banchi del Parlamento Europeo. 

“La riunione si era chiusa con l’intesa che sarebbe stata aggiornata – prosegue la nota di Emiliano – a due/tre giorni per conoscere la risposta del Governo. Si comprende cosi la reazione del Presidente Malagó che è dichiaratamente intesa a favorire un’intesa che eviti all’Italia, alla Puglia e a Taranto una brutta figura e un eccessivo affanno nella realizzazione degli impianti necessari allo svolgimento dei Giochi. Di fronte all’ulteriore attesa arriva oggi la lettera del CONI che deve essere interpretata come un estremo tentativo di sbloccare una situazione che sta rallentando da mesi l’organizzazione della importante manifestazione sportiva.” In realtà il CONI non vuole fare pessime figure ad opera dell’attuale governance del Comitato Organizzatore, cioè di Melucci e Sannicandro, e Malagò lo dice chiaramente senza tanti giri di parole. E se c’è qualcuno che sta realmente rallentando l’organizzazione dei Giochi, ebbene quel qualcuno sono proprio la Regione Puglia ed il Comune di Taranto che non hanno mai sborsato quanto dovuto !

Il Coni esce quindi oggi dal Comitato organizzatore locale pugliese dei Giochi del Mediterraneo «Taranto 2026» essendo Giovanni Malagò membro del Cio, per evitare quindi di essere coinvolto a livello internazionale in una pessima figura reputazionale . Un’uscita “pesante” che non passerà inosservata, in quanto è bene ricordare che il Coni rappresenta lo sport nazionale e le relative federazioni, le quali di fatto conseguentemente sono fuori anche loro dalla partecipazione ai Giochi.

Ecco il dossier iniziale del 2019 con cui venne aggiudicata a Taranto l’edizione 2025 (poi spostata al 2029 causa Covid)

Antonello de Gennaro. Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

La vera storia dei Giochi del Mediterraneo 2026 raccontata dagli articoli del CORRIERE DEL GIORNO. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Luglio 2023 

E' doveroso indagare dietro l'affaire- speculazione (99 anni) sul progetto di costruzione di un nuovo stadio di Taranto, che stranamente sta così tanto cuore a Melucci che ha un'inspiegabile fretta di affidarlo (senza alcun bando di evidenza pubblica) ad una società neo-costituita la Red Sport s.r.l. con appena un anno di vita, "inattiva" ed un capitale sociale di soli 11.000 euro !

Dopo questo squallido “teatrino” messo in piedi da Rinaldo Melucci ed Elio Sannicandro sotto la “protezione” del governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, che è diventato uno strumento di lotta politica ed un mezzo di ricatto affaristico. riteniamo opportuno rinfrescare la memoria ai nostri lettori, alla magistratura giudiziaria ed amministrativa competente, ma anche ai vari sindaci dei comuni che hanno aderito all’ organizzazione dei Giochi del Mediterraneo,

Attraverso i nostri articoli che non sono mai stati smentiti, rettificati o querelati potrete capire il perchè il Sindaco Melucci abbia messo in atto un “ricatto” che definire vergognoso è ben poca cosa. Ai lettori il diritto di farsi un opinione. Ed a chi è tenuto a vigilare il dovere di indagare dietro l’affaire- speculazione (99 anni) sul progetto di costruzione di un nuovo stadio di Taranto, per un importo di circa 50 milioni di euro la cui metà sarebbe a carico dello Stato, e che stranamente sta così tanto cuore a Melucci che ha un’inspiegabile fretta di affidarlo (senza alcun bando di evidenza pubblica) ad una società neo-costituita la Red Sport s.r.l. che ha appena un anno di vita, “inattiva” ed un capitale sociale di soli 11.000 euro !

Nei nostri articoli troverete tutti i documenti ufficiali, visure camerali, tutto quello su cui il “trio Baranto”, alias Melucci, Emiliano e Sannicandro tacciono, come se i Giochi del Mediterraneo fossero “cosa nostra” cioè una loro proprietà. Buona lettura a tutti.

Taranto candidata “solitaria” italiana per i Giochi del Mediterraneo del 2025: il solito fumo negli occhi. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Agosto 2019

Il Governo ha preso atto dell'unica candidatura italiana, che prevede pero una spesa pubblica di 250 milioni che graverà in buona parte sulle tasche dei contribuenti. In caso di aggiudicazione, peraltro i Giochi si svolgeranno a Taranto ed in una ventina di Comuni di altre tre province (Lecce, Brindisi e Bari). Il trionfalismo prematuro della politica dei soliti "venditori di fumo", che questa volta comprende anche i deputati pugliesi eletti nel M5S. Nessuna altra città italiana infatti ha avanzato la propria candidatura.

ROMA –  Un progetto costato circa mezzo milione di euro, che prevede investimenti pubblici per circa 250 milioni di euro , 100 dei quali messi a disposizione dall’attuale Governo (ma quanto regge questo Governo ?) . Un evento “semi clandestino” che non ha mai cambiato, nè migliorato lo stato dell ‘economia locale, e le cui precedenti organizzazioni notoriamente non hanno mai portato alcun successivo flusso turistico o palcoscenico internazionale, passando nel dimenticatoio persino dei diritti televisivi. Le precedenti edizioni già disputate dei Giochi del Mediterraneo sono diciotto. A causa di inadempienze la diciassettesima edizione del 2013 si è svolta a Mersin, Turchia e non a Volos, in Grecia. La diciottesima edizione si è svolta a Tarragona, in Spagna nell’estate 2018 e non nel 2017. Le nazioni che hanno ospitato più edizioni dei giochi sono l’Italia e la Spagna, che ne hanno organizzate tre. Seguono poi Turchia e Tunisia con due e infine Egitto, Libano, Grecia, Algeria, Croazia (Jugoslavia), Marocco, Siria e Francia con una edizione ciascuno

 La conferma proviene dalla circostanza che nessuna altra città del Mezzogiorno si è candidata . Il Comune di Taranto  invece, che non naviga nell’oro, essendo uscita da pochi mesi dal dissesto finanziario,  vuole ospitare la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo in calendario nel 2025, cioè fra 6 anni ! Incredibilmente persino il Ministro per il Sud, la “grillina” Barbara Lezzi si è lasciata ubriacare dall’enfasi pre-elettorale, commentando “Questa è una bella notizia per tutta la Puglia“. Resta da capire a questo punto quale sia la bella notizia, considerato che quella di Taranto è l’unica candidatura italiana.

Un commento quello della Lezzi , a dire il vero, che nessuno si aspettava, sopratutto dopo che in un recente passato il M5S per voce della Sindaca di Roma Virginia Raggi aveva rifiutato e bloccata la candidatura della Capitale a giocarsela per organizzare le Olimpiadi a Roma, così come la Sindaca di Torino Chiara Appendino (M5S) si è sfilata dalla candidatura congiunta Milano-Torino ad organizzare le Olimpiadi Invernali che sono state successivamente aggiudicate all’ Italia, dopo l’accordo raggiunto dal Comune di Milano con quello di Cortina d’ Ampezzo. Secondo il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci (Pd) un rinvio della decisione, in sostanza, sarebbe potuto costar caro: “Abbiamo tirato un bel sospiro di sollievo. Il sì del Consiglio dei ministri qualifica definitivamente la nostra ambizione“. Piccolo particolare , un ambizione che nessun altro comune d’ Italia aveva.

L’assegnazione dei Giochi del Mediterraneo del 2025 verrà ufficializzata sabato 24 agosto in Grecia a Patrasso. E’ a dir poco ridicolo quanto scrive un quotidiano locale, sostenuto  dalle “mancette” ( o markette ?) pubblicitarie del Comune di Taranto che questa mattina ha scritto “La muscolarità della designazione del Comune di Taranto, sostenuta da un dossier ben argomentato assieme alla Regione Puglia, ha smontato poco alla volta le aspirazioni delle avversarie“, e tutto ciò peraltro senza aver mai preso visione o conosciuto alcun progetto delle altre città candidate. Il sindaco Melucci con la sua notoria sfacciataggine, a sua volta ha dichiarato “Usando un gergo sportivo abbiamo fatto squadra. E certamente il brand Italia ha inciso sulla fuga delle nostre ipotetiche rivali“. Resta da capire di quale “brand Italia” parla e chi sarebbe fuggito al cospetto di una città, Taranto che al momento non alcun impianto sportivo degno di partecipare ad una qualsiasi competizione internazionale !

Una candidatura che ha consentito ai parlamentari eletti in Puglia del Movimento 5 Stelle di cercare di prendersi qualche merito sulla base del nulla. Come si fa a non ridere quanto il “grillino” Paolo Lattanzio, capogruppo in commissione cultura alla Camera dice : “Da questo appuntamento internazionale potremo trarre benefici sul fronte del rilancio di Taranto in termini di riconversione economica. I Giochi faranno sì che Taranto non sia identificata solo con l’ingombrante presenza dell’ex Ilva“. A cui si aggiunge l’ex-portaborse ora deputato poi il deputato Giovanni Vianello che dichiara in una nota “Ciò che mi conforta è il messaggio di speranza garantito dall’aver raggiunto in gruppo un obiettivo importante“, dimenticando che al momento non è stato raggiunto ancora nulla! 

I 250 milioni di spesa previsti  verranno utilizzati per la costruzione ex novo o la riqualificazione di circa sessanta impianti sportivi. Con Taranto saranno interessati una ventina di Comuni di altre tre province (Lecce, Brindisi e Bari). Oltre al contributo del governo, la parte del leone negli stanziamenti la faranno la Regione Puglia (50 milioni) le città coinvolte ed il Comune di Taranto che dovrà ulteriormente indebitarsi con il Credito Sportivo ancora una volta a spese dei contribuenti tarantini. E c’è persino chi gioisce…!

Nell’ultima edizione organizzata in Italia a Pescara nel 2009, è bene sapere che fine fece il Comitato promotore? Scomparso e dimenticato.  E la passione per far sviluppare il territorio? Tutto annegato nei finanziamenti pubblici e negli interessi privati di chi ha saputo trasformare Pescara 2009 in un affare interessante. Anche la Puglia ha già ospitato in passato i Giochi del Mediterraneo. Nel 1997  si svolsero a Bari (le gare di calcio, golf e tennis tavolo anche a Taranto, tra l’altro)  dal 13 al 26 giugno. Vi parteciparono 3473 atleti di 21 Paesi e 1541 ufficiali di gara. Le discipline furono 25: 234 gare e 742 medaglie assegnate. I Giochi si aprirono al San Nicola, la cerimonia fu conclusa da un concerto di Antonello Venditti alla presenza dell’allora capo del Governo, Prodi, del presidente della Repubblica, Scalfaro, e del presidente del comitato organizzatore,  Matarrese.

Resta da chiedersi: se l’organizzazione è un evento utile ed importante, come mai la città di Bari non si è candidata ? E come mai neanche Lecce, la città “bacino elettorale” dell’ assessore regionale Capone si è candidata ? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi, purtroppo la conosciamo già.

Redazione CdG 1947

Il “teatrino” politico-affaristico di Melucci, Sannicandro ed Emiliano sui Giochi del Mediterraneo 2026. Redazione CdG 1947 e Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 16 Luglio 2023 

La realtà è che dal 2019 ad oggi, cioè dopo ben quattro anni, il "trio Baranto" cioè Emiliano-Melucci-Sanniocandro sinora ha solo fatto tanto fumo, tante chiacchiere e dichiarazioni affidate ai soliti "pennivendoli" di fiducia al loro servizio, le solite inutili "passerelle" ad uso mediatico, presentato rendering e nient'altro

Come i nostri lettori ben sanno non abbiamo dovuto aspettare lo scambio di lettere fra il commissario di governo Massimo Ferrarese ed il sindaco Rinaldo Melucci, per dire la nostra sui quelli che abbiamo da sempre definito i “Giochi dei Poveri”, con tutto il rispetto per chi vi partecipa. Purtroppo la stampa locale tarantina, asservita, soggiogata e spesso svenduta & comprata con qualche spicciolo di pubblicità o consulenza, non ha molto aiutato i cittadini a capire alcuni retroscena e sopratutto svelare quello che qualche politicante da quattro soldi si guarda bene dal raccontare con i suoi comunicati.

Ci abbiamo provato noi sin dal 2 agosto 2019 (leggi QUI) quando il sindaco Rinaldo Melucci assieme al suo “padrone-protettore” Michele Emiliano decisero di organizzare i Giochi del Mediterraneo che nessun’altro voleva, versando circa 2 milioni di euro al Comitato Organizzatore greco. Ma non solo. Si sono affidati all’inesperienza organizzativa di tale Elio Sannicandro, un ex-assessore del barese, riciclato da Emliano alla guida dell’ agenzia regionale pugliese Asset, che due anni prima nel 2017 era stato beccato, come si suol dire, “con il sorcio in bocca”, affidando a suo nipote un’incarico da 700mila euro (leggi QUI) per la progettazione della pista di atletica dello stadio di Barletta, per il quale venne censurato dal CONI nazionale, venendo di fatto costretto a dimettersi dall’incarico regionale che ricopriva per non subire l’onta di essere cacciato. 

La realtà è che dal 2019 ad oggi, cioè dopo ben quattro anni, il “trio Baranto” cioè Emiliano-Melucci-Sanniocandro sinora ha solo fatto tanto fumo, tante chiacchiere e dichiarazioni affidate ai soliti “pennivendoli” di fiducia al loro servizio, le solite inutili “passerelle” ad uso mediatico, presentato rendering e nient’altro. Loro dicono che non avevano i soldi. In realtà dal primo masterplan di Asset-Sannicandro erano previsti oltre 142 milioni di euro a carico degli enti locali (leggasi Regione Puglia ed i Comuni che vi partecipavano). Chi li ha visti ? Chi li ha versati ? Ve lo diciamo noi: nessuno. In realtà è stato il Governo a mettere a disposizione 150 milioni, cioè il 30% in più di quanto era previsto inizialmente. 

Dove sono finiti i 142 milioni di euro previsti a carico della Regione, Comune ed altri Enti Locali ? Ed i 28 milioni (sponsorizzazioni) previsti dei “privati” ? Qualcuno dei ben noti “pennivendoli” locali sa dirci qualcosa, magari facendoselo suggerire da Emiliano, Melucci e Sannicandro ? E mi rivolgo a quei signori (chiamarli “colleghi” mi pesa un pò troppo) che fra un “like” e l’altro sui social del sindaco Melucci, esaltano ogni giorno le folli arroganti dichiarazioni del sindaco di Taranto, che per Sail GP una regata di vela (per pochi intimi) con 8 imbarcazioni ha già speso 4 milioni di euro ed altri 8 milioni li spenderà nei prossimi 12 mesi , per un totale di 12milioni di euro di soldi pubblici, cioè dei cittadini di Taranto !!!

Per non parlare dei 600mila euro all’ anno (in 6 anni oltre 3milioni e mezzo !) versati dall’ Amministrazione Melucci alla famiglia Cassalia per poter far utilizzare la mattina alle scolaresche e disabili di una vasca-piscina da 25 metri di proprietà comunale affidata in gestione ai ben noti “prenditori” di denaro pubblico-comunale. 

Il “trio Baranto” accusa il governo Meloni di voler ostacolare i Giochi, di voler danneggiare la Puglia, ma non è mio compito difendere il Governo, avendolo già fatto quasi 40 anni fa all’inizio della mia carriera quando l’indimenticabile Antonio Ghirelli, portavoce prima di Sandro Pertini al Quirinale e poi di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, un vecchio amico di mio padre, mi chiamò come suo stretto collaboratore di fiducia, dividendomi di fatto con Claudio Martelli vicesegretario nazionale del PSI di cui ero portavoce.

Oggi è mio, nostro compito, per onestà nei confronti dei nostri lettori che crescono di giorno in giorno da 9 anni, quello di raccontare la verità, di documentarla. ed è quello che stiamo facendo da 4 anni senza che mai nessuno ci abbia smentito, rettificato, querelato. Anche perchè come diceva il “maestro” Indro Montanelli, il vero “mitra” di un giornalista è il suo archivio. Ed il nostro è abbastanza pieno.

Si accusa il commissario Ferrarese di fare minacce al Comune di Taranto, laddove in realtà esercita il suo ruolo ed i poteri ricevuti dal Governo, allorquando in realtà le minacce ai vari Comuni di esclusione dai Giochi , e su carta intestata sinora le ha fatte Sannicandro ! E come sempre, noi documentiamo tutto quello che scriviamo ! Lasciamo ai soliti noti “pennivendoli” locali a gettone la specialità di raccontare fesserie sotto dettatura. Il giornalismo vero è ben altra cosa.

Sarebbe bastato andarsi a vedere il dossier di candidatura nel 2019 per chiedersi: ma i tecnici di Asset sapevano quello che scrivevano sugli impianti sportivi, oppure nel frattempo a qualcuno è venuto qualche appetito sui soldi pubblici destinati alla manifestazione sportiva da organizzare. 

Lasciatemi fare alcune domande-riflessioni a voi cari lettori, ma sopratutto ai magistrati della Procura di Taranto, alla magistratura contabile della Corte dei Conti, alla Guardia di Finanza: come mai il sindaco Melucci si è intestardito con la costruzione di uno stadio nuovo del costo previsto di 50milioni di euro, il cui 50% sarebbe a carico dello Stato, con un project financing da 99 anni, cioè un secolo (!!!) ad una società la Red Sport srl neo costituita da appena un anno con 11mila euro di capitale sociale, inattiva, e che non ha mai costruito neanche un castello di sabbia sulla spiaggia ? A chi fanno “gola” i 17mila metri quadri di spazi commerciali previsti all’interno di un nuovo stadio che sarebbe una sorta di cattedrale nel deserto, solo alla Red Sport…? Abbiamo più di qualche dubbio.

Il mio auspicio è che il Governo ed il CONI provvedano a commissariare al più presto anche il Comitato Organizzatore, altrimenti con Emiliano, Melucci e Sannicandro la figuraccia sarà internazionale ! E sopratutto non vorremmo dare troppo… da lavorare in futuro alla Procura di Taranto, all’interno del quale ci sono non pochi problemi di conflitti di interesse con gli enti pubblici locali amministrati da Melucci.

A proposito caro Sindaco di Taranto, quando vuole un confronto giornalistico in videodiretta con il sottoscritto me lo faccia sapere, possibilmente non scrivendomi di notte come ha fatto stanotte con il Governo ed il commissario di governo Ferrarese . Non aspetto altro. Avrà il coraggio, l’onestà intellettuale e morale di confrontarsi carte alla mano ? Mi si consenta ma l’esperienza mi pone più di qualche dubbio.

Ai nostri lettori. Ecco come Taranto si era aggiudicata i Giochi del Mediterraneo

Giochi del Mediterraneo. Iaia ( FdI). ” Pagano non si preoccupi perché Ferrarese sa quello che fa”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Giugno 2023

"Per quanto ci riguarda, è anche doveroso accendere un faro - dichiara l' on. Iaia (FdI) - in ordine al procedimento amministrativo sul progetto di finanza che prevedeva la demolizione e la ricostruzione dello stadio Iacovone".

Sulla vicenda dei Giochi del Mediterraneo 2026, è intervenuto l’on. Dario IAIA, componente della commissione parlamentare ambiente e lavori pubblici e coordinatore Provinciale a Taranto di Fratelli d’ Italia con una nota: “Invece di offendere il Commissario per i Giochi del Mediterraneo Massimo Ferrarese attribuendogli una tracotanza che non gli appartiene e sforzarsi di fare la Cassandra della situazione nella speranza che i Giochi del Mediterraneo falliscano, Ubaldo Pagano potrebbe adoperarsi per collaborare con il Commissario Straordinario di Governo  allo scopo di raggiungere l’obiettivo comune: la realizzazione dei grandi Giochi a Taranto. Purtroppo, dobbiamo prendere atto che al collega Pagano ed al Partito Democratico non interessa il bene comune, ma il piccolo di bottega e quindi, la polemica fine a se stessa“. 

“Dopo anni di passerelle dei componenti del comitato promotore a spese pubbliche (sarà interessante verificare come sono stati spesi sinora diversi milioni di euro ed a che titolo) ed un ritardo impressionante che ha costretto il Governo ad intervenire con un commissariamento, Pagano continua inutilmente a polemizzare e si lamenta incredibilmente della circostanza che  il commissario Ferrarese abbia fatto un sopralluogo allo stadio “Erasmo Jacovone” di Taranto per verificarne personalmente le condizioni. Cosa c’è da nascondere?” continua l’ on. Iaia.

“Registriamo uno strano nervosismo da parte di Pagano e del Sindaco Melucci in ordine alla vicenda “stadio” che, a loro parere, dovrebbe essere necessariamente demolito e ricostruito. Ipotesi questa che è in campo, così come quella della riqualificazione, che consentirebbe di avere una capienza ben superiore rispetto ai sedici mila spettatori previsti nel progetto del nuovo stadio. Il commissario Ferrarese farà le sue valutazioni, nella massima libertà e senza essere sottoposto a pressioni di qualunque natura, anche alla luce del tempo risicato a disposizione. Tutto deve avvenire nella massima trasparenza e Ferrarese è una garanzia da questo punto di vista.” 

“Per quanto ci riguarda, è anche doveroso accendere un faro – aggiunge l’ on. Iaia – in ordine al procedimento amministrativo sul progetto di finanza che prevede la demolizione e la ricostruzione dello Jacovone. Inoltre, bene ha fatto il Commissario a pensare di recuperare quegli impianti che erano stati inseriti nel masterplan iniziale  ( Francavilla per esempio) e poi, inspiegabilmente, cancellati. È chiaro che questi recuperi nulla tolgono a Taranto che avrà i suoi impianti ed i suoi investimenti. Questi saranno anche superiori rispetto a quelli attualmente previsti“.

“Per il resto, stia tranquillo Pagano perché Massimo  Ferrarese, che ha già ricoperto in passato ruoli di primo piano, non ha certo bisogno di fare passerelle. Il Commissario ha l’obbligo di svolgere al meglio il compito che gli è stato assegnato dal Governo e, conoscendo Ferrarese, capitano di impresa e protagonista anche nello sport, sa molto bene quali sono le azioni da compiere. Inoltre, mi risulta che sin dal primo giorno di nomina, si sia messo concretamente all’opera per compiere le valutazioni preliminari e adottare un preciso piano strategico finalizzato all’esecuzione concreta delle opere previste. Piuttosto, se non dovesse trovare collaborazione nel comitato o addirittura ostruzionismo, invito Ferrarese a farne denuncia pubblica in modo che i cittadini sappiamo come stanno effettivamente le cose. Per quanto riguarda Pagano, sarà meraviglioso vederlo in prima fila alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi. Lui sì, per mettersi in mostra, naturalmente“. conclude il parlamentare tarantino di Fratelli d’ Italia. Redazione CdG 1947

Giochi del Mediterraneo: Emiliano non ha detto al Parlamento Europeo che i progetti devono essere ancora inviati. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Giugno 2023 

Il Governatore dovrebbe ricordare che è stata proprio l’inerzia ed i gravissimi ritardi del Comitato organizzatore a spingere il Governo verso la decisione del commissariamento che ,come è noto, è strumento al quale si ricorre per accelerare le procedure (vedi realizzazione Ponte Morandi di Genova o Giochi del Mediterraneo di Pescara del 2009)". prosegue l’on. Dario Iaia.

Con una nota l’on. Dario Iaia Coordinatore Provinciale di Fdi – Taranto/ Componente della commissione parlamentare Ambiente, territorio e lavori pubblici , è intervenuto sulla controversa questione dei Giochi del Mediterraneo 2026 : “Ci pare che il Santo non sia proprio uscito, altro che entrato in chiesa, come il governatore Emiliano ha affermato nell’ambito del Taranto Euro-Med resilient city al Parlamento Europeo, facendo tra l’altro fare un brutta figura all’Italia ed in particolare, alla città di Taranto. I progetti che riguardano i Giochi del Mediterraneo, quelli che a suo dire sarebbero allo stadio massimo, non sono ancora stati trasmessi al Commissario di Governo Ferrarese affinché questo possa svolgere al meglio la propria funzione“. 

“Forse qualcuno teme che emerga la grande menzogna in merito ai livelli di progettazione degli impianti? – continua – Se dovessimo credere alle parole del Governatore Emiliano dovremmo trovarci di fronte ad una serie di progetti esecutivi. Vedremo se sarà effettivamente così, ma alla luce della credibilità di Emiliano, abbiamo molti dubbi in merito“.  

“Il Governatore dovrebbe ricordare che è stata proprio l’inerzia ed i gravissimi ritardi del Comitato organizzatore a spingere il Governo verso la decisione del commissariamento che ,come è noto, è strumento al quale si ricorre per accelerare le procedure (vedi realizzazione Ponte Morandi di Genova o Giochi del Mediterraneo di Pescara del 2009)“. prosegue l’on. Dario Iaia.

“Occorre ricordare che i Giochi sono stati assegnati alla città di Taranto il 24 agosto 2019 ed il Comitato Organizzatore è stato costituito il 09 giugno 2020, vale a dire ben tre anni addietro.  Sarebbe interessante comprendere cosa è stato fatto in questi tre anni ed anche come sono stati spesi, per esempio, i 4,5 milioni di euro destinati alla implementazione delle attività di pianificazione e organizzazione dei Giochi.”

“Non appena le rendicontazioni ed i progetti saranno nella disponibilità del Commissario siamo sicuri che questi garantirà la massima trasparenza e partecipazione a differenza di ciò che è avvenuto sinora.  Ricordo inoltre, ad Emiliano che i Giochi sono di tutti ma soprattutto dei tarantini che non meritano di essere presi in giro. Non c’è nessun Governo che si oppone ai Giochi, ma un Governo che è stato costretto ad intervenire alla luce delle tante parole e dei pochi fatti” conclude il deputato Coordinatore Provinciale di Fdi. Redazione CdG 1947

Giochi del Mediterraneo 2026. Il Governo svela tutte le “falle” della Regione Puglia e del Comune di Taranto. La manifestazione è a serio rischio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 12 Marzo 2023

LA LETTERA INTEGRALE DEI MINISTRI FITTO ED ABODI Per i Giochi del Mediterraneo è stato fatto poco o quasi nulla. In effetti l'accoppiata Sannicandro-Melucci non ha fatto altro che organizzare conferenze, presentare rendering (cioè presentazioni grafiche) approfittando della complicità di una stampa locale un pò troppo compromessa e "sodale".

Con una lettera, che come sempre il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di pubblicare integralmente, i ministri del Governo Meloni, Raffaele Fitto (Affari Europei, il Sud e le politiche di coesione, e il Pnrr) ed Andrea Abodi (Sport ed i giovani) hanno recapitato venerdì scorso al comitato organizzatore della 20° edizione dei Giochi del Mediterraneo, mettendo in evidenza l’incapacità e la mancata trasparenza del comitato organizzatore (e del suo direttore Elio Sannicandro, messo alla porta dal CONI alcuni anni fa).

I due ministri evidenziano nella loro lettera che “l’assegnazione alla città di Taranto dell’organizzazione dei Giochi è avvenuta il 24 agosto 2019 e che il 9 giugno 2020 si è formalmente costituito il Comitato Organizzatore“, e che è già passato molto tempo ma di fatto è stato fatto poco o quasi nulla. In effetti l’accoppiata Sannicandro-Melucci non ha fatto altro che organizzare conferenze, presentare rendering (cioè presentazioni grafiche) approfittando della complicità di una stampa locale un pò troppo compromessa e “sodale”. Non a caso è dal 25 agosto 2019 che il nostro giornale ( leggi QUI) unica voce nel panorama desolante dell’informazione pugliese, evidenziava tutte le anomalie del progetto sui Giochi del Mediterraneo messo in piedi dall’ Asset guidata da Sannicandro per il Comune di Taranto ed il suo sindaco Melucci.

Il ministro Fitto ed il suo collega Abodi sin dallo scorso 16 dicembre avevano richiesto chiarimenti al comitato organizzatore, in relazione “al criterio prevalente su cui si è basata l’individuazione delle opere essenziali oggetto di finanziamento; al cronoprogramma degli interventi; alla mancata coerenza finanziaria tra il quadro delle opere essenziali e il Masterplan degli impianti da realizzare per i XX Giochi del Mediterraneo; alla mancata quantificazione dell’incremento dei costi delle materie prime; alla mancanza di dettagli circa la complementarietà tecnica e finanziaria tra la progettazione di cui in oggetto e le opere infrastrutturali ad essa funzionali“. Risposta dell’ Asset ? Silenzio. Di cui onestamente non ci meravigliamo.

Inoltre i due ministri del governo Meloni evidenziano che non è specificato se “le ingenti risorse ancora da finanziare possano trovare parziale copertura nei fondi regionali, come riferito con nota del 28 maggio 2021, ove veniva indicata una quota a carico della Regione Puglia di importo pari a 50 milioni, pari a circa un terzo del finanziamento ancora necessario“.

Il sindaco Melucci che rischia di vedere annullare la manifestazione ,con una nota afferma che: “Nell’ultima missiva del governo ci sono alcune verità. Un evento così complesso è normale che sconti delle criticità, basti guardare a cosa sta succedendo al board di Milano-Cortina proprio in queste settimane. Molte altre questioni sollevate, specie dopo tutti gli approfondimenti forniti dal Comitato organizzatore, onestamente mi sembrano forzature”. 

Purtroppo Melucci non riesce a equiparare la grandiosità e difficoltà di un’ Olimpiade Invernale (paragonabile calcisticamente alla Champions League) organizzata da una Fondazione a cui partecipano gli enti locali coinvolti nella manifestazione, con il Comitato organizzatore dei Giochi del mediterraneo costituito a Taranto dal solito notaio di “fiducia” (sposato con una pm della procura di Taranto) , composto da quattro dilettanti allo sbaraglio, un organizzazione che in ambiente sportivo e mediatico sarebbe paragonabile a un campionato dilettanti!

Probabilmente il primo cittadino di Taranto, è troppo distratto dalle sue nuove attività “imprenditoriali” nel settore nautico-cantieristico, e cioè la nuova ditta individuale Sirokos Yachting di Rinaldo Melucci, ha dimenticato che tutelare i soldi dei contribuenti non è una “forzatura” bensì un obbligo di Legge per chi rappresenta il Governo, cioè lo Stato. Evidentemente Melucci crede di poter usare i soldi del Governo, così come fa con i soldi del Comune di Taranto, finanziando l’attività della Jonian Dolphin Conservation, il cui nome compare nel sito della ditta di Melucci. Un’attività di cui nessun organo di stampa locale ( figuriamoci i giornalisti…) si è sinora accorto, in presenza di un conflitto d’ interesse macroscopico, tutti in attesa di passare dalla “cassa” comunale ed incassare qualche “mancetta” pubblicitaria comunale in arrivo a breve. 

Ed aggiunge incredibilmente: “Serve limare le posizioni  e tornare a lavorare rapidamente, dal mio punto di vista, su di un masterplan più asciutto. Per questo chiederò un nuovo franco confronto al Governo nei prossimi giorni”. In realtà Melucci in buona “compagnia” di Sannicandro continua a non fare chiarezza, mentre da Bari la Regione Puglia, tace sapendo di non poter parlare.

L’ on. Dario IAIA, coordinatore provinciale di FdI Taranto e componente della commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera dei Deputati, è intervenuto anche lui sulla questione: “Ben venga il faro del governo sui Giochi del Mediterraneo perché le cerimonie o l’inutile demagogia che, da tempo, li accompagnano rappresentano non solo una perdita di tempo ma soprattutto di una opportunità unica.  I ritardi accumulati e le carenze documentali sono gravissime, così come evidenziato nella loro missiva dai ministri Fitto e Abodi. È indispensabile perciò, continuare a vigilare sui Giochi perché Taranto non deve pagare, ancora una volta sulla propria pelle, l’incapacità di qualcuno“.

Anche il consigliere regionale Renato Perrini (Fratelli d’ Italia) con una sua nota, la scorsa settimana ricordava che “i 50 milioni della Regione Puglia non sono ancora stati stanziati e non se ne conoscono i motivi visto che erano previsti in bilancio e che non si comprende bene qual’è la quota di cofinanziamento dei Comuni, specie di quelli sui quali sorgono impianti sportivi che devono essere rimessi a nuovo“. Redazione CdG 1947

Melucci-Sannicandro: è finita la “festa”…Arriva il commissario per i Giochi del Mediterraneo 2026. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 4 Aprile 2023

Il ministro Abodi insieme al ministro Fitto stanno già vagliando una serie di candidati in possesso di capacità organizzative comprovate, per mettere fine ad un armata Brancaleone che si spacciava ed autoproclamava "comitato organizzatore".

Approvato in serata dalla Commissione Bilancio del Senato alla presenza in aula del ministro Raffaele Fitto  l’emendamento proposto da quattro esponenti di Fratelli d’Italia, i senatori Guido Quintino Liris de L’Aquila, Paola Ambrogio di Torino,  Lavinia Menunni di Roma e Vita Maria Nocco di Santeramo in Colle eletta alle ultime politiche nel collegio che comprendeva anche Taranto, al decreto legge PNRR n. 13/2023 attualmente al vaglio dell’organismo parlamentare e destinato ad approdare in questi giorni in aula per la conversione, che prevede la nomina di un commissario straordinario per i Giochi del Mediterraneo in programma nel 2026 a Taranto.

 L’emendamento di FdI utilizza il Dl sul Pnrr come veicolo in quanto l’obiettivo è modificare la legge n. 25 del 28 marzo 2022, “Misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all’emergenza da Covid 19”, che è quella da cui erano stati stanziati 150 milioni per costruire e ristrutturare gli impianti individuati per i Giochi.

“Al fine di assicurare la tempestiva realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri adottato, su proposta del ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e Pnrr, di concerto con il ministro per lo Sport e i giovani, sentito il ministro dell’Economia e delle finanze, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, è nominato un commissario straordinario”.  A seguito del decreto di nomina del commissario , è contenuto nella proposta, “è stabilito l’eventuale compenso del commissario straordinario” il quale “per la realizzazione dei progetti e degli interventi può avvalersi, sulla base di apposite convenzioni, delle società, delle pubbliche amministrazioni centrali e periferiche e degli enti pubblici dotati di specifica competenza tecnica nell’ambito delle aree di intervento, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Gli oneri inerenti alle convenzioni da stipulare “sono posti a carico dei quadri economici degli interventi da realizzare”. 

Il comitato organizzatore che inizialmente era presieduto dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che nel privato faceva l’agente di servizi marittimi e portuali, e quindi privo di qualsiasi esperienza organizzativa, e diretto dall’ex assessore del Comune di Bari (giunta Emiliano) Elio Sannicandro il quale nel suo curriculum vanta le proprie dimissioni da Presidente del CONI Puglia, a seguito di un provvedimento di censura ricevuto dal CONI nazionale, dichiarava ai soliti giornalisti e giornaletti “amici” di essere sorpreso dai rilievi ma sicuro di poter recuperare eventuali ritardi con la collaborazione di Roma, accusando il Governo sulle lungaggini nel mettere a disposizione le risorse ancora necessarie per il piano di interventi sugli impianti, pari a circa 150 milioni. 

In un’intervista rilasciata a Quotidiano pubblicata domenica scorsa, il sindaco Melucci sosteneva che la crisi sembrava superata si era detto fiducioso e di aspettare a breve una chiamata da Roma per fare il punto della situazione. Ipotesi del terzo tipo e cioè dell’ irrealtà, come dichiarato da fonti riservate del Ministero dello Sport al CORRIERE DEL GIORNO, che il sindaco Melucci ed il sodale Sannicandro possono riporre nel cassetto dei sogni irrealizzati. 

Il decreto approvato dalla Commissione Bilancio del Senato verrà convertito entro il prossimo 25 aprile e dopodichè l’attuale struttura organizzativa messa in piedi da Melucci e Sannicandro verrà smantellata e riorganizzata da un commissario nominato dal governo che gestirà la cabina di regia dei Giochi del Mediterraneo. Il ministro Abodi insieme al ministro Fitto stanno già vagliando una serie di candidati in possesso di capacità organizzative comprovate, per mettere fine ad un armata Brancaleone che si spacciava ed autoproclamava “comitato organizzatore”.

La festa è finita. Taranto, i Giochi del Mediterraneo e lo sport sono salvi. Gli “affarucci” di qualche furbetto sono andati in fumo (leggasi: il faraonico e folle nuovo stadio di Taranto). I soldi dei contribuenti vanno tutelati e non dilapidati per finire nelle tasche dei noti “prenditori” di denaro pubblico che infestano ed infettano la città dei due mari.

E’ Massimo Ferrarese il commissario straordinario per i Giochi del Mediterraneo 2026. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 5 Maggio 2023

Scelto l'ex presidente della Provincia e di Confindustria a Brindisi per provvedere alla "tempestiva realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo".

Massimo Ferrarese, 61 anni, originario di Francavilla Fontana (Brindisi), imprenditore (ultima commessa acquisita, la realizzazione del polo logistico Deghi a Lecce), politico navigato e dirigente sportivo di lunga durata, è il commissario straordinario nominato dal governo Meloni per i Giochi del Mediterraneo 2026 di Taranto. Il decreto della presidenza del Consiglio, datato 4 maggio, motiva la nomina con la necessità di provvedere alla “tempestiva realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo“. 

Erano stati i ministri agli Affari europei, Politiche di coesione e Pnrr, Raffaele Fitto, ed allo Sport, Andrea Abodi, a criticare lo scorso marzo in una lettera il comitato organizzatore dei giochi presieduto dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, sostenendo che vi non erano “elementi sufficienti per l’aggiornamento dello schema di Dpcm recante l’identificazione delle opere da realizzare”. Una “mancanza che rischiava di compromettere il tempestivo avvio degli interventi in tempi utili per lo svolgimento dei Giochi” a causa del “ritardo accumulato nell’attività di programmazione”.  In seguito è arrivata la proposta di un emendamento da parte di alcuni senatori di Fratelli d’Italia che sollecitavano la nomina di un commissario straordinario, che è stata approvata in aula da entrambi i rami del Parlamento (Camera e Senato). 

La norma prevede che “al fine di assicurare la tempestiva realizzazione degli interventi necessari allo svolgimento dei Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026, con decreto del presidente del Consiglio è nominato un commissario straordinario”. il quale “provvede alla predisposizione, nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente a tale scopo destinate e sentito il comitato organizzatore dei XX Giochi del Mediterraneo, della proposta del programma dettagliato delle opere infrastrutturali occorrenti, comprese quelle per l’accessibilitá, distinte in opere essenziali, connesse e di contesto, con l’indicazione, per ciascuna opera, del soggetto attuatore, del costo complessivo, dell’entità finanziamento concedibile, delle altre fonti di finanziamento disponibili e del cronoprogramma di realizzazione degli interventi”.

Massimo Ferrarese ha trascorso 7 anni alla presidenza della New Basket Brindisi, squadra di serie A, ed ha ricoperto il ruolo di amministratore unico e presidente in diverse società operanti nel campo delle costruzioni. Dal 2004 al 2009 è stato presidente di Confindustria Brindisi, entrando nella giunta nazionale sotto la presidenza di Luca Cordero di Montezemolo, e di Invimit, società pubblica dedicata alla valorizzazione del patrimonio immobiliare dello Stato. Ha debuttato in politica nel 2009 vincendo le elezioni provinciali a Brindisi alla guida di una lista civica centrista.

“L’uomo giusto al posto giusto” ha dichiarato il consigliere regionale Renato Perrini (FDI) “Accolgo con grande soddisfazione la nomina di Massimo Ferrarese a commissario straordinario dei Giochi del Mediterraneo. La scelta del ministro Raffaele Fitto è ricaduta su una delle personalità politico-imprenditoriali più importanti della nostra Regione. Un curriculum di tutto rispetto che ha visto Ferrarese a servizio delle Istituzioni, ma anche del territorio. Imprenditore edile di successo, ha lasciato la sua impronta sia come presidente della Provincia di Brindisi, sia come presidente della Confindustria di Brindisi. Dall’alto della sua esperienza politico-imprenditorialesaprà dare quell’accelerata che serve per realizzare il grande evento sportivo che la città di Taranto si aspetta, forte anche della passione che Ferrarese ha per lo sport. Ferrarese è un grande conoscitore di tutto il Salento, quindi di tutto il territorio che ospiterà i Giochi“

“Ferrarese potrà contare sul mio personale sostegno, e di tutta Fratelli d’Italia, ma spero di tutta la classe dirigente e politica che attorno a lui saprà fare squadra, nessuno escluso, auspicando che anche chi ha gestito i Giochi finora è pronto a collaborare per far vincere Taranto e i tarantini.” conclude Perrini.

“La nomina di Massimo Ferrarese a commissario dei Giochi del Mediterraneo 2026, che si svolgeranno a Taranto, è la decisione migliore che potesse essere adottata dal ministro Fitto. Ferrarese è un brillante imprenditore nel del campo dell’edilizia e non solo, con esperienze di rilievo sia nell’amministrazione pubblica, avendo ricoperto il ruolo di presidente di Invimit , società deputata alla valorizzazione del patrimonio immobiliare italiano che di presidente della Provincia di Brindisi”. Così l’onorevole Dario Iaia, coordinatore provinciale Fratelli d’Italia di Taranto e componente della commissione parlamentare Ambiente, territorio e Lavori pubblici.

”È esperto e appassionato di sport: con il basket ha raggiunto risultati di rilievo nazionale. Persona del territorio, seria e preparata, saprà impostare al meglio questa importante manifestazione, dando quella accelerazione necessaria per la realizzazione delle opere e degli interventi necessari, garantendo la necessaria trasparenza e compartecipazione. Per Taranto oggi, è una grande giornata”. L’ on. Iaia puntualizza che “lo stesso commissariamento si è reso necessario per via dei ritardi accumulati sul cronoprogramma degli interventi, privi oltretutto di coerenza finanziaria da parte del comitato organizzatore. Ora invece, grazie a questa decisione governativa, si tornerà alla realtà e Taranto avrà l’occasione che merita”.

Il prossimo passo, dopo l’ufficialità della nomina di Ferrarese,  dovrebbe essere la firma del decreto attuativo per sbloccare i 150 milioni di euro stanziati per la realizzazione degli impianti multidisciplinari attesi a Taranto.

Nel frattempo sulla “scia” politica del Governatore pugliese Michele Emiliano che aveva detto ““Se qualcuno vuol gestire i soldi li gestisca, l’importante è che i Giochi si facciano” e dopo le boutade televisive di Elio Sannicandro (Asset Puglia) e dell’ assessore comunale tarantino Mattia Giorno, i quali sostenevano che doveva essere il comitato organizzatore (che invece in realtà è stato commissariato e privato di ogni potere operativo) a gestire appalti e lavori, persino il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci si è dato una “regolata”, dopo aver attaccato il Governo Meloni giudicando “inconcepibile, il gabinetto del Ministro Abodi che decide di disertare le deliberazioni del comitato organizzatore, che si riunisce per dare esecuzione proprio alle recenti indicazioni del governo, così risultiamo tutti poco seri agli occhi dei cittadini e del comitato internazionale, sono molto perplesso“. 

La richiesta del Sindaco Melucci «ai parlamentari ionici di tutti gli schieramenti e ai ministri coinvolti di intervenire rapidamente a soppressione di quell’emendamento, o almeno a rettifica di quell’impianto, altrimenti da sottoscrittore unico del contratto che lega Taranto agli impegni internazionali dovrò trarre le mie conseguenze, anche formali“ è rimasta disattesa, finendo nel dimenticatoio o meglio nel cestino delle “baggianate”, ed infatti oggi ha suonato la “ritirata” con le dichiarazioni delle ultime ore: “Siamo pronti a collaborare, confidando nelle riconosciute qualità di Ferrarese come imprenditore, politico e amministratore, affinché il masterplan che così diligentemente abbiamo elaborato possa realizzarsi concretamente, grazie anche alla dotazione finanziaria già predisposta”, aggiungendo. “Confidiamo soprattutto che questa nomina inneschi un ulteriore impegno economico da parte dell’esecutivo nazionale, che nei Giochi deve intravedere, come a noi è già palese, un’occasione di ripartenza per l’intero Meridione e in particolare per Taranto, non certo un semplice evento sportivo”.

Incredibilmente Melucci ed i suoi “cortigiani” ed i soliti “pennivendoli” della stampa locale non si rendono conto, come anche Sannicandro e Giorno, che il ruolo di “prime donne” dei Giochi del Mediterraneo, si sia rivelato solo un sogno. Anche perchè i soldi sono del Governo e non delle amministrazioni comunali e regionale che sinora hanno tirato fuori pochi spiccioli…E sarà il neo-commissario Ferrarese il “deus-ex-machina” dell’ organizzazione dei Giochi avendo i pieni poteri conferiti dal Governo, che forse a Taranto qualcuno non sa, è organo superiore al Comune di Taranto e persino alla Regione Puglia! 

“L’indicazione, giunta dal ministro per il Sud Raffaele Fitto, rappresenta un motivo di orgoglio per il nostro territorio e, al contempo, una imperdibile opportunità. Appare infatti evidente che potrà finalmente essere data una decisiva accelerata alla vera partenza delle opere, intesa come definizione dei progetti e apertura dei cantieri. Un’ occasione estremamente importante per il settore edile che, dopo lo stop ai bonus, rischia seriamente di implodere. Chi meglio di un amministratore, politico e soprattutto imprenditore che gestisce un’azienda che costruisce le aziende per guidare questa “macchina sportiva ?” riporta una nota dell’ ANCE Brindisi.

“Come associazione che rappresenta le imprese edili non possiamo che accogliere favorevolmente la notizia che, siamo certi, condurrà al taglio del nastro delle opere completate e collaudate e al rilancio dell’economia, in primis nel corso della manifestazione, ma anche nel prossimo futuro. L’auspicio, che siamo certi possa realizzarsi, è infatti che questa nomina inneschi una virtuosa ripartenza per l’intero territorio. Auguriamo quindi buon lavoro al neo commissario, che ha ampiamente dimostrato nel tempo, la sua capacità di raggiungere gli obiettivi, portando a casa risultati concreti” conclude ANCE Brindisi. Redazione CdG 1947

La Politica.

Il sindaco di Taranto Melucci entra in Italia Viva: il trionfo del “trasformismo” alla faccia degli elettori. Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 3 Dicembre 2023

Melucci non ha spiegato le ragioni per le quali dopo la visita di Calenda a Palazzo di Città, che all'epoca dei fatti era ministro dello sviluppo economico del Governo Renzi, ritirò il ricorso congiunto alla Regione Puglia, contro il decreto "salva Ilva" del Governo Renzi, lasciando solo Michele Emiliano dinnanzi al Tar.

