Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 


 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Val d’Aosta.

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Spartani vs Messapi.

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

Cose da vedere a Bolzano e dintorni. Bolzano, affascinante capoluogo dell'Alto Adige, è immersa in una magica conca circondata da vigneti ed è la meta perfetta per chi vuole scoprire una destinazione unica. Monica Cresci il 21 Agosto 2023 su Il Giornale. 

Capoluogo dell'Alto Adige ecco Bolzano, meta ideale per chi vuole trascorrere un weekend lungo immerso tra le bellezze della natura e il fascino della cultura. Nota anche come Bozen vanta innumerevoli qualità: è infatti considerata una città a misura di cittadino ma al contempo è un punto di contatto tra lingue e culture differenti. A Bolzano si parla italiano ma anche tedesco e ladino, un mix interessante che ha influenzato l'arte e l'architettura, oltre che lo stile culinario.

È una città giovane, piena di stimoli e in continuo fermento, dove tradizione e modernità riescono a convivere in perfetta armonia trasformandosi in un elemento catalizzante senza pari. Bolzano, infatti, è una meta turistica molto gettonata e non solo durante il periodo dei mercatini natalizi: suscita grande interesse anche durante tutto il resto dell'anno, grazie alle innumerevoli tradizioni che ne hanno caratterizzato il percorso storico oltre che per il grande legame e rispetto nei confronti della natura che le fa da splendida cornice. Scopriamo Bolzano, cosa visitare e quali le mete più interessanti nei dintorni.

Bolzano, dove andare e cosa vedere 

Bolzano è una città ricca di storia e di curiosità e assume una prima fisionomia di tipo urbano nel XII secolo per mano del vescovo di Trento che inserì un borgo mercantile all'interno dei vari insediamenti che caratterizzavano il territorio dell'epoca. La storia della città è segnata da periodi di grande espansione urbanistica e commerciale ma anche da conflitti e sfide per l'egemonia territoriale. Le innumerevoli immigrazioni dalla Germania e dall'Austria, insieme alle prime produzioni vinicole, hanno dato il via a uno sviluppo dell'area, anche grazie all'interazione costante tra la zona centrale e quelle limitrofe. Un passato dinamico, fiorente, vivace, con svariate influenze culturali che ben si evince dalle innumerevoli rappresentazioni architettoniche in puro stile medievale, sopravvissute anche al ventennio delle due guerre.

La città è immersa in una conca adornata da vigneti rigogliosi, all'interno della zona sud della Val d'Adige, della valle dell'Isarco e della Sarentina, ben protetta dalla catena della Mendola, dall'Altopiano del Salto, dalla cima del Renon nota anche come Monte Tondo e dal Monte Pozza. Bolzano è caratterizzata da un interessante mix linguistico, che si può ritrovare sia all'interno di molte delle tradizioni sia nella cucina tipica. Per ammirare la città è necessario farsi rapire dalla bellezza del centro storico, in puro stile medievale, e dalle innumerevoli decorazioni che caratterizzano i muri delle abitazioni dove non mancano le tante presenze floreali che vivacizzano le vie.

L'area urbana è divisa in cinque quartieri: Centro-Piani di Bolzano-Rencio, Oltrisarco-Aslago, Europa-Novacella, Don Bosco e Gries-San Quirino. Nella zona centrale si può ammirare il mercato di Piazza delle Erbe di origine antica ma anche la Fontana di Nettuno nota anche come "oste con la forchetta" e un tempo utilizzata per le abluzioni pubbliche. Da qui si può passare attraverso via dei Portici, considerato uno dei luoghi più visitati e cuore commerciale della città sin dal XII secolo, periodo storico dove le arti definivano i nomi delle vie: per questo ancora oggi abbiamo via dei Bottai, via degli Argentieri, via dei Carrettai e dei Conciapelli.

Tra le principali attrazioni da non perdere vale la pena fare un salto al Museo Archeologico dell'Alto Adige - Südtiroler Archäologiemuseum dov'è conservata Ötzi, la mummia del Similaun e alla suggestiva Piazza Walther del 1808, nota per i mercatini di Natale e perché è considerata l'elegante salotto di Bolzano. Da qui è facile raggiungere il Duomo, noto anche come chiesa di Santa Maria Assunta, di origine paleocristiana e successivamente rimodernata fino a raggiungere un'eleganza tardo gotica. Altro punto di interesse è la Chiesa dei Domenicani a pochi passi dal Duomo ed emblema dell'architettura gotica e il Monumento alla Vittoria quale simbolo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale sull'Austria-Ungheria.

Bolzano e dintorni 

Poco fuori Bolzano è facile imbattersi in innumerevoli costruzioni e castelli di pregio, come Castel Roncolo nella zona del Renon in stile medievale e noto per i suoi innumerevoli affreschi rappresentanti la vita cortese ma anche Castel Firmiano sede principale del circuito museale chiamato Messner Mountain Museum voluto e progettato da Reinhold Messner, che lo gestisce. Da non perdere anche le passeggiate sul Lungo Talvera e sul Guncina per una vera immersione nel verde, oltre a Le Malgreien, oggi Dodiciville e comune catastale di Bolzano, un tempo indipendente con 12 zone agricole incentrate sulla viticultura. Anche la zona del Renon merita una visita: il comune dell'omonima area di montagna è costituito da 12 incantevoli frazioni.

A pochi chilometri da Bolzano ci si imbatte in Laives meta ambitissima per gli appassionati di escursioni in bicicletta, oppure Bronzolo immerso tra i vigneti e i frutteti. Mentre sopra Bolzano si trova Colle di Bolzano, situata a 1.100 metri sul livello del mare e facilmente raggiungibile con la comoda funivia. La zona di Bolzano è davvero unica e dai mille volti, con panorami mozzafiato e laghi cristallini dov'è possibile immergersi per un bagno rigenerante. Non solo storia, arte e musei, ma anche tradizione e vita di montagna, per un viaggio che lascerà il segno.

Merano, romantica città Dell’Alto Adige: ecco che cosa fare e che cosa vedere. Tra passeggiate, shopping nel centro storico o momenti di relax alle terme sono tante le attrattive della città dell’Alto Adige. Mariagiulia Porrello il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Le terme

 La passeggiata Tappeiner

 I portici e il centro

 Il castello principesco

 La seggiovia Merano – Tirolo

 Il sentiero d’acqua di Lagundo

Merano è una città dell’Alto Adige dal clima particolarmente mite dove il tedesco e l’italiano s’intrecciano. Il luogo, riparato dalle montagne del Parco naturale Gruppo di Tessa, è una elegante meta turistica da centinaia di anni, dove è possibile assaporare gustosi piatti, scoprire tradizioni antiche, fare escursioni e rilassarsi nella natura.

Che cosa vedere e che cosa fare a Merano e nei dintorni? Ecco alcuni spunti.

Le terme

Nel cuore di Merano, sulla riva sinistra del Passirio, è possibile immergersi in una delle numerosissime vasche, interne ed esterne, di acqua termale, fare la sauna o il bagno turco. La struttura peraltro è affascinante di per sé, costruita in vetro e acciaio.

La passeggiata Tappeiner 

Il percorso prende il nome dal suo ideatore e finanziatore, il medico tedesco Tappeiner. Si tratta di un sentiero di 6 km (arriva fino a Lagundo) a circa 380 metri di altezza che corre da est a ovest, raggiungibile da diversi punti della città. Lungo il tragitto crescono circa 400 tipi di piante diverse.

All’inizio del sentiero si trovano poi altre attrazioni cittadine, la Torre delle polveri, un vecchio mastio reso deposito di polveri da sparo a cui è stata aggiunta una scala per renderlo una piattaforma panoramica, e l’orto delle erbe aromatiche e delle piante medicinali.

I portici e il centro

Un giro nel centro della città, dal fascino medievale, è immancabile. Sotto i portici, lunghi 400 metri, si susseguono negozi, bar e ristoranti dove è possibile fare shopping o fermarsi per una sosta. È dal XIV secolo che sotto le arcate si svolgono attività commerciali.

Il castello principesco 

Per sapere come viveva la nobiltà del Medioevo si può visitare il castello principesco di Merano. Situato nel centro storico, è un antico castello di caccia, visitabile all’interno, risalente al XV secolo. Fu l’arciduca Sigismondo a farlo erigere e a sceglierlo come sua residenza.

La seggiovia Merano – Tirolo

Da Merano si può raggiungere Tirolo in seggiovia e godersi così il panorama: l’impianto è noto infatti come seggiovia panoramica. La seggiovia è storica (ovviamente perfettamente funzionante) e dall’alto si potrà godere della vista di Merano e dei dintorni da una prospettiva diversa.

Il sentiero d’acqua di Lagundo

Vicino a Merano, a Lagundo, si snoda un sentiero d’acqua che porta da Tell a Quarazze. Perché un sentiero d’acqua? Perché i soleggiati vigneti della zona hanno bisogno di rifornimento idrico. Così già nel 1333 venne creato un canale di irrigazione, la Roggia dell’Algund. La passeggiata è molto bella e romantica, in alcuni tratti si passa sotto a pergolati di viti.

(ANSA il 19 aprile 2023) - La procura della Corte dei conti chiede all'ex presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder un risarcimento danni di 300mila euro per presunto danno d'immagine nei confronti dell'ente locale. 

Il danno deriverebbe dalla condanna penale, diventata definitiva, dell'ex presidente altoatesino a 2 anni e 6 mesi per peculato, nel processo sull'indebito utilizzo dei fondi riservati. L'udienza si è svolta davanti ai giudici della Corte dei conti di Bolzano, che ora dovranno decidere se accogliere o meno la richiesta risarcitoria, avanzata dalla procuratrice Alessia Di Gregorio.

In aula, l'avvocato difensore Gerhard Brandstätter ha invece chiesto che non venga pagato alcun risarcimento: "A parte i formalismi giuridici, dai quali si potrebbe interpretare che dalla condanna penale del presidente possa scaturire un danno d'immagine alla Provincia, mancano in realtà tutti i presupposti: durante la sua presidenza, Durnwalder ha anzi accresciuto il prestigio della Provincia di Bolzano". 

Secondo Brandstätter, "a seguito della condanna penale non c'è stato alcun danno d'immagine, ma anzi una grande manifestazione di solidarietà da parte della popolazione nei confronti del presidente".

Infine - conclude l'avvocato - "ricordo che la condanna avvenne solo per un aspetto meramente formale, in quanto venne contestata la compensazione dei fondi riservati, mentre noi sosteniamo che in realtà furono dei rimborsi. In ogni caso Durnwalder non intascò un euro dai fondi riservati".

Estratto dell'articolo di Federico Guiglia per “il Messaggero” il 26 aprile 2023.

In Italia l'autonomia differenziata c'è da cinquant'anni. Non occorre, perciò, indovinare che cosa potrà accadere, se e quando il potere di legiferare su un lungo elenco di importanti materie sarà esercitato nelle Regioni più ricche e popolate d'Italia: basta guardare che cosa sia già successo nei rapporti fra lo Stato e l'"autonoma" Provincia di Bolzano, che da oltre mezzo secolo gode della più speciale, cioè differenziatissima, autonomia fra le cinque Regioni speciali (Friuli, Val d'Aosta, Sicilia, Sardegna e Trentino-Alto Adige).

[…] Ma nella pratica succede che la Provincia di Bolzano sia il più affezionato cliente della Corte Costituzionale, tanti e tali sono i conflitti che sono sorti in mezzo secolo di litigi fra il Consiglio provinciale altoatesino e il Consiglio dei ministri nazionale. 

Rivendicando il primo d'aver esercitato le sue autonome prerogative, e rispondendo il secondo che in realtà le ha oltrepassate, violando con ciò la Costituzione. Il braccio di ferro non risparmia alcuna materia: dall'annuale legge finanziaria, i cui rilievi del governo sono quasi d'abitudine, agli interventi nella sanità. Dall'edilizia e dall'urbanistica alle regole sulla sicurezza nel lavoro, al territorio e paesaggio.

Perfino alla toponomastica perché, oltre alle controversie consuetudinarie e cavillose, ogni tanto la Provincia ama pure il blitz. Come quella volta che il governo-Monti dovette impugnare di gran corsa un testo che cancellava gran parte della toponomastica italiana dalle costituzionalmente obbligatorie denominazioni bilingue italiano-tedesche. […]

Come fece l'allora ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, a fronte di una legge che eliminava addirittura il nome "Alto Adige". Nell'eterna contesa c'è di tutto e a tutto si ricorre pur di evitare il verdetto della Corte Costituzionale continuamente chiamata in causa: dal ritiro o modifica della legge impugnata, alle mediazioni fra Palazzo Chigi e Provincia, fino alle promesse politiche d'avere un occhio ministeriale di riguardo per un'autonomia oggettivamente debordante. 

[…]

Sempre nella pratica, e non nel Paese di Alice, succede che l'Alto Adige contribuisca con meno del 10 per cento delle risorse prodotte nella regione alle necessità generali di tutto il Paese. Una sorta di partecipazione economica stile Lep oggi tanto di moda (sono i Livelli essenziali di prestazioni da garantire in modo uniforme sull'intero territorio nazionale), del tutto irrisoria e quasi irrilevante. 

Nella pratica avviene che a volte l'autonomia sia gestita bene e per tutti. Altre volte male e non proprio con la stessa attenzione per le tre comunità di lingua italiana, tedesca e ladina residenti nel territorio. Si veda il perdurante vigore della proporzionale etnica nel settore pubblico.

Una misura concepita come temporanea ed eccezionale, dati i suoi effetti di grave diseguaglianza. Invece, da oltre cinquant'anni penalizza la minoritaria comunità di lingua italiana oltre ogni ragionevole dubbio. Per trovare lavoro, fare carriera e vedere riconosciuti i propri diritti nel pubblico impiego, i criteri del merito e del bisogno fra cittadini alla pari - qualunque sia la loro lingua -, contano molto meno o non contano affatto rispetto al requisito dell'"appartenenza etnica". 

Dunque, non nella Repubblica di Platone, ma in quella italiana dell'autonomia differenziata e sperimentata, possono esserci norme assurde che resistono al tempo, perché lo Stato, defenestrato e perciò disimpegnato, non ha più la vigile concentrazione per intervenire. Per evitare equivoci, nel testo-Calderoli il Parlamento dovrebbe introdurre i paletti di salvaguardia nazionale, che sono ben piantati persino nello statuto di ampia, blindata e cesellata fino all'ultima virgola autonomia a Bolzano.

Dove la Provincia ha sì la potestà di emanare norme legislative, ma «entro i limiti indicati dall'articolo 4», ossia «in armonia con la Costituzione e i principi dell'ordinamento giuridico dello Stato e con il rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali». Ma pure «delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica». 

[…] 

Provate a chiedere agli amministratori delle città di Bolzano, Merano o Laives, se lassù comandano loro oppure l'onnipotente Provincia. Senza una clausola di salvaguardia nazionale ben formulata e di un'autonomia nell'autonomia ben garantita anche per i Comuni, così da tutelarli dallo statalismo regionalista, il Parlamento rischia solo di accontentare la Lega di un tempo (Bossi e Miglio) più ancora di quella attuale di Salvini e Calderoli. Senza neppure aver imparato qualcosa dalla lezione altoatesina.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

In Veneto.

A Venezia.

A Verona.

Gli Sprechi.


 

In Veneto.

COSA SONO LE TRE VENEZIE? Da Simboli e curiosità del mando

Il nome Tre Venezie (o Triveneto) indica la regione geografica costituita dai territori della Venezia Tridentina, della Venezia Euganea e della Venezia Giulia. Il termine Triveneto viene comunemente utilizzato per indicare le regioni italiane che compongono la regione: Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, escludendo i territori della Venezia Giulia oggi appartenenti a Slovenia e Croazia.

Il termine Tre Venezie comparve per la prima volta alla metà dell'Ottocento, poco dopo la seconda guerra d'indipendenza, e stava ad indicare tre entità regionali differenti, dette "Le Venezie": la Venezia Propria o Venezia Euganea (gli attuali Veneto e Friuli), la Venezia Tridentina (il Trentino Alto Adige) e la Venezia Giulia (Gorizia, Trieste ed Istria).

La definizione, coniata dal geografo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, aveva l'obiettivo di giustificare l'espansionismo italiano nei confronti dell'Impero austro-ungarico. Infatti, tra il 1914 e il 1915, per convincere l'opinione pubblica italiana ad entrare in guerra, la propaganda fece leva sul proposito di liberare le terre in mano all'occupazione straniera, ovvero la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia (la Venezia Euganea era già stata annessa nel 1866). Al termine del conflitto, tali territori entrarono a far parte del Regno d'Italia, ma buona parte della Venezia Giulia venne ceduta alla Jugoslavia dopo la sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale.

La Venezia Tridentina era stata così chiamata dal nome latino (Tridentum) del capoluogo, Trento, ed era formata dalle province di Trento e Bolzano.

La Venezia Euganea, con il suo nome dato dai colli Euganei, comprendeva le province di Venezia, Padova, Rovigo, Verona, Vicenza, Treviso, Belluno e Udine.

La Venezia Giulia era composta dalle quattro province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume.

Cosa Veneta. Report Rai PUNTATA DEL 05/11/2023

di Walter Molino e Andrea Tornago

Dalla Laguna di Venezia alla campagna veronese, un viaggio nel Veneto finito in mano alle mafie.

Dalle tranquille e produttive province di Padova e Treviso al distretto vicentino della chimica, le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto. Le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata: nel ricco Nordest Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell’ordine, imprenditoria e massoneria.

11 novembre 2023: la lettera dell'avvocato Bruno Barel alla redazione di Report e la nostra nota

Oggetto: Re: Richiesta di immediata rettifica e immediata sospensione di diffusione in ogni forma di notizie false e diffamatorie, in base alla legge sulla stampa Il giorno 5 novembre 2023 Report ha presentato un servizio su come le mafie si stiano infiltrando nel Veneto. La tesi sostenuta è tanto semplice, suggestiva e di impatto quanto gratuitamente diffamatoria: - L’ avvocato del governatore Luca Zaia, il suo uomo di fiducia, quello dei casi più delicati, è l’uomo che promuove le imprese della Ndrangheta in Veneto. Si mettono insieme una serie di fatti veri: - Sono stato il presidente di Numeria di cui sono tuttora socio e di cui sono stato fondatore; - Numeria ha dato degli appalti a un’ impresa della provincia di Padova destinataria di un’ interdittiva antimafia; -Numeria ha addirittura raccomandato Sidem all’ impresa Setten che così l’ha utilizzata quale appaltatrice nei lavori di costruzione del nuovo ospedale pediatrico di Padova. La manipolazione usata per fare apparire vero quel che vero non è avviene attraverso le seguenti manipolazioni ed omissioni: - non si dice che l’ ultimo appalto dato da Numeria a Sidem risale a più di un anno prima dell’ interdittiva antimafia; - a quell’ epoca Sidem era un’ impresa, con sede in Veneto, che lavorava da trent’ anni alla luce del sole per committenti pubblici e privati e con una ottima reputazione per la qualità dei lavori eseguiti; - quando Numeria - più precisamente: un tecnico di cantiere si Numeria - dà buone referenze alla Setten non dice altro che la verità e nessuno sapeva che potevano esserci legami tra la Sidem ed organizzazioni criminali. Quindi questa apparente notizia non lo è affatto: la Sidem dopo avere lavorato per Numeria ha continuato a lavorare per decine di altri committenti e nessuno di questi committenti viene menzionato tranne Setten che viene fatto passare per una vittima di Numeria. Quindi si passa alla manipolazione sulla persona: il responsabile unico è Bruno Barel, l’uomo di fiducia di Luca Zaia. In realtà: - Bruno Barel non ha mai partecipato a nessuna deliberazione per affidare appalti alla Sidem e non ha mia avuto il benché minimo rapporto con personale, soci o amministratori della Sidem. Numeria ha un amministratore delegato che ha affidato - nella sua facoltà individuale per delega - i lavori in questione a Sidem nel 2021 rispettando perfettamente tutta la disciplina in materia. Di un tanto l’ amministratore delegato di Numeria si era assunto la piena responsabilità in un incontro di quasi due ore con i giornalisti di Report: nel servizio l’amministratore delegato di Numeria non viene neppure menzionato. - Men che meno Bruno Barel ha raccomandato la Sidem a chicchessia. Neppure lo ha fatto l’amministratore delegato di Numeria. Pare che un tecnico della Setten abbia chiesto a un tecnico di Numeria se Sidem avesse lavorato bene per Numeria e la risposta era stata la pura verità: aveva lavorato bene. Quindi fino a qui: un’ impresa con cui da trent’ anni lavoravano tutti lavora anche con Numeria, e un tecnico di cantiere ne dà buone referenze quando gli vengono richieste. Una non notizia. La notizia sarebbe stata tale se l’ interdittiva antimafia fosse arrivata prima degli appalti di Numeria ma invece - ripetesi- è arrivata oltre un anno dopo l’ultimo appalto. Che interesse c’ è poi a parlare di Numeria? Decine di altri soggetti hanno dato appalti alla Sidem dopo Numeria ma nessuno viene menzionato da Report se non Setten, “ vittima” di Numeria. Numeria ovviamente non interessa a nessuno al pari di tutti gli altri soggetti che hanno dato appalti a Sidem in questi anni ma il suo presidente sí. Di per sè anche Bruno Barel, che non riveste nessun ruolo pubblico, non dovrebbe interessare più di qualsiasi altro socio o amministratore di società o enti che abbiano dato appalti alla Sidem. Sennonché e l’uomo dei casi delicati per Luca Zaia. A questo punto il dottor Ranucci non resiste e aggiunge un particolare che dovrebbe dimostrare che non stiamo parlando di congetture ma di fatti, la prova delle prove: la confessione! E sventola un documento, un atto di notaio! La forma pubblica dà sostanza alle congetture, quasi una confessione .. notarile! Aggiunge quindi che Bruno Barel - saputo dell’ interdittiva antimafia - corre a vendere le sue quote di Numeria. Senonche’ si tratta di una clamorosa bugia: Bruno Barel non ha mai venduto nessuna azione di Numeria. Avesse letto quell’ atto, Ranucci avrebbe anche saputo che si trattava di una cessione di ramo d’azienda in esecuzione di delibere assunte mesi prima; e comunque quel che Ranucci ha detto è falso. Quindi Vi diffido dal ripubblicare il servizio in qualsiasi forma, anche sui social, in quanto: - è’ stato falsamente rappresentato, esibendo un atto notarile, che Bruno Barel avrebbe venduto azioni di Numeria - perché indotto dall’ interdittiva antimafia alla Sidem - quando invece non ha mai venduto quelle azioni; - è stato strumentalmente rappresentato un rapporto tra il presidente Zaia e Bruno Barel che non esiste in realtà come può essere facilmente verificato confrontando il numero di incarichi che la Regione Veneto ha affidato a Bruno Barel e quelli che ha affidato ad altri avvocati del libero foro; - è stata rappresentata una partecipazione di Bruno Barel nei rapporti tra Numeria e Sidem quando, in realtà, Bruno Barel non vi ha avuto il benché minimo coinvolgimento; - è stata rappresentata un’ attività di Numeria agevolativa dell’ attività di un’ impresa in odore di mafia quando nulla di tutto ciò è accaduto per le ragioni sopraesposte. La presente ai sensi della legge sulla stampa per evitare il protrarsi di una palese diffamazione con gravissimo ingiusto danno reputazionale. Avv Bruno Barel

COSA VENETA di Walter Molino e Andrea Tornago Immagini di Davide Fonda, Cristiano Forti, Marco Ronca e Andrea Lilli Ricerca immagini di Paola Gottardi e Alessia Pelagaggi Montaggio di Andrea Masella, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

LUCA ZAIA - PRESIDENTE REGIONE VENETO Luca Zaia, nato a Conegliano (...)

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Persino il presidente Zaia è chiamato a testimoniare al processo Eraclea, l’inchiesta che prende nome dalla cittadina del litorale di Venezia. Secondo la Procura antimafia fin dagli anni ‘90 qui si è radicata una costola del clan dei Casalesi. Nel 2019 vengono arrestati politici, imprenditori, professionisti ed esponenti delle forze dell’ordine. L’attenzione cade su Luciano Donadio. L’imprenditore edile originario di Casal di Principe è il presunto boss dei Casalesi di Eraclea. Questo centro scommesse nella piazza principale del paese era il suo quartier generale. Controllava persino i parcheggi pubblici.

SIMONETTA MARCOLONGO - SEGRETARIA PD ERACLEA (VE) Davanti là nessuno poteva parcheggiare. Il parcheggio era suo. Con il beneplacito dei vigili. Dopodiché succede quel fatto della vigilessa: ordina al nipote di Donadio di spostare la macchina. Lui non lo fa e lei gli dà una multa. Il giorno dopo la macchina della vigilessa viene distrutta. E i suoi colleghi le dicono così impari, ti sta bene. È lo stesso clima di Casal di Principe.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia Donadio era in grado di condizionare la vita politica e amministrativa del ricco litorale veneziano. La notizia arriva anche all’estero e la sindaca è preoccupata per l’immagine della sua città.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Avere un’associazione mafiosa mi rovina un territorio. Io ieri mi son fatta una ricerchina, niente, così...ho messo il nome Comune di Eraclea, Nadia Zanchin eccetera. Mi venivano fuori anche i siti tedeschi. Vuol dire che mi rovina l’immagine su Eraclea per i turisti tedeschi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo tre anni di carcere preventivo, Luciano Donadio è tornato a casa nel febbraio scorso, accolto dai fuochi di artificio.

WALTER MOLINO Ma lei cosa ha pensato quando Donadio è tornato a casa e hanno fatto i fuochi d’artificio?

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) È stata notificata ieri mattina anche una sanzione…

WALTER MOLINO Cinquanta euro.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Quello prevede il regolamento.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I botti per festeggiare li ha fatti Marco Lo Faro, un imprenditore siciliano trapiantato da anni ad Eraclea e in affari con Donadio.

WALTER MOLINO Come le è venuto in mente di fare i fuochi d’artificio per il ritorno di Donadio?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Lei è del Sud?

WALTER MOLINO Sì.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Sa bene che al Sud è una cosa giornaliera questa.

WALTER MOLINO Dei fuochi d’artificio o dei fuochi d’artificio quando qualcuno esce dal carcere?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE No, i fuochi d’artificio. Non c’entra perché uno esce dal carcere...Può essere una gioia per qualcuno festeggiare il compleanno del bambino o qualcuno che magari…

WALTER MOLINO Vive un giorno di festa perché sta tornando a casa.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Esattamente, niente di più, niente di meno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Chi vuole incontrare Donadio e i suoi amici, a Eraclea sa dove trovarlo.

LUCIANO DONADIO Beviamo solo un caffè ma non si parla di niente.

WALTER MOLINO In silenzio? Vabbè parliamo…

LUCIANO DONADIO In silenzio totale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Con lui ci sono suo figlio Adriano e l’inseparabile Raffaele Buonanno, tutti condannati in primo grado.

RAFFAELE BUONANNO Sono stato sfortunato perché Casal di Principe è molto popolare.

WALTER MOLINO È molto popolare Casal di Principe, è vero.

RAFFAELE BUONANNO Però a Casal di Principe ci sono avvocati, giudici, ci sono dottori, ci sono tutte persone perbene. Non è che tutte le persone sono brave in Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questo bar, dopo una violenta rissa, un gruppo di skinheads ha dovuto piegare la testa davanti agli uomini di Donadio.

WALTER MOLINO Ma questa storia della rissa che c’è stata qua com’è andata?

LUCIANO DONADIO Non mi deve fare queste domande qua. Se ci tiene…a farmi stare tranquillo.

WALTER MOLINO Gli skinheads sono venuti a calare la testa davanti al boss di Eraclea.

LUCIANO DONADIO E chi è il boss di Eraclea?

WALTER MOLINO Non sia modesto.

LUCIANO DONADIO Buona giornata!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sul gruppo di Donadio le indagini sono durate vent’anni: estorsioni, usura, minacce, voto di scambio. Nell’aprile di quest’anno la Corte Suprema di Cassazione conferma l’esistenza di un’associazione mafiosa ad Eraclea. Tra gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato l’ex sindaco Graziano Teso, condannato a 2 anni e 2 mesi per concorso esterno.

WALTER MOLINO Me lo spiega come è entrato in contatto lei con Donadio?

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Donadio è un imprenditore di Eraclea. Ad Eraclea siamo 14 mila abitanti. Conosci tutti quanti!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Emanuele Zamuner è un carrozziere di San Donà con il pallino della politica e a Donadio aveva chiesto voti per la campagna elettorale del 2016.

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Ho chiesto voti a cani e porci. Ho chiesto voti anche a lui.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Paolo Valeri si è messo in affari con Donadio per realizzare un impianto di biogas ad Eraclea. Ma prima aveva bisogno di recuperare un credito.

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE Lui mi dice che voleva andare a trovare sto qua… gli spacco le corna, gli brucio la casa… discorsi da napoletano.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il tono con cui Donadio si rivolge al suo interlocutore per discutere il recupero del denaro da investire nel biogas.

LUCIANO DONADIO – INTERCETTAZIONE AMBIENTALE Ti squarto come un porco, cornuto! Hai capito che ti squarto come un porco? Sto figlio di puttana… “Ma io non voglio…” E allora statti zitto!

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE C’è la volontà di piantare la bandierina in Veneto. E adesso salta fuori sta moda che deve esserci la mafia anche in Veneto. Hanno ragione i miei paesani: el leon magna el terun.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il capo dell’anticrimine Alessandro Giuliano ha diretto la squadra mobile di Venezia negli anni 2000, e il gruppo di Donadio se lo ricorda bene.

ALESSANDRO GIULIANO - DIRIGENTE SQUADRA MOBILE DI VENEZIA 2004-2009 Noi sulla base di questi elementi ritenevamo esistente ad Eraclea un’organizzazione criminale facente capo a Donadio, ritenemmo di ravvisare una torsione della funzione amministrativa a favore di Donadio.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 5 giugno però, accade l’incredibile: quella che per i giudici del rito abbreviato è mafia fino in Cassazione, per i giudici del rito ordinario è solo un’associazione a delinquere.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Il consiglio comunale io ho chiesto lo scioglimento perché è stato eletto con i voti della camorra. Punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Vittorio Zappalorto è il prefetto che nel dicembre 2019 ha chiesto lo scioglimento del consiglio comunale di Eraclea per le infiltrazioni mafiose. In Veneto sarebbe stata la prima volta.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Il Prefetto dopo aver fatto la relazione l’ha presentata al Comitato per l’ordine pubblico, dove oltre a lui c’erano il Procuratore Capo Cherchi e tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine. E all’unanimità hanno detto: sì, questa relazione va bene, ci vuole lo scioglimento.

WALTER MOLINO Le risulta anche nel suo ruolo di commissario della commissione antimafia che possano esserci state delle pressioni politiche per una soluzione di questo tipo?

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Suppongo che ci siano anche state, forse, delle pressioni, delle pressioni politiche. La relazione viene inviata al Ministero dell’Interno che dopo alcuni mesi risponde rigettando la richiesta. Ed è uno degli unici casi in Italia di rigetto di richiesta da parte del prefetto di scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose.

WALTER MOLINO La Ministra Lamorgese era stata Prefetto di Venezia.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 E poi è stata due volte mi pare Ministro dell’Interno, no?

WALTER MOLINO Prefetto perché da Ministro dell’Interno ha deciso di non sciogliere il comune di Eraclea nonostante la Commissione prefettizia? Vuole rispondere a questa domanda?

LUCIANA LAMORGESE - MINISTRA DELL’INTERNO 2019-2022 Dovete leggervi quelle che sono recenti sentenze del Consiglio di Stato. Per cui ci sono due elementi che devono essere sempre visti insieme, quello oggettivo e quello soggettivo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’ex prefetto Zappalorto voleva sciogliere il Comune per mafia ed era il testimone più atteso al processo. Ma all’ultimo momento la sua audizione viene cancellata.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono l’unico prefetto che potrebbe dire qualche cosa, fra tutti quelli che sono stati sentiti.

WALTER MOLINO Lei aveva chiesto lo scioglimento.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Io avevo chiesto lo scioglimento e stamattina speravo di poter spiegare perché.

WALTER MOLINO Lei che idea si è fatto sui motivi per cui è stato negato?

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Ah guardi, ho chiesto più volte di…che mi rendessero conto ma mi ha mai detto il perché.

WALTER MOLINO O se si è dato delle risposte sono risposte forse indicibili.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono risposte cui preferisco non credere io stesso.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla fine dell’udienza Luciano Donadio è l’ultimo ad uscire dall’aula bunker.

WALTER MOLINO Ma è vero che lei era così potente ad Eraclea addirittura da piegare l’amministrazione comunale ai suoi voleri?

LUCIANO DONADIO Ha ascoltato anche lei il processo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma, quando Donadio è tornato a casa è stato accolto con i fuochi d’artificio. Ora può tranquillamente passeggiare nella piazza della città con 26 anni di carcere sulle spalle, condannato in primo grado per associazione per delinquere, senza l’aggravante mafiosa. Può essere felice la sindaca di Eraclea che può dire ai turisti tedeschi che la mafia non c’è. Però quello di Eraclea merita un ragionamento più alto. C’è stato un corto circuito: due sentenze contraddittorie. Mentre da una parte la Suprema Corte, la Cassazione ha riconosciuto l’aggravante mafiosa nel caso del sindaco Graziano Teso, che scegliendo il rito abbreviato è stato condannato per concorso esterno alla mafia, dall’altra parte, per tutti gli altri imputati che hanno scelto il rito ordinario, c’è stata la condanna per associazione per delinquere, senza il riconoscimento della mafia. Eppure, c’è una sentenza del Consiglio di Stato del 2019 che dice sostanzialmente: “basta il sospetto che un solo voto sia stato condizionato dalla criminalità organizzata e si può chiedere lo scioglimento del Comune per mafia”. È quello che aveva fatto l’ex prefetto Zappalorto e aveva anche tutti d’accordo, aveva la Direzione Distrettuale Antimafia, il procuratore Cherchi, le forze dell’ordine, il comitato per la sicurezza. Tuttavia quando la relazione di 8mila pagine è arrivata sul tavolo di Lamorgese, allora ministra dell’Interno, è stata rispedita al mittente. La Lamorgese ha detto: “Le risultanze dell'accesso non hanno fatto emergere alcuna circostanza che possa attestare quello sviamento dell'azione amministrativa registrato dell'ente oggetto della richiamata sentenza del Consiglio di Stato”. Ecco, secondo l’ex membro della Commissione antimafia, Nicola Pellicani, ci sarebbero state pressioni politiche probabilmente per evitare che Eraclea fosse il primo Comune nella storia del Veneto a essere sciolto per mafia. In realtà avrebbe potuto essere il secondo. Perché già nel 2015 la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, aveva chiesto una commissione di accesso agli atti al Comune di Verona. Questo anche in seguito ad un’inchiesta di Report, che ben 10 anni fa aveva illuminato una zona d’ombra: la presenza della ‘ndrangheta a Verona e soprattutto contatti con uomini politici della giunta Tosi. Ecco, tutti avevano negato e si erano indignati. Dopo 10 anni i nodi son venuti tutti al pettine. Tutto ruotava già allora intorno alla famiglia calabrese Giardino. E oggi si è aggiunto anche un tassello: quello di uno spione, che è il primo pentito di ‘ndrangheta che sta facendo tremare il Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Isola Capo Rizzuto in Calabria: un promontorio affacciato sullo Ionio, l’area marina protetta più grande d’Europa. Il regno delle famiglie Arena e Nicoscia, tra le più 7 potenti cosche della ‘ndrangheta, legate da un patto di sangue nel nome degli affari. Da qui arriva anche la famiglia Giardino. ANZIANO È una persona normale come noi.. non è che sono tanti… Poi sapete com’è l’andazzo che rovina le persone.

WALTER MOLINO L’andazzo o la ‘ndrangheta?

ANZIANO L’andazzo! Io parlo di andazzo.

WALTER MOLINO E la ‘ndrangheta?

ANZIANO Non posso dire ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il video della spedizione punitiva contro il dipendente di una sala scommesse. Non siamo in Calabria ma nel centro di Verona. L’aggressore si chiama Francesco Giardino. Suo figlio è stato licenziato il giorno prima perché rubava dalla cassa.

KEIBER CASTILLO DE LAS CASAS – IMPIEGATO SALA SCOMMESSE Sono lì dietro al banco, arriva suo padre e mi dice: sei stato tu a dire alla tua capa che mio figlio ha fatto quello che ha fatto? Ho detto: sì, sono stato io. E lì proprio lui ha reagito e ha cercato di darmi un pugno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Daniela Saccardo è la proprietaria dell’agenzia. Aveva assunto il figlio di Giardino anche se in Questura glielo avevano sconsigliato.

WALTER MOLINO Voi poi siete andati a denunciare questa cosa, no?

DANIELA SACCARDO - IMPRENDITRICE No. Siamo andati a raccontare e poi è uscito tutto questo ambaradan. Non è che eravamo andati per denunciare. Diciamo che abbiamo avuto delle pressioni. Magari se raccontavamo quello che era successo poteva anche essere bruciato il locale.

WALTER MOLINO Verona è la città più ricca del Veneto, è impressionante questa presenza.

NICOLA GRATTERI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO L’imprenditore ‘ndranghetista veste come noi, mangia come noi, ha solo l’accento calabrese come il mio, però porta tanti soldi. Mettiamo il caso in cui l’imprenditore del Nord sia in buona fede: quando l’imprenditore ‘ndranghetista gli propone smaltimento di rifiuti con ribasso del 30-40%, manodopera a basso costo mi pare che non si possa parlare di ingenuità o di buona fede. Si chiama ingordigia.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’Antimafia a Verona si è radicata una locale di ‘ndrangheta. Il capo indiscusso è Antonio Giardino, detto “Totareddu”, che nel marzo scorso è stato condannato in primo grado a 30 anni di carcere. La prima sentenza dibattimentale che riconosce la presenza di un’organizzazione mafiosa sul territorio Veneto.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Io in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta. In Veneto parlo. Non lo so in altre parti, a Milano… questo e quell’altro. Di quello che dicono i giornali sembra che c’è. Qua in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta, non ho mai conosciuto uno ‘ndranghetista qua.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alfonso Giardino è il cugino di Totareddu. Condannato per estorsione, oggi è indagato dall’antimafia di Venezia per associazione mafiosa.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Tutti, tutti i calabresi, tutti, tutti, elettricisti idraulici, gente che lavora dalla mattina alla sera, ce li ho amici io, lavoriamo insieme perché facciamo il 110, quello fa l’idraulico, l’elettricista, tutti calabresi, tutti, qua nel Veneto, ce l’hanno a morte! Vanno a controllargli le aziende, le cose, qua c’è gente a Verona che ruba soldi dalla mattina alla sera che cazzo non gli fanno un cazzo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla famiglia Giardino sono riconducibili decine di aziende con sede in Veneto e tutto il Nord Italia che lavorano nel campo della manutenzione ferroviaria e dell’edilizia. ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Ma di cosa cazzo parliamo? Siamo diventati ebrei, te lo dico io qual è la verità, Walter! Noi siamo diventati come gli ebrei. C’è un Hitler qua: la politica.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nell’inchiesta Kyterion della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro è emerso l’interesse delle ‘ndrine calabresi in contatto con i Giardino per la rielezione di Flavio Tosi a sindaco di Verona, come si evince da questa intercettazione telefonica mai ascoltata prima tra due imprenditori crotonesi legati ad Alfonso Giardino.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 7 MAGGIO 2012 LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Alfonso si è fatto sentire, no

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Alfonso lo sto chiamando e non mi risponde, l'ho chiamato già due volte.

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE A Verona ha vinto Tosi quello che appoggiavano loro, quindi secondo me sono in festa.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Ah sì ha vinto quello che…

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Sì quello che appoggiavano loro.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Sono contento, buono, buono.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alle elezioni comunali del 2012 Alfonso Giardino racconta di aver creduto in Flavio Tosi e nelle promesse del suo assessore calabrese Marco Giorlo: appalti in cambio di voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Quando abbiamo parlato mi ha detto – lui – “Se mi date una mano…vedete se conoscete anche altri calabresi, gente che per il voto… Se mi…ci date una mano vediamo di…” Perché io gli avevo detto che mi interessava fare un centro sportivo qua a Verona, perché sono amante di ‘ste cose qua, di calcio, tennis…queste cose qua. E mi ha detto “Guarda, c’è la possibilità” però sempre in affitto, perché non è che te lo danno in affidamento, no?

WALTER MOLINO Ma poi te l’hanno dato?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No… WALTER MOLINO Tu però l’hai aiutato con questi voti?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, non li ho aiutati.

WALTER MOLINO Però nelle intercettazioni tu a tuo fratello dici...

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma non li ho aiutati.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 4 LUGLIO 2012 ALFONSO GIRADINO – IMPRENDITORE L'ha aiutato davvero te lo posso giurare dove, se si trova su quella poltrona si trova per me questo, gli ho trovato non so quanti voti, quanti gliene ho tirati fuori non hai nemmeno idea tu, mi sono massacrato giorni e giorni però vedi ora grazie a Dio è riconoscente, mi ha detto “Io per i Giardino faccio tutto, per i Giardino perché i Giardino a me mi hanno aiutato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Marco Giorlo ha sempre negato qualsiasi contatto con la famiglia Giardino e le inchieste sul suo operato di assessore sono state archiviate. Ma non risulta che sia mai stata approfondita la natura dei suoi rapporti con Alfonso Giardino.

WALTER MOLINO Cioè, lui si è impegnato!

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si è impegnato, insomma…

WALTER MOLINO Cioè si era impegnato, ti aveva promesso questa cosa, e tu ti sei impegnato a trovargli dei voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Allora, che lui si sia impegnato no, non glien’è fregato niente neanche a lui.

WALTER MOLINO Si è impegnato nel senso che te l’aveva promesso.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Mhm…che aveva fatto delle promesse…sì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’allora sindaco di Verona Flavio Tosi, dopo una puntata di Report che per prima, nel 2014, aveva denunciato la presenza della ‘ndrangheta a Verona, aveva negato che i Giardino l’avessero appoggiato alle elezioni.

FLAVIO TOSI – (REPERTORIO 2014) I rapporti con certi soggetti non esistono, non esistono, qualcuno manco lo conosco. Se qualcuno ha una prova, qualsiasi tipo di rapporti fra Tosi e certi soggetti, non solo porti in Procura ma lo metta sui giornali, in maniera tale che… e non ci sono, non ne so un fico secco! È quello il punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece, ecco Flavio Tosi abbracciato con Antonio Giardino, detto “il Marocchino”, il fratello di Alfonso. Nel giugno scorso è stato condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di carcere. La fotografia è del 29 maggio 2015 quando Tosi è candidato alla presidenza della regione e va a chiudere il suo tour elettorale al bar “Mi Vida” di Sommacampagna, allora riconducibile proprio alla famiglia Giardino.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si sono fatti ‘sta foto…madonna, è uscito fuori un putiferio!

WALTER MOLINO Beh, perché comunque Tosi era in campagna elettorale ed è andato a chiudere la campagna elettorale proprio nel bar di tuo fratello. Cioè, è una cosa anche simbolica…

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma si è trovato per caso, te lo giuro sui miei figli, non sto scherzando.

WALTER MOLINO Ma non si chiude la campagna elettorale per caso in un bar. Si decide dove si va a chiudere la campagna elettorale.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Perché conosceva un mio parente. Questo mio parente l’ha portato là quella sera.

WALTER MOLINO Quindi vedi che un legame c’è.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, no, no, cioè non è che…io ti dico le cose come sono!

ANDREA TORNAGO Lei ha sempre detto che non ha conosciuto…che non conosceva esponenti della famiglia Giardino.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho mai avuto nessun rapporto con quella famiglia, è vero.

ANDREA TORNAGO E com’è che invece lei va a chiudere la campagna elettorale del 2015, quella per le regionali, al bar “Mi Vida” di Sommacampagna?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non sapevo neanche chi fosse il titolare. Un candidato aveva organizzato lì un evento, come si fa in campagna elettorale, e quindi sono andato in quel bar a far campagna elettorale. Non posso conoscere i titolari di tutti i bar.

ANDREA TORNAGO Però c’è una fotografia sua dietro al bancone con Antonio Giardino.

 FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Beh è abbastanza normale, tanti mi chiedono di fare le foto: pizzerie, bar, ristoranti, locali…

ANDREA TORNAGO Però lei non conosceva Antonio Giardino detto “il Marocchino”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA No, non l’ho mai conosciuto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il primo marzo scorso c’è stata una sentenza storica: per la prima volta viene riconosciuta la presenza stabile di una locale di ‘ndrangheta a Verona. Il capo mafia sarebbe Antonio Giardino. Ora, premesso che sono ovviamente tutti innocenti fino a sentenza definitiva, però i personaggi che sono emersi in questa vicenda sono grosso modo in gran parte quelli che aveva illuminato Report nell’inchiesta di circa dieci anni fa, quando si era occupata delle anomalie della amministrazione Tosi e aveva illuminato proprio quei personaggi vicini alle ‘ndrine che erano in contatto con i politici della giunta Tosi. Tosi aveva negato di conoscere 12 i Giardino, salvo poi è emersa una fotografia dove si prova che nel 2015 ha chiuso la sua campagna elettorale in un bar proprio di Antonio Giardino, cugino di quell’Antonio detto Totareddu che appunto sarebbe il capomafia. Ora a questa storia si è aggiunto un tassello, un personaggio: Nicola Toffanin, guardia giurata, ex appartenente ai corpi speciali militari, vicino ad ambienti dell’estrema destra, si è messo a un certo a punto a fare lo spione, senza avere la licenza da investigatore privato. E ha spiato per conto di politici altri politici. Poi a tempo perso faceva anche da link, da trait d’union tra ‘ndranghetisti e politici. Ecco oggi è diventato un super pentito, le sue dichiarazioni soprattutto quelle ancora secretate, stanno facendo tremare il Veneto, ma non solo perché il tremore arriva fino a Roma.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi chiamo Nicola Toffanin. Sono nato come uomo dello Stato, arruolato ancora minorenne nell’esercito italiano nei primi anni ‘80. Poi sono rientrato a Verona dove ho fatto amicizia con Antonio Giardino il Grande, detto “Totareddu”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nicola Toffanin è il primo collaboratore di giustizia veneto della ‘ndrangheta. Arrestato nel giugno 2020 nell’operazione Isola Scaligera, inizia subito a collaborare con i magistrati antimafia di Venezia. E racconta la composizione della locale di ‘ndrangheta veronese.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi è stato chiesto di tenere il profilo più basso possibile per rimanere in una sorta di mondo di mezzo. La maglia che connette la 'ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità̀ all'organizzazione dì crescere ed infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose. È proprio per questo che mi hanno dato il soprannome di “Avvocato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Toffanin confessa di curare i rapporti delle cosche con l’imprenditoria e la politica. I suoi verbali, omissati e in gran parte ancora secretati, stanno facendo tremare il Veneto, e non solo.

WALTER MOLINO Che personaggio è Toffanin?

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA Uno che lavora sotto molti aspetti, molti campi, che ha molti contatti e che quindi avendo molti contatti ha anche molte informazioni. Devo dire che poi le informazioni che son state date da Toffanin quando ha deciso di collaborare sono state tutte riscontrate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ex militare dei corpi speciali, ben introdotto negli ambienti dell’estrema destra, Toffanin fa l’investigatore privato anche se non ha la licenza. Si accompagna a Michele Pugliese, di Isola Capo Rizzuto, detto “il commercialista”, il braccio destro del capo cosca Antonio Giardino. Altro uomo di peso del gruppo è Domenico Mercurio, detto Mimmo, in ottimi rapporti con la politica veneta. Oggi è un collaboratore di giustizia e anche i suoi verbali sono ancora in gran parte secretati. 13 Con loro c’è spesso Francesco Vallone, detto “il Professore”, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso, imprenditore massone di Vibo Valentia, responsabile del Centro Studi Enrico Fermi, con varie succursali anche in Calabria. Per gli investigatori è il diplomificio della ‘ndrangheta. A Verona era in Corso di Porta Nuova e condivideva la sede con l’università telematica Unicusano di Stefano Bandecchi.

WALTER MOLINO Venivano gli studenti?

AVVOCATO VICINO DI CASA Sette-otto, non chissà cosa.

WALTER MOLINO Ah, così pochi.

AVVOCATO VICINO DI CASA Beh ma sono quelle scuole per recuperare gli anni… han tolto l’insegna, lì c’era anche l’Università Cusano.

WALTER MOLINO L’Unicusano aveva sede qui dentro?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quando Totareddu ritorna a casa dopo un periodo di ricovero in ospedale, i suoi contatti più stretti vanno a rendergli omaggio. È seguendo le tracce dell’investigatore Toffanin che nel 2020 l’antimafia riesce a documentare l’attività della locale veronese di ‘ndrangheta. Gli inquirenti ascoltano Toffanin vantarsi del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 28 MARZO 2018 NICOLA TOFFANIN Perché Miglioranzi l’ho preso per le palle!

FRANCESCO VALLONE Bravo... ed è giusto che sia così!

NICOLA TOFFANIN Ma non solo lui! ma c'ho anche Tosi per le palle!

FRANCESCO VALLONE In questo momento conta più Miglioranzi che Tosi. Se noi siamo intelligenti ci dà sempre da mangiare! Sempre!

NICOLA TOFFANIN Certo! FRANCESCO VALLONE Capito? Pulito! al massimo tra 10 anni usciamo su Report!

NICOLA TOFFANIN Ma vaffanculo Report!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Hanno impiegato meno di 10 anni, ma poi Toffanin e Vallone sono finiti su Report. Evidentemente si ricordavano dell’inchiesta fatta nel 2015 quando avevamo denunciato i rapporti fra uomini della ‘ndrangheta e i politici della giunta Tosi. Ora, Toffanin è il super pentito di ‘ndrangheta nel Veneto. È un massone, una guardia giurata, ha fatto da link tra politici e ‘ndranghetisti. Ha messo in contatto politici con Michele Pugliese, il braccio destro di Antonio Giardino, quello considerato dai magistrati il capo della ‘ndrangheta a Verona. E poi li ha anche messi in contatto con Francesco Vallone, un imprenditore calabrese anche lui massone, gestisce una rete di scuole per recupero corsi scolastici e anche un Centro di Formazione Enrico Fermi, a Verona, che per gli investigatori sarebbe il diplomificio della ‘ndrangheta. Però insomma Toffanin a tempo perso fa anche lo spione senza licenza, spia gli avversari di Tosi su mandato di Tosi. Però nello stesso tempo ha catturato nella sua rete anche Andrea Miglioranzi, che è un manager di fiducia di Tosi, è stato messo a capo dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. E ha offerto Toffanin una mazzetta a Miglioranzi perché fosse disponibile a cedere in appalto dei corsi di formazione all’amico Vallone. Corsi che poi non si sarebbero mai fatti. Ma solo il fatto di aver percepito questa mazzetta ha reso Miglioranzi ricattabile. Ecco è la corruzione il metodo per cui Toffanin può dire: “Abbiamo i politici in pugno”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’uomo che Toffanin dice di avere in pugno è Andrea Miglioranzi, ex bassista dei “Gesta Bellica”, una band nazirock che ha prodotto brani come “Il Capitano”, dedicato al criminale nazista Erik Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine. Miglioranzi è introdotto in politica da Flavio Tosi, che nel 2012 lo nomina presidente dell’Amia, azienda di smaltimento rifiuti del Comune di Verona.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL PATRIMONIO COMUNE DI VERONA Andrea Miglioranzi, che è soprannominato a Verona “MigliorNazi”, è sempre stato ai margini della politica fino a quando non è stato reclutato da Flavio Tosi. Flavio Tosi lo fa diventare capogruppo della sua lista in consiglio comunale, lo fa nominare nell’Istituto per la storia della resistenza di Verona, dopodiché Andrea Miglioranzi capisce che la politica gli dà poco e quindi ha cercato e ha avuto spazio nell’ambito delle aziende partecipate del Comune di Verona.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ed è in quel ruolo che avrebbe incassato mazzette dall’investigatore Toffanin che veste i panni del mediatore per gli imprenditori vicini alla ‘ndrangheta.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 3 MAGGIO 2018 NICOLA TOFFANIN È contento, gli ho dato 3 mila euro! Adesso l'abbiamo compromesso. Si chiama concussione aggravata, dai 2 ai 6 anni! Con la legge Severino non può più neanche candidarsi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO È il 3 maggio 2018 e Toffanin ha appena consegnato una busta con 3 mila euro a Miglioranzi. Per i magistrati è la prima parte di una tangente per l’affidamento di 15 una serie di corsi di formazione fasulli al Centro Studi di Francesco Vallone, imprenditore massone di Vibo Valentia, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso.

ANDREA TORNAGO Questi tremila euro che le vengono consegnati glieli dà Vallone, giusto? Vallone è stato condannato a 15 anni per mafia.

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Abbia pazienza…ho un ricorso e non ci aspettavamo una cosa del genere.

ANDREA TORNAGO Com’è che lei aveva rapporti con questa gente che stava nella criminalità organizzata, nella ‘ndrangheta?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 È stato assolutamente casuale, mi creda. Sono una persona perbene e lo dimostrerò. ANDREA TORNAGO Certo, però lei non si era reso conto che Toffanin, Vallone, avevano questo profilo criminale?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Assolutamente, se no manco ci avrei parlato, mi creda.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Il nostro referente in prima analisi era Miglioranzi. Però Miglioranzi è stato per tanto tempo il rappresentante di Flavio Tosi, il suo braccio destro. Io e Francesco Vallone abbiamo fatto conoscere Miglioranzi e Pugliese. Miglioranzi era al corrente della caratura criminale di Pugliese perché io glielo presentai così. Pugliese poteva gestire i voti della comunità calabrese.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Michele Pugliese è il numero due della locale di ‘ndrangheta, affiliato agli ArenaNicoscia, organizza le attività di infiltrazione nell’azienda di rifiuti di Verona. Isola Scaligera è un’inchiesta di mafia che compone un album di famiglia della destra veronese. Toffanin incontrava a Verona anche Maurizio Lattarulo, detto “Provolino”, ex terrorista dei Nar e membro della Banda della Magliana. A metterli in contatto è Paolo Pascarella, in passato collaboratore di Francesco Biava, ex capo segreteria di Gianni Alemanno. Pascarella è stato consulente legislativo della Camera dei deputati e secondo la Polizia si interessava di appalti del Ministero della Difesa in ambito di sicurezza nazionale. Nell’album di famiglia c’è anche Gianmatteo Sole, palermitano trapiantato a Verona, imprenditore della sicurezza insieme alla sorella Angela Stella. Sono gli ultimi datori di lavoro di Toffanin, gli affidavano i compiti più delicati.

WALTER MOLINO Era un suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No

WALTER MOLINO Non era il suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No. Servizi di sicurezza, fiduciari. Niente, nessuna importanza.

WALTER MOLINO Però gli davate incarichi importanti.

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE No.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il mandato dell’attività investigativa commissionata da Tosi alla Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole. Toffanin deve spiare i suoi avversari politici. Tosi sospettava che dietro alla pubblicazione di questa foto della sua compagna Patrizia Bisinella, candidata a sindaco, insieme a Vito Giacino, condannato per concussione, ci fosse l’altro candidato di destra Federico Sboarina.

WALTER MOLINO Era stata una campagna elettorale molto accesa quella vostra, no?

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì, era stata molto accesa…

WALTER MOLINO Fotografie rubate…

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Mah, era stata una campagna elettorale molto accesa…

WALTER MOLINO Con un sacco di spiate.

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì.

ANDREA TORNAGO Volevamo chiederle dei suoi rapporti con Nicola Toffanin.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E chi è?

ANDREA TORNAGO Nicola Toffanin, considerato la cerniera tra la politica e la ‘ndrangheta a Verona, in Veneto.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho neanche presente chi sia.

ANDREA TORNAGO Vi siete incontrati alcune volte nel 2017.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Ah, quella vicenda! Una volta, credo di averlo incontrato.

 ANDREA TORNAGO E com’è che lei aveva rapporti con Toffanin? Come vi siete conosciuti?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Me l’aveva presentato l’allora presidente dell’Amia, Andrea Miglioranzi.

ANDREA TORNAGO Gli ha chiesto di spiare avversari politici…

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Era un lavoro di investigazione, e come tale riservato.

ANDREA TORNAGO Avevate una certa confidenza, perché lei lo chiamava “Nik” nei messaggi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Boh. Francamente, ripeto, l’ho visto due volte.

ANDREA TORNAGO Vi scambiate alcuni messaggi che sono agli atti dell’inchiesta…in cui dice “Grazie Nik, domani do un’occhiata”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E si vede che li avete voi agli atti, io gli atti, ripeto, non li ho neanche mai visti e non son mai stato coinvolto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Report può mostrarvi in esclusiva uno dei messaggi tra Tosi e Toffanin del giugno 2017. L’ex sindaco di Verona, ora deputato di Forza Italia, riceve un ampio dossier con informazioni sensibili su vari esponenti politici. E ringrazia Toffanin, l’investigatore senza licenza legato alla ‘ndrangheta: “Grazie Nik. Domani ci do un’occhiata”.

ANDREA TORNAGO Lei può certificare che quel lavoro di investigazione è stato pagato con i suoi soldi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Assolutamente sì.

ANDREA TORNAGO Anche se Toffanin non aveva la licenza per fare l’investigatore.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Io che ne so. Se Andrea Miglioranzi mi presenta una persona e mi dice questo fa questo tipo di attività, glielo commissiono, mi viene dato il lavoro quindi per me fa quell’attività lì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia, lo spionaggio di Toffanin per Tosi sarebbe stato pagato con i soldi dell’Amia, presieduta da Miglioranzi. Sono tutti accusati di peculato in concorso, per l’uso di denaro dell’azienda pubblica per i dossieraggi politici. Un’imputazione che non risulta essere ancora stata archiviata. Tuttavia, la galassia imprenditoriale di Gianmatteo Sole, il palermitano trapiantato a Verona e datore di lavoro dello spione Toffanin, continua ad allargarsi.

WALTER MOLINO Quando lei poi ha scoperto che lui aveva questo tipo di rapporti anche con la criminalità organizzata?

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE Quando è scoppiato il bubbone! Un bel giorno lo mando a Ferrara…a Parma! Abbiamo un cantiere a Parma. Mi chiama…e trova dove si mettono le microspie qua sotto. Lo vede, qua io ci metto le mani dentro… a me lo vieni a insegnare… trova delle microspie. Mi manda la foto. Quindi lui un anno prima ha capito che era intercettato, sicuramente dalle forze dell’ordine.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Gianmatteo Sole è cresciuto nel Fronte della Gioventù ed è stato consigliere comunale di Alleanza Nazionale a Verona. Dopo una lunga militanza nell’Msi, oggi è vicino a Fratelli d’Italia. A meno di cento passi dal Centro Studi Enrico Fermi di Francesco Vallone, sospettato di essere il diplomificio della ‘ndrangheta, Sole ha aperto il Centro Studi Verona insieme alla sorella Angela Stella Sole e a Michela Seves, che del Centro Studi di Vallone era la segretaria.

WALTER MOLINO Michela Seves era, diciamo, la segretaria di Vallone…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No, era molto di più! Perché lui non c’era mai…

WALTER MOLINO Era molto di più…e lei se l’è presa come socio?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Siete in società nella scuola…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Cioè lei non ha nessun imbarazzo, dopo quello che è successo…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Le ho dato un’opportunità.

WALTER MOLINO … a mettersi in società con il braccio destro di Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Sì, se lei avesse avuto precedenti penali.

WALTER MOLINO Ma lei non ha paura che un giorno si ritrova come socio occulto Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE È possibile.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Francesco Vallone, imprenditore massone calabrese condannato in primo grado a 15 anni per associazione mafiosa. Aveva puntato i corsi di formazione dell'AMIA, la municipalizzata di Verona che si occupa dei rifiuti, glieli avrebbe concessi Andrea Miglioranzi, manager pupillo di Tosi, dietro il pagamento di una mazzetta. Andrea Miglioranzi è stato condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per corruzione. Dalle indagini emergerebbe anche che Miglioranzi avrebbe utilizzato soldi pubblici, quindi quelli dell’Amia, per pagare lo spionaggio chiesto da Tosi nei confronti dei suoi avversari politici, avrebbe incaricato l’agenzia Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole, sorella di Giammatteo, che avrebbe a sua volta incaricato Toffanin. Sia Giammatteo che Angela Stella Sole stanno investendo in quelle scuole di recupero scolastico, tipo quelle di Vallone, prima che venisse arrestato. E per farlo hanno scelto come socia la segreteria di Vallone, Michela Seves. Alla domanda del nostro Walter Molino a Gianmatteo Sole “Ma non è che poi domani si ritrova come socio occulto Vallone?”, Sole ha risposto, “è’ possibile!”. Certe domande è meglio farsele subito, piuttosto che finire su Report tra 10 anni. Ora passiamo a Vicenza, dove la tela di 'ndrangheta tracciata dal super testimone, ha imbrigliato anche uno chansonnier.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la sede di Unichimica a Torri di Quartesolo, nei pressi di Vicenza. La più importante azienda chimica nel distretto veneto della pelle: 600 imprese e quasi 3 miliardi di export all’anno, uno dei poli produttivi più ricchi del Paese. Patron di Unichimica è il poliedrico Alberto Filippi: è stato parlamentare della Lega dal 2006 al 2011, politicamente vicino a Flavio Tosi, oggi è anche un apprezzato chansonnier su YouTube.

WALTER MOLINO Buongiorno, mi scusi, sono Walter Molino, sono un giornalista di Report, potrebbe dirmi qualcosa a proposito…

ALBERTO FILIPPI – PARLAMENTARE LEGA NORD 2006-2011 Nooo!

WALTER MOLINO Perché si arrabbia così? Le volevo fare soltanto una domanda.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Lui invece è Ario Gervasutti, ex direttore del Giornale di Vicenza e oggi caporedattore al Gazzettino di Venezia.

ARIO GERVASUTTI – DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Uno, due e uno tre. Uno si è ficcato qua e uno si è conficcato laggiù. Era la notte del 16 luglio 2018, con la famiglia eravamo appena ritornati da una gita al mare, eravamo a letto e alle due di notte, sotto un temporale ricordo piuttosto violento, i tuoni che abbiamo sentito non erano tuoni da fulmine: erano cinque colpi di pistola. Ho visto uscire dalla sua camera uno dei miei figli che si scuoteva il pigiama dai calcinacci dicendo: ma ci hanno sparato in casa.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In piena estate la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha chiuso le indagini di un nuovo filone di Isola Scaligera, l’inchiesta che ha accertato la costituzione di una locale di ‘ndrangheta in Veneto. Fra i 43 indagati per associazione mafiosa e altri reati spicca il nome di Alberto Filippi. Sarebbe stato l’ex parlamentare della Lega a ordinare l’attentato intimidatorio nei confronti di Gervasutti.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Io nel 2010 ero direttore del Giornale di Vicenza, lui si lamentava del fatto che il giornale non dava sufficiente spazio alla sua versione dei fatti rispetto a un contenzioso su un cambio di destinazione d’uso di un terreno di sua proprietà che doveva passare da agricolo a commerciale o industriale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A scatenare l’ira di Filippi, secondo gli investigatori, sarebbero stati alcuni articoli sgraditi pubblicati sul Giornale di Vicenza tra il 2010 e il 2011, quando Gervasutti era direttore, a proposito di una speculazione edilizia in quest’area di Montebello Vicentino, di cui Filippi possedeva quasi 230 mila metri quadrati.

WALTER MOLINO Lui pretendeva appoggio anche perché Il Giornale di Vicenza è di proprietà di Confindustria.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Si sbagliava, perché evidentemente non conosceva la realtà del giornalismo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Domenico Mercurio collabora con la giustizia dall’autunno del 2020, è stato ai vertici della locale di ‘ndrangheta veronese comandata da “Totareddu” Giardino. È lui a indicare l’ex senatore Filippi quale mandante dell’attentato, che sarebbe stato eseguito dallo zio di Mercurio, Santino.

DOMENICO MERCURIO – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ultimo incarico dato da Filippi di cui sono a conoscenza fu di commissionare a Mercurio Santino un atto di intimidazione nei confronti di un giornalista. Filippi pagò a Santino 25 mila euro da consegnare a fatto compiuto per picchiare o incendiare l’auto a questa persona perché scriveva cose sull’attività di Filippi. Invece di picchiarlo soltanto, spararono alla casa di questo giornalista e venne fuori un casino.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Mercurio lavorava con la politica. L’unico dei calabresi qua a Verona che ha lavorato con la politica, te lo posso dire io, è stato Mimmo Mercurio.

WALTER MOLINO Tu sai che Santino Mercurio è accusato tra le altre cose di essere andato a sparare dei colpi di pistola contro la casa del giornalista Ario Gervasutti?

 ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Santino? No, non sapevo questo.

WALTER MOLINO Questo lo ha raccontato Domenico Mercurio e ci sono state delle verifiche fatte dai magistrati.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Che compare Santino è andato a sparare?

WALTER MOLINO Ti sembra inverosimile che Santino Mercurio abbia potuto fare questa cosa? ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE No, quello no.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Pochi giorni fa Alberto Filippi è stato interrogato per 18 ore dai pubblici ministeri dell’antimafia di Venezia e subito dopo ha accettato di incontrarci.

WALTER MOLINO È vero o no che lei aveva dei motivi di rancore nei confronti di Gervasutti?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Ma assolutamente no. Capita di poter non essere d’accordo con parecchie persone, non per questo una persona che non concorda a livello professionale o fuori dalla professione qualcosa, poi va da qualche ‘ndranghetista e fa fare un’azione intimidatoria.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Poco prima di cominciare l’intervista uno dei suoi avvocati ci racconta di aver consegnato ai magistrati cinque ore di dialoghi tra Filippi e Mercurio che l’ex parlamentare avrebbe registrato di nascosto e che proverebbero la sua estraneità ai fatti.

CESARE DAL MASO – AVVOCATO DI FILIPPI Sono cinque ore di registrazioni importantissime, importantissime, che diciamo hanno tagliato la testa al toro.

WALTER MOLINO Perché lei registrava Domenico Mercurio?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Io avevo subito da parte di un collaboratore di Domenico Mercurio una… una.. ehm… una minaccia.

WALTER MOLINO Che tipo di minaccia?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Se non mi paghi dei soldi io ti brucio la casa. Considerato l’importo che era di 7500 euro…

WALTER MOLINO Lei ha deciso di pagare?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Assolutamente sì.

WALTER MOLINO Ha funzionato?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Questa persona non si è più vista.

WALTER MOLINO A quando risale questa estorsione che lei ha subìto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Proprio mentre Domenico Mercurio era stato incarcerato per l’appartenenza alla ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Lei mi ha detto: ho registrato Domenico Mercurio perché io ho subito una tentata estorsione. Però se lei mi dice che l’estorsione è arrivata quando Mercurio era già in carcere.

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva.

WALTER MOLINO È successiva all’arresto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva all’arresto.

WALTER MOLINO Lei dopo che Mercurio era in carcere è riuscito a parlare per cinque ore con Mercurio?

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Però mi scusi, dobbiamo interrompere… non possiamo… Dottore non possiamo discutere di questa cosa.

WALTER MOLINO Ma sta dicendo una cosa molto grave.

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Non possiamo discutere di questa cosa!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quello con Filippi non sarebbe l’unico contatto di Mercurio con la politica. Nei verbali finiscono nomi illustri, come quello di Stefano Casali, avvocato veronese cresciuto con Tosi e oggi in Fratelli d’Italia. Casali non è indagato, ma secondo il collaboratore di giustizia Toffanin, Domenico Mercurio gli avrebbe assicurato un pacchetto di voti.

NICOLA TOFFANIN – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Vallone mi riferì che Domenico Mercurio nella tornata elettorale 2012 ha aiutato l’avvocato Casali, di area tosiana. Mercurio è andato da più imprenditori a chiedere voti, e anche a esponenti di ‘ndrangheta, in favore di questo personaggio. E sapevo che il buon avvocato Casali era sicuramente informato che i voti gli sarebbero stati dati dalla comunità calabrese, rappresentata da imprenditori dichiaratamente di connotazione ‘ndranghetistica. L’avvocato Casali è stato eletto.

WALTER MOLINO Forse saprà che c’è questo collaboratore di giustizia, Nicola Toffanin, che nella fase due di Isola Scaligera ha fatto delle dichiarazioni che la riguardano.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Non so niente, ma guardi adesso porti pazienza, c’è un convegno, mi lasci per cortesia dedicarmi al convegno. Porti pazienza, sono un relatore. Magari mi potevate magari avvisare, io non lo conosco, non so neanche chi sia. Non so neanche chi sia!

WALTER MOLINO Lei ha conosciuto Domenico Mercurio?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Io devo fare un evento, mi lasci…

WALTER MOLINO Mi può solo dire se lo ha mai conosciuto?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma guardi, mi sta un po’…per cortesia, stiamo facendo un evento importante.

WALTER MOLINO Volevo solo sapere questo e la libero.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma io non ho niente da dirle. Non so neanche di cosa stia parlando, la prego di…saluto anche il suo operatore, e adesso mi lasci fare il convegno. La ringrazio molto è stato molto gentile, arrivederla.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo essere stato presidente di Agsm–Aim, la multiutility dei comuni di Verona e Vicenza, oggi Casali milita in Fratelli d’Italia. E l’evento a cui ha fretta di partecipare è con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e il presidente della commissione giustizia della Camera, l’onorevole di Fratelli d’Italia Ciro Maschio, dove si parla di limitare l’uso delle intercettazioni.

CARLO NORDIO – MINISTRO DELLA GIUSTIZIA Eliminando la possibilità che vengano trascritte nelle intercettazioni le cose che riguardano i terzi. Cioè: Ciro parla con Stefano…già se Ciro e Stefano sono indagati…no, meglio: già Ciro e Stefano…Pinco…Tizio e Caio, parlano tra loro…ecco, esorcizziamo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Esorcizziamo pure le intercettazioni. Chissà se con la riforma appena approvata il quadro che è emerso a Verona della presenza della ‘ndrangheta sarebbe emerso con la stessa forza. Mentre per quello che riguarda l’avvocato Casali, dopo aver negato, ci ha scritto ammettendo di conoscere lo ‘ndranghetista Mercurio, in quanto è stato proprio un suo cliente a partire dal 2010. Ha specificato che all’epoca Mercurio era “un noto imprenditore neppure sfiorato da sospetti di appartenenza ad associazioni criminali” Ammette anche Casali che Mercurio gli aveva manifestato l’apprezzamento per la sua attività politica. A proposito di politica, Mercurio ha intrattenuto rapporti anche con l’ex parlamentare Filippi. Proprio per questo Filippi, ex parlamentare della Lega, è entrato in un’inchiesta antimafia, accusato di aver ordito un attentato nei confronti dell’ex direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti. Filippi durante l’intervista al nostro Molino ha detto “Guardate che ho lasciato ai magistrati 5 ore di registrazioni audio, colloqui tra me e Mercurio“, e sono colloqui dai quali emergerebbe un’estorsione che l’ndranghetista avrebbe compiuto ai danni dell’ex parlamentare. Filippi si dice estraneo all’attentato al giornalista. Mercurio, che è stato considerato dai magistrati un super teste attendibile, avrebbe mentito in questa occasione dell’attentato al giornalista? Se è così come faceva a sapere Mercurio del contrasto esistente fra l’ex parlamentare della Lega e il direttore del giornale? Ma c’è un altro giallo: come ha fatto Mercurio, dopo che aveva cominciato il suo percorso di collaborazione con la giustizia, ad incontrare l’uomo di cui aveva parlato, che aveva denunciato? Questo è un giallo che deve dipanare la magistratura. Come è un giallo capire perché una società che è stata finanziata dal boss crudele dell’ndrangheta, Nicolino Grande Aracri, si sia infiltrata nel cantiere dove si sta costruendo la più grande opera pubblica in Veneto.

HOSTESS Alzi la mano chi su questo volo è diretto a Cutro per la festa del Crocifisso!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il Crocifisso di Cutro. Ogni sette anni viene calato dalla sua teca. Trentamila persone affollano le vie del paese in attesa della processione. Dentro la Chiesa i portantini si allineano nell’ordine stabilito.

WALTER MOLINO È un grande onore.

PORTANTINO Si, un grandissimo onore fare questo qua. Siamo 106, 108.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO La processione attraversa le vie del paese che ha dato i natali a Nicolino Grande Aracri detto “Mano di gomma”, uno dei boss di ‘ndrangheta più potenti della Calabria, oggi recluso al 41 bis. Alla fine degli anni ’90 Grande Aracri era l’uomo di fiducia del capobastone di Cutro Antonio Dragone. Nel 2004 lo ha fatto ammazzare e ha iniziato la scalata ai vertici della ‘ndrangheta, con l’obiettivo di estendere la sua influenza nelle regioni del Nord. Nel 2015 l’Operazione Aemilia della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, che porterà al più importante maxiprocesso per mafia al Nord: centinaia di arresti, oltre duecento imputati per reati di estorsione, usura, riciclaggio, false fatturazioni.

WALTER MOLINO Chi è Nicolino Grande Aracri?

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ho sempre considerato un genio criminale. È una delle famiglie di ‘ndrangheta tra le prime che diventa forte al Nord.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Luigi Bonaventura è stato reggente della famiglia Vrenna-Bonaventura di Crotone. È uno dei primi collaboratori di giustizia ad aver parlato delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Veneto. Oggi è fuori dal programma di protezione.

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Lui secondo me fa parte anche di quello che è stato un cambio generazionale, un cambio di vedute della ‘ndrangheta che piano piano diventa sempre più masso- ‘ndrangheta, sempre più coinvolta con certi apparati, di conseguenza ha avuto più possibilità di emergere.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sono partiti tutti da questa periferia di Cutro. Contrada Scarazze era l’azienda agricola di famiglia, poi è diventato un fortino. Oggi è controllata da Antonio Grande Aracri, uno dei fratelli del boss Nicolino, sorvegliato speciale dopo 20 anni di carcere per associazione mafiosa.

ANTONIO GRANDE ARACRI Qui non ci viene nessuno. Già è tanto che tu sei arrivato fino a qua, che ti ho fatto entrare dal cancello.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questi capannoni di Contrada Scarazze si tenevano summit e venivano eliminati nemici e traditori.

ANTONIO GRANDE ARACRI 26 Mio fratello…questo e quell’altro, non mi interessa niente. Non mi interessa, tu continua a registrare…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il cantiere del nuovo reparto di pediatria dell’azienda ospedaliera di Padova. Le prime pietre dell’opera pubblica più importante del Veneto. Costerà 590 milioni di euro, finanziati anche con i soldi del Pnrr. L’appalto per la pediatria, del valore di 46 milioni, è stato vinto dalla Setten di Treviso. Ma nel marzo scorso sul cantiere piomba un’interdittiva antimafia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Trentotto anni fa Sciascia spiegò “la teoria della palma” per spiegare l’espansione della mafia al Nord. Con il riscaldamento climatico le palme crescono anche laddove non crescevano prima. E così anche la mafia ha conquistato il Nord. Uno Stato nello Stato, non ci sono più due sistemi diversi, uno ha infiltrato l’altro. È un sistema che quando serve è rozzo, violento, spregiudicato, ma è capace anche di sedurti con la giacca, la cravatta, la valigetta piena di soldi, di offrirti protezione e canalizzare soprattutto i voti. Nicolino Grande Aracri, un protagonista, un personaggio di enorme spessore criminale, è partito alla conquista del Nord da un paesino vicino Crotone. A Padova si sta costruendo il Nuovo Ospedale: un 590 milioni di euro e si attinge anche dai fondi del PNRR. Si sta costruendo il padiglione di pediatria, 46 milioni di euro di appalto, vinti dalla Setten, una società di Treviso, che però poi quando si è trattato di realizzare la struttura in calcestruzzo si è rivolta alla Sidem, il cui dominus sarebbe Michele De Luca, cugino di primo grado di Grande Aracri. Ma come ha fatto a entrare nel cantiere dell’opera pubblica più importante del Veneto?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’impresa colpita dall’interdittiva antimafia ha sede nel piccolo comune di San Martino di Lupari, 13 mila anime in provincia di Padova.

WALTER MOLINO Cercavo la signora De Luca.

SEGRETARIA - SIDEM COSTRUZIONI È in riunione, è di là.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Amministratrice unica della Sidem è Giuseppina De Luca, ma secondo la prefettura è solo una testa di legno.

WALTER MOLINO E questo subappalto come vi è arrivato?

GIUSEPPINA DE LUCA - AMMINISTRATRICE UNICA SIDEM COSTRUZIONI La Setten ci ha contattato. Abbiamo fatto il preventivo e il sopralluogo in cantiere e abbiamo preso il lavoro.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO La Setten di Treviso affida un subappalto per l’armatura del calcestruzzo alla Sidem, il cui vero dominus, secondo l’antimafia è Michele De Luca, primo cugino di Nicolino Grande Aracri.

WALTER MOLINO Ma lei non ha mai avuto nessun tipo di contatto, neppure finanziamenti da parte di suo cugino?

MICHELE DE LUCA Ma quali finanziamenti, ma stiamo scherzando? Ascolta: queste parole… Lasciami tranquillo perché non siamo di queste robe qua. Te lo dico già. Noi non viviamo di questa roba, sai?

WALTER MOLINO Lei se lo ricorda suo cugino Michele De Luca?

ANTONIO GRANDE ARACRI (annuisce)

WALTER MOLINO Gli hanno fatto questa interdittiva antimafia perché hanno una parentela con voi.

ANTONIO GRANDE ARACRI Mah… è giusto? È giusto secondo te? Se c’è per esempio un malamente in famiglia, vengono e ci prendono a tutti. Perché? Lui è per i fatti suoi, io sono per i fatti miei. WALTER MOLINO Però se c’è soltanto questa cosa del vincolo…

MICHELE DE LUCA Tu stai venendo già parecchie volte qua…

WALTER MOLINO Le sue aziende non sono mai state nella contabilità di suo cugino Nicolino Grande Aracri?

MICHELE DE LUCA Mai! No!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece Report è entrata in possesso di questi pizzini vergati a mano da Nicolino Grande Aracri, che i carabinieri hanno sequestrato in casa sua. Il boss annota una serie di prestiti e finanziamenti per quasi 150 mila euro proprio a favore delle imprese di Michele De Luca e dei suoi fratelli. In un’informativa dei Carabinieri di Crotone emerge che proprio il fratello di Michele, Salvatore De Luca, ha partecipato a un importante summit di ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Suo fratello invece non ha partecipato a un summit di mafia, non ha avuto queste accuse?

MICHELE DE LUCA No.

WALTER MOLINO Non è considerato un affiliato?

MICHELE DE LUCA Ma sta scherzando? WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma com'è possibile che un imprenditore con questo curriculum sia riuscito ad ottenere un subappalto nella più importante opera pubblica del Veneto? Siamo andati a chiederlo alla Setten Genesio, una delle più grandi imprese di costruzioni del Triveneto. È la ditta che ha vinto l’appalto per la nuova pediatria di Padova e che ha ceduto il subappalto alla Sidem. La risposta è stata sorprendente.

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Non lo so come è avvenuto. Io l’ho trovata in cantiere perché non ho seguito il subappalto e non conoscevo la ditta.

WALTER MOLINO L’ha trovata in cantiere quindi ci sarà qualcuno della sua azienda che ha seguito questa cosa qui. Come siete venuti in contatto con questa azienda?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Perché lavorava per un fondo dove noi abbiamo investito dei soldi.

WALTER MOLINO Lavoravano con un fondo in che senso?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Lavoravano per conto del fondo a costruire delle case di riposo.

WALTER MOLINO E qual è questo fondo?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Numeria…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Numeria è una società che gestisce fondi immobiliari, punto di riferimento degli investitori che contano in Veneto. È stata fondata nel 2004 dall’avvocato Bruno Barel, principe del Foro di Treviso vicino al Presidente Luca Zaia. Storico consulente della Regione Veneto, a lui sono affidate le cause più delicate.

ANDREA TORNAGO Però è imbarazzante questo fatto, perché questa Sidem è considerata dalla prefettura una ditta dei cugini di Nicolino Grande Aracri.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA Il prefetto adotta questi provvedimenti senza motivazione.

ANDREA TORNAGO No, beh, sono motivati.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA No dicono in base ad accertamenti fatti, di solito sono molto stringate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 15 marzo scorso, il giorno dopo la notizia dell’interdittiva antimafia contro la Sidem di De Luca, l’avvocato Barel cede il ramo operativo di Numeria con tutti i suoi dipendenti.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA I fondi sono stati ceduti tutti da due anni a ‘sta parte tutti quanti, e poi abbiamo dovuto smettere anche l’attività di consulenza, quindi per salvare il posto di lavoro a tutti i dipendenti.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Oggi Numeria ha ceduto i suoi fondi immobiliari a un’altra importante società di gestione, Namira, che tra i soci ha anche Paolo Scaroni. Ma si è portata in dote nonostante l’interdittiva antimafia la Sidem del cugino di Nicolino Grande Aracri, che continua a lavorare indisturbata nel cantiere delle residenze per anziani.

ANDREA TORNAGO Quanti lavori avete fatto con Numeria?

GIUSEPPINA DE LUCA Limena, Lavagno…due e adesso stiamo facendo la terza

WALTER MOLINO E questa dov’è?

GIUSEPPINA DE LUCA A Mestre, non andate… già son tutti quanti che si spaventano!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la casa di riposo che Namira sta costruendo con la Sidem di De Luca proprio di fronte all’ospedale dell’Angelo di Mestre.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il 15 marzo scorso un'interdittiva antimafia ha colpito la Sidem di Michele De Luca, che non è indagato, lo diciamo chiaramente. La Sidem stava lavorando all’interno del cantiere del nuovo ospedale di Padova e secondo il prefetto Grassi la Sidem era collegata a Nicolino Grande Aracri, che è il cugino di primo grado di Michele De Luca, e anzi lo avrebbe anche finanziato come dimostrerebbero i pizzini che hanno recuperato i nostri Walter Molino e Andrea Tornago. Però come ha fatto una società come la Sidem a inserirsi, infiltrarsi nel tessuto economico imprenditoriale veneto? Attraverso un gestore di fondi immobiliari, il più grande del Veneto, Numeria, fondata da Bruno Barel, avvocato di fiducia di Luca Zaia. Barel appena conosciuto l’esistenza di questa interdittiva si è liberato delle sue quote; tuttavia, la Sidem continua a lavorare tranquillamente nei cantieri gestiti dal fondo, come ad esempio la casa di riposo a Mestre. Siccome i fondi immobiliari hanno acquistato pezzi di metropoli, stanno costruendo o ristrutturando pezzi di metropoli, quante aziende in odore di mafia ci stanno lavorando tranquillamente, perché là la prefettura non può intervenire?

A Venezia.

GLI SMEMORATI DI VENEZIA di Giulia Presutti Collaborazione di Lidia Galeazzo e Andrea Tornago Immagini di Paolo Palermo e Davide Fonda Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi e Paola Gottardi Montaggio di Sonia Zarfati e Andrea Masella Grafica di Giorgio Vallati

SEBASTIANO BRUNEO - AUTISTA Ti svegli una mattina pensando che sia un giorno normale come tanti, ti svegli presto e vai a lavorare. Ma quando suona la sveglia senti anche la notizia che un collega e altre venti persone… l’ennesima tragedia.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Alberto Rizzotto aveva 40 anni e faceva l’autista da dieci. La sera del 3 ottobre scorso guidava un pullman elettrico con a bordo 35 turisti. Aveva preso servizio da nemmeno due ore. Se abbia avuto un malore, o non sia riuscito a frenare, non è chiaro, ma a destinazione il bus non è riuscito a portarlo.

GIULIA PRESUTTI Si puntano tutte le luci sull’autista e sulla condizione in cui era quando è successo l’incidente. Come la fa sentire questa cosa?

SEBASTIANO BRUNEO - AUTISTA Quello che ci dimentichiamo è che se in quel tratto di strada, che ho fatto tante volte, e dove il Comune di Venezia vuole trecentottanta, quasi quattrocento euro al giorno per entrare con i bus turistici, se ci fosse stata una protezione adeguata noi adesso non saremmo qui a parlarne.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Circa un mese fa un pullman elettrico di fabbricazione cinese, l’E12 Yutong, quelli che trasportano i turisti che vengono ad ammirare le bellezze della laguna, è precipitato da un cavalcavia, che è anche una delle maggiori arterie che collega Venezia con Mestre. A nulla è servito il guardrail, perché di vecchia costruzione, anni Sessanta, era troppo basso e anche interrotto. Ora da chi dipendeva metterlo a norma? Ora l’articolo 14 del Codice stradale dice che spetterebbe al gestore controllare l’efficienza tecnica della strada e anche delle barriere quindi anche del guardrail. Nel 2001 l’Anas che l’aveva costruito, passa la gestione in mano alla Provincia, nel 2015 passa al Comune. Bene, nonostante l’adeguamento fosse imposto da una legge del 1992 in trent’anni nessuno ha pensato di mettere a norma quel guardrail e, dopo l’incidente, è emerso anche che qualcuno aveva inviato dei documenti in Procura riguardanti il possibile degrado di quel cavalcavia. Insomma, sempre tutto dopo e anche dopo l’incidente comincia il gioco del passaggio del cerino acceso di mano in mano.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Sono le 19.38 a via Rampa Cavalcavia, un incrocio di rampe che collega il centro di Venezia a Mestre e Marghera. Una delle arterie principali della città. Sul ponte a destra si vede un bus della società lagunare Martini. Viaggia a circa trenta chilometri orari. A un certo punto si accosta a destra strusciando sul guardrail per alcune decine di metri. Poi vola giù per 15 metri schiantandosi sull’asfalto con autista e passeggeri. Ventuno vittime, la più giovane aveva appena un anno. Dai primi rilievi è emerso che la barriera in quel tratto di strada era alta appena 50 centimetri e, a un certo punto, era interrotta da un varco lungo circa un metro.

MEMBRO DEL CDA LA LINEA SPA Semplicemente bastava che non ci fosse quel buco in mezzo. Ha superato il guardrail, sicuramente quella è una transenna… forse serve per uno che passa a piedi.

GIULIA PRESUTTI L’autobus sale sopra la barriera praticamente.

FELICE GIULIANI - PROFESSORE DI STRADE, FERROVIE E AEROPORTI - UNIVERSITÀ DI PARMA La trancia, se la porta dietro.

GIULIA PRESUTTI E cosa determina poi la caduta?

FELICE GIULIANI - PROFESSORE DI STRADE, FERROVIE E AEROPORTIUNIVERSITÀ DI PARMA La barriera di fatto è una fune tesa. Lei ha mai visto una fune tesa che si taglia e continua a trattenere qualcosa? Direi proprio di no. Quella interruzione di continuo non solo non è prevista dalla legge ma sostanzialmente è un nonsenso ingegneristico.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Un nonsenso, forse messo lì per facilitare l’accesso a chi doveva fare la manutenzione. Una beffa perché per anni la manutenzione non è stata fatta.

GIULIA PRESUTTI Perché il cavalcavia, diciamo, aveva un guardrail che era interrotto in un punto, che comunque era inadatto?

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Perché il progetto realizzato da Anas, quando io sono nato, è stato realizzato con dei varchi, per accesso… non ce n’è uno ce n’erano tre.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO L’Anas nel 2001 ha ceduto la gestione di quel tratto di strada alla Provincia, poi è passata al Comune. La legge sulle barriere stradali è del 1992 e prevederebbe un guardrail più alto e continuo, ma il viadotto di Mestre è stato costruito trent’anni prima, e perciò a quella legge, non è soggetto. È rimasto lì senza che nessuno se ne preoccupasse.

GIULIA PRESUTTI Le competenze erano del Comune su quel tratto di strada.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA C’è un atto commissariale che ha definito che dal 2 aprile 2015 la manutenzione della strada, perché la proprietà è dello Stato, di questo cavalcavia, a noi è stata affidata la manutenzione.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nei giorni dopo l’incidente è circolata la notizia di un misterioso incartamento che sarebbe arrivato in Procura già un anno fa, proprio dopo le dichiarazioni alla stampa dell’assessore Boraso, contenente le informazioni sullo stato di degrado in cui versava il cavalcavia

GIULIA PRESUTTI Si dice appunto che la Procura avesse già dei documenti.

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Mah, si dice…

GIORNALISTA Lo dice il Comune.

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Ah, lo dice il Comune. E allora lo accerteremo.

GIULIA PRESUTTI Però diciamo un assessore che lamenta un pericolo per l’incolumità pubblica…

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Mi faccia cercare il fascicolo però senza il fascicolo non le posso risponderle, tra l’altro il nostro archivio non è qua è a Marghera, quindi, bisogna mandare qualcuno a Marghera che deve cercare il fascicolo sperando che lo trovi…

GIULIA PRESUTTI Alla fine, l’ha trovato ma era stato archiviato. Intanto le indagini il procuratore le ha affidate ai vigili urbani, che stanno svolgendo delicatissimi rilievi sul tratto stradale dove è avvenuto l’incidente. Ma si tratta della polizia del Comune, che è l’istituzione coinvolta dalle indagini.

GIULIA PRESUTTI Noi ci siamo chiesti perché il procuratore abbia affidato a voi, visto che voi rispondete al sindaco.

MARCO AGOSTINI - COMANDANTE GENERALE POLIZIA STRADALE – COMUNE DI VENEZIA Il cento per cento degli incidenti stradali li rileviamo noi. E noi non rispondiamo al sindaco come ufficiali di polizia giudiziaria. Arrivederci.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Percorrendo il tratto di strada dove i vigili fanno le indagini, troviamo operai e un cantiere aperto. Sono i lavori iniziati dal Comune sul viadotto appena un mese prima dell’incidente e riguardano anche le barriere.

OPERAIO Questi praticamente vengono fino là dov’è l’incidente, tutto mi sa. Non so. Però là ancora non è cantiere.

GIULIA PRESUTTI Non avete fatto in tempo.

OPERAIO Per là? No. No.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Eppure, il progetto per sostituire i guardrail non a norma con quelli più performanti risale al 2018. Ma l’approvazione del finanziamento è arrivata solo nel 2022 e prevede l’utilizzo di 5 milioni e quattrocentomila euro di fondi Pnrr.

GIULIA PRESUTTI Voi avevate capito che quel guardrail andava sostituito perché avevate fatto anche un progetto.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA È un Paese in cui per arrivare ad affidare una gara ci vogliono dei tempi enormi.

GIULIA PRESUTTI Però potevate mettere almeno in sicurezza provvisoriamente.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Non faccio il tecnico e ci sono dei periti del tribunale che fanno le valutazioni su questa cosa.

GIULIA PRESUTTI Quello che ci siamo chiesti noi e se non avete, diciamo, evitato di adottare misure impopolari che creassero traffico, no?

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Non dovrei neanche rispondere perché ci sono le indagini della Procura. Lasciate la Procura fare le proprie indagini.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La Procura ha iscritto nel registro degli indagati anche due funzionari del Comune. Il Codice della Strada impone all’ente gestore la verifica dell’efficienza delle strade e delle barriere. Se l’efficienza non è garantita il Ministero poi obbliga a provvedere. Nel luglio 2023 il Comune di Venezia ha inaugurato un altro cavalcavia con 20 milioni di fondi del Mise. Ironia della sorte, si trova a poche centinaia di metri da quello incriminato che nel frattempo attendeva di essere sistemato e che invece presenta ancora oggi aperture sul guardrail.

GIULIA PRESUTTI Sindaco buongiorno, Giulia Presutti Report.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, Report no.

GIULIA PRESUTTI Come Report no? Avete parlato con tutti su questa storia dell’incidente Sindaco.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, non mi piace la vostra trasmissione.

GIULIA PRESUTTI Non vuole parlare con noi?

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No. No.

GIULIA PRESUTTI Neanche nel caso di ventuno persone morte?

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, no. Non ho un bel giudizio della trasmissione.

GIULIA PRESUTTI Sì, ma al di là dei giudizi di qualità televisivi, diciamo, c’è stato un incidente gravissimo.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Scrivete pure che è una trasmissione faziosa, l’ho sempre detto e lo dichiaro ancora per cui…

GIULIA PRESUTTI Voi avete approvato e realizzato il progetto di un altro cavalcavia che è stato finanziato per venti milioni, quello di via Torino.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Non avete credibilità ai miei occhi. Potete leggere gli altri giornali e gli altri vostri colleghi meno faziosi che sanno le cose.

GIULIA PRESUTTI Io la risposta a questa domanda non l’ho trovata, io non ho capito perché il Comune…

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Ma voi no, perché siete una trasmissione faziosa.

GIULIA PRESUTTI No, i giornali però li leggo quindi non ho…

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Non lo so, se lei è faziosa li legge come vuole lei. Fuori dalla proprietà.

VIGILESSA Posso vedere il tesserino?

GIULIA PRESUTTI Certo. GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Oltre al viadotto di Via Torino, nel 2022 il Sindaco Brugnaro ha inaugurato fra gli applausi dei presenti anche l’arrivo in città dei pullman elettrici come quello caduto giù dal cavalcavia. Il modello è prodotto dal colosso cinese Yutong ed è l’avanguardia della mobilità a zero emissioni.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Sono stati presentati 20 bus elettrici che vengono utilizzati nelle linee urbane. GIULIA PRESUTTI Sono stati una manna dal cielo.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO C’è stata anche la benedizione.

GIULIA PRESUTTI La benedizione del prete?

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Sì, erano stati benedetti.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Oltre all’ipotesi del malore dell’autista, per l’incidente del 3 ottobre la Procura ragiona anche su quella del guasto tecnico. I pullman E12 Yutong sono arrivati in Italia nel 2021 e diverse città li stanno testando. in Italia li commercializza la Powerbus, società riconducibile a Massimo Fiorese, amministratore delegato della Martini Bus, l’azienda del pullman precipitato dal cavalcavia. Martini Bus è controllata da La Linea, che fa capo per il 40% sempre a Massimo Fiorese.

GIULIA PRESUTTI Quindi La Linea compra da Powerbus, significa che Fiorese compra da sé stesso.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Fiorese, come “La Linea”, compra da se stesso, come Powerbus. Sì, è tutto un giro di autobus fra di loro. La sua società Powerbus facendo questa operazione di compravendita guadagna parecchio perché l’ultimo bilancio ha fatto 10 milioni di ricavi e 800 mila euro di utili. Ma guadagna anche La Linea perché fa addirittura 20 milioni di fatturato e utili per 450mila euro. Anche la Martini, anzi guadagna molto bene perché fa sei milioni di fatturato e ottocentomila euro di utile.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Fiorese è ora indagato dalla Procura come atto dovuto per l’incidente del 3 ottobre. La sua Powerbus è riuscita a piazzare i bus, oltre che a Venezia, in diverse città italiane come Bergamo, Udine, Padova.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Ne sono stati venduti solo lo scorso anno circa 450 in Europa. Ce ne sono un centinaio oggi in Italia, ce ne sono 175mila di questi al mondo.

GIULIA PRESUTTI Venezia si è accaparrata venti esemplari che La Linea utilizza come navette per i turisti ma anche come autobus per il trasporto pubblico. L’azienda ha infatti un contratto d’appalto con il Comune che vale tre milioni e mezzo all’anno, per nove anni.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Gestisce otto o nove linee urbane di trasporto con i propri mezzi che sono assolutamente uguali, a vedersi, a quelli del servizio pubblico, hanno soltanto un logo che è diverso e ovviamente il personale che è il personale privato dell’azienda.

GIULIA PRESUTTI Questa società, quindi, copre il 10% di tutto il trasporto pubblico su terra…

GIANFRANCO BETTIN - CONSIGLIERE COMUNALE – GRUPPO VERDE PROGRESSISTA Sì, sono poco meno di un milione di chilometri di percorrenza annuali. Un servizio molto importante e complesso in cui il traffico è molto intenso e anche differenziato.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO E proprio in una di queste tratte urbane, a nemmeno venti giorni dalla tragedia del cavalcavia, un altro bus Yutong de La Linea, identico al primo, si è schiantato sul pilastro di un portico. Questo è il video inviato a Report da un testimone, mentre 15 passeggeri venivano portati in ospedale per ferite non gravi. L’autista ha dichiarato di aver avuto un malore e di aver visto tutto bianco, a differenza di un altro autista de La Linea che a giugno scorso aveva fatto un tamponamento sulla statale dichiarando poi che i freni del bus non avrebbero funzionato.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Se andiamo in un’altra azienda che fa il nostro lavoro i sinistri sono lo stesso, gli stessi numeri.

GIULIA PRESUTTI Secondo lei, quindi, sono stati tutti malori?

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Ma non so perché io non c’ero.

GIULIA PRESUTTI Quindi non è sicurissimo neanche lei di questa cosa.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Non ho detto questo, ho detto che apprendo queste cose da quello che leggo.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per capirne di più proviamo a prendere il bus, che non è più lo Yutong ultimo modello perché dopo i tre incidenti il Comune l’ha sospeso per verifiche.

AUTISTA Io vivo di questo mestiere qua. Questa ditta qui non ha mai mancato un giorno lo stipendio, al giorno 10 ti pagano tutto quanto.

GIULIA PRESUTTI Appunto non è che è facile andare a dire c’è un problema.

AUTISTA Tu ci credi alle coincidenze? Per me è stata solo una coincidenza.

GIULIA PRESUTTI Però tre incidenti in due mesi.

AUTISTA Il primo, se non mi sbaglio, dice che frenava e accelerava. Però gli altri due secondo me sono stati malori fisici. Sarà un caso.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Alla fine, veniamo allontanati. Nei mesi scorsi gli autisti de La Linea avrebbero segnalato all’azienda alcune difficoltà riscontrate mentre guidavano i bus. Riusciamo a raggiungere uno di loro, dipendente da oltre 20 anni.

AUTISTA LA LINEA SPA Per me il peso che ha il bus… sembrerebbe che l’impianto frenante non sia adibito al peso del bus. Più freni e meno frena, capisce? Col bagnato lo freni e via dritto.

GIULIA PRESUTTI A lei è capitato questo?

AUTISTA LA LINEA SPA È capitato sì, è andato via dritto. Queste anomalie che si accendevano, le spie, c’era un simbolo rosso, del volante rosso, quello per me, da ignorante, dico che manca l’idroguida. Se manca l’idroguida il volante si blocca. E bisogna vedere come facevano le manutenzioni.

GIULIA PRESUTTI Avete almeno un manuale di istruzioni se succede qualcosa? AUTISTA Ci sono questi libretti di manutenzione, però sono scritti tutti quanti in cinese.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Spulciando sul sito Yutong non si trovano riferimenti a difetti di fabbrica dei pullman. Le uniche precauzioni d’uso sono nella sezione francese e riguardano il deceleratore o retarder, un sistema che in aggiunta ai freni aiuta a rallentare. Secondo la casa cinese bisogna fare attenzione perché se molto sollecitato il retarder si può surriscaldare. Un autista esperto di bus elettrici ci spiega perché.

AUTISTA Le anomalie che abbiamo riscontrato sono soprattutto sui fondi scivolosi dove praticamente c’è un bloccaggio di un asse delle ruote perché a basse velocità, che è la velocità che si esegue all’interno del percorso cittadino, questo retarder interviene in maniera violenta facendo praticamente bloccare una parte del pullman e facendo allungare i tempi, gli spazi di frenata addirittura

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO È una guida complessa e servono autisti esperti. Quelli de La Linea e della Martini hanno alle spalle anni di esperienza e sono un vanto per l’azienda.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Io non li conosco tutti i 280 autisti ma quello, quello che ha fatto il salto, lo conoscevo e anche bene perché era con noi da tanti anni, perché sono quelli, diciamo, d’élite.

GIULIA PRESUTTI Gli autisti sono in grado di guidare questi bus?

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA L’autobus ha dei tipi di accortezza diversi nella guida e su questo gli viene fatta una formazione e gli viene spiegato: guarda che l’autobus è elettrico, prima di tutto. L’autobus ha un tipo di frenatura diversa.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Uno degli autisti però ci racconta una realtà diversa da quella che ci ha detto il manager del La Linea: i corsi di formazione su quegli autobus non sarebbero stati fatti.

AUTISTA Non ci hanno fatto né un corso né niente. Sono arrivati belli belli belli belli belli. Lo abbiamo solamente provato il giorno prima e il giorno dopo siamo andati lì, toh. Abbiamo fatto una riunione per come va, diciamo, adesso l’azienda e ci hanno spiegato un po’ l’impianto frenante, le batterie in alto, l’energia dove va, come se la prende.

GIULIA PRESUTTI Cioè voi avete fatto questa riunione dopo gli incidenti?

AUTISTA L’abbiamo fatta sì, il giorno 19.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per fortuna La Linea è in attesa di prendere nuovi autisti altamente formati. A Venezia esiste una Academy di alto livello gestita dall’azienda Umana Forma che con un corso di 230 ore abiliterà alla guida nuovi autisti che in futuro potranno lavorare con le aziende del territorio come La Linea.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Per formare nuovi autisti, come si dice, ci attiviamo anche con l’interinale.

GIULIA PRESUTTI Voi lo fate con Umana.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA E noi credo che lo facciamo con Umana ma che sia Umana o che sia Adecco, abbiamo utilizzato di tutto, chi se ne frega, basta che lo facciano.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Umana a Venezia è l’impero fondato dal Sindaco Brugnaro. Lo controlla LB, una holding che porta le iniziali del primo cittadino. Per evitare conflitti di interesse nel 2017 Brugnaro l’ha passato ad un avvocato americano di nome Ivan Anthony Sacks

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Lui ha affidato le sue azioni a un fiduciario tramite un’operazione che chiamano di trust cieco nel senso che lui non può vedere cosa fa il fiduciario, il quale ha il possesso di queste azioni che gli sono state affidate, ma non ne ha la proprietà: la proprietà è di Brugnaro.

GIULIA PRESUTTI È una questione di apparenza quindi.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO È una questione di apparenza sì.

GIULIA PRESUTTI Però non cambia l’interesse che ha nei confronti di questo gruppo.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Beh, scusi, 34 milioni di utile netto…

GIULIA PRESUTTI Vanno a Brugnaro?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Certo che vanno a Brugnaro, quindi lui dirà: lunga vita al gruppo, no?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora l’incidente è avvenuto su un tratto di strada gestito dal Comune, indipendentemente dalle responsabilità, che dimostrerà la magistratura il guardrail non è stato adeguato alle norme e doveva farlo il Comune. Ora la magistratura sta indagando il manager della società dei pullman, due funzionari del Comune, l’ipotesi di reato: omicidio stradale, omicidio colposo plurimo. Però sarà dirimente la perizia che è stata affidata allo stesso tecnico che ha periziato il crollo de ponte Morandi. Ora, al di là di questo però i magistrati stanno anche valutando varie piste; il possibile malessere dell’autista o un guasto, un difetto possibile sul pullman, anche se la ditta cinese che li ha costruiti ha detto che non sono mai arrivati dei reclami, delle segnalazioni. Tuttavia, c’è chi non li fa circolare come a Padova, dove invece continuano a circolare come a Udine. A Venezia invece la società che gestisce il trasporto privato, le navette private come anche le linee pubbliche ne ha comprati venti costo 10 milioni di euro. Il Comune di Venezia, dopo un blocco del traffico totale di questi mezzi, ne ha rimessi in circolazione solo alcuni. Bene, la nostra Giulia Presutti ha raccolto la testimonianza di un autista che ha detto che non sono stati mai fatti corsi di formazione su questi mezzi e che non è neanche possibile conoscerne bene le caratteristiche perché i manuali sono in lingua cinese. Questo autista ha anche raccontato di una riunione avvenuta dopo gli incidenti nella quale si sarebbe anche parlato, per la prima volta, di come funziona il sistema frenante dei mezzi elettrici e anche, insomma, il sistema delle batterie. Dopo, sempre dopo. Quella di Mestre sembra il Bignami perfetto per creare il giusto contesto per la tragedia perfetta.

La misericordia di Brugnaro. Rai Report PUNTATA DEL 05/11/2023

di Walter Molino e Andrea Tornago

Saremmo lo schifo dell'Italia per aver posto delle domande.

Report racconta le ultime vicende che hanno interessato uno degli edifici storici più belli di Venezia: la scuola della Misericordia.

-02 novembre 2023

Riportiamo la precisazione della società SMV

Le informazioni fornite dalla società SMV non smentiscono le notizie contenute nel servizio. Continuiamo anzi a chiederci quale fosse il senso della presenza al 20% del consorzio Aedars nella società SMV, consorzio che senza aver investito un euro, e senza nemmeno aver versato integralmente il capitale sociale, avrebbe beneficiato degli utili della SMV per la sua quota parte. Sono domande che si pone lo stesso Tribunale per le misure di prevenzione di Roma nel decreto di confisca nei confronti di Pietro Tindaro Mollica, ritenendo la partecipazione del consorzio nella Misericordia una vicenda "anomala" e "inspiegabile". Ribadiamo pertanto la nostra richiesta alla società SMV di chiarire questo passaggio che riteniamo di interesse pubblico.

-05 novembre 2023

Poco prima della messa in onda la società SMV ci ha inviato una diffida visibile qui.

Spett.le REDAZIONE REPORT Via Teulada n. 66 00195 ROMA c.a. dott. Sigfrido Ranucci c.a. dott. Walter Molino Via PEC all’indirizzo: Via e-mail all’indirizzo:

Spett.le RAI-Radiotelevisione Italiana S.p.A. c.a. dott.ssa Marinella Soldi Presidente c.a. dott. Roberto Sergio Amministratore Delegato Venezia-Marghera, 4 novembre 2023 Oggetto: “La Misericordia di Brugnaro” e “Cosa Veneta” – dal sito rai.it/programmi/report/inchieste Diffida. Gentili Signori, invio la presente in qualità di legale rappresentante della società Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A.. In merito alle notizie riportate sul vostro sito in data odierna sotto i titoli richiamati in oggetto, si rappresenta quanto segue. Abbiamo scritto alla Vostra Redazione dapprima in data 8 maggio 2023 e successivamente in data 26 settembre 2023, allegando documenti (anche pubblici) e fornendo informazioni, riferimenti e fatti puntuali e dettagliati. In data 13 ottobre 2023, da ultimo, abbiamo inviato alla Vostra Redazione la certificazione antimafia della Società, dopo essere stati sentiti il giorno 14 giugno 2023 presso gli uffici della Prefettura di Venezia alla presenza del Gruppo Interforze Antimafia (Vice Prefetto, Questura, Comando Provinciale dei Carabinieri, Comando Provinciale della Guardia di Finanza, DIA di Padova). Come da documento in Vostro possesso, per la Società e per tutti i soggetti di cui all’art. 85 del D.Lgs. 159/2011 sono state inoppugnabilmente escluse cause di decadenza, di sospensione o di divieto ai sensi del Codice Antimafia. Come ricostruito nelle comunicazioni già in Vostro possesso dell’8 maggio e del 26 settembre u.s., il Consorzio Aedars era stato invitato nel 2008 a partecipare al bando di gara per la concessione e la gestione della Scuola Grande della Misericordia da parte delle due società promotrici, la San Paolo Partecipazioni S.p.A. e la Realty Vailog S.p.A.. Lo stesso invito era stato rivolto, sempre da parte delle due società promotrici, a Umana S.p.A., in quanto titolare della squadra di basket Reyer Venezia Mestre – che aveva avuto in passato proprio la Scuola della Misericordia come edificio ospitante le partite disputate in casa – e che avrebbe dovuto occuparsi della gestione dell’immobile una volta terminati i lavori. All’evidenza, quindi, il Consorzio Aedars non è stato scelto da Umana S.p.A. ed era sconosciuto alla medesima fino a quel momento. E ancora: nel 2009, anno in cui viene costituita la compagine societaria che poi si aggiudicherà la gara per la concessione e gestione dell’immobile, il Consorzio Aedars era dotato della documentazione antimafia regolarmente presentata al Comune di Venezia, come verificato dagli organi di controllo. Il signor Pietro Mollica non ha mai fatto parte degli esponenti del Consorzio Aedars noti alla Società, e non ha mai ricoperto cariche all’interno del Consorzio dal 2009, anno a partire dal quale sono intercorsi i rapporti tra Umana e Aedars all’interno di Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A.. Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A. e i suoi esponenti presenti e/o passati hanno costantemente chiesto agli amministratori del Consorzio Aedars gli adempimenti societari necessari. E’ evidente che la vicenda si è chiusa finalmente e definitivamente in data 8 marzo 2023, con l’acquisto da parte della società Umana S.p.A. della quota di minoranza direttamente nella titolarità dell’Erario dello Stato (e in precedenza di proprietà del Consorzio Stabile Aedars S.c.a.r.l.), che dal 2019 l’ha amministrata per il tramite dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Non sarà quindi ammessa alcuna comunicazione che accosti alcuna società del Gruppo Umana ed esponenti delle medesime, presenti e/o passati, a società e/o persone colpite da provvedimenti antimafia. Non saranno parimenti ammesse ricostruzioni giornalistiche che non tengano conto delle informazioni e comunicazioni a Voi già rese. Diffido tutti i soggetti in indirizzo dal diffondere a mezzo televisione o stampa o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione, notizie che accostino alcuna società del Gruppo Umana ed esponenti delle medesime, presenti e/o passati, a società e/o persone colpite da provvedimenti antimafia. Tutelerò il buon nome della Società e del Gruppo di cui fa parte e degli esponenti delle medesime, presenti e/o passati, in ogni sede e con ogni mezzo ritenuto opportuno. Distinti saluti Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A. Il Presidente del Consiglio di Amministrazione Avv. Luca Gatto

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Nella nostra inchiesta diamo conto con chiarezza dell'acquisto avvenuto l'8 marzo scorso delle quote "ex Aedars" di SMV (20%) da parte del socio Umana dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati, e sottolineiamo il via libera dato dalla Prefettura. Noi cerchiamo di sollevare alcuni interrogativi rivolti a Luigi Brugnaro che - nella sua qualità di imprenditore prima e di sindaco poi - ha avuto un ruolo importante nella vicenda della Misericordia. La sua Umana infatti nel 2009 decide di costituire una società con il consorzio Aedars per il restauro della Misericordia. Le quote del consorzio Aedars vengono sequestrate dal tribunale per le misure di prevenzione di Roma nel 2015 ma - come riferisce la stessa SMV - la pratica antimafia viene aggiornata solo nel 2023 (anche se rispetto a questo SMV non ha alcuna responsabilità).

A partire dal 2015 Luigi Brugnaro diventa sindaco di Venezia e rappresenta l'Ente che possiede e dà in concessione, nell'ambito del project financing, la Misericordia. Come mai non viene aggiornata per anni la pratica antimafia? Riguardo all'ultimo paragrafo di diffida, nella nostra inchiesta abbiamo semplicemente riportato quanto risulta da documenti ufficiali

LA MISERICORDIA DI BRUGNARO di Walter Molino e Andrea Tornago Immagini di Davide Fonda, Cristiano Forti, Marco Ronca e Andrea Lilli Ricerca immagini di Paola Gottardi e Alessia Pelagaggi Montaggio di Andrea Masella, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dentro questo palazzo si svolge il Ballo del Doge, l’evento più esclusivo del carnevale di Venezia. Si entra solo con abito d’epoca sartoriale e il biglietto costa fino a 5000 euro. Dal 2020 si tiene nella splendida cornice della Scuola Grande della Misericordia, edificio del ‘500 di proprietà del Comune di Venezia, restaurato e gestito dalla società SMV, che fa capo al gruppo Umana del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro.

PRESENTATORE A brief welcome from another hostess, Martina Semenzato, who is the CEO of this extraordinary place.

MARTINA SEMENZATO Good evening dreamers…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A fare gli onori di casa è l’onorevole Martina Semenzato di Coraggio Italia, il partito di centrodestra lanciato da Brugnaro nel 2021. Ex dipendente del gruppo Umana, l’onorevole Semenzato è anche consigliera di amministrazione della società di gestione della Misericordia, la SMV. Il 20 per cento delle quote, quelle riferibili a Pietro Mollica, fino al marzo scorso risultava confiscato dal tribunale di Roma, e affidato all’Agenzia per i beni sequestrati alle mafie.

ANDREA TORNAGO Signor Mollica, buongiorno. Si fermi. Com’è entrato lei in società con Brugnaro? Non vuole fare chiarezza sull’operazione di Venezia, sul restauro della Misericordia? Per il tribunale lei avrebbe rapporti con Cosa Nostra.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nel 2015 il Tribunale delle misure di prevenzione di Roma sequestra a Mollica un patrimonio di 171 milioni di euro. Nel 2019 la confisca definitiva. Per i giudici è un soggetto pericoloso in contatto con uomini legati alla camorra e a Cosa Nostra. Tuttavia, per anni né il sindaco Brugnaro né la Prefettura di Venezia si preoccupano di aggiornare la pratica antimafia. Solo nel marzo scorso, proprio mentre Report ha cominciato a fare domande sulla vicenda, la Umana di Brugnaro ha acquistato le quote riferibili all’ex socio Pietro Mollica dall’Agenzia dei beni confiscati, ottenendo il via libera dalla prefettura. Potrà gestire la scuola della Misericordia, un bene pubblico, fino al 2051.

WALTER MOLINO In quel progetto lei era socio con Pietro Mollica nella società Scuola Grande della Misericordia. Mollica è stato arrestato e gli è stato sequestrato il patrimonio.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Scusi, adesso non vorrei interromperla, stavamo parlando dell’investimento del Lido, se vogliamo parlare della Misericordia…

WALTER MOLINO Vorrei chiederle se lei poi da sindaco, dopo l’arresto di Mollica ha mai informato la Prefettura che era necessario aggiornare la pratica antimafia della Scuola Grande della Misericordia di cui lei è stato concessionario almeno fino a quando ha poi annunciato la creazione del blind trust.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Sì, la prefettura sa tutto di questo e credo che la questione sia assolutamente già risolta. Senta alla prefettura e vedrà che le diranno questo, senta l’antimafia e vedrà che è tutto quanto proprio risolto.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Grazie anche dell’intervento e della cortesia, stiamo presentando il progetto del Lido e lei si va a tirar fuori…ma d’altra parte siete Report voi, no? Siete lo schifo dell’Italia!

WALTER MOLINO È una conferenza stampa! Le domande le decidiamo noi, lei può decidere le risposte.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Lo schifo…siete lo schifo dell’Italia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Saremmo lo schifo dell’Italia solo perché abbiamo un vizio irrinunciabile: quello di porre delle domande. Bene, che cosa è successo? Che l’imprenditore Brugnaro, prima di diventare sindaco nel 2009, si aggiudica, con altri, una gara: quella per il restauro e la gestione della Scuola della Misericordia, un meraviglioso palazzo storico del ‘500 dove si tengono avvenimenti ed eventi esclusivi, e dove giocava la sua squadra del cuore di basket, la Reyer, tra mezzi busti e affreschi meravigliosi. Dopo aver speso 11 milioni di euro per il restauro, nel 2017 un dirigente del Comune di Brugnaro, concede la gestione della Scuola della Misericordia all’imprenditore Brugnaro fino al 2051. Ora la Misericordia sembra un po’ una succursale del partito di Brugnaro, Coraggio Italia, avete visto che a fare gli onori di casa c’è la parlamentare Martina Semenzato, che è anche un’ex dipendente di Brugnaro, ed è anche nel consiglio di amministrazione di SMV, cioè la società che gestirà appunto la scuola della Misericordia. Ma non è questo il problema: perché la Smv è stata socia del consorzio Aedars, un socio ingombrante perché fa riferimento a Pietro Mollica, un imprenditore messinese coinvolto più volte in inchieste di mafia, assolto definitivamente nel 2011, ma dal 2015 e poi confermato nel 2019 il Tribunale delle misure di prevenzione gli ha sequestrato e poi confiscato definitivamente beni per 171 milioni perché provenienti dalla criminalità organizzata. Ora tra questi beni c’erano anche le quote del consorzio con cui era socio di Brugnaro. Ora la domanda è, ma come mai Brugnaro è diventato socio di Mollica e lo è stato per così tanto tempo? I nostri Walter Molino e Andrea Tornago.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Per capire chi è il socio del sindaco Brugnaro, Pietro Tindaro Mollica, siamo andati in Sicilia, in provincia di Messina. Enzo Basso è il fondatore del settimanale di inchiesta Centonove, chiuso nel 2017. I suoi giornalisti sono stati i primi a occuparsi dei fratelli Domenico, Pietro e Antonino Mollica, fin da quando negli anni ’90 vincevano decine di appalti con la Siaf.

ENZO BASSO – GIORNALISTA Fino a quando la Siaf finisce in una mega inchiesta con 250 persone inquisite, che significa metà degli amministratori della provincia di Messina. C’era molta attesa perché si toccavano i vertici della politica regionale e i maggiori esponenti della politica messinese.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma l’inchiesta non dà i frutti sperati. I Mollica vengono assolti dall’accusa di mafia, nonostante della loro società Siaf avesse parlato nei suoi verbali il collaboratore di giustizia Angelo Siino, considerato il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra e uomo di fiducia di Totò Riina.

ANDREA TORNAGO Il paese da cui provengono, Piraino, in provincia di Messina, nel 1991 viene sciolto per mafia.

ENZO BASSO - GIORNALISTA È stato sciolto per la presenza ossessiva del gruppo Mollica all’interno del consiglio comunale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO La villa della famiglia Mollica, a Gioiosa Marea. Quattro piani, attico e piscina. Fino al 2015, qui sfilavano politici e notabili siciliani e si discutevano gli equilibri di potere dell’isola.

ANDREA TORNAGO Ha presente Pietro e Domenico Mollica, gli imprenditori?

VICINO DI CASA No.

ANDREA TORNAGO Sono proprio i suoi vicini!

VICINO DI CASA No, no, no, non lo so.

ANDREA TORNAGO Non li conosce.

VICINO DI CASA Non li voglio conoscere affatto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Fallita l’esperienza con la Siaf, Pietro Mollica vince appalti milionari a Roma con il consorzio Aedars. E a Venezia diventa socio della Umana di Brugnaro per la ristrutturazione della Scuola della Misericordia. Una partecipazione che viene considerata “anomala e inspiegabile” dal tribunale che confischerà i suoi beni, visto che il consorzio di Mollica non investe un solo euro nella ristrutturazione e non versa integralmente nemmeno le sue quote sociali. Tuttavia avrebbe goduto della concessione del palazzo per 44 anni insieme alla Umana di Brugnaro, che invece ha messo nella società circa 11 milioni. Una possibile spiegazione, per gli investigatori, sarebbe da 4 ricercare nei rapporti tra Mollica e l’ingegner Flavio Zuanier, uno dei più importanti progettisti di Venezia.

ANDREA TORNAGO Ma è vero che lei ha aiutato Pietro Mollica a eludere la misura di prevenzione antimafia?

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Scusi, non… io non so nulla.

ANDREA TORNAGO Lei è a processo a Roma proprio perché è accusato di intestazione fittizia di beni…

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Andiamo, Baloo!

ANDREA TORNAGO Lei è stato anche consigliere di amministrazione della Scuola della Misericordia, della società, all’inizio. Com’è nata questa partnership tra la Umana e Pietro Mollica?

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Oggi è una bellissima giornata, ha visto?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I giudici di Roma chiedono alla Guardia di finanza indagini approfondite sull’origine del rapporto tra Umana e il consorzio Aedars. Ma le Fiamme Gialle non si sentono libere di indagare, come racconta in esclusiva a Report una fonte investigativa.

WALTER MOLINO Perché Brugnaro si mette in società con un imprenditore collegato alla mafia?

EX INVESTIGATRICE GUARDIA DI FINANZA Non è mai stato chiarito. Si tratta di due realtà che hanno scopi diversissimi e non sono mai state date risposte convincenti.

WALTER MOLINO Voi informate la prefettura della vostra indagine?

EX INVESTIGATRICE GUARDIA DI FINANZA Allora, Brugnaro era già stato eletto sindaco di Venezia e aveva visibilità nazionale. Ogni vicenda che lo riguardava doveva essere partecipata alla scala gerarchica di Venezia. WALTER MOLINO FUORI CAMPO La Guardia di Finanza si limita ad acquisire una relazione scritta dalla stessa Umana. Intanto il Comune di Venezia, di cui Brugnaro è diventato sindaco, nel 2017 verifica l’avvenuto restauro e conferma la concessione della Misericordia fino al 2051. A firmare è un dirigente comunale nominato dal sindaco, l’ingegner Manuel Cattani.

ANDREA TORNAGO Avreste potuto valutare la revoca della concessione…

MANUEL CATTANI – DIRETTORE LAVORI PUBBLICI COMUNE VENEZIA 2010- 2016 Avevo un cantiere con un’impresa contrattualizzata per fare un lavoro da 10 milioni, 5 che ne aveva eseguiti magari 5, un imprenditore che aveva investito dei soldi per fare un’opera, un professionista che stava seguendo la direzione lavori, tutti quanti li mandiamo a casa scusandoci del disturbo?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’imprenditore che ha investito è Brugnaro, che coincide con il suo sindaco. Comunque, tutto lecito. Il mistero semmai è come mai Brugnaro è rimasto socio di Mollica anche quando nel 2015 è stato arrestato, quando il Tribunale delle misure di prevenzione di Roma aveva prima sequestrato e poi confiscato beni per 171 milioni di euro, proventi che secondo la Guardia di Finanza sarebbero stati accumulati grazie ai rapporti di Mollica con la mafia messinese e i clan della camorra. Mollica è risultato in contatto con personaggi vicini ai clan Cesarano, Alfieri, ai Casalesi di Francesco Bidognetti. In particolare, con Antonio Cozzolino, uomo del clan Moccia, che plurindagato e pensate, pur sconosciuto al fisco è riuscito a movimentare la bellezza di 43 milioni di euro. Cozzolino oggi è in carcere perché pochi mesi fa ha puntato la pistola alla testa di Mollica chiedendo indietro 8 milioni di euro. Ma Mollica come è arrivato a investire a Venezia? Grazie ai suoi rapporti con uno studio di progettazione della Laguna, in particolare con l’ingegnere Zuanier, che è stato rinviato a giudizio perché secondo i magistrati in teoria si sarebbe intestato fittiziamente i beni proprio di Mollica. Noi a Brugnaro abbiamo chiesto: visto che sei diventato nel 2015 anche capo dell’ente aggiudicante il bando per la ristrutturazione della Scuola della Misericordia, perché non hai chiesto al tuo socio Mollica di investire almeno un euro in questo progetto? Anzi risulterebbe da questo documento che Report vi può mostrare in esclusiva che nel 2009 a versare anche la quota per conto del consorzio di Mollica, la quota del capitale sociale, sia stato un uomo di fiducia di Brugnaro, Derek Donadini, che oggi è vicecapo di gabinetto del sindaco e soprattutto segretario del suo partito, Coraggio Italia. Insomma, però, per Brugnaro lo schifo dell’Italia è Report. Al termine di quella conferenza stampa avevamo promesso che ci saremmo occupati del tema dell’infiltrazione mafiosa in Veneto. Siamo stati a Vicenza, Padova e Verona dove c’è anche un super pentito che sta facendo tremare l’intera ragione, e anche Roma, la Capitale. Ora però ci spostiamo di poco, andiamo ad Eraclea sul litorale veneziano.

Estratto dell’articolo di Giorgia Zanierato per corriere.it il 12 luglio 2023.

«Quel giovane si è buttato senza prima controllare se stessero passando delle barche. Il mio collega stava trasportando una famiglia di 4 persone: è un miracolo che questa bravata non sia finita in tragedia, è stata una questione di secondi». E’ ancora scosso il gondoliere che domenica scorsa ha visto un collega che ha rischiato di essere colpito da un giovane. 

Il turista ha ben pensato di lanciarsi dal Ponte della Paglie nel Rio di Palazzo, a due passi da piazza San Marco a Venezia. Entrambi avevano delle famiglie a bordo. […]

Che cosa è successo?

«Stavo lavorando a bordo della mia gondola, quando improvvisamente qualcosa che credevo essere un oggetto pesante e appuntito è piombato in acqua esattamente di fronte a me, sfiorando di pochi centimetri anche la barca del collega che mi stava di fronte. Lui non si è reso conto di nulla, dato che si trovava leggermente più avanti rispetto al punto in cui il ragazzo si è lanciato».

È riuscito a vederlo?

«[…] Era giovane, avrà avuto un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, con un fisico molto atletico, altezza media, capelli scuri». 

Che cosa ha fatto il giovane dopo esser risalito a riva?

«Prima si è strizzato per bene la maglietta, poi si è semplicemente allontanato camminando con l’aria di chi si sente furbo, orgoglioso di ciò che ha fatto, assieme ad un altro ragazzo che lo attendeva lì a riva […]». 

Le è capitato altre volte di assistere a episodi simili?

«Non una persona lanciarsi di fronte a me, ma il nostro lavoro sta diventando di giorno in giorno più pericoloso. Un paio di settimane fa un altro mio collega è stato sfiorato da una bottiglia di Bellini lanciata da una finestra, io due mesi fa sono quasi stato colpito da un sacco gettato anch’esso da una casa. Non la riconosco più la mia città».

 Estratto da lastampa.it il 12 luglio 2023.

Sono passate settimane dalla tragedia del sottomarino Titan della OceanGate che ha causato la morte di cinque persone mentre cercava di raggiungere il relitto del Titanic. Da allora sono emerse nuove informazioni sul sottomarino, sulla sua costruzione, sulla società e sul suo amministratore delegato. L'ultima notizia è che un sottomarino OceanGate chiamato Antipodes è in vendita. È possibile possedere questo sottomarino pagando circa 723.000 euro.

In realtà è sul mercato da circa cinque anni, ma nessuno sembra interessato ad acquistarlo. Dopo la recente esplosione del Titan, il broker che cerca un acquirente pensa sia improbabile si concluda la vendita: sviluppato nel 1996, il sottomarino è lungo poco più di quattro metri ed è stato originariamente costruito per la Perry Submarines, allora di proprietà della OceanGate. In seguito è stato utilizzato da diverse aziende. Il sottomarino può raggiungere una profondità massima di 304 metri.

«Venezia è lunapark di cui noi cittadini siamo le comparse. Questa città non è per chi la abita». Diletta Bellotti su L'Espresso il 4 maggio 2023. 

Sette su 10 l’hanno lasciata per il costo delle case. Un fenomeno che riguarda anche le classi medie. Ma c’è chi lotta

Venezia, svuotata come prima di un’alluvione, è attraversata da quasi 23 milioni di turisti l’anno, terrorizzati di perdere lo spettacolo, in attesa dell’ultimo atto. Su dieci, sette persone hanno lasciato Venezia per il costo dell’abitare (Coses). L’esodo è di circa mille abitanti all’anno con salti significativi: 110 mila abitanti negli anni Settanta, 66 mila all’inizio del millennio e 49 mila nel 2022. La monocultura turistica di massa, nei decenni, è stata l’unico motore economico della città, sfaldando così le comunità e il tessuto sociale.

Sul comune di Venezia, Airbnb ha più di 7 mila annunci di alloggi: il 22% degli host ne gestisce il 62% e il 5% degli host il 33%. La fragilità abitativa non riguarda solo un proletariato o sottoproletariato urbano, ma anche “classi” medie e medio-alte, come i mascherai e gli ex-artigiani. «Siamo in un lunapark, dove noi siamo forse comparse e creiamo un certo folklore per cui però nessuno ci paga», mi racconta Chiara di Asc, l’Assemblea sociale per la casa, qui a Venezia. «Chiediamo quindi una redistribuzione di quel reddito che è di natura assolutamente oligopolistica».

La questione dell’abbandono del patrimonio pubblico è molto forte e sentita, in risposta, l’occupazione delle case, pubbliche, vuote e non assegnabili, è necessaria. I veneziani hanno a disposizione un patrimonio di edilizia popolare relativamente grande, l’8%, rispetto ad una media nazionale del 4%. Ad oggi, Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica, e il Comune di Venezia lasciano sfitti più di 2.000 alloggi popolari, negando il diritto all’abitare a migliaia di persone (Osservatorio Ocio). Le occupazioni portate avanti da Asc a Venezia sono circa cinquanta. Occupare gli alloggi non risolve strutturalmente il problema, ma pone l’attenzione sull’erosione, su scala nazionale, del welfare e la conseguente mancanza di fondi per rendere assegnabili gli alloggi, creando così un inceppo stagnante.

Asc, tramite la pratica dell’occupazione e la presentazione di progetti delle varie amministrazioni, ha dimostrato che ristrutturare a basso costo, creando dei circoli virtuosi, è assolutamente possibile. Lotta per la casa non significa affogarsi nella futuribilità di universi postumi al turbo-capitalismo, ma significa mettere fuoco sull’accelerata post-pandemica degli accessi di sfratto.

La colpa dei processi di gentrificazione non può essere addossata semplicemente a chi devolve la propria casa in un’attività ricettiva, magari trasferendosi in periferia, narrazione che stimolerebbe, tutt’al più, una consueta guerra tra poveri; la responsabilità è indubbiamente delle politiche pubbliche che hanno svenduto una città rendendola inabitabile per chi la vive davvero. Su questo punto il discorso pubblico è saturo così come la denuncia sociale, affrontata con una fastidiosa attenzione curatoriale.

L’altro grande motore economico e culturale di Venezia, è la Biennale che, nonostante la saltuaria collaborazione con realtà di lotta, restituisce alle comunità locali giusto qualche briciola (qui la loro replica). È virtuosa la pratica di Asc con il padiglione tedesco, in cui, negli scorsi mesi, si sono creati laboratori di manutenzione e cura urbana, ma perché l’amministrazione non mette a sistema una progettualità di riutilizzo delle tonnellate di materiali che la Biennale spreca? La Biennale è una grande discarica, Mestre è un dormitorio, Marghera è una fabbrica, Venezia è una vetrina, un parco giochi, uno scheletro spolpato.

Venezia lunapark, la parola alla Biennale

Caro Direttore, mi è dispiaciuto leggere su “L’Espresso” di domenica 30 aprile u.s. un articolo (“Venezia lunapark” a firma di Diletta Bellotti, pag. 7), in cui la Biennale di Venezia viene definita “una grande discarica”, che spreca tonnellate di materiali. Non si tratta di non rispettare opinioni altrui, ma dell’intollerabile superficialità di una definizione che denuncia ignoranza su quanto la Biennale da anni sta facendo sul piano della sostenibilità. Eppure abbiamo dato pubblico conto e adottato totale trasparenza del nostro operato, riconosciuto in tutto il mondo, come uno dei più virtuosi messi in campo da grandi istituzioni culturali che attraggono centinaia di migliaia di visitatori.

Con l’arrivo della pandemia all’inizio del 2020, un acceso dibattito sull’opportunità di organizzare in presenza manifestazioni come le Mostre d’Architettura o d’Arte, Festival di Cinema, Teatro, Danza e Musica come fa la Biennale, ha trovato un serio confronto a livello internazionale, cui non ci siamo sottratti. La realizzazione già a settembre 2020 in presenza della Mostra del Cinema, esperienza pienamente riuscita salvaguardando la salute dei partecipanti e la qualità delle opere presentate, ha dimostrato come l’“esserci”, pur rispettando le regole imposte dalla situazione, rappresenti un valore aggiunto irrinunciabile. Tutto confermato dall’andamento della Mostra di Architettura del 2021 e della Mostra d’Arte del 2022 (oltre ai Festival citati). La Biennale, sul tema sostenibilità, ha già ottenuto la certificazione di neutralità carbonica di tutte le sue manifestazioni, dopo aver monitorato con esperti le emissioni generate da allestimenti, spedizioni e presenza delle persone che ci lavorano e la visitano.

Sono state adottate misure dirette atte a ridurre, se non a eliminare, l’emissione di CO2, anche attraverso il riuso dei materiali. Inoltre le emissioni sono state compensate attraverso l’acquisto di crediti, internazionalmente certificati, per progetti avviati allo scopo. L’abbiamo fatto senza scaricare costi sui biglietti d’ingresso, e l’imminente Mostra di Architettura ha proprio la decarbonizzazione e decolonizzazione come temi protagonisti. Ne consegue che sia questa Mostra nel 2023, sia la prossima Mostra d’Arte nel 2024, abbiano già pianificato comportamenti conseguenti.

Tutto è documentato e riscontrabile anche sui nostri mezzi di comunicazione. Per questo ferisce il permanere di affermazioni più affini a slogan, che a una seria riflessione.

Il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto

A Verona.

Estratto dell’articolo di Alessio Corazza per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2023.

Prima la morte del figlio maggiore Leo, cinque anni fa per una leucemia, adesso quella dei due rimasti, Patrizio ed Edoardo: il primo, 28 anni, si è tolto la vita sparandosi con un fucile dopo aver ucciso il secondo, di 24, con tre colpi di pistola al torace. 

Il destino si è accanito con ferocia sulla famiglia Baltieri, ridotta adesso a due genitori inconsolabili cui si stringe attorno la comunità di San Massimo, tranquillo quartiere residenziale di Verona. «Papà e mamma sono due persone meravigliose. La madre una santa donna, umile, ritirata; lui ex dipendente di banca in pensione che faceva volontariato con noi, qui in parrocchia, e con gli alpini; ha passato una vita a lavorare ma ha dovuto tanto tribolare per i figli», spiega commosso il presidente del gruppo caritativo San Vincenzo Luciano Bottacini. 

È stato proprio questo sfortunato padre a fare la scoperta: rincasando sabato sera nell’appartamento di famiglia in via Brigata Piemonte, ha trovato il corpo esanime di Edoardo nell’ingresso. Subito ha pensato a un malore; sono stati i soccorritori del Suem 118 ad accorgersi dei fori di proiettile. Ha così sfondato la porta della stanza da letto di Patrizio, chiusa a chiave, trovandolo senza vita. E li si è aperto il baratro.

[…] per gli investigatori della squadra mobile di Verona coordinati dal questore vicario Gerolamo Lacquaniti non ci sono dubbi: si tratta di un omicidio-suicidio. Avrebbe fatto tutto Patrizio, sparando con armi regolarmente registrate con cui andava a tirare al poligono. 

Resta chiaramente da capire il perché, ma qui […] si entra nel regno delle ipotesi.

Edoardo aveva frequentato i primi anni di liceo, poi il suo percorso scolastico si era interrotto. Una compagna di classe di allora ne ricorda «il suo passato un po’ tormentato e il difficile rapporto con i fratelli». Lavorava […] come barista nei locali del centro e si stava ritrovando dopo tante difficoltà. 

Patrizio, invece, dopo il diploma al liceo e l’iscrizione a Matematica all’Università, si arrabattava con lavoretti saltuari ed era particolarmente introverso, […] viveva quasi da recluso. Ma non gli era stata diagnosticata alcuna patologia psichiatrica, né aveva alcun tipo di precedente con la giustizia, tanto da aver ottenuto senza problemi il porto d’armi. Tra i due fratelli, specialmente dopo la perdita del maggiore […] non correva buon sangue, ma nulla poteva far presagire quanto accaduto. […]

Omicidio-suicidio. Chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo: le liti, le armi e la perdita di un altro fratello in passato. La tragedia a Verona, a trovare i cadaveri in casa è stato il padre. Il giovane ha usato un fucile e una pistola. In passato hanno perso un fratello a causa della leucemia. Redazione Web su L'Unità il 24 Luglio 2023

È rientrato sabato sera a casa, in via Brigata Piemonte a San Massimo, quartiere residenziale di Verona. Erano circa le 19, L’uomo ha aperto la porta di casa ed ha trovato a terra il corpo senza vita del figlio Edoardo, 24 anni. Immediata la chiamata agli operatori del 118. I sanitari giunti sul posto hanno notato dei fori di proiettili sulla salma del giovane che hanno escluso un decesso per malore. A quel punto è stata buttata giù la porta della camera dove dentro ci sarebbe dovuto essere l’altro figlio e fratello della vittima. Patrizio, 28 anni, c’era ma era morto anche lui, sul corpo altre tracce di colpi d’arma da fuoco.

Chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo: le armi e la perdita di un altro fratello in passato

Dopo i primi accertamenti gli inquirenti hanno immediatamente classificato il caso come un possibile omicidio – suicidio. Patrizio ha ucciso il fratello con una pistola e poi si è tolto la vita con un fucile. Armi regolarmente possedute. Ma chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo per poi togliersi la vita? Su questo vi sono ancora indagini in corso anche se probabilmente la reale motivazione la conoscerà soltanto il giovane. Quello che è noto sono le informazioni relative alla famiglia Baldieri. “Papà e mamma sono due persone meravigliose. La madre una santa donna, umile, ritirata; lui ex dipendente di banca in pensione che faceva volontariato con noi, qui in parrocchia, e con gli alpini; ha passato una vita a lavorare ma ha dovuto tanto tribolare per i figli“, ha spiegato a Il Corriere della Sera Luciano Bottacini, presidente del gruppo caritativo San Vincenzo.

Il tragico precedente

Ma la famiglia Baldieri ha subito un altro drammatico lutto in passato. Cinque anni fa il figlio maggiore è stato portato via dalla leucemia. Questa vicenda ha traumatizzato gli altri due fratelli che avevano nel più grande un riferimento. Non solo, quest’ultimo faceva da ‘collante’, considerato che secondo alcune testimonianze, tra Patrizio ed Edoardo non scorreva buon sangue. Entrambi non avevano una ricca vita sociale, con Patrizio quasi del tutto isolato. Si dice che praticamente trascorreva tutto il tempo chiuso in camera sua. I due giovani frequentavano senza entusiasmo l’università e facevano dei piccoli lavoretti. La tragedia ha definitivamente distrutto i cuori di quei genitori.

Redazione Web 24 Luglio 2023

Gli Sprechi.

Gli sprechi. Raffaele Oriani per il “Venerdì di Repubblica” il 9 gennaio 2023.

Treviso-Vicenza. È una meraviglia. Più che un'autostrada, uno showroom: a destra un casello in pietra viva, a sinistra una muraglia fonoassorbente rosa pallido, in alto un reticolo di travi d'acciaio sapientemente arrugginite. Design, candore, silenzio.

Siamo alle spalle di Treviso, e corriamo su una strada deluxe che pare brutto chiamare semplicemente Pedemontana Veneta.

 Anche perché nel Veneto dei mille capannoni e del consumo di suolo da record nazionale, questa è un'oasi di pace. Bella, ampia, liscia, fatta apposta per correre dove prima si arrancava tra semafori e rotonde: «Per noi è fondamentale» dice Enrico Furlan, titolare di una ditta che gestisce quaranta camion dalla sede di Nervesa della Battaglia, in riva al Piave. «Purtroppo la usiamo poco perché il pedaggio è molto alto, e i dieci minuti che ci fa risparmiare la rendono conveniente solo nelle ore di punta».

Evidentemente sono in molti a pensarla così: in un pomeriggio d'ottobre ci siamo capitati per caso, o meglio per navigatore. Non c'era nessuno. Ci siamo tornati in una mattina di novembre ed eravamo in pochi. Tutt' attorno il solito Veneto che macina chilometri rincorrendo il fatturato. In Pedemontana strada libera e calma piatta: «Dovrebbe venirci nel fine settimana» fa un benzinaio sulla Provinciale che corre in parallelo.

 «Anche quando tutto il Veneto si muove verso il mare, la Pedemontana è completamente vuota». Si potrebbe dire, poco male. Se non fosse che sui volumi di traffico di questa nuovissima arteria, al momento percorribile per 80 chilometri sui 94 previsti, la Regione Veneto di Luca Zaia ha piazzato una scommessa quarantennale da dodici miliardi di euro.

Piena di proposte, varianti, imprevisti. Progettata nel 2003, avviata nel 2011, doveva essere inaugurata nel 2016, poi nel 2018, ma non sarà compiuta nemmeno a giugno 2023, quand'è previsto il prossimo, ennesimo taglio del nastro. E sì che la prima pietra fu posata sulla spinta di un decreto del Presidente del Consiglio (un ancora radioso Silvio Berlusconi), che il 31 luglio 2009 dichiarava «lo stato d'emergenza» per il traffico nelle province di Treviso e Vicenza.

Quattordici anni dopo l'emergenza deve essere rientrata, visto che l'utenza latita e il presidente Luca Zaia invita i suoi riottosi corregionali a usare la Pedemontana, e a usarla tanto, «per senso di comunità». Il governatore passa insomma da salvatore a venditore: nel piazzale di sosta di Alpetrans, azienda di autotrasporti di Marostica, il titolare Aldo Tolfo assicura che Zaia può stare tranquillo, perché i suoi 176 camion sono ormai abbonati alla nuova superstrada. Ma a pochi metri di distanza il contrasto è stridente: la Pedemontana a pagamento dilata i vuoti tra vettura e vettura, mentre la Statale gratuita si ingolfa di traffico come se l'alternativa fosse ancora un cantiere.

Il problema è che la superstrada costa troppo. Ma perché costa troppo? Per quanto bella, la Treviso-Vicenza è una strada come tante. Però a farci i conti in tasca, è assolutamente unica: «Se invece di essere in Veneto fosse in Sicilia o Calabria, sarebbe uno scandalo nazionale» dice Laura Puppato, già sindaca di Montebelluna, consigliere regionale e senatrice Pd, che delle magagne della Pedemontana si occupa ormai da una decina d'anni.

 Doveva essere una strada di prossimità, gratuita e permeabile in entrata e in uscita: «Le province di Treviso e Vicenza hanno da decenni un disperato bisogno di collegamenti su ferro e su gomma» dice Puppato. «Superstrada e metropolitana di superficie dovevano permettere al territorio di vivere per quello che è: una brulicante metropoli diffusa». Ma la metropolitana rimane nel libro dei sogni, la superstrada diventa presto qualcosa di assai simile a un'autostrada: le rampe si trasformano in caselli, e la gratuità per residenti viene via via limitata fino a sparire del tutto.

 A sostituirla sono i pedaggi più cari d'Italia: da Bassano a Montebelluna 35 chilometri per 5,50 euro, quando sull'A4 Torino-Trieste per lo stesso prezzo si percorrono i 70 chilometri da Padova a Verona. A valle di questi numeri c'è un'autostrada in cerca d'automobili, a monte l'incredibile vicenda della convenzione tra Regione Veneto e Sis, l'azienda concessionaria che fa capo ai costruttori piemontesi Dogliani.

 Il dato bruto è questo: la superstrada è costata 2 miliardi e 400 milioni, le casse pubbliche l'hanno finanziata per quasi un miliardo, il concessionario privato per il restante miliardo e mezzo. A fronte di questo sforzo, la Regione Veneto ripagherà il partner privato con 12 miliardi di euro da versarsi in 39 comode rate annuali (si parte da 165 milioni, a crescere fino a 435). Una cifra colossale: il doppio di quant' è costato il Mose di Venezia.

Il contratto di concessione del 2009 prevedeva un canone di disponibilità, ovvero il dovuto per la gestione e la manutenzione dell'autostrada, di 435 milioni di euro da pagarsi in trenta rate da 14,5 milioni annui. Poi la cifra è misteriosamente lievitata fino a 12 miliardi: quello che secondo il presidente Zaia è un «sogno che diventa realtà», visto più da vicino è soprattutto un buco nero amministrativo che negli anni è stato illuminato solo dalla caparbietà di pochi politici di opposizione (Laura Puppato e Andrea Zanoni del Pd, Enrico Cappelletti del M5S) e degli attivisti del Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa.

