Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA CULTURA

ED I MEDIA

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

     

  

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scienza è un’opinione.

L’Anti-Scienza.

Alle origini della Vita.

L’Intelligenza Artificiale.

I Benefattori dell’Umanità.

Al di là della Luna.

Viaggiare nello Spazio.

Gli Ufo.

La Rivoluzione Digitale.

I Radioamatori.

Gli Hackers.

Catfishing: la Truffa.

La Matematica.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Libero Arbitrio.

Il Cervello Allenato.

Il Cervello Malato.

La Sindrome dell'Avana.

Le Onde Celebrali.

Gli impianti.

La disnomia.

La nomofobia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Geni.

Il Merito.

Ignoranti e Disoccupati.

Laureate e Disoccupate.

Il Docente Lavoratore.

Decenza e Decoro a Scuola.

Una scuola “sgarrupata”.

Gli speculatori: il caro-locazione.

Discriminazione di genere.

La Scuola Comunista.

La scuola di Maria Montessori.

Concorso scuola truccato.

Concorsi truccati all’università.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutti figli di…Neanderthal (nord) e Sapiens (Sud).

Come si usano.

Sapete che…?

Epifania e Befana.

Il Carnevale.

Gioventù del cazzo.

Gli Hikikomori. 

La Vecchiaia è una carogna…

Gemelli diversi.

L’Ignoranza.

La Rimembranza.

La Nostalgia.

Gli Amici.

La Fiducia.

Il Sesso.

Il Nome.

Le Icone.

Il Linguaggio.

La Fobia.

Il Tatuaggio.

Il Limbo.

Il Potere nel Telecomando.

Gli incontri casuali di svolta.

I Fantozzi.

Ho sempre ragione.

Il Narcisismo.

I Sosia.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Ghosting: interruzione dei rapporti.

Gli Insulti.

La Speranza.

Il Dialogo.

Il Silenzio.

I Bugiardi.

Gli stolti.

I Tirchi.

Altruismo.

I Neologismi.

Gli Snob.

I Radical Chic.

Il Pensiero Unico.

La Cancel Culture.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2 Culturale.

L’Utopia.

Il Cinema di Sinistra prezzolato.

Il Consenso.

I Negazionismi.

I Ribelli.

Geni incompresi.

Il Podcast.

Il Plagio.

Ladri di Cultura.

Il Mecenatismo.

I Beni culturali.

Il Futurismo.

I Bronzi di Riace e di San Casciano dei Bagni.

I Faraoni.

La Pittura.

Il Restauro.

Il Collezionismo.

La Moda.

Il Cappello.

Gli Orologi.

Le Case.

La Moto.

L’Auto.

L’emoticon.

I Fumetti.

I Manga.

I Giochi da Tavolo.

I Teatri.

Il direttore d’orchestra.

L’Arte in tv.

La Cultura Digitale.

Dalla cabina al selfie.

I Social.

La scienza, la cultura ed i social. I Divulgatori.

La Capitale della Cultura.

Oscar made in Italy.

I Balbuzienti.

Cultura Stupefacente.

I pseudo intellettuali.

Le lettere intellettuali.

L’Artistocrazia.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Alberto Angela.

Aldo Busi.

Aldo Nove.

Alessandro Baricco.

Alessandro Manzoni.

Alfred Hitchcock.

Amy Sherald.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea G. Pinketts.

Andrea Palladio.

Andrea Pazienza.

Annie Ernaux.

Antonella Boralevi.

Antonio Canova.

Antonio de Curtis in arte Totò.

Antonio Pennacchi.

Arturo Toscanini.

Banksy.

Barbara Alberti.

Billy Wilder.

Carlo Emilio Gadda.

Carlo Levi.

Carlo Linati.

Carmen Llera e Alberto Moravia.

Cesare Pavese.

Charles Baudelaire.

Charles Bokowski.

Charles M. Schulz.

Chiara Valerio.

Crocifisso Dentello.

Dacia Maraini.

David LaChapelle.

Dino Buzzati.

Donatello.

Elisa De Marco.

Emil Cioran.

Emilio Giannelli.

Emilio Lari.

Ennio Flaiano.

Ernest Hemingway.

Espérance Hakuzwimana. 

Eugenio Montale.

Eva Cantarella.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli. 

Fernanda Pivano.

Francesca Alinovi.

Francesco Guicciardini.

Francesco Tullio Altan.

Francisco Umbral.

Franco Branciaroli.

Franco Cordelli.

Franz Peter Schubert.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriel Garcia Marquez.

Gabriele d'Annunzio.

Georges Bataille.

George Orwell.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel.

Giacomo Leopardi.

Gian Paolo Serino.

Gian Piero Brunetta.

Giampiero Mughini.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Ansaldo.

Giovanni Verga.

Giuseppe Pino.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Ungaretti.

Giuseppe Verdi.

Grazia Deledda.

Guido Gozzano.

Guido Harari.

Ian Fleming.

Ignazio Silone.

Indro Montanelli.

Italo Calvino.

Jane Austin.

John Le Carré.

John Williams.

José Saramago.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lawrence d'Arabia.

Leonardo da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Leopoldo (Leo) Longanesi.

Luciano Bianciardi. 

Luchino Visconti.

Louis-Ferdinand Céline.

Marcel Proust.

Mariacristina Savoldi D’Urcei Bellavitis.

Marcello Marchesi.

Marco Giusti.

Mario Picchi e Aldo Palazzeschi.

Mario Praz.

Massimiliano Fuksas.

Maurizio Cattelan.

Maurizio de Giovanni.

Melissa P.: Melissa Panarello.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Nietzsche.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Orson Welles.

Pablo Picasso.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Scarpa.

Renzo Piano.

Riccardo Muti. 

Richard Wagner.

Roberto Benigni.

Robert Byron.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Sacha Guitry.

Saint-John Perse.

Salvatore Quasimodo.

Sebastián Matta.

Sergio Leone.

Staino.

Stephen King.

Susanna Tamaro.

Sveva Casati Modignani.

Tiziano.

Truman Capote.

Umberto Boccioni.

Umberto Eco.

Valentino Garavani.

Vincent Van Gogh.

Virginia Woolf.

Vittorio Sgarbi.

Walt Disney.

Walt Whitman.

William Burroughs.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

La Sociologia Storica.

Il giornalismo d’inchiesta.

I Martiri.

Se questi son giornalisti...

Il Web e la Legione di Imbecilli.

Gli influencer.

Le Fallacie.

Le Fake News.

Il Nefasto Amazon.

I Censori.

Quello che c’è da sapere su Wikipedia.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Gli Oscar comunisti.

Lo Streaming.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Pizzo di Stato.

Mediaset.

Il Corriere della Sera.

Il Gruppo Editoriale Gedi.

Primo: la Verità del Il Giornale.

Alberto Matano.

Alda D'Eusanio.

Aldo Cazzullo.

Alessandra De Stefano.

Alessandra Sardoni. 

Alessandro Giuli.

Andrea Scanzi.

Andrea Vianello.

Beppe Severgnini.

Bernardo Valli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Longhi.

Bruno Vespa.

Camillo Langone.

Carlo De Benedetti.

Cecilia Sala.

Cesara Buonamici.

Claudio Cerasa.

Corrado Formigli.

Davìd Parenzo.

Diego Bianchi in arte Zoro.

Elisa Anzaldo.

Emilio Fede.

Ennio Simeone.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Biagi.

Ettore Mo.

Fabio Caressa.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Fiorenza Sarzanini.

Franca Leosini.

Francesca Fagnani.

Francesco Giorgino.

Gennaro Sangiuliano.

Giacinto Pinto.

Gian Paolo Ormezzano.

Gianluigi Nuzzi.

Gianni Minà.

Giorgia Cardinaletti.

Giovanna Botteri.

Giovanni Floris.

Giovanni Minoli.

Giovanni Tizian.

Giuliano Ferrara.

Giuseppe Cruciani.

Guido Meda.

Ivan Zazzaroni.

Julian Assange.

Hoara Borselli.

Lamberto Sposini.

Laura Laurenzi.

Lilli Gruber.

Lina Sotis.

Lucio Caracciolo.

Luigi Contu.

Luisella Costamagna.

Marcello Foa.

Marco Damilano.

Marco Travaglio.

Maria Giovanna Maglie.

Marino Bartoletti.

Mario Calabresi.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.  

Maurizio Costanzo.

Michele Mirabella.

Michele Santoro.

Michele Serra.

Milo Infante.

Mimosa Martini.

Monica Setta.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo del Debbio.

Paolo Zaccagnini.

Pierluigi Pardo.

Roberto D'Agostino.

Roberto Napoletano.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Alla.

Tiziana Panella.

Vincenzo Mollica.

Vincenzo Palmesano.

Vittorio Feltri.

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

QUARTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Achille Bonito Oliva.

Achille Bonito Oliva  per Robinson - la Repubblica il 19 settembre 2022.

Il museo è un'istituzione che esegue la sua espropriazione in nome di un'astratta collettività che dovrebbe così usufruire della contemplazione socializzata e pubblica dell'arte. In realtà essa funziona per nome e per conto di un mandante che è la classe egemone che detiene tutto il potere, anche quello di produrre e aggiornare i significati di un linguaggio, doppio rispetto a una realtà che già manipola.

Il mercato e il collezionismo sono mossi da istanze private e di accumulazione economica, di promozione culturale e di identificazione con l'opera. Il collezionismo agisce in nome di un amore per l'arte che la feticizza e la privilegia al di sopra di altri oggetti della produzione.

Il collezionista assegna all'artista il primato ed il compito di produrre significati specializzati, ottenuti cioè attraverso l'impiego di tecniche e linguaggi che appartengono al sistema e alla storia dell'arte.

Ma se non è possibile psicoanalizzare il mercato, per la sua impersonalità strutturale, è invece possibile analizzare a livello delle motivazioni profonde, il comportamento del collezionista, individuato nella persona di chi accumula opere e oggetti d'arte. In realtà il collezionista proietta e delega la propria creatività all'artista che la gestisce e la oggettiva in forme che, dietro un compenso economico, ritornano al delegante.

Il collezionista è colui che rinuncia ad esercitare le proprie pulsioni profonde e segrete e accetta una vita bidimensionale, senza rischi, in cui le opere diventano la possibilità di una avventura, che egli non può e non vuole correre, e l'impossibilità divenuta reale, vissuta per interposta persona. 

Se l'arte è produzione del desiderio, di impossibili possibilità, produzione di inconscio (come dicono Deleuze e Guattari), allora il collezionismo è la copia del desiderio, irrisolto e divenuto nostalgia, coltivata attraverso l'artificiale accumulazione di opere d'arte.

L'attaccamento libidico e sacrale del collezionista ai propri oggetti corrisponde all'attaccamento del bambino alle proprie feci, risarcimento e gratificazione per un'impotenza procurata, proprio, dalla delega della propria creatività. Le opere diventano la coniugazione di un'esistenza che crede nella frantumazione del lavoro e dell'attività produttiva. 

All'arte viene assegnato un valore inizialmente astratto e, successivamente, concreto che si identifica con la singola opera. Privatizzare l'opera significa la possibilità di introiettare detto valore, quello della creatività, e riparare la perdita iniziale. Significa, per il collezionista, ritrovare una fittizia unità che la sua iniziale delega gli aveva fatto perdere.

La collezione, l'esibizione ordinata delle opere nella casa privata o nel museo, in cui vengono accolte spesso le collezioni private, è l'ostentazione infantile di chi si illude di aver riparato la perdita attraverso il denaro-fallo. Il denaro diventa il prolungamento di un eros interdetto, deviato dal suo esercizio diretto e risolto, mediante la contemplazione, in voyeurismo che si accontenta della rassicurante e statica presenza dell'oggetto, al posto di una pratica della processualità: perché l'arte è un processo creativo, dell'arte. 

Il collezionista, con il suo comportamento, ha contraddetto il luogo comune che lo vuole innamorato delle belle forme, della universalità e immortalità dell'arte. Nell'ambito della cosiddetta avanguardia, egli è disposto a tutto, colleziona anche l'effimero. Il collezionista di Duchamp aveva già, all'inizio del secolo, comprato dall'artista l'aria di Parigi, custodita in una ampolla.

Con la produzione dell'anti-form, arte processuale, body-art, arte concettuale e land-art, egli si accontenta di tesaurizzare anche i detriti, materiali volgari e deteriorabili, fino alle scatole di merda di Manzoni, le foto del mongoloide di de Dominicis e dell'incesto di Vettor Pisani. 

Perché il collezionista ha investito l'artista di un potere egemone, quello di una produzione immaginativa che tutto giustifica e promuove a valore: il corpo dell'artista e i suoi dintorni sono, per lui, il tempio dell'arte.

Egli, il collezionista, ha invidia dell'artista, della fantasia-pene e cerca di evirarlo mediante l'accattivante proposta del collezionismo. Il collezionismo diventa il luogo narcotico in cui egli sposa, nel ruolo femminile, l'immaginazione maschile di chi è riuscito a procreare, adottandone alla fine l'opera-prole. Si instaura allora un rapporto fondato sul desiderio inconscio, da parte del collezionista, di eseguire una sorta di rito cannibalesco, quello di mangiare attraverso l'opera colui che si è mostrato più potente e sottile. 

Da qui il collezionismo che accetta ogni sfida, di collezionare tutto, anche sé stesso, di catalogare l'impalpabile, l'odore, il rumore e il fumo del sigaro di Duchamp.

La copia del desiderio nasconde allora il desiderio di non essere copia, l'impulso di non accettare l'azione per interposta persona e a provare nostalgia per un ruolo interdetto. Così il collezionista adopera l'arte come una macchina di Roussel: prova il brivido di una realtà fantasmatica diversa, il conforto e il privilegio di uno spettacolo.

Achille Bonito Oliva per “Robinson - la Repubblica” il 13 agosto 2022.

È da tempo ormai che l'arte vive su un sistema vitale di relazioni articolate in una triade: opera, pubblico e mercato. Una vitalità che nasce dal bisogno di comunicare e di contattare il pubblico con i propri problemi. Per questo oggi " avanguardia" è una parola patetica e abusata. L'avanguardia presuppone la possibilità e la presunzione della rottura e della novità. 

All'inizio del Novecento, quando la situazione storica permetteva ancora all'artista l'illusione di poter fare dell'arte uno strumento di lotta e di trasformazione della realtà, allora effettivamente l'avanguardia era autorizzata dai fatti stessi a esistere. 

Infatti lo scandalo era il segno che l'operare artistico diventava una effettiva trasgressione alle regole che reggevano il sistema dell'arte e il sistema sociale nel suo insieme. Oggi invece il sistema riesce a inglobare qualsiasi tentativo di rottura e di novità, sia che si tratti di gesti diretti come la politica che di gesti indiretti come la cultura. 

Non esiste avanguardia perché pensare in questi termini significa avere dell'arte una visione darwinistica, evoluzionistica nel senso più ottimistico del termine, come se l'arte si evolvesse in maniera coerente e in un suo progressivo sviluppo al di fuori delle contraddizioni. 

Ma quali sono queste contraddizioni? Naturalmente quelle tipiche del sistema dell'arte e dunque del sistema in generale. Il sistema dell'arte dunque è costituito, ricordiamolo, da tre elementi: opera, pubblico e mercato.

Nell'arte contemporanea l'opera si presenta sempre con un suo aspetto sperimentale, in quanto è messa alla frusta dalla competizione che essa deve subire da parte delle tecniche di riproduzione meccanica che hanno una capacità di cogliere il vero e di tradurlo in termini di immediatezza, compito che prima spettava alle arti figurative. 

Da qui per l'arte (le arti figurative) la strategia dell'impurità: scelta di materiali e di tecniche inedite, non contemplate dalla tradizione e dalla storia dell'arte. Dall'impressionismo ad oggi l'artista ha trasgredito varie regole canoniche: la prospettiva rinascimentale che serviva a dare allo spettatore l'illusione di una profondità ottica nel quadro, il mito della simmetria e della proporzione e le categorie di pittura e scultura.

A un mondo in cui egli non riconosce, stravolto da un'industrializzazione che vive sotto il segno del profitto e dell'avvento della civiltà di massa, l'artista risponde attraverso la negazione degli altri due elementi della triade: pubblico e mercato.

Infatti il pubblico, abituato ad essere "massaggiato" e confortato da un'arte che inseguiva ancora il mito della bellezza, si trova, senza alcuna mediazione, di fronte a opere che lo respingono, perché basate, intenzionalmente, sull'apologia dell'eccentrico, dell'ermetico e dell'inconsueto.

In una parola tutti elementi che, in luogo della tradizionale visione tranquillizzante della realtà, creano nello spettatore disagio e una iniziale impossibilità di lettura. A un'arte "materna", che ci spiega tutto e ci consola dalle brutture della vita quotidiana, subentra un'arte «che punisce e mortifica le aspettative del pubblico, per distillare i veleni del dubbio». 

Così all'inizio anche il museo, istituzione che ha la funzione (raccogliendola, selezionandola e catalogandola) di socializzare l'arte e di tramandarla, respinge tali prodotti. E il mercato funziona soltanto attraverso l'intelligenza (culturale ed economica) di pochi collezionisti privati e l'intraprendenza di alcuni mercanti, i quali, strumentalizzando l'emarginazione di tali opere, agiscono come previdenti imprenditori investendo con un minimo di prezzo e di rischio in sicuri capitali in ascesa.

In questa maniera è facile comprendere che allora esisteva, sì un mercato, ma non era nato ancora l'abnorme problema della mercificazione. Il mercato era il luogo dello scambio eventuale del (non ancora accertato) valore artistico con un reale valore economico (il denaro). 

Il mercato, dunque, non faceva ancora domanda dei prodotti dell'arte, ma si limitava ad accoglierli. Ovviamente l'arte d'avanguardia svolgeva anche un ruolo di promozione culturale e di identificazione sociale.

Il mecenate era il ricco borghese, qualche volta un compagno di strada, che acquistando un'eccentrica opera d'arte affermava le proprie affinità elettive con l'artista che l'aveva prodotta e dunque si riconosceva come partecipe del suo milieu sociale e culturale. Anzi, spesso l'incomprensione del salotto, costituito dalle persone del suo ambiente, lo rassicurava come tra i pochi depositari dell'intelligenza dell'opera d'arte.

Con felice cinismo l'artista d'avanguardia ha utilizzato questi tic del collezionismo, per sopravvivere e dare continuità alla propria ricerca. Una ricerca che, quasi per statuto, poggiava all'inizio su tre bisogni primari: la rottura del linguaggio tradizionale, la novità delle tecniche e dei materiali adoperati e il conseguente scandalo.

Spesso le avanguardie del Novecento hanno praticato una sorta di "schiaffo al pubblico", al gusto medio dello spettatore che veniva profanato e oltraggiato da queste opere impure. Ma con il tempo il pubblico ha acquistato come un muscolo, una capacità di assorbire i colpi bassi dell'arte senza più spaventarsi, accettando anche nello spazio sacro del museo esposizioni d'avanguardia. Come ho già scritto altrove, il filtro del museo garantiva ora l'autenticità di un'arte che, se avallata appunto dal museo, doveva pure avere un suo valore. 

Anzi, più l'arte d'avanguardia cercava di uscire dalla storia dell'arte più erano i suoi tentativi eversivi, più essa veniva pedinata dal museo e dal mercato. Per museo non intendiamo solo lo spazio fisico dell'esibizione ma lo spazio culturale e mentale in cui avviene la contemplazione dell'opera da parte del pubblico.

Inoltre, col progredire delle strutture produttive, il mercato scopriva che la rottura, la novità e lo scandalo diventavano incentivi che davano all'arte quella pubblicità che ne imponeva la presenza e il valore. Anzi, l'intelligenza pratica del mercato si spingeva fino al punto di scoprire che la cosiddetta poetica (la fedeltà alle proprie immagini, alle proprie tecniche, ai propri materiali) garantiva all'opera un marchio di riconoscimento. 

Un riconoscimento che le permetteva un'immediata cattura e assorbimento.

Quando l'artista d'avanguardia scopre che la propria poetica più è ossessiva, nel senso che ricorre alla stessa immagine, più è mercificabile, tenta una tattica ulteriore: quella della contraddizione e della diversificazione del prodotto. Crea opere l'una diversa dall'altra adoperando ogni volta materiali diversi.

Ma anche questa alla fine è risultata una fuga in avanti, in quanto il mercato si è adeguato anche a questa condizione. Qui nasce il problema della mercificazione. La caduta a merce dell'opera d'arte, assorbita non per la sua qualità, ma per il suo puro valore di quantità e di appartenenza a quel mondo mitico che è quello della creazione artistica. 

Paradossalmente il mercato artistico cerca di ribaltare e di riqualificare il ruolo negativo della mercificazione, presentando come ineluttabili i fenomeni accidentali della creazione artistica e come universale la produzione, storicamente delimitata, dell'arte.

Noi sappiamo che le tradizionali qualità dell'opera d'arte sono: l'universalità, la necessità e l'oggettività. Ora questi caratteri vengono assunti in proprio dal mercato che, nel suo sistema di relazioni e dunque nella sua struttura globale, propone un paradosso: il mercato come opera d'arte. 

Un ingranaggio lucido e perfetto che afferma la propria universalità attraverso la distribuzione internazionale del prodotto artistico, la propria ineluttabilità attraverso l'assicurazione (seppur mistificatoria) di sopravvivenza e di sostentamento economico dell'artista, la propria oggettività attraverso la coscienza cinica (nel nostro sistema neo-capitalistico) di dare statuto di esistenza e riconoscimento all'opera d'arte.

·        Alberto Angela.

Mario Ajello per “il Messaggero” il 21 aprile 2022.

Alberto Angela è un profondo e appassionato conoscitore della storia di Roma, come tutti sanno vedendo le sue trasmissioni televisive e leggendo i suoi libri. 

Angela, oggi come ogni 21 aprile si celebra il Natale di Roma, una grande avventura cominciata nel 753 avanti Cristo. Che cosa significa questa ricorrenza?

«Al di là della data un po' simbolica della fondazione, quello che importa a tutti è che l'età romana ha plasmato il nostro modo moderno di vivere: dall'arte all'abitudine del buon cibo e ai piaceri conviviali, dalla moda all'arredamento, dalle lingue alla genetica delle popolazioni. Perfino la religione che c'è in Europa ha avuto un forte impulso dall'età romana.

I caratteri che noi usiamo sullo smartphone sono romani. Parigi e Londra, così come tante altre città europee, sono state fondate dai romani. Il made in Italy è stato inventato nell'Urbe». 

Un mondo intero cresciuto sulle spalle dei giganti, in seguito al tempo mitico della fondazione?

«Roma era riuscita a far vivere un impero che inglobava quelli che poi sono diventati più di 50 Stati e più di un quarto delle nazioni del pianeta. L'impero coinvolgeva quasi tre continenti e noi, oggi, spesso fatichiamo a mettere d'accordo i 27 Stati membri dell'Unione Europea». 

I romani erano più bravi?

«Mettere d'accordo 450 milioni di persone è più difficile che metterne d'accordo 50 o 60 milioni, quanti erano al tempo dell'impero romano. La verità è che era un premio, per i non romani, essere considerati dei cittadini di Roma. E poi c'era una questione d'identità e di coesione.

Tu nascevi all'interno di qualcosa di molto definito e che si opponeva al mondo esterno, in cui c'erano i barbari. Roma era un punto che ti faceva sentire unito agli altri, capace di amalgamare tramite il commercio, la cultura, le lingue. Nella Ue, viceversa, ognuno nasce con una lingua diversa, un piatto diverso, tradizioni diverse. E dunque è più difficile unire genti che hanno così tante differenze». 

Però non c'è alternativa, non crede?

«Siamo ancora molto giovani. Roma ha impiegato generazioni e generazioni, secoli e secoli, a raggiungere quella che è diventata l'unità dell'impero. Che era attraversato da ogni tipo di diversità ma riusciva a far sentire tutti parte di una stessa entità». 

L'attuale guerra in Ucraina non può aiutarci a riconoscerci di più e meglio, tutti insieme, come europei?

«Io sono fiducioso. La nostra unione sarà sempre più stretta. Dobbiamo risolvere i problemi interni ma soprattutto, guardando fuori, riconoscere non che cosa ci separa tra di noi ma che cosa ci unisce. In questo momento di tensioni internazionali, riusciamo a capire l'importanza di questa unione. Se fossimo stati Paesi sparsi e non accomunati in un vincolo, ci troveremmo oggi in una situazione molto più difficile».

In questa fase storica, più che mai, il Natale di Roma può essere la festa di tutti?

«Segnò l'inizio di una civiltà che ha determinato il nostro presente. Per questo motivo ci riguarda tutti. L'eco di quella storia arriva dappertutto e attraversa pure l'Atlantico. Pensiamo a Capitol Hill. 

O, per tornare in Europa, alle aquile di Napoleone. E ancora: la parola Cesaree si è trasformata in kaiser e in zar, si è cercato insomma di ispirarsi alla grandezza di Roma in epoche successive anche da parte dei sovrani. Ma è in generale l'ordine e il sistema romano che riecheggiano lungo i millenni nelle varie parti del mondo. Roma è riuscita a creare il suo impero e la sua civiltà globale senza avere un computer né il web né un telefonino. 

Ciò significa grande organizzazione e grande efficienza nel farla funzionare. E pensare che tutto questo è partito da noi italiani. 2000 anni fa, l'Italia era una superpotenza che non solo dominava ma insegnava agli altri a vivere. La cosa che a noi tutti impressiona è che eravamo noi italiani a dettare l'efficienza e a costruire un mondo ammirato e condiviso da tutti, un modello a cui ispirarsi». 

Qui non stiamo parlando dei lati oscuri del modello romano che pure erano tanti. Ce ne può indicare qualcuno?

«La schiavitù. Le pulizie etniche alle frontiere. Il fortissimo classismo. E potrei continuare». 

Perché oggi è la disunità a dominare?

«Guardi, la storia si ripete. Quello che vediamo oggi in Ucraina lo abbiamo già avuto in casa 80 anni fa. Con le stesse tragedie e gli stessi orrori contro i civili. 

Bisogna conoscere la storia perché aiuta a capire il presente e a indirizzare il futuro. Le risposte del futuro in gran parte si trovano nel nostro passato». 

Nel futuro immediato, e parliamo del 2025, cioè dietro l'angolo, c'è a Roma il Giubileo. Mentre voi sabato sera su Rai1, a Ulisse, parlerete del Giubileo della regina Elisabetta.

 «Sì, è un periodo di giubilei, laici e religiosi. Elisabetta festeggia i 70 anni di regno. Quando salì sul trono, nel 1952, il mondo era completamente diverso. Non si era neppure andati nello spazio. I giubilei, compreso quello di Roma 2025, servono a dare coesione e identità attorno a qualcosa o a qualcuno. Danno un senso comunitario. Uniscono il passato al presente e sono uno stimolo al ragionamento sui nostri tempi». 

E intanto, la fondazione di Roma che tipo di rifondazione potrebbe ispirare?

«Mi piacerebbe che venisse riportata un po' di quella efficienza che c'era in età romana. Perché, vorrei ricordare, i romani eravamo noi». 

Da "Oggi" il 23 marzo 2022.

Alberto Angela, che l’8 aprile compie 60 anni, si racconta al settimanale OGGI, nel numero in edicola da domani, e mostra una foto inedita della sua giovinezza. 

«Non mi sento sessantenne. Se ci penso, questo numero mi sorprende. Io mi percepisco come se ne avessi 30-40. Per energia ed entusiasmo, mi vedo come un ragazzo», dice a proposito del compleanno.

Prossimamente, il conduttore sarà su Rai 1 al sabato sera con la nuova stagione di «Ulisse - Il piacere della scoperta» e parla con OGGI del suo rapporto con il padre Piero, dei tre figli, Riccardo, Edoardo, Alessandro, nati dal suo matrimonio con Monica («Sono molto soddisfatto di loro») e della dinastia Angela in tv: «Io, fino a 27-28 anni, ho fatto il paleontologo e non avrei mai immaginato di lavorare televisione. I miei figli ora sono tra i 18 e i 23 e fanno quello che ho fatto io alla loro età: studiano, sono entusiasti dei loro impegni. Anche loro sono appassionati di scienza, di ricerca».

Alberto Angela a OGGI svela anche lati segreti di sé, di fotografo e vignettista. E un sogno: andare sulla Luna. Senza dimenticare il nonno Carlo, Giusto tra le nazioni, che ricorda con queste parole: «Penso che il suo esempio sia arrivato, come patrimonio di valori, a mio padre, a me e anche ai miei figli».

E aggiunge: «La cultura è il miglior antidoto contro la tirannia… specialmente in tempo di guerra, con la conoscenza si riesce a ragionare e a frenare le brutture della storia».

Il compleanno di Alberto Angela: 60 anni dell'esploratore che non ha paura del tempo che passa. Silvia Fumarola su La Repubblica l'8 aprile 2022.  

Il celebre papà Piero Angela, la moglie, tre figli, una festa in famiglia. "Accetto la sorpresa ma niente cose speciali: per me è un giorno come un altro".  

Da ragazzino considerava il padre Piero il suo Emilio Salgari. “Abbiamo fatto tanti viaggi con la famiglia", racconta Alberto Angela, "ma le storie più belle erano quelle di papà, le sue avventure perché mi raccontava cose incredibili, era bellissimo ascoltarlo”. Oggi è lui a raccontare storie, esplorare, a guidare gli spettatori in luoghi affascinanti e a incuriosire il pubblico “perché ci sono tesori vicini che devono essere solo scoperti”. Alberto Angela compie 60 anni oggi, 8 aprile. Per il web è un sex symbol, lui ride quando glielo dicono, ma ha un buon rapporto con l’età. “Mi sento venti anni, forse trenta”  spiega “sono fortunato, sto bene e mi mantengo in forma. Quando l’età arriverà, arriverà”. Nuota (“Mi rilassa”), ama la montagna, quando faceva gli scavi ha passato mesi nei luoghi più sperduti “dove non c’era niente, ma felice anche solo di vedere un tramonto”. Sposato con Monica, tre figli – Alessandro, Riccardo e Edoardo, appassionati di scienza come lui - Angela è una persona curiosissima e riservata.

Festeggerà in famiglia, “non ho chiesto di niente di particolare per il compleanno” spiega “accetto la sorpresa ma non organizzeremo cose speciali. Per me è un giorno come un altro”. Da Albatros al primo programma fatto insieme al padre, Il pianeta dei dinosauri, Superquark, Passaggio a Nord Ovest, Stanotte a…, Ulisse - Il piacere della scoperta, Meraviglie. “Il cognome” ha spiegato “è un'arma a doppio taglio. Ho avuto la fortuna di cominciare a fare questo mestiere quando non c'era il web. Devi essere irreprensibile dal punto di vista scientifico, non apparire troppo, essere comprensibile, saper parlare a tutti. La telecamera non mente, racconta chi sei. Se al cinema non saprai mai se un attore è simpatico, la tv restituisce la persona. Le basi sono l'educazione e il rispetto del pubblico”.

Nato a Parigi nel 1962, cresciuto a Roma, studi allo Chateaubriand, confessa di essere stato ispirato dai racconti del padre Piero Angela, volto del Tg1, inviato di guerra e corrispondente, il più grande divulgatore della nostra tv. “Non mi ha mai detto: ‘Fai questo’ o ‘Non fare questo’, è lo stesso metodo che uso con i miei figli. Ci sono gli esempi, poi ognuno sale sulla barca a vela e va. La cosa che ho imparato – dote che certamente ha papà – è l'umiltà, l'etica del lavoro. Devi lavorare sodo. Avevo un cognome, con il tempo mi sono fatto un nome”.

Da ragazzo sognava di diventare un oceanografo e di studiare gli squali. “Il mio mito, più che Indiana Jones, era Jacques Cousteau”. Ha sempre detto di essere diventato un’icona pop suo malgrado: continua a sentirsi una persona normale, malgrado il successo dei suoi programmi. “Il successo” ripete “nasce dal lavoro, la televisione va fatta bene, con cura”.

Secchione felice, attento ai dettagli, nella sua lunga carriera – trenta anni - da divulgatore, ha vissuto le avventure più incredibili e rischiose. Il rapimento in Niger nel 2002, “quindici ore da incubo nelle mani dei banditi”, poi, cercando scheletri di dinosauri, ha attraversato un fiume su una zattera in compagnia di un cannibale. “Ho scoperto che era un cannibale dopo la traversata” ha ricordato. “Una loro caratteristica è affilarsi i denti a triangolo, tipo quelli dello squalo. Prendo lo zaino, dico una cosa stupida in francese e questo ragazzo sorride: i denti erano appuntiti. Sul momento mi sono sentito a disagio, ma era una persona dolcissima, faceva il pastore".

Non ha rimpianti, ripete che la cultura è l’unico antidoto contro il male. Tornerà su Rai 1 con la nuova edizione di Ulisse - Il piacere della scoperta, la prima puntata è dedicata al naufragio del Titanic. Non smette di leggere, viaggiare, essere curioso. Cosa conta davvero per vivere bene? “Accettare la vita nel suo complesso, con le cose belle e quelle meno felici. Tutte le luci nella giornata hanno il loro perché, dall’alba al tramonto. Non bisogna tenere solo i muscoli allenati, ma si deve tenere in forma il cervello con stimoli nuovi. Ho la stessa curiosità di quando avevo sei anni: è una delle cose che davvero aiuta”.

Alberto Angela compie 60 anni: 8 cose che non sapete di lui. Renato Franco su Il Corriere della Sera l'8 aprile 2022.

Personaggio cult, icona sexy (per etero e gay), l’esordio in tv sulla Svizzera Italiana: quello che spesso non si conosce del conduttore tv. Che da tempo non più soltanto il figlio di Piero.

Figlio di papà a chi?

Chi è, chi non è e chi si crede di essere. Ecco la vera storia di Alberto Angela. L’accusa più superficiale: è in tv grazie al padre, Piero. In realtà Alberto Angela (che oggi, venerdì 8 aprile compie 60 anni) non è un semplice divulgatore scientifico, ma un paleontologo. Per oltre 10 anni, negli anni Ottanta, ha svolto attività di scavo e di ricerca sul campo nell’ex Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), in Tanzania, Oman, Etiopia e Mongolia

L’esordio in Svizzera

Volto della tv italiana, Alberto Angela era un capitale all’estero: il suo esordio in video vero e proprio fu grazie alla Televisione Svizzera Italiana nel 1990. Il debutto in Rai invece avviene tre anni dopo su Rai1 con il padre con il programma Il pianeta dei dinosauri

Il rapimento in Niger e l’isola di Pasqua

Nel 2002 Alberto Angela e la sua troupe sono stati vittime di un rapimento lampo in Niger, l’esperienza più brutta della sua vita: «Mitra puntato addosso, stavo per essere ucciso». L’isola di Pasqua invece il ricordo più bello: «Una piccola terra che emerge dal nulla, in mezzo all’Oceano, tra vento e silenzio, dove si innalzano queste incredibili statue alte 5-6 metri, unico lascito di una civiltà scomparsa e monito per gli esseri umani del XXI secolo. In qualche modo la Terra è un’isola di Pasqua nell’universo»

Collezionista di sabbia

Alberto Angela colleziona sabbia: «Ho iniziato anni fa, quando partivo per le mie spedizioni da paleontologo, prima di cominciare con la tv. Riempivo con la sabbia i rullini fotografici poi, tornato in Italia travasavo il materiale nelle boccette di vetro. Ne ho più di una ventina, e dai colori riesco sempre a identificare il deserto di provenienza»

Un asteroide e una specie marina

Gli sono stati dedicati un asteroide (80652 Albertoangela) e una rara specie marina (Prunum albertoangelai) dei mari della Colombia. Il Museo di Storia Naturale di New York gli ha chiesto di prestare la sua voce per la versione italiana di un filmato sull’esplorazione dell’Universo. Per la versione inglese sono stati ingaggiati personaggi come Tom Hanks, Harrison Ford, Jodie Foster, Liam Neeson

La sua donna ideale è la Gioconda

La sua donna ideale è La Gioconda: «Monna Lisa ha tutto quello che una donna dovrebbe avere: dietro l’eleganza e la compostezza della sua figura, gli occhi scintillano di gioia e voglia di vivere, il suo sorriso ineffabile esprime sicurezza in se stessa e calore interiore. Credo sia questo il suo segreto: in ogni epoca, le persone vedono in lei i propri desideri e le proprie fantasie»

Icona sexy

Gentiluomo colto ed educato, Alberto Angela piace a destra e sinistra, a etero e gay. Così ormai è diventato un personaggio cult. Si favoleggia anche sulle sue doti e i social network abbondano di gif animate («come rimorchia Alberto Angela») e meme

Il suo credo: la tv non mente

«Nei dieci anni in cui ho lavorato come ricercatore ho sempre sentito che mancava un intermediario e mi sono chiesto: perché queste cose devono rimanere confinate nei libri o nei circoli scientifici e culturali e la gente non le sa? Se vuoi fare divulgazione, su un qualsiasi argomento devi fare le stesse domande che farebbe chiunque: il tuo barista, il notaio. E a quelle devi rispondere, entrando nel cuore delle persone attraverso la mente. Certo, la credibilità devi conquistartela sul campo: né io né mio padre, ad esempio, abbiamo mai fatto pubblicità né ospitate in qualche programma per sparare sentenze. La tv non mente: se un conduttore è simpatico, lo è anche nella vita»

 Silvia Fumarola per "Il Venerdì di Repubblica" l'11 marzo 2021. Alberto Angela non trova parcheggio, avvisa che ha qualche minuto di ritardo. Il perfezionista è umano. Arriva trafelato, dolcevita cammello, giacca di tweed. Modi impeccabili, cordiale ma riservatissimo, il ricercatore prestato alla tv, così ama definirsi, festeggia trent'anni di divulgazione. Da piccolo non catturava le lucertole, sognava gli squali. Anni avventurosi (l'Africa, le sparatorie in Etiopia, il sequestro in Niger, l'incontro con un cannibale, un ippopotamo non proprio amichevole), poi la carriera in Rai. Lo dice subito, a scanso di equivoci: "Non lo avrei mai immaginato, il successo non esiste, esiste il lavoro: sono una persona normale". Non se la può cavare così: i fan club si moltiplicano, c'è chi lo elegge sex symbol e chi, in piena crisi di governo, nei meme lo aveva già immortalato salvatore della patria accanto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il padre, Piero Angela, che lui chiama Piero, ha fatto la storia della tv. Parlando con Alberto, 58 anni, si capisce che è legatissimo alla madre Margherita, signora riservata dai grandi occhi azzurri. "In questo periodo li vedo poco, per il Covid, ma ci sentiamo sempre". Sta lavorando a Ostia Antica per la nuova edizione di Ulisse-Il piacere della scoperta. E nel secondo libro che fa parte della trilogia su Nerone (uscirà a primavera con HarperCollins), si concentra sul grande incendio, le nove giornate che hanno sconvolto Roma.

Trent'anni da divulgatore, che impressione le fa?

"Non avrei mai immaginato di fare questo mestiere e di arrivare a questo punto. Nella vita ho fatto tante cose. Sognavo di fare l'oceanografo, volevo studiare gli squali".

Perché gli squali?

"Non saprei, è un animale preistorico e ha personalità rispetto agli altri che vivono nell'acqua. Il mio mito era Jacques Cousteau, ero attratto dall'esplorazione. Poi a Napoli vedo un ricercatore giapponese chino su un microscopio ottico che guardava le alghe. Ho capito che fare l'oceanografo non voleva dire solo fare immersioni. Da ragazzino disegnavo uomini preistorici e dinosauri, mi sono laureato in Scienze naturali alla Sapienza e ho indirizzato gli studi alla Paleontologia umana. Gli amici andavano a divertirsi, io partivo volontario nelle spedizioni".

Mai pensato di fare il giornalista?

"Mai. Mi considero un ricercatore prestato alla televisione, ho avuto la fortuna di fare gli scavi con i più grandi archeologi, sono andato in Africa, mi ero iscritto a un'associazione che forniva volontari. In Congo ho volato sui vulcani in eruzione, ho convissuto con le formiche legionarie. Ti trovi in luoghi dove l'orologio non ha senso, devi solo stare attento: tutto punge morde o taglia".

Cosa le hanno insegnato quelle spedizioni?

"Lo spirito di gruppo, la psicologia, come sono importanti i dettagli, le battute per smorzare la tensione. Le persone con cui lavori diventano una famiglia, vedevo più loro che i miei".

Più che Cousteau voleva diventare Indiana Jones?

"Esiste il paleontologo da laboratorio e quello da campo, Indiana Jones ha il suo fascino. Devi saper estrarre, imparare a trovare le cose. Io non vedo mai l'insieme ma i dettagli: se cade qualcosa di minuscolo sotto il tavolo, la trovo".

La svolta?

"La definirei la chiamata del destino. Facendo gli scavi trovo un osso, la tempia di un ominide: tutti a festeggiare. Mi offrono il PhD a Berkeley, come fare un gol. Di fronte a un tramonto, era il 1988, seduto su un bidone, comincio a pensare che il mio futuro non può essere lontano dall'Italia. Poi si scopre che si erano sbagliati a analizzare il reperto: l'osso trovato non era di un ominide, apparteneva a un babbuino gigante. C'era stato il gol, ma poi il Var: anche una cosa brutta ti indica la via".

Vuol dire la via per la tv?

"Grazie al centro studi Ligabue comincio a lavorare, scrivo un programma che si chiamava Albatros, roba da pionieri, prendevo le foto dalle enciclopedie. Tv del Canton Ticino, poi Andrea Melodia l'ha comprato e l'ha messo a Telemontecarlo".

Ha avuto dubbi quando ha iniziato a lavorare con suo padre?

"Ma certo, sai che sei visto malissimo. Anche Piero non era convinto. Al primo grande programma sul corpo umano non mi ha voluto. Poi lo convinse proprio Melodia, che era a Rai 1. Devi dimostrare sul campo di essere bravo, un po' come Maldini. Mi sono detto: "È un problema nella testa degli altri. Hai un cognome e adesso ti fai un nome"".

Il segreto del divulgatore?

"Le parole. Non devi seguire uno spartito ma fare una jam session, utilizzare il movimento: io cammino, non mi fermo mai. E parlo".

La popolarità cambia la vita?

"La televisione non mi ha cambiato, cerco di mantenermi normale. Sono come Ulisse che si mette la cera nelle orecchie. Lavoro, studio, il resto è un mondo di plastica. Ma siamo animali sociali, ci pettiniamo la mattina per essere accolti nel gruppo, le dinamiche di gruppo sono fortissime".

Le sue quali sono?

"Non sono mondano, sento la falsità di certe situazioni. Apparire non mi piace, si basa tutto su cosa diranno gli altri di te. Il mio ideale sarebbe fare questo lavoro e avere l'anonimato quando cammino per strada".

Sono nati i fan club, è stato promosso sex symbol: da ragazzo la corteggiavano?

(ride) "Scherza? No, nessuno diceva che ero bello. Nella comunicazione vale l'insieme, l'aspetto fisico non è fondamentale. Conta la lunghezza d'onda che crei, la parola chiave è empatia".

Va bene, ma i complimenti le faranno piacere.

"Non devi cadere nella trappola "ora cavalco l'onda". Molta gente è cambiata. Sì, alcune cose mi fanno piacere, oggi i social amplificano tutto. Nella mia vita, però, più passi indietro che avanti. E silenzio. Parla il lavoro con la mia squadra formidabile".

Come si definirebbe?

"Una persona normale. Se sono sulla Terra non posso pensare di stare sulla Luna, sono nato in una famiglia normale. Mi sento bene così".

Normale e speciale. Dei suoi figli parla poco, li protegge?

"Altri decidono di fare le foto con i figli, io no. I miei genitori sono stati un esempio, l'atmosfera che ho respirato a casa... Preferisco una carbonara alla nouvelle cuisine".

Quanto ha contato sua madre? 

"Potrei dire che sono molto più figlio di mamma. Piero mi ha guidato nel mondo del pensiero, lei in quello dell'arte e dell'armonia. Si sono sposati giovanissimi, si sono trovati a vivere a Parigi, anni difficili. Credo che questo li abbia uniti ancora di più".

Ha detto che suo padre è stato il suo Salgari: lei lo è per i suoi figli?

"Per farli addormentare raccontavo loro le cose che avevo visto. I miei tre ragazzi hanno un'apertura mentale che è un po' il marchio di famiglia. Sono dotati di creatività e distacco, vedono le cose in modo riflessivo, hanno anche loro un approccio alla vita esplorativo. Edoardo studia Nanotecnologie all'Imperial College a Londra, da lui imparo. Riccardo è laureato in Biologia, ha già due master, stesso entusiasmo del sapere. Il piccoletto, Alessandro, ha diciassette anni. Anche lui è pieno di curiosità".

Diamo un po' di merito anche a sua moglie Monica?

"Certo, merito diviso in due".

Che padre è?

"Mai stato severo. Un padre non deve dire le cose, deve comportarsi bene. Fine. Ho sempre applicato questa idea nella vita: "Le persone che sono accanto a te, sei tu"".

La più grande lezione ricevuta?

"Quando un sopravvissuto di Hiroshima e Nagasaki, con la benda nera sull'occhio, il viso pieno di cicatrici, mi ha detto: 'Prendersi carico della sofferenza altrui, questa è la pace'. Poteva odiare il mondo, invece no".

È ottimista?

"Quando guardo i ragazzi sì".

Elvira Serra per il "Corriere della Sera" il 18 marzo 2021.

Dov' era la sera del 18 marzo di quarant' anni fa?

«Eh, be', lo ricordo molto bene... Eravamo andati tutti insieme a vedere il programma a casa di uno degli autori, intrecciando le dita perché era una novità per l' epoca. Però andò molto bene: avevamo fatto 9 milioni di spettatori».

Ed era una seconda serata!

«Sì, prima di noi c'era Dallas. La televisione allora era molto diversa, anche le prime serate con i grandi spettacoli di varietà duravano un' ora. La terza serata cominciava alle 22.30».

Alberto Angela: 20 anni di "Ulisse", sempre dalla parte del pubblico. "Mai temere il futuro". Pubblicato martedì, 15 settembre 2020 su La Repubblica.it da Silvia Fumarola. Il divulgatore torna da domani su Rai 1 con uno dei programmi più amati. "Faccio le domande che farebbero gli spettatori. Per il Covid non abbiamo potuto viaggiare, ma voliamo con la fantasia". Si parte con Roma dall'alto, poi Raffaello, la regina Elisabetta e JFK. Vent’anni di divulgazione, in un panorama televisivo che è cambiato: Ulisse-Il piacere della scoperta festeggia un compleanno importante; torna dal 16 settembre su Rai 1 con Alberto Angela sempre più entusiasta: “Diciamo che lo scafo prende bene l’acqua, il programma esiste e resiste perché rappresenta la curiosità della gente”, spiega “fa immedesimare lo spettatore. Mi faccio le stesse domande del pubblico e ho la possibilità di approfondire un argomento per due ore, che è un grande privilegio. Oggi nel panorama televisivo in cui i programmi offrono varietà di argomenti, sono rapidi, saltano da un tema all’altro, io mi faccio trasportare da una storia e porto con me lo spettatore”. Pubblico fedelissimo “che abbiamo abbracciato e non facciamo mai sentire solo, specie in questi tempi difficili”, Ulisse dal sabato trasloca il mercoledì. Le regole anti Covid-19 hanno penalizzato il programma, che ha fatto di necessità virtù: la prima puntata è dedicata a Roma vista dall'alto, poi sarà la volta dell'omaggio a Raffaello per i 500 anni dalla morte, quindi due ritratti d'eccezione, quello della regina Elisabetta II e di John Fitzgerald Kennedy (puntata che andrà in onda a ridosso delle elezioni americane). Alberto Angela, torna "Ulisse": dopo Roma vista dall'alto, tre grandi personaggi: Raffaello, Elisabetta II e Kennedy.

Angela, che effetto fanno i vent’anni di Ulisse?

“Non eravamo partiti con l'idea di durare vent'anni, è stata una grande avventura, noi ce l’abbiamo messa tutta, tutta la cura possibile, la curiosità. Ma abbiamo avuto dalla nostra parte il pubblico, che è cresciuto. La nostra storia parte da lontano, se pensa che Passaggio a Nord ovest sta per festeggiare i 23 anni...”.

Avete girato dopo il lockdown, da giugno ad agosto: niente viaggi, niente visite speciali. Come avete lavorato?

“Essendo un programma di viaggi siamo stati penalizzati. Durante il lockdown avevamo fatto molti progetti, discusso molte idee senza sapere in quale situazione ci saremmo trovati. Il nostro gruppo di lavoro può contare su troupe corpose, facciamo riprese in 4 k e 6 k, per capirci abbiamo due operatori su una telecamera, una tecnologia che richiede una certa cura. Non puoi esporre nessuno al rischio covid il primo pensiero è stata la messa in sicurezza di tutto il gruppo, quindi abbiamo costruito le puntate viaggiando con la fantasia. Senza viaggiare”.

Partite dal cielo di Roma: avete usato i droni?

“Quando ero sulle cupole di Venezia e vedevo piazza San Marco, uno dei luoghi più popolati, c’era una pace. Dall’alto vedi le città con un’angolazione diversa. Vedere Roma dall’alto è un’esperienza, scoprirla volando con elicotteri e i droni alti e bassi è meraviglioso. Daremo la sensazione di volare stando seduti in poltrona, di trasformarsi in una rondine o in un passerotto per volare non sulle nuvole ma tra i tetti. E noi porteremo gli spettatori lassù, per vedere la città con una prospettiva diversa passando da Trinità dei Monti a Piazza del popolo a Piazza Navona, per scendere con i movimenti verticali e riprendere il volo verso un’altra zona, come Peter Pan”.

Poi la puntata dedicata all’arte, a Raffaello a 500 anni dalla morte.

“Tutti lo conoscono ma mentre per Michelangelo ti vengono subito in mente le opere, quando si parla di Raffaello devi fare mente locale: cosa ha fatto? Alla gente un po’ sfugge invece è stato un artista a tutto tondo, a 15 anni ha dipinto una Madonna sulla parete della cucina di casa sua”.

Cosa ha scoperto della regina Elisabetta?

“Che attraverso il modo in cui porta la borsetta lancia segnali...  Curiosità a parte, è una straordinaria testimone del 900, una donna che si è trovata in una situazione straordinaria e ha accettato con incredibile spirito di sacrificio di dedicare la sua vita alla nazione. Una storia da film: durante il viaggio di nozze in Kenya con Filippo viene richiamata a Londra, il padre muore: sale sull’albero principessa a scende regina. Dovevamo andare a Londra, non abbiamo potuto e quindi abbiamo portato Londra da noi. Abbiamo usato il chroma key, sembra di stare in una grande vasca tutta verde e puoi muoverti come se fossi nei luoghi dove le cose accadono. La telecamera grazie a una serie di sensori entra nell’immagine”.

Avete usato la stessa tecnica per la puntata dedicata a Kennedy?

“Sì. In altre parole abbiamo filmato la zona dell’attentato a Kennedy per poi girare intorno alla macchina. ‘Entri’ nell’azione. Racconteremo la famiglia, il padre di JFK che sogna la Casa Bianca, la vita con Jackie. Raccontando JFK viene fuori lo spirito degli anni 60, la voglia di costruire. Oggi  il futuro fa paura. Ricordo sempre un discorso del presidente Ciampi che spiegava ‘i ragazzi di oggi non sono più come noi, Livorno era distrutta dopo la guerra, ma tutti si sono rimboccati le maniche. Ogni epoca ha le sue brutture e le sue bellezze, ma il passato si ci insegna che qualunque sia la tua epoca hai l’obbligo di credere nel futuro”.

Qual è la sua sfida dopo vent’anni?

“Incuriosire il pubblico, volevamo conquistare giorno dopo giorno la nostra sopravvivenza, abbiamo pensato a ogni passo più che alla meta. Quando ti accorgi che un programma comincia a far parte della storia di tutti, hai raggiunto lo scopo. Non me l’aspettavo ma lo speravo. Se ogni puntata è una pagina, tu speri che venga fuori un romanzo: in questo caso è il racconto della scienza e dell’arte. Il titolo che abbiamo scelto, Ulisse, non è casuale. E’ una figura che affronta l’ignoto usando la razionalità e un guizzo di creatività”.

La stagione è appena iniziata: cosa prevede?

“Abbiamo dovuto interrompere Stanotte a Napoli e a novembre, se tutto va bene, siamo pronti a ricominciare, poi c’è ancora Ulisse ma mai come questo anno stiamo navigando a vista, con molta prudenza. Basta che si ammali un tecnico e tutto si ferma. Ci vuole la massima cautela, è il tempo della pazienza e dell’attesa. Non si devono fare cose avventate”.

Le fa paura il Covid?

“Mi fa paura la reazione di certa gente, perché l’importante è mantenere il fronte unito. Non è un’emergenza che durerà a lungo, sono fiducioso che progressivamente scomparirà ma di nuovo stiamo entrando in una situazione pericolosa per comportamenti irresponsabili. Questo è il momento della responsabilità per se stessi e per gli altri. Non bisogna scordarsi di Bergamo e delle persone che non ci sono più, dobbiamo rispettarle e ricordarle. In confronto agli altri paesi l’Italia si sta comportando bene, se vedo com’è messa la Francia.  La pandemia non è uno scherzo, adesso deve prevalere il buon senso”.

Riceve manifestazioni di affetto, è un idolo dei social: la fiducia è anche una responsabilità?

“Mi fa tanto piacere ma non perché sono un conduttore televisivo ma umanamente. Siamo passeggeri di un secolo: quando ti accorgi che riesci a trasmettere il bagaglio delle tue conoscenze e a unire nei momenti di difficoltà, cosa puoi volere di più? Vedo la nostra cultura come un inno nazionale, quello mi fa piacere, mi ritengo un servitore della conoscenza, della ricerca. I grandi eroi sono quelli che stanno nei laboratori. Io posso gettare la luce sul loro lavoro. Al di là dei risultati è importante andare in prima serata e esserci. Vale come testimonianza”.

Alberto Angela: svelo i segreti di Cleopatra, la Lady Gaga dell'antichità. Pubblicato lunedì, 08 giugno 2020 su La Repubblica.it da Silvia Fumarola. Il potere e la suggestione della parola per raccontare la Storia: Alberto Angela ha realizzato per Audible il podcast del suo libro Cleopatra donna e regina in cui racconta "il potere di una donna moderna, che parlava le lingue, ha segnato il corso degli eventi. Nella figura di Cleopatra" spiega il divulgatore "vedo tante cose positive, la prima è la condizione della donna nella società; quando ha gli stessi diritti di un uomo automaticamente ti cambia la storia. A quell'epoca era qualcosa di rivoluzionario. Cleopatra era un'abilissima stratega di politica internazionale, con colpi di teatro che solo Lady Gaga riuscirebbe a fare". Insieme a Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, e a Marco Azzani country manager Audible per l'Italia, Angela racconta come ha lavorato a un progetto che non è la lettura del libro, ma un racconto "come a cena tra amici" spiega "quando inizi un discorso trasmettendo le tue emozioni. Il podcast è una lente di ingrandimento. Vorrei vivere mille anni per raccontare le storie in versione podcast, aiutano a calarti nelle situazioni anche se tecnicamente è strano, non hai un pubblico e devi stare immobile perché la voce è fondamentale. All'inizio non è stato facile, un po' come quando debutti davanti alla telecamera: non vedi gli occhi delle persone, l'obiettivo ti mette a disagio. Così col podcast ci sei tu e la tua voce, poi cominci a sentire te stesso, tiri fuori le frasi. L'immagine televisiva è quello che vedi, mentre stavolta chi ascolta immagina, è lasciato libero, diventa lo sceneggiatore del racconto". Christian Greco, sottolinea come gli oggetti e i reperti storici parlino, come una visita nel museo sia un'esperienza straordinaria. "È vero" dice Angela "Quando leggi un papiro è un podcast, e lo fa un singolo visitatore quando legge le didascalie accanto agli oggetti di un museo. Riuscire a stabilire un legame col passato è straordinario. Nel podcast ho voluto mettere le suggestioni: se sono nella rada di Alessandria si devono sentire i gabbiani, come il suono metallico delle truppe. L'emozione dipende dai sensi, il nostro cervello lavora. Il miglior effetto speciale è la nostra immaginazione, è emozionante perché il rapporto col pubblico è più intimo". "Fondiamo il nostro successo sulla parola", dice Azzani di Audible "per noi è fondamentale, nel caso nel podcast di Alberto è stata una sfida, abbiamo reinventato il modo di comunicare la Storia. Sappiamo che il podcast è ascoltato dal pubblico under 30 che - come ci dice l'Istat - ha scarsa frequentazione con i libri di carta e i musei, questo è un formato veloce che puoi ascoltare con lo smartphone e con Alexa, in momenti diversi della giornata. Con gli audiolibri è successo così, non sono alternativi ai libri classici ma attirano un pubblico nuovo: lo stesso cerchiamo di fare coi podcast. Con Alberto pensiamo anche ad altri progetti". Per Angela un'esperienza interessante. "Ripeto, non è la lettura dei capitoli ma reinterpreti le pagine. Le prime cento sono dedicate all'uccisione di Giulio Cesare: ho cercato di far emergere le persone, le atmosfere e i luoghi, di dare una suggestione". Racconta di aver registrato prima del lockdown "un'esperienza unica, perché dovevi stare attento a un nemico invisibile, con tutte le incertezze del caso. Le repliche del mio programma su Rai 1 hanno tenuto compagnia a tanta gente che aveva bisogno di non sentirsi sola. Le parole sono anche sentimenti, e le repliche sono state importanti".  E a proposito di sentimenti, si capisce che il divulgatore più riservato della tv per Cleopatra nutre una vera passione. "Il nome Cleopatra, significa "gloria del padre" in greco. Non era egizia, teneva i capelli raccolti in una crocchia, Alessandria d'Egitto era una città greca, la troviamo in un periodo della storia in cui unisce il mondo romano e quello egizio. Con la sua morte Augusto lancia l'idea dell'Impero. Se avesse vinto lei, il mondo sarebbe greco-orientale". "Era una donna diversa dalle altre" dice Angela molto ispirato, "era colta, aveva frequentato l'università, parlava molte lingue: era una mamma una regina una sovrana a seconda del momento della giornata. Appena metti una donna moderna in un'epoca antica ti cambia la storia della civiltà. Il suo volto preciso non è chiaro, abbiamo chiamato i Ris, nel Museo Egizio di Torino è conservato un busto che potrebbe essere quello di Cleopatra. Forse non era neanche così bella ma era potente, forte, una figura unica. Anche la sua tomba non si trova ma a duemila anni di distanza riesce ancora a conquistare le prime pagine".

Giulio Pasqui per ilfattoquotidiano.it il 22 febbraio 2020. Alberto Angela come non l’avete mai visto, protettivo e battagliero per il figlio. Il divulgatore scientifico più famoso d’Italia è stato fotografato dal settimanale Oggi mentre discute apertamente con un paparazzo, tale Mattia Brandi, che lo aveva pizzicato insieme con il figlio Alessandro. Le foto non erano altro che semplici scatti in cui padre e figlio passeggiano assieme per le vie di Roma, ma la situazione tra il divulgatore e il fotografo (sempre secondo quel che racconta il settimanale) sarebbe degenerata. Alberto Angela non avrebbe apprezzato quegli scatti e avrebbe quindi chiesto al paparazzo di poter cancellare le foto incriminate. Da qui l’incredulità di Mattia Brandi, che al settimanale ha raccontato: “Gli ho spiegato che non avevo fatto nulla di male, che lui è un personaggio pubblico, ci trovavamo in un luogo pubblico e la legge consente di scattare. Continuava a chiedermi di cancellare, dicendo che il figlio è minorenne. Gli ho assicurato che sono un professionista da vent’anni, so bene che non si può pubblicare il volto di un minore e infatti l’avrei “pixelato”. Ma lui insisteva: ‘Che ne so io se poi queste foto finiscono sui social o nel deep web?’. Ero stupefatto, non mi è mai successo che un vip reagisse così…”. Alla fine, per placare gli animi, è dovuta intervenire la polizia. Una volta prese le generalità delle persone coinvolte, i poliziotti se ne sono andati.

Alberto Angela torna su Rai1: 9 cose che non sapete su di lui. Pubblicato sabato, 04 gennaio 2020 su Corriere.it da Renato Franco. 9 cose che non sapete su Alberto Angela. Personaggio cult, icona sexy (per etero e gay), l’esordio in tv sulla Svizzera Italiana: quello che spesso non si conosce del conduttore tv. Che da tempo non più soltanto il figlio di Piero. Torna Alberto Angela con la terza edizione di Meraviglie, stasera alle 21.20 su Rai1 . Ma chi è, chi non è e chi si crede di essere Angela jr? Ecco la sua vera storia.

L’accusa più superficiale: è in tv grazie al padre, Piero. In realtà Alberto Angela non è un semplice divulgatore scientifico, ma un paleontologo. Per oltre 10 anni, negli anni Ottanta, ha svolto attività di scavo e di ricerca sul campo nell’ex Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), in Tanzania, Oman, Etiopia e Mongolia.

L’esordio in Svizzera. Volto della tv italiana, Alberto Angela era un capitale all’estero: il suo esordio in video vero e proprio fu grazie alla Televisione Svizzera Italiana nel 1990. Il debutto in Rai invece avviene tre anni dopo sui Rai1 con il padre con il programma Il pianeta dei dinosauri.

Il rapimento in Niger e l’isola di Pasqua. Nel 2002 Alberto Angela e la sua troupe sono stati vittime di un rapimento lampo in Niger, l’esperienza più brutta della sua vita: «Mitra puntato addosso, stavo per essere ucciso». L’isola di Pasqua invece il ricordo più bello: «Una piccola terra che emerge dal nulla, in mezzo all’Oceano, tra vento e silenzio, dove si innalzano queste incredibili statue alte 5-6 metri, unico lascito di una civiltà scomparsa e monito per gli esseri umani del XXI secolo. In qualche modo la Terra è un’isola di Pasqua nell’universo».

Collezionista di sabbia. Alberto Angela colleziona sabbia: «Ho iniziato anni fa, quando partivo per le mie spedizioni da paleontologo, prima di cominciare con la tv. Riempivo con la sabbia i rullini fotografici poi, tornato in Italia, travasavo il materiale nelle boccette di vetro. Ne ho più di una ventina, e dai colori riesco sempre a identificare il deserto di provenienza».

Un asteroide e una specie marina. Gli sono stati dedicati un asteroide (80652 Albertoangela) e una rara specie marina (Prunum albertoangelai) dei mari della Colombia. Il Museo di Storia Naturale di New York gli ha chiesto di prestare la sua voce per la versione italiana di un filmato sull’esplorazione dell’Universo. Per la versione inglese sono stati ingaggiati personaggi come Tom Hanks, Harrison Ford, Jodie Foster, Liam Neeson.

Caffé e piscina. Due i riti a cui non rinuncia. La mattina «due espressi, uno di seguito all’altro. E quando sono all’estero mi porto sempre il caffè dall’Italia, non riesco a farne a meno, ovunque mi trovi». L’altro rito è la piscina: «Pratico molto nuoto, con costanza, e mi faccio sempre un chilometro e mezzo».

Icona sexy. Gentiluomo colto ed educato, Alberto Angela piace a destra e sinistra, a etero e gay. Così ormai è diventato un personaggio cult. Si favoleggia anche sulle sue doti e i social network abbondano di gif animate («come rimorchia Alberto Angela») e meme.

Moglie e figli. Etero e gay però pare si debbano mettere l’anima in pace. Una fede al dito non è sicurezza di fedeltà, ma certo garanzia di impegno. Alberto Angela — per alcuni il Chuck Norris della cultura, per altri l’Indiana Jones della tv — è sposato con Monica dal 1993 e ha tre figli maschi: Riccardo, Edoardo e Alessandro.

Il suo credo: la tv non mente. «Nei dieci anni in cui ho lavorato come ricercatore ho sempre sentito che mancava un intermediario e mi sono chiesto: perché queste cose devono rimanere confinate nei libri o nei circoli scientifici e culturali e la gente non le sa? Se vuoi fare divulgazione, su un qualsiasi argomento devi fare le stesse domande che farebbe chiunque: il tuo barista, il notaio. E a quelle devi rispondere, entrando nel cuore delle persone attraverso la mente. Certo, la credibilità devi conquistartela sul campo: né io né mio padre, ad esempio, abbiamo mai fatto pubblicità né ospitate in qualche programma per sparare sentenze. La tv non mente: se un conduttore è simpatico, lo è anche nella vita».

Il misterioso caso di Alberto Angela, il divulgatore diventato sex symbol. A furia di guardare le Meraviglie il pubblico ha attribuito la bellezza delle cose mostrate a chi le presenta. Eppure il figlio d'arte è sempre abbastanza simile all'imitazione cult che ne fece Neri Marcorè. Beatrice Dondi il 4 maggio 2020 su La Repubblica. Quando è accaduto esattamente che Alberto Angela ha smesso di essere l’imitazione di Neri Marcorè e si è trasformato un’icona sexy universalmente riconosciuta? A un certo punto la percezione del personaggio imitato, pur conservando quegli stessi identici caratteri che avevano fatto nascere l’interpretazione comica meglio riuscita degli ultimi vent’anni, ha trasformato il ridicolo in seducente. Come è potuto succedere? Una domanda appassionante (sempre nei limiti per carità), quasi come quelle che puntualmente propone il figlio d’arte della divulgazione scientifica. Ma che resta lì, appesa come una gruccia in tintoria. All’improvviso testate autorevoli hanno cominciato a descriverlo come il Chuck Norris della cultura, l’Indiana Jones della tv, i suoi capelli sono diventati “boccoli dei serafini”, la sua voce “soave”, la sua immagine “da marito ideale incapace di tradimenti” e sono spuntate miriadi di pagine Facebook come “Sexy Alberto Angela & Friends” ( dove in un Giudizio universale formato social di Dio Piero tocca il dito del figlio ovviamente nudo), “Aggiornamenti giornalieri sull’attività sessuale di Alberto Angela”, fino alla deriva porno il cui esempio più casto è “Sesso selvaggio nell’antica Roma con Alberto Angela”. Eppure lui è sempre lo stesso, derivato eccellente della creazione firmata Ottavo nano del lontano 2001. Con l’incedere morbido e quella gestualità didascalica che da anni accompagna le sue trasmissioni da record. «Vedete?» dice sottolineando col dito nell’aria. E senza interrompere il flusso linguistico semplice, gentile e alla portata di tutti chiede mostrando una statua: «Le sue dita sono spezzate. E voi vi chiedere perché ? Perché si sono rotte». Con la medesima armonia descrittiva usa un’aggettivazione senza particolari guizzi, secondo la quale le atmosfere di Firenze sono indimenticabili, Matera ha una storia plurimillenaria, Venezia sembra incantata. Quindi non resta che immaginare che all’improvviso a furia di guardare un programma bello come le “Meraviglie” lo spettatore abbia traslato il concetto e che McLuhan ci perdoni, percepito come meraviglia il medium stesso. In questo caso il bell’Alberto. A cui si può incolpare ben poco, visto che la sua attività è costellata di meriti, non ultimo quello di distogliere pubblico dall’inutilità del sabato sera per portarlo nella cappella Sistina. E il fatto che sia diventato un sex symbol probabilmente è più un macigno che pesa sulla sua sahariana che un vanto. Ma il mistero di questo invaghimento fisico collettivo resta. Chissà, magari prima o poi ci dedicherà una puntata.

·        Aldo Busi.

Aldo Busi, "scomparso" da 10 anni. Finita in disgrazia: "Grazie zio, non lo vogliamo". Tremenda delusione privata. Libero Quotidiano il 04 gennaio 2022. La triste fine di Aldo Busi. Lo scrittore, intellettuale, "agitatore" e provocatore culturale più amato dalla tv fin dagli anni Ottanta, capace di spaziare tra l'alto e il basso (anzi, il trash) senza perdere un grammo di acume, è sparito dalla scena pubblica da 10 anni. In auto-esilio, per realizzare quello che dovrebbe essere il suo libro definitivo. O forse doveva, visto che al momento pare che il volume non riesca a trovare chi sia disposto a pubblicarlo. 

Busi, scrive Paolo Landi in un articolo per Doppiozero.com ripreso da Dagospia, ha lavorato al suo Seminario sul postmortem ininterrottamente dal 2010 all'autunno 2020, "con un incessante lavoro di limatura che continua tuttora". Il volume è già stato "stampato in 850 pagine ordinatamente impilate su un tavolo da lavoro", e ironicamente Busi gli ha posto la dicitura "Romanzo senza neppure i posteri", visto che nessuno pare interessato. 

Lo scrittore 73enne, gay dichiarato, aveva esordito con Seminario sulla gioventù (significativo il rimando della sua ultima opera) nel 1984 e salito alla ribalta con Vita standard di un venditore provvisorio di collant, ha passato questi ultimi 10 anni tra il ritiro privato e qualche comparsata in tv, da Otto e mezzo a Piazzapulita fino a La pupa e il secchione, incursione nei reality che fa il paio con la partecipazione breve e clamorosa a L'Isola dei famosi nel 2007. Dice di essersi imbattuto "in sconosciuti tipografi/editor curiosi, ridicoli, ignorantissimi e vili che se la tirano per dei perché misteriosi" e ha svelato di "essere rimasto basito quando, convocando i suoi eredi a casa per consegnare loro il manoscritto da pubblicare postumo, si è sentito rispondere: 'Grazie zio, ma non lo vogliamo'".

Paolo Landi doppiozero.com il 03 gennaio 2022. Un romanzo non pubblicato sarà un sacco di preliminari e niente orgasmo, dice Woody Allen, mentre Federico Fellini piantò dopo quasi trent’anni la sceneggiatura del mai realizzato Viaggio di G. Mastorna preso da un attacco di superstizione: il film parlava dell’aldilà, meglio non sfidare la sorte. 

Il buonumore di Aldo Busi mentre si concede per pochi minuti al telefono fa pensare che questo Seminario sul postmortem (iniziato nel 2010 e terminato nell’autunno del 2020, con un incessante lavoro di limatura che continua tuttora) sia destinato a rimanere natura morta, stampato in ottocentocinquanta pagine circa ordinatamente impilate su un tavolo da lavoro, e in versione digitale in un file archiviato, dice Busi, sotto la dicitura “Romanzo senza neppure i posteri”.

