Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

IL TERRITORIO

SECONDA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Val d’Aosta.

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Spartani vs Messapi.

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.


 

IL TERRITORIO

SECONDA PARTE



 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Abruzzi.

La vicenda di Anna Capponi.

Gli Abruzzi.

C'ERA UNA VOLTA L'ABRUZZO, ANZI, CE N'ERANO TRE. Alina Di Mattia il 9 aprile 2018

I confini geografici delle nostre nazioni sono stati più volte ridisegnati durante il corso dei secoli. Stati, regioni, città, ma anche ville e villaggi, hanno subito riunificazioni o frazionamenti a cause delle guerre, di calamità naturali, ma anche – e spesso – per via delle disposizioni dei Governanti. L’Abruzzo ha avuto stesso destino.

Tutti sanno che Abruzzi e Molise costituivano una sola regione fino al 1963 quando, in seguito ad una modifica della Costituzione, diventarono due Amministrazioni distinte. Pochi sanno però dell’esistenza in passato dell’Abruzzo Ulteriore che comprendeva all’incirca le province di Teramo e L’Aquila, e l’Abruzzo Citra o Citeriore con quelle di Pescara e Chieti divise in circondari che, a loro volta, erano frazionati in distretti.

In antichità il territorio era ripartito tra gli antichi popoli quali i Marsi, i Vestini, i Peligni, i Frentani, i Piceni, i Marrucini, gli Equi e dei Pretuzi da cui trae proprio origine il nome Aprutium, ovvero Abruzzo.

Nel 1233, Federico II di Svevia creò il Giustizierato d’Abruzzo con capitale Sulmona, riunendo le contee che con Carlo I d’Angiò, quarant’anni dopo, furono quindi suddivise in Abruzzo Ulteriore o Aprutium ultra flumen Piscariae, e Abruzzo Citeriore o Aprutium citra flumen Piscariae, ovvero il territorio al di qua dello stesso fiume.

L’Abruzzo Ulteriore I o Primo Abruzzo comprendeva invece i territori della provincia di Teramo, dell’Aquila e di Rieti. Il capoluogo fu stabilito a Teramo.

Nel 1806, Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e Re di Napoli, soppresse il sistema dei Giustizierati e ripartizionò ancora una volta la regione con l’Abruzzo Ultra I che comprendeva il territorio tra i fiumi Aterno-Pescara e Tront,o fino alla catena montuosa del Gran Sasso e con Teramo capoluogo, e Abruzzo Ultra II, con le zone appartenenti oggi alla provincia dell’Aquila e suddivise in Distretto di Aquila, Distretto di Sulmona, Distretto di Avezzano, Distretto di Cittaducale.

Tali frazionamenti nei secoli, nonostante tutto, hanno permesso che ciascun popolo conservasse le proprie origini e di conseguenza le proprie tradizioni storico- culturali che, a distanza di secoli, la nostra terra può certamente vantare. da: ilfaro24.it

La vicenda di Anna Capponi.

VIGILI URBANI. CI VUOLE CORAGGIO A PARLARNE.

Sarà un disguido. Sarà un errore. Certo è che il 16 febbraio 2014 a cercare tra il personale della Polizia Municipale di Teramo Anna Capponi non c’è.

Gianni Chiodi Sindaco comprese la realtà e il bisogno di intervenire nella vigilanza della tutela ambientale, scrive Giancarlo Falconi su “I Due Punti”. Un ufficio "speciale" che si occupava di controlli a campione per abusi edilizi e di ogni altra natura. In tema di vigilanza ambientale occorre premettere che i reati che interessano la materia, sono, al pari dei reati di ogni altra natura, di competenza di ogni organo di polizia giudiziaria. Gianni Chiodi scelse nella polizia municipale, Anna Capponi. In pochi mesi la solerte vigilessa mise sotto sequestro oltre quindici cantieri del territorio comunale, compromettendo anche quel sotto tessuto clientelare che nutre la politica in generale. Non quella nel particolare dell'allora ex sindaco di Teramo e ora Governatore della Regione Abruzzo, che stimolava i procedimenti di controllo. Nel 2008 Anna (da sentenza) fu aggredita dall'imprenditore Domenico Claudio Sichini nel suo ufficio comunale. La colpa della poliziotta municipale era quella di aver fatto il proprio dovere. Sequestro di alcune costruzioni abusive e di terreni con la presenza di amianto discaricato. Era sola quel giorno negli uffici Comunali. Come mai? Come faceva l'imprenditore a sapere che non avrebbe trovato nessuno? Piccoli dubbi personali. Anna Ricorda solo quelle mani. Enormi. Ricorda la forza e la prepotenza. L'uomo, secondo il racconto e la deposizione di Anna, secondo il referto del pronto soccorso, gli causò lesioni ad un braccio guaribili in 30 giorni. Ieri la sentenza di condanna per ingiurie, minacce e violenze a pubblico ufficiale. Nove mesi. Anna per merito e onore, lavora nella squadra della polizia giudiziaria della Procura. Esiste oggi l'ufficio di vigilanza del Comune di Teramo? Sono previsti i controlli per abusi edilizi? Quanti sono i sequestri di cantieri? Facendo un  giro con la macchina con due amici geometri siamo pronti a dimostrare diversi abusi. Come mai questi cantieri non sono sotto sequestro? Nelle prossime settimane consegneremo al Sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, un libro bianco con segnalazioni e fotografie inequivocabili. Siamo sicuri che sarà ben felice di sanzionare eventuali difformità normative. Vero?

Quando una donna ha coraggio? Quando un uomo ha coraggio? Sempre quando crede in se stessa e nella legalità, scrive Giancarlo Falconi su “I Due Punti”. Anna Capponi, poliziotta municipale, laureata in Giurisprudenza è coraggiosa. La storia inizia nel lontano, ma non troppo 2009. Il 31 Luglio del 2009. Denunciata da i sigg.ri Domenico Sichini, Debora Sichini, Luca Sichini, per la fattispecie delittuosa di cui all' art. 323 c.p. (abuso d'ufficio), Anna non si è arresa. Dopo essere stata iscritta nel registro degli indagati ed essere stata sottoposta ad indagini, il Procuratore emetteva ordinanza di archiviazione poichè i fatti non sussistevano. Tutto in qualità di agente PM. Che cosa ha fatto Anna Capponi, difesa dall'Avv. Gennaro Cozzolino? Ha depositato una denuncia querela nei confronti dei soggetti denunciati per la fattispecie delittuosa del reato di "calunnia", con richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Teramo. Presso il Tribunale di Teramo si è tenuta l'ultima udienza, e con rito abbreviato richiesto dal difensore degli imputati, il Giudice D. CANOSA di Teramo, ha disposto la condanna degli indagati per reato di calunnia, condannandoli oltre alla pena ridotta, come stabilito da rito, al pagamento di una provvisionale nei confronti della scrivente parte civile e del pagamento delle spese legali e di giustizia. La storia non finisce qui, perchè Anna andrà avanti con un altro procedimento penale, che vi assicuriamo, scoperchierà molti segreti. Mi auguro di ascoltare, leggere, parole di solidarietà da parte del primo Cittadino, il sindaco Maurizio Brucchi, così solerte in altri casi, del comandante della polizia municipale di Teramo, Franco Zaina e dall'assessore al ramo, Giacomo Agostinelli. Come Amministratori e come uomini.

Violazione del Segreto Istruttorio: Assolta Anna Capponi perchè il fatto non sussiste... Giancarlo Falconi il 6 giugno 2017 su iduepunti.it 

Scrive e racconta, commossa, Anna Capponi sul suo profilo di Facebook " Ai sensi dell'art. 530 c.p.p. Anna Capponi assolta perché il fatto non sussiste...e non perché il fatto non costituisce reato come i miei amici Fabio Capolla e Giancarlo Falconi..lacrime di gioia dopo 4 anni di sofferenze ed ingiustizie subite...ora si va avanti.

Grazie all"avv. Serena A Gasperini che ha sempre combattuto come un leone e a Simone Bonifazi mio consulente informatico..un grazie al giudice che ha riposizionato l'ago sulla bilancia della giustizia"... 

La sentenza è del Giudice del Tribunale di Teramo, Antonio Converti.

Nel rito abbreviato sempre nel tribunale di Teramo, Fabio Capolla e Giancarlo Falconi, difesi dagli avvocati Giandonato Morra e Gianni Falconi, furono condannati a 160 euro di ammenda, pena sospesa.

Giudice Massimo Biscardi- pm Laura Colica.

Come reagì l'opinione pubblica?

Il presidente della Federazione Nazionale della Stampa Giuseppe Giulietti, l’abnormità della sentenza non era nella quantificazione della sanzione: “Non è questo il problema che interessa – disse Giulietti – il problema è il principio: questa sentenza è un unicum, sono stati condannati cronisti che hanno dato notizia di una querela di parte che conteneva un fatto di interesse pubblico e di rilevanza sociale, di cui tutti, tra l’altro, erano a conoscenza. La decisione del magistrato va contro la giurisprudenza e in direzione opposta alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e della stessa Convenzione europea che garantisce il diritto alla libertà di espressione”. 

La Cassazione, ricorso a firma dell'avv. Gianni Falconi, annullò la sentenza.

Le motivazioni. 

"RITENUTO IN FATTO 

1. Con sentenza del 5 febbraio 2016, il Tribunale di Teramo dichiarava Falconi Giancarlo e Capolla Fabio Massimo responsabili del reato di cui all'art. 684 cod. pen. loro rispettivamente ascritto e, operata la riduzione per la scelta del rito, li condannava, ciascuno alla pena di C. 160,00 di ammenda, concedendo agli stessi i doppi benefici di legge. 

Premetteva il Tribunale che era pacifico che i due suddetti imputati avessero pubblicato gli articoli meglio descritti nel capo di imputazione riportando stralci e contenuto di una denuncia sporta da Capponi Anna, le cui indagini erano in corso; quindi, dopo avere ampiamente esposto il sistema normativo in materia delineato dal combinato disposto degli artt. 684 cod. pen., 114 e 329 cod. proc. pen., concludeva affermando che tra gli atti di indagine effettuati direttamente o per iniziativa (o delega) del Pubblico Ministero e della Polizia Giudiziaria rientrano le denunce apprese dalla polizia giudiziaria e  il verbale di spontanee dichiarazioni e acquisizione documentale rese da parte privata  innanzi alla stessa, trattandosi di atti destinati a confluire nel fascicolo processuale e a essere utilizzate per tutte le indagini da eseguirsi e che ricadono sotto la previsione di cui al comma 1 dell'art. 329 del codice di rito. 2. Avverso detta sentenza gli imputati hanno proposto ricorso per cassazione con due distinti atti di identico contenuto. 2.1. Con il primo motivo, i ricorrenti hanno denunciato "inosservanza della legge penale di cui all'art. 606, comma 1 lett. b) cod. proc. pen. in relazione all'art. 329, comma 1, in combinato disposto con gli artt. 357, 114, commi 1 e 7 cod. proc. pen. e 684 cod. pen. poiché la denuncia scritta è atto privato non soggetto a segreto istruttorio". La difesa dei ricorrenti sostiene, infatti, che gli atti coperti da segreto ai sensi dell'articolo 329, comma 1, cod. proc. pen., sono gli atti di indagini compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, per i quali vige il divieto di pubblicazione ex articolo 114 cod. proc. pen.; e sostiene altresì che l'articolo 357 cod. proc. pen. elenca gli atti coperti da segreto istruttorio perché soggettivamente riferibili al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria e tra questi la denuncia presentata oralmente, ma non quella scritta che è atto della parte privata. 

2.2. Con il secondo motivo, i ricorrenti hanno denunciato "manifesta illogicità della motivazione ex art. 606, comma 1 lett. e) cod. proc. pen., poiché interamente contraddittoria per avere ritenuto il giudice di prime cure la denuncia scritta dal privato soggetta ex art. 329, comma 1, cod. proc. pen., a segreto istruttorio mentre contestualmente riteneva, in premessa, sottoposti a segreto istruttorio gli atti soggettivamente riferibili non al privato ma al pubblico ministero e alla polizia giudiziaria". 2.3. Con il terzo motivo i ricorrenti hanno denunciato "mancanza di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. per avere ritenuto il giudice di primo grado genericamente che il contenuto della denuncia potesse evincersi dall'informativa di polizia giudiziaria senza, tuttavia, specificare né quale attività né quali atti di polizia avessero formato il suo convincimento nel pervenire al giudizio di colpevolezza". 

CONSIDERATO IN DIRITTO 

3. Il primo motivo di ricorso è fondato ed è assorbente rispetto agli altri. Osserva, infatti, il Collegio che la contravvenzione di cui all'art. 684, cod. pen., sanziona "chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione, atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione". È perciò evidente che la condotta di arbitraria pubblicazione deve riguardare "atti" o - con pari rilevanza - "documenti" che ineriscano a un procedimento penale, dei quali la pubblicazione sia vietata per legge; e che tale ultima espressa indicazione normativa - divieto per legge - impone di percorrere l'unica strada ermeneutica dotata di legittimità e cioè quella volta a rinvenire nell'ordinamento penale i termini di legge che attengano al divieto di pubblicazione di atti e documenti di un procedimento penale. In tal senso il riferimento obbligato è senza dubbio alcuno quello dell'art. 114 cod. proc. pen. il  quale stabilisce al primo comma: "È vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto, o anche solo del loro contenuto". 

Quanto sopra premesso, per individuare gli atti e i documenti coperti dal segreto, per i quali vige il divieto di pubblicazione, ex art. 114 cod. proc. pen. e che dunque costituiscono materia del reato di cui all'art. 684 cod. pen., è necessario fare riferimento all'art. 329, comma 1, cod. proc. pen., che indica espressamente come coperti dal segreto "gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria": dunque, si deve trattare di atti di indagine effettuati direttamente o per iniziativa (o delega) dei predetti organi pubblici. Ebbene, per gli atti di indagine in senso stretto formati dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria, come ad esempio gli esami di persone informate e gli interrogatori degli indagati, non si pone alcun problema relativamente alla loro segretezza, dal momento che si tratta di atti in ogni caso ricompresi nel primo comma dell'art. 329 cod. proc. pen.; mentre per la categoria dei documenti che siano entrati a far parte del contenitore processuale, la questione è ben diversa. E infatti - secondo la giurisprudenza di questa Corte - tali documenti, ai fini del segreto, rientrano nella previsione di legge ove abbiano origine nell'azione diretta o nell'iniziativa del pubblico ministero o della polizia giudiziaria e perciò quando il loro momento genetico, e la strutturale ragion d'essere, sia in tali organi. Con la conseguenza che tale conclusione non può valere ove si tratti di documenti aventi origine autonoma, privata o pubblica che essa sia, non processuale, generati non da iniziativa degli organi delle indagini, ma da diversa fonte soggettiva e secondo linee giustificative a sé stanti. Dunque, non possono rientrare nella categoria del segreto, ai fini in esame, i documenti che non siano stati compiuti dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria, in conformità a quanto stabilito dall'art. 329, comma 1, cod. proc. pen., ma provengano da privati e siano entrati a far parte degli atti processuali per loro iniziativa. A tal proposito va ribadito quanto affermato da questa stessa sezione (cfr.: Cass. pen., sez. I, 9 marzo 2011, n. 13494), e cioè che tale conclusione si impone da un lato per il principio di tipicità, stante il tenore letterale di una norma integratrice di quella penale ("atti di indagine compiuti dal P.M., ecc."), dall'altro per la logica giuridica che impone di ritenere che qualità e matrice genetica di un documento possa perdere o mutare valore e significato se versato agli atti di un procedimento penale, neppure se in forza di una eventuale acquisizione disposta dagli inquirenti. E in vero, non può darsi, al termine "compiuti", di cui all'articolo 329 cod. proc. pen., un significato tanto ampio da farlo fuoriuscire dal suo intrinseco valore semantico; del resto, diversamente opinando, la disposta acquisizione in ambito processuale, a fini di indagine, renderebbe in pratica inutilizzabili documenti, come ad esempio una delibera societaria o un provvedimento amministrativo, che invece pacificamente conservano la loro piena autonomia giuridica. A maggior ragione, dunque, la denunzia scritta da una parte e da questa presentata ai pubblici ministeri o alla polizia giudiziaria non può essere considerata alla stregua di atto "compiuto" da costoro. Dalle su esposte considerazioni, consegue che gli imputati ricorrenti devono essere assolti con la formula "il fatto non sussiste", in ragione della mancanza, nella condotta loro attribuita, di un elemento essenziale della struttura giuridica del reato contestato. P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i fatti non sussistono. 

Così deciso, il 2 febbraio 2017 ". 

Giustizia è fatta. In attesa del Caffè gentilmente offerto dal Tribunale di Teramo... Qualcosa ci dovete...

Vigilessa denuncia per molestie sessuali il suo comandante: condanna per calunnia e licenziamento. Sit in giovedì 17 davanti al Tribunale de L’Aquila. Carola Profeta il 16/10/2019 su Attualità.pescaranews.net

COMUNICATO STAMPA 

Giovedì 17 ottobre 2019 dalle ore 9,00 alle ore 11,00  davanti Tribunale di  L’Aquila via XX Settembre , si terrà il sit-in promosso dal Coordinamento #iostoconannacapponi  in occasione dell’udienza di Appello avverso la sentenza del Tribunale di Teramo – Sezione Lavoro n. 44/2019,  impugnata con atto di appello del Comune di Teramo del 25 febbraio 2019, in cui,  il  giudice  Dott.ssa Maria Rosaria Pietropaolo ha dichiarato l’illegittimità della sanzione disciplinare del “ secondo “ licenziamento senza preavviso comunicato   alla vigilessa del  Comune di Teramo Anna Capponi con provvedimento del 13 agosto 2018  e comminato il 21.08.2018 dalla Commissione Disciplina del Comune di Teramo,  per violazione del ne bis in idem “ per identità sostanziale dei fatti oggetto dei diversi procedimenti instaurati, indipendentemente dalla qualificazione attribuita ai fatti dallo stesso organo giudiziario che li ha valutati “, poiché, nel caso in specie, “non vi è alcun dubbio che i fatti contestati siano esattamente gli stessi fatti oggetto del primo licenziamento disciplinare , e ciò  contrasterebbe con il menzionato principio del divieto del ne bis in idem. L’unico elemento di novità rispetto alla precedente contestazione è rappresentato dalla sentenza della Corte di Cassazione ( che nel dichiarare inammissibile l’appello proposto dalla Capponi, quindi senza entrare nel merito , ha reso definitiva la condanna per calunnia nei confronti del Comandate e di uno dei due sottufficiali), che però non è una nuova condotta o un fatto nuovo disciplinarmente rilevante, ma solo la qualificazione della stessa condotta per cui gravità, peraltro, anche sotto il profilo della sua illeicità penale, era già stata ampiamente valutata e ponderata dall’amministrazione comunale in sede di avvio del primo licenziamento del 15.11.2013. Tra l’altro, la nuova contestazione è addirittura più circoscritta della precedente poiché medio tempore , per alcuni fatti reato la Capponi è stata assolta, sicchè con il secondo licenziamento il Comune di Teramo ha sanzionato solo una parte dei fatti già oggetto della precedente sanzione espulsiva. E’ del tutto evidente che il nuovo licenziamento è stato intimato per punire una condotta che già nella prima nota di contestazione era stata definita “calunniosa “ dal datore di lavoro, rimarcando la rilevanza penale della condotta , solamente per il fatto che la denuncia presentata dall’agente Anna Capponi era stata  “Archiviata”, non significando la innocenza degli indagati, ma solo il fatto che le condotte denunciate non avevano trovato riscontro tale da supportare i fatti in giudizio. Poiché, quindi, il Comune di Teramo ha inteso avviare il procedimento disciplinare, che è poi sfociato nel licenziamento del 15.11.2013, a prescindere e  indipendentemente dalla valutazione che in sede penale avrebbe avuto la condotta della dipendente, deve ritenersi che esso abbia consumato in quella sede il potere disciplinare in relazione ai fatti specificamente addebitati. Il Comune di Teramo,  quindi, per il principio di consunzione del potere disciplinare, non poteva sanzionare la stessa condotta solo per una diversa valutazione o configurazione giuridica dei fatti, salvo nei casi espressamente previsti dall’art. 55 ter del D. Lgs. n. 165/2001. Inoltre, aspetto non poco rilevante, è che la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni e’ definita dai contratti collettivi , l’U.P.D. del  Comune di Teramo, al fine di “punire” GLI EVENTUALI  “ comportamenti minacciosi, gravemente ingiuriosi, calunniosi o diffamatori nei confronti di altri dipendenti o degli utenti o di terzi ( in quanto per molti di quelli contestati disciplinarmente  la capponi è stata assolta) , graduando l’entità della sanzione,  avrebbe potuto irrogare una sanzione conservativa pari ad un massimo di 10 giorni di sospensione dal lavoro senza retribuzione ,  così come stabilito dalla lettera g) dell’art. 3, comma 5, del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del personale non dirigente del comparto Regioni e Autonomie Locali relativo al quadriennio  normativo 2006-2009 e al biennio economico 2006 – 2007 del 11 aprile 2008,   contrariamente a quanto invece comminatole , con le ricadute pregiudizievoli scaturenti dall’inosservanza del principio del ne bis in idem,  in termini di rispetto della personalità del lavoratore e della sua stessa libertà di agire senza condizionamento di alcun genere nell’espletamento della sua attività lavorativa causandole un danno biologico valutato dall’INAIL di Teramo.  L’Amministrazione Comunale  infatti, non solo ha deciso di proporre Appello avverso  la sentenza di reintegra n. 44/2019, che ha annullato il secondo licenziamento, ma  le ha negato il  diritto al lavoro e alla dignità personale , professionale con alti costi personali e sociali, decidendo arbitrariamente di non reintegrarla sul posto di lavoro .  

L’azione del Coordinamento #iostoconannacapponi , che  nasce per la tutela dei diritti costituzionalmente sanciti e contro ogni forma di discriminazione diretta ed indiretta e violenza della violenza sui luoghi di lavoro, famigliare e di genere,  è stata supportata da varie Associazioni territoriali e nazionali e dalla  Consigliera di Parità della Provincia di Teramo Monica Brandiferri, alla quale la Capponi nell'anno 2017 aveva denunciato ulteriori discriminazioni dirette ed indirette, privazione della sede di lavoro ed assegnazione di mansioni inferiori ed non attinenti il proprio profilo professionale. 

L’associazione NOI PER LA FAMIGLIA ABRUZZO sarà presente al sit in perché da sempre si occupa di tutela della dignità umana, di violenza contro le donne , e qui denunciamo una violenza istituzionale, e di supporto a tutto il nucleo familiare che risente nella sua integrità, di questi fatti “ingiusti” che durano da tanto, troppo tempo. La nostra associazione, insieme al coordinamento provinciale di FDI di Teramo e di Pescara ha la richiesta all’ON Rizzetto (FDI) di presentare un interrogazione parlamentare sui fatti al Ministro della Giustizia, al Ministro delle Pari Opportunità e al Ministro della Pubblica Amministrazione. 

La  COORDINATRICE PROVINCIALE MARILENA ROSSI  DEL PARTITO FRATELLI D’ITALIA sarà presente al sit-in e invita tutti i militanti, i simpatizzanti e i cittadini che hanno a cuore la tutela  dei diritti delle donne a partecipare domani dalle ore 9.00 alle 11.00 davanti al Tribunale di L’Aquila.

L’Italia continua ad avere ancora molti problemi ad accettare il ruolo delle donne nel lavoro e nelle istituzioni e purtroppo si rilevano violenze come quella subita dall’Agente Anna Capponi.

Noi di Fratelli d’Italia, unico partito italiano ad avere un presidente donna, crediamo fermamente nel merito in tutti gli ambiti.

Crediamo che la grande rivoluzione debba essere quella di dare a tutti le stesse opportunità, di competere ad armi pari.

Per questo denunciamo con forza tutte discriminazioni dirette e indirette  e diciamo ad alta voce: “IO STO CON ANNA CAPPONI”.

Licenziamento bis Anna Capponi, Cassazione rigetta ricorso Comune di Teramo. By Redazione su ekuonews.it il 23 settembre 2021 

Il coordinamento #iostoconannacapponi esprime soddisfazione per la sentenza R.G. n.1246/2020 depositata dalla Corte di Cassazione in data 23 settembre 2021 a seguito di udienza pubblica del 25 maggio 2021, con la quale si mette la parola fine al secondo licenziamento disciplinare irrogato alla vigilessa del Comune di Teramo Anna Capponi dall’Ufficio Procedimenti Disciplinari del Comune di Teramo , composto dal Dirigente del Settore Avvocatura Avv. Cosima Cafforio, dal Dirigente del Settore Personale Furio Cugnini ( ora Dirigente della Provincia di Teramo) e dal Dirigente del Settore Bilancio e Finanze, in data 18 agosto 2018, per quegli stessi fatti, già irrogati nel precedente licenziamento che era ancora sub iudice, con esiti alterni ( esso era stato annullato dal Tribunale di Teramo con pronuncia poi riformata in appello e quindi annullata con rinvio dalla Corte di Cassazione).

La Corte d’Appello, accertato in tali termini il bis in idem, riteneva che non potesse applicarsi al caso di specie l’art. 55 ter comma 3, d.lgs. 165\2001, in quanto norma eccezionale, al cui interno non ricadeva l’ipotesi di specie, e confermava la sentenza del Tribunale di Teramo che aveva annullato il licenziamento disciplinare nei riguardi di Anna Capponi.

Il Comune di Teramo ha proposto ricorso per cassazione rigettato dalla Corte perché: “ Il Comune di Teramo non solo non avrebbe potuto ( nel caso) un nuovo procedimento disciplinare, per i medesimi fatti, per l’essere stato il licenziamento (provvisoriamente) annullato dalla sentenza di primo grado, ma neppure ciò avrebbe potuto fare se anche quell’annullamento fosse divenuto definitivo, perché neanche tale ipotesi è prevista come caso di possibile riedizione del potere disciplinare per il medesimo fatto, prevalendo a quel punto, tra le parti, il giudicato formatosi sul rapporto di lavoro in essere e sull’idoneità ad incidere su di esso dell’azione disciplinare..(omissis).. PQM la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controparte delle spese di giudizio di legittimità, che liquida in euro 5.000,00 per compensi ed euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali in misura del 15% ed accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.p.r. 115 del 2002, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13, se dovuto.”

Se la Corte di Cassazione fa rilevare la violazione di legge circa l’inosservanza alle disposizioni fissate in materia di procedimento disciplinare dalla legge , allora è lecito domandarsi qual era l’interesse pubblico sostenuto dai Dirigenti Comunali e quindi, dalla Giunta D’Alberto, per aprire nei confronti della vigilessa un secondo procedimento disciplinare conclusosi poi con un secondo licenziamento ed avere dubbi sulla liceità dell’operato sorretto da motivi pretestuosi e da un intento ritorsivo, con alti costi ad esclusivo carico della collettività teramana.

L’azione del coordinamento #iostoconannacapponi continua e vigila sulla vicenda di mobbing e discriminazione a danno della vigilessa Capponi, attendendo l’esito del ricorso del primo procedimento disciplinare ancora pendente presso la Corte di Cassazione, augurandoLe di indossare presto la divisa sempre onorata.

BRANDIFERRI: «LA VIGILESSA ANNA CAPPONI VINCE IN CASSAZIONE» Pubblicato: 24 Settembre 2021 da CertaStampa.it. Finalmente viene messa la parola fine alla vicenda del secondo licenziamento della Vigilessa Anna Capponi: la Corte di Cassazione, infatti, con la sentenza depositata ieri, ha rigettato il ricorso presentato dal Comune di Teramo contro la pronuncia della Corte d’Appello dell’Aquila ed ha riconosciuto le ragioni e i diritti di Anna Capponi, protagonista di una vicenda giudiziaria che si protrae da troppo tempo e che le ha procurato ingente nocumento sotto ogni punto di vista. Per comprendere bene la vicenda, occorre risalire a novembre del 2014, data in cui il giudice del lavoro reintegra la Capponi ritenendo illegittimo il primo provvedimento disciplinare nei suoi confronti, risalente al novembre 2013. Dopo la definitiva pronuncia della Cassazione Penale contro la Vigilessa, il Comune di Teramo riprende l'azione disciplinare e ad agosto del 2018, dopo il reintegro, la Capponi viene licenziata per la seconda volta e di seguito reintegrata perché secondo il giudice si tratterebbe degli stessi fatti. Ma il Comune va avanti e fa ricorso in appello e poi alla Corte di Cassazione, che con la sentenza depositata ieri ritiene non “ammissibile l’attivazione di un secondo procedimento disciplinare per lo stesso fatto... quindi il Comune di Teramo non solo non avrebbe potuto aprire un nuovo procedimento disciplinare per gli stessi fatti ma neppure ciò avrebbe potuto fare se il licenziamento fosse diventato definitivo prevalendo tra le parti il giudicato formatosi sul rapporto di lavoro in essere e sull’idoneità ad incidere su esso dell’azione disciplinare”. La Consigliera di Parità della Provincia di Teramo Monica Brandiferri esprime soddisfazione per il successo della Vigilessa Capponi, protagonista di una vicenda incresciosa che ha provocato nella medesima una grave sofferenza fisica, psichica ed economica. “Ho sempre sostenuto con convinzione e profonda vicinanza Anna Capponi - afferma la Consigliera di Parità Monica Brandiferri – nel tormentato e difficile percorso umano e giudiziario che la vede duramente messa alla prova. La sentenza della Cassazione, depositata ieri, ha confermato il giudizio precedente in quanto il Comune di Teramo non poteva licenziare per la seconda volta la Vigilessa. Si tratta di un successo importante per Anna Capponi, vittima di un vero e proprio accanimento da parte del datore di lavoro. Ricordo che, proprio allo scopo di cercare un componimento bonario con il Comune di Teramo, la Vigilessa si è rivolta per la prima volta al mio ufficio, ma ogni tentativo per definire la vicenda senza ricorrere alle autorità giudiziarie si è rivelato inutile, nonostante la nostra disponibilità a trovare una soluzione transattiva. E così si è arrivati a dover attendere la decisione della Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso e le argomentazioni addotte dal Comune di Teramo. Il mio auspicio è che Anna Capponi possa tornare al più presto sul posto di lavoro e recuperare la serenità che ha perso in questi anni”.  

PUNTI DI VISTA

Mobbing e discriminazione, la rivincita della vigilessa

Alla luce delle sentenze intervenute si è cristallizzato uno dei periodi più bui attraversati dall’Agente Anna Capponi , solo perché persona scomoda, ma nessuna contestazione le è mai  stata fatta per violazione degli obblighi del contratto di lavoro concernente la propria attività lavorativa, anzi, le sentenze acclarano in via definitiva ed inconfutabile- nero su bianco-  che l’operato attuato da Dirigenti, Funzionari ed Amministratori era sorretto – e continua ad essere- da motivi pretestuosi e da intenti ritorsivi quotidiani e che, con costanza hanno utilizzato il potere datoriale in violazione di legge e con  alti costi ad esclusivo carico della collettività teramana. 

Da redazione il 13 novembre 2021 su wordnews.it. 

Il coordinamento #iostoconannacapponi esprime soddisfazione per la sentenza del Tribunale di Teramo del giudice del lavoro Giuseppe Marcheggiani che ”ha accolto il ricorso e dichiarato che dall’infortunio sul lavoro avvenuto il 24 maggio del 2016 sono derivati a Capponi Anna postumi permanenti che, valutati in concorso con quelli residuati a precedenti occorsi già indennizzati dall’INAIL, comportano una menomazione della integrità psico fisica della persona (danno biologico), sulla base di quanto previsto nella tabella delle menomazioni”.

Il giudice del lavoro a seguito delle deposizioni testimoniali ha cristallizzato che l’evento è avvenuto in occasione di lavoro e per causa di lavoro e sia dipeso da una situazione lavorativa avversativa in cui la stessa è venuta a trovarsi, riconoscendo la causa violenta dell’alterco avvenuto tra la vigilessa Capponi e l’allora Segretario Generale.

Nella ricostruzione dell’evento il giudice ha osservato che: ”Stante la successione degli eventi in precedenza descritta, in tale dinamismo causale va rinvenuta l’occasionalità necessaria della situazione lavorativa, per essere stata la ricorrente colpita dal malore in stretta connessione temporale con la situazione avversativa verificatasi in ambito lavorativo e prima che il suo organismo potesse riacquistare un equilibrio neurovegetativo sufficiente, stante anche la prolungata esposizione a fattori di stress in tale ambito durante la giornata trascorsa in ufficio. Appare, pertanto, integrato nella specie il requisito dell’occasione di lavoro, in cui si è inserita la causa violenta, rappresentata dalla necessità di risposta delle risorse nervose della ricorrente alle sollecitazioni ripetutamente impresse al suo equilibrio durante la giornata lavorativa, sino al crollo delle difese una volta che, uscita la stessa dall'ambiente di lavoro, la tensione che ne aveva preservato sino a quel momento la capacità di risposta a tali sollecitazioni è venuta a cadere e la paziente si è abbandonata ad uno stato di lipotimia che l’ha portata a perdere l’equilibrio con conseguenze fisiche da trauma”.

L’evento culminante di che trattasi è “la richiesta fatta dalla vigilessa Capponi all’Ufficio CED di un secondo computer da installare nella posizione degli uscieri, visto che il Segretario Generale le aveva dato ordine di presenziare in quella postazione, anziché utilizzare l’ufficio assegnato”, circostanza questa alla base del richiamo scritto erogato dal Segretario Generale alla vigilessa, unitamente ad un ulteriore richiamo verbale  “per aver timbrato presso il Comando di Polizia Municipale di Teramo anziché presso la sede del municipio dove era stata disposta in servizio”,  irrogati dopo la denuncia di infortunio presentata all’Ufficio personale del Comune di Teramo.

A seguito dei due procedimenti disciplinari del Segretario Generale, l’agente Anna Capponi è stata costretta ad impugnare i due procedimenti, poiché il Comune di Teramo non ha inteso conciliare la proposta di annullamento delle sanzioni per violazioni di legge, depositata dal Dirigente Sindacale Valter Falzani del CSA dinanzi alla Direzione Territoriale Lavoro Ispettorato del Lavoro  di Teramo, e, con  Sentenza n. 156/2021 ha accolto il ricorso e, per l’effetto, ha dichiarato nulle le sanzioni disciplinari del rimprovero verbale e del rimprovero scritto inflitte dal Comune di Teramo con due note; ha condannato il Comune di Teramo a rifondere le spese del giudizio.  

Dopo cinque anni dall’evento la seconda sentenza chiude  il capitolo relativo alle vessazioni subite dall’agente Anna Capponi dal momento in cui, reintegrata  in servizio a seguito del primo licenziamento avvento, per incompatibilità con i vertici denunciati del Comando  denunciati per episodi di mobbing e violenze, con provvedimento del 2015 è stata trasferita presso il Gabinetto del Sindaco, posta “alle dirette dipendenze” del Segretario Generale di Teramo che l’aveva demansionata ad usciere, messo notificatore, addetto alla portineria, e altre mansioni di basso livello, negandole  un ufficio e uno spogliatoio presso la nuova sede comunale di via Carducci.

Tutte le azioni sono state oggetto di diffide del Sindacalista Falzani CSA indirizzate al Sindaco e al Comandante di Polizia Locale. Tutte le istanze sono rimaste inevase senza alcun intervento a tutela della dipendete.

La denuncia di discriminazione diretta e indiretta è stata poi depositata alla Consigliera di Parità della Provincia di Teramo Monica Brandiferri, che ha presentato proposte conciliative alle quali l’Amministrazione Comunale non ha mai dato risposta, tanto da determinare l’emissione del verbale  di mancata conciliazione a carico dell’Ente.  

L’Ente, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di condanna per calunnia nei confronti del Comandate e del Sottufficiale, ha irrogato nell'agosto del 2018, un secondo licenziamento disciplinare all’agente, per quegli stessi fatti già contestati nel precedente licenziamento. Licenziamento annullato dalla sentenza depositata dalla Corte di Cassazione il 23 settembre 2021, per violazione del principio del ne bis in idem, circa la ben nota inosservanza alle disposizioni fissate in materia di procedimento disciplinare dalla legge.

Alla luce delle sentenze intervenute si è cristallizzato uno dei periodi più bui attraversati dall’Agente Anna Capponi, solo perché persona scomoda, ma nessuna contestazione le è mai  stata fatta per violazione degli obblighi del contratto di lavoro concernente la propria attività lavorativa. Le sentenze acclarano in via definitiva ed inconfutabile che l’operato attuato da dirigenti, funzionari ed amministratori era sorretto da motivi pretestuosi e da intenti ritorsivi quotidiani.

L’azione del coordinamento #iostoconannacapponi continuerà a vigilare sulla vicenda di mobbing e discriminazione a danno della vigilessa Anna Capponi affinchè le verità e le responsabilità emerse nelle sentenze vengano finalmente addebitate ai diretti responsabili.

Teramo: La Cassazione decreta il finale del Caso Capponi...E’ una pietra tombale quella che la sezione Lavoro della Corte di Cassazione mette sulla vicenda della ex vigilessa Anna Capponi licenziata due volte dal Comune di Teramo, con la sentenza 4105 pronunciata lo scorso dicembre e pubblicata cinque giorni fa. Sono serviti 10 anni esatti per statuire che i procedimenti avviati dall’amministrazione cittadina erano legittimi. Con la bocciatura del ricorso presentato dalla difesa della Capponi, si chiude dunque una vicenda amarissima che ha riempito le pagine dei giornali, prodotto conferenze stampa, sostenuto l’organizzazione di movimenti e anche di un convegno. Era infatti il settembre 2002 quando la ex agente della Polizia locale di Teramo instaurò un contenzioso che nessuno credeva potesse prolungarsi a dismisura, coinvolgendo due giurisdizioni, quella civile e quella penale. Perché l’iniziale accusa di atteggiamento denigratorio contro il comandante del Corpo, Franco Zaina (reo di aver indagato internamente e accertato l’insussistenza delle accuse di molestie sessuali subite da due colleghi), si trasformò in una denuncia penale che oltre a portare all’esterno del comando la vicenda, fece subire alla Capponi il licenziamento di cui si tratta. 

Quella querela fu archiviata, tramutandola in un boomerang perché l’ex vigilessa, da accusatrice divenne accusata. Di calunnia. E anche il secondo giudice penale ribadì l’insussistenza delle accuse nei confronti di comandante e colleghi, tanto che lei fu condannata a 16 mesi di reclusione, con una sentenza che ha superato tutti e tre i gradi processuali, ed è passata in giudicato. Il fronte civile, è stato per così dire un pò più complesso, giocato molto sui cavilli procedurali, com’era prevedibile, ma sul quale alla fine, ha pesato (e tanto) proprio quella condanna per calunnia, da cui non poteva essere ragionevolmente slegata. A quel punto però i licenziamenti divennero due come i giudizi civili pendenti, con alterne vittorie e sconfitte di entrambe le parti. in causa. 

Alla notifica del secondo, nell’agosto del 2018, il primo era stato confermato in Appello e quest’altro fu annullato il 29 gennaio del 2019. Il Comune ha resistito, anche con il cambio di sindaco ed amministrazione (prima c’era Brucchi, poi eraarrivato D’Alberto), e della vicenda alla fine si è occupata la Cassazione. I giu dici della Suprema Corte avevano deciso per un accoglimento del ricorso del la Capponi con rinvio a un’altra Corte d’Appello, ad Ancona (quella dell’Aquila aveva dato ragione ancora al Comune). In un quadro civilistico che discuteva sulla fattispecie del licenziamento, con una strategia difensiva dell’ex vigilasse che mirava a recuperare il posto di lavoro e magari anche al risarcimento dei danni, la Corte marchigiana si era pronunciata a favore del Comune, costringendo la difesa della ex vigilasse a ricorrere di nuovo in Cassazione.

Non è facile non perdere la bussola in un percorso così tortuoso e controverso ma sta di fatto che oggi, nell’ultima pronuncia della Suprema Corte, la vicenda è chiusa: quel licenziamento era legittimo, essendo reiterato l’atteggiamento denigratorio nei confronti di Comandante e colleghi e anche del Corpo stesso. 

Articolo a firma Roberto Almonti pubblicato sul Quotidiano I Due Punti e su emmelle.it. il 13 marzo 2023

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Marianastasia Letizia, 110 e lode con tesi su Vincenzo De Luca: «Ma tra il governatore e Meloni, è lui di destra». Francesco Parrella su Il Corriere della Sera l'11 maggio 2023.

La ventiseienne di Terzigno ha regalato al presidente campano il testo: «Il suo atteggiamento sfrontato, quasi come se stessimo al fronte, andava bene durante la pandemia, non ora. Ma mi diverte» 

Qualche giorno fa ha atteso il presidente della Regione Campania all’uscita da un convegno e gli si è avvicinata: «Presidente ho scritto una tesi di laurea su di lei. So che è arrivata sulla sua scrivania: l’ha letta?». Vincenzo De Luca sorpreso dalla domanda ha sorriso e le ha risposto che non ne sapeva nulla altrimenti l’avrebbe sicuramente letta. La ragazza, protagonista di questo simpatico siparietto, si chiama Marianastasia Letizia, 26 anni, di Terzigno, in provincia di Napoli. Nel 2020, in piena pandemia, si è laureata alla Federico II in comunicazione pubblica, sociale e politica, con una tesi dal titolo: «La comunicazione politica durante la crisi pandemica: il caso Vincenzo De Luca». Voto 110 e lode, e bacio accademico. 

Ha provato anche altre volte ad avvicinare il presidente della Regione?

«Tempo fa, ma non ho avuto la possibilità di parlargli: era ancora il periodo delle restrizioni per il Covid. Indossava sempre la mascherina, ho ritenuto non opportuno avvicinarmi». 

Come è nata l’idea di scrivere una tesi su Vincenzo De Luca? 

«Ascoltavo tutte le sue dirette su Facebook durante la pandemia. Sono rimasta affascinata dal suo linguaggio politico: diretto, sfrontato, condito talvolta anche dall’uso di parolacce. Un linguaggio che lo ha avvicinato alla gente. Nella tesi, di 300 pagine, ho fatto anche un’analisi scientifica delle sue dirette: feedback, commenti, visualizzazioni». 

Cosa emerge da questa analisi? 

«Una narrazione ricca di simboli, all’interno della quale De Luca diventa “l’eroe” costretto dal dispiegarsi degli eventi a dover combattere contro tre antagonisti: il virus, il governo, i cittadini irresponsabili. Le armi in suo possesso sono le ordinanze regionali, che spesso anticipano quelle nazionali. Mentre il suo potere è il “logos”, la manifestazione del pensiero attraverso quello che lui stesso descrive come “linguaggio della verità”». 

Un linguaggio «diretto e sfrontato», citando le sue parole, che De Luca usava però anche prima del Covid. 

«Si, ma durante la pandemia ha alzato l'asticella. Prima non aveva questo engagement sui social. Basti pensare alla quantità spropositata di meme che il popolo di internet gli ha dedicato. Oggi tutto questo si è alleggerito. Lui funzionava bene soprattutto durante i picchi della crisi: la gente lo percepiva come una guida. Il suo linguaggio sollecitava emozione. Spingeva la gente a credere, in un momento in cui ogni giorno morivano in Italia centinaia di persone, che lui potesse salvarle». 

Adesso che la pandemia è superata, secondo lei com’è cambiata nel popolo di internet la percezione che si ha del presidente della Campania? 

«Se prima era visto come il “salvatore”, adesso è semplicemente il presidente della Regione. Quella grandiosità si è ridimensionata». 

Oggi cambierebbe qualcosa del suo stile comunicativo? 

«Il suo atteggiamento sfrontato, quasi come se stessimo al fronte, andava bene durante la pandemia. Oggi andrebbe limitato, anche se debbo dire che mi fa sempre ridere, perché rende la politica più digeribile soprattutto per noi giovani». 

C’è qualche altro politico che le piace? 

«Giorgia Meloni, che nonostante non rientri propriamente nel mio orientamento politico, quello di centrodestra, mi ricorda molto De Luca, lui sì di destra». 

Cosa le piace di Meloni?

«È chiara, non utilizza giri di parole, e ha una dimensione attoriale, cinematografica».

C’è qualcosa invece che non le piace del presidente De Luca? 

«È un po' troppo salernocentrico, dimenticando che Napoli è il centro della Campania e del Mezzogiorno». 

Qualche consiglio che darebbe al governatore? 

«Di leggere la mia tesi», sorride. 

Progetti per il futuro? 

«Vorrei lavorare in politica, occupandomi di sociale, in particolare di criminalità e devianza minorile, materie oggetto del mio dottorato attuale alla Federico II». 

Appare scontato supporre che si candiderebbe con De Luca. 

«Ovviamente. E il beneficio sarebbe tutto suo, perché sceglierebbe una persona preparata». 

Coltiva anche degli hobby?

«Amo la natura, i cani, e fare trekking sul Vesuvio. E poi mi piace zappare la terra insieme a mio nonno».

Dopo questa intervista si aspetta un invito a palazzo Santa Lucia?

«Assolutamente si. Sono due anni che aspetto. Tra l’altro il dipartimento dove lavoro è a Spaccanapoli, a Santa Lucia ci arrivo a piedi». 

Mozzarelle, gag e feudalesimo. La vita-show del puparo-Re. Così, tra populismo e pugno di ferro, il Governatorissimo ha ridotto la politica a commedia dell'arte. Luigi Mascheroni il 12 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Per Carlo Verdone è «il più grande attore vivente». Ma forse non è un complimento. In Italia, e a Napoli soprattutto, la politica e la commedia tendono a scambiarsi ruoli e interpreti. Salvo finire in tragedia.

Tagliariélli e Totò: «Italiani! Dormite pure, borghesi pantofolai, tanto qui c'è l'Insonne che vi salva; mentre voi dormite, De Luca lavora. Vota Vincenzo, vota Vincenzo!».

E se c'è una cosa che non è mai mancata a Vincenzo Antonio De Luca, da Ruvo del Monte, lucano che odia il mare, dal Vulture alle cialde del Vesuvio, a tazzulella 'e cafè e autonomia differenziata, Basilicata-Campania andata con frequentissimi ritorni, 73 anni, da cinquanta in politica e da trenta inchiavardato su una poltrona pubblica, beh... quelli sono i voti. Sindaco di Salerno per tre mandati fra il '93 e il 2015, due volte deputato, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Presidente della Regione Campania dal giugno 2015 ad libitum, sognando il terzo mandato come un Formigoni qualunque L'amministrazione del potere come i fusiddi di Felitto al ragù di castrato: una ragione di vita.

Una vita da uomo di destra, autocrate e autoritario, però declinata sempre a sinistra, democrat e populista, Vincenzo De Luca - segno zodiacale 'O Munaciello, simbolo araldico il Mastino napoletano è il boss della Old left meridionale: giovane funzionario del Pci entusiasticamente ingraiano, poi capataz polpottiano dei Ds, del Pds e del Pd, partito in cui però da battitore libero si è sempre sentito stretto, ma abbastanza cinico, spregiudicato e veloce nel passare da una corrente all'altra, così da essere dalemiano al momento giusto, fassiniano e veltroniano all'occorrenza, bersaniano con Bersani, ultrarenziano con Renzi quindi il riposizionamento su Zingaretti e alle ultime elezioni addirittura pro Letta. Del quale, peraltro, ha sempre pensato la stessa cosa di Totò: «E voglia a mettere rum: chi nasce strunz non po' addiventà babbà!». E adesso don Vincenzo si è talmente stufato dei fessi, sfessati, somari, iettatori, mosci, pippe, mezzepippe e le nullità che pascolano dentro il Partito che sta pensando di prenderselo. Nume tutelare per quanto Roberto Saviano non gli sia mai stato simpatico don Pietro Gomora Savastano: «Ce pigliamm' tutt' chell che è o nuost». Benarrivato, Segretario.

Chi meglio di uomo dal pugno di ferro per guidare il carro dei vasi di coccio del Partito democratico? Dispotico, decisionista, accentratore, arrivista, cinico. Insofferente alle procedure formali, maldisposto alle conferenze stampa e predisposto ai comizi - oratoria pomposa e toni iperbolici - duro, scontroso, verbalmente aggressivo. I suoi avversari, da destra, sostengono che lui è l'unico fascista in Consiglio regionale.

Come ha detto una volta ai giornalisti, e forse non stava scherzando: «Devo difendere la mia immagine di carogna».

Un uomo solo al comando. Uomo di mondo e politico di feudo. Uomo di popolo e di partito. Vincenzo De Luca, la più macchiettista espressione della guapperia progressista, è in realtà la trasposizione in chiave meridionale del miglior salvinismo: stessi modi schietti, impetuosi, sopra le righe. Populismo alla pummarola, folle adoranti, applausi, fischi, selfie, plebisciti, bagni di folla, insulti, processi, pulcinellismo e triccheballacche.

Come Salvini, Vincenzo De Luca si lascia volentieri sfuggire deliriucci di onnipotenza sui pieni poteri. Come Salvini è ultra-autonomista: uno farebbe a meno del Sud, l'altro del Nord. Come Salvini impazza sui social dove fa rutilare assunzioni, promette tagli, sbandiera sovvenzioni, annuncia contributi. Come Salvini è diventato un meme di se stesso. Come Salvini cede spesso alla tentazione di ridicolizzare gli avversari. Come Salvini - uno soprannominato «Capitano», l'altro «'O Sceriffo» è per la tolleranza zero: ha armato i vigili urbani di manganello e spray, ha promesso di prendere «a calci nel culo gli zingari» e di mandare in galera «i cafoni imbratta-muri», e da sindaco di Salerno girava lui stesso a fare le multe alle prostitute, e una volta fu preso persino a borsettate Come Salvini ha ridotto la politica a commedia dell'arte. E come Salvini formalmente dice di stare né con Putin né con l'Ucraina, anche se ai tempi tifavano tutti e due Russia ai Mondiali.

«Veni, vidi, Vincenzo». Consenso da ex Unione sovietica, sempre ai primissimi posti nelle classifiche nazionali di gradimento dei sindaci e ora percentuali da dittatore del Kampanistan, Vincenzo De Lucaenko è, prima ancora che un politico, una gag. Il pupa-Re.

De Luca e gli show cabarettistici del venerdì, prima su Lira Tv e ora in diretta facebook. De Luca così scaramantico che tiene un cornetto rosso nella giacca. De Luca juventino (e un po' anche salernitano) costretto a fare buon viso per ragioni elettorali anche al gioco del Napoli. De Luca nepotista: dal Regno delle Due Sicilie a quello dei Tre De Luca: Vincenzo «O' Monarca» e i due figli politici. De Luca ipocondriaco, che durante il Codiv era così chiusurista da volere togliere il tasto «Esc» dalle tastiere del pc, e ancora oggi vive con la mascherina FFp2, e persino FFp3. De Luca molto più colto di quanto voglia far apparire dietro le citazioni latine un po' a capocchia c'è un liceo classico e la laurea in Filosofia - ma la missione è farsi capire da tutti, anche a costo di sprofondare nel trash. De Luca così pop che è entrato nelle antologie del web. «Quel grandissimo sfessato di Marco Travaglio imbecille: spero di incontrarlo per strada al buio una volta». «Luigi De Magistris? Dovete sequestrarlo, legarlo e sputargli addosso: è una chiavica». «Uscirò con una mazza in mano, mi nasconderò dietro ai muri e comparirò non appena vedo qualcuno che si aggira senza un motivo urgente: una botta in testa e lo lascio stecchito a terra». «Mi arrivano notizie che qualcuno starebbe organizzando feste di laurea Beh, sappiate che manderò i carabinieri, ma con il lanciafiamme». «Se volete collaborare bene, se volete le sciabole, meglio». Ma la nostra preferita è quando definì Peter Gomez «un consumatore abusivo di ossigeno». Gràzie assàje.

Parole preferite da De Luca: capibastone, clientelismo, struffoli alla crema, Caseificio Latticini Salernitani, Ristorante «Zi Teresa», «pulcinella e jettatori», lockdown, «A Salerno comando io», feudalesimo.

Parole detestate da De Luca: campo largo, reddito da cittadinanza, giornalisti, «NoCrescent», lottizzazione, Rosy Bindi, decisioni condivise, forestali della Campania, piano regolatore, peculato.

Ghigno tra il perfido e il beffardo, pitonesco, così accentratore da non fidarsi di nessuno al di fuori dei pretoriani salernitani - ed è lì la sua debolezza e il suo provincialismo - Vincenzo De Luca resta però l'ultimo ad avere avuto un'intuizione di rilievo su come risolvere la nota questione. Quella meridionale. Elezione diretta, alleanze allegre, familismo, overbooking mediatico, propaganda, carezze clientelari e pugno di ferro.

Alla fine è persino simpatico, «O' Faraone», Jamme jà.

La Culinaria.

I Pregiudizi.

La Violenza.

I Personaggi.

La Culinaria.

Estratto dell'articolo di Marino Niola per “la Repubblica” martedì 22 agosto 2023.

Il miglior modo per conoscere Napoli è mangiarla. Facendosi guidare da quegli avamposti sensoriali dell’identità che sono i sapori e gli odori. E per non perdersi nulla del labirinto gustativo di Partenope bisogna partire da Spaccanapoli. Che non è una semplice strada. Ma una faglia della storia che apre letteralmente in due il corpo della città antica, come un canyon urbano sprofondato tra altissimi palazzi nobiliari. Lo scrittore francese Michel Leiris diceva che da queste parti è difficile farsi largo nella ressa delle ombre. Si viene quasi risucchiati indietro nel tempo fino alla chiesa seicentesca di San Gregorio Armeno dove il sacro si declina al femminile. Qui le monache custodiscono l’ampolla del sangue di santa Patrizia che si scioglie tutte le settimane. Altro che le tre volte l’anno di San Gennaro. 

In questo dedalo di vicoli angioini, angiporti aragonesi, archivolti durazzeschi e fondaci ispanici tutto è annerito dal tempo. Qui il mare non bagna Napoli.  

(...)

A due passi dalle pizzerie storiche ci sono i templi della sfogliatella e del babà. E i sancta sanctorum del caffè, come quello di piazzetta Nilo, di fronte alla maestosa statua del dio egizio adagiato mollemente sul fianco come un eunuco alessandrino. Questo idolo impassibile osserva da secoli il fiume di folla che scorre ai suoi piedi e ora guarda compiaciuto l’effetto che fa il capello di Maradona conservato in un altarino votivo come una santa reliquia. Insomma, l’antico nume spia il nuovo idolo. Che giganteggia come un colosso sul murale dei Quartieri Spagnoli, dopo lo scudetto il monumento più visitato della città. 

(...)

Il fuoco di questa ellissi artistica, gastronomica e teologica, è piazza San Domenico Maggiore. 

Cinque secoli in pochi metri. Qui, nel glorioso convento dei domenicani, insegnarono San Tommaso d’Aquino, Giordano Bruno e Tommaso Campanella. E a due passi c’è la chiesa del Pio Monte, dove si trovano le Opere di Misericordia di Caravaggio. Un visionario intreccio di sacro e profano, di angeli e donne di strada, di osti avidi e di poveri cristi da cui affiora l’anima di questa metropoli mediterranea. 

Più classicamente antica di Roma, e insieme spagnolesca e orientale. Decisamente Napoli non è una Disneyland della storia. Qui il bello ti folgora all’improvviso, come un lampo di verità nuda, scandalosa e luminosa. Il lungomare da qualche anno è diventato una passeggiata gastronomica. Si serve dieta mediterranea per tutte le tasche. Pizze, spaghetti ai frutti di mare, zeppoline, alici fritte, street food. Verdure ripassate, saltate, ‘mbuttunate (imbottite), parmigianizzate. 

Nelle mani dei vesuviani melanzane e peperoni, zucchine e carciofi, friarielli (cime di rape) e ciurilli (fiori di zucca), trascendono il loro umile corpo vegetale e volano trionfalmente nell’empireo della gastronomia. Perché, per questo popolo refrattario all’idea del peccato, il piacere è un dovere.

I Pregiudizi.

La rubrica 'Parole'. Napoli, una città dove i luoghi comuni sono spesso in agguato. Perché è un azzardo parlarne? Claudio Velardi su Il Riformista l'11 Giugno 2023 

Inaugurare una rubrica che si chiama “Parole” con la parola “Napoli” è esercizio altamente pericoloso. Lo faccio – ammetto, con un certo opportunismo – solo perché immagino che un po’ di lettori di questo giornale oggi siano nella mia città per un convegno politico.

Perché è un azzardo parlare di Napoli? Perché da qualunque parte prendi il tema, i luoghi comuni sono sempre in agguato. E si sa che i luoghi comuni sono i peggiori nemici delle parole e delle cose ad esse relative. Distorcono, mitizzano, ossificano. E così consegnano le parole a significati impropri, a generalizzazioni sempre indebite, fino a farle diventare quasi non più pronunciabili.

Si dirà che questo è il destino che tocca alle parole e alle cose importanti. Ce lo ricorda l’aneddoto – veritiero e verificato – di un senatore napoletano, Carlo Fermariello, interrotto da un collega mentre in un crocicchio si parlava di una legge speciale per Napoli dopo il colera del 1973. «Eh, ma qui si parla solo di Napoli…», disse l’incauto parlamentare che, per di più, a domanda di un astante («Scusa collega, tu di dove sei?»), rispose con fierezza: «Sono di Treviso!». E fu gelato dallo stesso Fermariello: «Bene, e parliamo di Treviso allora…». La cosa finì, come è ovvio, tra risate e sfottò, e derubricando per sempre la bella Treviso ad argomento di nessun rilievo.

Invece Napoli riceve la condanna opposta. Non manca mai qualcosa da dire sulla città: le sue bellezze, la storia, il clima, il cibo. E sui suoi abitanti: simpatici, arguti, furbi. Considerazioni cui un tempo si giustapponeva almeno quel «certo però, quanti problemi… (la criminalità, il disordine, il traffico, etc…)» che creava un po’ di equilibrio nei giudizi.

Mentre oggi l’orgia della perenne, giuliva invasione turistica fa passare in cavalleria il resto. E ridefinisce, spesso rovescia i ruoli. Con quelli che la visitano per tre-quattro giorni e non fanno che strabuzzare gli occhi per la meraviglia. E i malcapitati che ci vivono costretti a ricordare timidamente le «cose che non vanno», per usare un blando eufemismo.

Come sarebbe bello se di Napoli si parlasse meno. Se la città la smettesse di crogiolarsi nei giudizi altrui, che affrontasse alla radice i suoi problemi. Che la smettesse di autocelebrarsi guardandosi l’ombelico e si riconosca per quello che è: una città di medie dimensioni, con un passato glorioso e un presente declinante, immersa in un Sud che arranca e in un paese che da decenni ha perso il treno della modernità. E comunque, se proprio non fossimo in grado di darci ambiziosi programmi per il futuro, come sarebbe bello se almeno tutti facessimo nostra la saggezza – napoletanissima – dell’antico detto: «‘a meglia parola è chella ca nun se dice».

Claudio Velardi

La Violenza.

Le Armi.

Il Caso Caivano.

Il Caso di Giovanbattista Cutolo.

Il caso della Venere bruciata.

Il caso del senzatetto.

Altri casi.

Le Armi.

Estratto dell'articolo di Roberto Saviano per corriere.it venerdì 24 novembre 2023.