 Osservando l'ultimo cantiere tra i colli vicentini, il portavoce del Comitato Massimo Follesa sintetizza brutalmente anni di analisi e battaglie: «I contratti alla base della Pedemontana hanno favorito il privato, finendo per trasferire sulle casse pubbliche ogni rischio imprenditoriale».

Al momento la Regione incassa i pedaggi di ottomila veicoli al giorno. Per ripagare il canone ce ne vorrebbero da subito almeno 27mila. Se il "senso di comunità" batterà un colpo, i 12 miliardi saranno pagati dagli automobilisti al casello. Se continuerà come ora, a pagarli saranno i contribuenti. Perché una cosa è certa: anche se tra quarant' anni ci muoveremo con il teletrasporto, la Sis dei fratelli Dogliani continuerà a incassare il suo plurimilionario canone annuo.

 Colpa di una versione predatoria del cosiddetto project financing, ovvero dello schema finanziario per cui il privato costruisce l'infrastruttura pubblica assumendosene il rischio d'impresa: spende per costruirla, guadagna con la sua gestione. Il problema è che nel caso della Pedemontana Veneta il contratto del 2009, modificato una prima volta nel 2013 e una seconda nel 2017, garantisce al privato i lautissimi guadagni anche in assenza dei previsti ritorni di mercato.

Addirittura anche in assenza della stessa strada: «A un certo punto ci siamo trovati davanti al rischio concreto che la Regione dovesse pagare non 12 ma 21 miliardi alla concessionaria Sis, senza che quest' ultima fosse in grado di ultimare l'infrastruttura» dice l'ingegner Elisabetta Pellegrini, che da cinque anni è responsabile della Pedemontana per Regione Veneto. «Modificando la convenzione nel 2017, siamo riusciti a far ripartire i lavori, portare a termine l'opera e limitare l'esborso per le casse regionali».

 Tutto bene, se non fosse che - a parte l'ingegner Pellegrini - quelli di prima sono quelli di sempre, ovvero il centrodestra veneto guidato prima da Giancarlo Galan di Forza Italia e da ormai 12 anni dalla maggioranza "bulgara" del leghista Luca Zaia.

Sarà che non sono distratti dalle viti del Prosecco e le nevi del Monte Grappa, ma quando si chinano sulle carte della Pedemontana i giudici della Corte dei Conti sembrano immuni dall'"orgoglio" di cui parla Zaia a ogni taglio di nastro. Nel 2018, esaminando l'ultima modifica alla convenzione tra Regione e Sis, scrivono: «A fronte di un costo dell'opera che è previsto inferiore a 3 miliardi, la Regione Veneto dichiara che l'esborso nei confronti del privato sarà pari a oltre 12 miliardi; tale risultato è ritenuto tuttavia positivo rispetto alle precedenti clausole convenzionali».

Positivo un esborso di 12 miliardi a fronte di nemmeno 3 miliardi di spesa? I giudici contabili sono talmente allibiti da dimenticare che i 3 miliardi in realtà sono praticamente la metà, visto che il 40 per cento dell'opera è stato finanziato dalle casse pubbliche. In toni ultimativi invitano però la Regione a «riferire sulle iniziative intraprese, o che si intendono intraprendere, nei confronti dei responsabili del precedente assetto convenzionale».

 Qualcuno è stato chiamato a risponderne? Sono passati quattro anni, ma dalla Corte fanno sapere che sulla sorte di quest' enorme quantità di denaro pubblico «sono ancora in corso approfondimenti». Intanto la magnifica superstrada corre verso il suo completamento: il 3 giugno 2019, all'inaugurazione del primo tratto di sette chilometri, Matteo Salvini la presentò come un esempio dell'«Italia del sì, quella dei prossimi anni». Trentanove per l'esattezza. Caricati sulle spalle dei veneti, automobilisti o contribuenti che siano.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Bergamo.

L’Inquinamento.

I Politici.

Bergamo.

La Criminalità. La faida Horvat, con rissa in pizzeria, minacce, botte e un’auto bruciata. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

Altre accuse per i «Casamonica di Trescore»: per comporre la lite familiare era stato convocato anche un paciere ma ci è andata di mezzo la sua auto

Potrebbe sembrare una scena presa dal Padrino. Per porre fine alla faida, la famiglia organizza un incontro su terreno neutro con un paciere a cui sottoporre la controversia e chiedere di ergersi a giudice per stabilire da che parte stiano ragione e torto. In realtà, i fratelli Principe e Fardi Horvat, 32 e 30 anni, hanno uno stile tutto loro. Pescando da accuse già note e ancora da definire: si spacciavano per Casamonica e intestavano il loro Porsche Cayenne alla nonna, giravano armati di pistole e Hummer pronti a speronarsi, aprivano e chiudevano autosaloni per truffare la gente. Tutto per soldi, così da garantirsi l’opulenta vita nella villa (in parte confiscata) in via Rivi, a Trescore, tra Lamborghini e champagne servito in diretta Facebook. Sui social gli Horvat ostentano e sfidano. Lo era stato ai tempi del Far West in piazza, l’8 agosto 2017, e lo è tuttora, secondo i carabinieri della compagnia di Chiari. Venerdì, Fardi e il padre Desiderio Horvat erano in tribunale, liberi. E Principe parlava tranquillamente al telefono con uno dei suoi avvocati. Ma dieci giorni fa, i fratelli sono finiti di nuovo nelle grane, ai domiciliari.

L’11 gennaio, a pochi giorni dall’udienza preliminare per il procedimento in cui rispondono, tra l’altro, di associazione per delinquere finalizzata a truffa, ricettazione, riciclaggio, fittizia intestazione di beni e frode fiscale (78 capi d’imputazione, ai tempi andarono in carcere), ai fratelli è stata notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari di Brescia Andrea Gaboardi, per stalking e incendio doloso. Va chiarito che lo stesso gip, il 16 gennaio, dopo gli interrogatori, ha revocato i domiciliari a entrambi: al fianco degli avvocati Fabio Marongiu e Andrea Alberti, gli Horvat hanno negato tutto e spiegato, anche attraverso alcuni documenti, di essere loro le vittime. Ma ad ogni modo la vicenda, per come è ricostruita nell’ordinanza e pensando ai precedenti, colpisce.

Tutto sarebbe nato da una lite tra Principe, Fardi e Desiderio, da una parte, e il fratello di quest’ultimo, Giorgio Horvat, dall’altra. I tre lo avrebbero ritenuto responsabile della condanna rimediata da Principe (3 anni e mezzo in primo grado) per un’estorsione ai danni di un falegname, minacciato di morte e non pagato. In base a quanto accertano i carabinieri, il 19 settembre Adamo Moreno Bogdan, con altre sei persone, viene invitato a fare da paciere al ristorante pizzeria Le Golosie di Trescore. Quando lui dà ragione a Giorgio, però, finisce malissimo. Volano calci, pugni, frasi come «adesso prendo la pistola e vi sparo». La cognata di Bogdan rimedia un pugno in faccia e va in ospedale con una frattura al volto. Da quel giorno, contro il mediatore, Principe e Fardi avrebbero scatenato una raffica di minacce, con vocali e messaggi pubblicati apertamente anche sui social. Il 19 ottobre, Bogdan si presenta ai carabinieri di Rudiano, la stazione più vicina al suo paese, Urago d’Oglio nel Bresciano, appena oltre il confine con Calcio e Pumenengo, tra il fiume e la Brebemi. Ci vive con la moglie Jessica Hudorovich e i cinque figli, il maggiore trentenne e gli altri bambini sotto gli 8 anni.

L’episodio più grave, avviene la notte del 15 dicembre. Con tanto di presunta rivendicazione su Facebook, Principe e Fardi avrebbero incendiato la Mercedes C220 di Bogdan. L’auto era parcheggiata davanti a casa e solo grazie all’intervento di un vicino si sarebbe scongiurata un’esplosione, visto che il serbatoio era pieno. Sull’origine dolosa, nessun dubbio: i carabinieri hanno sequestrato una bottiglietta di plastica usata per spargere benzina o comunque un liquido infiammabile. «Ti ho fatto solo quello che ti dovevo fare, io non mi nascondo dietro un dito», dice poche ore dopo Principe in un video sempre pubblicato su Facebook. Così Bogdan torna in caserma e aumenta il carico. Descrive lo stato di ansia e paura perenni in cui lui e la sua famiglia sarebbero costretti a vivere e denuncia altre ritorsioni. A suo dire, gli Horvat segnalarono alla questura di Brescia che il figlio Alessandro nascondeva armi clandestine in casa. Questo per tentare di farlo finire in carcere (era già ai domiciliari per un’indagine di Napoli). La casa fu perquisita, ma le armi non furono trovate.

Inoltre, in altri video sui social, i fratelli Horvat si sarebbero ripresi, insieme al padre, a speronare l’auto di Giorgio (il 22 settembre membri della famiglia furono denunciati proprio per uno speronamento al distributore Q8 di Chiuduno, ma non è chiaro se si inserisca in questo contesto) e poi in diretta da Fiano Romano: secondo gli investigatori, erano in trasferta nel Lazio per cercare di raggiungere i fratelli di Bogdan «con intento intimidatorio». Al momento dell’applicazione della misura cautelare, la paternità dell’incendio (solo tentato per il tempestivo intervento del vicino) appare al gip «in modo inequivocabile» da attribuire a Principe e Fardi, così come il resto delle accuse. Se non ritiene «sufficientemente provato il coinvolgimento del padre», il giudice conclude che «ricorre incontrovertibilmente un grave e consistente» pericolo di reiterazione per i fratelli. Lo desume «sia dalla gravità degli atti persecutori compiuti — è scritto nell’ordinanza — sia dall’allarmante personalità degli indagati, rivelata dalle brutali violenze fisiche attuate in occasione dello scontro del 19 settembre, dal radicato astio nutrito nei confronti di Bogdan, dalla pretestuosità dei motivi di questo astio (il gip parla di “assurde rivendicazioni patrimoniali”, ndr) e soprattutto dal folto novero di precedenti penali e di polizia, anche recenti». Gli avvocati non scendono nei dettagli sull’interrogatorio di garanzia dei loro assistiti, ma una cosa è certa: devono essere stati convincenti.

Il finto concessionario e la Porsche intestata alla nonna senza patente. Ma con la legge Cartabia niente processo per truffa. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 21 Gennaio 2023.

Bergamo, i due fratelli Horvat, già protagonisti di una sparatoria, evitano il processo dopo aver risarcito i clienti a cui avevano preso la caparra senza vendere le auto

Ora che viene applicata, nei tribunali si vedono gli effetti della riforma Cartabia. Calata in uno dei capitoli più spumeggianti (si fa per dire) della saga Horvat, quello del finto autosalone a Sorisole, porterà all’estinzione di un pacchetto di 12 truffe aggravate, per un totale di 155.700 euro. Con le nuove norme il reato non è più procedibile d’ufficio e avendo la nota famiglia di Trescore risarcito tutti, gli acquirenti che credevano di farsi la macchina nuova e invece pagarono e basta hanno ritirato le querele. Significa che comunque andrà, per queste accuse il 32enne Principe Horvat, il fratello 30enne Fardi e il «socio» Guido Campos, 26 anni, di Mornico al Serio, saranno prosciolti.

Si può definire saga, quella degli Horvat, per via della marea di fascicoli che li riguarda, la maggior parte per truffe (qualche giorno fa un altro processo è finito in nulla, con la remissione di querela), ma non mancano episodi più eclatanti, come la sparatoria in piazza a Trescore, l’8 agosto 2017. Tutti condannati, loro e i rivali Nicolini (per Principe 5 anni in primo grado, a febbraio ci sarà l’appello) . Pure in quest’altra corposa indagine, che adesso approda in udienza preliminare davanti al giudice Riccardo Moreschi — 28 gli imputati, una cinquantina le parti offese per 78 capi d’accusa —, c’è un nemico che merita menzione, se non altro perché è la dimostrazione della fantasiosa spregiudicatezza dei fratelli. È Stelly Hudorovich, 28enne domiciliato a Ghisalba. I carabinieri, coordinati dal pm Emanuele Marchisio, ricostruirono come fra il 3 e il 9 dicembre 2019 l’autosalone «Guido l’auto», aperto e chiuso in quei giorni da Campos in via Marconi, a Sorisole, incassò contanti e bonifici per auto mai consegnate. Gli acquirenti erano stati agganciati su Subito.it, avevano visionato le vetture, le avevano pagate, ma poi, quando erano andati a ritirarle, si erano ritrovati la sorpresa: il concessionario non esisteva più e sull’ingresso campeggiava un cartello con l’invito «alla gentile clientela» di recarsi a un determinato indirizzo di Osio Sotto «e chiedere di Stelly Hudorovich». In pratica, un tentativo di scaricare la colpa su quest’ultimo, poi replicato in alcuni messaggi Whatsapp che tiravano in ballo anche Campos e Kevin Nicolini.

Vale ai due Horvat l’accusa di calunnia in mezzo a un mucchio di altre contestazioni. Le più pesanti sono di avere promosso due diverse associazioni per delinquere finalizzate alla «sistematica realizzazione dei delitti di truffa, ricettazione, riciclaggio, fittizia intestazione di beni e frode fiscale nell’ambito della compravendita di autovetture e della gestione di concessionari aperti al solo scopo di frodare i clienti». Nel 2019, fu a Sorisole. Tra il 2020 e il 2021, a Fiorano Modenese e Dozza, in Emilia Romagna, negli autosaloni Emilia Motori e Seven Cars: stesso meccanismo per 23 truffe (oltre a 4 tentate) e un totale di 306.405 euro in questo caso non risarciti. Dunque, è la parte che dovrebbe restare in piedi. Con l’avvocato Andrea Alberti (che non è stato possibile contattare) gli Horvat non intendono chiedere riti alternativi. L’unico intenzionato a percorrere la strada del rito abbreviato è il loro commercialista Alessandro Evar, di Busto Arsizio. Per l’accusa, era quello del gruppo che dava «assistenza fiscale», ad esempio, sulla costituzione di ditte fittizie. Poi c’era chi si intestava le auto, riciclate nelle varie truffe. La stessa Yaris o Polo o Panda o Porsche Cayenne veniva venduta per finta anche più e più volte.

Coinvolti ci sono altri membri della famiglia. Il padre Desiderio Horvat risponde dell’associazione per delinquere di Sorisole, di trasferimento fraudolento di valori e di violenza privata nei confronti del direttore di Bergamonews Davide Agazzi (si presentò in redazione con fare intimidatorio a chiedere di modificare l’articolo sui figli). Alla nonna 76enne Maria Horvat, nata in Ungheria, analfabeta e senza patente, sarebbe stata intestata fittiziamente la Porsche Cayenne con la quale Principe sfuggì ai carabinieri, pare anche tentando di speronarli, al momento dell’esecuzione della custodia cautelare in carcere, a maggio 2021 (poi è stato rilasciato). Identica accusa per un appartamento a Capriate, in realtà, secondo le indagini, acquistato sempre da Principe, oltre tutto con uno sconto di 25 mila euro pare ottenuto con le minacce (per questo l’uomo risponde di estorsione). «Tutti i beni di Maria Horvat furono acquistati con il denaro lecito di un’eredità», precisa l’avvocato Pierfrancesco Mussumeci, che la assiste. L’anziana ammette solo di avere percepito senza diritto 1.300 euro di reddito di cittadinanza («per un errore nell’interpretazione della normativa», aggiunge il legale) nello stesso periodo in cui comprò a 65 mila euro un terreno rivenduto poco dopo a 113 mila, senza comunicazioni all’Inps.

Per Principe, c’è poi una seconda estorsione : presentandosi come uno dei Casamonica, pretese di vendere una vecchia Ferrari California a un concessionario di Parma. Il giudice, per ora, ha deciso solo su cavilli sollevati dalle difese e fissato già altre due udienze preliminari, il 21 aprile e il 19 maggio. Le eccezioni sono state tutte respinte a parte quelle riguardanti alcune ricettazioni, per le quali il pm dovrà definire meglio il capo d’imputazione, e rispetto all’istanza presentata dall’avvocato Gian Piero Bianconella, che ha chiesto che sia il Tribunale di Milano, per competenza territoriale, a esprimersi sulla ricettazione contestata a Stefano e Tommaso Zamboni, titolari di un concessionario nel capoluogo lombardo. A marzo 2021, acquistarono da Desiderio Horvat due Mercedes. Per il pm erano «consapevoli della provenienza illecita» di quelle auto. L’opposto per il loro difensore: «Confidiamo — afferma Bianconella — che venga accertata in tempi brevissimi l’innocenza di entrambi».

L’Inquinamento.

Conca avvelenata. Il problema più grave della Lombardia è ai margini della campagna elettorale. Maria Cristina Odierna su L’Inkiesta il 25 Gennaio 2023.

La Regione più popolosa d’Italia, che ospita una delle zone più inquinate d’Europa, è nel mirino dell’Unione europea per l’inquinamento atmosferico, acustico e idrico. Ciononostante, questo tema non appare tra le priorità dei candidati, che dovrebbero rimarcare la correlazione tra ambiente e sanità

Ci sono fenomeni che non sembrano immediatamente collegati, la cui congiunzione non risulta immediatamente afferrabile. Eppure basta fermarsi, riflettere sullo stato delle cose per comprendere che quando si parla di ambiente, per esempio, non c’è nulla che funzioni alla rinfusa, che ogni dimensione conta e che tutto è collegato in maniera apparentemente inspiegabile. 

I tedeschi lo chiamano “Teufelskreis”, una spirale demoniaca, letteralmente un circolo vizioso senza alcuna tendenza all’equilibrio, in cui ogni interazione tra i diversi fattori ha un impatto sui risultati successivi rafforzando i precedenti, positivi o negativi che siano. Il cambiamento climatico in questo senso, e gli eventi attraverso i quali si manifesta, ha lo stesso funzionamento di un loop senza fine di cui possiamo analizzare i fattori che lo alimentano. 

Fattori che, da cittadini, siamo poco abituati a riconoscere, a cui non attribuiamo la giusta importanza. Da qui concetti come quello di smog e qualità dell’aria ci ronzano nella testa senza mai prendere forma, mere astrazioni che ci colpiscono solo di sbieco. Ma poi arrivano i numeri, i dati e le statistiche a concretizzare ciò che vediamo con i nostri occhi, che respiriamo a pieni polmoni ogni giorno di cui non siamo totalmente consci. 

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per esempio, dal 1987 pubblica delle linee guida sulla qualità dell’aria, sollecitando i governi del mondo a intervenire per diminuire l’esposizione dei cittadini all’inquinamento atmosferico. Alla base c’è una preoccupazione legata all’aria che respiriamo, alterata e sistematicamente contaminata da agenti chimici, fisici e biologici che rappresentano un pericolo per la salute umana, tra i più dannosi il particolato (PM2,5 e PM10), l’ozono (O₃), biossido di azoto (NO₂), l’anidride solforosa (SO₂) e il monossido di carbonio (CO). 

La massiccia concentrazione nell’aria di queste e altre sostanze ha una rilevanza a livello igienico-sanitario: secondo l’Istat, in Italia nel 2019 sono morte prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico circa sessantamila persone (sette milioni nel mondo secondo l’Oms). Gli effetti a lungo termine sulla salute non lasciano quindi ben sperare, le raccomandazioni stilate periodicamente sono un invito concreto a prestare attenzione alla questione. 

Il rapporto quinquennale “Thirteenth general programme of work 2019-2023” dell’Oms parla chiaro: uno degli obiettivi principali dell’agenda Onu è ridurre entro il 2030 l’impatto ambientale negativo pro capite delle città. I centri urbani, infatti, sono i luoghi in cui si respira peggio e si rischia di più. Sono circa seimila le città (in centodiciassette paesi) di cui l’Oms ha analizzato i dati, giungendo alla conclusione che nel 2021 il novantanove per cento degli abitanti respira aria inquinata, sottolineando anche un peggioramento nei Paesi a basso e medio reddito a causa di un’urbanizzazione forsennata e di uno sviluppo economico poco sostenibile, che si appoggia in gran parte ai combustibili fossili. 

La situazione in Europa, intanto, non è rassicurante. Il progetto del 2021 dell’Unione europea “Verso l’inquinamento zero per l’aria, l’acqua e il suolo” pone degli obiettivi sicuramente ambiziosi, di cui però sarà difficile l’attuazione: l’azzeramento dell’inquinamento entro il 2050 e la riduzione, entro il 2030, dei decessi prematuri correlati all’inquinamento atmosferico. Target principale dell’azione europea è il particolato fine PM2,5 e PM10, prodotti secondari delle combustioni, dei trasporti, delle industrie e dei riscaldamenti residenziali, particolarmente insidiosi perché in grado di provocare gravi malattie cardiocircolatorie e respiratorie. 

Classificato come cancerogeno di tipo 1 dall’Agenzia internazionale per la ricerca su cancro (Iarc), il particolato sottile è anche nel mirino dell’Oms, che registra dei valori soglia: 15 microgrammi per metro cubo (µg/m³) annui per il PM10, 5 µg/m³ annui per il PM2,5. Ecco che si registra, a livello europeo, la prima discrepanza. Nel 2008, finalmente, l’Unione europea adotta la direttiva 2008/50/EC, recepita in Italia nel 2010, che fissa dei limiti di quantità particolato nell’aria. 

Una buona notizia di per sé, se non fosse che i valori del nostro continente si discostano molto da quelli indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità: 40 µg/m³ per il PM10, 25 µg/m³ per il PM2,5, da non superare per più di tre volte l’anno. Dati apparentemente irrilevanti, se non fosse che – secondo il ministero della Sanità – dieci microgrammi per metro cubo di PM2,5 in più si traducono in un incremento del quattordici per cento della mortalità per tumore ai polmoni.

Valori opinabili che, probabilmente, sono espressione di una transizione soft, il tentativo di raggiungere un compromesso tra le direttive dell’Oms e l’impossibilità di dichiarare che l’intero sistema europeo – dalla mobilità all’agricoltura, passando per l’edilizia – è obsoleto. I valori soglia, già estremamente generosi, vengono raramente rispettati. 

Nel 2020 quello del PM10, da non superare più di tre volte l’anno, secondo il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) in Italia è stato superato per ben centocinquantacinque volte. È evidente quindi che alcune regioni dell’Unione si contraddistinguono rispetto alle altre. Lo dimostrano gli aggiornamenti dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), che attraverso l’European city air quality viewer permette di controllare quasi in tempo reale la qualità dell’aria delle varie città europee.

Dando un’occhiata alla mappa costellata di puntini di diversi colori, in cui le diverse gradazioni sono indicative di quanto sia inquinata l’aria respirata in quei luoghi, una pletora di pallini rossi (che testimoniano una scarsa qualità dell’aria) si staglia nella parte sudorientale della cartina, tra Italia, Grecia e Paesi dell’Est Europa. È proprio volendo unire i puntini che ci si imbatte in uno studio del 2021 pubblicato da The Lancet Planetary Health, secondo il quale il bacino padano è da considerare la zona a maggiore rischio sanitario insieme ad alcune parti della Polonia e della Repubblica Ceca. 

Un’area di quattrocento chilometri, che ospita il trenta per cento della popolazione in Italia dalle caratteristiche morfologiche, climatiche e geografiche tanto omogenee quanto peculiari. Una regione in cui non solo le sostanze inquinanti prosperano trovando terreno fertile (l’alta densità abitativa e l’elevata concentrazione industriale sono determinanti), ma vengono letteralmente cullate da un clima e un territorio che, per conformazione, fanno sì che queste sostanze si accumulino espandendosi uniformemente.

Dell’insalubrità della Pianura Padana si è discusso molto e, tra minimizzazioni e allarmismi più o meno giustificati, nel corso degli anni si è fatta chiara l’inadeguatezza dei mezzi finora messi in campo. Spicca, a livello europeo, l’incapacità di mettere in pratica le direttive: infatti l’Italia è la Nazione che ha collezionato il maggior numero di infrazioni in ambito ambientale, con quattordici procedure solo a carico della Lombardia. 

Eppure, secondo il Pirellone, stiamo considerando la questione dalla prospettiva sbagliata. Una tendenza positiva se si analizzano per esempio le emissioni di ossido di azoto, strettamente collegate al trasporto e alla mobilità. Prospettive rosee secondo l’assessorato all’Ambiente e Clima, sebbene la situazione sia in peggioramento nella bergamasca e stabile a Milano. 

«Regione Lombardia negli ultimi due anni ha realizzato misure di incentivazione che complessivamente ammontano a quasi ottocento milioni di euro. E interessano tutti i settori che impattano sulla qualità dell’aria. A dimostrazione che si sta investendo in questo ambito. E che le politiche adottate da Regione Lombardia, che agiscono su più fronti (dal trasporto, al riscaldamento, alle emissioni in agricoltura) sono efficaci», dice l’assessore Raffaele Cattaneo. Eppure la contrazione in atto non è sufficiente: per esempio, sono tredici le città inquinate che superano i livelli di biossido di azoto (NO2) secondo il Rapporto Mal’Aria 2022. Milano è in testa.

La crisi climatica ci costringe, il più delle volte, a navigare a vista aspettando qualche cenno dalle istituzioni. E se di qualità dell’aria a livello pubblico si parla ancora poco e male, l’ambiente è evidentemente un argomento che non attrae, escluso com’è dal discorso elettorale per le prossime elezioni regionali (anche in Lombardia). Si tratta di un argomento strettamente correlato alla sanità, ma la politica preferisce percorrere altre strade. 

Dopo la notizia delle quattordici procedure d’infrazione a carico della Lombardia, il 23 gennaio c’è stato un sussulto da parte di Pierfrancesco Majorino («In Lombardia non si respira, la qualità dell’aria è pessima. Solo ora Fontana promette sostenibilità. Dov’era quando l’Ue bocciava la Regione per le acque reflue, per il biossido di azoto e per l’attuazione della direttiva balneare?», ha scritto su Twitter), ma la sostanza non cambia. 

Tra indecisioni e negazionismo puro, la politica attua spesso azioni insufficienti, palliativi per l’opinione pubblica, fumo negli occhi per chi non è informato. In questo senso usare la percezione comune come termometro della condizione ambientale di una regione può servire non solo a diffondere conoscenza, ma anche a produrre approcci mirati, adatti alle circostanze. Il progetto Valutaria di LIFE PrepAIR si muove in questa direzione, testando la percezione che gli abitanti della Pianura Padana hanno dell’aria che respirano, istruendo le persone su quali siano i comportamenti da attuare per migliorare la situazione. 

E come nel film “The butterfly effect” di Eric Bress, dove il movimento di una farfalla riesce a provocare un uragano dall’altra parte del pianeta, così nella lotta al cambiamento climatico i singoli fattori si rincorrono, il micro e il macro si confondono e danno vita a qualcosa di nuovo. Con la speranza che sia migliore.

I Politici.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” martedì 12 settembre 2023 

Un po' responsabile dell'ufficio acquisti della Fiera di Milano spa dal 2017 all'autunno 2021 e un po' imprenditore in proprio dietro lo schermo dei legami societari con due imprenditori e compagni di partito in Fratelli d'Italia: è questa figura di ircocervo, Massimo Hallecker, 56 anni, che secondo la Procura di Milano avrebbe compravenduto l'appalto da 8 milioni per la gestione dei servizi logistici a Lainate dei magazzini di Nolostand (controllata da Fiera Milano) in cambio del fatto che l'impresa Fabbro subappaltasse i lavori alla Idea Servizi srl amministrata di fatto da Domenico Seidita, legato a Hallecker e all'altro imprenditore Silvestro Riceputi da interessi economici, oltre che da comune militanza in Fratelli d'Italia a Cologno Monzese: Seidita, consigliere comunale fino al 2020; Riceputi, referente cittadino sino a poche settimane fa; Hallecker, candidato non eletto nella lista vincente del sindaco nel 2015. 

Perquisito dal pm Paolo Storari il 30 giugno 2021, in un suo telefonino è stato trovato dalla Guardia di Finanza un foglio Excel dal quale Hallecker risulta detenere partecipazioni non dichiarate tra l'8 e il 12% in Bramì Building Management srl (gestione immobiliare), La Martesana srl (pompe funebri), Il Protagonista Comunication srl (consulenza) e Gruppo Lucia Service (catering): quattro società nelle quali la visura in Camera di Commercio mostrava tra i soci invece ufficiali (tra il 10 e il 25%) Marco Osnato, deputato di Fratelli d'Italia e genero del fratello del big di partito Ignazio La Russa.

«Sono società - spiega Osnato interpellato dal Corriere - in cui entrai su proposta di Riceputi ma in pratica non sono state operative, mai ho saputo di Hallecker né lo vidi mai agli incontri sulle società, dalle quali sono comunque uscito da due mesi». 

Rimosso il 31 ottobre 2021 da Fiera Milano dopo la segnalazione interna di un collega protetta dalle procedure di whistleblowing , e dopo un esposto presentato in Procura a inizio 2021 dall'ad Luca Palermo con l'avvocato Antonio Bana, Hallecker si vede ora contestare non solo le proprie involontarie confessioni intercettate dalla Procura («quando ho affidato ai Fabbro l'appalto del magazzino, loro non erano i più competitivi, c'era un'offerta più competitiva»), ma anche i verbali appunto dei fratelli Massimiliano e William Fabbro: precipitatisi a confessare da Storari (e infatti ieri non arrestati) dopo che i pm Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi li avevano fatti già arrestare tre mesi fa per tangenti sugli appalti delle mense in Comuni dell'hinterland milanese. 

Anche Gabriele Della Venezia della Eletric srl ha ammesso di aver pagato 20 mila euro «chiesti da Hallecker come corrispettivo per avermi fatto entrare in Fiera». E il gip accenna ad altri accertamenti su una prassi «che pare ergersi quasi a regola del 5%» nell'«affidamento di un qualche appalto fra quelli gestiti da Fiera».

Estratto dall'articolo di Andrea Montanari per “la Repubblica- edizione Milano” martedì 12 settembre 2023 

Ai vertici di Fondazione Fiera e della controllata Fiera spa nessuno commenta l'arresto di Massimo Hallecker, ex direttore dell'ufficio acquisti coinvolto nell'inchiesta sugli appalti truccati. Del resto Hallecker era stato licenziato in tronco un anno fa, all'epoca dell'esposto presentato proprio alla magistratura dall'ad di Fiera spa Luca Palermo. "Il sistema dei controlli funziona - trapela dai vertici della società - . Quando c'è un dipendente infedele lo denunciamo e lo arrestano". La denuncia infatti questa volta era partita proprio dai vertici di Fiera, società quotata in Borsa. 

Hallecker era stato assunto come responsabile dell'ufficio acquisti nel 2017. Proveniva dal gruppo immobiliare Percassi dove aveva avuto lo stesso in carico. Era entrato dopo il terremoto delle dimissioni in massa del consiglio di amministrazione di Fiera spa, chiesto nel gennaio 2017 dall'allora presidente della fondazione di largo Domodossola, Giovanni Gorno Tempini, che aveva voluto "discontinuità con il passato". [...]

L'assunzione di Hallecker, che nel 2015 aveva provato a farsi eleggere senza successo nella lista di Fratelli d'Italia a Cologno Monzese, è stata fatta quando l'ad era diventato Fabrizio Curci. Nell'attuale inchiesta sono coinvolti altri due esponenti di FdI: Domenico Seidita, che si è dimesso dal consiglio comunale di Cologno Monzese nel 2019 per far posto a Marianna Tedesco, che risulta essere stata "attenzionata" dalla Digos perché vicina all'ultrà della Curva sud del Milan Luca Lucci. 

E Silvestro, detto Franco, Riceputi già commissariato dal partito dopo la mancata approvazione a Cologno Monzese del bilancio del sindaco leghista Angelo Rocchi, che ha portato il comune dell'hinterland alle elezioni anticipate.

"Hallecker lo avrò visto un paio di volte, non lo conosco perché nel 2015 non era necessario essere iscritti al partito per candidarsi - taglia corto Sandro Sisler, commissario provinciale di FdI - . Riceputi era già stato sostituito a giugno dopo il commissariamento di Cologno dalla mia portavoce Gianfranca Tesauro. Comunque mi auguro che si risolva tutto per il meglio". Anche il sindaco Rocchi non va molto oltre: "Hallecker lo avrò visto al massimo un paio di volte perché non è stato nemmeno eletto e poi si parla del 2015. Seidita invece ricordo che si dimise nel 2019 perché non voleva avere conflitti di interessi con altre due attività". […]

Maria Elena Barnabi per Gente il 29 Dicembre 2022. 

«Allora la aspetto domani mattina  a casa mia. Ma di foto ne  facciamo una sola. E poi guardi  che io voglio parlare di politica.  Di domande personali gliene concedo tre al massimo. Alla quarta  non le rispondo. Ha capito?». Il tono secco e la erre moscia inconfondibile di Roberto Formigoni – ci stiamo parlando al telefono – non lasciano dubbi: l’ex governatore della Lombardia, che sta scontando una pena di 5 anni e dieci mesi, non ha perso l’abitudine di comandare. Ma visto che Formigoni è uno che la macchina della comunicazione la conosce benissimo, siamo tornati a casa con molte foto, molte chiacchiere e qualche risata. 

L’occasione per l’intervista è il bel documentario, che Gente ha visto in anteprima, Il Celeste - Roberto Formigoni (in prima serata il 5 gennaio sul Nove e disponibile su Discovery+) , che racconta senza sconti l’ascesa al potere, il declino, il carcere e la rinascita del “Celeste”, chiamato così per la sua profonda fede. 

I fatti: nel 2019 la Cassazione ha stabilito che Formigoni ha favorito strutture sanitarie private in cambio di regali per un ammontare pari a 6,5 milioni di euro. E così è stato condannato per corruzione a 5 anni e dieci mesi e alla confisca dei beni. A febbraio del 2019 l’ex governatore, che si è sempre dichiarato innocente, si è presentato di sua spontanea volontà al carcere di Bollate.

Siccome aveva più di 70 anni, avrebbe avuto diritto ai domiciliari, ma a causa della cosiddetta legge “Spazzacorrotti”, voluta dal primo governo Conte e poi giudicata incostituzionale, Formigoni ha passato in carcere cinque mesi. Dal luglio 2019 è ai domiciliari, in un grande appartamento, al quarto piano di un palazzo signorile in zona Corso Sempione a Milano. 

Ed è proprio in questa casa che Gente ha scattato le immagini esclusive che vedete: una casa ricca di quadri, opere d’arte (due del famoso scultore Arnaldo Pomodoro), libri, crocifissi, foto ricordo con Papi e sacerdoti. Ogni angolo parla della vita nella cristianità e nel potere di Roberto Formigoni: 75 anni, esponente importante di Comunione e liberazione, membro dei memores domini (che vivono in castità e in case comuni) dal 1973, ex parlamentare europeo, ex senatore, ex “monarca assoluto” della Lombardia per quasi vent’anni, eletto a furor di popolo per quattro volte. Da ottobre, Formigoni è in prova ai servizi sociali e lavora in una comunità che assiste giovani in difficoltà. 

E per il resto del tempo che fa?

«Studio, mi informo, leggo libri. Posso stare fuori casa dalle 6 fino alle 23: cammino molto, ho fatto un’operazione all’anca. Se venisse con me, vedrebbe quanti mi fermano, mi ringraziano, vogliono farsi un selfie. Credevano di distruggermi. Non ci sono riusciti». 

Chi la voleva distruggere?

«La magistratura e tanti politici. C’è stato anche del fuoco amico».

E adesso con i politici come va?

«In tanti mi vengono a trovare in segreto, vogliono dei consigli».

Ha un delfino?

«Non ho un delfino. E neanche un cane. Inutile che me lo chieda: non le dico chi sono i politici che vengono qui». 

In carcere sono venuti?

«Sì, di ogni schieramento. Tranne i 5 Stelle. Ma quelli non li avrei ricevuti».

La visita più gradita?

«Il vescovo di Milano monsignor Angelo Scola, mio amico d’infanzia». 

Come l’hanno trattata all’interno del carcere?

«Bene. Il mio compagno di cella, un omicida, mi ha accolto dicendomi: “Presidente, per il bene che hai fatto in Regione, tu qui non alzerai un dito. Niente mestieri, facciamo tutto noi”».

Formigoni amato da tutti.

«Mi sono arrivate oltre 4 mila lettere». 

Un uomo abituato al potere come lei va in carcere e non si dispera?

«Mai. Dio ci mette di fronte a ciò che possiamo affrontare. E poi sono innocente».

La sentenza dice il contrario.

«Lo ribadisco: sono innocente. Ho avuto la fortuna di avere amici possidenti e generosi che invitavano me e altre persone in barca (il faccendiere Pierangelo Daccò ha patteggiato, ndr). 

Io amici così mai avuti, Formigoni.

«Guardi che io Daccò l’ho conosciuto solo nel 2007. Prima al massimo andavo a Sharm». 

Molti la accusano di aver rovinatola sanità in Lombardia.

«Invece la mia riforma, che ha permesso ai lombardi di accedere ad alcune grandi strutture private, ha funzionato benissimo. Un articolo del The Wall Street Journal consigliò a Obama di farsi un giretto in Lombardia».

Mi faccia capire: il presidente americano venne da lei per un consiglio?

«Io non l’ho visto, ma immagino che avrà mandato degli emissari». 

Ora però la sanità lombarda fa acqua da tutte le parti.

«Non è colpa di Formigoni, ma di chi è venuto dopo di me. Spiace perché non c’è più (si riferisce a Roberto Maroni, scomparso lo scorso novembre, governatore della Lombardia dal 2013 al 2018, ndr). La sanità territoriale mica l’ho distrutta io, ma lui. Lo scriva per favore».

Vive ancora con Alberto Perego, il suo grande amico con cui è stato fotografato sul famoso yacht?

«No. E preciso che vivevamo con altri sei memores domini in una casa comune messa in piedi da Don Giussani. Poi le nostre strade si sono separate». 

Ora vive solo?

«No, vivo con un altro memor domini, un professore universitario (si chiama Walter Maffenini e insegna statistica all’Università Bicocca di Milano, ndr)».

Nel 2000 fece scalpore la sua storia con la showgirl Emanuela Talenti.

«Un errore, uno sbaglio». 

Non le manca l’intimità sessuale?

«No. La mia vocazione è il celibato, ho rinunciato al possesso di una donna. Certo, sono un uomo e a volte è dura. Ma è duro anche il matrimonio. Voglio bene a molte donne. Sono amiche». 

Innamorato mai?

«Sì. Un paio di volte». 

E che ha fatto?

«Se uno è cristiano, rispetta la vocazione che gli ha dato il Padreterno». 

Parliamo della sua bellezza.

«Di cosa?». 

Su, non faccia il finto modesto. Un narciso come lei...

«Da bambino ero molto timido, sempre il primo della classe. A vent’anni mi sono accorto di essere bello e di suscitare interesse. L’ho presa come una cosa naturale». 

Chi la corteggiava?

«Diversi. Diverse». 

Molti gay dicono di apprezzarla.

«Benissimo, lasciamoglielo dire». 

Al di là della leggerezza, l’aspetto fisico di un politico è fondamentale. Guardi Berlusconi.

«Berlusconi è un genio: ha inventato un nuovo modo di fare le case, il calcio e la politica. Però l’e minga bell e l’è bass (in dialetto milanese: non è bello, è basso, ndr). Quando poi si è scoperto che usava le scarpe con i tacchi... Nei comizi mi mettevo sempre lontano da lui perché sapevo che soffriva a stare di fianco a Formigoni che era più bello, più alto e più bravo a parlare di lui». 

Le sue famose camicie sgargianti?

«Ho sempre amato e sostenuto la moda dei grandi marchi “made in Lombardy”. Le camicie erano omaggi degli stilisti: giustamente pensavano che sarebbero state valorizzate solo addosso a un figo come Formigoni. Ora sono nell’armadio: ho quindici anni di più, va bene così».

Le manca il potere?

«Sono stati 18 anni gratificanti in Lombardia. Sono in un’altra fase della vita. Non ho rimpianti, né mi pento di nulla». 

Quando è il fine pena?

«Tra luglio e settembre 2023». 

Tra poco. Tornerà in politica? Avrà solo 76 anni. Berlusconi ne ha 86...

«La politica è dentro di me. Chi lo sa che farò? Ci penserò a tempo debito».

L’Insicurezza.

I Redditi.

L’Università.

La Città.

L’Insicurezza.

Notte su una volante della polizia a Milano: ladri in farmacia e risse tra laureati. Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera il 15 ottobre 2023. 

Dall’una fino all’alba nelle zone coperte dalla polizia. Uno spacciatore sembra uscito da Breaking Bad. Le chiamate di donne impaurite, i rifugi dei senzatetto 

La Questura di Milano è scura, grave, seria. Non per colpa degli agenti di polizia, che sono giovani e indaffarati. È una questione di spazi. Soffitti altissimi, scaloni in penombra, gradini improbabili, divisori di legno laminato. Questo era l’antico convitto Longone, frequentato dall’adolescente Alessandro Manzoni. È passata mezzanotte e nella luce dei neon occhieggiano gli schermi accesi dei computer. Centrale operativa, qui distribuiscono gli interventi. Mi spiegano che Milano è divisa in tre settori, assegnati a rotazione alla polizia (due settori) e ai carabinieri (un settore). Intorno alla stazione Centrale stanotte, per esempio, ci saranno i carabinieri. Alla polizia toccano il centro, la zona sud-est e tutta la zona ovest.

Le mie guide si chiamano Maria Romagnoli, commissario capo; e Francesco Elia, agente scelto: di solito è capo-pattuglia, stasera guiderà la volante. Lei è di Bari, lui di Salerno. Insieme non fanno la mia età. Partiamo all’una di notte, il turno finirà alle sette. Mi spiegano che, in ogni momento, ci sono una trentina di volanti per le strade di Milano. Quindici escono dalla questura, e hanno i nomi di luoghi della città (Sempione, Accursio, Comasina, Bonola etc). Altrettante escono dai commissariati: hanno gli stessi nomi, seguiti da «bis» (Sempione bis, Accursio bis, Comasina bis, Bonola bis etc). Già lo so: quello che per loro è lavoro quotidiano, per me sarà novità sorprendente. A cominciare dalla guida dell’agente scelto Elia: grintosa, diciamo. Scivoliamo verso nord, rispondendo alla prima chiamata. I semafori rossi sono un arredo cromatico: la volante rallenta, poi schizza in avanti. Lotto con la mia cintura di sicurezza posteriore e sento, senza vederlo, il sorriso indulgente del commissario Romagnoli. In via Fleming, zona San Siro, un’anziana signora ha chiamato sostenendo che la figlia la minaccia. Quest’ultima ha problemi psichiatrici, pare. Saliamo al quinto piano — niente ascensore — la troviamo in casa. La madre, minuscola, sta invece seduta nell’ambulanza e parla con i soccorritori, che la tranquillizzano. Arriva un’altra volante e porta la figlia all’ospedale San Paolo. Tutto avviene con calma e a bassa voce, come se tutti avessimo paura di disturbare Milano che dorme.

Guida veloce

Maria e Francesco, le mie guide, sembrano contenti dell’intruso sul sedile posteriore. Parlano poco, lui guida veloce, lei parla alla radio o al telefono. Lui conosce le strade a memoria; lei, ogni tanto, usa il navigatore. La coda di cavallo ondeggia mentre schizziamo da una parte all’altra della città come palline di un flipper. Da San Siro a Santa Giulia in otto minuti. Adesso capisco perché le chiamano «volanti». Ha chiamato una giovane donna, teme di essere picchiata. Saliamo al nono piano — ascensore, per fortuna. La ragazza è brasiliana, bionda, minuta; ci accoglie in accappatoio. Lui — italiano, aria professionale — è sul divano, silenzioso. Andiamo sul balcone, lei sembra agitata. Racconta la sua vita, metà in italiano e metà in inglese. Santa Giulia, alle tre di notte, brilla di luci bianche e silenzio. Vuote le vie alberate: alberi giovani e precari, come molti residenti. Nessun passaggio di treni a Rogoredo. Silenzioso il mastodonte di Sky. Il commissario Maria Romagnoli ascolta la ragazza brasiliana, le suggerisce di andare altrove per il resto della notte. «Anche terapeuta?», chiedo. Sorride: «Questo e altro. A Milano, la gente chiama. Considera la polizia un servizio, giustamente. E chiama».

La nostra volante (Gamma) è un’Alfa grintosa col cambio manuale e una particolarità: non ha la partizione tra sedili anteriori e posteriori, necessaria nel caso di un fermo o di un arresto. Possiamo così parlare, anche se cerco di farlo con misura: in fondo stiamo tutti lavorando, loro più di me. Torniamo verso il centro: chiamata per una rissa, dietro piazza Vetra. Un ragazzo seduto su un gradino — vent’anni, capelli biondi — sanguina dal naso, gli amici intorno hanno le camice imbrattate di sangue, accusano i buttafuori. Le ragazze si spostano di qua e di là, con i tacchi e la borse luccicanti. C’è un’aria eccitata e guardinga. Mentre gli agenti cercano di capire cos’è successo — ma ho l’impressione che l’abbiano capito subito — una ragazza viene a salutarmi: «Scusi, cosa ci fa lei qui?». Le giro la domanda: cosa fate in giro il martedì alle tre di notte? «Festa di laurea!», risponde radiosa.

La saracinesca divelta

La conversazione viene interrotta. Chiamata da Figino, periferia nord-ovest, a ridosso di Settimo Milanese: è in corso una rapina a una farmacia in via Fratelli Zanzottera. Mi sembra di ricordare l’indirizzo: è il luogo dove, un anno fa, è stato ucciso Vittorio Boiocchi, storico capo ultras dell’Inter. Presa la chiamata, l’agente scelto Elia ha un certa fretta, mettiamola così. Inserisce lampeggiante e sirena. Milano schizza via dai finestrini dell’Alfa come in un videogioco. Sulle rotonde il guidatore dice a me e al fotografo: «Tenetevi», come se ce ne potessimo dimenticare. Arriviamo in pochi minuti. Odore di gomme e di freni, la tangenziale e i campi sullo sfondo.

La saracinesca della farmacia è divelta, i rapinatori sono passati di lì. Francesco Elia si appiattisce e riesce a entrare. Esce quasi subito: «L’hanno fatta». Sottinteso: la rapina. Hanno svuotato la cassa. Accorrono altre pattuglie. L’uomo che ha dato l’allarme — la moglie è ancora alla finestra — racconta di quattro ragazzi con felpe e cappucci. Arriva un tipo in monopattino, felpa e cappuccio. «Mi sembra lui», sussurra il testimone in pigiama. Rapido controllo dei documenti, il tipo sta andando al lavoro. Un agente — barba abbondante, fisico robusto, accento napoletano — si gira verso il testimone e sbotta: «Ma ti sembra che uno fa ’na rapina e dopo dieci minuti torna qui in monopattino?». Parte la ricerca dei rapinatori, potrebbero essere ancora in zona. Le auto si fermano al bordo dei campi e le pattuglie, torce alla mano, proseguono a piedi. Resto vicino alla volante, nella notte tiepida di ottobre.

Sono le 04.15. Torniamo verso il centro. Arriva via radio una chiamata: in via Rembrandt, da una Fiat 500 Enjoy fermata per un controllo, stanno tirando fuori una fornitura di droghe sintetiche degna di Breaking Bad. Arriviamo e l’operazione è in corso. Il fermato — italiano — è nell’auto della polizia: racconta di un fidanzato in carcere, dice d’aver preso in consegna le sostanze da un amico. Più tardi andremo a bussargli alla porta, in via Gabetti. «Possiamo procedere a una perquisizione senza un mandato — mi spiega il commissario Romagnoli — se c’è il sospetto che si nasconda della droga. Dpr 309/90». Lo zerbino davanti all’ingresso recita: «Welcome to the Batcave». Ma Batman, o chi per lui, non è in casa.

Bustine e pasticche

Mi avvicino alla Enjoy. Dai bagagli sbucano diverse buste di Mdpv, nota anche come Mdpk, Mtv, Pv, Magic, Maddie, Super Coke. Puntiglioso, mi informo: scopro che induce euforia, aumenta la voglia di parlare, migliora le prestazioni sessuali e stimola l’acutezza delle sensazioni. Il fermato, cappellino in testa, occhi bistrati, non sembra né euforico né acuto: solo rassegnato. Dai bagagli sbucano altre bustine, pasticche, un sacchetto di hashish, un bong (usato), due bilancini e una varietà strabiliante di oggetti: tre passaporti Usa, un passaporto italiano, un profumo Versace, vari orologi, un visore Oculus Quest, carte prepagate, mazzi di chiavi, una confezione da sei di Campari soda. Un trolley tricolore, aperto, ci guarda.

Le mie guide, Francesco e Maria, mi invitano a prendere un caffè dietro l’angolo, da «Mimmo e Anna». Sono le 05:30. Due inservienti, accento slavo, stanno pulendo e chiudendo il chiosco, e mi guardano come un simpatico marziano. L’agente di un’altra volante mi spiega che i posti aperti di notte a Milano, alla fine, quelli sono: ci si conosce tutti. C’è un’ultima incombenza. Poco distante, in un edificio abbandonato dietro il deposito Atm di via Novara, si rifugiano alcuni stranieri senza fissa dimora, entrando da un varco in un cancello. Entriamo anche noi, e dal buio escono uomini assonnati, non più giovani. Su due tavoli bassi, rotondi, sono rimasti vuoti di birra, di vino e di liquore al mandarino, resti di olive. All’interno un tanfo pesante, che rimane nel naso e sui vestiti. Su una parete cartoline di Donnie Brasco, dei Queen, di Harry Potter e di Lupo Alberto.

Fedine penali

Quasi tutti gli occupanti vengono dalla Romania. Mostrano i documenti, con l’aria di esserci abituati. Uno di loro si lamenta di non averne; glieli trova un poliziotto, erano abbandonati su un tavolo («Vedi? Non devi lasciarli in giro!»). Restiamo più di un’ora. L’agente scelto Elia mi spiega: «Dobbiamo controllare che non abbiano mandati di cattura pendenti. Ma ciascuno di loro, per ognuna delle generalità che ha fornito negli anni, ha una fedina penale che è romanzo. Ci vuole tempo in centrale per far passare tutte le pagine».

Torniamo verso il centro con l’ultimo buio. Sono passate da poco le 06:30. È illuminata l’edicola di piazzale Baracca, è aperto il caffè in via Meravigli, sono sudati i corridori metropolitani che saltapicchiano fra i semafori di Cordusio, eleganti nelle tutine colorate. Il commissario Romagnoli — oggi è il suo compleanno, ma non me lo dice — racconta della laurea in giurisprudenza a Bari, del concorso per avvocato (superato), della scelta della polizia e di Milano, del padre che stamattina la chiamerà per sapere com’è andata la notte. Dietro il Duomo sale la luce azzurra. Torniamo in via Fatebenefratelli, un nome che — se ci pensate — è un’esortazione. Accolta: i fratelli e le sorelle in divisa stanotte hanno fatto bene, senza dubbio. Sono passate da poco le sette. La volante Gamma, guidata dall’agente scelto Elia, si ferma davanti all’ingresso, aspettando che esca un’altra auto. Un ciclista — caschetto, scarpe nere da ufficio, cartella a tracolla — ci gira intorno e si allontana imprecando perché abbiamo ostruito la ciclabile. We love Milan!

Un vigile deluso racconta: «Ecco perché negli ultimi anni siamo spariti dalle strade di Milano». Giangiacomo Schiavi su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023.

«Quando fui assunto, ormai 26 anni fa, facevo l’intero turno di servizio all’incrocio. C'era un ufficio traffico che serviva a dare il benestare alle modifiche alla viabilità proposte»

Caro Schiavi,

ho appena letto il suo articolo relativo alle piste ciclabili in corso Monforte all’angolo con via Visconti di Modrone. Lei ha ragione quando dice che non ci sono più i vigili in strada, ma questa carenza è stata determinata da scelte politiche scellerate che hanno deciso che i vigili non erano più necessari agli incroci. Quando io sono entrato a far parte del glorioso Corpo della Polizia municipale di Milano, ormai 26 anni fa, facevo l’intero turno di servizio all’incrocio. A quel tempo lavoravo in zona Certosa e ad ogni incrocio della circonvallazione filoviaria, di viale Certosa, Gallarate ed Espinasse c’era un vigile. Nel corpo c’era un ufficio traffico che serviva a dare il benestare alle modifiche alla viabilità proposte: è stato eliminato perché probabilmente a qualcuno non andava bene che ci fossero degli esperti del settore a mettere i bastoni tra le ruote.

La carenza di vigili in strada è dovuta anche alla mancanza di turnover, alla creazione di tantissimi nuclei, per carità sono bravissimi a fare il loro lavoro, in alcuni casi sono i migliori in circolazione e vengono chiamati da altri corpi di altre forze per la loro professionalità e competenza, ma tutto questo ha determinato una riduzione della presenza in strada di operatori. Come giustamente lei afferma, siamo arrivati all’anarchia più totale sulle strade, come può notare chiunque circola per le vie di Milano.

La soluzione alla violazione continua delle norme di comportamento imposte dal codice della strada, non è l’aumento delle sanzioni, ma è l’aumento dei controlli. Se io sono in pattuglia, inviato dalla centrale radio per un reclamo, che sia un incidente stradale o un’automobile in sosta su spazio invalidi o passo carraio, non ho la possibilità di fermarmi a contestare la violazione a due che vanno in monopattino o a una bicicletta che circola contromano o sul marciapiede. La tanto vituperata presenza dei vigili negli uffici è indispensabile per far procedere il lavoro fatto fuori dagli agenti che sono in strada; se non ci fossero tutta la macchina si fermerebbe, perché se gli agenti fuori sono il motore di questa macchina, quelli dentro sono le ruote che permettono alla macchina di andare avanti.

Ce ne sarebbero un’infinità di cose che non vanno e di problemi da risolvere, ma mi fermo qui. La saluto molto cordialmente e spero che pubblichi questo mio piccolo sfogo, che magari possa farci vedere dai cittadini sotto una luce diversa. Un vigile deluso 

Caro vigile ignoto,

con questa lettera ha detto tutto, con il garbo che fa onore alla sua divisa. In strada servono più controlli. Punto. Peccato lo dica lei tutelandosi con l’anonimato (che rispetto, perché oggi il vigile che osa rivolgere anche una velata critica all’amministrazione è passibile di sanzioni) e non il suo comandante o l’assessore o lo stesso sindaco: in fondo sono loro a dirigere la baracca. Ma consideriamo un bel segnale l’aver rotto il silenzio della categoria, finalmente, su una questione che riguarda tutti i milanesi e da anni viene affrontata con la stessa domanda: dove sono finiti i vigili? Dietro alla domanda c’è una richiesta precisa: migliorare la sicurezza stradale. Ma non solo. I vigili di servizio all’incrocio, come scrive lei, o in una strada, non sono percepiti come repressivi dal cittadino, ma educativi: la loro presenza, che i milanesi d’antan certamente ricordano, era un invito al rispetto delle regole. Bloccavano le auto in eccesso di velocità, i guidatori spericolati, i ciclisti senza le luci, davano informazioni, evitavano a qualche distratto di andare contromano. Oggi non si chiede di rivederli in posa plastica nella nebbia, come un tempo, ma capaci di intercettare le tante irregolarità dei diversi utenti della strada, diventata, come lei conferma, un urban West. Sarà anche banale ripeterlo, ma sui marciapiedi dovrebbero trovare spazio anche pedoni e carrozzine e in strada fermare la deriva delle doppie file e le soste irregolari per consentire il passaggio di ambulanze e mezzi di soccorso. In Svizzera, scrivono i lettori, i vigili sono in strada e ci sono tanti parcheggi. Milano non è la Svizzera (e c’è chi se ne rallegra) ma ogni giorno attira un esercito di pendolari del terziario, artigiani, idraulici, muratori, elettricisti, corrieri, personale di servizio alla popolazione residente che necessita di furgoni e furgoncini. Oggi si muovono nel caos. Sappiamo che la questione della mobilità «dolce», non è solo una questione di polizia urbana, bensì una questione urbanistica, legata a strade, accessibilità e sicurezza. Ma in attesa di un equilibrato bilanciamento tra la densità abitativa di Milano e la svolta green (che non si concilia, perché più immobili e cantieri portano anche più auto e traffico), la presenza dei vigili in strada sarebbe una riconciliazione con la città che li aspetta da anni. 

Vigili «spariti» dalle strade di Milano, la replica: esigenze cambiate, gli agenti sono impegnati su altri fronti. Alessio S. su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023.

Dagli interventi di pubblica sicurezza ai controlli su edilizia e commercio, i compiti del corpo di polizia locale

Caro Schiavi, 

ho letto il suo articolo sulla questione «i vigili non sono più su strada».

I vigili non esistono più dal 1986, iniziamo a chiamarli con il vero nome, agenti o corpo della polizia locale. Per caso gli agenti della penitenziaria li chiamate ancora secondini?

Non siamo più nel 1980, i problemi sono cambiati, la viabilità è cambiata, la sicurezza è cambiata, ci sono i varchi elettronici, la ztl, i semafori... e ancora volete i famosi «vigili» in mezzo alla strada a fare viabilità? Magari a respirare il gas di scarico di migliaia di veicoli? Ci potrebbe andare lei, magari.

Gli agenti sono mandati a fare qualsiasi intervento non solo sulla viabilità, intervengono in migliaia di casi: violenza, pubblica sicurezza, interventi di polizia giudiziaria, danneggiamenti privati, edilizia, commercio, rifiuti... I compiti sono troppi e le richieste sono continue, soprattutto dalle altre forze di polizia.

Come mai non dite la stessa cosa delle altre forze di polizia? Come mai non dite che i controlli non vengono fatti né dalla polizia né dai carabinieri? Già, non si può dire, meglio incolpare i «vigili», fa più comodo.

Aspettiamo una riforma da quasi 40 anni, di questo però non parlate mai!

Alessio  S.

Estratto dal “Sole 24 Ore” il 9 ottobre 2023.

Milano si conferma maglia nera nell'Indice della criminalità 2023 del Sole 24 Ore, con 6.991 reati denunciati ogni 100mila abitanti nel 2022 e denuncia in crescita del 3,5% anche nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il dato 2022 del capoluogo lombardo risulta in calo, se confrontato con il numero dei reati denunciati nel 2019 (225.078 contro 219.671) o nelle annualità precedenti.

A inasprirsi, però, sono i reati predatori, che spesso avvengono per strada: agli “storici” record negativi per i furti con destrezza (1.030 ogni 100mila abitanti) e negli esercizi commerciali, Milano oggi affianca nuovi primati nel numero di rapine in pubblica via e nei furti con strappo che fino all'anno prima appartenevano ad altre province (rispettivamente Rimini e Napoli). In città sono tornati turisti ed eventi che attirano un pubblico internazionale, e sotto i riflettori ci sono i recenti episodi di criminalità. 

[…] Ai vertici dell'Indice, […] c'è anche Roma. La Capitale nel 2022 ha registrato 231.293 reati denunciati (5.485 ogni 100mila abitanti) e vendita così sul podio - poco lusinghiero - della criminalità: il numero è in crescita del 5% rispetto al 2019, in controtendenza rispetto al calo nazionale. […]

[…]

La top 10 della classifica è popolata da grandi città e mete turistiche: al secondo posto si incontra Rimini (dove nel 2023 si rileva una rilasciata dell'8% delle denunce); Bologna, Firenze e Torino occupano rispettivamente la 4ª, 5ª e 6ª posizione, seguite da Imperia, Livorno, Prato e Napoli.

[…]

Nel primo semestre dell'anno sono Venezia (+12,4%) e Firenze (+8,2%) e hanno registrato la crescita più significativa. «L'aumento può essere causato dal ritorno dei turisti – spiega il sindaco di Firenze, Dario Nardella – che nella nostra città hanno un rapporto di 35:1 con i cittadini residenti. C'è poi un disagio crescente, spesso legato all'immigrazione irregolare ea persone disperate che vivono ai margini della società». Nel capoluogo toscano il numero assoluto delle denunce è sceso in modo significativo (-10.433) rispetto al 2019, quando furono oltre 62mila: […]

Record in base ai reati Dall'analisi per tipologia di reato si confermano primati negativi consolidati: nella provincia di Barletta-Andria-Trani si concentra il maggior numero di furti d'auto in rapporto alla popolazione, La Spezia spicca per reati legati agli stupefacenti. Novità di questa edizione sono, tra le altre, la più alta densità di violenze sessuali a Imperia - “al top” anche nelle percosse e nella contraffazione - e la concentrazione di estorsioni a Livorno, che registra anche il numero più alto di furti di ciclomotori : 77,2 ogni 100mila abitanti. E, ancora: Crotone strappa a Matera la maglia nera per incendi boschivi, mentre Brescia è prima a parimerito con Mantova nei delitti informatici.

"Girano con uomini armati". Ecco la verità sulle borseggiatrici rom di Milano. Le borseggatrici, che sanno di poter contare su una parte politica che vuole anche tutelarne la privacy, ora girano a Milano con la scorta armata di coltelli. Francesca Galici il 24 Settembre 2023 su Il Giornale.

Questo è un periodo durante il quale si parla un po' meno del problema delle borseggiatrici nella metro di Milano ma questo non significa che il problema si sia attenuto. Anzi. Basta fare un giro in una qualunque delle linee della metropolitana del capoluogo lombardo, a qualsiasi ora del giorno e della sera, dal centro alle periferie, per sentirsi come un bersaglio pronto a essere colpito. Gi avvisi "Attention, pickpocket" vengono scanditi con frequenta elevata e regolare durante il tragitto, sia in italiano che in inglese. Il livello di insicurezza nelle persone è elevatissimo, lo si percepisce nell'aria, tutti sono un po' più guardinghi quando si muovono, con gli zaini rigorosamente sul petto per evitare intromissioni indesiderate. E nonostante si fosse portati pensare di aver già toccato il fondo con i consiglieri comunali che difendono la privacy di chi ruba, ecco che le borseggiatrici raggiungono un altro livello, operando con la scorta "armata".

"Io circondato e massacrato dalle borseggiatrici rom in metro a Milano"

La denuncia è arrivata dai gestori della pagina social MilanobelladaDio, che da anni sono impegnati nelle denunce sul territorio di Milano. Questi ragazzi, volontari, fanno il lavoro di prevenzione che il Comune guidato da Beppe Sala si "dimentica" di fare, ignorando la gravità della deriva criminale assunta dalla sua città. "È sempre più pericoloso fermare le borseggiatrici mentre derubano i turisti e i passeggeri", spiega Matthia Pezzoni che impiega gran parte del suo tempo libero per tentare di riportare un po' di legalità a Milano o, comunque, provare a proteggere gli ignari passeggeri e turisti.

Lui è già stato aggredito in diverse occasioni, una in maniera piuttosto pesante da parte delle borseggiatrici e dei loro cani da guardia. "Queste donne girano con uomini, ma anche con ragazzini, armati: che le proteggono e che, se provi a fermarle, sono pronti ad aggredirle, esattamente come è capitato a me", dice Pezzoni, al quale da qualche tempo si sono uniti anche altri ragazzi che nel tempo libera si impegnano a contrastare i borseggi e i reati da strappo e sottrazione. Da quando il fenomeno ha assunto grandi dimensioni mediatiche, le borseggiatrici sembrano essersi attrezzate e ora è diventato molto più pericoloso intervenire, perché il rischio di essere feriti da un'arma da taglio risulta essere molto più alto. "Milano è diventata la terra di nessuno, hanno più sicurezza loro che i cittadini, il Belpaese all’incontrario", è il commento amaro di Pezzoni, che comunque non molla e continua nel suo lavoro. 

Milano, le ladre rom con la scorta: nessuno si indigna. Enrico Paoli su Libero Quotidiano il 25 settembre 2023

Hai voglia a parlare di «percezione». Se a Milano viaggi in metropolitana l’insicurezza è una certezza, priva del corollario fatto di «se» e di «ma». Destinato a diventare ancor più granitico, ora che le borseggiatrici si fanno addirittura scortare sul luogo di lavoro, in modo da bloccare chi si ribella o tenta di fermarle. Chi ci ha provato, in particolare fra coloro che le riprendono per postare sui social i video, ne porta addosso i segni.

Altro che percezione. Anche perché, dati alla mano, il numero delle denunce è nettamente inferiore ai reati commessi. Quindi gli analisti sono indotti a sottostimare il fenomeno. E pure le statistiche sono per difetto. Altro che percezione. Ma viaggiare in metro non può essere un terno al lotto. Perché lo sai, lo hai letto, lo hai visto in tv e sui social, ne conosci persino i volti ormai, i vagoni della sotterranea del capoluogo lombardo sono il luogo di lavoro delle borseggiatrici rom. A Milano, come nella maggior parte delle grandi metropoli dotate di subway, sono un problema serio.

Donne più o meno giovani, che si mescolano con i turisti, ai quali portano via portafogli e altri valori. Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, certo, ma con i lacci e lacciuoli della legge, che, spesso, inficiano i loro sforzi. Le fermano e in un batter d’occhio sono di nuovo fuori. Il cortocircuito è evidente. Come è altrettanto evidente la distorta lettura del problema da parte di una sinistra arrivata a difendere le borseggiatrici dalla presunta aggressione mediatica, indignandosi per quello. Un dibattito, quello intorno ai video che immortalano le gesta delle ladre seriali, tanto inutile quanto stucchevole. Dove le borseggiatrici sono arrivate a sostenere che fanno quel che fanno, cioè rubano, solo per necessità.

Difficile da credere. Ancor più difficile da sopportare. Lo stato di necessità, quello vero, reale, è ben altra cosa. Tant’è che nei vagoni della metropolitana di Milano le borseggiatrici, ora, non lavorano più da sole, ma vengono seguite dalla scorta, che garantisce loro il risultato del furto, evitando le reazioni delle vittime. Una vera catena di montaggio del crimine. Ecco, di fronte a tutto ciò, il senso d’impotenza passa dallo stato liquido della percezione allo stato solido dell’arrabbiatura. Perché gli ostaggi, in questo perverso meccanismo di guardie e ladri e body guard, siamo noi. Che ci indigniamo. Attendiamo altrettanto da buonisti e affini... 

"Si ubriacano, fanno sesso e urinano". La comunità di Dergano contro il degrado dei filippini. I residenti del quartiere si sono riuniti per far sentire la propria voce durante l'inaugurazione del nuovo murale nel quartiere e hanno raccontato ciò che sono costretti a subire ogni giorno. Filippo Jacopo Carpani il 20 Settembre 2023 su Il Giornale.

L’inaugurazione per il nuovo murale dedicato all’accoglienza a Dergano si è trasformata nella protesta dei residenti, esasperati dal degrado che ogni giorno domina nei giardini Cesare Pagani, nel cuore del quartiere milanese. Una quarantina di persone si sono presentate all’assessore della cultura Tommaso Sacchi e alla presidente del Municipio nove Anita Pirovano, per denunciare la comunità filippina che si riversa nel parco e, dopo ore di bivacchi, lo lascia in condizioni disastrose. L'ennesima testimonianza, questa, del degrado in cui versano molti quartieri del capoluogo lombardo.

"Via Padova, la sera il parco diventa una tendopoli a cielo aperto"

“Il punto è che sono almeno cinque anni che, appena arriva il caldo, questo giardino viene preso d’assalto dai filippini. Prima erano una cinquantina, adesso sono centinaia”, hanno raccontato i residenti, sottolineando come qualunque tipo di protesta venga accolto con una serie di insulti. Gli abitanti di Dergano hanno affermato di essere sostanzialmente prigionieri in casa propria, soprattutto nel finesettimana: “Il parchetto è invaso da filippini che bevono, si ubriacano, mangiano il cibo cucinato in casa e che poi vendono abusivamente. Urinano, fanno di tutto e la mattina troviamo il parco e i cesti dei rifiuti in condizioni pietose. Qui ormai la condizione è fuori controllo”. Qualcuno ha persino detto di aver visto una coppia fare sesso sul muretto, “come se nulla fosse”.

Milano Today ha riportato anche la testimonianza di un residente disabile, il 46enne Emiliano Falceri, che ha confessato di non aver mai visto una situazione del genere “e abito qui da quando sono nato. Sono disgustato perché, essendo in sedia a rotelle, mi è impossibile accedere ai giardinetti nel fine settimana visto che trovo auto parcheggiate sugli scivoli e sui marciapiedi”. Anche gli animali domestici sono finiti vittime del degrado. Alcune persone si sono ritrovate con i loro cani feriti alle zampe dai cocchi di vetro lasciati per strada.

La situazione nel quartiere è diventata molto tesa già nel periodo estivo, a causa di una serie di furti nelle palazzine tra via Tartini e via Cesare Brivio. Una signora ha raccontato di aver trovato la casa svaligiata al suo ritorno dalle vacanze. “Mi hanno portato via almeno 10mila euro di roba”, ha raccontato la vittima, elencando una varietà di oggetti sottratti tra cui borse firmate, portafogli di marca, computer, orologi, orecchini, polo e lampade. L’esasperazione dei residenti è emersa anche durante il loro incontro con il presidente e l’assessore, quando un giovane ha lasciato una bottiglia a terra: “Animale devi imparare che le bottiglie non si lasciano lì, raccoglila!”.

I residenti di Dergano, inoltre, hanno sottolineato che secondo loro la cosa peggiore è che le forze dell’ordine non hanno mai risposto alle loro chiamate: “Chiamiamo continuamente vigili e polizia, anche di notte. Ma ci dicono che hanno altre priorità o che possono intervenire solo se ci sono risse o feriti. Ma allora mi chiedo: deve scapparci il morto prima che si faccia qualcosa?". Uno dei presenti ha anche mostrato una pec con allegati video della compravendita di cibo fatto in casa sulle panchine del parco, inviato anche alla guardia di finanza: “Non mi ha mai risposto nessuno”.

Matteo Castagnoli e Pierpaolo Lio per corriere.it - Estratti il 17 Settembre 2023 

La persona che potrebbe spiegare come s’è arrivati a un omicidio nel cuore della movida milanese è una ragazza ucraina che sta seduta a un centinaio di metri dal luogo dell’aggressione di mercoledì scorso. Sono le 23.30 dell’altra notte. E la donna è seduta sui gradini di un bar tabacchi, sempre in viale Gorizia.

Ha il volto nascosto dalla visiera calcata di un cappellino, due borse della spesa in tela appoggiate a portata di mano. Davanti a sé ha gli equipaggi delle Volanti — che poi la porteranno in questura — mentre tutt’attorno la movida continua a scorrere come ogni sera. Alla lunga, quel capannello non può però che risvegliare la curiosità di qualcuno. È così che la voce corre: «È lei, è lei, è la ragazza ucraina». 

A tirarla in ballo è stato il 28enne tunisino, Bilel Cubaa, arrestato subito dopo l’aggressione al 23enne Yuri Urizio. In zona, alcuni vigilantes che fanno la guardia davanti ai localini acchiappaturisti si ricordano di Bilel. In passato avrebbe dato più volte problemi: su di giri e aggressivo, in qualche occasione era stato allontanato con le maniere forti. È lui, appena arrestato, a giustificarsi, a sostenere d’aver agito perché la vittima «strappava i soldi» alla clochard ucraina. 

Una versione che gli investigatori stanno verificando, ma che non convince per nulla la famiglia del giovane cameriere. «Mio nipote è sempre stato uno splendido ragazzo, educato, per bene — lo ricorda in lacrime la zia, Grazia Nucera —. Yuri non ha litigato mai con nessuno, e soprattutto non ha importunato mai nessuna ragazza. Era un ragazzo molto timido e chiuso. Guardi, non è vero niente, qui c’è qualcosa che ancora si deve capire. Ma come si fa a uccidere un ragazzo di 23 anni? Cosa ha portato un ragazzo di 28 anni a strangolare e strozzare mio nipote? Per me, non ci sono spiegazioni, perché lui non ha fatto nulla».

Dopo la morte del giovane, sabato in ospedale, quando i medici l’hanno «staccato» dalle macchine che lo tenevano in vita togliendo alla madre anche le ultime speranze, l’accusa nei confronti del richiedente asilo è diventata di omicidio volontario. Per le indagini del personale dell’ufficio prevenzione generale, coordinate dal pm Luca Poniz, quel che la ragazza dirà potrebbe essere utile a ricostruire l’esatta dinamica, visto che la telecamera basculante che monitora quell’area che s’affaccia sulla Darsena ha ripreso l’aggressore e la donna parlare (alle 3.51), e poi, dopo uno stacco, la donna allontanarsi «con passo tranquillo» mentre vittima e aggressore erano già avvinghiati a terra (alle 3.52) 

(...)

  Estratto dell'articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it venerdì 15 settembre 2023. 

Quando hanno visto la pattuglia dei carabinieri che arrivava alle loro spalle hanno gettato a terra la felpa e i due cellulari rubati alle vittime. I carabinieri, in attesa dei rinforzi, temendo che i sette ragazzi potessero fuggire li hanno fermati con la scusa di un normale controllo. E anzi, in modo scherzoso i due carabinieri hanno cercato di tenerli lì a chiacchierare alcuni minuti nell’attesa dei colleghi.  

Quando sono arrivate le altre macchine del Radiomobile, i sette ragazzi sono stati identificati e caricati in macchina per essere poi mostrati alle vittime che hanno confermato le descrizioni che avevano già fornito dopo la rapina […] 

Sono tutti egiziani, hanno tra i 20 e i 16 anni, tre sono minorenni. […] sono tutti in arresto accusati di rapina aggravata in concorso. Hanno aggredito le loro vittime in modo brutale, hanno picchiato e graffiato al collo una ragazza per cercare di portarle via la borsetta. Hanno agito per pochi euro, più forse per il «gusto» dell’aggressione in branco — così sospettano gli inquirenti — che per l’entità del (magro) bottino. 

Tutto è accaduto poco dopo l’una di notte di giovedì  in piazzale Gambara. Le vittime dell’aggressione e della rapina sono una coppia di fidanzati 18enni, un ragazzo e una ragazza. 

[…] «Abbiamo subito visto quei ragazzi in fondo all’autobus», hanno raccontato ai carabinieri. Una volta scesi alla fermata di Gambara si sono accorti che i sette giovani li stavano seguendo. 

A un certo punto il più piccolo della comitiva, 16 anni, s’è avvicinato al 18enne e l’ha aggredito tentando di strappargli di dosso la felpa del Milan. Il giovane ha reagito e subito due amici sono arrivati e lo hanno bloccato tenendolo per le braccia. Poi hanno rovistato nella sue tasche e si sono impossessati del cellulare, delle cuffiette bluetooth e del portafoglio con dentro 40 euro.

[…] gli altri si sono avventati sulla ragazza. Hanno cercato di strapparle la borsetta. Lei ha lottato disperatamente. A quel punto l’hanno colpita con due pugni alla pancia, fino a farla crollare. È stato in quel momento che sono riusciti a mettere le mani anche sul suo cellulare. Poi la fuga di corsa. I due fidanzati hanno visto una pattuglia di carabinieri di passaggio, hanno fermato i militari e hanno chiesto aiuto. […] 

Estratto da milano.corriere.it venerdì 15 settembre 2023. 

È stato dichiarato morto dai medici del Policlinico il 23enne Yuri Urizio, il 23enne aggredito nella notte di mercoledì 13 settembre in viale Gorizia, sui Navigli, da un 28enne tunisino. 

Il giovane, portato incosciente in ospedale, non si è mai ripreso dopo l'aggressione. L'accusa nei confronti del giovane arrestato, Bilel Kobaa, sarà trasformata in omicidio volontario. Secondo il racconto del presunto assassino, il 23enne stava infastidendo una ragazza in strada e per questo lui sarebbe intervenuto per «immobilizzarlo». 

Tuttavia secondo gli inquirenti della polizia, coordinati dal pm Luca Poniz, il 28enne avrebbe stretto le braccia intorno al collo di Urizio fino ad ucciderlo. Quando erano arrivati gli agenti delle prime volanti - alle 4 di mercoledì notte - il 28enne si trovava ancora in zona e non ha tentato di fuggire ma solo di giustificare la sua posizione. Gli investigatori hanno recuperato alcune immagini delle telecamere in cui, prima dell'aggressione, si vedono due uomini e una donna parlare in viale Gorizia.

Le telecamere però non hanno ripreso il momento dell'aggressione. La donna, secondo il 28enne tunisino, abitualmente chiede l'elemosina in Darsena in cambio di cioccolata. E, sempre stando al suo racconto davanti agli inquirenti, Urizio l'avrebbe aggredita cercando di strappargli le monete. In realtà la polizia non ha ancora identificato la donna (che si è allontanata) e al momento non risultano persone compatibili con la descrizione fornita dall'arrestato.

Non mi ha molestata”, giustizia per Yuri Urizio. Marilu Ianniello su Culturaidentità.it il 23 Settembre 2023

Di fronte alla Darsena, Yuri Urizio, ventitreenne di origine comasca, viene strangolato al collo dal tunisino di 28 anni Bilel Kobaa, con una stretta a tenaglia di sette lunghi minuti che gli avrebbe procurato la morte dopo due giorni di agonia. Yuri, nato a Como ma trasferitosi per lavoro a Milano in casa della madre, di professione faceva il cameriere, vantando inoltre valide esperienze lavorative nel settore ristorativo, in località e ristoranti rinomati come il Maio Restaurant della Rinascente, in Sardegna, in Costa Azzurra, a Como.

Nella ricostruzione del tunisino richiedente asilo, che continua tutt’ora a difendersi dall’accusa di omicidio sostenendo di essersi limitato a fermare l’autore di una rapina, il giovane avrebbe strappato i soldi dalle mani di una donna ucraina che passa le notti in zona Navigli.

Tuttavia, sembrano smentire la versione di Bilel Kobaa non solo le parole della famiglia, che a questa istanza non ha mai creduto, ma anche le dichiarazioni della clochard ucraina. La donna infatti afferma che Yuri non l’avrebbe né importunata, né “avrebbe cercato di rubarle i soldi” confermando così le immagini riprese dalla telecamera basculante di viale Gorizia: lei si sarebbe fermata a parlare con il tunisino e il ventitreenne, per poi allontanarsi prima che iniziasse l’aggressione mortale. Le indagini proseguono ma si aggrava decisamente la posizione di Kobaa. Lascia inoltre tristi e attoniti la gestione dell’accaduto da parte del sindaco Sala, che nonostante la gravità della violenza non è andato di persona ad esprimere condoglianze e vicinanza ai familiari della vittima.

La madre Giovanna Nucera e gli affetti più cari del ventitreenne si sono stretti per manifestare il dolore e il profondo senso di orrore verso questa tragedia ingiustificata che ha portato via un figlio, un affetto, un dono, ringraziando innanzitutto il ragazzo che ha cercato di salvare Yuri dalle mani dell’aggressore chiamando i soccorsi e richiedendo una condanna di ergastolo definitiva per l’omicida. “Ti ringrazierò tutta la vita, sei stato il suo ultimo miracolo, l’ultimo gigante buono che ha visto. Non pensare neanche per un attimo di non aver fatto abbastanza” dice Giovanna abbracciando il giovane che ha provato a salvare il figlio.

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera il 3 settembre 2023.

A Milano si può andare a Zurigo e a Timbuctù senza muoversi da Milano.

Basta andare alla stazione Centrale. 

Precisazione, essenziale di questi tempi: Zurigo e Timbuctù non sono luoghi geografici, e neppure etnici. Sono il dentro e il fuori. Dentro ci sono anche molti neri ricchi, e fuori anche molti italiani poveri. 

Alla stazione Centrale soltanto alcuni vanno a prendere il treno. Altri vanno a lavorare: oltre ai ferrovieri, baristi, tassisti, netturbini, poliziotti, ristoratori, librai, tranvieri. Altri ancora vanno a vivere, o a sopravvivere: borseggiatori, spacciatori, mendicanti, contrabbandieri di sigarette, prostitute, profughi, clochard, lavoratori in nero e loro reclutatori, aspiranti campioni di skateboard, persone alla ricerca di un riparo e soprattutto di una compagnia. 

Due mondi che non si vedono o fingono di non vedersi. Non si parlano, non interagiscono mai. O quasi mai.

Ore 7 Come in Svizzera La metropolitana di Milano, al confronto di quella di Roma, è davvero di efficienza elvetica. Di prima mattina tutti escono dai tornelli con biglietto, abbonamento o carta di credito, sotto lo sguardo attento di controllori, poliziotti, vigilantes. Ce n’è uno in divisa Italpol con mostrine tricolori: come va oggi? «Non sono autorizzato a dare informazioni a nessuno». Mi scusi, buon lavoro, rispondo porgendo la mano. Il vigilante non dà la mano. 

Da fuori, la stazione Centrale è ancora il mausoleo assiro-babilonese che nel 1955 ad Anna Maria Ortese incuteva soggezione: «C’era nel grande traffico una sorta di immobilità, nella solennità di quelle mura un che di oppressivo e feroce, complicato da un minimo di ridicolo, che le rendeva più tetre…». Dentro, la stazione Centrale pare una clinica svizzera: illuminata, pulita, costosa, asettica.

(….) I negozi dei grandi marchi ci sono tutti, anche se spesso vuoti. Dentro, a Zurigo, il cibo costa ovviamente molto più che fuori, a Timbuctù: al Juicebar una centrifuga 6 euro e 20; da Spizzico un trancio di margherita 6 e 50; al Bistrot centrale un tramezzino veg 6 e 90, l’insalata con la feta 12 e 90, l’hamburger con patatine 15 e 90; sempre meno che da Joe’s American, il barbecue di Joe Bastianich, dove un panino con il pastrami come appunto a New York può arrivare a 21 euro. 

Ma il vero segno del cambiamento della stazione è il mezzanino. Fino a qualche anno fa, era un luogo di rifugio, da cui si potevano seguire a distanza le crisi umanitarie, pieno prima di albanesi, poi di somali, siriani, eritrei. 

Oggi, appena scesi dalle scale mobili, un grande cartello indica che in fondo a destra — come da canzone di Gaber — ci sono le «nuove toilet a zero impatto ambientale», anzi «new sustainable toilet on the mezzanine floor». Entrare nel bagno sostenibile, qualunque cosa voglia dire, costa un euro; ci sono anche le macchinette per cambiare le banconote; si accettano le carte di credito. 

(…) A un tratto, Timbutcù fa irruzione dentro Zurigo. Un pezzetto del mondo di fuori si stacca e irrompe in stazione. È un signore con la maglietta rossa, che palesemente non è in sé. 

Ma lo conoscono tutti, e lo lasciano fare. Chiede sigarette ai viaggiatori, controlla se nelle macchinette dei biglietti è rimasta qualche moneta, aiuta un turista straniero a cambiare l’orario della prenotazione per Firenze, mentre il porter cingalese lo guarda: «Viene dal Marocco, è un po’ fuori di testa ma non è cattivo».

Arriva un vigilante dell’Italpol, si danno il pugnetto, «quanto hai bevuto oggi? Un goccetto? Due goccetti?». Arriva anche un poliziotto vero con due militari in mimetica, lui li saluta militarmente, loro sorridono, contraccambiano. Una mossa però la sbaglia. Passa un gruppo di giovani, il marocchino grida: «Forza Juve!».

Quelli lo circondano, con fare più scherzoso che minaccioso: «Cos’hai detto? Qui siamo a Milano! Grida: forza Milan!». Lui, eroico, rifiuta. Lo lasciano andare. 

Ore 18 L’altra anima Non è che la stazione di un tempo — il rifugio, i borseggi — non esista più. Si è semplicemente spostata fuori. Prima sul piazzale. Poi nelle vie attorno. I bivacchi sono molti, e si animano man mano che cala il sole. L’unico gruppo rumoroso è quello dei ragazzi con lo skateboard: un nero, un bianco, un latino, un cinese, è l’unico melting pot, anche se nessuno si rivolge la parola, hanno tutti gli auricolari nelle orecchie; si esprimono e comunicano con i loro salti impressionanti, i viaggiatori in arrivo con il trolley devono slalomeggiare tra loro e le biciclette che passano a tutta velocità. 

Gli altri abitanti di Timbuctù stanno in silenzio. Puoi osservarli per ore senza vederli fare nulla. Alcuni sono poveri: una bottiglia di birra in mano, pochi denti in bocca. Altri sono vestiti da rapper americani, felpa con cappuccio pure d’estate, berretti da baseball, due telefonini, cuffie nelle orecchie. Odore di marijuana. Ad avvicinarli, si viene accolti con simpatia: «Bianco vaffanculo!», «bianco non ci rompere i coglioni!».

All’angolo con via Galvani un clochard ha comprato al supermarket cosce di pollo con cui sta sfamando il suo molossoide: il cane deve essere a digiuno da tempo, la scena in sé non è pericolosa ma impressionante.

Un nordico maniaco della pulizia raccoglie con un fazzoletto i chewing-gum sputati, come se dovesse pulire casa sua, e li getta nel cestino. Attorno al cantiere infinito dell’hotel Michelangelo la strada si restringe, e scoppiano brutte risse tra gli automobilisti e i latinos che parcheggiano i loro Suv sull’angolo, impedendo il passaggio. 

Ora ad esempio si è creato un ingorgo infernale con un Tir e un taxi, che suonano il clacson a martello nel tentativo di indurre il latino a interrompere la telefonata e spostare il Suv. Dalla casa di fronte scende un signore con orecchini, capelli biondi ossigenati e una maglietta vintage con la scritta Versace a filmare la scena con il cellulare: «Maledetti! Vi credete i padroni del quartiere, stanotte per colpa della vostra musica non ho chiuso occhio!».

Passa una signora anziana, molto elegante, con un biglietto del treno per Venezia e un ombrellino destinato a parare più il sole della pioggia. Osserva e sospira: «Qui ci vorrebbe il generale Vannacci…». In realtà è bastata una stretta del Viminale e della questura per ridurre i reati. Il gabbiotto dell’Atm, un tempo fortino assediato e difeso da tranvieri con il tirapugni, ora è presidiato da tre vigilantes con taser e pistola vera. 

L’anno peggiore fu il 2007: ventinove le rapine sui treni partiti dalla Centrale, innumerevoli i borseggi; a un commerciante bengalese fu staccato un orecchio a morsi; un migrante del Mali si impiccò a mezzogiorno calando una corda dalla stecca ferroviaria, le arcate del treno. Nel 2013 la volante Vitruvio, istituita accanto a quelle storiche — Ticinese, Duomo, Magenta, Napoli, Accursio… — proprio per occuparsi della stazione, sgominò la banda delle catenine: uno fingeva di chiedere informazioni, l’altro strappava e scappava. Il Corriere pubblicò in prima pagina la foto del ragazzino che rubava un computer da un trolley senza che il viaggiatore se ne accorgesse; la polizia individuò 39 bambini rom e arrestò i loro 19 sfruttatori. Ci si è dovuti arrendere a Bilal, il superladro: gli esami ossei al Laboratorio di antropologia forense confermarono che aveva davvero 12 anni come dichiarava, al massimo 12 e mezzo.

Erano maggiorenni invece i 101 lavoratori in nero che la guardia di finanza ha scovato in un controllo nei locali attorno alla stazione. Questo non ha fermato i caporali. A un capannello si offre una donna: non è una prostituta, è una badante, alta e bionda. 

L’affare si potrebbe concludere in una bisca di via Ponte Seveso, dove ogni tanto le bande facendo intravedere i coltelli trascinano i ragazzi di buona famiglia a farsi offrire birra e sigarette. Un musulmano si lava i piedi nella fontanella con lo stemma di Milano: sono le sue abluzioni, poi si inginocchia sul tappetino e recita le preghiere della sera in direzione della Mecca, cioè del McDonald’s della piazza. 

(Piccolo aneddoto. Si avvicina uno spazzino e mi punta il dito: «Ti ho visto in tv e tu hai parlato male della Meloni». Rispondo che il giornalista ha il dovere di essere critico, ma lui tiene il punto: «Va bene, ma ti prego non parlare più male della Meloni». E perché? «Perché è una di noi». Vorrei replicare che lei fa il presidente del Consiglio, lui fa lo spazzino che è un lavoro dignitosissimo ma molto diverso, e come appartenente ai ceti popolari dovrebbe riconoscersi semmai nel partito democratico della Schl… ma qui la stessa vocin a di prima mi consiglia di lasciar perder e).

Ore 24 La terra di nessuno I l confine tra l’odio e il disprezzo è sottile. Si odia chi riteniamo pari o superiore a noi; si disprezza chi consideriamo inferiore. C’è più disprezzo che odio nello sguardo con cui i rider in bicicletta, venuti a ritirare gli hamburger dell’ultima consegna, guardano gli spacciatori che con meno fatica, più guadagno e stesso rischio offrono la loro merce ai passanti. 

A quest’ora i tornelli della metro vengono saltati con balzi che fanno ben sperare per i prossimi Giochi olimpici: l’eredità di Gimbo Tamberi è in buone gambe. Ci sono ancora taxi, che a dire il vero non sono mai mancati, almeno per oggi (ma spesso non riuscivano a caricare a causa degli ingorghi). Mezzanotte e mezza è l’ora della cacciata. La stazione chiude. È arrivato l’ultimo treno, l’Italo da Salerno, è partito il convoglio Trenord delle 0.25 per Pavia.  Resta aperto un ristorante che secondo TripAdvisor è il peggiore di Milano, ma è sempre pieno.

(...) «Sentivamo addosso la stazione Centrale come una montagna — scriveva ancora la Ortese — e, strano, quel senso di libertà e fuga ch’è in tutte le stazioni si faceva in noi limite e fine: di qui non si partiva più, si entrava, e la destinazione era ignota». Eppure la stazione Centrale di Milano, nel suo duplice volto di Zurigo e Timbuctù, resta uno dei rari luoghi dove ascoltare e annusare il respiro a volte corto e affannoso, a volte lento e solenne, a volte interrotto e disperato di una grande città.

Estratto da open.online il 3 settembre 2023.

Anche l’ex calciatore Bobo Vieri ha rischiato di essere vittima della famigerata «tecnica del foglio», particolarmente diffusa nei furti di smartphone come emerso in diversi casi a Milano. Vieri ha raccontato sui social come è riuscito a sventare il furto mentre era a cena in un locale proprio a Milano: «Siamo a cena ed è arrivata una che voleva rubare il telefonino – racconta – Ma l’abbiamo beccata e mandata via». 

Ai suoi follower poi l’ex calciatore ha rivolto un appello pregandoli di fare «attenzione perché queste persone prendono un foglio e lo mettono sul telefono, e poi vi prendono telefono e foglio. A Milano bisogna stare attenti». 

[…] 

Una campagna che, assieme a quella di MilanoBellaDaDio pare aver aiutato almeno Vieri e la sua compagna Costanza Caracciolo, che tra i commenti al video ha scritto: «Fortunatamente grazie al tuo profilo e a Valerio Staffelli, abbiamo riconosciuto la solita tecnica del “foglietto” e abbiamo evitato di farci f… i due telefoni sul tavolo! Quindi grazie anche a voi!».

La moglie di Sensi contro Milano: «Non è sicura, avrei paura a far crescere qui i miei figli». Storia di Redazione Sport su Il Corriere della Sera lunedì 4 settembre 2023.

«Sono innamorata di Milano ma è diventata una città indegna dalla quale a volte sento di dover scappare». Giulia Amodio, moglie del centrocampista dell'Inter , è originaria di Cesena ma vive a Milano per amore. È già mamma di Ludovica e a breve partorirà il secondogenito; «baby L», così lo chiama e lo aspetta sui social. Proprio su Instagram, dove lady Sensi è seguita da quasi 130 mila follower, però qualche giorno fa si è sfogata sottolineando alcune problematiche in tema sicurezza che ha riscontrato nella città in cui vive ormai da anni.

«Milano è una città completa nella quale non ti senti mai solo. Io me ne sono innamorata ed è per me forse la città più bella in cui poter vivere. Io odio la solitudine, il non saper cosa fare, non so annoiarmi e la cosa bella è che ovunque vivi ti basta scendere in strada per avere bar, ristoranti, parchi, negozi... c'è tutto! Ad oggi però avrei davvero paura a crescere i miei figli qui — ha sentenziato Amodio —. È diventata una città indegna dalla quale a volte sento di dover scappare. Non è per niente sicura e quando hai dei figli piccoli sono cose con le quali devi fare i conti».

Queste le parole affidate ai social a meno di un mese dalla nascita del secondo figlio. Non è comunque la prima volta che Amodio si affida al suo profilo Instagram per manifestare qualche tipo di malessere; tempo fa ad esempio, dopo diverse critiche pesanti piovute sul marito (sfociate in ingiurie), condannò quegli insulti ricevuti e replicò alle offese che anche lei aveva ricevuto immotivatamente e di riflesso: «È davvero difficile riuscire a capacitarsi di come faccia certa gente ad essere così stupida, maleducata, insensibile, cattiva, irrispettosa, incredibilmente ignorante allo stesso tempo. Una cosa me la auguro, che riceviate lo stesso trattamento al quadrato (non per altro ma perché possiate rendervi conto di quanto siete incredibilmente stupidi)».

Davide Desario per adnkronos.com il 3 settembre 2023.

Carlos Sainz rapinato dell'orologio a Milano, in pieno centro, dopo il terzo posto con la Ferrari oggi nel Gp d’Italia a Monza. Il pilota spagnolo, rientrato a Milano dopo la gara, è uscito nel tardo pomeriggio dall’Hotel Armani. In strada, è stato avvicinato da due uomini che gli hanno sfilato dal polso l’orologio, presumibilmente del valore di centinaia di migliaia di euro. 

Sainz, con la sua guardia del corpo, non ha esitato: ha cominciato a rincorrere i due rapinatori. Con il pilota, all’inseguimento si sono messi anche numerosi cittadini comuni. I due rapinatori sono stati raggiunti da Sainz e bloccati in via Montenapoleone, dove è intervenuta rapidamente la polizia, allertata dalle chiamate. Gli agenti hanno preso in custodia i rapinatori che sono stati portati via. Sainz è stato accompagnato in hotel.

I Redditi.

I redditi di Milano, tutti i dati quartiere per quartiere: il caso Porta Romana e la rimonta rispetto al periodo pre-Covid. Danilo Supino su Il Corriere della Sera il 05 giugno 2023

Il reddito da lavoro a Milano non è distribuito  equamente tra i quartieri: si passa dai 94mila euro del centro ai 17mila di Quarto Oggiaro 

Milano non si ferma. Milano riparte. Milano città cara. Sono gli slogan che negli ultimi 3 anni abbiamo sentito pronunciare più volte e la città è davvero ripartita. Nel 2021 il reddito medio pro capite lordo della città di Milano è stato di 37.204 euro, in aumento del 5,5 per percento rispetto al 2020 quando è stato di 35.165 euro e soprattutto nel 2019, anno pre-Covid, con un reddito di 35.600 euro. Per la precisione, si intende qui il reddito da stipendio, sono esclusi i redditi da immobili.

Ma qual è la situazione economica reale di chi vive a Milano? C’è benessere tra i contribuenti o la ricchezza è nelle mani di pochi? La risposta è nei report delle dichiarazioni dei redditi del Ministero dell’Economia e Finanza che fornisce uno spaccato dettagliato delle più grandi città italiane pubblicando (in dato aggregato e anonimo) l’ammontare dei guadagni annuali per Cap e scaglioni di reddito.  In questo modo è possibile capire quali sono le zone di Milano più ricche e come è diffuso il benessere lungo i quartieri del capoluogo lombardo.

Dunque, il primo dato già citato è che il reddito medio nella città di Milano è di 37.204 euro ma i guadagni da lavoro dei cittadini non sono identici in tutti i Cap. La mappa qui in basso mostra come si ottiene il reddito medio e la distinzione da un Cap ad un altro è notevole.

Muoviti sulla barra in alto per vedere i quartieri corrispondenti ai diversi redditi medi. Clicca sulle zone per vedere i dettagli di ciascun Cap

Non c'è solo tra la usuale distinzione centro-periferia, ma  addirittura strade confinanti dove si crea una netta spaccatura come nel nord-ovest della città dove nel raggio di pochi metri si concentrano tre Cap: il 20157, corrispondente a Quarto Oggiaro con 17.986 euro, il più basso di Milano; il 20156, l’area della Bovisa e Cimitero Maggiore, dove i guadagni sono di 22.877 euro; infine, il Cap 20151, Lampugnano-Bonola, dove il reddito medio è di 29.916 euro. 

Le zone più ricche di Milano

Ad alzare la media generale è il centro di Milano, la zona dello shopping che tutti internazionalmente conoscono, quella che si estende da Brera e il Quadrilatero della moda fino a Moscova e al Castello Sforzesco. Qui nel cap 20121 il reddito medio dichiarato è di 94.553 euro e i contribuenti con lo scaglione di oltre 120mila euro all’anno sono stati 2.387, per un ammontare totale di 1.142.622.079 euro; facendo una semplice media, questo 16,75% di contribuenti ha dichiarato 480mila euro all’anno.

Il resto dei quartieri gravita intorno con valori di gran lunga inferiori sebbene all’interno della Cerchia dei Navigli.

La zona di City Life, nuovo polo commerciale e direzionale, e di Sempione corrispondente al Cap 20145, ha una differenza di circa 20mila euro con un reddito medio di 75.556 euro e il terzo Cap più ricco è il 20123 con 70.112 euro (zona Sant’Ambrogio-Magenta).

Le zone più “povere” della città di Milano sono concentrate ad ovest. La gran parte delle aree sono borghi o comuni inglobati nell’area milanese per decreto regio nel 1923, tra i quali ci sono i quartieri di Quarto Oggiaro (Cap 20121) e Baggio (Cap 20153) dove oggi il reddito medio è di 22.235 euro.

In centro ma con redditi bassi: il caso Porta Romana

Finora si è parlato di media, quindi non si ha la fotografia completa e reale dello stato di benessere economico dei cittadini milanesi.

Il ceto medio è scomparso. Se coloro che dichiarano tra i 26.000 euro e i 55.000 oscillano tra il 18% del totale nei quartieri Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud e il 33% della zona Lambrate, su 38 Cap solo in altri cinque il reddito 26mila-55mila raggiunge il 30% del totale: Bicocca-Greco (Cap 20126) con il 33,07%, Precotto-Ponte Nuovo-Adriano (Cap 20128) con il 31,09%, Città Studi (Cap 20133) con il 31,14%, Giambellino-Lorenteggio-Gambara (Cap 20146) con il 31,21%, Gallaratese-Lampugnano (Cap 20151) con il 32,15%, Niguarda-Bicocca (Cap 20162) con il 31,13%.

Quello del quartiere di Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud (cap 20121) è un vero e proprio caso. La zona si estende tra la parte interna della Cerchia dei navigli (il nucleo medievale della città) e la prima circonvallazione (l’ampliamento rinascimentale), aree centrali della vita produttiva e sociale milanese. Eppure, qui il 33,89% dei contribuenti dichiara tra 0 e 10.000 euro all’anno, il 9,21% dichiara tra 10.000 e 15.000 euro, ciò significa che più del 40% dei contribuenti ha un reddito al di sotto di 15.000 euro e vive con al massimo 1.250 euro al mese (pochi non solo per la carissima Milano). 

Cosa cambia dopo il Covid

Più che «Milano riparte», lo slogan ideale alla luce dei dati è «Milano si supera». Tra i redditi dichiarati nel 2019 e i successivi del 2021, solo il quartiere di Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud ha riportato un calo netto del 2%. A dimostrazione che la grossa percentuale di redditi bassi e medio-bassi sono quelli più esposti alle crisi (in questo caso sanitaria pandemica).

Quelli periferici della zona ovest hanno segnato una lievissima flessione pari allo zero virgola mentre il Cap 20152 (zona Baggio) è andato addirittura in positivo dell’1%.

Nei restanti quartieri i dati sono tutti positivi fino a raggiungere l’8% che per un periodo segnato dal blocco delle attività e dal rallentamento dei rapporti commerciali è un aumento sostanziale.

Questo miglioramento tra il pre-Covid e il periodo delle riaperture è di circa 4.000 euro nelle zone di Chinatown-Monumentale (Cap 20154) dove il reddito medio nel 2021 è stato di 42.346 euro; di Portello-Fiera-De Angeli con 53.369 euro (Cap 20149); di Porta Genova Solari-Washington con 47.567 euro; e tra Centrale e Porta Nuova dove il reddito è stato di 47.679 euro.

Il terziario supporta Milano, ma occhio all’inflazione

Milano è stata tra le città più colpite d’Italia dalla crisi pandemica, ma già dal primo semestre 2021 il saldo delle imprese registrate in Camera di Commercio è stato subito positivo rispetto al 2020.

In un recente studio di marzo 2023 dell’Ufficio Studi di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza il settore terziario conta 285mila imprese con un aumento del 4% rispetto al 2019 e con circa 2 milioni di occupati (non è detto che siano tutti contribuenti milanesi, ma il dato rende l’idea di ripresa)

Tuttavia, come riporta Cesare Giuzzi nell’articolo del 19 maggio scorso, anche se si è tornati ai redditi pre-Covid, il valore della ricchezza non è identico. 

L’aumento dell’inflazione e la conseguente perdita del potere d’acquisto delle famiglie fa in modo che i 17 mila euro del 2019 dichiarati in zona Quarto Oggiaro-Cimitero Maggiore non sono gli stessi 17 mila euro del 2021, così come i 94 mila euro dichiarati tra Brera e Moscova oggi hanno un potere d’acquisto più basso.

Dove si trova Milano

Come si posiziona Milano rispetto agli altri 7.903 comuni italiani?

Il capoluogo lombardo è al 12° posto prima di città come Forte dei Marmi (36.905 euro), Padenghe sul Garda (36.887 euro) e Segrate (36.665 euro); e dopo Pieve Ligure (38.135 euro), Pecetto Torinese (38.202 euro) e Pino Torinese (38.202 euro).

Anna, 51 anni, milanese, laureata: «Guadagnavo fino a 10 mila euro al mese, ora per vivere chiedo aiuto a Emergency». Laura Vincenti su Il Corriere della Sera il 07 giugno 2023

La storia di una delle 5 mila persone che si sono rivolte al progetto «Nessuno Escluso» (7 su 10 sono donne): «Durante la pandemia ho perso tutti i clienti e non li ho recuperati. Pagavo 1.500 euro di affitto, ora vivo in una casa popolare. Non posso arrivare alla pensione solo con i miei risparmi»

Sono oltre 5 mila le persone in difficoltà che si sono rivolte a «Nessuno escluso», progetto di Emergency nato un anno fa che grazie a postazioni mobili raggiunge alcune delle zone più disagiate dalla città. In seguito alla pandemia, infatti, nel capoluogo lombardo è cresciuta la povertà, anche tra gli italiani, che adesso sono primi per numero a chiedere aiuti, quasi il 30%. Mentre sette utenti su dieci sono donne, italiane e straniere. La maggior parte fa richiesta per il pacco alimentare, ma c’è anche chi cerca un supporto per avere una casa, per regolarizzare i documenti o trovare un lavoro stabile. Come Anna, nome di fantasia, 51enne milanese con una laurea di filosofia in tasca, che nel giro di pochi anni è passata «da una vita agiata ad avere una spada di Damocle sulla testa». 

Ci racconti la sua storia. 

«Beh fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione del genere, e invece... Sono titolare di un’agenzia che si occupa di comunicazione, ufficio stampa nel settore medico, il lavoro non è mai mancato, andava bene. Dieci anni fa potevo anche arrivare a guadagnare 10 mila euro al mese. Adesso solo 600 euro». 

Cos’è successo? 

«A causa della pandemia ho perso tutti i clienti tranne uno e anche dopo che è finita l’emergenza non li ho più recuperati. Prima avevo anche quattro dipendenti, ho dovuto lasciarli a casa». 

Com’è venuta a conoscenza di «Nessuno escluso»?

«Mi ci sono imbattuta per caso uscendo di casa, qui al Giambellino. Prima del Covid abitavo in affitto in corso XXII Marzo, potevo permettermi 1.500 euro di locazione al mese. Poi quando ho perso il lavoro mi sono traferita a vivere da mia mamma, invalida, in una casa popolare in via Odazio. Qui ci sono tante persone perbene ma anche tanti abusivi, soprattutto rom. Sporcizia, scippi e degrado sono all’ordine del giorno». 

Nel frattempo sua madre è scomparsa, proprio a causa del Covid... 

«Sì, mi è venuto a mancare l’unico appoggio che avevo: non ho genitori, né marito, né figli o fratelli. Il mio nucleo familiare sono io. Non mi sono vergognata a domandare aiuto: tra l’altro non ho mai chiesto i pacchi alimentari, la spesa me la pago da sola, così come affitto e bollette. Agli operatori di Emergency sto chiedendo una mano per riuscire a trovare un lavoro».

In che modo? 

«Innanzitutto mi hanno aiutato a diffondere il curriculum, a inviarlo a chi potrebbe essere interessato a un profilo professionale come il mio. Ne avrò già mandati 200, non mi ha risposto nessuno». 

Ma lei sarebbe disposta a cambiare lavoro? Adesso non manca, anzi: aziende e imprenditori cercano personale ma non riescono a trovarlo…

«Sì, assolutamente, sono disponibile anche a fare la cameriera o la commessa. Qualsiasi cosa, purché con un contratto regolare e dignitoso, non precario».

E niente? 

«No: le aziende preferiscono comunque assumere i giovani, anche perché così possono avere degli sgravi fiscali. Quindi se una persona della mia età si trova senza lavoro è completamente fuori dai giochi». 

Di cosa vive? 

«Per fortuna ho messo via un po’ di soldi, attingo da lì. Ma non posso pensare di arrivare all’età della pensione solo con i miei risparmi». 

Sussidi? 

«Non ne ho diritto, non rientro nei parametri». 

Com’era la sua vita prima della pandemia? 

«Vivevo nel comfort, potevo permettermi anche dei piccoli lussi, andare nei ristoranti e fare shopping. Adesso sto vendendo borse e gioielli per avere liquidità». 

Cosa chiede? 

«Di poter lavorare. E attirare l’attenzione delle istituzioni sul fatto che il problema del lavoro non riguarda solo i giovani ma anche le persone di una certa età che si trovano improvvisamente senza e non riescono a ricollocarsi. Conosco tante donne nella mia stessa situazione, purtroppo».

L’Università.

I 100 anni dell'Università Statale di Milano, il rettore Franzini: «La nostra storia tra fascismo, leggi razziali e Resistenza». Federica Cavadini su Il Corriere della Sera il 4 aprile 2023.

Nel giorno del centenario è ricordata la figura di Luigi Mangiagalli, sindaco e primo rettore, il suo impegno per la creazione dell’università, «sempre sostenuto dalla classe dirigente cittadina»

Cento anni dell’università Statale (e di Milano) sono stati consegnati ieri anche presentando il museo virtuale dell’ateneo che renderà accessibile il suo immenso patrimonio di storia, scienza arte e cultura, catalogo con 2300 immagini digitalizzate e decine di collezioni ereditate sin dalla fondazione. Mentre il rettore, Elio Franzini, all’inaugurazione del Centenario racconta il primo secolo di Unimi, ricordi personali compresi, come l’immagine di sua mamma che il 23 aprile del ‘43, studentessa di Medicina, si presenta all’esame di Chimica e la professoressa che è nella Resistenza le parla di ciò che sarebbe successo l’indomani. «Non abbiamo mai chiuso», dice il rettore. Prima di cominciare, i ringraziamenti «a tutta la comunità che ha costruito una delle più importanti università del Paese e d’Europa». «Abbiamo attraversato un secolo, il fascismo, la Resistenza, le leggi razziali», dice Franzini e ricorda «lo straordinario rifiuto di giurare fedeltà allo stato fascista che fece il nostro professore Piero Martinetti, e 12 docenti soltanto sui 1.200 di tutta l’università italiana, per salvare la dignità e responsabilità dell’insegnamento che sono il lascito anche per i prossimi cent’anni». 

Nel giorno del centenario è ricordata la figura di Luigi Mangiagalli, sindaco e primo rettore, il suo impegno per la creazione dell’università, «sempre sostenuto dalla classe dirigente cittadina». La costituzione dell’ateneo è del 1924 «ed è immediatamente un collettore di realtà culturali già esistenti». Medicina nasce dagli Istituti Clinici di Perfezionamento inaugurati nel 1906, antecedente della facoltà di Lettere e Filosofia è l’Accademia scientifico letteraria promossa nel 1859, e c’era dal 1870 la Scuola superiore di Agraria. Il rettore sottolinea la «la forte volontà aggregativa e »ripercorre le tappe che hanno portato all’Unimi di oggi, università interdisciplinare da più di 60mila studenti e trenta dipartimenti. La partenza è con quattro facoltà, i professori sono un centinaio, gli studenti meno di 1500, quattro anni dopo gli iscritti sono quasi duemila e diventa la quarta università italiana dopo Napoli, Roma e Padova. «L’esordio è relativamente recente, la crescita è veloce», dice Franzini. La caccia agli spazi sembra un fil rouge di questi primi cent’anni della Statale.

La nuova Città degli Studi progettata prima della guerra e completata nel 1927 non bastava già in principio. Per il rettorato Mangiagalli aveva trovato una stanza nell’allora scuola elementare (oggi liceo) di via San Michele del Carso e le facoltà umanistiche erano nel palazzo comunale in corso di Porta Romana. Alla fine della guerra il vecchio ospedale Sforzesco, la Ca’Granda è assegnata all’università (ed è ancora oggi la sede centrale), dopo i bombardamenti inizia il restauro e l’ateneo si insedia nel ‘58, il rettorato trova posto, con le facoltà di Giurisprudenza e di Lettere. Negli anni Sessanta l’università ha ventimila iscritti, arrivano a centomila negli anni Novanta e alla fine del decennio dalla Statale nascono le università dell’Insubria e di Milano Bicocca. Gli spazi per aule e laboratori mancano sempre. «Siamo cresciuti tanto e in fretta , più di Firenze, Bari e Trieste che sono le università nostre coetanee. La storia dell’università è anche quella delle sue acquisizioni immobiliari, del raddoppio di Città Studi completato quattro anni fa». Entro l’estate è prevista la posa della prima pietra per il campus umanistico a Città Studi e per quello scientifico in Mind, sull’area dell’Expo. «Processo trasformativo storico, la Statale non ha mai smesso di guardare avanti, facendo sempre riferimento al valore guida della conoscenza».

La Città.

Caricature alla milanese, vanno di moda alle feste ma i soggetti abbozzano un sorriso: troppe rughe e pance fuori misura. Lina Sotis e Michela Proietti su Il Corriere della Sera domenica 3 dicembre 2023.

L'archivio di Giorgio Forattini alla Triennale. E i disegni noir di Salgar, cronista di nera che appena si siede al tavolino di un bar inizia a creare sui tovaglioli

Moda, tradizioni inossidabili, bon ton. Tendenze, tic e bizzarrie. Fascino. La milanesità senza tempo, che per questo (spesso) precorre i tempi. Due punti di vista, anche generazionali, sulla nostra adorata città. Lina Sotis e Michela Proietti raccontano tutto questo, e altro ancora, nella nuova rubrica che trovate ogni domenica su milano.corriere.it. Nella prima puntata, Lina e Michela hanno composto un inno giocoso alla nuova regina di Milano: la «Perennial». Poi via via, tra doppi turni a cena, shorts imperdonabili, inno ai nonni perfetti e i single che non si corteggiano tra loro, è stata la volta dei tatuaggi fuori moda, dell'antico vizio di tradire il partner in vacanza, dei cacciatori di photo opportunity nei luoghi privati e dei don (con i muscoli) alle grigliate. Ancora: giovanilismo rampante , nuovo linguaggio trendy dei fiori, quelli che all'invito rispondono: «Ma oltre a me chi c'é?», «morbide-decise», «sempre connessi», «panino smollicato», imbucati (anche) ai funerali, uomini «lunari», teatro come gioco di società, una milanese che tutti ci invidiano, la corsa ai Natalini e la cena con il premio Nobel.  Oggi la nuova puntata. Buona lettura!

Alla Triennale Giorgio Forattini ha donato il suo archivio di straordinarie vignette: è così nato il pomeriggio più affettuoso della città. Salvatore Accardo, Renzo Piano, Caterina Caselli, Stella Pende e Giancarlo Giannini hanno parlato del dono e dell'artista con  amicizia, stima e tenerezza. Tutto orchestrato dalla straordinaria moglie di lui, Ilaria Forattini. (Lina Sotis)

Alle feste di Milano adesso va di moda intrattenere gli ospiti con una caricatura. C'è stato il momento del karaoke, anzi, c'è ancora perché le serate con Rudy Smaila all'Armani di Milano sono tutte esaurite e Gianluigi Lembo si sposta con il suo Anema & Core da una parte all'altra: una volta in città si cantava «O mia bela Madunina», adesso è tutto un «Come facette mammeta». C'è stato e c'è ancora il momento dell'illusionista: vanno per la maggiore Mago Eddy e Mago Zen, che ipnotizzano banchieri e capitane d'industria, gente tutta d'un pezzo che però alle cene divertenti (aggettivo molto usato a Milano, anche per descrivere un'opera d'arte o una nuova ricetta...) si fa trattare come la valletta del mago Silvan.  Ma adesso che sia un brindisi natalizio o un matrimonio, tutti si  mettono davanti al foglio bianco del disegnatore: è esplosa la mania delle caricature. Alle feste dei bambini si vede spesso Ago: piace  ai bambini, fa rimanere un po' male gli adulti che abbozzano un sorriso guardando la pancia fuori misura o la ruga d'espressione. Non sono caricature ma disegni noir quelli di Salgar: è un giornalista di nera ma appena si si siede al tavolino di un bar inizia a disegnare sui tovaglioli. E ne fa delle belle. (Michela Proietti)

“Milanesi non si nasce si diventa. Basta seguire due tre accorgimenti: Intanto per essere milanese devi essere allergico. A qualsiasi cosa, non ha importanza. Di solito al polline. Ma poi dico io a Milano non c’è un albero però è piena di polline. A ciuffetti, ma dove lo pigliano? Secondo me lo sparando di notte con in cannoni della neve.

Poi quando ti danno una notizia eclatante, io prima dicevo: “mizzichina vero?” invece adesso dico: “ma dai? Ma pensa te! È una roba...” (…) Un’altra cosa che mi piace di voi è che usate molto l’inglese.. voi avete la ‘vision’, la ‘location’, la ‘convetion’ noi abbiamo solo la ‘disoccupation’.

La cosa difficile che ancora non sono riuscita ad imitare bene è la vostra camminata, perché voi non camminate normalmente, correte. Non so come fate, ogni tre passi ne saltate uno, non lo so. Tutti che corrono, come se da un momento all’altro si dovesse fermare la musica e dovessero cercare la sedia.

Ma la cosa che mi piace di più è come evitate gli appuntamenti.

Siete dei geni!

‘A che ora ci vediamo?’

‘alle 18:55?’

‘Facciamo alle 19?’

‘No, che dopo c'è un sacco di cose da fare’

Invece noi meridionali ci diamo gli appuntamenti, come facciamo?

‘A che ora ci vediamo?’

‘Di Pomeriggio’ più elastici. (…)

Però devo dire che la cosa più importante che ho imparato a Milano è che se sei da solo, se non hai amici, se tutti corrono, se nessuno ti considera. Non è solitudine, è indipendenza”

Da uno degli sketch più famosi di Teresa Mannino  

Estratto dell'articolo Cesare Giuzzi per corriere.it martedì 28 novembre 2023.

Sono come i rintocchi della mezzanotte. Non c’è giorno di tregua, neppure il lunedì. Botti, petardi, fuochi, mortaretti, razzi, girandole, bengala, artifizi pirotecnici, bombe carta. Chiamateli come volete, il risultato non cambia. Perché l’indomani si ricomincia. E va tutto sommato bene quando ci si ferma a mezzanotte o all’una. A volte, e non solo nei weekend, la sveglia notturna è ben più inoltrata. 

Sul caso dei fuochi d’artificio a Milano ci sono articoli, discussioni infinite sui social, esposti dei comitati di quartiere e — soprattutto — leggende metropolitane. La prima e più difficile da sradicare è quella della droga. Nata dalle serie tv Gomorra e simili prevede che si festeggi con fuochi d’artificio l’arrivo di carichi di droga nel quartiere. 

Una via di mezzo tra «messaggio ai clienti», «segnale alla concorrenza» e «vanto d’impunità» rivolto a polizia e carabinieri. Ma chi mai farebbe una cosa del genere? Eppure la leggenda-bufala regge, e sui social, a ogni post di protesta per la sveglia notturna a suon di botti, c’è chi ancora se ne dice convintissimo. Diverso è il caso, restando sempre nell’ambito della criminalità, dei festeggiamenti per qualche «scarcerazione». [...]

La realtà, è meno affascinante. E la spiegazione dietro all’usanza — diventata ormai una piaga — di sparare botti e fuochi a mezzanotte (e non solo) è molto più semplice. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un modo un po’ kitsch di festeggiare compleanni, comunioni, cresime, anniversari di fidanzamento, matrimoni, lauree. A volte anche la nascita di un figlio. Ma il grosso, specie a mezzanotte, è legato ai compleanni. 

Spesso tutto avviene fuori da qualche locale nelle zone della movida. Ma anche nei cortili popolari, nei parchetti. Ci sono molti gestori di pub e ristoranti che a volte si fanno prendere la mano. Statistiche vere non ne esistono. Anche perché le chiamate che arrivano al 112 ogni notte si traducono in interventi a vuoto di polizia e carabinieri: «Parliamo di esplosioni che durano pochi secondi o al massimo mezzo minuto. Quando arriviamo troviamo solo i resti di “torte e fontane”», racconta un investigatore.  [...]

Ma si «spara» ogni notte alla Barona, al Corvetto, al Lorenteggio e Giambellino, a Quarto Oggiaro e nella zona di viale Monza. Tutti con i cellulari all’insù per immortalare il momento e postarlo in tempo reale sui social. A volte si sfocia nei danneggiamenti (vetrine e auto) o piccoli incendi di cestini della spazzatura o balconi.  [...] 

C’è poi la questione delle carceri. Spesso capita fuori da San Vittore o dal Beccaria. E anche qui si tratta di iniziative di amici di reclusi che festeggiano il compleanno del detenuto, o di blitz improvvisati di «saluto». In alcuni casi i protagonisti sono centri sociali e gruppi anarchici a sostegno dei militanti o in generale contro le carceri. […]

I 30-40enni (con sciarpa arancione) di «Vivere Milano» danno i voti alla città vent'anni dopo: «È migliorata, ma attenzione a chi la sfrutta». Giangiacomo Schiavi sul Il Corriere della Sera il 26 novembre 2023.

Nel 2004 volevano rovesciare la città «grigia, modesta, coi muri imbrattati e senza visione». Oggi tirano le somme

In alto, il raduno in piazza Duomo nel 2004. Sopra, cinque dei rappresentanti del movimento: Sergio Sorgi, Cesare Fracca, Laura Cremonesi, Giacomo Biraghi, Bruno Cordiali

Erano nuovi. Erano diversi. Erano uniti dall’anagrafe e da un sogno: riprendersi Milano. Vent’anni fa volevano rovesciare l’immagine della città valorizzando le positività e contrastando il peggio, che per loro era lo smog, il traffico, la mancanza di case per i giovani, il senso di estraneità in un futuro non percepito. Milano era un’altra: aveva esaurito la spinta del primo mandato del sindaco Albertini, la città secondo l’autorevole monsignor Ravasi era «grigia, modesta, coi muri imbrattati e senza visione». Nel 2004 una lettera al Corriere ha rivelato un disagio e un raduno autoconvocato in piazza Duomo con la sciarpa arancione ha acceso la miccia. È stata la fiammata di una generazione sottorappresentata, uscita dal sonno di un effimero benessere marchiato dalla formula «Milano da bere». È nata così la breve stagione dei trenta-quarantenni.

La metropoli da amare

Che fine hanno fatto, dove sono finiti, che cosa rimane di quel movimento evaporato in un anno chiamato «Vivere Milano», manifesto di una metropoli da amare nel rispetto delle differenze e da non abbandonare nei weekend, destinazione Santa Margherita o Courmayeur, per fuggire dal grigiore e respirare l’aria buona? Cesare Fracca, ispiratore della fiammata e della lettera contro il disimpegno generazionale, oggi ha 57 anni, vive a Milano, lavora nella pubblicità dei video virali e sintetizza così la nascita e la fine del movimento: «Siamo usciti da un letargo che stava diventando malessere, mettendo insieme i sentimenti di chi sentiva Milano non più desiderabile per i propri figli. Ci siamo resi conto che dovevamo viverla di più per apprezzarne le positività e cambiare quel che non funzionava. Potevamo schierarci, a destra o a sinistra, con Berlusconi o con Prodi, con la Moratti o con Ferrante. Invece abbiamo deciso di studiare in proprio, mettendoci in ascolto, creando l’Armadio della nuova cittadinanza. Abbiamo puntato alto, considerando finito il tempo della destra e della sinistra. Ma così ci siamo isolati, e abbiamo perso».

C’è stata un po’ di ingenuità politica nel mettere insieme «adulti illuministi con il cuore da bambino», come diceva Sergio Sorgi, formatore e ricercatore, ideologo del gruppo. «Volevamo disegnare la Milano del futuro e ci siamo accorti che per farlo bisognava studiare, ascoltare, battere il territorio. Tutto questo ha preso tempo e annacquato la fiammata iniziale». C’erano creativi, manager, intellettuali, risvegliati dall’idea di mettere in discussione un modello di città in cui sentivano mancare il senso di appartenenza dei padri. C’era Alessandro Rosina, oggi autorevole demografo; Giovanni Terzi, consigliere e futuro assessore comunale; Claudio Bertona, manager che si occupa di brand e di urban city.

Quel mattino in piazza Duomo

Una domenica mattina si sono trovati insieme ad altri duecento sconosciuti in piazza Duomo per rispondere all’appello di Fracca: possiamo fare qualcosa per vivere meglio a Milano? Altri si sono aggiunti per strada e si sono visti in Triennale incoraggiati dal presidente Davide Rampello. C’era anche Dario Del Corno, musicista e poi assessore alla Cultura: chiedeva le quote arancioni, un tot di posti nei teatri e negli enti lirici per favorire il ricambio. Largo ai trenta-quarantenni contro la gerontocrazia. «C’erano idee e c’erano sogni», ricorda Fracca, che ha riunito alcuni dei protagonisti di vent’anni fa nello stesso locale dove si trovavano per costruire un insolito programma di governo, fondato sull’armonia tra i quattro bisogni dei cittadini: lavorare, vivere in una citta ospitale, avere servizi efficienti, immaginare il futuro. Che Milano vedono oggi?

Il respiro del mondo

«È migliorata», dice Fabrizio Creti, manager tra Lussemburgo, Parigi e Marrakech. «Vista da fuori oggi Milano si fa apprezzare ancora di più». Barbara Colombo è diventata mamma e vive felice a Trieste: «Ma quando torno a Milano mi prendo il buono che c’è, qui si sente il respiro del mondo». Gabriele Lochis, manager a Londra, vede una Milano in crescita esponenziale. «Ma su smog e mobilità c’è ancora molto da fare». Loro si erano messi a cavallo della questione ambientale, facendone il punto chiave su cui battere il chiodo: parchi urbani attrezzati e puliti, la natura in città con percorsi nel verde, il car sharing, i parcheggi sotterranei e poi asili nido per liberare il tempo delle donne, aumentare gli spazi gioco per i bambini, tornare alla città dei quartieri… Qualcosa di tutto questo è passato nelle varie amministrazioni Moratti, Pisapia e Sala, ma senza copyright. Rimpianti? Nessuno, dice Fracca. «Avevamo tutti un lavoro, non c’erano professionisti della politica. Forse l’errore fu accettare la competizione elettorale con una lista propria, armati solo di idealità. Ma era forte la voglia di non restare spettatori con in mano il bicchiere dell’happy hour».

Il flop elettorale

Alla fine fu un flop: schiacciati tra lista Moratti e lista Ferrante… «Non cercavamo applausi facili o alleanze di comodo. I politici allora ci sembravano tutti insostenibili. Abbiamo difeso la nostra coerenza», dice Laura Cremonesi. «Dovete essere scomodi» gli aveva suggerito l’economista Francesco Giavazzi, chiamato con don Gino Rigoldi per istruirli alla complessità di una Milano che conoscevano solo in superficie. Così hanno studiato il funzionamento del Consiglio comunale («un non luogo dove non c’è traccia dei cittadini») e perlustrato le periferie (lanciando per primi l’isola pedonale di Chinatown). Un giorno si è presentato il futuro premier, Romano Prodi. «Vi ascolto ammirato, non avevo mai visto una aggregazione come questa, con tanta energia orientata al bene comune». Un giorno hanno chiamato anche Beppe Grillo, in anticipo sui «vaffa» e sui grillini. Ma non c’è stato feeling. «Abbiamo intercettato l’inizio di una voglia di cambiamento. E forse eravamo in anticipo sui tempi», commenta Giacomo Biraghi, architetto e consulente di vari assessorati.

Il pericolo del freno a mano

Lui oggi vede un pericolo per Milano dopo la corsa del post Expo: «Qualcuno vorrebbe tirare il freno a mano, c’è il rischio di far tornare la città in serie B». Bisogna reinstallare il futuro, è il pensiero di Sergio Sorgi. «Milano si sta lasciando attraversare dal presente, rischia di diventare una Venezia 2 spossessata dei suoi residenti». Che cos’è diverso dal 2004? «Oggi prevalgono logiche adattative, non trasformative. Le persone cercano difese. Gli ideali sono anestetizzati. Milano è sfruttata da gente che passa e va».

Biraghi dice che in dieci anni c’è stato un boom di popolazione in transito: 600 mila sono usciti e 630 mila sono entrati… Così si perde il senso di appartenenza.

Rimane una domanda: si può rilanciare l’energia civile senza leader e ideologie, senza qualcuno capace di trascinare un progetto e farlo diventare collettivo? «Servirebbe una nuova Vivere Milano», ammette Fracca. Dal 2004 al 2024: toccherà ai cinquanta-sessantenni ricreare il pensatoio che non esiste più? Adesso che si sono ritrovati qualcuno dice: perché no? gschiavi-rcs.it

Milano Sesto, dalle ex acciaierie Falck la madre di tutte le riqualificazioni urbane: ecco come sarà. Storia di Carlo Cinelli sul Il Corriere della Sera sabato 25 novembre 2023.

Per combinazione, il giorno dell’annuncio dell’accordo sul piano di rigenerazione dell’area delle ex acciaierie Falck di Sesto San Giovanni Cassa Depositi e Prestiti ha pubblicato l’invito a manifestazioni d’interesse per le caserme di via Guido Reni a Roma, un importante complesso immobiliare in una delle zone centrali della Capitale già oggetto di interventi di riconversione, anche molto prestigiosi, ma che non sembra trovare ancora una configurazione definitiva. C’entra qualcosa? È possibile immaginare oggi un “effetto farfalla” che dal nuovo avvio della più vasta operazione di rigenerazione urbana d’Europa — quasi 1,5 milioni di metri quadri — possa trasferirsi all’intera industria del real estate italiano? Manfredi Catella, il patron di Coima che ha firmato l’accordo per MilanoSesto, spiega che quello appena abbozzato è un «modello che ci consentirà di cogliere anche la trasformazione in corso. Che è una transizione strutturale nella quale serviranno capitali pazienti, ci sarà meno leva finanziaria e dunque servirà più equity, competenze industriali e innovazione di prodotto». Senza enfatizzare, spiega, l’accordo su Sesto viene incontro ad alcune caratteristiche del nostro mercato, caratterizzato da operatori di dimensioni ridotte, almeno nel confronto con i principali competitor internazionali, valorizza l’«allineamento europeo» che Milano ha avuto in questi anni e trova risposte al bisogno di spazi che in modo costante attanaglia le grandi aree urbane.

La suddivisione dei «compiti»

«La risorsa di cui ci occupiamo, l’infrastrutura fisica, è diventata strategica: la soglia è stata ampiamente superata e la direzione consolidata: sempre più persone nelle città che a loro volta diventano responsabili di impatti ambientale e disuguaglianze. Non è più soltanto un tema di immobili». L’accordo su MilanoSesto affida a Coima e Redo, il fondo di Cariplo leader nell’housing sociale, circa il 90% delle aree da riqualificare, che comprende la parte residenziale e un’area destinata a parco per circa 45 ettari, oltre alla Città della Salute e della Ricerca, che fa capo alla Regione Lombardia. Hines e Prelios che inizialmente si erano fatti carico dell’intera area andranno avanti sul lotto Unione Zero per le realizzazioni di terziario direzionale, uffici e alberghi, mentre nella stessa area Coima e Redo svilupperanno anche la componente residenziale convenzionata. Intesa Sanpaolo presente nel progetto con Unicredit, BancoBpm e Ifis convertirà in equity il credito di circa 900 milioni avviando al tempo stesso una manovra finanziaria tesa a coinvolgere nuovi investitori nel progetto. «Con quest’accordo — osserva Catella — si sono ricreate le basi per un progetto più solido in un’area con aspetti assai complessi, penso ai costi per la bonifica». Con la banca guidata da Carlo Messina, aggiunge, «abbiamo trovato un allineamento di valori, ci siamo riconosciuti in una matrice culturale comune. Per questo, al fianco di un investitore di una simile caratura, pensiamo che Sesto non sia un’operazione isolata».

I prossimi passi

Poi, certo, la soluzione trovata dopo un confronto di quasi nove mesi è «una premessa abilitante, non ancora la soluzione. Ora va aperto un tavolo di partnership pubblico-privata, va definita una prospettiva industriale e compresi gli ambiti: la Città della Salute non è un tema soltanto per Milano o la Lombardia, vale per l’intero Paese». Sarà un progetto di dimensioni rilevanti, guardando l’intera area ci vorranno capitali pari «a 3, forse 4 miliardi» su un orizzonte lungo che non esclude il coinvolgimento di altri attori e capitali. «Che arriveranno con rendimenti di mercato, perché questa è un’operazione di mercato». Ma di un mercato diverso da quello conosciuto nelle più recenti fasi di sviluppo immobiliare a Milano, meno archistar e meno grandeur. E «l’ambizione di Coima non è essere lo sviluppatore di tutta Sesto, ma creare le condizioni perché Sesto si realizzi». In parallelo e con l’expertise di un compagno di strada della rilevanza di Intesa si sta cominciando a costruire la cornice finanziaria. Il fondo di rigenerazione urbana di Coima, ad ora attivo sul progetto di riqualificazione di Porta Romana, raddoppierà gradualmente le proprie dimensioni fino a due miliardi di euro. È il fondo nel quale sono presenti le principali casse italiane (medici, ingegneri, avvocati, agenti di commercio e commercialisti), i Big Five del risparmio previdenziale privato nazionale, oggi impegnate in diverse operazioni, a cominciare dalla partecipazione a vario titolo nel piano per la rete unica di tlc.

L’ambizione sulla Capitale

«Faremo i nostri compiti a casa per costruire una base di investitori italiani, abbiamo iniziato una strada — spiega Catella —. Se riusciamo a mettere assieme un pezzo di sistema italiano in modo virtuoso, con logiche e finalità dichiarate allora si potrà fare molto. Siamo grati al sistema delle casse perché ci hanno fin qui seguito. Sono i nostri primi interlocutori, altri dovranno essere individuati, ma del resto il sistema nazionale ha carenza di attori analoghi». Oltre Sesto, l’ambizione resta nazionale e la capacità di trovare i partner giusti e «collaborazioni programmatiche», come quelle trovate con Prada e Covivio su Porta Romana a Milano, sarà fondamentale. «Per stare alla sua suggestione e con le nostre premesse — conclude Catella — il progetto sulla caserma di via Guido Reni a Roma può essere avvicinato in due modi: uno è quello che proveremo a fare su MilanoSesto, l’altro è alla maniera antica: ho un lotto, lo vendo. Ma in questo secondo caso non sarà certo un’operazione sistemica, al massimo un’operazione immobiliare, con il suo business plan, bella o meno e comunque conclusa in sè». A Roma chi deve prendere in mano il pallino? «Mi sembra una risposta facile: il pubblico, nelle sue diverse declinazioni. Ma mi creda, non è una questione di singoli amministratori o soltanto di buona volontà, serve una direzione precisa e regole d’ingaggio. In alternativa si liquidano un po’ di asset, magari si farà un po’ di residenziale in convenzione, ma non si va molto in là». E Milano e Roma rischiano di restare ancora lontane come Brasile e il Texas. E niente farfalle.

Quanto costa muoversi a Milano. Marianna Baroli su Panorama il 30 Ottobre 2023

Scatta oggi il rincaro del ticket di Area C che passa da 5 a 7.50 euro. Abbiamo stilato una guida per capire quanto è caro il capoluogo lombardo Da oggi è scattato il rincaro degli accessi ad Area C a Milano. Due euro e cinquanta in più, per entrare nell'area dei Bastioni e accedere, dunque, al centro cittadino. L'aumento appartiene a un progetto che vorrebbe vedere il capoluogo lombardo sempre più vicino alle grandi metropoli europee dove le auto vengono abbandonate a favore di mezzi pubblici o privati alternativi, come le tanto osannate bici. Tralasciando per qualche istante le piste ciclabili più simili a tracciati di videogames surreali che a veri e propri percorsi in sicurezza e concentriamoci sulle muove misure di mobilità nel centro di Milano.

A partire da oggi, il 30 ottobre 2023, il costo di accesso all'Area C è aumentato dai 5 euro attuali a 7,50 euro. Per i residenti, a partire dal 41esimo accesso, il costo sarà di 3 euro. Alcune categorie di veicoli sono esentate dall'acquisto del biglietto giornaliero, tra cui veicoli elettrici, ibridi, scooter, moto, tricicli e quadricicli elettrici, oltre a quelli che trasportano disabili (con contrassegno) e persone dirette al pronto soccorso. I veicoli di servizio e i veicoli parcheggiati nelle autorimesse del centro che aderiscono all'iniziativa hanno visto un aumento da 3 a 4,50 euro. Tutti i veicoli, ad eccezione degli Ncc, che effettuano il pagamento del ticket di accesso oltre le 24:00 del giorno successivo all'accesso e entro il termine delle 24 ore del settimo giorno successivo all'accesso senza ticket, ora pagano 22,50 euro anziché 15 euro. I veicoli Ncc fino a 8 metri pagano ora 60 euro anziché 40. I veicoli Ncc tra 8,01 e 10,50 metri pagano ora 97,50 euro anziché 65. I veicoli Ncc superiori a 10,50 metri pagano ora 150 euro invece di 100, mentre i veicoli Ncc con più di 9 posti pagano ora 7,50 euro anziché 5 euro. Una novità riguarda anche le modalità di pagamento: i biglietti cartacei per l'accesso all'Area C non saranno più in vendita, ma chi ne è già in possesso potrà utilizzarli senza ulteriori costi, attivandoli online entro il 29 ottobre 2024, chiamando il call center dedicato al numero 02.48684001 dalle 7.00 alle 24.00 o sul sito MyAreaC. Il Comune di Milano ha introdotto altre novità. A partire dal 1 novembre 2023, nella "Cerchia dei Bastioni", dalle 8:00 alle 19:00 tutti i giorni della settimana, la sosta a pagamento è consentita per un massimo di due ore consecutive, senza possibilità di estensione. Dopo le 19:00 e fino alle 24:00, la sosta rimane a pagamento, ma senza limiti di tempo. Dalle 24:00 alle 8:00 del giorno successivo, la sosta è gratuita. Facile quindi passare ai mezzi pubblici? Forse. Ecco quanto costa infatti utilizzare bus, metro e tram in città. Inoltre, per quanto riguarda i mezzi pubblici a Milano, sono disponibili diverse opzioni di biglietti per agevolare gli spostamenti nella città e dintorni. Il biglietto singolo, al costo di 2,20 euro, offre un'ampia flessibilità con una validità di 90 minuti. Il biglietto giornaliero, al costo di 7,60 euro, è valido per 24 ore dalla prima convalida, consentendo viaggi illimitati in questo periodo. Per chi ha bisogno di spostarsi per più giorni, c'è il biglietto 3 giorni al prezzo di 13 euro, che permette viaggi illimitati per tre giorni consecutivi dalla prima convalida fino alla fine del servizio del terzo giorno. Se si prevede di fare più viaggi, il carnet di 10 biglietti potrebbe essere una scelta conveniente, con un costo di 19,50 euro. È importante notare che questo carnet non può essere usato da più persone contemporaneamente, ma offre una soluzione economica per coloro che utilizzano frequentemente i mezzi pubblici a Milano. Questi biglietti coprono una vasta rete di trasporti, comprese tutte le linee metropolitane, i mezzi di superficie come autobus, tram e filobus, nonché le linee ferroviarie suburbane (linee S) che attraversano il passante ferroviario. Milano offre un'ampia accessibilità ai suoi principali luoghi di interesse, come la Fiera di Rho, che è facilmente raggiungibile tramite la linea M1 o le linee ferroviarie suburbane, così come il Forum di Assago, reso accessibile tramite i mezzi pubblici della città.

Denuncia le ruberie in azienda e viene licenziato: il tribunale gli dà ragione e sconfessa l’Atm di Milano. I giudici annullano gli atti disciplinari e ordinano all’azienda dei trasporti di riassumere e risarcire De Gasperis, il funzionario che portò alla luce lo scandalo dei «biglietti clonati». Invece di premiarlo, la società comunale lo ha perseguitato per cinque anni. Paolo Biondani su L'espresso il 21 agosto 2023.

Aveva denunciato le ruberie sui biglietti dell'Atm, l'azienda dei trasporti milanese, ma invece di essere ringraziato e premiato, si è visto perseguitare con una raffica di licenziamenti e provvedimenti disciplinari, ora giudicati totalmente illegittimi dalla magistratura.

Il tribunale del lavoro di Milano, con un'ordinanza d'urgenza, ha ordinato il reintegro immediato, cioè il rientro in servizio con diritto di farsi pagare tutte le retribuzioni perdute, di Adriano Michele De Gasperis, il funzionario dell'Atm che per primo aveva denunciato, nel 2017, lo scandalo dei «biglietti clonati». «Un sistema creato da alcuni dipendenti infedeli di Atm», come riassume il giudice nel verdetto, «per generare e vendere “in nero” biglietti e abbonamenti non registrati» dagli archivi informatici «e dunque nemmeno contabilizzati», con conseguente «perdita di somme ingentissime» per l'azienda pubblica e per il Comune di Milano.

L'ordinanza sottolinea che De Gasperis, come addetto alla security aziendale, presentò «segnalazioni formali agli organi di controllo interno, nonché al sindaco di Milano», già tra novembre 2017 e febbraio 2018, prima che la vicenda diventasse «di pubblico dominio» con l'avvio delle indagini giudiziarie e i primi articoli di stampa. Oltre ai dipendenti direttamente coinvolti, le denunce coinvolgevano anche alcuni dirigenti aziendali, accusati di inerzia.

I giudici di Milano avevano annullato già nel 2019 il primo licenziamento di De Gasperis, con un'ordinanza del tribunale confermata dalla corte d'appello. Ma invece di riammetterlo al lavoro, l'Atm ha «riattivato altri due procedimenti disciplinari» e lo ha nuovamente «destituito dal servizio». Oltre a essere licenziato per la seconda volta, il funzionario si è visto pure contro-denunciare con l'accusa di aver commesso ipotetici reati («sostituzione di persona» e «minacce») nel corso delle sue attività di controllo. Ma ora il tribunale del lavoro osserva che «De Gasperis è stato assolto con formula piena, con sentenze ormai definitive, in entrambi i giudizi penali».

La nuova ordinanza, inoltre, smentisce una perizia accusatoria depositata dall'Atm, che «risulta sconfessata dalle opposte risultanze di una controperizia» affidata dai legali di De Gasperis a un esperto esterno. E smentisce anche la tesi aziendale, «non supportata da documenti», di non aver potuto esaminare i computer al centro dello scandalo, in sequestrati dai pm della Procura: il verdetto evidenzia invece che «risultano restituiti all'Atm già dal 2017».

Questo caso di persecuzione aziendale contro un denunciante era stato sollevato da L'Espresso, con un’intervista a De Gasperis e con l’esame di tutti i documenti giudiziari allora disponibili. Ora il nuovo verdetto del tribunale riconferma la fondatezza e correttezza di quel primo articolo, firmato dalla giornalista d'inchiesta Gloria Riva.

Da notare che in questo procedimento i giudici non hanno potuto applicare la nuova legge, entrata in vigore un mese fa e valida solo per i casi futuri, che ha rafforzato le tutele lavorative e legali per il cosiddetto whistleblower, cioè il dipendente che scopre e segnala fatti illeciti all’interno di aziende o enti pubblici.

Estratto dell'articolo di Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” mercoledì 23 agosto 2023.  

Gli ultimi arrivati, moda dell’estate 2023, sono gli occhialoni da ciclista.

Lenti a specchio dai colori cangianti. D’inverno si passa al «balaclava», passamontagna leggero. L’abbinata però è sempre la stessa, con marsupio (rigorosamente a tracolla sul petto) o meglio ancora la sacoche , il borsello.

E poi scarpe Nike Tn squalo e in versione seral/estiva ciabattoni con rigoroso calzino a contrasto. La moda nasce dalla strada e oggi — dopo che anche Vogue s’è occupata del fenomeno «maranza» — molte griffe del lusso sfoggiano capi ispirati allo street style di questi ragazzi di prima e seconda generazione arrivati dal Nordafrica. 

Furti e pestaggi Loro sono giovani, giovanissimi, e rivendicano — migliaia i video sul social di riferimento TikTok — l’orgoglio maghrebino. Anche se a volte le loro vite raccontano storie di integrazione difficile. A Milano, come a Brescia e Torino, sono spesso l’incubo di negozianti, baristi e, soprattutto, ragazzini. Perché, anche se chi commette reati è solo una piccola minoranza, i maranza sono stati protagonisti di assalti, pestaggi e rapine a coetanei.

Tra i Navigli, corso Como e l’Arco della Pace, il novanta per cento delle aggressioni a giovanissimi è opera loro.

Nelle denunce la descrizione è sempre identica: un gruppo di ragazzini nordafricani che circonda la preda e, partendo dalla richiesta di una sigaretta, la colpisce con calci e pugni prima di scappare con cellulare, portafoglio o catenina. 

Molti degli arrestati in questi mesi da polizia e carabinieri, hanno esperienze di disagio alle spalle: piccoli furti, fughe dalle comunità, carcere minorile, famiglie disagiate. O solo un posto letto in condivisione nell’appartamento messo a disposizione da qualche lontano cugino. Non è un caso se solo il Comune di Milano ha in carico oltre 1.300 minori stranieri non accompagnati, l’ultima frontiera dell’immigrazione dal Mediterraneo. Dalle periferie Le compagnie sono miste: marocchini ed egiziani su tutti, ma anche tunisini e algerini. Alcuni hanno cittadinanza francese o spagnola, altri sono nati in Italia.

Ma non è raro trovare nel melting pot slavi, sudamericani anche ragazzi italiani. Tutti uniti dall’unica vera esperienza comune: la periferia. Quando dopo il Covid ci sono state mega risse e «rivolte» aizzate da trapper emergenti, la polizia ha guardato preoccupata ai venti che si levavano dalle periferie milanesi. Analisi e studi hanno concluso una sola cosa: zero collanti politici o religiosi, nessun rischio banlieue , ma un disagio sociale ed economico in forte crescita. 

Nel bene e nel male

Sull’etimologia del termine maranza ci sono scuole di pensiero diverse. I paninari degli anni Ottanta rivendicano la fusione tra «marocchino» e «zanza», piccolo ladruncolo in milanese. Il termine quindi è tutt’altro che nuovo e nasconde un certo razzismo. Loro però rivendicano con orgoglio l’essenza dell’essere maranza , nel bene e anche nel male (furti e rapine), tra video social con consigli d’abbigliamento, racconti di risse e balli sull’inno della generazione maranza : la canzone «Alicante» di Gambino, trapper magrebino di Marsiglia...

 Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it lunedì 21 agosto 2023.

 I tavolini dei locali sono territorio esclusivo dei molti turisti agostani. Chissà se qualche ristoratore che ha scelto di abbassare la serranda anche qui si starà mordendo le mani? Non c’è la folla, ma neppure il deserto di certi anni fa. Sabato notte nella serata dei Navigli però i protagonisti (o meglio i sorvegliati speciali) sono altri. Gli autentici padroni, numericamente parlando, delle notti milanesi. Li chiamano (e si chiamano orgogliosamente) «Maranza». 

Il termine arriva, con un retrogusto un po’ razzista, dagli anni Ottanta milanesi: unione di marocchino e zanza. Non proprio un complimento. Ma oggi i maranza sono quello che la sociologia definisce una subcultura urbana. Di loro s’è occupata perfino Vogue, perché lo stile è arrivato fino alle passerelle con tute acetate e inguardabili marsupi e borselli a tracolla. 

Oggi basta aprire TikTok per vedere quanto il look di questi ragazzi from Nordafrica di prima, e soprattutto seconda generazione, abbia contagiato cantanti e influencer nostranissimi. Dai barbieri milanesi il taglio maranza — capelli cortissimi ai lati e riccioli di permanente in testa — è ormai una richiesta fissa. Non solo per gli originali.

Per molti ragazzini, però, il «maranza» si può trasformare nell’incubo numero uno di ogni uscita. In metropolitana, fuori dai locali, soprattutto lungo il tragitto di ritorno verso casa. 

A guardare i dati delle aggressioni e delle piccole rapine tra giovanissimi, i responsabili 90 volte su cento sono proprio loro. Reati molto «micro» ma che hanno un impatto fortissimo sulla percezione di sicurezza. Anche perché per molti l’essenza dell’essere maranza ha anche una deriva «criminale»: aggredire coetanei, fregare collanine e cellulari, oppure (in gruppo) picchiarli anche solo per sfida. 

Chi ha figli adolescenti è preoccupato, anche se guardando più in profondità spesso nelle compagnie di maranza non ci sono solo giovani nordafricani (marocchini ed egiziani su tutti) ma italiani, africani, sudamericani, slavi. Un melting pot che però ha un minimo comune denominatore: le periferie, contesti familiari turbolenti, a volte anche esperienze di comunità per minori o carcere. Non tutti, sia chiaro. Ma il fenomeno c’è, tanto da aver conquistato le prime pagine la scorsa estate con la mitologica presa di Peschiera del Garda dopo una chiamata alle armi via social.

Nonostante i trenta gradi molti indossano la tuta. Altri, di contro, girano a torso nudo. Mai soli, mai meno di cinque o sei. Qualcuno corre in monopattino lungo la Darsena. Non si capisce bene con quale direzione. Ciascuno la legge come vuole: movimenti frenetici di spacciatori di hashish o semplici ragazzate. L’hashish e l’erba sono un altro denominatore comune. In realtà vale per quasi tutti, non solo per i maranza. 

(…)

Non sono bande organizzate. Spesso i ragazzi fermati o arrestati sono «fluidi» nelle loro scorribande. Ci si unisce a compagnie sempre diverse. C’è chi rapina per sfida, chi per necessità. Diversi, specie i più giovani, sono appena arrivati a Milano dopo viaggi infiniti per mare e per terra. Minori non accompagnati che hanno cugini di quarto o quinto grado che si occupano solo di un posto per dormire.

La Darsena-maranza è in realtà la Darsena di quelli che restano a Milano, triste e malinconica. Ma è anche immagine del futuro della città. Di cui, nonostante accenti e devianze, questi temutissimi maranza sono figli legittimi. In attesa che la Milan col coeur in man si accorga anche di loro, oltre gli stereotipi.

Estratto dell'articolo di Marco Cicala per “il venerdì di Repubblica” il 10 giugno 2023

[…]  La Milano da bere. Quella-Milano-là degli anni Ottanta. Un luogo comune assai capiente. Sentina di molti, perfino troppi "ismi", spesso consociati, almeno nell'immaginario collettivo: individualismo, rampantismo, yuppismo, edonismo, affarismo, craxismo, berlusconismo... 

"Questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano... da bere" recitava lo slogan ideato dal pubblicitario Marco Mignani (1944-2008) per uno spot televisivo dell'amaro Ramazzotti che sarebbe diventato epitome di un'epoca ruggente e secondo alcuni leggendaria. Epoca nella quale, tra l'altro, con il prêt-à-porter, la moda italiana fece tremare il mondo. […]

Qualche cifra? "Per rendersi conto di quanto si fossero moltiplicati gli affari, basta pensare che se nel 1971 i negozi di abbigliamento in Italia erano 24 mila, dieci anni dopo erano diventati 82 mila, circa tre volte di più" ricorda la storica Sofia Gnoli in Moda. Dalla nascita della haute couture a oggi (Carocci editore). 

Ebbene, quarant'anni fa, quella rivoluzione dell'industria e del costume chiamata "Made in Italy" veniva punzecchiata nella sua baldanza, talvolta sfacciata e predatoria, da un libro piccolo però urticante. Nell'autunno 1983 usciva da Longanesi Sotto il vestito niente, strano giallo ambientato nel milieu della moda milanese, ma soprattutto dei suoi plurimi e non sempre commendevoli segreti. 

Il cadavere scomparso di una modella italoamericana, un commissario che indaga tra loschi editori e giornalisti del mondo-fashion, mannequin più o meno sbandate, misteriosi gruppi di terroristi-rapitori che, ispirandosi al rodato copione del caso Paul Getty, inviano un presunto pezzo d'orecchio del presunto ostaggio. E poi omosessualità (ancora tabù), spionaggio, droga, porno, sado-maso... perfino un povero cagnetto trovato impiccato con un branzino in bocca. Sullo sfondo del tutto, il duello tra due maxi-stilisti: Luca Zarbonni, detto "Zar", e Salvatore Vassalli, il "Duca". La sfida sembrava un'allegoria dell'antagonismo Armani-Versace. 

In Italia e nei Paesi in cui fu tradotto, Sotto il vestito niente vendette mezzo milione di copie, irritando non poco il cosiddetto "sistema-moda". Lo firmava tale Marco Parma. Firma che odorava di pseudonimo lontano un miglio. Pseudonimo di chi? Sui giornali partì la caccia all'oscuro dissacratore. Senza necessariamente crederci, si fecero i nomi della socialite Marta Marzotto, del sociologo Francesco Alberoni, del saggista Giordano Bruno Guerri, della moglie di Fanfani - signora Maria Pia - del premiato tandem Fruttero&Lucentini, addirittura del socialista Claudio Martelli.

 Tra i giornalisti, molti sospetti si addensarono sull'allora direttore di Amica Paolo Pietroni. Il quale, una decina d'anni dopo, avrebbe infine rivelato: Marco Parma? C'est moi. 

Ora che Sotto il vestito niente torna, sempre da Longanesi, nelle librerie, lo incontriamo nel suo appartamento milanese. Classe 1940, Pietroni ha diretto, inventato o reinventato una sfilza di giornali di successo (Max, Sette, Class, Specchio...). Ha scritto pièce teatrali e una decina di romanzi. Ma giocoforza è uno solo ad aver segnato il suo destino. Qui ce ne racconta i retroscena meno noti e anche un filo disdicevoli. 

[…]

L'idea del giallo era dell'editore Mario Spagnol.

"Voleva un thriller ambientato nel mondo della moda. Ma soprattutto lo voleva in fretta, prima che qualche concorrente lo bruciasse sul tempo. Lo propose a qualche giornalista ben introdotto in quel mondo. La materia era delicata... Spagnol incassò un paio di rifiuti e poi si rivolse a me". 

All'epoca dirigevi Amica e accettando ti esponevi a qualche rischio.

"Per questo chiesi come condizione l'anonimato, una copertura assoluta da parte della casa editrice. Non volevo che il romanzo danneggiasse me, in termini di denunce, e quelli con cui lavoravo, in termini di eventuali ritorsioni sulle entrate pubblicitarie. Spagnol mi assicurò che la copertura sarebbe stata totale. Anche di fronte all'Agenzia delle entrate. "Pagherai le tasse, ma il tuo nome non verrà fuori". Fu di parola. Nell'estate '83 scrissi il libro in vacanza, di getto. Lo consegnai a settembre. La prima stesura fu quella definitiva".

Da romanziere che cosa ti attraeva dell'universo-moda?

"Principalmente la sua duplicità, che in fondo è quella della bellezza, con il suo volto luminoso, apollineo, e il suo versante oscuro, dionisiaco. Negli anni in cui a Milano esplodeva il prêt-à-porter vedevi spuntare ovunque funghi straordinari, sgargianti, coloratissimi, ma pure segretamente velenosi". 

Da giornalista inserito in quell'ambiente, ne raccontavi specialmente i risvolti torbidi. Immagino che per farlo tu abbia avuto le tue "gole profonde". Che cosa ti rivelarono?

"Cose che nel tempo sarebbero diventate di pubblico dominio. Per esempio che, in parte, l'impero della moda si affermava ed estendeva con il denaro nero delle organizzazioni criminali. In particolare per quanto riguardava l'apertura di negozi nelle strade più chic delle grandi città, New York, Parigi... 

Mi parlarono anche di connessioni con il traffico d'armi e con il mercato della droga, che tuttavia non coinvolgevano le grandi firme, ma il sottobosco degli accessori, cinture, scarpe, profumi... Penso comunque che a dare più fastidio siano state le allusioni all'omosessualità degli stilisti contenute nel libro".

Quarant'anni dopo stentiamo a crederlo. Perché quell'aspetto doveva rimanere segretissimo?

"Si temevano, credo, le reazioni della clientela femminile. Dopotutto che cosa era stata l'esplosione del prêt-à-porter? Una rivoluzione che aveva permesso a tante donne della media borghesia di comprare vestiti fino ad allora riservati a un'élite, pezzi unici, inaccessibili alle loro tasche. Il prêt-à-porter offriva invece la possibilità di acquistare abiti concepiti in grandi atelier. Non proprio pezzi unici, ma quasi". 

Spiegami meglio il nesso con l'omosessualità.

"Per capirlo bisogna calarsi nella mentalità del tempo. Ripensiamo agli Stati Uniti, a Hollywood, a tutte le operazioni di mascheramento architettate dalle major per nascondere l'omosessualità di certi divi, tipo Rock Hudson, considerati simboli di virilità e seduzione". 

Albeggiavano gli anni tremendi dell'Aids.

"Sì, ma l'omosessualità era ancora ritenuta qualcosa di spaventoso, di dannosissimo sul piano del ritorno commerciale. Ho l'impressione che, mutatis mutandis, paure analoghe percorressero in Italia l'ambiente della moda. Si temeva che l'omosessualità facesse perdere clienti tra le donne".

Sotto il vestito niente tracciava anche un ritratto crudo del mercato delle modelle. Lo dipingeva come una sorta di "tratta".

"Anche qui bisogna fare un passo indietro. Nei primi anni Ottanta le modelle cominciano a diventare protagoniste delle sfilate. Fino ad allora erano state anonime indossatrici volanti che negli atelier sfilavano davanti a qualche compratrice dell'alta società. Con l'avvento del prêt-à-porter cambia tutto". 

La modella si conquista un nome e un cognome, ma a caro prezzo...

"Nelle settimane della moda, Milano si riempiva di ragazze spesso straniere e spiantate. Le piazzavano in residence o alberghetti di bassa categoria. E alle sfilate erano prede di giornalisti che promettevano loro copertine, di rampolli dell'imprenditoria emergente, di manager con mogli o fidanzate influenti e spendaccione".

Il tutto irrorato dalla coca.

"Tanta".

Sulla copertina di Sotto il vestito niente c'era la foto di una di quelle ragazze, l'americana Donna Broome. Era la sorella di Terry, anche lei modella, che l'anno successivo, 1984, avrebbe sconvolto le cronache uccidendo a revolverate Francesco D'Alessio, quarantenne della Milano bene, e suo "stalker". La moda iniziava a macchiarsi di sangue. Sarebbero seguiti il delitto Gucci e l'omicidio Versace. In qualche modo il tuo libro fu profeta di sventure...

"Non so. Di certo raccontava i contrasti, le contraddizioni che quel mondo spazzava sotto al tappeto". 

Contrasti che piacquero a Michelangelo Antonioni, il quale voleva ricavarne un film.

"Insieme allo sceneggiatore Tonino Guerra,  Antonioni venne qui a casa mia l'11 giugno dell'84, ricordo la data perché fu il giorno della morte di Enrico Berlinguer. Antonioni mi disse che il libro lo aveva intrigato, ma mi chiedeva di aiutarlo a cambiarne il finale, non lo trovava abbastanza cinematografico".

Che aveva in mente?

"Un finale omerico. Con i due stilisti rivali che si scontrano all'ultimo sangue come Ettore e Achille. Ognuno con il suo seguito di modelle, amazzoni-guerriere. Quella rilettura di Antonioni mi pareva geniale. Mi dissi pronto a collaborare alla riscrittura". 

Nell'estate '84 il regista si aggira per Milano scegliendo le location. Ma nel mondo della moda avverte da subito una certa ostilità al progetto. Intervistato da Repubblica e Corriere, dice in sostanza: non voglio danneggiare la rispettabilità di nessuno, né identificare i protagonisti del romanzo con gli stilisti, però non li sento collaborativi. E infatti quel film non si fece. Perché?

"Per questioni di budget, mi dissero all'epoca. Antonioni aveva chiesto agli stilisti 200 vestiti gratis, che gli vennero rifiutati. Allora si rivolse al produttore Achille Manzotti perché li comprasse. La risposta fu no. L'acquisto avrebbe fatto sballare i conti". 

In seguito però tu hai scoperto un'altra versione della faccenda.

"Nel 2007, Salvatore Di Paola, che in quegli anni era consulente di produzione per Manzotti, mi disse che il film non era andato in porto perché il sistema-moda s'era messo di traverso e aveva sborsato 250 milioni di lire affinché non si facesse". 

Ma poi si fece lo stesso: nell'85, regia di Carlo Vanzina. Oggi qualcuno lo considera un cult. Anche se del libro conservava solo il titolo.

"Della trama non venne mantenuto nulla. Manzotti poteva permetterselo. Gli avevamo ceduto tutti i diritti senza mettere paletti, porre condizioni circa il rispetto della storia. Fu un errore".

Alla prima milanese del film di Vanzina gli stilisti non si presentarono. Si vociferò che non fossero stati invitati e che quei posti vuoti in prima fila erano un trucco per dare risalto scandalistico all'evento. Ti risulta?

"A me risulta che vennero invitati, ma non andarono". 

[…] 

Nell'88 e nel 2011 da Sotto il vestito niente sono germinati due dimenticabili sequel che con il romanzo avevano ancora meno a che spartire. Forse la chiave, l'algoritmo del successo fu proprio quel titolo?

"Penso di sì. Fu Spagnol a farmelo notare. Diceva che quel "niente" attraeva con la sua ambiguità. Rimandava al successo volatile delle modelle e all'eros di quelle ragazze-bambole. Ma richiamava anche la differenza insuperabile tra donna e uomo. L'essenza della femminilità della quale il maschio non potrà mai impadronirsi. Perché quel "niente" è qualcosa di cui la donna è sovrana assoluta. Che sia madre o che non faccia figli, la donna è potenzialmente generatrice di vita. Dunque "immortale". L'uomo no. Il maschio può costruire cattedrali, ponti o case editrici nella speranza che qualcosa gli sopravviva. Però non ce la fa, muore.Mentre la donna in qualche modo è eterna".

Alta metafisica.

"Che dirti? Spagnol spiegava così il segreto del titolo". 

Oggi che fai?

"Continuo a scrivere. Nel 2020 ho pubblicato un altro romanzo. Su Tex Willer. Ma c'era il lockdown e non se l'è filato quasi nessuno".

Piazza Duomo nel 1860: la torre sulla cattedrale, un quartiere e un portico. Una straordinaria fotografia dove si vedono le case del Rebecchino (poi abbattuto) a ridosso del Duomo e tanti altri elementi architettonici oggi scomparsi. DI FABIO FINAZZI E MARCO GARZONIO su Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023.

Qui sopra: il Duomo com’è oggi a confronto con una straordinaria foto del 1860 (sotto). Clicca sull’immagine per vedere tutte le differenze

«Vi è dunque così molesto d’essere, una volta in vita, padroni di voi?». Carlo Cattaneo nel 1848 spronava i milanesi. Cacciati gli austriaci con le Cinque Giornate più che a libertà e autonomia molti guardavano a Carlo Alberto. L’appuntamento con i Savoia fu solo rinviato. L’annessione al Piemonte è del 1859, l’unità d’Italia di due anni dopo. Per La Perseveranza (9 ottobre 1861), quotidiano del liberalismo e delle nuove classi dirigenti «davanti alla patria risorgente si umilino tutte le tradizioni locali». Piazza Duomo è il simbolo della rinuncia di Milano alla primazia conquistata con illuminismo, barricate, operosità; si adegua al nuovo corso e ai fasti del Regno.

Nel 1860 Vittorio Emanuele II promuove una lotteria: vuol raccogliere i fondi per il riassetto dell’intero centro storico e il Comune lancia un appello per una gara di idee. Ne arrivano 160. Prevale il progetto di Giuseppe Mengoni, che nel luglio del 1864 viene incaricato di realizzare il clou della nuova Milano: la Galleria tra piazza Duomo e la Scala coi palazzi porticati (i Portici Settentrionali). Per dar spazio alle nuove costruzioni vengono demoliti il rinascimentale Coperto dei Figini (1864), una sorta di centro commerciale ante litteram (negozi storici e ritrovi come il Caffè Campari) e in seguito l’isolato del Rebecchino (1875) denso quartiere popolare che all’epoca dava anche problemi d’ordine pubblico. Il 7 marzo 1865 Vittorio Emanuele pone la prima pietra del «Salotto di Milano».

Milano va in Europa, non come voleva Cattaneo, con un’Italia federata, la Lombardia collegata alle altre capitali da linee ferroviarie e, per coerenza, una Piazza Duomo secondo «misura e cultura». Con l’unità «l’anima della nostra vecchia Milano se ne va» lamenta Cesare Correnti, futuro Ministro del Regno. La città si ritaglia il ruolo di polo industriale, accoglie capitali, coltiva ingegni, saperi, tecnologie scientifiche. Un lapsus di Quintino Sella nel 1880 (il re aveva inaugurata la Galleria nel 1877) farà battezzare Milano capitale morale. Sulle ali di tale attestato nascono società di arti e mestieri, Politecnico, Bocconi, la Centrale elettrica (sul fianco del Duomo, dov’è la Rinascente: prima in Europa, seconda a New York), esposizioni universali. Lo sviluppo porta a una coscienza popolare. Sembra una nemesi: Piazza Duomo è teatro dei primi gravi scontri. Il generale Bava Beccaris, per ordine del re, riduce il sagrato a stalle. La regia cavalleria attacca, i cannoni sparano sui milanesi che protestano per carovita e condizioni di lavoro. Nei disordini non han più quartieri popolari in cui rifugiarsi. È il maggio 1898. Esito della battaglia: 83 morti; 502 feriti; 688 arrestati: anche politici e giornalisti (tra i quali Filippo Turati, Anna Kuliscioff, don Albertario). Piazza Duomo è il palcoscenico del 900 che s’affaccia.

Estratto dell’articolo di Andrea Senesi per corriere.it il 6 aprile 2023.

San Vittore, San Babila e persino Palazzo Marino. E ovviamente le «sue» università, la Cattolica prima e la Statale poi. Ci sono tante Milano nella Milano di Mario Capanna, il leader del '68 italiano, il capo supremo del Movimento studentesco poi segretario di partito (Democrazia proletaria) e infine parlamentare per varie stagioni prima del buen retiro in Umbria, nella natia Città di Castello […].

 Che rapporto ha con Milano?

«Essenzialmente di gratitudine. Milano mi ha dato intanto la conoscenza teorica. Studiavo filosofia e ho avuto grandissimi maestri. […] E poi la conoscenza pratica del mondo grazie a un movimento che in quegli anni intendeva davvero cambiare il corso della storia. Le due sfere si fondono in un episodio, in carcere […] Quando nel 1969 fummo arrestati in 14, Geymonat e Dal Pra vollero dare un segnale pubblico entrando a San Vittore per permetterci di sostenere l’esame. I secondini vennero arruolati come pubblico e fecero da testimoni alla effettiva regolarità della prova».

[…] Dove viveva in quegli anni?

«Dopo l’espulsione dal collegio della Cattolica mi sono ritrovato praticamente in mezzo alla strada. Vivevo dove capitava. Da amici o compagni che mi ospitavano, essenzialmente. E dalle fidanzate… Molte meno di quanto si creda. Eravamo sempre presi a scrivere mozioni per le assemblee o a preparare cortei… il resto passava in secondo piano».

 […] E San Babila, la piazza del nemico?

«Per noi era davvero un luogo intransitabile. Bastava un giornale sbagliato che spuntava dalla tasca o l’eskimo per far scattare l’aggressione delle bande fasciste. Questo fino al maggio del 1970».

Cosa successe allora?

«Decidemmo di “liberare” la piazza. Organizzammo un raid con trecento compagni del nostro servizio d’ordine che sbucarono all’improvviso in piazza dalle scale del metrò. I fascisti conosciuti come i più facinorosi furono anche i più svelti a darsela a gambe».

 Torna spesso in città?

«Torno per trovare mio figlio che fa l’avvocato, e per qualche rimpatriata. Due volte l’anno ci vediamo per una mangiata in compagnia tra vecchi “combattenti”. L’ultima volta eravamo una quarantina».

E le piace Milano ora?

«No. Mi sembra che non abbia più la vitalità e la generosità di un tempo. Poi c’è la bomba speculativa del prezzo degli alloggi, la gente se può cerca casa fuori. Eppure la sinistra vince solo nelle città ormai e Milano è una delle capitali del Pd. Il Pd vince soprattutto in centro, a ulteriore dimostrazione del fatto che di sinistra in quel partito è rimasto ben poco».

 E del sindaco Sala cosa pensa?

«Che era un bravo manager».

[…] Le manca Milano?

«Mi manca quella Milano».

 Direbbe ancora che sono stati anni formidabili?

«Altroché. Quando faccio gli incontri con gli studenti lo ripeto sempre: noi ci siamo soprattutto divertiti un casino. Altro che droga o alcol, non c’è paragone».

 C’è qualcosa di cui si pente? Un piccolo rimorso almeno?

«Il nostro settarismo di allora. Ha tarpato le ali a un movimento che nonostante tutto è stato il più longevo tra i vari '68 del mondo».

Da Selvaggia Lucarelli al «Foglio» (e «Rivista Studio»). Quelli che dicono: Milano è antipatica, l'incanto è finito. Fabrizio Guglielmini su Il Corriere della Sera l’8 marzo 2023.

La città sul banco degli imputati. Momigliano: «Milano non corre così tanto». Masneri: «Deve trovare la sua strada. Potrebbe essere la nuova Parigi»

Milano sul banco degli imputati con una serie di voci critiche anzi criticissime contro «un generale peggioramento della città» che tocca ogni aspetto: la micro e macro criminalità, il caro trasporti (e l’intenzione di ridurne la frequenza), gli stipendi troppo bassi e i prezzi delle case alle stelle. 

Momigliano: è passata l'ubriacatura post Expo

Dopo il fulgore della città post-Expo Milano fa i conti con la trasformazione in grande metropoli europea lasciandosi indietro qualche pezzo. I primi dubbi sono venuti alla saggista Anna Momigliano su Rivista Studio: «Ci siamo finalmente accorti che il problema della Milano che corre non è che lascia indietro, è che non corre mica così tanto. Non che Roma, coi cinghiali, sia messa meglio, è solo che questa storia di Milano come isola felice, “altro” rispetto al Paese che sprofonda, non convince più: messi un po’ meglio degli altri, forse. Il dubbio che ci fosse qualcosa di poco serio, in com’è gestita questa città, c’era già venuto ai tempi della pandemia e della Milano che non si ferma, ma erano giorni difficili e poi Sala s’è scusato. Cosa sia successo e quando, di preciso, non saprei dirlo. Forse c’è passata l’ubriacatura post-Expo (ma, allora, le Olimpiadi?), forse ci siamo accorti che lo stacco, in peggio, tra Milano e il resto d’Europa è più grande dello stacco, in meglio, tra Milano e il resto d’Italia. O forse abbiamo solo recuperato il senso del ridicolo, ché la sobrietà sarebbe anche una virtù meneghina». 

Masneri: se oggi non critichi Milano, non sei nessuno

Sul Foglio è intervenuto Michele Masneri sulla stessa falsariga: «È diventato di moda parlar male di Milano, se non la critichi oggi non sei nessuno. Certo il tema c’è, quello solito della città “esclusiva”, cioè troppo cara, e negli ultimi giorni diversi giornali sono tornati sulla faccenda, nello specifico Corriere e La Stampa. L’assessore alla Casa Pierfrancesco Maran ha detto al primo che servono dei correttivi: bisogna “ragionare su tutto il tema casa, e non solo sulla casa popolare” perché “il mercato privato è molto “aggressivo, qualcuno sosteneva che si sarebbe regolato da solo, ma questo non sta avvenendo, e dunque il rischio di un effetto ‘espulsione’ della classe media aumenta».

Milano potrebbe essere la nuova Parigi

E sul futuro prossimo della metropoli lombarda Masneri continua: «Milano dovrà trovare la sua strada: e certamente deve ragionare col suo nuovo ruolo: ci piaccia o no, non solo è l’unica città europea d’Italia, ma si è anche riposizionata tra le capitali europee: se a causa della demenziale Brexit Parigi è diventata Londra, Milano potrebbe essere la nuova Parigi. Sarebbe assurdo che quello che la rende unica, una classe di creativi che riescono nel giro di una generazione a creare enormi multipli di valore, fisico e simbolico, fosse costretta ad andarsene. Rimarrebbe solo una enorme e desolata Citylife. Milano è fatta proprio dalle persone che la abitano, non è una città di paesaggi, non è una città che può prescindere dai suoi abitanti». 

Lucarelli: l'incanto di Milano è finito

Terzo intervento quello di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano di mercoledì: «Io voglio bene a Milano ma l’incanto è finito. La gentrificazione a Milano è uno dei più grandi inganni a cui sto assistendo da quando vivo qui. C’è una tale fame di case che quartieri che non esistevano o che venivano considerati brutti senza speranza, sono rimasti praticamente identici, ma ribattezzati con nomi glamour (Nolo, per esempio) per illudere la gente di comprare o affittare a prezzi legittimi nelle nuove zone trendy. Il centro dei privilegiati è sempre più largo, le diseguaglianze sociali crescono in maniera sempre più netta: ci sono interi quartieri popolati da stranieri (penso a via Padova, viale Monza, Jenner) e quartieri semi-periferici da cui si sta allontanando anche la classe media, perché pure un bilocale in Cenisio inizia a costare troppo. E poi morire in un pronto soccorso... La Milano della sanità eccellente e invidiata da tutta Italia, naufraga sugli scogli della realtà e delle chat di Gallera. Vorrei che riuscissero a consolarmi gli slogan rampanti sulla Milano dinamica e lanciata verso il futuro, respiro a pieni polmoni l’aria di novità, ma i polmoni soffrono: Milano è la quinta città più inquinata del mondo, quasi ai livelli di Dhaka, in Bangladesh».

Dalla Milano da Bere alla Milano dei Ricchi, dove il vero problema oggi è come sopravvivere. Marianna Baroli su Panorama il 18 Febbraio 2023

La vittoria del centrodestra in Lombardia, la Milano da Bere e della Dolce Vita, la luce dopo i tempi bui e il nuovo grande problema da affrontare: il traffico. L'ex sindaco Pillitteri racconta la sua città

All'indomani della vittoria elettorale del centrodestra in Lombardia e nel Lazio, una lucidissima analisi sulla situazione politica italiana arriva da Paolo Pillitteri. Per chi non lo sapesse, "il Pilli" , è stato sindaco di Milano dal 1986 al 1992. Esponente di spicco del Psi è uno dei sindaci più amati del capoluogo meneghino. «Ogni tanto quando mi muovo in taxi, la gente mi riconosce» ammette con il suo superlativo savoir-faire, «e mi chiede, mi parla dei suoi problemi; ma il compito di un ex sindaco, lo dico sempre, è ascoltare. Senza dire troppo. Capisci?»

La prima volta che incontro il Pilli è dopo la vittoria di Giuliano Pisapia alle elezioni meneghine. «Certo, mi ricordo. L'arancione Pisapia!». Se dovessimo ragionare in ere politiche, è come guardare indietro all'impero romano. Da allora infatti si sono susseguiti sindaci, eventi, rivoluzioni, più o meno fruttuose per la città. «Expo!» esclama durante la nostra telefonata. Paolo Pillitteri, con i suoi 82 anni, un bagaglio culturale e di esperienza politica ineguagliabile, conosce le sfaccettature di Milano fin nel suo profondo. «Per questo non posso dire nulla di male su questa città» ammette con un pizzico di nostalgia. La sua voce torna immediatamente squillante quando inizia a raccontare di come «per voler amministrare una città bisogna conoscerne l'anima. Capire, prima degli altri, quali sono i bisogni dei suoi cittadini e di chi, ogni giorno, vi si reca per lavorare». «Le elezioni, diciamo la verità, non è che sono una novità. Sono una conferma di una tendenza ben radicata. In Lombardia il centrodestra c'è già, c'è sempre stato in regione» ci spiega «io vedo questa vittoria come una sorta di conferma anche se, bisogna aspettare, come dico sempre, le elezioni politiche prima di fare ragionamenti profondi. Quella che noi vediamo ora è una tendenza amministrativa a cui siamo ben abituati». In un suo precedente intervento, Paolo Pillitteri aveva definito il riconfermato presidente della regione Attilio Fontana «un uomo che non ha mai posseduto la fisionomia del grande vincente, semmai quella di un conduttore paziente ma che oggi rafforza l’Esecutivo e lo avvicina ai successi di Roberto Formigoni e al tempo stesso, costituisce un forte richiamo a una stabilità del Governo» guidato da Giorgia Meloni. «Tuttavia» aggiunge «io suggerisco molta cautela da entrambe le parti perché sul piano amministrativo le cose cambiano non solo spesso, ma cambiano soprattutto dal piano amministrativo a quello politico». Pillitteri non ha dubbi quando parla di Milano e la Lombardia, Dopotutto, l'ex sindaco, ha vissuto uno dei momenti di maggiore splendore ed evoluzione della città. Quando «si usciva dal buio delle tenebre degli anni di piombo e tutto diventava invece improvvisamente bellissimo, coloratissimo, con la pubblicità, le serrande sempre alzate». Oggi, la politica, è un contorno. Un contenitore. «A Milano c'è la sinistra. In Lombardia no. Il gioco qui è quello di vedere che cosa succederà tra i due centri sinistra che si sono creati, ma è ancora troppo presto» riflette «si è cercato di farlo quest'anno ma si è visto ben poco anche perché il fenomeno di disturbo, come quando c'è il vento, era Letizia Moratti. Che non era un vento lieve e ha modificato un po' le tendenze, pur non facendocela lei c'è e i voti li ha presi. E questo ha modificato la fisionomia a cui era abituato fino a oggi il centrosinistra». Un impatto turbolento, quello della Moratti - esclusa anche dal consiglio regionale - ma che Pillitteri vede come un segnale fondamentale per il futuro della politica meneghina. Non solo perché Letizia Moratti, anche lei ex sindaco della città, è ben consapevole di quello a cui si trova di fonte ma perché il cambiamento necessita di anni prima di portare frutti. «Il centrosinistra a Milano c'è da sempre» spiega l'ex sindaco che militava tra le fila del Psi «bisognerà vedere come questa onda di disturbo innescata dalla Moratti influirà sulla città». Ripercorrendo con Pillitteri il viale della memoria meneghina, dalle ferite inferte dal terrorismo degli anni di Piombo all'esplosione dei primi led pubblicitari sui palazzi di piazza del Duomo fino a «quel sole della rinascita che sembrava bucare il grigio e la nebbia e lo smog della Milano industriale che lavora e basta», con estrema classe l'ex sindaco sfiora con tono critico uno dei cavalli di battaglia dell'amministrazione Sala: l'ideologia green. «Dalla Das Süße Leben - la dolce vita come dicevano il mio amico sindaco di Berlino quando è venuto a trovarmi - Milano non ha più abbandonato quell'imprinting della novità. Milano non è più una città cupa». Eppure l'etichetta della città grigia, da Milano non si è mai staccata del tutto. «Nemmeno con l'introduzione dell'Area B» che come Pillitteri lascia intendere, con sapienti giochi di parole, è comprovato dai dati delle ultime settimane essere un'introduzione fallimentare. E poi c'è il vero problema: il traffico. «Se in passato il problema a Milano era la casa, le proteste erano per quello, oggi il problema principale non è più dove andare a dormire la sera. È come tornare a casa la sera» spiega Pillitteri. «Io da vecchio ascolto, non consiglio. Noi non dobbiamo dare consigli perché poi sbagliamo anche noi. Ma un buon amministratore vede immediatamente il problema della sua città. Davanti a Sala oggi non ci sono grandi problemi se non l'unico grande intoppo di questi tempi: il traffico. Tra chi viene da lontano e chi è qui, il chiedersi "a che ora devo svegliarmi per arrivare in ufficio" , il traffico delle grandi città è qualcosa che attanaglia ma al tempo stesso contraddistingue le metropoli. Si Milano è una grande città, ma c'è anche un grande traffico. Traffico pubblico, traffico semi pubblico, tassisti: le opzioni sono molteplici. E un buon sindaco, se vuole risolvere un grande problema della sua città sa come risolverlo».

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Estratto dell’articolo di Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 26 gennaio 2023.

Una regione ricca, la terza per Pil pro capite. Un territorio tranquillo: per trovare Aosta bisogna scendere giù fino al 92/mo posto nella classifica delle province per reati. Eppure la Valle d’Aosta detiene saldamente il titolo di Regione più ingovernabile d’Italia. Due giorni fa l’ultimo addio. Erik Lavevaz, in carica dal 2020, ha dato le dimissioni «per la crisi che condiziona la maggioranza».

 […] Negli ultimi dieci anni la Valle d’Aosta ha cambiato otto presidenti. Nello stesso periodo ce ne sono stati soltanto due in Regioni senza dubbio più complesse come Lombardia, Lazio e Campania. Come mai? È vero che l’Union Valdotaine, il partito al centro della politica regionale, è da sempre assai frizzante: tra scissioni, «rèunion», e ribaltoni ha una certa dimestichezza con le faide interne. […]

Ma molto dipende dalla legge elettorale regionale: qui il presidente non viene scelto direttamente dagli elettori ma votato in un secondo momento dai consiglieri, eletti con il proporzionale. […]

I castelli della Valle d’Aosta. Tour tra i più spettacolari e suggestivi castelli della Valle d’Aosta, alla scoperta di antiche fortezze militari e residenze nobili ricche di fascino. Teresa Barone il 28 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il castello di Fénis

 Il castello di Verrès

 Castel Savoia di Gressoney

 Forte di Bard

I castelli della Valle d'Aosta rappresentano uno straordinario patrimonio storico, artistico e culturale. La regione conta oltre settanta strutture di questo tipo, una cifra che comprende castelli edificati in epoche diverse sia per finalità difensive sia come residenze abitative volute dalle famiglie di ceto sociale elevato.

Partendo dal Medioevo e proseguendo nei secoli successivi, infatti, la Valle d’Aosta ha iniziato ad arricchirsi di castelli, fortezze, torri, manieri e caseforti realizzate soprattutto nei punti strategici del territorio, in modo da poter tenere sotto controllo tutta la vallata e proteggersi da eventuali incursioni.

Non mancano i castelli costruiti per offrire alle casate più nobili una residenza di prestigio, simboli di ricchezza e di pregio che possiamo ammirare e visitare ancora oggi.

Il castello di Fénis

Il castello di Fénis è situato nell'omonimo Comune valdostano e rappresenta uno dei castelli medievali meglio conservati di tutta l’Italia, meta di folte schiere di visitatori. La sua particolarità risiede innanzitutto sulla scelta del territorio di costruzione molto pianeggiante, contrariamente a quello che accadeva nella maggioranza dei casi.

Una caratteristica che sottolinea come la finalità della famiglia Challant-Fénis sia stata prettamente residenziale e amministrativa, sebbene il castello sia circondato da una doppia cinta muraria e da diverse torri. Il castello è visitabile tutto l’anno, con orari differenti a seconda della stagione.

Il castello di Verrès

Edificato su un promontorio, il castello di Verrès incarna il modello di fortezza monoblocco e la sua realizzazione si deve a Ibleto di Challant nel 1390, come testimonia un’antica iscrizione.

Ogni anno, dal 1949, il castello di Verrès ospita gli eventi del carnevale storico locale, una vera e propria rievocazione che rimanda all’epoca quattrocentesca della contessa Caterina di Challant e del suo consorte Pietro d’Introd: secondo la tradizione, infatti, i due nobili scesero in piazza e avviarono le danze coinvolgendo gli abitanti del paese.

Castel Savoia di Gressoney

Ai pedi del Monte Rosa sorge Castel Savoia Gressoney, un castello voluto dalla Regina Margherita come residenza estiva e costruito a partire dal 1899. È un luogo incantevole nato come residenza privata a tre piani, immerso nella natura e punto di vista panoramico d’eccellenza. La dimora non vide mai la presenza di re Umberto I, morto un anno dopo l’avvio della sua realizzazione.

Il castello vanta cinque torri tutte diverse, uno scalone maestoso e soprattutto un insieme di decorazioni e mobilio simbolo di grande raffinatezza. Tra le particolarità della villa, inoltre, compare la costruzione delle cucine all’esterno del palazzo, collegate con una galleria di passaggio dotata di “decauville” per il trasporto delle vivande.

Forte di Bard

Il forte di Bard, riedificato per volere dei Savoia, è una vera e propria fortezza di sbarramento ottocentesca nota per aver contribuito a bloccare l’arrivo di Napoleone durante la sua Campagna d’Italia nel 1800, grazie all’intervento dell’esercito austro-piemontese.

La piazzaforte è caratterizzata dalla costruzione di tre corpi di fabbrica che si trovano su livelli differenti, situati tra i 400 e i 467 metri. Oggi il forte di Bard è sede del Museo delle Alpi inaugurato a gennaio 2006.

In Città.

Il caso Aiazzone.

In Città.

Torino, la ‘ndrangheta fra gli stand dei Mercati generali: «Siamo calabresi e con noi non si scherza». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera sabato 2 dicembre 2023.

Estorsioni e truffe grazie ai «colletti bianchi». La guardia di finanza ha eseguito 5 misure cautelari

«Devi pagare perché sono soldi nostri. Tu sei marocchino e noi calabresi e da noi non sbaglia nessuno, non si scherza». Fra gli stand del Caat di Grugliasco, il grande mercato ortofrutticolo alle porte di Torino, le estorsioni si facevano così. Sbattendo i pugni sul tavolo, inventandosi crediti inesistenti e mettendo in pratica minacce per nulla velate.

Le capacità di penetrazione della ’ndrangheta nel tessuto economico torinese sono state già ampiamente accertate dalla magistratura, ma l’operazione Timone, condotta dal nucleo di polizia economico e finanziaria della guardia di finanza, ha fatto emergere le infiltrazioni della criminalità organizzata anche nei corridoi del Centro Agro Alimentare Torino (del tutto estraneo alla vicenda).

Un’indagine collegata direttamente alle inchieste Carminus e Fenice che hanno messo a nudo le ramificazioni delle cosche calabresi nella zona sud di Torino e in particolare l’operatività delle famiglie Arone-Bonavota nel territorio di Carmagnola. Prendendo spunto da quelle indagini, ieri mattina le Fiamme gialle hanno eseguito 5 misure cautelari (tre in carcere e due obblighi di dimora) a carico di altrettanti indagati con l’accusa (a vario titolo) di estorsione intestazione fittizia di beni (aggravate dal metodo mafioso), truffa ai danni dello stato per ottenere le erogazioni pubbliche (nel periodo del Covid) e bancarotta fraudolenta.

L’operazione «fotografa» l’attività degli indagati fra il 2029 e il 20021 e in manette sono finiti Domenico e Vincenzo Albanese, 70 e 54 anni, originari di Cantù, e Carmine Forciniti, 72enne di Corigliano Calabro, tutti residenti a Torino. Secondo gli investigatori Domenico e Vincenzo Albanese sarebbero riusciti a impossessarsi di una società che operava all’interno del Caat vantando un credito inesistente di 50 mila euro. Il titolare aveva inizialmente provato a resistere e si sarebbe rivolto a Carmine Forciniti, che gli aveva consigliato di cedere alle richieste. Di fronte a ulteriori tentennamenti, Domenico Albanese lo aveva avvertito: «Tu adesso troverai molta difficoltà a lavorare, però noi ti aiutiamo… L’unico modo è che ci vendi lo stand». Successivamente la vittima sarebbe stata convocata nell’ufficio di Forciniti dove era presente anche Francesco Napoli (successivamente morto), esponente del locale di Natile di Carire operativo a Torino,ritenuto uno degli esponenti della ‘ndrangheta in Piemonte. Successivamente, con l’aiuto di un commercialista (che risulta fra gli indagati) sarebbe stato raggiunto l’accordo per un prezzo di 20 mila euro (la richiesta iniziale era stata di 100 mila euro) che però non è mai stato pagato. L’impresa è stata poi intestata a prestanome, prosciugata e condotta al fallimento.

Questa e altre operazioni sarebbero state effettuate con la complicità di alcuni «colletti bianchi» che riuscivano a nascondere i reali intestatari e a ottenere gli aiuti dello Stato durante la pandemia Covid. Alcune di queste truffe, in base alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbero state commesse con il contributo di Saverio Delli Paoli, dipendente della Regione e destinatario della misura dell’obbligo di dimora che, per i pm, aveva «assidui contatti con esponenti della Natile di Careri». Stessa misura anche per Giuseppe Benvenuto, ritenuto uomo di fiducia di Napoli.

Torino, bimba precipita dal quinto piano: passante la afferra e la salva. Il salvataggio miracoloso è avvenuto in via Nizza, nei pressi di Piazza Bengasi: la piccola è fuori pericolo. Massimo Balsamo il 26 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tragedia sfiorata a Torino, in zona Piazza Bengasi, nei pressi del capolinea della metropolitana. Sabato mattina, attorno alle ore 11.00, una bambina di tre anni e undici mesi è precipitata dal balcone della sua abitazione, situata al quinto piano del caseggiato di via Nizza 389. Fondamentale l'intervento di un passante, il trentasettenne Mattia Aguzzi, che ha assistito alla scena e, prendendola al volo, ne ha attutito la caduta. Come confermato dalla Stampa, la bimba non è in pericolo di vita ed è attualmente ricoverata all'ospedale infantile Regina Margherita. La piccola è in buone condizioni generali, non ha lesioni evidenti ed è in osservazione nel reparto di chirurgia pediatrica. Se non ci saranno imprevisti, dovrebbe essere dimessa lunedì.

La ricostruzione dei fatti

Secondo una primissima ricostruzione, il salvataggio della bambina è partito da un ragazzo affacciato sulla strada dalla casa di fronte. L'uomo ha notato la piccola che si stava pericolosamente affacciando sul balcone e, una volta rimasta appesa sul cornicione, ha iniziato a urlare per richiamare l'attenzione dei passanti presenti nella zona. Mattia Aguzzi, l'eroe di giornata, ha assistito alla scena e quando la piccola è precipitata l'ha presa al volo e ha attutito l'impatto al suolo.

Il passante, professione impiegato, è in buone condizioni, attualmente è in osservazione al Cto per un trauma al torace e alle braccia. Attesi aggiornamenti nelle prossime ore. Sul caso sono in corso le indagini degli inquirenti, al lavoro per ricostruire l'esatta dinamica della vicenda. Secondo quanto confermato dal Corriere di Torino, nell'abitazione erano presenti i genitori della piccola. Nella zona dell'accaduto si era anche formata una piccola folla, in apprensione per il pericolo corso dalla bimba e per le sue condizioni dopo la caduta.

La testimonianza

Intervistata dalla Stampa, la fidanzata di Mattia Aguzzi - presente anche lei al momento dell'accaduto - ha ricostruito così quanto successo: "Io e il mio ragazzo stavamo passando in quella via quando abbiamo visto quella bambina sporgersi dal parapetto sul balcone. Era appesa. C’era un signore che le gridava di rientrare. Mattia, il mio fidanzato, si è subito unito all’altro signore. Io sono corsa a suonare i citofoni. Quando mi sono voltata la bimba era già caduta e Mattia era in ginocchio sull’asfalto". Gloria Piccolo ha poi proseguito: "Io non so dire come abbia fatto. Ma è stato bravissimo. Lui è un impiegato, fa un po’ di palestra, è uno sportivo - ha aggiunto la compagna del trentasettenne - Ma non so proprio dire come ci sia riuscito".

L'Eroe Mattia Aguzzi. Estratto dell’articolo di Lodovico Poletto per “La Stampa” domenica 27 agosto 2023.

Il festone con le bandierine triangolari, colorate, fa un arco sopra la porta che conduce sul balcone: «Frida stai attenta», «Frida entra in casa», «Frida non ti avvicinare troppo alla ringhiera»: glielo aveva detto mille volte la mamma. Ma poi si sa, coi bambini è sempre così: mille occhi non bastano mai. Basta un attimo. È bastato un attimo, ieri mattina. 

E Frida è salita a cavalcioni sulla ringhiera. L'hanno vista penzolare nel vuoto. Quindici, forse venti metri dall'asfalto: manine aggrappate ad un pezzo di ferro. Non c'è stato neanche il tempo di dire una preghiera. Di gridare «torna dentro».

Frida è caduta e sembrava una bambola vestita di giallo che cadendo sfiora i balconi, li urta, si graffia sul muro. Uno, due, forse tre secondi senza respirare. L'ha salvata un ragazzo che l'ha presa al volo, proprio come si fa per fermare un pallone. Un gesto soltanto, le mani che si stringono al petto serrando stretto quel corpicino. Un attimo, prima si crollare a terra anche lui, ma con la bambina stretta al petto. Viva. 

[…] Frida è uscita sul balcone. Piano quinto. Palazzo giallo. Qui, nell'ultima traversa di via Nizza, la strada che porta verso l'esterno città, verso la periferia […] 

Erano quasi le 11 quando Frida ha guadagnato il suo attimo di libertà sul balcone all'ultimo piano di questo palazzo. Quattro anni tra qualche giorno, sguardo vispo, un vestitino giallo.

È uscita e si è messa a giocare lì, in quell'unico punto dove forse faceva un po' meno caldo. Poi, chissà per quale ragione è salita su una sedia. E dalla strada qualcuno l'ha vista, e si è fermato a guardare. Frida ha fatto tutto ciò che fanno bambini: s'è sporta un po', e poi ancora un altro po' dal parapetto del balcone: un muretto che sostituisce la ringhiera, che rende la casa più preziosa e più elegante. 

[…]  Da giù, dalla strada, l'hanno vista perdere l'equilibrio. E la gente urlava: «Stai ferma piccina, stai ferma». L'ultima immagine ce l'ha negli occhi una donna: «Era appesa con le manine alla ringhiera. Mi sono voltata ed era già giù». «Giù» vuol dire in strada. Sul marciapiede. In braccio ad un uomo con la maglietta bianca, inginocchiato che faceva fatica a respirare […]

Estratto dell’articolo di Ludovico Poletto per “La Stampa” domenica 27 agosto 2023.

«Dai, no, eroe no».

E allora come ha fatto a restare così calmo?

«Mah, non saprei. Quando l'ho vista cadere mi sono messo in traiettoria. Ho aperto le braccia, d'istinto. E l'ho guardata mentre cadeva giù. E quando l'ho presa ho attutito il colpo qui, sul petto, e poi ho chiuso le braccia. Che devo dire? Ho fatto tutto così, in modo naturale. Non ho pensato a nulla e ho provato a fare quel che si doveva fare». 

E poi cos'è accaduto?

«E poi sono caduto a terra anch'io. E non sapevo che cosa pensare in quegli attimi. L'ho guardata. Prima era immobile, poi s'è messa a piangere e allora ho capito che stava bene. Che era andato tutto bene. Cioè ho sperato che fosse andato tutto bene». 

In questi casi si chiede sempre se ha avuto paura. Lei ne aveva?

«Davvero non ho pensato a nulla. Non avevo tempo di pensare. Ho fatto e basta». 

Eroe per caso?

«Mi fermo a per caso». 

Perché dice "per caso"?

«Perché io e Gloria (la fidanzata) stavamo passando da lì per una mera casualità». 

[…] E lei ha capito subito?

«Ho alzato gli occhi e ho visto quella bambina che si sporgeva nel vuoto. E allora mi sono messo anch'io a gridare di tornare dentro. Era la cosa più normale da fare». 

Frida che cosa faceva?

«Si sporgeva sempre di più. Era chiaro che avrebbe potuto cadere da un momento all'altro». 

Dal balcone di Frida non s'è affacciato nessuno?

«No. Gloria, la mia fidanzata, si è messa suonare tutti campanelli del palazzo. Eravamo in affanno. C'era della gente in strada». 

Lei, però, è rimasto concentrato su quel balcone, non è vero?

«Io sono rimasto lì a guardare. Sa, quella bambina era appesa alla ringhiera. Io l'ho vista cadere e mi sono messo sotto di lei. È stata fortuna. Non so. So soltanto che è andata bene. L'ho presa così (fa il gesto con le braccia) e l'ho stretta a me. Poi sono caduto con lei». 

Adesso lei come sta?

«Adesso bene. All'inizio facevo fatica a respirare. L'affanno. Oppure la botta. Non so. Mi hanno detto che non ho nulla e sono contento così». 

Senta, i genitori di Frida li ha visti, ha parlato con loro, vi siete sentiti?

«Li ho visti dopo, lì in strada, quando era già tutto terminato. Mi hanno detto che sono scesi di corsa. Credo che stessero sistemando qualcosa in casa, non ho capito bene. Poveretti, erano sconvolti. Del resto come non esserlo? Si sono presi uno spavento pazzesco, devastante».

E lei si è spaventato?

«Se devo dire la verità non ho avuto tempo di pensare. L'ho detto prima, ho fatto quel che mi sembrava giusto fare in quel momento, senza stare tanto a pensarci su». 

Lei è tranquillissimo anche adesso.

«È andata bene. Che cosa possiamo volere di più? Il destino ci ha messi lì. Il caso. La fatalità. A quel che ne so stiamo tutti quanti bene. E questa, mi creda, è la cosa più bella». 

Allora possiamo chiamarla eroe?

«No dai, eroe no».

Omicidio Cuneo, Sacha Chang e le 40 ore tra lupi e cinghiali. Nascosto tra gli essiccatoi, vagava senza sosta. Storia di Floriana Rullo, inviata a Montaldo di Mondovì (Cuneo), Corriere della Sera il 18 agosto 2023.

Montaldo di Mondovì (Cuneo) Lo hanno trovato nudo. Senza nemmeno quei vestiti, sporchi di sangue e bagnati dalla pioggia con cui si era allontanato. Con solo le scarpe ai piedi. Ha vagato per più di 40 ore senza una meta, senza sapere che cosa fare Sasha Chang, il ventunenne olandese fermato per duplice omicidio del padre e di un amico di famiglia che li ospitava nella sua casa a Montaldo Mondovì, nel Cuneese. Disarmato. Senza nulla da mangiare o da bere con sé. Senza niente con cui potersi orientare. È rimasto tra i boschi e tra la fitta vegetazione da solo, con i suoi pensieri e i suoi fantasmi. Ha girato la vallata più volte, per poi, stanco e stremato, lasciarsi andare su una panchina di legno davanti alla chiesetta San Bernardo, al caldo del sole del mattino. Un giaciglio che doveva offrirgli rifugio, e magari consentirgli di riposare, ma che alla fine lo ha tradito.

È lì che lo hanno trovato i carabinieri. Stanco e spossato dormiva ancora quando i militari gli si sono avvicinati. E non si è svegliato nemmeno quando lo hanno chiamato per nome nel tentativo di farlo alzare per ammanettarlo. Una fuga iniziata due giorni prima, quella del giovane olandese. Dopo aver compiuto il duplice omicidio del padre e dell’amico di famiglia a Montaldo, nel tentativo di non essere arrestato non ha visto altra soluzione che cercare di nascondersi tra i boschi della piccola valle incastonata tra Piemonte e Liguria. Agile e atletico, si sposta velocemente da una parte all’altra della vallata. Alcuni segnalano la sua presenza da diversi paesi, anche a distanza di chilometri. Nessuno riesce a trovarlo. Per tutta la notte vaga solitario, nascondendosi tra i vecchi essiccatoi di castagne ormai abbandonati che si trovano tra i boschi.

Fino al mattino quando, braccato, forse nel tentativo di bere al torrente, decide di attraversare la strada provinciale, sotto la cartiera di Torre Mondovì. Li c’è l’acqua che potrebbe aiutarlo a rifocillarsi e magari lavare anche quel sangue che, per tutta la notte si è portato addosso. Sono le otto del mattino. I carabinieri lo vedono, gli si avvicinano. Lo bloccano. Ma lui riesce a divincolarsi e a correre di nuovo via, lanciandosi per una discesa impervia. E sparendo nel nulla. Di nuovo. Il bosco diventa ancora una volta il suo nascondiglio. Ha graffi e lividi sul corpo. Ma nonostante questo non si ferma. Non ha fame, potrebbe cibarsi di bacche e provare a sottrarre qualche frutto dagli orti coltivati dai residenti, ma non lo fa. Rifocillarsi non sembra essere il suo primo obiettivo. Vuole solo non farsi prendere.

Condivide la boscaglia con cinghiali e lupi ma, mentre i carabinieri pensano a salvarlo per non mettere in pericolo la sua vita, lui invece sembra non farci nemmeno troppo caso. Sale e scende per le strade sterrate senza sapere dove sia finito. Senza meta e senza destinazione. E sparisce diventando nuovamente un fantasma. Scende l’oscurità. E anche la pioggia, battente, che lo obbliga a cercare un posto al coperto. Sale allora per 700 metri la montagna, arrivando alla cappella di San Bernardo. Ha bisogno di un riparo. E il suo corpo, ormai debilitato, non riesce più a sostenere quello sforzo fisico a cui viene sottoposto da quasi due giorni. Sasha crolla. E viene arrestato.

La fuga di Sacha finita in chiesa. "Gli abbiamo salvato la vita". Nadia Muratore il 19 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il ragazzo trovato in una cappella, era ancora sporco di sangue. I carabinieri: "Vagava in luoghi pericolosi"

Dopo due giorni vissuti in fuga, è stato rintracciato ed arrestato Sacha Chang, il 21enne olandese accusato di aver ucciso con numerosi fendenti il padre Haring Chainfa Chang dopo una banale lite. Con lo stesso coltello il ragazzo si è scagliato anche contro Lambertus Ter Horst, l'amico di famiglia che li ospitava nella casa delle vacanze a Montaldo di Mondovì, piccolo paese della provincia di Cuneo, dove il Piemonte scivola verso la Liguria.

A ritrovarlo stremato e impaurito, sono stati i carabinieri che senza sosta gli hanno dato la caccia, con il supporto di una decina di cacciatori del luogo, conoscitori attenti di quei boschi della Valle Corsaglia, con le sue grotte e i dirupi, ma anche gli edifici abbandonati e le piccole costruzioni in pietra che servono come ricovero attrezzi per chi qui si prende cura del territorio pulendo fiumi e castegneti. Luoghi ideali per un pluriassassino in fuga in cerca di un riparo, soprattutto la notte quando il termometro non sale mai oltre i 15 gradi. Le squadre di ricerca erano sulle sue tracce fin dal tardo pomeriggio di mercoledì e se il fiuto dei cani è stato importante per il suo ritrovamento, a fare la differenza è stata la conoscenza del territorio dei cacciatori, che con occhio attento sono soliti accorgersi di rami spezzati di un albero, di orme fresche sul terreno e di tracce biologiche.

Dopo aver trascorso l'ultima notte nel bosco, sorpreso dalla pioggia e dal vento, il 21enne ha cercato riparo accanto ad una cappella a Torre Mondovì, paese vicino a Montaldo Mondovì dove si è consumato il duplice omicidio. Pochi chilometri che diventano un interminabile labirinto se percorso a piedi tra rovi, erba alta e ripide discese. Era completamente nudo sporco del sangue del padre e dell'amico di famiglia uccisi con ripetute coltellate e anche del suo, per i tagli ed i graffi che si è procurato tra gli arbusti e per qualche caduta durante la fuga. Dormiva coricato su una panchina al sole, sfinito dai due giorni in fuga, da senza mangiare né bere.

I carabinieri lo hanno accerchiato e poi svegliato: Sacha era blindato, da quella panchina non avrebbe più potuto fuggire ma in realtà non ci ha neanche provato. A fatica, con l'aiuto dei militari si è seduto, senza alcuna reazione: gli occhi socchiusi, la testa che ogni tanto cadeva in avanti per la stanchezza. Non un gesto, non una parola neppure con chi, in olandese, gli chiedeva come stava e lo informava che lo avrebbero portato in ospedale. Immobile e stranito, il pluriomicida ha solo fatto un cenno con il capo quando gli hanno chiesto: «Sei Sacha Chang?» La sua fuga è finita con le manette ai polsi, tra due paramedici che lo sorreggevano per aiutarlo a salire in ambulanza.

«Quel ragazzo ha ucciso due persone - ha detto Piercarlo Negro il cacciatore che insieme ai suoi compagni ha aiutato i carabinieri a rintracciare Sacha - però quando l'ho visto mi ha fatto una pena incredibile. Si vedeva che ha dei problemi psichiatrici e non posso immaginare come abbia vissuto in questi due giorni. Devo fare un plauso ai militari per la loro professionalità ma anche per l'umanità che hanno dimostrato durante l'arresto». Soddisfatto il colonnello Giuseppe Carubia, che ha diretto l'operazione che ha portato all'arresto di Chang. «È un ragazzo forte ed atletico - ha sottolineato - per questo è riuscito a sopravvivere per due giorni nel bosco, percorrendo molti chilometri a piedi. La nostra priorità era catturarlo anche per salvargli la vita. Ritengo che in quelle condizioni non avrebbe potuto resistere a lungo. I rischi erano molti. Quando lo abbiamo trovato era spossato». «Nessuna collaborazione da parte sua, da noi non ha voluto nemmeno l'acqua - ha aggiunto Carubia -. Non ci risulta, neppure in casa abbiamo trovato farmaci che avvalorino questa ipotesi». Intanto dall'Olanda è arrivata la mamma di Sacha, che forse potrà aiutare gli investigatori a capire cosa abbia trasformato quel suo figlio fragile e problematico, nell'assassino di suo padre e del suo più caro amico.

La madre di Sacha Chang: «La sera prima del duplice omicidio mio figlio stava bene. Ha bisogno di me, non lo lascerò solo». Storia di Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 21 agosto 2023

«Stai tranquillo. Ti voglio bene. Fidati di chi hai attorno a te». Il primo incontro tra la mamma di Sacha, Marylke, e il 21enne in carcere dopo il duplice omicidio avvenuto a Montaldo di Mondovì, avviene nella cella della caserma dei carabinieri di Mondovì venerdì, lo stesso giorno in cui il giovane viene arrestato. Lei è appena arrivata da Amsterdam. È salita in fretta su un aereo insieme con l’altro figlio, il fratello minore di Sacha. Lo ha fatto dopo aver saputo dell’uccisione con 26 coltellate del marito Chainfa e poi di Bert, il medico che li stava ospitando per alcuni giorni di vacanza, nel Cuneese.

Voleva essere presente quando i carabinieri, dopo averlo trovato tra i boschi al termine di una fuga durata più di 40 ore, lo avrebbero portato in caserma. Sapeva che, quel ragazzo, stremato e smarrito, che ancora adesso non parla con nessuno e non risponde alle domande chiudendosi invece nel suo mondo, aveva bisogno di lei. Del sostegno che un figlio in difficoltà chiede alla propria madre.

E nonostante il dolore provato per la morte del marito, ha comunque deciso di non lasciarlo solo. Rinunciando anche ad essere parte offesa in un processo futuro. E, quando al pomeriggio se lo è trovato davanti, mentre lui la guardava con lo sguardo assente, non ha potuto fare altro che sussurragli più volte «ti voglio bene». Non ha potuto stringerlo, nonostante il giovane, ora in cella a Cuneo, gli abbia fatto sapere di aver bisogno di un suo abbraccio.

«Siamo dalla parte di Sacha, non ci costituiamo parte civile», ha ribadito anche a Luca Borsarelli, legale che la donna, 58 anni, ha nominato per difendere Sacha. «Sono a conoscenza dei problemi psichici di mio figlio — ha raccontato ai carabinieri —. Sacha è in cura in un centro di Amsterdam ed era arrivato in Italia con mio marito per trascorrere qualche giorno di vacanza e trovare così un po’ di serenità». Ma «avevo sentito Chainfa la sera prima del delitto e, parlando di Sasha, mi aveva confermato di come fosse tranquillo. Non capisco cosa possa essere successo».

Ed è proprio attorno a quelle cure psichiatriche, con ogni probabilità sorte dopo una delusione amorosa, che si baserà la difesa del 21enne. Mentre per oggi è attesa la convalida del fermo, l’avvocato fa sapere di «voler richiedere una perizia psichiatrica per Sacha. Sapere di una visita psichiatrica fatta in Olanda o che il giovane sia stato preso in carico da qualche centro specializzato ci sarà utile per capire come muoverci. La fuga può essere stata una reazione di spavento».

Anche per questo mamma Marylke già ieri è tornata ad Amsterdam. Deve fornire la documentazione che serve per provare la malattia del figlio. Ma la donna deve anche organizzare il rimpatrio della salma del marito, per cui si attende il nullaosta dopo l’autopsia. «È una donna forte, coraggiosa. Si è trovata ad affrontare la morte ma anche a dover pensare al figlio — dice ancora Borsarelli —. Si è anche informata se, in un futuro, Sacha potrà essere trasferito a Milano, più vicino all’aeroporto. Vuole essere presente nella sua vita. Vorrebbe poi fosse estradato in Olanda. Ma sarà tutto da valutare».

Estratto dell’articolo di Chiara Viglietti per “La Stampa” domenica 20 agosto 2023.

[…] «Sacha è malato, ha problemi psichici». Se ha ucciso, lo ha fatto perché in preda ai suoi fantasmi. Non sono spuntati dal nulla, l'ultimo giorno di vacanza in Italia. Ma sedimentavano da tempo. Lo abitavano già dentro ad Amsterdam. 

Parola di madre: la madre di un assassino, un ragazzo che a vent'anni ha finito a coltellate Haring Chang, che era suo padre. Ma era anche il marito di lei, Marylke Chang, la madre del killer. Poi si è accanito sull'amico di famiglia, il medico Lambertus Ter Horst - olandese come loro - che li aveva invitati nella casa in Italia. Nel cuore di una trama di boschi, a Montaldo Mondovì: trasformati in un teatro e il suo doppio. Di morte e di fuga: lunghe come due giorni e due notti.

Ieri sera, a Mondovì, Marylke Chang ha incontrato il legale del figlio, Luca Borsarelli. E a lui ha spiegato il mondo di Sacha. Il suo buco nero: «È malato da tempo. La mamma ha confermato che esiste una documentazione medica che attesta una patologia mentale pregressa di Sacha. Se verrà comprovata, chiederemo al giudice la perizia psichiatrica», conferma l'avvocato. «Altro non posso dire per vincolo professionale». 

E infatti nulla più dice. Tace come tutti. Come Sacha che fa scena muta da quando è stato arrestato dopo due giorni da fantasma nei boschi. Trovato infine, venerdì mattina, davanti a una chiesetta. Dormiva, sfinito. Non parlerà neppure domani durante l'udienza di convalida del fermo in tribunale a Cuneo. 

[…]  Per provare a dare le prime, in queste ore, la famiglia di Sacha riprenderà la strada del ritorno verso Amsterdam. «Torneremo a casa domani», ha detto la madre. Lì vogliono mettere insieme le prove.

Chiamare in causa lo psichiatra e la struttura di appoggio che aveva in cura Sacha e tentava di salvare il figlio. Ora tocca a loro, a chi resta, scongiurare il fine pena mai. Perché è questo l'orizzonte peggiore: che si faccia strada o si irrobustisca l'ipotesi, per la Procura di Cuneo, di un omicidio premeditato. Quello senza follia. Da ergastolo. 

Quello che fa dire agli investigatori che «finora non sono stati raccolti elementi oggettivi» che comprovino o viceversa smentiscano un disagio di natura psichica. E allora aprono al rebus, al dilemma: come ha fatto un ragazzo, perso nei suoi abissi, a sfuggire per due giorni a una provincia intera che lo accerchiava con carabinieri, cacciatori, cani molecolari, elicotteri? La domanda potrebbe anche valere all'inverso: come ha fatto, e se lo chiedeva un cacciatore, ad attraversare certi rovi impenetrabili capaci di oscurare persino il giorno, se non fosse stato guidato dai suoi demoni? 

[…] Per la mamma di Sacha le risposte stanno, anche, in una perizia psichiatrica. Mentre lei sta dalla parte del figlio. Scontato? Non proprio. Per gli investigatori italiani Marylke Chang risulta parte offesa. Ne avrebbe ampiamente diritto: era la moglie di un uomo ucciso per mano di un assassino. Ma quell'assassino è e resta suo figlio. E ci sono ragioni che non si piegano alla logica del «secondo la legge».

Passano semplicemente dalla pelle al cuore, tipo queste: «Stiamo dalla parte di Sacha, non ci costituiamo parte civile», ha confidato la donna. Dal carcere lui le ha chiesto un abbraccio. Quel «great hug» detto in inglese che sua madre voleva restituirgli fin da subito: da quando le hanno fatto incontrare Sacha dopo l'arresto. […] 

Il caso Aiazzone.

Aiazzone, il loft da 6 milioni a Montecarlo e la società a Panama. La causa di un ex socio alla figlia. Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera il 24 settembre 2023.

L'azienda di Biella ceduta a fine anni Novanta, per poi imboccare il sunset boulevard tra accuse di bancarotta e arresti. I creditori dell'ultimo fallimento sono 2.090

Il motto anni Ottanta di Aiazzone — «Provare per credere» — va benissimo anche adesso. Con l’impero ormai venduto, liquidato, evaporato, e con Marcella, una delle tre figlie dell’inventore dei mobili che da Biella venivano consegnati a domicilio («isole comprese»), davanti al tribunale di Imperia, tirata in causa da un ex socio in affari, Mario Falchi. In ballo c’è mezzo milione di euro che la donna — questa la pretesa dell’atto di citazione — dovrebbe all’uomo, tutelato dall’avvocato Antonio Maio. E qui bisogna «provare» (la tesi) e chissà, «credere» (alle parole).

Va da sé, si finisce a parlare di quattrini, sulla cui provenienza in un primo momento Marcella Aiazzone pare reticente, nell’atto di comparsa prima e davanti alle domande del giudice dopo. «Un appartamento a Montecarlo? Magari», la risposta messa a verbale, nell’udienza del giugno scorso: insomma, il gruzzoletto con cui aveva iniziato qualche operazione immobiliare sarebbe arrivato da «finanziamenti bancari». Dopodiché, aveva dato una spolverata alla memoria: spunta la casa nel Principato, di una società panamense, lascito della mamma. «Con titoli al portatore: se hai le carte, hai la proprietà», chiosa il legale. Abitazione poi venduta, per sei milioni di euro. 

Chissà se è la punta di un iceberg: «Non ne ho idea, ma dubito esista un tesoro», scuote la testa una persona che ha seguito qualche compravendita. Di certo, poco conta per gli eventuali creditori dell’azienda fondata da Giorgio Aiazzone, ceduta a fine anni Novanta, per poi imboccare il sunset boulevard, tra accuse di bancarotta e arresti. E nulla potrebbero pretendere i 2.090 creditori dell’ultimo fallimento, con un gruppo — Aiazzone solo di nome — affossato da 51 milioni di euro di passivo, accertato all’epoca dal tribunale fallimentare di Torino.

Scomparso il fondatore in un incidente aereo, la storia si fece cupa e triste, con la vedova, Rosella Piana, forse truffata da un trust svizzero e a sua volta finita in intrighi finanziari, poi scomparsa per malattia, nel 2002. Marcella, ex modella a Londra, si ritrovò a Montecarlo, prima di essere folgorata, raccontano, da una meravigliosa villa a Latte, tra Ventimiglia e Mentone. Doveva essere speculazione, ma fu amore: «Me la tengo io».

Annodata la società con Falchi tra il 2017 e il 2018, a un certo punto avrebbe smesso di passargli i compensi pattuiti, sempre secondo la versione dell’ex socio. Da qui, la causa. Non prima di un altro mezzo mistero, quando lo stesso Falchi, scultore e imprenditore con buoni agganci a Montecarlo, aveva imbastito l’affare per un ristorante deluxe sul porto di Ventimiglia, già entrato negli interessi del Principato. Quando però il commercialista, per le norme sull’antiriciclaggio, ebbe bisogno delle informazioni sulla provenienza dei soldi da investire, tutto saltò.

Epopea Aiazzone. Decenni dopo il fallimento dell'Impero del mobile di Biella, il miraggio di un «tesoro» a Panama. Redazione online su Il Corriere della Sera sabato 23 settembre 2023.

L'ultimo atto della saga di re Giorgio che sulla scia di Telebiella e del «primo influencer» Guido Angeli conquistò l'Italia. Fino alla morte nel 1986 

Guido Angeli, volto delle campagne Aiazzone degli Anni 80.

Bagliori Anni 80, una morte tragica, lunghi strascichi giudiziari. E, decenni dopo, una nuova puntata della fiaba. Con tanto di tesoro. La prima parte dell'epopea Aiazzone, il mobilificio di Biella di Giorgio Aiazzone che puntando tutto sul marketing, su celebri spot  (e sul testimonial tv Guido Angeli dal capello fluente, quello del «Provare per credere») entrò in tantissime case italiane, va dalla fondazione, nel 1981, al trionfo commerciale a metà decennio, con un fatturato che toccò i 30 miliardi (di lire). 

Erano gli anni di Telebiella, prima vera tivù privata, modello poi di tutta l'epopea Mediaset, era la genialata delle consegne a domicilio prima di Ikea e di Amazon. Poi, nel 1986, la morte del fondatore precipitato con il suo piper, il declino, il fallimento.  Vent'anni dopo, Renato Semeraro, finanziere torinese, ci riprovò, rilevando il marchio dalla vedova, ma finì pure peggio, con 800 dipendenti senza stipendio e 13 mila famiglie truffate: mobili acquistati, mobili mai arrivati. Ecco nel 2010  l'accusa di bancarotta fraudolenta, i numeri del gruppo Panmedia -la società torinese proprietaria del marchio - parlano di 2.090 creditori accertati (famiglie, impiegati, fornitori) e 51 milioni di euro di passivo. Ecco nel 2011 l'arresto di Gian Mauro Borsano, ex presidente della squadra di calcio del Torino ed ex parlamentare socialista, del suo socio Semeraro e di Giuseppe Gallo, titolare di Panmedia e della catena di 30 negozi. Tutti accusati di bancarotta fraudolenta, distrazione documentale, sottrazione fraudolenta dal pagamento delle imposte e riciclaggio. Ecco la definitiva scomparsa del marchio. Nel 2017 il Corriere raccontava della ex sede centrale dell'Aiazzone, la mitica Città del mobile, trasformata in discarica e sede di rave party. E altri negozi abbandonati vennero vandalizzati da truffati infuriati.

La novità  è in una frase: «Avevo una società a Panama, regalo dei miei genitori». A dirla, forse non del tutto consapevolmente, Marcella figlia di Giorgio, nell'ambito del processo in corso relativo alla causa giudiziaria con l’ex socio e compagno Mario Falchi. La donna aveva sostenuto di aver effettuato speculazioni immobiliari nel principato di Monaco

grazie a finanziamenti bancari mai chiariti. I soldi arriverebbero in realtà dalla vendita di un appartamento a Montecarlo patrimonio della classica società panamense, società trasmesso alla donna dalla madre del re del mobile, Rossella Piana. Tanto basta a far sperare i creditori ancora in attesa, che ora sognano un tesoro battente bandiera panamense finora sfuggito ai radar. Nella causa si chiedono ora all'erede dell'"impero" mezzo milione di euro.

Nel 2019 a Biella spuntò una mozione per  intitolare una via ad Aiazzone, presentata da due consiglieri del Pd, un "risarcimento" per il fatto che l'imprenditore aveva reso celebre una città fino ad allora poco conosciuta fuori dal Piemonte, ma con metodi "pop" - dai regali agli sposi alle gite a Biella pagate -, da parvenu di successo, che la vecchia Biella non ha mai perdonato. Ma il consiglio comunale restò diviso. Ora, l'ultimissimo atto.

Aiazzone e il sogno degli anni Ottanta: provare per credere. MICHELE MASNERI su Il Foglio 3 giugno 2023.

Il geometra dei sogni e l’impresa di una Ikea italiana. Gli spot martellanti, l’“Operazione Sposi”, l’esibizionismo e il successo imperdonabile nella Biella conservatrice. Fino al tragico incidente

Il cimitero di Oropa, sopra  Biella, tra le mucche scampanellanti e l’aria fresca anche nell’afa di fine maggio, è detto il Piccolo Staglieno per la ricchezza delle sue tombe, che ricordano soprattutto un’industria italiana che non c’è più. Sopra una raggiera di tombe semplici ecco le cappelle business class, messe di fronte alla valle che da secoli ha dato lana e ministri al Regno d’Italia. Trionfa l’enorme piramide faraonico-massonica di Quintino Sella, regio ministro delle Finanze, dinastia che comanda a Biella da secoli, tra grand commis, ministri, banchieri e lanieri. poi i Rivetti (lane, scomparsi), poi Gualino (inventori, scomparsi), poi altre prosapie estinte, con fiori ammosciati. L’unica tomba moderna è quella di Giorgio Aiazzone, tutta specchi e spigoli. Nato nella vicina Tollegno nel 1947 e morto in un incidente aereo nel 1986 a soli trentanove anni, ivi è sepolto. 

“L’ha fatta costruire lì perché poteva guardare la sua Città del mobile”. Ai piedi del monte, alla periferia industriale di Biella, si vede solo una boscaglia, “guardi meglio”, mi dice Roberto Cappio, cognato di Aiazzone, imprenditore a sua volta, e marito della sorella Enrica. “Ormai è tutto ricoperto di bosco. La foresta amazzonica, o meglio aiazzonica”. Roberto Cappio e la moglie Enrica Aiazzone sono alcuni dei superstiti di una storia industriale italiana che è nata, se proprio vogliamo trovare un anniversario, cinquant’anni fa, anche se non serve in questa storia. Nel 1973, il geometra Giorgio Aiazzone, un anno dopo essersi sposato, fa il grande salto dal piccolo mobilificio di famiglia e mette su quello che sarà il sogno dell’Ikea italiana, molto  prima che il grande magazzino svedese  arrivi in Italia. Scapestrato, geniale, autodidatta, ribaldo, esibizionista, Giorgio Aiazzone trasporta l’Italia negli anni Ottanta, coi suoi claim martellanti su immagini sgranate di tv locali e spot orripilanti ma efficaci. “Vieni-vieni-vieni-da Aiazzone-quanti mobili troverai”, “Vieni in bici o carrozzella, ma vieni a Biella”, fino al celebre “Provare per credere”, di Guido Angeli, specie di influencer mobiliero che molti indentificavano in lui.

La storia di Aiazzone è anche la storia delle tv private  e della pubblicità in Italia. “Le canzoni degli spot prima le inventava mia mamma”, mi dice Marcella Aiazzone, una delle tre figlie, poi interviene Dario Baldan Bembo (quello di “Amico è”, ma anche di “Minuetto” di Mia Martini). Gli spot li facevamo qui, mi racconta Cappio, mentre parcheggiamo in un altro spiazzo di un altro capannone con l’insegna “vendesi” nella periferia di Biella. C’era uno studio interno, dedicato; al piano primo i programmi di Telebiella.  Sotto, le televendite.

Anche TeleBiella è uno strano primato, è la prima tv privata italiana, che nel 1973 osa sfidare la Rai e ottiene una storica sentenza della Corte Costituzionale (TeleMilano58 progenitrice di Canale 5 arriverà solo nel ‘76). Come se dalla calma piatta nascessero a un certo punto dei meteoriti, dalla sonnolenta e tradizionalista Biella nasce anche la prima emittente che sfida la Rai e porta l’Italia fuori dal monoscopio. Aiazzone la compra subito. 

I messaggi televisivi di Aiazzone, noi boomer ce li ricordiamo bene, erano cheap, semplici, ossessivi. Volutamente. Le maggiori agenzie pubblicitarie erano disperate perché lui non le faceva lavorare, faceva tutto da solo, racconta Cappio, che con la moglie Enrica ha scritto anni fa l’introvabile memoriale “Giorgio Aiazzone, l’uomo del fare”, pubblicato dal piccolo Lineadaria Editore. Prefazione di Silvio Berlusconi, non formale ma accorata, che sottolinea come “La vicenda professionale di Giorgio Aiazzone ha rappresentato al meglio lo spirito “del fare” dei nuovi imprenditori della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ’80. Questi uomini sono stati determinanti   non solo per rimettere in moto l’economia del nostro Paese, ma ancor più per la modernizzazione culturale dell’Italia, per l’abbandono della visione regressiva ed afflittiva del nostro futuro, basata sulla logica ‘dell’austerity’, se non addirittura sulla fine del sistema del libero mercato, visione che aveva dominato la quasi totalità degli anni 70 e che accomunava i tradizionali avversari ideologici del capitalismo con una parte delle sfiduciate e spossate”. 

Poi, più interessante, l’eulogia del Cav. passa a descrivere il business model di Aiazzone: “Negli anni 70 la commercializzazione di mobili aveva un vincolo insopprimibile nelle dimensioni standard ‘dell’area di attrazione commerciale’ e questa non poteva essere espansa oltre certi limiti”. Pertanto, scrive il Cav., “il fattore critico di successo era considerato la collocazione dei punti vendita nelle aree urbane ad alto traffico e la loro moltiplicazione. Giorgio Aiazzone, per primo e meglio di chiunque altro, comprese che lo sviluppo delle televisioni commerciali poteva modificare questo paradigma. Su questa opportunità costruì un modello “capovolto” rispetto al precedente. Grazie al messaggio veicolato dalla televisione, i tradizionali confini dell’area di attrazione commerciale furono espansi da una triplice promessa: un elevato rapporto qualità/prezzo, un elevato servizio, volto a cancellare il problema “distanze” (la famosa “spedizione gratuita in tutta Italia, isole comprese”) e la trasformazione della visita a Biella in un vero e proprio viaggio turistico (“l’altrettanto famoso invito a pranzo e cena con gli architetti e la grande festa”)”. 

Un mare di cartelli

Si sente che Berlusconi parla di Aiazzone come di un sé stesso mobiliere. Le credenze (in stile) come le frequenze. E del resto Aiazzone capisce prima degli altri il potenziale della tv. “E prima ancora della pubblicità nei cinema”, racconta Enrica Aiazzone. Come Berlusconi “forza” la dimensione locale dell’intrattenimento, e porta gli italiani a Biella. “Grazie agli spot gli italiani cominciarono a venire con mezzi propri, ma dopo la crisi energetiche degli anni Settanta Giorgio si inventa i pullman. Pullman che partono da tutta Italia per andarsi a comprare l’arredamento. L’idea nasce guardando su Rete A una televendita di villette ai Lidi ravennati, e il viaggio era offerto ai telespettatori che prenotavano una visita. E’ anche una forma di turismo per chi non ha mai fatto turismo. I clienti venivano ospitati gratis in un paio di ristoranti convenzionati, magari non stellati, ma buoni e abbondanti”, mi dice sempre la sorella. Poi, appena arrivati al mobilificio, cominciavano i regali. Un orologio per i signori, catenine per le signore. Oppure peluche. Come il leprotto “Milcaro”, eccolo qua, mi mostra, su un divano naturalmente Aiazzone, nella villa che domina Biella. Appena sotto il castello un po’ sgarrupato dei principi Ferrero della Marmora, altra dinastia fatale al Regno, in questa città dove la gerarchia sociale la puoi quasi toccare. 

Biella si divide in alta e bassa, c’è la funicolare, i prezzi delle case sono comunque bassissimi, tra i più bassi in Italia, perché non c’è più l’industria, e dunque chi mai verrebbe ad abitare qui? Biella alta detta “Il Piazzo”  di notte è bellissima, pulitissima, deserta. Prezzi medi: novecento euro al metro, ristrutturato. Se ci fosse modo di arrivarci, sarebbe una bella alternativa alle varie Ortica e NoLo. Anche un bell’investimento da climate change, quassù non serve l’aria condizionata, e i mari non arriveranno. Ma arrivare a Biella è difficilissimo. Bisogna cambiare due treni, alla fine da Milano ci metti due ore e mezza per fare cento chilometri. 

Biella bassa è civilissima, ricchissima di capannoni abbandonati, di varie epoche. Prevale un liberty industriale gentile, quasi da Costa Azzurra, si sente la vicinanza con la riviera. Ci sono gli enormi lanifici Rivetti, sparsi per la città, e tanti altri relitti di un’epoca andata. Business negli anni ridimensionato, e nessuno l’ha sostituito. Il colmo è che negli anni in cui esplode Aiazzone, le élite locali lo boicottano brutalmente. Il Rotary di Biella respinge la sua richiesta di iscrizione (solo quello della Brianza lo ammetterà tra i suoi soci). Dà fastidio la sua Ferrari rombante, l’aereo con cui decolla e atterra in continuazione dal piccolo aeroporto. Soprattutto il fatto che Biella venga identificata con Aiazzone. “A un certo punto al Toulà a Milano qualcuno della famiglia Zegna vede entrare Aiazzone e lo guarda come un appestato”, ricorda Cappio, senza risentimento, ma come parlando di un fatto bizzarro proveniente da un’epoca lontana. 

Poco amato dalle élite locali, Aiazzone è adorato dal popolo, dai clienti, anzi dai “gentili ospiti” di tutta Italia. “Per la prima volta una generazione di italiani non abbienti si ribella ai mobili ereditati dalla nonna e si può permettere di comprarli nuovi”. “Quando distribuivamo i peluche, dovevano intervenire i carabinieri per gestire l’enorme flusso di visitatori” racconta la sorella. I visitatori nel 1985 sono 70 mila. Tanti vedono Biella per la prima volta. Tanti ci rimangono, si sposano qui. Si crea un indotto. “Come Biella Scarpe, che ancora ci ringrazia, perché la gente passa e si compra le scarpe”. “Soprattutto quelli che venivano da lontano, arrivavano coi piedi gonfi e si compravano le scarpe nuove”. Per chi arrivava da Calabria e Sicilia, sono offerte anche cena e pernotto. Uno dei claim più famosi dell’epoca era: “non puoi sbagliare: all’uscita dell’autostrada, un mare di cartelli ti porterà fino ad Aiazzone”.   

Le innovazioni di Aiazzone sono tantissime. Il credito al consumo, che all’epoca non esisteva, con la presenza di un funzionario di banca interno (Banca d’America e d’Italia, già di un grande italoamericano, Amadeo P. Giannini). Poi la  consegna a casa, “isole comprese” – “momento fondamentale con cui si instaurava la fiducia definitiva nei clienti, perché se il mobile non arrivava nei tempi stabiliti il cliente lo perdevi”, dice sempre Enrica Aiazzone. Altro sistema per ingraziarsi la fiducia definitiva: la cosiddetta “operazione Sposi”, che sarebbe un magnifico saggio di Labranca: regalare viaggi di nozze alle giovani coppie, nello spot si vede una banda, e poi un aereo privato, un Learjet che porta gli sposini, e fa molto Dallas. In realtà regalare la luna di miele “costava meno di un forte sconto, in accordo con agenzie di viaggio che volentieri ti trovavano occasioni fuori stagione, magari in Tunisia o a Palma de Mallorca, come recita lo spot, e i clienti ti ricordavano per sempre”.  

“I nostri architetti” che ti accoglievano  non sempre poi erano veri architetti: erano ragazzi, magari neolaureati, magari non in architettura, ma insomma ti accoglievano, accoglievano gente che mai aveva pensato di essere ricevuta da architetti veri o finti da qualche parte del globo. Questa di Aiazzone è soprattutto una storia di ragazzi: sono tutti giovani, l’epopea di venti-trentenni negli anni Ottanta. 

Aiazzone da ragazzino scrive delle lettere che sembrano ottocentesche (“solo ora le mie angosce cessano, ora che ho venduto tale quota di mobili”, scrive ai parenti  in una specie di sbrocco mistico del commercio). “Non il volere ma il potere d’acquisto del cliente”, bisogna capire, per vendere, teorizzerà poi. Il cliente anzi il gentile ospite va fatto parlare, e capito. Bisogna capire,  al di là di quel che dice, quanto può spendere. “Con Aiazzone si ha il superamento dei classici 4 tempi della vendita: approccio, dimostrazione del prodotto, superamento delle obiezioni, conclusioni”, e si passa al modulo a tre tempi: “approccio allargato, dimostrazione del prodotto, superamento delle obiezioni”. Non è come oggi andare all’Ikea o al Brico. Era una pubblicità e una comunicazione totalmente aspirazionale. L’aereo privato, il sogno, gli sposi. “Aiazzone, Aiazzone, per i mobili è il massimo”. Oggi sarebbe tutto assurdo, a partire dal jet, che da sogno sarebbe incubo con la Co2. “Il fare acquisti deve coincidere il più possibile col tempo libero”, prescrive Aiazzone. “Commercio declinato in chiave turistica e nutrito da endovene di pubblicità sono il futuro dove la manifattura conterà sempre meno”, sosteneva (open to meraviglia, aveva inventato “l’acquisto esperienziale” di oggi).

La settimana diventa un palinsesto. Se “dal lunedì al venerdì sarete ospitati dai nostri architetti”, “il sabato è la grande festa di Aiazzone”, diceva lo spot. Ma che si faceva in questa festa? “Si andava tutti insieme, venditori, impiegati, clienti”. Tutta la famiglia è mobilitata a vendere. La figlia Marcella racconta che a casa tutti erano incitati al commercio  fin da bambini (“e se vendevamo tanto lui poi ci premiava”). Il pezzo forte è il salone in stile rinascimentale, detto “bue di Natale”, “Mio bisnonno faceva il macellaio, il bue di Natale è un piatto da festività, ricco, ma difficile da preparare”. La qualità dei mobili era buona, magari non eccelsa ma buona (“una cucina che aveva fatto copiando la Boffi l’abbiamo usata per quarant’anni”, dice Enrica Aiazzone). Contrariamente alla leggende che si trovano in Rete secondo cui Aiazzone negoziasse con fornitori dell’Est grossi carichi di legname, Aiazzone di mobili non ne ha mai prodotti, semplicemente li comprava da altri produttori, li “impacchettava”, li rivendeva col suo marchio (cosa che all’epoca nessuno faceva). Il logo è detto “biscotto Aiazzone”, infatti  è racchiuso in una specie di sagoma da Plasmon o pavesino, si trova ancora stampigliato in vari capannoni abbandonati per la città. 

“La cosa più difficile era vendere ai biellesi”, racconta  la sorella. “Una volta si entusiasmò perché era riuscito a vendere un divano letto a una signora di qui”. Insomma se fosse una fiction non è difficile immaginare lo scapestrato ragazzo di provincia che fa i miliardi e gira rombando mentre i vecchi locali borbottanti assistono  alle finestre. “Qui c’era MaxiMobili”, mi fa vedere dalla macchina Cappio. Altro marchio defunto. Un concorrente? “No, era sempre lui, aveva messo su un finto negozio rivale, così chi lo detestava andava a comprare lì, ma poi era sempre lui”. 

Provare per credere

Poi arriva la faccia di Aiazzone, Guido Angeli. Sedicente esperto di pittura e antiquariato, noto a Montecatini tra le signore, indossa cappotto di cammello e un bastone dal pomolo d’argento, a bordo di una Rolls. Reclamizza mobili su una certa PanTv, di Pavia. Davanti alle decine di televisori che ha in ufficio,  finestra su quel mondo pazzo delle tv private che sta nascendo, come un Instagram ante litteram, Aiazzone nota questo venditore che lo colpisce. Diventerà il volto tv di Aiazzone e una delle icone degli anni Ottanta. “Dopo aver esercitato diversi mestieri”, ha scritto Aldo Grasso, “dal gestore di alberghi e locali notturni al mercante d’arte e di antiquariato”, Angeli approda per caso in televisione nel 1983, contattato da un amico gallerista che deve piazzare con alcune televendite una partita di dipinti dell’800 (la trasmissione si intitolava “Aggiudicato”) .  Angeli lancia gesti e slogan diventati proverbiali, come il gesto con la mano rantolante e poi il pollicione  alzato e la battuta: “Provare per credere”, ma anche “Dite che vi manda Guido Angeli”, “Aiazzone, è la scelta più Biella del mondo”.

L’identificazione col marchio è totale. “Spesso mi chiedevano se ero figlia di Guido Angeli”, mi dice Marcella Aiazzone. Guido Angeli fa anche   un film (dimenticabile) del 1987 che si chiama con poca fantasia “Provare per credere”, con Tinì Cansino, Pamela Prati, Gegia, e Angeli nel ruolo di “Frankie”. Un anno prima pubblica anche un 45 giri, sempre con lo stesso titolo (fa così: “Le rose appassiscono/ gli amici rimangono/gli amori ti amano/provare per credere!/Se per gli stupidi/le stelle son piccole/vorrei esser piccolo/ addio così.Provare per credere”). Con Guido Angeli arriva anche il meno noto Walter Carbone, invece esperto di “tappeti orientali”, e già in forze alla Semeraro mobili con un programma che si chiamava “La domenica con Semeraro”, una specie di sotto-Domenica In, citato da Labranca proprio come esempio di trash cioè imitazione economica di qualcosa di alto (qui Carbone imitava Pippo Baudo, ma con ospiti come il cantante Mario Tessuto). “Angeli faceva 100 telefonate a diretta, io dovevo superarlo”, ha raccontato in un’intervista Carbone.   

La villa maledetta

In questo gotico biellese non può mancare una villa maledetta.  Ecco l’ultima residenza di Aiazzone, villa Reda, tra via Losana e via Mazzini, affacciata sul parco principale di Biella, tipo villino da Nomentana, colonne e stucchi anni Venti. Qualcuno dice che porta male.  Oggi è di un tedesco, Karl Eberhard Alfred. “Mi stupisco che nessun biellese abbia voluto acquistare questa villa. E sono ancor più meravigliato del fatto che non si siano fatti avanti acquirenti da altre parti d’Italia. Biella è vicina a Torino e a Milano e non posso credere che a nessuno abbia fatto gola un gioiello come questo, ad un prezzo che è quasi un regalo”, ha detto alla Provincia di Biella. Ha acquistato la ex casa di Giorgio Aiazzone per 658 mila euro, circa 400 euro al metro quadrato.“Ci vorrebbe un po’ di turismo, per far riprendere la città, di  un treno veloce se ne parla da anni”, dice Enrica Aiazzone. 

“Biella una volta era Beverly Hills… le ville, le industrie, ora non è rimasto niente”, mi dice invece Marcella. “Uno dei ricordi belli? I  tuffi nella piscina che avevamo sul tetto di villa Reda, a bomba”. La scena come si dice è plastica:  gli Aiazzone giovani che sguazzano sul tetto, una roba che mai si sarà vista nella città sussiegosa. A cui non  piacciono le   Ferrari di Aiazzone, con cui fa visita ai mobilieri brianzoli  (Daytona gialla, ma c’è anche un assegno da 104 milioni di lire per una Testarossa prenotata e mai ritirata, che doveva prendere in quel 1986 fatale).  A un certo punto è l’epoca anche dei rapimenti, Aiazzone viaggia su un’Alfetta blindata con lampeggiante e sirena (di seconda mano, già di uno Zegna) con cui scherzosamente insegue le occasionali pattuglie di polizia. 

E poi l’aereo. L’aereo su cui vola - forse anche pilotando, senza licenza - è  un Piper a elica PA-34-200T, ma “ne aveva già ordinato un altro, un jet”, dice il cognato. Memorie aeronautiche: i voli radenti alla pista e poi su, di scatto, racconta Marcella. Butta giù tutti dal letto alle cinque e mezza, destinazione Lourdes, racconta Roberto Cappio. E una volta l’aereo vola a Sankt Moritz perché il Cav. gli chiede di riarredare il villone appena comprato dallo Scià di Persia. Composto di trentacinque stanze, ognuna arredata in un diverso colore. Gli Aiazzone mi han chiesto di non scrivere questa cosa, ma mi prendo tutte le responsabilità: la scena di Aiazzone che va ad arredare lo chalet Berlusconi a St.Moritz vale una querela. 

A Cervinia, invece, si compra l’appartamento sotto quello di Mike Bongiorno. D’estate, sci nautico “all’alba, a piedi nudi, nel lago di Viverone”, uno dei tanti paesini del biellese dove oggi le case costano 300 euro al metroquadro. L’aereo è quello su cui precipita il 6 luglio 1986 a Sartirana Lomellina, non lontano da un altro schianto celebre, quello di Enrico Mattei. A bordo ci sono lui, il pilota, un’amica. Colpito da un fulmine, l’aereo cade su una villetta, non si salva nessuno. Andavano a trovare il commendator Magni, della Magniflex materassi, a Viareggio: erano usciti in barca, ma son tornati indietro perché era brutto tempo. Hanno mangiano in barca, in porto, Aiazzone quel giorno “era allegro”.

Il geometra dei sogni 

Più americano che italiano, certamente non piemontese. Aiazzone è per tutti a Biella “il geometra”, e avrebbe forse potuto diventarlo su più vasta scala in un’Italia in cui c’erano  “l’Avvocato” (Agnelli), “l’Ingegnere” (De Benedetti), “il Contadino” (Raul Gardini). Il geometra ha piacere a concludere le vendite più difficili in persona. Se il cliente è scettico non si può far passar  tempo, perché quello se ne tornerà giù al Sud. Allora il geometra si toglie il Rolex d’oro e lo poggia sul tavolo, poi dice “il possedere quest’orologio non è nulla se paragonato all’averla mia cliente”. Intima ai suoi: “portate un gioiello alla signora”, se c’è una moglie, e un addetto va a recuperare una catenina che varrà pochi spicci, ma la mente umana degli anni Ottanta lì ha quello scarto fatale: Rolex, oro, e il cliente cede, è stanco, ha fatto molta strada... Micromanagement alla Cairo: controlli micidiali sulle note spese, si mette in macchina a stanare  i suoi autisti, che  non stiano a gozzovigliare agli autogrill. I parenti lo descrivono:  geniale, totalizzante, generoso, consapevole che sarebbe morto giovane, a volte insopportabile, a volte depresso, si chiudeva in casa e per due giorni non usciva dal letto. Gli Aiazzone erano un “clan”, venditori, autisti, impiegati, la sua storica guardia del corpo “scelta perché ex carabiniere, e perché meridionale, dunque ottimo per rapportarsi con una clientela che era al novanta per cento meridionale”. “C’era anche un modo diverso di trattare i collaboratori, che erano appunto più collaboratori che dipendenti”, dice Marcella Aiazzone, “altra cosa che piaceva poco qui in zona”. Tra i suoi progetti c’era certamente quello di andare avanti con la tv: non solo Telebiella, vuole (come Berlusconi)  stabilire un network nazionale. Fonda il GAT, Gruppo Televisivo Aiazzone, che irrora su tutta l’Italia (isole comprese) il messaggio dei suoi testimonial. Sogna una specie di pre-Grande Fratello: “una tv nei centri commerciali da cui spuntano ogni tanto personaggi celebri come Giorgio Albertazzi o addirittura, Frank Sinatra…”. E poi c’è l’Est da conquistare. Vendere Oltrecortina, verso l’Europa che si sta liberando del comunismo, e sarà presto affamata di salotti e peluche.   

La fine e la memoria

Pochi giorni dopo l’incidente aereo, Rete A trasmette una strana veglia funebre per Aiazzone, con due trasmissioni, una condotta da Wanna Marchi, in compagnia della figlia Stefania Nobile, e l’altra da Guido Angeli, che per ore si rivolsero direttamente al defunto, esortandolo a dar loro la forza di continuare il loro lavoro. Il tutto mentre la telecamera  inquadra la scrivania del de cuius con un raggio di luce rivolto verso l’alto. Considerate  macabre e sgangherate, ottennero un grande impatto sul pubblico e divennero un caso di studio tra gli esperti di mass media. Wanna Marchi tuttavia si pentì, affermando che avrebbe preferito “velare a lutto il televisore per una giornata intera”.  Secondo Enrica Aiazzone, quel lugubre omaggio di Guido Angeli era dettato dal senso di colpa, perché il “teleimbonitore”  aveva brevettato per sé il jingle “Provare per credere”. 

La figura di Aiazzone ha una specie di esistenza postuma online. Oltre ai filmati di Guido Angeli, ci sono diversi gruppi Facebook di patiti. Fan scatenati ovunque. Uno risponde al telefono. “Aiazzone? E’ Dio”. Su “Vecchia Biella e vecchio biellese” è un profluvio di ricordi e  testimonianze. “Ho avuto l’onore di essere suo autista e organizzatore dei bus”, scrive Gaetano Di Pasquale. “Ho ancora il salotto in stile rinascimentale”, scrive un altro.  

Il finale è triste. Morto il fondatore, la vedova Rosella scopre di avere un tumore e finisce in guai finanziari, e qui la faccenda diventa delicata, difficile, amara. La racconta la figlia Marcella, bellissima donna, ex modella a Londra, ha riparato a Montecarlo dove fa l’immobiliarista, ha lo sguardo triste di chi è stato strappato alla fortuna bruscamente. “Vivo in un monolocale, e va bene così, ma certo quando guardo quegli yacht ancorati penso a tutti i nostri soldi, chissà dove sono finiti”. L’azienda viene venduta nel 1998 a un gruppo di imprenditori, ma i soldi, circa 19 milioni di euro, non sono mai arrivati. La vedova  vuole istituire un trust, il Beau Rivage. Il finanziere consigliato dalla banca svizzera di fiducia Arner per crearlo   è un personaggio che in una fiction sarebbe troppo esotico, si chiama Mordechai Israelachvili, un israeliano residente a Malta. Secondo Marcella  è il cattivo della storia. Sua madre non solo non riceverà mai i suoi soldi, ma viene pian piano esautorata, e quando comincia a chieder conto della gestione, pure denunciata. Finirà ai domiciliari, dove morirà di cancro. E’ sepolta anche lei a  Oropa, sopra Giorgio Aiazzone. La vicenda  è devastante per il resto della famiglia, dove le sorelle non parlano tra loro e la zia con le nipoti. Marcella Aiazzone dieci anni fa si è incatenata davanti al tribunale di Torino per chiedere giustizia, ma a suo dire non è accaduto nulla. Adesso Aiazzone non esiste più, fallita ufficialmente nel 2010: le isole comprese sono finite. Il mare di cartelli è prosciugato.  La damnatio memoriae è avvenuta, il “biscotto”  cancellato.    Sullo sfondo, l’ubiqua banca Sella, socia del finanziere dal nome esotico, che pretende indietro i soldi con grande solerzia, dice Marcella Aiazzone. “E’ tutto scritto, ci sono i documenti”. Se fosse una fiction, sarebbe il vecchio status quo che non tollera rivali, tantomeno quell’imprenditore scapestrato e ribaldo. Ma in pochi anni l’ordine viene ristabilito, il nome smontato, solo le tombe sono lì, e non è rimasto molto altro.   

Chi è l’erede spirituale di Aiazzone? “Mondo Convenienza”, ne sono certi la sorella e il cognato. Ma pure “PoltroneSofà  è un suo continuatore, con gli slogan martellanti e sempre nuovi”. Il comune di Biella non gli ha mai dedicato una via. Nel 2019 se ne discusse, poi non è successo più niente. “Ce n’è una in un centro commerciale,  ma non è ufficiale”, dice il cognato. Ma forse è la sua più logica collocazione possibile. 

Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).

A Biella una via per Aiazzone, icona pop degli anni ’80. Pubblicato martedì, 19 marzo 2019 da Corriere.it. Il consiglio comunale di Biella, nella sua ultima seduta prima delle elezioni ha approvato una mozione con la quale chiede di intitolare una via della città a Giorgio Aiazzone, l’imprenditore «re del mobile» protagonista di uno straordinario successo imprenditoriale e mediatico negli anni ‘80. Un successo che declinò altrettanto rapidamente dopo la morte di Aiazzone in un incidente aereo nel 1986 . Con i suoi spot martellanti sulle tv private, gli slogan caserecci, i «jingle» orecchiabili il mobilificio biellese divenne tout court uno dei simboli «pop» dell’ottimismo del decennio e il successo dell’imprenditore fu al lungo accostato a quello di un altro rampante di quel periodo, Silvio Berlusconi. La mozione per intitolare una via di Biella ad Aiazzone è stata presentata da due consiglieri del Pd ma ha riscosso consensi trasversali, ad esempio dai rappresentanti di Fratelli d’Italia mentre i rappresentanti di Forza Italia hanno lasciato l’aula al momento del voto. Parlando del «de cuius» la consigliera Livia Caldesi l’ha ricordato con queste parole: «Aveva un modo di comunicare innovativo, se vogliamo anche poco elegante, che lo aveva portato ad essere un po’ escluso dalla Biella conservatrice di allora. Ma trovo che sia doveroso dedicargli una via. Ancora oggi c’è chi identifica Biella come la città di Aiazzone». Un «parvenu»: ecco l’etichetta che il «re del mobile non si strappò mai veramente di dosso; nato nel 1947 , ereditò la piccola fabbrica del padre espandendola fino a farla diventare la più famosa d’Italia nella fascia medio-bassa del mercato. Due le chiavi del successo: la prima fu l’intuizione della potenza degli spot sulle tv private. Chi c’era negli anni ’80 non può non ricordare «la consegna in tutta Italia, isole comprese», «l’invito a pranzo degli architetti», il «provare per credere» pronunciato ossessivamente da Guido Angeli, televenditore divenuto «guru» del marchio. Aiazzone divenne proprietario di un network di piccoli canali privati dalle quali bombardava l’etere con le incessanti televendite. L’altro asso nella manica fu quello che in anni successivi sarebbe stato definito «customer care»: l’idea di far sentire la clientela seguita da vicino, dilatando gli orari di apertura, offrendo sconti e regali a pioggia. Giorgio Aiazzone morì pagando a caro prezzo una sua passione, quella del volo: precipitò con un piccolo aereo privato il 6 luglio del 1986 a Sartirana Lomellina, nel Pavese. Curiosamente - e fatte le dovute proporzioni - non lontano da dove nel 1962 aveva perso la vita in circostanze analoghe un altro imprenditore simbolo di un’epoca italiana, Enrico Mattei. Per commemorare l’amico morto, Guido Angeli fece un’orazione funebre televisiva di 80 minuti parlando a una sedia vuota. Un pezzo di televisione che fece epoca. Da lì in avanti la discesa dell’impero del «re del mobile», che arrivò a fatturare in un anno 60 miliardi di lire, fu repentina. Il gruppo venne ceduto dalla famiglia ad altri imprenditori che finirono anche arrestati per evasione fiscale: le varie sedi sparse per l’Italia caddero in rovina, uno dei magazzini, vicino a Bergamo, fu assalito e depredato dalla clientela, lo stabilimento di Biella giace abbandonato e si rianima solo in occasione di rave party clandestini. Ma d’altronde, quanti oggi si ricordano della «meteora» Aiazzone? E quanti sono disposti a valorizzarne la storia al di là degli aspetti più «kitsch»? A suo modo prova a metterci una toppa la mozione della città di Biella.

I MISTERI DEL FALLIMENTO AIAZZONE E DELLA MORTE DI LIBERO CORSO BOVIO.

Il 6 luglio del 1986 il "re dei mobili" precipita con l'aereo. Con lui morirono il pilota e un magistrato, scrive Rita Rosso su  “News Biella”.

Biella, mercato di piazza Martiri, maggio 1986

“Te lo dico io, vedrai, tra un po’, che fine fa il vostro Aiazzone!”.

“Ma stà zitto, che a Napoli uno come lui ve lo sognate!”.

Biella, 7 luglio 1986

“Ciao, cavajé!”.

“Dè, te sentù che l’ha masasi l’Aiazun!”.

“Ma cosa dici?”.

“Ieri sera, è andato giù con l’aereo…  Sono morti tutti, anche l’Allegretti, la moglie del notaio”. 

Giorgio Aiazzone, 39 anni, è all’apice del suo successo. Partito quasi da zero, il padre aveva già un piccolo mobilificio, in breve tempo ha costruito un impero, portando Biella nelle case di tutti gli italiani. Il suo intuito è stato geniale: ha utilizzato le emittenti televisive private per farsi conoscere e ora ne possiede addirittura una. Dal Leprotto Milcaro fino a Guido Angeli e al suo “provare per credere”, il mobilificio, che da piazza Vittorio Veneto si è spostato nell’open space di corso Europa, impazza ovunque. E poi, dopo una visita, tutti a pranzo con gli architetti.  Giorgio Aiazzone e la moglie Rosella Piana “sono” il jet set  made in Biella. Protagonisti ovunque, vengono invitati a feste e ricevimenti, addirittura a fare da testimoni a nozze di rilievo, come quelle di uno noto dirigente della Questura cittadina. Ma non basta. Ora l’impero si sta espandendo. L’imprenditore ha acquistato Villa Reda, splendido esempio di architettura in stile Liberty, a due passi da quel polmone verde che sono i giardini Zumaglini e che si sussurra colpito da una maledizione. Il “re del mobile” vuole trasformare l’immobile in un istituto di credito, per concedere prestiti ai clienti. All’ultimo piano ha fatto realizzare un solarium, con piscina, dove trascorre il suo tempo libero. Sulle scale, invece, ha fatto dipingere il suo ritratto: da qualunque angolazione lo si guardi, sembra sempre che ti stia fissando. Il che non fa che alimentare la leggenda secondo cui, Giorgio Aiazzone, abbia stretto un patto con il diavolo. Forse per garantirsi a vita il successo, o magari solo per conquistarsi l’immortalità. Ma l’occulto non è infallibile, o semplicemente è il genio umano che è fallibile. Gli affari, in quella metà degli anni Ottanta, vanno a gonfie vele, tanto che le consegne dei mobili vengono assicurate anche nelle isole, mentre iniziano a girare strane voci. Qualche cliente si lamenta di cucine che cambiano colore, mobili in legno massiccio che, in realtà, altro non sono che due pezzi di compensato pieni di sabbia. Rumors messi in giro dalla concorrenza, illazioni?

Biella, 2 luglio 1986

“Marco, sono Giacomo. So che sei sotto di ore, nel brevetto. Vuoi venire con me, domenica? Devo portare Aiazzone in Toscana. Così ti fai qualche ora di volo con me. Che ne dici?”. Giacomo Ramella, pilota esperto dell’Aereoclub di Cerrione, da tempo accompagna l’imprenditore nei suoi spostamenti. Il loro rapporto è basato sulla fiducia e la discrezione. Giacomo pilota l’aereo e non commenta; inoltre dalla sua bocca, dopo ogni viaggio, non esce mai una parola. La sua passione per il volo, ben si sposa con la voglia di viaggiare del “re del mobile”. Di solito lo avverte all’ultimo momento, ma questa volta è diverso. Ci sarà un’ospite speciale: la dottoressa Clelia Allegretti. Originaria del Sud, arrivata a Biella ha conosciuto uno stimato professionista locale e si è sposata. Nell’arco di pochi anni, hanno avuto due bambini. Un matrimonio felice e un grande amore per il suo lavoro. I colleghi la stimano e la apprezzano per il suo carattere indomito, per le sue doti professionali e per il suo equilibrio che ne fanno un ottimo magistrato. Lei e il marito conoscono bene gli Aiazzone, tanto che insieme a Rossella Piana frequentano lo stesso salone di parrucchieri. A gestirlo è una ragazza di colore: padre biellese e madre del Burundi. Ha imparato il mestiere a Parigi e poi è tornata in città, insieme ai suoi tagli innovativi e alla moda. Tanto Clelia Allegretti è discreta e veste in modo sobrio, tanto Rosella Piana è volitiva ed estroversa. Le due donne vanno d’accordo, mai uno screzio, seppure è improbabile che tra loro possa nascere una forte amicizia. Il legame più stretto è con Giorgio Aiazzone, che si rivolge a lei per questioni di lavoro e quella domenica 6 luglio vuole portarla con sé in Toscana, all’isola d’Elba. Vogliono parlarsi, lontani da occhi e orecchi indiscreti. Con loro, dovrebbe esserci anche l’avvocato Sandro Delmastro, noto esponente della Destra biellese. Non ha ancora confermato ed è probabile che darà forfait all’ultimo minuto. Se il magistrato ha accettato l’uscita, lasciando a casa i due bimbi, in tenerissima età, evidentemente è perché deve discutere con l’amico di qualcosa di importante.

Sartirana, 6 luglio 1986

Ivana sta guardando un programma alla televisione. Fuori, il temporale, con i suoi lampi e i suoi tuoni estivi. A 2700 metri di quota, un piccolo aereo civile ha appena deviato rotta. Il pilota, esperto, aveva sconsigliato al passeggero di rientrare, quella sera, cercando di convincerlo a pernottare in Toscana per partire il giorno dopo, all’alba. L’altro, però, è stato irremovibile. L’ospite ha fretta di raggiungere Biella, come lui, e poi lunedì è atteso in tribunale. Così, per evitare la perturbazione, ha deciso di deviare leggermente sulla rotta, puntando verso i cieli della Lomellina. Intanto Ivana continua a seguire la trasmissione in Tv, fino a quando non lo sente, quel boato fortissimo. Poi la terra trema, come per effetto del terremoto. Esce, sconvolta, e in cortile lo vede, quell’ammasso oscuro che, alla luce dei lampi, si rivela essere un motore. Qualcosa, più in là, attira ancora la sua attenzione. Un fagotto, da cui provengono dei gemiti. Corre in casa, chiama i carabinieri e poi un medico. Quando quest’ultimo arriva, quel povero corpo, dilaniato, ha già smesso di respirare. Altrove, una donna si è sentita male. Era in casa, quando ha sentito un botto, sul tetto della casa. Salita a vedere, si è trovata davanti i resti di un corpo, femminile. A qualche centinaia di metri di distanza, l’attenzione dei soccorritori è attratta da qualcosa che brucia. E’ la cabina di un aereo, un piccolo bimotore Seneca. Dentro, un cadavere carbonizzato. Arrivano i vigili del fuoco e le fiamme vengono spente, mentre la violenta perturbazione continua a scaricare pioggia su pioggia. Pochi istanti e viene ritrovata la carlinga del velivolo, da cui si risale alla sua identificazione. E’ partito, secondo il piano di volo, dall’aeroporto di Cerrione, al mattino, con meta la Toscana; il rientro era previsto in serata. La più vicina torre di controllo, lo ha perso poco prima mentre in zona infuriava il temporale. Sopra non c’erano viaggiatori qualsiasi, ma un magistrato, Clelia Allegretti, e il “re del mobile”, Giorgio Aiazzone.

Biella, 5 luglio 1986

“Pronto, Giacomo… Mi dispiace, ma domenica non vengo”.

“Perché?”.

“Sai, la mia ragazza… non vuole. O lei o l’aereo. Mi ha urlato che è stanca di passare i fine settimana da sola. Odia volare. Non me la sono sentita di dirle di no. Resto a casa, mi dispiace”.

“Figurati. Sarà per la prossima volta”. Parte da solo, Giacomo Ramella, alla volta della Toscana, con Giorgio Aiazzone e la sua ospite. All’ultimo momento, anche l’avvocato Sandro Delmastro ha dato forfait. Il cielo è limpido e la conversazione formale. Ha l’impressione che l’imprenditore e il magistrato non vedano l’ora di atterrare, per parlare da soli. Arrivati a destinazione, i due si allontanano, mentre lui resta in aeroporto. Un panino al bar, e poi di nuovo in pista, per controllare l’apparecchio e fare rifornimento. Ripartono che fuori è quasi sera, con le previsioni che danno temporali di forte intensità.  Sono sui cieli della Lomellina, quando Giacomo Ramella si accorge che l’apparecchio non risponde ai comandi. Entra in stallo e si avvita su sé stesso, precipitando. Clelia Allegretti urla, mentre Giorgio Aiazzone cerca di calmarla. “Giacomo, fai qualcosa! Noooooooooo”. In piena rotazione, il velivolo, mentre il pilota cerca disperatamente di riprenderlo, inizia a perdere pezzi. La fusoliera si lacera e i due passeggeri volano fuori, verso un destino atroce. Giacomo Ramella, legato al sedile con le cinture, rimane bloccato ai comandi. Quel che resta dell’apparecchio, impatta sui fini dell’alta tensione, e si incendia, schiantandosi poi a terra. Ma non è solo la fine di tre vite, è la fine di un mito, del “re dei mobili”, e l’inizio della leggenda. In tanti, in futuro, racconteranno di aver incontrato Giorgio Aiazzone nei più diversi paesi tropicali. La verità, però, è che la vita dell’imprenditore è finita domenica 6 luglio 1986, nei cieli della Lomellina. Per quello che riguarda le vicende del suo impero, questa è storia nota,  si dipaneranno tra il Libano e le aule del tribunale.

Il declino senza fine di Aiazzone: la figlia del mobiliere in sciopero della fame davanti al Tribunale di Torino, ”Aspetto la verità da anni”, scrive “Il Quotidiano Piemontese”. Sono passati 18 anni da quando, nel 1986, Giorgio Aiazzone moriva in un incidente aereo quando era all’apice di un’ascesa senza soste la sua azienda, quella che è stata – piaccia o meno – una gloria piemontese, se è vero che un semplice mobilificio di Biella conquistò l’intera penisola. Da allora, la sorte si è accanita in ogni modo sullo storico marchio, sugli eredi dell’imprenditore, con un peso che oggi la figlia Marcella non riesce più a sostenere, come dicono le lacrime che le scendono mentre sta immobile, con un cartello in mano, a condurre uno sciopero della fame davanti al Tribunale di Torino. Da otto lunghi giorni. Ma come si è giunti a questo?

Oggi è Repubblica a tentare una ricostruzione della vicenda, che sinteticamente prende il via quando – poco dopo la morte del fondatore – la di lui vedova, Rosella Piana, vende tutto a un imprenditore di Prato che però non avrebbe mai pagato i 18 miliardi pattuiti; nel frattempo, i risparmi con cui pensava avrebbe agevolmente garantito il futuro alle tre figlie viene affidato a un trust svizzero che l’avrebbe però amministrato in maniera fraudolenta. Il condizionale è d’obbligo perchè la vicenda giudiziaria non è ancora riuscita a fare luce sull’intera realtà dei fatti, che comunque costrinsero ai domiciliari la stessa Rosella, morta poi di cancro nel 2002. Il marchio poi finiva in liquidazione e quindi nelle mani di Gian Mauro Borsano (famoso come ex presidente del Torino Calcio) e Renato Semerato, entrambi in carcere ormai da tre anni per bancarotta fraudolenta. Perchè Marcella è arrivato a questo punto, si diceva? Perchè nel frattempo ha presentato due esposti, uno contro il curatore fallimentare che non le avrebbe mai concesso di visionare gli atti, e uno contro Mario Conzo, ex presidente del Tribunale di Biella, il quale si era occupato della vertenza Aiazzone ma che accidentalmente è stato anche condannato per essersi fatto corrompere dal commercialista di Franceschini, l’imprenditore di Prato che aveva “acquistato” la catena nel 1986. L’esposto però è passato da Roma a Milano a Biella a Torino e a tutt’oggi non è stato avocato, proprio come la prima querela. Marcella Aiazzone chiede giustizia, o per lo meno vorrebbe sapere la verità.

Torino, la figlia di Aiazzone sul lastrico fa sciopero della fame davanti a Palagiustizia. L'erede di Giorgio che ha rivoluzionato il mercato dei mobili negli anni Settanta è intrappolata da 12 anni in una complessa vicenda giudiziaria che ha uno sviluppo anche qui a Torino. In ballo cifre da capogiro in un intrico che vede anche coinvolto un giudice di Biella, scrive Federica Cravero su “La Repubblica”. Dell'idea vincente di un mobilificio innovativo è rimasto un nome, quello di Aiazzone, entrato nella memoria collettiva attraverso spot in tv  -  "Provare per credere"  -  diventati quasi proverbiali. Ma di tutto il patrimonio accumulato negli anni d'oro dai coniugi Aiazzone ora non c'è che un cumulo di carte che da dodici anni viaggiano senza requie attraverso i palazzi di giustizia di mezza Italia, passando anche dalla Svizzera. Ed è per questo che Marcella Aiazzone, figlia di Giorgio e Rosella Piana, da otto giorni sta facendo lo sciopero della fame e in segno di protesta si è piazzata, lacrime agli occhi e un cartello in mano, davanti al palazzo di giustizia di Torino, dove sono approdati due suoi esposti. La vicenda è contorta e costellata di misteri che iniziano dopo la morte dell'imprenditore biellese, avvenuta in un incidente aereo nel 1986. La moglie Rosella raccoglie le redini dell'impresa, che si chiama Mobilificio Piemonte, e la vende all'imprenditore di Prato Francesco Franceschini che crea la società Aiazzone srl, "ma senza mai pagare i 18 miliardi pattuiti", spiega l'avvocato di Marcella Aiazzone, Edoardo Tamagnone. Nel frattempo la vedova, anche per mettere al sicuro il futuro delle tre figlie piccole, aveva affidato tutti i beni a un trust svizzero, che tuttavia avrebbe amministrato il patrimonio in maniera fraudolenta anche se né l'inchiesta avviata in Italia, né quella condotta in Svizzera, sono mai arrivate a una conclusione, visto che entrambe sono state ostacolate da vincoli di giurisdizione. Ma per quella vicenda anche Rosella Piana viene messa ai domiciliari e, malata di cancro, muore nel 2002. Se il destino si accanisce contro gli Aiazzone, anche la sorte dell'azienda non è rosea, visto che finisce in liquidazione, viene rilevata da Gian Mauro Borsano e Renato Semeraro, ma il loro arresto nel 2011 per bancarotta fraudolenta e il fallimento dell'azienda misero una pietra tombale sulla catena di negozi che da Biella aveva conquistato tutta la penisola. "In tutto questo tempo la mia assistita  -  spiega l'avvocato Tamagnone  -  ha presentato un esposto contro il curatore fallimentare, che non le ha mai permesso di visionare gli atti sostenendo che non ne avesse diritto, quando invece c'erano documenti che provavano un vasto credito della madre, che sarebbe spettato alle eredi". Ma in tutta la vicenda si inserisce anche la condanna per corruzione di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, che accettò una mazzetta dal commercialista di Francesco Franceschini (che aveva incrociato quando era giudice fallimentare a Prato) nella vertenza Aiazzone. Anche per il ruolo di Conzo la figlia degli Aiazzone ha presentato un esposto a Prato, che però per competenza territoriale è passato da Roma, Milano, Biella ed ora è alla procura generale di Torino in attesa che venga avocato, così come l'altra querela. "In tutto questo tempo, però, nessuno ha mai fatto indagini o interrogato qualcuno  -  lamenta il legale  -  ed è per questo che Marcella Aiazzone è arrivata al gesto dello sciopero della fame, perché si faccia chiarezza su quello che è accaduto all'azienda della sua famiglia".

Era appena tornato da un viaggio a Prato. L'avvocato Bovio si è sparato a Milano, scrive “La Nazione”. Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, si è suicidato il 9 luglio 2007 all'interno del suo studio. Era appena tornato da un viaggio di lavoro a Prato, dove si era recato per una causa, l'avvocato Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, che si è suicidato all'interno del suo studio a Milano, a pochi passi dal Palazzo di Giustizia, sparandosi colpo di pistola. Prima del fatale gesto aveva consegnato a un suo collaboratore una busta indirizzata alla moglie. E' quanto è stato possibile ricostruire dalla parole del presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, giunto negli uffici di Bovio. Ad avvertire i carabinieri, intorno alle 14.15, è stata la centrale del 118, che avvertiva che in uno studio legale in via Podgora numero 13 a Milano si era verificato un suicidio. Sotto lo studio si è radunata una folla di avvocati, giornalisti e anche magistrati, che si dicono tutti sgomenti per la morte di Bovio. Nessuno si aspettava un gesto come questo. Corso Bovio a Prato, aveva difeso il commercialista Annibale Viscomi. Il commercialista, insieme all'imprenditore Francesco Franceschini, era finito sotto processo con l'accusa di aver corrotto Mario Conzo, già giudice fallimentare di Prato, nella vicenda del fallimento dell'ex mobilificio Aiazzone. La sentenza: Viscomi è stato condannato a due anni, mentre Franceschini è stato assolto. All'inizio dell'udienza Bovio ha chiesto di parlare per primo e, poco dopo le 9.30, ha svolto la sua arringa a favore di Viscomi, chiedendone l'assoluzione. Poi, insieme a un suo collaboratore, ha lasciato il palazzo di giustizia di Prato e in macchina si è diretto verso Milano.

Fra i 40 e i 50 milioni di lire, scrive Franca Selvatici su “La Repubblica”. Tale sarebbe stata la richiesta di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, per favorire una transazione proposta da Francesco Franceschini, fondatore dell' omonimo Euromercato di Calenzano, nel fallimento del mobilificio Piemonte, già Aiazzone, di cui nel '97 aveva acquisito il marchio. La circostanza è emersa nel corso dell'interrogatorio del commercialista di Prato Annibale Viscomi, arrestato per corruzione in atti giudiziari insieme con Francesco Franceschini, di cui era consulente nella vertenza Aiazzone. L'inchiesta è stata condotta dai Pm milanesi Corrado Carnevali e Maurizio Romanelli, competenti nelle indagini sui magistrati in servizio in Piemonte. Incastrato dalla moglie tradita, che il 28 marzo 2003 spifferò ai magistrati della procura di Biella la storia della tangente, il giudice Conzo, che nel settembre 2002 era andato prudentemente in pensione, ha ammesso di aver incassato da Viscomi il 3 gennaio 2002 l'equivalente in euro di 30 milioni, negando però di aver favorito Franceschini nella vertenza Aiazzone. Annibale Viscomi, interrogato dal Gip Andrea Pellegrino, ha fornito la sua versione dei fatti. Il giudice Conzo, che prima di arrivare a Biella nel '95 era stato giudice fallimentare a Prato, andò a ritirare la bustarella il 3 gennaio 2002 nello studio pratese di Viscomi. «Nello studio ci sarà stato al massimo 10 secondi, giusto il tempo di prendere i soldi», ha ricordato il commercialista. «Gli ho dato 30 milioni e gli ho spiegato che era il massimo che gli potevo dare. E lui mi ha detto che me li avrebbe restituiti». Viscomi esclude di aver promesso un'ulteriore tranche di denaro e sostiene di aver tirato fuori i soldi «dal suo portafoglio». Franceschini, di cui era consulente per il fallimento, non gli chiese mai di avvicinare il giudice. Fu un'idea sua. Una fesseria. Viscomi si è dato dell'«ingenuo». Aveva già avuto problemi con Conzo quando era giudice a Prato. Non avrebbe più dovuto riprendere i contatti con lui. L'avvocato Gaetano Berni, che assiste Viscomi insieme con il collega milanese Corso Bovio, ha dichiarato che sarebbero state estrapolate e rese pubbliche solo alcune parti dell'interrogatorio, ma non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti per non violare il segreto investigativo. Quanto a Francesco Franceschini, che probabilmente ora starà maledicendo la decisione di acquisire il marchio Aiazzone che gli ha procurato solo una montagna di guai, ha respinto le accuse, ha spiegato che si era rivolto a Viscomi solo per una consulenza e ha detto: «Non so perché avrebbe dovuto pagare il giudice».

Libero Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, già difensore della Fiat e di altrettanto noti tangentisti si sarebbe suicidato il 9 luglio 2007 all’interno del suo studio, sparandosi un colpo in bocca, a pochi passi dal Palazzaccio di Giustizia di Milano, scrive “Avvocati senza Frontiera”. Il condizionale è d’obbligo, in considerazione degli oscuri retroscena non chiariti dai P.M. di Milano e dei tanti segreti custoditi dall’influente legale piemontese, già al centro di importanti processi e difese, sin dai tempi della prima tangentopoli. Era appena tornato da un viaggio di lavoro a Prato, dove si era recato per una causa. Prima del fatale gesto aveva consegnato a un suo collaboratore una busta indirizzata alla moglie. E’ quanto è stato possibile ricostruire dalla parole del presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, giunto negli uffici di Bovio. Ad avvertire i carabinieri, intorno alle 14.15, è stata la centrale del 118, che avvertiva che in uno studio legale in via Podgora numero 13 a Milano si era verificato un suicidio. Sotto lo studio si è radunata una folla di avvocati, giornalisti e anche magistrati, che si dicono tutti sgomenti per la morte di Corso Bovio. Se nessuno si aspettasse veramente un gesto come questo è difficile dirlo. Di certo è che l’avv. Libero Corso Bovio a Prato, aveva difeso Annibale Viscomi. Il commercialista, insieme all’imprenditore Francesco Franceschini, era finito sotto processo con l’accusa di aver corrotto Mario Conzo, ex giudice fallimentare di Prato, nella vicenda del fallimento del mobilificio Aiazzone. Viscomi è stato condannato a due anni, mentre Franceschini è stato assolto. All’inizio dell’udienza Bovio ha chiesto di parlare per primo e, poco dopo le 9.30, ha svolto la sua arringa a favore di Viscomi, chiedendone l’assoluzione. Poi, insieme a un suo collaboratore, ha lasciato il palazzo di giustizia di Prato e in macchina si è diretto verso Milano.  Fra i 40 e i 50 milioni di lire. Tale sarebbe stata la richiesta di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, per favorire una transazione proposta da Francesco Franceschini, fondatore dell’ omonimo Euromercato di Calenzano, nel fallimento del mobilificio Piemonte, già Aiazzone, di cui nel ’97 aveva acquisito il marchio. La circostanza è emersa nel corso dell’interrogatorio del commercialista di Prato Annibale Viscomi, arrestato per corruzione in atti giudiziari insieme con Francesco Franceschini, di cui era consulente nella vertenza Aiazzone. L’inchiesta è stata condotta dai Pm milanesi Corrado Carnevali e Maurizio Romanelli, competenti nelle indagini sui magistrati in servizio in Piemonte. Incastrato dalla moglie tradita, che il 28 marzo 2003 spifferò ai magistrati della procura di Biella la storia della tangente, il giudice Conzo, che nel settembre 2002 era andato prudentemente in pensione [come di norma viene consentito dal C.S.M. ai magistrati in odore di corruzione], ha ammesso di aver incassato da Viscomi il 3 gennaio 2002 l’equivalente in euro di 30 milioni, negando però di aver favorito Franceschini nella vertenza Aiazzone. Annibale Viscomi, interrogato dal Gip Andrea Pellegrino, ha fornito la sua versione dei fatti. Il giudice Conzo, che prima di arrivare a Biella nel ’95 era stato giudice fallimentare a Prato, andò a ritirare la bustarella il 3 gennaio 2002 nello studio pratese di Viscomi. «Nello studio ci sarà stato al massimo 10 secondi, giusto il tempo di prendere i soldi», ha ricordato il commercialista. «Gli ho dato 30 milioni e gli ho spiegato che era il massimo che gli potevo dare. E lui mi ha detto che me li avrebbe restituiti». Viscomi esclude di aver promesso un’ulteriore tranche di denaro e sostiene di aver tirato fuori i soldi «dal suo portafoglio». Franceschini, di cui era consulente per il fallimento, non gli chiese mai di avvicinare il giudice. Fu un’idea sua. Una fesseria. Viscomi si è dato dell’«ingenuo». Aveva già avuto problemi con Conzo quando era giudice a Prato. Non avrebbe più dovuto riprendere i contatti con lui. L’avvocato Gaetano Berni, che assiste Viscomi insieme con il collega milanese Corso Bovio, ha dichiarato che sarebbero state estrapolate e rese pubbliche solo alcune parti dell’interrogatorio, ma non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti per non violare il segreto investigativo. Quanto a Francesco Franceschini, che probabilmente ora starà maledicendo la decisione di acquisire il marchio Aiazzone che gli ha procurato solo una montagna di guai, ha respinto le accuse, ha spiegato che si era rivolto a Viscomi solo per una consulenza e ha detto: «Non so perché avrebbe dovuto pagare il giudice». L’inchiesta sull’ ex presidente Conzo include anche un altro tentativo di corruzione, proveniente da una persona vicina alla signora Rosella Piana, vedova Aiazzone. L’ uomo, buon conoscente di Conzo, andò dal magistrato a sollecitare lo sblocco dei capitali della signora Aiazzone, che in tal modo avrebbe potuto acquistare l’esclusiva per la vendita di cinture con fibbie di oro zecchino, platino e diamanti su 300 navi passeggeri della Costa e Festival. Il giudice ci avrebbe guadagnato un vitalizio non inferiore ai 4 milioni di lire al mese. Ma l’offerta pare fu respinta…Ma chi erano gli altri più influenti clienti dell’avv. Libero Corso Bovio? Certamente non le due rumene, che aveva assistito a scopo umanitario. I veri clienti dell’avvocato Bovio appartengono a ben altre classi, tanto più che la sua specializzazione erano i reati societari, ambientali, fallimentari e contro la pubblica amministrazione. Ecco dunque una serie di nomi eccellenti: Marcello Dell’Utri, pupillo dell’Opus Dei, che nonostante le condanne definitive e non, per false fatture e frode fiscale, tentata estorsione, concorso esterno in associazione mafiosa, siede rieletto in Senato; Stefano Ricucci, uno dei furbetti del quarterino; l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia; gli attori interessati alla scalata dell’Antonveneta; la Impregilo, uno dei colossi Fiat per le costruzioni, legalmente appartenente a Piergiorgio e Paolo Romiti. Già, la Impregilo, Corso Bovio era andato personalmente due volte a Napoli in una settimana, aveva consegnato una memoria difensiva di duecentotrenta pagine per difendere l’operato della Impregilo dall’accusa di presunta truffa ai danni della Regione Campania; la società aveva in appalto lo smaltimento dei rifiuti della Campania, gara che aveva vinto nel 1999 contro l’offerta dell’Enel. Secondo le decisioni dei giudici napoletani Impregilo non potrà partecipare a gare pubbliche sui rifiuti per un anno; l’impresa sarebbe colpevole dell’emergenza rifiuti in Campania in quanto viene accusata di aver saputo da sempre che gli impianti non avrebbero mai funzionato. Alla società sono contestati illeciti penali per truffa, frode in pubbliche forniture ed è stato disposto un sequestro per 750 milioni di euro, intanto gli abitanti della Campania vivono in una discarica a cielo aperto. Coinvolti sono anche coloro che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto, tra cui in primis il presidente della Regione Antonio Bassolino in qualità fino al 2004, di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, riferendosi all’Impregilo da anni denuncia “la condotta volontariamente colpevole di questa società”, Pecoraro Scanio rincalza dicendo che non si poteva mettere nelle mani di una sola azienda tutto il ciclo di smaltimento e di gestione dei rifiuti della Campania. Certo queste cause sono delle vere e proprie patate bollenti per gli avvocati, anche per quelli bravi come Bovio, eppure non c’è motivo di non credere alla moglie Rita Percile quando pochi istanti dopo la disgrazia ha asserito che il suicidio del marito non poteva essere messo in relazione alle cause che stava trattando. Sicuramente la signora Percile, che non ha voluto farsi riprendere dalle telecamere mentre rilasciava queste dichiarazioni è in grado di valutare meglio di noi ogni elemento non solo per la vicinanza al marito, ma anche per le sue competenze, essendo essa stessa avvocato penalista, e lavorando inoltre in uno studio come quello dell’avvocato Ignazio La Russa. Nell’ambito della famiglia non tutti però la pensano come lei. La zia dell’avvocato, signora Gianna, è convinta del contrario, che le cause della morte possono essere legate proprio al lavoro del nipote, l’aveva visto preoccupato nel gennaio scorso tanto che gli aveva chiesto – chi mai può avercela con te? – e lui le aveva risposto: “c’è sempre qualcuno che ti vuole male”. Ricorda inoltre la signora che il nipote pur non soffrendo di cuore si sottoponeva a regolari controlli cardiologici dopo la morte del padre per infarto, era quindi una persona che aveva cura della propria salute. La signora si sofferma sulla generosità e sulla bontà del nipote; certo è difficile immaginare che un uomo così attento ed equilibrato non abbia valutato il dolore che la sua morte per di più così drammatica avrebbe arrecato alla madre, alla zia, alla sorella, alla nipote, alla moglie, agli amici, ragion per cui la contropartita doveva essere veramente alta. Anche in caso di depressione per arrivare a fare il gesto estremo che va contro ogni naturale istinto di sopravvivenza, questa dovrebbe essere così profonda che un segnale, se pur minimo, qualcuno dei più stretti collaboratori avrebbe dovuto coglierlo. Ma i fatti rimangono, e il nove luglio, alle ore quattordici, chiuso nel suo studio di via Podgora n.13, l’avvocato cinquantanovenne Libero Corso Bovio viene trovato sdraiato sul pavimento del suo studio “suicidato” con una pistola sparato in bocca. All’arrivo della polizia si cercano, inutilmente, le chiavi della cassaforte, è necessario chiamare un fabbro per aprirla, dentro ci sono alcune pistole, tutte regolarmente denunciate come la Magnum 357; si apre la lettera per la moglie, ma non è una lettera d’addio, non ci sono spiegazioni, c’è solo del denaro, 14.000 euro e qualche oggetto personale. Tutti quelli che lo conoscevano, secondo le testimonianze raccolte dai giornali, restano increduli, ricordando l’umorismo, l’ironia, la compostezza, gli innumerevoli interessi, l’amore per il lavoro e il carattere vincente dell’avvocato Bovio. Tutti ritengono assolutamente assurdo l’accaduto. Anche l’autopsia non ha evidenziato alcuna patologia e malattia grave. C’è chi addirittura afferma pubblicamente che Corso Bovio fu fatto ammazzare. E, “l’ordine sarebbe stato di Silvio Berlusconi“. Secondo Pietro Terenzio del Rotary milanese: “Egli era avvocato di Paolo Berlusconi, e i due avevano litigato furiosamente, sia in Loggia coperta a Milano che nel suo, di studio, giusto 6 mesi prima del tragico epilogo”. Pare che Corso Bovio minacciasse di far sapere di soldi riciclati alla mafia da parte di Paolo Berlusconi stesso, “me lo han detto”, riferisce, sempre, Terenzio, “sia al Rotary di C.so Porta Venezia a Milano che presso la Gran Loggia Italiana Massonica del, praticamente, nuovo Licio Gelli italiano, Giuseppe Sabato, mio ex Gran Maestro e non per niente dipendente Berlusconianissimo in Banca Esperia”. “Ora tirerò fuori tutti gli scheletri dall’armadio di Silvio Berlusconi che conosco benissimo, essendo stato mio ex socio in Roma Vetus”, conclude Terenzio. Non conosciamo quale consistenza possano avere i sospetti della famiglia e del rotariano Terenzio ma è certo che la magistratura milanese (e non solo) ha sempre affossato ogni indagine sulle attività illecite delle logge massoniche.

Il giallo della morte dell’avvocato Libero Corso Bovio. Nel primo pomeriggio di un’afosa giornata di luglio, un famoso avvocato milanese, Libero Corso Bovio, senza alcun apparente motivo si suicida: è nato un mistero, scrive Ornella Guidi su "Giro di Vite". E’ luglio, aria di ferie imminenti e lavoro incessante prima della pausa estiva. Anche l’avvocato Corso Bovio si prepara alle sospirate vacanze, domenica 8 luglio chiama il marinaio addetto alla sua nuova barca e gli dà appuntamento per il giorno 24. Prima di partire però devono essere portati a termine gli impegni di lavoro, così il lunedì seguente, 9 luglio, con un suo collaboratore si reca al tribunale di Prato, in Toscana, per tenere un’arringa e insieme ritornano a Milano intorno alle ore 14. L’avvocato appena arrivato dà una busta al collaboratore chiedendogli di consegnarla alla moglie, gli avrebbe detto lui quando, poi entra nel proprio studio e si spara un colpo di pistola in bocca. Chi era Corso Bovio? Era un celebre avvocato, rampollo di una importante famiglia di origini pugliesi napoletane, il padre era stato uno dei migliori avvocati di Milano, purtroppo morì giovane, all’età di 59 anni per un infarto, il figlio ne segue però le orme diventando avvocato penalista e pubblicista, esperto in diritto all’informazione, giornalista professionista ed anche avvocato cassazionista; per anni l’avvocato Bovio ha difeso le più importanti testate giornalistiche italiane ed ha formato, attraverso la sua attività di docente, generazioni di giornalisti. Corso Bovio viene apprezzato ed ha successo per la sua intelligenza, la sua brillantezza e acutezza, è un grande assertore della vittoria del processo, l’imputato non si deve difendere aggirando il processo come è accaduto ad esempio nel delitto di Cogne, la bravura dell’avvocato consiste nello smontare i pezzi dell’accusa con l’arma del proprio sapere. Un uomo rigoroso che non si affida a "mezzucci", anche mediatici. Gli piace molto scrivere; quando vengono arrestate, dopo una ricerca serrata, due ragazze rumene accusate di aver ucciso (la maggiorenne) una giovane ragazza italiana infilandole "d’impeto" la punta di un ombrello nella cavità orbitale con conseguente sfondamento del cranio, l’avvocato Corso Bovio scrive un articolo contro la gogna mediatica che colpevolizza le ragazze in quanto prostitute e rumene, sicuramente chi ha ucciso non voleva uccidere...Un uomo dunque non arroccato dietro i suoi privilegi di professionista di successo, un uomo attento ai margini, il giornale Panorama lo ha descritto come "uno con il pallino della verità". Viene ricordato, coro unanime, come un uomo di spirito, di stile, pronto a cogliere l’ironia nelle cose del mondo, un uomo, suppongo, amante della vita anche in virtù delle quattro mogli che ha avuto. Senza offendere i matrimoni felici, spesso proprio chi si ferma al primo matrimonio fa parte della schiera degli sfiduciati dell’amore, di coloro i quali accettano passivi un fisiologico appiattirsi del sentimento e magari mutuano una situazione misera con qualche amante. Chi si sposa quattro volte è quanto meno un appassionato dell’amore, uno che comunque, ad un prezzo alto e non mi riferisco agli alimenti, ne va alla ricerca, che non si ferma per vigliaccheria, si assume le sue responsabilità perché ha fiducia nelle esperienze della vita e non teme bigotti giudizi sociali. Un uomo che la vita se la sterza come vuole e non si fa vivere, perché si uccide? Forse perché è depresso? La depressione crea uno scafandro che impedisce di "vedere", non ci sono più occhi se non per il proprio dolore, allora come si giustifica questa sua attenzione anche per i casi che non lo riguardavano da vicino, vedi il fatto delle due rumene, tanto che sebbene fosse impegnatissimo trova il tempo e la voglia di scriverci un articolo. Ne scrive uno scherzoso anche per i diritti degli animali, soprattutto per i pesci e lo invia ad un collega. Ma i suoi veri clienti chi erano? Certamente non le due rumene, i clienti dell’avvocato Bovio appartengono a ben altra tipologia tanto più che la sua specializzazione erano i reati societari, ambientali, fallimentari e contro la pubblica amministrazione. Ecco dunque una serie di nomi eccellenti: Marcello Dell’Utri, pupillo dell’Opus Dei, che nonostante le condanne definitive e non, per false fatture e frode fiscale, tentata estorsione, concorso esterno in associazione mafiosa, siede rieletto in Senato; Stefano Ricucci, uno dei furbetti del quartierino; l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia; gli attori interessati alla scalata dell’Antonveneta; la Impregilo... uno dei colossi Fiat per le costruzioni, legalmente appartenente a Piergiorgio e Paolo Romiti. Già, la Impregilo, Corso Bovio era andato personalmente due volte a Napoli in una settimana, aveva consegnato una memoria difensiva di duecentotrenta pagine per difendere l’operato della Impregilo dall’accusa di presunta truffa ai danni della Regione Campania; la società aveva in appalto lo smaltimento dei rifiuti della Campania, gara che aveva vinto nel 1999 contro l’offerta dell’Enel. Secondo le decisioni dei giudici napoletani Impregilo non potrà partecipare a gare pubbliche sui rifiuti per un anno; l’impresa sarebbe colpevole dell’emergenza rifiuti in Campania in quanto viene accusata di aver saputo da sempre che gli impianti non avrebbero mai funzionato. Alla società sono contestati illeciti penali per truffa, frode in pubbliche forniture ed è stato disposto un sequestro per 750 milioni di euro, intanto gli abitanti della Campania vivono in una discarica a cielo aperto. Coinvolti sono anche coloro che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto come il presidente della Regione Antonio Bassolino in qualità fino al 2004, di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, riferendosi all’Impregilo da anni denuncia "la condotta volontariamente colpevole di questa società", Pecoraro Scanio rincalza dicendo che non si poteva mettere nelle mani di una sola azienda tutto il ciclo di smaltimento e di gestione dei rifiuti della Campania. Certo queste cause sono delle vere e proprie patate bollenti per gli avvocati, anche per quelli bravi come Bovio, eppure non c’è motivo di non credere alla moglie Rita Percile quando pochi istanti dopo la disgrazia ha asserito che il suicidio del marito non poteva essere messo in relazione alle cause che stava trattando. Sicuramente la signora Percile, che non ha voluto farsi riprendere dalle telecamere mentre rilasciava queste dichiarazioni è in grado di valutare meglio di noi ogni elemento non solo per la vicinanza al marito ma anche per le sue competenze essendo essa stessa avvocato penalista, lavora inoltre in uno studio importante, quello dell’avvocato Ignazio La Russa. Nell’ambito della famiglia non tutti però la pensano come lei. La zia dell’avvocato, signora Gianna, è convinta del contrario, che le cause della morte possono essere legate proprio al lavoro del nipote, l’aveva visto preoccupato nel gennaio scorso tanto che gli aveva chiesto - chi mai può avercela con te? - e lui le aveva risposto - c’è sempre qualcuno che ti vuole male -. Ricorda inoltre la signora che il nipote pur non soffrendo di cuore si sottoponeva a regolari controlli cardiologici dopo la morte del padre per infarto, era quindi una persona che aveva cura della propria salute. La signora si sofferma sulla generosità e sulla bontà del nipote; certo è difficile immaginare che un uomo così attento ed equilibrato non abbia valutato il dolore che la sua morte per di più così drammatica avrebbe arrecato alla madre, alla zia, alla sorella, alla nipote, alla moglie, agli amici, ragion per cui la contropartita doveva essere veramente alta. Anche in caso di depressione per arrivare a fare il gesto estremo che va contro ogni naturale istinto di sopravvivenza, questa dovrebbe essere così profonda che un segnale, se pur minimo, qualcuno dei più stretti collaboratori avrebbe dovuto coglierlo. Ma i fatti rimangono, e il nove luglio scorso, alle ore quattordici, chiuso nel suo studio di via Podgora n.13, l’avvocato cinquantanovenne Libero Corso Bovio si sdraia sul pavimento del suo studio e con una pistola si uccide sparandosi in bocca. Nello studio, evidentemente grande, qualcuno sente il colpo attutito, un’altra collaboratrice riferisce invece di non aver sentito niente, chi ha sentito va a vedere, trova la porta chiusa a chiave dall’interno. Quando arriva la polizia si cercano, inutilmente, le chiavi della cassaforte, è necessario chiamare un fabbro per aprirla, dentro ci sono alcune pistole, tutte regolarmente denunciate come la Magnum 357; si apre la lettera per la moglie ma non è una lettera d’addio, non ci sono spiegazioni, c’è solo del denaro, 14.000 euro e qualche oggetto personale. Tutti quelli che lo conoscevano rimangono, secondo le testimonianze rese ai giornali, increduli e sbigottiti, e ricordando l’umorismo, l’ironia, la compostezza, gli innumerevoli interessi, l’amore per il lavoro e il carattere vincente dell’avvocato Bovio, ritengono assolutamente assurdo l’accaduto. In ultimo, l’autopsia non ha evidenziato alcuna patologia e malattia grave. Parafrasando il celebre detto di Sherlock Holmes viene da dire "quando tutte le ipotesi possibili devono essere scartate non rimane che l’impossibile".