Continuano le “fake news” del “Sergente Garcia” made in Taranto, novello Giuda politico, sotto mentite spoglie di Sindaco di Taranto. Rinaldo Melucci dopo aver “tradito” il Pd ed il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che lo hanno eletto sindaco di Taranto per ben due volte, è passato passa ad Italia Viva, con la sfacciataggine di attaccare ed accusare il leader di Azione, Carlo Calenda. Cioè colui che fece avere alla sua ex società Melucci Shipping, (trasformatasi in Meridian Shipping) , nella quale era ancora attivo suo padre, dalla società Cimolai di Pordenone, un appalto da 2 milioni di euro connesso al trasporto (Taranto-Pordenone-Taranto) dei materiali necessari alla realizzazione della copertura dei parchi minerari dello stabilimento siderurgico ex-ILVA. Trasporto che peraltro quella società non avrebbe potuto svolgere, priva di autorizzazione del Ministero dei trasporti.

Rinaldo Melucci e Michele Emiliano

Rinaldo Melucci partecipando oggi all’assemblea nazionale di Italia Viva organizzata al Cinema Adriano in Piazza Cavour, a Roma ha dichiarato: “Intanto questo partito non è solo Matteo Renzi, che ringrazio per l’accoglienza e l’attenzione. Lo stesso Renzi ha sottolineato che su grandi temi ci possono essere divergenze, ma in realtà voglio dire che la nostra grande difficoltà, nel 2018 a Taranto, è stata con la gestione dell’allora ministro Calenda, che non ha consentito rilanci ad altri operatori, ha aggiudicato la fabbrica ad Arcelor Mittal, che si sapeva essere uno speculatore finanziario, e non ha consentito un percorso di decarbonizzazione come richiesto dalla Regione Puglia“.

Gli “speculatori” Mittal ed il sindaco Melucci felice e sorridente…..

Melucci non ha spiegato perchè proprio dopo la visita di Calenda, all’epoca dei fatti ministro dello sviluppo economico, ritirò il ricorso congiunto alla Regione Puglia, contro il decreto “salva Ilva” del Governo Renzi, lasciando solo Michele Emiliano dinnanzi al Tar. Il sindaco “trasformista” ha aggiunto: “Renzi all’epoca era il premier, ma oggi ho sentito da lui parole molto legate al concetto di decarbonizzazione. Siamo qui proprio per capire come sintonizzare le politiche di questo partito nei prossimi anni su queste vicende. Una distanza vera e personale con Renzi non c’è mai stata”, ha contin uato Melucci. “Io non sono stato convinto, né devo convincere nessuno. Faccio politica in maniera attiva e libera. Non si lascia un partito del 20% per cercare allori. Io sono alla ricerca di spazi per poter lavorare e negli interessi della mia comunità”, ha concluso Melucci. “Interessi della comunita” ? Quale comunità , forse quella di “casa Melucci” e dintorni…?

Renzi ha dato il suo appoggio e benvenuto a Rinaldo Melucci. “Credo che stia succedendo un fatto di grande importanza. Il sindaco continuerà il suo lavoro con noi. Abbiamo sempre detto le stesse cose su Ilva e Taranto: noi abbiamo messo più di un miliardo di euro per la decarbonizzazione e per un progetto di ambiente pulito. Nel corso degli anni ci sono stati tanti elemeni di confronto, oggi c’è uno spazio politico che si apre“, ha detto il leader di Italia Viva a margine della Assemblea nazionale del partito organizzata al cinema Adriano in piazza Cavour, a Roma.

Salvatore Micelli e Matteo Renzi, alle spalle l’imputata Carmen Casula

Renzi non ha tenuto minimamente presente che nessuno dell’ attuale gruppo consiliare di Italia Viva al Comune di Taranto, è stato mai eletto nelle sue liste, e che il suo partito ha accolto fra i suoi sostenitori l’ ex-carcerato, e pluri-processato Salvatore Micelli, la cui compagna Ilaria Pizzolla (un assistente sociale !) proveniente da Rifondazione Comunista è stata nominata proprio dal sindaco Melucci, incredibilmente come vice presidente nella società pubblica di trasporti Kyma Mobilità (ex Amat spa)!

Adesso come reagiranno dolo il tradimento politico del “voltagabbana” Melucci i consiglieri comunali del PD, di CON e del M5s che tengono in piedi la maggioranza dell’amministrazione comunale di Taranto ? Avranno la dignità e l’orgoglio di ritirare la fiducia al Sindaco Melucci ed andare a nuove elezioni, o si preoccuperanno solo del loro “stipendio” di consigliere ed assessore che dal 1 gennaio 2024 raddoppieranno ?

Antonello de Gennaro.  Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

Melucci perde la fiducia della maggioranza che lo ha eletto sindaco di Taranto, e si inginocchia ai soliti “faccendieri” della politica locale... Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Novembre 2023

Rinaldo Melucci dopo la sua uscita dal Pd, di fatto non gode più in realtà della fiducia della maggioranza "politica" che lo aveva eletto, e del sostegno del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, stanco di dover sempre intervenire per sistemare i problemi "politici" causati dal Sindaco di Taranto.

Dopo aver ritirato la delega all’ assessore Francesca Viggiano, vice presidente regionale del Partito Democratico ed al vicesindaco Fabrizio Manzulli, considerato un “fedelissimo” , il sindaco di Taranto (sempre più pro-tempore) Rinaldo Melucci ha ufficializzato l’ingresso in giunta con la delega all’Ambiente e alla Qualità della Vita la consigliera comunale Angelica Lussoso neo-adepta di “Italia Viva” nominando vicesindaco Gianni Azzaro eletto nelle liste del Pd, anch’egli in odore di passaggio nelle file di Italia Viva. Continua la marcia di avvicinamento di Melucci, rieletto alle Amministrative 2022 sotto il simbolo del Pd a cui era iscritto e che ha lasciato di recente, puntando al partito di Matteo Renzi che gli avrebbe proposto una candidatura alle prossime elezioni, considerando che Melucci non potrebbe più fare il sindaco dopo il secondo mandato, e di fatto resterebbe disoccupato.

“Oggi si conclude formalmente la mia esperienza nel Partito democratico. Un partito che sta cambiando pelle, come sono inevitabilmente cambiato io lungo questi anni assai impegnativi”. Così il sindaco e presidente della Provincia di Taranto,  Rinaldo Melucci, lo scorso 27 ottobre comunicava la sua decisione di lasciare il Partito democratico.

Gianni Azzaro: una carriera sempre da “vice”

Azzaro. “vice” di TamburrantoAzzaro “vice “di Melucci

Autorevoli fonti baresi ci hanno raccontato di un colloquio telefonico intercorso fra Gianni Azzaro ed il presidente dell’ ANCI e sindaco di Bari Antonio Decaro, a cui faceva riferimento, al quale ha giustificato la sua accettazione dell’incarico di “vice” di Melucci, non potendo fare a meno dello stipendio comunale (che gennaio 2014 , altrimenti avrebbe rischiato di tornare ad indossare la divisa della Guardia di Finanza e di tornare a fare il suo reale lavoro finanziere in qualche caserma. Il vice sindaco Azzaro dal 1 gennaio 2024 percepirà una indennità del 75% di quella del sindaco Melucci (vedi tabella sotto).

Melucci ha revocato la delega all’ormai ex-assessore Francesca Viggiano, esponente del Pd, ininterrottamente nella giunta comunale guidata dal primo cittadino dal 2017, catapultato nella politica, per mancanza di candidati sindaci, su indicazione di Walter Musillo e dell’ on.Michele Pelillo.  E’ stato lo stesso sindaco di Taranto con una nota a spiegarne la rimozione. “La motivazione – si legge nel documento – è strettamente connessa al venir meno dei necessari elementi fiduciari, in molteplici occasioni, tipici del ruolo da interpretarsi all’interno della giunta comunale, specie in una fase così strategica per la città”.

“Si è portati spesso a pensare che ci si lasci perché carichi di rancore o insoddisfatti – aggiungeva Melucci – In verità, in una visione più romantica e profonda del sentire la politica, nella sua accezione più elevata, la scelta di prendere strade differenti può essere dipesa dalla semplice ed umana ambizione di ricercare nuove motivazioni, energie e valori più aderenti al proprio sentire e al proprio progetto politico. Preciso subito che il secondo caso è quello che credo mi riguardi“.

Francesca Viggiano e Rinaldo Melucci

Immediata la replica dell’ex assessore Viggiano che ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Prima che inizino favoleggiamenti sull’atto di sfiducia, preferisco parlare io, come ho sempre fatto.

Non ho rubato, non sono indagata, non ho commesso reati. Lo scorso venerdì, la Giunta comunale di cui facevo parte, ha discusso, e poi deliberato, un provvedimento che ha dato il via alla nascita di un nuovo Comitato dei Giochi del Mediterraneo. Sono arrivata in Giunta alle 8.30 del mattino, ho chiesto di conoscere il contenuto del provvedimento e di discuterlo. Alle 12.30 non si conosceva ancora il contenuto e non ho ricevuto le rassicurazioni politiche che ho richiesto. Ho chiesto, da Donna di sinistra e in qualità di vice presidente del Pd regionale il perché dovessimo regalare i giochi al Governo, voltando le spalle alla Regione Puglia che quei Giochi aveva contribuito a portare a Taranto. Alle 12.30, il provvedimento non era ancora arrivato e sono andata via per andare a prendere mia figlia da scuola. Questa è la mia colpa. Questa è la colpa di chi in consiglio comunale avrebbe dovuto rappresentare 1000 concittadini ed ha deciso di dare fiducia, ancora una volta, al capo dell’amministrazione che ho contribuito a far eleggere, insieme al mio partito“.

Era soltanto il 17 settembre scorso quando sul palco della Festa dell’Unità , cioè la festa del Pd, in Piazza Garibaldi a Taranto, Rinaldo Melucci ed Elly Schlein si erano “legati” con uno scambio di parole politicamente molto dolci. “Rinaldo, saremo sempre al tuo fianco“, diceva la Schlein. “C’è vita in questo partito”, le rispondeva sorridente e felice Melucci.. Un dialogo sdolcinato dopo che Melucci al congresso aveva tentato ancora una volta senza successo la sua “scalata” nel Pd ionico sostenendo la candidatura il nome di Stefano Bonaccini, cioè il rivale della Schlein. una scommessa quella del sindaco di Taranto giocata male con un risultato finale conclusosi ancora peggio.

Melucci successivamente ha aperto all’ingresso nella sua maggioranza ad Italia Viva, partito a cui – secondo finti a lui molto vicine – potrebbe aderire nei prossimi giorni. L’apertura ai neo-renziani aveva creato peraltro malumori nella coalizione di centrosinistra perchè due dei consiglieri di Iv, Massimiliano Stellato e Carmen Casula (a processo per truffa al Comune di Taranto !) , erano tra i 17 consiglieri che, nel novembre 2021, avevano depositato le dimissioni davanti a un notaio portando allo scioglimento anticipato del consiglio comunale.

“La mia opinione è che Melucci stia facendo bene il sindaco; se ne è andato dal Pd ma lo ha fatto in modo civile”. Questo il commento del presidente di Italia Viva, Matteo Renzi sull’ingresso del primo cittadino di Taranto Rinaldo Melucci. “Con il sindaco Melucci – ha continuato Renzi in aperta campagna elettorale per le prossime Europee – abbiamo un rapporto che è di lunga data. Rinaldo è un ragazzo che ha fatto molto bene, ci sono cose su cui siamo andati d’accordo e cose su cui siamo andati meno d’accordo ma è una persona che ho molto apprezzato per come ha impostato il suo rapporto con la città“.

Questa sera è stato diramato un comunicato stampa da Bari : “ Facendo seguito all’incontro avvenuto poche ore fa tra le Segreterie regionali del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e del Movimento Politico CON, rappresentiamo l’esigenza di tornare alla politica abbandonando percorsi amministrativi che non forniscano la giusta serenità nelle scelte che riguardano l’esecutivo che amministra la Città di Taranto. Disorientati purtroppo dalle periodiche rivisitazioni del suo governo, vorremmo intraprendere scelte che garantiscano stabilità a questa comunità che attraversa momenti e decisioni critiche. Lo dobbiamo ai cittadini. Confermeremo di conseguenza l’appoggio esterno a questa amministrazione fino a quando saranno proposti provvedimenti utili alla Città di Taranto e nella attesa che la condivisione delle iniziative politiche e delle scelte amministrative torni ad ispirare azione“, che è stato condiviso e firmato dai Segretari Regionali del Partito Democratico (Domenico De Santis), del Movimento 5 Stelle (Leonardo Donno) e del movimento politico regionale CON (Michele Boccardi) creatura politica di Michele Emiliano.

In pratica Rinaldo Melucci dopo la sua uscita dal Pd, di fatto non gode più in realtà della fiducia della maggioranza “politica” che lo aveva eletto, e del sostegno del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, stanco di dover sempre intervenire per sistemare i problemi “politici” causati dal Sindaco di Taranto. E la mancanza di un sostegno così importante, potrebbe mandarlo a casa in qualsiasi momento, a partire dell’approvazione del bilancio, nonostante le “stampelle” comprate a caro prezzo di alcuni dei consiglieri che nella sua prima consiliatura comunale, come Massimiliano Stellato (diventato nei giorni scorsi segretario regionale pugliese di Italia Viva), avevano firmato con le proprie dimissioni la sfiducia a Melucci facendolo decadere sei mesi prima della naturale scadenza del suo primo mandato di Sindaco.

Gli assessori percepiranno il 60 per cento dell’indennità del sindaco.

Ma pur di mantenere la “poltrona” Melucci, dopo aver perso la sua partita principale, e cioè quella dell’organizzazione, ma sopratutto “gestione” dei Giochi del Mediterraneo 2026, oggi pur di sopravvivere a Palazzo di Città cerca alleanze anche con il diavolo con un vero proprio “scambio merce” (leggasi nomine ed incarichi clientelari). Lui che diceva: “Bisogna essese seri per fare politica”. Resta da capire se Melucci conosca realmente il significato della parola “serietà“, o se ancora oggi non abbia capito come si faccia politica. Ma probabilmente il pensiero di vedere raddoppiare il suo stipendio di sindaco, che passerà dagli attuali 5.205,89€ a 11.040€al mese , lo tiene incollato alla sua poltrona, ancor più di prima. Così come qualcuno potrebbe mai ipotizzare che i consiglieri comunali di Taranto che lo sostengono rinuncino al proprio stipendio attuale di 1.301,47 euro al mese, che dal 1 gennaio 2024 salirà a 2.760,00 euro al mese ?

Redazione CdG 1947

Il suicidio politico di Rinaldo Melucci. Redazione CdG 1947 e Gianni Liviano, consigliere comunale di Taranto, su Il Corriere del Giorno il 19 Novembre 2023

Melucci senza alcuna storia pregressa di impegno sociale,culturale o politico , rinnega chi gli ha permesso di realizzare il passaggio da socio di un consorzio di operatori del porto a sindaco e presidente della Provincia. Al contempo si innamora e si lascia trasportare da chi due anni fa lo ha mandato a casa. Forse vuole dare l’ennesima, non richiesta, prova di forza, ma compie un suicidio politico in piena regola

E’difficile comprendere cosa ci sia di razionale nell’azione del sindaco Melucci. Certo nulla che abbia a che fare con la politica seria. La politica, quella seria, prevede che chi la fa abbia due caratteristiche: la prima è l’orizzonte di valori di partenza e la seconda è il desiderio di essere a servizio del bene della comunità che si governa. Sia chiaro, in politica non esiste la verità, esistono le opinioni e ogni opinione è assolutamente legittima (se maturata all’interno di scenari di rispetto per gli altri).

Ma, a prescindere da quali siano le opinioni, chi fa politica deve avere valori di partenza e prospettive da realizzare, perchè diversamente c’è un’assoluta assenza di bussola e i protagonisti politici diventano autoreferenziali. Il nostro protagonista, Rinaldo Melucci, è un ottimo interprete della politica che recita a soggetto senza bussola e senza spartito, avendo un solo obbiettivo: se stesso.

Non sarebbe il solo, moltissimi protagonisti della politica (generalmente quelli piu’ premiati dalle comunità) hanno in mente un solo obbiettivo: se stessi e le proprie ambizioni (qualche volta in verità facendo confusione tra ambizioni politiche e interessi personali). Ma anche proseguendo questo volendo perseguire quest’obbiettivo, e cioè l’autoreferenzialità, l’atteggiamento di Melucci appare comunque del tutto irrazionale.

La famiglia Mittal ricevuta da Melucci a Palazzo di Città

Infatti una persona senza alcuna storia pregressa di impegno sociale,culturale o politico che occasionalmente e senza alcun merito personale si trova a ricoprire il ruolo di sindaco e di presidente della provincia dovrebbe quanto meno ringraziare il partito che glielo ha consentito: la comunità di uomini e di donne che, a torto o a ragione, gli hanno permesso di avere questi ruoli di assoluto prestigio, il Partito Democratico.

Melucci no. Melucci invece no, Melucci rinnega chi gli ha permesso di realizzare il passaggio da socio di un consorzio di operatori del porto a sindaco e presidente della Provincia. Al contempo si innamora e si lascia trasportare da chi due anni fa lo ha mandato a casa. Lascia la moglie (intesa come Partito Democratico) sempre fedele e remissiva e decide di iniziare una relazione non ufficiale ma palese con un’altra (intesa come Massimiliano Stellato e i suoi amici), che esattamente due anni fa ha raccolto le firme accusandolo in maniera manifesta di assoluta incapacità politica.

le cenette “carbonare” di Melucci (a sx Tribbia, a dx Tamburrano)

Anche guardando la politica dalla prospettiva di autoreferenzialità che lo caratterizza, Melucci che cosa ci guadagna da questa scelta ? Politicamente assolutamente nulla. Forse vuole dare l’ennesima, non richiesta, prova di forza, ma compie un suicidio politico in piena regola riuscendo, forse, a risvegliare da un sonno atavico, i partiti che lo appoggia(va) con in primis il Partito Democratico.

Il sindaco Melucci chiama Meloni: «Lavoriamo tutti insieme per Taranto». «Le grandi trasformazioni della città richiedono continuità e risolutezza amministrativa, non ripartiamo da zero». MIMMO MAZZA su La Gazzetta del Mezzogiorno il il 30 Luglio 2023

Sindaco Rinaldo Melucci, Taranto sembra scomparsa dai radar del Governo: nessuna prospettiva certa sull'Ilva, confusione sui Giochi del Mediterraneo, archiviazione del Cis. Che accade?

«Accade purtroppo la solita schizofrenia di questo sfortunato Paese, nel quale ognuno fa tabula rasa del lavoro altrui, per pregiudizio e per partito preso, mentre le grandi trasformazioni che occorrono alle comunità richiederebbero una certa continuità e risolutezza amministrativa. Eppure gli Enti locali anche all'attuale Governo avevano fornito ogni garbata disponibilità e ogni spazio possibile nell'azione politica, con un concreto senso di responsabilità verso la terra ionica. Senza contare che la nostra programmazione è del tutto allineata alle politiche europee, dunque è un orientamento puramente amministrativo, dettato dai tempi che stiamo attraversando a livello globale, non un fatto meramente politico. Sono preoccupato e dispiaciuto, conservo una idea romantica della politica forse, ma non intendiamo mollare, mi appello al buon senso di tutti gli attori. Taranto è più importante di ogni considerazione».

Stiamo vivendo, dicono gli esperti, l'estate più calda degli ultimi decenni: possibile che non basti questo dato a spingere sulla decarbonizzazione dell'Ilva?

«Io penso che oggi essere ecologisti sia una esigenza di sopravvivenza per tutti e persino un elemento di competività dei nostri sistemi economici. Ho avuto modo di esprimere questo concetto anche alle parti sociali di recente. La transizione in chiave sostenibile e tecnologica dei nostri modelli di sviluppo, del tutto compatibile con la salute umana, è persino una opportunità per il mondo del lavoro e la produzione industriale, non va vista come un costo, se non nel breve periodo. E dopotutto oggi abbiamo le risorse per intervenire. Ma serve coraggio, buttare ancora una volta la palla avanti per me equivale a decretare la morte della fabbrica, presto o tardi. E adesso le responsabilità sono molto ben definite».

Che ne è stato dell'Accordo di programma annunciato con il ministro Urso?

«Noi già lo scorso mese di maggio abbiamo formalmente trasmesso al Ministro la traccia di lavoro che la comunità ormai da tempo invoca a larga maggioranza, per una traiettoria di iniziative industriali e di contesto da qui ai prossimi 10/12 anni. E ritengo fosse una esigenza dello stesso mercato dell'acciaio italiano. Una traccia assolutamente realizzabile. Stralciare, per esempio, i fondi del PNRR preventivati per le applicazioni dell'idrogeno e l'utilizzo dei forni elettrici ha sconfessato gli impegni di quello stesso Ministro. Del bavaglio normativo concepito a carico del sindaco, che da ordinamento dovrebbe difendere la salute dei cittadini, c'è poi poco da dire, è stato un gesto per me di grande inciviltà. Spero ancora che il Premier Meloni possa assumere protagonismo in questa vicenda strategica per l'intero Paese e possa fare chiarezza e mettere ordine alla prospettiva generale».

Il centrodestra accusa il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle di aver fatto poco e niente sul dossier Ilva negli ultimi anni: perché nessuna forza politica di governo alla fine non riesce a sottrarsi dai decreti salva-azienda?

«Non voglio compiere riflessioni troppo articolate. Ma su questo aspetto mi sento, con rammarico, di segnalare che chi avrebbe potuto agire, al netto delle belle parole e delle buone intenzioni, e per varie motivazioni non ha potuto farlo, per me ha eguale responsabilità di chi oggi vuole procrastinare la vita degli altoforni a carbone e l'ipoteca sulla salute dei tarantini e sulla tenuta delle imprese dell'indotto locale. Mi sento prima tarantino e poi iscritto ad un partito. Occorrerebbe uno sforzo di tutti verso la giustizia intergenerazionale, che a volte non paga nell'immediato in termini elettorali. È un guaio per il Paese che così declina rapidamente, in ogni settore. Poi non stupiamoci che i cittadini sfiduciati disertino in massa le urne».

C'è davvero il rischio che Taranto perda i Giochi del 2026?

«Direi di no. Ma la strada resterà in salita finché non arriveranno le rimesse finanziarie promesse dal Governo e il Commissario non verrà messo in grado di predisporre i necessari appalti. Gli Enti locali stanno provando a dare una mano al sistema, hanno persino dato disponibilità ad un cambio di governance dell'organizzazione, per lasciare al Governo il protagonismo che sembra condizione propedeutica a sbloccare la situazione. Ma su un punto mi auguro che ciascuno compia un serio esame di coscienza. Ci candidiamo ai Giochi del Mediterraneo per rigenerare i quartieri della città, per proiettare positivamente Taranto nello scenario internazionale, per spingere la nostra economia lontano dalle catene della monocultura siderurgica. Qualche imbiancata qua e là, per il timore dei tempi o dei costi, dei Giochi in formato ridotto in sostanza, non coglierebbero questi obiettivi che la gente si aspetta da una iniziativa del genere, sarebbe una sconfitta per tutti. È il motivo, per esempio, per cui insistiamo, anche perché tecnicamente ancora possibile, su di uno stadio di calcio del tutto nuovo e non su una semplice riqualificazione dell'impianto esistente, serve all'intero quartiere Salinella. Tutti insieme possiamo fare cose importanti e il Governo può lasciare il segno, ma non c'è altro tempo da perdere. E mi auguro che anche il mondo dello sport nazionale non resti concentrato solo sull'appuntamento di Milano-Cortina».

Come giudica il nuovo corso del Pd?

«Non lo giudico. Resta un po' di disagio su alcuni temi significativi per Taranto. Ma sono abituato a valutare i fatti e ho già fornito la mia sincera disponibilità alla segretaria Schlein in tal senso».

In molti la danno come vicino a Italia Viva e a Matteo Renzi malgrado la maggioranza con la quale governa il Comune di Taranto faccia muro contro i renziani: come stanno le cose?

A me sembra più che altro che alcuni in maggioranza facciano muro, legittimamente si intende, contro qualche singolo esponente di quell'area, non contro un impianto politico-valoriale interessante per il mondo moderato e riformista ionico. In uno schema di campo largo che altrove, in Puglia come nel resto d'Italia, si applica senza troppi intralci. E non è certo un mistero che io mi senta un moderato e riformista, ovvero che io abbia un buon rapporto con Matteo Renzi. E nessuno può immaginare che queste interlocuzioni avvengano senza un corretto coinvolgimento dei nostri livelli regionali. Ricordo, per altro, che un pezzo di Italia Viva è stato candidato con noi alle elezioni amministrative del 2022. Cosa votano in Consiglio comunale i rappresentanti di quello o altri partiti e gruppi non lo determino certo io. E in fin dei conti, in questa fase critica della vita della città, sarebbe auspicabile il contributo di tutti, nel rispetto delle regole e dei ruoli. Il passato non si cancella ed io sono stato il primo danneggiato da quel passato. Ma per le sorti e gli interessi di Taranto metto da parte ogni cosa, non bado ad altri ragionamenti. Mi dicono spesso che io dovrei migliorare politicamente, ma cosa è la politica se non questa mediazione dinamica per il bene comune? Forse la maggioranza dovrebbe migliorare, invece, in disciplina e proposta politica, invece che cercare nemici altrove, sempre che questo atteggiamento non sia dettato esclusivamente dai futuri posizionamenti elettorali. Ad ogni modo, direi che abbiamo l'urgenza di combattere tutti insieme per l'ex Ilva, per i Giochi del Mediterraneo, per la Transizione Giusta europea, per il lavoro, per la salute e l'ambiente, per la qualità dei servizi pubblici, per trattenere i nostri giovani, per molte altre cose più importanti delle scelte in Consiglio comunale eseguite da Italia Viva».

Caro Sindaco Melucci le scrivo…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 30 Luglio 2023

Il sindaco di Bari Antonio Decaro compare nei primi pwosti nel gradimento da parte dei cittadini nelle classifiche nazionali stilate dal sondaggista Noto per il Sole24Ore , mentre Melucci compare in fondo alla graduatoria perdendo gran parte del precedente (immeritato) consenso

di Antonello de Gennaro

Caro Sindaco Melucci avendo letto questa mattina una sua intervista rilasciata a Mimmo Mazza un giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno a lei notoriamente molto “caro”, beneficiario in un recente passato di ingenti finanziamenti da parte dell’ Amministrazione Comunale da lei guidata, sotto mentite spoglie di pubblicità o di finte interviste e dibattiti pubblici a pagamento, a fronte del quale è calato il silenzio-autocensura dei noti “pennivendoli” locali, mi vedo costretto a scriverle questa lettera aperta, considerato che da 5 anni a questa parte, cioè da quando lei ricopre la carica di Sindaco di Taranto, lei non ha mai avuto il coraggio (o forse ci sono altri motivi ?) di farsi intervistare dal sottoscritto in diretta streaming. Ha per caso paura di non riuscire a reggere il confronto giornalistico con il sottoscritto affrontando le nostre domande? 

Ancor di più ho ritenuto necessario scriverle caro Sindaco anche dopo aver letto nel pomeriggio odierno un suo comunicato stampa, a seguito del quale mi è venuto più di qualche serio dubbio e mi sono chiesto: ma lo ha scritto il “sergente Garcia” o il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ?

Ma andiamo per ordine. Partiamo dall’ intervista. Lei parlando dell’ ex-stabilimento ILVA, ha fatto queste affermazioni alla Gazzetta (o Mazzetta ?) del Mezzogiorno: “Del bavaglio normativo concepito a carico del sindaco, che da ordinamento dovrebbe difendere la salute dei cittadini, c’è poi poco da dire, è stato un gesto per me di grande inciviltà. Spero ancora che il Premier Meloni possa assumere protagonismo in questa vicenda strategica per l’intero Paese e possa fare chiarezza e mettere ordine alla prospettiva generale”.

E’ semplicemente vergognoso per un sindaco qualsiasi, un rappresentante pro-tempore come lei, definire “incivile” una decisione adottata e votata democraticamente dal Consiglio dei Ministri, cioè da parte di ministri rappresentanti di quella maggioranza parlamentare di centrodestra votata a stragrande maggioranza dagli elettori italiani. Loro rappresentano gli elettori, il popolo italiano. Mi viene spontaneo a questo punto chiederle: ma lei ci è, o ci fa ? 

Quando lei sostiene che si sente “prima tarantino e poi iscritto ad un partito” si ricorda forse che lei è stato votato nella lista del PD, e che a Taranto l’ha votato solo 1 cittadino su 4 ? Si ricorda che la prima volta che si è candidato a sindaco, lei è stato eletto la prima volta grazie ad uno scarto di appena circa 800 voti ottenuti grazie al sostegno della lista civica dell’ ex-procuratore di Taranto Franco Sebastio, e della lista civica guidata da una mia parente ? Si ricorda che Sebastio magistrato di lunga carriera e protagonista del “processo Ambiente Svenduto”, venne da lei nominato assessore alla “legalità“, incarico che lei gli ritirò allorquando Sebastio iniziò a cercare di fare luce su due vicende, che sono state a lungo il nostro cavallo di battaglia giornalistico, e cioè la gestione della piscina comunale affidata alla famiglia Cassalia, che costa al contribuente tarantino oltre mezzo milione di euro all’ anno (tanto lei è residente a Crispiano e quindi non ne risente, anzi…! ) e quindi facendo qualche conto, circa 3milioni di euro pagati dall’ Amministrazione Melucci , senza dare seguito agli accertamenti disposti dal suo predecessore, quel galantuomo di Ippazio Stefano. Per non parlare poi delle aggiudicazioni ai soliti “furbetti-amici degli amici” puntualmente ritirate in autotutela dopo i nostri articoli sulla fantomatica gestione del Circolo Magna Grecia . Non a caso uno dei magnifici 4, Angelo (detto Lillo) Basile ha visto la sua impresa di famiglia costretta a chiedere il concordato fallimentare

Lei osserva che “non stupiamoci che i cittadini sfiduciati disertino in massa le urne”. Non si rende conto che se il suo programma politico-elettorale fosse stato valido ed apprezzato dagli elettori , e che se i suoi “amichetti” e “compagnucci” di cordata avessero riscosso il consenso da parte dei cittadini di Taranto, gli elettoridi Taranto che non sono andati a votare, si sarebbero recati a votare ? Ma così non è stato ! Ha forse dimenticato caro Melucci, che alla sua prima candidatura sindaco di Taranto lei è stato la 4a scelta del PD dopo la manifestazione di disinteresse del sottoscritto, seguita da quella dell’ ex direttore generale della BCC di S. Marzano Emanuele De Palma e per finire quella del collega Walter Baldacconi, ex-direttore dell’emittente tv Studio100 ?

Perchè non ci racconta le ragioni del suo odio e risentimento nei confronti di Walter Musillo, cioè dell’ ex-segretario provinciale del PD jonico, che la indicò a candidato sindaco per la prima volta nel 2017, facendola eleggere sindaco guidando il suo staff elettorale? Quello stesso Walter Musillo che alle ultime elezioni amministrative del 2022 , si è candidato a sindaco con il sostegno del centrodestra, quindi contro di lei, e così, incautamente facendo, le ha spianato di fatto la strada aiutandola senza volerlo ad essere rieletto, facendola così ritornare a Palazzo di Città da dove era stato sfiduciato a 6 mesi dal temine della consigliatura persino da consiglieri della sua stessa maggioranza uscente .

Domande queste che un giornalismo serio ed indipendente le avrebbe dovuto fare. Ma capisco bene che il giornalista Mimmo Mazza è un dipendente della società editrice della Gazzetta del Mezzogiorno, il cui socio al 50% è quel Tonino Albanese, condannato e plurimputato, che vive e prospera sulla sua collinetta di spazzatura a Massafra, potendo contare su circa 20milioni di euro l’anno che incassa con la sua società la CISA spa di Massafra per smaltire i rifiuti del Comune di Taranto. E senza quell’incasso la CISA rischierebbe di finire in perdita.

Quello stesso Tonino Albanese comproprietario del villaggio alberghiero-turistico di Castellaneta Marittima che nel primo masterplan dei “Giochi del Mediterraneo 2026” veniva indicato di fatto come “Villaggio Atleti” e sede del “Centro Media”, quindi beneficiario dei buona parte dei fondi dell’organizzazione necessari ad ospitare negli alberghi (quindi vitto ed alloggio) tutte le rappresentative nazionali, gli staff e della stampa, tutti a spese chiaramente del contribuente italiano ! E come poteva quindi farle qualche domanda scomoda il giornalista Mimmo Mazza ? Mica poteva rischiare in un colpo solo di danneggiare il suo “padrone-editore” Albanese e di poter perdere la sua poltrona di “fedelissimo vice direttore !!! 

Per non parlare poi dei suoi sproloqui sempre sulla Gazzetta : “Ci candidiamo ai Giochi del Mediterraneo per rigenerare i quartieri della città, per proiettare positivamente Taranto nello scenario internazionale, per spingere la nostra economia lontano dalle catene della monocultura siderurgica. Qualche imbiancata qua e là, per il timore dei tempi o dei costi, dei Giochi in formato ridotto in sostanza, non coglierebbero questi obiettivi che la gente si aspetta da una iniziativa del genere, sarebbe una sconfitta per tutti. È il motivo, per esempio, per cui insistiamo, anche perché tecnicamente ancora possibile, su di uno stadio di calcio del tutto nuovo e non su una semplice riqualificazione dell’impianto esistente, serve all’intero quartiere Salinella. Tutti insieme possiamo fare cose importanti e il Governo può lasciare il segno, ma non c’è altro tempo da perdere. E mi auguro che anche il mondo dello sport nazionale non resti concentrato solo sull’appuntamento di Milano-Cortina”.

Caro Sindaco, mi perdoni una domanda sincera che non vuole essere offensiva. Ma lei sta bene ? Ma non era lei quell’agente marittimo che con i suoi colleghi dello Ionian Shippin Consortium voleva rilevare la società ILVA Servizi Marittimi (che ha ed aveva come unico cliente lo stabilimento siderurgico di Taranto) ? Non era lei il sindaco che all’improvviso ricevette a Palazzo di Città la visita del ministro (all’epoca dei fatti) Carlo Calenda, e subito dopo come per incanto società a lei vicine iniziarono a lavorare per lo stabilimento siderurgico per i trasporti via terra , mentre lei ha sempre operato con risultati modesti solo e soltanto sulle banchine portuali ?

Non era lei il sindaco che ritirò (lasciando da sola la Regione Puglia) il ricorso al TAR del Comune di Taranto contro Arcelor Mittal, atto legale che è costato decine di migliaia di euro pubblici al povero contribuente tarantino ? Non era lei il sindaco che accolse con ampia soddisfazione i Mittal a Palazzo di Città ? Non era lei il sindaco che accettò le sponsorizzazioni di Arcelor Mittal e di Eni per le prime manifestazioni per le festività natalizie a Taranto ?

Chissà se qualcuno a Palazzo di Città riuscirà spiegare al Sindaco Melucci che i Giochi del Mediterraneo notoriamente per la stampa internazionale “giornalisticamente” praticamente non contano niente , mentre a Milano-Cortina nel 2026 si celebreranno i Giochi Olimpionici Invernali cioè le Olimpiadi degli Sport Invernali che interessano e vengono seguite dalle televisioni di tutto il mondo ? E quel il comitato organizzatore ha già incassato (dagli sponsor privati) oltre mezzo miliardo di euro !!! Ma a Taranto in quattro anni dall’ aggiudicazione cosa ha prodotto il vostro Comitato organizzatore ? Solo rendering e parole ( o meglio “cazzate”) al vento !

I Giochi qualunque essi siano non si organizzano con i soldi dello Stato per la rigenerazione di un quartiere, e tantomeno si può costruite uno stadio nuovo del costo di circa 50 milioni di lire 25 dei quali a fondo perduto, cioè carico dello Stato (per una squadra di serie C) da affidare in seguito in gestione ai privati per 99 anni, lasciandoli sguazzare nella commercializzazione di 17mila metri quadri di spazi commerciali.

Chissà se è vero che lei insieme al suo nuovo caro “amico” Ferrara della neo-costituita-inattiva società Red Sport srl abbia chiesto ad altri enti locali se avessero a disposizione dei terreni “disponibili”pubblici” sui quali realizzare uno stadio nuovo . Questa storia equivoca ci è stata raccontata alla presenza di un appartenente alle forze dell’ ordine che sentendola raccontare da persone serie , è letteralmente sbiancato in faccia !

Melucci alla domanda del “solito” Mimmo Mazza sulla Gazzetta del Mezzogiorno di domenica: “Come giudica il nuovo corso del Pd?” ha così risposto: “Non lo giudico. Resta un po’ di disagio su alcuni temi significativi per Taranto. Ma sono abituato a valutare i fatti e ho già fornito la mia sincera disponibilità alla segretaria Schlein in tal senso”. Che strano…ma non era Melucci (o forse il sergente Garcia ?) a dichiarare esattamente il contrario lo scorso 13 marzo 2023 quando aveva rivolto una pesante accusa nei confronti della neoeletta segretaria nazionale dei “dem” : “Al di là dei proclami e delle buone intenzioni, come evidenziato da tanti osservatori anche indipendenti, il Pd targato Elly Schlein non sembra ancora interessato, purtroppo, a calarsi nella realtà delle città, delle periferie e della provincia italiane, della transizione giusta europea, del ritardo del Mezzogiorno, piuttosto che dei problemi demografici, burocratici o, in generale, di contesto che gli amministratori locali affrontano quotidianamente, con la chimera del Pnrr” aveva sottolineato Melucci, portando l’esempio di ciò che avviene a Taranto.

Dichiarandolo però proprio nel giorno in cui la segretaria Pd scendeva in piazza con Cgil, Cisl e Uil a Bologna, lanciando una precisa accusa rispetto al rapporto con i sindacati. costringendo il segretario regionale del PD pugliese De Santis a zittirlo: “Rinaldo Melucci ha chiesto più attenzione su Ilva e su Taranto – ha affermato -. Questo mi sembra chiaro. Ha solo sbagliato destinatario. Il Pd da Zingaretti in poi ha sposato la linea della decarbonizzazione dello stabilimento tarantino. Non si torna indietro su questa scelta strategica, di certo non si torna alle posizioni di Renzi. Noi siamo per tutelare lavoro e ambiente senza tentennamenti. Scaricare su Elly Schlein colpe che non ha – aggiunge De Santis – mi sembra gratuito e ingeneroso. Questo non è il tempo delle polemiche ma della conciliazione“

Il rammarico del sindaco di Taranto

“Mi interessa invece esprimere tutto il rammarico – osservava ancora Melucci – per un congresso che, ancora una volta, non si addice a un partito che si celebra come democratico. Ricatti, minacce, ricorsi creativi, percentuali pilotate nei circoli in provincia, anche ad opera di profili istituzionali del partito, che dovrebbero dare il buon esempio e voltare pagina, invece che cercare spasmodicamente rendite di posizione. Tanto gli elettori sanno valutare da soli, anche con i listini bloccati“. Per il sindaco di Taranto quello celebrato dal Pd a Taranto “non è un congresso unitario, non finga nessuno, possiamo ritenere saltati tutti i presunti accordi. Ha perso tutto il Pd, speriamo che Stefano Bonaccini lo cambi in fretta. Sento di dover chiedere scusa – conclude – a tutti i giovani tarantini che abbiamo coinvolto, parlando loro di un progetto nuovo, una piattaforma per loro. In ultimo, al termine del suo mandato a Taranto, desidero ringraziare il commissario Antonio Misiani, nonostante sia stato attore protagonista di questo scempio“. 

Ma il trionfo della “follia” politica di Melucci si è celebrato oggi quando con un comunicato stampa ha parlato della gestione (fallimentare) di Kyma Ambiente scrivendo: “Si provi a girare in questi giorni di calura per altre blasonate città, non si potrà che riconoscere che Taranto è una città abbastanza pulita e decorosa. Certamente non è sufficiente, e difatti siamo impegnati nella realizzazione di un nuovo più solido contratto di servizi, nel finanziamento e nella predisposizione di un nuovo piano per la raccolta differenziata che la norma e il sistema regionale ci impongono, con un porta a porta spinto su tutti i quartieri e la sostituzione dei cassonetti ingegnerizzati dove necessario. Insomma, qualche mese ancora di rodaggio e dal primo gennaio si entrerà in una fase tutta diversa anche in questo frangente. Purtroppo i grandi cambiamenti costano fatica e richiedono tempo. E pandemie, aumenti dei prezzi o scioglimenti anticipati non hanno giovato. Ma quella pubblicità così negativa Taranto non la merita, è del tutto infondata“. 

Caro Sindaco gentilmente ci dica: chi ha comprato i cassonetti ingegnerizzati ? Forse Babbo Natale o lei ? Chi ha nominato il management (si fa per dire..!) di Kyma Ambiente ? Forse la Befana o lei ? Come mai Taranto è ai primi posti solo per una Tari elevata, a danno del cittadino, a causa del fallimento della raccolta differenziata ? Come mai il sindaco di Bari Antonio Decaro si trova nei primi posti nel gradimento da parte dei cittadini nelle classifiche nazionali stilate dal sondaggista Noto per il Sole24Ore , mentre Melucci compare in fondo alla graduatoria perdendo gran parte del precedente (immeritato) consenso ? “Si faccia queste domande” direbbe il buon Gigi Marzullo ” e si dia delle risposte” e visto che si trova, le dia ai cittadini di Taranto.

Concludendo caro Sindaco, accetti un’intervista, un confronto giornalistico con noi , lo potremo fare girando insieme in auto per Taranto, così finalmente esce dal “Palazzo” e si rende conto della realtà. Chiaramente trasmettendo tutto in diretta streaming. Se la sente ? Ha il coraggio ? Noi stiamo qui, e l’aspettiamo. Sa come trovarci. Cordialmente.

Redazione CdG 1947

Le “mancette” post-elettorali dell’ Amministrazione Melucci al Comune di Taranto. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 23 Luglio 2023. 

Chissà cosa penserà adesso il PD e Michele Emiliano di certi assessori e nomine condivise dal figliol prodigo Rinaldo Melucci, ormai abbandonato al suo sfortunato destino politico ormai in declino giorno dopo giorno. Questa cari amici non è politica al servizio della città, questa è vera "politica monnezza"

Ancora una volta il Comune di Taranto sconfina nell’illegalità ormai ampiamente diffusa nell’ Amministrazione Melucci, ed ancora una volta manca la trasparenza e la legalità prevista dalle vigenti norme di Legge. Il pregiudicato-già carcerato per 1 anni e 6 mesi e pluricondannato Salvatore Micelli, dopo averci provato con la Cooperativa Indaco amministrata da sua sorella, invalida civile psichiatrica (come lo stesso Micelli ha dichiarato in un’udienza in Tribunale) che aveva provato ad aggiudicarsi la gestione dei bar dello Stadio Iacovone, questa volta ci riprova con una fantomatica Associazione Sportiva Dilettantistica, l’ ASD Bocciodromo di Taranto, dichiarando (leggi QUI) di essere “concessionaria della struttura del Comune di Taranto denominata BOCCIODROMO sita nel quartiere Salinella di Taranto difronte lo stadio comunale” cercando di ricevere donazioni e contributi non avendo alcuna disponibilità economica. 

Falso o vero ? Da un controllo effettuato sull’ Amministrazione Comunale non risulta alcuna aggiudicazione per il Bocciodromo, e quindi viene da chiedersi se è ILLEGALE l’ Amministrazione Comunale di Taranto guidata dal sindaco Rinaldo Melucci, o è ILLEGALE l’operato del Micelli che millanta qualcosa che non corrisponde al vero, mettendosi a fare la questua promettendo targhe di ringraziamento ! Chissà come si igiustificheranno il RUP e l’ assessore competente…!!! Ci auguriamo che i solerti investigatori della Guardia di Finanza di Taranto e qualche magistrato non “dormiente” della Procura di Taranto si attivino per fare luce su questa ennesima attività che “puzza” di illegalità, alle spalle ed a danno dei cittadini e contribuenti del capoluogo jonico. 

Micelli è una vecchia “conoscenza” del nostro giornale, sia per le attività della Cooperativa Indaco nella gestione dell’ accoglienza e gestione dei migranti, che a seguito dei nostri servizi giornalistici e delle verifiche effettuate dal Comando centrale del NAS Carabinieri insieme al personale dell’ ASL Taranto nella struttura gestita da questa cooperativa (assediata da creditori e sopratutto da dipendenti non pagati) si vide revocare l’appalto dalla Prefettura di Taranto con un provvedimento firmato dal prefetto Cafagna in carica all’epoca dei fatti. Ma anche del nostro direttore de Gennaro che lo ha fatto condannare dal Tribunale Penale di Taranto a 7 mesi di carcere per i reati di stalking e diffamazione, in un processo che riuniva i 3 processi a cui la Procura aveva mandato il Micelli alla sbarra. Il quale recentemente ha provato a cercare una transazione ( con cui chiedeva la rimozione di tutti i nostri articoli sulle sue malefatte) che però è stata chiaramente rifiutata, in quanto i nostri articoli non sono mai stati e mai saranno in vendita. 

Salvatore Micelli è una vecchia conoscenza delle forze dell’ ordine e della Procura di Taranto, essendo coinvolto a pieno titolo nell’ inchiesta “Quote rosa2” a seguito delle indagini della Guardia di finanza , sulla presunta truffa delle assunzioni fittizie di lavoratrici per intascare finanziamenti pubblici. La richiesta di rinvio a giudizio portava la firma del pubblico ministero Daniela Putignano e l’inchiesta rappresentava una costola di altra vicenda giudiziaria già all’attenzione del tribunale. A dicembre del 2018 vennero arrestati dalla Guardia di Finanza Salvatore Micelli, (in carcere) e Loredana Ladiana, (arresti domiciliari) con l’accusa di “associazione per delinquere” e “truffa aggravata“ il cui processo è tuttora in corso. I due tornarono in libertà a marzo 2019. Secondo l’accusa della Procura, Micelli era il “volano” intorno al quale girava buona parte delle presunte diciassette società fantasma costituite col solo scopo di intercettare finanziamenti europei destinati alle assunzioni al femminile. Denaro che secondo l’accusa era finito anche nelle casse del clan mafioso D’ Oronzo.

