Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

LA CULTURA

ED I MEDIA

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA CULTURA ED I MEDIA

INDICE PRIMA PARTE

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Scienza è un’opinione.

L’Anti-Scienza.

Alle origini della Vita.

L’Intelligenza Artificiale.

I Benefattori dell’Umanità.

Al di là della Luna.

Viaggiare nello Spazio.

Gli Ufo.

La Rivoluzione Digitale.

I Radioamatori.

Gli Hackers.

Catfishing: la Truffa.

La Matematica.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Libero Arbitrio.

Il Cervello Allenato.

Il Cervello Malato.

La Sindrome dell'Avana.

Le Onde Celebrali.

Gli impianti.

La disnomia.

La nomofobia.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Geni.

Il Merito.

Ignoranti e Disoccupati.

Laureate e Disoccupate.

Il Docente Lavoratore.

Decenza e Decoro a Scuola.

Una scuola “sgarrupata”.

Gli speculatori: il caro-locazione.

Discriminazione di genere.

La Scuola Comunista.

La scuola di Maria Montessori.

Concorso scuola truccato.

Concorsi truccati all’università.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Tutti figli di…Neanderthal (nord) e Sapiens (Sud).

Come si usano.

Sapete che…?

Epifania e Befana.

Il Carnevale.

Gioventù del cazzo.

Gli Hikikomori. 

La Vecchiaia è una carogna…

Gemelli diversi.

L’Ignoranza.

La Rimembranza.

La Nostalgia.

Gli Amici.

La Fiducia.

Il Sesso.

Il Nome.

Le Icone.

Il Linguaggio.

La Fobia.

Il Tatuaggio.

Il Limbo.

Il Potere nel Telecomando.

Gli incontri casuali di svolta.

I Fantozzi.

Ho sempre ragione.

Il Narcisismo.

I Sosia.

L’Invidia.

L’Odio.

Il Ghosting: interruzione dei rapporti.

Gli Insulti.

La Speranza.

Il Dialogo.

Il Silenzio.

I Bugiardi.

Gli stolti.

I Tirchi.

Altruismo.

I Neologismi.

Gli Snob.

I Radical Chic.

Il Pensiero Unico.

La Cancel Culture.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2 Culturale.

L’Utopia.

Il Cinema di Sinistra prezzolato.

Il Consenso.

I Negazionismi.

I Ribelli.

Geni incompresi.

Il Podcast.

Il Plagio.

Ladri di Cultura.

Il Mecenatismo.

I Beni culturali.

Il Futurismo.

I Bronzi di Riace e di San Casciano dei Bagni.

I Faraoni.

La Pittura.

Il Restauro.

Il Collezionismo.

La Moda.

Il Cappello.

Gli Orologi.

Le Case.

La Moto.

L’Auto.

L’emoticon.

I Fumetti.

I Manga.

I Giochi da Tavolo.

I Teatri.

Il direttore d’orchestra.

L’Arte in tv.

La Cultura Digitale.

Dalla cabina al selfie.

I Social.

La scienza, la cultura ed i social. I Divulgatori.

La Capitale della Cultura.

Oscar made in Italy.

I Balbuzienti.

Cultura Stupefacente.

I pseudo intellettuali.

Le lettere intellettuali.

L’Artistocrazia.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Achille Bonito Oliva.

Alberto Angela.

Aldo Busi.

Aldo Nove.

Alessandro Baricco.

Alessandro Manzoni.

Alfred Hitchcock.

Amy Sherald.

Andy Warhol.

Andrea Camilleri.

Andrea G. Pinketts.

Andrea Palladio.

Andrea Pazienza.

Annie Ernaux.

Antonella Boralevi.

Antonio Canova.

Antonio de Curtis in arte Totò.

Antonio Pennacchi.

Arturo Toscanini.

Banksy.

Barbara Alberti.

Billy Wilder.

Carlo Emilio Gadda.

Carlo Levi.

Carlo Linati.

Carmen Llera e Alberto Moravia.

Cesare Pavese.

Charles Baudelaire.

Charles Bokowski.

Charles M. Schulz.

Chiara Valerio.

Crocifisso Dentello.

Dacia Maraini.

David LaChapelle.

Dino Buzzati.

Donatello.

Elisa De Marco.

Emil Cioran.

Emilio Giannelli.

Emilio Lari.

Ennio Flaiano.

Ernest Hemingway.

Espérance Hakuzwimana. 

Eugenio Montale.

Eva Cantarella.

Ezra Pound.

Fabio Volo.

Federico Fellini.

Federico Palmaroli. 

Fernanda Pivano.

Francesca Alinovi.

Francesco Guicciardini.

Francesco Tullio Altan.

Francisco Umbral.

Franco Branciaroli.

Franco Cordelli.

Franz Peter Schubert.

Franz Kafka.

Fulvio Abbate.

Gabriel Garcia Marquez.

Gabriele d'Annunzio.

Georges Bataille.

George Orwell.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel.

Giacomo Leopardi.

Gian Paolo Serino.

Gian Piero Brunetta.

Giampiero Mughini.

Giordano Bruno Guerri.

Giorgio Forattini. 

Giorgio Manganelli.

Giovanni Ansaldo.

Giovanni Verga.

Giuseppe Pino.

Giuseppe Prezzolini.

Giuseppe Ungaretti.

Giuseppe Verdi.

Grazia Deledda.

Guido Gozzano.

Guido Harari.

Ian Fleming.

Ignazio Silone.

Indro Montanelli.

Italo Calvino.

Jane Austin.

John Le Carré.

John Williams.

José Saramago.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lawrence d'Arabia.

Leonardo da Vinci.

Leonardo Sciascia.

Leopoldo (Leo) Longanesi.

Luciano Bianciardi. 

Luchino Visconti.

Louis-Ferdinand Céline.

Marcel Proust.

Mariacristina Savoldi D’Urcei Bellavitis.

Marcello Marchesi.

Marco Giusti.

Mario Picchi e Aldo Palazzeschi.

Mario Praz.

Massimiliano Fuksas.

Maurizio Cattelan.

Maurizio de Giovanni.

Melissa P.: Melissa Panarello.

Michel Houellebecq.

Michela Murgia.

Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Nietzsche.

Oliviero Toscani.

Oriana Fallaci.

Orson Welles.

Pablo Picasso.

Pier Paolo Pasolini.

Pietrangelo Buttafuoco.

Pietro Scarpa.

Renzo Piano.

Riccardo Muti. 

Richard Wagner.

Roberto Benigni.

Robert Byron.

Roberto Giacobbo.

Roberto Saviano.

Sacha Guitry.

Saint-John Perse.

Salvatore Quasimodo.

Sebastián Matta.

Sergio Leone.

Staino.

Stephen King.

Susanna Tamaro.

Sveva Casati Modignani.

Tiziano.

Truman Capote.

Umberto Boccioni.

Umberto Eco.

Valentino Garavani.

Vincent Van Gogh.

Virginia Woolf.

Vittorio Sgarbi.

Walt Disney.

Walt Whitman.

William Burroughs.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. La Distrazione di Massa: Propaganda e realtà.

La Sociologia Storica.

Il giornalismo d’inchiesta.

I Martiri.

Se questi son giornalisti...

Il Web e la Legione di Imbecilli.

Gli influencer.

Le Fallacie.

Le Fake News.

Il Nefasto Amazon.

I Censori.

Quello che c’è da sapere su Wikipedia.

Il Nefasto Politicamente Corretto.

Gli Oscar comunisti.

Lo Streaming.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Pizzo di Stato.

Mediaset.

Il Corriere della Sera.

Il Gruppo Editoriale Gedi.

Primo: la Verità del Il Giornale.

Alberto Matano.

Alda D'Eusanio.

Aldo Cazzullo.

Alessandra De Stefano.

Alessandra Sardoni. 

Alessandro Giuli.

Andrea Scanzi.

Andrea Vianello.

Beppe Severgnini.

Bernardo Valli.

Bianca Berlinguer.

Bruno Longhi.

Bruno Vespa.

Camillo Langone.

Carlo De Benedetti.

Cecilia Sala.

Cesara Buonamici.

Claudio Cerasa.

Corrado Formigli.

Davìd Parenzo.

Diego Bianchi in arte Zoro.

Elisa Anzaldo.

Emilio Fede.

Ennio Simeone.

Enrico Mentana.

Enrico Varriale.

Enzo Biagi.

Ettore Mo.

Fabio Caressa.

Fabio Fazio.

Federica Sciarelli.

Filippo Ceccarelli.

Filippo Facci.

Fiorenza Sarzanini.

Franca Leosini.

Francesca Fagnani.

Francesco Giorgino.

Gennaro Sangiuliano.

Giacinto Pinto.

Gian Paolo Ormezzano.

Gianluigi Nuzzi.

Gianni Minà.

Giorgia Cardinaletti.

Giovanna Botteri.

Giovanni Floris.

Giovanni Minoli.

Giovanni Tizian.

Giuliano Ferrara.

Giuseppe Cruciani.

Guido Meda.

Ivan Zazzaroni.

Julian Assange.

Hoara Borselli.

Lamberto Sposini.

Laura Laurenzi.

Lilli Gruber.

Lina Sotis.

Lucio Caracciolo.

Luigi Contu.

Luisella Costamagna.

Marcello Foa.

Marco Damilano.

Marco Travaglio.

Maria Giovanna Maglie.

Marino Bartoletti.

Mario Calabresi.

Mario Giordano.

Massimo Fini.

Massimo Giletti.

Massimo Gramellini.  

Maurizio Costanzo.

Michele Mirabella.

Michele Santoro.

Michele Serra.

Milo Infante.

Mimosa Martini.

Monica Setta.

Natalia Aspesi.

Nicola Porro.

Paola Ferrari.

Paolo Brosio.

Paolo del Debbio.

Paolo Zaccagnini.

Pierluigi Pardo.

Roberto D'Agostino.

Roberto Napoletano.

Rula Jebreal.

Salvo Sottile.

Selvaggia Lucarelli.

Sigfrido Ranucci.

Tiziana Alla.

Tiziana Panella.

Vincenzo Mollica.

Vincenzo Palmesano.

Vittorio Feltri.

 

  

 

LA CULTURA ED I MEDIA

SECONDA PARTE

 

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Tutti figli di…Neanderthal (nord) e Sapiens (Sud).

Il Neanderthal? Era un gourmet. Mangiava pure focacce con noci. Storia di Redazione su Il Giornale il 24 novembre 2022.

L'uomo di Neanderthal? Era un foodie. E mangiava anche pane e nutella, o almeno qualcosa di simile. Mette in discussione tutto quello che pensavamo di sapere a proposito della dieta del nostro antenato il ritrovamento avvenuto nella grotta di Shanidar, nell'Irak, a circa 800 chilometri a Nord di Baghdad, dimora dell'ominide che visse nel che visse nel Paleolitico medio, compreso tra i 200mila e i 40mila anni fa. Gli scavi, guidati da Chris Hunt, professore di paleoecologia culturale alla Liverpool John Moores University, hanno portato alla luce dei resti di cibo bruciati. Si tratta non soltanto degli alimenti più antichi su cui l'uomo contemporaneo abbia potuto mettere le mani (datano a circa 70mila anni fa) ma anche la dimostrazione che i Neanderthal non mangiavano soltanto carne di animali cruda o bacche, ma avevano un regime alimentare assai più complesso.

Lo studio dimostra che l'uomo di Neanderthal mangiava cibi elaborati, che prevedevano varie fasi di preparazione. «Abbiamo le prove che gli uomini del Paleolitico ammollavano e macinavano i semi», dice l'archeobotanico dell'Università di Liverpool Ceren Kabukcu. Hunt e i suoi colleghi hanno anche cercato di riprodurre una ricetta, usando semi raccolti nelle vicine grotte. Il risultato è una focaccia con un sapore di nocciola che fa pensare a un moderno pane e nutella. «Davvero molto appetibile», garantisce Hunt.

L'uomo di Neanderthal usava prodotti di origine vegetale come noci selvatiche ed erbe, spesso combinate con legumi, come lenticchie e senape selvatica. Contrariamente all'uso moderno però non decorticava i semi e li mangiava quindi amari, cosa che forse incontrava il suo gusto.

Neanderthal e Sapiens vissero assieme per almeno 1400 anni, poi cos’è successo? Eugenia Greco su L'Indipendente il 26 ottobre 2022.

Gli archeologi affermano che i Sapiens e i Neanderthal avrebbero convissuto in Europa per almeno 1400 anni durante il Paleolitico superiore iniziale, permettendo loro di influenzarsi a vicenda oltre che riprodursi. Sono stati infatti analizzati dei reperti di entrambi i gruppi in Francia e nel nord della Spagna, i quali hanno rivelato che gli Homo Sapiens erano presenti circa 42.500 anni fa mentre i Neanderthal 40mila anni fa, prima di scomparire 1000 anni dopo. Questo significa che le due specie avrebbero convissuto nella stessa area in un lasso di tempo durante il quale si sarebbero mescolate tra di loro.

Durante gli scavi in una decina di siti archeologici tra Francia e Spagna, gli archeologi hanno scoperto 38 manufatti attribuiti ai Neanderthal e 28 ai Sapiens i quali dimostrano che i primi sono apparsi per la prima volta tra 45.343 e 44.248 anni fa e sono scomparsi tra 39.894 e 39.798 anni fa. Quelli appartenenti ai Sapiens sono apparsi per la prima volta tra 42.653 e 42.269 anni fa, ed è così che è stato stabilito che i due gruppi hanno vissuto insieme da 1.400 a 2.900 anni, un periodo piuttosto lungo durante il quale si sarebbero influenzati, ad esempio copiandosi a vicenda alcune tecniche per la produzione di gioielli e utensili. Tutti i manufatti sono stati datati tramite l’utilizzo del radiocarbonio, tenendo però conto dell’escursione di Laschamp ovvero di quando, circa 41mila anni fa, avvenne una repentina inversione magnetica che alterò temporaneamente la quantità di carbonio-14 (radiocarbonio) presente nell’atmosfera e negli esseri viventi. Dalle ricerche sono emerse alcune somiglianze nei manufatti, dovute probabilmente a scambi culturali.

Ma poi cosa è successo ai Neanderthal? Le ipotesi sono tante. Una di queste afferma che nella loro estinzione avrebbero giocato un ruolo cruciale alcuni drastici cambiamenti climatici avvenuti in Europa circa 40mila anni fa, i quali avrebbero portato il susseguirsi di condizioni di freddo estremo e di siccità. La testimonianza di tali variazioni climatiche deriva dalle analisi delle stalagmiti, formazioni calcaree che emergono dal suolo delle grotte carsiche per la caduta continua di gocce d’acqua ricche di calcite. La loro formazione necessita infatti dell’infiltrazione di acqua piovana dall’esterno, e questo le rende una prova inconfutabile della presenza o assenza di pioggia. Nello specifico tali formazioni calcaree crescono in strati sottili, e ogni variazione di temperatura altera la loro composizione chimica. Pertanto gli strati conservano un archivio naturale della storia climatica di una determinata area, che può essere comprovata tramite le datazioni radiometriche.

Gli archeologi a sostegno della teoria climatica indicano una correlazione tra i periodi freddi e l’assenza di strumenti dei Neanderthal, e ritengono che i Sapiens siano riusciti a sopravvivere perché più capaci ad adattarsi all’ambiente. Pare infatti che i Neanderthal fossero sì abili cacciatori in grado di controllare il fuoco, ma dipendenti da una dieta poco variegata a base per lo più di carne, al contrario degli uomini moderni che avevano una dieta più ricca, fatta anche di pesce e vegetali. Durante i periodi rigidi quindi, le fonti alimentari dei Neanderthal iniziarono a scarseggiare e questo li rese più vulnerabili.

Un’altra ipotesi sulla loro scomparsa parla di una vera e propria invasione da parte dell’uomo moderno in concomitanza di una più avanzata tecnologia di caccia. Sembra infatti che le prime popolazioni Sapiens fossero dieci volte superiori alle popolazioni locali di Neanderthal e che, di conseguenza, di fronte alla maggioranza dei primi, la capacità di questi di competere per le stesse aree geografiche, per lo stanziamento e per la caccia, sia stata fortemente minata. Nello specifico emerge una superiorità nelle innovazioni tecnologiche e comportamentali, le quali permisero ai Sapiens di invadere e sopravvivere in popolazioni più numerose in tutto il continente europeo. Pertanto, di fronte a questo tipo di competizione, i Neanderthal si sarebbero inizialmente ritirati in regioni più marginali e meno fruttuose per poi cominciare a estinguersi, con molta probabilità anche a causa dell’improvviso deterioramento delle condizioni climatiche.

Un’altra spiegazione, secondo alcuni ricercatori, risiederebbe nella sopracitata escursione di Laschamp, ovvero un lasso di tempo di circa 2mila anni in cui il campo magnetico terreste subì un crollo improvviso comportando l’aumento delle radiazioni ultraviolette. Secondo questa teoria il mutamento del campo magnetico della Terra e una variante genetica di una proteina sensibile ai raggi UV, furono determinanti nella selezione degli ominidi. I Neanderthal sarebbero stati infatti diversi dai Sapiens per il recettore arilico (AhR), che li avrebbe resi più vulnerabili all’ondata delle radiazioni ultraviolette.

Infine c’è chi non esclude il diretto incontro con l’Homo Sapiens come possibile causa della sparizione del Neanderthal, in quanto il primo sarebbe stato portatore di malattie e infezioni che il sistema immunitario del secondo non sarebbe stato in grado di combattere. Un fenomeno analogo agli indiani d’America con i conquistadores. [di Eugenia Greco]

·        Come si usano.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 28 novembre 2022.

Da strane scale a oggetti come i porta-banane e il crea palle di neve, sembra che al giorno d'oggi ci sia un mercato per tutto. 

Bored Panda ha pubblicato un elenco di oggetti da tutto il mondo assolutamente inutili, tra cui un corrimano così piccolo da non avere alcuna utilità. 

Nel Regno Unito, una rampa per disabili conduce a una serie di scale, e ci chiediamo chi abbia dato il permesso di costruirla.

Una toilette pubblica negli Stati Uniti sembra essere stata costruita al contrario, dato che l'orinatoio si trova all'interno di un cubicolo ed il bagno è all'aperto. 

Ecco la classifica  degli oggetti più inutili:

Viene dagli Stati Uniti e garantisce che le vostre palle di neve siano sempre perfette. Naturalmente, mentre voi siete impegnati a farle, i vostri amici vi avranno già colpito ripetutamente da palle create con le mani. 

Per la persone che uccidono le piante d'appartamento: Questo Pet Rock, venduto nei negozi del Regno Unito e degli Stati Uniti, potrebbe essere il regalo di Natale perfetto.

Questa invenzione, progettata e utilizzata in Cina, serve a contenere la banana durante gli spostamenti. Nessuno ha detto all'inventore che le banane sono dotate di una propria "custodia"? 

Una marca cinese di acqua sostiene di essere adatta a chi è a dieta. Non sapevamo che l'acqua potesse essere più ipocalorica di quanto non lo fosse già.. 

Il corrimano più piccolo del mondo, negli Stati Uniti. Perfetto se non avete bisogno di andare oltre il primo gradino.

Questo cartello statunitense è piuttosto inutile perché indica qualcosa di abbastanza ovvio, ma in caso di dubbi: il marciapiede finisce dopo 6 metri! 

Costruzioni al contrario. Questo bagno pubblico negli Stati Uniti sembra pensare che gli uomini vogliano sedersi sul water in pubblico ma usare l'orinatoio in privato? 

Tristezza pelosa! Questa invenzione statunitense serve per "non dover mai più toccare i vostri animali domestici", il che ci porta a chiederci perché mai dovreste avere un animale domestico. 

Un cancello a scopo decorativo. Questo cancello, trovato nel Regno Unito, è il cancello più inutile che esista, dato che si può semplicemente camminare intorno ad esso. 

Questi sedili sugli autobus, visti nei Paesi Bassi, sono stati installati in modo da impedire ai passeggeri di sedersi.  

L'anguria più inutile di sempre? Questo coltivatore di angurie, negli Stati Uniti, deve essere rimasto deluso quando i suoi sforzi si sono rivelati piuttosto.. infruttuosi..

I 15 oggetti che abbiamo sempre usato nel modo sbagliato. Sono piccoli ma rivoluzionari trucchi che renderanno più semplici diverse azioni della nostra quotidianità. Da lavarsi i denti a mangiare un pacchetto di patatine senza sporcarsi. Cecilia Mussi su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2022.

I dettagli che fanno la differenza

Una linguetta da girare nel modo giusto, un bottone da spingere o da tirare, il verso corretto da utilizzare. A volte basta poco, pochissimo per utilizzare gli oggetti nel modo migliore e magari anche più semplice. Ma soprattutto per semplificarci la vita in modo significativo. Qui abbiamo raccolto un po' di consigli che forse non tutti conoscono, che speriamo vi possano essere utili. Per esempio, la linguetta della classica lattina di Coca Cola cela un piccolo segreto: girandola verso il foro, diventa un porta cannuccia. Una pratica soluzione senza il minimo sforzo.

Il sacchetto di patatine va accartocciato

Un altro trucco che potrebbe svoltare le nostre cene o gli aperitivi improvvisati. Prendiamo un sacchetto delle patatine: tutti lo apriamo e poi versiamo il contenuto in una ciotola, oppure «peschiamo» direttamente dal suo interno. Errore, perché se invece accartocciassimo il fondo del sacchetto, formeremmo una sorta di «porta patatine» da cui prenderle senza ungerci e senza il pericolo di farlo cadere.

Versare bevande dai contenitori senza disperderle

Il latte, il succo di frutta oppure anche l'acqua. Nei contenitori di Tetra Pack ora si trova di tutto. Ma sapete come si versa nel modo corretto per evitare di sporcarsi? Il beccuccio da cui esce il liquido deve stare nella parte alta della confezione, perché così l'aria non creerà quel fastidioso effetto «a cascata» per cui molto di quello che vorremmo bere alla fine andrà perduto. Provare per credere.

Come spremere il tubetto del dentifricio 

Utilizzare un oggetto nel modo giusto vuol dire anche non sprecarne il contenuto. Lo possiamo capire subito con il tubetto del dentifricio. Quando ne abbiamo consumato più di metà, molti tendono a ripiegarlo su se stesso per farne fuoriuscire il contenuto ma così però ne perdiamo un po'. Meglio quindi utilizzare una forcina o una molletta per chiudere i sacchetti: facendola scorrere partendo dalla parte finale del tubetto e risalendo verso l'ugello, avremo la certezza di non perdere neanche un po' di dentifricio.

Le forcine? Si usano al contrario

Come sbucciare la banana senza rovinarla

Il picciolo della banana serve per sbucciarla senza difficoltà ma siamo sicuri che sia così? Per evitare i filamenti che spesso si formano intorno al frutto sembra sia meglio sbucciarla partendo dalla parte inferiore.

L'aglio si pela senza mani

Lo sappiamo, l'aglio è uno degli ingredienti peggiori da usare in cucina, forse secondo solo alle cipolle. L'odore e il sapore che rilascia infatti è molto acre e può resistere per diverso tempo. Per evitarlo, si può partire dalla buccia: pelarlo senza contatto (e quindi senza avere le mani maleodoranti) si può. Basta inserire gli spicchi all'interno di un piccolo contenitore, coprirlo e scuoterlo. 

L'hamburger mangiato come professionisti

Vi piacciono gli hamburger? Allora dovete assolutamente conoscere questo trucco per mangiarli come veri professionisti (e per non sporcarvi come spesso succede, aggiungiamo). È molto semplice: prendete il panino e capovolgetelo. In questo modo la farcitura rimarrà ben ferma all'interno delle due fette di pane e riuscirete a mangiare tutto con più facilità.

Le caramelle si offrono in questo modo

Alzi la mano chi non ha mai perso una caramella mentre la offriva agli amici porgendola dal contenitore di plastica. Forse perché non sapeva, come tanti, che il modo corretto per farla uscire è utilizzare la linguetta che si trova proprio attaccata alla scatola. Ne verrà «pescata» sempre una e sarà più semplice afferrarla.

Il porta mestolo delle pentole

Come diciamo dall'inizio, sono spesso i dettagli a fare la differenza. Avete mai notato quel foro che si trova alla fine dei manici delle pentole? Non è lì per caso. Se per esempio state cucinando un sugo o la pasta, lì potete inserire un mestolo senza doverlo appoggiare a un altro piatto. Comodo, vero? 

Il mestolo per gli spaghetti che pesa la pasta

Rimaniamo sempre in cucina con questo altro particolare. Vedete questo mestolo per gli spaghetti, o insomma per qualsiasi formato di pasta lunga? Il foro che si trova nella parte centrale non serve solo per far fuoriuscire l'acqua in eccesso quando li dobbiamo scolare. Prima di buttarla in acqua, infatti, la possiamo dosare semplicemente riempiendo quel buco: sarà l'equivalente di una porzione.

Il verso giusto della carta igienica

Dalla cucina al bagno di casa, parliamo ora di carta igienica. Quante volte ci capita di strapparla male, con i bordi che si spezzano o facendola «srotolare»? Forse è perché la tiriamo dal lato sbagliato. Come si vede in questa immagine, infatti, il bordo deve essere rivolto verso l'esterno per facilitare lo strappo. In caso opposto, il rotolo rimane vicino al muro, che può essere sporco e inoltre non consente di strappare bene la carta.

I sacchetti del supermercato 

Se andare al supermercato vi crea stress provate a usare questo stratagemma per ordinare i sacchetti della spesa. Il bordo del seggiolino, infatti, ha dei ganci (sì, guardate bene), adatti proprio ai manici delle buste. Che lì si potranno agganciare senza alcun problema e rimarranno ben bloccati fino a quando non raggiungeremo la nostra macchina. 

La carta stagnola? Così rimarrà sempre al suo posto

Torniamo in cucina con la carta di alluminio, o carta stagnola. Il suo problema è che spesso si rompe e che altrettanto spesso non riusciamo a riporla nel contenitore in ordine. Come risolvere il problema? Anche qui è questione di dettagli: se guardate bene, sul bordo del contenitore c'è una parte tratteggiata da schiacciare. Così facendo il rotolo verrà bloccato e il foglio non si muoverà più.

·        Sapete che…?

L’imperatore romano Sponsiano è esistito davvero? Un nuovo studio dice di sì. Redazione Cultura su La Repubblica il 25 Novembre 2022.

La moneta di Sponsiano scoperta in Transilvania nel 1713

L'indagine di un gruppo di esperti britannici su alcune monete ritenute fino ad oggi false gettano luce sulla sua figura: quella di un comandante che nella lontana e turbolenta Dacia decise di proclamarsi leader

Nella lunga teoria degli imperatori romani che conosciamo, uomini alla guida di uno sterminato impero, o aspiranti tali, c’è stato finora un vuoto non riconosciuto? Lo sostiene un nuovo studio britannico, condotto da un team di studiosi dello University College di Londra e dell’Università di Glasgow, guidati da Paul N. Pearson, secondo il quale la figura di Sponsiano, condottiero militare e aspirante imperatore, sarebbe realmente esistita.

Samuele Finetti per il “Corriere della Sera” il 27 novembre 2022.

Il primo fu Augusto. L'ultimo Romolo Augustolo. In mezzo, lungo cinque secoli, si sono succeduti decine di imperatori, chi più e chi meno celebre. Ora, secondo un professore inglese, nella lista ne andrebbe incluso uno sino ad oggi sconosciuto, Sponsiano, la cui esistenza è stata rivelata da quattro monete coniate 1.800 anni fa. 

Paul Pearson insegna alla facoltà di Scienze naturali dell'University College di Londra, ma nel corso di una ricerca «laterale» si è imbattuto nella fotografia di una delle quattro monete ritrovate in Transilvania, in Romania, nel XVIII secolo (nel 1713, per l'esattezza). Su una faccia una effigie e un nome in latino, «Sponsianus», collocabile apparentemente in epoca romana.

Apparentemente perché, secondo gli esperti che l'esaminarono nei decenni successivi, non si trattava che di un falso. A esprimere il giudizio definitivo fu, nel 1863, Henry Cohen, a quell'epoca stimato numismatico della Biblioteca nazionale di Francia: «Ridicole copie», decretò, e le monete finirono in un vecchio armadio dell'Hunterian Museum di Glasgow. 

Lì le ha scovate Pearson, che ha voluto sottoporle a esami chimici e fisici per dimostrarne l'autenticità. Effettivamente le analisi hanno restituito risultati incoraggianti. I segni sulla superficie sarebbero compatibili con un reperto risalente al III secolo d.C., e pure le microscopiche formazioni di minerali sulle due facce sarebbero dovute al lungo periodo in cui le monete sono rimaste sottoterra senza entrare in contatto con l'ossigeno. Infine c'è il valore dell'oro da cui sono state ricavate: al prezzo attuale, 16.700 sterline (poco meno di 19.500 euro), «una spesa simile non compatibile con l'opera di un falsario», sostiene Pearson.

Tanto gli è bastato per affermare ai microfoni della Bbc che «abbiamo trovato un imperatore» e, di conseguenza, dare il la al dibattito tra gli storici, divisi tra chi appoggia la sua tesi e chi, invece, esprime un certo scetticismo (tra gli altri Richard Abdy, curatore della collezione di numismatica romana del British Museum, che ha bollato la ricostruzione come «pura fantasia»). 

«Anzitutto è necessario stabilire con certezza l'autenticità della moneta e verificare che il nome "Sponsianus" compaia nei database epigrafici», spiega Luciano Canfora, professore emerito di filologia greca e latina dell'Università di Bari. «A quel punto, si deve rispondere alla domanda più importante: qualunque usurpatore può essere definito "imperatore"?». 

Già, perché secondo Pearson, Sponsiano non sarebbe stato altro che un condottiero dell'allora Dacia, provincia del confine orientale dell'Impero, che si sarebbe autoproclamato imperatore attorno al 260 d.C. «Non sarebbe un caso isolato, specie in un periodo tra i più travagliati della storia dell'Impero, quello della cosiddetta "anarchia militare" - continua il professor Canfora - altri comandanti, alla testa anche di un numero esiguo di legioni, presero quel titolo. Ma sono considerati appunto degli usurpatori, niente di più».

Pearson però non ha dubbi: «Sono convinto che la nostra ricerca abbia stabilito con certezza che le monete, e la storia di Sponsiano, siano vere: la nostra interpretazione è che fu incaricato dalle popolazioni locali di mantenere il controllo militare di una regione allora circondata e isolata dal resto dell'Impero. E per garantire la stabilità economica di quel territorio fece coniare una moneta propria». Una decisione, quest' ultima, che accomunerebbe Sponsiano agli imperatori veri e propri: «Coniare una moneta è il primo gesto di potere», sottolinea il professor Canfora, che formula due ipotesi plausibili sull'«imperatore scomparso»: «O Sponsiano è un personaggio reale, che comunque andrebbe di molto ridimensionato. Oppure siamo dinanzi a un'invenzione fanciullesca, e allora ci faremmo delle risate».

Silvia Lambertucci da ansa.it il 25 novembre 2022.

I resti dei pasti che si consumavano sugli spalti, spesso e volentieri carni cotte al momento su improvvisati bracieri, insieme a qualche pizza e verdure, un po' di frutta. E poi le ossa degli animali feroci, orsi, leoni, leopardi ma anche cani, persino i bassotti, tutti costretti a combattere tra loro sull'arena oppure oggetto delle battute di caccia, le terribili venationes, che per tanti secoli hanno divertito il popolo romano, tanto quanto le lotte tra gladiatori. 

Il Parco del Colosseo presenta alla città i primi risultati di un progetto di ricerca sul sistema idraulico e sulle fogne dell'Anfiteatro Flavio e quello che ne viene fuori è anche una fotografia affascinante di tutto il contesto legato agli spettacoli di duemila anni fa. Con il giallo di una splendida e consunta monetina dorata, un sesterzio in oricalco coniato sotto l'imperatore Marco Aurelio che chissà come è finita anche lei nella fogna insieme a una cinquantina di monete più povere.

E il mistero ancora irrisolto delle naumachie, le battaglie navali a cui accennano le fonti antiche quando raccontano dei favolosi cento giorni di Ludi voluti da Tito per inaugurare il nuovo teatro - si era nell'80 d.C.- che chissà se si sono fatte davvero riempendo d'acqua l'enorme arena o se invece erano solo parodie di quelle più grandi che si svolgevano altrove. "E' presto per dirlo", ci spiega Federica Rinaldi, l'archeologa responsabile del Colosseo che ha coordinato le ricerche affidate agli speleologi di Roma Sotterranea in team con archeobotanici archeozoologi e l'architetto Fabio Fumagalli, "l'archeologia è una disciplina lenta, ora bisognerà mettere a sistema, integrandoli, i dati archeologici, anche quelli condotti sugli elevati murari degli ipogei, con quelli più specificatamente idraulici. Senza trascurare le fonti antiche, che da Marziale passando per Svetonio e Cassio Dione, non sono mai completamente esplicite".

    Tant'è, l'obiettivo di partenza di questo progetto tutto sotterraneo, spiega la direttrice del Parco Archeologico Alfonsina Russo, era capire meglio il funzionamento delle fogne antiche e dell'idraulica dell'Anfiteatro. Per ampliare le conoscenze storiche, certo, ma non solo. Perché c'è da risolvere un problema pratico che si trascina da tempo immemore, quello degli allagamenti dei sotterranei, sempre più frequenti e problematici adesso che il clima è cambiato e pure Roma è bersagliata da temporali che assomigliano alle bombe d'acqua dei monsoni. Un problema, come fa notare Barbara Nazzaro, responsabile tecnico del monumento, che da almeno due secoli impegna archeologi, ingegneri, esperti di idraulica. La speranza insomma, è che le scoperte arrivate da queste indagini possano aiutare a trovare la strada per risolvere l'assillo degli allagamenti, magari proprio partendo dal ripristino di una parte delle fogne antiche.

Che poi era quello che avrebbero voluto fare, ma non ci riuscirono, i grandi ingegneri dell'Ottocento. Cominciata a gennaio 2022 e conclusa in agosto - come precisa Martina Almonte, responsabile unico del procedimento (Rup) - l'indagine ha interessato in questa fase soprattutto il collettore Sud dell'anfiteatro, che era ostruito e fuori uso più o meno dal 523 d.C., quando il Colosseo ha smesso di essere un anfiteatro per poi essere usato nei modi più diversi, trasformandosi in una sorta di condominio e poi in una fortezza, ospitando un ospedale e persino una filanda con i suoi operai. 

    Mentre i marmi meravigliosi che lo ricoprivano andavano ad abbellire i grandi palazzi rinascimentali e barocchi e tanti degli enormi blocchi di travertino servivano a costruire altro, dal Palazzo della Cancelleria a Palazzo Farnese. Seppelliti sotto la terra che si accumulava mischiandosi alle macerie, gli antichi condotti vennero di fatto dimenticati. Ed è per questo che tutte le cose che soprattutto all'ultimo, intorno al VI secolo, erano finite in quella fogna sono rimaste intatte, 'congelate' per secoli in quel condotto dove l'acqua non scorreva più. 

Come il lucente sesterzio di Marco Aurelio, che l'archeologa Francesca Ceci, esperta di numismatica, ha studiato a lungo. Marco Aurelio regnò tra il 160 e il 180 d.C. Il sesterzio è stato emesso nel 170-171 per celebrare il decennale dell'imperatore filosofo che rinnovava i voti per chiedere agli dei altri dieci anni di regno felice. In pratica uno strumento di propaganda, volutamente coniato in oricalco perché doveva stupire con la sua lucentezza, tanto più che era normale per un imperatore ingraziarsi il popolo distribuendo soldi proprio durante i giochi. Ecco allora che si spiegherebbe come quel sesterzio del colore dell'oro è arrivato fino a noi: "Volando con la fantasia- ipotizza l'archeologa- possiamo immaginare le luccicanti monete lanciate sulla folla, e una di queste, la nostra, caduta nella sabbia dell'arena e poi spazzata via insieme al sangue di uomini e animali". Solo un'ipotesi, certo, ma suggestiva, quella del volo di una piccola moneta dalla folla alla fogna. Per raccontarci, più di 1500 anni dopo, il fascino e la follia di quei giochi e di quei giorni. (ANSA)

Da corriere.it il 22 novembre 2022.

Il pianeta Terra resta un posto non solo molto affollato (abbiamo appena superato la simbolica soglia degli 8 miliardi di esseri umani viventi) ma con una geografia sorprendente. A volte qualche fatto apparentemente assurdo, che a scuola non ci hanno insegnato, rispunta fuori sui social e diventa virale. È il caso ad esempio dell'unica isola che per 6 mesi appartiene a uno Stato e per i 6 mesi successivi a un altro Stato. Possibile? Sì e non è neppure troppo lontana da noi. Si chiama Isola dei Fagiani e i due Paesi che la gestiscono come fosse un appartamento in multiproprietà sono Francia e Spagna.

L'isola, un'isoletta fluviale nel Golfo di Biscaglia, come ci ricorda anche Wikipedia, è «il più piccolo territorio al mondo governato mediante un condominio». Dal 1º agosto al 31 gennaio il territorio è sotto il controllo della Francia, nella municipalità di Hendaye e gestito dal comandante della base navale dell'Adour e da due delegati, che si fanno chiamare - nientepopodimenoché - "viceré".  Dal 1º febbraio al 31 luglio di ogni anno l'isola dei Fagiani è sotto il dominio della Spagna, amministrativamente nel comune di Irun, che la esercita attraverso il comandante della base navale di Hondarribia. 

Da dove nasce il particolarissimo governo dell'Isola dei Fagiani? È amministrata in questo modo da quasi 4 secoli, più precisamente dal 1659, quando con la pace dei Pirenei venne stabilito il confine franco-spagnolo (ma l'assetto attuale di alternanza è Ottocentesco).

Sull'île des Faisans (come la chiamano i francesi) o Isla de los Faisanes (per gli spagnoli) non c'è nulla da vedere in verità. Neppure i fagiani. Cosa di cui si lamentò persino Victor Hugo, quando raccontò il suo passaggio da quelle parti nel libro "En voyage (tome II)": «Il n’y a pas de faisans dans l’île des Faisans, qui n’est qu’une façon de plateau vert. Une vache et trois canards représentent les faisans ; comparses loués sans doute pour faire ce rôle à la satisfaction des passants» (non ci sono fagiani sull'isola dei Fagiani, che è solo una sorta di pianoro verde. Una mucca e tre anatre rappresentano i fagiani; comparse ingaggiate, senza dubbio, per interpretare questo ruolo per la soddisfazione dei passanti).

L'isola dei Fagiani non l'unico posto della Terra che svetta per la sua unicità: a seguire ecco altri 11 luoghi da conoscere, se non di persona (per molti sarà davvero difficile) almeno attraverso Google Maps. 

L'Alaska agli italiani è nota per essere lo stato degli Usa più freddo, quello delle foreste e degli altri. Di Sarah Palin se siete appassionati di politica americana. E poco altro. Pochi sanno però che è anche lo stato più occidentale e allo stesso tempo più orientale degli Stati Uniti. Si spinge talmente ad occidente da arrivare, paradossalmente, all’emisfero orientale. 

Breve riassunto di geografia: il meridiano fondamentale è quello che funge da riferimento per la definizione della longitudine degli altri punti della superficie e a cui è assegnata la longitudine 0°. Per la Terra è il meridiano di Greenwich. Ora, immaginate la Terra come una palla con un elastico intorno ad essa, che passa dai due Poli e divide la Terra da nord a sud. Da una parte c'è il Meridiano "zero" (0° di longitudine), dalla parte opposta il 180° Meridiano. Insieme definiscono gli emisferi orientale e occidentale.

Bene, gli Stati Uniti cadono quasi completamente nell'emisfero occidentale. Fanno eccezione le Isole Aleutine dell'Alaska, che si allungano fino al bordo estremo dell'emisfero occidentale (l'isola Amatignak è il punto più occidentale degli Stati Uniti) ma poi sconfinano anche nell'emisfero orientale. Semisopochnoi è infatti un'isola che fa parte delle Rat, un gruppo delle Aleutine occidentali e appartiene ancora all'Alaska: occupa così la posizione più orientale del territorio negli Stati Uniti, a soli 23 minuti a ovest del 180º meridiano. Nell'emisfero orientale.  Per questo l'Alaska è lo stato più settentrionale, occidentale e orientale degli Stati Uniti. 

Il medio oriente è l'area nota per essere la culla delle più antiche civiltà stanziali. Qui c'è anche la città che può vantarsi di essere la più antica del mondo, o per lo meno quella che ospita essere umani, ininterrottamente, da circa 11 mila anni: è Damasco, capitale della martoriata Siria.

Come noto a tutti è l'Everest (8.848 m) la montagna più alta della Terra. Ma avessimo i muscoli di Superman e volessimo spiccare un balzo verso lo Spazio, ci converrebbe saltare da un'altra vetta.

Se infatti invece si prende in considerazione la distanza dal centro della Terra, il record di montagna più alta del mondo spetta al Chimborazo, una delle vette più celebri delle Ande, collocato in Ecuador, che raggiunge i 6.310 metri. Ma le altitudini sono calcolate, per convenzione, rispetto al livello del mare. Se invece le calcolassimo al centro della Terra alla vetta, il Chimborazo sarebbe alto 6.384,4 metri, mentre l'Everest si fermerebbe a 6.382,3 metri.  

Questo accade per il fenomeno dello schiacciamento della Terra, in corrispondenza dei poli, determinato dalla rotazione del nostro pianeta. Benché il Chimborazo sia 2.547 metri più basso dell'Everest (rispetto al livello del mare), la sua sommità (molto più vicina all'equatore) dista dal centro della Terra  più della cima himalayana. E quindi si protende verso lo spazio più dell'Everest: se Superman dovesse saltare verso un altro pianeta farebbe bene ad andare in Ecuador.

Restiamo a parlare di monti: la più lunga catena non è quella delle Ande, nonostante gli oltre 7.000 chilometri della celebre cordigliera. A vincere nettamente la sfida è la Dorsale Medio-Atlantica, che come una cicatrice segna a metà il fondale dell’oceano Atlantico. Si estende da poco a sud del Polo Nord fino all'Isola Bouvet, nell'oceano Atlantico a una latitudine di circa 20 gradi al di sotto del Sudafrica. La dorsale medio-atlantica è lunga circa 16.000 km ma fa parte di un sistema di creste e avvallamenti oceanici lungo circa 40.000 chilometri (dorsali oceaniche). È ben visibile in Islanda e in poche altre isole, i suoi punti di emersione. 

L'Antartide ospita quasi tutta l'acqua dolce del Pianeta: ben il 90% (circa) delle riserve d'acqua dolce della Terra è nella calotta glaciale antartica. Un "freezer" sterminato, che si estende per 14 milioni di km quadrati e ha un volume stimato di 30 milioni di km cubi di ghiaccio. Ecco perché dovremmo essere piuttosto preoccupati per le notizie che riguardano la fusione dei ghiacci antartici, dovuta al riscaldamento globale.

L'Italia ha molti, splendidi laghi. In Finlandia c'è la regione dei Mille laghi (sono di più, in verità). Ma c'è uno Stato che da solo vanta più laghi di tutti gli altri Paesi del mondo messi assieme: è il Canada. Lo stato del Nord America non solo è secondo più esteso della Terra (dopo la Russia) ma è per il 9% ricoperto da specchi d'acqua dolce e quelli con una superficie superiore ai 3 km quadrati sono addirittura più di 31 mila. 

Per qualche motivo dovete scappare dall'Italia e volete andare il più lontano possibile? Impostate il navigatore con rotta Isole Chatham. Si tratta di un arcipelago che si trova circa 800 km a est della Nuova Zelanda. La posizione delle Chatam è quasi perfettamente agli antipodi dell'Italia: se scegliete l'Isola di Sud-Est sarete sulla terra emersa più lontana dal Bel Paese, a circa 19.250 km da Roma.

C'è un'isola dentro un lago che è su un'isola dentro un lago, dentro un'isola. Detta così sembra uno scioglilingua tipo i trentini a Trento. Ma è proprio così, anche se confonde le idee peggio di un'inception da film di Nolan. Proviamo a spiegare. Il lago Taal sull'isola di Luzon, all'estremità settentrionale dell'arcipelago delle Filippine, ha una caratteristica unica. È uno dei soli due laghi al mondo, al momento, ad avere un'isola «di terzo ordine» al suo interno. In altre parole, il lago Taal (che si trova all'interno dell'isola di Luzon) ha al suo centro un'isola (Volcano Island) che ha un lago (Crater Lake), il quale lago contiene a sua volta una piccola isola chiamata Vulcan Point.

Una situazione quasi unica. 

L'altro caso, meno spettacolare guardando una mappa, è in Canada: qui, in una delle tante regioni lacustri di cui abbiamo già parlato, c'è un'altra (e molto più grande) isola senza nome all'interno di un piccolo lago, anch'esso senza nome, che è a sua volta circondato da un'isola leggermente più grande. Un'isola, a sua volta, all'interno di una serie di laghi a circa 90 chilometri dalla costa meridionale di Victoria Island. La potete guardare qui su Google Maps. 

La salsedine vi causa brutti sfoghi sulla pelle? Può provare ad andare nel punto terrestre più lontano dal mare: si trova nel deserto Dzoosotoyn Elisen nella regione dello Xinjiang in Cina (46° 17' N, 86° 40' E). Per raggiungere la spiaggia più vicina dovrete percorrere ben 2.645 chilometri (verso l'Oceano Indiano o in alternativa verso il mar Glaciale Artico). 

L'ideale opposto della località precedente è il punto marino più lontano da ogni terra emersa: viene chiamato anche Punto Nemo in onore del capitano del Nautilus creato da Jules Verne. Si trova nell'Oceano Pacifico (48° 53' S, 123° 24' O), a ben 2.688 chilometri dall'Isola Ducie nelle Isole Pitcairn, dall'Isola Siple nell'Antartide e da Motu Nui, isolotto nei pressi dell'Isola di Pasqua.

La città con il nome più lungo è Krung Thep Mahanakhon Amon Rattanakosin Mahinthara Yuthaya Mahadilok Phop Noppharat Ratchathani Burirom Udomratchaniwet Mahasathan Amon Piman Awatan Sathit Sakkathattiya Witsanukam Prasit. Per comodità tutti la conoscono con il suo "nickname": Bangkok. Difficile battere un nome composto da 21 parole (la traduzione della frase sopra è, più o meno: «La città degli angeli, la grande città, l'eterna città gioiello, la città inespugnabile del Dio Indra, la grande capitale del mondo dotata di nove gemme preziose, la città felice, ricca di un enorme palazzo reale che assomiglia alla dimora celeste dove regna il dio reincarnato, una città data da Indra e costruita da Vishnukarma»).

Se invece nella classifica volessimo includere solo i nomi composti da una singola parola vincerebbe la collina neozelandese Taumatawhakatangi­hangakoauauotamatea­turipukakapikimaunga­horonukupokaiwhen­uakitanatahu (85 lettere), parola maori che significa «La vetta dove Tamatea, l'uomo dalle grandi ginocchia, l'alpinista delle montagne, l'inghiottitore di terre che viaggiava, suonava il flauto nasale alla persona amata»

·        Epifania e Befana.

Caccia ai tre Re Magi. Antonio Rocca su La Repubblica il 6 Gennaio 2022. Viaggio nell’iconografia segreta dei sapienti venuti la notte di Epifania. Tra Pisano, Stefano da Verona, Gentile da Fabriano e i tarocchi. Tra gli evangelisti il solo a fornire informazioni sui magi fu Matteo, che descrisse l’arrivo a Gerusalemme di alcuni magi senza specificarne il numero, il nome o le caratteristiche fisiche. In realtà quasi tutto ciò che sappiamo di questi sapienti ci deriva dai vangeli apocrifi e dalla tradizione popolare che, nel corso dei secoli, ne ha definito il ruolo di re, ha elencato i doni e ha stabilito che Melchiorre abbia tratti europei, Gaspare orientali e Baldassarre sia invece nero. 

IL SIMBOLO PIÙ MISTERIOSO. Nella mirra portata dai Magi si incontrano amore e morte. Bruno Giurato su editorialedomani.it il 5 gennaio 2022. L’epifania non è uno stato di cose, è un evento. L’etimo (greco: epi-faino) segnala la ripetizione di una manifestazione. La manifestazione si ripete non in modo identico – sarebbe semplice compulsione – ma in un modo ogni volta diverso. Il Vangelo di Matteo parla di tre doni: oro, incenso, mirra. Quest’ultima sarebbe stata offerta proprio dal “Black magus”. L’oro sarebbe il simbolo della regalità, l’incenso di divinità, la mirra di morte. Nella narrazione dell’Epifania i simboli, in particolare quelli meno frequentati manifestano oscillazioni imprevedibili. Sono appunto contenitori di narrazioni non concordi, non stereotipate, non riducibili a formule. 

BRUNO GIURATO. Laurea in estetica. Ha scritto per Il Foglio, Il Giornale, Vanity Fair e altri. Ha lavorato a Linkiesta.it e al giornaleoff.it. Ha realizzato trasmissioni di cultura e geopolitica per La7 e Raidue. È anche musicista (chitarrista) e produttore di alcuni dischi di world music.

Epifania e Befana 2022, significato e curiosità del 6 gennaio. Chiara Barison su Il Corriere della Sera il 6 Gennaio 2022. Una ricorrenza religiosa ma anche tradizione legata alla calza donata ai bambini da una vecchia signora che vola su una scopa. Anziana, rugosa, vestita di stracci, accompagnata da un gatto (preferibilmente nero) e il cui unico mezzo di trasporto è una scopa volante. Stiamo parlando di chi, se non della Befana? L’arrivo della vecchietta dai modi gentili, ma che a tratti incute timore, segna il momento più malinconico delle festività natalizie. Il 6 gennaio si celebra infatti l’Epifania (dal greco «manifestazione», «rivelazione improvvisa» riferita alla visita a Betlemme dei Re Magi in adorazione di Gesù): albero e addobbi scintillanti tornano negli scatoloni, mentre la maggior parte degli studenti italiani fa i conti con il rientro a scuola. Se è vero che non ha nulla da invidiare a Babbo Natale quanto a popolarità, è altrettanto vero che le sue origini restano misteriose e sconosciute.

Befana, dal culto della dea Diana

Secondo storici e antropologi l’antesignana di quella che oggi chiamiamo Befana è la dea Diana, divinità romana della natura selvaggia, della caccia, dei cicli lunari e delle coltivazioni che, armata di arco e frecce, frequentava i boschi in compagnia delle ninfe. Per sapere quando sarebbe passata la dea bisognava contare 12 giorni partendo dal 25 dicembre. La tradizione voleva che la divinità si manifestasse la dodicesima notte volando sui campi in compagnia di altre donne con l’obiettivo di rendere fertile la terra per le semine imminenti. L’avvento del cristianesimo però tenta di mettere fine al culto della dea Diana e dà inizio alla persecuzione delle donne considerate streghe. Il testo più antico in cui si possono trovare tracce della criminalizzazione del mito di Diana è il Canon Episcopi dell’abate Reginone di Prûm che fa riferimento a «talune scellerate donne, rivoltesi a seguire satana, credono e professano di cavalcare nelle ore notturne sopra certe bestie, insieme a Diana dea dei pagani» e invita a trattarle come delle «infedeli».

L’incontro con i Re Magi

Il cattolicesimo dà un’altra versione della leggenda legata alla Befana, narrando che si tratti di un’anziana signora in cui i Re Magi si imbattono mentre seguono la stella cometa che li guida verso Betlemme. Fermandosi a chiederle informazioni la esortano a unirsi a loro per fare visita alla grotta in cui nascerà Gesù. Lei declina l’invito ma si pente quasi subito: scende in strada con un carico di dolci da donare a tutti i bambini che incontra sul suo cammino proprio nella speranza che si tratti di Gesù. In cambio, i piccoli le donano scarpe e calze di cui potrebbe avere bisogno nel corso della sua traversata.

I suoi simboli: la scopa, la notte, il camino

Oltre alla calza piena di dolciumi o carbone, ci sono simboli legati alla leggenda della Befana altrettanto poetici, ma meno conosciuti. L’anziana viene infatti raffigurata a cavallo di una scopa di saggina che simboleggia l’atto di spazzare via le fatiche dell’anno appena trascorso in vista di quello nuovo. La notte e il buio rappresentano invece il lungo inverno in cui Madre Natura, ormai esausta dopo aver dispensato tutte le sue forze durante l’anno, si prepara a morire per rinascere in primavera. Posata la sua scopa in cima al tetto della casa, la Befana si cala poi all’interno delle abitazioni scivolando attraverso la canna fumaria. Il camino rappresenta la connessione tra i due mondi, il cielo (magico) e l’ambiente domestico (reale).

La Befana nel mondo

Non tutti i bambini del mondo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio aspettano la Befana. Quelli spagnoli ad esempio aspettano i Re Magi, ai quali scrivono una letterina spiegando quali regali vorrebbero ricevere. La sera prima del Dìa de los Reyes Magos, puliscono le scarpe e le collocano in un punto della casa che sia ben visibile, cosicché i Magi capiscano a chi devono lasciare i doni. Inoltre, si preoccupano di mettere a disposizione acqua e cibo in modo che i tre astronomi e i loro cammelli possano rifocillarsi durante il viaggio tra una casa e l’altra. In Ungheria invece sono proprio i bambini che vanno di casa in casa vestiti da Re Magi e in cambio ricevono qualche spicciolo. Così come in Romania, dove i bambini girovagano per le abitazioni raccontando storie. In Francia si prepara la galette des rois, un dolce di pastasfoglia ripieno di crema alle mandorle all’interno del quale viene nascosta la fève (che può essere una mandorla o un cece, così come un piccolo oggetto prezioso o una statuina di porcellana) e chi la trova viene proclamato re per un giorno con tanto di corona dorata di cartone posata sulla testa. Anche in Germania il 6 gennaio rappresenta l’arrivo dei Magi a Betlemme ma da calendario non si tratta di un giorno festivo.

6 gennaio, arriva la Befana! La nonnina che si divide il cielo con Santa Claus. Emma Brancati su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

E se provassimo a salire sulla scopa della Befana e a fare con lei il giro del mondo nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio? Le sorprese non mancherebbero.

L’amata vecchina che si porta via tutte le feste e in Italia mette nella calza il carbone per i discoli o i dolcetti per i più meritevoli porta con sé riti e tradizioni. Basta fare anche solamente un giro sui vari siti internet e scoprire che la nonnina è attesa e festeggiata non ovunque e non allo stesso modo, però.

Si scopre così che in alcuni Paesi il 6 gennaio è ritenuto un festivo, mentre in altri coincide con un qualunque giorno lavorativo. In tal caso – che si tratti di Re Magi o di Befana – si resta a secco di doni. Non solo, Paese che vai tradizione che trovi perché le Befane non sono tutte le stesse.

Andiamo, ad esempio, dai cugini d’Oltralpe: in Francia, ai bambini in particolare per la Befana è riservato un dolce speciale che si chiama Galette des Rois. Al suo interno c’è una fava. Il motivo è presto detto: chi trova la fava diventa re o regina per un giorno.

Spostiamoci in Spagna, ai piccoli spagnoli più che attendere la Befana tocca attendere i Re Magi ed è per questo che si mettono tre bicchieri d’acqua all’uscio così che i loro cammelli possano dissetarsi.

In Islanda il 6 gennaio coincide con la festa del tredicesimo Babbo Natale – la conta inizia l’undici dicembre – che partecipa alla festa della Befana in compagnia di elfi e folletti. La magia è assicurata.

Si chiama, invece, Padre Gelo è protagonista del Natale Ortodosso che in Russia si festeggia proprio il 6 gennaio mentre alla vecchietta che lo accompagna è stato dato il nome di Babuschka.

Ancora, il 6 gennaio non è un giorno festivo nel Regno Unito, anche se la chiesa lo celebra ancora. Anche di là della Manica, troviamo un dolce dedicato. Si chiama Twelfth Night Cake e al suo interno ha un semino di fagiolo: come per le Galette des Rois chi lo trova sarà incoronato re o regina.

In Germania, il 6 gennaio è conosciuto con il nome: Heilige Drei Könige, Dreikönigsfest o Dreikönigstag e viene celebrato soprattutto nella chiesa cattolica ma è anche presente nel calendario della chiesa evangelica.

