Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2023

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 


 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Friuli Venezia Giulia. 

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Veneto.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Lombardia.

Succede a Milano.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Val d’Aosta.

Succede in Piemonte.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Liguria.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Succede a Parma.

È morto Calisto Tanzi.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

SOLITA SIENA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Siena.

SOLITA SARDEGNA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sardegna.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Lazio.

Succede a Roma.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITO ABRUZZO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Abruzzo.

SOLITO MOLISE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Molise.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Campania. 

Succede a Napoli.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Basilicata.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Calabria.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Sicilia.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA BARI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Puglia.

Succede a Bari.

La Banca Popolare di Bari. La mia banca è differente…

SOLITA FOGGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Foggia.

SOLITA TARANTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Spartani vs Messapi.

Succede a Taranto.

Succede a Manduria.

Succede a Maruggio. 

Succede ad Avetrana.

SOLITA BRINDISI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede a Brindisi.

SOLITA LECCE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Tarantismo.

Succede a Lecce.

 

 

IL TERRITORIO

PRIMA PARTE


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nel Trentino Alto Adige.

Cose da vedere a Bolzano e dintorni. Bolzano, affascinante capoluogo dell'Alto Adige, è immersa in una magica conca circondata da vigneti ed è la meta perfetta per chi vuole scoprire una destinazione unica. Monica Cresci il 21 Agosto 2023 su Il Giornale. 

Capoluogo dell'Alto Adige ecco Bolzano, meta ideale per chi vuole trascorrere un weekend lungo immerso tra le bellezze della natura e il fascino della cultura. Nota anche come Bozen vanta innumerevoli qualità: è infatti considerata una città a misura di cittadino ma al contempo è un punto di contatto tra lingue e culture differenti. A Bolzano si parla italiano ma anche tedesco e ladino, un mix interessante che ha influenzato l'arte e l'architettura, oltre che lo stile culinario.

È una città giovane, piena di stimoli e in continuo fermento, dove tradizione e modernità riescono a convivere in perfetta armonia trasformandosi in un elemento catalizzante senza pari. Bolzano, infatti, è una meta turistica molto gettonata e non solo durante il periodo dei mercatini natalizi: suscita grande interesse anche durante tutto il resto dell'anno, grazie alle innumerevoli tradizioni che ne hanno caratterizzato il percorso storico oltre che per il grande legame e rispetto nei confronti della natura che le fa da splendida cornice. Scopriamo Bolzano, cosa visitare e quali le mete più interessanti nei dintorni.

Bolzano, dove andare e cosa vedere 

Bolzano è una città ricca di storia e di curiosità e assume una prima fisionomia di tipo urbano nel XII secolo per mano del vescovo di Trento che inserì un borgo mercantile all'interno dei vari insediamenti che caratterizzavano il territorio dell'epoca. La storia della città è segnata da periodi di grande espansione urbanistica e commerciale ma anche da conflitti e sfide per l'egemonia territoriale. Le innumerevoli immigrazioni dalla Germania e dall'Austria, insieme alle prime produzioni vinicole, hanno dato il via a uno sviluppo dell'area, anche grazie all'interazione costante tra la zona centrale e quelle limitrofe. Un passato dinamico, fiorente, vivace, con svariate influenze culturali che ben si evince dalle innumerevoli rappresentazioni architettoniche in puro stile medievale, sopravvissute anche al ventennio delle due guerre.

La città è immersa in una conca adornata da vigneti rigogliosi, all'interno della zona sud della Val d'Adige, della valle dell'Isarco e della Sarentina, ben protetta dalla catena della Mendola, dall'Altopiano del Salto, dalla cima del Renon nota anche come Monte Tondo e dal Monte Pozza. Bolzano è caratterizzata da un interessante mix linguistico, che si può ritrovare sia all'interno di molte delle tradizioni sia nella cucina tipica. Per ammirare la città è necessario farsi rapire dalla bellezza del centro storico, in puro stile medievale, e dalle innumerevoli decorazioni che caratterizzano i muri delle abitazioni dove non mancano le tante presenze floreali che vivacizzano le vie.

L'area urbana è divisa in cinque quartieri: Centro-Piani di Bolzano-Rencio, Oltrisarco-Aslago, Europa-Novacella, Don Bosco e Gries-San Quirino. Nella zona centrale si può ammirare il mercato di Piazza delle Erbe di origine antica ma anche la Fontana di Nettuno nota anche come "oste con la forchetta" e un tempo utilizzata per le abluzioni pubbliche. Da qui si può passare attraverso via dei Portici, considerato uno dei luoghi più visitati e cuore commerciale della città sin dal XII secolo, periodo storico dove le arti definivano i nomi delle vie: per questo ancora oggi abbiamo via dei Bottai, via degli Argentieri, via dei Carrettai e dei Conciapelli.

Tra le principali attrazioni da non perdere vale la pena fare un salto al Museo Archeologico dell'Alto Adige - Südtiroler Archäologiemuseum dov'è conservata Ötzi, la mummia del Similaun e alla suggestiva Piazza Walther del 1808, nota per i mercatini di Natale e perché è considerata l'elegante salotto di Bolzano. Da qui è facile raggiungere il Duomo, noto anche come chiesa di Santa Maria Assunta, di origine paleocristiana e successivamente rimodernata fino a raggiungere un'eleganza tardo gotica. Altro punto di interesse è la Chiesa dei Domenicani a pochi passi dal Duomo ed emblema dell'architettura gotica e il Monumento alla Vittoria quale simbolo della vittoria italiana nella prima guerra mondiale sull'Austria-Ungheria.

Bolzano e dintorni 

Poco fuori Bolzano è facile imbattersi in innumerevoli costruzioni e castelli di pregio, come Castel Roncolo nella zona del Renon in stile medievale e noto per i suoi innumerevoli affreschi rappresentanti la vita cortese ma anche Castel Firmiano sede principale del circuito museale chiamato Messner Mountain Museum voluto e progettato da Reinhold Messner, che lo gestisce. Da non perdere anche le passeggiate sul Lungo Talvera e sul Guncina per una vera immersione nel verde, oltre a Le Malgreien, oggi Dodiciville e comune catastale di Bolzano, un tempo indipendente con 12 zone agricole incentrate sulla viticultura. Anche la zona del Renon merita una visita: il comune dell'omonima area di montagna è costituito da 12 incantevoli frazioni.

A pochi chilometri da Bolzano ci si imbatte in Laives meta ambitissima per gli appassionati di escursioni in bicicletta, oppure Bronzolo immerso tra i vigneti e i frutteti. Mentre sopra Bolzano si trova Colle di Bolzano, situata a 1.100 metri sul livello del mare e facilmente raggiungibile con la comoda funivia. La zona di Bolzano è davvero unica e dai mille volti, con panorami mozzafiato e laghi cristallini dov'è possibile immergersi per un bagno rigenerante. Non solo storia, arte e musei, ma anche tradizione e vita di montagna, per un viaggio che lascerà il segno.

Merano, romantica città Dell’Alto Adige: ecco che cosa fare e che cosa vedere. Tra passeggiate, shopping nel centro storico o momenti di relax alle terme sono tante le attrattive della città dell’Alto Adige. Mariagiulia Porrello il 4 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Le terme

 La passeggiata Tappeiner

 I portici e il centro

 Il castello principesco

 La seggiovia Merano – Tirolo

 Il sentiero d’acqua di Lagundo

Merano è una città dell’Alto Adige dal clima particolarmente mite dove il tedesco e l’italiano s’intrecciano. Il luogo, riparato dalle montagne del Parco naturale Gruppo di Tessa, è una elegante meta turistica da centinaia di anni, dove è possibile assaporare gustosi piatti, scoprire tradizioni antiche, fare escursioni e rilassarsi nella natura.

Che cosa vedere e che cosa fare a Merano e nei dintorni? Ecco alcuni spunti.

Le terme

Nel cuore di Merano, sulla riva sinistra del Passirio, è possibile immergersi in una delle numerosissime vasche, interne ed esterne, di acqua termale, fare la sauna o il bagno turco. La struttura peraltro è affascinante di per sé, costruita in vetro e acciaio.

La passeggiata Tappeiner 

Il percorso prende il nome dal suo ideatore e finanziatore, il medico tedesco Tappeiner. Si tratta di un sentiero di 6 km (arriva fino a Lagundo) a circa 380 metri di altezza che corre da est a ovest, raggiungibile da diversi punti della città. Lungo il tragitto crescono circa 400 tipi di piante diverse.

All’inizio del sentiero si trovano poi altre attrazioni cittadine, la Torre delle polveri, un vecchio mastio reso deposito di polveri da sparo a cui è stata aggiunta una scala per renderlo una piattaforma panoramica, e l’orto delle erbe aromatiche e delle piante medicinali.

I portici e il centro

Un giro nel centro della città, dal fascino medievale, è immancabile. Sotto i portici, lunghi 400 metri, si susseguono negozi, bar e ristoranti dove è possibile fare shopping o fermarsi per una sosta. È dal XIV secolo che sotto le arcate si svolgono attività commerciali.

Il castello principesco 

Per sapere come viveva la nobiltà del Medioevo si può visitare il castello principesco di Merano. Situato nel centro storico, è un antico castello di caccia, visitabile all’interno, risalente al XV secolo. Fu l’arciduca Sigismondo a farlo erigere e a sceglierlo come sua residenza.

La seggiovia Merano – Tirolo

Da Merano si può raggiungere Tirolo in seggiovia e godersi così il panorama: l’impianto è noto infatti come seggiovia panoramica. La seggiovia è storica (ovviamente perfettamente funzionante) e dall’alto si potrà godere della vista di Merano e dei dintorni da una prospettiva diversa.

Il sentiero d’acqua di Lagundo

Vicino a Merano, a Lagundo, si snoda un sentiero d’acqua che porta da Tell a Quarazze. Perché un sentiero d’acqua? Perché i soleggiati vigneti della zona hanno bisogno di rifornimento idrico. Così già nel 1333 venne creato un canale di irrigazione, la Roggia dell’Algund. La passeggiata è molto bella e romantica, in alcuni tratti si passa sotto a pergolati di viti.

(ANSA il 19 aprile 2023) - La procura della Corte dei conti chiede all'ex presidente della Provincia di Bolzano Luis Durnwalder un risarcimento danni di 300mila euro per presunto danno d'immagine nei confronti dell'ente locale. 

Il danno deriverebbe dalla condanna penale, diventata definitiva, dell'ex presidente altoatesino a 2 anni e 6 mesi per peculato, nel processo sull'indebito utilizzo dei fondi riservati. L'udienza si è svolta davanti ai giudici della Corte dei conti di Bolzano, che ora dovranno decidere se accogliere o meno la richiesta risarcitoria, avanzata dalla procuratrice Alessia Di Gregorio.

In aula, l'avvocato difensore Gerhard Brandstätter ha invece chiesto che non venga pagato alcun risarcimento: "A parte i formalismi giuridici, dai quali si potrebbe interpretare che dalla condanna penale del presidente possa scaturire un danno d'immagine alla Provincia, mancano in realtà tutti i presupposti: durante la sua presidenza, Durnwalder ha anzi accresciuto il prestigio della Provincia di Bolzano". 

Secondo Brandstätter, "a seguito della condanna penale non c'è stato alcun danno d'immagine, ma anzi una grande manifestazione di solidarietà da parte della popolazione nei confronti del presidente".

Infine - conclude l'avvocato - "ricordo che la condanna avvenne solo per un aspetto meramente formale, in quanto venne contestata la compensazione dei fondi riservati, mentre noi sosteniamo che in realtà furono dei rimborsi. In ogni caso Durnwalder non intascò un euro dai fondi riservati".

Estratto dell'articolo di Federico Guiglia per “il Messaggero” il 26 aprile 2023.

In Italia l'autonomia differenziata c'è da cinquant'anni. Non occorre, perciò, indovinare che cosa potrà accadere, se e quando il potere di legiferare su un lungo elenco di importanti materie sarà esercitato nelle Regioni più ricche e popolate d'Italia: basta guardare che cosa sia già successo nei rapporti fra lo Stato e l'"autonoma" Provincia di Bolzano, che da oltre mezzo secolo gode della più speciale, cioè differenziatissima, autonomia fra le cinque Regioni speciali (Friuli, Val d'Aosta, Sicilia, Sardegna e Trentino-Alto Adige).

[…] Ma nella pratica succede che la Provincia di Bolzano sia il più affezionato cliente della Corte Costituzionale, tanti e tali sono i conflitti che sono sorti in mezzo secolo di litigi fra il Consiglio provinciale altoatesino e il Consiglio dei ministri nazionale. 

Rivendicando il primo d'aver esercitato le sue autonome prerogative, e rispondendo il secondo che in realtà le ha oltrepassate, violando con ciò la Costituzione. Il braccio di ferro non risparmia alcuna materia: dall'annuale legge finanziaria, i cui rilievi del governo sono quasi d'abitudine, agli interventi nella sanità. Dall'edilizia e dall'urbanistica alle regole sulla sicurezza nel lavoro, al territorio e paesaggio.

Perfino alla toponomastica perché, oltre alle controversie consuetudinarie e cavillose, ogni tanto la Provincia ama pure il blitz. Come quella volta che il governo-Monti dovette impugnare di gran corsa un testo che cancellava gran parte della toponomastica italiana dalle costituzionalmente obbligatorie denominazioni bilingue italiano-tedesche. […]

Come fece l'allora ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, a fronte di una legge che eliminava addirittura il nome "Alto Adige". Nell'eterna contesa c'è di tutto e a tutto si ricorre pur di evitare il verdetto della Corte Costituzionale continuamente chiamata in causa: dal ritiro o modifica della legge impugnata, alle mediazioni fra Palazzo Chigi e Provincia, fino alle promesse politiche d'avere un occhio ministeriale di riguardo per un'autonomia oggettivamente debordante. 

[…]

Sempre nella pratica, e non nel Paese di Alice, succede che l'Alto Adige contribuisca con meno del 10 per cento delle risorse prodotte nella regione alle necessità generali di tutto il Paese. Una sorta di partecipazione economica stile Lep oggi tanto di moda (sono i Livelli essenziali di prestazioni da garantire in modo uniforme sull'intero territorio nazionale), del tutto irrisoria e quasi irrilevante. 

Nella pratica avviene che a volte l'autonomia sia gestita bene e per tutti. Altre volte male e non proprio con la stessa attenzione per le tre comunità di lingua italiana, tedesca e ladina residenti nel territorio. Si veda il perdurante vigore della proporzionale etnica nel settore pubblico.

Una misura concepita come temporanea ed eccezionale, dati i suoi effetti di grave diseguaglianza. Invece, da oltre cinquant'anni penalizza la minoritaria comunità di lingua italiana oltre ogni ragionevole dubbio. Per trovare lavoro, fare carriera e vedere riconosciuti i propri diritti nel pubblico impiego, i criteri del merito e del bisogno fra cittadini alla pari - qualunque sia la loro lingua -, contano molto meno o non contano affatto rispetto al requisito dell'"appartenenza etnica". 

Dunque, non nella Repubblica di Platone, ma in quella italiana dell'autonomia differenziata e sperimentata, possono esserci norme assurde che resistono al tempo, perché lo Stato, defenestrato e perciò disimpegnato, non ha più la vigile concentrazione per intervenire. Per evitare equivoci, nel testo-Calderoli il Parlamento dovrebbe introdurre i paletti di salvaguardia nazionale, che sono ben piantati persino nello statuto di ampia, blindata e cesellata fino all'ultima virgola autonomia a Bolzano.

Dove la Provincia ha sì la potestà di emanare norme legislative, ma «entro i limiti indicati dall'articolo 4», ossia «in armonia con la Costituzione e i principi dell'ordinamento giuridico dello Stato e con il rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali». Ma pure «delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica». 

[…] 

Provate a chiedere agli amministratori delle città di Bolzano, Merano o Laives, se lassù comandano loro oppure l'onnipotente Provincia. Senza una clausola di salvaguardia nazionale ben formulata e di un'autonomia nell'autonomia ben garantita anche per i Comuni, così da tutelarli dallo statalismo regionalista, il Parlamento rischia solo di accontentare la Lega di un tempo (Bossi e Miglio) più ancora di quella attuale di Salvini e Calderoli. Senza neppure aver imparato qualcosa dalla lezione altoatesina.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO. (Ho scritto un saggio dedicato)

In Veneto.

A Venezia.

A Verona.

Gli Sprechi.


 

In Veneto.

COSA SONO LE TRE VENEZIE? Da Simboli e curiosità del mando

Il nome Tre Venezie (o Triveneto) indica la regione geografica costituita dai territori della Venezia Tridentina, della Venezia Euganea e della Venezia Giulia. Il termine Triveneto viene comunemente utilizzato per indicare le regioni italiane che compongono la regione: Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, escludendo i territori della Venezia Giulia oggi appartenenti a Slovenia e Croazia.

Il termine Tre Venezie comparve per la prima volta alla metà dell'Ottocento, poco dopo la seconda guerra d'indipendenza, e stava ad indicare tre entità regionali differenti, dette "Le Venezie": la Venezia Propria o Venezia Euganea (gli attuali Veneto e Friuli), la Venezia Tridentina (il Trentino Alto Adige) e la Venezia Giulia (Gorizia, Trieste ed Istria).

La definizione, coniata dal geografo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, aveva l'obiettivo di giustificare l'espansionismo italiano nei confronti dell'Impero austro-ungarico. Infatti, tra il 1914 e il 1915, per convincere l'opinione pubblica italiana ad entrare in guerra, la propaganda fece leva sul proposito di liberare le terre in mano all'occupazione straniera, ovvero la Venezia Tridentina e la Venezia Giulia (la Venezia Euganea era già stata annessa nel 1866). Al termine del conflitto, tali territori entrarono a far parte del Regno d'Italia, ma buona parte della Venezia Giulia venne ceduta alla Jugoslavia dopo la sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale.

La Venezia Tridentina era stata così chiamata dal nome latino (Tridentum) del capoluogo, Trento, ed era formata dalle province di Trento e Bolzano.

La Venezia Euganea, con il suo nome dato dai colli Euganei, comprendeva le province di Venezia, Padova, Rovigo, Verona, Vicenza, Treviso, Belluno e Udine.

La Venezia Giulia era composta dalle quattro province di Gorizia, Trieste, Pola e Fiume.

Cosa Veneta. Report Rai PUNTATA DEL 05/11/2023

di Walter Molino e Andrea Tornago

Dalla Laguna di Venezia alla campagna veronese, un viaggio nel Veneto finito in mano alle mafie.

Dalle tranquille e produttive province di Padova e Treviso al distretto vicentino della chimica, le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto. Le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata: nel ricco Nordest Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell’ordine, imprenditoria e massoneria.

11 novembre 2023: la lettera dell'avvocato Bruno Barel alla redazione di Report e la nostra nota

Oggetto: Re: Richiesta di immediata rettifica e immediata sospensione di diffusione in ogni forma di notizie false e diffamatorie, in base alla legge sulla stampa Il giorno 5 novembre 2023 Report ha presentato un servizio su come le mafie si stiano infiltrando nel Veneto. La tesi sostenuta è tanto semplice, suggestiva e di impatto quanto gratuitamente diffamatoria: - L’ avvocato del governatore Luca Zaia, il suo uomo di fiducia, quello dei casi più delicati, è l’uomo che promuove le imprese della Ndrangheta in Veneto. Si mettono insieme una serie di fatti veri: - Sono stato il presidente di Numeria di cui sono tuttora socio e di cui sono stato fondatore; - Numeria ha dato degli appalti a un’ impresa della provincia di Padova destinataria di un’ interdittiva antimafia; -Numeria ha addirittura raccomandato Sidem all’ impresa Setten che così l’ha utilizzata quale appaltatrice nei lavori di costruzione del nuovo ospedale pediatrico di Padova. La manipolazione usata per fare apparire vero quel che vero non è avviene attraverso le seguenti manipolazioni ed omissioni: - non si dice che l’ ultimo appalto dato da Numeria a Sidem risale a più di un anno prima dell’ interdittiva antimafia; - a quell’ epoca Sidem era un’ impresa, con sede in Veneto, che lavorava da trent’ anni alla luce del sole per committenti pubblici e privati e con una ottima reputazione per la qualità dei lavori eseguiti; - quando Numeria - più precisamente: un tecnico di cantiere si Numeria - dà buone referenze alla Setten non dice altro che la verità e nessuno sapeva che potevano esserci legami tra la Sidem ed organizzazioni criminali. Quindi questa apparente notizia non lo è affatto: la Sidem dopo avere lavorato per Numeria ha continuato a lavorare per decine di altri committenti e nessuno di questi committenti viene menzionato tranne Setten che viene fatto passare per una vittima di Numeria. Quindi si passa alla manipolazione sulla persona: il responsabile unico è Bruno Barel, l’uomo di fiducia di Luca Zaia. In realtà: - Bruno Barel non ha mai partecipato a nessuna deliberazione per affidare appalti alla Sidem e non ha mia avuto il benché minimo rapporto con personale, soci o amministratori della Sidem. Numeria ha un amministratore delegato che ha affidato - nella sua facoltà individuale per delega - i lavori in questione a Sidem nel 2021 rispettando perfettamente tutta la disciplina in materia. Di un tanto l’ amministratore delegato di Numeria si era assunto la piena responsabilità in un incontro di quasi due ore con i giornalisti di Report: nel servizio l’amministratore delegato di Numeria non viene neppure menzionato. - Men che meno Bruno Barel ha raccomandato la Sidem a chicchessia. Neppure lo ha fatto l’amministratore delegato di Numeria. Pare che un tecnico della Setten abbia chiesto a un tecnico di Numeria se Sidem avesse lavorato bene per Numeria e la risposta era stata la pura verità: aveva lavorato bene. Quindi fino a qui: un’ impresa con cui da trent’ anni lavoravano tutti lavora anche con Numeria, e un tecnico di cantiere ne dà buone referenze quando gli vengono richieste. Una non notizia. La notizia sarebbe stata tale se l’ interdittiva antimafia fosse arrivata prima degli appalti di Numeria ma invece - ripetesi- è arrivata oltre un anno dopo l’ultimo appalto. Che interesse c’ è poi a parlare di Numeria? Decine di altri soggetti hanno dato appalti alla Sidem dopo Numeria ma nessuno viene menzionato da Report se non Setten, “ vittima” di Numeria. Numeria ovviamente non interessa a nessuno al pari di tutti gli altri soggetti che hanno dato appalti a Sidem in questi anni ma il suo presidente sí. Di per sè anche Bruno Barel, che non riveste nessun ruolo pubblico, non dovrebbe interessare più di qualsiasi altro socio o amministratore di società o enti che abbiano dato appalti alla Sidem. Sennonché e l’uomo dei casi delicati per Luca Zaia. A questo punto il dottor Ranucci non resiste e aggiunge un particolare che dovrebbe dimostrare che non stiamo parlando di congetture ma di fatti, la prova delle prove: la confessione! E sventola un documento, un atto di notaio! La forma pubblica dà sostanza alle congetture, quasi una confessione .. notarile! Aggiunge quindi che Bruno Barel - saputo dell’ interdittiva antimafia - corre a vendere le sue quote di Numeria. Senonche’ si tratta di una clamorosa bugia: Bruno Barel non ha mai venduto nessuna azione di Numeria. Avesse letto quell’ atto, Ranucci avrebbe anche saputo che si trattava di una cessione di ramo d’azienda in esecuzione di delibere assunte mesi prima; e comunque quel che Ranucci ha detto è falso. Quindi Vi diffido dal ripubblicare il servizio in qualsiasi forma, anche sui social, in quanto: - è’ stato falsamente rappresentato, esibendo un atto notarile, che Bruno Barel avrebbe venduto azioni di Numeria - perché indotto dall’ interdittiva antimafia alla Sidem - quando invece non ha mai venduto quelle azioni; - è stato strumentalmente rappresentato un rapporto tra il presidente Zaia e Bruno Barel che non esiste in realtà come può essere facilmente verificato confrontando il numero di incarichi che la Regione Veneto ha affidato a Bruno Barel e quelli che ha affidato ad altri avvocati del libero foro; - è stata rappresentata una partecipazione di Bruno Barel nei rapporti tra Numeria e Sidem quando, in realtà, Bruno Barel non vi ha avuto il benché minimo coinvolgimento; - è stata rappresentata un’ attività di Numeria agevolativa dell’ attività di un’ impresa in odore di mafia quando nulla di tutto ciò è accaduto per le ragioni sopraesposte. La presente ai sensi della legge sulla stampa per evitare il protrarsi di una palese diffamazione con gravissimo ingiusto danno reputazionale. Avv Bruno Barel

COSA VENETA di Walter Molino e Andrea Tornago Immagini di Davide Fonda, Cristiano Forti, Marco Ronca e Andrea Lilli Ricerca immagini di Paola Gottardi e Alessia Pelagaggi Montaggio di Andrea Masella, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

LUCA ZAIA - PRESIDENTE REGIONE VENETO Luca Zaia, nato a Conegliano (...)

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Persino il presidente Zaia è chiamato a testimoniare al processo Eraclea, l’inchiesta che prende nome dalla cittadina del litorale di Venezia. Secondo la Procura antimafia fin dagli anni ‘90 qui si è radicata una costola del clan dei Casalesi. Nel 2019 vengono arrestati politici, imprenditori, professionisti ed esponenti delle forze dell’ordine. L’attenzione cade su Luciano Donadio. L’imprenditore edile originario di Casal di Principe è il presunto boss dei Casalesi di Eraclea. Questo centro scommesse nella piazza principale del paese era il suo quartier generale. Controllava persino i parcheggi pubblici.

SIMONETTA MARCOLONGO - SEGRETARIA PD ERACLEA (VE) Davanti là nessuno poteva parcheggiare. Il parcheggio era suo. Con il beneplacito dei vigili. Dopodiché succede quel fatto della vigilessa: ordina al nipote di Donadio di spostare la macchina. Lui non lo fa e lei gli dà una multa. Il giorno dopo la macchina della vigilessa viene distrutta. E i suoi colleghi le dicono così impari, ti sta bene. È lo stesso clima di Casal di Principe.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia Donadio era in grado di condizionare la vita politica e amministrativa del ricco litorale veneziano. La notizia arriva anche all’estero e la sindaca è preoccupata per l’immagine della sua città.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Avere un’associazione mafiosa mi rovina un territorio. Io ieri mi son fatta una ricerchina, niente, così...ho messo il nome Comune di Eraclea, Nadia Zanchin eccetera. Mi venivano fuori anche i siti tedeschi. Vuol dire che mi rovina l’immagine su Eraclea per i turisti tedeschi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo tre anni di carcere preventivo, Luciano Donadio è tornato a casa nel febbraio scorso, accolto dai fuochi di artificio.

WALTER MOLINO Ma lei cosa ha pensato quando Donadio è tornato a casa e hanno fatto i fuochi d’artificio?

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) È stata notificata ieri mattina anche una sanzione…

WALTER MOLINO Cinquanta euro.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Quello prevede il regolamento.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I botti per festeggiare li ha fatti Marco Lo Faro, un imprenditore siciliano trapiantato da anni ad Eraclea e in affari con Donadio.

WALTER MOLINO Come le è venuto in mente di fare i fuochi d’artificio per il ritorno di Donadio?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Lei è del Sud?

WALTER MOLINO Sì.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Sa bene che al Sud è una cosa giornaliera questa.

WALTER MOLINO Dei fuochi d’artificio o dei fuochi d’artificio quando qualcuno esce dal carcere?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE No, i fuochi d’artificio. Non c’entra perché uno esce dal carcere...Può essere una gioia per qualcuno festeggiare il compleanno del bambino o qualcuno che magari…

WALTER MOLINO Vive un giorno di festa perché sta tornando a casa.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Esattamente, niente di più, niente di meno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Chi vuole incontrare Donadio e i suoi amici, a Eraclea sa dove trovarlo.

LUCIANO DONADIO Beviamo solo un caffè ma non si parla di niente.

WALTER MOLINO In silenzio? Vabbè parliamo…

LUCIANO DONADIO In silenzio totale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Con lui ci sono suo figlio Adriano e l’inseparabile Raffaele Buonanno, tutti condannati in primo grado.

RAFFAELE BUONANNO Sono stato sfortunato perché Casal di Principe è molto popolare.

WALTER MOLINO È molto popolare Casal di Principe, è vero.

RAFFAELE BUONANNO Però a Casal di Principe ci sono avvocati, giudici, ci sono dottori, ci sono tutte persone perbene. Non è che tutte le persone sono brave in Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questo bar, dopo una violenta rissa, un gruppo di skinheads ha dovuto piegare la testa davanti agli uomini di Donadio.

WALTER MOLINO Ma questa storia della rissa che c’è stata qua com’è andata?

LUCIANO DONADIO Non mi deve fare queste domande qua. Se ci tiene…a farmi stare tranquillo.

WALTER MOLINO Gli skinheads sono venuti a calare la testa davanti al boss di Eraclea.

LUCIANO DONADIO E chi è il boss di Eraclea?

WALTER MOLINO Non sia modesto.

LUCIANO DONADIO Buona giornata!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sul gruppo di Donadio le indagini sono durate vent’anni: estorsioni, usura, minacce, voto di scambio. Nell’aprile di quest’anno la Corte Suprema di Cassazione conferma l’esistenza di un’associazione mafiosa ad Eraclea. Tra gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato l’ex sindaco Graziano Teso, condannato a 2 anni e 2 mesi per concorso esterno.

WALTER MOLINO Me lo spiega come è entrato in contatto lei con Donadio?

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Donadio è un imprenditore di Eraclea. Ad Eraclea siamo 14 mila abitanti. Conosci tutti quanti!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Emanuele Zamuner è un carrozziere di San Donà con il pallino della politica e a Donadio aveva chiesto voti per la campagna elettorale del 2016.

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Ho chiesto voti a cani e porci. Ho chiesto voti anche a lui.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Paolo Valeri si è messo in affari con Donadio per realizzare un impianto di biogas ad Eraclea. Ma prima aveva bisogno di recuperare un credito.

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE Lui mi dice che voleva andare a trovare sto qua… gli spacco le corna, gli brucio la casa… discorsi da napoletano.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il tono con cui Donadio si rivolge al suo interlocutore per discutere il recupero del denaro da investire nel biogas.

LUCIANO DONADIO – INTERCETTAZIONE AMBIENTALE Ti squarto come un porco, cornuto! Hai capito che ti squarto come un porco? Sto figlio di puttana… “Ma io non voglio…” E allora statti zitto!

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE C’è la volontà di piantare la bandierina in Veneto. E adesso salta fuori sta moda che deve esserci la mafia anche in Veneto. Hanno ragione i miei paesani: el leon magna el terun.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il capo dell’anticrimine Alessandro Giuliano ha diretto la squadra mobile di Venezia negli anni 2000, e il gruppo di Donadio se lo ricorda bene.

ALESSANDRO GIULIANO - DIRIGENTE SQUADRA MOBILE DI VENEZIA 2004-2009 Noi sulla base di questi elementi ritenevamo esistente ad Eraclea un’organizzazione criminale facente capo a Donadio, ritenemmo di ravvisare una torsione della funzione amministrativa a favore di Donadio.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 5 giugno però, accade l’incredibile: quella che per i giudici del rito abbreviato è mafia fino in Cassazione, per i giudici del rito ordinario è solo un’associazione a delinquere.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Il consiglio comunale io ho chiesto lo scioglimento perché è stato eletto con i voti della camorra. Punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Vittorio Zappalorto è il prefetto che nel dicembre 2019 ha chiesto lo scioglimento del consiglio comunale di Eraclea per le infiltrazioni mafiose. In Veneto sarebbe stata la prima volta.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Il Prefetto dopo aver fatto la relazione l’ha presentata al Comitato per l’ordine pubblico, dove oltre a lui c’erano il Procuratore Capo Cherchi e tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine. E all’unanimità hanno detto: sì, questa relazione va bene, ci vuole lo scioglimento.

WALTER MOLINO Le risulta anche nel suo ruolo di commissario della commissione antimafia che possano esserci state delle pressioni politiche per una soluzione di questo tipo?

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Suppongo che ci siano anche state, forse, delle pressioni, delle pressioni politiche. La relazione viene inviata al Ministero dell’Interno che dopo alcuni mesi risponde rigettando la richiesta. Ed è uno degli unici casi in Italia di rigetto di richiesta da parte del prefetto di scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose.

WALTER MOLINO La Ministra Lamorgese era stata Prefetto di Venezia.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 E poi è stata due volte mi pare Ministro dell’Interno, no?

WALTER MOLINO Prefetto perché da Ministro dell’Interno ha deciso di non sciogliere il comune di Eraclea nonostante la Commissione prefettizia? Vuole rispondere a questa domanda?

LUCIANA LAMORGESE - MINISTRA DELL’INTERNO 2019-2022 Dovete leggervi quelle che sono recenti sentenze del Consiglio di Stato. Per cui ci sono due elementi che devono essere sempre visti insieme, quello oggettivo e quello soggettivo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’ex prefetto Zappalorto voleva sciogliere il Comune per mafia ed era il testimone più atteso al processo. Ma all’ultimo momento la sua audizione viene cancellata.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono l’unico prefetto che potrebbe dire qualche cosa, fra tutti quelli che sono stati sentiti.

WALTER MOLINO Lei aveva chiesto lo scioglimento.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Io avevo chiesto lo scioglimento e stamattina speravo di poter spiegare perché.

WALTER MOLINO Lei che idea si è fatto sui motivi per cui è stato negato?

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Ah guardi, ho chiesto più volte di…che mi rendessero conto ma mi ha mai detto il perché.

WALTER MOLINO O se si è dato delle risposte sono risposte forse indicibili.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono risposte cui preferisco non credere io stesso.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla fine dell’udienza Luciano Donadio è l’ultimo ad uscire dall’aula bunker.

WALTER MOLINO Ma è vero che lei era così potente ad Eraclea addirittura da piegare l’amministrazione comunale ai suoi voleri?

LUCIANO DONADIO Ha ascoltato anche lei il processo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma, quando Donadio è tornato a casa è stato accolto con i fuochi d’artificio. Ora può tranquillamente passeggiare nella piazza della città con 26 anni di carcere sulle spalle, condannato in primo grado per associazione per delinquere, senza l’aggravante mafiosa. Può essere felice la sindaca di Eraclea che può dire ai turisti tedeschi che la mafia non c’è. Però quello di Eraclea merita un ragionamento più alto. C’è stato un corto circuito: due sentenze contraddittorie. Mentre da una parte la Suprema Corte, la Cassazione ha riconosciuto l’aggravante mafiosa nel caso del sindaco Graziano Teso, che scegliendo il rito abbreviato è stato condannato per concorso esterno alla mafia, dall’altra parte, per tutti gli altri imputati che hanno scelto il rito ordinario, c’è stata la condanna per associazione per delinquere, senza il riconoscimento della mafia. Eppure, c’è una sentenza del Consiglio di Stato del 2019 che dice sostanzialmente: “basta il sospetto che un solo voto sia stato condizionato dalla criminalità organizzata e si può chiedere lo scioglimento del Comune per mafia”. È quello che aveva fatto l’ex prefetto Zappalorto e aveva anche tutti d’accordo, aveva la Direzione Distrettuale Antimafia, il procuratore Cherchi, le forze dell’ordine, il comitato per la sicurezza. Tuttavia quando la relazione di 8mila pagine è arrivata sul tavolo di Lamorgese, allora ministra dell’Interno, è stata rispedita al mittente. La Lamorgese ha detto: “Le risultanze dell'accesso non hanno fatto emergere alcuna circostanza che possa attestare quello sviamento dell'azione amministrativa registrato dell'ente oggetto della richiamata sentenza del Consiglio di Stato”. Ecco, secondo l’ex membro della Commissione antimafia, Nicola Pellicani, ci sarebbero state pressioni politiche probabilmente per evitare che Eraclea fosse il primo Comune nella storia del Veneto a essere sciolto per mafia. In realtà avrebbe potuto essere il secondo. Perché già nel 2015 la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, aveva chiesto una commissione di accesso agli atti al Comune di Verona. Questo anche in seguito ad un’inchiesta di Report, che ben 10 anni fa aveva illuminato una zona d’ombra: la presenza della ‘ndrangheta a Verona e soprattutto contatti con uomini politici della giunta Tosi. Ecco, tutti avevano negato e si erano indignati. Dopo 10 anni i nodi son venuti tutti al pettine. Tutto ruotava già allora intorno alla famiglia calabrese Giardino. E oggi si è aggiunto anche un tassello: quello di uno spione, che è il primo pentito di ‘ndrangheta che sta facendo tremare il Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Isola Capo Rizzuto in Calabria: un promontorio affacciato sullo Ionio, l’area marina protetta più grande d’Europa. Il regno delle famiglie Arena e Nicoscia, tra le più 7 potenti cosche della ‘ndrangheta, legate da un patto di sangue nel nome degli affari. Da qui arriva anche la famiglia Giardino. ANZIANO È una persona normale come noi.. non è che sono tanti… Poi sapete com’è l’andazzo che rovina le persone.

WALTER MOLINO L’andazzo o la ‘ndrangheta?

ANZIANO L’andazzo! Io parlo di andazzo.

WALTER MOLINO E la ‘ndrangheta?

ANZIANO Non posso dire ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il video della spedizione punitiva contro il dipendente di una sala scommesse. Non siamo in Calabria ma nel centro di Verona. L’aggressore si chiama Francesco Giardino. Suo figlio è stato licenziato il giorno prima perché rubava dalla cassa.

KEIBER CASTILLO DE LAS CASAS – IMPIEGATO SALA SCOMMESSE Sono lì dietro al banco, arriva suo padre e mi dice: sei stato tu a dire alla tua capa che mio figlio ha fatto quello che ha fatto? Ho detto: sì, sono stato io. E lì proprio lui ha reagito e ha cercato di darmi un pugno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Daniela Saccardo è la proprietaria dell’agenzia. Aveva assunto il figlio di Giardino anche se in Questura glielo avevano sconsigliato.

WALTER MOLINO Voi poi siete andati a denunciare questa cosa, no?

DANIELA SACCARDO - IMPRENDITRICE No. Siamo andati a raccontare e poi è uscito tutto questo ambaradan. Non è che eravamo andati per denunciare. Diciamo che abbiamo avuto delle pressioni. Magari se raccontavamo quello che era successo poteva anche essere bruciato il locale.

WALTER MOLINO Verona è la città più ricca del Veneto, è impressionante questa presenza.

NICOLA GRATTERI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO L’imprenditore ‘ndranghetista veste come noi, mangia come noi, ha solo l’accento calabrese come il mio, però porta tanti soldi. Mettiamo il caso in cui l’imprenditore del Nord sia in buona fede: quando l’imprenditore ‘ndranghetista gli propone smaltimento di rifiuti con ribasso del 30-40%, manodopera a basso costo mi pare che non si possa parlare di ingenuità o di buona fede. Si chiama ingordigia.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’Antimafia a Verona si è radicata una locale di ‘ndrangheta. Il capo indiscusso è Antonio Giardino, detto “Totareddu”, che nel marzo scorso è stato condannato in primo grado a 30 anni di carcere. La prima sentenza dibattimentale che riconosce la presenza di un’organizzazione mafiosa sul territorio Veneto.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Io in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta. In Veneto parlo. Non lo so in altre parti, a Milano… questo e quell’altro. Di quello che dicono i giornali sembra che c’è. Qua in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta, non ho mai conosciuto uno ‘ndranghetista qua.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alfonso Giardino è il cugino di Totareddu. Condannato per estorsione, oggi è indagato dall’antimafia di Venezia per associazione mafiosa.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Tutti, tutti i calabresi, tutti, tutti, elettricisti idraulici, gente che lavora dalla mattina alla sera, ce li ho amici io, lavoriamo insieme perché facciamo il 110, quello fa l’idraulico, l’elettricista, tutti calabresi, tutti, qua nel Veneto, ce l’hanno a morte! Vanno a controllargli le aziende, le cose, qua c’è gente a Verona che ruba soldi dalla mattina alla sera che cazzo non gli fanno un cazzo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla famiglia Giardino sono riconducibili decine di aziende con sede in Veneto e tutto il Nord Italia che lavorano nel campo della manutenzione ferroviaria e dell’edilizia. ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Ma di cosa cazzo parliamo? Siamo diventati ebrei, te lo dico io qual è la verità, Walter! Noi siamo diventati come gli ebrei. C’è un Hitler qua: la politica.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nell’inchiesta Kyterion della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro è emerso l’interesse delle ‘ndrine calabresi in contatto con i Giardino per la rielezione di Flavio Tosi a sindaco di Verona, come si evince da questa intercettazione telefonica mai ascoltata prima tra due imprenditori crotonesi legati ad Alfonso Giardino.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 7 MAGGIO 2012 LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Alfonso si è fatto sentire, no

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Alfonso lo sto chiamando e non mi risponde, l'ho chiamato già due volte.

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE A Verona ha vinto Tosi quello che appoggiavano loro, quindi secondo me sono in festa.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Ah sì ha vinto quello che…

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Sì quello che appoggiavano loro.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Sono contento, buono, buono.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alle elezioni comunali del 2012 Alfonso Giardino racconta di aver creduto in Flavio Tosi e nelle promesse del suo assessore calabrese Marco Giorlo: appalti in cambio di voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Quando abbiamo parlato mi ha detto – lui – “Se mi date una mano…vedete se conoscete anche altri calabresi, gente che per il voto… Se mi…ci date una mano vediamo di…” Perché io gli avevo detto che mi interessava fare un centro sportivo qua a Verona, perché sono amante di ‘ste cose qua, di calcio, tennis…queste cose qua. E mi ha detto “Guarda, c’è la possibilità” però sempre in affitto, perché non è che te lo danno in affidamento, no?

WALTER MOLINO Ma poi te l’hanno dato?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No… WALTER MOLINO Tu però l’hai aiutato con questi voti?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, non li ho aiutati.

WALTER MOLINO Però nelle intercettazioni tu a tuo fratello dici...

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma non li ho aiutati.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 4 LUGLIO 2012 ALFONSO GIRADINO – IMPRENDITORE L'ha aiutato davvero te lo posso giurare dove, se si trova su quella poltrona si trova per me questo, gli ho trovato non so quanti voti, quanti gliene ho tirati fuori non hai nemmeno idea tu, mi sono massacrato giorni e giorni però vedi ora grazie a Dio è riconoscente, mi ha detto “Io per i Giardino faccio tutto, per i Giardino perché i Giardino a me mi hanno aiutato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Marco Giorlo ha sempre negato qualsiasi contatto con la famiglia Giardino e le inchieste sul suo operato di assessore sono state archiviate. Ma non risulta che sia mai stata approfondita la natura dei suoi rapporti con Alfonso Giardino.

WALTER MOLINO Cioè, lui si è impegnato!

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si è impegnato, insomma…

WALTER MOLINO Cioè si era impegnato, ti aveva promesso questa cosa, e tu ti sei impegnato a trovargli dei voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Allora, che lui si sia impegnato no, non glien’è fregato niente neanche a lui.

WALTER MOLINO Si è impegnato nel senso che te l’aveva promesso.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Mhm…che aveva fatto delle promesse…sì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’allora sindaco di Verona Flavio Tosi, dopo una puntata di Report che per prima, nel 2014, aveva denunciato la presenza della ‘ndrangheta a Verona, aveva negato che i Giardino l’avessero appoggiato alle elezioni.

FLAVIO TOSI – (REPERTORIO 2014) I rapporti con certi soggetti non esistono, non esistono, qualcuno manco lo conosco. Se qualcuno ha una prova, qualsiasi tipo di rapporti fra Tosi e certi soggetti, non solo porti in Procura ma lo metta sui giornali, in maniera tale che… e non ci sono, non ne so un fico secco! È quello il punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece, ecco Flavio Tosi abbracciato con Antonio Giardino, detto “il Marocchino”, il fratello di Alfonso. Nel giugno scorso è stato condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di carcere. La fotografia è del 29 maggio 2015 quando Tosi è candidato alla presidenza della regione e va a chiudere il suo tour elettorale al bar “Mi Vida” di Sommacampagna, allora riconducibile proprio alla famiglia Giardino.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si sono fatti ‘sta foto…madonna, è uscito fuori un putiferio!

WALTER MOLINO Beh, perché comunque Tosi era in campagna elettorale ed è andato a chiudere la campagna elettorale proprio nel bar di tuo fratello. Cioè, è una cosa anche simbolica…

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma si è trovato per caso, te lo giuro sui miei figli, non sto scherzando.

WALTER MOLINO Ma non si chiude la campagna elettorale per caso in un bar. Si decide dove si va a chiudere la campagna elettorale.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Perché conosceva un mio parente. Questo mio parente l’ha portato là quella sera.

WALTER MOLINO Quindi vedi che un legame c’è.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, no, no, cioè non è che…io ti dico le cose come sono!

ANDREA TORNAGO Lei ha sempre detto che non ha conosciuto…che non conosceva esponenti della famiglia Giardino.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho mai avuto nessun rapporto con quella famiglia, è vero.

ANDREA TORNAGO E com’è che invece lei va a chiudere la campagna elettorale del 2015, quella per le regionali, al bar “Mi Vida” di Sommacampagna?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non sapevo neanche chi fosse il titolare. Un candidato aveva organizzato lì un evento, come si fa in campagna elettorale, e quindi sono andato in quel bar a far campagna elettorale. Non posso conoscere i titolari di tutti i bar.

ANDREA TORNAGO Però c’è una fotografia sua dietro al bancone con Antonio Giardino.

 FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Beh è abbastanza normale, tanti mi chiedono di fare le foto: pizzerie, bar, ristoranti, locali…

ANDREA TORNAGO Però lei non conosceva Antonio Giardino detto “il Marocchino”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA No, non l’ho mai conosciuto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il primo marzo scorso c’è stata una sentenza storica: per la prima volta viene riconosciuta la presenza stabile di una locale di ‘ndrangheta a Verona. Il capo mafia sarebbe Antonio Giardino. Ora, premesso che sono ovviamente tutti innocenti fino a sentenza definitiva, però i personaggi che sono emersi in questa vicenda sono grosso modo in gran parte quelli che aveva illuminato Report nell’inchiesta di circa dieci anni fa, quando si era occupata delle anomalie della amministrazione Tosi e aveva illuminato proprio quei personaggi vicini alle ‘ndrine che erano in contatto con i politici della giunta Tosi. Tosi aveva negato di conoscere 12 i Giardino, salvo poi è emersa una fotografia dove si prova che nel 2015 ha chiuso la sua campagna elettorale in un bar proprio di Antonio Giardino, cugino di quell’Antonio detto Totareddu che appunto sarebbe il capomafia. Ora a questa storia si è aggiunto un tassello, un personaggio: Nicola Toffanin, guardia giurata, ex appartenente ai corpi speciali militari, vicino ad ambienti dell’estrema destra, si è messo a un certo a punto a fare lo spione, senza avere la licenza da investigatore privato. E ha spiato per conto di politici altri politici. Poi a tempo perso faceva anche da link, da trait d’union tra ‘ndranghetisti e politici. Ecco oggi è diventato un super pentito, le sue dichiarazioni soprattutto quelle ancora secretate, stanno facendo tremare il Veneto, ma non solo perché il tremore arriva fino a Roma.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi chiamo Nicola Toffanin. Sono nato come uomo dello Stato, arruolato ancora minorenne nell’esercito italiano nei primi anni ‘80. Poi sono rientrato a Verona dove ho fatto amicizia con Antonio Giardino il Grande, detto “Totareddu”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nicola Toffanin è il primo collaboratore di giustizia veneto della ‘ndrangheta. Arrestato nel giugno 2020 nell’operazione Isola Scaligera, inizia subito a collaborare con i magistrati antimafia di Venezia. E racconta la composizione della locale di ‘ndrangheta veronese.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi è stato chiesto di tenere il profilo più basso possibile per rimanere in una sorta di mondo di mezzo. La maglia che connette la 'ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità̀ all'organizzazione dì crescere ed infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose. È proprio per questo che mi hanno dato il soprannome di “Avvocato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Toffanin confessa di curare i rapporti delle cosche con l’imprenditoria e la politica. I suoi verbali, omissati e in gran parte ancora secretati, stanno facendo tremare il Veneto, e non solo.

WALTER MOLINO Che personaggio è Toffanin?

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA Uno che lavora sotto molti aspetti, molti campi, che ha molti contatti e che quindi avendo molti contatti ha anche molte informazioni. Devo dire che poi le informazioni che son state date da Toffanin quando ha deciso di collaborare sono state tutte riscontrate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ex militare dei corpi speciali, ben introdotto negli ambienti dell’estrema destra, Toffanin fa l’investigatore privato anche se non ha la licenza. Si accompagna a Michele Pugliese, di Isola Capo Rizzuto, detto “il commercialista”, il braccio destro del capo cosca Antonio Giardino. Altro uomo di peso del gruppo è Domenico Mercurio, detto Mimmo, in ottimi rapporti con la politica veneta. Oggi è un collaboratore di giustizia e anche i suoi verbali sono ancora in gran parte secretati. 13 Con loro c’è spesso Francesco Vallone, detto “il Professore”, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso, imprenditore massone di Vibo Valentia, responsabile del Centro Studi Enrico Fermi, con varie succursali anche in Calabria. Per gli investigatori è il diplomificio della ‘ndrangheta. A Verona era in Corso di Porta Nuova e condivideva la sede con l’università telematica Unicusano di Stefano Bandecchi.

WALTER MOLINO Venivano gli studenti?

AVVOCATO VICINO DI CASA Sette-otto, non chissà cosa.

WALTER MOLINO Ah, così pochi.

AVVOCATO VICINO DI CASA Beh ma sono quelle scuole per recuperare gli anni… han tolto l’insegna, lì c’era anche l’Università Cusano.

WALTER MOLINO L’Unicusano aveva sede qui dentro?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quando Totareddu ritorna a casa dopo un periodo di ricovero in ospedale, i suoi contatti più stretti vanno a rendergli omaggio. È seguendo le tracce dell’investigatore Toffanin che nel 2020 l’antimafia riesce a documentare l’attività della locale veronese di ‘ndrangheta. Gli inquirenti ascoltano Toffanin vantarsi del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 28 MARZO 2018 NICOLA TOFFANIN Perché Miglioranzi l’ho preso per le palle!

FRANCESCO VALLONE Bravo... ed è giusto che sia così!

NICOLA TOFFANIN Ma non solo lui! ma c'ho anche Tosi per le palle!

FRANCESCO VALLONE In questo momento conta più Miglioranzi che Tosi. Se noi siamo intelligenti ci dà sempre da mangiare! Sempre!

NICOLA TOFFANIN Certo! FRANCESCO VALLONE Capito? Pulito! al massimo tra 10 anni usciamo su Report!

NICOLA TOFFANIN Ma vaffanculo Report!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Hanno impiegato meno di 10 anni, ma poi Toffanin e Vallone sono finiti su Report. Evidentemente si ricordavano dell’inchiesta fatta nel 2015 quando avevamo denunciato i rapporti fra uomini della ‘ndrangheta e i politici della giunta Tosi. Ora, Toffanin è il super pentito di ‘ndrangheta nel Veneto. È un massone, una guardia giurata, ha fatto da link tra politici e ‘ndranghetisti. Ha messo in contatto politici con Michele Pugliese, il braccio destro di Antonio Giardino, quello considerato dai magistrati il capo della ‘ndrangheta a Verona. E poi li ha anche messi in contatto con Francesco Vallone, un imprenditore calabrese anche lui massone, gestisce una rete di scuole per recupero corsi scolastici e anche un Centro di Formazione Enrico Fermi, a Verona, che per gli investigatori sarebbe il diplomificio della ‘ndrangheta. Però insomma Toffanin a tempo perso fa anche lo spione senza licenza, spia gli avversari di Tosi su mandato di Tosi. Però nello stesso tempo ha catturato nella sua rete anche Andrea Miglioranzi, che è un manager di fiducia di Tosi, è stato messo a capo dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. E ha offerto Toffanin una mazzetta a Miglioranzi perché fosse disponibile a cedere in appalto dei corsi di formazione all’amico Vallone. Corsi che poi non si sarebbero mai fatti. Ma solo il fatto di aver percepito questa mazzetta ha reso Miglioranzi ricattabile. Ecco è la corruzione il metodo per cui Toffanin può dire: “Abbiamo i politici in pugno”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’uomo che Toffanin dice di avere in pugno è Andrea Miglioranzi, ex bassista dei “Gesta Bellica”, una band nazirock che ha prodotto brani come “Il Capitano”, dedicato al criminale nazista Erik Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine. Miglioranzi è introdotto in politica da Flavio Tosi, che nel 2012 lo nomina presidente dell’Amia, azienda di smaltimento rifiuti del Comune di Verona.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL PATRIMONIO COMUNE DI VERONA Andrea Miglioranzi, che è soprannominato a Verona “MigliorNazi”, è sempre stato ai margini della politica fino a quando non è stato reclutato da Flavio Tosi. Flavio Tosi lo fa diventare capogruppo della sua lista in consiglio comunale, lo fa nominare nell’Istituto per la storia della resistenza di Verona, dopodiché Andrea Miglioranzi capisce che la politica gli dà poco e quindi ha cercato e ha avuto spazio nell’ambito delle aziende partecipate del Comune di Verona.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ed è in quel ruolo che avrebbe incassato mazzette dall’investigatore Toffanin che veste i panni del mediatore per gli imprenditori vicini alla ‘ndrangheta.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 3 MAGGIO 2018 NICOLA TOFFANIN È contento, gli ho dato 3 mila euro! Adesso l'abbiamo compromesso. Si chiama concussione aggravata, dai 2 ai 6 anni! Con la legge Severino non può più neanche candidarsi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO È il 3 maggio 2018 e Toffanin ha appena consegnato una busta con 3 mila euro a Miglioranzi. Per i magistrati è la prima parte di una tangente per l’affidamento di 15 una serie di corsi di formazione fasulli al Centro Studi di Francesco Vallone, imprenditore massone di Vibo Valentia, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso.

ANDREA TORNAGO Questi tremila euro che le vengono consegnati glieli dà Vallone, giusto? Vallone è stato condannato a 15 anni per mafia.

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Abbia pazienza…ho un ricorso e non ci aspettavamo una cosa del genere.

ANDREA TORNAGO Com’è che lei aveva rapporti con questa gente che stava nella criminalità organizzata, nella ‘ndrangheta?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 È stato assolutamente casuale, mi creda. Sono una persona perbene e lo dimostrerò. ANDREA TORNAGO Certo, però lei non si era reso conto che Toffanin, Vallone, avevano questo profilo criminale?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Assolutamente, se no manco ci avrei parlato, mi creda.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Il nostro referente in prima analisi era Miglioranzi. Però Miglioranzi è stato per tanto tempo il rappresentante di Flavio Tosi, il suo braccio destro. Io e Francesco Vallone abbiamo fatto conoscere Miglioranzi e Pugliese. Miglioranzi era al corrente della caratura criminale di Pugliese perché io glielo presentai così. Pugliese poteva gestire i voti della comunità calabrese.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Michele Pugliese è il numero due della locale di ‘ndrangheta, affiliato agli ArenaNicoscia, organizza le attività di infiltrazione nell’azienda di rifiuti di Verona. Isola Scaligera è un’inchiesta di mafia che compone un album di famiglia della destra veronese. Toffanin incontrava a Verona anche Maurizio Lattarulo, detto “Provolino”, ex terrorista dei Nar e membro della Banda della Magliana. A metterli in contatto è Paolo Pascarella, in passato collaboratore di Francesco Biava, ex capo segreteria di Gianni Alemanno. Pascarella è stato consulente legislativo della Camera dei deputati e secondo la Polizia si interessava di appalti del Ministero della Difesa in ambito di sicurezza nazionale. Nell’album di famiglia c’è anche Gianmatteo Sole, palermitano trapiantato a Verona, imprenditore della sicurezza insieme alla sorella Angela Stella. Sono gli ultimi datori di lavoro di Toffanin, gli affidavano i compiti più delicati.

WALTER MOLINO Era un suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No

WALTER MOLINO Non era il suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No. Servizi di sicurezza, fiduciari. Niente, nessuna importanza.

WALTER MOLINO Però gli davate incarichi importanti.

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE No.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il mandato dell’attività investigativa commissionata da Tosi alla Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole. Toffanin deve spiare i suoi avversari politici. Tosi sospettava che dietro alla pubblicazione di questa foto della sua compagna Patrizia Bisinella, candidata a sindaco, insieme a Vito Giacino, condannato per concussione, ci fosse l’altro candidato di destra Federico Sboarina.

WALTER MOLINO Era stata una campagna elettorale molto accesa quella vostra, no?

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì, era stata molto accesa…

WALTER MOLINO Fotografie rubate…

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Mah, era stata una campagna elettorale molto accesa…

WALTER MOLINO Con un sacco di spiate.

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì.

ANDREA TORNAGO Volevamo chiederle dei suoi rapporti con Nicola Toffanin.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E chi è?

ANDREA TORNAGO Nicola Toffanin, considerato la cerniera tra la politica e la ‘ndrangheta a Verona, in Veneto.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho neanche presente chi sia.

ANDREA TORNAGO Vi siete incontrati alcune volte nel 2017.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Ah, quella vicenda! Una volta, credo di averlo incontrato.

 ANDREA TORNAGO E com’è che lei aveva rapporti con Toffanin? Come vi siete conosciuti?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Me l’aveva presentato l’allora presidente dell’Amia, Andrea Miglioranzi.

ANDREA TORNAGO Gli ha chiesto di spiare avversari politici…

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Era un lavoro di investigazione, e come tale riservato.

ANDREA TORNAGO Avevate una certa confidenza, perché lei lo chiamava “Nik” nei messaggi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Boh. Francamente, ripeto, l’ho visto due volte.

ANDREA TORNAGO Vi scambiate alcuni messaggi che sono agli atti dell’inchiesta…in cui dice “Grazie Nik, domani do un’occhiata”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E si vede che li avete voi agli atti, io gli atti, ripeto, non li ho neanche mai visti e non son mai stato coinvolto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Report può mostrarvi in esclusiva uno dei messaggi tra Tosi e Toffanin del giugno 2017. L’ex sindaco di Verona, ora deputato di Forza Italia, riceve un ampio dossier con informazioni sensibili su vari esponenti politici. E ringrazia Toffanin, l’investigatore senza licenza legato alla ‘ndrangheta: “Grazie Nik. Domani ci do un’occhiata”.

ANDREA TORNAGO Lei può certificare che quel lavoro di investigazione è stato pagato con i suoi soldi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Assolutamente sì.

ANDREA TORNAGO Anche se Toffanin non aveva la licenza per fare l’investigatore.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Io che ne so. Se Andrea Miglioranzi mi presenta una persona e mi dice questo fa questo tipo di attività, glielo commissiono, mi viene dato il lavoro quindi per me fa quell’attività lì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia, lo spionaggio di Toffanin per Tosi sarebbe stato pagato con i soldi dell’Amia, presieduta da Miglioranzi. Sono tutti accusati di peculato in concorso, per l’uso di denaro dell’azienda pubblica per i dossieraggi politici. Un’imputazione che non risulta essere ancora stata archiviata. Tuttavia, la galassia imprenditoriale di Gianmatteo Sole, il palermitano trapiantato a Verona e datore di lavoro dello spione Toffanin, continua ad allargarsi.

WALTER MOLINO Quando lei poi ha scoperto che lui aveva questo tipo di rapporti anche con la criminalità organizzata?

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE Quando è scoppiato il bubbone! Un bel giorno lo mando a Ferrara…a Parma! Abbiamo un cantiere a Parma. Mi chiama…e trova dove si mettono le microspie qua sotto. Lo vede, qua io ci metto le mani dentro… a me lo vieni a insegnare… trova delle microspie. Mi manda la foto. Quindi lui un anno prima ha capito che era intercettato, sicuramente dalle forze dell’ordine.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Gianmatteo Sole è cresciuto nel Fronte della Gioventù ed è stato consigliere comunale di Alleanza Nazionale a Verona. Dopo una lunga militanza nell’Msi, oggi è vicino a Fratelli d’Italia. A meno di cento passi dal Centro Studi Enrico Fermi di Francesco Vallone, sospettato di essere il diplomificio della ‘ndrangheta, Sole ha aperto il Centro Studi Verona insieme alla sorella Angela Stella Sole e a Michela Seves, che del Centro Studi di Vallone era la segretaria.

WALTER MOLINO Michela Seves era, diciamo, la segretaria di Vallone…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No, era molto di più! Perché lui non c’era mai…

WALTER MOLINO Era molto di più…e lei se l’è presa come socio?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Siete in società nella scuola…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Cioè lei non ha nessun imbarazzo, dopo quello che è successo…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Le ho dato un’opportunità.

WALTER MOLINO … a mettersi in società con il braccio destro di Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Sì, se lei avesse avuto precedenti penali.

WALTER MOLINO Ma lei non ha paura che un giorno si ritrova come socio occulto Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE È possibile.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Francesco Vallone, imprenditore massone calabrese condannato in primo grado a 15 anni per associazione mafiosa. Aveva puntato i corsi di formazione dell'AMIA, la municipalizzata di Verona che si occupa dei rifiuti, glieli avrebbe concessi Andrea Miglioranzi, manager pupillo di Tosi, dietro il pagamento di una mazzetta. Andrea Miglioranzi è stato condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per corruzione. Dalle indagini emergerebbe anche che Miglioranzi avrebbe utilizzato soldi pubblici, quindi quelli dell’Amia, per pagare lo spionaggio chiesto da Tosi nei confronti dei suoi avversari politici, avrebbe incaricato l’agenzia Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole, sorella di Giammatteo, che avrebbe a sua volta incaricato Toffanin. Sia Giammatteo che Angela Stella Sole stanno investendo in quelle scuole di recupero scolastico, tipo quelle di Vallone, prima che venisse arrestato. E per farlo hanno scelto come socia la segreteria di Vallone, Michela Seves. Alla domanda del nostro Walter Molino a Gianmatteo Sole “Ma non è che poi domani si ritrova come socio occulto Vallone?”, Sole ha risposto, “è’ possibile!”. Certe domande è meglio farsele subito, piuttosto che finire su Report tra 10 anni. Ora passiamo a Vicenza, dove la tela di 'ndrangheta tracciata dal super testimone, ha imbrigliato anche uno chansonnier.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la sede di Unichimica a Torri di Quartesolo, nei pressi di Vicenza. La più importante azienda chimica nel distretto veneto della pelle: 600 imprese e quasi 3 miliardi di export all’anno, uno dei poli produttivi più ricchi del Paese. Patron di Unichimica è il poliedrico Alberto Filippi: è stato parlamentare della Lega dal 2006 al 2011, politicamente vicino a Flavio Tosi, oggi è anche un apprezzato chansonnier su YouTube.

WALTER MOLINO Buongiorno, mi scusi, sono Walter Molino, sono un giornalista di Report, potrebbe dirmi qualcosa a proposito…

ALBERTO FILIPPI – PARLAMENTARE LEGA NORD 2006-2011 Nooo!

WALTER MOLINO Perché si arrabbia così? Le volevo fare soltanto una domanda.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Lui invece è Ario Gervasutti, ex direttore del Giornale di Vicenza e oggi caporedattore al Gazzettino di Venezia.

ARIO GERVASUTTI – DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Uno, due e uno tre. Uno si è ficcato qua e uno si è conficcato laggiù. Era la notte del 16 luglio 2018, con la famiglia eravamo appena ritornati da una gita al mare, eravamo a letto e alle due di notte, sotto un temporale ricordo piuttosto violento, i tuoni che abbiamo sentito non erano tuoni da fulmine: erano cinque colpi di pistola. Ho visto uscire dalla sua camera uno dei miei figli che si scuoteva il pigiama dai calcinacci dicendo: ma ci hanno sparato in casa.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In piena estate la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha chiuso le indagini di un nuovo filone di Isola Scaligera, l’inchiesta che ha accertato la costituzione di una locale di ‘ndrangheta in Veneto. Fra i 43 indagati per associazione mafiosa e altri reati spicca il nome di Alberto Filippi. Sarebbe stato l’ex parlamentare della Lega a ordinare l’attentato intimidatorio nei confronti di Gervasutti.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Io nel 2010 ero direttore del Giornale di Vicenza, lui si lamentava del fatto che il giornale non dava sufficiente spazio alla sua versione dei fatti rispetto a un contenzioso su un cambio di destinazione d’uso di un terreno di sua proprietà che doveva passare da agricolo a commerciale o industriale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A scatenare l’ira di Filippi, secondo gli investigatori, sarebbero stati alcuni articoli sgraditi pubblicati sul Giornale di Vicenza tra il 2010 e il 2011, quando Gervasutti era direttore, a proposito di una speculazione edilizia in quest’area di Montebello Vicentino, di cui Filippi possedeva quasi 230 mila metri quadrati.

WALTER MOLINO Lui pretendeva appoggio anche perché Il Giornale di Vicenza è di proprietà di Confindustria.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Si sbagliava, perché evidentemente non conosceva la realtà del giornalismo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Domenico Mercurio collabora con la giustizia dall’autunno del 2020, è stato ai vertici della locale di ‘ndrangheta veronese comandata da “Totareddu” Giardino. È lui a indicare l’ex senatore Filippi quale mandante dell’attentato, che sarebbe stato eseguito dallo zio di Mercurio, Santino.

DOMENICO MERCURIO – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ultimo incarico dato da Filippi di cui sono a conoscenza fu di commissionare a Mercurio Santino un atto di intimidazione nei confronti di un giornalista. Filippi pagò a Santino 25 mila euro da consegnare a fatto compiuto per picchiare o incendiare l’auto a questa persona perché scriveva cose sull’attività di Filippi. Invece di picchiarlo soltanto, spararono alla casa di questo giornalista e venne fuori un casino.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Mercurio lavorava con la politica. L’unico dei calabresi qua a Verona che ha lavorato con la politica, te lo posso dire io, è stato Mimmo Mercurio.

WALTER MOLINO Tu sai che Santino Mercurio è accusato tra le altre cose di essere andato a sparare dei colpi di pistola contro la casa del giornalista Ario Gervasutti?

 ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Santino? No, non sapevo questo.

WALTER MOLINO Questo lo ha raccontato Domenico Mercurio e ci sono state delle verifiche fatte dai magistrati.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Che compare Santino è andato a sparare?

WALTER MOLINO Ti sembra inverosimile che Santino Mercurio abbia potuto fare questa cosa? ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE No, quello no.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Pochi giorni fa Alberto Filippi è stato interrogato per 18 ore dai pubblici ministeri dell’antimafia di Venezia e subito dopo ha accettato di incontrarci.

WALTER MOLINO È vero o no che lei aveva dei motivi di rancore nei confronti di Gervasutti?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Ma assolutamente no. Capita di poter non essere d’accordo con parecchie persone, non per questo una persona che non concorda a livello professionale o fuori dalla professione qualcosa, poi va da qualche ‘ndranghetista e fa fare un’azione intimidatoria.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Poco prima di cominciare l’intervista uno dei suoi avvocati ci racconta di aver consegnato ai magistrati cinque ore di dialoghi tra Filippi e Mercurio che l’ex parlamentare avrebbe registrato di nascosto e che proverebbero la sua estraneità ai fatti.

CESARE DAL MASO – AVVOCATO DI FILIPPI Sono cinque ore di registrazioni importantissime, importantissime, che diciamo hanno tagliato la testa al toro.

WALTER MOLINO Perché lei registrava Domenico Mercurio?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Io avevo subito da parte di un collaboratore di Domenico Mercurio una… una.. ehm… una minaccia.

WALTER MOLINO Che tipo di minaccia?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Se non mi paghi dei soldi io ti brucio la casa. Considerato l’importo che era di 7500 euro…

WALTER MOLINO Lei ha deciso di pagare?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Assolutamente sì.

WALTER MOLINO Ha funzionato?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Questa persona non si è più vista.

WALTER MOLINO A quando risale questa estorsione che lei ha subìto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Proprio mentre Domenico Mercurio era stato incarcerato per l’appartenenza alla ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Lei mi ha detto: ho registrato Domenico Mercurio perché io ho subito una tentata estorsione. Però se lei mi dice che l’estorsione è arrivata quando Mercurio era già in carcere.

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva.

WALTER MOLINO È successiva all’arresto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva all’arresto.

WALTER MOLINO Lei dopo che Mercurio era in carcere è riuscito a parlare per cinque ore con Mercurio?

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Però mi scusi, dobbiamo interrompere… non possiamo… Dottore non possiamo discutere di questa cosa.

WALTER MOLINO Ma sta dicendo una cosa molto grave.

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Non possiamo discutere di questa cosa!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quello con Filippi non sarebbe l’unico contatto di Mercurio con la politica. Nei verbali finiscono nomi illustri, come quello di Stefano Casali, avvocato veronese cresciuto con Tosi e oggi in Fratelli d’Italia. Casali non è indagato, ma secondo il collaboratore di giustizia Toffanin, Domenico Mercurio gli avrebbe assicurato un pacchetto di voti.

NICOLA TOFFANIN – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Vallone mi riferì che Domenico Mercurio nella tornata elettorale 2012 ha aiutato l’avvocato Casali, di area tosiana. Mercurio è andato da più imprenditori a chiedere voti, e anche a esponenti di ‘ndrangheta, in favore di questo personaggio. E sapevo che il buon avvocato Casali era sicuramente informato che i voti gli sarebbero stati dati dalla comunità calabrese, rappresentata da imprenditori dichiaratamente di connotazione ‘ndranghetistica. L’avvocato Casali è stato eletto.

WALTER MOLINO Forse saprà che c’è questo collaboratore di giustizia, Nicola Toffanin, che nella fase due di Isola Scaligera ha fatto delle dichiarazioni che la riguardano.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Non so niente, ma guardi adesso porti pazienza, c’è un convegno, mi lasci per cortesia dedicarmi al convegno. Porti pazienza, sono un relatore. Magari mi potevate magari avvisare, io non lo conosco, non so neanche chi sia. Non so neanche chi sia!

WALTER MOLINO Lei ha conosciuto Domenico Mercurio?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Io devo fare un evento, mi lasci…

WALTER MOLINO Mi può solo dire se lo ha mai conosciuto?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma guardi, mi sta un po’…per cortesia, stiamo facendo un evento importante.

WALTER MOLINO Volevo solo sapere questo e la libero.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma io non ho niente da dirle. Non so neanche di cosa stia parlando, la prego di…saluto anche il suo operatore, e adesso mi lasci fare il convegno. La ringrazio molto è stato molto gentile, arrivederla.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo essere stato presidente di Agsm–Aim, la multiutility dei comuni di Verona e Vicenza, oggi Casali milita in Fratelli d’Italia. E l’evento a cui ha fretta di partecipare è con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e il presidente della commissione giustizia della Camera, l’onorevole di Fratelli d’Italia Ciro Maschio, dove si parla di limitare l’uso delle intercettazioni.

CARLO NORDIO – MINISTRO DELLA GIUSTIZIA Eliminando la possibilità che vengano trascritte nelle intercettazioni le cose che riguardano i terzi. Cioè: Ciro parla con Stefano…già se Ciro e Stefano sono indagati…no, meglio: già Ciro e Stefano…Pinco…Tizio e Caio, parlano tra loro…ecco, esorcizziamo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Esorcizziamo pure le intercettazioni. Chissà se con la riforma appena approvata il quadro che è emerso a Verona della presenza della ‘ndrangheta sarebbe emerso con la stessa forza. Mentre per quello che riguarda l’avvocato Casali, dopo aver negato, ci ha scritto ammettendo di conoscere lo ‘ndranghetista Mercurio, in quanto è stato proprio un suo cliente a partire dal 2010. Ha specificato che all’epoca Mercurio era “un noto imprenditore neppure sfiorato da sospetti di appartenenza ad associazioni criminali” Ammette anche Casali che Mercurio gli aveva manifestato l’apprezzamento per la sua attività politica. A proposito di politica, Mercurio ha intrattenuto rapporti anche con l’ex parlamentare Filippi. Proprio per questo Filippi, ex parlamentare della Lega, è entrato in un’inchiesta antimafia, accusato di aver ordito un attentato nei confronti dell’ex direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti. Filippi durante l’intervista al nostro Molino ha detto “Guardate che ho lasciato ai magistrati 5 ore di registrazioni audio, colloqui tra me e Mercurio“, e sono colloqui dai quali emergerebbe un’estorsione che l’ndranghetista avrebbe compiuto ai danni dell’ex parlamentare. Filippi si dice estraneo all’attentato al giornalista. Mercurio, che è stato considerato dai magistrati un super teste attendibile, avrebbe mentito in questa occasione dell’attentato al giornalista? Se è così come faceva a sapere Mercurio del contrasto esistente fra l’ex parlamentare della Lega e il direttore del giornale? Ma c’è un altro giallo: come ha fatto Mercurio, dopo che aveva cominciato il suo percorso di collaborazione con la giustizia, ad incontrare l’uomo di cui aveva parlato, che aveva denunciato? Questo è un giallo che deve dipanare la magistratura. Come è un giallo capire perché una società che è stata finanziata dal boss crudele dell’ndrangheta, Nicolino Grande Aracri, si sia infiltrata nel cantiere dove si sta costruendo la più grande opera pubblica in Veneto.

HOSTESS Alzi la mano chi su questo volo è diretto a Cutro per la festa del Crocifisso!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il Crocifisso di Cutro. Ogni sette anni viene calato dalla sua teca. Trentamila persone affollano le vie del paese in attesa della processione. Dentro la Chiesa i portantini si allineano nell’ordine stabilito.

WALTER MOLINO È un grande onore.

PORTANTINO Si, un grandissimo onore fare questo qua. Siamo 106, 108.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO La processione attraversa le vie del paese che ha dato i natali a Nicolino Grande Aracri detto “Mano di gomma”, uno dei boss di ‘ndrangheta più potenti della Calabria, oggi recluso al 41 bis. Alla fine degli anni ’90 Grande Aracri era l’uomo di fiducia del capobastone di Cutro Antonio Dragone. Nel 2004 lo ha fatto ammazzare e ha iniziato la scalata ai vertici della ‘ndrangheta, con l’obiettivo di estendere la sua influenza nelle regioni del Nord. Nel 2015 l’Operazione Aemilia della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, che porterà al più importante maxiprocesso per mafia al Nord: centinaia di arresti, oltre duecento imputati per reati di estorsione, usura, riciclaggio, false fatturazioni.

WALTER MOLINO Chi è Nicolino Grande Aracri?

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ho sempre considerato un genio criminale. È una delle famiglie di ‘ndrangheta tra le prime che diventa forte al Nord.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Luigi Bonaventura è stato reggente della famiglia Vrenna-Bonaventura di Crotone. È uno dei primi collaboratori di giustizia ad aver parlato delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Veneto. Oggi è fuori dal programma di protezione.

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Lui secondo me fa parte anche di quello che è stato un cambio generazionale, un cambio di vedute della ‘ndrangheta che piano piano diventa sempre più masso- ‘ndrangheta, sempre più coinvolta con certi apparati, di conseguenza ha avuto più possibilità di emergere.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sono partiti tutti da questa periferia di Cutro. Contrada Scarazze era l’azienda agricola di famiglia, poi è diventato un fortino. Oggi è controllata da Antonio Grande Aracri, uno dei fratelli del boss Nicolino, sorvegliato speciale dopo 20 anni di carcere per associazione mafiosa.

ANTONIO GRANDE ARACRI Qui non ci viene nessuno. Già è tanto che tu sei arrivato fino a qua, che ti ho fatto entrare dal cancello.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questi capannoni di Contrada Scarazze si tenevano summit e venivano eliminati nemici e traditori.

ANTONIO GRANDE ARACRI 26 Mio fratello…questo e quell’altro, non mi interessa niente. Non mi interessa, tu continua a registrare…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il cantiere del nuovo reparto di pediatria dell’azienda ospedaliera di Padova. Le prime pietre dell’opera pubblica più importante del Veneto. Costerà 590 milioni di euro, finanziati anche con i soldi del Pnrr. L’appalto per la pediatria, del valore di 46 milioni, è stato vinto dalla Setten di Treviso. Ma nel marzo scorso sul cantiere piomba un’interdittiva antimafia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Trentotto anni fa Sciascia spiegò “la teoria della palma” per spiegare l’espansione della mafia al Nord. Con il riscaldamento climatico le palme crescono anche laddove non crescevano prima. E così anche la mafia ha conquistato il Nord. Uno Stato nello Stato, non ci sono più due sistemi diversi, uno ha infiltrato l’altro. È un sistema che quando serve è rozzo, violento, spregiudicato, ma è capace anche di sedurti con la giacca, la cravatta, la valigetta piena di soldi, di offrirti protezione e canalizzare soprattutto i voti. Nicolino Grande Aracri, un protagonista, un personaggio di enorme spessore criminale, è partito alla conquista del Nord da un paesino vicino Crotone. A Padova si sta costruendo il Nuovo Ospedale: un 590 milioni di euro e si attinge anche dai fondi del PNRR. Si sta costruendo il padiglione di pediatria, 46 milioni di euro di appalto, vinti dalla Setten, una società di Treviso, che però poi quando si è trattato di realizzare la struttura in calcestruzzo si è rivolta alla Sidem, il cui dominus sarebbe Michele De Luca, cugino di primo grado di Grande Aracri. Ma come ha fatto a entrare nel cantiere dell’opera pubblica più importante del Veneto?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’impresa colpita dall’interdittiva antimafia ha sede nel piccolo comune di San Martino di Lupari, 13 mila anime in provincia di Padova.

WALTER MOLINO Cercavo la signora De Luca.

SEGRETARIA - SIDEM COSTRUZIONI È in riunione, è di là.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Amministratrice unica della Sidem è Giuseppina De Luca, ma secondo la prefettura è solo una testa di legno.

WALTER MOLINO E questo subappalto come vi è arrivato?

GIUSEPPINA DE LUCA - AMMINISTRATRICE UNICA SIDEM COSTRUZIONI La Setten ci ha contattato. Abbiamo fatto il preventivo e il sopralluogo in cantiere e abbiamo preso il lavoro.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO La Setten di Treviso affida un subappalto per l’armatura del calcestruzzo alla Sidem, il cui vero dominus, secondo l’antimafia è Michele De Luca, primo cugino di Nicolino Grande Aracri.

WALTER MOLINO Ma lei non ha mai avuto nessun tipo di contatto, neppure finanziamenti da parte di suo cugino?

MICHELE DE LUCA Ma quali finanziamenti, ma stiamo scherzando? Ascolta: queste parole… Lasciami tranquillo perché non siamo di queste robe qua. Te lo dico già. Noi non viviamo di questa roba, sai?

WALTER MOLINO Lei se lo ricorda suo cugino Michele De Luca?

ANTONIO GRANDE ARACRI (annuisce)

WALTER MOLINO Gli hanno fatto questa interdittiva antimafia perché hanno una parentela con voi.

ANTONIO GRANDE ARACRI Mah… è giusto? È giusto secondo te? Se c’è per esempio un malamente in famiglia, vengono e ci prendono a tutti. Perché? Lui è per i fatti suoi, io sono per i fatti miei. WALTER MOLINO Però se c’è soltanto questa cosa del vincolo…

MICHELE DE LUCA Tu stai venendo già parecchie volte qua…

WALTER MOLINO Le sue aziende non sono mai state nella contabilità di suo cugino Nicolino Grande Aracri?

MICHELE DE LUCA Mai! No!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece Report è entrata in possesso di questi pizzini vergati a mano da Nicolino Grande Aracri, che i carabinieri hanno sequestrato in casa sua. Il boss annota una serie di prestiti e finanziamenti per quasi 150 mila euro proprio a favore delle imprese di Michele De Luca e dei suoi fratelli. In un’informativa dei Carabinieri di Crotone emerge che proprio il fratello di Michele, Salvatore De Luca, ha partecipato a un importante summit di ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Suo fratello invece non ha partecipato a un summit di mafia, non ha avuto queste accuse?

MICHELE DE LUCA No.

WALTER MOLINO Non è considerato un affiliato?