Lui di certo non lo propone a nessuno, ha fatto qualche pseudo tentativo-trabocchetto, dice di essersi imbattuto in sconosciuti tipografi/editor “curiosi, ridicoli, ignorantissimi e vili che se la tirano per dei perché misteriosi”, resta semmai scandalizzato, ma appena appena, che nessun editore glielo abbia ancora chiesto e racconta di essere rimasto basito quando, convocando i suoi eredi a casa per consegnare loro il manoscritto da pubblicare postumo, si è sentito rispondere: «Grazie zio, ma non lo vogliamo». 

La sua risata sdrammatizzante echeggia nello smartphone che registra tuttavia, poco dopo, questo sms: “Ma io sono il primo a nutrire affetto esistenziale per me, resto tuttora ammirato e ammaliato dalle mie paganissime incursioni televisive, mi dispiace solo la troppa censura patita, mi si scatena l’odio per me solo quando scrivo, lo devo fare ma non me lo perdono, e così ingrasso, non mi muovo, a volte per anni, non vado di corpo, sono irascibile, fintamente generoso e seriamente fatalista fino al masochismo più idiotico pur di sbarazzarmi al più presto dei rompicoglioni, talvolta paraistituzionali, che si ammassano alla mia porta, per fortuna che intanto la vita se ne va, di quella, data la mia naturale intelligenza radicalmente anticlericale e antimafiosa e antifascista e antimassonica, non ho mai saputo cosa farmene – a parte buttarla via con grazia malgrado la mancanza di un’alternativa, umani mai una sola volta all’altezza della mia eleganza psichica e civile in generale, potevo essere l’ultimo granchio di una specie estinta e stare su uno scoglio senza altra vita e non sarebbe cambiato granché nella memoria che ho del mio passato e della gente in cui mi sono imbattuto.

Del resto il primo capitolo non a caso si intitola ‘’Gli uomini non sono desiderabili, la vita è sopravvalutata e il rame non è infinito’’. Il sequel di Seminario sulla gioventù resta quindi, per ora, il romanzo perfetto, che nessuno ha letto e leggerà, composto come sotto dettatura, perché preesistente a Busi stesso, già scritto insomma da lui nelle oltre ventimila pagine di tutti i libri pubblicati, il girotondo omerico delle migliaia di personaggi che postmortem lo guardano e lo giudicano. 

Quanto agli altri scrittori, ecco un esempio del pensiero estetico-linguistico di Busi: “A me Philip Roth non m’incanta: i suoi personaggi, persino amanti ventennali e coniugi centenari e bidelle senza istruzione, parlano come libri stampati, ecco, e nessuno sembra accorgersene, e Roth men che meno. Non si interrompono mai, non si fraintendono mai, e, udite!, parlano per rivelare di sé all’altro più che possono, non come noi comuni mortali che parliamo per nascondere più che possiamo a noi stessi per primi”.

La non pubblicazione di mille pagine è quindi il giro di vite perfetto nel cerchio di ferro che si stringe attorno a Busi, che sempre rivela quando scrive l’oscurità del nostro profondo, e lo tortura. Ma la vita non ha mai il sopravvento su di lui che, mentre si impegna a gettarla via, non le permette mai di fare di lui ciò che vuole perché, generoso e avido com’è, la doma come si farebbe con un cavallo che deve abituarsi al morso.

Vince sempre lui, anche quando parla da morto con la voce di Delfina Unno Pastalunghi, nei suicidi dovuti, o nelle morti dell’anima dei suoi personaggi che sono tutti lui senza essere mai lui, nell’orchestrazione perfetta di un’opera unica e coerente, sia nella forma romanzata, in quella di saggio, nel reportage di viaggio, nei volumetti di galateo scoppiettanti di vita, sempre e tutti impregnati di allegria e di dolore, e di un senso civico altissimo. 

Questo scrittore, che da quasi un decennio ha scelto l’isolamento volontario pressoché assoluto, per il quale vita e opera non contano, né l’una né l’altra, se non per l’occasione (sprecata, dice lui) di farne un tutt’uno, non ha mai rinunciato a prendere posizione per i diritti calpestati, contro le sventure razziali, smascherando la politica del tornaconto, la corruzione della giustizia, gli assolutismi propagandati da pulpiti vari.

Seminario sul postmortem avrà perciò bisogno di un editore coraggioso perché la voce del polemista avrà la grana del linguaggio chirurgico di chi preferisce usarlo come arma di difesa, ma quando offende lo fa con la precisione dello scrittore, demolendo demagogia, approssimazione, luoghi comuni con l’arma della letteratura, che ferisce a morte i politici di twitter, i magistrati-megafono, i mafiosi che credono di passare inosservati, gli intellettuali ridotti in miseria dal politicamente corretto.

Questo libro cela nel titolo l’essenza stessa del romanzo, perché l’arte vera si compie nel silenzio, esercitata ascoltando nient’altro che il proprio istinto, quando proclama che la letteratura è la realtà e insieme il giudizio finale. Sarà forse uno di quei capolavori nascosti di cui vorremmo un giorno godere, come vorremmo ammirare i Rembrandt o i Matisse dell’Ermitage, dove non siamo mai stati. 

Seminario sul postmortem è il libro essenziale, di uno scrittore famoso, ma che nessuno può leggere, come se già esistesse in ognuno di noi. Busi, guardandosi da fuori, artefice della sua opera ma allo stesso tempo, forzatamente, anche giudice, ricaverà da questa autocontemplazione l’inutilità di un altro tipo di bellezza, esteriore e forse superiore all’opera stessa, alla quale donerà una unità, una grandezza di cui magari non era neppure priva.

L’idea che i libri o i quadri più belli siano quelli che non abbiamo ancora letto o visto muove la nostra immaginazione: un libro costretto a non essere materia, perché non stampato e non venduto, è come un quadro nascosto nei sotterranei di un museo, esistono ambedue, ma invisibili ai nostri occhi. 

Chi non pubblica Seminario sul postmortem ha la grande responsabilità di costringere Busi a un ruolo che non gli si attaglia per nulla, quello del grande scrittore incompreso, mentre l’assenza del manoscritto trasformato in volume sugli scaffali delle librerie e su Amazon diventa sempre più ingombrante e l’orgasmo che rilascia endorfine per la soddisfazione di un desiderio esaudito resta in standby.

·        Aldo Nove.

Elisabetta Rosaspina per il Corriere della Sera il 15 giugno 2022.

Il mare del suo rifugio a Palmi, in Calabria, la chitarra, il profumo, i sogni di un alchimista, anche; poi l’ineluttabile ironia in agguato, ma forse un po’ più malinconica del solito; e ingombranti dosi di rabbia, una malcelata dolcezza e ancora tanta, tantissima poesia. Ecco che cosa c’è di nuovo — e di antico — nella vita del «cannibale», 25 anni dopo. 

Aldo Nove ne compirà il prossimo mese appena 55, e intanto se ne sta, sulla difensiva, nel suo splendido aventino a nord di Reggio Calabria. È in convalescenza. E avrebbe preferito che non si tornasse a parlare di lui per il vitalizio che il governo accorda, nel nome di Riccardo Bacchelli, a «cittadini illustri», scrittori, artisti, artigiani, scienziati, musicisti, in grave affanno economico e di salute, come lo fu quasi quarant’anni fa l’autore de Il mulino del Po. 

Non importa che in quell’asfissiante stato di necessità sia stato preceduto da monumenti della letteratura italiana come Anna Maria Ortese, Roberto Rebora, Guido Ceronetti e Alda Merini, o eroi di guerra, come Giorgio Perlasca, con i quali il Paese rimarrà sempre, a prescindere da qualunque contributo finanziario, in debito culturale o storico.

Dopo aver pubblicato 35 opere, fra romanzi, saggi, raccolte di poesie, sceneggiature, le biografie di Mia Martini e di Franco Battiato, dopo aver marcato una generazione e scandalizzato la precedente, Nove patisce l’intempestività dei messaggi e delle telefonate che si accumulano a centinaia sul suo cellulare nei giorni successivi all’annuncio ufficiale di questo riconoscimento da parte del ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Li subisce, a tratti, come un’intrusione molesta: «Che cosa vogliono? Le mie radiografie?».

Né la malattia né la disattenzione di gran parte del mondo editoriale gli hanno impedito negli ultimi anni di continuare a scrivere, a produrre, a pubblicare. A sperimentare, soprattutto. 

Come a metà degli anni Novanta quando, dopo una laurea in Filosofia morale, il ragazzo di Viggiù, orfano a 15 anni di entrambi i genitori, spiazzò la critica ed entusiasmò il pubblico, in particolare quello più giovane, con i racconti Woobinda e altre storie senza lieto fine (1996, Castelvecchi), seguiti due anni dopo da Superwoobinda (Einaudi, 1998). Uno dei suoi incipit è diventato un classico della narrativa: «Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal…». Era nata una «corrente» nuova, «per lo stile accattivante, il linguaggio crudo e i temi violenti», certifica la Treccani. Ma anche per una visione della società e dei suoi difetti che ne anticipava le successive degenerazioni.

Erano sbarcati i «cannibali», «il pulp del pulp», si cercavano definizioni per la prosa di Tiziano Scarpa, Niccolò Ammaniti, Alda Teodorani, Aldo Nove, alias di Antonio Centanin. Una generalità che è una citazione. Anzi, un omaggio alla Resistenza: «Aldo dice 26 x 1» fu il messaggio in codice diffuso dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) per indicare il giorno (il 26 aprile) e l’ora (l’una di notte) fissati per l’insurrezione. Aldo e 2+6+1 fa Aldo Nove. 

«Ma adesso sto provando a cambiare nome» annuncia. 

Peccato, ha un suo valore commemorativo.

«Sì, ha un suo valore, ma mi sono stufato di questo pseudonimo». 

Una volta ha detto di avere un ego psicotico: lo pensa ancora?

«Forse. L’ego, cos’è? Già Arthur Rimbaud, un bel po’ di tempo di tempo fa, ci raccontava che è qualcosa di molto complesso. Franco Battiato ricordava che da bambino aveva rifiutato di svolgere il tema assegnato e si era scelto un altro titolo: io chi sono? L’ego è un palloncino gonfio di elio che serve a farlo andare in alto e che poi esplode. Ecco, l’ego è un pallone gonfiato». 

È vero che è un appassionato di oroscopi?

«Gli oroscopi? L’esoterismo, piuttosto. Che si avvicina agli studi sull’alchimia. E l’alchimia alla chimica. Come il profumo. Ho seguito dei corsi e ho scritto un libro sull’argomento (All’inizio era il profumo, Skira 2016, n.d.r.). Mia madre sarebbe stata una profumiera, se non fosse rimasta incinta da giovane. La nostra era una famiglia povera, con un’edicola a Viggiù». 

Dunque ha imparato a fare i profumi?

«Sì, negli ultimi anni. È una procedura complessa. Si avvicina a quella dell’alchimia, che è considerata un’antenata ingenua della chimica, che invece è giudicata sacra. Ma la radice delle due parole è la stessa e significa trasformazione. Anche il profumo parte da un’idea e le dà una materialità».

Per esempio?

Estrae un flacone con un’etichetta apparentemente artigianale e la scritta «Terroni»: «Qui l’idea è di comprendere attraverso l’olfatto una sintesi del Sud» continua serio. «In fondo è un procedimento prossimo alla poesia: invece delle parole si utilizzano le essenze. È diverso il mezzo che le porta al cervello: il naso. L’olfatto è un senso trascurato, invece è molto importante nel rapporto con il mondo. Ignorarlo può essere pericoloso. Un odore cattivo segnala che c’è qualcosa che non va». 

Cos’altro sta imparando?

«Ho iniziato da poco a suonare la chitarra. Una persona molto cara e geniale vicina a me mi ha proposto di iniziare un corso. 

Avendo dedicato quasi tutta la mia vita alla poesia, che è musica e matematica, mi è sembrato che fosse giunto il momento di rapportarmi alla musica. Sto studiando le scale musicali. Sa, vorrei diventare una rockstar internazionale, ma non posso. Mi toglierebbero la legge Bacchelli», stavolta ironizza di sicuro, ma sempre senza sorridere. 

Ha appena pubblicato i suoi sonetti sulla rivista «Poesia», fondata e diretta da Nicola Crocetti, e in settembre nella collana bianca di Einaudi. Crocetti è stato forse il suo editore più devoto da quando Milo De Angelis ha scoperto il suo talento, vero?

«Se non fossimo entrambi eterosessuali, chiederei a Crocetti di sposarmi. Conoscerlo è uno dei doni che mi ha fatto la vita» si lascia andare finalmente a una breve risata. «Il titolo, Sonetti del giorno di quarzo, è un’espressione tratta dalla poesia di Milo De Angelis. Ma prima di lui, mi aveva già scoperto Silvio Raffo, il più grande traduttore italiano di Emily Dickinson. E poi io ho fatto in modo di farmi conoscere da Nanni Balestrini, capofila del Gruppo 63 e il più importante dei miei maestri». 

E lei chi ha scoperto?

«Ho scoperto parecchi autori, ora in auge. Più donne che uomini, devo dire. Capita che arrivino testi che meritino di essere presi in considerazione ed è bello promuoverli». 

Scrittura, musica, mare: che cosa le manca?

«La vita è la costante mancanza di qualcosa. È tale proprio in quanto manca qualcosa. Nel 1966, un anno prima di nascere, non mi mancava nulla, no? E verrà un momento in cui non mi mancherà più nulla. Ma è la mancanza che ci porta a stare qui». 

Quindici anni fa lei ha scritto «Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese»: un testo profetico per le generazioni di oggi.

«Con una caporedattrice di “Liberazione”, ai tempi in cui lavoravo per quel giornale, ci eravamo accorti che era in corso una mutazione, che stava scomparendo un mondo, salvo per qualche privilegiato. Quello è stato il primo libro sul precariato, quando ancora non si teorizzava la flessibilità come una nuova forma di lavoro. Certo, per chi è ricco di famiglia il passaggio alla flessibilità non è tragico. Ma come ha scritto Mark Fisher nel Realismo capitalista: l’umanità finirà, il capitalismo no». 

Non è troppo pessimista?

«Che vuol dire essere ottimista?» 

Coltivare un po’ di speranza, magari?

«Nella sua ultima intervista a Enzo Biagi, Pier Paolo Pasolini disse: la parola speranza è completamente cancellata dal mio vocabolario. Non avere speranze è il modo migliore per non restare delusi: è una forma di saggezza, come sosteneva Schopenhauer. Oggi non so se potrebbe esistere un Pasolini. Avrebbe forse un blog, censurato in continuazione».

·        Alessandro Baricco.

Alessandro Baricco, la leucemia e il legame con la sorella Enrica che gli darà le staminali. Paolo Coccorese su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2022.

Lo scrittore ha annunciato di avere una leucemia mielomonocitica cronica. Preso si sottoporrà al trapianto di cellule staminali del sangue donate dalla sorella. L’amica della Scuola Holden: «Per mesi un guerriero, voleva dirlo per primo» 

Alessandro ed Enrica Baricco

Neanche questa volta, nel periodo più complicato della sua vita, Alessandro Baricco ha rinunciato alla sua natura più profonda, quella affabulatrice. «Ehm, c’è una notizia da dare e questa volta la devo proprio dare io». Così, inizia il messaggio Facebook con cui lo scrittore ha annunciato al mondo la sua malattia prendendo di sorpresa i tanti ammiratori. Non gli amici più stretti. Come Antonella Parigi, signora della cultura torinese, ex assessora regionale e storica presidente del Circolo dei Lettori, il salotto dei libri cittadino, che con «Sandro» ha costruito la Scuola Holden, l’università delle parole fondata dall’autore di Oceano Mare e Seta. «Siccome in tanti oramai erano a conoscenza della sua situazione, ha preferito parlarne lui per primo», racconta Parigi. «In questo modo, ha dimostrato di essere un grande guerriero. A lui e alla sorella Enrica, mia amica da quando eravamo ragazzine, va il mio incoraggiamento».

La leucemia

Baricco ha scoperto di essere affetto dalla leucemia cinque mesi fa. La diagnosi dei medici è stata accolta con rabbia. Sentimento che poi ha lasciato il posto alla speranza. A offrirgli la scialuppa di salvataggio, con la donazione di cellule staminali, è la sorella Enrica. Architetto, nel 2005 ha fondato la CasaOz, onlus che aiuta le famiglie dei bambini costretti a lunghe degenze negli ospedali torinesi. Con il fratello divide la grande villa sulla collina, dove lo scrittore vive da anni con la compagna, la pianista Gloria Campaner. È lontano dalla città, circondato dal verde del grande giardino, che Baricco nelle ultime settimane si è sottratto alla solita vita, immerso in letture e musica classica. Tra la grande libreria, immortalata in alcuni scatti, decorata dalla citazione shakespeariana «Oh, se fosse dato all’uomo di conoscere la fine di questo giorno che incombe!», cara a Geoffrey Holiday Hall. E la televisione che ha permesso allo scrittore di non rinunciare al tifo per il Torino, la squadra del cuore, come ha ricordato lui stesso sui social.

Tifoso granata

«Sandro è uno dei miei maestri, ci siamo conosciuti allo stadio, con la sciarpa granata al collo, più di dieci anni fa», spiega Mauro Berruto, l’ex allenatore della nazionale di pallavolo che, una volta abbandonata la palestra, è stato per qualche anno l’amministratore delegato della Scuola Holden di Baricco. «In questi giorni ci siamo tenuti in contatto con qualche messaggio. Lui è ottimista. Penso sia il modo migliore per superare questo inciampo. Spero di riabbracciarlo presto. Allo stadio? No, alla Scuola, tra i suoi ragazzi, quello è il suo ambiente, il suo mondo».

I progetti

Nei mesi scorsi, «l’università della scrittura» aveva messo in cantiere un possibile sbarco a Roma, con una nuova sede. Un progetto molto caro al fondatore che non si è mai tirato indietro davanti alle sfide. La notte di Capodanno, con l’incubo della malattia in agguato, Baricco ha deciso di rileggere Novecento, il suo celebre monologo teatrale, per trasformalo in un’opera d’arte digitale Nft. È stata l’ultima notizia divulgata prima dell’annuncio del ricovero. Complice la malattia, invece, pochi mesi prima erano caduti nel vuoto gli inviti a scendere in campo nelle ultime elezioni comunali di Torino. In un confronto tra i candidati, il sindaco Pd Stefano Lo Russo e lo sfidante Paolo Damilano, noto imprenditore del vino e delle acque minerali, era stato «battezzato» come perfetto assessore alla Cultura. «Quella è stata una battuta, durante la trasmissione, niente di più», sottolinea Damilano. «Ci siamo incontrati tante volte allo stadio, lui è uno di quei tifosi che si immedesima nella partita per tutti i novanta minuti. Spero di vederlo presto. Gli sono vicino».

Post di Baricco dalla clinica: "Vi racconto la mia leucemia". Nino Materi il 23 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Lo scrittore: "La diagnosi 5 mesi fa, ora il trapianto. Mi conforta l'affetto dei familiari e il successo del Toro".

Di pagine, Alessandro Baricco, se ne intende.

La sua vita è sfogliare capitoli avvincenti. Uno per ogni anno che passa: 63, finora. Che nell'esistenza di un uomo sono tanti; e marcano, col gesso dei bilanci, la linea di confine tra ciò che si fatto e quanto resta ancora da fare. Spazzando via la polvere fastidiosa dei rimpianti.

Nel libro - privatissimo - di Baricco, il capitolo 63esimo ha riservato a tutti una manciata di righe che avremmo preferito non leggere mai. Anche se, a scriverle, è stato uno come Baricco, abituato ad accarezza la penna con la stessa incisiva soavità con cui Maradona sfiorava il pallone.

Eccola allora la pagina, ineditamente social, firmata con gli «abbracci» di «AB»: «Ehm, c'è una notizia da dare e questa volta la devo proprio dare io, personalmente. Non è un granché, vi avverto. Quel che è successo è che cinque mesi fa mi hanno diagnosticato una leucemia mielomonocitica cronica. Ci sono rimasto male, ma nemmeno poi tanto, dai. Quando hai una malattia del genere la cosa migliore che puoi fare è sottoporti a un trapianto di cellule staminali del sangue, cosa che farò tra un paio di giorni (be', non è così semplice, ci stiamo lavorando da mesi, è un lavoro di pazienza). A donarmi le cellule staminali sarà mia sorella Enrica, donna che ai miei occhi era già piuttosto speciale prima di questa avventura, figuriamoci adesso. Molto altro non mi verrebbe da aggiungere. Forse, ecco, mi va ancora di dire che percepisco ogni momento la fortuna di vivere tutto questo con tanti amici veri intorno, dei figli in gamba, una compagna di vita irresistibile, e il miglior Toro dai tempi dello Scudetto. Sono cose, le prime tre, che ti cambiano la vita. La quarta certo non te la guasta. Insomma, la vedo bene. Per un po' non contate su di me, ma d'altra parte non abituatevi troppo alla cosa perché i medici che si sono ficcati in testa di guarirmi hanno tutta l'aria di essere in grado di riuscirci abbastanza in fretta. Abbracci, AB».

«Racconto» integrale. Perché, questa «pagina» (in realtà un post su Istagram inviato dall'ospedale, con accanto pc e volume di Dickens), pare strappata da uno dei suoi romanzi migliori: quelli dove l'insidia del destino che scopri improvvisamente avverso, si stempera nella capacità di neutralizzarla con un tocco di umorismo.

E poi quella voglia sperimentale di spingersi oltre o - come da lui dichiarato al Corriere della Sera - «scollinare in una nuova vallata». Da pochi giorni, ad esempio, aveva lanciato il progetto «Novecento. The Source Code», ovvero, l'audio della sua lettura ad alta voce del monologo teatrale registrato a Capodanno e che aveva deciso di trasformare in un pezzo unico digitale. Una prospettiva visionaria ancorata però a valori antichi. E chissà se nel suo ironico (ma neanche tanto) riferimento social al «miglior Toro dai tempi dello Scudetto», c'è da parte dello scrittore un implicito riferimento a un calciatore come Sinia Mihajlovi che del Toro è stato allenatore, incarnandone al meglio lo spirito battagliero. Una forza con cui Mihajlovi (e tanti altri) hanno sconfitto lo stesso avversario che ora sfida Baricco.

E nella vita, come nel calcio, avere il «Cuore Toro» è sempre una carta vincente. Nino Materi

Luigi Mascheroni per “Il Giornale” il 23 gennaio 2022.

La malattia annunciata in pubblico - leucemia - non è un gioco, anche se ormai tutto, sulla tastiera del pc di Alessandro Baricco, diventa qualcosa che ha a che fare con The Game, il nuovo mondo dominato dal web e dagli algoritmi di cui lo scrittore, raccontatore di storie conquistato dallo storytelling digitale, ha ricostruito nascita e senso, bestseller del 2018. Tesi: la Rete non è solo una rivoluzione tecnologica, ma un'insurrezione mentale. Tutto è una sfida. In fondo anche una patologia può diventare una partita da vincere.

E accettare il gioco significa sfruttare al meglio The Game. E così, scrivendo un bollettino medico che per stile letterario sembra una breve prova d'autore, Alessandro Baricco - romanziere, drammaturgo, sceneggiatore, critico musicale, conduttore televisivo e radiofonico e incidentalmente il primo autore letterario italiano a generare un Nft attraverso la tecnologia blockchain a partire da una sua opera, Novecento - nell'ora più difficile sceglie di affidarsi alla forza e alla visibilità dei social. Messaggio in bottiglia nell'Oceano mare di Internet. 

Affetti, notizia shock e un post su Facebook. Per raccontare la battaglia della vita basta una breve didascalia sopra la foto del comodino d'ospedale con un pc aperto su Spotify e una copia del capolavoro di Charles Dickens Il Circolo Pickwick, che diede il titolo alla sua più famosa trasmissione sui libri. Seta, City e Open source. «All'età mia, sarà un gran colpo, questo è certo - è scritto nel Circolo Pickwick -; ma io son duro parecchio, questo è che mi consola, come disse il vecchio tacchino quando il pollaiolo gli disse che temeva di dovergli tirare il collo per portarlo al mercato».

Duro, Baricco è duro di suo. E la consolazione arriva dai commenti al post, che su Twitter, nel pomeriggio di ieri, era già in tendenza. Con Baricco - autore mai così amato come ora - stanno giocando tutti. #ForzaAlessandro è qualcosa più di un hashtag. Si dice «condivisione», e non solo nel senso di un post. In tanti gli hanno offerto un abbraccio digitale. «Ci sono ancora tante storie da raccontare e troppe pagine da scrivere». A manifestare vicinanza: moltissimi giornalisti delle testate con cui collabora: La Repubblica, da Ezio Mauro in giù, e La Stampa. Poi mezza La7, a partire da Enrico Mentana: «Forza Alessandro».

La Rai, dove tra gli anni Novanta e Duemila ha portato i suoi programmi sui libri, fra show e reading letterari. Curiosamente pochissimi colleghi scrittori, con la dovuta eccezione di Fulvio Abbate. «Ogni bene, Alessandro»: (l'invidia in Rete attecchisce bene). E poi perfino la politica, da Matteo Renzi, che è lo storytelling baricchiano declinato in politica, a Stefano Bonaccini, che è la politica che tende a sprofondare nel romanzesco. E ancora. I compagni di avventura della sua Scuola Holden, università dello storytelling e di arti performative.

E l'account del Premio Campiello, che Baricco ha vinto l'anno scorso «alla carriera». E quello ufficiale del Torino Football Club, cuore granata e Le mucche del Wisconsin: «Il Toro sarà ancora più bello quando tornerai con noi allo stadio!». E i suoi amici, come Luca Bizzarri, che ha letto, per un podcast, gli articoli di Baricco sul Post. The Game continua... Speruma an bin. Baricco ce la farà, di sicuro. Col Circolo Pickwick accanto al letto e tanta gente che ti fa coraggio online, non c'è nulla che possa andare male. E poi - siamo sicuri - proprio da qui nascerà il tuo libro più bello. 

Paolo Coccorese per il "Corriere della Sera" il 24 gennaio 2022.

Le migliaia di messaggi di vicinanza e di incoraggiamento, scritti sul web dagli amici e dai tanti ammiratori una volta appreso della malattia, hanno scaldato il cuore di Alessandro Baricco e dei suoi familiari. 

«Ne ha sentito la forza. Gli stanno donando l'energia e la grinta per affrontare con maggior coraggio questo momento. Sandro ringrazia tutte le persone che gli hanno dedicato un pensiero».

Gloria Campaner è la compagna dello scrittore che ha condiviso sui social l'ultima sua sfida, la più importante della vita: il trapianto di cellule staminali a cui sarà sottoposto per sconfiggere la leucemia mielomonocitica cronica diagnosticatagli cinque mesi fa.

Sabato, con un breve testo pubblicato su Facebook, l'autore di Oceano Mare e Seta ha dato la notizia del tumore del sangue. «Quando hai una malattia del genere - ha scritto Baricco - la cosa migliore che puoi fare è sottoporti a un trapianto di cellule staminali, cosa che farò tra un paio di giorni (be', non è così semplice, ci stiamo lavorando da mesi, è un lavoro di pazienza). A donarmele sarà mia sorella Enrica».

La donna, che ha trascorso gli ultimi due giorni vicino al fratello ricoverato all'Istituto di Candiolo, rinomato centro oncologico torinese, ha scelto di sostenerlo in questo momento così difficile anche con un messaggio pubblicato su Linkedin. 

«Già. Eccoci qui», scrive la signora che a Torino guida CasaOz, onlus che si dedica all'accompagnamento delle famiglie dei bambini ricoverati negli ospedali della città. Enrica è molto legata al fratello con cui condivide la villa sulla collina dove abitano con le loro rispettive famiglie.

«Io e te accomunati anche da questa avventura - aggiunge la sorella -. Lotteremo. E lo sappiamo fare bene. Si dice, e nostro padre lo diceva spesso, che se nella vita succedono cose difficili, succede anche che ti arrivi la forza per affrontarle. Ed i primi a sorprenderci siamo noi. Concentriamoci su quella forza fratello! Avanti tutta!».

Non è ancora stato deciso quando avverrà il trapianto. «La decisione sarà presa dai medici in base ai risultati del processo di donazione delle cellule. Avverrà in questi giorni, dipende dagli esiti della parte affidata alla sorella Enrica», puntualizza Gloria Campaner, la compagna dello scrittore.

La diagnosi della malattia ha preso in contropiede lui e i suoi cari. «È arrivata qualche mese fa, all'improvviso», spiega la partner di Baricco che ringrazia la sorella Enrica e i medici per l'impegno in questa sfida. 

Lo scrittore sta affrontando la leucemia con positività. Campaner racconta: «Abbiamo sempre vissuto con allegria e non abbiamo mai smesso di ridere neanche adesso, nelle videochiamate con cui ci teniamo in contatto anche in questi giorni di ricovero a Candiolo».

Da corriere.it il 15 febbraio 2022.

Dopo il trapianto di cellule staminali, Alessandro Baricco, 64 anni, ha lasciato l’ospedale. «A casa, finalmente — ha scritto lo scrittore su Facebook —. Grande gioia. Devo ringraziare lo staff medico e paramedico dell’Istituto di Candiolo (Torino, ndr): da loro ho solo ricevuto cura, attenzione e gentilezza. 

È andato proprio tutto liscio, con il trapianto, e so che se questo è successo è anche per l’ondata di affetto e energia che tante persone mi hanno mandato, spesso da lontano. A loro va tutta la mia gratitudine, la più sincera. Ora si tratta di andare avanti a ricostruire, con pazienza e disciplina, sperando di vedere arrivare presto l’ora dei festeggiamenti. Nel caso, intendo farli durare per anni».

Era stato lo stesso Baricco — autore tra gli altri di «Oceano mare», «Novecento» e «The Game» — ad annunciare sui social, lo scorso 22 gennaio, che gli era stata diagnosticata la leucemia mielomonocitica cronica.

·        Alessandro Manzoni.

Quello strano "morbo" che infettò casa Manzoni. Mattia Rossi il 22 Marzo 2022  su Il Giornale.

"Aveva orrore della folla, da cui troppo temeva d'esser stretto: orrore al vuoto, perché temeva di cadere: soffriva di vertigo e d'insonnia".

«Aveva orrore della folla, da cui troppo temeva d'esser stretto: orrore al vuoto, perché temeva di cadere: soffriva di vertigo e d'insonnia». Così Carlo Emilio Gadda descrive l'agorafobia e nevrosi di cui soffriva Alessandro Manzoni. In una sua lettera, il canonico Dunoyer riporta il ricordo del cardinal Billet: «Manzoni aveva l'impressione di essere al bordo di un abisso e, per calmare la paura che provava di precipitarvi, aveva cura, essendo a tavola, di mettere vicino a sé una sedia su cui appoggiare la mano».

Sulle patologie che afflissero la mente dello scrittore uscì, anni fa, un illuminante libro di Paolo D'Angelo, Le nevrosi di Manzoni (Il Mulino, 2013). Ma quelli mentali non furono i soli disturbi che tormentarono lo scrittore dei Promessi sposi e la sua famiglia: la moglie, Blondel, morì a 42 anni, ben sei delle sette figlie non arrivarono ai 30 anni, a 42 anni morì il figlio Filippo... Cosa li colpì? La risposta è una conferenza organizzata dalla Scuola della Cattedrale di Milano nel 2020, i cui interventi sono confluiti nel libro Le malattie di casa Manzoni (BookTime, pagg. 68, euro 7) con i contributi di Angelo Stella, Paolo Mazzarello, Mariella Goffredo, Emanuela Sartorelli, Gianantonio Borgonovo e Armando Torno. Cuore del volume è, naturalmente, lo scritto di Mazzarello, medico e docente di Storia della medicina all'Università di Pavia, che getta luce sulla mente e sul corpo di Manzoni, «bambino non desiderato, nato per caso e subito lasciato alla sua solitudine», tratteggiandone una cartella clinica redatta anche grazie all'insostituibile contributo dei carteggi familiari: ansia anticipatoria, agorafobia, attacchi di panico, disturbi psichici e poi lei, la tubercolosi, la principale causa di morte, secondo il medico, di tutta la famiglia.

Da ultimo, non slegata dalla sua salute è la religiosità di Manzoni. Come nota Mazzarello «tramite la fede Manzoni incontrò in quel momento anche un argine alle sue fragilità». E che il milanese non avesse fiducia nei medici quanto piuttosto nella preghiera lo fa dire a Renzo ormai malato di peste: «Si curò da sé, cioè non fece nulla; né fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del male».

·        Alfred Hitchcock.

Lorenzo Peroni per artslife.com il 5 marzo 2022.  

Alfred Hitchcock, prima di tutto, è autore di sé stesso. Un artista inquieto, che negli anni della sua carriera ha costruito la propria leggenda, diventando così il primo regista superstar conosciuto a livello mondiale, trasformando la sua persona in un brand. Il suo nome, film dopo film, diventa un marchio di qualità, la gente va al cinema per vedere i film di Hitchcock, non di questo o di quell’altro attore, lui impara a conoscere il “suo pubblico” e lo sfama a dovere, mai troppo, mai troppo poco. 

Impossibile osservarlo e raccontarlo attraverso un solo punto di vista, una sola angolatura non basta, Edward White nel suo libro, Le dodici vite di Alfred Hitchcock (Il Saggiatore), decide così di farsi strada tra le diverse facce di questo regista mitico, raccontandole tutte, anche quelle più contraddittorie (anzi, soprattutto quelle), tra biografia, film, cronaca e fantasia (non si può mai sapere).

Il libro si compone di dodici ritratti, ognuno riprende Hitchcock sotto una luce diversa, ognuno rivela qualcosa di fondamentale su di lui, sulla figura pubblica che ha costruito attorno a sé e sulla creatura leggendaria che è diventato. Non solo quindi una ricostruzione biografica, ma un’indagine sui ruoli che l’autore di Psycho e Caccia al ladro ha deciso di incarnare. Tra queste dodici personificazioni troviamo l’Hitchcock eterno bambino, l’innovatore, il pioniere, il buontempone, l’artista trasgressivo, il marito, il donnaiolo, il padre di famiglia, l’intrattenitore pieno di contraddizioni. Scopriamo così aspetti inediti e leggiamo in un nuovo contesto quelli più celebri, in un racconto approfondito, ricchissimo e dettagliato.

Le dodici vite di Alfred Hitchcock è un gustoso mosaico che cerca di ricostruire i confini sfuggenti di un protagonista fondamentale del cinema contemporaneo, facendo leva sulle contraddizioni che lo caratterizzano, partendo dalle incongruenze e valorizzandole. 

Un ragazzino spaventato da preti e poliziotti, ansioso e col terrore dell’abbandono, le sue ossessioni artistiche risalgono tutte alla sua infanzia e alla sua adolescenza: gli aneddoti sul padre che lo fa mettere in prigione per scherzo, le punizioni corporali dei gesuiti, nell’arco della sua carriera il regista ha raccontato molto dell’origine dei suoi “mostri”, ma ogni volta i dettagli cambiano un po’, forse perché la memoria non è sempre affidabile, oppure per via della sua malcelata consuetudine di trasformare tutto in una possibile sceneggiatura, la propensione per la suspense e per il melodramma sono insiti in lui. 

“Il padre, William – scrive Edward White – sembrava riuscire a rilassarsi solo a teatro. Hitchcock ricordava: «Credo si preoccupasse parecchio. Vendere prodotti che vanno a male in un solo giorno deve essere snervante». Tipico del suo atteggiamento, trovare un aspetto melodrammatico anche nel ciclo vitale di una sardina, infondere suspense nella vendita di pesce, frutta e verdura (il padre aveva due pescherie)”.

Ma sarebbe quantomeno riduttivo guardare a Hitchcock solo come un eterno bambino segnato dalle ansie infantili. In lui hanno convissuto un ego quanto mai ingombrante e un’estrema insicurezza, aveva grandissima considerazione di sé eppure provava disgusto per sé stesso, sicurissimo del suo talento e delle sue idee era sempre in cerca di rassicurazioni. Molti lo hanno visto come un uomo pieno di nevrosi, altri come freddo professionista, per molti innamorato e devoto alla figura femminile, per altri un mostro di misoginia (marito fedele o farfallone?).

Senza dubbio Hitchcock è stato (fra le altre cose) un pioniere. La sua filmografia va dal cinema muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dal melodramma all’horror, dal noir alla commedia (lavorando perfino in 3D). I suoi film muti sono pieni di idee innovative e trovate tecniche ingegnose, nel sonoro sfrutta al massimo la potenzialità della colonna sonora e nel doppiaggio, e primo fra tutti capisce l’importanza della pubblicità, del marketing – arrivando a promuovere sulla stampa e in un suo film (I Prigionieri dell’Oceano) la dieta che gli aveva fatto perdere 30 chili (Alfred, il golosone collezionista di menù). 

Nel 1955 l’agente di Hitchcock riesce a convincerlo a lavorare per la TV, il regista accetta la sfida (primo grande autore a farlo), fonda una propria compagnia (cosa che gli permette di avere il controllo sulla produzione e sui guadagni), e chiama a sé i suoi collaboratori più fidati, gli scrittori, gli sceneggiatori e gli attori che più amava. La serie fa anche da banco di prova per Vera Miles, che – protagonista del primissimo fra tutti gli episodi della serie, Vendetta – torna poi a lavorare per Hitchcock sul grande schermo, prima con Il Ladro e poi con Psycho. 

La sfida viene vinta su tutti i fronti, gli ascolti ottimi e la popolarità del maestro del brivido schizza alle stelle, rendendolo il primo regista realmente famoso a livello mondiale, nonché indipendente da qualsiasi altro impegno e il regista più ricco di Hollywood. 

Nel privato però, nonostante il successo, il regista è tormentato da una perenne insoddisfazione, guarda il mondo come dall’esterno, afflitto da grandi difficoltà emotive. E allora, chi era questo chiacchieratissimo Maestro del brivido? Hitchcock: l’eterno bambino, l’assassino, l’autore, il donnaiolo, il grassone, il dandy, il padre di famiglia, il voyeur, l’intrattenitore, il pioniere, il londinese, l’uomo di Dio. 

·        Amy Sherald.

Antonio Riello per Dagospia il 3 novembre 2022.

L'artista Amy Sherald ha una mostra nella sede londinese della galleria Hauser & Wirth, quella che si trova nella famosa via dove si trovano i più prestigiosi sarti da uomo della città (Saville Row). Amy dipinge pazzescamente bene e con il suo pennello, sa davvero raccontare epiche storie. E' pittura appunto, ma sembrano spezzoni di un film americano: frammenti di una La La Land Afroamericana. 

Il nome di questa pittrice, nata a Columbus (Stato della Georgia) nel 1973, è legato per molti ad un celebre ritratto di Michelle Obama da lei fatto qualche anno fa. La sua capacità di essere "impegnata" (sul fronte delle rivendicazioni razziali) non le impedisce affatto di fare una pittura incredibilmente seducente. E' Arte Visiva con la colonna sonora incorporata, come se si potesse ascoltare (mentre ci si muove con aria seria nella silenziosa e azzimata galleria) un funky rock. 

Amy ha un trucco tutto suo: le figure umane (tutte Afroamericane) sono sempre dipinte con toni di grigio. Non dipinge la pelle nera in maniera naturalistica, ha invece affinato una tecnica personalissima che rende le sue donne e i suoi uomini degli esseri particolari. Forse degli speciali Avatar. Sono da considerarsi piuttosto degli archetipi di un processo evolutivo sociale. Ex comparse di secondo ordine diventate finalmente protagoniste sulla scena Americana.

Le posture dei suoi soggetti sono particolarmente fresche e naturali seppure possano essere facilmente inquadrate all'interno di una eleganza quasi neoclassica. Un neoclassicismo addirittura canoviano si potrebbe dire. Sì, un(a) Canova american(a) del XXI Secolo che dipingendo ferma in pose plastiche i gesti di questo tempo, degli Stati Uniti e della propria comunità. Ma che anche procede, filologicamente, fino alla base autentica della Classicità dove, come ormai sappiamo tutti, le statue non erano bianche ma coloratissime. Come quelle di plastica/resina che vediamo nei  Luna Park. Il (vero) mondo Classico era esageratamente Pop, al limite del Kitsch. E, d'altra parte, gli accesi riferimenti visivi della cultura Pop Americana hanno costituito, negli ultimi decenni, il "Canone Classico" dell'universo estetico occidentale. Amy Sherald tutto questo sembra averlo ben chiaro nel suo lavoro. La Storia dell'Arte aleggia attorno ai suoi quadri in tutta la sua contraddittoria magnificenza.

I gioielli, i vestiti, gli oggetti (i trattori, le moto e le auto ad esempio) che accompagnano - anche chiassosamente - le figure di questa pittrice non sono mera decorazione ma il bagaglio sostanziale che definisce con precisione la natura e lo status dei suoi soggetti, tutti dipinti con l'ambizione di farne dei poderosi monumenti di emancipazione sociale/razziale.

Qualcosa che ha delle affinità, tanto per restare a Londra, con il ritratto del sarto di Giovan Battista Moroni (1565), dove ad un membro delle classi inferiori (un artigiano) viene concesso probabilmente per la prima volta di entrare nel ristretto novero, preminentemente aristocratico, dei soggetti della grande pittura. 

The World We Make 23 Savile Row, Londra W1S 2ET fino al 23 Dicembre 2022

·        Andy Warhol.

Il senso religioso di Andy Warhol. DEMETRIO PAPARONI su Il Domani il 22 settembre 2020.

Famoso a livello mondiale come colui che ha portato nell’arte l’estetica dell’effimero e dei beni di consumo, teneva rigorosamente nascosta la sua vita privata e il legame con le sue radici cattoliche

Andy Warhol è stato un grande artista e un geniale promotore di sé stesso e di quanti hanno lavorato con lui. Negli anni Sessanta e Settanta essere ritratto da lui certificava l’appartenenza alle alte sfere dello star system.

Facendo parte dello star system, Warhol sapeva che non avrebbe giovato alla sua immagine pubblica se si fosse saputo che teneva un libro di preghiere sul comodino, un crocifisso accanto al letto a baldacchino, immagini sacre alle pareti e una cappella privata nella sua casa a New York.

Il 3 giugno del 1968 la sua vita cambia: Valerie Solanas cerca di ucciderlo senza riuscirci. Non è da escludere che Warhol abbia pensato di essersi miracolosamente salvato grazie alle preghiere che quella mattina, come ogni giorno, aveva recitato con la madre prima di uscire di casa.

È famoso a livello mondiale come colui che ha portato nell’arte l’estetica dell’effimero, dei beni di consumo, dei rotocalchi, della moda, di un sistema che crea oggetti del desiderio. Attento ad alimentare la sua fama, Andy Warhol voleva si pensasse a lui come a un assiduo frequentatore di locali notturni, a un instancabile organizzatore di feste, a un mondano amico delle star, ma anche a un produttore capace di trasformare una persona qualunque in un divo nella New York che conta, città di cui incarnava lo spirito.

Negli anni Sessanta e Settanta essere ritratto da lui certificava l’appartenenza alle alte sfere dello star system e, poiché la sua attenzione era rivolta alle celebrità, furono in molti in seguito a pagare pur di sentirsi parte di quel pantheon che includeva personaggi come Marilyn Monroe, Elvis Presley, Marlon Brando, Jackie Kennedy, Liz Taylor.

Frequentare negli anni Sessanta la Factory o apparire in uno dei suoi film era sufficiente a far percepire come una superstar anche l’ultimo degli sfigati. Eppure i suoi film, pane per i denti della critica che a ragione ha versato fiumi di inchiostro per analizzarne le implicazioni, mettono a dura prova la resistenza dei fan più accaniti.

Warhol, però, non è stato solo un grande artista e un geniale promotore di sé stesso e di quanti hanno lavorato con lui. Quella era l’immagine che voleva dare di sé. Teneva rigorosamente nascosta la sua vita privata, segnata da un rapporto viscerale con la religiosissima madre Julia, che rappresentava anche il legame con le sue radici cattoliche. Facendo parte dello star system, Warhol sapeva che non avrebbe giovato alla sua immagine pubblica se si fosse saputo che teneva un libro di preghiere sul comodino, un crocifisso accanto al letto a baldacchino, immagini sacre alle pareti e una cappella privata nella quale recitava ogni mattina le preghiere insieme alla madre quando lei viveva in casa sua a New York.

A metà pomeriggio si fermava spesso a pregare nella chiesa di Saint Vincent Ferrer di Lexington Avenue e accendeva una candela. Donava con regolarità il suo tempo a una mensa di senzatetto e di bisognosi e provava grande orgoglio nel finanziare gli studi del nipote in seminario.

Nella Pasqua del 1986, mentre serviva cibo ai senza tetto alla church of the Heavenly Rest, notò che molte di quelle donne in miseria somigliavano alla madre. Considerate le origini e le vicissitudini della famiglia, segnata dalla morte del padre, Warhol non ha mai perso di vista che sarebbe potuta andare male anche a lui: vedere la madre in quei diseredati significava vedere tra loro anche sé stesso.

Nell’elogio funebre del primo aprile 1987 che tenne nella cattedrale di Saint Patrick, a New York, il suo amico John Richardson, storico dell’arte e responsabile di Christie’s, si è soffermato sulla religiosità di Warhol, chiarendo che «la conoscenza di questa pietà segreta muta inevitabilmente la nostra percezione di un artista che aveva ingannato il mondo facendogli credere che le sue sole ossessioni fossero il denaro, la fama, il glamour, e che potesse essere disinvolto fino all’insensibilità più totale». Solo gli amici più stretti erano a conoscenza della sua religiosità. La parrucca argentea e il modo artefatto di parlare erano la sua maschera. Ancora oggi si preferisce vederlo come egli voleva essere visto, quasi che mettere a nudo gli aspetti più intimi della sua personalità possa togliere tensione al personaggio che si era costruito.

Così, nonostante la spiritualità abbia un forte peso nella definizione della personalità di Warhol, dunque del suo lavoro, sono soltanto due le mostre a lui dedicate che hanno messo in luce questo particolare aspetto della sua dimensione umana. La prima, curata da Gianni Mercurio, uno dei maggiori esperti europei di Warhol e della pop art, si è tenuta a Roma nel 2006 al chiostro del Bramante con il titolo Pentiti e non peccare più!, titolo preso a prestito da una frase riportata su una tela di Warhol della metà degli anni Ottanta: «Repent and sin no more!» 

La frase esprime in maniera emblematica l’ossessione di Warhol per il momento del giudizio. La seconda mostra Personal Jesus: The Religious Works of Keith Haring and Andy Warhol, curata dall’allora direttore del The Andy Warhol Museum, Thomas Sokolowski, metteva a confronto due diversi modi di accostarsi alla religione: idealista quella di Haring, che vedeva in Gesù «il ragazzo della porta accanto», ben più tradizionale quella di Warhol, che lo portava a vivere con una certa preoccupazione il suo rapporto con il mondo magico della superstizione.

Il suo timore di offendere Dio era tale che nel novembre del 1967, dopo aver presentato a New York il film Imitation of Christ, al quale aveva lavorato circa un anno, lo ritirò subito dalla circolazione senza dare spiegazioni. Vedendo una relazione causa-effetto tra piccoli eventi della sua vita quotidiana e il proprio stato di salute, arrivò a scrivere sul suo diario «sono sicuro che l’altro giorno mi sono ammalato come punizione per aver urtato quella signora».Sappiamo anche che si era affidato a un chiropratico che gli aveva suggerito di far bollire dei cristalli nell’acqua in cui cucinava l’avena, mentre un altro chiropratico aveva cercato tra i numeri di telefono che aveva in tasca le cause dei suoi malesseri. Viveva tuttavia queste pratiche superstiziose con una certa inquietudine, tant’è che, come ricorda Wayne Koestenbaum nella biografia a lui dedicata nel 2001, fu rincuorato nello scoprire che l’uso dei cristalli non era in conflitto con il cristianesimo.

Fëodor Dostoevskij, che a ventisette anni si ritrovò dinanzi a un plotone d’esecuzione da cui si salvò per la grazia concessa dallo zar ai condannati a dimostrazione della sua benevolenza, da quel momento cambiò il suo modo di rapportarsi all’esistenza. Così è stato anche per Andy Warhol dopo quel maledetto 3 giugno del 1968 in cui si trovò puntata contro la calibro 32 automatica che la ventottenne Valerie Solanas aveva comprato per ucciderlo. Femminista radicale, afflitta da schizofrenia paranoide, Solanas era l’autrice di Scum (feccia), il manifesto di un mai nato movimento di cui rimase unica esponente, che mirava allo smantellamento di una società dominata dai maschi. Solanas vide in Warhol colui che più di ogni altro rappresentava in ambito artistico il sistema dominante dei maschi che voleva distruggere.

A quel tempo la Factory, che si trovava al secondo piano di un edificio di Union Square, era un porto di mare. Vi si accedeva dall’ascensore che si apriva direttamente nel grande spazio in cui Warhol, oltre a lavorare alle sue tele e ad allestire set fotografici, disegnava vestiti, progettava grafica pubblicitaria, copertine di vinili, film, spettacoli teatrali e musicali. In tanti si presentavano senza essere stati invitati e Warhol si era ritrovato a doversi liberare di aspiranti attori, di artisti scontenti e, peggio ancora, di fricchettoni dai comportamenti alterati dall’assunzione di droghe che avevano perso ogni freno inibitorio. Qualcuno, rancoroso per le aspettative deluse, si era spinto a minacciarlo. Tra questi c’era per l’appunto anche Valerie Solanas, alla quale Warhol aveva affidato una parte nel film I, a man (Io, un uomo), ma alla quale non aveva mai dato una risposta su un copione che lei gli aveva sottoposto per trarne un film intitolato Up your ass (In culo a te).

Quel pomeriggio del 1968 Valerie si presentò alla Factory intrufolandosi nell’ascensore insieme a uno degli assistenti di Warhol. Andy non si aspettava di trovarsela davanti e la liquidò con poche parole andando alla sua scrivania per rispondere al telefono. Attirato dalle persone un po’ folli perché creative, le aveva ritenute (fino a quel momento) capaci di far del male solo a sé stesse, per questo non si curò molto della sua presenza. Valerie gli si avvicinò ed estrasse la pistola da un sacchetto di carta. Warhol capì cosa stava per accadere, la implorò di non sparare. Lei fece fuoco due volte. Colpito, cercò riparo sotto la scrivania dove lo raggiunse un terzo colpo, quello che avrebbe dovuto finirlo. Assistettero atterriti alla scena Mario Amaya e Fred Hughes, rispettivamente il compagno e il manager di Warhol. Convinta di aver ucciso Warhol, Valerie indirizzò l’arma verso Amaya e sparò ancora colpendolo a un fianco. Puntò poi la pistola contro Hughes. Anche lui come Warhol la supplicò di non sparare. Lei tentennò, indietreggiò, ma una volta vicina all’ascensore premette il grilletto. L’arma si inceppò e lei fuggì.

In ospedale Warhol venne dichiarato clinicamente morto. I proiettili gli avevano perforato i polmoni, l’esofago, la milza e il fegato. Sarà un medico di origine italiana a capo dell’emergenza del Columbus Hospital, Giuseppe Rossi, a tentare il possibile in sala operatoria e a riuscire a salvarlo.

Se è vero che in situazioni come queste ti passano davanti agli occhi i momenti più salienti della vita, Warhol si sarà rivisto bambino a Pittsburgh nella chiesa cattolica bizantina di St. John Chrysostom. Quella chiesa, fondata da emigrati devoti provenienti dalla regione transcarpatica nell'Europa orientale, era frequentata dalla famiglia Warhola che proprio a Pittsburgh era giunta da una piccola cittadina oggi al confine tra Slovacchia, Romania e Polonia.

Chissà che impressione deve aver fatto al piccolo Andy trovarsi con la madre in quella chiesa dinanzi alla iconostasi, la parete di icone di diverse dimensioni i cui soggetti, in primo piano su un luminoso sfondo monocromatico risaltano netti perché li si possa vedere anche da lontano. Con la loro essenzialità e ripetitività seriale mantenuta per secoli, le icone, contrariamente alla pittura italiana o fiamminga coeva, concentrata sui dettagli come il drappeggio, la qualità delle stoffe o sull’espressione dei volti, avrebbero lasciato il segno nell’immaginario di quel bambino da tutti ricordato come timido e anche un po’ impacciato. Nessuno avrebbe immaginato che sarebbe divenuto il famoso autore di ritratti caratterizzati da soggetti in primo piano, perlopiù frontali, subito riconoscibili anche da lontano, dai dettagli ridotti ai minimi termini e dai colori netti. Lo stile di uno dei protagonisti più rappresentativi dell’arte occidentale moderna affonda dunque le sue radici in una delle espressioni più significative dell’arte bizantina e dell’est europeo: l’icona. Questo riferimento è stato rimarcato dallo stesso Warhol nei ritratti della prima metà degli anni Sessanta di Marilyn, Jackie o Marlon Brando, raffigurati (santificati) in primo piano su uno sfondo oro.

Chissà se in quella manciata di secondi in cui si è ritrovato la pistola di Valerie puntata contro, Andy si sarà visto bambino nella casa di Pittsburgh a osservare con occhi amorevoli la madre mentre colora a matita vecchie fotografie di famiglia in bianco e nero (ce se sono alcune esposte nel museo a lui dedicato a Medzilaborce, una cittadina slovacca non distante dal luogo d’origine della sua famiglia), oppure piangere ancora quattordicenne la morte del padre. Avrà rivissuto lo strappo del suo trasferimento nel 1949 da Pittsburgh a New York. Aveva ventuno anni e stava già perdendo i capelli, un piccolo trauma che accentuerà la sua timidezza e, incredibile a dirsi, la difficoltà a relazionarsi con gli altri.

Non è da escludere che Warhol abbia pensato di essersi miracolosamente salvato grazie alle preghiere che quella mattina, come ogni giorno, aveva recitato con la madre prima di uscire di casa. Di quelle ferite avvertì per tutta la vita le conseguenze sia fisiche sia psicologiche. Da allora, giurano quanti lo hanno conosciuto, Warhol non è stato più lo stesso. Ha cominciato a diffidare degli altri, era sempre all’erta come se dovesse difendersi da un pericolo imminente. Solanas rivendicò orgogliosa il suo gesto, ma grazie al rifiuto di Warhol di deporre contro di lei, fu condannata a soli tre anni di carcere per tentato omicidio, aggressione e detenzione abusiva d’arma da fuoco. Warhol non la perdonò, ma non volle infierire.

Le biografie di Warhol si susseguono. A quelle di Victor Bockris, (1989) e di Wayne Koestembaum (2001) si aggiunge adesso quella di Blake Gopnik, spacciata per «la biografia definitiva», un po’ come si fa per lanciare l’ennesimo best off di una rock band di successo. La caccia allo scoop non si è mai arrestata. Qualche perla qui è là però affiora in altri libri di cui non è il protagonista. Racconta di Warhol John Giorno nella sua autobiografia appena pubblicata negli Usa con il titolo Great Demon Kings: A Memoir of Poetry, Sex, Art, Death, and Enlightenment. Poeta underground italoamericano (la famiglia era originaria della provincia di Matera) Giorno è stato un innovatore nel modo di presentare la poesia al pubblico, tanto che le sue letture erano considerate delle vere e proprie performance. Nel suo libro Giorno, che di Warhol è stato il fidanzato tra il 1963 e il 1964 (dopo di lui lo è stato anche di Robert Rauschenberg e dopo ancora di Jasper Johns) afferma di essere stato non solo la prima “superstar” di Warhol, ma anche la prima superstar di cui Warhol si è sbarazzato, come avrebbe del resto fatto «con sadismo e crudeltà» con altri attori coinvolti nei suoi film, che «sfruttava ed eliminava».

Giorno non nasconde l’inquietudine e la sofferenza provata quando Warhol smise di rispondere alle sue telefonate. Morto nell’ottobre dell’anno scorso, Giorno divenne noto nella scena newyorkese per aver recitato (si fa per dire) nel 1963 nel film di Warhol Sleep, di cui era l’unico attore. Mentre dormiva, la cinepresa di Warhol ha ripreso diverse parti del suo corpo. La durata del film, cinque ore e venti minuti di immagini in bianco e nero fisse, silenziose, ripetitive e ripetute che includono anche i fotogrammi finali vuoti delle bobine, mette a dura prova gli spettatori. Ma Warhol era già Warhol e quel film fece di Giorno, che allora per vivere lavorava a Wall Street, una star. Per quanto sia stato un poeta apprezzato, per quanto abbia collaborato con poeti e scrittori del calibro di Allen Ginsberg, William Burroughs, Charles Bukowski e sia entrato in sala di registrazione per prestare la sua voce e i suoi versi a musicisti come Frank Zappa, Laurie Anderson, i Sonic Youth, quando si parla di lui si finisce per ricordarlo soprattutto per il ruolo in Sleep.

Supposto che le affermazioni di Giorno siano veritiere, sarebbe riduttivo pensare a Warhol come a un uomo cinico, crudele, opportunista. Altre testimonianze sulla sua vita privata, tenuta a lungo gelosamente nascosta, stridono con questa descrizione e aprono altri scenari interpretativi del suo lavoro. DEMETRIO PAPARONI

Enrico Pitzianti per repubblica.it il 25 ottobre 2022.

Nel 1974 Luciano Anselmino, importante mercante d'arte italiano, commissionò ad Andy Warhol una serie di opere per un compenso, pattuito in anticipo, di un milione di dollari. L'artista all'epoca era già affermato, e per quella cifra avrebbe potuto scegliere di non rischiare e raffigurare nuovamente i soggetti che lo avevano reso celebre, come i divi di Hollywood o i prodotti commerciali riprodotti in serie. Invece fece una scelta anticonformista: dedicare un'intera serie di ritratti a persone che famose non erano. Di più, le modelle scelte appartenevano a una categoria stigmatizzata ed emarginata: le persone transessuali. 

Due aiutanti di Warhol furono mandati al Gilded Grape  -   un locale notturno di New York, all'epoca molto frequentato dalla comunità gay - per trovare rare bellezze da ritrarre. Volti che appartenevano a persone costrette a prostituirsi, sofferenti e abituate a subire una forte riprovazione sociale. Quei ritratti sono di una bellezza e di una dignità sorprendenti. E rivelano il bisogno insopprimibile che Warhol aveva avuto di rappresentare una realtà sofferente, tormentata come lui stesso era nell'intimo.

Andy Warhol è per il mondo l'artista che meglio di tutti ha rappresentato il glamour e il successo, il newyorkese geniale che ebbe per primo l'intuizione di trasformare in arte i volti dei divi del jet set. Oltre a elevare a opere d'arte gli oggetti commerciali più comuni della classe media occidentale, dalle zuppe in barattolo alle bottiglie di Coca-Cola. Tutto vero, ma questo è solo l'aspetto più noto di quello che la critica considera - a ragione - uno degli artisti più influenti del Novecento: appena sotto la superficie, ecco un Warhol completamente diverso.

Un artista ansioso, sofferente, assediato da ombre e contraddizioni, ma anche cagionevole e introverso sin dall'infanzia, quando fu a lungo costretto a letto a causa di una dolorosa malattia non ancora diagnosticata. Fu allora che sua madre Julia, pittrice anche lei,  lo convinse a passare il tempo a colorare e disegnare figure e ritratti. 

Il titolo che Warhol diede alle opere sui transessuali fu Ladies and Gentlemen. Questa serie dedicata alla bellezza del diverso sarà visibile da domani 22 ottobre a Milano, quando verrà inaugurata Andy Warhol. La pubblicità della forma, mostra curata, con la collaborazione di Edoardo Falcioni, da Achille Bonito Oliva. Cioè da chi per primo in Italia coinvolse Warhol in un'esposizione. E che considera l'artista americano "il Raffaello della modernità", colui che "ha saputo dare profondità e classicità al consumismo di matrice anglosassone".

Eventi come questo (con oltre 300 opere) ci ricordano quanto la figura del re della Pop Art viva tutt'ora un'apparente contraddizione: essere "un artista classico", come lo definisce lo stesso Bonito Oliva, ma anche un pioniere e un innovatore incredibilmente attuale. È stato Warhol ad avere l'idea di utilizzare per la prima volta la serigrafia nell'arte contemporanea. È stato sempre lui a creare migliaia di opere con un approccio produttivo simile a quello industriale servendosi della sua Factory e diventando ricchissimo. Oggi, a 35 anni dalla morte, sono sue le opere vendute a cifre da record (l'ultima, un ritratto di Marilyn Monroe, è stata battuta all'asta per 184 milioni di euro). 

Ma nella mostra milanese si scoprono anche i lavori meno conosciuti, pochissimo visti, più cupi, espressione di quello che fu un aspetto della sua stessa vita. È l'altra faccia dell'artista, oscura e traumatica. L'attaccamento morboso a sua madre Júlia, che portò a vivere con lui a New York. E la sofferenza di sentirsi un escluso e un diverso: da bambino per essere figlio di migranti cecoslovacchi, incapace di parlare correttamente in lingua inglese; poi per la sua omosessualità e l'iniziale difficoltà a far accettare il suo gusto estetico eccentrico e anticonformista; infine per le sofferenze causate dalle troppe operazioni chirurgiche. 

Nel 1968 Warhol fu vittima di un attentato da cui si salvò per miracolo. Valerie Solanas, autrice e femminista radicale che diventerà poi molto famosa, cercò infatti di ucciderlo: un colpo di calibro 32 sparato a bruciapelo lacerò l'addome dell'artista. Il trauma avrebbe segnato Warhol per il resto dei suoi giorni, rendendolo fragile nel corpo e nella mente, terrorizzato dalla morte e dipendente dai farmaci contro il dolore.

Ma ci fu anche altro che sempre lo fece soffrire. Lui, il re Mida del pop, proveniva in realtà da una famiglia molto modesta. Pittsburgh, dove Andy nacque, era una città industriale e, di conseguenza, operaia. Qui suo padre, Andrew, lavorava in una fabbrica d'acciaio a pochi passi dalla riva del fiume Monongahela. Fu così che il futuro artista delle celebrities crebbe tra le tensioni politiche respirando l'aria del movimento socialista del tempo: forse è per questo che oltre a Elvis, a Mick Jagger e Man Ray dipinse anche i volti di Mao e di Lenin? Sembrano scelte apparentemente contraddittorie, e invece sono probabilmente soltanto il frutto di una vita passata alla ricerca del proprio riscatto.

TIMOTHY GREENFIELD-SANDERS PER DOMANI il 9 maggio 2022.

Nel 1967, il mio vago interesse per Andy Warhol esplose con l’uscita del primo album dei Velvet Underground. Warhol era il produttore del disco.

Negli anni ho letto molti degli innumerevoli libri su di lui. La maggior parte era confusa e disorientante. Finalmente, con la pubblicazione della biografia scritta da Blake Gopnik, abbiamo un capolavoro degno di Warhol. 

Il libro mi è piaciuto così tanto che ho contattato Blake Gopnik per questa intervista. La prima domanda che gli ho rivolto riguarda il suo interesse per Warhol e in che modo questo interesse si è trasformato in un progetto di otto anni e in un libro di più di 900 pagine.

«La mia precoce dedizione a Warhol – mi dice – inizia nel bagno di casa della mia infanzia. Avevamo un poster di una Marilyn di Warhol alla parete. Così ho trascorso un tempo considerevole, dall’età di sei anni, seduto a guardare una Marilyn di Warhol. In seguito, diventato critico d’arte, non è stato più possibile evitare Warhol: ti ritrovi a scrivere di lui almeno due volte l’anno. Ero interessato a lui ed ero più indulgente nei confronti dell’ultimo lavoro e di alcune sue opere non classiche di quanto non lo fossero altri critici. 

All’inizio del 2012 mi è apparso chiaro che era necessaria una seria, solida biografia. Non c’era una biografia realmente completa, perché i documenti non erano mai stati resi disponibili. Nel 2010 mi sono reso conto che i documenti erano consultabili – gli archivi non sono stati catalogati, più che altro inventariati. Era l’occasione per fare la biografia più completa di Warhol». 

Ti è stato dato accesso illimitato?

Al Warhol Museum, che custodisce gli archivi, erano entusiasti della mia idea. Così ho trascorso un numero incalcolabile di giorni, settimane, lì in archivio, che è uno dei posti più incredibili del pianeta. 

La ricerca per il libro ti è sfuggita di mano?

Non ci avrei messo circa otto anni a scriverlo, dalla prima ideazione alla pubblicazione. Non pensavo di essere un fanatico o un appassionato di Warhol. Quando ho iniziato, pensavo semplicemente che sarebbe stato interessante, e che lui lo meritava. La reale portata del suo genio mi è apparsa mentre lavoravo.

Un pericolo che corrono i biografi è quello di finire per canonizzare il personaggio che stanno studiando, ma può accadere anche l’opposto, che finisci per odiarlo. Andy non era sempre un essere umano perfetto, ma era sempre un artista perfetto. Ritengo che fosse più intelligente di quanto si pensi. 

Io sono un suo grande fan. Ho sempre creduto che fosse più intelligente di quanto si ritenga. Aveva una straordinaria capacità di parlare per enigmi, con tali sfumature di significato! Non era come il giardiniere interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino.

Ogni qualvolta è stato necessario far prendere alla sua arte una direzione interessante, ha intuito che cosa fare. Ci sono stati dei tempi morti nella sua carriera, ma era così incredibilmente intelligente da immaginare che cosa era interessante e cosa non lo era. È di questo che si tratta.

Inizi il libro con la coinvolgente descrizione di Andy a cui hanno sparato e che rischia di morire. Non avevo mai letto i dettagli dell’operazione. Raccontami del medico italiano, Giuseppe Rossi, e di come ha salvato la vita a Andy.

È una storia incredibile. Ho avuto la fortuna di essere invitato da John Ryan, uno storico della chirurgia, a un’intervista con il dottor Rossi, il medico che salvò la vita a Warhol. Quando siamo entrati in casa di Rossi, sulla parete c’erano sette serigrafie di Marilyn! Rossi era arrivato negli Stati Uniti subito dopo la Seconda guerra mondiale e aveva avuto una straordinaria formazione nel nuovo campo della chirurgia a cuore aperto.

Rossi aveva un forte accento italiano e in pratica nessuno lo avrebbe assunto. Ecco, un immigrato italiano che non parla bene inglese… primi anni Cinquanta. Finisce per fare il medico a tempo determinato a Harlem, dove vede molte ferite da arma da fuoco. 

Rossi diviene uno specialista sia in chirurgia toracica sia in ferite da arma da fuoco.

Warhol viene portato in ospedale dopo essere stato colpito, intorno alle 4:30 del pomeriggio del 3 giugno del 1968. Casualmente Rossi è lì che visita un altro paziente, quando l’interfono si accende per un codice blu. Rossi si precipita al pronto soccorso per vedere se può essere d’aiuto. Tutti gli specializzandi pensano che Warhol sia morto. Rossi dice: «No, questo tizio è ancora vivo, le sue pupille stanno reagendo».

Sei stato proprio il primo a parlare con Rossi dell’operazione?

I giornalisti hanno parlato un po’ con lui subito dopo l’operazione, ma non aveva mai raccontato la storia nei dettagli. La verità è che non è stato merito mio. Non sapevo cosa chiedere. Ci sono andato con il dottor Ryan che era in grado di capire ogni taglio fatto sul suo corpo. Ryan era un illustre chirurgo in pensione, un chirurgo toracico, nientemeno, che poi è diventato uno storico della chirurgia che ha fatto ricerche su grandi operazioni, perciò sapeva cosa chiedere a Rossi. 

E questo è stato fondamentale. Ryan aveva le foto delle cicatrici e diceva: «Perché hai tagliato qui? Questo non ha senso». E Rossi rispondeva: «Beh, non avevo idea da dove partisse l’emorragia. Dovevo solo aprire quel tizio. Pensavo fosse sul lato sinistro e ho aperto lì, ma era su quello destro».

Il corpo e le cicatrici di Warhol ci sono ben noti grazie alle fotografie.

Il corpo di Warhol è importante per capire. Già dall’infanzia, quando soffriva di alcuni sintomi di corea di Sydenham, si portava dietro la coscienza del proprio corpo. Si potrebbe scrivere un intero libro sugli effetti di questo sul suo lavoro. 

A proposito di corpi, quale corpo di opere di Warhol pensi sia stato il più radicale?

Tutto comincia con le lattine di Campbell’s Soup. Nel luglio del 1962 questi quadri erano molto più radicali di quanto non lo siano state le Brillo Boxes nella primavera del 1964. Il mondo dell’arte si muoveva così rapidamente in quei giorni che già nella primavera del 1964 la gente capiva quale fosse il significato di quell’azione. Ma nel luglio del 1962, mostrare 32 dipinti della Campbell’s Soup, che erano immagini completamente prive di commento, fu una mossa davvero radicale, ed è lì che tutto ha avuto inizio.

Si potrebbe dire che per Picasso era Guernica e per Warhol le Campbell’s Soup? Se Picasso ne avesse un’altra, diciamo Les Demoiselles d’Avignon, quale sarebbe la seconda opera più radicale di Warhol?

Se ce ne fosse una seconda, potrebbero essere i cosiddetti Race Riot. I lavori sulla morte e i disastri sono molto importanti, perché dimostrano che nell’arte di Warhol c’è qualcosa in gioco che va ben al di là del divertimento.

Quale corpo di opere diresti che è il peggiore? A me in pratica piace tutto.

Non mi piace tutto. Ma dipende da quello che intendi dire, perché è un errore vedere Warhol essenzialmente come un artista estetico, un artista retinico. È un concettualista, e talmente intelligente da far percepire la sua peggior arte come arte importante giocando con l’espediente dell’arte su commissione e facendo pensare che il suo lavoro fosse sempre sold out. 

E che mi dici dei ritratti su commissione? Come li giudichi?

I ritratti su commissione sono buoni in senso tradizionale perché penso che siano come quelli di Goya. Le persone pensano che siano lusinghieri, ma ritengo che non lo siano affatto. Mettono in mostra la superficialità attraverso immagini superficiali.

Quindi, in risposta alla mia domanda: qual è il lavoro peggiore?

Le peggiori potrebbero essere le toys prints dell’ultimo periodo. 

Terribili. I colori sono orrendi. Eppure mi piacciono!

Beh, sì, Warhol non aveva paura di usare colori brutti. Ma il fatto è che sono oggetti di scena molto importanti nella sua performance da artista che fa il sold out, che è sempre stata solo una performance. E a presentarsi così inizia presto.