«Tangenti all’ex presidente della Provincia con fondi neri», depositate motivazioni condanna Tamburrano. Secondo il quadro tracciato dai finanzieri Tamburrano aveva ribaltato il primo diniego della Provincia all’ampliamento della discarica di Grottaglie e aveva concesso, influenzando il dirigente, il via libera a un affare che portava nelle tasche della società 1 milione di euro al mese. FRANCESCO CASULA su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Maggio 2023

L’ex presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano, «pur di assecondare la propria avidità, non si è fatto scrupoli nel piegare la sua funzione pubblica». È quanto scrivono i giudici del tribunale ionico nelle motivazioni della sentenza con cui, il 16 novembre 2022, lo hanno condannato a 9 anni e 6 mesi con l’accusa di aver autorizzato l’ampliamento della discarica «La Torre Caprarica» ricevendo in cambio tangenti e favori. Nei giorni scorsi, il collegio di magistrati composto dal presidente Patrizia Todisco e a latere i giudici Marco Gallucci e Federica Furio, hanno depositato ben 568 pagine nelle quali hanno spiegato le ragioni delle condanne inflitte all’ex presidente, difeso dagli avvocati Carlo Raffo e Giuseppe Modesti, e agli altri imputati: nel verdetto, infatti, erano decretate anche la condanna a 7 anni per il dirigente della Provincia Lorenzo Natile, difeso dagli avvocati Claudio Petrone e Daniele D’Elia, a 9 anni per l’imprenditore Pasquale Lonoce e infine a 8 anni per Roberto Natalino Venuti, manager di «Linea ambiente», società del gruppo «A2a» che gestiva la discarica.

Al centro delle indagini svolte dai finanzieri, guidate allora dal tenente colonnello Marco Antonucci e coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Carbone e dal sostituto Enrico Bruschi, c’era la determina dirigenziale per l’ampliamento della discarica concessa dalla Provincia guidata allora da Tamburrano: un provvedimento firmato materialmente da Natile, ma per l’accusa orchestrato proprio dall’ex presidente che in cambio avrebbe ottenuto denaro e altri beni. Secondo l’accusa, l’allora presidente della Provincia di Taranto avrebbe intascato, grazie al tramite di Lonoce, ben 5mila euro al mese da Venuti che ricopriva il ruolo di procuratore speciale di Linea ambiente srl.

Secondo il quadro tracciato dai finanzieri Tamburrano aveva ribaltato il primo diniego della Provincia all’ampliamento della discarica di Grottaglie e aveva concesso, influenzando il dirigente, il via libera a un affare che portava nelle tasche della società 1 milione di euro al mese.

Una tesi che il tribunale ha sostanzialmente confermato: nelle numerose pagine che spiegano la decisione, si legge infatti che Tamburrano «era ben conscio del fatto che, per ottenere un provvedimento favorevole a Linea Ambiente, fosse necessario interporre i suoi buoni uffici presso alcuni membri di tale organo, data la crucialità delle loro valutazioni tecniche». In cambio avrebbe ottenuto tangenti pagate in contanti o comunque in modo non tracciabile: una parte di queste sarebbe stata «ottenuta distraendo somme dai conti della società e dal conto corrente di Lonoce».

Per i magistrati, il sistema era chiaro: «i contratti stipulati da Linea Ambiente (società che gestiva la discarica di Grottaglie) e 2L Ecologia (società riconducibile all'imputato Lonoce) nel periodo ricompreso tra agosto 2017 e aprile 2019, aventi ad oggetto per lo più servizi di pulizia, erano in parte preordinati all'esecuzione dell'accordo corruttivo». Quei contratti, insomma, avevano un doppio scopo: da un lato, remunerare Pasquale Lonoce per il contributo da intermediario tra Venuti e Tamburrano per il rilascio dell'autorizzazione all'ampliamento della discarica e, dall'altro, quello «di creare la provvista economica da cui attingere le somme da destinare al pagamento delle tangenti» promesse all’ex presidente «per condizionare, in modo favorevole a Linea Ambiente, il corso e l'esito del procedimento amministrativo».

Oltre alle tangenti, però, Lonoce si sarebbe fatto carico anche delle spese della campagna elettorale - circa 250mila euro - per sostenere la corsa di Maria Francavilla, moglie di Tamburrano e candidata al Senato nelle liste di Forza Italia alle elezioni politiche del 2018.

Corruzione elettorale, la Cassazione conferma la condanna a Mazzarano. Al consigliere pugliese 9 mesi di reclusione con pena sospesa su La Gazzetta del Mezzogiorno l'8 Maggio 2023.

  Confermata anche in Cassazione la condanna a 9 mesi di reclusione (con pena sospesa) per il consigliere regionale del Partito democratico ed ex assessore allo sviluppo economico Michele Mazzarano, già condannato in primo grado e in appello per un caso di corruzione elettorale. Mazzarano è stato riconosciuto colpevole in via definitiva di avere stretto un patto con l’imprenditore tarantino Emilio Pastore che gli fornì sostegno elettorale - con la messa a disposizione un locale e garantendogli voti - per le regionali del 2015 in cambio di un posto di lavoro per ciascuno dei suoi due figli.

A comunicare è stato il diretto interessato su Facebook: «In attesa di leggere le motivazioni, ribadisco la mia innocenza di fronte ad una 'falsità storicà. Non ho fatto mai il famoso 'pattò secondo cui avrei avuto un comitato elettorale gratis in cambio di posti di lavoro. Sono sereno per non aver commesso nessun reato». Le sentenze, secondo Mazzarano, «si basano sulla deduzione secondo cui l’apertura del comitato elettorale avrebbe presumibilmente comportato anche il 'patto sul votò, senza prove evidenti della presenza di questo patto», e sarebbero fondate su «dichiarazioni contrastanti e non da accertamenti evidenti».

Il reato a lui contestato non è disciplinato dalla legge Severino, «la pena non è menzionata sul casellario giudiziale e non ci sono ripercussioni sul mandato da consigliere regionale», ha aggiunto. «Nella mia vita politica - ha concluso - ho lavorato solo ed esclusivamente per il bene comune e sono consapevole di dover ancora servire le istituzioni e il mio territorio». 

È La Cassazione conferma le sentenze di 1° grado e di appello nei confronti di Michele Mazzarano. Addio politica? Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 7 Maggio 2023

Con la sentenza definitiva della Suprema Corte di Cassazione Michele Mazzarano dovrebbe lasciare la politica nelle istituzioni.

La Suprema Corte di Cassazione ha confermato le due precedenti sentenze di condanna nei confronti del consigliere regionale del Partito Democratico Michele Mazzarano, che adesso potrebbe ( e dovrebbe secondo noi) lasciare il consiglio regionale pugliese. A meno che il Partito Democratico non voglia avere un pregiudicato, condannato con sentenza definitiva fra le proprie fila. 

Nella precedente sentenza della Corte di Appello, il collegio presieduto dal giudice estensore Antonio Del Coro, a latere dr.ssa Luciana Cavallone e dr.ssa Paola Rosalia Incalza aveva così confermato la sentenza di primo grado emessa lo scorso 26 maggio 2021: “la vicenda sebbene – forse – più ordinaria di quanto non si creda, appare, tuttavia particolarmente grave in quanto mina alle radici il rapporto tra cittadino e politica nonchè il diritto/dovere della libertà del voto, per cui lo scostamento della pena base da parte del primo Giudice appare più che giustificato” criticando fortemente l’operato del consigliere regionale Michele Mazzarano (esponente del PD) , che già in precedenti processi che lo vedevano imputato in vicende giudiziarie dove “giravano soldi”, dai quali si era salvato da condanne pressochè certe, grazie alla lentezza della giustizia ed all’ intervenuta prescrizione. 

Nel dispositivo di sentenza di secondo grado si leggeva che “non va dimenticato che le affermazioni effettuate dal Pastore (condannato insieme al Mazzarano n.d.a. ) risultano essere state, di volta in volta, pienamente confermate dagli accertamenti effettuate dagli investigatori, ivi comprese le dichiarazioni rese dai personaggi via via coinvolti nella presente vicenda i cui verbali di s.i.t. rimangono acquisiti agli atti”. 

Con la sentenza definitiva della Suprema Corte di Cassazione che pubblicheremo lunedì Michele Mazzarano dovrebbe in ogni caso ( Legge Severino o no) lasciare la politica nelle istituzioni. E dovrà dire “addio” anche alla Direzione nazionale del Pd dove era entrato, venendo “premiato” per aver appoggiato in provincia di Taranto la candidatura dell’attuale segretaria Elly Schlein.

Mazzarano non vuole lasciare la Regione

“La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso con cui si proponeva l’annullamento della sentenza sulla presunta ‘corruzione elettorale’ della mia campagna elettorale del 2015 su cui si era precedentemente pronunciata la Corte d’Appello. In attesa di leggere le motivazioni, ribadisco la mia innocenza di fronte a una “falsità storica’. Non ho fatto mai il famoso ‘patto’ secondo cui avrei avuto un comitato elettorale gratis in cambio di posti di lavoro”. dichiara Michele Mazzarano, del Pd, consigliere regionale della Puglia.

“Le sentenze si basano sulla deduzione secondo cui l’apertura del comitato elettorale -afferma- avrebbe presumibilmente comportato anche il “patto sul voto”, senza prove evidenti della presenza di questo patto. Di solito la “corruzione elettorale” si riscontra con tanti voti (spesso dimostrati con prove documentali) in cambio di denaro o altre utilità. In questo caso invece il riscontro riguarda una “deduzione” supportata da dichiarazioni contrastanti e non da accertamenti evidenti”.

Mazzarano precisa che “la pena comminata é sospesa, non é menzionata sul casellario giudiziale e non ci sono ripercussioni sul mandato da consigliere regionale. Il reato in questione -conclude- non é disciplinato dalle norme della Legge Severino”. 

Come al solito il neo-pregiudicato Mazzarano cerca degli espedienti per rimanere a galla per non abbandonare la politica, dimenticando qualcosa. E cioè che le sue giustificazioni non sono state ritenute credibili e tantomeno valide in ben tre gradi di giudizio, a partire dal Tribunale monocratico di Taranto, per passare dalla Corte di Appello e finire dinnanzi agli ermellini della Suprema Corte di Cassazione che hanno confermato ai sensi dell’ art. 86 d.P.R. del 16 maggio 1960) la sua condanna a 9 mesi per “corruzione elettorale” e 5 anni di sospensione dal diritto elettorale e da tutti i pubblici uffici, . Qualcuno dovrebbe spiegare a Mazzarano che la “non menzione” non elimina la condanna, e che quando arriva la sentenza definitiva, sul certificato penale compare tutto, infatti comporta solo “ la non iscrizione della condanna sul certificato del casellario giudiziale, rilasciato a richiesta di privati, salvo che per motivi elettorali”. 

Se avesse rispetto per la giustizia, e per gli elettori Mazzarano dovrebbe dimettersi immediatamente, ma sarebbe un pò troppo per un politicante che si è sinora salvato in ben due processi, dove c’erano tracce di assegni ricevuti, grazie alla intervenuta prescrizione. Il codice Etico del Pd prevede inoltre all’articolo 5 che “le donne e gli uomini del Partito Democratico si impegnano a non candidare, ad ogni tipo di elezione ­anche di carattere interno al partito­, coloro nei cui confronti (…) sia stata emessa sentenza di condanna, ancorché non definitiva ovvero a seguito di patteggiamento, per delitti di corruzione nelle diverse forme previste e di concussione”. Ma secondo Mazzarano non è successo niente…! Redazione CdG 1947

La Città.

Voto di scambio e corruzione elettorale a Taranto. Verso la chiusura le indagini sul concorso “pilotato” di Kyma Ambiente (ex AMIU , bloccato dalla Polizia di Stato. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Novembre 2023

Le indagini sono arrivate pressochè a conclusione dopo il "blocco" giudiziario del concorso. Dall’esito dell’attività di polizia giudiziaria svolta, sarebbero emersi gravi indizi a carico di Rocco Lucio Scalera dirigente amministrativo dell’ AMIU spa , il quale venne fermato e condotto in Questura

Sono in corso a Taranto le notifiche degli avvisi di garanzia e richiesta di proroga delle indagini per gli ultimi 6 mesi previsti dal codice per il concorso di selezione per l’assunzione di 11 ispettori ambientali di Kyma Ambiente (ex Amiu spa), la società per l’igiene urbana sottoposta ad attività di direzione e coordinamento esercitata dal Comune di Taranto, guidata dal presidente Giampiero Mancarelli riconfermato nella carica nonostante la sua fallimentare gestione a seguito della imposizione del Partito Democratico al sindaco Melucci. I reati più pesanti per cui si procede sono “corruzione elettorale” e “voto di scambio“.

Le indagini sono arrivate pressochè a conclusione dopo il “blocco” giudiziario del concorso. Dall’esito dell’attività di polizia giudiziaria svolta, sarebbero emersi gravi indizi a carico di Rocco Lucio Scalera (fratello del consigliere regionale Antonio Paolo Scalera) dirigente amministrativo dell’ AMIU spa , il quale venne fermato e condotto in Questura per essere interrogato alla presenza di un legale, dal Pubblico Ministero Enrico Bruschi titolare del fascicolo d’indagine.

Il dirigente Scalera nel corso dell’interrogatorio in Questura dinnanzi al pm Enrico Bruschi, assistito dall’ Avv . Fausto Soggia del foro di Taranto, ammise le proprie responsabilità onde evitare di essere arrestato . Quello che balza agli occhi e che sa di incredibile è la circostanza che la società guidata da Mancarelli volesse assumere 11 nuovi dipendenti , nonostante la grave situazione economica della disastrosa gestione aziendale, per poi un anno dopo prevedere il licenziamento ben 57 dipendenti, di cui una ventina circa sono disabili portatori di handicap.

Per non parlare poi del DURC negativo dell’ azienda a causa dei mancamenti versamenti previdenziali della società comunale, motivo per cui i dipendenti, compresi anche quelli dell’agenzia interinale Tempor, non possono essere pagati dall’ azienda, in quanto a causa del DURC bloccato non è possibile per la società guidata da Mancarelli, nè incassare nè tantomeno pagare. Infatti dallo scorso ottobre ii dipendenti della società Kyma Ambiente (ex Amiu spa) hanno ricevuto il pagamento dei propri stipendi dall’ ente appaltante (che è anche socio unico), cioè il Comune di Taranto applicando il potere sostitutivo previsto dal Codice degli Appalti, per un importo mensile di circa 700mila euro.

La cosa incredibile è che ben due (Natuzzi e Scalera) sui tre dirigenti di Kyma Ambiente sono coinvolti in procedimenti giudiziari, ma evidentemente il CdA della società non ha mai letto il codice Etico dell’azienda….Redazione CdG 1947

Avviso di garanzia notificato al’ avvocato Sibilla presidente della Fondazione “Cittadella della Carità”. Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 14 Novembre 2023

Sibilla era stato nominato a presidente della Cittadella della Carità dal consiglio di amministrazione della Fondazione a febbraio 2019 su indicazione dell'ormai ex-vescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro. Nell'atto notificato il pm Antonio Natale della Procura di Taranto, sostiene che il mancato versamento sarebbe stato realizzato “con più azioni consecutive di un medesimo disegno criminoso”.

L’atto giudiziario è stato notificato a Salvatore Sibilla, rappresentante legale della Fondazione, il quale non avrebbe versato al Fisco entro i termini previsti dalla Legge oltre 1 milione e 700mila euro di ritenute dovute per le dichiarazioni di sostituto d’imposta per gli anni 2020 e 2021. Sibilla si guardava bene però dal non pagarsi i propri “profumati” emolumenti, sopratutto dopo essersi nominato anche direttore generale della Fondazione, nomina non condivisa da alcuni membri del CdA e dai revisori dei conti.

Sibilla era stato nominato a presidente della Cittadella della Carità dal consiglio di amministrazione della Fondazione a febbraio 2019 su indicazione dell’ormai ex-vescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro. Nell’atto notificato il pm Antonio Natale della Procura di Taranto, sostiene che il mancato versamento sarebbe stato realizzato “con più azioni consecutive di un medesimo disegno criminoso”. Da nostre informazioni l’ avvocato Sibilla risulterebbe iscritto ed attivo in una loggia massonica presente ed operante a Taranto.

Il nostro giornale, già un anno fa aveva dato notizia dei guai giudiziari a carico dell’ avvocato Sibilla il quale si era immediatamente attivato nello smentire la notizia da noi pubblicata che i fatti hanno dimostrato essere veritiera . Sibilla era è finito sotto i fari della magistratura insieme ad altri quattro indagati per “cooperazione in omicidio colposo” indagine della quale era titolare del fascicolo del procedimento il sostituto procuratore dr. Francesco Ciardo. Le indagini erano partite dopo la morte di una donna deceduta all’interno della struttura il 18 marzo 2019. Avviso di garanzia nel quale, oltre a Sibilla, figuravano anche il suo predecessore avv. Sergio Prete ed i consiglieri della fondazione.

Dalle indagini della Procura di Taranto era venuto alla luce che una delle concause della morte della donna sarebbe stata la presenza di batteri di legionella in alcune aree della struttura, nonostante ripetute ispezioni del NAS dei Carabinieri di Taranto .Secondo l’ipotesi accusatoria della Procura, i vertici della Cittadella della Carità, non avrebbero effettuato la dovuta disinfestazione di alcuni impianti che nel tempo si erano corrosi così favorendo il proliferare della legionella che avrebbe conseguentemente causato una polmonite nell’anziana donna.

Il pm Ciardo aveva contestato che già un mese prima del decesso, i vertici della Fondazione erano a conoscenza degli esiti di alcune analisi svolte sulla struttura, ma non avrebbero tempestivamente agito per ripristinare le condizioni opportune. Agli indagati e al responsabile del servizio di “Mantenimento Analisi Rischio Biologico Legionella” all’epoca dei fatti , era stata contestata anche l’omessa manutenzione preventiva su una serie di impianti nonostante fosse prevista dal contratto stipulato con la Fondazione. Indagata in questo procedimento era anche la “Fondazione Cittadella della Carità” quale persona giuridica per la responsabilità amministrativa dell’ente. L’ avv. Sibilla smentirà nuovamente tutto questo, anche questa volta ? Abbiamo più di qualche dubbio…

ESCLUSIVA DEL CORRIERE DEL GIORNO

Nel frattempo il Corriere del Giorno è in grado di pubblicare in esclusiva il verbale del CdA dello scorso 26 giugno sull’ennesima operazione a dir poco “sospetta” della Cittadella della Carità sulla pelle dei lavoratori, con un solo chiaro obiettivo: mettere le mani sulla convenzione con il servizio sanitario regionale. Concedendo un affitto d’azienda ad una società priva di solidità economica ed esperienza specifica, rappresentata incredibilmente da uno dei quattro componenti del CdA della Fondazione, il dr. Luigi Gianciotta in aperto conflitto d’interessi ! Solo coincidenze ?

L’ affitto del ramo d’azienda della Cittadella alla Soave

Tale operazione è inutile, secondo un illustre professionista, peraltro non risolutiva ed anzi dannosa per i problemi e per il patrimonio economico finanziario della Fondazione. Infatti, la Fondazione ha circa 180 dipendenti di cui poco meno della metà impiegata nei rami affittati; ciononostante vengono assegnati a tali rami affittati solo 18 dipendenti, sicché tutti gli altri rimangono in capo alla RSA Ulivo che non sarà in grado di sopportarne il costo atteso che il grosso delle entrate della Cittadella della carità proviene dalla Casa di Cura Arca e dal Poliambulatorio. Il canone di fitto, in origine fisato in € 30.000 mensili viene ridotto a € 12.000 mensili grazie a una perizia di valutazione redatta dal commercialista dott. Roberto Fedele, uomo di “fiducia” del Presidente Sibilla.

La SOAVE SANITA’ S.r.l. è una società neo costituita, ancora inattiva, con appena 2.500 euro di capitale sociale versato sui 10mila previsti dalla Legge, senza alcuna esperienza o requisito nel settore delle Case di cura ed attività sanitaria, ma non solo, come dicevamo sopra, l’amministratore della Soave Sanità S.r.l. è tale Luigi Gianciotta che è anche consigliere di Amministrazione della Fondazione Cittadella della Carità. Socio di riferimento della Soave Sanità S.r.l. è – direttamente o tramite la SOAVE S.r.l. – l’Avv. Giuseppe Galeone avvocato della Fondazione e altro uomo di “fiducia” del Presidente Sibilla che ha iniziato una moltitudine di cause infondate maturando onorari importanti. A fronte di questa situazione i componenti del Collegio dei Revisori e dell’Organo di Vigilanza si sono tutti dimessi.

Di una cosa siamo pressochè certi, e lasciatacelo dire: secondo noi in queste ore il compianto ed indimenticabile vescovo di Taranto, monsignor Guglielmo Motolese, fondatore della Cittadella della Carità, si starà rigirando nella sua tomba dopo aver visto dall’ aldilà, cosa hanno combinato degli incapaci e faccendieri della sua creatura benefica.

Antonello de Gennaro.  Giornalista professionista dal 1985 ha lavorato per importanti quotidiani e periodici, radio e televisioni nazionali in Italia ed all’estero. Pioniere dell’informazione sul web è ritenuto dei più grossi esperti di comunicazione su Internet.

Esplode una catasta di legno per un falò (abusivo) di San Giuseppe a Taranto, sette feriti: c'è anche una bimba. Carlo Testa su Il Corriere della Sera il 19 marzo 2023

Non si conoscono ancora le cause, ma l'ipotesi più probabile  è  che nella catasta fosse rimasta una tanica di benzina: avviata un'indagine

Un falò acceso per la festa di San Giuseppe è esploso domenica sera nel rione Tamburi a Taranto. Ci sono sette feriti tra cui un 16enne in prognosi riservata e una bimba non in gravi condizioni. Un'altra ventina di persone si sarebbero presentate autonomamente al pronto soccorso per farsi medicare. I feriti sono stati raggiunti da schegge e materiali volati via a causa dell'esplosione. Tutto è avvenuto in via Grazia Deledda. Sul posto forze di polizia e 118. Probabilmente, si suppone, all'interno della catasta di legno e materiali che era stata ammassata, era rimasta una bombola di gas oppure una tanica di benzina. 

Nelle ore precedenti l'esplosione nel quartiere Tamburi, oltre 50 tonnellate di legname erano state portate via da varie aree periferiche di Taranto dalla Polizia locale e dall'Amiu, l'azienda comunale per l'igiene urbana, i cui uomini e mezzi hanno operato congiuntamente. Il legname, derivante da vecchi mobili abbandonati, suppellettili dismesse, pedane per le merci, e materiali di risulta, era stato accatastato abusivamente per l'accensione dei falo' di San Giuseppe, una tradizione pugliese che però è vietata nei luoghi e nelle modalità non autorizzate.  

L'intervento degli agenti e del personale Amiu Taranto si è concentrato soprattutto nei quartieri Paolo VI, Tamburi e nelle ore precedenti anche Tramontone, tutti alla periferia della città. Le azioni di sgombero erano state predisposte dall'amministrazione comunale «a tutela della legalità e del senso civico - hanno dichiarato il sindaco Rinaldo Melucci e l'assessore Cosimo Ciraci - Le squadre, con operatori e mezzi per la rimozione del pesante materiale, e gli agenti della Polizia Locale hanno lavorato per mettere in sicurezza le zone oggetto dell'intervento e garantire lo svolgimento regolare delle operazioni». Portate via cataste di legna, vecchie porte e finestre, tavoli, sedie e un gran numero di bancali. Tutto il materiale è stato rimosso manualmente dagli operatori con il supporto del «ragno meccanico», un'attrezzatura di Amiu. Il Comune ha specificato che l'accumulo di materiale ingombrante è vietato dalla legge e che la combustione incontrollata genera emissioni pericolose, danni ad abitazioni e aree verdi circostanti e pericolo per chiunque si trovi nelle vicinanze. I falò consentiti per la festa di San Giuseppe sono solo quelli che osservano, dai materiali ai luoghi, le regole di sicurezza, sono promossi da specifici comitati festa, soprattutto nei centri della provincia di Taranto, e sottoposti ad autorizzazione preventiva. Tuttavia nonostante il lavoro fatto, non si è riusciti tuttavia ad evitare falò abusivi e conseguenze serie come quelle verificatesi domenica sera.

La “millantata” tolleranza zero del Comune di Taranto: esplosione violenta di un falò abusivo per San Giuseppe: un ferito grave in codice rosso, e molti altri feriti. Molti bambini. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 marzo 2023

Un’esplosione sì è verificata domenica sera nel “difficile” quartiere Tamburi  a Taranto, in via Grazia Deledda  dove si stava accendendo un falò di San Giuseppe grazie alla totale assenza di controllo delle forze dell’ ordine con in testa la Polizia Locale ! Dalle prime informazioni trapelare sembrerebbe che tra la legna e le cianfrusaglie ammassate da incendiare ci sarebbe stata anche una bombola a gas che sarebbe esplosa, o una tanica di benzina molto vicina.

A seguito dell’esplosione del materiale accatastato, fra cui persino delle porte di legno, tutto è stato scaraventato a decine di metri di distanza travolgendo alcuni dei presenti, fra i quali numerosi bambini. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e la Polizia Locale (non si sa con quale coraggio, vista la loro mancata prevenzione !).

Al momento le prime notizie segnalano un ragazzo sedicenne risulta ferito molto gravemente, arrivato all’ ospedale SS. Annunziata in codice rosso, si trova attualmente in prognosi riservata, e altre due in codice giallo ricoverati presso il centro ustioni dell’Ospedale di Brindisi.  Una quindicina di persone si sono presentate in ospedale a Taranto con ferite più lievi. Al Pronto soccorso si sono registrati momenti di tensione anche per la presenza di parenti che affollavano i punti di ingresso ed attesa. Per questo motivo è stato necessario l’intervento sul posto di pattuglie della Polizia e dei Carabinieri.

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Incredibilmente nel pomeriggio l’ assessore alla Polizia Locale, Cosimo Ciraci un ex seguace di Giancarlo Cito, passato per Forza Italia e recentemente trasmigrato nelle liste civiche di sinistra a supporto dell’ elezione del sindaco di Taranto Rinaldo Melucci (Pd) che non ha il coraggio di rassegnare le dimissioni, a partire dai gravi accadimenti dell’aggressione della Polizia Locale ad un povero, passava il suo tempo a farsi dei selfie con delle compiacenti agenti, scrivendo “Contrasto ai falò abusivi ed inquinanti“. Le immagini dei filmati video raccontano ben altro, ancora una volta nel silenzio agghiacciante degli esponenti della Giunta ed Amministrazione Comunale guidata da Melucci,

Taranto, esplode una catasta di legna per il falò di San Giuseppe: diversi feriti, un ragazzo in codice rosso e una bambina in codice giallo. Sul posto le forze dell'ordine e il 118. In via Grazia Deledda, alla periferia del rione Tamburi. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 marzo 2023

E' successo tutto in un attimo, un momento che doveva nascere come condivisione, seppure iniziativa abusiva, per celebrare la festività di San Giuseppe si è trasformato in tragedia. In via Grazia Deledda, alla periferia del rione Tamburi, è stato acceso un falò abusivo per la festa di San Giuseppe e la catasta è esplosa. Probabilmente una tanica di benzina era stata lasciata troppo vicina alle fiamme. 

In seguito all’esplosione il materiale accatastato, comprese delle porte di legno, è stato scaraventato a decine di metri di distanza travolgendo alcuni dei presenti.

Sul posto sono subito accorse le forze dell'ordine e il 118. Al momento i feriti refertati sono sette; un ragazzo di sedici anni è in prognosi riservata. Tra i due in codice giallo c'è una bambina. Una ventina di feriti si sono presentati al pronto soccorso autonomamente.

Le forze dell’ordine stanno raccogliendo informazioni per fare piena luce sull'accaduto e chiarire le responsabilità.

La Chiesa.

Chiesa in lutto, morto l’ex arcivescovo di Taranto Benigno Papa. Le esequie saranno celebrate domani, 7 marzo, alle ore 16, nella chiesa inferiore della Concattedrale Gran Madre di Dio. GIACOMO RIZZO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Marzo 2023

E 'morto la notte scorsa, all'età di 87 anni, Benigno Luigi Papa, arcivescovo emerito di Taranto e vescovo della diocesi ionica dal giugno 1990 al novembre 2011. Era entrato in coma nella mattinata di giovedì nella sua residenza di Casa San Paolo in Lanzo di Martina Franca, luogo da lui scelto come dimora al termine del suo ministero pastorale per raggiunti limiti di età. Negli ultimi giorni le condizioni di salute di monsignor Papa si erano particolarmente aggravate. Nella giornata di ieri monsignor Santoro ha amministrato il sacramento dell’Unzione degli infermi.

Dopo la benedizione della salma da parte dell'arcivescovo, la camera ardente è stata allestita nella chiesa inferiore della Concattedrale Gran Madre di Dio. Le esequie saranno celebrate domani, 7 marzo, alle ore 16, nella stessa chiesa.

Monsignor Filippo Santoro invita "l’intera comunità diocesana - è detto in una nota diffusa dalla Curia - alla preghiera di suffragio per l’anima dell’arcivescovo Benigno Luigi, pastore della chiesa tarantina per 21 anni, preghiera colma di gratitudine e di affetto per una testimonianza autentica di dedizione e di amore per questa terra nel Nome di Cristo".

Nato a Spongano (Lecce), Benigno Papa fu ordinato sacerdote dall’ arcivescovo di Bari, monsignor Enrico Nicodemo, nel marzo 1961. E’ stato alla guida della diocesi di Oppido-Mamertina-Palmi ed arcivescovo di Taranto, vice-presidente per il Sud Italia della Cei e presidente della commissione episcopale per il clero e la vita consacrata e presidente della commissione episcopale per la famiglia. Infine ha ricoperto l’incarico (affidatogli da papa Francesco) di amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela dal 4 aprile 2016 al 7 gennaio 2017. Mons. Papa ha scritto anche alcuni libri, l'ultimo dei quali è intitolato “A scuola di sinodalità negli Atti degli Apostoli”, edito da Viverein.

E’ deceduto l’arcivescovo emerito di Taranto monsignor Benigno Luigi Papa. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 6 Marzo 2023

Papa Francesco gli affidò nel 2016, per qualche mese (dal 4 aprile 2016 al 7 gennaio 2017), l’incarico di amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela. Infine dal 2002 al 2007 è stato vice presidente della Conferenza episcopale italiana per l’Italia meridionale

Si è spento alle 3.10 del mattino di oggi  monsignor Benigno Luigi Papa, arcivescovo emerito di Taranto le cui condizioni di salute si erano aggravate negli ultimi giorni, entrando in coma della mattinata dello scorso 2 marzo . La notizia è stata comunicata questa mattina dall’attuale arcivescovo uscente di Taranto, monsignor Filippo Santoro a cui nel gennaio 2012 fu lo stesso Papa cedette la guida dell’arcidiocesi di Taranto.

Nato a Spongano (Lecce) , è stato ordinato sacerdote nel marzo 1961 dall’arcivescovo di Bari, mons. Enrico Nicodemo. Autore di diverse pubblicazioni, nel 1982 è stato alla guida della diocesi di Oppido-Mamertina-Palmi ed arcivescovo di Taranto dal 1990 al 2011. Papa Francesco gli affidò nel 2016, per qualche mese (dal 4 aprile 2016 al 7 gennaio 2017), l’incarico di amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela. Infine dal 2002 al 2007 è stato vice presidente della Conferenza episcopale italiana per l’Italia meridionale , Presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata e Presidente della Commissione episcopale per la famiglia.

Monsignor Papa è morto a Casa San Paolo in Lanzo di Martina Franca (Taranto), luogo da egli stesso scelto come dimora al termine del suo ministero pastorale per raggiunti limiti di età. Nella giornata di ieri, l’arcivescovo Santoro ha amministrato i sacramenti impartendo la benedizione e assoluzione ed ha invitato “l’intera comunità diocesana alla preghiera di suffragio per l’anima dell’arcivescovo Benigno Luigi, pastore della chiesa tarantina per 21 anni, preghiera colma di gratitudine e di affetto per una testimonianza autentica di dedizione e di amore per questa terra nel Nome di Cristo”.

La camera ardente sarà allestita oggi nella chiesa inferiore della Concattedrale Gran Madre di Dio, a Taranto, ed è stata aperta alle 8.30 dopo che l’arcivescovo Santoro avrà benedetto la salma. I funerali saranno celebrati domani 7 marzo alle 16 in Concattedrale.

Monsignor Benigno Papa, figurava tra le sei persone accusate dalla Procura di Taranto di non aver detto la verità durante le indagini o in aula durante il processo “Ambiente Svenduto” sulle emissioni inquinanti dello stabilimento siderurgico di Taranto durante la gestione del gruppo Riva. Nei confronti dell’ex arcivescovo di Taranto il pubblico ministero Mariano Buccoliero aveva firmato l’avviso di conclusione delle indagini.

Durante il processo “Ambiente Svenduto” monsignor Benigno Papa, interrogato in aula dal pm Remo Epifani, aveva risposto che le donazioni dell’Ilva alla Curia tramite Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell’azienda, arrivavano in una busta colma di biglietti da 500 euro. Questa versione dei fatti non viene ritenuta attendibile dalla procura che sostiene, al contrario, che quei 10 mila euro fossero una mazzetta data al consulente della stessa procura Lorenzo Liberti per “addomesticare” una relazione. La testimonianza dell’ex arcivescovo costò al suo segretario don Marco Gerardo una condanna in primo grado, poi fu assolto con formula piena in Appello. Redazione CdG 1947

Morte Benigno Papa a Taranto: la chiesa, l’ex Ilva e le generose donazioni ai tempi del patron Riva. Erano legati da un rapporto speciale l’arcivescovo Filippo Santoro e il suo predecessore, Benigno Luigi Papa. Un rapporto quasi filiale. In simbiosi su tutto. GIACOMO RIZZO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 7 Marzo 2023

«Era di una bontà straordinaria, mi sosteneva nei miei interventi proprio come un padre, incoraggiandomi e standomi vicino». Erano legati da un rapporto speciale l’arcivescovo Filippo Santoro e il suo predecessore, Benigno Luigi Papa. Un rapporto quasi filiale. In simbiosi su tutto. Ora che la Diocesi piange la morte dell’arcivescovo emerito, che è stato pastore della chiesa tarantina per 21 anni, mons. Filippo ha voluto rimarcare la «grande generosità di un uomo che è stato un dono per la nostra comunità».

E ha aggiunto che mons. Papa «pregherà per noi e per tutti i fedeli per questa situazione che stiamo vivendo, per questo momento importantissimo per la vita della città e per la vita della nostra Diocesi e del nostro territorio». Il riferimento implicito è alla vicenda Ilva. Mons. Papa recentemente si era visto notificare l’avviso di conclusione delle indagini per l’ipotesi di false dichiarazioni nell’ambito dell’inchiesta Ambiente Svenduto. Il pubblico ministero ha giudicato inattendibile la versione fornita dal presule a proposito della donazione di 10mila euro fatta nel 2010 dall’ex dirigente delle relazioni industriali del Siderurgico, Girolamo Archinà, che invece per i magistrati è una mazzetta versata a un ex consulente della procura.

Si tratta solo di una ipotesi di reato, che doveva ancora tramutarsi in una eventuale richiesta di rinvio a giudizio e avrebbe dovuto comunque passare al vaglio del giudice delle indagini preliminari. È indubbio come la vicenda delle donazioni dell’Ilva dei Riva alla Chiesa tarantina (150mila euro per la ristrutturazione del sistema idrico e la ri-accensione delle 30 fontanelle al cimitero San Brunone nel 2007, 365mila euro per il restauro della parrocchia Gesù Divin Lavoratore del quartiere Tamburi nel 2009 e le offerte periodiche, anche di 5mila-10mila euro, a Natale e Pasqua) abbia creato qualche imbarazzo. Ma la Curia respinge con fermezza l’insinuazione che tali contributi abbiano reso alla Chiesa una sorta di parentela con l’Ilva, tale da tradire la sua missione, a favore degli ammalati e della salvaguardia dell’ambiente.

Quasi a voler cancellare una macchia, quando le elargizioni del patron Emilio Riva furono persino definite «un dono della provvidenza». Le parole di mons. Santoro oggi guardano oltre: «Sono stati - ammette - e lo sono ancora anni complicati del rapporto di Taranto con lo stabilimento siderurgico. L'Italia ha un debito ecologico enorme con questa città. Noi non dobbiamo permettere a nessuno di sottrarre la dignità alla nostra gente».

Gli Avvocati.

Taranto. Avv. Antonio Zito e Avv. Giancarlo De Valerio: Presunti innocenti fino a condanna definitiva. I maggiori quotidiani ne parlano. Ormai sono gognati. Il Marchio rimane.

«Paga o indaghiamo su di te», nuovo scandalo al Tribunale di Lecce: perquisizioni della Finanza. Coinvolti anche dipendenti Asl.  Indagine della Procura di Potenza: nel mirino un vice procuratore onorario e un avvocato. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Settembre 2023  

Un vice procuratore onorario in servizio nel Tribunale di Lecce e un avvocato dello stesso foro avrebbero costretto alcune persone a pagare allo scopo di bloccare indagini forse costruite ad-hoc. È per questo che la Finanza, su ordine della Procura di Potenza, sta eseguendo perquisizioni e sequestri nell’ambito di un fascicolo coordinato dal pm Vincenzo Montemurro, che ipotizza a carico di sette persone, a vario titolo e secondo le rispettive responsabilità, le ipotesi di corruzione, concussione e induzione indebita. 

Il vice procuratore, Antonio Zito, 57enne residente in provincia di Taranto, e l’avvocato Giancarlo De Valerio, 47enne nato a Mesagne e residente a Manduria, tra aprile e gennaio avrebbero ottenuto 12mila euro da un imprenditore nato in Svizzera (a sua volta indagato) per bloccare «presunte» azioni giudiziarie nei suoi confronti. Per convincere l’uomo a pagare avrebbero anche organizzato un controllo concordato da parte di una pattuglia di carabinieri. 

Il magistrato onorario, sempre secondo l’accusa, si sarebbe fatto promettere denaro anche da altre persone allo scopo di insabbiare indagini. Gli altri quattro indagati, tra cui dipendenti della Asl di Taranto, tutti residenti tra le province di Lecce e Taranto, secondo l'ipotesi di accusa sarebbero in qualche modo finiti nella rete del vice procuratore per via di indagini a loro carico.

Salento, nuova tegola in Tribunale: denaro per fermare le indagini. Indagati avvocato, vice procuratore e due funzionari Asl di Taranto. Sette i nomi iscritti nel registro degli indagati: i reati ipotizzati sono corruzione, concussione e induzione indebita. Roberta GRASSI su Il Quotidiano di Puglia Mercoledì 6 Settembre 2023.

Avrebbero chiesto denaro per “bloccare” le indagini: sette persone - tra cui un vice procuratore onorario in servizio a Lecce e un avvocato - sono indagate in virtù di una serie di perquisizioni e sequestri che sta eseguendo la guardia di finanza del nucleo di polizia economico finanziaria. L’inchiesta è della procura di Potenza, e in particolare del sostituto Vincenzo Montemurro. I reati ipotizzati sono corruzione, concussione e induzione indebita. 

Si parla di indagini avviate appositamente, per essere poi bloccate in cambio di denaro - circa 12mila euro pagati da un imprenditore svizzero. Il vice procuratore onorario e l’avvocato coinvolti nell’indagine sono residenti nel Tarantino, ma avrebbero operato a Lecce. 

Gli indagati

Tocca Lecce, Taranto fino a raggiungere Napoli, Benevento e la provincia di Roma l'inchiesta a quattro mani condotta dalle Procure di Potenza e Benevento nella quale risultano indagate sette persone accusate a vario titolo di corruzione per l'esercizio delle funzioni, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita e concussione. Tra gli indagati compaiono un vice procuratore onorario in servizio nel Tribunale di Lecce e residente in provincia di Taranto, un avvocato dello stesso foro residente a Manduria, oltre a due funzionari dell'Asl di Taranto, un medico della stessa Asl e un imprenditore nato in Svizzera. 

I nomi

Antonio Zito, di 57 anni, avvocato residente nella provincia di Taranto e viceprocuratore onorario in servizio presso il Tribunale di Lecce (dopo aver svolto lo stesso incarico a Taranto), è indagato per corruzione in atti giudiziari nell'inchiesta della Procura di Potenza. Zito è indagato insieme all'avvocato Giancarlo De Valerio, 47 anni nato a Mesagne (Brindisi) e residente a Manduria (Taranto).

De Valerio è iscritto al Foro di Lecce. Attorno a loro ruoterebbe l'inchiesta della procura potentina che ipotizza che i due professionisti avrebbero manipolato e archiviato inchieste a pagamento.

Le contestazioni

In particolare, avrebbero ricevuto 12.000 euro da un imprenditore svizzero. In tutto sarebbero indagate sette persone (e non nove come si era appreso in un primo momento). L'indagine è stata avviata lo scorso anno sulla scorta di alcune segnalazioni giunte alla Gdf sull'attività del magistrato onorario che, oltre a svolgere le funzioni di viceprocuratore onorario nella procura di Lecce, dove è stato applicato dopo aver vinto il concorso nel 2022 , svolge anche quella di avvocato penalista nel tarantino con studio a Crispiano. Zito è anche coinvolto in un'inchiesta parallela aperta dalla procura di Benevento per altri reati, scaturita da alcune intercettazioni emerse dall'indagine della Gdf nell'ambito di quella lucana. In totale gli indagati nelle due inchieste sarebbero una decina. 

Soldi per insabbiare le inchieste al tribunale di Lecce: la toga che si diceva «al servizio dello Stato».  Elisabetta Conte il 7 Settembre 2023 su ledicoladelsud.it

Prima la laurea conseguita nel 1992 presso l’Università di Bari, con tesi in Diritto penale dal titolo “Calunnia e autocalunnia”, poi l’avvio della libera professione di avvocato a partire dal 1997 e la specializzazione in Diritto minorile nel 2000. Un curriculum di tutto rispetto quello dell’avvocato Antonio Zito che ha sempre svolto parallelamente le funzioni di viceprocuratore onorario prima presso la Procura della Repubblica di Taranto e successivamente presso quella di Lecce. Un ruolo che svolge da oltre 25 anni.

Zito vanta vaste esperienze maturate sul campo in ordine a tutti i delitti e le contravvenzioni, con particolare riguardo ai reati contro il patrimonio, come furto, rapina, appropriazione indebita, truffa e ricettazione, ma esperto anche in materia di stalking e maltrattamenti. Proprio nel campo della violenza ha trattato numerosi processi di questa specie sia come avvocato che come magistrato onorario. Ha seguito moltissimi procedimenti legati ai reati di stalking e molestie, in media cinque alla settimana, acquisendo una particolare esperienza nel campo. Nel corso della sua carriera ha trattato vicende legate a reati contro il patrimonio, omicidio, separazione, divorzio, matrimonio, discriminazione, sostanze stupefacenti, incidenti stradali, multe e contravvenzioni, privacy e Gdpr, domiciliazioni. Tra i vari ruoli di Zito anche quello di coordinatore di Federmot di Lecce, la Federazione magistrati onorari di tribunale.

«I cittadini stanno a cuore anche a noi. Noi svogliamo questa attività con amore, e lo facciamo perché amiamo questo lavoro, crediamo nello Stato e continueremo a servire lo Stato», aveva dichiarato in una recente intervista a “Giustizia Caffè”, lamentando alcune criticità legate alla professione e chiedendo allo Stato la regolarizzazione di 5mila magistrati onorari sparsi nei Tribunali italiani.

Zito è indagato, insieme ad altri sei pugliesi, in un’inchiesta condotta dalle procure di Potenza e B

«Paga o facciamo un'inchiesta su di te»: nuovo scandalo a Lecce, 9 indagati. C'è anche un vice procuratore onorario. Claudio Tadicini su Il Corriere della Sera Mercoledì 6 Settembre 2023.

Antonio Zito, avvocato penalista residente nel Tarantino, è in servizio al tribunale di Lecce come magistrato onorario 

Tocca Lecce, Taranto fino a raggiungere Napoli, Benevento e la provincia di Roma l'inchiesta a quattro mani condotta dalle procure di Potenza e Benevento nella quale risultano indagate nove persone accusate a vario titolo di corruzione per l'esercizio delle funzioni, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita a dare o ricevere utilità, concussione. Tra gli indagati compaiono un vice procuratore onorario in servizio nel Tribunale di Lecce e residente in provincia di Taranto, un avvocato dello stesso foro residente a Manduria, oltre a due funzionari dell'Asl di Taranto, un medico della stessa Asl e un imprenditore nato in Svizzera. 

Gli indagati

È Antonio Zito, di 57 anni, avvocato residente nella provincia di Taranto, il viceprocuratore onorario in servizio presso il Tribunale di Lecce, indagato per corruzione in atti giudiziari nell'inchiesta della Procura di Potenza. Zito è indagato insieme all'avvocato Giancarlo De Valerio, 47 anni nato a Mesagne (Brindisi) e residente a Manduria (Taranto), iscritto al Foro di Lecce. Attorno a loro ruoterebbe l'inchiesta della procura potentina che ipotizza che i due professionisti avrebbero manipolato e archiviato inchieste a pagamento. In particolare, avrebbero ricevuto 12.000 euro da un imprenditore svizzero. In tutto sarebbero indagate sette persone (e non nove come si era appreso in un primo momento). 

Le segnalazioni alla guardia di finanza

L'indagine è stata avviata lo scorso anno sulla scorta di alcune segnalazioni giunte alla finanza sull'attività del magistrato onorario, Antonio Zito, che, oltre a svolgere le funzioni di viceprocuratore onorario nella procura di Lecce, dove è stato applicato dopo aver vinto il concorso nel 2022, svolge anche quella di avvocato penalista nel tarantino con studio a Crispiano. Zito è anche coinvolto in un'inchiesta parallela aperta dalla procura di Benevento per altri reati, scaturita da alcune intercettazioni emerse dall'indagine della Gdf nell'ambito di quella lucana. In totale gli indagati nelle due inchieste sarebbero una decina.