Nella maggior parte degli stati federati è un giorno lavorativo. Solo in tre di essi il 6 gennaio viene commemorato come il giorno della  venuta dei Re Magi e sulla porte delle case compaiono le lettere C + M + B + ad indicare i nomi di Magi o un’abbreviazione del latino Christus mansionem benedicat (Cristo benedica questa casa).

In America poi le calze si appendono al camino solo a Natale e a riempirle ci pensa Santa Claus e della Befana non vi è traccia.

La bellezza viene di notte. Ti so vecchietta, bruttina e con un senso profondo di giustizia. Antonio Staglianò su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

Cara Befana, stavolta scrivo a te! anche tu sei frutto dell’immaginazione umana e sei diventata un tratto simpatico della nostra cultura popolare. Esisti così, come personaggio fantastico e non devi crucciarti troppo se sei un po’ bruttina e vecchia.

Si, lo so, assomigli a una strega, piuttosto che a una fatina. Fattene una ragione, perché rispetto al tuo omologo natalizio – l’anziano omone con le renne, chiamato Babbo Natale – , tu, a uno sguardo meno superficiale, manifesti una “grande bellezza”. Non ci credi? È la sacrosanta verità invece.

Certo, gli umani devono poter riconoscere la bellezza là dove splende, non rimanendo irretiti dalle apparenze effimere dello sfondo lussureggiante delle pubblicità che rendono “ciechi” per poter meglio consumare. In occasione del centenario della nascita di Dostoevskij sono tanti a ripetere (un po’ maldestramente) quella frase dell’Idiota: “la bellezza salverà il mondo”.

Leggendo il romanzo si sa che Ippolit (un giovane nichilista morente) domandò al principe (=l’Idiota), senza alcuna risposta: “è vero principe che un giorno voi diceste che la bellezza salverà il mondo?”. Il principe fece silenzio, come Gesù alla domanda di Pilato: “cosa è la verità?”. E Ippolit incalzò: “Si, ma quale bellezza?”.

Se i piccoli fossero educati alla “grande bellezza” (oh, scusa, mi pare giri un bel film di Paolo Sorrentino con questo titolo), magari potrebbero scoprire la tua. Con il nome che porti riesco a pensarti quasi fossi una persona vera: pare derivi dal greco Epifania.

Da Vescovo gioisco perché mi rimandi all’autentico Natale di Gesù. Non si capisce bene chi ti abbia immaginata per primo. Tante storielle raccontano del tuo casuale ritrovarti sui passi di quei Magi in cerca del Bambino di Betlemme. Alcuni raccontano che portasti proprio a Gesù la prima calza coi doni. Questa immaginazione ti rende in qualche modo “viva”: l’accetto, perché non ha la presunzione di confezionare un Natale senza Gesù bambino.

Ti confido l’amarezza di vedere come tutto si sia ridotto a “clima natalizio” o a “magia” di un Natale consumistico e falso- l’ha detto l’altro ieri papa Francesco. Natale dice che “qualcuno è nato per noi”. È la festa di Gesù e noi facciamo festa senza il festeggiato (don Tonino Bello). E qual sarebbe la bellezza del Natale, se si sono perduti totalmente i valori umani della solidarietà, della fraternità e della giustizia e ognuno pensa solo a sé stesso e ai regali che deve ricevere? Tu un po’ di giustizia la pratichi però: ecco la tua bellezza.

La tua figura non mente: ti so vecchietta, bruttina, su di una scopa volante e con un senso profondo di giustizia. Tu porti doni solo ai bambini che lo meritano. E per quelli che non lo meritano, non solo non porti doni, ma lasci il carbone come ammonimento per ravvedersi. Sei una “bella” vecchietta, perché rappresenti l’anno appena trascorso: è quindi come se l’esito del tuo viaggio notturno, nei primi giorni del nuovo anno, riveli il bilancio di come ci si è comportati.

Sai, mi affascina pensarti in volo di notte, tra i comignoli fumiganti dei caldi focolari. Tu con la tua scopetta di paglia, in compagnia delle silenziose stelle che, da buone amiche, ti confidano le complesse strade dei desideri umani. In fondo siamo “polvere di stelle”, noi esseri desideranti. Già il Leopardi qualche tempo fa cantava “… e quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle?” È anche questo che fanno le stelle: parlano con te, perché tu possa giudicare saggiamente e con giustizia i comportamenti, i sogni e le aspirazioni dei cuccioli dell’uomo. Potrai premiarli se sono buoni o eventualmente ammonirli, se reputi che siano stati dannosi per il loro progetto di vita. Tu “dai a ciascuno il suo”, per la giustizia. E ora ti chiedo, come e a partire da cosa tu giudichi “quale sia il suo di ciascuno”? A partire dalla legge morale che è dentro di te e in ciascuno di noi (I. Kant), senza però dimenticare il “cielo stellato sopra di noi” che tu giri in lungo e in largo con la tua scopa di paglia. Magari hai incontrato “Colui che scende dalle stelle” e si dirige alla grotta di Betlemme, dove hai intravisto direttamente quanta è bella la sua umanità. Anzi hai considerato che solo in quella umanità si trova davvero la grande bellezza. In quella umanità c’è tutto il sogno bello di Dio per ogni essere umano: un potenziale immenso di bellezza d’amore.

Ecco allora altri due motivi perché mi stai a genio: perché voli e perché lo fai ecologicamente, senza inquinare. Mi piace perché voli: d’altronde ogni uomo che coltiva bontà e bellezza di vita dovrebbe concepirsi sempre in volo, immerso nelle altezze del pensiero contemplativo, disponendo così di quella vista d’aquila che permette di mirare lontano e in profondità. E la tua umile scopetta di paglia, anche quella mi piace: mi ricorda che la povertà, l’essenzialità, permette all’uomo di librarsi in alto con libertà, senza far rumore e senza recare danni a nessuna cosa creata. Insomma sei ecosostenibile e carbonfree.

E sì cara Befana, anche se sei frutto di immaginazione, mi sei simpatica per la giustizia, la povertà – “vieni di notte, con le scarpe tutte rotte”, dice una nenia dedicata -, la libertà e l’altruismo che rappresenti.

Allora anche quest’anno immagino che tornerai a visitarci la notte tra il 5 ed il 6 Gennaio, nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Epifania di Nostro Signore, cioè la manifestazione a tutti i popoli di Gesù salvatore. Tornerai a riempire secondo il tuo giudizio le calze che tutti i bambini ti faranno trovare appese o sul caminetto, o ai piedi del loro letto, o sulla porta di casa. Raggiungici cara Befana con i tuoi doni. Magari a te concederemo anche stavolta di offrirci doni più dimessi di quelli che a Natale i nostri piccoli avranno già ricevuto. Sola una cosa ti chiedo: diversamente da quello che l’omone con le renne ci ha educato ad attendere (diseducandoci l’anima alla voglia di “cose”, di regali costosi), magari io gradirei che ti fermassi a distribuire solo “dolcetti e caramelle” perché tutti i nostri bambini siano educati alle gioie semplici e senza pretese, ai sorrisi che non hanno prezzo e che fanno maturare il cuore. Perciò, vai da tutti e non solo da alcuni, come Gesù Bambino che è venuto per tutti, in particolare per i più poveri.

Vieni pure, dunque, cara Befana e rammenta a tutti noi, piccoli e grandi, il viaggio di quei Magi cercatori, anche loro confidenti di una stella: indicò loro il desiderio di tutta la creazione (e di tutti i tempi) di vedere il vero volto di Dio. Unisciti nel tuo viaggio a quei Magi e ai loro doni per il bambino Gesù: l’oro e l’incenso per compiacersi di quel bambino tutto buono e tre volte santo; la mirra per indicare il sacrificio necessario per la salvezza di tutti noi, talvolta così meritevoli di carbone perché imbruttiti dal nostro peccato, ma comunque sempre amati da Dio.

Ciao, cara Befana, magari riuscirò a vederti in volo, se nel cuore della notte mi ritroverò in preghiera a scorgere il cielo – per “riveder le stelle, bisogna togliersi fuori dall’inferno” (cfr. Dante Alighieri) -, chiedendo a Dio che, in Gesù, l’Amore si manifesti ancora per tutti e per ognuno, come l’unica luce per la mente e la vera pace per il cuore.

La scopa torna a volare con Bettino. LA BEFANA, ABOLITA DA ANDREOTTI IL POLITICO CRESCIUTO IN VATICANO, RIABILITATA DAL LEADER SOCIALISTA DOPO I PATTI CON LA CHIESA. Cleto Corposanto su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

C’è la Befana e c’è la festa dell’Epifania. Le due cose coincidono nella data, che è quella tradizionale del 6 Gennaio. Ma ci sono alcune differenze. O, meglio, il discorso è un po’ più complesso.

L’origine dell’Epifania è antichissima: pare risalga addirittura al II secolo d.C. e serviva per ricordare il battesimo di Gesù. Era celebrata, sembra, dalla setta degli gnostici seguaci di Basilide, maestro religioso di origine greca e probabilmente fra i primi commentatori dei Vangeli. Questi credevano che l’incarnazione di Cristo fosse avvenuta al suo battesimo e non alla sua nascita.

In seguito, eliminati gli elementi gnostici, la Festa dell’Epifania fu adottata dalla Chiesa Cristiana Orientale. Solo verso il IV secolo l’Epifania  si diffuse in anche in Occidente, e fu quindi adottata anche dalla Chiesa di Roma nel V secolo. Da allora, l’Epifania è la festa cristiana  che celebra la rivelazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, il Cristo ai Magi: il termine di origine greca “epiphàneia” significa  appunto “apparizione” o “rivelazione”.

a Befana, invece, pare abbia un’età molto più avanzata:  è vecchia di secoli e la sua origine, folkloristica e pagana, precede di molto la stessa affermazione del cristianesimo. Dipende quasi certamente anche da questo la curiosa mescolanza di elementi che ancora oggi la caratterizzano, pur se del tutto assimilata all’interno delle festività religiose. Non è facile neanche per gli studiosi risalire al momento esatto in cui è nata la tradizione folkloristica della Befana: qualcuno ipotizza di potersi spingere fino al X secolo a.C., ma la tesi è dibattuta e non paiono esserci fonti sufficienti per dirimere definitivamente la questione.

I ricercatori invece concordano nell’identificare il VI secolo a.C. come quello in cui la figura della Befana è  entrata stabilmente nei riti propiziatori pagani. All’epoca si trattava quasi certamente di un rito propiziatorio personificato dell’avvicendamento delle stagioni (e più in generale del ciclo di mutamento della stessa natura): in questa prospettiva, le feste in suo onore sarebbero quindi legate alla speranza che alla stagione fredda, l’inverno, potesse far seguito un raccolto abbondante.

Anche la stessa iconografia che la rappresenta come  una vecchia dalle vesti logore, andrebbe letta nella direzione appunto di un rito di passaggio fra differenti cicli naturali. In seguito, nell’antica Roma i riti pagani preesistenti furono inglobati a quelli dell’epoca, in una sorta di integrazione nel proprio pantheon politeista; spesso la Befana veniva anche identificata con  la dea Diana, e forse è nata in quel momento l’idea che volasse, con la scopa sui campi coltivati, in una sorta di atto benaugurante.

Oltre al 25 dicembre, quindi, data scelta come giorno di Natale pare dalla festa pagana del Sol Invictus, quando il sole vince sul giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’inverno, era tradizione festeggiare 12 giorni dopo la dea Diana, dea dell’abbondanza e della cacciagione.  Dodici giorni dopo il solstizio d’inverno si celebrava la morte e la rinascita – l’Epifania, appunto – di Madre Natura.

Festeggiare l’Epifania, insomma, rientra a pieno titolo in quelle che i sociologi chiamano azioni macro-rituali, che hanno la precisa funzione di favorire la coesione interna e la continuità delle forme sociali collettive.

Émile Durkheim e Randall Collins si sono occupati a lungo dello studio dei rituali religiosi, arrivando a definire il rituale come una sorta di vera e propria batteria, in grado di produrre energia sociale. Secondo questa interpretazione, attraverso determinati rituali si verifica il passaggio tra l’essere in forma individuale e l’essere in forma collettiva e, appunto, colui il quale aderisce al rito diventa polo di questa batteria.

Il rito permette insomma la creazione di un “noi”, attraverso la fusione delle identità sociali che vanno a formare un’identità collettiva. Tale fusione risulta più o meno durevole a seconda delle modalità e della frequenza con cui il rituale viene riprodotto e consolidato nel tempo.

I rituali avrebbero quindi un ruolo importante sui singoli – e sui gruppi – in quanto favoriscono l’operazione di uscita dalla routine quotidiana per essere elevati al contatto con qualcosa di sacro che essi stessi contribuiscono a creare.

Il tutto permette ai membri del gruppo di sentirsi parte di una comunità morale con la conseguente trasformazione dei sentimenti individuali in collettivi. Ogni rito ha degli effetti: ricarica la forza e l’energia dei partecipanti mentre questi venerano i simboli del gruppo ed esaltano il legame che li unisce. Non è quindi forse un caso che la festa dell’Epifania – la Befana, nella sua duplice veste – sia diventata così popolare, soprattutto fra i più piccoli: richiama infatti la tradizione religiosa di Santa Lucia, che dispensava doni ai bambini prima della Befana, come faceva San Nicola prima dell’avvento di Babbo Natale. E non è un caso neanche che in Italia fu il fascismo, a partire dal 1928, a rinvigorire la festività della Befana intesa come un momento di attenzione alle classi più povere.

L’idea e l’organizzazione furono di  Augusto Turati, che sollecitò commercianti, industriali e agricoltori a dare risorse per i bambini più poveri. La gestione dell’evento fu curata dalle organizzazioni femminili e giovanili fasciste ed ebbe un successo straordinario, tanto da entrare nel modo di dire: il detto “befana fascista” rimase per molti anni anche dopo la guerra e le aziende continuarono per molti anni, sino ai giorni d’oggi, a prevedere pacchi-dono per i figli dei rispettivi dipendenti. Sino ad oggi ma con una parziale interruzione.

Nel 1977 una apposita legge, emanata il 5 Marzo, abolì una serie di festività previste nel calendario fino ad allora: erano anni di austerity per la crisi petrolifera, anni di domeniche a piedi per gli italiani quando il governo del cattolicissimo Giulio Andreotti abolì con un colpo di spugna Epifania  (forse anche per un legame proprio con il fascismo), San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Ss. Pietro e Paolo (ma non a Roma), mentre slittarono alla prima domenica di Giugno e alla prima di Novembre la celebrazione della Festa della Repubblica e quella dell’Unità. Austerity anche nel calendario, insomma. Ci furono cenni di rimostranze per tutte le cancellazioni, naturalmente; ma le critiche maggiori vennero proprio per l’abolizione della festa dell’Epifania, anche da parte della Santa Sede. L’allora Pontefice Paolo VI arrivò a dichiarare che “l’Epifania è più importante liturgicamente della Pasqua”, ed è rimasta famosa la battuta che il Premier avrebbe fatto al commesso Navarra: «Forse – chiosò Andreotti – aveva ragione Mussolini quando disse che governare gli italiani non è difficile: è inutile». 

Mugugni e proteste ufficiali andarono avanti per qualche anno; toccò quindi a Bettino Craxi, che nel frattempo era succeduto ad Andreotti nella carica di Presidente del Consiglio dei Ministri, fare un passo indietro.

Nel 1985, il  governo Craxi  ripristinò la Befana, in  attuazione dell’intesa con la Santa Sede per i nuovi Patti Lateranensi. Un’assenza di sette anni come festività ufficiale sui calendari, insomma. Poi, appunto, il ritorno al colore rosso della festività, per il piacere dei più piccoli; e forse anche per un rituale, uno dei tanti, che serve a ciascuno di noi a figurarci e viverci come una comunità. 

L’attesa vana dei semprescalzi. Angelo Gaccione su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022. Per Allegra… A casa sua non aspettavano alcuna Befana; in verità non l’aspettava quasi nessuno nel quartiere; sapevano per certo che da lì non sarebbe passata. Come avrebbe fatto, del resto, ad orientarsi in quell’intrico di vicoli tanto stretti, fra quei budelli così poco illuminati, in mezzo a quelle case sbilenche addossate le une alle altre, a restare in equilibrio su quell’acciottolato sconnesso? E potevano chiamarsi comignoli quei miseri mozziconi di malta sbrecciata, quei poveri tubi di lamiera arrugginiti che si alzavano sui tetti? Non era mai passata dai loro padri, non era mai passata dai loro nonni, e non sarebbe passata da loro. Non ricordava di aver mai visto un regalo tra le mani degli altri bambini del rione: erano poveri come lui e la Befana si teneva lontana da quartieri come il loro. Solo i ricchi sono buoni, e solo i ricchi ricevono regali, questo lo aveva imparato presto. Era vecchia dicevano gli adulti, una vecchia stanca e affaticata, e non possedeva gambe per andare dappertutto, giungere in tutte le case. Di vecchie stanche e oppresse dalla fatica ce n’erano in ogni casa, con le mani raggrinzite, le dita stortate, le gonne fino ai piedi, i fazzoletti neri fra i capelli. Le insultavano chiamandole brutte befane, ed era certo che la Befana fosse brutta e vecchia e non avrebbe mai potuto essere generosa.

“Questa notte passerà” annunciò sua madre cogliendo tutti di sorpresa una gelida sera di gennaio in cui la neve aveva spento ogni voce, attutito ogni rumore, seppellito sotto una spessa soffice coltre bianca, vicoli, slarghi, tetti, ballatoi, davanzali, tanto da rendere il paesaggio un’unica massa informe luccicante e immota. “La calza è già sospesa al ferro del camino” aggiunse, ed era vero. Una robusta calza di lana grezza che mani sapienti avevano lavorato ai ferri, pendeva vuota, sotto la misera cappa del focolare che il fumo aveva reso di un nero infernale. Aveva la sinuosa forma del piede e allungava verso l’alto il cilindro del gambale. Le anziane sferruzzavano in tutte le case, spesso scucendo e recuperando lana da vecchie maglie per farne calze, berretti, mutandoni, che i nipoti si passavano l’un l’altro.

Com’era possibile che proprio quell’anno la Befana sarebbe passata dal loro quartiere per giungere alla loro casa? E come avrebbe potuto una vecchia priva di forze muoversi con un pesante sacco sulle spalle in tutta quella neve in cui si sprofondava quasi fino al bacino? L’avrebbe riconosciuta sommersa da tanta neve? E perché sua madre era così sicura di quella visita? Cos’era accaduto di particolarmente straordinario perché si compisse il miracolo? Lui non ricordava nulla, e se c’era stata qualche buona azione non se ne aveva avuta notizia. Provava a pensarci ma non affiorava che qualche frammento sbiadito, qualche brandello evanescente.

“Se ha proprio deciso di passare, io la sorprenderò” disse fra sé, e si ripromise di restare sveglio tutta la notte, fino a quando non avesse sentito il chiavistello della porta sollevarsi. Perché dal loro comignolo la Befana non avrebbe giammai potuto calarsi, di questo era fin troppo certo.

Guadagnato il letto infilò la testa sotto un risvolto di coperta e finse di dormire. Restò immobile per un lasso di tempo che a lui parve interminabile e solo quando si accorse che la casa era piombata nell’oscurità e nel sonno, si tirò su e sbarrò gli occhi. Era buio pesto e non si distingueva neppure un’ombra. Non restava che mettersi in ascolto, disporsi ad una paziente e vigile attesa. Man mano che la notte avanzava il silenzio diveniva sempre più denso e più solido. Infine si era fatto così totale, che se un topo avesse osato uscire dal nascondiglio, l’eco del suo zampettare gli sarebbe arrivato nitido e preciso fino al giaciglio. Arrivò invece l’eco dei passi di sua madre, un eco che si era impresso dentro di lui da un tempo lontano e che vi risuonava. Un eco che avrebbe saputo riconoscere fra mille, in qualunque luogo e in qualunque tempo, ad occhi chiusi, al buio come ora, e come gli era poi accaduto nell’età adulta quando ogni innocenza muore.

Nella calza aveva trovato due mandarini, dei fichi cotti al forno intrecciati a crocetta, una noce, una manciata di lupini, due mele piccole e sode dalle guance rosse e gialle, dei mostaccioli a forma di pesce, di alberelli, di comete. Si vergognava di tanta abbondanza e non fece parola con nessuno, non rivelò nulla neppure ai compagni del quartiere. Non gli avrebbero creduto se avesse detto loro che era arrivata ed era stata generosa, lo avrebbero preso per un bugiardo. Preferì tenersi tutto per sé: come convincerli che la sua era stata una Befana giovane e bella?

“Passerà la Befana quest’anno, nonno?”

“La tua sì, la mia non più”. 

Desiderio di meraviglie. Sogni, cioccolato e la lettera a mio figlio nascosti nel fondo della calza. Domenico Dara su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022. Figlio mio non immaginavi di trovare questa lettera stamattina in fondo alla calza nascosta dalle barrette di cioccolato e da una banconota di 20 euro.

Ma ogni tanto qualche sorpresa fa bene che ci dimentichiamo spesso del nostro bisogno di stupore.

Queste parole non esistevano ancora ieri sera quando ci siamo dati la buonanotte.

Sono nate stanotte all’improvviso che non riuscivo a dormire e sono venuto qui sul divano a fissare tra le luci intermittenti dell’albero di Natale le calze appese al mobile.

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Quand’ero bambino non sapendo ancora nulla di Numa Pompilio e della ninfa Egeria mi chiedevo perché non un cestino o un secchio ma proprio una calza con quella forma insolita stretta insidiosa che la mano deve far fatica ad arrivare fino in fondo che ero sempre convinto che qualche parte del dono rimanesse impigliato tra i fili della cucitura.

Una forma strana che definisce i tuoi desideri puoi volere tutto ciò che vuoi purché possa stare lì dentro e così da bambino nei giorni prima della festa cercavo nei cassetti la calza più grande che anche un paio di numeri in più sarebbero bastati a dilatare i desideri e non importava se tutte le calze fossero rammendate.

Poi non ricordo l’anno preciso quella festa cominciò a mettermi tristezza.

La Befana è un epilogo uno strascico viene sempre dopo è la porta che si chiude e io non volevo chiuderla e allora c’erano volte che avrei voluto dire a mia madre ti prego stanotte non appendiamo la calza ti prego stanotte non facciamolo non facciamo finire tutto questo ma non riuscivo a dirlo e così quando la preparavo la sera prima avrei voluto mettermi a piangere e lo facevo dopo ma attendevo aspettavo di andare nel mio letto e spegnere la luce ed essere solo.

Stanotte all’improvviso ho sentito tutto il peso di questa tristezza crollarmi addosso e mi sento come quella calza appesa e vuota e se scrivo a te proprio a te solo a te stanotte è perché tu un poco quella calza l’hai riempita ci hai infilato dentro una moneta l’hai impreziosita ma la calza continua a rimanere appesa desolante.

Scrivo a te perché mi somigli ed è come se scrivessi a me stesso mi confessassi allo specchio mi somigli negli occhi abbassati negli scatti rabbiosi nell’ira incontrollabile e inarginabile che irrompe a segno del suo continuo e clandestino rodimento mi somigli nella ritrosia del passo strascicato nel chiedo scusa rintoccato a battiti regolari nella parola zoppicante e sussurrata agli altri inudibile e mi somigli anche in ciò che non mostri al mondo perché è legge umana di uniformare al nostro sentire le persone che amiamo e io ti amo e ti uniformo a me somigliante nei silenzi nei pensieri negli affanni e vorrei scoprire cosa nascondi sapere la tua vera vita dove la vivi con chi e cosa aspetti anche tu perché anche tu aspetti tutti aspettiamo l’obolo lasciato nella calza vorrei scoprirlo perché tu non me lo dirai mai come mai io l’ho detto perché non ci fidiamo della parola non ci fidiamo del mondo.

Scrivo a te perché mi somigli e io non avrei voluto che fosse così la mia irrequietezza specchiarsi in te che me la ricordi ogni giorno e perdonami se non sono stato come avrei voluto l’ultimo anello e me la ricordi amplificandola come quegli specchi che ingigantiscono i nei i pori le rughe che alla fine dimentichi finanche cosa stai realmente guardando.

Siamo gli stessi anche se piantati in terreni diversi che pensavo il mio malo seme dipendesse dalla mancanza di concime di acqua di sole ma poi la vita non è questione di presenze o assenze è solo questione di porzioni giuste dosi corrette quantità misurate.

Non ho sbagliato vita ho semplicemente errato nel suo dosaggio confondendo ettolitri e decigrammi.

Mi somigli in tutto quello che fai per questo scrivo a te in questa notte e non so se sto veramente scrivendo o solo immaginando nella luce che vive e muore nel buio che vive e muore di scrivere queste parole non so nemmeno se esistono queste parole o sono solo l’eco della triste visione di calze appese di feste passate senza che accadesse il miracolo atteso che questa a pensarci è la vera tristezza di questa notte l’ultima possibilità persa per sempre l’attesa disattesa la speranza spezzata che quando sotto l’albero non troviamo ciò che volevamo non disperiamo fino in fondo perché c’è ancora una possibilità non disperare se quello che aspettavi non è arrivato tra soldatini e pastelli a cera perché c’è ancora la calza, la calza piccola ma vuota, la calza che va riempita, la calza che ha macinato chilometri e chilometri e salite e pendii solo per essere appesa e riempita e allora aspettiamo la Befana l’ultima speranza che mi porti quello che voglio ma che non ho scritto nella letterina di Natale nemmeno come postilla perché certe cose non si chiedono per iscritto e nemmeno per voce.

Certe cose si aspettano e basta.

Che poi come fai la mattina quando infili la mano nella tasca e togli fuori la prima caramella e poi la seconda e poi il carbone che si mangia e poi la moneta e poi poi poi continui a frugare fino in fondo e poi continui ancora come se non fosse una calza quella che stai esplorando ma l’universo intero infinito o la luna la luna dove ritrovare quello che abbiamo perso la luna che tu continui a scavare scavare e infilare la mano e vorresti che non finisse mai quella calza mai come fai come alla fine a toglierla fuori vuota vuota vuota.

Solo stanotte avrei potuto scriverti questa lettera che forse nemmeno esiste ma solo stanotte non il giorno del tuo compleanno o la sera di Natale o qualunque altra festa solo stanotte avrei potuto perché io non ho mai dimenticato quella mano vuota ma tu si tu puoi figlio dimenticarla tu che mi somigli come fossi io stesso in te dentro di te tu che mi somigli tu puoi dimenticare la mano vuota e puoi farlo adesso immediatamente appena queste parole finiranno e avrai svuotato la calza ti basterà indossarla ecco si fai questo per me alla fine di questa lettera che forse nemmeno esiste prendi la calza e infilaci dentro il piede e cammina per il mondo come se io non ci fossi e non dirmi niente quando i nostri occhi s’incroceranno non dirmi niente come se queste parole non fossero mai esistite 

Più adulti con le mani nere. Trovavo il carbone vero dentro la calza anche se ero stata buona. Elvira Fratto su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022. In pochi ci pensano, in tanti lo ignorano, ma la Befana è il primo richiamo alla responsabilità delle nostre vite. 

Io l’ho capito quasi subito. Del resto, l’Epifania è “epì-fàinomai”, che dal greco significa “ciò che si manifesta”: l’Epifania è manifestazione. E ogni sei gennaio, grandi o piccoli che siamo, veniamo richiamati alle nostre responsabilità proprio da quest’ultima festa, quella che forse sotto sotto è anche la più odiata e che si porta appresso il fardello di essere l’incompresa e bistrattata fautrice della fine dei giochi, delle vacanze e della leggerezza. 

“Tutte le feste si porta via”, e lo diciamo col piombo tra le labbra, colpevolizzando questo sesto giorno del nuovo anno che già solo per il fatto che arriva per toglierci qualcosa, parte male. 

Però manifesta il nostro dovere, la nostra responsabilità. 

Quando da bambina toccava a me fare i conti con la responsabilità e il dovere, lo facevo con baldanzoso orgoglio. Non ero certo una bambina problematica: ero, piuttosto, il corrispettivo umano di un comodino.

ducata, composta, gentile, quasi fatata. Una specie di San Francesco d’Assisi in scala che tutti adoravano incontrare. Sotto sotto, sapevo di non meritare il carbone che trovavo puntualmente, ad ogni Epifania, dentro la calza appesa al camino eppure, sepolto sotto i cioccolatini e i torroni, era sempre lì che mi aspettava, a gonfiare il fondo della calza e sporcarmi le mani. 

Sì, famiglia tradizionalista, la nostra: talmente tradizionalista che all’epoca non esisteva il carbone in versione dolce, ma neanche un suo qualsiasi palliativo: la “mia” Befana era così intellettualmente onesta che il mio carbone era vero, verissimo, proprio preso dal camino e buttato nella calza. 

La mia Befana era anche la Befana dei regali stimolanti, intelligenti, al contrario di Babbo Natale che invece era il bonaccione barbuto che rimetteva tutti i peccati e dimenticava di buon grado le marachelle infantili, lasciando al loro posto dei bei pacchi regalo perfettamente corrispondenti a quanto richiesto nella rituale letterina: l’Amazon del 1998, potremmo dire. Ogni nostro desiderio, mio e di mio fratello, era un ordine. 

La Befana no. La Befana non guardava in faccia nessuno: mia madre e mio padre, a volte, per rendere il tutto più veritiero, ci raccontavano di plausibilissime discussioni tra Babbo Natale e la Befana, dibattiti in cui la bilancia pendeva tra un doveroso pizzico di rigidità e la rituale bontà del Re indiscusso del 25 dicembre. 

“Perché devi essere così arcigna?” si narra che Babbo Natale chiedesse alla severa collega, “non possiamo soltanto lasciar loro i regali e basta? A che serve il carbone?”

“Non capisci!” ribatteva duramente la Befana, “ci vogliono i regali, ma ci vuole anche il carbone!”

La trovavo una cosa di un’idiozia infinita. Babbo Natale aveva ragione su tutta la linea: i regali e il carbone non c’entravano niente! Non erano correlati, giocavano in due campionati diversi. E a me sarebbe tanto servito un Sindacato dei Bambini Delusi che mi tutelasse davanti al Giudice dei Giocattoli. 

Perciò io, creaturina così dedita allo studio, alla lettura e decisamente inoffensiva rispetto al mio vulcanico fratello, molto più vivace e amante delle sfide già in tenera età, assimilavo la prima, grande ingiustizia della mia vita: il carbone nella calza, anche se non lo meritavo. 

Ad ogni modo, i regali della Befana me li godevo tutti: libri, giochi di società, cose utili per la scuola. “È cattiva, ma ha buon gusto”, dicevo tra me e me, armata di quella stessa presunzione che nascondeva il mio disappunto, per mostrare alla Befana di essere una sua degna avversaria. E però continuavo a non spiegarmi quel carbone. 

Con il passare degli anni, la Befana è passata sempre meno da casa mia. Io crescevo, i libri li compravo da sola, i giochi di società li avevo ormai quasi tutti. Mio fratello aveva nettamente ridotto il suo potenziale distruttivo, era diventato un ragazzo gentile, posato e dall’animo nobile: non c’era più niente da aggiustare, o almeno così pareva. 

Io, invece, all’alba di ogni nuova Epifania, aspettavo sempre più la resa dei conti, aspettavo che si manifestasse di nuovo la mia responsabilità. Paradossalmente, più gli anni passavano e più andava a finire che il carbone me lo sarei meritato. 

Ci ho pensato tanto e alla fine ho capito cosa volesse dire la Befana a Babbo Natale, quando lo rimproverava dicendogli: “ci vogliono i regali, ma ci vuole anche il carbone!”

Ho capito che il carbone ti tiene con i piedi per terra, che i regali ingigantiscono una bontà che lui ridimensiona. Quando tocchi un regalo non ti segna la pelle, e questo contiene un sottotesto importante: il regalo, come viene, se ne va. Il carbone, invece, ti macchia, si fa ricordare. “Sì, sei stato buono”, dicono i regali, “ma c’è sempre qualcosa che puoi migliorare”, aggiunge il carbone. 

Mia madre questo lo sapeva bene. Il carbone che la mia mano piccola e contrariata trovava puntualmente sul fondo di quell’ingrata calza non era una punizione: era uno sprone. Un incentivo, un rilancio, piume nuove per ali più solide e piene, ché da bambini si ha più bisogno di incertezze che di certezze. 

Secondo i greci l’Epifania era il modo con cui la volontà divina si manifestava con segni potenti, significativi. 

A me l’Epifania invece ha sempre dato l’idea che tutto tornasse su un piano incredibilmente umano dopo le feste che imbellettano tutto: modi di fare, cortesie, sorrisi forzati. La Befana ha il grande pregio di portarmi davanti ai miei limiti ogni anno, ad inizio anno, come a dirmi: “guardali bene e abbi cura di loro, durante il tuo viaggio”.

All’Epifania si azzera tutto. Noi non siamo i regali che riceviamo, ma il carbone che ci rimane sulle mani e nel fondo della calza, lì dove nessuno guarda. E forse, alla fine, pure noi stessi abbiamo un fondo, dentro, in cui non guardiamo mai e che facciamo finta che non esista. 

Da bambina il mio lato migliore era tutto ciò che avevo: troppo acerba per commettere errori, ma già abbastanza grande da sapere cosa fossero. 

Col tempo quegli errori li ho fatti e forse la Befana non è più passata perché, finalmente, si è accorta che ci sono arrivata, che ho finalmente capito che col carbone si può fare tutto, perfino disegnare, e che i disegni di quel tipo sono di un’intensità che qualunque matita può soltanto sognare. Il carbone sa cosa significa essere disprezzati, oh, eccome se lo sa; eppure ciò che scaturisce da esso ha un valore che, seppur colto a scoppio ritardato, ha effetto permanente. 

Adesso non guardo più la Befana con lo sdegno cavalleresco che fermava il tremolìo del mio mento di fronte a quel l’immeritato carbone. Adesso la Befana l’aspetto alla finestra con una tazza di the caldo e qualche biscotto e ci facciamo grandi risate sul tempo, la stranezza folle della gente, le grandi domande della vita che alla fine invece sono piccole, talmente piccole che le perdi nel fondo delle tasche e poi le devi rifare da capo. 

E quando il suo tempo è finito e se ne va, mentre trascina la scopa di saggina per terra, così leggera che pare un sussurro, la richiamo indietro, tendo la mano e le dico: “dammi il carbone che mi spetta”. 

I doni appesi al soffitto di nonna. Una caccia al tesoro per tutta la grande casa, poi alzammo gli occhi…Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 5 gennaio 2022.

La neve fuori ad imbiancare i giorni delle feste e il fuoco dentro, nella casa di mia nonna. Sempre acceso, anche d’estate.

La grande fornace rivestita di piccole piastrelle bianche e lucenti a casa di mia nonna serviva a scaldarsi ma anche a cucinare lentamente pietanze antiche ; serviva ad accompagnare le ore pigre delle letture e dei giochi ma anche ad accogliere chi arrivava e far ritrovare chi ci abitava.

Scaldarsi, cucinare e raccontare. Era quello il cuore della casa di mia nonna; quello il luogo in cui lei incantava me e le mie sorelle – e poi via via i fratelli e i cugini che arrivarono negli anni – con le sue storie fantastiche ma anche con la magia dell’uovo cotto sotto la cenere mentre in una sorta di “soffitta-piccionaia” i colombi volavano liberamente e capitava che te li ritrovassi zompettare anche in cucina. Colombi ma anche conigli.

Mia nonna era una incantatrice: anche della grande fatica in campagna condivisa con mio nonno, lei sapeva fare un dono trasformandola in racconti mirabili che seguivano il mutare delle stagioni. L’incantesimo di un dono fatto di parole, di quelli che poi – negli anni a venire – torna puntualmente a manifestarsi in certi momenti della vita. Sapeva fare tutto, ma dico proprio tutto mia nonna: persino i cestini intrecciati, i mestoli di legno intagliato, ogni tipo di provvista comprese le amarene sotto spirito che io ci andavo matta. Sapeva riparare le scarpe rotte, lavorare a maglia, cucinare sapientemente, fare il vino e l’olio, tessere al telaio che era una meraviglia o farci monili con qualunque cosa le capitasse tra le mani.

Bella – così io la ricordo – con gli occhi di un grigio azzurro sempre acceso e di una rigidità tale che guai a dirle che il pane del giorno prima era troppo duro o che ti eri attardata a giocare o a passeggiare ed eri arrivata col fiatone corto a tavola apparecchiata: semplicemente saltavi il pranzo e mangiavi il pane tutto, anche quello del giorno prima e del giorno prima ancora…

«Il pane non si butta», diceva mentre affondava nel latte quello più duro trasformandolo in una zuppa da mangiare a colazione.

Una combattente che ti pigliava il cuore anche con certi scherzi architettati ad arte. Come quando mi faceva credere che il rumore degli zoccoli dei muli che stavano nelle stalle al piano terra erano le catene di un nobile fantasma che non prendeva pace, o quando s’inventava storie di spettri e ombre. Io, del resto – sempre dietro alle fantasticherie alimentate dalle letture di libri e libricini – ero perfetta per cadere nel tranello di quei racconti dello spavento che una volta appurata la verità finivano tutti con una risata.

Mia nonna era questo e molto di più.

Da lei bambina insieme alle mie sorelle trascorrevo spesso le feste di Natale: una gioia che ora – come una madeleine di Proust – ha il sapore della scirubetta fatta con la neve soffice e pulita che lei raccoglieva sul balcone e aromatizzava con amarene, mandarini o arance.

E da lei l’anno in cui miei zii – praticamente due ragazzi – tornarono da Torino dove lavoravano in Fiat e Pirelli, trascorsi anche un’Epifania indimenticabile. L’attesa carica di aspettative non andò delusa.

Io e le mie sorelle sapevamo in cuor nostro che quella sarebbe stata una Befana speciale: due zii che tornavano da Torino con i primi stipendi in tasca non potevano che aver parlato con la Befana per farci recapitare doni favolosi. A rendere tutto ancor più speciale ci pensò mia nonna. Buttate giù dal letto prestissimo – ma con lei era praticamente impossibile restare a poltrire – mangiato l’uovo cotto sotto cenere, indossati i vestiti della festa, raccolti in code, trecce e treccine i capelli quel 6 gennaio cominciammo a fare il giro della casa per trovare i regali della Befana.

Ora, siccome la casa di mia nonna era piuttosto grande, con le camere nelle camere e un “passetto” – così si chiamava il corridoio – che le collegava era facile perdersi e sperdersi dietro i suoi indovinelli: «guardate sotto i letti», «forse sono in cucina, nella credenza», «no, saranno nel salottino, sotto i divani», «sopra in soffitta, tra le scartoffie», «sotto, dove ci sono le botti di vino, chissà che non li abbia messi là…». Insomma fu tutto un andare e venire, sbirciare e ri-sbirciare, scendere e salire per le scale… ma dei giochi nessuna traccia. Sconsolate e ormai sul punto di mollare la caccia al tesoro, non ricordo se a venirci in soccorso fu mia madre o mia zia con un piccolo segno del capo verso l’alto.

Come non pensarci prima?! Poteva mai una nonna come la mia farci trovare i regali nei posti consueti o dentro la calza? Signornò! Alzammo gli occhi verso il soffitto che era piuttosto alto e meraviglia delle meraviglie là dove nessuno di noi avrebbe mai cercato, appese alle travi c’erano delle piccole, fiammanti biciclette che la Befana aveva comprato per noi naturalmente a Torino… Fu un attimo di gioia e luce la Befana torinese si materializzava davanti ai nostri occhi di bambine. La domanda all’unisono fu una e una sola: «Ma allora la Befana esiste veramente?».

La favola diventava realtà e portava con sé una lezione per la vita.

Alzare gli occhi, non rinunciare a sognare ma restare con i piedi per terra: ecco la lezione di quella caccia al tesoro inventata da mia nonna. Io non l’ho dimenticata neanche ora che mi son portata a casa le sue cose: i pettini del telaio, i fusi, e quei tesori di lino, cotone e seta che lei ha tessuto per me negli anni e che uso quotidianamente. La Befana torinese è ancora viva in certi “ti ricordi?” che si fanno con la famiglia al completo riunita a Natale.

“Ti ricordi quando nonna appese le biciclette al soffitto?” …

·        Il Carnevale.

Da corriere.it il 7 settembre 2022.

Due minuti del carnevale di New Orleans del 1898, nel raro filmato cercato per decenni

Questo filmato del 1898 potrebbe essere il più antico filmato sopravvissuto di New Orleans ed è stato ritrovato, grazie al coinvolgimento di diversi storici e archivisti, nell’Eye FilmMuseum di Amsterdam. Nelle immagini viene mostrata la celebre parata del Mardi Gras (Martedì Grasso) pianificata, nel caso specifico, dalla Rex Organization.

Lo storico e archivista della Rex Organization, Will French, la considera una delle primissime video notizie diffuse a livello globale. Il filmato è stato mostrato per la prima volta ai visitatori del Louisiana State Museum in occasione del 150esimo anniversario della Rex Organization (1872 - 2022).

·        Gioventù del cazzo.

"Mini-naja volontaria". La Russa la rilancia e la sinistra impazzisce. Il presidente del Senato annuncia un ddl per portarla a 40 giorni e avvicinare i ragazzi alle forze armate. Fausto Biloslavo il 12 Dicembre 2022 su Il Giornale.

La mini naja ogni tanto emerge come un fiume carsico, ma poi ritorna nel dimenticatoio. Il fautore, da sempre, con l'Associazione nazionale alpini (Ana) è Ignazio La russa, che lo aveva proposta quando era ministro della Difesa. «Ho predisposto, ma non lo presenterò io perché come presidente del Senato non posso e lo farà un gruppo di senatori, un disegno di legge per portare a 40 giorni», quella che è conosciuta come mini naja volontaria. Una norma già esistente, ma mai finanziata e attivata. Fonti della Difesa fanno notare fanno notare al Giornale «che il modo con cui è stata lanciata ed i contenuti non sono stati nemmeno commentati dal vertice politico». In questi tempi rischia di essere uno spreco di risorse. E piuttosto bisogna parlare seriamente di riserva operativa.

La legge 119 approvata in agosto dal precedente Parlamento prevede una riserva di 10mila persone, in caso di emergenza legata al terrorismo, ai conflitti o alle pandemie, altri problemi sanitari di massa e catastrofi naturali.

La Russa ha rilanciato la mini naja nel suo discorso in chiusura delle celebrazioni organizzate ieri dagli alpini a Milano per ricordare tutti i Caduti. «Quando c'era il servizio militare il periodo di addestramento durava 40 giorni - ha dichiarato - Credo sia giusto fare una legge che consenta di passare 40 giorni nelle Forze Armate».

La scelta volontaria è necessaria perché rendere la mini naja obbligatoria sarebbe fuori dalla storia e costerebbe non poco. La Russa. «A fronte di questa partecipazione prevediamo una serie di incentivi» spiega La Russa, come crediti per la carriera scolastica e per i concorsi pubblici. Gli abili arruolati per i 40 giorni dovrebbero andare dai 16 a 25 anni di età.

A dare manforte a La Russa ci ha pensato il presidente dell'Associazione nazionale Alpini, Sebastiano Favero: «Vogliamo che i giovani di oggi possano avere la possibilità di fare un'esperienza concreta e vera a servizio della Patria». In pratica si tratterebbe di campi scuola, che permettono ai giovani di sentirsi parte del Paese con una divisa addosso, anche se temporanea. E poi potrebbero portare «linfa a tutte le associazioni d'arma», osserva La Russa. L'ultima volta ci aveva provato Forza Italia nel 2019 con Matteo Perego di Cremnago, primo firmatario. I costi erano a carico del Fondo di riserva del ministero dell'Economia e prevedeva l'acquisizione di 12 crediti universitari. La mini naja, però, non è decollata. Nonostante nel 2017 l'allora ministro della Difesa, Roberta Pinotti, del Pd aveva aperto le porte alla richiesta dell'Associazione alpini. Un progetto di servizio obbligatorio civile che avrebbe aiutato l'Ana ad affrontare la lenta e inesorabile erosione degli iscritti alle Forze Armate professionali.

L'opposizione ha subito sparato a palle incatenate: «Idea ridicola», sintetizza il verde Angelo Bonelli; per il dem Alessandro Zan La Russa è «inappropriato». Dubbi anche fra i moderati di Azione. «Il presidente La Russa sa che si tratta di cose già viste e sperimentate, diciamo, un secolo fa? - dichiara Daniela Ruffino - Quando sui muri dell'Università o nelle stazioni si leggeva il celebre motto: Libro e moschetto fascista perfetto».

A parte le provocazioni per fare rispuntare sempre il fascismo, morto e sepolto, il vero tema è la riserva operativa di 10mila persone soprattutto adesso in tempi di guerra nel cuore dell'Europa. Le Forze Armate dovrebbero contare su 150mila uomini, ma siamo al di sotto delle aspettative.

Mini servizio militare: perché ha senso l’idea di La Russa. Corrado Ocone su Nicolaporro.it il 12 Dicembre 2022

Il servizio militare un tempo non era solo un momento di addestramento all’uso delle armi nell’eventualità, non troppo remota, che lo Stato chiamasse i suoi “figli” a “servire la Patria”. Era anche una tappa inderogabile nella formazione individuale, nonché un rito di passaggio all’età matura.

La naja serviva, prima di tutto, a creare un momento reale di condivisione fra giovani appartenenti a classi sociali diverse e anche di diversa provenienza geografica. E serviva poi a trasmettere ai giovani quelle virtù civili, e anche virili se è lecito dire, che la cultura dominante riteneva essenziali per dare tempra alla classe dirigente e linfa alla vita della società. Che quel mondo sia finito, è inutile dire: oggi la formazione passa per diverse e più variegate “agenzie”; le virtù civili, che non sono più quelle virili (si esalta anzi in continuazione il lato “femminile” o addirittura “fluido” degli esseri umani), hanno ceduto il posto a un amoralismo e indifferentismo di massa; i giovani viaggiano, realmente e virtualmente, in maniera un tempo inimmaginabile e non hanno bisogno della leva per integrarsi e condividere esperienze.

Che senso ha allora riproporre, come ha fatto ieri Ignazio La Russa ad una riunione degli alpini a Milano, un progetto di legge relativo a un servizio militare accorciato e su base facoltativa (per quanto incentivato, attraverso un meccanismo di “premi” che comunque aborre a una coscienza liberale)? Celiando, si potrebbe dire che un senso ha già mostrato di averlo perché ha subito scatenato i riflessi incondizionati di una sinistra anch’essa ferma con le lancette degli orologi al tempo in cui la vita militare, e le forze di difesa, erano associate a una mentalità militarista e guerrafondaia se non “fascista”. Ma senso soprattutto ne ha perché si connette strettamente a quell’idea di Patria e di comunità che la destra meloniana vuole riabilitare e porre al centro del dibattito pubblico.

In quest’ottica, i 40 giorni del servizio militare ridotto dovrebbero essere sia propedeutici alla riconquista di un rapporto di fiducia fra cittadini e forze armate sia formativi per il giovane in vista dell’auspicabile sua educazione civica. Recuperare, a tutti i livelli, il senso dello Stato (e delle istituzioni) senza però ricadere nei vizi dello statalismo: è lungo questo crinale che probabilmente la destra di governo giocherà nei prossimi mesi la sua partita. E per l’Italia dei luoghi comuni, delle mode e dei conformismi mentali e pratici, che poi spesso altro non sono che la copertura della ipocrita ricerca del proprio particolare, è sicuramente una buona notizia.

Corrado Ocone, 12 dicembre 2022

L'accusa degli adolescenti italiani: «Gli adulti non ci ascoltano». Storia di Giuseppe Pastore su Avvenire il 22 novembre 2022.

La percezione di non essere ascoltati. L’idea diffusa che la scuola non sia un luogo sicuro. Proprio come i social, spazi virtuali di incontro e condivisione che, spesso, diventano veicolo di violenza. E, quindi, di sofferenza. Tre adolescenti su 10 dichiarano di aver assistito a un episodio di violenza di genere. Ma il 74% di loro crede che le giovani vittime non siano prese sul serio dagli adulti. Sono dati sconfortanti quelli raccolti dall’osservatorio Indifesa (realizzato da Terre des Hommes e OneDay Group) sulla base di un sondaggio che ha coinvolto oltre 10mila ragazzi e ragazze, tra i 15 e i 19 anni, della community di ScuolaZoo, il portale di informazione per gli studenti italiani.

«C’è uno scollamento sempre più grande tra mondo dei giovani e mondo degli adulti che sembra essersi completamente dimenticato degli adolescenti», commenta Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes Italia. È per questo che l’organizzazione - dal 2014 - porta avanti l’osservatorio Indifesa: uno strumento per ascoltare gli adolescenti sui temi della violenza di genere, delle discriminazioni, del bullismo, del cyberbullismo e del sexting (scambio di messaggi e contenuti sessuali).

Un orecchio teso alle confidenze dei più giovani che, quest’anno, propone le loro riflessioni a ridosso del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

I dati della violenza tra i giovanissimi

Ad emergere è un atto di accusa verso gli adulti. Verso genitori, educatori e mentori che dovrebbero interpretare il malessere di un adolescente e aiutarlo ad uscirne. Ma anche verso il mondo istituzionale che, invece, dovrebbe agire ascoltando anche le istanze di chi non ancora non ha una tessera elettorale in tasca. I ragazzi e le ragazze coinvolte nella ricerca, infatti, parlano chiaro: il 74% di coloro che hanno assistito a episodi di violenza di genere (tre su dieci) sostengono che studenti e studentesse vittime di violenza non vengano presi sul serio dal mondo degli adulti.

E a guardare i luoghi in si è assistito a questi episodi, l’indagine acquista l’aria di una sconfitta. Al primo posto, secondo gli adolescenti intervistati, c’è la scuola (44%), uno spazio pubblico. Al secondo, invece, ci sono i social (28%): spazi virtuali diventati rapidamente parte della vita di ognuno, ma ancora sforniti probabilmente di adeguati strumenti di controllo e prevenzione. E poi, per il 22% dei ragazzi, c’è la famiglia o la coppia, seguite dallo sport (6%). Assume un profilo ben preciso anche il tipo di violenza a cui assistono i più giovani: violenza psicologica (46%), violenza fisica (24%), violenza in rete (20%) e violenza sessuale (10%).

Ascoltare la violenza per impedirla

«Se i più giovani hanno timore di non essere creduti nel denunciare atti di violenza, significa che il mondo degli adulti sta sbagliando qualcosa nel modo in cui ascolta e interagisce con loro», spiega Gaia Marzo, direttrice della communicazione di OneDay Group e membro del comitato scientifico di Indifesa. «È per questo – aggiunge – che da anni, insieme a Terre des Hommes lavoriamo per scoprire e rendere noti gli scenari e i problemi delle nuove generazioni in materia di discriminazioni e violenze, nella speranza che istituzioni, aziende e famiglie possano recepire e mettere in atto azioni concrete».

Un obiettivo che l’osservatorio Indifesa porta avanti non solo con la sua web radio (Network Indifesa), in cui i più giovani realizzano programmi radiofonici per diffondere la conoscenza e promuovere la riflessione su violenza, discrimanzioni e stereotipi di genere, ma anche attraverso i due punti di ascolto, a Parma e a Milano, per donne e ragazze vittime (o a rischio) di violenza. Spazi sempre più preziosi. Lo dicono le storie e i numeri. Come quelli del dossier Indifesa del 2022 di Terre des Hommes secondo cui sono 15 milioni nel mondo le ragazze tra i 15 e i 19 anni che hanno subìto rapporti sessuali contro la loro volontà. Testimoni di sofferenza, ma soprattutto voci che bisogna imparare ad ascoltare.

Se gli adulti non credono alle violenze. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità il 22 Novembre 2022

Online, sul lavoro, tra le mura domestiche e nello sport: la violenza di genere si mostra ancora una volta come un fenomeno pervasivo e a danno delle donne, anche delle più piccole.

A raccontare e riportare le esperienze di violenza attraverso dati e testimonianze è l’Osservatorio Indifesa, realizzato da Terre des hommes e OneDay group, con il coinvolgimento di più di 10.000 adolescenti delle community di ScuolaZoo, di cui fanno parte ragazze e ragazzi tra i 15 e i 19 anni di tutta Italia. Ad emergere in maniera netta nel lungo rapporto sono tutti i reati a sfondo sessuale, in cui le vittime sono prevalentemente di genere femminile e, spesso, anche bambine. Secondo il report, tra gli abusi “le fattispecie che registrano la percentuale più alta di vittime bambine sono la violenza sessuale aggravata 88% e la violenza sessuale 87%” che sono aumentate rispetto al 2020, come si sono registrati aumenti anche per “gli atti sessuali con minorenne (83%), la detenzione di materiale pornografico (82%), la corruzione di minore (76%), la prostituzione minorile (67%) e per la pornografia minorile (69%). Numeri preoccupanti e numeri in crescita: la spiegazione per la moltiplicazione di questo genere di reati – oltre il 41% in più – si nasconde dietro al Covid-19 e la fornisce all’interno del rapporto Stefano Delfini, il direttore del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: “Nel 2021 si assiste, per quasi tutti i reati analizzati, a un incremento dal 2020, anno particolare perché segnato dalle restrizioni legate alla pandemia. Dai dati emerge un fenomeno non marginale e molto grave per le conseguenze sullo sviluppo psico-fisico delle vittime” con “gravi conseguenze psicologiche protratte nel tempo”. Un aggravamento che pone l’attenzione sulle vittime, ma anche sul contesto, perché c’è anche un’altra percentuale a creare allarme. Dai dati riportati si nota come il 74% dei giovani crede che studenti e studentesse vittime di violenza non vengano presi sul serio dagli adulti. Inoltre, sul totale, ben tre giovani su dieci ha dichiarato di aver assistito a un episodio di violenza di genere. A spiegare il fenomeno, il Direttore Generale Terre des Hommes Paolo Ferrara che evidenzia la presenza di “uno scollamento sempre più grande tra mondo dei giovani e mondo adulto, che sembra essersi completamente dimenticato degli adolescenti”. Un allarme riguardo la percezione della violenza nei ragazzi, ma anche un’accusa rispetto al contesto di crescita dei giovani del nostro Paese. Infatti, dalle risposte sul contesto in cui si è assistito a episodi di violenza, al primo posto c’è la scuola (44%), poi i social (28%), di seguito la famiglia o la coppia (22%) e all’ultimo posto lo sport (6%). A far paura non è solo la percentuale riguardante i luoghi educativi, ma anche quella relativa agli spazi virtuali, in cui “il 58% delle giovani donne e adolescenti sono state molestate, subendo diverse forme di violenza come violenza verbale, body shaming, minacce di stupro e violenze fisiche”. Statistiche che preoccupano, ma che allo stesso tempo aiutano a comprendere la realtà circostante e a far emergere forme di violenza sommerse: “È fondamentale lavorare sulla raccolta dati” dice il direttore Ferrara, “tuttavia, dobbiamo anche concentrare il nostro impegno su informazione e sensibilizzazione, perché le radici della violenza di genere rimangono soprattutto culturali” e “in questo Terre des Hommes c’è e ci sarà”.

(ANSA il 17 novembre 2022) - Nel mondo quasi 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno - più di uno ogni 11 minuti. La maggior parte delle 800.000 persone che muoiono per suicidio ogni anno sono giovani e questa è la quinta causa di morte tra i 15 e i 19 anni. Sono i dati diffusi dall'Unicef in occasione della Giornata Mondiale dell'Infanzia e dell'Adolescenza (20/11), dedicata al tema della salute mentale e psicosociale. Nel mondo 1 adolescente su 7 fra i 10 e i 19 anni soffre di problemi legati alla salute mentale e secondo i dati di un sondaggio il 50% si sente triste, preoccupato, o angosciato.

L'Unicef Italia ha lanciato la petizione "Salute per la mente di bambini e adolescenti", che ha raccolto oltre 13.000 adesioni. L'obiettivo è quello di mobilitare l'opinione pubblica affinché sostenga le raccomandazioni che rivolge ai Ministri competenti in materia, per garantire investimenti e azioni di qualità volte a supportare e proteggere la salute mentale di ogni bambina, bambino e adolescente.