La gente pensa che il suo lavoro abbia fatto sold out nel ‘62, con la pop art, ma allora non guadagnava un centesimo: la pop art è stata un business fallimentare. In realtà la maggior parte delle cose che ha fatto, compresa Interview Magazine, era in passivo quasi tutti gli anni, ma gli ha permesso di fingere di essere un artista che fa sold out. Il che è una cosa piuttosto strana da voler fingere. 

Sei convinto che questa fosse la sua intenzione? Che ci fosse un disegno nel presentarsi in questo modo?

Beh, è complicato. Le intenzioni di un artista sono sempre difficili da capire o scoprire. Penso avesse un tipo particolare di intelligenza, l’intelligenza artistica. Quindi si può affermare che sapeva cosa stava facendo. 

Il tuo libro mi ha dato la sensazione che Warhol fosse molto indulgente. Alcune persone come Gerard Malanga, Brigid Polk Berlin e altri, che si erano allontanate, Warhol le lasciava tornare, come se nulla fosse.

Talvolta poteva essere geloso e complicato. Ma Warhol era estremamente indulgente verso l’eccentricità, perché amava gli eccentrici. Capiva che era quello che rendeva la vita interessante.

Nel tuo libro non hai permesso di farla franca a nessuno di quelli che hanno detto qualcosa di Andy solo perché pensavano che fosse vera. Hai controllato ogni dettaglio. Nella nuova produzione di Netflix che ho visto, vengono dette molte scemenze. La verifica dei fatti è ben scarsa.

La memoria umana è ben strana. Quello che ho scoperto intervistando queste persone è che avevano creato una serie di miti che hanno legato alla loro stessa esistenza. Miti che hanno assorbito come fatti che sono stati capovolti nel corso degli anni e di cui sono state dimenticate alcune parti. Tutti quelli che ho intervistato e che avevano già parlato molte volte di Warhol avevano raccontato la stessa storia in venti modi diversi, con fatti sostanzialmente diversi.

Per inciso, ho appena terminato di leggere Watergate: A New History di Garrett Graff, un libro straordinario. Graff è stato scrupoloso nel controllare e ricontrollare, constatando che molti dei libri scritti dalle persone finite in galera erano pieni di errori.

In Warhol tutto è mito. Non avevo proprio intenzione di demolire il mito. Volevo presentarli per quel che erano: miti di vitale importanza. 

Ti soffermi molto sulla vita sessuale di Andy, e in modo molto esplicito.

Beh, farlo era estremamente importante per combattere una sorta di omofobia latente che ritengo circondi Warhol. L’idea che fosse asessuale è, secondo me, completamente omofoba. Semplicemente la gente rifiuta come ripugnante l’idea di due uomini a letto insieme.

È stato importante per me precisare che aveva degli amanti e riportare alcuni dettagli. Devo dirti che avrei potuto riportare molto di più. Essere gay, essere queer, era fondamentale per la sua arte e per il suo modo di essere nel mondo. Quindi avevo davvero bisogno di riportare questo aspetto con la stessa accuratezza di qualsiasi altra cosa. 

Ci sono stati altri libri che ti hanno incoraggiato a muoverti in questa direzione?

C’è un’enorme quantità di letteratura di teoria queer su Warhol. Per ovvi motivi è un eroe della cultura gay. Sono stato fortunato a parlare con le persone con cui è andato a letto negli anni Cinquanta, persone fantastiche che erano ancora vive. 

Hai avuto modo di parlare con Robert Pincus-Witten prima che morisse? Robert era uno dei miei più cari amici. Era tipico di Robert raccontare della vita sessuale di Andy.

Robert era una persona intelligente, davvero intelligente. E Andy, chiaramente, non era asessuale. 

Il capolavoro di Lou Reed, Songs for Drella, riesce a raccontarci tanto di Andy con una dozzina di canzoni. L’hai ascoltato molto?

Non direi che fa parte della mia riflessione. In realtà è molto importante per mia moglie, che è un’artista. Sono principalmente un tipo da Bach e Mozart. Penso che Songs for Drella sia spesso frainteso come negativo riguardo ad Andy. Penso che, nel complesso, non ci si accorga che Lou aveva una visione molto positiva di Andy. 

Lou è stato molto chiaro con me su quanto amasse e rispettasse Andy. Songs for Drella è un ottimo esempio della capacità di Lou di prendere grandi idee e sintetizzarle in concetti più semplici. Small Town, Style it Takes, Work, Open House entrano nel cuore di Andy.

The Velvet Underground sono incredibilmente importanti, anche più di quanto la gente capisca. Li vedo come una parte molto importante dell’avanguardia degli anni Sessanta. Andy capì che non erano solo una rock band amatoriale. Si rese conto che erano interessanti tanto quanto lui.

Che genere di collezionista era Andy?

La gente pensa alle biscottiere, ma Andy era un serio collezionista di grande arte. Ha comprato alcuni dei primi Richard Serra, Chris Burden e Joseph Kosuth. Collezionava proprio l’arte d’avanguardia più radicale degli anni Sessanta nello stesso momento in cui veniva realizzata. E di questo si è proprio persa traccia alla grande. 

Jasper Johns non ha comprato Andy agli inizi?

Andy ha comprato Jasper e poi Jasper ha comprato Andy. Ha capito quanto fosse valida l’arte di Andy. 

Una volta sono andato a trovare Jasper a casa sua e mi è piaciuto molto vedere le Brillo Boxes di Andy posate lì sul pavimento. Jasper le aveva comprate alla prima mostra.

Sì, ne è stato davvero un collezionista della prima ora. Incredibilmente, Jasper fu l’unico ad acquistare uno dei dipinti Rorschach quando Andy era in vita. Uno bianco su bianco.

Che ne pensi della docuserie di Netflix The Andy Warhol Diaries?

Sono rimasto piacevolmente sorpreso, fermo restando che praticamente ogni singolo fatto e intuizione che contiene è riportato nel mio libro pubblicato due anni prima. Ma non è questo il punto. Ho pensato che mostrasse che Andy era per certi versi più normale di quanto crediamo. Era un romantico. Voleva amore. Voleva le stesse cose che molti di noi vogliono. 

La docuserie è molto precisa riguardo a lui come persona in quell’epoca. Ciò che tralascia, ovviamente, è il brioso Andy, il divertente Andy, la figura non tragica, che è altrettanto importante. Tralascia il suo grande talento artistico. Non credo che dia davvero un’idea del suo genio.

Come non dà il senso della sua arte.

No, non si occupa dell’arte. Ma ci sono abituato. È un difficile equilibrio. Anche il mio libro volevo che si occupasse molto di più dell’arte, ma si trattava di una biografia. Quando si fa una serie documentaristica è complicato trovare un equilibrio. Ma è importante che quelle storie sulla sua sessualità siano raccontate. 

Ho pensato che l’intervista a Bob Colacello fosse straordinaria.

Sì, appare come la persona più intelligente lì. In realtà è diventato sempre più saggio. Alcuni intervistati erano imbarazzanti. Alcune delle persone che fingevano di conoscere Andy, in realtà, avevano avuto a malapena contatti con lui. 

Jeff Deitch ripete la storia che Jasper e Bob Rauschenberg erano imbarazzati da Andy, la femminuccia. Da dove nasce questa scemenza?

La si deve tutta a Emile de Antonio. Poi è stata inclusa in Popism, un libro che non si basa sul pensiero di Andy. È una raccolta di interviste successivamente volte in prima persona. Quindi qualcuno dice: «Bob e Jasper hanno sempre pensato che fosse troppo checca» e questo in Popism viene trasformato e presentato come voce di Andy: «Hanno detto che ero troppo checca», dopodiché, diventa ufficiale. Emile de Antonio in realtà era un po’ omofobo. Quindi era lui quello che trovava Andy troppo checca.

Era gay?

No, per niente. Piuttosto il contrario. È stato sposato sei volte o giù di lì. Ci sono appunti di Emile de Antonio su Andy e quel mondo che sono notevolmente omofobi. Ho intervistato Jasper su quella frase e ha detto che era assolutamente falsa. 

La gente guarda i documentari come questo che diventano parte della storia di Andy Warhol.

Cose del genere cerco di togliermele dalla mente in fretta perché altrimenti impazzisco. Se mi preoccupassi di tutte le imprecisioni dette su Andy Warhol, semplicemente diventerei pazzo. 

Ok, questa è la citazione perfetta!

Andy non se ne preoccupava! Perché dovrei farlo io? 

L’ultimo lavoro di Warhol sono i dipinti The Last Supper che furono esposti in Italia.

The Last Supper era una commissione. È stata un’idea di Alexander Iolas. Fu il primo dealer di Warhol, e poi l’ultimo. Iolas stava morendo di Aids proprio in quel periodo. Voleva convincere un gruppo di artisti contemporanei a lavorare sul tema dell’Ultima cena di Leonardo perché aveva uno spazio disponibile proprio di fronte all’originale. Uno spazio enorme. Andy è stato l’unico artista a mostrare interesse, quindi Andy ha realizzato il progetto da solo. 

Ne ho visti alcuni nello spazio di Peter Brant vicino al Guggenheim Soho anni fa ed erano magnifici.

Come in tutto ciò che Andy ha fatto, c’è in essi un elemento di critica. Non rappresentano Andy, il fervente cattolico che si avvicina a Dio alla fine della sua vita. Tra l’altro non sapeva di essere alla fine della sua vita. Guardare le fotografie della sala originale, la sala in cui le espose, è esilarante perché mostra solo un’infinità di Ultime cene. Quindi le svuota di significato tanto quanto aggiunge loro significato. 

Com’era percepito in Italia Warhol?

In Europa, Italia compresa, hanno preso Andy molto più sul serio di quanto non lo abbiano fatto negli Stati Uniti, in parte perché, penso, avevano minor accesso allo sciocco Warhol dei media. Qui da noi la gente è stata sommersa da Warhol con il dito sulle labbra che fa il finto tonto. Penso sia avvenuto meno in Europa. 

Inoltre avevano una lettura di sinistra, e ritengo una corretta lettura di sinistra, di gran parte del suo lavoro. Dopotutto, il consumismo era in discussione in Europa, e il consumismo americano era in discussione in Europa in un modo in cui non lo era negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti una piccola élite ha messo in discussione la mercificazione. In Europa erano i maggiori partiti comunisti a metterla in discussione. 

Ci sono state altre importanti sue mostre in Italia che tu ricordi?

La serie Ladies and Gentlemen è un’altra commissione italiana, questa volta di Luciano Anselmino.

È la serie che include l’attivista trans Marsha P. Johnson?

Sì. È stato un progetto straordinario che ora sta ricevendo molta attenzione. C’è una spaccatura tra chi ritiene che sia assolutamente riverente e chi pensa che prenda in giro i soggetti. Io penso che sia totalmente riverente. 

Quando mi sono trasferito a New York nel 1970, sono stato introdotto alla “scena” dalla superstar di Warhol, Tally Brown, un’amica di famiglia. Attraverso Tally ho incontrato Warhol, Candy Darling, Holly Woodlawn, Jackie Curtis, Taylor Mead e Jack Smith. Tally aveva recitato in molti dei primi film di Warhol, insieme a Jack Smith, e parlava sempre di quanto fosse importante per lei far parte di quella comunità artistica. Non si trattava mai di soldi. Era quello lo spirito di allora.

C’è un mito che non viene mai demolito quanto dovrebbe: l’idea che Warhol non pagasse abbastanza le persone. Se parliamo degli attori dei suoi film d’avanguardia degli anni Sessanta, l’idea che qualcuno potesse essere pagato un centesimo è assurda. Quello era un lavoro che non avrebbe mai incassato un centesimo e apparire in un film underground in bianco e nero non era qualcosa che si faceva per soldi. A nessuno è mai passato per la mente che sarebbe stato pagato. 

Anni dopo, la tariffa per la serie Ladies and Gentlemen fu molto più alta di quella che veniva pagata normalmente ai modelli. Ho calcolato che era dieci volte superiore alla tariffa media percepita dai modelli nel mondo dell’arte. È semplicemente ridicolo lamentarsi del fatto che Warhol non fosse generoso con i suoi modelli.

Quale strada di New York dovrebbe essere intitolata a Andy Warhol?

Ottima domanda. Dovrebbe esserci almeno una targa dove c’era la Silver Factory sulla Quarantasettesima strada... che oggi è un parcheggio dietro un gigantesco edificio. Certamente quell’isolato della Quarantasettesima tra la Seconda e la Terza avenue dovrebbe prendere il nome da Andy Warhol! La Silver Factory è proprio il luogo in cui Warhol divenne Warhol.

Valeria Arnaldi per “il Messaggero” il 23 marzo 2022. 

Iconica. Per soggetto, firma, storia e ora anche per prezzo. Eseguita da Andy Warhol nel 1964, Shot Sage Blue Marilyn andrà all'asta da Christie' s a New York a maggio e, con un valore stimato di duecento milioni di dollari, pare destinata a diventare l'opera d'arte del XX secolo più costosa mai venduta all'incanto. Un traguardo non da poco. Anzi due. 

A consegnare il lavoro, basato su un fotogramma promozionale del film Niagara di Henry Hathaway, alla casa d'aste è stata la Fondazione Thomas e Doris Ammann di Zurigo: tutti i proventi andranno a beneficio dell'ente che si dedica a migliorare la vita dei bimbi di tutto il mondo, con programmi di assistenza sanitaria ed educativa.

Così, la vendita del lavoro, che misura 101,6 x 101,6 centimetri, potrebbe costituire l'asta benefica con l'incasso più alto da quella che fu ribattezzata l'asta del secolo, nel 2018, per The Collection of Peggy and David Rockefeller. Alex Rotter, presidente di Christie' s 20th and 21st Century Art, non ha dubbi: «Il dipinto trascende il genere del ritratto in America, superando arte e cultura del Novecento. Accanto alla Nascita di Venere di Sando Botticelli, alla Gioconda di Leonardo Da Vinci e a Les Demoiselles d'Avignon di Pablo Picasso, Marilyn di Warhol è categoricamente uno dei più grandi dipinti di tutti i tempi».

A trentacinque anni dalla morte di Warhol e, soprattutto, a sessanta dalla tragica fine della diva, Marilyn continua a conquistare sguardi e riflettori. E a far sognare. Qui, in particolare i collezionisti, ma non solo. È questione anche di miti.

«Se dovessimo chiudere gli occhi e dire l'opera più iconica di Warhol, sarebbe proprio la Marilyn a venirci in mente. E se dovessimo indicare un'immagine di Marilyn, penseremmo al lavoro di Warhol commenta il critico d'arte Luca Beatrice, grande esperto di Warhol cui ha dedicato più studi, che recentemente ha curato la mostra Andy Warhol & Friends di Arthemisia, a Bologna La fortuna dell'immagine deriva anche dal fatto che Warhol ha realizzato centinaia, se non migliaia, di esemplari, con l'idea di farne alcuni straordinariamente esclusivi, altri poco più che poster. Marilyn è stata rappresentata da molti artisti dell'epoca, da Mimmo Rotella a Richard Hamilton. Rappresenta l'hic et nunc degli anni Sessanta».

L'ATTENTATO

Warhol ha iniziato a creare serigrafie della diva dopo la sua morte. Nel 1964 ha sviluppato una tecnica più raffinata - e dispendiosa, che poi abbandonò - con cui ha eseguito una serie di suoi ritratti. Il resto lo ha fatto la storia. «La vicenda dell'attentato a Warhol da parte di Valerie Solanas e dei proiettili che hanno colpito una Marilyn ha contribuito ad alimentare la suggestione». Al mito dell'attrice si aggiunge quello dell'artista.

«Warhol è l'artista che ha riscritto il calendario dell'arte del secondo Novecento, come i Beatles hanno riscritto quello della musica. È morto nel 1987, eppure è come se fosse qui tra noi. Se fosse vivo, oggi sarebbe molto più cool di Chiara Ferragni sui social e metterebbe i suoi video su TikTok perché ha sempre anticipato i tempi», dichiara Beatrice.

«Chi viene dopo Warhol? Basquiat è morto troppo giovane, non c'è la controprova della maturità. Jeff Koons forse, ma non ha lo stesso grado di notorietà. Banksy? Non sappiamo neppure che faccia abbia. La lezione di Warhol è insuperata e insuperabile. Il fatto che su Netflix, oggi, nel 2022, ci sia una serie dedicata alla sua figura, The Andy Warhol Diaries, con tanto di voce ricostruita al computer, ne è la controprova».

L'asta, dunque, si fa misura del mito, ma non solo. «Con il ricavato della vendita a favore della Fondazione Thomas e Doris Ammann, l'eredità dei fratelli continuerà nella tradizione di generosità che avrà un impatto sulla vita dei bimbi per generazioni», dice Georg Frei, presidente del CdA, nel rispetto della volontà dei fondatori della Thomas Ammann Fine Art, storica galleria di Zurigo. Il valore da record dell'opera potrebbe aprire nuovi orizzonti anche al mercato.

«Ogni volta che un'asta tocca una cifra record per un maestro impressionista o post-impressionista, c'è una ricaduta a pioggia afferma Beatrice potrebbe verificarsi anche ora, con Warhol, per i grandi maestri della pop art americana». Intanto, Marilyn, quasi come una moderna Gioconda, sorride.

Dagotraduzione da Entertainment Weekly il 27 Febbraio 2022.

Andy Warhol ha sempre sognato di diventare una macchina. The Andy Warhol Diaries, la nuova serie di documentari Netflix sull'artista, onora questo desiderio utilizzando una tecnologia di intelligenza artificiale all'avanguardia per far risorgere il fascino della voce di Warhol per la narrazione. Puoi vedere quella voce in azione tramite il trailer esclusivo qui sopra. 

Diretta da Andrew Rossi (Page One: Inside the New York Times) e prodotto da Ryan Murphy, la serie in sei parti ripercorrerà la vita di Warhol dalla sua infanzia a Pittsburgh attraverso i giorni di gloria della Factory negli anni '60 fino alla sua relazione con Jean -Michel Basquiat negli anni '80. I diari di Andy Warhol conterranno interviste con amici, collaboratori e ammiratori (una formazione diversificata che include sia John Waters che Rob Lowe), nonché letture dai diari con la voce di AI di Warhol. 

Per creare la voce, Rossi dice a EW di aver collaborato con la società Resemble AI per creare un algoritmo di sintesi vocale che utilizzasse l'accento e la cadenza dei nativi di Pittsburgh, come era Warhol. Rossi ha quindi chiesto all'attore Bill Irwin di registrare le battute e quella performance è stata combinata con la voce digitale per avvicinarsi il più possibile a Warhol.

«Andy Warhol era notoriamente guardingo riguardo ai suoi pensieri e alle opinioni personali», dice Rossi. «Questa è una delle ragioni per cui i suoi Diari sono una finestra così rara e affascinante; poteva essere incredibilmente crudo ed emotivo mentre parlava con il suo diarista al telefono. Per apprezzare appieno la vulnerabilità radicale che Andy condivide nei Diari, ho sentito che dovevamo ascolta le parole con la voce di Andy».

Rossi continua: «Sentivo che la voce dell'IA avrebbe onorato due tratti distintivi della vita e della pratica artistica di Andy, derivanti dal suo desiderio di 'essere una macchina'. Andy ha ammirato il fatto che "le macchine hanno meno problemi", diceva di "provare sentimenti, ma vorrei non averli". Durante la sua vita si è persino fatto trasformare in un robot e in un ologramma e ha detto: "il motivo per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una macchina". Quindi ho pensato che clonare la voce di Andy potesse funzionare come un ritratto warholiano e la Fondazione [Andy Warhol] ha approvato».

La maggior parte delle cronache di Warhol si concentra su quel periodo d'oro degli anni '60 con i Velvet Underground e Campbell's Soup Cans e così via. Pur non rifuggendo da quella roba famosa, Rossi ha voluto onorare l'intera ampiezza della vita e del lavoro del suo soggetto. 

«La maggior parte delle storie si concentra sull’Andy Warhol degli anni '60, quando gestiva la fabbrica d'argento e coltivava un mito come un robot asessuato. Ma i Diari rivelano i desideri romantici e il lato spirituale di Andy come un gay vivente e che respira», dice Rossi. «Volevo intrecciare le parole e le immagini di Andy per esplorare come quella vita emotiva si riflette nelle opere d'arte che ha creato durante il suo ultimo decennio. All'epoca ha realizzato alcune delle immagini più forti della sua carriera, eppure il suo lavoro è stato spesso ignorato».  

Rossi continua: «Sono stato anche in grado di trovare materiale d'archivio mai visto prima che fornisca prove delle relazioni intime e talvolta segrete di Andy, comprese lettere, poesie, film in Super 8 e altri media che non erano stati restaurati o ampiamente visti fino ad ora. Il mio obiettivo è che questo collage di arte e giornalismo rappresenti i lati di Andy che non hai mai visto o sentito prima. Questa è la chiave della mia missione di regista in generale: cerco di portare i soggetti iconici con i piedi per terra e di comprenderli a livello umano». The Andy Warhol Diaries arriverà su Netflix il 9 marzo.

·        Andrea Camilleri.

Andrea Camilleri, falsario di talento. Da Boccaccio a Sciascia, lo scrittore sapeva come imitare i colleghi (e non solo). Alessandro Gnocchi il 19 ottobre 2022 su Il Giornale.  

Il falsario non è sempre un imbroglione. Anzi, l'arte del falso, più o meno dichiarato, richiede un talento notevole ed è un gioco letterario estremamente raffinato. Luca Crovi dedica un divertente pamphlet a Copiare / Reinventare. Andrea Camilleri falsario (Oligo, pagg. 78, euro 12).

Il popolare inventore del commissario Montalbano amava immedesimarsi nei panni di altri autori. Fra gli scrittori che ha «falsificato e reinventato ci sono Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia, Boccaccio», scrive Crovi, e addirittura Caravaggio del quale non è rimasta alcuna traccia scritta. Se poi un documento (falso) era funzionale alla trama, tanto meglio: Camilleri se lo inventava di sana pianta o si ispirava a carte vere, cambiandone il significato.

Nella Scomparsa di Patò ha un ruolo fondamentale la burocrazia con il suo linguaggio incomprensibile e i suoi complicati adempimenti. Il romanzo, che prende spunto da A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia, si presenta come un dossier in cui sono raccolte carte ufficiali. Ma siamo sicuri? Andrea Camilleri: «Mi sono inventato tutto, lo confesso. È possibile qualche coincidenza di nomi e cognomi, ma si tratta, lo ripeto, di dannate coincidenze». Del resto, nel libro, a un certo punto, appare un tale che si chiama Andrea Camilleri. Beffarda spiegazione d'autore: «Caso di omonimia, dato che la storia si svolge nel 1890».

Il re di Girgenti è forse il falso dei falsi. Camilleri ha raccontato di aver trovato in una libreria romana, nel 1994, un volumetto dal titolo Agrigento. All'interno si narrava un episodio avvenuto nella città di Girgenti, oggi Agrigento.

Il popolo d'Agrigento, cacciata la guarnigione sabauda che presidiava la città in nome di un re scomunicato dal papa, aveva eletto come suo sovrano Zosimo, un contadino. Il nuovo re passò subito alle maniere forti, facendo giustizia sommaria di amministratori e funzionari fedeli ai Savoia. Poi però fu sconfitto dal ritorno dei soldati sabaudi. Camilleri, incuriosito, si mise in contatto con Antonino Marrone, l'autore del libretto, il quale gli raccontò che egli aveva attinto a un'opera intitolata Memorie storiche agrigentine di Giuseppe Picone edite nel 1866. Tramite un amico, Camilleri ebbe in regalo una copia anastatica nella quale però non era chiara quale fosse stata la fine di Zosimo, re di Girgenti, definito dall'autore «una belva feroce». Camilleri trovò altre brevissime notizie di Zosimo nei tre volumi di Luigi Riccobene Sicilia ed Europa edito da Sellerio nel 1996. Qui si legge la particolare dieta di Zosimo, stomaco forte, che si nutriva «di vino mescolato a polvere da sparo». A questo punto Camilleri decise di scrivere la biografia di Zosimo re di Girgenti. Spunto vero. Tutto il resto invece è falso, inclusi alcuni documenti apocrifi pubblicati a conclusione del libro.

Fino a qui si tratta di falsificazione di documenti. Ma Camilleri ha imitato per intero lo stile di altri autori celebri. Nel 2007, salta fuori La novella di Antonello da Palermo che Boccaccio avrebbe portato al Nord quando nel 1351 era stato invitato come ambasciatore di Firenze in Tirolo. Il racconto era stato trovato da Giovanni Bovara, nel 1916, poco prima di morire nella Prima guerra mondiale. In seguito, se ne era persa la memoria. Camilleri spiega di essere entrato in possesso del manoscritto e ipotizza, da filologo, i motivi per i quali la novella fu esclusa dal Decamerone. Tutto falso (dichiarato, purtroppo).

Nel Colore del sole, altro libro del 2007, Camilleri annuncia una scoperta clamorosa. In un casale abbandonato è stato ritrovato un antico diario. L'autore è Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. La biografia dell'artista, come è noto, presenta molti aspetti oscuri. Per fortuna il diario ritrovato permette di far luce sulla vita di Caravaggio, oltre a svelare le circostanze nelle quali sono state realizzate le sue opere: «Hodie, a veder la scopritura della Decollazione con lo Gran Maestro...». E così per intere pagine di questo falso diario, completamente inventato.

Andrea Camilleri non è certo il primo scrittore «falsario», ed è sufficiente pensare che il romanzo italiano per eccellenza, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, prende le mosse da un falso documento storico. Giacomo Leopardi, invece, prendeva in giro i grecisti con poesie falsamente antiche. Qualcuno ha provato a imitare Arthur Rimbaud, senza successo ma con grande clamore. Qualcun altro ha sfornati falsi diari di veri dittatori, rovinando la carriera di più d'uno storico ansioso di accreditarsi la scoperta. È stato il caso di Benito Mussolini e soprattutto di Adolf Hitler.

La palma del documento storico falso più importante di tutti i tempi spetta probabilmente alla Donazione di Costantino con la quale l'imperatore avrebbe donato, nel 314, al Papa Silvestro I, la giurisdizione civile su Roma, sull'Italia e sull'intero Occidente. Di fatto, è la base sulla quale fu costruito il potere temporale della Chiesa. Nel XV secolo, il grande umanista Lorenzo Valla scoprì che la Donazione era un falso fabbricato probabilmente nel periodo 750-850 a Roma o all'abbazia di Saint-Denis.

Copioni, testi e lettere: ecco il Fondo Camilleri. Redazione Cultura l'8 Giugno 2022 su Il Giornale.

Un "tesoro" di 120 faldoni con testi diversi fra loro, di cui 60 regie, 30 copioni teatrali, foto di sala, di scena, recensioni, corrispondenze con gli autori delle opere.

Un «tesoro» di 120 faldoni con testi diversi fra loro, di cui 60 regie, 30 copioni teatrali, foto di sala, di scena, recensioni, corrispondenze con gli autori delle opere; e poi 300 sceneggiature, adattamenti radiofonici e televisivi, oltre naturalmente alle sceneggiature di Montalbano. È il Fondo Andrea Camilleri, così come lo spiega, in sintesi, Antonio Sellerio, storico editore dello scrittore siciliano (Porto Empedocle, 1925 Roma, 2019). Una raccolta inaugurata ieri a Roma, alla presenza del ministro della Cultura Dario Franceschini, che ha voluto ribadire il suo «Grazie grazie grazie», uno per ciascuna delle tre figlie di Andrea Camilleri, per «questo regalo fatto al Paese».

Franceschini ha ricordato Camilleri e in particolare le «chiacchierate bellissime che ho fatto con lui sia sulla parte narrativa e poi quella politica, con la passione che ci metteva anche con tono duro, molto critico». Il ministro ha paragonato il Fondo al «download del cervello» dello scrittore: «Guardando la sua casa pensavo: ma che universo ha dentro? Cosa aveva dentro la testa, che mare infinito di ricordi, passioni, amori, tensioni? Si arriverà forse un giorno a fare il download del cervello, l'archivio in fondo è questo». Il ministro ha preso un impegno per l'attività del Fondo e anche per la casa di Camilleri: «Ragioniamo alle forme che consentono al Fondo di proseguire la sua attività e poi un domani alla casa, che è un pezzo che resta di più degli scrittori. Ne ho viste tante scomparire, andarsene con lo scrittore, invece dovrebbero essere conservate». Di qui l'invito/promessa: «Lavoriamo insieme perché sia continuativa l'attività del Fondo e non pesi solo su di voi». Nell'archivio, ricostruito grazie all'impegno delle tre figlie Andreina, Elisabetta, Mariolina e di una archivista, sono custoditi anche un centinaio di poesie, per lo più inedite, 40 racconti sul teatro, interventi a convegni e 5 o 6 romanzi appuntati a mano. E poi corrispondenze personali con editori, esponenti di cultura come Orazio Costa, Vitaliano Brancati, Primo Levi, Leonardo Sciascia, Raffaele La Capria, Angelo Ripellino. Infine, la corrispondenza familiare, dal suo arrivo a Roma e la prima regia.

·        Andrea G. Pinketts.

Andrea G. Pinketts, i romanzi al bar e le notti tra artisti: «Mio figlio, un genio timido e generoso. Mi tuffo ancora nei suoi libri». Luca Caglio su Il Corriere della Sera il 12 agosto 2022.

Allo scorso Ambrogino è stato insignito della Medaglia d’oro alla memoria. Gli fosse stata consegnata in vita, l’onorificenza per i cittadini milanesi più illustri, Andrea G. Pinketts sarebbe salito sul palco del teatro Dal Verme improvvisando un discorso lucido e geniale. Perché «G. sta per Genio». Svelando magari di avere scritto molte pagine dei suoi romanzi al bar, tra fumo di sigaro e fiumi di birra, ispirato dalla varia umanità che si confessa al bancone. Poi sarebbe tornato a «Le Trottoir alla Darsena», il locale-studio con sala dedicata, per un giro di brindisi in vista dell’ennesima notte tra artisti, avventori, amici e ammiratrici. Rincasando all’alba a bordo di un taxi. Come Lazzaro Santandrea, l’alter ego letterario fedele al suo stile di vita. Il personaggio con cui ha attraversato e raccontato Milano.

La bellezza, il lusso di un grande scrittore accessibile a tutti, uomo distinto e d’istinto, autore de Il senso della frase che ne definisce la cifra stilistica, capace infine di lavorare al suo ultimo libro (E dopo tanta notte strizzami le occhiaie) da una stanza dell’ospedale Niguarda dove il 20 dicembre 2018 è morto per un carcinoma alla gola.

Nella Milano d’agosto che si svuota per le ferie, il vuoto umano lasciato da Pinketts somiglia a quello di un’opera d’arte trafugata, ma attenuato da una bibliografia noir sempre visitabile: l’omonima associazione culturale ne sta curando l’archivio e la ripubblicazione delle opere con l’aggiunta di contenuti speciali, inediti, grazie allo scrittore Andrea Carlo Cappi ed Elisabetta Friggi, da sempre «il braccio tecnologico» dell’autore. A presiederla c’è la madre di Pinketts, Mirella Marabese (91 anni), che del figlio continua a parlare al presente e che sulla lapide ha fatto scrivere «Senza tempo». Il 12 agosto, il Genio compie 62 anni.

Celebrando l’anniversario della nascita di suo figlio, signora Mirella, lei scrive che il tempo non è un grande medico. «Il dolore resta immenso. Tra me e Andrea c’era un rapporto simbiotico, d’amore. Mi telefonava più volte al giorno, abitavamo a cento metri di distanza, veniva sempre a mangiare da me. Essergli stata madre, un privilegio. Non gli ho mai detto addio, e viceversa: una forma di rispetto per ripararci dalla sofferenza. Se mi tuffo nei suoi libri torno a vivere. Ne avverto l’essenza spirituale. Forse un’anima non può avere futuro, ma uno scrittore sì. Andrea vivrà».

Come si passa un giorno così? «Da sola, schiscia schiscia, raccolta in un silenzio assoluto. Ricordando i dolori del parto, l’Andrea bambino. Sono immagini anche dolci. Mi ha telefonato la proprietaria del Trottoir, Michelle Vasseur, per porgere gli auguri a mio figlio. Non sono gesti scontati, la memoria umana è labile, figurarsi per i compleanni dei non parenti, ma lui è rimasto scolpito. Ho ereditato tutti i suoi amici. Andrea, geniale e generoso. È un altro giorno, comunque, a mandarmi in difficoltà».

Quale? «La festa della mamma. Quando mi portava sempre una gardenia in regalo. Se oggi ne vedo una, la compro, poi la porto sul balcone. Ne sento il profumo. Non è un modo per consolarmi, non esiste consolazione. Mentre esiste l’impegno con l’associazione per divulgare i suoi romanzi, per ingigantire la sua figura. La gente dimentica: quanto si parla oggi di Buzzati? Andrea ha scritto anche poesie, era sensibile e timido».

Timido? «Se mi sentisse, mi sgriderebbe. Non lo avrebbe ammesso. Si presentava in modo roboante, poteva vestirsi da saltimbanco, ma si trattava di una maschera esibita in pubblico. La sua parte esteriore. E quando parlava, come se fosse a teatro, tutti ascoltavano in silenzio. Anche il bere, l’alzare il gomito, gli serviva per smorzare una fragilità definita dall’animo sensibile. Delicato. C’era inoltre un tentativo di emulare scrittori a lui cari come Hemingway e Bukowski, con il vizio dell’alcol. Ma anche Vittorio Gassman era sempre ubriaco».

Che rapporto aveva con il denaro? «Pessimo, nel senso che non gli interessava. Lo regalava, a volte lo smarriva: davanti a una persona povera apriva il portafoglio. A un certo punto gli ho fatto un po’ da amministratrice. Sa, però, cosa lo colpiva in assoluto? I ragazzi handicappati. Quando ne vedeva uno, i suoi occhi diventavano liquidi».

Lo stile Pinketts è una dichiarazione d’intenti. «Un libro di Pinketts si riconosce dalle prime righe. C’è l’ironia, la profondità, la sorpresa. Sono scritti impegnativi. Aveva la mania delle parole, non vacillava, le sceglieva con sicurezza. Anch’io ho scritto un libro durante il lockdown, s’intitola Quando mi punge vaghezza. E leggo ancora molto, fino alle 2 di notte».

Andrea e le donne. Una debolezza? «Non direi. La letteratura era una debolezza. Le donne gli davano la caccia, ma non ha mai avuto un grande amore, semmai un harem di devote. Era narcisista come tutti i grandi uomini. Ha visto quanto era bello? Una statua greca. E poi aveva una cultura enciclopedica, poteva parlare di tutto eccetto che di sport».

E tutti potevano parlare con lui. «Aiutava i colleghi meno fortunati, si spendeva con gli editori, risparmiava le critiche. Arrivo a dire che Andrea formava gli artisti. Era anche un animo ingenuo, più scoperto alle brutture della vita, ma non mi ha mai parlato dei grandi drammi. Era come se volesse dare una giustificazione a chiunque. Noi due, insieme, non ci siamo mai annoiati».

Il pensiero di Mirella Marabese per l’amato figlio Andrea G. Pinketts «È il dodici di agosto. La tua Milano, la nostra Milano, è avvolta in un silenzio irreale. Sembra immersa in una nuvola. Non ti piaceva il silenzio, Andrea. Dove sei ora, credo che il silenzio non esista. È animato da un trionfo di ricordi, dalle presenze, dalle mille voci che danno vita all’etere e lo rendono palpitante come un cuore che pulsa. Sei tu, Andrea, con tutti gli affetti, gli amori, che hanno dato spazio alla tua vita? Lo scintillio delle stelle. Non si spengono queste stelle, bambino mio. La loro voce è abbacinata come i ricordi di chi ti ha amato, come il rimpianto di chi è rimasto, come la nostalgia che fa male al cuore. Non passa, sai, la nostalgia. Io credevo, come è facile credere e illudersi, che quella mancanza lascerà il posto a un tranquillo dolore senza spine. Non esiste, è un luogo comune che il tempo sia un grande medico, una mano presa come una carezza leggera rendendo i suoi spazi accettabili, come sopiti. Vedi, invero, il tempo invece acuisce le distanze, affila i suoi aculei penetrando nelle ferite lacerandole senza pietà e senza la possibilità di essere rimarginate. Lo sgomento nel quale ci hai lasciati, la perdita della tua vitalità vivifica, l’eco trionfante della tua voce, delle tue risate, come amavi ridere! Nella tua filosofia di vita, come tu la volevi, come l’hai vissuta. Oggi, dodici agosto, la nostalgia ha prevalso sullo sgomento, sulla mancanza. È un pozzo senza fondo. Perdonami. Che il cielo ti doni, della mamma i sospiri, della tua quiete la nostra quiete».

·        Andrea Palladio.

Francesca Bonazzoli per il "Corriere della Sera" il 25 dicembre 2021. È sempre andata così: per costruire la sua celebre cupola, Firenze ha avuto bisogno della complicità fra Brunelleschi e la potente corporazione dell'Arte della Lana; nemmeno la cappella Sistina sarebbe stata quella che è se l'indole di Michelangelo non fosse stata forzata dalle smisurate ambizioni di Giulio II, Clemente VII e Paolo III. E per dar vita alle delizie della Farnesina ci voleva l'incontro fra due supremi bons vivants: Agostino Chigi e Raffaello. Anche per Vicenza, la sorella minore di Padova e Verona, per non dire di Venezia o Mantova, c'è voluta la sintonia fra l'oscuro figlio di un facchino di cereali e un ceto industriale e mercantile diventato nel Cinquecento ricco, intraprendente e colto. In un reciproco vantaggioso scambio di gloria fra Palladio e i Trissino, i Thiene, i Chiericati, Vicenza ebbe così la sua Basilica, il teatro Olimpico, un gran numero di palazzi cittadini e residenze di campagna. Non è un caso se il trattato che ebbe immenso successo «I quattro libri dell'architettura» (1570) è una celebrazione di Vicenza non solo attraverso le illustrazioni della Basilica e dei tanti palazzi e ville progettati, ma anche un elogio dei suoi cittadini illustri elencati per nome. Palladio lo confessa esplicitamente: «Io sarò tenuto molto avventurato, avendo ritrovato gentiluomini di così nobile e generoso animo et eccelente giudizio c'abbiano creduto alle mie ragioni e si siano partiti da quella invecchiata usanza di fabbricare senza grazia e senza bellezza alcuna». La chiave del linguaggio armonico fu per Palladio l'antico. A plasmare la sua mente verso questa inclinazione era stato un uomo dell'aristocrazia di Vicenza: Giovan Giorgio Trissino (1478-1550), un erudito con la passione per il greco antico, l'architettura e la missione di migliorare il mondo. Trovò il suo pupillo ideale nel povero ma intelligentissimo Andrea di Pietro della Gondola, il figlio di un trasportatore di cereali di Padova. Trissino ne diventò la guida e l'educatore facendosi accompagnare in una serie di viaggi a Roma. Gli impose anche il nome, greco, ovviamente: Palladio, da Pallade Atena, la dea della civiltà, protettrice delle scienze e delle arti. Il ragazzo orfano di madre (registrata solo come «la zoppa»), a 13 anni era stato messo dal padre nella bottega dello scalpellino Bartolomeo Cavazza da Sossano che lo sottoponeva a tali angherie da indurlo a tentare la fuga e finalmente riuscire a conquistare la vicina città di Vicenza a 16 anni. Quel piccolo ignorante dalle mani rovinate e le unghie spezzate provò come forse nessun altro ammirazione e rispetto per le antichità del passato e come gli antichi, sentì altissimo il valore civile dell'architettura. Quel ragazzo che parlava solo dialetto e faceva la fame, riusciva a cogliere nelle rovine di Roma un significato etico, il senso della civiltà e del buon governo. Trissino lo introdusse nell'aristocrazia vicentina dopo averlo probabilmente visto lavorare, intorno al 1537, nella bottega di Pedemuro dove disponeva di un misero pagliericcio e dove rimase fino al matrimonio, nel 1534, con Allegradonna, la figlia di un carpentiere che gli darà cinque bambini. Fino ai 32 anni vivrà nell'ombra, faticando a mantenere la numerosa famiglia al punto che fu costretto a presentare domanda di ammissione del proprio primogenito al collegio per giovani indigenti di Padova. Ma dopo il secondo viaggio a Roma col Trissino, Andrea ottenne una clamorosa vittoria con il progetto per la risistemazione della Basilica. Finalmente arrivò la celebrità. Prima a Vicenza; poi, dagli anni '60, anche nel palcoscenico di Venezia. Ma fu Vicenza, città fino ad allora nota per le faide e le vendette, a vivere la metamorfosi in farfalla assieme al misero figlio del facchino. Insieme fecero volare il nome del Palladio in tutto il mondo, fino alla bianca cupola di Capitol Hill. 

·        Andrea Pazienza.

Giorgiana Cristalli per ansa.it il 16 luglio 2022.  

Disegni inediti di Andrea Pazienza realizzati con bombolette spray blu e rosso sulle pareti della casa delle vacanze a San Menaio, sul Gargano, appartenuta fino al 2003 alla sua famiglia. 

E' il ritrovamento inatteso, nel corso di una ristrutturazione, di un murale su tre pareti, firmato Paz 72, realizzato quando, a 16 anni, quello che sarebbe diventato il genio del fumetto, morto all'improvviso a 32 anni nell' '88, si divertiva a "sporcare" le pareti della camera più piccola della casa di famiglia. 

Nel 2003, raschiando l'intonaco, venne alla luce una parte del disegno ma i proprietari decisero di nasconderla con alcune tele. 

Oggi, il padrone di casa, Michele D'Errico, che lavora nel campo dell'edilizia, ha iniziato a rimuovere con cura l'intonaco, un pezzetto alla volta, della parete più grande della stanza, tutta bianca, scoprendo un'immagine maschile che tiene in bocca la testa di una donna, una figura intera di una donna nuda e la scritta Good Bye. Un'altra parte di intonaco è ancora da rimuovere e chissà che cosa rivelerà.

Il protagonista di buona parte del murale finora scoperto, è il professor Sandro Visca, ritratto più volte, il suo insegnante di disegno al Liceo Artistico di Pescara destinato a diventare l'amico di una vita di Andrea. 

Lo prendeva in giro ma gli voleva bene, ricambiato. Il loro legame era speciale. Pazienza raccontava di trascorrere i pomeriggi con gli amici e i professori, "gli stessi che la mattina mi sbattevano fuori dalla classe: erano costretti a farlo, io ne approfittavo, buttandoli nel ridicolo, ingaggiavo con loro delle vere e proprie bagarre scolastiche". 

Visca aveva intuito subito di avere di fronte il talento un fuoriclasse. Con i folti baffi neri, lo sguardo stralunato e un profilo che ricorda un fascio littorio, con una svastica, la caricatura, tenera e crudele, del professore è divenuta poi soggetto di molti fumetti di Pazienza.

Il prof è citato nel murale anche in una nuvoletta con la scritta in stampatello 'Hasta la Visca!'. In una sovrapposizione di disegni e frasi, spuntano alcune esclamazioni come 'Good bye', 'Uhm', 'Love', 'W Fiorenzo' e una frase, 'Ca t pozzn accid', in sanseverese, il dialetto della città in provincia di Foggia in cui era nato il padre Enrico e in cui Andrea è sepolto a terra con una lapide con la sua firma 'Paz', proprio accanto al genitore, come da sua volontà. 

Nato nelle Marche a San Benedetto del Tronto (e morto in Toscana, a Montepulciano), Andrea Pazienza, irriverente e provocatorio, è una icona assoluta di genialità e creatività. Le sue opere, disegni d'impeto realizzati con velocità e precisione, e la sua satira sono straordinariamente attuali.

Milo Manara lo ha definito 'il Caravaggio dei giorni nostri', 'il James Joyce del fumetto' per Pier Vittorio Tondelli mentre Roberto Benigni, che gli ha dedicato dopo la morte il film 'Il piccolo diavolo', diceva di Andrea "Era eclettico ed anche molto bello: aveva la gioia di vivere negli occhi. 

Era inimitabile, un talento irripetibile". Le pubblicazioni, gli omaggi, le vie, le piazze e le scuole a lui intitolate, a partire dal lungomare di San Menaio, e le citazioni di Pazienza e dei suoi personaggi, da Zanardi a Pentothal, sono innumerevoli. 

Andrea ha trascorso la sua infanzia tra San Severo e la casa di San Menaio. A pochi passi dal mare, l'appartamento, molto spazioso, venduto dai Pazienza alla famiglia D'Errico, di San Severo, era composto da due grandi stanze da letto, bagno, cucina, un soggiorno in cui tuttora campeggia un camino, e la piccola camera, non più di 5-6 mq, con le pareti "imbrattate" e intonacate e una finestra che affaccia sul balcone. 

La camera in cui Andrea amava rifugiarsi era "la stanzetta del lupo", raccontano i proprietari riportando un racconto della mamma di Andrea. L'appartamento è ritratto anche nel fumetto 'Il partigiano', dedicato a Sandro Pertini. Nessuno immaginava che, 50 anni dopo, quella stanza potesse restituire, quasi intatti, i suoi primi disegni nascosti dall'intonaco.

Un regalo inatteso che lascia in eredità al suo Gargano, un'opera che non si può trasportare altrove, una delle tante sorprese di questo folletto geniale che a 12 anni, come ha raccontato la mamma, aveva già disegnato anche il suo funerale, presagio di una morte prematura che ha consegnato per sempre Andrea Pazienza, con il suo tratto fulmineo e i suoi personaggi strappati alla realtà, all'Olimpo delle rock star. 

·        Annie Ernaux.

 

DAGOREPORT il 9 ottobre 2022.

Dopo la batosta presa con la vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni, il Premio Nobel per la Letteratura a Annie Ernaux fa prendere una bocca d’aria alle femministe au caviar de noantri. Dopo che movimenti come “La 27ma ora”, “Il Tempo delle donne” ed editorialiste varie & avariate hanno dichiarato per un decennio che solo una premier donna avrebbe rotto il “soffitto di cristallo”, ora che la Meloni (con articolo) si appresta a esserlo tra loro serpeggia sconcerto, malumore, senso della beffa. 

Già, perché non era una donna che doveva romperlo, bensì una donna di sinistra stile Boldrini/Cirinnà (senza articolo), meglio se lesbisca e con tre passaporti (israeliano, americano e svizzero) come l’attivista obamiana Elena Ethel Schlein (ora Elly). L’essere di destra, infatti, annulla l’essere donna per cui la Meloni è una donna travestita (no, travestita non si può dire). 

Sul premio Nobel alla Letteratura alla Ernaux, però, le nostre femministe au caviar e addentellate si sono un po’ rifatte. La prima che prende una boccata d’aria è “la parigina” Michela Marzano su “Repubblica”, per la quale Ernaux “ha contribuito come nessun’altra a stravolgere i canoni letterari tradizionali”.

La sua scrittura “è un atto politico, un modo per denunciare i privilegi di nascita…” e su questo punto Marzano ne sa davvero qualcosa visto che nel suo “Stirpe e vergogna” non fa che parlare del nonno (“come me”) deputato, mentre quello della Ernaux era operaio. Quindi, a generare il senso di colpa nella Ernaux sarebbero proprio le figlie di… come (la) Marzano. Invece no. Marzano ci vede un parallelo tra lei e Ernaux: in fondo, anche Marzano si sente francese e ha una colpa da lavare: il nonno era fascista.

Per Silvia D’Onghia (“migrante di adozione”, aspirante ballerina), “ognuno di noi è Annie Ernaux” scrive su “il Fatto” (del resto ciascuno di noi è anche berlinese, newyorkese, donna, migrante, ecc ecc ecc). Ernaux parla di “femminismo, ma anche di aborti clandestini” ed “era ora che l’Academia svedese riconoscesse a questa immensa scrittrice il premio più ambito” (perché parla di aborti?). Sulla Stampa è Elena Stancanelli (Einaudi e Feltrinelli imprinting) a dirci che Ernaux è “molto nota”. 

Stancanelli, prima ancora di leggerla, restò colpita “dalla confezione, dalla copertina, dalla carta e dai caratteri” dei libri della Ernaux (ci siamo col fighettismo ztl).  Ciò che più esalta lei e tutte le femministe nate bene, è il “disgusto per le origini” (povere) della Ernaux (“La vergogna”, 2018) una ferita non risarcibile, che richiama nella mente di tutte i consueti pseudo-traumi dell’infanzia.

Da qui l’incipit “indimenticabile” del romanzo “Gli anni”: “Tutte le immagini scompariranno. La donna accovacciata che, in pieno giorno, urinava dietro la baracca di un bar al margine delle rovine di Yvetot, dopo la guerra, si risistemava le mutande con la gonna ancora sollevata…”.  Ciò che importa è che la scrittrice abbia dichiarato “Lotterò fino all’ultimo respiro per l’aborto”: basta questo per leggerci una polemica (sebbene la Meloni abbia dichiarato che non voler cambiare la legge 194). 

In esaltazione alla Ernaux il “Corriere” schiera il suo collaboratore frou-frou Marco Missiroli che nei suoi libri, come “Fedeltà” (naturalmente Einaudi), fa molto il parigino. Solo che Missiroli è così pieno di sé che parla di se stesso più che della Ernaux: “mi scrisse una mail”, “mi specificò l’indirizzo” e via con la prima persona… Il “Manifesto” apprezza la scrittrice “engagée” cantrice della “emancipazione femminile”, ma le rimprovera una “ostinata autobiografia sociologica”.

Sul “Foglio” si scatena Annalena Benini che parla di “riconoscimento per tutte le donne” e finisce con il paragonarla a Virginia Woolf (entrambe hanno scritto un libro intitolato “Gli anni”; ma anch’io ho preso il tram come Gadda…). Elisabetta Rasy sul “Sole 24 ore” ricorda il sostegno della Ernaux a Melenchon e scrive di un Nobel che, al solito, riguarda anche la “militanza per stanare la coltre di ingiustizia che grava sulla condizione femminile”. Adesso aspettiamo la coppia Ciabatti&Gamberale su “7” e poi abbiamo finito, o quasi, il giro. Va bene una boccata d’aria dopo la Meloni, ma la Letteratura dov’è?

 

La storia siamo io. È una vita che pago le bollette parlando di me, ed è più facile che scrivere l’Iliade. Guia Soncini  su L'Inkiesta l'8 Ottobre 2022.

Da quando mi hanno definito «una strenua biografa di sé stessa» mi chiedo se questa è la frase che voglio sulla mia lapide e, soprattutto, perché nessuno dice la verità sull’autofiction

Accadono cose che sono come domande, scriveva quel piemontese che s’occupò della formazione culturale di chi aveva vent’anni negli anni giusti. La prima cosa che è accaduta ve la dico dopo. La seconda è un’intervista che ha dato proprio quel piemontese lì, un mese fa.

A Raffaella De Santis che lo intervistava girando intorno all’elefante nella stanza, dicendo «autofiction», cercando di non sembrare morbosa, «come giudica», Alessandro Baricco, consapevole che quel che tutti volevano sapere era «insomma, ha avuto il cancro, pensa di scriverne o cosa», aveva dato questa risposta qui: «Carrère è un grande, uno scrittore che ammiro moltissimo, gli invidio il giro di frase, la vitalità, ma confesso che a volte mentre leggo i suoi libri mi vergogno per lui».

Il Baricco di quando avevo vent’anni, cui piaceva avere un lessico simile a quello della prima traduzione del Giovane Holden, la mia reazione a questa frase l’avrebbe sintetizzata in un solo aggettivo: stecchita.

Ci ho ripensato per settimane. Un giorno ne stavo parlando con un editore e dicevo che ero scissa. Una vita a dire che «todo lo que uno escribe es autobiográfico», mica dice «io» solo chi dice «io», Il brutto anatroccolo era autobiografico perché Andersen s’era piazzato a casa di Dickens e dopo un po’ nessuno lo sopportava più ed era prima che esistessero gli psicanalisti e il rifiuto lo elaboravi scrivendo fiabe in cui come un vero mitomane non eri un ospite indesiderato ma un cigno incompreso.

Una vita a dire che insomma, lo dice pure Borges che anche «c’era una volta un re che aveva tre figli» è autobiografico, e lascia stare che io Borges non l’abbia mai letto, vale uguale perché lo citava Guccini che ha scritto in forma di canzoni l’autobiografia sentimentale d’una nazione, e però ora arriva quello e dice che di «io» bisognerebbe avere pudore e io temo che tuttissimi i torti non li abbia.

L’editore mi ha detto: sì, vabbè, e allora Francesco Piccolo? Io ho risposto: sì, vabbè, e allora io?

La terza cosa che in realtà era una domanda è stato l’annuncio del Nobel per la Letteratura ad Annie Ernaux. La vita, come ci aveva promesso il piemontese sarebbe accaduto, ha risposto. E la risposta è stata: io.

C’erano, su Instagram e sui giornali, più foto con la Ernaux di quante ce ne fossero col morto del giorno quando il morto del giorno era Ennio Morricone. Ernaux viene spesso in Italia, e quando viene in Italia incontra scrittori, e quindi tutti gli scrittori, anche quelli che se recensiscono un libro lo fanno affettando impersonalismi, potevano finalmente parlare di io, esporre la foto con io, essere io al centro dell’attenzione. Le Nobel, c’est moi.

Ci hanno spiegato che «io» deriva dai social, anzi no, deriva dall’identità fragile e frammentata dell’evo contemporaneo, anzi no, deriva dalla fine dei partiti, della politica, della collettività, della rava e della fava. Nessuno – almeno nessuno di quelli che ho letto, che fossero quelli che anche loro scrivono «io», o quelli che ritengono di parlare a nome delle testate per cui scrivono e quindi recensiscono romanzi usando frasi lunari quali «a noi sembra che» – nessuno ha detto: è perché è più facile.

Ve lo dico da protagonista di questa performance: è una vita che pago le bollette scrivendo «io». È più facile. Che non vuol dire che non sia interessante complesso doloroso faticoso – decidete voi se per chi scrive o per chi legge. Ma è più facile. Non è una cosa di cui possiamo discutere, davvero, ne so più di voi, ho ore di volo ai comandi di «io» che non accumulerete in una vita, fidatevi: è ovvio ed evidente come il fatto che dal rubinetto blu esca l’acqua fredda.

Scrivere del mio aborto o delle mie bocciature o dei ragazzini che al liceo mi buttarono in un cassonetto o del miliardario che mi querelò facendomi passare il Natale col conto in banca pignorato o di mio padre che mi menava o del bambino che mi baciò prima di andare a vedere Ritorno al futuro, quale che sia la mia vita e la mia megalomania nel farne opera letteraria, è più facile che scrivere l’Iliade, o Via col vento, o Delitto e castigo.

Una volta, commentando una qualche polemica culturale contro il romanzo classico, Nadia Terranova mi disse una cosa che mi è rimasta impressa quanto la vergogna di Baricco per conto Carrère: «Non capisco cos’abbiano contro il romanzo classico, a parte che è difficile scriverlo».

Non si tratta solo di cambiare i nomi, che è ormai praticamente l’unica cosa che differenzia chi non dichiara di narrare di sé. Se racconto il mio cancro, la mia crisi mistica, la mia infanzia problematica, cambiando nome alla protagonista, allora mica è autobiografismo. Se la faccio anche di Modena, poi, ’sta tizia chiaramente protagonista di romanzo di finzione, ’sta tizia dall’esistenza del tutto fantasiosa, nessuno deve permettersi di pensare che «io» sia «io».

(Che poi io è sempre un altro, e non solo perché abbiamo tutti letto Rimbaud al liceo, ma perché abbiamo tutti avuto un diario col lucchetto sul quale tenevamo una postura letteraria sapendo che il lucchetto sarebbe stato scassinato dai familiari con una forcina e che di segreto, nel diario segreto, non c’era nulla. Elias Canetti, che si chiedeva cosa ci dicesse di Pavese il fatto che la sua opera migliore fossero i diari, era l’unico a illudersi che i diari uno li scriva per sé. Scriviamo sempre e comunque per un pubblico, essere sé stessi è una posa come un’altra).

E sì, lo so che state pensando che Dostoevskij era Raskolnikov, Omero era Achille e Margaret Mitchell era Rhett (almeno spero: mica sarà stata Rossella, santiddio). Però intorno si sono presi il disturbo di costruirci un mondo, che è una brutta fatica.

La prima cosa che è successa, la prima domanda, è di qualche mese fa. Claudio Giunta aveva compilato una ricognizione di chi fa ridere tra gli italiani che scrivono. Quando m’includono in queste cose penso sempre che sia perché sono arrivati alla fine e si sono accorti con terrore che non c’è neanche una donna e ora li linciano – ma la domanda non era questa. Nell’includermi, Giunta mi aveva definita «strenua biografa di sé stessa», ed è quindi da allora che mi chiedo se questa è la frase che voglio sulla mia lapide. E mi pare evidente che, pur essendo l’unica italiana senza una foto con Ernaux, il Nobel è la risposta.

Dagospia il 7 ottobre 2022.PARACULA DA NOBEL: PRENDERE IL CAZZO (GIOVANE) PER POI DIRE CHE IL PIACERE PIÙ GRANDE È LA SCRITTURA – L’INCIPIT DEL NUOVO ROMANZO DI ANNIE ERNAUX, PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA, CHE USCIRÀ IN ITALIA IL 9 NOVEMBRE - "SPESSO HO FATTO L’AMORE PER OBBLIGARMI A SCRIVERE. VOLEVO TROVARE NELLA FATICA, NELLA DERELIZIONE CHE SEGUE AL SESSO, DELLE RAGIONI PER NON ASPETTARE PIÙ NIENTE DALLA VITA” - INTANTO SE LO E’ SCELTO BENE IL RANDELLO: “ERA UNO STUDENTE CHE MI SCRIVEVA DA UN ANNO, ERA DI QUASI 30 ANNI PIÙ GIOVANE DI ME. APPENA METTEVA PIEDE IN CAMERA...”

L'incipit de "Il ragazzo" di Annie Ernaux pubblicato da la Stampa (il libro uscirà in Italia il 9 novembre)

Facevo l’amore per provare che il piacere più grande è la scrittura 

Cinque anni fa ho passato una notte impacciata con uno studente che mi scriveva da un anno e aveva voluto incontrarmi. 

Spesso ho fatto l’amore per obbligarmi a scrivere. Volevo trovare nella fatica, nella derelizione che ne segue, delle ragioni per non aspettare più niente dalla vita. Speravo che la fine dell’attesa più violenta che ci sia, l’attesa di godere, mi facesse provare la certezza che non esiste piacere superiore a quello della scrittura di un libro. È stato forse proprio il desiderio di mettere in moto la scrittura di un libro - che esitavo a cominciare a causa della sua ampiezza - che mi aveva spinto a proporre ad A. di venire da me per bere qualcosa dopo una cena al ristorante durante la quale, per timidezza, aveva a malapena aperto bocca. Era di quasi trent’anni più giovane di me. 

Ci siamo rivisti nei weekend, durante la settimana ci mancavamo sempre di più. Mi chiamava ogni giorno da una cabina telefonica per non insospettire la ragazza con cui viveva. 

Né lei né lui, presi com’erano tra le abitudini di una convivenza precoce e le preoccupazioni per gli esami, avevano mai immaginato che fare l’amore potesse essere qualcos’altro rispetto al soddisfacimento più o meno dilatato di un desiderio. Essere una sorta di continua creazione. Il fervore che manifestava di fronte a questa novità mi legava ancora di più a lui. Progressivamente, l’avventura era diventata una storia che avevamo voglia di portare fino in fondo, senza nemmeno sapere bene cosa questo significasse. 

Quando, con mia soddisfazione e sollievo, si è separato dalla sua ragazza, e lei ha lasciato l’appartamento, ho preso l’abitudine di andare da lui il venerdì per restarci fino al lunedì mattina. Abitava a Rouen, la città in cui anch’io ero stata studentessa negli anni Sessanta e che in seguito per lungo tempo mi ero limitata ad attraversare quando mi recavo al cimitero di Y per visitare la tomba dei miei. Appena arrivavo, abbandonate in cucina senza nemmeno toglierle dai sacchetti le provviste che avevo portato, facevamo l’amore. Nello stereo era già pronto un cd, partiva nel momento in cui mettevamo piede in camera, nella maggior parte dei casi i Doors. A un certo punto smettevo di sentire la musica.

Gli accordi marcati, enfatici, di Love Street, e la voce di Jim Morrison tornavano a raggiungermi. Restavamo sdraiati sul materasso poggiato direttamente sul pavimento. A quell’ora il traffico era intenso. I fari proiettavano bagliori sulle pareti della stanza attraverso le ampie finestre senza tende. Mi sembrava di non essermi mai alzata da un letto, lo stesso letto da quando avevo diciotto anni, ma in luoghi differenti, con uomini diversi e indistinguibili l’uno dall’altro.

Traduzione di Lorenzo Flabbi

Il Nobel alla scrittrice delle piccole vite. E l’autobiografia si fa universale tra "lotta di classe" e ricerca delle radici. L’autrice francese scende nella dimensione sociale attraverso romanzi, sentiti come una missione, ma che dividono. Ecco le caratteristiche che hanno portato questa "ragazza del popolo" a vincere il premio letterario più ambito. Stefania Vitulli il 7 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Scendere nella dimensione sociale, far riguadagnare alla scrittura quella dimensione politica o, alla francese, quell'engagement, che da tempo non si vedeva nella letteratura, «vendicare la sua razza» grazie a una forma di scrittura che ha ribattezzato «autobiografia impersonale»: sono le diverse declinazioni della missione di Annie Ernaux come scrittrice, missione in senso vero, esplicitamente vocazionale, come più volte dichiarato dall'autrice stessa, che sta al cuore di ogni sua opera. Ed è arrivato il Nobel: per questa professoressa francese di lettere - con fortissimi legami con la sociologia e in particolare con Pierre Bourdieu, di una decina d'anni più anziano, legami che le hanno permesso di individuare il «malessere sociale» da cui è afflitta fin dagli anni della scuola - classe 1940, nata l'1 settembre a Lillebonne, è il coronamento di anni di «lotta» letteraria, in cui ha scritto, come lei sostiene, «per far accadere qualcosa, dentro e fuori di sé».

Scrittrice «felice» si è dichiarata subito dopo aver appreso del riconoscimento: «Il discorso sarà occasione per esprimermi... Sono fiera», ha detto rispondendo ai cronisti assiepati dinanzi alla sua casa di Cergy-Pontoise, ad ovest di Parigi. E nella sua casa editrice, nel «Salon Bleu» di Gallimard, ha proseguito: «Responsabilità significa continuare a lottare contro le ingiustizie, di qualunque forma esse siano. Tutto quello che è una forma di ingiustizia rispetto alle donne, rispetto a quelli che chiamo i dominati, come diceva Pierre Bourdieu... Sento una responsabilità nuova». E poi: «Lotterò fino al mio ultimo respiro affinché le donne possano scegliere se essere madri o meno: la contraccezione e il diritto all'aborto sono un diritto fondamentale» ha proseguito. «La letteratura può avere un'azione, seminando tra i lettori». Con lei la Francia diventa il Paese che ha preso più Nobel per la letteratura nella storia del Premio (ma lei è la prima donna) e Macron ha twittato: «Da cinquant'anni, Annie Ernaux scrive il romanzo della memoria collettiva e intima del nostro Paese. La sua voce è la voce della libertà delle donne e dei dimenticati del secolo. Attraverso questa consacrazione si unisce alla grande cerchia di Nobel della nostra letteratura francese». Lo stesso Presidente cui la Ernaux, sul modello della canzone Il disertore di Boris Vian, scrisse una lettera di fuoco, a marzo 2020, per criticare il modello liberare e la gestione «bellica», anche a livello linguistico, del Covid 19: «Lo Stato conta i soldi, noi conteremo i morti... Sappia, egregio Presidente, che non vi permetteremo più di rubarci la vita, è l'unica che abbiamo, e come dice un'altra canzone, questa volta di Alain Souchon, niente vale la vita. Né vi lasceremo imbavagliare a lungo la nostra libertà democratica».

La motivazione per il premio all'autrice di romanzi, memoir e saggi amatissimi oppure odiatissimi dai lettori (la via di mezzo, con la Ernaux, non si dà: in chi la legge, è incapace di suscitare indifferenza) come Il posto, Gli anni, L'evento, La vergogna, L'altra figlia oppure l'ultimo in ordine di traduzione (è arrivato in Italia quest'anno, ma è del 2014), Guarda le luci, amore mio (tutti editi da L'Orma, come la maggior parte delle sue opere in Italia) per un totale di una ventina di volumi, risiede infatti nel «coraggio e l'acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale». Molti dei suoi libri sono anche diventati film, tra questi L'Événement di Audrey Diwan, uscito in Italia con il titolo La scelta di Anne - L'evento, vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 2021, e Passion simple di Danielle Arbid (L'amante russo, 2021). Nel 2008 Patrick-Mario Bernard e Pierre Trividic hanno diretto L'autre, film tratto dal romanzo L'Occupation, mentre lei stessa ha realizzato un video autobiografico per Les Années Super-8, co-diretto con David Ernaux-Briot e nel 2014 ha sceneggiato Mon week-end au centre commercial di Naruna Kaplan de Macedo.

Cresciuta in Normandia, a Yvetot, dove i suoi genitori si sono trasferiti quando era ancora piccola per aprire una drogheria, frequenta una scuola privata cattolica dove lo stare fianco a fianco con ragazze provenienti da un ambiente molto più agiato del suo le fa sperimentare molto presto un profondo imbarazzo di classe, che la abbandonerà solo molto tempo dopo, e non grazie alla scrittura, ma alla lettura e a quei nomi della letteratura a cui non ha mai smesso di ispirarsi: «Ho sentito con forza la vergogna di essere nata in una classe popolare intorno ai 16, 17 anni, ma allora non volevo vedere, la coscienza è arrivata solo 10 anni dopo, alla morte di mio padre», ha dichiarato qualche anno fa in una lunga intervista a Io Donna. «In quel momento ho capito che appartenevo a quel mondo, ho guardato negli occhi la realtà e il mio desiderio di affrancarmi. E non ho mai smesso di guardare al mondo da dove vengo, anche grazie ai grandi romanzi americani Hemingway, Steinbeck che parlano dell'umanità ordinaria. Mi irritavano le altre ragazze, borghesi, che non trovavano niente in quella letteratura».

È a 18 anni, alla fine degli anni Cinquanta, che sperimenta per la prima volta la distanza dalla famiglia per partire da sola e andare a lavorare in una colonia estiva. È l'esperienza che darà vita al suo Memoria di ragazza (L'Orma, 2017): la sessualità, la vita in comune, una indipendenza economica che sostiene e si compenetra con quella psicologica e sociale, anche grazie al suo soggiorno a Finchley, alla periferia di Londra, dove arriva come ragazza alla pari nel 1960, prima di decidere di studiare Lettere all'Università di Rouen. È il periodo in cui compone il suo primo manoscritto, che non arriverà mai alla pubblicazione, perché in effetti la Ernaux si è poi dedicata esclusivamente alla letteratura molto tardi, solo nel 2000. Gli anni seguenti di fatto sono quelli del matrimonio, della nascita dei suoi due figli, degli anni trascorsi ad Annecy, dove è insegnante nelle scuole secondarie e della morte del padre, nel 1967, quando torna in Normandia, a far visita ai genitori.

È del 1974 la sua prima opera pubblicata, e pubblicata da uno dei primi editori di Francia, Gallimard: Gli armadi vuoti (da noi tradotto da Rizzoli nel 1996), in cui si cimenta per la prima volta in quella particolare forma di autofiction che le ha poi conferito la fortuna di cui gode. Nel romanzo si narra dell'aborto clandestino cui la stessa Ernaux si sottopose nel 1964 (aborto che poi ritorna in L'evento), inquadrato in quella già citata traiettoria personale di «transfuga di classe». A renderla nota ad un pubblico considerevole, tuttavia, sarà un libro apparso soltanto dieci anni dopo all'incirca, ovvero Il posto, pubblicato sempre da Gallimard (a cui nel frattempo aveva chiesto di eliminare dalle copertine dei suoi libri ogni riferimento a qualsiasi genere letterario) nel 1983 e tradotto in Italia nel 2014. Nel frattempo si era trasferita nella regione parigina con la famiglia, aveva lasciato l'insegnamento classico a scuola per quello a distanza, aveva cominciato a scrivere articoli femministi per Le Monde («È sempre stata dalla parte delle donne. Non userei la parola femminista, ormai legata a una ideologia che non c'è più» ha detto Dacia Maraini commentando l'attribuzione del premio) e assistito alla morte del padre, figura che è al centro di questo racconto, da molti considerato il suo capolavoro (dedicherà poi Una donna, 1988, alla perdita della madre).

I ruoli di un uomo, da contadino a gestore di un negozio, la pressione e la predeterminazione sociale, e il senso di colpa di sua figlia per l'iniziale disprezzo delle sue origini operaie sono i cardini attorno a cui ruota Il posto, ma che vengono, in un modo o nell'altro, ripresi anche nei successivi romanzi, in un continuo tentativo di compilare quella «autobiografia collettiva» di cui forse Gli anni sono l'esempio più compiuto: la scrittura si fa del tutto neutrale, gli eventi biografici sono «fatti» in cui «lei» può diventare impersonale o plurale, la lotta contro l'invisibilità sociale si è definitivamente trasformata nella riscoperta di una «voce popolare».