Lecce, l’indagine sul pm onorario: «Soldi e favori dalla Asl». Indagato anche per violenza sessuale, si fingeva cardiologo. Le accuse contro Zito: «Chiese un certificato di invalidità in cambio di aiuto nei processi». MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 7 settembre 2023.

Può essere che abbia fatto leva sulla paura di un imprenditore di finire nei guai. E che per questo lo abbia indotto a ritenere di essere oggetto di un fascicolo penale. Fatto sta che Antonio Zito, 58 anni, un avvocato di Fragagnano che svolge le funzioni di vice procuratore onorario nel Tribunale di Lecce, è accusato non solo di aver chiesto e ottenuto denaro per non mandare avanti un’indagine, ma anche di aver sfruttato una presunta (e indimostrata) influenza negli ambienti giudiziari salentini per ottenere dalla Asl di Taranto un attestato di invalidità che gli avrebbe fruttato la pensione.

La Procura di Potenza, con il pm Vincenzo Montemurro, ha disposto ieri una serie di perquisizioni e sequestri nell’ambito di un nuovo fascicolo su presunti abusi negli uffici giudiziari di Lecce. Un’indagine nata a seguito di una denuncia e corroborata con intercettazioni e pedinamenti effettuati in questi mesi dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Lecce. Una vicenda che ha nuovamente scosso il Tribunale di Lecce a quattro mesi dallo scandalo culminato nell’arresto del giudice civile Pietro Errede. Storie molto diverse tra loro, certamente, ma che hanno creato identico sconcerto tra magistrati e avvocati...

La promessa d’aiuto in vicende giudiziarie, in cambio non solo di denaro. S’indaga su una falsa invalidità civile. Veronica Valente il 07 settembre 2023 su Lecceprima.it.  

Emergono nuovi episodi nella recente inchiesta della Procura di Potenza che vede tra i sette indagati il vice procuratore onorario presso il tribunale di Lecce Antonio Zito

In cambio della sua intercessione finalizzata a una chiusura positiva di alcune vicende giudiziarie, il vice procuratore onorario presso il tribunale di Lecce, Antonio Zito, 57 anni, residente a Lizzano (Taranto), non avrebbe preteso solo soldi. In un’occasione avrebbe ottenuto dagli interessati "sostegno" per il riconoscimento di una falsa invalidità civile dalla commissione medica della Asl di Manduria. E’ questo uno degli episodi riportati in uno dei sette capi d’imputazione dell’inchiesta che vede indagate, oltre Zito, altre sei persone.

Si tratta di: Giancarlo De Valerio, 47 anni, originario di Mesagne (Brindisi) ma residente a Manduria (Taranto), avvocato iscritto al foro di Lecce; Luca Carrozza, 54, di Manduria (Taranto) e  Cosimo Maturo, 55, di Torricella (Taranto); Antonio Zamparelli, 72, di Surbo; Mario Piccolo, 76, di Nardò; Carmelo Sergi, 58, di Manduria.

Quest’ultimo, in particolare, sarebbe stato costretto, dal vice procuratore onorario e dall’avvocato, a consegnare in più occasioni denaro (per la somma complessiva di 12mila euro) perché venissero bloccate presunte azioni giudiziarie a suo carico. Sempre secondo l’ipotesi accusatoria, inoltre, per convincerlo al pagamento richiesto, i due principali indagati avrebbero inscenato un controllo stradale da parte di una pattuglia dei carabinieri. E lo stesso avrebbero fatto anche con una coppia per spingerla a consegnare soldi richiesti come prezzo per interrompere eventuali accertamenti nei suoi riguardi, inerenti l’attività di riciclaggio di denaro all’estero.

Le vicende su cui sono in corso le indagini coordinate dal pubblico ministero Vincenzo Montemurro, della Procura di Potenza, interessano il periodo che va dall’aprile del 2021 allo scorso gennaio. Proprio nei giorni scorsi, il magistrato ha delegato il nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Lecce di svolgere perquisizioni finalizzate all’acquisizione di tutto il materiale (informatico e cartaceo, inclusi alcuni fascicoli processuali) utile a verificare i reati al momento ipotizzati (a vario titolo) che sono: corruzione, concussione, induzione indebita a dare o promettere utilità.

Ma non c’è solo la magistratura potentina ad aver puntato i riflettori sulle condotte di Zito. E’ notizia di qualche ora fa (qui, l’articolo completo) quella dell’indagine avviata dalla Procura di Benevento per presunte violenze sessuali avvenute nell’ospedale della città campana. 

Spunta la violenza sessuale: si allarga il fronte dell’indagine sul viceprocuratore onorario. Redazione il 07 settembre 2023 su Lecceprima.it. 

Emerge una costola dell'inchiesta principale sul 57enne tarantino, che opera per il tribunale di Lecce e che avrebbe insabbiato indagini previo richieste di denaro. Riguarda Benevento: qui si sarebbe finto cardiologo, con la complicità di un vero medico, abusando di ignare pazienti

Assume una piega nuova e per certi versi inattesa, l’indagine in atto su Antonio Zito, l’avvocato 57enne della provincia di Taranto che riveste anche il ruolo di viceprocuratore onorario presso il tribunale di Lecce. Proprio in questa seconda veste, infatti, come noto è indagato dalla procura di Potenza (competente per le inchieste sulla magistratura del capoluogo salentino) insieme ad altri sei, fra cui un secondo avvocato: i due, secondo le ipotesi investigative, avrebbero compartecipato a insabbiare alcune indagini, previo pagamento di somme in denaro (in un caso, un imprenditore avrebbe versato 12mila euro). 

Ma ora emerge un altro aspetto. Su Zito, infatti, si è accesa anche la lente della procura di Benevento per presunti casi di violenza sessuale, vicende in cui sarebbe coinvolto anche un medico in servizio presso l’ospedale della città campana.

È stata l’Ansa regionale di Puglia a svelare questo secondo filone d’inchiesta, una costola del principale, perché nasce in seguito all’ascolto di alcune intercettazioni proprio nell’ambito dell’indagine del pubblico ministero potentino Vincenzo Montemurro. Ebbene, nel caso di Benevento, vi sarebbero situazioni riguardanti un ambulatorio di cardiologia dell’ospedale. Zito, in questo caso, si sarebbe presentato come cardiologo durante visite a pazienti, del tutto ignare, effettuate da un medico. E, proprio in queste circostanze, sarebbero stati commessi alcuni atti sessuali verso le donne, con la complicità del vero medico.

Si allarga, dunque, il fronte scaturito dagli accertamenti in corso per quanto sarebbe accaduto nell’ambito del tribunale di Lecce, con ipotesi di reato, in quel caso, di corruzione per l’esercizio delle funzioni, corruzione in atti giudiziari, induzione indebita e concussione. Vicende per cui è stata delegato a svolgere delle perquisizioni il Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Lecce.

Coinvolti anche un infermiere di Manduria e un funzionario Asl di Torricella. Sospetta malagiustizia, indagati avvocato, giudice, dipendenti Asl. I nomi. La Redazione de La Voce di Manduria giovedì 7 settembre 2023

Avvocatura manduriana sotto choc da ieri per il coinvolgimento dell’avvocato 47enne manduriano Giancarlo De Valerio in un’inchiesta della Procura di Potenza su un presunto giro di mazzette in cambio di aggiustamenti di atti giudiziari ed altri favori illeciti. Con lui è indagato anche il vice procuratore onorario Antonio Zito, avvocato 58enne di Lizzano ed altri professionisti della provincia di Taranto, tra cui un infermiere di Manduria e un funzionario Asl di Torricella i cui nomi non sono ancora trapelati. Nella stessa inchiesta sono indagati altri professionisti della provincia di Taranto e Lecce e un imprenditore di origini svizzere che dirige un’impresa leccese.

Secondo l’accusa, l’avvocato De Valerio e il magistrato avrebbero ricevuto 12mila euro dall’imprenditore svizzero Carmelo Sergi per risolvere problemi di natura giudiziaria di natura civile. Sergi, sempre secondo la Procura che indaga anche lui per induzione indebita, avrebbe promesso altro denaro ai due avvocati per evitare controlli alla sua azienda.

Le stesse indagini condotte dalla Guardia di Finanza avrebbero fatto emergere responsabilità dei due dipendenti Asl i quali, in cambio di una non meglio definita intercessione del magistrato e dell’avvocato indagati con loro, avrebbero fornito un falso certificato di invalidità utile ai fini pensionistici del vice procuratore aggiunto.

Sempre Zito e De Valerio, infine, sarebbero coinvolti in un’altra vicenda riguardante un loro presunto impegno di far vincere in cambio di denaro (pare solo promesso), una causa civile a carico di due donne di Lecce.

I finanzieri del comando provinciale di Lecce ieri hanno perquisito le abitazioni degli indagati sequestrando loro i telefonini ed altra documentazione utile alle indagini. Le fiamme gialle hanno acquisito anche documenti nella sede della Asl di Taranto per verificare la vicenda del certificato di invalidità.     

Proprio in un caso di presunta malasanità si erano già incrociati i nomi di Zito e De Valerio. Quello della morte di un ex calciatore e insegnante di Avetrana ma originario di Torre Santa Susanna deceduto a novembre del 2015 nel reparto medicina dell’ospedale di Manduria. Una morte inaspettata e sospetta per i famigliari che per essere assistiti nella querela si rivolsero ai due avvocati Antonio Zito e Giancarlo De Valerio. I due legali hanno condotto fianco a fianco delle complesse indagini difensive di un processo che si è concluso a febbraio scorso con l’assoluzione dei quattro medici del Giannuzzi che erano imputati di omicidio colposo. La collaborazione tra i due professionisti si era poi consolidata a Lecce dove l’avvocato De Valerio aveva deciso di aprirsi uno studio in quella città. Di loro ora si parlerà a lungo per una vicenda ancora tutta da chiarire. C’è da dire che la perquisizione di ieri è un atto dovuto di un ‘inchiesta che potrà finire con l’assoluzione degli indagati i cui nomi sono già finiti nel tritacarne del pubblico giudizio. Nazareno Dinoi

Indagati quattro avvocati del Foro di Taranto per le elezioni “taroccate” dalla commissione elettorale. Redazione CdG 1947

su Il Corriere del Giorno l'1 Dicembre 2023

A nulla sono valse le manovre della liusta guidata dall' avv. Cigliola per convincere degli eletti candidatisi nella lista guidata dal presidente eletto Vincenzo Di Maggio, a cambiare alleanze a tradire il voto tributato dagli elettori alla lista vincente. ESCLUSIVA: ALL' INTERNO L' AVVISO DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI e tutti nomi degli indagati e dei loro difensori

Sono quattro gli iscritti nel registro degli indagati dal procuratore capo Eugenia Pontassuglia e dal pubblico ministero Francesco Sansobrino della Procura di Taranto per le note vicende elettorali del Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, chiamati a rispondere nell’ avviso di conclusione delle indagini notificato nei giorni scorsi, di concorso (art. 110 c.p.) ed abuso d’ufficio (art.323 c.p.), reati continuati (art. 81) commessi in qualità di membri della commissione elettorale per il rinnovo del consiglio dell’ordine tenutosi alla fine dello scorso gennaio.

Gli avvocati indagati sono Antonio Vito Altamura, Alfonso Favata, Fabrizio Nastri, Antonietta Sgobba i quali in veste di componenti della commissione elettorale durante le precedenti elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’ Ordine, avevano ignorato i conflitti d’interesse in essere pur di agevolare loro congiunti e parenti, dichiarando non eleggibili degli avvocati che invece erano stati legittimamente eletti dal voto degli iscritti, in occasione delle elezioni dello scorso 28 gennaio 2023 . Elezioni di un consiglio dell’ ordine di fatto “taroccato” che non a caso vennero annullate dal Consiglio Nazionale Forense e dal Ministero di Giustizia. Antonio Vito Altamura è assistito dall’ avv. Andrea Silvestre, Alfonso Favata è difeso dall’ avv. Filiberto Catapano Minotti, Fabrizio Nastri è difeso dall’ Avv. Salvatore Di Fonzo, ed Antonietta Sgobba dall’ avvocato Giuseppe Fornari del Foro di Milano.

Adesso gli avvocati indagati, come ben sanno. potranno chiedere di essere interrogati o presentare memorie difensive all’ufficio del Procuratore capo e del pubblico ministero cofirmatari dell’ avviso di conclusione delle indagini, i quali successivamente valuteranno se archiviare il procedimento o mandarli a processo. La circostanza incredibile è che ciò nonostante alcuni avvocati che fanno riferimento alla “cordata” Cigliola-Casiello, hanno presentato lo scorso 29 novembre un nuovo reclamo al Consiglio Nazionale Forense in attesa che le Sezioni Unite della Corte di Cassazione il prossimo 12 dicembre si pronuncino su questa vicenda, che ormai è una volgare farsa da parte di un gruppetto di avvocati che come i fatti dimostrano non ricevono il consenso da parte dei loro colleghi che in ben due tornate elettorali hanno espresso altro gradimento con il proprio voto.

Sarà forse perchè a nulla sono valse le manovre per convincere degli eletti candidatisi nella lista guidata dal presidente eletto Vincenzo Di Maggio, a cambiare alleanze a tradire il voto tributato dagli elettori alla lista vincente ? O forse l’ avv. Casiello (il cui compagno e collega di studio avv. Nastri rischia di finire sotto processo ) non accetta di essere stata l’ultima in graduatoria dei consiglieri eletti ? Ai posteri e lettori la sin troppo facile sentenza morale. Noi ci limitiamo a fare solo i giornalisti ed un’ informazione veritiera e corretta e come sempre documentata. Redazione CdG 1947

Ennesima pessima figura di parte dell’ avvocatura tarantina. Respinto il ricorso dei soliti “noti”. La decisione del TAR Puglia – 3a Sezione di Lecce. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l'8 Novembre 2023

Adesso toccherà alla procura di Taranto chiudere le indagini svolte in questi mesi per gli evidenti reati commessi dai componenti della Commissione Elettorale e dal COA autoproclamatosi illegittimanente e quindi illegalmente. e dopo un decreto firmato dal Ministro della Giustizia.

Il Tar Puglia sezione di Lecce ha respinto la richiesta di sospensiva delle elezioni del Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto deposita dagli avvocati Casiello Maria, Cigliola Giovanni, D’Errico Francesco, Todaro Fabrizio, Fischetti Francesca, Brunetti Luigia, Sacco Daniele, Albano Giovanni, Altamura Emanuele, Raffo Carlo, componenti del consiglio decaduto guidato , in quanto illegittimo, ed adesso l’ avvocato Cigliola dovrà abbandonare l’ ufficio e la poltrona dove si era “insediato”piazzato” illegittimamente e quindi illegalmente come sancito dal Consiglio Nazionale Forense, dalla Direzione Generale Affati Civili del Ministero di Giustizia, e decretato dal ministro di Giustizia Sen.Carlo Nordio.

L’avvocato Gianleo Cigliola dopo il “golpe” effettuato in occasione delle precedenti elezioni insieme agli avvocati Nastri, Casiello ed Altamura, che lo avevano insediato sulla poltrona di Presidente dell’ ordine degli Avvocati di Taranto, calpestando il suffragio degli avvocati elettori tributato alla lista guidata dall’ avv. Vincenzo Di Maggio risultato il primo dei votati, lista che aveva vinto le elezioni, aveva cercato mediante ricorsi di ogni genere di non abbandonare la sua carica senza peraltro aver mai vinto le elezioni.

Giovanni CigliolaMirella Casiello

Cigliola era corso corso immediatamente senza esitazione a presentarsi al Presidente del Tribunale di Taranto ed al procuratore Capo, mentre i suoi alleati si affannavano ad occupare incarichi vari con Mirella Casiello che si insediava alla presidenza della Fondazione Scuola Forense Taranto . Una situazione “kafkiana” che purtroppo in realtà ha gettito discredito sull’ avvocatura jonica per colpa di qualche toga desiderosa di protagonismo e non solo.

Ma la 3a sezione di Lecce del Tar Puglia presieduta dal giudice dr. Enrico D’ Arpe ha respinto dopo la camera di consiglio successiva all’udienza di ieri, il ricorso, confermando quanto stabilito dal Ministero e dal Consiglio Nazionale Forense. 

Adesso toccherà alla procura di Taranto chiudere le indagini svolte in questi mesi per gli evidenti reati commessi dai componenti della Commissione Elettorale e dal COA autoproclamatosi illegittimanente e quindi illegalmente. e dopo un decreto firmato dal Ministro della Giustizia, gli uffici della procura di via Marche non potrà far dormire il fascicolo d’indagine ma arrivare ad una sollecita chiusura.

Redazione CdG 1947

Commissariato l’ Ordine degli Avvocati di Taranto, sciolto dal ministro di Giustizia Nordio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 10 Ottobre 2023

Stranamente alle h. 14:50 sul sito dell' Ordine degli Avvocati di Taranto non compare ancora nulla. ed ancora una volta ci pensa il CORRIERE DEL GIORNO a svolgere un'informazione corretta e trasparente.

E’stato protocollato questa mattina il nuovo per scioglimento dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, disposto dal Ministro di Giustizia sen. Carlo Nordio previo parere del CNF, e pervenuto via Pec negli uffici del COA di Taranto durante il fine settimana, il cui commissariamento è stato affidato nuovamente all’ Avv. Francesco Logrieco già presidente del COA di Trani (BAT) ed ex componente del Consiglio Nazionale Forense. 

Resta da chiedersi se nuovamente la “cordata” facente capo all’ avv. Cigliola vorrà nuovamente coprire di ridicolo e vergogna istituzionale tutta l’avvocatura jonica con un nuovo ricorso al Tar che questa volta non potrebbe essere mai deciso da un collegio (come quello precedente) presieduto dal giudice amministrativo leccese dr. Enrico D’ Arpe, con cui Cigliola ha recentemente “banchettato” cenando allo stesso tavolo in una festa organizzata in provincia di Taranto, a cui era presente guarda caso anche l’ avv. Altamura. Un semplice caso fortuito, una mera coincidenza o altro? Redazione CdG 1947

Sciolto Consiglio Ordine Avvocati Taranto, arriva il commissario. Il consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto è stato sciolto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha nominato l’avvocato Francesco Logrieco, 65 anni, di Molfetta, iscritto all’Ordine di Trani, quale commissario straordinario. REDAZIONE ONLINE Su La Gazzetta del Mezzogiorno il 4 luglio 2023.

Il consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, presieduto da Gianleo Cigliola, è stato sciolto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha nominato l’avvocato Francesco Logrieco, 65 anni, di Molfetta, iscritto all’Ordine di Trani, quale commissario straordinario dell’ordine forense di Taranto. Logrieco dovrà convocare entro 90 giorni l’Assemblea per l’elezione del nuovo Consiglio e provvedere alla gestione ordinaria e al disbrigo delle pratiche urgenti.

Nel maggio scorso, il Consiglio nazionale forense accolse con due distinti provvedimenti il ricorso di sette avvocati dichiarati prima incandidabili e poi ineleggibili dalla commissione elettorale in occasione della tornata elettorale dello scorso gennaio per il rinnovo del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Taranto, annullando due verbali e disponendo la rinnovazione degli atti del procedimento elettorale successivi alla presentazione delle candidature.

INCHIESTA SULL'ORDINE DEGLI AVVOCATI DI TARANTO.

Un'inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. Ne scrive il dr Antonio Giangrande, scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione).

Ordine Avvocati, buco nel bilancio. Indaga la Procura, scrive Michele Montemurro su “Il Quotidiano di Puglia” dell’11 aprile 2016. Spese di rappresentanza istituzionale indebite o solo assenze di “giustificativi”? È quanto dovrà accertare la procura di Taranto, chiamata in causa dal consiglio dell’Ordine degli Avvocati del capoluogo jonico, che avrebbe accertato nel suo bilancio un “buco” di oltre 90mila euro. A investire della questione il pm dottor Maurizio Carbone è stato lo stesso Consiglio presieduto dall’avvocato Vincenzo Di Maggio. All’appello, nei libri contabili del Consiglio, mancherebbe una cifra complessiva che non risulta essere “coperta” da alcuna documentazione. Allo stato, l’ipotesi di reato per cui si procede a carico di ignoti è quella di peculato, dal momento che il Consiglio dell’Ordine è ritenuto Ente pubblico non economico.

La Procura indaga sul “buco” del bilancio dell’Ordine Avvocati di Taranto sotto la guida dell’Avv. Angelo Esposito. E sulla fuga di notizie…? Si chiede e scrive Antonello De Gennaro su “Il Corriere del Giorno” del 12 aprile 2016. Spese di rappresentanza istituzionale indebite o solo assenze di “giustificativi”? Chi rimborserà l'Ordine degli Avvocati di Taranto delle spese allegre e non giustificate di qualcuno? L’intervento della Procura di Taranto che ha affidato le indagini al pm Maurizio Carbone, contrariamente a quanto pubblicato dai soliti cronisti giudiziari a “gettone” è avvenuta in conseguente di una segnalazione, obbligatoria per legge ai sensi dell’art. 331 c.p.p. che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del capoluogo jonico, presieduto dall’avvocato Vincenzo Di Maggio, ha inteso rispettare. Singolare anche come ancora una volta la notizia sia “filtrata” dagli uffici giudiziari tarantini sulla solita stampa “ventriloqua” di alcuni magistrati, nonostante la discrezione e riservatezza adottata dal presidente Di Maggio che ha depositato personalmente il tutto soltanto giovedì scorso e direttamente negli uffici della Procura, e non a quelli della polizia giudiziaria, proprio per evitare delle possibili fughe di notizie.

Il CNF annulla le elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Maggio 2023 

Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di rivelare che la scorsa settimana la Polizia Giudiziaria si è recata presso gli uffici dell' Ordine degli Avvocati di Taranto, su delega del pm Francesco Sansubrino, per acquisire tutti gli atti delle elezioni e della proclamazione del Consiglio dell' ordine degli Avvocati di Taranto che è stato destituito dal Consiglio Nazionale Forense. Infatti in procura è stato aperto un fascicolo d'indagine a seguito di un' esposto pervenuto in relazione ai fatti avvenuti.

Il Consiglio Nazionale Forense ha accolto in camera di consiglio del 23 marzo scorso i ricorsi proposti dagli avvocati Vincenzo Di Maggio, Rosario Pompeo Orlando, Sebastiano Comegna e Paola Antonia Donvito, annullando integralmente per violazione di Legge il verbale del 28 gennaio 2023 adottato dalla Commissione Elettorale presso l’ Ordine degli Avvocati di Taranto e gli atti ad esso successivi e conseguenti. Questa la decisione nella sua integralità :

Una decisione pressochè attesa e scontata considerato che il Consiglio Nazionale Forense aveva confermato la propria iniziale decisione di riammettere i candidati all’ Ordine degli Avvocati di Taranto, che la “Commissione Elettorale” dell’ Ordine tarantino (sarebbe più opportuno chiamarla “Commissione Tutto in Famiglia“) presieduta dall’ Avv. Altamura Altamura aveva escluso, così smentendo anche la decisione successiva all’ elezione che aveva visto trionfare la lista guidata dall’ Avv . Vincenzo Di Maggio .

Nei confronti della vergognosa proclamazione degli eletti letta dall’ Avv. Altamura, era stato presentato al CNF un ricorso per annullare la proclamazione illegittima e quindi riportare la legalità, che è stato accolto annullando il consiglio legittimato da una combriccola di avvocati (sotto mentite spoglie di commissione elettorale) in aperto e totale conflitto d’interesse. Ricorso che è stato accolto.

Avranno adesso il coraggio gli avvocati protagonisti del “golpe” elettorale di ripresentarsi ? Avranno la stessa “attenzione” di presentarsi dinnanzi al Presidente del Tribunale di Taranto, della Corte di Appello, del Procuratore e questa volta dire loro : “Scusateci per il disturbo arrecato, ma eravamo dei fuorilegge !” ???

Ma d’altro canto cosa aspettarsi da un presidente uscente come Antonio Altamura ? Guardate questo video che ha pubblicato su Tik Tok e giudicatelo voi ! Noi non abbiamo trovato parole…. 

Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di rivelare che la scorsa settimana la Polizia Giudiziaria si è recata presso gli uffici dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, su delega del pm Francesco Sansubrino, della Procura di Taranto per acquisire tutti gli atti delle elezioni e della proclamazione del Consiglio dell’ ordine degli Avvocati di Taranto che è stato destituito dal Consiglio Nazionale Forense. Infatti in procura risulta aperto un fascicolo d’indagine a seguito di un’ esposto pervenuto in relazione ai fatti avvenuti.

Per fugare i dubbi legislativi dei soliti “azzeccagarbugli” si ricorda che le sentenze del CNF sono immediatamente esecutive  (Consiglio Nazionale Forense sentenza n. 45 del 21 giugno 2019). Ma non solo, infatti le sentenze del CNF sono provvisoriamente esecutive, e tale esecutorietà permane anche a seguito di (eventuale) proposizione del ricorso alla Suprema Corte, la quale – nel caso di sanzioni diverse da avvertimento e censura – può tuttavia sospenderne l’esecutorietà in via cautelare, ove ne sussistano i presupposti (art. 36, co. 7, L. n. 247/2012). Redazione CdG 1947

Dietro le quinte delle elezioni dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto. Qualcuno chiede “trasparenza” ma non risponde su una vecchia storia…Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Gennaio 2023.

Il nostro giornale chiaramente non fa il tifo per nessuna lista, ma alla luce di segnalazioni pervenuteci anche da altri ordini territoriali, e dato il nome della lista, ritiene opportuno porre 10 domande pubbliche all' Avv. Mirella Casiello, che questa mattina non ha voluto risponderci.

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto stanno facendo emergere non pochi veleni interni all’ avvocatura jonica. Una delle liste di candidati più agguerrite a colpi di ricorsi, esposti e minacce di denunce, ha un nome che sulla carta sarebbe da apprezzare, e cioè “Il rinnovamento continua-coerenza e trasparenza” guidata dall’ avv. Mirella Casiello, che si candida ancora una volta.

Il nostro giornale chiaramente non fa il tifo per nessuna lista, ma alla luce di segnalazioni pervenuteci anche da altri ordini territoriali, e dato il nome della lista, ritiene opportuno porre 10 domande pubbliche all’ Avv. Mirella Casiello, che abbiamo contattato stamattina via Whatsapp, la quale però strategicamente evita di risponderci, rimandando il tutto al termine delle elezioni. Ma una lista come la sua che vuole incidere sulla “trasparenza” dovrebbe dare il buon esempio e non rinviare i dovuti chiarimenti al dopo il voto.

L’ avvocato Mirella Casiello è stata presidente, sino allo scioglimento dell’ OUA, l’ Organismo Unitario dell’ Avvocatura, e proprio su questo scioglimento non è ancora stata fatta la dovuta chiarezza, come viene segnalato al nostro giornale. Anche perchè venire a conoscenza degli incarichi legali affidati a suo tempo dall’ avv. Casiello in qualità di Presidente dell’ormai “defunta” OUA al proprio socio di studio e compagno di vita, l’ Avv. Fabrizio Nastri, utilizzando i soldi degli ordini territoriali, non è un buon esempio di coerenza. Forse lo è affettivamente.

Queste le domande alle quali l’avv. Casiello questa mattina non ha voluto rispondere.

1) come mai non è stata fatta la necessaria chiarezza sulle spese sostenute dall’ OUA presieduta dalla Casiello, per la conferenza di Torino del 2015, approvate dalla giunta, e mai sottoposte all’esame dell’ assemblea ?

2) come mai non si è mai rendicontato sulla somma residua del bilancio OUA  di 100mila euro ?

3) a) A chi sono stati venduti i mobili dell’ OUA ? b) A quale prezzo ? c) Chi lo ha determinato d) Come è stato utilizzato il ricavato ?

4) sembrerebbe che parte degli arredi ex OUA siano finiti nel suo studio legale. E vero ? Se non è vero può fornircene documentazione probatoria ?

5) come mai un componente dell’ ufficio di tesoreria dell’ OUA che ebbe a sollevare il problema per conoscere entrate ed uscite dell’ Organismo, fu sollevato dalla nomina, senza che fosse convocata l’ assemblea ?

6) Come mai non è dato sapere se e quando i COA hanno aderito alla richiesta di negoziazione assistita loro richiesta dall’ avv. Fabrizio Nastri (che ci risulta essere suo socio di studio e compagno nella vita) da lei nominato difensore, e quanto è stato versato all’ OUA, e quale la destinazione di detti fondi. Vuole spiegarci meglio questa vicenda eticamente imbarazzante ?

7) ci risulta che secondo quanto stabilito per Legge ( art. 11, disposizione attuazione Codice Civile) si sarebbe dovuto chiedere al Presidente del Tribunale di Roma, la nomina di uno o più liquidatori della disciolta associazione OUA, e non si sarebbero dovuti compiere atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. Corrisponde al vero quanto ci viene segnalato ?

8) come mai non risulta a alcuni ordini essere stato depositato un bilancio di chiusura dell’ OUA e non è mai stato depositato in riferimento alla conferenza di Torino pur venendo reiteratamente richiesto ?

9) esiste un rendiconto di gestione della disciolta OUA sotto la sua presidenza, di sua competenza non essendo stata sostituita la figura ed il ruolo di tesoriere che lei ha rimosso ?  Per “coerenza” e “trasparenza” vuole approfittare dell’occasione e renderlo pubblico ?

10) Si parla di un fondo residuo di oltre 100mila euro. Che fine hanno (o avrebbero fatto) questi fondi ?

Il nostro giornale ha contattato via PEC questa mattina il CNF-Consiglio Nazionale Forense per avere delucidazioni in merito allo scioglimento dell’ OUA, e la Presidenza del Tribunale di Roma. Attendiamo gli sviluppi delle nostre istanze e vi terremo informati. Chiaramente siamo a disposizione dell’ Avv. Casiello per ogni e qualsiasi chiarimento documentato in merito alle nostre domande giornalistiche.

Redazione CdG 1947

Elezioni Ordine avvocati a Taranto: “tutto in famiglia”. Un’elezione falsata (?) dai diversi conflitti di interesse della commissione. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Gennaio 2023.

Nelle elezioni tenutesi durante il fine settimana, la lista di Vincenzo Di Maggio ha prevalso su tutti ottenendo sulla base dei voti democratici degli avvocati del Foro di Taranto, 12 eletti. La lista Cigliola ha ottenuto 8 eletti, e quella della Casiello un solo eletto: se stessa. Ma il voto è stato sovvertito da una controversa decisione della commissione elettorale composta in buona parte da avvocati in aperto ed imbarazzante conflitto d'interesse

Ancora una volta le decisioni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto finiranno al vaglio del Consiglio Nazionale Forense, che proprio nei giorni scorsi aveva rigettato una serie di eccezioni e contestazioni provenienti dai soliti noti, che non riuscendo ad essere eletti con i voti degli iscritti cercano qualsiasi azione di disturbo elettorale. Ma quello che si è visto a Taranto questa sera non ha paragoni in tutt’ Italia. Nei giorni precedenti le elezioni la commissione elettorale del COA di Taranto aveva escluso la candidatura dell’ Avv. Vincenzo Di Maggio, il quale dopo essere stato presidente dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, era entrato nel CNF (Consiglio Nazionale Forense).

L’ avv. Vincenzo Di Maggio ha fatto ricorso al CNF che il 24 gennaio in via cautelare , lo ha accolto con decreto “disponendo che la commissione elettorale del Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, in persona del Presidente (cioè Antonio Altamura n.d.r.) provveda all’immediata ammissione della candidatura del ricorrente Avv. Vincenzo Di Maggio“.

Il CNF nel suo decreto, che pubblichiamo sopra in originale, aveva fissato anche “la comparizione delle parti davanti a sè nell’udienza del giorno 27 gennaio ore 13,00 (cioè ieri n.d.r.) ai fini della modifica, conferma o revoca del presente provvedimento cautelare“. All’udienza dinnanzi al CNF l’ Avv. Casiello non si è presentata sostenendo un legittimo impedimento che non è stato accolto ed infatti l’udienza di merito si è tenuta regolarmente.

Nelle elezioni tenutesi durante il fine settimana, la lista di Vincenzo Di Maggio (che è risultato il più votato con 663 preferenze) ha prevalso su tutti ottenendo sulla base dei voti democratici degli avvocati del Foro di Taranto, 12 eletti. La lista Cigliola ha ottenuto 8 eletti, e quella della Casiello un solo eletto: se stessa con 396 preferenze. Ma il voto è stato sovvertito da una controversa decisione della commissione elettorale composta in buona parte da avvocati in aperto ed imbarazzante conflitto d’interesse.

Incredibilmente la commissione elettorale composta da avvocati in pieno conflitto d’interessi come lo stesso presidente uscente Antonio Altamura (che guarda caso ha fatto valere il suo doppio voto) fratello e socio di capitali (dello Studio legale Altamura S.r.l.) dell’avv. Emanuele Altamura che si era candidato, non ha rispettato il decreto cautelare del Consiglio Nazionale Forense. Ma non solo. Ci risulta che la votazione in Commissione sia finita pari , cioè 4 a 4 ed Altamura ha fatto prevalere il suo voto qualificandolo come “doppio”, quale presidente. Peccato però la legge elettorale non lo preveda !

Altro conflitto d’interesse incredibile, quello della presenza in commissione elettorale dell’ Avv . Fabrizio Nastri collega e socio di studio dall’ avv. Maria (detta Mirella) Casiello, che è notoriamente da tempo la sua compagna di vita .

Per esaurire i conflitti di interesse risulta anche un altro componente della commissione elettorale, l’ Avv. Alfonso Favatà socio e amministratore nella Camera di Conciliazione Italiana con un candidato l’Avv. Nestore Thiery.

La commissione elettorale stasera era composta dagli avvocati Antonio Altamura, Antonella Sgobba (subentrata soltanto oggi a causa dell’ assenza avv. Arcangelo De Sario), Fabrizio Nastri, Alfonso Favatà, Marco Moramarco, Carmela Liuzzi, Piero Relleva e Roberto Santarcangelo. A votare sulla decisione di ritenere ineleggibile l’ avv. Di Maggio e dei suoi consiglieri regolarmente votati ed eletti democraticamente in virtù dei voti di preferenza ottenuti sono stati: Altamura, Nastri, Favatà e Sgobba.

La gravità della decisione della Commissione elettorale ed in particolare del presidente Altamura è stata la decisione priva di potere e legalità arrivando a sostituire il potere decisionale del Consiglio Nazionale Forense che lunedì mattina notificherà la propria decisione sull’udienza di merito tenutasi venerdì.

La decisione della Commissione elettorale dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, che è stata notificata agli esclusi.

Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di anticipare il contenuto della decisione del Consiglio Nazionale Forense, avendolo appreso ufficiosamente, da fonte qualificata ed attendibile del Palazzo di Giustizia di piazza Cavour a Roma, decisione che dà ragione a Di Maggio, ma correttamente non lo abbiamo sinora reso pubblico per non influenzare lo svolgimento delle elezioni.

Adesso resta da vedere cosa accadrà. Una cosa è certa: la magistratura ed i tribunali avranno non poco da fare. Secondo quanto riferitoci in queste ore si stanno preparando ricorsi e denunce per la proclamazione, ma anche un esposto alla Direzione Generale Affari Civili del Ministero di Giustizia che potrebbe addirittura commissariare l’ordine qualora accertate le eventuali irregolarità.

Cosa ci si poteva aspettare da un presidente dell’ ordine come Altamura, che nel suo mandato è stato poco trasparente ? Ed il bello che ad affermarlo ed attestarlo, non siamo noi, ma bensì l’ ANAC, Autorità Nazionale Anticorruzione con la propria recente delibera n. 327 del 13.07.2022. ! Qualcuno ha forse paura di un “caso Esposito bis” come si mormora all’interno dell’ avvocatura jonica ? O che che emergano incarichi di consulenza affidate ad appartenenti di comuni fratellanze massoniche ?

Concludendo, permetteteci di dare un consiglio agli avvocati della lista Casiello, parenti ed azzeccagarbugli compresi: attenti a quello che dite e ci scrivete, perchè il primo che si permette di calunniarci e diffamarci verrà chiamato a risponderne in giudizio in sede civile e penale. Noi facciamo i giornalisti e raccontiamo fatti e circostanze. E facciamo domande: è il nostro mestiere !

Sin dalla prima seduta della Commissione elettorale l’ avv. Relleva aveva anche depositato il verbale del COA di 4 anni fa che escludeva l’ avv. Fabrizio Nastri dalla commissione per le stesse ragioni attuali, nonché i pareri dell’ ANAC ed una sentenza del Consiglio di Stato sul conflitto di interesse, ma il presidente uscente Altamura non ha voluto sentire ragioni, e probabilmente proprio per questi motivi, dovrà renderne conto anche in sede penale a seguito delle denunce che stanno per essere presentate

Siamo allibiti dai fatti avvenuti nel foro di Taranto, dove è stata scritta una delle più brutte pagine elettorali della storia forense tarantina. Il Consiglio Nazionale Forense intervenga subito, occorre ripristinare la legalità al più presto” ha dichiarato l’ avv. Giampaolo Di Marco segretario generale dell’Associazione Nazionale Forense . “Il risultato delle urne – continua Di Marco – è stato letteralmente “sovvertito” dalla Commissione Elettorale, che ha tolto valore, al chiaro esito delle urne. La decisione è stata presa peraltro con un voto di parità dei componenti e con una presunta e non dimostrata valenza doppia del voto del Presidente Altamura. Confidiamo che le autorità competenti intervengano al più presto per ripristinare la legalità e per ridare dignità al Coa di Taranto” – conclude Di Marco.

Redazione CdG 1947

Il Consiglio Nazionale Forense annulla la decisione della Commissione Elettorale dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto. I candidati ( 3 dei quali eletti) non andavano esclusi. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’1 Febbraio 2023

La decisione è stata notificata ieri agli avvocati ricorrenti, Sebastiano Comegna (1° dei non eletti), Vincenzo Di Maggio, Paola Donvito, Rosario Orlando che di fatto adesso sono a pieno titolo consiglieri dell' Ordine degli Avvocati di Taranto, e quindi di fatto adesso nel consiglio la lista "Le Voci del Foro"guidata dall' avv. Di Maggio ha la maggioranza degli eletti. E' attesa una nuova decisione del CNF e del TAR per ripristinare la legalità della composizione del consiglio e procedere ad una nuova proclamazione in quanto quelli attuali di fatto sono illegittimi e quindi illegali.

Come il CORRIERE DEL GIORNO aveva anticipato, il Consiglio Nazionale Forense ha confermato la propria iniziale decisione di riammettere i candidati all’ Ordine degli Avvocati di Taranto, che la Commissione Elettorale (sarebbe più opportuno chiamarla “Commissione Tutto in Famiglia“) presieduta dall’ Avv. Altamura aveva escluso, così smentendo anche la decisione successiva all’ elezione che aveva visto trionfare la lista guidata dall’ Avv . Vincenzo Di Maggio . La decisione è stata notificata ieri agli avvocati ricorrenti, Sebastiano Comegna (1° dei non eletti), Vincenzo Di Maggio, Paola Donvito, Rosario Orlando che di fatto adesso sono stati confermati a pieno titolo consiglieri dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto. Nei confronti della proclamazione avvenuta sabato scorso sera, è stato presentato sempre al CNF un ulteriore ricorso per annullare la proclamazione illegittima e quindi riportare la legalità. E’ in corso di preparazione infatti, un ricorso al TAR per far annullare il consiglio proclamato sabato scorso dall’ Avv. Antonio Altamura e dalla combriccola di avvocati (sotto mentite spoglie di commissione elettorale) in aperto e totale conflitto d’interesse.

l’ avv. Vincenzo Di Maggio

E’ il caso di dire che gli avvocati Giovanni Cigliola, Maria (detta Mirella) Casiello & compagnia di fatto non hanno più alcun titolo a ricoprire le cariche che si sono auto-assegnati dopo il “golpe” ordito per impossessarsi della guida dell’ Ordine degli Avvocati di Taranto, così sovvertendo il voto democraticamente effettuato dagli avvocati della provincia jonica che hanno partecipato alla consultazione elettorale, che ha visto l’ avv. Di Maggio essere il più suffragato dagli avvocati che hanno votato. Se il consiglio in carica volesse onorare la toga che indossano a questo punto dovrebbero immediatamente dimettersi. Ma in molti dubitano che abbiano lo spessore morale per farlo. Troppa fame di gradi sulle spalle…(e non solo !).

A nulla sono serviti i palesi vergognosi conflitti di alcuni componenti della Commissione Elettorale. Il vero “trombato” per eccellenza è l’ Avv. Antonio Altamura, presidente uscente, che presiedeva la commissione elettorale, il quale voleva riciclarsi ottenendo la presidenza dell’ Organo di Mediazione, che non ha ottenuto ed a questo punto difficilmente potrà ottenere, attualmente guidata dall’ Avv. Sebastiano Comegna. Questa mattina in Tribunale qualcuno sarcasticamente ha affisso il cartello che vedete sotto, che subito dopo qualche “manina” intrisa di rabbia a e vergogna ha rimosso.

A questo punto i componenti della Commissione Elettorale che hanno votato e consentito l’elezione illegale di Cigliola, Casiello & co. dovranno rispondere dinnanzi alla Magistratura penale di una serie di reati non indifferenti, per la quale auspichiamo un rapida azione da parte della Procura di Taranto, oltre all’azione disciplinare che dovrebbe scaturire nei loro confronti.

Ed ancora una volta è sempre e solo il CORRIERE DEL GIORNO a fare chiarezza su fatti accaduti documentalmente, mentre i giornali e siti web locali riempivano le loro pagine di inesattezze annunciando un consiglio illegittimo e quindi illegale. Eppure sarebbe bastato leggere le nostre cronache per scrivere qualcosa di esatto, preciso e documentato. Lasciatecelo dire: abbiamo dato una lezione di giornalismo basato sulla legalità e correttezza dell’informazione.

Ecco la decisione del CNF che di fatto conferma la legittima elezione dei 3 consiglieri esclusi dalla Commissione Elettorale

Avv. Vincenzo Di Maggio

Avv. Sebastiano Comegna

Avv. Paola Donvito

Avv. Rosario Orlando

Redazione CdG 1947

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, (Aldo Feola), avendo indagato sulle malefatte degli avvocati e magistrati: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

MAI DIRE MAFIA: IL CALVARIO DI ANTONIO GIANGRANDE.

Guerra aperta contro alcuni magistrati di Taranto: denuncia per calunnia e diffamazione alla Procura di Potenza, richiesta di ispezione ministeriale al Ministro della giustizia e richiesta di risarcimento danni per responsabilità civile dei magistrati al Presidente del Consiglio dei Ministri.

«Non meditar vendetta! Ma siedi sulla riva del fiume e aspetta di veder passare il corpo del tuo nemico! Ed io ho aspettato…..affinchè una istituzione, degna dell’onor di patria, possa non insabbiare una mia legittima ed annosa aspettativa di giustizia. Perché se questo succede a me, combattente nato, figuriamoci a chi è Don Abbondio nell’animo. Già che sono in buona compagnia. Silvio Berlusconi: "Venti anni di guerra contro di me. In Italia giustizia ingiusta per tutti" ». Così afferma il dr Antonio Giangrande, noto saggista di fama mondiale e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Associazione fuori dal coro e fuori dai circuiti foraggiati dai finanziamenti pubblici.

«Puntuale anche quest’anno è arrivato il giorno dedicato all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Un appuntamento che, da tempo immemore ripropone un oramai vetusto ed urticante refrain: l’aggressione virulenta ai magistrati portata da tutti coloro che non fanno parte della casta giudiziaria. Un piagnisteo continuo. Un rito liturgico tra toghe, porpore e carabinieri in alta uniforme. Eppure qualche osservazione sulle regole che presidiano e tutelano l’Ordine giudiziario italiano dovrebbe essere fatta. Faccio mie le domande poste da L’Infiltrato Speciale su Panorama. Quale sistema prevede una “sospensione feriale” per 3 mesi filati? Quale organizzazione non prevede un controllo sul tempo effettivo trascorso in ufficio ovvero regola e norma ogni forma di…telelavoro da casa? Quale altro ruolo istituzionale prevede l’impunità di fatto per ogni atto compiuto nell’esercizio del proprio magistero? Quale altro organo dello Stato è il giudice di se stesso? Ma, soprattutto, può il dovere di imparzialità del giudice sposarsi con lo svolgimento di vera e propria attività politica entro le varie “correnti” interne alla magistratura? Qualcuno potrà negare che diversi esponenti di magistratura democratica abbiano rivendicato apertamente le radici nel pensiero marxista leninista della propria corrente? Dico questo senza alcun pregiudizio e, anzi, con il rispetto che devo ad amici e magistrati che stimo ed ai quali questa percezione, che non credo sia mio esclusivo patrimonio, non rende il giusto merito.

Detto questo premetto che la pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca. La pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato, oltre a non essere idonea di per sé a configurare una violazione del segreto istruttorio o del divieto di pubblicazione di atti processuali, costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca ed estrinsecazione della libertà di pensiero previste dall'art. 21 Costituzione e dall'art 10 Convenzione europea dei diritti dell'uomo, anche se in conflitto con diritti e interessi della persona, qualora si accompagni ai parametri dell'utilità sociale alla diffusione della notizia, della verità oggettiva o putativa, della continenza del fatto narrato o rappresentato. (Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 22 febbraio 2008, n. 4603).

Ed allora ecco alcuni brani dell’atto presentato alle varie istituzioni.»

"Si presenta, per fini di giustizia ed a tutela del prestigio della Magistratura oltre che per tutela del diritto soggettivo dell’esponente, l’istanza di accertamento della responsabilità penale ed amministrativa e richiesta di risarcimento del danno, esente da ogni onere fiscale, in quanto già ammesso al gratuito patrocinio nei procedimenti de quo. Responsabilità penale, civile ed amministrativa che si ravvisa per i magistrati nominati per azioni commesse da questi in unione e concorso con terzi con dolo e/o colpa grave. Elementi costitutivi la responsabilità civile dei magistrati di cui alla Legge 13 aprile 1988, n. 17:

a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;

b) l'affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;

PER IL PRIMO FATTO

L’Avv. Nadia Cavallo presenta il 10/06/2005 una denuncia/querela nei confronti di Antonio Giangrande, sottoscritto denunciante, per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, in unione e concorso con Monica Giangrande, con denuncia-querela presentata all’A.G., incolpato Cavallo Nadia Maria del reato di truffa e subornazione, pur sapendola innocente. La denuncia di Cavallo Nadia Maria è palesemente calunniosa e diffamatoria nei confronti di Antonio Giangrande in quanto la denuncia di cui si fa riferimento e totalmente estranea ad Antonio Giangrande e non è in nessun modo riconducibile ad egli.