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Regione.

Le Città

La Storia.

I Politici

La Regione.

Non è una regione per disabili. Report Rai PUNTATA DEL 05/06/2023 di Chiara De Luca

Collaborazione di Lidia Galeazzo

Quali sono le problematiche affrontate dai disabili in Liguria?

Dalle liste di attesa per le cure dei bambini con disturbo dello spettro autistico e disturbi del neurosviluppo, all’erogazione della 104, all'iscrizione scolastica, fino ai parcheggi su corso Italia, a Genova. Secondo la Corte dei conti la Liguria è il fanalino di coda tra le regioni del Nord Italia con riferimento all’utilizzo dei fondi per le strutture semiresindeziali per persone disabili. Una mancanza di visione e di programmazione economica che alla fine lascia indietro i più deboli.  

NON È UNA REGIONE PER DISABILI Di Chiara De Luca e Lidia Galeazzo Ricerca immagini: Eva Georganopoulou, Paola Gottardi Immagini: Fabio Martinelli

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Siamo su Corso Italia, la strada verso il mare cantata da Fabrizio De André, il corso recentemente è stato messo a nuovo con più di 3 milioni di euro dall’amministrazione comunale che c’ha costruito la nuova pista ciclabile

NICOLA FONSA Assolutamente non ci si passa

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Più bella sì, ma meno adatta alle esigenze dei disabili

NICOLA FONSA Ops il palo!

CHIARA DE LUCA Adesso, siamo rimasti bloccati!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO La posizione dei pali e dei cartelli stradali rende complicato entrare e uscire dalle auto, e anche la posizione dei semafori non agevola molto.

ALESSANDRO PIERANDREI - ARCHITETTO Come in questo caso sono stati posizionati proprio nella rampa di raccordo tra il parcheggio e la quota della passeggiata, la carrozzina può girare intorno al palo ma la posizione sicuramente non è idonea

CHIARA DE LUCA C’è la presenza di alcuni pali e di alcuni semafori che non consentono la discesa del passeggero disabile in maniera fluida ecco

MATTEO CAMPORA - ASSESSORE MOBILITÀ E AMBIENTE COMUNE DI GENOVA A seguito di questa vostra segnalazione, noi provvederemo anche fare un acceso insieme ai nostri tecnici alla consulta disabili in maniera tale da verificare punto su punto

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Anche le persone disabili che guidano la macchina incontrano delle difficoltà, perché vanno a finire direttamente in strada

ROSALBA CIRASOLA La discesa per chi guida è troppo vicina alla carreggiata

ALESSANDRO PIERANDREI - ARCHITETTO Il parcheggio è stato disegnato a norma per quanto riguarda le dimensioni, ma la posizione del parcheggio è estremamente a ridosso della carreggiata. C’è un secondo aspetto: questo parcheggio non è in piano ma tende verso la carreggiata

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per far rientrare la metratura nella norma si sono allargati in strada, in discesa…

MATTEO CAMPORA - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ E AMBIENTE COMUNE DI GENOVA Questo lo verificheremo col progettista, con l’impresa e con la consulta disabili

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Insomma, i nuovi parcheggi non sono pienamente fruibili per le persone disabili, eppure la giunta comunale si è dimostrata molto sensibile alle loro esigenze, il Sindaco Bucci per ben due campagne elettorali si è messo nei panni, o meglio sulla carrozzina, di chi questi problemi ce l’ha veramente

MARCO BUCCI - SINDACO GENOVA Dà a tutti la consapevolezza di cosa vuol dire che ci sono persone nella nostra società che hanno esigenze diverse

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Articolo due della Costituzione. La garanzia di vivere pienamente, senza limitazioni, sia in forma individuale che sociale, consentendo alle persone con disabilità di essere inserite pienamente nella società. Ecco, questo è un diritto inviolabile. Secondo la Corte dei conti, tra le regioni del nord, la Liguria è fanalino di coda per i fondi spesi rispetto a quelli stanziati a sostegno delle strutture semiresidenziali per i disabili. Ecco e questa non è l’unica carenza in tema di disabilità. Le nostre Chiara De Luca e Lidia Galeazzo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In Liguria molti disabili dopo aver compiuto la maggiore età hanno difficoltà.

MARIA TERESA CASTELLI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Mirko ha 23 anni ma pesa 28 kg quindi strutturalmente è un bambino

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per curare i ragazzi come Mirko servono strumenti pediatrici. In tutta Genova si trovano solo all’ospedale Gaslini, dove però i maggiorenni non hanno accesso

MARIA TERESA CASTELLI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Vengono dirottati nell'ospedale dell’adulto, in cui spesso non hanno gli aghi per fargli il prelievo

CHIARA DE LUCA Nel 2018 il Gaslini ha stilato una lista di ragazzi che nonostante la maggiore età potessero continuare a essere seguiti in emergenza dalla struttura.

MARIA TERESA CASTELLI PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Nel 2018 è stata fatta questa lista, c’è stato detto che sarebbe partito lo studio di questo ambulatorio e sarebbero stati erogati i fondi da parte della Regione. È tutto sulla carta!

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Con L'istituto Gaslini c’è un’idea che è abbastanza condivisa che è quella di allungare il periodo di presa in carico da parte del Gaslini stesso di alcune fasce, di alcune frange d’età che sono…

CHIARA DE LUCA Quindi aggiornare quella famosa lista del 2018

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Con il Gaslini stiamo lavorando perché questo sia l’alveo giusto

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Uno dei problemi principali poi è anche il ritardo nel riconoscimento dell’invalidità

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI - LIGURIA La norma di legge prevede che la 104 venga erogata entro i 120 giorni. A oggi le tempistiche sfiorano l’anno.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Non avere la 104 significa niente permessi ai genitori per prendersi cura dei figli, non ricevere l’assegno per l’indennità di frequenza e l’impossibilità di iscriversi a scuola. Lo scorso anno, per consentire ai bambini disabili di iniziare regolarmente l’anno scolastico è intervenuto il garante dell’infanzia

FRANCESCO LALLA - DIFENSORE CIVICO GARANTE INFANZIA E ADOLESCENZA - REGIONE LIGURIA La scuola poi alla fine ha quindi accettato che bastasse la certificazione del pediatra di famiglia per ammettere questi bambini all'esercizio dei loro diritti

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Ma con l’iscrizione il problema è risolto a metà. Perché è solo la 104 che stabilisce il numero preciso di ore di sostegno di cui si ha diritto.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A quante ore ha diritto di assistenza a scuola suo figlio?

MATTEO SORMIRIO Dovrebbe aver diritto a 24 ore

CHIARA DE LUCA Ed effettivamente quante ne ha?

MATTEO SORMIRIO 15 al momento.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Di questo problema il garante dei diritti dei minori è all’oscuro.

FRANCESCO LALLA - DIFENSORE CIVICO GARANTE INFANZIA E ADOLESCENZA - REGIONE LIGURIA Non abbiamo avuto dalle famiglie un reclamo di questo tipo su questo fronte qua.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A subire i danni dei ritardi della 104 è anche l'istituto pubblico Duca degli Abruzzi che a settembre si è ritrovato una classe con 7 bambini disabili

MASSIMO ARCURI Ci ha convocato il preside dicendo di cambiare scuola CHIARA DE LUCA Soltanto ai bambini che avevano disabilità MASSIMO ARCURI Che avevano la disabilità, perché erano troppi in una classe

DAVIDE TOSO - PRESIDENTE COMITATO GENITORI ISTITUTO COMPRENSIVO LAGACCIO - GENOVA Chiedere di spostarsi da una scuola a un'altra vuol dire comunque delle volte fare dei sacrifici importanti.

CHIARA DE LUCA Alla fine hanno dirottato tutte le risorse per il sostegno dell’ istituto comprensivo, in quell’unica classe CHIARA DE LUCA C’è un istituto pubblico a Genova che ha sette bambini disabili in una classe

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Non è una buona cosa mi pare, allora il problema comunque io le posso rispondere per la 104. Da un lato abbiamo aumentato il potenziamento della medicina legale ma la vera svolta avviene nel momento in cui noi ci allineiamo all’Inps. Nel momento in cui noi avremmo fatto questo passaggio tutto dovrebbe essere molto più celere.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO L'allineamento però è ancora lontano. Come dimostrano i dati che ci ha fornito Inps Liguria: loro per lavorare una pratica 104 ci mettono 28 giorni, in linea con la media nazionale. Chi ci impiega una vita, quasi sei volte tanto, sono le asl liguri in media 162 giorni. La Liguria è anche la Regione che non riesce a garantire ai bambini con disturbi neuropsichiatrici e del neuro sviluppo le cure previste dal servizio sanitario nazionale

MONICA GASTALDI Ci hanno detto per il momento di muoverci privatamente perché la lista è ancora lunga nel senso che è passato già un anno ma lui al momento è in quarta elementare rischiamo di arrivare alle medie senza nessun percorso riabilitativo

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI LIGURIA Quando viene stilato il piano terapeutico il genitore si ritrova inserito all’interno di una graduatoria, questa graduatoria non scorre. Mio figlio Nicola è stato inserito che aveva 150 bambini davanti, mio figlio Roberto ne ha addirittura 130 davanti

CHIARA DE LUCA Le prestazioni sanitarie le ha dovute pagare lei

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI LIGURIA Le ho dovute pagare io. Tutti i mesi spendere 600 euro è una questione veramente difficile

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Attualmente in graduatoria ci sono circa 1700 bambini. Lino è il papà di Andrea, un bambino con un disturbo dello spettro autistico di terzo livello, il più grave che dopo 3 lunghi anni, da poco, è riuscito ad accedere alle cure previste dal servizio sanitario nazionale

LINO BERGAGNA Avevamo fatto un prestito per poter pagare parte delle terapie, pur di dare a lui quello che gli serve

CHIARA DE LUCA Prestazioni di cui Andrea non ne poteva fare a meno?

LINO BERGAGNA Indispensabili per poter crescere per potersi migliorare linguisticamente, rapportarsi con gli altri.

ANTONELLA LAVAGNETTA - PEDIATRA Se non riusciamo a dare a questo bambino nei tempi giusti quello di cui ha bisogno, negli anni successivi, queste cure diventano meno efficaci.

CHIARA DE LUCA Ma perchéé privatamente queste famiglie riescono poi ad accedere a queste cure?

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Ma perché questa è la solita differenza che c’è tra il privato e il pubblico se lei oggi deve fare un’intervento chirurgico la lista di attesa del pubblico è fatto da una determinata lunghezza se lei va nel privato troverà la strada spianata. Noi non vogliamo che questo avvenga

CHIARA DE LUCA E sta avvenendo assessore. Come può accettare la regione che le famiglie si rivolgano ai privati, perché sono terapie comunque costose e parliamo di terapie il cui valore sta proprio nel tempo, nelle tempistiche

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Vero, vero però la Regione non dice di fare questo, la Regione in realtà ha introdotto 2 milioni due anni fa, 1 milione e 7

CHIARA DE LUCA Di questi due milioni però sono arrivati solo 700 mila euro

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA C’è stata la capacità di spesa di soli 700 mila euro perché la capacità erogatrice sia dell’attività pubblica sia di quella privata accreditata non è sufficientemente potente a dover spendere questo denaro, quasi 5 milioni in due anni

CHIARA DE LUCA Allora c’è un problema proprio strutturale

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Il problema è trovare il personale per erogare queste prestazioni

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO NUOVO La Regione Liguria tra il 2010 e il 2020 ha perso 2.587 operatori sociosanitari, il 10 per cento. Quasi il doppio rispetto alle Marche, la regione più simile per grandezza e densità di popolazione.

LUCA INFANTINO - SEGRETARIO GENERALE FP CGIL LIGURIA Queste sono scelte politiche, io credo ci voglia più attenzione rispetto ai nostri bambini disabili molta più attenzione perché lo Stato, gli Enti locali non possono lasciare sole queste famiglie in difficoltà

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A erogare la maggior parte delle terapie per i disabili sono gli enti privati no profit accreditati che sono coordinati dal Corerh. Vantano un credito di 5 milioni di euro dalla Regione che, a partire dal 2015, ha preteso degli sconti tariffari e, nonostante due gradi di giudizio, la Regione non ha ancora saldato il proprio debito.

ALDO MORETTI - PRESIDENTE COORDINAMENTO REGIONALE ENTI RIABILITAZIONE HANDICAP Una delle cose principali è snellire le liste d’attesa. Siamo arrivati a concordare una cifra intorno al 1 milione e 7 un milione e 8. L’offerta degli avvocati iniziale è molto più ridicola, 30 mila euro se non sbaglio

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In consiglio regionale, per la legge di bilancio 2022, era stato presentato un emendamento per restituire i 5 milioni dovuti al Corerh, bocciato dalla giunta.

CHIARA DE LUCA Perché la giunta ha bocciato l’emendamento di scostamento di bilancio?

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA La giunta non ha bocciato l’emendamento, noi abbiamo solo detto che il milione e 700 mila che è in valutazione ai nostri uffici, addivineremo a una transazione che varrà più o meno quella cifra lì che serviva a prendersi in carico ulteriormente di altri bambini e snellire le liste d’attesa

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Ad oggi di quel milione e sette non è arrivato ancora nulla!

GIOVANNI BATTISTA PASTORINO - CONSIGLIERE REGIONE LIGURIA Vuol dire non prendere in carico 510 bambini o bambine; quindi, è evidente che la situazione permane grave. Non è una regione per disabili!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Eppure, la giunta Toti se vuole i soldi sa come reperirli: tra il 2021 e il 2023 ha speso circa 2 milioni e mezzo di fondi europei destinati alla promozione del territorio: sulle magliette delle squadre di serie A il logo La mia Liguria con i colori del partito del Presidente. Ma la Liguria è anche delle persone disabili che praticano sport? Mister Francesco quaranta allena una squadra di prima categoria de La Spezia. Recentemente è rimasto fuori dal campo perché non era accessibile per lui

FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO Per entrare nel campo ci sono le scale, c’è l’ingresso dell’ambulanza ma è ostruito dalle porte e non si può passare, stop.

CHIARA DE LUCA Dei campi che lei frequenta da allenatore, quanti non hanno le barriere architettoniche?

FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO Diciamo 4, 5

CHIARA DE LUCA Su FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO 30, 40 campi

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Intanto complimenti mister perché è riuscito a vincere il campionato nonostante le barriere. Segno che la passione è più forte e sconfigge anche la deformazione di una visione, di una politica che non riesce neppure a dare una risposta ai genitori di 1700 bambini con disabilità. Ora, per quello che riguarda invece gli impianti sportivi con barriere architettoniche, ci hanno detto che le elimineranno, vedremo se lo faranno. Per quello che riguarda i parcheggi pericolosi per gli autisti con disabilità, insomma l’assessore ci ha scritto, ha detto che ha controllato con la consulta per i disabili, insomma dice che va tutto bene. Quindi, signori automobilisti con disabilità fate attenzione perché la responsabilità è vostra. Dalla scuola invece ci scrivono che apriranno per il prossimo anno due classi. Anche qui verificheremo se lo faranno. Insomma, il paradosso qual è? Il paradosso è che i soldi la Liguria li ha ma non ha il personale per erogare i fondi a sostegno della disabilità. Un paradosso. Questo è il frutto di una politica sanitaria che ha previsto tanti tagli agli operatori sanitari, 10%, e poi, insomma, devono però stare attenti perché hanno costretto i genitori dei bambini con disabilità a rivolgersi ai privati, affrontando sacrifici e normi e, in un caso simile, in Campania, una mamma di un bambino disabile che è nelle stesse condizioni dei liguri, insomma è riuscita ad ottenere dalla Corte di appello un risarcimento. Gli hanno risarcito tutte le spese che aveva anticipato per curare il figlio. In Liguria devono stare attenti dicevamo perché sono 1700 i bambini in questa condizione. Ma non è una condizione solo della Liguria, perché noi, dopo aver lanciato la trasmissione, abbiamo ricevuto tantissime richieste di aiuto. Ecco, Report sarà sempre in prima fila a fianco delle persone più fragili.

Le Città.

L'Italia da scoprire. Da piazza de Ferrari al cimitero di Staglieno: Genova incanta tra bellezza e storia. Piazza Raffaele de Ferrari, palazzo Doria-Tursi, Galata Museo del Mare, la cattedrale di San Lorenzo e il cimitero di Staglieno: alcuni luoghi da visitare in occasione di una prima visita a Genova. Angela Leucci il 25 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Piazza Raffaele de Ferrari

 Palazzo Doria-Tursi

 Galata Museo del Mare

 Cattedrale di San Lorenzo

 Cimitero monumentale di Staglieno

Genova è una città ricca di bellezza e di cultura. Anche coloro che non ci sono stati mai, lo hanno appreso dalle canzoni, quelle della cosiddetta “scuola genovese”, che annovera cantautori di spicco nella storia della musica italiana come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e altri. Ma se si volesse fare per la prima volta un viaggio a Genova, quali sarebbero i primi luoghi da visitare assolutamente? Qui di seguito alcuni consigli.

Piazza Raffaele de Ferrari 

Naturalmente il primo passo è non prescindere dal gioiello urbanistico e architettonico rappresentato da piazza Raffaele de Ferrari, che poi è la piazza principale di Genova. Qui si trovano diversi monumenti interessanti, tra cui il Teatro Carlo Felice, progettato nel XIX secolo da Carlo Barabino e gravemente compromesso durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale, ma poi, fortunatamente mano a mano restaurato, ripristinato e ricostruito su progetto di Carlo Scarpa. Di grande impatto visivo anche la fontana che si trova al centro della piazza, e che è datata 1936.

Palazzo Doria-Tursi 

A Genova esistono moltissimi palazzi e monumenti gentilizi, diversi dei quali sono stati realizzati all’epoca del Rinascimento e del Barocco, e rientrano nei sistema dei palazzi dei Rolli, edifici una cui parte era destinata all’ospitalità diplomatica all’epoca della Repubblica di Genova. Uno di questi edifici è il cinquecentesco palazzo Doria-Tursi, caratterizzato da una facciata multimateriale (e multicolore, grazie ad ardesia, marmo di Carrara e pietra di Finale) e da un bestiario di mascheroni posti sulle finestre. Ospita diversi reperti, come il violino di Nicolò Paganini, e opere d’arte, come la Maddalena di Antonio Canova. Per sapere quando e come visitare palazzo Doria-Tursi, che rientra nel sistema mussale genovese, è bene visitare il sito ufficiale.

Galata Museo del Mare 

Genova e il suo mare sono fortemente legati. Il mare ha infatti rappresentato per la città una grossa fetta di storia - la Repubblica marinara di Genova e i natali di Cristoforo Colombo - un capitolo interessante per l’economia, un’attrazione turistica. È in quest’ottica che è nato Galata Museo del Mare, che raccoglie mappe, ricostruzioni, diorami e tante attività educative per conoscere sempre di più questa città che dall’acqua ha preso ma ha anche restituito. Gli orari di ingresso cambiano in base alla stagione, così come il prezzo del biglietto, che varia in base all’esperienza ma sono previste agevolazioni e gratuità: è sempre utile consultare il sito.

Cattedrale di San Lorenzo 

Si staglia, austera, spirituale e bellissima, contro il cielo di Genova la cattedrale di San Lorenzo, iniziata nel XII secolo e realizzata negli stili romanico e gotico, ma successivamente furono apportate modifiche e aggiunte, tanto che nel XIX secolo la scalinata fu arricchita da statue di leoni, che rappresentano una sorta di guardiani del luogo di culto. L’interno è imponente, non solo per le colonne e gli archi che decorano e delimitano lo spazio tra le navate, ma anche per la presenza di affreschi meravigliosi, come il trecentesco Giudizio Universale.

Cimitero monumentale di Staglieno 

Nel territorio di Genova ricade il cimitero monumentale di Staglieno aperto al pubblico nel 1851 ma progettato e realizzato da Carlo Barabino prima e da Giovanni Battista Resasco poi. Qui si possono trovare monumenti funerari dalla bellezza mozzafiato, e soprattutto si possono rivolgere i propri omaggi ai miti di arte, letteratura, musica, storia perché qui sono ospitate le loro spoglie mortali: dallo stesso Barabino a Nino Bixio, da Fabrizio De Andrè a Giuseppe Mazzini, passando per Michele Novaro, Fernanda Pivano, Edoardo Sanguineti. Anche in questo caso vale la pena controllare il sito ufficiale prima della visita: è possibile avvalersi infatti di una guida ma anche seguire itinerari tematici.

Estratto dell’articolo di Tommaso Fregatti e Matteo Indice per “la Stampa” l'1 agosto 2023.

Notte tra domenica 23 e lunedì 24 luglio, ore 3.17, corso De Michiel, Chiavari. Le immagini del sistema di videosorveglianza del Comune riprendono una sequenza che fra sgranare gli occhi agli inquirenti. Si notano due uomini - risultati poi essere i due parrucchieri egiziani Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel, detto "Tito", 27 anni, e Mohamed Abdelghani Ali alias "Bob", 26 - trascinare a fatica un borsone di colore scuro. Prima in spalla, poi spingendolo sull'asfalto perché troppo pesante. 

Dentro, secondo la Procura e i carabinieri del nucleo investigativo, c'è il corpo di Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla, il connazionale di 19 anni trovato senza vita lunedì sera, decapitato e mutilato nelle specchio d'acqua davanti al porto di Santa Margherita Ligure. 

La stessa telecamera, 50 minuti dopo, riprende nel tragitto inverso i due nordafricani, con la medesima valigia al seguito. Ma adesso appare più chiara perché coperta di calce, usata con ogni probabilità per asciugare il sangue della vittima. E […] «decisamente più leggera» .

La svolta nell'inchiesta su uno degli omicidi più efferati mai registrati a Genova, è arrivata grazie alla ricostruzione dei carabinieri […]: […] Video dopo video i militari del nucleo investigativo, in collaborazione con i colleghi della compagnia chiavarese, hanno ricostruito nel dettaglio non solo la morte di Mahmoud, ma anche e soprattutto le modalità con le quali i due assassini si sono disfatti del cadavere. 

Il quadro accusatorio è risultato così netto che alla fine Tito e Bob […] non hanno potuto fare altro che confessare l'omicidio. Accusandosi sostanzialmente a vicenda sul ruolo di esecutore materiale, ma confermando d'aver partecipato insieme all'occultamento e al sezionamento del cadavere.

Mahmoud Abdalla, ne sono ormai certi magistrati e militari, è stato ucciso dai due gestori dell'"Aly Barber Shop" di via Merano a Sestri per i quali aveva lavorato negli ultimi mesi, che voleva lasciare per prendere servizio in un negozio concorrente sempre nel Ponente (sul movente gli approfondimenti proseguono). 

La decisione di Mahmoud non era andata giù in particolare a Tito, […] che […], spalleggiato da Bob, aveva minacciato anche il futuro datore di lavoro della vittima: «Non prenderlo perché noi perderemmo clienti, rischi di finire male...». 

Nel pomeriggio di domenica 23 luglio hanno di fatto convocato Mahmoud. Il pretesto è stata la consegna di un anticipo di 100 euro dallo stipendio e la possibilità di ritirare alcuni oggetti dal dormitorio di via Vado che da mesi ospitava il diciannovenne, altri giovani impegnati nella barberia e saltuariamente i due killer. 

Il primo fotogramma determinante per l'inchiesta è quindi delle 14.58. Ed è l'ultimo che riprende Mahmoud in vita. Si vede il ragazzo mentre attraversa piazza Poch a Sestri Ponente. Ha una maglietta bianca "Nike", un paio di bermuda di jeans e tiene in mano un trolley grigio chiaro «con bordature scure». 

[...] Ultimo dettaglio: alle 15 di lunedì 24 luglio, Bob si presenta a lavorare nel negozio di Chiavari e dice che «Mahmoud è morto». Ma i suoi resti a quell'ora, dovevano ancora essere ritrovati.

Estratto dell’articolo di Floriana Rullo per il “Corriere della Sera” l'1 agosto 2023. 

«Pensava sempre al lavoro. Era ciò che gli piaceva fare. Sognava, un giorno, di poter aprire un salone tutto suo. Per ora, però, desiderava solo che i suoi, rimasti in Egitto, stessero bene». Khaled è il cugino di Mahmoud Abdalla. Abita a Milano, come anche Mohamed, il fratello del 18enne che invece aveva scelto Genova per rincorrere i propri sogni. Quelli di un giovane arrivato dal proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore da costruirsi in Italia.

[…] Per sei mesi aveva vissuto in un alloggio temporaneo del Comune in Darsena. Poi, ricevuti i primi stipendi, aveva scelto di cercarsi una propria sistemazione. A offrirgliela erano stati proprio Tito e Bob, i due egiziani che, due mesi dopo l’assunzione, ieri hanno confessato di averlo ucciso. 

Con il lavoro nella barberia «Aly Barber shop» gli avevano proposto un alloggio nel retrobottega. Un posto trascurato e condiviso con altri dipendenti ma che gli permetteva di spendere poco, appena 50 euro al mese, e poter mettere via qualcosa per sé ma, soprattutto, mandare i soldi ai genitori rimasti in Egitto. «Era stanco. Voleva cambiare negozio — racconta l’amico Omar —. Diceva di stare troppe ore in piedi, di doversi pagare il pranzo, di guadagnare solo 1200 euro».

Pochi per chi sogna l’indipendenza e ha il desiderio di aprire un salone tutto suo. […] In effetti i social di Mahmoud mostrano solo quella passione per l’occupazione da parrucchiere. Ci sono scatti che ritraggono le sue «opere» nel salone di via Merano, a Sestri Ponente, dove ha lavorato per due mesi. Immagini che lo ritraggono nei giorni di prova nel nuovo negozio di Pegli. E poi c’è lui: allegro, sorridente. Un 18enne che aveva trovato nel lavoro la sua rinascita. E che, per quello, è stato ucciso.

Omicidio di Genova, Mahmoud lavorava in nero e aveva denunciato i suoi datori di lavoro. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera mercoledì 2 agosto 2023.

Intanto i carabinieri del nucleo Subacquei del comando di Genova stanno cercando, lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, la testa mozzata del 18enne 

Aveva denunciato i suoi datori di lavoro durante un sopralluogo della guardia di finanza nella barberia di Sestri Ponente, a Genova, nella quale da alcune settimane si trovava a lavorare in nero così come i suoi compagni con cui condivideva anche la vita nel retrobottega. Era il 19 giugno quando alla Finanza arrivata per un controllo ordinario Mahmoud Abdalla aveva raccontato di essere «sfruttato» e pagato poi sotto banco. Tanto che la Finanza aveva poi aperto un’indagine e alcuni colleghi poi, probabilmente per paura dei titolari, sarebbero anche stati messi in regola.

Ma dopo un mese per il 18enne accoltellato e smembrato da Tito e Bob, titolari dell’esercizio, ora in carcere a Marassi con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, non era cambiato quasi nulla. Per questo aveva deciso di cambiare lavoro.

La convalida

Per i due egiziani di 27 e 26 anni Abdelwahab Kamel, alias Tito, gestore di fatto della barberia, e Mohamed Ali Abdelghani detto Bob oggi si terrà la convalida d’arresto. Intanto sono stati apposti i sigilli al barber shop di Sestri. Da questa mattina invece i carabinieri del nucleo Subacquei del comando di Genova stanno cercando, lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, a pochi passi dal luogo dove il cadavere di Mahmoud è stato mutilato, la testa del ragazzo. A raccontare agli inquirenti dove sarebbe stata gettata da Tito sarebbe stato proprio Bob.

Secondo il racconto Tito l’avrebbe gettata al largo mentre invece, in un viaggio verso Milano, Bob si sarebbe occupato di far sparire le armi, un coltello da cucina e una sciabola, con cui il ragazzo sarebbe stato ucciso e poi fatto a pezzi.

Estratto dell'articolo di open.online.it mercoledì 2 agosto 2023.

Il 19enne Mahmoud Abdalla aveva denunciato alla Guardia di Finanza il suo datore di lavoro. Per questo è stato ucciso e gettato a pezzi a Santa Margherita Ligure. E un’intercettazione incastra i due killer. Il fratello di “Bob” (uno dei due arrestati) dall’Egitto, dove si trova, avrebbe chiamato Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel 26 anni, detto Tito, suo socio delle barberie “Aly Barbe Shop” di Sestri Ponente e di quella di Chiavari, accusandolo di essere lui l’autore del delitto. 

«Sei stato tu ad ammazzarlo e a farlo a pezzi…», gli ha detto. E l’altro: «Non volevo. Il coltello non era mio… è stato durante una lite». Poi i due indagati hanno portato il corpo dentro una valigia usando un taxi. E l’hanno buttato in mare. Dove è riemerso nella spiaggia di Chiavari.

Tutto comincia, secondo la ricostruzione dell’edizione genovese di Repubblica, il 19 giugno scorso. La Guardia di Finanza arriva nel Barber Shop di via Merano a Sestri Ponente. Abdalla dichiara ai militari di lavorare lì ma senza essere in regola. Nella telefonata registrata da Ali Abdelghani, fratello di “Bob”, i due parlano nello stesso giorno in cui la procura chiede per i due il carcere. I due sono in cella da domenica. “Tito” ha ammesso l’omicidio per motivi di lavoro. Poi lui e “Bob” hanno raccontato di aver portato il cadavere in spiaggia in taxi. Hanno amputato loro mani e testa per renderlo irriconoscibile.

Le armi non sono state trovate. Uno dei due accusa l’altro di averle portate a Milano per farle sparire. L’altro nega. […]

Mahmoud denunciò i suoi capi alla Finanza: "Pagati a nero, ci sfruttano". A giugno il 19enne denunciò i titolari della barberia per sfruttamento. Oltre alla denuncia, agli atti dell'inchiesta anche l'audio della presunta confessione del gestore della barberia accusato con l'altro egiziano dell'omicidio. Rosa Scognamiglio il 2 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La denuncia

 Il movente dell'omicidio

 La telefonata

Ci sono dei verbali agli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla, il 19enne ucciso e poi mutilato nella notte tra il 23 e il 24 luglio, che sembrerebbero confermare il movente della ritorsione alla base del truce delitto. Stando a quanto riporta il quotidiano La Stampa, il 19 giugno scorso, durante un'ispezione della Guardia di Finanza all'interno del salone di barberia di Sestri Ponente, il ragazzo denunciò i suoi titolari per un sistema di sostanziale "sfruttamento" nei confronti dei collaboratori. Non solo. Tra il materiale acquisito dagli inquirenti in queste ore vi sarebbe anche la registrazione di una telefonata in cui Tito, il gestore della barberia, avrebbe confessato di aver ucciso il giovane al fratello dell'altro indagato, titolare formale del negozio.

Mahmoud, i sommozzatori cercano i resti del corpo tra gli scogli

La denuncia

La denuncia di Mahmoud rappresenta l'elemento più significativo dell'inchiesta perché chiarisce, almeno in parte, il movente del macabro omicidio. Come anticipato dal quotidiano torinese, a giugno le Fiamme Gialle avevano effettuato un'ispezione ordinaria all'interno del negozio di via Merano, dove il 19enne lavorava a nero. In quel frangente, il ragazzo non aveva fatto mistero di essere pagato sottobanco nonostante in precedenza gli fosse stata prospettata la possibilità di un contratto parzialmente regolare. I suoi colleghi invece erano stati più reticenti. Fatto sta che il verbale di quell'accertamento rappresentava il punto di partenza per avviare un'istruttoria che, a stretto giro, avrebbe potuto creare non pochi problemi alla barberia.

Mahmoud, 19enne ucciso e mutilato perché voleva cambiare lavoro

Il movente dell'omicidio

Nei giorni successivi al sopralluogo della Guardia di Finanza, Mahmoud aveva rivelato al gestore dell'attività l'intenzione di trovarsi un nuovo lavoro chiedendo, altresì, di saldare le sue pendenze. E così, il 23 luglio scorso, Tito lo aveva convocato per un chiarimento poi sfociato, invece, nel macabro delitto. Le fasi successive dell'omicidio, quelle relative allo smembramento del cadavere, sono tragicamente note. Il corpo esanime di Abdalla è stato trasportato in taxi, chiuso all'interno di una valigia, da Sestri Ponente a . Poi, su una lingua di sabbia alla foce dell'Entella, il 19enne è stato mutilato di mani e testa prima di essere gettato in acqua.

La telefonata

Agli atti dell'inchiesta vi sarebbe anche la registrazione di una telefonata intercorsa tra Tito e il fratello di Bob, tal "Aly", il titolare formale del salone. A scanso di equivoci è bene precisare che Aly aveva lasciato l'Italia un mese prima dell'omicidio con un volo diretto da Fiumicino a Il Cairo. Ed è proprio dall'Egitto, una volta appresa la notizia del truce delitto, che aveva chiamato Tito. Messo alle strette, l'uomo avrebbe quindi ammesso le sue responsabilità. Ora la registrazione è al vaglio degli inquirenti e potrebbe essere utile a definire i ruoli dei due indagati.

(ANSA mercoledì 2 agosto 2023) - I due arrestati accusati dell'omicidio del diciannovenne egiziano Mahmoud Abdalla, avvenuto domenica 23 luglio in un appartamento a Genova, avevano comprato una mannaia e un coltello in un negozio di cinesi due ore prima del delitto. Per questo motivo ora rischiano l'accusa di omicidio premeditato. I due, Abdelwahab Kamel detto "Tito" e Abdelghani Aly detto "Bob", davanti al gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere durante l'interrogatorio di convalida del fermo.

Con le due armi avrebbero ucciso, decapitato e mutilato - tagliandogli le mani - il giovane. Questo potrebbe spingere gli inquirenti a rivedere l'imputazione trasformandola in omicidio premeditato. Ad aiutare gli inquirenti le immagini di alcune telecamere di videosorveglianza a Sestri Ponente che hanno ripreso Tito e Bob in due distinti momenti vicino ad un negozio cinese di Sestri. 

Nel secondo filmato si nota un sacchetto contente un oggetto contundente che non era presente nelle prime immagini. Poco prima proprio dallo stesso negozio risulta emesso, dal registro della cassa, uno scontrino per l'acquisto di un coltello e di una mannaia. Il sostituto procuratore Daniela Pischetola ha contestato per questo oggi ai due uomini il probabile acquisto di armi, accusa che ha portato 'Tito' e 'Bob' ad avvalersi della facoltà di non rispondere all'interrogatorio di convalida del fermo avvenuto nel carcere di Marassi.

Intanto, a causa del mare agitato, sono state sospese le ricerche della testa della vittima da parte dei carabinieri del nucleo subacquei che la stavano cercando lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, a ponente della foce dell'Entella dove 'Bob' ha detto che sarebbe stata gettata. A Chiavari è stata riaperta la barberia di corso Dante che era gestita da Tito: al lavoro ci sono altri egiziani.

(ANSA mercoledì 2 agosto 2023) - La violenta lite, finita in omicidio, tra Mahmoud Abdalla (19 anni) e il suo datore di lavoro, Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel, 26 anni, detto Tito, è nata per motivi di lavoro.

Sembra che la vittima durante l'alterco abbia minacciato il suo carnefice, egiziano come lui, di denunciarlo nuovamente perché lo pagava in nero. Lo aveva già fatto il 19 giugno scorso quando la Guardia di Finanza fece un controllo nella barberia di via Merano, nel quartiere genovese di Sestri Ponente. 

Abdalla disse che non era in regola. Lo rivelano alcuni quotidiani. Non è chiaro se a chiamare le Fiamme gialle sia stato proprio lui, oppure se fosse in corso un controllo di routine. Intanto, oggi sbarca a Genova il Ris di Parma. 

I militari del Reparto investigazioni scientifiche torneranno nella casa-dormitorio di via Vado, a Sestri, dove è avvenuto l'omicidio. Qui i carabinieri del Nucleo investigativo i Genova per ben tre volte hanno cercato con il luminol tracce di sangue. Invano. In quella casa, però, Tito e Bob hanno chiuso il corpo in una valigia, lo hanno trasportato in taxi fino a Chiavari, qui lo hanno mutilato e gettato in mare, nella notte tra il 23 e 24 luglio.

1992: inaugurazione dell'Acquario di Genova, il più grande d'Europa. Inaugurato in occasioni delle Colombiadi, i 500 anni dalla scoperta dell'America, l'Acquario di Genova è divenuto una delle più importanti realtà del mondo. Tommaso Giacomelli il 28 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Disegnato da Renzo Piano

 L'Acquario di Genova oggi

Sono passati esattamente 500 anni da quando il genovese Cristoforo Colombo salpò dal porto di Palos con tre caravelle (Nina, Pinta e Santa Maria) per raggiungere le Indie attraversando il maestoso e periglioso mare che si trova nel mezzo, l'Oceano Atlantico, per scoprire invece l'America. Nel 1992 Genova è il centro dei festeggiamenti di questo straordinario evento che ha cambiato il corso della storia, tanto che nella città ligure si tiene l'EXPO. Il centro della rassegna verte sull'inaugurazione di un nuovo punto di riferimento per le scienze, il turismo e la biologia: l'Acquario di Genova. La struttura prende vita a Ponte Spinola nel cinquecentesco Porto Antico del capoluogo ligure.

Disegnato da Renzo Piano

Nessun architetto quanto l'italiano Renzo Piano ha incarnato lo spirito innovativo della rinascita del secondo dopoguerra. Ed è proprio sua la firma sulla struttura che ospita quello che, al taglio del nastro, diventa il più grande acquario d'Europa e il secondo nel mondo. Suggestivo e intrigante, visto da fuori l'Acquario genovese assomiglia a una grande nave attraccata in porto in attesa di salpare verso l'orizzonte, alla caccia di qualche avventura nei lontani mari orientali. All'architetto statunitense, Peter Chermayeff, spetta il compito di disegnare gli ambienti interni del polo di biodiversità marittime. Un incarico che accetta di buon grado, anche per omaggiare l'illustre genovese che ha scoperto la sua patria cinque secoli prima.

Alla fine, nasce un percorso che rappresenta al meglio gli ambienti acquatici del pianeta Terra, permettendo ai visitatori di vedere a breve distanza come vivono i delfini, o come nuotano gli squali, come se la cavano i pinguini e i lamantini, le foche e le meduse, senza tralasciare le creature del freddo Antartide o i pesci dei mari tropicali. Oggi la struttura si articola in 27.000 metri quadri che permettono a 11.000 animali di 450 specie diverse di vivere in un ambiente ospitale e fedelmente riprodotto.

L'Acquario di Genova oggi

Nel corso degli anni l'Acquario di Genova è stato soggetto ad ampliamenti, restyling e ammodernamenti che gli hanno permesso di restare un punto di riferimento del settore a livello continentale, anche se altre strutture europee più recenti hanno provato a scalzarlo dal gradino più alto del podio per grandezza. In ogni caso il suo percorso è suggestivo e totalmente immersivo, snodandosi attraverso 40 grandi vasche che riproducono la vita sottomarina, alle quali si sommano altre 4 cisterne a cielo aperto del Padiglione dei Cetacei, aperto nel 2013, e sempre a cura di Renzo Piano. 

All'interno della Nave Italia, imbarcazione riprogettata e ormeggiata nel Porto Antico, si possono ammirare ambienti dedicati al Mar Mediterraneo, al mondo tropicale e al Madagascar, una delle aree dalla più massiccia concentrazione di biodiversità endemica al mondo. In circa due ore e mezzo si ha l'opportunità di conoscere infinite sfaccettature del mondo marino e non serve essere bambini per guardare le creature acquatiche con ammirazione e stupore. In oltre 30 anni di attività l'Acquario di Genova ha ospitato più di 33 milioni di visitatori con una media di oltre 1 milione all'anno, ma il contatore non ha nessuna intenzione di interrompere la sua corsa.

La Storia.

(ANSA l’11 aprile 2023) - Nel Medioevo finanziarono la costruzione dei moli di Genova con il loro lavoro di prostitute. Oggi, secoli dopo, la città è pronta a rendere omaggio con una targa commemorativa a tutte quelle donne che tra il 1300 e 1400 consentirono alla Superba di diventare una potenza mondiale.

 A darne notizia è Il Secolo XIX. "Dovevano pagare cinque soldi al giorno alla Repubblica di Genova, tra il Tre e il Quattrocento - ha spiegato il presidente del municipio Centro Est Andrea Carratù - e quel loro contributo era stato essenziale per realizzare le opere portuali".

L'idea di omaggiare le prostitute genovesi dell'epoca nacque dall'idea di una associazione della città vecchia, la Fondazione Amon, che era stata sostenuta nella sua battaglia da Comunità San Benedetto e Princesa, concordi nel voler dare un riconoscimento alle donne di strada nel 2017 e dopo cinque anni sembrerebbe arrivata alla conclusione. Una iniziativa culturale per rimediare ad una vera e propria ingiustizia: anche se i moli cittadini erano stati costruiti con il lavoro delle lucciole, proprio a loro era vietato persino avvicinarsi all'area portuale per non distogliere dal lavoro i camalli e i marinai.

 "Il luogo per collocare la targa è già stato individuato, sulla parte esterna di Sottoripa dietro a Palazzo San Giorgio", spiega Daniela Marziano, avvocata e assessore del municipio Centro Est. "La Sovrintendenza deve ancora pronunciarsi su alcuni dettagli del testo e sul materiale della targa - riprende Marziano - ma il senso è ormai definito, c'è una delibera municipale e l'operazione si farà».

Il testo (provvisorio) suona così: "Tra il XIV e il XV secolo le lavoratrici dell'antica 'arte del meretricio' potevano esercitare, protette e curate, versando 5 soldi al giorno alla Repubblica di Genova. Con i proventi di tale gabella la Repubblica finanziò importanti opere monumentali, tra queste la costruzione e l'ampliamento della fabbrica, zona che era vietata alle nostre lavoratrici".

I Politici.

I Politici. Estratto dell’articolo di Giuseppe Filetto e Matteo Macor per repubblica.it il 4 gennaio 2023.

Un evento storico, l'ha definito Giovanni Toti, il presidente della Regione Liguria, già giornalista di Mediaset. Il Concertone di Capodanno […] adesso è sotto i riflettori della Procura di Genova.

 Tanto che negli scorsi giorni a Palazzo Tursi, la sede del Comune, si sono presentati i carabinieri […] che hanno chiesto l'acquisizione della delibera (o della determina) con la quale l'amministrazione comunale e il sindaco Marco Bucci hanno assegnato la promozione dell'evento ai canali televisivi di Berlusconi. Escludendo a priori tutti gli altri.

"In particolare è stato chiesto di sapere quali criteri ci siano stati alla base della scelta del contraente e nella determinazione dell'importo totale dell'appalto di 241.271,62 euro che compete al Comune - spiega una qualificata fonte - La Regione ha pagato poco di più, per un totale di circa 500mila euro".

 Tutti soldi che sono andati alle Reti Fininvest, aggiunti a quelli pagati da Esselunga e altri brand nazionali come sponsor. In sostanza, perché il contratto con l'operatore incaricato della messa in onda dell'evento sia stato stipulato con Mediaset e non con altri soggetti. Perché, insomma, non sia stata indetta nessuna gara pubblica.

In attesa di capire se sotto le attenzioni della Procura è finita anche la Regione Liguria (la moglie di Toti, Siria Magri, è condirettore di Videonews,  testata giornalistica di Mediaset), di fatto l'ente capofila del progetto Capodanno. Quello che pare chiaro è che il tutto nasce da uno (o più) esposti (non anonimi) sull'evento. Anche se, a quanto pare, a chiedere l'intervento della magistratura sarebbero stati i concorrenti televisivi nazionali. Quelli che si ritengono esclusi anzitempo. Il pensiero corre a Rai e La7. Che, però, smentiscono.

 In ogni caso, in Comune a Genova si fa capire di non temere più di tanto, visto che non era richiesta alcuna gara, trattandosi di servizio ed evento in esclusiva su rete nazionale, proposto dalla stessa Mediaset. E però il Codice degli Appalti in merito fissa delle soglie, delle cifre oltre le quali è d'obbligo indire la gara invece che procedere con  trattativa privata e affidamento diretto. Infatti, le soglie sono diverse. Dipende in quale tipologia è stato inquadrato l'evento: se sulla voce beni oppure su quella dei servizi. Comunque, in Procura si parla di una soglia di 140 mila euro. Fino  a qualche tempo fa era di 60mila, poi alzata da Matteo Salvini. 

 Al momento il fascicolo […[ ipotizza il reato di turbativa d'asta. E non sarebbe contro ignoti: trapela che vi siano già degli iscritti. […]

 "In merito agli eventi organizzati in occasione del Capodanno a Genova, l’Amministrazione comunale puntualizza che tutti gli atti sono pubblici e pubblicati in trasparenza - si legge nelle poche righe di comunicato diffuso sul tema dal Comune - Negli affidamenti per l’erogazione di servizi è stata seguita la procedura negoziata, come definita all’articolo 3, comma 1, lettera u del Decreto legislativo n. 50/2016 e successive modificazioni e integrazioni.

 Inoltre, il ricorso alla trattativa privata è previo esperimento di indagine di mercato, al fine di garantire la scelta nel rispetto non solo dei principi di buon andamento e imparzialità, ma anche quelli di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza previsti dall’articolo 1, comma 1 della Legge n. 241/1990 e successive modificazioni e integrazioni.

 Si specifica, inoltre, che il vigente Regolamento per le acquisizioni in economia di beni e servizi all’articolo 3, comma 1 fornisce un dettagliato elenco delle tipologie di beni e servizi che possono essere acquistati in economia; all’articolo 6, comma 6 precisa che l’affidamento diretto per servizi e fornitura in economia di importo inferiore a euro 40.000 è ammesso e che, in deroga all’articolo 36 comma 2, lettera a) del Decreto legislativo n. 50/2016 è consentito l’affidamento diretto per forniture di importo inferiore a euro 139.000 fino al 30 giugno 2023 ai sensi del Decreto legge n. 77/2021. Infine, l’Amministrazione comunale conferma che c’è la piena collaborazione con gli inquirenti nello svolgimento delle indagini".

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 5 gennaio 2023.

Toghe senza più freni: in Italia serve il "bando di gara" anche per il concerto di Capodanno. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo, per l'ipotesi di reato di "turbativa d'asta", sul concerto del 31 dicembre scorso organizzato dal Comune del capoluogo ligure nella centralissima piazza De Ferraris e andato poi in onda su Canale 5.

 A presentare la denuncia è stata Unione popolare, la coalizione di ultrasinistra composta da esponenti di Potere al popolo, del centro sociale napoletano "Je so' pazzo", di Rifondazione comunista, e di Dema, il movimento dell'ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris, soprannominato Giggino a' manetta per il suo passato da magistrato.

Il programma di Unione Popolare, che alle ultime elezioni ha preso circa 400mila voti e qualche migliaio a Genova, contiene alcune "perle" che vale la pena ricordare: aumento del reddito di cittadinanza a mille euro, abolizione dei jet privati, legalizzazione delle droghe, tetto di 5000 euro alle pensioni a prescindere dai contributi versati, sanatoria per tutte le occupazioni abusive e conseguente regolamentazione dell'esproprio proletario.

 Con un tempismo che archivia anni di polemiche sui ritardi della giustizia, la Procura di Genova si è comunque immediatamente attivata dopo l'esposto in questione, inviando ieri mattina i carabinieri negli uffici comunali per acquisire tutte le delibere relative al conferimento dell'incarico.

In pratica, secondo l'accusa dei seguaci di de Magistris, il Comune di Genova per organizzare il Capodanno in piazza condotto da Federica Panicucci avrebbe dovuto effettuare prima una "gara pubblica" e non rivolgersi direttamente a Mediaset pagando circa 240 mila euro, suddivisi in quattro tranche.

 L'amministrazione genovese risponde invece che è tutto regolare: «Il ricorso alla trattativa privata, previo esperimento di indagine di mercato spiegano da Palazzo Tursi, - è stato realizzato al fine di garantire la scelta nel rispetto non solo dei principi di buon andamento e imparzialità, ma anche quelli di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza».

Il regolamento per le acquisizioni in economia di beni e servizi del capoluogo ligure disciplina infatti i casi in cui si possa procedere con l'affidamento diretto, la cui soglia è 40mila euro, con una deroga fino a 139mila voluta dal governo Draghi nel 2021.

 Le indagini sono condotte dal pm Walter Cotugno, già noto alla cronaca giudiziaria per avere ordinato, quando era a Pavia, una serie di sequestri che fecero clamore, come quelli di una centrale elettrica e dell'ufficio urbanistica del Comune di Voghera. Il nome di Cotugno è però legato ad un altro sequestro, quello nel 2011 del Force Blue, il mega yacht di Flavio Briatore.

 Per il magistrato lo yacht risultava intestato a una società offshore di chartering. Briatore venne accusato di aver "schermato la proprietà della barca per risparmiare le accise sul carburante", ipotizzando una frode pari a 3,6 milioni di euro. Prima della fine del processo l'imbarcazione era stata messa all'asta per 7 milioni ed acquistata da Bernie Ecclestone. La Cassazione, però, aveva alla fine dato ragione a Briatore il quale ha chiesto nei mesi scorsi, oltre ai 7 milioni pagati da Ecclestone, 12 milioni di euro di euro di danni allo Stato per aver svenduto il suo natante.

Soldi che, con ogni probabilità, saranno messi a carico della collettività e non del magistrato. «Ci rammarica che a ogni evento di successo, come il Capodanno di Genova, dove oltre alla enorme visibilità della nostra regione si è distinta una piazza e una città con una perfetta organizzazione e gestione dell'ordine pubblico, arrivi l'esposto dei soliti noti per gettare fango», ha commentato il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti.

«Siamo certi - assicura il governatore- che tutte le procedure siano state rispettate nella forma e nella sostanza e che i magistrati faranno al più presto chiarezza sulla regolarità dell'evento che ha portato promozione, divertimento ma soprattutto lavoro e ricchezza alla nostra terra come dimostrano anche i dati record sulle presenze turistiche nella nostra regione». «È un vecchio vezzo di chi non riesce a portare avanti le proprie idee con gli strumenti della democrazia - ha quindi concluso Toti- quello di rivolgersi alla magistratura: chi pensa di nascondere la propria mediocrità dietro le carte bollate se ne faccia una ragione».

Da lastampa.it il 29 Dicembre 2022.

In Liguria – prima regione italiana – nascerà  il tatuatore della mutua. Sta infatti per essere approvata in consiglio una proposta di legge che farà rientrare i tatuaggi nelle prestazioni del sistema sanitario regionale. 

Nel Bilancio della Regione, appena approvato, un ordine del giorno della Lega ha infatti impegnato la giunta a organizzare un percorso per sostenere i tatuaggi con finalità medica cui si sottopongono i liguri.

Si tratta però solo del primo atto, come spiega il consigliere regionale Alessio Piana, Lega, presidente della III Comissione regionale: «Dobbiamo sostenere anche sul piano psicologico i pazienti e spesso un tatuaggio con finalità medica aiuta a superare molte complessità - dice - ecco perché abbiamo compiuto solo il primo passo, in aula, per arrivare nei prossimi mesi a perfezionare una proposta di legge a riguardo, per inserire i tatuatori professionisti certificati e esperti in tatuaggi medici, nel sistema sanitario regionale».

Dagospia il 29 Dicembre 2022.

(L'istituzione chiude per far posto alla tv)

Dal profilo Facebook di Ferruccio Sansa 

Questo è un ufficio pubblico: la poltrona di raso rosa, lo specchio ovale, un altro specchio a lato per vedersi di profilo e capire l'effetto che fa. Magari darsi un colpetto di cipria, un ritocco con il mascara. Intanto c'è anche la cassettiera per i trucchi. E se sei stanco ti riposi sul bel divanetto di pelle bianca.

Strabuzzo gli occhi. Ero entrato nel palazzo della Giunta della Regione, in piazza De Ferrari, per andare all'ufficio dell'assessore e invece trovo un boudoir stile primi Novecento. Mica male per un ufficio pubblico. Ma che succede? Sono impazzito io?

No, a Genova siamo nel mezzo di un esperimento unico: gli uffici pubblici della Regione sono stati trasformati in un gigantesco camerino TV. Direte voi... è il teatrino della politica. 

Continuo a camminare e le sorprese non finiscono: semplicemente gli uffici pubblici hanno chiuso baracca e burattini per lasciar posto ai camerini della festa di Capodanno. Gli impiegati e dirigenti sono spariti (spediti a casa!) per far posto a tecnici e ballerine. I computer e le scrivanie sono tutti imballati e nascosti per essere sostituiti da specchiere, armadi per il trucco, luci da palco, monitor e console per radio e TV.

Accanto all'ufficio dove campeggia la targa dell'assessore Scajola c'è un post it sulla porta: Patty Pravo. Nelle stanze della segreteria c'è scritto Leali e Facchinetti.

Scusi, ma io volevo chiedere una mappa catastale... Niente da fare, risponde una truccatrice. È tutto sigillato, rinchiuso chissà dove in qualche armadio. 

Ripassi dopo Capodanno, magari dopo l'8 gennaio, adesso si fa festa.

Nei corridoi, tra cassoni da cui emergono tutù e costumi con le paillettes si aggirano gli ultimi funzionari. "Credevo di aver visto di tutto... sa, io sono uno di quei dipendenti pubblici vecchio stile", dice uno osservando la targa scintillante del camerino di Federica Panicucci al posto dell'ufficio del segretario. Niente pratica e mappe, al massimo ti danno un po' di cerone. 

Il funzionario non è il solo un po' spaesato. Forse siamo in tanti vecchio stile.

Ma dai...  facciamo festa. Buon anno a tutti.

Forse è davvero vecchio stile chiedersi quanti soldi pubblici costerà.

È vecchio stile stupirsi vedendo un palazzo istituzionale che chiude le porte al pubblico e si trasforma in un camerino.

Allegria, allegria.

Sì, siamo noi fuori posto che storciamo il naso vedendo che al posto di dipendenti pubblici e assessori ci sono i tecnici Mediaset di Berlusconi. Già, quello per cui lavorava Toti quando faceva il giornalista. Quello che era il suo padrino politico.

Vabbè dai, sciocchezze.

Ora brindiamo. Allegria. Buon anno.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Il ceto Carlotta. I teppistelli, il rusco e le patologie della psiche collettiva di Bologna. Guia Soncini su L'Inkiesta il 28 Settembre 2023

Questo non è un articolo, ma un verbale che girerò al Giudice di pace quando il Comune “che tremare il mondo fa” mi multerà a causa dei cassonetti che non funzionano. Ma io so e, a differenza di Pasolini, ho le prove

Questo non è un articolo, perché se fosse un articolo sarebbe il quattrocentesimo articolo su come Bologna sia una città governata da un paio di patologie della psiche collettiva, il cui incastro origina un pensiero magico per cui gente che abita in un posto gestito come Beirut è convinta di vivere sotto Lorenzo il Magnifico.

Questo, poiché sappiamo tutti che io non sono per niente ripetitiva, non è il mio quattrocentesimo articolo sulla spazzatura (in bolognese: rusco) locale come metafora di un po’ tutto. Questo è un verbale.

Pare che a Bologna ci siano le baby gang, come le chiamano quelli che hanno fatto inglese alle medie. I loro genitori, che avevano ancora abbastanza confidenza con l’italiano da mescolarlo coi gerghi locali invece che col doppiaggese, avrebbero detto: ci son dei cinni che fanno i teppisti.

Pare che questi cinni, come a Bologna vengono chiamati i ragazzini, imperversino soprattutto in via D’Azeglio, che è una strada che parte da piazza Maggiore (più precisamente: da casa di quella che era la mia prof di pianoforte), passa per casa di Lucio Dalla, prosegue per la scuola privata dalla quale siamo prima o poi passati tutti noi ciucci benestanti, arriva al ristorante preferito dai cantanti locali, e finisce sui viali.

Poiché non esiste la cronaca ma esistono le lealtà delle percezioni politiche, e poiché Bologna è governata da una giunta percepita di sinistra, questi teppistelli li racconta il Resto del Carlino, quotidiano percepito di destra. Che va a parlare coi commercianti, i quali si lamentano di quest’arancia meccanica in sessantaquattresimo: ragazzini che entrano al bar e col coltello ma rubano tre bibite invece che l’incasso.

Una legge e pensa: beh, l’efficienza della piccola criminalità rispecchia sempre l’efficienza del luogo in cui essa opera. Bologna fa sembrare Roma una città fondata sul lavoro, ed è quindi giusto che anche i ladri siano troppo sfaccendati per rubare davvero.

Tra le intervistate dal Carlino c’è anche la signora Carlotta (forse il più bolognese dei nomi della mia generazione), che in via D’Azeglio ha una boutique, e dice che insomma, son più fastidiosi che pericolosi, le rubano i fiori che mette fuori dal negozio, e che lei «nel dubbio» ad agosto si chiudeva dentro al negozio.

Il giorno dopo, la signora Carlotta fa un video su Instagram essendo stata assalita da due sindromi. Quella, universale, del commerciante: se dici che il tuo negozio è assediato dai teppisti, non è che il tuo portico poi si spopola e nessuno più viene a fare acquisti da te, specie ora che manca poco alla temibile stagione in cui fa buio alle quattro? «Volevo rassicurarvi, potete venire a trovarci, via D’Azeglio resta una bellissima strada».

E quella, locale, del cittadino che deve farsi carico di tutto ciò che non fanno le istituzioni, mica lamentarsi perché paga le tasse e le istituzioni con quei soldi dovrebbero fare il loro dovere (che orrore: che riflesso di destra, nonché milanese, lavoro-pago-pretendo). E quindi la signora Carlotta fa quel che fanno da sempre quelli che non hanno il coraggio delle loro parole: dice che il Carlino ha preso una frase ma lei aveva fatto «un discorso ampio» (incredibile che non abbiano pubblicato il monologo integrale della signora Carlotta, con tanto di glosse).

Dettaglio buffo: essendo Bologna ferma al 1982, non ha un’idea neanche vaga delle modalità lessicali della sinistra contemporanea; la signora Carlotta dice «fiori dei cinesi», e poi trasecola perché qualcuno interviene a giudicare razzista questa definizione al ribasso.

Il fatto è che i teppisti pare siano ospiti di un centro per minori non accompagnati, e il ceto-Carlotta teme d’essere percepito non solidale assai più di quanto tema la rapina: «Sono degli atti di ragazzi che magari entrano dentro delle problematiche socioculturali che forse più che con la polizia vanno risolte anche con una rete di solidarietà sociale e di assistenza», dice la signora Carlotta sembrando la cugina bolognese di Verdone sempre teso al rinnovamento, e prontamente ripostata dal sindaco il cui lavoro principale è ripetere in spregio a ogni evidenza fattuale che la sua è una città accogliente e vivibile e sarcazzo, la più accogliente e vivibile e sarcazzo d’Europa.

Cosa c’entra tutto questo col rusco?, diranno i miei piccoli lettori. C’entra, perché alle tre di pomeriggio del 27 settembre, in una piazza bolognese di cui non farò il nome sennò la prossima volta ci trovo qualche Carlotta furibonda ad attendermi, ho provato a buttare la spazzatura nella finestrella solo per solutori abili che si apre con la carta smeraldo, una psicopatologia locale per la quale i cassonetti non possono aprirli i fuorisede (ideale, in una città universitaria).

Ero davvero fiera di me e d’aver composto un sacchetto sufficientemente piccolo da entrare nella finestrella (il ceto-Carlotta è entusiasta che gli siano richieste capriole e acrostici per buttare il rusco: se non si sbatte tantissimo per fare cose che dovrebbe fare quel comune cui paga apposita tassa, non si percepisce di sinistra; se al bolognese dici che a Milano, con tassa di pari entità, la spazzatura vengono a prendertela a casa in quantità a piacere, esso va in tilt come l’intelligenza artificiale davanti alle anomalie).

Ero anche gongolante perché il lettore della carta smeraldo aveva funzionato (accade una volta su venti), e la finestrella si era aperta. Ci ho infilato il mio bravo sacchetto, e ho fatto per pigiare il pedale per richiuderla e correre verso il mio impegno. Ma il pedale era rotto: la finestrella non si richiudeva.

A quel punto il ceto-Carlotta avrebbe provveduto a inginocchiarsi in mezzo allo schifo e riparare il pedale, o a cercare un altro cassonetto in zona, o altra perdita di tempo ed energie che prevede che uno sia ricco di famiglia e non debba andare a lavorare. Io ho lasciato il mio sacchetto lì, nella finestrella aperta, pensando: come minimo mi faranno la multa.

Loro a me, invece di chiedere io a loro che mi restituiscano i soldi della tassa sulla spazzatura, spazzatura che circondava il cassonetto come ogni cassonetto bolognese (Fatima è niente e Ustica nientissimo, in confronto al mistero di: ma com’è possibile che nel centro di Bologna non grufolino i cinghiali?).

Ricordo perfettamente la sera, un paio d’anni fa, in cui un’esponente del ceto-Carlotta mi spiegò che lei girava con in borsa i guantini di plastica per ripulire ciò che vedeva fuori posto, sacchetti della spazzatura, cacche di cane: tutto ciò per pulire il quale pagava una vana tassa al comune.

Ricordo perfettamente il mio spavento nel constatare che il ceto dei netturbini volontari mai avrebbe preteso un’efficienza minima dalla propria amministrazione locale, e sempre si sarebbe ridotto come quei genitori che comprano il cane a figli che promettono che lo porteranno giù loro, e poi borbottando passano la vita a portar giù un cane di cui i figli si disinteressano e che loro neppure volevano.

Ricordo la sera in cui vidi per la prima volta la patologia della psiche collettiva che regge Bologna, una città che invece d’un’amministrazione comunale ha una codipendenza psichiatrica, e ricordo anche le multe che ti arrivano quando molli lì il sacchetto in un cassonetto inservibile, e per l’utilizzo del quale hai pagato apposita tassa.

In questo caso, di fianco c’era un secchio del vetro, anche quello con pedale rotto, circondato da bottiglie vuote. Quando sono ripassata alle quattro e mezza, quello del vetro era ancora rotto, l’altro apparentemente era stato disincastrato, vai a sapere se da un professionista o da qualcuno del ceto-Carlotta.

Questa paginetta serve quindi per mettere a verbale che io il 27 di settembre il sacchetto l’ho infilato nel buco giusto, e mica è colpa mia se il buco s’è rifiutato d’ingoiarlo. Quando tra qualche mese mi arriverà una multa – giacché, quando ti danno la carta smeraldo, ti spiegano minacciosi che loro sanno se sei stata tu l’ultima ad aprire la finestrella – e quella multa pretenderà ch’io compili un verbale per ricorrere al giudice di pace, come fossi una sfaccendata bolognese con intere giornate libere, ecco, quel giorno io allegherò questa paginetta al mio ricorso.

Ho anche le foto, dei pedali rotti e del rusco che circonda i cassonetti. Se i cassonetti non avessero le finestrelle selettive, sembrerebbero foto di monnezza romana. Scusaci, Gualtieri: non so perché la reputazione del porcile mal governato debba accollartela tutta tu; probabilmente è perché hai fatto l’errore di non nascere in mezzo al ceto-Carlotta.

I 5 borghi più belli dell'Emilia Romagna. Se siete alla ricerca di paesaggi indimenticabili la regione Emilia Romagna è il posto che fa per voi, con i suoi borghi storici ricchi di fascino. Ecco i cinque davvero imperdibili. Monica Cresci il 24 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Brisighella

 Bobbio

 Montegridolfo

 Gualtieri

 Montefiorino

Gli appassionati di location storiche non possono certo farsi sfuggire la magia che traspare dai borghi della regione Emilia Romagna, con ben 13 mete inserite di diritto all'interno dell'elenco ufficiale dei borghi più belli d'Italia. Del resto la regione vanta un territorio ricco di paesaggi e destinazioni incredibili, dove le aree pianeggianti cedono il passo a quelle montane più selvagge e dall'aspetto severo. Fino a degradare verso le colline e le aree del mare, dove la natura è sempre la protagonista principale.

All'interno di questo territorio così ricco di spunti trovano degna collocazione una serie di borghi incredibili, tante piccole gemme di pura bellezza. Dove storia, natura e arte si fondono creando paesaggi suggestivi e di grande atmosfera: castelli, torri che svettano tra i boschi di faggio o che troneggiano sul panorama circostante, ma anche cinta murarie, chiese antiche e dimore nobiliari. Veri dipinti naturali che riempiono lo sguardo di bellezza e stupore. Ecco i cinque borghi dell'Emilia Romagna davvero imperdibili.

Brisighella

Si trova in provincia di Ravenna, parliamo del borgo storico di Brisighella con un centro storico di origine medievale ancora intatto. La location è davvero suggestiva perché Brisighella sorge arroccata su tre pinnacoli rocciosi, che rendono il borgo quasi sospeso su tre piedistalli mastodontici. Sul primo pinnacolo si trova la Rocca Manfrediana del XVI secolo, sul secondo si può ammirare il Santuario di Monticino e sul terzo la Torre dell'Orologio. Un tempo, quest'ultima, costituiva una struttura difensiva contro l'assalto dei nemici. Brisighella è famosa anche per la rinomata via degli asini, una strada sopraelevata coperta quasi completamente da archi e che possiedono ampiezze differenti. In origine questa struttura era situata su una larga roccia e aveva una funzione difensiva, solo successivamente venne scavata favorendo la costruzione di stalle, fondaci e negozi, trasformando il portico in una sopraelevata. Su questa passavano appunto una serie di animali da lavoro, indispensabili per il trasporto del materiale delle vicine cave di gesso. Brisighella è un borgo davvero interessante incastonato all'interno di un'affascinante area naturale.

Bobbio

Collocato al centro della Val Trebbia, a pochi passi dalla Liguria, ecco il borgo di Bobbio, piccolo centro dalle atmosfere uniche ricco di monumenti storici e dimore antiche. Il tutto incorniciato da una natura vivida e rigogliosa, che rendono il tutto ancora più affascinante. Il borgo di Bobbio vanta origini antiche, sin dalla preistoria ma le prime notizie riguardano il passaggio dei romani che qui costruirono un ponte in pietra sul fiume Trebbia noto come Ponte Gobbo per le sue undici arcate irregolari. La struttura è anche famosa come "ponte del diavolo": secondo la leggenda fu creato dallo stesso per impedire ai monaci di raggiungere il centro del borgo. Non a caso Bobbio è conosciuta anche come la Montecassino del Nord perché la sua Abbazia era nota in tutta la penisola, e creata per volere del monaco irlandese San Colombano. Il piccolo borgo conserva tutto il suo fascino medievale ed è facile perdersi tra viuzze e stradine piccole costeggiando le case in sasso e i tanti palazzetti signorili. Un luogo unico, immerso nel verde dal quale ammirare e raggiungere il castello Malaspina che predomina la parte alta del borgo stesso.

Montegridolfo

A circa 290 metri di altezza, morbidamente adagiato sul colle che separa la valle del Conca da quella del Foglia, sorge il borgo di Montegridolfo vero centro turistico della zona. Parte della provincia di Rimini, si trova immersa in un paesaggio naturale senza pari, delicatamente abbracciato da uliveti, vigneti e piante d'alloro. E proprio a quest'ultimo è legato il primo nome del borgo ovvero Monte Lauro, per una location nata nel X secolo come cassero. Ma la sua collocazione strategica divenne motivo di scontri e guerre tra i Malatesta e i Montefeltro. Il borgo conserva ancora la sua struttura antica, infatti per accedervi si devono superare le mura passando attraverso la torre d'ingresso con l'orologio. Nella parte centrale si trova l'antico Municipio ma anche innumerevoli luoghi sacri, come la Chiesa di San Pietro, oppure il Museo della Linea dei Goti, fino a raggiungere il Santuario della Beata Vergine delle Grazie e la Chiesa di San Rocco dove si può ammirare l'affresco di Guido Cagnacci che raffigura la Madonna con il Bambino e i Santi Sebastiano, Rocco e Giacinto in adorazione.

Gualtieri

L'acqua è da sempre legata al borgo di Gualtieri, non solo per le innumerevoli alluvioni che ne hanno segnato il passato, ma anche per le strade, le cascine, le costruzioni che sorgono accanto al fiume Po e al torrente Crostolo. L'area era un tempo paludosa e fu proprio l'insediamento del longobardo Gualtiero a dare il via alla bonifica, tanto da ribattezzarla con il suo nome. Il marchesato della famiglia Bentivoglio ne ha favorito un elegante sviluppo urbano e architettonico, concludendo anche una serie di profonde opere di bonifica. Il borgo è legato anche al pittore Antonio Ligabue che qui visse e realizzò molte delle sue opere. Gualtieri è un luogo unico, elegante, come si può scorgere dalla bella Piazza Bentivoglio dove svettano l'omonimo palazzo, la Torre Civica, la Casa della Comunità e la Collegiata di Santa Maria della Neve dove è conservata la Pala dell'Annunciazione di Carlo Bononi. Al centro di Piazza Nuova si può ammirare il Pozzo Pubblico a base ottagonale, sorto dopo la chiusura dei pozzi privati, una scelta utile a limitare le infiltrazioni di acqua all'interno del quartiere.

Montefiorino

Il borgo sorge a pochi passi da Modena ed è noto anche per essere stato la prima Repubblica partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Collocato a quasi 800 metri di altezza Montefiorino è abbracciato e protetto da una natura incontaminata, dove svetta l'antica rocca del '300. Il borgo vanta un passato di lotte in difesa del territorio, con gli abitanti che si ribellarono alle varie incursioni e agli assalti più violenti. Se passate da questo incantevole luogo vale la pena spingersi fino all'antica rocca e ora Museo della Resistenza, ma anche visitare la chiesa dedicata alla Beata Vergine di Loreto e l'antico oratorio Madonna degli Zerbini, che un tempo fungeva da luogo sacro. A Rubbiano, frazione di Montefiorino, si può ammirare La Pieve risalente al medioevo e intitolata alla Beata Vergine Assunta dove è presente un'antica canonica.

Questa non è Ibiza. Lizzano In Belvedere, poesia e memoria. L’appennino Tosco-emiliano non è Cortina d’Ampezzo, ma è possibile cogliervi quel tanto delle nostre radici che lo rende qualcosa di unico. Pier Ferdinando Casini su Il Riformista il 6 Agosto 2023 

Io non ricordo la prima volta che ho affrontato la Porrettana per arrivare a Lizzano in Belvedere. Non lo posso ricordare perché penso di essere stato ancora in fasce e di essere stato cullato nell’auto dei miei genitori dalle ricorrenti curve che portano al paesino di montagna dei miei nonni, Romeo ed Elda, alle pendici del Corno nella splendida Val Carlina che comprende i comuni di Lizzano in Belvedere, Porretta, Gaggio Montano e Castel d’Aiano. Ancora oggi, dopo 67 anni, ogni volta che mi reco nella montagna la nostalgia mi assale: nostalgia per un’epoca fatata della mia giovinezza, per i giochi dei bambini che mi sembravano centinaia durante le vacanze estive ma che forse erano molti meno.

In realtà è capitato anche che, dopo una broncopolmonite, svernassi con i miei nonni, seguito dal maestro elementare del luogo per non perdere troppo del programma di scuola. Penso fosse la mia seconda elementare e ricordo sempre questo mio inverno montanaro come un’epoca spensierata. A Lizzano mi legano tanti ricordi. Penso alle passeggiate con mio nonno Romeo verso i sentieri della Volpara, un bosco a qualche chilometro da lì, e ai racconti della sua emigrazione, quando da un piccolo paese di montagna era partito con la sua famiglia e i suoi sette fratelli verso gli Stati Uniti d’America alla ricerca di un po’ di fortuna e di una dignitosa sopravvivenza.

Ho ritrovato anni dopo a Ellis Island, durante una visita ufficiale da Presidente della Camera, il certificato di sbarco della famiglia Vai di Lizzano. Una storia segnata da un dramma terribile poiché uno dei suoi fratelli morì proprio durante questo viaggio sotto a un treno nei pressi di Philadelphia.

Oggi, non avendo perso del tutto la mia innata voglia di giocare, quando mi inerpico con l’auto sulla Porrettana faccio il gioco di immaginarmi le curvature della strada e i dossi che incontrerò nei rettilinei successivi.

Ho detto ai miei figli che, se chiudessi gli occhi, potrei guidare tranquillamente senza andare fuori strada, tanto la conosco.

Ci salivo da bambino con i miei genitori; ci salivo da candidato e da parlamentare nella Prima Repubblica e, con minore frequenza ma con lo stesso stato d’animo, ho continuato a percorrerla in tutti questi anni. Ci salgo questa estate per una bella passeggiata al Corno alle Scale.

L ‘Appennino tosco-emiliano non è né Cortina d’Ampezzo né Courmayeur. Non ha il carisma delle grandi località della movida estiva o invernale, ma vi garantisco che è possibile cogliervi quel tanto delle nostre radici che lo rende qualcosa di unico.

Su queste strade ho camminato con tanti amici che non vi sono più: il primo è Marco Biagi che ricordo come fantastico sciatore e come grande tennista: il migliore di noi ragazzi secondo il parere un anime della giuria dei genitori, il più bravo nello sport e nella scuola, l’esempio da trasmettere a tutti gli altri.

E poi tanti sindaci a partire da Arnaldo Brasa ed Emanuele Vai, testimoni di una stagione eroica dove i paesi della linea gotica si erano via via trasformati in località amene di villeggiatura. Era l’epoca di Enzo Biagi, l’indimenticabile giornalista che, nonostante i grandi successi professionali, non ha mai dimenticato un’estate la sua Pianaccio dove qualche mese fa abbiamo accompagnato per l’ultimo saluto anche la figlia Bice.

Ci sono tanti Biagi a Lizzano in Belvedere come tanti Vai…. i cognomi si ripetono, sono sempre gli stessi. L’amore per la montagna ha tenuto queste grandi personalità sempre vicine al loro Appennino e nelle estati, chi più chi meno, tutti ci hanno ancora cercato rifugio.

La mia mamma oggi non ha più tanta voglia di salire nella sua casa di un tempo: “I miei amici non ci sono più – ripete spesso – mi viene tristezza”. In fondo la capisco perché ripercorrere i sentieri della giovinezza non è sempre facile.

Ma non dimentico i suoi racconti di quando viveva l’intero inverno a Monte Acuto, il borgo forse più suggestivo del Comune di Lizzano, poiché prestava servizio come insegnante elementare in quella piccola scuola.

Era difficile allora percorrere con la sua lambretta durante le giornate invernali i 10 chilometri che la separavano dalla casa dei suoi genitori, sotto il ghiaccio e la neve. Tornava a casa il venerdì, eppure a vedere le cose oggi sembra un po’ assurdo e ridicolo: sono 10 minuti in auto…

Ho ancora nel cuore i suoi mitici ricordi dei primi grissini o delle prime cioccolate ricevute dai militari della X Brigata di montagna dell’esercito degli Stati Uniti che erano arrivati per liberare la nostra montagna. Ho a casa una forchetta con il marchio dell’esercito americano, cimelio che ha superato il corso di tutti questi anni e che, per noi familiari, oggi è il simbolo di quello che ha passato il nostro Paese.

Senza i nostri alleati anglo-americani nulla sarebbe stato possibile e ciò dobbiamo sempre ricordarcelo.

Da Bologna a Lizzano, dopo Sasso Marconi, si passa per Marzabotto e si costeggia il Sacrario con i resti delle migliaia di vittime: il ricordo non può non andare al terribile eccidio compiuto dalle truppe nazifasciste nell’autunno del 1944, uno degli episodi più efferati della violenza dei nostri occupanti, barbarie che nessuna falsificazione storica può manipolare.

Sono tutti luoghi in cui la bellezza della natura incontaminata si fonde con la storia. Ogni stradina lastricata, ogni sentiero di montagna, ogni casetta in pietra ci racconta di un passato carico di memoria.

Fra questi boschi rigogliosi, prati verdi e vette montuose si respira la calorosa accoglienza della gente del posto e ci si immerge con naturalezza nei sapori autentici della cucina emiliana e nella spensierata allegria di antiche tradizioni locali. Per questo mi piace ritornare qui, luogo di poesia e di memoria.

Pier Ferdinando Casini

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

Quando l'Arno era d'argento (e si faceva il bagno). A partire dal 1700 molti stabilimenti balneari spuntarono sulle rive dell'Arno, a Firenze. C'era un po' di tutto: da quelli eleganti, che fornivano barbieri e parrucchieri, ai posti più alla mano, dove ogni tanto i pettegolezzi lasciavano il posto a risse furibonde. Luca Bocci il 16 Settembre 2023 su Il Giornale.

Nei due anni e mezzo che abbiamo passato raccontandovi le storie di della Toscana non abbiamo dedicato molta attenzione al fiume che l'ha resa così speciale. La cosa, a dire il vero, non è affatto una coincidenza. Con la popolazione del Valdarno sempre più alta e l'inquinamento devastante degli ultimi decenni, noi toscani ci siamo disinnamorati del nostro Arno d'argento. Invece di dedicargli poesie o canzoni, ormai pensiamo al nostro fiume solo quando le acque salgono troppo, temendo il peggio. Le cose non sono sempre andate così. Fino a non moltissimi anni fa, quando la gente aveva meno soldi in tasca e viaggiare era più complicato, gli abitanti dell'interno passavano le loro estati sulle rive del fiume.

Il rapporto tra Firenze e l'Arno era ancora più complesso e si sta riprendendo solo ora, dopo la devastante alluvione del 1966 e parecchi decenni di pessima gestione del territorio. Ecco perché questa settimana What's Up Tuscany vi porterà proprio sull'Arno per raccontarvi tutto quel che c'è da sapere sull'amore profondo che legava i fiorentini al loro fiume e su come, lentamente, la situazione stia migliorando.  

Se ascolterete l'intera puntata, vi parlerò di come, a partire dal 1700, molti bagni fossero spuntati sulle rive dell'Arno. C'era un po' di tutto: da quelli eleganti, che fornivano barbieri e parrucchieri ai posti più alla mano, dove ogni tanto i pettegolezzi lasciavano il posto a risse furibonde.

I giovani fiorentini, per provare la loro forza, talvolta partecipavano a gare di nuoto estremamente pericolose. Gli annegamenti divennero un problema così serio che la Camera di Commercio offrì un premio sostanzioso per ogni bagnante salvato. Peccato che per incassare la ricompensa molti provassero a fingere un annegamento, per poi dividersi il maltolto. Il rapporto con l'Arno fu così profondo che la famosa squadra di pallanuoto della Rari Nantes, invincibile negli anni '30, giocava le sue partite e si allenava non in piscina ma in un tratto dell'Arno in piena città.

Nell'ultima parte, poi, vi racconterò come i toscani stiano riscoprendo l'Arno attraverso parecchie mini-crociere sul fiume e perfino una barca tradizionale che, per attirare i turisti, prova a spacciarsi per una "gondola fiorentina". Naturalmente potete fare gite in barca lungo il corso del fiume, dalla mia cittadina di Pontedera fino a Pisa, dove potrete esplorare la splendida tenuta di San Rossore dall'acqua. La prossima volta che venite a trovarci, perché non provate a conoscere il nostro fiume un po' meglio? Ha un caratteraccio che non vi dico, ma è sempre estremamente affascinante.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

Scoppia la lite per futili motivi: vittima un operaio di origini albanesi. Sirolo, Klajdi Bitri trafitto con la fiocina dal suo assassino. Aveva solo 23 anni. Il killer in spiaggia dopo l’aggressione. Klajdi Bitri, un 23enne albanese, operaio, sarebbe stato ucciso da Melloul Fatah, operaio 27enne algerino. E, intanto, c’è chi porta fiori sul luogo del delitto: “Non si può morire così”. Redazione su Il Riformista il 29 Agosto 2023 

Si dispera, ora in carcere, Melloul Fatah, operaio algerino di 27 anni, responsabile della morte di Klajdi Bitri, anche lui operaio, di origini albanesi. Il ragazzo, di soli 23 anni, sarebbe stato assassinato da Melloul Fatah, con una fiocina a tre punte, dopo una lite scoppiata per futili motivi. L’aggressione sarebbe scattata dopo un diverbio nato per motivi di viabilità a Sirolo, in provincia di Ancona. Il colpo letale della fiocina, sparata da Fatah, avrebbe raggiunto la vittima al petto.

Fermato, Melloul Fatah si trova nell’istituto di pena di Montacuto ad Ancona: la scorsa notte, sentito dai carabinieri nella caserma di Osimo, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Fatah, dopo l’aggressione al 23enne, pare si sia recato in spiaggia, a pescare.

Estranea alle indagini per ora la fidanzata di Fatah, che era con lui sulla Opel di colore scuro, durante il diverbio finito in tragedia e poi, dopo circa 4 ore, nel momento in cui l’uomo è stato immobilizzato dai carabinieri a Falconara Marittima.

Fatah è stato fermato dai militari tra le 20:20 e le 21 di ieri sera, nei pressi di un sottopasso a Falconara Marittima, a oltre 30 km dal luogo dell’omicidio, dopo una caccia all’uomo in tutta la provincia. Era a torso nudo e aveva con sé l’arma del delitto, un fucile da sub, dentro un sacchetto di plastica. I due carabinieri, armati di taser, lo hanno immobilizzato.

Intanto a Sirolo qualcuno ha portato dei fiori nei pressi della rotatoria dove è avvenuto l’omicidio: ci sono un mazzo confezionato, un lumino, ma anche fiori sparsi, colti in qualche giardino, e un piccolo cartello: “Non si può morire così!”.

L'omicidio in strada. Lite per la precedenza, 23enne ucciso con fucile da sub: “Sul serio l’ho ammazzato?” Arrestato dopo poche ore un 27enne. Le immagini del drammatico arresto in strada con l'uomo che si dispera e chiede scusa alla fidanzata. La vittima era un operaio residente ad Ancona. Redazione Web su L'Unità il 28 Agosto 2023 

Sarebbe successo tutto per una futile lite in strada: forse una precedenza non data, forse una delle vetture che procedeva troppo lentamente, forse un banale diverbio. A Sirolo, in provincia di Ancona, un 23enne è stato ucciso ieri pomeriggio con un colpo di fiocina, un fucile da sub. I carabinieri hanno arrestato dopo poche ore un 27enne, condotto nella caserma di Osimo. “Sul serio l’ho ucciso?”, la disperazione dell’uomo al momento del fermo in strada. L’operazione è stata compiuta con il supporto del Reparto Operativo Nucleo Investigativo.

L’omicidio si è consumato in via Cilea, in mezzo alla gente, domenica pomeriggio. La vittima era in auto con un amico. L’aggressore si trovava su un altro veicolo, dopo il diverbio sulle cui cause sono in corso le indagini dei militari, avrebbe sparato almeno un colpo con il fucile da sub e avrebbe fatto perdere le tracce. La vittima aveva 23 anni e si chiamava Klajdi Bitri, un operaio albanese residente ad Ancona. Dopo alcune ore l’uomo accusato è stato bloccato in strada dai carabinieri e tratto in arresto. Un 27enne di nazionalità algerina. I carabinieri lo hanno trovato a torso nudo e in bermuda a Falconara.

Frederik ucciso di botte in strada, la storia del clochard che avrebbe avuto un tetto due giorni dopo l’aggressione

Il video dell’arresto diventato virale è stato pubblicato dal media online Today. L’uomo è stato bloccato a terra da due carabinieri che hanno avvertito in quei momenti i colleghi. Erano le 21:00 circa di domenica sera. Il 27enne sembrerebbe scoprire in quel momento di aver ucciso l’altro automobilista. E si dispera. Grida: “Noo, noo”. E chiede ancora: “Sul serio l’ho ammazzato?”. E chiede “scusa” ripetutamente alla fidanzata. Il fucile da sub è lì vicino, inquadrato anche nelle immagini, in una busta. Redazione Web 28 Agosto 2023

Sirolo, il killer con la fiocina solo tre mesi fa aveva ottenuto la cittadinanza. Simona Pletto su Libero Quotidiano il 30 agosto 2023

Era diventato cittadino italiano soltanto tre mesi Fatah Melloul, l’algerino di 28 anni che domenica pomeriggio invia Cilea, nella cittadina balneare di Sirolo (Ancona), ha ammazzato con una fiocina, sparata da un fucile da sub, il 23enne albanese Klajdi Bitri. Il tutto è avvenuto in strada, davanti agli occhi increduli dei tanti turisti e residenti che attorno alle 16.30 iniziavano a lasciare la spiaggia di Palombina Vecchia: una mancata precedenza in una rotatoria, un’andatura ritenuta troppo lenta, in ogni caso banali motivi. Eppure tanto è bastato a scatenare la sua furia omicida. 

Melloul, operaio, residente nell’hinterland jesino da non molto - la sua famiglia vive invece in Italia da una ventina d’anni- dove convive con la fidanzata, appassionato di boxe e con qualche precedente per furto, ha sparato al petto il forcone centrando in pieno il ragazzo intervenuto per difendere un amico. La giovane vittima, che lavorava per un’azienda dei cantieri navali ed era dietro in auto insieme a due amici, è morto all’istante. Aveva solo cercato di difendere il conducente e amico, il giovane papà che si trovava alla guida di una Mercedes insieme alla moglie e ad una coppia di amici. L’assassino invece era a bordo di una Opel Zafira nera guidata dalla fidanzata. Il ragazzo albanese ha cercato di fermarlo, di separarlo dal padre di famiglia. Ma l’algerino ha reagito.

Estratto dell'articolo di Andrea Pasqualetto per il Corriere della Sera martedì 29 agosto 2023.

Dice di non aver sparato, di non essersi reso conto di averlo ucciso, di aver preso il fucile da sub «solo per difendermi da quei tre» e che il ferimento a morte è stato accidentale. Si dispera Molloul Fatah, l’algerino di 27 anni fermato per aver l’omicidio di Klajdi Bitri, giovane operaio di origini albanesi morto trafitto dalla sua fiocina nelle stradine che si snodano vicino all’antico borgo medievale del parco del Conero. 

«Fatah non sapeva di averlo ucciso? Mah, di certo dopo averlo colpito gli ha estratto la fiocina dal petto e se n’è andato», replica l’investigatore che sta indagando sul delitto di Sirolo, dove domenica scorsa una lite fra automobilisti è finita in questa tragedia assurda. Se l’algerino era consapevole del delitto quel che è successo subito dopo è ancora più sorprendente: «Se n’è andato al mare con la fidanzata e forse ha usato pure il fucile subacqueo». 

Lo stesso con il quale tre ore prima aveva ammazzato il ventitreenne intervenuto per sedare la rissa scoppiata vicino a una rotonda stradale per un banalissimo motivo: il rallentamento di un’auto.

La dinamica della vicenda è stata ricostruita dai carabinieri della compagnia di Osimo, da quelli del reparto investigativo e del provinciale. In sostanza: ci sono tre auto, nella prima viaggia una famiglia con alla guida una donna; nella seconda, un’Opel Astra, ci sono Fatah e la fidanzata con la quale convive a Jesi; nella terza, una Mercedes con targa belga, i due fratelli Bitri e un terzo giovane al volante, amici della famigliola. Succede che la donna rallenti perché non conosce la strada, che Fatah inizi a strombazzare nervoso, che il marito della signora lo mandi a quel paese, che scendano entrambi e si azzuffino e che Klajdi provi a dividerli seguito dal fratello e dall’altro. Fin qui tutti i testimoni concordano. Su quel che accade dopo, no. «Ho preso il fucile per difendermi», dice Fatah.

«Non è vero, ha sparato a Klajdi», sostiene il fratello della vittima. «L’algerino ha picchiato con calci e pugni mio marito — ha detto la donna della prima auto — Per difenderlo sono corsi i tre nostri amici e quando se li è visti davanti, ha aperto il portabagagli, ha preso il fucile e ha sparato a Klajdi. In mezzo al petto». Gli inquirenti sembrano credere più a queste ultime versioni. «Ho aperto un fascicolo per omicidio volontario aggravato dai futili motivi», ha sintetizzato la procuratrice di Ancona, Monica Garulli, che ha disposto l’autopsia per oggi. 

(...) L’omicida, torso nudo e faccia a terra, si è disperato: «Nooo nooo, non l’ho ammazzato», ha urlato quando l’hanno bloccato. «Dov’è il fucile?», hanno chiesto i carabinieri alla fidanzata che era lì. E lei ha indicato una sacca a terra, vicino a Fatah.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

A Terni.

Giochi di Potere. Buchi, Bilanci ed innocenti.

Il Caso Bandecchi.

Giochi di Potere. Buchi, Bilanci ed innocenti.

I giochi di potere che creano mostri ed ingiustizie.

Buchi, bilanci e innocenti: i dieci anni che hanno fatto tremare la Diocesi di Terni

Nella maxi inchiesta anche il famoso buco di bilancio finisce assolto. Leggete queste carte 

DI SEBASTIANO PASERO su umbria7.it il 25 agosto 2022

Un girone dantesco con bilanci, esposti, memorie, vite di uomini. Migliaia di pagine che raccontano anni di storie di persone che gestiscono i beni della Diocesi di Terni Narni e Amelia.

Nelle grandi inchieste della magistratura a Terni sicuramente quella che riguarda il vasto patrimonio della Diocesi è tra i primi posti.

Una inchiesta che si avvia nel 2011 e che nel 2013 vede le manette ai polsi dell’economo del momento Paolo Zappelli e del direttore dell’istituto di sostentamento del clero Luca Galletti e che vede indagati eccellenti, capaci di far notizia anche a Roma come il vescovo Vincenzo Paglia – indagato in ben cinque procedimenti per associazione a delinquere – o monsignori e imprenditori a Terni conosciutissimi. Tutti assolti o ancor prima archiviati. Tutti restituiti alla loro dignità di professionisti o di uomini di Chiesa.

Ma la lunga stagione degli esposti, delle contrapposizioni interne alle Curia, dei licenziamenti, dei commissariamenti, passa attraverso i conti. Attraverso 12 anni di bilanci. La storia recente della Curia di Terni si dipana tra i bilanci certificati e approvati, tra i verbali del consiglio diocesano Affari Economici che vede il fior fiore dei professionisti ternani chiamati al capezzale del malato.

Le inchieste della magistratura partono proprio dai conti. Negli avvisi di garanzia spediti in quegli anni il pilastro – che non reggerà in Tribunale – è sempre quello: c’è un buco e il buco è servito per fare altro. Si legge in una richiesta di autorizzazione alle intercettazioni: «La situazione di grave indebitamento…. consentono di ipotizzare l’esistenza di una stabile organizzazione finalizzata a utilizzare beni e finanze della Curia a fini propri».

Occorre capire quegli anni. I 12 anni di reggenza di monsignor Paglia sono stati anni dinamici. Lui, d’altronde, quando arriva a Terni nella primavera del 2000, è già un elemento di primo piano della Chiesa italiana, è il motore spirituale della Comunità di Sant’Egidio, è uno degli animatori della Cei, scrive e pubblica tomi tradotti in varie lingue. È già l’uomo dall’intelligenza veloce e dallo sguardo che brilla. Applica il suo passo alla Curia di Terni. Scala due, anche tre marce, e viaggia largo, abbraccia la città a 360°. Convegni, premi, festival cinematografici, ma anche, soprattutto, la sua voce, la sua rete di rapporti su partite fondamentali: dalle vertenze dell’Ast, a quelle del polo chimico, idroelettrico, la grande sfida delle staminali con Angelo Vescovi.

Torniamo ai conti. Il cambio di passo riguarda anche il patrimonio della chiesa di Terni, Narni e Amelia. Sono anni di cantieri. Ci sono in pancia ancora i finanziamenti del Giubileo ma c’è anche, soprattutto, la voglia di mettere mano a situazioni di abbandono. Sono gli anni dei lavori alla Cattedrale di Terni, al duomo di Amelia, agli episcopi di Narni e Amelia. Sono gli anni della realizzazione del museo diocesano e della mensa per chi ha fame. Sono gli anni dei nuovi complessi parrocchiali a Campitello, Borgo Bovio, Ponte San Lorenzo.

Per levare decenni di polvere ci vogliono risorse. In una delle memorie difensive che hanno contribuito alle archiviazioni si legge: «Nei dodici anni di vescovado, riconducibili a monsignor Paglia sono stati compiuti interventi edilizi di ristrutturazione, risanamento, migliorie, per un controvalore di 46 milioni di euro, di cui 28 milioni e mezzo coperti da contributi a fondo perduto mentre 17 milioni e mezzo ottenuti tramite cofinanziamenti dalla Diocesi». Circa la metà di quei soldi viene spesa sulle chiese e sugli edifici legati al culto, i cosiddetti beni strumentali.

Semplice parlare di buchi di bilancio, nelle memorie difensive si evidenzia piuttosto che il patrimonio della Diocesi in poco più di dieci anni abbia subito una valorizzazione di almeno 45 milioni di euro.

Investimenti e patrimonio però non fanno liquidità.

La Diocesi di Terni per decenni ha viaggiato con un segno negativo di 350 mila euro l’anno per la spesa corrente. E se non bastasse già nel 2000 c’è un debito bancario di tre milioni e mezzo. La Diocesi paga dai 250 mila euro ai 300 mila euro l’anno di interessi. Infine ci sono tre milioni e mezzo che la Diocesi non ha mai incassato dalle parrocchie.

Ancora la memoria difensiva: «Al termine della reggenza di Paglia ci sarebbe uno sbilancio finanziario di 9 milioni, che pure ammesso e non concesso dovessero essere portati a 15 non contrasterebbero in alcun modo la enormità dell’apprezzamento patrimoniale».

Il resto è cronaca nota. Vincenzo Paglia nel 2012 va in Vaticano a ricoprire l’incarico di presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Dal Vaticano arriva a Terni monsignor Vecchi, amministratore apostolico. Lo Ior interviene con un prestito di undici milioni di euro.

Poco dopo esplodono i dossier e le segnalazioni in Procura. Nel 2013 le manette. Luca Galletti, era tra gli arrestati, e ha già avuto modo di rivendicare la sua innocenza esibendo le sentenze di assoluzione passate in giudicato: «La questione del fantomatico buco nei bilanci è il fondamento dalla campagna di delegittimazione che prima ha portato il fango e poi l’intervento della magistratura a fronte di segnalazioni partite dall’interno della Diocesi. L’assurdo è stato arrivare a sostenere che i soldi del buco erano serviti per finanziare altre operazioni, di tipo privato. Non c’è stato un solo euro distolto dagli impegni della Diocesi. Il nucleo tributario della Guardia di Finanza ha vagliato tutto. Fermo restando che io non ho mai avuto alcun potere di spesa, solo uno sciocco totale avrebbe potuto tentare di distogliere fondi della Curia perché la gestione di quei fondi richiede l’assenso di più soggetti ad iniziare dall’economo e il meccanismo di controllo era duplice e vedeva sia il collegio dei consultori che il consiglio per gli affari economici diocesano. Parlare del presunto buco è stato il pretesto per mettere sotto accusa dieci anni di grande movimento e interventismo di una Chiesa moderna che a Terni si è fatta sentire. Dava fastidio? Andava bloccata? Mi chiedo ancora come sia stato possibile accusare un vescovo di associazione a delinquere. Per quei dieci anni di grandi opere e di grandi progetti io ho passato altri dieci anni di gogna ma sono contento di aver partecipato a quella stagione. Per il resto si sono espressi i giudici e ognuno risponde alla propria coscienza».

«Innocente ma per 10 anni il diavolo della Curia». Luca Galletti, l’ex presidente dell’Istituto di sostentamento del clero, racconta la sua odissea giudiziaria: «Orgoglioso di aver lavorato con grandi vescovi».

DI SEBASTIANO PASERO su umbria7.it il 17 Agosto 2022

TERNI – «La botta forte l’ho avuta quando ho visto gli scatoloni delle intercettazioni, degli atti giudiziari, delle testimonianze, delle perizie. E’ lì che ho visto scorrere la mia vita, almeno quella degli ultimi anni. Quando ho fatto richiesta di accesso agli atti per visionare la documentazione relativa alle mie vicende giudiziarie ho capito che c’erano più di 10 anni senza intimità, c’erano 10 anni di vita passati al setaccio. Tutti avevano guardato, giudicato, commentato. E tra questi non c’erano solo gli inquirenti. Mezza città aveva puntato il dito».

«La mattina del 17 luglio del 2013, quando mi sono venuti a prendere la Polizia e la Guardia di Finanza, per me è stata una liberazione. Erano due anni ormai che stavo al centro del massacro. E con me ci stava la Curia, il Vescovo, 25 anni di lavoro, l’idea che amministrare i beni della Chiesa potesse essere una occasione di sviluppo per la chiesa di Terni e per Terni stessa».

Luca Galletti è stato per anni il diavolo, il demone che secondo le accuse avrebbe avvelenato i conti e l’operato dell’Istituto diocesano di sostentamento del clero e della diocesi di Terni, Narni e Amelia. Oggi è un uomo di 60 anni che sulle tante ferite del corpo e dell’anima stende i fogli delle sentenze di assoluzione, di archiviazione e di proscioglimento. E ha ritrovato la sua dignità, la sua innocenza: «Quando stai anni sotto pressione, più di 20 giorni in carcere, in isolamento, tre mesi ai domiciliari, quando vedi le persone vicino a te che soffrono per te, perdi sicurezza, quella sicurezza che è stato sempre il mio punto di forza».

Luca Galletti, dal 2007 al 2011fino al 2013 presidente dell’Istituto di sostentamento e direttore dell’ufficio tecnico della Diocesi, ha mantenuto il suo argomentare da guascone: «Casa mia è stata perquisita da tutti, persino dai Carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio che cercavano calici, quadri e arredi sacri. Anche la Forestale è venuta. Hanno vagliato tutto, ma proprio tutto anche un versamento nel 2007 di 37 euro alle Poste. Mi è passato sopra un treno con tutti i vagoni carichi, ho avuto un ictus e mi avevano dato per morto. Sono stato a Trevi su una carrozzina mezzo paralizzato, con le parole che non uscivano dalla bocca, eppure ho retto. Ogni volta che ho pensato di mollare ho detto che non potevo dargliela vinta».

Mollare sta per parlare o morire?

«Sta per farla finita, non certo per parlare, perché non avevo nulla da dire, perché parlare giusto per parlare vuol dire perdere la stima di tutto il Mondo. Mi bastava averne contro solo i tre quarti del Mondo», ride amaro Galletti. «Ho avuto il grande onore di lavorare per il patrimonio della Chiesa ternana. Penso di aver dato tutto quello che sapevo dal punto di vista professionale, con risultati che sono stati evidenti: gli interventi di tante chiese, di tanti luoghi di culto, di formazione, di socializzazione, di sostegno a chi è in difficoltà. Ricordo ancora con orgoglio una riunione in Regione, nel comitato paritetico per il Giubileo del 2000, quando a Perugia non volevano credere che eravamo riusciti ad ottenere per la diocesi di Terni, Narni e Amelia, risorse senza precedenti. Sono orgoglioso di aver lavorato con vescovi di grande personalità e intelligenza, Franco Gualdrini e Vincenzo Paglia, quest’ultimo un uomo che sapeva vedere lontano, che non si rassegnava a un ruolo marginale per Terni. Mi ripeteva spesso: “Fa tutto quello che ritieni giusto, fallo con amore e dedizione”». 

Le vicende giudiziarie?

«Per dirle tutte ci vuole troppo tempo. Il mio rapporto con la Procura di Terni inizia nel 2011, con l’inchiesta sulla vicenda del fallimento del salumificio Cassetta, poi non si è più fermato. L’apice è arrivato con il castello di San Girolamo che una società fiduciaria della Curia aveva acquistato dal comune di Narni, un bene che nessuno voleva e che pure sarebbe potuto diventare una eccellenza per il territorio. Prima sono arrivati sette avvisi di garanzia, quindi gli arresti. Per uscirne innocente ci sono voluti sette anni e una sentenza passata in giudicato. Il primo dicembre del 2020 quando è stata letta l’assoluzione perché il fatto non sussiste ho pensato che avrei passato il Natale senza ombre, con la mia famiglia, con mio figlio Simone che in questi anni è stato eccezionale, l’avrei passata con l’uso del braccio riacquistato, con la capacità di parlare, di ragionare, di ricordare. Avrei passato un Natale di vera pace perché ho riacquistato la fiducia nella giustizia terrena, grazie anche a un collegio giudicante che ha valutato i fatti, le azioni di tutti noi, non le chiacchiere dei corvi anonimi. Per certi versi mi sento fortunato».

Rancori?

«Ho frequentato per una vita gli uomini di chiesa ma io non sono per il perdono. Non ce l’ho con chi ha fatto le indagini e ha portato avanti le accuse. In questi anni ci sono state occasioni per maturare rispetto, anche sul versante umano. Certo, alcune cose, come farci uscire dalla questura di Terni solo ad uso e consumo dei fotografi non è stata una bella cosa. Quello che non posso dimenticare sono le meschinità che hanno generato questo mostro giudiziario che non ha colpito solo me ma anche altri, anche loro tutti risultati innocenti. Mi riferisco agli esposti anonimi, ai dossier che giravano per Roma e per Terni, ai postini che rifornivano le redazioni dei giornali, ai pezzi della chiesa romana e ternana e della politica cittadina che di questa storia ne hanno fatta un’arma di combattimento. Ho sempre avuto ben chiaro che l’obiettivo fosse quello di demolire quanto di buono in quegli anni la Curia aveva pazientemente, saggiamente costruito, in un’ottica di una Chiesa moderna, presente nella città, che cerca di sviluppare occasioni, progetti, per la città, per una dimensione nazionale di Terni. Penso a progetti tipo quello delle cellule staminali. E’ brutto dirlo, a Terni ci lamentiamo sempre ma poi appena qualcuno prova a fare qualcosa, inizia l’assalto alla diligenza. Sul fare si gettano puntualmente veleni in maniera gratuita. Il Castello di San Girolamo? Una truffa. Rimettere in piedi il più importante salumificio del Ternano? Una speculazione. Le cellule staminali? Roba da case farmaceutiche e così discorrendo. Di sciocchezze, dette da improbabili interlocutori, sono piene anche le intercettazioni, scaffali di fogli. In quegli anni c’era gente che telefonava un po’ qua e un po’ là per darsi un ruolo, per spargere veleni. Si tratta peraltro di copioni consolidati e ripetuti». 

Ma il buco, il grande buco nei conti della Curia?

«Anche qui il discorso da fare deve essere ben articolato. In questi anni ho sentito cifre prive di ogni logica e dimensione. Faccio notare che i bilanci della Diocesi sono tutti firmati e approvati dai membri del Consiglio di Amministrazione della Diocesi. Da essi risultano le entrate e le uscite, con le relative operazioni. Credo che sia anche il momento di chiarire lo stato economico della Diocesi che in quegli anni ha aumentato il patrimonio in maniera notevole. I processi giudiziari – partiti con accuse incredibili, sino alla associazione a delinquere – hanno certificato la nostra correttezza: tutti assolti e il vescovo uscito dall’inchiesta ancor prima dell’inizio del processo. Ora pongo una domanda facile: noi siamo stati tutti assolti ma allora chi lo ha fatto questo benedetto buco? Non è per caso che non è mai esistito come è stato raccontato? E allora, perché tanto clamore da andare ben oltre Terni e interessare persino Roma e il Vaticano?».

LA CRONISTORIA

Terni, l’uomo della Curia nelle vicende immobiliari smentisce: «Non sono maltese, si sono sbagliati». da Marco Torricelli su umbria24.it il 7 Febbraio 2013

Eccolo qui, davanti a me. Si chiama Luca Galletti. E smentisce. Sì, è l’uomo che, per conto della Curia ternana, opera all’interno di diverse società con interessi immobiliari. Ma garantisce: «Non ho la cittadinanza maltese e non ci sono mai nemmeno stato, a Malta».

Un errore Strano, però, che nei documenti relativi alla Goma s.r.l. di Viterbo, dopo la dicitura ‘cittadinanza’ ci sia scritto proprio Malta: «Si saranno sbagliati a scrivere. Grazie di avermelo fatto notare, provvederò a far correggere». Va bene, andiamo avanti. Iniziamo dalla girandola di società nelle quali risulta sempre il suo nome? «Volentieri – dice Galletti – perché deve capire che, trattandosi di tante iniziative diverse, intraprese negli anni, ci siamo trovati a collaborare con soggetti diversi, in luoghi anche lontani l’uno dall’altro e si è reso necessario, allora, dar vita a società specifiche. Da alcune delle quali, peraltro, sono già uscito». E confessa che non vede l’ora di «poter tornare, io che nasco contadino, a coltivare la terra».

Il buco. Io a capire ci provo. A fatica, ma ci provo. Quello che mi risulta più difficile è comprendere come sia possibile che, alla fine di questo giro vorticoso e facendo il totale, si registri il segno ‘meno’ seguito da una cifra con tanti, ma tanti zeri: «Io non posso certo fornirle i dettagli – spiega pazientemente Luca Galletti – ma mi impegno a chiedere ai responsabili dell’amministrazione, lei saprà che io sono solo il direttore tecnico, di farglieli avere». Sarebbe davvero gentile, ma intanto mi potrebbe dare qualche indicazione: «Ma certo. Le anticipo che sono in corso tre procedure, una delle quali in stato molto avanzato, per la dismissione di altrettante proprietà». Di che si tratta? «Se l’amministrazione mi autorizzerà, lo saprà». Ma almeno mi può dire se, con quelle operazioni, i bilanci torneranno a sorridere? «Come le dicevo, non posso certo parlare di cifre, anche perché non ne sono a conoscenza». Non resta che sperare nei «responsabili dell’amministrazione».

La reputazione. Anche perché mettere le carte in tavola permetterebbe di fare chiarezza e, nel caso, spazzar via quelle nubi che potrebbero rivelarsi dannose anche per l’immagine dell’ex vescovo, monsignor Vincenzo Paglia: «Che non merita certo di essere messo in discussione», scandisce Galletti. Però, certo, che i dipendenti si siano rivolti proprio alla Cgil, non deve essere stato piacevole: «Intanto si tratta di una minoranza – spiega – e poi, guardi che non è successo nulla di diverso rispetto a quanto non succeda in altre realtà lavorative. Il personale, negli anni, è aumentato di molto e, in un momento come questo, probabilmente si è pensato di cercare, piuttosto che licenziare qualcuno, forme contrattuali che potessero far risparmiare un po’».

La committenza. Già, il personale è cresciuto di molto. Un po’ come gli impegni, i progetti e, ça va sans dire, le spese. Illuminante, per certi aspetti, è rileggere oggi quanto scrisse, nel lontano 2003, il compianto monsignor Carlo Chenis, allora segretario della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, in relazione alla costruzione della nuova chiesa di Santa Maria della pace a Valenza, alla quale lavorò, tra gli altri, l’architetto Paolo Portoghesi: «Monsignor Vincenzo Paglia – scriveva – ha saputo in questi anni configurare una committenza capace di riunire il genio di artisti e di architetti molto diversi». Come il pittore Stefano Di Stasio, che lo raffigurò in una delle tavole realizzate per la chiesa, salvo poi correggere il dipinto: «Un giorno venne – racconta il parroco di allora – e disse che doveva fare un intervento. Quando se ne andò, il vescovo, che prima era dipinto di fronte, appariva di spalle». Forse un soprassalto di modestia, nonostante che il già citato monsignor Carlo Chenis, commentando l’attivismo dell’ex vescovo, scrivesse che «tali considerazioni potrebbero sollevare la domanda sulla questione economica. Sono però convinto che quando si è geniali nel commissionare cose belle, lo si è anche nel recuperare le risorse, nell’attrarre gli sponsor, nel coinvolgere la collettività». Lui, almeno, ne era certo.

Terni, inchiesta sulla Diocesi e guerra in Vaticano: ecco perché l’ex vescovo Paglia rischia. Marco Torricelli su umbria24.it l'1 Ottobre 2013

Una partita seria. Con una posta enorme. È quella nella quale i venti, e più, milioni di euro che hanno scassato il bilancio della diocesi di Terni, finisce che risultano una roba marginale. Anche se, decidendo di prestarle dodici milioni per mettere a tacere le banche, papa Francesco ha implicitamente ammesso che la faccenda va risolta in fretta e, possibilmente, senza clamori. Ma non sarà facile.

Danni collaterali Perché, è sempre più chiaro, l’inchiesta sulla diocesi di Terni si inserisce in un contesto ben più ampio, con tutti i contorni della grande guerra di potere che è in corso in Vaticano e che papa Francesco sta combattendo, sempre sorridendo, con grande decisione. Una guerra nella quale l’ex vescovo Vicenzo Paglia rischia di essere derubricato a ‘danno collaterale’: condannato quanto meno a perdere, forse per sempre, la speranza di diventare cardinale.

La coincidenza Tanto che non è sfuggita la coincidenza relativa alla fuga di notizie su un possibile coinvolgimento diretto dell’ex vescovo nelle indagini in corso, con uno dei tanti ‘rumors’ vaticani, che facevano pensare ad un papa Francesco intenzionato a concedere a Paglia la tanto ambita ‘berretta’ cardinalizia. Ma anche con la visita, in programma venerdì prossimo, del papa ad Assisi.

I neocatecumenali Un particolare, in apparenza piccolo, ma che rientra a pieno titolo nella ‘saga’, può aiutare a capire: una delle questioni aperte, nella diocesi di Terni, è relativa a quei fedeli – e soprattutto ai sacerdoti – che seguono gli insegnamenti di Francisco ‘Kiko Arguello’. I neocatecumenali. Sempre molto concentrati sul ruolo della famiglia, sempre molto cari all’ex vescovo Paglia e spesso accusati di aver avuto fin troppo potere, soprattutto economico, all’interno della diocesi. E va ricordato che ‘delegato vescovile per il cammino neocatecumenale’ era stato nominato don Roberto Bizzarri, appena rimosso dalla carica di parroco a Campomicciolo.

Gli indizi L’amministratore apostolico della diocesi ternana, Ernesto Vecchi e il nuovo parroco, don Angelo D’Andrea, hanno detto parole chiare, parlando ai fedeli nei giorni scorsi, proprio sul tema della presenza e del ruolo dei neocatecumenali all’interno della Chiesa e la cosa, tra gli ‘introdotti’ nelle cose vaticane non era certo passata inosservata. Soprattutto perché la ritengono collegata ad una, tra le tante decise dal papa, sostituzione importante avvenuta ‘oltre Tevere’: l’arcivescovo Beniamino Stella aveva preso il posto del cardinale Mauro Piacenza nel ruolo di Prefetto della congregazione per il clero che, di recente, è stata incaricata di monitorare, con attenzione, l’attività che si svolge nei seminari. Perché appare curioso che, in un periodo di calo delle vocazioni, quelli retti dai neocatecumenali viaggiano a pieno regime.

Le indagini Al di là delle strategie vaticane, però, quello che conta sono le indagini in corso – perché sono in corso, eccome – da parte di magistratura, squadra mobile e guardia di finanza: un filone, tra i tanti, sarebbe quello legato ad un’ennesima denuncia, collegata alla mancata cessione, da parte della diocesi ed a causa di un vincolo posto dalla soprintendenza ai beni paesaggistici, della ‘Casa del giovane’ di Piediluco. Per quell’immobile, un privato affermerebbe di aver versato un forte anticipo e di avervi anche realizzato dei lavori di ristrutturazione, ma di non aver potuto portare a termine l’acquisizione per via del vincolo e di non essere mai tornato in possesso dei soldi anticipati.

La rogatoria L’ex vescovo Paglia, che vive nel palazzo del Pontificio consiglio per la famiglia di cui è presidente, in piazza di san Callisto, a Roma (e che è territorio vaticano), ha negato di aver ricevuto avvisi di garanzia, ma gli inquirenti sarebbero intenzionati a chiedere una rogatoria internazionale per poter proseguire nelle indagini, ma già nei mesi scorsi erano circolate voci relative alla possibilità che il prelato decidesse di fornire la sua versione dei fatti e ci sarebbero stati dei contatti, molto informali, con la procura della repubblica ternana. Ovviamente mai confermati.

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«Così hanno rubato 25 milioni nella diocesi di Terni». La confessione (protetta) di un prelato: «Hanno costruito società immobiliari utilizzando i conti della diocesi. E fanno resistenza a Papa Francesco». Amalia De Simone su Il Corriere della Sera 8 maggio 2014

«I conti correnti della diocesi di Terni-Narni e Amelia utilizzati in operazioni immobiliari e societarie e un clamoroso buco da 25 milioni di euro nelle stesse casse della diocesi che così conquista il brutto primato di seconda diocesi più indebitata d’Europa». Lo rivela un prelato che per la prima volta decide di parlare del gravissimo ammanco.

Sceglie di non farsi riconoscere perché rivela particolari della vicenda senza consultarsi con i suoi superiori.

INTRECCI DI POTERE E BUSINESS IMMOBILIARI- Lo incontriamo alle porte di Città del Vaticano, in via della Conciliazione. Descrive intrecci di potere, business immobiliari, società, compravendite che avrebbero ridotto al lumicino le finanze della diocesi umbra attraverso l’utilizzo dei conti correnti della chiesa, ma soprattutto denuncia un clima ostile all’opera di risanamento messa in atto da Papa Francesco. Resistenze interne alla chiesa che finora avrebbe taciuto o nella peggiore delle ipotesi, coperto, operazioni condotte a discapito delle casse della diocesi ternana e su cui la procura di Terni sta indagando. 

IL MAXI BUCO - Innanzitutto va precisato che il dato sul buco da 25 milioni di euro è stato confermato dall’amministratore apostolico monsignor Ernesto Vecchi inviato da Papa Francesco per provare a risanare l’ambiente della chiesa ternana che ha ottenuto proprio grazie all’intervento del Pontefice un prestito di 12 milioni di euro senza interessi da parte dello Ior. Come è possibile che si sia creata una situazione del genere in un ente morale così importante soprattutto per la gestione di una serie di beni di grande interesse storico e culturale? «Sono arrivati dei dossier molto ben documentati in Vaticano – spiega l’alto prelato - che evidenziano la sofferenza. Una situazione creata da alcuni personaggi che gravitavano intorno alla diocesi e che hanno fatto i loro interessi costituendo società immobiliari (secondo le visure camerali e altri documenti arrivati in Vaticano ne risulterebbero 16 e altre 12 sarebbero state chiuse, per un totale quindi di 28). Per queste operazioni mi risulta che siano stati utilizzati alcuni conti correnti della diocesi, forse addirittura otto». 

L’INCHIESTA - L’inchiesta coordinata dal Pm Elisabetta Massini e realizzata sia dalla squadra Mobile della Questura, sia dalla Guardia di Finanza di Terni parte dalla vendita del Castello di San Girolamo di Narni per arrivare ad una fitta rete di acquisizioni immobiliari della Curia che avrebbero comportato il deficit delle finanze della diocesi.

I filoni sono due: il primo riguarda proprio l’affare da due milioni di euro relativi alla compravendita del Castello di San Girolamo, una struttura maestosa e ora in completo stato di abbandono. Questa inchiesta ha portato all’emanazione di tre misure cautelari per due ex dirigenti della Curia arcivescovile di Terni: Luca Galletti, già direttore dell’ufficio tecnico, e Paolo Zappelli, l’ex economo della diocesi di Terni. Insieme a loro è finito in manette anche un dirigente del Comune di Narni, Antonio Zitti. Per tutti l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla truffa. Secondo l’accusa ci sarebbe stato il «ricorso ad una serie di mezzi fraudolenti, atti ideologicamente falsi, atti illeciti, comunicazioni tardive e proroghe richieste ad arte che hanno consentito l’assegnazione del complesso del Castello ad una società immobiliare pur non avendo la stessa i requisiti richiesti dal bando». In tutto questo, «nessuna anomalia veniva rilevata dal Comune di Narni, nonostante l’obbligo previsto dal bando di procedere a verificare in capo al soggetto aggiudicatario dei requisiti di ordine generale e l’evidente assenza di qualsivoglia requisito tecnico-organizzativo e della relativa capacità economico-finanziaria». 

L’AMMANCO - Il secondo filone prende in esame proprio l’ingente ammanco finanziario nelle casse della diocesi umbra: si indaga su una serie di operazioni societarie e immobiliari che coinvolgerebbero sempre dirigenti della curia. «Sappiamo che la magistratura sta incontrando molti ostacoli nelle indagini – spiega il religioso che sta denunciando i fatti accaduti nella diocesi di Terni Narni e Amelia – Non sarà facile riuscire ad incriminare i colpevoli. Nel frattempo però tutti ci chiediamo chi avrebbe dovuto vigilare, controllare, impedire tutto questo cosa ha fatto? Abbiamo saputo che tra gli indagati c’è l’ex vescovo monsignor Vincenzo Paglia» 

MONSIGNOR PAGLIA - Sulle indagini a carico di monsignor Paglia non ci sono conferme ufficiali, anche se negli ambienti investigativi da tempo circola questa voce. Monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ed esponente di spicco della Comunità Sant’Egidio, è stato vescovo della diocesi di Terni dal 2000 al 2012. Paglia ha sempre negato il suo coinvolgimento nell’inchiesta. Intanto Monsignor Vecchi, su indicazione del Pontefice, sta concludendo un importante cammino di risanamento e bonifica della diocesi che servirà a spianare la strada proprio al successore di Paglia che dovrebbe arrivare a giugno prossimo. Il Papa, forse proprio simbolicamente prendendo le distanze dalle vicende speculative che hanno investito la diocesi ha scelto come nuovo vescovo un frate francescano, padre Giuseppe Piemontese, ex custode del Sacro convento di Assisi.

Il Corriere della Sera 8 maggio 2014

Riforma della Curia? Ci pensano i giudici di Terni. Confermata ufficialmente la notizia che avevamo dato in esclusiva: monsignor Vincenzo Paglia è indagato per associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbativa d'asta. L'accusa si riferisce alla compravendita del castello di san Girolamo di Narni. Da lanuovabq.it il 27 maggio 2015

C'è anche l'ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, tra le persone nei confronti delle quali la procura ternana ha concluso le indagini nell'ambito dell'inchiesta sulla compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbativa d'asta le accuse che verrebbero contestate. 

L'indagine era emersa nel luglio 2013 con l'arresto dell'ex direttore dell'ufficio tecnico della diocesi Luca Galletti, dell'ex economo Paolo Zappelli e del dirigente dell'ufficio Urbanistica del Comune di Narni Antonio Zitti. L'operazione di compravendita sarebbe collegata al buco di oltre 20 milioni di euro nelle casse della diocesi negli anni della gestione di Paglia. 

Un avviso di garanzia per monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, emesso dai giudici di Terni. È l’indiscrezione – che attende una conferma ufficiale - che si è diffusa nella tarda serata di ieri nel capoluogo umbro dove monsignor Paglia, uomo di punta della Comunità di S. Egidio, è stato vescovo dal marzo 2000 al febbraio 2013. 

E proprio a questo periodo si riferiscono le indagini della magistratura. Come si ricorderà infatti con il passaggio di Paglia alla guida del Dicastero vaticano è emerso a Terni lo stato di bancarotta in cui il vescovo aveva lasciato le casse diocesane: 35 milioni di euro di debito, secondo le ultime stime, un record assoluto mondiale in rapporto ai fedeli della diocesi (156mila battezzati), finiti non si sa dove. Da subito sono partite le inchieste, che hanno già portato all’arresto e all’incriminazione dei vari tecnici e collaboratori della diocesi, ma finora il vescovo era riuscito a sfuggire all’inchiesta. 

Data la situazione, che in Vaticano era già nota, aveva anche creato stupore la promozione di Paglia alla guida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, una scelta attribuita all’allora segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone. Lo stupore nasce dal fatto che in circostanze analoghe – e meno gravi – i vescovi responsabili sono stati semplicemente rimossi. Al contrario monsignor Paglia, in attesa che la riforma della Curia romana riordini i vari dicasteri, malgrado l'emergere di particolari sempre più imbarazzanti - che hanno coinvolto anche lo IOR - continua a godere della proroga alla guida del Consiglio per la Famiglia. Peraltro in questo ruolo Paglia fu subito al centro di una polemica perché nella prima conferenza stampa da presidente del Dicastero per la famiglia fece una inopinata apertura al riconoscimento statale delle coppie di fatto, incluse quelle omosessuali.

Allo scoppiare dello scandalo, la Santa Sede inviò a Terni monsignor Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna, quale amministratore apostolico con il compito di rimettere ordine nella situazione disastrata della diocesi che ora, da pochi mesi, ha un nuovo vescovo, monsignor Giuseppe Piemontese. Sia monsignor Vecchi che monsignor Piemontese hanno collaborato pienamente con i magistrati per fare luce sulle responsabilità del debito a cui si deve sommare la sospetta vendita di numerosi beni immobili appartenenti alla diocesi.

Si tratta di una vicenda oscura a cui potrebbero legarsene delle altre, che hanno avuto Terni come epicentro.

Secondo le voci raccolte da ambienti del tribunale un avviso di garanzia riguarderebbe anche l’economo della diocesi al tempo di Paglia, don Francesco De Sanctis.  

Terni. Paglia: nessuna notifica dell’inchiesta su Narni. Elisabetta Lomoro su Avvenire mercoledì 27 maggio 2015

Monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, già vescovo di Terni, si dice all'oscuro delle evoluzioni dell'inchiesta che coinvolge la sua ex diocesi. Sulla quale va fatta chiarezza.

Associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbata libertà degli incanti per l'irregolarità della gara pubblica: sono le accuse che verrebbero contestate, a conclusione delle indagini preliminari, ai dieci indagati implicati nelle manovre illecite legate alla compravendita del castello di San Girolamo a Narni. Una vicenda che ha direttamente coinvolto la diocesi di Terni-Narni-Amelia e alcuni suoi esponenti religiosi e laici. Tra gli indagati c'è anche l'ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. «Sino a questa sera non ho ricevuto alcun avviso di conclusione delle indagini preliminari – ha dichiarato Paglia – ed è singolare vedere notificato tutto ciò alla stampa prima che al sottoscritto. Poiché le informazioni pervenute in queste ore precedono tutti gli atti garantiti, ritengo necessario tutelare fin da ora la mia immagine nelle opportune sedi sia civili che penali. Ovviamente resto a disposizione dell'autorità inquirente e confido totalmente anche nella giustizia terrena». Alla base della vicenda diverse operazioni finanziarie e immobiliari realizzate con i conti correnti della diocesi umbra, che hanno determinato nel corso degli anni un ammanco nelle sue casse di 25 milioni di euro. Le indagini sono iniziate due anni fa, a seguito dell'acquisto, avvenuto nel 2012 per un milione e 760 mila euro del castello di San Girolamo, di proprietà del Comune di Narni, da parte della società privata Iniziative Immobiliari di Luca Galletti e Paolo Zappelli, rispettivamente all'epoca presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero ed economo dell'ente Diocesi di Terni-Narni-Amelia. Gli acquirenti versarono una rata di 600 mila euro, mentre un milione e 60mila euro fu pagati dall'Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Nel luglio 2013 Galletti e Zappelli furono arrestati insieme al dirigente dell'ufficio Urbanistica del Comune di Narni Antonio Zitti. Per il pm Elisabetta Massini che ha condotto le indagini, compiute dalla Questura di Terni e dal Nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, il castello venne comprato con i soldi della Diocesi, la cui situazione debitoria accumulata negli anni è stata poi in parte risolta grazie a un prestito dello Ior, che dovrà essere restituito in dieci anni, e a un anticipo da parte della Cei su fondi spettanti alla diocesi. In serata fonti vicine a monsignor Paglia hanno precisato che «l'indagine relativa all'asta del castello è un'iniziativa della magistratura inquirente, che in ogni caso non può essere collegata alla passata situazione debitoria della diocesi». 

"Aiuti i poveri? Ti processo!" Caso Paglia, dopo 7 anni di bugie e assurdità tramonta l’inchiesta. Paolo Comi su Il Riformista il 2 Dicembre 2020 

Sette anni di inchieste e processi in pompa magna finiti in un cosmico nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude la super maxi inchiesta, ovviamente finita in un gigantesco flop, che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia accademia per la vita. Il Tribunale di Terni ha assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa.

Secondo le roboanti quanto surreali ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del pontificio consiglio per la famiglia, sarebbe addirittura stato a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita, alla turbativa d’asta e all’ appropriazione indebita. Boom.

Le indagini erano state coordinate dall’allora pm ternano Elisabetta Massini, oggi giudice a Viterbo, e condotte con un dispiegamento di forze – dalla squadra mobile al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza della città umbra – degno di una retata contro la camorra. Come capita spesso, Paglia aveva appreso di essere indagato dalla lettura dei giornali. Nel mirino degli inquirenti, in particolare, era finita la compravendita del castello di San Girolamo a Narni, una operazione che avrebbe creato un ammanco di diversi milioni di euro nelle casse della diocesi di Terni.

Per la Procura non c’erano ragioni che tenessero: la vendita all’asta dell’immobile di proprietà dell’amministrazione comunale sarebbe stata truccata attraverso una serie di mezzi fraudolenti e atti falsi che avrebbero consentito l’assegnazione del complesso, per farne poi un albergo, a una società che non aveva i requisiti richiesti dal bando e che era riconducibile a Galletti. Ma non è tutto. Durante gli anni della gestione Paglia, sempre secondo l’accusa, sarebbero state effettuate diverse operazioni finanziarie e immobiliari pur in presenza di difficoltà di cassa da parte della diocesi. A luglio 2013, insieme a Galletti, erano stati arrestati diversi dirigenti e funzionari tra gli strepiti dei giustizialisti. Fra gli indagati, invece, oltre a Paglia, il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis e Giampaolo Cianchetta, presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Paglia si era subito difeso dicendo che i soldi erano stati spesi per lavori nei complessi parrocchiali, per il restauro di circa cinquanta chiese e la costruzione di oratori e strutture per i poveri, senza dimenticare le uscite necessarie alla vita della curia.

Per quanto riguardava il castello, Paglia replicò affermando che «l’allora sindaco di Narni chiese se la diocesi fosse interessata all’acquisto, perché in realtà è un convento con una chiesa ancora officiata. Inizialmente dicemmo che eravamo interessati. Ma, visto i problemi economici che avevamo, declinammo subito l’invito. Come diocesi uscimmo dall’operazione, e da allora la diocesi è stata totalmente estranea». Come volevasi dimostrare, la posizione di Paglia era stata archiviata nel 2014 dal gip. Flop totale, ipotesi di accusa folle. Basti leggere che cosa scrive il giudice. È “certa la totale estraneità” del monsignore “il quale, anzi, risulta avere agito sempre, nell’espletamento del suo mandato pastorale, con l’unico meritorio obiettivo di assicurare alla realtà cittadina un riscatto in termini sociali e culturali”, scrisse il giudice nel provvedimento di archiviazione. Come a dire, ha aiutato i poveri, e l’avete perseguitato. Ma scherzate?

Nel 2013 a guidare la diocesi ternana era stato inviato monsignor Ernesto Vecchi, in qualità di amministratore apostolico. Vecchi ha messo in ordine nei conti, richiedendo anche un finanziamento da parte dello Ior. Oltre ai nemici interni alla curia, Paglia, appartenente allo schieramento progressista vicino alle posizioni di Papa Francesco, era stato nei due anni a Terni molto attivo sul fronte del sociale, mettendo in ombra anche importanti uomini politici locali.

La Chiesa ternana si è sempre dovuta confrontare con una realtà storicamente “rossa” e anticlericale con una forte presenza massonica.

Ordinato sacerdote nel 1970, Paglia è stato parroco nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. Vescovo dal 2000, nominato presidente della Federazione biblica cattolica internazionale e poi presidente della Commissione Ecumenismo e dialogo della Cei, è consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio e postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato nel 1980. Fai del bene e scordatelo, recita l’adagio popolare. E la magistratura, di chi fa del bene, a quanto pare non si dimentica mai. Paolo Comi

Compravendita castello San Girolamo Narni, coinvolse Vincenzo Paglia, sei assolti. Da umbriajournal.com il 2 Dicembre 2020 

Tutti assolti dal tribunale di Terni “perché il fatto non sussiste” i sei imputati del processo relativo alle presunte irregolarità nella compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Tra loro l’ex sindaco Stefano Bigaroni, l’ex direttore tecnico della diocesi di Terni, Luca Galletti, l’ex economo della curia, Paolo Zappelli, il dirigente dell’ufficio Urbanistica del Comune di Narni, Antonio Zitti, la dirigente dei servizi finanziari dello stesso Comune, Alessia Almadori e il notaio Gian Luca Pasqualini.

Sette anni di inchieste e processi finiti nel nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude, quindi, la super maxi inchiesta,  che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia accademia per la vita.

QUAL'ERA L'ACCUSA

L’accusa contestata nei confronti di tutti e sei gli imputati era quella di truffa.

Il Tribunale di Terni ha, dunque, assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa. Secondo le ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del pontificio consiglio per la famiglia, sarebbe stato  addirittura a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla turbativa d’asta .

L’indagine sulla compravendita risale al luglio 2013 quando vennero arrestati Galletti, Zappelli e Zitti, poi tornati liberi. Secondo gli inquirenti il gruppo avrebbe avuto l’obiettivo di pervenire alla compravendita del castello formalmente da parte di una immobiliare, ma in realtà con l’utilizzo indebito di denaro della diocesi.

Il fascicolo – nel quale inizialmente era ipotizzata l’accusa di associazione a delinquere finalizzata ai reati indicati – aveva coinvolto in un primo momento anche l’allora vescovo di Terni Vincenzo Paglia, la cui posizione era stata poi però archiviata dal gip su richiesta della stessa procura. Sempre il pm, durante il processo, aveva chiesto l’assoluzione di Bigaroni e Almadori e la condanna a pene comprese tra un anno e un mese e due anni e tre mesi per gli altri imputati.

Già a novembre 2018 un’altra imputata, l’architetto del Comune di Narni Alessandra Trionfetti, era stata assolta con formula piena in abbreviato.

Le indagini erano state coordinate dall’allora pm ternano Elisabetta Massini, oggi giudice a Viterbo, e condotte con un dispiegamento di forze dalla squadra mobile al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza della città umbra degno di una retata contro la camorra.

La compravendita del castello di San Girolamo a Narni, secondo gli inquirenti, era una operazione che avrebbe creato un ammanco di diversi milioni di euro nelle casse della diocesi di Terni. Per la Procura non c’erano ragioni che tenessero: la vendita all’asta dell’immobile di proprietà dell’amministrazione comunale sarebbe stata truccata attraverso una serie di mezzi fraudolenti e atti falsi che avrebbero consentito l’assegnazione del complesso, per farne poi un albergo, a una società che non aveva i requisiti richiesti dal bando e che era riconducibile a Galletti.

Ma non è tutto, scrive il direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti, giusto oggi.

L’EDITORIALE DI PIERO SANSONETTI – Insomma monsignor Paglia è innocente. Non ha fatto niente di niente di niente di male. E sono innocenti anche i suoi collaboratori. Tutti. Il reato? Pura invenzione. Succede. Con la giustizia italiana succede anche abbastanza spesso. Ci sono voluti parecchi anni per dargli soddisfazione, ma alla fi ne la verità è venuta fuori. Anche se poi non è esattamente così: è venuta fuori solo una parte della verità, e cioè l’infondatezza delle accuse. Non sapremo mai con precisione, invece, perché questo processo è stato messo in piedi, come è stato possibile realizzare una ipotesi accusatoria così fantasiosa, chi ha permesso che si spendessero migliaia e centinaia di migliaia di euro per intercettare per anni Paglia, i suoi amici, i suoi parenti, per cercare in mezzo mondo tracce di denaro che ovviamente erano introvabili. Poco male, potremmo dire, perché è fi nita bene. E poi Paglia è un uomo di Chiesa e sa bene di dover soffrire. Glielo hanno scritto anche sul Vangelo: “beati i perseguitati per causa della Giustizia perché loro sarà il regno dei cieli”. Quasi dieci anni di soffe-renze, ma ora Paglia quasi quasi deve ringraziare quei magistrati, incapaci credo che gli hanno rovinato la vita e però gli hanno fatto guadagnare il paradiso. Lasciatemi sorridere, su questo. Il problema è che non tutti credono nel paradiso (io, per esempio, sono ateo), e quindi non a tutti piace essere perseguitati. I magistrati che hanno costruito questa follia del processo a Paglia e alla Chiesa di Terni hanno creato molti disastri, nelle vite personali delle persone e anche negli equilibri all’interno della Chiesa. Paglia non è mai stato un prete tranquillo. Si è sempre impegnato molto, soprattutto nel sociale. Scusate se faccio un’altra citazione dal vangelo: “Non chi mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del padre mio”. Se non mi sbaglio questa frecciata di Gesù ai beghini fa par-te dello stesso discorso della montagna nel quale benediceva le vittime della magistratura. Ecco, Paglia è un prete di quelli tosti che non dice signore signore a nessuno. Non lo dice a quanto ne so neppure ai Pm che cercano di travolgerlo in uno scandalo. Paglia, quando era a Terni, ha fatto il prete, ha fatto il politico, ha fatto il sindacalista. Nel senso migliore che si può dare a queste parole. Non è che brigava con le segreterie dei partiti (gli bastava la sagrestia…) si dava da fare per risolvere i problemi più drammatici della sua regione. A partire dalla mancanza di lavoro. Magari avrà spinto un po’ troppo, avrà dato fastidio a qualcuno. Sapete, non è che la politica è sempre nemica dei Pm. Anche perché se fosse così i Pm non avrebbero guadagnato tutto il potere che hanno guadagnato in questi anni. Talvolta la politica e la magistratura, magari sottotraccia, trovano strade comuni. Deve essere successo questo a Terni. Voi ricorderete il famoso discorso di Enzo Tortora, quando si rivolse ai giudici che stavano per decidere se spedirlo in galera per dieci anni, col marchio d’infamia di camorrista e spacciatore. Si rivolse loro con grande piglio e senza paura. Disse: “Io sicuramente sono innocente, spero che lo siate anche voi”. Lo erano. Erano innocenti anche i giudici, e lo assolsero con formula piena, e nella motivazione della sentenza frustarono con vera indignazione i loro colleghi che avevano condotto contro Tortora una inchiesta folle, inconsistente, omertosa verso la criminalità e i pentiti, indecente. Purtroppo non sempre è così. E di questi magistrati che si sono accaniti contro mons Paglia cosa dobbiamo dire. È stata una persecuzione? Oppure è stata una iniziativa spinta da qualcuno? Cioè dai nemici di Paglia. Da chi, precisamente? Oppure è stata solo incapacità professionale? L’avvocato Caiazza ieri, proprio su questo giornale, si chiedeva: ma possibile che sui magistrati non si possa mai dare un giudizio di merito? Possibile che le loro carriere procedano indipendentemente dalle loro doti professionali e dalla loro affi dabilità? Se un magistrato commette errori clamorosi, deve risponderne a qualcuno? La risposta purtroppo è: no. se un magistrato sbaglia, il conto lo paga l’imputato. P.S. Poi c’è un’altra questione. i Pm sono stati spinti contro Paglia dalla Stampa. Che ha fatto loro da sostegno e da tifoseria. Anche dei grandi giornali. Senza i giornali forse si sarebbero fermati prima. Stamattina andrò a leggere i giornali che allora crocifissero Paglia e i suoi. Immagino che troverò le assoluzioni in prima pagina…

Durante gli anni della gestione Paglia, sempre secondo l’accusa, sarebbero state effettuate diverse operazioni finanziarie e immobiliari pur in presenza di difficoltà di cassa da parte della diocesi. A luglio 2013, insieme a Galletti, erano stati arrestati diversi dirigenti e funzionari tra gli strepiti dei giustizialisti.

Fra gli indagati, invece, oltre a Paglia, il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis e Giampaolo Cianchetta, presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Paglia si era subito difeso dicendo che i soldi erano stati spesi per lavori nei complessi parrocchiali, per il restauro di circa cinquanta chiese e la costruzione di oratori e strutture per i poveri, senza dimenticare le uscite necessarie alla vita della curia. Per quanto riguardava il castello, Paglia replicò affermando che «l’allora sindaco di Narni chiese se la diocesi fosse interessata all’acquisto, perché in realtà è un convento con una chiesa ancora officiata. Inizialmente dicemmo che erava-mo interessati. Ma, visto i problemi economici che avevamo, declinammo subito l’invito.

Come diocesi uscimmo dall’operazione, e da allora la diocesi è stata totalmente estranea». Come volevasi dimostrare, la posizione di Paglia era stata archiviata nel 2014 dal gip. Flop totale, ipotesi di accusa folle. Basti leggere che cosa scrive il giudice. È “certa la totale estraneità” del monsignore “il quale, anzi, risulta avere agito sempre, nell’espletamento del suo mandato pastorale, con l’unico meritorio obiettivo di assicurare alla realtà cittadina un riscatto in termini sociali e culturali”, scrisse il giudice nel provvedimento di archiviazione. Come a dire, ha aiutato i poveri, e l’avete perseguitato.

Ma scherzate? Nel 2013 a guidare la diocesi ternana era stato inviato monsignor Ernesto Vecchi, in qualità di amministratore apostolico. Vecchi ha messo in ordine nei conti, richiedendo anche un finanziamento da parte dello Ior. Oltre ai nemici interni alla curia, Paglia, appartenente allo schieramento progressista vicino alle posizioni di Papa Francesco, era stato nei due anni a Terni molto attivo sul fronte del sociale, mettendo in ombra anche importanti uomini politici locali.

La Chiesa ternana si è sempre dovuta confrontare con una realtà storicamente “rossa” e anticlericale con una forte presenza massonica. Ordinato sacerdote nel 1970, Paglia è stato parroco nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. Vescovo dal 2000, nominato presidente della Federazione biblica cattolica internazionale e poi presidente della Commissione Ecumenismo e dialogo della Cei, è consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio e postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato nel 1980. Fai del bene e scordatelo, recita l’adagio popolare. E la magistratura, di chi fa del bene, a quanto pare non si dimentica mai.

Quella campagna vergognosa contro l’arcivescovo Paglia. Non ci fu nessuna cattiva gestione alla Curia di Terni. Di redazione il 02/12/2020 su farodiroma.it 

“Ci fu una campagna velenosa contro monsignor Vincenzo Paglia”. Così l’avvocato Manlio Morcella, difensore dell’ex vescovo di Terni e di Luca Galletti, ex direttore tecnico della Diocesi: il primo prosciolto negli anni scorsi e il secondo assolto ieri, con formula piena, nel processo sulla compravendita del Castello di San Girolamo. “Accogliamo con soddisfazione la sentenza – commenta Morcella –, in cui confidavamo perché c’erano tutte le condizioni giuridiche perché fosse emessa e perché era rimessa ad un collegio autorevole, presieduto da un magistrato di provata capacità. La sentenza fa chiarezza sulla campagna velenosa orchestrata negli anni 2013 e successivi in danno di monsignor Paglia e di due suoi stretti collaboratori”. “Era stato a lungo insinuato – ricorda il legale – che l’aggravio della situazione finanziaria della Curia ternana, pari a circa 10 milioni di euro maturati durante il magistero Paglia, lasciasse intendere che vi fosse stata almeno malagestio. Sospetto, frutto di un’indagine anche interna ecclesiastica, che non aveva minimamente considerato come nello stesso periodo la Diocesi avesse avuto una implementazione dei valori patrimoniali, immobiliari e artistici di oltre 45 milioni”.

“Sette anni – scriva Umbriajournal – di inchieste e processi finiti nel nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude, quindi, la super maxi inchiesta, che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia Accademia per la vita. L’accusa contestata nei confronti di tutti e sei gli imputati era quella di truffa.

Il Tribunale di Terni ha, dunque, assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa. Secondo le ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, sarebbe stato addirittura a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla turbativa d’asta

L’indagine sulla compravendita risale al luglio 2013 quando vennero arrestati Galletti, Zappelli e Zitti, poi tornati liberi. Secondo gli inquirenti il gruppo avrebbe avuto l’obiettivo di pervenire alla compravendita del castello formalmente da parte di una immobiliare, ma in realtà con l’utilizzo indebito di denaro della diocesi”.

Fonte: La Nazione, edizione Umbria e Umbriajournal

Vincenzo Paglia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Vincenzo Paglia arcivescovo della Chiesa cattolica

Titolo

Terni-Narni-Amelia

(titolo personale di arcivescovo)

Incarichi attuali

Presidente della Pontificia accademia per la vita (dal 2016)

Arcivescovo-vescovo emerito di Terni-Narni-Amelia (dal 2012)

Gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II (dal 2016)

Incarichi ricoperti

Vescovo di Terni-Narni-Amelia (2000-2012)

Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia (2012-2016)

Nato

21 aprile 1945 (78 anni) a Boville Ernica

Ordinato presbitero

15 marzo 1970 dal cardinale Angelo Dell'Acqua

Nominato vescovo

4 marzo 2000 da papa Giovanni Paolo II

Consacrato vescovo

2 aprile 2000 dal cardinale Camillo Ruini

Elevato arcivescovo

26 giugno 2012 da papa Benedetto XVI

Vincenzo Paglia (Boville Ernica, 21 aprile 1945) è un arcivescovo cattolico italiano, dal 15 agosto 2016 presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. È consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio.

Biografia

Vincenzo Paglia è nato a Boville Ernica il 21 aprile 1945.

Formazione e ministero sacerdotale

Ha frequentato il Pontificio Seminario Romano Minore e poi il Pontificio Seminario Romano Maggiore, dalla prima media sino alla conclusione del ciclo di formazione. Si è laureato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense, dove ha conseguito anche la licenza in filosofia. Si è poi laureato in Pedagogia presso l'Università di Urbino. È stato ordinato sacerdote il 15 marzo 1970 incardinandosi nella diocesi di Roma, dove ha esercitato la funzione di viceparroco a Casal Palocco dal 1970 al 1973. Successivamente è stato rettore della chiesa di Sant'Egidio in Trastevere.

Dal 1981 al 2000 è stato parroco nella basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. È stato a lungo segretario della Commissione Presbiterale regionale e membro della Commissione Presbiterale Italiana. È stato incaricato, di tempo in tempo, a partecipare a svariate iniziative pastorali nel campo diocesano e nazionale. È stato inoltre nominato postulatore della causa di beatificazione dell'arcivescovo di San Salvador Óscar Romero, di cui possiede una croce pettorale donatagli dal suo vescovo ausiliare Ricardo Urioste.