Quasi la metà di tutte le problematiche legate alla salute mentale, denuncia l'Unicef, iniziano entro i 14 anni di età e il 75% di tutte le problematiche legate alla salute mentale si sviluppano entro i 24 anni, ma la maggior parte dei casi non viene individuata e non viene presa in carico. Gli effetti della pandemia da Covid-19 hanno peggiorato la situazione. Sul tema l'Unicef Italia ha lanciato un sondaggio, realizzato sulla piattaforma digitale indipendente U-Report sostenuta dalla stessa associazione, al fine di rilevare la percezione di benessere psicosociale e salute mentale fra un campione di adolescenti di età compresa fra i 10 e i 19 anni; su 194 rispondenti: il 28% si sente ottimista; il 12% triste; il 14% preoccupato; il 14% angosciato; ed il 10% frustrato.

Fra le circostanze che causano apprensione le difficoltà economiche personali o della famiglia (17%), il senso di isolamento (19%), la distanza dalla famiglia e dagli affetti (8%), i litigi e tensioni all'interno della famiglia (7%), emergono come i fattori più preponderanti. Tuttavia, il 41% degli adolescenti afferma di non aver richiesto aiuto a nessuno, il 22% di aver cercato aiuto da coetanei ed amici e l'11% ai familiari.

L'11% dichiara di essersi rivolto presso psicologi presenti nelle scuole e nelle comunità ed il 7% presso i servizi sociali e sanitari. Fra le ragioni per non aver richiesto aiuto, il 22% afferma di non ritenerlo necessario, il 10% di non sapere a chi rivolgersi, il 10% di temere di richiedere aiuto, e l'8% di avere timore del giudizio negativo degli altri. L'indagine rivela che gli adolescenti vorrebbero sentire parlare più spesso di salute mentale e benessere psicosociale dalle istituzioni (34%), dalle scuole (31%), dai famigliari (7%) e dai media (7%).

Il futuro che non c'è. Gioventù bruciata, al Sud è boom di giovani che non studiano né lavorano. Francesca Sabella su Il Riformista il 10 Novembre 2022

Non lavorano, non studiano, non hanno un futuro: sono i giovani del Mezzogiorno, li chiamano Neet. E come sempre l’incidenza dei Neet raddoppia nel Sud rispetto al Nord. È maggiore tra le donne, nelle due fasce d’età dei 25-29 anni (30,7%) e 30-34 anni (30,4%). E più si cresce con l’età, più aumenta la loro quota. La regione d’Italia con la più significativa presenza di Neet è la Sicilia, con il 41,1%. Subito dopo c’è la Calabria, con il 39,9% e quindi la Campania, con il 38,1%.

Una fotografia che definire allarmante è poco e come sempre i ragazzi del Sud risultano un passo indietro ai coetanei del Nord. La fotografia è stata scattata da ActionAid e Cgil che hanno analizzato nel Rapporto Neet tra disuguaglianze e divari. Alla ricerca di nuove politiche pubbliche. E non va meglio nel resto del Paese, l’Italia infatti è il paese europeo con il più alto numero di Neet, vale a dire di giovani dai 15 ai 34 anni che non si stanno costruendo un futuro né accademico né lavorativo (nel 2020 più di 3 milioni, con una prevalenza femminile di 1,7 milioni). I Neet sono per il 56% donne e la prevalenza femminile resta invariata negli anni: un trend che conferma come per una donna sia molto più difficile affrancarsi da questa condizione. Le disuguaglianze di genere si riproducono anche osservando i ruoli in famiglia dei Neet: il 26% sono genitori e vivono fuori dal nucleo familiare di origine; tra questi c’è un’ampia differenza tra donne e uomini che vede un 23% di madri Neet rispetto ad un 3% di padri Neet. La più alta percentuale di giovani Neet donne pari al 27% sul totale della popolazione Neet si concentra tra le persone inattive che non cercano e non sono disponibili; il 20% delle Neet sul totale della popolazione dei Neet italiani sono madri inattive.

«La motivazione all’inattività— è stato specificato — è spesso legata alla disparità di genere nei carichi di cura che impediscono o suggeriscono alle donne di rimanere fuori o uscire dal mercato del lavoro. I Neet italiani sono per la maggior parte inattivi, persone che, scoraggiate, hanno smesso di cercare lavoro: il 66% del totale, quindi 2 su 3, e tra questi circa il 20% non cerca ma è disponibile. C’è una tendenza ad essere inattivi soprattutto tra i diplomati (32%) o con un titolo di studio minore (16%). Rispetto ai disoccupati (coloro che cercano regolarmente un lavoro) il dato preoccupante è relativo al tempo: il 36,3% dei disoccupati è in cerca di un lavoro da più di un anno. Quasi 1 su 2 ha avuto precedenti esperienze lavorative e tra questi il 54,3% è donna». Un immobilismo che rischia di risucchiare le nuove generazioni.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Stefania Aoi per repubblica.it il 7 novembre 2022.

Una vicenda denunciata alla polizia dalla professionista attiva nello sportello d’ascolto in un istituto tecnico di Torino. Ci sono state delle indagini. «E si è scoperto che le persone che avevano avuto rapporti col ragazzino erano degli uomini maggiorenni», ricorda Ronzoni, che è anche consigliera dell’Ordine degli Psicologi.

Dopo l’allarme lanciato della psicoterapeuta Annalisa Perziano, che avvertiva sul pericolo Onlyfans, un sito dove due ragazzine minorenni sue pazienti scambiavano video osé e si accordavano per fare sesso a pagamento, parlano altri psicologi, raccontando di un fenomeno sommerso che emerge solo quando l’adolescente ha un problema, ma che potrebbe essere molto più esteso.

 Tracciano un quadro allarmante, di comportamenti che rasentano in alcuni casi la prostituzione, alla ricerca forsennata di piacere agli altri. Su sette professionisti contattati da Repubblica e che operano nelle scuole, ben sei hanno avuto minorenni che hanno confessato questo genere di attività. «Purtroppo, — racconta Ronzoni — anche se i siti di questo tipo richiedono la maggiore età, è facile entrarci anche se si è più giovani».

Non è nemmeno il denaro ad attrarre questi adolescenti più di tutto. Spesso arrivano da famiglie benestanti. Alle volte sono proprio i genitori a portarli dallo psicologo. Come nel caso di Valentina (altro nome inventato), 14 anni. «È stata colta in flagrante dalla madre mentre condivideva foto di parti intime sul web. Mentre la seconda paziente mi è stata portata per altri problemi», racconta la psicologa Alessandra Fresia, che oltre a lavorare nel reparto di Neuropsichiatria infantile dell’ospedale di Asti, segue uno sportello in una scuola della cittadina piemontese.

Le due ragazzine erano state vittime di bullismo in passato perché un po’ grassottelle. «E per loro andare online è stato un modo per cercare approvazione, per sentirsi belle e apprezzate e non a disagio come nella vita reale», spiega Fresia. 

Un fenomeno spinto anche dalla pandemia, dall’impossibilità di vedere le persone dal vivo. E che provoca una dipendenza simile a quella dei social, dalla necessità di vedere aumentare il numero dei like. «Non è un caso che Instagram abbia voluto nasconderli», ricorda la psicologa. Convinta che per aiutare i ragazzini serva un’educazione sentimentale e un patentino per i telefonini. «C’è chi regala lo smartphone ai bimbi per la prima comunione — conclude — ma questi possono avere competenze tecniche non hanno consapevolezza dei pericoli del web».

Il racconto di Mauro Martinasso, direttore del Centro di psicologia Ulisse di Torino, che lavora in 12 scuole all’ascolto degli studenti, non si discosta da quello delle colleghe: «Ci hanno segnalato circa 6 casi tra tutte le scuole», spiega il professionista. Aggiungendo: «Questo non vuol dire nulla, perché noi intercettiamo solo quei casi che arrivano alle nostre orecchie, ma c’è anche chi non racconta. Il fenomeno potrebbe essere più esteso di ciò che vediamo». 

C’è poi chi non scambia foto di nudo sui siti ma su whatsapp con il fidanzatino. Enrica Cavalli, che segue lo sportello d’ascolto di un liceo di Torino, racconta di aver raccolto le confessioni di ragazzine di 17 anni: «Anche mandare al proprio ragazzo foto osé può essere pericoloso perché se le immagini vengono condivise con terzi possono creare problemi. Nei casi più gravi c’è chi è arrivata al suicidio».

Ha sentito i colleghi parlare di casi simili, anche Andrea Dughera che coordina un’equipe di 7 persone che lavorano in 39 scuole torinesi. «Viviamo in una società — afferma Norma de Piccoli, docente di psicologia sociale di comunità all’università di Torino — dove il tema dell’oggettivazione del corpo è sempre più diffuso. Lo dimostra anche l’aumento delle richieste di chirurgia estetica: ormai c’è chi misura il proprio valore in base al fisico. E gli adolescenti non sono esclusi da questo fenomeno».

Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” il 6 novembre 2022.

A naso, il ragazzino ha otto anni, appiccicati su un sorriso triste e uno sguardo di sfida. È un nero d'Africa, si chiama Junior, ed è anche una star di Tik Tok sulla scia del molto più noto Khaby Lame che, però, nella sua leggerezza, non potrebbe essergli più diverso.

Junior è a suo agio in video. Lo è meno, evidentemente, in mezzo a ragazzini più grandi, ad occhio tra gli undici e i quindici anni.

 E i più grandi, di sera, incuranti della piazza affollata di Rimini dove accade tutto, cominciano a circondarlo; lo provocano su una virilità in anticipo sui tempi, e lo incitano a prendersi a botte con un altro ragazzino, sconosciuto, che passa di lì per caso. I due bimbi si spaventano, sono paralizzati, vogliono scappare. I grandi li avvicinano eli rinchiudono nell'angolo di un ring invisibile: "Picchiatevi! Picchiatevi!". E, alla fine, incitati dalle grida belluine degli astanti, come in un combattimento clandestino fra galli messicani, o fra bulldog del Nicaragua, i piccoli si spingono allo scontro, mulinano spinte, pugni e testate, si massacrano di botte.

CORNICE DI SANGUE Grida e sangue a fiotti diventano la cornice di un'ordalia che nulla ha d'umano. Queste scene vanno a loop su Tik Tok e vengono mandate in onda su Raidue dal programma Ore 14, con le opportune pixillature sul volto dei minorenni. Ore 14, da qualche giorno, va denunciando questa nuova efferatezza tanto di moda fra undre 14. «Si tratta di un fight club per bambini» dice in diretta il conduttore Milo Infante «mai vista una roba del genere...».

 Non avrei voluta vederla neanch' io. L'immagine dei bambini che tentano di fracassarsi ossa e setto nasale e lasciano sul marciapiede qualsiasi brandello d'umanità è una delle più penose che un padre possa osservare. Il mio figlio più piccolo ha l'età di Junior, il mio più grande quella del suo boia.

Chiudo gli occhi. Rabbia e impotenza sono nella stessa lacrima. Dopodiché, Infante fa scorrere un altro filmato, un'altra lentissima, spiazzante liturgia dell'orrore. 

PROTAGONISTE Stavolta le protagoniste sono due ragazzine adolescenti che sembrano amiche. Sembrano. Nel momento in cui gli eccitati coetanei maschi chiedono loro di prendersi a pugni -a pagamento «dalle un pugno, dai ti do cinque euro!» - le due si trasformano in Erinni. Si tirano capelli, si avvinghiano, rotolano a terra fino a sfondarsi le gengive. 

Ancora più impressionante. E a tutto questo s' aggiunge l'estemporanea rissa di adolescenti a Cassino, pubblicata da Rainews: due giovani donne che cominciano a lanciarsi sedie in testa come nei vecchi incontri di wrestling, mentre una folla di coetanei orribilmente beoti riprendono la scena per impiattarla sui social.

DISAGIO IMPERANTE E il pensiero, qui, non mi corre più al romanzo Fight Club di Chuck Palahniuk; qui non c'è alcuna metafora nascosta dietro al consumismo di massa e al disagio della classe media mentre il protagonista, un impiegato inghiottito dal proprio crudele alter ego «auspica la distruzione della civiltà a favore del ritorno di un deserto primigenio», come ringhiava Palahniuk. No. In questo caso non sussistono alibi letterari.

Non c'è metafora, non esiste uno scopo sociale.

Nei gesti puramente bestiali che scandiscono le risse non riverbera nessun sogno, nessuna provocazione, perfino nessuna patologia. Qui è come nel Signore delle mosche di William Golding: si vedono soltanto gruppi di ragazzi rimasti soli e senza guida in un'isola dove cominciano un po' alla volta a regredire ad uno stato sempre più primitivo, fino ad arrivare al disprezzo totale e reciproco della vita umana.

IMPUNITI Il problema più grosso è che ragazzi simili che scorrazzano nelle piazze d'Italia sono sì impuniti, ma pure inconsapevoli di non sapere maneggiare ogni senso d'etica. Quando la polizia li ferma, di solito, piangono tutti come vitelli e si stupiscono, e non si capacitano neppure della gravità dei loro gesti. Junior, il pischello, lo si rivede anche in altri video; è famoso per un slogan idiota ma di successo fra i giovani «a me non mi piacciono i mangiapasta come Sferaebbasta».

Di lui, in Rete, gira un'intervista in cui, a chi gli chiede se picchierebbe suo padre per un milione di euro, risponde: «Certo che lo farei fratello, perché sono povero come la merda». Questo a otto anni. La redazione di Ore 14 è sconvolta quanto me. Ha fatto un esposto, ha denunciato i fatti di Rimini alla Polizia postale di Milano che l'ha passata alla Procura lombarda che l'ha trasferita per competenza ai colleghi di Rimini (se ne occupa il vicequestore Lisa De Berardino). Vuole evitare l'emulazione, e impedire che queste challenge assurde possano portare ad situazioni ancora più devastanti. La denuncia va sempre bene, anche se temo possa essere tardi. Golding scriveva «gli umani producono il male come le api producono il miele». Ma non è tanto quello. L'incubo peggiore è che i tuoi figli, in tutto questo, possano essere non tanto le vittime, ma i carnefici...

Ragazzi violenti e senza bussole: dove sono le guide? Non si dica che la violenza giovanile c’è sempre stata, che le loro bande si affrontavano sin dagli anni ’50 (in America, dove il cinema ne faceva degli eroi.). Bianca Tragni su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 Ottobre 2022.

Ma che succede nella nostra scuola? Un genitore schiaffeggia un professore; un gruppo di studenti spara a una professoressa e poi la deride; una Dirigente, cioè un capo, non difende i suoi professori, un’altra vuol «rieducare» i ragazzi con una lezioncina di educazione civica. Poi ci sono bande che assaltano le scuole nottetempo e rubano computer, distruggono suppellettili, sporcano tutto; altre che si affrontano nelle strade con mazze, calci, pugni fino a ferire, uccidere, addirittura suonando e cantando musica rap con la pistola in mano. E soprattutto umiliare chi violento non è.

Non si dica che la violenza giovanile c’è sempre stata, che le loro bande si affrontavano sin dagli anni ’50 (in America, dove il cinema ne faceva degli eroi.) No, oggi è diverso. Oggi la cultura della violenza e della sopraffazione si respira nell’aria, come nel ‘500 a Firenze si respirava l’arte. Oggi l’aria è inquinata non solo fisicamente dal Co2, ma moralmente con l’assenza totale di valori morali: il rispetto, la stima, il timore riverenziale, la solidarietà, il «bene». Ma chi insegna a questi ragazzi cos’è il bene e cos’è il male? L’unico insegnamento che hanno da tutto e da tutti è il divertimento, il piacere a tutti i costi. Per mezzo del denaro e quando sono saturi anche di quello, per mezzo di strumenti di sopraffazione: mazze, pistole ad aria e così via.

Di chi la responsabilità? A forza di buonismo e di comodo perdonismo, questi ragazzi non hanno più un bussola, un esempio, una guida. Dove sono i genitori? Troppo spesso relitti di famiglie sfasciate, anche loro pensano solo al proprio piacere, come andare in pizzeria o in discoteca a mezzanotte portandosi dietro i pargoli ciondolanti di sonno; o come fare sesso con l’ennesimo «compagno» di letto, magari mettendo il sonnifero nel biberon della figlioletta e lasciandola sola a morire nella sua culla. Casi unici, estremi? No, sono la classica punta dell’iceberg. Nella migliore delle ipotesi questi genitori fanno i sindacalisti dei figli, corrono a scuola a protestare incivilmente per un brutto voto o una sanzione data ai loro coccolatissimi virgulti (vedi lo schiaffo al docente di Bari).

E dove sono i Presidi (col nome originale, pieno di autorevolezza e non di burocratismo)? Gloria alle tante donne che sono arrivate a questo piccolo vertice della scuola; ma vederle con labbra rigonfie di silicone, con collane vistose, truccatissime, sembrano dive della TV, più che educatrici, docenti dei docenti, guide esemplari degli studenti. Come? Con tutto, col gesto, con l’apparenza, con la parola, coi sentimenti, col Diritto, con i valori della scuola, della società, della vita. Questo deve essere un Capo, comunque si chiami e di qualunque sesso sia. Ricordo le scuole francesi, dove la Preside doveva vestire rigorosamente con un sobrio tailleur, per distinguersi dai docenti e da tutti gli altri frequentatori della scuola. Certo non è più il tempo delle divise scolastiche (che però in Inghilterra ci sono ancora), ma il riconoscimento dei ruoli e il conseguente rispetto è anche un valore, di per se stesso. E dove sono i preti? Un tempo il catechismo, le funzioni religiose, le preghiere, le prediche, le piccole attività sportive dell’oratorio erano educative. Anche il famoso «neanche un prete per chiacchierar» di Celentano era un fatto educativo. Chi, fra i preti ruspanti di oggi, tutto jeans e magliette, sport e campiscuola, ha tempo per chiacchierare con i ragazzi? La confessione non si usa più. Ma a volte la chiacchierata confidenziale valeva ancora di più.

E dove sono gli allenatori? Questi nuovi sacerdoti della nuova religione dello sport, officiata in tantissime palestre, tutto muscoli e integratori, potrebbero essere i numi tutelari dei ragazzi, tanto tutti fanno sport. E si imbevono dei miti e dei successi dei campioni delle varie discipline. E si vestono con «divise» che se non sono tutte uguali sono una produzione seriale a valanga di articoli sportivi. Questi allenatori dovrebbero almeno inculcare i tanto elogiati valori dello sport: la lealtà, la collaborazione, il riconoscimento dei ruoli, il successo non competitivo ecc.

E invece….oggi genitori, preti, maestri, allenatori si chiamano asetticamente «agenzie educative». E dell’agenzia hanno il mangement del vil denaro, dell’educazione….non hanno nulla. Dov’è l’afflato d’amore e di severità dei padri e maestri, dei sacerdoti di Cristo e degli atleti del mens sana in corpore sano? Chi potrà rispondere a questi interrogativi che ci angosciano nel presente? Sociologi, psicologi, psicanalisti, pedagogisti, affinate i vostri strumenti di analisi, indicateci le cause, suggeriteci qualche rimedio. Perché non ne possiamo più di vedere minorenni depravati, piccoli delinquenti che crescono…

La violenza dei giovani frutto della fragilità che può dipendere da noi. La prima considerazione è che stiamo raccogliendo quanto seminato. E, occorre riconoscerlo, abbiamo seminato poco e male. Michele Partipilo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Ottobre 2022

Foggia, quattro ragazzi spruzzano dello spray al peperoncino nei corridoi e la preside è costretta a far evacuare la scuola. Rovigo, una docente di un istituto superiore viene colpita da alcuni pallini in gomma, esplosi da uno studente con una pistola ad aria compressa, mentre faceva lezione in classe; l'episodio è stato ripreso da un altro studente, che lo ha diffuso sui social. Bari, un insegnante è stato vittima di una  spedizione punitiva guidata dal padre di un’alunna cui aveva messo una nota in condotta. Sono solo alcuni degli ultimi episodi che riguardano i giovani e la scuola. Il tema è quanto mai vasto e non può essere affrontato senza tener d’occhio la società attuale nel suo complesso.

La prima considerazione è che stiamo raccogliendo quanto seminato. E, occorre riconoscerlo, abbiamo seminato poco e male. Sul piano dell’istruzione in sé l’avvicendarsi di ministri e di relative riforme ha prodotto una frammentazione e una confusione che si è riversata sulla qualità dell’istruzione. Negli ultimi vent’anni si sono succeduti 11 ministri, compreso l’attuale Giuseppe Valditara, che dovrà occuparsi anche del «merito». Orientamenti politici diversi, per un lungo periodo (dal 2008 al 2020) accorpamento con Università e ricerca, visioni confuse e contraddittorie sul futuro hanno reso impossibile la coerente realizzazione di un progetto educativo e scolastico. La riconosciuta autonomia ai singoli istituti ha contribuito poi all’idea di una scuola fai da te, dove si svolgono molte attività complementari ma insufficiente attività curriculare, anche perché le scuole devono farsi propaganda per attrarre più iscritti. I risultati si vedono ai test Invalsi o ai test d’accesso all’Università, una disfatta.

Ma va anche detto che sulla scuola è stata riversata l’intera responsabilità educativa dei ragazzi. Le famiglie hanno in larga misura abdicato al loro ruolo e quella che la legge non a caso chiama «responsabilità genitoriale» è stata delegata appunto alla scuola, ai media, ai nonni. Per il lavoro, per gli impegni, per le separazioni sempre più numerose, la famiglia non è più il luogo di educazione per antonomasia. Nel frattempo sono scomparse anche altre agenzie che contribuivano molto alla formazione dei più giovani: a cominciare dalle parrocchie per finire alle scuole dei partiti. Oggi sopravvivono solo le associazioni sportive; in alcune si insegnano i valori autentici dello sport, in molte altre l’aspetto competitivo ed economico prende il sopravvento trasformandole spesso in luoghi diseducativi. Né si può tacere sul contesto generale: parliamo di ragazzi cresciuti nella stagione dei diritti senza che qualcuno abbia spiegato e mostrato loro che esiste un rovescio della medaglia fatto di doveri.

Terzo elemento da considerare è l’influsso dei media e in particolare di Internet sulla vita sociale e scolastica. Da un lato la scuola ha spinto moltissimo sull’utilizzo di strumenti elettronici nello studio, con i tablet preferiti ai libri di carta, senza però preoccuparsi delle conseguenze che questi mezzi producono sugli individui e sui ragazzi in particolare. Cala la capacità di concentrazione, si fa molta fatica a memorizzare contenuti, si riduce il tempo dell’attenzione che secondo alcuni studi americani e tedeschi oggi sarebbe attorno ai 5 secondi, viene facilitata la tendenza a isolarsi, i soggetti più fragili diventano prede da colpire, come mostrano i numerosi e crescenti episodi di cyber bullismo. Ma di questi effetti nessuno se ne è preoccupato e anzi tutti, a cominciare dagli stessi genitori che ci capivano meno dei loro pargoli, hanno inneggiato al progresso e preferito quegli istituti «più moderni», meglio, più di tendenza.

Molte scuole ora proibiscono agli alunni l’ingresso in classe con il telefonino, strumento perverso che se da un lato permette di mantenere sempre i contatti con i genitori, dall’altro serve per riprendere e diffondere – fino ai limiti dell’estorsione – gli episodi che avvengono in classe, per dileggiare gli insegnanti, per estraniarsi completamente dalle lezioni. Un divieto tardivo e ancora poco esteso perché malvisto anche dagli stessi insegnanti, che a loro volta dovrebbero rinunciare allo smartphone.

L’insieme di tali situazioni non è senza conseguenze sullo sviluppo di un soggetto in divenire. I due anni di pandemia con la conseguente didattica a distanza hanno mostrato in maniera inequivocabile i danni subiti dai giovani. Sarebbe un errore considerare quei danni conseguenza diretta della Dad, che invece ha funzionato da catalizzatore, facendo emergere situazioni di fragilità nascoste sotto pelle e che venivano camuffate con altri problemi.

Ciò che si può dire oggi è che siamo di fronte a generazioni di ragazzi che hanno sempre meno consapevolezza delle conseguenze delle loro azioni. Lo spruzzo al peperoncino come le sfide – talvolta pericolosissime – lanciate all’interno di gruppi ristretti, i cosiddetti challenge, sono esempi di tale irresponsabilità. Ed è su questo fronte che bisogna lavorare, innanzitutto abbassando le inutili protezioni erette dai genitori, che magari così cercano di superare il senso di colpa per il poco tempo che dedicano ai figli, per l’assenza di dialogo, per la mancanza di attenzioni. Se non torneremo a seminare e molto su questi terreni diventati aridi e impervi, le future generazioni non solo saranno sempre più ignoranti e violente, ma soprattutto non saranno in grado di diventare classe dirigente di un Paese che oggi si affida ancora agli ottantenni.

Estratto dell'articolo di Cristiana Mangani per “il Messaggero” il 25 ottobre 2022.

[…] Immagini di bambini abusati, violenze inaudite, persone e animali squartati, simboli nazisti e fascisti. Foto ricevute e diffuse su alcuni gruppi social, proprio da giovanissimi che ora sono finiti al centro di una indagine della Polizia postale di Pescara: 7 gli indagati, che hanno un'età tra i 13 e i 15 anni, più altri 22 la cui posizione è ancora al vaglio della procura dei minori dell'Aquila, e quasi un migliaio (circa 700), che erano iscritti ai canali telegram, whatsapp, instagram, dove l'orrore circolava da più di un anno.

A dare il via all'indagine è stata la denuncia di una mamma, che si è rivolta al Servizio emergenza infanzia 114 per denunciare quello che stava accadendo. Il figlio, di 13 anni, le aveva fatto vedere alcune delle immagini incriminate e lei ha deciso di chiedere aiuto. […]

Gli investigatori hanno analizzato oltre 85.000 messaggi in 5 diversi gruppi social. Sono stati coinvolti i Centri operativi della Polizia postale di Puglia, Lazio, Lombardia e Campania, perché a far circolare video e foto pedopornografiche sono stati, al momento, due tredicenni abruzzesi, due di Roma, uno di Milano, un campano e una ragazzina pugliese.

[…] «Si faceva fatica a guardare le chat, tanto l'orrore - spiega la dirigente della Polizia postale di Pescara, Elisabetta Narciso - Ci siamo chiesti come potesse aver fatto un ragazzino a diffondere immagini così crude senza avere difficoltà, senza paure o raccapriccio». […] La Postale sta ora valutando se esistano delle responsabilità tra i genitori: dalla complicità alla mancanza di controllo. E se, dietro questo macabro giro, ci possa essere la regia di un adulto. […]

Gli investigatori rilevano, poi, quanto, troppo spesso, nei contesti social si tenda a banalizzare eventi terribili del passato e a mostrare assoluta indifferenza per violenze e stupri, anche nei confronti di bambini piccolissimi. «A volte - dicono - si assiste a una gara a chi posta l'immagine più sprezzante o truculenta, al fine di stupire, all'insegna dell'esagerazione». […] 

Romina Marceca per repubblica.it il 25 ottobre 2022.

L'operazione si chiama "Poison" perché per la polizia postale quelle immagini scambiate tra ragazzini dai 13 ai 15 anni sono veleno. Corpi mutilati, cadaveri, immagini di Hitler e Mussolini, video raccapriccianti, atti di crudeltà verso gli uomini e gli animali, foto di bambini vittime di abusi sessuali. 

C'era tutto questo in cinque gruppi Whatsapp e Instagram. Sette minori sono stati già segnalati alla procura per i minorenni, tra loro c'è anche una ragazzina. Su altri 22 e sui loro genitori ci sono accertamenti in corso. Ma i gruppi contavano 700 ragazzini e oltre 85mila messaggi.

Denunciati sette minori in tutta Italia

Un veleno che scorreva nelle giornate dei minorenni tra Roma (dove sono stati denunciati due ragazzini), Campania, Lombardia e Puglia. La prima denuncia è stata di una mamma che si è rivolta al Servizio Emergenza Infanzia 114. Il figlio aveva subito una estorsione. In cambio di foto porno avrebbe dovuto ricambiare con immagini pedopornografiche. La mamma si è resa conto di tutto quello che stava accadendo controllando il suo cellulare.

Le chat erano divise per categorie: Zoofilo, Splat, Necrofilo, Pedopornografico e Porno. L'inchiesta è partita dal Centro operativo sicurezza cibernetica della polizia postale di Pescara, coordinata dalla procura per i minorenni di L'Aquila, per diffusione e detenzione di materiale pedopornografico e che ha portato all'identificazione e alla denuncia dei 7 minori.

Le indagini si sono estese grazie all'impulso del C.N.C.P.O. (Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online) del Servizio polizia postale e delle comunicazioni di Roma che rintraccia su gruppi social, oltre ai contenuti pedopornografici, anche stickers/meme di carattere zoofilo, necrofilo, scat, splatter, di violenza estrema, apologia del nazismo/fascismo, atti sessuali estremi e mutilazioni, atti di crudeltà verso essere umani e animali.

Immagini e video raccapriccianti di vittime innocenti il cui dolore, invece di scuotere le coscienze, è stato oggetto di scherno, divertimento e condivisione da parte del gruppo di adolescenti. Una poca sensibilità nei confronti di quelle immagini che deriva anche dall'età dei minori che, ancora, non sanno scindere cos'è giusto e cosa sbagliato. 

Le indagini su 85mila messaggi

Gli investigatori della polizia postale, con un lavoro certosino, hanno analizzato oltre 85.000 messaggi in 5 diversi gruppi social, allo scopo di identificarne gli autori. Nella fase delle perquisizioni sono stati coinvolti anche i centri operativi di Sicurezza cibernetica della Postale di Puglia, Lazio, Lombardia e Campania. I sette minori indagati sono accusati di  aver ricevuto e inviato, sui gruppi social, diverse immagini di bambini, anche di tre o quattro anni, vittime di abusi sessuali. 

Gli altri 22 minori si sono limitati all'invio dei "Meme". Non sono esclusi provvedimenti con l'intervento dei servizi sociali a sostegno dei ragazzi e delle loro famiglie.

"L'operazione di oggi ha confermato un fenomeno dilagante tra i giovanissimi, i quali, spesso, nei contesti social banalizzano eventi terribili del passato o mostrano assoluta indifferenza per violenze e stupri, anche nei confronti di bambini piccolissimi; a volte si assiste ad una gara a chi posta l'immagine più sprezzante o truculenta, al fine di stupire, all'insegna dell'esagerazione", scrive in un comunicato la polizia postale. 

Il capo della polizia postale: "Assuefazione all'orrore"

"Stiamo cercando di comprendere se ci sono adulti che pianificano questa diffusione di immagini - spiega Ivano Gabrielli, direttore del Servizio polizia postale e delle comunicazioni - Quello che vediamo nelle nostre indagini è un'assuefazione a un percorso che è sempre più drastico, cruento e raccapricciante". 

E aggiunge: "L'esposizione a immagini di questo tipo abbassa la soglia critica dei ragazzi rispetto a quelli che sono episodi che possono essere vissuti nella vita reale. E' pericoloso. Chi aderisce a queste chat lo fa in modo cosciente per far parte del gruppo e dare prova di essere coraggioso nel gestire anche certi tipi di immagini".

Psicologia e benessere, la Generazione Z e il disagio mentale: parlarne di più aiuta a crescere. Andrea Federica De Cesco su Il Corriere della Sera il 17 Ottobre 2022

Sui social, #mentalhealth è un hastag fortissimo: decine di miliardi le visualizzazioni su TikTok, milioni i post su Instagram. Grazie anche alla pandemia, i ragazzi hanno messo le loro esperienze in comune, superando la «vergogna» della malattia. La linea degli psicologi e qualche cautela

Questo articolo e molti altri servizi dello Speciale Psicologia e Benessere sono stati pubblicati su 7 del 21 ottobre, che trovate in edicola. Ne proponiamo online alcuni (vedi i link nel Leggi anche) estratti per i lettori di Corriere.it

Questa non è solo l’epoca in cui il numero di persone con disturbi mentali ha raggiunto livelli mai toccati prima. È anche l’epoca in cui di disturbi mentali si parla più che mai. Secondo il 72% dei 3.330 partecipanti a un sondaggio del Corriere della Sera con ScuolaZoo (community dedicata alla generazione Z), rispetto a due anni fa, di psicoterapia e salute mentale si parla soprattutto sui social, che pure rappresentano uno dei principali responsabili dell’aumento dei disturbi mentali, in particolare tra i giovanissimi. L’87% si è imbattuto nel tema su Instagram, TikTok & Co., e il 36% ha pensato di fare un incontro di psicoterapia proprio dopo averne sentito parlare sui social. La conferma arriva da chi con i social ci lavora, come Caterina Zanzi. «Rispetto a otto anni fa, quando ho iniziato il mio lavoro online, il tema si è fatto più frequente. E questo ha contribuito a far diminuire lo stigma che da sempre aleggia sui temi delle malattie mentali e della loro cura», commenta la fondatrice del blog Conosco un posto .

Su Tik Tok

«Parlarne, insomma, è già qualcosa. Soprattutto per noi Millennials, figli di una generazione che ha posto il tema della salute mentale molto ai margini della conversazione. La Gen Z mi pare si sia liberata ancora di più di questi stigmi, e su TikTok se ne parla ancora più che su Instagram». Su TikTok ad agosto l’hashtag #mentalhealth aveva 42 miliardi di visualizzazioni, su Instagram contava 41 milioni di post. Sono cifre enormi, in continua crescita: ad aprile erano rispettivamente 30 miliardi e 37 milioni. Ed è una crescita che pare rispecchiare quella degli accessi negli studi professionali. «Il Covid e la guerra in Ucraina, insieme alla crisi economica e ai disastri ecologici, sono stati fattori psicosociali importanti per l’incremento della richiesta d’aiuto», spiega Luigi Janiri, professore di psichiatria alla Cattolica e presidente della Fiap (Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia).

Il cambio di rotta

«In generale c’è stato un cambio di rotta epocale, un aumento dell’incertezza che fa sì che non si pensi più in termini progettuali». I vari lockdown, in particolare, hanno anche dato una spinta importante per quanto riguarda la progressiva normalizzazione della psicoterapia. «All’improvviso ci siamo trovati a casa con noi stessi e i nostri problemi. È come se il Covid avesse detto “ora fermiamo tutto e facciamo i conti con quello che hai dentro”», osserva Francesca Picozzi, psicologa clinica classe 1995 molto seguita su TikTok (@francescapicozzipsico). «Durante la pandemia come molti altri colleghi ho registrato un forte aumento della domanda, aumento che nel mio caso è stato di circa il 30%, con il 70% dei nuovi ingressi da Instagram», racconta la psicologa e psicoterapeuta Valeria Locati, @unapsicologaincitta sui social, autrice e conduttrice del podcast Storytel Original Ansia? Parliamone. «Questo aumento non dipende solo dal fatto che le persone sono state peggio. La consapevolezza del bisogno di prendersi cura della propria salute mentale stava già crescendo. Un altro motivo è che con la pandemia si è diffusa di più la psicoterapia online, che pure c’era sempre stata. In questo modo la psicoterapia è diventata parte della vita di un numero maggiore di persone».

Instagram Therapists

Proprio durante l’emergenza sono state create nuove piattaforme di videoterapia, come Gli Psicologi Online e Serenis, e sono state rafforzate quelle che esistevano già, a partire da Unobravo e dal servizio online del Centro Medico Santagostino. La società però aveva iniziato a cambiare visione della salute mentale già prima della pandemia, come sottolineano Janiri e Locati. «Uno sdoganamento importante è avvenuto all’inizio degli anni 2000 con la serie tv I Soprano », ricorda Jonathan Zenti, scrittore e autore del podcast Problemi . «Il resto lo ha fatto Instagram». Il proliferare dei cosiddetti TikTok o Instagram therapists ha portato l’American Psychological Association a pubblicare, nel 2021, delle linee guida rivolte ai professionisti della salute mentale su come usare i social media. Ma a parlare di psicoterapia e salute mentale su Instagram & Co. non ci sono solo gli specialisti. Ci sono anche influencer e celebrità (dalla supermodella Bella Hadid alla ginnasta Simone Biles). E poi, utenti qualunque e persone con disturbi mentali che condividono pezzi della loro quotidianità, per lo più molto giovani. E persino millantatori di vario genere.

Aurora Ramazzotti

Se la crescita dei contenuti social sulla salute mentale da un lato ha contribuito e sta contribuendo ad abbattere gli stereotipi e a creare una community di ascolto e supporto per chi è in difficoltà, dall’altro il fatto che la salute mentale sia diventata un trending topic ha anche risvolti negativi. «Alcuni ragazzini si sono resi conto che parlando di salute mentale possono ottenere follower e visualizzazioni», commenta Aurora Ramazzotti, conduttrice con Valeria Locati di Blue Chats, una serie di talk sulla salute mentale giovanile pubblicati sui canali di Freeda. È su TikTok nello specifico che emergono le derive più inquietanti, come racconta Francesca Picozzi: «Si trovano video di ragazze che si mostrano prima e dopo aver assunto determinati farmaci [psicotropi] che fanno prendere peso: può succedere che chi li vede decida di non sottoporsi alla cura. In altri video utenti per lo più molto giovani elencano i disturbi mentali che hanno o reputano di avere». Picozzi lo riconduce a un bisogno di appartenenza, con film quali Joker e serie tv tipo Euphoria come punti di riferimento. La sofferenza psichica finisce così per essere romanticizzata, diventando oggetto di fascinazione. Ed è proprio sui social, il regno dell’immagine, che si costruisce l’estetica dei disagi mentali. «A volte etichettarsi un disturbo fa quasi figo», prosegue Picozzi. È un fenomeno che ha colto anche Caterina Zanzi: «Stare male fa schifo e forse bisognerebbe stare attenti alla possibilità di “mitizzare” condizioni di squilibrio psichico». Un altro rischio, altrettanto insidioso, è quello della banalizzazione: dai balletti su TikTok con in sovraimpressione frasi che descrivono “i dieci sintomi della depressione” all’idea che le sedute con la o lo psicoterapeuta siano degli impegni da incastrare nella “settimana tipo”, insieme alla palestra o all’estetista. «Chiunque ne sente il bisogno dovrebbe poter andare in terapia, ma non come se fosse una sorta di tagliando da fare per forza», commenta Valeria Locati.

Il giudizio della massa

«Alzo le antenne quando sento dire “la mia terapeuta ha detto che devo fare così”. La terapia non può essere una moda. Se racconti il tuo percorso come se lo fosse vuol dire che qualcosa non va». Secondo Daniela Collu, conduttrice radiofonica e scrittrice, il punto è che spesso dietro alla normalizzazione c’è il giudizio altrui: «Certo che se qualcosa passa attraverso l’esperienza comune è più facile accettarla. Ma mi fa paura che la normalizzazione dipenda dal giudizio della massa. Penso che invece sia importante rispettare i tempi, i modi e le posizioni dei singoli». Locati e Picozzi sono convinte che la responsabilità di come si parla di psicoterapia e salute mentale sia in gran parte della loro categoria. «I professionisti devono sapere se e come rispondere alle richieste dei loro follower», commenta Picozzi. E Locati aggiunge: «Vedo una certa confusione tra cos’è la divulgazione e cosa la psicoterapia. Sui social non si può divulgare cosa accade nella stanza di terapia. Si può invece provare a offrire spunti di riflessione, in una logica non lineare». Picozzi, che ha un pubblico di ragazze adolescenti, realizza sketch il più generici possibile: «Molti nei commenti mi fanno domande, spesso sull’ansia. Invito a trovare uno spazio dove parlare».

Distinguere le persone serie da chi improvvisa

Certo è che, come dice Daniela Collu, non sempre è facile «distinguere le persone serie da chi improvvisa». E proprio per questo motivo la conduttrice nell’autunno 2020 ha pubblicato su Medium un elenco di specialisti intitolato Sostegno psicologico e dove trovarlo. «È vero che si tende a chiamare qualsiasi tipo di problematica con il nome di una malattia mentale», prosegue la conduttrice. «Comunque penso sia molto positivo che si sia squarciato il velo e che ci si possa interrogare su quello che si sta vivendo. Persone felici, equilibrate e consapevoli fanno una società felice, equilibrata e consapevole. La salute mentale altrui è una cosa da cui il resto del mondo trae vantaggio e fortuna». Valeria Locati è convinta che proprio Collu e gli altri influencer che si occupano - anche - di salute mentale abbiano un ruolo importante nel ridurre i pregiudizi sul tema. Al tempo stesso, sottolinea Jonathan Zenti, ci sono alcuni punti critici: «Gli influencer in genere parlano soltanto degli aspetti che rientrano nell’utilizzo borghese ed edulcorato della psicoterapia, tralasciando questioni come il supporto psicologico in carcere. La parte più oscura è diventata ancora più oscura, quella leggera ancora più leggera. E mi pare che faccia più figo parlare di andare in terapia anziché andarci. Ecco perché spesso si riporta quello che dice lo psicoterapeuta».

Aurora Ramazzotti

D’altra parte condividere la propria esperienza - sui social o altrove - può innescare un circolo virtuoso. «Lo trovo salvifico, aiuta a sentirsi meno soli nel dolore», dice Aurora Ramazzotti, sostenitrice della proposta di legge lombarda per istituire lo psicologo di base. «Per questo credo che Fedez abbia fatto bene a pubblicare l’audio della seduta dallo psicologo di quando ha scoperto di avere un tumore. Io voglio far passare il messaggio che non si va dallo psicologo solo dopo che si è toccato il fondo». È un pensiero condiviso da Danila De Stefano, ceo e fondatrice del servizio di psicologia online Unobravo: «Sarebbe importantissimo ragionare in un’ottica preventiva e prendersi cura della propria salute mentale sempre, a 360 gradi». La prima generazione a mostrare una maggior apertura verso la terapia è stata, come diceva Caterina Zanzi, quella dei Millennial, ribattezzata “Therapy Generation”. Tornando alla ricerca del Corriere con ScuolaZoo, il 54% dei partecipanti tra i 26 e i 35 anni e il 60% tra i 36 e i 49 anni ha detto di avere fatto qualche forma di psicoterapia. E tra chi non ne ha fatta rispettivamente l’80% e il 60% ha intenzione di farne.

La cultura del «sudarsi tutto»

Per quanto riguarda la generazione Z, a intraprendere percorsi psicoterapeutici è stato il 32% dei partecipanti tra i 14 e i 18 anni e il 41% di quelli tra i 19 e i 25. Tra chi ha risposto di no, il 69% dei primi e il 79% dei secondi vorrebbe provare. Un ritratto della Gen Z prova a farlo Francesca Picozzi: «Spesso sono ragazzi molto sofferenti e introspettivi. D’altra parte, sono più aperti verso la cura rispetto agli adulti. Molti nei commenti mi dicono che vogliono andare dallo psicologo, ma i genitori non vogliono. Ci si lamenta dei ragazzi che si lamentano, ma nessuno pensa “Il mondo dovrebbe essere diverso”? Perché dovremmo sacrificare la nostra salute mentale, le nostre energie per un lavoro da otto euro all’ora? I social hanno aiutato i ragazzi a uscire dalla cultura del sacrificio, dalla logica secondo cui bisogna sudarsi tutto». È un ritratto in linea con le parole di Alessia La Volpe, 20 anni, testimonial per la prevenzione dei disturbi alimentari: «Siamo considerati la generazione dei depressi e dei fannulloni. Ma siamo proprio noi a cercare di portare alla luce la tematica della salute mentale: a scuola, in TV, sui social e persino nel “mondo degli adulti”».

Senza vergognarsi della propria fragilità

La ceo di Unobravo Danila De Stefano è dello stesso parere: «I giovani si confrontano su come si sentono, si confidano e si espongono di più senza vergognarsi della propria fragilità, senza sentire il bisogno di nasconderla. Molti, tra le generazioni più adulte, tendono invece ad aspettare che il malessere diventi insopportabile». Le generalizzazioni, però, come sempre sono sbagliate. Anche nella generazione Z, per esempio, le donne sono tendenzialmente più sensibili ai temi della salute mentale e più aperte verso la psicoterapia degli uomini. «La Gen Z non è un blocco uniforme. Ci interfacciamo con ragazze e ragazzi che provengono da territori e contesti sociali e familiari diversi», osserva Valerio Mammone, direttore editoriale di ScuolaZoo. «Le differenze, in termini sia di sensibilità sia di possibilità economiche, sono evidenti. Per questo è fondamentale portare esperti di salute mentale nelle scuole (ScuolaZoo promuove l’istituzione dello psicologo scolastico, al centro di una proposta di legge presentata dal deputato Emilio Carelli, ndr): perché il cambio di percezione e l’accesso alle cure siano a disposizione di tutte e tutti e non solo di chi ha la fortuna di nascere in contesti più fortunati o sensibili».

Insufficiente offerta pubblica dedicata a salute mentale

Ariman Scriba, attivista per la salute mentale, ha cominciato a parlare di disagio e malessere psichico due anni fa, dopo il suicidio del fratello. «Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Non trovo accettabile che i ragazzi perdano la vita per problemi non compresi. In contesti di disagio, soprattutto tra persone di classe sociale bassa, è difficile trovare uno spazio di cura», dice. Secondo l’attivista, in Italia l’offerta pubblica dedicata alla salute mentale è insufficiente: «Sono servizi che offrono un numero limitato di sedute e per accedervi bisogna attendere a lungo. Invece i percorsi terapeutici in genere necessitano di tempo e quando si chiede aiuto spesso si è in una situazione di emergenza. Inoltre gli ospedali psichiatrici ancora oggi assomigliano a luoghi di tortura». Sono parole che fanno venire in mente il manicomio raccontato dal giornalista Gabriele Cruciata nel podcast La gabbia dei matti, su Storytel, ossia il Santa Maria della Pietà di Roma.

La Legge Basaglia e quel che resta da fare

«La situazione è migliorata molto grazie alla legge Basaglia, che ha rappresentato una vera riforma culturale. Dopo la sua introduzione i problemi mentali hanno iniziato a essere affrontati non più con la segregazione, ma con l’inclusione», spiega Cruciata. «Basaglia sosteneva che i manicomi dovessero essere aperti. Cambiando l’approccio la società esterna si è resa conto dell’esistenza delle persone con disturbi mentali, che prima non venivano viste». Scriba ritiene però che ci siano «troppa superficialità e troppo individualismo. Credo che la cura dovrebbe essere comunitaria, ha poco senso porsi sempre sul sé. Certi disagi profondi non vengono colti, non ci sono strumenti umani per gestirli. Le persone che soffrono rimangono ai margini». L’individualismo è un problema evidenziato anche da Jonathan Zenti: «Si esalta la psicoterapia perché non abbiamo spazio ed energie per sostenere le difficoltà altrui. Parlare della cura evita di parlare della malattia».

In generale il fatto che si parli così tanto di psicoterapia, osserva Zenti, «è un brutto segno. Bisogna mettere in discussione le condizioni che ci portano alla psicoterapia, il tipo di vita che facciamo». Zenti racconta che un contributo fondamentale per la formazione del suo pensiero lo hanno dato Il giudizio psichiatrico di Giorgio Antonucci (uno dei padri dell’antipsichiatria) e il libro di Giuseppe Bucalo Dietro ogni scemo c’è un villaggio, che mette in relazione la malattia mentale con l’ambiente circostante: «Viviamo in un mondo stressante, iper competitivo. Il ricorso alla psicoterapia è un sintomo del fatto che siamo umanamente in difficoltà. Il risultato ottimale sarebbe che nessuno ne avesse più bisogno».

La dittatura dei puccettoni. Solo chi non ha figli può capire l’idiozia dei genitori che esaltano i loro scemissimi eredi. Guia Soncini su L'Inkiesta il 19 Ottobre 2022

Persone in teoria normodotate assecondano senza freni la sedicennitudine della società e si emozionano per i pensieri banali e retorici della prole. Ma perché?

Chi ha figli è invitato a non leggere questo articolo. Se decidete comunque di leggerlo, non ne sarete contenti, e mi scriverete che, siccome non ho figli, non posso capire. Senza che lo leggiate, vi anticipo subito che avete doppia ragione d’innervosirvi: questo articolo teorizza che solo chi non ha figli possa capire.

È domenica sera. In una delle poche case in cui i figli non stabiliscano il palinsesto, e in cui non si guardi quindi qualche porcheria per adolescenti, il televisore è acceso su Calenda intervistato da Fabio Fazio. L’ultima domanda è se sia concepibile un’unità delle opposizioni sul tema della pace.

Poco dopo, una madre twitta tutta fiera di puccettone di mamma sua. Il tweet fa così: «Mio figlio ascolta Carlo Calenda a Che tempo che fa che dice: i dittatori bisogna fermarli. Si parla di Putin, di Russia. Lorenzo, alla fine, commenta: si è dimenticato di ricordare cosa ha fatto Hitler, bisogna ricordarlo. Lo ha nove anni. Fa la primaria. Stiamo crescendo buoni cittadini».

Quello della Germania e della seconda guerra mondiale è l’unico esempio che Calenda abbia fatto, come sa qualunque adulto abbia guardato la trasmissione. Lorenzo non lo sa perché Calenda non ha detto la parola «Hitler», e Lorenzo non ha la più pallida idea, avendo nove anni, di cosa significhino le parole «sudeti» «Cecoslovacchia» «seconda guerra mondiale». Lorenzo ha nove anni, e tutto quel che sa è uno slogan da maglietta: Hitler cattivo.

Il dramma (uno dei drammi) è che una volta avremmo pensato che un Lorenzo quarantenne avrebbe saputo argomentare in maniera più sofisticata, e oggi sappiamo che c’è un pieno d’adulti che molto più in là dei concetti (incredibilmente contrapposti) «dittatura brutta» e «guerra brutta» non vanno. Il dramma (un altro dei drammi) è che la madre che twitta non è sola, nella feticizzazione del puccettone di mamma sua.

In questo periodo ne incontro uno al giorno. Gente con cui parlo abitualmente, gente che ha il mio numero di telefono, e vi prego di credere che già questo costituisce una notevole selezione all’ingresso. Gente normodatata, e anche qualcosina in più, che mi dice che bisogna fare i plurali con l’asterisco perché la figlia ci tiene. E tu dici: ma tua figlia ha sedici anni, non capisce niente di niente per statuto, per neurologia, per natura. E loro ti rispondono: ma il futuro è suo. Sì, cocco bello, ma è suo quando di anni ne avrà quaranta, e guarderà alla sé stessa di oggi sghignazzando, e domanderà a te novantenne che intanto stai toccando il culo alla badante: «Papà, ma tu perché non mi dicevi che gli asterischi erano una stronzata?».

Ormai dovrei esserci abituata, eppure la dittatura dei ragazzini mi sconvolge ogni volta. Perché mi aspetto, dai miei coetanei, che abbiano dell’avere dieci o quindici o vent’anni ricordi vivi quanto lo sono quelli che ho io: io me lo ricordo, quanto ero scema. E sono sollevata che, da me, nessuno s’aspettasse altro che la scemenza propria della mia età. Nessuno che non fossero i miei genitori, che allora erano un’eccezione e oggi sarebbero la norma: gente convinta d’aver generato un genio. Tuttavia neppure loro erano così fessi da adeguare al mio intelligentissimo volere di scemissima adolescente le loro scelte o il loro linguaggio.

(Certo che avrei potuto essere così scema da lanciare la passata di pomodoro contro un quadro valutato miliardi, e per fortuna a quel punto qualcuno m’avrebbe preso a coppini, invece di scrivere tweet pensosi sul fatto che bisogna ascoltare le istanze dei giovani. È perché i nostri genitori erano meno scemi di quanto siamo, come genitori, noi? O sono questi perpetui palcoscenici che hanno reso evidente ogni rincoglionimento, anche quello una volta nascosto della convinzione che il puccettone di mamma sua sia un faro culturale?).

Stavo leggendo Piante che cambiano la mente, il libro di Michael Pollan, tradotto in italiano da Adelphi. Nel capitolo sulla caffeina, spiega la sua difficoltà nello smettere di bere caffè per sperimentare l’astinenza e capire come descriverla. E a un certo punto la traduttrice fa dire, a uno che scrive in una lingua senza genere e per cui quindi basta e avanza la parola «writer», «ancora prima che lo scrittore (o la scrittrice) possa sperare». E io a quel punto sono più interessata al carteggio che ci sarà dietro a quella stortura.

Buongiorno, signor Pollan, scusi se la disturbiamo, ma in Italia c’è questa nuova sensibilità, cioè in realtà non c’è nessuna nuova sensibilità, è una cosa che sta a cuore a chi ha tra i dodici e i ventidue anni, gente cui non s’è ancora finito di sviluppare il cervello e che certo non spende venti euro per leggerla, però siccome un po’ degli adulti che vanno dietro alla scemenza giovanile sono quelli che recensiscono i libri, e mica possiamo passare per retrogradi ai loro illuminati occhi, ecco, le dispiace se aggiungiamo il femminile di writer a quella frase, una parentesi di passaggio, quasi un ripensamento?

Ma certo, avrà detto Pollan, che essendo americano non ha la più pallida idea di cosa sia una lingua romanza ed essendo americano ci tiene tantissimo a essere inclusivo, includete tutti, allargate, no al maschile sovraesteso no alla guerra no al petrolio no a dover pagare il biglietto per vedere Van Gogh.

Solo che, come Pollan non sa essendo anglofono, le lingue coi generi non hanno mica solo il problema dei mestieri. E quindi nella stessa frase lo scrittore che però forse era scrittrice «deve ritrovare la fiducia in se stesso», e allora perché non «se stesso (o se stessa)», e alla frase successiva dev’essere «il solo a possedere» non so cosa, e allora non perché «il solo (o la sola)», a quel punto dovresti riempire di parentesi tutto il testo, ed è ovvio che non lo fai, mica è un articolo di Soncini che è pieno di parentesi e incisi e ostacoli tesi a scoraggiare il lettore (o la lettrice), è un libro che vorresti anche vendere, e quindi il tuo tentativo di assecondare la sedicennitudine della società resta un’incompiutezza, che d’altra parte è caratteristica ontologica dei sedicenni e quindi va bene così.

Poi alla mamma di Lorenzo glielo scrivono, che Calenda veramente ha parlato dei sudeti. Lei dice forse abbiamo acceso tardi, e loro crudelmente insistono, è stata l’ultima cosa che ha detto. A un certo punto risponde «Lo ha 9 anni, non ha studiato quella parte di storia. Ma sentiva di dover aggiungere Hitler al ragionamento sui dittatori. Questo mi ha colpito». È fiera di puccettone di mamma sua che ha «Hitler» come riempimento automatico alla casella «dittatori».

Quando avevo l’età di Lorenzo, andava moltissimo un romanzo per bambini intitolato Quando Hitler rubò il coniglio rosa. Per fortuna non c’erano i social e nessuno si filava i bambini, per fortuna mia madre quant’era intelligente la puccettona di mamma sua lo diceva al massimo alle cognate, per fortuna oggi nessuno può venire a rinfacciarmi tweet che dimostrassero che, per quel che ne sapevo, la più imperdonabile colpa di Hitler era stata costringere una bambina berlinese a separarsi dal suo peluche.

Estratto dell'articolo di Claudia Guasco per “il Messaggero” il 12 ottobre 2022.

«Ora basta, fila in camera tua». Seguono, di norma, strilli, pianti e ripicche. È la punizione più vecchia del mondo e, dal 2008, è inserita dal Consiglio d'Europa nell'opuscolo che suggerisce ai genitori come comportarsi in caso di malefatte di un figlio piccolo. 

Ha rotto il vaso di porcellana del salotto? Si rifiuta di fare i compiti? Primo, nervi saldi: «Bisogna reagire al comportamento scorretto con spiegazioni e in modo non aggressivo, con castighi come il time out, la riparazione dei danni o una decurtazione della paghetta». Ma proprio il time out, l'obbligo per il bimbo di andare nella sua stanza, sarà depennato dalle norme di comportamento del buon genitore. Il quotidiano francese Le Figaro ha intercettato una mail nella quale la direttrice della Divisione per i diritti dell'infanzia, Regina Jensdottir, definisce la punizione «obsoleta», il Consiglio d'Europa ha riflettuto e l'opuscolo che la incoraggia, ancora disponibile in rete, sarà presto modificato.

GESTIONE DEI CONFLITTI Soddisfatta StopVeo, una delle associazioni che hanno fatto pressione ritenendo il time out inadatto a risolvere le situazioni conflittuali. Ma segue dibattito. «In fondo, mi sembra una sanzione moderata. Poi bisogna capire i motivi perché il bambino è obbligato ad andare in camera sua», riflette Benjamin Sadoun, psichiatra infantile presso l'University Hospital Group di Paris. 