Insomma: la denuncia a firma di Antonio Giangrande non esiste.

Pur mancando la prova della calunnia, quindi del reato commesso, comunque inizia il calvario per il dr. Antonio Giangrande.

La dott.ssa Pina Montanaro apre il fascicolo n. 5089/05 R.G. notizie di reato. Non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., e nel procedimento Gip n. 2612/06, pur non supportato da alcuna prova di accusa, in quanto la denuncia contestata in capo ad Antonio Giangrande non esiste, chiede comunque in data 20 aprile 2006 il rinvio a giudizio di Antonio Giangrande in concorso ed unione con Monica Giangrande.

Il Dr Ciro Fiore nel procedimento Gip n. 2612/06, pur non supportato da alcuna prova di accusa in quanto la denuncia contestata in capo ad Antonio Giangrande non esiste, dispone comunque in data 02 ottobre 2006 il rinvio a giudizio di Antonio Giangrande in concorso ed unione con Monica Giangrande.

Il processo a carico di Antonio Giangrande in concorso ed unione con Monica Giangrande contraddistinto con il n. 10306/10 RGDT si apre con l’udienza del 06/02/07 presso il Tribunale di Manduria – Giudice Monocratico, sezione staccata del Tribunale di Taranto, ma la posizione di Antonio Giangrande è stralciata per vizi di notifica.

Il Dr Pompeo Carriere il 28/04/2010 riapre il procedimento Gip n. 2612/06, dopo lo stralcio della posizione di Antonio Giangrande rispetto alla posizione di Monica Giangrande per vizi di forma della richiesta di rinvio a giudizio. Su apposita richiesta della difesa di Antonio Giangrande di emettere sentenza di non luogo a procedere per il reato di calunnia ove ritenga o accerti che ci siano degli elementi incompleti o contraddittori riguardo al fatto che l'imputato non lo ha commesso, il dr. Pompeo Carriere, il 19 luglio 2010, disattende tale richiesta e dispone nei confronti del Pubblico Ministero l’ulteriore integrazione delle indagini e l’acquisizione delle prove mancanti per sostenere l’accusa in giudizio contro Antonio Giangrande. All’udienza dell’8 novembre 2010, il Pubblico Ministero non ha svolto le indagini richieste, anche a favore dell’indagato, e non ha integrato le prove necessarie. Ciononostante in tale data il dr. Pompeo Carriere, pur non supportato da alcuna prova di accusa, in quanto la denuncia contestata in capo ad Antonio Giangrande non esiste, dispone comunque il rinvio a giudizio di Antonio Giangrande per il reato di calunnia.

Il nuovo processo a carico di Antonio Giangrande contraddistinto con il n. 10346/10 RGDT si apre con l’udienza del 01/02/11 presso il Tribunale di Manduria – Giudice Monocratico, sezione staccata del Tribunale di Taranto. In quella sede ai diversi giudici succedutisi, in sede di contestazioni nella fase preliminare, si è segnalata la mancanza assoluta di prove che sostenessero l’accusa di calunnia.

Solo in data 23 gennaio 2014, nonostante l’assenza alla discussione con l’arringa finale dell’imputato (in segno di palese protesta contro l’ingiustizia subita) e del suo difensore di fiducia e senza curarsi delle richieste del Pubblico Ministero togato, che stranamente per questo procedimento è intervenuto di persona, non facendosi sostituire dal Pubblico Ministero onorario, ed a dispetto delle richieste dell’imperterrita presenza della costituita parte civile, l’avv. Nadia Cavallo, che ne chiedeva condanna penale e risarcimento del danno, il giudice Maria Christina De Tommasi, pur potendo dichiarare la prescrizione non ha potuto non acclarare l’assoluzione di Antonio Giangrande per il reato di calunnia per non aver commesso il reato, in quanto non vi era prova della sua colpevolezza. Per la seconda accusa dello stesso procedimento penale riguardante la diffamazione, ossia per il capo B, la De Tommasi ha pronunciato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, nonostante avesse anche qui dovuto constatare che il fatto non era stato commesso, per la mancanza di prove a carico di Antonio Giangrande, in quanto l’articolo incriminato era riconducibile a terze persone, sia come autori, che come direttori del sito web.

Declaratoria di NON AVER COMMESSO IL REATO. Dopo 8 anni, un pubblico Ministero, due Giudici per l’Udienza Preliminare, tre Giudici monocratici, di cui una, dr.ssa Rita Romano, estromessa con istanza di ricusazione, sostituita dalla dr.ssa Vilma Gilli ed a sua volta sostituita da Maria Christina De Tommasi.

Rita Romano ricusata per essere stata denunciata da Antonio Giangrande proprio per la sentenza di condanna adottata nei confronti di Monica Giangrande. Sentenza del 18/12/2007 con processo iniziato il 06/02/07. Esito velocissimo tenuto conto dei tempi medi del Foro. Nel processo nato a carico di Antonio Giangrande e Monica Giangrande su denuncia di Nadia Cavallo e poi stracciato a carico di Monica Giangrande, la stessa Monica Giangrande era accusata con Antonio Giangrande di calunnia per aver accusato la Cavallo Nadia di un sinistro truffa. Monica Giangrande affermava nella sua denuncia che la stessa Avv. Nadia Cavallo accusava lei, Monica Giangrande, di essere responsabile esclusiva del sinistro. In effetti Rita Romano stracciava la posizione di Antonio Giangrande per difetto di notifica del rinvio a giudizio e dopo l’espletamento del processo a carico di Monica Giangrande condannava l’imputata. Ciononostante lo stesso giudice riconosceva nelle sue motivazioni che la stessa Giangrande Monica accusava la Nadia Cavallo sapendola colpevole, perché proprio lo stesso giudice riconosceva tal Nigro Giuseppa come responsabile di quel sinistro che si voleva far ricondurre in capo alla Giangrande Monica, la quale, giustamente negava ogni addebito. L’appello contro la sentenza a carico di Monica Giangrande è stata inspiegabilmente mai impugnata dai suoi difensori, pur sussistendone validi motivi di illogicità della motivazione.

L’inimicizia dei magistrati di Taranto nei confronti di Antonio Giangrande è da ricondurre al fatto che lo stesso ha denunciato alcuni magistrati del foro tarantino, anche perché uno di loro, il sostituto procuratore Salvatore Cosentino, ha archiviato una denuncia contro il suo ufficio, anziché inviarlo alla Procura di Potenza, Foro competente. Inoltre l’avv. Nadia Cavallo è molto apprezzata dai magistrati Tarantini e da Salvatore Cosentino, ora alla procura di Locri. In virtù della sentenza di condanna emessa contro Monica Giangrande l’avv. Nadia Maria Cavallo ha percepito alcune decine di migliaia di euro a titolo di risarcimento del danno morale e oneri di difesa. Evidentemente era suo interesse fare la stessa cosa con il dr. Antonio Giangrande, con l’aiuto dei magistrati denunciati, il quale però non era di fatto e notoriamente autore del reato di calunnia, così come era falsamente accusato. Innocenza riconosciuta ed acclarata dal giudice di merito, però, dopo anni.

PER IL SECONDO FATTO

In questo procedimento risultano esserci due querelanti e quindi due persone offese dal reato:

Dimitri Giuseppe querela in data 19/07/2004 Corigliano Renato perché si ritiene vittima di Falsa Perizia giudiziaria. Corigliano Renato controquerela Dimitri Giuseppe per calunnia e diffamazione per aver pubblicato la querela, in cui si producevano le accuse di falsa perizia contro il Corigliano ledendo il suo onore e la sua reputazione. Corigliano Renato non querela Antonio Giangrande. Dimitri Giuseppe per la diffamazione subita dal Corigliano controquerela Antonio Giangrande, pur non avendo il Dimitri Giuseppe legittimità a farlo, non essendo egli persona offesa.

Insomma: la querela di diffamazione da parte della persona offesa contro Antonio Giangrande non esiste.

Pur mancando la prova della diffamazione, quindi del reato commesso, comunque inizia il calvario per il dr. Antonio Giangrande.

Il Dr. Enrico Bruschi apre il fascicolo n. 3015/06 R.G. notizie di reato. Non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., e decreta egli stesso la citazione a giudizio saltando l’Udienza Preliminare.

Il processo a carico di Antonio Giangrande contraddistinto con il n. 10244/10 RGDT si apre con l’udienza del 05/10/2010 presso il Tribunale di Manduria – Giudice Monocratico, sezione staccata del Tribunale di Taranto, ma la posizione di Antonio Giangrande è inviata al Giudice per le Indagini Preliminari per l’Udienza di Rito.

Il Dr Pompeo Carriere il 26/11/12 apre il procedimento Gip n. 243/12. Sostenuto dalla richiesta del PM Enrico Bruschi il dr. Pompeo Carriere, ciononostante non vi sia la querela di Corigliano Renato contro Antonio Giangrande e pur non supportato da alcuna prova di accusa, in quanto la denuncia contestata in capo ad Antonio Giangrande non esiste, dispone comunque il rinvio a giudizio di Antonio Giangrande per il reato di Diffamazione.

Il nuovo processo a carico di Antonio Giangrande contraddistinto con il n. 10403/12 RGDT si apre presso il Tribunale di Manduria – Giudice Monocratico, sezione staccata del Tribunale di Taranto. In quella sede ai diversi giudici succedutisi, in sede di contestazioni nella fase preliminare, si è segnalata la mancanza assoluta di prove che sostenessero l’accusa di Diffamazione.

Solo in data 18 aprile 2013 Corigliano Renato è stato sentito ed ha confermato di non aver presentato alcuna querela contro Antonio Giangrande. Corigliano Renato e Dimitri Giuseppe hanno rimesso la querela, il primo perché non l’aveva presentata e comunque non aveva alcuna volontà punitiva contro Antonio Giangrande, il secondo non aveva addirittura la legittimità a presentarla. Il giudice Giovanni Pomarico non ha potuto non acclarare il non doversi procedere nei confronti di Antonio Giangrande per remissione delle querele.

Declaratoria di NON DOVERSI PROCEDERE PER REMISSIONE DI QUERELA. Ma di fatto per difetto di legittimazione ad agire. Dopo 4 anni, un pubblico Ministero, un Giudice per l’Udienza Preliminare, tre Giudici monocratici, di cui una, dr.ssa Rita Romano, estromessa con istanza di ricusazione perchè denunciata da Antonio Giangrande, sostituita dalla dr.ssa Frida Mazzuti ed a sua volta sostituita da Giovanni Pomarico.

L’inimicizia dei magistrati di Taranto nei confronti di Antonio Giangrande è da ricondurre al fatto che lo stesso ha denunciato alcuni magistrati del foro tarantino, anche perché uno di loro, il sostituto procuratore Salvatore Cosentino, ha archiviato una denuncia contro il suo ufficio, anziché inviarlo alla Procura di Potenza, Foro competente.

PER IL TERZO FATTO

L’avv. Santo De Prezzo, in data 06 novembre 2006, denuncia e querela il dr. Antonio Giangrande per violazione della Privacy per aver pubblicato sul sito web della Associazione Contro Tutte le Mafie il suo nome, nonostante il nome dell’avv. Santo De Prezzo fosse già di dominio pubblico in quanto inserito negli elenchi telefonici, anche web, e nell’elenco degli avvocati del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Brindisi, anche web.

La dr.ssa Adele Ferraro, sostituto procuratore presso il Tribunale di Brindisi apre il proc. n. 9429/06 RGNR, non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., ed il 1° ottobre 2007 (un anno dopo la querela) decreta il sequestro preventivo dell’intero sito web della Associazione Contro Tutte le Mafie, arrecando immane danno di immagine. Il Decreto è nullo perché non convalidato dal GIP ed emesso il 19 ottobre 2007, successivamente al sequestro. Il decreto è rinnovato il 09/11/ 2007 e non convalidato dal giudice Katia Pinto. Poi ancora rinnovato il 28/12/2007 e convalidato da Katia Pinto il 26/02/2008, ma non notificato.

La dr.ssa Katia Pinto apre il proc. n. 1004/07 RGDT e il 19/09/2008, dopo quasi un anno dal sequestro del sito web con atti illegittimi dichiara la sua incompetenza territoriale e trasmette gli atti a Taranto, ma non dissequestra il sito web.

In questo procedimento non risulta esserci il fatto penale contestato eppure si oscura un sito web di una associazione antimafia e si persegue penalmente il suo presidente, Antonio Giangrande.

Insomma: il fatto non sussiste. Pur mancando la prova della violazione della privacy, quindi del reato commesso, comunque inizia il calvario per il dr. Antonio Giangrande.

Il Dr. Remo Epifani sostituto procuratore presso il Tribunale di Taranto apre il fascicolo n. 8483/08 RGNR, non espleta indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., e decreta il rinvio a giudizio per ben due volte: il 23/06/2009 e difetta la notifica e il 28/09/2010, rinnovando il sequestro preventivo del sito web, mai revocato.

Il Dr. Martino Rosati, Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Taranto apre il proc. n. 6383/08 GIP e senza indagini a favore dell’indagato, ai sensi dell’art. 358 c.p.p., dispone con proprio autonomo decreto il 14/10/2008 il sequestro preventivo del sito web.

Il processo a carico di Antonio Giangrande contraddistinto con il n. 10329/09 RGDT, si apre il 03/11/2009, ma viene chiuso per irregolarità degli atti. Il nuovo processo contraddistinto con il n. 10018/11 RGDT si apre il 01/02/2011.

Solo in data 12 luglio 2012 lo stesso Pm dr. Gioacchino Argentino chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste ed in pari data il giudice dr.ssa Frida Mazzuti non ha potuto non acclarare l’assoluzione di Antonio Giangrande perché il fatto non sussiste. Il Dissequestro del sito web www.associazionecontrotuttelemafie.org non è mai avvenuto e l’oscuramento del sito web è ancora vigente.

Declaratoria di ASSOLUZIONE PERCHE’ IL FATTO NON SUSSISTE. Dopo 6 anni, due pubblici Ministeri, un Giudice per l’Udienza Preliminare, tre Giudici monocratici, di cui una, dr.ssa Rita Romano, estromessa con istanza di ricusazione perchè denunciata da Antonio Giangrande, sostituita dalla dr.ssa Frida Mazzuti.

L’inimicizia dei magistrati di Taranto nei confronti di Antonio Giangrande è da ricondurre al fatto che lo stesso ha denunciato alcuni magistrati del foro tarantino, anche perché uno di loro, il sostituto procuratore Salvatore Cosentino, ha archiviato una denuncia contro il suo ufficio, anziché inviarlo alla Procura di Potenza, Foro competente.”

« Pare evidente la tricotomia della responsabilità penale: il movente, il mezzo, l’opportunità. Per questo si chiede la condanna per reati consumati, continuati, tentati, da soli o in concorso con terzi, o di altre norme penali, con le aggravanti di rito, e attivazione d’ufficio presso gli organi competenti per la violazione di norme amministrative. Altresì si chiede il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, liquidato in via equitativa dal giudice competente, per la sofferenza che si è riservata al sottoscritto ed alle persone che mi stimano per la funzione che io occupo e l’umiliazione e, soprattutto, per il dolore difficilmente immaginabili da parte di chi non vive l’incubo di essere accusato di calunnie tanto ingiuste quanto infondate. Nessuna Autorità degna del mio rispetto ha tutelato la mia persona. Le mie denunce contro queste ed altre ingiustizie sono state sempre archiviate. E’ normale allora che io diventi carne da macello penale. E’ normale che io sia lì a partecipare da 17 anni all’esame forense, sempre bocciato, se poi i magistrati, commissari di esame, contro di me fanno questo ed altro.»

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). La situazione anomala è venuta a galla nel settembre del 2015, quando furono approvati il bilancio consuntivo del 2014 e quello preventivo del 2015. In particolare, fu evidenziata la criticità relativa ad anticipazioni e rimborsi cariche istituzionali per un importo complessivo di 78mila euro, a cui poi si sono aggiunti altri 15mila euro relativi ai mesi di gennaio e febbraio del 2015: una situazione della quale si sono detti all’oscuro, dimostrandolo funzionalmente e documentalmente, il consigliere Fedele Moretti, all’epoca dei fatti tesoriere dell’Ordine, e l’attuale presidente Vincenzo Di Maggio, vice di Esposito per tanti anni. L’Ordine degli avvocati decise così di richiedere all’avvocato Angelo Esposito, quale presidente del precedente Consiglio, la documentazione contabile e fiscale mancante relativa alle spese da lui sostenute per conto dell’organismo. Esposito assicurò in quella occasione che avrebbe provveduto alla ricerca e alla raccolta di quanto richiesto. Poi è entrato in campo il revisore dei conti, l’avvocato Francesco Paolo De Giorgio, che il 28 gennaio scorso ha proceduto alla verifica trimestrale, alla presenza del consulente fiscale dell’Ordine Cosimo D’Elia, riscontrando in tale data che non risultavano documenti di spesa, né indicazioni riguardanti il beneficiario per gli oltre 93mila euro riguardanti anticipazioni e rimborsi per la presidenza dell’Ordine stesso. Il consiglio dell’Ordine degli avvocati a quel punto ha deciso di ascoltare nel corso di una seduta svoltasi il 22 marzo scorso l’ex presidente Esposito il quale, stando a quanto si è appreso, avrebbe detto di aver sostenuto spese per lo svolgimento del mandato istituzionale e di essere pronto a fornire il relativo giustificativo oltre che l’eventuale rimborso, se fosse riconosciuta la non istituzionalità delle stesse spese. Il 29 marzo, sette giorni dopo, in Consiglio si sono presentati invece, a nome di Esposito, gli avvocati Soggia e Tata per chiarire ulteriormente l’accaduto. Il Consiglio dell’Ordine degli avvocati, però, ha deciso di interessare della vicenda la Procura della Repubblica allo scopo di fare piena luce sulla vicenda ed accertare eventuali responsabilità, così come sollecitato dalla maggioranza dei consiglieri. I 93mila euro di «buco» non mettono a rischio la tenuta dei conti dell’Ordine, né tantomeno il pagamento degli stipendi degli 11 dipendenti dell’ente ma ovviamente rappresentano una cifra importante, sulla quale non si potrà non fare chiarezza.

Ordine Avvocati, buco nel bilancio. Indaga la Procura, scrive Michele Montemurro su “Il Quotidiano di Puglia” dell’11 aprile 2016. Spese di rappresentanza istituzionale indebite o solo assenze di “giustificativi”? È quanto dovrà accertare la procura di Taranto, chiamata in causa dal consiglio dell’Ordine degli Avvocati del capoluogo jonico, che avrebbe accertato nel suo bilancio un “buco” di oltre 90mila euro. A investire della questione il pm dottor Maurizio Carbone è stato lo stesso Consiglio presieduto dall’avvocato Vincenzo Di Maggio. All’appello, nei libri contabili del Consiglio, mancherebbe una cifra complessiva che non risulta essere “coperta” da alcuna documentazione. Allo stato, l’ipotesi di reato per cui si procede a carico di ignoti è quella di peculato, dal momento che il Consiglio dell’Ordine è ritenuto Ente pubblico non economico. Secondo quanto trapelato negli ambienti forensi, le anomalie su cui dovrà essere fatta luce sarebbero scaturite alla fine della scorsa estate, allorchè il nuovo Consiglio, che aveva sostituito quello presieduto dall’avvocato Angelo Esposito, s’era ritrovato ad approvare il bilancio consuntivo del 2014 e quello preventivo del 2015. Nella circostanza, in un’articolata relazione sarebbero state evidenziate alcune criticità. Una di queste, appunto, avrebbe riguardato anticipazioni e rimborsi per attività istituzionali, per quasi 95mila euro, di cui però non vi sarebbe traccia contabile. Rispetto a questa circostanza i primi a rimanere sorpresi erano stati l’attuale presidente Di Maggio (vice presidente nella passata gestione) e l’attuale consigliere Fedele Moretti (con compiti di tesoriere durante la presidenza Esposito). La mancata conoscenza della circostanza, da parte di esponenti importanti di quel Consiglio, aveva indotto l’attuale organismo a richiedere chiarimenti all’ex presidente Esposito, soprattutto in riferimento alle spese sostenute in ragione e in virtù della carica rivestita. La ricerca della documentazione necessaria, però, non sarebbe andata a buon fine. Ciò sarebbe testimoniato dal fatto che nel gennaio scorso, il revisore dei conti, avvocato Francesco Paolo De Giorgio, nel procedere a una verifica trimestrale aveva concluso, con l’avallo del consulente fiscale dell’Ordine, per l’accertata assenza di documenti di spesa e di altre indicazioni contabili, relativi all’attività del precedente presidente dell’Ordine. In ultima analisi, all’appello mancavano atti che “spiegassero” anticipazioni e rimborsi in favore della precedente presidenza dell’Ordine. Alla luce di questi rilievi, in una seduta svoltasi prima di Pasqua il Consiglio dell’Ordine degli avvocati aveva deciso di ascoltare l’ex presidente Esposito (oggi componente del Consiglio nazionale forense) che, dal suo canto, s’era detto pronto a risolvere, con un intervento personale, la questione, nel caso in cui non fossero state ritenute giustificate, sotto il profilo istituzionale, quelle vecchie spese di cui mancherebbe traccia. Sia come sia, nei giorni scorsi, il Consiglio ha ritenuto di investire del caso la procura di Taranto. Per la cronaca, il possibile “buco” nel bilancio dell’Ordine non ha alcun riflesso sulla sua attività nè sui suoi dipendenti, considerata la solidità economica dell’Ente.

Avvocati, i conti 2014 dell’Ordine di Taranto non tornano. L’attuale presidente spiega in una lettera, scrive l'11 aprile 2016 “La Ringhiera”. Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Vincenzo Di Maggio, ci scrive in merito alla vicenda del presunto “buco” di 95 mila euro nei conti della organizzazione forense che presiede, notizia circolata in città anche a seguito dell’esposto che lui stesso ha presentato in Procura dopo essersi insediato. Ecco il suo documento in cui precisa alcuni particolari, aggiungendo altri elementi alla notizia pubblicata stamattina da Quotidiano e ripresa da La Ringhiera: Il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Vincenzo Di Maggio. “Innanzitutto, tengo a precisare che non si tratta di una denuncia ma di una mera segnalazione, obbligatoria per legge che il Consiglio ha inteso rispettare, così come oggi intende non deflettere dalla presunzione di innocenza che deve assistere qualsiasi soggetto possa essere coinvolto in questa vicenda. La correttezza del comportamento di questo Consiglio riviene, in tutta la sua evidenza, avuta considerazione dei fatti così come si sono svolti nel loro progressivo incedere. All’uopo giova evidenziare che, una volta subentrato (9.2.2015), il nuovo Consiglio ha richiesto al presidente del tribunale di nominare il revisore dei conti, approvato il regolamento di contabilità e poi gioco forza, dovuto misurarsi nella predisposizione del bilancio consuntivo di quello precedente, relativo all’anno 2014 (di cui preciso non essere stato mai il vicepresidente) procedendo alla verifica dei conti così come opportunamente messi a disposizione dai soggetti preposti e sulla scorta della documentazione in possesso al contabile. In tale occasione non furono rinvenuti alcuni giustificativi di spese, in realtà contabilizzate e quindi non di ammanchi, così come da taluni riportano. Tutto ciò indusse il Consiglio a proporre all’Assemblea l’approvazione di suddetto bilancio, inserendo per l’appunto quella partita, quale credito per l’Ente e non come spesa e successivamente a richiederne il rendiconto a chi l’aveva in precedenza amministrato ovvero il rimborso. Mi auguro che suddette spese, al di là della documentazione fiscale a supporto, potranno essere documentate, dinanzi all’Autorità Giudiziaria, dai fatti e dalle occasioni istituzionali per cui sono state sostenute e così consentire la soluzione di questa vicenda nel migliore dei modi possibili”. Sin qui, il presidente dell’Ordine. A quanto pare, la domanda che ci eravamo posti stamane trova una prima autorevole risposta, in attesa del riscontro che i giudici forniranno al termine delle loro verifiche. Si tratterebbe di spese non supportate da adeguati giustificativi. Staremo a vedere. La notizia di questa mattina. Una voce che girava da alcune settimane trova oggi conferma. Adesso infatti c’è l’esposto firmato dal presidente Vincenzo Di Maggio, in carica da meno di un anno. L’attuale rappresentate dell’Ordine degli Avvocati di Taranto chiede alla magistratura di verificare le ragioni e le eventuali omissioni legate ad un presunto buco di 95 mila euro nei bilanci dell’organizzazione forense ionica. Il fascicolo, come riferisce questa mattina Quotidiano, è nelle mani del pubblico ministero Carbone. Come detto, negli ambienti giudiziari da tempo circolavano voci riguardanti i conti dell’Ordine Avvocati: spese esagerate o si tratta di un’assenza di giustificativi? Verificheranno i giudici, a quanto pare.

L’ Ordine degli Avvocati di Taranto scrive al Corriere del Giorno l’11 aprile 2016. Lettere al Corriere dell'11 aprile 2016. Riceviamo dal Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto la seguente lettera che volentieri pubblichiamo: Egregio Direttore de Gennaro, nella mia qualità di Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ed in relazione all’articolo pubblicato in data odierna dalla Sua testata “Corriere del Giorno fondato nel 1947”, sono a specificarLe quanto segue. In primis vorrà considerare che l’Avv. Fedele Moretti è attualmente consigliere in carica, ed è stato tra i promotori della iniziativa che mi ha visto protagonista, quale Presidente, nel depositare la segnalazione presso la Procura della Repubblica. Questo al fine di chiarire che non esistono, all’interno del Consiglio, gruppi contrapposti derivanti dalle liste delle passate elezioni, ma vige, al contrario, totale condivisione delle decisioni adottate. Dalla lettura del Suo scritto appare, inoltre, una prospettazione dei fatti da precisare, poiché non è mai esistita una “gestione Esposito – Moretti”, essendo la conduzione del Consiglio totalmente collegiale, non senza considerare che i fatti di cui parliamo erano sconosciuti anche all’allora tesoriere avv. Moretti, che è il primo, in questa vicenda, a subire un ingiusto danno di immagine. Nella certezza che vorrà rettificare il Suo articolo, alla luce delle poche righe che precedono, La saluto molto cordialmente. Avv. Vincenzo Di Maggio. La replica del Corriere del Giorno: Egregio Presidente, prendiamo atto che l’ Avv. Fedele Moretti sia stato “tra i promotori della iniziativa che mi ha visto protagonista, quale Presidente, nel depositare la segnalazione presso la Procura della Repubblica”, circostanza a mio parere assolutamente “irrilevante” in quanto qualunque componente del consiglio in carico, se non avesse aderito alla vostra dovuta iniziativa di rivolgersi alla Procura non avrebbe reso un buon servizio alla Giustizia e tantomeno onorato la propria toga di avvocato. Quella che abbiamo definito “gestione Esposito-Moretti” non è altro che la verità.  L’Avvocato Angelo Esposito era il consigliere-Presidente e l’Avv. Fedele Moretti il consigliere-segretario tesoriere del precedente Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto. Chi dovrebbe rispondere di questi soldi mancanti nelle casse dell’Ordine?  Chi ha autorizzato anticipazioni e/o eventuali rimborsi dell’Ordine, per delle spese prive di alcuna giustificazione documentale? Siamo a disposizione dell’Avv. Esposito e dell’Avv. Moretti per ogni chiarimento del caso. Voglio ricordare che noi abbiamo solo fatto il nostro mestiere: dare una notizia. E che manchino 95mila euro nelle casse dell’Ordine degli Avvocati di Taranto è un dato di fatto. Così come un altro dato di fatto inconfutabile è che l’Ordine abbia presentato una memoria-esposto alla Procura della Repubblica di Taranto sulla triste vicenda. Noi caro Presidente Di Maggio le notizie prima di pubblicarle le verifichiamo come lei ben sa, e soprattutto cerchiamo di non vivere di “immagine”. La legge come lei ben sa non ce lo consente. Cordialmente Antonello de Gennaro.

La Procura indaga sul “buco” del bilancio dell’Ordine Avvocati di Taranto sotto la guida dell’Avv. Angelo Esposito. E sulla fuga di notizie…? Si chiede e scrive Antonello De Gennaro su “Il Corriere del Giorno” del 12 aprile 2016. Spese di rappresentanza istituzionale indebite o solo assenze di “giustificativi”? Chi rimborserà l'Ordine degli Avvocati di Taranto delle spese allegre e non giustificate di qualcuno? L’intervento della Procura di Taranto che ha affidato le indagini al pm Maurizio Carbone, contrariamente a quanto pubblicato dai soliti cronisti giudiziari a “gettone” è avvenuta in conseguente di una segnalazione, obbligatoria per legge ai sensi dell’art. 331 c.p.p. che il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati del capoluogo jonico, presieduto dall’avvocato Vincenzo Di Maggio, ha inteso rispettare. Singolare anche come ancora una volta la notizia sia “filtrata” dagli uffici giudiziari tarantini sulla solita stampa “ventriloqua” di alcuni magistrati, nonostante la discrezione e riservatezza adottata dal presidente Di Maggio che ha depositato personalmente il tutto soltanto giovedì scorso e direttamente negli uffici della Procura, e non a quelli della polizia giudiziaria, proprio per evitare delle possibili fughe di notizie. Altrettanto singolare la ricostruzione pubblicata questa mattina da un giornalista, ben noto per non effettuare le dovute verifiche, che ha sostenuto che l’avv. Vincenzo di Maggio l’attuale presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, sia stato in passato “vicepresidente” nel consiglio presieduto dal suo predecessore avv. Angelo Esposito, fatto e circostanza che non corrisponde al vero, e quindi è palesemente falsa. Così come nessuno dei vari giornalisti tarantini che questa mattina hanno raccontato delle bestialità si è mai soffermato alla circostanza che sotto la presidenza Esposito il segretario tesoriere era l’avvocato Fedele Moretti, attuale consigliere dell’Ordine, principale avversario dell’avv. Di Maggio nel corso delle ultime elezioni che lo hanno visto prevalere con un notevole suffragio. L’attuale revisore Francesco Paolo De Giorgio, nominato dal Presidente del tribunale di Taranto, insieme al consulente fiscale dell’Ordine nell’approvare il bilancio al 31.12.2014 lasciato in eredità (non approvato dall’ avv. Esposito), scoprirono la mancanza di documentazioni giustificative dalla precedente gestione, della somma di oltre 95mila euro.  Infatti come sostiene l’avv. Di Maggio in realtà “non furono rinvenuti alcuni giustificativi di spese, in realtà contabilizzate e quindi non di ammanchi, così come da taluni riportato. Tutto ciò indusse il Consiglio a proporre all’Assemblea l’approvazione di suddetto bilancio, inserendo per l’appunto quella partita, in realtà poca cosa rispetto al totale, quale credito per l’Ente e non come spesa e, successivamente a richiederne il rendiconto a chi l’aveva in precedenza amministrato ovvero il rimborso.” In una nota, l’avv. Di Maggio chiarisce che “il nuovo Consiglio ha richiesto al Presidente del Tribunale la nomina del Revisore dei conti, approvato il regolamento di contabilità e dovuto, giocoforza, misurarsi nella predisposizione del bilancio consuntivo di quello precedente, relativo all’anno 2014 (di cui preciso non essere mai stato Vice Presidente) e procedere alla verifica dei conti così come opportunamente messi a disposizione dai soggetti preposti e sulla scorta della documentazione in possesso al contabile.” Dalle verifiche effettuate sui libri contabili “ereditati” dalla gestione del Consiglio sotto la presidenza Esposito, infatti non vi era alcuna giustificazione documentale a fronte della mancanza della somma non indifferente di 95mila euro. L’ipotesi di reato per cui la Procura procede (il Consiglio dell’Ordine è ritenuto Ente non economico ma avente pubblico servizio) al momento a carico di ignoti è quella di “peculato”, o di “appropriazione indebita non aggravata”. Il nuovo Consiglio dell’ Ordine degli Avvocati, come ricorda la dichiarazione “ufficiale”,  è stato eletto il 9 febbraio 2015,  e vede alla guida degli avvocati di Taranto e provincia l’ avv. Vincenzo Di Maggio , il quale è subentrato a seguito delle ultime elezioni al consiglio uscente, presieduto dall’avvocato Angelo Esposito, e quindi l’attuale Consiglio dell’ ordine attualmente in carica è stato quindi di fatto tenuto, o meglio costretto dai doveri d’ufficio e di Legge, non solo alla predisposizione del  bilancio preventivo del 2015 (che include anche il mese di gennaio 2015 sotto la gestione Esposito–Moretti)  ma anche ad approvare quello al 31 dicembre 2014, cioè  l’ultimo esercizio sotto la gestione del consiglio uscente, il cui presidente e cioè l’avv. Esposito si era ben guardato di approvarlo con la propria firma. Chissà come mai…Nel bilancio al 31.12.2014, cioè sotto l'“allegra” presidenza Esposito, i 95mila euro di cui mancava ogni giustificazione di spesa vennero indicati ed imputati correttamente ed approvati, come “crediti da esigere”. Successivamente il nuovo consiglio presieduto dall’ Avv. Di Maggio ha convocato e chiesto chiarimenti all’Avv. Angelo Esposito in riferimento alle spese sostenute ma non documentate in ragione e in virtù della carica rivestita. L’assicurata produzione da parte dell’ex-presidente Esposito della documentazione necessaria mancante per anticipazioni e rimborsi in favore della sua precedente presidenza dell’Ordine, però, non ha mai avuto alcun seguito e riscontro. In una seduta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto tenutasi prima delle recenti festività pasquali è stato deciso di convocare ed ascoltare le eventuali giustificazioni dell’ex presidente Esposito (attualmente componente del Consiglio nazionale forense) che, in un primo momento s’era dichiarato pronto a risolvere la vicenda, restituendo personalmente alle casse del Consiglio, i soldi mancanti. Ma anche questa promessa dell’avv. Angelo Esposito non ha trovato riscontro alcuno, motivo per cui il Consiglio ha ritenuto di investire del caso la Procura di Taranto. Nella sua nota l’Avv. Di Maggio, concludendo, si augura che le “suddette spese, al di là della documentazione fiscale a supporto, potranno essere documentate, dinanzi all’Autorità Giudiziaria, dai fatti e dalle occasioni istituzionali per cui sono state sostenute e così consentire la soluzione di questa vicenda nel migliore dei modi possibili”. Quello che probabilmente qualcuno un giorno dovrà spiegare è come mai quando delle notizie coperte da segreto istruttorio finiscono nelle mani dei soliti “giornalisti” amici e talvolta confidenti, la Procura della Repubblica di Taranto si gira dall’altra parte, mentre in alcuni casi si manda a processo qualche collega ben più corretto. Ma per fortuna la stagione dei conflitti d’interesse, di strane amicizie e favoritismi è ormai arrivata al capolinea: l’ex-procuratore capo Franco Sebastio è in pensione, il suo vice Pietro Argentino oltre ad essere sotto inchiesta del CSM, non potrà più fare l’aggiunto e secondo attendibili voci giudiziarie prossimo ad un trasferimento fuori Taranto, ed il pm Maurizio Carbone non è stato rieletto segretario nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati. La “ciliegina” sulla torta di una necessaria auspicata legalità in procura a Taranto sarà l’arrivo del nuovo procuratore capo Carlo Maria Capristo, designato dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura dopo l’indicazione, resa nota nei giorni scorsi, da parte della quinta commissione del Csm.  Capristo, 63 anni, è nato a Gallipoli (Lecce) ed ha prestato servizio a Bari e Siena prima di approdare a Trani, dove ha diretto tra l’altro l’inchiesta sul declassamento dell’Italia da parte delle agenzie di rating.

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto alla sbarra.

Condannato ex presidente Ordine Avvocati Taranto. Il Corriere del Giorno il 28 Novembre 2020. L’istanza di patteggiamento dei difensori di Esposito si era scontrata con il parere negativo della pubblica accusa, motivo per cui si è ritornati in camera di consiglio dove il pm aveva richiesto la sua condanna a due anni e mezzo. La decisione del giudice Ruberto ha stabilito la condanna di Esposito a due anni con il beneficio della sospensione della pena. L’ex presidente dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, avvocato Angelo Esposito è stato condannato dal giudice Benedetto Ruberto a due anni con il beneficio della sospensione della pena, grazie alla scelta di rito abbreviato nel processo in cui era imputato chiamato a rispondere del reato di peculato aggravato, a seguito della denuncia a suo carico per aver utilizzato i fondi dell’ Ordine per spese personali. La somma, quantificata inizialmente 240.000 euro e rideterminata ieri in 184.000 euro, che all’ avvocato Esposito ha parzialmente restituito versando 100mila euro nel corso del procedimento inducendo l’ Ordine degli Avvocati di Taranto a ritirare la costituzione di parte civile da parte dell’Ordine . I difensori di Esposito nella loro arringa hanno evidenziato come l’ex presidente sin dal primo momento avesse manifestato l’intenzione di verificare la contabilità dei dodici anni del suo mandato e di rifondere eventuali pagamenti non riconosciuti. Esposito ha ha optato per il rito abbreviato che gli ha consentito di ottenere una pena più leggera grazie anche alla concessione delle attenuanti concesse dal giudice che lo ha condannato a due anni e sospensione della pena. La condanna è stata in linea con la richiesta di patteggiamento avanzata in passato dagli avvocati Fausto Soggia e Paolo Tata, difensori dell’ avvocato Angelo Esposito, i quali subito dopo la sentenza hanno annunciato appello. L’istanza di patteggiamento dei difensori di Esposito si era scontrata con il parere negativo della pubblica accusa, motivo per cui si è ritornati in camera di consiglio dove il pm aveva richiesto la sua condanna a due anni e mezzo. La decisione del giudice Ruberto ha stabilito la condanna di Esposito a due anni con il beneficio della sospensione della pena.

Taranto: non solo Scazzi, Serrano e Misseri. Quel Tribunale è il Foro dell’ingiustizia.”

Libertà di stampa violata ed adozione di atti intimidatori e persecutori per chi ha il coraggio di raccontare la verità.

Antonio Giangrande, il noto scrittore di Avetrana, accusato di violazione della Privacy, il 12 luglio 2012 è stato assolto con la formula più ampia: per non aver commesso il fatto. Una sentenza che crea un precedente nel campo della libera informazione.

E’ stato assolto dal giudice onorario della sezione distaccata di Manduria, avv. Frida Mazzuti, su richiesta del Pubblico Ministero Onorario avv. Gioacchino Argentino. E’ stato disposto, altresì, il dissequestro del sito web d’informazione inopinabilmente oscurato per anni dalla magistratura brindisina e tarantina.

Nulla di che, se non si trattasse dell’epilogo di un atto persecutorio da parte della magistratura tarantina. E la notizia dell’assoluzione si deve dare senza remore, così come si fa se, invece, fosse stata una condanna.

«Questa è una esperienza che insegna e che va raccontata – dice il dr Antonio Giangrande, autore di 40 libri pubblicati su “Amazon” e su “Lulu” - Il fatto risale al 2006 quando improvvisamente la Procura di Brindisi chiude completamente il portale web d’informazione dell’ “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Sodalizio nazionale antimafia non allineato a sinistra. L’oscuramento del sito web effettuato con reiterati atti nulli di sequestro penale preventivo emessi dal Pubblico Ministero togato Adele Ferraro e convalidati dal GIP Katia Pinto. Lo stesso GIP che poi diventa giudice togato del dibattimento e che alla fine del processo proclamerà la sua incompetenza territoriale. Dopo anni il caso passa al competente Tribunale di Taranto. Qui il Gip Martino Rosati adotta direttamente l’atto di reiterazione del sequestro del sito web, senza che vi sia stata la richiesta del PM. Il reato ipotizzato è: violazione della Privacy. Non diffamazione a mezzo stampa, poco punitiva, ma addirittura violazione della privacy, reato con pena più grave. E dire che gli atti pubblicati non erano altro che notizie di stampa riportate dai maggiori quotidiani nazionali. Era solo un pretesto. Di fatto hanno chiuso un portale web di informazione e d’inchiesta di centinaia di pagine che riguardava fatti di malagiustizia, tra cui il caso di Clementina Forleo a Brindisi e una serie di casi giudiziari a Taranto, oggetto di interrogazioni parlamentari. Tra questi il caso di un Pubblico Ministero che archivia le accuse contro la stessa procura presso cui lavora; che archivia le accuse contro sé stesso come commissario d’esame del concorso di avvocato ed archivia le accuse contro la sua compagna avvocato, dalla cui relazione è nato un figlio. Fatti di malagiustizia conosciuti e scaturiti da esperienze vissute personalmente o raccontate dalle vittime, fino a quando mi hanno permesso di svolgere la professione di avvocato e successivamente in qualità di presidente di un’associazione antimafia. Dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, nonostante i più noti avvocati di quel foro abbiano rifiutato di difendermi e sebbene tutti i miei avvocati difensori mi abbiano abbandonato, eccetto l’avv. Pietro DeNuzzo del Foro di Brindisi. Qualcuno si è fatto addirittura pagare da me, nonostante abbia percepito i compensi per il mio patrocinio a spese dello Stato. Ed ancora dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, anche in virtù del fatto che il giudice naturale, Rita Romano, sia stata ricusata in questo processo, perché non si era astenuta malgrado sia stata da me denunciata. A dispetto di tutte le circostanze avverse vi è stata l’assoluzione, ma i magistrati togati hanno ottenuto comunque l’oscuramento di una voce dell’informazione. Voce che in loco è deleteria al sistema giudiziario e forense tarantino e contrastante con la verità mediatica locale.

A tutti coloro, che in apparenza gridano alla libertà di stampa, direi di essere meno ipocriti, codardi, collusi  e partigiani, perché i giornalisti e gli operatori dell’informazione locale, anziché esprimere solidarietà ad un collega, hanno pensato bene di trattarmi come appestato e recidere quelle collaborazioni che avevo con loro. A tutti quelli che spesso rappresentano un potere criminogeno e ciò nonostante proclamano “fuori i condannati dal Parlamento” direi: se i condannati sono coloro i quali sono perseguitati per le opinioni espresse, allora direi fuori le caste e le lobbies e le mafie e le massonerie dal Parlamento, che a quanto a pericolosità sociale non sono seconde a nessuno».

Il Parlamento italiano, composto per lo più da avvocati, giusto per dare un taglio all’annosità dei procedimenti giudiziari civili, forieri di condanne della Corte Europea dei Diritti Umani, ha partorito la riforma della mediazione. A seguito dell'approvazione del decreto legislativo che introduce la mediazione nel nostro ordinamento (con il d.lgs. 28/2010, "Attuazione dell'articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69, in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali"), il 21 marzo 2011, la mediazione è divenuta obbligatoria. Prevista dall'art. 5 del decreto legislativo 28/2010 (che attua l'art. 60 della legge 69/2009), la mediazione dovrà essere esperita a pena di improcedibilità della domanda giudiziale, in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari. A Taranto e provincia vi sono tantissimi organismi di mediazione e camere di conciliazione. L’Organismo di Mediazione dell’Ordine degli Avvocati di Taranto è iscritto, con P.D.G. del 21.03.2011, al n. 184 del Registro degli Organismi di Mediazione istituiti presso il Ministero della Giustizia. Dal sui sito web si rileva che responsabile dell'Organismo è Angelo Esposito, presidente dell’Ordine; mentre il Consiglio direttivo è composto dallo stesso Esposito come presidente, Aldo Feola come segretario, Vito Fico come tesoriere, Vincenzo Di Maggio come responsabile della scuola forense e Paola Silvestri come coordinatore. E' cosa ovvia che tale organismo abbia il monopolio della mediazione, non perché sia più quotato di altri, ma perché è maggiormente indicati dagli stessi avvocati, chiamati in causa dai loro clienti per dirimere le controversie. Ed all’interno dello stesso organismo, così come risulta dai dati forniti dalla stessa camera di conciliazione dal suo sito web, fa la parte del leone proprio il direttivo, con in prima fila il suo presidente con il compenso più elevato, pur con poche assegnazioni. Detto questo, dalla piena regolarità dell'operato dei soggetti in questione, ogni lettore tragga le conclusioni più opportune.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

Condannato l’avv. Aldo Carlo Feola per gli insabbiamenti degli esposti contro gli avvocati di Taranto.

 

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

SEQUESTRATI DISPONIBILITA’ E BENI PER CIRCA 85.000 EURO ALL’EX PRESIDENTE ORDINE AVVOCATI DI TARANTO. Il Corriere del Giorno il 27 Gennaio 2021. Le Fiamme Gialle del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Taranto hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso dal G.I.P. di Taranto su richiesta della Procura della Repubblica tarantina, nei confronti dell’ avvocato Angelo Esposito, in passato presidente dell’Ordine degli avvocati di Taranto. Il provvedimento è stato emesso dal G.I.P. del Tribunale di Taranto, Dr. Benedetto Ruberto, su richiesta del Procuratore della Repubblica Aggiunto, Dr. Maurizio Carbone, al termine del primo grado di giudizio, celebrato con rito abbreviato, al termine del quale l’ avvocato Angelo Esposito è stato condannato per il reato di peculato alla pena di due anni di reclusione e contestualmente è stata disposta la confisca della somma per 84.503,35 euro. Le articolate indagini, eseguite nei confronti dell’avvocato Esposito, avviate a seguito di un esposto dei revisori dell’ ordine professionale erano state condotte da militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Taranto, anche attraverso l’esecuzione di mirati accertamenti bancari e l’esame della documentazione amministrativo-contabile acquisita presso l’Ordine degli Avvocati di Taranto. Nei confronti dell’avvocato Esposito la Guardia di Finanza aveva ipotizzato il reato di peculato in quanto lo stesso si era appropriato di risorse finanziarie dell’Ordine, distraendole dagli scopi istituzionali, per complessivi 184.503,35 euro. In particolare, nel corso dell’attività investigativa era emerso che avendone la disponibilità, l’ avvocato Esposito aveva impiegato somme di denaro attingendo dai conti dell’Ordine degli avvocati jonici utilizzando carte di credito ed assegni bancari per effettuare dei pagamenti personali. A seguito di quanto emerso dalle indagini eseguite dalla Guardia di Finanza, la Procura della Repubblica ha chiesto ed ottenuto un decreto di sequestro preventivo fino alla concorrenza di euro 84.503,35 equivalenti alla differenza tra la somma complessivamente distratta e quella già restituita (ben 100mila euro) dall’ avvocato Esposito all’Ordine degli avvocati di Taranto. Un’ iniziativa quella della Procura di Taranto, che seppure pienamente legittima di fatto complicherà non poco all’ avvocato Esposito la possibilità e buona volontà, ampiamente dimostrata, di poter continuare a restituire quanto dovuto al proprio Ordine.