[…] Cosa accade se si ha a disposizione un kalashnikov che è in grado di sparare, con una precisione che arriva fino a quasi mezzo chilometro, più di 500 colpi al minuto? La risposta è una: se sono disponibili armi, ogni luogo diventa scenario di guerra. Napoli. A Napoli circolano troppe armi. Questa non è una mia opinione ma un dato di fatto che ha portato il Comando provinciale dei carabinieri a lanciare, nel 2022, una campagna di prevenzione rivolta agli adolescenti: «La prima vittima sei tu. No alle armi!». 

I dati a corredo sono agghiaccianti. Nel 2022 i carabinieri hanno sequestrato 671 armi illegali, tra queste più di 200 da fuoco: due armi al giorno… anche fucili d’assalto. Lo studio FIRE realizzato dall’Unione Europea classificò Napoli nel 2021 la città con il maggior numero di omicidi commessi con armi da fuoco d’Europa. Da questo studio cosa è cambiato? Molto poco. Anzi la circolazione delle armi continua ad essere endemica. 

Come mai così tante armi? […] una valutazione comparativa con altre situazioni (Svezia, Olanda, Montenegro) ci mostra che durante il Covid la velocità dello sdoganamento portuale […] si è raddoppiata dimezzando di fatto i controlli e le organizzazioni hanno approfittato non solo nel narcotraffico che è più agevole rispetto al trasporto di armi molto più complesso. 

Hanno riempito quindi gli arsenali e trovandosi con evidentemente molte più armi di quante fossero necessarie e non essendoci - parlo di Napoli - guerre in corso (anche per via della «pax turistica», ossia: non disturbare l’arrivo e la pace dei turisti che fanno guadagnare locali loro, ristoranti loro, b&b loro), hanno iniziato a venderle. Lasciando che una 9x21 che è sempre stata venduta intorno ai 2mila euro ora la si trovi a 300/400 euro oppure una 38 che è sempre costata sopra i mille euro e ora invece con 500 euro la porti a casa .Mai la camorra aveva permesso la vendita libera di fucili d’assalto […] e invece oggi è possibile acquistarlo sul mercato nero.

[…] Tra i maggiori possessori di armi ovviamente ci sono minorenni. I clan napoletani si approvvigionano costantemente dai mercati più disparati. Un canale resta la rotta balcanica, ma oggi si è aggiunto il dark web. Tra fucili semiautomatici, pistole, ma anche armi bianche con lame vietate, si stima, per difetto, che le armi presenti illegalmente a Napoli e provincia si avvicini molto alle 15mila unità. Ricordatelo questo numero quando sentirete politici e opinionisti (ormai si fa davvero fatica a distinguere tra le due categorie e anche a dare credibilità a ciò che dicono) cercare la scorciatoia della violenza per imitazione.

In un territorio stracolmo di armi e in cui la dispersione scolastica ha raggiunto percentuali inimmaginabili, come si fa a dire che se i ragazzi sparano è colpa di «Gomorra» e «Mare fuori»? Davvero in un contesto del genere si crede che guardando una serie diventi criminale ? Quindi guardando don Matteo ci sarebbe una impennata delle vocazioni? Quanta omertosa ingenuità. […] Nessuno ha mai preso una pistola perché ha ritenuto don Vito Corleone carismatico. Non cadete in questa trappola populista che deresponsabilizza istituzioni e società civile. Non credete alla fesseria che se vedi il film lo imiti. […]

[…] Il cortocircuito che nasce è sempre il solito. Se parli del male vieni considerato una sorta di diffusore del male, come se addirittura lo legittimassi o lo esaltassi, questa è la follia. Ho sempre visto in questo un meccanismo omertoso: non ne parlare, se non ne parli stai salvando il territorio, se ne parli, lo sta infettando. È invece proprio il racconto l’unica arma che la società civile ha per fare paura alla criminalità organizzata. Che la politica attacchi il racconto è gravissimo perché non solo non sta agendo per risolvere, ma addirittura blocca anche ogni possibilità di consapevolezza, impedisce che si accenda un faro.

Il segmento criminale può essere sconfitto solo se illuminato dal racconto, se lo tieni invece ai margini, continua a crescere nel silenzio. Quando la politica silenzia queste storie, mostra che in realtà non ha alcuna priorità antimafia. E che le operazioni di polizia, soprattutto quelle che avvengono a favore di telecamere, non sono altro che passerelle, le ennesime, in un territorio che ha bisogno di lavoro, cura, progetti e istruzione. E così, mentre il governo cancella in RAI trasmissioni che raccontano il potere criminale, va a Caivano a dire che la camorra sarà solo un brutto ricordo.

E quali sono gli atti che concretamente mette in campo per sconfiggere la camorra e disarticolare una delle più attive piazze di spaccio? Militarizza il territorio. Non c’è che dire: sono anni che chi davvero conosce le dinamiche criminali, in prima linea naturalmente esponenti delle forze dell’ordine e magistrati, sostiene che servono investimenti e prevenzione e non solo repressione e arresti. Ma questo è il governo degli inasprimenti di pena, delle nuove fattispecie di reato, del mettiamo in carcere e buttiamo la chiave, della castrazione chimica, quindi la prevenzione non è proprio una opzione in campo.

Le piazze di spaccio di spostano, il degrado resta, con buona pace di Lollobrigida […] Non è più tempo di propaganda, di scorciatoie, di accusare serie e trasmissioni bisogna intervenire sulle armi, subito ora. È tardi, tardissimo e i sequestri non bastano, servono politiche che interrompano la disponibilità del mercato ma sopratutto la richiesta di armi e questo lo si può fare solo con investimenti veri, lavoro, scolarizzazione vera. Nessun sequestro di arsenale ferma le armi.

Il Caso Caivano.

L'appello della donna. Cuginette stuprate a Caivano, mamma vittima scrive al Papa: “Matrimonio sbagliato e l’alcol ma ora voglio vedere miei figli”. Redazione su Il Riformista il 29 Novembre 2023

Ha scritto a Papa Francesco una lettera dove chiede di poter rivedere i figli dopo il trasferimento in comunità della bambina di poco più di 10 anni vittima delle violenze sessuali di gruppo insieme alla cuginetta coetanea. A parlare è “la mamma di una delle due bimbe coinvolte negli stupri di Caivano” avvenuti la scorsa estate. Rivolgendosi a Bergoglio, la donna ricorda l’accaduto: “Lei potrà immaginare quanto tutto quello che è successo sia stato devastante anche per me e per gli miei figli di cui mi hanno lasciato solo quello appena maggiorenne. Mia figlia si trova ora in una casa-famiglia da circa tre mesi, come anche gli due miei figli estranei all’orrore delle violenze. Il Tribunale dei minorenni, forse per il clamore mediatico che è seguito a questa orribile vicenda, ha però stabilito che anche gli altri miei due figli fossero collocati in una casa-famiglia. Ma non solo. È stato disposto il blocco totale dei contatti, sia fisici che telefonici, tra me ed i miei figli”.

Nella lettera, diffusa dall’Adnkronos, la donna riconosce di aver avuto “matrimonio sbagliato, subito le angherie e lo sfruttamento di mio marito nella consapevolezza che non potevo andare da nessuna parte con scarsa istruzione e senza un lavoro, senza neanche avere o sapere a chi poter chiedere aiuto. La disperazione non la si può spiegare a chi non l’ha provata” aggiunge. “Vivere in un contesto sociale dal quale sai di non poter andare via e che non ti concede alternative è difficile da comprendere per chi non ne fa parte. Per dimenticare le pene nell’ultimo periodo mi ero rifugiata nell’alcol” ammette la donna che poi aggiunge: “Ma non avevo davvero nulla altro per poter sopportare il degrado del luogo e la grettezza delle persone. Anche le Istituzioni si sono girate dall’altra parte – scrive ancora la donna – come la chiesa del paese; mai una parola di conforto, mai un abbraccio, nessun aiuto nonostante le mie richieste. Ora, solo grazie ai miei avvocati, sono riuscita a fuggire da Caivano, insieme al maggiore dei miei figli: ho fatto un percorso psicoterapeutico e medico che mi ha aiutato. Sono tornata dalla mia famiglia e vivo con mio padre e mia madre a Napoli. Non bevo più e mi sono allontanata da quell’inferno”.

La donna spiega che le viene impedito anche di chiamare i tre figli in comunità: “Sono indirettamente vittima delle violenze fisiche fatte a mia figlia e al contempo oggi sono vittima di un sistema giudiziario che, senza pensare anche i miei bisogni umani e di madre, mi impedisce finanche di telefonare ai miei bambini. Mi chiedo cosa ci sia di cristiano in questo forzoso allontanamento da loro – scrive ancora al Papa Francesco la madre della bambina abusata – Anche una madre detenuta può vedere i propri figli, quanto imposto a me è disumano. Ed io non ho nemmeno avuto mai una denuncia. I miei avvocati, Angelo Pisani ed Antonella Esposito, mi hanno difesa gratuitamente, hanno chiesto inutilmente a tutti di farmi almeno sentire in modalità protette i miei figli e mi stanno anche aiutando a scrivere in italiano questa lettera”.

I legali “hanno presentato due istanze al Tribunale per i minorenni proprio per chiedere almeno la revoca di questo blocco totale. In che modo la telefonata o l’abbraccio di una mamma può fare un danno ad un figlio? Quanto devo pagare la mia sfortuna pur non avendo commesso, anche secondo la Giustizia, alcun reato?”. “Io ho Fede. E la profonda convinzione che anche quello che ci sembra ingiusto nella vita quotidiana ha un suo disegno perfetto in Dio. Ho imparato che le cose negative spesso poi nel tempo si rivelano positive. Ed in questo riconosco appunto la Divina Provvidenza. Ho imparato a pregare affidandomi alla Sua volontà e non chiedendo più qualcosa che credo sia buono per me. Ma ora non sono così forte. E vacillo. Desidero parlare e vedere i miei figli – conclude – Se qualcuno un giorno deciderà che ho colpe e che devo pagarle sono pronta. Ho già pagato vedendo la mia bambina violentata. Ma non voglio che paghino anche i miei figli. Perché non riesco ad immaginare che anche questo possa essere buono. Santo Padre mi aiuti. Mi affido alle sue mani ed alla Sua Volontà. Chiedo aiuto per tutelare il diritto agli affetti e all’amore che lega una madre ai figli indipendentemente dalla povertà e/o dalle difficoltà di vita”.

Due cuginette di 13 anni violentate da 6 ragazzi: stupro di gruppo a Napoli. Francesca Galici il 25 Agosto 2023 su Il Giornale.

Non sono noti i dettagli dell'ennesimo episodio di violenza sessuale di gruppo, ma pare che il branco fosse formato da un solo maggiorenne e da altri 5 coetanei delle ragazzine

Ennesimo episodio di estrema gravità a Caivano, periferia della periferia napoletana, dove due cugine di appena 13 anni sarebbero state violentate da un gruppo di probabili coetanei. È successo nel Parco Verde, luogo purtroppo noto alla cronaca nera per numerosi crimini e reati, spesso efferati, che sono stati compiuti in questo quartiere profondamente degradato. Mentre l'opinione pubblica è ancora scossa per quanto accaduto a Palermo, questo nuovo caso travolge nuovamente le coscienze. Solo uno del gruppo di presunti stupratori è stato arrestato, l'unico maggiorenne.

Come riferisce il quotidiano Il Mattino, lo stupro è avvenuto ai primi di luglio, nei giorni dell'episodio di violenza di Palermo. Stando a quanto emerso, le due sarebbero state portate con l'inganno in un capannone, dove il gruppo giovanissimi, probabilmente della stessa età delle vittime tranne l'unico maggiorenne, ha abusato delle due cuginette. Le indagini hanno avuto inizio ad agosto quando i familiari delle vittime hanno presentato una denuncia ai carabinieri.

La conferma dell'avvenuto stupro sarebbe arrivata anche dalle visite mediche condotte in due ospedali della città. Mentre proseguono le indagini e l'unico maggiorenne è stato arrestato, per le due giovanissime è stato deciso l'allontanamento da Parco Verde. Vista la delicata situazione, le 13enni vivrebbero ora in una casa famiglia. Non si conoscono dettagli sull'età dei membri del gruppo ma se fossero coetanei delle vittime, quindi 13enni, non sarebbero nemmeno imputabili, perché non raggiungono l'età minima per poter affrontare un processo o essere detenuti in un istituto di pena.

A fronte della giovanissima età delle vittime e dei loro presunti aggressori, l'indagine è proceduta finora nel massimo riserbo per preservare quanto più possibile la tranquillità delle cugine. È emerso che si sta procedendo all'analisi di alcuni telefoni cellulari per cercare di ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti. Nel 2014 le cronache sono state sconvolte dalla morte della piccola Fortuna Loffredo, 6 anni, violentata e fatta cadere da un terrazzo all'ottavo piano. Nello stesso anno si è registrata anche la morte di Antonio, 4 anni, misteriosamente precipitato da un balcone. Il Parco Verde di Caivano, a dispetto del nome, è un agglomerato spoglio di case popolari dove il verde pubblico non esiste ma è, anzi, una delle più grandi piazze di spaccio del Paese.

Le vittime aggredite nel Parco Verde. Orrore a Caivano. Ancora uno stupro di gruppo: in sei abusano di due cuginette 13enni. Due 13enni sono state vittima di violenza di gruppo a Caivano, nell’hinterland napoletano. L’aggressione è avvenuta al Parco Verde, dove le due vittime sono state abusate nei pressi di un capannone. Il branco responsabile dell’aggressione sarebbe composto di sei ragazzi. Redazione su Il Riformista il 25 Agosto 2023 

Due ragazzine, cugine fra di loro, minorenni – hanno appena 13 anni – sono state vittime di violenza da parte di un gruppo di adolescenti nel Parco Verde di Caivano, nell’hinterland napoletano. La vicenda, come si legge su “Il Mattino”, è avvenuta all’inizio di luglio.

Le due cugine, nel mese scorso, sarebbero state trascinate in un capannone. Il branco responsabile della violenza ai danni delle due minori sarebbe composto da sei ragazzi, probabilmente coetanei delle vittime.

Le indagini sono iniziate ad agosto, quando i familiari delle due cuginette hanno presentato una denuncia alle forze dell’ordine. Visite mediche hanno confermato i segni di abuso sui corpi delle due minorenni. Mentre uno dei responsabili sarebbe già stato fermato, le indagini proseguono, anche relativamente ai telefoni utilizzati dal branco.

L’episodio è avvenuto negli stessi giorni dello stupro di gruppo a Palermo, di cui è rimasta vittima una 19enne. Un episodio per il quale sono stati arrestati sette ragazzi, fra i quali un minorenne.

Il Parco Verde di Caivano è stato più volte teatro di degrado e violenza. Risale al 2016 l’omicidio della piccola Fortuna, di appena sei anni, gettata dall’ottavo piano del palazzo in cui viveva. Gli anni di abusi ai danni della bimba e la sua tragica morte scossero profondamente l’opinione pubblica, gettando un’ombra sul quartiere. Nel 2020, avvenne l’omicidio di Maria Paola Gaglione, uccisa dal fratello.

Stupro a Caivano al Parco Verde, due cuginette di 13 anni violentate da un gruppo di adolescenti. Gennaro Scala su Il Corriere della Sera venerdì 25 agosto 2023.

Coinvolti sei ragazzi: le ragazzine sarebbero state portate in un capannone con l'inganno. Ora sono state allontanate della famiglia. Fermato l'unico maggiorenne del gruppo 

Mentre l'opinione pubblica è ancora scossa dallo stupro di gruppo di Palermo, una nuova storia dell'orrore arriva da Caivano, provincia di Napoli, dal Parco Verde già tante volte al centro delle cronache. Due cuginette, di appena 13 anni, sarebbero state violentate da un gruppo di adolescenti. Il fatto, come riferisce oggi «Il Mattino» è avvenuto a inizio dello scorso luglio. Le due ragazzine, all'inizio del mese scorso, sarebbero state portate in un capannone. Il branco che avrebbe abusato delle cuginette sarebbe stato composto da sei ragazzi, forse tutti coetanei delle vittime. Le indagini hanno avuto inizio ad agosto quando i familiari delle vittime hanno presentato una denuncia ai carabinieri e nelle ultime battute hanno evidenziato aspetti ancora più inquietanti: sarebbero 6/7 gli episodi di violenza già accertati. Al momento si sa che l'unico maggiorenne del gruppo sarebbe già stato individuato e fermato.

Le ragazzine in casa famiglia

La conferma della violenza sarebbe avvenuta anche dalle visite mediche in due ospedali cittadini.  Nel frattempo per le due ragazze è stato deciso l'allontanamento dal Parco Verde e ora vivono in una casa famiglia. «La minore era ed è esposta, nell'ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per l'incolumità psicofisica», è il motivo per cui la Procura presso il tribunale dei minorenni di Napoli ha chiesto al giudice di convalidare la decisione dei Servizi sociali di allontanare una delle bambine violentate dalla sua famiglia e di collocarla in una «idonea struttura» (misura analoga risulta essere stata adottata anche per l'altra ragazza). Il pm parla di «stile di vita» delle ragazzine «frutto di grave incuria dei genitori». Le indagini sono andate avanti, in queste ultime settimane, nel più assoluto riserbo ma è trapelato che si sta procedendo all'analisi di alcuni telefoni cellulari per cercare di ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti. Le due ragazze sarebbero state condotte in un capannone abbandonato della zona, a ridosso di una delle tante piazze di spaccio del rione popolare, con l'inganno, con la promessa di un gioco.

Il silenzio e poi la denuncia

Ma una volta lì le due cuginette hanno capito di essere cadute in una trappola. Il gruppo di ragazzini – almeno sei, secondo quanto dichiarato dalle vittime in sede di denuncia – era composto quasi interamente da minorenni, qualcuno si sospetta di neppure 14 anni. L’unico maggiorenne è finito a Poggioreale. Quella brutta storia, in un contesto tanto degradato, ha cominciato ad essere raccontata tra gli adolescenti del rione fino a che non è arrivata all’orecchio del fratello di una delle 13enni. È stato lui a informare i genitori che, a loro volta, hanno interrogato le ragazze che hanno ammesso tutto. Da quel momento è scattata la denuncia. Forse le ragazze non avevano parlato prima per paura, per una consuetudine che vede l’omertà come un comportamento abituale. Ma quando hanno iniziato a raccontare sembravano un fiume in piena. Per le cuginette il trasferimento in casa famiglia – su sollecitazione degli assistenti sociali - è stato disposto poco dopo la denuncia, al fine di allontanare le ragazzine da quel contesto pericoloso. 

Le indagini

L’inchiesta non è conclusa. Nei telefoni sequestrati per disposizione del Tribunale per i minori stanno lavorando in questi giorni i carabinieri, alla ricerca di tracce sulle chat dei ragazzini e di eventuale scambio di video o foto che potrebbero aver immortalato quel momento. Anche se cancellati, potrebbero aver lasciato una traccia digitale e potrebbero essere recuperati. Una storia che richiama alla mente l’orrore che portò alla morte della piccola Fortuna Loffredo di soli sei anni, violentata e uccisa il 24 giugno del 2014, lanciata dall’ottavo piano di uno dei palazzoni di cemento del Parco Verde. Fu quello il momento in cui l’Italia si accorse dell’esistenza di quel rione e delle condizioni di vita in cui versava, accendendo i riflettori sulle palazzine popolari. Dopo quasi dieci anni, al Parco Verde, si vive ancora nell’orrore. 

Don Patriciello: «Abbiamo abdicato alla fatica dell'educare»

Don Maurizio Patriciello, parroco del parco Verde di Caivano, da alcuni anni sotto scorta dopo le minacce ricevute per la sua attività nel quartiere, è addolorato: «Di questa vicenda se ne parlerà per qualche giorno, forse per qualche settimana», dice, «ma poi queste due povere ragazze si porteranno dentro questo trauma per tutta la vita, vivranno questo dolore con le loro famiglie», prosegue. «Se ci sono femminicidi, se ci sono casi di violenza brutale, che avvengono sia in quartieri degradati sia in quelli più agiati vuol dire che noi abbiamo sbagliato, abbiamo deciso di non educare», aggiunge. Poi sullo specifico del Parco Verde, un quartiere di Caivano sorto per dare una casa agli sfollati del terremoto del 1980 il sacerdote va all'attacco: «Mi dispiace dirlo ma questo è un quartiere che non doveva mai nascere: qui sono state ammassate tutte le povertà. E poi cosa si è fatto?». Il sacerdote rivolge anche un pensiero ai presunti stupratori. «Sono vittime della povertà educativa», e infine lancia l'allarme: «La pornografia è ormai una vera emergenza. Ma cosa si fa?»

Estratto dell’articolo di Flavia Amabile per “La Stampa” sabato 26 agosto 2023.

Gliel'hanno detto in amicizia, per fargli un favore. «Stanno girando dei video, ci sta pure lei...». Antonio è corso a casa dai genitori e dalla giovane, una ragazzina appena adolescente. Ha raccontato quello che gli avevano detto. 

Solo allora la ragazza ha ammesso che, sì, da diverso tempo lei e la cugina erano costrette a subire le violenze di un gruppo di ragazzi. Anni? Non molto più grandi di loro. E loro di anni ne hanno pochi: 13 da compiere a settembre la più piccola, 13 compiuti da non molto la più grande. Quante violenze hanno subito? Cinque, forse sei, e non avevano avuto il coraggio di dire nulla. Subivano in silenzio. E avrebbero continuato a subire se i video non avessero iniziato a circolare troppo arrivando anche a chi ha avuto il buon cuore di avvertire Antonio, nome di fantasia necessario in questa storia dove i protagonisti sono quasi tutti minorenni. 

Avevano paura di parlare le due cugine di questa storia cresciuta in mezzo all'abbandono. Come loro. Conoscono la legge non scritta che governa la terra dove sono nate, il Parco Verde di Caivano, provincia di Napoli. [...] Si sono convinte a raccontare solo quando il fratello e i genitori le hanno costrette. Hanno parlato di quel gruppo di ragazzini – si dice almeno sei quasi tutti loro coetanei – a parte un giovane di 19 anni. Le hanno convinte a seguirli lungo i marciapiedi sconnessi del parco. «Andiamo a fare un gioco» [...] Secondo quello che si racconta nel Parco, si sono infilate insieme ai ragazzini sotto gli inutili nastri della polizia municipale che recintano l'area di un centro sportivo sequestrato nel 2018 [...] 

Avevano paura di parlare le due cugine e la stessa paura hanno avuto all'inizio i genitori. Poi si sono decisi, sono andati a denunciare e la macchina della giustizia si è messa finalmente in movimento.  [...] Dopo la denuncia le due cugine sono state portate in una struttura per proteggerle innanzitutto dalla «grave incuria dei genitori». [...]

Antonio e. Piedimonte per “La Stampa” sabato 26 agosto 2023.

[...] Le piccole sono state visitate in due ospedali della città – il "Santobono" e il "Cardarelli" – e proprio dal racconto fatto ai medici è emerso che c'erano stati altri episodi di violenza: «Circa due o tre mesi fa, la ragazza non ricorda esattamente la data, un ragazzo di 19 anni a lei noto la conduceva in una casa abbandonata in un parco e, dopo averla minacciata, la obbligava ad abbassarsi i pantaloni e lo slip e la costringeva ad avere un rapporto contro la sua volontà».

Lo stesso giovane – l'unico maggiorenne sinora coinvolto, che alcuni fonti vogliono in stato di fermo – avrebbe guidato più volte la banda di minori, alcuni dei quali non ancora quattordicenni, tutti residenti nel Parco Verde. Al momento gli episodi ricostruiti sarebbero 6 o 7. Gli investigatori hanno già sequestrato i telefonini e stanno passando al setaccio sia le chat sia l'archivio di video e foto, in particolari gli esperti stanno lavorando sulle tracce digitali lasciate dai dati cancellati.

In una nota della Procura presso il Tribunale per i minorenni si legge che «le ragazze erano e sono esposte nell'ambiente familiare a grave pregiudizio e pericolo per l'incolumità psico-fisica». E sempre a proposito del difficile contesto, il pm ha scritto di uno «stile di vita frutto di grave incuria dei genitori». Si capisce così la scelta della Procura di chiedere la convalida della decisione dei servizi sociali di allontanare le bambine: entrambe si trovano in una struttura ad hoc lontano da Caivano.

Nell'inferno di Caivano gli abusi alle bimbe andavano avanti da mesi. Nel branco figli dei boss. Il numero dei ragazzi coinvolti potrebbe arrivare 15. Sequestrati i cellulari: è caccia ai video delle violenze. Rosa Scognamiglio il 26 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Lo stupro di gruppo

 Il sospetto: "Era già successo"

 Sequestrati i cellulari

 Il trasferimento delle cuginette nella casa famiglia

È un racconto dell'orrore quello che emerge dalle carte dell'inchiesta relativa allo stupro di gruppo avvenuto ai danni di due cuginette, entrambe tredicenni, nel "Parco Verde" di Caivano (Napoli). I ragazzi coinvolti, dei quali solo uno maggiorenne, potrebbero passare da sei a quindici. Non solo. Tra i componenti del branco ci sarebbero anche due figli di esponenti della camorra. I carabinieri, coordinati dalla procura minorile della città partenopea, hanno sequestrato i cellulari degli indagati e sono in corso accertamenti su tabulati ed eventuali video delle violenze. Gli investigatori non escludono che il gruppo di giovanissimi abbia abusato più volte e in più mesi delle due ragazzine.

“Stile di vita ha favorito il reato”. La relazione choc sullo stupro di Caivano

Lo stupro di gruppo

L'episodio più eclatante, da cui sono scaturite le indagini, risale allo scorso luglio. Le due cuginette sarebbero state abusate dal branco per una notte intera all'interno di un ex capannone che, un tempo, veniva utilizzato come "magazzino" dai pusher del "Parco Verde", già noto alle cronache per la triste vicenda della piccola Fortuna Loffredo. Stando a quanto trapela dagli accertamenti dei carabinieri, le ragazzine sarebbero state costrette a subire violenze e umiliazioni dai giovanissimi aggressori che potrebbero aver filmato l'orrore con gli smartphone. Il condizionale è d'obbligo dal momento che l'esistenza di eventuali video non è stata ancora confermata.

Il sospetto: "Era già successo"

Le indagini sono scaturite dopo la denuncia dei familiari delle due ragazzine. Nella fattispecie, il fratello di una delle due cuginette avrebbe ricevuto un messaggio sui social in cui qualcuno lo avrebbe informato delle violenze avvenute nel capannone abbandonato. Da lì sarebbe scattata la denuncia ai carabinieri di Caivano e successivamente l'informativa è stata trasmessa alla procura minorile del capuologo campano. Le giovanissime vittime, ascoltate in audizione protetta, con anche il supporto di assistenti sociali e psicologici, hanno confermato di essere state abusate e picchiate. C'è di più: le stesse avrebbero rivelato che le violenze sarebbero iniziate due o tre mesi prima dei fatti di luglio. Sarebbero almeno "sei o sette" - scrive il Corriere.it - gli episodi sui quali sono in corso accertamenti da parte dei militari dell'Arma.

Sequestrati i cellulari

Tra i componenti del branco ci sarebbero anche i figli di due esponenti di spicco della camorra locale. Al momento è stato fermato solo un 19enne, che ora si trova ristretto nel carcere di Poggioreale. Gli altri membri del gruppo sono tutti minorenni, forse coetanei delle vittime, e quindi non imputabili. A tutti gli indagati sono stati sequestrati i cellulari e sono in corso accertamenti sui tabulati telefonici. Non è eslcuso che l'inchiesta possa allargarsi passando da sei a quindici sospettati.

Il trasferimento delle cuginette nella casa famiglia

Per le due cuginette è stato disposto il trasferimento in una casa famiglia. Misura che la procura ha ritenuto necessaria a fronte di "una situazione di emergenza" e specificando che l'allontanamento è stato deciso per "mettere in sicurezza le minori". "Lo stile di vita delle minori - per i pm - è senz'altro frutto della grave incuria dei genitori che con ogni evidenza hanno omesso di esercitare sulle figlie il necessario controllo esponendole ai pericoli". L'avvocato Angelo Pisanu, che difende una delle vittime, ha espresso disappunto per il provvedimento del Tribunale: "È una beffa, - ha commentato - un trauma che si va ad aggiungere a un trauma. Andava spostato l'intero nucleo familiare, senza far diventare la vittima un fascicolo".

"Fate schifo". La mamma di una delle bimbe violentate a Caivano. Le due cuginette, violentate dal branco nel quartiere "Parco Verde", ora sono in una casa famiglia. Linda Marino il 24 Agosto 2023 su Il Giornale.

A poche ora della diffusione della notizia, in una intervista al quotidiano Il Messaggero, ha la forza di parlare la mamma di una delle cuginette, di 10 e 12 anni, abusate lo scorso luglio nel difficile quartiere del Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli. Le due bambine, violentate da un branco composto da un branco circa 15 ragazzini, ora si trovano in una casa famiglia e, per questo allontanamento, è ancora più forte il dolore delle loro rispettive famiglie. “In questo momento voglio solo due cose: che mia figlia torni da me, perché non sopporto la sua mancanza. E poi chiedo giustizia: chi ha fatto tutto questo male paghi le sue colpe e non resti impunito”.

La mamma di una delle due bambine, è distrutta dal dolore. Nella sua casa, riporta il quotidiano campano, è un via vai di parenti e amici venuti a dare conforto a questa famiglia. In queste ore le restano accanto il marito e i due figli maschi. Ieri ha incontrato anche l'avvocato Angelo Pisani, che l'assiste nei risvolti giudiziari del caso. “Sono sicura che mia figlia starà peggio di me, e io mi sento di morire, la rivoglio vicino a me. Pur sapendo i rischi che si corrono vivendo qui, in questo ambiente, non avrei mai potuto immaginare che fosse potuto succedere questo, che si fosse arrivati a tanto, che qualcuno potesse riuscire ad aggredirla fin sotto casa”. E ancora. “Lei è la mia vita. Da parte mia non è mai mancata alcuna attenzione, ho sempre avuto lo scrupolo anche di controllare le sue amicizie, e persino il modo di vestirsi, quando usciva. La donna continua a credere nella giustizia, seppure con la rabbia e il dolore dentro. “Devono essere puniti tutti. Una cosa è certa: io non riesco più a sopportare l'idea di dover continuare a vivere in questo posto. Qui c'è un inferno, e serve solo tanta luce”.

Si rivolge ai carnefici di sua figlia: "Guardatevi allo specchio e accorgetevi di quanto fate schifo e quanto siete vigliacchi". Per la donna è ancora presto per parlare di perdono. “Non riesco nemmeno a pensarci in questo momento. Ecco perché spero che possano pentirsi e che paghino, anche per evitare che altri facciano come loro”.

E alle mamme come lei, che hanno figli piccoli, consiglia: “Innanzitutto di andare via da questo schifoso inferno che non lascia via di scampo a nessuno”. Intanto, però, dalla relazione consegnata dagli assistenti sociali ai magistrati della Procura che hanno disposto l'allontanamento in una struttura protetta della bambina, emerge un duro atto di accusa nei suoi confronti. “Noi, io e mio marito con i miei altri due figli non abbiamo colpe. In questo degrado umano e sociale abbiamo fatto sempre il possibile per il bene di mia figlia, queste sono accuse che non meritiamo”. E conclude: “Io devo andare via dal Parco Verde: per il bene e futuro di mia figlia e per la nostra famiglia. E lo farò. Ma per evitare che si ripetano tali orrori tutti dovrebbero andar via di qui”.

Estratto dell'articolo di Stella Gervasio per repubblica.it sabato 26 agosto 2023.

Quando sua figlia, quell’angelo biondo di Chicca, all’anagrafe Fortuna Loffredo, venne abusata e lanciata dal tetto del palazzo, Mimma Guardato era una trentenne. Oggi è una donna che ha girato pagina per gli altri due figli, due maschi, a cui insegna che le donne, di qualsiasi età, vanno rispettate. Vive a Faenza, Mimma, con la madre, che allora le fu molto vicina: è stato don Patriciello, il parroco di Parco Verde ad aiutarla a scappare dagli orrori che avevano invaso la sua vita. 

Due nuove vittime di violenza a Caivano, dove lei ha vissuto la sua tragedia. Che cosa pensa?

«Altre due ragazzine, proprio come mia figlia. Non posso non essere addolorata. Sto rivivendo quei giorni pieni di atrocità. Se là dentro, in quell’inferno, non si combatte, non si sa che cos’altro può avvenire. [...] Lì non è cambiato niente. Dopo l’ultima udienza del processo per la mia bambina, ho preso i miei figli, ho fatto le valigie e me ne sono andata. E ora è tutto diverso: ero disoccupata, mentre qui lavoro in una grande impresa di pulizia. Stiamo bene. L’angoscia c’è sempre, ma dopo tanto dolore si deve ricominciare».

Non è più tornata a Caivano?

«Ci vado solo per andare al cimitero. Di quel palazzo degli orrori non voglio saperne più niente».

[...]

Come si trovano i suoi due figli?

«Uno ha 18 anni e andrà all’università, l’altro 13, è in terza media. Per il momento vogliono solo studiare. E chissà se in quel posto orribile ci sarebbero mai riusciti. Hanno l’accento del nord, Ora sentono parlare in napoletano solo me». 

Che cosa serve per salvare Parco Verde?

«Ci vuole lo Stato, che lì non c’è. Non si può lasciare uno come don Patriciello a combattere da solo».

I fratelli ricordano Chicca?

«Sempre. Non si aspettavano che potesse fare quella fine. Ma noi non ne parliamo quasi mai. Basta che ci guardiamo negli occhi. A loro devo nascondere la mia sofferenza».

Emergono i primi dettagli: le due cuginette stuprate e picchiate per mesi, in una piscina abbandonata. Caivano, 15 indagati per lo stupro di due tredicenni al Parco Verde. Sequestrati i cellulari dei sospetti: caccia ai video e alle chat. Le due bambine avrebbero subito violenze indicibili per mesi, nei locali di una piscina abbandonata. L’indagine è partita a causa delle immagini video di uno degli episodi di violenza reperite sul cellulare di un altro minorenne del luogo, un quartiere vittima di grave degrado, il Parco Verde di Caivano. I Pm: “Vicenda frutto della grave incuria dei genitori”. Redazione su Il Riformista il 26 Agosto 2023 

L’orrore avveniva nei locali abbandonati di una piscina del Parco Verde, un quartiere di Caivano, tristemente noto come “‘o Bronx”, per le condizioni di diffuso e pesante degrado ambientale. Il Parco Verde, lo ricordiamo, è lo stesso quartiere in cui il 24 giugno del 2014 trovò una morte orribile Fortuna Loffredo, di appena sei anni, una bambina abusata e poi uccisa in maniera brutale. Questo il contesto in cui si è protratta, per mesi, violenza ai danni di due minorenni, due bambine del posto, sottoposte a percosse e abusi sessuali.

E sono almeno quindici i giovani sospettati della violenza, al momento tutti identificati e con i cellulari sotto sequestro. Fra loro, anche figli di noti esponenti locali di clan camorristici, gestori delle piazze di spaccio del quartiere, un complesso di case popolari. Non tutti sarebbero maggiorenni: fra loro c’è un diciannovenne con precedenti simili.

Le due bambine sarebbero state costrette, per mesi, a tacere, a suon di minacce e schiaffi: veniva loro imposto il silenzio, se non volevano “finire male” o essere additate come “prostitute”. Un orrore dopo l’altro, per due cuginette tredicenni, dunque.

Alle spalle, come si evince dalle indagini, famiglie difficili e abbandono scolastico. Le due solo sporadicamente frequentavano la scuola locale. Dinanzi, il branco: giovani carnefici sui quali si è posata l’omertà dei residenti.

Secondo le prime ricostruzioni, la minore delle due – che sono cugine fra di loro – sarebbe stata costretta da alcuni mesi ad avere rapporti sessuali completi con un sedicente fidanzatino, appartenente al giro delle piazze di spaccio. La violenza andava avanti almeno dallo scorso gennaio, tuttavia non è ancora stato appurato il numero degli episodi di violenza.

A occuparsi del caso è la Procura dei minori di Napoli, in coordinamento con quella di Napoli Nord per i maggiorenni coinvolti. Gli inquirenti, al momento, avrebbero accertato che le due bambine venivano circuite dai componenti del branco – un numero di giovani cresciuto nei mesi – appena uscivano di casa. Con schiaffi e minacce costringevano le vittime a seguirli. Il luogo scelto, per l’appunto era l’ex complesso sportivo “Delphina”. E lì, fra detriti, lerciume, rifiuti e siringhe utilizzate dai tossicodipendenti della zona, avvenivano le violenze.

La sconvolgente vicenda è emersa allorché uno degli stupratori ha filmato un episodio di violenza, per poi condividere il video nelle chat del branco. Il video, dopo molte condivisioni, è arrivato sullo smartphone del fratello di una delle vittime.

E, da lì, la vicenda si è rapidamente evoluta: la denuncia dei familiari delle vittime, presso la locale stazione dei Carabinieri, l’ascolto delle due vittime in ambiente protetto, le tempestive indagini. In poche ore l’Arma ha identificato tutti i responsabili e messo sotto sequestro i cellulari. Il passo successivo è stato quello compiuto dalla Procura dei Minori, che ha disposto l’allontanamento delle vittime dal contesto familiare.

Una decisione presa in collaborazione con i servizi sociali, che hanno stabilito la situazione di pericolo per l’incolumità psicofisica delle minorenni. Secondo il Pm, le due tredicenni vivevano in “una situazione di chiara emergenza”. Lo stile di vita in cui le minorenni erano inserite, scrive ancora il Pubblico Ministero, ha favorito la perpetrazione dei reati, frutto di “grave incuria dei genitori che con ogni evidenza hanno omesso di esercitare sulla figlia il necessario controllo“.

La violenza al Parco Verde. Stupro delle 13enni a Caivano, fino a 15 persone nel branco: “Anche figli di camorristi”. Le molestie duravano da mesi, denunciate quando sono arrivate alle orecchie della famiglia. Le bambine trasferite in casa famiglia. La madre di una delle vittime: "Il Parco Verde è un inferno, non riesco più a vivere qui". Redazione Web su L'Unità il 26 Agosto 2023 

Secondo quanto emerge dalle indagini dei carabinieri il branco che avrebbe violentato le due ragazzine, cugine, di 13 anni nel Parco Verde di Caivano potrebbe arrivare a contare anche fino a 15 persone. Sembrerebbe sicuramente più numeroso delle sei che erano emerse ieri con la notizia riportata da Il Mattino. Da chiarire se questi fossero tutti coinvolti nell’episodio più grave, che si sarebbe verificato in un capannone abbandonato lo scorso luglio, o se sono stati considerati anche gli episodi di violenza precedenti. Le indagini sono coordinate dalla Procura minorile.

Le visite mediche cui sono state sottoposte hanno confermato le violenze. Le persone indiziate sarebbero grossomodo coetanei, tranne uno: un 19enne fermato e trasportato nel carcere di Poggioreale, è l’unico al momento. Alcuni avrebbero meno di 14 anni e quindi non sarebbero punibili. Sequestrati i cellulari di alcuni ragazzini. Gli investigatori sono a caccia dei possibili video delle violenze. Stando a quanto emerso finora sembra comunque che gli abusi si sarebbero verificati più volte e per diversi mesi sulle ragazzine. Almeno sei o sette volte. Sempre dallo stesso gruppo e nello stesso luogo secondo la ricostruzione de Il Corriere della Sera, un capannone abbandonato che in passato era stato utilizzato dai clan della criminalità organizzata per smerciare stupefacenti e nascondere armi. Secondo Agi ci sarebbero anche i figli di almeno due esponenti di spicco della camorra tra i componenti del branco.

Le due sarebbero state picchiate e minacciate prima delle violenze sessuali. La denuncia sarebbe scattata soltanto quando la voce delle violenze sarebbe arrivata ai familiari delle vittime. Le ragazzine hanno raccontato tutto ai genitori, ai carabinieri e agli assistenti sociali. Avrebbero parlato di molestie cominciate “due o tre mesi fa”. Erano terrorizzate dalle intimidazioni, dalla paura di subire ritorsioni.

Le due vittime non si trovano più a Caivano, sono state trasferite in una casa famiglia nell’hinterland napoletano. La Procura ha parlato di una “situazione di chiara emergenza” e di uno stile di vita “senz’altro frutto della grave incuria dei genitori che con ogni evidenza hanno omesso di esercitare sulla figlia il necessario controllo, esponendola a pericoli”. L’avvocato di una delle due famimglie, Angelo Pisani, ha criticato la decisione del Tribunale. “Andava spostato l’intero nucleo familiare”.

Al Messaggero e al Mattino la madre di una delle due vittime ha criticato la decisione della Procura: “In questo momento voglio solo due cose: che mia figlia torni da me, perché non sopporto la sua mancanza. E poi chiedo giustizia: chi ha fatto tutto questo male paghi le sue colpe e non resti impunito […] Da parte mia non è mai mancata alcuna attenzione, ho sempre avuto lo scrupolo anche di controllare le sue amicizie, e persino il modo di vestirsi, quando usciva. Devono essere puniti tutti. Una cosa è certa: io non riesco più a sopportare l’idea di dover continuare a vivere in questo posto. Qui c’è un inferno, e serve solo tanta luce. Abbiamo sempre avuto fiducia nelle istituzioni, che però qui al Parco Verde come politica sono sempre stati assenti”.

Redazione Web 26 Agosto 2023

Estratto dell'articolo di Marco Di Caterino per "Il Messaggero" domenica 27 agosto 2023.

La chiave di svolta nelle indagini sullo stupro di gruppo perpetrato nel Parco Verde di Caivano, con due ragazzine di dieci e dodici anni vittime del branco, potrebbe arrivare dalle analisi tecniche della decina di cellulari sequestrati dai carabinieri. Nelle memorie di queste "scatole nere", gli inquirenti cercano video, conversazioni in chat e lavorano all'ipotesi che uno dei filmatini sia stato venduto nel dark web, dove la richiesta di questo lurido materiale è enorme e può fruttare migliaia di euro.

Un passaggio fondamentale questo, visto che uno degli investigatori davanti a tanto scempio e crudeltà ha chiosato: «Quelli di Palermo (il riferimento è al branco responsabile dello stupro di una 19enne, ndr) rispetto a questi del Parco Verde sono stati meno aggressivi». 

In particolare, l'attenzione degli inquirenti sarebbe concentrata sui telefonini di quei due minorenni, figli di capi piazze di spaccio, attive una nel Parco Verde, l'altra nel complesso di edilizia popolare Iacp di via Atellana noto come "'o bronx". Figli di personaggi di spicco della criminalità organizzata, ragazzi che appartengono alla cosiddetta "borghesia delle piazze di spaccio», pieni di soldi, abiti firmati, spocchia da camorristi. [...]

Tutti sapevano e nessuno ha parlato. Tra i cellulari sequestrati, figurerebbe anche quello in uso alla mamma di una delle due ragazzine. Un atto finalizzato ad accertare eventuali responsabilità in tema di controllo genitoriale. E come era accaduto nove anni fa, quando fu uccisa Fortuna Loffredo, nel Parco Verde è scattato il coprifuoco per i bambini, ancora una volta i più penalizzati, ora costretti a stare in casa per la psicosi degli orchi, i cui nomi erano noti in tutto il quartiere.

[...]

Estratto dell'articolo di Gennaro Scala per il "Corriere della Sera" domenica 27 agosto 2023. 

I telefoni cellulari sequestrati per ordine della procura. Potrebbe essere lì la chiave dell’indagine sullo stupro ripetuto ai danni delle due cuginette di 11 e 12 anni a Caivano, in provincia di Napoli. Si tratterebbe di una decina in tutto. L’obiettivo è capire se in quei telefoni e nelle chat di messaggistica istantanea ci siano tracce di video girati nel momento delle violenze, filmati che potrebbero essere stati prodotti proprio durante le violenze.

I telefoni — ormai vere e proprie scatole nere dell’esistenza — potrebbero celare quei tasselli che mancano all’indagine partita dalla denuncia delle due cuginette, poco più che bambine. Denuncia che è nata dopo che il fratello 17enne di una di loro ha ricevuto un messaggio tramite i social in cui veniva sollecitato a fare attenzione alla sorella. Da lì l’allarme lanciato ai genitori, la denuncia e un effetto valanga che ha portato il Tribunale dei minori a trasferire le due bambine in una casa famiglia per preservare la loro incolumità. Se fossero rimaste lì avrebbero forse rischiato ritorsioni da parte dei coetanei accusati di aver abusato di loro.

[...] Secondo la ricostruzione, le due ragazzine venivano avvicinate appena scendevano di casa. Poche parole di circostanza spiccicate in dialetto: «Andiamo a farci un giro»; quello era il momento in cui le due cuginette capivano che sarebbero nuovamente finite in quell’autorimessa abbandonata, nei pressi della piscina abbandonata, in cui la loro infanzia era finita.

[...] I presunti stupratori avrebbero un’età compresa tra i 13 ai 19 anni. [...]

G.S. per il "Corriere della Sera" domenica 27 agosto 2023.

Era il 30 luglio quando il Tribunale di Napoli Nord ha disposto il sequestro probatorio dei telefoni cellulari di una delle due ragazzine abusate al Parco Verde di Caivano, ma anche di quello della madre.

Su questi ultimi dispositivi gli inquirenti starebbero cercando riscontri relativi all’attenzione che la famiglia aveva nei confronti della ragazzina e se il controllo fosse sufficiente a scongiurare rischi. [...] 

Questo è uno stralcio della relazione che i servizi sociali hanno stilato e inviato al pubblico ministero del Tribunale dei minori che ha poi confermato l’allontanamento da casa delle due ragazzine. Una decisione rispetto alla quale la madre di una di loro si è opposta, rivendicando il diritto di avere la figlia con sé. «Mia figlia è la mia vita — ha affermato la donna — non ho mai mancato nei suoi confronti, voglio che torni qui da me».

Sulla decisione del Tribunale si è posto in maniera critica anche l’avvocato della famiglia, Angelo Pisani, che ha ribadito che «i bambini non sono un numero, ma degli esseri umani che vanno sostenuti e rispettati. Togliere le bambine alla famiglia è stato per loro aggiungere dolore a dolore».

Nel dossier allegato alla decisione di affidamento a una casa famiglia per la 12enne si legge ancora: «La minore era ed è esposta, nell’ambiente familiare, a grave pregiudizio e pericolo per l’incolumità psicofisica». Misura analoga a quella adottata anche per la cuginetta.

[…]

Parco Verde e i sommersi nel discount di Gomorra: miseria disorganizzata, povertà assoluta e disoccupazione cronica. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera domenica 27 agosto 2023. 

La «banlieue» degli orrori nata dopo il sisma dell’Irpinia. Un self-service della malavita, tra regolamenti mortali di conti tra i boss e violenze sessuali su bambini in tenera età. E chi si ribella viene subito punito

Parco Verde è il territorio dove i clan si rivolgevano come se fosse un discount umano, alla ricerca di esecutori: un omicidio, un corriere, manodopera per un lavoro edile. E se per un omicidio, altrove, si dovevano sborsare 10 milioni di lire; qui ne bastavano 2; se un viaggio con palline di cocaina costava mediamente 3 mila euro, qui ne erano sufficienti 800. Questo è accaduto per decenni, fino a quando il sistema-Secondigliano è collassato, sotto al peso dell’attenzione internazionale, e la distribuzione della droga si è spostata altrove.

Un luogo a sé, con proprie regole e dinamiche

In quel momento Parco Verde ha iniziato a mutare percorso criminale. Ma dobbiamo arrivaci per gradi. Parco Verde è una città di migliaia di persone (tra 4 e 6mila). Un luogo a sé, con proprie regole, storia, dinamiche. Per chi non è meridionale il termine «parco» rimanda a distese di boschi e prati. Non c’entra nulla. Al Sud si usa il termine «parco» per descrivere condomini formati da più di una palazzina circoscritti da cancellate, circondati da vialetti che nella fantasia degli architetti dovrebbero richiamare appunto i parchi naturali. Parco Verde non è nemmeno questo: è solo un assedio di palazzine attaccate, generato dall’emergenza terremoto del 1980. Sì, proprio così: la Campania aveva trecentomila sfollati da alloggiare e con la Legge 219 arrivano i miliardi per costruire alloggi alternativi. Si scelse la periferia di Caivano, laddove c’era campagna (terra di pesche, fragole, mandorle): il nome «Parco» rappresentava l’ambizione di creare una comunità; mentre «Verde» era il colore delle palazzine. È diventata solo la banlieue più articolata e misera della Campania

Il disinteresse della politica e la miseria endemica

La politica si occupa poco di Parco Verde, solo nei momenti elettorali e c’è una ragione: con pochi pochissimi soldi compri migliaia di voti. Questo bacino deve rimanere sommerso e invisibile. Parco Verde è circondato dai clan, ma non ha prodotto famiglie egemoni, né capi. C’è una ragione, raramente descritta: i veri sovrani di qui stanno lontano da Caivano. Sono i Moccia di Afragola, borghesia criminale importantissima, una delle famiglie più potenti su Roma. I Moccia non hanno mai voluto che Parco Verde si sviluppasse. Il ghetto lo controlli se lo affami, altrimenti poi conquista tutto ciò che ha intorno. Miseria disorganizzata, povertà assoluta, disoccupazione cronica: tutti elementi che tengono bassi gli stipendi e difficile qualsiasi reale scalata criminale.

I clan contrapposti

Per anni quando la piazza di spaccio di Secondigliano cresceva esponenzialmente, Parco Verde era appunto il suo corrispettivo discount. Ma più i clan dell’Alleanza di Secondigliano si indebolivano, maggiore diventava l’influenza del mercato di Parco Verde, che negli anni ‘90 era governata da due schieramenti contrapposti. Uno autoctono «i paesani», ossia i caivanesi e l’altro che pretende di comandare in nome della reale radice etnica degli abitanti di Parco Verde «i napoletani» che erano stati portati lì dopo il terremoto.

Gli omicidi tra boss e le violenze sui bambini

Quando il boss capo dei paesani, «o’ zuopp» ossia Salvatore Natale, capì negli anni ‘90 il potenziale di Parco Verde cercando di renderne autonoma l’organizzazione, furono proprio i Moccia — secondo quanto dichiara un loro ex dirigente divenuto collaboratore di giustizia, Michele Puzio — a decretarne la morte. Ma nessuno si accorge di questo territorio con oltre 1500 ragazzini esposti ad arruolamenti criminali sino a quando accadono violenze sessuali su bambini. Giugno del 2014: Fortuna Loffredo, 6 anni, precipita dal palazzo dove abitava, sul suo corpo chiari segni di stupro; l’anno prima, Antonio Giglio, 4 anni, era morto cadendo dal settimo piano dello stesso palazzo di Fortuna. Vicende orrende. che tornano oggi con le stesse attenzioni. Ma anche questa volta poco cambierà.

Nuova piazza dello spaccio

Parco Verde nel frattempo ha ereditato le piazze di spaccio di Scampia, i nuovi capi hanno ottenuto un consenso allargato attraverso precise strategie. Durante la fase acuta del Covid, il boss Massimo Gallo furbescamente ha garantito al «Parco» cibo e assistenza, utilizzando i suoi affiliati per consegnare la spesa alle famiglie e si è reso disponibile a trovare posti di lavoro, a far ritrovare auto a chi ne aveva subito furto, ad abbassare il clima di conflitto tra bande.

Le minacce a chi reagisce

Ma in questo abisso c’è chi riesce a non farsi sommergere? Esiste. E bisognerebbe capire come provi a non cedere ai clan, a tenersi lontano dallo schifo. Uno di questi rari individui era un lavoratore di Parco Verde, che non sopportava che il proprio palazzo divenisse una piazza di spaccio. Si lamentava, provava a chiedere di spostare il commercio, ad organizzare una protesta di altri abitanti. Gallo, il boss, temeva che questo signore potesse denunciarlo: prima tentò di bruciargli la casa, poi gli pestò il genero, infine gli dette alle fiamme l’auto. Alla fine preparò pure una vasca piena di acido e dette l’ordine di ucciderlo e scioglierne il corpo. Arrivarono prima i carabinieri che lo stavano intercettando.

L’omertà della disperazione

In questi anni l’omertà si è declinata sempre nella stessa dimensione: pensare che raccontare queste dinamiche fosse un modo per infangare il territorio. Che infinita pena un Paese che crede che il nominare il male significhi diffonderlo. A Scampia illuminare l’orrore ha innescato una reale trasformazione; certo, c’è molto, moltissimo ancora da fare ma molto è cambiato. Mentre Parco Verde continua nel silenzio ad essere un luogo di disperazione da cui molti traggono profitto sul sangue dei disperati.

Estratto dell'articolo di Antonio E. Piedimonte per “La Stampa” lunedì 28 agosto 2023

Caivano, la caccia alle prove, gli abusi sessuali, il ringhio della camorra. Due Procure e due fascicoli giudiziari, stesso reato: stupro di gruppo. Per gli adulti procede la Procura di Napoli Nord per tutti gli altri la Procura dei minori di Napoli, che intanto ha disposto anche l'avvio di una indagine in merito alla fuga di notizie registrata nell'ambito degli accertamenti investigativi sulle presunte violenze alle due cuginette. 

Tutto quello che (per vie traverse) è trapelato è che investigatori e inquirenti stanno stringendo il cerchio sul branco di ragazzini che per mesi si è accanito su due cuginette di 10 e 12 anni nel famigerato Parco Verde di Caivano. E la ricerca di indizi e prove è sempre più concentrata sulle tracce digitali da recuperare in file cancellati e schede danneggiate, un'indagine cibernetica in un territorio segnato da ombre arcaiche. Telefonini e computer – strumenti di sopravvivenza per chi vive immerso nella realtà parallela del virtuale – usati per registrare eventi che riportano le lancette indietro nel tempo.

Pochi sono andati alla messa domenicale, a regnare è una desolazione che sembra rispecchiare altre desolazioni. E rimanda a più inquietanti scenari. In un'intervista al "Mattino" l'ex procuratore Francesco Greco – che coordinò l'inchiesta su Fortuna "Chicca" Longobardi (la bimba stuprata e uccisa) – ha spiegato perché la notizia delle violenze non lo ha sorpreso: «Emerse (all'epoca, ndr) una "emergenza Parco Verde", ed ebbi modo di dire, ripetendolo alla stessa Commissione Antimafia, che se non si fosse intervenuto subito, avremmo avuto altre tragedie simili». […] 

[…] il parroco del quartiere, don Maurizio Patriciello, ha lanciato un analogo invito-appello, ma alla premier Meloni.

Degrado, promiscuità, violenza. «Li state facendo incazzare un'altra volta… e mo' ci dobbiamo stare accorti tutti quanti», un anziano dà voce al pensiero di molti ma poi si ferma e si limita a un gesto di stizza accompagnato. Non dice altro ma fa capire che si riferisce ai clan – sempre più nervosi perché i riflettori della stampa stanno rovinando i lucrosi affari e anche perché tra i 15 indagati ci sono i figli di due ras – e al fatto che questa tensione si è già registrata in passato.

E i segnali furono chiari: prima una bomba davanti alla chiesa poi, più recentemente, il rogo di due piccoli bus che erano stati donati all'associazione "Un'infanzia da vivere" affinché i volontari potessero condurre i bambini del Parco al mare. Perché molti di loro il mare l'hanno visto solo in televisione e per i camorristi è molto meglio così. 

«Giornalisti e telecamere fanno saltare i nervi a chi comanda», spiegò il presidente dell'associazione, Bruno Mazza, che poi chiarì il suo pensiero con un icastico post: «La camorra è merda». […]

Estratto dell'articolo di Giuliana Covella e Marco Di Caterino per “il Messaggero” lunedì 28 agosto 2023

Tira una brutta aria nel Parco Verde. Viali deserti, nessuno per strada, nemmeno un bambino a giocare tra gli spelacchiati spazi verdi che interrompono l'angosciante monotonia di palazzoni tutti uguali. Deserta persino la messa delle 12, alla quale hanno partecipato solo una dozzina di fedeli. C'è il coprifuoco. 

Perché tra gli scellerati del branco che ha stuprato per mesi le due cuginette di 10 e 12 anni figurano i figli minorenni di due potenti capi spaccio. Ras che controllano la vendita di stupefacenti nel Parco Verde e nel "bronx", una sorta di succursale dello spaccio del Parco, distante da qui meno di mezzo chilometro.

Paura, ma anche "rispetto" di un ordine implicito che arriva da quei boss. Ordine che riguarda anche i componenti del mucchio selvaggio, tutti indagati a piede libero, ma in queste ore chiusi in casa. 

[…] 

La gente del Parco è tappata in casa, anche perché una accorta e lurida regia criminale fomenta e foraggia a suon di euro il "Parco Verde pensiero". Dal «sarà vero che è successo tutto questo» alle pesanti allusioni sulle famiglie delle due povere bambine, fino alla stoccata su chi «non sa e non riesce a proteggere i propri figli» per cui «merita questo ed altro».

Un copione già visto, collaudato al cento per cento, utilizzato dalla camorra per "spiegare" le ragioni di un omicidio, o nel caso anche lo stupro di due bambine, in un quartiere dove l'infanzia non è nemmeno negata, visto che qui non è mai esistita, qui dove si passa direttamente dalla prima infanzia ad una "adultizzazione" che si compie tra gli otto e i dieci anni. 

Insomma, in questo processo di auto-protezione di chi è costretto a vivere nel Parco Verde, e che scatta quando i riflettori illuminano questo posto di miserie umane, tutti già sanno che per le famiglie delle due cuginette, oltre al dolore, alla rabbia, allo "scuorno" subìto, si aggiunge la paura di una possibile vendetta o ritorsione da parte dalla camorra.

I due potenti capi spaccio, padri dei ragazzini stupratori, hanno al loro servizio decine e decine di affiliati pronti a tutto. Nel Parco, possono digerire un omicidio, arrivando quasi a giustificarlo, ma "guastare" (espressione gergale ad indicare casi di violenza sessuale sui bambini) per sempre due anime innocenti no. 

Lo sanno anche i familiari delle due vittime, che ora vivono nel terrore, temendo seriamente per la loro incolumità. Senza risorse finanziarie, senza nessun aiuto da parte dei servizi sociali, senza un briciolo di solidarietà, senza nessuno, con l'incubo di avere a che fare con la camorra, trovare una via d'uscita sembra impossibile. Un dramma in una tragedia. [...]

Estratto dell'articolo di Marco Di Caterino per il Messaggero martedì 29 agosto 2023. 

Lo stupro di gruppo di Caivano è un buco nero di densa melma di orrore e degrado, che ingoia le vite delle vittime, degli stupratori e dell'intero quartiere. 

(...) 

I RUOLI Come era chiaro dall'inizio di questa orribile storia, la svolta nelle indagini non potrà che avvenire dopo gli accertamenti tecnici sui dieci cellulari sequestrati agli indagati, otto minorenni e due maggiorenni. Un verifica dalla quale sia la procura di Napoli Nord che quella dei Minori di Napoli potranno determinare al di là di ogni ragionevole dubbio - in questo aiutati da un altro video che, a quanto trapela, ritrae tutti e dieci mentre sono in "azione" - il ruolo svolto da ogni singolo sospettato nella serie di stupri, due quali sono avvenuti nell'ex centro sportivo "Delphinia" e altri - incredibilmente - nella villa comunale di Caivano, intitolata ai giudici Falcone e Borsellino, e ubicata a poche decine di metri dalla sede della polizia municipale. Stupri avvenuti al calar della sera, in una zona meno frequentata, ma comunque a poca distanza da bambini e famigliole.