Con lei l'autofiction è un'arte. Il mondo culturale francese presenta una continuità che mai potremmo cercare in Italia. Luca Doninelli il 7 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Il mondo culturale francese presenta una continuità che mai potremmo cercare in Italia. Da Re Sole a Annie Ernaux la strada è una sola, chiara, con tanto di origini, successioni, confutazioni, pedigree. La letteratura francese è un immenso circolo o società culturale, diffusa nel tempo e nello spazio, la cui attività consiste in un'infinita conversazione comprensiva di polemiche, inimicizie, partiti presi ma sempre e comunque una. Con un evento centrale a fare da boa: Marcel Proust. Il Nobel 2022 a Annie Ernaux potrà suscitare polemiche, ma non sul piano letterario, perché la Ernaux è una grande scrittrice. Fin da Sartre, e poi con i Yourcenar, Butor, Duras, Robbe-Grillet, Serraute (cito in ordine disordinato), la letteratura d'Oltralpe ha elaborato una complessa revisione, talora pro talora contro Proust, del rapporto tra presente e memoria. Da un lato la parte intrattabile delle lettere francesi (Céline, Artaud, Bataille, Blanchot, Klossowski) che ne ha condizionato il mainstream; dall'altro l'impatto dell'ideologia marxista e post: Foucault per esempio, o Pierre Bourdieu. Ernaux e altri - giusto citare almeno Pierre Michon - raccolgono questa eredità, che non è solo di pensiero, ma di tecnica letteraria. Se da noi la pratica della nonfiction e dell'autofiction è diventata maggioritaria (quasi nessuno cerca ancora grandi storie) il suo sapore occasionale, imitativo, senza troppe radici, è ancora prevalente. Non così in Francia, dove la memoria personale, per esempio in Ernaux, si è fatta archivio di una storia comune, e dove la dimensione individuale, intima, emotiva - il «vissuto» - si stempera in eventi che, letti oltre la barriera del ricordo, si confondono con la Storia di tutti e le sue complesse leggi. Nella mirabolante struttura de Gli anni, il suo romanzo più celebre, non ci sono concessioni al sentimento o all'emozione; i fatti scorrono chiari, oggettivati, la parola «io» si fa problematica, incerti i suoi confini. Tutti riconosciamo, in quegli eventi lontani da noi, qualcosa di profondamente nostro. Ed è un riconoscimento amaro, perché nessuna speranza, nessuna luce irraggia dagli archivi della Ernaux, nessuna salvezza. Non perché l'autrice sia priva di speranza (questo non lo so), ma perché il metodo della letteratura non lo consente, perché Dio non abita la letteratura.

Però di nuovo è un premio all'ideologia. Niente da dire sulla scelta letteraria dell'Accademia di Svezia: Annie Ernaux è una maestra nel raccontare di sé senza fissarsi sul proprio ombelico. Eleonora Barbieri il 7 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Niente da dire sulla scelta letteraria dell'Accademia di Svezia: Annie Ernaux è una maestra nel raccontare di sé senza fissarsi sul proprio ombelico, ha uno stile assolutamente riconoscibile e ha perfino sancito la nascita di un genere. Niente da dire, anche, sulla scelta popolare: finalmente il Nobel per la letteratura viene assegnato a una autrice amata e famosa in tutto il mondo, tanto che il suo nuovo libro, Il ragazzo, in Francia è stato un caso editoriale da centomila copie. Tutte cose che possono suonare banali ma le quali, negli ultimi anni, dalle parti di Stoccolma sembravano un crimine, come se le parole letteratura e copie non potessero abbinarsi. Se uno scrittore ha un pubblico di migliaia di lettori, e se i suoi libri addirittura vendono, beh, allora vuol dire che non merita un premio «alto» come il Nobel... Sulla cui altezza, peraltro, nessuno discute, anche se «altezza» dovrebbe riferirsi alla letteratura e non, per esempio, all'allineamento all'ideologia dominante, o alla ricerca spasmodica di una eccezione. Due principi che talvolta possono collimare. Niente da dire, anche, sulla gioia per la casa editrice L'orma (anche qui, qualità letteraria), che festeggia dieci anni proprio in questi giorni e che, fin da subito, ha portato nelle librerie italiane Annie Ernaux. Tutto a posto, quindi? I signori del Nobel sono riusciti a far trionfare la letteratura? Una risposta è: sì. Un'altra è: sì, ma non solo quella. Perché occorre essere sinceri: l'assegnazione a Annie Ernaux è ideologica. Lo confermano le sue stesse parole e la sua storia: ha subito detto che «responsabilità significa continuare a lottare contro le ingiustizie», in particolare quelle contro le donne e «i dominati», è stata paladina del MeToo, ha fatto del racconto sociale il fulcro delle sue storie, è stata subito applaudita dall'estrema sinistra (Mélenchon era in lacrime, ieri). Insomma è, ancora una volta, un Nobel politico, e di una politica che si accoda alle solite cause che, benché giuste e condivisibili, sono già sbandierate e sostenute ovunque. Per fare un esempio, anche premiare Salman Rushdie sarebbe stato un gesto politico ma, in questo momento, più coraggioso e, forse, incisivo. La letteratura che lotta per la libertà e contro il fanatismo: non male, no? Forza, accademici di Svezia, fateci sognare. Magari l'anno prossimo...

Nobel della letteratura a Annie Ernaux: una voce dalla parte delle donne. «Il mio aborto clandestino? Un evento che mi ha cambiata per sempre». Confermate le previsioni della vigilia. L'annuncio è stato dato nella sede dell'Accademia svedese. Giusi Marchetta il 4 Ottobre 2022 su L'Espresso.

La scrittrice francese 82enne vince il Premio Nobel per la letteratura. Confermate le previsioni della vigilia. Ernaux è autrice di romanzi incentrati su temi forti declinati al femminile a partire da corpo delle donne e dai diritti negati. In questa intervista, che vi riproponiamo, il suo racconto autobiografico a partire dal libro L’Evento ambientato nella Francia, 1963: una giovane studentessa rimane incinta e fa di tutto per interrompere la gravidanza. Il racconto autobiografico della grande scrittrice. Da questo libro è stato tratto il film “L’Evento”, Leone d'oro alla 78ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

“L’evento” di Annie Ernaux, appena uscito in Italia per i tipi de L’orma, trova origine in una dolorosa vicenda autobiografica: nella Rouen del 1963 una giovane studentessa rimane incinta e cerca disperatamente di abortire in modo clandestino. Traducendo in scrittura questa esperienza l’autrice riporta alla luce una ferita collettiva: mentre ripercorre con uno stile asciutto e prodi-gioso quei giorni terribili, infatti, costringe chi legge a pensare a tutte le donne che ancora oggi non si vedono riconosciuto il diritto di disporre di se stesse. Nonostante l’esistenza della legge 194, nel nostro Paese il dibattito sull’aborto è ancora aperto non solo per la complessità del tema ma anche per le limitazioni della stessa legge che ne ostacolano troppo spesso l’effettiva applicazione. 

A monte di ogni discussione in merito, comunque, resta il quadro di una società in cui la parità di genere è ancora un obiettivo da raggiungere in troppi ambiti. Dall’urgenza di affrontare questi temi già in età scolare è nata l’esperienza del Tavolo delle ragazze, che mette a confronto donne di diverse generazioni su femminismo e diritti umani. In occasione dell’uscita de “L’evento” anche Annie Ernaux ha accettato di sedersi a un tavolo comune insieme a Gloria Napolitano, 16 anni, studentessa del Primo Liceo Artistico di Torino, Chiara Sed, 20 anni, studentessa di Medicina alla Sapienza e Silvia Grasso, 29 anni, specializzanda in Filosofia a Pavia, per rispondere alle domande delle ragazze e per condividere con loro una storia che ci riguarda tutte.

Nel libro racconta un groviglio di emozioni relative all’evento, sue e influenzate dal comportamento delle altre persone. Pensa che sia stato più grande il dolore prima e durante l’aborto o il sollievo successivo?

«Ritengo che i due dolori siano assolutamente connessi perché occorre comprendere che il periodo che intercorre dal momento in cui si apprende di essere incinta al momento dell’aborto è una sorta di corridoio, un corridoio cieco in cui nessuno sa cosa troverà alla fine, una sensazione che ti fa sentire peggio che all’inferno.

Il passaggio successivo ti dà l’impressione di avercela fatta, di essertela cavata, provi semplicemente sollievo. Non so onestamente cosa sia peggiore tra i due momenti». 

Che valore ha avuto per lei questo evento a confronto col resto della sua vita?

«Questa è una domanda molto complessa. Possiamo tranquillamente dire che questo evento ha cambiato profondamente la mia vita e mi ha dato la possibilità di essere più consapevole di che cosa significhi veramente avere un corpo di donna. Prima di questo momento non ne avevo la piena consapevolezza. Questo evento ha inoltre modificato completamente il mio punto di vista e la mia prospettiva sulla vita. Ho toccato nello stesso momento la vita e la morte e questo mi ha fatto velocemente evolvere da una ragazzina a una adulta». 

Lei crede che le donne soffrano, esperiscano il proprio dolore fisico, come gli uomini o in modo diverso? E quali implicazioni personali, sociali e politiche ha la sua posizione?

«Ritengo che le donne non abbiano assolutamente lo stesso rapporto che hanno gli uomini con il proprio corpo, soprattutto rispetto al dolore. La vita di una donna è ciclicamente costellata da eventi fisicamente dolorosi che sfuggono al nostro controllo come ad esempio l’avvento delle mestruazioni o il primo rapporto sessuale che in alcuni casi si rivela origine di sofferenza fisica e psicologica o ancora il parto. Questi sono alcuni esempi che ci fanno comprendere la diversità e il grado di comprensione del dolore perché talvolta gli uomini non capiscono il dolore delle donne forse perché su di loro mal lo sopportano». 

Si parla spesso dell’aborto in termini di perdita. A lei invece cosa ha lasciato?

«Per me l’aborto è stata un’esperienza totalizzante e questo lo scrivo anche nel libro. In quel periodo si trattava di un’esperienza sociale, di un’esperienza che aveva a che vedere con la mia condizione ed è stata anche una rivelazione su che cosa rappresentasse per me l’idea di maternità. In fondo non mi era mai capitato di pensare di poter avere dei figli fino a quel momento. Mi sono poi resa conto che cosa significasse e rappresentasse essere madre, cosa che se avessi avuto la volontà di avere dei figli allora - avendo o meno subito un aborto - mi avrebbe, ad esempio, portata a pensare magari del problema di poterne avere o non poterne avere più in futuro». 

La protagonista vive in completa solitudine quello che le accade come se fosse una cosa che sta succedendo solo a lei; in particolare gli uomini sono incuriositi, sedotti o indifferenti o addirittura complici nel negarle l’aiuto. Oggi qualcuno sostiene che sull’aborto è necessario dare voce a tutti, uomini compresi. Lei che ne pensa?

«In Francia, nonostante l’aborto sia legale sussiste lo stesso tipo di atteggiamento di silenzio. Tutti ne parlano vagamente e gli uomini in particolar modo se ne stanno alla larga, non vogliono saperne perché non vogliono partecipare alla scelta delle donne qua lunque essa sia. Ad esempio non accompagnano le donne in clinica o in ospedale, se la donna deve prendere la pillola del giorno dopo non sono mai presenti. Credo che invece gli uomini debbano davvero partecipare di più a tutto questo. In passato l’aborto provocava una curiosità malsana, perché l’aborto era considerato un tabù, ma un tabù affascinante, un atto talmente pericoloso che, appunto, arrivava al punto di affascinare. Mentre invece ora è il contrario. L’aborto è diventato un atto da banalizzare. Gli uomini non se ne occupano mai perché semplicemente pensano sia solo una faccenda da donne e che non valga la pena interessarsene. E invece penso proprio che debba essere il contrario: bisognerebbe non solo occuparsene ma parlarne e l’aborto non deve restare un tabù e soltanto una faccenda di donne». 

Solo dopo l’evento la protagonista riprende a scrivere la sua tesi perché il mondo è tornato normale. Ogni scrittura è possibile solo dopo che il corpo ha smesso di imporre la sua presenza?

«Sì, scrivere così come qualsiasi altra attività della mente presuppone il silenzio del corpo. La gravidanza è, per definizione, un periodo di silenzio in cui si ripensa a se stesse, perché il ventre aumenta, il corpo viene completamente invaso e quindi l’intelletto e lo spirito si addormentano e l’anima è un po’ “dopata” come diciamo in Francia». 

Prima di interrompere la gravidanza, lei era religiosa? Aveva fede? Come il suo rapporto con la religione ha influito sulle sue decisioni? E come è cambiato dopo questo evento?

«Ero cattolica praticante per abitudine e all’epoca parlai con un prete che mi disse che quello che avevo fatto non costituiva reato. Però l’esperienza dell’aborto mi ha recato quasi una forma di misticismo, come se quello che vivessi fosse così grande da essere più grande della fede stessa in Dio. La stessa sensazione la riscontro quando ascolto la Passione di San Giovanni di Bach, scorgo questo sentimento di grandezza e di sacrificio mistico che riempie ogni cosa. L’aborto mi ha fatto uscire dal “torpore mistico”, per me è stato un passaggio e rimane un passaggio molto peculiare, un passaggio che in fondo, mi ha fatto toccare il mistero della vita e della morte». 

Che cosa vuol dire vedere questo libro che viene pubblicato in Italia per la prima volta dopo tanti anni, qual è il suo rapporto con il pubblico italiano e che cosa significa adesso per lei riguardare al passato, al momento in cui ha scritto il libro.

«Parlando di questo evento parlo di un ricordo perché il libro è una cosa che rimane a latere rispetto al fatto: un libro che non mi appartiene più, che non è più mio, un libro diverso rispetto a me». 

C’è stata una latenza di quasi 40 anni tra l’evento e la narrazione dell’evento, come mai è passato così tanto? Esiste una correlazione tra il passare del tempo e la possibilità di narrare questa esperienza?

«Per me è una questione ancora aperta. Negli anni ’70 in Francia si è condotta una grande battaglia per ottenere la legalizzazione dell’aborto così come in Italia e mi chiedo ancora oggi quanto l’influenza del Vaticano sia forte come un tempo, così come lo era in Francia, dove ci sono ancora delle sacche di resistenza culturali al fenomeno, ma che mi sembrano minori rispetto a quelle di casa vostra». 

In conclusione Annie, qual è il suo rapporto con il pubblico italiano?

«Adoro il pubblico italiano così come adoro l’Italia. Avevo anche pensato di fare un titolo ad hoc per il vostro Paese e avevo pensato a “Che guaio!”. È un’espressione che mi diverte molto».

Giusi Marchetta è scrittrice e ideatrice del Tavolo delle ragazze.

Traduzione di Lorenzo Flabbi e Paolo Maria Noseda

Annie Ernaux: "Mi racconto dunque sparisco". La scrittrice Valeria Parrella incontra l'autrice francese di culto. Per la sua arte di parlare di sé nascondendosi allo stesso tempo. Un colloquio sulla memoria, la famiglia, il tempo. E sulla difficoltà di essere donna e scrivere. Valeria Parrella il 19 luglio 2016 su L'Espresso.   

Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia, il lunedì è chiusa al pubblico. Militari che presiedono in mimetica imbracciando i mitra, lunga attesa alla portineria, e poi su per le scale ovoidali, statue marmoree e giardino pensile affacciato sui tetti di Roma. 

Siamo in pochi al Caffè Colbert: qualche studioso, qualche ragazzo in residenza, un piccolo buffet con pasta scotta. Poi dentro, nella controra, in un irreale silenzio, vedo Annie Ernaux. È seduta al tavolo, immersa in conversazione con un signore. Mancano venti minuti al nostro appuntamento e siamo solo io e lei: l’ufficio stampa de L’Orma, il suo editore, mi tiene aggiornata via sms dei progressi nel traffico romano, l’editore stesso, (anche traduttore) Lorenzo Flabbi, disperso in moto, ma arriverà. 

Così mi prendo questo tempo per osservarla, e non credo sia mitomania, quanto piuttosto il tentativo di vederci chiaro: ho letto tre dei suoi libri, gli unici tradotti in italiano, mi ci sono incantata, ci ho pianto, mi hanno fatto arrabbiare, li ho invidiati. 

Sono storie famigliari, di operai e contadini, di infanzie e relazioni annodate tra di loro che la scrittura tenta di dipanare. “Il posto” (che è la place , il luogo dove si dispiega l’esistenza, ma anche il posto fisso, di lavoro, quello che l’esistenza la assicura), romanzo che le diede la prima notorietà in Francia. “Gli anni”, romanzo-mondo dal dopoguerra a oggi, che le ha dato notorietà internazionale, e “L’altra figlia”, l’ultimo suo racconto lungo pubblicato in Italia. 

Questi libri, queste storie, quella memoria ripetuta senza pudore e per questo offerta con grande rispetto, sono passati attraverso il corpo di Annie Ernaux, attraverso i suoi occhi, sì, ma dico proprio il corpo: perché gli scrittori hanno un corpo, e le scrittrici di più. 

Uno sguardo dentro di sé

La guardo. Attraversa il salone con un passo sicuro nella direzione e incerto per l’età: è bella. Ha il volto delle donne che scrivono: quello con gli occhi rivolti all’interno; e tutto ciò che pare stia guardando fuori è poco più di una traccia per non inciampare: per andare al bar o al bagno, coordinare il resto della vita: quella che sta fuori dai libri, che costituisce un raccordo tra un libro e un altro. È con “Gli anni”, la storia dei suoi anni rintracciati in sé stessa, nelle fotografie (prima le sbiadite, lontane, ingiallite, poi, a mano a mano, le più recenti: quelle nitide: per immagine e per portato), che tra qualche ora vincerà il Premio Strega Europeo, 16 voti su 24 votanti, praticamente un plebiscito. 

E sì che la cinquina quest’anno era bellissima: giocavano (perché un premio è sempre solo un gioco) Ricardo Salmón, Mircea Cartarescu, Kerry Hudson e Ralf Rothmann. Si fa l’ora e ci siamo solo io e lei, le faccio ciao con la manina per segnalarle che sono puntuale all’appuntamento, ma non quello dell’intervista, (ché quello è facile: basta prendere la metro): quello della lettrice folgorata da una storia, della scrittrice ammirata da tanta maestria: la possibilità di dirsi senza emergere, dire io scomparendo. 

Il piccolo miracolo dell’opera di Ernaux, ottenuto senza mettere un io “finzionale”, senza starsela a menare sulla differenza tra autobiografia e autobiografismo, senza tema della critica «si-guarda-l’ombelico» (come se quell’ombelico non fosse poi attaccato al cordone ombelicale del mondo per trarre da esso nutrimento). E invece Ernaux scrive sempre parlando di una scrittrice, dalla prima all’ultima opera racconta di sé e della propria famiglia, e spesso tira in ballo proprio il libro che sta scrivendo: nel mezzo della narrazione quasi la interrompe per dire di quanta fatica le comporti scrivere in quel momento. Quelle pagine, quelle righe che stiamo leggendo: ci riporta la difficoltà dell’averli scritti. 

Ha sempre fatto così, diventando in qualche modo il personaggio stesso delle sue opere, con le vicissitudini dell’esistenza, l’emancipazione da una condizione di partenza socio culturalmente depressa, lo strappo che l’investimento nella vita borghese comporta, il cambio di linguaggio che la fa diventare ciò che è: al prezzo altissimo di non avere più una koinè che la leghi alle origini. Origini cercate, sondate, fatte rinascere nella pagina: finalmente riconquistate. «Quell’io» - mi spiega - «è un incrocio di pensieri e sensazioni che mi hanno attraversato».

Lavoro di scavo

È in fondo un percorso comune a quello di altre scrittrici della stessa generazione, mi vengono in mente i racconti di Lucia Berlin in cui la verità dell’opera è trapunta di verità oggettiva, o “Chi ti credi di essere” di Alice Munro, scritto in terza persona quello, ma con la stessa meta: di giungere a ciò che si è: una scrittrice che ha attraversato se stessa e i suoi anni per fondarsi. 

Mette a fuoco: «non penso di me nel mondo ma del mondo in me»: soggetto e oggetto coincidono. Scrive: «È solo nella finzione dei libri o dei film che si ritrova la memoria», così arriviamo al vero oggetto della sua scrittura: la memoria. Quella memoria che quindi non esiste come verità, ovvero come verità è infondata, e ciò che la fonda è chi la racconta. 

Come lavora? Come un’archeologa: «è una sorta di discesa dentro di me che mi permette di chiarire le idee nel marasma dello spirito (“cosa intendi per spirito?” “la coscienza”), faccio questo per tre ore al giorno circa perché è faticosissimo, intanto prendo solo appunti. Ma poi, perché tutto si realizzi, ho bisogno di star seduta a un tavolino, ovvero la memoria si realizza mentre scrivo». 

Il tempo della stesura è relativamente breve, e anche quello appuntato con meticolosità alla fine dei libri. Ne “Il posto” storia di suo padre e della sua emancipazione dalla famiglia: novembre 1982-giugno 1983. De “L’altra figlia” Ernaux segna la data di conclusione, ottobre 2010. Storia particolarissima questa, forse dal punto di vista degli accadimenti la più inquietante: la storia di come a dieci anni abbia scoperto, per caso, di avere avuto una sorella, morta piccola di difterite prima che lei nascesse. Del silenzio che ha avvolto la realtà dell’accaduto e anche la sua tardiva notizia. 

Un libro scritto in forma di lettera, quindi con un “tu”: «non avevo voglia di scrivere di mia sorella, ma nel diario, il diario su cui annoto tutto c’erano passaggi che facevano riferimento a lei. Però è stato solo quando è arrivata la proposta dell’editore di scriverla come lettera che ho iniziato. Il primo titolo era “Lettera a mia sorella morta”». Ci penso: «“L’altra figlia” è più bello», le dico sinceramente. Mi sorride e continua: «A questo punto mi sono applicata e ho capito che l’Editore ha intercettato un mio desiderio profondo e questo espediente del referente mi ha permesso di scrivere direttamente a qualcuno». 

In realtà vi è un brevissimo accenno alla storia della sorella già nel libro scritto trent’anni prima. Un accenno mai più ripreso, un azzardo che trova la sua ragione trent’anni dopo in un altro libro. Ecco, quell’azzardo di dire una cosa lasciandola poi cadere, senza preoccuparsi che il lettore capisca di cosa si parli, senza sapere se poi si sarebbe davvero scritto di quell’argomento, io lo chiamo coraggio, o strafottenza, che poi in arte sono la stessa cosa. 

Cioè non preoccuparsi del lettore mai. «Non l’ho calcolato da un punto di vista narrativo, non ho una strategia di narrazione che faccia in modo di anticipare qualcosa». È la risposta che mi aspetto, quella che voglio: in realtà tutto il tempo di questo incontro è un tentativo di chiederle scusa per l’incontro stesso: di giustificarmi per farle delle domande la cui risposta è già nei suoi libri, ad avere occhi per leggerli, e io vorrei davvero che lei pensasse che li posseggo, quegli occhi. Le dico che sono sicura che tutto ciò che io le dico sui suoi libri lei non lo sa. Cioè che sono sicura che i suoi libri si creino in una zona di sospensione dal controllo (è quello che credo del talento). Certo poi ci sono la tecnica, l’esperienza, il mestiere: ma vengono solo dopo. L’editore/traduttore teme che questa affermazione suoni offensiva, io insisto «ma no, dille proprio così: che di quello che diciamo sui suoi libri lei non ne sa nulla». Traduce. Annie Ernaux si rilassa, risponde: «è così». 

La parola “scrittrice”

Accade dunque che, poiché ciò che lega i libri tra di loro è lei stessa, a leggerli si incontrano in qualche modo sempre gli stessi personaggi. So per esempio che il padre e la madre (che sono Monsieur e Madame Ernaux certo, ma anche il nome padre e il nome madre) hanno un negozietto, che la loro casa ha una scala interna, so come vedono la vita, cosa pensano per il bene della loro figlia, che valore danno ai clienti. Insomma so delle cose di loro perché diventano dei “personaggi”. Come accade a leggere Salinger per intero: Franny e Zoey, Seymour, Buddy, sono tutti personaggi della famiglia Glass presenti in libri diversi. «Io non ho l’intenzione di farne dei personaggi, né ho l’impressione che lo siano. Ok, accetto che ci siano dei personaggi come figure ricorrenti, ma se prendiamo per esempio “L’altra figlia”… io di lei non racconto tanto, forse perché non so tanto di lei. È solo un pretesto per parlare di assenza, di morte, di patrimonio famigliare e della scrittura. So che c’è una coerenza nei miei libri, anche perché la critica la ha sottolineata, ma è involontaria…». 

Ne “L’altra figlia” compaiono delle fotografie. Sono fotografie di luoghi, una casa normanna, la stessa, credo, che il padre imbiancò come segno di modernità nel romanzo del 1983, le stesse foto descritte con cura ne “Gli anni”. Che ruolo hanno nella ricomposizione della memoria? «Io non parto dalle foto bensì le foto sono incluse nel mio percorso perché sono un elemento archivistico». E poi: «la memoria è sempre la memoria di qualcuno». L’incontro sta per concludersi, arriva una giornalista di un’altra testata, qualcuno scatta una foto ricordo, le chiedo ancora una cosa che mi interessa: se in Francia, oggi, ha senso parlare di questione femminile nella scrittura. Se viene stigmatizzata, come fu per Annamaria Ortese, se bisogna difendersi, come forse fece Elsa Morante autodefinendosi «uno scrittore». Ernaux ne è convinta: accusa con una smorfia antica, mentre mi risponde, le critiche sessiste che la sommersero ai principi della carriera. «Anzi, voi siete fortunati ad avere la parola scrittrice, noi diciamo di tutti l’écrivain , esiste il femminile écrivaine ma è malvisto e poco utilizzato perché l’idea del mondo culturale francese è che la vera letteratura è quella fatta dagli uomini. Sì, ci sono scrittrici molto famose: poche, molto famose, e questo cela le ineguaglianze che ci sono dietro. Vale anche per i premi letterari: prendiamo i più importanti e facciamo una short list : ci sono sempre più uomini che donne».

Un piccolo correttivo può essere il Premio Strega Europeo, o la raccolta dei suoi romanzi in un unico volume dell’editore Gallimard, ma intanto mi congedo con un rimpianto che non so spiegarmi, un’anticipazione di nostalgia che mi commuove e sorprende: le chiedo l’autografo. Mi scrive «avec amitié» (sì, sì: è mitomania dirlo qui).

Michela Marzano: «Il libro che più di ogni altro mi ha liberato? “La vergogna” di Annie Ernaux». Michela Marzano il 2 dicembre 2021 su L'Espresso.

La scrittura per frugare nella propria storia. Da un romanzo una lezione di emancipazione

Ogni libro libera. Le parole mettono ordine nel mondo e ci aiutano a nominare non solo tutto ciò che ci circonda, ma anche quello che ci portiamo dentro: sogni, paure, incertezze, speranze e incubi che spesso non riusciamo a esprimere finché non inciampiamo su un personaggio o su una storia che parlano di noi, sebbene le gioie e i dolori raccontati siano diversi dai nostri.

Se dovessi però scegliere il libro che, più di ogni altro, mi ha liberato, si tratta senz’altro di uno dei romanzi di Annie Ernaux, “La vergogna”, tradotto di recente in italiano, ma disponibile in francese sin dal 1997. Partendo dal racconto di uno scatto d’ira che aveva avuto suo padre nei confronti della mamma, e che era poi degenerato in violenza, la scrittrice ripercorre gli anni cruciali della propria infanzia: le raccomandazioni della madre e le regole da rispettare; i silenzi del padre e i segreti di famiglia. Soffocata dal falso perbenismo della provincia, Annie si vergogna. Non solo e non tanto della violenza improvvisa del litigio, quanto dell’ipocrisia, della meschinità, dei battibecchi e delle recriminazioni che osserva e ascolta nella sua famiglia.

La scrittrice inizia a sentirsi inadeguata, diversa dalla maggior parte delle ragazzine della sua età, sola di fronte a due genitori che non riescono a diventare quel punto di riferimento di cui tanto sente il bisogno. Come si fa d’altronde a crescere quando non ci si può identificare con una delle due figure genitoriali? Come ci si può proiettare nel mondo quando si fa fatica anche solo a respirare? «Nella vergogna c’è questo: la sensazione che possa accaderci qualsiasi cosa, che non ci sia scampo, che alla vergogna possa seguire soltanto una vergogna ancora maggiore». 

“La vergogna” è stato il primo romanzo di Annie Ernaux che ho letto. Ero appena arrivata in Francia e non la conoscevo ancora. Esattamente come non sapevo che, a forza di leggere e rileggere i suoi libri, mi sarei pian piano liberata dalla paura di utilizzare anch’io la scrittura per frugare all’interno della mia storia familiare. Sono passati molti anni da allora. Anni durante i quali ho fatto di tutto per capire cosa volesse dire la scrittrice francese quando spiegava che la scrittura autobiografica le aveva permesso di andare molto più lontano di quanto non le fosse successo quando scriveva romanzi di pura fiction. Fino a che, anche grazie alla lingua scarna, essenziale e rarefatta di Ernaux, sono riuscita pure io a trovare il coraggio di raccontare l’origine della mia personale vergogna. 

Alienazione, seduzione, solitudine. I supermercati raccontano come siamo. Come in tanti film, romanzi, poesie, da Allen Ginsberg a Cormac McCarthy. E come nell’ultimo libro della scrittrice francese, dove un Auchan diventa osservatorio privilegiato delle nostre esistenze.  L'Espresso il 21 marzo 2022.

La prima volta che Annie Ernaux ha oltrepassato la soglia di un supermercato era il 1960. Si chiamava semplicemente Supermarket e si trovava in un sobborgo di Londra dove lei faceva la ragazza alla pari in casa di una signora che le aveva messo in mano una lista e un carrellino della spesa. Fino ad allora, lo sanno bene i suoi lettori, la giovane - non ancora - scrittrice francese aveva vissuto a Yvetot, un paesello rurale della Normandia dove i genitori gestivano una bottega. I supermercati, per lei, avevano la stessa realtà dei dischi volanti.

Inizia così, con un ricordo, “Guarda le luci, amore mio” (L’Orma editore, 112 pp. € 13), un diario che Ernaux tenne, tra il 2012 e il 2013, sulle visite fatte all’Auchan di Cergy, il sobborgo a 30 chilometri da Parigi nel quale abita. Il racconto continua: dopo «una certa apprensione» iniziale nei confronti di un posto di cui le erano estranei meccanismi e linguaggio, si era per la verità abituata molto in fretta, vinta da tutti quegli yogurt, merendine, Smarties, insomma tutto il ben di dio che è il motore ultimo dell’irrisolta ambivalenza dei nostri sentimenti – un po’ alienazione (sempre meno), un po’ seduzione (sempre più) – verso i luoghi del commercio di massa. Alla fine, la giovane Annie aveva iniziato a frequentarlo regolarmente assieme a un’amica con la quale, ogni tanto, aveva anche tralasciato di passare alla cassa. 

Il primo supermercato self-service della storia è stato il Piggly Wiggly che aprì nel 1916 a Memphis, in Tennessee, e che ben presto divenne il modello per migliaia di posti simili in tutti gli Stati Uniti (oggi la sua fedele ricostruzione è un’attrazione del Museo della scienza e della storia della città).

La storia della grande distribuzione è interessante perché racconta molto di come siamo. Persino una come Joan Didion, che di mestiere faceva proprio quello – raccontarci come siamo -, mentre lavorava a Vogue aveva seguito con estremo interesse un corso di Teoria dei centri commerciali.

La memoria è da sempre il polo verso il quale Ernaux è orientata, lo spago con il quale ha cucito tutti i suoi libri. Nel frequentare quel luogo acquatico e cangiante, ha ripercorso le varie fasi della propria vita – dall’infanzia (“L’altra figlia”) alla figlianza (“Una donna”, “Il posto”), dal diventare donna (“Memorie di ragazza”) all’aborto (“L’evento”, che è anche diventato un film) solo per citare alcuni titoli – fino ad arrivare a ricostruire la storia della Francia in quello che per molti è il suo capolavoro, “Gli anni”. Negli anni, appunto, l’ago della sua scrittura si è spostato verso un tipo di autobiografia sociale che alcuni critici hanno, contro il suo parere, definito auto-fiction. Eppure, di invenzione, nei suoi testi, non c’è praticamente traccia. In “Scrivere è dare forma a un desiderio”, rifacendosi al sociologo Pierre Bourdieu, dice che non potrebbe mai immaginare una forma letteraria slegata dai rapporti sociali: prefiggendosi di fare entrare il lettore nel “reale”, il suo obiettivo è di restituire a ogni essere umano il posto che ha nella vita. Ed è esattamente in questo programma che si inscrive “Guarda le luci, amore mio”, dove un Auchan di periferia diventa osservatorio privilegiato del mondo: «Quante storie di vita si potrebbero scrivere anche solo attraversando da una parte all’altra uno dei centri commerciali che frequentiamo». Non solo funzione domestica, quindi, ma sociale e, quindi, politica: «In nessun altro spazio, pubblico o privato che sia, agiscono e convivono individui tanto differenti, per età, reddito, cultura, origine geografica ed etnica, stile di abbigliamento. In nessun altro spazio chiuso ci si può trovare decine di volte l’anno in presenza dei propri simili, con l’opportunità di farsi un’idea sul modo di essere e di vivere degli altri».

Eppure, nota Ernaux, i supermercati «stanno cominciando soltanto ora a figurare tra i luoghi degni di avere una loro rappresentazione». Le spiegazioni che propone sono due. La prima è che, rientrando nello spettro delle attività femminili (fare la spesa è «un’estensione del dominio femminile»), siano restati sostanzialmente invisibili «come d’altronde lo è anche il lavoro domestico che le donne svolgono. Ciò che non ha valore nella vita non ne ha nemmeno in letteratura». La seconda è che, fino agli anni Settanta, gli scrittori francesi fossero appartenuti principalmente a élite che vivevano a Parigi dove la grande distribuzione non era ancora arrivata.

È raro in effetti trovarne, in letteratura, una narrazione diffusa. Nel 1955, Allen Ginsberg nella poesia “A supermarket in California” aveva immaginato di passeggiare con Walt Whitman tra le corsie ragionando sulle direzioni prese dalla loro amata America: a tema c’erano l’artificialità materialistica del consumo di massa in opposizione alle cose “naturali”. Nel 1963, in “Marcovaldo al supermarket”, Italo Calvino aveva proiettato il suo adorabile antieroe, con la sua famiglia di squattrinati, nella classica situazione da invidia da acquisti (guardare gli altri che comprano diventa “spettacolo”): presi da un raptus consumistico, avevano riempito i carrelli fino all’orlo e, per evitare le casse, erano riusciti a fuggire attraverso un buco nel muro per poi dare in pasto l’intero il bottino a una gru. Lo stesso sguardo straniato si ritrova in “La vita agra” (1962), dove Luciano Bianciardi osservava il nascente consumismo descrivendo causticamente le “donnette ipnotizzate” che si accalcavano nel “bottegone nuovo”, una delle prime Esselunga, e snocciolando mirabolanti merceologie annichilatrici. Luogo “panottico”, nel quale si è costantemente osservati, e di lavaggio del cervello è anche il super che Don De Lillo racconta in “Rumore bianco” (1985), che diventa il fulcro di quel loop inesauribile, acquisto-consumo-distruzione, che appaga e frustra nello stesso momento.

Assimilata la “rivoluzione delle merci”, nei decenni successivi i toni si fanno via via più sfumati, meno paranoici e più introspettivi, e da osservatore esterno colui che scrive diventa a sua volta un consumatore. Addirittura in “La strada” di Cormac McCarthy (2006), a sopravvivere all’apocalisse è proprio un carrello del supermercato che, sottratto al suo scopo primario e in una rinnovata attribuzione di senso, diventa inaspettatamente un aiuto per la sopravvivenza dei protagonisti. Nel 2012 esce il memoir “Aftermath” dove Rachel Cusk parla del proprio divorzio e dove, a proposito del supermercato in fondo alla strada, scrive: «I suoi spazi illuminati al neon sono così impersonali ed eterni da emanare contemporaneamente benessere e alienazione. Lì dentro ci si può scordare che non si è soli, o che lo si è», che sono le parole scelte da Ernaux come esergo del suo libro.

Forse invogliati da evidenti ragioni estetiche, sono stati film e serie tv ad avere raccontato più volentieri la realtà del supermercato. Che, lo avevano già suggerito i Clash con la loro “Lost in the Supermarket”, può essere alienante, come per la giovane killer “Nikita” del film di Besson del 1990 che, di ritorno dall’addestramento, va a fare la sua prima spesa ed è talmente spaesata da non riuscire a riempire da sola il proprio carrello. Oppure luogo di seduzione, come per l’euforica Anne Hathaway che, in uno degli episodi più belli della serie “Modern Love”, rimorchia un uomo stupendo davanti al reparto delle pesche, o come per la strepitosa Monica Vitti che, nell’esilarante video di “Ma chi è quello lì?” di Mina (1987), impazzisce per improbabili energumeni, che si ostinano a ignorarla, individuati tra le cozze e il banco dei peperoni. Tra le tante scene di comicità straniante, ricordiamo anche il delizioso Macaulay Culkin che mette sul nastro della cassa detersivi e buoni sconto come un piccolo adulto in “Mamma ho perso l’aereo” (1990), la mitica entrata in scena di Drugo, accappatoio, occhiali da sole e ciabatte, di fronte al reparto dei freschi ne “Il grande Lebowski” (1997) e anche la ex mite Kathy Bates che, al grido di «Towanda», tampona ripetutamente l’auto di due tipe che l’hanno derisa in “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” (1991).

“Guarda le luci, amore mio”, il cui titolo è la frase pronunciata da una mamma mentre indica al figlio gli addobbi natalizi, è in definitiva il tentativo di inscrivere il supermercato, in quanto «grande appuntamento umano», non solo nella letteratura, ma anche nella memoria collettiva. Il modo in cui Ernaux riesce a farlo è sostanzialmente privo di pregiudizi, quel «vedere diversamente» che mette al centro della sua opera, attraverso se stessa, le persone. A differenza di altri narratori, come Zola in “Al paradiso delle signore”, si attribuisce una duplice identità: di chi, con o senza lista in mano (a volte anche per pura distrazione, «per dimenticare l’insoddisfazione della scrittura mescolandomi all’andirivieni delle persone»), fa parte della folla, e di chi, scrittrice, si interroga sui luoghi degni di rappresentazione. E non mancano nemmeno i momenti di indignazione di fronte all’esposizione “sessuata” dei giocattoli («Fremo per la rabbia e il senso di impotenza. Penso alle Femen, è qui che dovete venire [...]. Vi darei una mano»), ma anche per l’umiliazione inflitta da certi prodotti troppo cari che suggeriscono, a chi non può permetterseli, «tu non vali niente».

«È stato senza esitare», scrive ancora «che per “raccontare la vita”, la nostra, oggi, ho scelto come oggetto gli ipermercati».

L'edizione 2022 va alla scrittrice francese. Annie Ernaux Nobel per la letteratura, nei suoi romanzi la libertà delle donne. Angela Azzaro su Il Riformista il 7 Ottobre 2022 

Una bellissima sorpresa: ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2022 Annie Ernaux. Non era tra i soliti nomi favoriti che circolavano alla vigilia come Salman Rushdie e Michel Houellebecq. Ottantadue anni, femminista, è la prima scrittrice francese a vincerlo, la diciassettesima donna da quando esiste il prestigioso premio. “Per me – ha detto – è un grande onore e una grande responsabilità”.

Ha vinto un’autrice di grande intensità, che ha raccontato la sua vita, e attraverso la sua vita, quella di molte donne, senza retorica, in maniera scarna, inventandosi un suo stile, in cui memoria, storia, riflessione si mescolano. Uno stile moderno in cui i confini tra i generi letterari vanno a farsi benedire. Secondo l’accademia Svedese Ernaux merita il Nobel “per il coraggio e l’acutezza clinica con cui scopre le radici, le estraneità e i vincoli collettivi della memoria personale”. “Nei suoi scritti, Ernaux esamina con coerenza e da diverse angolazioni una vita segnata da forti disparità di genere, lingua e classe. Il suo percorso verso la scrittura è stato lungo e faticoso”.

In Italia era stata pubblicata la prima volta negli anni Ottanta senza ottenere il successo meritato. Ripubblicata da Lorenzo Flabbi (che è anche il bravissimo traduttore) per la casa editrice Le Orme, Ernaux ha finalmente conquistato un nuovo pubblico: alla casa editrice Le Orme ci hanno creduto quando nessuno o quasi credeva che i suoi scritti potessero avere un pubblico più ampio. Invece proprio attraverso la ripubblicazione in tante e tanti sono venuti a conoscere le sue opere e la sua storia. Una storia che ne racchiude molte altre. Da Il posto a Gli anni, il suo libro più famoso e importante, per arrivare a L’evento da cui è tratto anche il film che ha vinto nel 2021 il Leone d’oro, la scrittrice francese è come se girasse attorno allo stesso nucleo tematico. La sua storia intrecciata a quella della sua famiglia. Il genere, la classe sociale, le aspirazioni tutto viene percorso, nei diversi libri, e proposto da angolazioni diverse.

Coraggiosa, come dice la motivazione del premio, sicuramente lo è stata: per come ha messo a nudo la sua vita, per come ha raccontato il suo senso di colpa rispetto alla famiglia, per come ha raccontato i suoi cari con amore ma senza edulcorare. I genitori da operai aprono, in provincia, una piccola attività, lontani anni luce dalla vita intellettuale che Ernaux conduce. Romanzo dopo romanzo – che forse hanno ogni tanto il rischio della ripetitività – ci ha condotto ad esplorare il suo animo, le sue angosce e le sue aspirazioni più profonde. La letteratura di Ernaux costruisce un Noi a partire dalla capacità di attraversare la vita con consapevolezza.

Lo fa quando parla del padre e della madre e del rapporto che avevano. Lo fa quando parla della morte della madre, dell’amore che la legava a lei e dei sensi di colpa che non la hanno mai abbandonata. Lo fa quando racconta l’aborto in una Francia in cui era vietato. Una storia singola che per questa capacità di andare a fondo, di analizzare le pieghe della memoria e del dolore, costruisce una sorta di romanzo collettivo in cui più generazioni di donne si possono riconoscere. Ma è nello stile, in questa grande fiducia nella letteratura, che Ernaux trova il proprio riscatto. La parola per quanto approssimativa, per quanto sempre alla ricerca di una nuova prospettiva – forse per questo c’è da parte della scrittrice il riproporre alcuni nuclei tematici, alcuni nodi del passato – è l’unica possibilità che si ha di uscire dall’indistinto, di costruire passo dopo passo, capoverso dopo capoverso una narrazione che racchiuda anche la grande storia.

Non si può non pensare come i suoi libri oggi siano un puntello, un muro pacifico ma non valicabile contro chi vuole a tutti i costi farci tornare indietro, contro chi sui diritti delle donne, sulla loro libertà di scelta sta rialzando la cresta. Ernaux, tutto il suo lavorio, la sua fatica e coraggio nell’andare oltre le apparenze, raccontano come faticosamente si è costruita la libertà femminile, quanti conti abbiamo dovuto fare a partire dal rapporto con quelle madri che ci restituivano un’altra storia, un’altra idea di noi. Quanto le abbiamo dovute amare, ma allo stesso tempo quanto ce ne siamo dovute allontanare. «Niente del suo corpo è sfuggito al mio sguardo. Credevo che crescendo sarei diventata lei.»

Scrive così nell’incipit di Una donna. La storia di sua madre, del loro rapporto, un libro straziante perché vive della consapevolezza che per andare avanti la protagonista deve guardare oltre, deve superare quell’immagine, quel corpo che pure conosce così bene e che ha tanto amato. Il lavoro da operaia, poi la piccola attività commerciale, la malattia. Ma è ne Gli anni, libro del 2008, pubblicato nel 2015 da Le Orme, che questa materia incandescente diventa biografia di una generazione, quella nata negli anni 40 e che decennio dopo decennio conquista nuove consapevolezze, nuove libertà. Quando si parla di diritti dietro c’è tutta questa fatica, c’è la messa in discussione di ciò che è stato ereditato, c’è un percorso individuale che negli anni Sessanta e Settanta ha incrociato le scelte di molte. Le soggettività che irrompono sulla scena con il femminismo sono l’intreccio di tutte queste appartenenze, di tutte queste contraddizioni.

Il premio a Ernaux ci riporta a questa complessità: i suoi romanzi dispiegano l’intreccio tra classe e genere, ci svelano come solo scavando dentro se stesse si possano costruire nuove identità. La letteratura ha questa forza, questa opportunità: non creare certezze ma seminare quesiti, indicare percorsi. Con Ernaux quello della libertà femminile. Le sue parole subito dopo la notizia del premio lo ribadiscono: “Lotterò fino al mio ultimo respiro affinché le donne possano scegliere se essere madri o meno: la contraccezione e il diritto all’aborto sono un diritto fondamentale, la matrice della libertà delle donne”. Parole, che scrive l’Ansa, si riferiscono alla vittoria di Giorgia Meloni in Italia. Grazie, Ernaux!

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

Nero su bianco. Ogni libro di Annie Ernaux è un pezzo di storia di tutti noi. Nadia Terranova su Linkiesta il 7 Ottobre 2022.

La scrittrice francese premio Nobel per la Letteratura 2022 scrive di sé e del mondo in un modo che è diventato straordinariamente iconico: una donna che ha fatto letteratura di ciò che le è successo, anche del femminismo, inventando una sua personale postura di militanza letteraria

Accendo il telefono appena atterrata da un volo internazionale e Annie Ernaux ha vinto il premio Nobel. In quest’ora trascorsa dalla partenza all’atterraggio si è rifondato il mondo, è successa una cosa bellissima ed epocale, e le prime cose che penso sono lallazioni che pigio su questo telefono, dato che non ho con me nemmeno un computer: Ernaux è una donna che scrive di sé e del mondo, come tante, certo, eppure in un modo che è diventato straordinariamente iconico.

Ogni volta che appare un suo libro è come se fosse restituito un pezzo di storia, non di storia delle donne ma della storia di tutti, raccontata però da una donna. Una donna che ha fatto letteratura di ciò che le è successo, anche del femminismo, inventando una sua personale postura di militanza letteraria che discende da Simone de Beauvoir ma la tradisce in una nuova forma e anche in una nuova epoca.

Ernaux è una scrittrice che ha capovolto ogni casella in cui è stata incastrata, a partire dalla sua scrittura, frettolosamente definita chirurgica o, peggio ancora, fredda da chi non riesce a vedere quanto fuoco ci sia dentro la ricerca viscerale e inesausta della parola giusta. Non la più bella, non la più d’effetto, ma la parola che arriva al termine di una ricerca carnale e razionale insieme. Ernaux scrive con il corpo, un corpo che è stato di figlia, di madre, di non-madre, di amante, di moglie.

Un corpo venuto al mondo in sostituzione di un’altra bambina morta, come lei stessa ha raccontato (L’altra figlia); un corpo che ha attraversato l’adolescenza ritenendo doveroso inondarla di spudoratezza e di vergogna (Memoria di ragazza); che ha interrotto una gravidanza quando era illegale farlo (L’evento) e che si è messo nei panni, quindi nei corpi, di entrambi i genitori, la madre (Una donna) e il padre (Il posto), per ripercorrerne la storia attraverso gli stessi passi, ma all’indietro, con l’esattezza e la colpa di chi ha tradito la propria classe sociale.

Perché Ernaux, altrettanto erroneamente scambiata per una narratrice dell’intimismo, è in realtà una scrittrice che non prescinde mai dalla consapevolezza, oggi non così frequente, della specificità delle classi sociali e delle possibilità grandi ma schiaccianti della mobilità tra esse. Così Annie Ernaux polverizza la retorica, l’epica del riscatto sociale. La scrittura non è riscatto: è un tradimento del posto da cui si viene, eppure se non ci fosse non ve ne sarebbe racconto.

Scrivo queste righe su di lei, lo ammetto, presa da una gioia elettrizzante, quella di quando si festeggia insieme una grande scrittrice e una grande persona.

Nel 2016, quando il mio primo romanzo, “Gli anni al contrario”, uscì in Francia, chiesi all’editore francese di inviarlo ad Annie Ernaux. Era un sogno che ritenevo più che altro un po’ infantile, un desiderio mio di poter sognare che la mia scrittrice contemporanea preferita sfiorasse un mio libro anche solo per cestinarlo. Poi non ci pensai più. Non avrei mai pensato che lei potesse davvero leggerlo e rispondermi con un biglietto scritto di suo pugno. Mai. E invece accadde esattamente questo, pochi mesi dopo.

Così quando poi nel 2018 scrissi il mio secondo romanzo, “Addio fantasmi”, chiesi con un po’ più di coraggio di farglielo avere in anteprima. Mi accolse a casa sua, vicino Parigi, e discutemmo a lungo in un bellissimo dialogo che fu pubblicato sull’inserto culturale di un quotidiano.

Avevo incontrato tanti scrittori fino a quel momento e in nessuno avevo incontrato una simile attitudine alla curiosità e all’ascolto. Ernaux viveva in una casa accogliente e discreta, immersa nel verde, piuttosto isolata, lontana dalla città ma non così tanto da porsi presuntuosamente come eremita. Viveva nel mondo, ma distaccata quanto bastava per osservarlo con la giusta distanza.

Nella sua biblioteca c’erano diversi autori contemporanei, anche italiani. Parlammo soprattutto di Cesare Pavese, condividendo l’amore per la sua lucida tristezza, e parlammo anche di come guardare dentro la vergogna può portare al punto più vertiginoso della scrittura. Ridemmo anche molto, per piccole cose confidenziali: raramente mi sono sentita così a mio agio con qualcuno così importante, anche se poco prima di partire per la Francia ero talmente emozionata che corpo e psiche mi avevano fatto uno scherzo facilmente decifrabile. Mi era del tutto sparita la voce. Avevo preso l’aereo imbottita di cortisone, ma il mio parlare era comunque “sbrafato”, come si direbbe in siciliano.

Sono qui in aeroporto, in mezzo alla folla e ai rumori, un po’ troppo per scrivere qualcosa di sensato. Nell’attesa della coincidenza chiudo gli occhi e scandisco la mia vita attraverso i libri di Annie Ernaux.

Ce n’è uno solo che mi manca tra quelli tradotti in italiano, è l’ultimo e ho voluto conservarmelo per un momento speciale. Lo inizierò domani, o forse stanotte, ora che tutto brilla e anche quel titolo si può scandire dandogli un significato completamente diverso: guarda le luci, amore mio.

Un evento. Annie Ernaux ha saputo raccontare le donne e le ha liberate dalla vergogna. Benedetta Barone Linkiesta il 6 Ottobre 2022.

Dall‘adolescenza alla maternità all‘aborto, la scrittrice vincitrice del premio Nobel per la Letteratura ha disinibito esperienze femminili rimaste finora vittima del rigido protocollo morale in cui viviamo

Durante l’ultima edizione del Salone del libro di Torino, sotto i soffitti dei capannoni della fiera Lingotto, una asettica e compatta folla di persone sostava davanti alla Sala Azzurra, in trepidazione, come in attesa di una star del cinema.

E in effetti, già allora Annie Ernaux era un’icona per il pubblico letterario, una figura dai tratti quasi mitici di cui conosciamo ogni più recondito segreto, ogni svincolo esistenziale da lei raccontato, ripetuto e esposto nei suoi libri – privi tuttavia degli echi morbosi che di solito suscita chiunque parli di sé in prima persona con quella disarmante onestà, soprattutto se donna. «È lei, è qui», si vociferava in un’eco smorzata.

Quando poi è apparsa – bionda, lenta, a prima vista fragilissima, l’aria vagamente spaesata – si sono alzate verso l’alto fila di braccia nel tentativo di porgerle un saluto, di attirare la sua attenzione, il suo sguardo.

L’intera redazione de L’orma – la casa editrice che dal 2014 la pubblica in Italia – ha dovuto farle scudo per consentirle un accesso, un corridoio, serrato a destra e a sinistra da pareti di cellulari puntati nella sua direzione. Era lì per ricevere il Premio Mondello e già allora si pettegolava a proposito del Nobel, partivano pronostici, scommesse. Ieri su Instagram abbondavano le griglie di percentuali che puntavano sui presunti vincitori: sarà Rushdie? Murakami? Houellebecq? O lei?

Chissà perché poi tanta affezione collettiva per l’autrice di punta di una patria con la quale siamo storicamente in competizione, quasi volessimo contendercela, attribuirle un nostro marchio, una nostra radice. A inserirla nell’immaginario nazionale sono state senz’altro le copertine ruvide dai toni pastello, i laconici titoli in grassetto e soprattutto il traduttore Lorenzo Flabbi, che ha avuto il merito di lanciarla nel nostro Paese e che lei quel giorno a Torino seguiva, cercava come un’ombra.

Il 7 marzo è uscito in libreria “Guarda le luci, amore mio” e a luglio del 2021 un saggio di Simone de Beauvoire dal titolo “La femminilità, una trappola” con in calce uno scritto di Annie Ernaux: “Il «filo doppio» che mi lega a Simone de Beauvoir”, ribadendo il concetto già espresso in diverse sue opere, quell’eredità evidente per chiunque le abbia lette entrambe, riconoscibile nello stile oggettivo e chirurgico delle studiose e al tempo stesso ridondante di echi autobiografici.

Sia Ernaux che de Beauvoire sono figlie delle proprie esperienze, non riescono a prescinderne al punto da elevarle a depositi cognitivi dell’epoca che abitano. Le loro infanzie, le loro adolescenze confluiscono rispettivamente in “Memoria di una ragazza perbene” apparso in Francia nel 1958 e in “Memorie di ragazza”, pubblicato dall’editore francese di Ernaux nel 2016.

La condizione femminile di cui prendono coscienza affonda gli albori in contesti insospettabili, reazionari, cattolicissimi, proletari nel caso di Ernaux: il bar-drogheria nel quale è cresciuta è scivolato ormai in una comune memoria, potremmo descriverne gli infissi, il tavolo da lavoro su cui la madre faceva di conto a fine giornata, la scala che portava alle camere da letto, il banco su cui gli avventori si fermavano a bere un bicchiere, i rumori, gli stralci delle conversazioni, il cigolio della bilancia che pesava gli alimenti.

Ecco, forse abbiamo un debito nei suoi confronti. Attraverso una scrittura raffinata, altera, severissima, Annie Ernaux ha liberato un vissuto tormentato, contraddittorio, altalenante e comune a tutte le donne. E se lo strascico è stato entusiasta in Italia più che altrove, lo dobbiamo al clima moralista e censorio nel quale siamo immersi ancora oggi nostro malgrado.

Descrive i suoi tentativi di emancipazione dal nucleo famigliare e soprattutto materno con la prima esperienza fuori casa, in una colonia estiva, a soli diciotto anni, l’incontro con l’altro sesso e la ricerca di consensi maschili.

Analizza i pericoli e i rischi che ha sfiorato in questa fase, dove in lei trionfa l’identificazione con un ideale femminile frivolo, fintamente disinibito e invece carico di subalternità: «Quella che H avrebbe trovato alla colonia l’estate successiva sarebbe stata una ragazza diversa sotto ogni punto di vista, bella e brillante, che l’avrebbe lasciato di sasso facendolo innamorare al primo sguardo, cancellando il ricordo di colei che, nelle settimane trascorse tra la prima e l’ultima notte passata assieme, era saltata da un ragazzo all’altro. […](Riscontro qui il primo manifestarsi di un’aspirazione all’inaccessibilità che nella mia vita amorosa è sempre giunta troppo tardi). Per piacergli, per farmi amare, bisognava diventare qualcuno di radicalmente diverso, essere quasi irriconoscibile».

La dipendenza dalla propria immagine e il rifiuto di essa sfocia in un disturbo alimentare mai diagnosticato: «Vent’anni dopo, sfogliando per caso in biblioteca un volume sui disturbi alimentari […] avrei dato un nome a ciò che è stato lo sfondo della mia esistenza per mesi – a quell’oscenità, quel piacere inconfessabile che produce grassi ed escrementi da evacuare, sangue prosciugato – a quella forma mostruosa, disperata, del voler vivere a qualunque prezzo, anche a costo del disgusto di sé e del senso di colpa: la bulimia».

La rivendicazione cercata nello studio e nella filosofia, quella «filò» che ai tempi salvò anche Simone de Beauvoire, contesa allo stesso modo tra la sottile linea di rasoio della dispersione di sé e il rigore, la passione, l’ambizione feroci.

Il racconto spietato del proprio aborto ne “L’evento” (2019) quando ancora significava attraversare il calvario composto dall’eventuale, rara magnanimità dei medici e più spesso al supplizio fisico inferto dalle mammane, assumendosi così il merito e l’onere di esibire la condizione in cui le donne interrompevano le gravidanze prima del 1975 in Francia – 1978 in Italia.

La scomposizione del matrimonio col padre del suo unico figlio ne “La donna gelata” (2020), in cui coinvolge chiunque la legga nel più scomodo dei quesiti, nella più antica delle perplessità: come mai una donna, dal momento che diventa moglie e madre, è tenuta a rinunciare automaticamente a tutto, compresa la carriera intellettuale, anche se è sposata a un altro intellettuale? Perché è vittima inconsapevole del proprio ruolo biologico che le impone di entrare nei supermercati, amministrare la cucina, i pasti, l’accudimento di un figlio, mentre il proprio compagno ne è per le stesse, sotterranee ragioni, esentato?

«Bisogna toccare il fondo della desolazione, mangiare il più possibile fino a sera per riprendere il digiuno di buon mattino, caffè nero e nient’altro».

«È assurdo quanto la filosofia possa renderci ragionevoli. A furia di pensare, ripetere, scrivere che gli altri non ci devono servire da strumenti ma da fine, che siamo esseri razionali e, pertanto, l’incoscienza e il fatalismo sono degradanti, quella donna mi ha tolto il gusto di flirtare».

«In classe mi applico con un’energia nuova, bruta. […] Leggo Sartre, Camus, naturalmente. Quanto mi paiono meschini i problemi di vestiario, di appuntamenti deludenti. Letture liberatorie, che mi allontanano una volta per tutte dai romanzi a puntate e dai libri scritti per le donne. Che questi, invece, siano libri scritti da uomini e con protagonisti sempre maschili è un dettaglio cui non presto alcuna attenzione”.

«Perché non mi ha accompagnata al supermercato? Finisco per comprare una quiche già pronta al bancone della gastronomia, formaggio e pere. Quando sono rientrata l’ho trovato che ascoltava la musica. Ha scartato tutto con un entusiasmo da ragazzino. Le pere erano mezze marce, “ti sei fatta fregare”. Lo odio. Non mi sposerò».

Annie Ernaux ha cominciato un processo sommesso, culminato con un nuovo e diverso «Me too» ribadito a gran voce a tutte le latitudini geografiche e che oggi viene coronato dall’assegnazione del premio Nobel. Se le donne che l’hanno letta potessero parlarle, le direbbero: «Anch’io». Restituire possibilità espressiva a esperienze prima obbligate a perire dietro una coltre di imbarazzo è una conquista che riempie sempre di gratitudine.

«Prima dei pannolini, del secchiello e della paletta in spiaggia, degli uomini che non vedo più, delle riviste dei consumatori per non farsi fregare, del suo piatto preferito, il cosciotto di agnello, del reciproco calcolo delle libertà perdute. Un periodo in cui si può cenare con uno yogurt, preparare la valigia in mezz’ora per un fine settimana improvvisato, passare una notte intera a parlare. Leggere tutta la domenica sotto le coperte. Impigrirsi in un bar, guardare le persone entrare e uscire, sentirsi galleggiare tra quelle esistenze anonime. Tenere il muso senza remore quando ci si sente giù di corda. […] Tutte le ragazze l’hanno vissuto, quel periodo lì, più o meno lungo, più o meno intenso, ma guai a ripensarci con nostalgia. Che vergogna!».

Annie Ernaux, “er Nobel” dei salotti buoni. Max Del Papa su Nicolaporro.it il 7 Ottobre 2022.

“Scioè, hai sentito, hanno dato il Nobbel a la letteratura”. “Ma davero e a chi?”. “Anni Ernò”. “Chi?”. “Eh, ce o so, anch’io ho faticato per capì chi era. Però adesso famo tutte le esperte, co’ sta Meloni nun se po’ perde un colpo ahò”. “Abbà, fammaa scercà su uiki”. “Sì ma cerca bbene, se scrive Annie Ernaux eh”. “Eccola, trovata. Ah, bbene. Femminista, de sinistra, me piasce! Disce che la maternità nun je frega ncazzo, me piasce pure deppiù”. “Nun solo, vedi ‘mpo’, disce che guai a chi tocca l’abborto; e pure che non scoperebbe mai co’ ‘n fascista ma manco uno de destra moderata”. “Ma perché, tu lo conosci uno de destra moderata?”. “Ah, in Italia no, in Francia poesse”.

“Comunque allei je piasce Battisti”. “Ma chi, er cantante morto?”. “Mannò, che scema, er terrorista, sai, quello de li Pacche”. “I pacchi?”. “Mannò, oh ma sei ignorante eh, ma che te credi, da esse la Meloni? La Santachè? La Rauti?”. “No: Elodie hahahaha!”. “Disce che l’omo vero è Cesare Battisti il terrorista”. “Ah, sì, spetta, ma nun era quello che era esule perché la maggistratura italiana lo torturava?”. “Sììì, ‘o disceva pure Sansonetti. È stato in Francia, in Brasile… ‘Na vita avventurosa!”. “Ficooo, ahò”. “Sì ma poi alla fine quando l’hanno catturato a Bahia ha confessato, disce che li aveva ammazzati tutti pe’ davero quelli”. “E Annì Ernò ce ‘o sapeva?”. “Ce ‘o sapeva sì, ma oh, pure da noi: i wu minghe, Saviano… Te risulta che uno dico uno abbia detto ‘na cosa?” “None”. “E allora perché dovrebbe lei? Poi pure ‘a collega, quella, come se chiama, Fred Vargasse, pure lei era nnammorata de Scesare e mica s’è mai pentita”. “Maddeché ahò, ma pentisse de che? D’avè ammazzato quattro fasci?”.

“Abbà, aho, pure te: nun hai sentito ‘a direzzione der Piddì, s’ha da esse moderati, sinnò a le donne nun je lascieno spazio”. “Eh, abbà, cde ‘o sapemo, però pure noi, manco na scrittrice c’avemo…”. “Come no! E allora Michela Murgia?”. “Tzk. Non lo so, nun me fido tanto, troppo casinara, chettedevo da dì: a me me piascerebbe una regolare, scioè che c’ha er bechraum, come Annì”. “Eh, abbà, quelle oh, qui te ‘e sogni!”. “Qui c’avemo Littizzetto…”. “Però hai sentito che disce Annalena Benini de Annì: che parla dell’io e dà voce alla vita della voce… nun ho capito ‘n cazzo!”. “Abbà, ma quella le cose ce ‘e sa, fidamose”. “Sì però a me me pare, scioè io so annata a legge quarcosa ieri appena annunciata, de Annì, no, ebbè, me pare che sta sempre a parlà de sé, de le sue scopate, co quelli de sinistra, scioè, nun è che…”. “Zitta! Pazza! Nun le devi dì ‘ste cose! Manco penzà le devi! Oggi se deve parlà bbene di Annì, perché er personale è collettivo… no, aspè, come che se diceva? Er personale è… sosciale… Ah no ecco! Er perzonale è politico!”.

“Cioè me voi dì che Annì parlando de li cazzi sua fa politica?”. “È regolare!”. “Abbà, ma allora pure Rula. Allora pure te e io”. “Essì, bbrava, ma quella è un Nobbel!”. “Eh ma je l’hanno dato perché parla de li cazzi sua però…”. “Ahò, quanto rompi però. Senti, prova ‘sta tisana alla ortica e gramigna, che magari te calmi. Disce che la beve pure Monica Cirinnà, è ‘na mano santa! È l’urtimo grido a Prati-Parioli-Salario e pure a Capalbio. A proposito, ma secondo te, alla fine der congresso, ‘a direzzione jela danno a Elli Schlèn o richiamano a Rosi Bbindi?”. “Mah, secondo me ce rimettono ‘n’rartra vorta un omo”. “Armeno fosse fludio, tanto pe’ salvasse: oh ma possibile che ar Piddì ‘na donna de responsabbilità mai, mai, mai?”. Max Del Papa, 7 ottobre 2022

·        Antonella Boralevi.

Edoardo Semmola per corriere.it il 24 maggio 2022.

«Non posso dire di aver proprio “inventato” io la crisi del maschio moderno. Però posso dire di averla anticipata, almeno come tema di dibattito». 

Nei suoi libri ci sono sempre donne molto forti e determinate, Antonella Boralevi. Ma da qui ad aver «ucciso» la virilità, ce ne passa di acqua sotto i ponti… 

«Non mi riferivo tanto ai romanzi, quanto al lavoro in televisione. Anche se ho voluto portare sullo schermo la mia natura di scrittrice. Pensavo a quando, nel 1994, ho inventato un talk show di approfondimento dedicato ai temi “dell’anima” che all’epoca non esisteva. Si chiamava Uomini, su Rai2. E trenta anni fa gli uomini non parlavano quasi mai dei propri sentimenti più intimi. Era considerata una cosa troppo femminile».

Con lei gli uomini si aprivano?

«In una puntata Luciano Pavarotti mi raccontò che non voleva più stare con sua moglie (Adua Veroni, la prima moglie), in un’altra Maurizio Costanzo mi disse che avrebbe voluto un figlio da Maria De Filippi... e lo disse prima a me che a lei. Se faccio la scrittrice è perché credo negli altri, nei sentimenti degli altri. È quello che voglio raccontare». 

Nel suo ultimo romanzo, «Magnifica creatura» (La Nave di Teseo) le due sorelle protagoniste sono figure emblematiche rispetto a questo ragionamento: c’è il rapporto tra loro, quello con gli uomini, il loro ruolo nella società… Ma è ambientato oltre mezzo secolo fa. Oggi il mondo è cambiato.

«La mia materia di studio è il cuore umano, da sempre. Sono profondamente interessata alle relazioni, ai sentimenti, soprattutto a quelli che non si dicono, a quella parte di emozioni che spesso teniamo segreta anche a noi stessi. Credo in quello che sosteneva il filosofo Epitteto: che il carattere di una persona ne è il destino. Questo vale per me, forse vale per tutti, sicuramente vale per i miei personaggi. Sentimenti ed emozioni cambiano in funzione di te stesso e non dell’epoca in cui hai vissuto. Ciò che cambia è la storia. E arriva il momento nella vita in cui la storia ti batte sulla spalla e ti costringe a cambiare, è il momento in cui ti ci devi confrontare. Senti le stesse cose di prima ma reagisci e agisci in modo differente. Negli anni Cinquanta e Sessanta alle donne veniva assegnato un solo destino, il matrimonio. Ma era un’Italia che credeva nei sogni e i sogni si potevano. Oggi veniamo messi alla prova diversamente».

Il tema di fondo è: credete in voi stessi. E lo è in tutti i suoi libri.

«Il saper tirare fuori la Magnifica creatura che hai dentro. Per questo ho scelto questo titolo». 

Quand’è che Antonella Boralevi ha iniziato a credere in se stessa?

«Ricordo bene quel giorno. Avevo dieci anni, stavo giocando una partita di tennis alle Cascine. E stavo perdendo 5-0 il primo set. Durante il cambio campo passo davanti alla panchina dove sedevano mio padre e il padre della mia avversaria. Sento quest’ultimo dire a sua figlia una frase tipo “ormai te la sei mangiata” e ho incrociato lo sguardo con il mio di genitore. Mi guarda fisso ed è come se gli leggessi nella mente queste parole: “Ma davvero tu glie la vuoi dare vinta”? Lì ho capito. Ci ho creduto. E non solo ho rimontato quel set fino a vincere per 7-5, ma ho anche vinto gli altri due set per 6-0 e 6-0. Perché ho sentito che lui credeva in me e quindi anch’io potevo credere in me».

Con un’immagine del genere in testa, il tennis sarà diventato importantissimo nella sua vita...

«Eccome. E infatti ci gioco ancora, anche se molto saltuariamente, per piacere e basta. Vado anche a sciare e, in mare, a vela. Ma considero queste attività solo un modo di stare bene tra amici».

E quando ha capito che sarebbe diventata una scrittrice?

«Ho sempre pensavo e immaginato di voler scrivere. Quando ero in quinta elementare, e passai dalla scuola privata a quella pubblica, fu un anno terribile, sembravo destinata alla bocciatura. Poi un giorno la maestra dette un tema sui ricordi dell’estate, e quello che scrissi mi catapultò di colpo da essere la reietta della classe all’alunna il cui tema veniva letto in tutte le sezioni. Una specie di modello per tutti gli altri. Raccontai la mia estate al Forte dei Marmi concludendo con la frase “e il mare continuò a bagnare i ciottoli sulla sabbia”. Fu allora che capii che scrivere era la mia natura. Ma i miei figli, che ho avuto molto giovane, ancora oggi mi chiedono di sintetizzare i concetti».

Aveva le idee chiare fin da piccola…

«Appena laureata in filosofia del linguaggio, una disciplina nuovissima dentro il corso di Storia della lingua italiana, il professor Giovanni Nencioni mi dette la possibilità di entrare a far parte di un gruppo di ricerca alla Normale di Pisa. Ma nel frattempo facevo la hostess a Pitti e per questo vedevo le sfilate in anteprima. Una sera mi venne di scrivere un pezzo su una di queste sfilate e andai a lasciarlo all’albergo dove sapevo che erano ospitati tutti i giornalisti. Una di loro, dopo averlo letto, mi fece una proposta di collaborazione. Quando mi trovai alla Normale e mi sedetti davanti al professor Nencioni gli dissi col cuore in gola: lascio la Scuola, voglio fare la giornalista».

Come reagì?

«Ricordo ancora la luce che lo illuminava da destra e la sua faccia. Era così bello, alto, elegante... mi guarda e dice: “Ah, ti hanno chiamato al Corriere della Sera?” Io riuscivo a fissare solo il suo calamaio, non avevo il coraggio di guardarlo in faccia. Presi forza e risposi: “No, alla rivista dei calzaturieri di Santa Croce sull’Arno”. Il mio primo pezzo si intitolava Ritrovata a Certaldo la scarpa del Boccaccio?». 

Ha avuto un bel coraggio.

«Quando decisi che volevo fare la giornalista sul serio, presi un appuntamento con il direttore di un giornale fiorentino. Il colloquio avvenne in una stanza in cui c’erano lui, il critico teatrale e una delle principali firme di prima pagina. Erano tre uomini di 50 anni. E io ne avevo 22. Rappresentavano l’establishment del giornalismo fiorentino. Ci rimango un po’ spiazzata dall’idea di incontrare tre persone, non faccio neanche in tempo a mettermi a sedere e il direttore dice agli altri due: “Eccola quella che vuol fare la giornalista, ah ah ah”. Ride eh. Ride. A quel punto dimostrare che quell’umiliazione sarebbe stata l’inizio di qualcosa di importante divenne il mio cruccio».

Qual è stato il momento in cui, guardandosi indietro, ha detto: non sono mai stata così tanto coraggiosa?