E la stessa StopVeo è cauta: «Segnaliamo che molti genitori fanno riferimento a questa soluzione per risolvere i problemi, ci auguriamo che l'abolizione venga spiegata dalla pedagogia e soprattutto sostituita da suggerimenti per provvedimenti meno violenti. Resta la raccomandazione che, se la tensione sale, meglio lasciare che il bambino pianga da solo e vada a calmarsi piuttosto che peggiorare le cose».

L.D.P. per "la Verità" il 15 ottobre 2022.

«Spesso aggrediscono per il gusto di far male, di umiliare, per rimarcare una superiorità. Sottrarre un oggetto non è tanto una rapina fine a sé stessa, ma un modo per punire, spogliando la vittima dei suoi beni. Le ragazzine sono talvolta più violente dei coetanei maschi perché hanno un modo di attaccare sofisticato, usano l'arma psicologica, puntano a colpire il lato fragile». Andreana Pettrone è una psicologa specializzata in psicoterapia sistemica relazionale. 

Fa parte del pool di medici che partecipano al progetto Informa a Napoli: con un camper fanno la spola davanti a tre istituti tecnici di Napoli che abbracciano una vasta area urbana. «È un errore pensare che la violenza sia solo nei ceti più disagiati, che si sviluppi in famiglie che vivono in condizioni di marginalità sociale. L'aggressività unita alla spavalderia la troviamo anche tra i ragazzi benestanti». 

Pettrone dice che il fenomeno più dilagante è quello delle gang rosa: «Sono gruppetti di adolescenti che iniziano con piccoli atti di bullismo e poi in un crescendo di violenza, organizzano veri e propri raid contro loro coetanee. Di solito agiscono in branchi tutti al femminile. I pretesti sono i più disparati: da ritorsioni sentimentali, alla punizione per una presunta maldicenza o semplicemente il gusto di umiliare chi è isolata, chi non riconoscono come una loro pari». 

Secondo la psicologa vale molto l'omologazione fisica: «Chi non condivide un look, un atteggiamento dominante, è esclusa e bullizzata». Le frasi che ricorrono spesso a spiegare gli attacchi violenti - «non risparmiano alla vittima calci, pugni, graffi, sputi» - sono: «Meritava solo di essere picchiata» e «se l'è andata a cercare». Ma se poi viene chiesto loro di dare una spiegazione ulteriore, «non sanno cosa dire, c'è un vuoto linguistico disarmante», spiega Pettrone. 

A differenza dei coetanei maschi, le ragazze usano con compiacimento narcisistico i video che mettono sulle reti sociali. «Si compiacciono non solo di aver umiliato la vittima, ma anche di avere un riconoscimento pubblico, tramite i like, delle loro bravate. Cercano spesso una platea maschile come a dimostrare di essere più dure degli uomini. Il piacere maggiore lo traggono dal consenso dei coetanei maschi. Si scambiano tra loro nelle chat i commenti e li rilanciano alla ricerca di una approvazione più ampia possibile». 

Le modalità di aggressione, dice la psicologa, sono ripetitive. «Circondano la vittima, che di solito ha l'apparenza debole. L'aggrediscono e la filmano. L'obiettivo è totalizzare più like possibili sui social. La loro speranza è che i video diventino virali». Talvolta si formano gang miste.  

«Le ragazzine vengono accettate perché fidanzate di uno del branco, c'è una sorta di iniziazione sessuale. Ma una volta entrate nel gruppo tendono in breve tempo a uscirne per creare una loro gang. Mentre tra i maschi la gerarchia è più marcata, tra le femmine è sfumata, sono quasi tutte sullo stesso piano, non ci sono leader. Sono sfacciate, audaci e la maggior parte abituate alla violenza in famiglia, per loro l'aggressività è naturale. Quelle che vengono da famiglie benestanti, spesso emulano i video». 

E la reazione dei ragazzi? Pettrone commenta che «tendono a minimizzare gli atteggiamenti violenti delle coetanee, a sminuirne il valore perché si sentono in competizione e in un certo senso le temono. Talvolta sono divertiti dalla tipologia delle ragazze cattive e questo non fa che accrescere il loro compiacimento.  

Si sentono al centro dell'attenzione maschile e la loro smania di protagonismo è soddisfatta. Fanno a gara sul social Tiktok per le bravate. Acquisiscono una parità distorta nella violenza. Imitano molto le eroine dei film che hanno tratti mascolini e ostentano forza e aggressività». Pettrone, raccogliendo le esperienze dei ragazzi, ha rilevato che ci sono videogiochi e film diventati modelli «cult» di violenza. Come il Gta, in cui vince chi ruba e violenta le donne.  

È vietato ai minori ma dilaga proprio tra di loro. «Lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione e l'incitamento alla violenza non dovrebbero costituire la principale trama di un videogioco per adolescenti. Eppure alcuni di questi videogiochi che si basano proprio su una serie di attività criminali finalizzate a conseguire i punti sono molto vendute tra i giovani», spiega la psicologa. 

«Più si spara, più si uccide e più si sale nella graduatoria. La classifica si scala facilmente se tra le vittime ci sono i poliziotti. In ragazzi già predisposti all'aggressività, film e giochi forniscono modelli, lanciano messaggi negativi che trovano terreno fertile tra le baby gang». Nel camper del progetto Informa arrivano anche i genitori. Pettrone sottolinea che tali fenomeni di violenza di gruppo sono radicati soprattutto lì dove le famiglie sono assenti: «I genitori non sanno più mettere un limite, stabilire regole. 

Il che consente di scrollarsi di dosso le responsabilità. C'è la cultura dell'adolescente che deve essere libero. Così accade che difendono i figli anche di fronte ad atti gravi. Cercano di addossare la colpa all'esterno, agli insegnanti, agli amici».

Bullismo: le cause, i segnali da non sottovalutare e come comportarsi. Un fenomeno attuale alla cui base vi è la scarsa autostima. Alla vittima e all'aggressore è consigliato un percorso psicoterapeutico. Maria Girardi l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il bullismo è purtroppo un fenomeno tristemente attuale e in costante crescita. Secondo uno studio condotto dalla ONG internazionale Bullismo Senza Frontiere tra gennaio 2021 e febbraio 2022, in Italia 7 bambini su 10 subiscono ogni giorno una qualche forma di vessazione. Il numero totale dei casi ammonta a 19.800. Il bullismo consiste in una serie di comportamenti violenti messi in atto da una o più persone (i cosiddetti bulli) nei confronti di una o più vittime. Si tratta di aggressioni fisiche e verbali che hanno gravi ripercussioni psicologiche su chi le subisce. Il malcapitato, infatti, può sviluppare depressione e modalità autolesionistiche che, se non comprese e trattate per tempo, possono addirittura sfociare nel suicidio. Seppur la maggioranza dei casi si verifichino a scuola (gli adolescenti sono a maggior rischio), non è affatto raro che le realtà bullizzanti prendano piede anche tra gli adulti, ad esempio in ambito lavorativo e sportivo oppure sul web.

La parola bullismo deriva dal verbo inglese "to bull" che significa appunto "prevaricare". In realtà il termine "bullo" nella lingua italiana non ha avuto sempre un'accezione negativa. Basti pensare, ad esempio, che nel dialetto romano risalente alla seconda metà dell'Ottocento esso era spesso seguito dall'espressione "de Roma" o "de Trastevere" per indicare i popolani, spesso mossi da un desiderio di realizzazione personale, che capeggiavano un determinato rione. Le prime ricerche sul bullismo come oggi lo conosciamo furono svolte nei Paesi scandinavi a partire dagli anni Settanta. Tra questa è nota un'analisi derivata dalle indagini condotte dallo psicologo Dan Olweus in seguito al suicidio di due studenti stanchi di subire le ripetute vessazioni inflitte loro da alcuni amici.

Tipologie di bullismo

Il bullismo può essere diretto o indiretto. Nel primo caso si verificano aggessioni esplicite e le vittime predilette sono soprattuto i bambini e i ragazzi. Il secondo, invece, è caratterizzato da strategie di controllo sociale e di manipolazione che portano chi le subisce all'isolamento sociale. Queste dinamiche sono più frequenti tra le ragazze e sul posto di lavoro. Quattro sono le tipologie del fenomeno:

Fisico. Il bullo assalta la vittima con azioni violente quali calci, spintoni e schiaffi. Inoltre mette in atto furti o distrugge gli effetti personali di chi è preso di mira;

Verbale. Il bullo aggredisce la vittima con insulti, urla, minacce e parolacce. Mette altresì in giro calunnie sulla stessa;

Cyberbullismo. Il bullo tormenta la vittima tramite il web insultandola o diffondendo sui social foto, video e informazioni personali;

Sociale. Il bullo si pone l'obiettivo di creare un vuoto sociale attorno alla vittima che viene esclusa da cene, riunioni e compleanni.

Si può parlare di bullismo nel momento in cui esistono tre condizioni: la premeditazione, la reiterazione e lo squilibrio relazionale tra bullo e vittima. È bene poi ricordare che esistono forme più sottili di vessazioni che, ad ogni modo, non sono meno gravi: risatine, sguardi, sussurri, pettegolezzi.

Cyberbullismo e mobbing

Una deriva molto diffusa del bullismo è il cyberbullismo, ossia la sua trasposizione in ambito virtuale. Le aggressioni vengono rivolte al malcapitato attraverso la tecnologia e quindi con una serie di azioni quali: divulgazione di foto, video e informazioni personali, invio di messaggi pregni di insulti e minacce, commenti offensivi, telefonate a qualsiasi ora del giorno e della notte. Il cyberbullismo può riguardare chiunque, anche persone adulte. A dar manforte ai bulli è poi l'anonimato offerto da internet che consente loro di sfogare frustrazione e rabbia in maniera "protetta". Rientra infine nel cyberbullismo il cosiddetto "revenge porn", ovvero la pratica di diffondere sul web foto e video intimi che la stessa vittima ha condiviso ingenuamente con il suo persecutore.

Botte alla disabile per un like su Instagram

Il bullismo in ambito lavorativo prende invece il nome di "mobbing" e si manifesta con determinati comportamenti messi in atto dai colleghi (mobbing orizzontale) o da un superiore (mobbing verticale): emarginazione, calunnie, pettegolezzi, insulti, diffusione di informazioni personali. Si può parlare di mobbing nel momento in cui le persecuzioni sono reiterate per almeno sei mesi.

I protagonisti del bullismo

Tracciare un profilo preciso dei protagonisti del bullismo è difficile se non impossibile perché ogni caso, con le sue infinite sfumature, è a sé. Tuttavia numerosi studi concordano sul fatto che, quasi sempre, il bullo ha una personalità narcisista. A caratterizzarla, dunque, è l'arroganza, l'egocentrismo, l'estroversione e l'esibizionismo. In realtà dietro tutta questa baldanza si cela una persona che teme il rifiuto e che pertanto vive in continua competizione con il mondo e mal sopporta critiche e fallimenti. Il tono dell'umore è tendenzialmente basso. La frustrazione che permea il suo animo è spesso espressa attraverso scatti di rabbia. Il bullo cerca di riempire il proprio vuoto interiore con continue gratificazioni materiali. L'empatia verso il prossimo è totalmente assente così come l'autostima personale.

Un libro contro i bulli

Seppure tutti possano essere presi di mira, la vittima prediletta condivide con il suo persecutore la mancanza di amor proprio. La maggior parte delle volte, per via di alcune sue caratteristiche (aspetto fisico, disabilità, religione, orientamento sessuale, etnia) viene isolata ed è quindi priva di una rete sociale. Quella stessa cerchia di soggetti che, pur assistendo alle aggressioni, non fa nulla per paura o per indifferenza. Possono quindi definirsi complici al pari di coloro che aiutano il bullo direttamente o indirettamente a sfogare il suo livore. Ad esempio incitandolo, ridendo e riprendendo le violenze con il cellulare.

Bullismo: cause e conseguenze

Secondo gli esperti il bullismo è l'esito di un'interazione di fattori genetici, sociali e ambientali:

Fattori genetici. Da alcuni studi è emerso che nei bulli le aree cerebrali che regolano il controllo degli impulsi, il rinvio della gratificazione e la capacità di comprendere le relazioni di causa-effetto funzionano in maniera anomala. Inoltre la possibilità di insorgenza di comportamenti violenti aumenta se coesiste un disturbo neurologico o una familiarità con deficit verbali e delle funzioni esecutive;

Fattori sociali. A condizionare gli atteggiamenti del bullo è quasi sempre un ambiente familiare caratterizzato da una scarsa tolleranza alla diversità che dunque, in un certo senso, lo "autorizza" a riversare la sua rabbia su individui da lui considerati distanti. Inoltre la madre è spesso una donna che coinvolge il figlio nei conflitti della famiglia e che lo punisce utilizzando le maniere forti;

Fattori ambientali. La violenza domestica è un importante campanello d'allarme così come l'uso di alcol e di droghe.

Le conseguenze del bullismo riguardano entrambi gli attori: la vittima e il bullo. A breve termine la vittima, oltre a vivere con angoscia l'isolamento sociale e lo scarso rendimento scolastico o lavorativo che segue alle vessazioni, può sviluppare disturbi psicosomatici che danno voce al suo malessere (mal di testa, gastrite, insonnia, stanchezza cronica). A lungo andare potrebbe avere difficoltà nella gestione della rabbia e delle relazioni sociali e soffrire, altresì, di disturbi psichiatrici e dell'umore.

Anche il bullo è a rischio. A breve termine, al calo del rendimento scolastico o lavorativo, può seguire l'abbandono degli studi o dell'impiego. A lungo termine, invece, i suoi disagi potranno esprimersi attraverso l'abuso di sostanze stupefacenti o con l'adozione di un comportamento violento in ambito familiare e sociale.

Bullismo: i segnali di pericolo e come comportarsi

Gli adulti vittime di bullismo manifestano un malessere più sfumato, non sempre di facile interpretazione. Sono presenti sentimenti di tristezza e di sfiducia, accompagnati da cambiamenti del tono dell'umore. Nei bambini e negli adolescenti, invece, i campanelli d'allarme sono più chiari e devono destare immediatamente dei sospetti:

Evitamento scolastico;

Diminuzione del rendimento scolastico;

Sbalzi d'umore;

Disturbi del sonno;

Malesseri frequenti quali mal di pancia e mal di testa;

Isolamento sociale;

Richiesta eccessiva di soldi;

Presenza di lividi, escoriazioni, vestiti strappati, oggetti rovinati.

Che si aggredisca o che si subisca è fondamentale, con il sostegno della famiglia e della scuola, intraprendere un percorso psicoterapeutico al fine di individuare le radici del disturbo e di superarlo. A tal proposito si rivela efficace la terapia cognitivo comportamentale. Le vittime imparano così a riconoscere i segnali emotivi della rabbia e quindi a difendersi. Ma al tempo stesso lavorano sulla propria mancanza di autostima e sulle conseguenze ad essa correlate. Il bullo, invece, prende consapevolezza dei suoi schemi disfunzionali e migliora le sue abilità sociali.

Le difficili relazioni tra ragazze e ragazzi. Il bullismo è realtà più che tangibile. Un fenomeno di cui per fortuna si parla più di prima, ma che è sempre esistito. Lisa Ginzburg su La Gazzetta del Mezzogiorno l'8 Ottobre 2022.

Buongiorno Lisa, mia figlia ha 13 anni, e da quando è ricominciata la scuola torna a casa sempre malinconica e di malumore. Io e il padre le abbiamo chiesto con insistenza il motivo del suo turbamento: alla fine ce lo ha raccontato. Una sua compagna si sente bullizzata dai maschi della classe e sta cercando la solidarietà delle altre femmine. Loro non gliela danno perché non hanno «prove», il clima nella classe è diventato di tutti contro tutti e l’atmosfera è molto pesante. Come genitore sono colpita da quanto siano violente e difficili queste relazioni tra i ragazzi e le ragazze. E non so bene come stare vicina a mia figlia.

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Gentile Signora, la prima adolescenza, ah che tormento! Devo dire ne conservo pochi, oscuri ricordi – è strano come la nostra memoria molte volte sappia liberarsi di certe questioni passate le più spinose: una forma di amor proprio, mettiamola così. Perché senza dubbio si tratta di una lunga fase di tormento, di umori a dir poco lunatici, di una insicurezza di sé che rende le relazioni con gli altri coetanei decisive ma anche così fluttuanti, così «strane». Strana è anche la vicenda che lei descrive: provo a immaginare questo fronteggiamento tra ragazzini maschi probabilmente immaturi, troppo aggressivi, e dall’altra parte una ragazza che non sa come avere a che fare con loro, né sa come difendersi e cerca l’appoggio delle altre femmine.

Il bullismo è realtà più che tangibile: ne troviamo sui media cronache quotidiane. Un fenomeno di cui per fortuna si parla più di prima, ma che come altri fenomeni in realtà è sempre esistito. Che conta, tra le sue derive più tristi, accanto a quella di violenza palese e palese esclusione della «vittima» (il bullizzato) anche la triste conseguenza di generare un clima di omertà. Chi ha visto, chi ha le prove, chi non ha visto e non ne ha: indagini inquisitorie, spesso ossessive, con tutti gli sconquassi che episodi del genere comportano sul piano delle relazioni interpersonali tra compagni. Chi dovrebbe concretamente occuparsi di dirimere situazioni del genere comunque secondo me sono i professori. Nessun altro più di loro. Loro a dover creare solidarietà tra i ragazzi, tra i maschi e le femmine ma anche tra gli appartenenti a ciascuno dei due generi. Analogamente a come succede nelle famiglie, tra i fratelli e le sorelle, dove la solidarietà «in orizzontale» non funziona, significa che qualcosa non va a livello «verticale»: che l’unione e l’alleanza non vengono favorite, insegnate, trasmesse. Come mai i professori di sua figlia non percepiscono queste tensioni? Come mai non si impegnano per impedire questo clima di ostilità, omertà, offesa e sospetto estesi? Magari come lei e suo marito avete fatto con vostra figlia, si tratta di fare in modo che i ragazzi possano sfogarsi, dar voce ai loro problemi. Fare in modo che ragazzi parlino, si aprano, comunichino di più e meglio tra di loro.

Manca il venire ascoltati, per moltissimi adolescenti: sentire che esiste uno spazio a loro dedicato in cui dar voce alle loro insicurezze, al senso di mancanza, ai vuoti, e perché no, anche alla loro depressione (stato d’animo demonizzato e temuto, ma che quello anche fa parte dell’età, ne è componente endemica). Per stare più e meglio vicina a sua figlia potrebbe spingerla a trasmettere tal genere di messaggio ai suoi professori: che si occupino, oltre che di insegnare, anche di creare maggiore armonia tra loro allievi. Si diano da fare per uscire dall’asfissia di questi microclimi di reciproche accuse, omertà, gravi silenzi. Per il poco che so e capisco degli adolescenti di adesso (fermo restando che ogni tentativo adulto di decifrare l’adolescenza è fallace in partenza, perché trattasi di età il cui mistero quasi mai è approcciato con il dovuto rispetto), mi sembra che abbiano un gran bisogno di ascolto. Sentire che si dà loro importanza. Dopodiché, nello specifico, se la compagna di scuola di sua figlia chiede una solidarietà che non le viene data dalle altre ragazze per mancanza di «prove», può essere che una parte di ragione sia anche loro. L’intera faccenda (forse un po’ assurda e spropositata ma chissà come andata per davvero, e di sicuro per questi ragazzini importantissima) ha assunto una portata anche etica, che interpella l’onestà del singolo comportamento di ciascuno, e questo, a voler vedere il lato positivo della storia, è un aspetto positivo, un terreno di possibile maturazione di tutti.

Che li si rispetti: ecco di cosa gli adolescenti più hanno fame, sete, bisogno. Sentirsi visti, considerati, ecco l’importante. Come genitori e come professori l’adolescenza può esasperare; ma sono tanti, troppi gli adulti che voltano la testa dall’altra parte pur di non guardare. Magari perché le dissimmetrie di quella fase della vita nel fondo ci spaventano. Un’età «troppo» complicata: e invece santa complicazione, foriera di tali meravigliosi frutti. Abbracci forte e sua figlia e vada a parlare con i suoi professori. Qualcosa migliorerà, ne sono sicura.

Sesso? No, grazie. Cresce la generazione dei senza desiderio. In un’epoca di corpi esposti e passioni esibite, a sorpresa avanza la recessione sessuale. Come svela una ricerca che raccontiamo in anteprima. Simone Alliva su L'Espresso il 19 settembre 2022.

In principio era il sesso. Una forza potente, libera e primitiva. Presenza originaria, ingombrante per le religioni, che spesso tentano di incanalarla, controllarla e regolamentarla. Il sesso esiste e resiste da sempre. Eppure, oggi la mancanza di libido ed erotismo si estende davanti a noi come un inatteso arcipelago arido. È un tempo nuovo, molto diverso da quello che ci lasciamo alle spalle.

Estratto dell'articolo di Michela Allegri per “il Messaggero” il 6 ottobre 2022.

Pestaggi di gruppo tra ragazzini, violentissimi, organizzati in chat e filmati con i cellulari. Ma anche foto di compagne di classe minorenni svestite, video che immortalano momenti intimi e privati dati in pasto agli amici, condivisi con centinaia di giovanissimi. Una di loro, imbarazzata perché un suo filmato hard era diventato virale, racconta di avere tentato il suicidio. Un'inchiesta choc della Procura dei minorenni di Roma fotografa il degrado dell'adolescenza. Non c'entrano quartieri ed estrazione sociale: i giovanissimi sono organizzati in bande che coprono praticamente ogni zona della Capitale.

Tutto è iniziato nell'aprile 2021, con gli appuntamenti organizzati al Pincio, la terrazza di Villa Borghese che si affaccia sul cuore di Roma: gruppi di ragazzini - tra i 13 e i 17 anni - si sono incontrati per «sfondarsi di botte», raccontano entusiasti nei messaggi. Ed è culminato il 2 maggio del 2021, con il pestaggio di un diciassettenne disabile pubblicato in una diretta Instagram. È proprio dagli atti di questa inchiesta - la Procura ha chiuso le indagini a carico di 5 minori e della fidanzata di uno di loro - che emerge l'orrore. […] 

LE BANDE

C'è la banda «18», per esempio, che su WhatsApp riunisce 100 ragazzi: il gruppo frequenta le zone Garbatella e Eur. E poi ci sono i loro acerrimi nemici del gruppo «17», che frequenta Roma Nord. [...] Sono queste due baby gang le protagoniste della maxi-rissa organizzata al Pincio il 10 aprile 2021. 

La rissa viene raccontata negli sms come un'impresa memorabile: «C'erano almeno 30 camion delle guardie, npoi capì, li avemo pestati e semo scappati». E ancora: «È partita pure na coltellata[…] Un amico ha paura delle indagini: «Ve se bevono», cioè «vi arrestano».  […] La situazione precipita all'inizio di maggio, con il pestaggio del diciassettenne disabile. Il video, diffuso sui social, fa scalpore tra le comitive. In molti denunciano il gesto e i «17» giurano vendetta. 

[…] Con l'intervento della Polizia, dopo la vicenda del diciassettenne, i ragazzini cercano di disfarsi delle prove e abbandonano le chat. Ma in settembre viene inaugurato un nuovo gruppo: «Siamo tornati». […]

I VIDEO

E poi ci sono i video di minorenni nude che girano nelle chat di gruppo. «Non si deve sapere che li avete», scrive uno. Poi invia due clip: «Buon divertimento». Un amico chiede i video di una compagna di classe che trova carina. «La ho», dice un altro. Poi invia i file in cui si vede una ragazza in topless intenta a ballare. […] 

"Il problema è come le famiglie si relazionano con i figli". Gioventù bruciata tra social e violenza, la colpa “è dei genitori che fanno i giovincelli”. Francesca Sabella su Il Riformista il 13 Settembre 2022 

“Il 21esimo secolo ci sta portando delle forme di violenza che sono barbare, l’aspettativa di un tempo caratterizzato dall’educazione, dalla

conoscenza, dall’educazione sono tramontate. Temo che ci troveremo davanti una generazione che non ha contezza e strumenti per poter affrontare la realtà che è ben diversa da quella che vivono imprigionati sui social”. Ne è convinto Giacomo Di Gennaro, professore di sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale presso l’Università Federico II di Napoli

Professore, i nostri ragazzi inghiottiti da una spirale di violenza, ma anche di solitudine e fragilità. La tecnologia che ruolo ha in questo momento?

Un primo aspetto che io sottolineerei è ovviamente l’uso del digitale e come attraverso il web e i social passi una quantità di informazioni, di messaggi, alcuni anche attrattivi a forte contenuto violento. È il carattere ambivalente della tecnologia. Ritengo sicuramente che l’uso dell’informatica, del pc e dei social sia un fatto positivo, si accede alle informazioni in maniera immediata, però è anche vero che c’è un imprigionamento che conferisce un nuovo volto anche alla modalità con cui si organizza e si prepara la violenza. Questo imprigionamento riguarda esattamente l’uso del cellulare e dei social-media che funzionano come dispositivi che filtrano e selezionano in maniera anche più grave alcuni messaggi e alcuni eventi. Come dicevamo per i decenni precedenti, cioè che si formavano le tribù, oggi è uguale: parliamo di tribù digitali. E questo conferisce alla violenza un volto nuovo, un carattere e una modalità di realizzarla e rappresentarla del tutto nuova. Ci sono situazioni violente che vengono organizzate ex-ante e poi si consumano di persona, organizzando anche l’incontro. Nello stesso momento, i social diventano dei dispositivi per incanalare delle condizioni di assoggettamento e vittimizzazione.

La tragedia del ragazzino di Gragnano lo ha dimostrato…

Sì. Non riusciva più a sostenere quel peso. Stigmatizzazione così forte da non reggere. Veniva da una famiglia perbene, andava bene a scuola, aveva proprio il profilo di un ragazzo che può essere facilmente vittimizzato. Le tribù digitali trovano dei terreni ideali in ragazzi che sono bravi e tranquilli. Abbiamo una popolazione che agisce in maniera cinica, violenta: c’è un agito violento di ragazzi e ragazze e sottolineo ragazze che stanno entrando su terreni dove la mascolinità e il machismo tipico del genere maschile viene assunto nelle maniere più deteriori. Ormai nello stile di condotta e nell’agito violento di molte ragazzine si riproduce l’atteggiamento tipico del maschilismo più retrivo.

C’è un problema di mancato controllo da parte dei genitori sui figli e sui social che utilizzano o c’è altro?

No, più che mancato controllo ritengo che le barriere regolative dei comportamenti dei figli, le famiglie le hanno abbassate se non totalmente annullate. Ho l’impressione che uno degli effetti di lunga durata di quella che è stata la rivoluzione del ’68 è che sono venute fuori generazioni che non sono più capaci di esercitare l’autorità e la responsabilità genitoriale. Parlo di autorità, non di autoritarismo. Questo vuol dire che un adulto per il modo in cui agisce e per il modo in cui si relaziona al proprio figlio, diventa un punto di riferimento ed è considerato una persona che ha qualcosa di più da dire rispetto a me figlio, a me giovane. E questo non c’è più: noi ci troviamo difronte a genitori che vogliono fare i giovincelli. C’è una cultura del giovanilismo che ha talmente imbrigliato i genitori che non sono più capaci di fare i genitori, cioè di essere autorevoli nei confronti dei figli. E quindi non li seguono. Ci sono ragazzi di tredici, quattordici anni che alle 3 del mattino sono ancora in giro per la città, ma che insegnamento possono ricevere dagli adulti se gli è concesso questo? La briglia regolativa degli standard educativi e di che cosa fare e cosa non fare si è talmente allentata che i ragazzi oggi fanno quello che vogliono. C’è un problema serio che investe le famiglie e che riguarda come le famiglie si relazionano ai figli e come li rendono responsabili. Basti vedere quanto è aumentato il consumo di alcolici tra i minori: in maniera esponenziale. Io voglio mettere in connessione le due cose: cioè comportamenti dei ragazzi e responsabilità dei genitori.

Come si costituiscono queste tribù digitali?

Si costituiscono perché si sono abbassate le barriere di regolazione della vita quotidiana di questi ragazzi tanto è vero che i genitori non hanno più il controllo di quante ore il ragazzo passa sui social. Non hanno il coraggio e la forza di sottrarre questi strumenti ai loro figli. Un’esposizione elevata deve essere regolata altrimenti genera dipendenza. Ci sono studi di tutto il mondo che parlano di dipendenza digitale e dimostrano che l’elevata esposizione digitale ha degli effetti spaventosi sui neuroni e sulla capacità percettiva dei ragazzi, perché ne abbassa la qualità.

Come si inverte questa deriva sociale e culturale?

Moltiplicando i luoghi nei quali i genitori possano acquisire l’abc del controllo dei dispositivi tecnologici dei propri figli. Ma io non sono d’accordo sul fatto di scaricare sulla scuola ogni limite che appartiene alla vita sociale. Perché se noi ci aspettiamo che la scuola faccia educazione alla legalità, educazione sessuale, educazione allo sport, educazione ed educazione, mi viene da chiedere: ma la scuola ha preso il posto della famiglia? Perché se ragioniamo così, la conoscenza, la trasmissione del sapere, le competenze chi le insegna se la scuola non ha più tempo? Dobbiamo prendere atto che la maggior parte delle famiglie non svolge più il suo ruolo. La scuola deve educare alla comunicazione, devono imparare a raccontare ai genitori ciò che gli succede fuori casa. La scuola deve innervare il vantaggio della comunicazione, dal canto loro i genitori non devono assumere una funzione di giudici ma di ascoltatori che poi aiutano a risolvere la questione.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

"Ucciditi", tredicenne giù dal balcone. Ipotesi istigazione al suicidio dietro alla morte di Alessandro. Almeno 3 identificati. Stefano Vladovich su Il Giornale il 3 Settembre 2022

«Falla finita». «Ti devi uccidere». Identificati almeno tre cyberbulli, prossimi indagati per istigazione al suicidio. Alessandro Cascone, 13 anni appena, non ce l'ha fatta più. Giovedì mattina ha preso una sedia della cucina, ha aperto la zanzariera della finestra e si è arrampicato sul balcone di casa, in via Lamma 7 a Gragnano. Il cavo dell'antenna tv staccato, in un primo momento, ha fatto pensare a un drammatico incidente domestico. Invece Alessandro si è lanciato dal quarto piano, giù per 15 metri, finendo su un parcheggio privato. Morto all'istante.

I soccorritori, allertati alle 11,20 dai vicini che hanno sentito lo schianto, non hanno potuto fare nulla. La salma, in attesa degli esami di laboratorio, è stata portata all'Istituto di medicina legale di Castellamare di Stabia. Ma ai carabinieri della stazione di Gragnano e del nucleo operativo di Castellamare la storia dell'antenna da sistemare non convince affatto. Sequestrano immediatamente il cellulare di Alessandro, spulciano uno a uno i messaggi via chat e, soprattutto, i post sui vari social. Non ci vuole molto per scoprire le vessazioni quotidiane cui il 13enne era sottoposto: minacce di morte, insulti di ogni genere, offese crudeli e, soprattutto, l'invito a togliersi la vita. La conferma che Alessandro si è suicidato, poi, è nell'ultimo messaggio inviato alla fidanzata. Poche parole di addio che mettono la parola fine a tutti i suoi incubi. E ai dubbi degli investigatori. Presa a verbale dal procuratore Nunzio Fragliasso, alla presenza dei genitori, l'adolescente conferma. «Alessandro era preso di mira da vari ragazzi, anche più grandi di lui». I carabinieri, intanto, avrebbero già individuato gli autori dei messaggi di morte, alcuni della stessa età di Alessandro, alcuni maggiorenni, altri di pochi anni di più. Tanto che l'informativa è stata inoltrata anche alla Procura dei Minori di Napoli che dovrà interrogarli nelle prossime ore. «L'istigazione al suicidio, di solito, è un reato difficile da sostenere - spiegano al comando provinciale di Napoli -. Non basta dire a una persona ammazzati e poi essere accusati di averla indotta a farlo. Ma quando uno viene preso di mira sistematicamente, senza tregua, allora l'ipotesi di reato è concreta». Fondamentale, nelle prossime ore, l'analisi completa delle chat e dei post inviati ad Alessandro via social, anche quelli rimasti in rete per poco tempo (come le storie «a tempo» su Instagram), per formulare le accuse per il gruppo di bulli. E iscrivere i primi responsabili sul registro degli indagati. Solo allora, spiegano ancora gli inquirenti, sarà possibile procedere all'esame autoptico, con il conferimento dell'incarico al medico legale e la nomina dei periti di entrambe le parti. Uno scenario, assicurano gli inquirenti, moto prossimo. «L'autopsia ci sarà entro domani», chiosano. Fra gli accertamenti anche gli esami tossicologici per stabilire se il 13enne, per compiere l'estremo gesto, abbia bevuto alcol o assunto droghe. Figlio unico di un agente di commercio e di un'avvocatessa, il ragazzo al momento del dramma era solo in casa. Iscritto all'ultimo anno della scuola media, Alessandro era un adolescente come tanti, educato, preciso, e molto preparato a scuola, come ricordano gli insegnanti. Ma anche un ragazzino molto fragile. La «vittima» ideale da tormentare per i bulli di turno. Il sindaco di Gragnano, Nello D'Auria, ha sospeso ogni attività programmata e dichiarato il lutto cittadino.

Il suicidio di Alessandro, quella molla che trasforma un ragazzo in aguzzino. Claudia de Lillo su La Repubblica il 5 settembre 2022.

Lo vessavano, pare. Sul suo cellulare hanno trovato messaggi inequivocabili. "Ti devi ammazzare", gli scrivevano. "Buttati giù". "Ucciditi". Chissà se volevano veramente che quel tormento diventasse ineludibile imperativo. Chissà cosa pensavano. Chissà cosa pensano ora che il loro bersaglio non c'è più. 

Alessandro aveva tredici anni, una ragazzina a cui ha lasciato un messaggio, genitori che lo amavano. Ce lo raccontano alto, bello, intelligente, bravo a scuola.

È precipitato dalla finestra del quarto piano di casa sua a Gragnano, in provincia di Napoli. Sembrava un incidente. Invece no.

La Procura di Torre Annunziata ha aperto un'inchiesta. Ipotesi di reato: istigazione al suicidio. Tra i cinque indagati ci sono dei minorenni.

Questa storia apre abissi spaventosi su cui è difficile sporgersi. Alessandro avrebbe iniziato la terza media, come mio figlio, come tanti figli e tanti nipoti. Per quello che sappiamo di lui, Alessandro poteva essere nostro. Acerbo, criptico, inafferrabile, fragile, perfetto. Sono un po' tutti così, no? La sua potenziale prossimità dà le vertigini. Nell'inevitabile e involontario transfert, è con le vittime che ci immedesimiamo, con i loro genitori innamorati, con i loro affetti spezzati.

E quei cinque, tra cui qualche minorenne, iscritti nel registro degli indagati? Bulli senza volto e senza contorno, prevaricatori, estensori di imperativi indicibili, tessitori di trame atroci. Da loro distogliamo lo sguardo e il pensiero. Groviglio di devianza. Vergognoso fallimento sociale. Chi sono costoro? Giovani del quartiere. Non facevano parte delle amicizie di Alessandro. Ergo sono altro da noi. Ne siamo sicuri? Per ogni vittima c'è almeno un carnefice. E se anche lui fosse potenzialmente nostro? Non ce lo domandiamo mai. Anche figli e nipoti bulli sono acerbi, inafferrabili e fragili. Anche in loro esistono abissi che attraversiamo inconsapevoli.

La vita all'apparenza perfetta della vittima "avrebbe scatenato l'odio e il rancore dei carnefici". È una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti. L'altrui felicità è una miccia tanto potente?

Cosa trasforma un "giovane del quartiere", un adolescente qualsiasi, un ragazzetto goffo e imberbe in un vettore implacabile di odio e rancore? Quando, in una chat, un emoji vira in imperativo mortifero?

L'improvvisa coscienza della propria forza - fisica o psicologica - può scatenare il desiderio incontenibile di farne uso. O abuso. L'analfabetismo emotivo, prerogativa frequente, non sempre sanabile, dell'adolescenza, provoca corto circuiti nelle relazioni. Chi non sa dirsi infelice, invidioso, frustrato, triste, cercherà la propria voce lungo la strada sudicia e dritta dell'aggressività e della violenza.

I bulli si nutrono dell'altrui fragilità. Alcuni se ne ubriacano fino a sentirsi onnipotenti. Hanno scritto "Ucciditi" ed è successo veramente. E adesso è finita per tutti.

Le minacce dall'ex e dai suoi parenti: contro Alessandro un complotto di famiglia. Conchita Sannino su La Repubblica il 7 Settembre 2022.  

La sorella della 14enne e altri consanguinei tra i sei cyber bulli indagati. Uno dei maggiorenni già denunciato per il pestaggio di un ragazzino di 12 anni

Tappati in casa, in fuga dallo scandalo, pronti a difendersi. I ragazzi accusati di aver spinto Alessandro a compiere quell’assurdo volo - giovedì scorso, dal balcone della propria abitazione, saranno forse gli unici, oggi, a non scendere in strada, per prendere parte all’addio che gli sta preparando il paese. Sono quasi tutti imparentati tra loro, si scopre. 

Gragnano, l’ex fidanzatina la regista di insulti e minacce ad Alessandro. Mariella Parmendola su La Repubblica il 6 Settembre 2022.

Svolta investigativa nell'indagine sulla morte del 13enne. Un’altra ragazza tra gli indagati che hanno ricevuto gli avvisi di garanzia

L’ex fidanzatina. Era lei la regista della strategia per terrorizzare Alessandro e punirlo per avere scelto un’altra. La rottura di un rapporto tra ragazzi, con il cuore ancora da bambini, è diventato il motivo di una ritorsione sempre più crudele. Tanto da indurre il tredicenne ad uccidersi pur di liberarsene. È lei, a cui Alessandro aveva voltato le spalle per una nuova ragazzina, una delle due giovani tra i sei bulli che hanno trasformato la sua vita in un inferno.

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 5 settembre 2022.

Mentre si indaga per chiarire il motivo che ha fatto finire nel mirino di una banda di bulli il tredicenne suicida giovedì scorso a Gragnano, ci si attende a breve l'invio delle prime informazioni di garanzia da parte della procura della Repubblica di Torre Annunziata e di quella minorile di Napoli titolari del fascicolo aperto dopo la tragedia. 

Sono sei i nomi che probabilmente già oggi verranno trascritti su altrettante informazioni di garanzia in cui è ipotizzato il reato di induzione al suicidio. Almeno quattro dei destinatari sono minorenni, uno è maggiorenne e ancora non è chiaro se la sesta persona abbia già raggiunto o no la maggiore età. In ogni caso si tratterebbe di giovani che hanno superato i quattordici anni e quindi sarebbero tutti imputabili. E inoltre sarebbero anche estranei all'ambiente scolastico del ragazzo, che frequentava le medie inferiori.

Le informazioni di garanzia consentiranno agli indagati di nominare i consulenti di parte che potranno assistere all'autopsia alla quale sarà sottoposto il corpo del tredicenne. La data dell'esame non è stata ancora fissata, ma anche qui ci si attende una decisione in tempi brevi, sia perché così le indagini si arricchirebbero di un elemento fondamentale, sia - e soprattutto - per consentire alla famiglia di organizzare i funerali. Quel giorno a Gragnano sarà anche proclamato il lutto cittadino.

Le indagini affidate ai carabinieri stanno cercando di chiarire i tanti punti ancora oscuri di questa vicenda. A cominciare dall'episodio che avrebbe scatenato l'assalto di messaggi minacciosi inviati via chat al tredicenne dal gruppetto di bulli. Trattandosi di una vicenda che coinvolge soprattutto minorenni, il riserbo degli inquirenti è assolutamente strettissimo. 

Tuttavia pare che all'origine dello scontro di tanti contro uno ci fosse una vicenda assolutamente banale, una discussione, se non proprio una lite, nata per questioni adolescenziali. Qualcosa che si sarebbe potuto chiudere subito e senza strascichi e che invece ha innescato un meccanismo di violenza verbale che ha portato fino alle più estreme conseguenze. Tra i messaggi di insulti e minacce ricevuti dal tredicenne nei giorni precedenti il suicidio ce ne sarebbe anche almeno uno molto esplicito in cui gli si intimava di uccidersi.

L'epilogo della vicenda dimostra che quei messaggi hanno avuto il peggiore effetto possibile sull'equilibrio psichico del ragazzo. Ma sia i suoi familiari che i suoi amici non riescono a spiegarsi perché lui non abbia voluto confidare a nessuno quello che gli stava accadendo. L'unico messaggio lo ha riservato alla fidanzatina, ma soltanto per dirle addio poco prima di lanciarsi dal balcone.

Per il resto non ha detto niente a nessuno. Sulla tragedia di Gragnano è intervenuta ieri anche la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: «Stiamo facendo tutti gli accertamenti e le verifiche sui siti e sui messaggi da cui trarre notizie».

Gragnano, il suicidio di Alessandro a 13 anni: tra gli indagati anche due ragazze. Fulvio Bufi su Il Corriere della Sera il 6 Settembre 2022.

Secondo le due Procure che indagano sarebbe stato spinto al suicidio da parte di bulli. Prima di lanciarsi nel vuoto ha inviato un messaggio alla fidanzatina. Ci sono anche due ragazze tra i sei indagati per istigazione al suicidio. 

È una storia di ragazzi. Ragazzini, anzi. Una storia che non sarebbe stata diversa da milioni di altre, se fosse rimasta nei binari dell’ordinarietà da cui era partita. Amori e fidanzamenti — termini per intendersi ma parole e concetti troppo grossi per chi ha 13 o 14 anni — che cominciano e finiscono nel giro di una settimana o un mese e dopo ne comincia uno nuovo. Cose normali a quell’età. Ma questa storia da normale che era è diventata sporca. Una sporca storia di bullismo e minace e insulti di tanti contro uno. E poi sempre peggio, fino all’epilogo tragico, con un ragazzino che precipita dal quarto piano e che poco prima manda alla fidanzatina un messaggio d’addio. Una storia della quale ora si definiscono i contorni e i retroscena. E di ognuno di quei bulli che mandavano i messaggi a valanga senza pensare alle conseguenze si comincia a delineare il ruolo e l’intensità della partecipazione. E si scopre che all’origine di tutto ci sarebbe stato un fidanzamento interrotto, una nuova ragazza che prende il posto di quella che c’era prima, e questa che reagisce con rabbia e rancore.

La dinamica

Ci sono passaggi formali ancora da attraversare nella tragedia di Alessandro, il tredicenne di Gragnano morto giovedì scorso volando dal balcone del quarto piano mentre era solo in casa. All’inizio sembrava un incidente perché lui, quando è caduto al suolo, stringeva tra le mani il filo dell’antenna, e si era quindi pensato che si fosse sporto per sistemare il cavo e avesse perso l’equilibrio. E invece poi è venuta fuori la storia delle chat di insulti, le minacce, i messaggi espliciti che lo invitavano a uccidersi. Ora che tutte le persone coinvolte sono state avvisate in modo da poter nominare un proprio consulente che assista all’autopsia per la quale oggi sarà conferito l’incarico, si delinea anche come era formato il gruppetto, almeno nelle persone individuate finora. Quattro minorenni (tre ragazzi e una ragazza) e due maggiorenni, tra cui ancora una ragazza. La storia riserverà sicuramente ulteriori sviluppi, perché la vicenda resta complessa e delicata. Per i sei indagati si ipotizza l’ istigazione al suicidio ma poiché la vittima è minorenne e ha anche meno di 14 anni potrebbe essere equiparata a persona non in grado di intendere e volere e configurarsi quindi addirittura il reato di omicidio. Ma qualunque sia lo scenario che prenderà corpo alla fine, appare ormai chiaro che sia stata quella decisione di Alessandro di lasciare la ragazza con cui stava e di cominciare a frequentarne un’altra a scatenare tutto. Però solo gli atti che le due procure (quella di Torre Annunziata e quella minorile di Napoli) adotteranno nei prossimi giorni potranno far capire meglio quale ruolo avrebbe avuto ognuno degli indagati e quanto pesante sia la responsabilità dei due maggiorenni. Tante cose restano da capire, anche se chi parla senza sapere non manca mai.

Le polemiche

Antonino Briguglio, coordinatore delle attività sportive della Scuola Ufficiali dei Carabinieri, commentando la vicenda, ha scritto un post in cui si legge: «Se allevi conigli non puoi pretendere leoni...magari la colpa è di chi non ha saputo far crescere adeguatamente quel ragazzino». L’Arma si è subito dissociata, ricordando il proprio impegno contro il bullismo, e ha fatto scattare un provvedimento disciplinare.

Titti Beneduce per corrieredelmezzogiorno.corriere.it il 5 settembre 2022.

Ha suscitato indignazione e polemiche il commento postato su Linkedin e poi cancellato da un ufficiale dei carabinieri a proposito di Alessandro, il ragazzino di 13 anni che si è lanciato nel vuoto a Gragnano perché minacciato dai bulli. «Se allevi conigli — scriveva l’ufficiale, coordinatore delle attività sportive della Scuola ufficiali dell’Arma — non puoi pretendere leoni. Magari la colpa è di chi non ha saputo far crescere adeguatamente quel ragazzino. Il problema con un bullo si risolve, da sempre, dimostrandogli che non hai paura di lui». 

Parole da cui il Comando generale dei carabinieri ha subito preso le distanze: «In merito ai contenuti pubblicati su una piattaforma social da parte di un ufficiale in relazione al suicidio di un 13enne, trattasi di commenti espressi a titolo personale, le cui responsabilità ricadono esclusivamente sull’interessato». Sul commento espresso dopo la morte del giovane di Gragnano, inoltre, l’Arma, «dal canto proprio, ha avviato un procedimento amministrativo per le valutazioni disciplinari».

Gianluca Nicoletti per “La Stampa” il 6 settembre 2022.

All'ufficiale Carabiniere Antonino Briguglio, detto Nino, mi piacerebbe poter domandare come si faccia ad allevare un figlio leone. È solo per saperlo, sono curioso, dal momento che in lui alberga la granitica certezza che un ragazzino di 13 anni che si suicida, perché distrutto dalla violenza lucida e continua di un manipolo di giovani criminali, abbia la colpa di essere stato educato dai suoi genitori a fare il coniglio. 

Di sicuro lui sarà un allevatore di leoni provetto, dal momento che è il coordinatore delle attività sportive dei futuri ufficiali dell'Arma. Immagino che per i conigli tra i suoi allevi non ci sia posto. Ci può anche stare, potrei però non dovere arrivare alla conclusione che chi non se la senta di affrontare il gruppo di bulli che lo martirizza con la Katana di Kill Bill, magari non ha proprio la vocazione di fare il difensore della legge.

Viene da pensare piuttosto cosa dovrebbero aspettarsi le innumerevoli vittime di prepotenti, già silenti e spaventate? Nel caso prendessero quel poco coraggio residuo decidessero di rivolgersi ai Carabinieri? Magari si sentirebbero dire da chi è stato formato con il metodo Briguglio che è colpa sua, perché è un coniglio. 

Certo ora scatterà l'onda del "dagli al buonista", più o meno la stessa che gridò al vilipendio delle Forze Armate quando qualcuno provò a fare una riflessione su quanto fosse lecito per allegri portatori di fiasco, convenuti a un raduno di ex Alpini, trattare le donne come orde di allupati (lupi o leoni sempre fiere sono, nessuno si offenda!). 

Prevedo ora un nuovo scatenarsi del fior fiore dei teorici del necessario ritorno alla maschia rudezza, coloro che chiusero quella vicenda con la sommaria sentenza che, alla fine, nessuna di quelle donne ha denunciato, era solo propaganda femminista, o il solito antimilitarismo dei comunisti con il Rolex.

Premesso che non sono mai stato comunista, nemmeno di sinistra. L'occhio di tigre mi fa pena come il figlio leone. Mai ho posseduto un Rolex, anzi non porto l'orologio da anni. Vorrei solo aggiungere, forse sorprendendo chi s' aspetta il j' accuse generico all'Arma, che non credo, anzi sono strasicuro, che il teorema Briguglio appartenga nemmeno da lontano ai protocolli di chi addestra i futuri ufficiali. 

Questo mio convincimento però porta con sé una conclusione assai più grave. L'idea belluina e arcaica della giustificazione di chi soverchia, adducendo la colpa di un comportamento passivo della vittima, fa parte probabilmente di una parte retrograda del nostro patrimonio genetico.

Con lo sforzo costante di civilizzarsi, molti di noi sono riusciti a relegarlo in un luogo recondito e inaccessibile del proprio pensare e interagire sociale.

Ci siamo civilizzati grazie alle analisi critiche della storia passata che leggevamo, la cultura a cui si conformavano le persone che scrivevano in libri e giornali, quelle che sedevano nelle aule del Parlamento, quelle che occupavano posti di rilievo nel pantheon delle celebrità. Ci saranno stati sicuramente tra loro farabutti, ipocriti, millantatori, disonesti; è innegabile. È altrettanto certo però che, almeno negli ultimi decenni, fossero state messe rigorosamente al bando le parole e i concetti che giudicavano un valore l'istinto predatorio, la violenza del forte sul debole, il vituperio di ogni fragilità intesa come attentato alla stirpe.

Quello che ora preoccupa è invece il consenso, diffuso e fomentato, che sembrerebbe premiare il recupero di una virile postura di rivolta contro il mondo moderno. È proprio in questa ubriacatura generale di una vittoria imminente della stirpe dei forti, puri e impavidi, che Antonino Briguglio ha pubblicamente osato scrivere quello che pensava. Il suo è stato il segnale che è già pronto a schierarsi a proteggere il credo di chi salirà sui carri del trionfo.

Vorrei sbagliarmi, temo però che dopo di lui saranno in molti a dare la colpa del tramonto dell'Occidente agli «psicoterapeutici che sproloquiano in tv», per poter finalmente abbandonare ogni scrupolo e gridare al mondo intero che «Per vincere ci vogliono i leoni». Si informassero però quanto fu funesto cantarlo in passato, magari inventerebbero nuove metafore per il marciare pregustando l'ebrezza di un nemico già sbaragliato.

Lutto cittadino a Gragnano. L’ultimo saluto ad Alessandro, lacrime e musica per l’addio al 13enne: “Che brutto scherzo”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 7 Settembre 2022 

Quasi un migliaio per l’ultimo saluto ad Alessandro, il 13enne di Gragnano morto la scorsa settimana dopo essere precipitato dal quarto piano dell’abitazione dove viveva. Tantissimi giovani presenti, alcuni compagni di scuola hanno esposto uno striscione (“Alessandro vive”) con la data della scomparsa, 3 settembre scorso.

Tra le lacrime e gli applausi della folla è arrivata la bara bianca di Alessandro. “Avevamo 3 anni quando ci siamo conosciuti, abbiamo subito legato… io e te c’eravamo ancora. Non pensavo che ci saremmo allontanati così presto, che brutto scherzo che hai fatto. Non posso crederci che non ci sarai più, saremo amici per sempre, non ti dimenticherò mai”. Recita così la lettera scritta da un amico di Alessandro, ma che non ce l’ha fatta a leggere a tutti. Al suo posto una donna ha letto le toccanti parole del ragazzo.

Ad accompagnare la cerimonia la colonna sonora di “Nuovo Cinema Paradiso” e brani classici tra cui quelli di Einaudi. Il chiostro dell’antica chiesa di Sant’Agostino, in Piazza San Leone, è pieno di tante persone che hanno voluto dare l’ultimo saluto ad Alessandro. A celebrare i funerali don Paolo Anastasio. Oggi a Gragnano è il giorno del dolore e del lutto cittadino, tutta la città si è fermata.

Il dolore dell’intera comunità è enorme. I genitori di Alessandro hanno indossato la maglietta bianca con foto de figlio. Per tutta la cerimonia non si sono staccati per un istante della bara bianca del figlio. L’hanno accarezzata, hanno mandato baci al loro unico figlio. Alla fine della cerimonia nel Chiostro, il papà ha chiamato a raccolta tutti gli amici del figlio intorno alla bara bianca.

Tra le lacrime e la commozione la migliore amica di Alessandro ha letto una lettera: “Non voglio rassegnarmi alla tua morte, mi manchi piccolo angelo, la mattina penso di aver fatto un incubo. Avevamo un colore in comune, ti voglio bene Best friend. Ti ricordo quando mi accompagnavi sotto casa con la pioggia, il diluvio. Sempre. Ora ti immagino ridendo”. Dopo la cerimonia si sono radunati tutti nel Chiostro cantando sulle note di “Nostalgia” di Blanco, tra le lacrime. Hanno fatto volare palloncini bianchi verso il cielo tra gli applausi e la commozione.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Colpevoli di non aver compreso il tuo malessere”. “Le ragazzine facevano a gara per te”: lettera della prof ad Alessandro, precipitato dal balcone a 13 anni. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 7 Settembre 2022 

“Caro dolce Alessandro, eccoci qui riuniti in questa oasi di Pace a darti il nostro saluto. Mai avremmo immaginato a darti un saluto così. Eri buono e bravo, te ne sei andato così presto, lasciandoci senza fiato, colpevoli di non aver compreso il tuo malessere. Averti avuto come alunno è stato un dono”. Sono queste le parole di Teresa Barbato, professoressa delle medie di Alessandro, il 13enne di Gragnano morto la scorsa settimana dopo essere precipitato dal quarto piano dell’abitazione dove viveva.

Una folla di amici, familiari e cittadini di Gragnano è accorsa nel chiostro di sant’Agostino per l’ultimo saluto al 13enne. Sulle magliette bianche c’era stampata la foto del ragazzo e la scritta “Alessandro Vive”. Palloncini bianchi, lacrime e applausi hanno accompagnato la cerimonia. Alla fine alcuni amici hanno letto alcune lettere. Tra questi anche l’insegnante delle medie. “Eri speciale – ha scritto la professoressa – di una tenerezza infinite, con quei tuoi modi riuscivi a fare breccia nel cuore di tante ragazzine che facevano a gara per attirare la tua attenzione e tu nemmeno te ne accorgevi. Nessuno ti dimenticherà mai, ricordo quando durante le pause in classe parlavamo dei tuoi innamoramenti. Spero che adesso hai imparato a volare, hai recuperato anche l’ala che ti mancava. Addio piccolo angelo del paradiso. Eri un dono, non siamo riusciti a farti percepire il nostro amore”.

Secondo le prime indagini, ancora in corso, dietro la drammatica morte di Alessandro ci sarebbero aggressioni, minacce, insulti e intimazioni che lo avrebbero spinto a togliersi la vita. Un inferno che Alessandro avrebbe vissuto senza dirlo a nessuno. Sei gli indagati per istigazione al suicidio, due maggiorenni e quattro minorenni, tra cui una ragazza di appena 14 anni. Quest’ultima sarebbe l’ex fidanzatina di Alessandro che dopo essere stata lasciata avrebbe organizzato la feroce vendetta. Secondo quanto riportato dal Corriere, tra gli indagati ci sarebbero legami di parentela: cinque di loro sarebbero cugini, il sesto un amico. Le indagini, ancora all’inizio, chiariranno il loro ruolo nella vicenda anche scandagliando i dispositivi elettronici della vittima e degli indagati.

“La famiglia chiede l’accertamento della verità, che vengano accertati i fatti realmente accaduti. Qualora dovesse confermarsi l’ipotesi accusatoria con il coinvolgimento di soggetti terzi chiaramente chiederanno giustizia. Oggi però chiedono silenzio e rispetto: oggi è il giorno dell’addio al piccolo Alessandro”. Così Giulio Pepe e Mario D’Apuzzo, legali della famiglia di Alessandro, hanno detto a LaPresse, all’arrivo in chiesa per i funerali del ragazzino. “La partecipazione della città è emotiva; si è stretta intorno ai familiari perché i fatti che stanno emergendo, se dimostrati, rappresentano un fatto grave che interessa l’intera comunità”, hanno aggiunto. Tanti gli amici che hanno partecipato all’ultimo saluto ad Alessandro. Dopo la cerimonia si sono radunati tutti nel Chiostro cantando sulle note di “Nostalgia” di Blanco, tra le lacrime. Hanno fatto volare palloncini bianchi verso il cielo tra gli applausi e la commozione. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso

Il caso di Gragnano. Alessandro e i bulli, la distanza tra vita reale e vita virtuale: “L’allarme è suonato e non possiamo far finta di nulla”. Viviana Lanza su Il Riformista il 7 Settembre 2022 

Alessandro, le minacce dei bulli, le offese ricevute in chat, il suicidio. La sua ex fidanzatina, gli amici bulli, l’indagine per istigazione al suicidio. Gragnano, i genitori increduli, il lutto cittadino.