Intanto nel Parco Verde la tensione tra i residenti ha superato il livello di guardia. Ieri pomeriggio una troupe della Rai e i giornalisti di Mattino e Repubblica sono stati pesantemente minacciati, mentre sostavano presso la sede dell'associazione "Un'infanzia da vivere", fondata da Bruno Mazza. L'aggressore, un cinquantenne, immediatamente identificato dai carabinieri della compagnia di Caivano diretta dal capitano Antonio Maria Cavallo, si è materializzato a bordo di una Fiat Punto. Affiancando i giornalisti, con voce alterata ha gridato: «Vi conosco a uno a uno, e ho i numeri di targa delle vostre auto.Ve ne dovete andare subito, perché mi avete ucciso la vita» 

(...) 

Tensione anche nel complesso di edilizia popolare Iacp, dove abitavano le due ragazzine, ora ospitate in una struttura protetta su disposizione del tribunale dei Minori di Napoli, e dove abitava anche la piccola Fortuna Loffredo, abusata e morta il 24 giugno del 2014. Giovedì prossimo tutte le mamme che abitano nel rione manifesteranno sotto gli uffici degli assistenti sociali del Comune di Caivano, colpevoli a loro dire, di essersi completamente disinteressati dalle complicate situazioni familiari delle due cugine.

«Non ci stiamo a passare come persone che hanno girato la testa da un'altra parte dicono con toni accesi alcune donne siamo mamme e quando si tratta di bambini nessuna di noi fa i conti con omertà e silenzi. Saremmo anche noi colpevoli. Abbiamo segnalato più volte le difficoltà delle famiglie delle due bambine. Ma nessuno è intervenuto. Questa è una grave colpa».

LA CRISI E sul cielo del Parco Verde si addensano ancora giorni difficili. La presenza di giornalisti, la pressione investigativa ventiquattro ore su ventiquattro dei carabinieri, le annunciate visite della presidente del consiglio Giorgia Meloni, e della presidente della commissione parlamentare antimafia Colosimo e non per ultimo l'invito a Papa Francesco da parte del vescovo di Aversa Angelo Spinillo hanno di fatto bloccato l'intero sistema dello spaccio, con incassi a zero.

E senza soldi, la camorra precipita in crisi profondissime, capaci di destabilizzare l'asset dei clan vincenti, subito attaccati da chi vuole impadronirsi dell'affare milionario della piazza di spaccio più grande d'Europa.

Bruno Vespa, 'riparto da Caivano e da Giorgia Meloni'. L'11 settembre su Rai1 torna Cinque minuti, il 12 Porta a Porta. ROMA, 11 settembre 2023 Redazione ANSA 

Riparte da Caivano Cinque minuti, l'approfondimento condotto da Bruno Vespa che torna dal'11 settembre alle 20.30 su Rai1, subito dopo il Tg1.

Sarà anche il tema al centro, con la vicenda di Palermo, della prima puntata della 29/a edizione di Porta a porta, al via il 12 settembre in seconda serata sull'ammiraglia Rai.

"Mercoledì invece avremo a Cinque minuti e Porta a Porta Giorgia Meloni, la settimana dopo Giuseppe Conte e quella dopo Elly Schlein" dice il giornalista in conferenza stampa parlando dei suoi due programmi.

    L'11 a Cinque minuti, dove sarà ospite anche la preside della scuola del Parco Verde, "parla la madre della maggiore delle due cuginette di Caivano - aggiunge Vespa -. Spero di riuscire a dimostrare quanto sia incredibilmente disperata la situazione da quelle parti. Semmai riuscissero a bonificare Caivano varrebbe una legislatura. Basti pensare che in una famiglia entravano 1450 euro tra assegno unico e reddito di cittadinanza, più mille euro di stipendio del marito: di questi soldi in casa non entrava niente, tant'è che la bambina andava a cercare il cibo dai vicini. Chi li prendeva quei soldi? Quali debiti andavano a coprire? Parliamo di madri che si ubriacano per disperazione e depressione o molto assenti e infatti ho davanti una donna disperata che prega di essere portata via da lì". "Sappiamo che la maggiore delle due cuginette, che ha compiuto 13 anni lontano da mamma e papa, è stata 'usata' per tre, quattro anni, quindi già dai nove anni. Oltretutto stanotte la camorra si è rifatta viva sparando. Si parla di una situazione al di là dell'ordine pubblico - sottolinea Vespa -, serve una totale ricostruzione morale".

Stupro delle due cuginette al Parco Verde di Caivano, 9 arresti: sono 7 minori e 2 maggiorenni. Piero Rossano su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2023.

Parco Verde di Caivano, accolte le richieste delle procure del Tribunale dei minori e di quello di Napoli Nord. I destinatari sono i componenti del branco che avrebbe abusato delle due bambine di 10 e 12 anni in più occasioni 

Ad una svolta le indagini sugli episodi di violenza sessuale ai danni di due cuginette di 10 e 12 anni nel Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli. In nottata i carabinieri hanno proceduto all'arresto di 7 minorenni e di due maggiorenni, accusati dei presunti stupri - sarebbero stati accertati 6/7 diversi episodi ripetuti per più settimane - consumatisi tra un centro sportivo caduto in disuso, il Delphinia, e altri luoghi della famigerata 167 nota anche come la più grande piazza di spaccio d'Europa e al centro dall'inizio di questo mese di numerose operazioni di polizia dopo la scoperta della vicenda. La prima scattata all'alba del 5 settembre, con l'impiego di 400 uomini di tutte le forze di polizia, e che ha portato la premier Giorgia Meloni a dichiarare: «Mai più zone franche in questo Paese». 

L'attenzione del governo: «bonifica» e commissario

Un blitz annunciato dal capo del governo e al quale ha fatto seguito l'adozione da parte del Consiglio dei ministri di una serie di misure di contrasto anche alla criminalità minorile raccolte nel cosiddetto «Decreto Caivano». Più segnatamente, per la sola Caivano il Governo ha quindi stanziato 30 milioni di euro interventi di «bonifica» e riqualificazione delle aree più degradate, nominando anche un commissario: Fabio Ciciliano. In precedenza, anche raccogliendo l'invido di don Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde e impegnato da anni per il riscatto di questo territorio, la premier Meloni si era personalmente recata in visita a Caivano assumendo altri impegni. 

Le misure cautelari notificate alle prime luci di oggi sono state firmate dal gip del Tribunale dei minorenni di Napoli su richiesta della locale Procura e da quello del Tribunale di Napoli Nord (con sede ad Aversa), competente per territorio, anche in questo caso su richiesta della Procura della Repubblica. Gli elementi che inchiodano i componenti del branco e scaturiti dalle indagini di queste settimane, alla base delle misure cautelari emesse, saranno illustrati dagli inquirenti a metà mattinata. L'intera vicenda, venuta alla luce il 25 agosto scorso, scaturisce dalla denuncia dei familiari di una delle due bambine, il cui fratello maggiore venne a conoscenza dei fatti attraverso un messaggio ricevuto sul cellulare. Una decina i telefonini sequestrati nelle prime fasi delle indagini, da subito anche al gruppo di giovanissimi sospettati delle violenze.  Ne è poi emerso un quadro che ha dato anche una dimensione di sistematicità alle violenze, uno scenario che gli inquirenti non hanno esitato a definire «sistema».

Ecco l'orrore di Caivano: stupri in videochiamata. Le vittime? "Sono pecore". Al Parco Verde 9 arresti, 7 sono minori. Le ragazzine derise e minacciate. Il gip: "Trattate come oggetti". Stefano Vladovich il 27 Settembre 2023 su Il Giornale.

Prese le belve di Caivano. Arrestati nove ragazzi fra i 14 e i 18 anni che per due mesi hanno violentato, picchiato, minacciato e soggiogato due cuginette di Parco Verde, Manuela e Nicole, 10 e 12 anni (nomi di fantasia), frazione del paese più degradato della Campania. Un'indagine delicata quella dei carabinieri di Caivano che ha portato ieri a nove misure cautelari, otto in carcere e una in una comunità, per 7 minori e due maggiorenni responsabili di violenze sulle due ragazzine. Dalla denuncia del padre di una e della madre dell'altra i militari raccolgono elementi tali da arrivare in un mese al branco, tutti giovanissimi con famiglie disastrate, figli di pregiudicati, estremamente violenti.

A coordinare le indagini due Procure, quella di Napoli Nord e il Tribunale dei Minori. Teatri degli abusi l'ex Isola ecologica di via Necropoli e il vecchio campo di calcio Faraone in via Diaz, la «capanna» degli orrori in «vico dei tossici» dove le ragazzine vengono stuprate, malmenate, filmate. Cinque i video che inchiodano gli stupratori trovati dai carabinieri nei loro cellulari. «I nove indagati - scrive il gip Umberto Lucarelli nell'ordinanza di custodia cautelare -, alcuni già con precedenti penali (lesioni, estorsioni, armi), accomunati da un comportamento brutale, crudele e dalla totale assenza di pietà nei confronti di due ragazzine indifese, minacciate e trattate alla mercé di cose». «Fatti gravi e reiterati - si legge ancora -, commessi con brutale approfittamento di vittime deboli e in tenera età, con modalità subdole ai limiti della crudeltà». Nove bestie feroci «prive di scrupoli e dalle personalità inquietanti, convinte di soggiogare ancora per chissà quanto tempo le vittime, certi che il senso di vergogna loro inculcato, attraverso la minaccia di diffondere i video delle violenze, avrebbe assicurato loro l'impunità».

È il 30 luglio quando nella caserma di Caivano si presentano i familiari di Manuela e Nicole. Nasce tutto dal fratello di Manuela. Il giorno prima riceve su Instagram un messaggio da un falso profilo: «Apri gli occhi con tua sorella, ha video sporchi». Il ragazzo avverte i genitori. Si scopre che anche la cugina Nicole è vittima di abusi. Il suo fidanzatino pretende sesso davanti altri ragazzi con la minaccia di postare i video in rete. La madre le dirà: «L'hai voluto tu». Anche per questo le vittime raccontano poco in famiglia. Si apriranno con una carabiniera che le ascolta per ore nella «stanza rosa» della caserma. Le ragazzine parlano di almeno sei rapporti consumati vicino la villa comunale. Le cuginette si spostano, i loro persecutori pure. Raccontano dell'ex centro sportivo Delphinia anche se i militari accerteranno che è il campo da calcio Faraone il luogo degli stupri. Qui avvengono altre 4 violenze. Nella «capanna di vico dei tossici» gli indagati fanno sesso a turno con le cuginette alle quali sottraggono i telefonini. «Zitte se li rivolete». «Lì dentro ci sono coperte usate come tende, separé» raccontano. I nove hanno tirapugni nei marsupi e quando le due provano a reagire le prendono per i capelli, costringendole a rapporti completi. Fra gli arrestati il fidanzato di Nicole, un 15enne che spaccia, facendosi far da palo da un amichetto di 9 anni.

Nella casupola di mattoni avviene di tutto. I rapporti vengono ripresi in videochiamata Whatsapp con il resto del gruppo, in sottofondo gridolini e risate. «Mo bast.. m fa mal...» grida una ragazza. Fra i capi di imputazione, oltre alla violenza sessuale continuata e aggravata, lesioni, minacce, rapina e, per uno degli imputati maggiorenni, il revenge porn.

Equilibri precari. L'orrore e una sola certezza, nonostante le passerelle "la videosorveglianza non c'è". Cuginette stuprate a Caivano, il messaggio anonimo su Instagram, la terza vittima, i video “sporchi” nella capanna e le minacce alle “pecore”: “Lo diciamo a papà”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 26 Settembre 2023 

E’ partito tutto da un messaggio anonimo su Instagram che informava il fratello di una delle due cuginette baby-vittime di aprire gli occhi perché stavano girando alcuni video “sporchi” che ritraevano la ragazzina mentre subiva violenze sessuali di gruppo. Da lì è scattato l’allarme nelle due famiglie di Caivano che hanno ascoltato le due cugine di 10 e 12 anni (una delle quali anche con un lieve deficit che richiede il sostegno scolastico), per poi presentarsi alle 9 di sera in caserma dai carabinieri e denunciare l’orrore che andava avanti da due mesi (giugno e luglio 2023), e sempre nelle ore pomeridiane, in una “capanna” abbandonata che si trova in via Necropoli, il “vico dei tossici” dove – stando al racconto di uno dei minori arrestati per violenza sessuale che spiegava agli amici cosa stesse accadendo all’interno – “dentro sta il capraio con le pecore“. Violenze avvenute anche nel campetto comunale nella zona dei Cappuccini e nell’isola ecologica di Caivano.

E’ raccapricciante quanto emerge nell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sette minorenni ( tra i 14 e i 17 anni) e due maggiorenni (18 e 19 anni) per aver violentato le due cugine a Caivano, al termine di una indagine (condotta dai carabinieri e coordinata dalla procura per i minorenni di Napoli e dalla procura di Napoli nord) nata “dalle denunce presentate dal padre di una delle piccole e dalla madre dell’altra”. Sarebbero cinque i video delle violenze che gli investigatori hanno intercettato sui cellulari dei protagonisti, uno riprenderebbe addirittura lo stupro di gruppo nel corso di una videochiamata con amici. Un quadro agghiacciante quello che viene fuori nelle indagini partite tra fine luglio e inizio agosto, fatti “gravi e reiterati” quelli commessi con un “brutale approfittamento” di vittime “deboli e in tenera età“, con modalità “crudeli” scrive il gip del tribunale per i minorenni di Napoli Umberto Lucarelli. Branco, composto da due maggiorenni e sette minori, che era “convinto di poter soggiogare ancora per chissà quanto tempo” le due cuginette, puntando sul “senso di vergogna loro inoculato”. Vergogna soprattutto attraverso la minaccia di diffondere i video delle violenze e – contestualmente – di dirlo ai genitori delle due vittime.

La procuratrice di Napoli Nord, Maria Antonietta Troncone, ha spiegato che le due cuginette: “Sono state avvicinate dal gruppo di giovani che ha preteso rapporti sessuali insultandole, colpendole con calci e pugni, appropriandosi dei loro cellulari e minacciando di non restituirli. Sappiamo che avevano un tirapugni e qualcuno un coltellino. Non avevano la forza di rifiutarsi e avevano estrema paura dei ricatti e che i video girati potessero essere diffusi su qualche social. In ogni caso non avevano la forza, la maturità e la lucidità per sottrarsi alle violenze”. Secondo quanto riferisce Repubblica, oltre alle due cuginette ci sarebbe anche una terza vittima, riuscita poi a scappare dalla presa del branco dopo calci e pugni. 

Nel corso della conferenza stampa ad Aversa (Caserta), sede della procura di Napoli nord, gli inquirenti hanno sottolineato come “durante le attività di indagine veniva acquisita documentazione sanitaria, fatti sopralluoghi e sequestrati i telefoni cellulari in uso agli indagati, successivamente sottoposti ad analisi”. Le due cuginette, che inizialmente hanno raccontato solo in parte quanto accaduto perché spaventate, sono state nuovamente ascoltate e in questa fase avrebbero consentito di individuare in foto i presunti autori degli abusi, indicando in maniera precisa i ruoli che ciascuno degli indagati aveva assunto.

Una vicenda che nelle scorse settimane ha richiamato l’attenzione nazionale di media e soprattutto del governo Meloni, con passerebbe, blitz cinematografici e una, purtroppo, sola certezza: nonostante proclami, annunci e promesse, la verità la fotografa il gip di Napoli Nord Fabrizio Forte: “Nel comune di Caivano sono assenti impianti di videosorveglianza pubblica” e nei luoghi indicati dalle minorenni vittime degli abusi, “non sono presenti neppure sistemi di videosorveglianza privata, trattandosi di zone distanti dai centri abitati”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L'inchiesta e gli arresti. L’orrore di Caivano, prima la richiesta sui social poi abusi e violenze ripresi in video chiamata: “Minacciate con un bastone”. L'inchiesta che ha portato all'arresto di nove persone, sette minorenni e due maggiorenni, è partita dopo la denuncia fatta da due madri di due giovani vittime. Oltre ai sospetti legati agli stupri subiti dalle figlie, c'era la paura della diffusione dei rispettivi filmati. Il Gip: "Contesto di crudeltà e brutalità". Redazione Web su L'Unità il 26 Settembre 2023 

Dopo averle chiesto su Instagram di fidanzarsi con lui, l’ha costretta a subire rapporti sessuali sotto la minaccia di un bastone: è uno degli episodi di cui sarebbe stata vittima una delle due bambine, di 10 e 12 anni, stuprate a Caivano, in provincia di Napoli. Le violenze sarebbero avvenute in un locale abbandonato di Caivano. I sette minorenni indagati sono destinatari di altrettante misure di custodia cautelare – sei in un carcere minorile e uno in comunità – emesse dal gip su richiesta della Procura per i Minorenni di Napoli e notificate all’alba di oggi dai carabinieri. Tre ragazzi hanno 14 anni, uno 15 e due 16 anni. Il settimo indagato ha compiuto 18 anni dopo i fatti contestati e per questo, se dovesse andare a giudizio, dovrà comunque comparire davanti a un giudice del tribunale per i minorenni. Altre due misure cautelari riguardano due maggiorenni.

Come è stata condotta l’indagine sugli stupri di Caivano

L’inchiesta è nata “dalle denunce presentate dal padre di una delle piccole e dalla madre dell’altra“, che hanno riferito ai Carabinieri “delle violenze che le figlie avrebbero subito nei due mesi precedenti e del timore di una possibile diffusione di video riproducenti gli abusi“. È quanto hanno riferito gli inquirenti (procura per i minorenni di Napoli e procura di Napoli Nord), che spiegano come in primo luogo sono state ascoltate le giovanissime vittime. Subito dopo, la Procura minorile ha delegato ai servizi sociali la verifica urgente delle condizioni familiari delle bambine, “ai fini della loro messa in protezione“. Le piccole sono state quindi nuovamente ascoltate e in questa fase avrebbero consentito di individuare in foto i presunti autori degli abusi, indicando in maniera precisa i ruoli che ciascuno degli indagati aveva assunto.

Le denunce

“Durante le attività di indagine, tuttora in corso di approfondimento – sottolineano gli inquirenti – veniva acquisita documentazione sanitaria, fatti sopralluoghi e sequestrati i telefoni cellulari in uso agli indagati, successivamente sottoposti ad analisi“. E così le indagini hanno consentito di acquisire “elementi univoci di riscontro alle dichiarazioni delle minorenni, essendo stati peraltro rinvenuti dei video riproducenti alcuni episodi di abusi sessuali descritti dalle vittime“. Le due procure hanno quindi chiesto ai rispettivi gip, che le hanno disposte, le nove misure cautelari: sette minorenni sono stati trasferiti in un Istituto penale minorile, uno in comunità e i due maggiorenni in carcere. Alcuni di essi e dei loro genitori, hanno precedenti penali e sono già noti alle forze dell’ordine.

Le testimonianze e i video

Secondo le procure, “l’esecuzione delle misure cautelari disposte dai Gip costituisce una conferma della validità indiziaria degli elementi acquisiti sino a questo momento, i cui esiti verranno corroborati da ulteriori attività in corso di esecuzione. La tempestività della risposta giudiziaria – viene aggiunto – è frutto dell’efficace interazione fra i due Uffici giudiziari e dell’operoso impegno investigativo della Compagnia Carabinieri di Caivano e della locale Stazione che hanno lavorato senza sosta insieme agli inquirenti per ricostruire le vicende“. Sarebbero stati innumerevoli gli episodi di violenza avvenuto tra giugno e luglio scorsi, avvenuti tutti in un immobile abbandonato di Caivano, che le ragazzine definiscono ‘capanna‘, in ‘vico dei tossici‘. Per il gip del tribunale per i minorenni di Napoli, Umberto Lucarelli, le azioni sono state eseguite con crudeltà e brutalità, sfruttando – in modo subdolo – la tenera età delle vittime. Queste ultime erano di continuo sottoposte a minacce e umiliazioni, fisiche e morali.

Il Prefetto Palomba

Gli arresti di questa mattina “sono un segnale importantissimo e l’attenzione non cesserà“. Lo ha detto all’Ansa il prefetto di Napoli, Claudio Palomba, parlando del blitz dei carabinieri di oggi nell’ambito dell’indagine sulle violenze ai danni delle due cuginette del Parco Verde. Il prefetto ha visitato il villaggio della legalità che è stato allestito lungo le strade del Parco Verde dalla polizia di Stato. L’attenzione proseguirà, ha detto ancora il prefetto “e si svilupperà anche su altri profili” con attività in favore dei giovani. Il prefetto ha anche assicurato che si proseguirà anche con il censimento delle abitazioni, “censimento dettagliato ovviamente differenziando quelle che possono essere delle situazioni di fragilità rispetto alle situazioni propriamente abusive. Faremo un lavoro che è stato fatto a Pizzofalcone, a Napoli“.

Il Questore Agricola

“Oggi è un giorno importante perché dal punto di vista repressivo si è data una svolta ad una vicenda dolorosissima“. È quanto ha detto il questore di Napoli, Maurizio Agricola parlando con i giornalisti a margine della visita al villaggio della legalità che la polizia di Stato – con alcune sue specialità – ha allestito lungo viale Margherita nel parco Verde di Caivano. “Noi siamo qui oggi per un’affermazione di legalità“, ha proseguito il questore “e per un’educazione alla legalità che è un’attività multidisciplinare“.

Don Patriciello

“In questo mese abbiamo visto cose che non si sono mai viste in Italia. Il 25 agosto ho scritto un messaggino alla Meloni. E nel giro di pochi giorni è venuta lei da noi, con tre ministri, due sottosegretari, il capo della polizia e ha fatto delle promesse che mi pare stia mantenendo“. Lo ha detto don Maurizio Patriciello parlando con i giornalisti al termine della visita al villaggio della legalità allestito lungo viale Margherita al parco Verde di Caivano. “Poi arriva il solito sapientone che dice che la repressione non basta – ha ripreso don Patriciello – e chi mai ha detto il contrario. Se il parco Verde è stata una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, la repressione serve“.

Non solo repressione

Ma poi “occorrono anche gli insegnanti, i servizi sociali: il numero degli assistenti sociali è così esiguo, come quello dei vigili urbani“. Don Patriciello ha poi detto “che nessuno ha la bacchetta magica anche perché questo quartiere è stato abbandonato per trenta anni“. Le vicende che hanno riguardato il parco Verde di Caivano “sono ferite indelebili“. Ha detto il parroco. “Pensate a tutte le famiglie coinvolte “, ha poi concluso.

Redazione Web 26 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Antonio E. Piedimonte per “La Stampa” mercoledì 27 settembre 2023.

Chi fossero lo sapevano da tempo, ieri mattina sono andati a prenderli. Nove componenti del branco di stupratori di Caivano sono stati portati via dagli uomini dell'Arma che hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla procura di Napoli Nord e da quella dei minorenni. Nel gruppo infatti ci sono due maggiorenni (uno lo è diventato dopo i fatti), mentre gli altri hanno tra i 14 e i 16 anni.

La vicenda che ha scosso l'Italia – e facendo luce sullo spaventoso degrado del già tristemente noto Parco Verde ha provocato persino l'intervento diretto del primo ministro Giorgia Meloni – aveva preso le mosse a fine luglio con la denuncia ai carabinieri delle violenze sessuali subite da due cuginette di 10 e 12 anni, N. e M., una delle quali affetta da quelle che nell'ordinanza vengono indicate come "immaturità affettiva" e "deficit cognitivo prestazionale" (tanto da avere necessità di sostegno scolastico).

Accolte nella camera nella caserma dedicata alle vittime, le bambine hanno raccontato l'intera vicenda a Francesca, maresciallo donna che ha saputo farle parlare con tranquillità di quei traumatici eventi. 

Entrambe tradite dai loro fidanzatini, i quali, grazie a un rapido quanto superficiale "corteggiamento" via Instagram avevano subito "catturato" le loro prede, e dopo averle violate le avevano cedute agli amici trascinandole in gorgo infernale.  […]

Non a caso uno degli stupratori, il quindicenne F.B., partecipa alle violenze dopo aver finito il turno di spacciatore e viene accompagnato da N., età nove anni, il suo collega di lavoro che fa il palo. Dalla lettura dell'ordinanza emerge tutta la brutale crudeltà del branco. 

Le bambine subiscono pressioni e minacce di ogni genere: dicono loro di non restituire i cellulari, che sarebbero andati in giro a raccontare quanto accadeva (a una dicono: «Chiamo tuo padre»), che avrebbero mostrato i filmati degli stupri. 

O più semplicemente le agitano davanti alla faccia un bastone e tanto basta anche perché le piccole sanno che si tratta di violenti che amano far del male: «Girano tutti con i tirapugni in tasca, picchiano gli altri ragazzi», raccontano. 

È la logica del branco, la vigliacca aggressione di gruppo, applicata agli abusi sessuali: quelli che non partecipano direttamente allo stupro e non sono impegnati a riprendere la scena, in attesa del loro turno fanno la guardia all'esterno della "capanna degli orrori", che al contrario di quanto emerso inizialmente non era lo stabile diroccato del centro sportivo ma un altro edificio pubblico anch'esso abbandonato: la casupola dell'isola ecologica di Caivano.  

Tra i luoghi usati per gli abusi anche gli spogliatoi di un campo di calcio abbandonato e il retro di un grande centro commerciale (in quel caso però non riuscirono nell'intento). Altri dettagli significativi emergono dagli audio delle registrazioni video – in tutto cinque quelli recuperati, oltre quello trasmesso in diretta con una video-chiamata su un social – come nel filmato girato il 30 giugno scorso, nel quale si vede uno dei ragazzi di spalle (poi identificato anche da un familiare come Pasquale Mosca) e si può udire il commento di chi sta facendo la ripresa, il quale rivolto agli altri membri del branco dice: «…sta il capraio con le sue pecore». Seguono volgarità e sghignazzi. «Gli stupratori ridevano» Questo è un altro punto che le bambine ripeteranno più volte nelle loro testimonianze: «Ridevano».  

Un particolare rimarcato anche dal gip Fabrizio Forte: «Deridevano le bambine». Il quale ha segnalato un altro dettaglio. Una delle bimbe, la più grande, ha detto che la «madre, allorquando era venuta a conoscenza di tali episodi (…) aveva reagito rimproverandola, dicendosi assai delusa da lei e sostenendo che, in qualche modo, l'aveva voluto lei». Mentre le piccole vittime proseguono il loro percorsi di recupero – come ha spiegato il procuratore dei minori di Napoli Maria de Luzenberger Milnersheim – […]

Stasera Italia, Nicola Porro contro Saviano e Cucchi: perché sono meno eroi. Luca De Lellis su Libero Quotidiano il 06 settembre 2023

Giovanbattista Cutolo è l’ennesima vita spezzata dalla malavita a Napoli. Ma la morte del 24enne musicista non è un episodio isolato, un raptus violento di un singolo. Ormai si tratta di un modus operandi che sta dilagando giorno per giorno, nel capoluogo campano così come in tante altre zone d’Italia. Il governo guidato da Giorgia Meloni, chiamato a dare un segnale importante per interrompere la striscia di violenza che sta colpendo le strade italiane, si è già mosso scrivendo la bozza del Decreto Caivano che giovedì 7 settembre dovrà essere approvata, e che prende il nome dal comune napoletano in cui sono state violentate le due bambine. Nicola Porro, neo conduttore di "Stasera Italia", trasmissione in onda su Rete 4, ha voluto dedicare proprio a questo delicato tema il suo consueto editoriale introduttivo,

“Alcuni dicono che c’è meno criminalità rispetto al passato, meno rispetto all’estero, ma rimane comunque fuori controllo e riguarda sempre di più le fasce più giovani della popolazione". E mentre l’opposizione grida a una strategia di “pura propaganda politica” di Meloni & Co, come ha sostenuto la senatrice di Sinistra Italiana Ilaria Cucchi, ma anche lo scrittore Roberto Saviano, Porro è invece dell’opinione che, comunque, “qualcosa bisogna pur fare” per arginare questo fenomeno. “Non è detto che l’aumento delle pene voluto dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini produca l’effetto sperato”. Però poi il giornalista prosegue nel suo ragionamento, attaccando una sinistra che critica senza proporre alcunché di diverso: “In un decreto in cui ci sono 30 milioni per le piscine di Caivano, ci sono gli asili nido e l’assunzione dei vigili urbani, che cosa dice l’opposizione riguardo a queste misure che ovviamente possono essere contestate nel merito: sia Cucchi che Saviano parlano di pura propaganda sia per il blitz di Caivano, sia per l’inasprimento delle pene”.

Porro allora sbotta: “Questo decreto è soltanto per 2 o 3 articoli sull’inasprimento delle pene. Qualcuno può pensare che questa sia una cosa che riguarda solo Napoli, ma il numero delle denunce a Milano, la città più ricca e più internazionale d’Italia, è arrivato nel 2021 a 193.749”. Ecco, chiosa il suo editoriale il conduttore, “è accettabile discutere se c’è o non c’è l’emergenza ma quando sento Saviano parlare di nessun riscatto offerto ai territori colpiti con le azioni del governo, mi chiedo allora cosa dovremmo fare. Due ragazzine violentate a Caivano e un uomo ucciso con 3 colpi di pistola nel centro di Napoli fanno riflettere. Ho come l’impressione – replica stizzito Porro nei confronti di Saviano – che i grandi eroi dell’antimafia, quando poi la mafia si combatte davvero rischiano di essere un pochino meno eroici”. 

L'Alto Impatto del governo sulle periferie...Blitz show a Caivano con 400 tra agenti e militari e le telecamere Rai. La ‘ramanzina’ di Meloni ai clan: poca droga, zero armi e un arco… Ciro Cuozzo su il Riformista il 5 Settembre 2023 

Una ‘parata‘ a tutti gli effetti con tanto di telecamere del principale tg nazionale, il tg1, per riprendere l’azione, una tantum, di repressione. Quattrocento tra poliziotti, carabinieri e finanzieri hanno messo a soqquadro il parco Verde di Caivano, una delle periferie più degradate di Napoli dove da anni, soprattutto dopo la fine dell’era criminale di Scampia, regna il mercato della droga. Una operazione mastodontica, rivendicata dalla premier Giorgia Meloni, che ha portato a sequestri irrisori. Uno schiaffetto alla camorra quello riservato oggi dallo Stato dopo le recenti vicende di cronaca (lo stupro di due cuginette di 10 e 12 anni avvenuto tra l’omertà generale) che hanno fatto accendere, sempre una tantum, i riflettori su un luogo abbandonato dalla politica e dalle istituzioni in generale.

Così dopo il blitz annunciato ubi et orbi, avvenuto nelle prime ore del mattino di martedì 5 settembre, lo Stato porta a casa circa 34mila euro in contanti, poche cartucce (170 di vario calibro), due ordigni, di cui uno rudimentale, tre armi bianche (un coltello, una mazza da baseball e un arco), ben cinque bilancini di precisione, e l’ingente, si fa per dire, quantità di droga, che non arriva nemmeno a un chilo: 375 grammi di marijuana, 408 grammi di hashish e 28 grammi di cocaina. Denunciate tre persone per contrabbando di sigarette (trovati con ‘oltre’ 5 chili di tabacchi lavorati esteri) e sequestrato materiale per il confezionamento della droga. Insomma, nulla di nuovo rispetto alle normali operazioni ad “Alto impatto“ che vengono effettuate con un numero assai più ristretto di forze dell’ordine. Operazioni ad “Alto impatto” che consistono nell’accerchiamento della zona con posti di blocco e perquisizioni a tappeto in appartamenti in disuso, aiuole e scale condominiali, oltre al controllo di persone sottoposte agli arresti domiciliari.

Inoltre su 110 veicoli controllati ne sono stati sequestrati dieci: nove perché senza copertura assicurativa e una perché risultata rubata a Macerata lo scorso 23 agosto. Nella nota diffusa dal ministero dell’Interno viene addirittura sottolineato che “le operazioni di questa mattina rappresentano una forte risposta delle istituzioni pubbliche alle gravi situazioni emerse nella cronaca recente”. “Per questa attività  – prosegue la nota – sono stati impiegati oltre quattrocento operatori delle differenti forze ed uffici di polizia, tra cui Squadra Mobile di Napoli, Sezione Investigativa del Servizio Centrale Operativo, Commissariato di “Afragola”, Compagnia Carabinieri di Caivano, Compagnia Carabinieri di Castello di Cisterna, Nucleo Investigativo Carabinieri di Castello di Cisterna, Aliquote Primo Intervento Carabinieri, Gruppo Pronto Impiego Napoli Guardia di Finanza, con il contributo del Gabinetto Interregionale della Polizia Scientifica, Reparto Prevenzione Crimine, Reparto Volo, Unità Cinofile, Sezione della Polizia Stradale, Reparto Mobile, Unità Operative di Primo Intervento, Polizia Metropolitana di Napoli e Vigili del Fuoco”.

A Caivano si assiste dunque all’ennesima passerella di uno Stato che probabilmente da domani tornerà ad occuparsi di altro salvo poi tornare a marcare il territorio nel caso in cui dovesse registrarsi un altro episodio di cronaca capace di indignare l’opinione pubblica. Prima delle due cuginette, la rassegna è lunga: basti ricordare la scomparsa del 19enne Antonio Natale, ucciso e sepolto in un terreno agricolo dal suo stesso clan per un ammanco, o le vicende relative agli abusi e al ‘volo’ dai piani alti delle vicine palazzine Iacp (distanti poche centinaia di metri) di Fortuna Loffredo e Antonio Giglio. Guai a parlare di prevenzione, di riqualificazione del territorio con fondi alle scuole per un orario prolungato, strutture, ricreative e sportive, utili ad offrire una alternativa ai tanti ragazzini che altro non hanno se non la strada, terra di spaccio. Anche qui l’elenco delle iniziative e delle opere da realizzare è lungo ma, come raccontiamo da anni, nulla cambia. I ragazzi di serie Z, come li definì anni fa don Maurizio Patriciello, si devo rassegnare. L’appuntamento è alla prossima passerella con relativa “parata” ad Alto impatto.

Accadde lo stesso anche quando lo scorso anno la camorra lanciò un petardo contro la chiesa di don Maurizio Patriciello, che, insieme a una scuola e a poche associazioni, rappresenta l’unica presenza dello Stato nel Parco Verde di Caivano, un luogo dove da anni l’attività principale di (pochi) residenti è lo spaccio di droga h24. Parti, prendi l’uscita dell’Asse Mediano e ti trovi già nel market dello spaccio. Le forze dell’ordine dunque non bastano.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Bonifica Potemkin. Il blitz hollywoodiano a Caivano, l’orgoglio di Meloni e la propaganda dei telegiornali. Mario Lavia su L'Inkiesta il 6 Settembre 2023

L’intervento di quattrocento agenti in una delle zone più degradate del Paese ha attirato l’attenzione dei Tg pubblici e fatto gonfiare il petto alla destra per un’operazione «ad alto impatto». Ma è la solita propaganda, a fronte di risultati modesti: sui problemi reali neanche una parola

Quando lo Stato attacca in territori in mano alla criminalità c’è sempre da applaudire. Dopodiché non è male guardare dentro i fatti. Le forze dell’ordine a Caivano con quattrocento agenti, operazione definita «ad alto impatto»: bene, benissimo.

Con le telecamere della Rai e relativi cronisti al seguito a documentare l’operazione che ha portato al sequestro, nel dettaglio, di due ordigni artigianali, centosettanta cartucce, un coltello, un arco, una mazza da baseball, cinque bilancini, quattrocentottogrammi di hascish, trecentosettantacinque grammi di marijuana, cinque chili di tabacco di contrabbando, un ordigno tipo molotov. E poi, certo, quarantaquattromila euro in contanti: meglio di niente, per quattrocento uomini.

Sarebbe anche stata scoperta una base. Molta gente identificata, tante persone scoperte senza patente. Tg Rai entusiasti nemmeno fosse stata sgominata la camorra con un’azione da film di Martin Scorsese tipo la scena finale di “The Departed”, e poi un profluvio di dichiarazioni, collegamenti da palazzo Chigi e Parlamento – il Senato presidiato come al solito da Lucio Malan, uno aggressivo che parla su tutto, alla Camera c’è l’altro capogruppo di Fratelli d’Italia, Tommaso Foti, più rassicurante forse anche per la somiglianza con un vecchio bravo attore di commedie, Mario Carotenuto.

Per tutto il resto c’è Maurizio Gasparri. Ma a seguire ecco un altro pezzo con un redivivo Matteo Piantedosi, che ha voluto rassicurare tutti sul fatto che si tratta solo di un primo passo, la criminalità verrà sgominata ovunque, vedrete, «ho allertato tutti i prefetti d’Italia».

Inutile dire del fiero entusiasmo di Giorgia Meloni, la vera regista del maxi blitz «ad alto impatto»: «Oggi è iniziata l’operazione di bonifica del Parco Verde di Caivano», aggiungendo come Piantedosi (almeno potrebbero cambiare le parole) che «è solo l’inizio di quel lungo percorso che il governo si è impegnato a portare avanti per ripristinare legalità e sicurezza e per far sentire forte la presenza dello Stato ai cittadini»

Attenzione, “bonifica” è la parola magica. Non è certo un caso che la maxi operazione si sia svolta a Caivano, proprio nel cuore dell’area teatro nei mesi scorsi di una terribile violenza: le prolungate violenze su due cuginette tredicenni da parte di un gruppo di ragazzi della zona e dove il sacerdote don Maurizio Patriciello aveva chiesto a “Giorgia” di venire, ottenendo la missione della premier pochi giorni dopo.

Caivano è un posto difficilissimo ma giustamente la premier c’è andata. Lì aveva usato la stessa parola: «Bonificheremo la zona». Detto, fatto. Passati pochi giorni ecco il superblitz con quattrocento uomini. Direttori di Tg1 e Tg2, evidentemente allertati, hanno documentato il tutto, enfatizzando l’azione che però alla fine ha portato pochino. Operazione propagandistica? Visto lo spiegamento di forze dell’ordine e gli scarsi risultati, parrebbe di sì. Anzi, visto lo spiegamento dei telegiornali di Stato, certamente sì. Ma questi evidentemente pensano di trattare le cento Caivano d’Italia come se fossero cento Hollywood. Alzano la cartapesta sui problemi reali. Con tutta la gratitudine ai quattrocento poliziotti, carabinieri e finanzieri, molto meglio i film di Scorsese.

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 5 Settembre 2023

L’orrore ripreso in video dello stupro di Palermo, le violenze sessuali di gruppo sulle bambine nell’abbandono di Caivano, i numeri dei femminicidi e degli abusi in Italia, i muscoli securitari dello Stato e i mancati investimenti nelle aree fragili del Paese, le frasi maschiliste sulle molestie, il megafono dei social e delle tv. L’estate italiana di violenze sulle donne finisce sul New York Times, che arriva a Caivano, alla periferia di Napoli, con la sua corrispondente Gaia Pianigiani il giorno prima del maxi blitz. 

E pubblica un lungo articolo dal titolo “I casi di stupro catturano l’attenzione dell’Italia e mettono in luce le fratture culturali”. Sottotitolo: “Un’estate di crimini orribili, tra cui gli stupri di gruppo di due giovani ragazze, ha posto nuova attenzione sull’atteggiamento del Paese nei confronti delle donne e sul ruolo amplificante dei social media”.

Ci sono i casi di cronaca e la critica a Giorgia Meloni e al suo compagno Andrea Giambruno, le voci delle reti di tutela delle donne e le richieste dei cittadini che vivono a due passi dai luoghi delle violenze. 

Sul Nyt c’è, quindi, il racconto degli stupri nel Parco Verde di due ragazzine di appena 10 e 12 anni, andati avanti per mesi, ed emersi solo questa estate. E si ricorda come pochi giorni prima erano venuti fuori i video e i fermi immagine di una ragazza di 19 anni trascinata e abusata da numerosi ragazzi. […]

Quando la premier Meloni arriva a Caivano, “prima donna italiana a ricoprire la carica, e la prima dell’estrema destra, trascura le numerose questioni relative alle donne, concentrandosi invece su legge e ordine e definendo i crimini ‘barbari’”, scrive il New York Times. 

E non va meglio con il suo compagno, il giornalista Giambruno, di cui il Nyt ricorda una frase (e le rabbiose polemiche seguite): “Se le donne evitassero di ubriacarsi, potrebbero evitare di farsi trovare dal lupo”, aveva detto il conduttore che si era poi difeso, nel silenzio della premier.

L’ultima bacchettata sul quotidiano americano è per i giudici, perché “l’idea che le azioni o l’abbigliamento delle donne possano scatenare la violenza permea anche i tribunali italiani, dove la sessualità e la violenza sessuale non sono ancora sempre differenziate”. E l’esempio va a Firenze dove il tribunale ha assolto due 19enni ritenendo che ci fosse stata una “percezione errata del consenso”. […]

Blitz a Caivano, “solo propaganda”. La sinistra rosica perché adesso lo stato fa sul serio. Giuseppe China su Il Tempo il 06 settembre 2023

Puntuale come un orologio svizzero e spesso inspiegabile agli occhi di tanti cittadini italiani. L’atteggiamento disfattista e pregiudizievole che alcuni esponenti vip e sedicenti progressisti sfoggiano in una giornata che potrebbe segnare il primo passo verso la “normalizzazione” di Caivano. Non ha potuto trattenere la sua invettiva lo scrittore Roberto Saviano: «Il maxiblitz di Caivano non è altro che una inutile sceneggiata di propaganda». Quali sono le basi su cui poggia il proprio giudizio l’autore di “Gomorra”? “I maxiblitz (...) non cambiano il destino di un territorio, non offrono riscatto, sono operazioni fatte per pura propaganda politica - aggiunge Saviano - Il governo ha promesso una bonifica e invece 400 uomini, tra poliziotti, carabinieri e Guardia di Finanza, hanno trovato appartamenti vuoti e sequestrato una quantità di denaro che per una piazza di spaccio sono solo pochi spiccioli». Poi come nella maggior parte dei suoi interventi Saviano punta il dito contro il presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “La Premier Meloni e il Presidente della Regione Campania De Luca, dagli scranni di un potere che detengono ormai da troppo tempo per potersi dire estranei (ricordate, vero, che Meloni è stata Ministra della Gioventù? L’avete mai sentita spendere una sola parola per queste periferie abbandonate, dove a pagare il prezzo più alto sono proprio i giovani? ), tuonano e annunciano l’arrivo massiccio di forze dell’ordine: "Bonificheremo Caivano", "Li andremo a prendere casa per casa". Eppure, quello che con onestà dovrebbero dire – chiosa Saviano - è che le operazioni di polizia non sono mai mancate in quei territori. A essere mancato è tutto il resto».

Un altro dei giornalisti che più ha combattuto contro la camorra e attuale componente del Partito democratico, Sandro Ruotolo, è stato molto meno prolisso di Saviano. «Per affrontare la dispersione scolastica il governo di destra-destra pensa di inasprire le sanzioni sui genitori delle famiglie disagiate». Poi prescrive la sua soluzione: «Occorrerebbero invece assistenti sociali e riconoscere un valore a quei genitori che fanno studiare i figli». Al coro unanime e che propone sempre lo stesso adagio non poteva sottrarsi il deputato di Alleanza verdi e sinistra, Angelo Bonelli: «La premier Meloni, che dichiara che non saranno tollerate zone franche, può spiegare perché ha perso tutti i fondi sul recupero delle periferie? Bene che lo Stato si faccia vivo a Caivano, ma non è certo il blitz di un giorno che potrà risolvere il problema della criminalità che la fa da padrona in quei luoghi. La Camorra – prosegue Bonelli - ha avuto tutto il tempo di far sparire quello che non doveva essere trovato». E la situazione ai suoi occhi non può che peggiorare, dato che «le periferie vanno recuperate garantendo servizi dalla scuola, allo sport alla sanità. Tutto ciò poteva essere possibile grazie ai fondi del Pnrr che il governo ha però deciso di definanziare».

La polemica delle ovvietà non poteva che concludersi con l’esegesi di quanto dichiarato da Meloni in precedenza. «Siamo stati svegliati dai flash di agenzia che dicevano che la “bonifica” di Caivano, evocata dalla presidente del Consiglio, è iniziata: sono entrati 400 uomini. Quello che ci si chiede – domanda l’esponente dem Marta Bonafoni – è cosa lasceranno quando saranno usciti». Per la coordinatrice della segreteria Pd «le persone non sono certo da bonificare, ma da prendere in cura». È proprio quello che ha iniziato a fare il blitz di ieri.

Estratto dell’articolo di Nello Trocchia per “Domani” il 7 Settembre 2023

Quattrocento uomini delle forze dell’ordine impegnati, il sequestro di armi e / droga, l’eco su giornali e tv. L’annunciata “bonifica” del parco Verde di Caivano è iniziata con un’operazione dal bottino magro. Ma è in queste “zone franche” che la presidente del Consiglio ha deciso di giocare la sua sfida. Una sfida che però non può essere confinata solo in periferia quando in pieno centro, di fronte al municipio della città capoluogo, un sedicenne spara e ammazza un figlio di Napoli, il musicista Giovanbattista Cutolo, detto Giogiò. […]

Dopo gli stupri su due ragazzine, a Caivano, l’esecutivo ha voluto mostrare la faccia feroce dello stato, il pugno di ferro, la tolleranza zero, slogan cari alle destre e non solo, che però non bastano. L’abbandono di queste aree del paese coinvolge destra e sinistra, ma il governo guidato da Giorgia Meloni ha eliminato una delle poche reti di salvataggio lanciata dalle istituzioni in questi anni: il reddito di cittadinanza. 

[…] unico appiglio per evitare che gli invisibili tornino comoda manovalanza nelle mani del crimine organizzato, come sta accadendo. Mentre a Caivano si consumava l’annunciato blitz, a Roma il portale per le offerte di lavoro faceva il suo esordio sintetizzabile in un aggettivo: disastroso.

Due terzi delle offerte presenti sono al nord mentre il maggior numero di percettori di sussidio è al sud, dove le poche offerte non si incrociano con le richieste. Niente lavoro e niente reddito, per il momento da quelle parti devono accontentarsi dello stato d’assedio. 

Il primo blitz dell’èra Meloni era pensato più per le telecamere che per combattere i clan. «[…] le bande criminali che controllano lo spaccio sapevano benissimo che sarebbe arrivato un blitz, non abbiamo trovato neanche i jammer (disturbatori di frequenze per evitare intercettazioni, ndr), che di solito troviamo in operazioni non annunciate. Servono strumenti e investigatori, ma soprattutto continuare», racconta uno degli agenti impegnati nella retata di martedì al parco Verde.

La verità è che da tempo carabinieri e polizia fanno tutto il possibile per smantellare le reti dello spaccio[…]  Poco distante dal parco Verde, ghetto di miseria e degrado, c’è Afragola dove comandano i signori della camorra, i Moccia, un piede in provincia di Napoli e uno a Roma. Insieme ai clan napoletani hanno voluto che quell’agglomerato di palazzoni restasse così controllando chi governa quelle piazze.

«Quello è il supermercato dello stupefacente, sai perché a noi faceva comodo il parco Verde? Perché è un posto dove noi non ci abitiamo, non ci viviamo, non ci vogliamo stare. Lì non c’è un’attività commerciale da estorcere, non c’è un imprenditore da corrompere, non c’è una bisca da aprire, una sala scommessa. Non c’è niente, per questo è stato trasformato nel grande smercio di droga dove ci sono più che camorristi di rango, i capi delle piazze di spaccio. Ne arrestano uno, arriva un’altra famiglia», dice un ex camorrista, oggi pentito, appartenente alla famiglia Mazzarella, una delle due grandi dinastie criminali che controlla Napoli.

[…] La macchina della droga non si ferma e la rete del crimine è pronta a rappresentare una facile sponda per chi non ha reddito e uno straccio di lavoro. Al parco Verde come altrove. «Io gli do 500 euro a settimana per ciascuno ... io ho bisogno di gente per fare le mie cose (...) ci sta quello che lo nasconde, sta quello che lo spacca, sta quello che lo porta, ognuno fa una cosa», diceva Gallo che gestiva la vendita degli stupefacenti al parco Verde.

Cinquecento euro a settimana valgono duemila euro al mese, si arriva a dieci mila quando si ha il controllo di una piazza di spaccio. E a Natale la malavita assegna anche la tredicesima: «Io a Natale voglio dare 2.000 euro a tutti quanti». Soldi e tredicesima agli affiliati e denaro anche alle famiglie dei carcerati. Il governo ha risposto con un primo blitz e un Consiglio dei ministri ad hoc, la camorra intanto continua a fare affari e proseliti. 

 Chi è Fabio Ciciliano, il commissario per la riqualificazione di Caivano nominato dal governo Meloni. Gestirà i 30 milioni stanziati dal decreto legge per gli interventi di riqualificazione e sviluppo di aree e situazioni di degrado, vulnerabilità sociale e disagio giovanile. Antonio Lamorte su L'Unità il 7 Settembre 2023

Il governo ha nominato in Consiglio dei ministri Fabio Ciciliano come commissario per la riqualificazione del comune di Caivano, il comune al centro del caso di cronaca – gli stupri di gruppo ai danni di due ragazzine di 10 e 12 anni – che ha portato al Parco Verde anche la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alcuni ministri. Ciciliano d’intesa con il comune di Caivano e il Dipartimento per le politiche di coesione della presidenza del Consiglio, entro 15 giorni dovrà adottare un piano straordinario d’interventi infrastrutturali e di riqualificazione del territorio comunale. Il piano sarà attuato con il supporto tecnico-operativo di Invitalia S.p.a. e dovrà prevedere anche specifici interventi urgenti.

Ciciliano è nato a Napoli, membro della Polizia di Stato. È dirigente medico della Polizia di Stato ed esperto di Medicina delle catastrofi. Ha fatto parte del Comitato tecnico scientifico per la pandemia da coronavirus covid-19. Durante il primo anno è stato segretario e responsabile della stesura dei verbali. Dovrà gestire i 30 milioni stanziati dal decreto legge approvato oggi per gli interventi di riqualificazione e sviluppo di aree e situazioni di degrado, vulnerabilità sociale e disagio giovanile. Primo obiettivo sarà il recupero, con gli Uffici del Genio militare e con la società Sport e Salute S.p.a., dell’ex centro sportivo Delphinia abbandonato.

“Conosce molto bene il territorio”, ha commentato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano secondo il quale uno dei primi interventi sarà il “ripristino del centro sportivo varato alla fine degli anni Ottanta che era un fiore all’occhiello e che da anni è diventato una discarica”. Proprio nel centro sportivo abbandonato Delphinia si sarebbero consumati alcuni degli stupri denunciati dalle cuginette. La Premier Meloni nella sua visita a Caivano ha promesso la riapertura entro la prossima primavera, quando sarà affidato al Gruppo sportivo della Polizia, le Fiamme Oro.

Il decreto presentato in conferenza stampa dal governo ha abbassato a 14 anni l’età minima per disporre alcuni provvedimenti come il Daspo urbano e ha inasprito le pene per i genitori di ragazzi che non rispettano le regole. Il testo non è ancora disponibile e il decreto legge sarà subito in vigore ma dovrà essere discusso ed essere convertito in legge entro 60 giorni.

DI Antonio Lamorte 7 Settembre 2023

Bruno Vespa, 'riparto da Caivano e da Giorgia Meloni'. L'11 settembre su Rai1 torna Cinque minuti, il 12 Porta a Porta. ROMA, 11 settembre 2023 Redazione ANSA 

Riparte da Caivano Cinque minuti, l'approfondimento condotto da Bruno Vespa che torna dal'11 settembre alle 20.30 su Rai1, subito dopo il Tg1.

Sarà anche il tema al centro, con la vicenda di Palermo, della prima puntata della 29/a edizione di Porta a porta, al via il 12 settembre in seconda serata sull'ammiraglia Rai.

"Mercoledì invece avremo a Cinque minuti e Porta a Porta Giorgia Meloni, la settimana dopo Giuseppe Conte e quella dopo Elly Schlein" dice il giornalista in conferenza stampa parlando dei suoi due programmi.

    L'11 a Cinque minuti, dove sarà ospite anche la preside della scuola del Parco Verde, "parla la madre della maggiore delle due cuginette di Caivano - aggiunge Vespa -. Spero di riuscire a dimostrare quanto sia incredibilmente disperata la situazione da quelle parti. Semmai riuscissero a bonificare Caivano varrebbe una legislatura. Basti pensare che in una famiglia entravano 1450 euro tra assegno unico e reddito di cittadinanza, più mille euro di stipendio del marito: di questi soldi in casa non entrava niente, tant'è che la bambina andava a cercare il cibo dai vicini. Chi li prendeva quei soldi? Quali debiti andavano a coprire? Parliamo di madri che si ubriacano per disperazione e depressione o molto assenti e infatti ho davanti una donna disperata che prega di essere portata via da lì". "Sappiamo che la maggiore delle due cuginette, che ha compiuto 13 anni lontano da mamma e papa, è stata 'usata' per tre, quattro anni, quindi già dai nove anni. Oltretutto stanotte la camorra si è rifatta viva sparando. Si parla di una situazione al di là dell'ordine pubblico - sottolinea Vespa -, serve una totale ricostruzione morale".

(ANSA lunedì 11 settembre 2023) - "In sella alle loro moto, sono arrivati ancora una volta. Volti coperti. Armi pesanti in mano. Sfrecciano per i viali sparando all'impazzata. È il terrore...". Paura poco prima della scorsa mezzanotte nel Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli, per una stesa, un raid con colpi di arma da fuoco sparati all'impazzata: a denunciarla su Facebook è don Maurizio Patriciello, parroco che da anni si batte contro la criminalità. 

 "La domenica volge a termine - scrive don Maurizio - manca poco più di un'ora alla mezzanotte. Per la gente della mia parrocchia non c'è pace. In sella alle loro moto, sono arrivati ancora una volta. Volti coperti. Armi pesanti in mano. Sfrecciano per i viali sparando all' impazzata. È il terrore. Le 'stese' fanno paura. Può morire chiunque. Signore, aiutaci. E voi tutti che avete criticato le forze dell'ordine e l'intervento del governo, vergognatevi.E, se avete il coraggio, venite voi ad abitare con i vostri figli al 'Parco Verde' in Caivano. Forza, fratelli e sorelle onesti del Parco Verde. Coraggio. Il Signore non ci abbandona". 

All'alba del 5 settembre, lo Stato aveva fatto vedere e sentire la sua presenza a Caivano con un'operazione interforze nella quale sono stati impiegati 400 uomini. Qualche giorno dopo è stato varato il decreto legge Caivano.

(Adnkronos lunedì 11 settembre 2023) - I carabinieri del nucleo operativo di Poggioreale sono intervenuti in via Al Chiaro di Luna a Ponticelli (Napoli) per l'esplosione di colpi d'arma da fuoco. Sul posto sono stati repertati 21 bossoli di vario calibro. 

Al momento non risultano feriti ma è stata sequestrata una Fiat Panda con un'ogiva conficcata nella carrozzeria e il lunotto posteriore infranto. Indagini in corso per chiarire dinamica.

La sfida allo Stato. Parco Verde, la malavita spara quando vuole: a Caivano stese di giorno e di notte (le telecamere?). Cugine stuprate: la madre in tv. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'11 Settembre 2023 

Quattro stese nel giro di pochi giorni. Due nelle ultime 12 ore, a cavallo tra la notte scorsa e la mattinata di oggi. La malavita sfida lo Stato, sfida le passerelle e i blitz mediatici. Sfida l’inefficienza di un’istituzione che continua ad annunciare una immediata bonifica ma, nel frattempo, manco le telecamere di videosorveglianza riesce a piazzare nella zona del Parco Verde di Caivano. Nonostante i proclami e gli annunci in pompa magna negli anni scorsi (Salvini e la sua Lega indubbiamente i più ‘bravi’), ad oggi in quello che è considerato uno dei più grandi mercati di droga a cielo aperto di Napoli e provincia, l’occhio dello Stato scarseggia. Pochi, pochissimi impianti presenti (bisogna poi capire se sono attivi). Lo sanno bene le paranze delle stese al soldo dei clan, da una parte in contrasto tra loro per lo spaccio di droga, dall’altra desiderosi di lanciare messaggi intimidatori ai tanti cittadini onesti che vivono in un luogo dimenticato e abbandonato.

Questa volta, per evitare di lasciare ulteriori indizi sarebbero entrati in azione anche con il casco integrale, stando alla testimonianza di don Maurizio Patriciello, parroco della chiesa di San Paolo Apostolo sotto scorta da oltre un anno, insieme alla preside Eugenia Carfora e a poche associazioni, rappresenta l’unico punto di riferimento per i cittadini. Due stese in poche ore, in zone dove l’occhio delle telecamere latita. Numerosi i proiettili esplosi domenica sera (10 settembre) poco dopo le 23, ben 19 partiti da due differenti armi, in viale delle Margherite. Poi il risveglio, le prime notizie che si rincorrono su siti, tv e radio, il sopralluogo alle 10 dei carabinieri con i giornalisti, infine, alle 11,30, la nuova provocazione: ignoti, presumibilmente sempre a bordo di scooter di grossa cilindrata o moto, in via Pio IX esplodono diversi colpi d’arma da fuoco contro un’auto parcheggiata in strada. Auto che, dalle prime ricostruzioni dei carabinieri, non apparterrebbe ad alcuno soggetto noto. Forse è stata presa come bersaglio a caso.

La denuncia era arrivata ieri sera dallo stesso don Patriciello che in un post sui social aveva scritto: “La domenica volge a termine – scrive don Maurizio – manca poco più di un’ora alla mezzanotte. Per la gente della mia parrocchia non c’è pace. In sella alle loro moto, sono arrivati ancora una volta. Volti coperti. Armi pesanti in mano. Sfrecciano per i viali sparando all’impazzata. E’ il terrore. Le ‘stese’ fanno paura. Può morire chiunque. Signore, aiutaci. E voi tutti che avete criticato le forze dell’ordine e l’intervento del governo, vergognatevi. E, se avete il coraggio, venite voi ad abitare con i vostri figli al ‘Parco Verde’ in Caivano. Forza, fratelli e sorelle onesti del Parco Verde. Coraggio. Il Signore non ci abbandona”.

Decreto Caivano-manette, carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola e per i baby-pusher. Daspo per gli under 14 ma niente stop a cellulari e siti porno

In mattinata lo stesso parroco ha rincarato la dose: “I topi si sentono stanati, ma sono convinto che torneranno. Questi topo hanno ballato per tanti anni – afferma – Ora forse sentono che qualcosa sta cambiando davvero. Stanotte è accaduta una cosa orribile – aggiunge – Una cosa che è una vergogna per tutti. Non è concepibile”. Poi nel corso di una intervista a Tv2000, ha fotografato la situazione di terrore che vivono i cittadini: “Il pensiero va ai bambini, agli anziani e agli ammalati che sono ancora terrorizzati. Tanti di loro sono prigionieri in casa e non escono più- A questi fratelli camorristi – aggiunge don Patriciello – va anche il mio abbraccio e la mia benedizione e la preghiera di cambiare strada. Loro non vogliono bene a nessuno, neanche ai loro figli. Viviamo ancora una volta un momento terribile. I bambini – conclude don Patriciello a Tv2000 – per il resto della loro vita questa paura e terrore nel cuore”.