Ministero episcopale

Il 4 marzo 2000 è stato nominato vescovo di Terni-Narni-Amelia, il 2 aprile ha ricevuto l'ordinazione episcopale nella basilica di San Giovanni in Laterano e ha preso possesso nella diocesi il 16 aprile.

È stato nominato dalla Santa Sede, nel settembre del 2002, presidente della Federazione biblica cattolica internazionale. Dal maggio 2004 è stato presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana. Presso la Conferenza episcopale umbra è stato presidente della consulta per i problemi sociali, del lavoro, della giustizia e della pace, presidente della Commissione per i beni culturali e presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali. È stato assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant'Egidio che segue sin dall'inizio degli anni settanta.

Ha partecipato attivamente all'associazione "Uomini e religioni" della Comunità di Sant'Egidio che organizza incontri ecumenici e interreligiosi. Importante il ruolo svolto per l'incontro interreligioso internazionale svoltosi a Bucarest, che ha permesso il viaggio del Papa in Romania, primo paese ortodosso ad essere visitato da Giovanni Paolo II ed ha operato per la visita del patriarca Teoctist a Roma. Ha inoltre favorito il conferimento della laurea honoris causa al metropolita Kirill, all'epoca responsabile del Dipartimento per gli affari esteri della Chiesa ortodossa russa.

Ha seguito con particolare cura la situazione balcanica. È stato il primo prete che ha avuto il permesso di entrare in Albania prima ancora delle prime elezioni libere del marzo 1991. È stato membro della delegazione pontificia per la prima visita pastorale in Albania; e in questa veste ha ottenuto la riapertura del seminario e la riconsegna della cattedrale di Scutari, che ha provveduto a restaurare e ripristinare al culto; ha inoltre avviato le relazioni diplomatiche tra Albania e Santa Sede.

La sua azione è stata particolarmente impegnativa per le questioni relative al Kosovo. È riuscito a realizzare l'unico accordo tra Slobodan Milošević e Ibrahim Rugova per la normalizzazione del sistema scolastico-educativo nella regione. Ha ottenuto, inoltre, il rilascio di Rugova durante la guerra del 1999. Nel 2005 ha fondato il Popoli e Religioni - Terni Film Festival di cui è presidente onorario il regista Krzysztof Zanussi e direttore artistico Arnaldo Casali.

Salvador Sánchez Cerén, presidente di El Salvador, saluta il vescovo Vincenzo Paglia, postulatore della causa dell'arcivescovo Óscar Romero, in Vaticano.

Il 26 giugno 2012 è stato nominato presidente del Pontificio consiglio per la famiglia ed elevato alla dignità di arcivescovo, rimanendo al contempo amministratore apostolico della diocesi di Terni-Narni-Amelia. Il 2 febbraio 2013 gli è succeduto nell'incarico di amministratore apostolico Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna, il quale ha confermato le indiscrezioni secondo le quali la curia diocesana ternana sarebbe gravemente indebitata. Il 4 febbraio 2013 ha rilasciato una dichiarazione in cui ha ipotizzato che lo Stato possa riconoscere alcuni diritti alle coppie non sposate, anche omosessuali.

Con il motu proprio Sedula Mater del 15 agosto 2016, papa Francesco ha disposto, a partire dal 1º settembre 2016, la soppressione del Pontificio consiglio per la famiglia, le cui funzioni sono state attribuite al nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Lo stesso giorno, pertanto, è stato nominato presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.

Il 17 settembre 2016 ha celebrato a Livorno le esequie private del presidente emerito della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi. Il 17 febbraio 2017 Radio Radicale diffuse alcune dichiarazioni di mons. Paglia, in occasione della presentazione dell’autobiografia postuma di Marco Giacinto Pannella hanno provocato perplessità e disappunto in molti cattolici, e la reazione di una serie di siti e organizzazioni del laicato cattolico in quanto lo stesso Pannella per decenni ha portato avanti battaglie a favore del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia e del riconoscimento delle coppie gay e quindi, di fatto, in senso contrario al magistero della Chiesa.

Nel giugno 2017, papa Francesco, su indicazione di monsignor Vincenzo Paglia, nomina tra i membri dell'accademia per la vita il professor Nigel Biggar, teologo moralista anglicano, accademico all'Università di Oxford, dichiaratamente abortista. Di lui sono noti alcuni studi morali relativi a una possibile linea abortiva alle 18 settimane del feto. Ciò ha creato forte imbarazzo per la Santa Sede e disappunto nel mondo cattolico, anche perché nello statuto dell'Accademia, all'articolo 6, è previsto che i nuovi accademici (medici, biologi, teologi, giuristi, filosofi, sociologi, antropologi) sono invitati a firmare l'«Attestazione dei Servitori della Vita». Il che significa che «la qualità di Accademico si perde nel caso di azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi». Mons. Paglia ha poi minimizzato l'accaduto spiegando che effettivamente il professor Biggar aveva fatto quelle affermazioni sull'aborto nel 2011 in alcune interviste ma che non aveva mai scritto nulla su tale tema e che lui stesso lo aveva contattato nei giorni successivi alla nomina dopo che erano sorte le polemiche avendo assicurazioni dall'accademico di Oxford, circa il fatto che non sarebbe entrato in futuro nel dibattito sull'aborto.

Il 4 ottobre 2017 papa Francesco lo ha nominato membro della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, l'11 gennaio 2018 membro della Congregazione delle cause dei santi. Con riferimento alla pronuncia con cui la Corte di Cassazione francese il 28 giugno 2019 si è pronunciata contro il divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali a Vincent Lambert deceduto l'11 luglio 2019, dopo dieci giorni dalla sospensione, ha destato sconcerto nel mondo cattolico la posizione del Presidente della Pontificia Accademia della Vita indirizzata a "non elaborare un giudizio etico bensì trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, e quindi a cercare insieme un accordo più ampio possibile" i cattolici impegnati a favore della vita gli hanno ricordato che dinnanzi ad un valore non negoziabile non si possa prospettare un accordo.

Durante l'emergenza Covid-19 ha pubblicato il libro Pandemia e fraternità (edito da Piemme) che riflette sull'impatto che l'emergenza sanitaria ha avuto sulla vita quotidiana e sulle relazioni umane e promosso la realizzazione di un documento da parte della Pontificia accademia per la vita. A seguito dello scandalo del Pio Albergo Trivulzio ha invocato la chiusura delle case di riposo.

Curiosità

Il 29 settembre 2015 è stato vittima di uno scherzo del programma radiofonico “La Zanzara”, una finta telefonata con l’allora primo ministro Matteo Renzi, che fu poi diffusa sui medi.

Onorificenze

Il vescovo Vincenzo Paglia, postulatore della causa di Óscar Romero, durante una conferenza stampa.

Per il suo impegno per la pace ha ricevuto nel 1999 la Medaglia Gandhi dell'UNESCO e nel 2003 il Premio Madre Teresa dal governo albanese. È stato insignito, inoltre, nel 2004, del San Valentino d'Oro, nel 2005 del Premio per il dialogo Città di Orvieto e nel 2006 del Premio Grinzane Terra d'Otranto e il "III centenario di San Danilo principe di Mosca" consegnatogli dal Patriarca Alessio. Iscritto all'Ordine dei giornalisti del Lazio, collabora con riviste, giornali e programmi radiofonici e televisivi.

Il 14 Luglio 2017 ha ottenuto a Latina il Premio Enea - Buone pratiche per l'Italia, nell'ambito della prima edizione del Festival politico e narrativo Come il vento nel mare e in contemporanea alla presentazione del suo volume dal titolo Sorella morte.

Ha collaborato alla cattedra di Storia contemporanea all'Università la Sapienza di Roma e ha pubblicato studi e articoli sulla storia sociale e religiosa nonché sulla storia della povertà. Significativi sono i suoi studi sul dialogo tra credenti e laici. Numerosi sono, inoltre, i volumi di carattere religioso-pastorale. Nel 2000 ha anche iniziato una serie di commenti ai libri del Nuovo Testamento, distribuiti gratuitamente a tutti gli abitanti della diocesi.

 Castello di San Girolamo, la sentenza: il fatto non sussiste, tutti assolti. Redazione l'1 dicembre 2020 su ternitoday.it

Caduta anche l’accusa di truffa per la vicenda che coinvolse la Diocesi di Terni e l’Istituto di sostentamento del clero per la compravendita dell’ex monastero di Narni

Il fatto non sussiste, tutti assolti. Finisce così la vicenda della compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Oggi, martedì primo dicembre, il tribunale di Terni (presidente Rosanna Ianniello, giudici Dorita Fratini e Marco Di Tullio) ha pronunciato la sentenza che scagiona i cinque imputati finiti nell’inchiesta aperta nel 2011 dall’allora pubblico ministero Elisabetta Massini.

Alla sbarra erano finiti Luca Galletti, ex direttore dell’ufficio tecnico della diocesi e braccio destro dell’ex vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, dell’ex economo diocesano Paolo Zappelli, il notaio ternano Gian Luca Pasqualini, già membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, dell’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni, e due dirigenti del Comune di Narni, Antonio Zitti e Alessia Almadori.  

LEGGI | “Castello di San Girolamo, fu una guerra tra bande religiose”

Delle accuse originarie, nel fascicolo processuale era rimasto ben poco. L’ipotesi investigativa da cui si partì immaginava scenari foschi: associazione a delinquere, riciclaggio, turbativa d’asta e una serie di altre contestazioni che si inserirono nel più ampio panorama del “buco” da 20 milioni di euro che aveva divorato i conti della curia ternana.

Il fragore di quella bomba è però risuonato in maniera molto più blanda nell’aula del tribunale di Terni quando il pm in udienza, la dottoressa Barbara Mazzullo, ha invece letto le richieste di condanna e, soprattutto, anticipato che il castello accusatorio è riassunto nell’accusa di truffa. Niente associazione né tantomeno autoriciclaggio. Da qui le richieste: 2 anni e 9 mesi per Galletti (difeso dall’avvocato Manlio Morcella) e Zappelli (assistito dall’avvocato Luca Maori); un anno e 6 mesi per Zitti e Pasqualini (assistiti dagli avvocati Pasqualini ed Esposito) ed assoluzione per Bigaroni e Almadori.

Oggi è stata scritta una pagina nuova di questa storia, che ribalta tutto quello che è successo negli anni: il fatto non sussiste, imputati prosciolti con formula piena. Con un ritornello che si sta ripetendo piuttosto spesso nelle inchieste che hanno squassato la politica, l’economia e la storia recente della città di Terni.

“Ci troviamo di fronte a persone che sono state sbattute in carcere ed oggi vengono assolte perché il fatto non sussiste. Si tratta di una cosa gravissima – spiega l’avvocato Luca Maori, che in udienza ha difeso la posizione di Zappelli – Cose che non devono più accadere. E ora chi paga per quella detenzione e per tutte le conseguenze? Senza dubbio, avanzeremo delle richieste per vedere un giusto risarcimenti di quei danni subiti”.

Castello San Girolamo, tutti assolti a sette anni dagli arresti. Terni – Sentenza di primo grado sulla vicenda dello storico immobile che aveva coinvolto nomi ‘eccellenti’ anche della diocesi. Da umbriaon.it l'1 Dicembre 2020

Ad oltre 7 anni dagli arresti che fecero tanto scalpore, con accuse formulate dall’allora pm Elisabetta Massini decisamente pesanti, il tribunale di Terni in composizione collegiale (presidente Rosanna Ianniello, giudici Dorita Fratini e Marco Di Tullio) martedì ha assolto con formula piena (il fatto non sussiste) i sei imputati del processo relativo alla compravendita del castello narnese di San Girolamo. Gli assolti dall’unico reato rimasto in piedi – la truffa, dopo che si era partiti dall’associazione per delinquere, poi caduta – sono il notaio ternano Gian Luca Pasqualini (l’accusa aveva chiesto un anno ed un mese di reclusione oltre a 500 euro di multa), il dirigente del Comune di Narni Antonio Zitti (chiesto un anno ed un mese e 500 euro di multa) l’ex direttore dell’ufficio tecnico della diocesi di Terni, Narni e Amelia, Luca Galletti (richiesta di due anni e tre mesi e 1.000 euro di multa), l’ex economo della diocesi Paolo Zappelli (chiesti due anni e tre mesi e 1.000 euro di multa), l’ex sindaco di Narni Stefano Bigaroni (chiesta l’assoluzione) e la dirigente del Comune di Narni Alessia Almadori (chiesta l’assoluzione). Fra i legali difensori dei cinque figurano gli avvocati Elisa Esposito, Alessandro Ricci, Manlio Morcella, Luca Maori, Federico Olivo e Anna D’Alessandro. Precedentemente, era il novembre del 2018, un architetto del Comune di Narni, Alessandra Trionfetti, era stata assolta con formula piena dopo aver chiesto il giudizio abbreviato. Altre posizioni, fra cui quella dell’ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, erano state archiviate in fase di indagine. Secondo le accuse iniziali, la compravendita del castello si sarebbe realizzata «formalmente da parte della IMI Immobiliare e in realtà con utilizzo indebito di denaro della diocesi di Terni-Narni-Amelia». L’associazione per delinquere ipotizzata – finalizzata in primis alla truffa – sarebbe stata promossa dal Galletti e da lui organizzata insieme a Zappelli, Zitti e Bigaroni, con tutti gli altri coinvolti in quanto partecipanti. Ricostruzione caduta definitivamente con la sentenza di martedì.

La lettura della vicenda

Non è un mistero che, pur archiviato, il processo vedesse come ‘convitato di pietra’ proprio monsignor Vincenzo Paglia. Perché Galletti e Zappelli, il primo per l’ambito immobiliare ed il secondo per quello economico finanziario, erano stati suoi stretti collaboratori durante l’episcopato ternano. Proprio l’archiviazione della posizione dell’ex vescovo di Terni-Narni-Amelia, in fase di indagini preliminari, aveva rappresentato il primo ‘terremoto’ per la tenuta dell’impostazione accusatoria. Poi ridotta, dall’iniziale associazione per delinquere, al reato di truffa. Tanto che in aula il pm Mazzullo – subentrata alla titolare Massini dopo la partenza di quest’ultima per il tribunale di Viterbo – aveva chiesto al tribunale di rilevare l’intervenuta prescrizione per l’ipotesi di turbativa d’asta e di assolvere gli imputati, nel merito, per tutti gli altri reati ad eccezione della truffa. Probabilmente decisiva, ai fini della sentenza emessa a Terni, la deposizione di Vincenzo Paglia nel corso del processo, avvenuta le scorse settimane. Interrogato dalla presidente Ianniello, a precisa domanda se si fosse sentito ‘raggirato’, l’ex vescovo di Terni aveva spiegato che lui aveva creduto fermamente nell’operazione-San Girolamo, avendo a cuore le sorti del territorio ed essendo affezionato a quell’immobile che aveva frequentato, da giovane parroco, insieme ai bambini delle colonie estive. Nel castello di Narni, Paglia aveva intravisto la possibilità di dare vita ad un centro convegnistico di tipo religioso e con finalità anche turistiche e ricettive. Una manna per i conti del Comune narnese, che chiudendo in pareggio il bilancio non avrebbe perso i benefici del programma europeo Puc, ed un’opportunità per la diocesi che avrebbe valorizzato lo storico edificio. Poi con l’andare dell’indagine, non se ne fece più nulla: Paglia lasciò Terni, si aprì anche un’inchiesta vaticana sui debiti lasciati a Terni (dagli iniziali 7/8 a circa 20 milioni) – che non evidenziò però il ‘plus’ patrimoniale di circa 50 milioni (da 15 a 60) in termini di immobili e opere d’arte legato al dicastero del presule di Boville Ernica – e a Paglia subentrò monsignor Vecchi, legato a correnti vaticane diametralmente opposte.

Morcella: «Riconosciuta piena dignità all’operato di Paglia»

Netto il giudizio dell’avvocato Morcella, difensore di Galletti insieme al collega Ricci: «L’esito di questo processo – afferma – va oltre il verdetto di natura giudiziale. Verdetto giuridicamente inappuntabile anche nelle previsioni, stante l’autorevolezza del collegio e di chi lo presiedeva. Ciò a significare che l’assoluzione era tecnicamente scontata ma per conseguirla, ed è la cosa più difficile per gli avvocati, vi è la necessità che il giudicante l’avesse riconosciuta. Si va oltre il verdetto giudiziale – spiega Morcella – perchè assolvere Galletti significa convalidare a piena voce l’archiviazione già conseguita da monsignor Paglia nella fase delle indagini preliminari. E significa anche riconoscere a costui la dignità che gli è stata negata da voci disobiettive, che hanno favorito una terribile campagna di stampa contro di lui. Vi è da ricordare che Paglia ha lasciato la diocesi di Terni all’inizio del 2012 con un appesantimento debitorio di circa 10 milioni di euro ma con un apprezzamento immobiliare e artistico di circa 50 milioni, apprezzamento che è stato sempre oscurato dalle inchieste interne e dall’aggressione dei media». Così l’avvocato Ricci: «Attendiamo di leggere le motivazioni, ma già la formula assolutoria non lascia spazio ad equivoci, avendo il tribunale assolto tutti gli imputati, alcuni dei quali, ricordiamo, arrestati fase di indagine, ritenendo sussistente una prova positiva della loro totale innocenza».

Esposito: «Per la mia assistita finisce un’odissea lunga sette anni»

L’avvocato Esposito, difensore di Almadori, osserva che per la sua assistita «è stata la fine di un’odissea durata sette anni. L’assoluzione annidava negli incartamenti processuali, era giuridicamente pacifica, certamente auspicata, ma doveva essere riconosciuta dal collegio. L’attestazione da parte del tribunale di Terni dell’assoluta insussistenza, per tutti gli imputati, di condotte a rilevanza penale – spiega l’avvocato Esposito – riafferma la linearità e la trasparenza della condotta del Comune, della sua dirigenza e dell’amministrazione tutta, messa molto a dura prova dal clamore delle indagini e da un processo lungo, sofferto ed articolato».

Il sindaco De Rebotti

Il sindaco di Narni, Francesco De Rebotti, sottolinea di aver sempre «avuto due certezze che mi hanno accompagnato fino all’epilogo, per me naturale, della vicenda del castello di San Girolamo. La certezza della bontà, della correttezza istituzionale, dell’unico interesse per il bene della comunità del sindaco Stefano Bigaroni, dell’architetto Antonio Zitti , della dott.ssa Alessia Almadori e dell’arch. Alessandra Trionfetti. E l’assoluta certezza che il percorso del giudizio determina sempre la realtà dei fatti, restituendo l’immagine propria della correttezza dell’attività dell’amministrazione. Sono contento – chiude – che la comunità narnese la veda confermata e sono umanamente, prima che istituzionalmente, felice che questo lungo periodo di sofferenza si sia chiuso nel migliore dei modi per la stima che nutro nei confronti di persone che hanno sempre mostrato profondo attaccamento e spirito di servizio nei confronti dell’amministrazione e della comunità narnese»...

Il Caso Bandecchi.

"IO MANESCO? SONO UNO CHE SI DIFENDE QUANDO GLI ALTRI ROMPONO I COGLIONI". Dagospia il 7 Settembre 2023. Da "La Zanzara - Radio24"

Bandecchi show a La Zanzara su Radio24: “Mussolini? Ha fatto anche cose giuste, fino alle leggi razziali che mi fanno schifo”. “Le bonifiche furono entusiasmanti, il lavoro, l’Eur, aiutava le persone bisognose. Prima le cose erano uno schifo. Sarei stato un fascista della prima ora, dopo le leggi razziali no”. “Rissa in Consiglio Comunale? Le parole spesso fanno più male delle botte, se uno mi insulta e mi dice buffone più volte, si merita anche una testata…”. 

“Stupratori? Bisogna fargli male, se serve anche la castrazione chimica…”. “Mi danno fastidio le donne che denunciano le violenze sette mesi dopo, oggi devi avere paura a fare un complimento a una ragazza”. “Oggi è pericoloso anche andare a letto con una…magari ti denuncia perché sono stato un’omaccione”.  “Lo stipendio da sindaco? Cinquemila e duecento euro al mese, adesso guadagno solo quello e non rinuncio”.

“Le mie aziende valgono tre miliardi, ho uno yacht da cinquantacinque metri, ma adesso mi sono rimasti solo i soldi che prendo da sindaco, non posso rinunciare. Chi lavora deve essere pagato”. “Il Perugia? Non lo volevo in serie C, ma era ingiusto togliere il posto a una squadra che aveva meritato…”. Poi si dichiara a favore della prostituzione legale: “Meglio i bordelli della strada, e poi ognuno del suo corpo fa quello che vuole”. E su droghe leggere e nucleare…   

Difende le guardie giurate ingaggiate dalla su Università per la sicurezza di Terni: “C’è un’esigenza reale di sicurezza, i vigili di Terni sono sotto di 87 persone. Da trent’anni tutte le Forze dell’Ordine sono sotto organico e Terni è immensa. Con tre volanti non la copri sicuro. Comunque il prossimo anno assumeremo sessanta vigili.

Milizia privata? Ma quando mai, sono istituti di vigilanza e se un ladro sta spaccando una fontana a martellate lo possono fermare. Possono controllare i nostri parchi, se c’è uno che violenta una ragazza possono intervenire. Sono l’unico politico d’Italia che dà i soldi ai cittadini e non li prende”. 

Bandecchi, lei è un uomo ricco. Prende lo stipendio da sindaco?

“Le mie aziende contano circa tre miliardi di patrimonio. La mia Università vale due miliardi e tre, quattro e con le altre aziende siamo intorno ai tre miliardi”. E lo stipendio da sindaco?

“Ne ho bisogno perchè non guadagno più quattro milioni ma cinquemila duecento euro al mese. Ci ho rimesso, fate voi il conto. Io lavoro, non rinuncio allo stipendio. Quando uno lavora si merita lo stipendio. Sono gli unici soldi che mi sono rimasti”.

Ma lei ha pure una barca: “Sì, e allora? Ho uno yacht da 55 metri intestato a un’azienda. Io do lavoro a più di duemila persone”. Se fosse ministro o premier che pena darebbe agli stupratori?

“Lo stupro è uno dei reati peggiori. Castrazione chimica? Serve fargli male. Gli stupratori non possono continuare a fare gli stupratori. Per me le ragazze ubriache si accompagnano a casa. La castrazione è un’idea, quello che lo fa una volta è un caso, quello che lo fa 150 volte non è un caso. 

Ci sono persone uscite di galera che hanno ricommesso il reato”. Ma Bandecchi dice anche: “Poi bisogna anche vedere se questi reati succedono veramente, a me danno noia le donne che si svegliano sette mesi dopo. Ai miei figli oggi non direi con tranquillità che possono dire a una donna che è una bella ragazza. E’ un rischio fare un complimento, ci vuole una delibera. Non si può neanche andarci a letto con una, dopo tre mesi lei dice che sono stata indotta perchè era un omaccione”. Lei è monogamo?

“Sì, e se mia moglie mi tradisse vorrei che non me lo dicesse.

Sono sposato da quaranta anni. Se ho mai tradito? Ho un amico avvocato che ha detto che se dovesse difendere mia moglie chiede un milione per il divorzio e gliene fa avere tre, se difende me vuole 20mila euro perchè tanto perde sicuro”. Una volta lei ha detto che la Finanza è come la Gestapo, conferma?

“Ho ancora 22 milioni sequestrati e non mi hanno fatto capire per quale motivo. La Finanza ha poteri che altri non hanno. Io sono sopravvissuto a questo sequestro e i miei dipendenti hanno continuato a prendere lo stipendio, altri al posto mio si erano già sparati alla testa.

Sull’accenno di rissa al consiglio comunale di Terni: “Io manesco? Sono uno che si difende quando gli altri rompono i coglioni. Mentre parlavo in Consiglio Comunale, dove la legge mi dà il diritto di esprimermi in modo democratico, mi hanno detto pagliaccio vieni qua. Mi hanno urlato che sarei stato il coglione di turno. Minacciato qualcuno di rompergli i denti? Ho detto attenzione che se ridi i denti volano via. Legittimo dare schiaffi? Ci sono tanti che si sono suicidati per le parole piuttosto che per uno schiaffo. Se uno mi dice buffone una volta non gli do una testata. 

Se insiste due giorni gliene do due di testate...”. E ancora: “Se uno non mi lascia parlare cosa ci vado a fare in Comune? Volevo menare quello di Fratelli d’Italia? Io gli ho solo detto di non rompere i coglioni. Sono stato indagato con venti persone che mettono le mani addosso a me e mi bloccano. Non si devono azzardare a fermare uno che non ha ancora commesso nulla”.

Bandecchi parla poi di Mussolini e del fascismo: “Non ho ammirazione, ma a volte ha fatto cose giuste. Era socialista, quando ha pensato di aiutare le persone assistendo quelli che morivano di fame, quando ha detto cerchiamo di sanare le paludi che non funzionano non ha fatto cose strane. Poi ha fatto cose schifose in un’altra epoca: le leggi razziali. Li lo trovo insopportabile. 

Se fossi vissuto in quell’epoca sarei stato fascista della prima ora, ma dalle leggi razziali non lo sarei stato più”. E continua sempre parlando di Benito Mussolini: “Bonifiche? Sono state entusiasmanti. L’Eur mi piace, mi piacciono anche i principi della sanità per tutti, perchè è un principio che ha cominciato a portare lui in quel tempo. Personalmente non so se avrei fatto la Marcia su Roma, ma so che a quei tempi le cose funzionavano da schifo, peggio di oggi. Se il Re avesse voluto impedire la marcia l’avrebbe fatto, hanno fatto una passeggiata”. Poi il Leader di Alternativa Popolare parla di Perugia: “Ci saranno le elezioni e vogliamo piazzare il nostro Sindaco. Io non volevo il Perugia in Serie C, non sono contento della C, li vorrei in Serie A con la Ternana. Però non potevano pretendere di andare in B buttando fuori una squadra che si era guadagnato la serie sul campo”. Vannacci?

“Sui gay ha detto cose da caserma. Se poi dice che si è stufato di vedere in televisione due uomini o due donne che si baciano e mai un uomo e una donna, ha anche ragione.

Però il Generale sbaglia dicendo che non sono uguali agli altri”. Legalizzerebbe la prostituzione?

“Sono per la prostituzione legalizzata, ma non sono mai stato a prostitute. Le ragazze non siamo riusciti a toglierle dalla strada, alcune sono in mano a delinquenza. Mi risulta che in Germania, Olanda e Svizzera ci sia la prostituzione e portano a casa quindici/ventimila euro al mese decidendo di fare ciò che vogliono. Del mio corpo potrò decidere io che farne o no?”. 

“Sono favorevole- prosegue – anche al nucleare. Io una centrale anche A Terni la farei subito perchè mi sono rotto le palle di comprare energia elettrica dalla Svizzera, dalla Spagna e dalla Francia. Le droghe? Mi sono fatto una canna volta da ragazzo, sembravo il bigotto che non voleva. Non siamo riusciti a eliminare nulla quindi sono per la legalizzazione”.

Estratto dell’articolo di Antioco Fois per repubblica.it sabato 2 settembre 2023.

Stefano Bandecchi, il sindaco che aveva auspicato cecchini contro il degrado porta in città i “suoi” vigilantes. Dopo avere sfilato sotto il palazzo comunale, a Terni ha preso servizio un plotone di guardie giurate private. Dieci autopattuglie, in livrea bianca con una pantera disegnata sulla fiancata, che di notte stazioneranno nei luoghi sensibili della città, contro microcriminalità e atti vandalici. La particolarità inedita è che i poliziotti privati saranno finanziati con 870mila euro da Unicusano, l’università telematica fondata dal primo cittadino. Per essere più chiari, i soldi per la sicurezza cittadina, come ha rimarcato lo stesso Bandecchi, “ce li mette il sindaco”.

“Le proprietà del comune di Terni sono luoghi più sicuri”, ha celebrato l’evento sui propri social il primo cittadino ed ex paracadutista, con un filmato della sfilata delle auto che si posizionavano nel parcheggio del palazzo comunale. “Ventiquattro occhi in più” a disposizione della sicurezza cittadina, che per un anno saranno puntati dalle 22 alle 7 su “cimiteri, fontane, borghi, palazzi storici, monumenti” e risponderanno alle indicazioni della centrale operativa dei vigili urbani, in attesa che l’amministrazione Bandecchi riesca a integrare l’organico della municipale con nuove assunzioni.

In pratica, oltre ad essere finanziati dal sindaco, i vigilantes saranno anche comandati dal sindaco. Bandecchi, infatti, aveva rimarcato che la polizia municipale dovesse rispondere direttamente ai suoi ordini, in forza della delega alla sicurezza che ha mantenuto per sé. Una sorta di milizia privata del sindaco, che avrà il compito di vigilare e segnalare alle forze dell’ordine spaccio di droga, furti o situazioni di degrado. 

[...] La sperimentazione [....] consiste in un progetto pilota per “una attività di ricerca - si legge nell’atto numero 78 dell’esecutivo - finalizzata ad analizzare l’impatto sulla sicurezza urbana e sull’ordine pubblico, attraverso iniziative di partecipazione da parte di terzi alla tutela dei beni e degli spazi pubblici”.

I “terzi” sono le guardie giurate, che saranno impegnate in un servizio di “vigilanza gratuito”, per una non meglio precisata ricerca universitaria interdisciplinare, mirata “ad acquisire dati scientifici”, [...]  

Vantaggi diretti per Unicusano? Nessuno, ammette lo stesso sindaco. “La mia università spenderà 870mila euro per fare questa ricerca - commenta Bandecchi a Repubblica - e il beneficio che avrà è praticamente zero. Lo stesso vale per me. Invece il beneficio per la città di Terni è mille”.

Sul possibile conflitto di interessi, di un sindaco che finanzia il controllo del territorio, Bandecchi allarga le braccia. “Non so se ci sia un conflitto di interessi, nel caso sposteremo il progetto a Roma o a Perugia”, replica il capo della giunta ternana, che assicura nessuna invasione di campo nei compiti delle forze dell’ordine. “Già da quando Roberto Maroni era ministro - dice - le guardie giurate possono contribuire al servizio della sicurezza, coordinandosi con la questura”. [...]

Le ipotesi di reato: minaccia, oltraggio a pubblico ufficiale e di interruzione di pubblico servizio. Bandecchi è indagato dopo la lite in Consiglio comunale. E, intanto, presenta un esposto. “Ci si deve rendere conto che le parole uccidono e avevo parlato con le autorità proprio per questo. Ora vediamo chi vince”, dice il sindaco che, come riportano i media locali, ha presentato, a sua volta, un esposto per le minacce di morte subite nei mesi scorsi. Bandecchi parla anche di insulti e minacce ricevuti via social. Redazione su Il Riformista il 31 Agosto 2023

Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla locale Procura nel fascicolo di inchiesta aperto dopo quanto accaduto nei giorni scorsi in Consiglio comunale, quando lo stesso sindaco si era scagliato contro l’esponente di Fratelli d’Italia Marco Celestino Cecconi, venendo bloccato dalla polizia municipale. Lo scrive oggi il Corriere dell’Umbria, specificando che si tratta praticamente di un atto dovuto.

Dopo il Consiglio le minoranze si erano infatti recate dal prefetto e gli esponenti di Fratelli d’Italia anche dai carabinieri, per segnalare quanto successo. Della vicenda, i parlamentari del Pd Walter Verini e Anna Ascani hanno invece interessato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In particolare – secondo quanto risulta al Corriere dell’Umbria – nel fascicolo di indagine le ipotesi di reato al momento al vaglio sarebbero quelle di minaccia, oltraggio a pubblico ufficiale e di interruzione di pubblico servizio. Tra gli elementi da valutare ci sarebbe infatti anche la reazione del sindaco all’intervento di tre agenti della polizia locale presenti come prassi al Consiglio. Durante il dibattito c’era stato uno scambio di battute dai toni sempre più polemici tra Bandecchi e Masselli, assessore nella precedente Giunta e sconfitto nel ballottaggio per la guida di Palazzo Spada. “Mi devono chiedere scusa, perché quando parla un consigliere e a maggior ragione il sindaco, tutti gli altri devono stare zitti”, aveva, fra l’altro, commentato il sindaco dopo l’accaduto.

Il sindaco di Terni ha a sua volta presentato una querela in questura: “Ho presentato un esposto preciso – ha riferito – contro l’aggressione che ho subito in Consiglio comunale. Precisamente contro le parole rivoltemi da Masselli, sentite da testimoni, ovvero ‘pagliaccio vieni qua’. Dette sbeffeggiandomi e ridendo. E contro il consigliere Cecconi che si è alzato e ha iniziato a urlare, costringendo la presidente a richiamarlo più volte e me a dirgli di mettersi seduto. Per questo mi sono alzato, per farlo rimettere al suo posto. C’è stata una evidente interruzione dei lavori di un pubblico ufficiale, quindi un’interruzione di pubblico servizio”.

Interpellato dall’ANSA, il sindaco Bandecchi ha prima replicato con una battuta – “se mi hanno iscritto, non è la prima volta” – poi ha spiegato i passi giudiziari compiuti, spiegando di avere anche “sporto denuncia per le minacce di morte ricevute un mese fa (un fatto inizialmente descritto dal primo cittadino come un tentativo di rapina subìto a Roma il 25 luglio, ndr) ed erano minacce direttamente legate al mio ruolo di sindaco”. “Di questo – ha detto – avevo già informato il prefetto di Terni, il questore e il comandante provinciale dei carabinieri. Avevo parlato alla ‘nuora’ perché la ‘suocera’ intendesse, ma evidentemente non ha inteso e quindi ho denunciato tutto”.

“Quando dissi a tutti che non volevo sporgere denuncia per quelle minacce, spiegai che evidentemente qualcuno si era fatto ‘agitare’ dai continui atteggiamenti che Fratelli d’Italia ha nei miei confronti. Sono sette mesi, cioè dalla campagna elettorale, che pubblicano storie e leggende per cui dovrei essere un criminale, al punto da mettere in discussione quanto deciso liberamente e democraticamente dai cittadini. Da tre mesi poi il consigliere Cecconi mi prendere in giro con le sue dirette video, fomentando alcuni poveracci che poi gli vanno dietro. Ci si deve rendere conto che le parole uccidono e avevo parlato con le autorità proprio per questo. Ora vediamo chi vince”.

"Il Pd? Se ne possono andare a fare in c..." Terni, Bandecchi rincara la dose: “Non sono il cattivo, ho solo avvisato i consiglieri che se non mi fanno parlare gli fracasso la testa sul tavolo”. La replica: “Inadatto a fare il sindaco”. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023 

Il protagonista indiscusso di questo pomeriggio di fine estate è stato il vulcanico sindaco di Terni Stefano Bandecchi che durante la seduta del consiglio comunale di questa mattina ha decisamente perso le staffe. Dopo aver travolto una sedia e un consigliere si è scagliato contro un collega della minoranza con cattive intenzioni. Il video dello scontro tra Bandecchi e i consiglieri di opposizione di Fdi ha fatto il giro del web e in pochissime ore è diventato virale. Ma lui proprio non ci sta a passare per il cattivo di turno anche se le circostanze portano inevitabilmente a pensare il contrario. E nemmeno il placcaggio della polizia locale ha placato la furia di Bandecchi.

Nel suo profilo whatsapp non passa inosservata la testa di un lupo con i denti digrignati, per nulla rassicurante. “Mi sono avvicinato a Cecconi, è vero, ma certo non gli volevo dare due crocche…”, assicura all’AdnKronos, riferendosi allo scontro con il consigliere meloniano Marco Celestino Cecconi. “L’ho solo avvisato che se succede un’altra volta che non mi fanno parlare gli fracasso la testa sul tavolo”, aggiunge però subito dopo con un’espressione choc l’esponente di Alternativa popolare.

Su quanto accaduto stamattina dice: “Penso che le persone prima di parlare devono collegare il cervello, l’ordine dei lavori è che ci si prenota e poi si parla, parlano tutti, io ho ascoltato tutte le corbelleria del centrodestra, ma quando poi ho iniziato io a parlare, hanno iniziato a ridere, a inveire, a colpi di ‘pagliaccio’, ‘imbecille’, ‘non capisci nulla’, Cecconi si è pure messo a urlare come un matto, gli hanno detto di sedersi, ci sono i video, e io mi sono alzato per farlo sedere, per me chi si comporta così è un criminale, e come uno che fa una rapina, uno che violenta una donna… pensavano che gli avrei dato due crocche, ma non era la mia intenzione, gli ho solo detto che la prossima volta che parlo io deve ascoltare, altrimenti sono guai…”.

Le reazioni della politica

Ora però altri partiti come la Lega e il Pd accusano Bandecchi, con i dem che chiedono l’intervento del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, invitando il primo cittadino del capoluogo umbro a dimettersi: “Il Pd? Se ne possono andare a fare in c… – sbotta, chiedendo di scrivere anche questo – non sanno che dire neanche loro. Io di certo non mi dimetto, perché il mio unico torto è quello di fare politica, dopo 5 anni in cui ha governato il centrodestra, in cui si è solo rubato….”. “E del Pd non mi interessa nulla…”, dice poi l’ex parà della Folgore commentando la posizione del partito di Elly Schlein che per bocca di Anna Ascani e Walter Verini, parlamentari umbri del Pd, ha parlato di “comportamento indegno, da parte di un personaggio su cui pende, tra l’altro, una seria questione di incompatibilità e conflitto d’interessi”.

"Devono chiedermi scusa, volevo farli sedere". Terni, Bandecchi: “quando parla il sindaco devono stare tutti zitti, sono stato buono ma se rompono gli do due schiaffi davvero”. Richiesto intervento di Piantedosi. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023

A poche ore dalla bagarre che ha visto protagonista Stefano Bandecchi in consiglio comunale non mancano le reazioni di indignazione per l’atteggiamento definito “da picchiatore” del sindaco di Terni. Il diretto interessato a margine del suo show ha commentato all’Ansa: “Mi devono chiedere scusa, perché quando parla un consigliere e a maggior ragione il sindaco, tutti gli altri devono stare zitti. Non possono sbeffeggiarmi dicendomi delinquente o pagliaccio”.

“Quando mi sono alzato e mi sono diretto verso il consigliere Cecconi – ha spiegato – volevo soltanto farlo mettere seduto, infatti non l’ho nemmeno sfiorato”. “Le posso assicurare che sono stato buono – ha detto ancora Bandecchi -, se continuano a rompermi… diventerò cattivo e due schiaffi in faccia glieli do davvero. Fino a quel momento avevo ascoltato tutti gli interventi in silenzio poi quando è toccato a me parlare sono iniziate le interruzioni e gli sberleffi per altro su un tema, quello della carenza di vigili urbani, causato dalle precedenti amministrazioni e che io sto risolvendo con sessanta nuove assunzioni. So che la minoranza è andata dal prefetto a fargli perdere tempo, io invece sono qui a lavorare”, ha concluso Bandecchi.

Richiesto intervento del ministro Piantedosi

“Poco fa, come parlamentari dell’Umbria, abbiamo avuto un colloquio con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A lui abbiamo espresso la più profonda preoccupazione per le ferite e le lesioni alla convivenza civile e democratica prodotte quotidianamente a Terni dai comportamenti del sindaco Bandecchi. Gli episodi di questa mattina sono di una inaudita gravità: configurano reati, insulti all’istituzione e al consiglio comunale, resistenza a pubblico ufficiale, minacce. E fanno seguito a numerosi episodi che nelle scorse settimane hanno visto sempre protagonista questo signore, contro funzionari comunali, giornalisti, consiglieri di opposizione.

2Un comportamento indegno, da parte di un personaggio su cui pende, tra l’altro, una seria questione di incompatibilita’ e conflitto d’interessi. Bandecchi non può continuare a fare il sindaco: avere preso la maggioranza dei voti non lo autorizza a tenere questi comportamenti che offendono la città di Terni, le istituzioni, i consiglieri di opposizione, cui va la nostra solidarietà. Ringraziamo il ministro Piantedosi per l’attenzione dimostrata. Ci auguriamo che si prenda atto di questa insostenibile situazione e che si possano adottare tutti i provvedimenti utili a ripristinare un clima civile e democratico nella città”. Così, in una dichiarazione congiunta, i parlamentari umbri del Pd Walter Verini e Anna Ascani.

Terni, Bandecchi: “ti volano via i denti dalla bocca” poi vuole la rissa. Il sindaco placcato dalla polizia in consiglio comunale. Richiesto intervento del prefetto. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023 

Un rientro dalla pausa estiva esplosivo in consiglio comunale a Terni. Rissa sfiorata stamani tra il sindaco Stefano Bandecchi e i consiglieri di minoranza di Fdi. Uno show placato solo dall’intervento della polizia locale che ha evitato il contatto, in particolare con Marco Celestino Cecconi, capogruppo del partito.  Dopo ripetuti episodi che hanno visto il neo sindaco protagonista di attacchi nei confronti di giornalisti e consiglieri comunali, nella seduta odierna dell’assise municipale Bandecchi si è ripetuto, scagliandosi contro i banchi dell’opposizione.

La furia è scattata dopo un intervento dell’opposizione, che criticava l’operato della Giunta in tema di sicurezza urbana, dagli insulti il primo cittadino e coordinatore nazionale di Alternativa popolare si è fatto contro due esponenti di FdI come se volesse passare alle mani. Un botta e risposta sui conti comunali tra Bandecchi e il consigliere Orlando Masselli, già suo sfidante alla guida di Palazzo Spada.

Il sindaco ha più volte ripetuto a Masselli di “vergognarsi nel dire che oggi servono i soldi”, ricordandogli che era stato l’ultimo assessore al bilancio prima dell’arrivo dell’attuale maggioranza. Il sindaco ha continuato dicendo allo stesso Masselli di smettere di ridere, “altrimenti gli volano via tutti i denti dalla bocca”. Una frase ha fatto andare su tutte le furie Cecconi il quale ha richiamato animatamente Bandecchi a un atteggiamento e a un linguaggio più moderato. È a questo punto che la situazione è sfuggita di mano, con il sindaco che ha lasciato la sua postazione per andare verso il consigliere Cecconi, travolgendo anche una sedia. Fermato dagli agenti di polizia presenti alla seduta, Bandecchi è stato accompagnato fuori dall’aula consiliare e la seduta è stata sospesa.

Si sono subito recate dal prefetto di Terni Giovanni Bruno tutti i rappresentanti dei partiti di minoranza dopo che in consiglio il sindaco Stefano Bandecchi si è scagliato Celestino Cecconi, capogruppo di Fratelli d’Italia. La seduta dell’Assemblea si è regolarmente conclusa. Quindi le minoranze hanno chiesto un incontro al prefetto, subito accordato.

“Bandecchi non è in grado di fare il sindaco e se non si tratta di una questione di incompatibilità degli incarichi, è una questione di incompatibilità morale e di comportamento. Anche oggi in aula di Consiglio comunale l’ennesimo scempio, l’ennesimo teatrino di un sindaco che invece di confrontarsi, minaccia pesantemente (‘le volano via tutti i denti dalla bocca’), insulta e cerca di aggredire fisicamente un consigliere di opposizione che sta solamente facendo il suo lavoro nell’incalzare l’amministrazione a fare il proprio”: a denunciarlo è Devid Maggiora, segretario comunale della Lega a Terni. “Solo grazie all’intervento degli uomini della polizia locale è stato evitato il peggio. L’atteggiamento di Bandecchi oggi in aula è da censura” aggiunge.

Estratto dell'articolo di Paolo Grassi per “il Messaggero” l'1 giugno 2023.

 Il presidente di una società di calcio, può fare anche il sindaco della città? A quanto pare, no. C'è il caso di Terni, dove al neoeletto, Stefano Bandecchi di Alternativa Popolare, è stato comunicato ieri proprio questo. Lui, infatti, è anche presidente della Ternana. E così, decide di mettere in vendita la società […] 

Fino alle elezioni, Bandecchi escludeva, leggi e sentenze alla mano, l'incompatibilità. Ma la realtà, ieri, alla convalida della sua elezione, è stata un'altra. Per lui, si tratterebbe di una "scherzetto" della precedente amministrazione, di centrodestra.

«Per me […]non c'erano problemi. Ma evidentemente, la giunta uscente ha lasciato dei documenti in cui il segretario comunale afferma che, a suo avviso, la legge è restrittiva e se io prendo lo stadio cittadino in utilizzo scattano conflitti di interesse per i quali non basterebbe nemmeno che io lasciassi la sola presidenza. Abbiamo trovato una serie di documenti ai quali hanno lavorato intensamente sabato e domenica scorsi e che abbiamo dovuto firmare. Per me, è assurdo che uno che paga uno stadio e ci spende 1,3 milioni l'anno, abbia incompatibilità con il Comune. Perché non mi sembra che il Comune ci abbia dato soldi. Resto sindaco e punto sempre sull'Umbria, vendo la Ternana e avrò risolto il problema alla destra».

[…] «Riceviamo chiamate ogni giorno, da chi sarebbe pronto a prendere la Ternana. Sarà ceduta a soggetti di livello e pronti a investirci».

Dagospia 30 maggio 2023. INTERVISTA A STEFANO BANDECCHI A “LA ZANZARA”.

Bandecchi vince a Terni e poi a La Zanzara su Radio 24 si confessa: “Non sono fascista, ma Mussolini ha fatto cose buonissime come le pensioni e la sanità per tutti”. “Gay pride? Lo possono fare serenamente, glielo finanzio”. “Troppi stranieri a Terni? No, per me possono venire tutti i neri da ogni parte del mondo”. Droghe? Ho un fratello morto per droga, ma la cannabis se la possono fare”. “I bordelli? Sono una cosa da paese civile”. “Centrale nucleare a Terni? Io le farei ovunque…” 

Il neoeletto Sindaco di Terni Stefano Bandecchi ha parlato a La Zanzara su Radio 24: “Mi danno del fascista - dice Bandecchi - ma ho sempre detto che ho fatto il paracadutista nella Folgore, ma non sono automaticamente fascista. Mussolini? Ha fatto cose buonissime come le pensioni, la sanità per tutti… ma ha fatto anche grandi puttanate come le leggi razziali ed allearsi con Hitler. Mussolini era uomo di sinistra, gestiva l’Avanti, e i mostri vengono da sinistra”

Sul futuro come presidente della Ternana ha aggiunto: “Non mollo proprio niente, perchè devo mollare? Nessun conflitto d’interessi”. “Il Gay Pride? Lo possono fare serenamente, non ho problemi con i gay. Mi diverte - continua Bandecchi a La Zanzara - glielo finanzio anche. Un primo bordello in Italia a Terni? Ho sempre pensato che siano una cosa civile. Dicevo giorni fa, ad un amico di sinistra, che se è possibile l’utero in affitto si possono riaprire i bordelli. 

Anche perchè con l’utero in affitto lo stato dovrebbe assumere un milione di donne per far partorire un milione di bambini”. Bandecchi, poi, è sempre stato a favore dell’energia nucleare: “Farei centrali da ogni parte, non solo a Terni. Non so quale sia il problema, abbiamo l’appennino desertificato con paesi spopolati. Poi parliamo di centrali nucleari anche perchè sennò i nostri figli dovranno andare a fare i camerieri a qualcuno tipo la Cina. Da qualche parte qualcosa deve cambiare”. A Terni ci sono troppi stranieri? “

Assolutamente no - commenta Bandecchi. Sono stato il primo a parlare di Eurafrica. Per me possono venire tutti i neri da ogni parte del mondo. Mi interessano le cose vere, non la pigmentazione”. Lei legalizzerebbe la droga leggera?: “Sulle droghe bisogna stare attenti, ho un fratello che si è impiccato per droga. Le canne so che non contano una mazza, mi sconvolge di più un onorevole che si fa di cocaina piuttosto che uno che si fa una canna. La cannabis se la possono fare”. Come sconfiggere la violenza negli stadi?: “I violenti dagli stadi devono sparire, vorrei vedere meno reti e meno gabbie e più persone libere di portare un bambino. In Inghilterra nessuno fa lo scemo, ben venga quello che ha fatto la Thatcher. Lo stadio deve essere punto d’incontro, di serenità, nessuna squadra deve stare sotto ultrà estremi. A Terni in curva c’è gente per bene, sono mammolette al confronto di altri”. Poi Bandecchi parla della guerra: “Per me i russi hanno sbagliato, chi invade sbaglia, fanno bene a difendersi gli ucraini.  

Quando sarò a Roma tra quattro anni e mezzo farò i decreti giusti e ci mando anche i paracadutisti. Se potessi, ci andrei tranquillamente a combattere con gli ucraini”. Poi parla della caccia: “Caccia? Non sono per la caccia, ma vado al poligono per tenermi in forma, non per uccidere gli animali. Non faccio il padel ma vado a sparare”.

“Tasse un pizzo di stato? Sì alcune lo sono. Bisogna aumentare il pil delle città, come dell’Italia, non risolvendo le cose con le tasse”. E sul futuro come presidente della Ternana ha aggiunto: “Non mollo proprio niente, perchè devo mollare? Nessun conflitto d’interessi”.

Estratto dell'articolo di Vanna Ugolini per “il Messaggero” il 30 maggio 2023. 

Stefano Bandecchi, Alternativa Popolare, 62 anni, sposato con due figli e due nipotini, cittadino onorario di Terni, è il nuovo sindaco.

(...)

E cosa farà con la Ternana? Resterà presidente?

«Sì, perchè dovrei lasciare la presidenza? Berlusconi è stato presidente del Consiglio mentre aveva il Milan. Lascerò la presidenza se e quando venderò la squadra».

I seggi che erano le roccaforti del Pd hanno votato per lei.

(...) 

Da umbriaon.it il 29 maggio 2023.

Lo spoglio è ancora in corso ma i numeri non lasciano spazio a particolari dubbi: il nuovo sindaco di Terni per il quinquennio 2023-2028 è il livornese Stefano Bandecchi (Alternativa Popolare). Superato il candidato del centrodestra Orlando Masselli. Bandecchi (62 anni), presidente della Ternana Calcio, succede a Leonardo Latini (centrodestra).

(ANSA il 31 maggio 2023) La Procura della Federcalcio - apprende l'ANSA - ha appena aperto un fascicolo sulle dichiarazioni del patron della Ternana e neo sindaco di Terni Stefano Bandecchi. "Hanno rubato (riferendosi alla Juve, ndr), Gravina? Cambi spacciatore", queste le frasi incriminate. Il presidente federale poco prima si era espresso con toni distensivi ('Ritrovata serenità') sul patteggiamento tra il club bianconero e la Procura Figc. "Gravina - trapela - intende chiedere l'autorizzazione per adire le vie legali, a tutela della sua immagine e di quella della stessa Federazione".

Estratto da gazzetta.it il 31 maggio 2023.

"Gravina meglio che cambi spacciatore". Non usa mezze parole il presidente della Ternana Stefano Bandecchi, 62 anni, cittadino onorario di Terni e da ieri nuovo sindaco della città umbra. Dopo il patteggiamento della Juventus sul caso stipendi, intervenendo ai microfoni di TvPlay, Bandecchi ha sparato a zero sui bianconeri e sul presidente federale Gravina. "Lo sport deve adattarsi alla giustizia regolare, se è dimostrato che hai rubato vai in galera, punto e basta. Secondo me la Juventus ha rubato? Sì, le indagini dicono questo". 

E poi: "Con tutto il rispetto per Gravina penso che debba cambiare spacciatore, ha detto qualcosa di gravissimo per un uomo con una carica come la sua. Ha sbagliato, quello che ha detto non ha né capo né coda, forse voleva dire qualcosa di diverso. Non esiste nessuno di considerabile sopra le leggi, perché sennò - scusate - io domani vado a fare una rapina in banca e con quei soldi risolvo i miei problemi. Il mondo del calcio deve allinearsi di più con le problematiche di tutti i giorni". 

Un fiume in piena, Bandecchi: "Io voglio bene ai tifosi della Reggina, ma il Chievo aveva una situazione simile ed è stato fatto fallire. Il mondo del calcio continuo a capirlo poco, la Juventus ha debiti incredibili come Milan e Inter, è un mondo che fa vivere molto bene calciatori, allenatori, ma poi massacra i presidenti. Parlare con Gravina? Ci sono sempre discussioni, la Serie A prende molto più denaro di noi e ci sono discussioni incredibili tra A e B, in B abbiamo spese incredibili e infatti chi sale in A poco dopo scende, non c’è molto dialogo ad oggi". 

(…) 

da domani comincerò a rubare per poter risparmiare qualcosa, poi mi aspetto di essere assolto perché faccio tanti soldi e sono nel mondo del calcio.

Estratto dell’articolo di Ilaria Sacchettoni per roma.corriere.it il 31 maggio 2023. 

Gennaio scorso, durante uno scampolo di quella campagna elettorale nella quale Stefano Bandecchi - diventato oggi, lunedì 29 maggio, il neo sindaco di Terni - si muoveva a proprio agio. 

Si parlava di partiti e lui, il patron della Unicusano, finita sotto inchiesta da parte della magistratura romana, lasciava filtrare una generosità tanto bipartisan quanto tracciabile e con Alessio D’Amato reo di avergli ricordato i guai con la giustizia, Bandecchi tuonava: «È triste che l’opposizione italiana cada su queste “minchiate”. Uno come me l’opposizione lo deve solo ringraziare. 

C’è già stata un’indagine nel 2019 sul fatto che la mia Università ha sostenuto Tajani e Ciocca alle Europee. Si è svolta un’indagine dettagliata e il magistrato ha archiviato tutto perché conosceva le leggi. I soldi utilizzati per il finanziamento della politica erano stati prelevati dai conti correnti delle rette universitarie. Erano soldi privati, dunque i finanziamenti erano leciti». 

(…)

Ora dalla Procura è partito un incarico agli esperti per rispondere all’interrogativo «ente no profit o commerciale?». La soluzione nei prossimi mesi. Mentre il 22 gennaio scorso gli sono stati sequestrati beni per venti miloni di euro, fra i quali una Rolls Royce.

Estratto dell'articolo di Marco Franchi per il “Fatto quotidiano” il 5 giugno 2023.

Il 10 maggio 2006 è l’ultimo giorno ufficiale del terzo governo Berlusconi, quello di “fine legislatura” iniziato con l’uscita dell’Udc ad aprile 2005 e concluso con le elezioni del 9 e 10 aprile 2006. L’esecutivo era in carica per gli affari correnti, l’indomani si sarebbe insediato il nuovo premier, Romano Prodi. Quel giorno, in Gazzetta Ufficiale venne pubblicato il decreto della ministra uscente all’Istruzione e Università, Letizia Moratti, che forniva il riconoscimento ad altre 5 università telematiche (oltre le 11 già autorizzate nei 3 anni precedenti). Tra queste, l’Università “Niccolo Cusano” di Stefano Bandecchi, dove fino ai giorni nostri si sono laureati (in maniera del tutto regolare) almeno 50 politici italiani, tra cui l’attuale ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.

Questa sera, su Rai 3, Report ripercorre l’ascesa imprenditoriale e politica del nuovo sindaco di Terni e presidente della Ternana. Bandecchi è indagato dalla Procura di Roma per evasione fiscale. È accusato di aver finanziato, attraverso la sua università, tutta una serie di attività commerciali – compresa la società di calcio della Ternana – utilizzando agevolazioni fiscali applicabili solo ad attività connesse all’Ateneo. Per tale motivo la Finanza aveva sequestrato all’Università quasi 21 milioni di euro. 

Bandecchi, come illustra il servizio di Luca Bertazzoni, è diventato negli anni il più grande finanziatore di Forza Italia alle spalle solo di Silvio Berlusconi.

(...) Oltre al suo stesso partito – Alternativa Popolare, fondato da Angelino Alfano, che ha ottenuto dall’Unicusano oltre 100 mila euro – a quanto dichiara a Report ha contribuito alle campagne elettorali del neo governatore del Lazio, Francesco Rocca (che ha restituito l’erogazione), a quella del suo rivale di centrosinistra, Alessio D’Amato e, con 30 mila euro, a Impegno Civico di Luigi Di Maio. “Finanzio anche Di Maio come finanzio anche altri – racconta lui stesso – come ho finanziato anche persone del Pd. Io sono un uomo centrista, sono un popolare, sono una persona che pensa che al centro sta la virtù”. A un certo punto si avvicina pure al Terzo Polo: “Renzi disse ok e Calenda disse che ero un fascista. Ma io non sono mai stato fascista”.

The new "Mister B". Report Rai PUNTATA DEL 05/06/2023 di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi?

Imprenditore, presidente di una squadra di calcio, ha radio e un canale televisivo ed è appena diventato sindaco di Terni. Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi? L’inchiesta racconta la vicenda dell’università telematica Niccolò Cusano, di cui Bandecchi è fondatore e presidente del Consiglio di Amministrazione. La Guardia di Finanza ha sequestrato 20 milioni di euro all’ateneo per presunta evasione fiscale. L’università Niccolò Cusano avrebbe utilizzato i soldi provenienti dalle rette universitarie, e quindi esentasse, in attività prettamente commerciali: una di queste è la Ternana calcio. Partendo dalla ricostruzione dell’inchiesta della magistratura, il racconto si sviluppa analizzando il fenomeno delle università telematiche, una realtà sempre più consolidata in Italia, mostra il loro funzionamento e la loro nascita nel 2006, quando furono autorizzate dall’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti.

IL PEZZO DI CARTA Di Luca Bertazzoni Collaborazione di: Marzia Amico Immagini di Giovanni De Faveri, Andrea Lilli, Marco Ronca e Paco Sannino Ricerca immagini: Alessia Pelagaggi Montaggio: Igor Ceselli Grafica: Giorgio Vallati

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO – 23 APRILE 2023 – PARTITA NAZIONALE POETI VS NAZIONALE ATTORI BORIS Buonasera a tutti, sono Giovanni Neri e sono il rettore dell’Università Popolare degli Studi di Milano. Il nostro intervento oggi è semplicemente quello di esortare tutti voi a perorare questa causa anche con una piccola donazione. Grazie di essere venuti.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In un campo a pochi chilometri da Ostia va in scena la sfida fra la Nazionale degli attori della serie tv Boris e la Nazionale poeti. A fare gli onori di casa è l’avvocato Giovanni Neri, Magnifico Rettore dell’Università Popolare degli studi di Milano, sponsor dei poeti calciatori.

LUCA BERTAZZONI Rettore Magnifico, piacere sono Luca Bertazzoni, sono un giornalista della Rai. Come sta?

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Molto lieto.

LUCA BERTAZZONI Volevo capire questa sponsorizzazione alla Nazionale poeti.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Più che altro è una partnership, noi siamo legati a loro un po’ per le finalità e per la mission, dicevo, del nostro ateneo che è appunto quella di diffondere cultura.

LUCA BERTAZZONI Di poesia ce n’è anche dentro l’università vostra, no.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Eh sì, qui c’è poesia.

LUCA BERTAZZONI Però volevo capire sono legalmente validi i titoli vostri

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma che c’entra questo con? Sì, è un’università di diritto internazionale e ci sono dei contenziosi aperti con...

LUCA BERTAZZONI Perché il Mur poi vi ha diffidato dicendo che state millantando.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, in realtà non è proprio una diffida di natura, diciamo… Perdonatemi che devo lasciare lei.

LUCA BERTAZZONI Ci mettiamo un secondo tanto.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Riprendiamo fra un attimo, vi spiace?

LUCA BERTAZZONI Ok.

LUCA BERTAZZONI No, Rettore, ma come? Rettore, scusi, Rettore, un secondo. No, è scappato.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Eppure, non tutti gli studenti che si iscrivono sono a conoscenza della controversia legale fra il ministero e l’Università popolare degli studi di Milano.

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Mi volevo laureare in Giurisprudenza, c’erano delle buone recensioni, quindi un’università seria.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO - CERIMONIA DI LAUREA - 14 GIUGNO 2022 Sta per avere inizio la cerimonia di consegna delle lauree dell’università Popolare degli Studi di Milano.

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Io mi iscrivo nel 2021.

LUCA BERTAZZONI Che esami ha fatto e che voti ha preso?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Esami Diritto Costituzionale 28, Diritto del Lavoro 28, sono stato scarso in Diritto Privato Comparato del quinto anno che ho preso 20/30.

LUCA BERTAZZONI Ma lei li ha mai fatto questi esami?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, io non ho mai fatto un esame, facevo come delle interrogazioni.

LUCA BERTAZZONI Durata dell’esame?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Potevano durare 10, 15 minuti.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo la fuga in macchina del Magnifico Rettore, il professor Grappeggia ci invita nella sede milanese dell’università telematica.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Io sono Presidente dell’Università Popolare degli Studi di Milano, sono il leader.

LUCA BERTAZZONI Lei è professore, giusto?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Sì, insegno.

LUCA BERTAZZONI Cosa insegna?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Materie umanistiche.

LUCA BERTAZZONI Io l’ho cercato, diciamo, nell’elenco dei professori universitari e non c’è.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, non sono professore.

LUCA BERTAZZONI “Professore”, diciamo, così si chiama.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, così, così no. Non lo accetto, Luca, non lo accetto.

LUCA BERTAZZONI No, così perché non risulta in nessun elenco.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Così cosa?

LUCA BERTAZZONI Allora pure io mi chiamo “professore” d’ora in poi.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma non ti permettere, ma cosa vuoi dire, Luca?

LUCA BERTAZZONI Mi ha contattato una persona che sostiene di aver, di essersi laureato con voi senza aver fatto neanche un esame.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Posso chiederti il nome?

LUCA BERTAZZONI Non posso dirglielo.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Allora facciamo un giochino, ti leggo nella mente. Posso andare un attimo di là?

LUCA BERTAZZONI Certo, prego

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Con permesso, arrivo subito. Dai, dai! Yes!

LUCA BERTAZZONI Che gioco vuole fare?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ho atti che viene a fare gli esami. Ha fatto dei bonifici? Sì, e abbiamo fatto le ricevute.

LUCA BERTAZZONI Lui sostiene che si è laureato in sei mesi.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Sì, si è laureato in sei mesi. Ma è logico che se mi arriva uno con una laurea, nella nostra giurisprudenza internazionale ti riconosco una serie di esami.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il libretto universitario dello studente, però, dice un’altra cosa: non risulta una precedente laurea, come sostiene il professor Grappeggia, ma solo quattro esami riconosciuti nel 2016. E poi, una serie di esami sostenuti nel corso di quattro anni, fino ad arrivare alla laurea del 2021, unico anno in cui c’è traccia dei bonifici.

LUCA BERTAZZONI Il primo bonifico che lei fa per questa università è datato?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO 2021. Sono partiti dall’anno 2016 per poter giustificare, poi, la laurea avvenuta nel 2021, io nel 2016 ancora non mi ero iscritto.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Siamo un’università internazionale, siamo affiliati con altre università.

LUCA BERTAZZONI Del Burkina Faso e della Costa d’Avorio.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Sì, perché? Perché devo sentire: “Mancano quelli del Congo, mancano quelli del Congo”, io li ho sentiti al ministero. Ma ragazzi, il mondo è cambiato, siamo nel 2023. È finita l’identità statica, l’immigrazione c’è, i barconi li vediamo. Ma avete un po’ di visione?

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Questa università popolare che sarà, immagino, un’associazione qualunque, è affiliata all’Università di Ouagadougou, non lo so, un’università del Burkina Faso. Ed è affiliata anche all’Università di Bouakè.

LUCA BERTAZZONI Costa d’Avorio.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO “Quest’università vuole contribuire a costruire un mondo migliore” anche tramite una società inglese.

LUCA BERTAZZONI Di questa società inglese cosa scopriamo?

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Ha tre sterline di capitale e non ha niente.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Università affiliate ad altre che hanno tre sterline di capitale sociale e vogliono, ambiscono, anche di cambiare e migliorare il mondo. Buonasera. Parliamo dell’Università popolare degli studi di Milano che però ha un contenzioso aperto con il ministero dell’Istruzione da quando è nata, ben 12 anni. Le università popolari hanno come mission divulgare la conoscenza, la cultura tra il popolo attraverso conferenze, dibattiti, libri, opuscoli. Il caso dell’Università popolare degli studi di Milano è un po’ particolare. Nasce con una presa d’atto da parte del sottosegretario all’Istruzione del 2011, governo Berlusconi, Guido Viceconte. Ecco, e secondo il ministero, essendo una presa d’atto, non un atto amministrativo, non potrebbe rilasciare titoli di studio scolastici né accademici sul territorio italiano. Di diversa opinione è l’Università popolare degli studi di Milano che dice: no, noi possiamo rilasciare titoli studi stranieri diversamente riconosciuti perché siamo affiliati a delle università del Burkina Faso e della Costa d’Avorio. Inoltre, abbiamo tra gli studenti molti che sono poi entrati nelle forze dell’ordine e molti anche nei servizi segreti. Ma che università è? Il nostro Luca Bertazzoni con la collaborazione della nostra Marzia Amico.

SIGLA LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La sede romana dell’Università Popolare degli Studi di Milano si affaccia sul mare di Ostia e non è nient’altro che lo studio del Magnifico Rettore, l’avvocato Giovanni Neri. Nel Senato Accademico spiccano Sua Altezza Antonino D’Este Orioles, gran maestro dell’ordine dei santi Contardo e Giuliano, il professor Vincenzo Mastronardi, ex docente della Sapienza nonché esperto del Consiglio Superiore di Sanità, e il professor Robert Milne, per oltre quarant’anni collaboratore di Scotland Yard e ora preside della Corporate University. Nei siti dell’università risultano inoltre due codici fiscali.

LUCA BERTAZZONI Questi codici fiscali sono validi per l’Agenzia delle Entrate ma non per la Camera di Commercio, non risultano.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma non facciamo mica commercio.

LUCA BERTAZZONI Eh, siete un’associazione?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Associazione, assolutamente.

LUCA BERTAZZONI Quindi non possiamo sapere quali sono i vostri bilanci, per esempio

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Basta chiederli.

LUCA BERTAZZONI Eh. Come vanno?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Fatturiamo sotto il milione di euro, siamo sui 900

LUCA BERTAZZONI Avete tanti studenti?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Credo 4mila.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Sul fatturato dichiarato dal professor Grappeggia bisogna fidarsi, ma qualcosa non torna perché, per arrivare ai 900mila euro dichiarati, i 4mila studenti pagherebbero in media 225 euro a testa l’anno.

LUCA BERTAZZONI In tutto quanto ha pagato?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO 12mila euro. Questo è un bonifico di 6mila euro, addirittura è la fattura numero 428 del 2021, nonostante sia stata fatta agli inizi dell’anno. Questo è il diploma di laurea in cui c’è scritto “Università popolare dal 1901”, pergamena, velluto, Repubblica Italiana. Per me questa laurea è una laurea vera. Sono andato presso uno studio legale dicendo: “Guardi, io sono laureato in Giurisprudenza, vorrei iniziare il tirocinio”. Questo avvocato mi dice: “Guarda che la tua laurea non vale nulla perché non è riconosciuta dal Mur”.

LUCA BERTAZZONI Convenzione con lo Stato Maggiore del ministero della Difesa.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Certo.

LUCA BERTAZZONI Avete o avevate?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Avevamo.

LUCA BERTAZZONI Quanto è durata?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO 12-13 anni.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Questo è il documento che dimostra la convenzione fra l’Università e lo Stato Maggiore del Ministero della Difesa, che in una mail ci ha confermato di averla stipulata nel 2009 e poi disdetta qualche anno fa. Ma per un ministero che li ha formalmente riconosciuti, stipulando una convenzione, tanti altri non lo hanno fatto.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO È un contratto, uno scritto di tante pagine, forse alla fine si capisce che è un contratto di associazione perché dice che lo studente chiede lo status di socio non votante o di socio votante. Lo studente è studente, se è studente. Se è socio di un’associazione, è associato dell’associazione.

LUCA BERTAZZONI Lei nel contratto scrive: “Il titolo finale non sempre garantisce la spendibilità presso altro ateneo o il suo riconoscimento”.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Certo!

LUCA BERTAZZONI Cioè mette un attimo le mani avanti.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma cosa fareste voi? Gli dico: “Vuoi fare un concorso pubblico?”. Non ti garantisco nulla. “Vuoi essere preso da un altro ateneo?”. Faccio un passo indietro, anche se l’autorizzazione ce l’ho.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’autorizzazione di cui parla il professor Grappeggia è in realtà una presa d’atto ministeriale ottenuta dopo tanta fatica e tante porte chiuse in faccia.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Facciamo tre anni di istruttoria.

LUCA BERTAZZONI Al ministero.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Al ministero

LUCA BERTAZZONI Lei dopo tre anni riesce ad ottenere questo “ok” dal ministero, dal sottosegretario Viceconte. Lei come arriva a Viceconte?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Dalla segreteria, dal Direttore Generale, dalla Gelmini.

LUCA BERTAZZONI Lei ha stretto la mano a Viceconte quando le ha dato l’ok?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il dottor Guido Viceconte, oltre a essere un prestigioso gastroenterologo, è stato un parlamentare di Forza Italia per 25 anni.

LUCA BERTAZZONI Dottor Viceconte, buonasera.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Ehi, ciao.

LUCA BERTAZZONI Come sta? Tutto bene?

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Che ci fai qua?

LUCA BERTAZZONI Cercavo lei.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Perché? Che è successo?

LUCA BERTAZZONI È tornato a fare il suo lavoro.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 No, io faccio il medico.

LUCA BERTAZZONI Eh, il suo lavoro intendevo il medico, non più il politico. Però prima si era occupato, fra le varie cose, anche di università, no

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Sì.

LUCA BERTAZZONI È stato sottosegretario, si ricorda?

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Sì, come no

LUCA BERTAZZONI Lei però ha firmato questo foglio, se lo ricorda?

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Che cosa?

LUCA BERTAZZONI Università Popolare degli Studi di Milano.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Ma non mi ricordo proprio, guarda.

LUCA BERTAZZONI Grazie a questa sua firma, no, che c’è qua, sostiene che può rilasciare titoli accademici per conto di un’università con sede nel Burkina Faso e una nello Stato della Costa d’Avorio.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Guarda, non mi ricordo niente.

LUCA BERTAZZONI No, vabè, siccome è un atto importante che lei ha firmato.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Ma che anno era?

LUCA BERTAZZONI 2011, lei due giorni prima di finire il suo incarico da Sottosegretario firma questo pezzo di carta.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Io credo che tutto quello che ho fatto, l’ho fatto in maniera regolare. Però qui non mi ricordo

LUCA BERTAZZONI La firma la riconosce, questo soltanto?

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 La firma è la mia.

LUCA BERTAZZONI Lei firma cose a caso o firma cose leggendole?

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 No, cose a caso mai. Tu sei una persona pure simpatica, non mi far fare cose inutili.

LUCA BERTAZZONI Ma non è inutile, è un foglio suo, che ha firmato lei.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Ciao, statti bene.

LUCA BERTAZZONI Arrivederci

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Mi ha fatto piacere rivederti.

LUCA BERTAZZONI Anche a me, però volevo capirci qualcosa in più.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Ma non c’è niente da capire, guarda, è tutto regolare.

LUCA BERTAZZONI Tutto regolare? Il ministero poi li ha diffidati questi dal dire che possono rilasciare titoli.

GUIDO VICECONTE - SOTTOSEGRETARIO MINISTERO ISTRUZIONE 2010 - 2011 Io imbrogli nella mia vita non li ho mai fatti.

LUCA BERTAZZONI Per riassumere la posizione del ministero, si sono resi conto che quella presa d’atto firmata dall’allora sottosegretario Viceconte per loro è una presa d’atto e non un’autorizzazione. Voi dite: “Noi siamo un’università”.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Un’università nella modalità che ci hanno dato loro.

LUCA BERTAZZONI La modalità che vi hanno dato loro, però, dice, prevede che non siano validi i vostri titoli.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma dove è scritto? Fammelo vedere.

LUCA BERTAZZONI Il ministero mi ha detto che c’è una controversia in corso.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Il ministero può dire quello che vuole, lui lo dice e io li denuncio.

LUCA BERTAZZONI Ci sta questa multa di 50mila euro dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Oddio, oddio.

LUCA BERTAZZONI Spiccioli per voi, immagino. Però, loro sostengono che vi accreditate come un’università vera e propria e i titoli hanno lo stesso valore degli altri. Questo, cioè, io la riassumo come se fosse una pubblicità ingannevole.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Uno può pensare: “Sì, fate i furbetti”. Uno può pensare come gli pare.

LUCA BERTAZZONI Ma io non dico questo, sembra che ha la coda di paglia. Non ho mai detto che fate i furbetti, ho detto che giocate sull’ambiguità.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Volete farmi una revoca? Fatemi la revoca. Con 5mila studenti in giro per l’Italia…

LUCA BERTAZZONI Non si scherza.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma ragazzi, ma sai quanti sono in posti istituzionali? Nei Servizi Segreti quanti ne abbiamo? Al ministero della Difesa quanti ne abbiamo? La domanda è: “Puoi esercitare o non puoi esercitare”.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Già, bella domanda. Il sottinteso è “provate, adesso, a non riconoscere più un titolo che abbiamo assegnato a un uomo delle Forze dell’Ordine o a uno dei Servizi Segreti, che magari ha anche scalato e raggiunto incarichi apicali”. Ora, tra il ministero dell’Università e l’Università popolare degli studi di Milano c’è un contenzioso aperto da 12 anni, dopo che era stato, dopo che l’università era nata con una presa d’atto del sottosegretario all’Istruzione Guido Viceconte, governo Berlusconi, e non con un atto amministrativo. Per questo, il governo successivo, ministro Profumo, governo Monti, invia una diffida all’università: non potete rilasciare titoli accademici o scolastici sul territorio. Insomma, però, questo contenzioso dura da 12 anni. Perché dura così tanto? Perché non ci mettiamo una parola fine visto che nel frattempo, come ci ricorda il presidente dell’università, sono stati formati ben 5000 studenti che vantano questi titoli. È stata anche stipulata, nel frattempo, una convenzione con il ministero della Difesa: l’Università popolare degli studi di Milano inviava i propri iscritti a fare uno stage all’interno del ministero. E abbiamo chiesto: ma la convenzione prevedeva anche la possibilità, da parte del personale del ministero, di conseguire titoli dall’università? Ci hanno detto: no, non è così. Poi abbiamo anche però chiesto se il ministero, invece, riconosce i titoli di studio conseguiti presso l’università nell’ambito dei concorsi interni: ecco, su questo non ci hanno risposto, hanno detto che erano troppo impegnati nell’organizzazione della parata del 2 giugno. Quando ci risponderanno, daremo atto. Nel frattempo, insomma, passiamo, invece, a un’altra università telematica, la fucina dei cervelli politici: se ne sono laureati ben cinquanta, è l’Unicusano di Stefano Bandecchi, diventato appena sindaco di Terni, che utilizza quest’università come un pozzo senza fine a cui attingere soldi per le sue attività commerciali e anche per le carriere politiche, compresa la sua perché ambisce a diventare il nuovo Silvio Berlusconi. THE NEW “MISTER B” Di Luca Bertazzoni Collaborazione di: Marzia Amico Immagini di Giovanni De Faveri, Andrea Lilli, Marco Ronca e Paco Sannino Ricerca immagini: Alessia Pelagaggi Montaggio: Igor Ceselli Grafica: Giorgio Vallati

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Aspetta, no, aspetta. Lui è di Report e non possiamo dirgli niente.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A Terni va in scena il comizio finale di Stefano Bandecchi, candidato sindaco di Alternativa Popolare, il partito fondato nel 2017 da Angelino Alfano e ora nelle sue mani con tanto di finanziamento di 100mila euro da parte dell’Università Niccolò Cusano.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI - COMIZIO TERNI 26 MAGGIO 2023 Io che non avevo nemmeno la bicicletta, io che non ho mai avuto nulla nella vita e che ho costruito per conto mio prima sognando, poi realizzando e poi mantenendo. Bisogna votare per qualcosa di diverso e di nuovo, bisogna votare per Stefano Bandecchi. Grazie. “Bandecchi io sto con te perché io sono il futuro di questa città”: fate un applauso a lui e a tutti i bambini come lui. Ora diranno che Bandecchi come Mussolini fa queste cose, qui poi oggi è venuto anche Report signori, dov’è il mio nemico di Report? È là seduto, sta preparandomi la festa per lunedì sera.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E invece a far festa è stato proprio Bandecchi, diventato a sorpresa sindaco di Terni, battendo il candidato di centro-destra.

LUCA BERTAZZONI È il nuovo Berlusconi da oggi, ufficialmente, no

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Berlusconi era Berlusconi, io sono io, ognuno ha la propria storia. Io ho cominciato da un comune.

LUCA BERTAZZONI Certo, no, però dicevo, la politica, la squadra di calcio, i mezzi di comunicazione, imprenditore…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Sa quante persone… Mettiamoci un avviso di garanzia, eh

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il coro da stadio che accompagna il neoeletto sindaco di Terni Stefano Bandecchi, insomma, la dice lunga sui segreti della sua vittoria. A guardare bene anche ciò che è alla base dell’avviso di garanzia. È indagato, Stefano Bandecchi, perché ha utilizzato i soldi, avrebbe utilizzato i soldi incassati dalla sua università, le rette degli studenti che sono esentasse, invece di riutilizzarli in attività connesse all’università, li avrebbe utilizzati in attività commerciali e anche per fare carriere politiche, compresa la sua. Ora, non è così campato in aria il paragone e l’ambizione di voler diventare il nuovo Silvio Berlusconi, perché entrambi sono imprenditori di successo, poi posseggono tv, radio, squadre di calcio. Li accomuna soprattutto la passione per la politica. Bandecchi è coordinatore nazionale del partito Alternativa Popolare, quello che era stato fondato da Angelino Alfano nel 2017. Bandecchi l’ha rivitalizzato e poi lo ha finanziato in poco tempo di 100mila euro, soldi prelevati da Unicusano di cui è fondatore e anche presidente del Consiglio di amministrazione. Ora, la politica è stata fondamentale nel moltiplicare le università telematiche nel nostro Paese e un ruolo l’ha avuto proprio il ministro dell’Istruzione del governo Berlusconi, Letizia Moratti, che ha dato il via. Insomma, l’idea era quella di poter rendere accessibile la formazione e l’istruzione anche a coloro che per motivi di lavoro o per motivi di logistica non potevano frequentare. Solo che tra aprile e maggio del 2006 la situazione è un po’ scappata di mano: ha approvato ben cinque università telematiche, tre l’ultimo giorno, quando Silvio Berlusconi si era già dimesso. Sul filo di lana è stato approvato, è stata approvata anche Unicusano di Stefano Bandecchi. Ecco, per questo Bandecchi sarà eternamente grato a Silvio Berlusconi. È diventato il maggior finanziatore del partito di Forza Italia dopo il Cavaliere, 150mila euro, altri 100mila euro a Tajani. E poi, insomma, ha anche allargato lo sguardo alla Scuola di alta formazione politica del Cavaliere, ha stretto una convenzione con Unicusano e la sua università, negli anni, si è trasformata nella più grande fucina di cervelli politici del Paese. LUCA BERTAZZONI Presidente Moratti buonasera, sono Luca Bertazzoni di Report. Senta, noi ci stiamo occupando delle università telematiche, che lei istituì con decreto ministeriale nel 2003. Volevo farle due semplici domande: perché nel 2006, con il governo Berlusconi, che era già caduto, nell’ultimo mese, lei firmò l’autorizzazione per cinque università telematiche? Glielo posso chiedere solo questo? Perché firmò le autorizzazioni quando il governo era già caduto?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In Italia le università telematiche sono state istituite con un decreto firmato da Letizia Moratti nel 2003. Nei due anni successivi ne nascono cinque, la vera esplosione avviene però nel 2006 quando, come ultimo atto, il ministro Moratti firma l’autorizzazione per altre cinque.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La nostra pubblicazione in Gazzetta è del 10 maggio del 2006, il giorno dopo si insediò il governo di centro sinistra e il ministro Mussi.

LUCA BERTAZZONI Che situazione trovò nel 2006?

FABIO MUSSI - MINISTRO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA 2006 - 2008 Trovai 11 università telematiche in esercizio e altre cinque in via di riconoscimento.

LUCA BERTAZZONI L’ex ministro Moratti le approvò quando il governo Berlusconi era già caduto.

FABIO MUSSI - MINISTRO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA 2006 - 2008 Era già caduto, sì. E quindi fermai il riconoscimento delle ulteriori cinque.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Mi ricordo di aver detto che Mussi era di Piombino, io di Livorno e che non ho mai visto uno di Piombino più cattivo di uno di Livorno perché Mussi disse che ci avrebbe fatto chiudere tutti.

FABIO MUSSI - MINISTRO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA 2006 - 2008 Io non è che per principio ce l’ho con le università telematiche, però non bisogna esagerare, perché l’università non è solo un cursus per prendere un pezzo di carta.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il professor Antonio Vicino è stato presidente del Consiglio Universitario Nazionale, organo consultivo del ministero dell’Università e della Ricerca, che si occupa delle università telematiche.

ANTONIO VICINO - PRESIDENTE CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE 2019 - 2023 Il processo di accreditamento è un processo in genere abbastanza complesso. Io nei quattro anni di presidenza Cun ho sempre cercato di lanciare questo messaggio al decisore politico: mettiamo pochi paletti, ma non aggirabili.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Quando le regole sono confuse è il politico ad avere in mano un’ampia discrezionalità decisionale. Ed è a lui che si rivolge l’imprenditore.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 Io lavoro per questa università, che debba andare a trovare il signor Silvio Berlusconi perché poi se no questa università viene chiusa o che debba andare a trovare Salvini o che debba andare a trovare… Ditemi il nome di un comunista, per favore? Letta, perfetto: ci vado uguale. Oppure un Cinque Stelle.

LUCA BERTAZZONI Volevo capire se secondo lei è opportuno che lei, che di fatto ha un’università, finanzi a destra e a sinistra la politica, che è quella che poi, alla fine, decide anche molto banalmente sulle questioni delle università telematiche.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Lei ha ragione. La politica non dovrebbe essere finanziata dai privati, per me la politica dovrebbe essere finanziata dallo Stato: quando i partiti sono finanziati dai privati, i partiti sono costretti a fare qualcosa.

LUCA BERTAZZONI Lei ha finanziato Forza Italia, no, nel 2019, 2020 e 2021.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Penso sia un vanto di essere stato dopo la famiglia Berlusconi il secondo finanziatore di Forza Italia. Attualmente il ministro dell’Università chi è, scusi? La senatrice Bernini, una persona che io conosco perfettamente, una persona che io stimo. Pensi che è l’onorevole Bernini ad avermi presentato a Silvio Berlusconi. LUCA BERTAZZONI In un’altra intervista ha detto che era Tajani, però...

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI L’onorevole Bernini ha stimolato Tajani, il giorno che Tajani mi ha chiamato, la Bernini e Tajani erano insieme a Silvio Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Noi ci stiamo occupando di Unicusano, l’università telematica. Lei ha ricevuto nel 2019 un finanziamento per 100mila euro, volevo capire quali sono i suoi rapporti con Bandecchi.

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Tutto regolare, tutto fatto nel rispetto assoluto della legge come ho fatto in tutta la mia vita.

LUCA BERTAZZONI Quello è chiarissimo però anche Forza Italia, il partito di cui lei è coordinatore, ha ricevuto nel corso degli anni 150mila euro di finanziamenti. Io mi domandavo… tutto lecito

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Tutto lecito, vedi la legge, l’importante è rispettare la legge nella Repubblica Italiana.

LUCA BERTAZZONI Le domandavo semplicemente sull’opportunità morale oltre che politica di ricevere finanziamenti da un’università su cui voi legiferate.

LUCA BERTAZZONI Nelle scorse regionali del Lazio aveva finanziato per 60mila euro Rocca, il candidato di centro destra.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Gliene volevamo dare 60mila, gli avevamo fatto un bonifico da 10mila. Rocca ce lo ha gentilmente rimandato indietro perché ha detto che se la Finanza ha detto che eravamo dei criminali, eravamo dei criminali. LUCA BERTAZZONI E lei, però, poi, diciamo, dopo che è uscita questa notizia, ha detto: “ma io volevo finanziare anche D’Amato del Pd”.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Sì, è vero. Ma anche D’Amato non ha voluto i nostri soldi.

LUCA BERTAZZONI Poi nel 2022 si butta più su Di Maio e a Impegno Civico gli dà 30mila euro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Finanzio anche Di Maio come finanzio anche altri, come ho finanziato anche persone del Pd.

LUCA BERTAZZONI Non ha mai voluto dire i nomi, ma perché? Per privacy?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Perché non li so a memoria.

LUCA BERTAZZONI Uno generalmente finanzia, diciamo, una parte politica, no. E invece perché lei no?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Io sono un uomo centrista, sono un popolare, sono una persona che pensa che al centro sta la virtù.

LUCA BERTAZZONI E lei, infatti, si voleva candidare a un certo punto per le scorse politiche con il Terzo Polo. Renzi disse…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Renzi disse ok e Calenda disse che ero un fascista. Avevo una maglietta addosso, una maglietta dei paracadutisti, siccome io non sono mai stato fascista, non mi ero mai accorto che quelle frasi erano anche fasciste. Detto questo, però, le posso dire che ci sono tanti onorevoli che si sono laureati qua. Sì.

LUCA BERTAZZONI Tanti?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Credo molto più di cinquanta.

LUCA BERTAZZONI Molto più di cinquanta?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Hanno pagato tutti la retta, quindi…

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Uno dei politici che sicuramente ha pagato la retta a Bandecchi è l’europarlamentare della Lega Angelo Ciocca, famoso a Strasburgo per aver imbrattato con una scarpa il foglio del discorso in cui Moscovici bocciava la manovra finanziaria italiana.

LUCA BERTAZZONI A febbraio 2016 si è laureato e nel 2019 Bandecchi l’ha finanziata.

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD L’università

LUCA BERTAZZONI L’università, scusi

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD È un finanziamento di un’università privata…

LUCA BERTAZZONI …a un politico che si è laureato nella stessa università.

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD Che finanzia uno studente in un percorso di ricandidatura, perché io ero un deputato uscente.

LUCA BERTAZZONI L’hanno finanziata in quanto politico, perché non è che finanziano tutti quanti gli studenti così, tutti quanti

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD Secondo me è quello che fanno tutti gli imprenditori, cioè investono su un capitale che hanno conosciuto come studente.

LUCA BERTAZZONI Lei l’ha ringraziato Bandecchi dopo questo finanziamento?

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD Io non ho ringraziato nessuno, nel senso che non c’è un motivo per il quale lui ha avuto un vantaggio da una mia attività. L’elemento di forza del finanziamento è finanziare uno studente.

LUCA BERTAZZONI Si è laureato nel 2016 e l’ha finanziata nel 2019.

ANGELO CIOCCA - EUROPARLAMENTARE LEGA NORD Ero iscritto come politico, ero studente come politico e quindi lui mi ha finanziato come studente e come politico.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Alla fine, il politico Ciocca ha ricevuto finanziamenti per 80mila euro, sicuramente più di quanto abbia pagato lo studente Ciocca. È andata peggio al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida che, nonostante una laurea ad Unicusano, non ha ricevuto finanziamenti.

LUCA BERTAZZONI Perché ha scelto di laurearsi in un’università telematica?

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA - MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLA SOVRANITA’ ALIMENTARE Io ho iniziato i miei studi alla Sapienza e ho fatto un lungo percorso di studio e di militanza politica anche alla Sapienza conseguendo anche, diciamo, discreti risultati in termini di media, dopodiché ho messo al mondo dei bambini mentre lavoravo e quindi, come tanti altri italiani ho fatto un’università…

LUCA BERTAZZONI ha preferito, diciamo, continuare la telematica

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA - MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLA SOVRANITA’ ALIMENTARE ho fatto un’università che mi permettesse di laurearmi anche mettendo insieme i soldi per mandare avanti la famiglia.

LUCA BERTAZZONI Si è trovato bene e alla luce di quest’inchiesta…

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA - MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLA SOVRANITA’ ALIMENTARE Io non conosco gli esiti di quest’inchiesta, mi sono laureato ben prima e non conoscevo il signor Bandecchi.

LUCA BERTAZZONI Si è trovato bene comunque all’Unicusano?

FRANCESCO LOLLOBRIGIDA - MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLA SOVRANITA’ ALIMENTARE Era una delle università più prestigiose fra quelle telematiche.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Talmente prestigiosa che ha allargato il campo anche a chi vuole entrare in contatto con la politica. A villa Gernetto, una delle tenute di proprietà di Silvio Berlusconi, ha sede l’Universitas Libertatis.

MARZIA AMICO Io chiamo per avere delle informazioni sul corso di alta formazione politica dell'Universitas Libertatis…

CALL CENTER UNIVERSITAS LIBERTATIS Per iscriversi è tutto online direttamente dal sito dell'Universitas Libertatis e l'erogazione del corso è tutta telematica.

MARZIA AMICO Quindi c’è una convenzione con l'università Niccolò Cusano?

CALL CENTER UNIVERSITAS LIBERTATIS Al momento c'è, la rinnovano mensilmente.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Berlusconi voleva ricreare una scuola politica, ho tutta una serie di lettere con lui interscambiate per dire facciamo questa cosa, anche perché io ho usato un nome che era suo da sempre, Universitas Libertatis, lui l’aveva proposta già dieci anni prima. Allora io costituii praticamente questa società, si chiama…

LUCA BERTAZZONI SB 2 Srl.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Bravissimo. Doveva entrarci dopo anche Berlusconi, poi le cose fra me e Berlusconi si sono un po’ raffreddate.

LUCA BERTAZZONI Dopo l’inchiesta?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Prima. Perché non stavo molto simpatico alla senatrice Ronzulli, e la senatrice Ronzulli allora ritenne evidentemente di dovermi allontanare dal gruppo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Tuttavia, Bandecchi continua ad avere un occhio di riguardo per il mondo azzurro di Forza Italia. CALL CENTER UNIVERSITAS LIBERTATIS Il corso ha il costo di 100 euro.

MARZIA AMICO Ma qui sul sito leggo che il costo è di 3000 euro l’anno.

CALL CENTER UNIVERSITAS LIBERTATIS No, può anche iscriversi tramite la modalità “studente azzurro” e il corso lo paga 100 euro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Se uno vuole diventare studente azzurro, ma è chiaro che può essere un impiccio, voglio dire, lei potrebbe non voler diventare uno studente azzurro… Allora c’è una retta normale.

LUCA BERTAZZONI Da 3mila.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Da 3mila euro

LUCA BERTAZZONI Se no studente azzurro 100 euro, conviene.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ma lei diventerebbe studente azzurro?

LUCA BERTAZZONI Io personalmente no, perché non ho più l’età, diciamo, per diventare studente azzurro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ma non è vero.

MARZIA AMICO Alla fine del corso quale titolo mi viene rilasciato?

CALL CENTER UNIVERSITAS LIBERTATIS È un attestato di frequenza. Trova tutto il materiale già sul corso, una volta che ha completato e visualizzato tutto il materiale, le appare questo test che è un test di autovalutazione che può fare quante volte vuole.

MARZIA AMICO Corso alta formazione politica, studente azzurro: richiesta di iscrizione inviata con successo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Durante il corso di formazione politica vari tutor si alternano per insegnare le strategie per diventare un candidato modello.

GABRIELLA ATTIMONELLI - PSICOLOGA Un personaggio politico ha la possibilità di diventare una celebrità, una star in politica. Ci sono anche le raccomandazioni, certo: ma nessun partito farebbe una lista di soli raccomandati.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E poi si passa alla lezione sull’importanza del corpo nella politica.

SARA NEGROSINI - PSICOSESSUOLOGA Sono una psicologa, psico-sessuologa e psicoterapeuta ad approccio umanistico e bioenergetico. È bene aprire una conversazione con l’emozione della gioia facendo un sorriso sentito. Questa apertura, per esempio, di Putin ci dice: “ho paura di te”.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Finalmente arriva il momento dell’esame.

MARZIA AMICO Che cos’è un partito politico? È un’associazione con finalità sportive senza scopro di lucro? È un ente che rappresenta le parti in un rapporto di lavoro? È un’associazione fra persone accomunate da una medesima visione? Direi che è questa. Invia tutto e termina: completato.

LUCA BERTAZZONI C’è tanta gente iscritta?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI C’era tanta gente, ma poi le cose fra me e Berlusconi non sono andate bene, quindi gli iscritti sono scemati.

LUCA BERTAZZONI Ma quindi funziona ancora o no? Funzionicchia…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Funzionicchia. Sta per essere chiusa e io non l’ho ancora chiusa per rispetto a Silvio Berlusconi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il rispetto che deve a chi gli ha consentito di esistere. Per questo ha finanziato negli anni Forza Italia, il suo coordinatore Tajani, ha allargato lo sguardo su Villa Gernetto, che è la sede dell’Universitas Libertatis, che è il Corso di alta formazione politica voluto da Silvio Berlusconi. Insomma, lì trovi dei, con cui Bandecchi ha stretto una convenzione, trovi tutor per formarti come candidato modello. Se ti iscrivi come studente azzurro, quindi come possibile iscritto a Forza Italia, paghi 100 euro, altrimenti 3000. E tra i tutor che ti insegnano a diventare il perfetto candidato modello c’è anche una psico-sessuologa, psicoterapeuta ad approccio umanistico e bioenergetico, cioè serve a insegnarti a usare il corpo quando scendi, poi, in politica. È un vecchio pallino quello di Silvio Berlusconi di avere un’università di formazione liberale, politica, sul modello delle Frattocchie del vecchio Pc ma di destra. Ecco, a questa scuola avrebbe dovuto anche partecipare con una lezione Putin, poi ha invaso l’Ucraina ed è saltato tutto. Tornando, invece, a Bandecchi abbiamo visto che ha cercato un po’ di finanziare tutti, non sempre gli è riuscito, perché vuole essere, dice, un punto di riferimento del centro. Singolare, però, è l’episodio del finanziamento del leghista Angelo Ciocca, che è stato, insomma, uno studente, si è laureato a Unicusano, poi si è candidato alle Europee nel 2019, Bandecchi l’ha finanziato, con i soldi di Unicusano, per 80mila euro. Ora, Ciocca dice: è il gesto, quello di Bandecchi, di un imprenditore che punta, investe, sulle qualità umane che è riuscito ad apprezzare ai tempi di quando ero studente. Però, Bandecchi il vero capolavoro lo compie quando utilizza i soldi dell’università, esentasse, autorizzati dalla politica, per scendere in politica. Insomma, in poco tempo finanzia con 100mila euro Alternativa Popolare, di cui è diventato coordinatore nazionale. Poi aveva acquistato anche la Ternana per aumentare la sua popolarità e quella dell’università e ci ha investito circa 30 milioni di euro per coprire le perdite. Il problema, secondo la Guardia di Finanza, è che quei soldi sono stati incassati dall’università esentasse, sono le rette pagate dagli studenti, e andrebbero investite nelle mission dell’università, insegnamento, ricerca, ricerca applicata all’economia del paese. Qui, invece, sarebbero stati investiti in attività commerciali e per questo dovrebbe pagare le tasse. Ora, Bandecchi, però, gestisce anche la televisione, le radio di Unicusano e queste appartengono alla mission dell’università. E che idea ha dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione il politico e manager Bandecchi e, soprattutto, del rispetto dei lavoratori che idea ha?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’università Niccolò Cusano è proprietaria di una radio e di un canale televisivo. E quando Bandecchi le ha comprate, aveva le idee ben chiare su come utilizzarle.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – REGISTRAZIONE RIUNIONE DICEMBRE 2019 La televisione e la radio sono i miei due punti di forza. È come una pistola, io non la devo usare per forza, però tu sappi che io ce l’ho. Te la posso sparare addosso, non mi frega un cazzo e lo faccio. Voglio far paura agli altri, cioè, queste cose mi devono servire per dire: “Caro ministro, io non chiedo un cazzo. Però non mi tratti di merda perché posso diventare stronzo, fine!”. LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’interesse di Bandecchi per i mezzi di comunicazione è nato tanti anni fa in un piccolo studio radiofonico di Roma.

SPEAKER ELLE RADIO Elle Radio, diversa e originale.

EZIO LUZZI - EX RADIOCRONISTA “TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO” Un cordiale saluto gentili ascoltatori di Elle Radio, entriamo in collegamento con Tonino Raffa.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ezio Luzzi, storica voce della trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto”, era il proprietario delle frequenze da cui trasmette Radio Cusano Campus.

EZIO LUZZI - EX RADIOCRONISTA “TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO” Bandecchi ha cominciato proprio qui, in questa emittente, che allora si chiamava Nuova Spazio Radio. Ci è stato dietro per mesi, voleva comprare la radio e alla fine gli ho detto: “guarda, la radio non te la posso dare tutta, semmai ti posso dare la frequenza”.

LUCA BERTAZZONI E poi che è successo?

EZIO LUZZI - EX RADIOCRONISTA “TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO” Poi è successo che a un certo punto si è impossessato delle attrezzature e si è messo lì a trasmettere.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo tanti anni e tante cause in tribunale la situazione fra Luzzi e Bandecchi non è ancora risolta.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Dopo che abbiamo fatto l’ultimo versamento che il tribunale ci aveva ordinato, noi abbiamo fatto firmare un documento che dice: “Non ti dobbiamo nient’altro”, ma sono iniziate altre trenta cause. LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nata nel 2014, Radio Cusano Campus si è ormai ritagliata uno suo spazio nell’etere con programmi dedicati principalmente all’economia e alla politica ma Bandecchi non è soddisfatto.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 La radio e la televisione chiudono: voi da domani non avrete più un lavoro.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS A novembre del 2021 ci convoca Bandecchi in una riunione presso l’università nell’aula magna che si è svolta tra l’altro in filodiffusione.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 Sono incazzato con tutti voi per lo schifo che avete fatto fino ad oggi, per aver distrutto un mio progetto fantastico. Io credo che tutto questo possa battere la Fininvest, la Rai e Sky perché io sono bravo. Io vinco, dove cazzo vado, vado, io vinco: sono sveglio, intelligente, cattivo. Io nel mondo dell’editoria sono una potenza, Berlusconi come imprenditore mi dice: “complimenti perché tu hai due coglioni così”.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Li ho licenziati la sera alle sette e li ho riassunti la mattina dopo perché non avevano voglia di lavorare e avevano perso lo spirito del lavoro.

LUCA BERTAZZONI Nell’arco della notte mi sta dicendo che ci ha ripensato e li ha riassunti?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI No, non ci ho ripensato, lo sapevano già. È un gesto per far capire che riparte un mondo nuovo.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Ci licenziamo firmando una conciliazione sindacale con l’Ugl nella quale c’era scritto intanto che eravamo nella sede dell’Ugl

LUCA BERTAZZONI Non era vero?

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS E invece ci trovavamo lì. Che avevamo avuto delle rimostranze nei confronti dell’azienda e non esiste una mia mail o di nessun altro che avesse mai scritto o detto una cosa del genere. E che rinunciavamo a eventuali cause per aver lavorato con contratti ovviamente non consoni. Ci davano dei soldi per ovviamente eliminare il pregresso che erano pari al nostro Tfr.

LUCA BERTAZZONI Cioè, avete rinunciato al pregresso in cambio del Tfr che era una cosa dovuta per legge…

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Comunque, era una cosa dovuta per legge. Alla fine, mi fanno un altro contratto peggiorativo, cioè andavo a lavorare più ore con uno stipendio uguale, ma solo grazie alla tredicesima spalmata, i bonus.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ma oltre alle clausole scritte nel nuovo contratto ce n’è una che Stefano Bandecchi comunica a voce ai suoi dipendenti.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 Potete rientrare tutti a lavorare, il presupposto è l’ubbidienza. Se non hai capito cosa vuol dire ubbidienza, non potrai fare un cazzo nella vita.

LUCA BERTAZZONI Perché avete firmato?

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Lì vivi in una bolla dove ci sono le leggi di Unicusano, le leggi di Bandecchi: e se lui la mattina dice che il cielo è rosa, il cielo è rosa anche se è blu.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – CHAT CON I DIPENDENTI 13/01/2022 Buongiorno, voi avete un problema: il problema è che si possono perdere i posti di lavoro da un momento all’altro. Vuol dire che noi patiremo la fame, o meglio voi, perché io sicuramente, ad oggi, ho denaro per mangiare, bere e dormire per i prossimi mille anni. Detto questo, o vi date una smossa o d’ora in poi comincerò a mandare a casa senza se e senza ma tutti coloro che non fanno il proprio lavoro con coscienza.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Per anni siamo stati inseriti in una chat aziendale nella quale solo Bandecchi può mandare messaggi vocali.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – CHAT CON I DIPENDENTI 1/09/2021 Vi ho detto un miliardo di volte a tutti di vestirvi in maniera dignitosa e invece fate a gara a chi si veste più da coglione.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Tutta una serie di vessazioni che, come delle goccioline, piano piano, piano piano, hanno scavato e hanno convinto me, così come anche altri, che al di fuori dell’Unicusano non c’era nulla.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI – CHAT CON I DIPENDENTI 12/03/2020 La mail che vi parla delle ferie è azzerata, quella mail non conta un beato cazzo. Quando sarà finito questo periodo di crisi, riparleremo delle vostre maledette ferie di merda, adesso vanno in ferie soltanto quelli che lo stabilisco io. Grazie e buona serata.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Oltre ai mezzi di comunicazione, l’università Niccolò Cusano è proprietaria anche della Ternana Calcio. In città c’è grande attesa per la partita contro il Benevento, ma soprattutto per il ritorno allo stadio di Stefano Bandecchi, che è anche presidente della squadra. Con la Ternana che galleggia a metà classifica del campionato di serie B, alla fine del precedente incontro casalingo perso contro il Cittadella, Bandecchi viene duramente contestato dalla curva.

TIFOSI TERNANA Pagliaccio! Sei un pagliaccio!

GIORNALISTA Presidente, ma è vero che ha sputato ai tifosi o no?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI - CONFERENZA STAMPA 25/02/2023 Sì, hanno sputato a me e io ho sputato a loro. Perché, secondo lei, la seconda volta che mi arriva uno stronzo che mi sputa io sto qui a farmi sputare? Ma che siete rincoglioniti? Signori, cominciamo a snebbiarci la mente: prima di essere ogni cosa, io sono un uomo come gli altri. Se mi sputano in tre, io non solo gli risputo, ma se non c’era la fossa, gli davo due pizze in faccia. Ma di che cazzo stiamo a parlà? Signori, con calma: a me non dovete rompere il cazzo. Non penserete mica che mando affanculo i tifosi perugini e non riesco a mandare affanculo i tifosi ternani. Signori, a Livorno soffia sempre il vento per me perché io sono nato stronzo. Ma stiamo a giocà? Ma qui ogni scemo viene qua, lascia 30 milioni e voi pensate di sputargli? Ma che cazzo di piazza siete? Sveglia, che dove cazzo vado vado, a me mi prendono con i tappeti rossi.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nel 2017 la famiglia Longarini, proprietaria della Ternana, è in gravi difficoltà economiche e la squadra rischia di non potersi iscrivere al campionato. In suo soccorso arriva allora l’Università telematica Niccolò Cusano.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI A me venne chiesto da parte di alcune persone importanti se potevamo interessarci…

LUCA BERTAZZONI Se poteva comprare.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Comprare è un parolone, perché noi ricordo sempre che abbiamo pagato un paio di milioni di debiti e non l’abbiamo comprata, cioè non abbiamo pagato questa squadra, l’abbiamo presa e l’abbiamo mantenuta.

LUCA BERTAZZONI Il giocattolino però costa, no.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Mah, il giocattolino costa l’ira di Dio.

LUCA BERTAZZONI 11 milioni di stipendi più o meno, no

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Forse di più.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Dal 2017 al 2020 questa Ternana Calcio ha perso 58 milioni di euro e l’università con i suoi soldi recuperati dagli studenti gli ha dato milioni di euro.

LUCA BERTAZZONI Lei in questi anni, ha messo, lei, Unicusano scusi, perché non sono soldi suoi, diciamo, ha messo 29 milioni di euro nella Ternana.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ma secondo me sono sbagliati i suoi calcoli perché manca tutto il 2022. Andando avanti ci si mette di più. Quest’anno ci metteremo 16, 17

LUCA BERTAZZONI Ah, quindi cresce, tant’è che nell’ultimo bilancio c’è scritto che le previsioni per il futuro sono comunque negative e che l’azionista principale, cioè Unicusano, cioè lei, dovrà ancora intervenire per ripianare.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Unicusano, non io.

LUCA BERTAZZONI Ed è questo quello che le contesta quest’inchiesta fra le varie cose.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Quello che contesta quest’inchiesta è proprio una supercazzola, ma di quelle vere.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La supercazzola di cui parla Bandecchi è un’inchiesta della Guardia di Finanza che ha portato al sequestro di venti milioni di euro a Unicusano per evasione fiscale. I soldi investiti dall’università nella Ternana non rientrerebbero nelle tre missioni fondamentali di un ateneo.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO L’università deve insegnare, deve fare ricerca e deve applicare la ricerca all’economia del Paese.

LUCA BERTAZZONI Come le viene in mente, in quanto università, di comprarsi una squadra di calcio?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ci viene in mente perché l’università, che sta sul mercato come tutte le altre università, aveva bisogno di questa notorietà.

LUCA BERTAZZONI Le contestano anche il fatto che lei abbia seguito la squadra in trasferta: 110 mila euro per aerei privati pagati dall’università.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Hanno sbagliato, nel senso che penso di aver speso molto di più. L’università è proprietaria della Ternana e io sono il presidente della Ternana e dell’università. Come ci devo andare, con Air One, a vedere la partita? O ci posso andare come mi pare?

LUCA BERTAZZONI Ma perché con i soldi dell’università?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Perché io vado a lavorare, sono qui e potevo stare a casa al mare, sono a vedere la mia squadra di calcio e ci vado con i soldi dell’università perché l’università deve finanziare quest’operazione.

LUCA BERTAZZONI Così si fa confusione fra le società.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI No, non si fa confusione. No, fa confusione solo chi non guarda i bilanci e chi non capisce questi passaggi.

LUCA BERTAZZONI Unicusano ha investito in questi anni milioni di euro esentasse.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Investito? Ma se perde glieli ha regalati, l’investimento è qualcosa che uno mette lì al fine di produrre reddito, di produrre ricchezza. In una società di calcio si versano a fondo perduto i soldi, quindi ha preso i soldi dell’università, li ha dati alla Ternana e su questi soldi non ha pagato le tasse.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La nostra università non ha debiti e con le marginalità lo Stato italiano, in base all’articolo 41 della Costituzione, dice: “Ci fate quello che volete”. Meno che rubarli.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non li avrebbe rubati, ma li avrebbe sottratti al welfare, non pagando le tasse. Avrebbe, dunque, non contribuito alla sanità, all’assistenza dei più fragili, all’insegnamento, non pagando le tasse su quei proventi sottratti all’università e investiti in presunte attività commerciali. Ora, stendiamo un velo sull’idea che ha Bandecchi dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione da utilizzare come un manganello da sventolare contro quei politici che gli mettono i bastoni tra le ruote. Stendiamo un velo anche sui contenuti di quei messaggi vocali che inviava ai lavoratori che ha licenziato una sera, riassumendoli la mattina con condizioni peggiorative di qualità di lavoro e anche economiche. Il tema, semmai, è un altro: che Bandecchi è stato appena eletto sindaco e ha annunciato già l’idea di candidarsi tra tre, quattro anni al parlamento. Ecco, immaginiamo che il politico Bandecchi porterà queste sue filosofie di vita nella politica nazionale. Ecco, in un contesto come questo ne avevamo bisogno? Poi, insomma, tornando ai soldi, la procura di Roma ha chiesto il sequestro di oltre venti milioni di euro perché Unicusano si sarebbe comportata come una holding di partecipazioni societarie commerciali e imprenditoriali. Cioè, sarebbe venuto meno il presupposto per il quale, quando uno studente paga una retta all’università, è esentasse. Ecco, qui invece Bandecchi le avrebbe utilizzate non solo per scopi politici ma soprattutto, accusa la Guardia di Finanza, per attività commerciali. Quali oltre la squadra di calcio e le carriere politiche?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La sede centrale dell’Università Niccolò Cusano è a Boccea, quartiere periferico di Roma Ovest. Per arrivarci con la metropolitana si scende al capolinea, fermata Battistini, sponsorizzata proprio da Unicusano.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Questo è l’ingresso principale, poi si entra nel nostro ateneo.

LUCA BERTAZZONI Quanti studenti avete?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Noi oggi superiamo i 45mila studenti attivi. Questa come vede è un’aula magna di 600 metri quadri. Da qui praticamente a in fondo là sono 100 metri di segreterie. Questa è la nostra mensa, un orgoglio, il bar. Buongiorno, buongiorno. Questo è il tavolo dove mangio io.

LUCA BERTAZZONI Riservato.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Vede, in tutte le lingue.

LUCA BERTAZZONI Ci si perde qua dentro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI In totale sono 54mila metri quadri.

LUCA BERTAZZONI Nel fatturato del 2020 c’aveva ricavi per 83 milioni, utili per 25. Insomma…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Io in questa università prendo il mio stipendio, pago le tasse sul mio stipendio.

LUCA BERTAZZONI Quanto è? tre o quattro milioni?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Quattro milioni.

LUCA BERTAZZONI Cioè, se lo è dato lei?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La delibera… No, me lo ha dato il Consiglio di Amministrazione, ma adesso lo aumento.

LUCA BERTAZZONI Quanto vale secondo lei oggi questa università?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ha delle valutazioni che sfiorano i due miliardi e per certe cose li superano.

LUCA BERTAZZONI Se la vuole tenere, dico, lei, questa università?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ma guardi, allora… Questa università non è propriamente mia, questi sono termini, diciamo, errati. L’università oggi appartiene, l’ha istituita la Società delle Scienze Umane. In parole povere la Società delle Scienze Umane appartiene ad una società che si chiama Ping-Pong e che è mia, punto.

LUCA BERTAZZONI Il giro è quello, chiarissimo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dalle carte dell’inchiesta emerge che negli anni i fondi dell’università Niccolò Cusano sono stati utilizzati per comprare beni che non hanno nulla a che fare con l’attività dell’ateneo. Due di questi preziosi acquisti sono parcheggiati in garage.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La Ferrari gialla e la Rolls Royce.

LUCA BERTAZZONI Le è stata contestata questa da 550 mila euro e la Ferrari da 510 mila.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ho già detto di venderla perché mi sta già antipatica.

LUCA BERTAZZONI Le sta antipatica la Ferrari?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Vede, l’invidia è una cosa che non ho mai compreso. Io non l’ho mai guidata, guardi, non ci ho fatto neanche un giro sulla Ferrari gialla perché è elettrica e a me non piace.

LUCA BERTAZZONI Non le piace la macchina elettrica

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Invece la Rolls Royce io l’ho usata spesso. Questa è la terza Rolls Royce, nessuno ce l’ha mai contestata. Questa macchina non è intestata a Stefano Bandecchi, è intestata all’università Niccolò Cusano.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La Rolls Royce è il modello Phantom VIII: 6700 di cilindrata, 571 cavalli. Grazie agli interni in pelle rifiniti a mano è considerata la regina dell’eleganza fra le berline. Da capogiro le prestazioni della Ferrari: 0-100 in 2,5 secondi e 0-200 in 6,5. Velocità massima: 340 km/h.

LUCA BERTAZZONI Che ci fa un’università con la Ferrari?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Glielo spiego: ci va in giro qualcuno, il presidente, il vicepresidente, chi gli pare. Oppure è a disposizione degli studenti quando studiano automotive.

LUCA BERTAZZONI Ah, l’università dà la Ferrari agli studenti?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI No, non gliela dà. Gliela fa vedere, gliela mette davanti agli occhi. Lei mi può dire: che te ne fai?

LUCA BERTAZZONI Questo io le sto chiedendo.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Va bene, io l’ho detto, io voglio averla. L’altra domanda invece è: la posso comprare o non la posso comprare?

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Il problema è che quelle auto non le ha comprate il privato cittadino Stefano Bandecchi, ma l’università Niccolò Cusano che, come tutti gli atenei, è esente dalle imposte sui redditi.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Le rette universitarie lo Stato le ha detassate per permettere al contribuente di spendere evidentemente il meno possibile, ma è colpa nostra? No.

LUCA BERTAZZONI Vi hanno fatto questo sequestro di 20 milioni di euro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Quasi 21.

LUCA BERTAZZONI Loro sostengono che ci sia un’evasione fiscale perché voi agite come holding in realtà in partecipazioni diverse da quelle universitarie, quindi avete attività prettamente commerciali.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La Guardia di Finanza deve anche imparare a leggere e scrivere, non si deve venire a laureare all’università Niccolò Cusano, dato che evidentemente ci considera pessimi. Quasi 4mila si sono laureati di loro qui e si vede.

LUCA BERTAZZONI È un messaggio che manda alla Finanza questo?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI No, io gli ho chiuso la convenzione. Per me sono gente che non godono del mio rispetto.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO L’università svolge un’attività sociale quindi è giusto che non paghi imposte, ma questa è un’università? Questa è la struttura del gruppo Unicusano, contiene decine di società. Ha una società a Cipro che si chiama Unicusano Global Alternative Investment che non è un’università, ma non sappiamo cosa c’è dietro. Una società in Cina che fa commercio all’ingrosso di alimenti preconfezionati che si chiama Pappa Pronta di Suzhou, una società in Russia che costruisce serre. Dopodiché c’ha un sacco di altre società: il trasporto aereo con Cusano Air, un’immobiliare, Ugo, la radio che perde il 20% del fatturato.

LUCA BERTAZZONI Qua c’è il reparto alimentare.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Il reparto alimentari. Che guadagnerà? No, perde. La Ping Pong, che fa corsi di formazione, si è incorporata una società che commercia animali vivi, boh

LUCA BERTAZZONI Perché dice lei?

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Sicuramente l’amministratore ha una visione, io non l’ho capita questa visione. Se nota, perdono tutte.

LUCA BERTAZZONI Lei lo sa in questi anni quanto è uscito da questa università per finanziare queste società collegate?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Quanto è uscito?

LUCA BERTAZZONI 86 milioni.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ma no, sono usciti di più perché se fossero usciti solo 86 milioni non avremmo finito di pagare queste due sedi. Mi fa capire?

LUCA BERTAZZONI Dice la Finanza che non dovevate investirli lì, in attività commerciali perché sono l’80% di quello che voi fate e allora diventate un ente commerciale, una società commerciale

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Quei soldi fanno nascere del lavoro perché noi abbiamo sempre collegato la terza missione ai nostri investimenti quindi io vedo un rispetto regolare della legge.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La terza missione è l’applicazione della ricerca universitaria nell’economia reale. Le società partecipate o possedute interamente da Unicusano si occupano di organizzazione eventi, di commercio di alimenti pre-confezionati e di cosmetici. Nelle casse di Naturalia Sintesi, acquistata nel 2019 per un milione di euro, nel corso degli anni l’ateneo ha versato un milione e mezzo.

LUCA BERTAZZONI Immaginerà il motivo per cui siamo qui, no.

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI No, devo immaginarlo?

LUCA BERTAZZONI Perché questa Naturalia è di Unicusano, giusto, l’università.

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Sì.

LUCA BERTAZZONI Volevamo capire un po’ che cosa

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Cosa fa?

LUCA BERTAZZONI Cosa fa, esatto.

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Prodotti cosmetici.

LUCA BERTAZZONI Ho visto che Unicusano ci ha messo parecchi soldi nel corso di questi anni dentro

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Questo bisogna chiederlo a loro, io non conosco i loro investimenti.

LUCA BERTAZZONI Ma dentro c’è attività di fabbrica al momento o no?

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Sì.

LUCA BERTAZZONI Non è che ce la fa vedere, no?

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI No.

LUCA BERTAZZONI Ci sono dei laboratori?

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Sì, che è un po’ il motivo di legame fra questa azienda e la Unicusano.

LUCA BERTAZZONI Eh, però l’inchiesta contesta proprio questa cosa.

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Sì, questo lo so, lo sappiamo tutti.

LUCA BERTAZZONI Cioè il nesso fra un’università e un prodotto cosmetico.

DIPENDENTE NATURALIA SINTESI Si vedrà chi ha ragione.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Ha due linee di produzione, una che fa creme anti age e una che fa integratori, esattamente…

LUCA BERTAZZONI Terza missione questa è secondo lei?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Certamente, ma scusi…

LUCA BERTAZZONI Anche Energy Sun?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Energy Sun è incorporata da Naturalia per la sua funzione.

LUCA BERTAZZONI Di centro estetico.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Eh sì, fa il centro estetico.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’attività della Energy Sun, di proprietà di Unicusano, si trova proprio a pochi passi dall’ateneo.

DIPENDENTE 1 ENERGY SUN La lampada.

MARZIA AMICO Ah, queste sono per la lampada?

DIPENDENTE 1 ENERGY SUN Sì, questa è la zona solarium. Quella è uguale all’altra, solo che non abbronza la schiena.

MARZIA AMICO E queste sono le cabine per la cera? DIPENDENTE 1 ENERGY SUN Sì, per l’estetica.

DIPENDENTE 2 ENERGY SUN Tienile sempre così corte come ce le hai adesso praticamente. Facciamo anche trattamenti del corpo.

MARZIA AMICO Tipo massaggi?

DIPENDENTE 2 ENERGY SUN Esatto, epilazione laser.

MARZIA AMICO Trattamenti per uomo?

DIPENDENTE 2 ENERGY SUN Sì, dalla cera al viso, al corpo. Noi abbiamo il primo trattamento corpo a 35 euro adesso.

MARZIA AMICO So che voi un po’ lavorate con la Niccolò Cusano.

DIPENDENTE 2 ENERGY SUN Sì, diciamo che è lo stesso proprietario.

LUCA BERTAZZONI Cuochissimo: imballaggio e confezionamento di generi alimentari.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Cuochissimo è anche proprietario di un altro marchio, si chiama Universo Pane. Noi abbiamo ingegneria agro-industriale, agro-alimentare, ma abbiamo anche ingegneria gestionale.

LUCA BERTAZZONI Rientra anche questo? Idem la società agricola Mangiaverde?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Si è piantato nella società agricola Mangiaverde 7mila mandorleti. Noi abbiamo sempre la solita ingegneria agroalimentare.

LUCA BERTAZZONI Sememio pure?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Sememio, certo. È proprietaria anche di 15, di 17 sementi fondamentali e noi come università ci siamo accaparrati queste sementi e le abbiamo messe là.

LUCA BERTAZZONI La Finanza dice: “l’università faccia l’università, punto”.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI La Finanza non può dire un cazzo perché non fa le leggi in Italia quindi la Finanza si deve limitare a fare il suo lavoro, giusto? L’università Niccolò Cusano fa solo l’università. Poi l’università ha fondato delle società, ho capito, che sono indipendenti dall’università.

LUCA BERTAZZONI Le contestano anche le sue spese personali: 1,9 milioni, no, di fondi dell’università.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI I soldi dell’università io non li ho mai spesi.

LUCA BERTAZZONI 1,1 milioni di euro in spese di aerei privati. Capodanno 2017 a Dubai: 135mila euro di aereo più 90mila euro di albergo per quattro giorni.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Io ho una società a Dubai, a Dubai ci vado come mi pare e spendo quello che voglio. Ma se vogliono i soldi miei…

LUCA BERTAZZONI A Capodanno? Ci è andato in vacanza, possiamo dirlo?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI No, non è così perché vede, scusi, a Dubai sono musulmani, hanno anche la vacanza ma fanno festa il venerdì. Allora, detto questo… Io voglio ricordarglielo, scusi.

LUCA BERTAZZONI Alle Bahamas l’anno dopo è la stessa cosa: 200mila euro di aereo più 68mila di hotel.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Mi fa piacere! Ascolti, sono stato anche a Miami, dove sempre ho degli interessi. Ora le voglio dire una cosa, cioè io avrei rubato questi soldi all’università? Ascolti.

LUCA BERTAZZONI Mi dica lei, mi dica lei, certo.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Voglio confessare: ho rubato questi soldi all’università. 1 milione e 800mila euro in 16 anni? Devo pagare una multa? Perché hanno preso 21 milioni all’università? Se sono io, che mi portino via in manette. La Finanza qui ha preso una grande toppata, ha speso un pacco di quattrini, sta nella merda e ha tirato fuori una serie di supercazzole anziché chiedere scusa. C’hanno rotto i coglioni in Italia dicendoci che il Pubblico Ministero lavora per tutti e due, d’accordo? E voglio che si sappia che ho ancora il microfono e che lo so bene. Quando il Pubblico Ministero lavora per tutti e due, allora dovrebbe vedere le carte di tutti e due, no, e non rispondere che se noi gli diciamo, se noi gli diciamo che si stanno sbagliando neanche guarda le nostre carte perché la Finanza ha fatto un’ottima indagine, ‘sto cazzo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Diciamo che nella biblioteca dell’università Unicusano manca un libro: Il Galateo di Giovanni Della Casa. Ora, fa impressione vedere che cento milioni di euro incassati dall’università, che sono poi le rette degli studenti incassate esentasse, siano stati, almeno secondo le accuse della Guardia di Finanza, investiti in attività commerciali. Ora, secondo le carte, sarebbero state le attività commerciali l’80% delle immobilizzazioni finanziarie dell’università. Ora, però, se si va a vedere bene queste attività, sono praticamente quasi tutte in perdita. Dunque, Bandecchi non è che abbia dato poi così prova di essere un amministratore virtuoso. L’unica cosa che funziona, che va a gonfie vele, è Unicusano. E infatti, basta vedere i dati: 83 milioni di ricavi nel 2020. E poi gli iscritti: sono passati da 738 del 2006 ai 26mila dell’anno accademico del 21/22. E Bandecchi dice che gli studenti attivi in questo momento sarebbero 45mila. Insomma, un numero impressionante. Unicusano contribuisce alla formazione della classe dirigente del nostro Paese. Oltre cinquanta politici laureati, ci sarebbero anche 4000 uomini della Guardia di Finanza, ci ha detto Bandecchi, con la quale aveva aperto una convenzione, l’ha interrotta, però, dopo l’inchiesta perché non gli è piaciuta l’indagine, ha detto: hanno lavorato male. Ora, se questo è vero lo deciderà, ovviamente, la magistratura, ma se fosse vero, Bandecchi dovrebbe fare anche mea culpa perché, insomma, li ha formati la sua università. E come? Come funzionano i corsi e come funzionano gli esami? Tra trenta secondi, dopo il golden minute.

GOLDEN MINUTE STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Questa università è partita con tre corsi di laurea e poi piano piano ha aperto gli altri anche seguendo poi una logica proprio di sviluppo. Con ingegneria abbiamo ottenuto direi il massimo fino a oggi dell’eccellenza.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nata nel 2006, la Niccolò Cusano è oggi una delle più importanti università telematiche in Italia e offre corsi di laurea in aree di studio che vanno dalla giurisprudenza alla psicologia, all’economia. Tutte le lezioni dei professori sono registrate e messe on line sulla piattaforma dell’università.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Da tutto il mondo chiunque si può collegare, può interfacciarsi con i nostri professori.

LUCA BERTAZZONI Quindi lo studente può scegliere se venire in presenza o se da casa.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Lo studente una mattina può venire in presenza e una mattina può restare a casa o può andare anche in vacanza alle Maldive.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ma come funziona realmente l’eccellenza di cui parla Bandecchi?

VIGILANTE UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO I ragazzi vorrebbero delle informazioni per iscriversi. Anche lei si deve iscrivere?

MARZIA AMICO È la stessa esigenza.

MARZIA AMICO Salve, buongiorno.

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Prego, andiamo.

MARZIA AMICO La seguo.

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Il costo della magistrale è di 4mila euro annui: non ci sono tasse d’esame, non deve acquistare nessun libro. Tutor, video ricevimenti: è tutto incluso nella retta.

MARZIA AMICO voi che fate, io volevo fare scienze politiche?

STUDENTE 1 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Ingegneria. Se paragoniamo ad altre università l’impegno è minore.

STUDENTE 2 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO È meno tosta di magari altre università.

STUDENTE 3 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Se tu devi studiare hai i riassunti sul sito già fatti dal professore: slide e riassunti, studi da là.

STUDENTE 4 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO mettono a disposizione sulla piattaforma per ogni esame una dispensa.

MARZIA AMICO Non sono tante pagine.

STUDENTE 5 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO No, non ti fanno studiare cose che poi non ti chiedono all’esame.

STUDENTE 6 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Parlando con la tutor: “facciamo questa domanda e questa domanda”.

STUDENTE 7 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Non è come La Sapienza, non è come Roma Tre. Io lavoro, ho dato già 5 esami in un anno e ho la media del 28. Studiato… Non è che mi sono ammazzato.

MARZIA AMICO Come sono gli esami?

STUDENTE 8 UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Devi stare tranquilla perché trovi una situazione molto soft rispetto all’università pubblica.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Se i titoli rilasciati dalle università statali e da quelle private hanno lo stesso valore legale, i principi costitutivi hanno logiche molto diverse.

EX PROFESSORESSA UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Le università telematiche nascono come imprese commerciali che contano su quanti studenti hanno, ovviamente godendo di un privilegio concesso dallo Stato, cioè quello di concedere titoli con valore legale.

LUCA BERTAZZONI Lei ha insegnato tanti anni ad Unicusano, che situazione ha trovato?

EX PROFESSORESSA UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO La dittatura del consumatore perché insomma questi studenti avevano l’atteggiamento di chi dice: “io ho pagato e voglio il servizio”. Il servizio è il titolo e in qualche modo gli veniva garantito. Per cui secondo loro non potevamo bocciare.

LUCA BERTAZZONI E lei insieme al corpo docenti non ha segnalato questa cosa?

EX PROFESSORESSA UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Inviammo anche al ministero vari rapporti su tutte le irregolarità che avvenivano all’Unicusano e ci accorgemmo che al signor Bandecchi era immediatamente arrivata notizia di queste comunicazioni al ministero e quindi significa insomma che avevano rapporti abbastanza stretti con questi funzionari del ministero.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A controllare la validità dell’offerta formativa di tutti gli atenei, telematici e tradizionali, è l’Anvur, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca.

GIUSEPPE DE NICOLAO - PROFESSORE INGEGNERIA INDUSTRIALE UNIVERSITA' DI PAVIA Tutti gli atenei sono sottoposti a visite di accreditamento periodico.

LUCA BERTAZZONI E riesce, diciamo, secondo lei, l’Anvur a vigilare?

GIUSEPPE DE NICOLAO - PROFESSORE INGEGNERIA INDUSTRIALE - UNIVERSITA' DI PAVIA Allora, questa, diciamo, è una bella domanda.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Paolo Miccoli, professore ordinario di Chirurgia Generale dell’Università di Pisa, entra nel consiglio direttivo di Anvur nel 2015, scrivendo un documento programmatico molto particolare.

LUCA BERTAZZONI Sostanzialmente copiò buona parte del tema, no, che presentò per la sua candidatura.

PAOLO MICCOLI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE UNIVERSITA’ TELEMATICHE 2018- 2020 No, non è esatto. Io non copiai il tema.

LUCA BERTAZZONI L’errore, diciamo, che lei si rimprovera è stato quello di non aver virgolettato alcuni passaggi, 4 o 5 passaggi presi da altri studi?

PAOLO MICCOLI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE UNIVERSITA’ TELEMATICHE 2018 – 2020 Sì.

LUCA BERTAZZONI In quegli anni diciamo 7 università telematiche su 11 hanno avuto un giudizio “condizionato”, che vuol dire?

PAOLO MICCOLI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE UNIVERSITA’ TELEMATICHE 2018 – 2020 Alcune di queste telematiche venivano accreditate con riserva, vale a dire che venivano ri-valutate pochi anni dopo per dare loro il tempo di adeguarsi.

LUCA BERTAZZONI E poi, infatti, nel 2020 6 di queste 7 hanno avuto un giudizio positivo.

PAOLO MICCOLI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE UNIVERSITA’ TELEMATICHE 2018 – 2020 Esatto, avevano sanato le loro problematiche che erano soprattutto sull’assicurazione della qualità della didattica.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Con il professor Miccoli promosso a presidente del Consiglio Direttivo di Anvur Unicusano ottiene un risultato eccezionale.

GIUSEPPE DE NICOLAO - PROFESSORE INGEGNERIA INDUSTRIALE - UNIVERSITA' DI PAVIA Per quello che riguarda la ricerca, Unicusano per il settore dell’ingegneria industriale dell’informazione si colloca al secondo posto, mentre il Politecnico di Milano si colloca al quindicesimo e il Politecnico di Torino al trentasettesimo. Leggendo questi risultati e queste classifiche, verrebbe da pensare che venga consigliato di mandare i propri figli ad Unicusano piuttosto che al Politecnico di Milano o di Torino.

LUCA BERTAZZONI Lei è stato cinque anni in un ente che di fatto controllava la validità dell’offerta formativa delle telematiche, ora è presidente di un’associazione che rappresenta sette università telematiche. Non lo trova inopportuno questo?

PAOLO MICCOLI – PRESIDENTE ASSOCIAZIONE UNIVERSITA’ TELEMATICHE 2018 – 2020 Al contrario. Io credo che, proprio perché ho maturato questa esperienza importante in Anvur, io fossi una persona che poteva dare un contributo allo sviluppo ulteriore delle università telematiche, cerchiamo di dimostrarlo nei fatti che la qualità della didattica erogata è buona.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Talmente buona che per prendere una seconda laurea il tutor di Unicusano, senza nemmeno vedere il nostro piano di studi, ci dice che dobbiamo recuperare al massimo sette esami, da lui definite “carenze formative”. È la parolina magica perché le cosiddette carenze formative funzionano così.

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Non c’è un voto, è test “superato” o “non superato”. Nel caso in cui non lo dovessi superare, comunque dopo 48 ore lo puoi ripetere per “n” volte in autonomia a casa.

MARZIA AMICO Ok. TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Tutte le materie hanno il manuale. Tu basta che lo hai scaricato, poi se l’hai letto o non l’hai letto sono problemi tuoi. Io ti consiglio, inter nos, nemmeno di aprirlo. Con le carenze formative io non ti vedo, tu puoi benissimo fare la carenza e cercarti su un altro dispositivo le risposte.

MARZIA AMICO Le sette carenze me le smazzo io a casa con… Non so, sono crocette?

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Sì.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Superate le sette carenze con degli esami a crocette sostenuti dal divano di casa senza alcun controllo e con possibilità di ripeterlo un’infinità di volte, siamo pronti per la seconda laurea.

MARZIA AMICO Dopodiché arriva il bello. TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Dici: “ok, adesso devo studiare le materie della magistrale”. Hai sempre tutto il materiale, riassunti e mappe concettuali già sono tutte pronte.

MARZIA AMICO Preparate dal professore, quindi è questo…

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO È quello che vuole sapere. Tu da studente puoi scegliere se sostenere lo scritto oppure l’orale.

MARZIA AMICO Posso scegliere questa opzione per tutti gli esami?

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Per tutte le materie.

MARZIA AMICO E non fare mai un esame orale?

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Comunque, l’orale è più semplice, il professore ti aiuta.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È la filosofia di vita di chi, potendosela permettere, sceglie la scorciatoia nella vita. Ora, premesso che le università telematiche sono importanti perché consentono a chi non può permetterselo per motivi di tempo e di logistica, di frequentare l’università, di acquisire dei titoli ma andrebbe tutelata la qualità della didattica, altrimenti rimane solamente l’impresa commerciale. Queste università telematiche godono del privilegio concesso dallo stato di poter assegnare dei titoli che hanno un valore legale. Ora, gli studenti lo sanno bene, pagano per aver garantito il servizio e le università, ovviamente, vanno loro incontro, agevolandoli nella formazione ma anche nel superamento degli esami. Chi dovrebbe controllare è l’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione del sistema dell’università e delle ricerche. E, poco tempo fa, aveva giudicato critiche le situazioni, le condizioni di sette università telematiche su 11. Poi, dopo, le ha rivalutate e giudicate positive. Il problema è che tra un giudizio e l’altro, insomma, passano, nel periodo di valutazione, ben, dai due ai cinque anni. Ora, vedremo che cosa riscontreranno nel prossimo ciclo di valutazione che comincerà quest’estate, se riscontreranno quello che ha documentato con grande facilità, anche imbarazzante, la nostra Marzia Amico. Poi c’è un problema di opportunità: a capo di un’associazione che tutela gli interessi di sette università telematiche c’è lo stesso che era a capo dell’Anvur, che le valutava, lo stesso che ha posizionato Unicusano sopra i politecnici di Torino e Milano per quello che riguarda la ricerca della facoltà di ingegneria industriale dell’informazione. Ora, senza aspettare che si scomodino gli ispettori del ministero, insomma, l’abbiamo sentito dalle stesse parole degli studenti ma anche del tutor di Unicusano che la formazione e il superamento degli esami è più soft rispetto a quelli di chi si forma nell’università statale. Insomma, è il merito la prima vittima. È diventato carta straccia nel nostro Paese dove ci sono 11 università telematiche, tutte autorizzate dal governo Berlusconi, ministro Letizia Moratti. Poi uno stop c’è stato nel 2013 dalla ministra Carrozza, governo Letta, che ha vietato l’istituzione di nuove università. Oggi su 1.800.000 studenti che si formano in tutte le università d’Italia, il 10% si forma nelle università telematiche e curare, preoccuparsi della qualità della didattica è un problema di chi ha a cuore il futuro del Paese. Altrimenti, non facciamo altro che sponsorizzare, ecco, la logica della scorciatoia, queste università telematiche che continuano a incassare cifre incredibili e poi magari troviamo chi scende in politica utilizzando i soldi dell’università. Insomma, se volete, anche questa è una logica della scorciatoia. E a proposito di scorciatoie nella vita…

Occhio per occhio...Report Rai. PUNTATA DEL 10/07/2023

di Luca Bertazzoni Collaborazione: Marzia Amico

Immagini di Giovanni De Faveri, Carlos Dias, Marco Ronca, Paco Sannino

Report torna a intervistare Stefano Bandecchi

L’inchiesta racconta il conflitto di interessi che il Consiglio Comunale di Terni ha sollevato nei confronti di Stefano Bandecchi, fondatore dell’Università Niccolò Cusano e proprietario della Ternana Calcio, a seguito della sua elezione a sindaco di Terni: la presunta incompatibilità riguarderebbe il suo ruolo di presidente della Ternana Calcio, società che utilizza lo stadio di proprietà del Comune di Terni, di cui Bandecchi è sindaco. Bandecchi ha lasciato la presidenza della squadra, che però è di proprietà di Unicusano, controllata da aziende riconducibili a Bandecchi.

Torneremo a parlare delle condizioni dei lavoratori e degli ex lavoratori dei mezzi di comunicazione di Unicusano, che il fondatore considera “come una pistola da utilizzare contro i politici”. Dopo l’inchiesta di Report, una troupe di Tag24, il sito di informazione dell’Università Niccolò Cusano, è andata sotto casa di una presunta fonte dell’inviato a chiedere conto di alcune dichiarazioni. Un tutor che aveva raccontato come funzionano gli esami dentro Unicusano è stato sospeso dall’azienda per dieci giorni senza stipendio. 

OCCHIO PER OCCHIO… di Luca Bertazzoni Collaborazione: Marzia Amico Immagini di Giovanni De Faveri, Carlos Dias, Marco Ronca, Paco Sannino Montaggio di Igor Ceselli Grafica di Giorgio Vallati

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO E ora passiamo dalla vecchia politica al nuovo che avanza, Stefano Bandecchi, il proprietario di Unicusano, ci eravamo occupati poche settimane fa, secondo la guardia di finanza avrebbe utilizzato le rette incassate dagli studenti esentasse per operazioni commerciali eludendo di fatto quella che è la mission dell’università. Insomma, poi abbiamo visto che avrebbe anche finanziato carriere politiche, la sua e quella di altri, con un modello, quello di berlusconi che vuole emulare a tutto tondo con squadre di calcio, tv, radio e conflitto di interesse, il nostro Luca Bertazzoni.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI - COMIZIO TERNI 26 MAGGIO 2023 Bisogna votare per qualcosa di diverso e di nuovo, bisogna votare per Stefano Bandecchi. Guarda che bello… Grazie. “Bandecchi io sto con te perché io sono il futuro di questa città”: fate un applauso a lui e a tutti i bambini come lui. Ora diranno che Bandecchi come Mussolini fa queste cose, qui poi oggi è venuto anche Report signori, dov’è il mio nemico di Report? È là seduto, sta preparandomi la festa per lunedì sera. LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E invece a far festa è stato proprio Bandecchi, diventato a sorpresa sindaco di Terni, battendo il candidato di centro-destra.

LUCA BERTAZZONI È il nuovo Berlusconi da oggi, ufficialmente, no

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Berlusconi era Berlusconi, io sono io, ognuno ha la propria storia. Io ho cominciato da un comune.

LUCA BERTAZZONI Certo, no, però dicevo, la politica, la squadra di calcio, i mezzi di comunicazione, imprenditore… STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Sa quante persone in Italia…

LUCA BERTAZZONI Imprenditore…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Mettiamoci un avviso di garanzia!

LUCA BERTAZZONI Presidente Moratti buonasera, sono Luca Bertazzoni di Report. Volevo farle due semplici domande: perché nel 2006, con il governo Berlusconi, che era già caduto, nell’ultimo mese, lei firmò l’autorizzazione per cinque università telematiche? Glielo posso chiedere solo questo? Perché firmò le autorizzazioni quando il governo era già caduto?

LUCA BERTAZZONI Lei ha finanziato Forza Italia, no, nel 2019, 2020 e 2021.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Penso sia un vanto di essere stato dopo la famiglia Berlusconi il secondo finanziatore di Forza Italia. Attualmente il ministro dell’Università chi è, scusi? La senatrice Bernini, una persona che io conosco perfettamente, una persona che io stimo. Pensi che è l’onorevole Bernini ad avermi presentato a Silvio Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI In un’altra intervista ha detto che era Tajani, però...

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI L’onorevole Bernini ha stimolato Tajani, il giorno che Tajani mi ha chiamato, la Bernini e Tajani erano insieme a Silvio Berlusconi.

LUCA BERTAZZONI Noi ci stiamo occupando di Unicusano, l’università telematica. Lei ha ricevuto nel 2019 un finanziamento per 100mila euro, volevo capire quali sono i suoi rapporti con Bandecchi.

ANTONIO TAJANI - MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Tutto regolare, tutto fatto nel rispetto assoluto della legge come ho fatto in tutta la mia vita.

LUCA BERTAZZONI Certo, quello è chiaro, è che io mi domandavo semplicemente sull’opportunità morale oltre che politica di ricevere finanziamenti da un’università su cui voi legiferate.

LUCA BERTAZZONI Poi nel 2022 si butta più su Di Maio e a Impegno Civico gli dà 30mila euro.

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Finanzio anche Di Maio come finanzio anche altri, come ho finanziato anche persone del Pd. Io sono un uomo centrista, sono un popolare, sono una persona che pensa che al centro sta la virtù.

LUCA BERTAZZONI E lei, infatti, si voleva candidare a un certo punto per le scorse politiche con il Terzo Polo. Renzi disse…

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Renzi disse ok e Calenda disse che ero un fascista. Detto questo, però, le posso dire che ci sono tanti onorevoli che si sono laureati qua. Sì.

LUCA BERTAZZONI Tanti?

STEFANO BANDECCHI - PRESIDENTE CDA UNICUSANO – PRESIDENTE TERNANA CALCIO – SINDACO DI TERNI Credo molto più di cinquanta.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La fucina dei cervelli politici. Ora Bandecchi è indagato. La guardia di Finanza ha sequestrato 20 milioni di euro perché ipotizza che Bandecchi avrebbe utilizzato le risorse provenienti dalle iscrizioni degli studenti esentasse alla sua università oltre che per acquistare la Ternana anche per imprese commerciali come i centri estetici. Invece di utilizzarli come sarebbe la mission dell’università per insegnamento, ricerca, ricerca applicata all’economia del territorio. Insomma, vedremo come andrà a finire. Poi però abbiamo anche visto che Bandecchi ha utilizzato questi soldi per finanziare le carriere politiche compresa la sua. 100 mila euro avrebbe finanziato il partito Alternativa popolare di cui è diventato presidente e coordinatore nazionale nel 2022, era il partito fondato da Alfano nel 2017. è sceso in politica, ha vinto le elezioni come sindaco di Terni, aspira al Parlamento nazionale, però, poi c’è stato il primo consiglio comunale e è spuntata fuori la questione del conflitto di interessi perché Stefano Bandecchi sindaco deve decidere sulla ristrutturazione dello stadio dove gioca la Ternana di cui Bandecchi è anche presidente. Ternana, che è di proprietà di UniCusano, dove anche lì Bandecchi è presidente del consiglio di amministrazione e di fatto anche proprietario della stessa università, e come tale ha inviato i suoi giornalisti a occuparsi del consiglio comunale, ma non del suo conflitto di interessi. Li ha mandati a verificare cosa stesse facendo il nostro Luca Bertazzoni. Già perché dopo la nostra puntata gli è andato qualcosa di traverso, non l’ha digerita e ha inaugurato una nuova rubrica sulla sua televisione, “Occhio per occhio, dente per dente". Oggetto di questa rubrica è Report, la cura direttamente Stefano Bandecchi, il nuovo moderato che avanza.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A Terni va in scena il primo consiglio comunale dell’era Bandecchi. Tra i tanti giornalisti presenti c’è anche la troupe di Tag24, il quotidiano on line dell’università Niccolò Cusano.

LUCA BERTAZZONI Buongiorno, facciamo la meta televisione. Aspettavate noi?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 No, siamo qua per seguire il consiglio.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Nonostante l’importanza della seduta in cui si discute della convalida degli eletti, primo fra tutti Stefano Bandecchi, i colleghi di Tag24 sembrano più interessati alla nostra presenza.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Ma voi che interesse avete a venire qua a Terni a seguire il consiglio comunale?

LUCA BERTAZZONI Facciamo i giornalisti, abbiamo fatto un pezzo su Bandecchi e continuiamo a seguire Bandecchi. THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Ma perché certe interviste che avete fatto a Report le avete tagliate tutte?

LUCA BERTAZZONI Perché tu non li fai i tagli? Mandi l’integrale generalmente?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Sì, ma i tagli vanno fatti in una certa maniera.

LUCA BERTAZZONI Tu hai visto l’intervista integrale?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Sì.

LUCA BERTAZZONI Come hai fatto a vederla?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Ho parlato con il professore.

LUCA BERTAZZONI Ah, non hai visto l’integrale allora.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Il professore ha detto che l’avete…

LUCA BERTAZZONI Il professore ha detto… tu non hai visto l’intervista.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Per tutte le 6 ore della seduta ci troviamo puntati addosso telecamera, microfono e cellulare di Tag24. Eppure l’argomento del consiglio comunale è il conflitto di interessi di Stefano Bandecchi.

CINZIA FABRIZI - CONSIGLIERA COMUNALE TERNI - FRATELLI D’ITALIA L’incompatibilità sollevata dalla relazione del signor Bandecchi è una questione che riguarda tutti i cittadini.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Non è che posso stare qua un’ora a perdere tempo, come non lo può fare questo consiglio comunale che ha altro da fare perché i problemi di Terni sono altri, quindi se deve solo leggere quello che io ho letto 4 giorni fa come tutti per me è inutile, quindi io mi alzo e me ne vado.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A sollevare la questione del conflitto di interessi è stata la relazione del segretario comunale di Terni, non particolarmente apprezzata dal neo sindaco.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Io non ho più fiducia nel segretario e siccome me lo devo tenere per 60 giorni me lo terrò. Il segretario sta zitto e fa bene a star zitto secondo me, perché già di minchiate ne ha dette parecchie. E lo so che stiamo andando in diretta e sono felice. Mi scusi, chiedo perdono per le minchiate.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO I problemi per Bandecchi riguardano il suo ruolo di presidente della Ternana Calcio, società che utilizza lo stadio di proprietà del Comune di Terni, di cui Bandecchi è sindaco.