MICHELE DE LUCA Ma sta scherzando? WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma com'è possibile che un imprenditore con questo curriculum sia riuscito ad ottenere un subappalto nella più importante opera pubblica del Veneto? Siamo andati a chiederlo alla Setten Genesio, una delle più grandi imprese di costruzioni del Triveneto. È la ditta che ha vinto l’appalto per la nuova pediatria di Padova e che ha ceduto il subappalto alla Sidem. La risposta è stata sorprendente.

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Non lo so come è avvenuto. Io l’ho trovata in cantiere perché non ho seguito il subappalto e non conoscevo la ditta.

WALTER MOLINO L’ha trovata in cantiere quindi ci sarà qualcuno della sua azienda che ha seguito questa cosa qui. Come siete venuti in contatto con questa azienda?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Perché lavorava per un fondo dove noi abbiamo investito dei soldi.

WALTER MOLINO Lavoravano con un fondo in che senso?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Lavoravano per conto del fondo a costruire delle case di riposo.

WALTER MOLINO E qual è questo fondo?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Numeria…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Numeria è una società che gestisce fondi immobiliari, punto di riferimento degli investitori che contano in Veneto. È stata fondata nel 2004 dall’avvocato Bruno Barel, principe del Foro di Treviso vicino al Presidente Luca Zaia. Storico consulente della Regione Veneto, a lui sono affidate le cause più delicate.

ANDREA TORNAGO Però è imbarazzante questo fatto, perché questa Sidem è considerata dalla prefettura una ditta dei cugini di Nicolino Grande Aracri.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA Il prefetto adotta questi provvedimenti senza motivazione.

ANDREA TORNAGO No, beh, sono motivati.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA No dicono in base ad accertamenti fatti, di solito sono molto stringate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 15 marzo scorso, il giorno dopo la notizia dell’interdittiva antimafia contro la Sidem di De Luca, l’avvocato Barel cede il ramo operativo di Numeria con tutti i suoi dipendenti.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA I fondi sono stati ceduti tutti da due anni a ‘sta parte tutti quanti, e poi abbiamo dovuto smettere anche l’attività di consulenza, quindi per salvare il posto di lavoro a tutti i dipendenti.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Oggi Numeria ha ceduto i suoi fondi immobiliari a un’altra importante società di gestione, Namira, che tra i soci ha anche Paolo Scaroni. Ma si è portata in dote nonostante l’interdittiva antimafia la Sidem del cugino di Nicolino Grande Aracri, che continua a lavorare indisturbata nel cantiere delle residenze per anziani.

ANDREA TORNAGO Quanti lavori avete fatto con Numeria?

GIUSEPPINA DE LUCA Limena, Lavagno…due e adesso stiamo facendo la terza

WALTER MOLINO E questa dov’è?

GIUSEPPINA DE LUCA A Mestre, non andate… già son tutti quanti che si spaventano!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la casa di riposo che Namira sta costruendo con la Sidem di De Luca proprio di fronte all’ospedale dell’Angelo di Mestre.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il 15 marzo scorso un'interdittiva antimafia ha colpito la Sidem di Michele De Luca, che non è indagato, lo diciamo chiaramente. La Sidem stava lavorando all’interno del cantiere del nuovo ospedale di Padova e secondo il prefetto Grassi la Sidem era collegata a Nicolino Grande Aracri, che è il cugino di primo grado di Michele De Luca, e anzi lo avrebbe anche finanziato come dimostrerebbero i pizzini che hanno recuperato i nostri Walter Molino e Andrea Tornago. Però come ha fatto una società come la Sidem a inserirsi, infiltrarsi nel tessuto economico imprenditoriale veneto? Attraverso un gestore di fondi immobiliari, il più grande del Veneto, Numeria, fondata da Bruno Barel, avvocato di fiducia di Luca Zaia. Barel appena conosciuto l’esistenza di questa interdittiva si è liberato delle sue quote; tuttavia, la Sidem continua a lavorare tranquillamente nei cantieri gestiti dal fondo, come ad esempio la casa di riposo a Mestre. Siccome i fondi immobiliari hanno acquistato pezzi di metropoli, stanno costruendo o ristrutturando pezzi di metropoli, quante aziende in odore di mafia ci stanno lavorando tranquillamente, perché là la prefettura non può intervenire?

A Venezia.

GLI SMEMORATI DI VENEZIA di Giulia Presutti Collaborazione di Lidia Galeazzo e Andrea Tornago Immagini di Paolo Palermo e Davide Fonda Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi e Paola Gottardi Montaggio di Sonia Zarfati e Andrea Masella Grafica di Giorgio Vallati

SEBASTIANO BRUNEO - AUTISTA Ti svegli una mattina pensando che sia un giorno normale come tanti, ti svegli presto e vai a lavorare. Ma quando suona la sveglia senti anche la notizia che un collega e altre venti persone… l’ennesima tragedia.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Alberto Rizzotto aveva 40 anni e faceva l’autista da dieci. La sera del 3 ottobre scorso guidava un pullman elettrico con a bordo 35 turisti. Aveva preso servizio da nemmeno due ore. Se abbia avuto un malore, o non sia riuscito a frenare, non è chiaro, ma a destinazione il bus non è riuscito a portarlo.

GIULIA PRESUTTI Si puntano tutte le luci sull’autista e sulla condizione in cui era quando è successo l’incidente. Come la fa sentire questa cosa?

SEBASTIANO BRUNEO - AUTISTA Quello che ci dimentichiamo è che se in quel tratto di strada, che ho fatto tante volte, e dove il Comune di Venezia vuole trecentottanta, quasi quattrocento euro al giorno per entrare con i bus turistici, se ci fosse stata una protezione adeguata noi adesso non saremmo qui a parlarne.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Circa un mese fa un pullman elettrico di fabbricazione cinese, l’E12 Yutong, quelli che trasportano i turisti che vengono ad ammirare le bellezze della laguna, è precipitato da un cavalcavia, che è anche una delle maggiori arterie che collega Venezia con Mestre. A nulla è servito il guardrail, perché di vecchia costruzione, anni Sessanta, era troppo basso e anche interrotto. Ora da chi dipendeva metterlo a norma? Ora l’articolo 14 del Codice stradale dice che spetterebbe al gestore controllare l’efficienza tecnica della strada e anche delle barriere quindi anche del guardrail. Nel 2001 l’Anas che l’aveva costruito, passa la gestione in mano alla Provincia, nel 2015 passa al Comune. Bene, nonostante l’adeguamento fosse imposto da una legge del 1992 in trent’anni nessuno ha pensato di mettere a norma quel guardrail e, dopo l’incidente, è emerso anche che qualcuno aveva inviato dei documenti in Procura riguardanti il possibile degrado di quel cavalcavia. Insomma, sempre tutto dopo e anche dopo l’incidente comincia il gioco del passaggio del cerino acceso di mano in mano.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Sono le 19.38 a via Rampa Cavalcavia, un incrocio di rampe che collega il centro di Venezia a Mestre e Marghera. Una delle arterie principali della città. Sul ponte a destra si vede un bus della società lagunare Martini. Viaggia a circa trenta chilometri orari. A un certo punto si accosta a destra strusciando sul guardrail per alcune decine di metri. Poi vola giù per 15 metri schiantandosi sull’asfalto con autista e passeggeri. Ventuno vittime, la più giovane aveva appena un anno. Dai primi rilievi è emerso che la barriera in quel tratto di strada era alta appena 50 centimetri e, a un certo punto, era interrotta da un varco lungo circa un metro.

MEMBRO DEL CDA LA LINEA SPA Semplicemente bastava che non ci fosse quel buco in mezzo. Ha superato il guardrail, sicuramente quella è una transenna… forse serve per uno che passa a piedi.

GIULIA PRESUTTI L’autobus sale sopra la barriera praticamente.

FELICE GIULIANI - PROFESSORE DI STRADE, FERROVIE E AEROPORTI - UNIVERSITÀ DI PARMA La trancia, se la porta dietro.

GIULIA PRESUTTI E cosa determina poi la caduta?

FELICE GIULIANI - PROFESSORE DI STRADE, FERROVIE E AEROPORTIUNIVERSITÀ DI PARMA La barriera di fatto è una fune tesa. Lei ha mai visto una fune tesa che si taglia e continua a trattenere qualcosa? Direi proprio di no. Quella interruzione di continuo non solo non è prevista dalla legge ma sostanzialmente è un nonsenso ingegneristico.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Un nonsenso, forse messo lì per facilitare l’accesso a chi doveva fare la manutenzione. Una beffa perché per anni la manutenzione non è stata fatta.

GIULIA PRESUTTI Perché il cavalcavia, diciamo, aveva un guardrail che era interrotto in un punto, che comunque era inadatto?

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Perché il progetto realizzato da Anas, quando io sono nato, è stato realizzato con dei varchi, per accesso… non ce n’è uno ce n’erano tre.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO L’Anas nel 2001 ha ceduto la gestione di quel tratto di strada alla Provincia, poi è passata al Comune. La legge sulle barriere stradali è del 1992 e prevederebbe un guardrail più alto e continuo, ma il viadotto di Mestre è stato costruito trent’anni prima, e perciò a quella legge, non è soggetto. È rimasto lì senza che nessuno se ne preoccupasse.

GIULIA PRESUTTI Le competenze erano del Comune su quel tratto di strada.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA C’è un atto commissariale che ha definito che dal 2 aprile 2015 la manutenzione della strada, perché la proprietà è dello Stato, di questo cavalcavia, a noi è stata affidata la manutenzione.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nei giorni dopo l’incidente è circolata la notizia di un misterioso incartamento che sarebbe arrivato in Procura già un anno fa, proprio dopo le dichiarazioni alla stampa dell’assessore Boraso, contenente le informazioni sullo stato di degrado in cui versava il cavalcavia

GIULIA PRESUTTI Si dice appunto che la Procura avesse già dei documenti.

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Mah, si dice…

GIORNALISTA Lo dice il Comune.

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Ah, lo dice il Comune. E allora lo accerteremo.

GIULIA PRESUTTI Però diciamo un assessore che lamenta un pericolo per l’incolumità pubblica…

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE CAPO DI VENEZIA Mi faccia cercare il fascicolo però senza il fascicolo non le posso risponderle, tra l’altro il nostro archivio non è qua è a Marghera, quindi, bisogna mandare qualcuno a Marghera che deve cercare il fascicolo sperando che lo trovi…

GIULIA PRESUTTI Alla fine, l’ha trovato ma era stato archiviato. Intanto le indagini il procuratore le ha affidate ai vigili urbani, che stanno svolgendo delicatissimi rilievi sul tratto stradale dove è avvenuto l’incidente. Ma si tratta della polizia del Comune, che è l’istituzione coinvolta dalle indagini.

GIULIA PRESUTTI Noi ci siamo chiesti perché il procuratore abbia affidato a voi, visto che voi rispondete al sindaco.

MARCO AGOSTINI - COMANDANTE GENERALE POLIZIA STRADALE – COMUNE DI VENEZIA Il cento per cento degli incidenti stradali li rileviamo noi. E noi non rispondiamo al sindaco come ufficiali di polizia giudiziaria. Arrivederci.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Percorrendo il tratto di strada dove i vigili fanno le indagini, troviamo operai e un cantiere aperto. Sono i lavori iniziati dal Comune sul viadotto appena un mese prima dell’incidente e riguardano anche le barriere.

OPERAIO Questi praticamente vengono fino là dov’è l’incidente, tutto mi sa. Non so. Però là ancora non è cantiere.

GIULIA PRESUTTI Non avete fatto in tempo.

OPERAIO Per là? No. No.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Eppure, il progetto per sostituire i guardrail non a norma con quelli più performanti risale al 2018. Ma l’approvazione del finanziamento è arrivata solo nel 2022 e prevede l’utilizzo di 5 milioni e quattrocentomila euro di fondi Pnrr.

GIULIA PRESUTTI Voi avevate capito che quel guardrail andava sostituito perché avevate fatto anche un progetto.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA È un Paese in cui per arrivare ad affidare una gara ci vogliono dei tempi enormi.

GIULIA PRESUTTI Però potevate mettere almeno in sicurezza provvisoriamente.

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Non faccio il tecnico e ci sono dei periti del tribunale che fanno le valutazioni su questa cosa.

GIULIA PRESUTTI Quello che ci siamo chiesti noi e se non avete, diciamo, evitato di adottare misure impopolari che creassero traffico, no?

RENATO BORASO - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ COMUNE DI VENEZIA Non dovrei neanche rispondere perché ci sono le indagini della Procura. Lasciate la Procura fare le proprie indagini.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La Procura ha iscritto nel registro degli indagati anche due funzionari del Comune. Il Codice della Strada impone all’ente gestore la verifica dell’efficienza delle strade e delle barriere. Se l’efficienza non è garantita il Ministero poi obbliga a provvedere. Nel luglio 2023 il Comune di Venezia ha inaugurato un altro cavalcavia con 20 milioni di fondi del Mise. Ironia della sorte, si trova a poche centinaia di metri da quello incriminato che nel frattempo attendeva di essere sistemato e che invece presenta ancora oggi aperture sul guardrail.

GIULIA PRESUTTI Sindaco buongiorno, Giulia Presutti Report.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, Report no.

GIULIA PRESUTTI Come Report no? Avete parlato con tutti su questa storia dell’incidente Sindaco.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, non mi piace la vostra trasmissione.

GIULIA PRESUTTI Non vuole parlare con noi?

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No. No.

GIULIA PRESUTTI Neanche nel caso di ventuno persone morte?

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA No, no. Non ho un bel giudizio della trasmissione.

GIULIA PRESUTTI Sì, ma al di là dei giudizi di qualità televisivi, diciamo, c’è stato un incidente gravissimo.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Scrivete pure che è una trasmissione faziosa, l’ho sempre detto e lo dichiaro ancora per cui…

GIULIA PRESUTTI Voi avete approvato e realizzato il progetto di un altro cavalcavia che è stato finanziato per venti milioni, quello di via Torino.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Non avete credibilità ai miei occhi. Potete leggere gli altri giornali e gli altri vostri colleghi meno faziosi che sanno le cose.

GIULIA PRESUTTI Io la risposta a questa domanda non l’ho trovata, io non ho capito perché il Comune…

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Ma voi no, perché siete una trasmissione faziosa.

GIULIA PRESUTTI No, i giornali però li leggo quindi non ho…

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Non lo so, se lei è faziosa li legge come vuole lei. Fuori dalla proprietà.

VIGILESSA Posso vedere il tesserino?

GIULIA PRESUTTI Certo. GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Oltre al viadotto di Via Torino, nel 2022 il Sindaco Brugnaro ha inaugurato fra gli applausi dei presenti anche l’arrivo in città dei pullman elettrici come quello caduto giù dal cavalcavia. Il modello è prodotto dal colosso cinese Yutong ed è l’avanguardia della mobilità a zero emissioni.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Sono stati presentati 20 bus elettrici che vengono utilizzati nelle linee urbane. GIULIA PRESUTTI Sono stati una manna dal cielo.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO C’è stata anche la benedizione.

GIULIA PRESUTTI La benedizione del prete?

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Sì, erano stati benedetti.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Oltre all’ipotesi del malore dell’autista, per l’incidente del 3 ottobre la Procura ragiona anche su quella del guasto tecnico. I pullman E12 Yutong sono arrivati in Italia nel 2021 e diverse città li stanno testando. in Italia li commercializza la Powerbus, società riconducibile a Massimo Fiorese, amministratore delegato della Martini Bus, l’azienda del pullman precipitato dal cavalcavia. Martini Bus è controllata da La Linea, che fa capo per il 40% sempre a Massimo Fiorese.

GIULIA PRESUTTI Quindi La Linea compra da Powerbus, significa che Fiorese compra da sé stesso.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Fiorese, come “La Linea”, compra da se stesso, come Powerbus. Sì, è tutto un giro di autobus fra di loro. La sua società Powerbus facendo questa operazione di compravendita guadagna parecchio perché l’ultimo bilancio ha fatto 10 milioni di ricavi e 800 mila euro di utili. Ma guadagna anche La Linea perché fa addirittura 20 milioni di fatturato e utili per 450mila euro. Anche la Martini, anzi guadagna molto bene perché fa sei milioni di fatturato e ottocentomila euro di utile.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Fiorese è ora indagato dalla Procura come atto dovuto per l’incidente del 3 ottobre. La sua Powerbus è riuscita a piazzare i bus, oltre che a Venezia, in diverse città italiane come Bergamo, Udine, Padova.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Ne sono stati venduti solo lo scorso anno circa 450 in Europa. Ce ne sono un centinaio oggi in Italia, ce ne sono 175mila di questi al mondo.

GIULIA PRESUTTI Venezia si è accaparrata venti esemplari che La Linea utilizza come navette per i turisti ma anche come autobus per il trasporto pubblico. L’azienda ha infatti un contratto d’appalto con il Comune che vale tre milioni e mezzo all’anno, per nove anni.

ALBERTO FRANCESCONI – GIORNALISTA IL GAZZETTINO Gestisce otto o nove linee urbane di trasporto con i propri mezzi che sono assolutamente uguali, a vedersi, a quelli del servizio pubblico, hanno soltanto un logo che è diverso e ovviamente il personale che è il personale privato dell’azienda.

GIULIA PRESUTTI Questa società, quindi, copre il 10% di tutto il trasporto pubblico su terra…

GIANFRANCO BETTIN - CONSIGLIERE COMUNALE – GRUPPO VERDE PROGRESSISTA Sì, sono poco meno di un milione di chilometri di percorrenza annuali. Un servizio molto importante e complesso in cui il traffico è molto intenso e anche differenziato.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO E proprio in una di queste tratte urbane, a nemmeno venti giorni dalla tragedia del cavalcavia, un altro bus Yutong de La Linea, identico al primo, si è schiantato sul pilastro di un portico. Questo è il video inviato a Report da un testimone, mentre 15 passeggeri venivano portati in ospedale per ferite non gravi. L’autista ha dichiarato di aver avuto un malore e di aver visto tutto bianco, a differenza di un altro autista de La Linea che a giugno scorso aveva fatto un tamponamento sulla statale dichiarando poi che i freni del bus non avrebbero funzionato.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Se andiamo in un’altra azienda che fa il nostro lavoro i sinistri sono lo stesso, gli stessi numeri.

GIULIA PRESUTTI Secondo lei, quindi, sono stati tutti malori?

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Ma non so perché io non c’ero.

GIULIA PRESUTTI Quindi non è sicurissimo neanche lei di questa cosa.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO Non ho detto questo, ho detto che apprendo queste cose da quello che leggo.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per capirne di più proviamo a prendere il bus, che non è più lo Yutong ultimo modello perché dopo i tre incidenti il Comune l’ha sospeso per verifiche.

AUTISTA Io vivo di questo mestiere qua. Questa ditta qui non ha mai mancato un giorno lo stipendio, al giorno 10 ti pagano tutto quanto.

GIULIA PRESUTTI Appunto non è che è facile andare a dire c’è un problema.

AUTISTA Tu ci credi alle coincidenze? Per me è stata solo una coincidenza.

GIULIA PRESUTTI Però tre incidenti in due mesi.

AUTISTA Il primo, se non mi sbaglio, dice che frenava e accelerava. Però gli altri due secondo me sono stati malori fisici. Sarà un caso.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Alla fine, veniamo allontanati. Nei mesi scorsi gli autisti de La Linea avrebbero segnalato all’azienda alcune difficoltà riscontrate mentre guidavano i bus. Riusciamo a raggiungere uno di loro, dipendente da oltre 20 anni.

AUTISTA LA LINEA SPA Per me il peso che ha il bus… sembrerebbe che l’impianto frenante non sia adibito al peso del bus. Più freni e meno frena, capisce? Col bagnato lo freni e via dritto.

GIULIA PRESUTTI A lei è capitato questo?

AUTISTA LA LINEA SPA È capitato sì, è andato via dritto. Queste anomalie che si accendevano, le spie, c’era un simbolo rosso, del volante rosso, quello per me, da ignorante, dico che manca l’idroguida. Se manca l’idroguida il volante si blocca. E bisogna vedere come facevano le manutenzioni.

GIULIA PRESUTTI Avete almeno un manuale di istruzioni se succede qualcosa? AUTISTA Ci sono questi libretti di manutenzione, però sono scritti tutti quanti in cinese.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Spulciando sul sito Yutong non si trovano riferimenti a difetti di fabbrica dei pullman. Le uniche precauzioni d’uso sono nella sezione francese e riguardano il deceleratore o retarder, un sistema che in aggiunta ai freni aiuta a rallentare. Secondo la casa cinese bisogna fare attenzione perché se molto sollecitato il retarder si può surriscaldare. Un autista esperto di bus elettrici ci spiega perché.

AUTISTA Le anomalie che abbiamo riscontrato sono soprattutto sui fondi scivolosi dove praticamente c’è un bloccaggio di un asse delle ruote perché a basse velocità, che è la velocità che si esegue all’interno del percorso cittadino, questo retarder interviene in maniera violenta facendo praticamente bloccare una parte del pullman e facendo allungare i tempi, gli spazi di frenata addirittura

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO È una guida complessa e servono autisti esperti. Quelli de La Linea e della Martini hanno alle spalle anni di esperienza e sono un vanto per l’azienda.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Io non li conosco tutti i 280 autisti ma quello, quello che ha fatto il salto, lo conoscevo e anche bene perché era con noi da tanti anni, perché sono quelli, diciamo, d’élite.

GIULIA PRESUTTI Gli autisti sono in grado di guidare questi bus?

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA L’autobus ha dei tipi di accortezza diversi nella guida e su questo gli viene fatta una formazione e gli viene spiegato: guarda che l’autobus è elettrico, prima di tutto. L’autobus ha un tipo di frenatura diversa.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Uno degli autisti però ci racconta una realtà diversa da quella che ci ha detto il manager del La Linea: i corsi di formazione su quegli autobus non sarebbero stati fatti.

AUTISTA Non ci hanno fatto né un corso né niente. Sono arrivati belli belli belli belli belli. Lo abbiamo solamente provato il giorno prima e il giorno dopo siamo andati lì, toh. Abbiamo fatto una riunione per come va, diciamo, adesso l’azienda e ci hanno spiegato un po’ l’impianto frenante, le batterie in alto, l’energia dove va, come se la prende.

GIULIA PRESUTTI Cioè voi avete fatto questa riunione dopo gli incidenti?

AUTISTA L’abbiamo fatta sì, il giorno 19.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per fortuna La Linea è in attesa di prendere nuovi autisti altamente formati. A Venezia esiste una Academy di alto livello gestita dall’azienda Umana Forma che con un corso di 230 ore abiliterà alla guida nuovi autisti che in futuro potranno lavorare con le aziende del territorio come La Linea.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA Per formare nuovi autisti, come si dice, ci attiviamo anche con l’interinale.

GIULIA PRESUTTI Voi lo fate con Umana.

MASSIMO FIORESE - AMMINISTRATORE DELEGATO LA LINEA SPA E noi credo che lo facciamo con Umana ma che sia Umana o che sia Adecco, abbiamo utilizzato di tutto, chi se ne frega, basta che lo facciano.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Umana a Venezia è l’impero fondato dal Sindaco Brugnaro. Lo controlla LB, una holding che porta le iniziali del primo cittadino. Per evitare conflitti di interesse nel 2017 Brugnaro l’ha passato ad un avvocato americano di nome Ivan Anthony Sacks

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Lui ha affidato le sue azioni a un fiduciario tramite un’operazione che chiamano di trust cieco nel senso che lui non può vedere cosa fa il fiduciario, il quale ha il possesso di queste azioni che gli sono state affidate, ma non ne ha la proprietà: la proprietà è di Brugnaro.

GIULIA PRESUTTI È una questione di apparenza quindi.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO È una questione di apparenza sì.

GIULIA PRESUTTI Però non cambia l’interesse che ha nei confronti di questo gruppo.

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Beh, scusi, 34 milioni di utile netto…

GIULIA PRESUTTI Vanno a Brugnaro?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Certo che vanno a Brugnaro, quindi lui dirà: lunga vita al gruppo, no?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora l’incidente è avvenuto su un tratto di strada gestito dal Comune, indipendentemente dalle responsabilità, che dimostrerà la magistratura il guardrail non è stato adeguato alle norme e doveva farlo il Comune. Ora la magistratura sta indagando il manager della società dei pullman, due funzionari del Comune, l’ipotesi di reato: omicidio stradale, omicidio colposo plurimo. Però sarà dirimente la perizia che è stata affidata allo stesso tecnico che ha periziato il crollo de ponte Morandi. Ora, al di là di questo però i magistrati stanno anche valutando varie piste; il possibile malessere dell’autista o un guasto, un difetto possibile sul pullman, anche se la ditta cinese che li ha costruiti ha detto che non sono mai arrivati dei reclami, delle segnalazioni. Tuttavia, c’è chi non li fa circolare come a Padova, dove invece continuano a circolare come a Udine. A Venezia invece la società che gestisce il trasporto privato, le navette private come anche le linee pubbliche ne ha comprati venti costo 10 milioni di euro. Il Comune di Venezia, dopo un blocco del traffico totale di questi mezzi, ne ha rimessi in circolazione solo alcuni. Bene, la nostra Giulia Presutti ha raccolto la testimonianza di un autista che ha detto che non sono stati mai fatti corsi di formazione su questi mezzi e che non è neanche possibile conoscerne bene le caratteristiche perché i manuali sono in lingua cinese. Questo autista ha anche raccontato di una riunione avvenuta dopo gli incidenti nella quale si sarebbe anche parlato, per la prima volta, di come funziona il sistema frenante dei mezzi elettrici e anche, insomma, il sistema delle batterie. Dopo, sempre dopo. Quella di Mestre sembra il Bignami perfetto per creare il giusto contesto per la tragedia perfetta.

La misericordia di Brugnaro. Rai Report PUNTATA DEL 05/11/2023

di Walter Molino e Andrea Tornago

Saremmo lo schifo dell'Italia per aver posto delle domande.

Report racconta le ultime vicende che hanno interessato uno degli edifici storici più belli di Venezia: la scuola della Misericordia.

-02 novembre 2023

Riportiamo la precisazione della società SMV

Le informazioni fornite dalla società SMV non smentiscono le notizie contenute nel servizio. Continuiamo anzi a chiederci quale fosse il senso della presenza al 20% del consorzio Aedars nella società SMV, consorzio che senza aver investito un euro, e senza nemmeno aver versato integralmente il capitale sociale, avrebbe beneficiato degli utili della SMV per la sua quota parte. Sono domande che si pone lo stesso Tribunale per le misure di prevenzione di Roma nel decreto di confisca nei confronti di Pietro Tindaro Mollica, ritenendo la partecipazione del consorzio nella Misericordia una vicenda "anomala" e "inspiegabile". Ribadiamo pertanto la nostra richiesta alla società SMV di chiarire questo passaggio che riteniamo di interesse pubblico.

-05 novembre 2023

Poco prima della messa in onda la società SMV ci ha inviato una diffida visibile qui.

Spett.le REDAZIONE REPORT Via Teulada n. 66 00195 ROMA c.a. dott. Sigfrido Ranucci c.a. dott. Walter Molino Via PEC all’indirizzo: Via e-mail all’indirizzo:

Spett.le RAI-Radiotelevisione Italiana S.p.A. c.a. dott.ssa Marinella Soldi Presidente c.a. dott. Roberto Sergio Amministratore Delegato Venezia-Marghera, 4 novembre 2023 Oggetto: “La Misericordia di Brugnaro” e “Cosa Veneta” – dal sito rai.it/programmi/report/inchieste Diffida. Gentili Signori, invio la presente in qualità di legale rappresentante della società Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A.. In merito alle notizie riportate sul vostro sito in data odierna sotto i titoli richiamati in oggetto, si rappresenta quanto segue. Abbiamo scritto alla Vostra Redazione dapprima in data 8 maggio 2023 e successivamente in data 26 settembre 2023, allegando documenti (anche pubblici) e fornendo informazioni, riferimenti e fatti puntuali e dettagliati. In data 13 ottobre 2023, da ultimo, abbiamo inviato alla Vostra Redazione la certificazione antimafia della Società, dopo essere stati sentiti il giorno 14 giugno 2023 presso gli uffici della Prefettura di Venezia alla presenza del Gruppo Interforze Antimafia (Vice Prefetto, Questura, Comando Provinciale dei Carabinieri, Comando Provinciale della Guardia di Finanza, DIA di Padova). Come da documento in Vostro possesso, per la Società e per tutti i soggetti di cui all’art. 85 del D.Lgs. 159/2011 sono state inoppugnabilmente escluse cause di decadenza, di sospensione o di divieto ai sensi del Codice Antimafia. Come ricostruito nelle comunicazioni già in Vostro possesso dell’8 maggio e del 26 settembre u.s., il Consorzio Aedars era stato invitato nel 2008 a partecipare al bando di gara per la concessione e la gestione della Scuola Grande della Misericordia da parte delle due società promotrici, la San Paolo Partecipazioni S.p.A. e la Realty Vailog S.p.A.. Lo stesso invito era stato rivolto, sempre da parte delle due società promotrici, a Umana S.p.A., in quanto titolare della squadra di basket Reyer Venezia Mestre – che aveva avuto in passato proprio la Scuola della Misericordia come edificio ospitante le partite disputate in casa – e che avrebbe dovuto occuparsi della gestione dell’immobile una volta terminati i lavori. All’evidenza, quindi, il Consorzio Aedars non è stato scelto da Umana S.p.A. ed era sconosciuto alla medesima fino a quel momento. E ancora: nel 2009, anno in cui viene costituita la compagine societaria che poi si aggiudicherà la gara per la concessione e gestione dell’immobile, il Consorzio Aedars era dotato della documentazione antimafia regolarmente presentata al Comune di Venezia, come verificato dagli organi di controllo. Il signor Pietro Mollica non ha mai fatto parte degli esponenti del Consorzio Aedars noti alla Società, e non ha mai ricoperto cariche all’interno del Consorzio dal 2009, anno a partire dal quale sono intercorsi i rapporti tra Umana e Aedars all’interno di Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A.. Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A. e i suoi esponenti presenti e/o passati hanno costantemente chiesto agli amministratori del Consorzio Aedars gli adempimenti societari necessari. E’ evidente che la vicenda si è chiusa finalmente e definitivamente in data 8 marzo 2023, con l’acquisto da parte della società Umana S.p.A. della quota di minoranza direttamente nella titolarità dell’Erario dello Stato (e in precedenza di proprietà del Consorzio Stabile Aedars S.c.a.r.l.), che dal 2019 l’ha amministrata per il tramite dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Non sarà quindi ammessa alcuna comunicazione che accosti alcuna società del Gruppo Umana ed esponenti delle medesime, presenti e/o passati, a società e/o persone colpite da provvedimenti antimafia. Non saranno parimenti ammesse ricostruzioni giornalistiche che non tengano conto delle informazioni e comunicazioni a Voi già rese. Diffido tutti i soggetti in indirizzo dal diffondere a mezzo televisione o stampa o con qualsiasi altro mezzo di comunicazione, notizie che accostino alcuna società del Gruppo Umana ed esponenti delle medesime, presenti e/o passati, a società e/o persone colpite da provvedimenti antimafia. Tutelerò il buon nome della Società e del Gruppo di cui fa parte e degli esponenti delle medesime, presenti e/o passati, in ogni sede e con ogni mezzo ritenuto opportuno. Distinti saluti Scuola della Misericordia di Venezia S.p.A. Il Presidente del Consiglio di Amministrazione Avv. Luca Gatto

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Nella nostra inchiesta diamo conto con chiarezza dell'acquisto avvenuto l'8 marzo scorso delle quote "ex Aedars" di SMV (20%) da parte del socio Umana dall'Agenzia nazionale per i beni confiscati, e sottolineiamo il via libera dato dalla Prefettura. Noi cerchiamo di sollevare alcuni interrogativi rivolti a Luigi Brugnaro che - nella sua qualità di imprenditore prima e di sindaco poi - ha avuto un ruolo importante nella vicenda della Misericordia. La sua Umana infatti nel 2009 decide di costituire una società con il consorzio Aedars per il restauro della Misericordia. Le quote del consorzio Aedars vengono sequestrate dal tribunale per le misure di prevenzione di Roma nel 2015 ma - come riferisce la stessa SMV - la pratica antimafia viene aggiornata solo nel 2023 (anche se rispetto a questo SMV non ha alcuna responsabilità).

A partire dal 2015 Luigi Brugnaro diventa sindaco di Venezia e rappresenta l'Ente che possiede e dà in concessione, nell'ambito del project financing, la Misericordia. Come mai non viene aggiornata per anni la pratica antimafia? Riguardo all'ultimo paragrafo di diffida, nella nostra inchiesta abbiamo semplicemente riportato quanto risulta da documenti ufficiali

LA MISERICORDIA DI BRUGNARO di Walter Molino e Andrea Tornago Immagini di Davide Fonda, Cristiano Forti, Marco Ronca e Andrea Lilli Ricerca immagini di Paola Gottardi e Alessia Pelagaggi Montaggio di Andrea Masella, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dentro questo palazzo si svolge il Ballo del Doge, l’evento più esclusivo del carnevale di Venezia. Si entra solo con abito d’epoca sartoriale e il biglietto costa fino a 5000 euro. Dal 2020 si tiene nella splendida cornice della Scuola Grande della Misericordia, edificio del ‘500 di proprietà del Comune di Venezia, restaurato e gestito dalla società SMV, che fa capo al gruppo Umana del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro.

PRESENTATORE A brief welcome from another hostess, Martina Semenzato, who is the CEO of this extraordinary place.

MARTINA SEMENZATO Good evening dreamers…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A fare gli onori di casa è l’onorevole Martina Semenzato di Coraggio Italia, il partito di centrodestra lanciato da Brugnaro nel 2021. Ex dipendente del gruppo Umana, l’onorevole Semenzato è anche consigliera di amministrazione della società di gestione della Misericordia, la SMV. Il 20 per cento delle quote, quelle riferibili a Pietro Mollica, fino al marzo scorso risultava confiscato dal tribunale di Roma, e affidato all’Agenzia per i beni sequestrati alle mafie.

ANDREA TORNAGO Signor Mollica, buongiorno. Si fermi. Com’è entrato lei in società con Brugnaro? Non vuole fare chiarezza sull’operazione di Venezia, sul restauro della Misericordia? Per il tribunale lei avrebbe rapporti con Cosa Nostra.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nel 2015 il Tribunale delle misure di prevenzione di Roma sequestra a Mollica un patrimonio di 171 milioni di euro. Nel 2019 la confisca definitiva. Per i giudici è un soggetto pericoloso in contatto con uomini legati alla camorra e a Cosa Nostra. Tuttavia, per anni né il sindaco Brugnaro né la Prefettura di Venezia si preoccupano di aggiornare la pratica antimafia. Solo nel marzo scorso, proprio mentre Report ha cominciato a fare domande sulla vicenda, la Umana di Brugnaro ha acquistato le quote riferibili all’ex socio Pietro Mollica dall’Agenzia dei beni confiscati, ottenendo il via libera dalla prefettura. Potrà gestire la scuola della Misericordia, un bene pubblico, fino al 2051.

WALTER MOLINO In quel progetto lei era socio con Pietro Mollica nella società Scuola Grande della Misericordia. Mollica è stato arrestato e gli è stato sequestrato il patrimonio.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Scusi, adesso non vorrei interromperla, stavamo parlando dell’investimento del Lido, se vogliamo parlare della Misericordia…

WALTER MOLINO Vorrei chiederle se lei poi da sindaco, dopo l’arresto di Mollica ha mai informato la Prefettura che era necessario aggiornare la pratica antimafia della Scuola Grande della Misericordia di cui lei è stato concessionario almeno fino a quando ha poi annunciato la creazione del blind trust.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Sì, la prefettura sa tutto di questo e credo che la questione sia assolutamente già risolta. Senta alla prefettura e vedrà che le diranno questo, senta l’antimafia e vedrà che è tutto quanto proprio risolto.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Grazie anche dell’intervento e della cortesia, stiamo presentando il progetto del Lido e lei si va a tirar fuori…ma d’altra parte siete Report voi, no? Siete lo schifo dell’Italia!

WALTER MOLINO È una conferenza stampa! Le domande le decidiamo noi, lei può decidere le risposte.

LUIGI BRUGNARO - SINDACO DI VENEZIA Lo schifo…siete lo schifo dell’Italia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Saremmo lo schifo dell’Italia solo perché abbiamo un vizio irrinunciabile: quello di porre delle domande. Bene, che cosa è successo? Che l’imprenditore Brugnaro, prima di diventare sindaco nel 2009, si aggiudica, con altri, una gara: quella per il restauro e la gestione della Scuola della Misericordia, un meraviglioso palazzo storico del ‘500 dove si tengono avvenimenti ed eventi esclusivi, e dove giocava la sua squadra del cuore di basket, la Reyer, tra mezzi busti e affreschi meravigliosi. Dopo aver speso 11 milioni di euro per il restauro, nel 2017 un dirigente del Comune di Brugnaro, concede la gestione della Scuola della Misericordia all’imprenditore Brugnaro fino al 2051. Ora la Misericordia sembra un po’ una succursale del partito di Brugnaro, Coraggio Italia, avete visto che a fare gli onori di casa c’è la parlamentare Martina Semenzato, che è anche un’ex dipendente di Brugnaro, ed è anche nel consiglio di amministrazione di SMV, cioè la società che gestirà appunto la scuola della Misericordia. Ma non è questo il problema: perché la Smv è stata socia del consorzio Aedars, un socio ingombrante perché fa riferimento a Pietro Mollica, un imprenditore messinese coinvolto più volte in inchieste di mafia, assolto definitivamente nel 2011, ma dal 2015 e poi confermato nel 2019 il Tribunale delle misure di prevenzione gli ha sequestrato e poi confiscato definitivamente beni per 171 milioni perché provenienti dalla criminalità organizzata. Ora tra questi beni c’erano anche le quote del consorzio con cui era socio di Brugnaro. Ora la domanda è, ma come mai Brugnaro è diventato socio di Mollica e lo è stato per così tanto tempo? I nostri Walter Molino e Andrea Tornago.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Per capire chi è il socio del sindaco Brugnaro, Pietro Tindaro Mollica, siamo andati in Sicilia, in provincia di Messina. Enzo Basso è il fondatore del settimanale di inchiesta Centonove, chiuso nel 2017. I suoi giornalisti sono stati i primi a occuparsi dei fratelli Domenico, Pietro e Antonino Mollica, fin da quando negli anni ’90 vincevano decine di appalti con la Siaf.

ENZO BASSO – GIORNALISTA Fino a quando la Siaf finisce in una mega inchiesta con 250 persone inquisite, che significa metà degli amministratori della provincia di Messina. C’era molta attesa perché si toccavano i vertici della politica regionale e i maggiori esponenti della politica messinese.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma l’inchiesta non dà i frutti sperati. I Mollica vengono assolti dall’accusa di mafia, nonostante della loro società Siaf avesse parlato nei suoi verbali il collaboratore di giustizia Angelo Siino, considerato il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra e uomo di fiducia di Totò Riina.

ANDREA TORNAGO Il paese da cui provengono, Piraino, in provincia di Messina, nel 1991 viene sciolto per mafia.

ENZO BASSO - GIORNALISTA È stato sciolto per la presenza ossessiva del gruppo Mollica all’interno del consiglio comunale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO La villa della famiglia Mollica, a Gioiosa Marea. Quattro piani, attico e piscina. Fino al 2015, qui sfilavano politici e notabili siciliani e si discutevano gli equilibri di potere dell’isola.

ANDREA TORNAGO Ha presente Pietro e Domenico Mollica, gli imprenditori?

VICINO DI CASA No.

ANDREA TORNAGO Sono proprio i suoi vicini!

VICINO DI CASA No, no, no, non lo so.

ANDREA TORNAGO Non li conosce.

VICINO DI CASA Non li voglio conoscere affatto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Fallita l’esperienza con la Siaf, Pietro Mollica vince appalti milionari a Roma con il consorzio Aedars. E a Venezia diventa socio della Umana di Brugnaro per la ristrutturazione della Scuola della Misericordia. Una partecipazione che viene considerata “anomala e inspiegabile” dal tribunale che confischerà i suoi beni, visto che il consorzio di Mollica non investe un solo euro nella ristrutturazione e non versa integralmente nemmeno le sue quote sociali. Tuttavia avrebbe goduto della concessione del palazzo per 44 anni insieme alla Umana di Brugnaro, che invece ha messo nella società circa 11 milioni. Una possibile spiegazione, per gli investigatori, sarebbe da 4 ricercare nei rapporti tra Mollica e l’ingegner Flavio Zuanier, uno dei più importanti progettisti di Venezia.

ANDREA TORNAGO Ma è vero che lei ha aiutato Pietro Mollica a eludere la misura di prevenzione antimafia?

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Scusi, non… io non so nulla.

ANDREA TORNAGO Lei è a processo a Roma proprio perché è accusato di intestazione fittizia di beni…

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Andiamo, Baloo!

ANDREA TORNAGO Lei è stato anche consigliere di amministrazione della Scuola della Misericordia, della società, all’inizio. Com’è nata questa partnership tra la Umana e Pietro Mollica?

FLAVIO ZUANIER – INGEGNERE Oggi è una bellissima giornata, ha visto?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I giudici di Roma chiedono alla Guardia di finanza indagini approfondite sull’origine del rapporto tra Umana e il consorzio Aedars. Ma le Fiamme Gialle non si sentono libere di indagare, come racconta in esclusiva a Report una fonte investigativa.

WALTER MOLINO Perché Brugnaro si mette in società con un imprenditore collegato alla mafia?

EX INVESTIGATRICE GUARDIA DI FINANZA Non è mai stato chiarito. Si tratta di due realtà che hanno scopi diversissimi e non sono mai state date risposte convincenti.

WALTER MOLINO Voi informate la prefettura della vostra indagine?

EX INVESTIGATRICE GUARDIA DI FINANZA Allora, Brugnaro era già stato eletto sindaco di Venezia e aveva visibilità nazionale. Ogni vicenda che lo riguardava doveva essere partecipata alla scala gerarchica di Venezia. WALTER MOLINO FUORI CAMPO La Guardia di Finanza si limita ad acquisire una relazione scritta dalla stessa Umana. Intanto il Comune di Venezia, di cui Brugnaro è diventato sindaco, nel 2017 verifica l’avvenuto restauro e conferma la concessione della Misericordia fino al 2051. A firmare è un dirigente comunale nominato dal sindaco, l’ingegner Manuel Cattani.

ANDREA TORNAGO Avreste potuto valutare la revoca della concessione…

MANUEL CATTANI – DIRETTORE LAVORI PUBBLICI COMUNE VENEZIA 2010- 2016 Avevo un cantiere con un’impresa contrattualizzata per fare un lavoro da 10 milioni, 5 che ne aveva eseguiti magari 5, un imprenditore che aveva investito dei soldi per fare un’opera, un professionista che stava seguendo la direzione lavori, tutti quanti li mandiamo a casa scusandoci del disturbo?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’imprenditore che ha investito è Brugnaro, che coincide con il suo sindaco. Comunque, tutto lecito. Il mistero semmai è come mai Brugnaro è rimasto socio di Mollica anche quando nel 2015 è stato arrestato, quando il Tribunale delle misure di prevenzione di Roma aveva prima sequestrato e poi confiscato beni per 171 milioni di euro, proventi che secondo la Guardia di Finanza sarebbero stati accumulati grazie ai rapporti di Mollica con la mafia messinese e i clan della camorra. Mollica è risultato in contatto con personaggi vicini ai clan Cesarano, Alfieri, ai Casalesi di Francesco Bidognetti. In particolare, con Antonio Cozzolino, uomo del clan Moccia, che plurindagato e pensate, pur sconosciuto al fisco è riuscito a movimentare la bellezza di 43 milioni di euro. Cozzolino oggi è in carcere perché pochi mesi fa ha puntato la pistola alla testa di Mollica chiedendo indietro 8 milioni di euro. Ma Mollica come è arrivato a investire a Venezia? Grazie ai suoi rapporti con uno studio di progettazione della Laguna, in particolare con l’ingegnere Zuanier, che è stato rinviato a giudizio perché secondo i magistrati in teoria si sarebbe intestato fittiziamente i beni proprio di Mollica. Noi a Brugnaro abbiamo chiesto: visto che sei diventato nel 2015 anche capo dell’ente aggiudicante il bando per la ristrutturazione della Scuola della Misericordia, perché non hai chiesto al tuo socio Mollica di investire almeno un euro in questo progetto? Anzi risulterebbe da questo documento che Report vi può mostrare in esclusiva che nel 2009 a versare anche la quota per conto del consorzio di Mollica, la quota del capitale sociale, sia stato un uomo di fiducia di Brugnaro, Derek Donadini, che oggi è vicecapo di gabinetto del sindaco e soprattutto segretario del suo partito, Coraggio Italia. Insomma, però, per Brugnaro lo schifo dell’Italia è Report. Al termine di quella conferenza stampa avevamo promesso che ci saremmo occupati del tema dell’infiltrazione mafiosa in Veneto. Siamo stati a Vicenza, Padova e Verona dove c’è anche un super pentito che sta facendo tremare l’intera ragione, e anche Roma, la Capitale. Ora però ci spostiamo di poco, andiamo ad Eraclea sul litorale veneziano.

Estratto dell’articolo di Giorgia Zanierato per corriere.it il 12 luglio 2023.

«Quel giovane si è buttato senza prima controllare se stessero passando delle barche. Il mio collega stava trasportando una famiglia di 4 persone: è un miracolo che questa bravata non sia finita in tragedia, è stata una questione di secondi». E’ ancora scosso il gondoliere che domenica scorsa ha visto un collega che ha rischiato di essere colpito da un giovane. 

Il turista ha ben pensato di lanciarsi dal Ponte della Paglie nel Rio di Palazzo, a due passi da piazza San Marco a Venezia. Entrambi avevano delle famiglie a bordo. […]

Che cosa è successo?

«Stavo lavorando a bordo della mia gondola, quando improvvisamente qualcosa che credevo essere un oggetto pesante e appuntito è piombato in acqua esattamente di fronte a me, sfiorando di pochi centimetri anche la barca del collega che mi stava di fronte. Lui non si è reso conto di nulla, dato che si trovava leggermente più avanti rispetto al punto in cui il ragazzo si è lanciato».

È riuscito a vederlo?

«[…] Era giovane, avrà avuto un’età compresa tra i 20 e i 25 anni, con un fisico molto atletico, altezza media, capelli scuri». 

Che cosa ha fatto il giovane dopo esser risalito a riva?

«Prima si è strizzato per bene la maglietta, poi si è semplicemente allontanato camminando con l’aria di chi si sente furbo, orgoglioso di ciò che ha fatto, assieme ad un altro ragazzo che lo attendeva lì a riva […]». 

Le è capitato altre volte di assistere a episodi simili?

«Non una persona lanciarsi di fronte a me, ma il nostro lavoro sta diventando di giorno in giorno più pericoloso. Un paio di settimane fa un altro mio collega è stato sfiorato da una bottiglia di Bellini lanciata da una finestra, io due mesi fa sono quasi stato colpito da un sacco gettato anch’esso da una casa. Non la riconosco più la mia città».

 Estratto da lastampa.it il 12 luglio 2023.

Sono passate settimane dalla tragedia del sottomarino Titan della OceanGate che ha causato la morte di cinque persone mentre cercava di raggiungere il relitto del Titanic. Da allora sono emerse nuove informazioni sul sottomarino, sulla sua costruzione, sulla società e sul suo amministratore delegato. L'ultima notizia è che un sottomarino OceanGate chiamato Antipodes è in vendita. È possibile possedere questo sottomarino pagando circa 723.000 euro.

In realtà è sul mercato da circa cinque anni, ma nessuno sembra interessato ad acquistarlo. Dopo la recente esplosione del Titan, il broker che cerca un acquirente pensa sia improbabile si concluda la vendita: sviluppato nel 1996, il sottomarino è lungo poco più di quattro metri ed è stato originariamente costruito per la Perry Submarines, allora di proprietà della OceanGate. In seguito è stato utilizzato da diverse aziende. Il sottomarino può raggiungere una profondità massima di 304 metri.

«Venezia è lunapark di cui noi cittadini siamo le comparse. Questa città non è per chi la abita». Diletta Bellotti su L'Espresso il 4 maggio 2023. 

Sette su 10 l’hanno lasciata per il costo delle case. Un fenomeno che riguarda anche le classi medie. Ma c’è chi lotta

Venezia, svuotata come prima di un’alluvione, è attraversata da quasi 23 milioni di turisti l’anno, terrorizzati di perdere lo spettacolo, in attesa dell’ultimo atto. Su dieci, sette persone hanno lasciato Venezia per il costo dell’abitare (Coses). L’esodo è di circa mille abitanti all’anno con salti significativi: 110 mila abitanti negli anni Settanta, 66 mila all’inizio del millennio e 49 mila nel 2022. La monocultura turistica di massa, nei decenni, è stata l’unico motore economico della città, sfaldando così le comunità e il tessuto sociale.

Sul comune di Venezia, Airbnb ha più di 7 mila annunci di alloggi: il 22% degli host ne gestisce il 62% e il 5% degli host il 33%. La fragilità abitativa non riguarda solo un proletariato o sottoproletariato urbano, ma anche “classi” medie e medio-alte, come i mascherai e gli ex-artigiani. «Siamo in un lunapark, dove noi siamo forse comparse e creiamo un certo folklore per cui però nessuno ci paga», mi racconta Chiara di Asc, l’Assemblea sociale per la casa, qui a Venezia. «Chiediamo quindi una redistribuzione di quel reddito che è di natura assolutamente oligopolistica».

La questione dell’abbandono del patrimonio pubblico è molto forte e sentita, in risposta, l’occupazione delle case, pubbliche, vuote e non assegnabili, è necessaria. I veneziani hanno a disposizione un patrimonio di edilizia popolare relativamente grande, l’8%, rispetto ad una media nazionale del 4%. Ad oggi, Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica, e il Comune di Venezia lasciano sfitti più di 2.000 alloggi popolari, negando il diritto all’abitare a migliaia di persone (Osservatorio Ocio). Le occupazioni portate avanti da Asc a Venezia sono circa cinquanta. Occupare gli alloggi non risolve strutturalmente il problema, ma pone l’attenzione sull’erosione, su scala nazionale, del welfare e la conseguente mancanza di fondi per rendere assegnabili gli alloggi, creando così un inceppo stagnante.

Asc, tramite la pratica dell’occupazione e la presentazione di progetti delle varie amministrazioni, ha dimostrato che ristrutturare a basso costo, creando dei circoli virtuosi, è assolutamente possibile. Lotta per la casa non significa affogarsi nella futuribilità di universi postumi al turbo-capitalismo, ma significa mettere fuoco sull’accelerata post-pandemica degli accessi di sfratto.

La colpa dei processi di gentrificazione non può essere addossata semplicemente a chi devolve la propria casa in un’attività ricettiva, magari trasferendosi in periferia, narrazione che stimolerebbe, tutt’al più, una consueta guerra tra poveri; la responsabilità è indubbiamente delle politiche pubbliche che hanno svenduto una città rendendola inabitabile per chi la vive davvero. Su questo punto il discorso pubblico è saturo così come la denuncia sociale, affrontata con una fastidiosa attenzione curatoriale.

L’altro grande motore economico e culturale di Venezia, è la Biennale che, nonostante la saltuaria collaborazione con realtà di lotta, restituisce alle comunità locali giusto qualche briciola (qui la loro replica). È virtuosa la pratica di Asc con il padiglione tedesco, in cui, negli scorsi mesi, si sono creati laboratori di manutenzione e cura urbana, ma perché l’amministrazione non mette a sistema una progettualità di riutilizzo delle tonnellate di materiali che la Biennale spreca? La Biennale è una grande discarica, Mestre è un dormitorio, Marghera è una fabbrica, Venezia è una vetrina, un parco giochi, uno scheletro spolpato.

Venezia lunapark, la parola alla Biennale

Caro Direttore, mi è dispiaciuto leggere su “L’Espresso” di domenica 30 aprile u.s. un articolo (“Venezia lunapark” a firma di Diletta Bellotti, pag. 7), in cui la Biennale di Venezia viene definita “una grande discarica”, che spreca tonnellate di materiali. Non si tratta di non rispettare opinioni altrui, ma dell’intollerabile superficialità di una definizione che denuncia ignoranza su quanto la Biennale da anni sta facendo sul piano della sostenibilità. Eppure abbiamo dato pubblico conto e adottato totale trasparenza del nostro operato, riconosciuto in tutto il mondo, come uno dei più virtuosi messi in campo da grandi istituzioni culturali che attraggono centinaia di migliaia di visitatori.

Con l’arrivo della pandemia all’inizio del 2020, un acceso dibattito sull’opportunità di organizzare in presenza manifestazioni come le Mostre d’Architettura o d’Arte, Festival di Cinema, Teatro, Danza e Musica come fa la Biennale, ha trovato un serio confronto a livello internazionale, cui non ci siamo sottratti. La realizzazione già a settembre 2020 in presenza della Mostra del Cinema, esperienza pienamente riuscita salvaguardando la salute dei partecipanti e la qualità delle opere presentate, ha dimostrato come l’“esserci”, pur rispettando le regole imposte dalla situazione, rappresenti un valore aggiunto irrinunciabile. Tutto confermato dall’andamento della Mostra di Architettura del 2021 e della Mostra d’Arte del 2022 (oltre ai Festival citati). La Biennale, sul tema sostenibilità, ha già ottenuto la certificazione di neutralità carbonica di tutte le sue manifestazioni, dopo aver monitorato con esperti le emissioni generate da allestimenti, spedizioni e presenza delle persone che ci lavorano e la visitano.

Sono state adottate misure dirette atte a ridurre, se non a eliminare, l’emissione di CO2, anche attraverso il riuso dei materiali. Inoltre le emissioni sono state compensate attraverso l’acquisto di crediti, internazionalmente certificati, per progetti avviati allo scopo. L’abbiamo fatto senza scaricare costi sui biglietti d’ingresso, e l’imminente Mostra di Architettura ha proprio la decarbonizzazione e decolonizzazione come temi protagonisti. Ne consegue che sia questa Mostra nel 2023, sia la prossima Mostra d’Arte nel 2024, abbiano già pianificato comportamenti conseguenti.

Tutto è documentato e riscontrabile anche sui nostri mezzi di comunicazione. Per questo ferisce il permanere di affermazioni più affini a slogan, che a una seria riflessione.

Il presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto

A Verona.

Estratto dell’articolo di Alessio Corazza per il “Corriere della Sera” il 24 luglio 2023.

Prima la morte del figlio maggiore Leo, cinque anni fa per una leucemia, adesso quella dei due rimasti, Patrizio ed Edoardo: il primo, 28 anni, si è tolto la vita sparandosi con un fucile dopo aver ucciso il secondo, di 24, con tre colpi di pistola al torace. 

Il destino si è accanito con ferocia sulla famiglia Baltieri, ridotta adesso a due genitori inconsolabili cui si stringe attorno la comunità di San Massimo, tranquillo quartiere residenziale di Verona. «Papà e mamma sono due persone meravigliose. La madre una santa donna, umile, ritirata; lui ex dipendente di banca in pensione che faceva volontariato con noi, qui in parrocchia, e con gli alpini; ha passato una vita a lavorare ma ha dovuto tanto tribolare per i figli», spiega commosso il presidente del gruppo caritativo San Vincenzo Luciano Bottacini. 

È stato proprio questo sfortunato padre a fare la scoperta: rincasando sabato sera nell’appartamento di famiglia in via Brigata Piemonte, ha trovato il corpo esanime di Edoardo nell’ingresso. Subito ha pensato a un malore; sono stati i soccorritori del Suem 118 ad accorgersi dei fori di proiettile. Ha così sfondato la porta della stanza da letto di Patrizio, chiusa a chiave, trovandolo senza vita. E li si è aperto il baratro.

[…] per gli investigatori della squadra mobile di Verona coordinati dal questore vicario Gerolamo Lacquaniti non ci sono dubbi: si tratta di un omicidio-suicidio. Avrebbe fatto tutto Patrizio, sparando con armi regolarmente registrate con cui andava a tirare al poligono. 

Resta chiaramente da capire il perché, ma qui […] si entra nel regno delle ipotesi.

Edoardo aveva frequentato i primi anni di liceo, poi il suo percorso scolastico si era interrotto. Una compagna di classe di allora ne ricorda «il suo passato un po’ tormentato e il difficile rapporto con i fratelli». Lavorava […] come barista nei locali del centro e si stava ritrovando dopo tante difficoltà. 

Patrizio, invece, dopo il diploma al liceo e l’iscrizione a Matematica all’Università, si arrabattava con lavoretti saltuari ed era particolarmente introverso, […] viveva quasi da recluso. Ma non gli era stata diagnosticata alcuna patologia psichiatrica, né aveva alcun tipo di precedente con la giustizia, tanto da aver ottenuto senza problemi il porto d’armi. Tra i due fratelli, specialmente dopo la perdita del maggiore […] non correva buon sangue, ma nulla poteva far presagire quanto accaduto. […]

Omicidio-suicidio. Chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo: le liti, le armi e la perdita di un altro fratello in passato. La tragedia a Verona, a trovare i cadaveri in casa è stato il padre. Il giovane ha usato un fucile e una pistola. In passato hanno perso un fratello a causa della leucemia. Redazione Web su L'Unità il 24 Luglio 2023

È rientrato sabato sera a casa, in via Brigata Piemonte a San Massimo, quartiere residenziale di Verona. Erano circa le 19, L’uomo ha aperto la porta di casa ed ha trovato a terra il corpo senza vita del figlio Edoardo, 24 anni. Immediata la chiamata agli operatori del 118. I sanitari giunti sul posto hanno notato dei fori di proiettili sulla salma del giovane che hanno escluso un decesso per malore. A quel punto è stata buttata giù la porta della camera dove dentro ci sarebbe dovuto essere l’altro figlio e fratello della vittima. Patrizio, 28 anni, c’era ma era morto anche lui, sul corpo altre tracce di colpi d’arma da fuoco.

Chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo: le armi e la perdita di un altro fratello in passato

Dopo i primi accertamenti gli inquirenti hanno immediatamente classificato il caso come un possibile omicidio – suicidio. Patrizio ha ucciso il fratello con una pistola e poi si è tolto la vita con un fucile. Armi regolarmente possedute. Ma chi è Patrizio Baldieri e perché ha ucciso il fratello Edoardo per poi togliersi la vita? Su questo vi sono ancora indagini in corso anche se probabilmente la reale motivazione la conoscerà soltanto il giovane. Quello che è noto sono le informazioni relative alla famiglia Baldieri. “Papà e mamma sono due persone meravigliose. La madre una santa donna, umile, ritirata; lui ex dipendente di banca in pensione che faceva volontariato con noi, qui in parrocchia, e con gli alpini; ha passato una vita a lavorare ma ha dovuto tanto tribolare per i figli“, ha spiegato a Il Corriere della Sera Luciano Bottacini, presidente del gruppo caritativo San Vincenzo.

Il tragico precedente

Ma la famiglia Baldieri ha subito un altro drammatico lutto in passato. Cinque anni fa il figlio maggiore è stato portato via dalla leucemia. Questa vicenda ha traumatizzato gli altri due fratelli che avevano nel più grande un riferimento. Non solo, quest’ultimo faceva da ‘collante’, considerato che secondo alcune testimonianze, tra Patrizio ed Edoardo non scorreva buon sangue. Entrambi non avevano una ricca vita sociale, con Patrizio quasi del tutto isolato. Si dice che praticamente trascorreva tutto il tempo chiuso in camera sua. I due giovani frequentavano senza entusiasmo l’università e facevano dei piccoli lavoretti. La tragedia ha definitivamente distrutto i cuori di quei genitori.

Redazione Web 24 Luglio 2023

Gli Sprechi.

Gli sprechi. Raffaele Oriani per il “Venerdì di Repubblica” il 9 gennaio 2023.

Treviso-Vicenza. È una meraviglia. Più che un'autostrada, uno showroom: a destra un casello in pietra viva, a sinistra una muraglia fonoassorbente rosa pallido, in alto un reticolo di travi d'acciaio sapientemente arrugginite. Design, candore, silenzio.

Siamo alle spalle di Treviso, e corriamo su una strada deluxe che pare brutto chiamare semplicemente Pedemontana Veneta.

 Anche perché nel Veneto dei mille capannoni e del consumo di suolo da record nazionale, questa è un'oasi di pace. Bella, ampia, liscia, fatta apposta per correre dove prima si arrancava tra semafori e rotonde: «Per noi è fondamentale» dice Enrico Furlan, titolare di una ditta che gestisce quaranta camion dalla sede di Nervesa della Battaglia, in riva al Piave. «Purtroppo la usiamo poco perché il pedaggio è molto alto, e i dieci minuti che ci fa risparmiare la rendono conveniente solo nelle ore di punta».

Evidentemente sono in molti a pensarla così: in un pomeriggio d'ottobre ci siamo capitati per caso, o meglio per navigatore. Non c'era nessuno. Ci siamo tornati in una mattina di novembre ed eravamo in pochi. Tutt' attorno il solito Veneto che macina chilometri rincorrendo il fatturato. In Pedemontana strada libera e calma piatta: «Dovrebbe venirci nel fine settimana» fa un benzinaio sulla Provinciale che corre in parallelo.

 «Anche quando tutto il Veneto si muove verso il mare, la Pedemontana è completamente vuota». Si potrebbe dire, poco male. Se non fosse che sui volumi di traffico di questa nuovissima arteria, al momento percorribile per 80 chilometri sui 94 previsti, la Regione Veneto di Luca Zaia ha piazzato una scommessa quarantennale da dodici miliardi di euro.

Piena di proposte, varianti, imprevisti. Progettata nel 2003, avviata nel 2011, doveva essere inaugurata nel 2016, poi nel 2018, ma non sarà compiuta nemmeno a giugno 2023, quand'è previsto il prossimo, ennesimo taglio del nastro. E sì che la prima pietra fu posata sulla spinta di un decreto del Presidente del Consiglio (un ancora radioso Silvio Berlusconi), che il 31 luglio 2009 dichiarava «lo stato d'emergenza» per il traffico nelle province di Treviso e Vicenza.

Quattordici anni dopo l'emergenza deve essere rientrata, visto che l'utenza latita e il presidente Luca Zaia invita i suoi riottosi corregionali a usare la Pedemontana, e a usarla tanto, «per senso di comunità». Il governatore passa insomma da salvatore a venditore: nel piazzale di sosta di Alpetrans, azienda di autotrasporti di Marostica, il titolare Aldo Tolfo assicura che Zaia può stare tranquillo, perché i suoi 176 camion sono ormai abbonati alla nuova superstrada. Ma a pochi metri di distanza il contrasto è stridente: la Pedemontana a pagamento dilata i vuoti tra vettura e vettura, mentre la Statale gratuita si ingolfa di traffico come se l'alternativa fosse ancora un cantiere.

Il problema è che la superstrada costa troppo. Ma perché costa troppo? Per quanto bella, la Treviso-Vicenza è una strada come tante. Però a farci i conti in tasca, è assolutamente unica: «Se invece di essere in Veneto fosse in Sicilia o Calabria, sarebbe uno scandalo nazionale» dice Laura Puppato, già sindaca di Montebelluna, consigliere regionale e senatrice Pd, che delle magagne della Pedemontana si occupa ormai da una decina d'anni.

 Doveva essere una strada di prossimità, gratuita e permeabile in entrata e in uscita: «Le province di Treviso e Vicenza hanno da decenni un disperato bisogno di collegamenti su ferro e su gomma» dice Puppato. «Superstrada e metropolitana di superficie dovevano permettere al territorio di vivere per quello che è: una brulicante metropoli diffusa». Ma la metropolitana rimane nel libro dei sogni, la superstrada diventa presto qualcosa di assai simile a un'autostrada: le rampe si trasformano in caselli, e la gratuità per residenti viene via via limitata fino a sparire del tutto.

 A sostituirla sono i pedaggi più cari d'Italia: da Bassano a Montebelluna 35 chilometri per 5,50 euro, quando sull'A4 Torino-Trieste per lo stesso prezzo si percorrono i 70 chilometri da Padova a Verona. A valle di questi numeri c'è un'autostrada in cerca d'automobili, a monte l'incredibile vicenda della convenzione tra Regione Veneto e Sis, l'azienda concessionaria che fa capo ai costruttori piemontesi Dogliani.

 Il dato bruto è questo: la superstrada è costata 2 miliardi e 400 milioni, le casse pubbliche l'hanno finanziata per quasi un miliardo, il concessionario privato per il restante miliardo e mezzo. A fronte di questo sforzo, la Regione Veneto ripagherà il partner privato con 12 miliardi di euro da versarsi in 39 comode rate annuali (si parte da 165 milioni, a crescere fino a 435). Una cifra colossale: il doppio di quant' è costato il Mose di Venezia.

Il contratto di concessione del 2009 prevedeva un canone di disponibilità, ovvero il dovuto per la gestione e la manutenzione dell'autostrada, di 435 milioni di euro da pagarsi in trenta rate da 14,5 milioni annui. Poi la cifra è misteriosamente lievitata fino a 12 miliardi: quello che secondo il presidente Zaia è un «sogno che diventa realtà», visto più da vicino è soprattutto un buco nero amministrativo che negli anni è stato illuminato solo dalla caparbietà di pochi politici di opposizione (Laura Puppato e Andrea Zanoni del Pd, Enrico Cappelletti del M5S) e degli attivisti del Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa.

 Osservando l'ultimo cantiere tra i colli vicentini, il portavoce del Comitato Massimo Follesa sintetizza brutalmente anni di analisi e battaglie: «I contratti alla base della Pedemontana hanno favorito il privato, finendo per trasferire sulle casse pubbliche ogni rischio imprenditoriale».

Al momento la Regione incassa i pedaggi di ottomila veicoli al giorno. Per ripagare il canone ce ne vorrebbero da subito almeno 27mila. Se il "senso di comunità" batterà un colpo, i 12 miliardi saranno pagati dagli automobilisti al casello. Se continuerà come ora, a pagarli saranno i contribuenti. Perché una cosa è certa: anche se tra quarant' anni ci muoveremo con il teletrasporto, la Sis dei fratelli Dogliani continuerà a incassare il suo plurimilionario canone annuo.

 Colpa di una versione predatoria del cosiddetto project financing, ovvero dello schema finanziario per cui il privato costruisce l'infrastruttura pubblica assumendosene il rischio d'impresa: spende per costruirla, guadagna con la sua gestione. Il problema è che nel caso della Pedemontana Veneta il contratto del 2009, modificato una prima volta nel 2013 e una seconda nel 2017, garantisce al privato i lautissimi guadagni anche in assenza dei previsti ritorni di mercato.

Addirittura anche in assenza della stessa strada: «A un certo punto ci siamo trovati davanti al rischio concreto che la Regione dovesse pagare non 12 ma 21 miliardi alla concessionaria Sis, senza che quest' ultima fosse in grado di ultimare l'infrastruttura» dice l'ingegner Elisabetta Pellegrini, che da cinque anni è responsabile della Pedemontana per Regione Veneto. «Modificando la convenzione nel 2017, siamo riusciti a far ripartire i lavori, portare a termine l'opera e limitare l'esborso per le casse regionali».

 Tutto bene, se non fosse che - a parte l'ingegner Pellegrini - quelli di prima sono quelli di sempre, ovvero il centrodestra veneto guidato prima da Giancarlo Galan di Forza Italia e da ormai 12 anni dalla maggioranza "bulgara" del leghista Luca Zaia.

Sarà che non sono distratti dalle viti del Prosecco e le nevi del Monte Grappa, ma quando si chinano sulle carte della Pedemontana i giudici della Corte dei Conti sembrano immuni dall'"orgoglio" di cui parla Zaia a ogni taglio di nastro. Nel 2018, esaminando l'ultima modifica alla convenzione tra Regione e Sis, scrivono: «A fronte di un costo dell'opera che è previsto inferiore a 3 miliardi, la Regione Veneto dichiara che l'esborso nei confronti del privato sarà pari a oltre 12 miliardi; tale risultato è ritenuto tuttavia positivo rispetto alle precedenti clausole convenzionali».

Positivo un esborso di 12 miliardi a fronte di nemmeno 3 miliardi di spesa? I giudici contabili sono talmente allibiti da dimenticare che i 3 miliardi in realtà sono praticamente la metà, visto che il 40 per cento dell'opera è stato finanziato dalle casse pubbliche. In toni ultimativi invitano però la Regione a «riferire sulle iniziative intraprese, o che si intendono intraprendere, nei confronti dei responsabili del precedente assetto convenzionale».

 Qualcuno è stato chiamato a risponderne? Sono passati quattro anni, ma dalla Corte fanno sapere che sulla sorte di quest' enorme quantità di denaro pubblico «sono ancora in corso approfondimenti». Intanto la magnifica superstrada corre verso il suo completamento: il 3 giugno 2019, all'inaugurazione del primo tratto di sette chilometri, Matteo Salvini la presentò come un esempio dell'«Italia del sì, quella dei prossimi anni». Trentanove per l'esattezza. Caricati sulle spalle dei veneti, automobilisti o contribuenti che siano.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Bergamo.

L’Inquinamento.

I Politici.

Bergamo.

La Criminalità. La faida Horvat, con rissa in pizzeria, minacce, botte e un’auto bruciata. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

Altre accuse per i «Casamonica di Trescore»: per comporre la lite familiare era stato convocato anche un paciere ma ci è andata di mezzo la sua auto

Potrebbe sembrare una scena presa dal Padrino. Per porre fine alla faida, la famiglia organizza un incontro su terreno neutro con un paciere a cui sottoporre la controversia e chiedere di ergersi a giudice per stabilire da che parte stiano ragione e torto. In realtà, i fratelli Principe e Fardi Horvat, 32 e 30 anni, hanno uno stile tutto loro. Pescando da accuse già note e ancora da definire: si spacciavano per Casamonica e intestavano il loro Porsche Cayenne alla nonna, giravano armati di pistole e Hummer pronti a speronarsi, aprivano e chiudevano autosaloni per truffare la gente. Tutto per soldi, così da garantirsi l’opulenta vita nella villa (in parte confiscata) in via Rivi, a Trescore, tra Lamborghini e champagne servito in diretta Facebook. Sui social gli Horvat ostentano e sfidano. Lo era stato ai tempi del Far West in piazza, l’8 agosto 2017, e lo è tuttora, secondo i carabinieri della compagnia di Chiari. Venerdì, Fardi e il padre Desiderio Horvat erano in tribunale, liberi. E Principe parlava tranquillamente al telefono con uno dei suoi avvocati. Ma dieci giorni fa, i fratelli sono finiti di nuovo nelle grane, ai domiciliari.

L’11 gennaio, a pochi giorni dall’udienza preliminare per il procedimento in cui rispondono, tra l’altro, di associazione per delinquere finalizzata a truffa, ricettazione, riciclaggio, fittizia intestazione di beni e frode fiscale (78 capi d’imputazione, ai tempi andarono in carcere), ai fratelli è stata notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari di Brescia Andrea Gaboardi, per stalking e incendio doloso. Va chiarito che lo stesso gip, il 16 gennaio, dopo gli interrogatori, ha revocato i domiciliari a entrambi: al fianco degli avvocati Fabio Marongiu e Andrea Alberti, gli Horvat hanno negato tutto e spiegato, anche attraverso alcuni documenti, di essere loro le vittime. Ma ad ogni modo la vicenda, per come è ricostruita nell’ordinanza e pensando ai precedenti, colpisce.

Tutto sarebbe nato da una lite tra Principe, Fardi e Desiderio, da una parte, e il fratello di quest’ultimo, Giorgio Horvat, dall’altra. I tre lo avrebbero ritenuto responsabile della condanna rimediata da Principe (3 anni e mezzo in primo grado) per un’estorsione ai danni di un falegname, minacciato di morte e non pagato. In base a quanto accertano i carabinieri, il 19 settembre Adamo Moreno Bogdan, con altre sei persone, viene invitato a fare da paciere al ristorante pizzeria Le Golosie di Trescore. Quando lui dà ragione a Giorgio, però, finisce malissimo. Volano calci, pugni, frasi come «adesso prendo la pistola e vi sparo». La cognata di Bogdan rimedia un pugno in faccia e va in ospedale con una frattura al volto. Da quel giorno, contro il mediatore, Principe e Fardi avrebbero scatenato una raffica di minacce, con vocali e messaggi pubblicati apertamente anche sui social. Il 19 ottobre, Bogdan si presenta ai carabinieri di Rudiano, la stazione più vicina al suo paese, Urago d’Oglio nel Bresciano, appena oltre il confine con Calcio e Pumenengo, tra il fiume e la Brebemi. Ci vive con la moglie Jessica Hudorovich e i cinque figli, il maggiore trentenne e gli altri bambini sotto gli 8 anni.

L’episodio più grave, avviene la notte del 15 dicembre. Con tanto di presunta rivendicazione su Facebook, Principe e Fardi avrebbero incendiato la Mercedes C220 di Bogdan. L’auto era parcheggiata davanti a casa e solo grazie all’intervento di un vicino si sarebbe scongiurata un’esplosione, visto che il serbatoio era pieno. Sull’origine dolosa, nessun dubbio: i carabinieri hanno sequestrato una bottiglietta di plastica usata per spargere benzina o comunque un liquido infiammabile. «Ti ho fatto solo quello che ti dovevo fare, io non mi nascondo dietro un dito», dice poche ore dopo Principe in un video sempre pubblicato su Facebook. Così Bogdan torna in caserma e aumenta il carico. Descrive lo stato di ansia e paura perenni in cui lui e la sua famiglia sarebbero costretti a vivere e denuncia altre ritorsioni. A suo dire, gli Horvat segnalarono alla questura di Brescia che il figlio Alessandro nascondeva armi clandestine in casa. Questo per tentare di farlo finire in carcere (era già ai domiciliari per un’indagine di Napoli). La casa fu perquisita, ma le armi non furono trovate.

Inoltre, in altri video sui social, i fratelli Horvat si sarebbero ripresi, insieme al padre, a speronare l’auto di Giorgio (il 22 settembre membri della famiglia furono denunciati proprio per uno speronamento al distributore Q8 di Chiuduno, ma non è chiaro se si inserisca in questo contesto) e poi in diretta da Fiano Romano: secondo gli investigatori, erano in trasferta nel Lazio per cercare di raggiungere i fratelli di Bogdan «con intento intimidatorio». Al momento dell’applicazione della misura cautelare, la paternità dell’incendio (solo tentato per il tempestivo intervento del vicino) appare al gip «in modo inequivocabile» da attribuire a Principe e Fardi, così come il resto delle accuse. Se non ritiene «sufficientemente provato il coinvolgimento del padre», il giudice conclude che «ricorre incontrovertibilmente un grave e consistente» pericolo di reiterazione per i fratelli. Lo desume «sia dalla gravità degli atti persecutori compiuti — è scritto nell’ordinanza — sia dall’allarmante personalità degli indagati, rivelata dalle brutali violenze fisiche attuate in occasione dello scontro del 19 settembre, dal radicato astio nutrito nei confronti di Bogdan, dalla pretestuosità dei motivi di questo astio (il gip parla di “assurde rivendicazioni patrimoniali”, ndr) e soprattutto dal folto novero di precedenti penali e di polizia, anche recenti». Gli avvocati non scendono nei dettagli sull’interrogatorio di garanzia dei loro assistiti, ma una cosa è certa: devono essere stati convincenti.

Il finto concessionario e la Porsche intestata alla nonna senza patente. Ma con la legge Cartabia niente processo per truffa. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 21 Gennaio 2023.

Bergamo, i due fratelli Horvat, già protagonisti di una sparatoria, evitano il processo dopo aver risarcito i clienti a cui avevano preso la caparra senza vendere le auto

Ora che viene applicata, nei tribunali si vedono gli effetti della riforma Cartabia. Calata in uno dei capitoli più spumeggianti (si fa per dire) della saga Horvat, quello del finto autosalone a Sorisole, porterà all’estinzione di un pacchetto di 12 truffe aggravate, per un totale di 155.700 euro. Con le nuove norme il reato non è più procedibile d’ufficio e avendo la nota famiglia di Trescore risarcito tutti, gli acquirenti che credevano di farsi la macchina nuova e invece pagarono e basta hanno ritirato le querele. Significa che comunque andrà, per queste accuse il 32enne Principe Horvat, il fratello 30enne Fardi e il «socio» Guido Campos, 26 anni, di Mornico al Serio, saranno prosciolti.

Si può definire saga, quella degli Horvat, per via della marea di fascicoli che li riguarda, la maggior parte per truffe (qualche giorno fa un altro processo è finito in nulla, con la remissione di querela), ma non mancano episodi più eclatanti, come la sparatoria in piazza a Trescore, l’8 agosto 2017. Tutti condannati, loro e i rivali Nicolini (per Principe 5 anni in primo grado, a febbraio ci sarà l’appello) . Pure in quest’altra corposa indagine, che adesso approda in udienza preliminare davanti al giudice Riccardo Moreschi — 28 gli imputati, una cinquantina le parti offese per 78 capi d’accusa —, c’è un nemico che merita menzione, se non altro perché è la dimostrazione della fantasiosa spregiudicatezza dei fratelli. È Stelly Hudorovich, 28enne domiciliato a Ghisalba. I carabinieri, coordinati dal pm Emanuele Marchisio, ricostruirono come fra il 3 e il 9 dicembre 2019 l’autosalone «Guido l’auto», aperto e chiuso in quei giorni da Campos in via Marconi, a Sorisole, incassò contanti e bonifici per auto mai consegnate. Gli acquirenti erano stati agganciati su Subito.it, avevano visionato le vetture, le avevano pagate, ma poi, quando erano andati a ritirarle, si erano ritrovati la sorpresa: il concessionario non esisteva più e sull’ingresso campeggiava un cartello con l’invito «alla gentile clientela» di recarsi a un determinato indirizzo di Osio Sotto «e chiedere di Stelly Hudorovich». In pratica, un tentativo di scaricare la colpa su quest’ultimo, poi replicato in alcuni messaggi Whatsapp che tiravano in ballo anche Campos e Kevin Nicolini.

Vale ai due Horvat l’accusa di calunnia in mezzo a un mucchio di altre contestazioni. Le più pesanti sono di avere promosso due diverse associazioni per delinquere finalizzate alla «sistematica realizzazione dei delitti di truffa, ricettazione, riciclaggio, fittizia intestazione di beni e frode fiscale nell’ambito della compravendita di autovetture e della gestione di concessionari aperti al solo scopo di frodare i clienti». Nel 2019, fu a Sorisole. Tra il 2020 e il 2021, a Fiorano Modenese e Dozza, in Emilia Romagna, negli autosaloni Emilia Motori e Seven Cars: stesso meccanismo per 23 truffe (oltre a 4 tentate) e un totale di 306.405 euro in questo caso non risarciti. Dunque, è la parte che dovrebbe restare in piedi. Con l’avvocato Andrea Alberti (che non è stato possibile contattare) gli Horvat non intendono chiedere riti alternativi. L’unico intenzionato a percorrere la strada del rito abbreviato è il loro commercialista Alessandro Evar, di Busto Arsizio. Per l’accusa, era quello del gruppo che dava «assistenza fiscale», ad esempio, sulla costituzione di ditte fittizie. Poi c’era chi si intestava le auto, riciclate nelle varie truffe. La stessa Yaris o Polo o Panda o Porsche Cayenne veniva venduta per finta anche più e più volte.