Prima dei due raid armate delle scorse ore, erano state segnalate altre due stese nel Parco Verde di Caivano, finito nel mirino dello Stato dopo la raccapricciante vicenda delle due cuginette di 10 e 12 anni violentate da un gruppo di coetanei nel mese di luglio scorso. Un episodio avvenuto tra l’omertà e l’indifferenza generale voluta – secondo gli investigatori – dai clan dello spaccio per non attirare i riflettori di media e forze dell’ordine. Intanto il ministro Valditara, con largo anticipo, annuncia che “il 18 ottobre sarò nuovamente a Caivano portando alcune misure concrete che stiamo già iniziando ad adottare. Proseguiremo con sempre più determinazione per dare ai giovani un futuro di crescita personale, di maggiori opportunità lavorative e di libertà da ogni condizionamento delinquenziale. Lo Stato non si piega a minacce di alcun tipo”.

Tornando alla vicenda delle due cuginette stuprate, Bruno Vespa annuncia che nei “Cinque Minuti” in onda su Rai Uno dopo il Tg1 parlerà per la prima volta la madre della maggiore delle due cuginette di Caivano. “Spero che riusciremo in breve tempo a dimostrare quanto sia incredibilmente disperata la situazione da quelle parti. Bonificare Caivano da un punto di vista morale, semmai riuscissero, sarebbe una cosa che vale una legislatura. Pensate che in quella famiglia entravano 1.450 euro tra reddito e assegno, e mille euro di stipendio del marito. Di questi soldi in casa non rientrava niente. Perché? Quali debiti non propriamente legali andavano a ricoprire?”. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Tra carabinieri, agenti di Polizia e della Guardia di Finanza, sono stati impiegati 400 uomini nella maxi operazione iniziata questa mattina a Caivano. Jacopo Romeo su Notizie.it Pubblicato il 14 Settembre 2023

Dopo il blitz dello scorso 5 settembre, nella giornata di oggi la Polizia di Stato, coadiuvata dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza ha dato inizio ad una nuova maxi operazione nel Parco Verde di Caivano. Si tratta di un nuovo servizio “ad alto impatto” che ha l’obiettivo di dimostrare una rinnovata presenza dello Stato sul territorio.

Parco Verde di Caivano, al via la maxi operazione

Nelle prime ore della mattinata di oggi, giovedì 14 settembre, le forze di Polizia, dei carabinieri e della Guardia di Finanza si sono unite per portare a compimento un nuovo maxi blitz nella zona del Parco Verde di Caivano e nelle aree limitrofe. Si tratta della seconda operazione “ad alto impatto” che viene effettuata nella zona nelle ultime settimane, dopo il precedente del 5 settembre scorso. In totale, secondo quanto è stato riferito dalle autorità: sono stati impiegati circa 400 uomini, includendo anche gli agenti facenti parte dei reparti specializzati come la polizia scientifica.

Caivano, gli agenti in azione nella maxi operazione

Se l’intera attività sarà monitorata dall’alto dal lavoro di un elicottero del Reparto Volo della polizia e da un elicottero della sezione area della Guardia di Finanza, sul suolo terrestre sono tantissime le squadre impiegate. Nello specifico, sono al lavoro le Unità Cinofile antidroga della Polizia di Stato, il Nucleo Cinofili antidroga e per la ricerca di armi dei carabinieri, le Unità Cinofile antidroga e antiterrorismo della Guardia di Finanza, i Reparti del Gruppo di Castello di Cisterna, le SIO del Reggimento Campania, le API del Gruppo di Napoli, il Gruppo di Frattamaggiore, i reparti ATPI del Gruppo Pronto Impiego di Napoli, di Giugliano in Campania e di Torre Annunziata della Guardia di Finanza.

Caivano, la visita di Meloni preannunciava la maxi operazione

Il nome del comune di Caivano è stato messo in evidenza, in tempi recenti, su tutte le pagine di cronaca, soprattutto dopo il terribile caso di stupro avvenuto a luglio ai danni delle due ragazze di 10 e 12 anni. L’episodio aveva avuto una rilevanza tale da portare la Premier Giorgia Meloni a fare visita al territorio. Proprio in quell’occasione, il presidente del Consiglio aveva dichiarato senza mezzi termini: “Qui lo Stato ha fallito“. Meloni aveva anche spiegato di voler rendere quella zona un esempio dell’impegno del governo contro la criminalità e aveva annunciato: “Questo territorio sarà radicalmente bonificato“.

Profeta di sventura". La lezione di don Patriciello a Saviano. Francesca Galici il 15 Settembre 2023 su Il Giornale.

Roberto Saviano, per una mera questione ideologica, attacca il governo anche su Caivano. La replica di don Patriciello è netta: "Abbiamo bisogno di un samaritano buono che ci tenda una mano, non di profeti di sventura"

Roberto Saviano, che con i racconti sulla Camorra ha costruito un impero economico, sembra non vedere di buon occhio gli interventi del governo a Caivano e Parco Verde, vere roccaforti della criminalità organizzata. Dopo anni di abbandono, durante i quali lo Stato da queste parti ha latitato e lasciato campo aperto alla malavita, finalmente le istituzioni cercano di riguadagnare il terreno perduto ma lo scrittore non ci sta. "Non è altro che una inutile sceneggiata di propaganda. I maxiblitz, come avvenuto a Caivano, non cambiano il destino di un territorio, non offrono riscatto", ha detto Saviano. Un giudizio tranchant che non propone soluzioni alternative ed è forse proprio questo che ha fatto infuriare don Maurizio Patriciello, che la camorra la vede (lui per davvero) tutti i giorni e la vive sulla sua pelle nella parrocchia di Parco Verde.

Il parroco ha vergato per questa ragione una lettera aperta contro lo scrittore dalle colonne de L'Avvenire, ricordando di averlo conosciuto anni fa quando Saviano non era altro che un cronista in erba e lo intervistò in merito alla malavita. Quell'intervista, dice don Patriciello rivolgendosi allo scrittore, la "facesti confluire poi nel tuo libro Gomorra. Il 'Padre Mauro' cui fai riferimento sono io. Da allora ne hai fatta di strada". Ma Saviano non si è mai voltato indietro, non è mai tornato in quella parrocchia e tanto meno ha tenuto i contatti con il prete. "Ho potuto notare quanto male ha fatto a tanti nostri ragazzini a rischio la serie televisiva Gomorra. Non una volta sola, attraverso la tua pagina, ti ho chiesto di ritornare al Parco Verde, non lo hai mai fatto", incalza il parroco.

E davanti alle parole dello scrittore, secondo il quale la visita di Giorgia Meloni a Caivano e Parco Verde sarebbe stata "la fine di tutto", il don replica: "Per me prete, che in quel luogo sto consumando la vita, potrebbe essere l’esatto contrario". Nelle righe della lunga lettera, Patriciello dà una lezione vera a Saviano: "Siamo stanchi e feriti, necessitiamo di ottimismo e di speranza. Abbiamo bisogno di un samaritano buono che ci tenda una mano, non di profeti di sventura che, da lontano, emettono simili sentenze". Sono parole che, quanto meno, chiederebbero delle scuse da parte dello scrittore, scuse che purtroppo il parroco non riceverà mai da parte di Saviano, accecato dall'ideologia politica che gli impedisce di ammettere quanto siano state sbagliate le sue parole.

Per anni la comunità di Parco Verde è stata abbandonata, dimenticata, in balia del suo destino e della criminalità organizzata. Questo governo vuole lanciare dei segnali, vuole eliminare ogni zona franca di illegalità o, almeno, vuole combattere affinché non sia più così facile per la malavita gestire la società locale. E don Patriciello, che quotidianamente si rapporta con quelle realtà, sa che la strada è ancora lunga, lunghissima, e di sicuro tortuosa. Ma si è iniziato a percorrerla: "In questi giorni qualcosa sta accadendo, che cosa lo sanno tutti, te compreso. Che facciamo? Ricominciamo ad andare alla ricerca dell’untore? Va bene, ma intanto la gente muore. O, piuttosto, mettiamo un punto fermo, ci rimbocchiamo le maniche e vediamo di iniziare a porre rimedio?".

La chiusura della lettera del parroco di Parco Verde è un invito alla verità e alla coscienza per Saviano: "Sono convinto che chiunque voglia un po’ di bene a me e alla mia gente deve avere l’umiltà della concretezza e della verità, e portare, o almeno supportare, soluzioni concrete, fattibili, realizzabili. Ai sogni continuiamo a pensarci noi".

Roberto Saviano, don Patriciello: "Così Gomorra ha rovinato i nostri bimbi". Libero Quotidiano il 16 settembre 2023

In una lettera aperta a Roberto Saviano, don Maurizio Patriciello si è rivolto direttamente allo scrittore, conosciuto personalmente alcuni anni fa. Il sacerdote non gli ha risparmiato critiche pesanti, ricordandogli che da tempo non si fa più vedere da quelle parti. "Non basta criticare, solo perché si è su un'altra sponda politica". Secondo il prelato infatti sarebbe più corretto unirsi per aiutare luoghi degradati a risorgere. Il riferimento, ovviamente, è a Caivano e al Parco Verde.

Sulle pagine di Avvenire è stato pubblicato il testo integrale della lettera. "Capisco ma non condivido le dichiarazioni di Roberto Saviano. Anche lui, come tanti cade nella trappola della facile diagnosi. Il fatto - ricorda il sacerdote - è che di diagnosi ne abbiamo già tante e non da adesso. Ci conoscemmo, te ne ricorderai, al funerale di un ragazzo, appena quindicenne, ucciso durante una rapina. Tu, sconosciuto cronista, eri in chiesa. Mi chiedesti un’intervista - svela don Patriciello - che facesti confluire poi nel tuo libro Gomorra. Il “Padre Mauro” cui fai riferimento sono io. Da allora ne hai fatta di strada".

Ma non sempre tra i due è scorso buon sangue. "Ti ho seguito, non sempre ti ho apprezzato - ammette il prete - soprattutto quando hai preso posizione contro la famiglia e a favore dell’utero in affitto, a mio avviso un obbrobrio da fare accapponare la pelle. Ho potuto notare quanto male ha fatto a tanti nostri ragazzini a rischio la serie televisiva Gomorra. Non una volta sola, attraverso la tua pagina, ti ho chiesto di ritornare al Parco Verde, non lo hai mai fatto. Oggi leggo che alla domanda 'Quando ha visto il Governo al Parco Verde che cosa ha pensato?' rispondi candidamente: 'È la fine di tutto. È la fine di ogni racconto che alla base abbia almeno un brandello di verità…'. Non mi trovo d’accordo. Perché mai la visita del presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana, al Parco Verde, dove da sempre lo Stato non c’è, dovrebbe essere 'la fine di tutto'? Per me prete - conclude don Patriciello - potrebbe essere l’esatto contrario".

Il Caso di Giovanbattista Cutolo.

Estratto dell'articolo di Gennaro Scala per corriere.it giovedì 31 agosto 2023. 

Ucciso da un colpo di pistola in piena notte -  nella centralissima piazza Municipio, a Napoli, all'angolo con via Medina - per il parcheggio di uno scooter. Il giovane ucciso - Giovanbattista Cutolo, 24 anni - è un musicista, membro dell'orchestra Scarlatti Camera Young, nella quale suonava il corno.  Figlio del regista teatrale Franco Cutolo, fondatore della Compagnia Li Febi Armonici

La polizia ha individuato in poche ore il movente dell'omicidio: una discussione per il parcheggio di un motorino, poi degenerata in aggressione. Tant'è che in Questura è stato portato un sospettato: ha 16 anni.

Intorno alle 5 di questa notte, alla polizia è arrivata una segnalazione per un uomo a terra all’altezza del civico 80 di piazza Municipio.  La richiesta di aiuto era della fidanzata del musicista, con lui al momento dell'aggressione. In pochi minuti, una volante è giunta sul posto dalla vicina Questura.  All’arrivo degli agenti il giovane, 24 anni compiuti lo scorso 4 agosto, era però già morto. […]

La lite in un parcheggio. Omicidio Giovanbattista Cutolo, il 16enne fermato ha confessato: aveva precedenti per tentato omicidio e truffa. Il ragazzo è stato rintracciato nella zona dei Quartieri Spagnoli grazie all’acquisizione di immagini degli impianti privati di videosorveglianza e ai racconti dei testimoni. Redazione su Il Riformista il 31 Agosto 2023 

Svolta nelle indagini sull’omicidio di Giovanbattista Cutolo, il 24 enne musicista dell’Orchestra Scarlatti Camera Young, ucciso nella scorsa notte a colpi di pistola in piazza Municipio a Napoli dopo una discussione – poi degenerata in aggressione – con un altro ragazzo più giovane a causa di una divergenza sul parcheggio di un motorino.

Le autorità di Napoli hanno proceduto con l’esecuzione di un decreto di fermo nel primo pomeriggio, emesso dalla procura per i minorenni nei confronti di un giovane di 16 anni.

Il ragazzo è stato rintracciato nella zona dei Quartieri Spagnoli grazie all’acquisizione di immagini degli impianti privati di videosorveglianza e ai racconti dei testimoni, tra cui la fidanzata di Cutolo. Durante l’interrogatorio, il minore ha ammesso la propria responsabilità per i fatti contestati.

Le accuse nei suoi confronti includono omicidio aggravato, il possesso illegale di arma da fuoco e il reato di ricettazione. Non è la prima volta che il giovane viene coinvolto in situazioni penali, in quanto aveva già precedenti per tentato omicidio e truffa.

Estratto dell'articolo di Giovanni Ruggiero per open.online il 7 Settembre 2023

Era lo scorso 28 febbraio 2023 quando Vittorio Brumotti per Striscia la notizia aveva realizzato un servizio sul giro di spaccio e criminalità giovanile nei Quartieri spagnoli di Napoli. Ed è proprio in quelle immagini che a un certo punto compare il 16enne in carcere con l’accusa di aver ucciso Giovanbattista Cutolo, il musicista 24enne che sarebbe stato colpito con tre colpi di pistola dal ragazzino dopo una banale lite per il parcheggio di un motorino. 

Nel servizio Brumotti dimostra quando sia facile procurarsi cocaina tra quei vicoli, ma soprattutto qual è il contesto in cui vivono e crescono i ragazzi del quartiere. Accompagnato dal deputati di Verdi/Sinistra Italiana, Francesco Emilio Borrelli, […] 

C’è per esempio il murales dedicato a Ugo Russo, un 15enne morto in una sparatoria mentre cercava di rapinare un carabiniere a marzo 2020. […] Mentre Brumotti parla con il padre di Russo compare tra i curiosi che assistono alle riprese il 16enne che sei mesi dopo sarà arrestato per l’omicidio di Giogiò Cutolo. Indossa una giacca verde con le maniche bianche, si trattiene a pochi metri dalle telecamere mentre fuma una sigaretta, come in una una posa di sfida e con un certo fastidio davanti alle telecamere e a Brumotti […]

Napoli, giovane musicista ucciso da un 16enne per una bustina di maionese. Il killer celebrato sui social: “Tutto passa. Ti sto accanto”. Lui: “Mi sono difeso”. Redazione su Il Riformista l'1 Settembre 2023

Foto Fabio Sasso/LaPresse 01-09-2023 Napoli – Italia cronaca Manifestazione di solidarietà, promossa da studenti del conservatorio di Napoli San Pietro a Maiella e collettivi artistici, personalità dello spettacolo e familiari per Giambattista Cutolo, giovane 24enne ucciso per futili motivi da un 16enne dei quartieri spagnoli di Napoli. 

La madre di Giovanbattista Cutolo, il 24enne musicista dell’Orchestra Scarlatti trovato morto all’alba in piazza Municipio è andata a piangere proprio nel luogo dove un ragazzino, un sedicenne, ha ammazzato suo figlio con tre colpi di pistola: “L’ho visto: aveva il volto tumefatto, un proiettile nel petto”. Sono in tanti a piangere per la morte di Giovanbattista.

Celebrato sui social da amici e parenti

Ma sul web, come denuncia il parlamentare Francesco Emilio Borrelli, c’è anche chi celebra “come un divo” il giovane assassino, “diventato una star dei social network dove amici e parenti lo osannano e gli mostrano la propria solidarietà”. “Tutto passa. Ti sto accanto e già mi manchi”, si legge sovraimpresso su una sua foto.

La ricostruzione degli inquirenti

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Cutolo era con la ragazza, davanti alla paninoteca della piazza, e ad altri suoi amici. La rissa con il gruppo del minorenne, undici adolescenti, è scoppiata per motivi da niente, come lo scooter del gruppo del minore urtato durante il parcheggio e una bustina di maionese che un amico del 16enne avrebbe svuotato addosso a qualcuno.

Il ragazzo arrestato, con precedenti anche per un tentato omicidio quando aveva 13 anni, ha raccontato agli inquirenti di essersi solo difeso, avendo visto Cutolo avanzare verso di lui in modo minaccioso: “non volevo ucciderlo, quando l’ho scoperto sono rimasto choccato”. E ha aggiunto che la pistola non era la sua, ma del gruppo, nel senso che lui e gli amici se la portavano dietro, per giocarci e per fare scena. “Ho avuto paura che potesse succedermi qualcosa e me la sono fatta passare. Poi ho sparato”.

Il primo cittadino, Gaetano Manfredi, ha espresso il suo cordoglio per “un barbaro omicidio che addolora me e la città” e sottolinea di comprendere “lo smarrimento della parte sana di Napoli”. Daniela, la madre di Giovanbattista, racconta di essere nel pieno di una tempesta: “sono paralizzata dal dolore, non ho mai smesso di piangere” e perchè tutto questo non sia vano chiede di essere ascoltata dalle istituzioni, bisogna cambiare le leggi, rendere effettive le pene.

 Il delitto a Napoli. La lite, gli spari alla schiena, la confessione del 16enne: così è morto Giovanbattista Cutolo, 24enne musicista ucciso per un parcheggio. Ad allertare la polizia la fidanzata della vittima, presente al momento dell'omicidio. Almeno tre i colpi esplosi, hanno raggiunto il 24enne alle spalle. Oggi il presidio e il corteo da Piazza Bellini fino al luogo del delitto. Redazione Web su L'Unità l'1 Settembre 2023

“Ti sentiremo suonare con noi. Giovanbattista, nisciuno te scorda frà”. Recita così la scritta su un drappo appeso ieri sera nei pressi del Conservatorio di Napoli, a ricordare la morte tragica di Giovanbattista Cutolo, musicista 24enne ucciso a colpi di pistola in Piazza Municipio nella notte tra mercoledì 30 e giovedì 31 agosto. Un omicidio per il quale ha confessato un 16enne e del quale una città intera ancora non si è data una spiegazione. Troppo assurda, troppo insensata questa morte. Soltanto l’ultima tragedia che coinvolge giovanissimi, l’ultima lite esplosa a quanto pare per futili motivi e culminata nel sangue. Questo pomeriggio dopo il presidio con concerto in piazza Bellini, alle 17:30 partirà dallo stesso punto un corteo che attraverserà le strade del centro fino al luogo del delitto.

Giovanbattista era residente a Mugnano, nell’area nord della città metropolitana di Napoli. Figlio di Franco Cutolo, regista e scenografo teatrale, e di Daniela Di Maggio, fisioterapista. Era un musicista, membro dell’orchestra Scarlatti Camera Young diretta da Gaetano Russo, frequentava la classe di corno del Conservatorio San Pietro a Majella. Colleghi e maestri lo hanno descritto come un talento. Era uscito con una comitiva di amici, nel gruppo anche la fidanzata. Gli investigatori hanno ricostruito il movente dell’omicidio: a quanto pare tutto sarebbe degenerato a partire da una lite per il parcheggio di un motorino.

NapoliToday ha riportato le parole del reo confesso al sostituto procuratore Francesco Regine del Tribunale per i minorenni. “Ho raggiunto il gruppo alla paninoteca verso le 3 del mattino alcuni dei miei amici, quattro o cinque, erano già dentro e stavano facendo questioni con altre quattro persone tra cui la vittima. Io sono arrivato e ho messo il motorino sul cavalletto, ma nel farlo ho urtato quello di quel ragazzo. Lì non si è capito più niente, avevamo bevuto tutti quanti. Dentro al locale abbiamo iniziato a spintonarci, uno di noi ha versato la maionese addosso a qualcuno dell’altro gruppo e la lite è finita fuori. Io ho visto solo il musicista con una bottiglia in mano che alzava un braccio”. È stato in quel momento che il ragazzo, stando a quanto riportato, si sarebbe fatto passare la pistola e avrebbe sparato. Colpi che avrebbero raggiunto la vittima alle spalle secondo quanto ricostruito. Almeno tre.

Cutolo è rimasto a terra, insanguinato. La segnalazione alla Polizia è arrivata intorno alle 5 di giovedì mattina. Una volante dalla vicina sede della Questura in via Medina è arrivata in pochi minuti al civico 80 di piazza Municipio. A contattare la polizia la fidanzata del 24enne, che all’arrivo degli agenti era però già morto. Gli uomini della Squadra Mobile della Questura di Napoli si sono avvalsi delle testimonianze dei presenti, compresa quella della fidanzata della vittima, e delle immagini delle telecamere di videosorveglianza attive in zona. Il ragazzo fermato è stato identificato e preso in custodia dopo poche ore.

Lo stesso 16enne nella sua confessione ha permesso il ritrovamento dell’arma, una pistola Beretta calibro 6,35 che era stata nascosta in un’edicola votiva poco lontano dalla casa del minorenne, nei Quartieri Spagnoli. Il ragazzo fermato ha precedenti per tentato omicidio – a 14 anni, non era punibile – e truffa. Il Corriere del Mezzogiorno scrive che sarebbe vicino a uno dei gruppi specializzati in rapine di Rolez. È stato fermato per omicidio aggravato, porto abusivo di arma da sparo e ricettazione. È difeso dall’avvocato Davide Piccirillo. Si trova al momento presso le camere di sicurezza della Questura Partenopea. Chiarirà nei prossimi giorni la sua posizione al gip del Tribunale per i minorenni. Si legge su Il Mattino che quando ieri è stato condotto negli uffici della Squadra Mobile in Questura appariva distaccato, come se non avesse ancora realizzato quello che aveva fatto. Redazione Web 1 Settembre 2023

 “MIO FIGLIO ERA UN TALENTO VERO E QUESTA CITTÀ ME L’HA AMMAZZATO ORA BASTA, VADO VIA DA NAPOLI”. Estratto dell’articolo di Tiziana Cozzi per “la Repubblica” venerdì 1 settembre 2023.

«Mio figlio era un talento, un musicista completo, proteso verso una vita meravigliosa, bruciata in strada, con tre colpi di pistola, così, senza un motivo. L’ho cresciuto a pane e cultura e Napoli me l’ha ucciso a 24 anni. Vado via da questa città, basta». 

Trema la voce al regista teatrale Franco Cutolo, papà di Giovanbattista, giovane musicista ucciso ieri a colpi di pistola in piazza Municipio, nel cuore della città. 

Cutolo, lascia Napoli.

«Sì, con la mia testa, da qualche ora sono già fuggito via. Andrò in provincia, a Massa Lubrense, non resterò in una città così crudele. Mi hanno sconfitto. Da padre, da uomo di cultura, da sessantenne, sostengo che se una famiglia non ha i requisiti per educare, non deve avere la patria potestà. Solo così si può combattere il degrado morale e la camorra».

Togliere i figli alla camorra, questa è la sua proposta?

«Sì. Il resto è tutto retorica inutile, materia per fiction. […]». 

[…] «Mi hanno detto che c’è stata una rissa, un alterco tra la ragazza che era vicino a mio figlio e altre persone, per un motorino parcheggiato male. Giogiò è stato sparato alle spalle, non so come sia stato coinvolto. Lui era un tipo tranquillo. Era cresciuto per la strada, sapeva intuire quando doveva scappare da situazioni pericolose. L’ho sempre allertato, “scappa — gli dicevo — appena vedi che le cose si mettono male, qui non si combatte ad armi pari”». 

E lui che le diceva?

«Sorrideva, faceva sì con la testa ma lui amava Napoli, non voleva andarsene via, adorava questa città. Tra pochi giorni doveva fare un provino per l’orchestra di Sanremo, ci sarebbe andato, anche se controvoglia. Si sarebbe salvato se solo fosse stato convocato qualche giorno prima…». 

E invece è accaduto l’irreparabile nella città che amava…

«Questi squallidi, figli di una cultura subalterna, hanno le pistole addosso, oggetti vili, non ci vuole molto a premere il grilletto e uccidere…».

Estratto dell'articolo di Giuliana Covella per ilmessaggero.it venerdì 1 settembre 2023. 

«La soluzione è una: togliere i figli alle famiglie malavitose. Altrimenti non ci sarà speranza per questa città. Mio figlio - un talento che avrebbe potuto far parte dell’Orchestra Sinfonica di Milano, un lavoratore, uno studioso - è morto e non so farmene una ragione». Franco Cutolo, 60 anni, regista e scenografo teatrale, è il papà di Giovanbattista, il 24enne trovato senza vita all’alba di ieri in piazza Municipio a Napoli. […] «Non diamo sempre le colpe alle istituzioni o alle forze dell’ordine, Napoli è alla deriva perché i criminali prevalgono e a danneggiare tutto si aggiungono fiction che sono solo strumentalizzazioni per fare audience».

Sparare a qualcuno alle spalle a 16 anni non è un po’ una modalità camorristica?

«Sono convinto che quel ragazzino non abbia nemmeno preso coscienza di ciò che ha fatto. È uscito di casa con una pistola e quando l’ha impugnata l’ha sperimentata usandola quasi come un gioco. I veri responsabili sono i genitori». 

Suo figlio non aveva mai pensato di lasciare Napoli?

«Sì, ma lo stavo convincendo. Andando via avrebbe avuto maggiori possibilità di emergere. Pochi mesi fa era uscito il bando per la Sinfonica di Milano e lui da cornista avrebbe voluto partecipare, ma serviva la laurea così aveva deciso di concludere gli studi a breve. Dopo l’estate avrebbe dovuto fare un provino a Sanremo, ma qualcuno ha stroncato i suoi sogni». 

[…]

Come ha reagito quando ha saputo della notizia?

«Gli dicevo sempre di non rincasare di notte, perché questa città è insicura. Tanto è vero che io stesso, quando mi sono separato da sua madre 13 anni fa, sono andato via dalla zona del Cavone di piazza Dante perché ad alto rischio criminale. Ma il problema è che la criminalità è ovunque qui. Non c’è più niente da fare per Napoli». 

Che cosa intende dire?

«Qui non possono farcela né le istituzioni né le forze di polizia, che possono anche essere 20mila tra le strade ma non si risolve il problema. Napoli è infestata da gente di malavita e anche certe serie tv non aiutano, anzi». 

Di quali parla?

«Sono contro fiction come “Mare Fuori”, che rappresentano la strumentalizzazione della delinquenza giovanile napoletana a fini di audience. Si mira a fare numeri per lo share che danno vita a questa sub-cultura camorristica, nel senso che quando questi ragazzini si vedono sullo schermo si esaltano e impugnano una pistola uccidendo un innocente». 

Qual è la soluzione?

«Togliere i figli alle famiglie malavitose e l’obbligo scolastico. Il 16enne che ha ucciso mio figlio che adulto diventerà? La colpa è dei genitori, è su di loro che bisogna intervenire, altrimenti quei ragazzini saranno “repliche” dei loro padri e madri. Tutto il resto, i laboratori, i progetti sono inutili, se si arriva a sparare a un ragazzo di 24 anni con tre colpi di pistola dietro la schiena».

[…]

Estratto dell'articolo di Nico Falco per fanpage.it venerdì 1 settembre 2023.

Ha precedenti per tentato omicidio, il 16enne individuato come responsabile della morte di Giovanni Battista Cutolo, il musicista di 24 anni ucciso questa notte in piazza Municipio; per il giovanissimo, che per gli investigatori risulta inquadrato anche nei circuiti dei rapinarolex ed ha anche precedenti per truffa, il fermo è scattato in serata, con successiva traduzione nel centro di Prima Accoglienza dei Colli Aminei. 

Cutolo, incensurato e con nessun legame con la malavita, per mantenersi lavorava come cameriere e da dieci anni suonava nell'Orchesta Scarlatti Young. […] 

L'omicidio in piazza Municipio per un motorino

L'omicidio, hanno ricostruito i poliziotti della Squadra Mobile di Napoli (coordinati dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini) è maturato durante un litigio nato per futili motivi scoppiato intorno alle 4.30 di oggi, 31 agosto. Un motorino che il 16enne avrebbe parcheggiato male nei pressi della paninoteca dove anche la vittima era andata, di ritorno da una festa di compleanno. […] 

Fermato 16enne, ha precedenti per tentato omicidio

Ad allertare le forze dell'ordine sarebbe stata la ragazza, ma all'arrivo dei soccorsi il giovane musicista era già morto. Il 16enne era stato individuato nelle prime ore di questa mattina ai Quartieri Spagnoli, dove vive. Durante l'interrogatorio, negli uffici della Mobile, ha confessato. […]

Estratto dell’articolo di Antonio Di Costanzo per repubblica.it sabato 2 settembre 2023.

Omicidio in piazza Municipio a Napoli. Le immagini delle telecamere di sorveglianza riprendono il 17enne che ha sparato a Giovanbattista Cutolo: impugna la pistola e spara più volte contro il giovane musicista. 

Da quanto filtra il 17enne avrebbe indicato i pseudonimi di altri compagni che erano con lui, tutti maggiorenni che sono stati individuati anche grazie ai video delle telecamere. E tra questi ci sarebbe anche colui che gli avrebbe passato l’arma, e che quindi risponde di concorso in omicidio, e di un altro amico, anch’egli indagato, mentre un altro maggiorenne è indagato per rissa. 

«Non volevo ucciderlo e non credevo che fosse morto: si era allontanato, giuro che non credevo di averlo ucciso. La pistola? Ai Quartieri Spagnoli le pistole vanno e vengono come l’acqua fresca, ma non era mia, me l’hanno passata».

Parla così il 17enne che ha ammazzato, sparandogli contro tre volte, uno dei quali lo ha raggiunto allo sterno, Giovanbattista Cutolo, giovane e apprezzato musicista di 24 anni della Nuova Orchestra Scarlatti, ucciso all’alba di giovedì in piazza Municipio dopo una lite scoppiata per futili motivi: il parcheggio di uno scooter. Assistito dall’avvocato Davide Piccirillo il minore ha ammesso le gravi responsabilità. Nei suoi confronti il pm della Procura dei minorenni, Francesco Regine, ha emesso un decreto di fermo per il reato di omicidio aggravato e porto abusivo di arma.

Il giovane è stato subito identificato dagli investigatori della squadra mobile guidata da Alfredo Fabbrocini che adesso è sulle stracce di altri ragazzi, di chi potrebbe avergli dato la pistola nella tragica alba di piazza Municipio. Chiuso per 30 giorni il pub dove è avvenuta la rissa. […] Il minore era già noto alle forze dell’ordine per precedenti di truffa e per tentato omicidio: durante una rissa, quando aveva appena 13 anni, accoltellò una persona rischiando di ammazzarla. Non risultano legami con i clan, anche se c’è una parentela alla lontana con un camorrista della zona. [..]

«Era il doppio di me, mi sono solo difeso non volevo ucciderlo. Non credevo di averlo ucciso - ripete il giovane in stato di fermo - non volevo uccidere nessuno, mi sono solo difeso quando ho visto l’altro ragazzo venire verso di me con tono minaccioso. Ho avuto timore che potesse succedermi qualcosa - ha aggiunto - mi sono fatto dare la pistola e ho sparato tre colpi, ma non per uccidere, anzi ho visto che indietreggiava e credevo di avergli fatto paura. Non sapevo di averlo ucciso, quando l’ho scoperto sono rimasto choccato». […] 

Manifestazione a Napoli per Giovanbattista Cutolo, ucciso da un 16enne per una lite. Le voci dalla piazza: “La nostra generazione ha fallito, abbiamo seminato male. Questa città sta morendo”. Centinaia di persone hanno partecipato all'iniziativa organizzata in piazza Bellini. La manifestazione è partita da piazza Dante ed è arrivata a piazza Municipio, luogo del delitto. Presenti tanti giovani e i rappresentanti delle istituzioni.  Andrea Aversa su L'Unità il 2 Settembre 2023

Erano in centinaia. Giovani, famiglie, adulti. Rappresentanti delle istituzioni e normali cittadini. Tutti per stringersi con rabbia e affetto intorno alla famiglia di Giovanbattista Cutolo, il giovane musicista ucciso qualche giorno fa a Napoli in piazza Municipio. Ad averlo assassinato un 16enne. Il motivo del delitto? Una lite. Pare che Cutolo con la fidanzata e alcuni amici sono stati prima infastiditi dalla baby gang di cui il killer faceva parte. Poi il litigio causato dal parcheggio di uno scooter.

Manifestazione a Napoli per Giovanbattista Cutolo

Infine la violenza, prima fisica e poi a suon di piombo. La mano del 16enne ha impugnato una pistola dalla quale sono stati esplosi almeno tre colpi d’arma da fuoco risultati mortali per la vittima. Napoli è stata ferita al cuore. Un suo giovane figlio ha perso la vita. Un altro lo ha ammazzato. Il primo era un musicista, il secondo aveva già dei precedenti: rapine e anche un tentato omicidio. All’epoca aveva solo 14 anni. Che futuro può avere questa città?

Le voci dalla piazza

Per questo ieri è stata organizzata una manifestazione a Napoli per Giovanbattista Cutolo. I partecipanti si sono trovati in piazza Bellini. Con le lacrime agli occhi hanno urlato “giustizia“. Con grande dignità la madre di Giovanbattista e suo padre hanno parlato alla folla accorsa per ricordare il figlio. Nessuno è ancora in grado di spiegare cosa è successo. Perché c’è tanta violenza in questi giovani ormai abbandonati a sè stessi? In una città dove c’è un tasso record di evasione scolastica. Dove non c’è lavoro. Dove mancano le opportunità. Dove se nasci in ambienti difficili non hai speranze di emergere. Dove sei costretto ad andare al Nord o in Europa per trovare università e aziende disposte a darti un futuro.

I fatti

“La colpa è nostra, la nostra generazione ha fallito – ha detto un manifestante a l’Unità – Abbiamo seminato male e questi sono i frutti che raccogliamo. Ai ragazzi oggi tutto è dovuto. Le famiglie li accontentano a prescindere e non ci sono più modelli positivi ai quali rapportarsi. Anche la scuola è crollata come riferimento. Non siamo stati in grado di trasmettere i giusti valori. Questa città non ha futuro, sta morendo lentamente uccidendo i suoi figli“.

Cutolo, il grido dell'arcivescovo di Napoli per Giogiò: «Perdonaci, siamo tutti colpevoli». Storia di Fulvio Bufi su Il Corriere della Sera mercoledì 6 settembre 2023.

«Giovanbattista, figlio e fratello mio, accetta la mia richiesta di perdono. Giovanbattista, figlio di Napoli, accetta la richiesta di perdono della tua città». Dall’altare della chiesa del Gesù Nuovo la voce del cardinale Domenico Battaglia trema appena, davanti alla bara bianca di Giovanbattista Cutolo, Giogiò, come lo chiamavano a casa e gli amici, il giovane musicista ucciso a colpi di pistola una settimana fa da un ragazzino di 17 anni dopo una lite in un pub. Ci saranno almeno duemila persone, tra l’interno della basilica e la piazza che ne porta il nome, venute a dire addio all’ultimo martire di questa città. E don Mimmo, che di Napoli è arcivescovo, si rivolge direttamente a Giogiò ma parla a tutti: agli uomini e alle donne della sua diocesi, ai politici presenti tra i banchi (tra gli altri i ministri dell’Interno Piantedosi e della Cultura Sangiuliano, il sindaco Manfredi, il governatore De Luca), alla sua stessa Chiesa.

La madre

«Perdonami se non ho gridato abbastanza, perdona me e la mia Chiesa se quello che facciamo, pur essendo tanto, è ancora troppo poco. E perdona tutti gli adulti. Perdonaci tutti, Giogiò, perché quella mano l’abbiamo armata anche noi, con i nostri ritardi, con le promesse non mantenute, con i proclami, i post, i comunicati a cui non sono seguite azioni, con la nostra incapacità di comprendere i problemi endemici di questa città abitata anche da adolescenti, poco più che bambini, che camminano armati come in una città in guerra». L’intera chiesa applaude. Daniela, la mamma di Giovanbattista, batte le mani e singhiozza. Il papà Franco e la sorella Ludovica si tengono stretti, circondati dagli amici del loro ragazzo. Sulla bara c’è il corno che suonava Giogiò, la sua foto e tanti fiori bianchi. Prima che iniziasse il rito Lulù, ha letto una lettera rivolta al fratello facendo rimbalzare mille volte gli occhi tra i fogli che aveva davanti e quello strumento di ottone che alla fine andrà a prendere, stringendolo come se lo abbracciasse: «Napoli sei tu, non è Gomorra», le sue parole.

Ci sono le musiche suonate dai giovani dell’orchestra Scarlatti, di cui il ragazzo faceva parte, e quelle del sassofonista Marco Zurzolo. L’ultimo brano, l’Inno alla Gioia di Beethoven, scelto dai familiari per accompagnare Giogiò fuori dalla chiesa, viene eseguito a tempo lento, di marcia funebre. È un momento struggente. Gli amici che hanno portato il feretro fino al carro fermo in piazza sembrano non volerlo deporre. Stendono le braccia in alto. La bara bianca svetta in mezzo alla folla ora ammutolita. Prima dell’ultimo applauso che accompagna il piccolo corteo dei familiari e degli amici per qualche decina di metri. Poi è come se nessuno sapesse cosa fare. Chi non ha gli occhi rossi ha lo sguardo smarrito. È successo qualcosa, prima in chiesa e poi in piazza, che non era successo mai. Non era successo all’addio a Francesco Pio Maimone, ucciso a 18 anni sei mesi fa da un ragazzino che aveva il suo stesso nome, e non era successo con le tante altre vittime di storie simili a queste che Napoli ha pianto. Forse perché nessuno aveva mai parlato come ha parlato don Mimmo Battaglia. E perché ora nessuno può non sentirsi responsabile. Anche chi è giovane come lo era Giogiò. Perché anche ai ragazzi si è rivolto il cardinale. E ribaltando il fujtevenne urlato oltre trent’anni fa da don Franco Rapullino, chiede a loro «restate, e operate una rivoluzione di giustizia e di onestà».

L'omicidio del giovane musicista e la solita retorica. I funerali di Giovanbattista Cutolo, la passerella del dolore in una Napoli dove si muore mentre si mangia un panino. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 6 Settembre 2023 

Oggi è il giorno dei funerali, della passerella del dolore. Dell’addio a Giovanbattista Cutolo, il musicista 24enne ucciso senza motivo da un 16enne dei Quartieri Spagnoli alle 4 del mattino 31 agosto scorso mentre insieme a un gruppo di amici mangiava un panino per concludere una serata di festeggiamenti in occasione del compleanno di un amico. Dopo il brindisi di mezzanotte in piazza Bellini, uno dei centri nevralgici della movida partenopea, il gruppo di Gigiò si era spostato in piazza Municipio in uno dei pub-take away aperto anche fino all’alba.

Qui sono finiti nel mirino di una delle tante paranzelle, gruppetti di ragazzi esaltati, esagitati, sempre più spesso armati, che si divertono a molestare e provocare in attesa di una minima reazione pronta a scatenare la follia. E’ andata così quella notte. Prima le provocazioni, poi il tubetto di maionese rovesciato in testa a un amico di Gigiò che ha dato il via alla folle aggressione con tre amici del baby-killer che, sia a mani nude che armati di sgabelli, hanno iniziato ad aggredire il gruppo di ragazzi. Cutolo nell’intervenire in difesa di uno di loro, è stato prima picchiato, davanti anche alla fidanzata, successivamente è entrato in azione il 16enne che senza motivo ha estratto la pistola (che dalle immagini non è stata passata da alcun amico) sparando per ben tre volte: due proiettili hanno raggiunto il petto di Gigiò, un terzo, successivamente, la schiena.

Gli attimi successivi sono stati drammatici: da una parte la paranzella in fuga sugli scooter, dall’altra gli amici che hanno provato a soccorrere il 24enne in attesa dell’arrivo dell’ambulanza e della polizia. Minuti di sofferenza atroce per Cutolo che è spirato prima dell’intervento del 118. Perché a Napoli si muore così, mentre si esce a festeggiare un compleanno o a mangiare noccioline sul lungomare nella zona degli chalet oppure mentre si è in piazza con amici a chiacchierare. Non è retorica ma cruda verità. E i precedenti, nella giornata dell’ultimo saluto nella chiesa del Gesù Nuovo (ore 15) nell’omonima piazza, sono tanti, troppi, con i funerali che ogni volta diventano una vera e propria passerella del dolore, con le istituzioni vicine, nel giorno del lutto, ai familiari salvo poi tornare a latitare nei giorni e nelle settimane successive.

I figli di Napoli dimenticati, qui le Istituzioni spendono poco per lavagna e gessetti: basta solo il manganello

Oggi infatti ai funerali di Gigiò, che studiava al Conservatorio, suonava in una orchestra e lavorava saltuariamente in pub al Vomero, sono previste migliaia di persone. In piazza del Gesù verrà installato un maxischermo. Dentro la chiesa ad occupare parte dei 700 posti a sedere ci saranno anche sindaco, ministri, parlamentari, esponenti politici e istituzionali. Verrà ripetuto il solito ritornello. Quello che già hanno sentito i familiari di Francesco Pio Maimone, ucciso il 20 marzo scorso sul lungomare di Napoli mentre dopo una serata a lavorare in pizzeria era ‘sceso” di casa per andare a bere una cosa con gli amici. Oppure i genitori di Genny Cesarano, il ragazzino di 17 anni ammazzato in piazza San Vincenzo nel rione Sanità esattamente 8 anni fa (6 settembre 2015) nel corso di una stesa di camorra. Stesso discorso per la sorella Mery e i familiari di Ciro Colonna, ucciso in un circolo ricreativo a Ponticelli il 7 giugno 2016, e per quelli di Giovanni Guarino, il 19enne ucciso al Luna Park a Torre del Greco da un minore. Ma l’elenco è lungo, purtroppo, e contiene al suo interno anche dei piccoli miracoli, come la storia di Arturo, il 17enne ridotto in fin di vita da decine di coltellate sferrate da 14enni.

Nel corso della sua omelia l’arcivescovo di Napoli Domenico Battaglia ribadirà gli stessi concetti espressi già nel corso di altre tragedie. Lancerà una appello per disarmare una città dove le armi girano con una facilità disarmante. E poi? Che si farà nei giorni successivi? L’unica certezza resta la repressione con lo Stato che mostra i muscoli dopo i fatti di sangue che destabilizzano l’opinione pubblica. Ma del patto educativo lanciato oltre un anno fa da chiesa e istituzioni che notizie abbiamo? Delle telecamere promesse un giorno si e l’altro pure nei territori di periferia che notizie abbiamo? Stesso discorso vale anche per la lotta, live e non a fine anno, sulla dispersione scolastica. Misure, riforme, riqualificazione annunciate da tempo e puntualmente disattese. Ma oggi è il giorno della passerella, delle pacche sulle spalle. Della retorica, quella vera. Domani non interessa.  

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Il 24enne ucciso. Funerali di Giogiò Cutolo, la lettera della sorella Ludovica: “Napoli sei tu, non è Gomorra o Mare Fuori”. Piazza e Chiesa del Gesù Nuovo gremiti a Napoli per il funerale del ragazzo ucciso a colpi di pistola a Piazza Municipio. "Tu sei un centro di gravità permanente. Tu ami questa città e mai l'avresti lasciata nonostante io ti avessi detto di farlo". Redazione Web su L'Unità il 6 Settembre 2023

“Napoli sei tu e non Gomorra, non è Mare fuori o il Boss delle cerimonie”, ha scritto Ludovica Cutolo in una lettera letta al funerale del fratello Giovanbattista Cutolo, il musicista 24enne ucciso a colpi di pistola in Piazza Municipio a Napoli nella notte tra il 30 e il 31 agosto. Arrestato e accusato un minorenne di 16 anni. L’autopsia ha esaminato che la vittima aveva il volto tumefatto ed era stata raggiunta da tre proiettili, due al petto e uno alle spalle. Un omicidio generato a partire da un futile litigio per il parcheggio di un motorino. “Siamo sempre Giogiò e Lulù”, ha scritto la sorella.

La lettera della sorella è stata letta prima dell’inizio del rito funebre celebrato dall’arcivescovo Domenico Battaglia. Ludovica ha affidato la lettera che ha scritto per il fratello a un’amica di nome Rosaria che l’ha letta al microfono. “Mi sono limitata sempre a dire che eri la persona più sensibile. Eri la mia piccola ombra, il gigante buono. Quante volte hai creato piccole trappole in casa, opere ingegneristiche e tutti gli scherzi. Siamo sempre stati una squadra. Non ti è mai importato cosa io volessi, lo esaudivi. Parli con tutti, sei curioso su tutto. Uso il presente perché è l’unico che tu conosci. Imitando te ho imparato che nessuno va lasciato mai da solo. Perché suoni il corno? Perché nessuno lo suona. Sei un gigante buono, sempre a sorreggere tutti. Tu sei un centro di gravità permanente. Tu ami questa città e mai l’avresti lasciata nonostante io ti avessi detto di farlo. Napoli sei tu, non è Mare fuori o Gomorra o il Maestro delle cerimonie. Mamma sta lottando per te, con la forza di cento uomini perché non puoi essere definito da quello che ti è successo. Io non sono figlia unica. Siamo sempre Giogiò e Lulù”.

La messa è stata programmata alle 15:00. Presenti anche i ministri Matteo Piantedosi e Gennaro Sangiuliano. Piazza e chiesa del Gesù Nuovo gremite di gente. “Giovanbattista perdonaci, perdona chi si gira dall’altra parte. Di fronte a questa bara nessuno può dirsi assolto. Accetta la mia richiesta di perdono perché sono colpevole anche io. Accetta il perdono e le scuse di coloro che si girano dall’altra parte. Perdonaci tutti, quella mano l’abbiamo armata anche noi con i nostri ritardi, individualismi. E se vi dicono di andare via da Napoli, di fuggire, io vi dico, restate!”, le parole dell’arcivescovo Battaglia nell’omelia accolte da un lungo applauso.

“Non vorrei essere qui oggi. Non vorrei essere qui ad accompagnare l’ennesimo giovane figlio di Napoli, ucciso senza alcun motivo dalla mano di un altro figlio di questa città. Non vorrei essere qui non perché voglia sottrarmi al dolore immenso dei genitori di Giovanbattista e di tutti coloro – parenti, amici, compagni – che lo piangono con il cuore spezzato e straziato dall’angoscia, dall’incredulità, dallo smarrimento. Non vorrei essere qui perché semplicemente avrei voluto che non ce ne fosse il motivo”. La madre di Giovanbattista Cutolo alla fine dell’omelia ha abbracciato la bara bianca. Fin dall’inizio dei funerali si era accomodata nei banchi delle autorità, tra il governatore Vincenzo De Luca e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi.

DI Redazione Web 6 Settembre 2023

Chi era Giovanbattista Cutolo, il musicista 24enne ucciso per un parcheggio in Piazza Municipio a Napoli. A lanciare l'allarme la fidanzata, che avrebbe assistito all'omicidio della scorsa notte in pieno centro. Un colpo di pistola. Condotto in Questura un sospettato, è un ragazzo di 16 anni. Redazione Web su L'Unità il 31 Agosto 2023 

Giovanbattista Cutolo non ha avuto scampo. Quando sul posto sono intervenuti gli agenti della polizia e dopo i soccorsi sanitari, per lui non c’era già più nulla da fare. È stato ucciso, a 24 anni, in Piazza Municipio a Napoli la notte scorsa, sotto gli occhi della fidanzata che ha lanciato l’allarme. Per motivi ancora da accertare: secondo quanto emerso finora dalle indagini della Squadra Mobile della Polizia di Napoli coordinata dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini a causa di una lite degenerata. Lite scoppiata forse per il parcheggio di uno scooter.

L’allarme è scattato intorno alle 5 della scorsa notte. Piazza Municipio è centralissima, chiamata così proprio perché vi si trova la sede del Comune. Molto vicina alla sede della Questura in via Medina. Gli agenti ci hanno messo pochissimo per arrivare sul posto. La fidanzata del ragazzo ha testimoniato: ha raccontato la dinamica e il movente dell’accaduto, dettagli al momento al vaglio delle indagini. Gli inquirenti hanno anche proceduto con l’acquisizione delle immagini delle numerose telecamere di sorveglianza presenti in zona. Cutolo sarebbe stato ucciso da un colpo di pistola. Un sospettato è stato condotto negli uffici della Questura, ha 16 anni.

Giovanbattista Cutolo era di Mugnano, nell’area nord della città metropolitana di Napoli. Era un musicista, membro dell’orchestra Scarlatti Camera Young diretta da Gaetano Russo, frequentava la classe di corno del Conservatorio San Pietro a Majella. “Oggi è un giorno triste”, ha scritto in una nota di cordoglio l’Orchestra Filarmonica Campana. “Giovanbattista era stato con noi nell’ultima produzione dell’orchestra, era un giovane di grandi prospettive, formatosi e cresciuto nell’Orchestra Scarlatti Young. Ciao Giovanbattista, noi ti ricorderemo così, in orchestra con il tuo strumento a manifestare la tua sensibilità, la tua passione, il tuo lavoro. Ci stringiamo al dolore della famiglia e dei suoi cari, esprimendo le nostre più sentite condoglianze”.

Il Mattino scrive che la vittima sarebbe stata raggiunta da tre colpi di arma da fuoco. L’arma del delitto non è stata ancora ritrovata. Il sospettato sarebbe figlio di pregiudicato – in contesti non afferenti alla criminalità organizzata. Redazione Web 31 Agosto 2023

Il caso della Venere bruciata.

Venere degli stracci bruciata, fermato clochard mentre mangia alla mensa: avrebbe agito da solo ‘armato’ di accendino. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 12 Luglio 2023 

E’ stato fermato mentre mangiava in una mensa di via Marina che accoglie i senza fissa dimora l’uomo, un 31enne italiano, sospettato di essere l’autore del rogo che la scorsa notte ha distrutto la Venere degli stracci, l’opera dell’artista Michelangelo Pistoletto, esposta da due settimane in piazza Municipio a Napoli.

Le indagini lampo da parte della Squadra Mobile, guidata dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini, e coordinate dalla procura partenopea, hanno portato al fermo di un clochard per il reato di incendio e distruzione di beni culturali.

Decisive le immagini delle telecamere di videosoveglianza presenti nella zona che, come ricostruito dalla Squadra Mobile e dagli agenti del commissariato Decumani, hanno consentito di individuare il presunto autore del rogo che ha indignato la città e fatto puntare il dito contro le solite paranze di ragazzini, anche perché – come sottolineato dal sindaco Gaetano Manfredi – “la Fondazione Pistoletto mi ha detto che negli ultimi giorni c’era una specie di gara sui social di gente che invitava a bruciare la statua”.

E invece in presunto responsabile sarebbe un senza fissa dimora sorpreso mentre mangiava in una mensa e inchiodato- stando alla ricostruzione degli investigatori – dalle telecamere di piazza Municipio. Dai filmati emergerebbe che il 31enne, da solo e ‘armato‘ di un accendino, intorno alle 5.15 avrebbe dato fuoco agli stracci dell’opera di Pistoletto. Della statua della ‘Venere’ restano solo pochissimi brandelli di tela di vetroresina. Per il resto, a salvarsi è stata solo la struttura metallica.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

L'opera di Pistoletto a pochi passi da Comune e Questura. Bruciata la ‘Venere degli stracci’ a Napoli, la “sfida social” tra paranze e la città senza controlli. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 12 Luglio 2023 

Una gara sui social, una sfida a chi metteva la firma su quella che per loro è considerata una impresa, un ‘trofeo‘ da rivendicare, un po’ come accadeva con l’albero di Natale inaugurato e rubato nelle ore successive nella Galleria Umberto. Il tutto, come spesso accade, nell’indifferenza di una città dove presidi e controlli spesso mancano, anche nelle zone principali come il lungomare o, come in questo caso, in piazza Municipio a Napoli. Una città dove si agisce sempre dopo, sempre in emergenza, dove le telecamere ci sono ma spesso sono spente o girate dall’altro lato.

Così la scorsa notte l’impresa della paranza di turno ha sporcato ancora una volta l’immagine della città. In fiamme la  ‘Venere degli stracci‘, l’installazione di arte contemporanea realizzata dall’artista Michelangelo Pistoletto e presente tra piazza Municipio e il molo Beverello, dove si trova la sede dell’amministrazione guidata dal sindaco Gaetano Manfredi, da circa due settimane.

Le fiamme hanno sciolto la statua e ridotto in cenere gli indumenti vecchi che la ‘adornavano’. Le fiamme sono state domate dai vigili del fuoco e sul caso è stata aperta una inchiesta e la pista principalmente battuta è quella ovviamente del rogo doloso. Al vaglio le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti in una piazza tanto centrale quanto (spesso) incontrollata, basti pensare che a circa 500 metri si trova la sede della Questura di Napoli.

L’incendio è scoppiato tra le 5,13 e le 5,30. A testimoniarlo i video postati da passanti e tassisti che in quei minuti attraversavano la piazza. Della statua della ‘Venere’ restano solo pochissimi brandelli di tela di vetroresina. Per il resto, a salvarsi è stata solo la struttura metallica.

“Un coinvolgimento di minorenni? Si sta valutando, può essere” ha dichiarato il sindaco Manfredi. “Mi hanno detto proprio dalla Fondazione Pistoletto che negli ultimi giorni c’era una specie di gara sui social di gente che invitava a bruciare la statua”.

“Purtroppo viviamo in una società in cui questi atti di violenza gratuita sono all’ordine del giorno – ha sottolineato – Ho sentito il questore e sono pienamente impegnai. Siamo fiduciosi che si possa individuare il responsabile”.

“Sgomento per un atto di grande violenza che lascia interdetti” aggiunge Manfredi che assicura: “la città non molla”. E annuncia che, dopo aver sentito lo stesso Pistoletto, l’opera sarà rifatta, magari anche grazie all’aiuto di una raccolta fondi.

Su controlli Manfredi è netto: “Bisogna fare una scelta, se noi vogliamo sorvegliare tutto quello che abbiamo dobbiamo fare una società sorvegliata ed io non credo nella società sorvegliata. Credo nella sorveglianza sociale. Dobbiamo vincere questa battaglia non mettendo una guardia in ogni angolo della città ma facendo crescere la grande civiltà di Napoli”.

Per l’ex questore di Napoli Antonio De Iesu, oggi assessore alla sicurezza dell’amministrazione Manfredi, si tratta “sicuramente di un atto vandalico. Sono in stretto contatto con il questore, la scientifica ha operato, stanno visionando le telecamere e ci auguriamo di avere qualche elemento. Ma il fatto grave – aggiunge all’AdnKronos – al di là delle indagini che saranno fatte, è che questa città ancora non dimostra la maturità che invece imporrebbe una città europea. In questa città sta dominando la degenerazione connessa a questa devianza, al disagio giovanile. È un tema non facile da affrontare”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Dopo il rogo a Napoli. Venere degli Stracci di Pistoletto in fiamme, Sgarbi: “I vandali con il loro gesto hanno fatto rivivere l’opera”. Rossella Grasso su L'Unità il 12 Luglio 2023

“La vera vita di un’opera morta, riproduzione di un’antica idea, come sempre in Pistoletto un concetto, è nel falò che l’ha fatta ardere all’improvviso e diventare da provocazione, emozione”. Così il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, ha commentato la distruzione in un incendio della ‘Venere degli Stracci’ di Pistoletto avvenuta all’alba a Napoli, dove era esposta in Piazza Municipio. Secondo gli investigatori si tratterebbe di un incendio doloso. E subito in città è iniziata una lunga sia di indignazione per il folle gesto a cui Sgarbi ha dato una lettura particolare.

“Sono certo che essendo riproducibile, come era riprodotto, Pistoletto in cuor suo si sarà esaltato nel vederla bruciare e quindi vivere. I vandali, che per dispetto e ignoranza hanno spiccato il fuoco non hanno pensato che avrebbero, con il loro gesto apparentemente insensato, fatto vivere l’opera“, prosegue Sgarbi, sottolineando che “andranno cercati, inseguiti, puniti, perchè non sanno quello che fanno. Ma dovremo farli conoscere e incontrare con Pistoletto perché siano perdonati comprendendo il senso catartico della loro azione“.

E in effetti l’opera di Pistoletto racconta proprio questa azione catartica: quella dell’Arte, interpretata dalla Venere, che riesce a trasformare una montagna di stracci in un’opera d’arte. L’opera installata in piazza Municipio, è stata presentata per la prima volta da Pistoletto nel 1967, era la più grande e monumentale tra quelle realizzate dallo scultore. Alta circa dieci metri, traeva ispirazione dalla Venere con mela dello scultore danese dell’Ottocento, Bertel Thorvaldsen. Era stata posta in piazza Municipio in occasione dei 90 anni dell’artista. Ora ne resta solo un cumulo di stracci bruciati e la struttura metallica. Disciolta la statua in resina bianca. Al lavoro gli investigatori per scoprire di chi sia stata la responsabilità. Intanto personalità della cultura, delle istituzioni e comuni cittadini hanno espresso la loro indignazione per l’atto vandalico compiuto ai danni di un’opera d’arte che potrebbe però rinascere, come è il significato originario dell’opera. E Pistoletto stesso si è detto disponibili alla rigenerazione dell’opera, dopo aver incassato anche la solidarietà e la disponibilità dell’amministrazione comunale a procedere.

Intanto, rose rosse e mazzi di fiori di campo per ciò che resta della Venere degli Stracci, l’opera di Michelangelo Pistoletto data alle fiamme oggi a Napoli. Fiori, ma anche biglietti, gli omaggi lasciati dai tanti curiosi che da stamattina si stanno recando sul posto per lasciare una dedica o un ricordo. Diversi i biglietti, tutti intrisi di amarezza. “Che dalle tue ceneri possa rinascere una città migliore” si legge in uno di questi. “La delusione e l’amarezza – recita un altro – sono mitigate dalla consapevolezza che una inutile minoranza non può inficiare la dignità di una città”. Trasuda delusione un terzo biglietto: “In memoria di quella Napoli che ha partorito artisti, filosofi e poeti”.

“La mia prima reazione – ha esordito il maestro – è stata di un forte controllo dell’emozione, perché la ragione deve vincere sempre. Emozione e ragione esistono sempre e sono una dualità che deve trovare un accordo, un bilanciamento, un’armonia. La Venere degli stracci rappresenta proprio questa dualità: la bellezza senza fine e il degrado continuo. Due elementi contrari che sono, forse, uno più emozione, l’altro più ragione, ma si incontrano per rappresentare la rigenerazione di questi stracci che stiamo creando. Sono detriti non solo fisici, ma intellettuali, morali, sociali e politici. Quindi la venere rappresenta la venerabilità: la parola ‘venerabile’ viene proprio da venere. C’è un concetto assolutamente profondo e anche morale di incredibile portata, che deve rigenerare la società stracciona. Quest’ultima purtroppo ha preso il sopravvento: è come un’autocombustione dell’atto peggiore dell’umanità. Io – ha concluso Michelangelo Pistoletto – non dichiaro guerra preventiva a chi ha fatto questo gesto catastrofico, ma propongo la pace preventiva”. 

Rossella Grasso 12 Luglio 2023

Il Caso del senza tetto.