Lo Sperpero.

Taranto, parcelle vere per attività «fantasma»: estorsione all’Amiu per 600mila euro. Indagati l’ex consulente De Bellis e il dirigente dell’azienda (sospeso) Scalera. FRANCESCO CASULA su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Marzo 2023

Estorsione, tentata estorsione e peculato ai danni dell’Amiu-Kyma Ambiente. Sono le accuse mosse dalla Procura di Taranto nei confronti di Domenico De Bellis, commercialista tarantino ed ex consulente della società partecipata dal Comune.

È stato il sostituto procuratore della Repubblica Lucia Isceri, con il visto del procuratore Eugenia Pontassuglia, a disporre nei giorni scorsi il sequestro preventivo d’urgenza della somma di 633mila euro che Amiu a breve avrebbe dovuto versare a De Bellis.

Nell’indagine, partita dalla denuncia presentata dall’attuale presidente del cda Amiu Gianpiero Mancarelli, è coinvolto - per il solo reato di peculato – anche Rocco Lucio Scalera, dirigente dell’Amiu sospeso dopo la bufera sui concorsi sospetti su cui sta ancora indagando la magistratura. L’inchiesta ruota infatti attorno a una mail con la quale, il 12 luglio 2018, proprio Scalera avrebbe quantificato in 989mila euro il compenso per De Bellis per l’attività svolta in due procedimenti amministrativi con l’Agenzia delle Entrate che chiedeva il pagamento di cifre del valore complessivo di 12 milioni di euro.

Secondo le indagini svolte dai finanzieri del comando provinciale di Taranto, però, Scalera avrebbe calcolato il compenso ignorando due aspetti fondamentali della vicenda. Il primo è che nel 2010 il cda di Amiu aveva già assegnato l’incarico di seguire le due pratiche all’avvocato Stefano Fumarola. Il secondo è che l’azienda oltre ad aver concesso a Fumarola la possibilità di avvalersi della collaborazione di De Bellis «che già aveva in corso un incarico con Amiu», aveva decretato per quest’ultimo un compenso di 5mila euro. Una cifra che 8 anni più tardi è lievitata al punto da sfiorare il milione di euro.

Nel 2019, inoltre, Scalera avrebbe sottoscritto con De Bellis una scrittura privata riconoscendogli un compenso di 532mila euro per il primo grado di giudizio dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Taranto e di altri 456mila euro per il secondo grado dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale della Puglia.

«Somme – scrive il pubblico ministro Isceri - di molto superiori al compenso fissato in 5mila euro dalla delibera del 20 maggio 2010 e in ogni caso esorbitanti rispetto all’effettiva attività svolta». Ma non è tutto. Grazie a quella scrittura privata Scalera avrebbe consentito a De Bellis di ottenere la somma di 244mila euro, in rate mensili da 8750 euro fino a gennaio 2021. Non solo. Quando nel 2019, il presidente Mancarelli ha sospeso il pagamento di quelle rate mensili, De Bellis ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di Taranto un decreto ingiuntivo di 745mila e minacciando l’esecuzione forzata del provvedimento avrebbe ottenuto nel 2022 altre somme.

A luglio dello stesso anno, però, avrebbe poi dato seguito al pignoramento bloccato la somma complessiva di 633mila euro: un «profitto ingiusto» secondo la Procura che ha così bloccato quella somma prima che arrivasse sui conti del consulente. Ed è per questo che il pm Isceri ha contestato l’ipotesi di reato di estorsione per le somme già incassate e di tentata estorsione per quelle che invece sono state sequestrate prima del versamento.

Il 24 marzo scorso sono stati i miliatri delle fiamme gialle a eseguire il sequestro e a notificare gli atti all’indagato: nei prossimi giorni il sequestro dovrà essere convalidato dal giudice per le udienze preliminari.

A Taranto il Comune sperpera soldi pubblici per organizzare feste di piazza. Carlo Calenda: “deprimente, una buffonaggine”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 13 Gennaio 2023

Secondo l'ex ministro Carlo Calenda quanto accaduto a Taranto è "deprimente, una buffonaggine, Vedo che non c’è stata cura per un lavoro ben fatto"

Crescono le polemiche per la scelta del Comune di Taranto di spendere ( o sprecare ?) parte dei fondi ex Ilva del Piano di rigenerazione sociale per manifestazioni ed eventi durante il periodo natalizio in città. Dai banchi dell’opposizione del consiglio comunale arriva la richiesta di “trasparenza” sulla destinazione delle risorse. Replica Il Comune, cercando di esaltare il valore sociale e culturale degli interventi sostenendo che si tratta di una “strumentalizzazione politica”.

Il Comune di Taranto ha destinato quest’anno, nell’ambito delle schede del piano, parte dei fondi – (l’intero bando è di circa 300mila euro) a sostegno della cultura e dello spettacolo e ne hanno beneficiato alcune iniziative. Tra queste, le polemiche sono state sollevate intorno ad una manifestazione musicale organizzata per celebrare gli anni ’80. Nella determina dirigenziale del 7 dicembre scorso nella quale viene indicata la destinazione delle risorse si legge che il Piano “può concretamente e realisticamente incidere, in modo mirato, sulle cause dei disagi, inserendo nel tessuto socio-economico della comunità jonica degli autentici moltiplicatori di benessere e progresso sociale“.

Sulla vicenda è intervenuto anche Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico all’epoca dello stanziamento dei fondi (20 milioni in tre anni) evidenziando e chiarendo di aver voluto e firmato quel decreto ( Piano di rigenerazione sociale per l’area di crisi di Taranto) per contrastare il disagio sociale, ma non certo per organizzare feste di piazza, definendo “deprimente, una buffonaggine” quanto organizzato durante le feste natalizie utilizzando soldi pubblici aggiungendo “vedo che non c’è stata cura per un lavoro ben fatto”.

Dall’opposizione, i consiglieri Giampaolo Vietri e Tiziana Toscano di Fratelli d’Italia hanno chiesto un incontro al direttore generale del Comune per avere chiarezza “sugli atti finora adottati dall’amministrazione comunale in merito ai fondi cosiddetti ex Ilva. Alla base della nostra richiesta vi è la necessità di sapere se questi soldi vengono correttamente utilizzati per il perseguimento delle finalità di rigenerazione sociale o se vengono distribuiti ai percettori al fine di essere semplicemente spesi“.

I due consiglieri comunali di Fratelli d’Italia evidenziano inoltre che il Comune di Taranto “ha destinato 260 mila euro di questi fondi ex Ilva per un piano di comunicazione” che nessuno ha sinora visto e di cui non si conoscono i criteri di assegnazione. Analoghi chiarimenti “su tutti i fondi spesi e quelli da spendere e una rendicontazione su questi fondi”sono stati richiesti anche dai consiglieri Francesco Cosa e Walter Musillo . “Ad oggi, dopo ben due mesi, nessuna risposta è arrivata” aggiungono. Esponenti delll’opposizione in Consiglio Comunale prefigurano di esposti in preparazione destinati alla Procura regionale della Corte dei Conti ed alla Guardia di Finanza.

L’assessore allo Sviluppo economico Fabrizio Manzulli il cui fratello la scorsa estate venne coinvolto in una vicenda poco chiara di organizzazione di spettacoli musicali poi annullati utilizzando soldi pubblici, replica alle opposizioni : “Illustreremo in una conferenza stampa tutte le schede progettuali del piano, le azioni già fatte, quelle che sono in corso d’opera, e quelle da fare. Il piano terminerà nel 2024, come concordato con i commissari ex Ilva e con i delegati del ministero allo Sviluppo economico; parte con due anni e mezzo di lavoro ai tavoli, in cui ci sono stati l’ascolto con il territorio e la partecipazione; non ha l’obiettivo di azioni assistenzialistiche, ma di riattivare processi virtuosi che possano generare sviluppo e benessere sul territorio, creando opportunità soprattutto per le persone più fragili e quelle che hanno subito il Covid e la crisi economica“. Onestamente resta difficile credere che la gente di Taranto che vive problemi ben più seri abbia chiesto un evento musicale come quello in discussione !

Oltre a queste anche la categoria delle associazioni culturali e artistiche del territorio, – aggiunge Manzulli – che ha subito gli effetti dovuti al Covid e della crisi, piuttosto che essere destinataria di un sostegno a fondo perduto, è stata invitata a partecipare ai bandi relativi alla rigenerazione sociale, in modo tale di innescare un meccanismo virtuoso, che ha consentito a tutto l’indotto del sistema artistico culturale di riprendere le loro attività tipiche, con una ricaduta importante, anche sociale, sull’intera città. È stato un innesco positivo, un moltiplicatore di valore che ha coinvolto anche alcune associazioni ambientaliste, che hanno partecipato in maniera trasparente al bando. Gli operatori, i tecnici, gli artisti sono tutti del territorio e si tratta di contributi di poche migliaia di euro. È una strumentalizzazione politica che non fa altro che fare del male al territorio, perché poi spinge questi ragazzi a non partecipare. Ogni tanto – conclude – bisogna togliersi la casacca e lavorare per il territorio“. 

Nel frattempo il Comune batte cassa al Governo per ottenere ulteriori 100 milioni di euro per organizzare i Giochi del Mediterraneo, mentre i lavori per la realizzazione e ristrutturazione di impianti sportivi (millantata al Comitato organizzatore internazionale in occasione dell’ aggiudicazione) sono fermi, anche a causa delle autentiche “follie” progettuali del Comune, in una città dove l’economia è in crisi (dalle imprese dell’indotto ex Ilva ai commercianti) e si pensa solo all’ autocelebrazione del primo cittadino. Redazione CdG 1947

La Giustizia.

Antonio Giangrande: Non solo Milano. Tribunale di Taranto. Guerra di toghe.

Cosa è che l’Italia dovrebbe sapere e che la stampa tarantina tace?

«Se corrispondesse al vero la metà di quanto si dice, qui parliamo di fatti gravissimi impunemente taciuti», commenta Antonio Giangrande, autore del libro “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire”, pubblicato su Amazon.

Mio malgrado ho trattato il caso dell’ex Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, Matteo Di Giorgio, così come altri casi della città di Taranto. Questioni che la stampa locale ha badato bene di non affrontare. Prima che iniziassero le sue traversie giudiziarie consideravo il dr. Matteo Di Giorgio uno dei tanti magistrati a me ostile. Ne è prova alcune richieste di archiviazione su mie denunce penali. Dopo il suo arresto ho voluto approfondire la questione ed ho seguito in video la sua conferenza stampa, in cui esplicava la sua posizione nella vicenda giudiziaria, che fino a quel momento non aveva avuto considerazione sui media. Il contenuto del video è stato da me tradotto fedelmente in testo. Sia il video, sia il testo, sono stati pubblicati sui miei canali informativi. Il seguito è fatto noto: per Matteo Di Giorgio quindici anni di reclusione per concussione e corruzione semplice. Tre in più rispetto ai dodici chiesti dal pubblico ministero. Il Tribunale di Potenza (presidente Gubitosi), competente a trattare procedimenti in cui sono coinvolti magistrati in servizio presso la Corte d’appello di Lecce, ha inoltre inflitto la pena di tre anni di reclusione all’ex sindaco di Castellaneta (Taranto) Italo D’Alessandro e all’ex collaboratore di quest’ultimo, Agostino Pepe; 3 anni e 6 mesi a Giovanni Coccioli, 2 anni a Francesco Perrone, comandante dei vigili urbani a Castellaneta, 2 anni ad Antonio Vitale e 8 mesi ad un imputato accusato di diffamazione.

L'ex pm Di Giorgio, sospeso cautelativamente dal Csm, fu arrestato e posto ai domiciliari nel novembre del 2010. Le contestazioni riguardano presunte minacce in ambito politico e ai danni di un imprenditore, altre per proteggere un parente, e azioni dirette a garantire l’attività di un bar ritenuto dall’accusa completamente abusivo. Il Tribunale di Potenza ha inoltre disposto la trasmissione degli atti alla procura per valutare la posizione di diversi testimoni in ordine al reato di falsa testimonianza. Tra questi vi sono l’ex procuratore di Taranto Aldo Petrucci e l’attuale procuratore aggiunto di Taranto Pietro Argentino. Complessivamente il Tribunale di Potenza ha trasmesso alla procura gli atti relativi alle testimonianze di 21 persone, quasi tutti carabinieri e poliziotti. Tra questi l’ex vicequestore della polizia di Stato Michelangelo Giusti.

Eppure Pietro Argentino è il numero due della procura di Taranto. È il procuratore aggiunto che ha firmato, insieme ad altri colleghi, la richiesta di rinvio a giudizio per i vertici dell’Ilva ed altri 50 imputati.

Pietro Argentino è il pubblico Ministero che con Mariano Buccoliero ha tenuto il collegio accusatorio nei confronti degli imputati del delitto di Sarah Scazzi ad Avetrana.

Possibile che sia un bugiardo? I dubbi mi han portato a fare delle ricerche e scoprire cosa ci fosse sotto. Ed è sconcertante quello che ho trovato. La questione è delicata. Per dovere-diritto di cronaca, però, non posso esimermi dal riportare un fatto pubblico, di interesse pubblico, vero (salvo smentite) e continente. Un fatto pubblicato da altre fonti e non posto sotto sequestro giudiziario preventivo, in seguito a querela. Un fatto a cui è doveroso, contro censura ed omertà, dare rilevanza nazionale, tramite i miei 1500 contati redazionali.

«Come volevasi dimostrare nessuno dei giornali italiani nazionali o locali ha più parlato dopo il primo maggio 2014 dei quindici anni di galera inflitti al Magistrato di Taranto Matteo Di Giorgio e dell’incriminazione per falsa testimonianza inflitta al Procuratore Aggiunto di Taranto Pietro Argentino, scrive Michele Imperio. Ma “La Notte” no. “La Notte” non ci sta a questa non informazione o a questa disinformazione. Quando assunsi la direzione di questo glorioso giornale, che ora sta per riuscire nella sua versione cartacea, dissi che avremmo sempre raccontato ai nostri lettori tutta la verità, solo la verità, null’altro che la verità e avremmo quindi sfidato tutte le distorsioni giornalistiche altrui, tutti i silenzi stampa, tutti i veti incrociati dei segmenti peggiori del potere politico. Strano cambiamento. Sarà stata l’aspirazione di candidarsi Presidente della Provincia di Taranto per il centro-destra, maturata nel 2008. Ancora alcuni anni fa infatti il giudice Matteo Di Giorgio era ritenuto il più affidabile sostituto procuratore della Repubblica della Procura della Repubblica di Taranto, tanto da essere insignito della prestigiosa carica di delegato su Taranto della Procura Distrettuale Antimafia di Lecce. Subì perfino un attentato alla persona per il suo alacre impegno contro il crimine organizzato. Sette capi di imputazione! Però sin poco dopo il mandato di cattura tutti hanno capito subito che qualcosa non andava in quel processo, perché in sede di giudizio sul riesame di quei capi di imputazione la Corte di Cassazione ne aveva annullati ben tre (censure che la Cassazione, in sede di riesame, non muove praticamente mai!) e il resto della motivazione della Cassazione sembrava un’invocazione rivolta ai giudici di marito: Non posso entrare nel merito – diceva la Cassazione – ma siete sicuri che state facendo bene? Tutti i commenti della Rete su questo caso sono stati estremamente critici, quanto meno allarmati. Invece i vari giornali locali, dopo aver dato la notizia il giorno dopo, non ne hanno parlato più. Scrive invece sulla Rete – per esempio – il prof. Mario Guadagnolo, già sindaco di Taranto dal 1985 al 1990: “Premetto che io – scrive (Guadagnolo) – non conosco il dott. Di Giorgio nè ho alcuna simpatia per certi magistrati che anzichè amministrare la giustizia la usano per obbiettivi politici. Ma 15 anni sono troppi se paragonati ai 15 anni di Erika e Omar che hanno massacrato con sessanta pugnalate la madre e il fratellino di sette anni o con i 15 anni comminati alla Franzoni che ha massacrato il figlioletto Samuele. Qui c’è qualcosa che non funziona. Non so cosa ma è certo che c’è qualcosa che non funziona”. Trovo molto singolare che il Procuratore Aggiunto di Taranto Pietro Argentino sarà incriminato di falsa testimonianza a seguito del processo intentato contro il dott. Matteo Di Giorgio - scrive ancora l’avv. Michele Imperio su “Tarastv” e su “La Notte on line” - A parte la stima che tutti riservano per la persona, il dott. Pietro Argentino aveva presentato al CSM domanda per essere nominato Procuratore Capo proprio della Procura di Potenza e il CSM tiene congelata questa delicata nomina da diversi anni. L'attuale Procuratore Capo di Potenza Laura Triassi è solo un facente funzioni e sicuramente anche lei aspirerà alla carica. Certamente questa denuncia terrà bloccata per molti anni una eventuale nomina del dott. Pietro Argentino a Procuratore Capo di una qualsiasi Procura. La sua carriera è stata quindi stroncata. Laura Triassi è inoltre sorella di Maria Triassi, professoressa dell'università di Napoli la quale fu incaricata della perizia epidemiologica nel processo Ilva dal noto Magistrato Patrizia Todisco, la quale è lo stesso Magistrato che già aveva denunciato alla Procura della Repubblica di Potenza il collega Giuseppe Tommasino, poi assolto e che aveva invece lei stessa assolto dal reato di concorso esterno in associazione a delinquere il noto pregiudicato Antonio Fago, mandante - fra l'altro - di un grave attentato dinamitardo a sfondo politico, che poteva provocare una strage. Il conflitto Di Giorgio-Loreto lo conosciamo già. Ma di un altro conflitto che sta dietro questo processo non ha parlato mai nessuno. Alludiamo al conflitto Di Giorgio-Fitto. Se infatti il dott. Matteo Di Giorgio fosse stato nominato presidente della provincia di Taranto sarebbero saltati per aria tanti strani equilibri che stanno molto cari all'on.le Fitto e non solo a lui. Inoltre trovo molto strano che l'on.le Raffaele Fitto, il quale fa parte di un partito molto critico nei confronti di certe iniziative giudiziarie, quanto meno esagerate, non abbia mai detto una sola parola su questa vicenda, che vedeva peraltro coinvolto un Magistrato dell'area di centro-destra. Come pure non una sola parola, a parte quelle dopo l'arresto, è stata mai detta sulla vicenda dall'attuale Procuratore Capo della Repubblica di Taranto dott. Franco Sebastio. E nel processo sulla malasanità di Bari compaiono intercettazioni telefoniche fra il dott. Sebastio e il consigliere regionale dell'area del P.D. ostile al sindaco di Bari Michele Emiliano, Michele Mazzarano, nel corso delle quali il dott. Sebastio esprimeva sfavore per la nomina a Procuratore Aggiunto del dott. Pietro Argentino. Nel corso di una dichiarazione pubblica il dott. Sebastio espresse invece, in modo del tutto sorprendente, soddisfazione per l'arresto del dott. Matteo Di Giorgio e disse che auspicava che anche un secondo Magistrato fosse stato allontanato dalla Procura della Repubblica di Taranto (Argentino?). Ora, guarda un pò, anche il dott. Argentino potrebbe essere sospeso dalle funzioni o trasferito di sede....Ciò che è accaduto al Tribunale di Potenza è, quindi, come ben comprenderete, un fatto di una gravità inaudita e sottintende un conflitto fra Magistrati per gestioni politiche di casi giudiziari, promozioni e incarichi apicali, mai arrivato a questi livelli. Voglio fare alcune premesse utili perchè il lettore capisca che cosa c’è sotto. Sia a Taranto che a Potenza, patria di Angelo Sanza, sottosegretario ai servizi segreti quando un parte del Sisde voleva assassinare Giovanni Falcone e un’altra parte del Sisde non era d’accordo (e lui da che parte stava?), come forse anche in altre città d’Italia, opera da decenni una centrale dei servizi segreti cosiddetti deviati in realtà atlantisti, che condiziona anche gli apparati giudiziari e finanche quelli politici della città. Di sinistra. Così pure altra sede dei servizi segreti atlantisti questa volta di destra, opera a Brindisi. La sezione di Taranto in particolare appartiene sicuramente a quell’area politica che Nino Galloni avrebbe chiamato della Sinistra politica democristiana cioè una delle tre correnti democristiane, in cui si ripartiva la vecchia Sinistra Democristiana che erano – lo ricordo a me stesso – la Sinistra sociale capeggiata dall’on.le Carlo Donat Cattin, il cui figlio è stato suicidato-assassinato; la Sinistra morotea capeggiata dall’on.le Aldo Moro, assassinato, e poi inutilmente e per brevissimo tempo riesumata dal Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, anche lui assassinato; la Sinistra politica capeggiata dai vari De Mita, Mancino, Rognoni, Scalfaro e Prodi, i quali non sono stati mai nemmeno scalfiti da un petardo. Ma torniamo a noi e ai giudici tarantini Pietro Argentino e Matteo Di Giorgio. La cui delegittimazione – per completezza di informazione – è stata preceduta da un’altra clamorosa delegittimazione di un altro Giudice dell’area di centro destra, il capo dei g.i.p. del Tribunale di Taranto Giuseppe Tommasino, fortunatamente conclusasi con un’assoluzione e quindi con un nulla di fatto. Quindi Tommasino, Di Giorgio, Argentino, a Taranto dovremmo cominciare a parlare di un vero e proprio stillicidio di incriminazioni e di delegittimazioni a carico di Magistrati della Procura o del Tribunale non appartenenti all’area della Sinistra Politica Democristiana o altra area alleata, ovvero all’area della Destra neofascista finiana. L’indagine a carico del Dott. Matteo Di Giorgio è durata circa due anni ed è stata condotta da un Maresciallo dei Carabinieri espulso dall’arma e caratterizzata dall’uso di cimici disseminate in tutti gli uffici del Tribunale di Taranto e della Procura. E’ capitato personalmente a me di essere invitato dal giudice Giuseppe Di Sabato, (g.i.p.), un Magistrato che non c’entrava niente con l’inchiesta, di essere invitato a interloquire con lui al bar del Tribunale anziché nel suo ufficio, perchè anche nel suo ufficio c’erano le cimici di Potenza. Ma c’è di più! La Sinistra Politica democristiana vuole diventare a Taranto assolutamente dominante sia in Tribunale che in tutta la città, perché corre voce che due Magistrati, uno della Procura l’altro del G.I.P., resi politicamente forti dalla grande pubblicità e visibilità del processo Ilva, starebbero per passare alla politica, uno come candidato sindaco l’altro come parlamentare, quando sarà.»

Sembra che il cerchio si chiuda con la scelta del Partito democratico caduta su Franco Sebastio, procuratore capo al centro dell’attenzione politica e mediatica per la vicenda Ilva, intervistato da Francesco Casula su “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Procuratore Sebastio, si può giocare a carte scoperte: il senatore Alberto Maritati alla Gazzetta ha ammesso di averle manifestato l’idea del Partito democratico di averla in lista per il Senato...

«Io conosco il senatore Maritati da tempo, da quando era pretore a Otranto. Siamo amici e c’è un rapporto di affettuosa stima reciproca. Ci siamo trovati a parlare del più e del meno... É stato un discorso scherzoso, non ricordo nemmeno bene i termini della questione».

Quello che può ricordare, però, è che lei ha detto no perché aveva altro da fare...

«Mi sarà capitato di dire, sempre scherzosamente, all’amico e all’ ex collega che forse ora, dopo tanti anni, sto cominciando a fare decentemente il mio lavoro. Come faccio a mettermi a fare un’attività le cui caratteristiche non conosco e che per essere svolta richiede qualità elevate ed altrettanto elevate capacità? É stato solo un discorso molto cordiale, erano quasi battute. Sa una cosa? La vita è così triste che se non cerchiamo, per quanto possibile, di sdrammatizzare un poco le questioni, diventa davvero difficile».

«Candidare il procuratore Franco Sebastio? Sì, è stata un'idea del Partito democratico. Ne ho parlato con lui, ma ha detto che non è il tempo della politica». Il senatore leccese Alberto Maritati, intervistato da Francesco Casula su “La Gazzetta del Mezzogiorno”, conferma così la notizia anticipata dalla Gazzetta qualche settimana fa sull’offerta al magistrato tarantino di un posto in lista per il Senato.

Senatore Maritati, perchè il Pd avrebbe dovuto puntare su Sebastio?

«Beh, guardi, il procuratore è un uomo dello Stato che ha dimostrato sul campo la fedeltà alle istituzioni e non solo ora con l'Ilva. Possiede quei valori che il Pd vuole portare alla massima istituzione che è il Parlamento. Anche il suo no alla nostra idea è un esempio di professionalità e attaccamento al lavoro che non sfocia mai in esibizionismo».

Dr Antonio Giangrande

Il caso di Domenico Morrone. Casi Nostri su art643.org

Quanto accaduto a Domenico Morrone...

Quanto accaduto a Domenico Morrone è il più eclatante caso di condanna di un innocente della storia giudiziaria italiana ad oggi,

che tale si è sempre professato nell'arco dei suoi 15 anni di reclusione e che costituisce un clamoroso errore giudiziario, anzi un caso - simbolo.

E' stato accusato di duplice omicidio, mentre la madre (che aveva dichiarato che il figlio era dai vicini al momento del delitto) e due vicini di casa (per i quali nelle ore del delitto l'uomo stava lavorando proprio nella loro abitazione per riparare un acquario) sono stati condannati per falsa testimonianza. A questo si aggiunga che l'identikit dell'assassino dei due ragazzi, calvo ed al volante di una macchina nera, non corrisponde al Morrone, che ha tutti i capelli e non ha un'auto di quel tipo.

Nonostante tutto questo, nessun giudice ha mai creduto loro, fino alla sentenza della Corte d'Appello di Lecce del 21/04/2006.

Per due volte la Cassazione ha rinviato il processo alla corte d'appello perchè Morrone aveva un alibi credibile, ma i giudici hanno ugualmente confermato la condanna. Quattro precedenti tentativi di revisione sono stati rigettati, fino a quando, per ottenere la revisione del processo, abbiamo trovato riscontro nelle dichiarazioni di due pentiti che hanno rivelato, che ad uccidere i due ragazzi era stato un soggetto tutt'ora in carcere, per vendicare lo scippo subito dalla madre la mattina del delitto.

Se i due detenuti non avessero testimoniato e se la Corte d'appello di Lecce non li avesse ascoltati, Domenico Morrone sarebbe ancora in carcere, pur non avendo commesso alcun reato ed essendo incensurato.

Nel caso Morrone si possono individuare gravi problemi del pianeta giustizia:

1) la lunghezza dei processi;

2) la responsabilità dei magistrati;

3) la situazione delle carceri.

L'errore giudiziario di Morrone si caratterizza proprio per la lunghezza della ingiusta detenzione (ha scontato 15 anni, su una condanna di 21 del processo incriminante) e si differenzia da altri casi come Barillà o Ragusa per tipologia, trattandosi di incensurato, evidenziando altresì il problema della difficoltà della revisione processuale in Italia.

Secondo il codice di procedura penale, i giudici hanno la possibilità di rigettare de plano senza entrare nel merito e perciò, difficilmente concedono la revisione processuale ed i casi sono troppo pochi rispetto ai tanti innocenti nelle carceri. Sembra necessaria una riforma in senso garantista della revisione.

Altro problema della giustizia è costituito dall'eccessiva lunghezza dei processi, nel caso di Domenico Morrone abbiamo avuto sette gradi di giudizio, cinque revisioni, ma sono passati ben quindici anni.

I cittadini hanno diritto ad una giustizia giusta in tempi rapidi ed in linea con questa affermazione vi è la possibilità di ricorrere alla Legge Pinto.

Quando i processi, siano essi civili, penali o amministrativi, durano più di quattro anni, il cittadino può ricorrere contro il ministro competente (sia esso della Giustizia, della Difesa o dell'Economia e Finanze) e chiedere un risarcimento fino a duemila euro per ciascun anno. Qualora i cittadini italiani esperissero in massa tale rimedio, lo stato sarebbe costretto dal debito pubblico giudiziario che ne deriverebbe, a riformare il pianeta giustizia.

Questa legge però si scontra con due problemi.

Da un lato si segnala da parte della magistratura la non applicazione in toto della legge, a questo proposito va ricordato che la stessa Corte Europea con sentenza del 28/07/99, afferma che: "Le questioni inerenti il rispetto dei diritti dell'uomo dipendono da un attivo e consapevole coinvolgimento di tutte le componenti del sistema interno", mentre è il nostro stesso C. S. M. a tentare di sensibilizzare la magistratura verso le disposizioni della Convenzione, richiamando i capi degli uffici giudiziari al "dovere di vigilanza sull'andamento dei processi". Senza un'attiva collaborazione della magistratura è impossibile mutare la prassi della irragionevole lentezza processuale. Per questo motivo siamo stati sottoposti a monitoraggio da parte del comitato CEDU. I criteri di risarcimento di Strasburgo, non sono rispettati dai giudici nazionali. Con l'art. 5 della Legge 24 marzo 2001, n. 89, il legislatore ha stabilito che al versamento di ogni somma a titolo di indennizzo, per i danni causati al ricorrente dagli irragionevoli tempi processuali, è sottesa la possibilità, teorica e demandata all'attività del Procuratore Generale presso la Corte dei Conti, di individuare in modo preciso e specifico i singoli responsabili, individuabili nella figura del magistrato e di ogni altra autorità chiamata a concorrere al procedimento o comunque a contribuire alla sua definizione.

A conferma di questa possibilità, l'art. 5 della legge Pinto obbliga le adite Corti d'Appello a comunicare il decreto di accoglimento del ricorso al procuratore generale della Corte dei Conti, ai fini dell'eventuale avvio di un procedimento di responsabilità, nonchè ai titolari dell'azione disciplinare dei dipendenti pubblici comunque interessati dal procedimento.

A questo proposito, il gruppo Magistratura indipendente dell'Associazione Nazionale Magistrati, risponde esprimendo viva preoccupazione per l'entrata in vigore della Legge n. 89/2001, a causa del rischio per lo stato di dover pagare somme molto ingenti a titolo di risarcimento per la propria inefficienza , nonchè del lavoro extra e da sbrigare in tempi brevi, di cui saranno subissate le Corti D'appello, uscendo da queste situazioni con ulteriore discredito. In realtà il problema dell'eccessiva lunghezza dei processi coinvolge ,in Italia, la responsabilità dello Stato, prima che la responsabilità dei magistrati. A parte qualche caso, la responsabilità è dello stato ed oggettiva. La legge Pinto ha tentato, responsabilizzando anche ingiustamente e sempre i magistrati, di disincentivarli dal riconoscere risarcimenti equi, a causa della responsabilità correlata.

Il problema della responsabilità dei magistrati di ben sette gradi di giudizio/pronunce emerge chiaramente dal caso Morrone, dove c'è stata un'analisi sommaria per alcune prove, mentre altre sono state completamente ignorate. Ad esempio la legge sulla responsabilità dei magistrati non ha prodotto, ad eccezione di una recente pronuncia della Corte d'Appello di Genova, che condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri ad euro 432.000, a favore di Fabio e Silvina Petroni per responsabilità dei magistrati, grandi risultati. Il referendum sulla responsabilità civile dei giudici è stato, di fatto, del tutto disatteso, per non parlare della responsabilità disciplinare. Con la tipizzazione degli illeciti, dalla riforma Castelli, si tenta di responsabilizzare l'organo giudicante.

In conclusione la responsabilità dei magistrati, a tutti i livelli civile, penale, disciplinare, deve costituire una delle principali garanzie del cittadino ad un processo equo, in virtù del principio "nemo super legem" e dell'autonomia della magistratura, ma financo della necessità di un controllo autentico ed effettivo dei controllori. In tal modo il principio di separazione dei poteri determinerebbe un riequilibrio dello strapotere di quello giudiziario.

Ultimo, ma non meno grave, è il problema che emerge dal caso di Domenico Morrone, che riguarda la vita dei detenuti all'interno degli istituti penitenziari, indegna di un paese che si definisce civile.

Anche qui sono i dati statistici che parlano. Al 31/12/2005 erano 59.523 i soggetti reclusi, contro la capienza complessiva di 41.470 detenuti. Attualmente perciò, nelle carceri italiane abbiamo più di 18.000 unità in più. Secondo la stessa statistica un detenuto su tre (37,33%) dice di vivere in condizioni di sovraffollamento intollerabili ed il 52,08% in condizioni non regolamentari, solo il 10,59% ritiene di vivere in condizioni regolamentari. A questo si aggiunga che la qualità della vita in cella è pessima: il 69,31% dei detenuti non ha l'acqua calda in cella, il 60% dorme a fianco del bidet o del water ed il 55,6% vive senza poter accedere ai colloqui in spazi aperti. Tali condizioni costituiscono una pena aggiuntiva a quella che già si sconta.

Il risarcimento del danno chiesto da Morrone, se e quando la sentenza di revisione sarà definitiva, considererà tutto quanto sopra ed oscillerà tra gli otto ed i dodici milioni di euro: c'è un danno esistenziale, biologico, morale e patrimoniale che è incalcolabile.

L'errore giudiziario ha tolto molto a Domenico Morrone: la giovinezza, il lavoro, la donna con cui si doveva sposare ,che per la vergogna lo ha lasciato; non ha potuto assistere la madre che malata, aveva bisogno di lui; oltre ad essere marchiato agli occhi della comunità con l'infamia di un duplice omicidio. Quindi la parte più consistente del risarcimento verterà sul danno biologico ed esistenziale.

La nozione di danno biologico è frutto di elaborazione giurisprudenziale, ma recentemente ha trovato significative conferme a livello legislativo con l'entrata in vigore del D.Lgs 38/2000 e della legge 57/2001 ed è costituito dalla compromissione, di natura reddituale, dell'integrità psicofisica della persona. Generalmente è ritenuto necessario che a questa compromissione si accompagni una perdita o riduzione di funzioni vitali, anche non definitiva.

La Corte Costituzionale dalla sentenza 372/94 in poi, identifica il danno biologico in un processo patogeno che porta ad un trauma fisico o psichico permanente, accettabile da un punto di vista medico - legale. Esso si concreta in una lesione dell'integrità psico - fisica, che bene si presta ad accertamenti medico - legali e la quantificazione avviene sulla base di criteri tabellari.

Il danno esistenziale si pone su un piano diverso: si distingue dal danno morale perchè non consiste in uno stato di sofferenza momentanea, e dal danno biologico perchè non attiene al profilo dell'integrità psico - fisica del soggetto leso; così come si distingue chiaramente dal danno patrimoniale in quanto può sussistere a prescindere da qualsiasi compromissione del patrimonio.

Ricostruito in positivo, esso consiste nel danno legato al peggioramento della qualità della vita derivante dalla lesione di un diritto fondamentale della persona costituzionalmente garantito. A tal proposito va evidenziato che Domenico Morrone, prima dell'arresto, stava per formarsi una famiglia e svolgeva l'attività di pescatore, con numerosi progetti per il futuro. Oggi si ritrova senza una moglie, la possibilità di avere figli e disoccupato, senza aver maturato i contributi per fini pensionistici.

Con la sentenza n. 2050 del 22 gennaio 2004, la Suprema Corte di Cassazione ha riconosciuto la risarcibilità di danni patrimoniali e non patrimoniali ad un cittadino ingiustamente condannato per errore giudiziario, con una scarcerazione superiore ai sette anni. Essa ha precisato che "Il danno esistenziale è cosa diversa dal danno biologico e non presuppone alcuna lesione fisica o psichica, nè una compromissione della salute della persona , ma si riferisce ai già indicati sconvolgimenti delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate dal fatto illecito.

Il danno esistenziale sta vivendo un fortunato sviluppo in seguito alle note sentenze gemelle della Suprema Corte n. 8827/2003 e 8828/2003 ed alla pronuncia del Giudice delle leggi, dove è stato definito come un danno a valori della persona, diversi dalla salute.

Esso sarebbe una categoria risarcitoria dove far convergere tutti i diritti costituzionalmente garantiti attinenti alla persona umana, in quanto nascerebbe da una lettura combinata dell'art. 2059 c.c. con i principi della stessa Costituzione; la stessa giurisprudenza penale, poi, sarebbe del medesimo avviso, tanto che ha ritenuto di considerare il danno da ingiusta detenzione come un danno esistenziale perchè, appunto, vi sarebbe stato un danno lesivo di un diritto costituzionale come la libertà personale, tenendo presente anche che la suddetta tipologia di danno si riferisce agli sconvolgimenti delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate dal fatto illecito.

La dottrina che si è occupata dell'argomento, ha avuto modo di precisare che, in fondo, il danno esistenziale sarebbe un "non fare", o meglio un "non poter più fare", un "dover agire altrimenti", un "relazionarsi in altro modo", diversamente dal danno morale che riguarderebbe un "sentire": il danno esistenziale, pertanto, riguarderebbe proprio le attività realizzatrici della persona umana, per cui ogni illecita compressione ovvero limitazione ne dovrebbe imporre il risarcimento, soprattutto alla luce dell'art. 2 Cost.

Se la Costituzione garantisce taluni diritti a livello "esistenziale", è necessario trovare un riscontro applicativo nel codice civile, nell'ambito delle responsabilità, al fine di non individuare un vulnus nella stessa Carta Fondamentale, riducendola a mero dato letterale e astratto; in questa prospettiva di interpretazione concreta, allora, il riscontro applicativo sarebbe individuabile nell'art. 2059 c.c.

A differenza del biologico, tale voce di danno sussiste indipendentemente da una lesione fisica o psichica suscettibile di accertamento e valutazione medico legale; rispetto al morale, inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima, non consiste in una sofferenza od in un dolore, ma nella rinuncia ad una attività concreta; diversamente dal patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale.

Per inciso, l'esigenza sottesa alla creazione del danno esistenziale non era certo cosa nuova.

Secondo un calcolo compiuto dall'istituto di ricerca Eurispes1 nell'arco degli ultimi cinquant'anni sarebbero 4 milioni gli italiani vittime di svariati errori giudiziari ed ingiuste detenzioni, dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perchè innocenti. Un dato che al ministero di Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un'analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni.

Dal '92 c'è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per in giusta detenzione. Negli ultimi anni, rivela il rapporto Eurispes, basato sulle cifre fornite dal ministero del Tesoro, i casi di indennizzi concessi sono in continuo aumento: erano 197 nel '92, 360 nel '93, 476 nel '94. Fino ai 738 del '99 e ai 1.263 del 2000. Nel '99 i risarcimenti hanno superato i 14 miliardi di vecchie lire, quasi il triplo rispetto al '92.

Da tutto ciò non può che derivare una sempre più pressante necessità di riforma del pianeta giustizia, perchè non vi siano altri Domenico Morrone che debbano rischiare di morire colpevoli benchè innocenti. Avv. Clauio Defilippi

L’errore giudiziario più assurdo d’Italia: dopo più di 30 anni Domenico Morrone racconta la sua storia. Sette processi. E oltre 15 anni in cella per un reato mai commesso. Con un solo giornalista a credere alla sua innocenza. A oltre 30 anni dall’arresto, Domenico Morrone racconta la sua storia. Ma il suo non è un caso isolato. Ogni anno sono quasi 1.000 e costano allo Stato decine di milioni di euro. Gaetano de Monte l'11 Febbraio 2023 su tpi.it.

Taranto, gennaio 1991. Nel quartiere Tamburi che oggi è diventato agli occhi dell’opinione pubblica italiana il simbolo della devastazione ambientale per la sua prossimità allo stabilimento dell’ex Ilva, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, imperversa una cruenta guerra di mala che lascia sul campo, in soli due anni, tra l’89 e il ’91, oltre un centinaio di morti. 

Nella città dei due mari in quegli anni si fronteggiano, contendendosi il territorio, due clan: i De Vitis-D’Oronzo e un altro gruppo di fuoco che fa capo ai fratelli Claudio, Gianfranco e Riccardo Modeo. Un quarto fratello, Tonino, detto il Messicano negli ambienti della mala jonica per una vaga somiglianza all’attore Charles Bronson, è invece dall’altra parte. E per questo verrà ucciso proprio dai fratellastri. Stesso destino i fratelli Modeo riserveranno alla loro comune madre, Cosima Ceci, freddata sul pianerottolo di casa da un killer che si fa aprire la porta chiamandola “Zia Mina”, e che la donna considera, appunto, quasi un nipote acquisito.

Città criminali

È in questo contesto spaventosamente criminale che il 30 gennaio del 1991, nel cortile della scuola media del quartiere che è adiacente allo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’ex Ilva, allora Italsider, e di proprietà pubblica, che due adolescenti cresciuti troppo in fretta, Antonio Sebastio e Giovanni Battista, 15 e 17 anni, vengono uccisi da un killer vestito di nero che, dopo averli chiamati per nome, gli scarica addosso l’intero caricatore di una pistola calibro 22. 

Manca qualche minuto alle 14:00 quando quel duplice omicidio viene commesso e, esattamente 20 minuti dopo, la vita di un altro abitante del quartiere, Domenico Morrone, verrà stravolta per sempre. Domenico è un pescatore incensurato di 27 anni a cui nel quartiere Tamburi vogliono bene tutti. Quando può aiuta i vicini di casa a risolvere piccoli problemi domestici. Nei minuti in cui si consumava quell’omicidio, a pochi metri da casa sua, Domenico stava aiutando una coppia di abitanti del palazzo dove abitava, a sistemare il loro acquario. E poi, subito dopo si siederà a tavola per pranzare con l’anziana madre, come faceva ogni giorno. Quel pomeriggio del 31 gennaio del 1991, però, la routine di casa Morrone verrà sconvolta dall’arrivo nell’abitazione di un poliziotto in borghese della squadra mobile di Taranto. Il detective bussa alla porta, si fa aprire, e, dopo qualche minuto di conversazione, Domenico Morrone verrà portato in commissariato. Da lì comincerà la sua odissea, durata quindici anni, quattro mesi e ventidue giorni. Ecco l’ingiusta detenzione subita da un pescatore incensurato di 27 anni.

È l’errore giudiziario più grande d’Italia. E ora la sua storia è diventata un libro, “Vita Dentro 15.4.22”, uscito il 25 gennaio scorso per la casa editrice Antonio Mandese. Un racconto firmato a quattro mani, insieme all’unico giornalista che aveva creduto all’innocenza di Morrone, Luigi Monfredi, allora caporedattore di una tv locale, Telenorba, trent’anni dopo caporedattore a Rainews24. 

Quando Monfredi vede scorrere la notizia dell’assoluzione dell’uomo dopo 15 anni di ingiusta detenzione, mentre si trova nella redazione romana, fa un balzo dalla sedia. E decide di riannodare i fili del racconto lì dove si era interrotto. «Questo non è un libro di finzione letteraria che dipinge una storia immaginandola, ma il duro resoconto della vita di un uomo che incontra un altro uomo e lo aiuta a rialzarsi dopo una caduta», sostiene Monfredi. «Questa è la storia vera di un grande dolore che può e deve essere narrata dalla voce contrita dei protagonisti e senza filtri o abbellimenti. Ma questa è anche la storia di una grande amicizia dentro la quale si trovano tutti gli elementi straordinari e ricorrenti delle grandi amicizie che nascono tra persone che vivono e provengono da mondi diversi, eppure s’incontrano».

Ma, soprattutto, questo è il racconto di un calvario giudiziario che attraversa sette processi prima che Morrone potrà dimostrare la sua estraneità da una accusa infamante: quella di aver perso la testa ed aver ucciso due ragazzini con cui aveva litigato perché trafficavano motorini rubati davanti al portone della sua abitazione. Per quel litigio Morrone verrà anche ferito con un colpo alla gamba. Secondo il pubblico ministero dell’epoca, Vincenzo Petrocelli, sarebbe stato questo il movente che avrebbe spinto un pescatore incensurato di 27 anni ad armarsi e uccidere. Le indagini provano anche a collegarlo ai clan, alla guerra di mala che allora imperversa nelle strade di Taranto. In carcere gli chiedono: «A chi appartieni?». «A mamma e papà», risponde ingenuamente. 

Domenico Morrone non è un assassino, ne sono convinti in molti, ha pure un alibi. Ma nessuno gli crede, fino a quando due pentiti non fanno il nome del vero colpevole. Ma intanto sono già passati tredici anni. È il 2004 quando inizia il processo di revisione davanti alla Corte d’appello di Lecce durante il quale due pentiti, Alessandro Blè e Saverio Martinese, ammettono che con quegli omicidi quell’uomo non c’entra nulla. «Il vero colpevole è il figlio malavitoso di una donna che da quei ragazzini aveva subito uno scippo. Ce l’ha detto lui», dicono. Così, nel 2006, a 15 anni, 4 mesi e 22 giorni dal suo arresto avvenuto davanti alla madre il 30 gennaio del 1991, viene scarcerato. E sarà risarcito con quattro milioni di euro. Ottocento euro per ogni giorno di carcere. Questo per lo Stato italiano è il prezzo di una ingiustizia subita.

Ingiusta detenzione

«Ogni magistrato, prima di condannare qualcuno, dovrebbe vivere per una settimana in carcere», ha dichiarato qualche tempo fa durante la trasmissione televisiva “Mezz’ora in più” condotta da Lucia Annunziata, Gherardo Colombo, uno dei più apprezzati magistrati italiani, commentando i dati sulle vittime di ingiusta detenzione e di errori giudiziari che in trent’anni, dal 1991 agli inizi del 2021 hanno coinvolto quasi 30mila persone. Per una spesa complessiva per lo Stato, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri di 869.754.850 milioni di euro, 28 milioni e 990mila euro l’anno.

Non ci sono solo gli errori, però, a caratterizzare le criticità che oggi affliggono il sistema giudiziario e detentivo italiano. C’è l’abuso dei tempi di custodia cautelare. «È vero, in Italia si abusa della custodia cautelare, spesso al di fuori del dettame costituzionale degli articoli 13 e 27 della nostra Carta fondamentale, quelli che parlano dell’inviolabilità della libertà personale e della non colpevolezza fino a sentenza definitiva», riconobbe pubblicamente lo stesso Colombo. 