Coinvolti ci sono altri membri della famiglia. Il padre Desiderio Horvat risponde dell’associazione per delinquere di Sorisole, di trasferimento fraudolento di valori e di violenza privata nei confronti del direttore di Bergamonews Davide Agazzi (si presentò in redazione con fare intimidatorio a chiedere di modificare l’articolo sui figli). Alla nonna 76enne Maria Horvat, nata in Ungheria, analfabeta e senza patente, sarebbe stata intestata fittiziamente la Porsche Cayenne con la quale Principe sfuggì ai carabinieri, pare anche tentando di speronarli, al momento dell’esecuzione della custodia cautelare in carcere, a maggio 2021 (poi è stato rilasciato). Identica accusa per un appartamento a Capriate, in realtà, secondo le indagini, acquistato sempre da Principe, oltre tutto con uno sconto di 25 mila euro pare ottenuto con le minacce (per questo l’uomo risponde di estorsione). «Tutti i beni di Maria Horvat furono acquistati con il denaro lecito di un’eredità», precisa l’avvocato Pierfrancesco Mussumeci, che la assiste. L’anziana ammette solo di avere percepito senza diritto 1.300 euro di reddito di cittadinanza («per un errore nell’interpretazione della normativa», aggiunge il legale) nello stesso periodo in cui comprò a 65 mila euro un terreno rivenduto poco dopo a 113 mila, senza comunicazioni all’Inps.

Per Principe, c’è poi una seconda estorsione : presentandosi come uno dei Casamonica, pretese di vendere una vecchia Ferrari California a un concessionario di Parma. Il giudice, per ora, ha deciso solo su cavilli sollevati dalle difese e fissato già altre due udienze preliminari, il 21 aprile e il 19 maggio. Le eccezioni sono state tutte respinte a parte quelle riguardanti alcune ricettazioni, per le quali il pm dovrà definire meglio il capo d’imputazione, e rispetto all’istanza presentata dall’avvocato Gian Piero Bianconella, che ha chiesto che sia il Tribunale di Milano, per competenza territoriale, a esprimersi sulla ricettazione contestata a Stefano e Tommaso Zamboni, titolari di un concessionario nel capoluogo lombardo. A marzo 2021, acquistarono da Desiderio Horvat due Mercedes. Per il pm erano «consapevoli della provenienza illecita» di quelle auto. L’opposto per il loro difensore: «Confidiamo — afferma Bianconella — che venga accertata in tempi brevissimi l’innocenza di entrambi».

L’Inquinamento.

Conca avvelenata. Il problema più grave della Lombardia è ai margini della campagna elettorale. Maria Cristina Odierna su L’Inkiesta il 25 Gennaio 2023.

La Regione più popolosa d’Italia, che ospita una delle zone più inquinate d’Europa, è nel mirino dell’Unione europea per l’inquinamento atmosferico, acustico e idrico. Ciononostante, questo tema non appare tra le priorità dei candidati, che dovrebbero rimarcare la correlazione tra ambiente e sanità

Ci sono fenomeni che non sembrano immediatamente collegati, la cui congiunzione non risulta immediatamente afferrabile. Eppure basta fermarsi, riflettere sullo stato delle cose per comprendere che quando si parla di ambiente, per esempio, non c’è nulla che funzioni alla rinfusa, che ogni dimensione conta e che tutto è collegato in maniera apparentemente inspiegabile. 

I tedeschi lo chiamano “Teufelskreis”, una spirale demoniaca, letteralmente un circolo vizioso senza alcuna tendenza all’equilibrio, in cui ogni interazione tra i diversi fattori ha un impatto sui risultati successivi rafforzando i precedenti, positivi o negativi che siano. Il cambiamento climatico in questo senso, e gli eventi attraverso i quali si manifesta, ha lo stesso funzionamento di un loop senza fine di cui possiamo analizzare i fattori che lo alimentano. 

Fattori che, da cittadini, siamo poco abituati a riconoscere, a cui non attribuiamo la giusta importanza. Da qui concetti come quello di smog e qualità dell’aria ci ronzano nella testa senza mai prendere forma, mere astrazioni che ci colpiscono solo di sbieco. Ma poi arrivano i numeri, i dati e le statistiche a concretizzare ciò che vediamo con i nostri occhi, che respiriamo a pieni polmoni ogni giorno di cui non siamo totalmente consci. 

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per esempio, dal 1987 pubblica delle linee guida sulla qualità dell’aria, sollecitando i governi del mondo a intervenire per diminuire l’esposizione dei cittadini all’inquinamento atmosferico. Alla base c’è una preoccupazione legata all’aria che respiriamo, alterata e sistematicamente contaminata da agenti chimici, fisici e biologici che rappresentano un pericolo per la salute umana, tra i più dannosi il particolato (PM2,5 e PM10), l’ozono (O₃), biossido di azoto (NO₂), l’anidride solforosa (SO₂) e il monossido di carbonio (CO). 

La massiccia concentrazione nell’aria di queste e altre sostanze ha una rilevanza a livello igienico-sanitario: secondo l’Istat, in Italia nel 2019 sono morte prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico circa sessantamila persone (sette milioni nel mondo secondo l’Oms). Gli effetti a lungo termine sulla salute non lasciano quindi ben sperare, le raccomandazioni stilate periodicamente sono un invito concreto a prestare attenzione alla questione. 

Il rapporto quinquennale “Thirteenth general programme of work 2019-2023” dell’Oms parla chiaro: uno degli obiettivi principali dell’agenda Onu è ridurre entro il 2030 l’impatto ambientale negativo pro capite delle città. I centri urbani, infatti, sono i luoghi in cui si respira peggio e si rischia di più. Sono circa seimila le città (in centodiciassette paesi) di cui l’Oms ha analizzato i dati, giungendo alla conclusione che nel 2021 il novantanove per cento degli abitanti respira aria inquinata, sottolineando anche un peggioramento nei Paesi a basso e medio reddito a causa di un’urbanizzazione forsennata e di uno sviluppo economico poco sostenibile, che si appoggia in gran parte ai combustibili fossili. 

La situazione in Europa, intanto, non è rassicurante. Il progetto del 2021 dell’Unione europea “Verso l’inquinamento zero per l’aria, l’acqua e il suolo” pone degli obiettivi sicuramente ambiziosi, di cui però sarà difficile l’attuazione: l’azzeramento dell’inquinamento entro il 2050 e la riduzione, entro il 2030, dei decessi prematuri correlati all’inquinamento atmosferico. Target principale dell’azione europea è il particolato fine PM2,5 e PM10, prodotti secondari delle combustioni, dei trasporti, delle industrie e dei riscaldamenti residenziali, particolarmente insidiosi perché in grado di provocare gravi malattie cardiocircolatorie e respiratorie. 

Classificato come cancerogeno di tipo 1 dall’Agenzia internazionale per la ricerca su cancro (Iarc), il particolato sottile è anche nel mirino dell’Oms, che registra dei valori soglia: 15 microgrammi per metro cubo (µg/m³) annui per il PM10, 5 µg/m³ annui per il PM2,5. Ecco che si registra, a livello europeo, la prima discrepanza. Nel 2008, finalmente, l’Unione europea adotta la direttiva 2008/50/EC, recepita in Italia nel 2010, che fissa dei limiti di quantità particolato nell’aria. 

Una buona notizia di per sé, se non fosse che i valori del nostro continente si discostano molto da quelli indicati dall’Organizzazione mondiale della sanità: 40 µg/m³ per il PM10, 25 µg/m³ per il PM2,5, da non superare per più di tre volte l’anno. Dati apparentemente irrilevanti, se non fosse che – secondo il ministero della Sanità – dieci microgrammi per metro cubo di PM2,5 in più si traducono in un incremento del quattordici per cento della mortalità per tumore ai polmoni.

Valori opinabili che, probabilmente, sono espressione di una transizione soft, il tentativo di raggiungere un compromesso tra le direttive dell’Oms e l’impossibilità di dichiarare che l’intero sistema europeo – dalla mobilità all’agricoltura, passando per l’edilizia – è obsoleto. I valori soglia, già estremamente generosi, vengono raramente rispettati. 

Nel 2020 quello del PM10, da non superare più di tre volte l’anno, secondo il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa) in Italia è stato superato per ben centocinquantacinque volte. È evidente quindi che alcune regioni dell’Unione si contraddistinguono rispetto alle altre. Lo dimostrano gli aggiornamenti dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), che attraverso l’European city air quality viewer permette di controllare quasi in tempo reale la qualità dell’aria delle varie città europee.

Dando un’occhiata alla mappa costellata di puntini di diversi colori, in cui le diverse gradazioni sono indicative di quanto sia inquinata l’aria respirata in quei luoghi, una pletora di pallini rossi (che testimoniano una scarsa qualità dell’aria) si staglia nella parte sudorientale della cartina, tra Italia, Grecia e Paesi dell’Est Europa. È proprio volendo unire i puntini che ci si imbatte in uno studio del 2021 pubblicato da The Lancet Planetary Health, secondo il quale il bacino padano è da considerare la zona a maggiore rischio sanitario insieme ad alcune parti della Polonia e della Repubblica Ceca. 

Un’area di quattrocento chilometri, che ospita il trenta per cento della popolazione in Italia dalle caratteristiche morfologiche, climatiche e geografiche tanto omogenee quanto peculiari. Una regione in cui non solo le sostanze inquinanti prosperano trovando terreno fertile (l’alta densità abitativa e l’elevata concentrazione industriale sono determinanti), ma vengono letteralmente cullate da un clima e un territorio che, per conformazione, fanno sì che queste sostanze si accumulino espandendosi uniformemente.

Dell’insalubrità della Pianura Padana si è discusso molto e, tra minimizzazioni e allarmismi più o meno giustificati, nel corso degli anni si è fatta chiara l’inadeguatezza dei mezzi finora messi in campo. Spicca, a livello europeo, l’incapacità di mettere in pratica le direttive: infatti l’Italia è la Nazione che ha collezionato il maggior numero di infrazioni in ambito ambientale, con quattordici procedure solo a carico della Lombardia. 

Eppure, secondo il Pirellone, stiamo considerando la questione dalla prospettiva sbagliata. Una tendenza positiva se si analizzano per esempio le emissioni di ossido di azoto, strettamente collegate al trasporto e alla mobilità. Prospettive rosee secondo l’assessorato all’Ambiente e Clima, sebbene la situazione sia in peggioramento nella bergamasca e stabile a Milano. 

«Regione Lombardia negli ultimi due anni ha realizzato misure di incentivazione che complessivamente ammontano a quasi ottocento milioni di euro. E interessano tutti i settori che impattano sulla qualità dell’aria. A dimostrazione che si sta investendo in questo ambito. E che le politiche adottate da Regione Lombardia, che agiscono su più fronti (dal trasporto, al riscaldamento, alle emissioni in agricoltura) sono efficaci», dice l’assessore Raffaele Cattaneo. Eppure la contrazione in atto non è sufficiente: per esempio, sono tredici le città inquinate che superano i livelli di biossido di azoto (NO2) secondo il Rapporto Mal’Aria 2022. Milano è in testa.

La crisi climatica ci costringe, il più delle volte, a navigare a vista aspettando qualche cenno dalle istituzioni. E se di qualità dell’aria a livello pubblico si parla ancora poco e male, l’ambiente è evidentemente un argomento che non attrae, escluso com’è dal discorso elettorale per le prossime elezioni regionali (anche in Lombardia). Si tratta di un argomento strettamente correlato alla sanità, ma la politica preferisce percorrere altre strade. 

Dopo la notizia delle quattordici procedure d’infrazione a carico della Lombardia, il 23 gennaio c’è stato un sussulto da parte di Pierfrancesco Majorino («In Lombardia non si respira, la qualità dell’aria è pessima. Solo ora Fontana promette sostenibilità. Dov’era quando l’Ue bocciava la Regione per le acque reflue, per il biossido di azoto e per l’attuazione della direttiva balneare?», ha scritto su Twitter), ma la sostanza non cambia. 

Tra indecisioni e negazionismo puro, la politica attua spesso azioni insufficienti, palliativi per l’opinione pubblica, fumo negli occhi per chi non è informato. In questo senso usare la percezione comune come termometro della condizione ambientale di una regione può servire non solo a diffondere conoscenza, ma anche a produrre approcci mirati, adatti alle circostanze. Il progetto Valutaria di LIFE PrepAIR si muove in questa direzione, testando la percezione che gli abitanti della Pianura Padana hanno dell’aria che respirano, istruendo le persone su quali siano i comportamenti da attuare per migliorare la situazione. 

E come nel film “The butterfly effect” di Eric Bress, dove il movimento di una farfalla riesce a provocare un uragano dall’altra parte del pianeta, così nella lotta al cambiamento climatico i singoli fattori si rincorrono, il micro e il macro si confondono e danno vita a qualcosa di nuovo. Con la speranza che sia migliore.

I Politici.

Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” martedì 12 settembre 2023 

Un po' responsabile dell'ufficio acquisti della Fiera di Milano spa dal 2017 all'autunno 2021 e un po' imprenditore in proprio dietro lo schermo dei legami societari con due imprenditori e compagni di partito in Fratelli d'Italia: è questa figura di ircocervo, Massimo Hallecker, 56 anni, che secondo la Procura di Milano avrebbe compravenduto l'appalto da 8 milioni per la gestione dei servizi logistici a Lainate dei magazzini di Nolostand (controllata da Fiera Milano) in cambio del fatto che l'impresa Fabbro subappaltasse i lavori alla Idea Servizi srl amministrata di fatto da Domenico Seidita, legato a Hallecker e all'altro imprenditore Silvestro Riceputi da interessi economici, oltre che da comune militanza in Fratelli d'Italia a Cologno Monzese: Seidita, consigliere comunale fino al 2020; Riceputi, referente cittadino sino a poche settimane fa; Hallecker, candidato non eletto nella lista vincente del sindaco nel 2015. 

Perquisito dal pm Paolo Storari il 30 giugno 2021, in un suo telefonino è stato trovato dalla Guardia di Finanza un foglio Excel dal quale Hallecker risulta detenere partecipazioni non dichiarate tra l'8 e il 12% in Bramì Building Management srl (gestione immobiliare), La Martesana srl (pompe funebri), Il Protagonista Comunication srl (consulenza) e Gruppo Lucia Service (catering): quattro società nelle quali la visura in Camera di Commercio mostrava tra i soci invece ufficiali (tra il 10 e il 25%) Marco Osnato, deputato di Fratelli d'Italia e genero del fratello del big di partito Ignazio La Russa.

«Sono società - spiega Osnato interpellato dal Corriere - in cui entrai su proposta di Riceputi ma in pratica non sono state operative, mai ho saputo di Hallecker né lo vidi mai agli incontri sulle società, dalle quali sono comunque uscito da due mesi». 

Rimosso il 31 ottobre 2021 da Fiera Milano dopo la segnalazione interna di un collega protetta dalle procedure di whistleblowing , e dopo un esposto presentato in Procura a inizio 2021 dall'ad Luca Palermo con l'avvocato Antonio Bana, Hallecker si vede ora contestare non solo le proprie involontarie confessioni intercettate dalla Procura («quando ho affidato ai Fabbro l'appalto del magazzino, loro non erano i più competitivi, c'era un'offerta più competitiva»), ma anche i verbali appunto dei fratelli Massimiliano e William Fabbro: precipitatisi a confessare da Storari (e infatti ieri non arrestati) dopo che i pm Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi li avevano fatti già arrestare tre mesi fa per tangenti sugli appalti delle mense in Comuni dell'hinterland milanese. 

Anche Gabriele Della Venezia della Eletric srl ha ammesso di aver pagato 20 mila euro «chiesti da Hallecker come corrispettivo per avermi fatto entrare in Fiera». E il gip accenna ad altri accertamenti su una prassi «che pare ergersi quasi a regola del 5%» nell'«affidamento di un qualche appalto fra quelli gestiti da Fiera».

Estratto dall'articolo di Andrea Montanari per “la Repubblica- edizione Milano” martedì 12 settembre 2023 

Ai vertici di Fondazione Fiera e della controllata Fiera spa nessuno commenta l'arresto di Massimo Hallecker, ex direttore dell'ufficio acquisti coinvolto nell'inchiesta sugli appalti truccati. Del resto Hallecker era stato licenziato in tronco un anno fa, all'epoca dell'esposto presentato proprio alla magistratura dall'ad di Fiera spa Luca Palermo. "Il sistema dei controlli funziona - trapela dai vertici della società - . Quando c'è un dipendente infedele lo denunciamo e lo arrestano". La denuncia infatti questa volta era partita proprio dai vertici di Fiera, società quotata in Borsa. 

Hallecker era stato assunto come responsabile dell'ufficio acquisti nel 2017. Proveniva dal gruppo immobiliare Percassi dove aveva avuto lo stesso in carico. Era entrato dopo il terremoto delle dimissioni in massa del consiglio di amministrazione di Fiera spa, chiesto nel gennaio 2017 dall'allora presidente della fondazione di largo Domodossola, Giovanni Gorno Tempini, che aveva voluto "discontinuità con il passato". [...]

L'assunzione di Hallecker, che nel 2015 aveva provato a farsi eleggere senza successo nella lista di Fratelli d'Italia a Cologno Monzese, è stata fatta quando l'ad era diventato Fabrizio Curci. Nell'attuale inchiesta sono coinvolti altri due esponenti di FdI: Domenico Seidita, che si è dimesso dal consiglio comunale di Cologno Monzese nel 2019 per far posto a Marianna Tedesco, che risulta essere stata "attenzionata" dalla Digos perché vicina all'ultrà della Curva sud del Milan Luca Lucci. 

E Silvestro, detto Franco, Riceputi già commissariato dal partito dopo la mancata approvazione a Cologno Monzese del bilancio del sindaco leghista Angelo Rocchi, che ha portato il comune dell'hinterland alle elezioni anticipate.

"Hallecker lo avrò visto un paio di volte, non lo conosco perché nel 2015 non era necessario essere iscritti al partito per candidarsi - taglia corto Sandro Sisler, commissario provinciale di FdI - . Riceputi era già stato sostituito a giugno dopo il commissariamento di Cologno dalla mia portavoce Gianfranca Tesauro. Comunque mi auguro che si risolva tutto per il meglio". Anche il sindaco Rocchi non va molto oltre: "Hallecker lo avrò visto al massimo un paio di volte perché non è stato nemmeno eletto e poi si parla del 2015. Seidita invece ricordo che si dimise nel 2019 perché non voleva avere conflitti di interessi con altre due attività". […]

Maria Elena Barnabi per Gente il 29 Dicembre 2022. 

«Allora la aspetto domani mattina  a casa mia. Ma di foto ne  facciamo una sola. E poi guardi  che io voglio parlare di politica.  Di domande personali gliene concedo tre al massimo. Alla quarta  non le rispondo. Ha capito?». Il tono secco e la erre moscia inconfondibile di Roberto Formigoni – ci stiamo parlando al telefono – non lasciano dubbi: l’ex governatore della Lombardia, che sta scontando una pena di 5 anni e dieci mesi, non ha perso l’abitudine di comandare. Ma visto che Formigoni è uno che la macchina della comunicazione la conosce benissimo, siamo tornati a casa con molte foto, molte chiacchiere e qualche risata. 

L’occasione per l’intervista è il bel documentario, che Gente ha visto in anteprima, Il Celeste - Roberto Formigoni (in prima serata il 5 gennaio sul Nove e disponibile su Discovery+) , che racconta senza sconti l’ascesa al potere, il declino, il carcere e la rinascita del “Celeste”, chiamato così per la sua profonda fede. 

I fatti: nel 2019 la Cassazione ha stabilito che Formigoni ha favorito strutture sanitarie private in cambio di regali per un ammontare pari a 6,5 milioni di euro. E così è stato condannato per corruzione a 5 anni e dieci mesi e alla confisca dei beni. A febbraio del 2019 l’ex governatore, che si è sempre dichiarato innocente, si è presentato di sua spontanea volontà al carcere di Bollate.

Siccome aveva più di 70 anni, avrebbe avuto diritto ai domiciliari, ma a causa della cosiddetta legge “Spazzacorrotti”, voluta dal primo governo Conte e poi giudicata incostituzionale, Formigoni ha passato in carcere cinque mesi. Dal luglio 2019 è ai domiciliari, in un grande appartamento, al quarto piano di un palazzo signorile in zona Corso Sempione a Milano. 

Ed è proprio in questa casa che Gente ha scattato le immagini esclusive che vedete: una casa ricca di quadri, opere d’arte (due del famoso scultore Arnaldo Pomodoro), libri, crocifissi, foto ricordo con Papi e sacerdoti. Ogni angolo parla della vita nella cristianità e nel potere di Roberto Formigoni: 75 anni, esponente importante di Comunione e liberazione, membro dei memores domini (che vivono in castità e in case comuni) dal 1973, ex parlamentare europeo, ex senatore, ex “monarca assoluto” della Lombardia per quasi vent’anni, eletto a furor di popolo per quattro volte. Da ottobre, Formigoni è in prova ai servizi sociali e lavora in una comunità che assiste giovani in difficoltà. 

E per il resto del tempo che fa?

«Studio, mi informo, leggo libri. Posso stare fuori casa dalle 6 fino alle 23: cammino molto, ho fatto un’operazione all’anca. Se venisse con me, vedrebbe quanti mi fermano, mi ringraziano, vogliono farsi un selfie. Credevano di distruggermi. Non ci sono riusciti». 

Chi la voleva distruggere?

«La magistratura e tanti politici. C’è stato anche del fuoco amico».

E adesso con i politici come va?

«In tanti mi vengono a trovare in segreto, vogliono dei consigli».

Ha un delfino?

«Non ho un delfino. E neanche un cane. Inutile che me lo chieda: non le dico chi sono i politici che vengono qui». 

In carcere sono venuti?

«Sì, di ogni schieramento. Tranne i 5 Stelle. Ma quelli non li avrei ricevuti».

La visita più gradita?

«Il vescovo di Milano monsignor Angelo Scola, mio amico d’infanzia». 

Come l’hanno trattata all’interno del carcere?

«Bene. Il mio compagno di cella, un omicida, mi ha accolto dicendomi: “Presidente, per il bene che hai fatto in Regione, tu qui non alzerai un dito. Niente mestieri, facciamo tutto noi”».

Formigoni amato da tutti.

«Mi sono arrivate oltre 4 mila lettere». 

Un uomo abituato al potere come lei va in carcere e non si dispera?

«Mai. Dio ci mette di fronte a ciò che possiamo affrontare. E poi sono innocente».

La sentenza dice il contrario.

«Lo ribadisco: sono innocente. Ho avuto la fortuna di avere amici possidenti e generosi che invitavano me e altre persone in barca (il faccendiere Pierangelo Daccò ha patteggiato, ndr). 

Io amici così mai avuti, Formigoni.

«Guardi che io Daccò l’ho conosciuto solo nel 2007. Prima al massimo andavo a Sharm». 

Molti la accusano di aver rovinatola sanità in Lombardia.

«Invece la mia riforma, che ha permesso ai lombardi di accedere ad alcune grandi strutture private, ha funzionato benissimo. Un articolo del The Wall Street Journal consigliò a Obama di farsi un giretto in Lombardia».

Mi faccia capire: il presidente americano venne da lei per un consiglio?

«Io non l’ho visto, ma immagino che avrà mandato degli emissari». 

Ora però la sanità lombarda fa acqua da tutte le parti.

«Non è colpa di Formigoni, ma di chi è venuto dopo di me. Spiace perché non c’è più (si riferisce a Roberto Maroni, scomparso lo scorso novembre, governatore della Lombardia dal 2013 al 2018, ndr). La sanità territoriale mica l’ho distrutta io, ma lui. Lo scriva per favore».

Vive ancora con Alberto Perego, il suo grande amico con cui è stato fotografato sul famoso yacht?

«No. E preciso che vivevamo con altri sei memores domini in una casa comune messa in piedi da Don Giussani. Poi le nostre strade si sono separate». 

Ora vive solo?

«No, vivo con un altro memor domini, un professore universitario (si chiama Walter Maffenini e insegna statistica all’Università Bicocca di Milano, ndr)».

Nel 2000 fece scalpore la sua storia con la showgirl Emanuela Talenti.

«Un errore, uno sbaglio». 

Non le manca l’intimità sessuale?

«No. La mia vocazione è il celibato, ho rinunciato al possesso di una donna. Certo, sono un uomo e a volte è dura. Ma è duro anche il matrimonio. Voglio bene a molte donne. Sono amiche». 

Innamorato mai?

«Sì. Un paio di volte». 

E che ha fatto?

«Se uno è cristiano, rispetta la vocazione che gli ha dato il Padreterno». 

Parliamo della sua bellezza.

«Di cosa?». 

Su, non faccia il finto modesto. Un narciso come lei...

«Da bambino ero molto timido, sempre il primo della classe. A vent’anni mi sono accorto di essere bello e di suscitare interesse. L’ho presa come una cosa naturale». 

Chi la corteggiava?

«Diversi. Diverse». 

Molti gay dicono di apprezzarla.

«Benissimo, lasciamoglielo dire». 

Al di là della leggerezza, l’aspetto fisico di un politico è fondamentale. Guardi Berlusconi.

«Berlusconi è un genio: ha inventato un nuovo modo di fare le case, il calcio e la politica. Però l’e minga bell e l’è bass (in dialetto milanese: non è bello, è basso, ndr). Quando poi si è scoperto che usava le scarpe con i tacchi... Nei comizi mi mettevo sempre lontano da lui perché sapevo che soffriva a stare di fianco a Formigoni che era più bello, più alto e più bravo a parlare di lui». 

Le sue famose camicie sgargianti?

«Ho sempre amato e sostenuto la moda dei grandi marchi “made in Lombardy”. Le camicie erano omaggi degli stilisti: giustamente pensavano che sarebbero state valorizzate solo addosso a un figo come Formigoni. Ora sono nell’armadio: ho quindici anni di più, va bene così».

Le manca il potere?

«Sono stati 18 anni gratificanti in Lombardia. Sono in un’altra fase della vita. Non ho rimpianti, né mi pento di nulla». 

Quando è il fine pena?

«Tra luglio e settembre 2023». 

Tra poco. Tornerà in politica? Avrà solo 76 anni. Berlusconi ne ha 86...

«La politica è dentro di me. Chi lo sa che farò? Ci penserò a tempo debito».

L’Insicurezza.

I Redditi.

L’Università.

La Città.

L’Insicurezza.

Notte su una volante della polizia a Milano: ladri in farmacia e risse tra laureati. Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera il 15 ottobre 2023. 

Dall’una fino all’alba nelle zone coperte dalla polizia. Uno spacciatore sembra uscito da Breaking Bad. Le chiamate di donne impaurite, i rifugi dei senzatetto 

La Questura di Milano è scura, grave, seria. Non per colpa degli agenti di polizia, che sono giovani e indaffarati. È una questione di spazi. Soffitti altissimi, scaloni in penombra, gradini improbabili, divisori di legno laminato. Questo era l’antico convitto Longone, frequentato dall’adolescente Alessandro Manzoni. È passata mezzanotte e nella luce dei neon occhieggiano gli schermi accesi dei computer. Centrale operativa, qui distribuiscono gli interventi. Mi spiegano che Milano è divisa in tre settori, assegnati a rotazione alla polizia (due settori) e ai carabinieri (un settore). Intorno alla stazione Centrale stanotte, per esempio, ci saranno i carabinieri. Alla polizia toccano il centro, la zona sud-est e tutta la zona ovest.

Le mie guide si chiamano Maria Romagnoli, commissario capo; e Francesco Elia, agente scelto: di solito è capo-pattuglia, stasera guiderà la volante. Lei è di Bari, lui di Salerno. Insieme non fanno la mia età. Partiamo all’una di notte, il turno finirà alle sette. Mi spiegano che, in ogni momento, ci sono una trentina di volanti per le strade di Milano. Quindici escono dalla questura, e hanno i nomi di luoghi della città (Sempione, Accursio, Comasina, Bonola etc). Altrettante escono dai commissariati: hanno gli stessi nomi, seguiti da «bis» (Sempione bis, Accursio bis, Comasina bis, Bonola bis etc). Già lo so: quello che per loro è lavoro quotidiano, per me sarà novità sorprendente. A cominciare dalla guida dell’agente scelto Elia: grintosa, diciamo. Scivoliamo verso nord, rispondendo alla prima chiamata. I semafori rossi sono un arredo cromatico: la volante rallenta, poi schizza in avanti. Lotto con la mia cintura di sicurezza posteriore e sento, senza vederlo, il sorriso indulgente del commissario Romagnoli. In via Fleming, zona San Siro, un’anziana signora ha chiamato sostenendo che la figlia la minaccia. Quest’ultima ha problemi psichiatrici, pare. Saliamo al quinto piano — niente ascensore — la troviamo in casa. La madre, minuscola, sta invece seduta nell’ambulanza e parla con i soccorritori, che la tranquillizzano. Arriva un’altra volante e porta la figlia all’ospedale San Paolo. Tutto avviene con calma e a bassa voce, come se tutti avessimo paura di disturbare Milano che dorme.

Guida veloce

Maria e Francesco, le mie guide, sembrano contenti dell’intruso sul sedile posteriore. Parlano poco, lui guida veloce, lei parla alla radio o al telefono. Lui conosce le strade a memoria; lei, ogni tanto, usa il navigatore. La coda di cavallo ondeggia mentre schizziamo da una parte all’altra della città come palline di un flipper. Da San Siro a Santa Giulia in otto minuti. Adesso capisco perché le chiamano «volanti». Ha chiamato una giovane donna, teme di essere picchiata. Saliamo al nono piano — ascensore, per fortuna. La ragazza è brasiliana, bionda, minuta; ci accoglie in accappatoio. Lui — italiano, aria professionale — è sul divano, silenzioso. Andiamo sul balcone, lei sembra agitata. Racconta la sua vita, metà in italiano e metà in inglese. Santa Giulia, alle tre di notte, brilla di luci bianche e silenzio. Vuote le vie alberate: alberi giovani e precari, come molti residenti. Nessun passaggio di treni a Rogoredo. Silenzioso il mastodonte di Sky. Il commissario Maria Romagnoli ascolta la ragazza brasiliana, le suggerisce di andare altrove per il resto della notte. «Anche terapeuta?», chiedo. Sorride: «Questo e altro. A Milano, la gente chiama. Considera la polizia un servizio, giustamente. E chiama».

La nostra volante (Gamma) è un’Alfa grintosa col cambio manuale e una particolarità: non ha la partizione tra sedili anteriori e posteriori, necessaria nel caso di un fermo o di un arresto. Possiamo così parlare, anche se cerco di farlo con misura: in fondo stiamo tutti lavorando, loro più di me. Torniamo verso il centro: chiamata per una rissa, dietro piazza Vetra. Un ragazzo seduto su un gradino — vent’anni, capelli biondi — sanguina dal naso, gli amici intorno hanno le camice imbrattate di sangue, accusano i buttafuori. Le ragazze si spostano di qua e di là, con i tacchi e la borse luccicanti. C’è un’aria eccitata e guardinga. Mentre gli agenti cercano di capire cos’è successo — ma ho l’impressione che l’abbiano capito subito — una ragazza viene a salutarmi: «Scusi, cosa ci fa lei qui?». Le giro la domanda: cosa fate in giro il martedì alle tre di notte? «Festa di laurea!», risponde radiosa.

La saracinesca divelta

La conversazione viene interrotta. Chiamata da Figino, periferia nord-ovest, a ridosso di Settimo Milanese: è in corso una rapina a una farmacia in via Fratelli Zanzottera. Mi sembra di ricordare l’indirizzo: è il luogo dove, un anno fa, è stato ucciso Vittorio Boiocchi, storico capo ultras dell’Inter. Presa la chiamata, l’agente scelto Elia ha un certa fretta, mettiamola così. Inserisce lampeggiante e sirena. Milano schizza via dai finestrini dell’Alfa come in un videogioco. Sulle rotonde il guidatore dice a me e al fotografo: «Tenetevi», come se ce ne potessimo dimenticare. Arriviamo in pochi minuti. Odore di gomme e di freni, la tangenziale e i campi sullo sfondo.

La saracinesca della farmacia è divelta, i rapinatori sono passati di lì. Francesco Elia si appiattisce e riesce a entrare. Esce quasi subito: «L’hanno fatta». Sottinteso: la rapina. Hanno svuotato la cassa. Accorrono altre pattuglie. L’uomo che ha dato l’allarme — la moglie è ancora alla finestra — racconta di quattro ragazzi con felpe e cappucci. Arriva un tipo in monopattino, felpa e cappuccio. «Mi sembra lui», sussurra il testimone in pigiama. Rapido controllo dei documenti, il tipo sta andando al lavoro. Un agente — barba abbondante, fisico robusto, accento napoletano — si gira verso il testimone e sbotta: «Ma ti sembra che uno fa ’na rapina e dopo dieci minuti torna qui in monopattino?». Parte la ricerca dei rapinatori, potrebbero essere ancora in zona. Le auto si fermano al bordo dei campi e le pattuglie, torce alla mano, proseguono a piedi. Resto vicino alla volante, nella notte tiepida di ottobre.

Sono le 04.15. Torniamo verso il centro. Arriva via radio una chiamata: in via Rembrandt, da una Fiat 500 Enjoy fermata per un controllo, stanno tirando fuori una fornitura di droghe sintetiche degna di Breaking Bad. Arriviamo e l’operazione è in corso. Il fermato — italiano — è nell’auto della polizia: racconta di un fidanzato in carcere, dice d’aver preso in consegna le sostanze da un amico. Più tardi andremo a bussargli alla porta, in via Gabetti. «Possiamo procedere a una perquisizione senza un mandato — mi spiega il commissario Romagnoli — se c’è il sospetto che si nasconda della droga. Dpr 309/90». Lo zerbino davanti all’ingresso recita: «Welcome to the Batcave». Ma Batman, o chi per lui, non è in casa.

Bustine e pasticche

Mi avvicino alla Enjoy. Dai bagagli sbucano diverse buste di Mdpv, nota anche come Mdpk, Mtv, Pv, Magic, Maddie, Super Coke. Puntiglioso, mi informo: scopro che induce euforia, aumenta la voglia di parlare, migliora le prestazioni sessuali e stimola l’acutezza delle sensazioni. Il fermato, cappellino in testa, occhi bistrati, non sembra né euforico né acuto: solo rassegnato. Dai bagagli sbucano altre bustine, pasticche, un sacchetto di hashish, un bong (usato), due bilancini e una varietà strabiliante di oggetti: tre passaporti Usa, un passaporto italiano, un profumo Versace, vari orologi, un visore Oculus Quest, carte prepagate, mazzi di chiavi, una confezione da sei di Campari soda. Un trolley tricolore, aperto, ci guarda.

Le mie guide, Francesco e Maria, mi invitano a prendere un caffè dietro l’angolo, da «Mimmo e Anna». Sono le 05:30. Due inservienti, accento slavo, stanno pulendo e chiudendo il chiosco, e mi guardano come un simpatico marziano. L’agente di un’altra volante mi spiega che i posti aperti di notte a Milano, alla fine, quelli sono: ci si conosce tutti. C’è un’ultima incombenza. Poco distante, in un edificio abbandonato dietro il deposito Atm di via Novara, si rifugiano alcuni stranieri senza fissa dimora, entrando da un varco in un cancello. Entriamo anche noi, e dal buio escono uomini assonnati, non più giovani. Su due tavoli bassi, rotondi, sono rimasti vuoti di birra, di vino e di liquore al mandarino, resti di olive. All’interno un tanfo pesante, che rimane nel naso e sui vestiti. Su una parete cartoline di Donnie Brasco, dei Queen, di Harry Potter e di Lupo Alberto.

Fedine penali

Quasi tutti gli occupanti vengono dalla Romania. Mostrano i documenti, con l’aria di esserci abituati. Uno di loro si lamenta di non averne; glieli trova un poliziotto, erano abbandonati su un tavolo («Vedi? Non devi lasciarli in giro!»). Restiamo più di un’ora. L’agente scelto Elia mi spiega: «Dobbiamo controllare che non abbiano mandati di cattura pendenti. Ma ciascuno di loro, per ognuna delle generalità che ha fornito negli anni, ha una fedina penale che è romanzo. Ci vuole tempo in centrale per far passare tutte le pagine».

Torniamo verso il centro con l’ultimo buio. Sono passate da poco le 06:30. È illuminata l’edicola di piazzale Baracca, è aperto il caffè in via Meravigli, sono sudati i corridori metropolitani che saltapicchiano fra i semafori di Cordusio, eleganti nelle tutine colorate. Il commissario Romagnoli — oggi è il suo compleanno, ma non me lo dice — racconta della laurea in giurisprudenza a Bari, del concorso per avvocato (superato), della scelta della polizia e di Milano, del padre che stamattina la chiamerà per sapere com’è andata la notte. Dietro il Duomo sale la luce azzurra. Torniamo in via Fatebenefratelli, un nome che — se ci pensate — è un’esortazione. Accolta: i fratelli e le sorelle in divisa stanotte hanno fatto bene, senza dubbio. Sono passate da poco le sette. La volante Gamma, guidata dall’agente scelto Elia, si ferma davanti all’ingresso, aspettando che esca un’altra auto. Un ciclista — caschetto, scarpe nere da ufficio, cartella a tracolla — ci gira intorno e si allontana imprecando perché abbiamo ostruito la ciclabile. We love Milan!

Un vigile deluso racconta: «Ecco perché negli ultimi anni siamo spariti dalle strade di Milano». Giangiacomo Schiavi su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023.

«Quando fui assunto, ormai 26 anni fa, facevo l’intero turno di servizio all’incrocio. C'era un ufficio traffico che serviva a dare il benestare alle modifiche alla viabilità proposte»

Caro Schiavi,

ho appena letto il suo articolo relativo alle piste ciclabili in corso Monforte all’angolo con via Visconti di Modrone. Lei ha ragione quando dice che non ci sono più i vigili in strada, ma questa carenza è stata determinata da scelte politiche scellerate che hanno deciso che i vigili non erano più necessari agli incroci. Quando io sono entrato a far parte del glorioso Corpo della Polizia municipale di Milano, ormai 26 anni fa, facevo l’intero turno di servizio all’incrocio. A quel tempo lavoravo in zona Certosa e ad ogni incrocio della circonvallazione filoviaria, di viale Certosa, Gallarate ed Espinasse c’era un vigile. Nel corpo c’era un ufficio traffico che serviva a dare il benestare alle modifiche alla viabilità proposte: è stato eliminato perché probabilmente a qualcuno non andava bene che ci fossero degli esperti del settore a mettere i bastoni tra le ruote.

La carenza di vigili in strada è dovuta anche alla mancanza di turnover, alla creazione di tantissimi nuclei, per carità sono bravissimi a fare il loro lavoro, in alcuni casi sono i migliori in circolazione e vengono chiamati da altri corpi di altre forze per la loro professionalità e competenza, ma tutto questo ha determinato una riduzione della presenza in strada di operatori. Come giustamente lei afferma, siamo arrivati all’anarchia più totale sulle strade, come può notare chiunque circola per le vie di Milano.

La soluzione alla violazione continua delle norme di comportamento imposte dal codice della strada, non è l’aumento delle sanzioni, ma è l’aumento dei controlli. Se io sono in pattuglia, inviato dalla centrale radio per un reclamo, che sia un incidente stradale o un’automobile in sosta su spazio invalidi o passo carraio, non ho la possibilità di fermarmi a contestare la violazione a due che vanno in monopattino o a una bicicletta che circola contromano o sul marciapiede. La tanto vituperata presenza dei vigili negli uffici è indispensabile per far procedere il lavoro fatto fuori dagli agenti che sono in strada; se non ci fossero tutta la macchina si fermerebbe, perché se gli agenti fuori sono il motore di questa macchina, quelli dentro sono le ruote che permettono alla macchina di andare avanti.

Ce ne sarebbero un’infinità di cose che non vanno e di problemi da risolvere, ma mi fermo qui. La saluto molto cordialmente e spero che pubblichi questo mio piccolo sfogo, che magari possa farci vedere dai cittadini sotto una luce diversa. Un vigile deluso 

Caro vigile ignoto,

con questa lettera ha detto tutto, con il garbo che fa onore alla sua divisa. In strada servono più controlli. Punto. Peccato lo dica lei tutelandosi con l’anonimato (che rispetto, perché oggi il vigile che osa rivolgere anche una velata critica all’amministrazione è passibile di sanzioni) e non il suo comandante o l’assessore o lo stesso sindaco: in fondo sono loro a dirigere la baracca. Ma consideriamo un bel segnale l’aver rotto il silenzio della categoria, finalmente, su una questione che riguarda tutti i milanesi e da anni viene affrontata con la stessa domanda: dove sono finiti i vigili? Dietro alla domanda c’è una richiesta precisa: migliorare la sicurezza stradale. Ma non solo. I vigili di servizio all’incrocio, come scrive lei, o in una strada, non sono percepiti come repressivi dal cittadino, ma educativi: la loro presenza, che i milanesi d’antan certamente ricordano, era un invito al rispetto delle regole. Bloccavano le auto in eccesso di velocità, i guidatori spericolati, i ciclisti senza le luci, davano informazioni, evitavano a qualche distratto di andare contromano. Oggi non si chiede di rivederli in posa plastica nella nebbia, come un tempo, ma capaci di intercettare le tante irregolarità dei diversi utenti della strada, diventata, come lei conferma, un urban West. Sarà anche banale ripeterlo, ma sui marciapiedi dovrebbero trovare spazio anche pedoni e carrozzine e in strada fermare la deriva delle doppie file e le soste irregolari per consentire il passaggio di ambulanze e mezzi di soccorso. In Svizzera, scrivono i lettori, i vigili sono in strada e ci sono tanti parcheggi. Milano non è la Svizzera (e c’è chi se ne rallegra) ma ogni giorno attira un esercito di pendolari del terziario, artigiani, idraulici, muratori, elettricisti, corrieri, personale di servizio alla popolazione residente che necessita di furgoni e furgoncini. Oggi si muovono nel caos. Sappiamo che la questione della mobilità «dolce», non è solo una questione di polizia urbana, bensì una questione urbanistica, legata a strade, accessibilità e sicurezza. Ma in attesa di un equilibrato bilanciamento tra la densità abitativa di Milano e la svolta green (che non si concilia, perché più immobili e cantieri portano anche più auto e traffico), la presenza dei vigili in strada sarebbe una riconciliazione con la città che li aspetta da anni. 

Vigili «spariti» dalle strade di Milano, la replica: esigenze cambiate, gli agenti sono impegnati su altri fronti. Alessio S. su Il Corriere della Sera giovedì 12 ottobre 2023.

Dagli interventi di pubblica sicurezza ai controlli su edilizia e commercio, i compiti del corpo di polizia locale

Caro Schiavi, 

ho letto il suo articolo sulla questione «i vigili non sono più su strada».

I vigili non esistono più dal 1986, iniziamo a chiamarli con il vero nome, agenti o corpo della polizia locale. Per caso gli agenti della penitenziaria li chiamate ancora secondini?

Non siamo più nel 1980, i problemi sono cambiati, la viabilità è cambiata, la sicurezza è cambiata, ci sono i varchi elettronici, la ztl, i semafori... e ancora volete i famosi «vigili» in mezzo alla strada a fare viabilità? Magari a respirare il gas di scarico di migliaia di veicoli? Ci potrebbe andare lei, magari.

Gli agenti sono mandati a fare qualsiasi intervento non solo sulla viabilità, intervengono in migliaia di casi: violenza, pubblica sicurezza, interventi di polizia giudiziaria, danneggiamenti privati, edilizia, commercio, rifiuti... I compiti sono troppi e le richieste sono continue, soprattutto dalle altre forze di polizia.

Come mai non dite la stessa cosa delle altre forze di polizia? Come mai non dite che i controlli non vengono fatti né dalla polizia né dai carabinieri? Già, non si può dire, meglio incolpare i «vigili», fa più comodo.

Aspettiamo una riforma da quasi 40 anni, di questo però non parlate mai!

Alessio  S.

Estratto dal “Sole 24 Ore” il 9 ottobre 2023.

Milano si conferma maglia nera nell'Indice della criminalità 2023 del Sole 24 Ore, con 6.991 reati denunciati ogni 100mila abitanti nel 2022 e denuncia in crescita del 3,5% anche nel primo semestre 2023 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il dato 2022 del capoluogo lombardo risulta in calo, se confrontato con il numero dei reati denunciati nel 2019 (225.078 contro 219.671) o nelle annualità precedenti.

A inasprirsi, però, sono i reati predatori, che spesso avvengono per strada: agli “storici” record negativi per i furti con destrezza (1.030 ogni 100mila abitanti) e negli esercizi commerciali, Milano oggi affianca nuovi primati nel numero di rapine in pubblica via e nei furti con strappo che fino all'anno prima appartenevano ad altre province (rispettivamente Rimini e Napoli). In città sono tornati turisti ed eventi che attirano un pubblico internazionale, e sotto i riflettori ci sono i recenti episodi di criminalità. 

[…] Ai vertici dell'Indice, […] c'è anche Roma. La Capitale nel 2022 ha registrato 231.293 reati denunciati (5.485 ogni 100mila abitanti) e vendita così sul podio - poco lusinghiero - della criminalità: il numero è in crescita del 5% rispetto al 2019, in controtendenza rispetto al calo nazionale. […]

[…]

La top 10 della classifica è popolata da grandi città e mete turistiche: al secondo posto si incontra Rimini (dove nel 2023 si rileva una rilasciata dell'8% delle denunce); Bologna, Firenze e Torino occupano rispettivamente la 4ª, 5ª e 6ª posizione, seguite da Imperia, Livorno, Prato e Napoli.

[…]

Nel primo semestre dell'anno sono Venezia (+12,4%) e Firenze (+8,2%) e hanno registrato la crescita più significativa. «L'aumento può essere causato dal ritorno dei turisti – spiega il sindaco di Firenze, Dario Nardella – che nella nostra città hanno un rapporto di 35:1 con i cittadini residenti. C'è poi un disagio crescente, spesso legato all'immigrazione irregolare ea persone disperate che vivono ai margini della società». Nel capoluogo toscano il numero assoluto delle denunce è sceso in modo significativo (-10.433) rispetto al 2019, quando furono oltre 62mila: […]

Record in base ai reati Dall'analisi per tipologia di reato si confermano primati negativi consolidati: nella provincia di Barletta-Andria-Trani si concentra il maggior numero di furti d'auto in rapporto alla popolazione, La Spezia spicca per reati legati agli stupefacenti. Novità di questa edizione sono, tra le altre, la più alta densità di violenze sessuali a Imperia - “al top” anche nelle percosse e nella contraffazione - e la concentrazione di estorsioni a Livorno, che registra anche il numero più alto di furti di ciclomotori : 77,2 ogni 100mila abitanti. E, ancora: Crotone strappa a Matera la maglia nera per incendi boschivi, mentre Brescia è prima a parimerito con Mantova nei delitti informatici.

"Girano con uomini armati". Ecco la verità sulle borseggiatrici rom di Milano. Le borseggatrici, che sanno di poter contare su una parte politica che vuole anche tutelarne la privacy, ora girano a Milano con la scorta armata di coltelli. Francesca Galici il 24 Settembre 2023 su Il Giornale.

Questo è un periodo durante il quale si parla un po' meno del problema delle borseggiatrici nella metro di Milano ma questo non significa che il problema si sia attenuto. Anzi. Basta fare un giro in una qualunque delle linee della metropolitana del capoluogo lombardo, a qualsiasi ora del giorno e della sera, dal centro alle periferie, per sentirsi come un bersaglio pronto a essere colpito. Gi avvisi "Attention, pickpocket" vengono scanditi con frequenta elevata e regolare durante il tragitto, sia in italiano che in inglese. Il livello di insicurezza nelle persone è elevatissimo, lo si percepisce nell'aria, tutti sono un po' più guardinghi quando si muovono, con gli zaini rigorosamente sul petto per evitare intromissioni indesiderate. E nonostante si fosse portati pensare di aver già toccato il fondo con i consiglieri comunali che difendono la privacy di chi ruba, ecco che le borseggiatrici raggiungono un altro livello, operando con la scorta "armata".

"Io circondato e massacrato dalle borseggiatrici rom in metro a Milano"

La denuncia è arrivata dai gestori della pagina social MilanobelladaDio, che da anni sono impegnati nelle denunce sul territorio di Milano. Questi ragazzi, volontari, fanno il lavoro di prevenzione che il Comune guidato da Beppe Sala si "dimentica" di fare, ignorando la gravità della deriva criminale assunta dalla sua città. "È sempre più pericoloso fermare le borseggiatrici mentre derubano i turisti e i passeggeri", spiega Matthia Pezzoni che impiega gran parte del suo tempo libero per tentare di riportare un po' di legalità a Milano o, comunque, provare a proteggere gli ignari passeggeri e turisti.

Lui è già stato aggredito in diverse occasioni, una in maniera piuttosto pesante da parte delle borseggiatrici e dei loro cani da guardia. "Queste donne girano con uomini, ma anche con ragazzini, armati: che le proteggono e che, se provi a fermarle, sono pronti ad aggredirle, esattamente come è capitato a me", dice Pezzoni, al quale da qualche tempo si sono uniti anche altri ragazzi che nel tempo libera si impegnano a contrastare i borseggi e i reati da strappo e sottrazione. Da quando il fenomeno ha assunto grandi dimensioni mediatiche, le borseggiatrici sembrano essersi attrezzate e ora è diventato molto più pericoloso intervenire, perché il rischio di essere feriti da un'arma da taglio risulta essere molto più alto. "Milano è diventata la terra di nessuno, hanno più sicurezza loro che i cittadini, il Belpaese all’incontrario", è il commento amaro di Pezzoni, che comunque non molla e continua nel suo lavoro. 

Milano, le ladre rom con la scorta: nessuno si indigna. Enrico Paoli su Libero Quotidiano il 25 settembre 2023

Hai voglia a parlare di «percezione». Se a Milano viaggi in metropolitana l’insicurezza è una certezza, priva del corollario fatto di «se» e di «ma». Destinato a diventare ancor più granitico, ora che le borseggiatrici si fanno addirittura scortare sul luogo di lavoro, in modo da bloccare chi si ribella o tenta di fermarle. Chi ci ha provato, in particolare fra coloro che le riprendono per postare sui social i video, ne porta addosso i segni.

Altro che percezione. Anche perché, dati alla mano, il numero delle denunce è nettamente inferiore ai reati commessi. Quindi gli analisti sono indotti a sottostimare il fenomeno. E pure le statistiche sono per difetto. Altro che percezione. Ma viaggiare in metro non può essere un terno al lotto. Perché lo sai, lo hai letto, lo hai visto in tv e sui social, ne conosci persino i volti ormai, i vagoni della sotterranea del capoluogo lombardo sono il luogo di lavoro delle borseggiatrici rom. A Milano, come nella maggior parte delle grandi metropoli dotate di subway, sono un problema serio.

Donne più o meno giovani, che si mescolano con i turisti, ai quali portano via portafogli e altri valori. Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, certo, ma con i lacci e lacciuoli della legge, che, spesso, inficiano i loro sforzi. Le fermano e in un batter d’occhio sono di nuovo fuori. Il cortocircuito è evidente. Come è altrettanto evidente la distorta lettura del problema da parte di una sinistra arrivata a difendere le borseggiatrici dalla presunta aggressione mediatica, indignandosi per quello. Un dibattito, quello intorno ai video che immortalano le gesta delle ladre seriali, tanto inutile quanto stucchevole. Dove le borseggiatrici sono arrivate a sostenere che fanno quel che fanno, cioè rubano, solo per necessità.

Difficile da credere. Ancor più difficile da sopportare. Lo stato di necessità, quello vero, reale, è ben altra cosa. Tant’è che nei vagoni della metropolitana di Milano le borseggiatrici, ora, non lavorano più da sole, ma vengono seguite dalla scorta, che garantisce loro il risultato del furto, evitando le reazioni delle vittime. Una vera catena di montaggio del crimine. Ecco, di fronte a tutto ciò, il senso d’impotenza passa dallo stato liquido della percezione allo stato solido dell’arrabbiatura. Perché gli ostaggi, in questo perverso meccanismo di guardie e ladri e body guard, siamo noi. Che ci indigniamo. Attendiamo altrettanto da buonisti e affini... 

"Si ubriacano, fanno sesso e urinano". La comunità di Dergano contro il degrado dei filippini. I residenti del quartiere si sono riuniti per far sentire la propria voce durante l'inaugurazione del nuovo murale nel quartiere e hanno raccontato ciò che sono costretti a subire ogni giorno. Filippo Jacopo Carpani il 20 Settembre 2023 su Il Giornale.

L’inaugurazione per il nuovo murale dedicato all’accoglienza a Dergano si è trasformata nella protesta dei residenti, esasperati dal degrado che ogni giorno domina nei giardini Cesare Pagani, nel cuore del quartiere milanese. Una quarantina di persone si sono presentate all’assessore della cultura Tommaso Sacchi e alla presidente del Municipio nove Anita Pirovano, per denunciare la comunità filippina che si riversa nel parco e, dopo ore di bivacchi, lo lascia in condizioni disastrose. L'ennesima testimonianza, questa, del degrado in cui versano molti quartieri del capoluogo lombardo.

"Via Padova, la sera il parco diventa una tendopoli a cielo aperto"

“Il punto è che sono almeno cinque anni che, appena arriva il caldo, questo giardino viene preso d’assalto dai filippini. Prima erano una cinquantina, adesso sono centinaia”, hanno raccontato i residenti, sottolineando come qualunque tipo di protesta venga accolto con una serie di insulti. Gli abitanti di Dergano hanno affermato di essere sostanzialmente prigionieri in casa propria, soprattutto nel finesettimana: “Il parchetto è invaso da filippini che bevono, si ubriacano, mangiano il cibo cucinato in casa e che poi vendono abusivamente. Urinano, fanno di tutto e la mattina troviamo il parco e i cesti dei rifiuti in condizioni pietose. Qui ormai la condizione è fuori controllo”. Qualcuno ha persino detto di aver visto una coppia fare sesso sul muretto, “come se nulla fosse”.

Milano Today ha riportato anche la testimonianza di un residente disabile, il 46enne Emiliano Falceri, che ha confessato di non aver mai visto una situazione del genere “e abito qui da quando sono nato. Sono disgustato perché, essendo in sedia a rotelle, mi è impossibile accedere ai giardinetti nel fine settimana visto che trovo auto parcheggiate sugli scivoli e sui marciapiedi”. Anche gli animali domestici sono finiti vittime del degrado. Alcune persone si sono ritrovate con i loro cani feriti alle zampe dai cocchi di vetro lasciati per strada.

La situazione nel quartiere è diventata molto tesa già nel periodo estivo, a causa di una serie di furti nelle palazzine tra via Tartini e via Cesare Brivio. Una signora ha raccontato di aver trovato la casa svaligiata al suo ritorno dalle vacanze. “Mi hanno portato via almeno 10mila euro di roba”, ha raccontato la vittima, elencando una varietà di oggetti sottratti tra cui borse firmate, portafogli di marca, computer, orologi, orecchini, polo e lampade. L’esasperazione dei residenti è emersa anche durante il loro incontro con il presidente e l’assessore, quando un giovane ha lasciato una bottiglia a terra: “Animale devi imparare che le bottiglie non si lasciano lì, raccoglila!”.

I residenti di Dergano, inoltre, hanno sottolineato che secondo loro la cosa peggiore è che le forze dell’ordine non hanno mai risposto alle loro chiamate: “Chiamiamo continuamente vigili e polizia, anche di notte. Ma ci dicono che hanno altre priorità o che possono intervenire solo se ci sono risse o feriti. Ma allora mi chiedo: deve scapparci il morto prima che si faccia qualcosa?". Uno dei presenti ha anche mostrato una pec con allegati video della compravendita di cibo fatto in casa sulle panchine del parco, inviato anche alla guardia di finanza: “Non mi ha mai risposto nessuno”.

Matteo Castagnoli e Pierpaolo Lio per corriere.it - Estratti il 17 Settembre 2023 

La persona che potrebbe spiegare come s’è arrivati a un omicidio nel cuore della movida milanese è una ragazza ucraina che sta seduta a un centinaio di metri dal luogo dell’aggressione di mercoledì scorso. Sono le 23.30 dell’altra notte. E la donna è seduta sui gradini di un bar tabacchi, sempre in viale Gorizia.

Ha il volto nascosto dalla visiera calcata di un cappellino, due borse della spesa in tela appoggiate a portata di mano. Davanti a sé ha gli equipaggi delle Volanti — che poi la porteranno in questura — mentre tutt’attorno la movida continua a scorrere come ogni sera. Alla lunga, quel capannello non può però che risvegliare la curiosità di qualcuno. È così che la voce corre: «È lei, è lei, è la ragazza ucraina». 

A tirarla in ballo è stato il 28enne tunisino, Bilel Cubaa, arrestato subito dopo l’aggressione al 23enne Yuri Urizio. In zona, alcuni vigilantes che fanno la guardia davanti ai localini acchiappaturisti si ricordano di Bilel. In passato avrebbe dato più volte problemi: su di giri e aggressivo, in qualche occasione era stato allontanato con le maniere forti. È lui, appena arrestato, a giustificarsi, a sostenere d’aver agito perché la vittima «strappava i soldi» alla clochard ucraina. 

Una versione che gli investigatori stanno verificando, ma che non convince per nulla la famiglia del giovane cameriere. «Mio nipote è sempre stato uno splendido ragazzo, educato, per bene — lo ricorda in lacrime la zia, Grazia Nucera —. Yuri non ha litigato mai con nessuno, e soprattutto non ha importunato mai nessuna ragazza. Era un ragazzo molto timido e chiuso. Guardi, non è vero niente, qui c’è qualcosa che ancora si deve capire. Ma come si fa a uccidere un ragazzo di 23 anni? Cosa ha portato un ragazzo di 28 anni a strangolare e strozzare mio nipote? Per me, non ci sono spiegazioni, perché lui non ha fatto nulla».

Dopo la morte del giovane, sabato in ospedale, quando i medici l’hanno «staccato» dalle macchine che lo tenevano in vita togliendo alla madre anche le ultime speranze, l’accusa nei confronti del richiedente asilo è diventata di omicidio volontario. Per le indagini del personale dell’ufficio prevenzione generale, coordinate dal pm Luca Poniz, quel che la ragazza dirà potrebbe essere utile a ricostruire l’esatta dinamica, visto che la telecamera basculante che monitora quell’area che s’affaccia sulla Darsena ha ripreso l’aggressore e la donna parlare (alle 3.51), e poi, dopo uno stacco, la donna allontanarsi «con passo tranquillo» mentre vittima e aggressore erano già avvinghiati a terra (alle 3.52) 

(...)

  Estratto dell'articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it venerdì 15 settembre 2023. 

Quando hanno visto la pattuglia dei carabinieri che arrivava alle loro spalle hanno gettato a terra la felpa e i due cellulari rubati alle vittime. I carabinieri, in attesa dei rinforzi, temendo che i sette ragazzi potessero fuggire li hanno fermati con la scusa di un normale controllo. E anzi, in modo scherzoso i due carabinieri hanno cercato di tenerli lì a chiacchierare alcuni minuti nell’attesa dei colleghi.  

Quando sono arrivate le altre macchine del Radiomobile, i sette ragazzi sono stati identificati e caricati in macchina per essere poi mostrati alle vittime che hanno confermato le descrizioni che avevano già fornito dopo la rapina […] 

Sono tutti egiziani, hanno tra i 20 e i 16 anni, tre sono minorenni. […] sono tutti in arresto accusati di rapina aggravata in concorso. Hanno aggredito le loro vittime in modo brutale, hanno picchiato e graffiato al collo una ragazza per cercare di portarle via la borsetta. Hanno agito per pochi euro, più forse per il «gusto» dell’aggressione in branco — così sospettano gli inquirenti — che per l’entità del (magro) bottino. 

Tutto è accaduto poco dopo l’una di notte di giovedì  in piazzale Gambara. Le vittime dell’aggressione e della rapina sono una coppia di fidanzati 18enni, un ragazzo e una ragazza. 

[…] «Abbiamo subito visto quei ragazzi in fondo all’autobus», hanno raccontato ai carabinieri. Una volta scesi alla fermata di Gambara si sono accorti che i sette giovani li stavano seguendo. 

A un certo punto il più piccolo della comitiva, 16 anni, s’è avvicinato al 18enne e l’ha aggredito tentando di strappargli di dosso la felpa del Milan. Il giovane ha reagito e subito due amici sono arrivati e lo hanno bloccato tenendolo per le braccia. Poi hanno rovistato nella sue tasche e si sono impossessati del cellulare, delle cuffiette bluetooth e del portafoglio con dentro 40 euro.

[…] gli altri si sono avventati sulla ragazza. Hanno cercato di strapparle la borsetta. Lei ha lottato disperatamente. A quel punto l’hanno colpita con due pugni alla pancia, fino a farla crollare. È stato in quel momento che sono riusciti a mettere le mani anche sul suo cellulare. Poi la fuga di corsa. I due fidanzati hanno visto una pattuglia di carabinieri di passaggio, hanno fermato i militari e hanno chiesto aiuto. […] 

Estratto da milano.corriere.it venerdì 15 settembre 2023. 

È stato dichiarato morto dai medici del Policlinico il 23enne Yuri Urizio, il 23enne aggredito nella notte di mercoledì 13 settembre in viale Gorizia, sui Navigli, da un 28enne tunisino. 

Il giovane, portato incosciente in ospedale, non si è mai ripreso dopo l'aggressione. L'accusa nei confronti del giovane arrestato, Bilel Kobaa, sarà trasformata in omicidio volontario. Secondo il racconto del presunto assassino, il 23enne stava infastidendo una ragazza in strada e per questo lui sarebbe intervenuto per «immobilizzarlo». 

Tuttavia secondo gli inquirenti della polizia, coordinati dal pm Luca Poniz, il 28enne avrebbe stretto le braccia intorno al collo di Urizio fino ad ucciderlo. Quando erano arrivati gli agenti delle prime volanti - alle 4 di mercoledì notte - il 28enne si trovava ancora in zona e non ha tentato di fuggire ma solo di giustificare la sua posizione. Gli investigatori hanno recuperato alcune immagini delle telecamere in cui, prima dell'aggressione, si vedono due uomini e una donna parlare in viale Gorizia.

Le telecamere però non hanno ripreso il momento dell'aggressione. La donna, secondo il 28enne tunisino, abitualmente chiede l'elemosina in Darsena in cambio di cioccolata. E, sempre stando al suo racconto davanti agli inquirenti, Urizio l'avrebbe aggredita cercando di strappargli le monete. In realtà la polizia non ha ancora identificato la donna (che si è allontanata) e al momento non risultano persone compatibili con la descrizione fornita dall'arrestato.

Non mi ha molestata”, giustizia per Yuri Urizio. Marilu Ianniello su Culturaidentità.it il 23 Settembre 2023

Di fronte alla Darsena, Yuri Urizio, ventitreenne di origine comasca, viene strangolato al collo dal tunisino di 28 anni Bilel Kobaa, con una stretta a tenaglia di sette lunghi minuti che gli avrebbe procurato la morte dopo due giorni di agonia. Yuri, nato a Como ma trasferitosi per lavoro a Milano in casa della madre, di professione faceva il cameriere, vantando inoltre valide esperienze lavorative nel settore ristorativo, in località e ristoranti rinomati come il Maio Restaurant della Rinascente, in Sardegna, in Costa Azzurra, a Como.

Nella ricostruzione del tunisino richiedente asilo, che continua tutt’ora a difendersi dall’accusa di omicidio sostenendo di essersi limitato a fermare l’autore di una rapina, il giovane avrebbe strappato i soldi dalle mani di una donna ucraina che passa le notti in zona Navigli.

Tuttavia, sembrano smentire la versione di Bilel Kobaa non solo le parole della famiglia, che a questa istanza non ha mai creduto, ma anche le dichiarazioni della clochard ucraina. La donna infatti afferma che Yuri non l’avrebbe né importunata, né “avrebbe cercato di rubarle i soldi” confermando così le immagini riprese dalla telecamera basculante di viale Gorizia: lei si sarebbe fermata a parlare con il tunisino e il ventitreenne, per poi allontanarsi prima che iniziasse l’aggressione mortale. Le indagini proseguono ma si aggrava decisamente la posizione di Kobaa. Lascia inoltre tristi e attoniti la gestione dell’accaduto da parte del sindaco Sala, che nonostante la gravità della violenza non è andato di persona ad esprimere condoglianze e vicinanza ai familiari della vittima.

La madre Giovanna Nucera e gli affetti più cari del ventitreenne si sono stretti per manifestare il dolore e il profondo senso di orrore verso questa tragedia ingiustificata che ha portato via un figlio, un affetto, un dono, ringraziando innanzitutto il ragazzo che ha cercato di salvare Yuri dalle mani dell’aggressore chiamando i soccorsi e richiedendo una condanna di ergastolo definitiva per l’omicida. “Ti ringrazierò tutta la vita, sei stato il suo ultimo miracolo, l’ultimo gigante buono che ha visto. Non pensare neanche per un attimo di non aver fatto abbastanza” dice Giovanna abbracciando il giovane che ha provato a salvare il figlio.

Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera il 3 settembre 2023.

A Milano si può andare a Zurigo e a Timbuctù senza muoversi da Milano.

Basta andare alla stazione Centrale. 

Precisazione, essenziale di questi tempi: Zurigo e Timbuctù non sono luoghi geografici, e neppure etnici. Sono il dentro e il fuori. Dentro ci sono anche molti neri ricchi, e fuori anche molti italiani poveri. 

Alla stazione Centrale soltanto alcuni vanno a prendere il treno. Altri vanno a lavorare: oltre ai ferrovieri, baristi, tassisti, netturbini, poliziotti, ristoratori, librai, tranvieri. Altri ancora vanno a vivere, o a sopravvivere: borseggiatori, spacciatori, mendicanti, contrabbandieri di sigarette, prostitute, profughi, clochard, lavoratori in nero e loro reclutatori, aspiranti campioni di skateboard, persone alla ricerca di un riparo e soprattutto di una compagnia. 

Due mondi che non si vedono o fingono di non vedersi. Non si parlano, non interagiscono mai. O quasi mai.

Ore 7 Come in Svizzera La metropolitana di Milano, al confronto di quella di Roma, è davvero di efficienza elvetica. Di prima mattina tutti escono dai tornelli con biglietto, abbonamento o carta di credito, sotto lo sguardo attento di controllori, poliziotti, vigilantes. Ce n’è uno in divisa Italpol con mostrine tricolori: come va oggi? «Non sono autorizzato a dare informazioni a nessuno». Mi scusi, buon lavoro, rispondo porgendo la mano. Il vigilante non dà la mano. 

Da fuori, la stazione Centrale è ancora il mausoleo assiro-babilonese che nel 1955 ad Anna Maria Ortese incuteva soggezione: «C’era nel grande traffico una sorta di immobilità, nella solennità di quelle mura un che di oppressivo e feroce, complicato da un minimo di ridicolo, che le rendeva più tetre…». Dentro, la stazione Centrale pare una clinica svizzera: illuminata, pulita, costosa, asettica.

(….) I negozi dei grandi marchi ci sono tutti, anche se spesso vuoti. Dentro, a Zurigo, il cibo costa ovviamente molto più che fuori, a Timbuctù: al Juicebar una centrifuga 6 euro e 20; da Spizzico un trancio di margherita 6 e 50; al Bistrot centrale un tramezzino veg 6 e 90, l’insalata con la feta 12 e 90, l’hamburger con patatine 15 e 90; sempre meno che da Joe’s American, il barbecue di Joe Bastianich, dove un panino con il pastrami come appunto a New York può arrivare a 21 euro. 

Ma il vero segno del cambiamento della stazione è il mezzanino. Fino a qualche anno fa, era un luogo di rifugio, da cui si potevano seguire a distanza le crisi umanitarie, pieno prima di albanesi, poi di somali, siriani, eritrei. 

Oggi, appena scesi dalle scale mobili, un grande cartello indica che in fondo a destra — come da canzone di Gaber — ci sono le «nuove toilet a zero impatto ambientale», anzi «new sustainable toilet on the mezzanine floor». Entrare nel bagno sostenibile, qualunque cosa voglia dire, costa un euro; ci sono anche le macchinette per cambiare le banconote; si accettano le carte di credito. 

(…) A un tratto, Timbutcù fa irruzione dentro Zurigo. Un pezzetto del mondo di fuori si stacca e irrompe in stazione. È un signore con la maglietta rossa, che palesemente non è in sé. 

Ma lo conoscono tutti, e lo lasciano fare. Chiede sigarette ai viaggiatori, controlla se nelle macchinette dei biglietti è rimasta qualche moneta, aiuta un turista straniero a cambiare l’orario della prenotazione per Firenze, mentre il porter cingalese lo guarda: «Viene dal Marocco, è un po’ fuori di testa ma non è cattivo».

Arriva un vigilante dell’Italpol, si danno il pugnetto, «quanto hai bevuto oggi? Un goccetto? Due goccetti?». Arriva anche un poliziotto vero con due militari in mimetica, lui li saluta militarmente, loro sorridono, contraccambiano. Una mossa però la sbaglia. Passa un gruppo di giovani, il marocchino grida: «Forza Juve!».

Quelli lo circondano, con fare più scherzoso che minaccioso: «Cos’hai detto? Qui siamo a Milano! Grida: forza Milan!». Lui, eroico, rifiuta. Lo lasciano andare. 

Ore 18 L’altra anima Non è che la stazione di un tempo — il rifugio, i borseggi — non esista più. Si è semplicemente spostata fuori. Prima sul piazzale. Poi nelle vie attorno. I bivacchi sono molti, e si animano man mano che cala il sole. L’unico gruppo rumoroso è quello dei ragazzi con lo skateboard: un nero, un bianco, un latino, un cinese, è l’unico melting pot, anche se nessuno si rivolge la parola, hanno tutti gli auricolari nelle orecchie; si esprimono e comunicano con i loro salti impressionanti, i viaggiatori in arrivo con il trolley devono slalomeggiare tra loro e le biciclette che passano a tutta velocità. 

Gli altri abitanti di Timbuctù stanno in silenzio. Puoi osservarli per ore senza vederli fare nulla. Alcuni sono poveri: una bottiglia di birra in mano, pochi denti in bocca. Altri sono vestiti da rapper americani, felpa con cappuccio pure d’estate, berretti da baseball, due telefonini, cuffie nelle orecchie. Odore di marijuana. Ad avvicinarli, si viene accolti con simpatia: «Bianco vaffanculo!», «bianco non ci rompere i coglioni!».

All’angolo con via Galvani un clochard ha comprato al supermarket cosce di pollo con cui sta sfamando il suo molossoide: il cane deve essere a digiuno da tempo, la scena in sé non è pericolosa ma impressionante.

Un nordico maniaco della pulizia raccoglie con un fazzoletto i chewing-gum sputati, come se dovesse pulire casa sua, e li getta nel cestino. Attorno al cantiere infinito dell’hotel Michelangelo la strada si restringe, e scoppiano brutte risse tra gli automobilisti e i latinos che parcheggiano i loro Suv sull’angolo, impedendo il passaggio. 

Ora ad esempio si è creato un ingorgo infernale con un Tir e un taxi, che suonano il clacson a martello nel tentativo di indurre il latino a interrompere la telefonata e spostare il Suv. Dalla casa di fronte scende un signore con orecchini, capelli biondi ossigenati e una maglietta vintage con la scritta Versace a filmare la scena con il cellulare: «Maledetti! Vi credete i padroni del quartiere, stanotte per colpa della vostra musica non ho chiuso occhio!».

Passa una signora anziana, molto elegante, con un biglietto del treno per Venezia e un ombrellino destinato a parare più il sole della pioggia. Osserva e sospira: «Qui ci vorrebbe il generale Vannacci…». In realtà è bastata una stretta del Viminale e della questura per ridurre i reati. Il gabbiotto dell’Atm, un tempo fortino assediato e difeso da tranvieri con il tirapugni, ora è presidiato da tre vigilantes con taser e pistola vera. 

L’anno peggiore fu il 2007: ventinove le rapine sui treni partiti dalla Centrale, innumerevoli i borseggi; a un commerciante bengalese fu staccato un orecchio a morsi; un migrante del Mali si impiccò a mezzogiorno calando una corda dalla stecca ferroviaria, le arcate del treno. Nel 2013 la volante Vitruvio, istituita accanto a quelle storiche — Ticinese, Duomo, Magenta, Napoli, Accursio… — proprio per occuparsi della stazione, sgominò la banda delle catenine: uno fingeva di chiedere informazioni, l’altro strappava e scappava. Il Corriere pubblicò in prima pagina la foto del ragazzino che rubava un computer da un trolley senza che il viaggiatore se ne accorgesse; la polizia individuò 39 bambini rom e arrestò i loro 19 sfruttatori. Ci si è dovuti arrendere a Bilal, il superladro: gli esami ossei al Laboratorio di antropologia forense confermarono che aveva davvero 12 anni come dichiarava, al massimo 12 e mezzo.

Erano maggiorenni invece i 101 lavoratori in nero che la guardia di finanza ha scovato in un controllo nei locali attorno alla stazione. Questo non ha fermato i caporali. A un capannello si offre una donna: non è una prostituta, è una badante, alta e bionda. 

L’affare si potrebbe concludere in una bisca di via Ponte Seveso, dove ogni tanto le bande facendo intravedere i coltelli trascinano i ragazzi di buona famiglia a farsi offrire birra e sigarette. Un musulmano si lava i piedi nella fontanella con lo stemma di Milano: sono le sue abluzioni, poi si inginocchia sul tappetino e recita le preghiere della sera in direzione della Mecca, cioè del McDonald’s della piazza. 

(Piccolo aneddoto. Si avvicina uno spazzino e mi punta il dito: «Ti ho visto in tv e tu hai parlato male della Meloni». Rispondo che il giornalista ha il dovere di essere critico, ma lui tiene il punto: «Va bene, ma ti prego non parlare più male della Meloni». E perché? «Perché è una di noi». Vorrei replicare che lei fa il presidente del Consiglio, lui fa lo spazzino che è un lavoro dignitosissimo ma molto diverso, e come appartenente ai ceti popolari dovrebbe riconoscersi semmai nel partito democratico della Schl… ma qui la stessa vocin a di prima mi consiglia di lasciar perder e).

Ore 24 La terra di nessuno I l confine tra l’odio e il disprezzo è sottile. Si odia chi riteniamo pari o superiore a noi; si disprezza chi consideriamo inferiore. C’è più disprezzo che odio nello sguardo con cui i rider in bicicletta, venuti a ritirare gli hamburger dell’ultima consegna, guardano gli spacciatori che con meno fatica, più guadagno e stesso rischio offrono la loro merce ai passanti. 

A quest’ora i tornelli della metro vengono saltati con balzi che fanno ben sperare per i prossimi Giochi olimpici: l’eredità di Gimbo Tamberi è in buone gambe. Ci sono ancora taxi, che a dire il vero non sono mai mancati, almeno per oggi (ma spesso non riuscivano a caricare a causa degli ingorghi). Mezzanotte e mezza è l’ora della cacciata. La stazione chiude. È arrivato l’ultimo treno, l’Italo da Salerno, è partito il convoglio Trenord delle 0.25 per Pavia.  Resta aperto un ristorante che secondo TripAdvisor è il peggiore di Milano, ma è sempre pieno.

(...) «Sentivamo addosso la stazione Centrale come una montagna — scriveva ancora la Ortese — e, strano, quel senso di libertà e fuga ch’è in tutte le stazioni si faceva in noi limite e fine: di qui non si partiva più, si entrava, e la destinazione era ignota». Eppure la stazione Centrale di Milano, nel suo duplice volto di Zurigo e Timbuctù, resta uno dei rari luoghi dove ascoltare e annusare il respiro a volte corto e affannoso, a volte lento e solenne, a volte interrotto e disperato di una grande città.

Estratto da open.online il 3 settembre 2023.

Anche l’ex calciatore Bobo Vieri ha rischiato di essere vittima della famigerata «tecnica del foglio», particolarmente diffusa nei furti di smartphone come emerso in diversi casi a Milano. Vieri ha raccontato sui social come è riuscito a sventare il furto mentre era a cena in un locale proprio a Milano: «Siamo a cena ed è arrivata una che voleva rubare il telefonino – racconta – Ma l’abbiamo beccata e mandata via». 

Ai suoi follower poi l’ex calciatore ha rivolto un appello pregandoli di fare «attenzione perché queste persone prendono un foglio e lo mettono sul telefono, e poi vi prendono telefono e foglio. A Milano bisogna stare attenti». 

[…] 

Una campagna che, assieme a quella di MilanoBellaDaDio pare aver aiutato almeno Vieri e la sua compagna Costanza Caracciolo, che tra i commenti al video ha scritto: «Fortunatamente grazie al tuo profilo e a Valerio Staffelli, abbiamo riconosciuto la solita tecnica del “foglietto” e abbiamo evitato di farci f… i due telefoni sul tavolo! Quindi grazie anche a voi!».

La moglie di Sensi contro Milano: «Non è sicura, avrei paura a far crescere qui i miei figli». Storia di Redazione Sport su Il Corriere della Sera lunedì 4 settembre 2023.

«Sono innamorata di Milano ma è diventata una città indegna dalla quale a volte sento di dover scappare». Giulia Amodio, moglie del centrocampista dell'Inter , è originaria di Cesena ma vive a Milano per amore. È già mamma di Ludovica e a breve partorirà il secondogenito; «baby L», così lo chiama e lo aspetta sui social. Proprio su Instagram, dove lady Sensi è seguita da quasi 130 mila follower, però qualche giorno fa si è sfogata sottolineando alcune problematiche in tema sicurezza che ha riscontrato nella città in cui vive ormai da anni.

«Milano è una città completa nella quale non ti senti mai solo. Io me ne sono innamorata ed è per me forse la città più bella in cui poter vivere. Io odio la solitudine, il non saper cosa fare, non so annoiarmi e la cosa bella è che ovunque vivi ti basta scendere in strada per avere bar, ristoranti, parchi, negozi... c'è tutto! Ad oggi però avrei davvero paura a crescere i miei figli qui — ha sentenziato Amodio —. È diventata una città indegna dalla quale a volte sento di dover scappare. Non è per niente sicura e quando hai dei figli piccoli sono cose con le quali devi fare i conti».

Queste le parole affidate ai social a meno di un mese dalla nascita del secondo figlio. Non è comunque la prima volta che Amodio si affida al suo profilo Instagram per manifestare qualche tipo di malessere; tempo fa ad esempio, dopo diverse critiche pesanti piovute sul marito (sfociate in ingiurie), condannò quegli insulti ricevuti e replicò alle offese che anche lei aveva ricevuto immotivatamente e di riflesso: «È davvero difficile riuscire a capacitarsi di come faccia certa gente ad essere così stupida, maleducata, insensibile, cattiva, irrispettosa, incredibilmente ignorante allo stesso tempo. Una cosa me la auguro, che riceviate lo stesso trattamento al quadrato (non per altro ma perché possiate rendervi conto di quanto siete incredibilmente stupidi)».

Davide Desario per adnkronos.com il 3 settembre 2023.

Carlos Sainz rapinato dell'orologio a Milano, in pieno centro, dopo il terzo posto con la Ferrari oggi nel Gp d’Italia a Monza. Il pilota spagnolo, rientrato a Milano dopo la gara, è uscito nel tardo pomeriggio dall’Hotel Armani. In strada, è stato avvicinato da due uomini che gli hanno sfilato dal polso l’orologio, presumibilmente del valore di centinaia di migliaia di euro. 

Sainz, con la sua guardia del corpo, non ha esitato: ha cominciato a rincorrere i due rapinatori. Con il pilota, all’inseguimento si sono messi anche numerosi cittadini comuni. I due rapinatori sono stati raggiunti da Sainz e bloccati in via Montenapoleone, dove è intervenuta rapidamente la polizia, allertata dalle chiamate. Gli agenti hanno preso in custodia i rapinatori che sono stati portati via. Sainz è stato accompagnato in hotel.

I Redditi.

I redditi di Milano, tutti i dati quartiere per quartiere: il caso Porta Romana e la rimonta rispetto al periodo pre-Covid. Danilo Supino su Il Corriere della Sera il 05 giugno 2023

Il reddito da lavoro a Milano non è distribuito  equamente tra i quartieri: si passa dai 94mila euro del centro ai 17mila di Quarto Oggiaro 

Milano non si ferma. Milano riparte. Milano città cara. Sono gli slogan che negli ultimi 3 anni abbiamo sentito pronunciare più volte e la città è davvero ripartita. Nel 2021 il reddito medio pro capite lordo della città di Milano è stato di 37.204 euro, in aumento del 5,5 per percento rispetto al 2020 quando è stato di 35.165 euro e soprattutto nel 2019, anno pre-Covid, con un reddito di 35.600 euro. Per la precisione, si intende qui il reddito da stipendio, sono esclusi i redditi da immobili.