Calci anche quando era immobile a terra. "È successo già altre volte e nessuno di noi ha mai fatto qualcosa". Clochard ucciso di botte a Napoli, fermati due ragazzini per omicidio volontario e crudeltà: “Aggressione immotivata”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Giugno 2023 

Due ragazzini di 16 anni sono stati sottoposti a fermo per il reato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà. Sono accusati di aver ucciso con calci, pugni, spintoni un clochard di 43 anni di nazionalità ghanese, Akwasi Adofo Friederick, deceduto la mattina del 19 giugno scorso a Pomigliano d’Arco, comune in provincia di Napoli, dopo l’aggressione subita nelle ore precedenti, nella notte tra domenica e lunedì.

Ad eseguire il provvedimento di fermo, emesso dalla procura presso il tribunale per i Minorenni di Napoli guidata da Maria de Luzenberger, i carabinieri di Castello di Cisterna. La vittima è deceduta dopo un violento pestaggio avvenuto in via Principe di Piemonte. La salma è stata sequestrata per l’esame autoptico.

Grave trauma cranico

La vittima, secondo quanto ricostruito nelle indagini grazie all’ausilio anche delle telecamere presenti nella zona, è stata pestata in strada, poi avrebbe camminato per qualche metro fino ad accasciarsi all’interno di una corte condominiale, dove è stato soccorso in fin di vita. Trasportato all’ospedale di Nola, l’uomo è morto al pronto soccorso, nell’ospedale di Nola, in seguito a un grave trauma cranico ed emorragia cerebrale.

Gli approfondimenti, avviati nell’immediatezza dai militari dalla Stazione Carabinieri di Pomigliano d’Arco, e svolti con l’intervento dal Nucleo Operativo e Radiomobile di Castello di Cisterna e del Nucleo Investigativo, si sono incentrati sull’acquisizione e successiva minuziosa analisi delle telecamere presenti nella zona in cui la vittima è stata soccorsa. Proprio una telecamera, installata in un esercizio commerciale, ha ripreso la violenta aggressione, improvvisa e immotivata, da parte dei minori nei confronti della vittima, che si trovava da sola in strada.

Telecamere decisive, aggressione improvvisa e immotivata: calci e pugni alla testa quando era a terra

I due, dopo aver colpito al volto l’uomo, hanno continuato a sferrare calci e pugni, la maggior parte dei quali indirizzati al capo, quando ormai la vittima era immobile a terra. È stata quindi posta in essere dai carabinieri una sistematica raccolta di immagini impresse nei sistemi di videosorveglianza della città. I video estrapolati hanno permesso di ricostruire il percorso dei due giovani aggressori ed ottenere ritratti più nitidi dei relativi volti: il successivo raffronto foto e video pubblicati dai due 16enni sui propri profili social network, ha definitivamente consentito la loro individuazione.

Dalla visione dei profili social dei due ragazzi indagati è emersa la presenza di contenuti che esaltano la violenza, con immagini di coltelli e bastoni retrattili. Nel corso delle perquisizioni locali svolte presso le abitazioni degli indagati, sono stati rinvenuti indumenti utili alle indagini. Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso la quale sono ammessi mezzi di impugnazione. I destinatari della misura sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva

L’arrivo in barcone, il diploma, l’abbandono

Il 43enne era arrivato su un barcone in Italia oltre dieci anni fa, qualche anno dopo aveva conseguito la licenza media a Pomigliano. Non era la prima volta che veniva preso di mira da balordi. “È successo già altre volte e nessuno di noi ha mai fatto qualcosa perché non arrivasse il peggio. Purtroppo il peggio è arrivato. Perdonaci se puoi”, è scritto sul biglietto anonimo presente vicino alla panchina utilizzata spesso dall’uomo per riposare. Panchina dove da ieri sono presenti fiori, peluche e messaggi.

“Il problema è del razzismo che emerge in continuità”, dice il missionario comboniano Alex Zanotelli commentando, nel corso di una manifestazione che si è tenuta davanti al consolato greco di Napoli per ricordare la strage di migranti a Pylos, l’uccisione di Frederick Akwasi Adofo. “Man mano che si va avanti, in Europa, parlo dell’Italia, dell’Ungheria, della Polonia, con governi di suprematismo bianco, noi bianchi – spiega padre Alex Zanotelli – non vogliamo saperne dell’altro, basta che abbia il volto scuro o sia un musulmano e diventa l’altro, ci fa paura. Dobbiamo uscire davvero da questo, richiederà una rivoluzione culturale, le scuole, le chiese devono davvero giocarsi tutto su una questione ormai di umanità”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Estratto dell’articolo di F.B. per il "Corriere della Sera" il 22 giugno 2023.

I loro avvocati dovrebbero andare a incontrarli oggi nel centro di prima accoglienza attiguo al Tribunale per i minorenni di Napoli, dove sono rinchiusi da ieri. Quindi se i due ragazzini accusati di aver ucciso a pugni e calci Friederick Akwasi Adofo hanno elaborato qualche riflessione durante le prime ore vissute in una cella con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà, non hanno avuto modo di parlarne ancora con nessuno. 

A breve, comunque, qualcosa dovranno pur dire, quando il giudice andrà a interrogarli. La Procura minorile e i carabinieri non hanno dubbi che siano loro gli autori del pestaggio. Le immagini delle telecamere di sorveglianza che hanno registrato la scena sono molto eloquenti, e durante la perquisizione in casa dei due ragazzi sarebbero stati trovati abiti identici a quelli che i due assassini avevano addosso quando hanno ucciso Friederick. 

Loro potrebbero anche scegliere di negare e respingere quindi le accuse (seppure in casi del genere l’atteggiamento prevalentemente suggerito dai difensori è avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del magistrato), ma se vorranno farlo dovranno trovare delle argomentazioni. […] 

Perché loro sono generazione TikTok, e quello che hanno da dire lo comunicano attraverso il social più amato dai giovanissimi. La piattaforma alla quale uno dei due sedicenni arrestati amava raccontarsi come un duro. A vederlo in foto mostra troppi chili e troppa cura nel tenere nemmeno un capello fuori posto. E a leggerne i messaggi anche troppa tendenza alla violenza.

[…] Nel frattempo si era dedicato a schizzare le sue foto di sangue, che fa tanto malavita, a distribuire consigli su cosa rapinare, a fingersi latitante e a commentare le sue stesse immagini con quelle frasi che nella testa di chi le scrive vogliono trasmettere una sorta di saggezza criminale, ma che in realtà non significano niente — semmai esistesse una saggezza criminale — e hanno la stessa profondità dei testi delle canzoni di qualche neomelodico di quarta fila.  L’altro ragazzo, il rumeno, pare meno attivo sui social, o comunque è meno visibile. […]

Altri casi.

La sentenza. Intervista ai genitori di Gianluca Coppola ucciso a Casoria: “Troppa omertà, che giustizia è questa?” Oggi la Corte d'Assise d'Appello ha ridotto di un anno la pena inflitta in primo grado ad Antonio Felli, killer del giovane ammazzato nel 2021 in provincia di Napoli. Il passo indietro dei testimoni e i dubbi sulle indagini. Mamma Elisa e papà Roberto hanno spiegato a l'Unità il loro punto di vista: "Oggi abbiamo perso tutti, noi e lo Stato. Ma non smetteremo mai di combattere per la verità". Andrea Aversa su L'Unità il 2 Novembre 2023

È stato ucciso a soli 27 anni dopo una lite. Gianluca Coppola era dentro un bar di Casoria, località dell’area Nord in provincia di Napoli e la sua colpa è stata quella di non aver avuto paura. Di non aver abbassato la testa contro l’arroganza e la violenza di un suo coetaneo. Antonio Felli, 33 anni e già noto alle forze dell’ordine, ha esploso contro di lui diversi colpi d’arma da fuoco. Era l’8 aprile 2021 e Coppola ha perso la vita presso l’ospedale Cardarelli di Napoli dopo 40 giorni di agonia. Al termine del processo di primo grado, il 33enne è stato condannato a 20 anni di reclusione. Oggi, i giudici della Corte d’Assise d’Appello, hanno ridotto quella pena a 19 anni. All’imputato non è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso.

La decisione dei giudici

“Oggi abbiamo perso tutti – ha detto a l’Unità Elisa, madre di Gianluca – In primis ad aver perso è stata la giustizia italiana. Ora tra sconti di pena e cavilli giudiziari l’assassino di mio figlio uscirà entro i prossimi 10 anni. E a noi toccherà anche incrociarlo per strada. Che legge è quella che non condanna severamente chi ha ucciso una brava persona colpendola alle spalle?“. Proprio la dinamica dell’omicidio è rimasta un punto oscuro: di fatto, il processo non l’ha chiarita. “Per i giudici la dinamica non è chiara ma lo è per noi e per tutti i cittadini di Casoria – ha spiegato Roberto Coppola, papà di Gianluca – Il problema è che alcune persone non hanno voluto testimoniare per paura. L’omertà ha scatenato il silenzio di chi conosceva i fatti. A Casoria è noto chi sia Felli e di quale famiglia faccia parte“.

Mamma Elisa e papà Roberto

Resta il movente sentimentale, in quanto la fidanzata di Coppola pare abbia avuto in passato una relazione con Felli. Tuttavia le indagini sono state condotte seguendo la pista camorristica, giustificando l’intervento della Direzione distrettuale antimafia (Dda). E questo ai genitori di Gianluca non è piaciuto. Mamma Elisa e papà Roberto si stanno chiedendo, “perché non è stata seguita la strada della lite per futili motivi? Gli accertamenti sono stati tutti concentrati sul movente mafioso, nonostante era stato appurata la totale estraneità di mio figlio a certi ambienti. Certo Felli pretendeva ‘rispetto’, voleva il ‘controllo del territorio’ e forse aspirava a una carriera da boss.

La dinamica, le indagini e il futuro

E magari potrà anche riuscirci mentre nessuno ci restituirà nostro figlio“. Ma Roberto Coppola non si arrenderà: “Sinceramente per me cambia poco il numero di anni che un giudice più infliggere al killer. Ma la nostra battaglia per la giustizia e la verità non si fermerà. Non possiamo fare ricorso in Cassazione (la famiglia Coppola è costituita parte civile nel procedimento, la Procura è la sola a poter fare ricorso, ndr)? Seguiremo tutte le altre strade possibili. Ciò che è accaduto a noi non deve accadere a nessun’altra famiglia. Lo Stato deve stare dalla parte delle vittime“.

L’avvocato difensore di Felli

Dopo la pronuncia di oggi dei giudici, l’avvocato Dario Carmine Procentese, legale di Felli, ha dichiarato all’Ansa: “Anche all’esito del giudizio di appello non trovo un motivo di soddisfazione professionale, anche se il risultato processuale ottenuto dall’imputato è decisamente importante e di rilievo. Tuttavia resta l’amarezza per Coppola morto troppo giovane e senza che se ne sia compreso il motivo. E provo amarezza anche per il mio assistito che comunque dovrà trascorrere la parte migliore della sua vita in carcere“.

Andrea Aversa 2 Novembre 2023

"È la terza volta". Notte di terrore per l’attrice Ida Di Benedetto e l’ex ministro Urbani: “Derubati, lasciamo Napoli”. La coppia chiusa in camera e derubata nella casa alla Riviera di Chiaia. "È la terza volta che subisco un furto. Sono stanca. La città è abbandonata, andrò via". Redazione Web su L'Unità il 22 Settembre 2023

Ida Di Benedetto ha raccontato che dopo la terza rapina subita in casa, alla Riviera di Chiaia, lascerà Napoli. L’attrice e il compagno ex ministro Giuliano Urbani hanno denunciato il furto avvenuto nella sera di martedì scorso. La coppia è stata chiusa in camera da letto e derubata, l’appartamento è stato razziato. I due non hanno subito conseguenze fisiche di alcun tipo. “Sono stanca, la città è abbandonata, andrò via”, ha detto l’attrice all’Ansa. Sul caso indagano gli investigatori della squadra mobile e del commissariato San Ferdinando.

Di Benedetto e Giuliano Urbani sono legati sentimentalmente dal 1995. Urbani è stato ministro dei Beni Culturali dal 2001 al 2005 del governo Berlusconi. L’attrice ha 78 anni, originaria di Napoli. Ha recitato al teatro, al cinema e in televisione, ha fondato la società Titania Produzioni. La coppia vive a Roma ma spesso si sposta nel capoluogo campano.

“Qualcuno è entrato nella mia camera da letto alle sei del mattino, ci hanno chiusi dentro, me ne sono accorta e sono uscita sul balcone, ho urlato e all’inizio nessuno mi ha sentita – ha raccontato all’Ansa Di Benedetto – . Una signora si è accorta di me e ha lanciato l’allarme. Quando è arrivata la polizia ci hanno fatti uscire. Sono terrorizzata, soffro di claustrofobia e questa è la terza volta che subisco un furto. Sono stanca. La città è abbandonata, andrò via”.

Secondo quanto ricostruito finora i malviventi si sarebbero introdotti in casa mentre la coppia stava dormendo. Hanno chiuso a chiave la stanza da letto e dato il via alla rapina. Sottratti i cellulari, un tablet, dei documenti e dei profumi. Accertamenti ancora in corso per verificare il furto di altri oggetti.

Redazione Web 22 Settembre 2023

«La mia Noemi a 4 anni fu colpita da un proiettile. Abbiamo ancora paura». Storia di Fulbio Bufi su Il Corriere della Sera lunedì 11 settembre 2023.

«Se esco con le bambine ho ancora paura. Sempre. Infatti una passeggiata non la facciamo mai. E sinceramente sono delusa, perché quando mi dicevano che quello che era successo a mia figlia non sarebbe più dovuto accadere, io ci ho creduto. E invece succede ancora, eccome». Era il 3 maggio del 2019 e Noemi aveva quattro anni. Era andata con la mamma e altri parenti a comprare un gelato in un bar di piazza Nazionale, a Napoli, nella zona della stazione, e si trovò al centro di un agguato. L’obiettivo dei killer si salvò, lei invece rischiò di morire, colpita alla schiena e in altre parti del corpo. La salvarono i medici del Santobono, dove volle andare a testimoniare solidarietà il presidente Mattarella. Ci volle tanto tempo per considerare Noemi fuori pericolo e ancora di più per farla tornare a casa. E ancora non è finita.

Il busto per la colonna vertebrale

«Continua a indossare il busto, non lo ha mai potuto togliere e non sappiamo se basterà», racconta la giovane mamma, Tania. «La sua colonna vertebrale è compromessa, i medici la tengono continuamente sotto controllo e di volta in volta valutano la situazione. Per ora sta andando come deve andare, ma se cambiasse qualcosa potrebbe dover tornare in sala operatoria».

Viva per miracolo

Tania e suo marito Fabio a Noemi hanno spiegato tutto, e qualcosa hanno cominciato a dire anche all’altra bimba, che ha solo cinque anni. «Noemi convive con quello che è stato il suo destino e cerca di farlo nel migliore dei modi», racconta la mamma. «Ma quello che è successo a lei non ha fatto cambiare niente purtroppo. Anzi, mia figlia è viva, per miracolo ma è viva. Altri sono morti. Come Giovan Battista Cutolo solo pochi giorni fa e Francesco Pio Maimone nei mesi scorsi. E questo non lo posso accettare».

Il bisogno delle istituzioni

Tania ha paura. «Perché il fatto che a noi sia già successo non significa che non possa succedere ancora, visto che episodi così continuano a ripetersi. Io credo nelle istituzioni, ma credo anche che è arrivato il momento che le istituzioni ci proteggano davvero e definitivamente. Non voglio perdere la speranza. Non l’ho mai persa e ho cercato di portare la nostra testimonianza a più persone possibile affinché tutti sapessero, siamo andati anche in tante scuole e continuiamo a farlo».

La speranza di una Napoli migliore

Tania e la sua famiglia sono stati anche da don Patriciello, al Parco Verde di Caivano. «Andammo a messa lì, e lui raccontò in chiesa la nostra storia. Ci furono tutti molto vicini, loro queste cose le capiscono, con tutto quello che sta succedendo in quel quartiere». Da quattro anni Tania vive con l’attenzione sempre puntata sulle condizioni di Noemi. «Un trauma così non si supera mai, a maggior ragione se ancora vediamo che si continua a sparare. Anzi, adesso le armi in tasca ce le hanno pure i ragazzini e le usano come se non fosse niente. Eppure voglio continuare a credere che un giorno cambierà. Non per me ma per le mie figlie e per tutti i bambini di Napoli. Vorrei che crescessero in una città finalmente liberata dal crimine».

Ancora poco chiari i motivi dell'omicidio. Uccide il figlio in casa e si toglie la vita nell’auto davanti al cimitero: dramma nel Napoletano. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 12 Giugno 2023 

Sarebbe stato ucciso in casa dal padre che si è poi tolto la vita in auto, nel parcheggio antistante il cimitero. Tragedia a Mariglianella, comune in provincia di Napoli, dove nella serata di domenica, poco dopo le 20, i carabinieri hanno trovato il corpo senza vita di Giuseppe Basso, 54 anni, all’interno di un’abitazione in via Torino.

Allertati da una serie di segnalazioni dei vicini, i militari sono intervenuti nell’appartamento ritrovando a terra il cadavere dell’uomo che presentava, da un primo esame, diverse ferite d’arma bianca: l’uomo sarebbe stato ucciso a coltellate al culmine di una lite. Sul posto anche il pm di turno e la sezione rilievi del nucleo investigativo dei Carabinieri di Castello di Cisterna.

Il giallo sulla morte di Basso trova una svolta nel giro di un’ora quando, gli stessi militari ritrovano, nell’area antistante il cimitero, il cadavere del 79enne Telesforo Basso. L’uomo, principale sospettato dell’omicidio del figlio Giuseppe, si sarebbe ucciso con una pistola all’interno della propria auto, lasciata con i fari accesi. Ancora poco chiari i motivi che hanno portato al delitto che potrebbe essere riconducibile a una lite familiare nata probabilmente per motivi economici. Padre e figlio erano già noti alle forze dell’ordine.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Napoli, duplice omicidio a Sant'Antimo, morti un uomo e una donna: erano cognati. Si costituisce il suocero: li accusava di avere una relazione. Gennaro Scala su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023.

Nel comune in provincia di Napoli, il paese di Giulia Tramontano. Le vittime sono Luigi Cammisa e Maria Brigida Pesacane, di 29 e 24 anni. uccisi da colpi di arma da fuoco. Dopo alcune ore si è costituito Raffaele Caiazzo, di 44 anni

Un duplice omicidio maturato in ambito familiare ha sconvolto stamane Sant'Antimo, cittadina alle porte di Napoli. Morti, uccisi a colpi di arma da fuoco, Luigi Cammisa di 29 anni e Maria Brigida Pesacane, 24 anni, cognati tra loro. Sin dalle prime indagini i sospetti si sono concentrati sul suocero delle due vittime, Raffaele Caiazzo, 44 anni: l'uomo, che è stato ricercato anche con l'ausilio di un elicottero, alcune ore dopo il delitto si è costituito presso la caserma dei carabinieri di Gricignano d'Aversa. 

Li accusava di avere una relazione

L'ipotesi che si fa strada, nella ricostruzione di un possibile movente, racconta che l'uomo accusava la moglie del figlio e il marito della figlia di avere una relazione, motivo per cui in famiglia c'erano già state numerose liti. Le due vittime sono state uccise in luoghi diversi. I carabinieri della compagnia di Giugliano sono intervenuti prima a piazzetta Sant’Antonio dopo aver ricevuto una segnalazione di colpi d’arma da fuoco. A terra c’era il cadavere di Cammisa, raggiunto da diversi proiettili. Tutto intorno ancora gli addobbi della festa scudetto del Napoli. 

Lei uccisa davanti ai figli

Mentre gli investigatori mettevano in sicurezza l’area, le indagini rapide li hanno spinti all’interno di un appartamento di via Caruso, una stradina stretta e isolata in cui ci sono solo palazzine basse, all’altezza del civico 17. Nell’abitazione hanno trovato un altro cadavere, questa volta si trattava di una donna: Maria Brigida Pesacane è stata uccisa davanti ai suoi figli di 2 e 4 anni.

Erano cognati

Dopo la scoperta del duplice omicidio e l'ascolto delle prime testimonianze a Sant'Antimo si è scatenata la  caccia all'uomo da parte delle forze dell'ordine che hanno fatto ricorso anche ad un elicottero. Il cerchio si è chiuso in poche ore intorno alla figura di Raffaele Caiazzo, 44 anni, suocero di entrambe le vittime e indicato dagli inquirenti come l'autore materiale del duplice delitto. Le indagini - svolte dai carabinieri e coordinate dalla Procura di Napoli Nord -  hanno subito imboccato la pista del movente familiare e della vendetta per una presunta relazione tra i due. Sono state ascoltate alcune persone presenti sul posto che hanno fornito elementi che, al vaglio di investigatori ed inquirenti, hanno consentito di inquadrare in poco tempo il contesto. Nel frattempo le forze dell'ordine hanno dovuto faticare non poco per tenere a distanza in particolare i familiari e i conoscenti di Cammisa giunti alla spicciolata. Le urla strazianti delle donne hanno accompagnato le operazioni di trasferimento della salma verso l'obitorio. Acquisiti anche alcuni video di telecamere di sorveglianza presenti nella zona. La caccia al responsabile potrebbe durare poco. 

Nel paese di Giulia Tramontano

Sant'Antimo è anche il paese di Giulia Tramontano, la giovane donna uccisa a Senago (Milano) dal compagno ora agli arresti. E proprio stasera nel comune alle porte di Napoli è in programma una fiaccolata per ricordarla: la manifestazione partirà dalla Villa Comunale Del Rio, scenderà lungo via Roma e terminerà in Piazza della Repubblica.

Estratto dell’articolo di Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 9 giugno 2023.

Raffaele Caiazzo era convinto che Luigi e Maria Brigida, cioè suo genero e sua nuora, avessero una relazione sentimentale. Vedeva i suoi figli traditi dai rispettivi compagni di vita, e per lui questa era la cosa peggiore che potesse capitargli in famiglia. 

Raffaele non si è posto il dubbio che potesse non essere. Nonostante entrambi i figli gli avessero dato più volte del bugiardo e lo avessero minacciato di non fargli vedere più i nipoti se non l’avesse fatta finita con questa fissazione. Lui ha soltanto deciso che Luigi Cammisa, 29 anni, e Maria Brigida Pesacane, 24, dovevano morire. E li ha ammazzati. Ieri alle 7.30 si è presentato a casa del figlio, in via Caruso a Sant’Antimo, il paese di Giulia Tramontano, la ragazza al settimo mese di gravidanza uccisa in provincia di Milano dal convivente, Alessandro Impagnatiello.

Quando Caiazzo arriva suo figlio non c’è, è già uscito per andare a lavorare. C’è Maria Brigida e ci sono i suoi due bambini di 4 e 2 anni, che ancora dormono. Almeno non assistono alla scena: Raffaele che estrae una pistola e fa fuoco ripetutamente contro la nuora. Poi se ne va, senza pensare ai nipotini. 

Raggiunge a piedi la vicina Piazza Sant’Antonio, dove sa che dovrà passare Luigi Cammisa. Pochi minuti prima anche lui era in compagnia dei figli piccoli. Ora li ha lasciati a scuola e si sta avviando al lavoro. Fa il muratore, come anche il marito di Brigida, e da casa ha portato un panino che conta di consumare in cantiere nell’ora di spacco. Quel fagotto cade a terra prima di lui, appena il suocero comincia a sparare. Una, due, tre volte.

Caiazzo […] Per qualche ora se ne va in giro, probabilmente senza nemmeno avere una direzione da prendere. Poi si presenta in caserma dai carabinieri. Ha poco da spiegare, gli inquirenti sanno già tutto, e lui sa di non avere argomenti per provare a proporre una versione alternativa. Raffaele va in carcere, a 44 anni e con la prospettiva di restarci a lungo. Sant’Antimo invece va in piazza, la sera, per una fiaccolata in ricordo di Giulia. Volevano rinviarla, poi il sindaco ha deciso che c’era un motivo in più per farla

Estratto dell’articolo di Giuseppe Crimaldi per ilmattino.it il 9 giugno 2023.  

[…] il 44enne Raffaele Caiazzo […] davanti al pm della Procura di Napoli Nord Lojodice […]  è subito apparso confuso. Ha ammesso il primo omicidio, sostenendo di non ricordare nulla di quello che è successo dopo.

Scavando nel passato di quest’uomo devastato dall’idea dello scuorno - di una vergogna insostenibile di fronte a una relazione tra cognati della sua famiglia (sospetto che con ogni probabilità non trova alcun fondamento) - si trova solo qualche piccolo precedente che risale addirittura a quando era minorenne: «Ma io - ha detto agli inquirenti - i problemi con la droga ho cominciati ad averli già a 12 anni...». 

Ha dunque ammesso di aver sparato al genero, dichiarando di avere la mente piena di ombre su ciò che ha fatto successivamente. Ma poi ha fornito quella che è quasi sicuramente la chiave di volta di tutto: «Ieri sera (mercoledì, ndr) ho avuto l’ennesima discussione con mio figlio. Io so che “quei due” avevano un rapporto, ma la mia famiglia non mi ha mai voluto dare ascolto - ha detto Caiazzo - Eppure io Luigi l’ho visto tre volte salire a casa di Maria... ma loro non mi ascoltavano: e ieri sera mio figlio mi ha minacciato: “Papà, se non la finisci con queste paranoie, se continui a insinuare queste falsità, allora io non ti faccio vedere più i nostri figli!”». 

Ecco, il corto circuito nella mente già confusa dell’assassino sarebbe scattato di fronte al rischio di perdere i nipotini. Ma quell’ennesimo rimprovero, anziché portarlo a ragionare, lo ha indotto a chiudere i conti a modo suo. Con la pistola, per punire i presunti fedifraghi. […]

Duplice omicidio a Sant'Antimo. Nuora e genero uccisi, il suocero si era invaghito di Maria Brigida: “Si era scimunito per lei”.Redazione su L'Unità l'11 Giugno 2023

C’è una storia allo stesso tempo drammatico e allucinante dietro il duplice omicidio di Sant’Antimo, in provincia di Napoli, dove giovedì 8 giugno Raffaele Caiazzo ha sparato e ucciso la nuora Maria Brigida Pesacane, di 24 anni, e il genero Luigi Cammisa, 29 anni.

A rivelare il quadro familiare ‘torbido’ sono i familiari di Caiazzo, che poche ore dopo il duplice omicidio, braccato dalle forze dell’ordine, si è consegnato presso la caserma dei Carabinieri di Gricignano di Aversa.

L’uomo, spiegano alcuni familiari a Repubblica, “si era scimunito per la nuora. Non sopportava che nessuno la guardasse in giro”. Maria Brigida è stata uccisa nel suo appartamento, secondo il gip davanti ai suoi due figli piccoli: “Ci sono pochi dubbi sul fatto che i due piccoli abbiano assistito alla scena”, ha scritto infatti il giudice per le indagini preliminari.

Come rileva Simone Farina, gip del tribunale di Napoli Nord che ha convalidato il fermo e disposto la custodia in carcere per Caiazzo, il 44enne ha agito “in maniera lucida e spietata, accecato da un’assurda convinzione”.

L’uomo sospettava infatti di una relazione segreta fra il genero e la nuora, questione diventata una vera e propria ossessione, nonostante tutti gli componenti della famiglia abbiano in più modi cercato di farlo ragionare.

Repubblica dà spazio alle parole della figlia di Caiazzo, moglie di Luigi Cammisa: “In famiglia ci siamo convinti, da alcuni mesi, che mio padre avesse perso la testa per Brigida, assolutamente non ricambiato da lei, e che questa situazione fosse all’origine della sua mania di gelosia nei confronti della ragazza. Sono convinta che l’uccisione di mio marito sia un estremo atto di gelosia di mio padre, che poi è andato a casa di mia cognata, uccidendo anche lei, perché convinto che, andando in carcere, non gli sarebbe stato più permesso di vederla, né di starle vicino”.

Un quadro confermato anche dal figlio di Cammisa, compagno di Pesacane: “In famiglia stiamo affrontando da qualche mese il problema che mio padre si è invaghito della mia compagna. Da qualche tempo sostiene che lei ha una relazione con il marito di mia sorella, Luigi Cammisa. Ciò nonostante io e mia sorella avessimo detto che le sue erano solo fantasie, tanto da arrivare entrambi a litigare con lui e a non volere più avere a che fare con nostro padre”.

Una situazione diventa insostenibile, tanto da spingere mercoledì 7 giugno, il giorno precedente il duplice omicidio, ad una riunione familiare per tentare di arrivare ad un chiarimento. Nel corso del faccia a faccia Raffaele Caiazzo aveva ritratto la versione secondo cui l’uomo aveva una relazione con la nuora, racconta il figlio, confermando però le accuse di un rapporto “clandestino” tra Brigida e il genero di lui. Poche ore più tardi, alle prime luci del mattino di giovedì, Caiazzo ucciderà nuora e genero. Redazione - 11 Giugno 2023

Cognati uccisi a Sant'Antimo, la rivelazione: «Papà si era invaghito di mia moglie, ho cercato di salvarla». Redazione Online su Il Corriere della Sera l'11 Giugno 2023.

Il figlio di Raffaele Caiazzo, accusato di aver ucciso a Sant'Antimo, nel Napoletano, il genero Luigi Cammisa e la nuora Maria Brigida Pesacane, rivela che il padre si era invaghito di sua moglie 

Raffaele Caiazzo si era invaghito di Maria Brigida Pesacane: moglie di suo figlio e - nelle sue «fantasie» paranoiche - amante anche del marito di sua figlia. A dirlo agli inquirenti - rivelando un dettaglio che getta un anuova luce sul duplice omicidio di Sant'Antimo, nel Napoletano - è stato Alfonso Caiazzo, figlio del killer e marito di Pesacane.

Alfonso Caiazzo ha rivelato anche che, dopo aver visto il corpo crivellato di colpi del cognato Luigi Cammisa, sospettando che potesse accadere qualcosa di simile anche alla moglie Maria Brigida, ha fatto di tutto per proteggerla, telefonando a casa e dicendole di chiudersi dentro e di non aprire a nessuno. 

A quel punto è corso verso l'abitazione: ma quando è arrivato era troppo tardi. La moglie era riversa in bagno ormai morta, anche lei crivellata di

colpi. 

I dettagli emergono dall'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli, Simone Farina, nei confronti del 44enne Caiazzo. Il killer era convinto che i due cognati fossero amanti.

Alfonso Caiazzo ha raccontato agli inquirenti di essere uscito per andare a lavorare quando la madre lo ha chiamato dicendogli di Luigi: quando ha visto il corpo del cognato, ha capito le intenzioni del padre e ha tentato di tutto per salvare la moglie. Troppo tardi. 

A casa, dopo aver trovato il corpo della donna, all'orrore si è aggiunto anche il terrore, perchè non ha visto i due bambini, che però erano stati prelevati da alcuni vicini che avevano udito gli spari. 

Dall'ordinanza emerge anche che Anna e Alfonso Caiazzo, fratelli gemelli, hanno subito indicato ai carabinieri che ad uccidere i rispettivi coniugi era stato il padre Raffaele, che da tempo sospettava che ci fosse una relazione extraconiugale tra i due cognati e che nel corso di una recente cerimonia in  un ristorante, aveva fatto una scenata di gelosia quando un parente si era avvicinato a Maria Brigida. 

Alfonso ha riferito anche che il padre gli avrebbe confessato di avere avuto un rapporto con Maria Brigida Pesacane: e che questo avrebbe spinto la famiglia a organizzare - il giorno prima del duplice omicidio - un chiarimento tra i due fratelli, i rispettivi coniugi, Raffaele Caiazzo (il killer) e la moglie di quest'ultimo. Durante questo incontro il 44enne ha confermato la sua idea che i due cognati avessero una relazione ritrattando invece l'affermazione di avere mai scambiato intimità con òa nuora. 

«Quelle di mio padre erano tutte fantasie: però ci stava rovinando la vita, così a mia madre io e Anna abbiamo detto che non volevamo più vedere papà», ha detto Alfonso.

Anche la sorella Anna Caiazzo, che giovedì mattina ha sentito i colpi di pistola e riconosciuto il corpo del marito in strada, ha confermato che in famiglia da qualche mese c'era il sospetto che Caiazzo avesse perso la testa per Maria Brigida.

Estratto dell’articolo di Manuela Galletta per lastampa.it il 10 giugno 2023

Anna che sente gli spari mentre è in casa, esce a vedere cosa è accaduto e poco distante nota un corpo a terra. Anna che si avvicina piano e scopre una pozza di sangue abbracciare il marito Luigi Cammisa, uscito poco prima per andare a lavoro e ormai senza più vita. 

E poi Alfonso che, chiamato dalla madre, corre sul posto dell’omicidio, perché Luigi era suo cognato e in pochi istanti ha dei presagi funesti. Telefona alla moglie, le ordina di non aprire a nessuno e via di corsa a piedi per quasi un chilometro verso il proprio appartamento mentre il telefono di Brigida che lui riprende a contattare, stavolta, suona a vuoto. La porta è aperta e Maria Brigida Pesacane è in terra in bagno, priva di vita, piena di sangue pure lei.

Anna e Alfonso Caiazzo, fratelli gemelli. Uniti da sempre, anche n questa storia disgraziata che ha reso orfani di un genitore 4 bambini e resi vedovi due ragazzi di 29 anni. Nell’inferno del dolore ce li ha trascinati il padre Raffaele Caiazzo, 44 anni, quello che i due ragazzi avevano deciso di non vedere più, perché stava avvelenando i rapporti familiari col sospetto, tutto suo, che Luigi Cammisa e Maria Brigida Pesacane avessero una relazione alle spalle dei rispettivi coniugi. 

Era da febbraio che Caiazzo insisteva, rimuginava, aveva comportamenti strani. Soprattutto nei confronti di Brigida, tanto che Alfonso e Anna raccontano, oggi, che «mio padre s’era invaghito» di quella giovane donna bionda di 24 anni. Se ne erano convinti per via dei suoi atteggiamenti e perché, a una recente festa di compleanno, Raffaele Caiazzo aveva fatto una scenata perché - come raccontato da Anna - «un nostro parente alla lontana aveva avvicinato Brigida».

Pure la madre di Anna e Alfonso s’era resa insospettita che il marito «s’era sciminuto per la nuora perché non sopportava che nessuno la guardava in giro». L’uomo era arrivato persino ad insinuare che Brigida avesse avuto una storia pure con lui, salvo poi ritrattare. E, però, accanto a questa gelosia Raffaele Caiazzo vomitava veleno su Brigida e Luigi. […] 

Lei aggiunge che la circostanza non era vera, ma da allora Caiazzo aveva cambiato atteggiamento. Tutti i giorni si recava a casa di Brigida anche quando il marito di lei, Alfonso, non c’era, quasi a volere impedire che durante l’assenza del figlio il presunto amante potesse raggiungere la giovane. Al tempo stesso si recava pure sotto casa di Luigi, per parlargli.

Ma Luigi Cammisa e la moglie Anna Caiazzo avevano già da tempo reciso i rapporti con Raffaele Caiazzo, proprio perché Anna non voleva sentirla questa assurda storia di corna in famiglia. E poi Anna s’era convinta invece che il padre stesse facendo di tutto per separare Alfonso dalla moglie per «potersi mettere lui con la ragazza, aiutandola anche con i figli». Come dire: il duplice omicidio è la conseguenza di un’assurda e malata morbosità a senso unico di Raffaele Caiazzo. 

Un omicidio che, è il sospetto degli inquirenti, potrebbe essere stato premeditato. Il punto è capire come e quando Raffaele Caiazzo s’è armato. Lui, in interrogatorio, ha spiegato di essere in possesso della pistola, ovviamente illegalmente detenuta, da circa 5 anni e che non ci ha visto più quando, la sera prima dei due delitti, il figlio Alfonso l’ha minacciato che non gli avrebbe fatto più vedere il nipotino di 2 anni cui l’uomo era molto legato. Ma né la moglie né i figli confermano. Anzi, a leggere con attenzione i loro ricordi sorge qualche sospetto. 

[…] Raffaele, dunque, aveva già manifestato sanguinari propositi. Resta però da capire se fossero minacce reali o se fossero infelici affermazioni fatte al solo scopo di intimorire il genero. […]

Ucciso il 27 settembre 2013. Camorra, ha una relazione con la moglie di un affiliato. Sciolto nell’acido Salvatore Esposito. Redazione su Il Riformista il 17 Maggio 2023

La chiamano “punizione d’onore”. Un brutale omicidio di camorra è stato risolto a distanza di 10 anni. Salvatore Esposito, detto Totoriello venne ucciso e sciolto nell’acido il 27 settembre 2013 nella zona delle cave di Chiaiano. L’uomo era “colpevole” di aver avuto una relazione amorosa con la moglie di Giovanni Licciardi, un affiliato all’epoca detenuto in carcere e figlio del capoclan Gennaro Licciardi.

I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e del Comando provinciale di Napoli, hanno eseguito un provvedimento di custodia cautelare in carcere, emesso dal gip di Napoli su richiesta dalla locale Dda, nei confronti di 3 soggetti gravemente indiziati di associazione mafiosa, estorsione, omicidio e detenzione e porto d’arma da fuoco in concorso, reati aggravati dalla finalità di agevolare il clan Licciardi e l’Alleanza di Secondigliano.

L’indagine, sviluppata tra il gennaio del 2022 e febbraio del 2023, spiega una nota dell’Arma, “ha permesso di documentare, attraverso l’approfondimento di pregresse investigazioni, intercettazioni e pedinamenti, che consolidavano le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, l’operatività del clan Licciardi nel 2013 e il coinvolgimento degli indagati, nell’esecuzione dell’omicidio del sodale Salvatore Esposito detto ‘Totoriello’, scomparso il 27 settembre del 2013”.

Le indagini hanno permesso di ricostruire il movente, individuato nella “punizione d’onore”, per la relazione della vittima con la moglie di un appartenente alla famiglia Licciardi all’epoca detenuto, le fasi organizzative e preparatorie, attraverso le quali “gli indagati, attiravano la vittima in una zona periferica, impervia e boschiva della città di Napoli, a Chiaiano, all’interno di una vasta area dove sono presenti numerose cave di tufo abbandonate, dove con la partecipazione di elementi di vertice del clan Polverino-Simioli di Marano di Napoli, eseguivano l’omicidio di Esposito, uccidendolo con alcuni colpi d’arma da fuoco”.

Il cadavere sarebbe stato poi sciolto nell’acido, da parte degli affiliati al clan Polverino-Simioli costola dello storico clan Nuvoletta, utilizzando “le tecniche, evidentemente apprese in precedenza da uomini di Cosa Nostra Palermitana, quando nel 1984, in ausilio a Nuvoletta Lorenzo, deceduto, all’epoca vertice dell’omonimo clan e affiliato a Cosa Nostra, alcuni esponenti siciliani, parteciparono, sia per scelte di strategia mafiosa che come specialisti della tecnica di occultamento dei cadaveri per scioglimento nell’acido, al quintuplice omicidio ai danni di Vittorio e Luigi Vastarella, Gennaro Salvi, Gaetano Di Costanzo e Antonio Mauriello avvenuto a Marano il 19 settembre del 1984”. Per quest’ultimo delitto, inserito nella contrapposizione armata tra le famiglie Gionta-Nuvoletta E Alfieri-Bardellino, nel 2008 veniva condannato in via definitiva, quale mandante, Salvatore Riina.

Uccisa la madre del salumiere-influencer. Redazione il 19 Aprile 2023 su Il Giornale

Colpita col martello dalla vicina dopo una lite. De Caprio star dei social

È la mamma di Donato De Caprio, star di TikTok, la donna trovata morta ieri nel primo pomeriggio di ieri nella sua casa di Pianura, nella periferia ovest di Napoli. Rosa Gigante, 73 anni, sarebbe stata uccisa da una vicina al culmine di una lite. Una discussione violenta, sentita chiaramente dagli altri condomini. Una morte violenta che ha scosso tutto il quartiere.

La donna è stata fermata e sottoposta ad interrogatorio, ma al momento sono ancora sconosciuti i motivi del gesto, forse legato ad un diverbio per un posto auto, quindi potenzialmente un delitto per futili motivi. Il figlio, il giovane salumiere napoletano e food influencer da milioni di followers, diventato famoso con il suo slogan «con mollica o senza?», avvertito nel suo negozio in via Pignasecca, ha chiuso il negozio e si è precipitato sul posto.

Le indagini, condotte dalla Squadra Mobile di Napoli e coordinate dal pubblico ministero Maurizio De Marco, hanno imboccato subito una pista precisa. E poche ore dopo il ritrovamento del cadavere una donna che abita nello stesso palazzo in via Vicinale Sant'Aniello è stata portata in commissariato. L'omicidio sarebbe stato commesso con un corpo contundente alla testa, probabilmente un martello, e sembra che l'omicida, fermata con l'accusa di omicidio volontario, abbia poi cercato di dare fuoco al corpo. La vittima sarebbe stata trovata con una corda intorno al collo. Al momento dell'arrivo del 118 ci sono stati momenti concitati con i familiari della vittima, che hanno scoperto il delitto. Sul posto si sono radunate molte persone, vicini di casa e gente del quartiere.

Del resto Donato De Caprio è conosciutissimo a Napoli e di riflesso anche sua madre lo era. Su Tik Tok il salumiere è diventato una celebrità da tre milioni di follower grazie ai panini che prepara nella sua bottega, riprendendosi con il telefonino mentre sceglie il pane e lo farcisce, con il tormentone che lo ha reso famoso, «Con mollica o senza?», che lo ha fatto crescere in maniera esponenziale sulla piattaforma cinese fino a farlo diventare uno dei più importanti influencer del settore food di Napoli. Davanti al suo negozio ci sono sempre file di turisti che vogliono provare i suoi panini. Ora, purtroppo, la tragedia della madre.

Lite con una vicina: sui vestiti segni di bruciature. Ammazzata a Napoli la madre di Donato, il salumiere star di Tiktok: orrore a Pianura. Redazione su Il Riformista il 18 Aprile 2023 

Uccisa con un oggetto contundente, probabilmente un martello, e quando l’hanno ritrovata cadavere in casa c’erano segni di bruciature su parte dei vestiti che indossava. E’ morta così Rosa Gigante, 72 anni, madre del noto tiktoker e salumiere Donato De Caprio, celebre sui social con la sua attività “Con mollica o senza“.

La donna, incensurata, sarebbe stata uccisa al culmine di una lite con una vicina di casa, già identificata dalla polizia, avvenuta intorno alle 13 del 18 aprile nel quartiere napoletano di Pianura. Al momento la donna sospettata di aver ucciso la 72enne è stata portata in Questura ed è sotto interrogatorio.

Una lite nata per futili motivi e degenerata nel peggiore dei modi in via Vicinale Sant’Aniello, nell’abitazione al piano terra di un complesso di edilizia popolare. A sollecitare l’intervento della polizia, intervenuta sul posto con numerose volanti, sono stati alcuni familiari della donna. I sanitari del 118, giunti poco dopo, hanno solo potuto constatare decesso.

Le indagini sono affidate agli agenti di polizia del locale commissariato, guidati dal dirigente Arturo De Leone, e alla Squadra Mobile diretta dal primo dirigente Alfredo Fabbrocini.

Sul posto presenti decine di residenti, sconvolti per quanto accaduto.

La storia del successo. Chi è Donato De Caprio, il salumiere star di TikTok: “Con mollica o senza?”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 18 Aprile 2023 

Con mollica o senza?”. È questa la frase che ogni salumiere ha detto almeno una volta ai suoi clienti. Ma è anche la frase che Donato De Caprio ha fatto diventare un vero e proprio tormentone. Poi una tendenza su TikTok. E forse anche una miniera d’oro. Certamente il tormentone lanciato da Donato è diventato una salumeria nella Pignasecca, colorito mercato del centro di Napoli. Per avere un panino fatto da Donato bisogna fare una fila lunga a volte anche ore. E Donato alla fine concede a tutti video e foto, oltre al suo proverbiale bel panino preparato da lui e la domanda: “Con mollica o senza?”.

Tutto è iniziato pochi mesi fa quando Donato, dipendente di una salumeria della Pignasecca, ha deciso di fare dei brevi video simpatici mentre preparava le tipiche “marenne” napoletane, ossia il tipico panino farcito. In breve tempo diventano virali e Donato famoso in tutto il web. Iniziano così le file in salumeria, i turisti e i fan che gli chiedono un panino e una foto. In poco tempo “Con mollica o senza?” diventa un tormentone. Passano i mesi e Donato arriva a totalizzare 3 milioni di follower solo su TikTok. E ha aperto anche il suo locale nella Pignasecca che si chiama ovviamente “Con mollica o senza?”. E la fila di ragazzini, soprattutto bambini, che gridano il suo nome non manca mai. Non mancano nemmeno gli altri influencer o tiktoker che vanno a farsi foto e video con lui.

La frase con mollica o senza nasce da una questione organizzativa – dice il socialsalumiere intervistato dal Corriere della Sera -. All’inizio quando i clienti mi ordinavano un panino, andavano a pagare, poi tornavano e alcuni mi chiedevano di togliere la mollica. A quel punto bisognava riaprire la “marenna” e la cosa non solo faceva perdere tempo ma rischiava anche di rovinare il panino. Per ottimizzare il processo ho deciso di anticipare la scelta e da allora chiedo subito: con mollica o senza? Questa frase sui social è diventata un tormentone e ora sono qui. Mi ha cambiato la vita”. E effettivamente quella frase lo ha reso un imprenditore di successo.

Al Corriere Donato ha spiegato che la svolta per lui è arrivata quando Steven Basalari, proprietario della famosa discoteca Number One di Brescia, gli propose di aprire insieme un locale. “Quando ho capito che c’erano le condizioni – racconta Donato – ho fatto il passo decisivo, mi sono licenziato e con Steven ho realizzato un sogno: Con mollica o senza. Siamo soci al 50%, lui è l’investitore e io il lavoratore. Stiamo pensando di allargarci in tutta Italia e ci saranno delle chicche che sveleremo a breve”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Rosa Gigante, la mamma del salumiere star uccisa a Napoli, la vicina di casa Stefania Russolillo confessa: «Mi accusava di rubarle le bollette». Titti Beneduce su Il Corriere della Sera il 19 aprile 2023

La vittima aveva invitato in casa sua  la donna per un chiarimento. L'indagata al pm: «Sono stata aggredita e mi sono difesa». L'avvocato dei familiari di Rosa: «Forse voleva rubare i frutti del successo del figlio» 

Rosa Gigante, la madre del salumiere star dei social Donato De Caprio uccisa ieri a Napoli, era convinta che Stefania Russolillo, la vicina di 47 anni fermata ieri, martedì, le rubasse la corrispondenza e in particolare le bollette: per questo l'ha invitata in casa sua e le ha chiesto spiegazioni. Lo ha riferito l'indagata al pm Maurizio De Marco nel corso del lungo interrogatorio che si è svolto in Questura.

La confessione

Il racconto di Stefania, che è assistita dall'avvocato Raffaello Scelsi, è stato frammentario, infarcito di «non ricordo». Tuttavia la donna ha insistito su un punto: «Rosa mi ha aggredito e io mi sono difesa». Sul volto, sottolinea il legale, ha delle escoriazioni. Russolillo ha anche sottolineato che in precedenza non c'erano stati dissapori con l'anziana vicina di casa.

Le bollette sparite

Dalle indagini è emerso che Rosa Gigante -  madre di Donato De Caprio, diventato famoso per il suo tormentone «Con mollica o senza?» -  si lamentava spesso perché non riceveva le bollette e si era convinta che Stefania gliele rubasse. Ieri le due donne si sono incontrate per un chiarimento: ma la discussione darebbe presto degenerata, fino all'omicidio.

L'allarme del marito di Stefania

È stato il marito di Stefania Russolillo a informare la polizia che il crimine era riconducibile alla moglie. Lo ha reso noto capo della squadra mobile di Napoli, Alfredo Fabbrocini, in una conferenza stampa in Questura. «Il fatto è avvenuto alle 12 di ieri, - ha detto Fabbrocini - il corpo della signora è stato trovato supino con segni di violenza e parzialmente bruciato, con un cavo all'altezza del collo. Al momento non sono note le causa del decesso. Dobbiamo aspettare l'autopsia. Per quanto riguarda l'indagata ha fatto parziali ammissioni sull'accaduto, l'individuazione delle sue responsabilità sono giunte grazie alle testimonianze di altre persone presenti nel palazzo». «Le bruciature - ha aggiunto il dirigente della squadra mobile rispondendo alle domande dei giornalisti - sono state causate da un liquido infiammabile, nel corso di un tentativo di darle fuoco». L'indagata, ha detto ancora Fabbrocini, «risulta essere in cura presso un centro di igiene mentale». In merito al movente, la squadra mobile conferma che Rosa Gigante accusava Stefania Russolillo di prendere la sua posta.

I dubbi dell'avvocato che assiste i familiari di Rosa

 Anche il capo della mobile, dunque, conferma che il movente è il presunto furto della posta. Tuttavia l'avvocato Hilarry Sedu, legale della famiglia della vittima, ha dei dubbi: «Non escludiamo che la donna sia salita a casa della vittima per compiere un furto, pensando che la povera Rosa custodisse i frutti del successo del figlio». Il professionista riferisce anche informazioni acquisite da un testimone che avrebbe sentito il figlio minorenne dell'indagata fare riferimento a un'altra persona che avrebbe utilizzato il liquido infiammabile usato per tentare di fuoco al corpo della 72enne. Per Sedu, quindi, «ci sono tanti punti da chiarire e tanti interrogativi che attendono una risposta. I figli sono tutti sotto choc e chiedono giustizia, vogliono sapere la verità sull'accaduto», conclude l'avvocato, che annuncia di voler nominare un consulente di parte per l'autopsia. 

Estratto dell’articolo di Giuseppe Crimaldi per il Messaggero il 20 aprile 2023.

«Ho fatto un guaio, ho ucciso la signora Rosa e l'ho bruciata». Stefania Russolillo, la 47enne accusata dell'omicidio di Rosa Gigante, avvenuto in un condominio di edilizia popolare a Pianura, è appena rientrata a casa e confida l'orrore al suo compagno, che si precipita nell'appartamento della 73enne e la trova riversa sul pavimento, senza vita e con gli abiti bruciacchiati. Chiama la polizia, e riferisce i fatti. Poi, però, trasferita in Questura negli uffici della Squadra Mobile e alla presenza del pm Maurizio De Marco, la donna cambia versione: «Non ho mai detto al mio compagno di aver fatto quella cosa, non ho ucciso io la signora e tanto meno dato fuoco ai suoi vestiti». 

Due versioni contrastanti. Stefania, che si scoprirà poco dopo essere in cura presso un centro d'igiene mentale e affetta da gravi problemi psichiatrici, verrà fermata nella tarda serata di martedì con l'accusa di omicidio. 

Nelle prossime ore comparirà davanti al gip chiamato a convalidare l'arresto. Ma torniamo all'interrogatorio in Questura. Assistita dall'avvocato Raffaello Scelsi, la Russolillo dichiara: «A mezzogiorno ho sentito la voce di Rosa sulle scale: urlava e mi rimproverava di averle rubato le bollette dalla cassetta postale, e di fare sporcizia sui pianerottoli. Abbiamo iniziato a litigare, lei mi ha afferrato per i capelli e io mi sono difesa. Mentre chiedevo aiuto è caduta all'indietro, ma io non le ho messo le mani addosso. 

A terra continuava a urlare, e da quel momento non ricordo più nulla». Indagine lampo della Squadra Mobile guidata da Alfredo Fabbrocini, che durante un punto stampa ha precisato che «per capire le cause del decesso bisognerà attendere i risultati dell'autopsia», confermando che l'indagata ha fatto solo parziali ammissioni e che la sua individuazione è stata possibile «grazie alle testimonianze di altre persone presenti nel palazzo». A proposito dell'arma del delitto: non si esclude che Rosa sia stata soffocata con un laccio di plastica dell'aerosol, e non a colpi di martello.

DUBBI Già, i buchi neri e i vuoti. Un nervo investigativo scoperto sul quale batte anche il legale dei familiari della vittima, il penalista Hilarry Sedu: «Ci sono tanti punti da chiarire - ha detto - i figli della vittima sono tutti sotto choc e chiedono giustizia».  

(...)

Soffoca le parole nel pianto Donato De Caprio, il "tiktoter food influencer". «La mia famiglia si è subito affidata ai legali per scoprire la verità. 

(...) Fa riferimento alla girandola di notizie che si è scatenata sulla 73enne trovata senza vita. «Mia madre era una donna vigile e cosciente che non può essere definita invalida all'infuori dell'unico problema che aveva in quanto non vedente» specifica De Caprio che, insieme agli altri familiari è sempre stato molto attento alle esigenze dell'anziana.

«La mia abitazione è vicino alla sua, mia madre ha sempre avuto al suo fianco tutta la famiglia» aggiunge il tik toker che aveva visto la mamma la sera prima dell'accaduto. «Quello che è successo è talmente grave che non trovo le parole per dire altro e chiedo rispetto per questo momento di estrema sofferenza» ha concluso.

Donna sottratta a linciaggio, il dolore per la madre del salumiere tiktoker: "A chi faccio gli scherzi telefonici". La lite per la spazzatura e la posta, l’omicidio e il ritorno a casa insanguinata: “Mia moglie ha ucciso la vicina”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 19 Aprile 2023 

L’omicidio della vicina nell’abitazione al piano terra, il ritorno poco dopo le 12 nella casa al secondo piano dello stesso stabile, con le mani sporche di sangue e i graffi in volto. Il marito che osserva la scena e si insospettisce. Le chiede cosa sia successo ma ottiene rassicurazioni di facciata. Poco dopo capisce tutto, anche ‘grazie’ alle scoperta del cadavere nell’appartamento, e chiama la polizia: “Venite qui che mia moglie ha fatto un guaio“.

Sono gli agenti del commissariato di Pianura i primi ad intervenire nell’abitazione di Rosa Gigante, la 72enne ammazzata a mani nude e trovata in posizione supina nella sua casa al piano terra, dove viveva da sola, in via vicinale Sant’Aniello a Pianura, periferia ovest di Napoli. E’ in una pozza di sangue, con intorno al collo un filo, probabilmente usato nel tentativo di strangolarla, oltre a bruciature su parte dei vestiti che indossava, segno che chi l’ha uccisa ha provato a darle fuoco con del liquido infiammabile.

Per l’omicidio della 72enne, madre del celebre salumiere Donato De Caprio, influencer su TikTok con oltre tre milioni di seguaci e titolare dell’attività, che porta il nome del suo cavallo da battaglia, “Con mollica o senza?”, viene sottoposta a fermo Stefania Russolillo, 47enne. Decisiva, così come sottolineato dal capo della Squadra Mobile Alfredo Fabbrocini nel corso di un incontro con la stampa, la collaborazione del marito che allerta subito la polizia.

Quando i poliziotti del commissariato locale, guidati dal dirigente Arturo De Leone, salgono al secondo piano della palazzina, trovano la Russolillo in uno stato di agitazione (“che cosa ho fatto”) anche se, in precedenza, la donna è lucida nel pulirsi le mani sporche di sangue e nel provare a nascondere altre prove della colluttazione avuta con la povera Rosa Gigante. Quest’ultima ha provato a difendersi dall’aggressione della vicina ma è stata scaraventata a terra, con la testa probabilmente sbattuta più volte contro il pavimento dalla Russolillo. Sarà però l’esame autoptico, disposto dalla Procura di Napoli, a far luce sulle cause del decesso.

Nel frattempo appare davvero inspiegabile il movente dell’omicidio. “Hanno litigato per la spazzatura messa fuori la porta di casa della signora Gigante e per la posta rubata sempre alla signora Gigante” spiega Fabbrocini. Rimproveri che la Russolillo non avrebbe gradito. Non è chiaro, al momento, se quando è avvenuto l’omicidio la donna indagata era sola o in compagnia di un’altra persona. Così come non è chiaro se l’azione della 47enne sia stata improvvisa, in seguito alla discussione in corso, o invece sia frutto di premeditazione (il liquido infiammabile spinge gli investigatori in questa direzione).

Quel che è certo è che poco dopo il cadavere di Rosa Gigante viene ritrovato dai figli, che abitano nella stessa palazzina. Si vivono momenti di forte tensione quando l’intero vicinato realizza quello che è appena avvenuto. La notizia e il nome del presunto autore dell’omicidio (che ha fornito anche parziali ammissioni in sede di interrogatorio) sconvolgono i residenti della zona, alcuni dei quali provano ad aggredire la stessa Russolillo, protetta in casa dai poliziotti costretti a chiamare rinforzi per scortarla all’esterno e condurla negli uffici della Questura. Sul posto arrivano infatti quasi una decina di volanti, con gli agenti che creano un vero e proprio cordone per portare la donna in auto (uno di loro viene colpito con un casco, indirizzato alla 47enne).

Nelle prossime ore il gip si pronuncerà sul fermo e deciderà se convalidarlo o meno. Nel frattempo quel che emerge è che Russolillo, che ha un figlio, era in cura presso un centro di igiene mentale. In fase di interrogatorio sono stati tanti i “non ricordo” della donna che, stando alle testimonianze del vicinato, non era nuova a liti e scontri con i condomini del palazzo.

Intanto sono numerosi i messaggi di cordoglio rivolti al salumiere tiktoker Donato e alla sua famiglia. “Con mollica o senza?”, che si trova nella Pignasecca, nel centro di Napoli, oggi è chiuso per lutto. I funerali della madre Rosa dovrebbero celebrarsi entro il fine settimana, in attesa che la salma venga riconsegnata alla famiglia dopo l’esame autoptico in programma nelle prossime ore.

E ora chi mi chiama la mattina per sapere che sto facendo, che sta facendo Gaia e che ha mangiato” scrive sui social la nipote Marica. “Chi mi chiama per prendere appuntamento con il parrucchiere Ivan che ti deve fare i capelli. A chi chiamo più la mattina per fare gli scherzi telefonici, ‘signora sono della telecom abbiamo una offerta per lei’ e tu che rispondevi ‘no grazie ho mio nipote che lavora nella Tim se la vede lui’. Mi hanno tolto il cuore dal petto e questa cosa non si può accettare, una persona buona ed educata come te non meritava di finire così. Ma ti prometto che avrai giustizia. Ti voglio bene nonna, salutami ‘o nonno” 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

(ANSA il 21 aprile 2023) - "No, non ho fatto un'idea perché sia successo". Ha risposto così Donato De Caprio alla domanda di Bruno Vespa che, nella puntata di Porta a porta di stasera, chiedeva al salumiere-tiktoker napoletano se si fosse fatta un'idea di come sia potuto accadere l'omicidio di sua madre. 

"Io stavo lavorando, ho avuto una telefonata da mio figlio che la nonna non si sentiva bene, mio figlio non riusciva a parlare perché è un bambino, e la signora del piano di sotto mi ha detto, vieni a casa che tua mamma non sta bene", ha raccontato De Caprio.

Una volta arrivato a casa "non ho avuto nemmeno il tempo di vederla né di entrare perché c'era già la polizia che aveva sbarrato tutto". De Caprio ha detto di non spiegarsi come la vicina sospettata dell'omicidio possa essere entrata in casa ("mia madre apriva solo a me e mia sorella") e di non credere che l'omicidio possa essere frutto della gelosia per il suo successo.

Omicidio mamma tiktoker, donna con figlio di 2 anni occupa casa presunta assassina. Redazione su Il Riformista il 27 Aprile 2023

Insieme al figlio di quasi due anni, una donna ha occupato l’abitazione di Stefania Russolillo, la 47enne gravemente indiziata dell’omicidio di Rosa Gigante, la 72enne madre del salumiere-tiktoker Donato De Caprio, uccisa nella propria abitazione, nel quartiere napoletano di Pianura, in circostanze tutt’ora da chiarire.