Da qualunque prospettiva la si guardi, questa storia mette i brividi. Superata l’eco mediatica, che ovviamente si nutre dei particolari che trapelano giorno dopo giorno, resta un senso di impotenza. Cosa possiamo fare per questi ragazzi? Viene da chiedersi. Cosa si può fare per i bulli, che hanno dai tredici ai diciassette/diciotto anni e si trovano ora a fare i conti con le conseguenze gravissime dei loro comportamenti (ammesso che la ricostruzione investigativa, basata finora su quanto raccolto dalle chat dei ragazzi, trovi riscontro e conferma: istigazione al suicidio è l’ipotesi di reato).

Cosa si può fare per i bambini o i ragazzi come Alessandro, quelli presi di mira e schiacciati da offese e minacce continue. Cosa si può fare per i genitori, che puntualmente cadono dalle nuvole di fronte a fatti come questo, siano essi i genitori della vittima o dei bulli. Cosa possiamo fare tutti noi? Forse iniziare a prendere consapevolezza che non basta avere dimestichezza con le impostazioni e le app di uno smartphone, e soprattutto che non basta che l’abbiano i nostri ragazzi.

Forse prendere atto che ci siamo catapultati, e soprattutto catapultiamo ragazzi e bambini, in un mondo che ancora stiamo imparando a conoscere, e ci vorrebbe quindi molta più cautela. Un mondo social che può avere mille insidie, tanto più gravi quanto più si è giovani o inesperti. Regaliamo ai ragazzi smartphone, cover, cuffie e ciao. Ci illudiamo che basti poi controllare di tanto in tanto le loro chat per sentirci a posto.

Ci illudiamo che basti che i ragazzi sappiano usare account e app, senza spiegare loro quali pericoli si possono nascondere in quell’universo così smisurato a cui si accede con click. E forse non lo spieghiamo perché neanche noi lo sappiamo bene. Quanta distanza c’è tra vita reale e vita virtuale? E quanta distanza ci sfugge ogni volta che un ragazzo si interfaccia con il mondo del web, dei social, della realtà “virtuale”? La storia di Alessandro questa distanza la azzera, la riduce. E manda in frantumi anche una serie di false certezze che ogni genitore si dà quando regala al proprio figlio smartphone e connessione facile. A Gragnano è il giorno del lutto cittadino, della tristezza, dello stupore, di quel senso di impotenza di cui dicevamo prima.

«Abbiamo assistito ancora una volta a una tragedia che continua a lasciarci senza parole. Siamo tutti sconvolti, emotivamente e moralmente. La morte di un ragazzo che si stava appena affacciando alla vita è sempre innaturale e crudele, quando ad essa sono legati moventi dettati dalla violenza verbale e psicologica da parte di altri adolescenti e giovanissimi ci rendiamo conto che l’allarme è suonato e non possiamo far finta di nulla», dice monsignor Francesco Alfano, vescovo di Castellammare. «Nessuno può lavarsi le mani – aggiunge –. Cerchiamo di capire senza giudicare, di sostenere e non additare. Serve un’educazione sentimentale che offra ai giovani nuovi modelli, servono percorsi formativi e figure professionali specializzate nella relazione con l’altro capaci di mediare, accompagnare e intuire». 

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

LA PROTESTA DEI BAMBINI DI MELEDUGNO CONTRO IL DIVIETO DI GIOCARE A PALLONE. Da blitzquotidiano.it l'11 agosto 2022.  

Dopo aver trovato un cartello col divieto di giocare a pallone in piazza, un gruppo di giovanissimi di Roca a marina di Melendugno (provincia di Lecce), ha manifestato sulle panchine del paese trascorrendo il tempo con gli occhi incollati allo smartphone. La protesta era accompagnata da uno striscione: “Criticate tanto la nostra generazione ma ci avete tolto il pallone”.

Sindaco vieta gioco del pallone, ragazzi protestano con tanto di striscione

Il primo cittadino, Maurizio Cisternino, ha così deciso di incontrare i giovani manifestanti promettendo loro che troverà un’altra zona in cui potranno giocare. “A breve – spiega il sindaco – individueremo un’area dove potranno giocare in libertà. Ora il divieto nasce per tutelare soggetti fragili come anziani e mamme con i passeggini. Mi sono giunte segnalazioni da parte di persone infastidite da quanto avveniva all’interno della piazza. Così abbiamo deciso apporre questo segnale di divieto, perché la piazza non può essere un luogo dove poter giocare a calcio, ma si passeggia si sta in comitiva. In questo caso c’è anche un parco giochi con bambini più piccoli”.

Sindaco: “Non è una decisione punitiva, presto troveremo un’altra area”

“Per tutelare tutti – prosegue – è stata presa questa decisione, che non vuole essere assolutamente punitiva. Ho promesso a questo gruppetto di ragazzini che sarà interesse della mia amministrazione a stretto giro, ormai per questa estate non facciamo più in tempo, di attrezzare un’area dedicata a loro”.

La rivolta dei ragazzi: se ci vietate il pallone condannati al cellulare. Matteo Basile l'11 Agosto 2022 su Il Giornale.

Una piazzetta. Felpe e zainetti come pali. Nessun arbitro. Nessun arbitro né cronometro. Un pallone. Gioia pura. Fino a poco tempo fa, la consuetudine. Interminabili partite in cui si scimmiottava il campione, si stringevano e si rompevano amicizie in un attimo, ci si sentiva fenomeni per un gol che forse però era palo, no era fuori, chissà. Ore sotto il sole, finché una mamma guastafeste non gridava «È pronto!», e tutti a casa per la cena. Ginocchia sbucciate, l'unico pericolo. Il burbero del paese scocciato dagli schiamazzi che minacciava di bucare il pallone, l'unico rischio. Generazioni di ragazzini sono cresciuti così. Liberi, spensierati e felici. Poi arrivano gli smartphone, le app, i giochi, i social. Le distanze che si annullano, i contatti reali spariscono. I click sostituiscono abbracci e pacche sulle spalle. E via a parlare di giovani persi di qua e valori cancellati di là. Ma quando i ragazzini tornano in piazzetta a giocare, capita che a bucare il pallone siano miopia politica e burocrazia.

Succede a Roca, paesino vicino a Melendugno, in Puglia. La piazza è appena stata rifatta ed ecco spuntare il divieto tassativo di giocare a pallone. Ma la legge non ha fatto i conti con i giovani, proprio i giovani di oggi messi all'indice. La generazione telefonino avrà anche i suoi difetti ma sa bene come comunicare e passa al contrattacco. Uno striscione in piazza con scritto «criticate tanto la nostra generazione ma ci avete tolto il pallone» e una foto potentissima: decine di ragazzini sdraiati, uno per panchina, annoiati ed estraniati con in mano un telefonino. Ci togliete il pallone? Ecco come ci riduciamo. Tanto che il sindaco incontra i giovani e gli promette una piazza a traffico limitato tutta per loro e per le loro partitelle. Bravi ragazzi. Un gol da applausi. Vittoria d'altri tempi.

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 19 agosto 2022.

Contrordine: ritirate l'espressione "Great Resignation" e abbracciate il "Quiet Quitting". Che poi in sostanza significa sempre mettere la vita davanti al lavoro, senza però rinunciare allo stipendio, ma facendo solo il minimo indispensabile per conservarlo. 

È la nuova tendenza che sta emergendo ovunque, soprattutto fra i giovani millennial e quelli della Generation Z, e accomuna anche le grandi superpotenze rivali del futuro, come Usa e Cina, dove si chiama "mo yu", ossia la filosofia di "toccare i pesci".

Tutto è partito dal Covid, che da una parte ci ha messi davanti alla realtà della vita, breve e fragile, e dall'altra ci ha obbligati a sperimentare le meraviglie dello smart working. All'inizio ciò ha spinto milioni di persone verso la "Great Resignation", ossia le dimissioni di massa, perché il pericolo immanente di morire ha spinto tutti a rivedere le priorità, e magari dedicare più tempo alle cose che ci piace davvero fare. 

Col passare dei mesi però questo concetto si è evoluto, andando oltre l'emergenza dell'epidemia, e saldandosi con modi di pensare e tendenze di lungo termine. I giovani in particolare non vedono più l'utilità di mettere il lavoro e la carriera davanti a tutto il resto, per almeno due motivi: primo, impegnarsi così tanto non paga più, e passare intere giornate davanti al computer o seduti in ufficio raramente corrisponde poi agli avanzamenti di carriera e di stipendio sognati; secondo, anche se così fosse, non è detto che ne valga la pena.

Quindi è meglio tirare il freno e rinunciare alle ambizioni più complicate, facendo il meno possibile sul lavoro, senza però spingersi fino al punto di perderlo, perché poi senza soldi il cane si morde la coda e diventa difficile realizzare i veri desideri. 

La Gallup ha realizzato uno studio intitolato "State of the global workplace 2022 Report", da cui risulta che solo il 21% dei dipendenti è davvero coinvolto nelle proprie mansioni, e solo il 33% si considera in una condizione di crescita e benessere. Il 44% si sente stressato, record di sempre, e la maggioranza non ritiene che la sua occupazione abbia davvero uno scopo o un significato profondo. In Paesi come la Gran Bretagna la situazione è drammatica, al punto che solo il 9% dei lavoratori si considera "engaged" o entusiasta.

Negli Stati Uniti va un po' meglio, cioè il 31%, ma Gen Z e millennial sono particolarmente sfiduciati, e queste non sono percentuali su cui è possibile costruire la prosperità futura di una superpotenza. Il fenomeno però è globale, e neppure i rivali cinesi si salvano. Anzi, secondo un'inchiesta pubblicata da Quartz, i giovani della Repubblica popolare pensano di aver definitivamente perso il treno e la possibilità di salire sulla scala sociale come i loro genitori.

Lavorare duro non porta più al successo, come predicava il fondatore di Alibaba Jack Ma, perché il Paese ha già raggiunto il picco demografico, la manodopera a basso costo non è più così importante, e i modelli dello sviluppo globale stanno già cambiando verso una direzione che non favorisce più Pechino. Perciò, invece di sprecare tutte le energie per una fatica sostanzialmente inutile, i giovani cinesi preferiscono "toccare i pesci".

Arrivano al lavoro il più tardi possibile, prendono lunghe pause pranzo, staccano appena il contratto glielo consente, e magari sfruttano lo smart working per fingere di essere occupati, quando in realtà stanno leggendo un libro o schiacciando un pisolino. Magari qualcuno in Italia si chiederà dov' è la novità, visto che noi abbiamo perfezionato tecniche simili da un paio di millenni, ma il punto qui non è solo l'elogio della pigrizia. È un radicale cambio di mentalità, che riguarda anche chi va a fare onestamente il proprio lavoro, senza però sforzarsi più di tanto, perché la vita viene prima.

Anticipazione da Oggi il 3 agosto 2022.

«Ci sono ragazzi che quando non sanno cosa fare decidono di picchiarsi un po’: siamo a livelli stellari di idiozia. I ventenni mi sembrano impazziti, in balia dei social e di Tik Tok. Se continua così, serviranno militari davanti ai luoghi di ritrovo. Comincio a pensare che ci sia bisogno di qualche divisa in più», dice Linus, conduttore e direttore di Radio Deejay, in un’intervista pubblicata sul numero di OGGI in edicola da domani. 

Da conoscitore del mondo giovanile, si spiega così l’esplosione di violenze, risse e aggressioni degli ultimi tempi: «Nella pandemia questi ragazzi sono diventati grandi senza relazionarsi con gli altri, chiusi in casa a lanciarsi messaggini via WhatsApp. I bollori dell’adolescenza sono stati compressi in quasi due anni di Covid. Adesso esplodono così, per un niente, in maniera aggressiva». 

Colpa delle famiglie? «Non tiriamo in ballo la famiglia», sostiene Linus. «L’educazione familiare buona o cattiva c’è sempre stata, stavolta facciamo la tara e passiamo oltre. La clausura forzata e la mancanza di gruppo hanno deresponsabilizzato questi sedicenni o diciottenni. C’è un egoismo autoriferito, privo di ogni valore. Ci sono ragazzi che fanno una bravata e la postano su Tik Tok per sentirsi fenomeni. Altri esibiscono la loro arroganza come distintivo per i social. Non si calcolano i danni di certe sopraffazioni. Mi spaventa la gratuità di tanta violenza».

Come se ne esce? Secondo Linus: «Creando delle barriere all’ingresso delle discoteche, facendo capire ai ragazzi che quando si sbaglia, non ci sono scuse. E mettendo più vigilanza nei locali e nelle strade».

Da tgcom24.mediaset.com il 2 agosto 2022.

Un gruppo di giovani ha aggredito un ragazzo poco più che maggiorenne sul lungomare di Reggio Calabria. L'episodio, accaduto nella notte tra sabato e domenica, è stato reso noto con un post pubblicato su Facebook dal sindaco, attualmente sospeso, Giuseppe Falcomatà. Gli aggressori del giovane sarebbero stati almeno una ventina, tra cui alcuni minorenni. 

Il ragazzo è stato colpito ripetutamente con pugni, calci, caschi da motociclista e sedie di plastica. Sull'episodio sta indagando la polizia. Il giovane vittima del pestaggio è stato sentito dagli investigatori, ma non avrebbe fornito chiarimenti sui motivi dell'aggressione.

Vittorio Feltri, la morte di Giulia e Alessia? Gli adolescenti hanno bisogno dei limiti. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 07 agosto 2022

La vera tragedia è quella a cui sono condannati a vita coloro che restano. I genitori di Giulia e Alessia Pisanu, rispettivamente di 15 e 17 anni, saranno perseguitati fino alla fine dei loro giorni dal dolore più atroce che possa sperimentare un essere vivente, ovvero la perdita di chi ha messo al mondo. Nutro per questo un profondo rispetto nei confronti della loro sofferenza e un senso di pietà persino lacerante che tuttavia non mi impediscono, essendo un giornalista e avendo acquisito da decenni questa sana deformazione professionale, di trarre dal fatto di cronaca alcuni ragionamenti, riflessioni, insegnamenti, che puntualmente però non apprenderemo. Li disattenderemo anche questa volta. Eppure mi tocca esprimere alcuni concetti, a mio avviso, fondamentali, affinché drammi simili a quello che si è verificato a Riccione non accadano mai più, o almeno non avvengano tanto di frequente. Qualcuno ipotizza, e non possiamo di certo escluderlo fino ai risultati degli esami tossicologici, che le ragazzine avessero assunto droghe, magari a loro insaputa, e che questo spiegherebbe quindi il motivo per il quale siano state travolte da un treno.

Mi domando: non sono sufficienti lo stordimento di una notte trascorsa in discoteca, la stanchezza derivante dal non avere affatto dormito, essendo già le 7 del mattino, per motivare lo stato di confusione e di perdita di controllo delle minori? Dobbiamo sempre dare la colpa all'uomo nero, che versa sostanze stupefacenti nei drink? Non è stato nessun uomo nero ad ammazzare le sorelline. Giulia e Alessia, semplicemente, non avrebbero dovuto essere lì, da sole, raminghe, in una stazione ferroviaria, luogo notoriamente insidioso a qualsiasi latitudine e a qualsiasi età, alle 7 del mattino, lontane da casa, senza un adulto di riferimento, in balia di qualunque genere di rischio, semmai avrebbero dovuto essere nelle loro camerette a dormire, o al massimo in cucina, appena sveglie e in procinto di fare la prima colazione.

Tuttavia nessuno osa compiere questa osservazione di buonsenso e necessaria, in quanto oramai si viene catapultati automaticamente nel tritacarne del politicamente corretto, del pietismo esasperato e fine a se stesso, del buonismo tossico e ottuso, in base al quale soffermarsi su questi ragionamenti equivale a gettare discredito sulle vittime e a colpevolizzare i loro familiari. Non sono assolutamente queste le mie intenzioni. Il padre afferma che le figlie hanno tanto insistito per ottenere il permesso di recarsi a Riccione a fare festa che egli, per sfinimento, ha ceduto. Non trovo sia errato consentire agli adolescenti di frequentare le discoteche, per di più in estate. Vietarglielo sarebbe ancora più controproducente, ma i ragazzi hanno bisogno di regole e una regola sacrosanta è quella che impone un orario decente entro il quale rincasare, il famoso "coprifuoco" che evidentemente oggi è desueto. Superato tale limite orario, i genitori devono porsi in uno stato di allarme e intervenire.

L'anomalia dunque è proprio questa, ossia che le due fanciulle siano state tutta la notte fuori casa come se fossero donne mature e non minorenni. Per di più, c'è il fattore distanza. Riccione dista oltre un'ora e venti di automobile dal paese in cui abitavano le sorelle, non erano dirette nel locale dietro l'angolo. La madre, dal canto suo, dichiara: «Erano tanto responsabili che non mi spiego come siano finite sotto il treno». Ma per quanto un giovane possa essere ritenuto responsabile ed esserlo, egli è e resta un essere uomo ancora non compiuto, senza esperienza, inconsapevole delle storture e delle insidie del mondo, quindi è soggetto da tutelare. Nessun adolescente è tanto assennato e giudizioso da conoscere ogni sorta di pericolo e da proteggersi in maniera autonoma dalla moltitudine di trappole della società odierna, che è molto più complessa rispetto a quella in cui sono cresciuti i suoi genitori. Trattiamo quindi i fanciulli per quello che sono, ossia fanciulli e non individui autonomi, "adulti e vaccinati".

Il suicidio seconda causa di morte tra i ragazzi, ma 6 regioni non hanno reparti di neuropsichiatria infantile. Benedetta Mura su Il Corriere della Sera il 4 Agosto 2022.

In Italia sono poche le strutture che possono aiutare bambini e adolescenti con disagi psichici. Il problema è nazionale: fondi e personale insufficienti per gli ospedali pubblici. Mentre le richieste di aiuto dei più giovani continuano ad aumentare

In Italia sei regioni non hanno un reparto di neuropsichiatria infantile: Val D’Aosta, Abruzzo, Marche, Molise, Calabria e Basilicata. Un ragazzo che ha bisogno di essere ricoverato, quindi, deve per forza spostarsi in un’altra regione. «Un’assurdità», commenta Stefano Vicari, professore di neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica di Roma e responsabile del reparto di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, reparto che ospita bambini e ragazzi fino ai 18 anni. «Le strutture sono poche. Ogni volta che devo dimettere dei pazienti che non sono di Roma e magari vengono da un’altra regione, mi ritrovo spesso senza strutture che li possano seguire dopo il ricovero», racconta Vicari. «Una volta mi è capitata in cura una ragazza che aveva tentato il suicidio ingerendo farmaci. Poche settimane dopo la ragazza è tornata perché aveva assunto nuovamente dei farmaci che la madre aveva lasciato sul tavolo. Questo è successo perché non c’era una struttura nella sua città che la potesse seguire dopo l’emergenza e perché i genitori non sempre sono in grado di farlo».

L’allarme del Bambino Gesù

Nei ragazzi tra i 15 e i 24 anni, il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Negli ultimi anni sono aumentati di sette volte gli arrivi al pronto soccorso dell’ospedale Bambino Gesù di Roma per tentato suicidio, ideazione suicidaria, autolesionismo e depressione. Nel 2021 ci sono stati 1.201 casi, rispetto ai 155 del 2011. In crescita anche i ricoveri: 330 nel 2020, 492 nel 2021, 240 a maggio 2022. La pandemia ha sicuramente favorito il peggioramento delle condizioni di salute mentale di molti giovani. «Dall’inizio dell’emergenza Covid abbiamo registrato un aumento del 30% delle richieste d’aiuto», spiega Vicari. «Durante la prima ondata, a marzo 2020, c’è stata una lieve diminuzione. I ragazzi andavano meno in ospedale per paura del contagio. Mentre con la seconda ondata, tra l’autunno del 2020 e l’inverno del 2021, c’è stato un rialzo causato anche dal fatto che i genitori sono tornati alle loro vite, al lavoro in ufficio, mentre i ragazzi sono rimasti soli. E l’effetto è stato devastante».

Un terzo dei casi ha disturbi alimentari

Chi chiede aiuto agli specialisti di neuropsichiatria infantile per il 40% manifesta comportamenti autolesivi e di ideazione suicidaria mentre per il 30% sono persone con disturbi alimentari, in gran parte ragazze. Quest’ultime nel complesso rappresentano la fetta più grande degli arrivi in pronto soccorso, 65% contro il 35% dei maschi. All’interno il reparto può ospitare otto posti letto. Le stanze sono spoglie, con mobili, sedie e letto ancorati al pavimento, i sanitari in acciaio. Tutto è stato realizzato per evitare che venga divelto, rotto, lanciato per aria e affinché i ragazzi non possano farsi del male. Il Bambino Gesù essendo una clinica privata e legata al Vaticano non ha particolari difficoltà in termini di risorse. «Abbiamo un’importante disponibilità di fondi», spiega Vicari, «ma il problema sta nella rete assistenziale nazionale. Abbiamo bisogno di una risposta strutturale, nel Lazio e su tutto il territorio. Si deve lavorare affinché i servizi delle Asl funzionino».

Il Gemelli in attesa di un reparto

Le criticità presenti a livello pubblico e nazionale le ha denunciate anche Gabriele Sani, professore di psichiatria all’Università Cattolica di Roma e direttore dell’unità operativa complessa di psichiatria clinica e d’urgenza del policlinico Gemelli di Roma. «Parliamo di un’emergenza nell’emergenza», dice Sani. «Il numero di cliniche specializzate negli ultimi anni è aumentato in maniera significativa ma su tutto il territorio il personale, soprattutto medici e psicologi, è sotto organico». Nelle cliniche convenzionate la richiesta è talmente tanta che l’attesa può arrivare fino a 30 giorni, «non c’è mai un posto libero».

Al Gemelli, una delle strutture sanitarie più importanti in Italia, non c’è ancora un reparto di neuropsichiatria infantile adatto al ricovero. Progetto ancora in fase di ideazione e a cui stanno lavorando la Fondazione Gemelli e la Regione Lazio. Al momento c’è un ambulatorio, aperto da tre anni, che effettua solo day-hospital, senza possibilità di ricoverare i pazienti. «Il problema è nazionale. Alla salute mentale si dedica sempre troppo poco, in Italia è solo 3% rispetto all’8-10% dei paesi del nord Europa», conclude Sani.

I dati Istat in controtendenza

Secondo i dati Istat , invece, il fenomeno dei suicidi tra i giovani, dai 15 ai 34 anni, ha attraversato una lunga fase discendente. Nel 2011 ben 588 ragazzi si erano tolti la vita (486 maschi e 102 femmine) mentre nel 2019 (ultimo dato disponibile) ne erano stati registrati 514 (414 maschi e 100 femmine), pari a un calo del 12% in otto anni. Ma la linea non è sempre stata in discesa. Anzi, ci sono due anni, 2012 e 2017, in cui c’è stato un rialzo significativo rispetto all’anno precedente: +5,3% rispetto al 2011 e +11,4% rispetto al 2016.

Facen do una divisione geografica, l’Italia settentrionale rimane la zona con il maggior numero di suicidi tra giovani: 257 a nord, 86 al centro, 68 al sud e 64 nelle isole (dati Istat 2019).

I suicidi tra i giovani in Europa

Allarmanti i numeri dell’Unicef: in Europa sono 1200 i ragazzi nella fascia di età 10-19 anni che, ogni anno, si tolgono la vita: tre al giorno. A livello europeo, però, l’Italia si colloca nella seconda fascia più bassa in merito al tasso di suicidio giovanile per i ragazzi tra i 15 e i 19 anni. Secondo i dati Eurostat l’Italia ha un tasso che oscilla tra 2,06 del 2011 e 2,47 del 2019. Cifra che segna un aumento nell’arco di otto anni ma che viene di gran lunga superata dai tassi registrati nei paesi del nord e centro Europa come Estonia (12.9), Lituania (12.7), Lussemburgo (12.02), Finlandia (11.4), Lettonia (11.2), Norvegia (9.3), Islanda (9.05).

La formula della vita. La fortuna esiste ed è la cosa che ci salva in quegli anni in cui siamo scemi. Guia Soncini su L'Inkiesta il 2 Agosto 2022.

Gli editorialisti dolenti sul caso delle due sorelle travolte da un treno devono fingere che le disgrazie raccontate nelle cronache siano un film con una morale, ma non si può proteggere nessuno da niente e la disciplina c’entra poco. C’entra il caso

Vi ricordate di quando eravate scemi? No, non cinque minuti fa, quando siete andati sui social di qualche professore che ha idee politiche divergenti dalle vostre a dirgli che egli è la vergogna dell’università. Neppure cinque giorni fa, quando avete imparato tutti i nomi delle ultime settantacinque identità di genere pervenute per non farvi dare dei poco inclusivi dal quindicenne di casa.

Vi ricordate di quando era normale foste scemi, giacché il cervello non vi si era ancora finito di formare, giacché nessuno (tranne Enrico Letta) pensa che prima dei trent’anni l’essere umano sia capace d’intendere e volere – vi ricordate dei vostri sedici anni?

Le mie amiche si dividono in quelle che a sedici anni erano sante e sgranano gli occhioni quando racconto che sono viva per miracolo, e quelle che facevano vite da sedicenni, e quando faccio presente che preoccuparsi per i sedicenni è un gioco a perdere iniziano a ricordare le loro peripezie, e rabbrividiscono.

A sedici anni (ma pure a quattordici, ma pure a diciotto) io ero la figlia che nessuna persona sana di mente vorrebbe avere, la figlia che se ce l’avessi avuta avrei mandato in un collegio militare, la figlia che l’inferno ha mandato per punirti di chissacché.

Nei momenti di carità interpretativa, sempre più frequenti, io dico che sì, va bene, i miei genitori erano scemi e criminali, ignoranti e velleitari, senza qualità e senza senso morale, ma gestiscila tu una quindicenne che devi andare a prendere alle due di notte al pronto soccorso di Trento perché s’è bevuta un litro di tequila.

Il grande non detto dei discorsi sull’educazione e la genitorialità e le generazioni e i tempi che signora mia cambiano e le droghe e l’alcol e il sesso e il sarcazzo è: la fortuna è fondamentale. La fortuna è ingiusta e imprevedibile e non c’è metodo educativo che te la procuri; e senza sei, scusate il doppiaggese, fottuto.

Sono mai stata così scema da attraversare i binari? No, per fortuna no. Sarei potuta finire come le due ragazze morte a Riccione? Sì, certo che sì. Però sono stata fortunata.

Sono stata fortunata che non si sia mai sfracellato nessuno di quelli che guidavano i motorini coi quali tornavamo nella notte dalla Baia Imperiale o proprio dal Peter Pan (passano i secoli ma le quindicenni sceme di Bologna vanno sempre nelle stesse discoteche della riviera romagnola, gli unici marchi che non hanno mai bisogno di restyling), dopo avere bevuto tutta notte, ilari e idioti e pure sbronzi.

Sono stata fortunata che non mi abbia mai ammazzato mai nessuno dei tipi loschi con cui m’infrattavo nella fase tipi loschi della mia adolescenza, che non m’abbia mai stuprato nessuno di quelli con cui facevo la cretina per poi sottrarmi a mutande già scaldate, che mi facessero impressione gli aghi facendomi superare gli anni Ottanta senza mai provare l’eroina (ogni volta che ci ripenso mi pare una missione impossibile: chissà quale dio mi si era affezionato, per farmi stare al riparo dalla più adatta a me delle scorciatoie).

Un’amica tempo fa mi ha raccontato che la figlia aveva passato la notte fuori con l’inganno. Le aveva detto che dormiva da un’amica, le aveva dato il numero della madre dell’amica perché potesse controllare, ma il numero ovviamente era quello dell’amica stessa, che aveva mentito alla mia amica mentre la figlia se la spassava chissà dove. Non era successo niente di grave, giacché la fortuna esiste (e anche: la statistica delle bravate che finiscono male è per fortuna infinitesimale, rispetto al numero enorme di stronzate che si fanno all’età delle stronzate).

Però alla mia amica era preso un colpo, e voleva punire severamente la figlia. All’uopo, mentre minacciava collegi militari che già sapeva non avrebbe mantenuto, aveva chiamato la madre dell’amica della figlia, cercando una socia di ritorsioni. Quella le aveva detto: eh, ma c’è stata la pandemia, devono sfogarsi. (Mesi fa un tassista milanese mi disse che c’erano le baby gang che accoltellano la gente perché i ragazzi sono stati in casa e ora devono sfogarsi. Chissà se anche Arancia meccanica era conseguenza d’una pandemia).

La mia amica era furibonda e pronta a dare la colpa dell’inettitudine dei giovani d’oggi alla scarsa disciplina imposta loro dalle famiglie. È vero che la scarsa disciplina è un problema: a me nessuno ha mai proibito niente, e il risultato è una vita faticosissima passata a educarmi da sola; a educare sinapsi che non hanno più l’elasticità dei quindici anni e mica mi ubbidiscono. Ma è anche vero che la fortuna non è meritocratica. Possono vietarti novantanove volte d’andare in discoteca, e alla centesima finalmente ci vai e finisci sotto un treno. Possono non vietartelo mai e in mille sbronze, stanchezze, disattenzioni può non capitarti mai niente di grave.

Sono uscita di nascosto la notte per tutti gli anni del liceo, e sono viva per raccontarlo. Sono viva per raccontare d’essere stata scema e di non averne pagato le conseguenze, ma il problema è che raccontarlo non serve a niente, giacché la vita non è un film col messaggio. Non c’è una lettura educativa di come vanno le cose, una parabola didattica da trarne. Magari non esci mai la sera e fai tutti i compiti e poi il Nobel non lo vinci comunque perché, appena finisce di formartisi il cervello, invece che un treno sui binari t’investe una macchina sulle strisce.

È il problema rappresentato per gli editorialisti dolenti da queste storie qui, che dovrebbero mettere dei punti fermi morali, e invece ci dicono solo quel che non vogliamo sentire: che la vita va come le pare, e che non puoi proteggere nessuno da niente, e che non c’è una formula sicura per vivere non dico fino a cent’anni, ma almeno finché il tuo essere scema diventa scelta e non fisiologia.

Andrea Camurani per il “Corriere della Sera” il 27 luglio 2022.

«C'è una cosa che ultimamente mi ronzava nelle orecchie. Quel "oh, Dani" pronunciato da perfetti sconosciuti. "Bro", "Bella zio": ma chi li conosce, chi li ha mai visti? È una cosa che comincio a non sopportare più del mio lavoro. E così». E così Daniele Lamperti, 45 anni titolare dal 2011 della discoteca Village Summer Disco di Varese ha voluto dare una lezione a quei clienti maleducati e strafottenti, spesso sconosciuti, vista la capienza del locale in riva al lago, mille persone. 

«Sabato abbiamo chiuso. E visto che circolavano voci fra le più strane, dalla rissa con coltellate ai sigilli della questura, ho fatto un post su Facebook per spiegare il motivo reale della chiusura». E lo ha fatto con toni un po' forti, Lamperti. «Ci avete rotto il c.!». «È stata una provocazione. C'è chi ha continuato con atteggiamenti maleducati, specie sui social. Ma non credevo che il mio caso suscitasse un tale interesse».

Oltre ai commenti social è arrivata anche la solidarietà degli habitué e non solo. «Con mio grande stupore sono stato contattato da baristi, cassieri, esercenti: dal locale del centro storico al negoziante che vende scarpe. Tutti a darmi ragione. E a confessarmi che anche loro sono esasperati da certi atteggiamenti dei clienti». 

«In una discoteca - spiega il titolare del Village - può capitare il tipo violento o il gruppetto di ragazzini che fanno a botte. Gestisco anche il ristorante di fianco al locale da ballo, e pure lì, su cento clienti che si fermano a cena, ne bastano tre per avvelenarti la serata: non c'è bisogno di vedere gente che arriva alle mani, bastano pochi gesti, un timbro di voce sopra le righe o un paio di rispostacce. Lo stesso vale per un commerciante: è difficile assistere a scene di violenza in un negozio che vende pantaloni, ma atteggiamenti legati alla maleducazione e al malcostume sì, ci sono e sono frequenti. E questo sta cominciando a irritare».

Purtroppo, ad avere questi atteggiamenti pare siano soprattutto giovanissimi: «Diciassettenni che mostrano denunce fasulle di smarrimento dei documenti o fingono di conoscere questo o quello della sicurezza per entrare - prosegue - e quando vengono ripresi offendono e fanno gli strafottenti col personale. Ma ci sono anche soggetti più maturi che si comportano in questo modo, trentenni che si pavoneggiano. Purtroppo, nella massa, viene notato solo chi si distingue perché maleducato. Le persone per bene passano inosservate». 

L'altro aspetto sorprendente è che, riferisce Lamperti, «il 99 percento dei clienti ha capito» e gli ha dato ragione. Ed è anche per loro che il Village riaprirà. «Arriviamo da un periodo di lavoro estremamente intenso e una piccola pausa ci stava. Certo, potevo andare in vacanza, ma ho voluto dare un segnale. E vista l'enorme eco, dovremo cercare le parole giuste per comunicare la riapertura, che potrebbe già avvenire il prossimo weekend: ho una trentina di lavoratori a cui rendere conto. E poi i clienti (quelli giusti appunto, ndr ) che hanno voglia di divertirsi. Del resto siamo rimasti l'unica discoteca di Varese».

Sul caso ieri è intervenuto anche Linus su Radio Deejay: «I ragazzi sembrano tutti impazziti, il punto di partenza probabilmente è che sono mancati due anni di vita, quelli della pandemia», ha detto.

Se pure i buttafuori evitano i maleducati. "Aldilà di qualsiasi vostra deduzione, interpretazione o invenzione non abbiamo chiuso perché ci mancano i permessi". Tony Damascelli il 27 Luglio 2022 su Il Giornale.

«Aldilà di qualsiasi vostra deduzione, interpretazione o invenzione non abbiamo chiuso perché ci mancano i permessi, perché ci hanno fatto chiudere, perché è successo qualcosa di irreparabile o perché non funziona l'impianto o per problemi tecnici come in precedenza abbiamo annunciato... Bensì abbiamo chiuso perché CI AVETE ROTTO IL C...O! Siamo saturi dei vostri litigi, la vostra arroganza, la vostra supponenza, la vostra maleducazione la vostra ignoranza, la vostra mancanza di rispetto per chi lavora, il vostro tutto dovuto, le vostre attese al cancello per ore aspettando uno sguardo amico per non pagare, per bere gratis, per sentirsi protagonisti con un bracciale del privé, siamo stufi del vostro fammi il drink carico, il vostro Bro, il vostro Zio, il vostro Fra quando non sappiamo nemmeno chi siete... Siamo esausti dei vostri documenti falsi, quelli sul telefono, le vostre denunce di smarrimento, i vostri sono amico di... Ci spiace solo per il restante 99% dei clienti che sono fantastici! Per ora arrivederci FORSE!». Parole secche, parole sante, direbbero certe madri e certi padri, aggiungo i nonni tutti. Il comunicato porta la firma di Daniele Lamperti, titolare del locale Village Summer Disco in via al Garrett, numero 1 di Varese. Trattasi, dunque, di discoteca, capienza persone mille, spesso si tracima e allora basta, ha scritto il boss, addirittura i buttafuori si buttano fuori loro, non sopportano più la folla urlante fuori e dentro, hanno scoperto che si balla ma soprattutto si sballa, il linguaggio rappaiolo, le furbate da mariuoli, dunque «giò la clèr», saracinesca abbassata o cancelli chiusi, in attesa del fine settimana quando, probabilmente, la marea tornerà a chiedere un drink fino alle ore 3.30 al venerdì notte e alle 4 il sabato. E se fosse tutta pubblicità? Può anche darsi, ma il Lamperti è arrivato ai limiti mentre gli ronza per la testa il Blasco, «voglio una vita maleducata, voglio una vita che se ne frega, che se ne frega di tutto sì, voglio una vita che non è mai tardi». Ciao, bro.

Aridatece Crepet. Ora mamma corre a casa a farti lo zainetto per andare in vacanza (o a fare la rivoluzione). Guia Soncini su L'Inkiesta il 25 Luglio 2022.

I miei coetanei svolgono una serie di mansioni, guardarobieristiche e non solo, al servizio della loro prole quasi-adulta. E si guardano bene dal contrapporsi a qualsiasi ribellione, precipitandosi anzi ad assecondarla. Ancelle sì, educatori mai

Questo è il periodo dell’anno in cui si esce di più la sera, in città. Manca infatti pochissimo ad agosto; il che, nella nazione fondata sulla cottura al dente della pasta e sulla chiusura di tutto ad agosto, significa che manca poco al momento in cui molte persone partono per qualche meta di villeggiatura. Occorre quindi vedersi, salutarsi, mica partirai senza prima una birra.

No, non sono qui a chiedere retoricamente che bisogno abbiamo di vedere prima delle partenze – cioè: prima di agosto e prima di Natale – gente che stiamo serenamente senza vedere il resto dell’anno. Sono qui a notare una costante di queste serate: a un certo punto, c’è sempre una donna che deve andare via prima, nel gruppo di amici.

È una donna piacente o no, trentenne o quarantenne o cinquantenne, con un lavoro o che vive di rendita, interessata ai segni zodiacali o alla scissione dell’atomo, che ha studiato a Harvard o a Massa Lubrense, che fino a quel momento ha parlato male del sindaco o bene dell’ultimo libro di Carofiglio. Sono donne che non hanno niente in comune l’una con l’altra, tranne una caratteristica.

Sono donne con un figlio. Un figlio sufficientemente grande da andare in vacanza da solo. E il figlio il giorno dopo parte, per questa benedetta vacanza senza la mamma. Per questa vacanza con la morosa, o con gli amici, o col padre da cui la madre è separata.

E la madre deve andare via prima, sbuffando o comunicando ansia, malvolentieri o col compiacimento di chi si sente indispensabile, perché «domattina mio figlio parte e devo fargli la valigia».

Il figlio è declinato al maschile perché tutte le donne che ho visto in queste sere d’estate avevano figli maschi, ma sono abbastanza certa che sia uguale per le femmine e che non possiamo assegnare l’esclusiva di quel piscialettismo che è poter andare in vacanza da soli ma non potersi fare la valigia da soli al patriarcato e ai suoi esponenti: temo che la valigia da mammà se la facciano fare anche le quindicenni, non solo i quindicenni.

Temo sia un problema diffuso, e se non mi capitasse una madre con mansioni di guardarobiera a sera lo saprei comunque avendo installato sul telefono TikTok. Quello di TikTok è il primo algoritmo intelligente che mi accada di vedere. Non so come faccia a conoscermi – non gli ho dato elementi, non ho seguito nessuno, non ho messo cuoricini – ma fin dal primo minuto mi ha proposto quasi solo video ipnotici. Molti dei quali di Paolo Crepet. Il ventunesimo secolo è quel posto nel quale ti guardi intorno e dici: ma io perché ho passato gli anni Novanta a sghignazzare ogni volta che vedevo Crepet ospite di Vespa, Crepet è un’oasi di ragionevolezza, Crepet è il mio candidato alla presidenza della Repubblica.

«Ci sono dei genitori che fanno lo zainetto ai figli. Un papà, oppure una mamma, perché pari opportunità nell’idiozia. Pensa te nascere con due genitori così, che ti dimostrano tutti i giorni che sei un perfetto idiota, totalmente idiota, talmente idiota che non sai fare neanche lo zainetto. Cosa sarà di te? Il nulla. Pensa: i tuoi sponsor sono i primi a dirti che non sai far niente. Pensa che forza che gli dai, che coraggio che gli dai. E voi pensate che questi ragazzini diventino che cosa, dei mangiatori di orizzonti? Ma va’ là».

Insomma dice Crepet che non sono loro a essere piscialetto, siamo noi che li rendiamo tali. Noi, la peggior generazione di tutti i tempi, che, non bisognosa di procurarsi una carriera tanto i genitori ci hanno intestato appartamenti, abbiamo deciso che avremmo inscenato la collettiva finzione che essere genitori fosse un ruolo impegnativo, un compito a tempo pieno, una mansione usurante. Che i nostri figli senza di noi non fossero in grado di fare i compiti, figuriamoci la valigia.

In questo temo che ci abbia condizionati il cinema, che negli anni Ottanta usava il senso di colpa del genitore in carriera come espediente narrativo preferito per umanizzare il personaggio. In “Doppio taglio” (1985), il bambino che deve fare una ricerca per la sua classe delle elementari pretende la collaborazione della madre, Glenn Close, che la mattina dopo deve difendere Jeff Bridges dall’accusa di aver ammazzato la moglie. La madre lo liquida, lui recrimina, lei si sente in colpa e lo insegue. Una vera madre del 1985 gli avrebbe detto: non rompere i coglioni, un’udienza per omicidio è più importante di un compito delle elementari. Non avrebbe neanche dovuto rimarcare che le gerarchie esistono: negli anni Ottanta lo davamo per scontato.

Una ragazzina cresciuta vedendo Glenn Close (e mille altri madri del genere cinematografico sensodicolpista) si sarà convinta che quello fosse il vero ruolo d’una penalista: dar corda ai compiti dei figli. Poi, certo, era suo compito crescere e distinguere tra realtà ed espedienti narrativi, ma non siamo una generazione sveglissima: dalla ragazzina alla quale facciamo la valigia ci facciamo spiegare l’identità di genere, senza mai dire alla prole «ma smettila con queste puttanate» ma anzi ripetendo tutti seri ai nostri coetanei che nostra figlia è queer anzi è Batman anzi è un genio incompreso e comunque ha deciso di cambiarsi nome, lieti di essere al servizio suo e dei suoi capricci vita natural durante (o almeno finché non finiranno i soldi dei nonni).

Guai all’insegnante che alla nostra piccina desse un brutto voto o anche solo osasse dirle di non andare a scuola in bikini: il bikini glielo abbiamo comprato noi, che certo non la contraddiciamo se ella ci dice che le pare una buona idea andare in classe vestita da spiaggia; noi che della prole siamo ancelle e guardarobiere e mai mai mai educatrici. Mi chiedo quanto ci metteranno, le quindicenni d’oggi, a cominciare a vestirsi da suora: se nessuno ti vieta i jeans strappati sul culo, che gusto c’è a metterteli?

Una vita da guardarobiera e altre mansioni al servizio d’una prole alle cui ribellioni ci guardiamo bene dal contrapporci, precipitandoci anzi ad assecondarle: a che ora è la rivoluzione, te lo chiedo così posso venire a prenderti quand’hai finito. Con queste premesse, qualcuno – non certo io – finirà per chiedersi se sia poi così inspiegabile che una guardi la figlia di un anno, si renda conto che tra quindici o vent’anni dovrà ancora accudirla a tempo pieno, e quel punto preferisca lasciarla morire. (Sì, certo, sto facendo apologia d’abbandono di minore e omicidio premeditato: è proprio quello lo scopo ultimo del ragionamento, si vede che ad avere i quindicenni come interlocutori vi si è sviluppata la capacità di leggere).

Milano di notte, viaggio in taxi dal tramonto all’alba: droga, escort e ragazzi zombie. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 10 Luglio 2022. 

«Porto le prostitute da un hotel di lusso all’altro». Il cambio: «Un tempo i taxisti erano quasi tutti di sinistra, siamo cambiati con gli anni 90»

Nell’era virtuale, il sedile accanto al conducente di un taxi notturno è uno degli ultimi posti dove sentire il respiro di una grande città; e per raccontare Milano com’è, non come dovrebbe essere, o come vorremmo che fosse. L’accordo con Corrado — nome di fantasia: «Non voglio far arrabbiare né qualche collega, né qualche vigile» — è cominciare all’imbrunire e staccare all’alba. Se qualche passeggero chiederà spiegazioni, Corrado risponderà che vicino a lui, dietro la mascherina, c’è un suo amico, futuro collega, che sta facendo pratica.

Corrado premette: «Si prepari. Quando ho iniziato, trentasei anni fa, i milanesi la notte chiamavano il taxi e uscivano con due obiettivi: divertirsi, e fare l’amore. Ora la maggioranza vuole bere, e drogarsi».

Ore 22 - Quartiere Isola

«Queste sono due mignotte» mi soffia all’orecchio il tassista, mentre carichiamo due ragazze. «Come fa a dirlo?». «Straniere, bell’aspetto, bei vestiti. Alto bordo». Devono andare in un celebre ristorante di via Piero della Francesca, dove hanno un appuntamento. Una è greca, l’altra spagnola di Maiorca. Appena scendono, Corrado spiega: «La prostituzione per strada non c’è quasi più. Le ultime le conosciamo quasi tutte: come Manuela, una superstite, che aspetta i clienti dietro Porta Nuova. Le altre ricevono in casa o vanno negli alberghi: vedrà verso le 2 quante chiamate arriveranno dagli hotel di lusso. Sono loro che tornano, o vanno da un altro cliente». È meglio adesso? «No. Era meglio prima. Più gente c’è per strada, più si è sicuri. Le prostitute erano esseri umani. Sentimentali. Tante erano amiche dei tassisti. Qualcuno di noi ha perso la testa e la famiglia, per una ragazza caricata fuori dal night. Io ero amico di Camilla: un’istituzione. Pugliese. Tutte le sere, fissa in via Ripamonti. Le portavo una rosa e mi faceva un sorriso meraviglioso. Ma ora Camilla ha più di settant’anni, forse è morta. Queste sono robot. Se le aspetti con un mazzo di rose, ti guardano come uno scemo».

Ore 24 - Bicocca

Nelle prime due ore si lavora tra Porta Nuova e i Navigli. «Una volta, questo per noi era il periodo più conteso della serata — spiega Corrado —. Portavi belle coppie. Ristoranti, cinema, teatri, sale da ballo: disco i giovani, liscio gli adulti. Adesso i cinema sono quasi tutti chiusi. A teatro vanno solo i vecchi: il Carcano è spesso pieno, ma l’ultima volta ho portato due genitori con la figlia, e lei ha sbuffato tutto il tempo; i teatri per i giovani sono come per noi un calesse o un landò, roba d’altri tempi. E in discoteca non si va a ballare, ma a sballare. Guardi ad esempio questi tre che ci stanno aspettando». Sono un ragazzo e due ragazze, vanno a una festa, alla Bicocca. Un quartiere rinato: dopo la chiusura delle fabbriche, racconta Corrado, era diventato un dormitorio di vagabondi, anche pericoloso; adesso c’è l’università, l’arte, il design. «E la droga. Ha visto lo sguardo vitreo di lui? Era già fatto. Non si ha idea di quanta gente si droghi». Ma lei Corrado come lo sa? «Guardi, il modo migliore per fare il tassista di notte senza correre rischi è parlare con i clienti, e far credere di essere come loro. Con un drogato, parlo di droga. Ho visto l’eroina, la cocaina, le droghe sintetiche. Le più recenti non sono pastiglie, si fumano». La conversazione è scandita dai bip delle chiamate. «Questa è un’abbonata; e agli abbonati si risponde sempre. È una giornalista di Sky. Così le mostro il boschetto di Rogoredo».

Ore 1.30 - Rogoredo

Corrado mi indica quelli che arrivano, e quelli che escono. «I ragazzi con la faccia da zombie devono ancora farsi. Quelli iperattivi o in estasi sono appena fatti». La giornalista di Sky deve andare a casa, in centro. Spiega Corrado che i vip sul taxi ormai non capitano più. «Io sono milanista, e ho avuto l’onore di portare Gullit, Rijkaard, Panucci. Il migliore è Franco Baresi. Nella vita privata è come in campo: una persona seria». Purtroppo Corrado non ha mai realizzato il suo sogno: «Avere sul mio taxi Gianni Rivera. Mio nonno era tassista, mio padre pure. Ho due fratelli, entrambi tassisti. Siamo tutti milanisti. Da ragazzo abitavo a San Donato e vedevo sempre Rivera mangiare la bistecca alla Ruota, con Romeo Benetti o con Carletto Schnellinger. Ho preso la licenza nella speranza un giorno di portarlo in giro per Milano. Non ci sono mai riuscito». 

Oggi i calciatori non prendono il taxi; hanno tutti l’autista. «Però carico spesso Roberto Vecchioni. È abbonato: lo porto in via Mecenate a registrare la trasmissione di Gramellini. Ho accompagnato anche Renato Pozzetto e i Fichi d’India. Ma le più simpatiche sono Loredana Bertè e Asia Argento, due matte vere. Una volta a Linate ho caricato Fabrizio Corona; c’era pure Belén, ma stavano litigando, così lei ha preso un altro taxi... Di solito gli artisti sono gentili, cortesi. Tranne un attore comunista, che conosciamo tutti perché ha sempre una banconota da 500 euro, e siccome nessuno di noi ha il resto cerca di andarsene senza pagare...». E i politici? «Anche loro hanno l’autista. Una volta ho portato Ignazio La Russa e Daniela Santanchè. Mi piacciono, perché la penso come loro». 

Un tempo i tassisti erano quasi tutti di sinistra, racconta Corrado. «Siamo cambiati con gli anni ’90. Qui a Milano abbiamo appoggiato la Lega; a Roma hanno scelto Alleanza Nazionale. Poi Bossi e Fini hanno fatto quel che han fatto. Salvini si è seduto a tavola con Draghi, e ci ha traditi. A Sala di noi non importa niente: perché non ci lascia passare da via Broletto? Perché ha ridotto Buenos Aires a una corsia? Ora siamo quasi tutti con la Meloni». 

I tassisti scioperano anche contro l’accordo con Uber. «Non vogliamo essere taglieggiati da una multinazionale, che ci chiede la percentuale sugli incassi. Abbiamo le nostre App; usiamo quelle, no? In America i tassisti sono immigrati disperati che lavorano per conto altrui. Noi abbiamo pagato la licenza, io novanta milioni di lire del 1986: è la nostra liquidazione. Adesso secondo i miei calcoli vale 140 mila euro. Già siamo piccoli; non possiamo farci schiacciare». Ma Uber c’è in tutto il mondo. «Sì, ma noi abbiamo la tariffa fissa; la loro dipende dal traffico e dalla richiesta. C’è gente che ha pagato delle corse da Malpensa trecento euro...». 

Ore 2.30 - Navigli

Nelle zone della movida i taxi mancano, la gente si sbraccia per strada, ma Corrado è inflessibile: «Di notte non puoi caricare così, a caso. Devi sapere chi porti. Con le chiamate hai il numero del cellulare, spesso sai anche la destinazione. Hai il nome; anche se tanti danno un nome da donna, pensando di avere l’auto più velocemente».

In effetti sia Alexandra sia Henriette si sono rivelate due uomini. Ora a Porta Genova abbiamo appena caricato una coppia che deve tornare a casa. Non si rivolgeranno la parola per tutto il tragitto. Lei è molto seccata perché il tassametro segna già dieci euro, Corrado le spiega gentilmente che c’è il notturno; ma non la convince.

Obietto che a noi clienti capita — non a Milano — di essere truffati davvero. Racconto a Corrado le ultime due volte in cui ho preso un taxi a Palermo. La prima volta sono partito da Punta Raisi su un’auto che segnava già trenta euro; il suo collega non aveva azzerato il tassametro della corsa precedente. La seconda volta il tassametro era coperto da un sedile reclinato, e il tassista pretendeva 29 euro per una corsa urbana di pochi minuti... «Io non sono mai stato convocato in via Messina 53 in vita mia» taglia corto Corrado, con fierezza. Via Messina 53 è la storica sede delle auto pubbliche di Milano (ora trasferita in via Sile), a cui arrivano le proteste.

Ore 3.30 - Cornetteria

Sosta nel cuore della notte in un locale aperto 24 ore su 24. «È un posto sicuro: è di un calabrese. Nei bar dei calabresi non succede mai niente. Il problema è che tutto sta passando in mano ai cinesi». La sicurezza, dice Corrado, i tassisti se la fanno da soli. «Le telecamere, sia quelle dentro l’auto sia quelle per strada, non servono a molto. I ladri se ne fregano. Ho visto spaccare finestrini, rubare e fuggire sotto gli occhi delle telecamere. Ma quando ci provano con noi, diamo l’allarme schiacciando un bottone, la centrale avverte le macchine vicine, e i colleghi arrivano a darti manforte. Ci facciamo giustizia da soli: quattro sganassoni, e finisce lì. Sulla polizia non possiamo contare: c’è, ma non è qui per noi. I vigili, peggio ancora: lei ha visto una pattuglia in tutta la notte? Qualche tempo fa sono stato testimone di un accoltellamento in piazzale Lagosta. Mi hanno fatto aspettare due ore, mi hanno fatto un sacco di domande, e non hanno preso nessuno. Ma io paura non ne ho. Se hai paura, non fai il tassista di notte a Milano. Hanno provato a rapinarmi una sola volta, ho reagito, e quello è scappato».

Ci sono quartieri più sicuri rispetto a una volta. «È vero, non vedi più la gente bucarsi. È tutto molto meglio organizzato». Corrado nel corso della notte mi mostra la darsena, il piazzale della stazione Centrale, i giardini di Porta Garibaldi intitolati ad Anna Politkovskaja. «Lo spaccio funziona così. Il cliente chiama, il pusher manda un ragazzo che passa la dose a uno di questi qui, che la consegna al destinatario. Così sono in tre. Beccarli non è facile; e se un poliziotto ci riesce, li rilasciano il giorno dopo». Sotto i portici ci si prepara per la notte, due clochard hanno attrezzato delle brandine con i materassi e tutto. Un rider, che somiglia in modo impressionante al ciclista con le trecce rasta di «Non è un paese per vecchi», quasi ci viene addosso in contromano. «Ma secondo lei — sorride il tassista — questi alle quattro del mattino portano a casa della gente le pizze prosciutto e funghi?».

Cominciano ad arrivare le chiamate dalle discoteche, ma Corrado le respinge. «Mica sono matto. Nella migliore delle ipotesi ti vomitano in macchina, nella peggiore tirano fuori il coltello e non ti pagano».

Ore 5 - Discoteca

Si torna a Rogoredo per caricare una ragazza dell’Est, di pessimo umore. Corrado spiega che sta tornando da casa di un cliente. Poi chiama un ragazzo: cerca un «bangla», deve comprare dieci birre e portarle agli amici; così si ritorna allo stesso indirizzo. Alla fine della notte Corrado avrà incassato 332 euro: solo due corse sono state pagate in contanti; altre due con i voucher aziendali; le altre con la carta. «Io arrivo a incassare ottomila euro al mese; ma lavorando sette giorni su sette. Tra spese e tasse me ne restano meno della metà; solo il radiotaxi mi costa 2400 euro l’anno. E ho tre figli». 

Alla fine della notte fa fresco, e la signora anziana seduta in piazza Bonomelli sembra avere proprio freddo. Corrado si intenerisce, la fa salire, le dà un passaggio fino al dormitorio di viale Ortles. Insisto perché accetti una delle chiamate in arrivo dalle discoteche. Finiamo al Plastic di via Gargano. «Qui una volta ci ho portato Edwige Fenech, un’altra la Carrà. Era un posto bellissimo». Due camion con le salamelle, drag queen praticamente su trampoli. La chiamata è di una coppia, neanche giovanissima. Pure loro non si scambieranno una sola parola in tutto il viaggio. Non vomitano e non puntano il coltello; lei però all’arrivo chiede lo sconto. Il tassametro segna 23; «facciamo venti cash?». Corrado, inesorabile: «Lo sconto è morto». 

Poi spiega: «Io lo sconto lo faccio alle ragazzine, non a chi può pagare. Ci trattano sempre peggio. Se lo ricorda Luca, il nostro collega ammazzato a calci al Vigentino perché per sbaglio aveva messo sotto un cane, e si era fermato a soccorrerlo? Una volta eravamo un’istituzione: ti invitava il ristorante, perché magari poi ne parlavi bene; per ogni spettacolo che produceva, David Zard faceva una prova generale per un pubblico di soli tassisti. Adesso ci considerano schiavi. L’altro giorno mi ero fermato per prendere un caffè e andare in bagno, e un tizio mi ha preso a male parole: voleva un taxi, e lo voleva subito. Il mese scorso un nero che non voleva pagare il notturno mi ha messo le mani addosso; ho chiamato la polizia, quello è scappato, e hanno chiesto i documenti a me. La vita sociale è in ribasso, sa?».