«Quando ho aspettato per tre giorni di essere ricevuta da Giovanni Minoli in un corridoio della Rai, per avere la possibilità di fare Uomini. Aspettai tutta una mattina, un intero pomeriggio, poi un’altra mattina, un altro pomeriggio... Finché a un certo punto mi ha aperto la porta. Disse di aver pensato “questa deve avere davvero qualcosa da dirmi, sennò non sarebbe così caparbia”». 

E il momento in cui guardandosi indietro ha pensato: non sono mai stata così tanto codarda?

«Non è mai successo. Mai avuto un momento di debolezza. Mi sono sempre presa tutti i rischi». 

E il momento in cui ha pensato di essersi illusa?

«Gli uomini non mi hanno mai illusa. Ma alcune donne sì: sembravano amiche ma erano in grado di farmi davvero male, nella carriera. E lo hanno fatto. Ricordo una redattrice che di punto in bianco smise di pubblicare le mie interviste, e alla quarta volta andai a protestare dal direttore. Per dimostrargli che questa persona mi stava boicottando, che voleva distruggere la mia reputazione».

Gli uomini non l’hanno mai illusa, ma l’amore?

«La parola amore non la considero “neutrale”, ed è troppo abusata in quest’ultimo ventennio, la adoperiamo per mascherare ogni tipo di bassezza, dall’omicidio al tradimento dei principi e della fiducia. Non ho mai avuto delusioni d’amore, casomai delle aperture mentali: mi hanno fatto capire che in una relazione il rapporto non è con l’altro ma con te stessa».

Scelga un anno, nel corso della sua vita, che per qualche motivo considera uno spartiacque.

«Quando sono venuta a vivere a Milano, lasciando Rai 2 per andare a Rete 4, che allora era solo il canale delle telenovelas e volevano farla diventare una rete di approfondimento con il programma Linee d’ombra, un talk show sui temi del perdono, della malattia, della solitudine, dell’amore e del tradimento, in cui si parlava di padri e di figli, di adozioni, dove sono venuti la mamma di Marta Russo e l’uomo che portava il suo cuore nel petto. Siamo alla fine degli anni Novanta e scoprii che la vita milanese era molto diversa da quella fiorentina. Perché quando lavoravo in Rai a Roma rimanevo comunque a vivere a Firenze. Poi, non fu più possibile».

·        Antonio Canova.

Antonio Riello per Dagospia il 27 novembre 2022.

Museo Civico Piazza Garibaldi 34, Bassano del Grappa fino al 26 Febbraio 2023 

Il Museo Civico di Bassano del Grappa, diretto da Barbara Guidi, dedica una mostra ad Antonio Canova (1757-1822) nato a Possagno, un piccolo paese della provincia di Treviso che dista pochi kilometri. 

Un personaggio originario della provincia oscura che diventerà estremamente popolare tra le èlite europee del tempo. Un artista di assoluto prestigio: corteggiato, riverito, coccolato e ben pagato.

Ci si può azzardare di definirlo, in poche parole, "un Jeff Koons" di fine Settecento. Un artista raramente lirico, sempre concretamente legato ai materiali e alla loro lavorazione. Nel suo lavoro non c'è molto posto per il dramma, tutto sembra in qualche modo gestibile e illuministicamente ragionevole. Per gente come lui il duro lavoro e l'ingegno sembrano capaci di vincere qualsiasi sfida. Anche se passa molto tempo a Roma e a Vienna rimane un figlio della sua terra. 

La "composta perfezione" neoclassica finisce per assomigliare molto a quel senso di calmo understatement che accompagna il vissuto di molti Veneti. E fa immaginare il miracolo economico del Nord Est con circa due secoli di anticipo. Canova era un genio creativo con uno spiccato senso degli affari e al talento sapeva associare una attitudine decisamente prosaica.

Aveva organizzato, per la prima volta nelle vicende dell'Arte, un sistema per far recapitare dei cataloghi con le sue opere (dove evidentemente c'erano delle incisioni al posto delle fotografie) ai potenziali committenti. Sviluppa insomma tecniche di marketing artistico all'avanguardia. Sapeva parlare fluentemente sia l'Inglese che il Francese. Il suo studio romano, in Via delle Colonnette, diventa una delle tappe consigliate di Roma per gli stranieri che potevano permettersi il privilegio del cosiddetto Grand Tour. Lo stesso Stendhal ne tesse generosamente le lodi.

Canova è un artista per tutte le stagioni. lo stile sopraffino che inventa risulta molto plastico rispetto ai poteri costituiti. Con sorprendente sincerità sa essere credibile per la laica e parsimoniosa aristocrazia Veneziana e poi, senza alcuna difficoltà, anche per la fastosa ed esigente corte papale di Roma. Rapidamente si adegua al vento della Storia e diventa l'artista di famiglia dei Buonaparte, senza peraltro mai "tradire" veramente i potenti Asburgo d'Austria con cui flirta a lungo fino a diventarne, dopo la sconfitta di Napoleone, l'artista di fiducia. Il tutto ovviamente senza trascurare affatto le vigne e gli affarucci che continua ad avere nella natia Possagno. 

La mostra di Bassano raggruppa un bel malloppo canoviano (che proviene da tutto il Mondo) di disegni, bozzetti, sculture in gesso e in marmo. La  scultura in marmo della "Maddalena Giacente", proveniente dal Regno Unito, costituisce una vera novità per il pubblico italiano. A complemento ci sono anche dei magnifici quadri fatti da altri artisti dell'epoca come, ad esempio, quelli che raffigurano Napoleone in vesti imperiali (di Francois Gérard) e Giuseppina Beauharnais (sempre di Gérard). E soprattutto un bel ritratto di Canova stesso fatto dalla collega Angelica Kauffmann (1741-1807).

I disegni e i piccoli bozzetti in terracotta del Canova sono espressioni spontanee e vibranti, meno controllate e rifinite di altre tipologie di lavori. 

Molto più in sintonia con il nostro attuale gusto. Un'atmosfera da "non-finito" che sembra virtuosamente allontanarsi dalla apollinea perfezione dominante. Ma certo anche le statue dei due enormi pugilatori  ("Damosseno" e "Creugante", quasi "brutalisti e direttamente ispirati dalle statue Romane di Montecavallo), sono in qualche modo più vicini alla nostra sensibilità rispetto alla levigata statuaria che rappresenta lo standard neoclassico per eccellenza.

Di rassegne sul Canova ne sono state fatte parecchie in passato. Questa, che sa essere nel contempo spettacolare e informativa, trova la sua principale ragion d'essere nel trattare aspetti poco celebrati della sua attività. 

L'artista infatti era anche un intellettuale a tutto campo, un collezionista d'arte ed un bibliofilo. Si possono vedere alcuni dei quadri che possedeva. Superbo l'ovale di GianBattista Tiepolo (conservato nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia). Sono presenti sue lettere, diari e libri della sua biblioteca personale. Dimostra di aver una visione che andava ben oltre le logiche artistiche accademiche. 

 La sua avventura come diplomatico/plenipotenziario del Metternich al Congresso di Vienna per recuperare le opere d'arte sottratte dalle truppe napoleoniche all'Italia (e portate a Parigi) è altrettanto interessante e poco nota. I Cavalli di San Marco sono tornati a Venezia grazie a lui. Non ce l'ha fatta invece con l'enorme tela di Paolo Veronese che era nel cenacolo di San Giorgio Maggiore, "Le Nozze di Cana" (1563) che continuano ad essere ospiti del Louvre. Alcune opere recuperate in questo contesto si possono ammirare a Bassano. Notevoli i quadri di Agostino Carracci e la deposizione di Paolo Veronese. Davvero m-a-g-n-i-f-i-c-o un dipinto di Guido Reni: "La Fortuna" (1623). 

La Modernità dell'Arte è iniziata con Canova? Forse è eccessivo attribuirgli questo titolo. Ma si può dire, con una certa sicurezza, che Canova con la sua laboriosa tranquillità ha contribuito a traghettare l'Arte Europea fuori dalle secche accademiche e polverose nelle quali da tempo era arenata. E' stato senz'altro il prototipo dell'intellettuale-artista brillante e di respiro internazionale.

Così gli amori di Canova si trasformavano in capolavori di marmo. Il saggio di Vittorio Sgarbi ricostruisce il percorso del controverso genio neoclassico. Vittorio Sgarbi il 14 Settembre 2022 su Il Giornale.

Fu nel marzo del 2017. Ero a Cremona, per vedere alcune opere in una casa di campagna a San Felice. La bella architettura neoclassica a fianco del Santuario era ricca di notevoli decorazioni e di quadri, ma era nei modesti ambienti di servizio del piano superiore che mi attendeva una inattesa quanto sorprendente scultura. Davanti a me era, di incredibile nitore, in marmo statuario di Carrara, un busto di donna, con i capelli raccolti in un nastro, firmato sul retro ANT. CANOVA. F. A. 1811.

Un'opera del tutto inedita del grande scultore, al tempo della Venere italica che aveva fatto dire a Ugo Foscolo: «Io dunque ho visitata, e rivisitata, e amoreggiata, e baciata, e, ma che nessuno il risappia, ho anche una volta accarezzata, questa Venere nuova... Se la Venere dei Medici è bellissima dea, questa ch'io guardo e riguardo è bellissima donna; l'una mi faceva sperare il paradiso fuori di questo mondo, e questa mi lusinga del paradiso anche in questa valle di lacrime».

Alla Venere italica fu riservato con tutti gli onori il posto del capolavoro perduto degli Uffizi, la Venere Medici. Sebbene fosse stata spedita per sicurezza da Firenze a Palermo, e affidata in custodia ai Borboni di Napoli, l'Afrodite Medici, tra le più celebrate statue della Grecia classica (la sua presenza è documentata per la prima volta nel 1638 a Roma, a Villa Medici, da cui il nome) era stata sottratta dai commissari francesi del Direttorio che la inviarono a Parigi per volere di Napoleone. Inizialmente, il re d'Etruria, Ludovico I di Borbone, valutò di commissionare a Canova una semplice copia ma l'artista preferì eseguire un'opera nuova e del tutto originale, secondo il precetto condiviso con Andrea Chénier: «Facciamo versi antichi su pensieri nuovi». Una Venere rinnovata, non duplicata. E quando la Venere Medici tornò a Firenze, la nuova Venere di Canova venne trasferita a Palazzo Pitti, dove ancora si trova.

La scultura cremonese appartiene, dunque, al momento più alto della maturità di Canova che, l'anno dopo, nel 1812, iniziò anche le Tre Grazie.

Nella stessa primavera del 1812, Canova conobbe la giovane Minette Armendariz nella primavera del 1812, a Firenze. L'immediata affinità con la donna spinse il marito di lei, il barone Armendariz, a proporre lo scioglimento del loro matrimonio. Il proposito declinò di fronte alle incertezze di Canova, restio ai legami duraturi, anche se i due coltivarono fino alla fine una intensa corrispondenza.

«Lei era una giovane donna, lo scultore invece aveva già cinquantacinque anni. Tra i due ci fu senz'altro un legame. Minette si innamorò, mentre è probabile che Canova la considerasse semplicemente come la figlia che non aveva mai avuto», scrive Francesco Leone nella sua recente monografia sull'artista. Il 24 settembre di quell'anno Canova rivelò a Cicognara che aveva soggiornato a Firenze: «Ed io vi porto invidia alla cara compagnia... di Minette. Oh! Perché non lo seppi io per tempo, che vi avrei pregato a studiare e penetrare nel più intimo seno di quell'anima di paradiso! A voi, che siete appassionato per le belle e virtuose creature, avrebbe fatto tenerezza e meraviglia la cognizione interna delle virtù e delle adorabili qualità di cuore di quella nostra carissima amica. Per me vi giuro che non ne ho trovata l'eguale; e ci giocherei anche la vostra amicizia che non v'è al mondo una creatura che la sorpassi in candore e bontà veramente di angelo».

Ma, prima di partire nel 1812 per Firenze, Canova fu attratto da un'altra donna, Delphine de Custine, arrivata a Roma nei mesi del carnevale. I biglietti manoscritti di lei, conservati nel Museo di Bassano, iniziano nel febbraio e durano fino al 1816, sempre pieni di fervidi sentimenti.

Un'altra donna infiammò in quegli anni il cuore di Canova. Considerata la donna più bella di Francia e immortalata da David nel celebre ritratto, Juliette Récamier era stata costretta da Napoleone a lasciare Parigi nel 1811, anche per la sua amicizia con Madame de Staël. La Récamier arriva a Roma nella Pasqua del 1813. Nelle sue Memorie d'oltretomba Chateaubriand scrive che Canova la accolse la prima volta nel suo studio, «comme une statue grecque que la France rendait au Musée Vaticain». Iniziò così una frequentazione quotidiana: ogni mattina Canova le recapitava un sonetto del suo fratellastro, Sartori¬Canova. Le lettere della Récamier sono oggi nel Museo di Bassano e testimoniano il legame immutato tra i due, anche dopo che la donna si volse all'amore per Benjamin Constant e Chateaubriand.

Canova, che la frequenta e l'accompagna, le propone un ritratto che esegue nell'inverno 1814 (modello originale in gesso a Possagno; marmo, come Beatrice, ai Musei di Lione). Benché Sainte-Beuve scriva che «le marbre de celui¬ci... cette fois, pour être idéal, n'eut qu'à copier le modèle», la prova non finì bene per Canova, perché la vanitosa Récamier non gradì affatto il busto. In effetti il ritratto della Récamier, forse perché così sentito dall'autore, è un capitolo particolare, in un certo senso preromantico, nella ritrattistica canoviana. Attenuata l'idealizzazione spersonalizzante, Juliette è stata raffigurata non come una dea olimpica, ma come una rubiconda matrona romana, quasi un Pompeo al femminile. Il leggendario collo della donna, lungo e sottile nel ritratto di David, si è accorciato e appesantito nel busto di Canova. Certo, la Récamier non era più la ragazzina di oltre dieci anni prima; da un Canova innamorato, se non era proprio la maturità fisica di Juliette ad attrarlo, pareva comunque lecito attendersi qualche disponibilità all'idealizzazione.

In questa temperie, nel volgere degli anni della sua coerente ispirazione muliebre, nasce il busto di donna per Gaetano Bolzesi, di intatta purezza espressiva, con il vario agitarsi dei capelli: i riccioli che scendono sulla fronte e sulle tempie dalla scriminatura, il denso e disordinato muoversi delle ciocche raccolte dal nastro, con una naturalezza raggiunta dopo diverse prove. C'è un coerente idealismo che convive con un'inedita sensualità in questa invenzione particolarmente viva.

Canova, in quel 1811, eletto principe dell'Accademia di San Luca, al culmine dei pubblici riconoscimenti, sembra turbato dal richiamo dei sensi e dal riaffacciarsi nella piena maturità, dopo averlo soffocato nella operosa giovinezza, del piacere «il più dolce e a lui più desiderabile di riamare amanti donne». E questa condizione rispecchia nella nuova scultura, mentre timidamente si riaccendono i sensi per fantasmi femminili che hanno, di volta in volta, in quel tempo ritrovato, il volto di Minette, di Delphine, di Juliette. L'amore agita e anima quel marmo. A queste si aggiunge ora felicemente la testa ideale per Gaetano Bolzesi.

Bicentenario dalla morte: così Canova torna a vivere. Vittorio Sgarbi il 17 Luglio 2022 su Il Giornale.

Lo scultore neoclassico fu stroncato da Longhi. Ecco il lungo percorso per riuscire a salvarlo.

Nel 1947, Roberto Longhi, il più grande critico d'arte di quel tempo, scrive una seconda Officina ferrarese, dieci anni dopo: è il Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, che è il modo in cui lui viene commentando le opere esposte da Rodolfo Pallucchini nella grande mostra a Venezia del 1946. Pallucchini ha tirato fuori dai depositi le opere, come La tempesta di Giorgione, che erano state protette con i sacchi, e nascoste a Sassocorvaro e altrove, per salvarle dalla violenza della guerra. Longhi nel suo libro dice cose bellissime su molti artisti Bellini, Rosalba Carriera, Canaletto, Bassano e cose bruttissime su Tintoretto e su Tiepolo. Ma il giudizio peggiore è per Canova: «E alla fine, tutto finito, non resta che Antonio Canova, lo scultore nato morto, la cui mano è all'Accademia, il cui cuore è ai Frari, e il resto non so dove». Un epitaffio. Ucciso Canova per sempre. In effetti la mano di Canova è all'Accademia, il cuore è ai Frari nel monumento suo, e il resto non sappiamo dove sia, sarà sepolto a Possagno. Ecco, quest'uomo è spezzato, distrutto come la sua gipsoteca. Che fare? Come mettersi contro Longhi? A quel tempo aveva già insegnato a Bologna e stava per andare a Firenze; era il più prestigioso critico d'arte, amato dai giovani, ed era stato vicino anche alle avanguardie futuriste. Il fascismo aveva guardato alla rivalutazione del mondo classico con un'attenzione forse convenzionale, ma senza discussione, anche per Canova. Ora la tempesta improvvisa, peggio delle bombe: Canova viene ucciso da Longhi.

Dieci anni dopo questa stroncatura, nel 1957, si celebra il centenario della nascita di Canova, nato nel 1757, con una mostra ai Musei Civici di Treviso. La mostra è concepita sotto lo spettro di Longhi, tra fantasmi e maledizioni, e il direttore Luigi Coletti deve trovare una soluzione. Che troverà impaginando una mostra di fotografie. Solo fotografie, non le opere.

La mostra era costituita di fotografie di marmi prevalentemente e di gessi, fatte dallo studio del fotografo Fini, ed esposte nel Salone dei Trecento. Era un modo per riassumere come in un sussidiario l'arte di Canova senza spostare il fondo di Possagno, senza poter far arrivare marmi dai vari luoghi del mondo, dall'Inghilterra, dalla Russia, da Roma, rappresentando però compiutamente la sua opera. L'allestimento fa una certa tenerezza. Siamo nel 1957. Ci sono le tende, queste grandi fotografie, e poi piantine per terra da salotto borghese.

È singolare, perché se c'è un autore che è adatto ai fotografi questo è Canova, che trova la quasi inevitabile continuazione della sua visione così ferma. La fotografia rende immobile l'immagine e la ferma come in una condizione di morte. Se vediamo una fotografia mia di trent'anni fa sono un altro. Lo diceva Leonardo Cremonini: la pittura rappresenta la vita, vedi gli Impressionisti, vedi Bellini, Venere, vedi un pittore del Cinquecento, vedi Tiziano. È viva, quella Venere. La fotografia immobilizza il tempo e lo ferma in un momento che è quello. L'ultimo, rigoroso, è stato Mimmo Jodice, che ha ritratto le forme con un atteggiamento molto solenne e abbastanza funerario. L'ultimissimo, appassionato, è Fabio Zonta, che ha stabilito una fonte sola di luce, creando una possibilità di lettura attraverso la fotografia che insiste su un fatto: anche se tu fai una foto a colori di Canova, risulta in bianco e nero. Il bianco e nero è il colore di Canova. Prima di lui Paolo Marton inventò qualcosa quasi di psichedelico, delle strane luci rosa, viola, che sono anticanoviane ma che in qualche modo lo attualizzano. E poi, le foto tormentate di Luigi Spins, e le foto di Aurelio Amendola, grande fotografo di Michelangelo che io ho voluto applicare alle sculture di Canova.

Coletti, nel discorso pronunciato allora, ma non pubblicato, all'inaugurazione del 15 settembre del 1957, ora raccolto e trascritto da Fabrizio Malachin, fa riferimento al precedente momento celebrativo, il primo, quello del 1922, all'inizio del fascismo. Non era in discussione la grandezza di Canova, anzi funzionava abbastanza con il fascismo, quindi quella celebrazione, di cui non so lo sviluppo espositivo, dovette andare bene. Il secondo andò male perché, tra il 1922 e il 1957, c'era stata la ghigliottina longhiana. E Coletti dice: «Sono passati trentacinque anni da quando fu celebrato il primo centenario della morte di Antonio Canova con solenni manifestazioni». Siamo nel 1922, cioè esattamente cento anni fa, con le celebrazioni del primo centenario della morte. Il secondo centenario della nascita è invece quello dell'imbarazzo. Qui comincia l'ansia, la malinconia. Quest'uomo elegante, nel suo doppiopetto, che non sa cosa fare e non sa cosa dire e ha davanti il giudizio severissimo, mortale, crudele, sadico, cinico, di Longhi. «E tuttavia il centenario odierno cade in un momento che vorrei dire di inquietudine critica, lo scultore nato morto, per una recente sentenza sommaria, più che di condanna di scherno, ciò che forse è anche peggio, di apprezzante disinteressamento. Giudizio che potremmo anche fingere di ignorare se non fosse pronunciato da uno studioso che non è solo uno dei critici più geniali e più quotati, ma anche uno dei direttori di gusto più ascoltati oggi, specialmente dai giovani. Giudizio che non ripeto perché altri già hanno risposto con autorità. Vi ha risposto indirettamente la Bassi». Elena Bassi era una studiosa veneta, più corretta di Longhi, molto tradizionale, legata alle ricerche d'archivio e alla pubblicazione di cose inedite. «Vi ha risposto il Lavagnino», altro studioso importante, «nel mettere così vigorosamente in rilievo la figura del maestro. Vi ha risposto soprattutto apertamente il Fallani, nel suo libro chiaro, con una coscienza tranquilla, con il titolo di un capitolo: Lo scultore nato vivo». Certo, era il modo per rispondere allo scultore nato morto. Il gioco di parole su cui si scontrano due posizioni. «Eppure quella voce che certo non si può spendere col solo entusiasmo apologetico», cioè la voce di Longhi, «ci punge e ci inquieta onde, quasi turbati nella fede, cerchiamo il solito fondamento di un razionabile obsequium, non temendo di porci la domanda: fu vera gloria?». Quindi nel 1957 stavano per dire «ma chi è questo Canova?». «Fu vera gloria? Il problema è ancora aperto. Non attendetevi da me pertanto un panegirico di circostanza, ma un tentativo di riesame critico, un'indagine quanto più è possibile serena e obiettiva della quale troverete le prove nella mostra che tra poco visiteremo», precisa il Coletti.

È questo il momento in cui comincia il riscatto canoviano, cioè quella fortuna critica che ha portato, tornando ancora indietro, al 1911, la prima storica monografia di Vittorio Malamani, una monografia importante, solenne, un po' retorica, che comunque dava a Canova il rilievo di un grande artista antico; poi, nel 1922, alle prime celebrazioni. Nel 1946 c'è stato Longhi, nel 1957 la mostra trevigiana, e poi si arriva alla seconda metà del secolo scorso con una serie di avanzamenti molto significativi. Mario Praz fu il primo a studiare non soltanto Canova ma anche il gusto neoclassico e ad aprire un'interpretazione moderna tutta favorevole a Canova, contro Longhi. Lo accompagnò un grande studioso, seppur più teoretico che conoscitore, Giulio Carlo Argan, il quale ebbe l'intuizione di indicare, cioè che la modernità di Canova è nell'aver inventato una forma, un'idea che poi si può moltiplicare all'infinito, ovvero l'inizio del design appunto. E poi altri studiosi, fra i quali Ottorino Stefani, sulla scorta di Argan, tentarono un salvataggio dell'artista dal giudizio negativo, dividendo fra le opere fredde, quelle in marmo, le opere finite, distanti ma sublimi, legate a una visione ideale, e invece le terrecotte, di esecuzione molto più veloce e immediata, e in cui si sentiva la poesia. Quindi le terrecotte, i bozzetti, sono il primo viatico, il primo modo per rispondere a Longhi e per restituire l'idea della vita, la naturalezza, la capacità di far vibrare la materia, di Canova. È una via d'uscita, ma di lì a poco anche questo compromesso, questo tentativo di salvare il salvabile, di indicare dove Canova ha una creatività istintiva, cioè l'istinto e non lo studio, e di riferire alla attività degli allievi le opere che lui finisce ma che sono in qualche modo riproducibili, viene superato da alcuni studiosi, soprattutto non italiani, come Hugh Honour, che scrivono di Canova a tutto tondo, senza contrapposizioni, con grande attenzione e rispetto, tutto quello che oggi è il punto di riferimento di una storiografia che gli ha restituito gloria e onore. Fino a due studiosi che, su posizioni diverse, continuano e consacrano in tempi attuali la grandezza di Canova: Giuseppe Pavanello, pieno d'impegno, anche partecipando all'edizione degli scritti di Canova, e Fernando Mazzocca, altro canoviano illustre. Oggi il suo allievo, Francesco Leone, ha pubblicato l'ultima e completa monografia su Canova per Officina Libraria.

Si può dire che negli ultimi anni la critica abbia voltato le spalle a Longhi e la storiografia lo abbia riconsacrato. Dopo Honour tutti gli studiosi, a partire da Elena Bassi, danno a Canova il più alto grido. E così la vicenda finisce. È nata in maniera un po' drammatica, e oggi, con le celebrazioni del 2022, si chiude questa apoteosi di riscatto dall'onta longhiana. Abbiamo salvato Canova.

Pierluigi Panza per il Corriere della Sera il 7 maggio 2022.

L'Italia deve ad Antonio Canova (1757-1822) la restituzione di molti capolavori che erano stati sottratti da Napoleone e nel secondo centenario della sua morte ciò rende celebrare il maggior scultore europeo dell'Ottocento ancor più doveroso. In questi giorni sono almeno quattro le mostre che si possono visitare su di lui, tanto che si può parlare di un Supercanova, sebbene si debba lamentare la lentezza con la quale procede l'edizione nazionale dei suoi scritti.

Canova e il dolore. 

Le stele Mellerio, il rinnovamento della rappresentazione sepolcrale (sino al 5 novembre, Museo Gypsotheca di Possagno, a cura di Stefano Grandesso e Francesco Leone) nasce dall'idea di Vittorio Sgarbi di riunire i due bassorilievi funerari che, tra il 1962 e il 1975, furono rimossi dalla cappella di villa Mellerio al Gernetto di Lesmo, oggi di proprietà di Berlusconi. Le stele riapparvero a Palermo nel 1978 con richiesta di esportazione in Germania. La richiesta fu bloccata dalla Soprintendenza e finirono al Museo di Palazzo Ajutamicristo di Palermo. Ora sono state ricomposte a Possagno (dove si conservano i due gessi) anche con i successivi bassorilievi che il conte Mellerio fece eseguire dallo scultore De Fabris dopo la morte di Canova, portati anch' essi a Villa Gernetto da dove furono rimossi nell'Ottocento.

Il risultato è un risarcimento monumentale sul quale si vorrebbe aprire il dibattito se possa essere stabilmente mantenuto. Canova lavorò a questi bassorilievi funerari dal 1812 e nell'agosto del 1814 li inviò a Lesmo. Interpretò, foscolianamente, il tema della morte con due donne in piedi come personificazioni della Pietas. In quella a lei dedicata è scolpita Elisabetta Castelbarco, moglie di Giovanni Battista Mellerio, il cui padre fu il primo amministratore della Scala. L'altra stele fu realizzata in memoria dello zio del conte Mellerio, Giambattista. 

Sgarbi, che è presidente del Museo Gypsotheca di Possagno, ha promosso anche una seconda operazione. Ha prestato il gesso della Pace di Canova, la cui versione in marmo è a Kiev (ora nascosta per evitare che venga bombardata), a Firenze. Sarà in mostra a Palazzo Vecchio dal 10 maggio in Antonio Canova. La pace di Kiev, l'arte vince sulla guerra .

«Quest' opera - racconta Sgarbi - indica una contraddizione, perché è stata concepita da Canova nel 1811-1812, realizzata nel 1815 per un principe di San Pietroburgo che è morto prima di vederla e che se l'è fatta realizzare avendo ammirazione per Napoleone. 

E Napoleone cosa ha fatto? Ha attaccato la Russia, come ha fatto oggi Putin con l'Ucraina». La scultura in marmo restò a San Pietroburgo fino al 1953 quando Krusciov, che era ucraino, la spostò a Kiev. Canova è stato un artista apprezzato in tutta Europa e che, pur con oscillazioni, ha cercato di porsi al servizio della pace. 

Nell'instabile scenario di primo Ottocento fu apprezzato dai Papi, da Napoleone, da inglesi, austriaci e russi. Nato a Possagno in provincia di Treviso, la sua terra lo celebra dal 13 maggio (fino al 25 settembre) nel Nuovo Museo Bailo di Treviso con l'esposizione Canova gloria trevigiana. Dalla bellezza classica all'annuncio romantico , a cura di Fabrizio Malachin. Qui si ricostruisce l'interno di Palazzo Papafava con i quattro grandi gessi di Canova e bottega (copia dall'Apollo del Belvedere , Perseo , Gladiatore Borghese , Creugante ) e lo scultore viene interpretato come grande riferimento dell'arte trevigiana e non solo, perché sono esposte anche opere di Francesco Righetti (il bronzetto di Napoleone come Marte pacificatore di Canova ad Apsley House e a Brera) e di Andrea Appiani.

Inoltre, è sempre in corso al Museo civico di Bassano del Grappa, dove il fratellastro di Canova, il medico Sartori, lasciò le carte dello scultore (ora digitalizzate), la mostra Canova. Ebe (sino al 30 maggio). Ebe, simbolo dell'eterna giovinezza, è risorta dalle ceneri ovvero dai frammenti che all'indomani del bombardamento alleato su Bassano dell'aprile 1945 vennero raccolti come reliquie. Questi frammenti sono rimasti nei depositi per più di 70 anni perché la loro ricomposizione è stata a lungo ritenuta impossibile. Poi, la messa a punto di nuove tecnologie applicate al restauro ha permesso alla mitica Ebe di Bassano di ritrovare vita.

La “Maddalena giacente” di Antonio Canova ritrovata in Inghilterra. Vale 8 milioni di euro. Carlo Franza il 21 marzo 2022  su Il Giornale.

La notizia è del Daily Mail, e ha fatto il giro del mondo. E’ stata ritrovata in Inghilterra la Maddalena giacente di Antonio Canova. La scultura era stata acquistata vent’anni da una coppia a 6 mila euro per arredare il giardino, poi, incuriositi da alcune voci che l’attribuivano al grande e illustre scultore italiano, l’hanno fatta controllare e hanno scoperto che valeva 8 milioni di euro.

Quando una coppia di inglesi ha acquistato la statua che per vent’anni ha arredato il suo giardino, ha pensato che valesse di più del prezzo pagato, 5.170 sterline (6.200 euro). Oggi la loro intuizione si è rivelata vera: l’opera infatti è stata identificata come il capolavoro “La Maddalena giacente” di Antonio Canova, e andrà all’asta da Christie’s per 8 milioni di euro.

L’opera fu commissionata al grande scultore nel 1819 dall’allora primo ministro Lord Liverpool per 1.200 ghinee (oggi circa 130.000 euro). Fu una delle ultime opere del maestro italiano. La scultura in marmo, lunga 1,8 metri, fu venduta dalla famiglia di Lord Liverpool più di 20 anni dopo la sua morte, finì in una casa signorile che però fu devastata da un disastroso incendio. Anni dopo, un’eccentrica imprenditrice di Kensington, a ovest di Londra, la comprò; la statua fu ancora venduta negli anni ‘60 e infine finì agli attuali proprietari, che desiderano restare anonimi.

I due hanno deciso di far controllare la statua dopo aver sentito alcune voci che l’attribuivano a Canova, e l’hanno sottoposta a un processo di otto mesi costato “migliaia” di sterline per riportarla all’antico splendore. Ora, colleghi esperti del Canova hanno detto che era un “miracolo” che la scultura fosse stata trovata dopo che gli studiosi avevano trascorso decenni a cercarla; “È la conclusione di una storia molto particolare degna di un romanzo, di un marmo di notevole valore storico e di grande bellezza estetica prodotto dal Canova negli ultimi anni della sua attività artistica”.

Infine, resta oggi che “La Maddalena  giacente” sarà venduta da Christie’s a Londra il 7 luglio 2022. Sarà in mostra a Londra prima di andare in tournée a New York e Hong Kong. Carlo Franza

·        Antonio de Curtis in arte Totò.

Totò con la «cimice» fascista sul bavero? Dopo l’8 settembre rifiutò le proposte di Salò. Ranieri Polese su Il Corriere della Sera il 6 Settembre 2022.

Il principe Antonio de Curtis probabilmente fu costretto dal regime ad appuntarsi quel distintivo sulla giacca: pagava le sue audaci prese in giro di Mussolini nel teatro di rivista. Anche se prove non ce ne sono

Gran parte delle firme storiche del Corriere della Sera hanno scritto articoli che fanno parte della storia di questo giornale e del Paese. Dall’Archivio storico del Corriere vi proponiamo questo intervento di Ranieri Polese ripubblicato sul numero di 7 in edicola il 9 settembre

Con una smorfia carica di scetticismo e di perplessità (il classico guardare dal sotto in su di quando dice «ma mi faccia il piacere») Antonio de Curtis, in arte Totò, compare sulla quarta di copertina della rivista «Film». Sull’ampio risvolto sinistro della giacca elegante, ecco spuntare dall’occhiello il distintivo fascista, la «cimice». È la primavera del ‘43, e il giornale annuncia così il film Due cuori fra le belve di Giorgio Simonelli, interpretato dall’«irresistibile Totò, l’attore dagli scatti sorprendenti». Ora quella foto ( la vedete sotto al titolo. ndr) viene riprodotta nel libro di Alberto Anile, Il cinema di Totò (1930-45), pubblicato dalle edizioni Le Mani di Genova. Scrive Anile: «Totò è costretto a farsi fotografare con la “cimice” fascista all’occhiello».

Perché così - argomenta l’autore di questa puntigliosa ricerca sul periodo meno studiato del Totò cinematografico (sei pellicole contro le tantissime del dopoguerra) - si voleva punire l’audacia del comico che, proprio nelle riviste recitate in quei mesi, metteva alla berlina il regime di Mussolini e gli alleati tedeschi. Come? Per esempio in Volumineide (1942), dove Totò-Pinocchio ripete a Lucignolo la filastrocca del paese dei balocchi: «Qui le teste son di legno / ch’è proibito avere ingegno / chi ragiona in questo regno / non è degno di campà». O nell’ Orlando curioso (1943), dove Totò-pazzariello annunzia al popolo che «il padrone» è diventato pazzo.

SECONDO ALCUNI L’ATTORE FINANZIAVA ADDIRITTURA LA RESISTENZA DA ANTIFASCISTA MILITANTE. MA ANCHE QUI, NESSUNA CERTEZZA. SICURO È IL SUO NO ALLA CHIAMATA A VENEZIA PER LA NUOVA CINECITTÀ REPUBBLICHINA: LASCIÒ CHE CI ANDASSERO VALENTI E FERIDA

Ovviamente, questa di Totò costretto a mettere il distintivo, è solo un’ipotesi. Non ci sono prove. Così come di ipotesi, di supposizioni è fatta la versione di un Totò antifascista militante, anzi addirittura finanziatore della Resistenza.

Certo, l’idea che dietro quel ritratto ci sia un’intenzione malvagia può autorizzarla l’identità del fotografo, il tedesco Euigenio Haas, che dopo la liberazione di Roma sarebbe stato indicato come «ufficiale delle SS, spia della Gestapo, il quale celava dietro un sorriso servile la sua rabbia di belva nazista». E se è vero che la “cimice” aveva finito da molto tempo di essere un segno inconfondibile di appartenenza e riconoscimento, certo, vicino al luglio del ‘43, quelli che la portavano non erano più tantissimi. Quindi, vedere una foto col distintivo in quei mesi un po’ d’effetto lo doveva pur fare.

Un’immagine dei due attori simbolo dell’epoca fascista, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, felicemente abbracciati a Venezia, dove parteciparono alla creazione della Cinecittà sulla Laguna della Repubblica di Salò. Alla caduta del regime furono fucilati dai partigiani a Milano il 30 aprile 1945. Lei era incinta al 4° mese

Da qui la supposizione di una costrizione, una forzatura. Era comunque innegabile il fatto che Totò, sul palcoscenico, non risparmiasse frecciate e allusioni ai detentori del potere. Si ricordano molti interventi della censura che cambiava battute del testo, che magari il comico ripristinava a dispetto mandando il pubblico in delirio. Di certo, la vera resistenza che oppose Totò al regime fu quella di rifiutare il trasferimento a Venezia dopo l’8 settembre. Quando la Repubblica di Salò aveva cercato di ricreare Cinecittà in laguna. E gli irriducibili in camicia nera (Valenti, la Ferida) erano accorsi subito al richiamo. Totò era atteso per un ambizioso progetto di film musicale, Arcobaleno, che però non vide mai la luce. E lui fece di tutto per non andare.

Molti anni dopo, nel ‘65, in un’intervista Totò ricordava: «Reagivo come potevo, col mezzo a mia disposizione. E di questo ne sono fiero...». Insofferente delle prepotenze, delle arroganze del potere, reagiva allora come avrebbe reagito nei film degli anni ‘50 e ‘60, quando a esser presi di mira erano i vizi dell’era democristiana. Antifascista, dunque, Totò? In senso lato, sì. Ma certo non di sinistra. Semmai conservatore, tendenzialmente monarchico. Non va infatti dimenticato che, proprio nei giorni in cui finiva la guerra nel mondo, Antonio de Curtis festeggiava una sua personalissima vittoria. Quella di esser riconosciuto legittimamente dal Tribunale di Napoli erede dell’impero di Bisanzio.

L’AUTORE. Giornalista e scrittore, Ranieri Polese nacque a Pisa nel 1946 ed è morto a Milano a 75 anni nell’agosto 2021 dopo una lunga malattia. Scrisse per la Nazione e l’Europeo prima di approdare, nel 1989, alle pagine culturali del Corriere della sera, pagine che avrebbe poi diretto. Sul Corriere scrisse fino al giugno 2021. Tra i suoi libri Tu chiamale se vuoi..., E per un bacio d’amor sul mondo delle canzonette. Curò l’Almanacco Guanda: nel 2013 quello dedicato alla bugia; un’arte italiana, imbrogli privati, menzogne politiche.

·        Antonio Pennacchi.

Antonio Pennacchi a un anno dalla morte: le terre di «Canale Mussolini» non dimenticano. IDA BOZZI su Il Corriere della Sera l'1 Agosto 2022.

Politica e vita privata nei temi dello scrittore «fasciocomunista» scomparso il 3 agosto 2021. Con il suo romanzo ambientato nell’Agro Pontino vinse il Premio Strega 2010

Il 3 agosto 2021 moriva a Latina, dov’era nato nel 1950, Antonio Pennacchi, stroncato a 71 anni da un infarto dopo quello che già lo aveva colpito nel 1996. Scrittore di rabbie e di delusioni, personali, generazionali e storiche, raccontò almeno due mondi, quello della propria stagione d’impegno politico, che attraversò la «contestazione» tra gli anni Sessanta e i Settanta, e la storia dell’Agro Pontino (e del resto d’Italia), dagli inizi del Novecento fino al dopoguerra e al boom economico.

La sua storia di narratore iniziò in fabbrica, nell’allora Fulgorcavi di Latina, dove l’operaio Pennacchi scrisse a penna, di notte, a fine turno, quello che sarebbe diventato il suo romanzo d’esordio, «Mammut», sulla lotta di un sindacalista e l’epica difficile del lavoro: quasi (ma non ancora) un’autobiografia, destinata a vagare tra i rifiuti degli editori (ben 33) prima di essere pubblicata nel 1994 da Donzelli. Ma Pennacchi, iscritto prima al Msi, poi al Psi, al Pci, alla Cgil — sempre insoddisfatto e spesso espulso —, decise di affondare ancora di più la penna nell’autobiografia e nella trasformazione della classe operaia, raccontando l’inquieta parabola politica personale e del Paese in un romanzo diventato celebre, «Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi» (Mondadori, 2003), dal quale nel 2007 fu tratto un film di successo, Mio fratello è figlio unico, diretto da Daniele Luchetti.

Ma la storia dell’Agro Pontino, delle sue genti e delle sue «rabbie», veniva da più lontano, dal primo Novecento, con la bonifica delle Paludi Pontine negli anni Venti ma anche con le grandi migrazioni dalla Bassa Padana nel territorio bonificato: il romanzo che Pennacchi pubblicò nel 2010, e con il quale vinse il Premio Strega nello stesso anno, «Canale Mussolini» (Mondadori), non è solo l’epopea di un luogo, ma un racconto dell’Italia prima e durante il Ventennio: narra le vicende di una famiglia veneta, impoverita dall’economia mussoliniana e da campagne come la «quota 90» imposta dal regime (il progetto di rivalutazione per raggiungere il cambio di 90 lire per una sterlina inglese). La famiglia in rovina viene convinta a emigrare in una terra nata dalla bonifica, ma la nuova realtà si rivela non meno difficile di quella vecchia, fino alla distruzione della guerra e alla difficile ricostruzione.

Appunto «Quota 90» è il sottotitolo di un festival che quest’anno celebra l’anniversario della morte di Antonio Pennacchi, la rassegna «Milagro» a Latina: la citazione ricorda i 90 anni dalla fondazione della città pontina (che nacque come Littoria nel 1932), ma rende omaggio anche all’affresco letterario e storico di Canale Mussolini. Mercoledì 3 agosto all’Arena del Museo Cambellotti di Latina (il museo civico in cui fu allestita la camera ardente dello scrittore), alle ore 21, il festival propone l’evento «Antonio Serata D’onore», con la proiezione video di Letture dal Canale, l’opera teatrale allestita in forma di oratorio, al Teatro d’Annunzio, il 18 dicembre del 2010, anno in cui il romanzo vinse il Premio Strega: nello spettacolo l’autore propose letture di brani del libro con gli artisti della città.

L’anniversario della scomparsa riporta in libreria anche l’ultimo libro di Antonio Pennacchi, «La strada del mare», per la prima volta proposto negli Oscar Mondadori. Riprendendo le storie di Canale Mussolini, segue la nuova generazione della famiglia Peruzzi attraverso gli anni del boom e della ricostruzione: i discendenti dei vecchi immigrati partecipano alla costruzione della «strada del mare», che collega Latina al litorale tirreno, mentre nella vicina capitale si respira la «Dolce vita» degli anni Cinquanta. Quest’anno Mondadori ha ripubblicato altri titoli di Pennacchi negli Oscar: ad aprile Canale Mussolini, parte prima e seconda, mentre a maggio sono stati riproposti il romanzo d’esordio Mammut e i racconti della raccolta «Shaw 150», in cui compaiono molti temi cari a Pennacchi, le lotte operaie, l’epopea delle bonifiche, destinati a confluire nel suo romanzo maggiore.

 Candida Morvillo per il “Corriere della Sera” il 2 marzo 2020. A passeggiare per Latina con Antonio Pennacchi si rischia la pelle in vari modi. Perché a un passante che impreca per fatti suoi lui indirizza un «ma vaffa' tu» o perché si ferma in mezzo alla strada al culmine di un' invettiva partita dalla necessità di superare l' antifascismo e approdata all' Iliade , a Priamo e Achille «vittime e carnefici che si abbracciano, piangendo ambedue sul dolore del mondo». Maestro, azzardo timidamente, quell' auto ci stava venendo addosso. Niente. Pennacchi resta lì. «Priamo piange pensando a suo figlio Ettore ucciso da Achille, Achille lo abbraccia e piange pensando a suo padre, al suo amico Patroclo morto e pure a Ettore, che lui ha ucciso, e a se stesso, che verrà ucciso. E quindi insieme piangono sulla condizione umana, che è la stessa, a prescindere dalla parte in cui stai». Io: maestro, siamo sempre in mezzo alla strada. Pennacchi, però, sta pensando a sé «fasciocomunista» come nel titolo di un suo celebre libro, e alle botte, vere e metaforiche, date e prese stando da una parte o dall' altra. «Capisce? Io ero Achille e ho dovuto fare Achille. Tu eri Ettore e hai fatto Ettore, ma siamo uguali. È il polemos , è la legge del più forte. Allora, questo Paese deve non perdonare, ma elaborare. Invece, nel 2020, siamo ancora al paradigma antifascista». S' avvia al marciapiede, scuote il capo, avvilito. «Io parlo, parlo, e lei chi sa che scrive». Andare in giro per Latina con lo scrittore che nel 2010 ha vinto lo Strega raccontando in Canale Mussolini Latina e la sua gente, quei migranti venuti qui a domare paludi, è come trovarsi in un romanzo dal vivo. Ti mostra la Banca d' Italia dove nel '44 i tedeschi fecero saltare il caveau che suo zio svuotò con la carriola, fregando sia i tedeschi sia gli americani, e questa è la scena che apre Canale Mussolini parte seconda . Ti porta nelle piazze dove ha manifestato prima da fascista, poi da sindacalista, quando per trent' anni è stato operaio in fabbrica, e ti porta nel triangolo di vie dove si picchiava col fratello, che si chiamava Gianni, ma è Manrico nel Fasciocomunista e nel film Mio fratello è figlio unico , interpretato da Riccardo Scamarcio mentre Elio Germano fa Antonio e sempre la gente s' affacciava: «Guarda, guarda: so' i due fratelli che vanno a menasse ». Famiglia contadina, la loro. Sette figli. A Latina con Pennacchi, t' imbatti in Filippo Cosignani, che sta qui in carne e ossa e in Camerata Neandertal , nel memorabile momento in cui il Federale Finestra impone le mani sullo scrittore in sedia a rotelle e gli dice: alzati e cammina. Pennacchi ricorda: «Finestra mi aveva espulso dal Msi nel '67, perché avevo manifestato a favore del Vietnam. L' ultima volta, lo vidi qua in piazza, nel '68. Io stavo con gli studenti, ce le demmo. Dopo trent' anni, scrivo Palude in cui lo piglio in giro e lui mi manda un biglietto: "Libro stupendo". Abbiamo fatto pace».

Lei era davvero rissoso come nei libri?

«Mia madre diceva che non ero un attaccabrighe, ma un catabrighe. Catare, in veneto, significa trovare. Io uscivo e trovavo le brighe».

La volta che ne prese di più?

«A Trieste, da fascio. Sa Trieste libera, la Zona B? Mi ero portato due catene chiodate, ma i carabinieri menavano col fucile».

La Cgil la espulse perché picchiava i capireparto.

«Direi che fu perché adottavo forme di lotta che non ritenevano democratiche».

Deduco che non si è pentito .

«Senta: stavo nel Consiglio di fabbrica della Fulgorcavi, rispondevo agli operai che rappresentavo e facevo quello che dovevo fare».

La volta che ne ha date di più?

«Le ho sempre prese e ormai sono non violento. L' ultima volta, feci a botte quando m' iscrissi all' università a 40 anni. Oggi, sarei persino vegano, se non rimanessi un uomo del vecchio mondo uso a mangiare abbacchio».

Come diventò comunista?

«Finestra m' aveva cacciato, ma avevo 17 anni e l' anno dopo era il '68. Se permette, sono andato dove facevano casino. Ho fatto tutta la trafila: movimento studentesco; marxisti e leninisti; poi, Servire il popolo; Psi, Pci, Cgil».

È stato un buon operaio?

«Sono stato un bravo sindacalista. Bravo operaio lo sono diventato. I primi anni, pensavo che la priorità fosse la lotta di classe».

Oggi per chi vota?

«Turandomi il naso, ho votato Leu. Però di là c' era ancora Matteo Renzi».

Renzi non le piaceva?

«Io considero uguali tutti gli esseri umani. Credo ci sia scintilla divina anche nel filo d' erba e identità sostanziale fra me, il filo d' erba, Matteo Renzi e persino Matteo Salvini».

Che c' entra l' erba con Renzi e Salvini?

«Tutto il bene e il male che c' è in me sta pure dentro di loro. L' avversario non è un mostro alieno. La sinistra non capisce che la gente va da Salvini non per cattiveria o razzismo, ma perché al banco del mercato lui avrà pure frutta pompata, ma il Pd ce l' ha fradicia. Successe lo stesso col biennio rosso: i socialisti non avevano fatto né rivoluzione né riforme e la gente andò da Mussolini. Invece, la storia scritta dai vincitori dice che lo seguirono costretti con la violenza, ma finché ce la raccontiamo così, non capiremo nulla dagli errori del passato».

Le stanno simpatiche le Sardine?

«Sono andato in piazza, sardina fra le sardine, perché sto dalla parte degli ultimi. So che le Sardine, come prima i 5 Stelle, sono il segno di una crisi, ma ormai ho 70 anni... Debbo solo raccontare le mie storie».

Finito Canale Mussolini , disse che era il libro per cui era venuto al mondo e si chiese «e ora che campo a fare?». Che si è risposto?

«Campo perché quella storia non è finita. Sto scrivendo il capitolo tre, ma va per conto suo e vuole diventare altro, e manca il quarto, che però ha il titolo: Declainendfoll , tutto attaccato e italianizzato da Decline and fall of the Romain Empire di Edward Gibbon. Il progetto è scrivere cent' anni di storia. Però lavoro per senso del dovere. In realtà, mi sono stufato».

Perché mai?

«Scrivere non mi piace. È una condanna. È come se quando sono nato mi fosse stato dato il compito di raccontare la mia famiglia, il podere, la nostra storia. Lo capii nel '56, in prima elementare».

E tuttavia inizia a scrivere solo a 36 anni.

«Evitavo. Non volevo. Poi, è morto mio padre, forse fu quello».

Ha detto che Canale Mussolini gliel' hanno dettato i morti: «Le voci mi arrivavano da dentro e a volte mi facevano piangere».

«Ero come posseduto da percezioni extrasensoriali. I morti facevano avanti e indietro e mi dicevano cose. Morti di famiglia, morti mai conosciuti e Gianni che se n' era appena andato. Era squassante. Ma hanno smesso».

In Camerata Neandertal scrive che la liberò un esorcismo.

«Don Mario chiamò gli angeli e gl' intimò di tornare in cielo e lasciarmi stare. A me, ordinò di nascondere le foto dei miei morti. Prima di tutto di Gianni. Ora, non è che ci credo, non so come stanno le cose nell' aldilà... Insomma, non vorrei passare per scemo, ma è per dire che la mia opera è dare voce a chi non c' è più».

Dice che non ha idea dell' aldilà, ma da bambino era felice di stare in seminario.

«Volevo diventare santo, ma con la pubertà scoprii che mi piacevano le ragazze e lasciai. Oggi so solo che l' inferno è questo qua».

Fu per le voci che andò in analisi?

«No, fu per l' infarto dopo Palude . Mio fratello diceva che era psicosomatica, io dico che è il mio tributo alla scrittura. Ogni romanzo è un malanno: Mammut due ernie, Fasciocomunista secondo infarto e tre bypass, Canale Mussolini una vertebra rotta e barre di titanio nella schiena. Però, ci sono i libri di pancia o di testa. Con i saggi non mi succede niente».

Adesso come sta?

«Pensavo che Storia di Karel , essendo fantascienza, fosse un libro di testa. Ma sempre coloni erano e scavavano canali, conquistavano la terra... Insomma: sempre Latina è. Mi è venuta l' infiammazione del tunnel carpale, la mano duole e non posso più usare il bastone».

Quanto le manca suo fratello?

«Tanto. Era un testa di... Però era forte. Aveva un bel cervello. Forse, diventai comunista per sfidarlo sul suo campo. Era una sfida continua e lui era nato cocco di mamma».

Sua madre la picchiava come nei libri?

«Non mi ha mai capito. Era sempre "Gianni sì, Antonio invece...". A volte, ancora mi chiedo chi sarei stato se mamma mi avesse voluto bene. Lasciamo perdere, va'».

Mi racconti di sua moglie.

«La vidi a un picchetto davanti a una fabbrica occupata, 45 anni fa. Le ragazze non volevano far passare un camion della ditta. Allora, il camion ingrana la marcia e parte. Tutte scappano, eccetto Ivana, che gli si butta davanti. Pensai: questa è la donna della vita mia».

Quanto ci ha messo a conquistarla?

«Parecchio: le parevo matto. Ma abbiamo tirato su, io e lei da soli, in dieci anni, la nostra casa. Abbiamo due figli e due nipoti che sono la mia gioia. Mi è stata vicina quando stavo in cassa integrazione e mi sono laureato e quando ho scritto Mammut e siamo andati con la 127 a lasciarlo a mano agli editori, a Milano».

Ricevette 55 rifiuti.

«Mi sono serviti per riscriverlo e imparare».

Sua moglie le accende una luce in viso.

«Mi toglie ogni ansia. A stare insieme s' impara. All' inizio, c' è la passione, poi devi creare le aderenze all' altro, rinunciare a parti di te».

Lei a che ha rinunciato?

«Io mi affido per ogni scelta a mia moglie».

Che papà è stato?

«Non lo so. Sono un buon nonno però».

Come è fatto un buon nonno?

«Deve essere amato dai nipoti».

Le fa più paura invecchiare o morire?

«Mi fa paura solo il dolore del mondo».

(ANSA il 3 agosto 2021) E' morto questa sera nella sua casa di Latina, all'età di 71 anni, lo scrittore Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega 2010 con Canale Mussolini. Lo conferma la casa editrice Mondadori. (ANSA).

Lite Salvini-Pennacchi a Ballarò: "Io fesso? Lei un fesso e mezzo". su La Repubblica il 03 agosto 2021. Nervi a fior di pelle in diretta a "Ballarò". Ospiti della trasmissione di Massimo Giannini il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, e lo scrittore Antonio Pennacchi, invitati in studio a discutere di razzismo. "Dire che gli italiani sono razzisti è una fesseria" esordisce Salvini rispondendo a Pennacchi. Ma il premio Strega 2010 non ci sta e contrattacca: "Ne dice tante lei... Io fesso? Lei un fesso e mezzo".

Addio Pennacchi l'unico vero fasciocomunista. Vittorio Macioce il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Se ne è andato di botto, quasi fosse un dispetto, senza neppure dire arrivederci, con quel cuore da bastian contrario, che non smetteva mai di dare calci al mondo. Se ne è andato di botto, quasi fosse un dispetto, senza neppure dire arrivederci, con quel cuore da bastian contrario, che non smetteva mai di dare calci al mondo, un posto dove non puoi stare tranquillo se sei nato con l'animaccia da galantuomo. Antonio Pennacchi ha preso l'ultima scorciatoia mentre stava parlando al telefono con la persona che amava e stimava di più, sua moglie. È la donna con cui ha passato la vita perché come lui sapeva di vero e qualche volta brontolando diceva che era anche l'unica in grado di sopportarlo. La realtà è che ne conosceva la dolcezza. I Pennacchi sono ruvidi e imprevedibili. Ti spiazzano, ma sanno essere generosi. Danno tutto, se ne vale la pena. Era così anche suo fratello Gianni, un maestro di giornalismo. È quello con cui Antonio passava il tempo a litigare e a riabbracciarsi, e lo ha fregato perché si è messo in viaggio prima di lui senza aspettare le feste di Natale. È il fratello che gli fa da controcanto nel Fasciocomunista. È la vita scriteriata di Accio Benassi, incazzato, ribelle, attaccabrighe, goffo, innamorato, illuso, ingenuo, arrogante, disubbidiente, sentimentale. È quello stare fuori dal pentagramma della musica di moda, svirgolando tra seminario, sezione del Msi e gruppettari maoisti, senza tradire nessuno, senza davvero riconoscersi in una bandiera. Ci ricava pure un film con Riccardo Scamarcio e Elio Germano. La regia è di Daniele Lucchetti. Il titolo è preso in prestito da una canzone di Rino Gaetano: Mio fratello è figlio unico. Benassi come Benassa, il protagonista del suo primo romanzo. Quello scritto mentre lavorava in fabbrica, alla Fulgorcavi di Latina. Ci è rimasto trent'anni. Mammut è il manoscritto che gli editori rispedivano al mittente, probabilmente senza neppure leggerlo. Ha collezionato 55 rifiuti e dopo il successo si divertiva a ricordarlo. Ecco, non era mica scontato quello che è successo con Canale Mussolini. Le saghe familiari non erano ancora tornate così di moda, con quella scrittura che parla direttamente al lettore, con lo stile di chi ti sta semplicemente raccontando una storia, ma lo fa con la ricchezza di chi ha letto milioni di libri e un po' si diverte a farti credere che è capitato lì per caso, come se in una notte troppo lunga gli fosse venuto il vezzo di narrarti le vicende di una famiglia dell'agro pontino. È gente venuta da su, dal Veneto, contromano, con la speranza di trovare la terra promessa dove un tempo c'erano le paludi, bonificate dal Duce per dare la terra ai braccianti e l'idea un po' megalomane di forgiare un nuovo popolo. Pennacchi, libertario nel midollo e probabile predestinato al confino, non è che stravedeva per il «capoccione», ma quel pezzo di ventennio lo ha raccontato senza imbarazzo, sfidando pure i nipoti di quelli che con il fascismo sono stati classe dirigente o nel gregge delle camice nere. Si divertiva a irridere i recensori. «Angelo Guglielmi ha scritto: troppe citazioni: come se l'autore volesse far vedere che ha studiato. E non ha capito che le citazioni erano false. Era un gioco. Gli ho mandato una lettera: guardi che le citazioni me le sono inventate». È finita che con Canale Mussolini si è preso il lusso di scalare le classifiche di vendita e di vincere perfino lo Strega. Anche i Benassa, o i Peruzzi, qualche volta vanno in paradiso, poi però si affrettano a scendere, non per ingratitudine o blasfemia, ma perché proprio non ce la fanno a sopportare la compagnia. Certo, un po' ci ha giocato con il successo. Si è lasciato tentare da un'avventura politica: Pennacchi per Latina. Sottotitolo: Futuro e libertà. È la sua stagione finiana. La saga dei Peruzzi continua con un Canale Mussolini. Parte seconda. È un seguito meno spontaneo. Troppo ragionato. Quel pezzo d'Italia creato a tavolino torna con il delitto di Cori, i due fidanzati ammazzati con 170 coltellate. È il mistero di Nuvola rossa, dove spiega l'inquietudine della sua gente. L'Agro Pontino è un pezzo di Valpadana; dove sembra che parliamo il romanesco, ma a pensare e a sognare si continua in veneto. Noi non ci siamo mai sentiti del Lazio. Il Lazio è Sud. Ci è completamente estraneo. Alieno. Dopo ancora 70 anni». È qui che c'è il senso della filosofia umana di Pennacchi. È lo straniamento. È quel ritrovarsi costantemente al confine di qualcosa, senza sapere bene perché. Il dover lottare per trovare un posto, con la sensazione di non raggiungerlo mai, come se un destino pesasse su quelli come te, estranei per qualche strana faccenda a quello che ti circonda. I Pennacchi, i Benassa, i Peruzzi sono fatti per resistere al flusso della storia e si dannano per cercare un motivo del perché si sono acquartierati da qualche parte in questo mondo. Pensano, fuggono, maledicono, si perdono e si divertono a fare i conti con la propria inquietudine. Si portano sulle spalle la maledizione di Giobbe senza neppure averne la fede. Quello che li spinge ad andare avanti è la certezza che da qualche parte esiste una terra dove gli sfiniti trovano pace. Vittorio Macioce

Antonio Pennacchi, morte improvvisa a 71 anni: le ultime toccanti parole dello scrittore fasciocomunista. Libero Quotidiano il 03 agosto 2021. Antonio Pennacchi si è spento a 71 anni nella sua casa a Latina. Non si conoscono ancora le cause della morte, ma intanto anche la casa editrice Mondadori ha confermato la notizia. Vincitore del premio Strega 2010 con Canale Mussolini, era conosciuto come lo scrittore “fasciocomunista” per il romanzo autobiografico scritto nel 2003 e intitolato appunto “Il fasciocomunista: vita scriteriata di Accio Benassi”, da cui nel 2007 è stato tratto il film “Mio fratello è figlio unico”. Nato a Latina nel 1950, Pennacchi era stato operaio all’Alcatel Cavi. Prima della carriera letteraria, si era dedicato parecchio alla politica: inizialmente nelle file del Msi, successivamente in quelle del partito marxista-leninista italiano. Tra gli anni settanta e ottanta aveva aderito al Psi e ai sindacati: prima la Cgil e poi la Uil. Negli anni novanta ha iniziato la sua carriera nel mondo della scrittura, dopo essersi laureato in lettere e filosofia approfittando del tempo sospeso della cassa integrazione. "Io non scrivo per la voglia di scrivere che anzi non ne ho per niente, ma perché devo raccontare delle storie", diceva poche settimane fa a una giornalista de La Stampa che lo doveva intervistare. “Apprendo con grande tristezza dell’improvvisa scomparsa dello scrittore Antonio Pennacchi - ha dichiarato il sindaco di Latina, Damiano Coletta - una enorme perdita non solo per la città di Latina ma per tutto il Paese. I suoi racconti hanno reso il nostro territorio un luogo letterario, dalla Fondazione ai giorni nostri. È una vera e propria icona di Latina”.

L'autore di "Canale Mussolini" e del "Fasciocomunista". È morto Antonio Pennacchi, lo scrittore Premio Strega: stroncato da malore a telefono con la moglie. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Agosto 2021. È morto Antonio Pennacchi. Lo scrittore, 71 anni, aveva vinto il Premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini. Secondo quanto scrive l’AdnKronos sarebbe stato colto da un malore mentre era a telefono con la moglie. Si trovava nella sua casa di Latina. “Quello che è stato è stato, e non c’è niente da fare. L’unica – per un uomo – è andare avanti. Tenersi il dolore nelle viscere e continuare a fare quel che s’ha da fare: fino all’ultimo istante di nostra vita. Ciao Antonio”, il saluto sui social network della casa editrice Mondadori. Era nato a Latina nel 1950. Era stato operai dell’Alcatel Cavi e si era dedicato alla politica prima nelle file dell’Msi e poi in quelle del partito marxista-leninista italiano. Aveva aderito tra gli anni ’70 e ’80 a PSI e ai sindacati della CGIL e della UIL. Si laureò in Lettere e filosofia durante un periodo di cassa integrazione. L’esordio nella letteratura nel 1995 con Mammut. Ha pubblicato nel 2003 Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi, romanzo autobiografico da cui nel 2007 è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, diretto da Daniele Luchetti, con Riccardo Scamarcio ed Elio Germano. Canale Mussolini, del 2010, è stato finalista al Premio Campiello e vincitore dello Strega. L’ultimo suo romanzo è stato Le strade del mare, edito da Mondadori. In un’intervista recente a Rolling Stone rifletteva così sulla sua morte, su come l’avrebbe voluta: “A volte penso nel sonno. E soprattutto senza lasciare conti in sospeso. Andarmene sereno. Possibilmente senza soffrire troppo. Non mi mette paura la morte. Parte del mio dovere l’ho fatta. Mi considero nella fase finale della mia vita e se la parte migliore di me se ne è andata, anche la peggiore è alle spalle. Perché non sono sempre stato una persona perbene, da ragazzo non ero un bravo ragazzo, non sono stato un bravo figlio e neanche un bravo padre. Ora sono un bravo nonno. E ho reso testimonianza e onore ai miei morti, così mi sono riconciliato con mio padre e mia madre”. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Operaio, attivista, ribelle. Chi era Antonio Pennacchi, lo scrittore Premio Strega con “Canale Mussolini” morto a 71 anni. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Agosto 2021. Secondo le prime informazioni, i primi pettegolezzi battuti delle agenzie, sarebbe stato colto da un malore mentre era a telefono con la moglie. Antonio Pennacchi, 71 anni, scrittore irregolare e imprendibile è morto a casa sua, a Latina, dov’era nato, oggi. Cordoglio unanime, della cultura e della letteratura, del mondo anche della politica, per l’autore di Canale Mussolini e de Il fasciocomunista. Operaio e attivista e politicante e dissidente. In un’intervista recente a Rolling Stone rifletteva così sulla sua morte, su come l’avrebbe voluta: “A volte penso nel sonno. E soprattutto senza lasciare conti in sospeso. Andarmene sereno. Possibilmente senza soffrire troppo. Non mi mette paura la morte. Parte del mio dovere l’ho fatta. Mi considero nella fase finale della mia vita e se la parte migliore di me se ne è andata, anche la peggiore è alle spalle. Perché non sono sempre stato una persona perbene, da ragazzo non ero un bravo ragazzo, non sono stato un bravo figlio e neanche un bravo padre. Ora sono un bravo nonno. E ho reso testimonianza e onore ai miei morti, così mi sono riconciliato con mio padre e mia madre”. Pennacchi era nato a Latina il 26 gennaio del 1950. Era figlio di coloni dell’agro pontino: padre umbro e madre veneta. Si era iscritto al Movimento Sociale Italiano da giovane, venne espulso per una manifestazione anti-americana contro la guerra in Vietnam. Aderì allora ai marxisti-leninisti di Servire il Popolo e quindi al Psi, nella Cgil, nella Uil, nel Pci e nella Cgil ancora. È stato operaio per quasi 30 anni alla Fulgorcavi di Latina. Fu espulso da Sergio Cofferati dalla Cgil nel 1983. Durante un periodo di cassaintegrazione, nel 1994, a 44 anni, si iscrisse e si laureò in Lettere con una tesi su Benedetto Croce. E pubblicò il suo esordio, Mammut, rifiutato in otto anni da 33 editori diversi per 55 volte. Da allora avrebbe pubblicato decine di titoli. Canale Mussolini, per Mondadori, si aggiudicò nel 2010 il Premio Strega e arrivò finalista al Premio Campiello. Nel 2011, in occasione delle elezioni comunali di Latina tornò alla politica attiva sostenendo Futuro e Libertà e ottenendo l’1,05% delle preferenze. Pennacchi ha pubblicato per diverse riviste, come Limes, Micromega, Nuovi Argomenti, La Nouvelle Revue Française tra gli altri. L’ultima uscita, sempre per Mondadori, nel 2020 con La strada di casa. È diventato uno degli scrittori più letti e apprezzati degli ultimi decenni in Italia, eppure non ha mai smesso di pensare e di sognare anche la fabbrica. “La vita di ognuno di noi è costellata più dai dolori che dalle gioie – disse sempre a Rolling Stone – Per cui, l’unica cosa che può salvarci è il senso del dovere. Non abbandonarci al dolore ma lottando per cercare di uscirne, io per esempio sublimandolo nella letteratura. Per fare questo provo a giocare anche con l’ironia, senza prendermi troppo sul serio e soprattutto considerando che il destino tragico dell’esistenza non riguarda solo noi stessi, ma è destino comune dell’essere umano. Quindi l’unica cosa che possiamo fare è riconoscerci completamente negli altri. Non c’è scampo fuori dall’empatia”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

È morto Antonio Pennacchi: l’autore di “Canale Mussolini” stroncato da un malore a 71 anni. Redazione martedì 3 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. Antonio Pennacchi è morto improvvisamente oggi pomeriggio nella sua casa di Latina. Lo scrittore, vincitore del Premio Strega con Canale Mussolini, aveva 71 anni. Secondo le prime ricostruzioni, Antonio Pennacchi è morto mentre stava parlando al telefono con la moglie. Nato a Latina, Pennacchi si dedica alla politica sin da giovanissimo, ma, a differenza dei fratelli, che aderiscono tutti alle organizzazioni di sinistra, si iscrive al MSI. Ben presto entra in contrasto con i vertici del partito e viene espulso. Dopo una lunga riflessione si avvicina al marxismo, aderisce ai maoisti dell’Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti) e partecipa alla contestazione del Sessantotto. Nel frattempo inizia a lavorare come operaio all’Alcatel Cavi di Latina (all’epoca chiamata “Fulgorcavi”), dove rimarrà per oltre trent’anni. Alla fine degli anni Settanta entra nel PSI, quindi nella CGIL, dalla quale viene espulso. Entra allora nella UIL, passa al Partito Comunista Italiano e di nuovo alla CGIL, da cui è espulso nuovamente nel 1983. Lascia quindi la politica e si laurea in lettere all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” sfruttando un periodo di cassa integrazione. Inizia così l’attività di scrittore. Il suo romanzo di esordio è Mammut. Nel 1995 arriva Palude, vincitore del Premio Nazionale Letterario Pisa, dedicato alla sua città, e Una nuvola rossa (1998), in cui narra una vicenda ispirata al delitto dei fidanzatini di Cori, avvenuto l’anno prima nell’omonima cittadina laziale e che aveva avuto grande risalto sulla cronaca nazionale. Nel 2001 lascia l’editore Donzelli e passa alla Mondadori. Nel 2003 esce l’autobiografico Il fasciocomunista, vincitore del Premio Napoli. Dal romanzo è stato poi tratto il film Mio fratello è figlio unico, per la regia di Daniele Luchetti, con Riccardo Scamarcio ed Elio Germano. Dello stesso anno è la raccolta di saggi Viaggio per le città del Duce (Asefi). Del 2005, invece, i saggi de L’autobus di Stalin (Vallecchi). Nel giugno del 2006 esce la raccolta di racconti Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni. Pennacchi collabora alla rivista Limes. Suoi scritti sono apparsi anche su Nuovi Argomenti, MicroMega e Nouvelle Revue Française; frequenta inoltre l’Anonima Scrittori. A partire dal 2007, l’autore è impegnato in un progetto, insieme all’Anonima Scrittori, che prevede la scrittura del romanzo Cronache da un pianeta abbandonato, attraverso la partecipazione e la collaborazione di autori sconosciuti. Sempre nel 2007 si iscrive al Partito Democratico. Nel 2008 è uscito il saggio Fascio e Martello, in cui descrive le città di fondazione del fascismo in tutta l’Italia. Il 2 marzo 2010 esce Canale Mussolini, romanzo sulla bonifica dell’Agro Pontino. Il libro, definito dall’autore come “l’opera per la quale sono venuto al mondo”, vince il 2 luglio la 64^ edizione del Premio Strega, il Premio Acqui Storia come “romanzo storico dell’anno”, il Premio “Libro dell’Anno” del TG1 ed è finalista al Premio Campiello. Il romanzo conquista gran parte della critica e sale in testa alle classifiche di vendita. Nel 2012 si lancia in un nuovo progetto: Pianura Blu per il recupero dei canali di bonifica dell’Agro pontino e per la creazione di una rete ciclonavigabile, con il sostegno della Sapienza Università di Roma e di diverse amministrazioni locali. Sempre nel 2012, partecipa attivamente alla tournée in Germania, per promuovere l’edizione tedesca di Canale Mussolini. Il 20 novembre esce il suo primo romanzo di ambientazione fantastica, Storia di Karel, storia di fantascienza edita da Bompiani. In questo romanzo Pennacchi abbandona la sua Latina e l’Agro pontino per stabilire il suo racconto in una lontana galassia dell’universo dove i coloni, centro dell’opera, spinti da audaci personaggi si ribellano al loro misero destino. Nel 2015 esce Canale Mussolini, parte seconda, pubblicato sempre da Mondadori. Nel 2018 pubblica, con la stessa casa editrice, il libro Il delitto di Agora – una nuvola rossa, in cui modifica e corregge alcune parti del suo romanzo del 1998 Una nuvola rossa, sempre ispirato al delitto di Cori.