L’episodio, così come accertato dai carabinieri della stazione di Fuorigrotta e da quelli del nucleo radiomobile di Napoli, è stato cristallizzato nella notte in via vicinale Sant’Aniello. Russolillo viveva al secondo piano dell’edificio dove, nell’abitazione al piano terra, era stata trovata senza vita la signora Gigante lo scorso 18 aprile.

La 47enne, detenuta nel carcere femminile di Pozzuoli, viveva insieme al marito e al figlio. Probabilmente l’uomo, il primo ad allertare la polizia dopo l’omicidio della 72enne ipovedente (“Venite qui che mia moglie ha fatto un guaio“), potrebbe essersi allontanato dalla zona dopo quanto accaduto. Sulla vicenda sono in corso accertamenti dei miliari dell’Arma.

L’episodio avviene a meno di 24 ore dal funerale di Rosa Gigante, andato in scena nella mattinata del 26 aprile nella chiesa di San Giorgio Martire a Pianura.

In attesa dei risultati dell’autopsia, effettuata lunedì al Secondo Policlinico di Napoli, Rosa Gigante sarebbe morta per strangolamento, verosimilmente con un laccio che le è stato trovato intorno al collo. Ritrovata in una pozza di sangue, probabilmente in seguito alla colluttazione avuta con l’assassino, il corpo della 72enne è stato cosparso in parte di liquido infiammabile. Chi l’ha uccisa ha provato poi a dar fuoco al cadavere, ritrovato con segni di bruciature su parte degli indumenti.

Una azione brutale ed efferata il cui movente iniziale, che con il passare dei giorni sembra perdere consistenza, era da ricondurre a dissidi banali, dovuti a rimproveri della vittima per questioni condominiali: dalla spazzatura gettata fuori la porta al piano terra alla posta rubata.

Ma, come appreso dal Riformista, ci sono anche altri aspetti che gli investigatori stanno approfondendo: oltre alla fede, che la donna ipovedente indossava in memoria dell’amato marito e non ritrovata stando a quanto denunciano i figli, nell’appartamento mobili e armadi aperti. Probabilmente dopo l’irruzione in casa e la colluttazione con la vittima, qualcuno ha provato a scavare tra gli effetti personale della donna. Non è ancora chiaro però se all’appello mancano soldi, preziosi o altri oggetti di valore.

Circostanza che spinge gli investigatori a ipotizzare, così come sostenuto sin dall’inizio dall’avvocato Sedu e dai familiari di Gigante, la presenza di altre persone oltre alla Russolillo. Quest’ultima, affetta da disturbi psichici ed in cura presso un centro di igiene mentale, è stata trovata inizialmente in uno stato di agitazione (“che cosa ho fatto”) anche se lucida nel pulirsi le mani sporche di sangue e nel provare a nascondere altre prove della colluttazione avuta con la povera Rosa Gigante.

In sede di interrogatorio, tuttavia, ha negato agli inquirenti di avere ucciso la 72enne, spiegando di essere stata aggredita dalla vittima perché l’accusava di avere lasciato la spazzatura fuori posto e di averle fatto sparire le bollette. Per lei è stata disposta la perizia psichiatrica.

Saranno i rilievi della Scientifica e altre attività tecniche a cristallizzare l’eventuale presenza nell’appartamento di altre persone. Quello che però tengono a precisare familiari e residenti della zona è che Rosa Gigante, sia per l’età che per il carattere mite, non aveva avuto nessun alterco in precedenza con Stefania Russolillo né con altre persone che vivono nelle vicinanze.

I Personaggi.

Estratto dell'articolo di Valeria Vignale per corriere.it mercoledì 25 ottobre 2023. 

Sembra una turista come tante a spasso per Napoli, con la gonna a fiori e i capelli biondissimi che spuntano dal cappellino. E invece Trudie Styler, attrice e regista inglese, oltre che produttrice cinematografica, non è del tutto una outsider. Parla benissimo l’italiano, complici trent’anni di vacanze toscane nella tenuta acquistata con il marito Sting. 

Dal 2019 ha esplorato la città partenopea bussando alle porte di chi ci vive, intervistando artisti e scrittori, parlando con chi ha creato sacche di resistenza umana e sociale nei quartieri popolari segnati dalla malavita. Il risultato è il documentario "Posso entrare? An Ode to Naples", di cui Styler firma la regia, che sarà presentato lunedì prossimo alla Festa del Cinema di Roma. 

«Quando la Rai mi ha chiesto di girarlo non ero stata a Napoli se non di passaggio, ma ho accettato perché mi interessava» spiega lei in collegamento da Los Angeles. (Il film è prodotto da Big Sur e Mad Entertainment con Rai Cinema e Luce Cinecittà). «Con il mio sguardo vergine, dovevo trovare la mia strada nella città per raccontarla ad altri».

Lo ha fatto cercandone luci e ombre, lontano dalla cartolina solare tanto quanto dal rovescio più nero che il mondo ha visto nel film e poi nella a serie tv Gomorra. […] Tra le musiche mirate c’è Neapolis, canzone originale di Clementino. E chissà se ha filmato anche il marito Sting che, ad aprile, nel carcere di Secondigliano, si è esibito con gli strumenti costruiti dai detenuti con il legno dei barconi dei migranti. […]

Ci racconta il suo primo impatto con Napoli?

«Ci sono andata con Dante Spinotti, direttore della fotografia che conosco da anni, per capire cosa avrei potuto dire da straniera di una città che ha già una reputazione forte. Il documentario è il racconto della mia scoperta, dell’innamoramento. I napoletani mi hanno toccato il cuore. Tornando più volte, ho rivisto le persone e pure condiviso momenti durissimi. Immacolatina e Gennaro, i castagnari, che hanno perso un figlio, mi hanno accolta perfino durante la veglia».

Per questo ha scelto Posso entrare? come titolo?

«L’ho chiesto spesso, è stata la mia chiave per introdurmi nella vita degli abitanti che ho scelto di raccontare. Nessuno ha mai detto di no. È così facile parlare con la gente, anche nei “bassi”, e ascoltare le loro storie. Ho aggiunto al titolo Ode to Naples in omaggio a Percy Bysshe Shelley che, durante i moti del 1820, dedicò una poesia alle speranze della città».

Ha intervistato anche personaggi come lo scrittore Roberto Saviano, l’artista Jorit o l’attore Francesco Di Leva, che ha fondato il teatro Nest a San Giovanni a Teduccio. Un modo per raccontare la reazione alla malavita a chi teme di visitare la città?

«Volevo punti di vista e storie interessanti. Saviano è celebre negli Usa ma non gli ho chiesto di Gomorra, piuttosto della sua vita sotto scorta da quando è un target della camorra. Io invece non mi sono mai sentita in pericolo, Napoli ti avvolge con la generosità della gente. E non parliamo dei sapori: il cibo migliore che abbia mai assaggiato, nei posti più semplici». 

[…] 

Recitare era il suo sogno fin da ragazzina?

«Sì, ho avuto un’educazione classica ma ero una ribelle, volevo viaggiare e diventare un’artista, cosa che i miei non appoggiavano. A 18 anni ho fatto l’autostop fino a Stratford upon Avon, la cittadina di Shakespeare, e ho bussato alla porta di sconosciuti, trovando una donna meravigliosa che mi ha ospitata. Ho trovato lavoro e iniziato ad assistere alle prove del Royal Shakespeare Theatre, prima di ottenere una borsa di studio». 

Erano gli Anni 70. I vostri quattro figli non avranno avuto bisogno di simili strappi.

«Li abbiamo sempre incoraggiati a seguire i loro desideri. Eliot (33 anni; ndr) è musicista e attrice. Mickey (39) recita, Jake (38) gira documentari e Giacomo (28) sta per diventare poliziotto».

Poliziotto? Mosca bianca, o pecora nera, in una famiglia di artisti.

«Oh no, non per me. A me piacciono gli anticonformisti».

[…] 

In 40 anni di unione, lei e Sting (sposato nel 1992; ndr) non avete mai lavorato insieme, mescolando le vostre carriere. L’indipendenza reciproca aiuta a una lunga vita insieme?

«Una cosa è certa: lui non mi vorrebbe mai sul palco a cantare! Insieme però abbiamo creato la Rainforest Foundation: ho prodotto una ventina di suoi show, anche con altri musicisti, per raccogliere fondi per gli indigeni dell’Amazzonia».

Achille Lauro, un armatore al timone del Napoli. Istrionico, spesso furente, padre padrone e perenne insoddisfatto: i quattro decenni vulcanici del Viceré. Paolo Lazzari il 31 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Spalanca la porta con un colpo secco e spariglia il tavolo senza gingillarsi. Fascicoli e cartacce vanno tutti premuti negli scatoloni, ché qui si levano le tende. Una pletora scodinzolante ne contempla la risolutezza. Perché Achille Lauro è un uomo imperioso, convinto dei suoi mezzi e anche all’opposto, dotato dei mezzi per convincerti. Ha appena sibilato ai ragionieri del Napoli che quella sede lì è un dispendioso ammennicolo. Vengano, piuttosto, a lavorarsi le carte bollate in quell’ufficietto angusto premuto nella pancia della sua compagnia armatoriale.

Perché Lauro questo fa: l’armatore. Ha appena intinto le sue mani grosse e callose in una commessa mondiale. Si occuperà lui della rotta che congiunge il paese all’Africa orientale italiana. Strizzare l’occhio al regime, a seconda del tempismo selezionato, può farti detonare la carriera. E oggi, che è un promettente giorno di marzo del 1936, il comandante ha il vento in poppa.

Sarebbe anche spassoso per quei modi da principiante dittatore, se non fosse che taglia i rifornimenti a decine di impiegati, derubricati in fretta al ruolo di inutile chincaglieria. Licenziati: arrivederci e grazie. Ma mica solo loro. Appena messo piede nella sede sociale caccia pure l’allenatore ungherese, Willy Garbutt. Incede solenne tra le stanze della Napoli calcistica e continua a sfrondare, come un giardiniere cinico. Letterina di commiato imbustata anche per tutti i giocatori più facinorosi. A quel che resta della squadra distribuisce lo stipendio in anticipo, per direzionarne i sentimenti. Taglia e unge con consumata disinvoltura.

Però la prima stagione è un flop. Più che ad uno di quei panfili laureschi avvezzi a solcare mari recalcitranti, gli azzurri assomigliano ad una goletta spompa, mai accarezzata dal vento. Il piccolo cabotaggio non si addice alle ambizioni debordanti dell’uomo solo al comando. Achille contempla quella creatura malandata con sussiego, poi si decide a far tintinnare la moneta.

Arriva una nutrita ciurma di calcianti, tra cui anche un certo Nereo Rocco, possente mezz’ala prelevata dalla Triestina. Spendere e sbraitare però non basta. Lauro si mastica giocatori e allenatori soppesandone le gesta direttamente da bordo campo. Il clima di irritazione è evidente. Entra a gamba tesa nella gestione tecnica, come se si trattasse dei conti del club. Insulta, addita, reprime. Le sue intemerate diventano epiche. Si sente la Cassazione del calcio, ma lascia in giro frattaglie come mine. Quando finalmente si avvede che le cose non funzionano, che il suo Napoli non è riuscito a compiere il grande salto, lascia la guida del club.

Corre l’obbligo di rendergli giustizia per quel che concerne la gestione dei conti: con lui al timone non esiste mezza sbavatura. Appena sbatte la porta, il club collassa di nuovo. Al male si aggiunge il peggio quando inizia a spargersi la voce che il Napoli non paga più. Poi arriva la guerra, che copre con il suo orrido manto ogni cosa.

Quello di Lauro però era stato un arrivederci. Un uomo della sua statura è riluttante al fallimento. Torna ad indossare le vesti del presidente perché sa, in fondo, che il club è una grancassa irrinunciabile. E, dunque, resta in sella per un tempo infinito: trentatré anni. Quattro diversi decenni. Fa in tempo a scivolare in B un paio di volte. Riesce a far brillare le pupille disincantate dei tifosi quando acquista dall’Atalanta il centravanti svedese Hanse Jeppson e Bruno Pesaola dalla Fiorentina.

Il suo Napoli non ingrana mai, ma Lauro resta un precursore in molti sensi. Come quando sobilla la stampa, indicando nell’allenatore Monzeglio la causa di tutti i mali calcistici del club. Ne esce fuori un gran battage fatto di bordate e contro bordate pubbliche. Una rissa verbale che anticipa di un pezzo un filone del giornalismo sportivo.

I suoi interessi esterni però premono molto di più sulle pareti della sua esistenza. Il Napoli è un gingillo da utilizzare per rastrellare voti. Un’estensione del suo smisurato ego. Però c’azzecca: diventa sindaco della città e subito lancia una campagna per censurare tutte quelle pellicole che ne parlano a sproposito. La gente lo ribattezza: ora è “Il Viceré”. Accresce gradualmente la sua influenza politica e viene pure eletto deputato, ma deve rinunciare per incompatibilità manifesta con la carica di primo cittadino. Ci riproverà, mai saturo, fondando un suo movimento, il partito monarchico popolare. Eletto.

Arguto, incline allo scontro, dotato di un temperamento indomabile: Achille Lauro è stato - anche - il presidente del Napoli. La semantica è importante: utilitarismo conclamato, più che passione viscerale.

Gli succederà Corrado Ferlaino e quella, sotto ogni punto di vista, sarà tutta un’altra navigazione.

Estratto dell'articolo di Conchita Sannino per “la Repubblica” il 30 dicembre 2022.

Più che esplosione da tutto esaurito, una malìa. Si può cominciare dallo stupore di un pur navigato top manager, come Maurizio Marinella, che a Napoli di invasioni e visitatori, d'ogni lignaggio, ne sa qualcosa. «Emozioni speciali, quest'anno. Sono tantissimi, entusiasti. Arrivano e ti comunicano benessere, si sentono accolti dalla strana alchimia di questa città folle. Qui ci perdi il sonno, ma questa terra ti ripaga», scuote la testa il dominus delle cravatte amate anche da King Carlo III, che già dall'alba è al lavoro in bottega, affacciata sul mare di piazza Vittoria. 

O la si può mostrare con i numeri: l'anno si chiude con quasi 20 milioni di euro incassati con tassa di soggiorno, 1 milione di turisti solo nelle ultime due settimane. Mentre Federalberghi e Abbac, associazione che riunisce B&b e case vacanza, concordano sul sold out da record, e Confesercenti registra incassi da 250 milioni, dall'Immacolata a oggi. […]

L'attrazione per la città supera i picchi del pre-Covid. E a raccontarla serba una sola certezza: mancare il bersaglio, ché Napoli sfugge e la febbre non è esercizio di precisione. Specie quando non mancano carenze, cadute. 

«Avremmo solo bisogno di più cura negli arredi, più trasporti e legalità. Ma qui trovi storia, arte, pazzia, empatia. Soprattutto, calore umano. In queste settimane ho parlato con tanti stranieri e italiani: ognuno ti racconta il "pezzo" che li ha conquistati », ti spiega ancora Marinella, il caffè offerto a tre amici inglesi. […]

«La città è anche un brand culturale potente, trasversale, parla a tutti e ha sfondato nell'immaginario», è infatti la chiave di lettura di due produttori del calibro di Luciano Stella e Carolina Terzi (dal cartoon premio David Gatta Cenerentola al più recente Nostalgia di Martone, con Favino), che da qui hanno tratto ispirazione nel creare la docu-serie L'Arte della felicità, in onda proprio in queste sere su Rai3. 

E mentre da settimane c'è la muraglia umana a San Gregorio Armeno, la strada dei maestri del presepe - che ora chiedono il vincolo di protezione sulle botteghe e si organizzano per una scuola d'artigianato - scala posizioni l'altra meta inarrestabile: l'ascesa al murale del D10s Maradona, ai Quartieri Spagnoli. Dove cresce la micro economia diego-endogena: musica sparata a palla, dediche commoventi, panini, limonate. 

Un mix che emoziona i "fedeli" e diverte gli "eretici". Code più ordinate puntano invece ai tesori greco-romani del Mann, verso i dipinti delle Gallerie d'Italia a Toledo - dove Artemisia Gentileschi ha attirato qualcosa come 11mila visitatori in 9 giorni - o salgono a Capodimonte: che si prepara al grande exploit dell'esposizione-gemellaggio con il Louvre del prossimo giugno.

Artefice, il direttore del Museo e del Real Bosco della Reggia, Sylvain Bellenger, che analizza: «Il fascino più grande di Napoli non è il suo sole invernale, la bellezza del suo golfo, la ricchezza della sua storia e dei suoi monumenti, ma i napoletani stessi: il popolo più accogliente e caloroso d'Europa. La loro libertà, la loro ironia e la loro allegria che ha superato tutte le prove della storia».

Ne sanno qualcosa, di sfide, i giovani professionisti - premiati a Bruxelles, visitati dall'allora premier Draghi - che da un quartiere difficile oggi gestiscono, su intuizione di padre Antonio Loffredo, le Catacombe di San Gennaro: in un Rione Sanità riqualificato, che proprio 48 ore fa hanno toccato il record dei 200mila ingressi. «Quello che affascina i visitatori? Scoprire, insieme alla bellezza degli affreschi, dei mosaici, degli ambulacri, anche la storia della nostra cooperativa», racconta Enzo Porzio

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

43 ANNI FA. Basilicata, storia di ombre e luci nel terremoto del 23 novembre 1980. Il ricordo di chi ha gestito le difficili fasi dell’emergenza e della ricostruzione. L’allora sindaco di Potenza racconta i retroscena dell’intervento dopo la devastazione. GAETANO FIERRO, sindaco di Potenza negli anni ‘80, su La Gazzetta del Mezzogiorno il 23 Novembre 2023

Quando il 23 novembre del 1980 la terra tremò in Campania e in Basilicata, nessuno poteva immaginare la tragedia che si stava consumando in particolare nelle zone interne lucane e dell’Irpinia. Quasi tremila morti, rovine per decine di migliaia di miliardi di lire, un centinaio di paesi distrutti e circa un milione di senzatetto. La cronaca di un’emergenza inizialmente non avvertita dal Governo nazionale in tutta la sua vastità è nel ricordo di tutti.

Il terremoto lucano e dell’Irpinia, quattro volte più grande di quello del Friuli, poneva alle classi dirigenti locali e nazionali qualche problema in più rispetto al sisma del Friuli e di altre zone del Paese. Questa volta non si trattava solo di ricostruire paesi interamente distrutti, ma di cogliere l’occasione storica per dare risposte alla questione meridionale in campo da molti decenni. Miseria antica e distruzione sismica, insomma, stavano diventando un intreccio perverso e un nodo scorsoio al collo di quelle popolazioni, che temevano di vedere del tutto disattese quelle speranze coltivate per decenni. Il dibattito politico si infiammò e, per merito essenzialmente della Democrazia Cristiana e del Pci, che governava a quel tempo la città di Napoli, fu messa in piedi la famosa legge 219 che conteneva azioni di tre tipi: a) la ricostruzione delle abitazioni distrutte con il recupero di un rapporto servizi-residenze equilibrato e moderno; b) gli incentivi finanziari e fiscali per il trasferimento di attività produttive nelle zone interne della Campania ed in Basilicata; c) un piano di 20 mila alloggi per la città di Napoli afflitta da un indice di affollamento tra i più alti del mondo (10 mila abitanti per Kmq).

Questa triplice azione strutturale era sostenuta da poteri speciali attribuiti ai sindaci e ai presidenti delle giunte regionali e conteneva, sul terreno finanziario, una novità.

La legge indicava alcuni obiettivi (ad esempio 20 mila alloggi) ma, non potendo quantificare in quel momento l’onere finanziario, e non avendo nel bilancio pubblico risorse sufficienti, affidava alle successive finanziarie il compito di stanziare le risorse necessarie anche sulla base di quello che sarebbe stato l’accertamento definitivo dei costi.

Fu così che le forze politiche di maggioranza e di opposizione si obbligarono a finanziare, negli anni successivi, con manovre creative, la più grande opera di infrastrutturazione nella storia dell’Unità d’Italia, di alcune zone del Mezzogiorno. Quella triplice azione avviata nella primavera del 1981 finì, nel corso di un decennio, per far decollare altre iniziative non direttamente collegate al terremoto, ma che furono favorite dalle politiche ricostruttive e di sviluppo attivate in seguito al sisma del 1980. Lo sviluppo dell’area metropolitana di Roma, Milano e Torino era avvenuto, dalla metà degli anni Sessanta in poi, con l’utilizzo delle somme accantonate con riserve tecniche dagli enti previdenziali (lnps, Inail, Enasarco, Enpam e via di questo passo).

L’ammontare annuo complessivo di questi investimenti era tra i 4 e i 5 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra enorme che aveva consentito l’espansione urbana delle maggiori città con un buon livello qualitativo.

Quando nel 1988 la Commissione Bilancio preparò un emendamento che obbligava per 5 anni gli enti previdenziali a riservare alle zone della Campania e della Basilicata il 20% dei propri investimenti, le forze politiche furono pronte ad approvarlo. Mille miliardi circa di investimenti immobiliari in quelle due regioni significò molto per lo sviluppo economico e per la vivibilità di quelle popolazioni. L’opera di infrastrutturazione della Basilicata avvenuta in quegli anni convinse la Fiat di Cesare Romiti a preparare gli investimenti nel polo automobilistico di Melfi. All’epoca l’on. Cirino Pomicino, che era ministro del Bilancio, stipulò con la Fiat un contratto di programma di ben 3 mila miliardi di lire per l’insediamento di Melfi, più un altro contratto di programma per l’indotto delle piccole e medie imprese. Anche in quell’occasione il consenso delle forze politiche e sociali fu altissimo. Due realizzazioni, il centro direzionale di Napoli e il polo Fiat di Melfi, che nulla avevano a che fare con il sisma del novembre del 1980, erano, comunque, figlie di quella cultura di governo sorta proprio in seguito al terribile terremoto e che aveva fatto propri gli obiettivi di sviluppo economico e di ammodernamento urbano di quelle regioni. Insomma due benefici effetti a distanza di quella saggia decisione assunta dalla Dc e dal Pci, oltre che dalle altre forze politiche minori, all’indomani di quella immane catastrofe.

Negli anni che seguirono ebbi modo di seguire da vicino, nella mia veste di sindaco della città di Potenza, l’intero processo messo in moto dalla legge 219/81 che, però, divenne operativa nel 1984. Negli anni precedenti alla sua entrata in vigore, il Governo nazionale operò con l’ordinanza 80, al fine di agevolare il recupero delle abitazioni leggermente danneggiate. In quegli anni ho visto l’impegno fattivo e concreto delle classi dirigenti locali e dei dirigenti nazionali dei partiti eletti in quelle zone, che diedero vita ad una specie di partito trasversale del terremoto, ma ho visto anche crescere l’astio e la contrapposizione politica nei confronti dei risultati che si stavano ottenendo in tema di infrastrutturazione del territorio e di sviluppo industriale. Purtroppo, alla fine degli anni ‘80 il clima cambiò per questa campagna di odio sostenuta, ironia della sorte, dal giornale di Montanelli e da la Repubblica. Incertezze politiche e pressioni scandalistiche della stampa dettero vita a quella «Commissione Scalfaro», che fu la culla dell’odio e del livore e che esplose poi con i fatti del ’92-’93 con l’Irpiniagate.

Sotto la spinta di Oscar Luigi Scalfaro, diventato nel ’92 Presidente della Repubblica, la ricostruzione sismica fu processata e dopo 15 anni assolta, ma intanto i sacrifici fatti ed i buoni risultati ottenuti con la ricostruzione vennero vanificati dai giudizi sommari verso la classe politica meridionale, considerata disonesta e incapace.

Naturalmente, come in ogni processo complesso, anche nella ricostruzione vi furono fatti positivi ed episodi negativi, in particolare con l’arrivo degli imprenditori del nord che utilizzarono gli incentivi industriali per, poi, rapidamente scomparire.

Per quanto attiene, invece, la ricostruzione dell’edilizia abitativa va ricordato che si formò nella coscienza civile professionale una “nuova cultura dello sviluppo”: prima del novembre ’80, le iniziative da porre in essere nel campo di una qualsiasi ricostruzione non rientravano di certo nella cultura degli amministratori, dei tecnici, dei cittadini; nessuno aveva sentito parlare in termini appropriati dell’adeguamento antisismico con la stessa disinvoltura con cui, a distanza di tempo, si osa oggi trattare argomenti di natura tecnica legati al recupero del patrimonio abitativo.

Alla luce di quelle esperienze vissute si consolidò una cultura urbanistica che concorse, con il proprio contributo, ad un processo di trasformazione soprattutto dei centri storici di molti comuni. Infatti furono riqualificati, in coerenza con il restauro conservativo, tutti gli elementi architettonici ivi preesistenti come i portali, le murature a faccia vista, le mensole dei balconi e dei vani finestra. Vale per tutti l’esempio della città di Potenza che, ancora oggi, ben rappresenta qualitativamente il lavoro fatto.

Con l’intervento ordinario e straordinario dello Stato furono costruite migliaia di abitazioni, edifici scolastici di ogni ordine e grado, strade e centri sociali, come pure impianti sportivi e centri sanitari. Un discorso a parte merita l’istituzione della Università degli Studi di Basilicata che rappresenta, senza enfasi e retorica, una conquista sociale di notevole spessore, agognata da decenni dalle generazioni lucane. Relativamente alle disfunzioni nel settore industriale va sottolineato che la politica centrale non è stata all’altezza del compito, nel senso che da Roma vennero quattro o cinque imprese che si divisero la grande torta delle infrastrutture; sempre Roma, poi, deliberatamente escluse le imprese della Basilicata e dell’Irpinia, nonostante un’ordinanza dell’allora ministro Scotti avesse sancito che il cinquanta per cento degli appalti doveva essere destinato alle imprese locali. Le suddette imprese “romane”, ottenuta la concessione al mega-appalto, altro non fecero che cedere i lavori in sub-appalto, questa volta alle imprese di Basilicata e dell’Irpinia, con ribassi fino al 50 per cento. Un affare di proporzioni immense, peraltro “registrato” dalla Commissione Scalfaro. Ma i lucani, e lo ribadiamo con rabbia e dolore, non parteciparono affatto a quella mega-ripartizione. I lucani non hanno gestito nulla, tutto è stato calato dall’alto.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

Facebook: Stato Magna Grecia - Due Sicilie: COGNOMI ITALIANI D'ORIGINE GRECA

Importanza straordinaria per la formazione dei cognomi meridionali specie in Calabria fu il contributo greco in seguito al lungo perdurare della lingua greca in queste terre.

In ordine alfabetico:

Alampi (risplendente), Amendolia (mandorlo), Amuso (grossolano, rozzo), Andidero (dono in contraccambio), Anghelone (messaggero), Arcudi (piccolo orso), Argurio (moneta d’argento), Attinà (pettinaio), Azzarà (pescatore);

Bambace (cotone), Barillà (bottaio), Buccafurri (bocca di forno);

Caccamo (grande caldaia dei pastori), Caliciuri (buon signore), Calogero (monaco), Calanna (buona Anna), Calù (buono), Camini (fornace), Cananzi (il prediletto), Cannatà (fabbricatore di vasi di creta), Cannavò (grigio), Cannistrà (fabbricatore di canestri), Cardìa (cuore), Caridi (noce), Cartellà (chi fa o vende ceste), Cartolaro (funzionario addetto all’ufficio del catasto), Catona (tenda), Catricalà (sorta di trappola per uccelli), Ceraso (ciliegia), Chiofalo (testardo), Chilà (uomo dalle grosse labbra), Chinigò (cacciatore), Chiriaco (del signore), Chiriatti (signor sarto), Chiricò (clericale), Cilea (ventre), Codispoti (signore di casa), Comerci (imposta, dogana), Comi (alto funzionario bizantino), Condò (corto), Crea (carne), Crisafi (oro), Crisafulli (oro), Criserà (chi fa o vende setacci), Crupi (tosato), Cundari (corto), Curatola (capo dei mandriani), Curìa (barbiere); Curmaci (tronco), Cutellà (chi fa cucchiai), Cuzzocrea (di carne mozza);

Dascola (maestro), Dattola (dito);

Facciolà (chi fa o vende fazzoletti da capo), Fagà (chi mangia molto), Falcomatà (calderaio), Fallà (bosco di sugheri), Fantò (visibile), Farace (incisione), Fascì (fascio), Filastò (amuleto), Filocalo (amante del bello), Floccari (chioccia), Foti (luce), Fotia (fuoco), Frega (pozzo), Furnari (fornaio);

Galatà (lattaio), Galipò (difficile); Gerace (sparviero);

Jerinò (gru);

Lacaria (albero di noce), Laganà (venditore di ortaggio), Lagano (cavolo), Lanatà (chi vende pelli di animali), Lardì (lardo), Lauria (piccoli cenobi), Leandro (santo), Liano (minuto, magro), Licari (lupo), Lico (lupo), Logoteta (amministratore), Lojero (vecchio);

Macrì (il lungo), Macellari (macellaio), Magaraci (grande ruscello), Malacrinò (bruno), Mallamace (oro), Mallamo (oro), Mammì (levatrice), Managò (monaco), Mandaglio (piccolo chiavistello), Manglaviti (ufficiale bizantino in funzione di guardia del corpo), Manti (indovino), Marafioti (luogo di finocchi), Megale (grande), Melìa (frassino), Melissari (apicultore), Messineo (di Messina), Mezzòtero (il maggiore), Miraglia (ammiraglio), Mirarchi (alto grado militare, generale), Monorchio (con un solo testicolo), Musicò (musicale);

Natoli (orientale), Nisticò (digiuno);

Ollìo (ghiro);

Pachì (grasso), Palamara (gomena), Pangallo (molto buono), Papalia (prete Elia), Papasidero (prete Isidoro), Pedace (bambino), Pedullà (farfalla), Pellicanò (picchio verde), Pennestrì (segatore), Piria (pettirosso), Piromalli (chi ha i capelli rossi), Piscopo (vescovo), Pitasi (cappello), Polifroni (di molti anni), Politanò (della città), Politi (cittadino), Praticò (attivo), Pristerà (luogo di colombi), Privitera (prete), Prochilo (manuale), Puja (vento di terra), Puterà (chi fabbrica bicchieri);

Rodano (rosso), Rodinò (rosso), Rodotà (pieno di rose), Romanò (romano), Romeo (di Roma), Rudi (melagrana);

Sbano (sbarbato), Scalì (gradino), Schimizzi (brutto), Schirò (duro), Scirtò (curvato), Scordo (aglio), Scutellà (chi fa scodelle), Sgro (dai capelli ricciuti), Sindona (lenzuolo), Sirti (tirabrace del forno), Sismo (terremoto), Sorgonà (fabbricante di grosse e alte ceste per tenervi il pane), Spanò (sbarbato), Spinà (cuneo), Straticò (capo militare);

Tambo (abbagliato), Trimarchi (capo di una squadra militare), Tripepi (degno di Dio), Tripodi (treppiede), Triveri (povero);

Villari (membro virile);

Zangari (calzolaio), Zema (brodo), Zerbi (mancino), Zimmaro (capretto), Z’inghinì (parente), Zuccalà (pentolaio).

Sono assai frequenti alcuni suffissi greci che esprimono provenienza da un luogo. Abbiamo così:

- anò: Romanò, Serranò.

- eo: Cotroneo (di Crotone), Messineo (di Messina), Romeo (di Roma).

- itano: Jeracitano (di Gerace), Locritano (di Locri), Militano (di Melito (RC) o di Mileto (CZ) (?), Reitano (di Reggio), Riggitano (di Reggio), Tarsitano (di Tarsia), Votano (di Bova).

- oti: Chiaravalloti (di Chiaravalle), Geracioti (di Gerace), Liparoti (di Lipari), Squillacioti (di Squillace), Seminaroti (di Seminara).

- iti: Bruzzaniti (di Bruzzano), Catanzariti (di Catanzaro), Mammoliti (di Mammola), Palermiti (di Palermo), Taverniti (di Taverna).

Mentre queste desinenze esprimono, come detto, provenienza da un luogo il suffisso - à (con accentuazione tronca, in greco as) indica il mestiere di un antenato:

Barillà (fabbricante di barili), Cutellà (che fa cucchiai), Laganà (venditore di ortaggi), Scutellà (chi fa scodelle), Zuccalà (pentolaio)

Di non chiara origine greca sono invece i cognomi con desinenza in ari:

Cuppari, Gurnari, Licari, Muccari, Scullari, Siclari (fabbricante di secchie), Sclapari. Sembrano appartenere ad una grecità originale, autoctona ed indipendente.

Da sette o otto secoli la formazione dei cognomi italiani sembra aver raggiunto uno stato definitivo.

[Fonte: Mimmo Codispoti]

Il Rohlfs, sulla base dei ricchi materiali dialettali che in lunghi anni di indagini era andato raccogliendo nell’estremo Sud d’Italia, ha sostenuto la loro discendenza diretta dalla colonizzazione operata dagli Elleni emigrati al tempo della Magna Grecia.

Fra le sue opere ricordiamo:

· "Scavi linguistici nella Magna Grecia" (1934);

· "Dizionario dialettale delle tre Calabrie" (1932-39);

· "Dizionario etimologico della Grecità Meridionale" (1930), ripubblicato nel 1964.

Reggio Calabria, dottoressa della guardia medica uccisa in un agguato. Ferito il marito. Carlo Macrì il 18 Novembre 2023 su Il Correre della Sera.

Nel Reggino, a Santa Cristina d’Aspromonte . La vittima aveva appena finito il turno, ferito il marito che era in auto con lei. Gli inquirenti: l’obiettivo era lei

Una donna, Francesca Romeo, medico di 67 anni, in servizio alla guardia medica di Santa Cristina d’Aspromonte, nel Reggino, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco in un agguato. La donna aveva appena finito il proprio turno e stava rientrando in auto a Seminara dove risiedeva quando due persone hanno fatto fuoco. Assieme a lei il marito Antonio Napoli, 66enne anche lui medico in servizio nel Csm di Palmi, che è rimasto ferito di striscio a un braccio.

Secondo quanto emerso due persone nascoste nei terreni circostanti hanno fatto fuoco con un fucile contro l’autovettura guidata dal marito della vittima quando si trovavano nei pressi di una curva a gomito sulla strada che collega Santa Cristina a Taurianova. La coppia non aveva figli e nel Paese viene descritta dai conoscenti come riservata e dedita al lavoro. I magistrati stanno sentendo il marito della vittima, che dopo essere stato medicato è stato subito dimesso ed è stato accompagnato sul luogo dell’omicidio. Lì ha risposto alle domande dei pm per ricostruire la dinamica dei fatti. Stando a quanto trapela da ambienti investigativi e alla luce dei rilievi svolti, il bersaglio era sicuramente lei. La distanza da cui hanno sparato «non consentiva errori». Il colpo ha forato il parabrezza dal lato passeggero. Un secondo colpo è stato sparato di lato, sempre verso il passeggero.

«Quello che è accaduto è allucinante, un agguato agghiacciante che ci riporta a tempi bui. Si tratta del quarto medico ucciso in Regione — ha commentato Pasquale Veneziano, presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Raggio Calabria —. Non sappiamo se l’agguato sia legato al lavoro o ad altro. Il marito è psichiatra». Nonostante le modalità dell’imboscata facciano pensare ad ambienti criminali in realtà finora non è emerso niente che leghi i due medici a questi.

«La Calabria è una terra straordinaria, abitata da persone perbene, e si ribella contro i criminali e contro chi utilizza la violenza per diffondere terrore e morte — ha detto Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria —. La Giunta regionale esprime sincero cordoglio alla famiglia della vittima, all’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria e all’Ordine dei medici».

Per il Presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, «resta il fatto che un’altra donna medico è stata uccisa mentre rientrava dal lavoro. Non si può pensare di arginare l’abbandono del Servizio sanitario nazionale se non si garantiscono condizioni appropriate per l’esercizio della professione».

Sul posto gli agenti del Commissariato di Ps Taurianova. Sono intervenuti anche gli investigatori della squadra mobile di Reggio Calabria che hanno eseguito i primi rilievi e stanno cercando di ricostruire la dinamica del fatto su cui è stata aperta un’inchiesta dalla Procura della Repubblica di Palmi. Al momento, riferiscono fonti investigative, non si possono ancora fare ipotesi sul movente del delitto.

Spari contro la sua auto: dottoressa della guardia medica uccisa a fine turno. La donna stava rientrando dal lavoro in tarda serata assieme al marito. Secondo le prime ricostruzioni, due uomini avrebbero sparato da un nascondiglio accanto alla strada. Filippo Jacopo Carpani il 18 Novembre 2023 su Il Giornale.

Le strade del Reggino si sono macchiate di sangue. Nella tarda serata di ieri, la dottoressa 67enne Francesca Romeo, in servizio alla guardia medica di Santa Cristina in Aspromonte, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco in un agguato mentre rientrava in auto, dopo aver finito il suo turno di lavoro. Con lei, il marito 66enne Antonio Napoli, anche lui medico e rimasto ferito di striscio ad un braccio. La vittima era originaria di Sant'Anna di Seminara, dove risiedeva assieme al coniuge.

Al momento della sparatoria, era l'uomo a guidare la vettura. I due sicari hanno sparato al parabrezza, da posizione frontale. Secondo le informazioni diffuse dalla polizia, sul vetro è visibile il foro del proiettile, ma non è ancora chiaro se sia stata usata una cartuccia a pallini o a palla unica. Il veicolo si è fermato a poche decine di metri dal luogo della sparatoria.

Sul posto vi sono gli agenti del Commissariato di Taurianova e gli investigatori della squadra mobile di Reggio Calabria, che stanno hanno eseguito i rilievi e stanno cercando di ricostruire la dinamica dei fatti. Stando alle prime dichiarazioni delle forze dell'ordine, due persone nascoste nei terreni circostanti hanno sparato contro il veicolo nei pressi di una curva a gomito sulla strada che collega Santa Cristina a Taurianova, appena dopo il cimitero del paese. Per il momento pare che non vi sia un collegamento con la criminalità organizzata, ma gli investigatori non escludono nessuna pista. La procura della repubblica di Palmi ha aperto un'inchiesta. Nel frattempo, Antonio Napoli è stato trasportato in ospedale, dove gli inquirenti lo hanno interrogato nella speranza di ottenere informazioni utili a risalire all'identità degli autori dell'agguato.

"Conosco Francesca Romeo e anche il marito. Quell che è accaduto è allucinante, è un agguato agghiacciante che ci riporta a tempi bui", ha commentato Pasquale Veneziano, presidente dell'Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Raggio Calabria. "Non sappiamo cosa sia successo, se l'agguato sia legato al lavoro, il marito è psichiatra, o ad altro. Ora siamo tutti sconvolti". Il dottore ha ricordato che questo è stato il quarto omicidio di un medico nella Regione: "Qualsiasi intervento sulla sanità calabrese è inutile e disperato, se non viene garantita l'incolumità dei medici, la sicurezza sul lavoro". Anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli ha chiesto più tutela e sicurezza per il personale, perché "non si può pensare di arginare l'abbandono del Servizio sanitario nazionale, soprattutto in terre martoriate come la Calabria, se non garantiamo condizioni appropriate per l'esercizio della professione".

Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha definito la vicenda "terribile, atroce, assurda" e ha sottolineato che la Calabria è "una terra straordinaria, abitata da persone perbene, e si ribella contro i criminali e contro chi utilizza la violenza per diffondere terrore e morte".

Calabria in lutto. Studentessa caduta in acqua durante il rafting in gita, ritrovato il cadavere di Denise Galatà. La ragazza di 18 anni è caduta dal gommone nelle acque del fiume Lao, nel Parco del Pollino. Il gruppo in gita era di un liceo di Polistena. Redazione Web su L'Unità il 31 Maggio 2023

È stato ritrovato il corpo di Denise Galatà, la 18enne dispersa da ieri, dopo che era caduta in acqua dal gommone sul quale con i compagni di scuola stava facendo rafting sul fiume Lao, in provincia di Cosenza. Quella che doveva essere un’attività ricreativa, qualcosa di divertente con i compagni di classe nella natura, si è trasformata in una tragedia. Il cadavere era stato individuato in tarda mattinata dai sommozzatori dei vigili del fuoco, non molto lontano dal punto in cui la ragazza era finita in acqua. Le ricerche erano riprese questa mattina, i soccorritori avevano individuato per prima il casco indossato dalla studentessa.

La procura di Castrovillari ha aperto un’inchiesta, non è escluso uno scontro tra due gommoni. I carabinieri hanno ascoltato i compagni e i docenti della ragazza e le guide del Parco. La scuola della ragazza è il liceo linguistico Giuseppe Rechichi di Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Gli studenti erano in visita nel Parco Nazionale del Pollino da alcuni giorni. Avevano deciso di affittare i gommoni per fare rafting ieri mattina, martedì 30 maggio. Il Lao nasce in Basilicata e arriva in Calabria. La pioggia caduta nei giorni scorsi aveva fatto aumentare la piena del fiume. I ragazzi indossavano tutti i dispositivi di sicurezza prescritti, compresi caschetti, giubbotti di salvataggio e mute.

Ancora da ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto. Altri tre ragazzi sono finiti in acqua e sarebbero stati recuperati subito, di Denise si è persa ogni traccia. Ha provato ad aggrapparsi alle corde laterali del natante ma la corrente l’ha risucchiata. Una delle guide che si trovava su un altro gommone ha fatto scattare l’allarme. Sul posto sono intervenuti il Nucleo speleo alpino fluviale e i Vigili del fuoco, oltre agli operatori dell’elisoccorso del 118, i carabinieri forestali e quelli della Stazione di Castrovillari. “Dal momento in cui abbiamo appreso dell’incidente accaduto ai nostri studenti a Laino Borgo – aveva detto la dirigente del Liceo statale “Giuseppe Rechichi” di Polistena, Francesca Morabito – siamo rimasti sul posto e mantenuto un contatto costante con i soccorritori. Assieme ai docenti sul posto abbiamo monitorato con attenzione massima le ricerche in corso. Non perdiamo la speranza”.

Il caschetto che indossava la ragazza era stato ritrovato nei pressi dei massi sui quali il gommone avrebbe urtato. La zona è piuttosto impervia. Il vicepreside dell’Istituto Tonino Bongiovanni ha dichiarato tutta la sua angoscia per l’accaduto e spiegato come attività del genere fossero state organizzate già altre volte dalla scuola. Non era mai successo niente di così drammatico. “La Calabria è in lutto. La Giunta regionale esprime sincero cordoglio alla famiglia, in questo momento di tragico dolore. Siamo vicini ai suoi cari, ai suoi amici, alla comunità di Rizziconi, Comune del reggino nel quale la ragazza risiedeva, e al liceo statale di Polistena, la scuola frequentata da Denise”, ha dichiarato Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria

Dieci escursionisti erano morti nella stessa zona nel 2018, nella tragedia del Raganello, travolti dalle onde del torrente in piena.

La sentenza. Processo “Miramare”, la Cassazione annulla la condanna: Falcomatà torna sindaco di Reggio Calabria. Annullata la sentenza d’appello anche per gli altri dieci imputati, Redazione su Il Riformista il  25 Ottobre 2023

Giuseppe Falcomatà tornerà a fare il sindaco di Reggio Calabria. La Cassazione ha annullato la condanna a un anno di carcere, con pena sospesa, per abuso d’ufficio emessa lo scorso novembre. È stata accolta la richiesta degli avvocati Marco Panella e Giandomenico Caiazza e la sentenza del processo ‘Miramare’ è arrivata nella serata di mercoledì a Roma. Annullata la sentenza d’appello anche per gli altri dieci imputati, che erano stati condannati a sei mesi.

Un processo nato da un’inchiesta sulle irregolarità nelle procedure di affidamento ad un’associazione del Grand Hotel Miramare. Nel 2015, la struttura era stata concessa senza alcun bando pubblico all’associazione “Il sottoscala”, riconducibile all’imprenditore Paolo Zagarella. Il focus dell’indagine ci sono stati i rapporti tra Falcomatà e Zagarella che, in occasione delle elezioni comunali del 2014, aveva concesso gratuitamente al sindaco di Reggio Calabria alcuni locali di sua proprietà per ospitare la segreteria politica.

La corte di Cassazione avrebbe valutato la desistenza volontaria degli imputati che, dopo aver affidato il Miramare all’associazione di Zagarella, avevano revocato l’affidamento. In mattinata, il sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione Roberto Aniello aveva chiesto l’annullamento della sentenza per prescrizione spiegando che il fatto forse andava qualificato in maniera diversa e ci potrebbero essere dubbi sulla ricostruzione della vicenda. Dubbi che, comunque, non potrebbero essere risolti, in quanto il reato in ogni caso sarebbe prescritto.

Per questo si è arrivati all’annullamento che permette a Falcomatà di rientrare a Palazzo San Giorgio. Tra gli altri imputati, oltre al segretario comunale in carica all’epoca, Giovanna Antonia Acquaviva, all’ex dirigente del settore “Servizi alle imprese e sviluppo economico” del Comune, Maria Luisa Spanò, e all’imprenditore Paolo Zagarella, ci sono i sette ex assessori: Saverio Anghelone, Armando Neri, Rosanna Maria Nardi, Giuseppe Marino, Giovanni Muraca, Agata Quattrone e Antonino Zimbalatti. Anche per loro si interrompe la sospensione imposta dalla legge Severino. L’ex assessore Giovanni Muraca entra al Consiglio regionale da dove era sospeso dopo la condanna d’appello.

Falcomatà: «Un sindaco non può permettersi la paura. La politica rifletta». Intervista al sindaco di Reggio Calabria, appena assolto in Cassazione: «Mi auguro che la mia vicenda possa concludere una riflessione seria sugli effetti di due leggi, abuso d’ufficio e Severino non solo su una persona, ma su un'intera città». Rocco Vazzana su Il Dubbio il 26 ottobre 2023

«È stato un bell'abbraccio da parte dei colleghi che in qualche modo hanno partecipato a questa mia vicenda. Sono stato felice di rivederli». Quando ci risponde al telefono, Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio Calabria, ha appena terminato il suo intervento all’assemblea annuale dell’Anci. Un intervento inatteso e tempestivo, arrivato poche ore dopo l’assoluzione in Cassazione che ha ribaltato la condanna per abuso d’ufficio rimediata in primo e secondo grado. Una sentenza definitiva grazie alla quale Falcomatà, sospeso da due anni in virtù della legge Severino, può tornare a guidare la sua città a testa alta e portare a termine il suo secondo mandato. Non prima però di essere accolto, con tanto di standing ovation, dalla comunità dei sindaci italiani, guidata dal barese Antonio De Caro, riunita a Genova. «Il presidente De Caro mi ha chiamato subito dopo la sentenza dicendomi: “Domani ti aspetto a Genova”. Non me l'aspettavo, ma ci tenevo a esserci e ho organizzato tutto all'improvviso», racconta il sindaco. «Ho sentito grande affetto e una vicinanza che va ben oltre l'aspetto istituzionale. Siamo una comunità di amministratori e condividiamo anche quelle che sono le emozioni e le vicissitudini di ognuno di noi, tra noi è più facile calarci nelle vicende umane di un sindaco.

Sindaco, si aspettava una sentenza così radicale da parte della Cassazione?

Anche un po' per scaramanzia ho preferito evitare di fare previsioni. Ma fin dall'inizio eravamo sicuri della bontà e della trasparenza della nostra condotta, ho sempre avuto fiducia che prima o poi sarebbe venuta fuori. La Corte di Cassazione ha pienamente verificato la liceità della nostra azione amministrativa. E questo, anche da un punto di vista personale, ti ricompensa di due anni molto duri e molto difficili.

Come è stato osservare per due anni dall'esterno la città che i reggini le avevano chiesto di governare?

Sono stati ventitré mesi di amarezza, nei quali per fortuna non mi è mai mancato il sostegno della mia famiglia, che ha pagato un prezzo importante anche in termini di serenità, né quello della città. Ho continuato a vivere quotidianamente la mia comunità in tutte le sue pieghe. Una pacca sulla spalla, un incoraggiamento o un semplice sorriso erano per me un invito a resistere. E se ho resistito è stato proprio grazie ai cittadini che con fiducia mi chiedevano di continuare a guidare questa città anche per il secondo mandato.

Ha continuato a sentirsi sindaco anche senza fascia tricolore?

In tutti questi mesi ho compreso una differenza fondamentale tra essere sindaco e fare il sindaco. Noi siamo sindaci e ci sentiamo tali a prescindere dalla fascia tricolore. Il peso di quella fascia lo sentiamo addosso anche se non la indossiamo in un determinato momento. Non smetti di percepire come fossero tue tutte le ansie, tutti i bisogni e tutte le aspettative dei cittadini che chiedono a te di tradurle in fatti amministrativi e in una visione di futuro.

Che rapporto ha avuto col suo partito, il Pd, in tutto questo tempo?

Un rapporto molto sereno. Non ho mai pensato che ci fosse un problema con il Pd. Ho partecipato attivamente agli appuntamenti congressuali, continuando a vivere con la mia comunità politica.

Un partito capace di starle accanto?

Sì, non potrei dire diversamente. Quell'abbraccio di oggi con De Caro è la dimostrazione.

Ha sentito la segretaria Schlein dopo l'assoluzione?

Sì, ho sentito lei ma non solo. Molti rappresentanti istituzionali, anche di altri partiti, hanno voluto mostrarmi la loro vicinanza. Perché avere un sindaco, eletto dal popolo, che possa finalmente tornare a rappresentare le istanze di una città è un bene per tutti. Mi ha fatto molto piacere ricevere l'abbraccio anche del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che ha usato parole capaci di andare oltre l'etichetta istituzionale.

Cosa le hanno insegnato questi due anni? È ancora differibile un intervento legislativo sull'abuso d'ufficio e sulla legge Severino?

Io mi auguro semplicemente che questa mia vicenda possa concludere, più che avviare, una riflessione seria sugli effetti di due leggi non solo su una persona, su un'Amministrazione comunale o su una stagione politica ma su un'intera città.

È normale che una condanna in primo grado comporti l'interruzione della vita democratica come prevede la legge Severino?

Che sia una legge da rivedere in modo radicale lo dice la stessa ex ministra Severino. Non capisco perché in un Paese in cui si è innocenti fino al terzo grado di giudizio una città possa essere privata per quasi due anni del suo sindaco in assenza di sentenze definitive.

Da oggi tornerà a fare il sindaco. Avrà ancora più paura di prima a mettere la firma su un atto dopo due anni di sospensione?

La paura è un sentimento umano, che un sindaco però non può permettersi di provare, perché la paura ti rallenta e rischia di bloccarti e paralizzare l'attività amministrativa. Se una città si ferma regredisce. Lavorerò perché questo possa rappresentare un nuovo inizio sotto tutti i punti di vista, facendo tesoro di questi due anni di riflessione profonda e riallacciando una connessione sentimentale con la città. Parlare adesso di dossier, obiettivi e ordini di priorità sotto il profilo prettamente amministrativo è anche poco rispettoso nei confronti di una comunità. Serve recuperare un rapporto di fiducia prima di tutto.

Come si riallaccia una connessione sentimentale?

Continuando a vivere nelle pieghe della città, nei suoi quartieri, nelle sue scuole, nelle sue associazioni. È lì che c'è il cuore pulsante di cui prendersi cura. Senza questa premessa tutto il resto diventa posticcio, freddo e senz'anima. Non possiamo permettercelo.

Con che spirito rientrerà nel suo ufficio a Palazzo San Giorgio?

È la stessa domanda che mi pongo io dal momento della lettura della sentenza. Non lo so. Sarà senza dubbio un'emozione tornare nel luogo in cui per anni hai dato tutto te stesso. Non sarà di certo un semplice salire le scale, le gambe tremeranno.

Calabria, la terra dove i magistrati non vogliono andare. Rosita Stella Brienza su Panorama il 19 Maggio 2023

Salvatore Cosentino ci spiega quali sono le ragioni per cui in Calabria i magistrati sono in gran parte giovani e gestiscono inchieste delicatissime mentre gli "anziani" appena possono chiedono il trasferimento.

 «Ho deciso di ritornare in Calabria a 40 anni con uno sguardo consapevole, certamente più consapevole di quello che avevo a 25 anni quando fui destinato a Locri in prima nomina. Ritornarci non è stato facile, ho dovuto persino affrontare un ricorso al TAR e uno al Consiglio di Stato». Chi parla è Salvatore Cosentino, sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce. Dopo aver condotto importanti inchieste presso la Procura di Taranto, sceglie di ritornare a Locri. Conosce bene la Calabria e i problemi legati alla magistratura. Ci spiega quali sono le ragioni per cui in Calabria i magistrati sono in gran parte giovani e gestiscono inchieste delicatissime. Lei ha lavorato per due volte a distanza di 15 anni presso la Procura di Locri. Come nasce la scelta del grande ritorno in un luogo dove nessuno sceglie di andare, figuriamoci di ritornare? «La prima volta che sono arrivato a Locri ero molto turbato perché ancora non sapevo di trovare il paradiso umano che avrei trovato. La seconda volta, ci sarei dovuto rimanere soltanto due anni e invece sono rimasto 6 anni con piacere e soddisfazione. Ammetto di essere particolarmente bravo a trovare il bello dappertutto. Tra i miei colleghi pugliesi nessuno ne parla davvero male, ma sono tutti felici di essere ritornati a casa. Penso che a volte la non conoscenza dei luoghi sviluppa resistenze che non hanno motivo di essere. Sono in tanti a non conoscere la Calabria probabilmente perché non è valorizzata abbastanza.

A volte, quando mi capitava di parlare con i contadini o con i pastori, mi accorgevo della loro diffidenza, ma probabilmente non valorizzare se stessi e il proprio patrimonio culturale, le bellezze del mare e i monumenti è nella loro indole. Sono così i calabresi, al contrario dei pugliesi che invece esaltano al massimo quel che hanno. In Puglia ogni pietra diventa un monumento nazionale, invece i calabresi hanno un monumento nazionale ad ogni passo, e non lo sanno. Questo discorso spostato a livello giudiziario porta al fatto che molti colleghi “evadono” per diverse ragioni anche legate a scelte familiari». Qual è lo scenario attuale della magistratura in Calabria? «Se 50 anni fa le sedi disagiate erano al Nord, dove non si facevano concorsi perché il posto fisso rappresentava una sorta di assistenzialismo malvisto, oggi le sedi disagiate sono al Sud e Milano è sede ambitissima. Quindi, tribunali calabresi come quello di Locri o Palmi mettono a concorso posti in cui nessuno vuole andare e sono occupati da chi non vuole andarci ma deve farlo. E chi è che deve andarci? Ovviamente, i magistrati di prima nomina, che sono felici di andare ovunque. Si è così felici di aver vinto un concorso serio come il nostro che si è contenti di andare persino in Calabria. Detta così, sembra che si vada a finire in un posto orrendo, invece si sta benissimo per svariati motivi: umani e sociologici oltre che giudiziari. Tuttavia, un magistrato mediamente anziano o anche non di prima nomina non sceglie di andare in Calabria, fatta qualche eccezione per chi ha origini calabresi. Eppure, capita spesso che anche i calabresi preferiscono non tornare. Le ragioni del non ritorno sono svariate, ma le più probabili sono legate al radicamento familiare altrove per consentire anche alla prole migliori possibilità e sbocchi professionali». La Calabria è in mano a quelli che un tempo Cossiga chiamava “giudici ragazzini”. Come fanno magistrati giovanissimi a gestire inchieste importanti? «Sono giovani motivati che, a parte l’esperienza che non possono avere, godono di una solida preparazione e hanno entusiasmo da vendere. Conosco colleghi trentenni che partecipano egregiamente a Corti d’Assise e inchieste importanti, sia quindi come giudicanti che come requirenti. E comunque hanno sempre la possibilità di confrontarsi con qualche collega più anziano ed esperto che ha scelto di rimanere in Calabria». Durante il lavoro svolto presso la procura di Locri, ha avuto modo di confrontarsi con colleghi più anziani? «Ricordo con grande stima il confronto tecnico giuridico avuto durante la prima nomina a Locri con il collega Ettore Squillace Greco, che adesso fa il procuratore a Livorno. È stato quasi un maestro e quando cominciai a lavorare in Calabria era uno dei colleghi più bravi. Il magistrato anziano del mio ufficio era Nicola Gratteri. Grandissimo investigatore, oltre che un buon amico, che ricordo essere sempre disponibile. Ecco, tra i magistrati c’è un grande spirito di comunità in Calabria, c’è una grande generosità culturale e di trasmissione del proprio sapere. E’ ragionevole dire che in Calabria si piange due volte: quando si arriva e quando si va via».

Giuseppe Baldessarro Rosario Di Raimondo per “la Repubblica” il 12 novembre 2022.

Frasi e comportamenti di un gruppo spietato nelle carte sul pestaggio a Crotone. Una madre e la figlia 17enne chiesero aiuto a un amico per punire un uomo che sul web insidiò la minorenne. I tre sono stati arrestati. Davide è stato ridotto in coma per uno scambio di persona. I giudici scagionano chi lo mandò al massacro con un messaggio: "Un codardo” 

Perché il pestaggio di Davide Ferrerio, il ventenne bolognese in coma dopo essere stato picchiato a Crotone lo scorso 11 agosto, è stato una spedizione punitiva che ha visto la collaborazione di tante persone. Fra cui due donne: la 41 enne Anna Perugino, ora in carcere, e la figlia 17 enne, finita in una casa famiglia. 

Sono accusate di concorso anomalo in tentato omicidio. Dietro le sbarre c'è già Nicolò Passalacqua, 22 anni, colui che colpì selvaggiamente Davide, forse usando anche un tirapugni. E dalle carte spunta anche un quarto indagato, per il quale non sono state disposte misure cautelari. 

"Ho visto la scena ed è caduto come un salame... Però che bel cazzotto": scrisse proprio così la ragazzina al picchiatore dopo quella terrificante sera d'agosto, al termine di una spedizione punitiva organizzata dalla madre. Una donna "infima" , scrive il gip di Crotone Michele Ciociola nella sua ordinanza.

Un passo indietro per ricostruire la vicenda. La ragazzina, alcuni mesi prima del dramma, viene contattata in chat da uno sconosciuto di 31 anni. Sua madre, nel tentativo di capire chi fosse quell'uomo, spinge la figlia a fissare un incontro. Che avviene l'11 agosto.  

"Aveva detto che gli avrebbe rotto la testa a questo", racconta un testimone. Quella sera Anna Perugino fa in modo che ci sia pure Nicolò (invaghito della ragazza). E succede l'impensabile: il 31enne arriva, viene affrontato dalla Perugino, si difende dicendo che sta solo aspettando il bus e si allontana. Sale in macchina e mente: alla ragazza dice di indossare una camicia bianca.

Il branco legge il messaggio, Passalacqua vede l'incolpevole Davide, che indossa un indumento di quel colore. Lo insegue e lo riduce in fin di vita. "Te l'avevo detto, non lo fare venire", dice la figlia, intercettata, alla madre, nelle ore successive all'aggressione, riferendosi a Nicolò. 

"Ma cosa ne sapevo io", la risposta. Anche Nicolò racconterà del momento in cui ha rincorso Davide: "Quando è scappato ho detto: Allora è lui! E gli sono andato dietro". 

Le due donne, in queste settimane, hanno persino contattato sui social il fratello di Davide, Alessandro. Con frasi come: "Smettila di andare in tv, noi non c'entriamo nulla". Lo conferma Fabrizio Gallo, uno degli avvocati della famiglia Ferrerio. Da parte di quel gruppo, dice, "non c'è stato un minimo di pietà". 