Ma qual è la situazione economica reale di chi vive a Milano? C’è benessere tra i contribuenti o la ricchezza è nelle mani di pochi? La risposta è nei report delle dichiarazioni dei redditi del Ministero dell’Economia e Finanza che fornisce uno spaccato dettagliato delle più grandi città italiane pubblicando (in dato aggregato e anonimo) l’ammontare dei guadagni annuali per Cap e scaglioni di reddito.  In questo modo è possibile capire quali sono le zone di Milano più ricche e come è diffuso il benessere lungo i quartieri del capoluogo lombardo.

Dunque, il primo dato già citato è che il reddito medio nella città di Milano è di 37.204 euro ma i guadagni da lavoro dei cittadini non sono identici in tutti i Cap. La mappa qui in basso mostra come si ottiene il reddito medio e la distinzione da un Cap ad un altro è notevole.

Muoviti sulla barra in alto per vedere i quartieri corrispondenti ai diversi redditi medi. Clicca sulle zone per vedere i dettagli di ciascun Cap

Non c'è solo tra la usuale distinzione centro-periferia, ma  addirittura strade confinanti dove si crea una netta spaccatura come nel nord-ovest della città dove nel raggio di pochi metri si concentrano tre Cap: il 20157, corrispondente a Quarto Oggiaro con 17.986 euro, il più basso di Milano; il 20156, l’area della Bovisa e Cimitero Maggiore, dove i guadagni sono di 22.877 euro; infine, il Cap 20151, Lampugnano-Bonola, dove il reddito medio è di 29.916 euro. 

Le zone più ricche di Milano

Ad alzare la media generale è il centro di Milano, la zona dello shopping che tutti internazionalmente conoscono, quella che si estende da Brera e il Quadrilatero della moda fino a Moscova e al Castello Sforzesco. Qui nel cap 20121 il reddito medio dichiarato è di 94.553 euro e i contribuenti con lo scaglione di oltre 120mila euro all’anno sono stati 2.387, per un ammontare totale di 1.142.622.079 euro; facendo una semplice media, questo 16,75% di contribuenti ha dichiarato 480mila euro all’anno.

Il resto dei quartieri gravita intorno con valori di gran lunga inferiori sebbene all’interno della Cerchia dei Navigli.

La zona di City Life, nuovo polo commerciale e direzionale, e di Sempione corrispondente al Cap 20145, ha una differenza di circa 20mila euro con un reddito medio di 75.556 euro e il terzo Cap più ricco è il 20123 con 70.112 euro (zona Sant’Ambrogio-Magenta).

Le zone più “povere” della città di Milano sono concentrate ad ovest. La gran parte delle aree sono borghi o comuni inglobati nell’area milanese per decreto regio nel 1923, tra i quali ci sono i quartieri di Quarto Oggiaro (Cap 20121) e Baggio (Cap 20153) dove oggi il reddito medio è di 22.235 euro.

In centro ma con redditi bassi: il caso Porta Romana

Finora si è parlato di media, quindi non si ha la fotografia completa e reale dello stato di benessere economico dei cittadini milanesi.

Il ceto medio è scomparso. Se coloro che dichiarano tra i 26.000 euro e i 55.000 oscillano tra il 18% del totale nei quartieri Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud e il 33% della zona Lambrate, su 38 Cap solo in altri cinque il reddito 26mila-55mila raggiunge il 30% del totale: Bicocca-Greco (Cap 20126) con il 33,07%, Precotto-Ponte Nuovo-Adriano (Cap 20128) con il 31,09%, Città Studi (Cap 20133) con il 31,14%, Giambellino-Lorenteggio-Gambara (Cap 20146) con il 31,21%, Gallaratese-Lampugnano (Cap 20151) con il 32,15%, Niguarda-Bicocca (Cap 20162) con il 31,13%.

Quello del quartiere di Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud (cap 20121) è un vero e proprio caso. La zona si estende tra la parte interna della Cerchia dei navigli (il nucleo medievale della città) e la prima circonvallazione (l’ampliamento rinascimentale), aree centrali della vita produttiva e sociale milanese. Eppure, qui il 33,89% dei contribuenti dichiara tra 0 e 10.000 euro all’anno, il 9,21% dichiara tra 10.000 e 15.000 euro, ciò significa che più del 40% dei contribuenti ha un reddito al di sotto di 15.000 euro e vive con al massimo 1.250 euro al mese (pochi non solo per la carissima Milano). 

Cosa cambia dopo il Covid

Più che «Milano riparte», lo slogan ideale alla luce dei dati è «Milano si supera». Tra i redditi dichiarati nel 2019 e i successivi del 2021, solo il quartiere di Porta Romana-Guastalla-Porta Venezia Sud ha riportato un calo netto del 2%. A dimostrazione che la grossa percentuale di redditi bassi e medio-bassi sono quelli più esposti alle crisi (in questo caso sanitaria pandemica).

Quelli periferici della zona ovest hanno segnato una lievissima flessione pari allo zero virgola mentre il Cap 20152 (zona Baggio) è andato addirittura in positivo dell’1%.

Nei restanti quartieri i dati sono tutti positivi fino a raggiungere l’8% che per un periodo segnato dal blocco delle attività e dal rallentamento dei rapporti commerciali è un aumento sostanziale.

Questo miglioramento tra il pre-Covid e il periodo delle riaperture è di circa 4.000 euro nelle zone di Chinatown-Monumentale (Cap 20154) dove il reddito medio nel 2021 è stato di 42.346 euro; di Portello-Fiera-De Angeli con 53.369 euro (Cap 20149); di Porta Genova Solari-Washington con 47.567 euro; e tra Centrale e Porta Nuova dove il reddito è stato di 47.679 euro.

Il terziario supporta Milano, ma occhio all’inflazione

Milano è stata tra le città più colpite d’Italia dalla crisi pandemica, ma già dal primo semestre 2021 il saldo delle imprese registrate in Camera di Commercio è stato subito positivo rispetto al 2020.

In un recente studio di marzo 2023 dell’Ufficio Studi di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza il settore terziario conta 285mila imprese con un aumento del 4% rispetto al 2019 e con circa 2 milioni di occupati (non è detto che siano tutti contribuenti milanesi, ma il dato rende l’idea di ripresa)

Tuttavia, come riporta Cesare Giuzzi nell’articolo del 19 maggio scorso, anche se si è tornati ai redditi pre-Covid, il valore della ricchezza non è identico. 

L’aumento dell’inflazione e la conseguente perdita del potere d’acquisto delle famiglie fa in modo che i 17 mila euro del 2019 dichiarati in zona Quarto Oggiaro-Cimitero Maggiore non sono gli stessi 17 mila euro del 2021, così come i 94 mila euro dichiarati tra Brera e Moscova oggi hanno un potere d’acquisto più basso.

Dove si trova Milano

Come si posiziona Milano rispetto agli altri 7.903 comuni italiani?

Il capoluogo lombardo è al 12° posto prima di città come Forte dei Marmi (36.905 euro), Padenghe sul Garda (36.887 euro) e Segrate (36.665 euro); e dopo Pieve Ligure (38.135 euro), Pecetto Torinese (38.202 euro) e Pino Torinese (38.202 euro).

Anna, 51 anni, milanese, laureata: «Guadagnavo fino a 10 mila euro al mese, ora per vivere chiedo aiuto a Emergency». Laura Vincenti su Il Corriere della Sera il 07 giugno 2023

La storia di una delle 5 mila persone che si sono rivolte al progetto «Nessuno Escluso» (7 su 10 sono donne): «Durante la pandemia ho perso tutti i clienti e non li ho recuperati. Pagavo 1.500 euro di affitto, ora vivo in una casa popolare. Non posso arrivare alla pensione solo con i miei risparmi»

Sono oltre 5 mila le persone in difficoltà che si sono rivolte a «Nessuno escluso», progetto di Emergency nato un anno fa che grazie a postazioni mobili raggiunge alcune delle zone più disagiate dalla città. In seguito alla pandemia, infatti, nel capoluogo lombardo è cresciuta la povertà, anche tra gli italiani, che adesso sono primi per numero a chiedere aiuti, quasi il 30%. Mentre sette utenti su dieci sono donne, italiane e straniere. La maggior parte fa richiesta per il pacco alimentare, ma c’è anche chi cerca un supporto per avere una casa, per regolarizzare i documenti o trovare un lavoro stabile. Come Anna, nome di fantasia, 51enne milanese con una laurea di filosofia in tasca, che nel giro di pochi anni è passata «da una vita agiata ad avere una spada di Damocle sulla testa». 

Ci racconti la sua storia. 

«Beh fino a qualche tempo fa non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione del genere, e invece... Sono titolare di un’agenzia che si occupa di comunicazione, ufficio stampa nel settore medico, il lavoro non è mai mancato, andava bene. Dieci anni fa potevo anche arrivare a guadagnare 10 mila euro al mese. Adesso solo 600 euro». 

Cos’è successo? 

«A causa della pandemia ho perso tutti i clienti tranne uno e anche dopo che è finita l’emergenza non li ho più recuperati. Prima avevo anche quattro dipendenti, ho dovuto lasciarli a casa». 

Com’è venuta a conoscenza di «Nessuno escluso»?

«Mi ci sono imbattuta per caso uscendo di casa, qui al Giambellino. Prima del Covid abitavo in affitto in corso XXII Marzo, potevo permettermi 1.500 euro di locazione al mese. Poi quando ho perso il lavoro mi sono traferita a vivere da mia mamma, invalida, in una casa popolare in via Odazio. Qui ci sono tante persone perbene ma anche tanti abusivi, soprattutto rom. Sporcizia, scippi e degrado sono all’ordine del giorno». 

Nel frattempo sua madre è scomparsa, proprio a causa del Covid... 

«Sì, mi è venuto a mancare l’unico appoggio che avevo: non ho genitori, né marito, né figli o fratelli. Il mio nucleo familiare sono io. Non mi sono vergognata a domandare aiuto: tra l’altro non ho mai chiesto i pacchi alimentari, la spesa me la pago da sola, così come affitto e bollette. Agli operatori di Emergency sto chiedendo una mano per riuscire a trovare un lavoro».

In che modo? 

«Innanzitutto mi hanno aiutato a diffondere il curriculum, a inviarlo a chi potrebbe essere interessato a un profilo professionale come il mio. Ne avrò già mandati 200, non mi ha risposto nessuno». 

Ma lei sarebbe disposta a cambiare lavoro? Adesso non manca, anzi: aziende e imprenditori cercano personale ma non riescono a trovarlo…

«Sì, assolutamente, sono disponibile anche a fare la cameriera o la commessa. Qualsiasi cosa, purché con un contratto regolare e dignitoso, non precario».

E niente? 

«No: le aziende preferiscono comunque assumere i giovani, anche perché così possono avere degli sgravi fiscali. Quindi se una persona della mia età si trova senza lavoro è completamente fuori dai giochi». 

Di cosa vive? 

«Per fortuna ho messo via un po’ di soldi, attingo da lì. Ma non posso pensare di arrivare all’età della pensione solo con i miei risparmi». 

Sussidi? 

«Non ne ho diritto, non rientro nei parametri». 

Com’era la sua vita prima della pandemia? 

«Vivevo nel comfort, potevo permettermi anche dei piccoli lussi, andare nei ristoranti e fare shopping. Adesso sto vendendo borse e gioielli per avere liquidità». 

Cosa chiede? 

«Di poter lavorare. E attirare l’attenzione delle istituzioni sul fatto che il problema del lavoro non riguarda solo i giovani ma anche le persone di una certa età che si trovano improvvisamente senza e non riescono a ricollocarsi. Conosco tante donne nella mia stessa situazione, purtroppo».

L’Università.

I 100 anni dell'Università Statale di Milano, il rettore Franzini: «La nostra storia tra fascismo, leggi razziali e Resistenza». Federica Cavadini su Il Corriere della Sera il 4 aprile 2023.

Nel giorno del centenario è ricordata la figura di Luigi Mangiagalli, sindaco e primo rettore, il suo impegno per la creazione dell’università, «sempre sostenuto dalla classe dirigente cittadina»

Cento anni dell’università Statale (e di Milano) sono stati consegnati ieri anche presentando il museo virtuale dell’ateneo che renderà accessibile il suo immenso patrimonio di storia, scienza arte e cultura, catalogo con 2300 immagini digitalizzate e decine di collezioni ereditate sin dalla fondazione. Mentre il rettore, Elio Franzini, all’inaugurazione del Centenario racconta il primo secolo di Unimi, ricordi personali compresi, come l’immagine di sua mamma che il 23 aprile del ‘43, studentessa di Medicina, si presenta all’esame di Chimica e la professoressa che è nella Resistenza le parla di ciò che sarebbe successo l’indomani. «Non abbiamo mai chiuso», dice il rettore. Prima di cominciare, i ringraziamenti «a tutta la comunità che ha costruito una delle più importanti università del Paese e d’Europa». «Abbiamo attraversato un secolo, il fascismo, la Resistenza, le leggi razziali», dice Franzini e ricorda «lo straordinario rifiuto di giurare fedeltà allo stato fascista che fece il nostro professore Piero Martinetti, e 12 docenti soltanto sui 1.200 di tutta l’università italiana, per salvare la dignità e responsabilità dell’insegnamento che sono il lascito anche per i prossimi cent’anni». 

Nel giorno del centenario è ricordata la figura di Luigi Mangiagalli, sindaco e primo rettore, il suo impegno per la creazione dell’università, «sempre sostenuto dalla classe dirigente cittadina». La costituzione dell’ateneo è del 1924 «ed è immediatamente un collettore di realtà culturali già esistenti». Medicina nasce dagli Istituti Clinici di Perfezionamento inaugurati nel 1906, antecedente della facoltà di Lettere e Filosofia è l’Accademia scientifico letteraria promossa nel 1859, e c’era dal 1870 la Scuola superiore di Agraria. Il rettore sottolinea la «la forte volontà aggregativa e »ripercorre le tappe che hanno portato all’Unimi di oggi, università interdisciplinare da più di 60mila studenti e trenta dipartimenti. La partenza è con quattro facoltà, i professori sono un centinaio, gli studenti meno di 1500, quattro anni dopo gli iscritti sono quasi duemila e diventa la quarta università italiana dopo Napoli, Roma e Padova. «L’esordio è relativamente recente, la crescita è veloce», dice Franzini. La caccia agli spazi sembra un fil rouge di questi primi cent’anni della Statale.

La nuova Città degli Studi progettata prima della guerra e completata nel 1927 non bastava già in principio. Per il rettorato Mangiagalli aveva trovato una stanza nell’allora scuola elementare (oggi liceo) di via San Michele del Carso e le facoltà umanistiche erano nel palazzo comunale in corso di Porta Romana. Alla fine della guerra il vecchio ospedale Sforzesco, la Ca’Granda è assegnata all’università (ed è ancora oggi la sede centrale), dopo i bombardamenti inizia il restauro e l’ateneo si insedia nel ‘58, il rettorato trova posto, con le facoltà di Giurisprudenza e di Lettere. Negli anni Sessanta l’università ha ventimila iscritti, arrivano a centomila negli anni Novanta e alla fine del decennio dalla Statale nascono le università dell’Insubria e di Milano Bicocca. Gli spazi per aule e laboratori mancano sempre. «Siamo cresciuti tanto e in fretta , più di Firenze, Bari e Trieste che sono le università nostre coetanee. La storia dell’università è anche quella delle sue acquisizioni immobiliari, del raddoppio di Città Studi completato quattro anni fa». Entro l’estate è prevista la posa della prima pietra per il campus umanistico a Città Studi e per quello scientifico in Mind, sull’area dell’Expo. «Processo trasformativo storico, la Statale non ha mai smesso di guardare avanti, facendo sempre riferimento al valore guida della conoscenza».

La Città.

Caricature alla milanese, vanno di moda alle feste ma i soggetti abbozzano un sorriso: troppe rughe e pance fuori misura. Lina Sotis e Michela Proietti su Il Corriere della Sera domenica 3 dicembre 2023.

L'archivio di Giorgio Forattini alla Triennale. E i disegni noir di Salgar, cronista di nera che appena si siede al tavolino di un bar inizia a creare sui tovaglioli

Moda, tradizioni inossidabili, bon ton. Tendenze, tic e bizzarrie. Fascino. La milanesità senza tempo, che per questo (spesso) precorre i tempi. Due punti di vista, anche generazionali, sulla nostra adorata città. Lina Sotis e Michela Proietti raccontano tutto questo, e altro ancora, nella nuova rubrica che trovate ogni domenica su milano.corriere.it. Nella prima puntata, Lina e Michela hanno composto un inno giocoso alla nuova regina di Milano: la «Perennial». Poi via via, tra doppi turni a cena, shorts imperdonabili, inno ai nonni perfetti e i single che non si corteggiano tra loro, è stata la volta dei tatuaggi fuori moda, dell'antico vizio di tradire il partner in vacanza, dei cacciatori di photo opportunity nei luoghi privati e dei don (con i muscoli) alle grigliate. Ancora: giovanilismo rampante , nuovo linguaggio trendy dei fiori, quelli che all'invito rispondono: «Ma oltre a me chi c'é?», «morbide-decise», «sempre connessi», «panino smollicato», imbucati (anche) ai funerali, uomini «lunari», teatro come gioco di società, una milanese che tutti ci invidiano, la corsa ai Natalini e la cena con il premio Nobel.  Oggi la nuova puntata. Buona lettura!

Alla Triennale Giorgio Forattini ha donato il suo archivio di straordinarie vignette: è così nato il pomeriggio più affettuoso della città. Salvatore Accardo, Renzo Piano, Caterina Caselli, Stella Pende e Giancarlo Giannini hanno parlato del dono e dell'artista con  amicizia, stima e tenerezza. Tutto orchestrato dalla straordinaria moglie di lui, Ilaria Forattini. (Lina Sotis)

Alle feste di Milano adesso va di moda intrattenere gli ospiti con una caricatura. C'è stato il momento del karaoke, anzi, c'è ancora perché le serate con Rudy Smaila all'Armani di Milano sono tutte esaurite e Gianluigi Lembo si sposta con il suo Anema & Core da una parte all'altra: una volta in città si cantava «O mia bela Madunina», adesso è tutto un «Come facette mammeta». C'è stato e c'è ancora il momento dell'illusionista: vanno per la maggiore Mago Eddy e Mago Zen, che ipnotizzano banchieri e capitane d'industria, gente tutta d'un pezzo che però alle cene divertenti (aggettivo molto usato a Milano, anche per descrivere un'opera d'arte o una nuova ricetta...) si fa trattare come la valletta del mago Silvan.  Ma adesso che sia un brindisi natalizio o un matrimonio, tutti si  mettono davanti al foglio bianco del disegnatore: è esplosa la mania delle caricature. Alle feste dei bambini si vede spesso Ago: piace  ai bambini, fa rimanere un po' male gli adulti che abbozzano un sorriso guardando la pancia fuori misura o la ruga d'espressione. Non sono caricature ma disegni noir quelli di Salgar: è un giornalista di nera ma appena si si siede al tavolino di un bar inizia a disegnare sui tovaglioli. E ne fa delle belle. (Michela Proietti)

“Milanesi non si nasce si diventa. Basta seguire due tre accorgimenti: Intanto per essere milanese devi essere allergico. A qualsiasi cosa, non ha importanza. Di solito al polline. Ma poi dico io a Milano non c’è un albero però è piena di polline. A ciuffetti, ma dove lo pigliano? Secondo me lo sparando di notte con in cannoni della neve.

Poi quando ti danno una notizia eclatante, io prima dicevo: “mizzichina vero?” invece adesso dico: “ma dai? Ma pensa te! È una roba...” (…) Un’altra cosa che mi piace di voi è che usate molto l’inglese.. voi avete la ‘vision’, la ‘location’, la ‘convetion’ noi abbiamo solo la ‘disoccupation’.

La cosa difficile che ancora non sono riuscita ad imitare bene è la vostra camminata, perché voi non camminate normalmente, correte. Non so come fate, ogni tre passi ne saltate uno, non lo so. Tutti che corrono, come se da un momento all’altro si dovesse fermare la musica e dovessero cercare la sedia.

Ma la cosa che mi piace di più è come evitate gli appuntamenti.

Siete dei geni!

‘A che ora ci vediamo?’

‘alle 18:55?’

‘Facciamo alle 19?’

‘No, che dopo c'è un sacco di cose da fare’

Invece noi meridionali ci diamo gli appuntamenti, come facciamo?

‘A che ora ci vediamo?’

‘Di Pomeriggio’ più elastici. (…)

Però devo dire che la cosa più importante che ho imparato a Milano è che se sei da solo, se non hai amici, se tutti corrono, se nessuno ti considera. Non è solitudine, è indipendenza”

Da uno degli sketch più famosi di Teresa Mannino  

Estratto dell'articolo Cesare Giuzzi per corriere.it martedì 28 novembre 2023.

Sono come i rintocchi della mezzanotte. Non c’è giorno di tregua, neppure il lunedì. Botti, petardi, fuochi, mortaretti, razzi, girandole, bengala, artifizi pirotecnici, bombe carta. Chiamateli come volete, il risultato non cambia. Perché l’indomani si ricomincia. E va tutto sommato bene quando ci si ferma a mezzanotte o all’una. A volte, e non solo nei weekend, la sveglia notturna è ben più inoltrata. 

Sul caso dei fuochi d’artificio a Milano ci sono articoli, discussioni infinite sui social, esposti dei comitati di quartiere e — soprattutto — leggende metropolitane. La prima e più difficile da sradicare è quella della droga. Nata dalle serie tv Gomorra e simili prevede che si festeggi con fuochi d’artificio l’arrivo di carichi di droga nel quartiere. 

Una via di mezzo tra «messaggio ai clienti», «segnale alla concorrenza» e «vanto d’impunità» rivolto a polizia e carabinieri. Ma chi mai farebbe una cosa del genere? Eppure la leggenda-bufala regge, e sui social, a ogni post di protesta per la sveglia notturna a suon di botti, c’è chi ancora se ne dice convintissimo. Diverso è il caso, restando sempre nell’ambito della criminalità, dei festeggiamenti per qualche «scarcerazione». [...]

La realtà, è meno affascinante. E la spiegazione dietro all’usanza — diventata ormai una piaga — di sparare botti e fuochi a mezzanotte (e non solo) è molto più semplice. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di un modo un po’ kitsch di festeggiare compleanni, comunioni, cresime, anniversari di fidanzamento, matrimoni, lauree. A volte anche la nascita di un figlio. Ma il grosso, specie a mezzanotte, è legato ai compleanni. 

Spesso tutto avviene fuori da qualche locale nelle zone della movida. Ma anche nei cortili popolari, nei parchetti. Ci sono molti gestori di pub e ristoranti che a volte si fanno prendere la mano. Statistiche vere non ne esistono. Anche perché le chiamate che arrivano al 112 ogni notte si traducono in interventi a vuoto di polizia e carabinieri: «Parliamo di esplosioni che durano pochi secondi o al massimo mezzo minuto. Quando arriviamo troviamo solo i resti di “torte e fontane”», racconta un investigatore.  [...]

Ma si «spara» ogni notte alla Barona, al Corvetto, al Lorenteggio e Giambellino, a Quarto Oggiaro e nella zona di viale Monza. Tutti con i cellulari all’insù per immortalare il momento e postarlo in tempo reale sui social. A volte si sfocia nei danneggiamenti (vetrine e auto) o piccoli incendi di cestini della spazzatura o balconi.  [...] 

C’è poi la questione delle carceri. Spesso capita fuori da San Vittore o dal Beccaria. E anche qui si tratta di iniziative di amici di reclusi che festeggiano il compleanno del detenuto, o di blitz improvvisati di «saluto». In alcuni casi i protagonisti sono centri sociali e gruppi anarchici a sostegno dei militanti o in generale contro le carceri. […]

I 30-40enni (con sciarpa arancione) di «Vivere Milano» danno i voti alla città vent'anni dopo: «È migliorata, ma attenzione a chi la sfrutta». Giangiacomo Schiavi sul Il Corriere della Sera il 26 novembre 2023.

Nel 2004 volevano rovesciare la città «grigia, modesta, coi muri imbrattati e senza visione». Oggi tirano le somme

In alto, il raduno in piazza Duomo nel 2004. Sopra, cinque dei rappresentanti del movimento: Sergio Sorgi, Cesare Fracca, Laura Cremonesi, Giacomo Biraghi, Bruno Cordiali

Erano nuovi. Erano diversi. Erano uniti dall’anagrafe e da un sogno: riprendersi Milano. Vent’anni fa volevano rovesciare l’immagine della città valorizzando le positività e contrastando il peggio, che per loro era lo smog, il traffico, la mancanza di case per i giovani, il senso di estraneità in un futuro non percepito. Milano era un’altra: aveva esaurito la spinta del primo mandato del sindaco Albertini, la città secondo l’autorevole monsignor Ravasi era «grigia, modesta, coi muri imbrattati e senza visione». Nel 2004 una lettera al Corriere ha rivelato un disagio e un raduno autoconvocato in piazza Duomo con la sciarpa arancione ha acceso la miccia. È stata la fiammata di una generazione sottorappresentata, uscita dal sonno di un effimero benessere marchiato dalla formula «Milano da bere». È nata così la breve stagione dei trenta-quarantenni.

La metropoli da amare

Che fine hanno fatto, dove sono finiti, che cosa rimane di quel movimento evaporato in un anno chiamato «Vivere Milano», manifesto di una metropoli da amare nel rispetto delle differenze e da non abbandonare nei weekend, destinazione Santa Margherita o Courmayeur, per fuggire dal grigiore e respirare l’aria buona? Cesare Fracca, ispiratore della fiammata e della lettera contro il disimpegno generazionale, oggi ha 57 anni, vive a Milano, lavora nella pubblicità dei video virali e sintetizza così la nascita e la fine del movimento: «Siamo usciti da un letargo che stava diventando malessere, mettendo insieme i sentimenti di chi sentiva Milano non più desiderabile per i propri figli. Ci siamo resi conto che dovevamo viverla di più per apprezzarne le positività e cambiare quel che non funzionava. Potevamo schierarci, a destra o a sinistra, con Berlusconi o con Prodi, con la Moratti o con Ferrante. Invece abbiamo deciso di studiare in proprio, mettendoci in ascolto, creando l’Armadio della nuova cittadinanza. Abbiamo puntato alto, considerando finito il tempo della destra e della sinistra. Ma così ci siamo isolati, e abbiamo perso».

C’è stata un po’ di ingenuità politica nel mettere insieme «adulti illuministi con il cuore da bambino», come diceva Sergio Sorgi, formatore e ricercatore, ideologo del gruppo. «Volevamo disegnare la Milano del futuro e ci siamo accorti che per farlo bisognava studiare, ascoltare, battere il territorio. Tutto questo ha preso tempo e annacquato la fiammata iniziale». C’erano creativi, manager, intellettuali, risvegliati dall’idea di mettere in discussione un modello di città in cui sentivano mancare il senso di appartenenza dei padri. C’era Alessandro Rosina, oggi autorevole demografo; Giovanni Terzi, consigliere e futuro assessore comunale; Claudio Bertona, manager che si occupa di brand e di urban city.

Quel mattino in piazza Duomo

Una domenica mattina si sono trovati insieme ad altri duecento sconosciuti in piazza Duomo per rispondere all’appello di Fracca: possiamo fare qualcosa per vivere meglio a Milano? Altri si sono aggiunti per strada e si sono visti in Triennale incoraggiati dal presidente Davide Rampello. C’era anche Dario Del Corno, musicista e poi assessore alla Cultura: chiedeva le quote arancioni, un tot di posti nei teatri e negli enti lirici per favorire il ricambio. Largo ai trenta-quarantenni contro la gerontocrazia. «C’erano idee e c’erano sogni», ricorda Fracca, che ha riunito alcuni dei protagonisti di vent’anni fa nello stesso locale dove si trovavano per costruire un insolito programma di governo, fondato sull’armonia tra i quattro bisogni dei cittadini: lavorare, vivere in una citta ospitale, avere servizi efficienti, immaginare il futuro. Che Milano vedono oggi?

Il respiro del mondo

«È migliorata», dice Fabrizio Creti, manager tra Lussemburgo, Parigi e Marrakech. «Vista da fuori oggi Milano si fa apprezzare ancora di più». Barbara Colombo è diventata mamma e vive felice a Trieste: «Ma quando torno a Milano mi prendo il buono che c’è, qui si sente il respiro del mondo». Gabriele Lochis, manager a Londra, vede una Milano in crescita esponenziale. «Ma su smog e mobilità c’è ancora molto da fare». Loro si erano messi a cavallo della questione ambientale, facendone il punto chiave su cui battere il chiodo: parchi urbani attrezzati e puliti, la natura in città con percorsi nel verde, il car sharing, i parcheggi sotterranei e poi asili nido per liberare il tempo delle donne, aumentare gli spazi gioco per i bambini, tornare alla città dei quartieri… Qualcosa di tutto questo è passato nelle varie amministrazioni Moratti, Pisapia e Sala, ma senza copyright. Rimpianti? Nessuno, dice Fracca. «Avevamo tutti un lavoro, non c’erano professionisti della politica. Forse l’errore fu accettare la competizione elettorale con una lista propria, armati solo di idealità. Ma era forte la voglia di non restare spettatori con in mano il bicchiere dell’happy hour».

Il flop elettorale

Alla fine fu un flop: schiacciati tra lista Moratti e lista Ferrante… «Non cercavamo applausi facili o alleanze di comodo. I politici allora ci sembravano tutti insostenibili. Abbiamo difeso la nostra coerenza», dice Laura Cremonesi. «Dovete essere scomodi» gli aveva suggerito l’economista Francesco Giavazzi, chiamato con don Gino Rigoldi per istruirli alla complessità di una Milano che conoscevano solo in superficie. Così hanno studiato il funzionamento del Consiglio comunale («un non luogo dove non c’è traccia dei cittadini») e perlustrato le periferie (lanciando per primi l’isola pedonale di Chinatown). Un giorno si è presentato il futuro premier, Romano Prodi. «Vi ascolto ammirato, non avevo mai visto una aggregazione come questa, con tanta energia orientata al bene comune». Un giorno hanno chiamato anche Beppe Grillo, in anticipo sui «vaffa» e sui grillini. Ma non c’è stato feeling. «Abbiamo intercettato l’inizio di una voglia di cambiamento. E forse eravamo in anticipo sui tempi», commenta Giacomo Biraghi, architetto e consulente di vari assessorati.

Il pericolo del freno a mano

Lui oggi vede un pericolo per Milano dopo la corsa del post Expo: «Qualcuno vorrebbe tirare il freno a mano, c’è il rischio di far tornare la città in serie B». Bisogna reinstallare il futuro, è il pensiero di Sergio Sorgi. «Milano si sta lasciando attraversare dal presente, rischia di diventare una Venezia 2 spossessata dei suoi residenti». Che cos’è diverso dal 2004? «Oggi prevalgono logiche adattative, non trasformative. Le persone cercano difese. Gli ideali sono anestetizzati. Milano è sfruttata da gente che passa e va».

Biraghi dice che in dieci anni c’è stato un boom di popolazione in transito: 600 mila sono usciti e 630 mila sono entrati… Così si perde il senso di appartenenza.

Rimane una domanda: si può rilanciare l’energia civile senza leader e ideologie, senza qualcuno capace di trascinare un progetto e farlo diventare collettivo? «Servirebbe una nuova Vivere Milano», ammette Fracca. Dal 2004 al 2024: toccherà ai cinquanta-sessantenni ricreare il pensatoio che non esiste più? Adesso che si sono ritrovati qualcuno dice: perché no? gschiavi-rcs.it

Milano Sesto, dalle ex acciaierie Falck la madre di tutte le riqualificazioni urbane: ecco come sarà. Storia di Carlo Cinelli sul Il Corriere della Sera sabato 25 novembre 2023.

Per combinazione, il giorno dell’annuncio dell’accordo sul piano di rigenerazione dell’area delle ex acciaierie Falck di Sesto San Giovanni Cassa Depositi e Prestiti ha pubblicato l’invito a manifestazioni d’interesse per le caserme di via Guido Reni a Roma, un importante complesso immobiliare in una delle zone centrali della Capitale già oggetto di interventi di riconversione, anche molto prestigiosi, ma che non sembra trovare ancora una configurazione definitiva. C’entra qualcosa? È possibile immaginare oggi un “effetto farfalla” che dal nuovo avvio della più vasta operazione di rigenerazione urbana d’Europa — quasi 1,5 milioni di metri quadri — possa trasferirsi all’intera industria del real estate italiano? Manfredi Catella, il patron di Coima che ha firmato l’accordo per MilanoSesto, spiega che quello appena abbozzato è un «modello che ci consentirà di cogliere anche la trasformazione in corso. Che è una transizione strutturale nella quale serviranno capitali pazienti, ci sarà meno leva finanziaria e dunque servirà più equity, competenze industriali e innovazione di prodotto». Senza enfatizzare, spiega, l’accordo su Sesto viene incontro ad alcune caratteristiche del nostro mercato, caratterizzato da operatori di dimensioni ridotte, almeno nel confronto con i principali competitor internazionali, valorizza l’«allineamento europeo» che Milano ha avuto in questi anni e trova risposte al bisogno di spazi che in modo costante attanaglia le grandi aree urbane.

La suddivisione dei «compiti»

«La risorsa di cui ci occupiamo, l’infrastrutura fisica, è diventata strategica: la soglia è stata ampiamente superata e la direzione consolidata: sempre più persone nelle città che a loro volta diventano responsabili di impatti ambientale e disuguaglianze. Non è più soltanto un tema di immobili». L’accordo su MilanoSesto affida a Coima e Redo, il fondo di Cariplo leader nell’housing sociale, circa il 90% delle aree da riqualificare, che comprende la parte residenziale e un’area destinata a parco per circa 45 ettari, oltre alla Città della Salute e della Ricerca, che fa capo alla Regione Lombardia. Hines e Prelios che inizialmente si erano fatti carico dell’intera area andranno avanti sul lotto Unione Zero per le realizzazioni di terziario direzionale, uffici e alberghi, mentre nella stessa area Coima e Redo svilupperanno anche la componente residenziale convenzionata. Intesa Sanpaolo presente nel progetto con Unicredit, BancoBpm e Ifis convertirà in equity il credito di circa 900 milioni avviando al tempo stesso una manovra finanziaria tesa a coinvolgere nuovi investitori nel progetto. «Con quest’accordo — osserva Catella — si sono ricreate le basi per un progetto più solido in un’area con aspetti assai complessi, penso ai costi per la bonifica». Con la banca guidata da Carlo Messina, aggiunge, «abbiamo trovato un allineamento di valori, ci siamo riconosciuti in una matrice culturale comune. Per questo, al fianco di un investitore di una simile caratura, pensiamo che Sesto non sia un’operazione isolata».

I prossimi passi

Poi, certo, la soluzione trovata dopo un confronto di quasi nove mesi è «una premessa abilitante, non ancora la soluzione. Ora va aperto un tavolo di partnership pubblico-privata, va definita una prospettiva industriale e compresi gli ambiti: la Città della Salute non è un tema soltanto per Milano o la Lombardia, vale per l’intero Paese». Sarà un progetto di dimensioni rilevanti, guardando l’intera area ci vorranno capitali pari «a 3, forse 4 miliardi» su un orizzonte lungo che non esclude il coinvolgimento di altri attori e capitali. «Che arriveranno con rendimenti di mercato, perché questa è un’operazione di mercato». Ma di un mercato diverso da quello conosciuto nelle più recenti fasi di sviluppo immobiliare a Milano, meno archistar e meno grandeur. E «l’ambizione di Coima non è essere lo sviluppatore di tutta Sesto, ma creare le condizioni perché Sesto si realizzi». In parallelo e con l’expertise di un compagno di strada della rilevanza di Intesa si sta cominciando a costruire la cornice finanziaria. Il fondo di rigenerazione urbana di Coima, ad ora attivo sul progetto di riqualificazione di Porta Romana, raddoppierà gradualmente le proprie dimensioni fino a due miliardi di euro. È il fondo nel quale sono presenti le principali casse italiane (medici, ingegneri, avvocati, agenti di commercio e commercialisti), i Big Five del risparmio previdenziale privato nazionale, oggi impegnate in diverse operazioni, a cominciare dalla partecipazione a vario titolo nel piano per la rete unica di tlc.

L’ambizione sulla Capitale

«Faremo i nostri compiti a casa per costruire una base di investitori italiani, abbiamo iniziato una strada — spiega Catella —. Se riusciamo a mettere assieme un pezzo di sistema italiano in modo virtuoso, con logiche e finalità dichiarate allora si potrà fare molto. Siamo grati al sistema delle casse perché ci hanno fin qui seguito. Sono i nostri primi interlocutori, altri dovranno essere individuati, ma del resto il sistema nazionale ha carenza di attori analoghi». Oltre Sesto, l’ambizione resta nazionale e la capacità di trovare i partner giusti e «collaborazioni programmatiche», come quelle trovate con Prada e Covivio su Porta Romana a Milano, sarà fondamentale. «Per stare alla sua suggestione e con le nostre premesse — conclude Catella — il progetto sulla caserma di via Guido Reni a Roma può essere avvicinato in due modi: uno è quello che proveremo a fare su MilanoSesto, l’altro è alla maniera antica: ho un lotto, lo vendo. Ma in questo secondo caso non sarà certo un’operazione sistemica, al massimo un’operazione immobiliare, con il suo business plan, bella o meno e comunque conclusa in sè». A Roma chi deve prendere in mano il pallino? «Mi sembra una risposta facile: il pubblico, nelle sue diverse declinazioni. Ma mi creda, non è una questione di singoli amministratori o soltanto di buona volontà, serve una direzione precisa e regole d’ingaggio. In alternativa si liquidano un po’ di asset, magari si farà un po’ di residenziale in convenzione, ma non si va molto in là». E Milano e Roma rischiano di restare ancora lontane come Brasile e il Texas. E niente farfalle.

Quanto costa muoversi a Milano. Marianna Baroli su Panorama il 30 Ottobre 2023

Scatta oggi il rincaro del ticket di Area C che passa da 5 a 7.50 euro. Abbiamo stilato una guida per capire quanto è caro il capoluogo lombardo Da oggi è scattato il rincaro degli accessi ad Area C a Milano. Due euro e cinquanta in più, per entrare nell'area dei Bastioni e accedere, dunque, al centro cittadino. L'aumento appartiene a un progetto che vorrebbe vedere il capoluogo lombardo sempre più vicino alle grandi metropoli europee dove le auto vengono abbandonate a favore di mezzi pubblici o privati alternativi, come le tanto osannate bici. Tralasciando per qualche istante le piste ciclabili più simili a tracciati di videogames surreali che a veri e propri percorsi in sicurezza e concentriamoci sulle muove misure di mobilità nel centro di Milano.

A partire da oggi, il 30 ottobre 2023, il costo di accesso all'Area C è aumentato dai 5 euro attuali a 7,50 euro. Per i residenti, a partire dal 41esimo accesso, il costo sarà di 3 euro. Alcune categorie di veicoli sono esentate dall'acquisto del biglietto giornaliero, tra cui veicoli elettrici, ibridi, scooter, moto, tricicli e quadricicli elettrici, oltre a quelli che trasportano disabili (con contrassegno) e persone dirette al pronto soccorso. I veicoli di servizio e i veicoli parcheggiati nelle autorimesse del centro che aderiscono all'iniziativa hanno visto un aumento da 3 a 4,50 euro. Tutti i veicoli, ad eccezione degli Ncc, che effettuano il pagamento del ticket di accesso oltre le 24:00 del giorno successivo all'accesso e entro il termine delle 24 ore del settimo giorno successivo all'accesso senza ticket, ora pagano 22,50 euro anziché 15 euro. I veicoli Ncc fino a 8 metri pagano ora 60 euro anziché 40. I veicoli Ncc tra 8,01 e 10,50 metri pagano ora 97,50 euro anziché 65. I veicoli Ncc superiori a 10,50 metri pagano ora 150 euro invece di 100, mentre i veicoli Ncc con più di 9 posti pagano ora 7,50 euro anziché 5 euro. Una novità riguarda anche le modalità di pagamento: i biglietti cartacei per l'accesso all'Area C non saranno più in vendita, ma chi ne è già in possesso potrà utilizzarli senza ulteriori costi, attivandoli online entro il 29 ottobre 2024, chiamando il call center dedicato al numero 02.48684001 dalle 7.00 alle 24.00 o sul sito MyAreaC. Il Comune di Milano ha introdotto altre novità. A partire dal 1 novembre 2023, nella "Cerchia dei Bastioni", dalle 8:00 alle 19:00 tutti i giorni della settimana, la sosta a pagamento è consentita per un massimo di due ore consecutive, senza possibilità di estensione. Dopo le 19:00 e fino alle 24:00, la sosta rimane a pagamento, ma senza limiti di tempo. Dalle 24:00 alle 8:00 del giorno successivo, la sosta è gratuita. Facile quindi passare ai mezzi pubblici? Forse. Ecco quanto costa infatti utilizzare bus, metro e tram in città. Inoltre, per quanto riguarda i mezzi pubblici a Milano, sono disponibili diverse opzioni di biglietti per agevolare gli spostamenti nella città e dintorni. Il biglietto singolo, al costo di 2,20 euro, offre un'ampia flessibilità con una validità di 90 minuti. Il biglietto giornaliero, al costo di 7,60 euro, è valido per 24 ore dalla prima convalida, consentendo viaggi illimitati in questo periodo. Per chi ha bisogno di spostarsi per più giorni, c'è il biglietto 3 giorni al prezzo di 13 euro, che permette viaggi illimitati per tre giorni consecutivi dalla prima convalida fino alla fine del servizio del terzo giorno. Se si prevede di fare più viaggi, il carnet di 10 biglietti potrebbe essere una scelta conveniente, con un costo di 19,50 euro. È importante notare che questo carnet non può essere usato da più persone contemporaneamente, ma offre una soluzione economica per coloro che utilizzano frequentemente i mezzi pubblici a Milano. Questi biglietti coprono una vasta rete di trasporti, comprese tutte le linee metropolitane, i mezzi di superficie come autobus, tram e filobus, nonché le linee ferroviarie suburbane (linee S) che attraversano il passante ferroviario. Milano offre un'ampia accessibilità ai suoi principali luoghi di interesse, come la Fiera di Rho, che è facilmente raggiungibile tramite la linea M1 o le linee ferroviarie suburbane, così come il Forum di Assago, reso accessibile tramite i mezzi pubblici della città.

Denuncia le ruberie in azienda e viene licenziato: il tribunale gli dà ragione e sconfessa l’Atm di Milano. I giudici annullano gli atti disciplinari e ordinano all’azienda dei trasporti di riassumere e risarcire De Gasperis, il funzionario che portò alla luce lo scandalo dei «biglietti clonati». Invece di premiarlo, la società comunale lo ha perseguitato per cinque anni. Paolo Biondani su L'espresso il 21 agosto 2023.

Aveva denunciato le ruberie sui biglietti dell'Atm, l'azienda dei trasporti milanese, ma invece di essere ringraziato e premiato, si è visto perseguitare con una raffica di licenziamenti e provvedimenti disciplinari, ora giudicati totalmente illegittimi dalla magistratura.

Il tribunale del lavoro di Milano, con un'ordinanza d'urgenza, ha ordinato il reintegro immediato, cioè il rientro in servizio con diritto di farsi pagare tutte le retribuzioni perdute, di Adriano Michele De Gasperis, il funzionario dell'Atm che per primo aveva denunciato, nel 2017, lo scandalo dei «biglietti clonati». «Un sistema creato da alcuni dipendenti infedeli di Atm», come riassume il giudice nel verdetto, «per generare e vendere “in nero” biglietti e abbonamenti non registrati» dagli archivi informatici «e dunque nemmeno contabilizzati», con conseguente «perdita di somme ingentissime» per l'azienda pubblica e per il Comune di Milano.

L'ordinanza sottolinea che De Gasperis, come addetto alla security aziendale, presentò «segnalazioni formali agli organi di controllo interno, nonché al sindaco di Milano», già tra novembre 2017 e febbraio 2018, prima che la vicenda diventasse «di pubblico dominio» con l'avvio delle indagini giudiziarie e i primi articoli di stampa. Oltre ai dipendenti direttamente coinvolti, le denunce coinvolgevano anche alcuni dirigenti aziendali, accusati di inerzia.

I giudici di Milano avevano annullato già nel 2019 il primo licenziamento di De Gasperis, con un'ordinanza del tribunale confermata dalla corte d'appello. Ma invece di riammetterlo al lavoro, l'Atm ha «riattivato altri due procedimenti disciplinari» e lo ha nuovamente «destituito dal servizio». Oltre a essere licenziato per la seconda volta, il funzionario si è visto pure contro-denunciare con l'accusa di aver commesso ipotetici reati («sostituzione di persona» e «minacce») nel corso delle sue attività di controllo. Ma ora il tribunale del lavoro osserva che «De Gasperis è stato assolto con formula piena, con sentenze ormai definitive, in entrambi i giudizi penali».

La nuova ordinanza, inoltre, smentisce una perizia accusatoria depositata dall'Atm, che «risulta sconfessata dalle opposte risultanze di una controperizia» affidata dai legali di De Gasperis a un esperto esterno. E smentisce anche la tesi aziendale, «non supportata da documenti», di non aver potuto esaminare i computer al centro dello scandalo, in sequestrati dai pm della Procura: il verdetto evidenzia invece che «risultano restituiti all'Atm già dal 2017».

Questo caso di persecuzione aziendale contro un denunciante era stato sollevato da L'Espresso, con un’intervista a De Gasperis e con l’esame di tutti i documenti giudiziari allora disponibili. Ora il nuovo verdetto del tribunale riconferma la fondatezza e correttezza di quel primo articolo, firmato dalla giornalista d'inchiesta Gloria Riva.

Da notare che in questo procedimento i giudici non hanno potuto applicare la nuova legge, entrata in vigore un mese fa e valida solo per i casi futuri, che ha rafforzato le tutele lavorative e legali per il cosiddetto whistleblower, cioè il dipendente che scopre e segnala fatti illeciti all’interno di aziende o enti pubblici.

Estratto dell'articolo di Cesare Giuzzi per il “Corriere della Sera” mercoledì 23 agosto 2023.  

Gli ultimi arrivati, moda dell’estate 2023, sono gli occhialoni da ciclista.

Lenti a specchio dai colori cangianti. D’inverno si passa al «balaclava», passamontagna leggero. L’abbinata però è sempre la stessa, con marsupio (rigorosamente a tracolla sul petto) o meglio ancora la sacoche , il borsello.

E poi scarpe Nike Tn squalo e in versione seral/estiva ciabattoni con rigoroso calzino a contrasto. La moda nasce dalla strada e oggi — dopo che anche Vogue s’è occupata del fenomeno «maranza» — molte griffe del lusso sfoggiano capi ispirati allo street style di questi ragazzi di prima e seconda generazione arrivati dal Nordafrica. 

Furti e pestaggi Loro sono giovani, giovanissimi, e rivendicano — migliaia i video sul social di riferimento TikTok — l’orgoglio maghrebino. Anche se a volte le loro vite raccontano storie di integrazione difficile. A Milano, come a Brescia e Torino, sono spesso l’incubo di negozianti, baristi e, soprattutto, ragazzini. Perché, anche se chi commette reati è solo una piccola minoranza, i maranza sono stati protagonisti di assalti, pestaggi e rapine a coetanei.

Tra i Navigli, corso Como e l’Arco della Pace, il novanta per cento delle aggressioni a giovanissimi è opera loro.

Nelle denunce la descrizione è sempre identica: un gruppo di ragazzini nordafricani che circonda la preda e, partendo dalla richiesta di una sigaretta, la colpisce con calci e pugni prima di scappare con cellulare, portafoglio o catenina. 

Molti degli arrestati in questi mesi da polizia e carabinieri, hanno esperienze di disagio alle spalle: piccoli furti, fughe dalle comunità, carcere minorile, famiglie disagiate. O solo un posto letto in condivisione nell’appartamento messo a disposizione da qualche lontano cugino. Non è un caso se solo il Comune di Milano ha in carico oltre 1.300 minori stranieri non accompagnati, l’ultima frontiera dell’immigrazione dal Mediterraneo. Dalle periferie Le compagnie sono miste: marocchini ed egiziani su tutti, ma anche tunisini e algerini. Alcuni hanno cittadinanza francese o spagnola, altri sono nati in Italia.

Ma non è raro trovare nel melting pot slavi, sudamericani anche ragazzi italiani. Tutti uniti dall’unica vera esperienza comune: la periferia. Quando dopo il Covid ci sono state mega risse e «rivolte» aizzate da trapper emergenti, la polizia ha guardato preoccupata ai venti che si levavano dalle periferie milanesi. Analisi e studi hanno concluso una sola cosa: zero collanti politici o religiosi, nessun rischio banlieue , ma un disagio sociale ed economico in forte crescita. 

Nel bene e nel male

Sull’etimologia del termine maranza ci sono scuole di pensiero diverse. I paninari degli anni Ottanta rivendicano la fusione tra «marocchino» e «zanza», piccolo ladruncolo in milanese. Il termine quindi è tutt’altro che nuovo e nasconde un certo razzismo. Loro però rivendicano con orgoglio l’essenza dell’essere maranza , nel bene e anche nel male (furti e rapine), tra video social con consigli d’abbigliamento, racconti di risse e balli sull’inno della generazione maranza : la canzone «Alicante» di Gambino, trapper magrebino di Marsiglia...

 Estratto dell’articolo di Cesare Giuzzi per corriere.it lunedì 21 agosto 2023.

 I tavolini dei locali sono territorio esclusivo dei molti turisti agostani. Chissà se qualche ristoratore che ha scelto di abbassare la serranda anche qui si starà mordendo le mani? Non c’è la folla, ma neppure il deserto di certi anni fa. Sabato notte nella serata dei Navigli però i protagonisti (o meglio i sorvegliati speciali) sono altri. Gli autentici padroni, numericamente parlando, delle notti milanesi. Li chiamano (e si chiamano orgogliosamente) «Maranza». 

Il termine arriva, con un retrogusto un po’ razzista, dagli anni Ottanta milanesi: unione di marocchino e zanza. Non proprio un complimento. Ma oggi i maranza sono quello che la sociologia definisce una subcultura urbana. Di loro s’è occupata perfino Vogue, perché lo stile è arrivato fino alle passerelle con tute acetate e inguardabili marsupi e borselli a tracolla. 

Oggi basta aprire TikTok per vedere quanto il look di questi ragazzi from Nordafrica di prima, e soprattutto seconda generazione, abbia contagiato cantanti e influencer nostranissimi. Dai barbieri milanesi il taglio maranza — capelli cortissimi ai lati e riccioli di permanente in testa — è ormai una richiesta fissa. Non solo per gli originali.

Per molti ragazzini, però, il «maranza» si può trasformare nell’incubo numero uno di ogni uscita. In metropolitana, fuori dai locali, soprattutto lungo il tragitto di ritorno verso casa. 

A guardare i dati delle aggressioni e delle piccole rapine tra giovanissimi, i responsabili 90 volte su cento sono proprio loro. Reati molto «micro» ma che hanno un impatto fortissimo sulla percezione di sicurezza. Anche perché per molti l’essenza dell’essere maranza ha anche una deriva «criminale»: aggredire coetanei, fregare collanine e cellulari, oppure (in gruppo) picchiarli anche solo per sfida. 

Chi ha figli adolescenti è preoccupato, anche se guardando più in profondità spesso nelle compagnie di maranza non ci sono solo giovani nordafricani (marocchini ed egiziani su tutti) ma italiani, africani, sudamericani, slavi. Un melting pot che però ha un minimo comune denominatore: le periferie, contesti familiari turbolenti, a volte anche esperienze di comunità per minori o carcere. Non tutti, sia chiaro. Ma il fenomeno c’è, tanto da aver conquistato le prime pagine la scorsa estate con la mitologica presa di Peschiera del Garda dopo una chiamata alle armi via social.

Nonostante i trenta gradi molti indossano la tuta. Altri, di contro, girano a torso nudo. Mai soli, mai meno di cinque o sei. Qualcuno corre in monopattino lungo la Darsena. Non si capisce bene con quale direzione. Ciascuno la legge come vuole: movimenti frenetici di spacciatori di hashish o semplici ragazzate. L’hashish e l’erba sono un altro denominatore comune. In realtà vale per quasi tutti, non solo per i maranza. 

(…)

Non sono bande organizzate. Spesso i ragazzi fermati o arrestati sono «fluidi» nelle loro scorribande. Ci si unisce a compagnie sempre diverse. C’è chi rapina per sfida, chi per necessità. Diversi, specie i più giovani, sono appena arrivati a Milano dopo viaggi infiniti per mare e per terra. Minori non accompagnati che hanno cugini di quarto o quinto grado che si occupano solo di un posto per dormire.

La Darsena-maranza è in realtà la Darsena di quelli che restano a Milano, triste e malinconica. Ma è anche immagine del futuro della città. Di cui, nonostante accenti e devianze, questi temutissimi maranza sono figli legittimi. In attesa che la Milan col coeur in man si accorga anche di loro, oltre gli stereotipi.

Estratto dell'articolo di Marco Cicala per “il venerdì di Repubblica” il 10 giugno 2023

[…]  La Milano da bere. Quella-Milano-là degli anni Ottanta. Un luogo comune assai capiente. Sentina di molti, perfino troppi "ismi", spesso consociati, almeno nell'immaginario collettivo: individualismo, rampantismo, yuppismo, edonismo, affarismo, craxismo, berlusconismo... 

"Questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano... da bere" recitava lo slogan ideato dal pubblicitario Marco Mignani (1944-2008) per uno spot televisivo dell'amaro Ramazzotti che sarebbe diventato epitome di un'epoca ruggente e secondo alcuni leggendaria. Epoca nella quale, tra l'altro, con il prêt-à-porter, la moda italiana fece tremare il mondo. […]

Qualche cifra? "Per rendersi conto di quanto si fossero moltiplicati gli affari, basta pensare che se nel 1971 i negozi di abbigliamento in Italia erano 24 mila, dieci anni dopo erano diventati 82 mila, circa tre volte di più" ricorda la storica Sofia Gnoli in Moda. Dalla nascita della haute couture a oggi (Carocci editore). 

Ebbene, quarant'anni fa, quella rivoluzione dell'industria e del costume chiamata "Made in Italy" veniva punzecchiata nella sua baldanza, talvolta sfacciata e predatoria, da un libro piccolo però urticante. Nell'autunno 1983 usciva da Longanesi Sotto il vestito niente, strano giallo ambientato nel milieu della moda milanese, ma soprattutto dei suoi plurimi e non sempre commendevoli segreti. 

Il cadavere scomparso di una modella italoamericana, un commissario che indaga tra loschi editori e giornalisti del mondo-fashion, mannequin più o meno sbandate, misteriosi gruppi di terroristi-rapitori che, ispirandosi al rodato copione del caso Paul Getty, inviano un presunto pezzo d'orecchio del presunto ostaggio. E poi omosessualità (ancora tabù), spionaggio, droga, porno, sado-maso... perfino un povero cagnetto trovato impiccato con un branzino in bocca. Sullo sfondo del tutto, il duello tra due maxi-stilisti: Luca Zarbonni, detto "Zar", e Salvatore Vassalli, il "Duca". La sfida sembrava un'allegoria dell'antagonismo Armani-Versace. 

In Italia e nei Paesi in cui fu tradotto, Sotto il vestito niente vendette mezzo milione di copie, irritando non poco il cosiddetto "sistema-moda". Lo firmava tale Marco Parma. Firma che odorava di pseudonimo lontano un miglio. Pseudonimo di chi? Sui giornali partì la caccia all'oscuro dissacratore. Senza necessariamente crederci, si fecero i nomi della socialite Marta Marzotto, del sociologo Francesco Alberoni, del saggista Giordano Bruno Guerri, della moglie di Fanfani - signora Maria Pia - del premiato tandem Fruttero&Lucentini, addirittura del socialista Claudio Martelli.

 Tra i giornalisti, molti sospetti si addensarono sull'allora direttore di Amica Paolo Pietroni. Il quale, una decina d'anni dopo, avrebbe infine rivelato: Marco Parma? C'est moi. 

Ora che Sotto il vestito niente torna, sempre da Longanesi, nelle librerie, lo incontriamo nel suo appartamento milanese. Classe 1940, Pietroni ha diretto, inventato o reinventato una sfilza di giornali di successo (Max, Sette, Class, Specchio...). Ha scritto pièce teatrali e una decina di romanzi. Ma giocoforza è uno solo ad aver segnato il suo destino. Qui ce ne racconta i retroscena meno noti e anche un filo disdicevoli. 

[…]

L'idea del giallo era dell'editore Mario Spagnol.

"Voleva un thriller ambientato nel mondo della moda. Ma soprattutto lo voleva in fretta, prima che qualche concorrente lo bruciasse sul tempo. Lo propose a qualche giornalista ben introdotto in quel mondo. La materia era delicata... Spagnol incassò un paio di rifiuti e poi si rivolse a me". 

All'epoca dirigevi Amica e accettando ti esponevi a qualche rischio.

"Per questo chiesi come condizione l'anonimato, una copertura assoluta da parte della casa editrice. Non volevo che il romanzo danneggiasse me, in termini di denunce, e quelli con cui lavoravo, in termini di eventuali ritorsioni sulle entrate pubblicitarie. Spagnol mi assicurò che la copertura sarebbe stata totale. Anche di fronte all'Agenzia delle entrate. "Pagherai le tasse, ma il tuo nome non verrà fuori". Fu di parola. Nell'estate '83 scrissi il libro in vacanza, di getto. Lo consegnai a settembre. La prima stesura fu quella definitiva".

Da romanziere che cosa ti attraeva dell'universo-moda?

"Principalmente la sua duplicità, che in fondo è quella della bellezza, con il suo volto luminoso, apollineo, e il suo versante oscuro, dionisiaco. Negli anni in cui a Milano esplodeva il prêt-à-porter vedevi spuntare ovunque funghi straordinari, sgargianti, coloratissimi, ma pure segretamente velenosi". 

Da giornalista inserito in quell'ambiente, ne raccontavi specialmente i risvolti torbidi. Immagino che per farlo tu abbia avuto le tue "gole profonde". Che cosa ti rivelarono?

"Cose che nel tempo sarebbero diventate di pubblico dominio. Per esempio che, in parte, l'impero della moda si affermava ed estendeva con il denaro nero delle organizzazioni criminali. In particolare per quanto riguardava l'apertura di negozi nelle strade più chic delle grandi città, New York, Parigi... 

Mi parlarono anche di connessioni con il traffico d'armi e con il mercato della droga, che tuttavia non coinvolgevano le grandi firme, ma il sottobosco degli accessori, cinture, scarpe, profumi... Penso comunque che a dare più fastidio siano state le allusioni all'omosessualità degli stilisti contenute nel libro".

Quarant'anni dopo stentiamo a crederlo. Perché quell'aspetto doveva rimanere segretissimo?

"Si temevano, credo, le reazioni della clientela femminile. Dopotutto che cosa era stata l'esplosione del prêt-à-porter? Una rivoluzione che aveva permesso a tante donne della media borghesia di comprare vestiti fino ad allora riservati a un'élite, pezzi unici, inaccessibili alle loro tasche. Il prêt-à-porter offriva invece la possibilità di acquistare abiti concepiti in grandi atelier. Non proprio pezzi unici, ma quasi". 

Spiegami meglio il nesso con l'omosessualità.

"Per capirlo bisogna calarsi nella mentalità del tempo. Ripensiamo agli Stati Uniti, a Hollywood, a tutte le operazioni di mascheramento architettate dalle major per nascondere l'omosessualità di certi divi, tipo Rock Hudson, considerati simboli di virilità e seduzione". 

Albeggiavano gli anni tremendi dell'Aids.

"Sì, ma l'omosessualità era ancora ritenuta qualcosa di spaventoso, di dannosissimo sul piano del ritorno commerciale. Ho l'impressione che, mutatis mutandis, paure analoghe percorressero in Italia l'ambiente della moda. Si temeva che l'omosessualità facesse perdere clienti tra le donne".

Sotto il vestito niente tracciava anche un ritratto crudo del mercato delle modelle. Lo dipingeva come una sorta di "tratta".

"Anche qui bisogna fare un passo indietro. Nei primi anni Ottanta le modelle cominciano a diventare protagoniste delle sfilate. Fino ad allora erano state anonime indossatrici volanti che negli atelier sfilavano davanti a qualche compratrice dell'alta società. Con l'avvento del prêt-à-porter cambia tutto". 

La modella si conquista un nome e un cognome, ma a caro prezzo...

"Nelle settimane della moda, Milano si riempiva di ragazze spesso straniere e spiantate. Le piazzavano in residence o alberghetti di bassa categoria. E alle sfilate erano prede di giornalisti che promettevano loro copertine, di rampolli dell'imprenditoria emergente, di manager con mogli o fidanzate influenti e spendaccione".

Il tutto irrorato dalla coca.

"Tanta".

Sulla copertina di Sotto il vestito niente c'era la foto di una di quelle ragazze, l'americana Donna Broome. Era la sorella di Terry, anche lei modella, che l'anno successivo, 1984, avrebbe sconvolto le cronache uccidendo a revolverate Francesco D'Alessio, quarantenne della Milano bene, e suo "stalker". La moda iniziava a macchiarsi di sangue. Sarebbero seguiti il delitto Gucci e l'omicidio Versace. In qualche modo il tuo libro fu profeta di sventure...

"Non so. Di certo raccontava i contrasti, le contraddizioni che quel mondo spazzava sotto al tappeto". 

Contrasti che piacquero a Michelangelo Antonioni, il quale voleva ricavarne un film.

"Insieme allo sceneggiatore Tonino Guerra,  Antonioni venne qui a casa mia l'11 giugno dell'84, ricordo la data perché fu il giorno della morte di Enrico Berlinguer. Antonioni mi disse che il libro lo aveva intrigato, ma mi chiedeva di aiutarlo a cambiarne il finale, non lo trovava abbastanza cinematografico".

Che aveva in mente?

"Un finale omerico. Con i due stilisti rivali che si scontrano all'ultimo sangue come Ettore e Achille. Ognuno con il suo seguito di modelle, amazzoni-guerriere. Quella rilettura di Antonioni mi pareva geniale. Mi dissi pronto a collaborare alla riscrittura". 

Nell'estate '84 il regista si aggira per Milano scegliendo le location. Ma nel mondo della moda avverte da subito una certa ostilità al progetto. Intervistato da Repubblica e Corriere, dice in sostanza: non voglio danneggiare la rispettabilità di nessuno, né identificare i protagonisti del romanzo con gli stilisti, però non li sento collaborativi. E infatti quel film non si fece. Perché?

"Per questioni di budget, mi dissero all'epoca. Antonioni aveva chiesto agli stilisti 200 vestiti gratis, che gli vennero rifiutati. Allora si rivolse al produttore Achille Manzotti perché li comprasse. La risposta fu no. L'acquisto avrebbe fatto sballare i conti". 

In seguito però tu hai scoperto un'altra versione della faccenda.

"Nel 2007, Salvatore Di Paola, che in quegli anni era consulente di produzione per Manzotti, mi disse che il film non era andato in porto perché il sistema-moda s'era messo di traverso e aveva sborsato 250 milioni di lire affinché non si facesse". 

Ma poi si fece lo stesso: nell'85, regia di Carlo Vanzina. Oggi qualcuno lo considera un cult. Anche se del libro conservava solo il titolo.

"Della trama non venne mantenuto nulla. Manzotti poteva permetterselo. Gli avevamo ceduto tutti i diritti senza mettere paletti, porre condizioni circa il rispetto della storia. Fu un errore".

Alla prima milanese del film di Vanzina gli stilisti non si presentarono. Si vociferò che non fossero stati invitati e che quei posti vuoti in prima fila erano un trucco per dare risalto scandalistico all'evento. Ti risulta?

"A me risulta che vennero invitati, ma non andarono". 

[…] 

Nell'88 e nel 2011 da Sotto il vestito niente sono germinati due dimenticabili sequel che con il romanzo avevano ancora meno a che spartire. Forse la chiave, l'algoritmo del successo fu proprio quel titolo?

"Penso di sì. Fu Spagnol a farmelo notare. Diceva che quel "niente" attraeva con la sua ambiguità. Rimandava al successo volatile delle modelle e all'eros di quelle ragazze-bambole. Ma richiamava anche la differenza insuperabile tra donna e uomo. L'essenza della femminilità della quale il maschio non potrà mai impadronirsi. Perché quel "niente" è qualcosa di cui la donna è sovrana assoluta. Che sia madre o che non faccia figli, la donna è potenzialmente generatrice di vita. Dunque "immortale". L'uomo no. Il maschio può costruire cattedrali, ponti o case editrici nella speranza che qualcosa gli sopravviva. Però non ce la fa, muore.Mentre la donna in qualche modo è eterna".

Alta metafisica.

"Che dirti? Spagnol spiegava così il segreto del titolo". 

Oggi che fai?

"Continuo a scrivere. Nel 2020 ho pubblicato un altro romanzo. Su Tex Willer. Ma c'era il lockdown e non se l'è filato quasi nessuno".

Piazza Duomo nel 1860: la torre sulla cattedrale, un quartiere e un portico. Una straordinaria fotografia dove si vedono le case del Rebecchino (poi abbattuto) a ridosso del Duomo e tanti altri elementi architettonici oggi scomparsi. DI FABIO FINAZZI E MARCO GARZONIO su Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023.

Qui sopra: il Duomo com’è oggi a confronto con una straordinaria foto del 1860 (sotto). Clicca sull’immagine per vedere tutte le differenze

«Vi è dunque così molesto d’essere, una volta in vita, padroni di voi?». Carlo Cattaneo nel 1848 spronava i milanesi. Cacciati gli austriaci con le Cinque Giornate più che a libertà e autonomia molti guardavano a Carlo Alberto. L’appuntamento con i Savoia fu solo rinviato. L’annessione al Piemonte è del 1859, l’unità d’Italia di due anni dopo. Per La Perseveranza (9 ottobre 1861), quotidiano del liberalismo e delle nuove classi dirigenti «davanti alla patria risorgente si umilino tutte le tradizioni locali». Piazza Duomo è il simbolo della rinuncia di Milano alla primazia conquistata con illuminismo, barricate, operosità; si adegua al nuovo corso e ai fasti del Regno.

Nel 1860 Vittorio Emanuele II promuove una lotteria: vuol raccogliere i fondi per il riassetto dell’intero centro storico e il Comune lancia un appello per una gara di idee. Ne arrivano 160. Prevale il progetto di Giuseppe Mengoni, che nel luglio del 1864 viene incaricato di realizzare il clou della nuova Milano: la Galleria tra piazza Duomo e la Scala coi palazzi porticati (i Portici Settentrionali). Per dar spazio alle nuove costruzioni vengono demoliti il rinascimentale Coperto dei Figini (1864), una sorta di centro commerciale ante litteram (negozi storici e ritrovi come il Caffè Campari) e in seguito l’isolato del Rebecchino (1875) denso quartiere popolare che all’epoca dava anche problemi d’ordine pubblico. Il 7 marzo 1865 Vittorio Emanuele pone la prima pietra del «Salotto di Milano».

Milano va in Europa, non come voleva Cattaneo, con un’Italia federata, la Lombardia collegata alle altre capitali da linee ferroviarie e, per coerenza, una Piazza Duomo secondo «misura e cultura». Con l’unità «l’anima della nostra vecchia Milano se ne va» lamenta Cesare Correnti, futuro Ministro del Regno. La città si ritaglia il ruolo di polo industriale, accoglie capitali, coltiva ingegni, saperi, tecnologie scientifiche. Un lapsus di Quintino Sella nel 1880 (il re aveva inaugurata la Galleria nel 1877) farà battezzare Milano capitale morale. Sulle ali di tale attestato nascono società di arti e mestieri, Politecnico, Bocconi, la Centrale elettrica (sul fianco del Duomo, dov’è la Rinascente: prima in Europa, seconda a New York), esposizioni universali. Lo sviluppo porta a una coscienza popolare. Sembra una nemesi: Piazza Duomo è teatro dei primi gravi scontri. Il generale Bava Beccaris, per ordine del re, riduce il sagrato a stalle. La regia cavalleria attacca, i cannoni sparano sui milanesi che protestano per carovita e condizioni di lavoro. Nei disordini non han più quartieri popolari in cui rifugiarsi. È il maggio 1898. Esito della battaglia: 83 morti; 502 feriti; 688 arrestati: anche politici e giornalisti (tra i quali Filippo Turati, Anna Kuliscioff, don Albertario). Piazza Duomo è il palcoscenico del 900 che s’affaccia.

Estratto dell’articolo di Andrea Senesi per corriere.it il 6 aprile 2023.

San Vittore, San Babila e persino Palazzo Marino. E ovviamente le «sue» università, la Cattolica prima e la Statale poi. Ci sono tante Milano nella Milano di Mario Capanna, il leader del '68 italiano, il capo supremo del Movimento studentesco poi segretario di partito (Democrazia proletaria) e infine parlamentare per varie stagioni prima del buen retiro in Umbria, nella natia Città di Castello […].

 Che rapporto ha con Milano?

«Essenzialmente di gratitudine. Milano mi ha dato intanto la conoscenza teorica. Studiavo filosofia e ho avuto grandissimi maestri. […] E poi la conoscenza pratica del mondo grazie a un movimento che in quegli anni intendeva davvero cambiare il corso della storia. Le due sfere si fondono in un episodio, in carcere […] Quando nel 1969 fummo arrestati in 14, Geymonat e Dal Pra vollero dare un segnale pubblico entrando a San Vittore per permetterci di sostenere l’esame. I secondini vennero arruolati come pubblico e fecero da testimoni alla effettiva regolarità della prova».

[…] Dove viveva in quegli anni?

«Dopo l’espulsione dal collegio della Cattolica mi sono ritrovato praticamente in mezzo alla strada. Vivevo dove capitava. Da amici o compagni che mi ospitavano, essenzialmente. E dalle fidanzate… Molte meno di quanto si creda. Eravamo sempre presi a scrivere mozioni per le assemblee o a preparare cortei… il resto passava in secondo piano».

 […] E San Babila, la piazza del nemico?

«Per noi era davvero un luogo intransitabile. Bastava un giornale sbagliato che spuntava dalla tasca o l’eskimo per far scattare l’aggressione delle bande fasciste. Questo fino al maggio del 1970».

Cosa successe allora?

«Decidemmo di “liberare” la piazza. Organizzammo un raid con trecento compagni del nostro servizio d’ordine che sbucarono all’improvviso in piazza dalle scale del metrò. I fascisti conosciuti come i più facinorosi furono anche i più svelti a darsela a gambe».

 Torna spesso in città?

«Torno per trovare mio figlio che fa l’avvocato, e per qualche rimpatriata. Due volte l’anno ci vediamo per una mangiata in compagnia tra vecchi “combattenti”. L’ultima volta eravamo una quarantina».

E le piace Milano ora?

«No. Mi sembra che non abbia più la vitalità e la generosità di un tempo. Poi c’è la bomba speculativa del prezzo degli alloggi, la gente se può cerca casa fuori. Eppure la sinistra vince solo nelle città ormai e Milano è una delle capitali del Pd. Il Pd vince soprattutto in centro, a ulteriore dimostrazione del fatto che di sinistra in quel partito è rimasto ben poco».

 E del sindaco Sala cosa pensa?

«Che era un bravo manager».

[…] Le manca Milano?

«Mi manca quella Milano».

 Direbbe ancora che sono stati anni formidabili?

«Altroché. Quando faccio gli incontri con gli studenti lo ripeto sempre: noi ci siamo soprattutto divertiti un casino. Altro che droga o alcol, non c’è paragone».

 C’è qualcosa di cui si pente? Un piccolo rimorso almeno?

«Il nostro settarismo di allora. Ha tarpato le ali a un movimento che nonostante tutto è stato il più longevo tra i vari '68 del mondo».

Da Selvaggia Lucarelli al «Foglio» (e «Rivista Studio»). Quelli che dicono: Milano è antipatica, l'incanto è finito. Fabrizio Guglielmini su Il Corriere della Sera l’8 marzo 2023.

La città sul banco degli imputati. Momigliano: «Milano non corre così tanto». Masneri: «Deve trovare la sua strada. Potrebbe essere la nuova Parigi»

Milano sul banco degli imputati con una serie di voci critiche anzi criticissime contro «un generale peggioramento della città» che tocca ogni aspetto: la micro e macro criminalità, il caro trasporti (e l’intenzione di ridurne la frequenza), gli stipendi troppo bassi e i prezzi delle case alle stelle. 

Momigliano: è passata l'ubriacatura post Expo

Dopo il fulgore della città post-Expo Milano fa i conti con la trasformazione in grande metropoli europea lasciandosi indietro qualche pezzo. I primi dubbi sono venuti alla saggista Anna Momigliano su Rivista Studio: «Ci siamo finalmente accorti che il problema della Milano che corre non è che lascia indietro, è che non corre mica così tanto. Non che Roma, coi cinghiali, sia messa meglio, è solo che questa storia di Milano come isola felice, “altro” rispetto al Paese che sprofonda, non convince più: messi un po’ meglio degli altri, forse. Il dubbio che ci fosse qualcosa di poco serio, in com’è gestita questa città, c’era già venuto ai tempi della pandemia e della Milano che non si ferma, ma erano giorni difficili e poi Sala s’è scusato. Cosa sia successo e quando, di preciso, non saprei dirlo. Forse c’è passata l’ubriacatura post-Expo (ma, allora, le Olimpiadi?), forse ci siamo accorti che lo stacco, in peggio, tra Milano e il resto d’Europa è più grande dello stacco, in meglio, tra Milano e il resto d’Italia. O forse abbiamo solo recuperato il senso del ridicolo, ché la sobrietà sarebbe anche una virtù meneghina». 

Masneri: se oggi non critichi Milano, non sei nessuno

Sul Foglio è intervenuto Michele Masneri sulla stessa falsariga: «È diventato di moda parlar male di Milano, se non la critichi oggi non sei nessuno. Certo il tema c’è, quello solito della città “esclusiva”, cioè troppo cara, e negli ultimi giorni diversi giornali sono tornati sulla faccenda, nello specifico Corriere e La Stampa. L’assessore alla Casa Pierfrancesco Maran ha detto al primo che servono dei correttivi: bisogna “ragionare su tutto il tema casa, e non solo sulla casa popolare” perché “il mercato privato è molto “aggressivo, qualcuno sosteneva che si sarebbe regolato da solo, ma questo non sta avvenendo, e dunque il rischio di un effetto ‘espulsione’ della classe media aumenta».

Milano potrebbe essere la nuova Parigi

E sul futuro prossimo della metropoli lombarda Masneri continua: «Milano dovrà trovare la sua strada: e certamente deve ragionare col suo nuovo ruolo: ci piaccia o no, non solo è l’unica città europea d’Italia, ma si è anche riposizionata tra le capitali europee: se a causa della demenziale Brexit Parigi è diventata Londra, Milano potrebbe essere la nuova Parigi. Sarebbe assurdo che quello che la rende unica, una classe di creativi che riescono nel giro di una generazione a creare enormi multipli di valore, fisico e simbolico, fosse costretta ad andarsene. Rimarrebbe solo una enorme e desolata Citylife. Milano è fatta proprio dalle persone che la abitano, non è una città di paesaggi, non è una città che può prescindere dai suoi abitanti». 

Lucarelli: l'incanto di Milano è finito

Terzo intervento quello di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano di mercoledì: «Io voglio bene a Milano ma l’incanto è finito. La gentrificazione a Milano è uno dei più grandi inganni a cui sto assistendo da quando vivo qui. C’è una tale fame di case che quartieri che non esistevano o che venivano considerati brutti senza speranza, sono rimasti praticamente identici, ma ribattezzati con nomi glamour (Nolo, per esempio) per illudere la gente di comprare o affittare a prezzi legittimi nelle nuove zone trendy. Il centro dei privilegiati è sempre più largo, le diseguaglianze sociali crescono in maniera sempre più netta: ci sono interi quartieri popolati da stranieri (penso a via Padova, viale Monza, Jenner) e quartieri semi-periferici da cui si sta allontanando anche la classe media, perché pure un bilocale in Cenisio inizia a costare troppo. E poi morire in un pronto soccorso... La Milano della sanità eccellente e invidiata da tutta Italia, naufraga sugli scogli della realtà e delle chat di Gallera. Vorrei che riuscissero a consolarmi gli slogan rampanti sulla Milano dinamica e lanciata verso il futuro, respiro a pieni polmoni l’aria di novità, ma i polmoni soffrono: Milano è la quinta città più inquinata del mondo, quasi ai livelli di Dhaka, in Bangladesh».

Dalla Milano da Bere alla Milano dei Ricchi, dove il vero problema oggi è come sopravvivere. Marianna Baroli su Panorama il 18 Febbraio 2023

La vittoria del centrodestra in Lombardia, la Milano da Bere e della Dolce Vita, la luce dopo i tempi bui e il nuovo grande problema da affrontare: il traffico. L'ex sindaco Pillitteri racconta la sua città

All'indomani della vittoria elettorale del centrodestra in Lombardia e nel Lazio, una lucidissima analisi sulla situazione politica italiana arriva da Paolo Pillitteri. Per chi non lo sapesse, "il Pilli" , è stato sindaco di Milano dal 1986 al 1992. Esponente di spicco del Psi è uno dei sindaci più amati del capoluogo meneghino. «Ogni tanto quando mi muovo in taxi, la gente mi riconosce» ammette con il suo superlativo savoir-faire, «e mi chiede, mi parla dei suoi problemi; ma il compito di un ex sindaco, lo dico sempre, è ascoltare. Senza dire troppo. Capisci?»