Antonio Pennacchi, le parole drammatiche nell'ultima intervista: "Per 15 euro pensano ai funerali. Dopo due infarti..."Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Fa un certo effetto rileggere oggi l'ultima intervista concessa da Antonio Pennacchi al Corriere della Sera. Lo scrittore, Premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini, è infatti scomparso ieri, martedì 3 agosto, a 71 anni. A portarlo via, pare, un infarto. Un lutto per la cultura italiana, che saluta un personaggio vulcanico e fuori dagli schemi. Nella lunga intervista che potete leggere integralmente cliccando qui, il Corsera chiedeva: "Sua madre chiamava lei, Pennacchi, catabrighe, che in veneto vuol dire uno che le liti se le va a cercare. Lei si picchiava pure con suo fratello e poi di questi scontri ha fatto un libro, Il Fasciocomunista". E lui: "Ma adesso sono vecchio, ho settantuno anni, mi sono iscritto ad un’associazione che, se versi un tot all’anno, mi pare quindici euro, poi penserà ai tuoi funerali. Mi tranquillizza", rimarcava. Dunque, gli si faceva notare: "Ma come, uno come lei che ha fatto tante battaglie operaie, pensa alla morte?". E Pennacchi rivelò: "Sono stato missino prima e comunista dopo, nessuno potrà mai dire che non ho seguito la coscienza. Oggi, dopo diversi libri, un paio di infarti e tre bypass, posso riposarmi e pensare un poco alle mie nipoti?", concluse. Quindi raccontava delle sue strane abitudini: "Vado a letto alle sette del mattino, dormo fino al pomeriggio e scrivo di notte". Quando gli chiedevano se con le nipoti, Asia e Lucrezia, parlava mai di politica, rispose: "No, perché do per scontato che voteranno a sinistra. Il problema è un altro". Qual è? "Non so se io voterò a sinistra la prossima volta", concluse Antonio Pennacchi

Antonio Pennacchi, lo scrittore operaio delle saghe familiari. Si è spento ieri uno dei maggiori autori italiani che si è imposto con il suo stile vivo, una lingua che rinviava alla parlata, una narrazione che rifletteva anche nella forma l'ironia, la rabbia, le emozioni. Paolo Delgado su Il Dubbio il 4 agosto 2021. Quando nel 1994 uscì Mammut, il primo romanzo di Antonio Pennacchi, scomparso ieri a 71 anni, se ne accorsero in pochi e ancora oggi quel romanzo d’esordio, scritto 7 anni prima approfittando della cassa integrazione, è tra i meno considerati e i meno ricordati nella sua produzione. Del resto prima che Donzelli si decidesse a pubblicarlo aveva collezionato un record di rifiuti rivangato anni fa in un’intervista da quello che nel frattempo era diventato uno dei principali autori italiani: «È andata avanti così per otto anni. Non naturalmente che io per otto anni – vuoi da solo o vuoi con tutta la famiglia – abbia continuato a presentarmi di persona a suonare ai campanelli delle case editrici. “Ma chi è, ancora quello?”, pare facessero tutti quanti. No, oramai m’ero fatto furbo e glielo spedivo per posta. E ogni volta che tornava indietro, glielo rimandavo. Certo gli cambiavo il titolo, mica ero stupido. Ma tu immagina quelli, quando rileggevano le prime pagine: “Ancora questo?”. Per otto anni. Loro a rispedirmelo e io a rimandarglielo. 55 rifiuti alla fine, da 33 editori diversi. Tutti gli editori italiani dai più grossi ai più piccoli. Nessuno escluso». Invece in quel libro c’era già tutto Pennacchi. Uno dei pochi veri romanzi operai italiani, ambientato nella stessa fabbrica dove l’autore lavorava, la Supercavi di Latina-Borgo Piave, lottava, s’incazzava, vedeva e registrava nel suo bellissimo romanzo il declino di quella che un tempo era stata “la centralità operaia” sostituita dalla marginalità operaia, dall’obsolescenza di un’intera classe sociale. Pennacchi parlava del suo mondo, come poi ha sempre continuato a fare, ma con la capacità di individuare al suo interno le tracce di un’esperienza generale, collettiva, storica e dunque epica. Era il suo stile: popolaresco ed epico. Non era solo questione di temi e narrazioni. Pennacchi ha lavorato sul linguaggio come pochi altri scrittori, tanto più in un panorama in cui il conformismo nello stile è d’obbligo come la cravatta nei palazzi della Istituzioni, e non meno desolante, dove tutti, anche i più ribelli in superfice, scrivono guardando sempre, magari con la coda dell’occhio all’accademia. L’ex operaio della Supercavi voleva uno stile vivo e vitale, una lingua che rinviasse a quella parlata, una narrazione che riflettesse anche nella forma l’ironia, la rabbia, le emozioni.

Per questo il suo Il fasciocomunista, libro che nel 2003 ne decretò la definitiva affermazione è probabilmente il migliore scritto su quegli anni a cavallo tra la fine dei 60 e l’inizio dei 70 che hanno segnato per intero e per sempre la generazione che ne è stata protagonista. In quella storia autobiografica e famigliare, un fratello star di estrema sinistra, una sorella brillante altrettanto impegnata e il narratore, più piccolo, che quasi per reazione si schiera invece con l’estrema destra e poi si sposta ma senza mai degenerare nell’antifascismo etnico, da catechismo, ci sono più che in quasi tutti gli altri libri su quell’epoca la sua verità, le sue passioni, il suo intreccio inestricabile di pubblico e privato. E c’è anche il peso che ebbe su quella generazione l’eredità condizionante di un passato ancora vicino, quello che alla fine Pennacchi avrebbe ripreso nel capolavoro Canale Mussolini, di nuovo una storia vera e finta insieme, una saga famigliare che sta alle origini del Fasciocomunista. Si finisce sempre, parlando di Antonio, per citare “i Pennacchi”: lo scrittore, ma anche il fratello Gianni, il Manrico del romanzo, scanzonato e brillante, uno dei giornalisti politici più conosciuti e amati, scomparso tragicamente, la sorella Laura, economista e dirigente dei Ds. Ma anche il Lazio della palude Pontina bonificata dagli immigrati arrivati o fatti arrivare soprattutto dal Veneto, tra cui la stessa famiglia veneto-umbra dello scrittore, quello di Latina e Sabaudia, dell’architettura dell’urbanistica fascista. Quella famiglia e quel mondo Antonio Pennacchi li ha raccontati nel particolare per renderli universali e ha raggiunto l’obiettivo. Basta e avanza per farne uno dei pochi grandi scrittori dell’Italia contemporanea.

Mirella Serri per "la Stampa" il 4 agosto 2021. Aveva 71 anni lo scrittore-operaio Antonio Pennacchi che si è spento ieri a Latina, la sua città natale. Poco tempo fa aveva dichiarato: «A settant' anni ho perduto l'innocenza ma anche gli entusiasmi e le speranze. Il miglior tempo mio se n'è andato, mi restano gli anni della discesa e della riflessione». Il vincitore del Premio Strega 2010, con Canale Mussolini, è deceduto per un improvviso malore. Apparteneva a una numerosa famiglia. Erano sette figli, tra cui il giornalista Gianni e l'economista Laura; i genitori, provenienti dal Veneto, si erano trasferiti durante il fascismo nell'agro pontino in corso di bonifica. Per molti anni Antonio aveva lavorato all'Alcatel Cavi, aveva partecipato alle lotte sindacali e aveva una grande passione sia per la politica che per la letteratura. Quelli che l'hanno conosciuto lo ricordano quando interveniva veemente nelle assemblee, con la sigaretta sempre in mano, prendendo di petto i dirigenti politici e sindacali con un linguaggio colorito e dal forte accento laziale, bacchettando le strategie di lotta. Dapprima Pennacchi aveva militato nel Movimento sociale italiano. Successivamente fece un gran salto nella sinistra, a partire dalle fila dell'estremismo marxista-maoista per poi approdare alla sinistra più moderata. Nei primi anni Ottanta, approfittando della cassa integrazione, Pennacchi si iscrive a Lettere e si laurea. Comincia a dedicarsi alla narrativa. La sua prima opera, Mammut, viene pubblicata nel 1994 dopo essere stata proposta e respinta 55 volte da 33 editori diversi, una vera via crucis, come racconterà lui stesso. Un anno più tardi appare Palude, dedicato alla sua città, Latina. Dopo qualche anno e altri libri, lascia l'editore Donzelli e si trasferisce alla Mondadori. Nel 2003 pubblica uno dei suoi libri di maggior successo, Il fasciocomunista, lavoro sostanzialmente autobiografico riscritto più volte nel corso di una decina di anni. Accio Benassi, il protagonista, fa parte dapprima dei Volontari del Msi di Arturo Michelini per poi passare a condividere le idee rivoluzionarie del comunismo. All'indomani della bomba di Piazza Fontana, Accio rinnega il suo estremismo e il fratello Manrico, ucciso durante uno scontro a fuoco. Da questo romanzo sarà tratto il film Mio fratello è figlio unico diretto da Daniele Lucchetti, con Elio Germano e Riccardo Scamarcio. La pellicola non piacque molto a Pennacchi, uomo fortemente polemico, perché riteneva che il film non rispettasse la sua storia. Canale Mussolini (a cui seguirà un secondo volume) gli porta un'ulteriore grande affermazione: non solo con l'alloro dello Strega ma anche con l'ingresso nella cinquina del Campiello. Il libro, saga della famiglia Peruzzi, si snoda dagli anni Dieci del Novecento fino alla seconda guerra mondiale: qualcuno ha sottolineato che Pennacchi è stato il primo a narrare un'Italia dimenticata. I Peruzzi sono mezzadri poveri, provenienti dalla bassa pianura padana, tra Rovigo e Ferrara. Diventano assegnatari di un podere dell'Opera Nazionale Combattenti che si trova vicino a Borgo Podgora e al Canale Mussolini, una delle principali opere della bonifica pontina. Nel 2011 Pennacchi, in occasione delle elezioni comunali a Latina, si schiera con una lista locale di destra che avrebbe dovuto sostenere un candidato di sinistra: il progetto, che in parte rifletteva l'utopia che da sempre lo accompagnava, però fallì anche se aveva ottenuto grande attenzione da parte dei mezzi di comunicazione. Soprattutto negli ultimi anni, lo scrittore abbandonò il realismo delle opere precedenti. In Camerata Neanderthal, dedicato alle ricerche di protostoria dell'agro pontino, ricompaiono come fantasmi personaggi già presenti in altri suoi libri. Per converso, in Storia di Karel, Pennacchi approda alla fantascienza e racconta le vicende di Colonia, un lembo di terra ai confini della galassia dove gli abitanti sono sottoposti a un potere invisibile e oppressivo. Anche in questo caso lo scrittore conferma l'aspirazione antiautoritaria di tutta la sua opera.

Pietrangelo Buttafuoco per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. Antonio Pennacchi che Latina la chiama Littoria perché la storia così vuole - come così volle Benito Mussolini piegando la palude pontina - è l'unico ad aver saputo fare epica senza far ridere. È l'artista che ha saputo fare quello che solo Riccardo Bacchelli, col Mulino del Po , seppe consegnare alla viva magia dell'immedesimazione tra scrittore e popolo. Artista puro, sfiancato dalla fatica della scrittura, Pennacchi che sa distinguere tra l'acciaio e il ferro s' è fatto carico della memoria delle donne e degli uomini di vanga e zappa per farne canto. Forte di sé stesso - alla testa della sua gente, nel nome dei suoi morti Pennacchi è parola e voce di una saga che mai se ne scivola indietro nel calendario della retorica. Seduto sul sellino della Moto Guzzi, Pennacchi ripercorre la via che da Roma porta al mare, verso la Pontina. Lui sta dietro, guida Benito Mussolini. Sempre così s' immaginava la scena. In incognito per controllare i lavori della Pontina, la consolare del popolo d'Italia. Pennacchi che dice Littoria e non Latina per rigore filologico disinnesca ogni nostalgia prossima al ridicolo. La sua opera - ben oltre i titoli che ne decretano il successo - è il monumento al sudore immacolato delle fabbriche. Se c'è un volto da indovinare nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, ecco: quella faccia è la sua. Lo squadrista sul camion dipinto nelle tele di Ottone Rosai è lui. E lui è il nostro Novecento, l'Italia proletaria fascio-comunista che s' erge nella conquista delle stelle: la modernità innanzitutto, la coscienza della tecnica, l'urgenza della scienza, la Civiltà delle Macchine e - nella dolcezza della sconfitta - il lutto di tutte le illusioni.

Dagospia il 4 agosto 2021. Giancarlo Dotto per “Gioia” (2012). Scosta la tenda e si affaccia come un Papa dalla finestra della sua camera da letto, in canotta di lana e probabili mutande, ma la sua non è una benedizione e nemmeno un benvenuto: “Peggio di quelli che arrivano in ritardo, ci sono solo quelli che arrivano in anticipo”. Sarà la prima e ultima volta che lo vedo senza il berretto d’ordinanza. Sulla scia del padrone, ci abbaia contro anche il cane, Lupetto, che di vezzoso ha solo il nome. Il primo istinto è di darsela a gambe per l’agro pontino, io e il fotografo. Ci soccorre Ivana, la moglie, donna cristiana che, dopo aver placato uomini e cani, ci ospita in casa: “Il 2010 ci ha portato il premio Strega e Asia”, fa lei orgogliosa. Asia è la nipotina, il premio Strega è lui, Antonio Pennacchi in persona, 61 anni, ex operaio incazzoso alla Fulgorcavi, oggi scrittore di successo, non per questo meno incazzoso. Siamo dentro la sua tana, una villetta alle porte di Latina, Borgo Podgora, terra di coloni veneti e di paludi bonificate. Qui scorre, si fa per dire, Canale Mussolini, il Gange del luogo e titolo del romanzo che ha spinto qualcuno a mettere Pennacchi nella stessa teca del Manzoni. Si è nel frattempo vestito, Pennacchi. Coppola blu, sciarpa rossa, jeans, camicia celeste, giacca e cravatta. Il bastone di legno gli scivola in continuazione di mano. Ogni volta è un “vaffanculo” che parte. Sono le due del pomeriggio. “Una levataccia per colpa vostra...”. Pennacchi è un uccello notturno. Vive, scrive, chissà cos’altro, nelle ore dei vampiri. “Da quando lavoravo in fabbrica e facevo i turni di notte... Sai una cosa, questa casa che vedi l’abbiamo costruita Ivana ed io con le nostre mani. Lei da sotto legava il mattone alla fune, io sopra tiravo la fune e gettavo il cemento”.  Quando declama, parla un italiano scolpito, vagamente littorio, altrimenti è vernacolo puro, travolgente. L’avermi decifrato come tifoso della Roma e amico di Falcao ci fa intimi. Lui ti dà del “tu” per insultarti meglio, che è il suo modo di volerti bene. “Andiamo a farci due fettuccine...Ecco, ficcate qua dentro. Una volta questi locali si chiamavano dispense, perché dispensavano il chinino al tempo della malaria....Vediamo se ce danno a quest’ora un piatto de pasta”. 

Ma come, sei un premio Strega, l’orgoglio locale, vuoi che non ti diano un piatto di pasta?

Stai scherzando...Questa è gente de palude. Qui non si chiama l’invidia, si chiama la ‘nvidia. 

Ti ho visto dalla Bignardi qualche sera fa. Faceva fatica a capire.

Non è che faceva fatica a capire, è che non gliene fregava un cazzo di quello che dicevo.

(accende una Ms).

I medici non ti hanno proibito di fumare?

Ho fatto due infarti. Devo smettere... Allora, per me fettuccine al ragù, mezza fettina di manzo con i broccoletti e un bicchiere di rosso buono. Devo restare nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, che stasera ho una presentazione al Palazzo della Cultura con Lucio Caracciolo.

Parliamo del fasciocomunismo a Latina, un’invenzione poetica che è diventata progetto politico.

Ma no, parliamo invece di Paolo Roberto Falcao. 

Hai dedicato “Mammut”, il tuo primo romanzo ripubblicato in questi giorni da Mondadori, a Falcao e a Pruzzo.

Pruzzo era basso ma saltava de testa come un ascensore, restava in aria...Non guardo più una partita da anni. Non me lo posso permettere, per via dell’infarto. È una disgrazia essere romanisti. Non hai idea di quello che soffre mio figlio Gianni.   

Adesso parliamo di “Mammut”, quando tu facevi ancora l’operaio e il sindacato era unito contro il padrone.

Tutti voi a scrivere che Falcao è stato una carogna a non tirare quel calcio di rigore. Non è così. 

Se mi presento al giornale con un’intervista a Pennacchi su Falcao, me la tirano dietro.

Ma che ve dice il cervello? Stiamo parlando di uno dei più grandi geni mai passati negli ultimi cinquant’anni in Italia. 

E comunque lui si è pentito. Tornasse indietro, lo tirerebbe quel rigore.

Perché gli avete fatto due coglioni così. Non è giusto dare la croce a nessuno per quella finale persa, era destino. 

Da queste parti si sprecano le belle donne.

Merito degli incroci. Se parli con un agronomo, ti spiega che la caratteristica fondamentale degli incroci è il lussureggiamento dei caratteri. 

Il lussureggiamento dei caratteri?

È genetica. In potenza ci sono tutti i caratteri, poi, mano a mano se ne eliminano alcuni, e con l’ibrido tu hai appunto il lussureggiamento di tutti i caratteri, viene valorizzato il patrimonio genetico dell’uno e dell’altro.

La bellezza del meticciato.

Una delle bellezze più folgoranti che si vedeva in televisione era Kay Rush, madre giapponese e padre svizzero-tedesco-statunitense, anche se la mia preferita resta Ursula Andress. Noi a Latina abbiamo tutte le razze. 

Donne famose di Latina. Manuela Arcuri.

Era l’amica di mia figlia. Forse non è una grande attrice drammatica, però è bella. Manuela è Manuelona, tanta roba, grossa e simpatica, non se la tira. Sai chi è invece una stronza? Francesca Dellera. Si vergognava di dire che era di Latina, diceva che era di Roma. Vaffanculo, va! Scancellata.  (brindiamo a Falcao e a Ursula Andress)

Anche a Ursula Andress piaceva Falcao.

La conferma che è una gran donna. 

Sei un passatista. Ti piace Ursula Andress e celebri Falcao invece che Totti.

Mi è simpatico Totti, però le gerarchie so’ gerarchie. 

Torniamo a Pennacchi. Sei stato qualunque cosa, delfino di Almirante, estremista di sinistra, poi militante pidiessino. Quella volta che, giovane fasciocomunista, sei finito dentro per vilipendio di capo di Stato.

Avevamo esposto con un amico lo striscione “Johnson = Hitler”. L’allora mio cognato Rocco Brienza, avvocato e filosofo, disse al commissario: “Ma quale dei due è il capo di Stato offeso, Lyndon o Adolf?”. Un altro po’, mettevano dentro pure lui. Ero matto da giovane, ma pure lui non scherzava.

Aggiornami sulla vicenda politica locale.

Ma no, stavamo tanto bene a parlare di Falcao. 

Che pastiglie prendi?

Questa è per il colesterolo e la pressione... Ti presento mio cugino, maresciallo dell’aeronautica in pensione, mai lavorato in vita sua. L’unico maresciallo dell’aeronautica comunista. Veneto pure lui.

Sono tanti i veneti da queste parti.

Io mi sento più veneto che umbro. Il figlio da noi è proprietà della madre, anche se poi nel corso degli anni quello che mi manca di più è mio padre, me lo sogno in continuazione.

Sono cambiati i veneti, dal dopoguerra a oggi. Erano i moldavi e i romeni di oggi. Sono sempre massa ignorante.

Adesso, con i soldi, più ignoranti ancora.

Pure Tiziano Ferro è di Latina. Lui ha fatto coming out.

Ma sì, vaffanculo! Ha fatto bene per sé e per gli altri. L’omosessualità è ancora una dimensione del dolore. In qualunque asilo o scuola elementare i ragazzini dicono ancora: “a frocio, recchione!”. Pensa lui, come deve aver sofferto quando era ragazzo in giro per Latina. Aveva successo e c’era chi diceva: sì è bravo, ma è frocio. Invece tu lo rivendichi e vaffanculo, va! Diventa una liberazione. So’ così, ve piace? No? Arrangiateve. Senti a me, i pregiudizi non muoiono mai, hai sentito Berlusconi? 

Che c’entra Berlusconi?

I giudici lo perseguitano sulla Mondadori e lui dice: “Ma io l’ho levata a De Benedetti”. Lo dice come fosse un grande merito e sai perché? Perché De Benedetti è ebreo. Devi ragionare sul subliminale. In lui che parla e soprattutto nel popolo che ascolta scatta a livello subliminale la stessa associazione. De Benedetti comunista ed ebreo, dunque diverso. La stessa cosa vale per il frocio e lo zingaro.

Scrivi i tuoi libri con il computer?

Ora sì, ma il primo, Mammut, venticinque anni fa, l’ho scritto con la penna stilografica comprata alla Standa. Con il computer è tutta un’altra scrittura, altissima produttività però cambia tutto. I versi continuo a scriverli a mano...’Mazza che belli sti broccoletti. 

Del Pennacchi poeta si sa meno.

Come fai? Dopo che leggi Caproni, dici ma dove cazzo vado girando io? E pensare che lui non si percepiva come un grande, si credeva che Luzi era meglio e invece non c’è proprio paragone.

Chi ti atterrisce per la sua bravura?

M’atterrisce tanto l’Inferno di Dante, forse Machiavelli, non certo Petrarca. Mi piacciono Beppe Fenoglio, Piero Chiara, i russi, ma non Dostoevskij. Due coglioni così. L’unico suo capolavoro è Il giocatore. A Delitto e castigo je poi leva’ tranquillamente duecento pagine. Tornando alla scrittura. Con il computer il passaggio dal pensiero alla parola scritta è più rapido, non perdi niente, ma la scrittura è meno sorvegliata.

Quando la scrittura ti viene più fluida?

Tra le quattro e le cinque del mattino. 

L’Odissea per vendere Mammut. Letteratura o tutto vero?

Chiedi a mia moglie. Partivamo con la nostra 127 gialla, da Latina a Milano, a prendere calci sui denti da tutti gli editori. 55 rifiuti da 33 editori diversi. 

Quante copie ha venduto Canale Mussolini?

Ci ho fatto parecchi soldini. Stiamo comprando un appartamento a Latina. Per la prima volta in vita mia non ho più paura del mese prossimo. Io poi avrei diritto a 1500 euro al mese di pensione, dopo vent’anni di esposizione all’amianto, ma me ne danno solo 600 perché, scrivendo, c’è il cumulo. A noi ci ha ammazzato la riforma monetaria. Me sento male quando dicono “richiamiamo Prodi”. Manco alli cani. 

Se la storia dell’euro fosse successa negli anni caldi...

E chi li reggeva? Non sarebbe stato possibile. Gli avrebbero sparato prima. 

Marchionne sarebbe stato possibile?

Scherziamo? Marchionne è il demonio, ha spaccato gli operai.

A giorni si vota qui a Latina, il Paese vi guarda. C’è la tua lista fasciocomunista, una provocazione o il laboratorio dell’Italia che verrà?

E’ la lista “Pennacchi per Latina” insieme a “Futuro e libertà”. Dentro ce stanno un po’ de fasci, un po’ de comunisti, qualcuno iscritto a Rifondazione comunista. 

La politica nazionale fa fatica a capire.

No, è diverso, fanno finta de non capi’ perché je rompi er giocarello. Fascisti e comunisti non possono stare insieme, sono nemici, se devono mena’ per forza. Questo serve a Berlusconi, ma serve anche alla sinistra. I voti dei fasci li vogliono, ma sottobanco. 

Se passa la tua lista, diventa un precedente.

E’ finita l’epoca dei tatticismi. Il nostro Paese è finito. L’unico modo che hai per resuscitarlo è azzerare tutto, fare un nuovo patto costituzionale. Dicono tutti che il Novecento è finito e allora se è così perché dobbiamo stare nei vecchi recinti? Costruiamo un nuovo pensiero forte collettivo. Una nuova etica.

Non ho ancora capito se sei pre-moderno o post-moderno. Forse le due cose insieme.

Sono morte le ideologie totalitarie, ma non è morta l’ingiustizia. Questo che c’è adesso non lo devi caccia’ perché va a mignotte ma perché, dopo vent’anni ha impoverito il paese. Ha tolto ai poveri per dare ai ricchi. Io continuo a credere nel valore dell’eguaglianza. Il figlio dell’operaio deve avere le stesse condizioni di partenza del figlio del dirigente. 

A parte te, un altro fasciocomunista?

Italo Bocchino è il capo dei fasciocomunisti. E pensare che quando l’ho conosciuto, più di 15 anni fa, mi sembrava un po’ coglione, uno contento di fare il numero due a vita. Anche Fabio Granata e Livia Perina hanno capito.

Fini ha capito?

Con Fini ci parlo e lui mi ascolta. 

Un’altra pastiglia?

Questa è la mezza aspirina. Me serve pe’ scioglie er sangue. Ma tu ce l’hai già avuto l’infarto? 

No. Ho la faccia da infartuato?

Io c’ho tre bypass, per via dei due infarti, tutti e due silenti. I peggiori, vaffanculo. L’ultimo nel 2002. 

Avercela fatta come scrittore ti dà pace?

Mi dà pace avere scritto Canale Mussolini. Era la mia mission, come si dice adesso. Fatto questo, posso morire pure adesso.

Ti sei scoperto un po’ di umana vanità?

Quella c’è, però non più di tanto, essendo arrivata in tarda età quando ormai non ci contavo più. Mi fosse arrivata quando avevo trentacinque, quarant’anni, chi cazzo me teneva... Parcheggia qua e metti il soldo del parchimetro. 

Ma come, sto con il premio Strega e mi multano?

Mamma mia, allora non capisci, de più...C’è il mare qua vicino, senti l’aria? Una volta negli anni Sessanta passavano di qua i romani per andare a Sabaudia. Pasolini e Moravia si fermavano sempre al bar Poeta per un caffè. Pasolini era stronzetto, cercava la lite, una volta a Latina l’hanno corcato de botte. Lui provocava, era uno violento. Alternava momenti di grandissima dolcezza con altri di grande aggressività.

Se la lista vince?

Continuo a fare lo scrittore. Se faccio politica, me moro dopo un giorno. Non sopporto più d’essere contrariato, m’incazzo subito. Questa volta mi sono speso perché se nel 2011 poni ancora la questione fascismo o comunismo i casi sono due: o sei un coglione o sei un figlio di mignotta che pensa al suo orticello. Se non la facevo io, con la mia storia, chi cazzo altro la poteva fare la lista fasciocomunista? 

Quando la scrivi la tua biografia?

I romanzi sono la mia biografia. Ci sono rabbie, dolori antichi che tu hai tenuto lì e non li hai potuti guardare, per superarli devo cercare di trasformarli in poesia. A sessantuno anni ho vinto lo Strega e per molti, comprese le mie sorelle, sono ancora Antoniaccio. Ma vaffanculo! A me la sinistra per quarant’anni m’ha sempre trattato con sufficienza: “Il popolo sì, ma non entra’ troppo dentro che ce sporchi il salotto”, e questo perché so’ stato fascio. Dico la sinistra fighetta di Bianca Berlinguer, Serena Dandini. La Dandini non m’ha mai chiamato, Fabio Fazio nemmeno. Ma vaffanculo la Dandini, vaffanculo Fazio, va!    

Gianmarco Aimi per rollingstone.it il 3 agosto 2021.  “Ex praecordiis ecfero versum” lo traduce in “dalle budella tiro fuori i versi”. Parafrasando il poeta Lucilio, anche Antonio Pennacchi più che la ragione o il cuore – che comunque non mancano – nei suoi libri riversa soprattutto quella condanna che sente di dover scontare nel raccontare. Non si diverte, anzi, ne soffre. Più soffre e più ne scrive. È una fortuna per noi, che abbiamo il privilegio di leggerlo. E anche di incontrarlo, visto che nonostante sia uscito con un nuovo e bellissimo romanzo, La strada del mare (Mondadori), ha scelto di non esporsi. Non certo in tv, perché «mi rifiuto di andare in quei teatrini, mi hanno rotto i coglioni» e quindi è sempre più appartato nella sua Latina, città di cui è il cantore attraverso le gesta dei Terruzzi, che in larga parte è la storia della sua famiglia, che l’hanno fondata strappandola alla palude malarica dopo l’emigrazione degli anni ‘30. Per questo ci confida, a margine dell’intervista, «in fin dei conti sono il più grande scrittore veneto vivente. Invece al Campiello se ne scordano sempre». Pennacchi, 71 anni, già vincitore del Premio Strega nel 2010 con Canale Mussolini, a pochi giorni dall’annuncio della cinquina del prestigioso premio letterario confessa: «Io ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto» e così il suo voto andrà a Donatella Di Pietrantonio. Ma con lo scrittore è stata anche l’occasione per ripercorrere tutta la sua vita. Partendo dall’ultima fatica letteraria «che è un romanzo storico, più che di formazione» alla perdita del senso del dovere «illudendoci, sbagliando, di perdere anche il dolore», ma è certo che da questa crisi ne usciremo come sempre: «Già Cicerone ad Attico scriveva che “non sono più i tempi di una volta”». Dopo 35 anni di fabbrica ancora sogna che lo richiamino a lavorare: «Ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie» e rivede in parte la classe operaia nei rider e nei facchini della logistica: «Ma devono unirsi, perché ci sarebbe da incazzarsi sul serio». Passata la pandemia vuole re-iscriversi alla quarta ginnasio «per studiare il greco e la storia dell’arte», intanto combatte con l’ennesimo acciacco dopo la pubblicazione di un libro: «Appena consegnato ho cominciato ad avere cali di pressione, vertigini e poi mi è esplosa una ragade anale che mi fa patire le pene dell’inferno». D’altronde, la sua scrittura viene dalle budella, quindi «non esce dalla bocca, ma da sotto…». Nonostante tutto, politicamente continua a considerare la sua casa il PD: «Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero?», ma il vero problema, semmai, per lui parte dalla base, cioè dalla Costituzione: «Sarà la più bella del mondo, ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo». E se musicalmente è fermo al ’79 («sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84») e continua a sperare nel Nobel («candidatemi voi di Rolling Stone») su una cosa non intende arretrare di un millimetro, e cioè smettere di fumare: «Pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo!».  

Pennacchi, innanzitutto com’è il suo umore? 

Non me lo chiedere, guarda, già quando sono nato ero di “umore rovescio”. Immagina se posso mai essere di buonumore adesso. Anche perché sono dolorante. 

Sugli acciacchi che le vengono dopo ogni sua pubblicazione ci torneremo. Intanto le lancio una provocazione: come va il “romanzo di formazione” La strada del mare?

Chi lo dice che è un romanzo di formazione?

I critici.

Io sono uno dei pochi marxisti ancora in circolazione, per cui sull’estetica sono crociano. Quindi contrario alla critica dei generi. Non esistono i generi letterari, esistono i libri belli o i libri brutti.  

E quindi come dobbiamo considerare il suo nuovo romanzo?

Se proprio lo vogliamo inserire per “utilità pratica” in una classificazione mi sembra riduttivo definirlo “romanzo di formazione”. Fa parte del ciclo dei Teruzzi, per cui è un romanzo storico. Contiene diversi temi. Una componente del romanzo di formazione, visto che parla di ragazzi che nascono e crescono, ma soprattutto di formazione di una città, di una comunità che trae le sue origini nel 1904 a Copparo, in Emilia, raccontate in Canale Mussolini, poi l’esodo nell’Agro Pontino e la trasformazione di un territorio da parte di un crogiolo di razze che prima non esisteva. 

È l’origine della sua famiglia? 

La storia dei Teruzzi è la storia di Latina e dell’Agro Pontino, che fino al 1930 era un deserto paludoso malarico con continui flussi migratori, prima dei veneti, dei ferraresi e dei friulani e poi di tutti gli altri, che si mischiano e diventano un popolo che costruisce la città e poi si lancia nella crescita verso l’espansione del boom economico. 

Cosa ha rappresentato quel periodo? 

La ricostruzione dopo la guerra e l’esplosione del miracolo economico ha significato un passaggio di civiltà in fatto di condizioni di vita materiali, sociali e culturali. Prima eravamo poveri, ma poveri poveri… Si stava attenti a quello che si mangiava. Poi siamo diventati ricchi. Tutto questo nasce in quegli anni e io lo racconto. Poi scusa, se vogliamo giocare con i generi si può spaziare. 

In che modo?

Allora si può ritrovare pure un romanzo di avventura, con echi dickensiani e i rimandi ai bambini poveri e alle loro sofferenze, ma per me rimane sostanzialmente un romanzo storico. Poi fate come vi pare, l’importante è che vi piaccia. 

È anche una storia di grande dedizione per il lavoro, in particolare nella narrazione della costruzione della strada che finalmente unirà la città al mare. 

Era la dedizione di tutto il popolo italiano per uscire dalla guerra, dai suoi disastri e dalla povertà e arrivare al benessere. Mio fratello Otello a Latina partecipò alla costruzione della strada del mare, ma parallelamente mio zio Torello in Belgio lavorava nelle miniere e gli altri parenti nelle fabbriche di Torino della Fiat. È tutto legato.  

Senza dimenticare i dolori familiari, che lei descrive però in secondo piano rispetto al senso del dovere. 

Ecco, c’è anche il romanzo familiare. Le grandi famiglie di una volta che ti davano sicurezze e protezioni in certi casi, ma in altri ti opprimevano pure. C’è sia il dramma di crescere che la gioia dell’esistenza. 

Si è perso oggi quel senso del dovere?

Ipse dixisti… lo hai detto tu. Sì, forse quello si è perso illudendosi che insieme a quello si può perdere il senso del dolore. Invece no, non è che non si soffre più. Non è che l’infanzia di oggi sia più felice, perché i bambini soffrono sempre. La crescita è sofferenza, perché legata all’esistenza stessa. Siamo gettati in un mondo di dolore, fin da quando usciamo dal ventre materno. La vita è dolore, per tutti.  

Non le sembra una visione troppo pessimistica?

No, perché la vita di ognuno di noi è costellata più dai dolori che dalle gioie. Per cui, l’unica cosa che può salvarci è il senso del dovere. Non abbandonarci al dolore ma lottando per cercare di uscirne, io per esempio sublimandolo nella letteratura. Per fare questo provo a giocare anche con l’ironia, senza prendermi troppo sul serio e soprattutto considerando che il destino tragico dell’esistenza non riguarda solo noi stessi, ma è destino comune dell’essere umano. Quindi l’unica cosa che possiamo fare è riconoscerci completamente negli altri. Non c’è scampo fuori dall’empatia.  

C’è chi oggi prospetta dopo la pandemia una grande crisi, mentre altri si aspettano un nuovo boom economico. Lei che futuro vede davanti a noi?

L’uomo è sempre lo stesso, siamo sempre gli stessi. Passiamo queste fasi cicliche, dove a un certo punto ci sembra di essere preda della crisi. Ma lo dice la parola stessa in greco, nella crisi sono insiti anche gli elementi per uscirne. Se va a leggere le lettere le epistole che Cicerone inviò ad Attico, già allora si lamentavano “che non sono più i tempi di una volta”, “che le rape non hanno più lo stesso sapore” e che “non ci sono più le stesse stagioni”.  

E quindi su cosa dovremmo concentrare i nostri sforzi? 

Dopo la Seconda guerra mondiale e i totalitarismi, abbiamo sviluppato l’individuo e i suoi diritti mettendoli al primo posto, ma ci siamo dimenticati i diritti delle collettività, delle masse, dei popoli. E non ci sono solo i diritti degli individui, ma anche i doveri di riconoscersi negli altri, di lavorare insieme, di darsi fiducia e darsi da fare. Usciremo anche da questa crisi, come ne siamo usciti dalle altre. Però con tutto il dramma che ha portato il coronavirus, sia per le condizioni materiali che culturali e sociali, non possiamo dire di essere nelle stesse condizioni di 40-50 anni fa. Non c’è paragone. 

Qui la trovo più ottimista. 

Poi bisogna capire che il dover morire fa parte della vita. Oggi forse si è persa questa consapevolezza. Se uno muore a 90 anni i parenti fanno causa alla sanità perché è colpa loro. Ma prima o poi devi morì, c’è poco da fare, inutile che fai tante storie…  

Ha sempre detto che lei non scrive per piacere, ma è una condanna. Quando finirà?

Finirà quando me ne andrò. O quando con la testa e non sarò più in grado di lavorare. Anche se mi sono stufato, avrei tanta voglia di smettere… Non è un piacere scrivere, ma dolore. Il piacere viene dopo aver assolto il mio dovere. Anzi, a metà, perché come diceva mia madre quando facevo le cose fatte per bene: «Bravo, ma hai fatto metà del tuo dovere».  

E quindi dopo ogni romanzo un acciacco. Questa volta cosa le è successo? 

Non me ne parlare! Ho finito il libro consegnando le ultime bozze e il giorno dopo ho cominciato a sentirmi male. Cali di pressione, vertigini e soprattutto l’insorgere di una ragade anale che poi è esplosa e ora sono mesi che sto patendo le pene dell’inferno. Non sono a rischio di vita, certo, però finora non mi sono potuto operare a causa del Covid. Io cito sempre Lucilio: «Dalle viscere tiro fuori i miei versi». Dalle budella, quindi non escono dalla bocca, ma escono da sotto…

Sogna ancora che la chiamino a lavorare in fabbrica?

Oh mamma mia! Non hai idea… In continuazione … sogno mio padre e i miei compagni di fabbrica. Anche perché io non sono quello che si può definire un intellò, cioè uno di quegli intellettuali che stanno nei giri romani. Io sono fuori da tutto, sono a Latina. Sono un narratore, ma prima di tutto un operaio che si è fatto scrittore. La mia pensione di 1500 euro l’ho maturata con 35 anni di contributi in fabbrica, compresi 20 anni di esposizione all’amianto. Io resto quello.  

Eppure, da dieci anni è uno degli scrittori più famosi e venduti in Italia. 

Eh però io rimpiango la fabbrica, ne ho nostalgia. Sogno i miei compagni, soprattutto quelli che non ci sono più. Mi ricordo Palude, al quale avevo dedicato un libro omonimo. La sera prima di andarsene, perché era malato, a un certo punto mi disse: «La fabbrica ci avrà fatto pure ammalare, però ci ha dato da campare a noi e alle nostre famiglie».  

Quando si trovò in cassa integrazione si iscrisse all’università. Quanti crede che oggi farebbero una scelta simile?

Dovrebbero farla tutti! Anzi, appena passa questa emergenza ho l’intenzione di andare dalla preside del liceo classico di Latina a chiederle di istituire dei corsi serali perché vorrei re-iscrivermi alla quarta Ginnasio. Io frequentai l’istituto per geometri, ho studiato il latino però mi mancano il greco e la storia dell’arte. Vorrei tornare a studiare. Ahò, c’ho 71 anni, però anche Beniamino Placido in pensione si mise a imparare l’aramaico.  

Per caso rivede la sua classe operaia di allora nei rider che portano nelle case il cibo e nei facchini della logistica di oggi? 

Il lavoro in fabbrica era diverso. Questi, poverini, lavorano ognuno per conto proprio. Per noi invece il lavoro era strettamente legato dall’uno all’altro. Però sì, qualche elemento comune lo vedo, così come in chi ha quei contratti interinali. Ci trovo un arretramento della classe operaia e del movimento dei lavoratori in generale. Prima o poi sarà necessario che loro si organizzino e che il sindacato riscopra le sue vere funzioni. Ma negli impianti fissi il lavoro resterò fondamentale.

A cosa si riferisce?

Quelli sono servizi non produzione di ricchezza, che si fa trasformando la materia. L’industria manifatturiera deve restare e resterà fondamentale nel nostro Paese. Le fabbriche sembrano più pulite, ma manca la consapevolezza che tu sei solo un pezzo di tutto il sistema e che il tuo lavoro deve essere collegato a quello che viene prima e che viene dopo. Si è persa questa socialità. Poi, porca puttana quando li vedo girare con quelle biciclette… ci sarebbe da incazzarsi sul serio! 

In questa sua forza di indignarsi nonostante tutto e di rimanere fuori dai “salotti buoni” mi ricorda uno scrittore come Giovannino Guareschi. Si ritrova nel papà di Peppone e don Camillo? 

Ho una grande stima di Guareschi come costruttore di storie. Ma è nel cinema che mi sembra abbia dato il meglio di sé. Alle sceneggiature partecipava anche lui. Nei libri invece è più frammentario, non ci trovo un’opera corale. Mentre nelle pellicole che vuoi dire, a distanza di 60 anni ancora lo danno in tv e fa sempre il pieno. Il motivo è che sono di valore. Le nostre storie individuali sono diverse, perché lui era un intellettuale, non aveva fatto l’operaio ed era sostanzialmente un uomo della destra liberale. Però, effettivamente, trovo simile a me quell’ansia di unità popolare, di empatia, la facilità di mettersi nei panni degli altri, anche quelli di che consideri diverso da te, dei tuoi “nemici”. Come me metteva al primo posto quello che unisce rispetto a quello che divide. E poi abbiamo in comune la capacità di perdonare.

Visto che ha la capacità di perdonare, ha perdonato chi non l’ha chiamata al Premio Strega quest’anno?

Se fosse per me ci sarei andato, ma non mi ci hanno voluto.  

Non mi dirà anche lei che il Premio Strega è combinato? 

Lei chiede a uno che ha vinto lo Strega di parlare male dello Strega. Non sarebbe delicato. Tenga presente che la mia vittoria nel 2010 con Canale Mussolini dovrebbe smentire quelle accuse. Quando partecipai la Mondadori mi avvisò: «Non lo vinciamo perché l’abbiamo già vinto da tre anni consecutivi» e invece ho sovvertito il pronostico. E c’erano libri di valore, di Matteo Nucci, di Alessandro Pavolini, di Silvia Avallone.  

“La strada del mare” non meritava di essere almeno fra i 12 candidati?

I premi sono così… La storia della letteratura e la costruzione del canone non possono fare a meno dei premi letterari. Era già così nell’antica Grecia. Scrivevano, poi andavano a teatro e c’era la competizione con il pubblico che applaudiva e se non lo faceva erano fuori. Ma già allora c’era qualcuno che si organizzava le claque. C’è l’opera letteraria e poi c’è l’industria culturale che ci gira intorno. Pensi che quando Benvenuto Cellini scrisse “Vita” lo sottopose a quelli che allora erano gli intellettuali del tempo e gli dissero: «Lascia perdere che è una schifezza». Solo duecento anni dopo è stato riscoperto da Giuseppe Baretti. Quel libro è un grande capolavoro, ma nell’industria culturale a volte funziona così.  

Dei candidati 2021 chi apprezza? 

Trovo bellissimi i libri di Donatella Di Pietrantonio, compreso quello candidato Borgo sud che avrà il mio voto. Non la conosco di persona, ma è bravissima. E ho molta stima di Emanuele Trevi. 

Politicamente vota ancora a sinistra? 

Oddio, gli ultimi anni sono stati tosti nel PD. Voterò a sinistra, certo. Vedremo quale sarà l’offerta. 

La sua casa è ancora nel PD?

Ah regà, io sono classe operaia! Ma che, scherzi davvero? Certo che quella è la mia casa, sarebbe bene se lo ricordassero pure loro. L’ultima volta ho votato Liberi e Uguali, ma insomma la casa è quella. Vengo dal movimento dei lavoratori, non me lo posso scordare.  

Tanti della classe operaia oggi votano Lega o Fratelli d’Italia.

Questo è un problema che si dovrebbe porre il PD. Perché non si sentono più rappresentati? Non è sufficiente dare la colpa alla gente e dire che non capisce un cazzo. Forse sono loro che si sono staccati dal popolo, anche con il tradimento degli intellettuali e dei ceti dirigenti.  

Lei ha mai avuto la tentazione di votare Lega o Fratelli d’Italia?

No, no, no, questa tentazione non c’è. Resto amico di tante persone che conosco e a cui ho voluto bene, ho stima personale di alcuni e anche di Giorgia Meloni ma io voto “classe operaia”. Il massimo che posso fare a Latina, se alle prossime amministrative mi candidano qualcuno che non mi piace, è non andare a votare. Mai voterò per quegli altri. Ma vuoi sapere la verità?

Mi dica.

Il problema vero è che la crisi dopo questa pandemia si è innestata su una crisi che già c’era del sistema politico e rappresentativo in Italia. L’ha esasperata. È il modo di stare insieme in questa democrazia che andrebbe riformato. La Costituzione che abbiamo sarà la più bella del mondo ma è datata, ha ormai fatto il suo tempo. Finché ha retto la Guerra fredda e c’erano i grandi partiti di massa aveva un senso, poi non ha retto più. Non è vero che siamo nella terza Repubblica, siamo ancora nella prima.  

Cosa l’ha più indignata durante questa pandemia? 

Quello che mi fa incazzare sono tutti quei talk show in tv, con i virologi e i politici che fanno un gran chiacchiericcio, chi racconta una cosa e chi un’altra. Non li sopporto più. Infatti, sono più di due anni che mi rifiuto di andare in quei teatrini. Mi hanno rotto i coglioni! E poi sul fumo…  

Sul proibizionismo delle sigarette? Effettivamente, da quando abbiamo iniziato l’intervista ne ha fumata una dopo l’altra.

Questa cosa mi fa incazzare come una bestia, come a Milano che proibiscono di fumare anche per strada. Quando è intervenuto il mio amico Antonio Scurati volevo farlo anch’io, poi mi sono trattenuto. A morì bisogna morì prima o poi o no? Non è che chi non fuma non muore, sbaglio? Quindi non state a rompe li coglioni! Quando moriranno quelli che non fumano, vorrei essere lì a dirgli: hai visto? Che cazzo hai campato a fare? Manco hai fumato! Però non mi ha chiesto una cosa che mi aspettavo…

Cosa?

Che io sono ancora in lutto per lo scioglimento dell’Equipe84.  

Dal 1979 non se ne è ancora fatto una ragione? 

No, era la mia band preferita. Resto legato a quella musica lì degli anni ’60 e mi arrabbio quando cambiano gli arrangiamenti. Non solo, devo ancora riprendermi dal dolore per la separazione tra Gianni Morandi e Laura Efrikian. Sono un nostalgico, come nel calcio. Un romanista che più di Totti porta nel cuore Falcão. 

Al Nobel ci pensa ancora?

Sì, ma non mi vogliono più allo Strega figuriamoci al Nobel. Candidatemi voi di Rolling Stone!  

L’ho trovata particolarmente moderato in questa chiacchierata.

È che ho 71 anni, le energie vengono a mancare. Fino a dieci anni fa mettevo le sedie in piazza a fare i miei comizi volanti con il megafono, a chiedere questo o quello, però non mi ascolta nessuno manco a Latina. Alla fine, uno si stufa. E allora sai cosa vi dico? Fate un po’ come ve pare… io scrivo i libri. Ma le cose che mi fanno incazzare sono tantissime, non ne ha un’idea. 

Come le piacerebbe morire? 

A volte penso nel sonno. E soprattutto senza lasciare conti in sospeso. Andarmene sereno. Possibilmente senza soffrire troppo. Non mi mette paura la morte. Parte del mio dovere l’ho fatta. Mi considero nella fase finale della mia vita e se la parte migliore di me se ne è andata, anche la peggiore è alle spalle. Perché non sono sempre stato una persona perbene, da ragazzo non ero un bravo ragazzo, non sono stato un bravo figlio e neanche un bravo padre. Ora sono un bravo nonno. E ho reso testimonianza e onore ai miei morti, così mi sono riconciliato con mio padre e mia madre. 

E si accende un’altra sigaretta. A smettere di fumare non ci pensa?

Eh vabbè, pure quello devo fà? Abbiate pazienza, andatevene un po’ affanculo! 

Maria Berlinguer per “La Stampa” il 3 agosto 2021. A che ora la posso chiamare per l'intervista? «Meglio mai. Ma se proprio non ne può fare a meno dopo le 16». Antonio Pennacchi, il fascio-comunista, non smentisce la sua fama. E come uno dei Peruzzi, la sua famiglia, partita dal poverissimo Veneto per approdare alle paludi pontine e ai fasti di Littoria, è uno che non le manda a dire, fiero della sua ascendenza contadina, operaia (trent' anni) e della sua terra, l'agro Pontino.

 «Io non scrivo per la voglia di scrivere che anzi non ce ne ho per niente, ma perché devo raccontare delle storie. Non mi piace fare interviste se vuole parliamo del mio libro "La strada del mare" o della Roma, io sto con Dzeko non con Fonseca». Invece, alla fine, parla di politica.

Ha scritto una lettera a Giorgia Meloni perché accetti un governo con tutti dentro. Per lei è un ritorno alle origini?

«Non diciamo cazzate. Cominciamo male. La situazione è tragica, ci sono morti, c'è una pandemia sociale ed economica. Il dramma vero è che tutto questo si innesca su una crisi del sistema democratico e di rappresentanza che già c'era. Il blocco dell'economia e degli ascensori sociali c'erano prima del Covid. Tutto è cominciato col crollo del muro di Berlino, il sistema è andato in crisi. Voi giornalisti vi ostinate a scrivere cazzate sulla seconda e la terza Repubblica che non ci sono mai state. Noi stiamo vivendo l'agonia della prima: la fase terminale».

E quindi?

«La prima Repubblica è stata costruita su un patto tra le forze cattoliche, comuniste socialiste. Mica erano d'accordo su tutto no? Anzi. Non si potevano vedere. Però sono riusciti a collaborare e ricostruire il Paese. Quando si dice la fine delle ideologie ci si riferisce solo al comunismo e al fascismo. E invece no, è entrata in crisi anche la democrazia liberale. La rappresentanza. La sola ideologia che è accettata è quella dei diritti umani».

Che sono fondamentali...

«Certo che lo sono ma qui si parla solo dei diritti del singolo individuo. Poi ci sono i diritti dei popoli e delle masse. Mazzini parla dei diritti e dei doveri. Perché i diritti sociali non sono altrettanto importanti? Ci si riempie la bocca di sovranismo. Che vuol dire? Si rompono le scatole alla Cina e a Putin, giusto. E i paesi Arabi, rispettano i diritti umani? Ma l'America continua a vendergli le armi mentre noi non possiamo dialogare con cinesi e russi. È cambiato tutto e noi dobbiamo costruire una nuova Italia, non solo uscire dal Covid. Anche io non posso più definirmi comunista. Certo, noi in Italia siamo stati comunisti del bene... Però ti devi assumere anche la responsabilità di quello che succedeva in Unione sovietica».

Da qui Meloni il salto è lungo. Quindi un nuovo governo con la stessa maggioranza del Conte bis non le piace?

«Non si esce da questa crisi a colpi di maggioranza risicate. Ma qualcuno ci pensa al futuro? Vogliamo almeno provare a immaginare di non lasciare alle nuove generazioni solo i buffi? Non si può decidere il futuro a colpi di Dpcm, non può essere solo uno a decidere come spendere questi soldi. I debiti che ti assumi per il popolo italiano li devi discutere con tutti. Se spendiamo male questa montagna di quattrini il Paese scuffia. Meloni, Salvini, tutti devono mettere da parte giochini e interessi di parte e sedersi a un tavolo per riscrivere le regole. Vale anche gli altri. Non possiamo continuare a lavorare su una storia chiusa 76 anni fa».

Vede questa possibilità con la nostra classe dirigente.

«Uno dei più grandi filosofi contemporanei, Vujadin Boskov (ex allenatore della Roma, ndr) diceva "questi sono giocatori che io ho". Lavorando in buona fede si può fare. Quelli fecero la Costituzione mettendosi tutti a tavolo. Certo eravamo usciti dalla guerra ma gli effetti della crisi possono essere peggiori per il Paese. Dopo la guerra un minimo di solidarietà l'avevamo trovata. E comunque l'intervista me l'ha estorta».

Antonello Piroso per La Verità – 31 ottobre 2017.  Quel rissoso, irascibile, carissimo Antonio Pennacchi. Scrittore vincitore del premio Strega con Canale Mussolini, 67 anni, ironico e autoironico, di professione è un ex: ex operaio ed ex studente (in quest' ordine, visto che si è laureato a 44 anni mentre a Latina, sua città natale, lavorava davanti a una macchina che sfornava cavi elettrici all' Alcatel Cavi), ex fascista, ex marxista-leninista («ma forse lo sono ancora», e ride), ex sindacalista, ex pugile («volevo diventare campione mondiale dei pesi massimi, ma non c' avevo il fisico») «ed ex rugbista».

Questa mi mancava...

«Eh sì: quando fui espulso dal Msi, mi buttarono fuori anche dalla squadra della Fiamma». 

Perché fu accompagnato alla porta?

«Avevo manifestato davanti all' ambasciata americana contro la guerra in Vietnam». 

Ma gli Usa in Estremo Oriente combattevano il comunismo.

«Non ho mai sopportato l'acquiescenza nei confronti dello strapotere yankee». 

Da camerata a compagno: il romanzo che le ha regalato notorietà è Il fasciocomunista, da cui nel 2007 è stato ricavato anche un film, Mio fratello è figlio unico, regia di Daniele Luchetti, da cui lei si è dissociato.

«Io nel libro (di cui ho appena curato una nuova edizione per Mondadori) presentavo i fascisti anche come persone, non solo come agitatori politici. Cosa che ai realizzatori del film non interessava. Hanno preferito gli stereotipi, e del resto concentrare la trama di un libro in meno di due ore è complicato. Comunque è stata la Mondadori a vendere i diritti, e regista e sceneggiatori non mi hanno fatto neanche una telefonata».

Già: la Mondadori, casa editrice dell'inviso Silvio Berlusconi, grazie alla quale nel 2010 ha vinto lo Strega. Sul Corriere della Sera il critico Franco Cordelli scrisse che se lei non avesse avuto alle spalle la Mondadori con la sua potenza di fuoco, lo Strega l'avrebbe visto con il binocolo...

«Com' è che si chiama il capo indiano che citavi in quella trasmissione che facevi con Adriano Panatta e Fulvio Abbate su La 7, dove sono stato ospite?»

Estiqaatsi, ma l'hanno inventato Lillo e Greg.

«Vabbè, chi è stato è stato. 'Sto Cordelli si preoccupasse dei libri, dei lettori e dei premi suoi». 

Ma com' è che lei non ha pubblicato, che so, con Feltrinelli, editore dal lignaggio di sinistra a 24 carati?

«Senti, io ho mandato il mio primo romanzo, Mammut, a 33 editori, ricevendo 55 rifiuti...». 

Scusi, i conti non tornano.

«Ad alcuni l'ho spedito più di una volta cambiando il titolo o il mio nome come autore.

Poi fu pubblicato nel 1994 da Donzelli. La Feltrinelli mi ha sempre rimbalzato, non mi ha mai risposto, neanche al telefono. Quel mondo lì non mi si è inc... di pezza, come si dice a Roma. Né loro, né quelli della sinistra fighetta di Rai 3, Serena Dandini, Fabio Fazio, Corrado Augias. Non m' hanno mai inc...». 

Le assicuro che il messaggio è arrivato, Pennacchi.

«E quindi io che avrei dovuto fare: pubblicare i miei libri con il ciclostile e venderli con il porta a porta?».

Quali sono stati i libri della sua formazione?

«Quelli che costavano meno sulle bancarelle dell'usato, che si trovavano tra la stazione Termini e piazza Esedra. I classici: Omero, Virgilio, Dante, Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni. Gli americani: John Steinbeck di Furore, Hermann Melville (ma non Moby Dick: Benito Cereno, che si occupa della tratta degli schiavi). I russi: Una giornata di Ivan Denisovi di Aleksandr Solzenicyn, Le anime morte di Nikolaj Gogol. E poi Beppe Fenoglio, forse il più grande del Novecento, Il generale Della Rovere di Indro Montanelli, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Ai giorni nostri, Silvia Avallone (più che per Acciaio, per Marina Bellezza e Da dove la vita è perfetta), Paolo Nori, Antonio Pascale e Fabio Genovesi. Scrittori non rassicuranti, non fanno sconti: se ti sta bene, le cose sono così, sennò vattene a fanc...». 

Nel 2013 c' è stata una sua incursione nella fantascienza con Storia di Karel.

«Quando scrivo, il mio universo di riferimento è sempre Latina. Diciamo che era una vicenda con la mia città trapiantata nello spazio. Solo che i lettori del Canale si sono detti: che c' entra Pennacchi con la fantascienza? La stessa domanda che, sul versante opposto, si sono posti i cultori di Ray Bradbury (autore di Cronache marziane e di Fahrenheit 451, nda): che c' entra Pennacchi con la fantascienza? Per questo mi sono dato ai gatti...». 

Non mi sarà diventato un fanatico animalista, magari vegano, pure lei...

«Primo: io non sono nemmeno vegetariano. Il mio piatto preferito sono le salsicce con i fagioli in umido, e ho detto tutto. Poi ti dico però che, se c' è una scintilla divina in me e pure in te, perché non dovrebbe esserci anche nei nostri fratelli e sorelle animali? Parlo da possessore di cani e di gatti, li ho avuti entrambi e, credimi, l'ho percepito. Ma io mi riferivo a una favola nera danese». 

Prego?

«Brutto gatto maledetto! è una fiaba di cui ho scritto un adattamento, e che narra la storia di un nonno che in una notte buia e tempestosa, adotta un povero felino allo sbando. La dolce creaturina si rivela un vandalo ingrato, di cui allora il nonnino si mette in testa di liberarsi, dimenticando che i gatti hanno sette vite...». 

Una metafora di qualche carriera politica?

«Piroso, ma lo sai che hai una mente contorta? Macché. Un regalo per le mie nipotine: Lucrezia, 14 anni, e Asia, di 7, figlie di mia figlia Marta». 

Scusi la domanda diretta, Pennacchi: è in crisi creativa?

«No, è da due anni che sto facendo un lavoro di ricerca e mi sto arrovellando su un progetto, ma è come se risentissi di una forma di sospensione». 

Indotta o provocata da cosa?

«Dalla privazione del senso? Dal fatto che si è placata la rabbia? Che sono appagato?

Non lo so: forse un combinato disposto di questi elementi, o forse altro ancora. Cui si aggiunge anche il distacco da questa politica ripiegata su sé stessa, incapace di risvegliare una vera tensione ideale». 

Che fa, mi rimpiange le chiese ideologiche del Novecento?

«No. Ma non sarà un caso che al crollo delle ideologie abbia corrisposto un crollo dell'etica, con un colossale harakiri della sinistra, che da un lato si è impiccata all' ipocrisia del politicamente corretto, dall' altro si è ritrovata a inseguire la destra sul suo terreno. Si finirà come a Capalbio». 

A Capalbio? E che c' entra la piccola Atene del Tirreno, secondo la definizione del professore palindromo Alberto Asor Rosa?

«Certa cosiddetta intellighenzia prima predica l'integrazione, poi quando tocca a lei farsi carico degli extracomunitari, ti dice: eh, ma mica intendevo a casa mia. Guarda l'indecoroso balletto cui hanno dato vita sullo ius soli». 

Lei è favorevole o contrario?

«Favorevole. La mia famiglia, mia madre veneta, mio padre umbro, è venuta a bonificare l'Agro Pontino. Una terra di immigrati. Abbiamo imparato sulla nostra pelle cos' è la migrazione, sia pure interna, senza dimenticare la diaspora che costrinse i veneti a sciamare nel mondo. Per questo non tollero chi, per calcoli di bottega politica, fa leva sugli istinti più bassi, instillando nelle persone la paura aprioristica del diverso, caricandosi di un'enorme responsabilità morale». 

Ho come l'impressione che lei abbia in mente un identikit specifico, a proposito di questi «speculatori». 

«Ma non lo vedi Matteo Salvini? Fisicamente sembra un giostraio sinti. Ma poi in Italia chi può rivendicare il sangue puro, con tutte le invasioni e gli incroci che storicamente ci sono stati? Se ti fai un giro in provincia, e vai a Cisterna, incontri ragazzi nati qui, figli di congolesi e ghanesi integrati, che sono più italiani di me e di te».

Va ancora in analisi?

«Sì, da 21 anni. Non ti guarisce, ma ti insegna ad accettarti. Ho cominciato dopo il mio primo infarto». 

Arrivato se non ricordo male dopo Palude, il suo libro del 1995. Somatizza lo stress dopo ogni lavoro importante.

«Dopo Mammut ho fatto due ernie del disco. A ruota della prima stesura di Il fasciocomunista giunse il secondo infarto e mi misero tre by pass. Poi, rottura di una vertebra. Quindi sedia a rotelle dopo una nuova operazione alla schiena, sei bulloni di titanio».

Pensa mai al momento del trapasso?

«Senza paura. Temo di più il dolore e la solitudine. Siamo particelle scagliate nel cosmo.

Quando sono giù, per fortuna c' è mia moglie Ivana che mi prende per mano, di notte nel letto. Senza di lei non sarei riuscito a concludere nulla». 

Nessun Dio ci salverà?

«La salvezza come fatto individuale legata al Cristo è nella visione dei cattolici, come il mio amico Franco Cardini. Io penso che se ci salveremo, lo faremo su questa terra come genere umano. Quanto a Dio, se c' è è malato e soffre. E siamo noi povere creature mortali che possiamo lenire il suo dolore».

·        Arturo Toscanini.

Amori e follie (erotiche) del genio Toscanini. Mattia Rossi il 25 Marzo 2022 su Culturaidentia.it su Il Giornale.

25 marzo 1867: oggi nasceva Arturo Toscanini, grandissimo direttore d’orchestra e Maestro del Novecento, uomo e artista poliedrico, dal temperamento focoso e ardente. Durante una tournée in Sudamerica, nell’Aida di Verdi, prese la bacchetta, chiuse lo spartito e incominciò a dirigere l’opera a memoria: Toscanini inizia così la carriera di direttore a soli 19 anni. Ha diretto nei maggiori teatri italiani le opere del grande repertorio, il Teatro alla Scala di Milano è stato il “suo” teatro e gli USA la sua seconda Patria (diventa direttore del Metropolitan di New York) e proprio Milano sarà la città che gli darà l’ultimo saluto, con una folla immensa prima della sepoltura al cimitero monumentale: (muore il 16 gennaio 1957). Per tributare questo grande italiano CulturaIdentità vi propone l’articolo che l’ottimo Mattia Rossi ha scritto tempo addietro in occasione dell’approfondimento di una parte consistente della fortuna critica e saggistica sul Maestro, in un pezzo dove sviscera quell’aspetto del carattere  o meglio “caratteraccio” di Toscanini che lo ha reso un grande uomo e un grande musicista (Redazione)

«Ieri sera non t’ho scritto perché ero arrabbiato come un cagnino e non mi sentivo bene… In quel maledetto 2° atto della Bohème cori e orchestra m’hanno fatto dannare l’anima – Ho piantato la prova e son scappato a letto». È il 20 agosto 1896 e l’autore della lettera, «arrabbiato come un cagnino», è il grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini.

Toscanini aveva proprio un caratteraccio: Harvey Sachs, suo biografo, lo descrive come uomo dallo «smisurato orgoglio» e, soprattutto, un artista incapace di tollerare «il “far musica” in modo superficiale o trascurato». «La specialità di Toscanini era la scontentezza», ricorda Sachs. Tutto questo emerge chiaramente nelle parole scritte dal maestro stesso: in occasione del 150mo anniversario della sua nascita (25 marzo 1867) è stata riedita tutta la produzione epistolare di Toscanini (Lettere, Il Saggiatore, pp. 597, euro 40).

Nel corposo volume emerge il Toscanini uomo e artista con tutte le fisime psicologiche alle quali era solito. In primis, come abbiamo detto, il suo perfezionismo: «Sono ancora a letto con un male di gola terribile… Iersera mi sono arrabbiato moltissimo coll’orchestra – ho gridato quindi come un ossesso», scrive il 31 ottobre 1896 da Voghera dove si trova per una tournée. Da lì passerà a Bologna dove, il 26 novembre, si ripeterà lo stesso copione: «Iersera dopo la prova non t’ho scritto che son corso a letto subito arrabbiato come un cane. Alle dieci ero già a letto. Ho piantato la prova dopo neanche tre quarti d’ora che era cominciata». 

Dopo Bologna, Torino: «Ho finito la prova generale da una mezz’ora che non è andata niente affatto bene – L’orchestra è stata disattenta al punto da costringermi, per castigarla, ad ordinare un’altra prova per domattina» (5-6 gennaio 1897). E così via… Inutile dire, per inciso, che tutte le esecuzioni toscaniniane si rivelarono dei successi.

Dalle Lettere emergono anche molti suoi giudizi sui colleghi. L’avversione per la nuova musica, ad esempio: «La moderna non mi entra, né nella testa – né nel cuore. Sere sono udii alla radio la musica di Petrassi… Gran brutto scherzo! Quella sì è gente da confinare. E Molinari è entusiasta di quel giovane rammollito?» (19 luglio 1939). Toscanini amava, invece, Verdi: «Io ho sempre adorato Verdi fin dalla mia adolescenza». E di Verdi, Toscanini, si diverte anche a rivelare particolari scabrosi e la passione del maestro di Busseto per il sesso orale: «Se gli piacevano le donne che male c’è? Ha scritto a ottant’anni il Falstaff – a settantaquattro l’Otello – con quel po’ po’ di fibra vuoi che si accontentasse di dire della Ave Marie? Verdi amava esageratamente le donne, non solo ma questo contadino possidente e sboccato [un vecchio amico di Verdi che Toscanini conobbe a 19 anni, ndr] diceva d’aver appreso da Verdi ad amare certi baci che fino allora non aveva dato a nessuna donna» (7 novembre 1936).

Eh già, il sesso. Una vera ossessione che permea la vita (e molte pagine epistolari) di Toscanini, come quando scriveva ad Ada Mainardi: «Ada, amo la tua bocca e tuoi baci […] possederti – sprofondato in te – uno solo […] Quando potremo possederci interamente – avvinghiati – sprofondati uno nell’altro – colle bocche anelanti – unite in attesa della voluttà suprema nell’istesso momento?». Talvolta, il maestro, arrivava anche alla blasfemia, come quando parla della «Sacra Sindone», ovvero il suo fazzoletto irrorato del sangue mestruale della Mainardi: «Gelosamente nascosta in tasca ho diretto il concerto… fu tutto un’ispirazione». Un feticismo che lo portava a scriverle, il 7 marzo 1937, impaziente: «I tuoi giorni di grazia non sono ancora arrivati? E i fiorellini del giardinetto della piccola Ada?» (i «giorni di grazia» erano i giorni mestruali, i «fiorellini del giardinetto» i peli pubici).

L’artista e l’uomo, dunque, l’uomo con le sue amicizie – come quella con Gabriele d’Annunzio, ad esempio: «Sabato mi vedrai, e vedrai sul mio volto la gioia che non ti so esprimere in questo momento. Bisogna vederci più di frequente», gli scrive il 27 settembre 1934 – e le sue idee politiche  – Toscanini fu fervido antimonarchico e, sebbene cattolico, antipapalino: «Mussolini – il Re Imperatore e il Papa. Porci tutti quanti…», scrive il 12 marzo 1937 -.

Lettere di Arturo Toscanini è, insomma, un libro “off”, che racconta il grande direttore italiano, uomo e musicista,  in un modo davvero insolito e underground. In una parola, è un libro imperdibile.

·        Banksy.

Banksy ostaggio delle offshore: le opere di denuncia sociale finiscono nei paradisi fiscali. Un trust anonimo in Nuova Zelanda. Con una collezione di tele e graffiti del più famoso artista di strada. A controllarle segretamente è un manager italiano in affari con l’ex dirigenza del Monte dei Paschi. La nuova inchiesta de L’Espresso e del consorzio internazionale Icij sui patrimoni culturali trasferiti in tesorerie private a tassazione zero. Paolo Biondani e Leo Sisti su L'Espresso il 28 Gennaio 2022.

Una piccola storia di soldi all'estero può raccontare più di tanti grandi discorsi il potere del capitalismo finanziario. Il protagonista, suo malgrado e a sua insaputa, è Banksy, il più famoso artista di strada, autore di celebri e beffarde opere di denuncia sociale, protesta contro la guerra e l'imperialismo, contestazione delle banche e dei padroni dell'economia.

Una ventina di anni fa, quando era ancora sconosciuto al grande pubblico, due gallerie di Londra hanno cominciato a comprare i suoi lavori, a prezzi bassissimi rispetto ai valori attuali.

·        Barbara Alberti.

Giulia Cazzaniga per “La Verità” il 28 novembre 2022.

Scrittrice - il suo libro più recente è Amores, edito da Harper Collins -, irriverente, da sempre di sinistra, giusto?

«Antifascista e libertaria, mettiamola così. Sono cresciuta nel dopoguerra, e ho respirato quel sentimento di pericolo». 

Succede che mentre tante donne di sinistra la vedono con il fumo negli occhi, sembra che Barbara Alberti oggi, invece, proprio contro Giorgia Meloni non è

«Mi è sembrato imbarazzante che la prima donna presidente del Consiglio appartenesse alla destra, tradizionalmente ultraconservatrice, e non alla sinistra, dove non mancano donne formidabili come Michela Murgia, che però credo ci tenga troppo alla libertà assoluta del suo pensiero, per mettersi a far politica. Ma il fatto che ci sia un governo di destra, non mi preoccupa di meno perché guidato da una donna».

Succede anche che una delle ministre più contestate dalla sinistra oggi, e cioè Eugenia Roccella, abbia citato lei, Barbara, per le sue posizioni sull'aborto in questi giorni.

«Non lo sapevo. E mi spiace se le mie parole sono state usate a rovescio: rivendicavo il diritto di decisione. L'aborto è un atto terribile. Costa molto, a una donna, e anche per questo la decisione spetta solo alla madre. Nessuno può mettersi fra noi e il figlio che è stato concepito». 