Nei giorni scorsi la mamma della vittima, Giuseppina Orlando, assistita da Gabriele Bordoni, aveva scritto al ministro della Giustizia Nordio per chiedere di allargare l'indagine. Per i magistrati, al di là del comportamento "codardo" del 31 enne, non ci sono responsabilità penali a suo carico. "Non ho mai visto Ferrerio", si è difeso lui. I fatti non contesterebbero questa versione. 

La mamma di Davide: "Noi stiamo morendo come famiglia"

Giusy, la mamma di Davide, non si dà pace. "Io so soltanto che il vero obiettivo della tragedia si è salvato puntando il dito contro mio figlio. È una cosa assurda, inspiegabile, straziante. Mio figlio è in coma, in stato vegetativo e non si sveglierà più. So soltanto questo. Noi stiamo morendo come famiglia".

Davide in coma dopo l'aggressione. Arrestate madre e figlia come mandanti. Indicarono il 20enne al picchiatore. Ma era uno scambio di persona. Stefano Vladovich il 12 Novembre 2022 su Il Giornale.

Arrestate madre e figlia per tentato omicidio in concorso. Dopo l'arresto di Nicolò Passalacqua, 22 anni, autore del pestaggio a sangue di Davide Ferrerio, il 20enne bolognese in vacanza a Crotone e scambiato per un altro, in carcere come mandanti della spedizione punitiva una 41enne, A.P., e sua figlia di 17 anni, M.A. Svolta nelle indagini sulla drammatica vicenda del ragazzo bolognese, figlio del vice procuratore onorario di Bologna, Giuseppina Orlando, originaria di Crotone, preso a calci e pugni la sera dell'11 agosto davanti al Tribunale cittadino.

Una storia assurda, zeppa di drammatiche coincidenze quella del tifoso rossoblù che aspetta un amico e si vede piombare su di lui come una furia Passalacqua. E tutto per una camicia che il ragazzo indossava, come quella del vero obiettivo del raid, un uomo di 31 anni che aveva adescato la 17enne su Instagram. A organizzare tutto la madre della ragazza, coinvolgendo anche un amico della figlia, Passalacqua. I tre arrivano all'appuntamento con il 31enne ma quando questo viene fermato nega di esser lui la persona che stanno cercando. Una volta al sicuro, invia un messaggio di sfottò alla ragazza. «Porto una camicia bianca». In strada c'è Davide che per sua disgrazia indossa proprio un indumento uguale a quello del molestatore. Nicolò non ci pensa un attimo, lo colpisce prima con due pugni in faccia, poi con un calcio allo sterno fino a quando stramazza a terra. Batte la testa Davide, ed entra subito in coma. Mentre lui è agonizzante gli aggressori sono ormai lontani ma le immagini delle telecamere congelano per sempre la scena fissando sui frame i loro volti.

La squadra mobile ci mette poco per individuare l'autore materiale del pestaggio, mentre Davide viene ricoverato prima nel vicino ospedale, poi trasferito d'urgenza nel reparto Rianimazione all'ospedale Maggiore di Bologna dove lotta tra la vita e la morte da tre mesi. Le due donne, in un primo momento, sono accusate solo di favoreggiamento e lasciate in libertà.

La polizia stringe il cerchio sui tre dopo le dichiarazioni dei testimoni, le intercettazioni telefoniche e ambientali, le perizie sui cellulari sequestrati agli indagati e l'analisi delle immagini del sistema di videocamere installate nel territorio. Respinti dal gip, invece, gli indizi raccolti su un'altra persona presente al pestaggio ma che non ne avrebbe fatto parte. «È doveroso segnalare - si legge su una nota della questura di Crotone - che la persona a bordo del ciclomotore più volte indicata sulla stampa come il soggetto che avrebbe provocato l'aggressione, è totalmente estranea alla vicenda, trattandosi di un soggetto che casualmente in quei momenti transitava nei pressi del Palazzo di Giustizia di Crotone, al pari di altri utenti della strada».

A firmare le due ordinanze di custodia cautelare il gip della Procura di Crotone e quello del Tribunale dei minori di Catanzaro. La mamma di Davide ha scritto al neo ministro della Giustizia, Carlo Nordico, per chiedere di indagare anche il 31enne che la 17enne aveva conosciuto in chat, con l'accusa di adescamento di minore. Domenica scorsa il Bologna calcio è sceso in campo con la scritta «Forza Davide» sulla maglia. SteVla

Biagio Chiariello per fanpage.it il 24 agosto 2022.

Davide Ferrerio è stato vittima di uno scambio di persona. È il risultato al quale è giunta la squadra mobile di Crotone, che ha ricostruito la dinamica dei fatti accaduti giovedì 11 agosto quando il 20enne di Bologna è stato selvaggiamente aggredito nel centro del comune calabrese, entrando poi in coma. Le forze dell'ordine hanno arrestato il presunto autore del gesto, Nicolò Passalacqua, 22enne senza fissa dimora.

Per la procura calabrese Davide è stato vittima di una spedizione punitiva che aveva come obiettivo un altro uomo, un 31enne che aveva dato appuntamento a una minorenne: la famiglia e i conoscenti di lei, tra cui Passalacqua, erano andati all'appuntamento con la giovanissima.

Quest'ultima aveva chattato per un periodo con l'uomo – che aveva comunque tenuto toni moderati e non aveva fatto riferimenti sessuali espliciti –  ma alla fine aveva chiesto di poter incontrare la minore. La giovane, spaventata si era rivolta alla madre che aveva suggerito di fissare un appuntamento con lo sconosciuto nei pressi del Palazzo di Giustizia alle 21 di giovedì sera.

Stando a quanto accertato, il 31enne avrebbe intuito il pericolo e, sentendosi braccato, ha scritto sui social alla ragazza di indossare una maglietta bianca, ma non era vero, per sviare i sospetti. Maglietta bianca che però indossava Davide Ferrerio. La minorenne ha così indicato lui ai suoi parenti. Dai video si vede che Passalacqua avvicina il 20enne per chiedergli chiarimenti:  ravvisando il pericolo, Davide ha cominciato ad allontanarsi e scappare.

Una volta raggiunto, Passalacqua lo ha colpito con una ginocchiata allo sterno e due pugni in testa. Ferrario ora si trova nella sua Bologna ricoverato in coma farmacologico.

Picchiato e mandato in coma a Crotone, il padre di Davide: "Per salvarlo ci vuole un miracolo". Redazione Tgcom24 il 26 agosto 2022. 

Non sembrano migliorare le condizioni di  Davide Ferrerio, il 22enne che, in vacanza dai parenti a Crotone, è stato ridotto in fin di vita per uno scambio di persone dopo un'aggressione in strada, per cui le indagini della Procura della Repubblica, svolte dalla Squadra mobile di Crotone, hanno portato all'arresto del 31enne  Nicolò Passalacqua. Davide è ora ricoverato, in coma, all'ospedale di Bologna e il padre Massimiliano conferma che non ci sono miglioramenti: "Davide è ancora pieno di tubi con gli occhi chiusi - ha detto a "Morning News" - un chirurgo ci ha contattato per vedere se ci sono possibilità di intervenire, ma spero che dal cielo abbiano pietà di un ragazzo innocente".

Il padre del ragazzo non riesce a darsi pace per la brutale aggressione ricevuta dal figlio: "Non riesco a capacitarmi di quanto avvenuto - ha detto - il fatto che si tratti di uno scambio di persone mi fa inc... ancora di più. Quello che ha fatto questo criminale è fuori dalla grazia di Dio".

Davide Ferrerio e l’aggressione a Crotone: picchiato e in fin di vita per uno scambio di persona. Carlo Macrì, inviato a Crotone su Il Corriere della Sera su il 25 Agosto 2022

Davide Ferrerio, 20 anni, calabrese residente a Bologna, è stato selvaggiamente picchiato e ridotto in fin di vita da un balordo di 22 anni che neanche conosceva. La madre: «Neanche in un film»

La sua colpa? Essere scambiato per un rivale in amore. È per questo assurdo motivo che la sera del 13 agosto scorso, a Crotone, Davide Ferrerio, 20 anni, crotonese residente a Bologna, è stato selvaggiamente picchiato e ridotto in fin di vita da un balordo di 22 anni, Nicolò Passalacqua, residente a Colleferro (Roma), arrestato dalla polizia con l’accusa di tentato omicidio. Una persona che Davide non ha mai conosciuto. Il peccato di Davide, tifosissimo del Bologna, è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le telecamere della zona dell’aggressione hanno registrato tutte le fasi del pestaggio e, soprattutto, i momenti precedenti l’aggressione. «Neanche la sceneggiatura di un film da Oscar sarebbe stata così inverosimile, come la storia di mio figlio — dice Giusy Orlando, mamma di Davide —. Per quello che ha fatto, deve trascorrere i suoi giorni in carcere».

La trappola per l’adescatore della minorenne

Quella sera Davide era uscito da casa della nonna per incontrare un amico con cui andare a mangiare la pizza. Indossava un pantalone beige e una camicia bianca. Nell’attesa si era messo a passeggiare sul marciapiede davanti al Palazzo di Giustizia. Dall’altra parte della strada un gruppetto di persone, composto da una ragazza di 17 anni, la madre, il compagno di quest’ultima, il figlio della coppia e lo stesso Passalacqua. Il gruppetto era lì perché aspettava di individuare l’uomo che, attraverso Instagram e utilizzando un nick falso, aveva dato appuntamento proprio in quella zona alla 17enne, di cui, però, si era invaghito Passalacqua. Ecco perché la sua presenza sul posto. I componenti della comitiva a un certo punto hanno notato davanti a loro una persona che indossava una maglietta azzurra e hanno pensato potesse essere l’uomo che aveva adescato la 17enne. Nicolò Passalacqua gli è andato incontro chiedendogli se fosse lui la persona che aveva chiesto di incontrare la ragazza. L’uomo ha negato. Ed è andato via.

Lo scambio di persona e l’aggressione

Qualche minuto dopo la 17enne ha ricevuto sul suo profilo Instagram un messaggio in cui lo sconosciuto le faceva sapere di essere arrivato e di indossare una camicia bianca. Il gruppetto — come si vede dalle immagini delle telecamere — guardandosi intorno ha notato la presenza di un ragazzo con la camicia bianca. Quel ragazzo era Davide, che ancora attendeva per strada il suo amico. Passalacqua ha attraversato la strada e gli è andato incontro, con modi intimidatori, chiedendogli se fosse l’uomo dell’appuntamento. Davide ha cercato di fargli capire che c’era un errore di persona e, nel contempo, impaurito dal tono della voce del Passalacqua, ha cercato di allontanarsi con passo veloce, tentando di raggiungere l’abitazione della nonna. Passalacqua l’ha inseguito e dopo averlo raggiunto, gli ha sferrato un primo colpo con il ginocchio allo sterno, poi due pugni alla testa.

La caduta e il colpo alla nuca

Davide è caduto a terra stordito, sbattendo pesantemente la nuca sull’asfalto. Le sue condizioni sono apparse subito gravissime. Ricoverato all’ospedale di Catanzaro, da qualche giorno è stato trasferito a Bologna, in un centro specializzato.

Massacrato per uno scambio di persona: spunta il video choc. Davide, 20 anni, è stato massacrato di botte per uno scambio di persona. In un video choc si vede il ragazzo che viene inseguito e picchiato a calci e pugni, per poi essere lasciato tramortito per terra. Valentina Dardari il 26 Agosto 2022 su Il Giornale.

Davide Ferrerio è stato massacrato di botte per uno scambio di persona, come si vede in un video in cui sono ripresi i momenti precedenti all’aggressione. Il 20enne di Bologna, che ora si trova in coma e sta lottando tra la vita e la morte, si trovava in vacanza da alcuni parenti a Crotone quando è stato aggredito per sbaglio. È infatti spuntato un video in cui si vede chiaramente il ragazzo, con indosso una camicia bianca, aspettare un amico per andare a cena in pizzeria. Improvvisamente però ecco avvicinarsi una persona che prima gli parla e poi, quando il 20enne tenta di scappare, lo insegue per poi picchiarlo con una ginocchiata allo sterno.

Il video dell'aggressione

In seguito alle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica, e svolte dalla Squadra Mobile di Crotone, è stato arrestato Nicolò Passalacqua, identificato come l’autore dell’aggressione. Gli investigatori hanno infatti concentrato la loro attenzione sull'analisi delle immagini che sono state acquisite dalle telecamere di videosorveglianza presenti nell’area dove è avvenuto il pestaggio, e sull'analisi degli apparati cellulari delle persone coinvolte, oltre che sugli interrogatori di tutti i soggetti, anche coloro che sono risultati coinvolti solo in modo marginale.

"Ginocchiata allo sterno e pugni". Il pestaggio ripreso dalle telecamere

Da quanto emerso, Davide non conosceva colui che lo ha ridotto in fin di vita in un letto d’ospedale. Sembra infatti che Passalacqua stesse cercando un uomo che, attraverso i social, aveva dato un appuntamento a una sua amica minorenne, una giovane di 17 anni. A mettere in mezzo Ferrerio sarebbe stato il terzo soggetto, 31 anni, che ha usato il 20enne bolognese per cercare di distogliere le attenzioni del gruppo che lo stava cercando, in cui vi era anche Passalacqua. Avrebbe detto alla ragazza minorenne con cui stava chattando online che indossava una camicia bianca, portata invece dal 20enne.

Davide ha cercato di scappare

Nel filmato registrato dalle telecamere si vedono tutte le fasi precedenti al pestaggio e parte di questo. Si vede Nicolò Passalacqua andare verso Ferrerio con aria minacciosa, il ragazzo che prima tenta di spiegargli che ha sbagliato persona e poi, visto il pericolo, che cerca di fuggire ma viene raggiunto e picchiato violentemente. Con Passalacqua c’erano anche la minorenne, la madre della ragazza, il compagno della donna e il figlio della coppia. Il giovane bolognese è stato soccorso e trasportato prima all’ospedale di Catanzaro, per poi essere trasferito a Bologna, in un centro specializzato, a causa delle sue gravissime condizioni.

La ricostruzione della brutale aggressione di Crotone. Davide Ferrerio pestato e ridotto in fin di vita, dietro l’aggressione uno scambio di persona: ‘colpa’ di un corteggiamento su Instagram. Redazione su Il Riformista il 24 Agosto 2022 

Davide Ferrerio, il ragazzo 20enne di Bologna massacrato di botte e ridotto in fin di vita al termine di una brutale aggressione avvenuta a Crotone lo scorso 11 agosto, è rimasto vittima di uno scambio di persona. A scoprirlo nell’ambito delle indagini avviate dopo l’aggressione è stata la squadra mobile di Crotone, che per quel violento pestaggio ha tratto in arresto il 22enne Nicolò Passalacqua.

Ferrerio, trasferito nei giorni scorsi dalla Calabria all’ospedale Maggiore di Bologna con un aereo militare, è ancora in gravi condizioni e resta ricoverato in coma farmacologico a causa della emorragia cerebrale causata dal pestaggio.

Una violenza selvaggia nata da un equivoco, che nulla ovviamente toglie alla gravità dei fatti. Grazie a ore trascorse a visionare telecamere di videosorveglianza, tabulati, messaggi e chat social, il quadro per gli investigatori si è fatto chiaro: Ferrario è stato brutalmente picchiato perché vittima di uno scambio di persona.

Nicolò Passalacqua lo aveva infatti identificato come il 31enne che tramite un falso account Instagram aveva corteggiato una sua amica minorenne, che si era rivolta al 22enne in cerca di aiuto.

Davide Ferrerio, di fatto, è stato messo in mezzo dal terzo soggetto che ha utilizzato il giovane bolognese per distogliere le attenzioni del gruppo nel quale si trovava Passalacqua, 22enne di Colleferro (Roma). attualmente in carcere con l’accusa di tentato omicidio.

Come scrive l’Ansa, che ricostruire i momenti drammatici di quell’11 agosto, mentre Ferrerio era nei pressi del Palazzo di Giustizia di Crotone in attesa di un amico, Passalacqua era non lontano assieme a due sue parenti, alla ragazza minorenne, alla madre di quest’ultima, al di lei compagno e a un altro figlio della coppia.

L’obiettivo di Passalacqua e della madre della 17enne era quello di scoprire l’identità del ‘corteggiatore’ online e su indicazione della madre avevano fissato appuntamento nei pressi del Palazzo di Giustizia alle 21. Qui il 31enne aveva negato d’essere in attesa della ragazza: mentre si allontanava dall’area, sempre via Instagram scrive alla 17enne di essere arrivato a di indossare una camicia bianca, mentre in realtà aveva addosso una maglietta azzurra.

Qui dunque è avvenuto lo scambio di persona: leggendo ad alta voce il messaggio, Passalacqua individua in Davide Ferrerio, che indossava proprio una camicia bianca, il ‘corteggiatore’ di Instagram. Al 22enne che gli si avvicina per chiedere conferma, il giovane bolognese nega tutto e si allontana impaurito, prima camminando velocemente e poi correndo in direzione della casa della nonna di cui era ospite. Una reazione che spinge Passalacqua a inseguirlo nella convinzione che fosse lui l’uomo di Instagram, con l’aggressione brutale a suon di pugni che ha provocato le gravi ferite al ragazzo di Bologna.

Estratto dell'articolo di Carlo Macrì per corriere.it il 21 aprile 2023.

Venti anni e 4 mesi di reclusione e 1.350.000 euro di risarcimento: è questa la condanna inflitta dal gup di Crotone a Nicolò Passalacqua, il 23enne accusato di tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dei futili motivi per l’aggressione a Davide Ferrerio avvenuta a Crotone l’11 agosto 2022. Il 21enne bolognese, grande tifoso dei rossoblù, da quel giorno, è in coma irreversibile, e si trova ricoverato in una clinica di Bologna. 

La decisione, con rito abbreviato, ha fatto seguito alla requisitoria del pubblico ministero Pasquale Festa, che aveva chiesto proprio 20 anni. 

Questa mattina, prima dell’inizio dell’udienza, grande tensione in aula tra le due famiglie, quella del giovane in coma e quella dell’aggressore, tra cui sono volati insulti e minacce. In tribunale è poi tornata la calma, grazie all’intervento delle forze dell’ordine, richiesto dai genitori e dal fratello di Ferrerio. 

[…]

«Gli abbiamo fatto vedere il filmato di Davide per mostrare come è ridotto - ha spiegato il fratello Alessandro - credo sia servito per perorare la nostra causa e far vedere che è inerme in un letto d’ospedale. Penso che questo abbia dato un bell’input alla sentenza». «Lo Stato ha risposto, non ci ha lasciato da soli— ha commentato Giusy Orlando, madre della vittima, dopo la sentenza del gup—. Un po’ di giustizia è stata fatta. Il dolore è talmente lancinante, disumano, assurdo, che non riesco a pensare ad altro, perché non c’è niente» […]

Davide Ferrerio, condannato a 20 anni il rom. La madre: "Ora i mandanti". Rosa Scognamiglio il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Nicolò Passalacqua, il 23enne rom che massacrò di botte il 21enne di Bologna, è stato condannato a 20 anni e 4 mesi di carcere. La mamma di Davide: "Un po' di giustizia è stata fatta ma il dolore è lancinante" 

Il gup del tribunale di Crotone ha condannato a 20 anni e 4 mesi di reclusione Nicolò Passalacqua, il 23enne rom che per uno scambio di persona massacrò di botte, fino a ridurlo in coma, il 21enne bolognese Davide Ferrerio. "Un po'di giustizia è stata fatta ma il dolore è talmente lancinante, disumano, assurdo che non riesco a pensare ad altro perché non c'è niente", ha commentato dopo la sentenza Giuseppina Orlando, la madre della vittima.

Massacrato dal rom, le scuse folli dell'aggressore: "Sono anch'io una vittima"

La condanna

Al termine della requisitoria il pubblico ministero Pasquale Festa aveva chiesto l'applicazione delle aggravanti dei motivi abbietti e futili al reato di tentato omicidio contestato all'imputato. La richiesta è stata accolta dal gup di Elvezia Cordasco che ha condannato il 23enne a 20 anni e 4 mesi di carcere. Prima dell'udienza, cominciata nella tarda mattinata di oggi (venerdì 21 aprile), c'erano stati attimi di grande tensione tra la famiglia di Ferrerio e quella di Passalacqua. Al punto che è stato necessario l'intervento delle forze dell'Ordine per ricondurre i presenti alla calma. In aula, oltre al fratello e i genitori del 21enne bolognese, c'erano il sindaco di Crotone Vincenzo Voce e il delegato della Provincia di Crotone, il consigliere Francesco Sirianni, che si sono costituiti parte civile nel processo a carico dell'imputato.

Le reazioni della famiglia di Davide

"C'è semplicemente un ragazzo, un principe perché era il nostro principino, a cui è stata tolta la vita inutilmente. Adesso ci sarà il processo alla mandante la mandante ed al suo compagno. Spero che anche loro vengano condannati a una pena esemplare", ha dichiarato la mamma di Davide Ferrerio uscendo dall'aula. "Siamo soddisfatti - ha aggiunto Alessandro Ferrerio, fratello di Davide - perché comunque con il rito abbreviato una condanna di 20 anni e 4 mesi per tentato omicidio è una condanna importante. Condanna che non ci potrà ridare Davide che mi manca tanto. Scambierei volentieri la libertà di Passalacqua con la vita di mio fratello".

La difesa: "Sentenza per l'opinione pubblica"

"Sicuramente è un fatto grave che meritava una punizione, ma questa sentenza esemplare è stata fatta solo per l'opinione pubblica e così a mio parere non si fa la giustizia. Non ho mai visto una sentenza che pur riconoscendo un tentato omicidio dia 20 anni di reclusione con il rito abbreviato. Vedremo le motivazioni e poi decideremo su appello", ha detto invece il legale di Passalacqua, l'avvocato Salvatore Iannone. Questa mattina, al termine dell'arringa, aveva chiesto che il reato fosse derubricato da tentato omicidio a lesioni gravissime.

In coma dopo il massacro del rom: prosciolto chi causò lo scambio

Il fratello di Davide: "Sono stato minacciato di morte"

Le tensioni tra le due famiglie sono cominciate ancora prima dell'udienza, all'esterno del tribunale di Crotone. Dagli insulti, riporta l'Ansa, si è giunti alle minacce. "Sono stato minacciato di morte - ha raccontato Alessandro Ferrerio, fratello di Davide - per cui abbiamo chiesto l'intervento di polizia ed anche una scorta perché vorremmo poter tornare a Bologna sani e salvi". L'avvocato Fabrizio Gallo, che rappresenta il papà di Davide, ha annunciato che gli assistiti formalizzeranno una denuncia per minacce ribadendo la richiesta di ottenere una scorta per tutelare la loro incolumità.

L'ultima beffa del rom alla famiglia di Davide Ferrerio. Il gesto choc in aula

Il pestaggio

I fatti risalgono all'11 agosto del 2022. Davide Ferrerio, 21 anni, tifoso appassionato del Bologna Calcio, si trovava in vacanza con la famiglia a Crotone. Fu picchiato brutalmente, tanto da finire in coma, per uno scambio di persona. L'aggressore, Nicolò Passalacqua, si accanì sul ragazzo credendo che si trattasse del presunto rivale in amore, Alessandro Curto. La sera del pestaggio, infatti, Curto aveva concordato un appuntamento con la minorenne a cui faceva la corte sui social. Giunto sul luogo dell'incontro, notò che la giovane era stata accompagnata da un gruppo di persone. Temendo una ritorsione, inviò un sms alla ragazza fornendo false indicazioni: "Ho una camicia bianca". Ad indossare la camicia bianca, però, era l'incolpevole Davide Ferrerio che fu pestato a sangue da Passalacqua. Da otto mesi il 21enne bolognese si trova in stato vegetativo.

L'esito del processo. Davide Ferrerio in coma dopo pestaggio, condanna a 20 anni per Passalacqua: “Lo Stato non ci ha lasciato da soli”. Redazione su Il Riformista il 21 Aprile 2023 

Rabbia e tensione, tanto da costringere all’intervento dei carabinieri. È lo ‘scenario’ che ha fatto da sfondo all’atteso processo che si tiene a Crotone e che vede alla sbarra Niccolò Passalacqua, il 23enne imputato per il tentato omicidio aggravato di Davide Ferrerio, il giovane bolognese aggredito e ridotto in fin di vita l’11 agosto 2022 nella città calabrese.

Nei confronti di Passalacqua il pm della locale procura Pasquale Festa ha chiesto la condanna a 20 anni di reclusione nell’ambito del processo con rito abbreviato, una pena già comprensiva dello sconto di un terzo previsto dal tipo di processo. Il Gup è però andato oltre e ha condannato il 23enne a 20 anni e 4 mesi di reclusione.

L’avvocato difensore di Passalacqua, Salvatore Iannone, aveva invece chiesto la derubricazione del reato da tentato omicidio a lesioni gravissime per il suo assistito. “Ci aspettiamo giustizia – aveva detto Iannone – perché il fatto è grave ed è giusto che Passalacqua paghi per quello che ha commesso, ma che Passalacqua non sia il capro espiatorio di qualcosa che non dovrebbe accadere nella nostra civiltà. Ritengo la richiesta del pm esagerata perché, di fronte alla contestazione del reato di tentato omicidio, siamo ad una pena finale di 20 anni in abbreviato che non pare essere una pena congrua né possa essere percepita giusta da chi ha commesso il fatto. La pena per essere socializzante deve essere percepita giusta”.

Prima della lettura della sentenza i familiari di Ferrerio e dell’imputato si sono “incrociati” all’esterno del Tribunale e non sono mancati attimi di tensione, tra insulti e minacce. Genitori e fratello di Ferrerio, che dall’11 agosto dello scorso anno  in coma irreversibile e si trova ricoverato in una struttura di Bologna, sono stati costretti a chiedere l’intervento dei carabinieri.

“Sono stato minacciato di morte – ha raccontato all’Ansa Alessandro Ferrerio, fratello di Davide – per cui abbiamo chiesto l’intervento di polizia ed anche una scorta perché vorremmo poter tornare a Bologna sani e salvi“. L’avvocato Fabrizio Gallo, che rappresenta il papà di Davide, ha annunciato che formalizzeranno una denuncia per minacce ribadendo la richiesta di ottenere una scorta per tutelare la loro incolumità.

Familiari di Davide Ferrerio che tramite uno dei loro avvocati, Gabriele Bordoni, hanno chiesto un risarcimento da un milione e 200mila euro per il giovane finito in coma a Crotone e 300mila euro per i genitori e il fratello. “Il pubblico ministero – ha detto l’altro legale di parte civile, l’avvocato Fabrizio Gallo – ha fatto una richiesta in linea, dura, con quella che sono i fatti. Ha contestato tutte le aggravanti. Ha ripercorso nella requisitoria gli atti che l’hanno portato a chiedere una pena esemplare considerato anche il rito abbreviato. Ci aspettiamo che il giudice rispetti la richiesta del pm. Quello che abbiamo chiesto a gran voce che venisse confermato è il titolo del reato senza derubricarlo“.

Il Gup su questo punto ha disposto un risarcimento di 1.305.000 euro a favore di Davide e una provvisionale di 200 mila euro ciascuno per i genitori e il fratello di Davide, mentre ha rigettato la richiesta di risarcimento per danni d’immagine avanzata da comune e Provincia di Crotone e dal comune di Bologna.

“Nessuna sentenza mi ridarà indietro Davide“, ha commentato la decisione del Gup Giuseppina Orlando, la madre di Davide, che ha sottolineato come “lo Stato ha risposto, non ci ha lasciato da soli“. “I suoi sogni – ha aggiunto la donna parlando del figlio, grande tifoso del Bologna – sono stati tutti spezzati. Per me non doveva avere accesso all’abbreviato, per me avrebbe dovuto avere ‘fine pena mai’. Doveva stare in carcere fino alla fine dei suoi giorni. Io questo delitto non lo considero un tentato omicidio, per me è omicidio e lui doveva essere processato per omicidio. Perché lui ha tolto completamente la vita a Davide“.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Leggende siciliane.

A Palermo.

Ad Agrigento.

A Messina.

Leggende siciliane.

Leggende siciliane: i racconti legati ai luoghi di questa terra. Dai Ciclopi al gigante sepolto sotto l’Etna, ecco le più belle leggende siciliane legate ai luoghi più affascinanti e misteriosi dell’isola. Teresa Barone l’1 2 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La Riviera dei Ciclopi

 La leggenda delle Teste di Moro

 La storia di Colapesce

 La leggenda del gigante Encelado sull’Etna

Spesso protagonista di antichi miti e poemi epici conosciuti in tutto il mondo, la Sicilia vanta una ricca tradizione di leggende e racconti legati all’isola, alle sue coste e ai suoi luoghi più interni, storie affascinanti e caratterizzate da un fitto alone di mistero.

Alcune delle leggende siciliane più celebri rimandano all’Odissea di Omero, che si dice abbia voluto ambientare l’episodio dei mostri Scilla e Cariddi nello Stretto di Messina e quello dei Ciclopi nei pressi di Catania, inserendo nel testo anche le Isole Eolie come scenario ideale di Eolo, il dio dei venti che diede molto filo da torcere a Ulisse e ai suoi compagni che cercavano di tornare in patria.

La Riviera dei Ciclopi

Il tour tra i luoghi della Sicilia protagonisti di racconti leggendari inizia proprio dalla Riviera dei Ciclopi, un tratto di costa lungo circa dodici chilometri a nord di Catania, tra Acireale e Aci Castello.

In questo scenario naturale aspro e incontaminato, secondo la tradizione, avrebbe vissuto Polifemo insieme ai Ciclopi, giganti con un unico grande occhio sulla fronte che furono ingannati dall’astuto Ulisse, fatto prigioniero insieme ai suoi compagni al ritorno dalla guerra di Troia.

La Riviera dei Ciclopi è caratterizzata dalla presenza di una scogliera alta diversi metri: si dice che Polifemo, in cerca di vendetta dopo essere stato accecato, abbia scagliato alcune enormi rocce in mare contro la nave di Ulisse in fuga.

La leggenda delle Teste di Moro

Uno dei simboli della Sicilia è rappresentato dai vasi in ceramica che richiamano le Teste di Moro, oggetti molto particolari dietro i quali si cela una storia che rimanda alla dominazione araba.

Si narra, infatti, che nel 1100 a Palermo una giovane ragazza abbia compiuto un omicidio passionale ai danni di un arabo, che le aveva dichiarato il suo amore. Pur ricambiandolo, la donna decapitò l’uomo per vendetta, dopo aver scoperto il suo imminente ritorno in patria: la testa venne poi usata come vaso per il basilico, messo in bella mostra sul balcone.

La storia di Colapesce

Altrettanto popolare è la leggenda di Colapesce legata a Messina, dedicata al giovane Nicola e alle sue abilità come nuotatore e pescatore. Secondo l’antico racconto, l’Imperatore Federico II di Svevia decise di sottoporre Colapesce a una dura prova, chiedendo al giovane di recuperare una coppa in mare aperto. A questa impresa ne seguirono altre due, alla ricerca della corona imperiale e di un anello gettato nelle profondità marine, ma da quest’ultima avventura Nicola non riuscì a riemergere.

Stando alla leggenda, inoltre, Colapesce decise di restare negli abissi per sorreggere una delle colonne su cui posava la Sicilia, riemergendo solo una volta ogni cento anni.

La leggenda del gigante Encelado sull’Etna

Una delle leggende più conosciute legate all’Etna, infine, ha come protagonista il gigante Encelado. Deciso a spodestare Giove, decise di raggiugere il cielo facendosi aiutare dai suoi fratelli e costruendo una lunga scala fatta di rocce e montagne.

L’impresa si rivelò più difficile del previsto, tanto che i giganti accatastarono tutte le vette più alte prelevandole anche dalla vicina Grecia e dall’Asia, non riuscendo comunque a raggiungere la meta.

Furibondo e contrariato da questo tentativo, Giove scagliò i suoi fulmini sui giganti facendoli precipitare a terra e, non contento, seppellendo Encelado sotto le rocce frantumate che formarono l’Etna. Sempre secondo il racconto, le eruzioni del vulcano si devono proprio alla rabbia del gigante che ogni tanto si risveglia.

A Palermo.

Palermo, via Tiro a Segno: 40 anni di fogne a cielo aperto e indifferenza.  Julie Déléant su L'Indipendente sabato 19 agosto 2023.

A una decina di minuti a piedi dal centro storico di Palermo, tra l’Orto Botanico e il mare Mediterraneo, gli abitanti di un complesso di edifici di via Tiro a Segno, nel quartiere di Sant’Erasmo, reclamano da decenni un intervento adeguato sui sistemi fognari abbandonati. Sono un centinaio di famiglie suddivise in altrettanti appartamenti. Da decenni convivono con allagamenti dei cortili, degli spazi comuni e delle abitazioni ai piani bassi, con la fuoriuscita di acque nere e con strade che si riempiono costantemente di liquami puzzolenti di colore verdastro. Vivono in un quartiere evidentemente troppo lontano dalle traiettorie dei turisti e dalle case della Palermo-bene per essere interessati da qualsiasi lavoro destinato a migliorare la qualità della loro vita. Sono stanchi, ma non per questo privi di rabbia e voglia di provare ancora a cambiare le cose. Quando mi reco sul posto, ad accogliermi trovo la signora Fina, pensionata, arrivata 35 anni fa. È molto diretta e va dritta al punto: «in 35 anni niente è cambiato e nessuno si è preoccupato di noi, siamo abbandonati».

Una realtà constatata anche dalle associazioni sul campo, come Spasmo, uno spazio popolare nato dall’autorganizzazione dal basso allo scopo di migliorare la vita nel quartiere, che in un comunicato fustiga le amministrazioni comunali, «sia quella passata sia quella attuale», che «continua ad alimentare imperterrita le sue politiche di marginalizzazione e cancellazione di quella “eccedenza umana” non convertibile al nuovo sistema-città». 

Quando l’esasperazione supera il livello di guardia, alcuni abitanti prendono dei cassonetti e occupano la strada. L’hanno fatto ancora all’inizio del mese di luglio, alcuni giorni prima delle feste di Santa Rosalia. «Perché per i festini ci sono soldi, eh! Nota questo: ci sono soldi per i festini», insiste la signora Fina.

Domenica, 9 luglio. Con una pala prestata da un vicino, la signora Fina macina la pietra che permette all’acqua reflua, prigioniera della vegetazione selvaggia, di defluire lentamente attraverso un buco di una ventina di centimetri scavato a mano in un muretto. Quando le piogge riprendono, il parcheggio si allaga a tal punto che è impossibile uscire senza gli stivali. Alcuni hanno acquistato, a loro spese, una pompa idrovora per spurgare la fognatura e ripulire gli spazi comuni. «Ma funziona male, quando si può farla funzionare», si lamenta uno degli acquirenti. Allora, l’estate potrebbe essere una boccata d’aria. Ma non è così. «L’odore è sempre insopportabile», si lamenta Giacomo Valentino.

Angelo Francesco Paolo, che dorme con un respiratore, dice di essersi svegliato ogni ora questa notte a causa degli odori. «E ieri sera sono dovuto andare fino a Piazza Marina per poter respirare aria decente» afferma infastidito percorrendo la sua grande terrazza, che non può più utilizzare da anni. Salvatore, arrivato sette anni fa, non può più aprire la porta della sua veranda. Il suo bagno – che condivide con la moglie, due figli e due nipoti –  è macchiato di muffa. Come Angelo Francesco Paolo, molte persone hanno problemi di salute e respirare aria malsana di certo non è privo di conseguenze. Si trovano tutte in situazioni precarie, se non molto povere: Angela vive con una pensione di 670 euro, come suo marito. In questa calda giornata di domenica, non è potuta andare al mare, come molti abitanti.

Un progetto di riqualificazione parziale, coordinato dalla società AMAP, è allo studio dal maggio 2023. Una delle ipotesi prevede di fare un allaccio della rete fognaria a una nuova pompa, che dovrà essere costruita, un’altra farne uno a una pompa già esistente, ma attraversando il terreno di un privato (che deve dunque dare il suo consenso). Ancora nessuna decisione è stata presa e gli abitanti non sono particolarmente ottimisti sui tempi di effettiva realizzazione.

Contattato per email, il responsabile d’area dell’Ufficio autonomo per il dissesto idrogeologico e i servizi a rete idrico-fognari del Comune di Palermo, Nicolò Asaro, conferma l’esistenza di questo progetto, aggiungendo che i rappresentanti della Società AMAP «hanno illustrato un intervento di razionalizzazione della rete fognaria che consentirebbe di eliminare definitivamente i problemi». Annunciando inoltre che il Comune monitora con attenzione l’«aggravamento della situazione igienico sanitaria di via Tiro a Segno».

Per far progredire le cose, gli abitanti si sono recati mercoledì 12 luglio a protestare davanti al municipio, sperando di ottenere un colloquio con il sindaco, Roberto Lagalla. Alle 8:30 erano pochi, meno di dieci. Angela guarda la piccola assemblea dal suo balcone, si scusa di non potervi aderire: «Non posso lasciare mio marito». «Lei ha una buona ragione – osserva Giacomo Valentino, una volta arrivato piazza Pretoria, davanti al Palazzo delle Aquile – Ma tanti altri non si interessano a nulla. Non c’è la forza, non c’è l’unione». «Come possiamo sperare di fare pressione sul municipio, se siamo dieci persone? Ci rideranno in faccia», aggiunge Angelo Francesco Paolo. Eppure, come spiega ai pochi media che hanno mandato un inviato, la situazione è grave. «Ci sono topi, zanzare, serpi. E l’erba, e i cattivi odori che escono di fuori dalle fognature. Non possiamo stare neanche aperti che entrano le zanzare ed il cattivo odore ti entra dentro». I membri delle associazioni venute a sostenere aiutano a appendere lo striscione, giustificano gli assenti: «alcuni sono qui da 30 anni, penso che molti di loro siano demoralizzati, o non si fidino più», afferma Rossella Letizia, dell’associazione di quartiere Spasmo. 

Ma la determinazione dei pochi presenti ottiene comunque un risultato. Verso le 11, una delegazione, composta dalla signora Fina, Luca Canduci, un membro di Spasmo, e Antonio Tralongo, del sindacato CUB – Federazione del Lavoro e del Sociale, vengono ricevuti dal comune. Il giorno seguente, Dario Di Gangi, capo del Polo tecnico del Comune di Palermo, ha presentato loro il progetto dell’AMAP. «La prima cosa che abbiamo fatto è stata dire: chiamate AMAT, andate a fare pulire lo spazio, a fare togliere un poco di immondizia dalle celle di liquami. Per i lavori ci sarà da aspettare, ma nel frattempo bisogna almeno tamponare la situazione», spiega Antonio Tralongo. La sfida è ora quella di sapere se i soldi necessari – 220.000 euro, secondo quanto riferitoci dal responsabile comunale Nicolò Asaro – per i lavori saranno presi dal fondo di riserva o se bisognerà attendere il prossimo bilancio comunale. «Chiediamo che vengano presi dal fondo di riserva, previsto per le emergenze, in modo da cominciare i lavori subito. Abbiamo chiesto, aspettiamo», spiega Antonio.

Nel frattempo gli abitanti di via Tiro a Segno tornano a casa, una volta tanto meno pessimisti del solito. Il Comune ha promesso che interverrà prontamente, e dopo aver atteso quasi 40 anni, potrebbe essere questione di settimane. Ma non è ancora tempo di gioire, troppe volte sono stati abbandonati per potersi fidare delle istituzioni. Per loro non è ancora arrivato il tempo di vedersi garantito il diritto a vivere in un ambiente con servizi fognari degni di un Paese civile. [di Julie Déléant]

A Palermo l’aria è avvelenata: la diossina è 35 volte superiore al limite. La presenza di sostanze tossiche in alcune aree della città raggiunge quantità record. «La verità è che la discarica di Bellolampo è una bomba ecologica». Giuseppe De Marzo il 17 Agosto 2023

La presenza di diossina nell’aria in alcune zone di Palermo è 35 volte superiore ai valori massimi consentiti. È l’Arpa - Agenzia per la protezione ambientale - della Sicilia che ha determinato questa quantità subito dopo l’incendio del 24 luglio scorso che ha coinvolto anche la discarica di Bellolampo. Il limite massimo previsto dalle linee guida dell’Oms è di 100 femtogrammi per metro cubo. Il campionamento dell’aria ha mostrato invece in alcune aree una concentrazione pari a 3.531 femtogrammi per metro cubo. Mai visto niente di simile prima d’ora sull’isola.

Per avere un’idea, nel luglio del 2012 sempre l’Arpa siciliana ha misurato una concentrazione di diossina subito dopo un altro incendio alla discarica di Bellolampo di 550 femtogrammi per metro cubo.

Le diossine sono sostanze chimiche velenose note come inquinanti organici persistenti. Sono sottoprodotti di processi sia industriali che naturali, come gli incendi per l’appunto. Altamente tossiche e molto pericolose per la salute umana. Nel corpo persistono sino a undici anni e possono causare il cancro, diverse forme di leucemia e colpire il sistema immunitario e nervoso. Ce ne siamo resi conto ormai da tempo studiando l’impatto di alcuni disastri ambientali come quello provocato dalla nube di gas rilasciata dallo stabilimento chimico della Icmesa di Meda, in provincia di Milano, nel luglio del 1976. O dall’emergenza rifiuti nel 2007 in Campania, responsabile dell’aumento di tumori e malformazioni tra i bambini.

Ci chiediamo quale sarà l’impatto sulla salute per chi ha respirato un quantitativo di diossine 35 volte superiore ai limiti. Basteranno i consigli dei medici («rimanere chiusi in casa») o rispettare le indicazioni del sindaco («non mangiare per almeno 15 giorni carne, uova e latticini provenienti da un raggio di 4 chilometri dalla discarica»)?

La verità è che Bellolampo è una bomba ecologica. Le misure tampone servono a poco. La discarica andrebbe chiusa e risanate le vasche esauste come prevede la legge con terreno, vegetazione e geomembrane, così da evitare che prendano di nuovo fuoco. E allo stesso tempo bisognerebbe portare la raccolta differenziata al 70% utilizzando il porta a porta (oggi è solo al 15%). Significa impegnare risorse, coinvolgendo competenze e tecniche diverse rispetto a quelle utilizzate sino ad ora. Bisogna volerlo fare ed avere le competenze per farlo. Ma non sembra questo il caso, viste le scelte catastrofiche portate avanti in questi anni dalla giunta regionale, come raccontato da L’Espresso (numero 31 del 6 agosto, “La terra dell’emergenza” ).

Non sorprende la denuncia di «inadeguatezza» rivolta alla classe politica dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. E non si tratta solo di indifferenza delle destre per i problemi degli impoveriti o di negazionismo climatico. Manca una visione politica chiara e lungimirante che sappia essere declinata con risposte efficaci e utili, valide per Bellolampo come per Forlì e Roma.

Questo modello di sviluppo conviene solo ad una piccolissima percentuale che continua ad arricchirsi cancellando salute e diritti alla stragrande maggioranza delle persone, alimentando un impoverimento culturale e civile che rischia di mettere in ginocchio la democrazia e le sue conquiste. Mettere al centro la dignità e i diritti delle persone ci impone di cambiare paradigma. Facciamo Eco!

Estratto dell'articolo di Salvo Palazzolo per palermo.repubblica.it il 29 giugno 2023.

Il 4 aprile, i poliziotti della squadra mobile avevano fermato in centro città lo chef Mario Di Ferro, gestore del ristorante di Villa Zito, mentre cedeva una dose di cocaina a un burocrate a contratto dell’Assemblea regionale siciliana, Giancarlo Migliorisi. Si era subito capito che quel blitz era parte di un’indagine molto più ampia. Oggi, è arrivata la conferma: Mario Di Ferro è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di essere lo spacciatore di tanti vip. Uno, soprattutto: Gianfranco Miccichè, ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana ed ex senatore, che non è indagato 

[…]

Miccichè era uno dei più assidui clienti di Mario Di Ferro, che aveva avviato una florida attività parallela. La polizia ha arrestato anche due spacciatori che lo rifornivano, Gioacchino e Salvatore Salamone, ora sono rinchiusi in carcere. Obbligo di firma, invece, per tre collaboratori dello chef: si tratta di Pietro Accetta, Gaetano Vara e Giuseppe Menga. Ad incastrarli sono state le intercettazioni e i pedinamenti fatti dalla squadra mobile diretta da Marco Basile e dalla nuova “Sisco”, la sezione investigativa del Servizio centrale operativo. 

Per mesi, i poliziotti hanno sentito i clienti che chiedevano allo chef dosi di cocaina, utilizzando le espressioni più colorite. Pensavano così di dissimulare l’acquisto di droga, ma l’attività di spaccio non è sfuggita a chi indagava […] i pusher andavano direttamente a Villa Zito. E sono stati immortalati dalle telecamere piazzate dalla polizia all’esterno, nella centralissima via Libertà. Dopo ogni telefonata di Miccichè, Di Ferro chiamava i pusher e li convocava a Villa Zito. Poco dopo arrivava l’esponente politico, in auto blu e lampeggiante. Con tanto di autista.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Legato per stampa.it il 29 giugno 2023.

Non è indagato, ma è chiaramente – quantomeno per notorietà pubblica – tra i protagonisti di una storia di droga nella Palermo Bene. L’ex presidente dell’assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè, già senatore, ne ha comprata molta dall’intraprendete chef Mario Di Ferro, gestore del ristorante all’interno della prestigiosa

[…]

L’inchiesta è nata da un altro procedimento, tutt’ora coperto da segreto investigativo, nel quale «Di Ferro – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare - era stato contattato da un esponente di spicco di Cosa Nostra». Si era scoperto così, che il gestore del ristorante all’interno della prestigiosa Villa Zito di Palermo, «fosse il protagonista – si legge agli atti dell’inchiesta - di una frenetica attività di vendita di cocaina».

Di Ferro come già in altre occasioni, utilizzava un’informazione pretestuosa riferibile ai giorni di assenza di Miccichè per capire quante dosi di stupefacente l’uomo intendesse acquistare: “Quindi quanti giorni stai fuori?”. E Miccichè: «Tornerò venerdì o sabato, quindi due o tre giorni».

[…] 

In un’occasione, tra Miccichè e Di Ferro era nata anche una accesa discussione. Miccichè chiama il suo pusher con tono seccato: «Guarda che quello che mi hai dato era vuoto». E di Ferro: «Io quello che ti dovevo dare te l’ho dato coglione». Miccichè insiste: “«ti ho detto che era vuoto». E l’altro: «Assolutamente no».

In un’altra occasione, Di Ferro, con il solito escamotage chiedeva all’ex presidente della Regione siciliana. “Quanti giorni ti fermi stavolta?”. Replica: “Cinque giorni, cinque. Non di più”. 

Scrive il gip: «Assunti dati certi sulla quantità di stupefacente che doveva procurare a Miccichè, Di Ferro contattava Gioacchino Salamone». Al pusher spiegava in linguaggio cifrato – ma corrispondente a quanto emerso dalle precedenti intercettazioni – testualmente: «Avvicinati al lavoro che siamo in cinque e ti rompiamo il culo».

La prima consegna il 19 novembre 2022. Seguiranno un’altra decina di forniture per cessioni pari a un trentina di dosi: 26 novembre, 30 novembre, 3 dicembre, 27 dicembre (10 dosi complessive), 30 dicembre, 6 gennaio, 12 gennaio (4 dosi), 26 gennaio (2 dosi), 31 gennaio, 12 febbraio, 1 marzo, 21 marzo, 1 aprile (5 dosi). 

Dice Miccichè all’agenzia Ansa: «Prima di potere dire qualcosa devo capire cosa c'è nell'inchiesta in cui non sono indagato, ma posso dire che sono dispiaciuto per Mario Di Ferro: è un caro amico che conosco e frequento da moltissimi anni. Andavo alla sue feste che erano sempre molto divertenti, frequentate da tantissima gente e dove non ho mai visto della droga».

Da palermo.repubblica.it il 29 giugno 2023. 

Gianfranco Micicchè, nel ciclone per l’inchiesta sullo chef spacciatore di Palermo, al momento rilascia poche laconiche dichiarazioni filtrate dal suo staff: “Escludo in maniera categorica – dice - che io mi muova in macchina con lampeggiante acceso. È un errore che ho fatto e di cui sono pentito. Considero molto più importante nella mia vita di essere stato onesto, non avere mai fatto male a nessuno, non avere mai rubato un centesimo. Poi ognuno di noi qualche errore nella vita lo ha fatto. L'importante è essere a posto con la propria coscienza. Ed io lo sono".

Miccichè, oggi deputato regionale di Forza Italia è colui che ha messo in piedi il partito di Silvio Berlusconi ai tempi della “discesa in campo”, era il 1994.

Ora che dall’inchiesta su Mario Di Ferro salta fuori il suo coinvolgimento, sebbene non sia indagato […] 

Non è la prima volta, del resto, che l’immagine di colui che è stato a lungo il leader indiscusso di Forza Italia in Sicilia viene associata alla cocaina. Nel 2002, quando era viceministro all’Economia, uno dei suoi più stretti collaboratori, Alessandro Martello, fu arrestato con l’accusa di avere introdotto 20 grammi di cocaina al ministero. Dieci anni dopo, quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a essere sorpreso con le mani nel sacco è stato il suo autista, Ernesto D’Avola. Beccato a Roma alla guida con una busta contenente cinque grammi di cocaina e la scritta: “Per l’onorevole Miccichè”.

Lui ha sempre smentito che i suoi collaboratori agissero per conto suo, ma non ha mai fatto mistero di aver avuto un problema di dipendenza: “Non sono più cocainomane. Lo sono stato quando ero ragazzo ma l’ho sempre ammesso. Avevo vent’anni”, ha affermato ai microfoni del programma “La Zanzara” nel 2013, quando era appena stato nominato sottosegretario alla Funzione pubblica.

Anche i suoi avversari politici non gli hanno mai risparmiato battute al vetriolo. “Stupefacente”, aveva ironizzato l’ex governatore Nello Musumeci quando Miccichè lo aveva definito “fascista” e “rompi c…”. Più felpato l’attuale presidente della Regione, il forzista Renato Schifani, che è riuscito a estrometterlo dal partito ottenendo da Berlusconi di togliergli il ruolo di commissario regionale. Recentemente l’ex presidente dell’Ars ha accusato il governatore in diretta Facebook di essere “uno che vive di vendette e rancori”. Schifani ha colto l’assist al volo: “Se dovesse star male, lo invito a curarsi”. La controreplica non si è fata attendere: “Siamo quasi coetanei e lui pare mio nonno”. […]

Estratto dell’articolo di Felice Cavallaro per corriere.it il 29 giugno 2023.

Nell’eremo di Sant’Ambrogio, fra le colline di Cefalù […], Gianfranco Micciché […] ha letto le trecento pagine di accuse ai pusher e ai mediatori, comprese le intercettazioni che lo riguardano. 

Dicono che era destinata a lei la cocaina passata dalle mani dello chef di Villa Zito. Smentisce?

«Non ci provo nemmeno a smentire. Io […] non ho mai fatto del male a nessuno. Solo un errore, commesso contro me stesso. Sarei in imbarazzo se avessi rubato. Invece sono a posto con la coscienza».

Ammette quindi di avere assunto droga?

«Lo dissi vent’anni fa in diretta durante una trasmissione di Giuliano Ferrara. Solo in studio con lui. Ammisi. Tornai a casa, guardato storto da mio padre: “Me lo potevi dire prima”». 

E adesso? Si sottoporrebbe al test antidroga?

«Non sniffo più, ma il test no. Non devo dimostrare nulla a nessuno». 

Dicono che lei usasse un linguaggio in codice: 5 giorni a Milano per dire 5 dosi...

«Io non vorrei proprio parlare dell’inchiesta e mi piacerebbe se un giornale serio si interrogasse sul senso di alcune intercettazioni malamente interpretate».

Cinque giorni, cinque dosi...

«Più di cinque. Parlo dei giorni. Dal 20 al 26 novembre 2022». 

Spieghiamo.

«Intanto, tutti sanno a Palermo che io mangio ogni giorno nel ristorante di Mario Di Ferro, a Villa Zito. Forse non tutti sanno che c’è sempre un tavolo per me. E quando lascio Palermo avverto. Per evitare che gli resti un tavolo vuoto. Accadde quel novembre. Devo aver detto “cinque giorni”. Ma riferiti a una partenza per Milano, a un soggiorno a Gardone Riviera, Villa Paradiso, camera 142. Ecco la fattura dell’albergo […]». 

Intercettazioni storpiate?

«Mi chiedo: si potevano fare, visto che a fine 2022 ero senatore? Si possono pubblicare oggi? È una cosa da Paese civile? Vorrei non dirlo io, ma leggerlo su un grande giornale. Comunque, perché esce il mio nome? […] Io non sono indagato e non potevo essere intercettato. Se poi tutto serve a sputtanare».

[…] Scrivono che tante altre volte, a Villa Zito...

«Andavo a mangiare, non a ritirare droga». 

La sua ammissione confermerebbe il traffico.

«La mia ammissione è solo una prova di onestà. Tanti non lo dicono. Io sì. Parlando di un peccato che, semmai, faceva male solo a me. […]». 

Un peccato ripetuto spesso?

«Se lo facevo, accadeva rarissimamente, il sabato e la domenica, mai in giorni lavorativi. Roba personale di cui ho parlato con mia moglie. Mi sono dovuto giustificare con le mie figlie. È roba da storia personale. Ma la coscienza è meravigliosamente a posto». 

Nessun pentimento?

«Nella mia vita ho fatto cose bellissime e un errore. Pensano che possa sentirmi infelice per avere fatto un errore? Infelice è chi, invece di esaltare le cose positive, s’aggrappa a una cosa negativa. Io sono nato per essere ottimista. Nonostante tutto, nonostante Schifani...». 

Come?

«Questo non l’ho detto. Non è che scrive tutto e poi mi frega anche lei? Il punto è cercare di capire perché è stata violata la legge. Qualcuno mi ha pure messo una cimice, un gps, in macchina. E non sono indagato. Come esce il mio nome? Ha ragione chi dice che la giustizia è malata».

Estratto dell'articolo di Lara Sirignano per corriere.it il 29 giugno 2023.

Sono le 22.23 del 18 novembre scorso. L’ex senatore di Forza Italia Gianfranco Miccichè chiama Mario Di Ferro, ristoratore che gestisce il ristorante Villa Zito, un locale frequentato dalla Palermo che conta. A Di Ferro Miccichè fa sapere che l’indomani sarebbe partito alla volta di Milano dove si sarebbe trattenuto per cinque giorni. Una frase in codice che, secondo gli inquirenti che intercettano Di Ferro da tempo, indica le dosi di cocaina che l’ex presidente dell’Ars avrebbe dovuto acquistare.

Il ristoratore, arrestato oggi per cessione e vendita di sostanze stupefacenti, secondo l’accusa coglie al volo il riferimento e si informa sull’orario del volo. Saputo che Miccichè sarebbe partito intorno alle due, lo rassicura che sarebbe riuscito a farcela e gli dà appuntamento telefonico al mattino seguente. «Vabbè, siete cinque, cinque giorni, va bene ciao» dice. Dove con i giorni, per gli investigatori, i due si riferiscono appunto alle dosi da comprare.

Poco dopo Di Ferro contatta il suo fornitore: Gioacchino Salamone, nome noto agli inquirenti che l’hanno nel 2018 accusato di essere l’uomo dei clan mafiosi nel traffico di droga. «All’una meno un quarto puntuale, da me al bar, va bene?», gli dice Di Ferro. Alle 13.55 Gianfranco Miccichè viene ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre arriva al ristorante Villa Zito. Scende, lascia il suo autista in attesa, entra e va via alle 15.20. Ma il copione dello spaccio, per gli investigatori, si sarebbe ripetuto per una trentina di volte in due mesi: tra novembre e dicembre del 2022.

Il 26 novembre scorso ad esempio, Miccichè sente Di Ferro al telefono e gli annuncia che sta arrivando. «Tra una mezzoretta vengo lì», dice. Alle 20.29 il ristoratore, in compagnia del politico, chiama Salvatore Salamone e gli chiede di raggiungerlo «eh … avvicina», gli fa. Alle 20.43 il fornitore arriva al ristorante ed entra dall’ingresso principale per andarsene poco dopo. E ancora il 30 novembre il sistema di videosorveglianza davanti all’ingresso secondario del locale riprende oltre all’arrivo di Miccichè a bordo dell’ auto blu dell’Ars, anche il successivo incontro tra Di Ferro e Salamone che, dopo averlo atteso, alle 14.32 attraverso il cancello gli consegna una bustina. […]

Il caso del politico di FI. Chi è Gianfranco Miccichè: non crocifiggete Frisco, fragile e privo di vittimismi. Frisco, come lo chiamavamo a Palermo è stato sempre un personaggio libero, apparentemente senza ambizione. E non ha mai nascosto chi era. Fulvio Abbate su L'Unità il 30 Giugno 2023

Queste mie parole giungano in difesa di Gianfranco Miccichè sotto gli occhi di tutti per una brutta storia di cocaina, di cui ammette il consumo. Giungano anzi di “Frisco”, così lo abbiamo sempre chiamato noi, i compagni. Parole che seguono le stesse che dissi, anni fa, sempre in sua difesa, quando, da presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, rispondendo a Matteo Salvini davanti ai migranti in ostaggio sulla “Nave Diciotti”, salì a bordo per portare indumenti puliti alle ragazze, il leader leghista sempre da lui definito “uno stronzo” (sic).

Frisco non ha mai negato le proprie umane debolezze. Frisco che tuttavia precisa di “non avere mai chiesto all’autista di usare il lampeggiante”. Risposta da uomo di mondo, libero da ogni protervia. Inarrivabile Gianfranco, riuscito infatti, attraverso un’ars retorica ignota ad altri, chiose filosofiche serali degne dei migliori ragazzi palermitani davanti all’ormai sfrattato “Baretto” di Mondello, a rispondere a ogni accusa fuori da ogni vittimismo. Parole perfette, come pietre, parole, come panelle, di più, parole come panelle e crocchè davanti a una destra che non conosce unicamente i gesti della proibizione davanti al tema delle sostanze stupefacenti. Sorvegliare e punire, direbbe Michel Foucault. Frisco, tra via Tavola Tonda e piazzetta Meli, a Palermo, dove avevano sede gli anarchici, lui più prossimo a Lotta Continua con l’amico Vincino.

Frisco ragazzo di lotta e di mondo, camicia azzurra di lino, Frisco infine uomo di governo con Berlusconi. Addirittura Miccichè protagonista di un 61 a 0, i collegi elettorali siciliani tinti d’azzurro, come la sua camicia. Frisco luogotenente generale di Forza Italia in terra di Trinacria, con Berlusconi che gli consegna il bastone di comando alla Fiera del Mediterraneo, già regno delle prime crêpes al “Grand Marnier” lì scoperte dai palermitani. Se, quando insieme frequentavamo il bar “La Cuba” di Villa Sperlinga, tra scrittori d’avanguardia del Gruppo 63, spinellari, baby sitter, fricchettoni e tossici di eroina, con John Lennon a cantare Mind Games nel jukebox, mi avessero mostrato dentro la sfera di cristallo Gianfranco sul banco del governo avrei pensato a un’illusione ottica, invece si trattava proprio di lui, Frisco nostro. Frisco come contrazione di San Francisco: West Coast, Crosby, Still, Nash e Young, Kerouac e Ferlinghetti.