Lo chiamano degrado dei rapporti umani. «È così. Con la pandemia, poi, troppi negozi hanno chiuso. Fanno la spesa su Amazon, si parlano sui social. E non fanno quasi più l’amore; se non, come ha visto, a pagamento. Si fidi: una volta a Milano si scopava molto, ma molto di più. Certo, può succedere ancora adesso che una donna sola, dopo una corsa costosa, si offra di pagare in natura. Ma io lo trovo degradante. Una volta capitava che un tassista e una passeggera facessero l’amore per il piacere di farlo. Ora non capita più». Albeggia. Corrado prima di andare a casa passa a salutare Manuela, più che altro per mostrarmi che, a differenza di Camilla, è ancora viva. «Questa è Milano — mi saluta il tassista —. Negli anni ’80 era una città più violenta, più armata. Tanti salivano a bordo con la pistola. Eppure la vita era più dolce, più ricca, anche umanamente. Ora la città è meno violenta, ma più aggressiva».

Roberta Scorranese per il “Corriere della sera” domenica 24 Luglio 2022.

La generazione derubata dei sedici e dei diciassette anni avanza in jeans e miniabiti color bronzo o panna. Davide, Francesca, Lorenza e Giovanni sono in coda dalle dieci e mezza di sera. Sanno che qui niente comincia prima di mezzanotte, ma sanno anche che la fila presto si ingrosserà fino a ricoprire di teste giovani il curvone della via Aurelia che si impenna fino al promontorio di Capo Mele, dove Laigueglia lascia il posto alla Marina di Andora, Riviera di Ponente. 

A La Suerte, storica discoteca a strapiombo sul mare, non «si fa porta» (non si comincia a far entrare) prima delle undici e tre quarti e Davide, Francesca e gli altri ne approfittano per un primo carosello di selfie davanti alla scritta a caratteri colorati. D'altronde questa è l'estate dei loro diciotto anni, la prima estate vera di una generazione a cui il Covid ha rubato i rossori, i primi incontri, persino i «parapiglia, scatta il gioco della bottiglia», come Elio e le Storie Tese chiamavano quel misto di eccitazione e ansia nelle feste dei sedicenni.

«E finalmente si balla», dice Davide, faccia da bambino, come ce l'hanno tutti in questa folla di centinaia di giovanissimi che lungo il perimetro di una notte intera si avvicenderanno per le alte gradinate che uniscono i tre piani della Suerte, cinquantacinque anni di musica. 

Già, si balla. Questo dovrebbe essere il minimo per una discoteca, però ci si dimentica in fretta che nella primavera scorsa i locali riaprirono ma si doveva stare fermi per evitare i contatti sudati, al massimo un drink, al massimo un ancheggiamento sulla sedia. «Era surreale - raccontano dallo staff -: ricordiamo la dignità dei ragazzi che venivano qua e si sedevano buoni buoni, tutt' al più dondolavano con le gambe. E, giuro, ho visto gente in pista con la mascherina».

Ore 23.45 La «porta» Stanotte invece le uniche mascherine che si vedono sono quelle dipinte con l'eyeliner nero intorno agli occhi di Laura e Pamela, che arrivano strette in due abitini viola. Avranno diciott' anni? La carta d'identità sventolata alla porta dice di sì. Il metal detector è il secondo passaggio: aprire le borsette per le ispezioni, mentre la paletta disegna il profilo dei due corpi magri senza «beep» sospetti. Laura e Pamela possono entrare. «Veniamo da Alassio, ci hanno accompagnato i genitori», dicono sfumando nella serata in una nuvola di flash del telefonino. 

Tante altre Laura e Pamela fanno la fila per mostrare i documenti, perché se non si è diciottenni non si entra, a meno che non si sia accompagnati da maggiorenni. Eccone una, di minorenne: si chiama Paola e ha un top verde smeraldo, che viene immediatamente segnalato al bar («Alla ragazza in verde date solo analcolici», gracchiano le radioline del sistema di sicurezza, donne e uomini vestiti di nero che punteggiano tutto il complesso sul mare).

Perché una cosa è certa: questa notte è una notte giovanissima, quasi post-puberale.

Diciotto, diciassette, diciannove, venti, massimo ventuno o ventidue. Dove sono i trentenni? «Boh», fa Sofia scrollando le spalle, come se parlassimo di «creature replicanti» che abitano un universo parallelo. Lei è in vacanza ad Albenga e deve tornare presto a casa, mamma e papà non sgarrano. Taxi? «No, c'è la navetta della discoteca che ci accompagna». 

 Diciotto anni e il suo ingresso (25 euro con un drink) e il suo secondo cocktail (10 euro, ma qui tutto dipende dalla serata e dallo spettacolo in scaletta) è assicurato. «La notte è lunga, ne vedrà di belle», dicono due rosse. E sì, per vederne di belle bisogna mettersi accanto ai bodyguard della «porta»: in un grosso cesto messo di fianco all'entrata finiscono subito una lattina di birra, un coltellino, un oggetto non meglio identificato, una grossa bottiglia di gin mezza vuota. Materiale clandestino, nascosto in grandi tasche o borse o camicie ampie, nella certezza di eludere i controlli. 

«Qualcuno prova a entrare già "bevuto" - dice Angelo Pisella, proprietario della discoteca -, qualcuno tenta di portare dentro gli alcolici per darli di nascosto ai minorenni accompagnati. Sia gli uni che gli altri li sgamiamo subito». A loro non importa se sei giovane o adulto: se sei «fatto» o «bevuto» non entri. Intanto, come per un messaggio mandato dagli dèi della notte, nella musica interlocutoria che precede la serata, si riconosce Elton John che canta «It' s seven o' clock, and I wanna rock/ Want to get a belly full of beer». E dicci, Elton, che cos' è la trasgressione per questa generazione con camicie bianche e facce da bambini?

Ore 01.00 Nei bagni Inutile cercarla nei bagni de La Suerte, la trasgressione. Solo ragazze che si sistemano i capelli e che controllano i messaggi sullo smartphone. Non c'è nemmeno quel viavai sospetto che porta sempre le stesse persone sulla soglia della toilette. «Il problema - continuano due ragazzi in maglietta azzurra - è che quelli che "si fanno" in discoteca oggi ci arrivano già "fatti"».  

È per questo che la security diventa importante. Sul petto delle guardie spicca una specie di occhio elettronico: è una body-cam: se qualcuno dà in escandescenze la security lo riprende.

La «porta» procede implacabile la sua scrematura: troppo giovane e da solo? Via. Occhio vitreo sospetto? Non c'è posto, ci spiace. Abbigliamento eccessivo? Non c'è il nome in lista, ci spiace. Si usano tutti i deterrenti possibili.

Le cronache però raccontano di notti sballate in tutta Italia, anche tra giovanissimi. «Ma è facile da capire: io non ho alcun interesse a far circolare la droga qui dentro, anzi», dice Pisella. Ma circola? «No, assolutamente no». Rispondono di no anche Daniele e Luca, che a distanza sembravano due trentenni ma era un miraggio della notte di salsedine. Occhio alle bottiglie d'acqua (qui una costa 3 euro al bancone): se è colorata vuol dire che ci hanno sciolto dentro i cristalli.  

Ma che senso ha, ragionano, venire a «farti» qui quando oggi tutto lo trovi online e a poco prezzo e puoi consumare quello che vuoi a casa di un amico facendoti riaccompagnare in taxi? Un kit di sballo (una specie di tester con varie sostanze, intuiamo) costa meno di una serata in pizzeria, assicurano. Sì, ma come si resiste a ballare tutta la notte?

«E chi dice che si balla tutta la notte? Questa è roba vecchia», fa Luca. O di un'altra generazione, ormai scivolata nei trenta-quaranta. In effetti, più che un rave, questa serata sembra una festa dell'alternanza continua: gente che va dalla spiaggia alla pista del piano di sopra, gente che esce e gente che continua a entrare anche dopo le due, a quattro ore dalla chiusura, gente che si dà il cambio in pista e che si sdraia sul divano con il telefonino. 

È come se l'inclinazione a stufarsi presto - cifra di una generazione di diciottenni, la generazione Netflix - avesse rivestito il concetto di trasgressione con un velo di transitorietà, di finitezza. Con buona pace di Freddie Mercury, che in questo momento sta urlando «Don't stop me now». Non sulla pista, ma nelle mie cuffie (sì, quelle che ho indossato per un poco, di nascosto, il tempo di una sosta rinfrancante dall'unz unz unz unz ).

Ore 02.00 La nuvola «Ma sotto, in spiaggia, c'è musica meno commerciale?», chiede all'aria salata una ragazza rossa di capelli, bellissima, sui diciannove. Ci sono due deejay diversi, proprio per favorire il saliscendi sui gradoni e il ricambio. E questa passerella di ragazze e ragazzi in jeans o tacchi a spillo o semplicemente tuta-pantaloni è un pezzo dello spettacolo, regolarmente filmato e fotografato, perché la festa è qui solo in parte: il resto è sulla nuvola. Sul «cloud», cioè. 

Perché il buio di questa notte sul mare è bucato dalle luci della pista e dai telefonini sempre accesi: si filmano mentre ballano, mentre riposano, mentre passeggiano, mentre salgono o scendono le gradinate, mentre si baciano o si salutano. Così, lentamente, muore una generazione di festaioli che andavano in discoteca per perdere la testa, e avanzano quelli che di feste ne fanno due: una qua e una su TikTok.

Forse Bruno, un papà che ha aspettato la sua Simona all'esterno, esagera quando dice che «vengono qui solo per filmarsi e postare su Instagram», ma qualcuno potrebbe negare che buona parte del divertimento sta lì? «Noi andavamo in discoteca per rimorchiare - scuote la testa il papà in jeans e camicia -, questi vengono qui per farsi le foto e poi se ne vanno». È davvero così?

«Ti taggo», dice una. «Mettici la funzione live», dice un'altra. «Ma certo che ci si corteggia ancora - ride Marzia, sui vent' anni -. Voi vi facevate dare il numero, noi ci messaggiamo su Instagram. C'è uno con cui mi scrivo da mesi e non ho mai sentito la sua voce». Manco un vocale? «E a che serve?».  

Come sono gli approcci di solito? «Se uno ti piace gli chiedi il nome e poi lo "segui". Gli metti qualche like alle foto e ai video. Se lui ricambia il follow il giorno dopo gli mandi un messaggio». Ma non potete parlare su un divanetto, la sera stessa? «Boh. Sì, certo». Il gusto dell'inseguirsi sulla nuvola prima di farlo dal vivo dà un nome alla smania di selfie che si intreccia nell'aria questa notte: è come se ci si raccontasse prima online e solo dopo dal vivo.

Non è che questa vita virtuale finisce per soffocare il gusto - forse anche il rischio - di un corteggiamento tradizionale? Silenzio. Qualche risatina. Come se si parlasse di cose marziane. E il sesso? «Magari! Un miracolo», ride Davide. Perché? «Non so, è come se fossimo ancora in lockdown da quel punto di vista. Siamo come congelati». Per molti di loro questa è la prima estate d'amore. Che cosa vuol dire per voi "perdere la testa"? «Forse anche solo una notte fuori a ballare». «Una canna ogni tanto». «Sposarmi». E la nuvola virtuale si riempie di un carosello di immagini appena scattate. 

Quello che però è reale è l'alcol che continua a girare, benzina della notte e di una danza che si fa più accesa, frenetica. Non ci sono incidenti, giusto un battibecco tra due ragazzi con il viso arrossato. Così come la musica si confonde con le voci, sempre più calde, sempre più urlanti.

A proposito, sono le due. Non è forse ora di cominciare ad abbassare i volumi? «Cosa!? È adesso che comincia tutto», dice Davide. E infatti, come in un'apparizione mitologica, dal terrazzino della consolle ecco tre bellissime ballerine callipigie (in greco antico «dalle belle natiche», e, aggiungiamo, scoperte) che lanciano un segnale percepibile agli iniziati della notte e che per noi profani suona più o meno così: «Siete caldi? Si comincia».

Ore 04.00 In pista Ma il punto, per gli «osservatori» che si sforzano di restare svegli con caffè nero, è che tanti - parliamo di decine e decine di persone - cominciano ad arrivare adesso. Uno sciame caldo che scivola verso la spiaggia. E considerato che alle sei si va tutti a casa, uno si chiede: vale la pena pagare per stare così poco? E, soprattutto: dove siete stati finora? «In giro», è la risposta evasiva che danno tutti. Viene il dubbio: ma non è che la discoteca è diventata quello che una volta era «l'after», cioè una coda del divertimento della nottata? Le ipotesi si sprecano: una festa privata prima e «disco» dopo? 

«Oppure, più semplicemente, sono stati in qualche altro posto - chiosano dalla discoteca -. Quello che a noi interessa è che siano sobri. Ma sa quanti ne arrivano che magari sono stati in altri locali più "tolleranti"?». Adesso la folla è al culmine, le ballerine sono le registe involontarie di una danza dove si mescolano teste bionde, brune, rosse, folte o rasate: «fottitene e balla», cantava lo scorso inverno Dargen D'Amico, nella consapevolezza che sarebbe stata la parola d'ordine di questa estate «dove si balla».

La «porta» però è ancora implacabile e vale la pena fare un salto lì nell'ora che comincia a calare di tono: c'è chi chiama un taxi, c'è chi aspetta la navetta e si appoggia (sfatto) al muretto, c'è chi commenta la serata e guarda le foto, c'è chi si apparta, c'è chi si avvia a piedi, la serata luccica e c'è la luna che guida i passi - anche quelli leggermente barcollanti - lungo l'Aurelia. Ma lo sapevate che questa è la strada del «Sorpasso»? Una voce buca il silenzio imbarazzato dei reduci: «Grande film, l'ho visto con mia nonna durante il lockdown». Sì, ha detto proprio «mia nonna». 

Ore 05.00 Sui divani Intanto la notte si abbassa anche sugli ultimi irriducibili della pista. Qualcuno ha ceduto al divano, qualcun altro dorme sulle ginocchia di una che guarda il telefonino. Tutti sembrano chiedere qualcosa: un po' di sonno, un taxi, un'acqua. È l'ora in cui si è più fragili, anche se questa è l'estate dei loro diciotto anni. Una bellissima giovane donna castana (non vuole dire nemmeno il nome ma è tedesca e ha scelto Alassio per le vacanze) è qui da sola.  

Non cerca nulla, solo un po' di musica e di notte. Finalmente, dall'ultimo divanetto un po' appartato, ecco una tenerezza stanca, di quelle che fanno venire voglia di dare ragione un po' a tutti. Il primo bacio vero in una notte diciottenne, l'ultimo bacio senza telefonino davanti, che non finirà su Instagram perché non ce n'è bisogno: la marea ha già inghiottito tutto e non parlerà, perché i segreti del mare sono per sempre.

Questione di "autoresponsabilità”. Iscritta all’Università da 18 anni, il giudice le toglie il mantenimento: il papà non dovrà più dare soldi alla figlia 36enne. Elena Del Mastro su Il Riformista l'1 Luglio 2022

Ogni mese dava alla figlia 300 euro come stabilito dal giudice ai tempi della separazione. Peccato che la figlia in questione avesse 36 anni e che da 18 anni fosse iscritta all’Università senza mai accennare alla laurea. O meglio, dando cenni di speranza, ma senza mai raggiungere davvero il traguardo. Così il papà pensionato, stufo di questo atteggiamento, ha chiesto al giudice di poter sospendere l’assegno di mantenimento. Il tribunale di Napoli gli ha dato ragione: “È questione di autoresponsabilità”.

A raccontare l’assurda vicenda il Corriere del Mezzogiorno. Protagonista un ex bancario di Portici, provincia di Napoli che alla figlia aveva anche comprato un appartamento. La giudice gli ha dato ragione, ribaltando un precedente verdetto, e sospendendo l’assegno.

Il bancario in pensione di Portici, alcuni anni fa si è separato consensualmente dalla moglie, ex estetista. La figlia, che da grande voleva fare il medico, si è iscritta all’università all’età di 18 anni, ma 18 anni dopo non è ancora riuscita a coronare il suo sogno. E il padre si è stufato di versarle l’assegno mensile. Il presidente del Tribunale, però, gli dà torto e conferma l’accordo sottoscritto al momento della separazione.

Un altro giudice, quello del processo civile avviato con l’istanza di divorzio, accoglie invece le lamentele dell’ex bancario, che chiedeva di rivedere gli accordi stipulati in precedenza a proposito del mantenimento della figlia. E decide di sospendere l’assegno. “Tenuto conto – si legge nel provvedimento, pubblicato dal quotidiano – dell’età della figlia, del tempo trascorso dall’iscrizione all’università, dal tenore della documentazione sul percorso e sullo stato di avanzamento degli studi“, va “sospeso l’assegno di contributo al mantenimento della figlia in ragione del principio di autoresponsabilità, atteso che è trascorso quantomeno il doppio del tempo previsto per il corso di laurea”.

Invano l’aspirante dottoressa ha cercato di dimostrare di essersi impegnata negli studi e che non è colpa sua se non si è ancora laureata, accampando anche questioni di salute. Il padre, che tempo fa le ha pure regalato un appartamento da circa 300 mila euro, ha invece sostenuto che non era affatto così: non solo non studiava, ma non si è mai nemmeno data da fare per cercare un qualche lavoro.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Bimbo ruba un ovetto Kinder, poi si pente e scrive una lettera: «Chiedo scusa». Il Dubbio il 17 giugno 2022.  

A raccontarlo è un negoziante di San Marino, che ha ricevuto la lettera con dentro 10 euro per risarcire il danno. A scriverla un bambino svizzero di 12 anni.

Un bambino svizzero di 12 anni ha rubato un ovetto kinder da un negozio di San Marino e dopo essersi pentito a inviato una lettera di scuse con dentro 10 euro per risarcire il danno. Ne dà notizia direttamente il commerciante coinvolto, Danilo Chiaruzzi, gestore dell’Alimentare Chiaruzzi, pubblicando un post sui propri social con la fotografia della lettera di scuse.

«Ormai non mi sorprende più nulla – scrive il negoziante su Facebook – con quello che abbiamo passato in questi anni, ma oggi mi sono ricreduto. Mi è arrivata una raccomandata dalla Svizzera, scritta a mano con all’interno 10 euro come lettera di scuse di un padre il cui figlio mi avrebbe rubato in gita un ovetto kinder. Sono rimasto allibito e questa dovrebbero leggerla tanti ragazzi che quotidianamente, per gioco o sfida mi rubano patatine caramelle o altro! Gli risponderò con una cartolina e un invito a tornare a trovarci pet stringergli la mano!».

Nella lettera di scuse, scritta in tedesco, e datata 3 giugno 2022 si legge «Caro signore o signora, mi chiamo Benjamin, ho 12 anni e vengo dalla Svizzera. Domenica 30 maggio sono entrato nel tuo negozio e visto che non avevo soldi ho rubato un “joy kinder” (2,10 euro). Mi dispiace molto e so di aver sbagliato. Per fare pace con Dio e con te ti do 10 euro come forma di compenso».

Casumanitudini. Fenomenologia delle lagne della generazione O (come ovina). Guia Soncini su L'Inkiesta il 22 Giugno 2022.

Quelli per cui nulla esisteva prima di loro e che per essere in sintonia con i tempi si inventano stigmi, sessualità e traumi su cui basare dolenti memoir che poi diverranno serie di Netflix.

Dobbiamo parlare della Generazione O. “O” come “ovina”. La generazione per cui nulla esisteva prima di lei, per cui nessuno è mai stato infelice come lei, per cui – risolti i bisogni primari e pure quelli secondari – la vera sfida è quella d’inventarsi sempre nuovi traumi, sempre più deliranti.

È una generazione che spazia oltre la generazione: ai ventenni puoi sperare finisca poi di formarsi il cervello, diventino normodotati, e si vergognino tantissimo delle prove della loro scemenza giovanile, per fortuna nel frattempo scomparse assieme alle piattaforme su cui erano state caricate (Instagram prima o poi morirà, diversamente dai diari di carta della mia gioventù, che ogni tanto spuntano fuori da qualche cassetto facendomi morire d’imbarazzo per la cretina che fui); il guaio è quando a cinquanta sei scema come una ventenne.

È una generazione, quella ovina, che ne include almeno tre, tra cui la mia: i peggiori adulti della storia del mondo, i peggiori genitori della storia dell’umanità; all’inseguimento di figli ai quali – invece di dare coppini ribadendo che essi è naturale e fisiologico non capiscano un cazzo di niente – diciamo che certo, loro sì che ci spiegano la vita, certo, anzi aspetta che mi sforzo d’essere scemo quanto te.

Quando vedo una ventenne che dice che non è binaria, m’intenerisco; quando vedo una quarantenne che dice che non è binaria vorrei prenderla a coppini finché non va a ripassare i mammiferi sul sussidiario.

Da giorni c’è una certa attenzione rispetto all’account TikTok di Netflix, per un video di cui poi parliamo; ma, prima, vorrei parlare d’un altro video, sempre caricato sull’account Netflix in occasione del mese del Pride (quel mese in cui, non potendo essere orgoglioso d’aver inventato il vaccino per l’Aids o il wifi, sei orgoglioso di andare a letto con quelli con cui vai a letto).

Nel video che non è una notizia, quello di cui non stanno parlando tutti, c’è una tizia coi capelli rosa che annuncia alla madre e alle amiche d’essere pansessuale. E a questo punto, abbiate pazienza, mi tocca divagare.

Avrete visto che col mese del Pride sono arrivate le bandierine. Ognuno ha la sua, ché mica il mondo poteva essere semplice, vai a letto con gli uomini, con le donne, con tutti e due, con nessuno dei due. Macché. Ogni sfumatura ha innumerevoli sottinsiemi, ognuno determinato a considerarsi speciale e meritevole d’etichetta personalizzata.

I non scopanti, per esempio (asessuali, in gergo medicalizzato), che dovrebbero essere i meno identitaristi e militanti di tutti (non si scopa soprattutto per non sobbarcarsi le annesse scocciature: se devi farne una militanza, tanto valeva la copula), essi hanno sedici (sedici) sottoinsiemi con relativa bandierina.

Sono considerati nel novero: autocorisessuali, quelli che non sentono connessione tra sé stessi e l’oggetto del loro desiderio (ai miei tempi ci chiamavano «quelli che subito dopo chiamano un taxi»); demisessuali, quelli che non provano attrazione sessuale senza un legame sentimentale (ai miei tempi: «quelli che si fermano a dormire»); e pure, con la loro brava bandierina grigia e rossa, quelli cui non va di praticare atti sessuali su altri, ma cui va di riceverne. Cioè, quelli che gli va bene se glielo ciucci, ma che proprio non ci pensano a leccartela.

Se fossimo disposti a fare gli adulti, prenderemmo da parte le nostre figlie e diremmo loro che le bandierine dello spettro delle identità asessuali sono una presa in giro, e che l’ultima è la descrizione del maschio eterosessuale medio. Ma non lo siamo, e quindi diciamo ma certo, piccina, è uno dei sedici tipi di asessualità, il tuo moroso non è affatto un egoista di struggente ordinarietà.

Quindi, nel video di Netflix, multinazionale all’inseguimento di giovani che scroccheranno l’abbonamento ai genitori, capelli rosa fa il gran annuncio. È pansessuale (ai tempi di Borotalco: «ppe’ me pò èsse bisessuale, trisessuale, quadrisesssuale, pentasessuale: so solo che da quel punto di vista è da applauso»). Un’amica le chiede se quindi ha avuto esperienze con donne.

Capelli rosa, facendomi morire di tenerezza, risponde che esperienze no, però ha avuto «crush». Crush significa cotta, ma i ventenni di oggi non sanno l’italiano né l’inglese, figuriamoci se sanno tradurre l’uno nell’altro. Dicono «crush» convinti significhi qualcosa d’intraducibile, «slur» fantasticando sia diverso da «insulti», «cringe» certi che sia ben altro da «imbarazzo».

Al di là della lingua in cui si esprime, capelli rosa veicola un concetto di cui non si rende del tutto conto (ma gli adulti di Netflix sì, e infatti sono loro che meritano il 41 bis per aver fatto di capelli rosa e delle altre un fenomeno da clic, invece di mandarle in camera loro a fare i compiti). Hai avuto esperienze? Ho avuto crush. Quindi, amore della tua mamma, non sei pansessuale: sei vergine. Vergine che si dà un tono di mondo. Assunta Patanè, ma senza un Monicelli a renderti memorabile.

E veniamo al video che ha infranto l’onda. C’è una ragazza parecchio bellina che racconta d’una ginecologa che l’ha traumatizzata costringendola a fare coming out. Alla prima visita, l’indelicata dottoressa le ha chiesto se avesse rapporti sessuali protetti. Quindi intendeva con uomini, si stranisce la piccina. Quindi ho dovuto dirle che mi piacciono le ragazze. Quindi trauma.

È molto interessante quel che succede nei commenti a quel video, e nei moltissimi repost in giro per piattaforme: nessuno le dà ragione. Quindi c’è un confine del trauma immaginario. Quindi c’è un «questo è troppo» anche per la generazione O. Quindi non vale proprio tutto.

(Il divario generazionale è quella cosa per cui le sue coetanee s’indignano perché esistono preservativi femminili e anche una lesbica deve stare attenta alle malattie e ha ragione la ginecologa, e io penso che sono proprio una cariatide: ai miei tempi «protetti» significava dalle gravidanze ben prima che dalle altre malattie).

La ragazzina bellina che voleva solidarietà nella sua indignazione contro la ginecologa raccoglie più «ma cosa dici, ma non sai niente» dell’adulta che – ventotto anni dopo Prozac Nation, cinquantacinque anni dopo La valle delle bambole, trentanove anni dopo Valium di Vasco Rossi – loda il proprio stesso coraggio nel dire che ha preso tre gocce di Lexotan con tutto lo stigma verso gli psicofarmaci che c’è in giro (ma che invidia che ti facciano qualcosa tre gocce, vuol dire che di solito ti curi con l’omeopatia o con le tisane di malva).

La ragazzina bellina e biondina raccoglie più accuse di falsificare la realtà della poetessa che, in interviste in cui nessun intervistatore la contraddice, dice che l’endometriosi non è una malattia riconosciuta dal servizio sanitario nazionale (l’endometriosi, che era persino tra le fragilità per cui potevi vaccinarti in anticipo dal Covid), e quindi c’è uno stigma (parola del semestre). Alla poetessa nessuna adulta dice «ti avrei voluta vedere ad avere l’endometriosi negli anni Ottanta, quando ti dicevano: quante storie, pigliati un Moment». Nessuna obietta, perché nessuna vuole non essere in sintonia con lo spirito del tempo.

Per esserlo, inventiamo stigmi, inventiamo sessualità, inventiamo oscurantismi, inventiamo traumi: fino a quello della biondina, misteriosa eccezione, valevano tutti. La risposta alle molte domande «ma che ci fa questa sull’account di Netflix» nei commenti alla biondina forse è questa: non sapendo inventare invenzioni che valgano il Nobel, inventiamo casumanitudini sulle quali basare dolenti memoir che poi diverranno serie di Netflix.

Piscialettissimo. I ragazzini sono scemi, ma noi che ci adeguiamo ai loro tic siamo anche peggio. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Giugno 2022.

La Rai ha deciso di allinearsi allo spirito del tempo mandando in onda programmi sullo scontro generazionale. Ma è una formula già usata da decenni. La generazione dei giovani “che salveranno il mondo” ma che non sanno nulla lo ignora, gli altri fanno finta di nulla.

Quando, venticinque anni fa, ho lavorato per la prima volta in Rai, la frase che sentivo più spesso dire era «I vecchi poi muoiono»: era la motivazione che i dirigenti si davano per il goffo inseguimento del pubblico giovane. Era una motivazione meno fessa di «questa generazione ci salverà» e altre puttanate che noialtri adulti diciamo dei ventenni d’oggi.

All’epoca noialtri ventenni eravamo figli della generazione che aveva inventato la ventennitudine: quelli che avevano avuto vent’anni negli anni Sessanta. Quindi forse eravamo vagamente complessati, vagamente consapevoli di non essere altrettanto rivoluzionari (noi che avevamo sì e no avuto la Pantera, noi che avevamo avuto i paninari), il che mitigava il delirio d’onnipotenza connaturato all’età.

Quelli d’oggi, figli di noialtri disgraziati, sono convinti d’essere i primi e gli ultimi ventenni della storia del mondo, e che ogni cosa che accade a loro sia specialissima, esclusiva, inedita, degna d’attenzione. E noi – i peggiori genitori della storia del mondo – non osiamo contraddirli.

Il risultato è che martedì, tra indiscrezioni e annunci ufficiali, è stata data notizia di ben tre programmi autunnali (tutti e tre della Rai, quindi alla fine saranno di più: vuoi che le altre reti lascino libero il campo?) il cui scopo è contrapporre giovani e adulti.

Solo che gli adulti non sono più adulti: sono boomer, uno dei tic lessicali più sciatti della storia del mondo. Boomer sarebbe chi è nato negli anni del boom (cioè: nel dopoguerra); solo che i ragazzini d’oggi – persino più analfabeti di quanto fossimo noi alla loro età – lo usano indistintamente per chiunque abbia il difetto d’essere più adulto di loro. E noi cosa facciamo? Ci adeguiamo.

E quindi uno dei programmi – condotto dalla mia coetanea Alessia Marcuzzi – s’intititolerebbe Boomerissima, una parola che mi fa venir voglia d’andare a darmi fuoco nell’ufficio di Fuortes. Pensate a un programma degli anni Ottanta in cui i giovani baccagliano con gli adulti, e pensatelo intitolato Matusissimo. Un brivido.

La cosa interessante è che, a furia di non contraddire questi ragazzini che siamo convinti salveranno il mondo (lo salveranno da noi, mormoriamo indossando il cilicio), siamo diventati scemi quanto loro. E quindi parliamo dello scontro televisivo tra generazioni come fosse una novità, un guizzo creativo, un’invenzione di ora. Siamo come loro quando credono che le canzoni degli anni Sessanta siano nuove perché qualcuno le ha campionate su TikTok.

Negli anni Novanta in tv non c’era praticamente altro: quasi più programmi sullo scontro generazionale di quanti ci toccherà scanalarne in autunno. Lo stesso Pierluigi Diaco (che condurrà uno di questi tre nuovi programmi) nasce televisivamente in un programma di metà anni Novanta in cui si confrontava coi grandi. Un programma generazionale fu la prima conduzione di Ambra dopo Non è la Rai. E poi c’era lei, l’unica autrice televisiva italiana degli ultimi decenni: Maria De Filippi.

Prima di tutti, lo scontro tra generazioni se l’era inventato lei, trent’anni fa, con Amici. Che non era la gara di balletti di adesso, era un programma del sabato pomeriggio in cui gli adolescenti andavano a raccontare i loro disagi.

Amici era un programma di gente poco più giovane di me, loro erano liceali e io avevo vent’anni, e lo ricordo impagabile nel farmi pensare che per fortuna non ero uno di quei piscialetto che vanno a lamentarsi della vita in uno studio televisivo.

Sono passati trent’anni e i piscialetto hanno tutti fatto più carriera di me, e forse dipende da quello lo sterminato spazio che abbiamo deciso di concedere ai ragazzini d’oggi: certo, ora sono solo dei cretinetti che ci chiamano boomer, ma metti che domani ce li ritroviamo autori televisivi, direttori di giornale, piccoli potenti che possono tornarci utili. Forse questo giovanilismo è una strategia simile a quella battuta di Spike Lee: ricòrdati di me da ricco, io mi ricordo di te da povero.

Ho saltato, nell’elenco giovani/vecchi delle trasmissioni che furono, un altro format degli anni Novanta. Era un programma in cui liceali impegnati politicamente andavano a discutere col ministro dell’Istruzione. Andava in onda su Videomusic, se l’era inventato Flavia Fratello (all’inizio di questo secolo, in Inghilterra, Mtv fece una cosa analoga; fece notizia perché i ragazzini discutevano con Tony Blair: facile fare la tv quando hai lo star system).

Tra le promettenti liceali che la Fratello aveva trovato in giro per scuole e aveva messo in uno studio televisivo intuendone le potenzialità, c’era una certa Giorgia Meloni. Per allora sarò morta di colesterolo e pressione alta, e purtroppo mi perderò la nemesi che arriverà tra una trentina d’anni.

Quando le mie coetanee smaniose di dire che i ragazzi di oggi sono i migliori della storia del mondo, sono migliori di noi, sono quelli che aggiusteranno tutte le nostre nefandezze, quando le mie coetanee di sinistra pronte a inchinarsi a ogni capriccio di gioventù si ritroveranno con una Giorgia Meloni allevata nella tv del senso di colpa, nella tv costruita dalla mia generazione per dar lustro alla loro. E si chiederanno chi sia il responsabile di questa deriva a loro così sgradita, e non si guarderanno allo specchio.

Estratto dell’articolo di Maria Vittoria Giannotti per “La Stampa” il 24 aprile 2022.  

[…]

Le protagoniste di questi episodi di violenza che, per più di un anno, hanno sconvolto Siena, sono dieci insospettabili ragazzine di buona famiglia di età compresa tra i 14 e i 15 anni: ora dovranno rispondere di atti persecutori, lesioni, minacce, pubblicazione e diffusione di materiale violento, in un caso anche il reato di atti persecutori aggravato dall'odio razziale per l'aggressione a una coetanea di origini straniere. 

Le adolescenti sono state individuate dalla squadra mobile dopo una lunga indagine coordinata dalla procura minorile del capoluogo toscano. Tutte frequentano le scuole superiori della città e la maggior di loro non ha alle spalle contesti familiari difficili, un buon livello di agiatezza e di istruzione. 

Gli inquirenti sono riusciti a identificarle passando al setaccio i social network, dove le giovani diffondevano i video delle loro imprese. Secondo gli investigatori, i filmati servivano a dare una sorta di perversa credibilità al gruppo, che nel tempo acquisiva sempre nuovi elementi. A dare il via alle indagini, a dicembre, è stata la denuncia di una coetanea, ma gli agenti hanno individuato almeno una decina di episodi - tra il 27 giugno del 2020 e il 19 febbraio scorso - e sono in corso le indagini per appurare se siano state commesse altre violenze. […]

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 24 aprile 2022.  

La mattina, zainetti in spalla, frequentavano la stessa scuola come brave studentesse. Ma, al suono della campanella, dieci ragazzine tra i 14 e i 15 anni si trasformavano in spietate picchiatrici. 

La loro parola d'ordine era violenza. Da far esplodere ovunque, nel mondo reale e in quello virtuale. Scegliendo accuratamente i luoghi (alcuni ribattezzati ring), vicoli del centro storico, sottopassaggi, piccole piazzette periferiche, un'antica fortezza, nei quale adescare e aggredire le loro vittime. E poi c'era Internet, per diffondere i video dei loro blitz. 

Non mancava la chat che la capo banda, 15 anni ancora da compiere, aveva battezzato «baby gang», una sorta di quartier generale per programmare i raid punitivi, decidere le prede da spaventare o picchiare e reclutare nuove bulle. Lo scopo della «squadraccia»? La violenza fine a se stessa. «Non c'erano furti, nessuna di loro si appropriava delle cose degli altri. Quello che contava era la spettacolarizzazione delle aggressioni», raccontano gli investigatori della Mobile di Siena.

La gang aveva un'organizzazione quasi militare. Con una leader indiscussa ma anche ragazzine che avevano compiti ben precisi. C'era chi doveva scegliere i luoghi degli agguati, chi garantire la sicurezza, chi proporre quali coetanee aggredire. 

E c'era persino l'addetta alle riprese video con lo smartphone, veri e propri trofei da visionare sulla chat e diffondere sui social. Una tecnica mediatica per umiliare le «prede» e dimostrare la potenza e la crudeltà della banda alla quale si doveva rispetto e ubbidienza. All'interno della banda sembra ci fosse anche una sorta d'improbabile tribunale che impartiva punizioni a chi, per esempio, decideva di abbandonare la banda. 

La baby gang è stata sgominata dopo mesi di indagini dalla squadra mobile senese coordinata dalla Procura dei Minori diretta da Antonio Sangermano. Le indagini sono partite dalla denuncia di una delle vittime.

È stata lei, dopo essere stata aggredita per la seconda volta, a rompere il muro del silenzio per paura di altri agguati, e a presentare denuncia. Almeno una decina le aggressioni fino ad oggi accertate dalla polizia, molte delle quali nel centro di Siena, ma anche nelle aree periferiche dei comuni limitrofi. Quando gli agenti della mobile hanno perquisito le loro abitazioni, alcune ragazzine si sono messe a piangere. 

Altre, compresa la capo banda, sono rimaste impassibili. Sono accusate di atti persecutori (in un caso aggravato dall'odio razziale), lesioni, minacce, pubblicazione e diffusione di materiale violento.

I Neet in Italia sono 3 milioni: ritratto di una generazione esclusa da tutto. Non studiano, non lavorano, non si integrano con la società. Ma sono ragazzi tutt’altro che sdraiati: fragili, preda del crimine, disoccupati e sfiduciati. E ora uno studio li esamina, cancellando finalmente i comodi stereotipi. Gloria Riva su L'Espresso il 4 Novembre 2022.

«Non mi hanno rinnovato il contratto», la voce di Gaia trema. Sono passati cinque mesi da quando l’azienda di moda l’ha sostituita «con una stagista neppure retribuita», ma ancora non si dà pace. Per lei, che ha 25 anni, quel tirocinio era il riscatto di una vita di sacrifici. I suoi sacrifici, certo, ma soprattutto quelli della madre, cassiera in un supermercato di Cormano, periferia Nord di Milano.

Lorena Loiacono per “Il Messaggero” il 23 aprile 2022.

Non studiano, non lavorano e non stanno neanche cercando di farlo. Sono insoddisfatti della loro vita e la pandemia, in questo, non ha potuto far altro che aggravare la situazione. 

È questo l'amaro ritratto dei giovani italiani che emerge dal rapporto Bes 2021 Il benessere equo e sostenibile in Italia diffuso dall'Istat. L'Italia infatti ha il triste primato in Europa del maggior numero dei cosiddetti Neet, Not in Employment, Education or Training, vale a dire i giovani di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono inseriti né in un percorso scolastico o formativo né in un'attività lavorativa.

Nel 2021 il 23,1% dei giovani non studia né lavora, il dato è in leggero calo rispetto al 2020 quando i giovani senza alcun tipo di occupazione avevano raggiunto il 23,7%, ma resta comunque il picco d'Europa. 

E rappresenta, praticamente, un quarto della popolazione compresa tra l'età adolescente e l'età adulta. Purtroppo l'incidenza di Neet aumenta tra le donne arrivando al 25% di ragazze che non studia né lavora mentre tra gli uomini scende al 21,2%.

Non solo, a far la differenza sono anche i territori. Ci sono regioni in cui il dato aumenta vertiginosamente raggiungendo anche quasi 4 ragazzi su 10. È il caso, ancora una volta del Sud e delle sue profonde difficoltà occupazionali. 

Le regioni italiane con la quota più elevata di Neet sono infatti la Puglia con il 30,6% dei giovani, la Calabria con il 33,5%, la Campania con il 34,1% e la Sicilia che raggiunge addirittura il 36,3%. 

Si tratta di un fenomeno in crescita, soprattutto in Italia: basti pensare che nel 2008 i Neet rappresentavano il 19,3% dei giovani in Italia e il 13,1% in Europa e la crescita in Italia è stata più veloce di quanto non sia avvenuto nella media Unione Europea.

Ad esempio nel primo trimestre del 2021 è stato registrato un incremento dell'incidenza dei Neet, rispetto al trimestre precedente, più in Italia, con un +0,6%, che nel resto della Unione Europea con un +0,1%. In Italia, anche in questo caso, l'aumento è stato più pesante per le donne, con un punto percentuale, rispetto agli uomini con un +0,2%.

Il fenomeno dei Neet riguarda diversi fattori, si va dalla dispersione scolastica e universitaria fino alla ricerca di un lavoro che non arriva e che, quindi, neanche si cerca più.

Ma c'è un altro aspetto, decisamente legato all'emotività e alla sensibilità dei più giovani, che desta allarme. Nei due anni di pandemia è raddoppiata infatti la percentuale di adolescenti, tra i 14 e i 19 anni, insoddisfatti della loro vita: nel 2019 erano il 3,2% del totale, nel 2021 sono diventati il 6,2%. 

«Si tratta di circa 220 mila ragazzi che si dichiarano insoddisfatti della propria vita e si trovano, allo stesso tempo, in una condizione di scarso benessere psicologico - ha spiegato il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, nella presentazione del rapporto sul Bes - gli stessi fenomeni di bullismo, violenza e vandalismo a opera di giovanissimi, degli ultimi mesi, sono manifestazioni estreme di una sofferenza e di una irrequietezza diffuse e forse non transitorie». 

Tra i campanelli di allarme non c'è solo la sensazione di insoddisfazione ma anche le cattive abitudini sempre più presenti: la sedentarietà tra i giovani è passata dal 18,6 al 20,9% mentre tra i 14enni e i 17enni i consumatori di alcol a rischio sono addirittura il 23,6%.

«Le politiche giovanili, nel nostro Paese che invecchia - ha aggiunto Blangiardo - hanno di rado ricevuto attenzione prioritaria e risorse adeguate. Il quadro fornito dagli indicatori del Bes suggerisce che è tempo di cambiare strategia. Fuori da ogni retorica, si può dire che le politiche per il benessere dei giovani siano, oggi più che mai, politiche per il benessere del Paese tutto intero». 

Le condizioni di benessere psicologico dei ragazzi infatti, sempre nella fascia compresa tra 14 e 19 anni, nel 2021 sono peggiorate, soprattutto tra le ragazze: il punteggio per le femmine, infatti, è diminuito di 4,6 punti rispetto al 2020 scendendo a 66,6 ragazze su 100 mentre i maschi hanno perso 2,4 punti, arrivando a 74,1 su 100.

Da tg24.sky.it l'8 aprile 2022.

L’offesa su internet equivale alla diffamazione mezzo stampa. Dare ad esempio del "bimbominkia" a qualcuno online costituisce reato per cui va punito. Ad affermarlo è la Corte di Cassazione in una recente sentenza. Il termine "bimbominkia" non si può usare sui social perché definisce una persona con un quoziente intellettivo sotto la media, spiega la Suprema corte. Oltretutto se l'epiteto viene usato in un gruppo Facebook con oltre duemila iscritti scatta il reato di diffamazione aggravata.

La sentenza

La sentenza che coinvolge il termine “bimbominkia” riguarda l'animalista trapanese Enrico Rizzi, a cui è stata rivolta l'offesa. Oltretutto Rizzi in passato era stato condannato dalla Cassazione per le offese rivolte al presidente del consiglio regionale Diego Moltrer.

All'indomani della sua morte aveva usato appellativi come “vigliacco” “infame” e “assassino” per via della sua passione per la caccia. Ora è stata un'amica di Moltrer ad insultare Rizzi definendolo "bimbominkia".

Il termine “bimbominkia”

Nel gergo giovanile, il “bimbominkia” è un utente web che si comporta in modo stupido e infantile, intervenendo continuamente nelle discussioni e mostrandosi fastidioso o irriguardoso verso gli altri. Si caratterizza spesso in un quadro di precaria competenza linguistica e scarso spessore culturale per un uso marcato di elementi tipici della scrittura enfatica, espressiva e ludica.

Scuola, così si è rotto il «patto educativo» fra genitori e insegnanti. Gianna Fregonara e Orsola Riva su Il Corriere della Sera il 27 Marzo 2022.

Troppo indulgenti con i propri figli, ansiosi e frustrati, per 2 docenti su tre i genitori, con le loro continue interferenze, sono uno degli aspetti più problematici del lavoro. 

Sostanzialmente degli impiccioni. Questo sono, o meglio sono diventati, i genitori per gli insegnanti dei loro figli. Le continue interferenze delle famiglie sempre pronte a sindacare sulle scelte di maestre e professori rappresentano ormai una delle principali problematiche della professione docente. O almeno così la vedono gli insegnanti interpellati dal sondaggio Ipsos, presentato al congresso della Cisl del 16 marzo . Per il 70 per cento dei docenti è questo uno degli aspetti più critici della loro quotidianità. Del resto è notizia di questi giorni che in un famoso liceo di Milano, lo scientifico Leonardo da Vinci, si è scatenata una tale faida - oggetto del contendere: la gestione del cosiddetto «contributo volontario» pagato dalle famiglie - che l’ufficio scolastico regionale si è trovato costretto prima a mandare gli ispettori e poi a decretare la chiusura del consiglio d’istituto per «ingerenza nella potestà in materia didattica dei docenti» e «prevaricazione delle competenze del dirigente scolastico» da parte dei rappresentanti dei genitori.

Indulgenti e ansiosi

Non sorprende che, in questo clima spesso arroventato, i giudizi reciproci siano tutt’altro che lusinghieri. Nove insegnanti su dieci (87 per cento) ritengono che i genitori siano (troppo) indulgenti con i propri figli, uno su due (53 per cento) che siano assenti, tre su cinque (58 per cento) che siano ansiosi e infine il 62 per cento che siano frustrati. Mentre, dal lato opposto della barricata, tre genitori su quattro (il 77 per cento) accusano i docenti di essere poco presenti, appena pochi di meno li bollano come frustrati (70 per cento), due su tre li trovano ansiosi E un papà e una mamma su quattro li giudicano troppo severi con i propri figli.

Il tempo andato

Non è sempre stato così. Per un insegnante su due i rapporti scuola-famiglia sono peggiorati nel tempo. Mentre al contrario il 38 per cento dei genitori ritiene che si siano rafforzati. Una diversa percezione probabilmente dettata dal fatto che i docenti sentono di aver dovuto cedere su molti aspetti, mentre specularmente le famiglie percepiscono di aver conquistato spazi che prima si guardavano bene dal reclamare. Sono dati che fanno dire a Nando Pagnoncelli, che ha presentato i risultati, che «il patto educativo» è ormai un’espressione svuotata di significato.

Il clima positivo per i genitori

Che il patto educativo vada ripensato è ancor più evidente se si considera «l’asimmetria» dei giudizi espressi da genitori e docenti, per dirla ancora con Pagnoncelli. Un insegnante su tre non è per nulla soddisfatto, o lo è molto poco, del suo rapporto con i genitori della classe, mentre soltanto uno su quattro si dichiara pienamente appagato. I genitori, invece, descrivono come tutto sommato positivo «il clima con il corpo insegnanti» e considerano con una certa autoindulgenza il loro rapporto con la scuola, perché pensano che ad essere troppo invadenti e puntuti nei confronti della scuola siano sempre gli altri genitori, mai loro.

Fuori

Va da sé che alla domanda se debbano/vogliano partecipare di più alla vita scolastica, gli insegnanti oppongono un netto no ai genitori: il 35 per cento preferiscono che se ne stiano a casa loro. Per loro le famiglie dovrebbero fidarsi di più degli insegnanti (91 per cento), ascoltarli maggiormente nell’educazione dei figli (90 per cento). L’86 per cento dei genitori invece vorrebbero partecipare ancora di più.

Bocciati e promossi

La buona notizia è che, in generale mamme e papà sono abbastanza contenti della scuola nella quale hanno iscritto i propri figli, non ne vedono grandi difetti e sono disposti a difendere la loro scelta: l’86 per cento dei genitori promuove la propria scuola, il 40 per cento le assegna un voto tra il 6 e il 7, non moltissimo ma pur sempre sufficiente, mentre quasi uno su due è disposto a darle tra 8 e il 10. Ma quando è ora di parlare della scuola italiana in generale, il giudizio diventa molto più severo: il 31 per cento dei genitori ritiene che il sistema scolastico sia da bocciare. Un pregiudizio culturale che non trova riscontro nell’esperienza.

I giovani benaltristi. L’ideologia liquefatta e il deludente nichilismo degli studenti. Dante Monda su L'Inkiesta il 9 Marzo 2022.

Per le nuove generazioni è difficile aderire a una interpretazione generale del mondo, che orienti l’analisi e dunque l’azione. Dopo anni di crisi e di sfiducia è rimasta solo una pura indifferenza che mette in discussione il senso di manifestare per l’Ucraina.

Monza, Brianza, lunedì 7 marzo. Entro in classe per una lezione su Thomas Hobbes. Come spesso capita, il mio progetto naufraga. A spiazzarmi sono le domande dei ragazzi: dirette, senza vergogna. Vogliono sapere cosa sta succedendo in Ucraina. E perché stiamo per andare, in quarta ora, a una marcia per la pace nelle vie del centro. A che serve.

Le loro osservazioni, oltre a far saltare la lezione, smontano anche alcune mie aspettative. Infatti emerge chiaramente che i ragazzi non sono quelle creature ingenue, sognatrici e creative che ancora qualcuno crede. E soprattutto non corrispondono, questo è sicuro e posso giurarlo, a quell’immagine di rivoluzionario utopista valida (forse) in passato ed esemplificata dal monologo-autoritratto titolabile “quando avevo sedici anni” che Michele Serra ha recitato l’altro giorno a Che tempo che fa, con un effetto, a parere di chi scrive, quantomeno anacronistico.

Se i giovani degli anni Settanta, come ricorda Serra, credevano «che “fate l’amore e non la guerra non fosse solo uno slogan”, ma un programma politico», sicuramente oggi le cose non stanno così. E che sia un bene o un male onestamente non lo so. D’altronde qui non si vuole dare giudizi morali ma solo testimoniare, quasi a mo’ di reportage da questo fronte che mi capita di frequentare, che le cose sembrano un po’ più complesse di come alcuni (ormai pochi, ma che vanno su Rai 3) credono.

Da un lato, le parole che oggi provengono da dietro i banchi di scuola suonano del tutto estranee a una qualsiasi consapevole e complessiva visione della realtà sociale, antropologica o storica. Ho notato ad esempio un dettaglio che mi sembra rivelatore: un errore diffusissimo nelle interrogazioni è l’utilizzo improprio del termine ideologia al posto di filosofia, o teoria, o visione del mondo o anche religione.

Si sa, quando la parola diventa buona per tutto allora non significa più niente, e così sembra che il significato del concetto stesso di ideologia, così fondamentale nel secolo scorso, si sia liquefatto.

Sembra banale prenderne atto ancora, dopo tre decenni o più di pensiero post-ideologico, ma l’esperienza sul campo lo conferma: si fa fatica a rinvenire, non dico un sistema dogmatico, ma anche una qualsiasi esplicita interpretazione generale del mondo, che orienti l’analisi e dunque l’azione. Fra le notizie di attualità che colpiscono di più i giovani non c’è spazio per nessuna generalizzazione di valore normativo: l’espressione che tronca ogni universalizzazione è «dipende».

In un certo senso quasi nessun mio studente connette chiaramente l’analisi e la sintesi: è molto difficile sentire nello stesso discorso una frase del tipo «se le cose stanno così… allora bisogna fare in questo modo». Sembra mancare il salto dal dato alla tesi, dalla notizia all’interpretazione e dunque alla prescrizione. Ciò non vuol dire che vi sia una carenza intellettuale, ma solo un impianto cognitivo diverso da quelli tradizionali: più incompiuto, ma per questo anche più aperto al nuovo.

Questo è quanto sembra accadere nelle loro costruzioni argomentative, almeno a livello consapevole.

Infatti c’è un altro lato della medaglia. A ben guardare, che si parli di storia, filosofia o attualità, dietro ogni affermazione di dati di fatto e relative opinioni particolari, pur sconnessi da una qualsiasi sintesi consapevole, sembra intravedersi di tanto in tanto un presupposto non detto, una sorta di messaggio nascosto che, lo ammetto, a volte mi spaventa e spero sia un’allucinazione. Suona più o meno così: «È tutto inutile».

Ieri un’alunna, ad esempio, sosteneva che «la marcia per la pace non serve a niente, perché agli ucraini che noi manifestiamo non cambia molto, hanno bisogno di altro». Al di là dell’aspetto semplicemente emotivo, colpisce l’impianto paradossalmente ideologico di quelle parole. Sono parole che volano, irriflesse, buttate là senza dietro un pensiero. E tuttavia quel vuoto non è neutrale: in natura il vuoto è sempre colmato.

Nello specifico, a insinuarsi fra quei giudizi sommari mi sembra esserci un misto di sentimenti e moventi inconsapevoli, fra cui una certa dose di pura indifferenza mascherata dall’ormai classico schema retorico del benaltrismo. Tutto, ma proprio tutto, è inutile perché tutto è indifferenziato in quanto meno importante di altro. Marcia per la pace? Invece dovremmo aiutarli economicamente. Parliamo di Ucraina? È solo una news che fa tendenza: perché parliamo solo di questo? In fondo ne parliamo solo per egoismo da europei: perché non parliamo del Pakistan?

Ripeto, non voglio dare giudizi affrettati. In fondo il moralismo è l’altra faccia del disincanto: tutto è inutile perché tutto è corrotto. Voglio solo porre la questione nei termini più completi possibili a partire dal mio punto di osservazione: l’impianto privo di ideologia dei ragazzi che concluderanno questo secolo è una prospettiva non solo irreversibile, ma per molti versi promettente, che ci proietta verso la costruzione del nuovo libera da molti vecchi fardelli; proprio per questo però occorre educare alla scelta come metodo scientifico e pratico che rompa la retorica sterile di un’indifferenza omologante e fondamentalmente immatura.

C’era una volta la realtà. I sedicenni del 2022 non sono i più sfortunati di sempre, sono solo ignoranti (come tutti gli adolescenti). Guia Soncini su L'Inkiesta il 10 marzo 2022.

Gli adulti di questa epoca hanno fatto i figli tardi e li trattano come vacche sacre. E alcuni di loro, come il direttore di Oggi, si compiacciono del vittimismo, pure per interposta generazione, perché è il modo più veloce per ottenere moltissimi cuoricini e retweet dolenti

Un giorno della terza elementare ci vennero a prendere a scuola prima che finissimo il tempo pieno: avevano sparato al Papa, chissà cosa stava succedendo, magari la mossa successiva era far saltare in aria una scuola elementare di Bologna.

Il mese successivo, i bambini della mia età guardarono in diretta i tentativi di recuperare un loro coetaneo che stava morendo in tv, dopo essere cascato in un pozzo.

Quando ero al liceo l’Aids era una roba con cui si moriva, e si prendeva facendo l’unica cosa che t’interessi fare a sedici anni: scopare (oppure facendoti di eroina, che a quei tempi era diffusa quanto la Red Bull oggi).

Questa lista di dolenze non serve a dire che siamo stati la generazione più sfortunata di tutti i tempi, ma a dire che siamo stati gli ultimi ad avere dei genitori adulti. I genitori di oggi, per gli ottenni che vedessero un bambino agonizzare in un pozzo, come minimo chiederebbero il bonus psicologo.

I genitori di oggi, i genitori della mia generazione, dico spesso che li ha rovinati la Pixar. Se convinci gli adulti che debbano avere gli stessi consumi culturali dei loro figli, poi ti ritrovi con genitori adolescenti anche allorché quarantenni, cinquantenni, sessantenni. Gente che, all’età che una volta avevano i nostri genitori o i nostri nonni, invece del loden ha la felpa col cappuccio, e invece di Thomas Bernhard legge Zerocalcare.

Li ha rovinati la Pixar ma soprattutto li hanno rovinati i cuoricini. È l’unica spiegazione che trovo al fatto che una persona intelligente come Carlo Verdelli ieri abbia fatto un tweet così concepito: «Una ragazza di 16 anni a suo padre: “Prima il Covid, adesso la guerra da vicino. Quello che stiamo provando noi negli ultimi due anni, voi ve lo siete risparmiato per tutta la vita”. Dice il vero. Noi adulti da giovani avevamo sogni, loro incubi».

I sedicenni hanno tutto il diritto di non sapere niente, e da ben prima di questo secolo stupido.

Avevo dodici anni quando Roberto Roversi scrisse Chiedi chi erano i Beatles, una canzone la cui protagonista, la ragazzina bellina col suo sguardo garbato gli occhiali e con la vocina, non sa niente di niente. «I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco. Sì, sì: conosco Hiroshima, ma del resto ne so molto poco, ne so proprio poco».