La prima volta che incontro il Pilli è dopo la vittoria di Giuliano Pisapia alle elezioni meneghine. «Certo, mi ricordo. L'arancione Pisapia!». Se dovessimo ragionare in ere politiche, è come guardare indietro all'impero romano. Da allora infatti si sono susseguiti sindaci, eventi, rivoluzioni, più o meno fruttuose per la città. «Expo!» esclama durante la nostra telefonata. Paolo Pillitteri, con i suoi 82 anni, un bagaglio culturale e di esperienza politica ineguagliabile, conosce le sfaccettature di Milano fin nel suo profondo. «Per questo non posso dire nulla di male su questa città» ammette con un pizzico di nostalgia. La sua voce torna immediatamente squillante quando inizia a raccontare di come «per voler amministrare una città bisogna conoscerne l'anima. Capire, prima degli altri, quali sono i bisogni dei suoi cittadini e di chi, ogni giorno, vi si reca per lavorare». «Le elezioni, diciamo la verità, non è che sono una novità. Sono una conferma di una tendenza ben radicata. In Lombardia il centrodestra c'è già, c'è sempre stato in regione» ci spiega «io vedo questa vittoria come una sorta di conferma anche se, bisogna aspettare, come dico sempre, le elezioni politiche prima di fare ragionamenti profondi. Quella che noi vediamo ora è una tendenza amministrativa a cui siamo ben abituati». In un suo precedente intervento, Paolo Pillitteri aveva definito il riconfermato presidente della regione Attilio Fontana «un uomo che non ha mai posseduto la fisionomia del grande vincente, semmai quella di un conduttore paziente ma che oggi rafforza l’Esecutivo e lo avvicina ai successi di Roberto Formigoni e al tempo stesso, costituisce un forte richiamo a una stabilità del Governo» guidato da Giorgia Meloni. «Tuttavia» aggiunge «io suggerisco molta cautela da entrambe le parti perché sul piano amministrativo le cose cambiano non solo spesso, ma cambiano soprattutto dal piano amministrativo a quello politico». Pillitteri non ha dubbi quando parla di Milano e la Lombardia, Dopotutto, l'ex sindaco, ha vissuto uno dei momenti di maggiore splendore ed evoluzione della città. Quando «si usciva dal buio delle tenebre degli anni di piombo e tutto diventava invece improvvisamente bellissimo, coloratissimo, con la pubblicità, le serrande sempre alzate». Oggi, la politica, è un contorno. Un contenitore. «A Milano c'è la sinistra. In Lombardia no. Il gioco qui è quello di vedere che cosa succederà tra i due centri sinistra che si sono creati, ma è ancora troppo presto» riflette «si è cercato di farlo quest'anno ma si è visto ben poco anche perché il fenomeno di disturbo, come quando c'è il vento, era Letizia Moratti. Che non era un vento lieve e ha modificato un po' le tendenze, pur non facendocela lei c'è e i voti li ha presi. E questo ha modificato la fisionomia a cui era abituato fino a oggi il centrosinistra». Un impatto turbolento, quello della Moratti - esclusa anche dal consiglio regionale - ma che Pillitteri vede come un segnale fondamentale per il futuro della politica meneghina. Non solo perché Letizia Moratti, anche lei ex sindaco della città, è ben consapevole di quello a cui si trova di fonte ma perché il cambiamento necessita di anni prima di portare frutti. «Il centrosinistra a Milano c'è da sempre» spiega l'ex sindaco che militava tra le fila del Psi «bisognerà vedere come questa onda di disturbo innescata dalla Moratti influirà sulla città». Ripercorrendo con Pillitteri il viale della memoria meneghina, dalle ferite inferte dal terrorismo degli anni di Piombo all'esplosione dei primi led pubblicitari sui palazzi di piazza del Duomo fino a «quel sole della rinascita che sembrava bucare il grigio e la nebbia e lo smog della Milano industriale che lavora e basta», con estrema classe l'ex sindaco sfiora con tono critico uno dei cavalli di battaglia dell'amministrazione Sala: l'ideologia green. «Dalla Das Süße Leben - la dolce vita come dicevano il mio amico sindaco di Berlino quando è venuto a trovarmi - Milano non ha più abbandonato quell'imprinting della novità. Milano non è più una città cupa». Eppure l'etichetta della città grigia, da Milano non si è mai staccata del tutto. «Nemmeno con l'introduzione dell'Area B» che come Pillitteri lascia intendere, con sapienti giochi di parole, è comprovato dai dati delle ultime settimane essere un'introduzione fallimentare. E poi c'è il vero problema: il traffico. «Se in passato il problema a Milano era la casa, le proteste erano per quello, oggi il problema principale non è più dove andare a dormire la sera. È come tornare a casa la sera» spiega Pillitteri. «Io da vecchio ascolto, non consiglio. Noi non dobbiamo dare consigli perché poi sbagliamo anche noi. Ma un buon amministratore vede immediatamente il problema della sua città. Davanti a Sala oggi non ci sono grandi problemi se non l'unico grande intoppo di questi tempi: il traffico. Tra chi viene da lontano e chi è qui, il chiedersi "a che ora devo svegliarmi per arrivare in ufficio" , il traffico delle grandi città è qualcosa che attanaglia ma al tempo stesso contraddistingue le metropoli. Si Milano è una grande città, ma c'è anche un grande traffico. Traffico pubblico, traffico semi pubblico, tassisti: le opzioni sono molteplici. E un buon sindaco, se vuole risolvere un grande problema della sua città sa come risolverlo».

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Estratto dell’articolo di Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 26 gennaio 2023.

Una regione ricca, la terza per Pil pro capite. Un territorio tranquillo: per trovare Aosta bisogna scendere giù fino al 92/mo posto nella classifica delle province per reati. Eppure la Valle d’Aosta detiene saldamente il titolo di Regione più ingovernabile d’Italia. Due giorni fa l’ultimo addio. Erik Lavevaz, in carica dal 2020, ha dato le dimissioni «per la crisi che condiziona la maggioranza».

 […] Negli ultimi dieci anni la Valle d’Aosta ha cambiato otto presidenti. Nello stesso periodo ce ne sono stati soltanto due in Regioni senza dubbio più complesse come Lombardia, Lazio e Campania. Come mai? È vero che l’Union Valdotaine, il partito al centro della politica regionale, è da sempre assai frizzante: tra scissioni, «rèunion», e ribaltoni ha una certa dimestichezza con le faide interne. […]

Ma molto dipende dalla legge elettorale regionale: qui il presidente non viene scelto direttamente dagli elettori ma votato in un secondo momento dai consiglieri, eletti con il proporzionale. […]

I castelli della Valle d’Aosta. Tour tra i più spettacolari e suggestivi castelli della Valle d’Aosta, alla scoperta di antiche fortezze militari e residenze nobili ricche di fascino. Teresa Barone il 28 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il castello di Fénis

 Il castello di Verrès

 Castel Savoia di Gressoney

 Forte di Bard

I castelli della Valle d'Aosta rappresentano uno straordinario patrimonio storico, artistico e culturale. La regione conta oltre settanta strutture di questo tipo, una cifra che comprende castelli edificati in epoche diverse sia per finalità difensive sia come residenze abitative volute dalle famiglie di ceto sociale elevato.

Partendo dal Medioevo e proseguendo nei secoli successivi, infatti, la Valle d’Aosta ha iniziato ad arricchirsi di castelli, fortezze, torri, manieri e caseforti realizzate soprattutto nei punti strategici del territorio, in modo da poter tenere sotto controllo tutta la vallata e proteggersi da eventuali incursioni.

Non mancano i castelli costruiti per offrire alle casate più nobili una residenza di prestigio, simboli di ricchezza e di pregio che possiamo ammirare e visitare ancora oggi.

Il castello di Fénis

Il castello di Fénis è situato nell'omonimo Comune valdostano e rappresenta uno dei castelli medievali meglio conservati di tutta l’Italia, meta di folte schiere di visitatori. La sua particolarità risiede innanzitutto sulla scelta del territorio di costruzione molto pianeggiante, contrariamente a quello che accadeva nella maggioranza dei casi.

Una caratteristica che sottolinea come la finalità della famiglia Challant-Fénis sia stata prettamente residenziale e amministrativa, sebbene il castello sia circondato da una doppia cinta muraria e da diverse torri. Il castello è visitabile tutto l’anno, con orari differenti a seconda della stagione.

Il castello di Verrès

Edificato su un promontorio, il castello di Verrès incarna il modello di fortezza monoblocco e la sua realizzazione si deve a Ibleto di Challant nel 1390, come testimonia un’antica iscrizione.

Ogni anno, dal 1949, il castello di Verrès ospita gli eventi del carnevale storico locale, una vera e propria rievocazione che rimanda all’epoca quattrocentesca della contessa Caterina di Challant e del suo consorte Pietro d’Introd: secondo la tradizione, infatti, i due nobili scesero in piazza e avviarono le danze coinvolgendo gli abitanti del paese.

Castel Savoia di Gressoney

Ai pedi del Monte Rosa sorge Castel Savoia Gressoney, un castello voluto dalla Regina Margherita come residenza estiva e costruito a partire dal 1899. È un luogo incantevole nato come residenza privata a tre piani, immerso nella natura e punto di vista panoramico d’eccellenza. La dimora non vide mai la presenza di re Umberto I, morto un anno dopo l’avvio della sua realizzazione.

Il castello vanta cinque torri tutte diverse, uno scalone maestoso e soprattutto un insieme di decorazioni e mobilio simbolo di grande raffinatezza. Tra le particolarità della villa, inoltre, compare la costruzione delle cucine all’esterno del palazzo, collegate con una galleria di passaggio dotata di “decauville” per il trasporto delle vivande.

Forte di Bard

Il forte di Bard, riedificato per volere dei Savoia, è una vera e propria fortezza di sbarramento ottocentesca nota per aver contribuito a bloccare l’arrivo di Napoleone durante la sua Campagna d’Italia nel 1800, grazie all’intervento dell’esercito austro-piemontese.

La piazzaforte è caratterizzata dalla costruzione di tre corpi di fabbrica che si trovano su livelli differenti, situati tra i 400 e i 467 metri. Oggi il forte di Bard è sede del Museo delle Alpi inaugurato a gennaio 2006.

In Città.

Il caso Aiazzone.

In Città.

Torino, la ‘ndrangheta fra gli stand dei Mercati generali: «Siamo calabresi e con noi non si scherza». Massimo Massenzio su Il Corriere della Sera sabato 2 dicembre 2023.

Estorsioni e truffe grazie ai «colletti bianchi». La guardia di finanza ha eseguito 5 misure cautelari

«Devi pagare perché sono soldi nostri. Tu sei marocchino e noi calabresi e da noi non sbaglia nessuno, non si scherza». Fra gli stand del Caat di Grugliasco, il grande mercato ortofrutticolo alle porte di Torino, le estorsioni si facevano così. Sbattendo i pugni sul tavolo, inventandosi crediti inesistenti e mettendo in pratica minacce per nulla velate.

Le capacità di penetrazione della ’ndrangheta nel tessuto economico torinese sono state già ampiamente accertate dalla magistratura, ma l’operazione Timone, condotta dal nucleo di polizia economico e finanziaria della guardia di finanza, ha fatto emergere le infiltrazioni della criminalità organizzata anche nei corridoi del Centro Agro Alimentare Torino (del tutto estraneo alla vicenda).

Un’indagine collegata direttamente alle inchieste Carminus e Fenice che hanno messo a nudo le ramificazioni delle cosche calabresi nella zona sud di Torino e in particolare l’operatività delle famiglie Arone-Bonavota nel territorio di Carmagnola. Prendendo spunto da quelle indagini, ieri mattina le Fiamme gialle hanno eseguito 5 misure cautelari (tre in carcere e due obblighi di dimora) a carico di altrettanti indagati con l’accusa (a vario titolo) di estorsione intestazione fittizia di beni (aggravate dal metodo mafioso), truffa ai danni dello stato per ottenere le erogazioni pubbliche (nel periodo del Covid) e bancarotta fraudolenta.

L’operazione «fotografa» l’attività degli indagati fra il 2029 e il 20021 e in manette sono finiti Domenico e Vincenzo Albanese, 70 e 54 anni, originari di Cantù, e Carmine Forciniti, 72enne di Corigliano Calabro, tutti residenti a Torino. Secondo gli investigatori Domenico e Vincenzo Albanese sarebbero riusciti a impossessarsi di una società che operava all’interno del Caat vantando un credito inesistente di 50 mila euro. Il titolare aveva inizialmente provato a resistere e si sarebbe rivolto a Carmine Forciniti, che gli aveva consigliato di cedere alle richieste. Di fronte a ulteriori tentennamenti, Domenico Albanese lo aveva avvertito: «Tu adesso troverai molta difficoltà a lavorare, però noi ti aiutiamo… L’unico modo è che ci vendi lo stand». Successivamente la vittima sarebbe stata convocata nell’ufficio di Forciniti dove era presente anche Francesco Napoli (successivamente morto), esponente del locale di Natile di Carire operativo a Torino,ritenuto uno degli esponenti della ‘ndrangheta in Piemonte. Successivamente, con l’aiuto di un commercialista (che risulta fra gli indagati) sarebbe stato raggiunto l’accordo per un prezzo di 20 mila euro (la richiesta iniziale era stata di 100 mila euro) che però non è mai stato pagato. L’impresa è stata poi intestata a prestanome, prosciugata e condotta al fallimento.

Questa e altre operazioni sarebbero state effettuate con la complicità di alcuni «colletti bianchi» che riuscivano a nascondere i reali intestatari e a ottenere gli aiuti dello Stato durante la pandemia Covid. Alcune di queste truffe, in base alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbero state commesse con il contributo di Saverio Delli Paoli, dipendente della Regione e destinatario della misura dell’obbligo di dimora che, per i pm, aveva «assidui contatti con esponenti della Natile di Careri». Stessa misura anche per Giuseppe Benvenuto, ritenuto uomo di fiducia di Napoli.

Torino, bimba precipita dal quinto piano: passante la afferra e la salva. Il salvataggio miracoloso è avvenuto in via Nizza, nei pressi di Piazza Bengasi: la piccola è fuori pericolo. Massimo Balsamo il 26 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tragedia sfiorata a Torino, in zona Piazza Bengasi, nei pressi del capolinea della metropolitana. Sabato mattina, attorno alle ore 11.00, una bambina di tre anni e undici mesi è precipitata dal balcone della sua abitazione, situata al quinto piano del caseggiato di via Nizza 389. Fondamentale l'intervento di un passante, il trentasettenne Mattia Aguzzi, che ha assistito alla scena e, prendendola al volo, ne ha attutito la caduta. Come confermato dalla Stampa, la bimba non è in pericolo di vita ed è attualmente ricoverata all'ospedale infantile Regina Margherita. La piccola è in buone condizioni generali, non ha lesioni evidenti ed è in osservazione nel reparto di chirurgia pediatrica. Se non ci saranno imprevisti, dovrebbe essere dimessa lunedì.

La ricostruzione dei fatti

Secondo una primissima ricostruzione, il salvataggio della bambina è partito da un ragazzo affacciato sulla strada dalla casa di fronte. L'uomo ha notato la piccola che si stava pericolosamente affacciando sul balcone e, una volta rimasta appesa sul cornicione, ha iniziato a urlare per richiamare l'attenzione dei passanti presenti nella zona. Mattia Aguzzi, l'eroe di giornata, ha assistito alla scena e quando la piccola è precipitata l'ha presa al volo e ha attutito l'impatto al suolo.

Il passante, professione impiegato, è in buone condizioni, attualmente è in osservazione al Cto per un trauma al torace e alle braccia. Attesi aggiornamenti nelle prossime ore. Sul caso sono in corso le indagini degli inquirenti, al lavoro per ricostruire l'esatta dinamica della vicenda. Secondo quanto confermato dal Corriere di Torino, nell'abitazione erano presenti i genitori della piccola. Nella zona dell'accaduto si era anche formata una piccola folla, in apprensione per il pericolo corso dalla bimba e per le sue condizioni dopo la caduta.

La testimonianza

Intervistata dalla Stampa, la fidanzata di Mattia Aguzzi - presente anche lei al momento dell'accaduto - ha ricostruito così quanto successo: "Io e il mio ragazzo stavamo passando in quella via quando abbiamo visto quella bambina sporgersi dal parapetto sul balcone. Era appesa. C’era un signore che le gridava di rientrare. Mattia, il mio fidanzato, si è subito unito all’altro signore. Io sono corsa a suonare i citofoni. Quando mi sono voltata la bimba era già caduta e Mattia era in ginocchio sull’asfalto". Gloria Piccolo ha poi proseguito: "Io non so dire come abbia fatto. Ma è stato bravissimo. Lui è un impiegato, fa un po’ di palestra, è uno sportivo - ha aggiunto la compagna del trentasettenne - Ma non so proprio dire come ci sia riuscito".

L'Eroe Mattia Aguzzi. Estratto dell’articolo di Lodovico Poletto per “La Stampa” domenica 27 agosto 2023.

Il festone con le bandierine triangolari, colorate, fa un arco sopra la porta che conduce sul balcone: «Frida stai attenta», «Frida entra in casa», «Frida non ti avvicinare troppo alla ringhiera»: glielo aveva detto mille volte la mamma. Ma poi si sa, coi bambini è sempre così: mille occhi non bastano mai. Basta un attimo. È bastato un attimo, ieri mattina. 

E Frida è salita a cavalcioni sulla ringhiera. L'hanno vista penzolare nel vuoto. Quindici, forse venti metri dall'asfalto: manine aggrappate ad un pezzo di ferro. Non c'è stato neanche il tempo di dire una preghiera. Di gridare «torna dentro».

Frida è caduta e sembrava una bambola vestita di giallo che cadendo sfiora i balconi, li urta, si graffia sul muro. Uno, due, forse tre secondi senza respirare. L'ha salvata un ragazzo che l'ha presa al volo, proprio come si fa per fermare un pallone. Un gesto soltanto, le mani che si stringono al petto serrando stretto quel corpicino. Un attimo, prima si crollare a terra anche lui, ma con la bambina stretta al petto. Viva. 

[…] Frida è uscita sul balcone. Piano quinto. Palazzo giallo. Qui, nell'ultima traversa di via Nizza, la strada che porta verso l'esterno città, verso la periferia […] 

Erano quasi le 11 quando Frida ha guadagnato il suo attimo di libertà sul balcone all'ultimo piano di questo palazzo. Quattro anni tra qualche giorno, sguardo vispo, un vestitino giallo.

È uscita e si è messa a giocare lì, in quell'unico punto dove forse faceva un po' meno caldo. Poi, chissà per quale ragione è salita su una sedia. E dalla strada qualcuno l'ha vista, e si è fermato a guardare. Frida ha fatto tutto ciò che fanno bambini: s'è sporta un po', e poi ancora un altro po' dal parapetto del balcone: un muretto che sostituisce la ringhiera, che rende la casa più preziosa e più elegante. 

[…]  Da giù, dalla strada, l'hanno vista perdere l'equilibrio. E la gente urlava: «Stai ferma piccina, stai ferma». L'ultima immagine ce l'ha negli occhi una donna: «Era appesa con le manine alla ringhiera. Mi sono voltata ed era già giù». «Giù» vuol dire in strada. Sul marciapiede. In braccio ad un uomo con la maglietta bianca, inginocchiato che faceva fatica a respirare […]

Estratto dell’articolo di Ludovico Poletto per “La Stampa” domenica 27 agosto 2023.

«Dai, no, eroe no».

E allora come ha fatto a restare così calmo?

«Mah, non saprei. Quando l'ho vista cadere mi sono messo in traiettoria. Ho aperto le braccia, d'istinto. E l'ho guardata mentre cadeva giù. E quando l'ho presa ho attutito il colpo qui, sul petto, e poi ho chiuso le braccia. Che devo dire? Ho fatto tutto così, in modo naturale. Non ho pensato a nulla e ho provato a fare quel che si doveva fare». 

E poi cos'è accaduto?

«E poi sono caduto a terra anch'io. E non sapevo che cosa pensare in quegli attimi. L'ho guardata. Prima era immobile, poi s'è messa a piangere e allora ho capito che stava bene. Che era andato tutto bene. Cioè ho sperato che fosse andato tutto bene». 

In questi casi si chiede sempre se ha avuto paura. Lei ne aveva?

«Davvero non ho pensato a nulla. Non avevo tempo di pensare. Ho fatto e basta». 

Eroe per caso?

«Mi fermo a per caso». 

Perché dice "per caso"?

«Perché io e Gloria (la fidanzata) stavamo passando da lì per una mera casualità». 

[…] E lei ha capito subito?

«Ho alzato gli occhi e ho visto quella bambina che si sporgeva nel vuoto. E allora mi sono messo anch'io a gridare di tornare dentro. Era la cosa più normale da fare». 

Frida che cosa faceva?

«Si sporgeva sempre di più. Era chiaro che avrebbe potuto cadere da un momento all'altro». 

Dal balcone di Frida non s'è affacciato nessuno?

«No. Gloria, la mia fidanzata, si è messa suonare tutti campanelli del palazzo. Eravamo in affanno. C'era della gente in strada». 

Lei, però, è rimasto concentrato su quel balcone, non è vero?

«Io sono rimasto lì a guardare. Sa, quella bambina era appesa alla ringhiera. Io l'ho vista cadere e mi sono messo sotto di lei. È stata fortuna. Non so. So soltanto che è andata bene. L'ho presa così (fa il gesto con le braccia) e l'ho stretta a me. Poi sono caduto con lei». 

Adesso lei come sta?

«Adesso bene. All'inizio facevo fatica a respirare. L'affanno. Oppure la botta. Non so. Mi hanno detto che non ho nulla e sono contento così». 

Senta, i genitori di Frida li ha visti, ha parlato con loro, vi siete sentiti?

«Li ho visti dopo, lì in strada, quando era già tutto terminato. Mi hanno detto che sono scesi di corsa. Credo che stessero sistemando qualcosa in casa, non ho capito bene. Poveretti, erano sconvolti. Del resto come non esserlo? Si sono presi uno spavento pazzesco, devastante».

E lei si è spaventato?

«Se devo dire la verità non ho avuto tempo di pensare. L'ho detto prima, ho fatto quel che mi sembrava giusto fare in quel momento, senza stare tanto a pensarci su». 

Lei è tranquillissimo anche adesso.

«È andata bene. Che cosa possiamo volere di più? Il destino ci ha messi lì. Il caso. La fatalità. A quel che ne so stiamo tutti quanti bene. E questa, mi creda, è la cosa più bella». 

Allora possiamo chiamarla eroe?

«No dai, eroe no».

Omicidio Cuneo, Sacha Chang e le 40 ore tra lupi e cinghiali. Nascosto tra gli essiccatoi, vagava senza sosta. Storia di Floriana Rullo, inviata a Montaldo di Mondovì (Cuneo), Corriere della Sera il 18 agosto 2023.

Montaldo di Mondovì (Cuneo) Lo hanno trovato nudo. Senza nemmeno quei vestiti, sporchi di sangue e bagnati dalla pioggia con cui si era allontanato. Con solo le scarpe ai piedi. Ha vagato per più di 40 ore senza una meta, senza sapere che cosa fare Sasha Chang, il ventunenne olandese fermato per duplice omicidio del padre e di un amico di famiglia che li ospitava nella sua casa a Montaldo Mondovì, nel Cuneese. Disarmato. Senza nulla da mangiare o da bere con sé. Senza niente con cui potersi orientare. È rimasto tra i boschi e tra la fitta vegetazione da solo, con i suoi pensieri e i suoi fantasmi. Ha girato la vallata più volte, per poi, stanco e stremato, lasciarsi andare su una panchina di legno davanti alla chiesetta San Bernardo, al caldo del sole del mattino. Un giaciglio che doveva offrirgli rifugio, e magari consentirgli di riposare, ma che alla fine lo ha tradito.

È lì che lo hanno trovato i carabinieri. Stanco e spossato dormiva ancora quando i militari gli si sono avvicinati. E non si è svegliato nemmeno quando lo hanno chiamato per nome nel tentativo di farlo alzare per ammanettarlo. Una fuga iniziata due giorni prima, quella del giovane olandese. Dopo aver compiuto il duplice omicidio del padre e dell’amico di famiglia a Montaldo, nel tentativo di non essere arrestato non ha visto altra soluzione che cercare di nascondersi tra i boschi della piccola valle incastonata tra Piemonte e Liguria. Agile e atletico, si sposta velocemente da una parte all’altra della vallata. Alcuni segnalano la sua presenza da diversi paesi, anche a distanza di chilometri. Nessuno riesce a trovarlo. Per tutta la notte vaga solitario, nascondendosi tra i vecchi essiccatoi di castagne ormai abbandonati che si trovano tra i boschi.

Fino al mattino quando, braccato, forse nel tentativo di bere al torrente, decide di attraversare la strada provinciale, sotto la cartiera di Torre Mondovì. Li c’è l’acqua che potrebbe aiutarlo a rifocillarsi e magari lavare anche quel sangue che, per tutta la notte si è portato addosso. Sono le otto del mattino. I carabinieri lo vedono, gli si avvicinano. Lo bloccano. Ma lui riesce a divincolarsi e a correre di nuovo via, lanciandosi per una discesa impervia. E sparendo nel nulla. Di nuovo. Il bosco diventa ancora una volta il suo nascondiglio. Ha graffi e lividi sul corpo. Ma nonostante questo non si ferma. Non ha fame, potrebbe cibarsi di bacche e provare a sottrarre qualche frutto dagli orti coltivati dai residenti, ma non lo fa. Rifocillarsi non sembra essere il suo primo obiettivo. Vuole solo non farsi prendere.

Condivide la boscaglia con cinghiali e lupi ma, mentre i carabinieri pensano a salvarlo per non mettere in pericolo la sua vita, lui invece sembra non farci nemmeno troppo caso. Sale e scende per le strade sterrate senza sapere dove sia finito. Senza meta e senza destinazione. E sparisce diventando nuovamente un fantasma. Scende l’oscurità. E anche la pioggia, battente, che lo obbliga a cercare un posto al coperto. Sale allora per 700 metri la montagna, arrivando alla cappella di San Bernardo. Ha bisogno di un riparo. E il suo corpo, ormai debilitato, non riesce più a sostenere quello sforzo fisico a cui viene sottoposto da quasi due giorni. Sasha crolla. E viene arrestato.

La fuga di Sacha finita in chiesa. "Gli abbiamo salvato la vita". Nadia Muratore il 19 Agosto 2023 su Il Giornale.

Il ragazzo trovato in una cappella, era ancora sporco di sangue. I carabinieri: "Vagava in luoghi pericolosi"

Dopo due giorni vissuti in fuga, è stato rintracciato ed arrestato Sacha Chang, il 21enne olandese accusato di aver ucciso con numerosi fendenti il padre Haring Chainfa Chang dopo una banale lite. Con lo stesso coltello il ragazzo si è scagliato anche contro Lambertus Ter Horst, l'amico di famiglia che li ospitava nella casa delle vacanze a Montaldo di Mondovì, piccolo paese della provincia di Cuneo, dove il Piemonte scivola verso la Liguria.

A ritrovarlo stremato e impaurito, sono stati i carabinieri che senza sosta gli hanno dato la caccia, con il supporto di una decina di cacciatori del luogo, conoscitori attenti di quei boschi della Valle Corsaglia, con le sue grotte e i dirupi, ma anche gli edifici abbandonati e le piccole costruzioni in pietra che servono come ricovero attrezzi per chi qui si prende cura del territorio pulendo fiumi e castegneti. Luoghi ideali per un pluriassassino in fuga in cerca di un riparo, soprattutto la notte quando il termometro non sale mai oltre i 15 gradi. Le squadre di ricerca erano sulle sue tracce fin dal tardo pomeriggio di mercoledì e se il fiuto dei cani è stato importante per il suo ritrovamento, a fare la differenza è stata la conoscenza del territorio dei cacciatori, che con occhio attento sono soliti accorgersi di rami spezzati di un albero, di orme fresche sul terreno e di tracce biologiche.

Dopo aver trascorso l'ultima notte nel bosco, sorpreso dalla pioggia e dal vento, il 21enne ha cercato riparo accanto ad una cappella a Torre Mondovì, paese vicino a Montaldo Mondovì dove si è consumato il duplice omicidio. Pochi chilometri che diventano un interminabile labirinto se percorso a piedi tra rovi, erba alta e ripide discese. Era completamente nudo sporco del sangue del padre e dell'amico di famiglia uccisi con ripetute coltellate e anche del suo, per i tagli ed i graffi che si è procurato tra gli arbusti e per qualche caduta durante la fuga. Dormiva coricato su una panchina al sole, sfinito dai due giorni in fuga, da senza mangiare né bere.

I carabinieri lo hanno accerchiato e poi svegliato: Sacha era blindato, da quella panchina non avrebbe più potuto fuggire ma in realtà non ci ha neanche provato. A fatica, con l'aiuto dei militari si è seduto, senza alcuna reazione: gli occhi socchiusi, la testa che ogni tanto cadeva in avanti per la stanchezza. Non un gesto, non una parola neppure con chi, in olandese, gli chiedeva come stava e lo informava che lo avrebbero portato in ospedale. Immobile e stranito, il pluriomicida ha solo fatto un cenno con il capo quando gli hanno chiesto: «Sei Sacha Chang?» La sua fuga è finita con le manette ai polsi, tra due paramedici che lo sorreggevano per aiutarlo a salire in ambulanza.

«Quel ragazzo ha ucciso due persone - ha detto Piercarlo Negro il cacciatore che insieme ai suoi compagni ha aiutato i carabinieri a rintracciare Sacha - però quando l'ho visto mi ha fatto una pena incredibile. Si vedeva che ha dei problemi psichiatrici e non posso immaginare come abbia vissuto in questi due giorni. Devo fare un plauso ai militari per la loro professionalità ma anche per l'umanità che hanno dimostrato durante l'arresto». Soddisfatto il colonnello Giuseppe Carubia, che ha diretto l'operazione che ha portato all'arresto di Chang. «È un ragazzo forte ed atletico - ha sottolineato - per questo è riuscito a sopravvivere per due giorni nel bosco, percorrendo molti chilometri a piedi. La nostra priorità era catturarlo anche per salvargli la vita. Ritengo che in quelle condizioni non avrebbe potuto resistere a lungo. I rischi erano molti. Quando lo abbiamo trovato era spossato». «Nessuna collaborazione da parte sua, da noi non ha voluto nemmeno l'acqua - ha aggiunto Carubia -. Non ci risulta, neppure in casa abbiamo trovato farmaci che avvalorino questa ipotesi». Intanto dall'Olanda è arrivata la mamma di Sacha, che forse potrà aiutare gli investigatori a capire cosa abbia trasformato quel suo figlio fragile e problematico, nell'assassino di suo padre e del suo più caro amico.

La madre di Sacha Chang: «La sera prima del duplice omicidio mio figlio stava bene. Ha bisogno di me, non lo lascerò solo». Storia di Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 21 agosto 2023

«Stai tranquillo. Ti voglio bene. Fidati di chi hai attorno a te». Il primo incontro tra la mamma di Sacha, Marylke, e il 21enne in carcere dopo il duplice omicidio avvenuto a Montaldo di Mondovì, avviene nella cella della caserma dei carabinieri di Mondovì venerdì, lo stesso giorno in cui il giovane viene arrestato. Lei è appena arrivata da Amsterdam. È salita in fretta su un aereo insieme con l’altro figlio, il fratello minore di Sacha. Lo ha fatto dopo aver saputo dell’uccisione con 26 coltellate del marito Chainfa e poi di Bert, il medico che li stava ospitando per alcuni giorni di vacanza, nel Cuneese.

Voleva essere presente quando i carabinieri, dopo averlo trovato tra i boschi al termine di una fuga durata più di 40 ore, lo avrebbero portato in caserma. Sapeva che, quel ragazzo, stremato e smarrito, che ancora adesso non parla con nessuno e non risponde alle domande chiudendosi invece nel suo mondo, aveva bisogno di lei. Del sostegno che un figlio in difficoltà chiede alla propria madre.

E nonostante il dolore provato per la morte del marito, ha comunque deciso di non lasciarlo solo. Rinunciando anche ad essere parte offesa in un processo futuro. E, quando al pomeriggio se lo è trovato davanti, mentre lui la guardava con lo sguardo assente, non ha potuto fare altro che sussurragli più volte «ti voglio bene». Non ha potuto stringerlo, nonostante il giovane, ora in cella a Cuneo, gli abbia fatto sapere di aver bisogno di un suo abbraccio.

«Siamo dalla parte di Sacha, non ci costituiamo parte civile», ha ribadito anche a Luca Borsarelli, legale che la donna, 58 anni, ha nominato per difendere Sacha. «Sono a conoscenza dei problemi psichici di mio figlio — ha raccontato ai carabinieri —. Sacha è in cura in un centro di Amsterdam ed era arrivato in Italia con mio marito per trascorrere qualche giorno di vacanza e trovare così un po’ di serenità». Ma «avevo sentito Chainfa la sera prima del delitto e, parlando di Sasha, mi aveva confermato di come fosse tranquillo. Non capisco cosa possa essere successo».

Ed è proprio attorno a quelle cure psichiatriche, con ogni probabilità sorte dopo una delusione amorosa, che si baserà la difesa del 21enne. Mentre per oggi è attesa la convalida del fermo, l’avvocato fa sapere di «voler richiedere una perizia psichiatrica per Sacha. Sapere di una visita psichiatrica fatta in Olanda o che il giovane sia stato preso in carico da qualche centro specializzato ci sarà utile per capire come muoverci. La fuga può essere stata una reazione di spavento».

Anche per questo mamma Marylke già ieri è tornata ad Amsterdam. Deve fornire la documentazione che serve per provare la malattia del figlio. Ma la donna deve anche organizzare il rimpatrio della salma del marito, per cui si attende il nullaosta dopo l’autopsia. «È una donna forte, coraggiosa. Si è trovata ad affrontare la morte ma anche a dover pensare al figlio — dice ancora Borsarelli —. Si è anche informata se, in un futuro, Sacha potrà essere trasferito a Milano, più vicino all’aeroporto. Vuole essere presente nella sua vita. Vorrebbe poi fosse estradato in Olanda. Ma sarà tutto da valutare».

Estratto dell’articolo di Chiara Viglietti per “La Stampa” domenica 20 agosto 2023.

[…] «Sacha è malato, ha problemi psichici». Se ha ucciso, lo ha fatto perché in preda ai suoi fantasmi. Non sono spuntati dal nulla, l'ultimo giorno di vacanza in Italia. Ma sedimentavano da tempo. Lo abitavano già dentro ad Amsterdam. 

Parola di madre: la madre di un assassino, un ragazzo che a vent'anni ha finito a coltellate Haring Chang, che era suo padre. Ma era anche il marito di lei, Marylke Chang, la madre del killer. Poi si è accanito sull'amico di famiglia, il medico Lambertus Ter Horst - olandese come loro - che li aveva invitati nella casa in Italia. Nel cuore di una trama di boschi, a Montaldo Mondovì: trasformati in un teatro e il suo doppio. Di morte e di fuga: lunghe come due giorni e due notti.

Ieri sera, a Mondovì, Marylke Chang ha incontrato il legale del figlio, Luca Borsarelli. E a lui ha spiegato il mondo di Sacha. Il suo buco nero: «È malato da tempo. La mamma ha confermato che esiste una documentazione medica che attesta una patologia mentale pregressa di Sacha. Se verrà comprovata, chiederemo al giudice la perizia psichiatrica», conferma l'avvocato. «Altro non posso dire per vincolo professionale». 

E infatti nulla più dice. Tace come tutti. Come Sacha che fa scena muta da quando è stato arrestato dopo due giorni da fantasma nei boschi. Trovato infine, venerdì mattina, davanti a una chiesetta. Dormiva, sfinito. Non parlerà neppure domani durante l'udienza di convalida del fermo in tribunale a Cuneo. 

[…]  Per provare a dare le prime, in queste ore, la famiglia di Sacha riprenderà la strada del ritorno verso Amsterdam. «Torneremo a casa domani», ha detto la madre. Lì vogliono mettere insieme le prove.

Chiamare in causa lo psichiatra e la struttura di appoggio che aveva in cura Sacha e tentava di salvare il figlio. Ora tocca a loro, a chi resta, scongiurare il fine pena mai. Perché è questo l'orizzonte peggiore: che si faccia strada o si irrobustisca l'ipotesi, per la Procura di Cuneo, di un omicidio premeditato. Quello senza follia. Da ergastolo. 

Quello che fa dire agli investigatori che «finora non sono stati raccolti elementi oggettivi» che comprovino o viceversa smentiscano un disagio di natura psichica. E allora aprono al rebus, al dilemma: come ha fatto un ragazzo, perso nei suoi abissi, a sfuggire per due giorni a una provincia intera che lo accerchiava con carabinieri, cacciatori, cani molecolari, elicotteri? La domanda potrebbe anche valere all'inverso: come ha fatto, e se lo chiedeva un cacciatore, ad attraversare certi rovi impenetrabili capaci di oscurare persino il giorno, se non fosse stato guidato dai suoi demoni? 

[…] Per la mamma di Sacha le risposte stanno, anche, in una perizia psichiatrica. Mentre lei sta dalla parte del figlio. Scontato? Non proprio. Per gli investigatori italiani Marylke Chang risulta parte offesa. Ne avrebbe ampiamente diritto: era la moglie di un uomo ucciso per mano di un assassino. Ma quell'assassino è e resta suo figlio. E ci sono ragioni che non si piegano alla logica del «secondo la legge».

Passano semplicemente dalla pelle al cuore, tipo queste: «Stiamo dalla parte di Sacha, non ci costituiamo parte civile», ha confidato la donna. Dal carcere lui le ha chiesto un abbraccio. Quel «great hug» detto in inglese che sua madre voleva restituirgli fin da subito: da quando le hanno fatto incontrare Sacha dopo l'arresto. […] 

Il caso Aiazzone.

Aiazzone, il loft da 6 milioni a Montecarlo e la società a Panama. La causa di un ex socio alla figlia. Massimiliano Nerozzi su Il Corriere della Sera il 24 settembre 2023.

L'azienda di Biella ceduta a fine anni Novanta, per poi imboccare il sunset boulevard tra accuse di bancarotta e arresti. I creditori dell'ultimo fallimento sono 2.090

Il motto anni Ottanta di Aiazzone — «Provare per credere» — va benissimo anche adesso. Con l’impero ormai venduto, liquidato, evaporato, e con Marcella, una delle tre figlie dell’inventore dei mobili che da Biella venivano consegnati a domicilio («isole comprese»), davanti al tribunale di Imperia, tirata in causa da un ex socio in affari, Mario Falchi. In ballo c’è mezzo milione di euro che la donna — questa la pretesa dell’atto di citazione — dovrebbe all’uomo, tutelato dall’avvocato Antonio Maio. E qui bisogna «provare» (la tesi) e chissà, «credere» (alle parole).

Va da sé, si finisce a parlare di quattrini, sulla cui provenienza in un primo momento Marcella Aiazzone pare reticente, nell’atto di comparsa prima e davanti alle domande del giudice dopo. «Un appartamento a Montecarlo? Magari», la risposta messa a verbale, nell’udienza del giugno scorso: insomma, il gruzzoletto con cui aveva iniziato qualche operazione immobiliare sarebbe arrivato da «finanziamenti bancari». Dopodiché, aveva dato una spolverata alla memoria: spunta la casa nel Principato, di una società panamense, lascito della mamma. «Con titoli al portatore: se hai le carte, hai la proprietà», chiosa il legale. Abitazione poi venduta, per sei milioni di euro. 

Chissà se è la punta di un iceberg: «Non ne ho idea, ma dubito esista un tesoro», scuote la testa una persona che ha seguito qualche compravendita. Di certo, poco conta per gli eventuali creditori dell’azienda fondata da Giorgio Aiazzone, ceduta a fine anni Novanta, per poi imboccare il sunset boulevard, tra accuse di bancarotta e arresti. E nulla potrebbero pretendere i 2.090 creditori dell’ultimo fallimento, con un gruppo — Aiazzone solo di nome — affossato da 51 milioni di euro di passivo, accertato all’epoca dal tribunale fallimentare di Torino.

Scomparso il fondatore in un incidente aereo, la storia si fece cupa e triste, con la vedova, Rosella Piana, forse truffata da un trust svizzero e a sua volta finita in intrighi finanziari, poi scomparsa per malattia, nel 2002. Marcella, ex modella a Londra, si ritrovò a Montecarlo, prima di essere folgorata, raccontano, da una meravigliosa villa a Latte, tra Ventimiglia e Mentone. Doveva essere speculazione, ma fu amore: «Me la tengo io».

Annodata la società con Falchi tra il 2017 e il 2018, a un certo punto avrebbe smesso di passargli i compensi pattuiti, sempre secondo la versione dell’ex socio. Da qui, la causa. Non prima di un altro mezzo mistero, quando lo stesso Falchi, scultore e imprenditore con buoni agganci a Montecarlo, aveva imbastito l’affare per un ristorante deluxe sul porto di Ventimiglia, già entrato negli interessi del Principato. Quando però il commercialista, per le norme sull’antiriciclaggio, ebbe bisogno delle informazioni sulla provenienza dei soldi da investire, tutto saltò.

Epopea Aiazzone. Decenni dopo il fallimento dell'Impero del mobile di Biella, il miraggio di un «tesoro» a Panama. Redazione online su Il Corriere della Sera sabato 23 settembre 2023.

L'ultimo atto della saga di re Giorgio che sulla scia di Telebiella e del «primo influencer» Guido Angeli conquistò l'Italia. Fino alla morte nel 1986 

Guido Angeli, volto delle campagne Aiazzone degli Anni 80.

Bagliori Anni 80, una morte tragica, lunghi strascichi giudiziari. E, decenni dopo, una nuova puntata della fiaba. Con tanto di tesoro. La prima parte dell'epopea Aiazzone, il mobilificio di Biella di Giorgio Aiazzone che puntando tutto sul marketing, su celebri spot  (e sul testimonial tv Guido Angeli dal capello fluente, quello del «Provare per credere») entrò in tantissime case italiane, va dalla fondazione, nel 1981, al trionfo commerciale a metà decennio, con un fatturato che toccò i 30 miliardi (di lire). 

Erano gli anni di Telebiella, prima vera tivù privata, modello poi di tutta l'epopea Mediaset, era la genialata delle consegne a domicilio prima di Ikea e di Amazon. Poi, nel 1986, la morte del fondatore precipitato con il suo piper, il declino, il fallimento.  Vent'anni dopo, Renato Semeraro, finanziere torinese, ci riprovò, rilevando il marchio dalla vedova, ma finì pure peggio, con 800 dipendenti senza stipendio e 13 mila famiglie truffate: mobili acquistati, mobili mai arrivati. Ecco nel 2010  l'accusa di bancarotta fraudolenta, i numeri del gruppo Panmedia -la società torinese proprietaria del marchio - parlano di 2.090 creditori accertati (famiglie, impiegati, fornitori) e 51 milioni di euro di passivo. Ecco nel 2011 l'arresto di Gian Mauro Borsano, ex presidente della squadra di calcio del Torino ed ex parlamentare socialista, del suo socio Semeraro e di Giuseppe Gallo, titolare di Panmedia e della catena di 30 negozi. Tutti accusati di bancarotta fraudolenta, distrazione documentale, sottrazione fraudolenta dal pagamento delle imposte e riciclaggio. Ecco la definitiva scomparsa del marchio. Nel 2017 il Corriere raccontava della ex sede centrale dell'Aiazzone, la mitica Città del mobile, trasformata in discarica e sede di rave party. E altri negozi abbandonati vennero vandalizzati da truffati infuriati.

La novità  è in una frase: «Avevo una società a Panama, regalo dei miei genitori». A dirla, forse non del tutto consapevolmente, Marcella figlia di Giorgio, nell'ambito del processo in corso relativo alla causa giudiziaria con l’ex socio e compagno Mario Falchi. La donna aveva sostenuto di aver effettuato speculazioni immobiliari nel principato di Monaco

grazie a finanziamenti bancari mai chiariti. I soldi arriverebbero in realtà dalla vendita di un appartamento a Montecarlo patrimonio della classica società panamense, società trasmesso alla donna dalla madre del re del mobile, Rossella Piana. Tanto basta a far sperare i creditori ancora in attesa, che ora sognano un tesoro battente bandiera panamense finora sfuggito ai radar. Nella causa si chiedono ora all'erede dell'"impero" mezzo milione di euro.

Nel 2019 a Biella spuntò una mozione per  intitolare una via ad Aiazzone, presentata da due consiglieri del Pd, un "risarcimento" per il fatto che l'imprenditore aveva reso celebre una città fino ad allora poco conosciuta fuori dal Piemonte, ma con metodi "pop" - dai regali agli sposi alle gite a Biella pagate -, da parvenu di successo, che la vecchia Biella non ha mai perdonato. Ma il consiglio comunale restò diviso. Ora, l'ultimissimo atto.

Aiazzone e il sogno degli anni Ottanta: provare per credere. MICHELE MASNERI su Il Foglio 3 giugno 2023.

Il geometra dei sogni e l’impresa di una Ikea italiana. Gli spot martellanti, l’“Operazione Sposi”, l’esibizionismo e il successo imperdonabile nella Biella conservatrice. Fino al tragico incidente

Il cimitero di Oropa, sopra  Biella, tra le mucche scampanellanti e l’aria fresca anche nell’afa di fine maggio, è detto il Piccolo Staglieno per la ricchezza delle sue tombe, che ricordano soprattutto un’industria italiana che non c’è più. Sopra una raggiera di tombe semplici ecco le cappelle business class, messe di fronte alla valle che da secoli ha dato lana e ministri al Regno d’Italia. Trionfa l’enorme piramide faraonico-massonica di Quintino Sella, regio ministro delle Finanze, dinastia che comanda a Biella da secoli, tra grand commis, ministri, banchieri e lanieri. poi i Rivetti (lane, scomparsi), poi Gualino (inventori, scomparsi), poi altre prosapie estinte, con fiori ammosciati. L’unica tomba moderna è quella di Giorgio Aiazzone, tutta specchi e spigoli. Nato nella vicina Tollegno nel 1947 e morto in un incidente aereo nel 1986 a soli trentanove anni, ivi è sepolto. 

“L’ha fatta costruire lì perché poteva guardare la sua Città del mobile”. Ai piedi del monte, alla periferia industriale di Biella, si vede solo una boscaglia, “guardi meglio”, mi dice Roberto Cappio, cognato di Aiazzone, imprenditore a sua volta, e marito della sorella Enrica. “Ormai è tutto ricoperto di bosco. La foresta amazzonica, o meglio aiazzonica”. Roberto Cappio e la moglie Enrica Aiazzone sono alcuni dei superstiti di una storia industriale italiana che è nata, se proprio vogliamo trovare un anniversario, cinquant’anni fa, anche se non serve in questa storia. Nel 1973, il geometra Giorgio Aiazzone, un anno dopo essersi sposato, fa il grande salto dal piccolo mobilificio di famiglia e mette su quello che sarà il sogno dell’Ikea italiana, molto  prima che il grande magazzino svedese  arrivi in Italia. Scapestrato, geniale, autodidatta, ribaldo, esibizionista, Giorgio Aiazzone trasporta l’Italia negli anni Ottanta, coi suoi claim martellanti su immagini sgranate di tv locali e spot orripilanti ma efficaci. “Vieni-vieni-vieni-da Aiazzone-quanti mobili troverai”, “Vieni in bici o carrozzella, ma vieni a Biella”, fino al celebre “Provare per credere”, di Guido Angeli, specie di influencer mobiliero che molti indentificavano in lui.

La storia di Aiazzone è anche la storia delle tv private  e della pubblicità in Italia. “Le canzoni degli spot prima le inventava mia mamma”, mi dice Marcella Aiazzone, una delle tre figlie, poi interviene Dario Baldan Bembo (quello di “Amico è”, ma anche di “Minuetto” di Mia Martini). Gli spot li facevamo qui, mi racconta Cappio, mentre parcheggiamo in un altro spiazzo di un altro capannone con l’insegna “vendesi” nella periferia di Biella. C’era uno studio interno, dedicato; al piano primo i programmi di Telebiella.  Sotto, le televendite.

Anche TeleBiella è uno strano primato, è la prima tv privata italiana, che nel 1973 osa sfidare la Rai e ottiene una storica sentenza della Corte Costituzionale (TeleMilano58 progenitrice di Canale 5 arriverà solo nel ‘76). Come se dalla calma piatta nascessero a un certo punto dei meteoriti, dalla sonnolenta e tradizionalista Biella nasce anche la prima emittente che sfida la Rai e porta l’Italia fuori dal monoscopio. Aiazzone la compra subito. 

I messaggi televisivi di Aiazzone, noi boomer ce li ricordiamo bene, erano cheap, semplici, ossessivi. Volutamente. Le maggiori agenzie pubblicitarie erano disperate perché lui non le faceva lavorare, faceva tutto da solo, racconta Cappio, che con la moglie Enrica ha scritto anni fa l’introvabile memoriale “Giorgio Aiazzone, l’uomo del fare”, pubblicato dal piccolo Lineadaria Editore. Prefazione di Silvio Berlusconi, non formale ma accorata, che sottolinea come “La vicenda professionale di Giorgio Aiazzone ha rappresentato al meglio lo spirito “del fare” dei nuovi imprenditori della fine degli anni ‘70 e dei primi anni ’80. Questi uomini sono stati determinanti   non solo per rimettere in moto l’economia del nostro Paese, ma ancor più per la modernizzazione culturale dell’Italia, per l’abbandono della visione regressiva ed afflittiva del nostro futuro, basata sulla logica ‘dell’austerity’, se non addirittura sulla fine del sistema del libero mercato, visione che aveva dominato la quasi totalità degli anni 70 e che accomunava i tradizionali avversari ideologici del capitalismo con una parte delle sfiduciate e spossate”. 

Poi, più interessante, l’eulogia del Cav. passa a descrivere il business model di Aiazzone: “Negli anni 70 la commercializzazione di mobili aveva un vincolo insopprimibile nelle dimensioni standard ‘dell’area di attrazione commerciale’ e questa non poteva essere espansa oltre certi limiti”. Pertanto, scrive il Cav., “il fattore critico di successo era considerato la collocazione dei punti vendita nelle aree urbane ad alto traffico e la loro moltiplicazione. Giorgio Aiazzone, per primo e meglio di chiunque altro, comprese che lo sviluppo delle televisioni commerciali poteva modificare questo paradigma. Su questa opportunità costruì un modello “capovolto” rispetto al precedente. Grazie al messaggio veicolato dalla televisione, i tradizionali confini dell’area di attrazione commerciale furono espansi da una triplice promessa: un elevato rapporto qualità/prezzo, un elevato servizio, volto a cancellare il problema “distanze” (la famosa “spedizione gratuita in tutta Italia, isole comprese”) e la trasformazione della visita a Biella in un vero e proprio viaggio turistico (“l’altrettanto famoso invito a pranzo e cena con gli architetti e la grande festa”)”. 

Un mare di cartelli

Si sente che Berlusconi parla di Aiazzone come di un sé stesso mobiliere. Le credenze (in stile) come le frequenze. E del resto Aiazzone capisce prima degli altri il potenziale della tv. “E prima ancora della pubblicità nei cinema”, racconta Enrica Aiazzone. Come Berlusconi “forza” la dimensione locale dell’intrattenimento, e porta gli italiani a Biella. “Grazie agli spot gli italiani cominciarono a venire con mezzi propri, ma dopo la crisi energetiche degli anni Settanta Giorgio si inventa i pullman. Pullman che partono da tutta Italia per andarsi a comprare l’arredamento. L’idea nasce guardando su Rete A una televendita di villette ai Lidi ravennati, e il viaggio era offerto ai telespettatori che prenotavano una visita. E’ anche una forma di turismo per chi non ha mai fatto turismo. I clienti venivano ospitati gratis in un paio di ristoranti convenzionati, magari non stellati, ma buoni e abbondanti”, mi dice sempre la sorella. Poi, appena arrivati al mobilificio, cominciavano i regali. Un orologio per i signori, catenine per le signore. Oppure peluche. Come il leprotto “Milcaro”, eccolo qua, mi mostra, su un divano naturalmente Aiazzone, nella villa che domina Biella. Appena sotto il castello un po’ sgarrupato dei principi Ferrero della Marmora, altra dinastia fatale al Regno, in questa città dove la gerarchia sociale la puoi quasi toccare. 

Biella si divide in alta e bassa, c’è la funicolare, i prezzi delle case sono comunque bassissimi, tra i più bassi in Italia, perché non c’è più l’industria, e dunque chi mai verrebbe ad abitare qui? Biella alta detta “Il Piazzo”  di notte è bellissima, pulitissima, deserta. Prezzi medi: novecento euro al metro, ristrutturato. Se ci fosse modo di arrivarci, sarebbe una bella alternativa alle varie Ortica e NoLo. Anche un bell’investimento da climate change, quassù non serve l’aria condizionata, e i mari non arriveranno. Ma arrivare a Biella è difficilissimo. Bisogna cambiare due treni, alla fine da Milano ci metti due ore e mezza per fare cento chilometri. 

Biella bassa è civilissima, ricchissima di capannoni abbandonati, di varie epoche. Prevale un liberty industriale gentile, quasi da Costa Azzurra, si sente la vicinanza con la riviera. Ci sono gli enormi lanifici Rivetti, sparsi per la città, e tanti altri relitti di un’epoca andata. Business negli anni ridimensionato, e nessuno l’ha sostituito. Il colmo è che negli anni in cui esplode Aiazzone, le élite locali lo boicottano brutalmente. Il Rotary di Biella respinge la sua richiesta di iscrizione (solo quello della Brianza lo ammetterà tra i suoi soci). Dà fastidio la sua Ferrari rombante, l’aereo con cui decolla e atterra in continuazione dal piccolo aeroporto. Soprattutto il fatto che Biella venga identificata con Aiazzone. “A un certo punto al Toulà a Milano qualcuno della famiglia Zegna vede entrare Aiazzone e lo guarda come un appestato”, ricorda Cappio, senza risentimento, ma come parlando di un fatto bizzarro proveniente da un’epoca lontana. 

Poco amato dalle élite locali, Aiazzone è adorato dal popolo, dai clienti, anzi dai “gentili ospiti” di tutta Italia. “Per la prima volta una generazione di italiani non abbienti si ribella ai mobili ereditati dalla nonna e si può permettere di comprarli nuovi”. “Quando distribuivamo i peluche, dovevano intervenire i carabinieri per gestire l’enorme flusso di visitatori” racconta la sorella. I visitatori nel 1985 sono 70 mila. Tanti vedono Biella per la prima volta. Tanti ci rimangono, si sposano qui. Si crea un indotto. “Come Biella Scarpe, che ancora ci ringrazia, perché la gente passa e si compra le scarpe”. “Soprattutto quelli che venivano da lontano, arrivavano coi piedi gonfi e si compravano le scarpe nuove”. Per chi arrivava da Calabria e Sicilia, sono offerte anche cena e pernotto. Uno dei claim più famosi dell’epoca era: “non puoi sbagliare: all’uscita dell’autostrada, un mare di cartelli ti porterà fino ad Aiazzone”.   

Le innovazioni di Aiazzone sono tantissime. Il credito al consumo, che all’epoca non esisteva, con la presenza di un funzionario di banca interno (Banca d’America e d’Italia, già di un grande italoamericano, Amadeo P. Giannini). Poi la  consegna a casa, “isole comprese” – “momento fondamentale con cui si instaurava la fiducia definitiva nei clienti, perché se il mobile non arrivava nei tempi stabiliti il cliente lo perdevi”, dice sempre Enrica Aiazzone. Altro sistema per ingraziarsi la fiducia definitiva: la cosiddetta “operazione Sposi”, che sarebbe un magnifico saggio di Labranca: regalare viaggi di nozze alle giovani coppie, nello spot si vede una banda, e poi un aereo privato, un Learjet che porta gli sposini, e fa molto Dallas. In realtà regalare la luna di miele “costava meno di un forte sconto, in accordo con agenzie di viaggio che volentieri ti trovavano occasioni fuori stagione, magari in Tunisia o a Palma de Mallorca, come recita lo spot, e i clienti ti ricordavano per sempre”.  

“I nostri architetti” che ti accoglievano  non sempre poi erano veri architetti: erano ragazzi, magari neolaureati, magari non in architettura, ma insomma ti accoglievano, accoglievano gente che mai aveva pensato di essere ricevuta da architetti veri o finti da qualche parte del globo. Questa di Aiazzone è soprattutto una storia di ragazzi: sono tutti giovani, l’epopea di venti-trentenni negli anni Ottanta. 

Aiazzone da ragazzino scrive delle lettere che sembrano ottocentesche (“solo ora le mie angosce cessano, ora che ho venduto tale quota di mobili”, scrive ai parenti  in una specie di sbrocco mistico del commercio). “Non il volere ma il potere d’acquisto del cliente”, bisogna capire, per vendere, teorizzerà poi. Il cliente anzi il gentile ospite va fatto parlare, e capito. Bisogna capire,  al di là di quel che dice, quanto può spendere. “Con Aiazzone si ha il superamento dei classici 4 tempi della vendita: approccio, dimostrazione del prodotto, superamento delle obiezioni, conclusioni”, e si passa al modulo a tre tempi: “approccio allargato, dimostrazione del prodotto, superamento delle obiezioni”. Non è come oggi andare all’Ikea o al Brico. Era una pubblicità e una comunicazione totalmente aspirazionale. L’aereo privato, il sogno, gli sposi. “Aiazzone, Aiazzone, per i mobili è il massimo”. Oggi sarebbe tutto assurdo, a partire dal jet, che da sogno sarebbe incubo con la Co2. “Il fare acquisti deve coincidere il più possibile col tempo libero”, prescrive Aiazzone. “Commercio declinato in chiave turistica e nutrito da endovene di pubblicità sono il futuro dove la manifattura conterà sempre meno”, sosteneva (open to meraviglia, aveva inventato “l’acquisto esperienziale” di oggi).

La settimana diventa un palinsesto. Se “dal lunedì al venerdì sarete ospitati dai nostri architetti”, “il sabato è la grande festa di Aiazzone”, diceva lo spot. Ma che si faceva in questa festa? “Si andava tutti insieme, venditori, impiegati, clienti”. Tutta la famiglia è mobilitata a vendere. La figlia Marcella racconta che a casa tutti erano incitati al commercio  fin da bambini (“e se vendevamo tanto lui poi ci premiava”). Il pezzo forte è il salone in stile rinascimentale, detto “bue di Natale”, “Mio bisnonno faceva il macellaio, il bue di Natale è un piatto da festività, ricco, ma difficile da preparare”. La qualità dei mobili era buona, magari non eccelsa ma buona (“una cucina che aveva fatto copiando la Boffi l’abbiamo usata per quarant’anni”, dice Enrica Aiazzone). Contrariamente alla leggende che si trovano in Rete secondo cui Aiazzone negoziasse con fornitori dell’Est grossi carichi di legname, Aiazzone di mobili non ne ha mai prodotti, semplicemente li comprava da altri produttori, li “impacchettava”, li rivendeva col suo marchio (cosa che all’epoca nessuno faceva). Il logo è detto “biscotto Aiazzone”, infatti  è racchiuso in una specie di sagoma da Plasmon o pavesino, si trova ancora stampigliato in vari capannoni abbandonati per la città. 

“La cosa più difficile era vendere ai biellesi”, racconta  la sorella. “Una volta si entusiasmò perché era riuscito a vendere un divano letto a una signora di qui”. Insomma se fosse una fiction non è difficile immaginare lo scapestrato ragazzo di provincia che fa i miliardi e gira rombando mentre i vecchi locali borbottanti assistono  alle finestre. “Qui c’era MaxiMobili”, mi fa vedere dalla macchina Cappio. Altro marchio defunto. Un concorrente? “No, era sempre lui, aveva messo su un finto negozio rivale, così chi lo detestava andava a comprare lì, ma poi era sempre lui”. 

Provare per credere

Poi arriva la faccia di Aiazzone, Guido Angeli. Sedicente esperto di pittura e antiquariato, noto a Montecatini tra le signore, indossa cappotto di cammello e un bastone dal pomolo d’argento, a bordo di una Rolls. Reclamizza mobili su una certa PanTv, di Pavia. Davanti alle decine di televisori che ha in ufficio,  finestra su quel mondo pazzo delle tv private che sta nascendo, come un Instagram ante litteram, Aiazzone nota questo venditore che lo colpisce. Diventerà il volto tv di Aiazzone e una delle icone degli anni Ottanta. “Dopo aver esercitato diversi mestieri”, ha scritto Aldo Grasso, “dal gestore di alberghi e locali notturni al mercante d’arte e di antiquariato”, Angeli approda per caso in televisione nel 1983, contattato da un amico gallerista che deve piazzare con alcune televendite una partita di dipinti dell’800 (la trasmissione si intitolava “Aggiudicato”) .  Angeli lancia gesti e slogan diventati proverbiali, come il gesto con la mano rantolante e poi il pollicione  alzato e la battuta: “Provare per credere”, ma anche “Dite che vi manda Guido Angeli”, “Aiazzone, è la scelta più Biella del mondo”.

L’identificazione col marchio è totale. “Spesso mi chiedevano se ero figlia di Guido Angeli”, mi dice Marcella Aiazzone. Guido Angeli fa anche   un film (dimenticabile) del 1987 che si chiama con poca fantasia “Provare per credere”, con Tinì Cansino, Pamela Prati, Gegia, e Angeli nel ruolo di “Frankie”. Un anno prima pubblica anche un 45 giri, sempre con lo stesso titolo (fa così: “Le rose appassiscono/ gli amici rimangono/gli amori ti amano/provare per credere!/Se per gli stupidi/le stelle son piccole/vorrei esser piccolo/ addio così.Provare per credere”). Con Guido Angeli arriva anche il meno noto Walter Carbone, invece esperto di “tappeti orientali”, e già in forze alla Semeraro mobili con un programma che si chiamava “La domenica con Semeraro”, una specie di sotto-Domenica In, citato da Labranca proprio come esempio di trash cioè imitazione economica di qualcosa di alto (qui Carbone imitava Pippo Baudo, ma con ospiti come il cantante Mario Tessuto). “Angeli faceva 100 telefonate a diretta, io dovevo superarlo”, ha raccontato in un’intervista Carbone.   

La villa maledetta

In questo gotico biellese non può mancare una villa maledetta.  Ecco l’ultima residenza di Aiazzone, villa Reda, tra via Losana e via Mazzini, affacciata sul parco principale di Biella, tipo villino da Nomentana, colonne e stucchi anni Venti. Qualcuno dice che porta male.  Oggi è di un tedesco, Karl Eberhard Alfred. “Mi stupisco che nessun biellese abbia voluto acquistare questa villa. E sono ancor più meravigliato del fatto che non si siano fatti avanti acquirenti da altre parti d’Italia. Biella è vicina a Torino e a Milano e non posso credere che a nessuno abbia fatto gola un gioiello come questo, ad un prezzo che è quasi un regalo”, ha detto alla Provincia di Biella. Ha acquistato la ex casa di Giorgio Aiazzone per 658 mila euro, circa 400 euro al metro quadrato.“Ci vorrebbe un po’ di turismo, per far riprendere la città, di  un treno veloce se ne parla da anni”, dice Enrica Aiazzone. 

“Biella una volta era Beverly Hills… le ville, le industrie, ora non è rimasto niente”, mi dice invece Marcella. “Uno dei ricordi belli? I  tuffi nella piscina che avevamo sul tetto di villa Reda, a bomba”. La scena come si dice è plastica:  gli Aiazzone giovani che sguazzano sul tetto, una roba che mai si sarà vista nella città sussiegosa. A cui non  piacciono le   Ferrari di Aiazzone, con cui fa visita ai mobilieri brianzoli  (Daytona gialla, ma c’è anche un assegno da 104 milioni di lire per una Testarossa prenotata e mai ritirata, che doveva prendere in quel 1986 fatale).  A un certo punto è l’epoca anche dei rapimenti, Aiazzone viaggia su un’Alfetta blindata con lampeggiante e sirena (di seconda mano, già di uno Zegna) con cui scherzosamente insegue le occasionali pattuglie di polizia. 

E poi l’aereo. L’aereo su cui vola - forse anche pilotando, senza licenza - è  un Piper a elica PA-34-200T, ma “ne aveva già ordinato un altro, un jet”, dice il cognato. Memorie aeronautiche: i voli radenti alla pista e poi su, di scatto, racconta Marcella. Butta giù tutti dal letto alle cinque e mezza, destinazione Lourdes, racconta Roberto Cappio. E una volta l’aereo vola a Sankt Moritz perché il Cav. gli chiede di riarredare il villone appena comprato dallo Scià di Persia. Composto di trentacinque stanze, ognuna arredata in un diverso colore. Gli Aiazzone mi han chiesto di non scrivere questa cosa, ma mi prendo tutte le responsabilità: la scena di Aiazzone che va ad arredare lo chalet Berlusconi a St.Moritz vale una querela. 

A Cervinia, invece, si compra l’appartamento sotto quello di Mike Bongiorno. D’estate, sci nautico “all’alba, a piedi nudi, nel lago di Viverone”, uno dei tanti paesini del biellese dove oggi le case costano 300 euro al metroquadro. L’aereo è quello su cui precipita il 6 luglio 1986 a Sartirana Lomellina, non lontano da un altro schianto celebre, quello di Enrico Mattei. A bordo ci sono lui, il pilota, un’amica. Colpito da un fulmine, l’aereo cade su una villetta, non si salva nessuno. Andavano a trovare il commendator Magni, della Magniflex materassi, a Viareggio: erano usciti in barca, ma son tornati indietro perché era brutto tempo. Hanno mangiano in barca, in porto, Aiazzone quel giorno “era allegro”.

Il geometra dei sogni 

Più americano che italiano, certamente non piemontese. Aiazzone è per tutti a Biella “il geometra”, e avrebbe forse potuto diventarlo su più vasta scala in un’Italia in cui c’erano  “l’Avvocato” (Agnelli), “l’Ingegnere” (De Benedetti), “il Contadino” (Raul Gardini). Il geometra ha piacere a concludere le vendite più difficili in persona. Se il cliente è scettico non si può far passar  tempo, perché quello se ne tornerà giù al Sud. Allora il geometra si toglie il Rolex d’oro e lo poggia sul tavolo, poi dice “il possedere quest’orologio non è nulla se paragonato all’averla mia cliente”. Intima ai suoi: “portate un gioiello alla signora”, se c’è una moglie, e un addetto va a recuperare una catenina che varrà pochi spicci, ma la mente umana degli anni Ottanta lì ha quello scarto fatale: Rolex, oro, e il cliente cede, è stanco, ha fatto molta strada... Micromanagement alla Cairo: controlli micidiali sulle note spese, si mette in macchina a stanare  i suoi autisti, che  non stiano a gozzovigliare agli autogrill. I parenti lo descrivono:  geniale, totalizzante, generoso, consapevole che sarebbe morto giovane, a volte insopportabile, a volte depresso, si chiudeva in casa e per due giorni non usciva dal letto. Gli Aiazzone erano un “clan”, venditori, autisti, impiegati, la sua storica guardia del corpo “scelta perché ex carabiniere, e perché meridionale, dunque ottimo per rapportarsi con una clientela che era al novanta per cento meridionale”. “C’era anche un modo diverso di trattare i collaboratori, che erano appunto più collaboratori che dipendenti”, dice Marcella Aiazzone, “altra cosa che piaceva poco qui in zona”. Tra i suoi progetti c’era certamente quello di andare avanti con la tv: non solo Telebiella, vuole (come Berlusconi)  stabilire un network nazionale. Fonda il GAT, Gruppo Televisivo Aiazzone, che irrora su tutta l’Italia (isole comprese) il messaggio dei suoi testimonial. Sogna una specie di pre-Grande Fratello: “una tv nei centri commerciali da cui spuntano ogni tanto personaggi celebri come Giorgio Albertazzi o addirittura, Frank Sinatra…”. E poi c’è l’Est da conquistare. Vendere Oltrecortina, verso l’Europa che si sta liberando del comunismo, e sarà presto affamata di salotti e peluche.   

La fine e la memoria

Pochi giorni dopo l’incidente aereo, Rete A trasmette una strana veglia funebre per Aiazzone, con due trasmissioni, una condotta da Wanna Marchi, in compagnia della figlia Stefania Nobile, e l’altra da Guido Angeli, che per ore si rivolsero direttamente al defunto, esortandolo a dar loro la forza di continuare il loro lavoro. Il tutto mentre la telecamera  inquadra la scrivania del de cuius con un raggio di luce rivolto verso l’alto. Considerate  macabre e sgangherate, ottennero un grande impatto sul pubblico e divennero un caso di studio tra gli esperti di mass media. Wanna Marchi tuttavia si pentì, affermando che avrebbe preferito “velare a lutto il televisore per una giornata intera”.  Secondo Enrica Aiazzone, quel lugubre omaggio di Guido Angeli era dettato dal senso di colpa, perché il “teleimbonitore”  aveva brevettato per sé il jingle “Provare per credere”. 

La figura di Aiazzone ha una specie di esistenza postuma online. Oltre ai filmati di Guido Angeli, ci sono diversi gruppi Facebook di patiti. Fan scatenati ovunque. Uno risponde al telefono. “Aiazzone? E’ Dio”. Su “Vecchia Biella e vecchio biellese” è un profluvio di ricordi e  testimonianze. “Ho avuto l’onore di essere suo autista e organizzatore dei bus”, scrive Gaetano Di Pasquale. “Ho ancora il salotto in stile rinascimentale”, scrive un altro.  

Il finale è triste. Morto il fondatore, la vedova Rosella scopre di avere un tumore e finisce in guai finanziari, e qui la faccenda diventa delicata, difficile, amara. La racconta la figlia Marcella, bellissima donna, ex modella a Londra, ha riparato a Montecarlo dove fa l’immobiliarista, ha lo sguardo triste di chi è stato strappato alla fortuna bruscamente. “Vivo in un monolocale, e va bene così, ma certo quando guardo quegli yacht ancorati penso a tutti i nostri soldi, chissà dove sono finiti”. L’azienda viene venduta nel 1998 a un gruppo di imprenditori, ma i soldi, circa 19 milioni di euro, non sono mai arrivati. La vedova  vuole istituire un trust, il Beau Rivage. Il finanziere consigliato dalla banca svizzera di fiducia Arner per crearlo   è un personaggio che in una fiction sarebbe troppo esotico, si chiama Mordechai Israelachvili, un israeliano residente a Malta. Secondo Marcella  è il cattivo della storia. Sua madre non solo non riceverà mai i suoi soldi, ma viene pian piano esautorata, e quando comincia a chieder conto della gestione, pure denunciata. Finirà ai domiciliari, dove morirà di cancro. E’ sepolta anche lei a  Oropa, sopra Giorgio Aiazzone. La vicenda  è devastante per il resto della famiglia, dove le sorelle non parlano tra loro e la zia con le nipoti. Marcella Aiazzone dieci anni fa si è incatenata davanti al tribunale di Torino per chiedere giustizia, ma a suo dire non è accaduto nulla. Adesso Aiazzone non esiste più, fallita ufficialmente nel 2010: le isole comprese sono finite. Il mare di cartelli è prosciugato.  La damnatio memoriae è avvenuta, il “biscotto”  cancellato.    Sullo sfondo, l’ubiqua banca Sella, socia del finanziere dal nome esotico, che pretende indietro i soldi con grande solerzia, dice Marcella Aiazzone. “E’ tutto scritto, ci sono i documenti”. Se fosse una fiction, sarebbe il vecchio status quo che non tollera rivali, tantomeno quell’imprenditore scapestrato e ribaldo. Ma in pochi anni l’ordine viene ristabilito, il nome smontato, solo le tombe sono lì, e non è rimasto molto altro.   

Chi è l’erede spirituale di Aiazzone? “Mondo Convenienza”, ne sono certi la sorella e il cognato. Ma pure “PoltroneSofà  è un suo continuatore, con gli slogan martellanti e sempre nuovi”. Il comune di Biella non gli ha mai dedicato una via. Nel 2019 se ne discusse, poi non è successo più niente. “Ce n’è una in un centro commerciale,  ma non è ufficiale”, dice il cognato. Ma forse è la sua più logica collocazione possibile. 

Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).

A Biella una via per Aiazzone, icona pop degli anni ’80. Pubblicato martedì, 19 marzo 2019 da Corriere.it. Il consiglio comunale di Biella, nella sua ultima seduta prima delle elezioni ha approvato una mozione con la quale chiede di intitolare una via della città a Giorgio Aiazzone, l’imprenditore «re del mobile» protagonista di uno straordinario successo imprenditoriale e mediatico negli anni ‘80. Un successo che declinò altrettanto rapidamente dopo la morte di Aiazzone in un incidente aereo nel 1986 . Con i suoi spot martellanti sulle tv private, gli slogan caserecci, i «jingle» orecchiabili il mobilificio biellese divenne tout court uno dei simboli «pop» dell’ottimismo del decennio e il successo dell’imprenditore fu al lungo accostato a quello di un altro rampante di quel periodo, Silvio Berlusconi. La mozione per intitolare una via di Biella ad Aiazzone è stata presentata da due consiglieri del Pd ma ha riscosso consensi trasversali, ad esempio dai rappresentanti di Fratelli d’Italia mentre i rappresentanti di Forza Italia hanno lasciato l’aula al momento del voto. Parlando del «de cuius» la consigliera Livia Caldesi l’ha ricordato con queste parole: «Aveva un modo di comunicare innovativo, se vogliamo anche poco elegante, che lo aveva portato ad essere un po’ escluso dalla Biella conservatrice di allora. Ma trovo che sia doveroso dedicargli una via. Ancora oggi c’è chi identifica Biella come la città di Aiazzone». Un «parvenu»: ecco l’etichetta che il «re del mobile non si strappò mai veramente di dosso; nato nel 1947 , ereditò la piccola fabbrica del padre espandendola fino a farla diventare la più famosa d’Italia nella fascia medio-bassa del mercato. Due le chiavi del successo: la prima fu l’intuizione della potenza degli spot sulle tv private. Chi c’era negli anni ’80 non può non ricordare «la consegna in tutta Italia, isole comprese», «l’invito a pranzo degli architetti», il «provare per credere» pronunciato ossessivamente da Guido Angeli, televenditore divenuto «guru» del marchio. Aiazzone divenne proprietario di un network di piccoli canali privati dalle quali bombardava l’etere con le incessanti televendite. L’altro asso nella manica fu quello che in anni successivi sarebbe stato definito «customer care»: l’idea di far sentire la clientela seguita da vicino, dilatando gli orari di apertura, offrendo sconti e regali a pioggia. Giorgio Aiazzone morì pagando a caro prezzo una sua passione, quella del volo: precipitò con un piccolo aereo privato il 6 luglio del 1986 a Sartirana Lomellina, nel Pavese. Curiosamente - e fatte le dovute proporzioni - non lontano da dove nel 1962 aveva perso la vita in circostanze analoghe un altro imprenditore simbolo di un’epoca italiana, Enrico Mattei. Per commemorare l’amico morto, Guido Angeli fece un’orazione funebre televisiva di 80 minuti parlando a una sedia vuota. Un pezzo di televisione che fece epoca. Da lì in avanti la discesa dell’impero del «re del mobile», che arrivò a fatturare in un anno 60 miliardi di lire, fu repentina. Il gruppo venne ceduto dalla famiglia ad altri imprenditori che finirono anche arrestati per evasione fiscale: le varie sedi sparse per l’Italia caddero in rovina, uno dei magazzini, vicino a Bergamo, fu assalito e depredato dalla clientela, lo stabilimento di Biella giace abbandonato e si rianima solo in occasione di rave party clandestini. Ma d’altronde, quanti oggi si ricordano della «meteora» Aiazzone? E quanti sono disposti a valorizzarne la storia al di là degli aspetti più «kitsch»? A suo modo prova a metterci una toppa la mozione della città di Biella.

I MISTERI DEL FALLIMENTO AIAZZONE E DELLA MORTE DI LIBERO CORSO BOVIO.

Il 6 luglio del 1986 il "re dei mobili" precipita con l'aereo. Con lui morirono il pilota e un magistrato, scrive Rita Rosso su  “News Biella”.

Biella, mercato di piazza Martiri, maggio 1986

“Te lo dico io, vedrai, tra un po’, che fine fa il vostro Aiazzone!”.

“Ma stà zitto, che a Napoli uno come lui ve lo sognate!”.

Biella, 7 luglio 1986

“Ciao, cavajé!”.

“Dè, te sentù che l’ha masasi l’Aiazun!”.

“Ma cosa dici?”.

“Ieri sera, è andato giù con l’aereo…  Sono morti tutti, anche l’Allegretti, la moglie del notaio”. 

Giorgio Aiazzone, 39 anni, è all’apice del suo successo. Partito quasi da zero, il padre aveva già un piccolo mobilificio, in breve tempo ha costruito un impero, portando Biella nelle case di tutti gli italiani. Il suo intuito è stato geniale: ha utilizzato le emittenti televisive private per farsi conoscere e ora ne possiede addirittura una. Dal Leprotto Milcaro fino a Guido Angeli e al suo “provare per credere”, il mobilificio, che da piazza Vittorio Veneto si è spostato nell’open space di corso Europa, impazza ovunque. E poi, dopo una visita, tutti a pranzo con gli architetti.  Giorgio Aiazzone e la moglie Rosella Piana “sono” il jet set  made in Biella. Protagonisti ovunque, vengono invitati a feste e ricevimenti, addirittura a fare da testimoni a nozze di rilievo, come quelle di uno noto dirigente della Questura cittadina. Ma non basta. Ora l’impero si sta espandendo. L’imprenditore ha acquistato Villa Reda, splendido esempio di architettura in stile Liberty, a due passi da quel polmone verde che sono i giardini Zumaglini e che si sussurra colpito da una maledizione. Il “re del mobile” vuole trasformare l’immobile in un istituto di credito, per concedere prestiti ai clienti. All’ultimo piano ha fatto realizzare un solarium, con piscina, dove trascorre il suo tempo libero. Sulle scale, invece, ha fatto dipingere il suo ritratto: da qualunque angolazione lo si guardi, sembra sempre che ti stia fissando. Il che non fa che alimentare la leggenda secondo cui, Giorgio Aiazzone, abbia stretto un patto con il diavolo. Forse per garantirsi a vita il successo, o magari solo per conquistarsi l’immortalità. Ma l’occulto non è infallibile, o semplicemente è il genio umano che è fallibile. Gli affari, in quella metà degli anni Ottanta, vanno a gonfie vele, tanto che le consegne dei mobili vengono assicurate anche nelle isole, mentre iniziano a girare strane voci. Qualche cliente si lamenta di cucine che cambiano colore, mobili in legno massiccio che, in realtà, altro non sono che due pezzi di compensato pieni di sabbia. Rumors messi in giro dalla concorrenza, illazioni?

Biella, 2 luglio 1986

“Marco, sono Giacomo. So che sei sotto di ore, nel brevetto. Vuoi venire con me, domenica? Devo portare Aiazzone in Toscana. Così ti fai qualche ora di volo con me. Che ne dici?”. Giacomo Ramella, pilota esperto dell’Aereoclub di Cerrione, da tempo accompagna l’imprenditore nei suoi spostamenti. Il loro rapporto è basato sulla fiducia e la discrezione. Giacomo pilota l’aereo e non commenta; inoltre dalla sua bocca, dopo ogni viaggio, non esce mai una parola. La sua passione per il volo, ben si sposa con la voglia di viaggiare del “re del mobile”. Di solito lo avverte all’ultimo momento, ma questa volta è diverso. Ci sarà un’ospite speciale: la dottoressa Clelia Allegretti. Originaria del Sud, arrivata a Biella ha conosciuto uno stimato professionista locale e si è sposata. Nell’arco di pochi anni, hanno avuto due bambini. Un matrimonio felice e un grande amore per il suo lavoro. I colleghi la stimano e la apprezzano per il suo carattere indomito, per le sue doti professionali e per il suo equilibrio che ne fanno un ottimo magistrato. Lei e il marito conoscono bene gli Aiazzone, tanto che insieme a Rossella Piana frequentano lo stesso salone di parrucchieri. A gestirlo è una ragazza di colore: padre biellese e madre del Burundi. Ha imparato il mestiere a Parigi e poi è tornata in città, insieme ai suoi tagli innovativi e alla moda. Tanto Clelia Allegretti è discreta e veste in modo sobrio, tanto Rosella Piana è volitiva ed estroversa. Le due donne vanno d’accordo, mai uno screzio, seppure è improbabile che tra loro possa nascere una forte amicizia. Il legame più stretto è con Giorgio Aiazzone, che si rivolge a lei per questioni di lavoro e quella domenica 6 luglio vuole portarla con sé in Toscana, all’isola d’Elba. Vogliono parlarsi, lontani da occhi e orecchi indiscreti. Con loro, dovrebbe esserci anche l’avvocato Sandro Delmastro, noto esponente della Destra biellese. Non ha ancora confermato ed è probabile che darà forfait all’ultimo minuto. Se il magistrato ha accettato l’uscita, lasciando a casa i due bimbi, in tenerissima età, evidentemente è perché deve discutere con l’amico di qualcosa di importante.