Secondo quanto ha riferito l’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali italiane: «l’Italia è il quinto Paese in Europa per tasso di detenuti in custodia cautelare». Un detenuto ogni tre, dunque, attende il processo privato della libertà, nella maggior parte dei casi in carcere. E, come testimonia peraltro l’ultima relazione annuale del ministero della Giustizia sulle misure cautelari, tale scelta risulta ingiusta una volta su 10. Sono circa 1.000 persone l’anno, 3 al giorno, dunque, tenendo conto solo di coloro che hanno chiesto il risarcimento, le persone recluse ingiustamente. Come Domenico Morrone, che però detiene il record, 15 anni, quattro mesi e ventidue giorni, dentro, da innocente.

Domenico Morrone, quindici anni in carcere da innocente: «Ecco il mio calvario». ENZO FERRARI, Direttore di Tarantobuonasera.it il 2 febbraio 2023.

MARINA DI GINOSA - Il risentimento glielo si legge ancora negli occhi. Guizzano di rabbia quando ricorda la sua disavventura giudiziaria: quindici anni in cella con l’accusa di aver ammazzato due ragazzi. Trattenuto in carcere per anni anche dopo essere stato scagionato da diversi collaboratori di giustizia. Poi, al termine di un lungo e tortuoso percorso giudiziario, il riconoscimento della sua innocenza. Domenico Morrone non aveva commesso il fatto, non era stato lui ad uccidere due adolescenti, uno di quindici e l’altro di diciassette anni. Rione Tamburi, 30 gennaio 1991: è lì che si consuma il duplice delitto, davanti alla scuola Deledda. Erano anni di fuoco e piombo, quelli. Taranto insanguinata dalla guerra tra i clan: i fratelli Modeo, da una parte; l’altro fratello, il Messicano, dall’altra. Altri gruppi, a latere, componevano il mosaico delle alleanze criminali. Morrone viene arrestato in men che non si dica: è la risposta forte di uno Stato in grande affanno nel contenere quella violenta faida che seppellirà oltre un centinaio di vite; alcune innocenti, del tutto estranee a quella brutale scia assassina. «Quel pomeriggio - racconta - ero a tavola a pranzare con mia madre. Bussarono alla porta e vennero a prendermi per portarmi in questura. Da lì al carcere. Quindici anni in cella». Un calvario, un tormento esistenziale, una fetta della propria vita strappata via per non aver commesso nulla: «Avevo 27 anni». Oggi Domenico Morrone la sua tragica storia l’ha raccontata in un libro (Vita dentro, 15-4- 22, Antonio Mandese Editore) scritto a quattro mani con Luigi Monfredi, il giornalista oggi alla Rai che in quegli anni maledetti seguì il caso come cronista di Telenorba. «Voglio che venga riconosciuta la responsabilità civile dei magistrati», tuona Morrone nella sua casa in campagna, a Marina di Ginosa, dove si è ritirato a vivere dopo aver riacquistato la libertà, nel 2006. Stride quel sentimento gonfio di rancore nella quiete di quel pezzo di terra abbracciato dagli ulivi ai quali Morrone ora dedica le sue giornate. «Io - racconta - a Ginosa Marina ci sono nato. Mio padre era di Taranto, ma era perseguitato dai fascisti. Era comunista, antifascista, e venne a rifugiarsi qui, insieme ad altre famiglie. Tra contadini si viveva scambiandosi i prodotti della propria terra. Poi mio padre mise su un piccolo villaggio vicino al mare. Tutto bello fino agli anni ’70, quando l’ambiente cominciò a guastarsi. La camorra cominciava a infiltrarsi da queste parti, dall’altra ci fu espropriato tutto e quel villaggio fu raso al suolo. Fummo letteralmente deportati a Ginosa paese. Fu un atto di barbarie. Ricordo che il nostro cane, Leone, fu schiacciato da una ruspa. Da Ginosa, in seguito, ci trasferimmo a Taranto». Nella città dei Due Mari una vita da pescatore, dopo una breve esperienza come paracadutista nella Folgore: «Mi arruolai nel 1984, un anno dopo mi congedai. Avevo fatto domanda anche nei Carabinieri, mi chiamarono ma rifiutai». Non immaginava, Morrone, che da lì a qualche anno per lui si sarebbero aperte drammaticamente le porte del carcere di via Speziale. «Sezione 1A, cella 3, in isolamento. Furono momenti terribili. I detenuti del piano superiore mi invitavano provocatoriamente a salire da loro. Per assurdo mi consideravano affiliato al clan De Vitis, loro nemico. Eravamo ancora negli anni della guerra di mala. Se appena appena salutavi qualcuno del clan avverso rischiavi di essere ammazzato». Le lunghe giornate trascorse in cella, non proprio un soggiorno in hotel: «Le celle erano sporche, i materassi lerci. Da mangiare ci davano mortadella di cavallo. A colazione qualcosa che aveva il colore del latte. Un’ora d’aria la mattina e una la sera. È dura la vita del carcere, in quindici anni ho contato diciannove suicidi». Poi accade che via Speziale cambia nome e non per un capriccio della toponomastica: diventa via Carmelo Magli, l’agente di polizia penitenziaria assassinato dai clan all’uscita del suo turno di lavoro. «Era buono come il pane», ricorda Morrone. Qualche giorno prima di essere ucciso era stato proprio nella mia sezione». Ma quell’episodio segna un’altra esperienza nella sua vita carceraria: «Fui avvicinato dal cappellano, voleva sapere da me se io sapessi chi fossero gli assassini di Magli. Da allora non sono più andato in chiesa». E in carcere non deve essere semplice trovare un equilibrio nel rapporto con gli altri detenuti: «È come il porto: trovi il pesce buono e quello cattivo. Tocca a te decidere con chi stare». Morrone comunque è un detenuto modello. Prima il trasferimento in cucina, dove scopre di essere un cuoco sopraffino, poi al casellario per fare lavoro impiegatizio. Tra le persone speciali che conosce, c’è suor Celestina: «Una sorella carica di umanità. Una volta rimproverò bruscamente una autorità che mi aveva dato già per “sepolto”». «I momenti più malinconici? I giorni di festa. A Capodanno sentivamo i botti che arrivavano dalla città e dalla finestra, attraverso le sbarre, vedevamo i fuochi in cielo. Ecco, pensavo, è passato un altro anno. Da quella stessa finestra seguivo con lo sguardo mia madre quando, dopo i momenti di colloquio, si allontanava verso la fermata del pullman. Seppi solo molto dopo il mio arresto che aveva subito anche lei ripercussioni per quella vicenda. È vissuta giusto il tempo di vedermi tornare a casa da uomo libero». Da uomo libero, appunto. «Oggi vivo alla giornata, sono passati gli anni in cui si facevano progetti, oggi i progetti non si fanno più. Vivo con i miei 137 alberi di ulivo e ho ancora l’attrezzatura da sub per andare a pesca. Adesso ho 59 anni, ma la mia vita è stata distrutta quando di anni ne avevo 27. Non si cercava la verità, ma un capro espiatorio. L’errore è sempre dietro la porta, ma nei miei confronti si scatenò una crociata personale. Ho persino rischiato di essere coinvolto in una guerra tra clan a cui ero completamente estraneo. Il 30 gennaio ho compiuto l’anniversario di quella assurda ingiustizia. Sì, sono stato risarcito, ma gran parte dei soldi li ho spesi per pagarmi gli avvocati. Non potrò riacquistare serenità fino a quando ci sarà una sola persona che subirà una ingiustizia come quella che ho subìto io». Il congedo dal cronista è lancinante: «Hai visto un martire vivente». Enzo Ferrari Direttore responsabile  

«La giustizia prima o poi arriva»

«Quando lessi il lancio Ansa sul pescatore tornato in libertà cominciai a saltare per la gioia. Tutti si chiedevano perché. Allora ero nella redazione del Tg1. Arrivò il capo della cronaca, gli raccontai la storia di Domenico Morrone e mi fece fare il pezzo per il tg delle 20. Lo montammo con le immagini dell’epoca, perché il caso volle che l’unica videocassetta che mi ero portato dietro fosse proprio quella con i servizi su Morrone che avevo realizzato per Telenorba». Luigi Monfredi, oggi capo redattore a Rainews 24, la storia di Domenico Morrone l’ha seguita dal principio e oggi ha dato alle stampe il libro che ricostruisce quella sconcertante vicenda. La memoria ritorna a quegli anni bui in cui Taranto era devastata da una guerra di mala senza precedenti: «Ero l’unico giornalista innocentista.Sulla stampa Morrone era presentato, senza possibilità di appello, come l’assassino di due ragazzi. All’epoca facevo il cronista di nera e giudiziaria e mi resi conto che c’erano cose che non tornavano in quella vicenda: non c’era l’arma del delitto, c’erano testimoni che avevano ritrattato, la prova dello stubb ripetuta dopo mesi, erano spariti gli indumenti dall’Ufficio Corpi di Reato. Nel processo un testimone arrivò persino ad accusare il pubblico ministero di averlo subornato. Insomma, troppe cose non quadravano e io non ho fatto altro che coltivare il dubbio». Con Morrone, solo un fugace contatto diretto: «Sì, lo conobbi personalmente il giorno della sentenza di condanna a 21 anni di carcere. Mi avvicinai alla gabbia dove era rinchiuso, gli diedi la mano e gli dissi “In bocca al lupo». Lui mi rispose: “Monfredi, non sono stato io”». Luigi Monfredi e Domenico Morrone si sono rivisti quindici anni dopo, a conclusione del calvario vissuto da una persona che la giustizia ha riconosciuto con così grave ritardo di essere innocente. «Tante cose in quel processo mi avevano lasciato perplesso. Anni dopo, quando Morrone era tornato libero, riuscii a strappare una dichiarazione di 34” al pm che ne aveva chiesto la condanna. Mi disse che era dispiaciuto, ma che aveva agito in base agli atti che aveva a disposizione». Sfiducia nella giustizia? «No, affatto. La giustizia, in fondo, ha dimostrato di esistere. Certo, cammina sulle gambe degli uomini e prima o poi arriva chi rimette le cose a posto. Tardi, ma arriva». E.F.    

Vita dentro 15.4.22, 15 anni, 4 mesi e 22 giorni in carcere da innocente. Storia di un clamoroso errore giudiziario di Sabrina Colombo

Vita dentro 15.4.22

Autore: Luigi Monfredi, Domenico Morrone

Editore: Antonio Mandese

Anno edizione: 2023

Genere: Biografia

Pagine: 123

Consigliato a chi segue la cronaca giudiziaria, a chi è sensibile alle problematiche legate all’amministrazione della giustizia in sede penale.

Taranto, quartiere Tamburi. Domenico Morrone, ex paracadutista della Folgore e pescatore dalla condotta irreprensibile, ha 27 anni quando nel 1991 viene accusato ingiustamente di essere l’assassino a sangue freddo di due ragazzini.

Sono anni difficili per la città, diverse bande criminali si contendono il territorio: gli inquirenti, pressati dall’opinione pubblica, cercano un colpevole che soddisfi la sete di sicurezza che hanno i tarantini e indirizzano le indagini a senso unico su Domenico. I vicini che testimoniano a suo favore non vengono creduti, si dà credito alle dichiarazioni di alcuni giovani che parrebbero averlo riconosciuto sul luogo del delitto. I riscontri sono discordanti, la prova dello Stub dà esito negativo, l’arma da fuoco non viene mai trovata ma – nonostante tutto – Domenico viene prima incarcerato in via preventiva, poi condannato per omicidio.

Luigi Monfredi – oggi giornalista Rai e all’epoca dei fatti giovane cronista di Telenorba – segue il caso, si avvede che le indagini fanno acqua e che le sentenze che si succedono si fondano su risultanze assolutamente discutibili: gli stessi sedicenti testimoni arrivano ad ammettere di essere stati subornati dagli inquirenti e ritrattano le iniziali dichiarazioni.

L’inaccettabile imperizia con cui tutta la sequela giudiziaria viene istruita – tuttavia – conduce a una pena definitiva a 21 anni di reclusione: le porte del carcere si spalancano per Domenico Morrone, che inizia il suo percorso nel mondo degli istituti di detenzione con lo sguardo attonito di chi si sente protagonista di un dramma kafkiano, un incubo da cui non ci si sveglia.

Quando due pentiti riferiranno di conoscere il vero colpevole del gesto criminoso, finalmente il caso giungerà a una svolta e si creeranno i presupposti per accogliere l’istanza di revisione, la quinta presentata dalla difesa.

La Corte di appello di Lecce nel 2006 revocherà la condanna assolvendo Morrone dai fatti ascrittigli con la più ampia formula, “per non aver commesso il fatto”.

Una giustizia a metà quella riconosciuta a Morrone che – pur risarcito per l’ingiusta detenzione – ha visto respingere la sua domanda di condanna dei magistrati che illo tempore lo giudicarono colpevole, ritenuti non responsabili ai sensi della vigente normativa: un nonsense giuridico.

L’idea del libro nasce dall’amicizia, rinsaldatasi dopo la scarcerazione, tra Morrone e Luigi Monfredi, unico innocentista, a suo tempo autore di un servizio andato in onda su Telenorba in cui metteva in dubbio le risultanze e smontava punto per punto il castello accusatorio costruito attorno all’indagato.

Al resoconto giornalistico di Monfredi, si alternano le memorie di Morrone: la vita in carcere, il racconto della solitudine provata, dei momenti di nera disperazione superati volgendo il pensiero alla madre, il conforto della fede, il ricordo dell’amicizia nata con alcuni compagni, il rispetto guadagnato all’interno della struttura carceraria tra i funzionari e gli stessi agenti di polizia penitenziaria, la voglia di rinascita, la forza di mettersi a studiare il codice penale, l’incontro con alcuni legali e attivisti della Fondazione Enzo Tortora, impegnati a porre all’attenzione del pubblico il tema della denegata giustizia.

Vita dentro 15.4.22 – 15 anni, 4 mesi e 22 giorni, tanto è il tempo del suo calvario – è un piccolo pamphlet che mette il focus sul tema dell’errore giudiziario e che costituisce un contributo al dibattito in corso in ordine all’uso distorto della carcerazione preventiva, all’urgenza di migliorare e attualizzare la legislazione sulla responsabilità civile dei magistrati, all’opportunità o meno di implementare gli strumenti premiali in favore dei detenuti capaci di mantenere una buona condotta.

Il tutto in quell’ottica rieducativa, come sancita dalla costituzione, secondo il modello del cosiddetto doppio binario, che vorrebbe finalizzare la pena della privazione del bene della libertà non solo all’emenda del reo ma – soprattutto – al suo pieno recupero sociale.

Il libro in una citazione

«Non penso più al futuro, non mi appartiene più, mi è stato rubato, vivo alla giornata, così come viene, potranno risarcirmi ma non potranno restituirmi tutto quello che ho perso.» 2 marzo 2023

Un nuovo libro sulla storia di Domenico Morrone detenuto innocente per 15 anni. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Agosto 2023

Morrone durante il processo portò in aule due testimoni che confermarono il suo alibi, ma entrambi vennero denunciati per falsa testimonianza. I giudici infatti scelsero di non tenere in considerazione

Presentato a Taranto il libro “Vita Dentro 15.4.22”, scritto “a quattro mani” dal giornalista Luigi Monfredi e da Domenico Morrone, pubblicato dall’ editore Librerie Mandese. Il risultato letterario è un racconto consigliato per chi segue la cronaca giudiziaria, e le tematiche della amministrazione della giustizia, soprattutto in questa epoca di giustizialismo e colpevolismo che si propaga anche attraverso i social: “Non penso più al futuro, non mi appartiene più, mi è stato rubato, vivo alla giornata, così come viene, potranno risarcirmi ma non potranno restituirmi tutto quello che ho perso”” ha detto Domenico Morrone.

il giornalista Luigi Monfredi

Il libro è la continuazione della storia di Domenico Morrone, raccontata nel libro precedente “Il Rumore Delle Chiavi “ pubblicato nel 2020, che narra del clamoroso errore giudiziario che ha visto Morrone ingiustamente detenuto per oltre quindici anni, dal 1991 al 2006, per una accusa di duplice omicidio sostenuta dal pm Vincenzo Petrocelli della procura di Taranto, per la quale successivamente Morrone è stato ritenuto innocente. Domenico Morrone venne accusato di aver ucciso due studenti di scuola media solo per vendicarsi di un litigio. Quel giorno lui era altrove, ma il suo alibi non è stato creduto. Così Morrone è diventato il protagonista di uno dei più gravi errori giudiziari italiani, trascorrendo ingiustamente 5.475 giorni di detenzione, 15 anni in carcere da innocente.

All’epoca dell’arresto, Morrone era incensurato ed è un pescatore di Taranto dalla fedina impeccabile. Il giorno del suo arresto non perse tuttavia solo la propria libertà e dignità, ma anche la fidanzata, mentre sua madre venne ridotta in povertà in quanto riusciva a sostenersi solo grazie al lavoro di pescatore del figlio e in sua assenza non era più in grado di poter condurre una vita normale e stabile.

L’unica colpa di Morrone era stata quella di aver litigato con un ragazzino che è stato poi ucciso. Contro di lui c’è un movente fortissimo: si sarebbe vendicato dell’agguato subito, quindi viene arrestato. Testimoni oculari, un esame dello stub dall’esito incerto e un movente fortissimo: questi sono gli elementi che lo portano in cella. Morrone durante il processo portò in aule due testimoni che confermarono il suo alibi, ma entrambi vennero denunciati per falsa testimonianza. I giudici infatti scelsero di non tenere in considerazione l’alibi di Morrone, confermato dai vicini di casa Masone, dalla madre e da un amico appuntato.

La vicenda giudiziaria si tinte di giallo allorquando dall’ufficio corpi di reato sparirono delle prove che lo scagionano. Nei 15 anni di carcere Morrone ha però conosciuto l’umanità di guardie e operatori carcerari. Dopo nove anni dietro le sbarre ottenne un permesso di tre giorni che decise di trascorrere con sua madre.Per i suoi 15 anni trascorsi in carcere da innocente ha ricevuto 4 milioni di euro di risarcimento. A tal proposito aveva dichiarato: “La libertà di ogni singolo giorno della nostra vita non ha prezzo“.

Mentre nel primo libro i fari erano puntati sulle indagini e sul processo, in questa seconda opera è centrale la vita di Morrone “prigioniero“, del carcere con tutti i passaggi, i rapporti e le abitudini che contraddistinguono la vita dei detenuti: “All’interno del carcere” dice Morrone “c’è una ‘regola’ a cui devi attenerti, diversa e lontana da quella della società civile”

Il libro attraversa nuovamente l’epopea di Morrone, un uomo che urlava la propria innocenza alle pareti di celle in cui tutti capivano che non era colpevole, questa volta con una maggiore attenzione anche al fatto “dall’esterno”, a partire dalla serie di “incongruenze” dietro all’accusa, passando per le inconsistenti analisi delle prove e delle parole dei pentiti.

Il punto focale del racconto diventa quindi Morrone ora non più persona, ma ora numero nelle ganasce della macchina della giustizia che necessita di colpevoli da castigare, dei suoi sogni e delle sue speranze nella giustizia, che il giornalista tarantino Luigi Monfredi, attuale caporedattore di RAINEWS24 ha trasformato nella storia di un essere umano, cercando la verità e la redenzione di una vita altrimenti perduta attraverso anche gli archivi raccolti all’epoca dallo stesso Monfredi, al tempo giornalista di Telenorba, e sin da subito unico garantista dichiarato, e quindi “innocentista” al contrario della stampa locale di quel periodo, compre sempre schierata sulle teorie accusatorie della Procura.

Un esempio chiave del racconto, e di grande efficacia narrativa, è la storia dei gettoni del telefono, collezionati da Morrone in previsione del suo primo permesso d’uscita, ad ormai quasi dieci anni dalla sua condanna, e la sorpresa nell’incontrare il telefono che richiedeva una scheda per chiamare, e ad oggi per lui come per tutti noi obsoleto, emblema della libertà e del tempo di vita sottrattogli ingiustamente fino, finalmente, al crollo del muro di gomma nel 2002, alla accettazione della richiesta di revisione e la conseguente assoluzione dell’ormai non più giovante tarantino, innocente con la formula “per non aver commesso il fatto“.

Sette processi e 15 anni di carcere prima di essere dichiarato innocente. Domenico Morrone non è un assassino, è incensurato e ha pure un alibi. Ma nessuno gli crede. Sette processi e 15 anni di carcere: la sua storia. SIMONA MUSCO su Il Dubbio il 27 agosto 2021

Quindici lunghi anni in carcere. Ovvero 5475 giorni dentro una cella malconcia, senz’acqua e senza dignità, per uno scambio di persona. O forse peggio, per una macchinazione o per superficialità. Domenico Morrone non è un assassino, è incensurato e ha pure un alibi. Ma nessuno gli crede, fino a quando due pentiti non fanno il nome del vero colpevole. Ci vorranno sette processi prima che quell’uomo, che ormai ha perso tutto, possa dimostrare la sua innocenza. Un’innocenza sempre proclamata, urlata, sbandierata ma mai creduta.

La storia di un pescatore

La sua vita cambia il 30 gennaio 1991. Domenico è un pescatore, viene da una famiglia onesta, ha una fidanzata. Una vita normale, insomma. La sua fedina penale è immacolata. Ma all’improvviso viene macchiata da un’accusa terribile: aver ucciso due ragazzini, due minorenni. Trucidati davanti alla scuola media Grazia Deledda di Taranto. Sono le 13.50 di quel giorno di 29 anni fa quando un sicario spara diversi colpi con una pistola calibro 22 contro due studenti, Antonio Sebastio (15 anni) e suo fratello Giovanni Battista (17 anni). I proiettili volano in mezzo alla gente, i due ragazzi rimangono a terra senza vita mentre tutti intorno scappano in preda al panico. Una scena orribile. Poche ore dopo la squadra mobile ha già una pista: si presenta a casa di Morrone, su ordine del Pm del Tribunale di Taranto, Vincenzo Petrocelli. Cerca delle armi, ma non ci sono, e così i poliziotti trascinano l’uomo fino in Questura e poi, a sera, nel carcere di Taranto. Domenico non capisce nulla.

Gli dicono che in base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri è quasi sicuramente colpevole, anche se lui non sa nemmeno di cosa si stia parlando. Così, poche ore dopo i fatti, viene sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Lo incastra la testimonianza di alcune persone, ragazzini, per lo più. Morrone scuote la testa, spiega che non c’entra nulla. Che è tutto un clamoroso errore.

Le accuse contro Domenico Morrone

Secondo l’accusa, Morrone avrebbe perso la testa per un litigio avuto una ventina di giorni prima con quei ragazzetti, che trafficavano pezzi di motorini rubati davanti al portone. Eppure dopo il litigio qualcuno ferisce Domenico alle gambe. Qualche giorno dopo, secondo una testimonianza poi ritrattata, avrebbe minacciato i due ragazzini, ritenendoli responsabili di quel ferimento. E tanto basta, secondo la procura, a spingere un uomo di 27 anni innamorato del mare ad armarsi e uccidere. Provano a collegarlo ai clan, ma lui non sa cosa significhi quella domanda, “a chi appartieni”. «A mamma e papà», dice ingenuamente. Urla di essere incensurato, «ma non è una carta di credito», contesta il pm. In tempo record la notizia finisce in tv: l’assassino della scuola è stato acchiappato. Viene sbattuto in isolamento per due mesi, con il divieto di parlare con i suoi difensori e la madre. Ci rimane con i vestiti intrisi di salsedine che aveva al momento dell’arresto, che riesce a cambiare solo dopo una settimana e che prova a lavare da solo, tra quelle quattro mura, con una saponetta. Ma quello è solo l’inizio di un calvario lungo 15 anni, 2 mesi e 22 giorni.

I processi

Al processo, Morrone spiega il suo alibi: al momento del delitto non era davanti alla scuola, ma nell’appartamento di alcuni vicini di casa ai quali stava riparando un acquario. Lo confermano i coniugi e la madre di Domenico, che quel giorno incontra anche un appuntato dei Carabinieri all’angolo di una salumeria. Per i giudici è tutta un’invenzione: è impensabile, sostengono, che all’ora di pranzo qualcuno ripari un acquario. E così sia i vicini sia la madre di Morrone vengono condannati per falsa testimonianza. Per i giudici, il duplice omicida è lui e basta. Ma in quell’aula i fatti prendono pieghe strane. A Morrone, una volta arrivato in Questura, viene eseguito lo stub. Un esame di rito che in un primo momento conforta la speranza dell’uomo di affermare la propria innocenza.

Sulla mano sinistra vengono rintracciate due piccole particelle di piombo ed ammonio, sostanze che avrebbe potuto trovare quasi ovunque. Così nell’immediatezza viene annotato che quelle mani, quel giorno, non hanno impugnato un’arma. Ma un anno dopo viene effettuata una nuova perizia e il risultato è sconvolgente: Morrone ha sparato con tutte e due le mani e oltre al piombo e all’antimonio viene individuato anche il bario, che fornisce la prova dello sparo. Ma c’è di più: gli abiti di Domenico che quel giorno indossa jeans e camicia col colletto marrone - spariscono dalla cancelleria del Tribunale dopo esser stati visionati dai testimoni oculari e che non li riconoscono come gli abiti usati dal killer, che invece sono neri. Nemmeno l’identikit corrisponde a quello di Morrone: chi ha sparato è quasi calvo ed alto, mentre lui, anche oggi, ha ancora tutti i capelli ed è poco più di un metro e sessanta. Quanto al mezzo, l’assassino spara da un’auto nera, Domenico ne ha una bianca, parcheggiata in garage perché con le ruote a terra e malconcia.

La procura non gli crede

Ma tutti questi elementi non bastano. Per la procura le prove sono granitiche, anche se Domenico, leggendo le carte, capisce che le cose non tornano. I testi che lo accusano, due ragazzini, sembrano poco credibili. Dicono di averlo indicato come il colpevole forse in un momento di confusione e ritrattano tutto. Morrone si convince di poter essere assolto. Ma a fine ‘ 91, con già un anno di custodia cautelare sulle spalle, arriva la stangata: 21 anni di condanna. La sua fiducia nella giustizia si incrina.

La condanna, processo dopo processo, diventa definitiva. Domenico perde il lavoro e la fidanzata, che lo lascia per la vergogna. La madre anziana, senza di lui, vive da sola e in povertà. Per due volte la Cassazione annulla la sentenza d’appello e per altrettante i giudici di secondo grado di Bari confermano la condanna a 21 anni. Morrone non ci crede più. Ma dopo sei anni, a settembre del 1996, qualcuno parla. Due collaboratori di giustizia squarciano il velo: non è stato Morrone. Ma devono passare altri 10 anni per poter ottenere una revisione del processo, perché la richiesta della difesa viene respinta quattro volte. Solo la quinta volta, quando già Domenico ha trascorso 13 anni in carcere, ce la fa: nel 2004 inizia il processo di revisione davanti alla Corte d’appello di Lecce. Domenico torna a guardare in faccia dei giudici, ma questa volta gli credono, credono ai testimoni, credono ai pentiti.

Il colpevole è un altro

A sparare, spiegano, è stato in realtà un uomo che voleva vendicare lo scippo subito da una donna la mattina del delitto proprio dai due ragazzini. Saverio Martinese e Alessandro Ble, i due collaboratori di giustizia, lo dicono chiaramente, indicando Domenico Morrone: «Quell’uomo è estraneo agli omicidi, il vero colpevole è un altro. Si tratta del figlio della donna che ha subito lo scippo, ce lo ha detto lui». Nel 2006, 15 anni, 2 mesi e 22 giorni dopo il suo arresto, la verità bussa alla porta: assoluzione per non aver commesso il fatto, Domenico ha ormai 42 anni.

In carcere ha contratto l’epatite b e ne esce psicologicamente devastato e con 20 chili in più. Il suo primo pensiero è avvisare la madre: «Sono innocente, mamma - le dice al telefono piangendo -. Mi hanno detto che sono innocente!». Quando la sentenza diventa definitiva, gli avvocati di Morrone presentano il conto allo Stato: una richiesta di risarcimento tra gli 8 e i 12 milioni di euro per errore giudiziario. Ne ottengono 4 e mezzo, poco più di 800 euro per ogni giorno passato dentro da innocente. «Oggi sono libero e felice. Però non è una felicità piena. Continuo a chiedermi perché nessuno mi ha mai creduto? Era tanto difficile ammettere di aver sbagliato? Mi hanno umiliato. Perché?».

Sono Innocente torna in onda domenica 15 aprile 2018 con Alberto Matano: le storie di Domenico Morrone, Stefano Messore e Aldo Scardella al centro della puntata, scrive Stella Di Benedetto il 15 aprile 2018 su "Il Sussidiario". Oggi, domenica 15 aprile, alle 21.20 su Raitre, torna l’appuntamento con Sono Innocente, il programma condotto dal giornalista Alberto Matano che racconta le storie di persone che si sono ritrovati ad essere coinvolti in vicende giudiziarie pur essendo innocenti. Storie di uomini e donne che, da un giorno all’altro, si ritrovano in carcere pur essendo totalmente estranei alla vicenda. Mesi, in alcuni casi anni trascorso dietro le sbarre di una cella non riuscendo a spiegarsi il motivo. In ogni puntata, Alberto Matano racconta tre casi giudiziari diversi e uguali allo stesso tempo.

IL CASO DI DOMENICO MORRONE. Il primo caso della serata è quello di Domenico Morrone, pescatore tarantino di 27 anni, che nel 1991 è stato accusato dell’omicidio di due ragazzini minorenni. Gli inquirenti non hanno dubbi convinti che Morrone abbia agito per vendicarsi di un affronto subito da uno dei ragazzini. L’uomo viene condannato a 21 anni di reclusione. La sua innocenza è stata dimostrata dopo 15 anni unitamente alla testimonianza di due pentiti e a cinque richieste di revisione di processo.

IL CASO DI STEFANO MOSSORE. La seconda storia della puntata odierna di Sono Innocente è quella di Stefano Mossore, ex paracadutista della Folgore, da molti anni impegnato nel volontariato, dopo il terremoto del 2016 che ha distrutto il Centro Italia, decide di andare ad aiutare quelle popolazioni. Affitta così un furgone, lo riempie di cibo, vestiti, giocattoli e con un amico parte per Amatrice. Mossore si impegna per aiutare quelle popolazioni e contribuisce a costruire anche la tendopoli. Il 3 settembre 2016 torna a casa sua dove, ad attenderlo, trova i carabinieri che lo accusano di sciacallaggio. Mossore trascorre cinquanta giorni di carcere e dieci mesi agli arresti ai domiciliari. Prima di essere assolto, Stefano Mossore ha subito anche il dramma di perdere il lavoro.

IL CASO DI ALDO SCARDELLA.

La terza ed ultima storia dell’appuntamento di oggi con Sono Innocente è quella di Aldo Scardella che nel 1985 a soli 25 anni, viene accusato dell’omicidio del titolare di un piccolo market di liquori durante un tentativo di rapina. La banda è formata da tre persone, ma viene arrestato solo Aldo Scardella. Gli inquirenti sono convinti che sia uno dei colpevoli perché nei pressi del palazzo dove abita viene ritrovato uno dei passamontagna usati dai banditi e sulle testimonianze di alcuni, che nei giorni precedenti lo avrebbero visto nei pressi del locale rapinato. Aldo viene arrestato e trascorre quasi sei mesi dietro le sbarre in regime di totale isolamento, senza poter vedere i suoi avvocati e i suoi familiari. Non reggendo il peso della situazione e non potendo dimostrare la sua innocenza, Aldo si impicca nella sua cella il 2 luglio del 1986. Prima di togliersi la vita lascia un biglietto che si conclude con le seguenti parole: "Muoio innocente".

DOMENICO MORRONE. Risarcito dopo 15 anni di carcere: “Ma la libertà non ha prezzo” (Sono innocente). Questa sera, domenica 15 aprile, a Sono innocente sarà raccontata la storia di Domenico Morrone, che ha trascorso 15 anni in carcere prima di essere assolto dall'accusa di duplice omicidio, scrive Morgan k. Barraco il 15 aprile 2018 su "Il Sussidiario". “Sono innocente” ha raccontato nella puntata di oggi la storia di Domenico Morrone, che ha trascorso 15 anni in carcere a causa della condanna definitiva per il duplice omicidio di due studenti minorenni. Era il 1991 e a Taranto era in corso una guerra tra clan. L'unica colpa di Morrone è quella di aver litigato con un ragazzino che è stato poi ucciso. Contro di lui c'è un movente fortissimo: si sarebbe vendicato dell'agguato subito, quindi viene arrestato. Testimoni oculari, un esame dello stub dall'esito incerto e un movente fortissimo: questi sono gli elementi che lo portano in cella. Morrone durante il processo tira in ballo due testimoni che confermano il suo alibi, ma entrambi vengono denunciati per falsa testimonianza. Il caso si tinge di giallo quando dall'ufficio corpi di reato spariscono prove che lo scagionano. Nei 15 anni di carcere ha però conosciuto l'umanità di guardie e operatori carcerari. Dopo nove anni dietro le sbarre ottiene un permesso di tre giorni che decise di trascorrere con sua madre. In due pentiti ripose le sue uniche speranze di scarcerazione. Per i suoi 15 anni trascorsi in carcere da innocente ha ricevuto 4 milioni di euro di risarcimento. A tal proposito ha dichiarato: «La libertà di ogni singolo giorno della nostra vita non ha prezzo». (agg. di Silvana Palazzo)

Oggi 55enne, Domenico Morrone aveva 42 anni quando è stato riconosciuto innocente per l'accusa di duplice omicidio ai danni di due studenti minorenni. Il tarantino dovrà trascorrere infatti 15 anni in carcere a causa della condanna definitiva, prima di poter riavere la propria libertà. Il caso di Domenico Morrone si chiuderà definitivamente nel 2006, quando la Corte d'Appello di Lecce stabilirà grazie al processo di revisione che si è trattato di un errore giudiziario. Quanto accaduto a Domenico Morrone verrà raccontato nella puntata di oggi, domenica 15 aprile 2018, del programma “Sono Innocente”. Si tratta forse del caso più eclatante di errore giudiziario della storia italiana, come ha sottolineato il suo legale, l'avvocato Claudio DeFilippi, pochi giorni prima del rilascio del suo assistito. All'epoca dell'arresto, Morrone è incensurato ed è un pescatore di Taranto dalla fedina impeccabile. Il giorno del suo arresto non perderà tuttavia solo la propria libertà e dignità, ma anche la fidanzata. Ed anche se affermerà fin dalle prime ore di non essere colpevole del duplice delitto dei due studenti, gli inquirenti saranno convinti della sua colpevolezza. A dimostrarlo delle prove inconfondibili per il pm Vincenzo Petrocelli, ricorda Il Corriere della Sera, due testimonianze che affermano di averlo visto sulla scena del crimine. 

Domenico Morrone e l’omicidio di due minorenni. Domenico Morrone verrà considerato per 15 anni il responsabile della morte di Giovanni Battista, all'epoca dei fatti 17enne, e del quindicenne Antonio Sebastio. I due ragazzi infatti sono stati uccisi mentre si trovavano di fronte alla scuola alla periferia di Taranto che frequentavano entrambi. Un delitto brutale, compiuto con una calibro 22 da un sicario che ha sparato diversi colpi verso le due vittime. Secondo gli inquirenti, Morrone ha ucciso i due studenti per via di una lite avvenuta con Battista qualche giorno prima e durante la quale era stato ferito. Alcuni testimoni riferiranno in sede processuale di aver sentito l'imputato minacciare di morte le due vittime, accusandoli di essere legali alla criminalità locale. A nulla sono servite le prove portate all'attenzione dei giudici dal difensore Claudio DeFilippi. Secondo il legale di Morrone, infatti, i due delitti erano da collegare ad uno scippo messo in atto dalle due vittime ai danni di una donna. Eppure la condanna per omicidio verrà confermata, anche se l'imputato fornirà subito un alibi confermato nel corso dell'iter processuale. La Cassazione infatti, ricorda Il Corriere della Sera, non terrà in considerazione il fatto e della conferma dei coniugi Masone, che come la madre di Morrone verranno accusati invece di falsa testimonianza. 

In carcere a 27 anni. Il giorno del suo arresto Domenico Morrone aveva appena 27 anni e riuscirà a uscire dal carcere solo in età adulta. L'esperienza carceraria non impedirà solo all'uomo di poter vivere la sua vita da incensurato, ma provocherà nel suo animo profondi turbamenti. Al momento del rilascio, Morrone infatti mostrerà un fisico stravolto dalla sofferenza, in preda a forti depressioni e malattie virali. Oltre al danno anche la beffa: Morrone perderà a causa della condanna anche la fidanzata, mentre la madre verrà ridotta in povertà. La donna infatti riusciva a sostenersi solo grazie al lavoro di pescatore del figlio e in sua assenza non era più in grado di avere una vita agiata. La madre di Morrone tra l'altro morirà l'anno successivo alla scarcerazione del figlio, dietro le sbarre fin dal 1991. Per l'errore giudiziario subito, l'uomo chiederà infine un risarcimento di 12 milioni allo Stato italiano. Soprattutto alla luce dei due annullamenti avvenuti in Cassazione e delle successive conferme della condanna a 21 anni invece messe in atto dalla Corte d'Assise di Bari. I giudici infatti hanno scelto di non tenere in considerazione dell'alibi di Morrone, confermato dai vicini di casa Masone, dalla madre e da un amico appuntato. Il movente del duplice delitto di Giovanni Battista e Antonio Sebastio era riconducibile ai loro occhi a quella denuncia che l'uomo aveva sporto contro i due ragazzini, per via di una strana attività collegata a dei motorini. Per questo e per le testimonianze di due minorenni, sottolinea La Repubblica, verrà considerato autore della tragedia.

Gli innocenti in galera: non solo Tortora dice Concetto Vecchio su “La Repubblica”.

Domenico Morrone fu riconosciuto innocente dopo 15 anni, due mesi e ventitré giorni passati ad ammuffire in carcere. Il più grave errore giudiziario nella storia della Repubblica. Aveva 27 anni il giorno dell'arresto, 30 gennaio 1991, accusato del duplice omicidio di due minorenni a Taranto, la sua città. Pescatore incensurato, famiglia onesta, una fidanzata. Era un uomo di 42 anni piegato dalla malasorte quando lo fecero uscire: i capelli ingrigiti dalla sofferenza, preda di gravi depressioni, un fisico appesantito di venti chili. Nella promiscuità aveva contratto alcune malattie, tra cui l'epatite b. Inutilmente aveva gridato al vento la sua innocenza. Nessuno gli aveva creduto. In Italia dal dopoguerra - ha calcolato l'Eurispes - 4 milioni di persone sono state vittime di errori giudiziari o di ingiusta detenzione. Fino al 1989. Ad oggi bisogna aggiungerne un altro milione. L'errore giudiziario si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio un condannato viene riconosciuto innocente solo in seguito a un nuovo processo, detto di revisione.

Due avvocati, Claudio Defilippi e Debora Bosi, raccontano l'inferno delle ingiustizie in Toghe che sbagliano, Aliberti editore. Il caso più reclamizzato è quello di Enzo Tortora. Ma è solo il più noto. Un altro caso limite fu quello di Massimo Carlotto: sei anni di carcere, altrettanti di latitanza. Fu arrestato il 20 gennaio 1976. La grazia del presidente Scalfaro arrivò il 7 aprile 1993. Carlotto, forse non a caso, scrive fortunati noir. Daniele Barillà, condannato per traffico di droga perché con la sua auto si trovò sulla tangenziale sbagliata durante un inseguimento a un carico di 50 chili di cocaina: sette anni, cinque mesi e dieci giorni di galera. Arresto il 13 febbraio 1992. Il verdetto favorevole alla revisione del processo: il 23 luglio 1999. La sua storia è diventata un film. Ora vive all'estero. Lo Stato gli ha riconosciuto un indennizzo di tre milioni di euro. Massimo Pisano nel '93 fu accusato per avere ucciso la moglie, Cinzia Bruno, a Riano, vicino Roma. Cadavere trovato sul greto del Tevere. A condannarlo fu la confessione dell'amante, Silvana Agresta. Movente: voleva liberarsi della moglie per potersi risposare. Il 18 aprile 1996 la Cassazione chiude il caso: ergastolo. Otto anni in carcere. Poi la revisione del processo. Cambia tutto. La mattina del delitto si trovava al catasto. Ci sono ventidue riscontri documentali e testimoniali. Ad uccidere la moglie fu l'amante. Motivo: il rapporto tra i due amanti era in crisi e la donna temeva che Pisano volesse rompere la relazione. Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso il fratello Paolo nel 1954 ad Avola, fu scarcerato dopo sette anni perché Paolo invece che al camposanto viveva sotto mentite spoglie in un casale. Una messinscena tremenda, per far condannare il fratello all'ergastolo. Fu scarcerato, ma non ebbe una lira. All'epoca l'ingiusta detenzione non era contemplata dalla legge. Il caso Morrone è il più sconcertante di tutti. L'anziana madre è morta un anno dopo la sua liberazione, il 21 aprile 2006. Fa lo spazzino e ha chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro. La notte si sveglia di soprassalto, sente il rumore delle pesanti chiavi delle guardie carcerarie. Pensa di essere ancora in prigione. La sua storia mette inquietudine. Per due volte la Cassazione annullò le sentenze d'appello, ordinando nuovi processi e per altrettante volte la Corte d'assise di Bari confermò la condanna a 21 anni, una pena relativamente esigua per un delitto così efferato, segno, fanno notare gli autori, uno dei quali è il difensore del pescatore, che i giudici erano tormentati dai dubbi. La mattina del delitto aveva incontrato un amico appuntato, avevano conversato, poi aveva aggiustato l'acquario dei vicini. I vicini avevano confermato. Non bastava come alibi. I giudici trovarono il movente nel fatto che Morrone aveva denunciato i due ragazzini per un oscuro traffico di motorini, e perciò era stato vittima di un agguato. L'omicidio sarebbe stato una vendetta. Finì in cella accusato da due minorenni semianalfabeti che sostenevano di averlo riconosciuto sul teatro del delitto. Gli fecero l'esame sulla polvere da sparo: negativo. La giustizia fu celere: due anni dopo era già condannato in secondo grado. Fece lo sciopero della fame due volte. Scrisse ad Amnesty international. Interpellò il capo dello Stato. Presentò sei istanze di revisione del processo. Sette gradi di giudizio e quindici anni dopo (quindici!) due pentiti rivelarono che l'omicida era un tale Antonio Boccuni, che si era voluto vendicare dello scippo che i due minorenni avevano compiuto a danni della madre.

Altro precedente. È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso. Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita. Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la corte d’appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto. Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono condannate per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

IL CASO MORRONE

È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso.

Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita.

Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la corte d’appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto.

Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono condannate per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui al Giornale - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’assise d’appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

Ora, finalmente, la giustizia si mostra comprensiva con chi è stato vittima di un errore così grave: la corte d’appello di Lecce nota anzitutto che l’Avvocatura dello Stato «non si oppone alla liquidazione» della cifra. La scorsa estate Morrone aveva chiesto allo Stato un risarcimento di 12 milioni di euro; il tempo di condurre una rapida trattativa e il ministero si è detto disponibile a chiudere la pratica a quota 4, 5 milioni di euro. Senza opposizioni e contestazioni. La somma totale di 4,5 milioni è così ripartita: 1 milione e 300mila euro per la privazione della libertà; 1 milione e 700mila euro per i danni non patrimoniali; 1 milione per il danno patrimoniale da mancato guadagno; 500mila euro per le spese legali e per gli onorari del difensore. Un record per l’Italia. E anche un primato di velocità.

Ma non finisce qui. Morrone vuole presentare il conto anche ai magistrati che hanno sbagliato e per questo ricorrerà alla legge sulla responsabilità civile dei giudici. Il pescatore, come impone la norma, si rivolgerà alla Presidenza del consiglio, chiedendo 8 milioni di euro per l’operato di Vincenzo Petrocelli, il magistrato di Taranto che l’aveva messo sotto accusa.

Appalti e corruzione all’ Arsenale della Marina Militare a Taranto. Cinque condanne e un patteggiamento. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Settembre 2023 

Disposto il rinvio a giudizio di altri undici imputati fra i quali l'ammiraglio Cristiano Nervi, accusato di turbativa d'asta in relazione alla sola gara che venne bandita per i lavori sulla nave San Marco.

Nell’udienza preliminare svoltasi questa mattina il giudice Alessandra Romano, ha chiuso l’udienza preliminare del procedimento nel quale la Guardia di Finanza aveva portato alla luce delle manovre corruttive attuate da un cartello di imprese per poter pilotare e dividersi gli appalti dell’Arsenale militare di Taranto.

L’ inchiesta dei militari del nucleo di Polizia economica e finanziaria della Guardia di Finanza di Taranto si era nel febbraio 2020 fa con 12 misure cautelari ai domiciliari disposte dal giudice delle indagini preliminari su richiesta della Procura nei confronti di imprenditori ( o meglio “prenditori” ) , dipendenti dello Stato e ufficiali della Marina scoperti e coinvolti nell’inchiesta. 

Quei provvedimenti vennero disposti a a seguito delle indagini con le quali la Guardia di Finanza accerto e contestò le manovre illegali messe in atto da un cartello di imprese che secondo gli inquirenti, avrebbero attuato un accordo al fine di pilotare l’assegnazione delle commesse della Marina Militare alle loro imprese ed escludere conseguentemente gli altri concorrenti. Un progetto illegale e truffaldino nel quale vennero affiancati da funzionari e ufficiali di Marina infedeli loro complici. 

In avvio dell’ udienza preliminare odierna alcuni degli imputati ha preferito optare al ricorso a riti alternativi come l’ abbreviato ed il patteggiamento. La pena più pesante è stata decisa dal giudice nei confronti del tenente di vascello Antonio Di Molfetta condannato a quattro anni e mezzo di reclusione. Secondo l’ impianto accusatorio Di Molfetta, nello svolgimento del suo incarico di addetto all’ufficio “servizio efficienza navi” della stazione navale di Taranto, avrebbe consentito l’assegnazione di lavori ad alcune imprese coinvolte nella vicenda, ottenendo in cambio degli arredi e persino degli elettrodomestici. A carico di Di Molfetta è stato disposto l’obbligo di risarcire il Ministero della Difesa che si è costituito parte civile con 30.000 euro. 