Sia detto senza offesa, ma la maggior parte dei testimoni d’allora nulla avrebbero scommesso su Frisco professionista, ritenevano l’uomo un “montato”, un “convinto”, disinteressato a una carriera banalmente borghese, nessuna ambizione; da immaginare semmai in maniche di camicia e occhiali “Persol” nei locali più “tochi” della città; vita pura e semplice. Oppure a Mondello, Circolo “Lauria”, o magari ancora con gli amici di Lotta Continua tra Pantelleria, Levanzo e le Eolie, nel tempo in cui Mauro Rostagno e compagni avevano sede in piazza Rivoluzione. Siccome gli amici mai vanno dimenticati, Vincino, appena Frisco ebbe le prime pubbliche glorie, era il 1995, pubblicò in una vignetta i suoi numeri privati di cellulare e perfidamente accennò a una storia di cornicette marocchine imbottite di “merce”, così quando i ragazzi della migliore Palermo si facevano le canne, se non di peggio.

D’altronde, già a metà anni Settanta, raccontando Palermo, L’Espresso titolò: ‘“Dopo la lotta, verrà la festa continua”. E le vinerie. Bisogna però aggiungere che Frisco, al contrario d’altri, sia detto per ragioni di stile, mai dette l’impressione di consacrarsi al bicchiere di “Mateus” in una Palermo imbattibile per promiscuità: figli dell’aristocrazia e rampolli della rara borghesia imprenditoriale, teatranti come Gigi Burruano, e poi giornalisti etilisti e infine “malacarne”, tutti a dare luce e chiacchiere nei pomeriggi a fondo perduto.

Come Pinocchio, un certo giorno, Micciché si guarda allo specchio e scopre d’essere diventato adulto. Molti suoi amici, quando Frisco è diventato il “viceministro Gianfranco Micciché”, l’uomo appunto del 61 a 0, gli hanno tolto il saluto, soprattutto, così dicevano: per un fatto di coerenza politica; però quando è venuta fuori la storia di un suo eventuale coinvolgimento in una storia di coca, a Palermo non hanno potuto fare a meno di pronunciare giù-le-mani-da- Frisco! Senza alcuna ironia. Lo stesso vale per quest’ultima recente vicenda di “neve” che non lo mostra comunque inquisito. Forse, già che siamo in tema, occorrerà raccontare la storia vera del funerale del vecchio barone, come ho già fatto in un mio romanzo che ha la pretesa di riassumere la singolarità palermitana.

Al momento della tumulazione, al cimitero dei Rotoli, un amico del patrizio estinto si rivolge ai convenuti: “Secondo voi, il nostro come vorrebbe essere ricordato?” Basta un attimo, quando un altro dei presenti, natata una lapide di marmo nero lucente, prepara una pista, arrotola una banconota, dà il primo tiro, gli altri faranno altrettanto. Il minimo nella città di Fulco di Verdura. Gianfranco Miccichè da immaginare mentre raggiunge Mondello, il vento della “Favorita” sul viso. Lui che non ha mai negato d’essere se stesso. D’essere Frisco.

Fulvio Abbate 30 Giugno 2023

«Vendevano droga a Miccichè». E voilà: la notizia è in homepage. Un’inchiesta sul solito giro di spaccio a Palermo diventa breaking news grazie al deputato del Parlamento siciliano, messo alla gogna seppur non indagato. È il risultato delle nuove norme che tutelano la privacy ma non quella degli estranei all’inchiesta. Costa e Nordio hanno studiato rimedi. Ma il ministro ha già deciso di lasciar perdere. Valentina Stella su Il Dubbio il 29 giugno 2023

Una mattina esci per fare colazione, guardi il cellulare come chiunque ormai e scopri che il tuo nome apre i siti web dei principali giornali. Non sappiamo se davvero sia andata così ma sicuramente stamattina il deputato di Forza Italia all’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè, già presidente del Parlamento di Palazzo dei Normanni e senatore a Roma, ha visto la propria faccia rimbalzare ovunque, accompagnata da titoli del tipo “Ai domiciliari il pusher dei vip di Palermo: spacciava cocaina a Miccichè. L’ex presidente dell’Ars comprava la droga in auto blu e lampeggiante”; “Palermo, blitz contro pusher dei vip Di Ferro. «Cocaina anche a Micciché: andava a prendere la droga con l’auto blu»”; “Palermo, arrestato lo chef dei vip Mario Di Ferro: “Spacciava cocaina”. Tra i clienti anche Miccichè. La droga viaggiava in auto blu”.

A lui, come a qualsiasi altra persona così attenzionata in articoli di cronaca giudiziaria, sarà preso un colpo. E tutte le persone – familiari e amici – avranno pensato: “Diamine!”. Il sospetto della colpevolezza di un reato comincia a serpeggiare tra la gente. Poi però ti prendi la briga di leggere l’articolo e scopri che Miccichè non è neanche indagato, in quanto solo presunto consumatore di stupefacenti. Ma il suo nome è servito a far rumore e a portare sulle prime pagine un’indagine condotta dalla Procura di Palermo diretta da Maurizio de Lucia.

Il gip Antonella Consiglio, proprio su richiesta dell’ufficio inquirente, ha emesso un’ordinanza di misura cautelare per sei persone alle quali vengono contestati, a vario titolo, diversi episodi di vendita e cessione di droga. Il procedimento nasce da un’intercettazione disposta nell’ambito di un’altra indagine. A finire agli arresti domiciliari Mario Di Ferro, gestore del ristorante di Villa Zito, con l’accusa di essere lo spacciatore di tanti vip. Di uno, soprattutto: Miccichè appunto, intercettato e fotografato mentre, a detta degli investigatori, andava a prendere la droga.

Ripetiamo: non è indagato, ma il suo nome è comunque finito nell’ordinanza di custodia cautelare e lo ‘sputtanamento’ mediatico non glielo ha tolto nessuno.

“Prima di potere dire qualcosa devo capire cosa c’è nell’inchiesta in cui non sono indagato, ma posso dire che sono dispiaciuto per Mario Di Ferro: è un caro amico che conosco e frequento da moltissimi anni. Andavo alle sue feste che erano sempre molto divertenti, frequentate da tantissima gente e dove non ho mai visto della droga”, è il primo commento all’Ansa di Miccichè. Che successivamente ha aggiunto: “Escludo in maniera categorica che io mi muova in macchina con lampeggiante acceso. Considero molto più importante nella mia vita di essere stato onesto, non avere mai fatto male a nessuno, non avere mai rubato un centesimo. Poi ognuno di noi qualche errore nella vita lo ha fatto. L’importante è essere a posto con la propria coscienza, e io lo sono”.

Allora a cosa è servita la normativa sulla presunzione di innocenza se – potremmo dire paradossalmente – mira a tutelare gli indagati ma non i terzi estranei? Interpellato dal Dubbio, il deputato di Azione Enrico Costa, che da anni si batte contro la mostrificazione mediatica di colpevoli, innocenti, estranei ai fatti, osserva come il problema sia “la pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare: proprio lo scorso novembre 2022”, dice il parlamentare, “ho presentato una proposta di legge su ‘Modifiche all’articolo 114 del codice di procedura penale, in materia di pubblicazione delle ordinanze che dispongono misure cautelari’ al fine di non consentire la pubblicazione, integrale e letterale, dell’ordinanza con il quale il giudice dispone le misure cautelari fino a che non siano concluse le indagini preliminari, ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”. Questo perché, ci spiega sempre Costa, quell’atto che dispone le eventuali misure cautelari è utilizzato come “una forma mascherata di anticipazione della pena, che non si sa se e quando sarà irrogata”. In questo scenario, “i titoli di giornale che raccontano l’indagine, quasi sempre sposando l’impostazione accusatoria, rappresentano spesso per l’opinione pubblica una sentenza anticipata”.

Nel caso specifico di Miccichè, ci dice sempre Costa, “si tratta di un tema di ordine generale: è evidente che nell’ordinanza debbano essere specificati i gravi indizi, ma è sbagliatissimo che la legge ne consenta la libera circolazione e pubblicazione. Si tratta di un atto che dovrebbe essere riservato, perché si è in fase di indagini preliminari e perché neanche vi è stato il vaglio di Riesame e Cassazione”.

Nordio e l’ipotesi di un correttivo

Fonti di via Arenula ci dicono che anche il ministro Nordio aveva valutato una riforma simile a quella di Costa, ma sarebbe risultata impraticabile sotto due profili: politico e tecnico. Rispetto al primo, rischierebbe di provocare una levata di scudi da parte delle opposizioni e troverebbe resistenze anche nella maggioranza. Sul piano tecnico, bisogna comunque ricordare che gli atti sarebbero a disposizione di terzi e quindi ci potrebbe essere una fuga di notizie. E se pure si prevedesse di inserire degli omissis al posto dei nomi dei non indagati, (personaggi pubblici e non), fatta eccezione per quelli che il procuratore ritenesse di interesse pubblico, si darebbe troppo potere ai capi degli uffici nel selezionare, ad esempio, in base alle preferenze politiche.

Il vicerè. Morto Berlusconi, in Sicilia nessuno difende più Gianfranco Miccichè. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 30 Giugno 2023

Indagato dalla Procura di Palermo, isolato e scaricato dal suo ex partito, l’ex uomo forte del Cavaliere nell’isola sembra arrivato ormai alla fine della sua spericolata corsa politica

Allora, non era proprio un «semplice favore» a un amico. Ma qualcosa di più. Ne sono convinti,  alla Procura di Palermo. Ieri mattina, 29 Giugno, la città è stata scossa da una misura cautelare per sei persone,  accusate di essere al centro di un giro di spaccio di droga con clienti particolari  della Palermo bene.

E tra gli arrestati  spunta di nuovo lo chef dei vip, Mario Di Ferro, il gestore del noto ristorante glamour di Palermo, Villa Zito. Di lui avevamo scritto su Linkiesta a proposito della cessione di droga a Giancarlo Migliorisi, uno dei più stretti collaboratori dell’ex presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè. L’episodio aveva agitato i palazzi della politica siciliana. Di Ferro si era difeso dicendo che era un semplice favore, nulla di più. Ma adesso, invece, è pienamente coinvolto nell’inchiesta, guidata dal procuratore Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido, gli stessi che hanno messo la loro firma nelle indagini che hanno portato alla cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro. E se quell’evento, a gennaio, ha scatenato un terremoto, la piccola inchiesta di queste ore rischia di provocare un terremoto politico. Perché tra i clienti di Di Ferro, filmati dagli investigatori, c’è proprio Miccichè.

C’è già chi pensa al complotto. Dopo la morte di Silvio Berlusconi, infatti, Forza Italia sta per implodere come il sommergibile Titan. E tra i naufraghi del partito azzurro è iniziato il si salvi chi può. La scialuppa di salvataggio più robusta, però, è quella guidata dal presidente della Sicilia, Renato Schifani, con Miccichè sempre più isolato, ormai fuori da tutto. Tanto che ieri il capogruppo di Forza Italia all’Ars, Stefano Pellegrino, aveva certificato: «Miccichè non fa più parte di Forza Italia». Non c’è più Berlusconi, che per lui aveva un debole,  a difenderlo.  E adesso ci si mette anche l’inchiesta della Procura di Palermo.

Miccichè non si nasconde: «Sono dispiaciuto per Mario Di Ferro, un caro amico che conosco e frequento da moltissimi anni. Andavo alle sue feste che erano sempre molto divertenti, frequentate da tantissima gente e dove non ho mai visto della droga».

Ma non finisce qui.  Perché dagli episodi rilevati negli atti dell’inchiesta risulta che l’ex vice ministro  andasse ad acquistare lo stupefacente a bordo dell’auto blu, guidata dall’autista. Anche in questo caso Miccichè interviene: «Escludo in maniera categorica che io mi muova in macchina con lampeggiante acceso. È un errore che ho fatto nella vita di cui sono pentito. Considero molto più importante nella mia vita di essere stato onesto, non avere mai fatto male a nessuno, non avere mai rubato un centesimo. Poi, ognuno di noi qualche errore nella vita lo ha fatto. L’importante è essere a posto con la propria coscienza, ed io lo sono».

Gli inquirenti, da parte loro, hanno mesi di pedinamenti e intercettazioni audio e video, dove i due parlavano, secondo gli investigatori, in codice. Con più scene simili, tra novembre e dicembre del 2022, telefonate, incontri, con un ristorante in pieno centro, in Via Libertà, trasformato in una sorta di stazione di scambio della droga. Miccichè telefonava per prenotare dei «posti a sedere», arrivava, stava pochi minuti e se ne andava.

Con il provvedimento di oggi, potrebbe risolversi un altro giallo, che aveva agitato le stanze del palazzo della Regione qualche giorno fa. Miccichè era andato ai funerali di Silvio Berlusconi. Al suo ritorno, per caso, il suo autista aveva trovato, sotto l’auto, un dispositivo a batteria, con due antenne e una scheda sim, attaccato alla macchina con un magnete. Qualche indagine in corso? No, Miccichè aveva in mente altro, e aveva denunciato un clima di «terrore», dovuto alla sua opposizione solitaria al nuovo corso di Forza Italia: «Io sono stato in cinque governi nazionali e per venti anni sono stato al Governo. Alcuni meccanismi li conosco, so come funzionano queste cose. E so pure chi lo ha fatto mettere».

Dall’opposizione, i grillini ironizzano sullo scandalo che investe Miccichè, proprio a pochi giorni dalla sfuriata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni contro ogni tipo di legalizzazione della droga. Altri parlamentari chiedono le dimissioni del deputato regionale. «Ho sempre ammesso di aver fatto uso di cocaina in passato – replica lui al termine di una giornata lunghissima – Ma non l’ho mai fatto da presidente dell’Ars. A 70 anni, se sniffassi, sarei già nella tomba. Non sono accusato di nulla e non sono indagato. Il mio nome non si poteva e doveva scrivere. Dicono che andavo a Villa Zito per comprare droga ma non c’entro niente con questa vicenda. È stato uno sputtanamento che sta facendo soffrire mia moglie e le mie figlie». 

Silenzio, invece, dai banchi del centrodestra, lì dove siedono i veri avversari dell’ex vicerè di Berlusconi in Sicilia. Schifani non parla. Qualche giorno fa però, dopo l’ennesima rissa politica in Forza Italia aveva stigmatizzato: «L’incapacità di alcuni di tenere comportamenti consoni ai ruoli istituzionali». E chissà che la spericolata carriera politica di Gianfranco Miccichè, adesso, non sia arrivata a fine corsa. 

(ANSA il 6 luglio 2023) - Ha ammesso i fatti che la procura gli contesta Mario Di Ferro, il gestore del ristorante palermitano Villa Zito accusato di avere ceduto cocaina a diversi clienti della cosiddetta Palermo bene tra i quali l'ex presidente dell'Ars Gianfranco Miccichè. Di Ferro, ai domiciliari con le accuse di cessione di sostanze stupefacenti, è stato sentito dal gip di Palermo nel corso dell'interrogatorio di garanzia e ha risposto per un'ora alle domande in presenza del pm Giovanni Antoci.

L'indagine che ha portato all'arresto del ristoratore coinvolge anche tre dipendenti del locale, che sarebbero stati utilizzati nell'attività di spaccio e Gioacchino e Salvatore Salamone, che, secondo l'accusa, avrebbero fornito allo chef la droga. 

"Facevo uso di stupefacenti e con alcuni amici di una vita accadeva che io mi procurassi la cocaina e gliela facessi avere. Poi loro mi davano i soldi che avevo speso, ma io non ho mai guadagnato nulla dalla cessione di stupefacenti. Era una cortesia tra persone che fanno uso di droga". Così Mario Di Ferro, il ristoratore accusato di cessione di droga a clienti selezionato del locale, tra cui l'ex senatore Gianfranco Miccichè, ha risposto al gip nel corso dell'interrogatorio di garanzia.

Di Ferro, difeso dall'avvocato Claudio Gallina Montana, ha quindi confermato i fatti che gli contesta la Procura di Palermo smentendo però di aver guadagnato dalla cessione della droga. L'indagato ha quindi confessato di aver consegnato la cocaina sia a Miccichè che a Giancarlo Migliorisi, ex complente dello staff dell'attuale presidente dell'Ars, mentre ha negato di aver mai dato eroina al cantante Analfino pure finito nelle intercettazioni. "Stavamo scherzando al telefono", ha spiegato. Il ristoratore ha sostenuto di aver avviato un percorso di disintossicazione.

(ANSA il 6 luglio 2023) - "C'è chi cerca quotidianamente una verità diversa da quella reale. Nella mia vita non sono mai scappato e non mi sono mai nascosto, tanto meno ieri. Dopo un incontro molto cordiale con il dottor Antoci, è stato lo stesso a chiedermi se avessi preferito evitare la stampa e, con infinita gentilezza, mi ha accompagnato lui stesso da una uscita del tribunale che io personalmente non conoscevo.

Se qualcuno immagina di fare, anche di questo, oggetto di polemica facendone un utilizzo improprio indicandolo addirittura nel titolo con l'unico scopo di creare gossip faccia pure". Lo scrive in una nota il deputato regionale di Forza Italia Gianfranco Miccichè dopo alcuni articoli di stampa sul suo interrogatorio, ieri, nell'ambito dell'inchiesta sullo spaccio di cocaina a Villa Zito a Palermo in cui lui non è indagato.

(ANSA il 6 luglio 2023) - Ha ammesso di fare uso di cocaina e di essersi rivolto all'amico di una vita, Mario Di Ferro, gestore del ristorante Villa Zito di Palermo, per acquistarla. In due pagine di verbale l'ex senatore Gianfranco Micciché, sentito ieri come testimone dai pm di Palermo nell'ambito dell'inchiesta in cui Di Ferro accusato di cessione e spaccio di droga, ha rivelato agli inquirenti di fare uso di droga. Il verbale è stato depositato davanti al gip che oggi ha interrogato il ristoratore e che la scorsa settimana aveva disposto per lui gli arresti domiciliari.

Oltre al gestore del ristorante nell'inchiesta sono coinvolti tre dipendenti del locale e due fratelli accusati di avere rifornito Di Ferro della cocaina che questi, poi, avrebbe ceduto a clienti selezionati tra cui Micciche. L'ex senatore, che si è mostrato sereno e collaborativo, dunque ha ammesso di avere acquistato la droga dall'amico sostenendo, però, che Di Ferro non è uno spacciatore e che quindi si sarebbe limitato a fare da tramite con i fornitori senza guadagnare nulla dalla cessione.

Estratto dell’articolo del 30 giugno da open.online.it il 6 luglio 2023. 

Gianfranco Miccichè non ci sta a passare per cocainomane. Ma dice anche che l’uso di sostanze stupefacenti da parte sua sarebbero in ogni caso fatti suoi. Nell’intervista di ieri al Corriere della Sera ha ammesso di aver fatto uso di droga in passato. Nel colloquio con l’edizione palermitana di Repubblica cambia in qualche modo versione. L’ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana premette: ««Ho sempre ammesso di aver fatto uso di cocaina in passato.

Ma non l’ho mai fatto da presidente dell’Ars. A 70 anni, se sniffassi, sarei già nella tomba. Quando sono stato intercettato, ero senatore. Non sono accusato di nulla e non sono indagato. Il mio nome non si poteva e doveva scrivere. Dicono che andavo a Villa Zito per comprare droga ma non c’entro niente con questa vicenda. È stato uno sputtanamento che sta facendo soffrire mia moglie e le mie figlie».

Il caso Micciché e le riforme inutili: una inaccettabile violazione della vita privata di una persona. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista l'1 Luglio 2023

La divulgazione di intercettazioni telefoniche che mettono brutalmente in piazza la privatissima vita dell’on. Miccichè, sebbene a costui non si contesti alcuna condotta penalmente illecita, almeno ci aiutano a mettere ordine nel surreale dibattito che si è aperto da alcuni mesi sul tema.

La premessa è tanto semplice quanto decisiva: le conversazioni di cui stiamo parlando sono riportate nella ordinanza di custodia cautelare eseguita a carico degli indagati, tra i quali un noto ristoratore siciliano che, nella ipotesi accusatoria, spaccerebbe droga, rifornendo, tra gli altri, anche l’on. Miccichè. Si tratta dunque di intercettazioni utilizzate dal giudice perché da questi ritenute rilevanti a sostegno della ipotesi accusatoria. Ed è innegabile che, in una indagine a carico di un presunto spacciatore, le telefonate che intercorrono con i presunti acquirenti costituiscano un elemento indiziario di rilievo decisivo. La conseguenza che dobbiamo trarne è altrettanto agevole: si tratta di intercettazioni utilizzate perché ritenute rilevanti dal Giudice e che pertanto, almeno nel loro sommario contenuto, sono tranquillamente pubblicabili, sia alla luce della normativa vigente, sia alla luce della appena licenziata (dal Governo) riforma Nordio.

Chi dovesse ritenere – a ragion veduta, aggiungo io – che questa pubblicazione costituisca una inaccettabile violazione della vita privata di un signore al quale non si addebita alcuna colpa, capirà ora bene che la prospettata riforma non risolve minimamente il problema. Eppure, non sarebbe difficile. Come? Beh, almeno onerando Pm e Gip dell’obbligo (disciplinarmente sanzionato) di “anonimizzare” nella richiesta di misura cautelare e nella ordinanza, la identità di soggetti non indagati e tuttavia necessariamente coinvolti nelle conversazioni ritenute rilevanti ed utilizzabili. Fermo restando, come è ovvio, il successivo dritto delle parti processuali di poter riservatamente identificare quei soggetti indicati con mere sigle, ai propri fini difensivi.

Qualunque altra fumisteria sulla tutela della privatezza dei c.d. “soggetti terzi” lascia il tempo che trova. Così pure scorrono come l’acqua sui sassi tutti i possibili nuovi divieti che ci si affanni ad immaginare, se non si mette seriamente mano all’unica cosa che invece nessun riformatore osa nemmeno sfiorare: una efficace sanzione della violazione dei divieti. Che oggi è – anche nella riforma Nordio – di una manciata di euro, cioè nulla. Né occorre immaginare inutili e discutibili sanzioni penali. Basterebbe una seria, robusta sanzione pecuniaria, accompagnata da sanzioni disciplinari incidenti sull’esercizio della professione, come accade in ogni altra professione: ammonizione, diffida, sospensione, radiazione, a seconda della gravita e della recidiva. Ma qui nessuno osa, con questa surreale conclusione: che da un lato si grida, senza un po’ di pudore e di senso del ridicolo, alle “leggi bavaglio” (due o trecento euro di sanzione al massimo); e dall’altra, si annunciano salvifiche quanto immaginarie riforme, finalmente a tutela della privacy e della riservatezza delle conversazioni. Di chi non si sa, ma dell’on. Miccichè no di sicuro. Gian Domenico Caiazza

Anonimizzare l’interlocutore “terzo”. Perché l’intercettazione di Miccichè non andava pubblicata, la spiegazione al Fatto ‘de coccio’ Quotidiano. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 4 Luglio 2023

In un trafiletto molto polemico e sarcastico, Il Fatto “de coccio” Quotidiano mette alla berlina una mia riflessione circa la vicenda Miccichè, bollandola come una “Caiazzata riformista”. Ho scandalizzato i nostri eroi, per aver definito la pubblicazione di intercettazioni telefoniche dell’on. Miccichè, non indagato in quel certo procedimento penale, come «inaccettabile violazione della vita privata». Lo scandalo consisterebbe nell’aver negato l’interesse pubblico a sapere che un uomo delle istituzioni faccia uso personale di sostanze stupefacenti.

Diamo qui per scontata (anche se avrei molto da ridire) la rilevanza pubblica della notizia. Ciò di cui ho inteso discutere non è questo, ma invece il diritto di pubblicarla; e ciò per la banalissima ragione che anche una notizia di interesse pubblico non può e non deve essere pubblicata se acquisita in violazione di fondamentali diritti costituzionali. Altrimenti possiamo forzare con un piede di porco la casa dei nostri uomini politici, per andare alla ricerca di notizie di pubblico rilievo che li riguardino, e pretendere di pubblicarle.

Ebbene, le conversazioni private sono inviolabili, Costituzione alla mano; salvo l’eccezionale deroga della loro rilevanza penale. Le conversazioni intercettate sono penalmente rilevanti per il soggetto indagato che conversa con Miccichè, ma non per quest’ultimo. Di qui – ho sostenuto e sostengo – il sacrosanto diritto di costui a non vederle pubblicate, a prescindere dal tema della pubblica rilevanza.

È il famoso “diritto del terzo”, estraneo ad ogni ipotesi di corresponsabilità penale, a veder salvaguardata la inviolabilità della propria vita privata. Basterebbe d’altronde – ho proposto – imporre a PM e GIP di anonimizzare l’interlocutore “terzo”, incappato (purtroppo per lui) in una conversazione per altri rilevante dal punto di vista investigativo. Tutto qui. Sarebbe semplice da capire ma, come si dice a Roma, se sei “de coccio”, sei “de coccio”.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane 


 

Ad Agrigento.

Scala dei Turchi, l'origine del nome e tutte le curiosità. Location mozzafiato a pochi passi da Agrigento, la Scala dei Turchi è una scogliera di colore bianchissimo dal fascino senza tempo e dalla storia antica. Monica Cresci il 15 Marzo 2023 su Il Giornale

Nota come Scala dei Turchi è un'incredibile falesia a picco sul mare e che si staglia lungo la costa di Realmonte, in provincia di Agrigento. È una vera attrazione turistica dai natali antichi, che riesce a mozzare il fiato già al primo sguardo, per la sua incredibile estensione e la forma sinuosa.

La sua bellezza senza tempo ha trovato posto anche in molte pellicole cinematografiche, quale vera protagonista e simbolo del territorio siciliano. Deve la sua fama a quel bianco splendente che caratterizza le sue rocce, tanto da brillare e riflettersi nelle acque limpide del mare. Incastonata tra due spiagge di sabbia fine, appare come un diamante grezzo ma elegantemente luminoso, scopriamo la storia della Scala dei Turchi.

Molto amata e apprezzata la Scala dei Turchi è una meta turistica importante, in grado di catturare l'attenzione sia per la sua presenza fisica, che per la particolare colorazione. Si tratta di un'antica falesia di marna bianchissima, ovvero una roccia sedimentaria caratterizzata da una parte argillosa e una carbonatica con la presenza di gusci di microfossili. La particolare roccia è costituita da Trubi, un termine che identifica una formazione geologica di età pliocenica, di origine pelagica, presente proprio in Sicilia.

La Scala dei Turchi è un sito geologico noto con una particolare conformazioni a onde irregolari ma morbide, che ne permettono la datazione era dopo era. In particolare è possibile osservare le ciclicità legate alle variazione dei parametri orbitali. Il nome è una conseguenza diretta delle innumerevoli invasioni e incursioni da parte dei Saraceni in epoca antica, con atti di pirateria a discapito dei popoli locali.

Questi, ribattezzati turchi, erano veri e propri pirati che, nel '500, erano soliti approdare lungo la falesia risalendola per raggiungere i villaggi e poi depredarli. La particolare parete costituita da gradoni rendava facile la scalata, così da raggiungere velocemente i territori siciliani.

La location è molto apprezzata e amata dai turisti che fanno a gara per raggiungerla, anche per le acque meravigliose che lambiscono la falesia e le due spiagge di sabbia finissima che la circondano. Ma da tempo le associazioni ambientaliste rimarcano fermamente come l'area sia a rischio idrogeologico, favorito dall'impatto di un turismo eccessivo e una non adeguata gestione della acque circostanti. Non a caso si parla di voler ridurre l'affluenza, osteggiando al contempo l'abusivismo edilizio presente in zona.

Per proteggere la Scala dei Turchi è stata inserita in lista per diventare sito Patrimonio dell'UNESCO, una tutela importante e una candidatura richiesta dall'Assemblea regionale siciliana. Una necessità indispensabile, utile a preservare questo patrimonio naturale da sempre al centro di operazioni e interventi di recupero finanziati dalla Regione Sicilia e da altri enti. Nonostante, pare, che quel tratto di spiaggia e roccia sia in realtà proprietà privata.

Un luogo talmente magico che, da anni, è meta ambita anche delle produzioni cinematografiche più importanti. Nel tempo è stata scelta da molti registi come Giuseppe Tornatore che, qui, ha girato molte scene di Malèna. Ma anche di molte altri set come quelle de Il Commissario Montalbano, In Guerra per Amore, Arritmìa oltre a uno spot pubblicitario di Giorgio Armani. Sempre al mondo del cinema e dello spettacolo sono legati alcuni eventi che prendono il via, in estate, presso il comune di Realmonte.

Un'antica leggenda è legata alla Scala dei Tuchi e alla sua nascita, alla figura di due giovani fidanzati perdutamente innamorati: Rosalia e Giuseppe. Lei, figlia di una famiglia altolocata di Realmonte, lui un semplice ma onesto operaio, e che si innamorano scatenando le ire del padre di lei pronto a osteggiarne l'unione. Le origini umili del giovane erano un vero ostacolo per la famiglia di Rosalia, che non vedeva un futuro sicuro per la figlia.

Per questo il padre rinchiuse la figlia in monastero. Ma i due decisero di vedersi di nascosto, un'ultima volta, per dichiarare al mondo il loro amore, gettandosi insieme dalla punta di Monte Rossello. La tradizione narra che dal luogo del loro impatto affiorarono due scogli, ancora presenti nel mare e ribattezzati "U zito e a zita". Durante le notti di luna piena c'è chi giura di udire il canto triste di una donna addolorata, la litania di Rosalia per l'amato Giuseppe.

A Messina.

Baraccopoli di Messina, il diritto alla casa sepolto tra degrado e lentezze burocratiche. Roberta Maddalena su L'Espresso il 7 Agosto 2023 

Alcuni accampamenti risalgono al terremoto del 1908. Ancora oggi ci vivono, in condizioni indecorose e sotto scacco del racket delle occupazioni, oltre 1.800 famiglie. Anche se i soldi per il risanamento non mancano, sono stati assegnati pochissimi alloggi

Quando, il 12 gennaio scorso, i familiari della signora Santina Parisi non hanno potuto salutarla per l’ultima volta nella sua casa, avranno pensato che non è vero, come recita l’articolo 3 della Costituzione, che tutti i cittadini hanno «pari dignità sociale». Il motivo per cui non è stato possibile far sostare la salma dentro la dimora – si legge in una nota diffusa dalla sua avvocata Annalisa Giacobbe – è che la bara era troppo grande per entrare in questa baracca del quartiere Giostra, a Messina, dove la donna di 66 anni viveva con il figlio. Immunodepressa per via di un trapianto di fegato, aveva contratto qui, contagiata dai topi, la toxoplasmosi. Ed è morta in attesa di una casa vera. 

La sua vicenda non è isolata: a fare i conti con umidità, muffa, infiltrazioni d’acqua, impianti elettrici fatiscenti, ratti, fogne a cielo aperto e tetti in amianto (nel 2018, su una superficie di circa 240 mila metri quadrati di baraccopoli, l’amianto occupava un’area di 50 mila metri quadrati) sono oggi oltre 1.800 nuclei familiari per un totale di 72 accampamenti, alcuni a due passi dal municipio e dal Palazzo di Giustizia. C’è chi in quelle baracche vive dal 1975. Come un signore ipovedente, la cui moglie è morta dopo innumerevoli ricoveri per problemi polmonari causati dall’umidità; è successo, in passato, che al pronto soccorso non potessero nemmeno trasportarla in barella e si arrangiassero con un lenzuolo.

Ma come si è arrivati a tanto? A Messina, alcune baraccopoli risalgono al 1908, anno in cui un terremoto distrusse la città. Altre, invece, sono più recenti. Il fenomeno della costruzione e della vendita delle baracche è durato fino al 2014, quando il Comune consentiva ancora di fissarvi la residenza. «È più facile fare il ponte sullo Stretto che demolire le baraccopoli», dice Marcello Scurria, subcommissario per il risanamento su nomina del presidente della Regione siciliana Renato Schifani e attualmente commissario straordinario. Il suo mandato scadrà il 31 dicembre 2024. «Se il problema esiste ancora, la colpa è di quello che dalla prima legge speciale, la n. 10 del 1990, non è stato fatto: in 30 anni sono stati assegnati pochissimi alloggi rispetto a un fabbisogno enorme». 

Scurria ha ora in cassa 83 milioni di euro, che eredita dal commissario precedente, la prefetta Cosima Di Stani. I soldi per la dismissione e il risanamento non sembrano mancare. La politica regionale ha garantito 235 milioni di euro, a cui si aggiungono 100 milioni stanziati dal governo nel 2021 e i soldi messi a disposizione, sempre dal governo, con il progetto Pinqua: 145 milioni da spendere entro il 2026. «Dopo lo sbaraccamento di Rione Catanoso, è toccato a Camaro Sottomontagna», assicura Scurria. Qui, a fine giugno, è divampato l’ennesimo incendio. Come ha riportato la Gazzetta del Sud, tra aprile e metà luglio 2023, sono state circa 60 le famiglie liberate dai tuguri nei due quartieri. Intanto, Scurria fa sapere che i primi in lista ad avere alloggi saranno i soggetti fragili, le famiglie con bambini e i malati terminali.

Il subcommissario ha dalla sua la conoscenza del territorio: prima di questo incarico, è stato presidente di A.Ris.Mé, agenzia per il risanamento e la riqualificazione urbana di Messina che, sotto la vigilanza del Comune, reperisce sul mercato immobiliare gli alloggi e ricostruisce le zone sbaraccate. In questa vicenda intricata, l’agenzia svolge un ruolo cruciale. Dopo anni di immobilismo, nazionale e regionale, è stata istituita nel 2018 dall’ex sindaco Cateno De Luca e da allora ha sbaraccato sette aree, consegnando alloggi a 200 famiglie.

Nel 2020 è stata, invece, la deputata messinese Matilde Siracusano, ora sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento, a depositare con il sostegno dell’allora capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini, una proposta di legge sulle baraccopoli, dove si prevedeva la nomina di un commissario straordinario e la concessione di poteri speciali per accelerare le procedure. L’anno successivo, però, è cambiata la regia del risanamento: «Prima A.Ris.Mé operava in sinergia con De Luca e si gestiva tutto con fondi comunali e regionali. Poi, quando è stato assegnato il ruolo di commissario straordinario alla prefetta Di Stani, il processo si è arenato perché lei, nonostante avesse a disposizione i poteri speciali, ha scelto di non usarli», spiega l’avvocato Vincenzo La Cava, subentrato alla guida di A.Ris.Mé.

Poteri che sarebbero stati fondamentali, ad esempio, per garantire delle priorità nell’assegnazione degli alloggi. Ora Scurria assicura che si volterà pagina: «Stiamo lavorando con l’Azienda sanitaria provinciale di Messina per censire le famiglie con minori, disabili o invalidi». Su questo punto, però, l’avvocata Giacobbe tiene a precisare che già dal 2012 esiste un regolamento comunale che prevede le cosiddette assegnazioni in deroga alla graduatoria di edilizia residenziale pubblica: i soggetti che ne hanno diritto possono presentare al Comune un’istanza per ricevere con priorità un alloggio. Nel 2018, a tal proposito, l’Asp aveva già effettuato uno screening sanitario, segnalando la presenza di 90 persone in assistenza domiciliare integrata e di dieci sottoposte a cure palliative domiciliari.

Come spiega anche La Cava, il risanamento è una gatta da pelare e il reperimento degli alloggi sul mercato è difficoltoso: per soddisfare tutti servono minimo 800-1.000 immobili. Inoltre, una volta individuati, molti di questi sono in condizioni disastrose e qui entra in gioco Invitalia, con il compito di ristrutturarli. L’iter funziona così: A.Ris.Mé individua gli immobili liberi, li propone al subcommissario, che finanzia l’acquisto, mentre Invitalia li rinnova. Alle famiglie viene proposto un contratto di locazione e dopo un anno si può riscattare la casa per diventarne proprietari.

«Durante l’ex amministrazione De Luca, è stata istituita la partecipata Patrimonio spa con l’obiettivo di mappare il patrimonio immobiliare effettivo del Comune», spiega il sindaco attuale di Messina, Federico Basile. Messa in liquidazione dal consiglio comunale precedente, la società da qualche mese è tornata in bonis e il sindaco ha aperto un albo alla ricerca di tecnici per la mappatura degli immobili liberi.

Ma, oltre che abitativa, l’emergenza è anche sociale: nel contesto degradato prolifera la criminalità, con un autentico racket che per anni ha alimentato l’occupazione a pagamento delle baracche. Un ricatto in cui incappano in molti, considerato che la maggior parte di queste persone vive grazie al reddito di cittadinanza. La gestione Scurria ha posto, quindi, una condizione tassativa: se in attesa del nuovo alloggio si vende abusivamente la propria baracca, si perde il diritto alla casa.

Perciò, nel 2017, è nato, con un co-finanziamento governativo di 18 milioni di euro nell’ambito del Programma straordinario di Riqualificazione e Sicurezza delle Periferie urbane, il progetto “Capacity”. Sotto la guida di Gaetano Giunta, segretario generale della Fondazione di Comunità di Messina, in quattro anni ha permesso il risanamento di due baraccopoli, con 151 nuclei familiari sotto la soglia della povertà che hanno ricevuto un’abitazione.

«Si procedeva in due modi. Il Comune acquistava le case per poi assegnarle in locazione secondo graduatoria, ma con una modalità partecipativa. Oppure permetteva alle persone di acquistare una casa di proprietà attraverso un grant chiamato capitale personale di capacitazione». Un contributo a fondo perduto che aveva un valore pari al 75% del prezzo lordo d’acquisto della casa, con un massimale che non poteva superare gli 80 mila euro. Per accedere a questo beneficio le persone non dovevano avere precedenti per mafia e, se nei dieci anni successivi all’acquisto della casa venivano condannati, perdevano la proprietà.

Oggi questa formula non è più applicabile. «Ed è un peccato», commenta Scurria: «Avrebbe accelerato il risanamento. Tuttavia, i 100 milioni messi a disposizione dal governo sono solo per gli investimenti e non possono essere utilizzati, in quanto fondi europei, per una soluzione che costituisce spesa corrente». E su una cosa tutte le parti coinvolte sono d’accordo: entro il 2024 non si riuscirà a risolvere il problema. «Non ho la bacchetta magica», ammette Scurria. Non sarà nemmeno facile recuperare la fiducia delle persone, che dopo una vita in baracca si sentono come pedine in balìa delle prossime campagne elettorali: «Abbiamo creduto a tante promesse, ma nulla è cambiato».

Da gazzettadelsud.it il 18 gennaio 2023.

«In the heart of the down-at-heel city of Messina». L’inizio dell’articolo è... devastante. Traduzione: «Nel cuore della squallida città di Messina». Forse, le autrici del reportage, pubblicato ieri sul prestigioso “Financial Times” non volevano definire proprio “squallida” Messina, ma “down-at-heel”, in italiano, non è traducibile in altre parole se non “squallido”, “scalcagnato”, “mal ridotto”, “disastrato”, “malconcio”, “male in arnese”.

E, quindi, Amy Kazmin e Giuliana Ricozzi, le due giornaliste inviate dal quotidiano economico londinese, di proprietà del colosso nipponico Nikkei, per introdurre lo scenario dove andrebbe a collocarsi il Ponte sullo Stretto, non hanno trovato altro aggettivo per definire la città di Messina, se non “down-at-heel”. E d’altra parte, siamo o non siamo sotto il tacco dello Stivale (?!), nel più profondo dei Sud d’Europa...

Ma proseguiamo nella lettura: nel cuore della (ecc. ecc.) città di Messina «si trova il terminal della Caronte&Tourist, dove auto, pullman e camion si imbarcano sui traghetti per il viaggio in nave di 20 minuti dall'isola di Sicilia alla terraferma italiana. Oltre ai voli costosi, i traghetti sono l'unico modo per i siciliani o le loro merci di raggiungere il Continente, una dipendenza che contribuisce a un senso di isolamento e abbandono in una delle regioni più povere e meno sviluppate d'Italia.

Ma la nuova coalizione di Governo di destra spera di ravvivare le fortune della Sicilia resuscitando i piani abbandonati per un controverso Ponte multimiliardario di 3,3 km sullo Stretto di Messina. Il governo della premier Giorgia Meloni vede il Ponte come la chiave per rafforzare l'influenza dell'Italia nella regione del Mediterraneo e posizionare il Paese come una porta per l'Africa. Nella stessa Sicilia, parlare di rilancio del progetto infrastrutturale sta generando sia un cauto ottimismo che uno stanco scetticismo».

Tommaso Labate per il Corriere della Sera - Estratti giovedì 31 agosto 2023.

A Monza dice di essere arrivato per sconfiggere «non gli zozzoni che abbandonano i rifiuti per strada» incrociati sul suo cammino quand’era sindaco di Messina, visto che le strade della Brianza gli sono sembrate pulite. Ma «ad aggiustare i disastri degli altri», e di questi dice di averne ascoltati parecchi già da subito, dopo una chiacchierata preliminare con una trentina di imprenditori locali. 

Dopo aver assaporato ciascuno dei milletrecento chilometri e rotti, Stretto di Messina compreso, che separano la Taormina che guida da primo cittadino al capoluogo della Brianza, Cateno De Luca si presenta agli elettori che tra un mese e mezzo torneranno a scegliere il deputato che siederà sul seggio del Senato lasciato libero da Silvio Berlusconi.

(...)

L’ambizione, in fondo, è scritta nel suo destino da quando, di tre nomi disponibili sulla carta d’identità (Cateno, Roberto e Salvatore), ha scelto di presentarsi al prossimo con quello meno convenzionale, presto diventato «Scateno» a suon di peripezie rese celebri a mezzo stampa o via social network. Nel 2007 si denuda di fronte ai giornalisti convocati all’Assemblea regionale siciliana per essere stato estromesso, a causa di equilibri interni all’allora centrodestra, dalla commissione bilancio. Poco più di dieci anni dopo, e siamo in piena pandemia, decide di prendere di petto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, non prima di aver autoproclamato il blocco dell’intero Stretto di Messina: «Signora ministra, se ne vada a fare in c...». Nelle settimane passate, forse per scaldarsi in vista della campagna elettorale brianzola, s’è distinto per un velatissimo messaggio rivolto alle provocazioni del comico Angelo Duro, il cui tour era di passaggio da Taormina: «Ti prendo a calci in c... se ti incrocio».

In Brianza si presenta col biglietto da visita di «uno che non gioca mai per perdere» e memore di un passato remoto familiare fatto di miseria e valigie di cartone. «Mio padre era arrivato a Monza come muratore, ha abitato in una baracca di venti metri quadri con due colleghi e senza servizi igienici». 

Avulso all’uso degli eufemismi e diretto come una lancia che punta dritto al petto degli avversari, De Luca ha già attaccato il suo sicuro competitor Adriano Galliani («In Parlamento neanche quelli di Chi l’ha visto sono riusciti a vederlo, continui a fare l’imprenditore») e preso le misure all’outsider Marco Cappato, senza trascurare una stilettata alla «vedova» di Silvio Berlusconi («Se Marta Fascina si è presentata a Marsala forse perché ci è stata da bambina, perché io non a Monza?»).

La testa, dopo la prova brianzola, è ovviamente alle elezioni Europee, dove il suo piccolo partito — che ha resistito alla corte di Matteo Renzi («Tranquillo che me li eleggo da soli due/tre parlamentari», disse Cateno all’ex premier l’anno scorso, e ne elesse due) — spera nell’abbassamento del quorum dal 4 al 3 per cento e tenta disperatamente di ricamare un’alleanza con una serie di reti civiche locali. È per questo, in fondo, che qualche giorno fa si è spinto fino in Puglia per incontrare anche Michele Emiliano e per testare il gradimento su se stesso. L’unità di misura, in attesa delle percentuali, è il selfie. E quando è sceso dal palco di Ceglie Messapica era tutto soddisfatto: «Ma lo sapete che me ne hanno chiesti tantissimi?».

Estratto dell’articolo di Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera” domenica 6 agosto 2023. 

«Arriverò a Monza dalla Sicilia con la valigia di cartone».

Cateno De Luca un migrante della politica?

«Nel 1958 mio padre emigrò a Monza perché da noi non c’era lavoro e per due anni abitò con altri tre operai in una baracca di 20 metri senza servizi. Io credo molto nelle coincidenze della vita». 

Diventato una pop star della politica a colpi di “vaffa”, spogliarelli, liti, […]il sindaco di Messina si è messo in testa di fare il gran salto alla politica nazionale.

Davvero pensa di poter battere Adriano Galliani nel seggio che fu di Berlusconi?

«Chi è Galliani? Galliani chi?». 

Il vicepresidente vicario e amministratore delegato del Monza calcio.

«Continui a fare il calciatore, la politica è una cosa seria — risponde al cellulare il sindaco di Taormina, 51 anni —. Molti sottovalutano che in quel collegio il 50% degli elettori è meridionale e che dove ho giocato in prima persona, come a Messina e Taormina, ho vinto. Per natura non metto limiti alla provvidenza». 

La presidenza della Sicilia l’ha persa.

«Sono arrivato secondo solo perché c’era l’election day. Hanno evitato il Catemoto, per dirla con il titolo di un mio libro, ma si ritrovano con la Regione nelle mani di una banda bassotti politica e con Schifani presidente, il miglior servo o servitore dello Stato». 

[…] E lei chi è? Scateno, Masaniello, Napoleone?

«Io sono De Luca Cateno Roberto Salvatore, mia madre mi chiama Robertino. La definizione che do di me stesso in una delle mie canzoni è ragazzo impertinente di Paese». 

Ambizione sconfinata?

«Sono lo Zar di Fiumedinisi, il paesino dove sono nato e ho debuttato. Consigliere comunale, assessore, sindaco. Il 18 marzo 2007 per il mio compleanno mi sono regalato Sicilia Vera, da cui un anno fa è nato “Sud chiama Nord”, con Laura Castelli portavoce. Se ho preso 500 mila voti è perché a noi ci ha votato la gente, non siamo nati da accordi di palazzo o sedute spiritiche». 

Alle Europee sogna di sfondare a livello nazionale?

«Vogliamo portare nel cuore della Lega la sfida della buona amministrazione e ripristinare il Regno delle Due Sicilie. Quindi prima mi candido a Monza, ne ho il diritto in quanto sono il sindaco d’Italia. Vittorio Sgarbi è incazzato perché io ho 5 gagliardetti e lui solo 4». 

A sfogliare i giornali lei per è il re delle pernacchie, delle foto a torso nudo, con la Bibbia in una mano e pinocchio nell’altra.

«La noia è la morte. Mi piace essere dissacrante, ma ho dimostrato di saper amministrare. La strategia del nuovo Regno delle Due Sicilie, che lanceremo alle Europee, serve a invertire il meridionalismo piagnone di chi si sente sempre vittima». 

[…] Farà i conti con Salvini.

«Ci ha aperto la guerra, ha lanciato un’opa sul nostro gruppo a Messina e in Regione. Gioca, fa finta di voler fare il ponte, per questo gli ho mandato una scatola di mattoncini Lego. Non ha gradito, è molto incavolato anche perché gli ho dato simpaticamente del bimbo minchia».

Alle Europee la soglia è del 4%, sarà costretto a federarsi con Renzi e Calenda?

«È una opzione, perché a Renzi e Calenda manca la presenza nel meridione, ma sarebbe un matrimonio di interessi per sdoganare il progetto. La condizione è che io sarò capolista al Sud e nelle Isole perché voglio fare lo zar, l’imperatore del nuovo Regno delle Due Sicilie. 

Non rinunceremo al nostro brand, a costo di correre da soli». Meglio Renzi, o Calenda? Il Twiga o Capalbio?

«Questi due sono condannati a stare insieme, come in un girone dantesco. Litigano di notte e rubano insieme di giorno, come i ladri di Pisa».

Ma lei non voleva federare i movimenti civici mettendo insieme Fioroni e Moratti, Quagliariello e Maraio?

«È la seconda opzione. Il lavoro sta andando molto bene, quasi quanto il mio studio del clarinetto. Mi manca poco e mi laureo al Conservatorio».

Stretto necessario. Cinque tappe per conoscere Messina. Alessio Cannata su L'Inkiesta il 7 Agosto 2023

Cinquantasei chilometri di costa, una cultura gastronomica che è sintesi della sua posizione strategica, all’ombelico del Mediterraneo, strizzata tra due mari e i monti Peloritani. Nel corso dei secoli, chiunque passasse dallo Stretto, attraccava a Messina lasciando o portando nuovi sapori e conoscenze. Adesso viverla come meta di passaggio impoverisce città e viaggiatore

Alle dodici di ogni giorno, compresi quelli più caldi dell’anno, c’è un rito che cattura l’attenzione di chiunque si trovi in centro e che è per Messina un momento di identità, tradizione, memoria e spettacolo. La città, al centro esatto del Mediterraneo, onora le sue giornate mettendo in moto quello che è definito il più complesso orologio meccanico e astronomico del mondo. Un’attrazione che racconta storia, religione e allegorie che hanno dato forma e identità al territorio.

Mentre il campanile suona e molti in piazza Duomo assistono con il collo stirato verso l’alto, se il vento è a favore e non è una di quelle torride giornate di Scirocco, il suono arriva anche qualche centinaio di metri più in là, verso il mare, dove orde di turisti estivi automuniti sbarcano al porto, frettolosi di imboccare la tangenziale in direzione della Sicilia vera, quella con il barocco, i palazzi storici, i mercati popolari, e, ahinoi, lungo quelle strade circondate da una natura che oggi è totalmente annerita dai fuochi estivi.

La fretta di arrivare in quella Sicilia è così tanta che Messina è spesso osservata solo dai finestrini delle auto: i viaggiatori sentono di aver concluso la visita già dal traghetto, da cui osservano il panorama di questo capoluogo di provincia interamente affacciato sul mare. Ma se non si può dire di conoscere Bologna se si percorre la A1 da Milano a Napoli, allora non si può dire di conoscere Messina se si passa per prendervi il traghetto.

Questa città non è un panorama, non è solo un porto da e per il Continente o le Eolie e nemmeno un imbocco autostradale. È la città di Antonello – le cui opere sono ospitate al MuMe insieme a quelle di Caravaggio -, è una delle città più antiche d’Italia che è stata ricostruita interamente nel Novecento, dopo uno dei terremoti e conseguente tsunami più devastanti della storia d’Europa, e che ora sembra – si spera, almeno – stia innescando una marcia verso una rigenerazione urbana importante che vede, in primis, il progetto del ponte, supportato da altri ambiziosi progetti come il MAXXI Med, il polo museale sui linguaggi dell’arte contemporanea sotto la guida del MAXXI di Roma.

È una città rinata più volte, e che nelle sue rinascite ha provato a mettersi alle spalle il passato costruendosi diversa dalla Sicilia a cui ci hanno abituato. Non c’è segreto a Messina, non c’è mistero: le strade sono tutte larghe al punto da fare entrare ovunque il sole e qui il mare si vede anche dal centro città.

A dire il vero, il mare qui si tocca, perché il bagno puoi farlo senza andare oltre il Comune. È una città alla quale dovreste regalare almeno una giornata del vostro tempo, giusto per godere della bellezza a ritmo di tipicità che sono messinesi, prima ancora che siciliane.

La granita

Se non siete abbastanza curiosi da fermarvi per un tour in città (mi dispiace sinceramente per voi, ma se rinsavite scrivetemi pure in privato, vi aiuto volentieri), sarete abbastanza ravveduti da fermarvi per mangiare la granita.

Le chiacchiere stanno a zero: Messina è la patria della granita panna e brioscia. Questi tre elementi, quando fatti bene, regalano un gioco di consistenze e temperature al palato che, personalmente, trovo una delle cose commestibili più emozionanti su questo pianeta in estinzione. Tanto di cappello anche alla versione catanese, ben diversa e altrettanto lodevole. Non è più tempo di farsi le guerre tra città, ma valorizzarsi e migliorarsi come sorelle.

Ci sono bar con granite eccellenti a poca distanza dal porto, dalla stazione ferroviaria e dagli svincoli autostradali del centro, basta solo fare una piccola deviazione e cercare parcheggio: che non sia in doppia fila, per favore, perché il traffico è una delle piaghe di questo Comune dai viali insolitamente larghi, ma non abbastanza da parcheggiare come se l’auto si fosse fermata all’improvviso.

Trovare la granita perfetta in zona comoda non è facile, perché molti dei locali con granite eccellenti sono spesso in periferie distanti anche quindici chilometri dal centro città, ma di granite ottime è pieno ovunque. Dal Bar Eden, che ha aperto da non molto tempo un altro locale a due passi dal Duomo proprio grazie al successo delle sue granite, a due punti di riferimento storici del centro città: Doddis, poco distante dalla statua del Nettuno e la passeggiata al mare, e Pasticceria Irrera che, nonostante la presenza in numerose guide gastronomiche, negli anni ha sempre perso un pezzo del suo lustro e della sua eleganza, ma mantiene il gusto di una buona granita.

I gusti più tipici di granita messinese sono limone, gelsi, fragola, cioccolato e, soprattutto, caffè. Per quest’ultimo è solito fare la richiesta di “mezza con panna”: un bicchiere metà granita caffè e metà panna montata da accompagnare con la brioscia col tuppo (qui raccontavo come affrontare la granita). La panna nella pasticceria messinese meriterebbe un articolo a parte: chi dice «non amo la panna sui dolci» dovrebbe prima provare quella usata in questa punta di Sicilia.

La memoria storica di Messina è stata profondamente danneggiata dal terremoto del 1908 che ha raso al suolo la città e decimato la popolazione. Pochi sono i ponti con le tradizioni antiche, comprese quelle gastronomiche, che sono rimaste legate a un filo che non è stato sufficientemente rinforzato negli anni.

Messina soffre di gravi disturbi della memoria, ha dimenticato di essere stato uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Non è tanto la pesca, infatti, ad aver creato la cucina messinese, quanto il suo porto e lo scambio merci con tutte le latitudini.

Lo stoccafisso è un esempio che ancora resiste nell’identità gastronomica locale, specie nella cucina domestica. Proprio questo pesce arrivava dalle imbarcazioni dei mari del Nord e la sua tradizione si è tenuta viva anche dopo il sisma, grazie al soccorso delle squadre navali nordeuropee che sfamarono molti messinesi proprio con lo stoccafisso. Questo è un altro bellissimo esempio di tradizione gastronomica presente in Italia, ma non italiana di nascita.

Don Nino è una trattoria di cucina totalmente casalinga. Un locale che potremmo serenamente definire brutto ma autentico. È qui che si viene a mangiare insalata di pesce stocco, pesce stocco a ghiotta, e margherita con il sugo della ghiotta.

Sì, perché seppure lo stoccafisso venga cucinano in molti modi, quello con la ghiotta rappresenta la città: un sugo fatto di cipolla, sedano, capperi, olive verdi in salamoia e patate che vive nella versione bianca o rossa, con il pomodoro. È un secondo piatto, ma parte del sugo ricavato è perfetto per condire il primo, preparato con un formato di pasta che qui è riconosciuto come Margherita, il resto d’Italia lo chiama spaccatella o messinese. Una pasta a forma di C scavata all’interno, eccezionale anche con altri condimenti.

La gestione da Don Nino è familiare, cortese e completamente senza fronzoli: tovaglie di carta, piatti della tradizione locale e, su richiesta, le mezze porzioni. Fate una verticale di pesce stocco, con vino della casa e andrete via felici, avendo speso davvero poco.

Una lanna di focaccia tradizionale

Come quasi ogni provincia italiana, anche Messina ha la sua focaccia. Una lanna, cioè una teglia di circa quaranta per sessanta centimetri, è la dimensione tipica di preparazione di questo lievitato fatto in rosticcerie, panetterie e focaccerie di tutta la città.

È una focaccia alta circa un dito, condita con acciughe, indivia riccia (a Messina chiamata comunemente scarola), formaggio tipo tuma e pomodoro rigorosamente fresco. A caratterizzarla, oltre agli ingredienti, è il modo in cui viene consumata: è un tipico street food da mangiare direttamente nei locali o da asporto, magari in spiaggia o a casa.

Si vende a peso e viene tagliata al momento in strisce sottili (immaginate la dimensione di un telecomando), da consumare fumante. Solitamente, cinquecento grammi a persona è lo standard. Assistere a scene di messinesi che girano con enormi vassoi all’ora di cena è la norma.

Tra le tante focacce, quella di Francesco Arena rappresenta un punto fermo su cui fare benchmark. Mangiatela accompagnata da una fredda birra del Birrificio Messina che no, non è Birra Messina, ma quella fatta davvero in città.

L’occasione di una pizza eccellente

Se la proposta fine dining è ancora debole in riva allo Stretto, non si può dire nulla sul versante pizza, che con L’Orso, premiata dalla guida delle migliori pizzerie d’Italia del Gambero Rosso, ha portato una ventata di eccellenza in città. Una pizza memorabile, in un locale che ha saputo guardare oltre, mantenendo un forte legame con il territorio senza rinunciare alla ricerca di ingredienti di grande qualità.

Certo, da turisti a Messina, mangiare la pizza potrebbe sembrare un’occasione sprecata, ma non se si sceglie una pizzeria rara come questa che, in estate, si trasferisce al mare chiudendo temporaneamente la sede principale. Notevole anche la versione più street food con L’Orso in teglia.

Il fine dining in senso Stretto

La scena gastronomica messinese non è abbastanza matura, considerando la grandezza della città e la sua storia. Certo, forse vivere in un territorio che ha in sé Taormina, Milazzo e le Eolie ha tolto risorse che avrebbero potuto far sviluppare meglio la ricerca gastronomica peloritana, ma forse c’è stata anche una scarsa attenzione al bello e al buono, da queste parti e negli ultimi decenni.

Qualcuno difende il fortino, e lo fa in una posizione privilegiata, quasi dentro la falce del porto naturale di Messina. Al Marina del Nettuno, lo chef Pasquale Caliri spende ogni energia per valorizzare la cucina del territorio ed elevarla a fine dining. Spaghetto di carruba e ricciola al Bbq sono alcuni dei piatti dei menu degustazione dai prezzi interessanti e che finiscono sempre, of course, con un cannolo.

Se siete così fortunati da essere in vacanza in barca, potete attraccare davanti al ristorante. È facilmente raggiungibile anche con i mezzi dotati di ruote, e potrete cenare con vista Stretto di Messina.

Non è finita qui. Andate alla ricerca delle altre ricchezze di gusto che rendono Messina molto più speciale di quanto uno sguardo superficiale e orientato al cliché sia capace di fare: bruciatevi il palato con il ripieno bollente di un pitone fritto, fatevi servire in pasticceria un paio di palle di Bianco e nero e lanciatevi verso un cannolo ripieno di crema gianduia, una variante di cannolo altrettanto elegante quanto la ricotta e tipica di questa provincia. No “crema cioccolato”, ma gianduia.

Andate a cercare i vignaioli che producono Faro Doc e non mancate di stappare una bottiglia di Rosato Bonavita, da accompagnare alle cozze e alle vongole che vengono allevate a Torre Faro, nella periferia più marinara della città. Fatevi servire una birra dello Stretto sporcata di granita limone – una radler messinese! – e trovate qualcuno che vi faccia mangiare le braciole (di carne o di pesce spada) e le costardelle fritte, un pesce dello Stretto che fa la sua (sempre più timida) comparsa nei mesi estivi.

Ora, non fatevi più dire che a Messina non c’è niente: è la frase tipica di chi non ha nemmeno cercato. Scendete da quel traghetto e fatevi in giro nella citta dello Stretto.