Il suo commento pubblicato dall'Espresso iniziava così:  «Gli antiabortisti dicono che l'aborto è un assassinio. Hanno ragione». Roccella ha ribadito che non si vuole cancellare la 194.

«L'aborto è un diritto incontestabile. Solo noi donne sappiamo cos' è. C'è quella favola cattiva secondo la quale la libertà di aborto spingerebbe le donne all'imprudenza, tante ragazze si darebbero al sesso più spensierato e se restano incinte non importa, tanto c'è l'aborto. 

Niente di grave, come cavarsi un dente. Papa Francesco parlando dell'aborto lo definì come la tragedia delle donne. Nelle sue parole c'era pietà per quell'atto di violenza che comprende madre e figlio. Sentiva il dolore della madre non madre. Le donne hanno in abominio l'aborto, più del Papa».

Sul tema l'attuale esecutivo è stato fortemente attaccato.

«Credo che l'unica cosa seria sia partire dalla realtà. Siamo accerchiati dalla retorica. Nell'esprimere le mie posizioni non parlo a nome delle donne, non ne ho nessun titolo, parlo a nome mio. E penso che l'aborto sia un grande peso e un grande dolore, e che appartenga a noi sole. Non rappresento nessuno, a malapena me stessa. Con la quale sono spesso in disaccordo». 

Lei è contraria anche all'utero in affitto.

«Sì. È una nuova schiavitù. Dicono: "È un atto d'amore". Si è mai vista una ricca americana compiere questo "atto d'amore" per far felice una marocchina indigente? È un affare miliardario che toglie il disturbo ai ricchi. Figliare è diventato un atto servile. Il ricco compera il povero. 

È un atto d'amore se c'è un rapporto affettivo fra i genitori.

Conosco persone che hanno fatto un figlio in tre, volendosi bene. Due gay con l'amica del cuore, ad esempio. Storie di maternità e paternità amorevoli, avventurose e consapevoli.

Ma fare un figlio è un atto sacro». 

Un giudizio laico?

«Non credo in nessun Dio. Esiste una sacralità laica. Non voglio seguire un mondo formalista, che addormentando il linguaggio vuole negare la complessa realtà delle passioni umane. C'è questa illusione infantile e disperata, assolutamente reazionaria, che con le parole si possa rimediare ai fatti, e finisce che non si fa che mentire, e si cambiano le parole per non cambiare la realtà». 

Da sinistra cosa le dicono quando si esprime su certi temi?

«Ma veramente non mi si fila nessuno. Solo la ministra Roccella. Se c'è qualche commento non mi arriva, sto poco attenta. Meno mi penso meglio è. Ognuno di noi è la cosa più pericolosa per sé stesso. Siamo tutti nevrotici dell'affermazione di un io, ma i momenti perfetti sono quando riusciamo a perderci sollevandoci da noi stessi. Nell'arte, nell'amore, nella lotta per un'idea». 

Sempre Roccella notava che di questi tempi sembra che quel che conta sia attaccare la libertà di parola, criminalizzare chi la pensa diversamente. C'è oggi libertà di parola secondo Barbara Alberti?

«Credo che la ministra dica il vero. È un continuo attentato alla libertà di parola. Siamo nella cultura dei social, che sono diventati una forma di tremenda censura e un modo di sragionare. Quanto al linguaggio sono gaddiana, e vorrei che ne inventassimo più di parole, invece che cancellarle. Sono il respiro del pensiero, e si sta creando uno slang del conformismo. Tutti con la smania di proibire, di punire. Tutti giudici, tutti boia. Si tende a censurare tutto, un'euforia di castrazione dell'idea. L'uomo crea invenzioni prodigiose, e le usa contro sé stesso. Siamo animali suicidi perché sappiamo di morire? La nostra finitezza ci porta a una cruenta smania di affermazione». 

Sono tempi di guerra.

«Anche un bambino, soprattutto un bambino, penserebbe che ci dovrebbe essere una coscienza mondiale del fatto che i massacri sono un suicidio, e che la guerra la perdono tutti, oltre a inquinamento e crisi energetica. Invece si spreca. Uomini, energie. Si fa una gara di stoltezza, antieconomica, tragica e ridicola. Carmelo Bene diceva che lo studio della storia è istigazione alla strage». 

Torno alla questione delle donne. Su cui si spendono fiumi di inchiostro. Lei femminista in senso stretto non lo è mai stata, giusto?

«Mio padre era un maschio-madre. Quelli che ti accolgono. Un uomo giusto e aperto. Sono sempre stata totalmente dalla parte dei diritti delle donne. Ricordo bene quando eravamo proprietà del maschio. Le corna del marito erano un vanto, quelle femminili ostacolavano la vita. Padre, fratello e marito avevano il diritto di uccidere. Anche ridere era sospetto: si diceva "donnina allegra", "ragazza seria". Una grande conquista delle donne è stata di poter fare le comiche senza essere vecchie o brutte. Allora, per guadagnarsi il diritto alla comicità, la donna doveva far ridere di sé. Ora si può anche essere bellissime. Da Sabina Guzzanti a Virginia Raffaele». 

Cose ormai superate, no?

«Grazie alla rivoluzione femminista di questi 50 anni. Finalmente abbiamo conquistato il lavoro, ma a nostre spese. Fare figli non riguarda solo le madri, e dare bonus è una beffa. Le giovani madri oggi sono martiri, costrette a fare le cose per sé la notte, quando tutti dormono».

Il premier italiano porta con sé in viaggio la figlia e apriti cielo, le ha lette le critiche?

«Ciascuno può contestare il pensiero di un altro, il guaio è che ormai non si fa altro». 

C'è chi ha scritto che anche far passare il mito della donna wonder-woman danneggia le donne.

«Come siamo barocchi. Ci interessano solo i fronzoli. Passiamo il tempo a setacciare il nulla. Forse la realtà ci spaventa troppo e vogliamo distrarci, forse è un esorcismo. Ma oscura la mente. Meloni ha fatto un gesto umano normale, e non è possibile perdere tempo a discettarne. Si ammazzano 100 donne all'anno, e si crede che essere femministi sia dissipare giorni di battage mediatico per azzuffarsi su bambina sì bambina no?». 

Alla sua sinistra manca la passione?

«Manca solo in politica. La sinistra è vivissima nel pensiero e nelle arti. Maestri della lingua, grandi registi, giornalisti, disegnatori satirici e scrittori». 

Consigli di lettura?

«Michele Mari, Carlo D'Amicis, Michela Murgia, Chiara Barzini, Roberto Saviano, Stefano Massini, Michele Serra, Ermanno Cavazzoni, Lucetta Scaraffia, Lidia Ravera... mi fermo, sono in tanti. Nel cinema poi...».

Ultimi film visti?

«Un giovane maestro e sommo visionario, Luca Guadagnino. Marco Bellocchio, sempre più illuminante. Gianni Zanasi, con War, l'ha visto? Bellissimo e profetico. E tanti altri. Ma non è un elenco, quel che voglio farle». 

Ma...

«Solo un esempio della magnifica vita delle idee, di una sinistra parallela a quella esangue della politica. Per commuoverci, dobbiamo tornare a Enrico Berlinguer: le sue parole erano espressione di bellezza, potenza, sacrificio, onestà e slancio. Ogni passione è trascendenza, e senza trascendenza si muore. Essere di sinistra è una cifra esistenziale, sa?». 

Cose solo di sinistra?

 «No. Massimiliano Parente, assolutamente unico nella folle provocazione stilistica che è la sua letteratura, nell'umorismo, gemello indissolubile del pessimismo cosmico e fastoso, nemico di tutti ma amico mio, disumano per troppa umanità. Insieme a tante jatture, qualcosa di meraviglioso sta accadendo. Speriamo che non sia come nella Repubblica di Weimar - Bertold Brecht, Kurt Weill, Otto Dix - un esercito di artisti intellettuali prodigiosi, meravigliosa fioritura dell'arte e del pensiero. Poi la catastrofe, il nazismo».

Estratti da “Amores”, di Barbara Alberti (ed. HarperCollins) pubblicati dal “Fatto quotidiano” il 10 settembre 2022.  

L'amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia. 

Gli uomini vogliono solo quella cosa: parlare, e che nessuno li interrompa. L'organo sessuale più ambito dal maschio è l'orecchio. 

Con la droga è facile. Basta pagare, basta uccidere. Ma in amore è uno solo lo spacciatore - e se non vuole!"Non so come dirglielo". Allora sta' zitto. 

A me piacciono solo i baci. Il resto si fa perché si usa. 

Ma perché gli attori del cinema in bianco e nero - Cary Grant, Gary Cooper, Clark Gable - restano affascinanti nei secoli anche per una ragazza d'oggi? Perché non li abbiamo mai visti in mutande. Né in un amplesso con dettagli...

Nei vecchi film tutto era sensuale - quelle camicie da notte di seta, quelle vestaglie di raso. In quei film in bianco e nero c'era l'elemento più importante dell'erotismo: c'era la castità... Io adesso quando girando col telecomando vedo qualche scena di sesso cambio, con un senso di pietà. 

Quelle scopate quanto sono brutte! 

Se non sei sincero a letto, quando mai lo sarai? Dalle bugie del corpo non si torna indietro.

Scrivi "non me l'ha data", come fosse un pezzo smontabile.

"Oh, peccato! Oggi l'ho lasciata a casa" (Cinzia Leone). 

"Mio marito va con le mistress poi torna tutto sconocchiato, graffi, bruciature, e io lo devo rattoppare".

Gli uomini picchiano le mogli gratis, poi vanno a farsi picchiare a pagamento. O sotto, o sopra. Alla pari proprio non ci sanno stare. 

Peccato che coi soldi si possa comprare solo il sesso. Magari si potesse comprare anche l'amore! Non mi ami? Ti compro. Avanti, fa' tu la cifra. 

Quanto, per un sorriso?

Curiosando nel suo pc, ho scoperto che mi tradisce. Che devo fare?

Impara la discrezione, somaro! 

"Ho scoperto che mio figlio è gay, e ho paura che soffra". Perché, se si innamorasse delle donne non soffrirebbe? 

Maschi, siate più affascinanti, siate più antichi. 

Lui mi ha lasciato per l'amante. Ora ci vediamo di nascosto in un alberghetto. Che gioia!

Ora sono l'altra. 

Barbara Alberti: «Basta con la storia del sesso a 80 anni. Amedeo Pagani? Non so più se siamo separati o divorziati». Roberta Scorranese su Il Corriere della Sera il 3 settembre 2022.

La scrittrice racconta le relazioni degli altri - e le proprie. «Se mi sono mai innamorata di una donna? Certo, ma è sempre andata malissimo. Il Grande Fratello Vip? Una benedizione: ti pagano tantissimo solo per esistere» 

Barbara Alberti, 79 anni, di Umbertide, laureata in Filosofia, è scrittrice, giornalista, opinionista. Ha partecipato alla quarta edizione del «Grande Fratello Vip» (Getty)

La casa di Barbara Alberti si nasconde dietro un boscoso giardino, in uno dei quartieri romani dall’eleganza colta, abitato da scrittori, giornalisti, sceneggiatori. Una casa su due livelli, dove la disposizione dei piani risponde a una precisa architettura sentimentale: al secondo piano abita lei, quasi 80 anni, scrittrice puntuta e dall’intelligenza sempre indocile. Al primo, invece, c’è Amedeo Pagani, storico produttore cinematografico e marito-non marito di Alberti.

Da quanto tempo siete separati?

«Trentacinque anni».

Separati o divorziati?

«Non me lo ricordo. Anzi, proprio qualche giorno fa mi hanno chiesto lo stato civile e allora ho fatto questa domanda a lui. Mi ha risposto con un gigantesco “boh”. Ora che ci penso: se avessimo divorziato me lo ricorderei, o almeno ricorderei la trafila legale. Chissà».

Però continuate a vivere sotto lo stesso tetto. Per abitudine o per dispetto?

«Perché in fondo stiamo bene così. Viviamo di fatto in due appartamenti separati, però ci ritroviamo per fare cose che ci piacciono. Per dire, io gli leggo libri. Insieme abbiamo riletto quasi tutto Steinbeck. Ci siamo appassionati a Platonov. La lettura condivisa è una forma di affetto».

Una forma d’amore, si potrebbe dire, visto che lei è una scrittrice che ha analizzato a lungo i sentimenti.

«E adesso esce anche Amores , per HarperCollins (ndr. in libreria dal 9 settembre), dove parlo degli amori soprattutto degli altri, però, sì, è vero, ogni coppia trova una propria dimensione, anche quando l’amore tradizionalmente inteso non esiste più».

«LE CORNA MI FANNO IMBESTIALIRE PERCHÉ L’AMORE È TOTALIZZANTE, PERÒ È VERO CHE A VOLTE TI SALVANO LA VITA. IL PUNTO È: COME FAI A SOPPORTARLE?»

Perché vi siete lasciati?

«Perché io l’ho tradito».

Lei, che non sopporta le corna.

«Mi fanno imbestialire. Ma qualche volta ti salvano la vita. Una volta, tanti anni fa, stavo con un tipo insopportabile. A un certo punto lui mi dice che va a giocare a carte a casa di Lina Wertmüller. Bene, io telefono lì ma lui non c’era. Scopro che si vede in gran segreto con un’altra. Mai stata più felice in vita mia. Lo caccio via immediatamente».

Perché non sopporta le corna?

«Perché l’amore è totalizzante, ha una forza altissima perché inspiegabile, l’ultimo grande mistero che ci avvolge. Quando tu sei mossa da questa forza sovrumana, come fai a sopportare un tradimento? Non è possibile».

Nel libro lei parla anche degli amori tardivi, quelli che arrivano a una certa età. Non è che stiamo insistendo un po’ troppo con questa faccenda di fare sesso anche a cento anni?

«Non se ne può più. Il problema è che da anni non siamo più poveri cristi ma consumatori. Bisogna consumare tutto: cibo, moda, sesso. E siccome da un po’ si sono accorti che noi vecchi abbiamo tempo e — mediamente — più soldi: ecco allora che cercano di convincerci a scopare. Poi, per carità, succede di tutto. Un tempo avevamo due vecchini vicini di casa che noi credevamo in limine mortis , ma poi abbiamo scoperto che lo facevano tutti i giorni».

Barbara Alberti all’inizio della carriera, accanto alla locandina del suo lavoro teatrale «Ecce Homo» nel 1974

Più in generale il sesso sembra diventato un obbligo, o, quantomeno, un problema.

«Prima c’era il confessore che ti chiedeva: “Quante volte lo hai fatto?”. E dovevi dire la penitenza. Oggi c’è il sessuologo che ti chiede: “Quante volte non lo hai fatto?”. E se non sei nella norma, dice che sei malato».

Lei cura lo spazio delle lettere sull’amore da anni sui giornali. Che idea si è fatta degli amanti di oggi?

«Sono infelici».

Perché?

«Ma perché la gente si mette con persone che non ama, va a letto con chi non gli piace e poi finisce dallo psicologo o scrive a me. Ma io dico: perché non lo fate con qualcuno che vi eccita davvero? Fa bene alla salute».

Ma l’amore non è anche compromesso, costruzione, evoluzione?

«Sì, però l’amore è per i coraggiosi, tutto il resto è coppia».

E che cosa diventa la coppia, dopo una certa età?

«Uh, per gli uomini un disastro. Abbiamo uno Stato peloso e ipocrita che permette che le donne vengano ammazzate ogni giorno senza fare una piega, ma poi, quando si tratta di divorzio, cerca di riparare al danno dando sempre ragione alle ex mogli. Così oggi ci sono decine di miei coetanei che assieme a me hanno fatto le battaglie per il divorzio negli anni Settanta e che oggi si ritrovano con due o tre mogli da mantenere. Grazie al divorzio. Buffo, no?».

E per le donne?

«Oggi le donne sono bellissime anche a cinquanta, sessanta o settant’anni. Guardi Rita Rusic, tanto per fare un nome. Ma io penso che sia anche per questo che gli uomini ci odiano: non sono pronti a questo modello sempreverde, pensano di essere ancora negli anni Cinquanta, quando l’ultimo cretino di paese si sentiva in diritto, alla sera, di picchiare la moglie a casa. Moglie che a soli quarant’anni doveva evitare di vestire di rosso o di truccarsi».

E la gelosia cambia, negli amori tardivi?

«È sempre la stessa. Feroce, divoratrice. Anche l’innamoramento è sempre lo stesso. Qualche anno fa mi è capitato di innamorarmi e la scintilla è stata identica a quella che mi incendiò all’epoca della mia prima cotta, quando ero ancora all’asilo».

«IL PUDORE È IL DETONATORE DELLA SESSUALITÀ. PERCHÉ DIVENTIAMO ANCORA MATTE PER CARY GRANT? PERCHÉ NON LO ABBIAMO MAI VISTO IN MUTANDE»

Il problema negli over, dunque, è il sesso?

«La natura è più clemente della pubblicità, esistono le stagioni. L’immagine di due vecchi corpi congiunti non evoca l’erotismo, evoca la morte».

Barbara...

«Lo so, sono provocatoria. Però io non ne posso più di questo dover misurare il sesso, fissarlo in tabelle di marcia: signori, ecco come copulare a venti, quaranta, sessanta, ottant’anni. Ogni età, poi, viene classificata con le regole da seguire, come su un manuale. Il sesso è la cosa più libera che esista, quella meno controllabile. Ognuno faccia quello che vuole, ma per l’amor del cielo, recuperiamo il pudore».

Il pudore?

«Sì, il più grande detonatore della sessualità. Ma lei si chiede mai perché ancora oggi noi donne diventiamo matte per Cary Grant? Perché non lo abbiamo mai visto in mutande. Oggi si parla troppo di sesso e lo si fa poco. I giovani, poi, pochissimo».

Perché, secondo lei?

«Ma perché fanno tutto sul cellulare. Il problema è che online è tutto levigato, filtrato, perfetto. Quando poi i maschi giovani, oggi, vedono una donna in carne e ossa notano solo peli, smagliature, ogni minimo difetto».

È anche per questo che ci siamo lanciati in una corsa a segnalare i difetti fisici delle donne più famose? Penso a Vanessa Incontrada e al costante richiamo ai chili di troppo ogni volta che si parla di lei.

«Quella secondo me è più una questione di invidia sociale. Vi siete mai accorti che i social ci hanno trasformato in una comunità di tricoteuses , cioè di sferruzzatrici? Siamo diventati tutti delle acide beghine che stanno lì, guardano gli altri e aspettano che cada qualche testa. È agghiacciante. Facebook, Instagram e tutti gli altri ci hanno convinto che quelli che hanno un briciolo di fama, di riconoscimento o semplicemente di successo perché abili nel loro lavoro, in realtà siano degli ignobili usurpatori che ci stanno portando via qualcosa».

Lei si è mai innamorata di una donna?

«Certo, mica l’amore guarda la carta di identità. Ma ogni volta è andata malissimo. Soprattutto perché quelle che incontravo mettevano al primo posto l’orgoglio lesbico. E io che posto avevo? Però ancora oggi penso che le donne siano fatte per le donne. Io ho tanti amori platonici femminili: ho amiche bellissime e le amo tutte».

La prima volta a letto?

«A diciannove anni. Terribile. Ma lo avevo fatto solo per dispetto a mia madre. Non mi chieda chi era, era uno qualunque».

E l’ultima volta che si è innamorata?

«Qualche anno fa. A distanza. Elettrizzante, magnetico. È finita. Ci ha salvato il fatto che viviamo in due città diverse».

Perché? Lei è separata, è libera.

«Eh» (pausa, silenzio, non-detto).

Barbara, lei è stata al Grande Fratello Vip . Lo rifarebbe?

«È stata una benedizione. Cose così ti strappano alla vita di tutti i giorni, ti catapultano in un posto dove c’è la piscina, la Nutella e tante storie umane. E poi ti pagano (tantissimo) solo per esistere».

Che cosa non le piace delle femministe di oggi?

«Che ci vogliono tutte come madonnine offese: e la differenza tra ministro e ministra, e lo schwa. Le vere femministe facevano paura, erano delle streghe e cambiavano le leggi. Adesso mi pare un trionfo del perbenismo e delle questioni inutili».

Se dovesse capitarle di innamorarsi di nuovo...

«Sì, del becchino».

Lucia Esposito per “Libero quotidiano” il 17 giugno 2022.

Barbara Alberti è come molti dei suoi trentasei libri: imprevedibile e spiazzante fino all'ultima parola. Se c'è una strada diritta lei la evita e ti conduce nelle vie tortuose e poco frequentate del suo pensiero. Le chiediamo un commento sugli insulti che molte donne di sinistra hanno scaricato addosso a Giorgia Meloni dopo la vittoria alle elezioni e il trionfo nei sondaggi sul gradimento dei leader. 

«Non sono al corrente di questi insulti. A me, che sono di sinistra, preoccupa la crescita della destra e mi duole enormemente l'assenza della sinistra. Ci sono tante brave persone ma non vedo nessuno che abbia la passione e la convinzione di un Berlinguer. La crescita della destra è dovuta alla morte della sinistra. Non condivido nulla di quello che dice la Meloni ma riconosco che crede in ciò che dice». 

Condanna la sinistra perché non ha più passione?

«Non condanno nessuno. Mi dispiaccio per i miei figli, per i miei nipoti e bisnipoti che non vivono in un mondo come quello che ho conosciuto io in cui c'era una sinistra che portava avanti le sue battaglie. E vorrei che oggi da sinistra ci fosse qualcuno che contrastasse tutto questo perbenismo di facciata che rende inutili omaggi alle donne». 

Faccia qualche esempio.

«Se uno dice "bona" per strada scoppia un putiferio, se tocca un culo accade il finimondo, dopodiché ti rendi conto che viviamo in un Paese dove è in atto una strage da quando le femministe esistevano davvero e la Lagostena Bassi passò dodici anni della sua vita per eliminare dal codice Rocco il delitto d'onore.

Oggi ci ammazzano, ci pagano meno e non ci aiutano a fare figli. Non servono bonus, ma un Paese civile dovrebbe dare alle donne la possibilità di stare con il proprio figlio per un anno senza riduzione dello stipendio. Le femministe di allora hanno cambiato le leggi, oggi non c'è un leader ed è disperante l'uso edulcorato del linguaggio». 

Possiamo quindi chiamarla vecchia e non anziana?

«Se elimini la parola vecchia mi offendi perché vuol dire che rappresento qualcosa di disgustoso. Anni fa la mia amica del Camerun, Geneviève Makaping, docente di antropologia, faceva la portiera d'albergo e quando vide Sgarbi disse: "Voi che andate in tv chiamatemi negra. Bianco non è una parolaccia, perché deve esserlo negro"?». 

Non pensa che tra donne, al di là degli schieramenti, ci dovrebbe essere quella che le femministe chiamano «sorellanza», un'alleanza che supera le barriere dell'ideologia?

«Il sessismo non lo voglio neanche negli insulti. Se devo insultarti lo faccio se sei maschio o se sei femmina. Non mi interessa la retorica delle donne che devono essere amiche per forza. Penso però che la rivalità femminile l'abbiano inventata i maschi a loro vantaggio». 

Quindi lei ritiene che una donna di sinistra possa insultare Meloni perché la pensa diversamente da lei?

«Secondo lei non dovrebbero insultarla come avversaria politica solo perché è donna? Questa è retorica».

 Lei è contraria all'utero in affitto...

«Trovo agghiacciante che la sinistra appoggi e consideri libertario che un ricco possa inseminare una povera per risparmiarsi il disturbo di fare un figlio. Nessuna schiavitù, forse solo quella dei neri americani, era come questa. 

Non sono contraria a "combinazioni affettive" ma un figlio deve essere frutto di un rapporto affettivo, non di un accordo economico. Una sinistra che appoggia l'utero in affitto ha perso il diritto a chiamarsi sinistra». 

Lei è critica anche con il body shaming.

«Sono stata grassa e sono felicissima che le persone non vengano insultate per il loro aspetto. Però da qui a far credere che se pesi 80 chili piaci come Sharon Stone no. È solo ipocrisia». 

Il metoo è stato un aiuto o un danno per le donne?

«Il metoo ha scoperchiato una marmitta disgustosa che è la tassa che noi donne dobbiamo pagare per lavorare. Un'imposta che non capita solo alle attrici ma anche alla donna che guadagna 700 euro al mese e magari ha un figlio paraplegico e se il padrone del negozio le tocca il culo ci deve stare per forza.

Non è il sesso che spinge questi "capi" ma il potere. Il metoo ha scoperchiato questo ripugnante pedaggio che le donne devono pagare, dopodiché ha virato in un perbenisimo spaventoso. Quell'anno non assegnarono il Nobel per la Letteratura perché il marito di una giurata aveva molestato una donna. A rimetterci è sempre l'arte». 

Cosa direbbe alle donne che hanno accettato di pagare quella tassa per lavorare?

«Direi: "il tuo successo sei tu, non viene dai maschi" e non aver detto quel "vaffanculo" è una mortificazione». 

L'Italia è pronta per un leader donna?

«Solo la retorica è pronta. Non è una questione di sesso ma di competenze e di idee». 

·        Billy Wilder.

Steve Della Casa per “La Stampa” il 28 marzo 2022.

«Avete fabbricato un capestro di parole per soffocare il cinema». Norma Desmond, la diva del muto che cerca disperatamente di riconquistare un ruolo e una visibilità nel capolavoro Viale del tramonto, chiosa in questo modo la notizia che sarà lo scrittore William Holden a cimentarsi nel costruire una storia che le consenta il grande ritorno.

Una amara considerazione per una donna che è convinta sia stato l'avvento del sonoro a spingerla immeritatamente nella zona grigia dei dimenticati nel mondo dello spettacolo. Ma quella battuta, messa in bocca a una donna disturbata di mente, è anche la spia di quanto sia importante per Billy Wilder la parola, alla quale conferisce in tutti i suoi film un ruolo fondamentale. 

I virtuosismi con la cinepresa, infatti, non gli interessano e per quanto riguarda le inquadrature sceglie sempre quelle più semplici, più lineari. Noah Isenberg, che ha curato una splendida raccolta di scritti del grande regista austriaco (Billy Wilder. Inviato speciale, edito da La Nave di Teseo, con la cura per l'edizione italiana di Alberto Pezzotta), sostiene a ragione che questa attenzione di Wilder per la parola risalga ai suoi primi avventurosi anni come giornalista, quando negli Anni 20 operava prima a Vienna e poi a Berlino, e che in quella sua attività si può trovare in nuce tutto ciò che porterà Wilder a una fama mondiale.

Nei primi tempi il suo nome era Billie Wilder (l'americanizzazione Billy Wilder sarà un omaggio successivo alla sua patria d'adozione) e lo troviamo in calce a cruciverba che si divertiva a creare, ma anche come ballerino fantasista apprezzato nell'albergo dove si esibiva, perché sapeva fare gli interessi di chi lo pagava oppure come giornalista specializzato in interviste ai grandi dello spettacolo che sapevano essere al tempo stesso scoppiettanti e ciniche.

Inutile dire che si trovano accennati tanti temi che ritroviamo nei suoi film migliori, dalla compagnia di spettacolo itinerante di A qualcuno piace caldo fino ai giornalisti solo in apparenza diversi tra loro di L'asso nella manica e di Prima pagina. I reportages di Billy Wilder non sono solo articoli, sono vere e proprie storie con all'interno personaggi tridimensionali. 

Wilder si reca a Genova e identifica la casa dove ha vissuto Cristoforo Colombo. La descrive in tutta la sua attuale decadenza fatta di incuria, di sporcizia e di bottiglie abbandonate lì vicino. Ci descrive con cura dove il giovane scopritore delle Americhe giocava a biglie (il termine è scritto proprio così, in italiano). 

Poi ci ripropone due brevi chiacchierate, una con una bambina che non sa assolutamente chi sia Colombo e si cura solo del recipiente con il latte che sta trasportando, poi di un americano sovrappeso che fantastica di comprare la casa stessa, trasportarla in America, aprirla al pubblico a mezzo dollaro il biglietto e corredarla con un'ancora originale del grande navigatore che lui sa essere custodita a Philadelphia e rimpiangendo il fatto che il famoso «uovo di Colombo» sia ormai definitivamente marcito... Altrettanto gustoso è il rapporto con la padrona della casa dove Wilder vive, che ha una passione (non condivisa dal futuro regista) per la naftalina con la quale intende tutelare i capi di abbigliamento.

O di come un acquazzone estivo su una Berlino insolitamente oppressa dall'afa possa favorirlo in una più approfondita conoscenza della ballerina con la quale aveva condiviso pochi passi di danza. O quando racconta di un grossista di frutta che assume una persona grassa e dotata di dentatura sana solo perché conferisca un tono ottimista alle attività del suo magazzino.

O ancora quando sostiene (in modo paradossale) che spesso ci sia una mano femminile dietro le pessime ristrutturazioni che hanno snaturato per sempre alcuni caffè della capitale tedesca, sostenendo che per le mogli dei proprietari l'arredamento di un locale è come un vestito vecchio, che deve essere gettato via. O infine quando la rosa di Gerico dalle presunte doti miracolose si rivela una truffa, anche se il successivo cambio con un cactus gli consente di risolvere il problema di un regalo di compleanno per una vecchia zia (e forse il miracolo consiste proprio in quello). 

Ogni racconto è cosparso di arguzie e di un'attenzione maniacale per i dettagli: tutte doti che ritroveremo puntualmente nelle storie che Wilder scriverà per il cinema. Le battute che tutti noi ricordiamo come il «nessuno è perfetto» su cui finisce A qualcuno piace caldo non arrivano dal nulla, e lo stesso vale per Walter Matthau, cinico assicuratore in Non per soldi ma per denaro e poi direttore altrettanto spietato in Prima pagina. Li possiamo ricostruire passo passo leggendo articoli che sono un vero e proprio capolavoro dell'arte di narrare.

Estratto da “Billy Wilder – Inviato speciale. Cronache da Berlino e Vienna tra le due guerre” (ed. La nave di teseo), pubblicato da “La Stampa” il 28 marzo 2022. 

Nel Vecchio Mondo, dove nacque Cristoforo Colombo. Genova, febbraio. Nulla domus titulo dignior heic paternis in aedibus christophorus columbus pueritiam primamque iuventam transegit. Questa iscrizione è incisa su una targa di marmo installata sopra due finestre da cui, circa quattrocentottanta anni fa, venivano appesi ad asciugare i pannolini di Cristoforo Colombo.

Ignoro se l'illustre navigatore avesse fratelli e sorelle o fosse figlio unico. Non importa: la famiglia Colombo sembra avesse bisogno di poco spazio; la casetta, a un centinaio di passi da piazza De Ferrari, è larga appena quattro metri, lunga sette e alta cinque; è di pietra grigia, ha il tetto piatto ed è mezzo diroccata. 

Gli edifici ai lati sono stati abbattuti, per liberare la struttura originaria dell'edificio in cui vide la luce l'uomo che scoprì l'America; e dà su un giardinetto chiuso da un'alta rete metallica dove crescono pochi alberi rachitici e l'erbaccia è costellata da lattine e bottiglie rotte; in fondo i resti di un portico romano, venuti alla luce durante la costruzione della Banca d'Italia.

A quanto pare era lì che si nascondevano il piccolo Cristoforo e i suoi amici quando giocavano a guardie e ladri. La targa appena menzionata e le sue finestre sono gli unici ornamenti della casetta, a parte due massicce porte di ferro appena verniciate di verde scuro e una ghirlanda appesa sotto il tetto, così rovinata dalle intemperie che ci vorrebbe un botanico per identificare i fiori. Le altre facciate sono cieche. Il viaggiatore curioso scopre che le due porte sono chiuse. 

È ancora abbastanza presto, piove a intermittenza, e un forte vento infierisce contro i rampicanti che salgono lungo i muri, Una ragazzina con gli zoccoli attraversa la strada con una brocca pieno di latte. «È sempre chiuso?»; «Sì, signore». «Chi ha le chiavi?»; «Perché me lo chiede, signore?»; «Perché è qui che è nato Colombo»; «E chi è Colombo?».

La ragazzina non aspetta la risposta ma procede, dondolando la brocca e scomparendo in un vicolo. Un tassista genovese che ogni tanto porta in giro qualche straniero, sembra meglio informato. «La casa di Colombo è aperta durante l'estate. Ci sono due stanze con i mobili dell'epoca». Nella casa davanti, che non sembra molto più recente, c'è un'osteria; al piano di sopra sono appesi due costumi da Pierrot, un giallo e uno nero: è una ditta che affitta costumi; di fianco ci sono un veterinario e una scuola di musica che promette un mandolino gratis a chi paga in anticipo un semestre di lezioni (a 25 lire al mese).

Per raggiungere Porta Sant' Andrea, costruita nell'anno Mille, passo davanti a una ventina di edifici cadenti e abbandonati, con vicoli ciechi e scale che non portano da nessuna parte. Accanto ci sono i resti delle vecchie mura. Alla loro ombra sicuramente Cristoforo Colombo giocò a biglie: le palline colorate già note ai bambini babilonesi, e ancora oggi usate da quelli di Metropolis. 

All'Hotel Miramare è l'ora del tè. Un americano sovrappeso con le guance paffute mi offre una Camel. Cominciamo a chiacchierare, e dopo mezz' ora mi racconta: «Ero a Sanremo e una botta di fortuna mi ha portato qui a Genova. Una vera botta di fortuna. Di certe faccende di lavoro sarebbe meglio non parlare, si sa, ma voglio fidarmi di lei. Ho scoperto la casa dove è nato Cristoforo Colombo. Ed è una scoperta che vale milioni di dollari. 'E com' è possibile?' mi dirà lei. Glielo spiego. Appena torno a casa fondo una società che compra la casa, la mette su una nave e la porta a New York.

·        Carlo Emilio Gadda.

Carlo Emilio Gadda, la vita come uno gnommero di pensieri. SILVIA PERUGI su Il Quotidiano del Sud il 28 Novembre 2022

Carlo Emilio Gadda è scrittore a sé. Unico. Complesso e stratificato. Indecifrabile. In quest’ultima caratteristica è racchiusa tutta la difficoltà che qualunque lettore incontra nell’approcciarsi alla sua opera, e al tempo stesso proprio in essa si nasconde la sorprendente bellezza della sua letteratura. Gadda si perde continuamente nella matassa dei pensieri – e il lettore qualunque con lui – senza riuscire a venirne fuori con un’idea netta di realtà. Le riflessioni si attorcigliano su loro stesse senza soluzione. Le circonvoluzioni della mente si complicano sempre di più. Eppure, proprio qui è custodito il segreto della sua unicità: in questa incessante esplorazione del mondo, che non rinuncia ad andare avanti pur non arrivando ad alcun approdo.

Gadda è stato definito il maggiore scrittore italiano del pieno Novecento – e il suo romanzo La cognizione del dolore è considerato da tanti il più grande capolavoro della nostra letteratura del secolo passato. Non c’è unanimità, però. Alcuni faticano addirittura a chiamarlo narratore: poiché il vero passo del racconto – sostengono – è sviluppo e non ingorgo.

La narrativa gaddiana – sottratta alla logica della consequenzialità, alla necessità della trama, all’obbligatorietà della conclusione – si rivela nel suo garbuglio inestricabile la più simile alla vita. Non sono le cose che ci accadono, una di fila all’altra, a determinarci, è piuttosto come le percepiamo – e cioè come ne facciamo esperienza – ognuno secondo i propri tic, le proprie manie, le proprie ossessioni. In una parola, ognuno secondo il proprio carattere: nostra più atroce condanna o nostra più immensa fortuna. Il groviglio originale sta tutto lì: nell’ingorgo del pensiero che si crea nella nostra testa. È quello che rende ogni cosa bella o brutta, facile o difficile.

C’è solo un altro grandissimo scrittore capace di reggere il paragone con Gadda, è James Joyce: la dimostrazione che nessuna letteratura, se non la nostra, ha formulato una pseudo legge secondo cui tensione stilistica e tensione narrativa sarebbero inversamente proporzionali. Se Joyce è un romanziere – e non c’è alcun dubbio che lo sia – allora anche Gadda lo è: è un narratore “espressionista” – come in Italia non ne abbiamo avuti altri – che segue un moto contrario a quello del solito narrare che va dall’esterno all’interno. Gadda procede all’opposto: dall’anima alla realtà, dallo spirito alla materia. Non è il racconto delle cose per come sono, è il racconto delle cose per come l’autore le vede e le vive. Ed effettivamente esistono pensieri che stanno solo nella nostra testa e nelle pagine dei suoi libri.

A rendere unico lo stile di Gadda contribuisce soprattutto il linguaggio: forse l’elemento più tangibile di una poetica così profondamente basata sull’introiezione del mondo. Anche la lingua di Gadda è a sé. Un idioletto solo suo. Un impasto variegato di parole colte e arcaicizzate, gergali e dialettali, a cui si mescolano e si accumulano termini stranieri. Una polifonia che mima da vicino la molteplicità sfuggevole da cui lo scrittore era ossessionato. Quella pienezza irraggiungibile da chi, per carattere, è inesorabilmente portato a perdersi nei dettagli pur aspirando a cogliere l’insieme, a inglobare il mondo. Come si può giungere a una soluzione finale mentre la realtà si smaterializza e si ricompone di continuo, in una serie di aggregazioni alternative? Gadda aggroviglia scrittura e pensieri senza giungere mai a tirare le fila del discorso. Le sue opere non concludono, non hanno forma stabile. Sono magmatiche, lavorate ostinatamente.

I RITRATTI DI SILVIA PERUGI

C’è un elemento stilistico ulteriore – accanto a quello strutturale e a quello linguistico – che va preso in considerazione nella prosa gaddiana: sono sue, appartengono tutte a lui, le emozioni che vengono riversate nel racconto. Sono queste che dilagano nella pagina, non quelle dei personaggi. A modulare o perturbare quel canale comunicativo che si instaura tra autore e lettore. E cosa ancor più singolare sono emozioni in continua oscillazione: ira, sdegno, furore, dolore, amarezza, malinconia, commozione, ilarità, euforia; con tutti i relativi registri: sarcastico, ironico, elegiaco, sublime, tragico, comico. Ciò rende con certezza Gadda il più umorale dei nostri scrittori – che ride nel pianto – capace di cambiare tono bruscamente, nel giro di una sola frase. Totalmente incoerente. Completamente contraddittorio. Sempre agognante, bramoso di interezza. È in un simile miscuglio di pensieri, registri ed emozioni che si sostanzia la rappresentazione più caotica e vera dell’inestricabile flusso vitale.

Non importa stabilire se Gadda sia il più grande scrittore italiano del Novecento. Gadda è imprescindibile. Questo è sufficiente. Imprescindibili sono le sue opere, tre su tutte – così diverse e così simili – La cognizione del dolore (1963), L’Adalgisa (1950) e Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) – in cui è francamente impossibile trovare qualcosa di superfluo o superato.

Conosciamo di Carlo Emilio Gadda le nevrosi, le paranoie, le ossessioni, le manie, i complessi, i rimorsi, il male immedicato e immedicabile, il buio orrido di un’anima ingarbugliata nei suoi pensieri, avida, invidiosa, lacerata. Non ne fa mistero alcuno. Anzi, è ciò di cui scrive. E allora, viene da chiedersi, acquisita una certa consapevolezza di ciò che si è, perché non tentare di liberarsi di tale triste configura? Conoscere le proprie nevrosi non significa essere capaci di separarsene.

Scrive Gadda: “Non c’è magistero per le anime sbagliate, le loro piaghe non conoscono cipria”. A voler seguire il viluppo vorticoso delle circonvoluzioni mentali, ciò che noi sappiamo di Gadda, che è ciò che lui crede di sé, non è che il frutto distorto delle sue nevrastenie. Di quel desiderio mai sazio di pienezza che fa i conti con errori e mancanze. – Anche la percezione che abbiamo di noi stessi è alterata dal carattere.

In fondo, cosa siamo senza le nostre nevrosi? Compagne contraddittorie, ricercate e respinte. Nostra dolorosa costrizione, nostro consolatorio riparo. La monotona rissa di ogni giorno perderebbe il fascino dei suoi contrastanti colori. Senza di esse Gadda avrebbe perso la sua intensità: in lui nulla è lieve, effimero, futile, tutto finisce per avvilupparsi in un nodo, in un groviglio, in uno “gnommero” folto, denso, impenetrabile, dove convergono passato, presente, futuro, la realtà, il sogno, il tragico, il comico. In cui niente può essere dimenticato o cancellato. Da questa intensità nasce la sua unicità.

·        Carlo Levi.

Il pensiero dell'autore. Carlo Levi e l’eterno fascismo tra passato e presente. Filippo La Porta su Il Riformista il 10 Novembre 2022

Torniamo a parlare – per l’ultima volta! – di fascismo. Al di là di anacronismi storici e di paure insensate di nuove marce su Roma il fascismo esiste, eccome! Solo che non va identificato con una parte politica, con una ideologia (o almeno: non solo con una parte politica). Credo che bisognerebbe rimeditare in proposito la riflessione di Carlo Levi, giellista e azionista, considerato dai comunisti “anarcoide e qualunquista” e dalla destra un “utile idiota dei comunisti”.

Già nei primi anni ’30 scriveva sulle pagine del giornale di “Giustizia e libertà” che occorrerebbe “combattere il fascismo dentro di noi”. Vi ricordate Gaber: “Mi fa paura non Berlusconi in sé ma Berlusconi in me!”. Nel Cristo si è fermato a Eboli parla di “un eterno fascismo italiano”, riecheggiando “l’autobiografia della nazione” gobettiana. Ma cosa dobbiamo intendere con questo concetto? Si tratta del fascismo come antropologia e mentalità, dunque trasversale. Proviamo ad approfondire questo concetto. Nello stesso libro Levi suggerisce la celebre dicotomia tra “luigini” (dal nome del podestà fascista di Aliano, il paesino lucano del confino) e “contadini”. Ora, i “contadini” sono per lui non soltanto i contadini, anzi possono esserlo anche gli industriali, gli operai, gli artigiani, i medici, i matematici, etc., insomma tutti “quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano”. Mentre i “luigini” – cioè i fascisti – sono “quelli che dipendono e comandano, e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano”. Ora, la mossa straordinaria di Carlo Levi, che pure combatté concretamente il fascismo storico (e dal regime venne arrestato e confinato), è quella di concludere che in ognuno di noi c’è una parte contadina e una parte luigina, tra loro in contrasto (così come negli anni Trenta ebbe a dire che occorre anzitutto sconfiggere il fascismo dentro di noi).

Solo un ricordo autobiografico in proposito, spero non del tutto abusivo. Nel ’68 il presidente Mao, che pure era stato responsabile di una modernizzazione forzata dell’economia cinese (negli anni ’50) che costò milioni di vittime tra i contadini, e poi della sciagurata Rivoluzione Culturale nei ’60 (con centinaia di migliaia di morti), scrisse un aureo libretto, credo fondamentale per la mia generazione: “Sulla contraddizione” (tra l’altro una leggenda metropolitana vuole che non avesse mai letto Marx ma che conoscesse la dialettica hegeliana!). Bene in quelle pagine si leggeva che in ogni rivoluzionario agiscono spinte controrivoluzionarie, e che dentro ognuno di noi comincia la battaglia politica. Qualche anno dopo la straordinaria rivoluzione femminista nel nostro paese si dovette ricordare di quella intuizione. Il critico Matteo Marchesini ha recentemente attaccato un mito caro a Carlo Levi, e dopo di lui a Elsa Morante e Pasolini. Il mito, per tutti loro confortevole, di una segreta parentela tra artisti e reietti, di una affinità tra i poeti e gli ultimi. Un mito fondato su una illusione e su una indebita proiezione personale. Levi si sentiva prossimo ai contadini lucani, Pasolini ai borgatari, la Morante agli analfabeti. Tutti e tre immaginano questa invisibile alleanza con soggetti sociali estranei alla Storia, depositari di una vitalità incorrotta e infantile, depositari di una verità premorale (feroci e innocenti, brutali e autentici), uniti insieme contro la classe media, contro una piccola borghesia amorfa, spenta, mediocre.

Già Franco Fortini volle prendere le difese nel 1964 di quella povera giornalista che intervista Pasolini, da lui definita una “maledetta cretina” nella poesia “Una disperata vitalità”. Confesso che anche a me venne voglia di parteggiare per la ragazza che in “Palombella rossa” intervista Nanni Moretti – la freelance di qualche squallida TV locale – e che solo per aver osato usare un termine come “trendy” viene da lui schiaffeggiata! Insomma: è ben altro il conformismo che bisognerebbe combattere! La critica di Marchesini coglie nel segno, però qui bisognerebbe distinguere tra Carlo Levi da una parte, e Pasolini e Morante dall’altra. Vorrei obiettargli che dentro l’opera di Carlo Levi si trovano gli stessi anticorpi che possono aiutarci a smontare quel mito. Come abbiamo visto la sottolineatura del dualismo sotteso alla persona – in ognuno c’è la parte contadina e quella luigina – lo protegge dalle mitologizzazioni estetizzanti di Pasolini e Morante, dal loro populismo aristocratico e dal loro malcelato disprezzo per la gente comune. Il conflitto avviene nella coscienza di ogni individuo. Certo, poi Levi identifica i “luigini” con la “sterminata, informe, ameboide piccola borghesia”, i politicanti, gli industriali assistiti dallo stato, i parassiti, i letterati dell’eterna Arcadia… Però a ben vedere queste due “civiltà” coesistono dentro la nostra interiorità. Perciò Levi non poteva consentire alla separazione manichea tra “uomini e no”.

Ma per chiarire il suo concetto di “eterno fascismo” ripassiamo quell’altra dicotomia, che incontriamo nel suo ultimo libro, il Quaderno a cancelli, scritto nel 1973 durante una convalescenza (a causa del diabete, e di una retinopatia, perse la vista per qualche mese). Ed è quella tra “diabetici” e “allergici”. Sentite come definisce, metaforicamente, i due tipi umani che corrispondono alle due patologie. Il “diabetico” si apre dolcemente e fraternamente al mondo, non ritiene che “un po’ di zucchero conti nell’armonia della natura” né che pensar male degli altri ci renda più sagaci, si fida del prossimo, crede a quello che si dice, non chiude le porte neanche di notte, vorrebbe abolire le frontiere (i “diabetici” hanno inventato il socialismo umanitario e anarchico, di ispirazione evangelica). “L’allergico” (ahinoi, la maggioranza) vive blindato, si difende continuamente da tutto, cerca sempre un colpevole, mobilita contro lo “straniero” un “immenso esercito immunitario”, è intollerante e paranoico, opera sempre contro qualcuno e contro l’altro. Vi ricorda qualcuno? Filippo La Porta

Non si è fermato a Eboli. La grandezza di Carlo Levi è essere un artista non etichettabile. Elena Loewenthal  su L'Inkiesta il 12 Febbraio 2022.

Il poeta, scrittore e pittore antifascista rimane una figura quanto mai attuale anche a 120 anni dalla sua nascita. La Fondazione Circolo dei Lettori di Torino lo ricorda con una serie di iniziative per far riscoprire al pubblico di oggi la sua inesauribile poliedricità.

Difficile immaginare una figura più refrattaria agli schemi, più poliedrica e meno convenzionale di Carlo Levi. Come definirlo? Medico, scrittore, pittore, intellettuale militante (la definizione di “intellettuale” non gli andava affatto a genio)? Ma anche poeta, pescatore, amante accanito, politico disilluso eppure tenace, viaggiatore.

Era nato a Torino il 29 novembre del 1902, e per i suoi cento e venti anni – che nell’immaginario ebraico sono il massimo e più ambito traguardo cui possa ambire una vita umana, raggiunto per ora solo dal biblico Mosè – la Fondazione Circolo dei Lettori lo ricorda ma soprattutto lo riscopre con una serie di iniziative che tentano, ma forse invano, di tenere fede a una poliedricità che è la sua vera, inimitabile cifra. Si tratta, insomma, di decifrare quel che nasconde, ma anche svela, quel suo sorriso vagamente ironico eppure sempre gentile, e quello sguardo che si spinge sempre un po’ più in là perché “Tutta la vita è lontano”, come scrive in una poesia del 1935, durante il tempo del confino in Lucania.

L’unicità, e il fascino di Carlo Levi stanno già tutti lì, in quel suo rapporto di amore e dolcezza verso i luoghi dove viene esiliato dal regime fascista a seguito di una condanna per attività sovversiva e dopo due passaggi di qualche mese in carcere, l’ultimo a Regina Coeli fra il maggio e il luglio del 1935. Basti pensare a come lo patirono Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, il confino rispettivamente in Calabria e Abruzzo: per il primo una stagione cupa da dimenticare e basta, per l’altra una sorta di spedizione forzata in una realtà parallela, un altro e primitivo pianeta disperatamente lontano anni luce.

Per Carlo Levi, invece, la Lucania diventa quasi subito qualcosa d’altro, di diverso: un oggetto di amore, il luogo di una vera – e laicissima – rivelazione: «Per me, sia che io ci vada, sia che ci ritorni con il ricordo, o che qualche immagine me la rammenti, essa mi pare, più di ogni altra, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo, tanta vi è l’evidenza delle parole, dei gesti, delle condizioni umane, la rivelatrice espressività della vita. Qui ritrovo la misura delle cose, la concretezza dei pensieri e delle immagini, e, in quella brulla prigione di pietra, il senso della sempre nascente libertà».

Qui sta parlando di Matera, ma in realtà così si esprime anche per Grassano, Aliano, i brulli calanchi: tutto quello che, insomma, viene dopo Eboli.

In altre parole, Carlo Levi riesce a fare dell’esperienza del confino, durata fra l’altro neanche un anno, il momento fondativo del proprio pensare e agire, ma soprattutto della propria inesausta curiosità del mondo. La Lucania è vera, è viva, è misura delle cose: poetiche, politiche, sociali. Scoprire la Lucania, i contadini, la durezza di quelle esistenze ma anche la loro luce, diventa per lui la chiave di lettura del presente, delle diseguaglianze e delle provvidenziali differenze. E se non fu mai (né probabilmente ci teneva a esserlo) un meridionalista in senso stretto, certo è che il pensiero di Carlo Levi sull’Italia, sul rapporto fra Nord e Sud, apre orizzonti ancora tutti da esplorare ed è lo strumento migliore per analizzare – e immaginare il nostro Paese. Più che mai in questo presente in cui la pandemia ha stravolto anche gli equilibri geografici, in fondo. 

Il fatto è che pochi scrittori e intellettuali sono stati connessi al territorio come lo era lui: i luoghi, e l’umanità che li abita, sono la prima fonte di ispirazione, per lui, e anche l’oggetto primo del raccontare: non solo “Cristo si è fermato a Eboli” ma anche “Le parole sono pietre” (viaggio in Sicilia), “Tutto il miele è finito” (Sardegna), passando per lo splendido e ormai introvabile “La doppia notte dei Tigli”, diario di un’avventura in Germania nel 1959. E poi i suoi reportages da Russia, India, Cina, dalla Calabria e da tanti altri altrove. Carlo Levi è dunque uno scrittore profondamente legato alla materia dei luoghi, che ai luoghi si lega con una curiosità intelligente e un cuore pensante. 

Quando dipinge o scrive la Lucania, la sua Aliano e anche Grassano (in uno splendido “Grassano come Gerusalemme”), lo fa perché c’è qualcosa di profondo e fondamentale di cui esser grato all’esperienza di quel confino e di quei luoghi: la scoperta di una verità poetica niente affatto astratta, ma profondamente umana. 

Esiliato su un monte

Rituale e feroce

Guardo con occhi aperti un mondo antico

E gli usati concerti

Dentro il chiuso orizzonte senza voce

L’indifferente intrico

Dell’estraneo destino

Sperai provvidenziale, come un ponte

Fra il passato e il futuro

Libero e nostro: amico era il confino…

Questa sua straordinaria capacità di affrontare e conciliarsi con la complessità del reale – tale per cui un’esperienza straniante come quella del confino diventerà il cuore stesso del suo pensiero e della sua militanza politica e intellettuale, la tessitura di un legame profondo che durerà per tutta la sua vita – sono lo specchio della strabiliante poliedricità di Carlo Levi. Sin dagli inizi.

Nasce infatti a Torino in una famiglia della borghesia ebraica colta – soprattutto per parte della madre, Annetta Treves, sorella di Claudio Treves, giornalista e politico antifascista –  frequenta il liceo Alfieri ma già a quindici anni, mtaurato, si iscrive a Medicina. Diventa brillantemente medico ma non eserciterà mai – se non in Lucania, anche se gli era proibito, e saltuariamente su commissione, soprattutto della sua compagna di vita Linuccia Saba (figlia di Umberto), che lo interpella per le questioni di salute del marito Nello. Decenni di un poliamore ante litteram non senza burrasche…

Ben presto si scopre pittore, ma non soltanto.

Fondamentale è in quegli anni per lui la conoscenza e l’amicizia di Piero Gobetti. La sua rivoluzione liberale sarà in fondo il filo conduttore di tutta l’attività politica e civile di Carlo Levi che anche da senatore della sinistra sarà sempre un indipendente di nome e soprattutto di fatto, piuttosto allergico tanto ai dogmatismi del partito comunista quanto ai bizantinismi del sistema Italia, quello che ha nell’immediato dopoguerra impedito un vero ricambio della classe dirigente e favorito invece una letale continuità con il regime fascista. Tutto questo Carlo Levi lo colse molto bene, più con disillusione che con rabbia, come racconta nel suo romanzo romano, “L’Orologio”.

Dopo Torino arrivano presto anche altri luoghi per lui: Parigi, città rifugio e città d’ispirazione, Firenze dove rimase nascosto nel tempo dell’occupazione tedesca e della caccia all’ebreo e dove, su pressante invito di Anna Maria Ichino, che lo teneva nascosto, scrisse il “Cristo si è fermato a Eboli”. E Alassio, dove c’è la casa di famiglia che d’estate si riempie di bambini e adulti e dove Carlo Levi è preda di una ispirazione pittorica a fasi alterne: capita che dipinga due quadri al giorno ma anche che preferisca andare a pescare i delfini in mare dall’alba a notte fonda. E poi la Lucania, patria di adozione dove tornerà tante volte dopo la guerra, per nostalgia e per costruire un nuovo Sud: fu anche il suo ultimo viaggio, poco prima di morire, il 4 gennaio del 1975.

Altri luoghi e tanti legami: amicizie che durano una vita intera, come quella con Renato Guttuso. E amori tutti molto poco convenzionali: da Paola Levi sposata Olivetti, che andrà a trovarlo al confino, alla misteriosa Vitia Gourevitch, una ballerina affascinante e dalla vita travagliata, a Linuccia Saba che gli fu amante, amica, segretaria, confidente, un po’ madre e anche un po’ figlia. 

Una vita, insomma, meravigliosamente fuori da ogni schema senza però mai una nota di astio, di rivendicazione di alcunché. Carlo Levi era così per natura non per militanza: originale, libero, eclettico, straordinariamente appassionato alla vita.

·        Carlo Linati.

Carlo Linati, l'irregolare che schernì il "green" prima della moda "green". Davide Brullo l'11 Luglio 2022 su Il Giornale.

Lo scrittore lombardo nel 1906 raccontò ironicamente gli eccessi di certo ecologismo.

Stava sulle labbra di Ezra Pound e di James Joyce. Tanto per capire il personaggio. «C'è qualche italiano che sappia scrivere? Spero ancora di incontrare Linati a Milano... Chiederò a Linati qualche breve nota sulla mancanza di una letteratura italiana moderna», scrive, l'8 maggio del 1920, «a mano», da Venezia, Ezra Pound a Joyce. Incalza, qualche giorno dopo, da Sirmione, «Potremmo tentare anche Linati con un invito a cena a stare la notte...» (i materiali si trovano in Ezra Pound, Lettere a James Joyce, il Saggiatore, 2019). Segue, dall'Hotel Eden, Sirmione, cartolina di Pound, incontenibile pontefice, costruttore di eresie letterarie, di rapporti dorati da una furia esclamativa: «Dear Linati, Joyce arrived here last night». Non gli pareva vero di conoscere un italiano competente, versato nella letteratura anglofona, con un orecchio speciale per il linguaggio.

Carlo Linati e Ezra Pound avevano un'affinità, per così dire, sportiva: entrambi audaci, autodidatti in tutto, tutto corpo, verbo che si fa carne. Nato a Como nel 1878 da famiglia abbiente il papà era ingegnere, cresciuto a Milano, affetto scrive lui da «rosolia letteraria», Linati è lettore onnivoro e studente disordinato (si laurea all'Università di Parma nel 1906; a Torino più che ai corsi di Giurisprudenza, cui era iscritto, era interessato alle lezioni di Cesare Lombroso). Ama i viaggi nei luoghi inesplorati e inespressi, spesso compiuti in bicicletta; i reportage scritti per il Touring Club Italiano hanno un'ineguagliata freschezza. Per questo, di Pound carpisce subito la fisicità del sabotatore, di chi vuole rovesciare le sorti della letteratura, «Mentre il buon Pound parlava io fissavo la sua figura lunga svelta sportiva, dal viso aguzzo terminante in una barbetta a punta, un vero viso yankee temperato di dolcezza latina...», scrive, in un'intervista pionieristica, dal titolo «Fuoriusciti», pubblicata sul Corriere della Sera il 10 luglio del 1925 (ora in Ezra Pound, È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani, De Piante, 2021). Con il «mio amico Ezra Pound, il poeta americano che vive a Rapallo» la sintonia è totale: su La Stampa, il 29 marzo 1929, Linati ricorda la visita fatta insieme a William Butler Yeats: «È un poeta, un saggio, e, come tale, un poco un indifferente»; nel 1923, dopo l'annuncio del Nobel per la letteratura, Yeats telefona alla moglie, crede che il premio valga pressappoco duecento sterline, che «se lo sarebbe goduto subito».

Proprio a Yeats, Linati deve la fama di traduttore raffinato. Sbarcato in Irlanda nel 1913, grazie all'amico musicista Franco Leoni aveva conosciuto gli autori della «Irish Renaissance»: John Millington Synge, Isabella Augusta Gregory, William B. Yeats, di cui, tra il 1914 e il 1919, con estro eroico traduce i drammi più importanti. Da qui, il 31 ottobre 1918, via Zurigo, la lettera di James Joyce, che si complimenta con Linati, personalità dall'acume insolito, coraggioso, ai «romanzi melensi che divora il pubblico inglese» ha anteposto i nuovi scrittori d'Irlanda. Sarà l'inizio di un rapporto autentico, sdoppiato, complesso: di Joyce, Carlo Linati preferirà tradurre Exiles (nel 1920, in prima battuta), Stephen Hero (1944), e un brandello dell'Ulisse (1926), ritenendo quel romanzo «di una difficoltà stragrande per non dire insormontabile».

Eppure, Carlo Linati non è stato soltanto il destinatario del cosiddetto «Schema Linati», la bussola per orientarsi nella lettura dell'Ulisse. Scrittore impaniato di humour torbido, di sgargiante verbosità, amato da tanti Sergio Solmi, Enrico Falqui, Giovanni Papini su tutti e sostenuto da pochi; autore di libri remoti, Nuvole e paesi, Amori erranti, Storie di bestie e fantasmi, connessi a una «linea» nordica autentica e autarchica (di cui è re, prima che Manzoni, Carlo Dossi), a tratti inavvertita, inventariata su vetri e nebbie, per lo più ineguagliabile (percorsa da autentici giganti: i Gadda-Testori-Arbasino...). Insomma, Linati, morto nel dicembre del 1949, era già «uno scrittore dimenticato» nel 1960 (così il titolo di un servizio di Arnaldo Bocelli pubblicato sul Mondo), figuriamoci oggi, un oggi in cui resistono, a sprazzi, le sue traduzioni, nota sul margine di un secolo smangiato dall'oblio, arreso a una dissacrante impazienza. «Spirito troppo fermentante per essere antico... Linati aveva l'ambizione di voler conciliare la novità con l'autorità della tradizione», scrisse di lui Cesare Angelini; esordì nel 1906, con una fiaba satirica, Il tribunale verde, stampato in cento copie numerate dalle Officine Grafiche E. De Castiglione. Il testo «frutto delle mie prime esaltazioni mistico-ironiche nella natura», scriverà, anni dopo, Linati ritorna, nel 1909, nella raccolta di racconti Cristabella, è recepito nel 1919 in Natura ed altre prose selvatiche. Ora il testo è tra noi in edizione definitiva, annotata che impila, minutamente, varianti, edizioni, sensi sottesi e disattesi a cura di Ermanno Paccagnini (Aragno, pagg. XLVIII+40, euro 15).

Il racconto è esile ed esilarante. Il protagonista, di mattina, «divinamente felice», mentre «il sole diluviava attraverso gli spazi cosmici», abbraccia, «con irresistibile tenerezza», una betulla. Gesto sconsiderato: «due terribili pungitopi» che si esprimono in «spiccato accento siciliano» arrestano il nostro eroe, accusato di aver abusato di una pianta. Segue processo intentato dal fatidico «tribunale vegetale»...

Il testo è brillante, sagace, corrosivo, un estroso controcanto alla natura matrigna di Leopardi, non adatto ai neo-vegani, ai neo-panteisti, a chi vuole proteggere la natura senza sporcarsi le mani. «Noi ci arrampichiamo sui vostri rami, vi cantiamo, vi dipingiamo e facciamo di voi solide casse da morto e ottime panche da scuole», dice il protagonista al cospetto degli alberi, arcigni. Alcuni passi rasentano la poesia: «Io amo l'onesto merlo, questo calunniato Amleto del bosco».

Troppo impegnato nell'intensità della vita, Linati non seppe progettarsi un futuro da burocrate letterato. Scrisse, con gioia, di tutto; firmò, con noia, l'antimanifesto degli «intellettuali non fascisti». Nel 1932, con l'avallo di Pound, pubblicò per Vallecchi una serie di ritratti di Scrittori anglo-americani d'oggi: vi spicca, ovviamente, «Ez», insieme a Hemingway, Virginia Woolf, Aldous Huxley. Nel 1903, con Filippo Tommaso Marinetti e Umberto Notari, aveva fondato Verde e Azzurro, una «rivista illustrata del movimento cosmopolita». Il lancio letteralmente fu folle: 300mila copie gettate ai passanti dai palazzi su piazza Duomo. Il foglio fallì presto. Era così, Linati, un estremista, uno scapestrato, un olimpionico del bello. Sorrideva spesso, cosa non comune tra gli scrittori.

·        Carmen Llera e Alberto Moravia.

Antonio D’Orrico per “Sette – Corriere della Sera” il 28 luglio 2022.

IL ROMANZO D’AMORE di questa estate cominciò nel 1935 quando scoppia la passione tra Elsa Morante, 23 anni, e Beautiful, come la scrittrice chiamava Richard T.M., un bellissimo diplomatico inglese. 

Lui adora la sua «Elsie», la sua «sposina», la sua «tiny» (minuscola), ma sospetta che si faccia pagare dai numerosi amanti che ha. 

DUE ANNI DOPO Elsa si innamora di Alberto Moravia, già famosissimo. Richard si batte come un leone contro quel «rovescio di D’Annunzio». Scrive a Elsa: «Sig. M. certamente non ti ama. Due che si amano non si vedono sempre al Caffè!». 

Lui non è uno da Caffè: «Io bacio i tuoi piedini e gambe e ginocchia, e bacio te dentro come un pazzo da farti gridare e mordermi d’amore come una tigre». A letto con Elsa, Beautiful non è più inglese ma «napolitano». La ama come si ama nelle canzoni napoletane: «E amara comme sî, te voglio bene. / Te voglio bene e tu mme faje murí». 

MORAVIA PENSA CHE ELSA sia una grande scrittrice. Richard no, la sua è «letteratura per signorine». Ma lui la amerà lo stesso e la lascerà coltivare il suo sogno. Tanto: «La terra è piena di stampe inutili».

POI GLI SALTANO I NERVI. Le scrive: sei «bugiarda e puttana». Se ne pente e le porge scuse ufficiali dandole solennemente del lei. Ma fa peggio ancora (eppure era un diplomatico!): «Dicendo così volevo significare che siete una troia». 

Tre giorni dopo questa lettera, il 10 giugno 1940, l’Italia entra in guerra e finisce in maniera eclatante l’amore tra Beautiful e Tiny. Lui torna in Inghilterra. Un anno dopo Elsa e Alberto celebrano il matrimonio più importante nella storia della letteratura italiana. 

PERÒ C’È UN FINALE ALTERNATIVO. Altrettanto eclatante. Moravia racconta che Beautiful aveva un’altra amante a Venezia (figlia di un gondoliere!) e, essendo bisessuale, stava pure con un tipo «strisciante e abietto».

Ecco la versione del Sig. M.: «Elsa era scappata di casa e si era innamorata di un inglese, un omosessuale che ammazzò davanti a lei il proprio amante. Lo ammazzò sotto i suoi occhi durante una festa. L’amante gli disse: “Spara, spara”. E l’inglese sparò». In qualche modo riuscì a farla franca. Qualche conto forse non torna, ma si tratta di uno splendido romanzo d’amore e morte. 

C’È UN TERZO FINALE. Elsa narrò ad Alberto la storia dell’omicidio. Poi ritrattò: se l’era inventata (era una romanziera o no?). Moravia non le credette. E una sera di quarant’anni dopo Elsa, parlando come per caso, gli confidò di aver sempre amato i triangoli composti da un amante anche omosessuale e dall’amante di questi. 

Una mezza ritrattazione della ritrattazione? Un’altra menzogna? L’estremo sortilegio narrativo degli ex coniugi? Prima nella mia hit parade dell’estate è la biografia Elsa Morante. L’incantatrice di Rossana Dedola (Landau). Il suo ultimo, bellissimo romanzo.

Lettera di Carmen Llera Moravia a Dagospia il 28 maggio 2022. 

Ho visto Nostalgia di Mario Martone e una certa identificazione poteva esserci. Nel romanzo di Rea, Felice Lasco torna a Napoli, rione Sanità, per assistere l'anziana madre dopo 45 anni di assenza. Scopriremo che è fuggito quindicenne per motivi loschi.

Arriva parlando un’altra lingua e osserva la sua città con occhi attenti e meravigliati, man mano che passano i giorni tornano i ricordi, riconosce i luoghi, le abitudini, gli accenti.

Ha nostalgia della giovinezza, si immerge nella nuova vita e si rende conto che nulla è cambiato.

Muore la madre ma lui decide di restare e di far venire la moglie egiziana. Sappiamo come andrà a finire. Anch'io ho lasciato il mio paese d'origine 45 anni fa ma è stata una scelta. Amavo l'Italia e la sua cultura, avevo un contratto di lavoro con l'Università di Palermo, poi  Roma. Non ho mai avuto nostalgia della mia città, tantomeno della mia giovinezza. In realtà non conosco la nostalgia, so vivere solo il presente. Non so se sia un bene. Ci penso perchè poco dopo ho visto Lettera a Franco di Amenabar (Mientras dure la guerra)

Mi sono trovata immersa nel mio passato, come dicono i francesi " le passé te rattrape toujours".

Forse.

Ecco Miguel de Unamuno, rettore dell'Università di Salamanca, intellettuale basco repubblicano, figura fondamentale nella mia formazione. Siamo nel 1936 e il generale Francisco Franco risalendo dalla sua postazione in Marocco conquista lentamente la Spagna. All'inizio sembra un uomo mite, timido, un cristiano amante della sua famiglia, " un poveretto" che diventerà in poco tempo El Generalissimo. 

Un fascista ossessionato dalla congiura giudaico-massonica, dopo tre anni di guerra civile (basterebbe guardare il Guernica di Picasso per capirne l'orrore ) resterà al potere fino al 1975. La reazione di Unamuno fu immediata, destituito dalla sua carica morì lo stesso anno d'infarto. Sono nata e vissuta sotto il franchismo per 22 anni

Due film che mi hanno fatto riflettere sulla vita, sulla responsabilità dei nostri atti, sulla morte. Da vedere, solo in sala. Carmen Llera Moravia

·        Cesare Pavese.

La fine di Pavese: «Non fate pettegolezzi». L’addio due mesi dopo aver vinto lo Strega. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Agosto 2022.

Un trafiletto in terza pagina su La Gazzetta del Mezzogiorno del 29 agosto 1950 annuncia una tragica notizia: «Ieri sera a tarda ora in una camera dell’albergo Roma Rocca Cavour, in piazza Carlo Felice, è stato rinvenuto morto lo scrittore Cesare Pavese. Alla sera, visto che la porta della sua camera era ancora chiusa e lo scrittore non era stato visto da alcuno, fu deciso di forzare l’uscio e si constatò che il Pavese aveva tirato il chiavistello di entrambe le porte. Cesare Pavese giaceva sul letto, vestito. Egli si era tolto soltanto la giacca e pareva assopito in uno stato di profondo torpore, a quel corpo era ormai freddo.

Sul tavolino da notte era aperto un libro, la sua ultima opera Dialoghi con Leucò e sul frontespizio erano vergate con mano sicura le parole: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate molti pettegolezzi». Su una mensola dell’attigua stanza da bagno l’autorità giudiziaria rinveniva 28 cartine aperte. Altri tubetti di un potente sonnifero si trovavano sul tavolino da notte, non ancora aperti. L’annuncio della pietosa fine dello scrittore veniva dato, con riguardosa cautela, alla sorella che accorreva immediatamente con la figlia a lui particolarmente cara. Fra lo strazio delle uniche superstiti della sua famiglia, essendo egli orfano, la spoglia di Cesare Pavese veniva trasportata all’Istituto di medicina legale per l’autopsia. La notizia del suicidio ha sorpreso e costernato gli amici che egli contava numerosi nelle redazioni dei giornali cittadini».

Pavese morì a 43 anni: era nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo. Aveva trascorso la sua giovinezza a Torino, città in cui aveva frequentato il leggendario liceo Massimo D’Azeglio. Si era formato, così, alla «scuola antifascista» di Augusto Monti, insieme a Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi e altri illustri intellettuali piemontesi. Laureato in Lettere con una tesi su W. Whitman, si avvicinò presto alla letteratura americana. Per i suoi rapporti con il movimento clandestino di Giustizia e Libertà fu arrestato tra il 1935 e il 1936 e inviato per un breve periodo al confino a Brancaleone Calabro. Collaborò fin dagli esordi con la casa editrice fondata da Giulio Einaudi: rifugiatosi nel Monferrato, in casa della sorella, assistette alla guerra di Liberazione senza prendervi parte. Nel dopoguerra lavorò stabilmente come direttore editoriale e si dedicò alla scrittura in versi e in prosa: furono anni di lavoro intenso, in cui pubblicò le sue opere di maggior successo. Due mesi prima di morire, il 24 giugno 1950, Pavese vinse il premio Strega con La bella estate.