Sartirana, 6 luglio 1986

Ivana sta guardando un programma alla televisione. Fuori, il temporale, con i suoi lampi e i suoi tuoni estivi. A 2700 metri di quota, un piccolo aereo civile ha appena deviato rotta. Il pilota, esperto, aveva sconsigliato al passeggero di rientrare, quella sera, cercando di convincerlo a pernottare in Toscana per partire il giorno dopo, all’alba. L’altro, però, è stato irremovibile. L’ospite ha fretta di raggiungere Biella, come lui, e poi lunedì è atteso in tribunale. Così, per evitare la perturbazione, ha deciso di deviare leggermente sulla rotta, puntando verso i cieli della Lomellina. Intanto Ivana continua a seguire la trasmissione in Tv, fino a quando non lo sente, quel boato fortissimo. Poi la terra trema, come per effetto del terremoto. Esce, sconvolta, e in cortile lo vede, quell’ammasso oscuro che, alla luce dei lampi, si rivela essere un motore. Qualcosa, più in là, attira ancora la sua attenzione. Un fagotto, da cui provengono dei gemiti. Corre in casa, chiama i carabinieri e poi un medico. Quando quest’ultimo arriva, quel povero corpo, dilaniato, ha già smesso di respirare. Altrove, una donna si è sentita male. Era in casa, quando ha sentito un botto, sul tetto della casa. Salita a vedere, si è trovata davanti i resti di un corpo, femminile. A qualche centinaia di metri di distanza, l’attenzione dei soccorritori è attratta da qualcosa che brucia. E’ la cabina di un aereo, un piccolo bimotore Seneca. Dentro, un cadavere carbonizzato. Arrivano i vigili del fuoco e le fiamme vengono spente, mentre la violenta perturbazione continua a scaricare pioggia su pioggia. Pochi istanti e viene ritrovata la carlinga del velivolo, da cui si risale alla sua identificazione. E’ partito, secondo il piano di volo, dall’aeroporto di Cerrione, al mattino, con meta la Toscana; il rientro era previsto in serata. La più vicina torre di controllo, lo ha perso poco prima mentre in zona infuriava il temporale. Sopra non c’erano viaggiatori qualsiasi, ma un magistrato, Clelia Allegretti, e il “re del mobile”, Giorgio Aiazzone.

Biella, 5 luglio 1986

“Pronto, Giacomo… Mi dispiace, ma domenica non vengo”.

“Perché?”.

“Sai, la mia ragazza… non vuole. O lei o l’aereo. Mi ha urlato che è stanca di passare i fine settimana da sola. Odia volare. Non me la sono sentita di dirle di no. Resto a casa, mi dispiace”.

“Figurati. Sarà per la prossima volta”. Parte da solo, Giacomo Ramella, alla volta della Toscana, con Giorgio Aiazzone e la sua ospite. All’ultimo momento, anche l’avvocato Sandro Delmastro ha dato forfait. Il cielo è limpido e la conversazione formale. Ha l’impressione che l’imprenditore e il magistrato non vedano l’ora di atterrare, per parlare da soli. Arrivati a destinazione, i due si allontanano, mentre lui resta in aeroporto. Un panino al bar, e poi di nuovo in pista, per controllare l’apparecchio e fare rifornimento. Ripartono che fuori è quasi sera, con le previsioni che danno temporali di forte intensità.  Sono sui cieli della Lomellina, quando Giacomo Ramella si accorge che l’apparecchio non risponde ai comandi. Entra in stallo e si avvita su sé stesso, precipitando. Clelia Allegretti urla, mentre Giorgio Aiazzone cerca di calmarla. “Giacomo, fai qualcosa! Noooooooooo”. In piena rotazione, il velivolo, mentre il pilota cerca disperatamente di riprenderlo, inizia a perdere pezzi. La fusoliera si lacera e i due passeggeri volano fuori, verso un destino atroce. Giacomo Ramella, legato al sedile con le cinture, rimane bloccato ai comandi. Quel che resta dell’apparecchio, impatta sui fini dell’alta tensione, e si incendia, schiantandosi poi a terra. Ma non è solo la fine di tre vite, è la fine di un mito, del “re dei mobili”, e l’inizio della leggenda. In tanti, in futuro, racconteranno di aver incontrato Giorgio Aiazzone nei più diversi paesi tropicali. La verità, però, è che la vita dell’imprenditore è finita domenica 6 luglio 1986, nei cieli della Lomellina. Per quello che riguarda le vicende del suo impero, questa è storia nota,  si dipaneranno tra il Libano e le aule del tribunale.

Il declino senza fine di Aiazzone: la figlia del mobiliere in sciopero della fame davanti al Tribunale di Torino, ”Aspetto la verità da anni”, scrive “Il Quotidiano Piemontese”. Sono passati 18 anni da quando, nel 1986, Giorgio Aiazzone moriva in un incidente aereo quando era all’apice di un’ascesa senza soste la sua azienda, quella che è stata – piaccia o meno – una gloria piemontese, se è vero che un semplice mobilificio di Biella conquistò l’intera penisola. Da allora, la sorte si è accanita in ogni modo sullo storico marchio, sugli eredi dell’imprenditore, con un peso che oggi la figlia Marcella non riesce più a sostenere, come dicono le lacrime che le scendono mentre sta immobile, con un cartello in mano, a condurre uno sciopero della fame davanti al Tribunale di Torino. Da otto lunghi giorni. Ma come si è giunti a questo?

Oggi è Repubblica a tentare una ricostruzione della vicenda, che sinteticamente prende il via quando – poco dopo la morte del fondatore – la di lui vedova, Rosella Piana, vende tutto a un imprenditore di Prato che però non avrebbe mai pagato i 18 miliardi pattuiti; nel frattempo, i risparmi con cui pensava avrebbe agevolmente garantito il futuro alle tre figlie viene affidato a un trust svizzero che l’avrebbe però amministrato in maniera fraudolenta. Il condizionale è d’obbligo perchè la vicenda giudiziaria non è ancora riuscita a fare luce sull’intera realtà dei fatti, che comunque costrinsero ai domiciliari la stessa Rosella, morta poi di cancro nel 2002. Il marchio poi finiva in liquidazione e quindi nelle mani di Gian Mauro Borsano (famoso come ex presidente del Torino Calcio) e Renato Semerato, entrambi in carcere ormai da tre anni per bancarotta fraudolenta. Perchè Marcella è arrivato a questo punto, si diceva? Perchè nel frattempo ha presentato due esposti, uno contro il curatore fallimentare che non le avrebbe mai concesso di visionare gli atti, e uno contro Mario Conzo, ex presidente del Tribunale di Biella, il quale si era occupato della vertenza Aiazzone ma che accidentalmente è stato anche condannato per essersi fatto corrompere dal commercialista di Franceschini, l’imprenditore di Prato che aveva “acquistato” la catena nel 1986. L’esposto però è passato da Roma a Milano a Biella a Torino e a tutt’oggi non è stato avocato, proprio come la prima querela. Marcella Aiazzone chiede giustizia, o per lo meno vorrebbe sapere la verità.

Torino, la figlia di Aiazzone sul lastrico fa sciopero della fame davanti a Palagiustizia. L'erede di Giorgio che ha rivoluzionato il mercato dei mobili negli anni Settanta è intrappolata da 12 anni in una complessa vicenda giudiziaria che ha uno sviluppo anche qui a Torino. In ballo cifre da capogiro in un intrico che vede anche coinvolto un giudice di Biella, scrive Federica Cravero su “La Repubblica”. Dell'idea vincente di un mobilificio innovativo è rimasto un nome, quello di Aiazzone, entrato nella memoria collettiva attraverso spot in tv  -  "Provare per credere"  -  diventati quasi proverbiali. Ma di tutto il patrimonio accumulato negli anni d'oro dai coniugi Aiazzone ora non c'è che un cumulo di carte che da dodici anni viaggiano senza requie attraverso i palazzi di giustizia di mezza Italia, passando anche dalla Svizzera. Ed è per questo che Marcella Aiazzone, figlia di Giorgio e Rosella Piana, da otto giorni sta facendo lo sciopero della fame e in segno di protesta si è piazzata, lacrime agli occhi e un cartello in mano, davanti al palazzo di giustizia di Torino, dove sono approdati due suoi esposti. La vicenda è contorta e costellata di misteri che iniziano dopo la morte dell'imprenditore biellese, avvenuta in un incidente aereo nel 1986. La moglie Rosella raccoglie le redini dell'impresa, che si chiama Mobilificio Piemonte, e la vende all'imprenditore di Prato Francesco Franceschini che crea la società Aiazzone srl, "ma senza mai pagare i 18 miliardi pattuiti", spiega l'avvocato di Marcella Aiazzone, Edoardo Tamagnone. Nel frattempo la vedova, anche per mettere al sicuro il futuro delle tre figlie piccole, aveva affidato tutti i beni a un trust svizzero, che tuttavia avrebbe amministrato il patrimonio in maniera fraudolenta anche se né l'inchiesta avviata in Italia, né quella condotta in Svizzera, sono mai arrivate a una conclusione, visto che entrambe sono state ostacolate da vincoli di giurisdizione. Ma per quella vicenda anche Rosella Piana viene messa ai domiciliari e, malata di cancro, muore nel 2002. Se il destino si accanisce contro gli Aiazzone, anche la sorte dell'azienda non è rosea, visto che finisce in liquidazione, viene rilevata da Gian Mauro Borsano e Renato Semeraro, ma il loro arresto nel 2011 per bancarotta fraudolenta e il fallimento dell'azienda misero una pietra tombale sulla catena di negozi che da Biella aveva conquistato tutta la penisola. "In tutto questo tempo la mia assistita  -  spiega l'avvocato Tamagnone  -  ha presentato un esposto contro il curatore fallimentare, che non le ha mai permesso di visionare gli atti sostenendo che non ne avesse diritto, quando invece c'erano documenti che provavano un vasto credito della madre, che sarebbe spettato alle eredi". Ma in tutta la vicenda si inserisce anche la condanna per corruzione di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, che accettò una mazzetta dal commercialista di Francesco Franceschini (che aveva incrociato quando era giudice fallimentare a Prato) nella vertenza Aiazzone. Anche per il ruolo di Conzo la figlia degli Aiazzone ha presentato un esposto a Prato, che però per competenza territoriale è passato da Roma, Milano, Biella ed ora è alla procura generale di Torino in attesa che venga avocato, così come l'altra querela. "In tutto questo tempo, però, nessuno ha mai fatto indagini o interrogato qualcuno  -  lamenta il legale  -  ed è per questo che Marcella Aiazzone è arrivata al gesto dello sciopero della fame, perché si faccia chiarezza su quello che è accaduto all'azienda della sua famiglia".

Era appena tornato da un viaggio a Prato. L'avvocato Bovio si è sparato a Milano, scrive “La Nazione”. Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, si è suicidato il 9 luglio 2007 all'interno del suo studio. Era appena tornato da un viaggio di lavoro a Prato, dove si era recato per una causa, l'avvocato Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, che si è suicidato all'interno del suo studio a Milano, a pochi passi dal Palazzo di Giustizia, sparandosi colpo di pistola. Prima del fatale gesto aveva consegnato a un suo collaboratore una busta indirizzata alla moglie. E' quanto è stato possibile ricostruire dalla parole del presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, giunto negli uffici di Bovio. Ad avvertire i carabinieri, intorno alle 14.15, è stata la centrale del 118, che avvertiva che in uno studio legale in via Podgora numero 13 a Milano si era verificato un suicidio. Sotto lo studio si è radunata una folla di avvocati, giornalisti e anche magistrati, che si dicono tutti sgomenti per la morte di Bovio. Nessuno si aspettava un gesto come questo. Corso Bovio a Prato, aveva difeso il commercialista Annibale Viscomi. Il commercialista, insieme all'imprenditore Francesco Franceschini, era finito sotto processo con l'accusa di aver corrotto Mario Conzo, già giudice fallimentare di Prato, nella vicenda del fallimento dell'ex mobilificio Aiazzone. La sentenza: Viscomi è stato condannato a due anni, mentre Franceschini è stato assolto. All'inizio dell'udienza Bovio ha chiesto di parlare per primo e, poco dopo le 9.30, ha svolto la sua arringa a favore di Viscomi, chiedendone l'assoluzione. Poi, insieme a un suo collaboratore, ha lasciato il palazzo di giustizia di Prato e in macchina si è diretto verso Milano.

Fra i 40 e i 50 milioni di lire, scrive Franca Selvatici su “La Repubblica”. Tale sarebbe stata la richiesta di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, per favorire una transazione proposta da Francesco Franceschini, fondatore dell' omonimo Euromercato di Calenzano, nel fallimento del mobilificio Piemonte, già Aiazzone, di cui nel '97 aveva acquisito il marchio. La circostanza è emersa nel corso dell'interrogatorio del commercialista di Prato Annibale Viscomi, arrestato per corruzione in atti giudiziari insieme con Francesco Franceschini, di cui era consulente nella vertenza Aiazzone. L'inchiesta è stata condotta dai Pm milanesi Corrado Carnevali e Maurizio Romanelli, competenti nelle indagini sui magistrati in servizio in Piemonte. Incastrato dalla moglie tradita, che il 28 marzo 2003 spifferò ai magistrati della procura di Biella la storia della tangente, il giudice Conzo, che nel settembre 2002 era andato prudentemente in pensione, ha ammesso di aver incassato da Viscomi il 3 gennaio 2002 l'equivalente in euro di 30 milioni, negando però di aver favorito Franceschini nella vertenza Aiazzone. Annibale Viscomi, interrogato dal Gip Andrea Pellegrino, ha fornito la sua versione dei fatti. Il giudice Conzo, che prima di arrivare a Biella nel '95 era stato giudice fallimentare a Prato, andò a ritirare la bustarella il 3 gennaio 2002 nello studio pratese di Viscomi. «Nello studio ci sarà stato al massimo 10 secondi, giusto il tempo di prendere i soldi», ha ricordato il commercialista. «Gli ho dato 30 milioni e gli ho spiegato che era il massimo che gli potevo dare. E lui mi ha detto che me li avrebbe restituiti». Viscomi esclude di aver promesso un'ulteriore tranche di denaro e sostiene di aver tirato fuori i soldi «dal suo portafoglio». Franceschini, di cui era consulente per il fallimento, non gli chiese mai di avvicinare il giudice. Fu un'idea sua. Una fesseria. Viscomi si è dato dell'«ingenuo». Aveva già avuto problemi con Conzo quando era giudice a Prato. Non avrebbe più dovuto riprendere i contatti con lui. L'avvocato Gaetano Berni, che assiste Viscomi insieme con il collega milanese Corso Bovio, ha dichiarato che sarebbero state estrapolate e rese pubbliche solo alcune parti dell'interrogatorio, ma non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti per non violare il segreto investigativo. Quanto a Francesco Franceschini, che probabilmente ora starà maledicendo la decisione di acquisire il marchio Aiazzone che gli ha procurato solo una montagna di guai, ha respinto le accuse, ha spiegato che si era rivolto a Viscomi solo per una consulenza e ha detto: «Non so perché avrebbe dovuto pagare il giudice».

Libero Corso Bovio, uno dei più noti legali italiani, già difensore della Fiat e di altrettanto noti tangentisti si sarebbe suicidato il 9 luglio 2007 all’interno del suo studio, sparandosi un colpo in bocca, a pochi passi dal Palazzaccio di Giustizia di Milano, scrive “Avvocati senza Frontiera”. Il condizionale è d’obbligo, in considerazione degli oscuri retroscena non chiariti dai P.M. di Milano e dei tanti segreti custoditi dall’influente legale piemontese, già al centro di importanti processi e difese, sin dai tempi della prima tangentopoli. Era appena tornato da un viaggio di lavoro a Prato, dove si era recato per una causa. Prima del fatale gesto aveva consegnato a un suo collaboratore una busta indirizzata alla moglie. E’ quanto è stato possibile ricostruire dalla parole del presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, giunto negli uffici di Bovio. Ad avvertire i carabinieri, intorno alle 14.15, è stata la centrale del 118, che avvertiva che in uno studio legale in via Podgora numero 13 a Milano si era verificato un suicidio. Sotto lo studio si è radunata una folla di avvocati, giornalisti e anche magistrati, che si dicono tutti sgomenti per la morte di Corso Bovio. Se nessuno si aspettasse veramente un gesto come questo è difficile dirlo. Di certo è che l’avv. Libero Corso Bovio a Prato, aveva difeso Annibale Viscomi. Il commercialista, insieme all’imprenditore Francesco Franceschini, era finito sotto processo con l’accusa di aver corrotto Mario Conzo, ex giudice fallimentare di Prato, nella vicenda del fallimento del mobilificio Aiazzone. Viscomi è stato condannato a due anni, mentre Franceschini è stato assolto. All’inizio dell’udienza Bovio ha chiesto di parlare per primo e, poco dopo le 9.30, ha svolto la sua arringa a favore di Viscomi, chiedendone l’assoluzione. Poi, insieme a un suo collaboratore, ha lasciato il palazzo di giustizia di Prato e in macchina si è diretto verso Milano.  Fra i 40 e i 50 milioni di lire. Tale sarebbe stata la richiesta di Mario Conzo, ex presidente del tribunale di Biella, per favorire una transazione proposta da Francesco Franceschini, fondatore dell’ omonimo Euromercato di Calenzano, nel fallimento del mobilificio Piemonte, già Aiazzone, di cui nel ’97 aveva acquisito il marchio. La circostanza è emersa nel corso dell’interrogatorio del commercialista di Prato Annibale Viscomi, arrestato per corruzione in atti giudiziari insieme con Francesco Franceschini, di cui era consulente nella vertenza Aiazzone. L’inchiesta è stata condotta dai Pm milanesi Corrado Carnevali e Maurizio Romanelli, competenti nelle indagini sui magistrati in servizio in Piemonte. Incastrato dalla moglie tradita, che il 28 marzo 2003 spifferò ai magistrati della procura di Biella la storia della tangente, il giudice Conzo, che nel settembre 2002 era andato prudentemente in pensione [come di norma viene consentito dal C.S.M. ai magistrati in odore di corruzione], ha ammesso di aver incassato da Viscomi il 3 gennaio 2002 l’equivalente in euro di 30 milioni, negando però di aver favorito Franceschini nella vertenza Aiazzone. Annibale Viscomi, interrogato dal Gip Andrea Pellegrino, ha fornito la sua versione dei fatti. Il giudice Conzo, che prima di arrivare a Biella nel ’95 era stato giudice fallimentare a Prato, andò a ritirare la bustarella il 3 gennaio 2002 nello studio pratese di Viscomi. «Nello studio ci sarà stato al massimo 10 secondi, giusto il tempo di prendere i soldi», ha ricordato il commercialista. «Gli ho dato 30 milioni e gli ho spiegato che era il massimo che gli potevo dare. E lui mi ha detto che me li avrebbe restituiti». Viscomi esclude di aver promesso un’ulteriore tranche di denaro e sostiene di aver tirato fuori i soldi «dal suo portafoglio». Franceschini, di cui era consulente per il fallimento, non gli chiese mai di avvicinare il giudice. Fu un’idea sua. Una fesseria. Viscomi si è dato dell’«ingenuo». Aveva già avuto problemi con Conzo quando era giudice a Prato. Non avrebbe più dovuto riprendere i contatti con lui. L’avvocato Gaetano Berni, che assiste Viscomi insieme con il collega milanese Corso Bovio, ha dichiarato che sarebbero state estrapolate e rese pubbliche solo alcune parti dell’interrogatorio, ma non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti per non violare il segreto investigativo. Quanto a Francesco Franceschini, che probabilmente ora starà maledicendo la decisione di acquisire il marchio Aiazzone che gli ha procurato solo una montagna di guai, ha respinto le accuse, ha spiegato che si era rivolto a Viscomi solo per una consulenza e ha detto: «Non so perché avrebbe dovuto pagare il giudice». L’inchiesta sull’ ex presidente Conzo include anche un altro tentativo di corruzione, proveniente da una persona vicina alla signora Rosella Piana, vedova Aiazzone. L’ uomo, buon conoscente di Conzo, andò dal magistrato a sollecitare lo sblocco dei capitali della signora Aiazzone, che in tal modo avrebbe potuto acquistare l’esclusiva per la vendita di cinture con fibbie di oro zecchino, platino e diamanti su 300 navi passeggeri della Costa e Festival. Il giudice ci avrebbe guadagnato un vitalizio non inferiore ai 4 milioni di lire al mese. Ma l’offerta pare fu respinta…Ma chi erano gli altri più influenti clienti dell’avv. Libero Corso Bovio? Certamente non le due rumene, che aveva assistito a scopo umanitario. I veri clienti dell’avvocato Bovio appartengono a ben altre classi, tanto più che la sua specializzazione erano i reati societari, ambientali, fallimentari e contro la pubblica amministrazione. Ecco dunque una serie di nomi eccellenti: Marcello Dell’Utri, pupillo dell’Opus Dei, che nonostante le condanne definitive e non, per false fatture e frode fiscale, tentata estorsione, concorso esterno in associazione mafiosa, siede rieletto in Senato; Stefano Ricucci, uno dei furbetti del quarterino; l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia; gli attori interessati alla scalata dell’Antonveneta; la Impregilo, uno dei colossi Fiat per le costruzioni, legalmente appartenente a Piergiorgio e Paolo Romiti. Già, la Impregilo, Corso Bovio era andato personalmente due volte a Napoli in una settimana, aveva consegnato una memoria difensiva di duecentotrenta pagine per difendere l’operato della Impregilo dall’accusa di presunta truffa ai danni della Regione Campania; la società aveva in appalto lo smaltimento dei rifiuti della Campania, gara che aveva vinto nel 1999 contro l’offerta dell’Enel. Secondo le decisioni dei giudici napoletani Impregilo non potrà partecipare a gare pubbliche sui rifiuti per un anno; l’impresa sarebbe colpevole dell’emergenza rifiuti in Campania in quanto viene accusata di aver saputo da sempre che gli impianti non avrebbero mai funzionato. Alla società sono contestati illeciti penali per truffa, frode in pubbliche forniture ed è stato disposto un sequestro per 750 milioni di euro, intanto gli abitanti della Campania vivono in una discarica a cielo aperto. Coinvolti sono anche coloro che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto, tra cui in primis il presidente della Regione Antonio Bassolino in qualità fino al 2004, di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, riferendosi all’Impregilo da anni denuncia “la condotta volontariamente colpevole di questa società”, Pecoraro Scanio rincalza dicendo che non si poteva mettere nelle mani di una sola azienda tutto il ciclo di smaltimento e di gestione dei rifiuti della Campania. Certo queste cause sono delle vere e proprie patate bollenti per gli avvocati, anche per quelli bravi come Bovio, eppure non c’è motivo di non credere alla moglie Rita Percile quando pochi istanti dopo la disgrazia ha asserito che il suicidio del marito non poteva essere messo in relazione alle cause che stava trattando. Sicuramente la signora Percile, che non ha voluto farsi riprendere dalle telecamere mentre rilasciava queste dichiarazioni è in grado di valutare meglio di noi ogni elemento non solo per la vicinanza al marito, ma anche per le sue competenze, essendo essa stessa avvocato penalista, e lavorando inoltre in uno studio come quello dell’avvocato Ignazio La Russa. Nell’ambito della famiglia non tutti però la pensano come lei. La zia dell’avvocato, signora Gianna, è convinta del contrario, che le cause della morte possono essere legate proprio al lavoro del nipote, l’aveva visto preoccupato nel gennaio scorso tanto che gli aveva chiesto – chi mai può avercela con te? – e lui le aveva risposto: “c’è sempre qualcuno che ti vuole male”. Ricorda inoltre la signora che il nipote pur non soffrendo di cuore si sottoponeva a regolari controlli cardiologici dopo la morte del padre per infarto, era quindi una persona che aveva cura della propria salute. La signora si sofferma sulla generosità e sulla bontà del nipote; certo è difficile immaginare che un uomo così attento ed equilibrato non abbia valutato il dolore che la sua morte per di più così drammatica avrebbe arrecato alla madre, alla zia, alla sorella, alla nipote, alla moglie, agli amici, ragion per cui la contropartita doveva essere veramente alta. Anche in caso di depressione per arrivare a fare il gesto estremo che va contro ogni naturale istinto di sopravvivenza, questa dovrebbe essere così profonda che un segnale, se pur minimo, qualcuno dei più stretti collaboratori avrebbe dovuto coglierlo. Ma i fatti rimangono, e il nove luglio, alle ore quattordici, chiuso nel suo studio di via Podgora n.13, l’avvocato cinquantanovenne Libero Corso Bovio viene trovato sdraiato sul pavimento del suo studio “suicidato” con una pistola sparato in bocca. All’arrivo della polizia si cercano, inutilmente, le chiavi della cassaforte, è necessario chiamare un fabbro per aprirla, dentro ci sono alcune pistole, tutte regolarmente denunciate come la Magnum 357; si apre la lettera per la moglie, ma non è una lettera d’addio, non ci sono spiegazioni, c’è solo del denaro, 14.000 euro e qualche oggetto personale. Tutti quelli che lo conoscevano, secondo le testimonianze raccolte dai giornali, restano increduli, ricordando l’umorismo, l’ironia, la compostezza, gli innumerevoli interessi, l’amore per il lavoro e il carattere vincente dell’avvocato Bovio. Tutti ritengono assolutamente assurdo l’accaduto. Anche l’autopsia non ha evidenziato alcuna patologia e malattia grave. C’è chi addirittura afferma pubblicamente che Corso Bovio fu fatto ammazzare. E, “l’ordine sarebbe stato di Silvio Berlusconi“. Secondo Pietro Terenzio del Rotary milanese: “Egli era avvocato di Paolo Berlusconi, e i due avevano litigato furiosamente, sia in Loggia coperta a Milano che nel suo, di studio, giusto 6 mesi prima del tragico epilogo”. Pare che Corso Bovio minacciasse di far sapere di soldi riciclati alla mafia da parte di Paolo Berlusconi stesso, “me lo han detto”, riferisce, sempre, Terenzio, “sia al Rotary di C.so Porta Venezia a Milano che presso la Gran Loggia Italiana Massonica del, praticamente, nuovo Licio Gelli italiano, Giuseppe Sabato, mio ex Gran Maestro e non per niente dipendente Berlusconianissimo in Banca Esperia”. “Ora tirerò fuori tutti gli scheletri dall’armadio di Silvio Berlusconi che conosco benissimo, essendo stato mio ex socio in Roma Vetus”, conclude Terenzio. Non conosciamo quale consistenza possano avere i sospetti della famiglia e del rotariano Terenzio ma è certo che la magistratura milanese (e non solo) ha sempre affossato ogni indagine sulle attività illecite delle logge massoniche.

Il giallo della morte dell’avvocato Libero Corso Bovio. Nel primo pomeriggio di un’afosa giornata di luglio, un famoso avvocato milanese, Libero Corso Bovio, senza alcun apparente motivo si suicida: è nato un mistero, scrive Ornella Guidi su "Giro di Vite". E’ luglio, aria di ferie imminenti e lavoro incessante prima della pausa estiva. Anche l’avvocato Corso Bovio si prepara alle sospirate vacanze, domenica 8 luglio chiama il marinaio addetto alla sua nuova barca e gli dà appuntamento per il giorno 24. Prima di partire però devono essere portati a termine gli impegni di lavoro, così il lunedì seguente, 9 luglio, con un suo collaboratore si reca al tribunale di Prato, in Toscana, per tenere un’arringa e insieme ritornano a Milano intorno alle ore 14. L’avvocato appena arrivato dà una busta al collaboratore chiedendogli di consegnarla alla moglie, gli avrebbe detto lui quando, poi entra nel proprio studio e si spara un colpo di pistola in bocca. Chi era Corso Bovio? Era un celebre avvocato, rampollo di una importante famiglia di origini pugliesi napoletane, il padre era stato uno dei migliori avvocati di Milano, purtroppo morì giovane, all’età di 59 anni per un infarto, il figlio ne segue però le orme diventando avvocato penalista e pubblicista, esperto in diritto all’informazione, giornalista professionista ed anche avvocato cassazionista; per anni l’avvocato Bovio ha difeso le più importanti testate giornalistiche italiane ed ha formato, attraverso la sua attività di docente, generazioni di giornalisti. Corso Bovio viene apprezzato ed ha successo per la sua intelligenza, la sua brillantezza e acutezza, è un grande assertore della vittoria del processo, l’imputato non si deve difendere aggirando il processo come è accaduto ad esempio nel delitto di Cogne, la bravura dell’avvocato consiste nello smontare i pezzi dell’accusa con l’arma del proprio sapere. Un uomo rigoroso che non si affida a "mezzucci", anche mediatici. Gli piace molto scrivere; quando vengono arrestate, dopo una ricerca serrata, due ragazze rumene accusate di aver ucciso (la maggiorenne) una giovane ragazza italiana infilandole "d’impeto" la punta di un ombrello nella cavità orbitale con conseguente sfondamento del cranio, l’avvocato Corso Bovio scrive un articolo contro la gogna mediatica che colpevolizza le ragazze in quanto prostitute e rumene, sicuramente chi ha ucciso non voleva uccidere...Un uomo dunque non arroccato dietro i suoi privilegi di professionista di successo, un uomo attento ai margini, il giornale Panorama lo ha descritto come "uno con il pallino della verità". Viene ricordato, coro unanime, come un uomo di spirito, di stile, pronto a cogliere l’ironia nelle cose del mondo, un uomo, suppongo, amante della vita anche in virtù delle quattro mogli che ha avuto. Senza offendere i matrimoni felici, spesso proprio chi si ferma al primo matrimonio fa parte della schiera degli sfiduciati dell’amore, di coloro i quali accettano passivi un fisiologico appiattirsi del sentimento e magari mutuano una situazione misera con qualche amante. Chi si sposa quattro volte è quanto meno un appassionato dell’amore, uno che comunque, ad un prezzo alto e non mi riferisco agli alimenti, ne va alla ricerca, che non si ferma per vigliaccheria, si assume le sue responsabilità perché ha fiducia nelle esperienze della vita e non teme bigotti giudizi sociali. Un uomo che la vita se la sterza come vuole e non si fa vivere, perché si uccide? Forse perché è depresso? La depressione crea uno scafandro che impedisce di "vedere", non ci sono più occhi se non per il proprio dolore, allora come si giustifica questa sua attenzione anche per i casi che non lo riguardavano da vicino, vedi il fatto delle due rumene, tanto che sebbene fosse impegnatissimo trova il tempo e la voglia di scriverci un articolo. Ne scrive uno scherzoso anche per i diritti degli animali, soprattutto per i pesci e lo invia ad un collega. Ma i suoi veri clienti chi erano? Certamente non le due rumene, i clienti dell’avvocato Bovio appartengono a ben altra tipologia tanto più che la sua specializzazione erano i reati societari, ambientali, fallimentari e contro la pubblica amministrazione. Ecco dunque una serie di nomi eccellenti: Marcello Dell’Utri, pupillo dell’Opus Dei, che nonostante le condanne definitive e non, per false fatture e frode fiscale, tentata estorsione, concorso esterno in associazione mafiosa, siede rieletto in Senato; Stefano Ricucci, uno dei furbetti del quartierino; l’ex ministro della Sanità Girolamo Sirchia; gli attori interessati alla scalata dell’Antonveneta; la Impregilo... uno dei colossi Fiat per le costruzioni, legalmente appartenente a Piergiorgio e Paolo Romiti. Già, la Impregilo, Corso Bovio era andato personalmente due volte a Napoli in una settimana, aveva consegnato una memoria difensiva di duecentotrenta pagine per difendere l’operato della Impregilo dall’accusa di presunta truffa ai danni della Regione Campania; la società aveva in appalto lo smaltimento dei rifiuti della Campania, gara che aveva vinto nel 1999 contro l’offerta dell’Enel. Secondo le decisioni dei giudici napoletani Impregilo non potrà partecipare a gare pubbliche sui rifiuti per un anno; l’impresa sarebbe colpevole dell’emergenza rifiuti in Campania in quanto viene accusata di aver saputo da sempre che gli impianti non avrebbero mai funzionato. Alla società sono contestati illeciti penali per truffa, frode in pubbliche forniture ed è stato disposto un sequestro per 750 milioni di euro, intanto gli abitanti della Campania vivono in una discarica a cielo aperto. Coinvolti sono anche coloro che avrebbero dovuto vigilare e non l’hanno fatto come il presidente della Regione Antonio Bassolino in qualità fino al 2004, di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Il presidente della Commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, riferendosi all’Impregilo da anni denuncia "la condotta volontariamente colpevole di questa società", Pecoraro Scanio rincalza dicendo che non si poteva mettere nelle mani di una sola azienda tutto il ciclo di smaltimento e di gestione dei rifiuti della Campania. Certo queste cause sono delle vere e proprie patate bollenti per gli avvocati, anche per quelli bravi come Bovio, eppure non c’è motivo di non credere alla moglie Rita Percile quando pochi istanti dopo la disgrazia ha asserito che il suicidio del marito non poteva essere messo in relazione alle cause che stava trattando. Sicuramente la signora Percile, che non ha voluto farsi riprendere dalle telecamere mentre rilasciava queste dichiarazioni è in grado di valutare meglio di noi ogni elemento non solo per la vicinanza al marito ma anche per le sue competenze essendo essa stessa avvocato penalista, lavora inoltre in uno studio importante, quello dell’avvocato Ignazio La Russa. Nell’ambito della famiglia non tutti però la pensano come lei. La zia dell’avvocato, signora Gianna, è convinta del contrario, che le cause della morte possono essere legate proprio al lavoro del nipote, l’aveva visto preoccupato nel gennaio scorso tanto che gli aveva chiesto - chi mai può avercela con te? - e lui le aveva risposto - c’è sempre qualcuno che ti vuole male -. Ricorda inoltre la signora che il nipote pur non soffrendo di cuore si sottoponeva a regolari controlli cardiologici dopo la morte del padre per infarto, era quindi una persona che aveva cura della propria salute. La signora si sofferma sulla generosità e sulla bontà del nipote; certo è difficile immaginare che un uomo così attento ed equilibrato non abbia valutato il dolore che la sua morte per di più così drammatica avrebbe arrecato alla madre, alla zia, alla sorella, alla nipote, alla moglie, agli amici, ragion per cui la contropartita doveva essere veramente alta. Anche in caso di depressione per arrivare a fare il gesto estremo che va contro ogni naturale istinto di sopravvivenza, questa dovrebbe essere così profonda che un segnale, se pur minimo, qualcuno dei più stretti collaboratori avrebbe dovuto coglierlo. Ma i fatti rimangono, e il nove luglio scorso, alle ore quattordici, chiuso nel suo studio di via Podgora n.13, l’avvocato cinquantanovenne Libero Corso Bovio si sdraia sul pavimento del suo studio e con una pistola si uccide sparandosi in bocca. Nello studio, evidentemente grande, qualcuno sente il colpo attutito, un’altra collaboratrice riferisce invece di non aver sentito niente, chi ha sentito va a vedere, trova la porta chiusa a chiave dall’interno. Quando arriva la polizia si cercano, inutilmente, le chiavi della cassaforte, è necessario chiamare un fabbro per aprirla, dentro ci sono alcune pistole, tutte regolarmente denunciate come la Magnum 357; si apre la lettera per la moglie ma non è una lettera d’addio, non ci sono spiegazioni, c’è solo del denaro, 14.000 euro e qualche oggetto personale. Tutti quelli che lo conoscevano rimangono, secondo le testimonianze rese ai giornali, increduli e sbigottiti, e ricordando l’umorismo, l’ironia, la compostezza, gli innumerevoli interessi, l’amore per il lavoro e il carattere vincente dell’avvocato Bovio, ritengono assolutamente assurdo l’accaduto. In ultimo, l’autopsia non ha evidenziato alcuna patologia e malattia grave. Parafrasando il celebre detto di Sherlock Holmes viene da dire "quando tutte le ipotesi possibili devono essere scartate non rimane che l’impossibile".

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Regione.

Le Città

La Storia.

I Politici

La Regione.

Non è una regione per disabili. Report Rai PUNTATA DEL 05/06/2023 di Chiara De Luca

Collaborazione di Lidia Galeazzo

Quali sono le problematiche affrontate dai disabili in Liguria?

Dalle liste di attesa per le cure dei bambini con disturbo dello spettro autistico e disturbi del neurosviluppo, all’erogazione della 104, all'iscrizione scolastica, fino ai parcheggi su corso Italia, a Genova. Secondo la Corte dei conti la Liguria è il fanalino di coda tra le regioni del Nord Italia con riferimento all’utilizzo dei fondi per le strutture semiresindeziali per persone disabili. Una mancanza di visione e di programmazione economica che alla fine lascia indietro i più deboli.  

NON È UNA REGIONE PER DISABILI Di Chiara De Luca e Lidia Galeazzo Ricerca immagini: Eva Georganopoulou, Paola Gottardi Immagini: Fabio Martinelli

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Siamo su Corso Italia, la strada verso il mare cantata da Fabrizio De André, il corso recentemente è stato messo a nuovo con più di 3 milioni di euro dall’amministrazione comunale che c’ha costruito la nuova pista ciclabile

NICOLA FONSA Assolutamente non ci si passa

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Più bella sì, ma meno adatta alle esigenze dei disabili

NICOLA FONSA Ops il palo!

CHIARA DE LUCA Adesso, siamo rimasti bloccati!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO La posizione dei pali e dei cartelli stradali rende complicato entrare e uscire dalle auto, e anche la posizione dei semafori non agevola molto.

ALESSANDRO PIERANDREI - ARCHITETTO Come in questo caso sono stati posizionati proprio nella rampa di raccordo tra il parcheggio e la quota della passeggiata, la carrozzina può girare intorno al palo ma la posizione sicuramente non è idonea

CHIARA DE LUCA C’è la presenza di alcuni pali e di alcuni semafori che non consentono la discesa del passeggero disabile in maniera fluida ecco

MATTEO CAMPORA - ASSESSORE MOBILITÀ E AMBIENTE COMUNE DI GENOVA A seguito di questa vostra segnalazione, noi provvederemo anche fare un acceso insieme ai nostri tecnici alla consulta disabili in maniera tale da verificare punto su punto

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Anche le persone disabili che guidano la macchina incontrano delle difficoltà, perché vanno a finire direttamente in strada

ROSALBA CIRASOLA La discesa per chi guida è troppo vicina alla carreggiata

ALESSANDRO PIERANDREI - ARCHITETTO Il parcheggio è stato disegnato a norma per quanto riguarda le dimensioni, ma la posizione del parcheggio è estremamente a ridosso della carreggiata. C’è un secondo aspetto: questo parcheggio non è in piano ma tende verso la carreggiata

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per far rientrare la metratura nella norma si sono allargati in strada, in discesa…

MATTEO CAMPORA - ASSESSORE ALLA MOBILITÀ E AMBIENTE COMUNE DI GENOVA Questo lo verificheremo col progettista, con l’impresa e con la consulta disabili

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Insomma, i nuovi parcheggi non sono pienamente fruibili per le persone disabili, eppure la giunta comunale si è dimostrata molto sensibile alle loro esigenze, il Sindaco Bucci per ben due campagne elettorali si è messo nei panni, o meglio sulla carrozzina, di chi questi problemi ce l’ha veramente

MARCO BUCCI - SINDACO GENOVA Dà a tutti la consapevolezza di cosa vuol dire che ci sono persone nella nostra società che hanno esigenze diverse

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Articolo due della Costituzione. La garanzia di vivere pienamente, senza limitazioni, sia in forma individuale che sociale, consentendo alle persone con disabilità di essere inserite pienamente nella società. Ecco, questo è un diritto inviolabile. Secondo la Corte dei conti, tra le regioni del nord, la Liguria è fanalino di coda per i fondi spesi rispetto a quelli stanziati a sostegno delle strutture semiresidenziali per i disabili. Ecco e questa non è l’unica carenza in tema di disabilità. Le nostre Chiara De Luca e Lidia Galeazzo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In Liguria molti disabili dopo aver compiuto la maggiore età hanno difficoltà.

MARIA TERESA CASTELLI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Mirko ha 23 anni ma pesa 28 kg quindi strutturalmente è un bambino

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per curare i ragazzi come Mirko servono strumenti pediatrici. In tutta Genova si trovano solo all’ospedale Gaslini, dove però i maggiorenni non hanno accesso

MARIA TERESA CASTELLI - PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Vengono dirottati nell'ospedale dell’adulto, in cui spesso non hanno gli aghi per fargli il prelievo

CHIARA DE LUCA Nel 2018 il Gaslini ha stilato una lista di ragazzi che nonostante la maggiore età potessero continuare a essere seguiti in emergenza dalla struttura.

MARIA TERESA CASTELLI PRESIDENTE ASSOCIAZIONE MARUZZA - LIGURIA Nel 2018 è stata fatta questa lista, c’è stato detto che sarebbe partito lo studio di questo ambulatorio e sarebbero stati erogati i fondi da parte della Regione. È tutto sulla carta!

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Con L'istituto Gaslini c’è un’idea che è abbastanza condivisa che è quella di allungare il periodo di presa in carico da parte del Gaslini stesso di alcune fasce, di alcune frange d’età che sono…

CHIARA DE LUCA Quindi aggiornare quella famosa lista del 2018

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Con il Gaslini stiamo lavorando perché questo sia l’alveo giusto

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Uno dei problemi principali poi è anche il ritardo nel riconoscimento dell’invalidità

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI - LIGURIA La norma di legge prevede che la 104 venga erogata entro i 120 giorni. A oggi le tempistiche sfiorano l’anno.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Non avere la 104 significa niente permessi ai genitori per prendersi cura dei figli, non ricevere l’assegno per l’indennità di frequenza e l’impossibilità di iscriversi a scuola. Lo scorso anno, per consentire ai bambini disabili di iniziare regolarmente l’anno scolastico è intervenuto il garante dell’infanzia

FRANCESCO LALLA - DIFENSORE CIVICO GARANTE INFANZIA E ADOLESCENZA - REGIONE LIGURIA La scuola poi alla fine ha quindi accettato che bastasse la certificazione del pediatra di famiglia per ammettere questi bambini all'esercizio dei loro diritti

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Ma con l’iscrizione il problema è risolto a metà. Perché è solo la 104 che stabilisce il numero preciso di ore di sostegno di cui si ha diritto.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A quante ore ha diritto di assistenza a scuola suo figlio?

MATTEO SORMIRIO Dovrebbe aver diritto a 24 ore

CHIARA DE LUCA Ed effettivamente quante ne ha?

MATTEO SORMIRIO 15 al momento.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Di questo problema il garante dei diritti dei minori è all’oscuro.

FRANCESCO LALLA - DIFENSORE CIVICO GARANTE INFANZIA E ADOLESCENZA - REGIONE LIGURIA Non abbiamo avuto dalle famiglie un reclamo di questo tipo su questo fronte qua.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A subire i danni dei ritardi della 104 è anche l'istituto pubblico Duca degli Abruzzi che a settembre si è ritrovato una classe con 7 bambini disabili

MASSIMO ARCURI Ci ha convocato il preside dicendo di cambiare scuola CHIARA DE LUCA Soltanto ai bambini che avevano disabilità MASSIMO ARCURI Che avevano la disabilità, perché erano troppi in una classe

DAVIDE TOSO - PRESIDENTE COMITATO GENITORI ISTITUTO COMPRENSIVO LAGACCIO - GENOVA Chiedere di spostarsi da una scuola a un'altra vuol dire comunque delle volte fare dei sacrifici importanti.

CHIARA DE LUCA Alla fine hanno dirottato tutte le risorse per il sostegno dell’ istituto comprensivo, in quell’unica classe CHIARA DE LUCA C’è un istituto pubblico a Genova che ha sette bambini disabili in una classe

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Non è una buona cosa mi pare, allora il problema comunque io le posso rispondere per la 104. Da un lato abbiamo aumentato il potenziamento della medicina legale ma la vera svolta avviene nel momento in cui noi ci allineiamo all’Inps. Nel momento in cui noi avremmo fatto questo passaggio tutto dovrebbe essere molto più celere.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO L'allineamento però è ancora lontano. Come dimostrano i dati che ci ha fornito Inps Liguria: loro per lavorare una pratica 104 ci mettono 28 giorni, in linea con la media nazionale. Chi ci impiega una vita, quasi sei volte tanto, sono le asl liguri in media 162 giorni. La Liguria è anche la Regione che non riesce a garantire ai bambini con disturbi neuropsichiatrici e del neuro sviluppo le cure previste dal servizio sanitario nazionale

MONICA GASTALDI Ci hanno detto per il momento di muoverci privatamente perché la lista è ancora lunga nel senso che è passato già un anno ma lui al momento è in quarta elementare rischiamo di arrivare alle medie senza nessun percorso riabilitativo

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI LIGURIA Quando viene stilato il piano terapeutico il genitore si ritrova inserito all’interno di una graduatoria, questa graduatoria non scorre. Mio figlio Nicola è stato inserito che aveva 150 bambini davanti, mio figlio Roberto ne ha addirittura 130 davanti

CHIARA DE LUCA Le prestazioni sanitarie le ha dovute pagare lei

MARCO MACRI - PORTAVOCE 2000 FAMIGLIE DISABILI LIGURIA Le ho dovute pagare io. Tutti i mesi spendere 600 euro è una questione veramente difficile

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Attualmente in graduatoria ci sono circa 1700 bambini. Lino è il papà di Andrea, un bambino con un disturbo dello spettro autistico di terzo livello, il più grave che dopo 3 lunghi anni, da poco, è riuscito ad accedere alle cure previste dal servizio sanitario nazionale

LINO BERGAGNA Avevamo fatto un prestito per poter pagare parte delle terapie, pur di dare a lui quello che gli serve

CHIARA DE LUCA Prestazioni di cui Andrea non ne poteva fare a meno?

LINO BERGAGNA Indispensabili per poter crescere per potersi migliorare linguisticamente, rapportarsi con gli altri.

ANTONELLA LAVAGNETTA - PEDIATRA Se non riusciamo a dare a questo bambino nei tempi giusti quello di cui ha bisogno, negli anni successivi, queste cure diventano meno efficaci.

CHIARA DE LUCA Ma perchéé privatamente queste famiglie riescono poi ad accedere a queste cure?

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Ma perché questa è la solita differenza che c’è tra il privato e il pubblico se lei oggi deve fare un’intervento chirurgico la lista di attesa del pubblico è fatto da una determinata lunghezza se lei va nel privato troverà la strada spianata. Noi non vogliamo che questo avvenga

CHIARA DE LUCA E sta avvenendo assessore. Come può accettare la regione che le famiglie si rivolgano ai privati, perché sono terapie comunque costose e parliamo di terapie il cui valore sta proprio nel tempo, nelle tempistiche

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Vero, vero però la Regione non dice di fare questo, la Regione in realtà ha introdotto 2 milioni due anni fa, 1 milione e 7

CHIARA DE LUCA Di questi due milioni però sono arrivati solo 700 mila euro

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA C’è stata la capacità di spesa di soli 700 mila euro perché la capacità erogatrice sia dell’attività pubblica sia di quella privata accreditata non è sufficientemente potente a dover spendere questo denaro, quasi 5 milioni in due anni

CHIARA DE LUCA Allora c’è un problema proprio strutturale

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA Il problema è trovare il personale per erogare queste prestazioni

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO NUOVO La Regione Liguria tra il 2010 e il 2020 ha perso 2.587 operatori sociosanitari, il 10 per cento. Quasi il doppio rispetto alle Marche, la regione più simile per grandezza e densità di popolazione.

LUCA INFANTINO - SEGRETARIO GENERALE FP CGIL LIGURIA Queste sono scelte politiche, io credo ci voglia più attenzione rispetto ai nostri bambini disabili molta più attenzione perché lo Stato, gli Enti locali non possono lasciare sole queste famiglie in difficoltà

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO A erogare la maggior parte delle terapie per i disabili sono gli enti privati no profit accreditati che sono coordinati dal Corerh. Vantano un credito di 5 milioni di euro dalla Regione che, a partire dal 2015, ha preteso degli sconti tariffari e, nonostante due gradi di giudizio, la Regione non ha ancora saldato il proprio debito.

ALDO MORETTI - PRESIDENTE COORDINAMENTO REGIONALE ENTI RIABILITAZIONE HANDICAP Una delle cose principali è snellire le liste d’attesa. Siamo arrivati a concordare una cifra intorno al 1 milione e 7 un milione e 8. L’offerta degli avvocati iniziale è molto più ridicola, 30 mila euro se non sbaglio

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In consiglio regionale, per la legge di bilancio 2022, era stato presentato un emendamento per restituire i 5 milioni dovuti al Corerh, bocciato dalla giunta.

CHIARA DE LUCA Perché la giunta ha bocciato l’emendamento di scostamento di bilancio?

ANGELO GRATAROLA - ASSESSORE ALLA SANITÀ REGIONE LIGURIA La giunta non ha bocciato l’emendamento, noi abbiamo solo detto che il milione e 700 mila che è in valutazione ai nostri uffici, addivineremo a una transazione che varrà più o meno quella cifra lì che serviva a prendersi in carico ulteriormente di altri bambini e snellire le liste d’attesa

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Ad oggi di quel milione e sette non è arrivato ancora nulla!

GIOVANNI BATTISTA PASTORINO - CONSIGLIERE REGIONE LIGURIA Vuol dire non prendere in carico 510 bambini o bambine; quindi, è evidente che la situazione permane grave. Non è una regione per disabili!

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Eppure, la giunta Toti se vuole i soldi sa come reperirli: tra il 2021 e il 2023 ha speso circa 2 milioni e mezzo di fondi europei destinati alla promozione del territorio: sulle magliette delle squadre di serie A il logo La mia Liguria con i colori del partito del Presidente. Ma la Liguria è anche delle persone disabili che praticano sport? Mister Francesco quaranta allena una squadra di prima categoria de La Spezia. Recentemente è rimasto fuori dal campo perché non era accessibile per lui

FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO Per entrare nel campo ci sono le scale, c’è l’ingresso dell’ambulanza ma è ostruito dalle porte e non si può passare, stop.

CHIARA DE LUCA Dei campi che lei frequenta da allenatore, quanti non hanno le barriere architettoniche?

FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO Diciamo 4, 5

CHIARA DE LUCA Su FRANCESCO QUARANTA - ALLENATORE INTERCOMUNALE BEVERINO 30, 40 campi

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Intanto complimenti mister perché è riuscito a vincere il campionato nonostante le barriere. Segno che la passione è più forte e sconfigge anche la deformazione di una visione, di una politica che non riesce neppure a dare una risposta ai genitori di 1700 bambini con disabilità. Ora, per quello che riguarda invece gli impianti sportivi con barriere architettoniche, ci hanno detto che le elimineranno, vedremo se lo faranno. Per quello che riguarda i parcheggi pericolosi per gli autisti con disabilità, insomma l’assessore ci ha scritto, ha detto che ha controllato con la consulta per i disabili, insomma dice che va tutto bene. Quindi, signori automobilisti con disabilità fate attenzione perché la responsabilità è vostra. Dalla scuola invece ci scrivono che apriranno per il prossimo anno due classi. Anche qui verificheremo se lo faranno. Insomma, il paradosso qual è? Il paradosso è che i soldi la Liguria li ha ma non ha il personale per erogare i fondi a sostegno della disabilità. Un paradosso. Questo è il frutto di una politica sanitaria che ha previsto tanti tagli agli operatori sanitari, 10%, e poi, insomma, devono però stare attenti perché hanno costretto i genitori dei bambini con disabilità a rivolgersi ai privati, affrontando sacrifici e normi e, in un caso simile, in Campania, una mamma di un bambino disabile che è nelle stesse condizioni dei liguri, insomma è riuscita ad ottenere dalla Corte di appello un risarcimento. Gli hanno risarcito tutte le spese che aveva anticipato per curare il figlio. In Liguria devono stare attenti dicevamo perché sono 1700 i bambini in questa condizione. Ma non è una condizione solo della Liguria, perché noi, dopo aver lanciato la trasmissione, abbiamo ricevuto tantissime richieste di aiuto. Ecco, Report sarà sempre in prima fila a fianco delle persone più fragili.

Le Città.

L'Italia da scoprire. Da piazza de Ferrari al cimitero di Staglieno: Genova incanta tra bellezza e storia. Piazza Raffaele de Ferrari, palazzo Doria-Tursi, Galata Museo del Mare, la cattedrale di San Lorenzo e il cimitero di Staglieno: alcuni luoghi da visitare in occasione di una prima visita a Genova. Angela Leucci il 25 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Piazza Raffaele de Ferrari

 Palazzo Doria-Tursi

 Galata Museo del Mare

 Cattedrale di San Lorenzo

 Cimitero monumentale di Staglieno

Genova è una città ricca di bellezza e di cultura. Anche coloro che non ci sono stati mai, lo hanno appreso dalle canzoni, quelle della cosiddetta “scuola genovese”, che annovera cantautori di spicco nella storia della musica italiana come Fabrizio De André, Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e altri. Ma se si volesse fare per la prima volta un viaggio a Genova, quali sarebbero i primi luoghi da visitare assolutamente? Qui di seguito alcuni consigli.

Piazza Raffaele de Ferrari 

Naturalmente il primo passo è non prescindere dal gioiello urbanistico e architettonico rappresentato da piazza Raffaele de Ferrari, che poi è la piazza principale di Genova. Qui si trovano diversi monumenti interessanti, tra cui il Teatro Carlo Felice, progettato nel XIX secolo da Carlo Barabino e gravemente compromesso durante i bombardamenti della II Guerra Mondiale, ma poi, fortunatamente mano a mano restaurato, ripristinato e ricostruito su progetto di Carlo Scarpa. Di grande impatto visivo anche la fontana che si trova al centro della piazza, e che è datata 1936.

Palazzo Doria-Tursi 

A Genova esistono moltissimi palazzi e monumenti gentilizi, diversi dei quali sono stati realizzati all’epoca del Rinascimento e del Barocco, e rientrano nei sistema dei palazzi dei Rolli, edifici una cui parte era destinata all’ospitalità diplomatica all’epoca della Repubblica di Genova. Uno di questi edifici è il cinquecentesco palazzo Doria-Tursi, caratterizzato da una facciata multimateriale (e multicolore, grazie ad ardesia, marmo di Carrara e pietra di Finale) e da un bestiario di mascheroni posti sulle finestre. Ospita diversi reperti, come il violino di Nicolò Paganini, e opere d’arte, come la Maddalena di Antonio Canova. Per sapere quando e come visitare palazzo Doria-Tursi, che rientra nel sistema mussale genovese, è bene visitare il sito ufficiale.

Galata Museo del Mare 

Genova e il suo mare sono fortemente legati. Il mare ha infatti rappresentato per la città una grossa fetta di storia - la Repubblica marinara di Genova e i natali di Cristoforo Colombo - un capitolo interessante per l’economia, un’attrazione turistica. È in quest’ottica che è nato Galata Museo del Mare, che raccoglie mappe, ricostruzioni, diorami e tante attività educative per conoscere sempre di più questa città che dall’acqua ha preso ma ha anche restituito. Gli orari di ingresso cambiano in base alla stagione, così come il prezzo del biglietto, che varia in base all’esperienza ma sono previste agevolazioni e gratuità: è sempre utile consultare il sito.

Cattedrale di San Lorenzo 

Si staglia, austera, spirituale e bellissima, contro il cielo di Genova la cattedrale di San Lorenzo, iniziata nel XII secolo e realizzata negli stili romanico e gotico, ma successivamente furono apportate modifiche e aggiunte, tanto che nel XIX secolo la scalinata fu arricchita da statue di leoni, che rappresentano una sorta di guardiani del luogo di culto. L’interno è imponente, non solo per le colonne e gli archi che decorano e delimitano lo spazio tra le navate, ma anche per la presenza di affreschi meravigliosi, come il trecentesco Giudizio Universale.

Cimitero monumentale di Staglieno 

Nel territorio di Genova ricade il cimitero monumentale di Staglieno aperto al pubblico nel 1851 ma progettato e realizzato da Carlo Barabino prima e da Giovanni Battista Resasco poi. Qui si possono trovare monumenti funerari dalla bellezza mozzafiato, e soprattutto si possono rivolgere i propri omaggi ai miti di arte, letteratura, musica, storia perché qui sono ospitate le loro spoglie mortali: dallo stesso Barabino a Nino Bixio, da Fabrizio De Andrè a Giuseppe Mazzini, passando per Michele Novaro, Fernanda Pivano, Edoardo Sanguineti. Anche in questo caso vale la pena controllare il sito ufficiale prima della visita: è possibile avvalersi infatti di una guida ma anche seguire itinerari tematici.

Estratto dell’articolo di Tommaso Fregatti e Matteo Indice per “la Stampa” l'1 agosto 2023.

Notte tra domenica 23 e lunedì 24 luglio, ore 3.17, corso De Michiel, Chiavari. Le immagini del sistema di videosorveglianza del Comune riprendono una sequenza che fra sgranare gli occhi agli inquirenti. Si notano due uomini - risultati poi essere i due parrucchieri egiziani Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel, detto "Tito", 27 anni, e Mohamed Abdelghani Ali alias "Bob", 26 - trascinare a fatica un borsone di colore scuro. Prima in spalla, poi spingendolo sull'asfalto perché troppo pesante. 

Dentro, secondo la Procura e i carabinieri del nucleo investigativo, c'è il corpo di Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla, il connazionale di 19 anni trovato senza vita lunedì sera, decapitato e mutilato nelle specchio d'acqua davanti al porto di Santa Margherita Ligure. 

La stessa telecamera, 50 minuti dopo, riprende nel tragitto inverso i due nordafricani, con la medesima valigia al seguito. Ma adesso appare più chiara perché coperta di calce, usata con ogni probabilità per asciugare il sangue della vittima. E […] «decisamente più leggera» .

La svolta nell'inchiesta su uno degli omicidi più efferati mai registrati a Genova, è arrivata grazie alla ricostruzione dei carabinieri […]: […] Video dopo video i militari del nucleo investigativo, in collaborazione con i colleghi della compagnia chiavarese, hanno ricostruito nel dettaglio non solo la morte di Mahmoud, ma anche e soprattutto le modalità con le quali i due assassini si sono disfatti del cadavere. 

Il quadro accusatorio è risultato così netto che alla fine Tito e Bob […] non hanno potuto fare altro che confessare l'omicidio. Accusandosi sostanzialmente a vicenda sul ruolo di esecutore materiale, ma confermando d'aver partecipato insieme all'occultamento e al sezionamento del cadavere.

Mahmoud Abdalla, ne sono ormai certi magistrati e militari, è stato ucciso dai due gestori dell'"Aly Barber Shop" di via Merano a Sestri per i quali aveva lavorato negli ultimi mesi, che voleva lasciare per prendere servizio in un negozio concorrente sempre nel Ponente (sul movente gli approfondimenti proseguono). 

La decisione di Mahmoud non era andata giù in particolare a Tito, […] che […], spalleggiato da Bob, aveva minacciato anche il futuro datore di lavoro della vittima: «Non prenderlo perché noi perderemmo clienti, rischi di finire male...». 

Nel pomeriggio di domenica 23 luglio hanno di fatto convocato Mahmoud. Il pretesto è stata la consegna di un anticipo di 100 euro dallo stipendio e la possibilità di ritirare alcuni oggetti dal dormitorio di via Vado che da mesi ospitava il diciannovenne, altri giovani impegnati nella barberia e saltuariamente i due killer. 

Il primo fotogramma determinante per l'inchiesta è quindi delle 14.58. Ed è l'ultimo che riprende Mahmoud in vita. Si vede il ragazzo mentre attraversa piazza Poch a Sestri Ponente. Ha una maglietta bianca "Nike", un paio di bermuda di jeans e tiene in mano un trolley grigio chiaro «con bordature scure». 

[...] Ultimo dettaglio: alle 15 di lunedì 24 luglio, Bob si presenta a lavorare nel negozio di Chiavari e dice che «Mahmoud è morto». Ma i suoi resti a quell'ora, dovevano ancora essere ritrovati.

Estratto dell’articolo di Floriana Rullo per il “Corriere della Sera” l'1 agosto 2023. 

«Pensava sempre al lavoro. Era ciò che gli piaceva fare. Sognava, un giorno, di poter aprire un salone tutto suo. Per ora, però, desiderava solo che i suoi, rimasti in Egitto, stessero bene». Khaled è il cugino di Mahmoud Abdalla. Abita a Milano, come anche Mohamed, il fratello del 18enne che invece aveva scelto Genova per rincorrere i propri sogni. Quelli di un giovane arrivato dal proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore da costruirsi in Italia.

[…] Per sei mesi aveva vissuto in un alloggio temporaneo del Comune in Darsena. Poi, ricevuti i primi stipendi, aveva scelto di cercarsi una propria sistemazione. A offrirgliela erano stati proprio Tito e Bob, i due egiziani che, due mesi dopo l’assunzione, ieri hanno confessato di averlo ucciso. 

Con il lavoro nella barberia «Aly Barber shop» gli avevano proposto un alloggio nel retrobottega. Un posto trascurato e condiviso con altri dipendenti ma che gli permetteva di spendere poco, appena 50 euro al mese, e poter mettere via qualcosa per sé ma, soprattutto, mandare i soldi ai genitori rimasti in Egitto. «Era stanco. Voleva cambiare negozio — racconta l’amico Omar —. Diceva di stare troppe ore in piedi, di doversi pagare il pranzo, di guadagnare solo 1200 euro».

Pochi per chi sogna l’indipendenza e ha il desiderio di aprire un salone tutto suo. […] In effetti i social di Mahmoud mostrano solo quella passione per l’occupazione da parrucchiere. Ci sono scatti che ritraggono le sue «opere» nel salone di via Merano, a Sestri Ponente, dove ha lavorato per due mesi. Immagini che lo ritraggono nei giorni di prova nel nuovo negozio di Pegli. E poi c’è lui: allegro, sorridente. Un 18enne che aveva trovato nel lavoro la sua rinascita. E che, per quello, è stato ucciso.

Omicidio di Genova, Mahmoud lavorava in nero e aveva denunciato i suoi datori di lavoro. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera mercoledì 2 agosto 2023.

Intanto i carabinieri del nucleo Subacquei del comando di Genova stanno cercando, lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, la testa mozzata del 18enne 

Aveva denunciato i suoi datori di lavoro durante un sopralluogo della guardia di finanza nella barberia di Sestri Ponente, a Genova, nella quale da alcune settimane si trovava a lavorare in nero così come i suoi compagni con cui condivideva anche la vita nel retrobottega. Era il 19 giugno quando alla Finanza arrivata per un controllo ordinario Mahmoud Abdalla aveva raccontato di essere «sfruttato» e pagato poi sotto banco. Tanto che la Finanza aveva poi aperto un’indagine e alcuni colleghi poi, probabilmente per paura dei titolari, sarebbero anche stati messi in regola.

Ma dopo un mese per il 18enne accoltellato e smembrato da Tito e Bob, titolari dell’esercizio, ora in carcere a Marassi con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, non era cambiato quasi nulla. Per questo aveva deciso di cambiare lavoro.

La convalida

Per i due egiziani di 27 e 26 anni Abdelwahab Kamel, alias Tito, gestore di fatto della barberia, e Mohamed Ali Abdelghani detto Bob oggi si terrà la convalida d’arresto. Intanto sono stati apposti i sigilli al barber shop di Sestri. Da questa mattina invece i carabinieri del nucleo Subacquei del comando di Genova stanno cercando, lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, a pochi passi dal luogo dove il cadavere di Mahmoud è stato mutilato, la testa del ragazzo. A raccontare agli inquirenti dove sarebbe stata gettata da Tito sarebbe stato proprio Bob.

Secondo il racconto Tito l’avrebbe gettata al largo mentre invece, in un viaggio verso Milano, Bob si sarebbe occupato di far sparire le armi, un coltello da cucina e una sciabola, con cui il ragazzo sarebbe stato ucciso e poi fatto a pezzi.

Estratto dell'articolo di open.online.it mercoledì 2 agosto 2023.

Il 19enne Mahmoud Abdalla aveva denunciato alla Guardia di Finanza il suo datore di lavoro. Per questo è stato ucciso e gettato a pezzi a Santa Margherita Ligure. E un’intercettazione incastra i due killer. Il fratello di “Bob” (uno dei due arrestati) dall’Egitto, dove si trova, avrebbe chiamato Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel 26 anni, detto Tito, suo socio delle barberie “Aly Barbe Shop” di Sestri Ponente e di quella di Chiavari, accusandolo di essere lui l’autore del delitto. 

«Sei stato tu ad ammazzarlo e a farlo a pezzi…», gli ha detto. E l’altro: «Non volevo. Il coltello non era mio… è stato durante una lite». Poi i due indagati hanno portato il corpo dentro una valigia usando un taxi. E l’hanno buttato in mare. Dove è riemerso nella spiaggia di Chiavari.

Tutto comincia, secondo la ricostruzione dell’edizione genovese di Repubblica, il 19 giugno scorso. La Guardia di Finanza arriva nel Barber Shop di via Merano a Sestri Ponente. Abdalla dichiara ai militari di lavorare lì ma senza essere in regola. Nella telefonata registrata da Ali Abdelghani, fratello di “Bob”, i due parlano nello stesso giorno in cui la procura chiede per i due il carcere. I due sono in cella da domenica. “Tito” ha ammesso l’omicidio per motivi di lavoro. Poi lui e “Bob” hanno raccontato di aver portato il cadavere in spiaggia in taxi. Hanno amputato loro mani e testa per renderlo irriconoscibile.

Le armi non sono state trovate. Uno dei due accusa l’altro di averle portate a Milano per farle sparire. L’altro nega. […]

Mahmoud denunciò i suoi capi alla Finanza: "Pagati a nero, ci sfruttano". A giugno il 19enne denunciò i titolari della barberia per sfruttamento. Oltre alla denuncia, agli atti dell'inchiesta anche l'audio della presunta confessione del gestore della barberia accusato con l'altro egiziano dell'omicidio. Rosa Scognamiglio il 2 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La denuncia

 Il movente dell'omicidio

 La telefonata

Ci sono dei verbali agli atti dell'inchiesta sull'omicidio di Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla, il 19enne ucciso e poi mutilato nella notte tra il 23 e il 24 luglio, che sembrerebbero confermare il movente della ritorsione alla base del truce delitto. Stando a quanto riporta il quotidiano La Stampa, il 19 giugno scorso, durante un'ispezione della Guardia di Finanza all'interno del salone di barberia di Sestri Ponente, il ragazzo denunciò i suoi titolari per un sistema di sostanziale "sfruttamento" nei confronti dei collaboratori. Non solo. Tra il materiale acquisito dagli inquirenti in queste ore vi sarebbe anche la registrazione di una telefonata in cui Tito, il gestore della barberia, avrebbe confessato di aver ucciso il giovane al fratello dell'altro indagato, titolare formale del negozio.

Mahmoud, i sommozzatori cercano i resti del corpo tra gli scogli

La denuncia

La denuncia di Mahmoud rappresenta l'elemento più significativo dell'inchiesta perché chiarisce, almeno in parte, il movente del macabro omicidio. Come anticipato dal quotidiano torinese, a giugno le Fiamme Gialle avevano effettuato un'ispezione ordinaria all'interno del negozio di via Merano, dove il 19enne lavorava a nero. In quel frangente, il ragazzo non aveva fatto mistero di essere pagato sottobanco nonostante in precedenza gli fosse stata prospettata la possibilità di un contratto parzialmente regolare. I suoi colleghi invece erano stati più reticenti. Fatto sta che il verbale di quell'accertamento rappresentava il punto di partenza per avviare un'istruttoria che, a stretto giro, avrebbe potuto creare non pochi problemi alla barberia.

Mahmoud, 19enne ucciso e mutilato perché voleva cambiare lavoro

Il movente dell'omicidio

Nei giorni successivi al sopralluogo della Guardia di Finanza, Mahmoud aveva rivelato al gestore dell'attività l'intenzione di trovarsi un nuovo lavoro chiedendo, altresì, di saldare le sue pendenze. E così, il 23 luglio scorso, Tito lo aveva convocato per un chiarimento poi sfociato, invece, nel macabro delitto. Le fasi successive dell'omicidio, quelle relative allo smembramento del cadavere, sono tragicamente note. Il corpo esanime di Abdalla è stato trasportato in taxi, chiuso all'interno di una valigia, da Sestri Ponente a . Poi, su una lingua di sabbia alla foce dell'Entella, il 19enne è stato mutilato di mani e testa prima di essere gettato in acqua.

La telefonata

Agli atti dell'inchiesta vi sarebbe anche la registrazione di una telefonata intercorsa tra Tito e il fratello di Bob, tal "Aly", il titolare formale del salone. A scanso di equivoci è bene precisare che Aly aveva lasciato l'Italia un mese prima dell'omicidio con un volo diretto da Fiumicino a Il Cairo. Ed è proprio dall'Egitto, una volta appresa la notizia del truce delitto, che aveva chiamato Tito. Messo alle strette, l'uomo avrebbe quindi ammesso le sue responsabilità. Ora la registrazione è al vaglio degli inquirenti e potrebbe essere utile a definire i ruoli dei due indagati.

(ANSA mercoledì 2 agosto 2023) - I due arrestati accusati dell'omicidio del diciannovenne egiziano Mahmoud Abdalla, avvenuto domenica 23 luglio in un appartamento a Genova, avevano comprato una mannaia e un coltello in un negozio di cinesi due ore prima del delitto. Per questo motivo ora rischiano l'accusa di omicidio premeditato. I due, Abdelwahab Kamel detto "Tito" e Abdelghani Aly detto "Bob", davanti al gip si sono avvalsi della facoltà di non rispondere durante l'interrogatorio di convalida del fermo.

Con le due armi avrebbero ucciso, decapitato e mutilato - tagliandogli le mani - il giovane. Questo potrebbe spingere gli inquirenti a rivedere l'imputazione trasformandola in omicidio premeditato. Ad aiutare gli inquirenti le immagini di alcune telecamere di videosorveglianza a Sestri Ponente che hanno ripreso Tito e Bob in due distinti momenti vicino ad un negozio cinese di Sestri. 

Nel secondo filmato si nota un sacchetto contente un oggetto contundente che non era presente nelle prime immagini. Poco prima proprio dallo stesso negozio risulta emesso, dal registro della cassa, uno scontrino per l'acquisto di un coltello e di una mannaia. Il sostituto procuratore Daniela Pischetola ha contestato per questo oggi ai due uomini il probabile acquisto di armi, accusa che ha portato 'Tito' e 'Bob' ad avvalersi della facoltà di non rispondere all'interrogatorio di convalida del fermo avvenuto nel carcere di Marassi.

Intanto, a causa del mare agitato, sono state sospese le ricerche della testa della vittima da parte dei carabinieri del nucleo subacquei che la stavano cercando lungo la scogliera della colmata a mare di Chiavari, a ponente della foce dell'Entella dove 'Bob' ha detto che sarebbe stata gettata. A Chiavari è stata riaperta la barberia di corso Dante che era gestita da Tito: al lavoro ci sono altri egiziani.

(ANSA mercoledì 2 agosto 2023) - La violenta lite, finita in omicidio, tra Mahmoud Abdalla (19 anni) e il suo datore di lavoro, Abdelwahab Ahmed Gamal Kamel, 26 anni, detto Tito, è nata per motivi di lavoro.

Sembra che la vittima durante l'alterco abbia minacciato il suo carnefice, egiziano come lui, di denunciarlo nuovamente perché lo pagava in nero. Lo aveva già fatto il 19 giugno scorso quando la Guardia di Finanza fece un controllo nella barberia di via Merano, nel quartiere genovese di Sestri Ponente. 

Abdalla disse che non era in regola. Lo rivelano alcuni quotidiani. Non è chiaro se a chiamare le Fiamme gialle sia stato proprio lui, oppure se fosse in corso un controllo di routine. Intanto, oggi sbarca a Genova il Ris di Parma. 

I militari del Reparto investigazioni scientifiche torneranno nella casa-dormitorio di via Vado, a Sestri, dove è avvenuto l'omicidio. Qui i carabinieri del Nucleo investigativo i Genova per ben tre volte hanno cercato con il luminol tracce di sangue. Invano. In quella casa, però, Tito e Bob hanno chiuso il corpo in una valigia, lo hanno trasportato in taxi fino a Chiavari, qui lo hanno mutilato e gettato in mare, nella notte tra il 23 e 24 luglio.

1992: inaugurazione dell'Acquario di Genova, il più grande d'Europa. Inaugurato in occasioni delle Colombiadi, i 500 anni dalla scoperta dell'America, l'Acquario di Genova è divenuto una delle più importanti realtà del mondo. Tommaso Giacomelli il 28 Maggio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Disegnato da Renzo Piano

 L'Acquario di Genova oggi

Sono passati esattamente 500 anni da quando il genovese Cristoforo Colombo salpò dal porto di Palos con tre caravelle (Nina, Pinta e Santa Maria) per raggiungere le Indie attraversando il maestoso e periglioso mare che si trova nel mezzo, l'Oceano Atlantico, per scoprire invece l'America. Nel 1992 Genova è il centro dei festeggiamenti di questo straordinario evento che ha cambiato il corso della storia, tanto che nella città ligure si tiene l'EXPO. Il centro della rassegna verte sull'inaugurazione di un nuovo punto di riferimento per le scienze, il turismo e la biologia: l'Acquario di Genova. La struttura prende vita a Ponte Spinola nel cinquecentesco Porto Antico del capoluogo ligure.

Disegnato da Renzo Piano

Nessun architetto quanto l'italiano Renzo Piano ha incarnato lo spirito innovativo della rinascita del secondo dopoguerra. Ed è proprio sua la firma sulla struttura che ospita quello che, al taglio del nastro, diventa il più grande acquario d'Europa e il secondo nel mondo. Suggestivo e intrigante, visto da fuori l'Acquario genovese assomiglia a una grande nave attraccata in porto in attesa di salpare verso l'orizzonte, alla caccia di qualche avventura nei lontani mari orientali. All'architetto statunitense, Peter Chermayeff, spetta il compito di disegnare gli ambienti interni del polo di biodiversità marittime. Un incarico che accetta di buon grado, anche per omaggiare l'illustre genovese che ha scoperto la sua patria cinque secoli prima.

Alla fine, nasce un percorso che rappresenta al meglio gli ambienti acquatici del pianeta Terra, permettendo ai visitatori di vedere a breve distanza come vivono i delfini, o come nuotano gli squali, come se la cavano i pinguini e i lamantini, le foche e le meduse, senza tralasciare le creature del freddo Antartide o i pesci dei mari tropicali. Oggi la struttura si articola in 27.000 metri quadri che permettono a 11.000 animali di 450 specie diverse di vivere in un ambiente ospitale e fedelmente riprodotto.

L'Acquario di Genova oggi

Nel corso degli anni l'Acquario di Genova è stato soggetto ad ampliamenti, restyling e ammodernamenti che gli hanno permesso di restare un punto di riferimento del settore a livello continentale, anche se altre strutture europee più recenti hanno provato a scalzarlo dal gradino più alto del podio per grandezza. In ogni caso il suo percorso è suggestivo e totalmente immersivo, snodandosi attraverso 40 grandi vasche che riproducono la vita sottomarina, alle quali si sommano altre 4 cisterne a cielo aperto del Padiglione dei Cetacei, aperto nel 2013, e sempre a cura di Renzo Piano. 

All'interno della Nave Italia, imbarcazione riprogettata e ormeggiata nel Porto Antico, si possono ammirare ambienti dedicati al Mar Mediterraneo, al mondo tropicale e al Madagascar, una delle aree dalla più massiccia concentrazione di biodiversità endemica al mondo. In circa due ore e mezzo si ha l'opportunità di conoscere infinite sfaccettature del mondo marino e non serve essere bambini per guardare le creature acquatiche con ammirazione e stupore. In oltre 30 anni di attività l'Acquario di Genova ha ospitato più di 33 milioni di visitatori con una media di oltre 1 milione all'anno, ma il contatore non ha nessuna intenzione di interrompere la sua corsa.

La Storia.

(ANSA l’11 aprile 2023) - Nel Medioevo finanziarono la costruzione dei moli di Genova con il loro lavoro di prostitute. Oggi, secoli dopo, la città è pronta a rendere omaggio con una targa commemorativa a tutte quelle donne che tra il 1300 e 1400 consentirono alla Superba di diventare una potenza mondiale.

 A darne notizia è Il Secolo XIX. "Dovevano pagare cinque soldi al giorno alla Repubblica di Genova, tra il Tre e il Quattrocento - ha spiegato il presidente del municipio Centro Est Andrea Carratù - e quel loro contributo era stato essenziale per realizzare le opere portuali".

L'idea di omaggiare le prostitute genovesi dell'epoca nacque dall'idea di una associazione della città vecchia, la Fondazione Amon, che era stata sostenuta nella sua battaglia da Comunità San Benedetto e Princesa, concordi nel voler dare un riconoscimento alle donne di strada nel 2017 e dopo cinque anni sembrerebbe arrivata alla conclusione. Una iniziativa culturale per rimediare ad una vera e propria ingiustizia: anche se i moli cittadini erano stati costruiti con il lavoro delle lucciole, proprio a loro era vietato persino avvicinarsi all'area portuale per non distogliere dal lavoro i camalli e i marinai.

 "Il luogo per collocare la targa è già stato individuato, sulla parte esterna di Sottoripa dietro a Palazzo San Giorgio", spiega Daniela Marziano, avvocata e assessore del municipio Centro Est. "La Sovrintendenza deve ancora pronunciarsi su alcuni dettagli del testo e sul materiale della targa - riprende Marziano - ma il senso è ormai definito, c'è una delibera municipale e l'operazione si farà».

Il testo (provvisorio) suona così: "Tra il XIV e il XV secolo le lavoratrici dell'antica 'arte del meretricio' potevano esercitare, protette e curate, versando 5 soldi al giorno alla Repubblica di Genova. Con i proventi di tale gabella la Repubblica finanziò importanti opere monumentali, tra queste la costruzione e l'ampliamento della fabbrica, zona che era vietata alle nostre lavoratrici".

I Politici.

I Politici. Estratto dell’articolo di Giuseppe Filetto e Matteo Macor per repubblica.it il 4 gennaio 2023.

Un evento storico, l'ha definito Giovanni Toti, il presidente della Regione Liguria, già giornalista di Mediaset. Il Concertone di Capodanno […] adesso è sotto i riflettori della Procura di Genova.

 Tanto che negli scorsi giorni a Palazzo Tursi, la sede del Comune, si sono presentati i carabinieri […] che hanno chiesto l'acquisizione della delibera (o della determina) con la quale l'amministrazione comunale e il sindaco Marco Bucci hanno assegnato la promozione dell'evento ai canali televisivi di Berlusconi. Escludendo a priori tutti gli altri.

"In particolare è stato chiesto di sapere quali criteri ci siano stati alla base della scelta del contraente e nella determinazione dell'importo totale dell'appalto di 241.271,62 euro che compete al Comune - spiega una qualificata fonte - La Regione ha pagato poco di più, per un totale di circa 500mila euro".

 Tutti soldi che sono andati alle Reti Fininvest, aggiunti a quelli pagati da Esselunga e altri brand nazionali come sponsor. In sostanza, perché il contratto con l'operatore incaricato della messa in onda dell'evento sia stato stipulato con Mediaset e non con altri soggetti. Perché, insomma, non sia stata indetta nessuna gara pubblica.

In attesa di capire se sotto le attenzioni della Procura è finita anche la Regione Liguria (la moglie di Toti, Siria Magri, è condirettore di Videonews,  testata giornalistica di Mediaset), di fatto l'ente capofila del progetto Capodanno. Quello che pare chiaro è che il tutto nasce da uno (o più) esposti (non anonimi) sull'evento. Anche se, a quanto pare, a chiedere l'intervento della magistratura sarebbero stati i concorrenti televisivi nazionali. Quelli che si ritengono esclusi anzitempo. Il pensiero corre a Rai e La7. Che, però, smentiscono.

 In ogni caso, in Comune a Genova si fa capire di non temere più di tanto, visto che non era richiesta alcuna gara, trattandosi di servizio ed evento in esclusiva su rete nazionale, proposto dalla stessa Mediaset. E però il Codice degli Appalti in merito fissa delle soglie, delle cifre oltre le quali è d'obbligo indire la gara invece che procedere con  trattativa privata e affidamento diretto. Infatti, le soglie sono diverse. Dipende in quale tipologia è stato inquadrato l'evento: se sulla voce beni oppure su quella dei servizi. Comunque, in Procura si parla di una soglia di 140 mila euro. Fino  a qualche tempo fa era di 60mila, poi alzata da Matteo Salvini. 

 Al momento il fascicolo […[ ipotizza il reato di turbativa d'asta. E non sarebbe contro ignoti: trapela che vi siano già degli iscritti. […]

 "In merito agli eventi organizzati in occasione del Capodanno a Genova, l’Amministrazione comunale puntualizza che tutti gli atti sono pubblici e pubblicati in trasparenza - si legge nelle poche righe di comunicato diffuso sul tema dal Comune - Negli affidamenti per l’erogazione di servizi è stata seguita la procedura negoziata, come definita all’articolo 3, comma 1, lettera u del Decreto legislativo n. 50/2016 e successive modificazioni e integrazioni.