JOSE’ KENNY - CONSIGLIERE COMUNALE TERNI - PARTITO DEMOCRATICO Questo stadio è stato dato in concessione proprio alla Ternana Calcio per fare le sue partite e il problema è che adesso il proprietario della squadra che gioca in questo stadio e che ha avuto in concessione questo stadio è anche il sindaco della città di Terni.

LUCA BERTAZZONI Oltretutto questo stadio deve essere ristrutturato.

JOSE’ KENNY - CONSIGLIERE COMUNALE TERNI - PARTITO DEMOCRATICO Stefano Bandecchi si è fatto garante di questa ristrutturazione necessaria per lo stadio e vorremmo capire adesso chi rifarà la ristrutturazione.

FRANCESCO FILIPPONI - CONSIGLIERE COMUNALE TERNI - PARTITO DEMOCRATICO Chiedo al sindaco di rimuovere tutte le possibili incompatibilità che la frappongono potenzialmente al ruolo di sindaco di questa città.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ad oggi il mio conflitto è risolto, non l’ho mai avuto per quanto mi riguarda, ma è risolto perché io mi sono dimesso da presidente dell’Università Niccolò Cusano e da presidente della Ternana. Se il presidente è d’accordo avete 10 minuti… Arrivederci.

MARCO CELESTINO CECCONI - CONSIGLIERE COMUNALE TERNI - FRATELLI D’ITALIA Grazie all’intervento del sindaco.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La mossa a sorpresa di Bandecchi arriva in aula proprio davanti agli occhi del neo presidente della Ternana, l’ex arbitro di serie A Paolo Tagliavento, noto per il famoso gesto delle manette che gli rivolse Josè Mourinho nel 2010.

LUCA BERTAZZONI Presidente quindi. No, non scappi. Da vicepresidente a presidente.

PAOLO TAGLIAVENTO - PRESIDENTE TERNANA CALCIO Beh, diciamo amministratore unico.

LUCA BERTAZZONI Cioè deciderà lei però adesso, ufficialmente.

PAOLO TAGLIAVENTO - PRESIDENTE TERNANA CALCIO Ovviamente sì.

LUCA BERTAZZONI Si rapporterà al sindaco Bandecchi quando dovrete parlare di questioni di stadio?

PAOLO TAGLIAVENTO - PRESIDENTE TERNANA CALCIO Assolutamente no, questa è un’autonomia nostra e sarà così.

LUCA BERTAZZONI Quindi voi… Cosa cambia nel rapporto? Adesso Bandecchi non mette più bocca sulla Ternana? PAOLO TAGLIAVENTO - PRESIDENTE TERNANA CALCIO È successo da poche ore, assolutamente no.

LUCA BERTAZZONI Non metterà più bocca… Ci crede lei?

PAOLO TAGLIAVENTO - PRESIDENTE TERNANA CALCIO Assolutamente sì.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ma i documenti presentati in aula da Bandecchi non risolvono i dubbi dei consiglieri.

ELENA PROIETTI TROTTI - CONSIGLIERA COMUNALE TERNI - FRATELLI D’ITALIA Oggi abbiamo l’istruttoria del segretario generale che i dubbi ce li dà e non ce ne dà neanche pochi. Quindi io credo che sia necessario un approfondimento per capire se questi due verbali bastino a superare tutto quello che c’è scritto all’interno della prima istruttoria del segretario generale.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI A me qua non mi togliete come sindaco, come non mi toglierete come candidato forse in Regione e come non mi toglierete come segretario di un partito che tende ad arrivare a Roma. LUCA BERTAZZONI Ora si è dimesso e sostiene che così facendo ha risolto il suo conflitto di interessi.

JOSE’ KENNY - CONSIGLIERE COMUNALE TERNI - PARTITO DEMOCRATICO Il conflitto di interessi non è stato risolto perché la Ternana Calcio è controllata da Unicusano e anche il sindaco Bandecchi ha rassegnato le dimissioni come presidente di Unicusano, ma Unicusano continua ad essere controllata da altre società che fanno capo al sindaco Bandecchi.

LUCA BERTAZZONI Il conflitto di interessi a Terni.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Risolto.

LUCA BERTAZZONI Risolto. Lo dice lei.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI No, io mi sono dimesso dall’università Niccolò Cusano, lei avrà notato che lì c'è scritto “Società delle Scienze Umane”.

LUCA BERTAZZONI Che appartiene alla Ping Pong, che è sua.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Sì.

LUCA BERTAZZONI Quindi si è dimesso dalla carica di presidente, però la proprietà è riconducibile comunque a lei. Possiamo dirlo?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI No, non possiamo dirlo perché l’università Niccolò Cusano è un ente pubblico non statale, esattamente un ente universitario, punto.

LUCA BERTAZZONI Che però appartiene alla Società delle Scienze Umane che determina tutta la politica economica, nomina il Presidente del Consiglio di Amministrazione, nomina tutto il Cda. Quindi dipende da una società.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ma mi scusi, la segretaria del Comune che risponde a Fratelli d’Italia non lo ha scritto. Quindi siccome nessuno ha ancora alzato questo problema mi permetta di dire che è un problema degli altri.

LUCA BERTAZZONI Quindi lei pensa di averlo risolto così il conflitto di interessi?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ancora? Scusi, lei mi deve rispondere: “lei fino ad oggi l’ha risolto, se nessuno le rompe ancora i coglioni è tutto risolto”. Bravo, questa è la risposta giusta.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Sarà il prefetto a stabilire se il conflitto di interessi permane oppure no. Nel frattempo, Bandecchi ha finalmente iniziato il suo lavoro di sindaco di Terni, ovviamente con il suo stile.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - VIDEO 13/6/2023 Sto aspettando il nome e il cognome del simpatico signore che si è pulito le scarpe nella fontana, a me fa piacere che abbia fatto questa cazzata, ma come minimo gli sequestriamo le scarpe e gli diamo fuoco. Poi non lo so se la legge ci autorizza a dargli anche due schiaffi in faccia.

LUCA BERTAZZONI Se l’è presa con un signore che si è lavato le scarpe nella fontana e ha detto che gli darebbe due schiaffi.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Veramente io personalmente se potessi agire come uomo normale gli ci spaccherei proprio la testa nella fontana.

LUCA BERTAZZONI Però un sindaco non dice: “ti darei due schiaffi”

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Da sindaco invece le dico semplicemente che ho mandato i vigili urbani a vedere chi era l’imbecille che si lavava le scarpe nella fontana.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Eppure qualche giorno dopo, sempre da sindaco, Bandecchi ha avuto un amichevole faccia a faccia con l’addetto stampa del Comune. Ma la vera priorità è la sicurezza: uno dei primi atti del sindaco Bandecchi è stata la rimozione di tre panchine nel corso principale di Terni.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Se ci sono sei persone che hanno bisogno di un’assistenza sociale e che si fermano evidentemente a culo ignudo e fanno pipì sulla panchina, allora gli leviamo le panchine facendo un danno a tutta la città, ma meglio non trovare le panchine che trovare le pisciate o cacate.

LUCA BERTAZZONI Lei dopo Terni… c’è questo slogan: “Terni, Umbria, Italia”. Qual è il suo obiettivo futuro in politica?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI In politica il mio obiettivo è portare un centro democratico e pluralista.. La mia ambizione è quella di mettere Alternativa Popolare al centro dell’Italia come un partito forte che comunque potrà dare agli italiani benessere.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non abbiamo capito se nel manifesto politico di quel centro moderato che Bandecchi vuole portare con Alternativa Popolare al governo del Paese, c’è anche questo concetto di benessere: la rimozione di 3 panchine per sottrarle al bivacco di chi invece avrebbe bisogno di assistenza. è un gesto che ci ricorda quello dell’ex sindaco leghista Gentilini 1997, noto come “lo sceriffo”. Ora tornando invece al suo conflitto di interessi, Bandecchi si è dimesso da presidente della Ternana, si è dimesso anche dalla presidenza del cda dell’Università Cusano. Però rimane di fatto il proprietario dell’Unicusano anche attraverso delle società e Unicusano è di fatto la proprietaria della Ternana Calcio. Ora Bandecchi dice “Io il conflitto di interessi l’ho risolto, nessuno mi ha sollevato questo problema”. Spetterà verificare al prefetto, ma nel frattempo proprio in questi giorni ha annunciato la vendita della Ternana a Pharmaguida che appartiene all’imprenditore Nicola Guida e la domanda però è: può un’azienda che ha 60mila euro di capitale sociale, 360mila euro di utili sostenere economicamente una squadra di calcio come la Ternana che lo scorso anno ha speso 11 milioni di euro in stipendi e ha avuto perdite per 13 milioni? E infatti è spuntata in questi giorni la figura di Massimo Ferrero “viperetta”, ex patron della Sampdoria. Vedremo come andrà a finire. Invece tornando sul progetto politico di Bandecchi, del moderato Bandecchi, quanto sia moderato l’abbiamo anche toccato con le nostre mani quando poche settimane fa abbiamo realizzato un’inchiesta, abbiamo parlato del modo in cui trattava i suoi lavoratori, ne avevamo intervistato anche uno. Non l’ha presa bene e ha inaugurato sulla sua televisione Unicusano una nuova rubrica: Occhio per occhio, dente per dente, ospiti Report e le sue presunte fonti verso le quali è scattata una vera rappresaglia.

STEFANO BANDECCHI - CHAT CON I DIPENDENTI 5/6/2023 Buonasera a tutti. Allora signori, vedete, alla fine avete fatto voi una grande figura di merda. A me dispiace, io personalmente ne esco da questa trasmissione di Report tranquillo e sereno perché di me tutto il mondo pensa che sono uno stronzo e quindi non mi cambia nulla. Sono diventato solo un super stronzo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Questo è uno degli audio che Stefano Bandecchi ha inviato nell’ormai celebre chat con i dipendenti dell’università la sera in cui Report ha trasmesso l’inchiesta sull’ateneo telematico Niccolò Cusano, rivelando particolari inediti sulla gestione del personale che lavora nei media di proprietà dell’università. EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Una singola persona nella stessa giornata conduceva un programma in radio, scriveva 3, 4, 5 articoli per questo sito internet e poi doveva condurre anche dei programmi televisivi con contratti non giornalistici, questo lo voglio sottolineare. Io, ad un certo punto, mi hanno fatto un contratto a tempo indeterminato, ma era per l’ufficio marketing.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In un secondo audio Bandecchi punta il dito contro quella che secondo lui sarebbe stata la fonte di Report.

STEFANO BANDECCHI - CHAT CON I DIPENDENTI 5/6/2023 Ah, volevo aggiungere per gli amici di XXX, l’incappucciato che parlava di quattro cazzate: è veramente cretino. Potete dargli questo audio, arrivederci.

LUCA BERTAZZONI Lei dà del cretino ad un suo ex dipendente, “l’incappucciato che parlava di quattro cazzate”. Intanto perché fa il suo nome?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ho fatto il nome ed il cognome perché sono convinto che è lui. Lei ha l’immagine senza cappuccio? La vuole fornire all’autorità giudiziaria?

LUCA BERTAZZONI Credo non ci sia bisogno di fornirla all’autorità giudiziaria, ovviamente.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ascolti, ma lei viene a fare il ladro in casa dei ladri? Allora io le voglio dire una cosa: quel signore, dopo che ha detto tutte queste cazzate…

LUCA BERTAZZONI Cazzate?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Per me sono cazzate.

LUCA BERTAZZONI Però ci sono i contratti, c’è la conciliazione.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ha ragione, ci sono i contratti e c’è la conciliazione. Allora vedendo i contratti, lui dovrebbe capire in maniera chiara che quello che dice sono grosse cazzate.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Eppure le grosse cazzate che Bandecchi attribuisce alla nostra fonte le abbiamo ascoltate dalla sua stessa voce negli audio che ha inviato sulla chat dei dipendenti.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 La radio e la televisione chiudono: voi da domani non avrete più un lavoro.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Non solo, ce l’ha confermate anche nell’ intervista.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Li ho licenziati la sera alle sette e li ho riassunti la mattina dopo perché non avevano voglia di lavorare e avevano perso lo spirito del lavoro.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Alla fine, mi fanno un altro contratto peggiorativo, cioè andavo a lavorare più ore con uno stipendio uguale, ma solo grazie alla tredicesima spalmata, i bonus.

LUCA BERTAZZONI Gli ha cambiato il contratto, sempre non giornalistico, e si è passati da 36 a 40 ore settimanali compreso il sabato e la domenica agli stessi soldi.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Sì, abbiamo fatto un contratto diverso: quello che doveva essere.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A confermare le parole di Bandecchi e del suo ex dipendente ecco il contratto in questione. Con l’obbligo di aderire alla sigla sindacale di destra: l’Ugl. Nonostante fossero fatti veri, due giorni dopo la puntata alle 7 e mezzo del mattino è scattata la rappresaglia contro la presunta fonte e due giornalisti di Tag 24 si sono presentati sotto casa.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Noi volevamo solamente chiederti perché sei andato a Report a rilasciare queste interviste? Come mai hai detto determinate cose su Stefano Bandecchi parlando di licenziamenti anche dalla sera alla mattina?

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Io a Report avrei parlato di cosa?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Sei andato a raccontare comunque tutti i fatti dei licenziamenti.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Ma in quale momento, scusa?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Non eri tu la persona con il cappuccio che è stata intervistata? EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Assolutamente no, non ero io. Tu mi hai riconosciuto?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Diciamo che abbiamo delle persone che ti hanno riconosciuto.

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Si sono sbagliate.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Quindi non sei tu una pistola nelle mani dell’informazione contro Stefano Bandecchi?

EX DIPENDENTE RADIO CUSANO CAMPUS Io non ho il porto d’armi, quello ce lo ha Bandecchi.

LUCA BERTAZZONI Tu sei il giornalista di Unicusano Tv, giusto?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Sì, lavoro per Tag24.

LUCA BERTAZZONI Posso chiederti come mai sei andato sotto casa di un collega come te?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Te lo dico tranquillamente, la direttrice ci ha chiesto di andare lì per vedere e trovare riscontri sul servizio che avevamo visto.

LUCA BERTAZZONI Siete andati lì accusandolo di essere la fonte di Report in base a cosa?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 In base alle fonti che ci erano state riferite.

LUCA BERTAZZONI Vi hanno detto che lui era la fonte di Report?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Non sono tenuto a dirti le informazioni.

LUCA BERTAZZONI Era per capire.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Tanto lo so che state registrando.

LUCA BERTAZZONI Certo, ma non abbiamo problemi noi. È stato Bandecchi o la direttrice?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 La direttrice.

LUCA BERTAZZONI Come ti viene di andare sotto casa di un collega a chiedere se lui era la fonte di Report?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Io sono semplicemente un redattore dipendente, se la direttrice responsabile mi dà l’indicazione di andare a fare un servizio lo faccio.

LUCA BERTAZZONI È stato lei a dire di andare sotto casa di questa presunta fonte?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Sì, ma ce li faccio anche tornare. Abbiamo fatto un’indagine come la vostra.

LUCA BERTAZZONI Un’indagine sotto casa di un collega?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Collega di che? Mio collega non è.

LUCA BERTAZZONI Lei è un pubblicista, quindi è un collega anche suo.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ah, sì ha ragione. È un collega anche mio.

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Ma tu come facevi a sapere che io sono stato da…

LUCA BERTAZZONI Ho visto il video, lo avete pubblicato. Anche se Bandecchi dice che il sito fa schifo qualcuno lo vede, no?

THOMAS CARDINALI - GIORNALISTA TAG24 Non penso che Bandecchi dica che il sito fa schifo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Forse il collega di Tag24 non era presente alla riunione in cui Bandecchi parlava così ai suoi dipendenti dei media di Unicusano.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE RIUNIONE OTTOBRE 2021 Sono incazzato con tutti voi per lo schifo che avete fatto fino ad oggi, per aver distrutto un mio progetto fantastico.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Lei viene ad intervistarmi, lei va ad intervistare alcuni dei miei con le telecamere nascoste e lei che fa questo tipo di trasmissione si meraviglia che noi possiamo utilizzare gli stessi metodi?

LUCA BERTAZZONI Per andare a cercare le nostre fonti? La fonte deve essere tutelata e per quello si incappuccia. STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Fonti di che? Tutelati di che? Ma mica stiamo parlando di mafia. Questo signore…

LUCA BERTAZZONI Non voleva metterci la faccia.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI E allora deve stare zitto.

LUCA BERTAZZONI Due ore dopo essere andati alla caccia di questa presunta fonte, sempre gli stessi giornalisti sono andati nella redazione di Roma Today chiedendo al direttore se avevamo la stessa fonte.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Roma Today ha avuto uno scazzo incredibile con me mesi fa, se lo sono scordati? Li ho mandati tutti affanculo.

MATTEO SCARLINO - DIRETTORE ROMA TODAY Noi come Roma Today ci siamo occupati di Bandecchi a fine gennaio nei giorni successivi all’inchiesta della Guardia di Finanza e ovviamente abbiamo anche chiesto una replica.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO A chiedere una replica è la collega Veronica di Benedetto, ma Bandecchi mal sopporta le domande.

VERONICA DI BENEDETTO - GIORNALISTA ROMATODAY - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Ho ricevuto diverse denunce da parte di ex dipendenti e dipendenti di Unicusano sulle condizioni di lavoro, su condizioni non trasparenti di contratto.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Posso metterla in viva voce?

VERONICA DI BENEDETTO - GIORNALISTA ROMATODAY - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Io vorrei che mi rispondesse lei però, non i dipendenti scusi.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Intanto faccia la domanda, poi decido io chi le risponde perché non è che lei adesso può dirmi anche chi deve rispondere.

VERONICA DI BENEDETTO - GIORNALISTA ROMATODAY - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 No, anzi sono gentile perché le sto dando il diritto di replica rispetto a cose abbastanza gravi che mi hanno detto.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Come è il suo nome scusi? Veronica Di Benedetto. Mi fate 3 articoli su Veronica Di Benedetto che non capisce un cazzo come giornalista? Lei è giornalista quanto me, pubblicista immagino.

VERONICA DI BENEDETTO - GIORNALISTA ROMATODAY - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 No, professionista.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Allora sarà una capra professionista, io invece sono un pubblicista miliardario.

VERONICA DI BENEDETTO - GIORNALISTA ROMATODAY - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Va bene, mi fa piacere. Non ho finito comunque.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI - REGISTRAZIONE GENNAIO 2023 Io scrivo questi articoli su di lei e sulla sua incapacità di saper fare anche un’intervista. E per me da ora in poi se ne può andare affanculo.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Questo succedeva a gennaio, ma la puntata di Report su Unicusano deve aver risvegliato l’antica antipatia nei confronti di Roma Today.

MATTEO SCARLINO - DIRETTORE ROMA TODAY Allora a due giorni dalla puntata di Report si sono presentati sotto il nostro ufficio due giornalisti che chiedevano di me. Avevano bisogno di qualcuno che denigrasse quello che era il lavoro fatto.

LUCA BERTAZZONI Sostanzialmente gli audio e le fonti sostenevano fossero le stesse.

MATTEO SCARLINO - DIRETTORE ROMA TODAY Fossero le stesse, esatto. E che addirittura noi le avevamo passato a Report, quando noi abbiamo appreso dell’inchiesta di Report nel momento in cui è uscita.

LUCA BERTAZZONI Secondo te sono andati alla ricerca delle nostre fonti?

MATTEO SCARLINO - DIRETTORE ROMA TODAY Assolutamente sì, in qualche modo per denigrarle. è assolutamente assurdo che un editore che è oggetto di un articolo utilizzi la propria redazione come un manganello per andare a punire, a spaventare.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In realtà come Bandecchi intenda utilizzare i suoi mezzi di comunicazione lo aveva chiarito lui stesso ai suoi dipendenti.

STEFANO BANDECCHI - REGISTRAZIONE RIUNIONE DICEMBRE 2019 La televisione e la radio sono i miei due punti di forza. È come una pistola, io non la devo usare per forza però tu sappi che io ce l’ho. Te la posso sparare addosso, non mi frega un cazzo e lo faccio. Voglio far paura agli altri, cioè queste cose mi devono servire per dire: “Caro ministro, io non chiedo un cazzo. Però non mi tratti di merda perché posso diventare stronzo, fine!”.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Lei sta usando la sua telecamera come una mitragliatrice e io siccome non sono l’ultimo dei bischeri sulla faccia della terra sto usando contro di lei la stessa mitragliatrice.

LUCA BERTAZZONI Ma io non la sto usando come una mitragliatrice, è evidente questo.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ah, ah. No, non è evidente.

LUCA BERTAZZONI A proposito di pistola puntata, lei il giorno dopo la puntata di Report ha inaugurato una rubrica “Occhio per occhio, dente per dente”.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Eh ma voi non siete venuti, è una rubrica fantastica.

LUCA BERTAZZONI Ma noi non facciamo gli ospiti in televisione, facciamo i giornalisti.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Scusi, anche io faccio il giornalista. Io non mi rifiuto di parlare perché sono sereno.

LUCA BERTAZZONI Lei è sotto inchiesta, noi no.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Lei è sotto inchiesta. In base alle nostre testate lei è sotto inchiesta. Perché secondo noi…

LUCA BERTAZZONI Cioè?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Si sta già preoccupando?

LUCA BERTAZZONI No, sono tranquillissimo.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Allora quando faremo la trasmissione “Occhio per occhio dente per dente” verranno fuori quei debiti che evidentemente qualcuno si è scordato di pagare, verranno fuori quelle situazioni personali, sempre a che fare con il lavoro, personali come questa. E faranno vedere una storia di persone che evidentemente hanno più o meno da temere.

LUCA BERTAZZONI È una minaccia, no?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Non lo so, io non minaccio nessuno.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bandecchi così gestisce i media dell’università che sono finanziati attraverso le rette degli studenti e sono esentasse e che dovrebbe invece Bandecchi investire nella mission dell’ Università. Qui sembra che sia uscito probabilmente fuori dai binari della mission perché ha inviato i suoi giornalisti sotto casa o nelle redazioni delle nostre presunte fonti. Per sapere cosa, poi? Cosa che già sapeva e che ci aveva già confermato nel corso delle precedenti interviste. Quindi rimane l’ipotesi dell’intimidazione. Del resto qual è la finalità con cui vuole utilizzare i mezzi di comunicazione? Insomma, radio e tv come pistole contro chi gli si mette di traverso e qui non deve neanche cercare la fonte e perdere tempo perché la fonte è lui stesso. L’abbiamo sentito in un audio. La logica, la filosofia dell’Occhio per occhio, dente per dente l’ha applicata anche nei confronti di quel tutor che avevamo intervistato e che ci aveva raccontato com’era semplice passare gli esami dentro Unicusano.

STEFANO BANDECCHI - CHAT CON I DIPENDENTI 5/6/2023 Voi, o alcuni di voi, hanno fatto una figuraccia: l’hanno fatta i professori che hanno parlato male di noi, perché evidentemente alcuni sono veramente delle persone pessime, e l’hanno fatta quei dipendenti che hanno raccontato le minchiate che io chiedo sempre di non dire alla gente. Comunque, sta di fatto che a livello di università avete fatto una bella figura di cazzo tutti.

LUCA BERTAZZONI La sera della puntata manda questo audio in questa famosa chat di dipendenti e dice: “avete fatto una figura di merda, l’hanno fatta quei dipendenti che hanno raccontato le minchiate che io chiedo sempre di non dire alla gente”. Cioè?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI C’è un signore che ha detto una grandissima bugia forse per ottenere un risultato che era quello di immatricolare una persona. Cioè ha detto che superare determinate prove era facile e semplice, della serie “capisci a me”. Ora io non so se devo capire lui, ma non è mai stato chiesto a nessuna persona all’interno di questa università di dire una bestialità tale.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Quello che Bandecchi non ha mai chiesto di dire ai suoi dipendenti è che le carenze formative a Unicusano si possono superare così.

TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Io non ti vedo, tu puoi benissimo fare la carenza e cercarti su un altro dispositivo le risposte.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO E non ha mai detto al suo tutor di svelare quali sarebbero i trucchi per superare un esame. TUTOR UNIVERSITA’ NICCOLO’ CUSANO Tu da studente puoi scegliere se sostenere lo scritto oppure l’orale. Qui sceglie lo studente, quindi se tu li vuoi sostenere tutti scritti. Io non te lo consiglio perché comunque l’orale è più semplice, il professore ti aiuta.

LUCA BERTAZZONI È un suo dipendente che ci ha detto: “non ti controllo quando fai gli esami, non posso verificare”.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ha ragione, il nostro dipendente infatti doveva essere licenziato. Invece per ora ha soltanto avuto dieci giorni a casa obbligatori senza stipendio e dopodiché ha avuto un’ammenda sul suo stipendio. Se poi non gli piacciono i nostri metodi si può licenziare. Comunque le altre 1500 persone, comprese quelle che stanno qua ora a riprendere, sanno che noi non autorizziamo a dire…

LUCA BERTAZZONI Siamo stati fortunati quindi o è stato sfortunato lei. Ne abbiamo trovato uno e ci ha detto così.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Ha ragione, li intervisti tutti. E se tutti diranno così allora domanderemo a quei 2mila studenti che se ne vanno da questa università perché non sono riusciti a fare esami o perché sono bocciati 7 volte come mai.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Ma non tutti se ne vanno per le difficoltà di cui parla Bandecchi. Dopo la nostra inchiesta ci ha contattato uno studente che da due anni è iscritto ad Unicusano.

LUCA BERTAZZONI Perché adesso si vuole iscrivere ad una università classica?

STUDENTE UNICUSANO Perché non penso che il servizio offerto da Unicusano, in relazione anche al prezzo a cui viene offerto, sia ragionevole con quella che poi è la qualità didattica.

LUCA BERTAZZONI Come giudica il livello degli esami che ha sostenuto?

STUDENTE UNICUSANO Quasi tutti gli esami sono fatti a crocette e in alcuni esami mi è capitato di riscontrare una grande semplicità in quanto le crocette poi fondamentalmente si possono già fare prima. Ci sono delle simulazioni che si possono effettuare prima di arrivare all’esame.

LUCA BERTAZZONI Quale è l‘impressione che ha avuto in questi due anni?

STUDENTE UNICUSANO Tutto il sistema è fatto in modo tale che anche se si va a sbagliare la prova una volta c’è poi un recupero e se poi anche al recupero si sbaglia tutto si risolve con un paio di domande a fine corso. Fondamentalmente non interessa che gli studenti raggiungano un certo tipo di preparazione, ma interessa semplicemente che tutti gli studenti passino con un voto minimo in qualche modo e che superino gli esami.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO L’università Niccolò Cusano ha ampliato i suoi orizzonti e da qualche anno è uscita dai confini nazionali.

GIANGAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Questa università degli studi Niccolò Cusano Telematica Roma controlla un college londinese, un’altra società in Inghilterra che si chiama Nciul Limited e poi ha anche un’università degli studi Niccolò Cusano in Francia.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI È una ecole in Francia, cioè una scuola privata di diritto francese che ha una convenzione con una università, in questo caso con l’università Niccolò Cusano: rilascia in Francia titoli italiani.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO La sede francese dell’università Niccolò Cusano si trova nel quartiere latino di Parigi, a pochi passi dalla Sorbona.

MARZIA AMICO Buongiorno, ma qui non c’è nessuno?

FRANCESE 1 No, è tutto chiuso.

MARZIA AMICO Scusi, lei che abita qui, sa se questa università è sempre chiusa?

FRANCESE 2 Sì, sempre.

MARZIA AMICO Da quanto? FRANCESE 2 Da prima del Covid.

LUCA BERTAZZONI Ma funziona in questo momento?

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Sì, funziona pochissimo perché dopo il Covid in Francia è successo di tutto, quindi noi abbiamo rallentato. Abbiamo degli studenti che stanno terminando il loro percorso.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Uno di questi studenti ci racconta la sua esperienza con Unicusano in Francia.

EX STUDENTE UNICUSANO PARIS Nel 2019 mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Niccolò Cusano in Francia. LUCA BERTAZZONI Quanti soldi hai speso in tutto?

EX STUDENTE UNICUSANO PARIS Per tre anni di studio ho pagato in tutto più di 9mila euro, ma l’università funziona molto male. Mi è capitato di saltare un esame perché non è mai arrivata la mail che mi avvisava della data d’appello, il sito non è aggiornato e non esiste un calendario degli esami. La cosa più grave è che al terzo anno di studi ho scoperto che il titolo non ha valore legale in Francia.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI Siccome i francesi non si sono accorti ancora di essere in Europa, loro ancora ritengono di dire che il titolo italiano non è equivalente al titolo francese.

EX STUDENTE UNICUSANO PARIS Mi hanno fatto frequentare un’università che non ha valore legale in Francia: questo non è stato corretto da parte loro.

LUCA BERTAZZONI Io però sul sito ho trovato che i diplomi sono riconosciuti nell’Unione Europea.

STEFANO BANDECCHI - SINDACO DI TERNI I diplomi di laurea sono riconosciuti nell’Unione Europea, è così. Lo chieda ai francesi: io le posso dare delle cause dove noi abbiamo vinto e delle cause dove noi abbiamo perso.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Delle cause in corso e del rischio di non veder riconosciuta la laurea in Francia sul sito dell’Università Niccolò Cusano non c’è traccia. Tra i motivi per cui vale la pena iscriversi è invece ben evidenziato che le lauree sono riconosciute dall’Unione Europea e dalla Gran Bretagna.

LUCA BERTAZZONI Hai provato a parlare con qualcuno dell’università per chiedere conto della tua situazione?

EX STUDENTE UNICUSANO PARIS Più volte ho chiamato in segreteria e mi hanno sempre detto che non c’era un referente con cui parlare, ma che bisogna mandare una mail. Ho scritto e mi hanno risposto che nella sede di Parigi non è proprio previsto il ricevimento di persone. A quel punto ho deciso di abbandonare l’università. Alla fine ho perso 9mila euro e non ho niente in mano.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Chissà se Bandecchi ora se la prenderà con i dipendenti parigini. Sempre che li trovi visto che le saracinesche sono chiuse da anni. Ora Bandecchi dice “è colpa della Francia che non riconosce il titolo italiano”. Però i paesi membri per regolamento si sono creati la possibilità di riconoscere i titoli anche degli altri paesi. Questo in nome della libera circolazione dei lavoratori e gli riconoscono i titoli per equipollenza cioè hanno lo stesso valore legale, oppure per equivalenza cioè i laureati possono svolgere le stesse funzioni delle lauree che hanno conseguito. Nel caso invece francese, visto che gli stati membri si sono però riservati la possibilità di decidere caso per caso, nel caso francese dicevamo ogni tanto si mettono di traverso sui titoli rilasciati da Unicusano. Bisognerebbe capire il perché. Però insomma, nel frattempo sarebbe il caso che Bandecchi aggiornasse il suo sito perché là c’è scritto che i titoli vengono riconosciuti in tutta Europa, e abbiamo visto che non è proprio così, questo anche per evitare delle spese inutili agli studenti che pagano, eccome se pagano.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Localismo amorale. Povero Lazio, ostaggio di una politica mediocre e poco presentabile. Mario Lavia su L’Inkiesta il 10 Dicembre 2022.

A sinistra consiglieri e portaborse a fine mandato arraffano posti di sottogoverno e presidenze di enti prima che sia troppo tardi. A destra non hanno neanche un nome spendibile per le prossime elezioni regionali

Bellissima regione, politicamente il Lazio che va alle urne fra due mesi fa abbastanza schifo. Si sommano qui il peggio della politica romana, vizi furbizie clientele, e Il localismo amorale che vive tra province, città, paesi, villaggi ricchi di storia e natura ma storpiate dalla malapolitica che tra l’altro è lo scenario ideale per la penetrazione sempre più incontenibile della criminalità organizzata, che sul litorale sta ormai toccando punte mai viste.

Da mesi emergono fatti e fatterelli che raccontano di trucchetti, di politici di terza fila arraffoni, di prebende di vario tipo, clientele, affari, poltronifici dispensatori di stipendi non si sa quanto meritati, diciamo così. I partiti sono collettori di favoritismi e occupazione di potere ovunque esso si annidi fin dentro gli angoli più bui della periferia. 

Non è qualunquismo purtroppo annotare che la giunta di sinistra diretta da Nicola Zingaretti, che ha tra le sue radici il consenso di ras locali di cui lasciamo immaginare l’afflato ideale, ha cambiato ben poco mentre i presunti sanculotti a cinque stelle che puntellano la giunta uscente sono pappa e ciccia con il sottopotere. 

Repubblica ieri riferiva di un ennesimo poltronificio, i cosiddetti “Egato” (Enti di governo dell’ambito territoriale ottimale), una supercazzola che nemmeno in Sudamerica, i cui presidenti percepiscono ottimi stipendi: «La corsa alla nomina dei vertici di questi enti è avvenuta negli ultimi giorni della giunta Zingaretti», scrive Stefano Cappellini sottolineando che a capo dell’Egato di Frosinone è finito il dem Mauro Buschini, il quale, già dimessosi più di un anno fa dal suo incarico di presidente del consiglio regionale per una Concorsopoli in Regione, tac, è resuscitato. 

Per farla breve, politici e portaborse a fine mandato arraffano posti di sottogoverno secondo una vecchia storia che con la sinistra dovrebbe avere poco a che fare, ma tant’è.

Dopodiché per la successione a Zingaretti, diventato deputato, il Pd dopo aspre lotte interne ha infine virato su Alessio D’Amato, l’assessore alla Sanità che ha ottimamente figurato nella battaglia contro il Covid (a differenza di un incredibile Giulio Gallera, omologo lombardo, arrogantissimo l’altra sera a Piazzapulita) ma indicato per primo da Carlo Calenda. 

Su questo nome i notabili del Pd hanno fatto buon viso a cattivo gioco mentre chi non l’ha accettato è Nicola Fratoianni che cerca nel Lazio l’accordo con i Cinquestelle, il cui capo, Conte avvocato del popolo Giuseppe, vorrebbe candidare come presidente Luisella Costamagna o nientemeno Bianca Berlinguer.

Però Fratoianni, che evidentemente dopo aver preso il taxi gentilmente offerto da Enrico Letta che lo ha aiutato per il tragitto verso Montecitorio, ha maturato l’idea non peregrina che il leader della sinistra sia proprio l’avvocato sostenitore dei condoni, pur scontando che il suo no a D’Amato si sarebbe scontrato con il sì a D’Amato di Angelo Bonelli: la spaccatura del Cocomero, come a Ferragosto sulle tavole degli italiani. 

A completare il panorama desolante che va dalla Tuscia alla Ciociaria e dal Tirreno fino ai confini con l’Abruzzo, con al centro la megalopoli romana priva di una visibile guida politica e amministrativa da parte della giunta Gualtieri, c’è una destra che ancora non fa il nome del candidato o della candidata.

Non è che lì brillino queste grandi personalità, in effetti, e i big nazionali come Fabio Rampelli nicchiano. Sa di volare sulle ali di Giorgia Meloni, la destra nel Lazio, e comunque per tutto il resto ci sono Zingaretti e i suoi fratelli. Pronostico non difficile, povero Lazio.

La Città

Il caldo.

Ladri di case.

I Tesori.

Gli Elogi.

I Disservizi.

La Viabilità.

L’insicurezza.

Il caso Michelle Maria Causo.

Il Caso Emanuele Costanza.

Il caso Piergiorgio Manca.

Il Caso Tamara Pisnoli.

Il Caso Camilla Marianera.

Il Caso Sacchi.

La Città.

DAGOREPORT venerdì 1 dicembre 2023.

La grande bellezza di Roma è anche questa: che tutto - compreso il presidente del Consiglio - si fa in virtù del potere dei grandi studi legali. Quando Di Maio lanciò, come premier del governo Lega-M5s, il nome di Giuseppe Conte, Mattarella e il suo principale consigliere Ugo Zampetti, non l’avevano mai sentito in vita loro. Il Colle, ovviamente, preferiva un premier politico e di spessore. 

Mattarella e Zampetti allora chiesero informazioni ai loro fedelissimi di tale Conte, azzeccagarbugli del noto studio legale guidato da Guido Alpa, nonché padrino di battesimo del figlio di Stanislao Chimenti, avvocato molto affermato, partner di Delfino e Associati, e grande collezionatore di incarichi pubblici. In primis si rivolsero al presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, legatissimo al presidente della Repubblica, che negli ultimi quattro anni aveva visto Conte all’opera tra i corridoi di Palazzo Spada. 

A favore di Conte a Palazzo Chigi fu però determinante il via libera di un gruppo di professionisti e grand commis di Stato capeggiato da Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito Giorgio e ordinario di diritto pubblico alla facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre nonché allievo di Sabino Cassese, in duplex con l’avvocato Andrea Zoppini, pezzo da novanta del diritto societario, consulente principe per molte società partecipate del Tesoro. Aggiungere che sia Napolitano che Zoppini sono poi entrambi grandi amici del figlio di Mattarella, Bernardo Giorgio. E Conte ottenne l’incarico.

Paola Severino, quand’era Guardasigilli, Napolitano senior le aveva imposto il più caro amico di Giulio, Andrea Zoppini, come sottosegretario. Con il governo Draghi, il potere di Zoppini si gonfiò grazie al suo rapporto con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Roberto Garofoli. Quando i due, già autori di un ''Manuale delle società di partecipazione pubblica", 

firmarono insieme un articolo sul ''Corriere della sera'', la cosa non piacque per niente a Draghi giudicandolo poco "opportuno".. 

Con lo sbarco del nuovo governo meloniano a Palazzo Chigi non poteva non cambiare la mappa del potere dei grandi azzeccagarbugli di Stato. Messi da parte per “piddismo” gli studi legali di Zoppini, Severino, Napolitano, i nuovi legulei che oggi fanno da cinghia di trasmissione tra politica e potere fanno parte dello studio Gianni & Origoni. Tant’è che Giorgia Meloni, per sbrigare alcune questioni familiari rimaste in sospeso con l’ex compagno Andrea Giambruno, si sarebbe rivolta appunto allo studio legale preferito da Gianni Letta.

Guidato da Francesco Gianni è da anni ai vertici delle classifiche che riguardano gli studi legali d’affari italiani, e forte presenza del fondatore sulla piazza romana sta facendo incetta della maggior parte degli incarichi delle aziende partecipate di Stato.  Ed oggi Gianni gareggia alla pari con il maggior studio legale d’Italia, quello capeggiato dall’ottuagenario ma vispissimo avvocato meneghino Sergio Erede. 

Molto compulsato anche lo studio legale Cancrini e Partners. Ex allievo di Sabino Cassese, Arturo Cancrini è il maggior esperto di contenziosi amministrativi su opere pubbliche, che conta tra i suoi clienti Webuild di Salini. 

Il caldo.

Estratto dell'articolo di Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera il 19 luglio 2023.   

Cronaca bollente dalla Capitale. Cominciate a farvi un’idea con queste immagini.

La più struggente: ecco gli anziani che affollano i grandi centri commerciali della periferia per scroccare botte di aria condizionata. La più comica: davanti alla fermata della metro in località Giardinetti c’è un alberello tipo bonsai piazzato lì dall’assessorato all’Ambiente del Campidoglio — covo di autentici geni — «per garantire ombra ai passeggeri». La più inevitabile: plotoni di turisti stremati osservano il sole a picco e poi chiedono se anche a tutti noi sembra una giornata speciale. 

Che domanda: Roma brucia (in senso tecnico: 42,9 gradi, temperatura record).

Ma i romani non si scottano, non si sciolgono, non evaporano. I romani resistono. Sudano e resistono.

Sono abituati.

Non al caldo. Al peggio. 

Il racconto del giorno più rovente nella storia di questa città comincia con un bellissimo «mortacci…» che il garagista mormora con le mani sui fianchi 

(...) 

Dicendosi «mortacci» i romani — tanto per rispondere ai turisti — chiudono la faccenda già al mattino. Qualcuno spiega con aria pigra che «è luglio, e se non fa un po’ di “caldaccia” adesso, scusa, quando?». Aggiungono che bisogna avere un po’ di pazienza, perché comunque dopo Ferragosto — di solito — piove. 

(...)

Finora non c’è scappato il morto per una meravigliosa casualità.

È piuttosto casuale pure che la metropolitana, a mezzogiorno, non si sia ancora bloccata. Però, per non rischiare, il fotoreporter Claudio Guaitoli c’è andato in moto a controllare se davvero alla stazione Giardinetti c’era quel bonsai che dovrebbe dare un po’ di fresco ai passeggeri. 

L’ha fotografato. La verità è che certe situazioni devi documentarle perché quando le racconti sembrano inventate.

Come i tre ventilatori che hanno sistemato al Colosseo.

Ma no? Ma dai? E invece sì, sul serio: tre ventilatori simili a quelli che usano nei bar. Dovrebbero servire per dare refrigerio alle migliaia di persone che entrano a visitare l’Anfiteatro Flavio. Luogo di crimini recenti. 

Hanno messo tre inutili ventilatori, ma poi due studenti e un personal trainer inglese, nel giro di pochi giorni, sono stati liberi di sfregiare le mura di questo monumento ormai diventato il centro di un tragico suk. Oggi pomeriggio una bottiglietta d’acqua viene venduta a 5 euro. Per un cappellino te ne chiedono 15. 

Gli ambulanti abusivi assaltano i turisti, che vagano intontiti dalla calura. Prede perfette per i borseggiatori. E per il taccheggio di certi ceffi travestiti da centurioni, che li obbligano a penosi selfie/ricordo.

Arrivano notizie sparse. All’ospedale San Giovanni e all’Umberto I, code per entrare al pronto soccorso: cali di pressione, svenimenti, molti cuori che fanno, improvvisamente, bum bum! Due persone colte da malore anche in procura e al tribunale Monocratico: condizionatori fuori uso. Il sindaco Roberto Gualtieri, su Facebook, annuncia come intende affrontare queste ore così eccezionali: dice che 80 volontari di Acea e Croce Rossa saranno presenti in 28 punti sensibili, tra centro storico e periferia.

La Protezione civile schiera invece 20 squadre pronte ad intervenire in caso di incendi e di ingorghi. Ma i romani sono ormai animali da traffico, personaggi mitologici, metà uomo e metà motore, abituati a vivere tra le lamiere bloccate sui Lungotevere e sulla Tangenziale. I commenti al post di Gualtieri sono perciò sull’emergenza rifiuti. Toni ruvidi. Come quello di Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma. «Topi, gabbiani, cinghiali. Con il caldo, siamo all’emergenza». La scena che si rischia, spiega, è quella di una città infetta. Le zone dove si frigge meglio sono al Forte Prenestino, sede di un noto centro sociale, e alla Borghesiana.

Però è chiaro che dentro i vicoli del centro storico, o nei cortili dei grandi alveari per umani della Tiburtina o di Cinecittà, le temperature percepite sono, francamente, clamorose. Ma il romano resta composto. Cerca l’ombra, sa dove trovarla, vi si rintana. Aiutano le «grattachecche» (ghiaccio tritato e sciroppo). Ordinate file alle ultime fontanelle rimaste, chiamate — da generazioni — «nasoni». A Fontana di Trevi e alla Barcaccia di piazza di Spagna, centinaia di turisti trattengono l’istinto di tuffarsi. Ma per entrare nella scena di un film catastrofista hollywoodiano, bisogna andare alla stazione Termini e osservare la folla che aspetta inutilmente, sul marciapiede liquefatto, un taxi. È un fenomeno ignobile, incivile, mortificante.

I tassisti sono pochi, poche le licenze, e se qualcuno osa annunciarne altre, marciano su Palazzo Chigi lanciando petardi senza che un solo agente muova un sopracciglio. Pretendono di portarti unicamente all’aeroporto, senza accendere l’aria condizionata, senza accettare carte di credito. I romani li detestano. Che poi i romani — come si diceva — sono una popolazione tollerante. Stasera, esausti, tornano a casa. Caldo caldo, oggi, vero? Mortacci.

Ladri di case.

In tribunale per l’occupazione dell’immobile. Vogliono arrestare Lucha y Siesta, l’assurdo processo alla presidente dell’associazione. Federica Graziani su Il Riformista l’11 Gennaio 2023

In queste settimane, nella città di Roma, si sta svolgendo un processo monco e orbo. L’Associazione Casa delle donne Lucha y Siesta è chiamata in tribunale per l’occupazione dell’immobile di Via Lucio Sestio, luogo dove centinaia di donne uscite da vicende di violenza domestica hanno trovato una casa, un lavoro, i sostegni necessari a una ripresa sicura e piena. Nonostante una precedente assoluzione per la medesima ipotesi di reato, ieri, 10 gennaio, è stata indetta la prima udienza (poi rimandata al 26 aprile per la sostituzione del giudice competente) del processo penale a carico della Presidente dell’Associazione che da 10 anni supporta le attività antiviolenza della comunità della Casa. La Casa Lucha y Siesta è invece attiva fin dall’8 marzo del 2008 come centro antiviolenza, luogo di accoglienza per donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza e polo culturale.

La vicenda è così ingarbugliata da rendere necessario ripercorrere alcuni eventi per capirci qualcosa. La denuncia alla Presidente arriva fra la fine del 2017 e il 2018, quando la giunta Raggi decide che Atac, l’azienda municipalizzata del trasporto romano, all’epoca proprietaria dell’immobile di Via Lucio Sestio, debba entrare in concordato preventivo. Per ripianare i debiti accumulati, Atac è costretta a vendere il proprio patrimonio immobiliare, fra cui anche lo stabile di via Lucio Sestio, che va quindi sgomberato. Lo stabile era rimasto in stato di abbandono per decenni, fino alla sua occupazione nel 2008 da parte di quelle donne che vi hanno creato Lucha y Siesta rendendolo, fra le altre cose, lo spazio romano con più posti letto per chi fuoriesce da situazioni di violenza. Quattordici sui trentanove totali, a fronte dei tre-quattrocento previsti per il territorio della capitale dall’Expert Meeting sulla violenza contro le donne dell’Unione Europea del 1999, ratificato dall’Italia nel 2013, e necessari per attuare la Convenzione di Istanbul.

Torniamo allo sgombero. Mentre le sorti processuali della Presidente dell’Associazione andavano avanti, a gennaio del 2020 alcuni agenti di polizia entrano nello stabile e identificano le persone presenti. La comunità femminista, fra cui avvocate, psicologhe, operatrici delle reti antiviolenza e attiviste, si mobilita e dopo mesi di incontri e manifestazioni la Regione Lazio, in un’asta dei primi di agosto del 2021, acquista l’immobile messo all’asta dal tribunale fallimentare. La Giunta regionale vota una delibera che avrebbe previsto il proseguimento, a Lucha y Siesta, di un progetto contro la violenza di genere attraverso un comodato d’uso gratuito. Ma la politica non dà seguito a quel progetto e Lucha y Siesta, come tante altre realtà associative che rispondono efficacemente a urgenze sociali, rimane nel limbo di chi continua a fornire un servizio pubblico senza riconoscimento da parte di quelle stesse istituzioni che si servono di loro. E questa è la ragione della cecità di questo processo: come può un’articolazione dello Stato procedere contro una realtà che altre articolazioni dello Stato giudicano tanto utile da non soltanto collaborarvi ma anche appaltargli in larga parte la risoluzione di una questione sociale di loro competenza?

Ma non solo. Arriviamo alla parte monca. Come è possibile che si inquisisca una singola persona, la Presidente di quell’Associazione, quando Lucha y Siesta è una comunità di decine di operatrici e centinaia di persone che da anni operano gratuitamente a favore delle donne? Certo, che la responsabilità penale sia individuale è il cuore dello Stato di diritto, ma la responsabilità per le attività che a Lucha y Siesta si svolgono è rivendicata in modo cristallino da ogni membro di quella comunità. Comunità che dal 2008 ha ospitato più di cento donne fuoriuscite dalla violenza e con lo sportello di ascolto ne ha aiutate un migliaio, e che si è costruita a partire da uno slogan programmatico – “Non sei sola”. Una sentenza giusta per un processo così sbagliato non potrà darsi, ma in quello slogan c’è l’unica risposta possibile all’intera vicenda. Federica Graziani

Caterina Spinelli per “Libero quotidiano” l’11 gennaio 2023.

Case di lusso per i rifugiati Lgbt+. È quanto contiene il bando di gara del Comune di Roma presentato il 13 dicembre e in scadenza il 20 gennaio. Il progetto prevede residenze con wifi e ascensore per le coppie di immigrati Lgbt che chiedono asilo politico o mirano all'ottenimento dello status di rifugiato in Italia.

 Tutto vero. Stando al programma firmato dall'assessore alle Politiche Sociali, Barbara Funari, coppie lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender avranno diritto a dimore a 5 stelle. Queste dovranno essere ubicate in zone centrali, "quartieri che favoriscano l'inserimento delle persone accolte nel contesto locale, facilitando la costruzione di rapporti relazionali necessari per il raggiungimento di un'adeguata integrazione sociale".

 Ma non solo perché così come chiarisce il bando non potranno mancare gli ascensori, a meno che l'alloggio non sia al pian terreno "o non si sviluppino all'interno di unità immobiliari terratetto". Finita qui? Neanche per sogno.

 L'abitazione dovrà "garantire al suo interno la copertura di una rete wifi per consentire alle persone accolte la possibilità di poter accedere gratuitamente ai collegamenti on-line, in modo da consentire la fruizione di servizi educativo-formativi e lavorativi previsti dal progetto".

 Il bando 2023-2025 fa parte dell'iniziativa nazionale SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione). Gestito dall'Anci, il progetto si avvale del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo messo a disposizione dal ministero dell'Interno e viene realizzato a livello territoriale con l'aiuto di diversi enti locali. In particolare, quello del lotto 4 dedicato ai rifugiati Lgbt+ di Roma, prevede l'impiego di 10 appartamenti per la modica cifra di 493.200 euro.

 Senza contare lo stanziamento pro capite di 45 euro al giorno. Il presupposto su cui si basa l'iniziativa è il rapporto dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. "Il livello di accettazione delle persone LGBT+" risulta infatti essere "molto basso nei centri d'accoglienza: l'esperienza di convivenza di persone LGBT+ in contesti di accoglienza collettiva rischia di ostacolare l'emersione o l'espressione di un'identità di genere o di un orientamento sessuale dissimile dal resto dei conviventi". Insomma, i migranti faticherebbero a convivere con persone Lgbt nelle stesse strutture di accoglienza.

 Circostanza tutta da dimostrare e che genera un succoso cortocircuito: la sinistra dell'accoglienza separai rifugiati Lgbt dagli altri immigrati perché questi ultimi non li vogliono accogliere. E insomma, chi sono i veri "razzisti"? Inoltre appare assurdo il paragone tra il "lotto 4" (quello riservato alla comunità Lgbt) e le fattispecie indicate dagli altri lotti. Ossia rifugiati con disagio sanitario, mentale e/o psicologico; donne singole o con figli minori; vittime di violenza di genere e/o tratta e grave sfruttamento. Tradotto: la giunta del piddino Roberto Gualtieri equipara i migranti Lgbt a persone con difficoltà di altra natura.

Ad esempio nel lotto 3, gli stessi requisiti degli alloggi per coppie gay, devono essere rispettati per le donne vittime di violenza o oggetti di schiavismo. Una similitudine azzardate e forse anche un poco discriminatoria, ma perla quale Marilena Grassadonia si compiace. La coordinatrice dell'Ufficio Diritti Lgbt+ di Roma Capitale insiste sul "voltare finalmente pagina" da parte dell'amministrazione capitolina che "avvia una stagione che mette al centro i diritti e i bisogni reali di tutti i cittadini e le cittadine che vivono nella nostra città".

 Eppure la polemica non manca. «Il bando - denuncia la Lega per bocca del capogruppo Fabrizio Santori- mette sullo stesso piano i problemi che potrebbero incontrare queste persone con quelli sicuramente già sperimentati, subiti e sofferti per anni dalle donne vittime di violenza con i loro bambini e per le quali è assurdamente previsto lo stesso numero di sistemazioni». A maggior ragione considerata la drammatica situazione economica che stiamo vivendo.

 «Se fossimo una società e una città ricca - prosegue interpellato daAffaritaliani.it -, non vedrei niente di male nel garantire la tutela delle scelte sessuali, ma non mi pare il caso di Roma dove si impegnano risorse per gay, lesbiche e trans in piena emergenza casa». Questa «non è sana amministrazione della cosa pubblica, ideologia allo stato puro. E per favore, da quando il wifi garantisce l'integrazione sociale? Se è così mi aspetto che la Giunta Gualtieri lo regali anche ai rom che vivono nei campi. Ma per favore».

 Dunque la domanda al sindaco della Capitale: «Perché dedicare alle persone Lgbt+ oltre 600mila euro, richiedendo oltretutto sistemazioni che non è esagerato definire da hotel di lusso. Wi-fi, ascensore, zone centrali?». Il sospetto di Santori è che dietro alla proposta ci sia «un interesse lobbistico». «Le lobby- conclude- quando sono chiare e trasparenti sono un pezzo della democrazia ma qui ci si dimentica che un'amministrazione deve rappresentare tutti i cittadini. Basta chiudersi dietro una trincea di lotte di alcune minoranze».

I Tesori.

Estratto dell’articolo di Riccardo Caponetti per “La Repubblica – Edizione Roma” mercoledì 11 ottobre 2023.

Caos biglietti al Colosseo, puntata infinitesima. Dopo quanto raccontato nei giorni scorsi da Repubblica, a tornare sull’argomento sono Le Iene in un servizio appena andato in onda. «Non riusciamo più ad avere disponibilità di biglietti. Noi clicchiamo per 10 minuti ininterrottamente, sperando di mettere nel carrello un biglietto ma non sempre ci riusciamo», denunciano gli operatori. 

Rincara la dose Alessandro Onorato, assessore al Turismo: «Comprare un tagliando del Colosseo sul sito ufficiale (16 euro il costo, ndr) è diventato praticamente impossibile. Ma su altri portali paralleli, quei biglietti sono invece disponibili magari a 50 a 100 euro».  Ad accaparrarsi in maniera repentina i tickets sono i bot, dei programmi automatici, di cui un venditore abusivo già ne parlo a Le Iene in un servizio del 2016.

«Perché è uscito fuori questo accanimento anche contro di me personalmente? Infatti io ho paura che mi venga fatto qualcosa sinceramente», confessa la direttrice del Parco Archeologico, la dottoressa Alfonsina Russo, ammettendo di temere per la sua incolumità personale. Poi Russo ritorna sulla sua teoria: «Ad attaccarmi sono i grandi clienti da tanti anni perché noi stiamo scardinando un sistema. I grandi clienti sono quelli che versano delle somme già prima di acquistare i biglietti. Quindi hanno una corsia preferenziale. Comprano i biglietti in anticipo? Sì, è un sistema, sono certi dei biglietti».

Di ciò ne avevano parlato a Repubblica gli stessi operatori, parlandone però come un limite e non come un privilegio: «Abbiamo un accordo, quei soldi poi non possono essere toccati. E non ci garantiscono un determinato numero di biglietti, la cui disponibilità rimane bassissima». 

I biglietti sono online sul sito autorizzato, che ha l’appalto, ovvero CoopCulture. Nel 2022 però è stata aggiudicata la gara per rinnovare la biglietteria ma ci sono stati dei ricorsi, tra cui quelli di CoopCulture, che si discuterà in Consiglio di Stato tra pochi giorni. Nel servizio andato su Italia 1, dove vengono beccati dei bagarini a vendere biglietti abusivamente senza che Polizia e Carabinieri intervenissero, è stato interpellato anche il sindaco Roberto Gualtieri. Che non è direttamente responsabile del Colosseo, la cui gestione è del Parco Archeologico, controllato a sua volta dal Ministero della Cultura: «Da molto spesso - dice Gualtieri - non mi faccio un giro. Da tempo però stiamo chiedendo di cambiare il sistema di vendita dei biglietti. Altrimenti succederanno sempre situazioni simili».

Un altro tema segnalato è la riduzione del numero di biglietti messi in vendita giornalmente. Secondo Guido Germano Gerace di Ancient&Recent, dal 1 agosto sono diminuiti di 2169 ogni 24 ore. Insomma, numeri lontani dai 25 mila ingressi al giorno annunciati dal Parco Archeologico. «Non s’è capito bene quanti biglietti vendono - aggiunge Onorato - perché se uno va sul sito vede che gli slot arrivano a 14 mila biglietti venduti. Quindi il grande mistero che poniamo al ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è: questi 11 mila biglietti di differenza dove finiscono? È una cosa vergognosa».

La domanda è stata girata a CoopCulture. La direttrice, la dottoressa Letizia Casuccio, la settimana scorsa aveva promesso a Le Iene di mandare i tabulati di vendita. Che però non sono mai arrivati. Incalzata dai giornalisti del programma, nel servizio non ha più voluto parlare, barricandosi dentro il proprio ufficio. Adesso sulla situazione si attende una reazione del Campidoglio. Non è escluso nulla, neanche un esposto in procura.

I biglietti del Colosseo restano introvabili. Così i bagarini continuano a regnare nonostante l'Antitrust. Impossibile comprare i ticket sui siti ufficiali. Così i turisti sono obbligati a pagare più del doppio. E a guadagnarci sono i grandi tour operator. Chiara Sgreccia su L'Espresso l'11 Ottobre 2023 

«Salta la fila», «disponibili subito», «prenota qui la tua visita guidata». Chi cerca i biglietti per visitare il Colosseo, online, trova un mondo di offerte imperdibili: l’attesa all’ingresso si evita pagando 42 euro a persona ma anche 56, 70 se si vuole anche le guida. Fino a 250 se si spera di entrare all’Anfiteatro Flavio entro le prossime 24 ore: «offerta consigliata», oppure «sbrigati, la possibilità si esaurisce facilmente».

Peccato che niente sia come sembra, perché non si tratta di offerte. Il biglietto per il Colosseo acquistabile online, che permette di saltare la coda alla biglietteria che anticipa l’ingresso, costa 18 euro. Valido anche per l’accesso al Foro Romano e al Palatino, comprensivo di audioguida. Solo che sul sito di Coopculture, il concessionario ufficiale, i ticket non ci sono. Dovrebbe esserci la possibilità di acquistarli per i 30 giorni successivi al momento della ricerca, invece gli slot sono sempre rossi. La situazione è nota da mesi e anche l'Espresso la ha denunciata in passato. Anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato a luglio ha avviato un’indagine secondo cui ci sono aziende che grazie ai bot comprano enormi quantità di biglietti che rivendono a prezzi maggiorati. Eppure, non è cambiato nulla: è impossibile trovare un ticket al costo base. 

Così a guadagnare dagli ingressi al «più importante e visitato sito archeologico e museale d’Italia, tra i più rilevanti a livello internazionale», ricorda il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, non è soprattutto l’ente che lo gestisce ma i tour operator - «Musement, GetYourGuide, Tiqets e Viator», secondo l’istruttoria dell’Antitrust. Sulle spalle dei cittadini obbligati a pagare di più perché privi di scelta. 

Per fermare il bagarinaggio, Sangiuliano ha annunciato che il ministero e il Parco del Colosseo stanno lavorando a biglietti nominativi. Ma molti temono possano allungarsi ancora le code all’ingresso e si chiedono come mai non sia possibile contrastare dal punto di vista informatico gli acquisti tramite bot. Tra questi anche Isabella Ruggiero, presidente dell’Associazione guide turistiche abilitate, secondo cui una soluzione sarebbe diversificare in maniera netta i canali di vendita, «online, al telefono e alle biglietterie fisiche. Se ogni canale avesse la sua “riserva”, tutti i soggetti meno forti come le piccole agenzie e i turisti, avrebbero la possibilità di trovare biglietti». 

Arte all'esterno ma anche all'interno: quali palazzi visitare a Roma almeno una volta nella vita. Diversi ex palazzi gentilizi a Roma sono visitabili anche all'interno: offrono uno spettacolo d'arte irripetibile e andrebbero visitati almeno una volta nella vita. Angela Leucci il 9 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Palazzo Farnese

 Palazzo Doria Pamphilj

 Palazzo Spada

 Palazzo Barberini

 Villa Borghese

Roma non è “solo” la capitale d’Italia. Non è "solo" il centro di una storia plurimillenaria. Roma è un museo a cielo aperto e nelle stanze dei palazzi. Sono diversi i palazzi che a Roma sono visitabili internamente, mentre altri si possono fruire solo esternamente, ma comunque conservano un grande fascino urbanistico. Qui di seguito alcuni palazzi romani che possono essere visitati anche all’interno, sebbene alcuni solo in determinati giorni della settimana.

Palazzo Farnese

Palazzo Farnese fu realizzato alla fine del XVI secolo, su commissione di Alessandro Farnese, che sarebbe diventato papa Paolo III. Alla realizzazione della struttura concorsero Sangallo il Giovane, Michelangelo, Jacopo Barozzi detto il Vignola e Giacomo della Porta. All’interno si trovano numerosi affreschi, tra cui una galleria realizzata da Annibale e Agostino Carracci sul tema delle Metamorfosi di Ovidio. Non mancano numerosissimi altri beni culturali da ammirare. Il palazzo ospita attualmente l’ambasciata francese in Italia, tuttavia è visitabile in alcuni giorni indicati sul sito e il biglietto costa 12 euro, ma i bambini di età inferiore ai 6 anni entrano gratis.

Palazzo Doria Pamphilj 

Gli spazi dedicati all’arte e alla cultura a Palazzo Doria Pamphilj, di gusto prettamente Settecentesco, sono tanti e notevoli. In particolare però gran parte delle opere si trova nella galleria che si affaccia su un cortile architettonicamente peculiare. A questo vanno aggiunti gli appartamenti del Piano Nobile, arredati esattamente com’erano quando furono abitati. All’interno del palazzo si possono ammirare le opere di diversi artisti, da Caravaggio a Raffaello, passando per i pittori fiamminghi, e in generale sculture e pitture di epoca barocca. Il palazzo è aperto dal lunedì al giovedì dalle 9 alle 10, mentre dal venerdì alla domenica è visitabile dalle 10 alle 19. Per tutte le informazioni si può consultare il sito.

Palazzo Spada

Risale al XVI secolo anche Palazzo Spada, che fu costruito per volere del cardinal Girolamo Capodiferro. Si tratta di un edificio con una facciata barocca notevole, che ospita una collezione archeologica, una galleria di colonne molto suggestiva (chiamata "Prospettiva" e realizzata dal Borromini) che dà sul Giardino Segreto, e naturalmente diverse opere d’arte oltre che affreschi. Anche questo palazzo è una sede istituzionale - del Consiglio di Stato - ma può essere visitato. È aperto tutti i giorni tranne il martedì, dalle 8.30 alle 19.30: i biglietti costano 5 euro, ma sono previste agevolazioni e gratuità.

Palazzo Barberini 

Palazzo Barberini è invece un palazzo sì barocco, ma risalente al XVII secolo, progettato da Carlo Maderno con Francesco Borromini. Al suo interno ci sono opere molto famose, come per esempio Giuditta e Oloferne di Caravaggio, La Fornarina di Raffaello, il Ritratto di Enrico VIII di Hans Holbein il Giovane, il Trittico del Beato Angelico, la Veduta di Canal Grande a Venezia del Canaletto, San Sebastiano curato dagli angeli di Pieter Paul Rubens e molto altro. Palazzo Barberini è aperto dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 19. Il biglietto costa 12 euro ma ci sono agevolazioni e gratuità.

Villa Borghese

Naturalmente sono molto più noti i suoi giardini anche per chi non è mai stato a Roma. Tuttavia Villa Borghese è un complesso di costruzioni gentilizie oggi adibito a struttura museale. La collezione di opere d’arte che si trova all’interno è maestosa e trova il suo nucleo nella collezione che il cardinal Scipione Caffarelli Borghese iniziò a raccogliere all’inizio del XVII secolo. Qual è l’opera forse più celebre? Difficile dirlo in un museo che ospita a un tempo la Madonna dei palafrenieri di Caravaggio e la statua di Paolina Bonaparte di Antonio Canova. È visitabile dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19: il biglietto costa 13 euro, ma sono previste agevolazioni e gratuità.

Estratto dell'articolo di Luca Bernini Zeppa per “il Messaggero” Dagospia il 13 giugno 2023. 

(...) La Roma che non sai di Fabio Isman è molto di più di una raccolta di episodi (per quanto insoliti), di una rassegna di luoghi, di una collezione di nomi o di date. 

È invece un vero e proprio viaggio nel tempo, nello spazio e nella vita della città. Scorre fitta nel libro la vicenda dell'Urbe, raccontata partendo da una lista di storie che sempre portano altrove, a scoprire in primis l'intreccio sotterraneo di uomini che di questa vicenda sono parte: imperatori e pontefici, santi e libertini, imprenditori e tribuni della plebe, dittatori e architetti, artisti, scrittori, nobili e popolani, anarchici ed eserciti.

Roma delle loro gesta mortali è il teatro eterno, che nei secoli a tutto sopravvive e di (quasi) tutto conserva una traccia: dalla casa privata dell'imperatore Traiano, cui si accede calandosi per 10 metri da un anonimo tombino sull'Aventino, ai grattacieli ai piedi dell'Aracoeli che nel IV secolo a.C. facevano assomigliare Roma all'odierna New York. 

Scriveva il critico letterario Emilio Cecchi, «le città camminano con gli uomini, e non possono fermarsi» e niente nel tempo si ferma meno di Roma: monasteri che diventano caserme, ville nobiliari oggi cliniche di lusso, torri che si trasformano in teatri e poi in fontane, hotel che mutano in redazioni (è proprio il caso del Select in via del Tritone, dal 1920 sede de "Il Messaggero"), chiese che diventano teatri (il Sistina) o vengono abbattute per garantire al Kaiser alloggiato al Quirinale una vista consona al rango.

C'è l'unica opera rimasta di Leonardo da Vinci, il San Girolamo, rinvenuta nel 1800 tagliata in due e usata da tavolino e da copripanca. Tutto può succedere, nella Città Eterna, dove oggi si cammina 7 metri sopra l'antico calpestio della Roma imperiale e sui suoi tetti restano 26 sirene antiaeree inattive residuate dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel libro c'è spazio anche per le perdite dolorose e i cambiamenti che rimodellano la città per come è oggi, dalla distruzione del quartiere che ospita via della Conciliazione fino all'Eugenio (più conosciuto come Gra), e per opere progettate e mai eseguite come l'Eternale (Mole Littoria) o il gigantesco Ercole vincitore con le sembianze del Duce che avrebbe dovuto salutare romanamente la città dall'alto di Monte Mario.

Fabio Isman, per quasi 40 anni firma de Il Messaggero, illustra gli infiniti rimandi che si intrecciano in questo libro con la competenza che discende da studio ed esperienza sul campo. Profondo conoscitore degli itinerari delle opere d'arte, inframezza le sue storie con il continuo sparire e ricomparire di quadri, sculture, dipinti, fregi, edifici smontati e ricostruiti, un traffico continuo di cui riusciamo a percepire nei secoli l'effetto vertiginoso. La Roma che non sai riesce così ad attirare lo sguardo e il pensiero del lettore nelle mille vite che la animano e al tempo stesso gli regala uno sguardo nuovo su quei dettagli di eternità che, distrattamente, ogni giorno passano davanti ai suoi occhi. L'autore lo presenterà domani, martedì 13 giugno, alle ore 18, presso l'Associazione Civita (Piazza Venezia 11, Roma), dialogando con la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” l’8 gennaio 2023.

Lo hanno ritrovato l'altra sera alcuni prelati, insospettiti perché per tutto il giorno non aveva risposto al telefono. Era riverso sul letto, privo di vita, in pigiama, con i piedi a penzoloni e, ad un primo sguardo, sembrava forse intento ad alzarsi. Monsignor Michele Basso, anziano canonico di San Pietro, è morto all'improvviso nel suo appartamento a ridosso della basilica vaticana, presumibilmente colpito da un attacco cardiaco. 

 Da tempo accusava malesseri e acciacchi dovuti all'età avanzata. L'uscita di scena di questo singolare collezionista d'arte trascina con sé nella tomba i misteri legati a un incredibile e favoloso giacimento di opere di sua proprietà.

 Decine e decine di pezzi antichi sui quali pesano forti sospetti, inchieste interne e naturalmente silenziosi imbarazzi da parte delle autorità vaticane perché ad oggi non si è mai saputo l'origine di quei lasciti. Il cardinale Mauro Gambetti, francescano, neo arciprete della basilica da poco più di un anno, eredita una gatta da pelare che prima di lui aveva tentato di gestire il suo predecessore, il cardinale Angelo Comastri, pensionato velocemente da Francesco dopo una serie di pasticci amministrativi.

 La favolosa collezione Basso era stata impacchettata e messa al sicuro all'interno di una trentina di casse ignifughe collocate in un luogo super sicuro. Vennero sigillate con l'autorizzazione della Segreteria di Stato e sistemate in un locale sotto la Cupola. Dentro si contano una settantina di pezzi tra materiale archeologico, statue in marmo e di legno, dipinti su tela, tavole incise su rame e schizzi su carta. Probabilmente il reperto più scottante tra tutti è una meravigliosa copia risalente agli inizi del Novecento del famosissimo Cratere di Eufronio, il cui originale etrusco è conservato nel Museo di Villa Giulia. 

Il Cratere dopo che venne trafugato dai tombaroli nel 1971, esportato illegalmente negli Usa e acquistato dal Metropolitan di New York, era stato al centro di un braccio di ferro diplomatico con l'Italia. La copia nelle mani del Vaticano rischia di rimettere tutto in discussione perché confuterebbe la data del rinvenimento dell'originale che il Metropolitan ha dovuto restituire. Se il vero Cratere è stato ritrovato solo nel 1971 in uno scavo clandestino vicino a Cerveteri, come è possibile che in Vaticano vi sia una copia fatta alla fine del Novecento? Un giallo nel giallo che dovrà essere prima o poi essere sbrogliato dalla Segreteria di Stato. 

 Il tesoretto chiuso a chiave nelle voluminose casse verdi e di diverse dimensioni era stato visionato a suo tempo dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Poi la questione era stata messa sotto silenzio mentre monsignor Basso continuava a ripetere, a chi gli chiedeva lumi sulla provenienza di quel ben di Dio, che tutto era regolare.

Quei beni facevano parte di collezioni private ereditate da Basso? Erano regolari acquisti fatti nel tempo, o ancora, lasciti di conventi, istituti religiosi, regali ricevuti da benefattori o da beni ecclesiastici mai catalogati? Esistono tele della scuola di Mattia Preti, bozzetti di Pietro da Cortona, tavole lignee del Guercino, di Golzius, di Pasqualotto, oltre che sculture lignee del Seicento e persino una scultura in marmo bianca ispirata ai Prigioni di Michelangelo. 

 Tele autentiche mescolate però anche a diversi falsi, realizzati da falsari molto abili che operavano a Roma. Tra gli oggetti anche diverse copie di vasi etruschi, e romani riprodotti talmente bene da sembrare autentici compresa la famosa copia del Vaso di Eufronio del valore commerciale di 15 mila euro. A Roma verso la fine dell'Ottocento era quasi una moda quella di riprodurre manufatti romani o etruschi in ogni piccolo particolare. 

Si trattava di una abilità di alcuni maestri artigiani che ha dato vita a falsi talmente straordinari da avere anch' essi un mercato internazionale fiorente. Due anni fa Papa Francesco aveva dato disposizioni di avviare una ispezione interna sulla gestione della Fabbrica di San Pietro affidandola ad un ecclesiastico di sua stretta fiducia. 

 Il canonico don Michele Basso interpellato sui quadri, al Messaggero, raccontava: «Io ho donato tutto alla Fabbrica di San Pietro. Ora non sono più il proprietario. Non ne so più niente». Ma come ha fatto ad accumulare questo tesoro? «È come ritrovarsi con tante scarpe nell'armadio. Alcune sono state comprate e altre sono state regalate».

Chi era Don Michele Basso, la morte e il mistero della collezione in Vaticano: 30 casse di opere d’arte nel Cupolone. Elena Del Mastro su Il Riformista l’8 Gennaio 2023

Don Michele Basso era un grande appassionato di storia dell’Arte, aveva scritto pagine e pagine sulla Basilica di San Pietro e sulle Grotte vaticane in cui da giovedì riposa anche il papa emerito Benedetto XVI. Era anche un grande collezionista d’arte: nella sua vita aveva raccolto una intera collezione di sculture, reperti archeologici e dipinti chiusi in 30 casse ignifughe e sistemate in un locale sotto il cupolone. Il Monsignor Basso è stato trovato morto nelle sue stanze a ridosso della basilica vaticana, colpito da un attacco cardiaco. Da tempo accusava malesseri e acciacchi dovuti all’età avanzata. Si porta dietro una serie di misteri legati a quella incredibile collezione che già nel passato aveva scatenato curiosità e qualche grattacapo per la Santa Sede.

Come aveva messo insieme quel tesoretto? “È come ritrovarsi con tante scarpe nell’armadio. Alcune sono state comprate, altre regalate”, disse al Messaggero che oggi riporta alla luce la misteriosa storia tra le stanze vaticane. Secondo quanto riportato dal quotidiano la favolosa collezione conta di una settantina di pezzi tra materiale archeologico, statue in marmo e di legno, dipinti su tela, tavole incise su rame e schizzi su carta. Si tratterebbe di tele della scuola di Mattia Preti, bozzetti di Pietro da Cortona, tavole lignee del Guercino, di Golzius, di Pasqualotto, oltre che sculture lignee del Seicento e persino una scultura in marmo bianca ispirata ai Prigioni di Michelangelo. Tele autentiche mescolate però anche a diversi falsi, realizzati da falsari molto abili che operavano a Roma soprattutto all’epoca del Gran Tour, quando la città era meta obbligatoria per gli appassionati di storia dell’Arte di tutto il mondo che spesso volevano portare a casa copie fedeli di quelle opere. E si sviluppò una vera e propria tradizione tra gli artigiani che riuscivano a riprodurre copie fedelissime. Tra gli oggetti della collezione ci sarebbero anche diverse copie di vasi etruschi, e romani riprodotti talmente bene da sembrare autentici compresa la famosa copia del Cratere di Eufronio.

Ed è proprio quest’ultimo ad essere avvolto nel mistero. Si tratta di una copia molto fedele del grande vaso etrusco risalente a 600 anni prima di Cristo. L’originale è al Museo d’arte etrusca di Villa Giulia a Roma, restituito nel 2006 dal Metropolitan Museum di New York, perché frutto di esportazione illegale. La copia di Monsignor Basso sarebbe stata realizzata nei primi del ‘900, nonostante ufficialmente il ritrovamento sia avvenuto nella necropoli di Cerveteri nel 1971. Come poteva esistere a quell’epoca una copia di un oggetto non ancora ritrovato? Un esperto come il Monsignor Basso potrebbe non essersene accorto? Un giallo nel giallo. Scrive il Messaggero che il Cratere dopo che venne trafugato dai tombaroli nel 1971, esportato illegalmente negli Usa e acquistato dal Metropolitan di New York, era stato al centro di un braccio di ferro diplomatico con l’Italia.

Sulla collezione, come scrive sempre il Messaggero, fu aperta all’inizio di questo secolo persino un’inchiesta della Procura di Roma, che fu poi archiviata, Basso donò tutto al Vaticano e la polemica si chiuse. E durante tutta la sua vita continuò a ripetere a chi glielo chiedeva che era tutto regolare, frutto di una certosina opera di dedizione e ricerca iniziata negli anni ’90. Una storia da romanzo tra misteri, opere d’arte e stanze vaticane.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto dell'articolo di Fabio Isman per “il Messaggero” il 9 gennaio 2023.

Ad onta del nome, le Grotte vaticane sotto la basilica di San Pietro non sono una catacomba: e la necropoli antica, e bellissima, è ancora più profonda. Alle Grotte si entra da una porta vicina alle statue di Sant' Elena e Sant' Andrea, nella basilica; alla necropoli (cui sono ammessi appena 250 visitatori ogni giorno: bisogna prenotarsi), dall'Ufficio scavi del Vaticano vicino all'Aula Nervi, dal colonnato di sinistra.

 La necropoli, dieci e più metri sotto il centro della cristianità, era (anche) un cimitero pagano, accanto al Circo di Caligola, sulla Via Triumphalis, attivo per un paio di secoli: fin poco dopo il 300; lì sotto, grazie a scavi voluti dal 1940 da Pio XII Pacelli, Margherita Guarducci ha trovato la tomba di Pietro. Le Grotte sono invece l'intercapedine tra il primo edificio, costruito da Costantino e terminato entro il 333 (ma, per alcuni, prima del 349) e quello attuale, cioè la seconda basilica innalzata sulla precedente dal 1506 al 1626. Quindi, il sito ridonda di sepolture, capolavori e memorie. Tre metri sotto l'attuale pavimento, si cammina nella chiesa voluta dall'imperatore, e durata fino al XVI secolo.

Tutto si dirama in corridoi, cappelle laterali e nicchie.

 Per i cristiani, fin dall'antichità, riposare il più vicino possibile alla tomba del primo papa e fondatore della chiesa di Roma, costituiva un'accesa speranza, e quasi un imperativo. Così, nelle Grotte, che sembrano una chiesa a tre navate, non troviamo unicamente le sepolture di tanti papi; ma anche quelle di alcuni fedeli insigni. Come, ad esempio, l'imperatore Ottone II, morto nel 983 a Roma.

 E tra i re, l'inglese Giacomo Francesco Edoardo Stuart, nato da Giacomo II e morto nel 1766, con i figli; o la regina Cristina di Svezia (1626-89), la cui ultima dimora è attigua alla prima di Giovanni Paolo II, dove ora riposa Benedetto XVI; o Carlotta di Cipro, deceduta nella Città eterna nel 1487. E sempre tra i non papi, lì sotto c'è anche il cardinale Rafael Merry del Val, strettissimo collaboratore di Pio X Sarto.

 La tradizione dice che nelle Grotte giacciono un centinaio di papi; però, le tombe monumentali che si possono ancora vedere sono una ventina. E stanno accanto ad alcuni affreschi, dalla storia assai curiosa: in questa sorta di gigantesca cripta sotterranea, quando la basilica stava per essere demolita, Paolo V Borghese fa dipingere al novarese Giovan Battista Ricci sue vedute e suoi monumenti. E vuole che nelle Grotte, «disiecta membra» della precedente costruzione, siano esposti statue, mosaici, iscrizioni e dipinti che vi erano collocati. Insomma, nasce una sorta di museo «ante litteram».

 C'è perfino l'enorme mosaico di una testa di San Pietro già nell'atrio della basilica, e la cui figura doveva misurare almeno quattro metri. Oltre a quello del primo papa, il più antico sepolcro appartiene forse a Giovanni VII, morto nel 707 (...) 

 Il creatore del primo Anno Santo, Bonifacio VIII Caetani, riposa sotto la sua splendida scultura di Arnolfo di Cambio. Pio VI Braschi giace in un sarcofago paleocristiano; ma è pure eternato da Antonio Canova in ginocchio mentre prega. Sono stati invece ricoverati nel Tesoro di San Pietro il sarcofago di Giunio Basso, tra i più antichi cristiani, e la tomba in bronzo di Sisto IV della Rovere, creata da Antonio del Pollaiolo nel 1493. Le sepolture più venerate, logicamente, sono quelle recenti: i papi Pacelli, Montini, Luciani. Mancano Giovanni XXIII Roncalli: proclamato santo, è stato inumato nella basilica, sotto un altare, come anche papa Wojtyla, Giovanni Paolo II.

Dagospia il 9 gennaio 2023. IL TESORO NASCOSTO DI ROMA: VILLA ALBANI - COSTRUITA A PARTIRE DALLA METÀ DEL XVIII SECOLO E DAL 1866 DENOMINATA VILLA ALBANI TORLONIA, RESTA ANCORA OGGI UNO DEI LUOGHI, DI PROPRIETÀ PRIVATA, MENO ACCESSIBILI DEL MONDO - PER VISITARLA (IL TOUR E’ DI DUE ORE) BISOGNA PRENOTARSI E PAGARE UN “CONTRIBUTO” DI 50 EURO - LE MERAVIGLIE DA AMMIRARE? LE COLLEZIONI AL SUO INTERNO, LO STRAORDINARIO GIARDINO ALL'ITALIANA E LA KAFFEEHAUS CON LA COLLEZIONE DI SCULTURE, DOVE SI CONSERVANO ANCHE I DIPINTI ETRUSCHI DEL IV SECOLO AVANTI CRISTO…

INDIRIZZO 

Via Salaria, 92 

ORARI 

Per visitare Villa Albani Torlonia è necessario compilare il modulo di richiesta (vedi link sopra) specificando la lingua parlata e inviarlo tramite email o fax allegando copia di un documento d'identità.

La Fondazione Torlonia, a seguito dell’accettazione della richiesta, proporrà la prima data disponibile.

Le visite, della durata di due ore, sono gratuite e organizzate in gruppi di massimo 15 o 20 persone accompagnate da una guida e comprendono: Villa Albani Torlonia, il giardino all’Italiana e la Kaffeehaus con la collezione di sculture appena restaurata.  

Sito web: fondazionetorlonia.org

Edoardo Sassi per “La Lettura – Corriere della Sera” il 9 gennaio 2023. 

Villa Albani, costruita a Roma a partire dalla metà del XVIII secolo e dal 1866 denominata Villa Albani Torlonia - aggiungendo il nome del casato che in quell'anno acquistò la meravigliosa residenza cardinalizia - resta ancora oggi uno dei luoghi, di proprietà privata, meno accessibili del mondo. Uno scrigno di straordinaria bellezza dove il tempo sembra (quasi) essersi fermato. La luce elettrica vi è stata portata solo in tempi relativamente recenti, e i condizionatori, caldo o freddo che faccia, sono ovviamente banditi.

Per visitarla, la Villa, bisogna armarsi di apollinea pazienza. Ma si può: compilando un modulo sul sito della Fondazione Torlonia dove si legge che «la visita è gratuita», ma che al tempo stesso «sono graditi contributi finalizzati a sostenere i progetti di conservazione della Fondazione d'importo minimo individuale di euro 50» (obbligatori).

Le visite - per le quali «la Fondazione proporrà la prima data disponibile» - durano due ore, sono accompagnate da uno storico dell'arte e comprendono, oltre al Casino Nobile e alle collezioni al suo interno, lo straordinario giardino all'italiana e la Kaffeehaus con la collezione di sculture, dove si conservano anche i dipinti etruschi del IV secolo avanti Cristo provenienti dalla Tomba François, uno dei più famosi ipogei di Vulci, scoperto nel 1857. Le pitture furono distaccate dalla sede originaria nel 1863 dai principi Torlonia, allora proprietari del monumento.

 In alternativa alla visita, o in aggiunta a questa, oggi si possono però sfogliare le 379 pagine del volume Villa Albani Torlonia. Architetture, collezioni, giardino che la stessa Fondazione proprietaria dell'edificio ha promosso e che è appena uscito per i tipi di Electa, a cura dell'archeologo Carlo Gasparri. Un libro che segue a distanza di circa un anno quello, esclusivamente fotografico, con immagini di Massimo Listri. Si tratta della prima monografia completa dedicata alla spettacolare residenza e al patrimonio artistico custodito nelle sue stanze, mobilio compreso, prima della quale bisognava risalire alle guide di due secoli fa o a studi specialistici sparsi un po' ovunque e in gran parte in lingua tedesca.

Per l'occasione sono state riunite penne selezionate tra i massimi studiosi del Settecento. Al curatore, oltre alla prefazione, si deve il saggio I marmi Albani. Senso e storia di una collezione senza pari , con relative schede.

 Seguono interventi di Susanna Pasquali, Elisa Debenedetti, Steffi Roettgen, Alberta Campitelli, Antonio Pinelli, Enrico Colle e Roberto Valeriani. Nel loro insieme un'antologia di scritti che documentano, in un quadro aggiornato, questa sublime testimonianza del gusto antiquariale settecentesco, complessa creazione che per molti aspetti anticipa, fissandone alcuni canoni, il movimento del Neoclassicismo.

 La Villa, terminata solo nel 1763, si deve infatti al sogno del cardinale Alessandro Albani (1692-1779), insaziabile e munifico collezionista, mecenate e bibliofilo, il quale ne affidò la realizzazione a Carlo Marchionni. Il progetto nacque nel 1747 per accogliere la straordinaria raccolta di antichità del prelato e il suo compimento fu il frutto del serrato dialogo tra lui, nipote di papa Clemente XI, e alcuni grandi protagonisti del tempo: Giovanni Battista Piranesi (1720-1778), l'architetto e cartografo Giovanni Battista Nolli (1701-1756) per l'ideazione del giardino, Angelo Strigini per il sistema di fontane che lo adornavano (e in parte ancora lo adornano), ma soprattutto Johann Joachim Winckelmann (1717-1768): bibliotecario, factotum, amico, confidente e suggeritore del cardinale, non solo per quanto riguardò la sistemazione delle collezioni.

Quello tra Alessandro e il padre dell'archeologia moderna, nonché Commissario delle Antichità romane - nomina ottenuta proprio grazie al suo protettore - è uno dei sodalizi chiave della storia dell'arte. E la sintesi di questa collaborazione è proprio Villa Albani, la «più sbalorditiva» creazione secondo la definizione dello stesso Winckelmann, «la quale supera tutto quello che qui è stato fatto nei tempi moderni, ove si eccettui la basilica di San Pietro».

 Il prussiano di Roma , come amava definirsi Johann Joachim - figlio di un calzolaio di Stendal, assassinato a Trieste l'8 giugno 1768 in un delitto a sfondo omosessuale - si considerava egli stesso autore della Villa in quanto spirito guida delle scelte estetiche del suo patrono: «Sembrerebbe quasi che egli costruisse per me - scrive Winckelmann all'amico Gottlob Burchard - che per me egli comperasse le statue antiche: giacché nulla si fa senza la mia approvazione».

 Albani, il più importante e vorace collezionista del suo tempo - e per l'archeologo «mio grandissimo protettore e capo di tutti gli esperti d'antichità» - vent' anni prima aveva venduto a papa Clemente XII Corsini la sua originaria collezione di sculture, da cui nasceranno i Musei Capitolini.

Fama di gaudente, Alessandro aveva in continuazione bisogno di danari, e nel 1762 vendette anche duemila disegni al re Giorgio III per finanziare la dote della figlia della sua amante, la contessa Cheroffini. Successivamente avviò però la formazione di una nuova, straordinaria raccolta di sculture per la quale fece costruire, appositamente, la Villa «fuori Porta Salara».

 Villa che diverrà oggetto di entusiastiche descrizioni per tanti viaggiatori del Grand Tour, fino a d'Annunzio - che la citerà ripetutamente nelle pagine del Piacere - e ai tanti contemporanei... È qui che la diade Albani-Winckelmann - giunto a Roma nel novembre 1755 e al servizio del prelato come bibliotecario dal 1758, con tanto di alloggio nel palazzo Albani di città, alle Quattro Fontane, e stipendio di 10 scudi al mese - nonostante un burrascoso rapporto personale («Un attimo prima è tutto fuoco e fiamme - ebbe a scrivere lo studioso in una lettera - e un attimo dopo è già spento.

Un uomo che calpesta ogni rispetto e subito dopo ti abbraccia, uno al quale anche le parole più offensive non costano niente perché poi le scambia con le più dolci») seppe ricreare la magnificenza di una antica domus romana, facendo della magione il manifesto vivente di Restitutio della città eterna.

 Un edificio, Villa Albani, mai destinato ad abitazione, pensato piuttosto per l'otium di una ristretta comunità di eruditi: con una profusione di statue di imperatori e divinità, preziosi marmi antichi, arazzi, stoffe, porte, specchi, mosaici, dipinti e colonne disseminate tra logge, esedre, saloni e ambienti per ricevimenti, descritti fedelmente negli affreschi tra cui quello, celeberrimo, dedicato al tema del Parnaso (1761) e dipinto dall'artista superstar del tempo, Anton Raphael Mengs.

 Il tutto immerso nel verde del grande parterre del giardino, tra viali di siepi in bosso, sculture antiche, un tempietto decorato a cariatidi (rinvenute nel 1766 nella villa di Erode Attico) e un altro con la statua di Diana Efesina, un «casino del bigliardo» preceduto da un portico di colonne di marmo greco e una finta rovina, un tempo destinata a voliera, realizzata assemblando frammenti archeologici.

Tutti edifici dal marcato gusto neoclassico, legati da quel connubio architettura-arte-natura che ancora oggi si percepisce varcando il portale di accesso, nonostante intorno non vi sia più l'ininterrotta distesa di campagna romana, con lo sguardo che spaziava fino all'orizzonte, sacrificata allo sviluppo edilizio della città moderna a partire dal tardo XIX secolo .

 Materiali antichi e creazioni moderne si fondono in questa meraviglia, archetipo della Roma proto-neoclassica di cui Villa Albani è la massima espressione, sopravvissuta quasi intatta. Quasi perché nel 1797, poco dopo la morte del cardinale e prima dell'acquisto da parte dei Torlonia (che comprarono l'edificio dai Castelbarco, eredi Albani, integrando massicciamente le originarie collezioni con dipinti, arredi, altre sculture antiche e opere d'arte), 518 pezzi furono sequestrati dai francesi dopo il Trattato di Tolentino.

Da Parigi, dove erano stati trasferiti 120 esemplari tra i migliori come bottino di guerra, tornerà nel 1815 solo il magnifico Rilievo di Antinoo , originale in marmo lunense ritrovato a Villa Adriana nel 1735 e integrato nel XVIII secolo dalla mano di Bartolomeo Cavaceppi. Gemma dell'intera collezione, incastonato da un'edicola di marmi policromi e collocato su un camino, il Rilievo è uno dei ritratti più belli del giovane amante dell'imperatore giunto fino a noi.

Gli Elogi.

Roma, Roma, Roma, Roma, Roma, Roma, Roma, Roma, Roma… Roma, non è una città qualsiasi! Culturaidentita.it il 21 Aprile 2023.

Roma non è soltanto una entità geografica.

Roma non è circoscritta da fiumi, monti o mari.

Roma non è un fatto di razza, sangue o religione:

Roma è un’idea!

Con queste parole Cicerone ci ricorda che Roma è un Mito, e la sua storia gloriosa è solo il pallido riflesso della sua immensità.

Roma non è solo una città ma una divinità. Roma è una religione con la sua teologia, i suoi riti, i suoi culti, i suoi simboli. Roma è un archetipo junghiano. Roma è figlia dell’Egitto, figlia delle popolazioni mesopotamiche, figlia dei grandi Greci ma madre di sé stessa, genitrice di un suo Impero, di una sua Storia. Il potere di Roma ha avuto inizio e ancora non ha avuto fine. Da Romolo all’ultimo Papa, l’Imperium sine fine continua a imperare.

“In principio era il verbo” dice il Vangelo di Giovanni, “in principio era Roma”, dice il Mito!

Si sa molto di Roma, ma nulla del suo inizio, storicamente rimane un mistero. Un mistero che nasce dai Sette Colli che racchiudono, secondo Cicerone, un Mito, cioè, un patrimonio storico, giuridico, religioso e sapienziale che conduce a una realizzazione di sé, in nome di quell’idea di Roma, di quel Mito che è portatore di antica saggezza, di conoscenza universale. Infatti Roma venne fondata non solo con l’aratro ma con un patto dei Romani con gli Dei, un patto di natura misterica, che affonda su una dottrina profondissima, di levatura iniziatica: l’insegnamento tradizionale romano. Quindi, Roma è davvero la città eterna? E perché? Il filologo Kerenyi ci ha spiegato che esiste una sovrapposizione di una Roma circolare sulle fondamenta di quella quadrata. E’ la cosiddetta “quadratura del cerchio”, ed è su questa “quadratura” è stata costruita Roma. In questo modo, a Roma, la dimensione celeste venne architettonicamente fissata nella dimensione terrestre, rendendola così sacra agli dei e quindi… eterna. Certo, a noi del XXI secolo fa sorridere tutta questa vicenda della sacralità ed eternità di Roma, invece, gli storici da secoli, dibattono sull’eternità di Roma, i quali hanno teorizzato l’esistenza di una Roma atlantidea, di una Roma prima di altre Rome, di una Roma generatrice dell’intera civiltà occidentale… insomma, sono 27 secoli e mezzo che si parla di Roma perché come ci ricordava Cicerone, Roma non è una città qualsiasi “Roma è un’idea”!

Roma al settimo posto come migliore città del mondo per i turisti online. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 7 Gennaio 2023

Definita come città “moderna e sicura”, ha visto “moltiplicarsi le dichiarazioni d'amore dei turisti attraverso i canali dei social media”. Il report racconta la tradizione culinaria di Roma, i suoi piatti tipici e alcuni locali.

Londra, Parigi, New York, Tokyo, Dubai, Barcellona e poi Roma. A chiudere le prime dieci posizioni Madrid, Singapore e Amsterdam. La Capitale italiana è la 7a metropoli al mondo più vivibile e turisticamente più interessante da visitare nel 2023 secondo il Resonance Consultancy che ha elaborato il report “World’s Best Cities” stilando una classifica di 100 città che si basa sui 6 indicatori: posto, prodotto, programmazione, persone, prosperità e promozione. 

Roma, che si piazza al primo posto come località italiana ( Milano è 21esima, Napoli 45esima), anche perchè pochi altri posti “offrono la la possibilità di percorrere la storia occidentale come Roma. Il Palatino da solo ti invita in due millenni, se hai un’ora a disposizione”. Definita come città “moderna e sicura”, ha visto “moltiplicarsi le dichiarazioni d’amore dei turisti attraverso i canali dei social media”. Il report racconta la tradizione culinaria di Roma, i suoi piatti tipici e alcuni locali. Poi, ovviamente, ecco i musei. “Da non perdere il Mausoleo di Augusto e la Casa Romana sotto il Museo Barracco. Tra i nuovi arrivati c’è anche il Museo Ninfeo, che racconta le rovine di una, chiamiamola ‘proprietà di villeggiatura’, per gli imperatori romani”. 

Per ‘posto’ si intende la qualità percepita, comprese le sottocategorie di meteo, sicurezza e luoghi d’interesse. Per ‘‘prodotto“ le principali istituzioni, attrazioni e infrastrutture di una città, insieme alla connettività aeroportuale e ad attrazioni, musei, università, centri congressi e squadre sportive professionistiche. Poi c’è la “programmazione“: la scena artistica, culturale, di intrattenimento e culinaria di una città, comprese le sottocategorie shopping, cultura, ristoranti e vita notturna. Le ‘persone’, ovvero  il tasso di immigrazione, la diversità di una città e il livello d’istruzione. ‘Prosperità’ è invece l’occupazione e le sedi centrali aziendali di una città, nonché il tasso di occupazione e l’uguaglianza di reddito. Infine ecco l’ultimo indicatore, la ‘promozione’: la quantità di storie, riferimenti e consigli condivisi online su una città, comprese le sottocategorie di risultati di ricerca di Google, tendenze di Google, check-in di Facebook, hashtag di Instagram e recensioni di TripAdvisor. Redazione CdG 1947

I Disservizi.

Le Segnalazioni.

I Vigili.

La Raccolta dei Rifiuti.

I Cimiteri.

Le Segnalazioni.

Estratto dell’articolo di Riccardo Caponetti per “la Repubblica - Edizione Roma” il 22 giugno 2023.

Viaggiare sui mezzi pubblici di Roma e del Lazio costerà di più. Se non già da agosto, come prevede il contratto di servizio per il trasporto pubblico ferroviario siglato tra Regione Lazio e Trenitalia, quasi di certo da gennaio 2024. L’aumento è imminente, è solo questione di tempo: tanto che nel prossimo contratto di servizio di Atac (2024-2027) sono state inserite delle stime economiche con questa previsione. Se non dovessero piovere altri milioni dal Governo sul Campidoglio — e quindi su Atac — il prezzo dei biglietti si alzerà. I conti del trasporto romano infatti non tornano: ogni anno mancano all’appello almeno 90 milioni.

Cosa prevede il contratto firmato nel 2018 dalla Regione e in vigore fino al 2032? Per Metrobus Roma, per esempio, il biglietto integrato a tempo ( Bit) passerà il 1 agosto da 1 euro e 50 a 2, l’abbonamento mensile da 35 a 46,70 euro mentre quello annuale da 250 a 350. Il governatore Rocca — solo lui, non il sindaco Gualtieri — può bloccare il provvedimento con una delibera di giunta con una nuova proposta.

Non annullare il contratto, impossibile visto il ‘ buco’ finanziario. L’idea è quella di portare sul tavolo una soluzione alternativa. La più interessante, al vaglio dei tecnici del Comune e della Regione che ne stanno analizzando l’impatto economico, è alzare il Bit a 2 euro (e pensare di fare lo stesso sui biglietti per 2- 3 giorni che vengono acquistati dai turisti) ma senza toccare il costo degli abbonamenti mensili e abbassando di 30 euro quello annuale per tutelare i pendolari. I turisti e chi fruisce occasionalmente dei mezzi però dovranno spendere di più.

Questo è il primo step. Poi si parlerà delle tempistiche. La Regione vuole scongiurare l’aumento dal 1 agosto, ma il tempo stringe e serve un intervento concreto. Il Campidoglio è deciso comunque a proteggere per l’estate almeno il biglietto di Atac, cercando di rinviare il più possibile il rincaro dei prezzi. Almeno fino a fine anno.

[…] Oggi o domani, il destino comunque è segnato. I conti già in rosso sono stati aggravati negli ultimi mesi dal caro delle bollente e dall’incremento del prezzo dei carburanti. E torna d’attualità la polemica del Comune e della Regione per la modalità di ripartizione dei fondi nazionali per i trasporti: per Roma infatti sono previsti 87 euro a residente, mentre a Milano sono 233 a cittadino. […]

Estratto dell’articolo di Lorena Loiacono per leggo.it il 6 febbraio 2023.

Non si accettano reclami. A Roma, dove i cittadini ne avrebbero di cose da dire, la pagina web del Campidoglio destinata alle segnalazioni è sempre offline: fuori uso, inaccessibile.

ZERO SEGNALAZIONI. Insomma, se qualcuno dovesse accorgersi di una buca o di un ramo pericolante non potrebbe farlo presente a nessuno perché la pagina del sito del Comune di Roma dedicata alle segnalazioni, che si chiama “Rhome”, gira a vuoto.

 ZERO DIALOGO. Si tratta della Casa digitale del cittadino, nata nell’aprile del 2021 per semplificare e velocizzare il dialogo tra i romani e l’Amministrazione e per dare la spinta necessaria alla trasformazione digitale del Campidoglio. Peccato che questo dialogo digitale si interrompa sul più bello, anzi addirittura prima di iniziare.

(…)

FORTUNATI. Chi riesce ad entrare in “Rhome” non canti vittoria, però. A quel punto bisogna indicare cosa non va in città, almeno secondo il senso civico dei residenti. Una volta individuata la corretta dicitura della segnalazione da fare (un ramo pericolante, ad esempio, una buca o un dissesto stradale) si va alla terza pagina di “Rhome” dove bisogna inserire l’indirizzo stradale dove si trova il ramo pericolante o la buca.

(…)

Ecco come si prende la metro a Roma: spintoni, insulti e passeggeri incastrati nelle porte. Erica Dellapasqua su Il Corriere della Sera il 17 Aprile 2023 

Viaggio nelle fermate più centrali della Capitale. Banchine e vagoni strapieni a causa dei treni fuori servizio per la revisione. Si entra al grido di «strigneteve dentro!»

«Go inside, go, thank you!». Ingenua, la passeggera inglese chiede alla folla, gentilmente, di lasciare entrare anche lei, questa volta. Chissà quanti metrò, nell'ultimo quarto d'ora, le sono sfilati davanti lasciando sulle banchine solo folate di vento e frustrazione. Allora lei, inesperta e composta, ci riprova: «Insideeee!», ovvero ammassatevi dentro, che il posto si trova. Ma dalla pancia del vagone, dove le carrozze si congiungono a fisarmonica, ecco arrivare - tombale e disillusa - la risposta di una signora romana che, lei sì, chissà quante volte è stata lasciata a piedi da Atac: «Eh, pija ‘naltra metro, fija mia...».

Passeggeri incastrati tra le porte

Eccola qua, ripresa nei video girati sulle banchine e a bordo delle carrozze, la vita sul principale metrò di Roma, la linea A che attraversa tutto il centro storico congiungendo le periferie di Anagnina e Battistini. Spinte, gomitate strattoni, urla, insulti, come nel peggiore giorno di sciopero. Ma qui lo sciopero non c'entra. E' un muro contro muro quotidiano, per entrare per scendere e per farsi spazio e per ritrovarsi poi alla fine, pressati da dietro, incastrati tra le porte che si stanno chiudendo, col segnale di allarme che continua a strillare «beeepp, beeeepp», e la folla che - dietro - spinge implacabile senza lasciare scelta. 

Una prova di resistenza non solo per i pendolari ma anche per i turisti e, peggio, per chi laggiù, nelle viscere di Roma, ci arriva con le stampelle o in carrozzina, che come dimostra il caso della turista portata in braccio al Colosseo già a Roma hanno vita difficile. E infatti, come ben si può vedere nei video, per ben tre volte la carrozzina non entra. Questa è la linea A ma la situazione non cambia, anzi i pendolari dicono che è molto peggio, sulla linea B, soprattutto nei punti di scambio di Termini (dove si prende la A) e Bologna (dove si prende la B1). In tutto, A e B, trasportano 200 milioni di passeggeri all’anno, 600 mila passeggeri al giorno.

Mancate revisioni dei treni

C'è una ragione, alla base di tutto questo. Dopo anni di mancate manutenzioni dei treni il Comune si è ritrovato a dover gestire, tutte assieme, le revisioni dei mezzi che per legge vanno fatte con una cadenza puntuale. Evidentemente, negli anni, è mancata una programmazione di queste operazioni che avrebbero dovuto cadenzare l'uscita di scena dei metrò evitando quindi un'infilata di treni fuori servizio. Non è stato così, però, e dunque oggi la situazione più o meno ufficiale è questa: sulla linea A circolano solo 25 treni, rispetto ai 30 in servizio gli anni scorsi, e sulle linee B e B1 appena 21 treni rispetto ai soliti 28. Meno treni cioè passaggi meno frequenti, non più 3 minuti ma 5 o 6 se non peggio, e di conseguenza calca sulle banchine e a bordo. Più o meno ufficiale, dicevamo, perché in realtà c'è chi - tra i tecnici che seguono il settore capitolino dei trasporti - facendone pure un tema di sicurezza, e sottolineando quanto spesso, ormai, gli ingressi alle stazioni vengano contingentati per arginare il fiume di gente, sui numeri è ancora più drastico: «Una frequenza media di 5 minuti significa che i treni in giro, sulla A, sono meno di 20...».

Rabbia e insulti sulle banchine

Così, la metro è diventata - ancora di più - un calvario. Succede tutto nelle fermate più centrali di Roma: Barberini, Spagna, Termini e Repubblica, uno dei salotti di Roma, con la sua fontana delle Naiadi finalmente tornata a zampillare come ai tempi d'oro. Tanti turisti e tanti lavoratori, per via degli uffici nei dintorni. Ecco, proprio sulle banchine di Repubblica, lunedì, l'atmosfera è molto tesa. I treni arrivano già carichi, anzi straripanti. Ogni tanto, tramite l'altoparlante, la voce di Atac - placida e cantilenante- cerca forse di tranquillizzare gli animi: «Segue subito treno in arrivo da Barberini, allontanarsi dalla riga gialla, al-lon-ta-nar-si dalla riga gialla». Però è già il terzo treno che arriva così, stipato di gente, e chi aspetta non ce la fa più. Sulla banchina si coalizzano: al prossimo, dicono, costi quel che costi entriamo. E infatti, quando il metrò arriva, si alzano i toni e si finisce a litigare: «Oh, strigneteve dentro, la gente so’ tre metro che aspetta», insiste il ragazzo che aveva già dichiarato che lui, sul prossimo treno, ci sarebbe appunto salito a ogni costo. A un certo punto deve intervenire addirittura il vigilantes Atac: «Se non fate scenne col cavolo che salite!».

Incognita Giubileo

Un calvario, per i romani, e forse anche una preoccupazione per il Comune visti gli eventi che la Capitale si prepara ad accogliere, a partire dall'Anno Santo col suo fitto calendario di opere da completare. Dal Comune, ben consapevole dei disagi, ma pure dei ritardi delle amministrazioni precedenti, fanno sapere che, per quanto riguarda la linea A, entro fine mese dovrebbe rientrare un treno dalle revisioni. Almeno...

I Vigili.

Estratto dell’articolo di Romina Marceca per “la Repubblica - Roma” il 22 giugno 2023.

Presa a schiaffi, pugni e costretta in un’occasione a lanciarsi dall’auto in corsa durante un servizio vicino Castel Sant’Angelo per sfuggire alle botte. È scandalo nella polizia locale. Finisce sott’inchiesta uno dei sindacalisti di punta di Roma e istruttore del corpo. A denunciarlo alla polizia è stata una collega con la quale aveva una storia e che lavorava con lui nel Gruppo Prati. La procura ha iscritto il nome del sindacalista sul registro degli indagati con le accuse di lesioni e minacce aggravate. […] 

[...] Lui le prometteva, secondo quanto riportato nella querela presentata in polizia, che avrebbe lasciato la moglie. I due convivevano nella casa di lei quando la coniuge era fuori per lavoro o vacanza.

Una relazione che si nutriva di un equilibrio precario ma che per la vittima « è stata florida e senza liti per i primi sei mesi». «Più passava il tempo e più diventavo gelosa e gli facevo delle scenate », racconta la poliziotta. Al primo anno di relazione arriva il primo schiaffo. « Mi ha colpita così forte che ho perso l’equilibrio e sono caduta a terra» , ricostruisce la vittima. Da quel momento inizia una escalation di atti violenti diradati nel tempo nei confronti della donna che ha sempre rinunciato a denunciare perché «lui mi chiedeva di perdonarlo. Si diceva pentito e io non sono mai andata in pronto soccorso e nemmeno alla polizia».

L’episodio più grave, che precede quello che ha poi convinto la donna maltrattata che quella relazione era tossica, avviene proprio a bordo della volante della polizia locale. «Eravamo in servizio, avevamo avuto un diverbio perché avevo scoperto che sua moglie mi aveva bloccato sui social. Ero convinta che fosse stato lui per timore che io le rivelassi tutto. A un certo punto, lui era alla guida, mi ha dato un pugno alla tempia con la mano destra – spiega alla polizia la donna – e ho battuto la testa contro il finestrino. Per difendermi ho scagliato contro di lui la stampante dell’auto».

A quel punto la violenza prende il sopravvento. «Mi ha dato due pugni allo stomaco, non sapevo come farlo smettere. Per fortuna non andavamo molto veloce e ho deciso di lanciarmi fuori dalla macchina. Eravamo vicino Castel Sant’Angelo, lui mi ha raggiunta dicendomi di salire in auto e scusandosi ancora una volta. Non feci alcun rapporto al comando» . La poliziotta decide di chiedere ai suoi superiori però « di non mettermi più in servizio con lui » . Non spiega nulla, non fornisce particolari: «Lui è una persona influente all’interno del corpo della polizia locale, ha conoscenze di spicco. E nonostante il mio timore la relazione è andata avanti».

Fino al 6 giugno scorso quando la vigilessa è stata di nuovo bersaglio della violenza del compagno. […]« tre pugni alla testa». Esasperata dall’ennesimo maltrattamento, la donna gli ha lanciato contro una tazza con dentro una tisana. Questo gesto ha scatenato la furia: «Mi ha messo una mano sul collo per soffocarmi, con l’altra mi tratteneva le braccia al muro, l’ho graffiato, poi gli ho dato un calcio in mezzo ai pantaloni».

A salvare la donna è stata un’amica che ha citofonato all’improvviso. « La sera lui ha risposto al mio messaggio dicendo che ero pazza e che non voleva più vedermi » , è la conclusione della relazione. La vigilessa, in preda a un malore, si presenta in pronto soccorso dove le vengono prescritti cinque giorni di prognosi per contusioni. Parte la denuncia e l’incontro con la polizia che consiglia alla vittima di affidarsi a un’associazione contro la violenza sulle donne.

Estratto dell’articolo di Lorenzo d’Albergo per “la Repubblica - Edizione Roma” il 23 gennaio 2023.

C’è chi non può stare in piedi, in posizione eretta, per più di un tot di minuti. E chi non può assolutamente mettersi al volante. Figurarsi inforcare la moto o la bici e iniziare a pedalare. Che dire, poi, di quei pizzardoni che non potranno mai aspirare a vestire i panni del Batman de noantri, impossibilitati come sono a lavorare di notte. O addirittura a mettere il naso fuori dall’ufficio. A raccontare lo stato in cui è ridotto il corpo dei vigili urbani sono i certificati medici presentati dagli agenti negli ultimi mesi: in 945 su circa 6.000, quasi uno su sei, è inidoneo. Il numero di esenzioni sale a 1.023.

Ecco. Per i romani che si chiedono che fine abbiano fatto i pizzardoni mentre le strade dell’Urbe continuano a collezionare incidenti mortali (150 le vittime nel 2022) una parte della risposta sta nei certificati presentati dagli stessi agenti. Nel dettaglio, sono state depositate 331 richieste per chiedere l’esenzione dal servizio in esterna, 193 per non occuparsi della viabilità sotto le intemperie ed esposti allo smog record di Roma, altre 214 per non lavorare di notte e 23 per evitare pure il turno seminotturno. Quindi 166 certificati per chi non può stare in «stazione eretta» e 26 per non bazzicare la sala radio. Capitolo mezzi: in 8 non possono guidare le auto della flotta del corpo, in 2 moto e bici. […]

Estratto dell’articolo di Lorenzo d’Albergo per “la Repubblica - Edizione Roma” il 24 gennaio 2023.

C’è un detto, una frase fatta. Suona così: «Quando la realtà supera la fantasia» . Ecco. Per dare una certa consistenza al motto, non bisogna guardare troppo lontano dal Campidoglio. Basta assestarsi sulle coordinate del comando dei vigili urbani, in via della Consolazione. Lì, nell’ufficio che si occupa del personale, possono davvero dire di averle viste tutte. Perché i 945 pizzardoni inidonei nei mesi hanno presentato centinaia di incredibili certificati medici. […]

 Che dire, per esempio, dell’agente con severe difficoltà a soffiare? Esiste davvero. Per assicurarsi di non essere impiegato in strada, per il controllo della viabilità, si è fatto mettere nero su bianco dal dottore una «insufficienza polmonare» tanto grave da non permettergli di poggiare il fischietto d’ordinanza sulle labbra e farsi sentire nel traffico della Capitale. Il paziente deve restare in ufficio, inchiodato alla sedia. Così la polizia municipale perde una pedina. Paga piena, esenzione dal servizio in strada assicurata.

Nella classifica dei certificati ai confini della realtà, entra di diritto anche quello di un pizzardone alle prese con l’alopecia. Una calvizie incipiente e di recente scoperta. Per questo da bloccare sul nascere. Così l’agente della polizia locale si è fatto firmare un certificato che mette in guardia il corpo e lo diffida dal costringerlo a indossare elmetti, berretti e copricapi di ogni sorta. Inclusi ovviamente quelli previsti dalla divisa. Non chiamatelo casco bianco.

Spunta, poi, un terzo agente. E capita che non possa impugnare nemmeno una penna. Figurarsi una pistola. Oppure una più rassicurante paletta. Il soggetto in questione è in possesso di un certificato che brilla per originalità. La psoriasi diagnosticata dal medico di turno è una brutta patologia. Una noia che non permette al vigile urbano di firmare verbali. […] Il pizzardone ha le mani squamate, deve tenersi alla larga dal blocchetto delle contravvenzioni. […]

Un caso a parte è quello dello scettico della pandemia. No ai vaccini. No anche alla mascherina Ffp2. Sì solo e soltanto all’arma di ordinanza. Sospeso dal corpo per non essersi inoculato le dosi anti-Covid necessarie a tenersi stretta la divisa, un pizzardone ha deciso di accettare il provvedimento del corpo. Ma senza riconsegnare la pistola al comando. […]

Estratto dell’articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 27 gennaio 2023. 

(...)

Ebbene, sono 945 miracoli certificati, come ha documentato Lorenzo d’Albergo nei suoi articoli, tra bocche che, per insufficienza polmonare, non possono soffiare nel fischietto e dita che, squamate dalla psoriasi, non possono impugnare la penna e scrivere i verbali delle multe. Sono 166 i corpi che «non reggono la posizione eretta» e perciò diventano vigili urbani di concetto, poliziotti di scrivania.

 Disarma l’alopecia, che a volte evolve in tricotillomania compulsiva, e non sarebbe bello se il pizzardone, mentre dirige il traffico facendo danzare braccia e mani sulle note di Volare , si strappasse via con il cappello quel che resta dei capelli biforcuti dimostrando la verità del falso certificato e cioè che «trattasi di teste clinicamente non adatte a indossare il casco bianco, il cappello e il berretto, neppure quelli in goretex».

 Forse sarebbe ora che il sindaco Roberto Gualtieri, come Vittorio Alfieri, chiedesse il conto delle finte malattie che colpiscono mille vigili urbani su sei mila: «Oh’ sei tu Roma, o d’ogni vizio il seggio’?».

Trattandosi appunto di Roma, «emergenza nazionale», «specchio del Paese», «grande formicaio dell’anima italiana», e via proseguendo nella retorica disperata della correità con la Nazione, forse Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri potrebbero richiamare, rimbrottare almeno, i sindacalisti della «Funzione pubblica capitolina » rispettivamente di Cgil, Cisl e Uil, per una volta uniti in gloria della malattia simulata e spacciata per diritto alla protesta.

 Qui non c’è infatti il solito assenteismo e siamo ben oltre l’accidia del travet che Renato Brunetta, da ministro del governo Berlusconi, perseguitava come fannullone assistito. E vi risparmio l’altra retorica, quella della complicità ambientale con l’inadeguatezza del Campidoglio assediato da cinghiali, gabbiani e lupi, con la suburra calcistica e con il plebeismo degli spazzini dell’Ama, con la metro sempre sfasciata, con gli autisti dell’Atac “nuovi mostri” alla Dino Risi, che guidano guardando la partita, si addormentano al volante, e persino si masturbano rendendo collettivo l’orgasmo solitario.

Eh no, questi sono peggio perché i vigili urbani sono i poliziotti che devono dare coraggio in mezzo al traffico che uccide i pedoni, sono la divisa amica, l’autorità che seda e che calma.

 E va bene che la faccia del pizzardone non è più quella bonaria di Sordi Otello Celletti che quando indossava la divisa diceva: «Beh, che è, ve metto paura?», ma davvero non si può arrivare a sbandierare la truffa del certificato-patacca come lotta sindacale, come privacy da barricare contro i giornalisti. Nessuno chiede che gli «inidonei » — 133 all’esterno, 193 alla viabilità, 214 alla notte — e neppure quelli ai quali, poracci, la divisa procura prurito, e quegli altri, allergici, mortacci, al contatto con il pubblico, siano per contrappasso esposti alla vergogna, che so?, con le orecchie d’asino o con le terga denudate dagli altri vigili urbani d’Italia che, signori dell’educazione civica, delle strisce pedonali, dei semafori e delle file ordinate, hanno tutto il diritto di sentirsi oltraggiati.

Ma la smettano, almeno, con questo pentagramma di comicità corporativa che in fantastico sindacalese chiede contro di noi «un’azione sinergica, attutata… per il rispetto delle previsioni ex T.U. sicurezza luoghi di lavoro di IGS 81 2008 e successive modificazioni, stante l’eco nazionale sugli organi di informazione, attesa la strumentale ciclicità della sua riproposizione».

L’allora sindaco Ignazio Marino, al quale non risparmiavamo certo le critiche, si ritrovò invece abbracciato da tutta la Roma per bene quando nel Capodanno del 2014 denunziò i 571 vigili urbani, che si erano ammalati di botto e insieme, proprio nella notte che «entra er gallinaccio, l’abbacchio,/ er tonno, e l’anguilla de Comacchio». Pensate che altri 63 si erano assentati perché donatori di sangue, e ancora 80 per permessi vari.

(...)

La Raccolta dei Rifiuti.

Gaia Tortora: «l'Esercito per liberare Roma dai rifiuti». E scatta la rivolta dei vip contro la Capitale-discarica. Laura Martellini su Il Corriere della Sera il 30 Maggio 2023

Alessandro Gassmann va giù duro: «Roma è ormai una metropoli di cui vergognarsi. Fa schifo. È una discarica». I video virali di Elena Santarelli  

La più estrema Gaia Tortora, giornalista e conduttrice: «Io imploro l'esercito ormai - twitta -. Questa città è ingovernabile. Puzza.  È sporca. Pericolosa». In un messaggio precedente, accompagnato da foto di bidoni dell'immondizia (a Roma «monnezza») strabordanti, aveva commentato «ma che schifo senza fine». Che l'argomento sia ancora e sempre caldo, lo testimonia l'immediata risposta a Gaia del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli, che digita a sua volta, polemico: «Così tutti implorano il termocombustore...Soldi e monnezza, antico connubio». 

Da Raggi a Gualtieri: proteste e accuse di inefficienza

Dai 5 Stelle della sindaca Virginia Raggi all'amministrazione Gualtieri, i vip non risparmiamo critiche alla gestione della pulizia della Capitale, che sembra restare il grande nodo da risolvere. Un tema più sentito di altri: tutti, ma proprio tutti, hanno a che fare con scene di ordinario degrado e odori rivoltanti. Anche Alessandro Gassmann, pure legatissimo alle sue stradine di cuore e di cinema, si dice disgustato. E va giù duro:  «Roma è ormai una metropoli di cui vergognarsi. Fa schifo. È una discarica». Così a Trastevere, il suo rione, figurarsi nelle periferie più estreme. Dove almeno manca il frastuono della malamovida notturna. 

Da Gassmann a Santarelli: «Rifiuti pure nei parchetti dei bimbi»

Fra le più attive sui social anche Elena Santarelli, showgirl e conduttrice, ormai anche regista nota di video virali che raccontano il degrado della città. Instagram stories accompagnate da commenti come «Che profumo di primavera...»,  «Roma!!! Vergognoso», o ancora «ecco anche in un parchetto dietro dove ci sono i bambini. Purtroppo va avanti così da troppo tempo, anche nei quartieri più centrali». 

Carlo Verdone e Tiberio Timperi 

Il Campidoglio spinge sul termovalorizzatore, ma la prospettiva non basta più. Si chiedono interventi subito. Fra le paladine del decoro,  c'è la romanissima Claudia Gerini («ma perche 'sta città non si può pulire?»).  Persino Carlo Verdone deve alla fine ammettere che il respiro è altrove: «Lasciare per tre giorni i problemi che nascono in città, avere davanti orizzonti diversi dal traffico, avere le orecchie libere dai motori e dai clacson e sentire solo il vento che scende dagli Appennini: questa è una piccola breve cura per il nostro umore altalenante!» si libera su Facebook su sfondo montano bucolico. Mentre Tiberio Timperi davanti ai «pollai» infiniti (le recinzioni attorno alle buche e ai lavori in corso, dalla durata imperscrutabile e portatori di disagi immensi) si trasforma in umarell. Occhiali da sole per resistere alle lunghe ore addossato alla rete e spirito di osservazione. Foto-ricordo da una città amatissima, ma poco vivibile. 

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” il 17 maggio 2023.

La strategia per difendersi in un eventuale processo è chiara: «L'avvocato mi ha detto di non confessare e di puntare alla prescrizione», è il sunto di quanto detto da uno dei predoni del gasolio che, sottraendo carburante destinato ai mezzi aziendali dell'Ama, ha contribuito a scavare una voragine nei conti della municipalizzata romana dei rifiuti. 

Per questa vicenda 18 persone - tra netturbini e clienti - rischiano il processo per avere usato le carte prepagate fornite dall'azienda come un bancomat personale, altre 7 che hanno già patteggiato e la Procura ha aperto una nuova maxi-inchiesta. 

Le intercettazioni risalgono al gennaio del 2021, quando diversi colleghi sono già stati sottoposti al procedimento disciplinare e, su consiglio del sindacato, hanno confessato. Alcuni sono stati licenziati, altri hanno ricevuto sanzioni. «Di lui lo sanno tutti, eh... la sua scheda è diventata come una carta di credito... chiamava gli amici, li aspettava ai distributori... era contante per lui... questi arrivavano con la macchina, lui faceva il pieno... si faceva due taniche a sera», dice uno dei dipendenti finiti sotto inchiesta.

Poi si lamenta per la strategia di alcuni colleghi, che hanno scelto di confessare: «Il sindacato ci ha rovinati a fare i rei confessi... non lo dovevamo fare... se tu vai là e ti metti a chiacchierare... tu là non devi dire niente, ci deve pensare l'avvocato». 

Poi aggiunge di avere parlato con il suo legale, che si è raccomandato di «prendersi assolutamente la facoltà di non confessare». Sostiene che punteranno «a far passare più tempo possibile, in modo tale da mandare l'ipotetica sentenza in prescrizione». 

L'uomo continua a contestare la strategia della confessione e dice di avere ammonito un altro dipendente che deve essere interrogato entro qualche giorno: «Ti diranno che hanno le telecamere, hanno tutto, ma non hanno un c... non ti fare mettere in mezzo, gli ho detto... non ci sono telecamere, non ci sono confessioni, non c'è niente, come ha scritto l'avvocato, no?». […]

Uno dei dirigenti è stato licenziato, con l'accusa di non avere mai denunciato i comportamenti illegali e, soprattutto, di non avere monitorato la situazione. Su un punto, tutti gli indagati concordano: sottrarre carburante all'azienda, utilizzando le carte prepagate - che dovrebbero essere usate per fare il pieno ai veicoli dell'Ama - era un'abitudine. 

Uno dei netturbini - licenziato - ha ammesso di avere prelevato «in più occasioni benzina e di averla rivenduta a conoscenti» e si è giustificato dicendo che si trattava di «una pratica diffusa». […] Per ogni rifornimento effettuato sui veicoli Ama venivano addebitati circa 15 o 20 euro in più rispetto al costo del carburante effettivamente erogato […]

In alcuni casi, è emerso dalle indagini, sarebbero state effettuate centinaia di operazioni nel corso della stessa giornata.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per "la Repubblica - Edizione Roma" l’1 marzo 2023.

Prima la gastroenterite, poi un forte mal di testa e dopo anche qualche attacco fulminante di dissenteria. Come se non bastasse a tormentare il protagonista di questa vicenda ci ha pensato anche l’influenza, la febbre di stagione e infine un persistente senso di spossatezza.

 A soli 45 anni il sistema immunitario di un dipendente dell’Ama sembrava decisamente precario. O almeno è questo che devono aver pensato i colleghi dell’azienda municipalizzata che si occupa di rifiuti, quando in soli due anni si sono visti recapitare ben 51 certificati medici. “Patologie varie” e un’unica soluzione: “bisogno di riposo”.

A leggere i certificati medici sembrerebbe che almeno una decina di dottori, inclusi rinomati professionisti dell’Ospedale Cristo Re, si sarebbero scervellati per capire da che patologia fosse affetto l’uomo. E tutti sarebbero giunti a una sola conclusione: «impossibilità di recarsi al lavoro a causa di patologie invalidanti».

Solo una diagnosi si scosta dalle altre 51 messe nero su bianco dai dottori. È quella scritta dalla procura di Roma: «truffa e falso» è la prognosi legale. Perché in realtà, sostiene il pubblico ministero Mario Pesci, il dipendente Ama sarebbe stato sano come un pesce. Anzi i dottori non avrebbero neanche visitato quell’uomo. «Non mi ricordo di lui e quella firma nei certificati non è la mia», è sostanzialmente il mantra dei medici chiamati a testimoniare in aula, nel processo in cui il dipendente cerca di schivare le accuse con ottimi risultati, visto che qualche mese fa è stato assolto in un procedimento speculare.

Delle due l’una: o tra il 2015 e il 2016 dieci dottori del Cristo Re hanno visitato così tanti pazienti da dimenticare il volto di un uomo che con una certa costanza bussava alla loro porta, o l’imputato ha finto di essere malato e ha stilato autonomamente certificati falsi […]

I Cimiteri.

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” il 2 gennaio 2023.

Cadaveri mutilati con seghe e martelli, articolazioni spezzate, per fare spazio nei loculi del cimitero, con i resti riposti negli ossari prima del tempo. Ma anche finte cremazioni e, soprattutto, una truffa in danno dei familiari dei defunti, convinti a pagare 300 euro per spostare le salme dei loro cari, ignari del fatto che, in realtà, quei corpi sarebbero stati letteralmente smembrati. 

Dagli atti dell'inchiesta che ha portato sul banco degli imputati 16 persone, tra dipendenti Ama - che si occupavano delle mutilazioni illegali - e responsabili, compiacenti, delle agenzie funebri, emergono i dettagli agghiaccianti di questa pratica macabra e abusiva. Le accuse sono vilipendio di cadavere e truffa.

La municipalizzata, che ha in gestione i servizi cimiteriali capitolini, è costituita parte civile e, assistita dall'avvocato Giuseppe Di Noto, ha quantificato i danni: 500mila euro, considerando solo i fatti avvenuti nel cimitero di Prima Porta, al centro del processo. Ma potrebbe essere solo l'inizio: ci sono molti altri casi ancora in fase di indagine, che riguardano sempre Prima Porta, ma anche il cimitero Flaminio. 

[…] Per quanto riguarda i corpi fatti a pezzi la truffa nasce dal fatto che, a distanza di 20 o 30 anni dalla sepoltura, una volta scaduto il periodo di affitto del loculo, i cadaveri lì contenuti possono essere spostati nell'ossario, ovviamente se sono rimasti solamente gli scheletri.

Una procedura che è affidata all'Ama. In questo caso, le operazioni sarebbero state fatte prima del tempo e in modo abusivo, da dipendenti Ama che erano d'accordo con i gestori di alcune agenzie di onoranze funebri. Il prezzo chiesto sottobanco ai parenti delle vittime - ignari dell'illegalità delle pratiche - era di circa 300 euro. 

Una cifra che, a dire degli imputati, era necessario pagare «per procedere ad idonea estumulazione della salma», si legge negli atti. Quello che veniva omesso nelle comunicazioni era il fatto che, in realtà, il cadavere sarebbe stato fatto a pezzi utilizzando seghe e martelli, come hanno ricostruito i carabinieri, anche attraverso fotografie e video che hanno immortalato i dipendenti Ama all'opera. […]

Non si tratta di casi isolati. Dalle indagini - ancora in corso - sono emerse condotte analoghe anche all'interno del cimitero Flaminio. E pure in questo caso nelle carte vengono descritti i dettagli: cadaveri mutilati una volta che sono stati esumati in modo abusivo, «mediante la disarticolazione degli arti, poiché non avevano ancora raggiunto lo stato di mineralizzazione».

[…] Ecco lo schema, secondo gli inquirenti: i capi squadra dell'azienda comunale e i loro sottoposti sarebbero stati di volta in volta informati dai titolari delle agenzie funebri su quali salme - dietro compenso - smembrare, per poi spostare i resti negli ossari. Ma non è tutto: un'inchiesta parallela riguarda le finte cremazioni: ai parenti dei defunti sarebbero state consegnate urne colme di terra. […]

Francesco Storace per “Libero quotidiano” il 28 dicembre 2022.

Da giovanetto Roberto Gualtieri sognava l'arrivo di Baffone. Adesso, si accontenta del termovalorizzatore. Alla Borsa della bugia, lo danno per certo nel 2026. Fino ad allora a Roma si potrà tranquillamente restare sommersi dai rifiuti. Persino un gruppo di dipendenti dell'Ama - la municipalizzata che dovrebbe occuparsene, ma lo fa con scarsa efficacia - ha lanciato un appello ai cittadini: «Teneteveli a casa, noi non ce la facciamo a raccoglierli». 

È una situazione indecente, in alcune zone vengono svuotati i cassonetti e si lasciano in terra i rifiuti dei cittadini perché non c'è più spazio all'interno dei bidoni. A ottobre 2021, il sindaco appena eletto aveva promesso di ripulire Roma entro Natale, ma siamo già al secondo e rimane un sogno.

La città si è trasformata «in una pattumiera a cielo aperto dove non si vedono segnali di cambiamento: rifiuti ovunque e raccolta inesistente», denunciano i consiglieri capitolini di Fdi Federico Rocca e Rachele Mussolini. Che già fa rischiare conseguenze per l'aggiudicazione di Expo 2030: fra un po' arriveranno gli ispettori che si occupano dello stato delle città candidate, si rischia una pessima figura, insiste FdI. 

Picchia duro anche la Lega, con capogruppo in Campidoglio Fabrizio Santori: «La vera vergogna è il fatto che Roma sui rifiuti è sempre in emergenza e che il suo ciclo di smaltimento dipende da fattori esterni.

La chiusura degli impianti nel Nord, la scarsità di siti di trasferenza e la lontananza degli impianti, oltre alla mancata ottimizzazione del numero di mezzi operativi nei quartieri e la straordinaria produzione di indifferenziata per le festività, continuano a generare discariche ovunque. Dal centro alle periferie con un degrado inaccettabile mentre il Sindaco Gualtieri è totalmente inerme. La realizzazione del termovalorizzatore è in ritardo, tra operazioni immobiliari e mancanza di trasparenza Ama registra l'ennesimo flop». 

Per non parlare dell'invasione dei cinghiali. L'altroieri ci è mancato poco che la giornalista del Tg1 Emma D'Aquino ne "intervistasse" uno in pieno Lungotevere. I trombettieri dell'Ama sono costretti a negare tutto, il lavoro va alla grande dicono, e per bugiardi passano i cittadini che si lamentano dello schifo.

La faccia tosta è inarrivabile: «Le operazioni di pulizia e raccolta dei rifiuti si stanno svolgendo regolarmente nei diversi quadranti della città. 

Il piano operativo messo a punto da Ama, d'intesa con Roma Capitale, procede come da programma assicurando in questi giorni a cavallo delle festività i servizi di igiene urbana con uno sforzo supplementare rispetto agli anni precedenti con più personale in forza nelle 50 sedi di zona e nelle 5 autorimesse dell'azienda». Lo fa sapere Ama in una nota. «L'ingente quantità di rifiuti prodotta come sempre durante la notte di Natale - aggiunge l'azienda - è stata nella quasi totalità raccolta consentendo il ripristino della normalità in tutti i quadranti cittadini». Ma dove vivono non si sa...

Ci pensa persino la Cgil a richiamare all'ordine l'azienda. Parte la denuncia - con tanto di esposto alla Corte dei Conti - di nuove assunzioni dirigenziali. Con una selezione della durata di appena tre giorni, si punta a portare all'Ama un dirigente della polizia locale di Roma capitale. Non bastano evidentemente, da agosto ad oggi, le 5 figure dirigenziali già assunte, più altre due di supporto. 

Tra questi neodirigenti, un capo del personale, una responsabile della segreteria del presidente (arrivata dall'agenzia del Demanio) e una del direttore generale, un capo della cybersecurity (da Invitalia), un generale della Gdf in pensione come responsabile della security nelle sedi aziendali oltre alle due persone a supporto. Nuovi ingressi che - secondo i calcoli della Cgil «per l'azienda comportano un esborso da circa un milione di euro». Bastavano per assumere 40 operatori...

La Viabilità.

Olimpica, allarme sicurezza, ignorate le segnalazioni dei vigili: i casi di via Tuscolana, via Ostiense, Villa Pamphili e Colombo. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 27 Dicembre 2022

«Inseriamo le carenze riscontrate sulle strade dopo ogni incidente, i tempi degli interventi però non dipendono da noi», ribadiscono dalla Municipale. I salti di corsia rimangono una delle cause più frequenti di scontri fatali  

Segnalazioni su segnalazioni. Nei verbali degli incidenti, non soltanto di quelli con esito mortale, i vigili urbani annotano anche la mancanza di barriere di sicurezza per impedire i salti di corsia. Lo hanno fatto quest’anno, dopo la tragica fine di Giorgia e Beatrice sull’Olimpica, nel tratto fra via Salaria e viale della Moschea, lo avevano già scritto nel 2001, con un altro comandante generale alla guida di piazza della Consolazione e un’altra dirigente al vertice del II Gruppo Parioli. Nulla si è mosso. 

«Segnaliamo tutte le anomalie degne di nota, anche quelle che potrebbero aumentare la sicurezza di una strada, agli uffici competenti, di più purtroppo non possiamo fare. I tempi d’intervento non dipendono certo da noi», viene ribadito oggi dai vigili urbani, dopo aver puntualizzato ancora una volta i loro compiti all’indomani di un altro salto di corsia mortale sempre in quel tratto di via del Foro Italico, senza new jersey né guard rail, che invece avrebbero potuto evitare l’ennesima tragedia. Parliamo di quella di Giacomo Sabelli, studente casertano di 22 anni vittima di una carambola fra quattro auto e poi deceduto in ospedale qualche giorno dopo il ricovero. Il tratto killer dell’Olimpica non è tuttavia l’unico che avrebbe invece bisogno di interventi urgenti per essere messo in sicurezza. 

La polizia municipale ha segnalato (finora invano) ai dipartimenti del Comune interessati dalla questione così come agli uffici competenti dei rispettivi municipi di appartenenza, anche altre strade, come via Tuscolana, all’altezza di Cinecittà, in direzione del Raccordo anulare, così come un tratto di via Ostiense, vicino Ostia, e ancora via Leone XIII, a Villa Pamphili, dove solo pochi giorni fa ha perso la vita un motociclista, già meccanico della MotoGp, Adriano Forti, 46 anni: si è schiantato contro un albero. Gran parte della strada non ha barriere anti-salto di corsia, ma anche i tronchi - responsabili in passato anche di altri incidenti mortali - non sono protetti. 

Fra le arterie ad alto scorrimento all’interno della città, finite anch’esse nei verbali della Municipale con la descrizione dello stato dei luoghi e in certi casi anche con la raccomandazione di effettuare interventi urgenti, c’è ovviamente la Cristoforo Colombo. È considerata - a ragione - la strada più pericolosa di Roma, una delle peggiori d’Italia. Fra le ultime vittime Francesco Valdiserri, travolto e ucciso la notte del 19 ottobre scorso mentre camminava sul marciapiede con un amico da una ragazza di 24 anni, Chiara Silvestri: si era messa al volante della sua auto sotto effetto di alcolici e con tracce di stupefacenti. Non c’è alcuna protezione per i pedoni così come sulle corsie laterali. 

L’insicurezza.

Turista ferita a Termini, la vacanza a Roma con l'amica e la festa di Capodanno. Il prefetto: «Allontaniamo i senzatetto violenti dalla stazione». Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 2 Gennaio 2023.

La 24enne ferita da uno sconosciuto alle biglietterie automatiche stava per tornare in Israele. Bruno Frattasi: «Collaboreremo con il Comune per far regredire il degrado a Termini e aumentare la sicurezza»

Una vacanza romana conclusa nel modo più drammatico. E anche inaspettato, ed è questo l’aspetto più inquietante della vicenda. A casa di amici, insieme con una collega studentessa universitaria e altri giovani conosciuti nella Capitale. Giorni spensierati per la 24enne israeliana che da sabato sera è ricoverata in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo essere stata accoltellata tre volte davanti alle biglietterie automatiche della stazione Termini da un uomo vestito di nero, forse un senza fissa dimora, che l’ha aggredita all’improvviso senza apparente motivo. La scena, di sabato sera alle 21.45, è stata ripresa da una telecamera di sicurezza.

La giovane, entrata in ospedale in codice rosso dopo essere stata trasportata da un’ambulanza dell’Ares 118, è stata colpita a un fianco e al torace, ma i fendenti sono stati attutiti dal giubbotto che indossava: è grave, ma non sarebbe in pericolo di vita. Si era recata di sera alla stazione Termini per acquistare il biglietto del treno che ieri l’avrebbe dovuta portare a Fiumicino per prendere l’aereo per tornare a casa, a Tel Aviv.  Ma la serata dell’ultimo dell’anno sarebbe proseguita per la giovane con una festa e forse un passaggio con l’amica al Concertone al Circo Massimo. Programma stravolto in un attimo da quello che le è successo alla stazione e che ora non è solo al centro delle indagini della polizia, che ipotizza anche un tentativo di rapina, come quella di una lite precedente fra i due, e della Prefettura.

«Abbiamo affrontato il tema della sicurezza a Termini - conferma al Corriere il prefetto Bruno Frattasi -, con l’assessore comunale alle Politiche sociali Barbara Funari ci siamo ripromessi di rivederci per mettere a punto un piano di intervento che prenda in considerazione nuove strutture dove ospitare i senza tetto che vivono dentro e fuori lo scalo ferroviario, e che spesso sono al centro di episodi di violenza e aggressività, accentuati dalle condizioni di disagio e di degrado di quell’ambiente, anche come vittime. Lo scopo è quello di rendere più sicura Termini specialmente di sera e di notte, in questo caso all’esterno perché la stazione è chiusa al pubblico, e fare subito un passo avanti per far regredire il degrado attorno allo scalo e anche la percezione di insicurezza dei cittadini». 

«Veniamo da un fine settimana particolarmente complicato sotto il profilo dell’ordine pubblico - dice ancora il prefetto -, abbiamo affrontato dapprima la manifestazione degli anarchici in centro, evitando che la situazione potesse degenerare e poi anche il Concertone con 40mila persone. È andato tutto bene, grazie all’impegno della Questura e dei carabinieri nella gestione dei due scenari. Adesso affronteremo anche i giorni che precedono i funerali di Papa Ratzinger a San Pietro con la partecipazione di migliaia di persone ma anche quanto accaduto a Termini, cercando di ampliare con il Comune la ricettività dei servizi assistenziali. In uno degli ultimi Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica - sottolinea ancora Frattasi - abbiamo tracciato le linee guida per migliorare la situazione nella zona della stazione».

«Ho già sentito il collega Bruno Corda (che dirige l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, ndr.) per cercare di reperire spazi confiscati alla malavita da destinare ai senza tetto di Termini - annuncia ancora il responsabile di Palazzo Valentini -: non è facile, perché non si può pensare a sistemazioni in singoli appartamenti ma devono essere edifici che assicurano una logistica particolare, ma che potrebbero alleggerire lo scalo e anche restituire sicurezza di notte». 

D’altra parte questa secondo il prefetto Frattasi «sarebbe peraltro una soluzione in grado di dare protezione alle stesse persone senza fissa dimora, oltre a un pasto caldo e un letto ogni notte, che vengono spesso prese di mira. Bisogna evitare a tutti i costi il rischio che anche loro diventino un bersaglio di chi guarda con disprezzo al disadattato, all’homeless. Questo sarebbe davvero un passo in avanti non indifferente nella gestione di Termini». 

Estratto dell'articolo di Marco Carta e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 2 gennaio 2023.

Da piazzale Pier Luigi Nervi, periferia sud dell'Eur, fino a piazza dei Cinquecento, l'anticamera della Stazione Termini. Capo rivolto verso il basso, cappello in testa, vestito di scuro, con una busta di plastica blu in mano. Il mancato killer ha percorso poco più di 12 chilometri a bordo di un autobus prima di incontrare la sua preda, Abigail Dresner, la 24enne israeliana che sabato scorso è stata presa a coltellate con una lucidità e determinazione inquietanti. […]

Gli investigatori hanno ricostruito l'intero tragitto dell'aggressore e hanno in mano anche il suo identikit, una descrizione accurata a cui in queste ore i pm cercano di abbinare anche un nome e un cognome. È stato grazie alle telecamere di sicurezza piazzate a ogni angolo della stazione Termini che la polizia ha scoperto che il ricercato è arrivato in piazza dei Cinquecento dopo le 21,30 a bordo di un autobus, il numero 714. […]

 Così dalle immagini interne al bus, già in mano alla procura di Roma, è stato possibile ricostruire l'intero percorso del killer, un viaggio di oltre 12 chilometri che ha portato il ricercato verso la vittima. Mancava oltre un'ora all'agguato, quando quell'uomo sulla quarantina è salito a bordo del bus che era ancora parcheggiato al capolinea, in piazzale Pier Luigi Nervi, davanti il palazzetto dello sport dell'Eur, un luogo che l'aggressore potrebbe aver raggiunto anche con un altro autobus, visto che la polizia ha sequestrato anche le immagini catturate dalle telecamere di sicurezza installate in un'altra vettura.

Quel che certo è che una volta a bordo del 714, destinazione Termini, l'uomo non ha infastidito nessuno né ha richiamato l'attenzione dell'autista che, ascoltato dagli investigatori, ha detto che si è trattato di un passeggero come tanti, di un volto che non gli è restato impresso.

 L'aggressore ha viaggiato a bordo del bus per circa un'ora, fino alle 21,30, quando ha raggiunto l'ultima fermata, piazzale dei Cinquecento. È qui che pochi istanti dopo il suo arrivo l'uomo ha incrociato la turista israeliana. "Non lo avevo mai visto prima", ha detto Abigail ai poliziotti. La vittima non avrebbe fatto caso a quell'uomo vestito in abiti scuri. Non si è accorta che lui ha iniziato a seguirla, senza curarsi delle numerose telecamere che inquadravano ogni suo spostamento.

L'uomo l'ha pedinata fino all'interno della stazione Termini, dove la vittima, che sarebbe dovuta ripartire l'indomani dopo aver trascorso alcuni giorni nella Capitale in compagnia di un'amica, voleva comprare i biglietti del treno per l'aeroporto di Fiumicino. L'orologio delle videocamere di sorveglianza mostra le 21,45 mentre la giovane è alle prese con la biglietteria elettronica. A quel punto, l'uomo si è avvicinato a lei, estraendo dalla busta il coltello e pugnalandola due volte al petto. La vittima si è spostata, è caduta, si è rialzata e ha provato a scappare, prima di venire colpita nuovamente al petto. Poi l'aggressore si è girato dileguandosi tra la folla, sempre sotto l'occhio delle telecamere che hanno ripreso ogni istante dell'aggressione. […]

"Mia figlia sta meglio ma non vuole parlare, è difficile rivivere quei momenti drammatici. Vuole solo dimenticare. Non le va neanche di vedere la televisione in camera", ha detto la madre di Abigail subito dopo aver incontrato la figlia in ospedale, dove la ragazza ha ricevuto la visita anche del personale dell'ambasciata di Israele a Roma e del fidanzato, arrivato da Tel Aviv non appena saputo dell'aggressione.

 Ieri, nel reparto di chirurgia preventiva al primo piano del Policlinico Umberto I di Roma, c'erano anche diversi poliziotti che hanno rivolto alla ragazza alcune domande e hanno invitato i cronisti ad allontanarsi: "È un momento delicato". Forse perché il killer mancato ha le ore contate.

Le immagini sui social di Gerusalemme 28 minuti dopo l'aggressione. Allertato il Mossad, ma il terrorismo è escluso. Stefano Vladovich su Il Giornale il 3 Gennaio 2023

Un'aggressione brutale, diretta, per uccidere. E un giallo, quel video postato su Fb e rimbalzato su tutti i siti israeliani. Pochi dubbi sulla dinamica dell'accoltellamento di Abigail Dresner, 25 anni ancora da compiere, colpita al torace e a un fianco da tre fendenti sferrati con ferocia inaudita alla stazione Termini la sera di San Silvestro. La ragazza israeliana, in vacanza da un'amica che studia a Roma, fa appena in tempo a dire che lei, quel criminale armato di coltello che l'avvicina mentre è in coda per un biglietto ferroviario, non lo ha mai visto prima. Poi il ricovero e l'intervento urgente per la perforazione del fegato e un'emorragia interna.