Gli adulti, però, invece di blandire la loro inettitudine, incoraggiare il loro vittimismo, e rifiutarsi di comportarsi da adulti, potrebbero per esempio raccontar loro che no, non sei il sedicenne più sfortunato di tutti i tempi. Tua madre, avesse avuto la pandemia, non avrebbe avuto tutto il mondo nel telefono, avrebbe parlato con gli amici lontani sì e no una volta a settimana perché le interurbane costavano. Tua nonna non aveva la lavastoviglie, e se viveva fuori città neppure l’acqua corrente. La tua bisnonna s’è fatta due guerre mondiali.

«Mi ha detto mio padre: l’Europa bruciava nel fuoco. Dobbiamo ancora imparare: noi siamo nati ieri»: com’è che nel 1984 il sessantunenne Roberto Roversi sapeva rappresentare una differenza tra adulti col dovere della memoria storica e adolescenti per cui il mondo è cominciato il giorno in cui hanno cominciato il liceo, e nel 2022 il sessantaquattrenne Verdelli non ha voglia di farlo?

È perché gli adulti di oggi fanno i figli tardi e quindi poi, invece di considerarli ontologicamente scemi, li trattano come vacche sacre? È perché a compiacersi del vittimismo, pure per interposta generazione, si prendono moltissimi cuoricini, e retweet dolenti, e approvazione da una generazione (la mia) che ha sostituito il combinare qualcosa col riprodursi? È perché vincere il Nobel è faticoso, e dire «i bambini non si toccano» è facile e popolare, e quindi a un certo punto ci siamo detti ma chi me lo fa fare di sbattermi, e ci siamo buttati sui cuoricini?

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, mia madre viveva a Milano. Nel decennio successivo, raccontava così l’aver abitato in mezzo agli anni di piombo: «Non potevi andare dal parrucchiere senza aver paura che ti sparassero». Un’adulta di oggi direbbe che andava in biblioteca, o a fare volontariato, o altra dolenza che la facesse sembrare la vittima con le giuste caratteristiche che amiamo cuoricinare. Col parrucchiere fai l’impopolare fine di quelle che si dolgono per l’Ucraina dalle Maldive.

Al cui proposito, e della guerra vicina che mai prima dei sedicenni d’oggi nessuna generazione aveva dovuto subire: quand’ero piccola esisteva la Jugoslavia, sono certa che Verdelli se ne ricordi, e sappia com’è finita e tutte le cose che non sa chi i Beatles non li conosce. Magari può raccontarlo, che l’Europa bruciava nel fuoco, a una sedicenne che debba ancora imparare: lei è nata ieri, ma lui no.

Torino, annuncia la sua morte su Instagram e poi si lancia sotto il treno su cui viaggia la madre. Floriana Rullo su Il Corriere della Sera il 3 febbraio 2022.

Giulio Massimo aveva 19 anni. Si è tolto la vita alla stazione di Carmagnola dopo aver pubblicato un post sul socialz 

Giulio Massimo aveva 19 anni

«D’ora in poi non uscirò più di casa perché non so farmi rispettare». Raccontava tutto di sé su Instagram Giulio Massimo, 19 anni. Arrabbiato con la vita, insultava tutto e tutti sui social. Ce l’aveva con chi non lo capiva. Con chi criticava il suo modo di vivere. Lo ha fatto fino all’ultimo, descrivendo anche la sua morte. Si è lanciato sotto il treno su cui viaggiava la madre, che da Torino tornava a casa su un convoglio di pendolari.

Nato a Parigi, viveva con la mamma a Cuneo e ha scelto la stazione di Carmagnola per togliersi la vita. Lo hanno visto avvicinarsi ai binari con una camminata lenta ma decisa, con il telefonino in mano. Poco prima aveva registrato un messaggio, una «storia», contro i controllori, inquadrando l’insegna blu e il convoglio fermo. A loro urlava la sua rabbia per averlo fatto scendere dal treno perché senza biglietto. «I soldi non ve li do anche se mi fate scendere». Poi ha raggiunto la parte esterna della stazione e lì ha atteso il treno partito da Torino alle 16,45 e che doveva arrivare alla fine del suo viaggio a Savona. Alle 18 ha deciso di farla finita.

La ricostruzione l’avrebbe fatta il macchinista agli agenti della Polfer. «Speriamo che non sia mia figlio» ha detto la madre. Poi una volta sui binari lei stessa ha riconosciuto il corpo del figlio raccontando dei suoi problemi psichiatrici. Ha poi riferito che era al telefono con lei quando ha deciso di lanciarsi sotto il treno. Con il telefono ancora acceso.

I suoi documenti sono stati trovati dopo lunghe ricerche, mentre quasi subito è stato trovato il cellulare. Non è escluso che poco prima del gesto abbia inviato qualche messaggio per preannunciare le sue intenzioni. La circolazione è rimasta bloccata per almeno un’ora. Una volta ripresa, tredici treni hanno subito ritardi di oltre un’ora, mentre altri sono stati parzialmente cancellati.

Simona Lorenzetti per corriere.it il 4 febbraio 2022.

«Sono sconvolta, ti conoscevo da quando eri piccolo. Andavamo insieme a cavallo, eravamo migliori amici. Non ci posso credere, vorrei tornare indietro. Vorrei che andasse diversamente». 

È sui social, su Instagram, che va in scena la liturgia del dolore che accompagna la morte di Massimo Giulio, il diciannovenne di Cuneo che mercoledì pomeriggio si è suicidato alla stazione di Carmagnola lanciandosi sotto un treno. 

Non un treno qualunque: quello sui cui viaggiava la mamma Ilaria che stava rientrando a casa dal lavoro, da Torino. E non è un caso neanche che il cordoglio, il rammarico e il senso d’impotenza che provano coloro che lo hanno conosciuto trovino sfogo sui social.

Massimo ha scelto di uccidersi e pochi istanti prima di buttarsi sotto il treno ha registrato un messaggio, una «storia», contro i controllori, inquadrando l’insegna blu e il convoglio fermo. 

A loro urlava la sua rabbia, lo avevano sorpreso senza biglietto e avevano interrotto il suo viaggio. «I soldi non ve li do anche se mi fate scendere». Poi qualcosa è scattato nella sua testa e tutta quella insofferenza l’ha canalizzata contro se stesso. 

Nella villetta bianca e rosa in cui viveva con la madre e il fratello regna il silenzio. «Non voglio che parliate di lui. Non c’è niente da dire», grida la mamma chiudendosi la porta alle spalle. Mentre il figlio maggiore si allontana insieme con un amico: «Non disturbateci».

A parlare è invece il profilo Instagram di Massimo, che restituisce l’immagine di un ragazzo che amava la musica metal. I capelli colorati, l’abbigliamento, le borchie e le espressioni del viso ricordano i ritmi ossessive e i suoni distorti della musica hard rock. 

E forse anche lui aveva una visione distorta della vita. «Non ho niente da fare in quarantena. È per questo che faccio storie», «D’ora in poi non uscirò più di casa perché non so farmi rispettare» scriveva sulle tante immagini che postava nella sezione «storie» del proprio profilo. 

La home page, invece, appare scarna: solo una decina di fotografie postate cinque giorni fa «durante la quarantena». La sigaretta in mano, le unghie dipinte di rosso, il cappellino da baseball indossato al contrario.

«Grevissimo», si legge in un commento al quale lui risponde con dei cuori rossi. Frasi che oggi lasciano il posto al dolore: «Ci mancherai». «Aveva un cuore d’oro — racconta un’amica —. La musica metal era tutto per lui. Ne parlava con passione e foga». 

Ricordi che riaffiorano dal passato. «Non ci frequentavamo da un paio d’anni. Non avevamo litigato, solo preso strade diverse — spiega —. Non era fortunato con le ragazze: un sacco di volte ho dovuto consolarlo».

Non tutti capivano la sua eccentricità e passione metal. «Aveva dei grattacapi con alcuni ragazzi che lo prendevano in giro. Gentaglia che non sa rispettare le scelte altrui, ma lui non si faceva abbattere da queste cose». 

Coloro che oggi piangono per lui ammettono «che si erano persi di vista». Nel quartiere lo vedevano sempre allontanarsi a piedi da solo. «Era un bravo ragazzo, educato — racconta la barista sotto casa —. Mi spiace tanto».

Bullo a 8 anni: resta da solo in classe. Redazione il 29 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Le famiglie esasperate da botte e offese non mandano i figli a scuola.

Da solo a otto anni tra i banchi. È la lezione che i genitori degli alunni di una classe elementare della scuola primaria Collodi, a Jesi (Ancona) hanno voluto dare a un bambino, il bullo della classe.

Un segnale forte, quello delle famiglie di non mandare a scuola i figli in segno di protesta contro il comportamento, che il ragazzino avrebbe da due anni. Parlano di «botte, pugni sul naso, amuchina negli occhi, banchi lanciati». «Abbiamo deciso di tenere i nostri figli a casa perché non ci sentiamo più al sicuro - dicono mamme e papà -. Sono due anni che i nostri piccoli subiscono botte, interruzioni di lezioni, parolacce e insulti da parte di un bambino di 8 anni. Abbiamo fatto una relazione al vice questore, sono state attivate anche figure professionali e assistenti sociali, ma nulla. Le maestre le hanno provate tutte. Chiediamo a gran voce che vengano adottate misure efficaci a tutela dei nostri figli». Da tempo la preside conosce la situazione, ma non approva la scelta estrema delle famiglie.

«Sono perfettamente a conoscenza della situazione e sono intervenuta ripetutamente negli ultimi due anni - commenta Lidia Prosperi, dirigente scolastica dell'Istituto comprensivo San Francesco -. La scuola sta facendo quello che può con i mezzi a disposizione. Non ignoriamo il problema, ma nessuno ha purtroppo la bacchetta magica». Ci sono state riunioni, incontri con lo psicologo scolastico, tra genitori e la preside spesso ha parlato con il bambino. La situazione è migliorata ma il clima in classe è sempre difficile. «L'esasperazione dei genitori è sfociata in un modo assolutamente inadeguato e inopportuno - ha ribadito Lidia Prosperi -. Persone che hanno ragione sono passate dalla parte del torto. Il problema c'è, e non lo nego, ma la risposta scelta ha superato i limiti».

Faida tra ragazzine, il giudice le ferma togliendole ai genitori. Alessandra Ziniti su La Repubblica il 9 febbraio 2022.  

Sassari, rissa col tirapugni davanti alla scuola e promesse di vendetta. Le due minorenni private dei telefonini e mandate in comunità. «Pestala Claudia, pestala!». «Sangueee...». Sembra un combattimento di galli, ma in mezzo a quel cerchio di ragazzi che filmano col telefonino e condividono in diretta social, ci sono due adolescenti che fuori da scuola, l’istituto alberghiero di Sassari, se le danno di santa ragione. La più grande delle due, 16 anni, in classe è arrivata portandosi dietro da casa nello zaino un tirapugni.

Da tgcom24.mediaset.it il 9 febbraio 2022.

Il 24 gennaio, fuori dall'istituto alberghiero di Sassari, era scoppiata una violenta rissa tra due adolescenti di 15 e 16 anni, ripresa con i cellulari di conoscenti e compagni di scuola e diventata virale sui social. 

Per l'episodio e per altri simili (risalenti alle ore immediatamente precedenti a quello) sono indagate oltre alle due ragazze (una delle quali armata con un tirapugni), anche altre due maggiorenni. Circa dieci giorni dopo, la squadra mobile della Questura di Sassari, su disposizione del Giudice del Tribunale per i minorenni di Sassari, ha eseguito la misura cautelare del collocamento in comunità nei confronti delle due minorenni.

Come riporta La Repubblica, le ragazze - che ora si trovano a 100 chilometri di distanza l'una dall'altra - sono state portate via da casa, non possono usare i telefoni, non vanno a scuola e possono incontrare la famiglia una sola volta a settimana. 

La rissa - Le indagini avevano permesso di accertare che in quegli scontri a più riprese erano stati usati un manganello metallico, una pietra, un martello e un tirapugni. Le quattro ragazze sono state denunciate per rissa, mentre le due minorenni anche per porto abusivo di armi. Secondo quanto ricostruisce La Repubblica, sembra che le maggiorenni abbiano spalleggiato le altre due e che anche loro si siano poi affrontate. Pare che tutto sia nato per motivi di gelosia. 

Entrambe le minorenni erano affidate ai servizi sociali. "I genitori la stanno vivendo male, ritengono il provvedimento sproporzionato e sono in ansia sapendo la figlia in un ambiente sconosciuto in un momento difficile. 

Ma io sono fiducioso nel provvedimento del giudice, questa storia non si chiuderà in tempi brevi", ha detto al quotidiano il legale di una delle due minorenni, mentre l'altro ha annunciato: "Ho già presentato ricorso. Il provvedimento del giudice è stato comunque una scossa per ragazze che le famiglie non sono state in grado di aiutare".

Flaminia Savelli, Marco De Risi per "il Messaggero" il 22 febbraio 2022.

Un ragazzo conteso e la lite sfocia in rabbia e sangue. Il dramma della gelosia tra due ragazzine si è consumato ieri pomeriggio a Roma nell'oratorio della parrocchia. La situazione è degenerata tanto in fretta che nessuno dei testimoni è riuscito a dividerle e a impedire il peggio. Con un epilogo drammatico: la vittima trasportata in codice rosso al pronto soccorso e l'altra, fermata e denunciata dalla polizia. 

Sullo sfondo la parrocchia Santa Maria Madre del Redentore di Tor Bella Monaca, periferia est della Capitale dove appena il giorno prima si era svolta una marcia pacifica contro la criminalità che imperversa nel quartiere, una delle principali piazze dello spaccio della città.

La miccia ieri pomeriggio intorno alle 17 si è accesa però tra due ragazzine, di 15 e 17 anni. La lite è iniziata con una discussione sfociata nel sangue in pochi minuti. Prima le parolacce, le offese. Poi la 15enne ha tirato fuori dalla tasca un coltello ferendo per tre volte la rivale in amore: un colpo alla mano, alla clavicola e alla schiena. La diciassettenne è crollata a terra mentre l'altra è stata bloccata da alcuni presenti che intanto hanno chiamato i soccorsi. 

LA RICOSTRUZIONE «Lui è mio, solo mio» avrebbe gridato mentre con il coltello infieriva sull'altra ragazza. Il piazzale dell'oratorio di via Duilio Cambellotti si è riempito di poliziotti e soccorritori in una manciata di minuti. «Che le hai fatto? Perché?» ha ripetuto fino allo sfinimento la mamma della ragazza aggredita avvertita da alcuni residenti del quartiere e accorsa nell'oratorio della chiesa.

I sanitari del 118 dopo aver soccorso sul posto la ferita, l'hanno trasportata in codice rosso al policlinico Tor Vergata. I poliziotti del distretto Casilino invece, hanno avviato le indagini per ricostruire la dinamica dell'aggressione e il movente del gesto. Hanno ascoltato i presenti al momento della discussione, gli amici delle due ragazze e i parrocchiani. Molti sono i punti ancora da chiarire. Ma i contorni sono stati ben definiti. «Abbiamo provato a dividerle ma non ci siamo riusciti. Quando abbiamo visto il coltello, era già troppo tardi» hanno riferito i testimoni ai poliziotti. 

LE INDAGINI «L'aggredita si è difesa, ecco perché il primo taglio l'ha colpita alla mano. Quindi ha cercato di allontanarsi ma è stata colpita una seconda volta alla clavicola e infine ha provato a scappare tentando la fuga, ma la 15enne non le ha lasciato scampo e le ha dato un ultimo colpo alla schiena» spiegano gli investigatori. Fino a tarda sera gli uomini della scientifica hanno proceduto con i rilievi sul luogo dell'aggressione. Hanno seguito la lunga scia di sangue lasciata dalla 17enne: hanno trovato tracce dell'aggressione sul cancello della parrocchia e poi lungo i 200 metri verso l'interno, nel piazzale dell'oratorio.

Quindi i poliziotti hanno avviato gli interrogatori. In serata è arrivato il primo bollettino medico: nessuna delle tre coltellate ha raggiunto gli organi vitali. La vittima resta ricoverata per essere monitorata ma non è in pericolo di vita e non ha mai perso conoscenza. 

Quindi la denuncia a piede libero a carico della 15enne che ora dovrà rispondere per lesioni aggravate, minaccia aggravata, e porto di oggetti atti a offendere. Delle indagini sono incaricati gli agenti del distretto Casilino coordinati dalla dirigente Isea Ambroselli. 

L'ARMA Impegnati da ieri nella ricostruzione dell'aggressione, ai poliziotti resta un punto cardine ancora da chiarire. La 15enne infatti si è presentata armata di un coltello che i poliziotti hanno trovato durante il sopralluogo nella parrocchia. Dai primi accertamenti, si tratterebbe di un coltello da cucina. Il sospetto è che tra le due adolescenti, tutte e due residenti a Tor Bella Monaca, la rabbia sia montata nel corso dei giorni precedenti.

Che ci siano stati pregressi e vecchie ruggini e che ieri la situazione sia infine degenerata. Una prima risposta al pesante interrogativo potrebbe trovarsi nelle chat e nei cellulari delle rivali in amore già sequestrati e che verranno analizzati nei prossimi giorni. Ma la spinta alla chiusura del caso potrebbe arrivare anche dal ragazzo al centro della contesa. 

Nelle prossime ore verrà ascoltato e il racconto potrà aiutare gli investigatori ad accertare la dinamica dei fatti e a ricostruire il quadro in cui si è consumata l'aggressione. «Le testimonianze ci hanno indirizzati sulla pista della gelosia, ma il movente e l'intero quadro devono essere ancora chiariti» precisano gli investigatori. Una questione comunque delicata per l'età giovanissima delle ragazzine.

Raffaella Troili per "il Messaggero" il 22 febbraio 2022. 

La Tenda che svetta verso il cielo, quella che è la chiesa simbolo di Tor Bella Monaca, assediata dalle luci blu delle volanti della polizia. Nel pomeriggio quando già fa meno buio, sono solo le 17 e i genitori sono tranquilli, una giovane viene accoltellata per motivi di gelosia, nel piazzale davanti alla chiesa di Santa Maria Madre del Redentore, in via Duilio Cambellotti. 

Proprio dove si riuniscono i ragazzi, dove c'è l'entrata dell'oratorio. La paura prende forma nelle grida dei presenti, dei parrocchiani, dei passanti. Una mamma: «Uscivo dall'Eurospin che sta davanti è ho visto tanta polizia davanti alla chiesa. Ho pensato a mia figlia, mi sono spaventata».

Un luogo che cerca di raccogliere, come tante altre realtà, i ragazzi dal territorio, al centro di un fatto di sangue. «La 17enne frequentava l'oratorio, la giovane che l'ha aggredita pare di no», le voci si rincorrono nel quartiere. Gelosia, dietro l'accoltellamento. Pochi giorni prima un altro episodio di bullismo tra ragazzini di 12/13 anni era stato sedato in tempo, rientrato perché un passante è intervenuto, sempre lì. 

«STIAMO IMPAZZENDO» Bocche cucite in parrocchia, dove il parroco è assente per motivi familiari, il vice parroco dice d'esser tornato da un ritiro. Il quartiere invece si interroga, impaurito. Due ragazze e un fatto di sangue, laddove di cronaca nera ce n'è già abbastanza. 

«Ci stiamo impazzendo tutti», posta qualcuno sul gruppo di quartiere, «io ero presente, ho visto la mamma farsi largo tra la polizia e gridare disperata che hai fatto?». Volontari, catechisti, evitano di parlare. «In questi due anni di pandemia è saltato tutto a livello sociale, i minori non hanno regole, hanno perso quasi tre anni oramai di scuola e di testa, nel nostro quartiere chi la faceva la didattica a distanza... - riflette amareggiato Mario Cecchetti storico presidente del Centro sociale Tor Bella Monaca.

«Li vedo, anche a scuola, sono disorientati. Anche in classe sono saltate le regole, è saltato tutto. Figurarsi, in un quartiere particolare, dove già a monte manca la famiglia. E più va avanti e più va peggio. I ragazzi sono abbandonati a se stessi». E ieri un normale pomeriggio su via Duilio Cambellotti si è trasformato in tragedia. «La strada era chiusa, non facevano passare nessuno - raccontano i presenti - abbiamo pensato a uno scippo, una rapina finita male. Mai avremmo pensato che una ragazzina avesse accoltellato un'altra, qui ne succedono tante, ma non è facile immaginare una lite all'oratorio, tra ragazze».

IL TAM TAM Il tam tam si è subito diffuso, «Tor Bella Monaca fondamentalmente è un paese», dicono i vecchi residenti, sono scattate le telefonate ai figli, alle scuole, qualcuno ha provato ad avvicinarsi alla chiesa. Ma la strada è rimasta bloccata. Almeno fino alle 18 quando Mirko è passato in scooter. «La chiesa era tutta chiusa. Ed era tutto spento, c'era uno strano silenzio, mi ha colpito. Anche se non sapevo niente». E sicuramente non ha pensato che all'ombra della Tenda della chiesa nel cuore di Tor Bella Monaca, una ragazza si era da poco trascinata in cortile inseguita da una coetanea, un po' più piccola, conosciuta nel quartiere.

Estratto dell’articolo di Alessandra Ziniti per "la Repubblica" il 9 febbraio 2022.

«Pestala Claudia, pestala!». «Sangueee... ». Sembra un combattimento di galli, ma in mezzo a quel cerchio di ragazzi che filmano col telefonino e condividono in diretta social, ci sono due adolescenti che fuori da scuola, l'istituto alberghiero di Sassari, se le danno di santa ragione. 

La più grande delle due, 16 anni, in classe è arrivata portandosi dietro da casa nello zaino un tirapugni. Ed è con quello che picchia con furia Martina che di anni ne ha appena 15. Il suo viso, sotto i capelli biondi, è una maschera di sangue. Ma neanche questo spinge i compagni a intervenire per dividere le due ragazzine che si pestano con una violenza inaudita, incitate dalle fazioni di amici.

Fino a quando Martina non resta lì per terra e Claudia se ne va via con il suo tirapugni. È la rivincita del primo round, avvenuto il sabato sera precedente quando a prevalere era stata l'esile Martina. Ma che non sarebbe finita lì tra le due adolescenti, spalleggiate da due amiche di poco più grandi (che si sono poi affrontate anche loro con manganelli, martelli e pietre), appare subito chiaro agli investigatori della Squadra mobile dopo un'occhiata ai social su cui i video della rissa sono già diventati virali.

Martina, il viso spaccato, annuncia vendetta: «Ti vengo a prendere e stavolta ti ammazzo». «La prossima volta ti stendo», la replica di Claudia. È il 24 gennaio. Quindici giorni dopo, le due bullette piangono davanti agli agenti della Squadra mobile che le portano via da casa.  (…) 

Giacomo Nicola per "il Messaggero" il 10 febbraio 2022.

Insulti quotidiani. Vessazioni continue. Alla fine lui, la vittima di bullismo, non ce l'ha più fatta e ha reagito accoltellando il compagno di classe. Lo studente, 15 anni, è stato denunciato dalla squadra mobile di Rimini per aver ferito un suo coetaneo con alcuni fendenti. Erano mesi che veniva bullizzato dall'altro ragazzo in un crescendo di insulti e scherzi quotidiani. L'episodio si è verificato in un laboratorio dell'istituto professionale Leon Battista Alberti, nel centro studi La Colonnella, durante una normale lezione pratica.

All'ennesimo insulto il ragazzo ha tirato fuori un coltello che si era portato da casa e ha colpito il compagno più volte. Alla scena ha assistito l'intera classe che neppure immaginava una reazione del genere, visto il carattere normalmente bonario dell'accoltellatore che, secondo le testimonianze, non aveva mai reagito. La vittima, descritta come un adolescente «piuttosto esuberante», è stata immediatamente soccorsa e trasportata all'ospedale Bufalini di Cesena con diversi tagli all'altezza della milza. Le ferite sono considerate serie, ma non gravi. I medici in ogni caso hanno deciso di tenerlo sotto osservazione per le prossime ore, stabilendo una prognosi di 40 giorni.

LA DISPERAZIONE L'aggressore è stato sentito immediatamente subito dopo dalla polizia alla presenza di alcuni professori e dei genitori. «Ero esasperato, sono ormai mesi che questa situazione va avanti», ha raccontato il ragazzo ancora sconvolto. E così sono venuti alla luce mesi di vessazioni, insulti e sfottò a opera del compagno di scuola. Ha riferito di essere stato bullizzato con parole pesanti che arrivavano a somigliare a minacce di aggressioni fisiche.

Un comportamento da bullo che il 15enne aveva già denunciato agli adulti. Anche la madre ha detto di essere a conoscenza della situazione. Lui alla fine non ne poteva più e ha pensato di vendicarsi. L'idea di mettere la parola fine allo stillicidio di episodi, per sua stessa ammissione, sarebbe maturata nei giorni scorsi. Ed è per questa ragione che si è presentato a lezione portandosi dietro un coltello a serramanico. La sua furia è scattata non appena l'altro ha iniziato a insultato. Uno scatto, poi la colluttazione e alla fine l'accoltellamento. Gli altri ragazzi sono stati fatti uscire e nel laboratorio è rimasto solo l'aggressore.

IN LACRIME Gli agenti al loro arrivo lo hanno trovato in lacrime. Durante l'interrogatorio si è in parte pentito di quanto successo. La preside dell'istituto è stata già ascoltata dalla polizia e quando starà meglio sarà sentito anche il 15enne ferito. Entrambi i giovani sono originari di Rimini. La polizia, dopo averlo sentito, lo ha denunciato a piede libero per «lesioni gravi» e lo ha affidato ai genitori. Il caso per competenza è stato poi trasmesso alla Procura dei minori di Bologna.

Qualora invece emergessero elementi a carico del ferito, anche in mancanza di querela di parte, si potrà procedere d'ufficio. Lo stesso Istituto tecnico Leon Battista Alberti di Rimini, solo poco tempo fa, era stato al centro di un altro caso di cronaca. Al cambio dell'ora nella mattinata di mercoledì 1 dicembre, uno studente minorenne aveva puntato una pistola finta contro una professoressa al cambio dell'ora. L'arma era effettivamente una replica: il tappo rosso di ordinanza era apposto sul giocattolo comunque una ricostruzione fedele e la pistola era di fatto innocua, ma l'insegnante per poco non era svenuta.

A confermarlo erano stati anche i colleghi che l'avevano incontrata nei corridoi. Lo studente in questione, poco dopo, era stato sospeso. La notizia, poco prima di Natale, fece il giro dei social. Oggi, la stessa scuola, è di nuovo al centro dell'attenzione per un altro caso di cronaca.

Da leggo.it il 10 febbraio 2022.

Flessioni sulle rotaie, sassate, sputi e lanci di bottiglie sul tram con dentro il conducente. È l'ultima bravata che un gruppo di 15 giovanissimi ha messo in scena a Milano.

È accaduto in via Rubens, come mostra un video postato dalla pagina Instagram «Welcome to favelas» in cui si vede un ragazzo che fa piegamenti sulle braccia in mezzo alle rotaie, impedendo all'autista di proseguire la marcia.

Intorno a lui ci sono altri ragazzi, alcuni filmano la scena col cellulare e altri lanciano sassi e oggetti contro il mezzo. Dopo pochi secondi il tranviere ritrova lo spazio per proseguire la corsa e si allontana. 

Il video condiviso sui social ha suscitato molte polemiche perché riaccende il tema delle baby gang fuori controllo.

«Mi chiedo quando si deciderà l'amministrazione comunale a intervenire con decisione adottando dei provvedimenti seri e concreti per riportare la legalità nelle nostre strade», ha commentato l'assessore alla sicurezza di Regione Lombardia, Riccardo De Corato.

Era terrorizzato dai baby bulli "Meglio morire", lascia la scuola. Un undicenne vessato da mesi abbandona gli studi. La disperazione dei genitori: "Nessuno lo protegge". Redazione il 27 novembre 2022 su Il Giornale.

Treviso Botte e insulti per mesi e mesi, poi l'ultima crudele sfida: «ora gettati nel Piave». Ha vinto invece la voglia di vivere di un undicenne contro il bullismo messo in atto contro di lui da tre compagni di scuola fra i 12 e i 14 anni. Il ragazzino ha raccontato le angherie subite un anno fa sia in aula che nello scuolabus ai suoi genitori e loro, venerdì, hanno presentato denuncia contro i tre adolescenti per atti di bullismo e istigazione al suicidio.

Uno stillicidio continuo fatto di pestaggi, soprusi, sempre con l'immancabile cellulare in mano per registrare ogni singola bravata e rendere tutto ancora più umiliante. «Meglio morire che andare a scuola» ha detto tra le lacrime il giovane ai familiari, che vivono nell'hinterland trevigiano, dopo l'ultimo episodio del terzetto, con l'invito a gettarsi nelle acque del fiume. È il padre della vittima a ricostruire gli eventi. «Era da tempo che mio figlio si era distaccato da queste amicizie - conferma - Aveva visto che i compagni si lasciavano andare spesso a comportamenti che riteneva sbagliati, come ad esempio suonare i campanelli e poi fuggire. Non era una compagnia adatta».

Ma i bulli hanno fatto scattare la ritorsione, compresi gli insulti per essere il figlio di una coppia di cui uno dei due è immigrato. La mamma, esasperata, ha dovuto ritirare il figlio da scuola. Ora la famiglia punta il dito sulla dirigenza scolastica, il cui comportamento viene ritenuto deludente nei confronti dei colpevoli. «Ai miei tempi avrebbero convocato i ragazzi (che frequentano la seconda e la terza media nello stesso istituto della vittima) e gli avrebbero parlato, anzi gli avrebbero fatto una vera e propria ramanzina con i genitori presenti. E invece - accusa l'uomo - tutto quello che ci hanno saputo dire è il percorso che intendono seguire. Una strada che ritengo impregnata di burocrazia». Nessuna possibilità neppure di rientrare in aula per continuare a seguire le lezioni, proteggendo l'undicenne. «Ci è stato risposto - spiega il genitore - che non era possibile dato che non avrebbero potuto garantire la presenza di una persona a presidio della sua incolumità». Copione di bullismo adolescenziale non troppo diverso ad Andria, dove due minorenni di 15 e 14 anni sono stati denunciati con le accuse di tentata rapina aggravata in concorso e lesioni aggravate. Anche in questo caso si tratterebbe di episodi di sopraffazione che si sono verificati nella stessa città ai danni di un tredicenne, colpito da uno schiaffo in volto e da alcune spinte, dimesso poi dall'ospedale con sette giorni di prognosi.

In questo caso è stato il rifiuto a consegnare 2 euro ad un distributore automatico di cibo a scatenare la rabbia contro il tredicenne, che ha tentato inutilmente di fuggire. Una volante della Questura dopo aver notato l'anomalia del viavai dei ragazzi, anche con l'acquisizione delle immagini dei sistemi di video-sorveglianza, ha ricostruito l'accaduto, identificando i due presunti responsabili.

Minacciato dai bulli, la mamma: «Mio figlio un giorno mi disse: meglio morire che andare a scuola». Parla la madre che ha denunciato tre ragazzini che da oltre un anno perseguitano il figlio. «Finché non mi garantiscono la sua sicurezza non lo mando più in classe». Pierfrancesco Carcassi su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2022.

Signora, lei ha denunciato i tre bulli che da mesi perseguitano suo figlio arrivando a minacciarlo di morte: immagino non sia facile per una mamma raccontare certe cose.

«Questo è il problema. La gente mette la testa sotto la sabbia di fronte al bullismo e fa male, ma io combatto fino alla fine».

Quando si è accorta che suo figlio veniva bullizzato?

«Parevano cavolate tra ragazzi. All’inizio dell’anno mio figlio chiedeva al papà di portarlo a scuola. Io gli rispondevo: “Hai l’abbonamento, vai tu, non far fare l’autista al papà”. Non ci ho pensato fino a quando mi ha risposto: “Meglio morire piuttosto che andare a scuola”. Da un mese e mezzo che mio figlio si mangia le unghie continuamente e non vuole più andare a scuola».

A quel punto la situazione era già seria.

«Mi diceva che gli faceva male il cuore, che ha questa brutta sensazione di non valere niente… A 11 anni? Non siamo a Londra o a Milano, siamo in un piccolo paese, un posto tranquillo».

Che cos’hanno fatto quei ragazzini a suo figlio?

«Mio figlio viene minacciato anche sul cancello della scuola. Sull’autobus che prendono per andare a scuola i bulli gli fanno le foto col telefono, dicono: «La metto su TikTok, meglio che tu vada a morire». E gli fanno il segno del taglio con il dito alla gola, per dire “sei spacciato”».

Nessuno ha fatto niente sul momento?

«L’autista del bus ha intimato al bullo che ha fatto quel gesto di smetterla e ha minacciato di farlo scendere. Ma poi ho sentito che raccontava in giro che non sapeva più cosa fare con quei ragazzi... In paese li hanno visti appiccare fuochi, alcune mamme li collegano a furti, qualcuno li ha visti girare di notte a mezzanotte e mezza. O sono coincidenze o è l’inizio di una baby gang».

Da quanto tempo c’è questa situazione?

«Circa quindici mesi. Da piccoli erano amici per la pelle con mio figlio. Venivano da noi a dormire. Fino a poco fa mio figlio usciva con questi ragazzini, sono del paese. Un giorno però volevano appiccare il fuoco in un parcheggio lì vicino. Mio figlio ha detto di no. Da quel momento è diventato “cagasotto”».

È stata un’escalation.

«Dopo una settimana lo invitavano a giocare a calcio per dispetto: al campo non si presentavano, poi gli dicevano: scemo che ci sei andato, non hai amici. Da “cagasotto” è diventato “poveraccio perché hai una bici usata”, “inglese di m...”. Fino a “meglio che ti ammazzi, ti buttiamo nel fiume Piave con la bicicletta, non vali niente”. Ora lo seguono mentre fa la spesa, e da settembre la situazione è peggiorata. Uno di loro gli ha detto: ah, adesso andiamo anche insieme a scuola, sei finito».

Ha ritirato suo figlio da scuola.

«Mio figlio non andrà più a scuola finché non mi possono garantire la sua sicurezza. Abbiamo incontrato la vice preside due giorni fa, non mi ha lasciato finire di parlare. Mi ha detto che la situazione fuori dalla scuola la interessa, non possono fare niente. Io ho spiegato che le cose succedono anche a ricreazione (il ragazzo e i bulli sono in classi diverse, ndr) quando vanno in bagno, quando stanno in corridoio».

Che cosa le hanno risposto?

«Che mio figlio dice bugie. Ma io sono nata in Gran Bretagna: noi puntiamo tanto sull’onestà e se uno racconta bugie la punizione è il doppio. Mio figlio lo sa. La preside durante un altro incontro mi ha chiesto di raccontare tutti i fatti ma alcuni non li ha considerati: per esempio quella volta che mio figlio è andato a chiedere aiuto a una professoressa che lo ha mandato via».

Che cosa vorrebbe dalla scuola?

«Io voglio solo che prendano i responsabili e tirino loro le orecchie, come si faceva una volta. “Cosa fate ragazzi? Non voglio casino”. A Londra si fa così nelle scuole».

Lo ha chiesto?

«Si sono rifiutati: “Che cosa vuole signora una guardia del corpo?”. Sono rimasta così scioccata… Ho messo in chiaro che mio figlio non andrà a scuola finché non avrà protezione. I ragazzi che lo perseguitano sono sempre in giro, in corridoio, in bagno, fanno quello che vogliono… E i docenti continuavano a ripetere che non possono fare niente. È una vergogna. Mi hanno detto solo: “Sono ragazzini...”».

Conosce i genitori dei bulli?

«Ho chiesto spiegazioni al papà di alcuni di loro, di origine marocchina. Mi ha risposto: sei razzista. Ma io sono inglese di origine indiana, mio papà è musulmano, mia mamma è cattolica, io sono protestante. Ho sangue misto. Quando ha sentito dell’origine di mio papà ha detto ai figli: non devi picchiare il nostro fratello. E a me: “Sono ragazzi, non posso fare niente”. La mamma di un altro bullo mi ha chiuso la porta in faccia. Allora sono andata dai carabinieri».

Ha fatto denuncia contro i ragazzi?

«Per le minacce di morte. E lunedì farò denuncia contro la scuola perché non possono proteggere mio figlio e anche per le parole di razzismo verso di me: i professori quando mi hanno ascoltata mi hanno detto di parlare italiano perché, da madrelingua inglese, non ho dato loro del “lei”».

E con i bulli ha provato a parlare?

«Certo, li conosco. La prima volta che gli ho chiesto perché si comportassero così con mio figlio mi hanno risposto che avevano litigato, e hanno chiesto scusa. Poi hanno cominciato a evitarmi. Sanno che sono arrabbiata. Uno di loro che ha preso a botte mio figlio si è scusato. Ora non lo picchia ma sta con il gruppo quando lo prendono di mira».

Sa se altri genitori hanno avuto problemi simili?

«Si, il figlio di alcuni vicini di casa usciva sempre con gli stessi bulli. Suo padre ha redarguito i ragazzini perché non voleva stesse con loro. Ma tutti mettono la testa sotto la sabbia. In chat le mamme lo dicono che è ora di farla finita. E allora parlate, dico io! Io non ho paura che si sappia chi sono. Vado avanti fino alla morte. In questo paese bisogna essere aggressivi, partire in quarta, sennò le cose non vengono risolte».

Si era mai trovata in una situazione del genere?

«Ho un’altra figlia, ora maggiorenne, che a scuola è stata presa di mira da un bullo. Le tirava i capelli, si sono picchiati ma è stato un solo episodio, poi risolto. Quella era una delle solite cavolate da bambini. Ma non ho mai vissuto nulla di simile ad ora».

È pesante per tutta la famiglia.

«Un incubo (sospira, ndr), non ne posso più di sentire i nomi di questi ragazzi. Ma faccio quello che devo fare, non mollo finché qualcuno non fa qualcosa. Mio figlio ha diritto ad andare a scuola. Mi hanno proposto di cambiarla ma io non ho intenzione di farlo. Non tornerà finché non mi possono assicurare che non gli succede nulla. Se non possono farlo loro, andrò io nei corridoi».

Lei sembra pronta a tutto.

«Sono in Italia da decenni e tra qualche mese prendo la cittadinanza, qui ho messo radici ma resta la mentalità inglese: quando si parla di figli non ci ferma nessuno. Sto male quando vedo mamme che non fanno niente per proteggere i figli, non sanno cosa può capitare. Una mia amica anni fa ha perso la figlia per la stessa cosa, per il bullismo: aveva 14 anni, era in carne e con gli occhiali, si è tolta la vita. Non bisogna mai prendere sottogamba queste cose. La scuola si deve svegliare».

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Le pene di una madre per la figlia bullizzata. «Ora sta bene, sorride. Ma io continuo a sentire di essere stata sbagliata, non in grado di farla sentire al sicuro». Lisa Ginzburg su La Gazzetta del Mezzogiorno il 26 novembre 2022.

Ciao Lisa, ti scrivo di qualcosa che è successo tempo fa, quasi un anno ormai, e riguarda mia figlia. Lei ha dodici anni adesso, ma allora era undicenne quando io e il padre abbiamo scoperto una brutta storia che ci aveva tenuto nascosta. Era stata «bullizzata», come si dice, da due suoi compagni di classe, un maschio e una femmina. Lo ha raccontato allo psicologo della scuola, e lui ci ha convocati. Si è scoperto che la cosa andava avanti da mesi: ricatti, soprusi, richieste crudeli, le facevano fare di tutto. La cosa più difficile, oltre alla grande pena per mia figlia, è stato accettare che non ce ne avesse parlato. Ora sta bene, si è ripresa, sorride. Ma io come madre continuo a sentire di essere stata sbagliata, incapace di saper capire, vedere, non in grado di farla sentire al sicuro così da parlare e confidarsi con noi. Quasi un anno fa è successo, ma ancora mi sento distrutta e non capisco come ne uscirò.

Grazie.

Cara R., che cosa dura realizzare che per tanto tempo un figlio (una figlia) è stato oggetto di umiliazione, vessazioni psicologiche, che sta soffrendo circostanze pazzescamente dolorose non comprese né in nessun modo subodorate da noi come genitori.

Posso bene immaginare il senso di inadeguatezza, la mortificazione profonda che puoi provare come madre. Da parte tua una mancanza, una cecità, forse una resistenza a voler percepire, sì. E d’altra parte: certi tormenti del tutto intimi, certe cose che ci feriscono nel profondo, alle persone più care molte volte è troppo difficile dirli, confidarli: all’età che ha tua figlia, e forse a tutte le età.

Siamo toppo vulnerabili in quei frangenti per poterci aprire a chi amiamo di più, e se in quei mesi tua figlia non riusciva a parlarne con voi, magari è stato anche perché quel che stava vivendo era troppo più grande di lei, una ferita per una vicenda assurda, indicibile, solo sua. Meno lacerante, un po’ meno insostenibile confidarlo a uno psicologo, un terapeuta che rappresentava per lei qualcuno di esterno.

Non hai intuito prima, non hai percepito mentre accadeva che tua figlia vivesse quell’incubo. Dopo però, quando la cosa è venuta fuori, sono certa tu sei stata assolutamente all’altezza del tuo ruolo di madre, che le sei stata vicina nel modo più giusto, con infinito amore e delicatezza e rispetto. Se adesso è serena e sorridente, se è riuscita a superare questa esperienza tanto traumatica, incontrando nuovi amici nuova fiducia negli altri, sarà anche perché l’avete seguita e accompagnata con tutto l’amore e il sostegno che il momento e il suo malessere chiedevano.

Non dovresti rimproverarti troppo. Guardare avanti invece. Le sei stata accanto, nel suo silenzio prima, nella crisi dopo, nel malessere che sarà seguito alla confessione fatta allo psicologo infine. Sei stata solida, sempre a disposizione, una bravissima madre, e di più ancora lo sarai dando fiducia alla vita, pensando a come questa brutta storia avrà rafforzato tua figlia, insegnandole autostima, la cura di sé dell’amor proprio compresa una maggiore apertura, la cura dell’armonia di una buona comunicazione con il mondo.

Del resto le cose, nei legami forti come sono quelli famigliari, vanno sempre in parallelo. Più riuscirai a perdonarti come madre per ciò che non hai saputo fare – per non avere visto, non avere capito quello che stava succedendo a tua figlia, più le darai forza e strumenti per andare oltre e lasciarsi alle spalle questo capitolo brutto. E sorridere e vivere, e star bene sempre di più: anche con voi, con te. Che ci siete stati, sempre. Perdonati, sorridi: le cose sono andate moto oltre, l’umiliazione è una brutta ferita ma cicatrizzata, la tua non intuizione passata una mancanza umanissima, una forma quella anche di protezione, che devi solo perdonarti.

Ti tormenta, ma anche passarci ti avrà migliorato, rendendoti la madre unica e umanissima che sei. Sorridi ai sorrisi di tua figlia, ogni serenità in più sarà un passo verso il progresso del vostro benessere. Un abbraccio virtuale

I dati di "Terre des hommes". Allarme bullismo, un adolescente su due ne è vittima. Francesca Sabella su Il Riformista l'8 Febbraio 2022. 

Un adolescente italiano su due dichiara di essere stato vittima di atti di bullismo e cyberbullismo. Sette adolescenti su dieci dichiarano di non sentirsi sicuri mentre navigano su internet coltivando relazioni digitali. «La Campania, purtroppo, non fa eccezione e presenta diverse criticità con una esplosione di casi di violenza soprattutto tra giovanissimi», ha commentato Domenico Falco, presidente del Comitato regionale per la Comunicazione della Campania, in occasione della Giornata mondiale contro bullismo e cyberbullismo.

«Di fronte a questi dati, divulgati da “Terre des hommes” con la relazione “Indifesi 2021’ – ha aggiunto -, si impone l’attivazione di tutte le misure possibili a sostegno di un’intera generazione sotto assedio che sta pagando duramente gli effetti di due anni di emergenza pandemica. L’isolamento sociale delle vittime e un utilizzo errato dei social media sono le principali cause da combattere. Il Corecom Campania – ha aggiunto Falco -, negli ultimi quattro anni, ha promosso campagne di prevenzione dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo e di educazione digitale che hanno coinvolto circa 80 tra istituti scolastici, campi scuola e oratori delle cinque province campane».

Ai seminari hanno partecipato oltre seimila studenti che hanno avuto l’opportunità di conoscere il fenomeno del cyberbullismo, confrontandosi con esperti e rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine. «L’obiettivo raggiunto -ha spiegato Falco – è stato quello di fornire loro un segnale forte di sostegno da parte di una rete sociale che parte dalle famiglie e prosegue con la scuola, con le donne e gli uomini in divisa, con i sindaci e con le associazioni e i parroci, che è pronta ad aiutarli a portare fuori il disagio e a denunciare. Dobbiamo proseguire su questa strada – ha concluso – per la costruzione di un Patto istituzionale affinché nessuno si senta solo nel combattere il bullismo».

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Cosa fare se mio figlio è un bullo? I comportamenti da tenere sotto controllo e come intervenire. Nella giornata mondiale contro il bullismo e il cyber bullismo abbiamo intervistato la psicologa dell’infanzia Serena Costa per capire cosa fare se ci accorgiamo che nostro figlio si comporta da bullo. Intervista a Dott.ssa Serena Costi. Psicologa dell'infanzia. A cura di Francesca Parlato il 7 febbraio 2022 su Fanpage.it.

Il 7 febbraio ricorre la Giornata Mondiale contro il Bullismo e il Cyberbullismo, secondo un'indagine delle Nazioni Unite, uno studente su tre, tra i 13 e i 15 anni, ha subito nella vita almeno un episodio di bullismo e in Italia poco più del 50% degli 11-17enni (numeri che arrivano da uno studio ISTAT) ha subito un episodio offensivo, non rispettoso o violento da parte di altri ragazzi. Spesso episodi di violenza, fisica o verbale, tra ragazzi sono considerati normali, sono minimizzati ma è importante invece capire come riconoscere e distinguere un semplice litigio da un comportamento prevaricatore, prepotente, dove c'è un'asimmetria di potere e soprattutto l'intenzionalità di fare del male o offendere o anche escludere un compagno da un gioco o da una situazione di gruppo. Come indicano le statistiche, di bullismo si parla quasi sempre superati gli 11 anni, quando iniziano le scuole medie, quando delle dinamiche comportamentali sono già strutturate. "Ma prima capiamo come evitare di arrivare al bullismo, meglio è. – ha spiegato a Fanpage.it la dottoressa Serena Costa, psicologa dell'infanzia e autrice del blog "Connettiti alla psicologia" – Più facile sarà intervenire con i nostri figli per chiarire cosa c'è di sbagliato in certi comportamenti".  

Mio figlio è un bullo? I comportamenti da controllare

Per un genitore può essere emotivamente complicato rendersi conto di alcuni comportamenti del proprio figlio, eppure ci sono dei segnali piuttosto chiari, che possono farci capire che siamo di fronte a degli atteggiamenti preoccupanti. "Intanto dobbiamo notare se il bambino ricorre a metodi aggressivi per ottenere quello che vuole. Se è pretenzioso, se ha un atteggiamento di superiorità nei confronti dei compagni, se tende a sottometterli". Oltre ai segnali che riguardano la sfera della rabbia però ce ne sono altri che hanno a che fare con la capacità di gestire le emozioni. "Di solito sono bambini che fanno fatica a esprimere le loro emozioni e i loro bisogni. Non provano dispiacere o senso di colpa se si accorgono che hanno ferito qualcuno, fisicamente o prendendolo in giro, addirittura sono quasi contenti. E questo succede sia a casa con i genitori che con i fratelli e le sorelle o con i compagni di classe". Moltissimo contano anche le dinamiche familiari. "Se i genitori sono aggressivi, se ricorrono a questo tipo di modalità comunicative o di relazione, è probabile che anche i figli lo faranno, perché riflettono ciò che vedono".  

Cosa fare se ci rendiamo conto che nostro figlio è aggressivo

Se ci accorgiamo che nostro figlio mette in atto questo tipo di comportamenti, la prima cosa da fare è cercare di riaprire un canale comunicativo. "Dobbiamo cercare di entrare in sintonia con lui, con i suoi bisogni reali. Cerchiamo di capire cosa ha scatenato quei comportamenti e di provare a sviluppare le sue capacità emotive". Uno dei punti deboli di un bambino aggressivo è spesso la gestione della frustrazione. "I genitori dovrebbero imparare anche a lavorare su questo aspetto. Bisogna allenare i ragazzi a questa competenza. Si è visto che ci sono due stili genitoriali che favoriscono l'insorgere di comportamenti da bulli: uno stile autoritario, fatto di troppe regole e divieti, che ingabbia i bambini e uno stile troppo permissivo, che va sempre incontro ai bisogni del bambino, che crescerà credendo che tutto sia dovuto. Per questo è importante trovare un equilibrio, un bilanciamento". 

Un bambino bullo va punito?

Punire, sgridarlo, tentare la strada del dialogo? Cosa fare se nostro figlio si è comportato in maniera scorretta con un altro bambino? "Vale sempre la pena dialogare – suggerisce la psicologa – Facciamoci intanto raccontare la sua versione, facciamogli capire che lo stiamo ascoltando, siamo accoglienti. Non limitiamoci a criticarlo. Aiutiamolo ad analizzare quello che dice: se si deresponsabilizza, dicendo "Non ho fatto niente" facciamolo ragionare sulle sue emozioni, chiediamogli se per caso ha paura di essere sgridato. Spieghiamogli che non esiste solo il suo punto di vista e che bisogna ascoltare tutte le versioni di quello stesso episodio. E invitiamolo a riflettere sulle conseguenze di quel comportamento". Se però questi atteggiamenti aggressivi non sono sporadici ma diventano un’abitudine, allora è il caso di stabilire delle conseguenze negative. "Una punizione serve a scoraggiare un comportamento negativo, ma non deve essere umiliante. Deve sempre essere costruttiva. Ad esempio se nostro figlio ha ferito con le parole qualcuno la punizione potrebbe essere scrivere una lettera di scuse. L'obiettivo è responsabilizzarlo". Chiedere scusa però non deve essere neanche un atto imposto o un semplice escamotage per risolvere un problema, è importante trasmetterne il valore reale. "Si chiede scusa per riparare, ma non dobbiamo obbligare a chiedere scusa se il bambino non ne capisce il motivo. Bisogna lavorare proprio sull'empatia".  

Quando è il caso di rivolgersi a un esperto

È molto importante quando un bambino mostra degli atteggiamenti di questo genere non identificarlo con il suo comportamento. Oggi è facile dire “sei un bulletto” ma è più corretto dire che si sta comportando come un bullo: "Non etichettiamo mai il bambino che si comporta da bullo come tale. Analizziamo e critichiamo anche i suoi atteggiamenti ma senza identificarlo con la parola bullo. Preserviamolo, si tratta sempre di un bambino che deve essere aiutato. Il rischio è andare incontro a una profezia che si autoavvera ‘Tutti mi dicono che sono un bullo e allora mi comporto come tale’”. In questi casi stringere alleanze con educatori e insegnanti è essenziale per intervenire sul bambino. "Facciamogli capire che nessuno lo vuole punire e basta ma che vogliamo aprire un canale comunicativo, che vogliamo accogliere i suoi bisogni. Se lo capisce sarà più disponibile a parlare, altrimenti inizierà a temere l'adulto, a pensare che voglia limitare la sua libertà e si chiuderà sempre di più. Sicuramente non è un lavoro facile, ma più si è alleati con le figure educative di riferimento, più si riesce ad essere efficaci". In alcuni casi può essere anche utile rivolgersi a uno psicologo o a un terapeuta. "A volte un genitore può rivolgersi a un esperto anche solo per  per avere un semplice consiglio, un aiuto che può rivelarsi importante. In alcuni casi invece, quando al bambino non si riesce a far capire l'importanza di cogliere le emozioni degli altri, quando non si riesce a mettere un freno a certi comportamenti può essere utile proprio avviare un percorso più strutturato. Prima si interviene meglio è. Se ci accorgiamo che esistono queste dinamiche di esclusione, se se la prende con qualcuno in maniera ricorrente cerchiamo di muoverci presto, più si va avanti più diventerà complicato affrontare questi comportamenti".

"Volevamo uccidere le maestre". Bambini trovati con i coltelli nello zaino per imitare Squid Game. Valeria Di Corrado su Il Tempo il 28 febbraio 2022.

Invece delle merendine, negli zaini avevano portato dei coltelli di plastica appuntiti. «Volevamo uccidere le maestre». Questa l’assurda e drammatica spiegazione che hanno dato alcuni bambini della quarta elementare dell’istituto comprensivo Pablo Neruda di via Casal del Marmo, a nord di Roma, dopo essere stati scoperti lo scorso 16 febbraio con le «armi improprie» di cui si erano muniti. Gli alunni (tra di loro ci sono anche un paio di bambine) si sarebbero ispirati a «Squid Game», la violenta serie tv sudcoreana distribuita in tutto il mondo sulla piattaforma di streaming Netflix dal 17 settembre 2021. «Non si erano mai verificati episodi simili. È un istituto tranquillo», commenta Laura Gonzalez Rodriguez, del Comitato genitori della scuola.

Il "gioco del calamaro" (questa la traduzione) narra in 9 episodi la storia di un gruppo di persone in difficoltà economiche e indebitate che, pur di vincere i 33 milioni di euro in palio, rischia la vita in una strana gara composta da 6 giochi abitualmente legati al mondo dell’infanzia, come le biglie e il tiro alla fune. I giocatori sono tenuti costantemente sotto controllo da guardie mascherate: chi perde viene ucciso brutalmente e ogni morte aggiunge soldi al montepremi finale. 

Negli ultimi mesi, in alcuni istituti scolastici italiani, sono stati segnalati episodi di bambini presi a botte dai compagni durante la ricreazione come penitenza per aver perso a «un, due, tre, stella» (uno dei giochi proposti in «Squid game»). C’è chi è arrivato a imitare il gesto della pistola puntata, per imitare i protagonisti della serie. La visione è vietata ai minori di 14 anni, con siti che consigliano comunque di aspettare i 18, proprio per la violenza di alcune scene e per l’impianto della trama. «Sicuramente si tratta di una serie tv non adatta ai bambini. Ma il vero problema è che manca il filtro dei genitori - spiega Angelo Bonaminio, psicoterapeuta di preadolescenti, adolescenti e giovani adulti, specializzato nell’uso e nell’abuso delle tecnologie digitali, e socio dell’ArpaD - Ci sono sempre stati film e cartoni violenti.

Il mezzo, che sia la tv o un videogioco, di per sé è neutro. La differenza, rispetto al passato, è che i genitori non esercitano la loro autorevolezza. E le menti di alcuni adolescenti, senza il filtro degli adulti, sono più influenzabili di altre. Qualsiasi contenuto può essere compreso con la mediazione di un referente adulto adeguato. Invece molti genitori sono concentrati solo sulla performance scolastica; pensano a dare il "contentino" ai propri figli, comprando le scarpe o il cellulare più costoso». Tra l’altro, esiste anche il tasto del «parental control» per impedire la visione. Ma spesso non viene impostato dai genitori per paura che i figli restino esclusi dai compagni.

"La violenza esplode e non è tutta colpa della pandemia Covid". Luca Fazzo il 5 Marzo 2022 su Il Giornale.

Il professor Guglielmo Gulotta, uno dei massimi esperti italiani di psicologia forense, lancia l'allarme sulla violenza giovanile in città. Preoccupano la caccia agli oggetti-feticcio, il sesso senza rispetto e l'esibizione social.

Il lockdown, la compressione in stati ristretti, la rinuncia alla socialità non possono costituire gli alibi per il dilagare della violenza giovanile nel tessuto urbano milanese: perché siamo davanti a un fenomeno nato ben prima della pandemia e con cui dovremo confrontarci anche per molti anni dopo di essa. A spiegarlo è Guglielmo Gulotta, uno dei massimi esperti italiani di psicologia forense: il terreno dove si incrociano lo studio dei comportamenti criminali e dei processi mentali.

Professor Gulotta, da settimane le cronache milanesi ribollono di episodi sconcertanti, a volte l'impressione è che le cosiddette baby gang agiscano ormai fuori da ogni controllo. Da dove nasce questo fenomeno?