 Inoltre, il ricorso alla trattativa privata è previo esperimento di indagine di mercato, al fine di garantire la scelta nel rispetto non solo dei principi di buon andamento e imparzialità, ma anche quelli di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza previsti dall’articolo 1, comma 1 della Legge n. 241/1990 e successive modificazioni e integrazioni.

 Si specifica, inoltre, che il vigente Regolamento per le acquisizioni in economia di beni e servizi all’articolo 3, comma 1 fornisce un dettagliato elenco delle tipologie di beni e servizi che possono essere acquistati in economia; all’articolo 6, comma 6 precisa che l’affidamento diretto per servizi e fornitura in economia di importo inferiore a euro 40.000 è ammesso e che, in deroga all’articolo 36 comma 2, lettera a) del Decreto legislativo n. 50/2016 è consentito l’affidamento diretto per forniture di importo inferiore a euro 139.000 fino al 30 giugno 2023 ai sensi del Decreto legge n. 77/2021. Infine, l’Amministrazione comunale conferma che c’è la piena collaborazione con gli inquirenti nello svolgimento delle indagini".

Paolo Ferrari per “Libero quotidiano” il 5 gennaio 2023.

Toghe senza più freni: in Italia serve il "bando di gara" anche per il concerto di Capodanno. La Procura di Genova ha aperto un fascicolo, per l'ipotesi di reato di "turbativa d'asta", sul concerto del 31 dicembre scorso organizzato dal Comune del capoluogo ligure nella centralissima piazza De Ferraris e andato poi in onda su Canale 5.

 A presentare la denuncia è stata Unione popolare, la coalizione di ultrasinistra composta da esponenti di Potere al popolo, del centro sociale napoletano "Je so' pazzo", di Rifondazione comunista, e di Dema, il movimento dell'ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris, soprannominato Giggino a' manetta per il suo passato da magistrato.

Il programma di Unione Popolare, che alle ultime elezioni ha preso circa 400mila voti e qualche migliaio a Genova, contiene alcune "perle" che vale la pena ricordare: aumento del reddito di cittadinanza a mille euro, abolizione dei jet privati, legalizzazione delle droghe, tetto di 5000 euro alle pensioni a prescindere dai contributi versati, sanatoria per tutte le occupazioni abusive e conseguente regolamentazione dell'esproprio proletario.

 Con un tempismo che archivia anni di polemiche sui ritardi della giustizia, la Procura di Genova si è comunque immediatamente attivata dopo l'esposto in questione, inviando ieri mattina i carabinieri negli uffici comunali per acquisire tutte le delibere relative al conferimento dell'incarico.

In pratica, secondo l'accusa dei seguaci di de Magistris, il Comune di Genova per organizzare il Capodanno in piazza condotto da Federica Panicucci avrebbe dovuto effettuare prima una "gara pubblica" e non rivolgersi direttamente a Mediaset pagando circa 240 mila euro, suddivisi in quattro tranche.

 L'amministrazione genovese risponde invece che è tutto regolare: «Il ricorso alla trattativa privata, previo esperimento di indagine di mercato spiegano da Palazzo Tursi, - è stato realizzato al fine di garantire la scelta nel rispetto non solo dei principi di buon andamento e imparzialità, ma anche quelli di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza».

Il regolamento per le acquisizioni in economia di beni e servizi del capoluogo ligure disciplina infatti i casi in cui si possa procedere con l'affidamento diretto, la cui soglia è 40mila euro, con una deroga fino a 139mila voluta dal governo Draghi nel 2021.

 Le indagini sono condotte dal pm Walter Cotugno, già noto alla cronaca giudiziaria per avere ordinato, quando era a Pavia, una serie di sequestri che fecero clamore, come quelli di una centrale elettrica e dell'ufficio urbanistica del Comune di Voghera. Il nome di Cotugno è però legato ad un altro sequestro, quello nel 2011 del Force Blue, il mega yacht di Flavio Briatore.

 Per il magistrato lo yacht risultava intestato a una società offshore di chartering. Briatore venne accusato di aver "schermato la proprietà della barca per risparmiare le accise sul carburante", ipotizzando una frode pari a 3,6 milioni di euro. Prima della fine del processo l'imbarcazione era stata messa all'asta per 7 milioni ed acquistata da Bernie Ecclestone. La Cassazione, però, aveva alla fine dato ragione a Briatore il quale ha chiesto nei mesi scorsi, oltre ai 7 milioni pagati da Ecclestone, 12 milioni di euro di euro di danni allo Stato per aver svenduto il suo natante.

Soldi che, con ogni probabilità, saranno messi a carico della collettività e non del magistrato. «Ci rammarica che a ogni evento di successo, come il Capodanno di Genova, dove oltre alla enorme visibilità della nostra regione si è distinta una piazza e una città con una perfetta organizzazione e gestione dell'ordine pubblico, arrivi l'esposto dei soliti noti per gettare fango», ha commentato il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti.

«Siamo certi - assicura il governatore- che tutte le procedure siano state rispettate nella forma e nella sostanza e che i magistrati faranno al più presto chiarezza sulla regolarità dell'evento che ha portato promozione, divertimento ma soprattutto lavoro e ricchezza alla nostra terra come dimostrano anche i dati record sulle presenze turistiche nella nostra regione». «È un vecchio vezzo di chi non riesce a portare avanti le proprie idee con gli strumenti della democrazia - ha quindi concluso Toti- quello di rivolgersi alla magistratura: chi pensa di nascondere la propria mediocrità dietro le carte bollate se ne faccia una ragione».

Da lastampa.it il 29 Dicembre 2022.

In Liguria – prima regione italiana – nascerà  il tatuatore della mutua. Sta infatti per essere approvata in consiglio una proposta di legge che farà rientrare i tatuaggi nelle prestazioni del sistema sanitario regionale. 

Nel Bilancio della Regione, appena approvato, un ordine del giorno della Lega ha infatti impegnato la giunta a organizzare un percorso per sostenere i tatuaggi con finalità medica cui si sottopongono i liguri.

Si tratta però solo del primo atto, come spiega il consigliere regionale Alessio Piana, Lega, presidente della III Comissione regionale: «Dobbiamo sostenere anche sul piano psicologico i pazienti e spesso un tatuaggio con finalità medica aiuta a superare molte complessità - dice - ecco perché abbiamo compiuto solo il primo passo, in aula, per arrivare nei prossimi mesi a perfezionare una proposta di legge a riguardo, per inserire i tatuatori professionisti certificati e esperti in tatuaggi medici, nel sistema sanitario regionale».

Dagospia il 29 Dicembre 2022.

(L'istituzione chiude per far posto alla tv)

Dal profilo Facebook di Ferruccio Sansa 

Questo è un ufficio pubblico: la poltrona di raso rosa, lo specchio ovale, un altro specchio a lato per vedersi di profilo e capire l'effetto che fa. Magari darsi un colpetto di cipria, un ritocco con il mascara. Intanto c'è anche la cassettiera per i trucchi. E se sei stanco ti riposi sul bel divanetto di pelle bianca.

Strabuzzo gli occhi. Ero entrato nel palazzo della Giunta della Regione, in piazza De Ferrari, per andare all'ufficio dell'assessore e invece trovo un boudoir stile primi Novecento. Mica male per un ufficio pubblico. Ma che succede? Sono impazzito io?

No, a Genova siamo nel mezzo di un esperimento unico: gli uffici pubblici della Regione sono stati trasformati in un gigantesco camerino TV. Direte voi... è il teatrino della politica. 

Continuo a camminare e le sorprese non finiscono: semplicemente gli uffici pubblici hanno chiuso baracca e burattini per lasciar posto ai camerini della festa di Capodanno. Gli impiegati e dirigenti sono spariti (spediti a casa!) per far posto a tecnici e ballerine. I computer e le scrivanie sono tutti imballati e nascosti per essere sostituiti da specchiere, armadi per il trucco, luci da palco, monitor e console per radio e TV.

Accanto all'ufficio dove campeggia la targa dell'assessore Scajola c'è un post it sulla porta: Patty Pravo. Nelle stanze della segreteria c'è scritto Leali e Facchinetti.

Scusi, ma io volevo chiedere una mappa catastale... Niente da fare, risponde una truccatrice. È tutto sigillato, rinchiuso chissà dove in qualche armadio. 

Ripassi dopo Capodanno, magari dopo l'8 gennaio, adesso si fa festa.

Nei corridoi, tra cassoni da cui emergono tutù e costumi con le paillettes si aggirano gli ultimi funzionari. "Credevo di aver visto di tutto... sa, io sono uno di quei dipendenti pubblici vecchio stile", dice uno osservando la targa scintillante del camerino di Federica Panicucci al posto dell'ufficio del segretario. Niente pratica e mappe, al massimo ti danno un po' di cerone. 

Il funzionario non è il solo un po' spaesato. Forse siamo in tanti vecchio stile.

Ma dai...  facciamo festa. Buon anno a tutti.

Forse è davvero vecchio stile chiedersi quanti soldi pubblici costerà.

È vecchio stile stupirsi vedendo un palazzo istituzionale che chiude le porte al pubblico e si trasforma in un camerino.

Allegria, allegria.

Sì, siamo noi fuori posto che storciamo il naso vedendo che al posto di dipendenti pubblici e assessori ci sono i tecnici Mediaset di Berlusconi. Già, quello per cui lavorava Toti quando faceva il giornalista. Quello che era il suo padrino politico.

Vabbè dai, sciocchezze.

Ora brindiamo. Allegria. Buon anno.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA. (Ho scritto dei saggi dedicati)

Succede in Emilia Romagna.

Il ceto Carlotta. I teppistelli, il rusco e le patologie della psiche collettiva di Bologna. Guia Soncini su L'Inkiesta il 28 Settembre 2023

Questo non è un articolo, ma un verbale che girerò al Giudice di pace quando il Comune “che tremare il mondo fa” mi multerà a causa dei cassonetti che non funzionano. Ma io so e, a differenza di Pasolini, ho le prove

Questo non è un articolo, perché se fosse un articolo sarebbe il quattrocentesimo articolo su come Bologna sia una città governata da un paio di patologie della psiche collettiva, il cui incastro origina un pensiero magico per cui gente che abita in un posto gestito come Beirut è convinta di vivere sotto Lorenzo il Magnifico.

Questo, poiché sappiamo tutti che io non sono per niente ripetitiva, non è il mio quattrocentesimo articolo sulla spazzatura (in bolognese: rusco) locale come metafora di un po’ tutto. Questo è un verbale.

Pare che a Bologna ci siano le baby gang, come le chiamano quelli che hanno fatto inglese alle medie. I loro genitori, che avevano ancora abbastanza confidenza con l’italiano da mescolarlo coi gerghi locali invece che col doppiaggese, avrebbero detto: ci son dei cinni che fanno i teppisti.

Pare che questi cinni, come a Bologna vengono chiamati i ragazzini, imperversino soprattutto in via D’Azeglio, che è una strada che parte da piazza Maggiore (più precisamente: da casa di quella che era la mia prof di pianoforte), passa per casa di Lucio Dalla, prosegue per la scuola privata dalla quale siamo prima o poi passati tutti noi ciucci benestanti, arriva al ristorante preferito dai cantanti locali, e finisce sui viali.

Poiché non esiste la cronaca ma esistono le lealtà delle percezioni politiche, e poiché Bologna è governata da una giunta percepita di sinistra, questi teppistelli li racconta il Resto del Carlino, quotidiano percepito di destra. Che va a parlare coi commercianti, i quali si lamentano di quest’arancia meccanica in sessantaquattresimo: ragazzini che entrano al bar e col coltello ma rubano tre bibite invece che l’incasso.

Una legge e pensa: beh, l’efficienza della piccola criminalità rispecchia sempre l’efficienza del luogo in cui essa opera. Bologna fa sembrare Roma una città fondata sul lavoro, ed è quindi giusto che anche i ladri siano troppo sfaccendati per rubare davvero.

Tra le intervistate dal Carlino c’è anche la signora Carlotta (forse il più bolognese dei nomi della mia generazione), che in via D’Azeglio ha una boutique, e dice che insomma, son più fastidiosi che pericolosi, le rubano i fiori che mette fuori dal negozio, e che lei «nel dubbio» ad agosto si chiudeva dentro al negozio.

Il giorno dopo, la signora Carlotta fa un video su Instagram essendo stata assalita da due sindromi. Quella, universale, del commerciante: se dici che il tuo negozio è assediato dai teppisti, non è che il tuo portico poi si spopola e nessuno più viene a fare acquisti da te, specie ora che manca poco alla temibile stagione in cui fa buio alle quattro? «Volevo rassicurarvi, potete venire a trovarci, via D’Azeglio resta una bellissima strada».

E quella, locale, del cittadino che deve farsi carico di tutto ciò che non fanno le istituzioni, mica lamentarsi perché paga le tasse e le istituzioni con quei soldi dovrebbero fare il loro dovere (che orrore: che riflesso di destra, nonché milanese, lavoro-pago-pretendo). E quindi la signora Carlotta fa quel che fanno da sempre quelli che non hanno il coraggio delle loro parole: dice che il Carlino ha preso una frase ma lei aveva fatto «un discorso ampio» (incredibile che non abbiano pubblicato il monologo integrale della signora Carlotta, con tanto di glosse).

Dettaglio buffo: essendo Bologna ferma al 1982, non ha un’idea neanche vaga delle modalità lessicali della sinistra contemporanea; la signora Carlotta dice «fiori dei cinesi», e poi trasecola perché qualcuno interviene a giudicare razzista questa definizione al ribasso.

Il fatto è che i teppisti pare siano ospiti di un centro per minori non accompagnati, e il ceto-Carlotta teme d’essere percepito non solidale assai più di quanto tema la rapina: «Sono degli atti di ragazzi che magari entrano dentro delle problematiche socioculturali che forse più che con la polizia vanno risolte anche con una rete di solidarietà sociale e di assistenza», dice la signora Carlotta sembrando la cugina bolognese di Verdone sempre teso al rinnovamento, e prontamente ripostata dal sindaco il cui lavoro principale è ripetere in spregio a ogni evidenza fattuale che la sua è una città accogliente e vivibile e sarcazzo, la più accogliente e vivibile e sarcazzo d’Europa.

Cosa c’entra tutto questo col rusco?, diranno i miei piccoli lettori. C’entra, perché alle tre di pomeriggio del 27 settembre, in una piazza bolognese di cui non farò il nome sennò la prossima volta ci trovo qualche Carlotta furibonda ad attendermi, ho provato a buttare la spazzatura nella finestrella solo per solutori abili che si apre con la carta smeraldo, una psicopatologia locale per la quale i cassonetti non possono aprirli i fuorisede (ideale, in una città universitaria).

Ero davvero fiera di me e d’aver composto un sacchetto sufficientemente piccolo da entrare nella finestrella (il ceto-Carlotta è entusiasta che gli siano richieste capriole e acrostici per buttare il rusco: se non si sbatte tantissimo per fare cose che dovrebbe fare quel comune cui paga apposita tassa, non si percepisce di sinistra; se al bolognese dici che a Milano, con tassa di pari entità, la spazzatura vengono a prendertela a casa in quantità a piacere, esso va in tilt come l’intelligenza artificiale davanti alle anomalie).

Ero anche gongolante perché il lettore della carta smeraldo aveva funzionato (accade una volta su venti), e la finestrella si era aperta. Ci ho infilato il mio bravo sacchetto, e ho fatto per pigiare il pedale per richiuderla e correre verso il mio impegno. Ma il pedale era rotto: la finestrella non si richiudeva.

A quel punto il ceto-Carlotta avrebbe provveduto a inginocchiarsi in mezzo allo schifo e riparare il pedale, o a cercare un altro cassonetto in zona, o altra perdita di tempo ed energie che prevede che uno sia ricco di famiglia e non debba andare a lavorare. Io ho lasciato il mio sacchetto lì, nella finestrella aperta, pensando: come minimo mi faranno la multa.

Loro a me, invece di chiedere io a loro che mi restituiscano i soldi della tassa sulla spazzatura, spazzatura che circondava il cassonetto come ogni cassonetto bolognese (Fatima è niente e Ustica nientissimo, in confronto al mistero di: ma com’è possibile che nel centro di Bologna non grufolino i cinghiali?).

Ricordo perfettamente la sera, un paio d’anni fa, in cui un’esponente del ceto-Carlotta mi spiegò che lei girava con in borsa i guantini di plastica per ripulire ciò che vedeva fuori posto, sacchetti della spazzatura, cacche di cane: tutto ciò per pulire il quale pagava una vana tassa al comune.

Ricordo perfettamente il mio spavento nel constatare che il ceto dei netturbini volontari mai avrebbe preteso un’efficienza minima dalla propria amministrazione locale, e sempre si sarebbe ridotto come quei genitori che comprano il cane a figli che promettono che lo porteranno giù loro, e poi borbottando passano la vita a portar giù un cane di cui i figli si disinteressano e che loro neppure volevano.

Ricordo la sera in cui vidi per la prima volta la patologia della psiche collettiva che regge Bologna, una città che invece d’un’amministrazione comunale ha una codipendenza psichiatrica, e ricordo anche le multe che ti arrivano quando molli lì il sacchetto in un cassonetto inservibile, e per l’utilizzo del quale hai pagato apposita tassa.

In questo caso, di fianco c’era un secchio del vetro, anche quello con pedale rotto, circondato da bottiglie vuote. Quando sono ripassata alle quattro e mezza, quello del vetro era ancora rotto, l’altro apparentemente era stato disincastrato, vai a sapere se da un professionista o da qualcuno del ceto-Carlotta.

Questa paginetta serve quindi per mettere a verbale che io il 27 di settembre il sacchetto l’ho infilato nel buco giusto, e mica è colpa mia se il buco s’è rifiutato d’ingoiarlo. Quando tra qualche mese mi arriverà una multa – giacché, quando ti danno la carta smeraldo, ti spiegano minacciosi che loro sanno se sei stata tu l’ultima ad aprire la finestrella – e quella multa pretenderà ch’io compili un verbale per ricorrere al giudice di pace, come fossi una sfaccendata bolognese con intere giornate libere, ecco, quel giorno io allegherò questa paginetta al mio ricorso.

Ho anche le foto, dei pedali rotti e del rusco che circonda i cassonetti. Se i cassonetti non avessero le finestrelle selettive, sembrerebbero foto di monnezza romana. Scusaci, Gualtieri: non so perché la reputazione del porcile mal governato debba accollartela tutta tu; probabilmente è perché hai fatto l’errore di non nascere in mezzo al ceto-Carlotta.

I 5 borghi più belli dell'Emilia Romagna. Se siete alla ricerca di paesaggi indimenticabili la regione Emilia Romagna è il posto che fa per voi, con i suoi borghi storici ricchi di fascino. Ecco i cinque davvero imperdibili. Monica Cresci il 24 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Brisighella

 Bobbio

 Montegridolfo

 Gualtieri

 Montefiorino

Gli appassionati di location storiche non possono certo farsi sfuggire la magia che traspare dai borghi della regione Emilia Romagna, con ben 13 mete inserite di diritto all'interno dell'elenco ufficiale dei borghi più belli d'Italia. Del resto la regione vanta un territorio ricco di paesaggi e destinazioni incredibili, dove le aree pianeggianti cedono il passo a quelle montane più selvagge e dall'aspetto severo. Fino a degradare verso le colline e le aree del mare, dove la natura è sempre la protagonista principale.

All'interno di questo territorio così ricco di spunti trovano degna collocazione una serie di borghi incredibili, tante piccole gemme di pura bellezza. Dove storia, natura e arte si fondono creando paesaggi suggestivi e di grande atmosfera: castelli, torri che svettano tra i boschi di faggio o che troneggiano sul panorama circostante, ma anche cinta murarie, chiese antiche e dimore nobiliari. Veri dipinti naturali che riempiono lo sguardo di bellezza e stupore. Ecco i cinque borghi dell'Emilia Romagna davvero imperdibili.

Brisighella

Si trova in provincia di Ravenna, parliamo del borgo storico di Brisighella con un centro storico di origine medievale ancora intatto. La location è davvero suggestiva perché Brisighella sorge arroccata su tre pinnacoli rocciosi, che rendono il borgo quasi sospeso su tre piedistalli mastodontici. Sul primo pinnacolo si trova la Rocca Manfrediana del XVI secolo, sul secondo si può ammirare il Santuario di Monticino e sul terzo la Torre dell'Orologio. Un tempo, quest'ultima, costituiva una struttura difensiva contro l'assalto dei nemici. Brisighella è famosa anche per la rinomata via degli asini, una strada sopraelevata coperta quasi completamente da archi e che possiedono ampiezze differenti. In origine questa struttura era situata su una larga roccia e aveva una funzione difensiva, solo successivamente venne scavata favorendo la costruzione di stalle, fondaci e negozi, trasformando il portico in una sopraelevata. Su questa passavano appunto una serie di animali da lavoro, indispensabili per il trasporto del materiale delle vicine cave di gesso. Brisighella è un borgo davvero interessante incastonato all'interno di un'affascinante area naturale.

Bobbio

Collocato al centro della Val Trebbia, a pochi passi dalla Liguria, ecco il borgo di Bobbio, piccolo centro dalle atmosfere uniche ricco di monumenti storici e dimore antiche. Il tutto incorniciato da una natura vivida e rigogliosa, che rendono il tutto ancora più affascinante. Il borgo di Bobbio vanta origini antiche, sin dalla preistoria ma le prime notizie riguardano il passaggio dei romani che qui costruirono un ponte in pietra sul fiume Trebbia noto come Ponte Gobbo per le sue undici arcate irregolari. La struttura è anche famosa come "ponte del diavolo": secondo la leggenda fu creato dallo stesso per impedire ai monaci di raggiungere il centro del borgo. Non a caso Bobbio è conosciuta anche come la Montecassino del Nord perché la sua Abbazia era nota in tutta la penisola, e creata per volere del monaco irlandese San Colombano. Il piccolo borgo conserva tutto il suo fascino medievale ed è facile perdersi tra viuzze e stradine piccole costeggiando le case in sasso e i tanti palazzetti signorili. Un luogo unico, immerso nel verde dal quale ammirare e raggiungere il castello Malaspina che predomina la parte alta del borgo stesso.

Montegridolfo

A circa 290 metri di altezza, morbidamente adagiato sul colle che separa la valle del Conca da quella del Foglia, sorge il borgo di Montegridolfo vero centro turistico della zona. Parte della provincia di Rimini, si trova immersa in un paesaggio naturale senza pari, delicatamente abbracciato da uliveti, vigneti e piante d'alloro. E proprio a quest'ultimo è legato il primo nome del borgo ovvero Monte Lauro, per una location nata nel X secolo come cassero. Ma la sua collocazione strategica divenne motivo di scontri e guerre tra i Malatesta e i Montefeltro. Il borgo conserva ancora la sua struttura antica, infatti per accedervi si devono superare le mura passando attraverso la torre d'ingresso con l'orologio. Nella parte centrale si trova l'antico Municipio ma anche innumerevoli luoghi sacri, come la Chiesa di San Pietro, oppure il Museo della Linea dei Goti, fino a raggiungere il Santuario della Beata Vergine delle Grazie e la Chiesa di San Rocco dove si può ammirare l'affresco di Guido Cagnacci che raffigura la Madonna con il Bambino e i Santi Sebastiano, Rocco e Giacinto in adorazione.

Gualtieri

L'acqua è da sempre legata al borgo di Gualtieri, non solo per le innumerevoli alluvioni che ne hanno segnato il passato, ma anche per le strade, le cascine, le costruzioni che sorgono accanto al fiume Po e al torrente Crostolo. L'area era un tempo paludosa e fu proprio l'insediamento del longobardo Gualtiero a dare il via alla bonifica, tanto da ribattezzarla con il suo nome. Il marchesato della famiglia Bentivoglio ne ha favorito un elegante sviluppo urbano e architettonico, concludendo anche una serie di profonde opere di bonifica. Il borgo è legato anche al pittore Antonio Ligabue che qui visse e realizzò molte delle sue opere. Gualtieri è un luogo unico, elegante, come si può scorgere dalla bella Piazza Bentivoglio dove svettano l'omonimo palazzo, la Torre Civica, la Casa della Comunità e la Collegiata di Santa Maria della Neve dove è conservata la Pala dell'Annunciazione di Carlo Bononi. Al centro di Piazza Nuova si può ammirare il Pozzo Pubblico a base ottagonale, sorto dopo la chiusura dei pozzi privati, una scelta utile a limitare le infiltrazioni di acqua all'interno del quartiere.

Montefiorino

Il borgo sorge a pochi passi da Modena ed è noto anche per essere stato la prima Repubblica partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Collocato a quasi 800 metri di altezza Montefiorino è abbracciato e protetto da una natura incontaminata, dove svetta l'antica rocca del '300. Il borgo vanta un passato di lotte in difesa del territorio, con gli abitanti che si ribellarono alle varie incursioni e agli assalti più violenti. Se passate da questo incantevole luogo vale la pena spingersi fino all'antica rocca e ora Museo della Resistenza, ma anche visitare la chiesa dedicata alla Beata Vergine di Loreto e l'antico oratorio Madonna degli Zerbini, che un tempo fungeva da luogo sacro. A Rubbiano, frazione di Montefiorino, si può ammirare La Pieve risalente al medioevo e intitolata alla Beata Vergine Assunta dove è presente un'antica canonica.

Questa non è Ibiza. Lizzano In Belvedere, poesia e memoria. L’appennino Tosco-emiliano non è Cortina d’Ampezzo, ma è possibile cogliervi quel tanto delle nostre radici che lo rende qualcosa di unico. Pier Ferdinando Casini su Il Riformista il 6 Agosto 2023 

Io non ricordo la prima volta che ho affrontato la Porrettana per arrivare a Lizzano in Belvedere. Non lo posso ricordare perché penso di essere stato ancora in fasce e di essere stato cullato nell’auto dei miei genitori dalle ricorrenti curve che portano al paesino di montagna dei miei nonni, Romeo ed Elda, alle pendici del Corno nella splendida Val Carlina che comprende i comuni di Lizzano in Belvedere, Porretta, Gaggio Montano e Castel d’Aiano. Ancora oggi, dopo 67 anni, ogni volta che mi reco nella montagna la nostalgia mi assale: nostalgia per un’epoca fatata della mia giovinezza, per i giochi dei bambini che mi sembravano centinaia durante le vacanze estive ma che forse erano molti meno.

In realtà è capitato anche che, dopo una broncopolmonite, svernassi con i miei nonni, seguito dal maestro elementare del luogo per non perdere troppo del programma di scuola. Penso fosse la mia seconda elementare e ricordo sempre questo mio inverno montanaro come un’epoca spensierata. A Lizzano mi legano tanti ricordi. Penso alle passeggiate con mio nonno Romeo verso i sentieri della Volpara, un bosco a qualche chilometro da lì, e ai racconti della sua emigrazione, quando da un piccolo paese di montagna era partito con la sua famiglia e i suoi sette fratelli verso gli Stati Uniti d’America alla ricerca di un po’ di fortuna e di una dignitosa sopravvivenza.

Ho ritrovato anni dopo a Ellis Island, durante una visita ufficiale da Presidente della Camera, il certificato di sbarco della famiglia Vai di Lizzano. Una storia segnata da un dramma terribile poiché uno dei suoi fratelli morì proprio durante questo viaggio sotto a un treno nei pressi di Philadelphia.

Oggi, non avendo perso del tutto la mia innata voglia di giocare, quando mi inerpico con l’auto sulla Porrettana faccio il gioco di immaginarmi le curvature della strada e i dossi che incontrerò nei rettilinei successivi.

Ho detto ai miei figli che, se chiudessi gli occhi, potrei guidare tranquillamente senza andare fuori strada, tanto la conosco.

Ci salivo da bambino con i miei genitori; ci salivo da candidato e da parlamentare nella Prima Repubblica e, con minore frequenza ma con lo stesso stato d’animo, ho continuato a percorrerla in tutti questi anni. Ci salgo questa estate per una bella passeggiata al Corno alle Scale.

L ‘Appennino tosco-emiliano non è né Cortina d’Ampezzo né Courmayeur. Non ha il carisma delle grandi località della movida estiva o invernale, ma vi garantisco che è possibile cogliervi quel tanto delle nostre radici che lo rende qualcosa di unico.

Su queste strade ho camminato con tanti amici che non vi sono più: il primo è Marco Biagi che ricordo come fantastico sciatore e come grande tennista: il migliore di noi ragazzi secondo il parere un anime della giuria dei genitori, il più bravo nello sport e nella scuola, l’esempio da trasmettere a tutti gli altri.

E poi tanti sindaci a partire da Arnaldo Brasa ed Emanuele Vai, testimoni di una stagione eroica dove i paesi della linea gotica si erano via via trasformati in località amene di villeggiatura. Era l’epoca di Enzo Biagi, l’indimenticabile giornalista che, nonostante i grandi successi professionali, non ha mai dimenticato un’estate la sua Pianaccio dove qualche mese fa abbiamo accompagnato per l’ultimo saluto anche la figlia Bice.

Ci sono tanti Biagi a Lizzano in Belvedere come tanti Vai…. i cognomi si ripetono, sono sempre gli stessi. L’amore per la montagna ha tenuto queste grandi personalità sempre vicine al loro Appennino e nelle estati, chi più chi meno, tutti ci hanno ancora cercato rifugio.

La mia mamma oggi non ha più tanta voglia di salire nella sua casa di un tempo: “I miei amici non ci sono più – ripete spesso – mi viene tristezza”. In fondo la capisco perché ripercorrere i sentieri della giovinezza non è sempre facile.

Ma non dimentico i suoi racconti di quando viveva l’intero inverno a Monte Acuto, il borgo forse più suggestivo del Comune di Lizzano, poiché prestava servizio come insegnante elementare in quella piccola scuola.

Era difficile allora percorrere con la sua lambretta durante le giornate invernali i 10 chilometri che la separavano dalla casa dei suoi genitori, sotto il ghiaccio e la neve. Tornava a casa il venerdì, eppure a vedere le cose oggi sembra un po’ assurdo e ridicolo: sono 10 minuti in auto…

Ho ancora nel cuore i suoi mitici ricordi dei primi grissini o delle prime cioccolate ricevute dai militari della X Brigata di montagna dell’esercito degli Stati Uniti che erano arrivati per liberare la nostra montagna. Ho a casa una forchetta con il marchio dell’esercito americano, cimelio che ha superato il corso di tutti questi anni e che, per noi familiari, oggi è il simbolo di quello che ha passato il nostro Paese.

Senza i nostri alleati anglo-americani nulla sarebbe stato possibile e ciò dobbiamo sempre ricordarcelo.

Da Bologna a Lizzano, dopo Sasso Marconi, si passa per Marzabotto e si costeggia il Sacrario con i resti delle migliaia di vittime: il ricordo non può non andare al terribile eccidio compiuto dalle truppe nazifasciste nell’autunno del 1944, uno degli episodi più efferati della violenza dei nostri occupanti, barbarie che nessuna falsificazione storica può manipolare.

Sono tutti luoghi in cui la bellezza della natura incontaminata si fonde con la storia. Ogni stradina lastricata, ogni sentiero di montagna, ogni casetta in pietra ci racconta di un passato carico di memoria.

Fra questi boschi rigogliosi, prati verdi e vette montuose si respira la calorosa accoglienza della gente del posto e ci si immerge con naturalezza nei sapori autentici della cucina emiliana e nella spensierata allegria di antiche tradizioni locali. Per questo mi piace ritornare qui, luogo di poesia e di memoria.

Pier Ferdinando Casini

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Toscana.

Quando l'Arno era d'argento (e si faceva il bagno). A partire dal 1700 molti stabilimenti balneari spuntarono sulle rive dell'Arno, a Firenze. C'era un po' di tutto: da quelli eleganti, che fornivano barbieri e parrucchieri, ai posti più alla mano, dove ogni tanto i pettegolezzi lasciavano il posto a risse furibonde. Luca Bocci il 16 Settembre 2023 su Il Giornale.

Nei due anni e mezzo che abbiamo passato raccontandovi le storie di della Toscana non abbiamo dedicato molta attenzione al fiume che l'ha resa così speciale. La cosa, a dire il vero, non è affatto una coincidenza. Con la popolazione del Valdarno sempre più alta e l'inquinamento devastante degli ultimi decenni, noi toscani ci siamo disinnamorati del nostro Arno d'argento. Invece di dedicargli poesie o canzoni, ormai pensiamo al nostro fiume solo quando le acque salgono troppo, temendo il peggio. Le cose non sono sempre andate così. Fino a non moltissimi anni fa, quando la gente aveva meno soldi in tasca e viaggiare era più complicato, gli abitanti dell'interno passavano le loro estati sulle rive del fiume.

Il rapporto tra Firenze e l'Arno era ancora più complesso e si sta riprendendo solo ora, dopo la devastante alluvione del 1966 e parecchi decenni di pessima gestione del territorio. Ecco perché questa settimana What's Up Tuscany vi porterà proprio sull'Arno per raccontarvi tutto quel che c'è da sapere sull'amore profondo che legava i fiorentini al loro fiume e su come, lentamente, la situazione stia migliorando.  

Se ascolterete l'intera puntata, vi parlerò di come, a partire dal 1700, molti bagni fossero spuntati sulle rive dell'Arno. C'era un po' di tutto: da quelli eleganti, che fornivano barbieri e parrucchieri ai posti più alla mano, dove ogni tanto i pettegolezzi lasciavano il posto a risse furibonde.

I giovani fiorentini, per provare la loro forza, talvolta partecipavano a gare di nuoto estremamente pericolose. Gli annegamenti divennero un problema così serio che la Camera di Commercio offrì un premio sostanzioso per ogni bagnante salvato. Peccato che per incassare la ricompensa molti provassero a fingere un annegamento, per poi dividersi il maltolto. Il rapporto con l'Arno fu così profondo che la famosa squadra di pallanuoto della Rari Nantes, invincibile negli anni '30, giocava le sue partite e si allenava non in piscina ma in un tratto dell'Arno in piena città.

Nell'ultima parte, poi, vi racconterò come i toscani stiano riscoprendo l'Arno attraverso parecchie mini-crociere sul fiume e perfino una barca tradizionale che, per attirare i turisti, prova a spacciarsi per una "gondola fiorentina". Naturalmente potete fare gite in barca lungo il corso del fiume, dalla mia cittadina di Pontedera fino a Pisa, dove potrete esplorare la splendida tenuta di San Rossore dall'acqua. La prossima volta che venite a trovarci, perché non provate a conoscere il nostro fiume un po' meglio? Ha un caratteraccio che non vi dico, ma è sempre estremamente affascinante.

SOLITE MARCHE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede nelle Marche.

Scoppia la lite per futili motivi: vittima un operaio di origini albanesi. Sirolo, Klajdi Bitri trafitto con la fiocina dal suo assassino. Aveva solo 23 anni. Il killer in spiaggia dopo l’aggressione. Klajdi Bitri, un 23enne albanese, operaio, sarebbe stato ucciso da Melloul Fatah, operaio 27enne algerino. E, intanto, c’è chi porta fiori sul luogo del delitto: “Non si può morire così”. Redazione su Il Riformista il 29 Agosto 2023 

Si dispera, ora in carcere, Melloul Fatah, operaio algerino di 27 anni, responsabile della morte di Klajdi Bitri, anche lui operaio, di origini albanesi. Il ragazzo, di soli 23 anni, sarebbe stato assassinato da Melloul Fatah, con una fiocina a tre punte, dopo una lite scoppiata per futili motivi. L’aggressione sarebbe scattata dopo un diverbio nato per motivi di viabilità a Sirolo, in provincia di Ancona. Il colpo letale della fiocina, sparata da Fatah, avrebbe raggiunto la vittima al petto.

Fermato, Melloul Fatah si trova nell’istituto di pena di Montacuto ad Ancona: la scorsa notte, sentito dai carabinieri nella caserma di Osimo, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Fatah, dopo l’aggressione al 23enne, pare si sia recato in spiaggia, a pescare.

Estranea alle indagini per ora la fidanzata di Fatah, che era con lui sulla Opel di colore scuro, durante il diverbio finito in tragedia e poi, dopo circa 4 ore, nel momento in cui l’uomo è stato immobilizzato dai carabinieri a Falconara Marittima.

Fatah è stato fermato dai militari tra le 20:20 e le 21 di ieri sera, nei pressi di un sottopasso a Falconara Marittima, a oltre 30 km dal luogo dell’omicidio, dopo una caccia all’uomo in tutta la provincia. Era a torso nudo e aveva con sé l’arma del delitto, un fucile da sub, dentro un sacchetto di plastica. I due carabinieri, armati di taser, lo hanno immobilizzato.

Intanto a Sirolo qualcuno ha portato dei fiori nei pressi della rotatoria dove è avvenuto l’omicidio: ci sono un mazzo confezionato, un lumino, ma anche fiori sparsi, colti in qualche giardino, e un piccolo cartello: “Non si può morire così!”.

L'omicidio in strada. Lite per la precedenza, 23enne ucciso con fucile da sub: “Sul serio l’ho ammazzato?” Arrestato dopo poche ore un 27enne. Le immagini del drammatico arresto in strada con l'uomo che si dispera e chiede scusa alla fidanzata. La vittima era un operaio residente ad Ancona. Redazione Web su L'Unità il 28 Agosto 2023 

Sarebbe successo tutto per una futile lite in strada: forse una precedenza non data, forse una delle vetture che procedeva troppo lentamente, forse un banale diverbio. A Sirolo, in provincia di Ancona, un 23enne è stato ucciso ieri pomeriggio con un colpo di fiocina, un fucile da sub. I carabinieri hanno arrestato dopo poche ore un 27enne, condotto nella caserma di Osimo. “Sul serio l’ho ucciso?”, la disperazione dell’uomo al momento del fermo in strada. L’operazione è stata compiuta con il supporto del Reparto Operativo Nucleo Investigativo.

L’omicidio si è consumato in via Cilea, in mezzo alla gente, domenica pomeriggio. La vittima era in auto con un amico. L’aggressore si trovava su un altro veicolo, dopo il diverbio sulle cui cause sono in corso le indagini dei militari, avrebbe sparato almeno un colpo con il fucile da sub e avrebbe fatto perdere le tracce. La vittima aveva 23 anni e si chiamava Klajdi Bitri, un operaio albanese residente ad Ancona. Dopo alcune ore l’uomo accusato è stato bloccato in strada dai carabinieri e tratto in arresto. Un 27enne di nazionalità algerina. I carabinieri lo hanno trovato a torso nudo e in bermuda a Falconara.

Frederik ucciso di botte in strada, la storia del clochard che avrebbe avuto un tetto due giorni dopo l’aggressione

Il video dell’arresto diventato virale è stato pubblicato dal media online Today. L’uomo è stato bloccato a terra da due carabinieri che hanno avvertito in quei momenti i colleghi. Erano le 21:00 circa di domenica sera. Il 27enne sembrerebbe scoprire in quel momento di aver ucciso l’altro automobilista. E si dispera. Grida: “Noo, noo”. E chiede ancora: “Sul serio l’ho ammazzato?”. E chiede “scusa” ripetutamente alla fidanzata. Il fucile da sub è lì vicino, inquadrato anche nelle immagini, in una busta. Redazione Web 28 Agosto 2023

Sirolo, il killer con la fiocina solo tre mesi fa aveva ottenuto la cittadinanza. Simona Pletto su Libero Quotidiano il 30 agosto 2023

Era diventato cittadino italiano soltanto tre mesi Fatah Melloul, l’algerino di 28 anni che domenica pomeriggio invia Cilea, nella cittadina balneare di Sirolo (Ancona), ha ammazzato con una fiocina, sparata da un fucile da sub, il 23enne albanese Klajdi Bitri. Il tutto è avvenuto in strada, davanti agli occhi increduli dei tanti turisti e residenti che attorno alle 16.30 iniziavano a lasciare la spiaggia di Palombina Vecchia: una mancata precedenza in una rotatoria, un’andatura ritenuta troppo lenta, in ogni caso banali motivi. Eppure tanto è bastato a scatenare la sua furia omicida. 

Melloul, operaio, residente nell’hinterland jesino da non molto - la sua famiglia vive invece in Italia da una ventina d’anni- dove convive con la fidanzata, appassionato di boxe e con qualche precedente per furto, ha sparato al petto il forcone centrando in pieno il ragazzo intervenuto per difendere un amico. La giovane vittima, che lavorava per un’azienda dei cantieri navali ed era dietro in auto insieme a due amici, è morto all’istante. Aveva solo cercato di difendere il conducente e amico, il giovane papà che si trovava alla guida di una Mercedes insieme alla moglie e ad una coppia di amici. L’assassino invece era a bordo di una Opel Zafira nera guidata dalla fidanzata. Il ragazzo albanese ha cercato di fermarlo, di separarlo dal padre di famiglia. Ma l’algerino ha reagito.

Estratto dell'articolo di Andrea Pasqualetto per il Corriere della Sera martedì 29 agosto 2023.

Dice di non aver sparato, di non essersi reso conto di averlo ucciso, di aver preso il fucile da sub «solo per difendermi da quei tre» e che il ferimento a morte è stato accidentale. Si dispera Molloul Fatah, l’algerino di 27 anni fermato per aver l’omicidio di Klajdi Bitri, giovane operaio di origini albanesi morto trafitto dalla sua fiocina nelle stradine che si snodano vicino all’antico borgo medievale del parco del Conero. 

«Fatah non sapeva di averlo ucciso? Mah, di certo dopo averlo colpito gli ha estratto la fiocina dal petto e se n’è andato», replica l’investigatore che sta indagando sul delitto di Sirolo, dove domenica scorsa una lite fra automobilisti è finita in questa tragedia assurda. Se l’algerino era consapevole del delitto quel che è successo subito dopo è ancora più sorprendente: «Se n’è andato al mare con la fidanzata e forse ha usato pure il fucile subacqueo». 

Lo stesso con il quale tre ore prima aveva ammazzato il ventitreenne intervenuto per sedare la rissa scoppiata vicino a una rotonda stradale per un banalissimo motivo: il rallentamento di un’auto.

La dinamica della vicenda è stata ricostruita dai carabinieri della compagnia di Osimo, da quelli del reparto investigativo e del provinciale. In sostanza: ci sono tre auto, nella prima viaggia una famiglia con alla guida una donna; nella seconda, un’Opel Astra, ci sono Fatah e la fidanzata con la quale convive a Jesi; nella terza, una Mercedes con targa belga, i due fratelli Bitri e un terzo giovane al volante, amici della famigliola. Succede che la donna rallenti perché non conosce la strada, che Fatah inizi a strombazzare nervoso, che il marito della signora lo mandi a quel paese, che scendano entrambi e si azzuffino e che Klajdi provi a dividerli seguito dal fratello e dall’altro. Fin qui tutti i testimoni concordano. Su quel che accade dopo, no. «Ho preso il fucile per difendermi», dice Fatah.

«Non è vero, ha sparato a Klajdi», sostiene il fratello della vittima. «L’algerino ha picchiato con calci e pugni mio marito — ha detto la donna della prima auto — Per difenderlo sono corsi i tre nostri amici e quando se li è visti davanti, ha aperto il portabagagli, ha preso il fucile e ha sparato a Klajdi. In mezzo al petto». Gli inquirenti sembrano credere più a queste ultime versioni. «Ho aperto un fascicolo per omicidio volontario aggravato dai futili motivi», ha sintetizzato la procuratrice di Ancona, Monica Garulli, che ha disposto l’autopsia per oggi. 

(...) L’omicida, torso nudo e faccia a terra, si è disperato: «Nooo nooo, non l’ho ammazzato», ha urlato quando l’hanno bloccato. «Dov’è il fucile?», hanno chiesto i carabinieri alla fidanzata che era lì. E lei ha indicato una sacca a terra, vicino a Fatah.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Succede in Umbria.

A Terni.

Giochi di Potere. Buchi, Bilanci ed innocenti.

Il Caso Bandecchi.

Giochi di Potere. Buchi, Bilanci ed innocenti.

I giochi di potere che creano mostri ed ingiustizie.

Buchi, bilanci e innocenti: i dieci anni che hanno fatto tremare la Diocesi di Terni

Nella maxi inchiesta anche il famoso buco di bilancio finisce assolto. Leggete queste carte 

DI SEBASTIANO PASERO su umbria7.it il 25 agosto 2022

Un girone dantesco con bilanci, esposti, memorie, vite di uomini. Migliaia di pagine che raccontano anni di storie di persone che gestiscono i beni della Diocesi di Terni Narni e Amelia.

Nelle grandi inchieste della magistratura a Terni sicuramente quella che riguarda il vasto patrimonio della Diocesi è tra i primi posti.

Una inchiesta che si avvia nel 2011 e che nel 2013 vede le manette ai polsi dell’economo del momento Paolo Zappelli e del direttore dell’istituto di sostentamento del clero Luca Galletti e che vede indagati eccellenti, capaci di far notizia anche a Roma come il vescovo Vincenzo Paglia – indagato in ben cinque procedimenti per associazione a delinquere – o monsignori e imprenditori a Terni conosciutissimi. Tutti assolti o ancor prima archiviati. Tutti restituiti alla loro dignità di professionisti o di uomini di Chiesa.

Ma la lunga stagione degli esposti, delle contrapposizioni interne alle Curia, dei licenziamenti, dei commissariamenti, passa attraverso i conti. Attraverso 12 anni di bilanci. La storia recente della Curia di Terni si dipana tra i bilanci certificati e approvati, tra i verbali del consiglio diocesano Affari Economici che vede il fior fiore dei professionisti ternani chiamati al capezzale del malato.

Le inchieste della magistratura partono proprio dai conti. Negli avvisi di garanzia spediti in quegli anni il pilastro – che non reggerà in Tribunale – è sempre quello: c’è un buco e il buco è servito per fare altro. Si legge in una richiesta di autorizzazione alle intercettazioni: «La situazione di grave indebitamento…. consentono di ipotizzare l’esistenza di una stabile organizzazione finalizzata a utilizzare beni e finanze della Curia a fini propri».

Occorre capire quegli anni. I 12 anni di reggenza di monsignor Paglia sono stati anni dinamici. Lui, d’altronde, quando arriva a Terni nella primavera del 2000, è già un elemento di primo piano della Chiesa italiana, è il motore spirituale della Comunità di Sant’Egidio, è uno degli animatori della Cei, scrive e pubblica tomi tradotti in varie lingue. È già l’uomo dall’intelligenza veloce e dallo sguardo che brilla. Applica il suo passo alla Curia di Terni. Scala due, anche tre marce, e viaggia largo, abbraccia la città a 360°. Convegni, premi, festival cinematografici, ma anche, soprattutto, la sua voce, la sua rete di rapporti su partite fondamentali: dalle vertenze dell’Ast, a quelle del polo chimico, idroelettrico, la grande sfida delle staminali con Angelo Vescovi.

Torniamo ai conti. Il cambio di passo riguarda anche il patrimonio della chiesa di Terni, Narni e Amelia. Sono anni di cantieri. Ci sono in pancia ancora i finanziamenti del Giubileo ma c’è anche, soprattutto, la voglia di mettere mano a situazioni di abbandono. Sono gli anni dei lavori alla Cattedrale di Terni, al duomo di Amelia, agli episcopi di Narni e Amelia. Sono gli anni della realizzazione del museo diocesano e della mensa per chi ha fame. Sono gli anni dei nuovi complessi parrocchiali a Campitello, Borgo Bovio, Ponte San Lorenzo.

Per levare decenni di polvere ci vogliono risorse. In una delle memorie difensive che hanno contribuito alle archiviazioni si legge: «Nei dodici anni di vescovado, riconducibili a monsignor Paglia sono stati compiuti interventi edilizi di ristrutturazione, risanamento, migliorie, per un controvalore di 46 milioni di euro, di cui 28 milioni e mezzo coperti da contributi a fondo perduto mentre 17 milioni e mezzo ottenuti tramite cofinanziamenti dalla Diocesi». Circa la metà di quei soldi viene spesa sulle chiese e sugli edifici legati al culto, i cosiddetti beni strumentali.

Semplice parlare di buchi di bilancio, nelle memorie difensive si evidenzia piuttosto che il patrimonio della Diocesi in poco più di dieci anni abbia subito una valorizzazione di almeno 45 milioni di euro.

Investimenti e patrimonio però non fanno liquidità.

La Diocesi di Terni per decenni ha viaggiato con un segno negativo di 350 mila euro l’anno per la spesa corrente. E se non bastasse già nel 2000 c’è un debito bancario di tre milioni e mezzo. La Diocesi paga dai 250 mila euro ai 300 mila euro l’anno di interessi. Infine ci sono tre milioni e mezzo che la Diocesi non ha mai incassato dalle parrocchie.

Ancora la memoria difensiva: «Al termine della reggenza di Paglia ci sarebbe uno sbilancio finanziario di 9 milioni, che pure ammesso e non concesso dovessero essere portati a 15 non contrasterebbero in alcun modo la enormità dell’apprezzamento patrimoniale».

Il resto è cronaca nota. Vincenzo Paglia nel 2012 va in Vaticano a ricoprire l’incarico di presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. Dal Vaticano arriva a Terni monsignor Vecchi, amministratore apostolico. Lo Ior interviene con un prestito di undici milioni di euro.

Poco dopo esplodono i dossier e le segnalazioni in Procura. Nel 2013 le manette. Luca Galletti, era tra gli arrestati, e ha già avuto modo di rivendicare la sua innocenza esibendo le sentenze di assoluzione passate in giudicato: «La questione del fantomatico buco nei bilanci è il fondamento dalla campagna di delegittimazione che prima ha portato il fango e poi l’intervento della magistratura a fronte di segnalazioni partite dall’interno della Diocesi. L’assurdo è stato arrivare a sostenere che i soldi del buco erano serviti per finanziare altre operazioni, di tipo privato. Non c’è stato un solo euro distolto dagli impegni della Diocesi. Il nucleo tributario della Guardia di Finanza ha vagliato tutto. Fermo restando che io non ho mai avuto alcun potere di spesa, solo uno sciocco totale avrebbe potuto tentare di distogliere fondi della Curia perché la gestione di quei fondi richiede l’assenso di più soggetti ad iniziare dall’economo e il meccanismo di controllo era duplice e vedeva sia il collegio dei consultori che il consiglio per gli affari economici diocesano. Parlare del presunto buco è stato il pretesto per mettere sotto accusa dieci anni di grande movimento e interventismo di una Chiesa moderna che a Terni si è fatta sentire. Dava fastidio? Andava bloccata? Mi chiedo ancora come sia stato possibile accusare un vescovo di associazione a delinquere. Per quei dieci anni di grandi opere e di grandi progetti io ho passato altri dieci anni di gogna ma sono contento di aver partecipato a quella stagione. Per il resto si sono espressi i giudici e ognuno risponde alla propria coscienza».

«Innocente ma per 10 anni il diavolo della Curia». Luca Galletti, l’ex presidente dell’Istituto di sostentamento del clero, racconta la sua odissea giudiziaria: «Orgoglioso di aver lavorato con grandi vescovi».

DI SEBASTIANO PASERO su umbria7.it il 17 Agosto 2022

TERNI – «La botta forte l’ho avuta quando ho visto gli scatoloni delle intercettazioni, degli atti giudiziari, delle testimonianze, delle perizie. E’ lì che ho visto scorrere la mia vita, almeno quella degli ultimi anni. Quando ho fatto richiesta di accesso agli atti per visionare la documentazione relativa alle mie vicende giudiziarie ho capito che c’erano più di 10 anni senza intimità, c’erano 10 anni di vita passati al setaccio. Tutti avevano guardato, giudicato, commentato. E tra questi non c’erano solo gli inquirenti. Mezza città aveva puntato il dito».

«La mattina del 17 luglio del 2013, quando mi sono venuti a prendere la Polizia e la Guardia di Finanza, per me è stata una liberazione. Erano due anni ormai che stavo al centro del massacro. E con me ci stava la Curia, il Vescovo, 25 anni di lavoro, l’idea che amministrare i beni della Chiesa potesse essere una occasione di sviluppo per la chiesa di Terni e per Terni stessa».

Luca Galletti è stato per anni il diavolo, il demone che secondo le accuse avrebbe avvelenato i conti e l’operato dell’Istituto diocesano di sostentamento del clero e della diocesi di Terni, Narni e Amelia. Oggi è un uomo di 60 anni che sulle tante ferite del corpo e dell’anima stende i fogli delle sentenze di assoluzione, di archiviazione e di proscioglimento. E ha ritrovato la sua dignità, la sua innocenza: «Quando stai anni sotto pressione, più di 20 giorni in carcere, in isolamento, tre mesi ai domiciliari, quando vedi le persone vicino a te che soffrono per te, perdi sicurezza, quella sicurezza che è stato sempre il mio punto di forza».

Luca Galletti, dal 2007 al 2011fino al 2013 presidente dell’Istituto di sostentamento e direttore dell’ufficio tecnico della Diocesi, ha mantenuto il suo argomentare da guascone: «Casa mia è stata perquisita da tutti, persino dai Carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio che cercavano calici, quadri e arredi sacri. Anche la Forestale è venuta. Hanno vagliato tutto, ma proprio tutto anche un versamento nel 2007 di 37 euro alle Poste. Mi è passato sopra un treno con tutti i vagoni carichi, ho avuto un ictus e mi avevano dato per morto. Sono stato a Trevi su una carrozzina mezzo paralizzato, con le parole che non uscivano dalla bocca, eppure ho retto. Ogni volta che ho pensato di mollare ho detto che non potevo dargliela vinta».

Mollare sta per parlare o morire?

«Sta per farla finita, non certo per parlare, perché non avevo nulla da dire, perché parlare giusto per parlare vuol dire perdere la stima di tutto il Mondo. Mi bastava averne contro solo i tre quarti del Mondo», ride amaro Galletti. «Ho avuto il grande onore di lavorare per il patrimonio della Chiesa ternana. Penso di aver dato tutto quello che sapevo dal punto di vista professionale, con risultati che sono stati evidenti: gli interventi di tante chiese, di tanti luoghi di culto, di formazione, di socializzazione, di sostegno a chi è in difficoltà. Ricordo ancora con orgoglio una riunione in Regione, nel comitato paritetico per il Giubileo del 2000, quando a Perugia non volevano credere che eravamo riusciti ad ottenere per la diocesi di Terni, Narni e Amelia, risorse senza precedenti. Sono orgoglioso di aver lavorato con vescovi di grande personalità e intelligenza, Franco Gualdrini e Vincenzo Paglia, quest’ultimo un uomo che sapeva vedere lontano, che non si rassegnava a un ruolo marginale per Terni. Mi ripeteva spesso: “Fa tutto quello che ritieni giusto, fallo con amore e dedizione”». 

Le vicende giudiziarie?

«Per dirle tutte ci vuole troppo tempo. Il mio rapporto con la Procura di Terni inizia nel 2011, con l’inchiesta sulla vicenda del fallimento del salumificio Cassetta, poi non si è più fermato. L’apice è arrivato con il castello di San Girolamo che una società fiduciaria della Curia aveva acquistato dal comune di Narni, un bene che nessuno voleva e che pure sarebbe potuto diventare una eccellenza per il territorio. Prima sono arrivati sette avvisi di garanzia, quindi gli arresti. Per uscirne innocente ci sono voluti sette anni e una sentenza passata in giudicato. Il primo dicembre del 2020 quando è stata letta l’assoluzione perché il fatto non sussiste ho pensato che avrei passato il Natale senza ombre, con la mia famiglia, con mio figlio Simone che in questi anni è stato eccezionale, l’avrei passata con l’uso del braccio riacquistato, con la capacità di parlare, di ragionare, di ricordare. Avrei passato un Natale di vera pace perché ho riacquistato la fiducia nella giustizia terrena, grazie anche a un collegio giudicante che ha valutato i fatti, le azioni di tutti noi, non le chiacchiere dei corvi anonimi. Per certi versi mi sento fortunato».

Rancori?

«Ho frequentato per una vita gli uomini di chiesa ma io non sono per il perdono. Non ce l’ho con chi ha fatto le indagini e ha portato avanti le accuse. In questi anni ci sono state occasioni per maturare rispetto, anche sul versante umano. Certo, alcune cose, come farci uscire dalla questura di Terni solo ad uso e consumo dei fotografi non è stata una bella cosa. Quello che non posso dimenticare sono le meschinità che hanno generato questo mostro giudiziario che non ha colpito solo me ma anche altri, anche loro tutti risultati innocenti. Mi riferisco agli esposti anonimi, ai dossier che giravano per Roma e per Terni, ai postini che rifornivano le redazioni dei giornali, ai pezzi della chiesa romana e ternana e della politica cittadina che di questa storia ne hanno fatta un’arma di combattimento. Ho sempre avuto ben chiaro che l’obiettivo fosse quello di demolire quanto di buono in quegli anni la Curia aveva pazientemente, saggiamente costruito, in un’ottica di una Chiesa moderna, presente nella città, che cerca di sviluppare occasioni, progetti, per la città, per una dimensione nazionale di Terni. Penso a progetti tipo quello delle cellule staminali. E’ brutto dirlo, a Terni ci lamentiamo sempre ma poi appena qualcuno prova a fare qualcosa, inizia l’assalto alla diligenza. Sul fare si gettano puntualmente veleni in maniera gratuita. Il Castello di San Girolamo? Una truffa. Rimettere in piedi il più importante salumificio del Ternano? Una speculazione. Le cellule staminali? Roba da case farmaceutiche e così discorrendo. Di sciocchezze, dette da improbabili interlocutori, sono piene anche le intercettazioni, scaffali di fogli. In quegli anni c’era gente che telefonava un po’ qua e un po’ là per darsi un ruolo, per spargere veleni. Si tratta peraltro di copioni consolidati e ripetuti». 

Ma il buco, il grande buco nei conti della Curia?

«Anche qui il discorso da fare deve essere ben articolato. In questi anni ho sentito cifre prive di ogni logica e dimensione. Faccio notare che i bilanci della Diocesi sono tutti firmati e approvati dai membri del Consiglio di Amministrazione della Diocesi. Da essi risultano le entrate e le uscite, con le relative operazioni. Credo che sia anche il momento di chiarire lo stato economico della Diocesi che in quegli anni ha aumentato il patrimonio in maniera notevole. I processi giudiziari – partiti con accuse incredibili, sino alla associazione a delinquere – hanno certificato la nostra correttezza: tutti assolti e il vescovo uscito dall’inchiesta ancor prima dell’inizio del processo. Ora pongo una domanda facile: noi siamo stati tutti assolti ma allora chi lo ha fatto questo benedetto buco? Non è per caso che non è mai esistito come è stato raccontato? E allora, perché tanto clamore da andare ben oltre Terni e interessare persino Roma e il Vaticano?».

LA CRONISTORIA

Terni, l’uomo della Curia nelle vicende immobiliari smentisce: «Non sono maltese, si sono sbagliati». da Marco Torricelli su umbria24.it il 7 Febbraio 2013

Eccolo qui, davanti a me. Si chiama Luca Galletti. E smentisce. Sì, è l’uomo che, per conto della Curia ternana, opera all’interno di diverse società con interessi immobiliari. Ma garantisce: «Non ho la cittadinanza maltese e non ci sono mai nemmeno stato, a Malta».

Un errore Strano, però, che nei documenti relativi alla Goma s.r.l. di Viterbo, dopo la dicitura ‘cittadinanza’ ci sia scritto proprio Malta: «Si saranno sbagliati a scrivere. Grazie di avermelo fatto notare, provvederò a far correggere». Va bene, andiamo avanti. Iniziamo dalla girandola di società nelle quali risulta sempre il suo nome? «Volentieri – dice Galletti – perché deve capire che, trattandosi di tante iniziative diverse, intraprese negli anni, ci siamo trovati a collaborare con soggetti diversi, in luoghi anche lontani l’uno dall’altro e si è reso necessario, allora, dar vita a società specifiche. Da alcune delle quali, peraltro, sono già uscito». E confessa che non vede l’ora di «poter tornare, io che nasco contadino, a coltivare la terra».

Il buco. Io a capire ci provo. A fatica, ma ci provo. Quello che mi risulta più difficile è comprendere come sia possibile che, alla fine di questo giro vorticoso e facendo il totale, si registri il segno ‘meno’ seguito da una cifra con tanti, ma tanti zeri: «Io non posso certo fornirle i dettagli – spiega pazientemente Luca Galletti – ma mi impegno a chiedere ai responsabili dell’amministrazione, lei saprà che io sono solo il direttore tecnico, di farglieli avere». Sarebbe davvero gentile, ma intanto mi potrebbe dare qualche indicazione: «Ma certo. Le anticipo che sono in corso tre procedure, una delle quali in stato molto avanzato, per la dismissione di altrettante proprietà». Di che si tratta? «Se l’amministrazione mi autorizzerà, lo saprà». Ma almeno mi può dire se, con quelle operazioni, i bilanci torneranno a sorridere? «Come le dicevo, non posso certo parlare di cifre, anche perché non ne sono a conoscenza». Non resta che sperare nei «responsabili dell’amministrazione».

La reputazione. Anche perché mettere le carte in tavola permetterebbe di fare chiarezza e, nel caso, spazzar via quelle nubi che potrebbero rivelarsi dannose anche per l’immagine dell’ex vescovo, monsignor Vincenzo Paglia: «Che non merita certo di essere messo in discussione», scandisce Galletti. Però, certo, che i dipendenti si siano rivolti proprio alla Cgil, non deve essere stato piacevole: «Intanto si tratta di una minoranza – spiega – e poi, guardi che non è successo nulla di diverso rispetto a quanto non succeda in altre realtà lavorative. Il personale, negli anni, è aumentato di molto e, in un momento come questo, probabilmente si è pensato di cercare, piuttosto che licenziare qualcuno, forme contrattuali che potessero far risparmiare un po’».

La committenza. Già, il personale è cresciuto di molto. Un po’ come gli impegni, i progetti e, ça va sans dire, le spese. Illuminante, per certi aspetti, è rileggere oggi quanto scrisse, nel lontano 2003, il compianto monsignor Carlo Chenis, allora segretario della pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, in relazione alla costruzione della nuova chiesa di Santa Maria della pace a Valenza, alla quale lavorò, tra gli altri, l’architetto Paolo Portoghesi: «Monsignor Vincenzo Paglia – scriveva – ha saputo in questi anni configurare una committenza capace di riunire il genio di artisti e di architetti molto diversi». Come il pittore Stefano Di Stasio, che lo raffigurò in una delle tavole realizzate per la chiesa, salvo poi correggere il dipinto: «Un giorno venne – racconta il parroco di allora – e disse che doveva fare un intervento. Quando se ne andò, il vescovo, che prima era dipinto di fronte, appariva di spalle». Forse un soprassalto di modestia, nonostante che il già citato monsignor Carlo Chenis, commentando l’attivismo dell’ex vescovo, scrivesse che «tali considerazioni potrebbero sollevare la domanda sulla questione economica. Sono però convinto che quando si è geniali nel commissionare cose belle, lo si è anche nel recuperare le risorse, nell’attrarre gli sponsor, nel coinvolgere la collettività». Lui, almeno, ne era certo.

Terni, inchiesta sulla Diocesi e guerra in Vaticano: ecco perché l’ex vescovo Paglia rischia. Marco Torricelli su umbria24.it l'1 Ottobre 2013

Una partita seria. Con una posta enorme. È quella nella quale i venti, e più, milioni di euro che hanno scassato il bilancio della diocesi di Terni, finisce che risultano una roba marginale. Anche se, decidendo di prestarle dodici milioni per mettere a tacere le banche, papa Francesco ha implicitamente ammesso che la faccenda va risolta in fretta e, possibilmente, senza clamori. Ma non sarà facile.

Danni collaterali Perché, è sempre più chiaro, l’inchiesta sulla diocesi di Terni si inserisce in un contesto ben più ampio, con tutti i contorni della grande guerra di potere che è in corso in Vaticano e che papa Francesco sta combattendo, sempre sorridendo, con grande decisione. Una guerra nella quale l’ex vescovo Vicenzo Paglia rischia di essere derubricato a ‘danno collaterale’: condannato quanto meno a perdere, forse per sempre, la speranza di diventare cardinale.

La coincidenza Tanto che non è sfuggita la coincidenza relativa alla fuga di notizie su un possibile coinvolgimento diretto dell’ex vescovo nelle indagini in corso, con uno dei tanti ‘rumors’ vaticani, che facevano pensare ad un papa Francesco intenzionato a concedere a Paglia la tanto ambita ‘berretta’ cardinalizia. Ma anche con la visita, in programma venerdì prossimo, del papa ad Assisi.

I neocatecumenali Un particolare, in apparenza piccolo, ma che rientra a pieno titolo nella ‘saga’, può aiutare a capire: una delle questioni aperte, nella diocesi di Terni, è relativa a quei fedeli – e soprattutto ai sacerdoti – che seguono gli insegnamenti di Francisco ‘Kiko Arguello’. I neocatecumenali. Sempre molto concentrati sul ruolo della famiglia, sempre molto cari all’ex vescovo Paglia e spesso accusati di aver avuto fin troppo potere, soprattutto economico, all’interno della diocesi. E va ricordato che ‘delegato vescovile per il cammino neocatecumenale’ era stato nominato don Roberto Bizzarri, appena rimosso dalla carica di parroco a Campomicciolo.

Gli indizi L’amministratore apostolico della diocesi ternana, Ernesto Vecchi e il nuovo parroco, don Angelo D’Andrea, hanno detto parole chiare, parlando ai fedeli nei giorni scorsi, proprio sul tema della presenza e del ruolo dei neocatecumenali all’interno della Chiesa e la cosa, tra gli ‘introdotti’ nelle cose vaticane non era certo passata inosservata. Soprattutto perché la ritengono collegata ad una, tra le tante decise dal papa, sostituzione importante avvenuta ‘oltre Tevere’: l’arcivescovo Beniamino Stella aveva preso il posto del cardinale Mauro Piacenza nel ruolo di Prefetto della congregazione per il clero che, di recente, è stata incaricata di monitorare, con attenzione, l’attività che si svolge nei seminari. Perché appare curioso che, in un periodo di calo delle vocazioni, quelli retti dai neocatecumenali viaggiano a pieno regime.

Le indagini Al di là delle strategie vaticane, però, quello che conta sono le indagini in corso – perché sono in corso, eccome – da parte di magistratura, squadra mobile e guardia di finanza: un filone, tra i tanti, sarebbe quello legato ad un’ennesima denuncia, collegata alla mancata cessione, da parte della diocesi ed a causa di un vincolo posto dalla soprintendenza ai beni paesaggistici, della ‘Casa del giovane’ di Piediluco. Per quell’immobile, un privato affermerebbe di aver versato un forte anticipo e di avervi anche realizzato dei lavori di ristrutturazione, ma di non aver potuto portare a termine l’acquisizione per via del vincolo e di non essere mai tornato in possesso dei soldi anticipati.

La rogatoria L’ex vescovo Paglia, che vive nel palazzo del Pontificio consiglio per la famiglia di cui è presidente, in piazza di san Callisto, a Roma (e che è territorio vaticano), ha negato di aver ricevuto avvisi di garanzia, ma gli inquirenti sarebbero intenzionati a chiedere una rogatoria internazionale per poter proseguire nelle indagini, ma già nei mesi scorsi erano circolate voci relative alla possibilità che il prelato decidesse di fornire la sua versione dei fatti e ci sarebbero stati dei contatti, molto informali, con la procura della repubblica ternana. Ovviamente mai confermati.

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«Così hanno rubato 25 milioni nella diocesi di Terni». La confessione (protetta) di un prelato: «Hanno costruito società immobiliari utilizzando i conti della diocesi. E fanno resistenza a Papa Francesco». Amalia De Simone su Il Corriere della Sera 8 maggio 2014

«I conti correnti della diocesi di Terni-Narni e Amelia utilizzati in operazioni immobiliari e societarie e un clamoroso buco da 25 milioni di euro nelle stesse casse della diocesi che così conquista il brutto primato di seconda diocesi più indebitata d’Europa». Lo rivela un prelato che per la prima volta decide di parlare del gravissimo ammanco.

Sceglie di non farsi riconoscere perché rivela particolari della vicenda senza consultarsi con i suoi superiori.

INTRECCI DI POTERE E BUSINESS IMMOBILIARI- Lo incontriamo alle porte di Città del Vaticano, in via della Conciliazione. Descrive intrecci di potere, business immobiliari, società, compravendite che avrebbero ridotto al lumicino le finanze della diocesi umbra attraverso l’utilizzo dei conti correnti della chiesa, ma soprattutto denuncia un clima ostile all’opera di risanamento messa in atto da Papa Francesco. Resistenze interne alla chiesa che finora avrebbe taciuto o nella peggiore delle ipotesi, coperto, operazioni condotte a discapito delle casse della diocesi ternana e su cui la procura di Terni sta indagando. 

IL MAXI BUCO - Innanzitutto va precisato che il dato sul buco da 25 milioni di euro è stato confermato dall’amministratore apostolico monsignor Ernesto Vecchi inviato da Papa Francesco per provare a risanare l’ambiente della chiesa ternana che ha ottenuto proprio grazie all’intervento del Pontefice un prestito di 12 milioni di euro senza interessi da parte dello Ior. Come è possibile che si sia creata una situazione del genere in un ente morale così importante soprattutto per la gestione di una serie di beni di grande interesse storico e culturale? «Sono arrivati dei dossier molto ben documentati in Vaticano – spiega l’alto prelato - che evidenziano la sofferenza. Una situazione creata da alcuni personaggi che gravitavano intorno alla diocesi e che hanno fatto i loro interessi costituendo società immobiliari (secondo le visure camerali e altri documenti arrivati in Vaticano ne risulterebbero 16 e altre 12 sarebbero state chiuse, per un totale quindi di 28). Per queste operazioni mi risulta che siano stati utilizzati alcuni conti correnti della diocesi, forse addirittura otto». 

L’INCHIESTA - L’inchiesta coordinata dal Pm Elisabetta Massini e realizzata sia dalla squadra Mobile della Questura, sia dalla Guardia di Finanza di Terni parte dalla vendita del Castello di San Girolamo di Narni per arrivare ad una fitta rete di acquisizioni immobiliari della Curia che avrebbero comportato il deficit delle finanze della diocesi.

I filoni sono due: il primo riguarda proprio l’affare da due milioni di euro relativi alla compravendita del Castello di San Girolamo, una struttura maestosa e ora in completo stato di abbandono. Questa inchiesta ha portato all’emanazione di tre misure cautelari per due ex dirigenti della Curia arcivescovile di Terni: Luca Galletti, già direttore dell’ufficio tecnico, e Paolo Zappelli, l’ex economo della diocesi di Terni. Insieme a loro è finito in manette anche un dirigente del Comune di Narni, Antonio Zitti. Per tutti l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla truffa. Secondo l’accusa ci sarebbe stato il «ricorso ad una serie di mezzi fraudolenti, atti ideologicamente falsi, atti illeciti, comunicazioni tardive e proroghe richieste ad arte che hanno consentito l’assegnazione del complesso del Castello ad una società immobiliare pur non avendo la stessa i requisiti richiesti dal bando». In tutto questo, «nessuna anomalia veniva rilevata dal Comune di Narni, nonostante l’obbligo previsto dal bando di procedere a verificare in capo al soggetto aggiudicatario dei requisiti di ordine generale e l’evidente assenza di qualsivoglia requisito tecnico-organizzativo e della relativa capacità economico-finanziaria». 

L’AMMANCO - Il secondo filone prende in esame proprio l’ingente ammanco finanziario nelle casse della diocesi umbra: si indaga su una serie di operazioni societarie e immobiliari che coinvolgerebbero sempre dirigenti della curia. «Sappiamo che la magistratura sta incontrando molti ostacoli nelle indagini – spiega il religioso che sta denunciando i fatti accaduti nella diocesi di Terni Narni e Amelia – Non sarà facile riuscire ad incriminare i colpevoli. Nel frattempo però tutti ci chiediamo chi avrebbe dovuto vigilare, controllare, impedire tutto questo cosa ha fatto? Abbiamo saputo che tra gli indagati c’è l’ex vescovo monsignor Vincenzo Paglia» 

MONSIGNOR PAGLIA - Sulle indagini a carico di monsignor Paglia non ci sono conferme ufficiali, anche se negli ambienti investigativi da tempo circola questa voce. Monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia ed esponente di spicco della Comunità Sant’Egidio, è stato vescovo della diocesi di Terni dal 2000 al 2012. Paglia ha sempre negato il suo coinvolgimento nell’inchiesta. Intanto Monsignor Vecchi, su indicazione del Pontefice, sta concludendo un importante cammino di risanamento e bonifica della diocesi che servirà a spianare la strada proprio al successore di Paglia che dovrebbe arrivare a giugno prossimo. Il Papa, forse proprio simbolicamente prendendo le distanze dalle vicende speculative che hanno investito la diocesi ha scelto come nuovo vescovo un frate francescano, padre Giuseppe Piemontese, ex custode del Sacro convento di Assisi.

Il Corriere della Sera 8 maggio 2014

Riforma della Curia? Ci pensano i giudici di Terni. Confermata ufficialmente la notizia che avevamo dato in esclusiva: monsignor Vincenzo Paglia è indagato per associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbativa d'asta. L'accusa si riferisce alla compravendita del castello di san Girolamo di Narni. Da lanuovabq.it il 27 maggio 2015

C'è anche l'ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, tra le persone nei confronti delle quali la procura ternana ha concluso le indagini nell'ambito dell'inchiesta sulla compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbativa d'asta le accuse che verrebbero contestate. 

L'indagine era emersa nel luglio 2013 con l'arresto dell'ex direttore dell'ufficio tecnico della diocesi Luca Galletti, dell'ex economo Paolo Zappelli e del dirigente dell'ufficio Urbanistica del Comune di Narni Antonio Zitti. L'operazione di compravendita sarebbe collegata al buco di oltre 20 milioni di euro nelle casse della diocesi negli anni della gestione di Paglia. 

Un avviso di garanzia per monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, emesso dai giudici di Terni. È l’indiscrezione – che attende una conferma ufficiale - che si è diffusa nella tarda serata di ieri nel capoluogo umbro dove monsignor Paglia, uomo di punta della Comunità di S. Egidio, è stato vescovo dal marzo 2000 al febbraio 2013. 

E proprio a questo periodo si riferiscono le indagini della magistratura. Come si ricorderà infatti con il passaggio di Paglia alla guida del Dicastero vaticano è emerso a Terni lo stato di bancarotta in cui il vescovo aveva lasciato le casse diocesane: 35 milioni di euro di debito, secondo le ultime stime, un record assoluto mondiale in rapporto ai fedeli della diocesi (156mila battezzati), finiti non si sa dove. Da subito sono partite le inchieste, che hanno già portato all’arresto e all’incriminazione dei vari tecnici e collaboratori della diocesi, ma finora il vescovo era riuscito a sfuggire all’inchiesta. 

Data la situazione, che in Vaticano era già nota, aveva anche creato stupore la promozione di Paglia alla guida del Pontificio Consiglio per la Famiglia, una scelta attribuita all’allora segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone. Lo stupore nasce dal fatto che in circostanze analoghe – e meno gravi – i vescovi responsabili sono stati semplicemente rimossi. Al contrario monsignor Paglia, in attesa che la riforma della Curia romana riordini i vari dicasteri, malgrado l'emergere di particolari sempre più imbarazzanti - che hanno coinvolto anche lo IOR - continua a godere della proroga alla guida del Consiglio per la Famiglia. Peraltro in questo ruolo Paglia fu subito al centro di una polemica perché nella prima conferenza stampa da presidente del Dicastero per la famiglia fece una inopinata apertura al riconoscimento statale delle coppie di fatto, incluse quelle omosessuali.

Allo scoppiare dello scandalo, la Santa Sede inviò a Terni monsignor Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna, quale amministratore apostolico con il compito di rimettere ordine nella situazione disastrata della diocesi che ora, da pochi mesi, ha un nuovo vescovo, monsignor Giuseppe Piemontese. Sia monsignor Vecchi che monsignor Piemontese hanno collaborato pienamente con i magistrati per fare luce sulle responsabilità del debito a cui si deve sommare la sospetta vendita di numerosi beni immobili appartenenti alla diocesi.

Si tratta di una vicenda oscura a cui potrebbero legarsene delle altre, che hanno avuto Terni come epicentro.

Secondo le voci raccolte da ambienti del tribunale un avviso di garanzia riguarderebbe anche l’economo della diocesi al tempo di Paglia, don Francesco De Sanctis.  

Terni. Paglia: nessuna notifica dell’inchiesta su Narni. Elisabetta Lomoro su Avvenire mercoledì 27 maggio 2015

Monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, già vescovo di Terni, si dice all'oscuro delle evoluzioni dell'inchiesta che coinvolge la sua ex diocesi. Sulla quale va fatta chiarezza.

Associazione a delinquere finalizzata all'appropriazione indebita e alla turbata libertà degli incanti per l'irregolarità della gara pubblica: sono le accuse che verrebbero contestate, a conclusione delle indagini preliminari, ai dieci indagati implicati nelle manovre illecite legate alla compravendita del castello di San Girolamo a Narni. Una vicenda che ha direttamente coinvolto la diocesi di Terni-Narni-Amelia e alcuni suoi esponenti religiosi e laici. Tra gli indagati c'è anche l'ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, attuale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. «Sino a questa sera non ho ricevuto alcun avviso di conclusione delle indagini preliminari – ha dichiarato Paglia – ed è singolare vedere notificato tutto ciò alla stampa prima che al sottoscritto. Poiché le informazioni pervenute in queste ore precedono tutti gli atti garantiti, ritengo necessario tutelare fin da ora la mia immagine nelle opportune sedi sia civili che penali. Ovviamente resto a disposizione dell'autorità inquirente e confido totalmente anche nella giustizia terrena». Alla base della vicenda diverse operazioni finanziarie e immobiliari realizzate con i conti correnti della diocesi umbra, che hanno determinato nel corso degli anni un ammanco nelle sue casse di 25 milioni di euro. Le indagini sono iniziate due anni fa, a seguito dell'acquisto, avvenuto nel 2012 per un milione e 760 mila euro del castello di San Girolamo, di proprietà del Comune di Narni, da parte della società privata Iniziative Immobiliari di Luca Galletti e Paolo Zappelli, rispettivamente all'epoca presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero ed economo dell'ente Diocesi di Terni-Narni-Amelia. Gli acquirenti versarono una rata di 600 mila euro, mentre un milione e 60mila euro fu pagati dall'Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Nel luglio 2013 Galletti e Zappelli furono arrestati insieme al dirigente dell'ufficio Urbanistica del Comune di Narni Antonio Zitti. Per il pm Elisabetta Massini che ha condotto le indagini, compiute dalla Questura di Terni e dal Nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, il castello venne comprato con i soldi della Diocesi, la cui situazione debitoria accumulata negli anni è stata poi in parte risolta grazie a un prestito dello Ior, che dovrà essere restituito in dieci anni, e a un anticipo da parte della Cei su fondi spettanti alla diocesi. In serata fonti vicine a monsignor Paglia hanno precisato che «l'indagine relativa all'asta del castello è un'iniziativa della magistratura inquirente, che in ogni caso non può essere collegata alla passata situazione debitoria della diocesi». 

"Aiuti i poveri? Ti processo!" Caso Paglia, dopo 7 anni di bugie e assurdità tramonta l’inchiesta. Paolo Comi su Il Riformista il 2 Dicembre 2020 

Sette anni di inchieste e processi in pompa magna finiti in un cosmico nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude la super maxi inchiesta, ovviamente finita in un gigantesco flop, che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia accademia per la vita. Il Tribunale di Terni ha assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa.

Secondo le roboanti quanto surreali ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del pontificio consiglio per la famiglia, sarebbe addirittura stato a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita, alla turbativa d’asta e all’ appropriazione indebita. Boom.