«È fuori pericolo», assicurano i sanitari. La polizia, che sta battendo varie piste per arrivare all'uomo, un bianco alto un metro e 80, robusto, non crede alla rapina, al gesto di un ex, a una lite precedente il fattaccio. Tantomeno a un atto terroristico. Il Viminale, attraverso la Farnesina, ha subito allertato gli 007 del Mossad. E Tel Aviv avrebbe smentito la pista araba, la giovane donna e la sua famiglia non hanno alcun legame politico da renderli bersaglio di un attentato. Prendono corpo due piste che, per ora, sembrano le più accreditate. Lo scambio di persona: chi ha ferito gravemente Abigail credeva si trattasse di un'altra ragazza. Magari un'ex fidanzata o compagna. Non solo. Sabato pomeriggio Roma è teatro di scontri durissimi fra gli anarchici del Fai, che chiedono la liberazione del militante Alfredo Cospito in carcere al 41 bis, e le forze dell'ordine. Il personaggio vestito di nero, cappello da baseball scuro e mascherina sul volto, potrebbe essere un antagonista deciso a colpire una «nemica della Palestina», forse conosciuta in rete e seguita fino allo scalo ferroviario. Ma è un'idea remota secondo gli inquirenti. Altra ipotesi: il gesto di un folle, di uno sbandato dei tanti che vivono a ridosso del terminal. Ma la sua azione, ben inquadrata dalle telecamere, sembra eseguita con lucidità e freddezza, secondo un piano preciso. Si guarda attorno l'accoltellatore, entra in azione al momento giusto prendendo la vittima alle spalle. Poi fugge, nascondendo l'arma nel sacchetto celeste che si porta dietro. La direzione di fuga: la polizia sequestra altre immagini registrate alla biglietteria come all'uscita della stazione, lato via Giolitti. Spera di capire dove si sia nascosto o con che mezzo si sia allontanato dall'Esquilino. Sicuro l'uomo imbocca via Daniele Manin per poi scomparire. Intanto, ieri mattina, in Procura arriva la prima informativa della polfer e il pm apre un fascicolo per tentato omicidio.

Abigail, mentre viene trasportata al policlinico Umberto I, racconta in lacrime che è arrivata da poco in Italia, ospite di un'amica che studia a Roma e che non ha incontrato altra gente. Dice il vero? La studentessa conferma che Abigail avrebbe dovuto acquistare 2 biglietti per un treno regionale. Dovevano passare l'ultimo dell'anno fuori città, a una festa. C'è, poi, il mistero del video. Lo posta per primo sul suo profilo Fb alle 19,41 di domenica David Stern, un uomo che scrive di aver studiato all'Università di Tor Vergata e di vivere a Terni. Sono passati appena 28 minuti da quando la notizia viene diffusa dalla Questura. Chi gli ha dato il filmato, registrato con uno smartphone da un monitor di servizio? Un amico della sorveglianza, un testimone oculare? Stern, italiano ma di origine israeliana, sarà ascoltato nelle prossime ore.

La busta e il video "rubato". Cosa sappiamo dell'accoltellamento a Roma. L'aggressore della turista israeliana, accoltellata alla stazione Termini, è ancora a piede libero. La procura di Roma ha aperto un fascicolo per tentato omicidio. Rosa Scognamiglio su Il Giornale il 2 Gennaio 2023

È ancora a piede libero l'aggressore della 24enne israeliana accoltellata alla stazione ferroviaria di Roma Termini la sera del 31 dicembre 2022. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo con l'ipotesi di reato per tentato omicidio. Sul fronte investigativo, però, restano ancora molti nodi da sciogliere. In primis, il rebus del video "rubato" - scrive Repubblica.it - apparso sul profilo di un utente Facebook nei minuti successivi all'aggressione. E poi, il mistero della busta blu in cui il malintenzionato ripone il coltello dopo aver colpito la turista. I due si conoscevano? Cosa nascondeva lo sconosciuto nel sacchetto? Proviamo a ricostruire la dinamica dell'accaduto mettendo in fila i pochi elementi a disposizione degli inquirenti.

La dinamica dei fatti

L'aggressione si consuma in una manciata di secondi. Nel video, si vede un uomo - verosimilmente giovane, alto, vestito di nero e col berretto calato sulla testa - che punta dritto alla turista israeliana tra la folla di passanti. La ragazza è intenta ad acquistare un biglietto al distributore automatico quando, all'improvviso, viene colpita per due volte di spalle e poi una terza mentre tenta di pararsi dai fendenti. Poi, l'aggressore si dilegua nella direzione opposta a quella della 24enne ferita.

Il mistero del video "rubato"

Il filmato dell'accoltellamento è stato condiviso sul profilo Facebook di un utente nei minuti successivi all'accaduto. Poi, ha iniziato a circolare rapidamente di cellulare in cellulare. C'è un dettaglio, però, che non è sfuggito agli investigatori. Nel video, oltre alla dinamica dell'aggressione, si vedono le informazioni della telecamera di sorveglianza. Ciò significa che chi ha diffuso la clip potrebbe aver avuto accesso al "cervellone" della stazione Termini. Perché? Come ha fatto ad acquisire le immagini?

La busta blu

C'è un altro particolare che ha catturato l'attenzione dei poliziotti. Per tutto il tempo, anche quando colpisce la ragazza, il malintenzionato stringe nella mano sinistra un sacchetto di plastica blu. Dalla busta estrae la lama con cui si scaglia contro la 24enne e quindi ve la ripone dopo l'aggressione. Fatto sta che, mentre si avvicina alla turista, continua a guardare all'interno dell'involucro. Cosa controlla? Il sacchetto conteneva solo il coltello?

Il movente

La ragazza, trasportata in codice rosso al Policlinico Umberto I, è fuori pericolo. Per fortuna, la lama non ha intaccato gli organi vitali. "Non conoscevo la persona che mi ha accoltellato", ha raccontato sulle prime la giovane agli investigatori. Per i poliziotti è fuori dubbio che l'aggressore abbia puntato dritto alla ragazza. Lo si evince chiaramente dal filmato. Tra i due c'era stato uno screzio? L'uomo aveva fatto, forse, qualche richiesta che la vittima gli ha negato?

L'identikit dell'aggressore

L'identità dell'aggressore resta sconosciuta. Dal video, sembrerebbe trattarsi di una persona giovane, vestita con abbigliamento casual. Gli investigatori hanno escluso l'ipotesi di un clochard mentre resta ancora plausibile la pista di un "saltafila". Per certo, non si tratta di uno sprovveduto ma di un individuo "lucido e potenzialmente pericoloso". Potrebbe colpire ancora? È caccia all’uomo.

Arrestato a Milano da due carabinieri l’aggressore della ragazza accoltellata a Roma Termini. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Gennaio 2023.

Il ragazzo polacco era ricercato in tutt' Italia. E' stato riconosciuto da due carabinieri fuori servizio, moglie e marito, su un treno in partenza per Brescia, che lo hanno fermato insieme ad alcuni colleghi e gli agenti della polizia ferroviaria arrivati in soccorso

La Polizia aveva scoperto l’aggressore della studentessa 24enne israeliana Abigail Dresner., incrociata nella sera di San Silvestro si ritiene per il momento per caso davanti alle biglietterie automatiche della stazione Termini: si tratta di un senzatetto 24enne di origine polacca, Aleksander Mateusz Chomiak, già ricercato anche per furto da Grudziądz, città della Cuiavia-Pomerania, identificato grazie al prezioso contributo delle telecamere di sicurezza della stazione ferroviaria Roma Termini, e che è stato bloccato oggi pomeriggio da due carabinieri (che erano fuori servizio) alla stazione Centrale di Milano. Appena saliti sul treno per Brescia, al binario 12 della stazione centrale di Milano, la coppia di carabinieri (lui, vice brigadiere del Nucleo radiomobile di Milano, lei impiegata nell’infermeria del Comando Legione Carabinieri di Milano) ha riconosciuto l’uomo fuggitivo e, prima che riuscisse a dileguarsi, ha bloccato e chiamato i rinforzi. il giovane, bloccato senza opporre resistenza, è stato subito condotto negli uffici dell’Arma nella caserma “Montebello” in via Vincenzo Monti a Milano , sede del Nucleo radiomobile.

In fase di perquisizione il polacco è stato trovato in possesso di due coltelli (uno dei quali completamente nuovo, appena comprato, ancora avvolto dall’imballaggio) ed un taglierino che erano nascosti nella giacca destra chiusa con zip della parte superiore dalla tuta, sono stati sequestrati e dovranno ora essere analizzati dal RIS dei Carabinieri. Non aveva con sé documenti e non ha ammesso la sua identità accertata grazie al sistema di riconoscimento facciale dell’Arma dei Carabinieri e all’Afis.

Secondo i primi accertamenti a riconoscere il fuggiasco su un treno in partenza per Brescia è stato un militare dell’Arma dei Carabinieri fuori servizio, il vice brigadiere Filippo Consoli in forza al Nucleo radiomobile di Milano, che si trovava insieme con la moglie Nicoletta Piccoli in forza alla caserma “Montebello”, anche lei carabiniere infermiera. Immediatamente allarmata la sala operativa del comando provinciale dei Carabinieri di Milano, sono intervenuti i colleghi presenti in stazione insieme con gli agenti della Polfer. Il pm di turno della procura di Milano Enrico Pavone inoltrerà mercoledì all’ufficio Gip la richiesta di convalida del fermo e di custodia cautelare in carcere. Dopo la decisione sulla misura gli atti saranno trasmessi alla procura capitolina, competente sulle indagini.

La pista seguita fin dai primi momenti delle indagini sul gesto di uno squilibrato negli ambienti dei clochard che frequentano la stazione Termini si sarebbe rivelata giusta, anche se incredibilmente il 27 dicembre scorso Aleksander Mateusz Chomiak che avrebbe precedenti di polizia (2021) nel suo Paese d’origine, e nonostante fosse stato già identificato dalle autorità di polizia venendo sottoposto ad un controllo dalle forze dell’ordine, non era stato fermato e quindi lasciato a piede libero, circostanza questa che mette in discussione il millantato scambio di informazioni fra le polizie europee, considerato che era già ricercato per furto.

Nei mesi scorsi, almeno dall’aprile 2022, si era spostato per l’Italia fra Venezia e Torino. La madre lo aveva cercato a lungo dopo il suo allontanamento da casa, contattando persino una trasmissione nazionale che trova persone scomparse (una sorta di “Chi l’ ha visto ?”). Il suo nome appare nel profilo Facebook Zaginieni /vermisst che si occupa di cercare persone scomparse. In un post dello scorso 14 dicembre si legge che Aleksander è residente a Grudziadz e che otto mesi fa è partito per l’Italia dove vive da senza fissa dimora dormendo nei treni e stazionando davanti ai fast food per racimolare spiccioli. Prima di arrivare a Roma sarebbe passato per Torino, Venezia e Livigno. Il giovane sarebbe stato ricoverato in ospedale dopo essere “crollato per strada – si legge sempre su Facebook – ma il giorno successivo sarebbe stato portato in un centro per senzatetto“. La famiglia non aveva più sue notizie dal 23 ottobre scorso.

Secondo quanto sarebbe emerso nel corso delle indagini il giovane polacco si muoveva spesso in tutta Italia, dormiva in treno o in strada, sulle scale o all’interno di palazzi abbandonati. Sfruttava locali pubblici per ottenere un accesso internet, come ad esempio McDonald’s o le stazioni ferroviarie, che sono notoriamente un luogo di ritrovo di persone illegali, senza fissa dimora e di spacciatori come le immagini anche di “Striscia la Notizia” hanno più volte documentato, e dove i controlli di polizia lasciano molto a desiderare.

A incastrare l’uomo diverse immagini, filmate dalle telecamere di sicurezza sia all’interno che all’esterno della stazione, che hanno ripreso l’intera aggressione e il volto. In un video si vede appunto un uomo, vestito di scuro, che indossa un cappello con visiera e tiene in mano una busta blu. La 24enne era di spalle, indossava uno zainetto rosso, e stava per acquistare un biglietto. L’uomo le si è avvicinato da dietro cercando di stringerla col braccio sul collo: forse in questa occasione le ha sferrato un primo fendente. Poi un secondo. La vittima è stata scaraventata a terra, riuscendo a rialzarsi e sembrava tentare una reazione cercando di colpirlo. Lui però, con la mano destra, le ha sferrato un terzo colpo. A quel punto la ragazza si allontana stringendosi le mani all’addome, mentre l’uomo scappa via nella direzione opposta, infilando nel sacchetto blu ciò che teneva nella mano destra.

L’aggressore è stato identificato grazie al sistema di videosorveglianza, in quanto le stazione italiane, pur essendo presidiate dalla Polfer di fatto sono lasciate abbandonate a se stesse, senza alcun reale controllo effettivo a tutela della sicurezza dei passeggeri. Anche se veniva indicato nelle segnalazioni come un 40enne ! Quanto avvenuto la sera di San Silvestro è stato al centro del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza che si è tenuto oggi. Il prefetto di Roma ha assicurato che verrà rafforzata la presenza di forze dell’ordine all’interno della stazione Termini dalle 20 alle 24.

Si tratta della “fascia oraria più critica, quando chiudono i negozi e c’è meno passaggio di persone” ha dichiarato il prefetto  Bruno Frattasi annunciando di avere chiesto il “raddoppiamento del presidio ‘Strade Sicure’: avremo dunque una duplice risposta dentro e fuori alla stazione Termini e soprattutto negli orari dove c’è minore presenza di persone“. E come sempre in Italia deve scappare un morto o rischiare di morire qualcuno per far si che la burocrazia italiana si occupi della sicurezza dei cittadini. Nel principale scalo ferroviario di Roma, poche ore prima dell’accoltellamento un pit bull, incustodito e libero, ha sbranato il barboncino di una turista.

Ma alle istituzioni evidentemente tutto ciò non preoccupa. Sono troppo impegnati….ad organizzare “altri interventi, innovativi e più radicali riguarderanno Termini in vista del Giubileo del 2025 attraverso un accordo tra Grandi Stazioni e Roma Capitale“.  E certo…nei palazzi delle cosiddette “istituzioni” pensano solo al business, ma non alla sicurezza degli italiani !

Le parole della madre della vittima

Mia figlia Abigail ora sta bene ma è sotto choc, non vuole parlare di ciò che è successo a San Silvestro alla Stazione Termini e rivivere quei momenti”: lo ha dichiarato la mamma della turista israeliana accoltellata l’ultimo dell’anno, intervista dal Corriere della Sera nella Cronaca di Roma. La donna ha visitato la figlia al Policlinico Umberto I dove è ricoverata nel reparto Chirurgia d’urgenza per le tre coltellate ricevute, in condizioni stabili e gravi ma non in pericolo di vita. Da Israele è arrivato anche il fidanzato della giovane, un 25enne. “Mia figlia ha subito un grande trauma”, ha aggiunto ancora la mamma, “adesso vuole solo dimenticare, non le va neanche di vedere la televisione in camera. La vogliamo lasciare riposare per un po’, ma ora che l’ho vista sono un po’ piu’ tranquilla. Abbiamo avuto molta paura…“ Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di Marco Carta per repubblica.it il 5 gennaio 2023.

"Un dottore l'ha salvata per caso. È grazie a lei se Abigail è viva. Si trovava alla stazione Termini di passaggio, proprio in quel momento. È stata una coincidenza. Ha soccorso Abigail mentre era a terra insanguinata. Ha fermato le emorragie fino a quando non è arrivata l'ambulanza. Il suo intervento è stato provvidenziale. È anche venuto in ospedale a trovarla".

 David (il nome è di fantasia ndr) è il fidanzato di Abigail Dresner, la turista israeliana aggredita la notte del 31 dicembre alla stazione Termini. Dopo giorni di paura, finalmente è sollevato. […]

Il suo racconto parte dal viaggio in Italia della ragazza. "Abigail era venuta a Napoli a trovare una sua amica. Non era la prima volta che veniva in Italia. È partita da Tel Aviv subito dopo Natale. Si era divertita, era contenta e non si era mai sentita in pericolo", spiega David, che aggiunge alcuni dettagli finora inediti: "Non aveva nessuna intenzione di rimanere a Roma.

 Nel tardo pomeriggio aveva preso il treno da Napoli. Il suo piano era quello di ripartire per Israele la sera stessa, senza fermarsi a Roma. Aveva già il biglietto dell'aeroporto di Fiumicino, lo aveva fatto online. Si è fermata a cercare il binario con una di quelle macchinette elettroniche. Poi è successo quello che è successo".

Quando Aleksander Chomiak la aggredisce alle spalle sono le 21 e 45. Mancano poco più di due ore alla mezzanotte e la stazione Termini è deserta. "Lei mi ha detto che non aveva visto quell'uomo. Non lo aveva nemmeno incrociato con lo sguardo, né si era accorta di essere seguita. Era scioccata, sorpresa. Poi lo vedi dalle immagini, è accaduto tutto in pochi secondi. Quando ho saputo quello che era successo, ho fatto il biglietto immediatamente e sono venuto insieme a sua madre".

Dal primo gennaio entrambi stazionano davanti all'ospedale, per poter parlare anche pochi minuti con Abigail. "Questa cosa sarebbe potuta succedere anche in Israele dove le misure antiterrorismo sono molto più stringenti - conclude David -.  Quando un pazzo fa un gesto del genere come fai a prevenire? Non credo che la borsa c'entri nulla, anche se questo spetta ai poliziotti dirlo. Quell'uomo non ha chiesto soldi, non ha provato a rapinare Abigail. Le ha solo date tre coltellate. Una follia".

C. Giu. per il “Corriere della Sera” il 5 gennaio 2023.

E adesso?

«Adesso vogliamo solo tornare a casa, dai nostri bambini. Sono due giorni che non li vediamo».

 L'appuntato Nicoletta Piccoli, 37 anni, e il vicebrigadiere Filippo Consoli, 36, si guardano negli occhi. È come se all'improvviso la divisa che portano addosso, il protocollo, le luci dei flash, non esistessero più.

«Abbiamo dormito tre quarti d'ora in due giorni. Dobbiamo riposare, stare con i nostri figli. Però da domani siamo in vacanza».

 Piccoli e Consoli sono sposati da sei anni. Si sono conosciuti nei primi anni di servizio, a Legnano, in provincia di Milano. Vivono a Iseo (Brescia), e lì stavano tornando martedì sera finito il turno alla caserma Montebello di via Vincenzo Monti. Infermiera lei, effettivo al Radiomobile lui.

Siete arrivati al binario 10 e cosa è successo?

Consoli: «Siamo saliti sul treno per Brescia. Come tutte le sere».

Piccoli: «Io appena arrivata sul vagone mi sono qualificata con il controllore, lo faccio sempre».

 Consoli: «Era un treno a due piani, siamo saliti sulle scale e ce lo siamo trovati di fronte. Era tranquillo, aveva le borse appoggiate sul sedile. Eravamo solo noi nel vagone, non c'erano altre persone. Questo ha reso tutto più semplice».

 Lo avete riconosciuto subito?

Consoli: «Era tutto vestito di nero, aveva gli stessi vestiti. Lo stesso cappellino e le stesse scarpe. E poi era estremamente somigliante alle foto che avevamo visto ovunque, sui social, in Rete».

 E cosa vi siete detti?

Consoli: «Ci siamo guardati, abbiamo controllato ancora l'immagine, perché per eccesso di zelo rischi di bloccare, di mettere a terra una persona in stazione Centrale».

 A quel punto avete deciso di intervenire.

Consoli: «Avevamo poco tempo. Rischiava di allontanarsi».

 Perché?

Consoli: «Si è subito sentito attenzionato».

Piccoli: «Deve avermi visto quando ho tirato fuori il tesserino con il controllore. Ha preso le sue cose ed è sceso dal vagone. Quando ci è passato davanti abbiamo confrontato ancora le sembianze con l'immagine sul telefonino. Eravamo sicuri che fosse lui».

 E avete deciso di fermarlo.

Consoli: «Sì ma volevamo agire nella massima sicurezza. Temevamo che avesse un coltello, per questo ho subito chiamato i colleghi del Radiomobile».

 Ma a questo punto vi separate.

Piccoli: «Ci siamo divisi i ruoli. Io sono andata a chiamare la Polfer perché era importante agire in sicurezza».

Consoli: «Io sono sceso e l'ho seguito. Siamo arrivati al binario 12. Allungava il passo. Ho visto in lontananza arrivare i colleghi del Radiomobile e quelli della polizia. Eravamo in un numero adeguato e ho deciso di bloccarlo».

 Un po' di batticuore in quel momento?

Consoli: «La giusta apprensione, la giusta paura che ti porta a non esagerare, a non osare. Ad agire in sicurezza».

 I tre coltelli dove li avete trovati?

Consoli: «Quando lo abbiamo perquisito. Un coltello da cucina e un cutter nella tasca destra, mentre nei sacchetti aveva un altro coltello».

Quando lo avete fermato gli avete fatto vedere il fotogramma ripreso a Termini?

Consoli: «Gliel'ho mostrato successivamente, quando eravamo negli uffici della Polfer. Ha visto l'immagine e ha annuito con la testa».

 Parlava? Vi è sembrato lucido o alterato?

Piccoli: «Era piuttosto stanco, disorientato. Poco lucido»

Consoli: «Niente, non ha mai detto una parola».

Ragazza accoltellata a Termini, chi è l'aggressore Aleksander Mateusz Chomiak. Cesare Giuzzi e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 4 Gennaio 2023.

Chi è il 24enne che ha accoltellato la ragazza israeliana alla stazione di Roma Termini. Arrestato a Milano, vagabondava in Italia da otto mesi. Ha girovagato tra Venezia, Torino, Livigno e Roma dormendo sui treni e nei depositi ferroviari. Mistero sul movente dell’aggressione

Alek stava seduto sul treno per Brescia come un passeggero qualsiasi. Aspettava con pazienza l’avvio del convoglio dalla stazione Centrale di Milano, pronto a far perdere le tracce ancora una volta, usando il mezzo di trasporto a lui più congeniale, con il quale negli ultimi otto mesi si è spostato da Venezia a Livigno, da Torino a Roma. Viaggiando gratis e in certi casi dormendoci anche sopra, nei depositi ferroviari. Una vita da sbandato, da lupo solitario, tradito questa volta dal tam-tam mediatico che gli ha fatto terra bruciata attorno, dalle decine di video delle telecamere di sicurezza che lo hanno ripreso da tutte le angolazioni, diramati dalla polizia a tutte le altre forze dell’ordine, dagli stessi clochard e dai pusher che gravitano alla stazione Termini: temevano che l’aumento della vigilanza da Capodanno in poi, dopo il ferimento della giovane turista israeliana nel maggiore scalo ferroviario romano, potesse intralciare i loro affari sporchi.

Quando ieri pomeriggio marito e moglie carabinieri, entrambi fuori servizio, lui vice brigadiere del Nucleo radiomobile, lei infermiera nel centro medico della caserma Montebello (Milano) dello stesso reparto dell’Arma, lo hanno riconosciuto sul vagone, soprattutto dal berretto, Aleksander Mateusz Chomiak, 24 anni, era ancora vestito di nero, proprio come nelle immagini dell’accoltellamento di Abigail G., davanti alle biglietterie automatiche di Termini la sera di San Silvestro. Aveva perfino la stessa busta di plastica azzurra piena di cibo e sigarette, e un coltello da cucina confezionato. Il suo bagaglio per la fuga. Altre due lame, una sempre da cucina e un taglierino, le nascondeva nelle tasche del giubbotto. Alek ha capito che qualcuno si era accorto di lui e quando il capotreno ha dato l’ordine di non far partire il convoglio, ha provato a scendere di corsa, ma è stato immobilizzato dai carabinieri e dalla Polfer.

L’epilogo di tre drammatiche giornate, con la caccia senza quartiere al ragazzo nato a Grudziądz, città universitaria nella regione della Cuiavia-Pomerania, e conosciuto dalla polizia polacca perché in passato accusato di furto, forse di un’auto. Un giovane non facile, per il quale la madre Malgorzata si è subito mossa quando, otto mesi fa, il figlio si è allontanato da casa arrivando in Italia. Una fuga forse collegata proprio a quel reato commesso vicino casa. Appelli su appelli insieme con il marito Edward, per ritrovare il giovane, rivolgendosi anche in tv al «Chi l’ha visto?» polacco - Zaginieni veermisst - che il 14 dicembre scorso ha chiuso il caso: Alek era a Roma e stava bene.

Almeno in quel momento un sospiro di sollievo per i genitori del 24enne, tuttavia all’oscuro della vita randagia di Alek, abituato a girare con una lama sempre pronta all’uso. Per difendersi ma anche per aggredire. Dopo l’accoltellamento della turista a Roma sono scattati accertamenti per capire se nel corso delle settimane scorse il giovane sia stato coinvolto anche in altri reati. Esclusa l’ipotesi che possa trattarsi di un estremista, resta il mistero sul movente del ferimento di Abigail. Prima di arrivare nella Capitale il 24enne si è spostato da Venezia a Livigno, in provincia di Sondrio, quindi ha passato un periodo a Torino. Ha dormito per strada, anche fuori dai fast food per poter connettersi alle reti wi-fi e ricaricare il telefonino, ha trovato in qualche caso ospitalità in strutture di accoglienza, a casa di amici e connazionali. Di lui comunque tracce a singhiozzo: il 23 ottobre scorso una delle ultime telefonate alla madre, prima di sparire di nuovo. «Sto bene, ora mi trovo a Roma, ti richiamo».

Poi più niente, per quasi due mesi. Trascorsi a Roma, quasi sempre alla stazione Termini, che il giovane polacco come tanti ragazzi senza tetto ha eletto come punto di riferimento, da raggiungere ogni giorno dalla periferia est o dall’Eur, non si esclude anche da rifugi oltre il Raccordo anulare, proprio come ha fatto nel pomeriggio del 31 dicembre, prima di ferire la turista. A Roma, dove la comunità polacca si era mobilitata per rintracciarlo dopo l’allarme lanciato dalla polizia, è stato anche ricoverato in ospedale dopo essere stato soccorso in strada per un malore. Anche in quel caso, dopo le dimissioni, è finito in un centro d’accoglienza dal quale però si è allontanato qualche giorno dopo. Attirato ancora una volta dalla casbah fuori Termini, dove il 27 dicembre scorso Alek è stato fermato per un controllo dei documenti proprio nei pressi della stazione e poi, come spesso succede con i senza tetto, rilasciato.

"L'ho visto sul treno", poi il blitz. Così hanno fermato l'aggressore di Termini. Giuseppe De Lorenzo il 3 Gennaio 2023 su Il Giornale.

La ricostruzione della caccia all'uomo: Aleksander Mateusx Chomaik fermato dalla Polfer alla stazione di Milano. A riconoscerlo due carabinieri fuori servizio

Lo hanno cercato per tre giorni, prima nei dintorni della Stazione Termini, poi in tutta Italia. E lo hanno trovato a Milano. Aleksander Mateusz Chomiak, di 25 anni, è l'attentatore polacco che il 31 dicembre scorso ha accoltellato senza un apparente motivo una turista israeliana che stava acquistando un biglietto. Due colpi di coltello, ripresi dalle telecamere di videosorveglianza, che avevano avviato una caccia all'uomo conclusasi alla stazione centrale della città meneghina.

L'operazione di polizia è certosina e scatta subito dopo i soccorsi alla giovane 24enne, oggi in ospedale non in pericolo di vita. Gli investigatori partono dalle analisi di tutte le telecamere interne allo scalo ferroviario, ricerca che dà i risultati sperati: i video mostrano non solo il momento dell'aggressione (guarda il video), ma anche il sospettato aggirarsi nei dintorni (guarda il video). I frequentatori abituali a Termini lo riconoscono: si tratta di un clochard che spesso si aggira in zona. Le forze dell'ordine peraltro lo avevano già schedato quattro giorni prima: il 27 dicembre, a Roma, il polacco era stato fotosegnalato allo scopo di identificazione perché sprovvisto di documenti di riconoscimento.

Conoscere il nome del sospetto è un primo passo. "I progressi rapidi ed efficienti nelle indagini dimostrano, per l'ennesima volta, la grande professionalità del personale della polizia di Stato", dice Valter Mazzetti, Segretario generale Fsp Polizia di Stato. Per chiudere l'operazione però bisogna anche fermarlo. E non è compito semplice. "Diffondete ai colleghi, per cortesia - si legge in una delle comunicazioni interne, che il Giornale.it ha potuto visionare, e che circolano in quelle ore - Diramiamo le ricerche a tutti gli equipaggi, precisando che il soggetto gira tra via Marmorata e la Stazione". A dire il vero, la polizia "non esclude" che possa essersi mosso "anche in altre città". Infatti Aleksander nei vicoli abitualmente bazzicati dai senzatetto non c'è: viene fermato alle 17.50 a Milano. A centinaia di chilometri dal luogo dell'aggressione.

A riconoscerlo è un appuntato dei Carabinieri, una donna, fuori dal servizio. Dopo aver notato un giovane che somiglia alle fotografie pubblicate dai giornali e diramate alle forze dell'ordine, si presenta alla stazione di polizia ferroviaria di Milano "chiedendo l'ausilio di una pattuglia Polfer" perché "mentre si trovava a bordo del treno 2675" con il marito, pure lui carabiniere, "riconosceva un uomo quale autore del tentato omicidio". Questione di minuti. Gli agenti della Polfer, si legge nell'annotazione di servizio, raggiungono il binario 12 e vedono "l'uomo fermo con due sacchi di plastica vicino ai piedi". Si avvicinano, lo distraggono con una richiesta "anche per evitare che potesse avere reazioni repentine e violente" e, insieme al vicebrigadiere dell'Arma, gli bloccano le braccia "portandolo a terra".

Immobilizzato ed ammenettato, Aleksander Mateusx Chomaik viene trasferito negli uffici della Polfer dove gli agenti trovano un coltello e un taglierino "occultati nella giacca destra chiusa con zip della parte superiore dalla tuta". Il 24enne polacco viene poi trasferito alla Caserma Montebello, sede del Nucleo Radiomobile Carabinieri di Milano, per il fotosegnalamento. L'ultimo rito di una lunga caccia all'uomo.

Flavia Amabile per “La Stampa” il 4 gennaio 2023.

«Un viaggio sicuro parte anche da te. Fai attenzione ai borseggiatori». Ci pensano già le biglietterie automatiche ad avvertire i turisti che la stazione Termini non è un posto tranquillo. Il messaggio scorre sullo schermo e viene ripetuto da una voce registrata. In inglese, francese, tedesco, spagnolo, cinese e arabo.

 Le biglietterie hanno messo in guardia anche la ragazza israeliana accoltellata la sera del 31 dicembre mentre acquistava il biglietto per Fiumicino. Ma nel suo caso il pericolo era diverso. «Adesso che faranno? Scriveranno attenti a chi ha un coltello in mano?».

 Luca Trotta è arrivato dalla Puglia il 31 dicembre, il giorno in cui Aleksander Mateusz Chomiak ha accoltellato la turista. È fermo come lei davanti alle biglietterie e si guarda intorno mentre digita la stazione di partenza, quella di arrivo e inserisce il bancomat.

 Lancia un'occhiata alla fidanzata, alle valigie, e prosegue l'operazione. «Paura? No, faccio sempre così, i problemi ci sono ovunque. Certo, se penso che poche ore prima dell'aggressione abbiamo attraversato la hall della stazione, mi fa impressione. Ma è meglio non pensarci, altrimenti non si vive più».

 Sono 980 gli arresti effettuati dalla polizia ferroviaria nel 2022 nelle stazioni italiane, 336 le armi sequestrate e 11.843 i servizi antiborseggio effettuati. Le stazioni sono luoghi dove degrado e criminalità vanno di pari passo.

 Tre giorni dopo la serata di violenza folle, alla stazione Termini si vedono poliziotti in divisa, agenti in borghese, in tenuta antisommossa, con i cani antidroga. Passano oltre la signora Rosa e al suo castello di cartoni, buste, passeggini pencolanti, oggetti privi di forma recuperati qui e là. Superano anche Biagio, la barba lunga, i capelli spettinati, immerso nella lettura di un romanzo fantasy.

 E Antonio e Rosaria, la coppia di apolidi che da anni vive nello scalo romano. E Carmela, che i capelli non li ha più e nemmeno una residenza. Si è scelta un angolo di via Giolitti dove trascorre le sue giornate in compagnia di un enorme Pisolo di stoffa imbottita appoggiato sull'immancabile fortezza di cartoni.

 «Abbiamo avuto ieri un incontro con le forze dell'ordine - spiega Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95, da vent' anni il punto di riferimento dei senzatetto della zona -. Ci hanno chiesto di indicare chi poteva rimanere, i senzatetto che noi conosciamo e non sono pericolosi». Biagio, Antonio, Rosaria e gli altri sono nelle loro case nelle strade intorno alla stazione. Gli altri sono stati allontanati e chi passa da quelle parti con idee strane in questi giorni sa di rischiare molto.

 «Quando si va a Termini o nelle strade vicine bisogna tenere gli occhi aperti e sapere che il diavolo veste Prada - avverte Alessandro Radicchi -. È più probabile che a rappresentare un pericolo sia chi indossa un giubbotto elegante». Intorno alla stazione quasi ogni notte scoppia una rissa o una lite. A dicembre un uomo senza fissa dimora ha colpito con un pugno un ambulante del Bangladesh e ha provato a sottrargli la merce. È stato arrestato.

 Un mese e mezzo fa, in pieno pomeriggio, in via Marsala un polacco ha colpito un romeno alla testa con una bottiglia e in tasca aveva una pinza dalla punta acuminata. Ad agosto, verso mezzanotte, un gruppo di nordafricani ha scatenato una rissa con calci, pugni e anche un carabiniere ferito lievemente. Durante i controlli eseguiti soltanto nella giornata di ieri intorno allo scalo sono stati denunciati cinque stranieri a piede libero.

 «I pericoli non sono dentro la stazione ma fuori - racconta Manuela, cassiera della libreria Borri Books -. Finché siamo all'interno sappiamo di avere 1.200 telecamere che controllano ogni movimento e noi commercianti abbiamo anche un dispositivo con un pulsante che ci permette di lanciare l'allarme direttamente alle forze dell'ordine in caso di problemi, ma la sera quando esco per andare a prendere l'auto non sono per nulla tranquilla».

 Ancora meno tranquilli sono passeggeri e commercianti della stazione Tiburtina. «Sono qui da un anno e mezzo - racconta Pio Zazza che gestisce il negozio Cotton Silk -. No, non mi sento per niente sicuro. La polizia, se può, si gira dall'altra parte. Lo hanno fatto con me quando ho denunciato che fuori dal negozio un uomo aveva provato a vendermi un cellulare rubato. E poi ho visto ragazzine terrorizzate, persone scippate, gente che è entrata qui dentro per rubare o per provare a truffarmi. Il dispositivo per lanciare l'allarme? Lo abbiamo anche noi commercianti della stazione Tiburtina ma serve a poco. Prima che arrivino le forze dell'ordine i ladri hanno tutto il tempo di fuggire indisturbati».

Mattia Feltri per “La Stampa” il 6 gennaio 2023.

Il giovane polacco, accusato di avere accoltellato la ragazza israeliana la notte di Capodanno, è stato identificato da una delle mille e duecento telecamere installate nella stazione Termini e negli immediati paraggi. Il numero mi ha stupito. Avrei detto qualche decina.

 E siccome non li ho letti tutti, spero sia stato riportato in qualcuno dei molti reportage stesi dopo l'aggressione, in una trasmissione televisiva, nel grande racconto della stazione come terra di scorrerie banditesche.

 A me, assiduo frequentatore, la stazione è sempre sembrata lo specchio di Roma: sporca, un dormitorio per povericristi, un sempiterno caos, ma non un luogo del terrore.

 Così ho fatto la mia brava ricerchina, e ho scoperto che il 3 gennaio il prefetto di Roma ha dato quel numero: mille e duecento telecamere. Utili ad acciuffare i mascalzoni, ma pure a scoraggiarli. Da quando è così robustamente dotata, in stazione i reati sono tracollati: dalle circa quattrocento denunce annue ai carabinieri e alla polizia di Termini, si è passati alle sessanta del 2022.

 Se pensate che lì ogni giorno va e viene mezzo milione di passeggeri, lo si direbbe uno dei posti più sicuri del pianeta. A proposito, proprio nelle ore successive al ferimento della povera ragazza, sono usciti i dati sulla criminalità, di cui qui vi do spesso conto. Fra le grandi città europee, soltanto Porto e Madrid hanno un tasso di omicidi inferiore a quello di Roma, dove ce ne sono 0.6 ogni centomila abitanti. Per dire, a Londra sono 1.6, a Parigi 4.6, a Bruxelles 14.8. Ci vorrebbe così poco per fare di Roma un gioiello più splendente di quanto già non splenda.

Estratto dell’articolo di Romina Marceca per “la Repubblica - Edizione Roma” il 10 gennaio 2023.

I guanti in lattice non sono un dettaglio da poco. Sono la prova che Alexander Chomiak, l'accoltellatore della stazione Termini, aveva un piano in testa prima di ferire la turista israeliana rimasta viva per miracolo. Aveva pianificato di fare male a qualcuno con uno dei tre coltelli da cucina che portava dentro un sacchetto. Ma quei guanti in lattice, notati da due testimoni che hanno seguito la sua fuga, due negozianti di Termini, non passano inosservati anche per un altro motivo.

 A indossare un paio di guanti in lattice era stato anche lo stupratore di Garbatella, che gira ancora libero per la città dopo tre mesi dalla sera in cui ha aggredito una quarantenne. In quel caso, però, un lembo del guanto è rimasto dentro l'auto della vittima e la polizia ha in mano il dna dello stupratore. Adesso quel profilo genetico potrebbe essere confrontato con quello di Chomiak.

E la squadra mobile, che indaga sullo stupro di Garbatella, è arrivata a Termini il giorno dell'accoltellamento non appena è stato accertato il particolare dei guanti in lattice. Le foto di Chomiak saranno sottoposte alla donna stuprata. È un'ipotesi, certo, ma nulla va lasciato al caso quando un uomo così pericoloso si aggira per le strade della capitale. La similitudine tra i due casi risiede nell'azione dei due aggressori che non è sfuggita agli investigatori. […]

 C'è un terzo particolare. Sia Chomiak che lo stupratore di Garbatella sono stati molto freddi. A Garbatella la fuga è stata molto ben pianificata, a Termini Chomiak mentre andava via ha perso il coltello. Con calma, racconta una testimone alla polizia, è tornato indietro per recuperarlo. Quando già i soccorsi alla ragazza erano scattati da parte di due guardie giurate. A Termini l'aria resta tesa e i controlli sono stati rafforzati. […]

Stazione Termini, tendopoli da Castro Pretorio a piazza dei Cinquecento: il popolo dei diseredati diviso per bande e nazionalità. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 6 Gennaio 2023.

«Il biglietto da visita» per chi arriva nella Capitale in treno: ovunque  accampamenti e clochard

Divisi per bande, etnie, età. Si contendono il perimetro della stazione Termini con tende, cartoni, alloggi di fortuna. Alcuni pacifici e rassegnati, altri più aggressivi e «territoriali». Accolgono con i loro sguardi, le masserizie e le tracce (e il tanfo) dei loro bisogni fisiologici i turisti e i pendolari che arrivano in treno o salgono su uno dei bus al capolinea di piazza dei Cinquecento. Sono i senzatetto di quella che sempre più assomiglia a una frastagliata tendopoli senza zone franche: il tetto delle cabine elettriche, le cancellate delle mura antiche, il prato di viale Pretoriano, i marciapiedi che conducono alle scale mobili della metropolitana.  Le loro facce e i loro gesti si ripetono uguali ogni giorno. 

Ore 20.35 di giovedì. Una pattuglia dei carabinieri è impegnata in un controllo solo apparentemente di routine. Dall’interno di una tenda a igloo monoposto sul lato sinistro del piazzale, una donna africana parla con loro ad alta voce in un misto di italiano e inglese. I militari cercano un telefono rubato, lei assicura di non averlo preso. Alla fine, uno sciarpone avvolto in testa, camicia di flanella, una veste e piedi scalzi, accetta di far svuotare la tenda, mentre arriva un’altra auto dei carabinieri. Quanti militari servirebbero per controllare ogni situazione di questo tipo? Una decina di metri più avanti, alcuni nordafricani conquistano il tetto di una cabina dell’Enel dove sono già sistemate le coperte. Ai loro piedi, altri membri del gruppo composto all’apparenza da 20enni, lascia bottiglie di birra in giro a mo’ di segnaposto. Sotto la pensilina dei bus turistici, allo sbocco della metro, attorno a una cabina telefonica. Nessuno si azzarda a passare tra loro. Qui è lì ci sono poi i solitari. Un uomo di età e carnagione indistinguibile picchietta un oggetto al suolo; un giovane africano parla da solo accovacciato vicino alla sbarra del parcheggio; un ragazzo biondo, italiano, presidia la cuccia di cartone del suo cane al centro del marciapiede. In fondo, sul lato sinistro dell’ingresso principale della stazione, un’altra micro comunità di uomini e donne, tutti adulti, italiani, tedeschi, dell’est Europa, si stringe attorno a un ammasso di plaid e sacchi a pelo. Custodiscono due bici a noleggio, un monopattino, un tavolo e qualche cartone di vino. Uno di loro fa cenno di non voler parlare. 

Ore 8 di ieri. Nel piazzale comincia il via vai di turisti. I trolley fanno lo slalom tra le chiazze di urina mentre il portiere di un albergo prova a tenere pulito il varco d’ingresso da cartacce, indumenti abbandonati, immondizia. Parte del marciapiede è stato bagnato dai mezzi Ama. Questo ha allontanato molti, ma non ha cancellato il tanfo di escrementi. Proprio davanti la grande vetrata, sotto la scritta che indica la sala d’attesa per la prima classe, sorge una fortificazione di cartoni. Di certo non il lavoro di una sola notte. Anche le tende sono ancora al centro del piazzale, così come il gruppo di adulti e quello dei nordafricani, con le scarpe legate in alto per custodirle. Qui e là dei bozzoli di coperte nascondono corpi addormentati. Sotto l’obelisco agli Eroi di Dogali, vicino la statua di Wojtyla, lungo il perimetro delle terme di Diocleziano. Lato via Marsala, dall’Arco di Sisto V e lungo viale Pretoriano, una, due, dieci tende sul prato laterale formano un unico campeggio abitato da soli africani. Chi si lava alla ben e meglio, chi fa i suoi bisogni, chi già beve, chi aspetta immobile il passare dei minuti, salvo guardare male gli intrusi. Impossibile dire di cosa vivano. 

Le 16,30, circa. Come un presepe animato i protagonisti delle ore precedenti sono tutti al loro posto. Non si è mosso l’ombrello viola che dovrebbe coprire dall’umidità l’uomo che vi è sdraiato sotto, sono ancora lì i cartoni lungo la vetrata e l’accampamento degli adulti, fermi come fossero ancorati al suolo i due igloo di piazza dei Cinquecento. Attorno alla cabina Enel i nordafricani sembrano far festa. Ognuno pronto a modo suo per un’altra notte nella baraccopoli Termini.  

Le voci di chi transita da Termini: «Abbiamo paura, tanti sbandati e la sensazione che possa capitare qualsiasi cosa, ci sentiamo in pericolo». Flavia Fiorentino su Il Corriere della Sera il 2 Gennaio 2023.

Michele Raffani, 20 anni «La sera Termini  si trasforma: homeless  ovunque». La sua amica Mariasole Giannoni, 19 anni aggiunge: «Quando sono in gruppo mi sento più sicura, ma da sola è un incubo. Cerco  di  salire subito sul treno».

Ragazze che rientrano da sole a casa la sera dopo una giornata di lavoro, coppie in vacanza nella Capitale che poi proseguono le visite in altre città d’arte, gruppi di giovani che hanno trascorso il Capodanno a Roma e tornano dalle loro famiglie. Storie diverse, luoghi lontani e vissuti personali di ogni tipo ma il sentimento comune di chi transita alla Stazione Termini e anche in altri scali ferroviari della città, è la paura. Il timore più forte di chi frequenta le stazioni della Capitale è imbattersi in una persona violenta o anche solo ubriaca e molesta. Ma c’è anche chi teme gli scippi e i furti. 

Pendolare da Ladispoli

«Da più di un anno viaggio tutti i giorni da Ladispoli alla stazione San Pietro per motivi di lavoro — racconta Aurora Arleo, 23 anni, residente nella cittadina sul litorale — e ogni volta che il treno rallenta per fermarsi in stazione, entro in uno stato di allerta, non so mai cosa possa accadere, spesso salgono a bordo personaggi che purtroppo creano una situazione di insicurezza e anche di pericolo. Ci sono molti senza tetto che si addormentano sui vagoni — aggiunge Aurora — gente che si mette a urlare e si vede che è ubriaca o anche soggetti malati, probabilmente degli psicopatici, magari innocui ma nessuno può rassicurarti che non accada nulla di male...» . E proprio mentre a Termini stiamo parlando con lei che sta acquistando alle macchinette automatiche un biglietto per la quotidiana routine ferroviaria , un uomo di mezza età, smagrito e con grandi occhi azzurri incavati in un viso sofferente, ci chiede dei soldi ma a un nostro rifiuto si avvicina minaccioso e comincia ad alzare la voce insultandoci in tutti i modi. 

Muoversi in gruppo è più sicuro

Intanto, una coppia di turisti messicani, Alejandra e Edgar Velasco, diretti a Firenze raccontano di un borseggio in metropolitana avvenuto alla vigilia di Natale . «La metro era affollatissima — ricorda Edgar - eravamo tutti stretti come sardine ma a un certo punto quando si sono aperte le porte del vagone, abbiamo sentito un uomo che gridava dicendo che qualcuno gli aveva rubato il portafoglio... Siamo rimasti colpiti perché nei giorni precedenti trascorsi a Roma, ci era sembrata una città tranquilla. A Termini siamo arrivati da pochi minuti e a noi che viaggiamo molto — conclude Alejandra — non ci sembra tanto diversa da altre stazioni internazionali». 

Altri tre ragazzi, proprio davanti al distributore automatico dove sabato è stata accoltellata la turista israeliana, si guardano le spalle, non si perdono di vista un attimo. «Abbiamo passato qui il Capodanno con degli amici e ora torniamo a Fabriano nelle Marche — spiega Michele Raffani, 20 anni — io vengo spesso a Roma e prendo sempre l’ultimo treno delle 21 e già a quell’ ora Termini si è “trasformata”: homeless e sbandati ovunque». La sua amica Mariasole Giannoni, 19 anni aggiunge: «Quando sono in gruppo mi sento più al sicuro, ma da sola è un incubo, ho molta paura e cerco di stare poco in stazione e salire subito sul treno».

Stazione Termini a Roma è sempre terra di nessuno: ancora clochard e ubriachi. Claudio Rinaldi Online su Il Corriere della Sera il 9 gennaio 2023.

A una settimana dal ferimento della turista nulla è cambiato: alle 22,30 di sabato all'interno della stazione una sola pattuglia. Una ragazza appena arrivata: «Mi sono persa, ho avuto paura»

Ore 22:30, sabato sera. Entriamo nella stazione Termini dall’ingresso principale di piazza dei Cinquecento a una settimana esatta dall’accoltellamento della ragazza israeliana - avvenuto proprio intorno a quest’ora per mano di Aleksander Mateusz Chomiak, un senzatetto di origine polacche arrestato poi dai carabinieri a Milano. La prima impressione è che nulla sia cambiato.

Il principale scalo ferroviario della Capitale sembra essere ancora terra di nessuno. Mentre attraversiamo la porta scorrevole infatti, incontriamo un clochard che barcolla e ha in mano una bottiglia di birra. La agita, si dirige verso di noi, ma poi devia continuando la passeggiata solitaria. Non è l’unica persona a vagare apparentemente senza una meta: nel nostro viaggio notturno all’interno di Termini, ne troveremo altri, più di una dozzina. Di poliziotti invece pochi: solo un golf car con quattro agenti vicino alla stazione di polizia, a ridosso dei primi binari di via Marsala. 

Alla biglietteria automatica dove sette giorni fa avvenne l’aggressione, alcuni giovani turisti scandinavi tentano di comprare i biglietti, l’operazione si fa più difficile del previsto perché un uomo con le stampelle, un africano sulla cinquantina, si intromette, chiede loro la destinazione e pretende di aiutarli. I ragazzi impauriti vanno via, niente biglietto almeno per adesso. E così l’uomo con le stampelle ci riprova con una coppia di signori più adulti. Poco distante un altro senzatetto rovista nei cestelli di tutte le macchinette con la speranza di trovare qualche euro. 

La ricerca non va a buon fine e così lo vediamo fermarsi a contemplare il robot aspirapolvere, azionato da un addetto alle pulizie. Intanto dai treni scendono passeggeri per lo più stranieri, gli italiani sembrano pochi. Gaia, 19 anni, studente fuori sede di Medicina, è appena arrivata da Brindisi: «Mi sono persa, mi sta salendo l’ansia. Devo prendere la metropolitana, non nascondo di avere paura dopo quello che è accaduto la scorsa settimana. Anche i miei genitori mi hanno raccomandato di stare molto attenta». Accompagniamo Gaia al piano di sotto, lì dove si accede alla linea B. Dalle scale mobili intravediamo, nascosto in un angolo, un signore che prima si guarda attorno, poi si slaccia i pantaloni e inizia a urinare. 

Il tanfo man mano che ci avviciniamo all’ingresso della metro aumenta, un mix di odori, meglio indossare la mascherina. Salutata Gaia, il nostro giro continua e mentre due persone provvedono a smantellare gli addobbi dei due grandi alberi di Natale, ad attirare l’attenzione è una donna dolorante, si lamenta ad alta voce e cammina nervosamente vicino al McDonlad’s. Nessuno sembra darle retta. In silenzio invece una clochard prova a dormire, si è sistemata su un cartone e ha accanto il suo cane. Dopo un’ora, altri passeggeri arrivano, ma più si fa tardi e più aumentano il passo e fuggono via. In pochi si fermano a parlare. Sara, anche lei 19 anni come Gaia, è arrivata con il regionale da Lunghezza per trascorrere il sabato notte nei locali del centro storico. 

È sola, un amico la sta aspettando al Colosseo: «Già prima dell’accoltellamento non ero tranquilla di passare da qui, ma adesso il timore è aumentato. Però non ho la macchina ed è l’unico modo che ho per raggiungere Roma». Scattata la mezzanotte, usciamo dalla stazione dalla porta principale su piazza dei Cinquecento: qui ormai è tutto pronto in attesa di un nuovo giorno. I senzatetto si sono accampati, c’è chi dorme da solo e chi per combattere il freddo si abbraccia. Ma c’è anche chi non ne vuole sapere di dormire e beve vino dai cartoni: sono in quattro e secondo un tassista, «meglio non avvicinarsi, sembrano molesti». Inizia così un’altra notte a Termini.

Stefano Vladovich per “il Giornale” il 24 dicembre 2022.

Prelevato dal ristorante e portato via, rilasciato il giorno dopo. Sequestro lampo, la scorsa notte, in un locale giapponese di Ponte Milvio, il Moku Sushi restaurant, nel cuore della movida romana. Quattordici ore in mano ai sequestratori, poi la liberazione mentre squadra mobile e antimafia lo cercano ovunque.

Danilo Valeri, vent' anni da compiere, figlio di un pregiudicato di San Basilio, Maurizio Valeri, il Sorcio, 46 anni, è stato rapito da un commando di sette giovani tutti di colore dopo una scazzottata davanti al locale in viale di Tor di Quinto fra gruppi di ragazzi. «Il sangue sul marciapiede? - racconta Matteo, cameriere del Moku - È di quelli che si sono pestati ieri sera». Secondo una prima ricostruzione le due bande si sarebbero affrontate in almeno due riprese. E quando Danilo torna nel locale, poco dopo le due della notte, la gang rivale lo preleva per fargliela pagare. 

Le immagini della videosorveglianza sono state acquisite dagli agenti con quelle sulla strada per risalire all'auto con la quale i rapitori si sono allontanati in direzione della tangenziale. Il segnale del telefono cellulare di Danilo si interrompe al Moku, probabilmente spento dai sequestratori. La famiglia viene allertata immediatamente. Il padre, uscito da poco dal carcere, è convinto si tratti di una ragazzata.Adesso il figlio dovrà spiegare al procuratore antimafia che segue le indagini cos' è successo esattamente. Dove è stato portato, da chi e soprattutto perché. Una famiglia dal nome pesante la sua, secondo le informative della Dda capitolina. Uno zio narcotrafficante, Alessandro, arrestato l'ultima volta nel 2017 per un carico di 760 chili di droga.

 Per gli inquirenti i Valeri, appoggiati dalla criminalità organizzata, gestiscono le due piazze più importanti di San Basilio, la «Scampia» della capitale, dove ogni giorno vengono immessi sul mercato chili di cocaina, crack ed eroina. Gestisce anche un autolavaggio papà Maurizio e quando, il 22 maggio scorso, si presenta al pronto soccorso dell'ospedale Pertini con un proiettile conficcato in una gamba, non sa dare una spiegazione.

Eppure nel quartiere è nota la guerra intestina fra i Valeri e i Marando, famiglia affiliata alle 'ndrine più potenti della Calabria, da anni trapiantata a Roma. Per la polizia la gambizzazione è un regolamento di conti per droga o il racket delle occupazioni abusive. Il figlio Danilo dovrà chiarire, in particolare, se il sequestro è nato come ritorsione nei confronti del padre boss e dei suoi parenti o se si tratta «solamente» di una vendetta fra gang rivali. 

Fabio e Marco sono i gestori del Moku e, secondo quanto raccontano, non si sarebbero accorti di nulla. Sono le due e mezza, il locale è ancora affollato. Vedono solamente un ragazzo di colore con i dreadlocks, le treccine giamaicane, entrare e uscire subito dopo con Danilo. I rapitori si allontanano su una Punto e una Peugeot. «Era con un amico racconta ancora un cameriere, che non è stato ascoltato dagli inquirenti - Entra un ragazzo di colore con il cappuccio. Non mi sembra avesse un'aria cattiva, minacciosa.

Era tranquillo e sembrava si conoscesse con il 20enne seduto al tavolo. Poi sono usciti fuori tutti e due senza problemi, nessuno ha forzato il ragazzo. Quello che è accaduto poi non lo so». La Dda, dal canto suo, ha aperto un fascicolo per sequestro di persona a scopo di estorsione. Ponte Milvio, con i suoi 30 e più locali aperti dalle prime ore del pomeriggio fino all'alba, resta il quartiere più «movimentato» della capitale. 

Risse, schiamazzi e furti sono all'ordine del giorno e i residenti sono esasperati. «Il ristorante l'hanno aperto prima della pandemia, nel 2019, al posto di una banca. Da allora non dormiamo più: musica a tutto volume, urla e risse. Basta».

Estratto dell’articolo di Marco Carta per “la Repubblica – ed. Roma” il 28 dicembre 2022.

La " Cassa di Natale". Un vero e proprio tesoretto da ripartire fra gli affiliati dei clan di San Basilio. Un mare di soldi che non sarebbe stato consegnato a chi gestisce il traffico di stupefacenti nel quartiere, facendo scatenare una vendetta proprio a ridosso delle festività, quando gli incassi sono più sostanziosi: «Questo ci deve da' dei soldi» . 

Dietro il sequestro lampo nei confronti del giovane Danilo Valeri, il 20enne di San Basilio rapito la notte del 22 dicembre a Ponte Milvio e rilasciato circa 12 ore dopo, potrebbe esserci la mancata corresponsione dei guadagni della piazza di spaccio. […]

A distanza di cinque giorni dal sequestro di Danilo Valeri, rapito e liberato il pomeriggio del 23 dicembre, gli investigatori della Squadra Mobile ancora non sono riusciti a individuare il commando di sette persone, di origine nordafricana e sudamericana, che intorno alle 2 e mezza di notte, ha prelevato Danilo dal ristorante Moku a Ponte Milvio, portandolo via con la forza a bordo di una Peugeot 208. 

Le indagini, coordinate dal pm dell'antimafia Mario Palazzi, continuano però a ruotare attorno alle attività illecite del padre, Maurizio Valeri detto il "sorcio, che nel maggio scorso venne gambizzato nell'ambito di una faida per il controllo dello spaccio nel quartiere San Basilio. Suo figlio Danilo - è questo il sospetto - sarebbe stato sequestrato, a scopo estorsivo, per lanciare un segnale al Sorcio. 

Impossibile sapere la versione dei Valeri. Nessuno dei familiari per ora ha supportato le forze dell'ordine. Né Danilo, né i suoi genitori, ai quali, qualora non dovessero continuare a collaborare, potrebbe essere contestato il reato di favoreggiamento nell'ambito dell'inchiesta in corso sul sequestro. […]

Il luogo del sequestro, durato meno di una giornata, è ancora un mistero. Di sicuro il giovane di San Basilio non ha subito alcun tipo di violenza. E il giorno dopo ha ripreso la sua vita.

Da “tag24.it” il 27 dicembre 2022.

Danilo Valeri e Chanel Totti. A poche ore dal suo rilascio, dopo essere stato sequestrato, il 20enne Danilo Valeri è ritornato alla sua vita di tutti giorni e ha deciso di festeggiare riprendendosi in un video in cui viaggia a 200 km all’ora sul Grande Raccordo Anulare.

Nello stesso ristorante dove Valeri fu rapito, insieme ad altre cento persone, c’era anche Chanel Totti, la figlia dell’ex capitano della Roma. La giovane aveva postato sul suo profilo Instagram una foto della serata. Anche lei segue sui social Valeri e ha seguito il ragazzo su Instagram dopo la storia a bordo della Mercedes che sfrecciava sul Gra ben oltre i limiti di velocità… 

Il 20enne di San Basilio è stato rapito la notte del 22 dicembre dal ristorante Moku a Ponte Milvio e tenuto in ostaggio per circa 12 ore prima di essere rilasciato. La principale ipotesi investigativa, per ora, ruota attorno ai precedenti del padre, Maurizio Valeri detto il “sorcio”, che nel maggio scorso venne gambizzato nell’ambito di una faida per il controllo dello spaccio nel quartiere San Basilio. Il 20enne sarà riconvocato dagli inquirenti e se non dovesse aiutare le indagini, rischierebbe il favoreggiamento.

Il caso Michelle Maria Causo.

Svolta nel caso. Roma, cadavere in cassonetto a Primavalle sarebbe di una minorenne. Ragazzino visto uscire da un palazzo con carrello che grondava di sangue. Giulio Pinco Caracciolo su Il Riformista il 28 Giugno 2023 

E’ una minorenne romana la ragazza trovata in un carrello della spesa accanto ad un cassonetto dell’immondizia a Primavalle, periferia nord-ovest di Roma. Al vaglio degli inquirenti c’e’ la posizione di un ragazzo, anche egli minore di 18 anni, che sarebbe stato visto uscire da uno stabile con il carrello che grondava sangue. La ragazzina potrebbe essere stata uccisa a coltellate. Sul caso indaga la Squadra Mobile e il commissariato locale.

Il macabro ritrovamento è stato fatto in via Stefano Borgia nel quartiere Primavalle.  Sul posto i poliziotti della Squadra Mobile, gli agenti del commissariato Primavalle e Monte Mario, la Polizia Scientifica per i rilievi. Le indagini sono in corso per stabilire quanto accaduto ed eventuali responsabili.

L’episodio riporta la memoria a Ferragosto di sei anni fa, quando in un contenitore Ama in via Maresciallo Pilsudsky, ai Parioli, vennero trovate le gambe di Nicoletta Diotallevi legate con del nastro da pacchi. A uccidere la donna e a liberarsi del corpo a pezzi era stato il fratello 62enne con il quale viveva.

Giulio Pinco Caracciolo 

Roma, Primavalle: il cadavere nella spazzatura è della 17enne Michelle Maria Causo uccisa a coltellate. Fermato un coetaneo. Redazione su Il Riformista il 28 Giugno 2023

L’allarme è scattato alle 16 circa quando un passante ha notato il giovane spingere il carrello con un fagotto gocciolante sangue. Uccisa a coltellate forse da un coetaneo in un appartamento a Primavalle. Una storia che coinvolge al momento due ragazzi di 17 anni: una giovane romana, Michelle Maria Causo, uccisa e infilata in un sacchetto dell’immondizia, quindi caricata in un carrello della spesa e abbandonata vicino ai cassonetti di via Stefano Borgia.

Un altro ragazzo, di origine straniera ma naturalizzato italiano, è stato fermato dalla polizia nel pomeriggio di mercoledì. Ora si trova sotto interrogatorio in Questura.

Un residente della zona si è insospettito vedendo il giovane mentre spingeva il carrello e ha deciso di chiamare la polizia. Gli agenti hanno subito aperto il sacco trovando il cadavere della ragazza. Non è chiaro a quando risalga il decesso della 17enne, una romana, forse sparita dalla sua abitazione.

In poco tempo i poliziotti sono arrivati al palazzo dove si sarebbe consumato l’omicidio, nella vicina via Giuseppe Benedetto Dusmet: nell’androne e sulle scale sono state trovate macchie di sangue. 

Cadavere vicino a cassonetto. Uccisa a coltellate e abbandonata in un carrello della spesa, 16enne trovata morta a Roma: sospetti su un coetaneo. Redazione su L'Unità il 28 Giugno 2023

Lo hanno trovato in un carrello da supermercato, lasciato a pochi centimetri da alcuni cassonetti per l’immondizia. È il corpo senza vita di una giovanissima ragazza romana, che stando a prime informazioni avrebbe 16 anni: la scoperta è avvenuta nel pomeriggio di oggi a Roma, in via Borgia del quartiere Primavalle.

Sul corpo di Michelle Maria Causo, questo il nome della vittima, studentessa presso il liceo psicopedagogico Vittorio Gassman, a poca distanza da dove è stato trovato il cadavere, sono state trovate ferite provocate da numerose coltellate

Sul caso indaga la Squadra Mobile e il commissariato locale. Il corpo è stato segnalato da un passante alla polizia nel pomeriggio intorno alle 15: l’uomo ha notato un giovane spingere il carrello con un grosso sacco nero all’interno che perdeva sangue, si è ovviamente insospettito e ha deciso di chiamare la polizia. Gli agenti giunti in via Borgia hanno trovato il carrello accanto a dei cassonetti,  aperto il sacco e trovato il cadavere della ragazza.

Come riferisce l’Ansa, al vaglio degli inquirenti c’è la posizione di un ragazzo, anche lui 16enne e di origini straniere, che sarebbe stato visto uscire da uno stabile con il carrello che grondava sangue. Il giovane è stato portato in Questura per essere ascoltato dagli inquirenti.

Non è chiaro a quando risalga il decesso della 16enne: gli agenti della Mobile sono arrivati al palazzo dove si sarebbe consumato l’omicidio, nella vicina via Giuseppe Benedetto Dusmet, e nell’androne e per le scale sono state trovate macchie di sangue. Gli investigatori della Squadra mobile e del commissariato Primavalle, scrive il Corriere della Sera, hanno già ascoltato alcuni condomini del palazzo e anche numerosi testimoni.

“Ho visto solo un carrello con sopra il solito sacco nero. Poi è arrivata la polizia. Io abito a 200 metri da qui, stavo tornando a casa“. Questo il racconto di uno dei testimoni all’agenzia AdnKronos. “Ho sentito una signora che si lamentava dicendo ‘c’è la polizia per un carrello abbandonato accanto ai cassonetti‘”, racconta invece un’altra residente.

Una storia che dalle prime informazioni ricorda l’omicidio di Nicoletta Diotallevi, la donna uccisa e fatta a pezzi nella Capitale sei anni fa. Le gambe della vittima vennero ritrovate in un contenitore Ama in via Maresciallo Pilsudsky, ai Parioli, nel giorni di Ferragosto. Ad ucciderla e a liberarsi del corpo facendo lo a pezzi era stato il fratello con il quale viveva.

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per ilmessaggero.it il 29 giugno 2023.

Più di 13mila follower su Instagram e una canzone appena pubblicata su Spotify. È un trapper il ragazzo arrestato per l’omicidio di Michelle Maria Causo, la diciassettenne romana uccisa a Primavalle e lasciata in un carrello della spesa accanto a un cassonetto, in via Stefano Borgia. Video mentre fuma marijuana, emoticon con coltelli e gocce di sangue, vestiti griffati, l'indagato, diciassettenne originario dello Sri Lanka, nei suoi testi parla di soldi, droga e di ragazze.

«Sai che non mi fermo con niente», dice una delle canzoni dell'album a cui ha collaborato. «Voglio solo tornare indietro», canta in un altro brano. Nelle foto pubblicate sui social si atteggia a cattivo ragazzo: «Io vengo a prenderti l'anima», scrive citando un altro rapper, Kid Yugi, e aggiungendo alle parole l'emoticon di un coltello. Era il 2 maggio. 

Poco più di un mese dopo si ritrova accusato di avere ucciso a coltellate una coetanea. Ieri è stato arrestato in flagranza di reato, incastrato dalle dichiarazioni di diversi testimoni che lo hanno visto spingere il carrello che grondava sangue. Il cadavere della ragazzina era avvolto in sacchi della spazzatura e vestiti.

[…]

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa e Marco Carta per repubblica.it il 29 giugno 2023.

È stato arrestato il 17enne fermato mercoledì sera a Primavalle per il femminicidio di Michelle Maria Causo. Il ragazzo, italiano originario dello Sri Lanka, è stato trovato con le scarpe ancora sporche di sangue. Sentito per tutta la notte in questura dalla Squadra Mobile diretta da Stefano Signoretti e dal pm a cui la Procura dei minori, è in stato di arresto e in attesa di convalida: l’interrogatorio davanti al gip del tribunale per i minori di Roma è previsto lunedì 3 luglio. Il minorenne avrebbe ucciso Michelle Causo colpendola con almeno sei coltellate per poi tentare di sbarazzarsi del corpo mettendolo all'interno di un carrello per la spesa. 

La madre di Michelle: “Quello me l'ha massacrata”

"Me l'ha massacrata, voglio giustizia", dice la mamma di Michelle Maria Causo rientrando a casa. La donna, visibilmente sconvolta, era accompagnata da tre persone che la sostenevano. Poi è entrata nel portone.

“La famiglia di Michelle è distrutta”

"La famiglia di Michelle è addolorata, il nonno che abita con loro è distrutto anche perché di recente aveva perso la moglie", dice una vicina. "Sono bravissime persone, quella ragazza era un angelo", conclude la donna. 

Smentita l’ipotesi della relazione sentimentale

Il giovane, coetaneo della vittima, è accusato di aver accoltellato la ragazza, averla chiusa in un grosso sacco nero di plastica ed aver cercato di disfarsi del corpo trasportandolo in un carrello della spesa fino ai cassonetti di via Stefano Borgia. Smentita dagli inquirenti l’ipotesi che i due fossero sentimentalmente legati e che la vittima fosse incinta. 

Il vicino: “Ho visto il sangue colare dalla busta”

Ad accorgersi del tentativo del 17enne è stato un vicino di casa che ha visto la scia di sangue lasciata dal passaggio del carrello. A quel punto è scattata la chiamata al 112 e la polizia, inclusi gli agenti della scientifica, è arrivata sul posto per tutti i rilievi del caso.  A Primavalle venerdì sera fiaccolata alle otto per ricordare la giovane. 

Il teste: “Ha detto che nel sacco c'era del pesce”

"Nel sacco c'è del pesce": ha risposto così il 17enne arrestato, al vicino di casa che ha poi chiamato la polizia e che abita al primo piano della palazzina di Via Dusmet, sotto al presunto assassino e sua madre. Il vicino è fidanzato con una ragazza di origine brasiliane in Italia per studio, è lei per prima a raccontare cosa è successo: "Il mio ragazzo ha visto il sacco nero, ha chiesto cos’era, se voleva una mano a trasportarlo perché sembrava pesante e il ragazzo ha detto che c'era del pesce - spiega - ma il mio fidanzato si è subito allarmato e ha chiamato la polizia".

È proprio il fidanzato ad aggiungere dettagli. "Ci ho parlato perché non riuscivo a passare e lui mi ha detto di scavalcare il sacco che bloccava l'uscita. Gli ho anche chiesto se avesse bisogno di un aiuto a trasportarlo e cosa ci fosse dentro, mi ha risposto ‘del pesce’. Così mi sono insospettito e ho chiamato la polizia". […]

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per corriere.it il 29 giugno 2023. 

Uno «schifo di essere umano». Aurora lo scrive a chiare lettere in uno dei primi messaggi social sull'omicidio della sua amica Michelle Causo, uccisa a coltellate da un coetaneo nato a Roma ma di origine cingalese. Un 17enne che aveva fatto entrare la giovane studentessa del liceo Gassman di via Pietro Maffi, sempre a Primavalle, nell'abitazione dove vive con la madre al secondo piano di un palazzo in via Giuseppe Dusmet.

Nipote di un ex sottufficiale della Guardia di Finanza, Michelle abitava con lui, la madre e la zia in un appartamento a Torrevecchia. I genitori sono separati, ma la ragazza aveva trovato un equilibrio anche se da circa un mese era andata ad abitare con il giovane che, secondo l'accusa, l'avrebbe accoltellata a morte. 

Sui social, in particolare su TikTok compaiono video con pochi commenti della giovane quando aveva undici anni insieme con il fratellino e qualche amichetta mentre doppia canzoni rap e trap. Imitazioni che si è portata dietro nel tempo, tanto che sulle pagine di amici di oggi compaiono altri video delle stesso tenore, con Michelle ormai cresciuta.

Una ragazza che appare comunque serena e spensierata. La scelta di andare ad abitare dal 17enne, che aveva conosciuto da qualche mese, non sarebbe stata accolta di buon grado nella sua famiglia. Proprio il giorno prima di essere uccisa, secondo il racconto fatto da un suo amico, Michelle aveva incontrato la madre alla presenza proprio del giovane arrestato. E sarebbe stato proprio quest'ultimo a tranquillizzare la donna dicendole «non si preoccupi, io voglio bene a Michelle».

[…] Da qui la convinzione che la 17enne fosse di casa nell'appartamento di via Dusmet, sebbene ci sia ancora da capire il motivo di queste visite, dato che i due - come confermano dalla Questura ancora oggi - non erano fidanzati. Un'amicizia dai contorni da definire, per una «ragazza agitata», come l'hanno definita i suoi compagni di scuola, ma anche «sensibile e divertente. Come siamo tutti noi, che viviamo a Primavalle». […]

Da roma.repubblica.it il 29 giugno 2023.

Frasi malinconiche su relazioni ormai chiuse, emoticon con goccioline di sangue, video con spinelli, foto a indumenti di marca, musica trap e 13mila followers su Instagram. È questo il mondo del ragazzo di 17 anni nato in Italia da genitori dello Sri Lanka arrestato dai poliziotti della Squadra Mobile con l'accusa di aver ucciso a coltellate Michelle Maria Causo, a Primavalle nella periferia nord-ovest di Roma. 

Soldi, sangue e droga: è questo quello che si vede nei suoi canali. “Contattatemi”, scrive, quando senza scrupoli — i suoi profili sono pubblici e aperti — invita i suoi followers a contattarlo per acquistare la cannabis e l’hashish che fuma a casa, nelle serate a Trastevere e poi ancora a Ponte Milvio, a largo San Pio V. Poi ci sono le serate al Qube, le foto di gruppo con “la gang” al Colosseo, le bottiglie di vino da ostentare.

(…) 

Intanto i suoi profili si riempiono di insulti e minacce”. “Non meriti di vivere”, “Uomo di m…”, “È meglio che ti guardi le spalle”, “Devi marcire in galera”, “Non ti vergogni di avere ammazzato una pischella?”. E ancora: “Devi soffrire”. “Mi hai portato via una delle persone più belle che la vita mi avesse mai dato, vergognati”, scrive una ragazza.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa per roma.repubblica.it il 29 giugno 2023.

È stato arrestato il 17enne fermato mercoledì sera a Primavalle per il femminicidio di Michelle Maria Causo. Il ragazzo, originario dello Sri Lanka, è stato sentito per tutta la notte in questura dalla polizia e dal pm a cui la Procura dei minori ha affidato l’inchiesta. 

Il giovane, coetaneo della vittima, è accusato di aver accoltellato la ragazza, averla chiusa in un grosso sacco nero di plastica ed aver cercato di disfarsi del corpo trasportandolo in un carrello della spesa fino ai cassonetti di via Stefano Borgia. Smentita dagli inquirenti l’ipotesi che i due fossero sentimentalmente legati e che la vittima fosse incinta. 

Ad accorgersi del tentativo del 17enne è stato un vicino di casa che ha visto la scia di sangue lasciata dal passaggio del carrello. A quel punto è scattata la chiamata al 112 e la polizia, inclusi gli agenti della scientifica, è arrivata sul posto per tutti i rilievi del caso. Prima è scattato il fermo e ora l’accusato per il femminicidio di Michelle è in stato di arresto e in attesa di convalida. Intanto a Primavalle venerdì sera fiaccolata alle otto per ricordare la giovane

L'orrore a Roma. Omicidio Michelle Causo, 17enne uccisa a coltellate, nascosta in una busta dei rifiuti e trascinata nel carrello della spesa. Fermato coetaneo: “Non sono fidanzati”. Redazione su Il Riformista il 29 Giugno 2023 

Uccisa nell’abitazione di un amico con almeno dieci coltellate, il cadavere messo in un bustone della spazzatura, trascinato all’interno di un carrello del supermercato in strada, per oltre trecento metri, e lasciato nei pressi dei cassonetti dei rifiuti dove nel primo pomeriggio del 28 giugno è stato notato da un passante, attirato dal sangue che fuoriusciva, che ha immediatamente avvertito la polizia.

E’ la cronaca del macabro omicidio di Michelle Maria Causo, 17 anni, avvenuto nel quartiere Primavalle a Roma. Il corpo trascinato nel carrello della spesa da via via Giuseppe Benedetto Dusmet a via Stefano Borgi. Fermato al momento l’unico sospettato, un minorenne, coetaneo delle vittima, originario dello Sri Lanka ma residente a Roma. E’ lui il principale indiziato dell’omicidio della 17enne, avvenuto nell’abitazione dove il giovane viveva con la madre, assente in casa, trovata a soqquadro, quando si sarebbe consumato il delitto.

In un primo momento si era ipotizzato che i due ragazzi fossero sentimentalmente legati (circostanza poi smentita) ma al momento non è esclusa alcuna ipotesi a partire da coinvolgimento di altre persone. Smentita anche l’ipotesi di una possibile gravidanza. Gli agenti al loro arrivo hanno ritrovato il cadavere all’interno del bustone dei rifiuti: una ragazza esile raggiunta da numerosi fendenti in più parti del corpo.

Seguendo le tracce di sangue lasciate in strada sono arrivati all’abitazione dove vive il coetaneo, interrogato per tutta la notte in commissariato dal pm della procura dei Minori di Roma. E’ stato sottoposto a fermo per omicidio.

Acquisite le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona per provare a ricostruire meglio la dinamica di quanto accaduto ed accertare l’eventuale coinvolgimento di altre persone.

“Ho visto solo un carrello con sopra il solito sacco nero. Poi è arrivata la polizia. Io abito a 200 metri da qui, stavo tornando a casa” racconta uno dei testimoni. Un ragazzo commenta: “Era in classe con me, era una ragazza tranquilla, forse un po’ agitata ma come ognuno di noi. Era la classica ragazza di periferia”.

Il femminicidio a Primavalle. Uccisa a coltellate e abbandonata in un carrello della spesa, il dramma di Michelle Causo: “Massacrata”. Rossella Grasso su L'Unità il 29 Giugno 2023 

“Me l’ha massacrata”. Stravolta dal dolore, confusa su quanto ha appena saputo essere successo a sua figlia, la mamma di Michelle Maria Caruso, 17 anni, riesce a dire a malapena questo. Sua figlia è stata accoltellata a morte in circostanze ancora tutte da chiarire. Poi il suo corpo è stato avvolto in un sacco dell’immondizia e abbandonato in un carrello della spesa,  lasciato accanto a un cassonetto strabordante di immondizia. Come un rifiuto da smaltire. Eppure Michelle, bella e solare, aveva tutta la vita davanti. Stroncata in un mercoledì d’estate, quando la scuola è finita da poco e i ragazzi come lei pensano solo alle belle giornate di vacanza. Una tragedia avvenuta a Roma, nel quartiere di Primavalle. Per quell’omicidio efferato è stato fermato con l’accusa di omicidio un coetaneo di Michelle, un 17enne che la ragazza conosceva.

Una storia ancora tutta da ricostruire quella avvenuta a Primavalle. Secondo la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, un passante ha notato nel pomeriggio una pozza di sangue vicino al cassonetto e ha chiamato subito la polizia. E’ stato così che gli agenti, intorno alle 15 hanno scoperto il corpo della ragazza romana. Seguendo la scia di sangue gli agenti sono arrivati a un appartamento poco distante da lì: il sangue era anche nell’androne e sul pianerottolo del secondo piano. Lì abita, insieme a sua madre, il 17enne amico della vittima, che poi è stato fermato. La madre era fuori per lavoro. L’appartamento era a soqquadro e c’erano segni di lotta.

Il giovane è stato rintracciato, portato in Questura e interrogato per tutta la notte. E’ stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Sentita anche la madre e i condomini del palazzo e con loro i parenti e le amiche della vittima. Repubblica ricostruisce attraverso le testimonianze che il giovane aveva interrotto una relazione con un’altra ragazza da poco e che da allora era diventato più irascibile. Michelle invece aveva un fidanzato con cui stava bene. Tra le ipotesi di movente ci sarebbe la gelosia del 17enne nei confronti della ragazza o forse che lei lo avrebbe respinto. I due però si sarebbero conosciuti a scuola e quel pomeriggio lei sarebbe andata a casa sua dove sarebbe stato solo. Il condizionale è ancora doveroso su tutto.

Michelle sarebbe stata assassinata lì con numerose coltellate, oltre dieci, sferrate con ferocia in varie parti del corpo. Forse dopo una lite. Non è chiaro perchè lei sia andata lì ma avrebbe provato a difendersi. Dopo averla colpita per l’ultima volta, il presunto l’assassino ha provato a disfarsi del corpo in pieno giorno, sistemando il corpo prima nei sacchi della spazzatura, poi nel carrello, coprendo tutto con una coperta pensando di non essere visto.

La mamma di Michelle a Repubblica ha detto di aver già conosciuto in passato il ragazzo fermato: “Io l’ho visto due o tre volte era molto educato, più del dovuto, lo avevo detto anche a mia figlia. Ieri ci aveva detto che usciva un po’ con gli amici, verso le 11, e visto che noi eravamo a Bologna per un’operazione di mio marito, sarebbe tornata presto a casa e avrebbe cucinato per il nonno. La chiamavamo ma non rispondeva e poi il suo telefono non ha squillato più dalle 12,50 di ieri”.

“Senza motivo ce l’hanno ammazzata, come un cane. Gli amici dicevano che lui era un ragazzo a modo, meglio di noi, meglio degli italiani. Era soltanto penso innamorato, che ne so… Lei l’ha respinto perché ce l’ha il ragazzetto che sta disperato dall’altra parte di Roma, stavano insieme da due anni. Michelle non era incinta. Sarà successo perché l’ha respinto. Ma perché, se una ragazzina ti respinge le fai questo? Michelle è sempre stata promossa, ed è morta il giorno dopo il mio compleanno e due dopo il suo. Lei era amata da tutti”, dice A Ore 14 su Rai2 il padre della vittima. Rossella Grasso 29 Giugno 2023

(ANSA il 30 giugno 2023) - Ferite da arma da taglio al collo, all'addome e alla schiena. E' quanto emerge dai primi risultati dall'autopsia svolta oggi sul corpo di Michelle Maria Causo, la minorenne uccisa in un appartamento di Primavalle il 28 giugno. 

L'esame autoptico è stato svolto presso l'istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. In base a quanto si apprende è stato confermato il quadro delle ferite riscontrare nelle ore successive all'omicidio: Michelle è stata colpita da almeno 6 coltellate inferte con un coltello da cucina. Effettuati i prelievi per gli esami tossicologici.

(ANSA il 30 giugno 2023) - Sulle mani di Michelle Causo, secondo una prima analisi, non sarebbero state individuate ferite evidenti, anche da arma da taglio. Segno che la ragazza è stata forse colta di sorpresa dal suo aggressore che la ha accoltellata per almeno sei volte in varie parti del corpo tra cui la schiena, l'addome e il collo. Una azione violenta messa in atto con un coltello da cucina al termine di una lite. I vicini, infatti, hanno sentito delle grida prima del tragico epilogo.

Estratto dell'articolo di Rinaldo Frignani per corriere.it il 30 giugno 2023.

Flavio, il fidanzato di Michelle Causo, la 17enne assassinata a coltellate mercoledì pomeriggio a Primavalle, affida a un nuovo profilo Instagram il ricordo della sua ragazza. Post carichi di disperazione anche se non di odio. «Ho perso la fame, il sonno, il suo sorriso. Ho perso che quando stavo giù c’era lei con me. Non mi rialzerò mai più. Mai, perché mi hanno portato via la mia vita, la persona che per un anno e 7 mesi mi è stata accanto». 

Flavio, che è più grande di Misci, come era soprannominata la giovane uccisa da O.D.S., suo coetaneo, ora richiuso nel centro di accoglienza minorile in via Virginia Agnelli, al Portuense, ricorda ancora: «Me l’hanno ammazzata. Michelle non ritornerà più. E io non ho più niente. Il primo giorno senza di te è la cosa più brutta che mi poteva capitare. Sei il mio angelo, sei bellissima. Ora però vola via in alto, via da questo mondo di m… che ti ha portato via da me».

Il titolo del profilo aperto da Flavio, che vive con la famiglia  Torre Spaccata, dalla parte opposta della città rispetto a Primavalle, è struggente: «Michelle ti amo, me manchi più dell'aria». L'emoticon allegato è quello di un angelo. Nessun desiderio di vendetta tuttavia nelle parole del ragazzo, definito da Michele Causo, padre della giovane, «un ragazzo d'oro, ora distrutto come tutti noi».  

[...] Il 17enne accusato di omicidio volontario aggravato comparirà di fronte al giudice anche se non è chiaro al momento se il suo avvocato lo farà rispondere alle domande oppure deciderà di avvalersi della facoltà di restare in silenzio. 

Gli indizi nei suoi confronti sono molto pesanti. Anche se al momento manca non solo il movente, forse collegato al debito da 40 euro con la ragazza o con altre persone vicine alla giovane, così come la provenienza del carrello della spesa usato per trasportare il corpo di Michelle fino ai cassonetti di via Stefano Borgia. Il mistero è sempre: dove lo ha preso? Lo aveva preparato a questo scopo, facendo pensare quindi a un'azione premeditata oppure lo ha trovato per caso? [...]

Estratto dell'articolo di Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 30 giugno 2023. 

(...)

Michelle Causo (...) faceva la volontaria in un centro d’accoglienza per migranti, abitava dal nonno, finanziere in pensione, vedovo da poco e così «Misci» (il suo soprannome) gli faceva compagnia, gli rallegrava la vita con il suo sorriso di bambina amazzone, che «non aveva paura di niente», come raccontano adesso sotto casa Marco, Danilo, Federico, i «pischelli» della comitiva sua e del fratellino Gabriele, pensando al maxi striscione che appenderanno da una torre all’altra: «Misci sei la nostra stella». 

Il giorno prima della mattanza lei aveva portato a far conoscere O. D. S. — il giovane arrestato per l’omicidio — da sua madre Daniela. Forse non si fidava ancora completamente ed era in cerca di un giudizio più attendibile del suo. I due ragazzi si frequentavano da poco, qualche volta lei era già rimasta a dormire da lui in via Dusmet: «Signora stia tranquilla, io voglio bene a sua figlia», aveva giurato O., appena 24 ore prima che si consumasse l’orrore. «Ormai lo conoscevamo, ci era sembrato un bravo figlio», conferma anche la zia Viviana, la sorella di mamma Daniela, che invece ora lo maledice.

Il giorno dopo, tra i «pischelli» di via Sfondrati, regna uno sconcerto sovrumano. Loro erano tutti cresciuti insieme a Misci: avevano fatto prima l’asilo e le elementari alla «Ilaria Alpi», poi le medie alla «Anna Frank» e infine il liceo psicopedagogico «Vittorio Gassman», giusto a pochi metri dalla palazzina di via Dusmet.  

(...) «Misci era fidanzata con un altro ragazzo, Flavio, e non esisteva un rapporto sentimentale con quello che l’ha uccisa». È tutto un coro, contro di lui: «Su Instagram ha messo foto da bullo, in cui fa vedere che si droga, che fuma hashish — dice Danilo — ma era solo uno spilungone che prendeva botte, un giorno con dei suoi amici si mise a tirare sassi contro di noi ma reagimmo mettendoli in fuga». 

L’idea dell’amico di Misci è che l’altro giorno O. abbia attirato in casa Michelle, tentandola prima con l’idea di uno spinello per trasgredire ma poi cercando di abusare di lei, trucidandola infine davanti a un rifiuto. Una cosa è certa: qualunque cosa deciderà la giustizia, O. dovrà stare lontano per sempre da Primavalle, «qui è un uomo morto», giura oggi la gente nei bar.

Estratto dell'articolo di Grazia Longo per “la Stampa” il 30 giugno 2023. 

Luci e ombre. Ma più ombre che luci. I commenti, sia dal vivo sia sui social media, di O.

d. S., 17 anni, romano originario dello Sri Lanka, arrestato con l'accusa di aver ucciso la coetanea Michelle Maria Causo, sono in parte contraddittori. Chi lo definisce «buono e gentile», chi lo bolla come un «violento, spacciatore sempre pronto ad alzare le mani». 

La maggior parte delle considerazioni su questo ragazzo, però, non sono positive.

E una bella immagine di sé non la dava neppure lui sui suoi profili social. È un trapper, con 13mila follower su Instagram. Sul suo account si mostra quasi sempre attorniato da una nuvola di fumo. Non di sigarette, ma di canne. 

Non si vergogna affatto di ostentare questa sua passione per le droghe leggere. E neppur per la purple drank, una droga allucinogena composta da una miscela omogenea a base di sciroppo per la tosse, contenente codeina, prometazina o entrambe e una bibita gassata, famosa tra i trapper. 

Il ragazzo non mostra alcun imbarazzo mentre, con il sottofondo della musica trap, inquadra con il cellulare dosi di hashish. Non ha precedenti per spaccio ma tra le strade di Primavalle giurano che «era pronto a piazzare le dosi». «Contattatemi» scriveva impavido ai followers per invitarli a comprare la cannabis e l'hashish che lui fumava a casa, nelle serate a Trastevere e poi ancora a Ponte Milvio, a largo San Pio V. Non mancano neppure le serate al Qube, le foto di gruppo con «la gang» al Colosseo e le bottiglie di vino da esibire.

Lungo ciuffo ribelle, soltanto in poche fotografie il ragazzo si mostra a volto scoperto.

Spesso lo copre con il telefonino o con il cappuccio. Oppure, appunto, con una nuvola di fumo. 

Si atteggia a sbruffone senza troppi problemi e alcuni amici di Michelle, nel cortile di casa sua lo raccontano proprio così. Anzi, peggio. «È famoso per il suo vizio di hackerare i telefonini - racconta un sedicenne - e spesso lo fa perché vuole recuperare le foto delle ragazze nude. Ma lo fa anche per ricattare. Ti dice "Guarda che ti cracco il cellulare e ti rovino"». Un diciassettenne che ha frequentato la scuola materna ed elementare con Michelle ricorda che «un anno fa lo abbiamo beccato mentre tirava dei sassi ad altri ragazzi, così tanto per divertirsi e glielo abbiamo detto in faccia che non avrebbe dovuto».

Il sedicenne aggiunge: «Faceva tanto il gradasso e mi prendeva pure in giro perché io sono basso, ma io gli ho rifilato una pizza (uno schiaffo, ndr) anche se è più grosso di me. A me pareva uno sfigato. Sapevamo che era amico di Michelle e mai avrei pensato che potesse ammazzarla. Un vigliacco. Uno che ammazza le donne è un vigliacco». 

Tempo fa il trapper aveva una fidanzata di nome Gaia e a lei erano dedicati tanti messaggi, un po' di amore un po' di vendetta. Ecco quindi alcune frasi malinconiche su questa relazione ormai chiusa e emoticon con goccioline di sangue. Una settimana fa, poi, ha pubblicato una storia su Instagram in cui parla di una «relazione tossica», sembrerebbe riferita proprio a Michelle. I due avevano dunque una storia sentimentale? Lei forse non lo ricambiava come lui avrebbe voluto? Per questo motivo lui l'ha uccisa? Al momento non ci sono certezze su questa eventualità. 

(…)

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa, Marco Carta per “la Repubblica” l'1 luglio 2023.

Uccisa per 20 euro di hashish. Un debito che il ragazzo aveva contratto con Michelle per alcune dosi di droga. La ragazza ha preteso i soldi, O. l’ha derisa. La diciassettenne non ha preso bene l’affronto. La discussione poi è degenerata e lei, questo è il racconto del killer, l’avrebbe aggredito: poi le coltellate e l’omicidio. Chi conosce la vittima sostiene che Michelle era una ragazza forte «in grado di tenere testa fisicamente ai maschi», come ha detto in un’intervista la madre della 17enne uccisa a Primavalle.  

Gli agenti del commissariato hanno, infatti, trovato l’appartamento in via Dusmet devastato. Segno evidente che si è consumata tra i due una lotta feroce […]. Ma se da un lato la ricostruzione offerta da O. coincide in parte con quello che probabilmente è successo nell’appartamento, una lotta violenta tra i due, diversa è la questione del movente. Uccisa per poco più di 5 spinelli? La scintilla che ha fatto scattare la furia assassina è partita per un motivo così banale?

C’è qualcosa che non torna per gli investigatori. Anche se il passato di O. testimonia di un ragazzo violento. Due anni fa avrebbe rapinato con un coltello una persona […] Inoltre la polizia, nella perquisizione dell’appartamento, ha trovato dell’hashish e un laboratorio artigianale per droghe sintetiche. Droga che O., il giorno dell’omicidio aveva assunto, come ha dimostrato il test. 

Ad ogni modo in molti pensano che una reazione così brutale nasconda altro. L’ipotesi di un approccio rifiutato rimane una pista che la squadra mobile continua a scandagliare, così come di una relazione clandestina tra i due e di qualcosa andato storto. Di certo Michelle era ufficialmente impegnata con un altro ragazzo che ieri ha detto: «A lei non interessava lui. Pensava fosse un amico. Lei lo ha rifiutato e O. ha reagito».

Il ragazzo, intanto, ha trascorso la sua seconda notte da detenuto nel centro di prima accoglienza di via Virginia Agnelli, dove stamattina è fissato l’interrogatorio con la pm Anna Di Stasio. È accusato di omicidio ma rischia l’aggravante della crudeltà dell’occultamento di cadavere e del depistaggio. […]

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” l'1 luglio 2023. 

I segreti fra Michelle Causo e il suo nuovo amico nelle chat dei loro telefonini. E anche in altri cellulari che vengono ora analizzati dalla polizia per estrapolare i messaggi che contengono le piattaforme più utilizzate dai giovanissimi. Su TikTok, Instagram, ma anche Telegram e altri canali a cancellazione rapida.

 Accertamenti per trovare conferme a quanto raccontato da O.D.S., 17 anni, […] Non è chiaro se il giovane, sul quale gli indizi pesano come macigni dopo essere stato visto spingere per 350 metri il carrello con il corpo di Michelle per le strade di Primavalle […] 

 L’autopsia, eseguita ieri all’istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli, ha confermato che Michelle è stata colpita da sei coltellate: alla schiena, all’addome e al collo. Non ci sono segni di violenza sessuale ma ferite sulle mani con le quali ha cercato di parare i fendenti. 

Se la sequenza sarà confermata dalle indagini della Squadra mobile, allora la 17enne studentessa del liceo «Gassman» — con un «carattere forte, ma anche fisicamente pronta a difendersi, perché aveva fatto pugilato», dicono le amiche — sarebbe stata aggredita a tradimento, alle spalle […] Non si esclude dopo due telefonate del ragazzo che l’avrebbe esortata ad andare da lui. A sostenerlo sono i parenti della vittima. 

Una trappola? Sempre per la famiglia e per Flavio, il fidanzato di Michelle, sarebbe andata proprio così, con la situazione precipitata quando il 17enne ha tentato un approccio sessuale respinto dall’amica. Per la polizia tutto ciò è da dimostrare: al momento non ci sono elementi che possano far pensare a un omicidio dopo una tentata violenza sessuale. Né al fatto — ipotizzato ancora da Flavio — che nell’appartamento ci fossero altre persone.

Il comportamento del giovane dopo il delitto, così come il goffo tentativo che avrebbe fatto di ripulire l’appartamento prima del ritorno a casa della madre […] lasciano pensare a un delitto non programmato. […], forse al culmine di un litigio per quei soldi pretesi dalla giovane, collegati a uno scenario ancora da valutare. Michelle sarebbe stata colta di sorpresa dall’atteggiamento del coetaneo, «un infiltrato nel giro delle sue amicizie», racconta il nonno della vittima, Elio Bertoneri, che viveva con la nipote e la madre. «Era il mio fiore», la ricorda l’ex sottufficiale della Guardia di finanza, distrutto dal secondo lutto in sette mesi dopo aver perso la moglie. […]

Estratto dell’articolo di Marco Carta, Giuseppe Scarpa per roma.repubblica.it il 30 giugno 2023.

Una lite, forse per un debito. Poi il massacro. Michelle ha combattuto fino all’ultimo nell’appartamento al secondo piano di via Dusmet per evitare le coltellate di O., almeno sei, in diverse parti del corpo. Dopo averla uccisa, il 17enne l’ha nascosta in una busta della spazzatura e l’ha trasportata su un carrello vicino a otto cassonetti, abbandonandola in strada. «Me l’hanno massacrata». Sua madre Daniela, rientrando a casa, ieri mattina non si dava pace. È convinta che il ragazzo, di origine srilankese, si sia servito di un complice: «Non può aver fatto tutto lui. L’hanno ammazzata di botte e poi finita a coltellate. Mia figlia era troppo forte, si menava pure con i maschi». 

Per gli inquirenti, però, O. avrebbe agito da solo, probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti. Il 17enne, infatti, è l’unico accusato per l’omicidio e sarà interrogato lunedì, mentre, con l’autopsia, sono stati disposti gli esami tossicologici sulla giovane, per capire se stessero consumando droga insieme. Anche perché il movente continua a essere poco chiaro. I due ragazzi avrebbero iniziato a bisticciare per soldi, forse per un piccolo debito. 

Poi O. l’avrebbe aggredita furiosamente, senza apparente motivo.  

(...)

Due ore dopo, infatti, intorno alle 15, sarebbero arrivate le prime chiamate dai vicini del ragazzo, che ha trascinato per le scale il corpo di Michelle in una busta, lasciando tracce di sangue, di fronte a diversi testimoni. A chi gli chiedeva cosa ci fosse dentro quel sacco, O., visibilmente nervoso, avrebbe risposto: «Ho del pesce». 

Per qualche minuto il ragazzo è rimasto fermo davanti al portone bloccando il passaggio. Poi, dopo aver caricato il corpo sul carrello, l’ha portato vicino ai cassonetti. Quando i poliziotti della scientifica e del commissariato Primavalle sono entrati nella casa dove vive con la madre, aveva ancora le scarpe sporche del sangue di Michelle.

Nell’appartamento, a soqquadro, c’erano i segni della lotta e il coltello usato per uccidere. La ragazza fino all’ultimo ha cercato di difendersi. L’immobile è stato sequestrato anche per cercare droga. Il sospetto è che il ragazzo gestisse un piccolo giro di spaccio. Almeno questo emerge dai suoi profili social, dove ostentava pose da gangster, mostrando continuamente stupefacenti. Canne, ma anche "purple drank”, lo sciroppo dei trapper, che vendeva su richiesta: “No perditempo”. 

Una delle ultime storie sul suo profilo Instagram è una foto di una settimana fa accompagnata dalle parole di una canzone, “Amore Toxic”, un pezzo trap, forse un messaggio a Michelle: “Mi sono preso una cotta, mi ero promesso che era l’ultima volta. Una dolce relazione tossica”. Il ragazzo forse si era invaghito di Misci. «Sicuramente lei l’ha respinto», dice Gianluca, padre della ragazza, che da quasi due anni era fidanzata con un ragazzo di Torre Spaccata. «Erano felici, almeno sui social», giurano le amiche. Poi si era avvicinata sempre di più a O., l’amico del cuore che l’ha accoltellata e chiusa in una busta della spazzatura.

Estratto dell’articolo di Mar.Ca. per “la Repubblica” il 2 luglio 2023. 

«Cosa farei per poter fumare un’ultima volta con te». L’ultimo saluto a Michelle è una canna su Instagram. A postare la foto è un’amica del cuore, la stessa che poche ore dopo attacca O., il giovane accusato dell’omicidio: «L’hanno trattenuto perché se fosse fuori sarebbe già morto». Rabbia, disperazione. E soprattutto la droga, che torna come un’ossessione in questa storia di vite spezzate. Che rasenta la normalità per un pezzo di gioventù abbandonata a se stessa.

 «Non è che se ti fai qualche canna con gli amici sei un delinquente, qui fumiamo tutti», dice Riccardo (il nome è di fantasia), uno degli amici di Michelle, cresciuto come lei nel “Bronx” di Torrevecchia. […] «Ci troviamo di fronte a ragazzi dai 12 ai 16 anni a cui vengono affidati i compiti più disparati», dicono gli investigatori.

Anche O., che vive a Primavalle, era uno di loro. Sul suo profilo Instagram, mentre si mostrava fiero in atteggiamenti da gangster, esibiva pezzi di fumo e canne di dimensioni notevoli, proponendo in vendita ai follower anche la purple drank , la “droga della trap”. Sua madre Angela, interrogata, ha detto di non sapere che il figlio facesse uso di stupefacenti. E oggi il suo dolore è immenso, insieme alla vergogna: «Non posso credere che sia veramente successo ».  

Una vita passata a pulire i condomini del quartiere spesso lasciando solo il figlio, cresciuto senza padre. «Mi sono sacrificata per lui, per garantirgli un futuro. Ho fatto tutto per lui, lavorando giorno e notte. Quello che ha fatto mi devasta. Non riesco a crederci. Sono distrutta. Sono morta anche io. Ha ucciso due donne: ha ucciso anche me». 

[…] Michelle e il suo assassino si conoscevano da anni, ma si erano avvicinati solo negli ultimi mesi. Mesi duri per la ragazza, cresciuta con la zia Viviana, il suo “faro”, che ha cercato di salvarla fino alla fine.  

Quella con O. non era una relazione, anche gli inquirenti ne sono convinti. Ma non per questo il rapporto non era intimo. Negli ultimi tempi il ragazzo, che aveva lasciato la scuola, andava a prenderla all’uscita, le poche volte che lei decideva di andare a lezione. Michelle era cambiata: se n’erano accorti anche i docenti del liceo Gassman, che negli ultimi mesi la vedevano strana, assente, intorpidita. Il sospetto è lei e O. facessero uso di stupefacenti insieme. «Michelle aveva perso la bussola soprattutto dopo la morte della nonna», confida chi l’ha vista soffrire, ma non è intervenuto. 

 […] la madre Daniela, che e il padre Gianluca contestano la versione di O., della lite per un debito di droga da 20 euro: «Facciamola crollare, questa ipotesi. Fosse vero, è un’aggravante per lui». Eppure proprio la droga sembra il fil rouge che unisce tutti i tasselli di questa storia. Il profilo Instagram di O. era pubblico: eppure nessuno sembrava essersi impensierito per la sua presenza nella vita di Michelle. 

 «Non si preoccupi, signora, a sua figlia voglio bene»: così lui stesso, il giorno prima dell’omicidio, aveva rassicurato la madre, […] «Lei era la mia amica del cuore», ha detto O. agli inquirenti. Non ha versato una lacrima. 

Estratto dell'articolo di Salvatore Giuffrida, Silvia Pinti per repubblica.it lunedì 3 luglio 2023.

Lavinia è la migliore amica di Michelle Causo, la ragazza uccisa da un coetaneo nel quartiere Primavalle di Roma. Lavinia ha spiegato: "Il problema non erano i venti euro, qui tutti parlano di un debito molto più grosso, almeno 1500 euro. Non credo a un debito così piccolo, sono sicura di quello che dico . Da tempo le dicevo di stare attenta a lui, ero dubbiosa e a me non piaceva a pelle, ma lei mi rispondeva che era un tipo a posto. Non so come lo abbia conosciuto". 

In base al racconto di Giulia , altra amica di Michelle, O. aveva avvicinato la ragazza tre anni fa durante una festa di Halloween. Poi hanno continuato a frequentarsi. "Si sono conosciuti sempre di più sui social - continua Lavinia - parlavano spesso, tutti sapevano che erano amici, il quartiere è piccolo e ci conosciamo tutti noi teen-ager”. 

L’amica della vittima aggiunge: “Di lui non ne parlava con nessun altro, Flavio il fidanzato lo conosceva e non era geloso e io sono partita tranquilla per la Grecia. Poi mercoledì sera su un gruppo chat ho saputo la notizia e sono tornata subito".

Estratto dell'articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” lunedì 3 luglio 2023.  

I legami con i pusher di Primavalle, l’arma del delitto, il ruolo di eventuali fiancheggiatori. Ma anche il vero movente dell’omicidio, cosa l’ha preceduto e cosa è successo dopo la tragica fine di Michelle Causo. 

Gli aspetti da chiarire in un giallo che ha sconvolto la Capitale e che, al di là della confessione di O.D.S., potrebbe riservare ancora sorprese. 

Tre ore di buco A cominciare dal fatto che il killer minorenne di Michelle è rimasto da solo in casa con il corpo della giovane per circa tre ore. Non solo. Non è chiaro se la 17enne fosse ancora viva, quando O.D.S. è uscito fra le 11.30 e le 14.30 di mercoledì scorso dall’appartamento della madre a Roma in via Giuseppe Dusmet forse per cercare aiuto per sbarazzarsi del cadavere. E lo stesso avrebbe fatto al telefono, chiamando amici e conoscenti, raccontando loro ciò che aveva fatto. Alla fine però ha preso in prestito il carrello della spesa dal titolare di un mini market del quartiere, che ha poi usato per trasportare Michelle fino ai cassonetti di via Stefano Borgia.

I possibili aiuti Si arricchisce di particolari inquietanti la ricostruzione dei momenti successivi all’aggressione mortale alla studentessa che oggi sarà ricordata ancora nel suo quartiere con due fiaccolate: nella seconda è annunciata la presenza del sindaco Roberto Gualtieri. La polizia è in attesa di una serie di riscontri — dai tabulati telefonici dell’utenza del 17enne ora rinchiuso nel carcere minorile di Casal del Marmo al contenuto delle chat e delle piattaforme di messaggistica memorizzati sul suo e su altri cellulari sequestrati in casa — per avere la conferma che altre persone quel giorno erano al corrente della tragica fine di Michelle. 

(...)

Un nuovo sopralluogo In attesa dei riscontri dai telefonini, anche quello della stessa vittima, acquisito come tutti gli altri, gli investigatori sono pronti, forse già oggi, a rientrare con la polizia scientifica nell’appartamento di via Dusmet, in particolare nella camera del killer, dove sembra la madre non entrasse quasi mai, per raccogliere altri elementi e confrontarli con le dichiarazioni rilasciate dal minorenne durante l’interrogatorio di garanzia. Lì ad esempio c’era il laboratorio artigianale per la preparazione della Purple Drunk, l’allucinogeno liquido dei seguaci dei trapper. 

Lo spaccio Fra gli aspetti da chiarire c’è quello del giro di spaccio che forse ruotava attorno ai due giovani. Tanto che gli stessi familiari sono stati sentiti e potrebbero essere ascoltati ancora nei prossimi giorni. Insomma, un’indagine tutt’altro che conclusa, mentre il quartiere si appresta a dare l’ultimo saluto a Michelle. I funerali, in programma mercoledì, si annunciano carichi di rabbia e sempre oggi saranno preceduti dalla manifestazione di un movimento di estrema destra.

Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” lunedì 3 luglio 2023.  

Ha ucciso Michelle con lo stesso coltello con cui tagliava l’hashish. Emergono nuovi particolari su quella terribile giornata in cui la 17enne è stata accoltellata e uccisa da O.D.S. suo coetaneo. Il femminicidio si è consumato nell’appartamento in via Dusmet quartiere Primavalle dove il ragazzo vive con la madre, quel pomeriggio non in casa. Adesso il lavoro degli investigatori, però, si concentra sulle vite dei due ragazzi. Chi indaga vuole tracciare un perimetro per capire quali erano le persone che ruotavano attorno ai due. 

La droga è ovviamente l’elemento centrale, dal momento che la lite è esplosa per una debito — come sostiene O. D. S — che il ragazzo aveva con Michelle per 20 euro di fumo.

Una cifra bassissima che lascia perplessi polizia e pm ma che non esclude un contrasto esploso per gli stupefacenti, magari per cifre molto più alte.

Nelle prossime ore dovrebbe svolgersi un nuovo sopralluogo nell’abitazione del ragazzo. Si attendono, poi, gli esiti della perizia sui cellulari già trovati in quell’appartamento per accertarsi dei contatti avuti dalla vittima e dal suo stesso assassino nelle ore precedenti all’omicidio e — nel caso del giovane — anche dopo il delitto, prima che fosse fermato. 

Dagli smartphone potrebbero arrivare risposte a domande ancora inevase: il giovane ha contattato qualcuno per farsi aiutare dopo aver ucciso Michelle? Qualora fossero confermati, quegli scambi di droga erano frequenti? Chi riforniva i ragazzi e a quante altre persone veniva ceduto lo stupefacente? La famiglia di Misci, così la chiamavano gli amici, però non crede alle parole dell’omicida e si dice convinta che il movente riguardi un approccio respinto. Di sicuro, secondo l’esame del medico legale, la giovane non ha subito violenze sessuali. Intanto la famiglia della vittima respinge sdegnata l’accusa che la figlia possa aver venduto hashish a O.D.S.

Qualsiasi sia il movente — che il pm Anna Di Stasio è determinata a scoprire — un intero quartiere sta vivendo giorni di dolore ma anche di tensione. 

(...)

Le indagini sul femminicidio. Omicidio di Michelle Causo, la 17enne forse ancora viva quando il killer si è sbarazzato del corpo: “Tremava, non è morta subito”. Redazione su L'Unità il 3 Luglio 2023 

“Non è morta subito, tremava tutta. Aveva le convulsioni”. Così O.D.S ha descritto i momenti successivi all’aggressione mortale compiuta mercoledì scorso ai danni dell’amica Michelle Maria Causo, la 17enne di Primavalle (Roma) uccisa al termine di una lite con il giovane italiano con genitori cingalesi.

Parole riferite al pm Anna Di Stasio e al gip di Roma nell’interrogatorio tenuto sabato 1 luglio, secondo quanto riferisce Il Messaggero: al termine del ‘confronto’, durato circa 4 ore, è stato convalidato il fermo del giovane col trasferimento in carcere.

Femminicidio di Primavalle, convalidato il fermo del killer: “Michelle voleva i soldi della droga, io ho preso il coltello”

Il 17enne romano non ha chiamato i soccorsi dopo aver accoltellato l’amica: al momento non è chiaro se Michelle fosse ancora viva quando O.D.S. è uscito dall’appartamento della madre in via Dusmet per scaricare il corpo della ragazza, trasportato in un sacco nero all’interno di un carrello per la spesa, accanto ad un cassonetto per i rifiuti in via Borgia, a circa 450 metri da casa. Anche per questo il giovane sarebbe anche indagato per vilipendio di cadavere, per aver oltraggiato il corpo trattandolo come un rifiuto.

Perché non ha aiutato la vittima? Quando il gip ha rivolto a O.D.S. la domanda su perché non ha aiutato la vittima, il killer avrebbe risposto così: “Sapevo che mi avrebbero arrestato, ormai era tardi. Ho aspettato che morisse per poi disfarmi del corpo”.

Le motivazioni, già chiarite la notte dopo l’omicidio negli uffici della Squadra mobile, sono state poi confermate in sede di interrogatorio. “Avevo preso da lei della droga, dell’hashish nello specifico, e per questo era venuta da me: voleva che la pagassi 20-30 euro. Abbiamo litigato, è stata lei ad aggredirmi. A quel punto io ho poi ho preso il coltello e l’ho colpita”, queste, in sostanza, le parole utilizzate dal ragazzo di fronte agli inquirenti.

Punto sul quale vi sono molti dubbi, sia di amici e familiare che degli stessi investigatori. Altro aspetto da chiarire è anche l’arma del delitto. Non si esclude infatti che O.D.S. abbia ucciso l’amico non con un coltello da cucina ma con una lama media, forse un coltello a serramanico usato per tagliare blocchetti di hashish.

Anche per questo gli inquirenti puntano a fare luce sugli ambienti della droga per tentare di chiarire alcuni aspetti della morte di Michelle. Nelle prossime ore, riferisce l’Ansa, dovrebbero svolgersi un nuovo sopralluogo nell’abitazione del ragazzo e parallelamente si attendo gli esiti della perizia sui cellulari già rinvenuti in quell’appartamento per verificare i contatti avuti dalla vittima e dal suo stesso assassino nelle ore precedenti all’omicidio e, nel caso del giovane, anche dopo il delitto, prima che fosse fermato. Tante le domande ancora senza risposta: il 17enne ha contattato qualcuno per farsi aiutare dopo aver ucciso Michelle? Qualora fossero confermati, quegli scambi di droga erano frequenti? Chi riforniva i ragazzi e a quante altre persone veniva ceduto lo stupefacente?

Come detto familiari e amici di Misci, come veniva chiamata Michelle, non credono alle parole di O.D.S. sulla droga e ribadiscono la loro convinzione: l’omicidio della studentessa è nato a seguito di un tentativo di approccio respinto, anche se dall’esame del medico legale viene confermato che la ragazza non ha subito violenze.

“Michelle era buona, aiutava tutti, i bambini disabili, gli extracomunitari. Dove c’era qualcuno in difficoltà, là trovavi Michelle. Probabilmente, anche chi l’ha uccisa l’avrà attirata a sé chiedendole aiuto, poi, l’ho già detto, deve aver provato ad abusare di lei e davanti al suo rifiuto l’ha aggredita. Gente così, con i coltelli al posto delle mani”, le parole pronunciate in una intervista al Corriere della Sera dal padre di Michelle, Gianluca Causo.

Anche una amica della 17enne, Asia, parla all’agenzia LaPresse e conferma la tesi della famiglia: “Non è vera la storia dei soldi – racconta – lei è sempre stata una persona generosa, può essere invece che abbia prestato dei soldi. Se qualcuno dei suoi amici le chiedeva in prestito 10 euro lei era sempre pronta e disponibile“, racconta. Per Asia c’è altro dietro l’uccisione di Michelle per mano del 17enne: “Io penso che lui le abbia fatto qualcosa. Per reagire vuol dire che lei si era arrabbiata. Era la persona più buona del mondo. Secondo me lui ha provato a farle delle avance e ha tentato un approccio, ma è stato rifiutato. Lui è un vigliacco, non dirà mai la verità“.

di: Redazione - 3 Luglio 2023

Da leggo.it martedì 4 luglio 2023.

Il caso di Michelle Causo, la 17enne uccisa a Roma nel quartiere Primavalle, continua a far parlare sui media: un omicidio che ha sconvolto l'Italia. E ora la famiglia chiede di mettere un freno alle ricostruzioni e alle voci sull'inchiesta, dopo che negli ultimi giorni erano emerse indiscrezioni (anche per bocca di alcuni amici e amiche della vittima) su un presunto debito che il presunto assassino, un 17enne, avrebbe avuto nei confronti della stessa Michelle. 

La famiglia: «Basta ricostruzioni fantasiose»

Già da giorni la mamma della ragazza diceva che non c'era alcun debito e che la droga non c'entrava nulla. Ora rompono il silenzio gli avvocati Claudia Di Brigida e Antonio Nebuloso, legali dei genitori della giovane: «Nell'esprimere apprezzamento per le manifestazioni di solidarietà e cordoglio da parte di amici, conoscenti e comuni cittadini nei confronti della povera Michelle, vittima di un efferato, quanto immotivato delitto, alla luce, tuttavia, delle dichiarazioni rilasciate alla stampa da più persone, in particolare da coetanei della ragazza, dalle quali emergerebbero - ci si permette di dire - fantasiose ricostruzioni sul movente del reato, tali persino, in alcuni casi, da pregiudicare l'onore e il decoro della vittima». 

I legali dei genitori della ragazza aggiungono che tenuto «conto, peraltro, dello stato, ad oggi embrionale, delle indagini giudiziarie, si chiede, in vista delle esequie che si svolgeranno domani, di serbare un compassionevole silenzio, onde onorare al meglio il ricordo di Michelle, nel rispetto dell'inconsolabile dolore dei suoi famigliari».

(...)

L'orrore sul cadavere di Michelle: "Venti coltellate, le ha sfigurato il viso". Michelle Causo è stata colpita con venti coltellate, alcune anche al volto. Il gip sul 17enne arrestato: "Può scappare, c'è pericolo di recidiva". Il possibile movente: "Un debito da 1500 euro". Rosa Scognamiglio il 4 Luglio 2023 su Il Giornale.

Michelle Causo è stata colpita con venti coltellate, alcune inferte anche al volto. È quanto emerge dai risultati parziali dell'autopsia sulla studentessa uccisa a Primavalle mercoledì 28 giugno. Al killer, un 17enne di origini srilankesi, sono state contestate le aggravanti del vilipendio e occultamento di cadavere. Secondo il gip che ha convalidato l'arresto del ragazzo "c'è pericolo di recidiva e fuga". Resta fortemente in dubbio, invece, il movente del delitto. Ieri, alla fiaccolata, un'amica di Michelle ha parlato di un debito da 1500 euro.

L'autopsia: "Uccisa con 20 coltellate, il killer le ha sfigurato il volto"

La giovane Michelle è stata letteralmente massacrata: 20 coltellate, alcune delle quali mortali, inferte a collo, addome e schiena. E poi ci sono quei fendenti sferrati al viso: "Il killer le ha sfigurato volto", trapela da fonti vicino all'inchiesta. La ragazza ha provato invano a difendersi, ma poi è crollata al pavimento. Su mani e braccia della vittima sono stati riscontrate numerose escoriazioni, ferite compatibili con l'impugnatura del coltello a serramanico brandito dall'assassino.

Michelle "non è morta subito, aveva le convulsioni", ha confessato il 17enne alla pm minorile Anna Di Stasio durante l'interrogatorio di sabato scorso. Il ragazzo ha osservato la vittima agonizzante poi, una volta assicuratosi che fosse morta, ha pensato come disfarsi del cadavere. Lo ha infilato in un sacco nero della spazzatura e successivamente nel carrello della spesa recuperato dal parcheggio del minimarket sotto casa, in via Giuseppe Dusmet. "È stato una bestia", racconta chi indaga a Il Messaggero.

Il giallo delle telefonate fatte dal killer a Michelle: altro mistero sul delitto di Primavalle

L'assassino voleva gettare il cadavere giù da un dirupo

Secondo gli inquirenti, il killer aveva intenzione di gettare il cadavere giù da un dirupo. E dunque la metà non sarebbe stata via Borgia ma il grande parco del Pineto, un'area verde frequentata da tossicodipendenti e coppiette. Fatto sta che, per motivi ancora sconosciuti, ha desistito dal piano iniziale decidendo di abbandonare il corpo esanime della ragazza accanto ai cassonetti dei rifiuti.

Durante l'interrogatorio il 17enne non ha mostrato segni di pentimento. "Ho fatto una cag...", le sue uniche parole. Per il gip "c'è pericolo di recidiva e fuga", motivo per cui ha disposto il trasferimento dell'indagato nel carcere minorile di Casal del Marmo. C'è di più. In passato, l'aspirante trapper era stato già denunciato per una tentata rapina e per aver minacciato alcuni coetanei con un coltellino. Dettagli che gettano ulteriori ombre sulla personalità del giovane, fino all'orrore sul corpo di Michelle.

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” martedì 4 luglio 2023.  

I cassonetti di via Stefano Borgia non erano l’ultima destinazione della povera Michelle. Il ragazzo che il 28 giugno scorso a Primavalle l’ha uccisa a coltellate aveva intenzione di nascondere il corpo e di non farlo trovare più. È l’ipotesi che si sta facendo largo in queste ore: quella che il giovane avesse deciso di occultarlo in un’area verde […], vicino ai contenitori dei rifiuti dove i primi poliziotti giunti sul posto hanno trovato il carrello con la 17enne già morta. 

Ma non è l’unica novità nell’inchiesta, perché proprio ieri un’amica molto vicina alla vittima, Lavinia, ha rivelato che in realtà il debito di droga che O.D.S. aveva nei confronti di Michelle era ben più sostanzioso dei 20-40 euro da lui raccontati fino a oggi: «Era di 1.500 euro», spiega la giovane, aggiungendo: «Qui a Primavalle lo sanno tutti».

Potrebbe essere un ulteriore colpo di scena in una vicenda dove mancano ancora certezze sugli orari per poter ricostruire la mattinata dell’orrore che ha visto protagonista il 17enne aspirante trapper, accusato non solo di omicidio volontario aggravato, ma anche di occultamento e vilipendio di cadavere. 

[…] Erano le 14.30 di mercoledì scorso. L’ultimo atto di una tragedia cominciata almeno tre ore prima, quando la ragazza è entrata nell’appartamento di via Giuseppe Dusmet. Ad attenderla, non è chiaro se da solo almeno all’inizio, c’era O.D.S. con il quale negli ultimi mesi aveva cominciato a frequentarsi in modo assiduo tanto da assentarsi da scuola più di prima. 

Le indagini si concentrano ora proprio sulle mosse fatte dal ragazzo per cercare […[ di farla franca. Gli investigatori della Squadra mobile attendono ancora i tabulati dell’utenza telefonica del killer, come di Michelle e di altri cellulari sequestrati nell’appartamento, per capire quante chiamate il 17enne abbia fatto quella mattina fra le 11.30 circa e il primo pomeriggio, quando è tornato a casa dopo aver abbandonato il corpo della ragazza e prima di essere bloccato dagli agenti del commissariato Primavalle. Telefonate forse ricevute da persone che potrebbero aver consigliato ciò che doveva fare per cavarsela.

«Non può aver fatto tutto da solo», ha ribadito proprio ieri il nonno di Michelle, Elio Bertoneri […]. La famiglia di Michelle è convinta che qualcuno abbia aiutato O.D.S., che il 17enne possa essersi rivolto anche di persona a qualcuno a lui vicino quando dopo il delitto è uscito dall’appartamento della madre, dove è tornato con il carrello della spesa. 

Fra gli interrogativi ancora senza risposta c’è quello sull’ora dell’aggressione a Michelle e il momento del decesso. Alle 11 di quella mattina la giovane ha detto al nonno che sarebbe rientrata per pranzo. Come ha messaggiato anche alla madre Daniela. Un’ora e 50 minuti più tardi il telefono della ragazza era muto.

L’analisi delle celle telefoniche che coprono Primavalle potrebbe fornire la mappa degli spostamenti della vittima e capire quando ha citofonato a casa di O.D.S. dopo essere stata lasciata dalla zia Viviana vicino all’abitazione del giovane attorno alle 11.30. 

Si suppone che Michelle abbia incontrato l’amico poco dopo e che lui fosse già sotto effetto di droga. Fra i due sarebbe scoppiata una lite — lui sostiene proprio per il debito —, sfociata nell’accoltellamento […]. «Mi ha aggredito per prima», ha ribadito O.D.S. in Questura e davanti al gip. Prima delle 13 l’omicida, dopo aver tentato di pulire l’appartamento, è uscito per cercare aiuto e prendere il carrello, un’ora più tardi era in strada. Ma il suo piano è fallito subito.

Estratto dell’articolo di Flavia Fiorentino e Rinaldo Frignani per corriere.it il 6 luglio 2023.

Sangue dappertutto nella casa dell’orrore. Michelle Causo ha lottato, ingaggiando con il suo amico diventato carnefice una colluttazione durata a lungo. Dalla cucina alle altre stanze. Forse cercando di strappare dalle mani del killer il coltello con il quale alla fine è stata uccisa. 

Ieri mattina gli investigatori della Squadra mobile e della polizia scientifica, alla presenza del pm Anna Di Stasio della procura dei minorenni, hanno aperto l’appartamento al secondo piano del palazzo di via Giuseppe Dusmet, a Primavalle, proprio mentre migliaia di persone partecipavano, solo a qualche centinaio di metri, ai funerali della 17enne assassinata da O.D.S., aspirante trapper con precedenti di polizia, ora rinchiuso nel carcere minorile di Casal del Marmo.

La pistola replica

Un salto all’indietro di una settimana, perché dal 28 giugno l’abitazione dove il ragazzo viveva con la madre non era stata più toccata. E sono saltati fuori indizi che potrebbero indirizzare ora le indagini. Uno su tutti: una pistola replica, una scacciacani simile a un’arma vera, nascosta.

Chi l’ha portata? A cosa doveva servire? L’ha impugnata proprio Michelle preoccupata da quello che poteva accaderle una volta in quella casa? O c’è un altro motivo? La pistola sarà esaminata per capire a chi appartengano le impronte digitali sull’impugnatura. Così come sono state analizzate le tracce di sangue per cercare riscontri alle dichiarazioni dell’omicida, che ha riferito di essere stato aggredito all’inizio proprio dalla giovane che aveva fatto entrare in casa. 

Il giallo del movente

Il movente resta a tutt’oggi un mistero, così come il perché della visita di Michelle a casa di O.D.S. proprio quella mattina. Nessuno l’ha vista entrare nel palazzo, quindi non è chiaro se si sia presentata con qualcosa - magari proprio la pistola - che è poi rimasto nell’appartamento.

Del resto O.D.S. è un personaggio a rischio: negli ultimi due anni è stato denunciato dalla polizia per aggressione e rapina a un coetaneo e dai carabinieri per sostituzione di persona. Quest’ultima, una storia di furti d’identità online per arrivare a ricattare ragazzine minorenni. Non è chiaro se Michelle fosse stata una delle sue vittime o avesse solo saputo quello che O.D.S. aveva fatto. Comunque un giovane che, al contrario dell’amica, aveva già avuto a che fare con la giustizia. La partecipazione di centinaia di coetanei di Primavalle e Torrevecchia, alle fiaccolate dei giorni scorsi e ai funerali di ieri, è la conferma che la 17enne era amata e rispettata. 

(...)

Estratto dell'articolo di repubblica.it sabato 8 luglio 2023.

“Ti schioppo il telefono”. Così il killer di Michelle Causo, prima di svestire i panni dell’aspirante rapper per indossare quelli dell’assassino, minacciava i ragazzini di Primavalle. Perché nel passato di O., il 17enne arrestato per il femminicidio della coetanea, c’è anche un precedente da hacker. 

Il ragazzo ha infatti tentato di estorcere scatti hot da una compagna di classe dopo averle rubato il profilo Instagram. Ecco l’offerta per restituirle l’identità digitale: le foto in pose esplicite in cambio del ritorno al pieno possesso del social. La ragazzina presentò una denuncia contro ignoti, ma i carabinieri arrivarono presto a O., su cui quindi pende l’accusa di sostituzione di persona.

Ora gli agenti del commissariato Primavalle e della squadra mobile vagliano la stessa ipotesi anche in relazione alla morte di Michelle.

Quello del ricatto porno non è l’unico precedente dell’assassino. I ragazzi del quartiere lo conoscevano bene. E se ne tenevano alla larga: “Voleva fare il bullo, soprattutto coi più piccoli”. 

Una volta, due anni fa, con un coltellino aveva aggredito un coetaneo. “Dammi tutti i soldi che hai”, erano state le sue parole, prima di essere denunciato per rapina. A subire i suoi ricatti erano soprattutto soggetti deboli. Ragazzini di poco più di 12 anni, ma anche bambine. “Qui al Bronx di Torrevecchia lo conoscevamo per questo - racconta C. uno degli amici di infanzia di Michelle - dicevano che era un mago del computer e che hackerava i telefoni. Una volta aveva minacciato anche me. ‘Ti schioppo il telefono’, mi aveva detto”.

[…]

Le parole al Gip. Michelle Causo, il 17enne al Gip: “Dovevo restituirle 35 euro, le ho chiesto lo sconto e mi ha puntato la pistola in faccia”. Redazione Web su L'Unità il 24 Luglio 2023

Nuovi dettagli arrivano dall’interrogatorio di convalida dell’arresto del 17enne accusato di aver ucciso Michelle Causo, sua coetanea, il 28 giugno scorso a Primavalle, Roma. “Michelle si è alzata dal divano all’improvviso, mi ha puntato la pistola al volto e pensando che l’avesse in qualche modo modificata e che avesse un colpo in canna, l’ho aggredita”. Il 17enne ha provato a difendersi raccontando la sua versione dei fatti. Avrebbe avuto un debito con Michelle: “Avrei dovuto restituirle 35 euro – avrebbe detto il 17enne al magistrato secondo quanto riportato dall’AdnKronos – ma le avevo chiesto uno sconto perché 20 euro mi servivano per portare a cena la mia ex, Gaia“. Si sarebbe dunque appellato alla legittima difesa.

L’AdnKronos riporta che il magistrato avrebbe ricordato al ragazzo come la pistola scacciacani fosse sua e già presente nei video da lui pubblicati sui social. Il 17enne avrebbe poi obiettato che la stessa arma giocattolo gliel’aveva in realtà prestata Michelle qualche volta per le stories su Instagram, salvo presentarsi con quella nell’appartamento in via Dusmet nel tentativo, secondo quanto sostenuto dal 17enne, di intimorirlo e riavere i soldi prestati. Ma, secondo quanto ricostruito, la ragazza sarebbe arrivata a casa del coetaneo senza nulla con se, solo le chiavi di casa appese al collo. “La pistola – avrebbe raccontato il 17enne – la nascondeva negli slip”.

Secondo la ricostruzione fatta dall’AdnKronos, il racconto non avrebbe convinto il giudice: in casa del ragazzo, ora recluso nel carcere minorile di Casal del Marmo, non sarebbero stati trovati soldi. Nei due sopralluoghi in casa del ragazzo, invece, sono spuntati la pistola giocattolo, non modificata, il coltello con cui Michelle è stata uccisa, con una lama lunga 20 centimetri e non 12 come inizialmente emerso, e una mannaia sequestrata insieme al resto. Resta poi da accertare il motivo per il quale il 17enne avrebbe detto che quel giorno in casa sua sarebbe dovuto andare anche un amico in comune con la vittima, che però, sentito dai poliziotti, avrebbe smentito di esser stato invitato. Un caso che ha ancora molti interrogativi da risolvere.

Redazione Web 24 Luglio 2023

Estratto dell'articolo di M.C. per “la Repubblica - Edizione Roma” domenica 30 luglio 2023.

Violazione di sigilli, invasione di edifici, danneggiamento e manifestazione non autorizzata. Sono alcuni dei reati che saranno contestati ai protagonisti del blitz di via Dusmet dello scorso venerdì quando un centinaio di giovanissimi hanno fatto irruzione nella casa sotto sequestro dell’assassino di Michelle Causo distruggendo tutti gli arredi. 

I poliziotti del commissariato Primavalle hanno identificato in tutto 40 ragazzi, tra i 15 e 19 anni, che hanno partecipato alla vendetta […] Tra i giovani identificati ci sarebbe anche il fidanzatino di Michelle, Flavio, che in un video aveva commentato il fatto con un sorriso beffardo: . «Stic… io la fototessera me la sono fatta fare così». Il video era stato postato sulla chat whatsapp “ Protesta Michelle” che nel frattempo non è più raggiungibile. Tanta è la paura dei giovani di essere scoperti. 

[…] « Eravamo pochi ma quello che dovevamo fa lo abbiamo fatto » , le parole in chat di uno dei tanti adolescenti che hanno partecipato alla devastazione di massa della casa dove un mese fa Michelle è stata uccisa con almeno 20 coltellate. Un gesto di vendetta urbana che non è piaciuto al comitato Primavalle Torrevecchia che aveva supportato gli amici di Michelle nell’organizzazione del corteo autorizzato: « Il comitato e le persone che vogliono bene a Michelle si dissociano dall’accaduto. Vogliamo giustizia non violenza», ricevendo commenti come questo: “ Violenza è spesso giustizia”.

"Il debito da 30 euro? Se fosse vero...": perché il killer di Primavalle non viene creduto. Al gip il killer ha dichiarato che la ragazza lo aveva minacciato con una pistola. L'avvocato della madre di Michelle Causo a IlGiornale.it: "L'assassino ha ammesso solo quello che non poteva negare". Rosa Scognamiglio il 18 Agosto 2023 su Il Giornale.

"La mamma e il papà di Michelle non credono a una sola parola della versione fornita dall'indagato e invitano ad avere maggiore rispetto per il ricordo della loro figlia". Lo dice a ilGiornale.it l'avvocato Claudia Di Brigida, che difende Daniela Bertoneri, la madre di Michelle Causo, la 17enne uccisa a Primavalle lo scorso 28 luglio da un coetaneo. O.S.D., queste le iniziali del nome, ora si trova recluso nel carcere di Casal del Marmo con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere. I resti della ragazza furono abbandonati in un carrello della spesa accanto a un cassonetto dei rifiuti.

Durante l'interrogatorio di convalida del fermo, l'indagato ha dichiarato di aver ucciso Michelle Causo per un debito di pochi euro e che la ragazza lo avrebbe minacciato con una pistola scacciacani. Ma il gip che ha disposto la misura cautelare, nel ricostruire la dinamica del fatto, ha escluso la legittima difesa pur "nell'eccesso colposo" ritenendo "inverosimile" la versione fornita dal 17enne.

Dal movente ai possibili aiuti: cosa non torna nell'omicidio di Michelle

Avvocato Di Brigida, ritiene credibile la versione fornita dal killer di Michelle Causo?

"No, non lo è assolutamente. Ma cosa penso io, che sono il difensore della mamma di Michelle Causo, conta poco. Il punto è che il gip non ritiene credibile la versione dell'indagato. Se la ricostruzione fornita dal ragazzo fosse stata ritenuta attendibile, probabilmente non ci sarebbe stata un'ordinanza di custodia cautelare. Trattandosi per di più di un minore credo che il gip abbia fatto delle valutazioni molto accorte prima di prendere questa decisione".

Cosa non la convince della versione fornita dal presunto assassino?

"Tutta la narrazione è inverosimile. Ha ammesso quello che non poteva negare, ovvero di aver ucciso una ragazza, ma per il resto ha ipotizzato una tesi alternativa nel tentativo di alleggerire la sua posizione".

L'indagato ha parlato di un debito per droga.

"Il ragazzo può dichiarare e ha dichiarato qualunque cosa. Se fosse vera l'ipotesi del debito per droga - peraltro lui parla di 20/30 euro - a Roma e in altre città d'Italia ci sarebbero decine di morti ogni giorno. E in ogni caso un movente del genere non giustificherebbe la violenza con cui si è accanito sulla povera Michelle".

"Giocava con la pistola". Il video choc del killer di Michelle

E dunque qual è secondo lei un possibile movente?

"Premettendo che al momento possiamo fare solo delle ipotesi, perché non abbiamo in mano elementi concreti, non escluderei la sfera personale".

Che intende?

"Magari anche una minaccia di denuncia. Può darsi anche che abbia fatto delle avances molto audaci a Michelle e che lei abbia minacciato di denunciarlo. Chiaramente, ribadisco, stiamo parlando di ipotesi. Qualche elemento in più su cui ragionare lo avremo quando saranno disponibili gli esiti degli accertamenti sui cellulari".

Quando saranno disponibili?

"Sui cellulari non c'è un termine".

Il giallo delle telefonate fatte dal killer a Michelle: altro mistero sul delitto di Primavalle

Come vive la sua assistita questa attesa?

"La mamma di Michelle sta molto male. Io spero che la Asl metta a disposizione uno sostegno psicologico a questa famiglia. Ne hanno tutti un gran bisogno".

Le ha raccontato qualcosa di Michelle?

"Mi ha detto che era una ragazza molto dolce e affettuosa. Una ragazza normale di 17 anni con una grande passione per gli animali e una naturale empatia verso gli altri".

In uno degli ultimi appelli i genitori di Michelle hanno chiesto che venga fatta giustizia.

"I genitori stanno fiduciosamente aspettando che le indagini facciano il proprio corso. E devo dire che la procura sta lavorando con tempestività e solerzia. Una cosa però la mamma e il papà di Michelle vorrebbero fosse chiara a tutti: non credono a una sola parola della versione fornita dall'indagato e invitano ad avere maggiore rispetto per il ricordo della loro figlia".

Il Caso Emanuele Costanza.

Estrattto dell’articolo di Emilio Orlando per leggo.it il 12 marzo 2023.

[...] Il proprietario del locale “L'osteria degli Artisti” in via Germano Sommeiller, nel quartiere Esquilino, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa. La vittima, Emanuele Costanza, 40 anni,  si trovava a bordo della sua auto, quando il killer si è avvicinato e ha fatto fuoco.

 Nella vettura, una Mercedes, è stata trovata una pistola ma non è chiaro se si tratti dell'arma del delitto. L'uomo si faceva chiamare chef Manuel Costa. L'omicidio è avvenuto attorno alle 20.

Subito esclusa la rapina, perchè nella vettura sono stati ritrovati gli oggetti personali e il portafoglio della vittima. Sul posto è arrivata la polizia, la sezione omicidi della squadra mobile e la scientifica. Poco dopo l'omicidio, l'assassino si è costituito: si tratta di Fabio Giaccio, un napoletano 43enne. 

Il killer avrebbe lasciato l’arma del delitto accanto alla vittima prima di recarsi al commissariato di polizia di via Statilia dove si è costituito: «Abbiamo litigato e l’ho ammazzato» così ha confessato tutto ai poliziotti. Gli agenti della squadra Mobile sono ora incaricati di ricostruire il contesto in cui è maturato il delitto. L’ennesimo omicidio nella Capitale, dopo quello di Mihai Stefan Roman, freddato da due killer in moto mercoledì sera a Casal de’Pazzi.

Manuel Costa, lo chef ucciso per debiti. Le indagini sul delitto dell'Esquilino. Elena Ricci su Il Tempo il 12 marzo 2023

Potrebbero esserci questioni economiche e debiti insoluti alla base dell’omicidio dello chef romano Emanuele Costanza, conosciuto nella Capitale come Manuel Costa e gestore dell’Osteria degli Artisti in via Germano Sommeiller, nel quartiere Esquilino. La vittima, 41 anni, è stata freddata con un colpo di pistola alla testa. Poco dopo il presunto assassino si è poi costituito ai poliziotti di via Statilia. «Ho ucciso un uomo in macchina, la pistola la trovate accanto a lui» avrebbe detto agli agenti che hanno poi effettivamente rinvenuto l’arma nella Mercedes Classe B, accanto al cadavere di Costanza.

I fatti sono avvenuti venerdì sera poco prima delle 20. I due che a quanto pare si conoscevano molto bene, avrebbero avuto una violenta lite, culminata poi con gli spari. Fatale per il 41enne, il colpo alla testa. Il presunto killer, il 43enne Fabio Giaccio di Sparanise, nel casertano, è stato interrogato per tutta la notte dagli agenti della squadra mobile che seguono le indagini. L’uomo è stato poi condotto presso il carcere di Regina Coeli dove dovrà rispondere di omicidio volontario.

Conosciuto nel casertano come imprenditore agricolo, si era trasferito da anni nella Capitale per aprire una pizzeria che a quanto emerge, si troverebbe nella stessa via dell’Osteria degli Artisti, qualche civico più avanti. Sia Giaccio che Costanza, avrebbero precedenti per droga. Ed è proprio sul rapporto tra i due che la squadra mobile sta indagando per ricostruire l’esatta dinamica del delitto e il contesto in cui è maturato l’omicidio. Altro interrogativo degli investigatori è sulla provenienza dell’arma, al vaglio della scientifica.

La vittima era il cugino di Floriana Secondi, nota per aver vinto la terza edizione del Grande Fratello e per aver partecipato all’Isola dei Famosi.

L’influencer ha condiviso su Instagram diverse foto in compagnia del cugino dicendosi incredula ed utilizzando parole dure nei confronti di Fabio Giaccio. «Non è possibile» ha scritto la donna in una storia a corredo della foto di Manuel Costanza e poi ancora rivolgendosi al presunto killer: «Brutto bastardo. Togliere la vita a mio cugino, padre di 4 figli. Sei un essere spregevole, sparare in testa a freddo, che Dio ti renda le tue azioni. Ci sarà una giustizia terrena ma anche divina» ha concluso.

Manuel Costa, così si faceva chiamare la vittima, era molto conosciuto. Dopo una prima esperienza come barbiere in un salone di bellezza, aveva iniziato a lavorare come chef nell’Osteria degli Artisti, locale aperto proprio dalla cugina Floriana Secondi. Molto attivo sui social, celebrava il cibo e la tipicità della cucina romana. Erano in tanti a frequentare il suo locale, anche altri ristoratori che ne apprezzavano la cucina. Tutti momenti che il 41enne raccontava sui suoi canali social. Ieri mattina, dopo aver appreso la notizia dell’omicidio di Costanza, diverse persone tra conoscenti e clienti, hanno lasciato dei fiori all’esterno del locale. Sulla saracinesca dell’osteria è stato attaccato un foglio con la scritta «chiuso per lutto».

Estratto dell’articolo di Marco Carta per “la Repubblica – Edizione Roma” il 12 marzo 2023.

[…] È accusato di omicidio volontario, Fabio Giaccio, il 43enne casertano che ha ucciso con due colpi di pistola alla testa Emanuele Costanza, in arte Manuel Costa, lo chef trovato morto all’interno di una Mercedes di fronte al suo locale, l’Osteria degli Artisti. I due, che avevano precedenti per droga, erano soci di un locale in via Sommeiller.

 Ad indagare è la Squadra mobile, coordinata dal pm Mario Palazzi, che stanno cercando di ricostruire la ragnatela degli esercizi commerciali riconducibili a Costanza, che negli ultimi 5 anni aveva avviato tre attività sulla stessa strada: un barber shop, poi fallito, l’Osteria degli artisti e un altro ristorante, il Metropolis. Costa li aveva promossi sui social grazie anche a sua cugina Floriana Secondi, ex vincitrice del Grande Fratello.

[…] Il locale però non è mai decollato. […] Poi a dicembre il punto di rottura: Costa aveva chiesto a Giaccio di andarsene, visto che non aveva mai pagato i 3mila euro di affitto. Ma Giaccio pretendeva di riavere i 20mila euro versati per il Metropolis. La trattativa andò avanti per mesi, senza soluzioni. […] Da qualche giorno, però, Giaccio era tornato a farsi vivo: «Io li ho visti che chiacchieravano verso le 19» , avrebbe raccontato un testimone. 

I toni non erano accesi. Qualche minuto dopo, però, i due sono seduti in auto a discutere animatamente. Qui Giaccio ha estratto la pistola e sparato due colpi alla testa dello chef. «Tutti sapevano che aveva la pistola. Era lui stesso che la faceva vedere per fare il fenomeno. Ma io non posso credere che abbia ucciso per 20mila euro - racconta un amico della vittima - ci deve essere altro».

Estratto dell’articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera” il 12 marzo 2023.

«Sei un bastardo, hai ucciso a sangue freddo mio cugino. Aveva quattro figli». Floriana Secondi, […]. Li esprime entrambi sulle sue storie di Instagram ricordando Manuel Costa, al secolo Emanuele Costanza, 41 anni, […]

  Il movente: dissidi negli ultimi mesi nella gestione di altri due locali aperti dalla vittima accanto all’Osteria degli Artisti, all’Esquilino, grazie alla quale Costanza aveva acquisito notorietà. […] Anche se i commercianti vicini parlano senza mezzi termini di «giri loschi» attorno al ristorante.

[…] Sembra che fino a poco prima gli ex soci avessero discusso ancora una volta, poi la situazione è degenerata, anche se a insospettire chi indaga è il fatto che l’omicida si sia presentato all’incontro con la vittima già armato di pistola. 

 […] Giaccio, stando a una prima ipotesi investigativa, avrebbe preteso dal ristoratore la restituzione di una somma di denaro investita prima in un barber shop, l’Officina degli Artisti, e poi sembra anche in un cocktail bar, il Metropolis, sempre su via Germano Sommeiller.

[…]Le indagini della polizia tuttavia non sono ancora concluse. Nonostante la confessione di Giaccio, rinchiuso a Regina Coeli, raccolta dagli agenti della Squadra mobile, si sta ricostruendo anche la situazione economica della vittima e dell’ex socio, e il flusso di denaro servito nel corso degli anni scorsi per poter onorare una serie di investimenti commerciali.

  Giaccio, in particolare, ha precedenti per droga: nel 2010 fu arrestato dai carabinieri con l’accusa di gestire una piazza di spaccio nella cittadina in provincia di Caserta. […]

Il caso Piergiorgio Manca.

Estratto da “la Repubblica - Edizione Roma” il 28 febbraio 2023.

Il principale aeroporto d’Italia utilizzato per inondare la capitale di polvere bianca prodotta in Sud America e uno dei più noti penalisti di Roma condannato a 4 anni e 6 mesi insieme a un pregiudicato, Vincenzo Carzo, e al padre di quest’ultimo, Antonio, ‘Ntoni Scarpacotta’, “l’uomo della tradizione” che, si scoprirà dopo, era stato inviato nella Capitale per fondare la prima locale di ‘ndrangheta autorizzata dalla casa madre calabrese.

 Se la condanna a 9 anni di reclusione dei due Carzo non sorprende, la notizia della sentenza avversa nei confronti di uno dei principi del foro di Roma, Piergiorgio Manca, desta sicuramente clamore.

Ritiene il sostituto procuratore Mario Palazzi, e adesso anche il tribunale che ha condannato il legale al termine del processo celebrato con rito abbreviato, che l’avvocato avrebbe contribuito ad aiutare un’associazione criminale consentendo “la circolazione riservata di informazione tra i sodali”, li legge negli atti.

 Oltre a fornire assistenza legale, avrebbe dato un contributo “morale e materiale ai sodali detenuti al fine di evitare rischi di delazione, di favorire incontri riservati tra gli indagati presso il suo studio per l’assunzione di decisioni importanti per la vita del sodalizio, o comunque di veicolare utenze, codici pin o indirizzi email per le comunicazioni riservate tra i sodali”. […] Nell’indagine, iniziata nel 2011 con l’arresto di un corriere sbarcato all’aeroporto Leonardo da Vinci, sono stati coinvolti anche tre carabinieri. […]

Rispetto la toga, anche quella che indossano i magistrati”, commenta adesso l’avvocato con il suo solito aplomb. “Davo per scontato la mia assoluzione. Ho solo fatto l’avvocato parlando con i miei assistiti – continua – fortunatamente c’è l’appello perché io sono veramente estraneo a tutto ciò. Queste sono cose che sono entrate nella mia vita professionale ma non in quella privata”.