La giudice Romano ha poi condannato a quattro anni di reclusione l’imprenditore Daniele Guardascione e l’impiegato civile dell’ Arsenale Federico Porraro. Un anno e otto mesi di condanna nei confronti dell’ imputato Giovanni Pletto, ed un anno a carico del funzionario civile Giuseppe De Monte, accusato di aver sottratto delle vernici da un magazzino. Per questi ultimi due condannati la pena è sospesa.

Disposto il rinvio a giudizio di altri undici imputati fra i quali l’ammiraglio Cristiano Nervi, accusato di turbativa d’asta in relazione alla sola gara che venne bandita per i lavori sulla nave San Marco. L’ ammiraglio ha sempre negato le accuse a suo carico respingendo fermamente ogni contestazione e si è difeso durante l’udienza preliminare ribadendo la sua assoluta estraneità alle accuse facendo riferimento anche all’esito di due indagini condotte dall’ Anac che hanno confermato la regolarità delle gare d’appalto effettuate nel periodo in cui ricopriva l’incarico di direttore dell’Arsenale. 

Per la cronaca l’ammiraglio Nervi nonostante le imputazioni ed il processo è stato promosso dalla Marina Militare per un incarico superiore, mentre il gip ha preferito rinviare al dibattimento processuale ogni chiarimento in ordine sua alla posizione processuale. Analoga decisione nei confronti degli imputati Armando De Comite, Alessandro Di Persio, Fabio Greco, Giona Guardascione, Pierpaolo Iaia, Giacinto Pernisco, Nicola Pletto, Angelo Raffaele Ruggiero, Vincenzo Vernaglione ed Antonio Sottile. Il processo prenderà il via il prossimo 4 dicembre in Tribunale a Taranto. Redazione CdG 1947

Da Taranto a Manfredonia: blitz degli ispettori in ospedale, nel mirino anche il «118». I casi: infermieri trasformati in amministrativi, radiologie chiuse per malattia. I soccorritori internalizzati attraverso le Sanitaservice: alcune Asl ne hanno promossi alcuni ad amministrativi, senza concorso né titoli. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Settembre 2023

Il caso dei 12 soccorritori del 118 diventati amministrativi non è l’unico punto su cui è finita nel mirino la gestione della Asl di Taranto. La stretta imposta dalla Regione su appalti e assunzioni, da parte delle aziende sanitarie e delle loro società in-house, va di pari passo con i controlli. E dunque le verifiche effettuate dal Nirs sulla Sanitaservice di Taranto si sono estese anche alla stessa Asl per riscontrare i contenuti di una lunga serie di esposti.

Il problema dei soccorritori diventati amministrativi è infatti emerso da una segnalazione di fonte sindacale. I 12 sono stati trasformati in coordinatori dei turni nelle postazioni, pur mantenendo il trattamento economico (le indennità previste dal contratto) cui si aggiungono gli straordinari e le reperibilità. L’ispezione del Nirs, guidato dall’avvocato Antonio La Scala, ha accertato che i 12 sono stati scelti senza una selezione pubblica. Altri esposti hanno poi sottolineato quella che non può che essere una coincidenza: alcuni dei neo-amministrativi sono infatti sindacalisti o figli di sindacalisti molto noti sul territorio.

Il caso è ora all’attenzione degli uffici della Regione, che stabiliranno se e come intervenire sull’organizzazione del 118. Ma nel frattempo, la settimana scorsa, gli ispettori sono tornati in Asl per acquisire altra documentazione. A partire dalle modalità di assunzione di 800 persone, in gran parte infermieri, durante l’emergenza Covid. Anche qui gli ispettori hanno accertato che una parte del personale preso con le procedure di emergenza risulterebbe assegnato a funzioni amministrative, in violazione di numerose disposizioni. Gli ispettori stanno effettuando accertamenti simili anche...

Il Tribunale del Riesame smentisce la Procura di Taranto: dissequestrati i beni di De Bellis dopo la denuncia strumentale di Kyma Ambiente (ex Amiu spa). Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Aprile 2023 

Con la decisione del Tribunale del riesame dissequestrati beni per 1 milione dopo l’istanza del difensore avv. Marseglia . Una situazione ambientale a dir poco imbarazzante per la Procura di via Marche, in quanto la pm Lucia Isceri è la consorte del notaio utilizzato prevalentemente dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci per i suoi atti notarili personali e per quelli dell' Amministrazione Comunale di Taranto.

Ll Tribunale del Riesame di Taranto ha disposto il dissequestro per un valore di circa 1 milione di euro bloccati al consulente di Kyma Ambiente (ex Amiu spa) , Domenico De Bellis, nelle scorse settimane dalla Guardia di Finanza su disposizione della pm Lucia Isceri che lo accusava di peculato ed estorsione nell’inchiesta sulle “parcelle d’oro” che peraltro coinvolge un commercialista coniugato con un sostituto procuratore della Repubblica, di cui però non si hanno molte notizie in Procura. Solo coincidenze? 

Il collegio giudicante dell’ Appello presieduto dal giudice Alessandro de Tomasi, ha quindi recepito le ragioni del difensore, l’avvocato Nicola Marseglia, ed ha annullato il provvedimento con il quale prima il pubblico ministero Lucia Isceri ed il gip Alessandra Romano avevano disposto il sequestro accogliendo le tesi del denunciante Gianpiero Mancarelli, presidente Kyma Ambiente (ex Amiu spa) che le parcelle sarebbero state incassate per delle attività a suo dire inesistenti , grazie a un presunto e non dimostrato accordo illegale tra Domenico De Bellis e il dirigente Amiu, Rocco Lucio Scalera.

L’ impianto accusatorio della Procura di Taranto nei confronti di De Bellis è di aver ricevuto un incarico nel 2010 che prevedeva la retribuzione di soli 5mila euro, ma di aver poi ottenuto compensi ben più importanti rispetto alla effettiva attività svolta. L’inchiesta della Procura di Taranto si basava essenzialmente su una mail del 12 luglio 2018, con la quale lo Scalera avrebbe quantificato in 989mila euro il compenso in favore del De Bellis per la sua attività professionale prestata in favore della società Kyma Ambiente (ex Amiu spa) assistendola in due procedimenti amministrativi del valore complessivo di 12 milioni di euro con l’Agenzia delle Entrate. 

Scalera secondo le indagini svolte dai finanzieri del comando provinciale di Taranto, avrebbe calcolato erroneamente quel compenso dimenticando due aspetti: il primo consisteva nella circostanza che nel 2010 il Cda di Amiu Taranto spa aveva già assegnato l’incarico all’avvocato Stefano Fumarola di seguire le due pratiche, il quale però non è un commercialista, e come ben noto i ricorsi tributari sono materia prettamente fiscale. Il secondo punto è che l’azienda oltre ad aver concesso a Fumarola la possibilità di avvalersi della collaborazione di De Bellis che peraltro già aveva un incarico professionale con Amiu Taranto spa, aveva indicato un compenso di 5mila euro per De Bellis.

Il dirigente Scalera avrebbe sottoscritto con De Bellis una scrittura privata nel 2019, riconoscendo un compenso di 532mila euro per il primo grado di giudizio dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Taranto e di 456mila euro per il secondo grado dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale della Puglia per un procedimento del valore complessivo di 12 milioni di euro con l’Agenzia delle Entrate. 

La decisione del tribunale dell’ Appello si sarebbe basata sulla produzione dell’ avv. Nicola Marseglia difensore del De Bellis di un verbale del 2011 del consiglio di amministrazione di Amiu Taranto spa (del quale Scalera non faceva parte !) che di fatto legittima gli incassi del commercialista, documento questo peraltro esibito in giudizio da entrambe le parti interessate, cioè sia l’ Amiu che il difensore del De Bellis , verbale che incredibilmente non era stato dovutamente valutato dalla pm Isceri nella fase che aveva portato al sequestro “allegro” delle somme. Il verbale del 2011 infatti faceva chiarezza sulla quantificazione del compenso dovuto al commercialista e di fatto consentiva a De Bellis di aumentare il valore delle fatture emesse nei confronti di Amiu. Ma non solo. A questo documento la difesa ha prodotto ampia documentazione in proprio favore.

L’avvocato Marseglia ha così potuto dimostrare che una parte significativa delle somme sequestrate dalla Procura sin dal 2011 risultavano essere accantonate nel bilancio di Amiu, tutto ciò peraltro diversi anni prima che venisse affidata una procura speciale al dirigente Scalera con il potere di stipulare contratti fino a 990mila euro. Questa procura era stata evidenziata dalla denuncia del presidente Mancarelli come il passepartout dell’ attività professionale prestata dal De Bellis all’ Amiu Taranto spa. L’avvocato Marseglia, ha chiarito che in realtà al di là del numero di incarichi, i risultati dell’attività professionale del De Bellis sono stati particolarmente favorevoli ed utili per le casse dell’Amiu in quanto i contenziosi con l’ Agenzia delle Entrate e altri enti sono stati quasi sempre vinti dal De Bellis consentendo all’azienda municipale di risparmiare la somma di circa 28 milioni di euro. 

Apprendere tutto ciò è la conferma della “pochezza” professionale e limitata esperienza manageriale del presidente Mancarelli, di cui solo 48 ore fa in consiglio comunale a Taranto l’opposizione ha chiesto le sue dimissioni a seguito dei risultati fallimentari dell’ Amiu Taranto spa sotto la sua malsana gestione, carica affidatagli dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, solo in quanto ex-segretario provinciale del PD jonico. E non a caso la città di Taranto ha la TARI fra le più alte d’Italia, ed uno dei peggiori risultati in materia di raccolta differenziata, nonostante i proclami ed i milioni di euro buttati al vento per cassonetti automatizzati (che non funzionano !) e camion attrezzati.

Adesso bisognerà attendere le motivazioni del Riesame che saranno rese note nei prossimi 45 giorni, e capire se qualcuno avrà il coraggio a questo punto di fare ricorso in Cassazione a Roma dove la procura è nota per i ricorsi persi o rigettati in quanto a volte ritenuti persino inammissibili. Altra valutazione dovrebbe farla il procuratore generale di Lecce (competente sulla procura di Taranto) considerando una situazione ambientale a dir poco imbarazzante per la Procura di via Marche, in quanto la pm Lucia Isceri è la consorte del notaio “di fiducia” utilizzato prevalentemente dal sindaco di Taranto Rinaldo Melucci per i suoi atti notarili personali e per quelli dell’ Amministrazione Comunale di Taranto. Redazione CdG 1947

Taranto, a 80 anni muore ex procuratore capo Franco Sebastio. Il cordoglio di Emiliano. Ha guidato numerose indagini su inquinamento e Ilva, ma anche quelle sull'omicidio di Sarah Scazzi. La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Gennaio 2023

Si è spento a 80 anni Franco Sebastio, ex procuratore capo della città di Taranto e magistrato in pensione. Era ricoverato in ospedale da qualche giorno, ma si è spento poche ore fa. Ha guidato numerose indagini su inquinamento e Ilva, ma anche quelle sull'omicidio di Sarah Scazzi. Nel 2017 fu candidato sindaco.

Taranto e la Puglia hanno perso un Uomo straordinario, competente, coraggioso e dotato di una grande umanità. Le sue inchieste, nel corso di una lunga e luminosa carriera, hanno restituito verità e giustizia seguendo per anni il dramma dell’inquinamento ambientale determinato dall’Ilva a Taranto ed altre importanti inchieste. Franco Sebastio era una figura di riferimento dell’intera società tarantina e pugliese e ci mancherà tanto. Alla famiglia, ai colleghi e a tutti coloro che gli vogliono bene va il cordoglio della Regione Puglia e quello mio personale”. Sono le parole del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per la scomparsa del magistrato Franco Sebastio.

L’ex procuratore di Taranto Franco Sebastio è morto. Redazione CdG 1947 e Antonello de Gennaro su Il Corriere del Giorno il 10 Gennaio 2023.

Da magistrato ha guidato numerose indagini dedicando gran parte delle sue battaglie alla lotta all’inquinamento. Tarantino di nascita, a vent'anni ha cominciato la sua carriera da cancelliere . Quindi il concorso in magistratura con una lunga carriera cominciata da pretore. Nell'82, proprio da pretore di Taranto, arrivò la prima sentenza contro i responsabili del siderurgico.

Franco Sebastio, ex procuratore capo della città di Taranto si è spento. 80 anni , era ricoverato nell’ ospedale Taranto Nord “Moscati” da qualche giorno, ma si è spento poche ore fa. Ha guidato numerose indagini dedicando gran parte delle sue battaglie alla lotta all’inquinamento. Era presidente del Consiglio di amministrazione della Ladisa ristorazione e della Ledi srl, società editrice del quotidiano interregionale “L’Edicola del Sud”. Sebastio, tarantino di nascita, a vent’anni ha cominciato la sua carriera da cancelliere . Quindi il concorso in magistratura con una lunga carriera cominciata da pretore. Nell’82, proprio da pretore di Taranto, arrivò la prima sentenza contro i responsabili del siderurgico. 

Andato in pensione come magistrato si era candidato a Sindaco di Taranto con una sua coalizione di liste civiche non venendo eletto, venne convinto dal governatore della Regione Puglia Michele Emiliano a sostenere la candidatura dell’attuale sindaco Rinaldo Melucci, di cui è stato assessore alla legalità per alcuni mesi nel corso della 1a consiliatura, andando in rotta di collisione per alcune posizioni della Giunta Melucci che non condivideva.

Dopo il primo turno delle Amministrative, – raccontò Sebastio – il mio amico e collega Michele Emiliano mi ricontattò, chiedendomi di sostenere il candidato sindaco Rinaldo Melucci. Quando gli parlai mi conquistò il suo entusiasmo. Pensai che questo giovane, che non era un politico di professione, potesse dare una speranza alla mia città e a me stesso, alla mia età. Decisi così, di non restare alla finestra ed offrire il mio contributo“.

Franco Sebastio, a distanza di qualche giorno dalla revoca dell’incarico di assessore alla Cultura, Legalità ed Attuazione del programma, raccontò ai giornali locali le tappe della sua esperienza di amministratore cittadino, spiegando che “La richiesta di dimissioni è giunta assolutamente inaspettata. Sono stato avvisato delle intenzioni del sindaco Melucci da lui stesso. Mi ha chiamato e mi ha fatto presente che aveva problemi di carattere politico per la composizione della sua maggioranza e che, quindi, aveva necessità di disporre del mio incarico. È anche quanto, in maniera più forbita ed elegante, ha detto nel suo comunicato stampa. Dopo questa comunicazione mi ha chiesto se intendessi dimettermi oppure se dovesse procedere lui con la revoca“. e continuò “cadendo dalle nuvole, ho detto che avrei voluto pensarci. Nella stessa serata, però, mi è stato comunicato che aveva firmato il provvedimento di revoca dell’incarico“.

Confesso e faccio ammenda di essere stato eccessivamente critico nei suoi confronti negli ultimi anni del suo incarico di procuratore capo a Taranto, sono stato , salvo poi conoscerlo meglio e diventarne amico e custode negli ultimi tempi di molte sue confidenze e confessioni. Devo riconoscergli ( e non certamente per convenienza) il grande rispetto che ha sempre manifestato per la libertà di stampa. Diceva :”un magistrato non deve mai querelare un giornalista. La libertà di stampa è l’ossigeno della nostra democrazia“.

Sebastio raccontava di aver accettato l’incarico di assessore “animato esclusivamente dal desiderio di fare qualcosa di utile per la mia città e questo mi ha portato in questi mesi anche a trascurare le mie attività professionali. Questo è il primo motivo di delusione. Non mi aspettavo di essere trattato in questa maniera. Fino al giorno prima della richiesta di lasciare l’incarico si erano instaurati rapporti cordialissimi, affettuosi e di rispetto reciproco. Avevo davvero la sensazione di essere impegnato in qualcosa di utile per la mia città. Sono, quindi, deluso per la perdita di questo rapporto umano e professionale“.

In questi mesi sono intervenuto numerose volte” raccontava Sebastio “per approfondire questioni o bloccare appalti, ma è stato un lavoro silenzioso. Mi interrogo sull’epilogo di questa vicenda e, con la forma mentis del magistrato, prendo in considerazione tutte le ipotesi. Per cinquant’anni sono stato un magistrato definito “super attivo” e mi chiedo se, forse, tale attivismo possa aver creato qualche preoccupazione all’interno o all’esterno. Mi chiedo se, anche in ambienti fondamentalmente corretti come quelli che ho frequentato negli ultimi mesi, il fatto di vedere che mi interessavo di determinate questioni abbia potuto creare qualche preoccupazione“. E fu lì che Franco Sebastio decise di mettere fine alla sua esperienza politica.

l’ on. Dario Iaia (Fratelli d’ Italia)

Rammarico per la scomparsa di Franco Sebastio espresso dall’ onorevole Dario Iaia (Fratelli d’Italia), avvocato penalista del Foro d che ricorda un “uomo serio ed equilibrato” che “ha sempre mostrato grande capacità e competenza professionale, oltre che doti umane ed esemplari. Ha diretto il Tribunale di Taranto con determinazione e dando un forte impulso anche alle indagini più delicate e complesse – prosegue Iaia -. Di lui resterà non solo il ricordo ma i tanti risultati conseguiti sul campo, in nome della Giustizia, che è stata il suo faro e la sua guida“.

La notizia del decesso di Franco Sebastio, ci addolora profondamente. L’ex Procuratore della Repubblica di Taranto è stato e sarà sempre un simbolo di giustizia e legalità per questa comunità“. Così il deputato pugliese del Partito democratico, Ubaldo Pagano, ricorda la figura di Franco Sebastio. “Indelebile – afferma – resterà il suo instancabile impegno per questa città e per il bene dei tarantini. Oggi Taranto piange un magistrato che non si è mai rassegnato a considerare i tarantini figli di un Dio minore sacrificati sull’altare della produzione industriale siderurgica nazionale. A lui dobbiamo molto e nel suo ricordo continueremo a portare avanti le sacrosante battaglie in difesa dei diritti di Taranto e dei tarantini“, conclude Pagano.

Taranto e la Puglia hanno perso un Uomo straordinario, competente, coraggioso e dotato di una grande umanità. Le sue inchieste, nel corso di una lunga e luminosa carriera, hanno restituito verità e giustizia seguendo per anni il dramma dell’inquinamento ambientale determinato dall’Ilva a Taranto ed altre importanti inchieste. Franco Sebastio era una figura di riferimento dell’intera società tarantina e pugliese e ci mancherà tanto. Alla famiglia, ai colleghi e a tutti coloro che gli vogliono bene va il cordoglio della Regione Puglia e quello mio personale”. Sono le parole del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per la scomparsa del magistrato Franco Sebastio.

Alla moglie ed ai suoi figli che amava alla follia, vanno le nostre più sincere condoglianze. Buon viaggio caro Franco, che la terra ti sia lieve. Redazione CdG 1947

L’Inquinamento.

«A Taranto troppo benzene l’ex Ilva deve intervenire». L’Arpa: emissioni sotto i limiti di legge, ma da gennaio a novembre superate le medie dei tre anni precedenti. Francesco Casula su La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Gennaio 2023.

Acciaierie d’Italia «adotti tutti i possibili interventi correttivi di riduzione delle emissioni di benzene» nell’ex Ilva di Taranto. Lo scrive Arpa Puglia in una nota inviata pochi giorni fa alla società che gestisce la fabbrica di Taranto, per la prima volta indicata nero su bianco come la fonte da cui provengono le emissioni di benzene, sostanza altamente nocive visto che è classificata come «cancerogeno certo per l’uomo».

La missiva del 5 gennaio è firmata dal direttore generale Vito Bruno, dal direttore scientifico Vincenzo Campanaro e dal direttore del dipartimento di Taranto Vittorio Esposito, ha tra i destinatari anche i commissari straordinari dell’ex Ilva, formalmente proprietari della fabbrica e gestori fino al 2018: la struttura commissariale, stando a quando risulta alla «Gazzetta» avrebbe già risposto alla nota Arpa spiegando che è Acciaierie d’Italia l’attuale gestore e quindi l’unico che può agire per ridurre le emissioni.

La missiva conferma gli allarmi lanciati nelle scorse settimane dalle associazioni ambientaliste sulla nuova emergenza benzene a Taranto: «L’intera rete di centraline di qualità dell’aria di pertinenza AdI Spa - si legge nella nota - ed il sistema di monitoraggio ad alta risoluzione temporale ottico-spettrale lungo tutto il perimetro dello stabilimento AdI hanno registrato un concomitante incremento delle concentrazioni di benzene».

Nel documento, infatti, Arpa riporta la media dei primi 11 mesi dell’anno scorso evidenziando che per la stazione «Tamburi Via Orsini» il valore medio delle rilevazioni tra gennaio e novembre 2022 è pari a 3,3 microgrammi per metro cubo ed è «superiore» alle medie annue dal 2019 fino al 2021. Nel 2019 infatti il valore medio era di 1,3 microgrammi per metro cubo, nel 2020 di 2,8 microgrammi per metro cubo e infine nel 2021 di 2,9 microgrammi per metro cubo. Un valore, com’è evidente, in costante crescita negli ultimi anni. La stessa situazione si può rilevare nella centralina «Tamburi Via Machiavelli»: 1,9 microgrammi per metro cubo nel 2022 rispetto allo 0,8 del 2019, a 1,7 del 2020 e del 2021.

I valori, ovviamente, diventano ancora più alti nelle misurazioni compiute dalle centraline all’interno della fabbrica: nei primi 11 mesi del 2022 la stazione Cokeria ha registrato un valore medio di 33,2 microgrammi per metro cubo: valore quasi doppio rispetto al 2019 (18,4 microgrammi per metro cubo), e superiore anche al 2020 (28,4) e 2021 (22,8). Anche la stazione di controllo posizionata nell’area Parchi minerali, quindi particolarmente vicina al caseggiato del quartiere Tamburi, ha raccolto un valore medio di 5,2 microgrammi per metro cubo, superiore alle medie annue del 2019 (1,4), 2020 (3,9) e 2021 (3,9).

Fondamentali, per comprendere la portata del fenomeno, sono due elementi. Il primo è che in Italia il «valore limite per un periodo di mediazione di un anno» è pari a 5 microgrammi per metro cubo: in questo caso solo una delle centraline - quella dei Parchi minerali - sarebbe al momento oltre il limite di legge. Il secondo elemento, invece, sono le preoccupazioni di carattere sanitario espresse dalla Asl di Taranto in una nota del 28 dicembre: «Il rispetto del valore limite annuale di 5 microgrammi per metro cubo fissato dal decreto legislativo 155/2010 non garantisce l’assenza di rischi per la salute umana, soprattutto in una popolazione, come quella dell’area di Taranto, esposta per anni ad importanti pressioni ambientali con numerose e documentate ricadute sullo stato di salute». Non solo.

L’Asl ionica ha ricordato che anche la Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, in merito al benzene ha chiarito che «non possono essere raccomandati livelli sicuri di esposizione» e che «sono necessarie azioni di sanità pubblica per ridurre l’esposizione al benzene nei lavoratori e nella popolazione generale». In sostanza anche il rispetto della legge non esclude danni alla salute di operai e cittadini. Una questione che sembra ripercorrere l’emergenza benzo(a)pirene del 2010 che finita poi nella maxi inchiesta «ambiente svenduto» che ha portato alle condanne nel 2021 per la famiglia Riva e la dirigenza di quella gestione aziendale. Per l’Asl di Taranto, quindi, l’obiettivo è che «si raggiunga nel più breve tempo possibile una netta riduzione delle emissioni di benzene al fine di tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori dell’acciaieria». Arpa Puglia, quindi, ha chiesto direttamente ai gestori, ritenuto dal testo unico per l’ambiente «l’unico responsabile degli eventuali danni arrecati a terzi o all’ambiente in conseguenza dell’esercizio dell’installazione» di agire immediatamente per ridurre le emissioni di benzene. La risposta, per ora, non è ancora arrivata. 

Taranto, emergenza senza fine: l’ex Ilva riempie l’ambiente di benzene. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 17 gennaio 2023.

Nuovo allarme attorno all’ex Ilva di Taranto. A segnalare il pericolo è Arpa Puglia, l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale, che in una nota del 5 gennaio destinata ad Acciaierie d’Italia, la società che gestisce la fabbrica e ai commissari straordinari, scrive: “Adottate tutti i possibili interventi per ridurre le emissioni di benzene”, sostanza chimica organica altamente nociva e classificata dall’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nel gruppo 1, tra le sostanze cioè con una sicura capacità di generare il cancro nell’uomo. Il monito, firmato dal direttore generale Vito Bruno, dal direttore scientifico Vincenzo Campanaro e dal direttore del dipartimento di Taranto Vittorio Esposito, specifica che “l’intera rete di centraline di qualità dell’aria e il sistema di monitoraggio lungo tutto il perimetro dello stabilimento hanno registrato un concomitante incremento delle concentrazioni di benzene», come nelle settimane scorse era già stato segnalato dalle associazioni ambientaliste della zona.

In particolare, il valore medio delle rilevazioni tra gennaio e novembre 2022 in zona stazione Tamburi, in Via Orsini (distante pochi chilometri dall’ex Ilva) è stata pari a 3,3 microgrammi per metro cubo. Una concertazione più alta rispetto agli 1,3 microgrammi per metro cubo del 2019, i 2,8 del 2020 e i 2,9 del 2021. Una quantità di benzene sopra la media è stata rilevata anche dalla stazione di controllo posizionata nell’area Parchi minerali, vicina al quartiere Tamburi: qui si sono sfiorati i 5,2 microgrammi per metro cubo, una cifra superiore alle medie annue del 2019 (1,4), 2020 (3,9) e 2021 (3,9). Considerando le valutazioni fatte invece all’interno della fabbrica, i dati sono ovviamente molto più alti. La centralina ha rilevato un valore medio di 33,2 microgrammi per metro cubo, quasi doppio rispetto del 18,4 del 2019 e comunque più alto dei 28,4 del 2020 e del 22,8 del 2021.

Il decreto legislativo 155/2010 stabilisce che  la soglia di concentrazione di benzene – e di altre sostanze simili – come valore medio annuale non debba superare i pari a 5 microgrammi per metro cubo. Escludendo l’acciaieria, al momento sarebbe “fuori legge” solo una delle centraline – quella cioè dei Parchi minerali. Questo non rende il resto delle zone sicure e fuori pericolo, anche perché “il rispetto del valore limite annuale di 5 microgrammi per metro cubo non garantisce l’assenza di rischi per la salute umana, soprattutto in una popolazione, come quella dell’area di Taranto, esposta per anni ad importanti pressioni ambientali con numerose e documentate ricadute sullo stato di salute”, ha sottolineato l’Asl di Taranto in una nota del 28 dicembre. Preoccupazione espressa anche dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), per cui “sul benzene non possono essere raccomandati livelli sicuri di esposizione”.

Nulla di nuovo in fin dei conti, visto che il 31 maggio del 2021 la Corte d’Assise di Taranto ha già condannato a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva, processati nell’ambito dell’indagine “Ambiente Svenduto” per reati di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Con loro è stato condannato (a tre anni e mezzo di carcere) anche Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia, accusato di aver fatto pressioni su Giorgio Assennato, ex direttore di Arpa Puglia, quando attorno all’Ilva alcuni inquinanti cancerogeni avevano superato i limiti imposti dalla legge.

È chiaro dunque che ad oggi l’obiettivo resta – di fatto non c’è nulla di nuovo – quello di “raggiungere nel più breve tempo possibile una netta riduzione delle emissioni per tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori dell’acciaieria”. L’Istituto superiore di sanità dice che il benzene è particolarmente dannoso perché è in grado di insinuarsi rapidamente nei polmoni (entra nel nostro corpo per inalazione) e finisce per accumularsi nel tessuto adiposo, midollo osseo, sangue e fegato. L’intossicazione, che colpisce solitamente il sistema nervoso ed il cuore, non va sottovalutata: per l’Organizzazione Mondiale della Sanità inalare ogni giorno, per tutta la vita, 0.17 microgrammi per metro cubo di benzene, comporta un rischio pari a 1 su 1 milione di contrarre una malattia tumorale.

Uno dei motivi per cui nelle scorse settimane l’Europa ha deciso di destinare alle casse del nostro Stato più di un miliardo di euro – dei 17,5 totali a disposizione – nell’ambito del programma Just transition fund (JTF) 2021-2027 per “una transizione climatica giusta” di Taranto, con la sua Ilva (e del territorio del Sulcis, in Sardegna). Lo scopo è quello di aiutare il nostro Paese a riconvertire i territori maggiormente inquinati, non più finanziando colossi come l’Ilva, ma investendo su nuovi progetti green, portati avanti da piccole e medie imprese.

Benzene a Taranto, l'ex Ilva «accusa» l'Eni. La replica alla nota dell’Arpa: Emissioni anomale nel capoluogo ionico. La replica alla nota dell’Arpa: Emissioni anomale nel capoluogo ionico. Francesco Casula su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Gennaio 2023.

L’emergenza «benzene» a Taranto non è colpa di Acciaierie d’Italia, ma potrebbe provenire da altre fonti. Ad esempio dalla raffineria Eni. È quanto, in estrema sintesi ha risposto, il 17 gennaio scorso, Adi ad Arpa Puglia che il 5 gennaio scorso aveva inviato una nota nella quale imponeva alla fabbrica di adottare «tutti i possibili interventi correttivi di riduzione delle emissioni di benzene da parte dello stabilimento siderurgico». Come raccontato nei giorni scorsi dalla Gazzetta, l’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale aveva individuato nell’ex Ilva la fonte di emissioni del benzene, pericolosa sostanza che «Iarc», l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha classificato come «cancerogeno certo per l’uomo». Nella lettera, Arpa aveva confermato che negli ultimi anni i valori di benzene registrati dalle centraline erano costantemente aumentate: per i tecnici della Regione Puglia, la sorgente di quei veleni sarebbe proprio l’ex Ilva, ma per i Gestori della fabbrica le cose non stanno affatto così. «Con la presente – scrive Acciaierie d’Italia – deve contestare fermamente tanto il fatto che l’aumento nei livelli di benzene sia attribuibile allo stabilimento siderurgico quanto...

L’ex Ilva.

Antonio Giangrande: ARCELORMITTAL. Una fonte di lavoro per impedire l'esodo e l'emigrazione.

I foraggiati dallo Stato la vogliono far chiudere. A loro non importa il risanamento. Nulla importa se ivi ci lavorano migliaia di giovani e, per questo, si mantengono migliaia di famiglie. Forse i pochi lavoratori che nel Sud Italia non sono sfruttati o pagati a nero. Nulla interessa se preme prima a quei lavoratori, che ivi ci lavorano, che l'industria siderurgica non inquini.

Chi è nato prima: il siderurgico o i Tamburi?

Come è possibile che si sia costruito a ridosso del siderurgico. Oppure. Come è possibile che si sia costruito in prossimità del quartiere di Taranto? Perchè ora non va più bene il siderurgico, motivo di tutti quegli interventi di edilizia popolare destinati proprio agli operai dello stabilimento. Perchè solo oggi si è rancorosi ai Tamburi, nonostante il siderurgico abbia dato lavoro ed abitazioni a costo agevolato a quegli operai ingrati che ora lo rinnegano?

Michele Riondino: «Il mio film sull'inferno dell'Ilva è scomodo. Anche per una certa sinistra». L'attore e attivista esordisce alla regia con "Palazzina LAF", film sugli ottanta operai mobbizzati dall'acciaieria e confinati in un edificio “manicomio”. «Mio padre è un ex operaio Ilva e seguo la vertenza da quando ho 15 anni. Ma per molti non avrei dovuto fare questa pellicola». Claudia Catalli su L'Espresso il 21 novembre 2023

La cultura operaia gli appartiene, l’ha sempre respirata in casa e ha deciso di farci un film. Si intitola “Palazzina LAF” il primo film da regista dell’attore tarantino Michele Riondino, racconto-denuncia di quel confino in fabbrica nel complesso industriale dell’Ilva di Taranto che fu riconosciuto come il primo caso di mobbing d’Italia. Era il posto in cui 79 lavoratori altamente qualificati – ma considerati scomodi - nel 1997 furono demansionati e costretti a passare intere giornate senza fare nulla, in quello che in tribunale fu definito “una specie di manicomio”. Dal 30 novembre al cinema, lo vede calarsi nei panni del protagonista Caterino, un operaio ingenuo trasformato in spia dal dirigente aziendale (Elio Germano) al fine di individuare i lavoratori di cui liberarsi. 

Questo film nasce da una vita spesa a protestare per le ingiustizie perpetrate a Taranto, dall’età di?

«Avevo 15 anni quando facevamo i primi scioperi e cortei (oggi ne ha 44, ndr). Dal 2012 partecipo in modo più continuativo come attivista e in tutti questi anni mi sono occupato della materia di vertenza dedicata a Taranto e all’acciaieria attraverso una serie di iniziative. Ho partecipato a diversi progetti legati alla protesta, tra concerti, interviste, dibattiti e documentari, ma non avevo ancora usato il mio linguaggio. Nel frattempo ho potuto raccogliere il materiale per raccontare una storia che avesse a che fare con la genesi del problema. Cioè quando a Taranto si è iniziato a considerare il profitto come unica legge, per mascherare poi l’abuso nei confronti dei lavoratori». 

Lei è un operaio mancato?

«Se non fossi partito a 18 anni sarei entrato in fabbrica a sostituire mio padre nel reparto in cui lavorava». 

Invece è partito, è diventato attore e adesso regista, pronto a battersi per gli operai e raccontarne la violenza del tempo “sospeso” nei così detti reparti lager.

«Prima che si sapesse cosa fossero, gli operai come mio padre, mio zio e gli amici di famiglia me ne parlavano come di un paradiso. Non avevano gli strumenti per capire il disagio di vivere un tempo sospeso come quello della Palazzina LAF, dove era vietato fare qualsiasi cosa che non fosse aspettare. I vigilantes sequestravano libri, giornali, carte da gioco, palle, tutto era proibito. Una tortura a tutti gli effetti, eppure è il tempo sospeso che la classe operaia vive ancora oggi: ci sono oltre quattromila lavoratori dell’Acciaieria in cassa integrazione, è una sorta di nuova Palazzina LAF, costretti anche loro a non poter fare nulla».

Suo padre ha visto il film? Come ha reagito?

«Non l’ha voluto vedere fino alla proiezione in sala alla Festa del Cinema di Roma, dove il film è stato presentato in anteprima. È rimasto molto colpito. Durante le riprese era sempre attento a farmi notare come fare un film su questo tema fosse rischioso per me e si accertava che raccontassi le cose in maniera giusta». 

Che cosa c’era dietro a quel timore?

«Qualcosa che mi succede da anni ormai: c’è chi dice che io non possa parlare di Taranto. Certi lavoratori e sindacati mi consigliano di non occuparmi di un tema che per loro non conosco, mi ripetono: “Continua a fare cinema, non politica”. Ho deciso di realizzare questo film perché è il mio modo di fare politica nel mio linguaggio. Ora cosa possono dirmi, di non fare neanche cinema?». 

Quanto le costa esporsi politicamente come attore?

«Non è facile, io non faccio attivismo per il gusto di farlo, o perché sia chissà quale fervente ambientalista, cosa che sono soprattutto per lasciare un mondo migliore a mia figlia. Sono figlio di operai e rivendico la cultura degli operai. Sono soddisfatto del mio percorso lavorativo, dico parecchi “No” e posso farlo. Certo se ai tempi di Gian Maria Volonté ci si accapigliava per le sceneggiature facendo a gara per firmare la più scomoda, oggi manca un tipo di cinema critico, scomodo. La politica stessa non è più scomoda, a sinistra c’è una sorta di pudore, imbarazzo e morbidezza che a destra non c’è. E il cinema è il riflesso della società che viviamo». 

Se ci fosse una “Palazzina LAF” nel cinema ci si ritroverebbe dentro?

«Preferisco non pensarci, di sicuro sarei con Elio Germano anche lì, quindi in buona compagnia». 

Ha voluto Germano in questo suo primo film, nei panni di un cinico dirigente. Com’è andata?

«Elio è stato il primo a leggere la sceneggiatura, insieme al regista Daniele Vicari. Sono due persone a cui tengo, che ne capiscono più di me e di cui avevo bisogno di sentire l’opinione. Appena letta la sceneggiatura è stato Elio a rendersi disponibile, convincendomi a interpretare Caterino». 

Che cosa ha Caterino in comune con il suo Vincenzo Florio della serie “I Leoni di Sicilia”?

«Una forte ambizione, sono due uomini del Sud che provano a farcela, anche a scapito degli altri. Io sono meno ambizioso: ambisco solo a continuare a fare il mio lavoro, per il resto le sfide sono sempre con me stesso, non con gli altri». 

Dopo sette anni di ricerche e lavoro il suo film sta per approdare in sala: è più forte l’emozione o la paura?

«Il timore è che possa essere facilmente boicottato: in tutti questi anni, quando ho avuto modo di raccontare la mia versione dei fatti, ho sempre incontrato ostracismo. Ho trovato muri e orecchie sorde anche nelle trasmissioni che tendono ad affrontare temi che mi sono vicini, a me, che sono di sinistra fin troppo. È un fatto: chi come me racconta Taranto in un determinato modo non viene ascoltato, le nostre verità sono scomode anche per una certa sinistra». 

Il cinema italiano in compenso sta tornando politico, penso alla commedia “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi che sta sbancando al botteghino.

«Sono molto felice per Paola. Abbiamo girato i nostri film nello stesso periodo, ci sono coincidenze che mi fanno sorridere: entrambi sono film sul sociale, non vogliono essere drammatici a tutti i costi perché la realtà che raccontano è già drammatica e contengono immagini di repertorio. Si sentiva la mancanza di un cinema politico popolare: magari si tornasse a dire la propria e non aver paura di esporsi in Italia. Sarebbe bello che anche il mio film fosse visto, così da poterne firmare un altro ancora più scomodo».

Palombella (Uilm): “Morselli pensa di intimidirmi con denunce, ma non arretrerò mai per il bene dei lavoratori”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Settembre 2023

"Nonostante i momenti difficili e le fasi complicate, nessuna azienda si era mai permessa di denunciare le organizzazioni sindacali per una critica alla gestione. Per questo da oggi in poi sarò sempre più vicino ai lavoratori in una lotta incessante che non darà tregua all’azienda e a chi tace e permette questi atteggiamenti. Io non arretrerò mai, anzi continuerò più forte di prima per evitare un disastro ambientale, occupazionale e industriale senza precedenti”. ALL'INTERNO L'ORDINANZA INTEGRALE

“L’Amministratore delegato di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, tramite una denuncia per diffamazione a seguito di una mia intervista al Quotidiano di Puglia del 6 maggio 2022, ha tentato e pensato di potermi intimidire e di tapparmi la bocca di fronte a una situazione pericolosa per la sicurezza, per l’ambiente, per l’occupazione che riguarda un’azienda strategica per il nostro Paese” dichiara in una nota Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm.

“L’archiviazione decisa dal GIP del Tribunale di Taranto il 14 settembre scorso – continua Palombella – rappresenta una lezione di diritto e civiltà, e pone la critica sindacale, anche con toni aspri, come elemento fondamentale nella vita democratica di un Paese e all’interno delle aziende. Il 5 dicembre prossimo saranno 50 anni dalla mia assunzione all’ex Ilva di Taranto e da 13 anni ricopro il ruolo di Segretario generale ma non era mai successo nulla di simile. 

“Nonostante i momenti difficili e le fasi complicate, nessuna azienda si era mai permessa di denunciare le organizzazioni sindacali per una critica alla gestione. Per questo da oggi in poi sarò sempre più vicino ai lavoratori in una lotta incessante che non darà tregua all’azienda e a chi tace e permette questi atteggiamenti. Io non arretrerò mai, anzi continuerò più forte di prima per evitare un disastro ambientale, occupazionale e industriale senza precedenti”. conclude Palombella.

Palombella affermava nell’intervista oggetto della querela archiviata che “il fatto che Mittal abbia messo come Amministratore delegato Lucia Morselli vuol dire solo una cosa: è la persona giusta per annientare lo stabilimento. Lo scopo era ed è ben preciso: loro, come gruppo, non erano capaci di fare questa cosa. Sanno fare utili, chiudere stabilimenti, ma per fare una operazione di completa disarticolazione come quella in corso a Taranto ci voleva una come Lucia Morselli” 

Nell’ ordinanza del Gip Francesco Maccagnano del Tribunale di Taranto si legge che “l’ esercizio di critica sindacale può avvenire mediante espressioni volte alla disapprovazione dell’altrui operato e al biasimo di un datore di lavoro, anche con toni aspri e taglienti: ciò posto, a ben guardare, i toni adottati dal Palombella nell’intervista da lui resa all’epoca dei fatti per cui è procedimento appiano tutt’altro che gratuiti ed inutilmente umilianti; quella dell’indagato non è stato un ‘immotivato attacco sul piano personale’ nei confronti dell’odierna opponente e dell’intero management di AdI (Acciaierie d’ Italia – n.d.r.) ; tutte le parole da lui utilizzate sono state funzionali alla costruzione del giudizio critico da lui espresso“.

Il Segretario Generale Uilm Palombella, come riporta l’ordinanza, “non ha espresso un ‘giudizio valutativo’ in relazione alle qualità morali dell’odierna opponente; l’indagato, in altre parole, non ha inteso denigrare la persona di Lucia Morselli in quanto tale; le critiche mosse dal segretario generale della Uilm, infatti, si sono risolte esclusivamente in una personale ricostruzione e stigmatizzazione delle priorità e delle strategie manageriali adottate da Adi e dall’odierna persona offesa (…)“. Redazione CdG 1947

Mittal a Taranto non paga i fornitori, mentre si gode le vacanze in Italia sullo yacht da 300milioni di dollari! Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Agosto 2023 

Lakshmi Mittal magnate dell’acciaio e numero uno di ArcelorMittal si gode le sue vacanze di fine agosto all' isola d' Elba, ben guardandosi dall' avvicinarsi alle coste pugliesi a bordo dello yacht “Alaiya” di sua proprietà

Mentre a Taranto le imprese dell’indotto dello stabilimento siderurgico ex Ilva “boccheggiano” non riuscendo a farsi pagare le proprie forniture da Acciaierie d’ Italia (ex Arcelor Mittal Italia) e l’azienda carica sulle spalle (e portafogli) dei contribuenti la cassa d’integrazione per migliaia di dipendenti, Lakshmi Mittal magnate dell’acciaio e numero uno di ArcelorMittal si gode le sue vacanze di fine agosto all’ isola d’ Elba, ben guardandosi dall’ avvicinarsi alle coste pugliesi a bordo dello yacht “Alaiya” di sua proprietà, lungo 111 metri che ha un costo di gestione oscillante fra i 20 ed i 25 milioni di dollari l’anno. 

Lo yacht ALAIYA è una meraviglia del design di yacht di lusso, costruito dal cantiere tedesco Lussen nel 2019, misura 111 metri di lunghezza e vanta un raggio di 16 metri. Nel dicembre 2021, il miliardario indiano Lakshmi Mittal lo ha acquistato. La nave è registrata a una società denominata SKY HIGH BUILDINGS LTD., che è anche il legittimo proprietario del yacht AMEVI. 

La stima del suo valore è di 300 milioni di dollari. Lo yacht è dotato di scafo in acciaio e sovrastruttura in alluminio, con un dislocamento di 4.500 tonnellate, con una velocità di crociera di circa 9 nodi, mentre si stima che la sua velocità massima superi i 18 nodi. 

I servizi di lusso presenti sull’ Alaiya includono una piattaforma per elicotteri progettata per un Eurocopter 135, una grande piscina, una spa ispirata ad un resort con una spaziosa sauna e un balcone, un cinema ed è dotata di un’ascensore interno. Lo yacht completo di ascensore può ospitare fino a 18 ospiti. con una cabina dedicata all’ equipaggio composto da 38 persone. 

Le foto in mare sono state scattate nella giornata di mercoledì 23 agosto dal fotografo da Ezio Cairoli quando lo yacht si trovava ancorato al largo della spiaggia della Biodola all’ Isola d’ Elba. 

Redazione CdG 1947

Acciaierie d’Italia: profitto privato e debito pubblico per l’ex Ilva. Nel bilancio 2022 l’azienda dichiara 2 miliardi di debiti commerciali, i tre quarti nei confronti di società del gruppo, per lo più della stessa Arcelor Mittal. Il sindacato avverte: «Questa gestione consegna i profitti al socio privato e scarica sulle risorse pubbliche le perdite». Gloria Riva su L'Espresso il 7 Luglio 2023

Ingresso negato. Dri, che sta per Direct Reduced Iron, è una società pubblica in pancia a Invitalia appositamente creata per realizzare due impianti di preridotto – utili ad alimentare sia i forni elettrici dell’ex Ilva sia quelli delle acciaierie del Nord Italia – e così decarbonizzare il ciclo produttivo dell’acciaio. I tecnici della Dri dovrebbero entrare nel perimetro industriale di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva di Taranto, appunto, per effettuare i rilievi nelle zone in cui devono essere installati i due impianti (che dovrebbero essere alimentati a idrogeno, hanno un costo complessivo di un miliardo di euro e sono finanziati dal Pnrr). Ma Acciaierie d’Italia sta negando l’accesso ai tecnici della Dri. Un impedimento non da poco, perché senza una valutazione delle aree salta il processo di decarbonizzazione dell’acciaio italiano da avviare entro il 2026.

È questo, in concreto, l’effetto della triangolazione di missive al vetriolo scambiate a fine maggio tra il presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, e l’amministratrice delegata della stessa, Lucia Morselli, inviate all’azionista pubblico. Che, in teoria, ha messo i soldi per salire in maggioranza, in pratica si fa dettare la linea dall’azionista privato, ovvero il colosso franco indiano ArcelorMittal. E l’accesso negato non è neppure il problema più grave che attanaglia la più grande acciaieria d’Europa, la quale s’appresta a trascorrere un’estate infuocata fra udienze, sentenze e scadenze.

La cassa integrazione

Era il marzo 2022 quando la Uilm, per prima, si rifiutò di firmare la cassa integrazione straordinaria per tremila dipendenti. All’epoca il segretario dei metalmeccanici della Uil, Rocco Pal