·        Charles Baudelaire.

Il "vero" Baudelaire? Troppo maledetto per essere raccontato. Stenio Solinas il 23 Marzo 2022 su Il Giornale.

Jean Teulé propone un ritratto del poeta tutto basato sull'eccesso. Però esagera...

Maledetto Baudelaire!, di Jean Teulé (Neri Pozza, pagg. 317, euro 18, traduzione di Riccardo Fedriga) è un «romanzo», come viene definito in copertina, o una «biografia romanzata», come nella quarta della stessa lo presenta un breve estratto del quotidiano francese Libération?

La domanda non è banale, e ha a che fare con la disinvoltura con cui i romanzieri, partendo dall'idea che nulla gli sia artisticamente precluso, spaziano in campi che non dovrebbero essere i loro. Interrogato su cosa sia un romanzo, Julian Barnes ha risposto che è «il raccontare delle menzogne belle e ben confezionate che racchiudono verità crudeli e precise». Suo logico corollario è che i suoi protagonisti sono «gente che non esiste, non è mai esistita, e in caso contrario saremmo di fronte a loro semplici copie, simulacri convincenti per un breve lasso di tempo». Noi, dice in sostanza Barnes, crediamo che Emma Bovary viva e muoia, che Amleto uccida Laerte; non è mai successo, non sarebbe mai potuto succedere, «ma noi crediamo il contrario» e sta qui l'essenza del romanzo, la sua grandezza e la sua specificità. Nella sua Commedia umana, Balzac giunge a creare minuziosamente delle biografie immaginarie grazie alle quali riempie e spiega la vita reale della Francia del suo tempo, come se ci volesse dire: non ho bisogno di deformare e/o caricaturare l'esistente, la mia creatività basta e avanza. E vale di più.

Nei giorni scorsi, sul Corriere della sera, Romana Petri ha definito la «biografia romanzata un malinteso». Spesso, questa è la sua tesi, chi scrive «racconta la storia di persone che ha conosciuto o delle quai ha solo sentito parlare ma che hanno suscitato il desiderio di fare carta della loro vita». Sono persone non note, aggiunge, «dunque niente dubbi per nessuno: l'opera è certamente un romanzo». Ne deriva che «molti romanzi possono essere biografie romanzate nascoste» e quindi «è molto più semplice definire ogni opera narrativa un romanzo e lasciare le biografie a chi si attiene ai fatti, produce documenti e non si inventa nulla».

La soluzione è elegante, ma aggira l'ostacolo piuttosto che superarlo: in Maledetto Baudelaire! Teulé ringrazia, «per la loro collaborazione più o meno involontaria», biografi di Baudelaire quali Asselineau, Nadar, Gautier, Troyat, Pascal Pia, nonché critici vari e lo stesso Baudelaire... Più o meno surrettiziamente, ci vuole far capire che non si è inventato niente, pur se, in quanto romanziere, può legittimamente dire di essersi inventato tutto. È il Baudelaire di Teulé, insomma, ma il sottinteso è che quello è il vero Baudelaire. Ma è davvero così? E che senso ha un'operazione del genere?

Il filo rosso che guida questo romanzo e/o questa biografia romanzata, è l'eccesso, l'eccesso in tutto, va da sé, nell'ottica di una vita condotta all'insegna dell'oltraggio. C'è la gigantessa esotica, Jeanne Duval, c'è la sua preferenza per le donne «vili, sporche, mostruose», come Sarah la strabica, c'è lo sperpero dell'eredità paterna, e insieme l'abuso di droga, milleseicento gocce di laudano al giorno, anziché le sette prescrittegli dal medico per curare la sifilide, c'è la stravaganza del vestire e dell'apparire, boa di piume di struzzo fucsia al collo, una pecora rosa al guinzaglio... E naturalmente, c'è l'amore in eccesso per la madre, Caroline Archimbaut-Dufays, l'odio in eccesso per il patrigno, quel colonnello Aupick a cui avrebbe voluto sparare come a un coniglio durante le barricate della rivoluzione del 1848... Infine, c'è l'eccesso di morire «sfinito dalla fatica, dalla noia e dalla fame in una vita di miserie, dopo aver usato e abusato di tutto».

Esausto di eccessi, giunto all'ultima pagina il lettore chiude il romanzo. Sono duecento anni che Baudelaire è morto, non sarà un eccesso di troppo a preoccuparlo. Resta però il problema. Teulé ha scelto di romanzare Baudelaire: se non fosse così si sarebbe inventato qualcun altro, un altro poeta maledetto a cui dare un'anima e una vita proprie. Ma il suo Baudelaire è meglio dell'originale, di quello vero che emerge dalle sue poesie, dai suoi scritti, dalle sue lettere, di quello che chi lo conobbe ha ricordato, con tutti i difetti che ogni ricordo e ogni interpretazione porta con sé, ma senza la frenesia di inchiodarlo in un'immagine, una posa, un eccesso, appunto. La risposta, purtroppo, è no.

Intendiamoci, il libro non è brutto, Teulé conosce il mestiere, ma basta aprire i Fiori del male a caso per capire il perché. «Bientôt nous plongerons dans les froides ténèbres/ Adieu, vive clarté de nos étés trop courts»... Oppure: «La musique souvent me prend comme une mer!/ Vers ma pâle étoile, () Je mets à la voile». O ancora: «D'autre fois/calme plat, grand miroir de mon désespoir». E infine: «O Mort, vieux capitaine, il est temps! Levons l'ancre!/ Ce pays nous ennuie, ô Mort! Appareillons». Non c'è nemmeno bisogno di tradurre...

Più in generale, nulla nell'eccesso di Maledetto Baudelaire! eguaglia il ritratto dei Goncourt: «Senza cravatta, il collo nudo, la testa rasata, in una vera toilette da ghigliottinato, con una sola ricercatezza: le mani perfettamente lavate, curate, ripassate con l'allume». Né il ritratto fotografico di Nadar, con quegli occhi che, come ha ben scritto Gesualdo Bufalino, «ricordano il santo, lo spiritista e l'omicida: gli occhi, se vogliamo far nomi, del Loyola, di Mesmer, di Lacenaire»...

Puntando sull'eccesso e sull'oltraggio, Teulé dimentica oltretutto un aspetto per nulla secondario in Baudelaire, quel suo essere stato segnato dal massacro dei rivoltosi del '48, quel suo essere stato un cittadino umiliato dalla restaurazione borghese di Napoleone III, un intellettuale, prima che un poeta, cresciuto fra utopisti, rivoluzionari, esoteristi, femmes galantes e pazzi di ogni genere, in una Parigi che il piccone demolitore di Haussmann andava mutando radicalmente nel nome di un capitalismo rutilante che un ventennio dopo si sarebbe infranto nella sconfitta e nella umiliazione di Sedan.

Allo stesso modo scompare il reazionario spregiatore del progresso positivista, «la fede nel progresso è una dottrina da pigri», il dandy nauseato dai manifesti, dalle cariche, dalla democrazia e dai governi di qualsiasi tipo, convinto che non esistessero che tre esseri rispettabili: «Il prete, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere e creare». Quanto al suo amore, un amore devoto, sino alla fine, per la bella e selvaggia, quanto ignorante Jeanne Duval, «la negresse», cosa lo spiega di più del suo: «Noi amiamo le donne quanto più ci sono estranee. Amare le donne intelligenti è un piacere da pederasta».

Si dirà, ma questo è il tuo Baudelaire, non quello di Teulé. Nient'affatto, questo è Baudelaire. E non è una differenza da poco.

·        Charles Bokowski.

"Ho sprecato la vita in biblioteca. Le mie pagine non urlano!" Esce il carteggio tra Charles Bukowski e Sheri Martinelli, la modella amica dei Beat. Pagine di vita, bevute e poesia. Charles Bokowski il 14 Ottobre 2022 su Il Giornale.  

Cara Sheri Martinelli, è sacrosantamente possibile che non ci sia potenza in me e nelle mie poesie. Posizione degradante e disgustosa, perennemente invisa agli dèi per non dire abbastanza cose o abbastanza bene o a modo loro. Cristo, ho letto i tuoi classici, ho sprecato la vita in biblioteca, voltando pagine, cercando sangue. A me sembra che non sia stata svuotata ABBASTANZA immondizia, le pagine non urlano; la solita dignità esibita e i so-tutto-io e pagine secche bruciate dal sole ma impalpabili come farina.

A proposito, i tuoi cosiddetti moderni devono proprio scrivere io io io io senza maiuscola? Tempo fa faceva colpo ma adesso è solo un lento morire.

Pound? Parti di Pound non erano male, naturalmente, ma troppo circo e chiacchiere sciocche, maestro che seminava errori di stampa e menava pugni, l'effetto del fare, sembra camminare dritto mentre se ne sta sdraiato. Io non ho baffi, mi lavo i denti, ma non ubbidisco a dettami cinesi, ubbidisco ai miei dettami e odio gli sbirri perché sono quasi tutti giovani e si vestono di nero e hanno gli sfollagente e le pistole e sculettano i presuntuosi sederini e non capiscono Beethoven o Mahler o Chopin o nessuno dei compositori e scrittori russi. C'è molta verità in quello che dici e cioè che io più che altro faccio elenchi sulla vita ed è vero che non dico granché e che dico troppo in senso soggettivo, che c'è un po' di spazzatura, ma con la zavorra dei classici e la consapevolezza che non sto scrivendo bene, non riesco a liberarmi. Il mio lavoro deve trovare la sua conclusione partendo da me e soltanto da me stesso, devo liberarmi da ciò che è successo o da quello che hanno fatto gli altri. In agosto ne compio 40 e sto ancora, forse, vivendo come un bambino e sto anche scrivendo come uno di loro ma questo andrà avanti finché per me farlo sarà una cosa naturale.

I critici tendono a sovrastimare o sottostimare un lavoro scavando in profondità, valutando i versi in sforzando in relazione alla loro storia. Se Dio pisciasse, qualcuno la chiamerebbe benedizione gialla mentre altri prenderebbero le cerbottane ringhiando nel bicchiere di vino.

Ho avuto tempo per riflettere mentre ero steso mezzomorto nel reparto dei poveri o in piedi sotto il sole dell'ippodromo o a letto con grasse puttane, con i piedi sudati schiacciati sul mio cuore. Leggere ormai non mi serve più a niente, il meccanismo si è fulminato, non accetterebbe una facciata fasulla. Preferisci che elimini totalmente l'esperienza dalle mie poesie? A Li Po piaceva bruciare le sue e restare a guardarle mentre fluttuavano lungo il fiume, e anche a LP piaceva il vino. Non posso cambiare il mio flusso creativo in base alle critiche. Non mi piacciono le mie poesie, anzi le detesto quasi tutte, del resto non vado in visibilio o faccio salti mortali per il gusto di farlo. Ricordo molte poesie cinesi sulla donna che attende che il suo uomo torni dalla guerra, si strugge d'amore e attende, il tremendo vuoto dell'attesa, guardando la collina, i fiori che si muovono al sole e nessuno all'orizzonte, pur comprendendo e avendo la volontà di sacrificare il suo uomo agli dèi. Poesie di 5 o 6 versi, esperienza eccome, eppure, lasciami usare quella parola vuota: bellissime. Ah, lo so, sì sì sì, tutto questo nella forma classica. No, no, no. Esperienza. Non mi piace la gente che dice che tutto questo è già successo, non si può scrivere. Sta succedendo adesso. ADESSO. I morti sono morti, e che tu ci creda o no, proprio perché sono morti le loro parole, in un certo senso, sono anch'esse morte. Milton cieco non è così tragico come quando era in vita. L'arte ne conserva solo una parte ed è sopravvalutata. Vedo le mie dita sui tasti, di fronte a me una pianta mezza morta con una foglia come l'orecchio di un coniglio piegata a sinistra, le donne del mondo mi camminano nel cervello, un ratto mi rosicchia lo stomaco e scalcia le zampette, passa un furgoncino dei gelati bing bing bing bong bing bong bong, e l'Arte, l'Arte non è nulla, sono le mie dita sui tasti ORA che incidono e piangono Chopin e musica e ribellione, al diavolo i classici, al diavolo la forma, al diavolo Pound, esci, esci e sanguina, sanguina all'infinito contro la massa, mezzaRoma, mezzapoesia, mezzofuoco, mezzobacio. Esci, esci, esci.

·        Charles M. Schulz.

Il papà di Charlie Brown. Il secolo di Charles M. Schulz. Maurizio Stefanini su L’Inkiesta il 26 Novembre 2022.

Il fumettista di origini tedesche e norvegesi nel 1950 creò un personaggio a sua immagine e somiglianza, timido e introverso, con tanto di cane al seguito, innamorato di una ragazzina dai capelli rossi. Le strisce dei Peanuts sarebbero diventate il passaporto per una fama mondiale

Il 26 novembre del 2002 a Saint Paul, nel Minnesota, nacque un bambino che le foto ci mostrano con la grande testa tonda, i capelli biondi e gli occhioni chiari. Insomma, esattamente come Charlie Brown. Pure come Charlie Brown sui chiamava Carlo, aveva il padre barbiere (di origine tedesca) e la madre casalinga (di origine norvegese), il suo miglior amico era un cane, era innamorato di una ragazzina dai capelli rossi, e aveva un carattere timido e introverso.

Non era però Charlie Brown, ma colui che lo creato: come evidente derivazione di sé stesso, anche se in realtà nei primi disegni i personaggi avevano piuttosto la testa ovale tipo pallone di rugby. Charles Monroe «Sparky» Schulz, che se non fosse morto il 12 febbraio del 2000 per un attacco cardiaco farebbe 100 anni.

Più di metà di questo secolo, e quasi i due terzi della sua vita terrena, li passò come fumettista. A 21 anni, poco dopo la morte della amatissima madre per un cancro ai polmoni nascosto fin quasi alla fine, era stato soldato nella Seconda Guerra Mondiale.

Sergente della ventesima divisione corazzata e comandante di una squadra di mitraglieri, partecipò a una sola azione di guerra, in cui puntò la sua arma contro un soldato tedesco, ma quando sparò si accorse che aveva dimenticato di caricare. Prima che potesse farlo il nemico alzò le mani, e così il papà di Charlie Brown finì la guerra senza avere nessun morto sulla coscienza. Però grazie disegni realizzati per le lettere dei commilitoni poté in compenso rendersi conto che la sua passione per il disegno era un talento.

Fece anche l’insegnante e predicatore laico della pentecostale Chiesa di Dio, come ricordò anche Umberto Eco nella prefazione al volume Arriva Charlie Brown: «Non beve, non fuma, non bestemmia. Vive modestamente ed è lay preacher (predicatore laico), in una setta detta la Chiesa di Dio; è sposato e ha, credo, quattro bambini. Gioca a golf e a bridge e ascolta musica classica. Lavora da solo. Non ha nevrosi di alcun genere. Quest’uomo dalla vita così sciaguratamente normale si chiama Charles Schulz».

Tre anni dopo aver iniziato a disegnare, il 2 ottobre del 1950 creò il personaggio che lo rese famoso in tutto il mondo. Comparso su oltre 2600 testate, tradotto in più di venti lingue, pubblicato in oltre settanta nazioni, letto da 355 milioni di persone. Già nel 1952 era uscita la prima raccolta, e già nel 1955 il trentatrenne Schulz aveva vinto il premio Reuben, sorta di Oscar dei fumetti.

«Peanuts» è in realtà il nome della serie. Letteralmente significa arachidi: «Noci piselli». Ma in gergo, nell’inglese degli Stati Uniti dell’epoca, indicava nel teatro la sezione con i posti più economici, e a volte era usato anche per indicare il pubblico composto da bambini. Una liberissima traduzione in italiano potrebbe forse essere «le scartine», l’autore ne fu contrariato e in un’intervista molto successiva, nel 1987, lo definì «un nome totalmente ridicolo, non ha significato, crea confusione e non ha dignità – e io credo che il mio umorismo abbia dignità».

Ma lo accettò, e ne fece anzi un punto di forza, rendendo lo spazio ridotto e l’aspetto austero un modo per rendeva l’alienazione di alcuni personaggi. Che sono tantissimi: ne sono stati contati oltre una quarantina. Ma alcuni evidentemente più centrali.

Innanzitutto lo stesso Charlie Brown: scolaro di quarta elementare di nove anni e mezzo, il fatto di essere considerato un perdente non gli impedisce di dare prova di infinita determinazione e testardaggine. Ma è dominato dalle sue ansie e manchevolezze, e suoi compagni approfittano di lui. Migliore esempio di ciò è la squadra di baseball di cui è instancabile organizzatore e lanciatore, ma che perde sempre con punteggi tremendi. Ha anche una grande passione per gli aquiloni, che finiscono sempre su un albero «mangia-aquiloni».

Ma c’è poi il cane Snoopy, tanto dinamico quanto il suo padroncino è rinunciatario, e impegnato in continue sfide oniriche con l’eroe della Grande Guerra Barone Rosso; l’amico con la coperta Linus, cui nel 1965 fu dedicata una rivista italiana; la sua bisbetica e autoritaria sorella maggiore Lucy; il pianista Schroeder; lo sporchissimo Pig-Pen; la sorellina Sally, innamorata di Linus; l’uccellino Woodstock; il negretto Franklin; la tenera Piperita Patty.

Citatissima è la Ragazzina dai Capelli Rossi di cui Charlie è innamorato, ma che non appare mai. Neanche gli adulti si vedono mai, ma quei bambini in perpetuo sospesi tra ricerca di identità e integrazione sociale, la relativa sconfitta e la conseguente nevrosi diventano metafora della condizione umana, e della sua fragilità.

Protagonisti di una serie di cartoni animati, di due lungometraggi animati e di una commedia musicale nel 1967, i Peanuts hanno avuto anche una serie interminabile di tentativi di imitazione. L’unico all’altezza dell’originale, probabilmente, Mafalda, dell’argentino Quino.

Nel 1983 a Charlie Brown è stato pure dedicato un parco divertimenti sul modello di Disneyland. Esaltato da magazine e intellettuali, malgrado il successo la serie avrebbe continuato a essere disegnata dal solo Schulz per quasi mezzo secolo. Senza nessun assistente neanche per il testo o la colorazione, fino a quel novembre del 1999, quando dopo una serie di piccoli ictus e l’occlusione di un’aorta gli fu trovato un cancro al colon ormai entrato in metastasi.

Un po’ per la chemioterapia, un po’ perché non riusciva più a vederci bene, il 14 dicembre del 1999 annunciò che smetteva di disegnare. Aveva però tenuta riservata un’ultima vignetta. Su sua richiesta, la morte fu comunicata dai giornali in quell’ultima striscia il giorno dopo la morte. Al cane Snoopy il compito di congedarsi dai lettori con poche parole battute sulla sua macchina da scrivere. «Cari amici, ho avuto la fortuna di disegnare Charlie Brown e i suoi amici per quasi cinquant’anni. È stata la realizzazione del sogno che avevo fin da bambino. Purtroppo, però, ora non sono più in grado di mantenere il ritmo di lavoro richiesto da una striscia quotidiana. La mia famiglia non desidera che i Peanuts siano disegnati da qualcun altro, quindi annuncio il mio ritiro dall’attività. Sono grato per la lealtà dei miei collaboratori e per la meravigliosa amicizia e l’affetto espressi dai lettori della mia striscia in tutti questi anni. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy… non potrò mai dimenticarli…».

Dopo l’annuncio di Snoopy, un necrologio apparve poi il 14 febbraio del 2000, giorno di San Valentino, sul quotidiano londinese The Times. «Charles Schulz lascia una moglie, due figli, tre figlie e un piccolo bambino dalla testa rotonda con uno straordinario cane».

Nel 2002 a Santa Rosa, in California, gli è stato intitolato un museo.

·        Chiara Valerio.

Luigi Mascheroni per “il Giornale” il 28 novembre 2022.

Funziona così. Per dire. Chiara Valerio chiama Teresa Ciabatti, la quale poi ricambia intervistandola per quattro pagine su «7» del Corriere della sera, a pubblicare nella collana «PassaParola» che dirige per Marsilio, dove ospita, tra gli altri, sia Carlotta Vagnoli (con la quale colloquia su l'Espresso e che presenta al Salone del libro di Torino) sia Michela Murgia (dalla quale viene intervistata sull'Espresso e insieme alla quale mette in scena lo spettacolo Istruzioni per l'uso al teatro Carcano di Milano, la cui direzione artistica è di Lella Costa, che prima o poi pubblicherà per «PassaParola») sia Annalisa De Simone, che a sua volta invita Chiara Valerio e Teresa Ciabatti all'Italian Pavilion per la mostra del cinema di Venezia, istituzione con cui lavora Chiara Tagliaferri (moglie di Nicola Lagioia e amica di podcast di Michela Murgia), e dove quest' anno era in giuria Nadia Terranova, mentre su Radio 3 Chiara Valerio invita nella sua rubrica «L'isola della sera» sia Carlotta Vagnoli sia Michela Murgia sia Teresa Ciabatti e tutte insieme scrivono un racconto per l'antologia Le Nuove Eroidi e uno per l'antologia I figli che non voglio, tirando dentro anche Nadia Terranova e Loredana Lipperini, e così mentre su Repubblica e la Stampa si recensiscono a vicenda- la Murgia scrive del libro della Ciabatti la quale invece parla di quello della Valerio che viene intervistata dalla Lipperini - poi tutte scrivono dei libri che escono da Solferino, cinghia di trasmissione editoriale della sinistra di penna e di potere, e intanto fanno una settimana estiva in vacanza al festival dell'Istituto Italiano di Cultura di New York e una invernale alla Nuvola di Roma per la fiera della piccola e media editoria, ma in realtà una sorta di convention ombra del Pd, «Più libri più liberi». Curata da Chiara Valerio.

La domanda a questo punto è: ma chi è Chiara Valerio? 

Originaria di Minturno-Scauri, stazione ferroviaria sulla tratta Roma-Formia-Napoli (si parte dalla provincia e si conquista la Città delle donne, fermata a Trastevere con dependance veneziana a Dorsoduro) per avere 44 anni in effetti ha già fatto moltissimo. Forse troppo. 

È matematica, con un dottorato all'Università Federico II di Napoli sul tema del calcolo delle probabilità, insegnante (lei si auto considera «un eccellente prodotto della scuola italiana»), scrittrice, giornalista, traduttrice, direttrice artistica, curatrice editoriale, conduttrice radiofonica, è nel Comitato editoriale della rivista Nuovi Argomenti, lavora per il teatro, ha diretto la collana «narrativa.it» per Nottetempo- casa editrice per un femminismo senza confini - ha scritto il soggetto di un film di Nanni Moretti e uno di Gianni Amelio il grande cinema di tinelli e di silenzi - ha diretto la prima edizione del Salone del libro di Milano, uno dei più tragici fallimenti dell'editoria in Italia, ed è il motivo per cui adesso le hanno affidato la fiera di Roma (in nome dello stesso principio per cui in Italia chi fa fallire un giornale viene promosso per azzopparne un altro), ha pubblicato dodici libri di cui cinque con Silvio Berlusconi (Einaudi) e oggi è editor-in-chief del settore Narrativa di Marsilio, co-autrice di Concita De Gregorio, curatrice del programma Ad alta voce di Rai Radio 3, è invitata in tv, scrive per Vanity Fair, per il mensile Amica, collabora con l'Espresso, Domani, la Repubblica e la Stampa...

Ernst Jünger, che è morto a 102 anni, ha fatto meno cose. 

Ma cosa è Chiara Valerio? Per Mario Desiati, premio Strega, suo amico - che come lei ha trovato nella fluidità di genere il viatico per interpretare lo spirito dei tempi, e fare carriera - Chiara Valerio è la mente più brillante della cultura italiana (l'ha scritto su il Post, quotidiano online noto per la leggerezza con cui passa i pezzi), mentre per il Sole24Ore, altra testata con cui in passato ha lavorato, «è una delle persone più nascostamente influenti della sua generazione». Ecco, la parola giusta è «influente». Di fatto, un upgrade di influencer. 

Avatar femminile di Walter Veltroni, cuspide dell'amichettismo intellettuale romano proiettato su scala nazionale, Chiara Valerio - estetica del pulloverino, outfit giansenista, occhialino da studentessa di teologia e abilissima nelle relazioni sociali - negli anni ha occupato tutti i gangli della comunicazione culturale sull'asse minimum fax - Nazione Indiana - Nuovi Argomenti - Nicola Lagioia - Radio 3- Repubblica - Einaudi e oggi è la sciamana dell'agro pontino, sacerdotessa della grande chiesa che passa da Che Guevara e arriva fino all'amica Teresa, passando per Paolo Repetti e Sandra Petrignani arriva a Propaganda Live e va avanti fino all'Einaudi, nonostante Berlusconi. 

Se la sinistra romana è il salottismo della cultura italiana, l'inner circle di Chiara Valerio ne è il privé. 

Ospiti del suo «Più libri più libri», dove se per sbaglio invitassero uno scrittore di destra verrebbe giù l'EUR: Roberto Saviano, Lisa Ginzburg, Carlotta Vagnoli, Nicola Lagioia, Edoardo Albinati, Zerocalcare, Ascanio Celestini, Michela Murgia, Zoro, Gipi, Fumettibrutti, Elly Schlein - che è il corrispettivo politico di Chiara Valerio, Lesbo is fantastic, pi-greco e buonismo a chilometro zero - Teresa Ciabatti, Nadia Terranova, Igiaba Scego, Monica Cirinnà, Miguel Gotor, Ginevra Bompiani, Valeria Parrella, Marino Sinibaldi, Loredana Lipperini, Jonathan Bazzi, Viola Ardone e soprattutto Paolo di Paolo, di Paolo, di Paolo, di Paolo, di Paolo... 

Nume tutelare: Serena Dandini.

Almeno Christian Raimo nel suo radicalismo ha mantenuto una coerenza intellettuale, mentre Chiara Tagliaferri sembra più compiaciuta del suo phon che di qualsiasi opzione politico-ideologico. 

Perché l'amichettismo e lo spoil system non vanno bene a destra, ma a sinistra sono un assioma. La matematica è politica. 

Però la politica, è questo matematico, apre tutte le porte, i festival, i giornali, i talk show, le rassegne, i premi, le collane... 

Come dice il mio amico di Spritz al Select, «una volta gli schwrittori guardavano solo al proprio ombelico, oggi al loro ombrello». 

Look queer, maîtresse-à-penser, terzomondismo di seconda scelta e romanzi dell'ioioio.

Chiara Valerio che sforna prefazioni. Chiara Valerio che firma editoriali. Chiara Valerio in visita di cortesia sul set del film di Nanni Moretti. Chiara Valerio che presenta Gian Arturo Ferrari. 

Chiara Valerio che difende la Murgia che difende Saviano.

Chiara Valerio che cita Lady Oscar come chiave di lettura del disvelamento omosessuale di Pasolini (sic), «Chiara Valerio ricorda Patrizia Cavalli», Chiara Valerio ospite della notte stellata al Maxxi - non c'è manifestazione cui manchi sotto il cielo romano - Chiara Valerio ospite a Positano, ospite al Festival della Filosofia, ospite a Romaeuropa, ospite all'Auditorium con Serena Dandini, ospite al Circolo dei lettori con Mario Calabresi... 

Se in Italia c'è un festival nel raggio di un gettone di presenza, il calcolo della probabilità dice che Chiara Valerio ci sarà.

Gin tonic, abuso di emoticon su Instagram, spocchia mascherata da simpatia e Gita al faro di Virginia Woolf. Là dove non può Nadia Terranova arriva Viola Ardone. Là dove non arriva la Murgia, arriva Chiara Valerio. 

E adesso scusate, noi andiamo a rileggere il pezzo su il Post in cui Chiara Valerio e Mario Desiati raccontavano di quanto - loro siano colti e intelligenti. «Un vero ritratto dell'amicizia». E soprattutto dell'intellighenzia italiana.

·        Crocifisso Dentello.

Teresa Ciabatti per il “Sette - Corriere della Sera” il 24 aprile 2022.

Al suo terzo romanzo, Crocifisso Dentello, 44 anni, spiazza e commuove. Tuamore (La nave di Teseo) è un memoir, ma anche un’ammissione di diversità (una diversità che le contiene tutte: la solitudine), un atto di disvelamento o, come lo definisce l’autore stesso «mettere la testa fuori dalla finestra e gridare». 

Gridare cosa? Il dolore per la morte della madre. Quel dolore che lui non vuole smettere di sentire perché «i morti muoiono davvero quando nessuno li ricorda più», e dunque mamma Melina non finisce finché ci sarà lui a ricordarla. Dopo una vita vissuta insieme, poiché Crocifisso ha abitato dalla nascita nella stessa casa, coi genitori, mentre il fratello e la sorella crescevano, se ne andavano, mettevano su famiglia. 

 Lui no, per lui la famiglia è stata solo quella di origine. Tuamore è un libro misurato e insieme spudorato, che supera nuovi limiti dell’indicibile. Straziante, bellissimo, in alcune pagine addirittura insopportabile per chi tanta solitudine non vuole vederla. La solitudine di quel bambino che fino alla quinta elementare non ha parlato. 

Nessuna parola?

«Le maestre mi facevano fare le verifiche scritte: banco in corridoio, fronte bagno. L’unico modo per capire se avessi imparato qualcosa». 

A casa parlava?

«Tantissimo». 

La sua vita sociale?

«Non esisteva». 

Ovvero?

«Mai avuto un amico, una ragazza. Mai un primo bacio, una cotta». 

Infanzia e adolescenza?

«Lasciate passare come treni in velocità». 

Che faceva?

«Giocavo a carte con mia madre, guardavo la televisione con lei, le telenovela, C’è posta per te . Nelle giornate di sole lei mi spingeva fuori, non si capacitava di come un bambino non fosse interessato al mondo». 

L’impedimento?

«Timidezza, paura. Ricordo un giorno in un bar coi miei cugini: non sono riuscito ad andare al banco dei gelati a chiedere un ghiacciolo». 

Paura di?

«Delle prese in giro, a scuola mi chiamavano “ritardato”, “frocio”, non capivano cos’ero. Mi davano spinte per farmi cadere a terra». 

Reazione di Melina?

«Le vietavo di venirmi a prendere proprio perché non vedesse le angherie a cui ero sottoposto, sapevo che l’avrebbero fatta soffrire». 

La diversità di Crocifisso?

«Non partecipavo alle attività sportive, alle partite di pallone. Alle recite - con grande rammarico di mia madre». 

Tranne?

«Una recita: dovevo attraversare a carponi la palestra attaccato a un cartonato a forma di pecora, insomma, nessuno mi vedeva. L’unica a sapere che la pecora fossi io era Melina». 

La quale?

«Al mio passaggio scatta in piedi, e urla: “Meglio un minuto da pecora che cento anni da leone”». 

Meglio un minuto da pecora?

«Per natura io sono mite. Non reagisco alla violenza. I compagni di classe mi buttavano a terra, e io non dicevo niente, il che li incattiviva. La debolezza incattivisce».

E lo spavento aumenta.

«Certi giorni chiedevo a mia madre di non andare a scuola, ogni tanto lei me lo concedeva». 

Melina la spronava?

«A quindici anni, un sabato sera, lei e mio padre mi mettono alla porta: “C’è un mondo là fuori”». 

Lei?

«Rimango sul pianerottolo». 

Quanto tempo?

«Qualche ora. Quindi, guardando dallo spioncino, mia madre si accorge che sono ancora lì, non mi sono mosso da lì. Allora apre». 

Non aveva suonato il campanello?

«No». 

Oggi?

«Grazie alla scrittura, ai libri, mi sono un po’ aperto, eppure si continua a vedere che in me c’è qualcosa di strano». 

Esempio?

«Se si parla d’infanzia e di adolescenza, io rimango in silenzio. Avendo vissuto poco, non ho niente da raccontare». 

In questo libro racconta Melina.

«Siciliana, emigrata al Nord coi genitori, padre carpentiere, mamma donna delle pulizie. Una volta una signora concede a mia nonna di farsi il bagno nella vasca, peccato che lei, per l’emozione, al posto del bagnoschiuma metta il Vim dei pavimenti. Si fa il bagno nel Vim». 

Torniamo a Melina.

«Lei e mio padre sono cugini di primo grado. Da piccolo io non riuscivo a capire come le mie nonne potessero essere sorelle, non mi entrava in testa». 

Un’unica famiglia.

«Secondo la cultura popolare se due cugini si uniscono viene sangue guasto. Ecco, io mi sentivo sangue guasto». 

In che modo?

«”Questo tuo figlio inetto”, dicevo a mia madre».  

Tentativi di cambiamento?

«Siccome vedevo che lei soffriva, crescendo ho iniziato a dire bugie». 

Una bugia?

«Dicevo che mi ero fatto degli amici e dovevo uscire con loro». 

Nella realtà?

«Passavo qualche ora ai giardinetti, a leggere un libro. Oppure prendevo un treno per Milano Cadorna, scendevo, e riprendevo il treno per Cesano Maderno. Tornavo a casa, e dicevo a mia madre di aver passato una bella giornata». 

Reazione?

«Non so se ci credesse davvero, lì per lì comunque era sollevata. Mi diceva: “Vedi che fuori stai bene?”». 

Capodanno 2000?

«Mia zia fa una festa coi parenti. Per convincere mia madre ad andare, per non essere di peso, dico di avere un veglione». 

Invece?

«Alle 22.30 prendo il treno per Milano Cadorna. Le strade piene di gente in festa. Resto un po’ sulla panchina, poi per non farmi vedere solo, ero l’unico solo, m’infilo nella cabina delle foto tessera: lì faccio arrivare la mezzanotte». 

La vacanza a Cesenatico.

«Per convincere i miei ad andare in vacanza, dico che anch’io sarei partito con degli amici. Prenoto una pensione a Cesenatico». 

Quindi?

«Passo tre settimane in camera a leggere». 

Non esce?

«Scendo per mangiare. Ma essendo circondato da tavoli di famiglie, e coppie, a un certo punto inizio a non scendere più, salto il pranzo». 

Il mare?

«Mai andato in spiaggia. Se chiamava mia madre, salivo sul terrazzino della pensione, in modo che lei sentisse il vociare della strada e mi credesse in compagnia». 

Il mare nell’infanzia?

«Raramente, e tenevo la maglietta. In alternativa prendevo il sole a pancia sotto, difatti avevo la schiena spesso ustionata. Il bagno non lo facevo, è capitato di sera, con la spiaggia deserta».

Perché?

«Essere grasso è stato sempre motivo di vergogna. Anche mia madre era sovrappeso, almeno però lei aveva il senso del limite, io no. Così quando andavamo nei negozi si innervosiva». 

Cioè?

«Magari provavo un maglione che mi andava stretto, e lei si arrabbiava: “Finisci come i santoni indiani, con le tuniche”». 

Sempre andato nei negozi con Melina?

«Da adulto le dicevo: “Accompagnami, che magari i commessi mi fregano”». 

Prima volta dopo la morte di Melina?

«Sono rimasto dentro ore, incapace di decidere quale maglione scegliere». 

Pensieri?

«Se non avessi avuto proprio lei, quella mamma, come bambino e come adolescente sarei sprofondato in una voragine». 

Al contrario?

«Quanti viaggi in treno e in autobus, attese in posta e dal medico, file al supermercato. Tutto insieme».  

Il significato di essere insieme?

«Lei è stata il mio unico interlocutore, il centro affettivo della mia esistenza». 

Eppure.

«Non era una forma di chiusura, io guardavo il mondo coi miei e i suoi occhi sommati. La sua personalità era fondamentale, lei rappresentava ciò che non riuscivo a essere io». 

Nel romanzo parla di periodi di «miseria vera».

«La mia è una famiglia dignitosa, papà muratore e mamma casalinga, domestica. Malgrado questo, abbiamo avuto momenti difficili nei quali l’unica possibilità era l’oratorio, riempire un cedolino per avere lattine di piselli, succhi di frutta, biscotti, vaschette di prosciutto cotto».

Lei ha cercato di aiutare?

«Mi sono venduto i libri. Qualche Pirandello, qualche Calvino». 

Rabbia?

«L’unica rabbia è che proprio adesso che la situazione è migliorata, che avrei potuto dare una vecchiaia serena a mia madre, lei non c’è più». 

Un regalo che le avrebbe fatto?

«Una vacanza in un posto di mare». 

Dove?

«La Spezia, lei amava La Spezia. Per il venticinquesimo anniversario di matrimonio io e mia sorella le abbiamo regalato una settimana a Roma». 

2001: Melina si ammala, tumore (prima recidiva nel 2015, seconda nel 2018).

«Per me è stato difficile vederla diminuita».

Diminuita come?

«Nel corpo e nello spirito. Non riusciva a scherzare, la voce flebile, non era più la sua». 

Se ne è occupato lei?

«Lo strazio maggiore è stato il senso di impotenza: potevo darle da bere, da mangiare, sistemarle il cuscino, ma nei momenti in cui lei urlava di dolore, non potevo fare niente». 

Prendersi cura della propria madre.

«Mia mamma era una donna siciliana, all’antica. Prima della malattia non l’avevo mai vista nuda. Farsi lavare da suo figlio per lei è stata una profonda umiliazione. Si mortificava, nonostante io la rassicurassi. Le dicevo: “Mamma, è normale”». 

Ma?

«La malattia umilia il corpo, e umiliando il corpo umilia la dignità». 

Il presente di Crocifisso Dentello?

«Vivo nella stessa casa, con mio padre. Provo grande tenerezza se lo vedo ai fornelli, perché ho sempre visto lei, mia madre». 

Suo contributo in casa?

«Fin da bambino aiutavo mamma nei mestieri. Quando pulivo il bagno, strofinavo, lo facevo per renderla orgogliosa. Oggi, senza di lei, senza il suo sguardo, i gesti domestici hanno meno valore».

Cosa ha tenuto di Melina?

«Gli oggetti personali, riposti in una biscottiera». 

Quali?

«Gli occhiali da vista, il cellulare Nokia con lo schermo rigato, la tessera delle Ferrovie del Nord, il biglietto da visita del suo parrucchiere di fiducia, il santino della Madonna di Fatima, la stampa di un prelievo Bancoposta, l’ultima copia della Settimana enigmistica compilata per metà, non ha fatto in tempo. Un foglietto sui cui ha scritto una frase presa non so dove». 

La frase?

«Che cos’è la felicità? Una casa con dentro le persone che ami».

·        Dacia Maraini.

Riccardo Bruno per il “Corriere della Sera” il 27 maggio 2022.

La frase è citatissima su internet, condivisa continuamente sui social. Inizia così: «Il berlusconismo è la più grande catastrofe culturale del nostro tempo». Ma Dacia Maraini, la scrittrice a cui viene attribuita, non è per nulla contenta: «Quelle parole non le ho mai pronunciate. Non userei mai quel linguaggio». Da anni si batte per farsi riconoscere il diritto a non essere associata a espressioni che non sono le sue. Finora senza risultati. Anzi, ha scoperto da poco che si è aggiunta un'altra frase contro Mediaset e Fininvest. «Ancora più brutale, un linguaggio che mi fa orrore». In questa, se la prenderebbe con i «talkshit» e con i «giornali fake». S' indigna: «A parte la volgarità, io uso sempre l'italiano, anche per la difesa della nostra lingua».

La prima volta che seppe di quelle citazioni fu nel 2018: «Io non frequento i social. Fu Joi, la figlia di mia sorella, a segnalarmela. Con l'avvocata Teresa Gigliotti presentai una denuncia, ma dopo tre anni seppi che il pubblico ministero aveva archiviato perché era impossibile identificare i responsabili». È un caso particolarmente insidioso, perché i concetti espressi non sono lontani dalla cultura della Maraini.

 «Di certo non difendo Berlusconi, ritengo pericolosa la cultura espressa dalle sue televisioni. Ma non mi esprimerei in quel modo. La mia è una battaglia di pulizia del linguaggio, di educazione, di gentilezza. Serve rispetto, anche nei confronti dell'avversario». Ha intenzione di presentare una nuova denuncia. «Non è possibile che qualcuno si possa appropriare dell'identità altrui, che va intesa anche come identità linguistica. E credo che sia necessaria una riforma dei social».

Dove ho già visto questa scena? Alla Cineteca di Bologna una mostra ripercorre le «citazioni artistiche» nei film di Pier Paolo Pasolini. Da Caravaggio e Piero della Francesca, alla ricerca delle folgorazioni dei grandi maestri. FRANCESCA AME' su vanityfair.it l' 11 marzo 2022. 

Sapete che cosa sono i tableaux vivant? Si chiamano anche quadri viventi e sono un genere che, ciclicamente, torna di moda. Ogni tanto qualche museo lancia anche su Instagram una gara a chi sa riprodurre meglio un quadro famoso impersonando questo o quell’altro personaggio. 

Pier Paolo Pasolini su quest’idea dei quadri viventi messi in scena da persone reali ci ha costruito gran parte della sua filmografia tra gli anni Sessanta e Settanta (che è davvero densa: gli imperdibili sono Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellini uccellacci, Decameron) . La Cineteca di Bologna si è messa d’impegno e in Pier Paolo Pasolini – Folgorazioni figurative (nel sottopasso di piazza Re Enzo, fino al prossimo 16 ottobre) è riuscita ad allestire uno dei più interessanti progetti espositivi in circolazione dedicati a PPP, a cent’anni esatti dalla nascita (il 5 marzo del 1922, proprio a Bologna).

Di libri freschi di stampa e di eventi dedicati a Pasolini ce ne sono davvero molti, vista l'importante ricorrenza, ma questa mostra ha un sapore speciale, perché racconta la viscerale passione per l'arte dell’intellettuale ucciso il 2 novembre del ‘75 sul litorale di Ostia, in circostanze non del tutto chiarite. Avremmo avuto un Accattone, una Medea, una Mamma Roma  diversi se PPP non si fosse nutrito, fin dai banchi dell’Università di Bologna e grazie alle lezioni del professor Roberto Longhi (il «re dei critici d’arte» dell’epoca) di arte medievale, rinascimentale e barocca?

Longhi era un prof tosto e si era inventato un metodo tutto nuovo per insegnare la storia dell’arte ai suoi allievi: ne prendeva pochi e selezionati, li portava in via Zamboni 33 e proiettava su uno schermo in una piccola aula dei vetrini che riproducevano dei dettagli di alcune opere d’arte. L’occhio dei ragazzi doveva concentrarsi solo su quel particolare: solo così avrebbero imparato a riconoscere la mano e lo stile proprio di ogni autore. Erano i primi anni 40 e PPP fu folgorato da quelle lezioni. Vent’anni dopo, quei ricordi riemergeranno sempre più vividi quando deciderà di cimentarsi con il cinema, dopo aver scritto, nel ‘55, il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, ed essere già uno degli intellettuali più noti (e meno omologati) del Paese.  

Sul grande schermo PPP riporta quei vetrini che il Longhi gli aveva mostrato, quei frammenti di realtà, quei dettagli che rendono unica la scena: «Ogni film di Pasolini è progressivamente la costruzione di una bellezza che saccheggia ampie zone dell’arte italiana o europea per ridare dignità espressiva a ciò che non la avrebbe. I suoi film disegnano una storia dell’arte in forma di cinema» (le parole di Marco Antonio Bazzocchi, che firma l’introduzione al catalogo della mostra dicono tutto). 

Non c’è forma d’arte che non abbia incuriosito PPP. Nelle sue pellicole c’è la ruvidezza di Caravaggio, la drammaticità di El Greco, l’armonia di Giotto, i colori di Pontormo, le forme di Piero della Francesca, i rossi di Rosso Fiorentino e poi l’arte etnica e persino quella contemporanea.

La mostra è ampia (che «Babele figurativa» aveva in testa PPP!) e non ha senso qui svelarne tutto il percorso, costruito su continui confronti tra riproduzioni di opere d'arte e fermo-immagine delle pellicole di Pasolini.  Davanti alle riproduzioni fotografiche della Cappella Brancacci di Masaccio accostate ad alcuni frame di Accattone, davanti all’immagine della Deposizione di Rosso Fiorentino e della stessa scena in film come La ricotta si rimane folgorati per davvero (guardate le immagini per credere). 

Dacia Maraini: «Parlo in sogno con Pasolini. Era innamorato della Callas, ma la respinse: in ogni donna vedeva la madre». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 05 marzo 2022. 

Maraini, cent’anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini. Nel suo nuovo libro lei racconta che le accade spesso di sognarlo. «Sì, ed è sempre il giovane cinquantenne che frequentavo: bello, piccolo, ben fatto. Ora vive solo dentro i miei occhi».

Nei sogni vi parlate. «Forse è un retaggio della mia infanzia giapponese. In Italia i morti sono morti e basta, se tornano sono fantasmi che fanno paura. In Giappone i morti sono presenze benefiche. Si offre loro il cibo. Si chiedono consigli».

Lei parlava giapponese? «Certo. A sei anni scappai di casa perché papà mi aveva accusata ingiustamente di aver versato l’inchiostro su uno dei suoi libri. Mi trovarono in questura che parlavo con i poliziotti nel dialetto di Kyoto. Purtroppo l’ho dimenticato».

Qual è il suo primo ricordo? «La neve. A Hokkaido, dove mio padre Fosco studiava gli Hainu, i cacciatori di orsi dai volti dipinti, c’erano due metri di neve. Mia madre Topazia mi tirava sullo slittino».

E la guerra come la ricorda? «Dopo l’8 settembre i miei rifiutarono di firmare per Salò. Per i militari giapponesi eravamo traditori della patria. Ci chiusero in un campo, con una ciotolina di riso al giorno. Mi ammalai: scorbuto, beriberi, anemia perniciosa. La fame è terribile, non vedi più, perdi i capelli, i denti. Io per fortuna perdevo i denti da latte».

Celebre il gesto di suo padre, che per protesta si tagliò un dito. «Si chiama Yubikiri. È un’antica usanza dei samurai, che crea un obbligo: la persona contro cui getti il dito amputato non può più considerarti un vigliacco. Così ci diedero la capretta».

Una capretta? «Il suo latte ci salvò».

Poi arrivarono gli americani. «Angeli. Eroi. Il Natale 1945 è uno dei più bei ricordi della mia vita: fiori, dolci e fuochi d’artificio».

Nel Natale 1946 era in Sicilia. «A Bagheria, da mia madre. Povertà arcaica. Le donne vestite di nero già a quarant’anni, i contadini con l’asino».

È vero che lavorava come hostess? «Sì. Vinsi il concorso alla Pan Am».

Come conobbe Alberto Moravia? «Avevo scritto il primo romanzo e lo proposi a un piccolo editore, Lerici, che mi disse: “Bimba mia, se vuoi che te lo pubblichi devi procurarti la prefazione di un grande scrittore”».

Elsa Morante non fu gelosa di lei? «Elsa e Alberto non erano più insieme da tempo. Lei ebbe altri amori. Luchino Visconti, che era bisessuale; e Alberto notava che per amor suo Elsa, che era romana, parlava con l’accento milanese. Bill Morrow, il pittore: bello, omosessuale, drogato, si gettò dall’Empire State Building».

Una vita terribile. «Elsa aveva il culto della verità. Una volta con Alberto incontrò un amico comune, un poeta, e gli gridò: “Ciao, ho letto il tuo libro, è bruttissimo!”. Ma non si deve pensare Elsa come disperata. Ad esempio amava molto giocare. A Natale organizzava la pesca dei regali. Poteva capitarti un semplice portaspille o una sciarpa preziosa. Le sono rimasta vicina sino alla fine. Sul letto di morte voleva ancora giocare».

A cosa? «A un gioco che si chiamava “se fosse”. Se fosse un albero, cosa sarebbe? Se fosse un cibo, cosa sarebbe? Il personaggio da indovinare era Pier Paolo. Non indovinai».

Lei era gelosa di Moravia? «Se capitava... E capitava, perché Alberto era corteggiatissimo, le donne gli si infilavano in casa... Ma anche dopo siamo rimasti amici. Il giorno in cui morì avrei dovuto portarlo a Sabaudia. Fu Enzo Siciliano ad avvisarmi: “Alberto non c’è più, passo a prenderti tra cinque minuti”. Non è mai venuto».

Chi c’era nel vostro gruppo? «Ci vedevamo a Roma da Rosati, che allora era un caffè popolare, non di lusso come oggi. Arrivavi il tardo pomeriggio e trovavi Fellini, Citati, Giorgio Bassani, Cesare Garboli, Dario Bellezza, Bernardo Bertolucci, Natalia Ginzburg. E poi i poeti».

Ungaretti com’era? «Un uomo molto dolce».

Sandro Penna? «Delizioso. Viveva di notte. Quando chiudeva l’ultimo bar andava a chiacchierare con i farmacisti di turno».

Anche Montale era delizioso? «Eugenio Montale era cattivissimo. Parlava male di tutti gli altri poeti, vivi e morti».

Dario Bellezza? «Anche lui un carattere difficile. Si riconobbe in un personaggio de La Storia, e aspettava Elsa sotto casa per chiederle che le pagasse i diritti».

Gadda? «Ispido. Viveva da solo con la madre. Aveva annunciato di essersi messo a dieta, ma una domenica Parise lo incontrò sul lungotevere, in mano un vassoio di paste. Vistosi scoperto, Gadda gettò le paste nel fiume».

Flaiano? «Gran conversatore, con questo dolore dentro della figlia malata, di cui non parlava mai. Lo stesso dolore che straziava Natalia Ginzburg».

Arbasino? «Molto snob. Frequentava solo principesse e miliardari. Il Gruppo 63 fu ingiustamente feroce con Bassani, uomo dolcissimo, e con Cassola, che era un grande scrittore. Eppure oggi del Gruppo 63 non resta nulla».

Resta Umberto Eco. «Sì, grazie ai suoi romanzi. Ma loro avevano teorizzato la morte del romanzo».

È vero che Tinto Brass ci provò con lei? «Lo dissuasi con lo sguardo».

Cosa fa Pasolini nei suoi sogni? «Vuole riprendere a fare cinema. Nel sogno compaiono anche i suoi tecnici, Alessandro, Marcello, che mi dicono: Dacia digli che è morto e non può lavorare. Ma Pier Paolo insiste con il suo bell’accento friulano: lo so che sono morto, questa morte mi ha fatto perdere anni di lavoro, ma ora torno in vita e voglio ricominciare a fare film...».

Di cosa parlavano Moravia e Pasolini? «Parlava quasi sempre Alberto, che era un grande affabulatore. Pier Paolo non parlava quasi mai. Ogni tanto spariva. Una volta in Africa lo vedemmo tornare tra due poliziotti: “Il vostro amico è ubriaco!”. Rispondemmo che non era possibile, Pier Paolo non beveva».

Era astemio? «Aveva l’ulcera. Una volta in un’osteria del ghetto ebbe una crisi, uscì dal bagno in un lago di sangue, lo presi in braccio, credevo stesse morendo. Al posto del vino beveva latte. Temo che detestasse il latte. Ogni volta che lo beveva faceva una piccola smorfia, spesso gli rimanevano due piccoli baffi bianchi all’angolo delle labbra...».

Dov’era finito Pasolini in Africa? «In un quartiere proibito, dove si rapinava e ci si accoltellava».

Spariva per cercare giovani uomini? «Pier Paolo Pasolini non era un predatore sessuale. Non era un dominatore. Il suo approccio non aveva nulla di violento. Era ludico. Con i ragazzi giocava a pallone, scherzava, rideva. Cercava se stesso bambino. Poi, certo, faceva l’amore. Aveva scoperto la sua omosessualità a sei anni, l’avevano perseguitato e irriso per questo».

Amava anche le donne? «Moltissimo, ma solo in modo platonico. In ogni donna lui vedeva la madre: possederla sarebbe stato come un incesto. Una volta facevamo il bagno a Sabaudia, un’onda accostò i nostri corpi, e lui d’istinto mi respinse, come se stesse consumando un sacrilegio. Di una donna però poteva innamorarsi. Pier Paolo e Maria Callas erano innamoratissimi».

Innamoratissimi? «Era il Natale 1969, partimmo per un viaggio in Africa: Senegal, Costa d’Avorio, Mali. A Bamako l’albergo aveva solo due stanze. La Callas ci provò: “Io dormo con Pier Paolo!”. Lui fu fermissimo: “Dacia e Maria dormono insieme, io da solo”».

Com’era la Callas? «Pier Paolo me la presentò a Parigi, dove lei cantava nella Sonnambula. In scena era un genio assoluto: entrava lei e gli altri sparivano, mai vista una cosa del genere. Nella vita era tenera, affettuosa, insicura, fragilissima. Ci raccontava la crudeltà con cui l’aveva trattata Onassis. Non era intellettuale, ogni tanto le scappava un’ingenuità, e Pier Paolo la rimproverava, bonario: Mariaaa... La ricordo all’aeroporto, jeans stracciati, camicetta, valigia: una bambina greca».

Com’era la vostra Africa? «In un villaggio, sotto un baobab, trovammo un morto. Lo stregone lo interrogava strattonandolo: chi è stato a ucciderti? È stato lui? Se la testa cadeva a destra, voleva dire no, se cadeva a sinistra, sì. Mangiavamo scatolette da tre giorni, e incontrammo un vecchio che vendeva uova. Ne comprammo venti. Alla sera le aprimmo pregustando una frittata: erano piene di sabbia. Il vecchio ci aveva ingannati. Da allora, per indicare una delusione o una truffa, dicevamo “uova di sabbia”».

Nella di Pasolini c’erano la Callas e Piera Degli Esposti, che divenne la sua migliore amica. «Piera mi raccontò la sua storia. La madre andava in letargo d’inverno, si chiudeva in casa vittima di terribili depressioni, e con la primavera usciva alla ricerca di amanti, spesso in compagnia della figlia. La chiusero in manicomio, Piera vide le sedute di elettrochoc... Ne nacque un libro. Venne a presentarlo Marco Ferreri, e disse a malapena due parole svogliate: un disastro. Il giorno dopo mi chiamò: il libro mi ha sconvolto, ne farò un film. E lo fece davvero, con Hanna Schygulla e Isabelle Huppert».

Com’era Susanna, la madre di Pasolini, la Madonna della Passione secondo Matteo? «Una bambina. Non aveva nulla di materno, pareva la figlia di Pier Paolo, e lui era molto protettivo nei suoi confronti; forse anche al pensiero di come Susanna aveva perso l’altro figlio, Guido...».

Partigiano bianco, assassinato dai partigiani comunisti a Porzus. «È così. Una sera in Congo, dopo duecento chilometri di pista, arrivammo distrutti nel rifugio per soldati dove avremmo dormito (evitavamo i grandi alberghi). Pier Paolo voleva telefonare alla madre, ma il telefono non c’era. Fece altri cinquanta chilometri pur di sentire la sua voce, di sapere come stava».

Almeno stava bene? «Aveva un gran mal di testa. Pier Paolo ebbe mal di testa due giorni. Per simpatia con la madre».

E il padre? «Era un militare, si chiamava Carlo Alberto. Da bambino Pier Paolo l’aveva amato molto. Ma in guerra fu fatto prigioniero in Africa, e quando tornò era un uomo diverso. Irascibile, disperato, violento. E alcolizzato. Anche per questo Pier Paolo non beveva. Ed evitava qualsiasi espressione di rabbia, qualsiasi gesto di stizza».

Poteva essere un uomo molto duro, però. «Solo nelle polemiche pubbliche. Allora diventava provocatorio. Bravissimo a suscitare collere, odio, ansia di vendetta. Ma nella vita privata era l’uomo più mite che abbia conosciuto. Non gli ho mai sentito alzare la voce».

Sui set di Pasolini c’era Ninetto Davoli. «Il suo grande amore. Pier Paolo soffrì moltissimo quando lui si sposò con Patrizia. Tentò in ogni modo di dissuaderlo: “Il matrimonio fa schifo, finirai per detestarla...”».

Come andò? «Si sposò lo stesso ed ebbe due figli, che chiamò Pier Paolo e Guido, come il fratello ucciso. Anche Ninetto adorava giocare. Giravamo in Yemen, allora Paese medievale: non c’erano carceri, per strada trovavi i condannati che trascinavano una palla di ferro legata al piede. Per Il Fiore delle mille e una notte affittammo un leone. Ninetto cominciò a giocare con il leone affittato, che gli saltò addosso, gli ficcò le zanne nelle spalle e rimase così. Pensavamo lo volesse mangiare e chiamammo il domatore. Il domatore assicurò che pure il leone voleva solo giocare».

Lei, Moravia e Pasolini dividevate anche la casa di Sabaudia. «Due appartamenti e un terrazzo in comune. Quando la notte sentivamo i passi dei suoi stivaletti da gaucho capivamo che Pier Paolo era tornato, e dormivamo più tranquilli. Anche adesso mi accade di sognare il ticchettio dei suoi stivaletti da gaucho».

Com’erano le giornate? «Alberto il mattino scriveva, il pomeriggio andava a scegliere il pesce che io cucinavo la sera, quasi scondito: un po’ di limone, un pugno di cumino. Pier Paolo mangiava pochissimo. Al contrario di Mastroianni...».

Che ricordo ha di lui? «Marcello era un uomo pigro e adorabile. Una sera cenammo insieme da Giovanna Cau, che era l’avvocata di entrambi, e lui mi rubava il cibo dal piatto: dai Dacia prendi un’altra forchettata di spaghetti, dai Dacia prendi un’altra fetta di torta...».

«Maraini e Pasolini, scrittori pornografi». Finiste insieme su una storica copertina del . «Pier Paolo ricevette più di ottanta denunce, tutte ingiuste: oscenità, perversione, offesa alla religione. Proprio lui, che era profondamente cristiano».

Non era comunista? «A modo suo. Anarcoide. Non parlava di massa ma di moltitudine, non di operai ma di umili».

Lei Dacia cosa aveva combinato? «Avevo scritto una poesia sul seme maschile. Ho anch’io una piccola collezione di denunce per oscenità; per fortuna ci mandavano sempre assolti. Pier Paolo però era molto odiato. In Sicilia ci contestarono al premio Zafferana, ci tirarono i finocchi. Non ho mai capito se erano estremisti di destra che ce l’avevano con noi, o estremisti di sinistra che contestavano il premiato: Ezra Pound».

Come reagì Pound? «Rimase impassibile. Non disse una parola, anche perché non parlava mai: si era inflitto il silenzio come castigo per l’adesione al nazismo. Se voleva dire qualcosa si rivolgeva alla moglie, che parlava al posto suo».

È vero quel che raccontano, che Pasolini cercava la morte? «È una sciocchezza. Amava la vita, e cercava il pericolo. Come Messner in Tibet, o Hamilton in Formula Uno: non vuole morire, vuole vincere la sfida».

Che idea si è fatto sul suo assassinio? «Non può essere stato Pino Pelosi da solo. Pelosi era un ragazzino; Pier Paolo era forte, allenato. L’hanno ucciso altre persone che poi hanno comprato o imposto il silenzio a Pelosi».

Lei andò a trovarlo al minorile, subito dopo l’omicidio. «Volevo farlo parlare. Non c’era stata una vera inchiesta, visto che c’era un reo confesso. Ma Pelosi non mi disse una sola parola umana. Soltanto da adulto rivelò che non era lui l’assassino».

Crede a un delitto politico? «Pier Paolo diceva di sapere chi aveva ucciso Enrico Mattei, ma di non avere le prove. Perché ha intitolato il suo ultimo libro Petrolio, anche se di petrolio nel libro non si parla? Cosa c’era nei due capitoli spariti? Fatto sta che neppure oggi sappiamo con precisione chi uccise Enrico Mattei».

Al funerale Moravia disse: «Abbiamo perso un poeta, e un poeta dovrebbe essere sacro...». «...Ne nasce uno ogni secolo... Alberto era la ragione, Pier Paolo l’istinto. Al ritorno dall’India ognuno scrisse un libro. Moravia lo intitolò Un’idea dell’India, Pier Paolo L’odore dell’India. Mi ricordo il suo...».

Com’era l’odore di Pasolini? «Eravamo a Khartoum, andai a chiamarlo il mattino presto. Bussai, aprì. Sentii un odore di bocca amara, sapone alla violetta, dopobarba al tabacco. L’avevo svegliato bruscamente ma lui ebbe un sorriso dolce: Dacia, arrivo. Poi attese che mi allontanassi, per non farmi lo sgarbo di chiudere la porta davanti a me».

·        David LaChapelle.

Francesca Amè per “Vanity Fair” il 7 maggio 2022.

«Credo nei miracoli, ci credo fortemente». Da Los Angeles David LaChapelle parla attraverso lo schermo: sorride sempre, non bada al tempo che passa, generoso nelle parole. 

«Ogni piccolo atto di gentilezza può provocare enormi cambiamenti», dice e cita passi della Bibbia, che legge ogni giorno e tiene al suo fianco. Non c’è da rimanerne troppo sorpresi: LaChapelle, 59 anni, ex ragazzotto impacciato del Connecticut diventato a New York enfant prodige grazie ad Andy Warhol che lo assunse nella sua factory e da li stella nell’olimpo della fotografia d’autore e di moda, da tempo vive in disparte in una fattoria alle Hawaii.

«Nel 2006 mi sono messo in pausa: ben prima del Covid ho capito che dovevo rallentare.

Ero un workaholic: avvertivo un’enorme responsabilità nei confronti dei miei genitori, perchè non avevo finito il college ed ero stato un ragazzo complicato e volevo dimostrare di valere. 

Un giorno, durante un matrimonio di amici in California, ho realizzato che quello era il primo momento di pausa che prendevo da 11 mesi. Mi ero perso, ero drogato di lavoro: dovevo tornare “da me”». 

In questi anni alle Hawaii infarciti di viaggi, mostre e collaborazioni prestigiose in mezzo mondo ha potenziato la sua ricerca personale, spirituale e fotografica. «Non sono un profeta: la mia lingua e la fotografia. I miei scatti dimostrano che i miracoli esistono».

Li contempliamo ora in Italia in David LaChapelle. I Believe in Miracles, al Mudec di Milano fino all’11 settembre: prodotta da 24 ORE Cultura, curata da Reiner Opoku e Denis Curti insieme allo studio LaChapelle, presenta oltre 90 opere tra grandi formati, produzioni inedite (che abbandonano i caratteristici colori saturi e approdano a una luce più realista) e una video installazione. 

Oltre ai lavori di repertorio ultrapop e ai ritratti delle star (da Madonna a Kim Kardashian), molte foto denunciano la vulnerabilità del pianeta e l’umana fragilità. Davanti agli ultimi struggenti scatti realizzati durante la pandemia si resta senza parole: le foto di LaChapelle si aprono alla speranza.

Come fa a restare ottimista, nonostante tutto?

«Grazie alla fede. Seguo le notizie dall’Ucraina e prego. Facciamo enormi progressi tecnologici e nessun progresso spirituale: questa guerra mi colpisce particolarmente». 

Perche?

«Mia madre e lituana, e stata profuga a Berlino. Parla lituano, tedesco, russo: i confini delle terre in cui e vissuta sono cambiati molte volte. Ha ricordi talmente terribili della Seconda guerra mondiale che non e mai voluta tornare in quella parte d’Europa. Sento questo conflitto sotto la mia pelle e credo che la fotografia abbia un dovere morale». 

Che sarebbe?

«Il fotogiornalismo deve mostrare la verità». 

La sua fotografia pero fa altro: ci porta «altrove», in altri mondi e in altri spazi.

«Perchè questo e il compito dell’arte. Di che cosa si nutrono oggi i nostri occhi? Sfogli il catalogo di Netflix e conti quanti film, serie, documentari parlano di morte. Siamo ossessionati dal male: sangue, omicidi, gialli, horror sono il nostro intrattenimento preferito. Lo sono fin dai tempi dei Romani, nel Colosseo, a dire il vero: cerchiamo distrazioni con spettacoli terribili. Ma dobbiamo stare attenti a cosa esponiamo i nostri occhi. Io non voglio nutrire “la bestia”». 

Prego?

«La bestia e questa tecnologia piena di cose oscure, spaventose e noi artisti siamo chiamati a mostrare alternative. Organizziamo viaggi su Marte e non ci rendiamo conto che il tesoro e qui: e questa Terra che stiamo trascurando. Essere buoni e compassionevoli l’uno con l’altro e con la natura e l’unico strumento che abbiamo per evolverci». 

E sempre stato così saggio?

«Non sarei quello che sono se non fossi sopravvissuto per miracolo a tante guerre personali». 

La prima battaglia quando e stata?

«Alle superiori ero un ragazzino bullizzato: c’era un gruppetto di ragazzi che mi aspettava fuori da scuola, alzavano le mani, mi umiliavano di continuo. Ci sono stati giorni in cui pensavo di uccidermi tanto questo era intollerabile. Poi – è difficile da spiegare agli altri, solo tu sai esattamente quel che succede nella tua testa in quel momento, perchè questo e il miracolo, avviene in un clic – ho trovato dentro di me una forza che non pensavo di avere. Ho lasciato la scuola, ho preso un biglietto per New York: li ho scoperto “la mia gente” e tutto e cambiato. Ma un’altra guerra mi aspettava». 

A New York? Andy Warhol sostenne presto il suo talento: in pochi anni era già un fotografo famoso, la sua carriera decollava.

«Mentre vedevo morire il mio fidanzato di 24anni. L’Aids e stato il mio Vietnam. I miei amici si ammalavano e morivano: ero certo che sarei morto presto anch’io. Devastato, mi sentivo impotente. E’ stato allora che ho avuto come una visione e ho cominciato a capire: un altro miracolo».

Quale?

«Ho giurato che se fossi sopravvissuto avrei dedicato la vita a mostrare attraverso la fotografia come potrebbe apparire l’anima e i nostri occhi sapessero riconoscerla. Mi sono interessato alle pose dei Santi, a lasciarmi sedurre dal sovrannaturale e dal mondo spirituale, ho sperimentato colori saturi, irreali, iperbolici provenienti da un Altrove che dobbiamo imparare ad accogliere dentro di noi».

La pandemia ha cambiato il suo modo di fotografare?

«Mi sono lasciato ispirare di più da Madre Terra, dai campi attorno alla mia fattoria, dagli animali di cui mi prendo cura: ho cercato la verità della loro luce, il miracolo di un possibile mondo nuovo, dopo tutta questa sofferenza. Ho testato questo sguardo nelle serie dedicate ai fiori e in paesaggi urbani come Revelations, che è un bacio tra due anziani in un contesto post-apocalittico. Sara cosi il futuro? La vita sarebbe noiosa

se conoscessimo tutte le risposte: lasciamoci sorprendere».

·        Dino Buzzati.

Le pagelle inedite di Dino Buzzati: bravo in latino e greco, ma alla maturità «spicca» un 6 in italiano. Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera il 15 Novembre 2022.

Lo scrittore frequentò il liceo classico Parini a Milano dal 1919 al 1924. Nell'archivio dell'istituto ritrovati i suoi voti. Fu pioniere del nuovo esame di Stato introdotto dalla riforma Gentile: passarono in 26 su 74 maturandi

Si diplomò con voti modesti: 6 in italiano e in matematica, storia, filosofia, scienze. E con sette, invece, in greco, latino, storia dell’arte. Ma ciò non gli impedì di entrare nella storia della letteratura, di essere studiato da generazioni di studenti a venire di essere amato da una miriade di lettori in tutto il mondo. Dino Buzzati, scrittore, giornalista al Corriere della Sera, pittore e drammaturgo, frequentò il liceo classico Parini, che allora aveva sede in via Fatebenefratelli 11 (oggi è in via Goito) dal 1919 al 1924. 

Mercoledì la sua scuola lo omaggia con il convegno, riservato agli studenti, «Buzzati e il mistero. L’eclettismo di Dino Buzzati tra racconti, graphic novel e pittura», con ospiti e esperti. È stato proprio svolgendo ricerche per questo appuntamento che, nell’archivio del Parini, le professoresse Laura Zaninelli e Teresa Summa hanno scoperto le pagelle di Buzzati, finora inedite. Documenti che svelano una carriera scolastica lineare e con voti medio-alti, ma che non fu premiata all’esame di Stato. Del resto, l’autore de «Il deserto dei Tartari» e i suoi 73 compagni di sessione al Liceo Manzoni (sede d’esami per più istituti della città) furono i pionieri del nuovo esame di Stato introdotto dalla riforma Gentile. 

Gli alunni dovevano prepararsi in tutte le materie, sui programmi del triennio e venivano giudicati da commissioni composte solo da professori esterni, tra cui docenti universitari. Dei 74 maturandi, solo 26 (lui compreso) passarono l’esame. Altri 27 riuscirono a diplomarsi nella sessione di riparazione a ottobre. Anche negli anni precedenti alla maturità, in caso di insufficienze si veniva rimandati, ma le sessioni di riparazione erano ben due. I bocciati venivano definiti «riprovati». Scorrendo i registri affiora la predilezione di Buzzati per il greco e il latino (una media dell’8 in tutti gli anni) e per la storia, con voti tra l’8 e il 9. In italiano passa dall’8 della quarta ginnasio (il primo anno) al 7 degli ultimi anni. Anche in francese, matematica, scienze naturali, le medie annuali viaggiano sempre fra il 7 e l’8. Probabilmente il nuovo esame di Stato fu per lui uno scoglio davvero notevole. Meglio fece l’amico di una vita: Arturo Brambilla che conquistò cinque 8. 

Tra le curiosità di Buzzati, un insolito 6 in condotta, nel secondo trimestre della prima liceo. Il Parini era a due passi da casa: sua madre, Alba Mantovani, di origini veneziane, aveva scelto una casa su via San Marco, il Naviglio Martesana formava un laghetto. Ma la famiglia visse anche al civico 28 di piazza Castello, come riportano i registri. «Nei programmi spesso non si arriva a trattare Buzzati. Noi abbiamo scelto di proporlo come lettura fuori programma, senza testarne l’apprendimento. Loro si sono incuriositi. Hanno trovato in lui un eclettismo moderno» racconta Teresa Summa. «Chi esce dal classico non può non sapere nulla di Calvino, Pasolini, Buzzati. Nei suoi racconti c’è la percezione dell’ignoto, una soglia da attraversare, che affascina l’uomo fin dai tempi antichi. L’attesa, esplorata nel Deserto dei Tartari è un sentimento che c’è in tutti noi, l’uomo aspira alla soddisfazione dell’anima» dice il preside del Parini Massimo Nunzio Barrella».

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