Le indagini erano state coordinate dall’allora pm ternano Elisabetta Massini, oggi giudice a Viterbo, e condotte con un dispiegamento di forze – dalla squadra mobile al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza della città umbra – degno di una retata contro la camorra. Come capita spesso, Paglia aveva appreso di essere indagato dalla lettura dei giornali. Nel mirino degli inquirenti, in particolare, era finita la compravendita del castello di San Girolamo a Narni, una operazione che avrebbe creato un ammanco di diversi milioni di euro nelle casse della diocesi di Terni.

Per la Procura non c’erano ragioni che tenessero: la vendita all’asta dell’immobile di proprietà dell’amministrazione comunale sarebbe stata truccata attraverso una serie di mezzi fraudolenti e atti falsi che avrebbero consentito l’assegnazione del complesso, per farne poi un albergo, a una società che non aveva i requisiti richiesti dal bando e che era riconducibile a Galletti. Ma non è tutto. Durante gli anni della gestione Paglia, sempre secondo l’accusa, sarebbero state effettuate diverse operazioni finanziarie e immobiliari pur in presenza di difficoltà di cassa da parte della diocesi. A luglio 2013, insieme a Galletti, erano stati arrestati diversi dirigenti e funzionari tra gli strepiti dei giustizialisti. Fra gli indagati, invece, oltre a Paglia, il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis e Giampaolo Cianchetta, presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Paglia si era subito difeso dicendo che i soldi erano stati spesi per lavori nei complessi parrocchiali, per il restauro di circa cinquanta chiese e la costruzione di oratori e strutture per i poveri, senza dimenticare le uscite necessarie alla vita della curia.

Per quanto riguardava il castello, Paglia replicò affermando che «l’allora sindaco di Narni chiese se la diocesi fosse interessata all’acquisto, perché in realtà è un convento con una chiesa ancora officiata. Inizialmente dicemmo che eravamo interessati. Ma, visto i problemi economici che avevamo, declinammo subito l’invito. Come diocesi uscimmo dall’operazione, e da allora la diocesi è stata totalmente estranea». Come volevasi dimostrare, la posizione di Paglia era stata archiviata nel 2014 dal gip. Flop totale, ipotesi di accusa folle. Basti leggere che cosa scrive il giudice. È “certa la totale estraneità” del monsignore “il quale, anzi, risulta avere agito sempre, nell’espletamento del suo mandato pastorale, con l’unico meritorio obiettivo di assicurare alla realtà cittadina un riscatto in termini sociali e culturali”, scrisse il giudice nel provvedimento di archiviazione. Come a dire, ha aiutato i poveri, e l’avete perseguitato. Ma scherzate?

Nel 2013 a guidare la diocesi ternana era stato inviato monsignor Ernesto Vecchi, in qualità di amministratore apostolico. Vecchi ha messo in ordine nei conti, richiedendo anche un finanziamento da parte dello Ior. Oltre ai nemici interni alla curia, Paglia, appartenente allo schieramento progressista vicino alle posizioni di Papa Francesco, era stato nei due anni a Terni molto attivo sul fronte del sociale, mettendo in ombra anche importanti uomini politici locali.

La Chiesa ternana si è sempre dovuta confrontare con una realtà storicamente “rossa” e anticlericale con una forte presenza massonica.

Ordinato sacerdote nel 1970, Paglia è stato parroco nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. Vescovo dal 2000, nominato presidente della Federazione biblica cattolica internazionale e poi presidente della Commissione Ecumenismo e dialogo della Cei, è consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio e postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato nel 1980. Fai del bene e scordatelo, recita l’adagio popolare. E la magistratura, di chi fa del bene, a quanto pare non si dimentica mai. Paolo Comi

Compravendita castello San Girolamo Narni, coinvolse Vincenzo Paglia, sei assolti. Da umbriajournal.com il 2 Dicembre 2020 

Tutti assolti dal tribunale di Terni “perché il fatto non sussiste” i sei imputati del processo relativo alle presunte irregolarità nella compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Tra loro l’ex sindaco Stefano Bigaroni, l’ex direttore tecnico della diocesi di Terni, Luca Galletti, l’ex economo della curia, Paolo Zappelli, il dirigente dell’ufficio Urbanistica del Comune di Narni, Antonio Zitti, la dirigente dei servizi finanziari dello stesso Comune, Alessia Almadori e il notaio Gian Luca Pasqualini.

Sette anni di inchieste e processi finiti nel nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude, quindi, la super maxi inchiesta,  che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia accademia per la vita.

QUAL'ERA L'ACCUSA

L’accusa contestata nei confronti di tutti e sei gli imputati era quella di truffa.

Il Tribunale di Terni ha, dunque, assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa. Secondo le ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del pontificio consiglio per la famiglia, sarebbe stato  addirittura a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla turbativa d’asta .

L’indagine sulla compravendita risale al luglio 2013 quando vennero arrestati Galletti, Zappelli e Zitti, poi tornati liberi. Secondo gli inquirenti il gruppo avrebbe avuto l’obiettivo di pervenire alla compravendita del castello formalmente da parte di una immobiliare, ma in realtà con l’utilizzo indebito di denaro della diocesi.

Il fascicolo – nel quale inizialmente era ipotizzata l’accusa di associazione a delinquere finalizzata ai reati indicati – aveva coinvolto in un primo momento anche l’allora vescovo di Terni Vincenzo Paglia, la cui posizione era stata poi però archiviata dal gip su richiesta della stessa procura. Sempre il pm, durante il processo, aveva chiesto l’assoluzione di Bigaroni e Almadori e la condanna a pene comprese tra un anno e un mese e due anni e tre mesi per gli altri imputati.

Già a novembre 2018 un’altra imputata, l’architetto del Comune di Narni Alessandra Trionfetti, era stata assolta con formula piena in abbreviato.

Le indagini erano state coordinate dall’allora pm ternano Elisabetta Massini, oggi giudice a Viterbo, e condotte con un dispiegamento di forze dalla squadra mobile al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza della città umbra degno di una retata contro la camorra.

La compravendita del castello di San Girolamo a Narni, secondo gli inquirenti, era una operazione che avrebbe creato un ammanco di diversi milioni di euro nelle casse della diocesi di Terni. Per la Procura non c’erano ragioni che tenessero: la vendita all’asta dell’immobile di proprietà dell’amministrazione comunale sarebbe stata truccata attraverso una serie di mezzi fraudolenti e atti falsi che avrebbero consentito l’assegnazione del complesso, per farne poi un albergo, a una società che non aveva i requisiti richiesti dal bando e che era riconducibile a Galletti.

Ma non è tutto, scrive il direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti, giusto oggi.

L’EDITORIALE DI PIERO SANSONETTI – Insomma monsignor Paglia è innocente. Non ha fatto niente di niente di niente di male. E sono innocenti anche i suoi collaboratori. Tutti. Il reato? Pura invenzione. Succede. Con la giustizia italiana succede anche abbastanza spesso. Ci sono voluti parecchi anni per dargli soddisfazione, ma alla fi ne la verità è venuta fuori. Anche se poi non è esattamente così: è venuta fuori solo una parte della verità, e cioè l’infondatezza delle accuse. Non sapremo mai con precisione, invece, perché questo processo è stato messo in piedi, come è stato possibile realizzare una ipotesi accusatoria così fantasiosa, chi ha permesso che si spendessero migliaia e centinaia di migliaia di euro per intercettare per anni Paglia, i suoi amici, i suoi parenti, per cercare in mezzo mondo tracce di denaro che ovviamente erano introvabili. Poco male, potremmo dire, perché è fi nita bene. E poi Paglia è un uomo di Chiesa e sa bene di dover soffrire. Glielo hanno scritto anche sul Vangelo: “beati i perseguitati per causa della Giustizia perché loro sarà il regno dei cieli”. Quasi dieci anni di soffe-renze, ma ora Paglia quasi quasi deve ringraziare quei magistrati, incapaci credo che gli hanno rovinato la vita e però gli hanno fatto guadagnare il paradiso. Lasciatemi sorridere, su questo. Il problema è che non tutti credono nel paradiso (io, per esempio, sono ateo), e quindi non a tutti piace essere perseguitati. I magistrati che hanno costruito questa follia del processo a Paglia e alla Chiesa di Terni hanno creato molti disastri, nelle vite personali delle persone e anche negli equilibri all’interno della Chiesa. Paglia non è mai stato un prete tranquillo. Si è sempre impegnato molto, soprattutto nel sociale. Scusate se faccio un’altra citazione dal vangelo: “Non chi mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del padre mio”. Se non mi sbaglio questa frecciata di Gesù ai beghini fa par-te dello stesso discorso della montagna nel quale benediceva le vittime della magistratura. Ecco, Paglia è un prete di quelli tosti che non dice signore signore a nessuno. Non lo dice a quanto ne so neppure ai Pm che cercano di travolgerlo in uno scandalo. Paglia, quando era a Terni, ha fatto il prete, ha fatto il politico, ha fatto il sindacalista. Nel senso migliore che si può dare a queste parole. Non è che brigava con le segreterie dei partiti (gli bastava la sagrestia…) si dava da fare per risolvere i problemi più drammatici della sua regione. A partire dalla mancanza di lavoro. Magari avrà spinto un po’ troppo, avrà dato fastidio a qualcuno. Sapete, non è che la politica è sempre nemica dei Pm. Anche perché se fosse così i Pm non avrebbero guadagnato tutto il potere che hanno guadagnato in questi anni. Talvolta la politica e la magistratura, magari sottotraccia, trovano strade comuni. Deve essere successo questo a Terni. Voi ricorderete il famoso discorso di Enzo Tortora, quando si rivolse ai giudici che stavano per decidere se spedirlo in galera per dieci anni, col marchio d’infamia di camorrista e spacciatore. Si rivolse loro con grande piglio e senza paura. Disse: “Io sicuramente sono innocente, spero che lo siate anche voi”. Lo erano. Erano innocenti anche i giudici, e lo assolsero con formula piena, e nella motivazione della sentenza frustarono con vera indignazione i loro colleghi che avevano condotto contro Tortora una inchiesta folle, inconsistente, omertosa verso la criminalità e i pentiti, indecente. Purtroppo non sempre è così. E di questi magistrati che si sono accaniti contro mons Paglia cosa dobbiamo dire. È stata una persecuzione? Oppure è stata una iniziativa spinta da qualcuno? Cioè dai nemici di Paglia. Da chi, precisamente? Oppure è stata solo incapacità professionale? L’avvocato Caiazza ieri, proprio su questo giornale, si chiedeva: ma possibile che sui magistrati non si possa mai dare un giudizio di merito? Possibile che le loro carriere procedano indipendentemente dalle loro doti professionali e dalla loro affi dabilità? Se un magistrato commette errori clamorosi, deve risponderne a qualcuno? La risposta purtroppo è: no. se un magistrato sbaglia, il conto lo paga l’imputato. P.S. Poi c’è un’altra questione. i Pm sono stati spinti contro Paglia dalla Stampa. Che ha fatto loro da sostegno e da tifoseria. Anche dei grandi giornali. Senza i giornali forse si sarebbero fermati prima. Stamattina andrò a leggere i giornali che allora crocifissero Paglia e i suoi. Immagino che troverò le assoluzioni in prima pagina…

Durante gli anni della gestione Paglia, sempre secondo l’accusa, sarebbero state effettuate diverse operazioni finanziarie e immobiliari pur in presenza di difficoltà di cassa da parte della diocesi. A luglio 2013, insieme a Galletti, erano stati arrestati diversi dirigenti e funzionari tra gli strepiti dei giustizialisti.

Fra gli indagati, invece, oltre a Paglia, il vicario episcopale della diocesi Francesco De Santis e Giampaolo Cianchetta, presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Paglia si era subito difeso dicendo che i soldi erano stati spesi per lavori nei complessi parrocchiali, per il restauro di circa cinquanta chiese e la costruzione di oratori e strutture per i poveri, senza dimenticare le uscite necessarie alla vita della curia. Per quanto riguardava il castello, Paglia replicò affermando che «l’allora sindaco di Narni chiese se la diocesi fosse interessata all’acquisto, perché in realtà è un convento con una chiesa ancora officiata. Inizialmente dicemmo che erava-mo interessati. Ma, visto i problemi economici che avevamo, declinammo subito l’invito.

Come diocesi uscimmo dall’operazione, e da allora la diocesi è stata totalmente estranea». Come volevasi dimostrare, la posizione di Paglia era stata archiviata nel 2014 dal gip. Flop totale, ipotesi di accusa folle. Basti leggere che cosa scrive il giudice. È “certa la totale estraneità” del monsignore “il quale, anzi, risulta avere agito sempre, nell’espletamento del suo mandato pastorale, con l’unico meritorio obiettivo di assicurare alla realtà cittadina un riscatto in termini sociali e culturali”, scrisse il giudice nel provvedimento di archiviazione. Come a dire, ha aiutato i poveri, e l’avete perseguitato.

Ma scherzate? Nel 2013 a guidare la diocesi ternana era stato inviato monsignor Ernesto Vecchi, in qualità di amministratore apostolico. Vecchi ha messo in ordine nei conti, richiedendo anche un finanziamento da parte dello Ior. Oltre ai nemici interni alla curia, Paglia, appartenente allo schieramento progressista vicino alle posizioni di Papa Francesco, era stato nei due anni a Terni molto attivo sul fronte del sociale, mettendo in ombra anche importanti uomini politici locali.

La Chiesa ternana si è sempre dovuta confrontare con una realtà storicamente “rossa” e anticlericale con una forte presenza massonica. Ordinato sacerdote nel 1970, Paglia è stato parroco nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. Vescovo dal 2000, nominato presidente della Federazione biblica cattolica internazionale e poi presidente della Commissione Ecumenismo e dialogo della Cei, è consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio e postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato nel 1980. Fai del bene e scordatelo, recita l’adagio popolare. E la magistratura, di chi fa del bene, a quanto pare non si dimentica mai.

Quella campagna vergognosa contro l’arcivescovo Paglia. Non ci fu nessuna cattiva gestione alla Curia di Terni. Di redazione il 02/12/2020 su farodiroma.it 

“Ci fu una campagna velenosa contro monsignor Vincenzo Paglia”. Così l’avvocato Manlio Morcella, difensore dell’ex vescovo di Terni e di Luca Galletti, ex direttore tecnico della Diocesi: il primo prosciolto negli anni scorsi e il secondo assolto ieri, con formula piena, nel processo sulla compravendita del Castello di San Girolamo. “Accogliamo con soddisfazione la sentenza – commenta Morcella –, in cui confidavamo perché c’erano tutte le condizioni giuridiche perché fosse emessa e perché era rimessa ad un collegio autorevole, presieduto da un magistrato di provata capacità. La sentenza fa chiarezza sulla campagna velenosa orchestrata negli anni 2013 e successivi in danno di monsignor Paglia e di due suoi stretti collaboratori”. “Era stato a lungo insinuato – ricorda il legale – che l’aggravio della situazione finanziaria della Curia ternana, pari a circa 10 milioni di euro maturati durante il magistero Paglia, lasciasse intendere che vi fosse stata almeno malagestio. Sospetto, frutto di un’indagine anche interna ecclesiastica, che non aveva minimamente considerato come nello stesso periodo la Diocesi avesse avuto una implementazione dei valori patrimoniali, immobiliari e artistici di oltre 45 milioni”.

“Sette anni – scriva Umbriajournal – di inchieste e processi finiti nel nulla. Con l’assoluzione ieri di Luca Galletti, ex responsabile della gestione immobiliare della diocesi di Terni, si chiude, quindi, la super maxi inchiesta, che nel 2013 aveva travolto monsignor Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia Accademia per la vita. L’accusa contestata nei confronti di tutti e sei gli imputati era quella di truffa.

Il Tribunale di Terni ha, dunque, assolto Galletti, che all’epoca era stato anche arrestato, dall’imputazione di turbativa d’asta e truffa. Secondo le ipotesi accusatorie, Paglia, dal 2010 al 2012, vescovo di Terni prima di essere nominato da Papa Benedetto XVI presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, sarebbe stato addirittura a capo di una associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla turbativa d’asta

L’indagine sulla compravendita risale al luglio 2013 quando vennero arrestati Galletti, Zappelli e Zitti, poi tornati liberi. Secondo gli inquirenti il gruppo avrebbe avuto l’obiettivo di pervenire alla compravendita del castello formalmente da parte di una immobiliare, ma in realtà con l’utilizzo indebito di denaro della diocesi”.

Fonte: La Nazione, edizione Umbria e Umbriajournal

Vincenzo Paglia. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Vincenzo Paglia arcivescovo della Chiesa cattolica

Titolo

Terni-Narni-Amelia

(titolo personale di arcivescovo)

Incarichi attuali

Presidente della Pontificia accademia per la vita (dal 2016)

Arcivescovo-vescovo emerito di Terni-Narni-Amelia (dal 2012)

Gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II (dal 2016)

Incarichi ricoperti

Vescovo di Terni-Narni-Amelia (2000-2012)

Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia (2012-2016)

Nato

21 aprile 1945 (78 anni) a Boville Ernica

Ordinato presbitero

15 marzo 1970 dal cardinale Angelo Dell'Acqua

Nominato vescovo

4 marzo 2000 da papa Giovanni Paolo II

Consacrato vescovo

2 aprile 2000 dal cardinale Camillo Ruini

Elevato arcivescovo

26 giugno 2012 da papa Benedetto XVI

Vincenzo Paglia (Boville Ernica, 21 aprile 1945) è un arcivescovo cattolico italiano, dal 15 agosto 2016 presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II. È consigliere spirituale della Comunità di Sant'Egidio.

Biografia

Vincenzo Paglia è nato a Boville Ernica il 21 aprile 1945.

Formazione e ministero sacerdotale

Ha frequentato il Pontificio Seminario Romano Minore e poi il Pontificio Seminario Romano Maggiore, dalla prima media sino alla conclusione del ciclo di formazione. Si è laureato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense, dove ha conseguito anche la licenza in filosofia. Si è poi laureato in Pedagogia presso l'Università di Urbino. È stato ordinato sacerdote il 15 marzo 1970 incardinandosi nella diocesi di Roma, dove ha esercitato la funzione di viceparroco a Casal Palocco dal 1970 al 1973. Successivamente è stato rettore della chiesa di Sant'Egidio in Trastevere.

Dal 1981 al 2000 è stato parroco nella basilica di Santa Maria in Trastevere e prefetto della terza prefettura di Roma. È stato a lungo segretario della Commissione Presbiterale regionale e membro della Commissione Presbiterale Italiana. È stato incaricato, di tempo in tempo, a partecipare a svariate iniziative pastorali nel campo diocesano e nazionale. È stato inoltre nominato postulatore della causa di beatificazione dell'arcivescovo di San Salvador Óscar Romero, di cui possiede una croce pettorale donatagli dal suo vescovo ausiliare Ricardo Urioste.

Ministero episcopale

Il 4 marzo 2000 è stato nominato vescovo di Terni-Narni-Amelia, il 2 aprile ha ricevuto l'ordinazione episcopale nella basilica di San Giovanni in Laterano e ha preso possesso nella diocesi il 16 aprile.

È stato nominato dalla Santa Sede, nel settembre del 2002, presidente della Federazione biblica cattolica internazionale. Dal maggio 2004 è stato presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana. Presso la Conferenza episcopale umbra è stato presidente della consulta per i problemi sociali, del lavoro, della giustizia e della pace, presidente della Commissione per i beni culturali e presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali. È stato assistente ecclesiastico generale della Comunità di Sant'Egidio che segue sin dall'inizio degli anni settanta.

Ha partecipato attivamente all'associazione "Uomini e religioni" della Comunità di Sant'Egidio che organizza incontri ecumenici e interreligiosi. Importante il ruolo svolto per l'incontro interreligioso internazionale svoltosi a Bucarest, che ha permesso il viaggio del Papa in Romania, primo paese ortodosso ad essere visitato da Giovanni Paolo II ed ha operato per la visita del patriarca Teoctist a Roma. Ha inoltre favorito il conferimento della laurea honoris causa al metropolita Kirill, all'epoca responsabile del Dipartimento per gli affari esteri della Chiesa ortodossa russa.

Ha seguito con particolare cura la situazione balcanica. È stato il primo prete che ha avuto il permesso di entrare in Albania prima ancora delle prime elezioni libere del marzo 1991. È stato membro della delegazione pontificia per la prima visita pastorale in Albania; e in questa veste ha ottenuto la riapertura del seminario e la riconsegna della cattedrale di Scutari, che ha provveduto a restaurare e ripristinare al culto; ha inoltre avviato le relazioni diplomatiche tra Albania e Santa Sede.

La sua azione è stata particolarmente impegnativa per le questioni relative al Kosovo. È riuscito a realizzare l'unico accordo tra Slobodan Milošević e Ibrahim Rugova per la normalizzazione del sistema scolastico-educativo nella regione. Ha ottenuto, inoltre, il rilascio di Rugova durante la guerra del 1999. Nel 2005 ha fondato il Popoli e Religioni - Terni Film Festival di cui è presidente onorario il regista Krzysztof Zanussi e direttore artistico Arnaldo Casali.

Salvador Sánchez Cerén, presidente di El Salvador, saluta il vescovo Vincenzo Paglia, postulatore della causa dell'arcivescovo Óscar Romero, in Vaticano.

Il 26 giugno 2012 è stato nominato presidente del Pontificio consiglio per la famiglia ed elevato alla dignità di arcivescovo, rimanendo al contempo amministratore apostolico della diocesi di Terni-Narni-Amelia. Il 2 febbraio 2013 gli è succeduto nell'incarico di amministratore apostolico Ernesto Vecchi, già vescovo ausiliare di Bologna, il quale ha confermato le indiscrezioni secondo le quali la curia diocesana ternana sarebbe gravemente indebitata. Il 4 febbraio 2013 ha rilasciato una dichiarazione in cui ha ipotizzato che lo Stato possa riconoscere alcuni diritti alle coppie non sposate, anche omosessuali.

Con il motu proprio Sedula Mater del 15 agosto 2016, papa Francesco ha disposto, a partire dal 1º settembre 2016, la soppressione del Pontificio consiglio per la famiglia, le cui funzioni sono state attribuite al nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Lo stesso giorno, pertanto, è stato nominato presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituto Giovanni Paolo II.

Il 17 settembre 2016 ha celebrato a Livorno le esequie private del presidente emerito della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi. Il 17 febbraio 2017 Radio Radicale diffuse alcune dichiarazioni di mons. Paglia, in occasione della presentazione dell’autobiografia postuma di Marco Giacinto Pannella hanno provocato perplessità e disappunto in molti cattolici, e la reazione di una serie di siti e organizzazioni del laicato cattolico in quanto lo stesso Pannella per decenni ha portato avanti battaglie a favore del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia e del riconoscimento delle coppie gay e quindi, di fatto, in senso contrario al magistero della Chiesa.

Nel giugno 2017, papa Francesco, su indicazione di monsignor Vincenzo Paglia, nomina tra i membri dell'accademia per la vita il professor Nigel Biggar, teologo moralista anglicano, accademico all'Università di Oxford, dichiaratamente abortista. Di lui sono noti alcuni studi morali relativi a una possibile linea abortiva alle 18 settimane del feto. Ciò ha creato forte imbarazzo per la Santa Sede e disappunto nel mondo cattolico, anche perché nello statuto dell'Accademia, all'articolo 6, è previsto che i nuovi accademici (medici, biologi, teologi, giuristi, filosofi, sociologi, antropologi) sono invitati a firmare l'«Attestazione dei Servitori della Vita». Il che significa che «la qualità di Accademico si perde nel caso di azione o dichiarazione pubblica e deliberata contraddittoria a questi principi». Mons. Paglia ha poi minimizzato l'accaduto spiegando che effettivamente il professor Biggar aveva fatto quelle affermazioni sull'aborto nel 2011 in alcune interviste ma che non aveva mai scritto nulla su tale tema e che lui stesso lo aveva contattato nei giorni successivi alla nomina dopo che erano sorte le polemiche avendo assicurazioni dall'accademico di Oxford, circa il fatto che non sarebbe entrato in futuro nel dibattito sull'aborto.

Il 4 ottobre 2017 papa Francesco lo ha nominato membro della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, l'11 gennaio 2018 membro della Congregazione delle cause dei santi. Con riferimento alla pronuncia con cui la Corte di Cassazione francese il 28 giugno 2019 si è pronunciata contro il divieto di sospendere alimentazione e idratazione artificiali a Vincent Lambert deceduto l'11 luglio 2019, dopo dieci giorni dalla sospensione, ha destato sconcerto nel mondo cattolico la posizione del Presidente della Pontificia Accademia della Vita indirizzata a "non elaborare un giudizio etico bensì trovare vie di comunicazione che favoriscano la riconciliazione più che la controversia, e quindi a cercare insieme un accordo più ampio possibile" i cattolici impegnati a favore della vita gli hanno ricordato che dinnanzi ad un valore non negoziabile non si possa prospettare un accordo.

Durante l'emergenza Covid-19 ha pubblicato il libro Pandemia e fraternità (edito da Piemme) che riflette sull'impatto che l'emergenza sanitaria ha avuto sulla vita quotidiana e sulle relazioni umane e promosso la realizzazione di un documento da parte della Pontificia accademia per la vita. A seguito dello scandalo del Pio Albergo Trivulzio ha invocato la chiusura delle case di riposo.

Curiosità

Il 29 settembre 2015 è stato vittima di uno scherzo del programma radiofonico “La Zanzara”, una finta telefonata con l’allora primo ministro Matteo Renzi, che fu poi diffusa sui medi.

Onorificenze

Il vescovo Vincenzo Paglia, postulatore della causa di Óscar Romero, durante una conferenza stampa.

Per il suo impegno per la pace ha ricevuto nel 1999 la Medaglia Gandhi dell'UNESCO e nel 2003 il Premio Madre Teresa dal governo albanese. È stato insignito, inoltre, nel 2004, del San Valentino d'Oro, nel 2005 del Premio per il dialogo Città di Orvieto e nel 2006 del Premio Grinzane Terra d'Otranto e il "III centenario di San Danilo principe di Mosca" consegnatogli dal Patriarca Alessio. Iscritto all'Ordine dei giornalisti del Lazio, collabora con riviste, giornali e programmi radiofonici e televisivi.

Il 14 Luglio 2017 ha ottenuto a Latina il Premio Enea - Buone pratiche per l'Italia, nell'ambito della prima edizione del Festival politico e narrativo Come il vento nel mare e in contemporanea alla presentazione del suo volume dal titolo Sorella morte.

Ha collaborato alla cattedra di Storia contemporanea all'Università la Sapienza di Roma e ha pubblicato studi e articoli sulla storia sociale e religiosa nonché sulla storia della povertà. Significativi sono i suoi studi sul dialogo tra credenti e laici. Numerosi sono, inoltre, i volumi di carattere religioso-pastorale. Nel 2000 ha anche iniziato una serie di commenti ai libri del Nuovo Testamento, distribuiti gratuitamente a tutti gli abitanti della diocesi.

 Castello di San Girolamo, la sentenza: il fatto non sussiste, tutti assolti. Redazione l'1 dicembre 2020 su ternitoday.it

Caduta anche l’accusa di truffa per la vicenda che coinvolse la Diocesi di Terni e l’Istituto di sostentamento del clero per la compravendita dell’ex monastero di Narni

Il fatto non sussiste, tutti assolti. Finisce così la vicenda della compravendita del castello di San Girolamo di Narni. Oggi, martedì primo dicembre, il tribunale di Terni (presidente Rosanna Ianniello, giudici Dorita Fratini e Marco Di Tullio) ha pronunciato la sentenza che scagiona i cinque imputati finiti nell’inchiesta aperta nel 2011 dall’allora pubblico ministero Elisabetta Massini.

Alla sbarra erano finiti Luca Galletti, ex direttore dell’ufficio tecnico della diocesi e braccio destro dell’ex vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, dell’ex economo diocesano Paolo Zappelli, il notaio ternano Gian Luca Pasqualini, già membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, dell’ex sindaco di Narni, Stefano Bigaroni, e due dirigenti del Comune di Narni, Antonio Zitti e Alessia Almadori.  

LEGGI | “Castello di San Girolamo, fu una guerra tra bande religiose”

Delle accuse originarie, nel fascicolo processuale era rimasto ben poco. L’ipotesi investigativa da cui si partì immaginava scenari foschi: associazione a delinquere, riciclaggio, turbativa d’asta e una serie di altre contestazioni che si inserirono nel più ampio panorama del “buco” da 20 milioni di euro che aveva divorato i conti della curia ternana.

Il fragore di quella bomba è però risuonato in maniera molto più blanda nell’aula del tribunale di Terni quando il pm in udienza, la dottoressa Barbara Mazzullo, ha invece letto le richieste di condanna e, soprattutto, anticipato che il castello accusatorio è riassunto nell’accusa di truffa. Niente associazione né tantomeno autoriciclaggio. Da qui le richieste: 2 anni e 9 mesi per Galletti (difeso dall’avvocato Manlio Morcella) e Zappelli (assistito dall’avvocato Luca Maori); un anno e 6 mesi per Zitti e Pasqualini (assistiti dagli avvocati Pasqualini ed Esposito) ed assoluzione per Bigaroni e Almadori.

Oggi è stata scritta una pagina nuova di questa storia, che ribalta tutto quello che è successo negli anni: il fatto non sussiste, imputati prosciolti con formula piena. Con un ritornello che si sta ripetendo piuttosto spesso nelle inchieste che hanno squassato la politica, l’economia e la storia recente della città di Terni.

“Ci troviamo di fronte a persone che sono state sbattute in carcere ed oggi vengono assolte perché il fatto non sussiste. Si tratta di una cosa gravissima – spiega l’avvocato Luca Maori, che in udienza ha difeso la posizione di Zappelli – Cose che non devono più accadere. E ora chi paga per quella detenzione e per tutte le conseguenze? Senza dubbio, avanzeremo delle richieste per vedere un giusto risarcimenti di quei danni subiti”.

Castello San Girolamo, tutti assolti a sette anni dagli arresti. Terni – Sentenza di primo grado sulla vicenda dello storico immobile che aveva coinvolto nomi ‘eccellenti’ anche della diocesi. Da umbriaon.it l'1 Dicembre 2020

Ad oltre 7 anni dagli arresti che fecero tanto scalpore, con accuse formulate dall’allora pm Elisabetta Massini decisamente pesanti, il tribunale di Terni in composizione collegiale (presidente Rosanna Ianniello, giudici Dorita Fratini e Marco Di Tullio) martedì ha assolto con formula piena (il fatto non sussiste) i sei imputati del processo relativo alla compravendita del castello narnese di San Girolamo. Gli assolti dall’unico reato rimasto in piedi – la truffa, dopo che si era partiti dall’associazione per delinquere, poi caduta – sono il notaio ternano Gian Luca Pasqualini (l’accusa aveva chiesto un anno ed un mese di reclusione oltre a 500 euro di multa), il dirigente del Comune di Narni Antonio Zitti (chiesto un anno ed un mese e 500 euro di multa) l’ex direttore dell’ufficio tecnico della diocesi di Terni, Narni e Amelia, Luca Galletti (richiesta di due anni e tre mesi e 1.000 euro di multa), l’ex economo della diocesi Paolo Zappelli (chiesti due anni e tre mesi e 1.000 euro di multa), l’ex sindaco di Narni Stefano Bigaroni (chiesta l’assoluzione) e la dirigente del Comune di Narni Alessia Almadori (chiesta l’assoluzione). Fra i legali difensori dei cinque figurano gli avvocati Elisa Esposito, Alessandro Ricci, Manlio Morcella, Luca Maori, Federico Olivo e Anna D’Alessandro. Precedentemente, era il novembre del 2018, un architetto del Comune di Narni, Alessandra Trionfetti, era stata assolta con formula piena dopo aver chiesto il giudizio abbreviato. Altre posizioni, fra cui quella dell’ex vescovo di Terni Vincenzo Paglia, erano state archiviate in fase di indagine. Secondo le accuse iniziali, la compravendita del castello si sarebbe realizzata «formalmente da parte della IMI Immobiliare e in realtà con utilizzo indebito di denaro della diocesi di Terni-Narni-Amelia». L’associazione per delinquere ipotizzata – finalizzata in primis alla truffa – sarebbe stata promossa dal Galletti e da lui organizzata insieme a Zappelli, Zitti e Bigaroni, con tutti gli altri coinvolti in quanto partecipanti. Ricostruzione caduta definitivamente con la sentenza di martedì.

La lettura della vicenda

Non è un mistero che, pur archiviato, il processo vedesse come ‘convitato di pietra’ proprio monsignor Vincenzo Paglia. Perché Galletti e Zappelli, il primo per l’ambito immobiliare ed il secondo per quello economico finanziario, erano stati suoi stretti collaboratori durante l’episcopato ternano. Proprio l’archiviazione della posizione dell’ex vescovo di Terni-Narni-Amelia, in fase di indagini preliminari, aveva rappresentato il primo ‘terremoto’ per la tenuta dell’impostazione accusatoria. Poi ridotta, dall’iniziale associazione per delinquere, al reato di truffa. Tanto che in aula il pm Mazzullo – subentrata alla titolare Massini dopo la partenza di quest’ultima per il tribunale di Viterbo – aveva chiesto al tribunale di rilevare l’intervenuta prescrizione per l’ipotesi di turbativa d’asta e di assolvere gli imputati, nel merito, per tutti gli altri reati ad eccezione della truffa. Probabilmente decisiva, ai fini della sentenza emessa a Terni, la deposizione di Vincenzo Paglia nel corso del processo, avvenuta le scorse settimane. Interrogato dalla presidente Ianniello, a precisa domanda se si fosse sentito ‘raggirato’, l’ex vescovo di Terni aveva spiegato che lui aveva creduto fermamente nell’operazione-San Girolamo, avendo a cuore le sorti del territorio ed essendo affezionato a quell’immobile che aveva frequentato, da giovane parroco, insieme ai bambini delle colonie estive. Nel castello di Narni, Paglia aveva intravisto la possibilità di dare vita ad un centro convegnistico di tipo religioso e con finalità anche turistiche e ricettive. Una manna per i conti del Comune narnese, che chiudendo in pareggio il bilancio non avrebbe perso i benefici del programma europeo Puc, ed un’opportunità per la diocesi che avrebbe valorizzato lo storico edificio. Poi con l’andare dell’indagine, non se ne fece più nulla: Paglia lasciò Terni, si aprì anche un’inchiesta vaticana sui debiti lasciati a Terni (dagli iniziali 7/8 a circa 20 milioni) – che non evidenziò però il ‘plus’ patrimoniale di circa 50 milioni (da 15 a 60) in termini di immobili e opere d’arte legato al dicastero del presule di Boville Ernica – e a Paglia subentrò monsignor Vecchi, legato a correnti vaticane diametralmente opposte.

Morcella: «Riconosciuta piena dignità all’operato di Paglia»

Netto il giudizio dell’avvocato Morcella, difensore di Galletti insieme al collega Ricci: «L’esito di questo processo – afferma – va oltre il verdetto di natura giudiziale. Verdetto giuridicamente inappuntabile anche nelle previsioni, stante l’autorevolezza del collegio e di chi lo presiedeva. Ciò a significare che l’assoluzione era tecnicamente scontata ma per conseguirla, ed è la cosa più difficile per gli avvocati, vi è la necessità che il giudicante l’avesse riconosciuta. Si va oltre il verdetto giudiziale – spiega Morcella – perchè assolvere Galletti significa convalidare a piena voce l’archiviazione già conseguita da monsignor Paglia nella fase delle indagini preliminari. E significa anche riconoscere a costui la dignità che gli è stata negata da voci disobiettive, che hanno favorito una terribile campagna di stampa contro di lui. Vi è da ricordare che Paglia ha lasciato la diocesi di Terni all’inizio del 2012 con un appesantimento debitorio di circa 10 milioni di euro ma con un apprezzamento immobiliare e artistico di circa 50 milioni, apprezzamento che è stato sempre oscurato dalle inchieste interne e dall’aggressione dei media». Così l’avvocato Ricci: «Attendiamo di leggere le motivazioni, ma già la formula assolutoria non lascia spazio ad equivoci, avendo il tribunale assolto tutti gli imputati, alcuni dei quali, ricordiamo, arrestati fase di indagine, ritenendo sussistente una prova positiva della loro totale innocenza».

Esposito: «Per la mia assistita finisce un’odissea lunga sette anni»

L’avvocato Esposito, difensore di Almadori, osserva che per la sua assistita «è stata la fine di un’odissea durata sette anni. L’assoluzione annidava negli incartamenti processuali, era giuridicamente pacifica, certamente auspicata, ma doveva essere riconosciuta dal collegio. L’attestazione da parte del tribunale di Terni dell’assoluta insussistenza, per tutti gli imputati, di condotte a rilevanza penale – spiega l’avvocato Esposito – riafferma la linearità e la trasparenza della condotta del Comune, della sua dirigenza e dell’amministrazione tutta, messa molto a dura prova dal clamore delle indagini e da un processo lungo, sofferto ed articolato».

Il sindaco De Rebotti

Il sindaco di Narni, Francesco De Rebotti, sottolinea di aver sempre «avuto due certezze che mi hanno accompagnato fino all’epilogo, per me naturale, della vicenda del castello di San Girolamo. La certezza della bontà, della correttezza istituzionale, dell’unico interesse per il bene della comunità del sindaco Stefano Bigaroni, dell’architetto Antonio Zitti , della dott.ssa Alessia Almadori e dell’arch. Alessandra Trionfetti. E l’assoluta certezza che il percorso del giudizio determina sempre la realtà dei fatti, restituendo l’immagine propria della correttezza dell’attività dell’amministrazione. Sono contento – chiude – che la comunità narnese la veda confermata e sono umanamente, prima che istituzionalmente, felice che questo lungo periodo di sofferenza si sia chiuso nel migliore dei modi per la stima che nutro nei confronti di persone che hanno sempre mostrato profondo attaccamento e spirito di servizio nei confronti dell’amministrazione e della comunità narnese»...

Il Caso Bandecchi.

"IO MANESCO? SONO UNO CHE SI DIFENDE QUANDO GLI ALTRI ROMPONO I COGLIONI". Dagospia il 7 Settembre 2023. Da "La Zanzara - Radio24"

Bandecchi show a La Zanzara su Radio24: “Mussolini? Ha fatto anche cose giuste, fino alle leggi razziali che mi fanno schifo”. “Le bonifiche furono entusiasmanti, il lavoro, l’Eur, aiutava le persone bisognose. Prima le cose erano uno schifo. Sarei stato un fascista della prima ora, dopo le leggi razziali no”. “Rissa in Consiglio Comunale? Le parole spesso fanno più male delle botte, se uno mi insulta e mi dice buffone più volte, si merita anche una testata…”. 

“Stupratori? Bisogna fargli male, se serve anche la castrazione chimica…”. “Mi danno fastidio le donne che denunciano le violenze sette mesi dopo, oggi devi avere paura a fare un complimento a una ragazza”. “Oggi è pericoloso anche andare a letto con una…magari ti denuncia perché sono stato un’omaccione”.  “Lo stipendio da sindaco? Cinquemila e duecento euro al mese, adesso guadagno solo quello e non rinuncio”.

“Le mie aziende valgono tre miliardi, ho uno yacht da cinquantacinque metri, ma adesso mi sono rimasti solo i soldi che prendo da sindaco, non posso rinunciare. Chi lavora deve essere pagato”. “Il Perugia? Non lo volevo in serie C, ma era ingiusto togliere il posto a una squadra che aveva meritato…”. Poi si dichiara a favore della prostituzione legale: “Meglio i bordelli della strada, e poi ognuno del suo corpo fa quello che vuole”. E su droghe leggere e nucleare…   

Difende le guardie giurate ingaggiate dalla su Università per la sicurezza di Terni: “C’è un’esigenza reale di sicurezza, i vigili di Terni sono sotto di 87 persone. Da trent’anni tutte le Forze dell’Ordine sono sotto organico e Terni è immensa. Con tre volanti non la copri sicuro. Comunque il prossimo anno assumeremo sessanta vigili.

Milizia privata? Ma quando mai, sono istituti di vigilanza e se un ladro sta spaccando una fontana a martellate lo possono fermare. Possono controllare i nostri parchi, se c’è uno che violenta una ragazza possono intervenire. Sono l’unico politico d’Italia che dà i soldi ai cittadini e non li prende”. 

Bandecchi, lei è un uomo ricco. Prende lo stipendio da sindaco?

“Le mie aziende contano circa tre miliardi di patrimonio. La mia Università vale due miliardi e tre, quattro e con le altre aziende siamo intorno ai tre miliardi”. E lo stipendio da sindaco?

“Ne ho bisogno perchè non guadagno più quattro milioni ma cinquemila duecento euro al mese. Ci ho rimesso, fate voi il conto. Io lavoro, non rinuncio allo stipendio. Quando uno lavora si merita lo stipendio. Sono gli unici soldi che mi sono rimasti”.

Ma lei ha pure una barca: “Sì, e allora? Ho uno yacht da 55 metri intestato a un’azienda. Io do lavoro a più di duemila persone”. Se fosse ministro o premier che pena darebbe agli stupratori?

“Lo stupro è uno dei reati peggiori. Castrazione chimica? Serve fargli male. Gli stupratori non possono continuare a fare gli stupratori. Per me le ragazze ubriache si accompagnano a casa. La castrazione è un’idea, quello che lo fa una volta è un caso, quello che lo fa 150 volte non è un caso. 

Ci sono persone uscite di galera che hanno ricommesso il reato”. Ma Bandecchi dice anche: “Poi bisogna anche vedere se questi reati succedono veramente, a me danno noia le donne che si svegliano sette mesi dopo. Ai miei figli oggi non direi con tranquillità che possono dire a una donna che è una bella ragazza. E’ un rischio fare un complimento, ci vuole una delibera. Non si può neanche andarci a letto con una, dopo tre mesi lei dice che sono stata indotta perchè era un omaccione”. Lei è monogamo?

“Sì, e se mia moglie mi tradisse vorrei che non me lo dicesse.

Sono sposato da quaranta anni. Se ho mai tradito? Ho un amico avvocato che ha detto che se dovesse difendere mia moglie chiede un milione per il divorzio e gliene fa avere tre, se difende me vuole 20mila euro perchè tanto perde sicuro”. Una volta lei ha detto che la Finanza è come la Gestapo, conferma?

“Ho ancora 22 milioni sequestrati e non mi hanno fatto capire per quale motivo. La Finanza ha poteri che altri non hanno. Io sono sopravvissuto a questo sequestro e i miei dipendenti hanno continuato a prendere lo stipendio, altri al posto mio si erano già sparati alla testa.

Sull’accenno di rissa al consiglio comunale di Terni: “Io manesco? Sono uno che si difende quando gli altri rompono i coglioni. Mentre parlavo in Consiglio Comunale, dove la legge mi dà il diritto di esprimermi in modo democratico, mi hanno detto pagliaccio vieni qua. Mi hanno urlato che sarei stato il coglione di turno. Minacciato qualcuno di rompergli i denti? Ho detto attenzione che se ridi i denti volano via. Legittimo dare schiaffi? Ci sono tanti che si sono suicidati per le parole piuttosto che per uno schiaffo. Se uno mi dice buffone una volta non gli do una testata. 

Se insiste due giorni gliene do due di testate...”. E ancora: “Se uno non mi lascia parlare cosa ci vado a fare in Comune? Volevo menare quello di Fratelli d’Italia? Io gli ho solo detto di non rompere i coglioni. Sono stato indagato con venti persone che mettono le mani addosso a me e mi bloccano. Non si devono azzardare a fermare uno che non ha ancora commesso nulla”.

Bandecchi parla poi di Mussolini e del fascismo: “Non ho ammirazione, ma a volte ha fatto cose giuste. Era socialista, quando ha pensato di aiutare le persone assistendo quelli che morivano di fame, quando ha detto cerchiamo di sanare le paludi che non funzionano non ha fatto cose strane. Poi ha fatto cose schifose in un’altra epoca: le leggi razziali. Li lo trovo insopportabile. 

Se fossi vissuto in quell’epoca sarei stato fascista della prima ora, ma dalle leggi razziali non lo sarei stato più”. E continua sempre parlando di Benito Mussolini: “Bonifiche? Sono state entusiasmanti. L’Eur mi piace, mi piacciono anche i principi della sanità per tutti, perchè è un principio che ha cominciato a portare lui in quel tempo. Personalmente non so se avrei fatto la Marcia su Roma, ma so che a quei tempi le cose funzionavano da schifo, peggio di oggi. Se il Re avesse voluto impedire la marcia l’avrebbe fatto, hanno fatto una passeggiata”. Poi il Leader di Alternativa Popolare parla di Perugia: “Ci saranno le elezioni e vogliamo piazzare il nostro Sindaco. Io non volevo il Perugia in Serie C, non sono contento della C, li vorrei in Serie A con la Ternana. Però non potevano pretendere di andare in B buttando fuori una squadra che si era guadagnato la serie sul campo”. Vannacci?

“Sui gay ha detto cose da caserma. Se poi dice che si è stufato di vedere in televisione due uomini o due donne che si baciano e mai un uomo e una donna, ha anche ragione.

Però il Generale sbaglia dicendo che non sono uguali agli altri”. Legalizzerebbe la prostituzione?

“Sono per la prostituzione legalizzata, ma non sono mai stato a prostitute. Le ragazze non siamo riusciti a toglierle dalla strada, alcune sono in mano a delinquenza. Mi risulta che in Germania, Olanda e Svizzera ci sia la prostituzione e portano a casa quindici/ventimila euro al mese decidendo di fare ciò che vogliono. Del mio corpo potrò decidere io che farne o no?”. 

“Sono favorevole- prosegue – anche al nucleare. Io una centrale anche A Terni la farei subito perchè mi sono rotto le palle di comprare energia elettrica dalla Svizzera, dalla Spagna e dalla Francia. Le droghe? Mi sono fatto una canna volta da ragazzo, sembravo il bigotto che non voleva. Non siamo riusciti a eliminare nulla quindi sono per la legalizzazione”.

Estratto dell’articolo di Antioco Fois per repubblica.it sabato 2 settembre 2023.

Stefano Bandecchi, il sindaco che aveva auspicato cecchini contro il degrado porta in città i “suoi” vigilantes. Dopo avere sfilato sotto il palazzo comunale, a Terni ha preso servizio un plotone di guardie giurate private. Dieci autopattuglie, in livrea bianca con una pantera disegnata sulla fiancata, che di notte stazioneranno nei luoghi sensibili della città, contro microcriminalità e atti vandalici. La particolarità inedita è che i poliziotti privati saranno finanziati con 870mila euro da Unicusano, l’università telematica fondata dal primo cittadino. Per essere più chiari, i soldi per la sicurezza cittadina, come ha rimarcato lo stesso Bandecchi, “ce li mette il sindaco”.

“Le proprietà del comune di Terni sono luoghi più sicuri”, ha celebrato l’evento sui propri social il primo cittadino ed ex paracadutista, con un filmato della sfilata delle auto che si posizionavano nel parcheggio del palazzo comunale. “Ventiquattro occhi in più” a disposizione della sicurezza cittadina, che per un anno saranno puntati dalle 22 alle 7 su “cimiteri, fontane, borghi, palazzi storici, monumenti” e risponderanno alle indicazioni della centrale operativa dei vigili urbani, in attesa che l’amministrazione Bandecchi riesca a integrare l’organico della municipale con nuove assunzioni.

In pratica, oltre ad essere finanziati dal sindaco, i vigilantes saranno anche comandati dal sindaco. Bandecchi, infatti, aveva rimarcato che la polizia municipale dovesse rispondere direttamente ai suoi ordini, in forza della delega alla sicurezza che ha mantenuto per sé. Una sorta di milizia privata del sindaco, che avrà il compito di vigilare e segnalare alle forze dell’ordine spaccio di droga, furti o situazioni di degrado. 

[...] La sperimentazione [....] consiste in un progetto pilota per “una attività di ricerca - si legge nell’atto numero 78 dell’esecutivo - finalizzata ad analizzare l’impatto sulla sicurezza urbana e sull’ordine pubblico, attraverso iniziative di partecipazione da parte di terzi alla tutela dei beni e degli spazi pubblici”.

I “terzi” sono le guardie giurate, che saranno impegnate in un servizio di “vigilanza gratuito”, per una non meglio precisata ricerca universitaria interdisciplinare, mirata “ad acquisire dati scientifici”, [...]  

Vantaggi diretti per Unicusano? Nessuno, ammette lo stesso sindaco. “La mia università spenderà 870mila euro per fare questa ricerca - commenta Bandecchi a Repubblica - e il beneficio che avrà è praticamente zero. Lo stesso vale per me. Invece il beneficio per la città di Terni è mille”.

Sul possibile conflitto di interessi, di un sindaco che finanzia il controllo del territorio, Bandecchi allarga le braccia. “Non so se ci sia un conflitto di interessi, nel caso sposteremo il progetto a Roma o a Perugia”, replica il capo della giunta ternana, che assicura nessuna invasione di campo nei compiti delle forze dell’ordine. “Già da quando Roberto Maroni era ministro - dice - le guardie giurate possono contribuire al servizio della sicurezza, coordinandosi con la questura”. [...]

Le ipotesi di reato: minaccia, oltraggio a pubblico ufficiale e di interruzione di pubblico servizio. Bandecchi è indagato dopo la lite in Consiglio comunale. E, intanto, presenta un esposto. “Ci si deve rendere conto che le parole uccidono e avevo parlato con le autorità proprio per questo. Ora vediamo chi vince”, dice il sindaco che, come riportano i media locali, ha presentato, a sua volta, un esposto per le minacce di morte subite nei mesi scorsi. Bandecchi parla anche di insulti e minacce ricevuti via social. Redazione su Il Riformista il 31 Agosto 2023

Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla locale Procura nel fascicolo di inchiesta aperto dopo quanto accaduto nei giorni scorsi in Consiglio comunale, quando lo stesso sindaco si era scagliato contro l’esponente di Fratelli d’Italia Marco Celestino Cecconi, venendo bloccato dalla polizia municipale. Lo scrive oggi il Corriere dell’Umbria, specificando che si tratta praticamente di un atto dovuto.

Dopo il Consiglio le minoranze si erano infatti recate dal prefetto e gli esponenti di Fratelli d’Italia anche dai carabinieri, per segnalare quanto successo. Della vicenda, i parlamentari del Pd Walter Verini e Anna Ascani hanno invece interessato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. In particolare – secondo quanto risulta al Corriere dell’Umbria – nel fascicolo di indagine le ipotesi di reato al momento al vaglio sarebbero quelle di minaccia, oltraggio a pubblico ufficiale e di interruzione di pubblico servizio. Tra gli elementi da valutare ci sarebbe infatti anche la reazione del sindaco all’intervento di tre agenti della polizia locale presenti come prassi al Consiglio. Durante il dibattito c’era stato uno scambio di battute dai toni sempre più polemici tra Bandecchi e Masselli, assessore nella precedente Giunta e sconfitto nel ballottaggio per la guida di Palazzo Spada. “Mi devono chiedere scusa, perché quando parla un consigliere e a maggior ragione il sindaco, tutti gli altri devono stare zitti”, aveva, fra l’altro, commentato il sindaco dopo l’accaduto.

Il sindaco di Terni ha a sua volta presentato una querela in questura: “Ho presentato un esposto preciso – ha riferito – contro l’aggressione che ho subito in Consiglio comunale. Precisamente contro le parole rivoltemi da Masselli, sentite da testimoni, ovvero ‘pagliaccio vieni qua’. Dette sbeffeggiandomi e ridendo. E contro il consigliere Cecconi che si è alzato e ha iniziato a urlare, costringendo la presidente a richiamarlo più volte e me a dirgli di mettersi seduto. Per questo mi sono alzato, per farlo rimettere al suo posto. C’è stata una evidente interruzione dei lavori di un pubblico ufficiale, quindi un’interruzione di pubblico servizio”.

Interpellato dall’ANSA, il sindaco Bandecchi ha prima replicato con una battuta – “se mi hanno iscritto, non è la prima volta” – poi ha spiegato i passi giudiziari compiuti, spiegando di avere anche “sporto denuncia per le minacce di morte ricevute un mese fa (un fatto inizialmente descritto dal primo cittadino come un tentativo di rapina subìto a Roma il 25 luglio, ndr) ed erano minacce direttamente legate al mio ruolo di sindaco”. “Di questo – ha detto – avevo già informato il prefetto di Terni, il questore e il comandante provinciale dei carabinieri. Avevo parlato alla ‘nuora’ perché la ‘suocera’ intendesse, ma evidentemente non ha inteso e quindi ho denunciato tutto”.

“Quando dissi a tutti che non volevo sporgere denuncia per quelle minacce, spiegai che evidentemente qualcuno si era fatto ‘agitare’ dai continui atteggiamenti che Fratelli d’Italia ha nei miei confronti. Sono sette mesi, cioè dalla campagna elettorale, che pubblicano storie e leggende per cui dovrei essere un criminale, al punto da mettere in discussione quanto deciso liberamente e democraticamente dai cittadini. Da tre mesi poi il consigliere Cecconi mi prendere in giro con le sue dirette video, fomentando alcuni poveracci che poi gli vanno dietro. Ci si deve rendere conto che le parole uccidono e avevo parlato con le autorità proprio per questo. Ora vediamo chi vince”.

"Il Pd? Se ne possono andare a fare in c..." Terni, Bandecchi rincara la dose: “Non sono il cattivo, ho solo avvisato i consiglieri che se non mi fanno parlare gli fracasso la testa sul tavolo”. La replica: “Inadatto a fare il sindaco”. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023 

Il protagonista indiscusso di questo pomeriggio di fine estate è stato il vulcanico sindaco di Terni Stefano Bandecchi che durante la seduta del consiglio comunale di questa mattina ha decisamente perso le staffe. Dopo aver travolto una sedia e un consigliere si è scagliato contro un collega della minoranza con cattive intenzioni. Il video dello scontro tra Bandecchi e i consiglieri di opposizione di Fdi ha fatto il giro del web e in pochissime ore è diventato virale. Ma lui proprio non ci sta a passare per il cattivo di turno anche se le circostanze portano inevitabilmente a pensare il contrario. E nemmeno il placcaggio della polizia locale ha placato la furia di Bandecchi.

Nel suo profilo whatsapp non passa inosservata la testa di un lupo con i denti digrignati, per nulla rassicurante. “Mi sono avvicinato a Cecconi, è vero, ma certo non gli volevo dare due crocche…”, assicura all’AdnKronos, riferendosi allo scontro con il consigliere meloniano Marco Celestino Cecconi. “L’ho solo avvisato che se succede un’altra volta che non mi fanno parlare gli fracasso la testa sul tavolo”, aggiunge però subito dopo con un’espressione choc l’esponente di Alternativa popolare.

Su quanto accaduto stamattina dice: “Penso che le persone prima di parlare devono collegare il cervello, l’ordine dei lavori è che ci si prenota e poi si parla, parlano tutti, io ho ascoltato tutte le corbelleria del centrodestra, ma quando poi ho iniziato io a parlare, hanno iniziato a ridere, a inveire, a colpi di ‘pagliaccio’, ‘imbecille’, ‘non capisci nulla’, Cecconi si è pure messo a urlare come un matto, gli hanno detto di sedersi, ci sono i video, e io mi sono alzato per farlo sedere, per me chi si comporta così è un criminale, e come uno che fa una rapina, uno che violenta una donna… pensavano che gli avrei dato due crocche, ma non era la mia intenzione, gli ho solo detto che la prossima volta che parlo io deve ascoltare, altrimenti sono guai…”.

Le reazioni della politica

Ora però altri partiti come la Lega e il Pd accusano Bandecchi, con i dem che chiedono l’intervento del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, invitando il primo cittadino del capoluogo umbro a dimettersi: “Il Pd? Se ne possono andare a fare in c… – sbotta, chiedendo di scrivere anche questo – non sanno che dire neanche loro. Io di certo non mi dimetto, perché il mio unico torto è quello di fare politica, dopo 5 anni in cui ha governato il centrodestra, in cui si è solo rubato….”. “E del Pd non mi interessa nulla…”, dice poi l’ex parà della Folgore commentando la posizione del partito di Elly Schlein che per bocca di Anna Ascani e Walter Verini, parlamentari umbri del Pd, ha parlato di “comportamento indegno, da parte di un personaggio su cui pende, tra l’altro, una seria questione di incompatibilità e conflitto d’interessi”.

"Devono chiedermi scusa, volevo farli sedere". Terni, Bandecchi: “quando parla il sindaco devono stare tutti zitti, sono stato buono ma se rompono gli do due schiaffi davvero”. Richiesto intervento di Piantedosi. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023

A poche ore dalla bagarre che ha visto protagonista Stefano Bandecchi in consiglio comunale non mancano le reazioni di indignazione per l’atteggiamento definito “da picchiatore” del sindaco di Terni. Il diretto interessato a margine del suo show ha commentato all’Ansa: “Mi devono chiedere scusa, perché quando parla un consigliere e a maggior ragione il sindaco, tutti gli altri devono stare zitti. Non possono sbeffeggiarmi dicendomi delinquente o pagliaccio”.

“Quando mi sono alzato e mi sono diretto verso il consigliere Cecconi – ha spiegato – volevo soltanto farlo mettere seduto, infatti non l’ho nemmeno sfiorato”. “Le posso assicurare che sono stato buono – ha detto ancora Bandecchi -, se continuano a rompermi… diventerò cattivo e due schiaffi in faccia glieli do davvero. Fino a quel momento avevo ascoltato tutti gli interventi in silenzio poi quando è toccato a me parlare sono iniziate le interruzioni e gli sberleffi per altro su un tema, quello della carenza di vigili urbani, causato dalle precedenti amministrazioni e che io sto risolvendo con sessanta nuove assunzioni. So che la minoranza è andata dal prefetto a fargli perdere tempo, io invece sono qui a lavorare”, ha concluso Bandecchi.

Richiesto intervento del ministro Piantedosi

“Poco fa, come parlamentari dell’Umbria, abbiamo avuto un colloquio con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. A lui abbiamo espresso la più profonda preoccupazione per le ferite e le lesioni alla convivenza civile e democratica prodotte quotidianamente a Terni dai comportamenti del sindaco Bandecchi. Gli episodi di questa mattina sono di una inaudita gravità: configurano reati, insulti all’istituzione e al consiglio comunale, resistenza a pubblico ufficiale, minacce. E fanno seguito a numerosi episodi che nelle scorse settimane hanno visto sempre protagonista questo signore, contro funzionari comunali, giornalisti, consiglieri di opposizione.

2Un comportamento indegno, da parte di un personaggio su cui pende, tra l’altro, una seria questione di incompatibilita’ e conflitto d’interessi. Bandecchi non può continuare a fare il sindaco: avere preso la maggioranza dei voti non lo autorizza a tenere questi comportamenti che offendono la città di Terni, le istituzioni, i consiglieri di opposizione, cui va la nostra solidarietà. Ringraziamo il ministro Piantedosi per l’attenzione dimostrata. Ci auguriamo che si prenda atto di questa insostenibile situazione e che si possano adottare tutti i provvedimenti utili a ripristinare un clima civile e democratico nella città”. Così, in una dichiarazione congiunta, i parlamentari umbri del Pd Walter Verini e Anna Ascani.

Terni, Bandecchi: “ti volano via i denti dalla bocca” poi vuole la rissa. Il sindaco placcato dalla polizia in consiglio comunale. Richiesto intervento del prefetto. Redazione su Il Riformista il 28 Agosto 2023 

Un rientro dalla pausa estiva esplosivo in consiglio comunale a Terni. Rissa sfiorata stamani tra il sindaco Stefano Bandecchi e i consiglieri di minoranza di Fdi. Uno show placato solo dall’intervento della polizia locale che ha evitato il contatto, in particolare con Marco Celestino Cecconi, capogruppo del partito.  Dopo ripetuti episodi che hanno visto il neo sindaco protagonista di attacchi nei confronti di giornalisti e consiglieri comunali, nella seduta odierna dell’assise municipale Bandecchi si è ripetuto, scagliandosi contro i banchi dell’opposizione.

La furia è scattata dopo un intervento dell’opposizione, che criticava l’operato della Giunta in tema di sicurezza urbana, dagli insulti il primo cittadino e coordinatore nazionale di Alternativa popolare si è fatto contro due esponenti di FdI come se volesse passare alle mani. Un botta e risposta sui conti comunali tra Bandecchi e il consigliere Orlando Masselli, già suo sfidante alla guida di Palazzo Spada.

Il sindaco ha più volte ripetuto a Masselli di “vergognarsi nel dire che oggi servono i soldi”, ricordandogli che era stato l’ultimo assessore al bilancio prima dell’arrivo dell’attuale maggioranza. Il sindaco ha continuato dicendo allo stesso Masselli di smettere di ridere, “altrimenti gli volano via tutti i denti dalla bocca”. Una frase ha fatto andare su tutte le furie Cecconi il quale ha richiamato animatamente Bandecchi a un atteggiamento e a un linguaggio più moderato. È a questo punto che la situazione è sfuggita di mano, con il sindaco che ha lasciato la sua postazione per andare verso il consigliere Cecconi, travolgendo anche una sedia. Fermato dagli agenti di polizia presenti alla seduta, Bandecchi è stato accompagnato fuori dall’aula consiliare e la seduta è stata sospesa.

Si sono subito recate dal prefetto di Terni Giovanni Bruno tutti i rappresentanti dei partiti di minoranza dopo che in consiglio il sindaco Stefano Bandecchi si è scagliato Celestino Cecconi, capogruppo di Fratelli d’Italia. La seduta dell’Assemblea si è regolarmente conclusa. Quindi le minoranze hanno chiesto un incontro al prefetto, subito accordato.

“Bandecchi non è in grado di fare il sindaco e se non si tratta di una questione di incompatibilità degli incarichi, è una questione di incompatibilità morale e di comportamento. Anche oggi in aula di Consiglio comunale l’ennesimo scempio, l’ennesimo teatrino di un sindaco che invece di confrontarsi, minaccia pesantemente (‘le volano via tutti i denti dalla bocca’), insulta e cerca di aggredire fisicamente un consigliere di opposizione che sta solamente facendo il suo lavoro nell’incalzare l’amministrazione a fare il proprio”: a denunciarlo è Devid Maggiora, segretario comunale della Lega a Terni. “Solo grazie all’intervento degli uomini della polizia locale è stato evitato il peggio. L’atteggiamento di Bandecchi oggi in aula è da censura” aggiunge.

Estratto dell'articolo di Paolo Grassi per “il Messaggero” l'1 giugno 2023.

 Il presidente di una società di calcio, può fare anche il sindaco della città? A quanto pare, no. C'è il caso di Terni, dove al neoeletto, Stefano Bandecchi di Alternativa Popolare, è stato comunicato ieri proprio questo. Lui, infatti, è anche presidente della Ternana. E così, decide di mettere in vendita la società […] 

Fino alle elezioni, Bandecchi escludeva, leggi e sentenze alla mano, l'incompatibilità. Ma la realtà, ieri, alla convalida della sua elezione, è stata un'altra. Per lui, si tratterebbe di una "scherzetto" della precedente amministrazione, di centrodestra.

«Per me […]non c'erano problemi. Ma evidentemente, la giunta uscente ha lasciato dei documenti in cui il segretario comunale afferma che, a suo avviso, la legge è restrittiva e se io prendo lo stadio cittadino in utilizzo scattano conflitti di interesse per i quali non basterebbe nemmeno che io lasciassi la sola presidenza. Abbiamo trovato una serie di documenti ai quali hanno lavorato intensamente sabato e domenica scorsi e che abbiamo dovuto firmare. Per me, è assurdo che uno che paga uno stadio e ci spende 1,3 milioni l'anno, abbia incompatibilità con il Comune. Perché non mi sembra che il Comune ci abbia dato soldi. Resto sindaco e punto sempre sull'Umbria, vendo la Ternana e avrò risolto il problema alla destra».

[…] «Riceviamo chiamate ogni giorno, da chi sarebbe pronto a prendere la Ternana. Sarà ceduta a soggetti di livello e pronti a investirci».

Dagospia 30 maggio 2023. INTERVISTA A STEFANO BANDECCHI A “LA ZANZARA”.

Bandecchi vince a Terni e poi a La Zanzara su Radio 24 si confessa: “Non sono fascista, ma Mussolini ha fatto cose buonissime come le pensioni e la sanità per tutti”. “Gay pride? Lo possono fare serenamente, glielo finanzio”. “Troppi stranieri a Terni? No, per me possono venire tutti i neri da ogni parte del mondo”. Droghe? Ho un fratello morto per droga, ma la cannabis se la possono fare”. “I bordelli? Sono una cosa da paese civile”. “Centrale nucleare a Terni? Io le farei ovunque…” 

Il neoeletto Sindaco di Terni Stefano Bandecchi ha parlato a La Zanzara su Radio 24: “Mi danno del fascista - dice Bandecchi - ma ho sempre detto che ho fatto il paracadutista nella Folgore, ma non sono automaticamente fascista. Mussolini? Ha fatto cose buonissime come le pensioni, la sanità per tutti… ma ha fatto anche grandi puttanate come le leggi razziali ed allearsi con Hitler. Mussolini era uomo di sinistra, gestiva l’Avanti, e i mostri vengono da sinistra”

Sul futuro come presidente della Ternana ha aggiunto: “Non mollo proprio niente, perchè devo mollare? Nessun conflitto d’interessi”. “Il Gay Pride? Lo possono fare serenamente, non ho problemi con i gay. Mi diverte - continua Bandecchi a La Zanzara - glielo finanzio anche. Un primo bordello in Italia a Terni? Ho sempre pensato che siano una cosa civile. Dicevo giorni fa, ad un amico di sinistra, che se è possibile l’utero in affitto si possono riaprire i bordelli. 

Anche perchè con l’utero in affitto lo stato dovrebbe assumere un milione di donne per far partorire un milione di bambini”. Bandecchi, poi, è sempre stato a favore dell’energia nucleare: “Farei centrali da ogni parte, non solo a Terni. Non so quale sia il problema, abbiamo l’appennino desertificato con paesi spopolati. Poi parliamo di centrali nucleari anche perchè sennò i nostri figli dovranno andare a fare i camerieri a qualcuno tipo la Cina. Da qualche parte qualcosa deve cambiare”. A Terni ci sono troppi stranieri? “

Assolutamente no - commenta Bandecchi. Sono stato il primo a parlare di Eurafrica. Per me possono venire tutti i neri da ogni parte del mondo. Mi interessano le cose vere, non la pigmentazione”. Lei legalizzerebbe la droga leggera?: “Sulle droghe bisogna stare attenti, ho un fratello che si è impiccato per droga. Le canne so che non contano una mazza, mi sconvolge di più un onorevole che si fa di cocaina piuttosto che uno che si fa una canna. La cannabis se la possono fare”. Come sconfiggere la violenza negli stadi?: “I violenti dagli stadi devono sparire, vorrei vedere meno reti e meno gabbie e più persone libere di portare un bambino. In Inghilterra nessuno fa lo scemo, ben venga quello che ha fatto la Thatcher. Lo stadio deve essere punto d’incontro, di serenità, nessuna squadra deve stare sotto ultrà estremi. A Terni in curva c’è gente per bene, sono mammolette al confronto di altri”. Poi Bandecchi parla della guerra: “Per me i russi hanno sbagliato, chi invade sbaglia, fanno bene a difendersi gli ucraini.  

Quando sarò a Roma tra quattro anni e mezzo farò i decreti giusti e ci mando anche i paracadutisti. Se potessi, ci andrei tranquillamente a combattere con gli ucraini”. Poi parla della caccia: “Caccia? Non sono per la caccia, ma vado al poligono per tenermi in forma, non per uccidere gli animali. Non faccio il padel ma vado a sparare”.

“Tasse un pizzo di stato? Sì alcune lo sono. Bisogna aumentare il pil delle città, come dell’Italia, non risolvendo le cose con le tasse”. E sul futuro come presidente della Ternana ha aggiunto: “Non mollo proprio niente, perchè devo mollare? Nessun conflitto d’interessi”.

Estratto dell'articolo di Vanna Ugolini per “il Messaggero” il 30 maggio 2023. 

Stefano Bandecchi, Alternativa Popolare, 62 anni, sposato con due figli e due nipotini, cittadino onorario di Terni, è il nuovo sindaco.

(...)

E cosa farà con la Ternana? Resterà presidente?

«Sì, perchè dovrei lasciare la presidenza? Berlusconi è stato presidente del Consiglio mentre aveva il Milan. Lascerò la presidenza se e quando venderò la squadra».

I seggi che erano le roccaforti del Pd hanno votato per lei.

(...) 

Da umbriaon.it il 29 maggio 2023.

Lo spoglio è ancora in corso ma i numeri non lasciano spazio a particolari dubbi: il nuovo sindaco di Terni per il quinquennio 2023-2028 è il livornese Stefano Bandecchi (Alternativa Popolare). Superato il candidato del centrodestra Orlando Masselli. Bandecchi (62 anni), presidente della Ternana Calcio, succede a Leonardo Latini (centrodestra).

(ANSA il 31 maggio 2023) La Procura della Federcalcio - apprende l'ANSA - ha appena aperto un fascicolo sulle dichiarazioni del patron della Ternana e neo sindaco di Terni Stefano Bandecchi. "Hanno rubato (riferendosi alla Juve, ndr), Gravina? Cambi spacciatore", queste le frasi incriminate. Il presidente federale poco prima si era espresso con toni distensivi ('Ritrovata serenità') sul patteggiamento tra il club bianconero e la Procura Figc. "Gravina - trapela - intende chiedere l'autorizzazione per adire le vie legali, a tutela della sua immagine e di quella della stessa Federazione".

Estratto da gazzetta.it il 31 maggio 2023.

"Gravina meglio che cambi spacciatore". Non usa mezze parole il presidente della Ternana Stefano Bandecchi, 62 anni, cittadino onorario di Terni e da ieri nuovo sindaco della città umbra. Dopo il patteggiamento della Juventus sul caso stipendi, intervenendo ai microfoni di TvPlay, Bandecchi ha sparato a zero sui bianconeri e sul presidente federale Gravina. "Lo sport deve adattarsi alla giustizia regolare, se è dimostrato che hai rubato vai in galera, punto e basta. Secondo me la Juventus ha rubato? Sì, le indagini dicono questo". 

E poi: "Con tutto il rispetto per Gravina penso che debba cambiare spacciatore, ha detto qualcosa di gravissimo per un uomo con una carica come la sua. Ha sbagliato, quello che ha detto non ha né capo né coda, forse voleva dire qualcosa di diverso. Non esiste nessuno di considerabile sopra le leggi, perché sennò - scusate - io domani vado a fare una rapina in banca e con quei soldi risolvo i miei problemi. Il mondo del calcio deve allinearsi di più con le problematiche di tutti i giorni". 

Un fiume in piena, Bandecchi: "Io voglio bene ai tifosi della Reggina, ma il Chievo aveva una situazione simile ed è stato fatto fallire. Il mondo del calcio continuo a capirlo poco, la Juventus ha debiti incredibili come Milan e Inter, è un mondo che fa vivere molto bene calciatori, allenatori, ma poi massacra i presidenti. Parlare con Gravina? Ci sono sempre discussioni, la Serie A prende molto più denaro di noi e ci sono discussioni incredibili tra A e B, in B abbiamo spese incredibili e infatti chi sale in A poco dopo scende, non c’è molto dialogo ad oggi". 

(…) 

da domani comincerò a rubare per poter risparmiare qualcosa, poi mi aspetto di essere assolto perché faccio tanti soldi e sono nel mondo del calcio.

Estratto dell’articolo di Ilaria Sacchettoni per roma.corriere.it il 31 maggio 2023. 

Gennaio scorso, durante uno scampolo di quella campagna elettorale nella quale Stefano Bandecchi - diventato oggi, lunedì 29 maggio, il neo sindaco di Terni - si muoveva a proprio agio. 

Si parlava di partiti e lui, il patron della Unicusano, finita sotto inchiesta da parte della magistratura romana, lasciava filtrare una generosità tanto bipartisan quanto tracciabile e con Alessio D’Amato reo di avergli ricordato i guai con la giustizia, Bandecchi tuonava: «È triste che l’opposizione italiana cada su queste “minchiate”. Uno come me l’opposizione lo deve solo ringraziare. 

C’è già stata un’indagine nel 2019 sul fatto che la mia Università ha sostenuto Tajani e Ciocca alle Europee. Si è svolta un’indagine dettagliata e il magistrato ha archiviato tutto perché conosceva le leggi. I soldi utilizzati per il finanziamento della politica erano stati prelevati dai conti correnti delle rette universitarie. Erano soldi privati, dunque i finanziamenti erano leciti». 

(…)

Ora dalla Procura è partito un incarico agli esperti per rispondere all’interrogativo «ente no profit o commerciale?». La soluzione nei prossimi mesi. Mentre il 22 gennaio scorso gli sono stati sequestrati beni per venti miloni di euro, fra i quali una Rolls Royce.

Estratto dell'articolo di Marco Franchi per il “Fatto quotidiano” il 5 giugno 2023.

Il 10 maggio 2006 è l’ultimo giorno ufficiale del terzo governo Berlusconi, quello di “fine legislatura” iniziato con l’uscita dell’Udc ad aprile 2005 e concluso con le elezioni del 9 e 10 aprile 2006. L’esecutivo era in carica per gli affari correnti, l’indomani si sarebbe insediato il nuovo premier, Romano Prodi. Quel giorno, in Gazzetta Ufficiale venne pubblicato il decreto della ministra uscente all’Istruzione e Università, Letizia Moratti, che forniva il riconoscimento ad altre 5 università telematiche (oltre le 11 già autorizzate nei 3 anni precedenti). Tra queste, l’Università “Niccolo Cusano” di Stefano Bandecchi, dove fino ai giorni nostri si sono laureati (in maniera del tutto regolare) almeno 50 politici italiani, tra cui l’attuale ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.

Questa sera, su Rai 3, Report ripercorre l’ascesa imprenditoriale e politica del nuovo sindaco di Terni e presidente della Ternana. Bandecchi è indagato dalla Procura di Roma per evasione fiscale. È accusato di aver finanziato, attraverso la sua università, tutta una serie di attività commerciali – compresa la società di calcio della Ternana – utilizzando agevolazioni fiscali applicabili solo ad attività connesse all’Ateneo. Per tale motivo la Finanza aveva sequestrato all’Università quasi 21 milioni di euro. 

Bandecchi, come illustra il servizio di Luca Bertazzoni, è diventato negli anni il più grande finanziatore di Forza Italia alle spalle solo di Silvio Berlusconi.

(...) Oltre al suo stesso partito – Alternativa Popolare, fondato da Angelino Alfano, che ha ottenuto dall’Unicusano oltre 100 mila euro – a quanto dichiara a Report ha contribuito alle campagne elettorali del neo governatore del Lazio, Francesco Rocca (che ha restituito l’erogazione), a quella del suo rivale di centrosinistra, Alessio D’Amato e, con 30 mila euro, a Impegno Civico di Luigi Di Maio. “Finanzio anche Di Maio come finanzio anche altri – racconta lui stesso – come ho finanziato anche persone del Pd. Io sono un uomo centrista, sono un popolare, sono una persona che pensa che al centro sta la virtù”. A un certo punto si avvicina pure al Terzo Polo: “Renzi disse ok e Calenda disse che ero un fascista. Ma io non sono mai stato fascista”.

The new "Mister B". Report Rai PUNTATA DEL 05/06/2023 di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi?

Imprenditore, presidente di una squadra di calcio, ha radio e un canale televisivo ed è appena diventato sindaco di Terni. Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi? L’inchiesta racconta la vicenda dell’università telematica Niccolò Cusano, di cui Bandecchi è fondatore e presidente del Consiglio di Amministrazione. La Guardia di Finanza ha sequestrato 20 milioni di euro all’ateneo per presunta evasione fiscale. L’università Niccolò Cusano avrebbe utilizzato i soldi provenienti dalle rette universitarie, e quindi esentasse, in attività prettamente commerciali: una di queste è la Ternana calcio. Partendo dalla ricostruzione dell’inchiesta della magistratura, il racconto si sviluppa analizzando il fenomeno delle università telematiche, una realtà sempre più consolidata in Italia, mostra il loro funzionamento e la loro nascita nel 2006, quando furono autorizzate dall’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti.

IL PEZZO DI CARTA Di Luca Bertazzoni Collaborazione di: Marzia Amico Immagini di Giovanni De Faveri, Andrea Lilli, Marco Ronca e Paco Sannino Ricerca immagini: Alessia Pelagaggi Montaggio: Igor Ceselli Grafica: Giorgio Vallati

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO – 23 APRILE 2023 – PARTITA NAZIONALE POETI VS NAZIONALE ATTORI BORIS Buonasera a tutti, sono Giovanni Neri e sono il rettore dell’Università Popolare degli Studi di Milano. Il nostro intervento oggi è semplicemente quello di esortare tutti voi a perorare questa causa anche con una piccola donazione. Grazie di essere venuti.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO In un campo a pochi chilometri da Ostia va in scena la sfida fra la Nazionale degli attori della serie tv Boris e la Nazionale poeti. A fare gli onori di casa è l’avvocato Giovanni Neri, Magnifico Rettore dell’Università Popolare degli studi di Milano, sponsor dei poeti calciatori.

LUCA BERTAZZONI Rettore Magnifico, piacere sono Luca Bertazzoni, sono un giornalista della Rai. Come sta?

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Molto lieto.

LUCA BERTAZZONI Volevo capire questa sponsorizzazione alla Nazionale poeti.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Più che altro è una partnership, noi siamo legati a loro un po’ per le finalità e per la mission, dicevo, del nostro ateneo che è appunto quella di diffondere cultura.

LUCA BERTAZZONI Di poesia ce n’è anche dentro l’università vostra, no.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Eh sì, qui c’è poesia.

LUCA BERTAZZONI Però volevo capire sono legalmente validi i titoli vostri

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Ma che c’entra questo con? Sì, è un’università di diritto internazionale e ci sono dei contenziosi aperti con...

LUCA BERTAZZONI Perché il Mur poi vi ha diffidato dicendo che state millantando.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, in realtà non è proprio una diffida di natura, diciamo… Perdonatemi che devo lasciare lei.

LUCA BERTAZZONI Ci mettiamo un secondo tanto.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Riprendiamo fra un attimo, vi spiace?

LUCA BERTAZZONI Ok.

LUCA BERTAZZONI No, Rettore, ma come? Rettore, scusi, Rettore, un secondo. No, è scappato.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Eppure, non tutti gli studenti che si iscrivono sono a conoscenza della controversia legale fra il ministero e l’Università popolare degli studi di Milano.

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Mi volevo laureare in Giurisprudenza, c’erano delle buone recensioni, quindi un’università seria.

GIOVANNI NERI - RETTORE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO - CERIMONIA DI LAUREA - 14 GIUGNO 2022 Sta per avere inizio la cerimonia di consegna delle lauree dell’università Popolare degli Studi di Milano.

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Io mi iscrivo nel 2021.

LUCA BERTAZZONI Che esami ha fatto e che voti ha preso?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Esami Diritto Costituzionale 28, Diritto del Lavoro 28, sono stato scarso in Diritto Privato Comparato del quinto anno che ho preso 20/30.

LUCA BERTAZZONI Ma lei li ha mai fatto questi esami?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO No, io non ho mai fatto un esame, facevo come delle interrogazioni.

LUCA BERTAZZONI Durata dell’esame?

STUDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Potevano durare 10, 15 minuti.

LUCA BERTAZZONI FUORI CAMPO Dopo la fuga in macchina del Magnifico Rettore, il professor Grappeggia ci invita nella sede milanese dell’università telematica.

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Io sono Presidente dell’Università Popolare degli Studi di Milano, sono il leader.

LUCA BERTAZZONI Lei è professore, giusto?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Sì, insegno.

LUCA BERTAZZONI Cosa insegna?

MARCO GRAPPEGGIA - PRESIDENTE UNIVERSITA’ POPOLARE DEGLI STUDI DI MILANO Materie umanistiche.

LUCA BERTAZZONI Io l’ho cercato, diciamo, nell’elenco dei professori universitari e non c’è.