Il Caso Tamara Pisnoli.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino Giuseppe Scarpa per “la Repubblica - Edizione Roma” il 3 marzo 2023.

«Mi chiamo Tamara Pisnoli, sono nata a Roma il 18 maggio del 1983…. sono divorziata, ho una figlia di 9 anni, faccio l’imprenditrice e percepisco un assegno di 40 mila euro dal mio ex marito. Ho anche una società immobiliare» . È il 5 dicembre del 2014 quando l’ex moglie della bandiera giallorossa Daniele De Rossi viene interrogata dai magistrati che conducono l’indagine che sarebbe sfociata nella condanna a 7 anni e 2 mesi di carcere rimediata dalla donna venerdì scorso. Quel giorno di nove anni fa, a piazzale Clodio, Tamara Pisnoli doveva spiegare la sua verità a chi la accusava di aver fatto massacrare un imprenditore, Antonello Ieffi, per recuperare un presunto credito che, a suo dire, vantava nei confronti dell’uomo.

(...)

 Sentendo quelle parole il giudice capisce che la Pisnoli non può avere diritto a una difesa a spese dello Stato. Ma c’è un’altra cosa che si chiede la dottoressa Guglielmi: «Lei fa beneficienza?», una domande che sorge spontanea quando emerge che la donna ha prestato decine di migliaia di euro che spesso non le sono state restituite.

È accaduto con « un caro amico di Manuel ( il suo ex ragazzo ndr), più conoscente di Ieffi che amico di Ieffi, che aveva molti problemi economici e lavorava per Manuel», contestualizza la donna.

«Io gli ho anche prestato dei soldi, 20 mila euro», continua dicendo che lo avrebbe fatto per aiutare un’amica e una famiglia in difficoltà: «ho preso i soldi e li ho dati a Manuel », prosegue il racconto che termina con una truffa subita dalla stessa Pisnoli, visto che Manuel si sarebbe rubato 10 mila euro.

Al giudice qualcosa non torna.

Perché successivamente l’indagata racconta di aver legittimamente preteso indietro i soldi prestati.

 « Lei prende 40 mila euro al mese ( dall’ex marito Daniele De Rossi ndr) – riepiloga il magistrato - ha le società, c’è una persona in difficoltà che la buttano fuori di casa, lei da 20 mila euro che mi scusi se mi permetto per lei non sono quasi niente, per le sue considerevoli entrate, ad una sua amica … poi chiede la restituzione dei soldi?».

«Si perché a me ogni giorno mi rubano i soldi», è la risposta. «Io sono stata truffata e raggirata da tutti, a me hanno solo tolto i soldi, tutti…. io non c’ho più un soldo, mi hanno rubato tutti i soldi, me li hanno rubati, non me li hanno più restituiti » , continua a ripetere. Le avrebbero sottratto il denaro anche quando era ricoverata in ospedale: tre soggetti «sono venuti da me…ti prego dacci 10 mila euro, ci servono 10 mila euro, abbiamo avuto dei problemi… mi hanno rubato altri 10 mila euro».

 (...)

Perché per quanto la donna possa dire di non avere « più un soldo » , è lei stessa a contraddirsi per difendersi dai pm che sostengono che ci sia lei dietro al pestaggio di Antonello Ieffi. «Giudice io ringraziando Dio non mi manca nulla – dice la donna - ma io mi metto in mezzo a un guaio del genere? » , prova a giustificarsi.

 Il confronto è serrato. Il giudice domanda: « Se lei mi viene a dire che è così ingenua, io le chiedo ma lei è possibile che dà gli appuntamenti per strada alla gente per poi picchiarla e poi spegnergli le sigarette addosso?» .

 Pisnoli risponde: « La sigaretta addosso non la ho spenta, gli ho dato solo uno schiaffo » . La versione difensiva è chiara fin dal primo interrogatorio: « Non sono stata io a farlo picchiare, doveva essere una riunione pacifica, non so spiegare perché Manuel ha aggredito Ieffi in casa mia » , ripete la donna spiegando che « l’aggressione non è durata molto, Francesco Milano stava con me fuori dalla stanza, piangeva e gli altri stavano con Ieffi, sentivamo le urla e le botte ».

(..)

Giulio De Santis per corriere.it il 27 febbraio 2023.

«Manuel “il matto” lo prende a pizze, pugni. Mi metto paura e scappo. Anche un’altra persona picchia Antonello Ieffi. Non mi ricordo se erano due o tre. Passano con Ieffi tutto pieno di sangue. Lo portano via. Per me era morto».

 È il pomeriggio di terrore rievocato da Tamara Pisnoli, 38 anni, ex moglie di Daniele De Rossi, vissuto nel suo appartamento all’ultimo piano del condominio in viale Copenaghen, all’Eur Torrino, il 17 luglio 2013. E che sia stato un pomeriggio di violenza e di sangue, lo ritiene anche la Procura.

A divergere tra la ricostruzione degli inquirenti e quella dell’ ex compagna della bandiera giallorossa è il ruolo svolto dalla donna. Secondo il pm, Pisnoli è l’istigatrice del pestaggio subito da Ieffi, costituitosi parte civile con l’avvocato Luigi Annunziata: lei avrebbe voluto avere 150 mila euro dall’imprenditore, inclusivi degli 84 mila spesi per l’acquisto della licenza di un impianto fotovoltaico, giudicato dalla 38enne un affare non redditizio.

Lui si oppone e gli viene spaccata la testa davanti a Pisnoli, difesa dall’avvocato Cesare Placanica. Diverso è il racconto (finora l’unico) di quelle drammatiche ore fatto dalla 38enne, come emerge nel verbale dell’interrogatorio di garanzia reso poche ore dopo l’arresto dell’1 dicembre 2014.

Ricorda Pisnoli: «Abbiamo avuto un incontro a casa mia, al piano di sopra. Stavamo con altre persone dalla parte della mia camera da letto, a sinistra, dove ci sono un terrazzo e un tavolino con due poltroncine. Eravamo seduti, prendendo un caffè. Aspettavamo Ieffi. Ho una casa a due piani.

 Suonano il citofono e salgono sopra. Ieffi e Manuel “il matto” (Manuel Severa, già condannato per questa storia in via definitiva a 7 anni di carcere, ndr). Iniziamo a parlare della licenza.

Ma “il matto” tira fuori un pezzo di carta, un bonifico. Si rivolge a Ieffi e gli dice: “Questo è il bonifico che hai fatto? È un falso” e lo prende a pizze, a pugni. Anche un’altra persona lo picchia, o forse erano due. Non ricordo. Sono scappata dalla mia camera perché si sentiva tutto.

 Piangevo. Ero scioccata, sotto c’era la donna di servizio. L’aggressione è durata un po’, forse cinque minuti, forse dieci. Sentivo le botte. Avevo paura che facessero qualcosa pure a me. C’era dentro un’altra persona, la pregavo di fermarli». Ed ecco il momento drammatico: «Passano poco dopo con Ieffi coperto di sangue, tutto pieno di sangue e lo portano via dalla porta di sopra».

Il racconto continua: «Gli dico: “Guarda che gli avete fatto”, chiamo l’ambulanza, sta male. Allora mi hanno impedito di chiamare la polizia. “Per me è morto”, gli dicevo. Ma loro: “Non ti preoccupare sta bene, non è morto, l’abbiamo solo menato”». Conclude Tamara: «Ringraziando Dio non mi manca niente, perché dovrei mettermi in mezzo a un guaio del genere?».

Giulio De Santis per corriere.it il 27 febbraio 2023.

Per aver preteso con la forza dall’imprenditore Antonello Ieffi, ex compagno di Manuela Arcuri, un bonifico di 150mila euro (dopo avergliene dati 84mila), Tamara Pisnoli, 38 anni, ex moglie della bandiera della Roma Daniele De Rossi, rischia 10 anni e 9 mesi di carcere con l’accusa di tentata estorsione, lesioni e rapina. Questa la pena invocata dalla procura per la donna, adesso sposata con Stefano Mezzaroma. 

Il pm ha chiesto la stessa condanna anche per Francesco Camilletti e Francesco Milano, che avrebbero costretto Ieffi – condannato in primo grado a due anni di reclusione nel 2020 nell’inchiesta riguardante mascherine per tre milioni mai arrivate in Italia dopo un bando Consip - a recarsi presso l’abitazione della Pisnoli, dove l’imprenditore sarebbe stato picchiato per convincerlo a versare la somma richiesta. La sentenza è prevista per il 31 gennaio.

La richiesta giunge a quasi otto anni dall’arresto della Pisnoli nel dicembre del 2014 per le pressioni esercitate secondo la procura su Ieffi. La vicenda però è del 2013. La donna – figlia di Massimo Pisnoli, pregiudicato, ucciso nell’agosto del 2008 per motivi legati a una rapina – ha da poco concluso un affare con Ieffi, versandogli 84mila euro come acconto per l’acquisto di una licenza per un impianto fotovoltaico dalla società E-Building Real Estate dell’imprenditore. 

Tuttavia l’investimento la Pisnoli non lo riterrebbe produttivo e pretenderebbe la restituzione della somma. Non solo: lei vuole di più, almeno 150mila euro. Ieffi, secondo l’accusa, si oppone e viene rapito il 17 luglio del 2013 per essere portato nell’abitazione della donna. Una volta dentro la sua casa, la Pisnoli reclama per lei i soldi. Altri 50 mila euro dovranno essere dati a chi ha partecipato al rapimento. Denaro che lei vuole ricevere con bonifico. 

Davanti alle reticenze dell’uomo, la Pisnoli gli avrebbe urlato (secondo le testimonianze): «Sai quanto ce metto a fa ammazza’ `na persona? Basta che metto 10 mila euro in mano a un albanese. Non ce metto niente!!!». Ieffi però non cede, e allora iniziano a picchiarlo, fino a ferirlo con un coltello. L’ostinazione dell’imprenditore avrebbe costretto il gruppo a portarlo prima in un altro luogo e poi ad abbandonarlo per strada. Una volta libero, è stato lo stesso Ieffi – assistito dall’avvocato Luigi Annunziata - a denunciare la vicenda.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica – Roma” il 26 febbraio 2023.

«Tamara Pisnoli è seduta su una poltrona di un salotto in vimini, sembra un boss. È nel terrazzo del suo superattico che domina Roma sud. Accanto a lei ci sono due scagnozzi. Lei dà l’ordine e quelli partono come mastini per picchiarmi. Poi dice: “portatelo via fategli fare questo cazzo di bonifico da 200mila euro e ammazzatelo”». Fine della storia. Gli occhi vengono ricoperti da un velo di sangue. Un’incisione con il coltello che parte dalla tempia segna la fronte della vittima.

 […] È l’inizio di un incubo il cui epilogo non porta all’uccisione «solo per puro caso», come spiega Antonello Ieffi, imprenditore di 44 anni. Giovedì Pisnoli, ex moglie della bandiera giallorossa Daniele De Rossi, è stata condannata a sette anni e due mesi di carcere per rapina, lesioni e tentata estorsione.

[...]  L’imprenditore ha ancora un’immagine nitida del pestaggio, nonostante siano passati quasi 10 anni da quel 17 luglio 2013. Il linciaggio nell’appartamento all’Eur della Pisnoli è scolpito nella sua memoria. Il 44enne ripercorre quei30 minuti dalle «19.14 alle 19.47» in cui ha pensato più volte «ecco adesso è finita».

 Andiamo con ordine. Come ha conosciuto Pisnoli?

«Era la compagna di un mio conoscente, all’epoca l’avrei definito un amico. Con il senno di poi no. La vedo per la prima volta a maggio del 2013».

 […] Poi fate degli affari assieme?

«Sì, ma non per mia richiesta. Mi occupo di fotovoltaico. In quel periodo stavamo stringendo grossi accordi, non avevo bisogno della Pisnoli. È il suo compagno, il mio “amico”, che insiste».

In cosa consiste l’affare?

«Lei avrebbe dovuto prendere dei terreni in affitto per poi installare i pannelli che noi le avremo fornito […]  Paga 70mila euro ai proprietari dei terreni, quindi non alla mia società, e poco dopo si lascia con il suo compagno. A questo punto inizia l’incubo, lei vuole fare tabula rasa di tutte le persone vicine al suo ex. Si tira indietro nell’investimento, rivuole i soldi. Io le spiego che non può chiederli a me, c’è un contratto».

 Passa alle maniere forti?

«Sembra un film. Vengo convocato nel bar Sic, in Viale Città d’Europa, c’è Tamara assieme a tre scagnozzi. Io faccio fatica a riconoscerla»

 In che senso?

«Ha un altro viso, un’altra espressione, è un’altra persona. Mi dice: ‘mi devi dare 150mila euro’, tra l’altro più del doppio dei soldi che aveva investito. Io le spiego che non funziona così, che c’è un accordo e si deve fare tutto per le vie legali. […] Alla fine fissiamo un altro appuntamento al solito bar. Questa volta lei non c’è. Ci sono solo due suoi uomini che insistono affinché io vada a casa sua».

 […] Cosa ricorda?

«Tutto. Arriviamo lì, io saluto e dico:“come mai sono qui?” Lì comincia un horror, lei si alza in piedi e i due tirapiedi che ha accanto mi vengono incontro. Uno impugna il coltello.

Quelli ai miei lati iniziano a pestarmi. Calci, pugni. Io crollo a terra»

 Chiede che smettano?

«Certo e Pisnoli dice: “continuate, continuate”. A questo punto arriva lo scagnozzo con il coltello in mano. Io sono in terra. Lui si inchina mi dice “dacci 200mila” e con la lama mi incide la fronte dalla tempia fino alla nuca. Mi sento la testa bollente, perdevo sangue a cascata».

 Non si fermano?

«Mi spogliano, mi tolgono i vestiti lordi di sangue, mi tamponano la ferita e mi mettono una tuta pulita.

Poi lei troneggia su di me e dice agli sgherri “portatelo via fategli fare questo cazzo di bonifico da 200mila euro e ammazzatelo”».

 Alla fine si salva.

 «I tirapiedi mi portano nella macchina, mi fingo morto “cazzo l’abbiamo ammazzato”, dicono e mi abbandonano su un marciapiede. È la mia salvezza».

Estratto da lastampa.it il 26 febbraio 2023.

[…] I fatti risalgono al 2013, quando l'ex compagna dell'allenatore Daniele De Rossi, storica bandiera della Roma, insieme ad altre persone ha preteso 200 mila euro da un imprenditore a cui aveva precedentemente versato oltre 80 mila euro «per l'acquisto di una licenza per un impianto di fotovoltaico», si legge negli atti.

 L’imprenditore coinvolto suo malgrado nella faccenda si chiama Antonello Ieffi (ex compagno di Manuela Arcuri) ed è noto anche per essere finito al centro della prima inchiesta su una mancata consegna di mascherine in epoca Covid, un’indagine da cui poi Ieffi è uscito indenne. Ma questa è un'altra storia. Perché esattamente 10 anni fa Ieffi non interpretava la parte dell'indagato, ma della vittima.

Per quei soldi dovuti alla Pisnoli l'imprenditore è stato massacrato: gli hanno rotto il naso. Secondo l’accusa l'ex compagna di De Rossi lo avrebbe fatto portare al suo cospetto, in casa, facendolo picchiare. «Sai quanno ce metto a fa ammazzà 'na persona? Basta che metto 10 mila euro in mano a un albanese, non ce metto niente», avrebbe minacciato Pisnoli.

 «Sono stata truffata. Ho invitato Antonello Ieffi a casa mia per cercare di risolvere una questione di soldi in modo civile, trovando una soluzione per la vendita di una licenza. Non ho mai detto a qualcuno di picchiare Ieffi» si è poi difesa in aula la donna. […]

Estratto dell'articolo da leggo.it il 27 febbraio 2023.

Tamara Pisnoli, la prima moglie di Daniele De Rossi, è stata condannata a 7 anni e due mesi di reclusione dai giudici della quarta sezione del tribunale di Roma. La 39enne è stata condannata di tentata estorsione e rapina aggravata. Come lei, condannati anche Francesco Camilletti e Francesco Milano, implicati nella stessa inchiesta, riporta Flaminia Savelli sul quotidiano Il Messaggero.

 Le accuse

L'inchiesta era partita nel 2013. Tamara Pisnoli avrebbe preteso con la forza dall’imprenditore Antonello Ieffi, ex compagno di Manuela Arcuri, un bonifico di 150mila euro. L'uomo, dopo essere stato picchiato e minacciato, ha denunciato. Secondo quanto ricostruito dai militari, l'ex di De Rossi e l'imprenditore avrebbero concluso un affare da 84mila euro, che la donna aveva versato regolarmente, salvo poi pretendere la restituzione dei soldi con gli interessi. 

A Ieffi avrebbero chiesto un appuntamento per parlare dell’affare in un bar dell’Eur. Una volta arrivato all’appuntamento, lo avrebbero poi portato nel maxi appartamento di Pisnoli all’Eur […] Davanti alle reticenze dell’uomo, la Pisnoli gli avrebbe urlato (secondo le testimonianze): «Sai quanto ce metto a fa ammazza’ `na persona? Basta che metto 10 mila euro in mano a un albanese. Non ce metto niente!!!».

Ieffi però non cede, e allora iniziano a picchiarlo, fino a ferirlo con un coltello. […]

Estratto dell'articolo di Massimo Lugli per “la Repubblica” il 27 febbraio 2023.

Bella, ricca, sexy, pericolosa. Una dark lady all'amatriciana sempre in bilico tra gossip e cronaca nera, uno di quei personaggi che sembrano perfetti per diventare protagonisti di una serie crime. E magari qualcuno ci sta già pensando.

 L'ultimo episodio è già scritto. Tamara Pisnoli, 40 anni, ex ballerina di "Sarabanda", tre matrimoni eccellenti alle spalle (Daniele De Rossi, capitan Futuro, centrocampista della Roma, l'imprenditore francese Arnaud Mimran, poi finito in galera e Stefano Mezzaroma), due relazioni ad alto rischio (Peppe Casamonica, dell'omonimo clan di sinti e Fabrizio Corona), si è beccata 7 anni e mezzo di galera per una storia che sembra tratta pari pari dalla sceneggiatura di Suburra: un imprenditore sequestrato, massacrato di botte e minacciato di morte mentre Tamara, assisa come una regina nera nel salotto della sua casa al Torrino, sentenziava sinistra: "Sai quanto ci metto ad ammazzarti?" e ai suoi due scagnozzi in termini sbrigativi: "Fategli fare il bonifico di 200 mila euro e ammazzatelo".

 "Una donna dall'indole violenta, con un'abitudine a rapporti improntati alla sopraffazione e all'intimidazione", la definisce il Gip Giuseppina Guglielmi. A guardare le foto comparse su Dagospia e sui settimanali rosa non si direbbe proprio: bionda, elegante, viso angelico, fisico in forma smagliante, amicizie blasonate, Tamara sembra l'emblema stesso di quella mondanità imprenditoriale caciarona e sboccata tipica della capitale che mescola con disinvoltura salotti e campi di calcio, affari e intrallazzi, politica e televisione, beneficenza e cocaina.

 […] Un giro che i romani hanno soprannominato, con la classica arguzia capitolina, "bru bru". La storia raccontata dalla vittima Antonello Ieffi, ex compagno di Manuela Arcuri, è agghiacciante. Luglio 2013: l'uomo si è messo in affari con la Pisnoli per una licenza di fotovoltaico: lui ci mette gli impianti, lei il terreno che acquista con 70 mila euro. Qualcosa va storto, Tamara si tira indietro e rivuole i soldi. Solo che nel frattempo sono diventati 200 mila. Interessi da cravattari.

L'imprenditore non ci sta, protesta, sbandiera il contratto. Alla fine viene convocato nell'abitazione del Torrino, zona di ville isolate, di calciatori, di palazzinari e di rapine a domicilio, per quella che dovrebbe essere una soluzione civile della questione. Tanto civile che Ieffi prende un fracco di botte, viene sfregiato con un coltello, spogliato, minacciato e rapinato del Rolex e di 900 euro. Esce dall'ospedale, fila dritto dai carabinieri e scattano gli arresti.

 […] Dopo i trionfi sul palco di Italia 1, l'ex ballerina diventò un volto noto al pubblico con la favola rosa delle nozze con Capitan Futuro. Si conoscono, ovviamente, dopo gli allenamenti: lei chiede un autografo, lui aggiunge il numero di cellulare. Si incontrano ed è subito amore.

 "Mi ha ridato la vita", cinguetterà De Rossi dopo uno sponsale che non aveva niente da invidiare a quelli faraonici di "Gomorra": nuvole d'organza, sposi in carrozza, carrellata di celebrità. Nasce Gaia e la storia d'amore dura due anni.

Il trauma peggiore è nell'estate del 2008: Massimo Pisnoli, papà di Tamara, viene assassinato con una fucilata alle spalle da due banditi con cui aveva messo a segno una rapina e che lo accusavano di non aver condiviso il bottino. Al processo ai due assassini, Tamara aggredisce un testimone con la classica capocciata spaccanaso, stile Casamonica. De Rossi, inizialmente, conforta la moglie e dedica al suocero una "doppietta". Poi divorzia: "Ero sotto un treno", confessa agli amici.

 Ma Tamara non ha certo intenzione di tornare nell'anonimato: si lega ad Arnaud Mimran, si sposano in Francia e la storia s'interrompe solo quando l'imprenditore finisce in vincoli, fa affari, viene fotografata al fianco di Fabrizio Corona (uno che, come lei, non riesce a stare lontano dai guai e dai riflettori), frequenta Ilary (ex) Totti e, nel settembre del 2016, sposa Stefano Mezzaroma con una cerimonia superkitsh che ricorda i fasti del bunga bunga. Al matrimonio vengono paparazzati anche Elena Boschi e il suo compagno. Non resta che aspettare la prossima puntata.

Flaminia Savelli per “Il Messaggero” il 27 febbraio 2023.

[…] La storia di Antonello Ieffi, imprenditore 44enne, lo lega a doppio filo a Tamara Pisnoli, ex moglie dell'ex giocatore giallorosso Daniele De Rossi e condannata a sette anni e due mesi per tentata estorsione. Una vicenda di intimidazioni, sangue e coltelli che inizia nel marzo del 2013 quando la Pisnoli chiede di entrare in affari con Ieffi versando un bonifico da 70 mila euro.

 Come ha conosciuto Tamara Pisnoli?

«All'epoca il suo fidanzato, Manuel Milano, era un mio amico. O almeno io credevo così...».

 Cioè?

«Oggi, alla luce dell'intera vicenda, ho la consapevolezza di essere finito in una trappola. Ero un imprenditore in ascesa, avevo soldi e liquidità. […] Insieme frequentavamo salotti, ristoranti e locali alla moda. Poi mi ha presentato Tamara».

Che impressione le ha fatto?

«Non era solo bella e simpatica. Era anche molto intelligente e sveglia. Avevo capito che aveva fiuto per gli affari ecco perché non mi sono sorpreso quando ha chiesto di entrare in quello del fotovaltaico di cui mi occupavo in quel momento. Solo in un'occasione ha mostrato la sua indole».

 Quando?

«Eravamo seduti a una tavolata e mentre cenavamo, guardavamo una partita di calcio. Quando Tamara ha visto l'ex marito, De Rossi, ha iniziato a commentare in modo molto spiacevole la separazione. Parlava soprattutto dei soldi che le erano stati accordati, una somma consistente in realtà. Eppure si lamentava. In quell'occasione ho colto, per la prima volta, molta cattiveria: quello era il primo segnale che non ho saputo cogliere».

 Cosa è accaduto dopo?

«La situazione è precipitata in poche settimane. Tamara e il mio amico si sono lasciati, lei poco dopo mi ha chiesto di uscire dall'affare.[...]

 [...] All'appuntamento si sono presentate due guardie del corpo, li conoscevo bene perché erano nell'entourage dei Milano. Mi hanno costretto a seguirli e così sono finito in casa di Tamara, nel suo attico all'Eur».

 […] «Lei era seduta e non appena sono entrato nella stanza ha dato l'ordine come un boss "questo non vuole pagare, pensateci voi". Erano in sei e a turno mi hanno riempito di calci e pugni. Ho visto che si alzava, aveva uno sguardo gelido».

Lei non ha cercato di fermarli?

«No, ma ho supplicato Tamara. Le continuavo a chiedere di farli smettere».

 A quel punto le hanno tagliato la testa con il coltello?

«Sì e Tamara, con un tono distaccato e freddo ha dato l'ultimo ordine: "fategli pulire il sangue, portatelo a fare il bonifico e poi ammazzatelo"».

 Come si è salvato?

«Continuavo a perdere sangue, con i due che mi hanno trascinato in macchina mi sono finto morto. Mi hanno lasciato a terra, su un marciapiede da dove ho chiesto aiuto. Poco dopo ho scoperto anche del passato criminale della famiglia di Tamara e del padre ucciso per un regolamento di conti». […]

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per “Il Messaggero” il 27 febbraio 2023.

Tamara Pisnoli avrebbe attivato «tutti i circuiti criminali di cui disponeva», a cominciare da alcuni componenti della famiglia Casamonica, per «punire» i suoi creditori. È quanto era emerso nell'inchiesta della Procura di Roma che nel novembre del 2014 aveva portato agli arresti domiciliari l'ex moglie di Daniele De Rossi, condannata venerdì scorso è stata condannata a 7 anni e 2 mesi di reclusione per tentata estorsione e rapina.

 «L'indole vendicativa della Pisnoli e l'abitudine a farsi giustizia da sé, ricorrendo alla violenza - si legge nell'ordinanza del gip Giuseppina Guglielmi - sono icasticamente dimostrate dalle vicende relative ad Antonello Ieffi (imprenditore del fotovoltaico, ndr) e Manuel Milano (ex compagno della donna, ndr)».

[…] L'11 agosto del 2013, Milano spiega in un'intercettazione che Tamara Pisnoli gli avrebbe messo contro, oltre che Manuel Severa, anche alcuni componenti del clan Casamonica (successivamente condannato per associazione mafiosa): «Ha chiamato tutto il mondo che mi girava, mamma, da Mirko il concessionario a Peppe Casamonica, a Roberto Casamonica, "il matto". Tutti contro di me li voleva mette.. tutti... tutti. E non ci è riuscita, diciamo con nessuno, perché poi alla fine con tutti coloro i quali ha nominati, ho sempre comportato come una persona corretta, precisa».

 È vero però che lo stesso Ieffi avrebbe potuto contare su appoggi negli ambienti della malavita romana. Il suo braccio destro Yuri Agostinis, subito dopo l'aggressione, gli propone di rispondere per le rime: «Senti un attimo, quella pratica tua con... gli uomini che erano li al 20% al mese... se vuoi risolverla, ti presento uno che te la risolve in tre secondi».

Ma Ieffi, che sa di essere intercettato, smorza i toni: «Guarda, sinceramente la persona migliore che me la può risolvere è... i carabinieri a cui ho fatto denuncia, che mi ascoltano... che questo telefono, come tutti i miei telefoni sto sotto controllo». Agostinis ribadisce: «Se ti serve una mano, siam qua (...) Qua è questione che ti devono fa un'estorsione e sti zinagari di m...». […]

Tamara Pisnoli: «Sono innocente, lo dimostrerò in Appello. Descrizione dei fatti feroce e menzognera». Tamara Pisnoli su Il Corriere della Sera il 28 Febbraio 2023

In una lettera, la ex moglie di De Rossi condannata a sette anni e due mesi per tentata estorsione, risponde alle accuse dell'imprenditore Antonello Ieffi

Nei giorni scorsi il Tribunale di Roma mi ha considerato responsabile dei reati di rapina e tentata estorsione. Avrei ordinato la rapina di un orologio (materialmente preso da altre persone), dopo avere tentato, senza alcun successo, di farmi restituire dei soldi che avevo versato per un investimento, con interessi risarcitori illeciti. É una sentenza severa, resa da un Tribunale che ho visto attento agli argomenti della mia difesa, ma che, secondo me, è profondamente sbagliata. Io, difatti, credo di essere innocente. E lo sosterrò con forza nel giudizio di appello. 

Mi sento di dire queste cose perché, come sa, nessuno è colpevole prima di un giudizio definitivo e, peraltro, non è raro che una Corte di appello riformi una sentenza di condanna. Oggi la mia speranza mi pare confortata dalle mille e variegate dichiarazioni che la parte civile del mio processo, quella che riceverà un risarcimento al termine dello stesso, ha inteso fare su numerosi mezzi di informazione. Solo ed esclusivamente con riferimento alla mia persona e senza alcun minimo accenno agli altri protagonisti della vicenda. 

Mi vengono difatti addebitati alcuni comportamenti («fategli pulire il sangue, portatelo a fare il bonifico e poi ammazzatelo«; poi, «Lei dà l’ordine e quelli partono come mastini per picchiarmi»; ancora, «senza battere ciglio ha ordinato di ammazzarmi»), di grandissima rilevanza, eppure mai, mai mai, neppure accennati nei numerosissimi interrogatori fatti dalla parte civile. Interrogatori (che metto a Vostra disposizione) resi ai Carabinieri, ai Pubblici Ministeri, in aula davanti al Tribunale. Dove costantemente, la stessa parte civile, seppure incalzata dalle domande, ha radicalmente escluso che io abbia mai dato ordini o solo incoraggiato gli autori dell’aggressione. Da cui, sia chiaro, ho immediatamente preso le distanze. 

Ecco, la consolazione a tale feroce e menzognera descrizione dei fatti, è che anche tale ulteriore dimostrazione di contraddittorietà, delle dichiarazioni rese nel corso del dibattimento (le interviste saranno allegate dal mio avvocato all’atto di appello), sarà determinante a chiarire l’effettiva comprensione della vicenda. Considerando che anche il Pubblico Ministero, che ha chiesto ed ottenuto la mia condanna, nel corso della sua requisitoria rilevava come nel mio caso la valutazione in ordine alla «attendibilità della persona offesa e la sua testimonianza» fosse un elemento centrale del processo.

"Ucciderlo? Volevo solo rientrare di un investimento", la verità di Tamara Pisnoli dopo la condanna a 7 anni per estorsione. La Repubblica il 28 Febbraio 2023

L'ex moglie di Daniele De Rossi si difende con una lunga lettera dalle accuse dell'imprenditore Antonello Ieffi

Antonello Ieffi è un bugiardo. Questo, in estrema sintesi, ciò che Tamara Pisnoli dice dell'imprenditore massacrato nel suo appartamento il 17 luglio del 2013.

Pisnoli, in una lettera, sostiene di essere innocente e critica Ieffi per alcune sue dichiarazioni rilasciate ai giornali all'indomani della sentenza in cui l'ex moglie di Daniele De Rossi è stata condannata a sette anni e due mesi di carcere per rapina e tentata estorsione.

Ma ecco il contenuto della lettera inviata al Corriere della Sera: "Il tribunale di Roma mi ha considerato responsabile dei reati di rapina e tentata estorsione. Avrei ordinato la rapina di un orologio (materialmente preso da altre persone) dopo aver tentato, senza alcun successo, di farmi restituire dei soldi che avevo versato per un investimento, con interessi risarcitori illeciti. È una sentenza severa, resa da un tribunale che ho visto attento agli argomenti della mia difesa, ma che, secondo me, è profondamente sbagliata. Io, difatti, credo di essere innocente. E lo sosterrò con forza nel giudizio di appello. Mi sento di dirlo perché nessuno è colpevole prima di un giudizio definitivo e, peraltro, non è raro che una corte d'Appello riformi una sentenza di condanna. Oggi la mia speranza mi pare confortata dalle mille e variegate dichiarazioni che la parte civile del mio processo, quella che riceverà un risarcimento al termine dello stesso, ha inteso fare su numerosi mezzi di informazione. Solo ed esclusivamente con riferimento alla mia persona e senza alcun accenno agli altri protagonisti della vicenda. Mi vengono di fatti attribuiti alcuni comportamenti ("fategli pulire il sangue, portatelo a fare il bonifico e poi ammazzatelo" poi "Lei dà l'ordine e quelli partono come mastini per picchiarmi"; ancora "senza battere ciglio ha ordinato di ammazzarmi"), di grandissimo rilevanza, eppure mai, mai, neppure accennati nei numerosissimi interrogatori fatti dalla parte civile. Interrogatori resi ai carabinieri, ai pm, in tribunale. Dove costantemente, la stessa parte civile, seppure incalzata dalla domande, ha radicalmente escluso che io abbia mai dato ordini o solo incoraggiato gli autori dell'aggressione. Da cui, sia chiaro, ho immediatamente preso le distanze. Ecco, la consolazione a tale feroce e menzognera descrizione dei fatti, è che anche tale ulteriore dimostrazione di contraddittorietà, delle dichiarazioni rese nel corso del dibattimento, sarà determinante a chiarire l'effettiva comprensione della vicenda. Considerando che anche il pm, che ha chiesto e ottenuto la mia condanna, nel corso della requisitoria rilevava come nel mio caso la valutazione in

Chi è Tamara Pisnoli: il divorzio da De Rossi, la storia col milionario francese, l'omicidio del padre e i guai con la giustizia. Redazione Roma su Il Corriere della Sera il 21 maggio 2023.

Dal fidanzamento con «Capitan Futuro» nel 2003 al matrimonio al Palatino. La nascita della figlia Gaia e il secondo matrimonio con Stefano Mezzaroma. Ma anche i rapporti con i Casamonica e il pestaggio dell'ex di Manuela Arcuri

A fine febbraio, proprio sulle pagine del Corriere della Sera, con una lettera indirizzata al nostro giornale, Tamara Pisnoli, ex moglie del capitano della Roma Daniele De Rossi, aveva scritto dopo essere stata condannata in primo grado a sette anni e due mesi per tentata estorsione all'imprenditore Antonello Ieffi, ex compagno di Manuela Arcuri, «è una sentenza severa e sbagliata: credo di essere innocente». 

L'omicidio del padre Massimo nel 2008

Trentanove anni, romana, Pisnoli ha avuto una vita considerata al limite e anche spericolata. Secondo il gip che la mandò in carcere nove anni fa proprio per la vicenda per la quale è stata condannata due mesi e mezzo fa, «ambita per la sua ricchezza e che ama circondarsi di persone appartenenti ad ambienti criminali, sfruttata dai suoi amici, consiglieri e dai suoi amanti». Un'esistenza segnata non soltanto dai guai con la giustizia, ma anche dall'omicidio del padre Massimo, che aveva precedenti per rapina, ucciso a fucilate in un regolamento di conti nel 2008 ad Aprilia (Latina) in agguato che gli era stato teso da due complici con i quali doveva spartire il bottino di un colpo. Era stato lui due anni prima ad accompagnare all'altare la figlia nel giorno del matrimonio in chiesa al Palatino con l'allora «Capitan Futuro» giallorosso, dal quale divorziò tre anni più tardi. La figlia Gaia oggi vive proprio con il papà. «Mio marito mi passa quarantamila euro al mese», raccontò la madre durante un interrogatorio. Pisnoli e De Rossi si erano conosciuti nel 2003, lei ballerina alla trasmissione tv «Sarabanda», lui asso della Roma insieme con Francesco Totti. Un colpo di fulmine, coronato due anni più tardi proprio dalla nascita della bambina e poi dal matrimonio. 

Il matrimonio con Stefano Mezzaroma

Con il passare degli anni tutto è cambiato. Le cronache raccontano che nel 2021, a settembre, Gaia non era presente al secondo matrimonio della madre, quello con l'imprenditore romano Stefano Mezzaroma con il quale era stata fidanzata nei quattro anni precedenti. Prima ancora le relazioni finite sui tabloid con il manager francese Arnaud Mimran, ex compagno di Claudia Galanti e molto discusso in Francia perché anche lui ebbe problemi con la giustizia (finì in manette con l’accusa di frode ai danni dello Stato francese e per un suo presunto coinvolgimento in alcuni omicidi) e con Fabrizio Corona. 

I legami con i Casamonica

Ma più che per le storie d'amore Pisnoli è finita sui giornali negli ultimi anni per le vicende giudiziarie nelle quali è rimasta coinvolta. Per i presunti rapporti con la famiglia Casamonica, per le questioni tutte da chiarire collegate al «Diamante», il ristorante a Ponte Milvio che l'aveva vista vicina all'allora primo marito nel 2009. 

Il pestaggio di Ieffi

Inquietante il racconto fatto da Ieffi al giudici del processo di primo grado, contestato proprio da Pisnoli: «Lei mi guardava mentre con un coltello mi ferivano la testa. Fredda. Poi ha preteso che lavassi il sangue dal pavimento della sua camera da letto. Infine, senza battere ciglio, ha ordinato di ammazzarmi. Per salvarmi ho finto di essere morto - ha ricordato l'imprenditore 44enne fondatore di una holding immobiliare con sedi dall’Europa al Medio Oriente -. Se sono vivo, è per puro caso . Di certo, mai scorderò lo sguardo gelido con cui Tamara osservava mentre mi picchiavano. Mi è rimasta impressa la smorfia schifata quando ha visto il pavimento sporco di sangue. Neanche un briciolo di pietà o di rincrescimento le è comparso in volto». Era il 17 luglio 2013. Al centro della vicenda un bonifico di 200mila euro dopo avergliene versati 84mila per l’acquisto di un fotovoltaico rivelatosi poco produttivo.  «Sai quanno ce metto a fa’ ammazza’ ‘na persona? Basta che metto 10mila euro in mano a un albanese. Non ce metto niente!!!». Parole che l’allora ex moglie di «Capitan Futuro» davanti a Francesco Camilletti e Francesco Milano, condannati anche loro a sette anni e due mesi. 

«Quello sguardo gelido mentre mi massacravano»

«Tamara mi fa convocare a casa sua per discutere di un affare. Avrebbe voluto da me 200 mila euro perché, a suo dire, l’investimento di 84 mila euro che aveva fatto con una mia società era andato male - ricorda Ieffi -. Andiamo in camera da letto, siamo in sei. Le dico che ci sono i legali, che la richiesta è insensata. Mi rifiuto. Tamara da quel momento cambia. Il suo volto si trasfigura. Prima era serena, poi diventa cattiva. Quella cattiveria che fa temere per la propria vita». E ancora: «Uno dei presenti si alza, mi blocca. A quel punto ho avuto tre secondi per decidere: reagire o lasciarli fare?». Questa la risposta che si dà l’imprenditore: «Meglio tentare di salvare la pelle. Li lascio fare. Mi picchiano come bestie». L’inferno è solo all’inizio: «Vedo uno di loro estrarre un coltello a serramanico. Chiudo gli occhi per il terrore. Poi mi sento penetrare la testa. In pochi secondi, vengo investito da una sensazione di calore. È il mio sangue che sta calando sulla fronte, sulle guance, sugli occhi, ovunque. La paura mi paralizza. Sono inzuppato del mio sangue. Ricordo che Tamara guarda, senza muovere un dito, gelida e indifferente. Ho creduto di morire».

«Ha ordinato ai suoi uomini di uccidermi»

Ieffi però è ancora vivo: «Allora lei mi ordina di pulire il pavimento. Poi la sento ordinare a uno dei presenti, da vero boss, di portarmi in una delle sue case, di farmi fare il bonifico da 200 mila euro e poi di ammazzarmi. Sì, dice proprio di ammazzarmi». Ieffi è un imprenditore, a suo modo, dalla vita avventurosa. È stato in carcere durante il lockdown con l’accusa di una truffa sulle mascherine. Assistito dall’avvocato Luigi Annunziata, ne è uscito assolto con formula piena: «Ho fiducia nella giustizia», dice. Ma quando, quel giorno d’estate di dieci anni fa gli uomini di Pisnoli lo caricano in macchina, prova davvero cosa sia la paura: «Mi fingo morto — racconta —. Quelli si fermano, spaventati di essere beccati con un cadavere in macchina, e mi scaricano su un marciapiede. Se sono vivo, è grazie a quella finzione». Di Tamara ha un ricordo in bianco e nero: «Una donna simpatica e intelligente. Solare. Scaltra negli affari. Ma è trasparente anche nella sua crudeltà quando la tira fuori. In tanti mesi solo una volta l’avevo sentita rancorosa: quando aveva parlato dell’ex marito Daniele De Rossi».

Il Caso Camilla Marianera.

Estratto dell’articolo di Val.Err. per “Il Messaggero” l'8 giugno 2023.

La presidenza del Consiglio e il ministero della Giustizia saranno parti civili nel processo a Camilla Marianera e Jacopo De Vivo, la praticante avvocato e il suo fidanzato arrestati lo scorso febbraio con l'ipotesi di corruzione in atti giudiziari. 

I due, secondo l'accusa, avrebbero venduto ad alcuni indagati notizie riservate su intercettazioni e pedinamenti. O comunque, dietro compenso, avrebbero fatto accertamenti per conto di terzi che volevano sapere se si trovassero sotto osservazione della procura. 

Per gli indagati l'aggiunto Paolo Ielo e i pm Francesco Cascini e Giulia Guccione hanno chiesto e ottenuto il giudizio immediato, ieri De Vivo, nel corso della prima udienza, ha optato per il giudizio abbreviato. […]

Secondo la procura, dal 2021 al dicembre scorso, Marianera, ieri presente in aula, e il compagno, per realizzare quello che lei stessa definiva «metodo alternativo» di fare le verifiche, avrebbero pagato un pubblico ufficiale non ancora identificato, in servizio all'ufficio intercettazioni. 

In questo modo avrebbero ottenuto le informazioni «sui procedimenti penali coperti dal segreto, l'esistenza di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche, atti remunerati mediamente nella misura di 300 euro a richiesta». 

Lo scorso marzo il tribunale del Riesame aveva confermato il carcere per Marianera (De Vivo invece aveva rinunciato al ricorso) respingendo l'istanza del difensore che chiedeva i domiciliari per la sua cliente. La praticante avvocato, nel corso del suo interrogatorio si era avvalsa della facoltà di non rispondere dichiarando però che nei dialoghi intercettati aveva «millantato» rapporti con la "talpa" dell'ufficio intercettazioni ma che in realtà non avrebbe avuto alcun rapporto con pubblici ufficiali che si occupavano di intercettazioni né tanto meno avrebbe pagato per ottenere informazioni.  

[…] Secondo le conversazioni captate dai carabinieri durante le indagini, la praticante avvocato riferiva "offriva" ai clienti i servizi straordinari, spiegando che, quando le intercettazioni, i servizi ocp, di osservazione telematica erano terminati o le indagini era concluse, nel sistema veniva inserito il termine «cessato» che, dal programma, viene evidenziato con il colore rosso. 

Un elemento conosciuto, secondo quanto emerso dalle indagini, solo dalle persone interne all'ufficio intercettazioni e in uso esclusivo in procura a Roma, essendo stato ideato, a suo tempo, proprio da da un dipendente di quell'ufficio. Un programma di intercettazione noto agli addetti ai lavori, perché installato solo su pochi computer e non accessibile dalla rete interna degli uffici giudiziari. […]

"Come aver conosciuto un'altra persona", lo choc di chi conosceva Camilla Marianera. Incredula Marina Condoleo, l'avvocato con cui aveva fatto pratica Camilla Marianera: "Era insospettabile. La mia speranza è che lei possa chiarire la propria estraneità". Federico Garau il 18 febbraio 2023 su Il Giornale.

I professionisti dello studio legale presso cui lavorava sono ancora sotto choc dopo quanto emerso circa la figura di Camilla Marianera, la giovane praticante avvocato accusata di corruzione per aver venduto informazioni per 300 euro a ultras e pusher. Raggiunta dal Corriere della Sera, la dottoressa Marina Condoleo, avvocato presso lo studio legale di via Arezzo, dove Marianera aveva concluso il suo praticantato, ancora non riesce a credere alle notizie diffuse in questi giorni.

"Innamorata della professione"

"Una persona innamorata della professione e precisa fino all'ossessione. Il tipo che se c'erano da fare le 23 per scrivere un atto, le faceva senza protestare", questa la descrizione della giovane fornita dall'avvocato Condoleo al Corriere.

Mercoledì 15 febbraio la 29enne Camilla Marianera è stata accusata, insieme al fidanzato Jacopo De Vivo (figlio di "Peppone", esponente ultrà della Curva Sud romanista), di corruzione. In cambio di 300 euro, i due avvisavano ultras e spacciatori nel caso in cui fossero finiti sotto la lente della procura.

L'avvocato praticante e la "talpa". Scandalo e arresti in Tribunale

Un quadro molto diverso dall'idea che Marina Condoleo si era fatta della giovane, che da agosto 2021 aveva cominciato a prepararsi per l'esame di Stato. Concluso il praticantato un anno e mezzo fa, le due donne non si sono più viste, anche se, racconta l'avvocato, per un po' erano state in contatto. "Ha superato il primo orale, ma non il secondo. Mi è sembrato stranissimo, perché è una ragazza veramente in gamba".

La notizia del fermo è stata uno choc. "È come se mi stessero dicendo che ho conosciuto un'altra persona", ammette. "Era insospettabile. La mia speranza è che lei possa chiarire la sua estraneità".

Secondo Marina Condoleo qualcuno deve aver influenzato le scelte della ragazza, spingendola ad agire in un modo completamente estraneo alla sua indole. "Un amico, un fidanzato, un capo in un nuovo studio legale? Non lo so, forse non ha saputo dire di no". L'avvocato ha un ricordo preciso della 29enne, descritta come precisa nel lavoro, corretta, costretta a convivere con un passato difficile.

Il padre già noto alle forze dell'ordine

Scavando nel passato di Camilla Marianera, si scopre che il padre (Luciano Marianera) è pluripregiudicato per traffico di stupefacenti. La giovane tentava di prendere le distanze dalla figura paterna e rifarsi un nome. Cercava, in sostanza, di riabilitarsi, lavorando duramente per pagarsi l'università. Una persona davvero diversa dalla giovane donna adesso accusata di aver passato informazioni a pusher e ultras in cambio di denaro. Cosa può essere accaduto, dunque, a Camilla?

Il mistero sulla "talpa"

Rimane un mistero su chi sia la "talpa" della procura che forniva alla giovane informazioni sensibili che poi venivano vendute agli interessati.

"La 'talpa' all'interno della Procura non è una conoscenza che ha fatto mentre lavorava fianco a fianco con me", afferma con convinzione Marina Condoleo. "Può essere successo solo nella segreteria di un pubblico ministero, perché lì si trovano i fascicoli secretati. Tuttavia io non l'ho mai più vista in tribunale", aggiunge.

Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera” il 17 febbraio 2023.

«Un protocollo criminale», un «metodo alternativo» per fornire a persone sotto indagine informazioni riservate tramite una “talpa” in procura ancora da identificare. Lontana dalla prima immagine emersa ieri di sprovveduta e incauta praticante di uno studio legale, Camilla Marianera aveva messo in piedi col fidanzato Jacopo De Vivo un «modello sistemico che ha dato luogo — scrive il gip Gaspare Sturzo — a regole di condotta ben precise»: De Vivo procacciava i “clienti” e Marianera esaudiva le loro richieste grazie a un addetto dell’ufficio intercettazioni con tangenti da 300 euro o più.

 La 27enne, figlia di un pregiudicato di lungo corso, e il suo fidanzato 29enne, figlio di uno storico capo della curva romanista (anche lui con precedenti), amico di famiglia di Fabrizio Piscitelli “Diabolik” pur se di fede calcistica opposta, sono finiti in carcere per il pericolo di reiterazione del reato.

[…]

Alla coppia si è arrivati grazie a una intercettazione del 20 settembre scorso disposta in una indagine per droga nella quale un amico di De Vivo, Luca Giampà, si rivolgeva a loro per questo servizio.

 Giampà è il compagno di una esponente di spicco di un ramo della famiglia Casamonica (Mafalda, figlia di Giuseppe) per la quale controllava le piazze di spaccio di Spinaceto, Tor De’ Cenci e Trigoria. De Vivo abita a Porta Furba, nella roccaforte del clan sinti. Nove giorni dopo, Giampà verrà arrestato per droga. A riprova di quanto fosse rodato il loro sistema, i due fidanzati si scambiavano informazioni sul sistema di messaggistica criptato Signal, alla talpa davano il nome in codice “Roberto” e quest’ultimo, per segnalare la disponibilità delle informazioni, faceva tre chiamate dal suo cellulare con numero oscurato a Marianera.

La 27enne, scrive ancora il gip, si muoveva «in un ambito operativo assai pericolosamente diffusivo e delicatissimo». Frequentava lo studio legale di Rocco Condoleo, nel quale a suo dire questo modo di agire era noto. Lo studio risulta estraneo alle indagini, ma non solo lei abusava del credito derivatole da questo ruolo (le condotte illecite risalgono a quel periodo), quanto si sostituiva anche ai legittimi difensori di fiducia degli indagati nell’avere informazioni per vie illecite.

Pochi mesi fa la 27enne p stata assunta nello staff dell’assessore Monica Lucarelli, tramite la segnalazione di un funzionario del Comune amico di De Vivo, sul quale sono in corso accertamenti.

[…]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per repubblica.it il 18 febbraio 2023.

Il Tribunale di sorveglianza, l’ufficio sequestri giudiziari e anche la corte d’Appello. L’aspirante avvocato Camilla Marianera e il suo ragazzo, Jacopo De Vivo, non avrebbero corrotto solo una talpa nell’ufficio informazioni della procura di Roma, ma avrebbero potuto contare su una rete di persone, di funzionari dello Stato che avrebbero veduto la loro funzione per poche centinaia di euro.

Sono almeno cinque le persone perquisite e indagate nell’ambito dell’inchiesta, condotta dai pm Francesco Cascini e Giulia Guccione, che ha permesso ai carabinieri del Nucleo Investigativo di arrestare la ventinovenne iscritta all’Albo dei praticanti e il figlio ventisettenne di Peppone, storico volto della curva Sud scomparso sette anni fa.

 Non un singolo canale, dunque, per carpire segreti sulle indagini da rivelare, almeno in un caso, a Luca Giampà, sposato con Mafalda Casamonica. […]

 Secondo il gip si tratta di un “ambito operativo assai pericolosamente diffusivo, in ambito delicatissimo quale la violazione di segreti assoluti legati all'esistenza di intercettazioni, la loro tipologia, in quali procedimenti, nei confronti di quali indagati”. Sarebbe bastato pagare 200 euro al funzionario giusto, per poi rivendere l’informazione a carpita a prezzi che variano tra le 500 e le 700 euro. […]

Estratto dell’articolo di Valentina Errante per “il Messaggero” il 18 febbraio 2023.

[…] La spregiudicatezza della Marianera emerge in diversi passaggi dell'ordinanza: era anche capace di millantare con gli impiegati degli uffici o con le forze di polizia per ottenere notizie. Magari spacciandosi per altre persone, pur di carpire le informazioni che potesse poi vendere o che le fossero utili.

La procura è certa che la talpa dell'ufficio intercettazioni, che usava mille precauzioni per non lasciare tracce, faceva tre squilli alla Marianera quando poteva andare a ritirare gli "ordini", e non lasciava tracce, non fosse l'unica. […]

 […] Ed è l'ordinanza a ricostruire altre azioni messe in atto dall'indagata: «Camilla Marianera - si legge - seppure non è altri che una praticante dello studio Condoleo, si presenta quale avvocato, addirittura millanta di essere un avvocato utilizzando anche l'identità di altri legali, quali l'avvocato Cacciotti, presentandosi in una conversazione con il personale di cancelleria di una sezione del Tribunale di Roma e poi al commissariato Viminale quale soggetto che agiva per conto dell'avvocato Cacciotti in favore di Emanuele Massucci, al fine di ottenere alcune informazioni sul dissequestro di un cellulare che infine servivano, in vero, proprio a Jacopo De Vivo.

E non meno rilevanti sono i tentativi di avere informazioni presso diversi uffici giudiziari».

 Pratiche ripetute che per la procura «fanno evidenziare che oltre al cosiddetto protocollo criminale, legato all'acquisto di informazioni sulle intercettazioni, la Marianera abbia un complesso e continuo attivismo come tratto dai petali della sua margherita di modalità alternative di svolgere l'attività forense». […]

Estratto dell'articolo da il “Corriere della Sera” il 18 febbraio 2023.

«Un giorno mi dimetterò da tifoso e lascerò il comando a mio figlio Jacopo». Diceva così, Giuseppe De Vivo, per tutti i tifosi romanisti Peppone. Scomparso nell’agosto del 2015, non ha fatto in tempo a lasciargli lo «scettro del comando», perché all’epoca Jacopo - ieri arrestato nell’ambito della vicenda che lo coinvolge assieme alla fidanzata e aspirante avvocata Camilla Marianera - era poco più di un ragazzino. Cresciuto nel quartiere del Quadraro, Peppone è stato un esponente di riferimento della curva Sud giallorossa per oltre 30 anni, periodo nel quale fu protagonista di episodi controversi.

 Nell’autunno del 1996, ad esempio, finì agli arresti domiciliari insieme con Mario Corsi, Fabio Mazzei («Er mafia»), Daniele De Santis (in carcere 20 anni dopo per l’omicidio di Ciro Esposito), Guglielmo Criserà, Giuliano Castellino e Fabrizio Carroccia («Er mortadella») con l’accusa di estorsione, minacce e violenza privata nei confronti dell’allora presidente della Roma Franco Sensi al quale cui, secondo l’accusa, il gruppo faceva pressione per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare la società. Al processo furono tutti assolti.

 [...]

Estratto dell’articolo di Camilla Paladino per il “Corriere della Sera” il 18 febbraio 2023.

«Una persona innamorata della professione e precisa fino all’ossessione. Il tipo che se c’erano da fare le 23 per scrivere un atto, le faceva senza protestare». È questa l’immagine di Camilla Marianera, arrestata mercoledì con l’accusa di corruzione, che emerge dalle parole dell’avvocata Marina Condoleo, dello studio legale in via Arezzo in cui la giovane Marianera ha terminato il praticantato un anno e mezzo fa.

«Da agosto 2021 ha iniziato a studiare per l’esame di Stato. Non ci siamo più viste, ma per un periodo siamo rimaste in contatto. Ha superato il primo orale, ma non il secondo. Mi è sembrato stranissimo, perché è una ragazza veramente in gamba», racconta l’avvocata. Per questo da quando ha saputo del fermo «mercoledì sera con un messaggio, sono in stato di trance. È come se mi stessero dicendo che ho conosciuto un’altra persona». 

 […] «a meno che non abbia sbattuto la testa, ho l’impressione che abbia conosciuto qualcuno che l’ha spinta a fare certe cose senza che lei si rendesse conto della gravità. Un amico, un fidanzato, un capo in un nuovo studio legale? Non lo so, forse non ha saputo dire di no». Condoleo descrive la giovane donna come una lavoratrice «sempre corretta, probabilmente perché traumatizzata da un passato difficile». Madre di origini siciliane, padre romano, già noto alle forze dell’ordine. 

Si tratta infatti di Luciano Marianera, pluripregiudicato per reati connessi al traffico di sostanze stupefacenti. Una figura dalla quale, a detta della legale, «da anni cercava di prendere le distanze. Cresciuta con il padre che entrava e usciva dal carcere, per lei il fatto di svolgere la professione di avvocato era una riabilitazione. Ha lavorato come commessa per pagarsi gli studi universitari». 

 «[…] Può essere successo solo nella segreteria di un pubblico ministero, perché lì si trovano i fascicoli secretati. Tuttavia – assicura – io non l’ho mai più vista in tribunale». L’immagine di una persona cristallina è anche l’unica fornita in poche parole da parenti e amici. […]

Talpa in procura a Roma, arrestato anche il fidanzato della giovane aspirante avvocata. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 16 Febbraio 2023.

La 27enne Camilla Marianera in carcere assieme a Jacopo De Vivo, figlio di un ex capo ultrà della Roma. Per 300 euro fornivano a clienti pregiudicati notizie su indagini a loro carico. Si cerca l'informatore di piazzale Clodio

«Forte del suo qualificarsi come soggetto appartenente ad uno studio legale, coltivava numerosi rapporti all'interno degli uffici giudiziari, inoltrando quindi su più canali di comunicazione, solo alcuni dei quali meglio individuati, richieste a plurimi funzionari dei servizi giudiziari, spesso ottenendo risposte o consigli, anche di favore, su come operare per ottenere le informazioni richieste e qualche volta cortesi rifiuti». È uno dei passaggi dell’ordinanza che ha portato in carcere, e non ai domiciliari come inizialmente era emerso, la 27enne Camilla Marianera, figlia di un pregiudicato, aspirante avvocata che dopo un periodo di praticantato sfruttava queste sue “competenze” per avere informazioni riservate dagli uffici della procura in cambio di tangenti. Due i beneficiari di queste sue iniziative, il fidanzato Jacopo De Vivo, figlio di uno storico capo della curva romanista, amico di famiglia di Fabrizio Piscitelli "Diabolik" e finito anche lui in carcere. E un amico di quest’ultimo, Luca Giampà, arrestato per droga e compagno di una esponente di spicco di un ramo della famiglia Casamonica per la quale controllava le piazze di spaccio di Spinaceto, Tor De’ Cenci e Trigoria.

Da quest'ultimo sono partite le indagini, perché in una intercettazione si scopre che Giampà si rivolge a due persone (poi individuate in De Vivo e Marianera) per poter avere informazioni sui procedimenti a suo carico. È il 20 settembre 2020 e nove giorni dopo in effetti Giampà verrà arrestato per droga. Da quella telefonata emerge il  «protocollo criminale» dei due fidanzati, ossia,  scrive il giudice, «un modello sistemico che ha dato luogo a regole di condotta ben precise: De Vivo che procaccia i clienti interessati e  Marianera che funge da canale di collegamento con il pubblico ufficiale appartenente ai servizi giudiziari della Procura di Roma, con cui ha concluso un patto di corruttela generalizzato dietro la promessa o consegna di non meno di 200euro». È la talpa non ancora identificata all'interno dell'ufficio sbobinatura delle intercettazioni che forniva le informazioni riservate. Nel loro linguaggio in codice viene chiamato “Roberto”. A un successivo “cliente” la coppia di offre di fornire informazioni in cambio 700 euro. “Io tramite il mio studio... così... diciamo che conosciamo una persona che è.. si occupa in proc ...che sta in procura nell'ufficio dove sbobinano le intercettazioni e tutto... e a me fa tanti favori . Tipo che se gli metto il nome co' la data di nascita lui...», spiega la 27enne intercettata. A suo dire, questo canale di recupero alterativo di informazioni era noto all'interno dello studio legale da lei frequentato per un periodo, tanto che lei stessa ne avrebbe usufruito per controllare i procedimenti a carico del padre (precedenti per droga) e di un'altra decina di soggetti. «Ogni tre mesi controllo».

Marianera, scrive ancora il gip Gaspare Sturzo che ha accolto le richieste dei pm Francesco Cascini e Giulia Guccione, su indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo coordinate dall’aggiunto Paolo Ielo, si muoveva «in un ambito operativo assai pericolosamente diffusivo e delicatissimo quale la violazione di segreti assoluti legati all'esistenza di intercettazioni, la loro tipologia, in quali procedimenti, nei confronti di quali indagati». Non solo Marianera abusava del credito derivatole dalla frequentazione dello studio Condoleo (estraneo alle indagini), ma si sostituiva anche ai legittimi difensori di fiducia nell’avere informazioni sui loro clienti tramite canali illeciti. La 27enne ne avrebbe tratto per se il beneficio di una assunzione nello staff dell’assessore Monica Lucarelli, tramite la segnalazione di un funzionario di Roma Capitale amico di De Vivo. Anche in questo suo ruolo, venendo a contatto con ambienti istituzionali, cercava di carpire informazioni utili a De Vivo e al suo amico Giampà: «Ho conosciuto il capo di Polizia (più verosimilmente un funzionario, ndr) che sono andata a fare la riunione... - racconta al telefono la ragazza intercettata - Dice che ci stanno le indagini sui Casamonica… Quale indagini? Eh...boh!».

Estratto dell'articolo da il “Corriere della Sera” il 17 febbraio 2023.

«Un giorno mi dimetterò da tifoso e lascerò il comando a mio figlio Jacopo». Diceva così, Giuseppe De Vivo, per tutti i tifosi romanisti Peppone. Scomparso nell’agosto del 2015, non ha fatto in tempo a lasciargli lo «scettro del comando», perché all’epoca Jacopo - ieri arrestato nell’ambito della vicenda che lo coinvolge assieme alla fidanzata e aspirante avvocata Camilla Marianera - era poco più di un ragazzino. Cresciuto nel quartiere del Quadraro, Peppone è stato un esponente di riferimento della curva Sud giallorossa per oltre 30 anni, periodo nel quale fu protagonista di episodi controversi.

 Nell’autunno del 1996, ad esempio, finì agli arresti domiciliari insieme con Mario Corsi, Fabio Mazzei («Er mafia»), Daniele De Santis (in carcere 20 anni dopo per l’omicidio di Ciro Esposito), Guglielmo Criserà, Giuliano Castellino e Fabrizio Carroccia («Er mortadella») con l’accusa di estorsione, minacce e violenza privata nei confronti dell’allora presidente della Roma Franco Sensi al quale cui, secondo l’accusa, il gruppo faceva pressione per assicurarsi ingressi di favore allo stadio e trasferte pagate, sotto la minaccia di scatenare disordini in curva e danneggiare la società. Al processo furono tutti assolti.

 [...]

Estratto dell’articolo di Camilla Paladino per il “Corriere della Sera” il 17 febbraio 2023.

«Una persona innamorata della professione e precisa fino all’ossessione. Il tipo che se c’erano da fare le 23 per scrivere un atto, le faceva senza protestare». È questa l’immagine di Camilla Marianera, arrestata mercoledì con l’accusa di corruzione, che emerge dalle parole dell’avvocata Marina Condoleo, dello studio legale in via Arezzo in cui la giovane Marianera ha terminato il praticantato un anno e mezzo fa.

«Da agosto 2021 ha iniziato a studiare per l’esame di Stato. Non ci siamo più viste, ma per un periodo siamo rimaste in contatto. Ha superato il primo orale, ma non il secondo. Mi è sembrato stranissimo, perché è una ragazza veramente in gamba», racconta l’avvocata. Per questo da quando ha saputo del fermo «mercoledì sera con un messaggio, sono in stato di trance. È come se mi stessero dicendo che ho conosciuto un’altra persona». 

 […] «a meno che non abbia sbattuto la testa, ho l’impressione che abbia conosciuto qualcuno che l’ha spinta a fare certe cose senza che lei si rendesse conto della gravità. Un amico, un fidanzato, un capo in un nuovo studio legale? Non lo so, forse non ha saputo dire di no». Condoleo descrive la giovane donna come una lavoratrice «sempre corretta, probabilmente perché traumatizzata da un passato difficile». Madre di origini siciliane, padre romano, già noto alle forze dell’ordine. 

Si tratta infatti di Luciano Marianera, pluripregiudicato per reati connessi al traffico di sostanze stupefacenti. Una figura dalla quale, a detta della legale, «da anni cercava di prendere le distanze. Cresciuta con il padre che entrava e usciva dal carcere, per lei il fatto di svolgere la professione di avvocato era una riabilitazione. Ha lavorato come commessa per pagarsi gli studi universitari». 

 «[…] Può essere successo solo nella segreteria di un pubblico ministero, perché lì si trovano i fascicoli secretati. Tuttavia – assicura – io non l’ho mai più vista in tribunale». L’immagine di una persona cristallina è anche l’unica fornita in poche parole da parenti e amici. […]

Arrestati i “venditori” di notizie riservate della Procura di Roma al servizio della malavita. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Febbraio 2023.

Le indagini sono in corso e la “talpa” corrotta della Procura è in via identificazione. L’unica circostanza sicura è che per ogni controllo pretendeva ed incassava 200 euro. I due fidanzati Camilla e Jacopo, una sorta di “Bonnie & Clyde” alla romana , a loro volta, chiedevano ai loro “clienti”, somme che spaziavano intorno ai 700 euro ad informazione, che l’indagata Camilla Marianera chiama “modalità alternativa”, per scoprire le posizioni giudiziarie degli indagati.

Lei, Camilla Marianera, svolgeva la pratica legale presso lo studio legale Condoleo di Roma fino allo scorso dicembre, è la figlia di Luciano Marianera, pluripregiudicato, da anni inserito in contesti associativi, anche connessi al traffico di sostanze stupefacenti. Lui, Jacopo De Vivo, classe ‘92, è il figlio di “Peppone”, l’ ex capo ultrà della Roma, deceduto, che aveva precedenti di polizia, per porto abusivo e detenzione di armi, danneggiamento, associazione per delinquere, stupefacenti estorsione, rapina, violenza privata e favoreggiamento personale. Grande amico di Fabrizio Piscitelli noto come “Diabolik” l’ex capo ultras della Lazio, deceduto ucciso da un colpo di pistola alla nuca, in una guerra fra bande dedite allo spaccio di cocaina a Roma, in un agguato che per gli inquirenti ha rappresentato un evento spartiacque nei precari equilibri della criminalità organizzata della Capitale.

Camilla Marianera e Jacopo De Vivo sono fidanzati ed sono finiti entrambi in carcere con l’ipotesi di corruzione. I due insieme avevano messo in piedi, dal 2021 fino a dicembre, quello che i pubblici ministeri della procura di Roma Francesco Cascini e Giulia Guccione su indagini dei Carabinieri del Nucleo investigativo coordinate dall’aggiunto Paolo Ielo hanno definito un “protocollo criminale”, controllando su commissione e pagamento degli indagati, grazie ad una “talpa” dell’ufficio intercettazioni della Procura di Roma, se vi fossero pedinamenti in corso da parte delle forze dell’ ordine (comprese anche le vie dove si verificavano) intercettazioni telefoniche, ambientali, l’eventuale avvenuta installazione di Gps nelle auto o inoculazione dei temuti “trojan” nei telefoni cellulari. La giovane praticante avvocato si muoveva “in un ambito operativo assai pericolosamente diffusivo e delicatissimo quale la violazione di segreti assoluti legati all’esistenza di intercettazioni, la loro tipologia, in quali procedimenti, nei confronti di quali indagati“. Ma non solo. La Marianera abusava del credito derivatole dalla frequentazione dello studio Condoleo e si sostituiva anche ai legittimi difensori di fiducia nell’avere informazioni sui loro clienti tramite canali illeciti. 

Le indagini sono in corso e la “talpa” corrotta della Procura è in via identificazione. L’unica circostanza sicura è che per ogni controllo pretendeva ed incassava 200 euro. I due fidanzati Camilla e Jacopo, una sorta di “Bonnie & Clyde” alla romana , a loro volta, chiedevano ai loro “clienti”, somme che spaziavano intorno ai 700 euro ad informazione, che l’indagata Camilla Marianera chiama “modalità alternativa”, per scoprire le posizioni giudiziarie degli indagati.

Il Gip Gaspare Sturzo nella ordinanza di arresto della coppia fa riferimento a “un modello sistemico che ha dato luogo a regole di condotta ben precise: De Vivo che procaccia i clienti interessati e Marianera che funge da canale di collegamento con il pubblico ufficiale appartenente ai servizi giudiziari della Procura di Roma, con cui ha concluso un patto di corruttela generalizzato dietro la promessa o consegna di non meno di 200euro“. Come i capi della ‘ndrangheta operante nella Capitale e la banda della Magliana si incontravano quarant’anni fa al bar-ristorante “Il Fungo“, anche i due “spioni” che vendevano segreti istruttori incontravano e ricevevano i loro “clienti” nel noto bar-ristorante dell’Eur.

L’Indagine sui due ha avuto origine da un’altra inchiesta per droga dei Carabinieri del nucleo Investigativo di Roma. Il 20 settembre scorso Luca Giampà, finito in manette dieci giorni dopo e intercettato, incontrava Jacopo e Camilla, all’epoca ancora non identificati. Camilla Marianera diceva:”Io tramite il mio studio (che è risultato essere completamente estraneo ai fatti ndr) così diciamo che conosciamo una persona che sta in procura nell’ufficio dove sbobinano le intercettazioni e tutto. E a me mi fa tanti favori, tipo che se gli metto il nome con la data di nascita…” ed aggiungeva: “Davanti a me scrive sul computer – spiegava – lui mi dice praticamente: inserito gps sotto la macchina, oppure predisposto ocp (osservazione controllo e pedinamento ndr) su via.. o sotto casa“, arrivando a dire persino “Là dentro trovi la gente con le cuffie“.

I controlli, Camilla Marianera li effettuava anche sulla posizione giudiziaria del padre. “Se po’ fa’ per chiunque, cioè nel senso chiunque me dici te”, diceva Jacopo a Giampà, il quale ogni 3 mesi faceva controllare la propria posizione in Procura, e riferiva all’indagato per traffico di stupefacenti, che si lamentava di avere dovuto pagare 500 euro per la bonifica di un’auto, di potere usufruire di un trattamento privilegiato: “A te manco te l’ho detto perché te sei te, capito Lu’?“, Giampà a sua volta garantisce che porterà altri clienti. “Se me dici lo vojo fa’ a dieci persone, però calcola che gli chiediamo qualcosa. Questo non è che lo fa lei”. Luca Giampà chiede il costo del “servizio”. E la praticante avvocato Camilla Marianera gli risponde “Sui 300” aggiungendo che non può andare continuamente negli uffici e che ha un accordo con il funzionario . “Io so’ rimasta con lui che se me arrivano tre chiamate col privato vuoi dire che è lui e ci vado”.  La 27enne praticante avvocato avrebbe tratto per sè, grazie alla segnalazione di un funzionario del Comune di Roma Capitale, amico di Jacopo De Vivo, persino l’opportunità di una assunzione (avvenuta a dicembre 2022) nello staff dell’assessore alla sicurezza Monica Lucarelli . Anche in questo suo ruolo, venendo a contatto con ambienti istituzionali, cercava di carpire informazioni utili a De Vivo e al suo amico Giampà: “Ho conosciuto il capo della Polizia (più facile che si trattasse un funzionario, ndr) che sono andata a fare la riunione… – racconta al telefono la ragazza intercettata – Dice che ci stanno le indagini sui Casamonica… Quale indagini? Eh…boh!“.

Il risultato delle verifiche in Procura arriva due giorni dopo quando Jacopo De Vivo e Camilla Marianera incontrano al “Fungo” Luca Giampà. È sottoposto a intercettazioni, come egli stesso riferisce alla moglie, Mafalda Casamonica per la quale controllava le piazze di spaccio di Spinaceto, Tor De’ Cenci e Trigoria. Ma la talpa della Procura ha anche spifferato che le operazioni sono cominciate da poco. Il 30 settembre Giampà finisce in manette venendo arrestato il 20 settembre . Con un altro “cliente” Jacopo De Vivo non avrà la stessa cortesia. Per lo stesso servizio di trafugamento di informazioni giudiziarie riservate a Leonardo Sommaro la cifra aumento: “Io gli ho detto che quello per la consulenza si prende sette piotte va bene?”, chiede Jacopo in una videochiamata alla fidanzata Camilla, ed aggiunge: “Poi male che va, a quello gli regali 2 piotte” cioè duecento euro.

Da quella telefonata emerge il  “protocollo criminale” dei due fidanzati, come scrive il giudice Gaspare Sturzo , “un modello sistemico che ha dato luogo a regole di condotta ben precise: De Vivo che procaccia i clienti interessati e  Marianera che funge da canale di collegamento con il pubblico ufficiale appartenente ai servizi giudiziari della Procura di Roma, con cui ha concluso un patto di corruttela generalizzato dietro la promessa o consegna di non meno di 200euro”.

Le indagini sono ancora in corso per individuare la “talpa” corrotta della Procura, che lavorando nell’ufficio intercettazioni, ha preso tutti gli accorgimenti: “È ovvio – si legge nell’ordinanza – che questi sia perfettamente informato e capace di comprendere come “vendere” le informazioni segrete, soprattutto senza farsi tracciare quanto ai suoi contatti illeciti con gli altri correi, come del modo in cui entrare nei registri informatici senza lasciare alcuna traccia, magari utilizzando le chiavi di accesso di altri colleghi o approfittando di momenti in cui le finestre di archiviazione su quel procedimento siano aperte per aggiornamenti delle richieste del pm o dei decreti del giudice” e procedono giorno dopo giorno. Redazione CdG 1947

Il «metodo alternativo» di Marianera: così l’aspirante avvocata rubava i segreti in Procura.  Fulvio Fiano su il Corriere della Sera il 20 Febbraio 2023.

Camilla Marianera e Jacopo De Vivo arrestati il giorno di San Valentino: la 27enne aiutava anche i Casamonica

Praticante avvocata-  Camilla Marianera, 27 anni, è in carcere con l’accusa di corruzione

Nei forum online dedicati all’esame da avvocato, lo scorso settembre chiedeva consigli e suggerimenti («Ragazzi, sapete le principali figure contrattuali da studiare per la seconda prova?») mentre nelle stesse settimane, con quel poco di esperienza da praticante maturata in uno studio legale, riusciva a penetrare i segreti delle indagini in Procura. 

Il 6 gennaio era sorridente in piazza Navona (con pettorina e cappello nero a punta da Befana) per l’organizzazione del tradizionale mercatino dell’Epifania, ma nello stesso ruolo di membro dello staff dell’assessore capitolino Monica Lucarelli orecchiava (e riferiva all’esterno) notizie sulle indagini a carico dei Casamonica durante una riunione in Prefettura. 

Sempre più, con i retroscena che emergono dopo il suo arresto assieme al fidanzato nel giorno di San Valentino, Camilla Marianera si rivela una figura sorprendente. La 27enne è in carcere con l’accusa di corruzione per essersi fatta vettore di tangenti ad un funzionario dell’ufficio intercettazioni della Procura: 300 euro per ogni informazione spifferata su indagini in corso, utenze intercettate, microspie nelle auto. 

Laureata in Giurisprudenza all’Unicusano, commessa in negozi di abbigliamento, collaboratrice della sorella nutrizionista, la prima idea che sembrava rimandare quando è finita in carcere era quella di una ragazza forse ingenua usata per interessi ben più grandi di lei. Ma i dettagli degli accertamenti del Nucleo investigativo dei carabinieri, nelle indagini condotte dai pm Giulia Guccione e Francesco Cascini, hanno fatto emergere un personaggio diverso, che di quel sistema era il centro e il motore, assieme al fidanzato, Jacopo De Vivo, 29 anni, figlio di «Peppone», uno dei fondatori dei Fedayn nella curva Sud romanista ma con amicizie trasversali nella tifoseria laziale (su tutti, Fabrizio Piscitelli «Diabolik») e nell’estrema destra.

Un passato in parte ereditato dal figlio anche nelle frequentazioni di ambienti malavitosi. La scoperta del traffico di informazioni nasce infatti perché un amico di De Vivo, Luca Giampà, già sotto intercettazione per droga, chiede alla coppia notizie su sua moglie Mafalda Casamonica, figlia di uno dei capi del clan sinti, Giuseppe.

 Insomma, De Vivo procacciava i clienti in questo ambiente, Marianera esaudiva le loro richieste grazie ai contatti maturati nel suo anno e mezzo passato presso lo studio Condoleo: iscritta all’albo dei praticanti di Paola, ha sostenuto l’esame a Catanzaro senza però superare il secondo orale.

Il ricordo che hanno di lei i colleghi di allora e i membri dello staff dell’assessore (dove entra a dicembre su «segnalazione» di un funzionario del Comune con un contratto fino a fine consiliatura da 48 mila euro lordi l’anno, subito rescisso dopo l’arresto) è quello di una ragazza affidabile e determinata, al di sopra di ogni sospetto. 

In un’intercettazione lei sostiene che il «metodo alternativo» di ottenere le informazioni riservate le sia arrivato in dote proprio dai colleghi di quello studio (le verifiche sono in corso) e intanto, mentre si cerca di risalire all’identità della «talpa», altri cinque funzionari della Procura sono stati perquisiti. La 27enne è inoltre figlia di Lorenzo, precedenti per furti, rapine, armi e droga. 

Persone a lei vicine dicono che voleva allontanarsi da quel passato e nell’interrogatorio di garanzia la avvocata mancata si è limitata a dichiarazioni spontanee, assicurando però che le sue erano solo millanterie. Compresa quella dell’intercettazione in cui si vanta di fare un controllo ogni tre mesi proprio sulla situazione di suo padre. Sempre, si intende, in modo illegale.

Camilla Marianera, caccia alle altre talpe dell'ufficio intercettazioni.  Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 21 febbraio 2023.

Perquisito l'ufficio dove l'aspirante avvocata riceveva informazioni riservate in cambio di tangenti

La «talpa» dell’ufficio intercettazioni della procura potrebbe avere dei suoi simili nella stessa stanza in cui passano tutte le conversazioni captate dagli investigatori sui telefoni di persone sottoposte a indagine. È questo il timore dei magistrati che indagano sul caso di Camilla Marianera, la 27enne aspirante avvocata arrestata il giorno di San Valentino come corruttrice di un funzionario, non ancora identificato, di quell’ufficio. Mazzette da 300 euro per avere notizie su procedimenti riservati, utenze intercettate, microspie “ambientali” attivate nei luoghi degli indagati. L’intero ufficio, nel quale lavorano finanzieri, carabinieri e polizia è stato perquisito dai militari del Nucleo investigativo in cerca di riscontri su altri possibili informatori infedeli. Accertamenti resi particolarmente complessi dall’unicità di un caso in cui è servito intercettare gli intercettanti a loro insaputa, riuscendo nondimeno ad avere la certezza che Camilla Marianera avesse almeno un suo contatto consolidato in quelle stanze, dal quale per quasi due anni ha ottenuto informazioni riservate.

I pm Francesco Cascini e Giulia Guccione hanno già trovato la corrispondenza tra le richieste fatte pervenire a Marianera tramite il suo fidanzato Jacopo De Vivo, 29enne con entrature nella criminalità romana, e la consegna di queste notizie ai soggetti interessati (illecitamente) ad averle. Una procedura, questa delle soffiate, che il gip definisce un «protocollo criminale» proprio a sottolineare quanto fosse rodato. E fondato su una serie di accortezze per tenerlo segreto: pagamenti solo in contati e di persona, più richieste accorpate in una sola volta per non destare sospetti in ufficio, nessuna comunicazione diretta ma solo segnali codificati come le tre telefonate con numero «privato» per dare il via libera al ritiro delle informazioni. Come o per conto di chi la 27enne avesse questi contatti è ancora oggetto di indagine.

Lo studio legale Condoleo, che Marianera ha frequentato per oltre un anno fino a novembre 2021, prende intanto le distanze da lei in modo netto, dicendosi pronto ad intraprendere azioni legali per quanto asserito dalla ex praticante in una telefonata con un cliente: «ho un contatto che conoscono solo quelli del mio studio». Nel suo interrogatorio di garanzia, pur non rispondendo al gip, Marianera ha fatto dichiarazioni spontanee, sostenendo che le sue erano tutte millanterie e che questo contatto non è mai esistito. Ancora lo studio Condoleo rimarca che l’avvocato che assiste la 27enne in questa vicenda non è parte del loro team, bensì una collega che si è messa in proprio dopo che dallo studio dell’avvocato Rocco Condoleo in via Arezzo, non più attivo, ne è nato uno autonomo delle sue figlie, Marina, Alga e Ughetta in corso Sempione.

Ma le indagini sulla «modalità alternativa» di reperimento delle informazioni da parte di Marianera proseguono anche su un altro fronte, meno delicato ma non meno allarmante. La aspirante avvocata avrebbe infatti elargito numerose mazzette a funzionari della corte d’Appello, della sezione misure di Sorveglianza e a quelli della convalida dei sequestri. In molti casi sarebbe anche improprio parlare di tangenti, trattandosi più che altro di regalie per avere informazioni alle quali la 27enne, nella veste di sedicente avvocata, avrebbe comunque avuto il diritto di accedere magari con tempi più lunghi. Piccoli pagamenti, anche da 50 euro, quasi come forma di cortesia ma non per questo da sottovalutare per la permeabilità che evidenziano negli uffici giudiziari.

Marianera, la "talpa" e i segnali criptati. Tutti i misteri della procura. Un "protocollo criminale" secondo i pm: l'avvocatessa aveva un modus operandi molto preciso per comunicare con l'informatore. Federico Garau su Il Giornale il 19 Febbraio 2023.

C'era un vero e proprio metodo mediante cui veniva gestito il passaggio di informazioni dalla "talpa" della procura di Roma alla praticante avvocato Camilla Marianera.

Dal contenuto dell'inchiesta che ha visto al suo centro la 29enne cominciano a emergere i primi dettagli, come l'utilizzo fra le due parti di messaggi criptati, password e metodi di pagamento non tracciabili.

Un sistema ben rodato

Molteplici i trucchi utilizzati dalla ragazza per comunicare con la talpa (o le talpe). Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Marianera e i suoi contatti negli uffici della procura ricorrevano a messaggi criptati tramite App difficili da intercettare, scambiavano denaro solo in contanti, così che questo non fosse tracciabile, e soprattutto ricorrevano a comunicazioni in codice.

Contatti una volta ogni tre volte

Per fare un esempio di quanto fosse complesso il meccanismo, gli investigatori spiegano che Marianera chiamava la sua fonte pochissime volte, proprio per non farla uscire allo scoperto. Prima di contattare la talpa, raccoglieva più richieste da parte dei suoi clienti, poi, una volta raggiunto un bel mucchio, si rivolgeva a chi di dovere, chiedendo informazioni. Ciò avveniva circa una volta ogni tre mesi.

Listino prezzi: ogni pratica 200 euro

Per gli incontri fra la praticante avvocato e la talpa c'era un codice ben preciso: tre squilli anonimi sul cellulare. Quello era il via libera per trovarsi nel luogo stabilito. Fra i due nessuna conversazione diretta e compromettente. In cambio di 200 euro a pratica, l'informatore era disposto a rivelare molte cose alla Marianera, che poi riferiva a pusher e ultras.

Gli inquirenti che stanno seguendo il caso-scandalo parlano di un vero e proprio "protocollo criminale", portato avanti per almeno due anni.

Perquisizioni, trema la procura di Roma. Si cercano le gole profonde

Le indagini vanno avanti

A occuparsi dell'attività investigativa sono i pm Giulia Guccione e Francesco Cascini, che stanno coordinando i carabinieri. I militari sono tutt'ora al lavoro per identificare la cosiddetta talpa, probabilmente un funzionario dell'Ufficio intercettazioni. Si teme, però, che ci siano altri informatori e per questa ragione sono indagati cinque soggetti, individuati tra la procura e il tribunale

Rivolgendosi al funzionario, Camilla Marianera riusciva a ottenere informazioni preziose e poteva avvisare in tempo i suoi clienti di eventuali indagini a loro carico. Almeno dieci, fanno sapere gli inquirenti, le persone che si rivolgevano alla ragazza. A procacciare i clienti, ipotizzano i pm, il fidanzato della 29enne, Jacopo De Vivo, finito come lei dietro le sbarre per corruzione.

Ma chi potrebbe essere la talpa? "È un soggetto capace di comprendere come 'vendere' le informazioni segrete senza farsi tracciare", dichiara il gip Gaspare Sturzo nella sua ordinanza, riportata da Il Messaggero. In un'intercettazione, Marianera si riferisce al suo contatto come a un "amico", "Roberto, l'avvocato". Solo un nome in codice, secondo i pm.

Estratto dell’articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” il 19 febbraio 2023.

Nomi falsi e reati veri: ricerche illegali nel sistema dell'Ufficio intercettazioni della Procura, effettuate utilizzando le password di colleghi, per rivelare sottobanco - e a pagamento - informazioni segrete.

 Ma anche escamotage per sviare i controlli: segnali in codice, pagamenti in contanti per non lasciare traccia, comunicazioni criptate tramite app difficili da intercettare. E, soprattutto, l'anonimato completo.

 Dall'inchiesta che ha fatto finire in carcere per corruzione la praticante avvocato Camilla Marianera e il fidanzato Jacopo De Vivo, emergono i trucchi utilizzati dalla talpa di piazzale Clodio per depistare gli accertamenti su quello che gli inquirenti descrivono come un «protocollo criminale» andato avanti per almeno due anni, e che l'aspirante legale definisce una «modalità alternativa» per ottenere informazioni.

[…] I carabinieri […] stanno cercando di identificare il funzionario dell'Ufficio intercettazioni che, in cambio di 200 euro a pratica, avrebbe rivelato alla Marianera dati sensibili su indagini in corso. Lei, poi, li avrebbe riferiti ai suoi clienti, almeno 10 […] procacciati da De Vivo. I fidanzati ora sono in carcere, ma, per il momento, la talpa è senza nome: «È un soggetto capace di comprendere come "vendere" le informazioni segrete - annota il gip Gaspare Sturzo nell'ordinanza - senza farsi tracciare».

 Nelle intercettazioni, la Marianera e il fidanzato non nominano mai il funzionario. Solo una volta parlano del loro «amico Roberto, l'avvocato». Per gli inquirenti si tratta di un nome in codice per nascondere la vera identità della talpa.

[…] Nessuna conversazione diretta e incontri limitati, per impedire «di fare della quotidianità un elemento di rischio», scrive il gip. E ancora: pagamenti solo in contanti, per evitare di attirare sospetti. Nell'ordinanza si legge che il funzionario «avrebbe fatto un controllo - che gli indagati chiamano "check", ndr - almeno su 10 nomi, di cui due sarebbero risultati sotto intercettazione». Ma la talpa all'Ufficio intercettazioni, secondo i pm, non era l'unica. […]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica” il 19 febbraio 2023.

Compravano informazioni segrete negli uffici della procura di Roma per rivenderle a una decina di clienti, tra cui anche persone vicine al clan dei Casamonica. Ed erano riusciti a infiltrarsi «presso un delicatissimo ufficio del Comune di Roma che si occupa di sicurezza e legalità».

 Due arresti e cinque nomi finiti sul registro degli indagati rivelano una voragine profonda «in uno dei settori più delicati dell’attività investigativa, nel cuore della procura di Roma». […]

Lei si chiama Camilla Marianera ed è una ragazza di 31 anni che ha studiato per diventare penalista. Figlia di un pregiudicato, dopo alcuni anni di pratica in un noto studio legale della Capitale è stata assunta nel dicembre scorso in Campidoglio. Lavorava da alcune settimane per l’assessora romana alla Sicurezza, Monica Lucarelli. Un incarico che le permetteva di partecipare ai «comitati per la sicurezza pubblica », dove si parla di «notizie sensibili rispetto agli sviluppi di attività criminali » e grazie al quale carpiva importanti informazioni. «Ho conosciuto il capo della polizia che sono andata a fare la riunione...», diceva infatti al telefono l’indagata riferendosi a un alto dirigente della polizia e aggiungendo «di aver appreso notizie in merito a delle non meglio definite attività d’indagine sul conto della nota famiglia dei Casamonica ».

Il suo ragazzo invece si chiama Jacopo De Vivo e lavora nel mondo del gioco d’azzardo legale. Suo padre era uno storico ultrà giallorosso e lui, come il genitore, ha avuto rapporti con Fabrizio Piscitelli, quel Diabolik freddato nel 2019 durante una guerra dal sapore di mafia.

[…] Marianera inoltre avrebbe camuffato la sua identità presentandosi sotto mentite spoglie al «personale di cancelleria di una sezione del Tribunale di Roma e poi presso il Commissariato Ps del Viminale» per avere informazioni sul dissequestro del cellulare di un cliente. Trucchetti e mazzette da poche centinaia di euro sarebbero bastati per rubare informazioni da vendere al miglior offerente.

Magistratura, scandalo a Roma: quanto costa comprare un atto segreto. Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 19 febbraio 2023.

Il copione è sempre lo stesso: per avere informazioni di prima mano sullo stato di un fascicolo processuale coperto dal segreto, o per sapere se il proprio telefono è sotto controllo, è sufficiente pagare la persona giusta. Al Palazzo di Giustizia di Roma, per esempio, pare ormai si tratti di una “prassi” ben consolidata. Basta pagare, e neanche tanto, un impiegato amministrativo o un suo collaboratore, e si hanno subito notizie sulle intercettazioni in corso, sui sequestri, sulle misure cautelari in via di esecuzione. L’indagine di questa settimana che ha interessato la praticante avvocato Camilla Marianera, infatti, non è una novità nel suo genere.

Prima che scoppiasse il Covid, c’era già stata una maxi retata a piazzale Clodio che aveva coinvolto addirittura la segretaria di un importante procuratore aggiunto, la cancelliera Simona Amodio. La donna, compagna di un poliziotto assegnato al servizio scorte della Questura di Roma, anch’egli all’epoca arrestato, utilizzando gli accessi di cui era in possesso per lavoro, si occupava di verificare, dietro compenso, lo stato delle inchieste aperte nei confronti di alcuni pregiudicati. E, come se non bastasse, si era anche interessata sulla possibilità di “avvicinare” il giudice responsabile del procedimento penale.

Per questa vicenda la Amodio è stata condannata lo scorso anno in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione. L’inchiesta di questa settimana, invece, segna un salto di qualità. Marianera, arrestata per il reato di corruzione nell’ambito di reperimento d’informazioni sensibili in favore di soggetti criminali, era capace di sostituirsi ai suoi futuri colleghi quando si recava in tribunale. La giovane romana, 27 appena compiuti, era agevolata dal fatto che poteva presentarsi come l’assistente della segreteria istituzionale dell’assessore alle Politica sulla sicurezza del Comune di Roma, Monica Lucarelli, prima degli eletti nella lista del sindaco piddino Roberto Gualtieri. Lucarelli la delegava a partecipare alle riunioni istituzionali con i dirigenti della polizia di Stato.

Tutte occasioni d’incontro che la ragazza ha messo a frutto. Insieme a Marianera, è stato arrestato il suo fidanzato, Jacopo De Vivo, e cinque dipendenti del Tribunale sono stati iscritti nel registro degli indagati da parte del sostituto procuratore Francesco Cascini, titolare del fascicolo. I carabinieri del nucleo investigativo, su delega del pm, hanno proceduto l’altro giorno a perquisizioni, oltre che nell'ufficio intercettazioni, anche in quello delle convalide dei sequestri del Tribunale di Roma, al Tribunale di Sorveglianza e in alcuni uffici della Corte d’Appello. Secondo quanto scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, i due arrestati pagavano circa 300 euro per ottenere le informazioni dagli impiegati compiacenti. In particolare, «erogavano utilità economiche a un pubblico ufficiale allo stato ignoto, appartenente agli uffici giudiziari di Roma e addetto all’ufficio intercettazioni, perché costui ponesse in essere atti contrari ai doveri del suo ufficio consistenti nel rilevare l'esistenza di procedimenti penali coperti dal segreto, l'esistenza di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche». 

Tra i vari episodi contestati, al momento una decina, anche uno legato al gruppo criminale dei Casamonica. In particolare, Marianera e De Vivo sarebbero stati “avvicinati” da un uomo che voleva appurare se fosse indagato o intercettato dopo avere scoperto una apparecchiatura gps nell’auto della moglie, quest’ultima legata al clan attivo nell'area est della Capitale. Il ruolo “politico” della ragazza non è, comunque, passato inosservato. «Lucarelli deve spiegare come è possibile che una persona, probabilmente legata ad un clan camorristico, sia stata assunta nella sua segreteria istituzionale e delegata a partecipare a riunioni istituzionali specifiche sulle politiche della sicurezza? Quali controlli e quali criteri vengono valutati per le persone assunte a carattere fiduciario dello staff dell'assessore? E ancora, per quale motivo l'assessore ha tentato di minimizzare il ruolo della dottoressa Marianera a semplice segretaria quando il suo ruolo era di ben altra natura?»: così si legge in una interrogazione presentata ieri al sindaco Gualtieri dal consigliere comunale capitolino Stefano Erbaggi (Fdi).

Arrestata a San Valentino insieme al fidanzato. Camilla Marianera e le tariffe per le soffiate: spuntano Casamonica e ultras tra ‘clienti’ della talpa del Tribunale di Roma. Redazione su il Riformista il 20 Febbraio 2023

Camilla Marianera, 31enne accusata di essere la ‘talpa’ all’interno del tribunale di Roma che avrebbe rivenduto informazioni anche a componenti del clan dei Casamonica, riusciva a penetrare i segreti delle indagini in Procura. Il 6 gennaio come membro dello staff dell’assessore capitolino Monica Lucarelli, ascoltava e riferiva notizie sulle indagini a carico dei Casamonica durante una riunione in Prefettura.

Stanno emergendo nuovi retroscena dopo il suo arresto assieme al fidanzato, avvenuto nel giorno di San Valentino. La 27enne è ora in carcere con l’accusa di corruzione per essersi fatta vettore di tangenti ad un funzionario dell’ufficio intercettazioni della Procura: 300 euro per ogni informazione spifferata su indagini in corso, utenze intercettate, microspie nelle auto.

Laureata in Giurisprudenza all’Unicusano, commessa in negozi di abbigliamento, collaboratrice della sorella nutrizionista, sembrava fosse una ragazza ingenua usata per interessi ben più grandi di lei. Ma i dettagli degli accertamenti del Nucleo investigativo dei carabinieri, nelle indagini condotte dai pm Giulia Guccione e Francesco Cascini, hanno fatto emergere un personaggio diverso, che di quel sistema era il centro e il motore, assieme al fidanzato, Jacopo De Vivo, 29 anni, figlio di ‘Peppone’, uno dei fondatori dei Fedayn nella curva Sud romanista ma con amicizie trasversali nella tifoseria laziale (su tutti, Fabrizio Piscitelli ‘Diabolik’) e nell’estrema destra.

La scoperta del traffico di informazioni nasce perché un amico di De Vivo sotto intercettazione per droga chiede alla coppia notizie su sua moglie Mafalda Casamonica, figlia di uno dei capi del clan sinti, Giuseppe. Lo schema, a quanto emerge vedrebbe quindi De Vivo come procacciatore di clienti in questo ambiente, e Marianera a esaudire le loro richieste grazie ai contatti maturati nel suo anno e mezzo passato presso lo studio Condoleo.

Iscritta all’albo dei praticanti di Paola, Camilla Marianera ha sostenuto l’esame a Catanzaro senza però superare il secondo orale. Il ricordo che hanno di lei i colleghi di allora e i membri dello staff dell’assessore (dove entra a dicembre su «segnalazione» di un funzionario del Comune con un contratto fino a fine consiliatura da 48 mila euro lordi l’anno, subito rescisso dopo l’arresto) è quello di una ragazza affidabile e determinata, al di sopra di ogni sospetto.

In un’intercettazione lei sostiene che il ‘metodo alternativo’ di ottenere le informazioni riservate le sia arrivato in dote proprio dai colleghi di quello studio (le verifiche sono in corso) e intanto altri cinque funzionari della Procura sono stati perquisiti. La 27enne è inoltre figlia di Lorenzo Marianera con precedenti per furti, rapine, armi e droga.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 21 febbraio 2023.

L’inchiesta che ha già portato all’arresto dell’aspirante avvocata Camilla Marianera e del suo fidanzato Jacopo De Vivo, punta dritto al cuore della procura. Ad essere indagati […] non sono solo i cinque dipendenti in servizio al tribunale di Roma, al tribunale di Sorveglianza e in corte d’Appello. Nel registro degli indagati sono finiti numerosi funzionari dell’ufficio intercettazioni, di uno dei luoghi più sensibili dell’intera cittadella giudiziaria di piazzale Clodio.

 In un’indagine in cui è impossibile intercettare chi a sua volta è a conoscenza delle conversazioni monitorate, è alquanto difficile individuare la talpa che per 300 euro ha venduto informazioni alla trentunenne arrestata martedì scorso. Alta tecnologia e vecchi metodi tuttavia aiutano gli investigatori che hanno stretto il cerchio intorno ad alcuni sospettati: diversi dipendenti dell’ufficio intercettazioni che sono stati già indagati e perquisiti.

[… ] è possibile che […] si possa arrivare a un risultato utile e dare un nome e un cognome alla persona che ha svelato segreti di indagine finiti poi anche nelle mani del marito di Mafalda Casamonica, Luca Giampà che continuava a chiedere favori anche quando era finito ai domiciliari. I clienti degli arrestati tuttavia sarebbero diversi, almeno una decina. […[ all’attenzione dei pm ci sono anche le cinque persone che, per dirla con le parole del gip, hanno avuto “rapporti opachi” con la Marianera.

 Si tratta di dipendenti in servizio al tribunale di Roma, al tribunale di Sorveglianza e in corte d’Appello. Avrebbero rivelato informazioni non coperte da segreto d’ufficio. In pratica avrebbero evitato alla ragazza di ricorrere alle normali procedure, spesso lunghe e farraginose, con cui è possibile richiedere gli atti pubblici.

In cambio l’aspirante penalista, che lavorava per l’ufficio dell’assessore alla sicurezza Monica Lucarelli ( estranea alle indagini), avrebbe elargito loro regali e soldi, anche solo 50 euro. «Millantavo al telefono», è stata la difesa della ragazza, che durante l’interrogatorio di garanzia si è avvalsa della facoltà di non rispondere esternando tuttavia dichiarazioni spontanee. Una difesa che non ha convinto i pm, certi di poter dimostrare il giro di mazzette dentro la procura più grande d’Europa.

Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti per “la Stampa” il 21 febbraio 2023.

[…] Camilla, 29 anni, è l'ape regina di questa storia. Figlia di Luciano Marianera, che i pm definiscono «pluripregiudicato inserito da anni in contesti associativi, anche connessi al traffico di stanze stupefacenti», laureata in legge in Calabria, approfitta del praticantato in uno studio legale di Roma per capire subito come vanno le cose. Basta sbattere gli occhioni, fare la simpatica, passare una mancia di 300 euro, e subito qualche funzionario infedele si mette al computer e le passa informazioni riservatissime.

In un dialogo carpito dal trojan, Marianera afferma di «conoscere una persona che... sta in Procura, nell'ufficio dove sbobinano le intercettazioni... A me, fa tanti favori». E che favori. «Se gli metto il nome con la data di nascita, lui… davanti a me scrive sul computer e mi dice: inserito Gps sotto la macchina… oppure predisposto ocp (in gergo: osservazione controllo e pedinamento, ndr) su via… sotto casa».

 Quando Luca Giampà, che è sposato con un'erede dei Casamonica, traffica in droga a Spinaceto, e già una volta ha scoperto una cimice nella sua auto, capisce quali agganci ha Camilla Marianera, fa un salto sulla poltrona. Sono notizie super preziose nel mondo della malavita, quelle. Ci sarà la fila di chi vorrà sapere se è indagato, se è pedinato, se è intercettato. Così ai due fidanzati brillano gli occhi: chiederanno 700 euro a botta, e tolti i 200 euro per i funzionari infedeli, il resto è tutto guadagno. Di queste pregevoli soffiate ne potrebbero "vendere" anche più di dieci a settimana. Tanto che il gip Gaspare Sturzo parla di un Protocollo criminale.

 Il timore degli investigatori è che questa rete infedele sia all'opera da tempo. Camilla sarebbe solo l'ultima ad approfittarne. E forse la sua smania di guadagno, che l'ha portata a parlare troppo al cellulare, e con un indagato che era già sotto intercettazione, ha fatto scoprire il marcio.

 […] I due pensavano di aggirare ogni controllo con videochiamate su Whatsapp o su Signal, app criptate per cellulari. Invece la polizia li ascoltava grazie al trojan, e poi li pedinava e fotografava negli incontri al bar. Si vedevano al Fungo, zona Eur. Probabilmente le intercettazioni sarebbero andate avanti anche di più, ma i tempi sono precipitati quando nel dicembre scorso Camilla è entrata nello staff dell'assessora capitolina alla Sicurezza, Monica Lucarelli. Ci era riuscita grazie a una raccomandazione rimediata dal fidanzato Jacopo, che porta un cognome pesante a Roma, in quanto figlio di un famoso ultras romanista, Peppone De Vito, morto di malattia nel 2015. […]

Estratto dell’articolo di Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera” il 21 febbraio 2023.

[…] I pm Francesco Cascini e Giulia Guccione hanno trovato la corrispondenza tra le richieste fattele pervenire tramite il suo fidanzato Jacopo De Vivo, 29enne con entrature nella criminalità romana (anche lui arrestato), e la consegna illecita di queste notizie ai soggetti interessati. Un «protocollo criminale» […] fondato su una serie di accortezze: pagamenti solo in contanti, più richieste accorpate in una sola volta per non farsi vedere spesso in ufficio, nessuna comunicazione diretta ma solo segnali codificati come le tre telefonate con numero «privato» per dare il via libera al ritiro delle informazioni.

 Come o per conto di chi la 27enne avesse questi contatti è ancora oggetto di indagine. Lo studio legale Condoleo, che Marianera ha frequentato per oltre un anno fino a novembre 2021, si dice pronto ad intraprendere azioni legali per quanto asserito dalla ex praticante in una telefonata con un cliente: «Ho un contatto che conoscono solo quelli del mio studio». Nel suo interrogatorio di garanzia, pur non rispondendo al gip, Marianera ha fatto dichiarazioni spontanee sostenendo che le sue erano tutte millanterie. […]

Estratto dell’articolo di Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2023.

La falla nell’ufficio intercettazioni della procura di Roma si allarga fino a contare sei indagati su un totale di quattordici funzionari (poliziotti, carabinieri e finanzieri) addetti all’ascolto delle conversazioni e sbobinatura dei brogliacci. La «talpa» dell’aspirante avvocata Camilla Marianera non era quindi la sola a far uscire informazioni riservate e, contando anche i cinque dipendenti di altri uffici giudiziari perquisiti e i due arresti (oltre alla 27enne, il suo fidanzato Jacopo De Vivo), ecco che il caso assume sempre più i contorni di un preoccupante sistema illecito.

[…] le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo si indirizzano ora su due fronti. Quello sui possibili legami tra i vari uffici coinvolti e quello sul numero di inchieste, recenti o meno recenti, nelle quali sono ravvisabili, almeno in teoria, gli effetti di quanto sta emergendo dal fascicolo dei pm […]

Sul primo punto, insieme ad alcuni indizi, è proprio il funzionamento di questi uffici a far ipotizzare che le richieste di Marianera arrivassero alla talpa con la triangolazione e la complicità di altri funzionari. Questi, nel loro ruolo, legittimavano, almeno formalmente, una procedura altrimenti illecita. Sullo stesso binario, ma con percorso inverso, avrebbero poi viaggiato le notizie che dall’ufficio intercettazioni arrivavano alla 27enne e da lei, tramite il fidanzato, ai soggetti interessati.

Questa accortezza spiegherebbe anche la difficoltà ad identificare finora il principale referente di Marianera nell’ufficio intercettazioni. E giustificherebbe le regalie da poche decine di euro che la stessa praticante era solita fare alle cancellerie della corte d’Appello, del tribunale di Sorveglianza e di quella per la convalida dei sequestri. […] Che il sistema fosse consolidato da almeno due anni (una decina di soggetti si sarebbero rivolti a Marianera tramite De Vivo) lo dicono poi anche alcune anomalie, emerse nel corso di altre indagini: intercettati che improvvisamente smettono di parlare, indagati sotto osservazione che senza motivo cambiano abitudini, microspie trovate a colpo sicuro da soggetti sotto inchiesta che fino a quel momento non sembravano averne sentore. Come se, appunto, qualcuno li avesse informati. […]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per "la Repubblica - Edizione Roma" il 22 febbraio 2023.

Un’aspirante penalista arrestata insieme al suo fidanzato, cinque dipendenti del tribunale perquisiti e altri sei funzionari dell’ufficio intercettazioni interno alla procura indagati.

Il coinvolgimento di ben tredici persone finite al centro dell’inchiesta sulla fuga di notizie dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio rivela una voragine nel sistema con cui gli investigatori proteggono le indagini più delicate […]

Già da tempo si sospettava che qualcosa non tornasse. Vecchie e nuove inchieste mostrano tratti anomali e sinistri. Indagati intercettati per mesi che improvvisamente smettono di parlare al telefono, persone pedinate che di colpo non incontrano più nessuno, feroci boss che sanno esattamente dove è piazzata una cimice davanti la loro abitazione e macchine fatte repentinamente bonificare. Ci sono aspetti oscuri che, alla luce dell’indagine sulla talpa in procura, adesso appaiono inquietanti.

Al momento l’enorme falla sulla segretezza è stata sigillata […] Il problema tuttavia non è ancora stato risolto. La talpa, o le talpe, sono ancora in circolazione e presumibilmente lavorano davanti allo stesso computer da cui estraevano informazioni per poi rivelarle agli indagati o a chi era disposto a pagare tra le 300 e le 700 euro, stando a quanto dice Camilla Marianera in un’intercettazione in cui spiega al cliente Luca Giampà, marito di Mafalda Casamonica, di riuscire ad avere notizie direttamente " dall’ufficio dove sbobinano le intercettazioni", dove "trovi la gente con le cuffie".

Il sistema di intercettazioni, in procura, è sostanzialmente dislocato in due diversi uffici.

[…] ci lavorano 14 persone. Sono poliziotti, carabinieri e finanzieri che poi si interfacciano con il personale amministrativo. Tra queste 14 persone 6 nomi sono finiti sul registro degli indagati, sospettati di aver rivelato segreti d’ufficio.

[…] Tra loro, probabilmente, c’è chi, secondo Marianera, sarebbe stato in grado di dirle se un indagato aveva un "gps sotto la macchina", o se era stato "predisposto ocp (servizio di pedinamento ndr) su via, sotto casa" o ancora se "c’ha il telefono sotto controllo".

Notizie importanti rivelate a una ragazza di 29 anni. Se una praticante che non aveva neanche superato l’esame da avvocato è riuscita ad ottenere informazioni così delicate, quanti criminali ben più strutturati saranno venuti a conoscenza di segreti d’indagine? Quanti procedimenti potrebbero essere state danneggiati da una talpa che è ancora in servizio? […]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica” il 23 Febbraio 2023.

Sulla vetta del Fungo tutta Roma era ai suoi piedi. E forse non soltanto lì. Il ristorante sulla torre dell’Eur è sempre stato un luogo amato dal potere occulto e lì si riuniva pure la banda della Magliana. Lei però era arrivata in vetta a soli 29 anni: Camilla Marianera, l’ultima reginetta delle trame capitoline.

 […] Un reticolo in cui si muove molto bene il fidanzato di Camilla Marianera. La ragazza quel 22 novembre è attavolata con lui, Jacopo De Vivo, erede del capo della curva sud.

 C’è anche Luca Giampà, un criminale di medio livello sposato con Mafalda Casamonica. All’Eur, dalle vetrate del lussuoso ristorante al quattordicesimo piano del Fungo la vista è eccezionale e il panorama rapisce tutti i commensali. Quasi tutti. Perché quel giovedì, seduti a un tavolo, due uomini con nonchalance osservano altro. Sono due poliziotti in borghese e la loro attenzione è rivolta verso il tavolo dove siede anche Marianera. Giampà in quel momento le sta spiegando il suo problema: «Ho un sacco de rotture… sicuramente ho le indagini aperte dietro», dice.

La ragazza offre una soluzione: «Conosciamo una persona che sta in procura nell’ufficio dove sbobinano le intercettazioni e a me fa tanti favori», ammicca sciorinando l’elenco dei servizi offerti da una talpa interna all’ufficio intercettazioni della procura di Roma: «gps sotto la macchina… predisposto ocp (il servizio di pedinamento, ndr) su via, sotto casa… c’ha il telefono sotto controllo».

 […] È un personaggio particolare Jacopo De Vivo, emblematico della trasversalità tutta romana, dove un ventisettenne incensurato che lavora regolarmente nel mondo delle scommesse riesce a mettere in contatto la fidanzata con la criminalità, suggerisce a persone vicine all’assessora chi assumere e frequenta anche la famiglia di quel Fabrizio Piscitelli che nel 2019, quando era al vertice degli Irriducibili della Lazio e di una banda che inondava Roma di droga, è stato ucciso in un agguato organizzato in pieno gi orno, in un parco pubblico.

Lo chiamavano Diabolik ed era un grande amico del padre di Jacopo De Vivo, Peppone, uno dei capi della curva Sud della Roma scomparso otto anni fa. Il leader dei tifosi laziali e quello dei giallorossi, avversari di facciata legati da un’amicizia profonda. L’ennesima foto di una storia dove tutto si intreccia, fatta di rapporti finiti al centro dell’indagine della procura di Roma.

 Nel microcosmo che si crea tra addetti ai lavori all’interno dei palazzi di giustizia Camilla Marianera ne coltivava molti. Forse è anche per questo che, al netto dell’arresto dell’aspirante avvocata e del suo fidanzato accusati di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, il numero degli indagati è rilevante: 11 persone. […] Il nocciolo della questione su cui si aggrovigliano gli investigatori non riguarda solo la mazzetta da 300 o 700 euro, ma l’intreccio di ruoli e rapporti, le infedeltà e le opacità che rendono impervie le indagini. Ci sono illustri medici dell’ospedale San Giovanni, come il dottor Andrea Pacileo, che prestano il loro studio a un sanguinario boss albanese, Elvis Demce, per aggirare le disposizioni del tribunale parlando con i compari lontano da occhi indiscreti. […]

Estratto dell'articolo di Emilio Orlando per leggo.it il 23 Febbraio 2023.

I due volti di Camilla Marianera. Quello della tirocinante stacanovista e promettente avvocata, che era riuscita anche ad ottenere un contratto dall'assessorato alle Pari Opportunità con delega alla Sicurezza del Comune di Roma.

 L'altro volto è quello furbo e spietato che, secondo i pubblici ministeri che l'hanno arrestata e messa sotto indagine, le permetteva entrature negli uffici giudiziari dove si procurava informazioni su indagini riservate che poi rivendeva alla malavita con tariffe che andavano dai 300 ai 700 euro.

[…] Basta guardare questa fotografia, che Leggo pubblica in esclusiva. L'immagine è stata scattata il 5 novembre 2022. Eccola, ha appena compiuto 28 anni. Abiti sobri, candela in mano sfila alla fiaccolata contro l'illegalità. Una manifestazione organizzata dal prete antimafia don Antonio Coluccia a Cinecittà est dopo l'aggressione alla titolare del "Rosy bar", in via Pietro Marchisio, da parte di alcuni esponenti delle famiglie Spada e Casamonica.

 Già i Casamonica, il temutissimo clan tentacolare al quale Camilla, quando smetteva i panni della tirocinante a caccia di un lavoro, forniva informazioni riservatissime su indagini e intercettazioni.

Camilla Marianera, infatti, è finita in manette con il compagno Jacopo De Vivo, figlio di "Peppone", un capo ultrà giallorosso deceduto nel 2015 […]

 […] Ora le indagini stanno cercando di individuare chi fossero i suoi complici, chi sia la "talpa" della sala intercettazioni della Procura. Al momento il numero di indagati all'interno degli uffici giudiziari è salito a undici, due dei quali (sono cancellieri) sono stati già spostati in via precauzionale ad altri incarichi.

 A rischio le inchieste della Procura di Roma: informazioni su appostamenti, cimici, gps e intercettazioni vendute agli indagati. Redazione CdG 1947 su il Corriere del Giorno il 23 febbraio 2023

I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma a cui è stata delegata l'indagine, stanno indagando a 360° gradi su tutti i dipendenti, in servizio presso l’ufficio intercettazioni, abbiamo manifestato dei comportamenti anomali. E non a caso hanno perquisito anche le abitazioni dei 14 indagati.

Il sistema di intercettazioni della procura di Roma è dislocato in due diversi uffici. “La gente con le cuffie” lavoro al piano terra del palazzo di giustizia di Roma in piazzale Clodo dove lavorano 14 persone fra poliziotti, carabinieri e finanzieri che poi si interfacciano con il personale amministrativo dipendenti del ministero di Giustizia. Sei di queste 14 persone sono stati iscritti sul registro degli indagati, in quanto sospettati di aver rivelato segreti d’ufficio.

I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma a cui è stata delegata l’indagine, stanno indagando a 360° gradi su tutti i dipendenti, in servizio presso l’ufficio intercettazioni, abbiamo manifestato dei comportamenti anomali. E non a caso hanno perquisito anche le abitazioni dei 14 indagati. Tra loro, probabilmente, c’era chi, secondo le dichiarazioni della Marianera ai suoi “clienti”, sarebbe stato in grado di dirle se un indagato aveva un “gps sotto la macchina”, o se era stato “predisposto ocp (cioè un servizio di pedinamento) su via, sotto casa” o persino se “ha il telefono sotto controllo”. Incontri riservati “in posti precostituiti“.

Contatti tramite telefoni cellulari intestati a terze persone o parlando con la messaggeria “Signal” credendo di farla franca, erano questi gli accorgimenti con cui  Camilla Marianera, l’aspirante avvocatessa arrestata con l’accusa di avere comprato da una “talpa” dell’Ufficio intercettazioni le informazioni coperte da segreto istruttorio su pedinamenti, cimici e trojan, cercava di evitare (inutilmente) la tracciabilità e la ricostruzione delle comunicazioni e delle conversazioni con la sua fonte infedele.

Vi sono degli aspetti oscuri inquietanti che emergono a seguito dell’indagine sulla talpa in procura anche se l’enorme falla sulla segretezza è stata “blindata” dai sostituti procuratori coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo, i pm Francesco Cascini e Giulia Guccione, che hanno arrestato la praticante Camilla Marianera, che era anche dipendente nell’ufficio dell’assessore alla sicurezza di Roma Capitale  Monica Lucarelli (completamente estranea alle indagini), e il suo fidanzato Jacopo De Vivo, figlio di “Peppone” uno dei capi della curva sud della Roma, deceduto sette anni fa,.

Inchieste “datate” ma anche nuove dimostrano segnali anomali e preoccupanti. Indagati intercettati per mesi che all’ improvviso smettevano di parlare al telefono, persone pedinate che dall’oggi al domani non incontravano più nessuno in pubblico, pericolosi appartenenti alla criminalità organizzata che erano a conoscenza persino con precisione dove era stata installata una microcamera davanti la loro abitazione e nelle macchine che venivano immediatamente fatte bonificare.

La questione spinosa in ogni caso non è stata ancora risolta. La talpa, o le talpe infedeli, di fatto sono ancora a piede lavoro ed incredibilmente lavorano davanti allo stesso computer da cui trafugavano le informazioni per poi cederle a chi era disposto a pagare tra le 300 e le 700 euro, secondo a quanto dice (venendo intercettata) la praticante avvocato Camilla Marianera in cui spiegava insieme al suo fidanzato Jacopo De Vivo al loro amico-cliente Luca Giampà, marito di Mafalda Casamonica, di riuscire ad avere notizie direttamente “dall’ufficio dove sbobinano le intercettazioni”, dove “trovi la gente con le cuffie”.

Camilla Marianera, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al Gip Gaspare Sturzo del Tribunale di Roma, si è avvalsa della facoltà di non rispondere, salvo poi rendere spontanee dichiarazioni sostenendo di avere sempre e solo millantato e che in realtà era solo un modo per racimolare qualche soldo, consegnando, in realtà, a chi pagava, informazioni senza fondamento. Una versione priva di alcuna credibilità che non ha convinto affatto gli inquirenti: innanzitutto perché la Marianera prima di incontrare Luca Giampà al ristorante “il Fungo” e consegnargli le notizie ottenute era davvero stata in tribunale.

Ma anche perché lo scorso novembre 2022, parlando con il fidanzato su “Signal” per un altro “cliente” da controllare ed al quale il suo fidanzato De Vivo aveva chiesto 700 euro diceva: “Allora io lo faccio questo controllo, qualora dovesse uscire qualcosa di rilevante tipo… ovviamente una parte deve passare dì là” facendo così capire che la talpa veniva retribuita soltanto in caso di riscontro positivo, ossia quando emergeva che le intercettazioni erano in corso. E De Vivo rispondeva “Male che va a quello gli regali 200 piotte“.

Se queste notizie importanti e delicate venivano rivelate a una ragazza di soli 29 anni. Se una praticante legale che non aveva neanche superato l’esame da avvocato (era stata bocciata agli esami a Catanzaro) era stata capace di ottenere informazioni così delicate, è legittimo e normale chiedersi quanti criminali ben più “strutturati”radicati” nel sistema legale-giudiziario della Capitale saranno venuti a conoscenza dei segreti delle indagini? Se una talpa è ancora in servizio allora quanti procedimenti potrebbero essere state danneggiati o inquinati ? Sono questi i quesiti che magistrati ed investigatori attualmente si pongono nei corridoi della procura di Roma. Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di M. E. F. per il “Corriere della Sera” l’8 marzo 2023.

Le opposizioni vanno all’attacco dell’assessora alla Sicurezza, Monica Lucarelli, dopo che ieri Il Foglio ha pubblicato uno stralcio del verbale relativo all’incontro in Prefettura del 27 gennaio scorso: alla riunione, […] per il Campidoglio ha partecipato anche Camilla Marianera, la 29enne aspirante avvocata che collaborava con lo staff dell’assessora.

Lo scorso 14 febbraio la giovane è stata arrestata con l’accusa di essere la talpa in Procura per conto della malavita romana per la quale avrebbe acquisito informazioni riservate in cambio di tangenti. Quando è emersa la vicenda l’assessora, che non è mai stata indagata, ha dichiarato che la collaboratrice, assunta con un contratto da 48mila euro l’anno, «ha partecipato solo una volta senza di me a un tavolo in Prefettura con il capo di Gabinetto del Campidoglio per l’organizzazione dei funerali di Papa Ratzinger».

Da capire se Lucarelli abbia dimenticato di annotare l’altra circostanza, riscontrabile nel verbale del 27 gennaio, o abbia omesso di menzionarla: al Corriere assicura che ne parlerà in commissione Trasparenza, convocata per mercoledì della prossima settimana.

 Nel frattempo da FdI il consigliere Federico Rocca incalza: «Sulla vicenda Marianera il silenzio del sindaco Gualtieri è ogni giorno più assordante. Nell’attesa che la giustizia faccia il suo corso, ci aspettiamo dal primo cittadino almeno il ritiro delle deleghe sulla sicurezza all’assessora». Polemiche anche dal M5S e dalla lista civica Raggi […]

 Estratto dell’articolo di Simone Canettieri per ilfoglio.it l’8 marzo 2023.

 L’assessore alla Sicurezza del Comune di Roma, Monica Lucarelli, dimentica o omette un particolare non secondario. Non è vero che la sua ex collaboratrice Camilla Marianera, arrestata il 14 febbraio con l'accusa di essere la talpa in Procura della malavita romana a partire dai Casamonica,  "ha partecipato solo una volta senza di me a un tavolo in prefettura con il capo di gabinetto del Campidoglio per l’organizzazione dei funerali di papa Ratzinger", come ha dichiarato Lucarelli, esponente della giunta Gualtieri appena scoppiato il caso.

Da quanto risulta dai documenti in possesso del Foglio, la giovane aspirante avvocato (assunta dal Comune con un contratto da 48mila euro all'anno), lo scorso 27 gennaio andò in Prefettura per Roma Capitale per fare il punto sulla situazione degli immobili occupati. […] Su alcuni di questi c'è il racket della malavita romana.

 Marianera, in quanto fiduciaria dell'assessore Lucarelli, in quella circostanza rappresentò il Comune insieme ai dirigenti di Palazzo Senatorio, all'assessore al Patrimonio Tobia Zevi, ai delegati dell'Ater, della Regione Lazio. Il tavolo quel giorno era presieduto dal prefetto Bruno Frattasi.

Lucarelli non risulta indagata nell'inchiesta che riguarda la sua ex collaboratrice (ora fuori dall'amministrazione pubblica) […] A proposito del rapporto con Marianera, […] ha sempre di non ricordarsi che gliela avesse presentata. E soprattutto ha sempre minimizzato il ruolo della collaboratrice nei dossier comunali. Fino a dire che la giovane partecipò in Prefettura solo a una riunione logistica sui funerali di Benedetto XVI. Ma non è così.

Estratto dell’articolo di Val.Err. per “il Messaggero” il 9 marzo 2023.

È rimasta ancora in silenzio. Come aveva fatto all'interrogatorio di garanzia, quando si è limitata a dire che quelle parole captate dai carabinieri, su un suo amico dell'Ufficio intercettazioni della procura di Roma, pronto a venderle notizie su indagini e pedinamenti, erano millanterie. Camilla Marianera, la giovane praticante avvocato, accusata di corruzione in atti giudiziari, non ha cambiato linea.

Ha trascorso quasi un mese in cella (l'arresto è dello scorso 14 febbraio), ma la detenzione […] non ha scalfito la sua volontà. Ieri i pm […] sono tornati a interrogarla e Marianera è rimasta in silenzio. Agli atti ci sono anche alcune immagini, recuperate dalle videocamere di sorveglianza che hanno immortalato la giovane praticante negli uffici, mentre parla con alcuni impiegati. […]

Anche il suo fidanzato, Jacopo De Vivo, figlio dell'ultrà giallorosso "Peppone" morto sette anni fa, ha scelto di tacere. Secondo le ipotesi dell'accusa, sarebbe stato proprio De Vivo, arrestato insieme a lei, a metterla in contatto con Luca Giampà, il marito di Mafalda Casamonica, che aveva trovato una cimice nella sua auto e voleva sapere se fosse intercettato dalla procura di Roma: «Io tramite il mio studio - spiegava Marianera all'uomo - diciamo che conosciamo una persona che sta in procura nell'ufficio dove sbobinano le intercettazioni e tutto. E a me fa tanti favori, tipo che se gli metto il nome con la data di nascita...». E ancora: «Davanti a me scrive sul computer - spiegava la giovane - lui mi dice praticamente: inserito gps sotto la macchina, oppure predisposto ocp (osservazione controllo e pedinamento, ndr) su via... o sotto casa». […]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 9 marzo 2023.

[…] Tre settimane trascorse in una cella da 20 per 25 metri condivisa con le altre detenute […] non hanno scalfito il carattere di Camilla Marianera, l’aspirante avvocatessa che avrebbe venduto informazioni che dovevano restare segrete. […] Per la ventinovenne, ex collaboratrice dell’assessore capitolino Monica Lucarelli, la speranza di uscire a breve dal carcere è terminata quando il tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta del suo avvocato che aveva proposto di trasferire la ragazza agli arresti domiciliari. […]

Camilla Marianera è […] un’aspirante penalista che nel 2019 si è laureata all’Università degli Studi Nicolò Cusano di Roma. È una lavoratrice che ha trascorso molto tempo in un noto studio legale romano, prima di venire assunta, nel dicembre scorso, in Campidoglio, alle dipendenze dell’assessore alla Sicurezza.

 […] «Una brava ragazza» che si era adattata alla bella vita. Non una criminale incallita. Per questo, forse, qualcuno deve aver pensato che dopo tre settimane trascorse in carcere potesse confessare qualcosa, dire chi è l’anonima talpa che le avrebbe venduto i segreti delle indagini in cambio di 300 euro, o quantomeno spiegare la sua versione dei fatti, chiarire la sua estraneità alle accuse contestate. Nulla di tutto ciò. […]

Dagospia il 25 febbraio 2023.Riceviamo e pubblichiamo:

Egregio Dott. D'Agostino,

dal sito web del suo giornale on line non si evince che si occupa di cronaca, ma visto che poi si prende questa briga, la pregherei almeno di attingere a notizie veritiere. Essendo Lei, uno fuori dagli schemi, mi aspettavo dal Suo giornale di scrivere fuori dagli stessi e di non uniformarsi a quanto fanno i suoi colleghi "PENNE COMPRATE".

 Si parla di persone che nemmeno riuscite ad immaginare quanto si siano sforzate per raggiungere i risultati ottenuti. Nominate persone delle quali non conoscete nemmeno il nome di battesimo, a malapena indovinate l'iniziale, con riferimenti che nulla hanno a che vedere coi fatti contestati alla ragazza.  Questo è giornalismo?

Beh, se così fosse, spero che andiate tutti voi a zappare la terra quanto prima, altro che offrire notizie gratuitamente perché vi tenete a galla con la pubblicità, voi date in pasto al popolo chi politicamente non è coperto e i caxxi vostri ve li fate sotto banco.

 Conosco la ragazza (CAMILLA MARIANERA) fin da bambina e non sapete quanto e come ha faticato per staccarsi dalle dinamiche anni '70 che hanno visto coinvolto il papà. Voi GIORNALAI dovreste esimervi dal fare accostamenti tra padri e figli. Noi pregiudicati, ci auguriamo cmq che i nostri figli siano distanti anni luce dalle Nostre, come dalle Vostre dinamiche. Riteniamo che se i Nostri figli commettono errori, sia giusto che li paghino, come del resto abbiamo fatto noi.

Ma ci auguriamo che i vostri seguano un codice d'onore molto più simile al Nostro che al Vostro. Accusare loro dei Nostri sbagli ci appare immorale e fuorviante rispetto alle contestazioni, da Lei mi sarei aspettato maggiore attenzione prima di pubblicare qualcosa di ulteriore, atto a distruggere una carriera rampante perché frutto di impegno, attenzione, sacrificio e voglia di rivalsa.

 Mi piacerebbe avere la sua diretta opinione rispetto a quanto emerso dalle penne comprate di cui sopra, sulla situazione reale della praticante Camilla. Lei , uomo di penna e di istituzione       ( mi conceda la licenza della minuscola ), ha mai sentito parlare di una indagine della procura della durata di 2 anni, con annesse intercettazioni, trojan, gps, inseguimenti vari, fermi, arresti, perquisizioni, baci in bocca e lesbicate varie, nonché spade di fuoco incrociate di "uomini" allupati (altrimenti sarei accusato anche di omofobia), senza poter essere risaliti alla talpa?

Facendo tutto questo casino..... Io nella mia breve carriera criminale passata, e dalle esperienze vissute, ho la nausea a sentire ripetutamente sui canali regionali e nazionali, con tanto di foto in primo piano, la storia della MIA CAMILLA, anima gentile, educata, professionale, con infinito spirito di sacrificio, CORRUTTRICE SENZA CORROTTO.

 Questo dovrebbe essere il Vostro punto di vista rispetto a quanto ipotizzato dalla Procura di Roma.  Io mi sento di chiedere questo oggi, non soltanto perché l'ho vista essere bimba, fanciulla, ragazza e poi donna, nonché alunna secchiona, ragazza veloce e donna capace.

Chiedo questo semplicemente perché, noi siamo stati condannati a suo tempo, in ragione della COSTITUZIONE ITALIANA, faro della democrazia ( A Vostro dire. Noi non ci crediamo manco un poco), che se non erro, nella mia infinita ignoranza, ma non di Camilla( che può fare da PROFESSORE A MOLTI DI VOI CHE SCRIVETE E A TANTI ALTRI CHE POSSONO LEGGERE), all'art. 27 dice che vige la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Vale solo per gli amici vostri. Lo so, è stato sempre così e lo sarà per sempre.

 E secondo Voi è democratico fare processi e dare sentenze mediatiche, con le indagini ancora in corso, per di più distorcendo la realtà??????? Con le chiacchiere infinocchiate il popolino, ma non a noi. A noi non ci fregate......de sti giochetti, ormai, semo vecchi, almeno quanto voi.

Il vero coraggio?

Pubblicare quanto sto scrivendo.

IO CI METTO LA FACCIA.

VOI VEDIAMO

BAHHHH

Daniele Rossini

Estratto dell'articolo di Emilio Orlando per leggo.it il 18 aprile 2023.

Dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta sulla talpa in procura, spunta il soprannome di un altro indagato. Dopo l’arresto della praticante avvocatessa Camilla Marianera e del suo compagno Jacopo De Vivo, gli inquirenti sarebbero sulle tracce di un uomo soprannominato “er fotocopia”. 

[…] 

L’alias del misterioso personaggio, su cui gli investigatori stanno indagando per individuarne l’identità, deriverebbe dalla sua capacità di acquisire illegalmente atti d’indagini riservati e fotocopiarli per rivenderli poi agli indagati. Il tramite del “fotocopia” sarebbe stata proprio la Marianera, in tandem con il fidanzatoJacopo De Vivo. 

[…]

Dopo la notifica dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, il pool di magistrati, composto da Paolo Ielo, Giulia Guccione e Francesco Cascini, ha iscritto nel registro degli indagati quattordici cancellieri ed impiegati in servizio a diversi uffici della Procura e del Tribunale, due dei quali sono stati trasferiti ad altri incarichi. 

Il mistero legato all’ultimo indagato, sul quale i reparti investigativi mantengono il massimo riserbo, allargherebbe l’inchiesta anche ad altri ambiti, esterni questa volta ai corridoi e alle stanze del palazzo di Giustizia di piazzale Clodio.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 21 aprile 2023.

L’ex collaboratrice della delegata alla Sicurezza Camilla Marianera lo chiama “Er Fotocopia”, ma per i colleghi dell’ufficio scorte è da sempre “Il Turco”. In realtà si chiama Gregorio Viggiano, è sposato con l’avvocato Marina Condoleo e in passato ha lavorato come autista nella segreteria dell’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone. 

Il suo nome compare adesso nell’inchiesta sull’aspirante avvocatessa arrestata per aver rubato notizie relative alle indagini in corso. Perché gli investigatori hanno sospettato che quel soprannome affibbiato da Marianera al signor Viggiano potesse derivare dalla sua capacità a duplicare atti giudiziari coperti da segreto istruttorio. 

Viggiano tuttavia non è indagato, ma i magistrati romani hanno approfondito la sua posizione da quando hanno ascoltato una conversazione particolare. Risale al 15 ottobre scorso e a chiamare è Camilla Marianera. Dall’altra parte della cornetta c’è un’altra avvocatessa, Stefania Temofonte. Entrambe in passato hanno collaborato con un noto studio romano, quello della famiglia Condoleo, dove lavora la moglie di Viggiano. È in quella telefonata che Marianera, incredula per i successi lavorativi di Viggiano, che reputa un incapace, lo chiama “ Er Fotocopia”.

Un secondo indizio, visto che la ragazza in altre telefonate aveva detto che alcune persone dello studio di avvocati dove stava svolgendo la pratica per diventare una penalista avevano la possibilità di ottenere documenti tramite non meglio note talpe. A ben guardare però qualcosa non torna. L’indagine su Marianera è infatti iniziata lo scorso ottobre, quando ormai “ Il Turco” non prestava più servizio in procura. L’uomo infatti dal 2019 lavora per garantire la sicurezza di personalità politiche. Ha seguito Riccardo Fraccaro quando era sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel governo Conte I e poi anche l’ex ministro Roberto Speranza. 

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Camilla Marianera e la corruzione, chiuse le indagini e chiesto il processo immediato. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 3 Maggio 2023 

La procura è certa di avere le prove sulla ex praticante avvocata accusata di aver corrotto un funzionario dell'ufficio intercettazioni. Continua la caccia alla «talpa» 

Indagini chiuse e richiesta di processo immediato cautelare per Camilla Marianera e il suo fidanzato Jacopo De Vivo, accusati di corruzione per la presunta vendita di informazioni riservate dall’ufficio intercettazioni della procura. La 29enne e il 31enne sono detenuti in carcere dal giorno di san Valentino e la misura è stata confermata nei giorni scorsi dal tribunale del Riesame. Restano invece aperte le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo e dei pm Giulia Guccione e Francesco Cascini per arrivare a individuare la «talpa» che portava all’esterno le notizie coperte da segreto istruttorio e che la coppia recapitava ai soggetti interessati in cambio di qualche centinaia di euro.

Sono undici gli indagati, tra appartenenti alle forze dell’ordine assegnati al delicato ufficio ascolto e funzionari di altri uffici (corte d’Appello, tribunale di Sorveglianza, sezione convalida sequestri), anche se la posizione di questi ultimi resta più sfumata, perché per la loro stretta competenza del loro ambito lavorativo si sarebbe in realtà trattato di informazioni non coperte da segreto istruttorio. Ma se da un lato i magistrati sono certi della solidità delle prove raccolte, a ormai tre mesi dall’arresto della ex praticante di uno studio legale resta ancora tanto da dire sulla sua figura.

La facilità con cui accedeva a quelle informazioni (anche se lei sostiene di aver millantato questa sua facoltà) e il modo con cui ha affrontato il carcere senza averlo mai provato prima stridono con l’immagine di una ragazza con una minima frequentazione della cittadella giudiziaria, poi diventata membro dello staff dell’assessore capitolino Monica Lucarelli grazie alla segnalazione di un amico. È possibile che Marianera agisse per nome e conto di qualcuno? È credibile l’ipotesi da lei stessa vantata in una intercettazione che quel canale con l’ufficio intercettazione l’avesse ereditato da colleghi più «esperti» dello studio legale che frequentava?

Estratto dell'articolo di Valentina Errante per "Il Messaggero"

Andrà a processo per corruzione in atti giudiziari, Camilla Marianera, la giovane praticante avvocato accusata di avere ottenuto in cambio di mazzette, e poi "venduto" a soggetti indagati, notizie coperte dal segreto istruttorio. Con lei, sul banco degli imputati, anche il fidanzato Jacopo De Vivo, finito in carcere insieme a Marianera lo scorso febbraio.[…]

Intanto vanno avanti le indagini sulla talpa dell'ufficio intercettazioni, che avrebbe fornito all'aspirante avvocato le informazioni riservate su pedinamenti e intercettazioni telefoniche e ambientali.

Durante questi mesi, sia Marianera che il suo fidanzato non hanno mai reso dichiarazioni utili alle indagini, sostenendo sempre che le parole captate dagli investigatori, sull'"amico", in grado di fornire le notizie coperte dal segreto istruttorio, fossero solo millanterie per ottenere soldi. 

LE PROVE Tra le fonti di prova agli atti dell'inchiesta ci sono soprattutto le intercettazioni dello scorso settembre, in quell'occasione Luca Giampà, indagato per fatti di droga e sotto osservazione da parte dei carabinieri, viene ascoltato mentre discute con la 29enne aspirante avvocatessa che gli assicura di potere accedere, tramite un amico, alle informazioni riservate. «Io tramite il mio studio - spiegava Marianera all'uomo - diciamo che conosciamo una persona che sta in procura nell'ufficio dove sbobinano le intercettazioni e tutto.

E a me fa tanti favori, tipo che se gli metto il nome con la data di nascita...». E ancora: «Davanti a me scrive sul computer - spiegava la giovane - lui mi dice praticamente: inserito gps sotto la macchina, oppure predisposto ocp (osservazione controllo e pedinamento, ndr) su via... o sotto casa». 

Secondo l'accusa, gli incontri tra la praticante e la sua "fonte" sarebbero avvenuti «in posti precostituiti» e i contatti tramite telefoni cellulari intestati a terze persone. Tanto che la stessa Marianera, nei dialoghi captati, parlando della persona che le avrebbe fornito le notizie spiega a Giampà: «Lui mi dice "non venire troppo frequentemente"».

[...] A Giampà, Marianera e De Vivo non avevano chiesto soldi per controllare la sua posizione, ma l'accordo prevedeva che l'uomo poi portasse altri clienti alla coppia […] agli atti ci sono anche le conversazioni tra Marianera e il fidanzato sulle tariffe da chiedere ad altri clienti. Per lo stesso servizio a Leonardo Sommaro sarebbe stato richiesto molto di più: «Io gli ho detto che quello per la consulenza si prende sette piotte va bene?», dice Jacopo in una videochiamata alla fidanzata, e aggiunge: «Poi male che va, a quello gli regali due piotte». 

LA TALPA Tuttavia la "talpa" non è ancora stata identificata: sono cinque, in tutto, gli addetti all'ufficio ascolto e sbobinatura delle telefonate, appartenenti ai diversi corpi delle forze dell'ordine, finiti sul registro degli indagati. Mentre altri cinque funzionari sono indagati (per rivelazione di segreto d'ufficio) tra la Corte d'appello, il Tribunale di sorveglianza e l'ufficio sequestri. […]

Il Caso Sacchi.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per repubblica.it l'1 giugno 2023.

Il killer, il complice, il ragazzo che ha procurato l'arma e anche la fidanzata della vittima. Sono tutti stati condannati. E poco dopo è scoppiata la rissa in tribunale. 

È il giorno della sentenza, il secondo verdetto sull'omicidio di Luca Sacchi. Il tribunale di Roma ha deciso condannando a 27 anni di carcere Valerio Del Grosso, autore materiale dell'omicidio, a 14 anni e 8 mesi il suo complice, Paolo Pirino. Stessa condanna è stata emessa per Marcello De Propris, il pusher che avrebbe dovuto fornire la droga e invece ha armato la mano del killer. E poi c'è Anastasya Kylemnyk, la fidanzata della vittima, condannata a 3 anni di prigione.

“Siamo soddisfatti. Per l’autore principale dell’omicidio è stato confermato l’impianto accusatorio. È stato riconosciuto l’omicidio volontario”, commenta l’avvocato della famiglia Sacchi, Armida Decina. 

Subito dopo il verdetto un forte tonfo è rimbombato tra le aule. Proveniva dalla stanza dove vengono accompagnati i detenuti a margine dei processi. A quanto pare ci sarebbe stato un forte alterco tra Del Grosso e De Propris. Un momento di tensione che è proseguito anche tra i corridoi della Corte d'Appello, tra i familiari dei due imputati, con il fratello di Del Grosso che urlava: "ricordatevelo che non abbiamo iniziato noi. Noi ci siamo comportati bene sempre". 

Svenuta anche la madre del killer, visto che il forte rumore arrivato dall'aula ricordava un colpo di arma da fuoco. Attimi di panico terminati grazie all'intervento dei poliziotti e dei carabinieri che quotidianamente garantiscono la sicurezza del tribunale di piazzale Clodio.

Omicidio Sacchi: confermate le condanne a 27 anni Valerio Del Grosso e a 3 anni per Anastasiya. Urla e spinte in Aula. Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera l'1 Giugno 2023

Ridotte invece in appello le pene per Paolo Pirino e Marcello De Propris: da 25 anni in primo grado a 14 anni e otto mesi. Parapiglia tra amici e parenti dei condannati, in aula urla e situazione molto tesa

Conferma della condanna a 27 anni per Valerio Del Grosso e a 3 anni per Anastasiya Kylemnyk. Pene ridotte a 14 anni e otto mesi per Paolo Pirino e Marcello De Propris che avevano avuto in primo grado 25 anni a testa. È la decisione della corte d’Assise d’Appello per l’omicidio di Luca Sacchi, il 24enne ucciso con un colpo di pistola il 23 ottobre 2019 all’esterno di un pub nel quartiere Appio Latino a Roma.

L’assassinio avvenne all’interno di una trattativa per l’acquisto di 15 chili di marijuana in cambio di 70mila euro. La cifra era nascosta in uno zainetto dalla fidanzata della vittima e gli assassini-pusher puntavano a rapinarla anziché a completare lo scambio. Kylemnyk è in questo processo sia parte lesa per il colpo di spranga ricevuto nella rapina che imputata per la detenzione della droga.

Alla lettura della sentenza erano presenti come sempre i genitori del 24enne, Alfonso e Tina Sacchi. In primo grado la procura aveva chiesto l'ergastolo per Valerio del Grosso (autore materiale dell'omicidio) e trent'anni per Paolo Pirino e Marcello De Propris, accusati di concorso nel delitto, il primo perché guidava la Smart usata nell’agguato ed impugnava la spranga usata nell’aggressione, il secondo per aver condiviso i piani dei due esecutori e aver fornito loro la pistola. Armando De Propris, padre di Marcello, era accusato della detenzione dell’arma. Separatamente è stato già condannato in via definitiva. La mente del mancato acquisto, l’amico di Sacchi e Kylemnyk, Giovanni Princi, a tre anni.

Parapiglia in aula tra amici e parenti degli imputati

La lettura del dispositivo è stato seguito da un teso fuoriprogramma in cui sono venuti alle mani amici e parenti degli imputati, presenti in modo numeroso all’esterno dell’aula. Impossibile dire chi siano stati i protagonisti, ma già nel processo di primo grado c’erano state tensioni (solo tra coimputati) per le accuse incrociate che si sono rivolti in particolare Del Grosso da una parte e De Propris dall’altra circa la consapevolezza di quest’ultimo sulle intenzioni del primo di usare la pistola che gli aveva procurato. Al secondo piano della corte d’Appello la situazione è degenerata dopo aver appreso che due pene su tre sono state sensibilmente ridotte per gli accusati dell’omicidio. Urla e accuse sono diventate insulti, spinte e pugni, nonostante la presenza cospicua di poliziotti e carabinieri. Un forte urto sulla porta dell’aula ha fatto addirittura temere che fosse stato esploso un colpo di arma da fuoco. Poi, a fatica, è stata riportata la calma. «E' stata una giornata pesante e con tanta ansia», commenta Alfonso Sacchi. «Siamo soddisfatti per la conferma della pena a Valerio Del Grosso», l'autore materiale dell'omicidio ed «è andata troppo bene a Paolo Pirino che era in macchina con lui e sapeva che era armato», ha aggiunto. 

Estratto dell’articolo di Emiliano Bernardini per “Il Messaggero” il 15 febbraio 2023.

La camionetta della polizia penitenziaria è troppo piccola e i due imputati rifiutano di salirci. Niente da fare, il tragitto dal carcere al tribunale non lo possono fare su quel furgone e così il processo per la morte di Luca Sacchi si ferma. Tutto rinviato, per una motivazione che anche i più esperti penalisti non avevano mai sentito. «Siamo claustrofobici», hanno dichiarato Valerio Del Grosso e Paolo Pirino che ieri non si sono presentati a piazzale Clodio. E per questa motivazione l'udienza di appello per l'omicidio Sacchi, avvenuto il 23 ottobre del 2019, è slittata.

I giudici della Corte d'Assise di Appello di Roma avrebbero dovuto riunirsi ieri e nel corso dell'udienza si sarebbe dovuta tenere la requisitoria del sostituto procuratore generale Francesco Mollace che avrebbe dovuto formulare le sue richieste di condanna.

 E invece, colpo di scena: in aula non c'erano due degli imputati. Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, condannati in primo grado rispettivamente a 27 e 25 anni di carcere, hanno tirato fuori una motivazione che per primi ha lasciato di stucco gli agenti della Polizia penitenziaria: il timore di avere una crisi claustrofobica sulla camionetta durante il viaggio tra Rebibbia e il palazzo di giustizia.

[…] si è deciso di rinviare l'udienza al prossimo 23 febbraio. Richiesta accolta dai giudici che hanno subito disposto il rinvio alla prossima settimana. Quel giorno è stato stabilito che gli imputati potranno raggiungere il tribunale a bordo di un'ambulanza. Un mezzo evidentemente più compatibile con le condizioni psicofisiche dei due.

 […]  il sospetto è che questo possa essere un primo passo verso una strada ben precisa: la richiesta di valutazione dell'incompatibilità con il regime carcerario per Valerio Del Grosso e Paolo Pirino.

Il rinvio ha scatenato subito la rabbia nei genitori di Luca Sacchi che hanno vissuto la "fuga" degli imputati come l'ennesima beffa. «Per un genitore è sempre un'agonia essere qui. È una sofferenza», ha dichiarato il padre di Luca, Alfonso, alla fine dell'udienza. «Qui si parla di cavilli e non posso non pensare che quando hanno ucciso mio figlio quei due erano in una Smart che è molto più piccola di un camionetta per il trasporto detenuti. Ora soffrono di claustrofobia, ma perché all'epoca viaggiavano in una Smart in due?». […]

Luca Sacchi venne ucciso con un colpo di pistola alla testa nella notte tra il 23 e 24 ottobre 2019 davanti a un pub nella zona di Colli Albani. In primo grado, oltre a Pirino e Del Grosso, i giudici della Corte di Assise hanno condannato a 25 anni anche Marcello De Propris, che consegnò l'arma del delitto. Per la fidanzata di Sacchi, Anastasiya Kylemnyk, accusata di violazione della legge sugli stupefacenti, i giudici hanno deciso una condanna a 3 anni mentre era stato assolto Armando De Propris. […]