«Siamo davanti a una delle due forme di aggressività adolescenziale più vistose di questi tempi. Una è il bullismo, l'altra è l'organizzazione in bande giovanili più o meno strutturate. Bullismo e gang vengono a volte vissute come facce di fenomeni analoghi, ma in realtà hanno differenze sostanziali. Il bullismo si esercita contro obiettivi noti, ed è spesso perpetrato da un soggetto singolo, magari attorniato da altri che svolgono una funzione da coro o da claque. Le gang, invece, sono alimentate dalla coesione collettiva e colpiscono indiscriminatamente».

Qual è la molla che le spinge in azione?

«Una risposta ci viene dalla modalità stessa con cui veniamo a conoscere le loro azioni: questi ragazzi pubblicano per vanteria sui mass media e sui social le loro imprese che altrimenti resterebbero a volte sconosciute. La definirei trasgressione ludica. Poi, ovviamente, c'è dell'altro».

Ovvero?

«Sicuramente la conquista di beni materiali di consumo che sono fuori dalla loro portata e che hanno una forte valenza di status: dai telefoni ai capi di abbigliamento. D'altronde si tratta di bande urbane di vario tipo e dalla composizione quanto mai variabile, perché ne fanno parte sia ragazzi nati nella nostra cultura che di culture differenti, ma accomunati quasi sempre dalla provenienza da classi sociali disagiate. In loro la conquista dell'oggetto-feticcio si accompagna a una voglia di riscatto e diventa una sorta di reazione ai trattamenti ingiusti, o presunti tali, che ritengono di aver subito dalla società degli adulti».

Nelle analisi di questi giorni molti hanno indicato il disagio da lockdown come fattore detonante.

«Adesso la pandemia ha la colpa di tutto... Certo, dopo la fine del lockdown abbiamo avuto la percezione di una impennata, ma da qui a fare di un dato temporale anche un dato causale ce ne corre. Questo è un problema che nel mondo esisteva da ben prima del lockdown».

Che rapporto hanno con le regole? Trovano soddisfazione nel violarle o semplicemente le ignorano?

«Tutti noi violiamo le regole continuamente, perché se le applicassimo rigidamente il mondo si fermerebbe. In questi ragazzi c'è sicuramente qualcosa in più: la trasgressione della regola diventa un valore in sé, un motivo d'orgoglio, una conquista da esibire. Anche a costo di essere identificati e pagarne le conseguenze».

La dinamica è la stessa anche quando l'aggressività della banda prende di mira soggetti deboli come le ragazze? Le scene di Capodanno sono inquietanti.

«In parte sì, purtroppo. Quello che è andato in scena in piazza Duomo è stata una serie di episodi connotati, e lo dico con mille cautele e tra mille virgolette, anche da un aspetto ludico. Tra le regole che si possono violare in nome della trasgressione, c'è stata anche quella del rispetto per l'altro sesso. Le aggressioni sono state rese possibili da un meccanismo psicologico classico dell'agire di gruppo, la dispersione della responsabilità: più siamo e più si può fare, come se la responsabilità finisse tutta a un soggetto che agisce collettivamente e non ai singoli che ne fanno parte. E alla fine la soddisfazione del piacere sessuale non è diversa dalla gratificazione del rapinare un oggetto di lusso: hai delle spinte che non puoi soddisfare individualmente, la forza e la confusione ti convincono di poter fare quello che a quattr'occhi non oseresti».

"Nordafricani, trap e crimini: l'identikit delle baby gang”. Sofia Dinolfo il 5 Marzo 2022 su Il Giornale.

Cresce il numero delle azioni violente messe in atto dalle bande dei baby criminali. Il maggiore Silvio Maria Ponzio spiega a IlGiornale.it le dinamiche che si celano dietro queste organizzazioni.

Proliferano i reati commessi da parte delle baby gang. Rapine, violenze e minacce sono gli atti illeciti compiuti, con maggiore frequenza nel weekend, dalle bande di delinquenti di minore età. Da Nord a Sud, un’escalation di denunce da parte delle vittime e diversi gli interventi delle Forze dell’Ordine diretti a garantire l’incolumità pubblica. Al momento, Milano risulta essere la città maggiormente colpita da questo fenomeno tanto da richiedere in Parlamento un dibattito sull’emergenza sicurezza nel capoluogo lombardo da parte degli esponenti politici del centrodestra.

La richiesta è partita dopo l’ennesimo episodio di violenza di sabato 19 febbraio nelle vie della movida milanese: Corso Como e piazza Gae Aulenti. Quella notte è successo di tutto con almeno otto risse, “sgabelli in faccia” e “teste spaccate”, come hanno raccontato alcuni testimoni su Instagram. I carabinieri sono al lavoro per debellare questo fenomeno con ferrate indagini e arresti. Gli ultimi sono quelli eseguiti il 2 marzo scorso dal Comando Provinciale di Milano. In manette sono finiti 8 minori appartenenti alla baby gang “Z4”. Ma come si formano questi gruppi? Perché stanno seminando così tanto terrore? “Siamo di fronte - dice a IlGiornale.it il maggiore Silvio Maria Ponzio – a una delle manifestazioni patologiche della devianza giovanile”. Il maggiore Ponzio è il comandante della Compagnia Carabinieri Milano - Porta Monforte e ci ha raccontato diversi dettagli che riguardano le dinamiche delle baby gang.

Cosa sono le baby gang?

"Le baby gang, al pari della 'mala movida' e del 'bullismo', rappresentano una delle manifestazioni patologiche della devianza giovanile. Sono comitive di giovani che, spesso accomunati in rete da particolari nickname identificativi (per esempio il codice di avviamento postale del quartiere in cui vivono e riferimenti alla zona che frequentano) e da caratteristici elementi distintivi (abbigliamento, tatuaggi, linguaggio, gestualità, luoghi di aggregazione e genere musicale), si avvalgono della forza intimidatrice del gruppo per commettere, talvolta con l’uso di armi da taglio o di semplici riproduzioni (scacciacani o pistole giocattolo prive del tappo rosso), svariate attività delittuose. Queste, determinano importanti riflessi in termini di ordine e sicurezza pubblica sia nelle aree cittadine (per lo più periferiche) di provenienza, sia in quelle più spesso centrali, in ragione della presenza di maggiori attrazioni e di locali di tendenza, ove i comportamenti antisociali/violenti, sia pure finalizzati ad affermare la presenza sul territorio e a rimarcare la superiorità sulle bande rivali (in taluni casi arrivando a vantare rapporti di amicizia con soggetti contigui alla criminalità organizzata), si manifestano nelle più disparate forme delinquenziali (risse, furti e rapine in danno di passanti, danneggiamenti, atti vandalici e di bullismo, spaccio di stupefacenti, blocchi stradali per la realizzazione di video musicali, eccetera)".

Come si formano?

"Possono costituirsi quasi per gioco, prendendo come esempio i modelli proposti dalle serie televisive o dalle nuove tendenze musicali, sulla base di pregresse amicizie o assidue frequentazioni tra giovani che, vivendo nello stesso quartiere e accomunati dai medesimi interessi, decidono di unirsi in gruppo e di delinquere in un secondo momento, ovvero nascono come vere e proprie associazioni criminali (per esempio le 'pandillas', tipiche delle comunità sudamericane stanziatesi in Italia) dedite alla commissione di reati, prevalentemente di natura predatoria. In questo caso sono gruppi dominanti stabili nel tempo, guidati da un leader, con una precisa gerarchia interna e con rigidi codici comportamentali che prevedono, talvolta, il superamento di determinate prove per poterne diventare un membro".

Quali sono i fattori aggregativi?

"La musica trap/rap, non certo come forma musicale particolarmente apprezzata dai millennial quanto invece come strumento di divulgazione di contenuti aggressivi e antisociali tramite testi e video spesso oggetto di azioni emulative, costituisce uno dei principali fattori di aggregazione e di costruzione di specifiche identità all’interno delle baby gang. Queste canzoni utilizzano spesso codici narrativi ricchi di slang codificati e di sistemi di occultamento usati per circoscrivere i destinatari dei contenuti ed escludere chi non appartiene a uno specifico contesto territoriale, naturalmente istituzioni e forze di polizia comprese. I brani sono affreschi della vita di periferia, di paragoni tra chi vive nel lusso e chi ai margini della società, di luoghi, simboli e fattori aggregativi (come strade, piazze, giardini pubblici, panchine, passamontagna, tute acetate, scarpe, orecchini, tatuaggi, eccetera)".

Perché stiamo assistendo al veloce proliferare delle loro attività criminose?

"La devianza giovanile è un complesso e mutevole fenomeno sociale, comprendente una serie di condotte che, pur non integrando necessariamente la commissione di reati, possono infrangere regole sociali, morali e di costume, incidendo sensibilmente sulla percezione di sicurezza di una comunità. Alla base dei problemi comportamentali tipici delle nuove generazioni, siano essi illegali o percepiti come trasgressivi e inurbani, vi sono sempre fattori di rischio individuali (come disturbi del comportamento e della socializzazione) e ambientali (per esempio condizione familiare, contesto socio-economico, difficoltà di integrazione dei minori stranieri, consumo di stupefacenti e alcool, emulazione di modelli negativi diffusi da web, da particolari generi musicali, social e serie tv). Se da un lato la pandemia potrebbe aver contribuito ad aumentare sentimenti di stress e preoccupazione tra i giovani per averne limitato le occasioni di socializzazione e di espressione a seguito della chiusura di scuole, di centri sportivi e attività ricreative, dall’altro non si può non tener conto del fatto che il fenomeno era noto anche prima dell’attuale emergenza sanitaria".

Quali sono le cause del disagio dei giovani

"Tra le principali cause alla base del disagio giovanile e degli atti devianti vi sono sicuramente i contesti familiari problematici (conflittualità tra i genitori, maltrattamenti, abusi, assenza di comunicazione o scarso interesse per le attività svolte dai figli), il deterioramento di un’efficace modello educativo, in parte dovuto al precoce abbandono del percorso scolastico, e la tendenza alla rigorosa selettività tra i membri di un gruppo, con la conseguente marginalizzazione di chi non si adegua o conforma ai modelli di riferimento. Credo che sia del tutto naturale che, durante l’adolescenza, il giovane si confronti con il mondo esterno per acquisire fiducia in se stesso e costruirsi come adulto. La voglia di esplorare il mondo e di avviare nuove relazioni lo porta a cercare un gruppo di coetanei con cui confrontarsi".

Cosa può accadere?

"Tuttavia è proprio qui, nella cerchia delle sue amicizie più strette, che il minore esprime la propria personalità attraverso l’azione, sperimentando e adoperando nuove e diverse modalità di interazione. Egli mette in pratica ciò che ha appreso dai contesti di socializzazione precedenti e, attraverso i comportamenti violenti o trasgressivi, tenta di comunicare il suo desiderio irrefrenabile di affermarsi e di superare i limiti in una cornice di autonomia. Il giovane ricerca quelle attenzioni che non ha ricevuto, quelle possibilità che la vita non gli ha offerto e che ritiene di non poter ottenere attraverso il contesto socio-familiare di provenienza. Ecco allora che la strada e ogni spazio pubblico diventano il luogo ove il ragazzo si sente osservato dagli altri, dove costruisce la propria identità e la propria reputazione, cimentandosi anche in rapporti di opposizione, conflittualità e forme estreme di violenza a tal punto da minimizzare le possibili conseguenze delle sue azioni".

Qual è la forza delle baby gang?

"La forza delle gang deriva dal fattore identitario di provenienza (la costante affermazione di vivere in un quartiere notoriamente malfamato incide molto sulla capacità di ingenerare timore nelle vittime più vulnerabili), dalla capacità di agire in branco secondo logiche di deresponsabilizzazione del singolo, di protezione reciproca e di assoluta indifferenza e spregiudicatezza alle regole più elementari della civile convivenza. Talvolta sono gruppi che, non avendo uno scopo razionale preciso, agiscono impulsivamente nel tentativo di provare una sensazione di ‘potenza’ e ‘superiorità’, colpendo le persone (in genere coetanei) ritenute più ‘deboli’. In altri casi, sono giovani che sfruttano esperienze criminali maturate in passato per commettere reati con modalità operative consolidate".

E la cronaca ci conferma diverse storie.

"Recenti indagini svolte dai carabinieri del Comando Provinciale di Milano hanno consentito di accertare che alcuni giovani appartenenti alla baby gang 'Z4', una delle 13 finora censite nel capoluogo meneghino, in più circostanze, anche con l’uso di armi da taglio, tra ottobre 2021 e gennaio hanno commesso violente aggressioni ed efferate rapine a danno di passanti. Gli atri punti di forza delle baby gang sono rappresentati dall’ottima conoscenza del territorio e dalla capacità dei singoli membri di comunicare tra loro utilizzando gruppi o canali social 'riservati' per concordare modalità operative, darsi appuntamenti e perfino organizzare risse, con la presuntuosa convinzione di poter eludere eventuali controlli da parte delle forze di polizia".

Perché riprendono e pubblicano sui social le loro violente attività?

“I baby gangster del 5G impiegano la tecnologia per divulgare, attraverso i principali social network, i video delle proprie azioni delittuose con una duplice finalità. Comunicativa, per esprimere spavalderia, arroganza, assenza di paura e senso di impunità dei propri appartenenti; celebrativa per effettuare proselitismo, acquisire consensi, dimostrare la caratura criminale del gruppo e accrescerne il ‘prestigio’ agli occhi delle gang avversarie. Il video e le foto costituiscono una sorta di ingresso trionfale nella piazza virtuale, tale da celebrare le gesta di cui la gang è capace anche nei confronti di chi è contro di loro. Nell’epoca in cui l’immagine di sé e il like sono elementi imprescindibili per l’adolescente in cerca della propria identità, il video con migliaia di visualizzazioni e condivisioni diventa un efficace strumento di motivazione e incitamento a delinquere”.

Hanno un leader? Come viene “eletto”?

“Alcune gang sono strutturate in modo tale da avere al loro interno un leader (il più delle volte appena maggiorenne) che si autoproclama tale in ragione della maggiore aggressività e carisma mostrati in determinate circostanze o per il solo fatto di essere stato già ristretto in istituti penali o in comunità, di avere maggiore disponibilità di denaro o seguito sui social. A lui non si può disobbedire: farlo significherebbe proporsi quale capo alternativo. Qualche volta si pone come una sorta di guida. Tutti lo reputano una persona fidata, pronta a dispensare consigli o parole di conforto. Altre gang, invece, si autoregolano, lasciando spazio decisionale ai sodali”.

Quanto conta il fatto di essere gruppo per una “buona riuscita” dei cattivi propositi?

“Direi fondamentale. Il gruppo è una sorta di piccola comunità. Quanto più è unito e saldo, tanto più i suoi componenti saranno spregiudicati, determinati e coraggiosi. Molto probabilmente nessuno degli appartenenti alla gang riuscirebbe a compiere atti così violenti o illeciti se dovesse attuarli da solo. Il senso di appartenenza a un gruppo stimola la solidarietà e l'aiuto reciproco in caso di necessità. La condivisione delle responsabilità e l’anonimato contribuiscono a far diminuire la paura e il senso di colpa che il singolo potrebbe provare nel compimento di un'azione illecita”.

Generalmente che famiglie hanno alle spalle questi ragazzi?

“I membri delle gang attive sul territorio milanese sono prevalentemente minorenni di età compresa tra i 12 e i 17 anni, anche di sesso femminile, italiani e immigrati di seconda o terza generazione (con una maggiore incidenza di nordafricani), alcuni dei quali già gravati da precedenti, che coabitano nelle zone periferiche delle aree metropolitane e nei vasti complessi residenziali di edilizia popolare. Talvolta sono minori stranieri 'non accompagnati' che, vivendo in strada o in stabili abbandonati a causa della frequente indisponibilità di posti letto nelle comunità di accoglienza, sono più proclivi alla commissione di reati".

Più in generale?

"È un fenomeno trasversale che, generalmente, interessa giovani che appartengono ai ceti sociali più bassi o a famiglie disagiate, in cui gli stessi genitori sono gravati da precedenti penali o affetti da dipendenze. Ciononostante, proprio in funzione di taluni fattori aggregativi come la musica, succede che anche i ragazzi ‘perbene’ e apparentemente meno problematici entrino a far parte delle bande, in questo caso non certo per fame di riscatto bensì per conquistare uno status sociale, per sconfiggere la noia di una vita ‘normale’ e per diventare famosi tra i coetanei mediante comportamenti antisociali e violenti”. 

È possibile correggere il cammino di questi ragazzi e portarli sulla buona strada?

“Certo. Occorre un’azione corale e congiunta, non soltanto al livello di forze di polizia ma da parte di tutte le componenti della società a cui viene demandato il delicato compito dell’educazione, coniugando percorsi riabilitativi e di inserimento per chi ha già sbagliato con efficaci iniziative preventive e di contrasto al fenomeno. L’obiettivo deve essere da un lato quello di sviluppare nei giovani una maggiore consapevolezza del disvalore sociale delle azioni commesse e delle relative conseguenze, dall’altro quello di rafforzare il network istituzionale al fine di ridurre la dispersione scolastica, coinvolgere maggiormente i giovani in attività sportive ed extrascolastiche (come volontariato, partecipazione a lavori socialmente utili e così via) e aiutare quei genitori assenti o distratti a correggere i comportamenti devianti dei figli con percorsi di socializzazione positiva e di inclusione”.

Come agite per prevenire questi fenomeni?

“L’Arma dei Carabinieri, nell’ambito del progetto di ‘diffusione della cultura della legalità tra i giovani’, con la collaborazione dei responsabili degli istituti scolastici, realizza una campagna annuale di incontri con gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado con lo scopo di educare gli studenti all’esercizio della democrazia, nei limiti e nel rispetto dei diritti inviolabili, dei doveri inderogabili e delle regole comuni condivise, quali membri della società civile, promuovendo al tempo stesso negli alunni la consapevolezza dei valori fondanti e dei principi ispiratori della Costituzione italiana per l’esercizio di una cittadinanza attiva a tutti i livelli del sistema sociale. In fondo, come sosteneva San Giovanni Bosco, ‘dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società’".

Ci può raccontare qualche esperienza con la quale si è confrontato nel corso del suo lavoro?

“Qualche mese fa mi sono occupato del caso di una bambina di 12 anni che, mentre si trovava al parco, è stata brutalmente aggredita e poi rapinata dello smartphone da una baby gang della zona come atto ritorsivo, perché la vittima era attratta da un compagno di scuola, di cui si era invaghita anche una coetanea della banda. A distanza di qualche ora, ancora dolorante per le percosse subite, la giovanissima si è presentata insieme alla mamma presso la stazione dei carabinieri indicatale dal maresciallo che qualche giorno prima aveva conosciuto a scuola durante un incontro sul bullismo. La piccola vittima ha trovato la forza di confidarsi con i genitori e di denunciare l’aggressione. All’odio e alla violenza ha risposto con il coraggio. I membri della gang sono stati tutti identificati e deferiti alla competente autorità giudiziaria. A ognuno di loro abbiamo consigliato di leggere ‘La fabbrica del male’ di Jan Guillou”.

Antonio Calitri per “il Messaggero” il 3 marzo 2022.  

Il fenomeno delle baby gang dilaga in tutta Italia con Milano che guida la classifica nazionale dei reati commessi da minori. E con questi gruppi di piccoli criminali dove la presenza degli italiani diminuisce a vantaggio di quella di immigrati o figli di immigrati. E si abbassa anche l'età di queste gang, con l'ultima operazione dei Carabinieri milanesi che ieri ha sgominato un gruppo di quartiere formato da otto minorenni di età compresa tra i 17 del più grande e i 12 dei più piccoli.

Si tratta di una banda di giovani delinquenti che imperversava nella zona Sud-Est di Milano, tanto radicata nei quartieri di Corvetto e Calvairate che si erano dati il nome di Z4 gang, ovvero Zona 4 come è stato rinominato amministrativamente il municipio, così da essere riconosciuti come i ras del posto. Questi otto ragazzini, sono indiziati a vario titolo e in concorso tra loro delle ipotesi di rapina, tentata rapina e lesioni personali aggravate in concorso.

Il gruppo avrebbe commesso, secondo quanto recita una nota delle forze dell'ordine, «in più circostanze, violente aggressioni e 14 rapine (anche tentate) in danno di passanti che avvicinavano con banali pretesti all'interno di parchi, sui mezzi di trasporto pubblico, nei pressi delle fermate o nei principali luoghi di aggregazione giovanile, sottraendo loro smartphone e altri oggetti di valore».

È una delle almeno 13 bande individuate dagli investigatori dell'arma milanese dall'analisi dei social network dove questi gruppi, seppur in forma anonima, documentano le loro imprese. Milano quindi si conferma capitale e vero e proprio laboratorio della criminalità giovanile. Pochi giorni fa, gli investigatori avevano scoperto anche un nuovo fenomeno, quello della baby gang pendolare, proveniente dalle banlieue.

Da Novara dove sono stati documentati questi spostamenti, ma anche da altre città a circa mezz' ora di treno dal capoluogo lombardo, ogni weekend bande di ragazzini sbarcano in stazione centrale di Milano e da lì si dirigono verso i quartieri della movida restando spesso ai margini e mettendo nell'obiettivo ragazzi e ragazze che si allontanano da soli o in coppia dalla zona più frequentata e li aggrediscono.

Poi a fine serata, con i bottini di smartphone e portafogli conquistati o semplicemente con le registrazioni di aggressioni gratuite sui loro telefonini, riprendono il treno e tornano alle loro case dell'hinterland. Piccoli criminali che intanto fanno salire in classifica la città che secondo l'ultimo report della Direzione centrale di Polizia Criminale dal titolo I minori nel periodo della pandemia vede Milano al primo posto in Italia per numero assoluto di segnalazioni di minori denunciati o arrestati in Italia, con 1.442 casi tra il 1° gennaio e il 31 agosto 2021.

Al secondo posto si piazza Roma con 1.214 casi registrati nello stesso periodo, seguita, all'ultimi gradino del podio da Torino con 948 denunce. Occorre precisare però che la Capitale rientra solo per numero assoluto di denunce, ma se si ripartiscono i numeri per la popolazione, Roma scende in coda alla classifica delle città metropolitane analizzate che al contempo vede salire Bologna e Firenze in particolare.

Non che a Roma non si registri la presenza delle baby gang. Proprio ieri gli agenti della squadra informativa del distretto Prenestino hanno sgominato una composta da tre minori e un maggiorenne che gestiva lo spaccio dell'hashish ai giardinetti del Quarticciolo e aveva trasformato il luogo come una piazza di quelle che si sono viste nella seria di Gomorra.

Furti, rapine e aggressioni anche fini a se stesse e ultimamente anche all'arma bianca vengono realizzate da minor nella zona di San Lorenzo. Neppure il centro storico, tra i palazzi delle istituzioni nazionali che dovrebbero essere tanto presidiate resta escluso. Poco più di una settimana fa un rider di 30 anni è stato aggredito da una babygang formata da una quindicina di ragazzini all'uscita del Mc Donald's in Piazza delle Cinque Lune, a pochi passi dal Senato della Repubblica.

Crescono le babygang e nello stesso tempo cambiano. Se fino a pochi anni fa, soprattutto quelle straniere si sfidavano tra loro per gestire gli affari delle varie zone, adesso sono cambiate sia le composizioni di questi gruppi che gli obiettivi che sono ormai soprattutto persone esterne alle gang, da rapinare o semplicemente da aggredire. 

Aumentano le gang di stranieri ma anche quelle di italiani, figli di immigrati cresciuti in Italia ma spesso con modelli educativi lontani a quelli occidentali. In generale è crescita di due punti percentuali l'incidenza dei reati commessi dai minorenni stranieri, rispetto al totale, passando dal 44,17 al 46,11%.

Il Piemonte è la regione con la maggiore incidenza dei minori stranieri nei reati, con il 57,54%, quasi 6 reati su dieci commessi da minori sono stati fatti da uno straniero. Seguono l'Emilia Romagna (54,73%) e la Lombardia (52,92%). Solo decimo il Lazio con un'incidenza del 43,51%.

Sintesi dell’articolo di Roberto Gonella e Laura Secci per “La Stampa”, pubblicata da “La Verità” il 26 febbraio 2022. 

Assediato dalle baby gang, un parroco di Asti ha dovuto chiamare più volte la polizia per potere terminare la celebrazione della messa. «Sono una trentina, ragazzi e ragazze delle medie, tutti italiani», racconta don Paolo Lungo, 54 anni, dal 2013 parroco di Nostra Signora di Lourdes nel quartiere periferico della Torretta. 

«Spaccano i vetri e spaventano i fedeli. Si ritrovano sul sagrato o poco distante». Per arginare i raid, i fedeli e il sacerdote sono spesso costretti a chiedere l'intervento delle forze dell'ordine: la questura si trova a poche centinaia di metri.

Ma anche i poliziotti vengono trattati con arroganza e senza timore. Don Lungo, tuttavia, ha deciso di non denunciare i giovani teppisti: «Non hanno ancora varcato la soglia che li porterebbe a gettare via la loro vita e non dobbiamo spingerli a farlo».

(ANSA il 17 febbraio 2022) - Fiamme nella tarda serata di ieri in un bar a Ghedi, in provincia di Brescia. È il locale di Yuri Colosio, 27 anni, che, in una puntata della trasmissione Le Iene andata in onda proprio ieri sera, aveva raccontato di essere vittima di bullismo da parte di una baby gang locale.

"Appena finito il servizio delle Iene questo è il risultato e l'ennesimo sopruso che dobbiamo affrontare. A questo punto anche combattere per il diritto al lavoro diventa difficile" ha scritto sui social Colosio mostrando le foto del suo locale danneggiato. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

Estratto dell'articolo di Brunella Giovara per “la Repubblica” il 25 febbraio 2022.

È andata così. Il kebabbaro aveva appena chiuso, bussa un ragazzino e chiede aiuto. «Aprimi, vogliono ammazzarmi». L'uomo, musulmano timorato di Dio, lo nasconde giusto in tempo perché bussa un altro ragazzino, e ha una pistola. «Non ho aperto, ho fatto scappare l'altro dal retro. Quanti anni avevano? Quattordici, più o meno. E io chiedo: cosa sta succedendo, qui a Novara?».

Succede quel che succede in tutta l'Italia del Nord, nelle città medie come è questa, dominata dal Monte Rosa e dalla cupola dell'Antonelli, 121 metri con un Cristo Salvatore.

Ma qui, come a Brescia, Padova, Trento, Pavia, in queste banlieue di provincia chi salverà il futuro dei teenager poveri, stressati dalla pandemia, violenti, spesso seconda generazione e quindi ancora più incattiviti, ma anche italiani, ragazzini per bande che si formano, svaniscono e ricreano, su un ritmo trap che qui fa «Hey Hey Hey, Novara City/ Oh Oh Oh, fanculo la pula».

Eppure è un posto tranquillo, questa città sulla rotta Torino-Milano, ogni 25 minuti un treno ti porta in Centrale, «andiamo a fare serata a Milano», talvolta finisce in tragedia come a Capodanno, le ragazze violentate davanti al Duomo. 

L'ultimo rapporto del Servizio analisi criminale della Polizia spiega il trend in crescita di reati minorili, dei 25mila ragazzi denunciati o arrestati nel 2021. Le regioni più colpite, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte. Perciò Novara, città tipo, 100mila abitanti, 15mila stranieri, «non peggio di altre realtà», dice il sindaco Alessandro Canelli, Lega.

«C'è un fenomeno di baby gang, ma sono ben conosciuti, monitorati dalle forze dell'ordine. Nelle metropoli ci sono state situazioni limite, io spero che non si arrivi a questo». A fine agosto la polizia ha chiuso l'indagine Quiet adolescence, fermando la banda (dodici, dai 14 ai 17 anni) che da mesi colpiva al Parco dei Bambini. 

Ne accerchiavano uno, lo picchiavano e gli portavano via collanina, cellulare, soldi. Dopo le denunce hanno minacciato le vittime sui social, poi di persona. Metà italiani, metà stranieri.

All'inchiesta ha partecipato la polizia giudiziaria della Procura per i minori di Torino, seguendo profili Facebook e Instagram, là dove viaggiano veloci le chiamate alle armi, i video delle imprese, la trap e la drill. 

L'eroe novarese è Zefe, Kazir Siffedine, famiglia marocchina. Fermato a Milano nell'aprile 2021: nel quartiere San Siro 300 ragazzi molto aggressivi stavano partecipando a un video con lui e altri due trapper, Neima Ezza, e Baby Gang, cioè Zaccaria Mohuib. 

Zefe aveva un machete, quindi denunciato per porto abusivo di armi. E non poteva venire a Milano, per via di un obbligo di dimora, dopo una rissa a Novara. Ha vent'anni, si trascina dietro migliaia di ragazzini che si riconoscono nei contenuti violenti dei suoi testi.

Lui dice «voglio dare voce a chi non ce l'ha. E voglio comprare una villa a mia madre», visto che è nato a Sant'Andrea. Ma i ragazzi percepiscono solo il messaggio violento, "O la fame o la fama", sta scritto su un muro delle "case bianche" di via Bonola, così marce che il Comune le abbatterà. 

Nel frattempo gli stessi ragazzi vanno a vedere la città che scintilla: «Milano, il centro del Nord, offre locali, corso Como, i vip, i calciatori», dice Marco Terraneo, docente di Sociologia alla Bicocca. 

«A Novara, a Lodi, in provincia questo non c'è, ovvio che loro si dirigano verso quelle luci che brillano. Ma ne sono esclusi».

Denuncia una baby gang, bruciato il locale di Yuri dopo il nostro servizio. Le Iene News il 17 febbraio 2022. 

Ieri, mercoledì 16 febbraio, vi abbiamo parlato con la nostra Nina, della denuncia di Yuri che ci ha raccontato di essere vittima degli attacchi di una baby gang a Ghedi (Brescia). Poco dopo la messa in onda del nostro servizio il locale del ragazzo è stato dato alle fiamme. Ecco perché, soprattutto ora, alla violenza bisogna rispondere con la cultura, l'integrazione, l'inclusione, la riqualificazione. Per i nostri giovani

Ieri è andato in onda il servizio di Nina Palmieri “Nel mirino della baby gang”: Yuri il proprietario del bar di Ghedi aveva subìto più volte, insieme ad altri locali della zona, degli attacchi da parte di una baby gang e ci aveva scritto chiedendoci una mano, esasperato dalla situazione e gridando il suo diritto a lavorare tranquillo. 

Poco dopo la messa in onda del servizio però è accaduto un atto gravissimo: Yuri ci ha contattato disperato e ci ha detto che qualcuno aveva dato fuoco al suo locale. 

Un infame gesto intimidatorio che va condannato senza se e senza ma: adesso speriamo che le forze dell’ordine facciano chiarezza e identifichino al più presto possibile i responsabili. 

Yuri ha prontamente denunciato anche stavolta e noi continueremo a essere al suo fianco, così come ci ha chiesto di fare fin dal primo momento in cui ci ha scritto. 

Ovviamente per chi si macchia di questi reati sono previste delle sanzioni da parte della legge, ma siamo convinti che non si possa ridurre il tutto a una considerazione meramente repressiva. Al netto dell'infamia accaduta a Yuri lo ribadiamo ancora una volta: come società civile abbiamo dei doveri, uno di questi è  “ascoltare” la rabbia e la violenza gratuita che circola tra i nostri ragazzi, un ascolto che si deve tradurre in una ricerca di soluzioni che tendano a individuare la causa del disagio, perché spesso la violenza è sintomo di un disagio represso, sintomo che qualcosa non sta funzionando. 

In alcuni vostri commenti abbiamo letto “sono tutti stranieri, è colpa loro”, e invece no, vi diamo una notizia: ci sono anche tanti italiani; abbiamo letto di immondizia umana da gettare via... abbiamo letto che la soluzione è rispondere con la violenza. No, non si cura questa ferita rispondendo con odio. No, non serve a nessuno. Oltre che con le sanzioni della legge alla violenza si risponde con la cultura, con l'integrazione, con progetti di inclusione e riqualificazione. 

Bisogna coinvolgere le famiglie, le scuole e tutti i luoghi dove si costruisce una società, e dove i giovani imparano a essere dei cittadini. 

Siamo noi l'esempio dei nostri giovani, e rispondere alla violenza con la violenza rende semplicemente le nostre vite peggiori… 

Grazie per i tantissimi messaggi di solidarietà, vi terremo aggiornati su quanto sta accadendo a Yuri.

Brescia, denuncia la presenza di una baby gang a “Le Iene” e gli incendiano il locale. Luca Bertelli su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2022.

A Ghedi, una banda di ragazzini sta terrorizzando il paese e soprattutto Yuri Colosio, proprietario del locale “Mi Vida’: dopo la denuncia al programma di Italia Uno (e l’aggressione al padre), l’ennesimo sopruso ai suoi danni.  

A poche ore dal servizio delle Iene di ieri sera, in cui denunciava la presenza di una baby gang (ragazzi tra i 18 e 20 anni ma anche minorenni) che a Ghedi sta terrorizzando da mesi gli abitanti, Yuri Colosio ha trovato il proprio locale, il “Mi Vida” di Ghedi, devastato da un incendio doloso.

«Questo è il risultato e l’ennesimo sopruso che dobbiamo affrontare. A questo punto anche combattere per il diritto al lavoro diventa difficile», ha scritto su Facebook il giovane, 27 anni, che a Nina Palmieri di Italia Uno aveva parlato apertamente di risse e violenze nel proprio paese ad opera di gruppi di ragazzi, dalle 15 alle 20 persone, armati di coltello e machete e con i volti coperti dai passamontagna.

Cinque le denunce già presentate da Colosio ai Carabinieri: il proprietario del ”Mi Vida” aveva deciso di chiuderlo per una settimana dopo l’aggressione al padre, ultimo capitolo di una lunga serie di episodi tra cui un pugno rifilato al buttafuori, la distruzione di tre vetrate del locale e una rissa in discoteca. «Dopo l’aggressione a mio padre ho deciso di chiudere il bar per una settimana: fuori dalla porta c’era un bigliettino, apri o muori. Si muovono sempre in gruppo - dice - e se rispondi ti saltano addosso». Alla riapertura, alla presenza delle telecamere e dei carabinieri, tutto era filato liscio. Così anche nei giorni successivi, prima del servizio trasmesso a Le Iene (dove era stato organizzato anche una sorta di incontro chiarificatore tra Colosio e il leader della baby gang, con ogni probabilità un trapper straniero) cui è seguito l’incendio doloso di stanotte.

Monica Serra per "la Stampa" il 2 febbraio 2022.

A lanciare l'allarme, a metà dicembre in tv, era stato un padre veronese: «Mia figlia di 14 anni è a capo di una baby gang che semina il panico tra le sue coetanee». Il fenomeno crea molte preoccupazioni, a Verona come nel resto d'Italia. La notte della vigilia di Natale la polizia arresta otto ragazzi accusati di aver aggredito e tentato di derubare altri giovani in discoteca. 

Qualche giorno più tardi cinque baby rapinatrici prendono di mira una coetanea fuori dal centro commerciale Adigeo, per portarle via il giubbotto e nel parapiglia picchiano anche il fidanzato della vittima. 

L'ultimo episodio risale a lunedì della scorsa settimana: un incendio alla scuola media Dante Alighieri che distrugge la biblioteca. Anche se gli investigatori sono cauti e le indagini sono in corso, qualcuno si affretta a parlare baby gang. 

E a scendere in campo per «difendere gli spazi della città», oltre alle istituzioni, sono i neri di Casapound che, sul loro profilo Facebook «Il Mastino Verona IV», si fotografano all'Arco dei Gavi e in altri luoghi simbolo del centro, con striscioni al seguito («Baby gang? Non nella mia città»), per ribadire che quei «fragolini», «mentecatti tossicodipendenti col borsello non avranno mai spazio a Verona». «Guai a parlare di ronde», tiene a precisare il loro portavoce, l'avvocato Roberto Bussinello.  

«Noi andiamo nei bar e nei luoghi di aggregazione solo per invitare le persone a riappropriarsi della città». E sui social sono tanti a seguirli e ad apprezzare. Ma che cosa sia accaduto nel corso di queste escursioni notturne - se effettivamente, al di là delle foto, ci sono state - è ora oggetto delle indagini della questura e della Digos di Verona. Nel frattempo, l'allarme baby gang è finito al centro dell'ultimo Comitato per l'ordine e la sicurezza che, come ogni venerdì, si è tenuto in Prefettura.  

«Non permetteremo che l'escalation di violenza vista in altre città, con rapine e attacchi alle auto delle forze dell'ordine, colpisca anche Verona», ha commentato al termine il sindaco Federico Sboarina che ha annunciato «il pugno duro» delle istituzioni contro i giovani violenti. «Finora abbiamo monitorato le zone e gli orari in cui queste bande si ritrovano. Li conosciamo. Ma interverremo con ancora più fermezza presidiando il territorio e, dove richiesto, entrando nelle scuole». 

Con l'accordo dei dirigenti scolastici, ha rilanciato il primo cittadino, «proporrò anche di entrare negli istituti con i cani antidroga, ovviamente in maniera rispettosa della privacy e degli studenti». Un'altra iniziativa, il 23 gennaio, era già stata lanciata dal presidente della Commissione consiliare alla Sicurezza, Andrea Bacciga: l'istituzione di uno sportello comunale gratuito di sostegno psicologico per i giovani bulli, per le loro vittime e per i loro familiari.  

«Si chiamerà "La Famiglia si rigenera" e punterà all'educazione e alla cura di questi ragazzi fragili che hanno bisogno di un sostegno psicologico che spesso le famiglie non si possono permettere», spiega Bacciga che, con l'assessore alla Sicurezza, sta lavorando al progetto.

M.Ser. per "la Stampa" il 2 febbraio 2022.

Tutto è cominciato con una chiamata dei carabinieri. La figlia denunciata per un furto di leggings al Decathlon. Mario (nome di fantasia) non riusciva a credere che la sua bambina di 14 anni era diventata all'improvviso «una bulla, che va in giro a picchiare le coetanee. E con altre sei ragazze è a capo di una baby gang.  

Si fanno chiamare Pr.zz, che sta per Porta rispetto zocc Una banda che rapina, picchia, pesta, e che può contare su una trentina di gregarie e su circa seicento seguaci sui social», dove le adolescenti pubblicano video e foto dei furti, delle aggressioni e dei momenti di svago, passati a «fumare una canna in centro». È un padre arrabbiato Mario, che ha provato a parlare alla figlia, ma non ci è riuscito. Che si è «sentito abbandonato dalle istituzioni».

E così ora va in giro a denunciare la situazione di tanti giovani sui giornali, in tv. Vuole creare un'associazione, «la chiamerò Parent's gang e ho già aperto una pagina Facebook», per setacciare il web con l'aiuto degli esperti e segnalare le baby gang alla polizia. Partiamo dal principio. Quando ha capito che sua figlia stava cambiando?  

«Sono un padre separato. Un anno fa, in pieno lockdown, non la vedevo mai. Una sera la mia ex moglie mi ha chiesto aiuto perché la ragazza, che aveva 13 anni, l'aveva aggredita in casa, chiamata putt, ed era scappata. All'una di notte, con l'aiuto della polizia, l'abbiamo trovata a casa dei nonni». 

Da lì sono iniziati i problemi? 

«All'inizio sembrava ribellione adolescenziale. Poi però sono arrivate le telefonate di madri e padri di suoi coetanei che aveva aggredito ed erano intenzionati a denunciarla. 

Ho chiesto scusa, ho provato a sistemare le cose, a parlare con lei ma si rifiutava di ascoltarmi. Dopo la chiamata dei carabinieri che l'avevano beccata a rubare abbigliamento sportivo in un negozio ho capito che aveva toccato il fondo. A mia figlia non mancano i soldi, non ha certo bisogno di rubare». 

Così ha scoperto che era a capo di una baby gang? 

«Le capette sono sette ragazze tra i 13 e i 16 anni che vengono da tutta la provincia: tra loro c'è mia figlia. In comune non hanno neanche la scuola, si sono conosciute in centro a Verona. Seminano il panico, filmano i loro furti, i pestaggi, le azioni violente e li pubblicano sui social dove hanno un grande seguito. Ai gruppi su Instagram e Facebook si possono iscrivere solo i minori di 18 anni». 

Che cosa ha fatto? 

«Non c'era modo di farla ragionare. Mi sono rivolto a uno psicologo, ho intrapreso un percorso con la mia ex moglie. Mia figlia si è presentata solo alla prima seduta, poi ha smesso di comunicare con me. Ma credo che l'aiuto di un professionista sia fondamentale per provare a uscire da questo incubo». 

E ora che rapporto ha con sua figlia? 

«Non mi parla, mi scrive ti odio nei messaggi, è arrabbiata perché racconto la nostra esperienza. Dice che è tutta colpa mia. L'altra sera è intervenuta nel corso di un incontro pubblico online a cui partecipavo. Ha preso la parola per dire che sono stato io ad abbandonarla. Mi ha accusato di non darle affetto. Non sono io che ho chiuso i ponti con lei, anzi sto facendo il possibile per tenerli aperti. Non capisce che faccio tutto questo per il suo bene, per provare a salvarla, perché non voglio che rovini la sua vita e quella degli altri». 

Ma dopo questa esperienza ha capito che cosa spinge sua figlia e tanti ragazzi alla violenza? 

«Il lockdown, tante ore tutto il giorno chiusi in casa e attaccati a cellulari e computer, al web e ai social soprattutto, come Tik Tok, dove circola di tutto e nessuno controlla, hanno avuto un peso enorme. I giovani hanno accumulato tanta rabbia e ora la stanno sfogando in questo modo. Troppi genitori minimizzano il problema ma, mi creda, queste non sono bravate da adolescenti». 

Andrea Priante per corrieredelveneto.corriere.it il 15 febbraio 2022.

«Mio figlio Tancredi non ha preso parte alla rissa in questione e sono pronto a querelare chiunque accosti il suo nome a un’aggressione». Così, il mese scorso, tuonava l’esponente di Fratelli d’Italia, già europarlamentare (2004-14), Alfredo Antoniozzi, riferendosi all’ormai famosa aggressione subita da un gruppo di ragazzi trevigiani a Capodanno, a Cortina d’Ampezzo. Ma ora ad accostare ufficialmente il nome del diciottenne romano a quello che - stando al racconto delle vittime - fu un vero e proprio pestaggio, sono proprio i quattro veneti usciti malconci dall’incontro con la comitiva di turisti romani.

Lunedì mattina, a sei settimane dal fatto, l’avvocato che li rappresenta si è presentato in questura a Belluno per depositare formale denuncia. Nella querela per lesioni, l’unico nome che compare è proprio quello di Tancredi Antoniozzi, perché la sua foto, rintracciata sui social, è stata riconosciuta dai trevigiani. Toccherà alle indagini della procura - che si potrà avvalere anche dei filmati delle telecamere di sorveglianza presenti in Corso Italia - il compito di identificare gli altri romani che avrebbero partecipato.

Il documento

Nel documento presentato dal loro legale, le vittime - tra i 17 e i 18 anni, tutti dello stesso liceo di Treviso - ripercorrono quanto accaduto dal loro arrivo a Cortina il 30 dicembre, per festeggiare il Capodanno, fino alla notte tra l’1 e il 2 gennaio. La versione è per tutti la stessa: sarebbero stati affiancati dal gruppo di romani mentre stavano cantando «una canzone imparata nei campi scout» che si conclude con un «Alé Treviso! Alé Treviso!». 

Lo dimostrerebbe anche il video della durata di 15 secondi che è stato allegato alla querela e nel quale si intravede l’esatto momento in cui le comitive si incontrano. Il gruppo di cui faceva parte Antoniozzi li avrebbe inseguiti fino all’altezza dell’Hotel de La Poste prendendoli a cinghiate e poi colpendoli con calci e pugni. 

Il tutto inneggiando alla Lazio. Tre dei ragazzi trevigiani sono finiti all’ospedale (un 17enne ha perso i sensi a causa dei colpi) mentre un quarto, che pure è stato malmenato, non ha ritenuto di presentarsi al pronto soccorso. Nella denuncia raccontano di essersi sentiti vittima di «una caccia all’uomo» e assicurano che i turisti romani li avrebbero aggrediti «per divertimento». Saranno le indagini a chiarire come siano andate realmente le cose.

L'onda delle nuove baby gang che assedia le città. Ventimila minori denunciati in un anno. Alessandra Ziniti su La Repubblica il 23 febbraio 2022.  

Il nuovo report della Polizia. Da ragazzi violenti a bande criminali, come si armano sul web e poi spaventano le piazze

Sale anche la presenza degli stranieri. Il direttore dell’Anticrimine: se puntiamo solo sulla repressione abbiamo già perso. Chiamarla malamovida è riduttivo, perché da Milano a Bologna, da Padova ad Ancona, quelli che assediano città metropolitane e piccola provincia sono veri e propri gruppi criminali giovanili, nuove bande multietniche, capaci di aggressioni violente, che spesso si formano sul web e sul web si armano e si radicalizzano su posizioni estremiste. Qualcosa di più delle baby gang, un fenomeno più ampio che, dopo due anni di pandemia, richiede un approccio differente. «In Italia non abbiamo il fenomeno delle banlieue e non ci arriveremo. Ma se puntiamo tutto sulla repressione arriviamo tardi e abbiamo già perso. Non possiamo né militarizzare le città né mettere il coprifuoco. Qui si tratta di mettere a punto un sistema di rete con tutti gli attori in campo», dice Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia. 

Le cronache e i dati dei primi due mesi dell’anno confermano un trend di reati minorili in crescita come certificato dall’ultimo report del Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale sui minori nel periodo della pandemia. Crescono del 10 % i minori denunciati o arrestati (circa 25.000 nel 2021), crescono fino al 20% i reati di lesioni personali, danneggiamento, minacce, omicidio doloso, rapina, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Crescono i traffici di stupefacenti e cresce (dal 44 al 46 %) la percentuale degli stranieri (o molto spesso italiani di seconda generazione) all’interno di queste bande. Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna le Regioni più colpite. 

«Da più di dieci anni ci portiamo dietro un malessere e una sofferenza giovanile che ora, dopo due anni di pandemia, di didattica a distanza, di mancanza di socialità, di divieti di assembramento, sta sfociando in una violenza sempre più diffusa — è l’analisi di Messina che è stato capo della Mobile a Milano ma da questore ha conosciuto le realtà di Torino, Varese, Perugia, Caserta — È il fallimento della famiglia, della scuola, della Chiesa, delle agenzie sociali primarie. E come dice il procuratore dei minori di Milano Cascone, non siamo ancora al picco e il web costituisce un grande pericolo». 

È proprio nella rete, chiusi nelle loro stanze e lasciati soli con i loro pc, che moltissimi ragazzi che non sono cresciuti in ambienti criminali si avvicinano a comportamenti illegali, a quei reati che prima — con la distanza del web — sembravano lontani e ora che si torna in strada hanno assunto la fisicità della prossimità. «I ragazzi — si legge nel report — hanno sperimentato un senso di smarrimento che li ha indotti ad assumere atteggiamenti devianti mediante l’utilizzo del web e dei social: il maggior ricorso alla rete ha accresciuto sia i rischi di venire virtualmente a contatto con contenuti di carattere illecito sia la commissione di condotte delittuose online». 

Sul web sono nate condotte sociali penalmente rilevanti, sui social e sulle app di messaggistica i giovani sono stati irretiti «da una propaganda estremista online con il rischio di attivare processi di radicalizzazione» sul dark web guadagna spazio il mercato di droghe sintetiche e sostanze psicoattive, ma anche di armi. E sui social si lanciano sfide per «maxirisse in strada in cui protagonista assoluta è una violenza gratuita da postare sui social, anche con finalità emulative, confidando sull’effetto amplificatore della rete». 

In questo quadro, l’utilizzo da parte dei questori dei Daspo Willy (i provvedimenti di allontanamento dai luoghi della movida di soggetti violenti) si è decuplicato e dal Viminale si prova ad approntare un piano che coniughi prevenzione e repressione. «La legislazione è adeguata, gli strumenti di intervento li abbiamo — spiega Messina — Bisogna che attorno al tavolo dei comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza siedano tutti gli attori, compresi i rappresentanti dei pubblici esercizi a cui chiediamo di fare la loro parte di sicurezza aggiunta».

Carugate, la baby gang chiamata «20061» come il codice postale: rapine e vandalismi, tre arresti. Federico Berni su Il Corriere della Sera il 28 Gennaio 2022.

Tre i minorenni raggiunti da ordinanze del Tribunale dei minori. L’indagine è partita dall’assalto a un 33enne, colpito con pugni al volto. I ragazzi, tra i 16 e i 17 anni, si vantavano delle «imprese» sui social. 

Hanno scelto il numero del codice postale di Carugate, 20061, per dare il nome alla loro banda, responsabile di almeno nove episodi criminali, tra rapine di strada, aggressioni violente, danneggiamenti e un caso di minaccia a pubblico ufficiale contro i carabinieri. Sono tre i minorenni raggiunti da ordinanze restrittive emesse dal Tribunale dei minori - due in carcere minorile e una di obbligo di permanenza a casa - a conclusione delle indagini condotte dai carabinieri della stazione di Carugate e della compagnia di Pioltello, comandata dal capitano Francesco Berloni.

Tutti ragazzi di nazionalità italiana tra i 16 ei 17 anni, che sui social ostentavano il soprannome «20061», appunto il codice postale della cittadina del Milanese dove imperversavano con le loro azioni violente. L’indagine è partita da un episodio dello scorso ottobre, quando un 33enne è stato colpito con pugni al volto ed è stato costretto a consegnare cellulare, cuffie wireless e computer portatile.

Attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza e i profili social del giovani, i militari sono riusciti a identificare i tre, accusati, tra l’altro, anche di aggressioni contro una guardia giurata e un sottufficiale della Finanza. Le misure sono state eseguite a Brugherio, in provincia di Monza e nella vicina Carugate.

Massimo Ammaniti per "la Repubblica" il 24 gennaio 2022.

Il padre di uno dei ragazzi che ha partecipato al feroce festino di Capodanno nella villetta di Primavalle, venuto a conoscenza delle gesta non proprio onorevoli del figlio in quella nottata, ha esclamato come viene riportato dai giornali: «Sono basito!» Anche noi nel leggere le vicende di quella notte siamo rimasti basiti: 28 ragazzi e ragazze maggiorenni e minorenni, questa volta tutti italiani, non si sono privati di nulla, hashish, cocaina, alcol e psicofarmaci come Rivotril e Xanax. 

Non è stato un pusher a portare questo cocktail micidiale con effetti simili alla droga dello stupro, sono stati i ragazzi dei Parioli, quartiere romano della borghesia benestante, a rifornire i partecipanti della festa, fra cui vi erano anche giovani di Primavalle e di Torrevecchia, quartieri di periferia abitati da un ceto sociale diverso, che fungevano da padroni di casa.

In genere gli adolescenti sono piuttosto selettivi nella scelta degli amici, ma in questo caso la droga e il sesso sono stati il collante che ha fatto incontrare giovani di estrazioni sociali così diverse. Questo festino avveniva nella notte del Capodanno 2021, durante una nuova ondata della pandemia, quando erano state reintrodotte misure restrittive che vietavano gli assembramenti al chiuso. Ci possiamo chiedere se i genitori fossero a conoscenza che i figli anche minorenni si sarebbero recati ad un festa pericolosa per il contagio, ma anche per l'uso di droghe. 

È vero che il mondo degli adolescenti e dei giovani è spesso sconosciuto agli occhi dei genitori, come ha scritto nel suo libro "Mio figlio" la scrittrice Sue Klebold, madre di Dylan, uno degli autori del massacro della scuola Columbine negli Stati Uniti. Nella festa di Primavalle non ci sono stati morti, quantunque dalle testimonianze raccolte dai carabinieri sarebbe emerso che uno dei ragazzi avesse impugnato la pistola per minacciare uno dei partecipanti alla festa, al momento di distribuire la droga. Ben presto il festino ha mostrato le intenzioni di chi l'aveva organizzato, droghe a volontà e sballo col venir meno di ogni inibizione soprattutto verso le ragazze parioline costrette a subire abusi di gruppo.

Fra queste Bianca, dal suo soprannome, una ragazza spagnola di quasi 16 anni ospite di una delle ragazze dei Parioli, costretta a subire per tre ore le violenze fisiche e sessuali dei ragazzi di Primavalle, uno dei quali si è presentato davanti a tutti mostrando come trofeo il sangue della ragazza sulla sua maglietta. La stessa ragazza portata poi in ospedale per le lesioni che presentava ha avuto una prognosi di trenta giorni. Da quanto si legge nelle cronache dei giornali la madre della ragazza avrebbe spinto la figlia nei giorni successivi a sporgere denuncia per le violenze subite.

Colpisce che già in passato fosse stata vittima di un'altra violenza sessuale ad Anzio, dove era stata caricata in macchina da alcuni giovani che poi avevano abusato di lei. In quel caso non era stata sporta denuncia, probabilmente per evitare di finire sui giornali e subire la derisione e il rifiuto dei coetanei, come poi è successo da parte delle ragazze della festa. Basta vedere il breve video comparso su Tik Tok in cui due ragazze ammettono di «aver perso qualcuna per strada». Ben più brutali i ragazzi, che dopo aver abusato di lei, l'hanno insultata in modo volgare. 

La povera Bianca è finita in questo gorgo violento senza che nessuno dei ragazzi e delle ragazze della sua comitiva alzasse un dito per difenderla dalle violenze dei borgatari. Quantunque di classi sociali e frequentazioni molto diverse, i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato e assistito all'orrore del festino sono accomunati dalla stessa indifferenza e dall'omertà ed impunità, come risulta nell'intercettazione di uno dei ragazzi di Primavalle che si scaglia contro "l'infame" che aveva fatto denuncia. «A regà... ce semo andati a divertì » è stata la parola d'ordine, moralità zero, nessun pentimento e riconoscimento delle proprie responsabilità e soprattutto nessuna empatia per le ragazze vittime degli abusi, quasi una pratica accettabile.

A volte la disgregazione e la marginalità sociale possono provocare queste amoralità, ma in questo caso è successo anche ai figli della borghesia che frequentano costose scuole private. Questo fallimento educativo ci riporta alla mancanza di una guida educativa di queste famiglie borghesi che regalano ai figli macchinine, cellulari costosi, vacanze a Cortina, scuole private, spesso abbandonandoli a loro stessi. Come hanno confermato molte ricerche psicologiche i genitori, oltre a sostenere l'autonomia dei figli, dovrebbero svolgere un'azione di monitoring seguendo ciò che i figli fanno e chi frequentano, sapendo mettere dei limiti nonostante possano verificarsi dei conflitti. È sicuramente un compito impegnativo, ma è l'unica strada per aiutare i figli ad affrontare i possibili rischi che possono comprometterne la direzione personale.

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 24 gennaio 2022.  

Non c'è giorno che non si dica peste e corna dei giovani di oggi, ai quali si rimprovera di essere violenti, stupratori e chi più ne ha più ne metta. In effetti, le cronache grondano di imprese delinquenziali realizzate addirittura da imberbi, che suscitano allarme e generale riprovazione. Siamo d'accordo con chi grida allo scandalo. Contenere il moltiplicarsi di episodi disdicevoli attribuibili ai ragazzi è una urgenza, ma aggiungo che il problema dei furori giovanili non è una novità dei nostri tempi, bensì qualcosa di antico come il mondo.

Gli adolescenti sono sempre stati particolarmente irrequieti e ne hanno combinate di tutti i colori. Senza risalire a epoche lontane, rammento quello che accadeva nel secolo scorso, negli anni Cinquanta, quando io ero un adolescente. Allora spopolavano i teppisti (da "teppa", ossia "periferia") che nelle grandi e piccole città si segnalavano perché solevano aggredire i passanti, li derubavano, li picchiavano. A lungo andare ci fu una sorta di normalizzazione e il termine "teppisti" è uscito dalle abitudini lessicali degli italiani. Tuttavia, gli agguati e i reati proseguirono esattamente come prima. Cambiano le parole, però i fatti non mutano mai. 

Semmai peggiorano. Sul finire degli anni Sessanta gli studenti furono protagonisti di una stagione di pestaggi impressionanti di matrice politica. Il Paese era preda di estremisti politici che menavano come martelli, spaccavano teste come fossero mele, erano intenti a perseguire una rivoluzione proletaria. Non paghi, i liceali e gli universitari che si erano impegnati ad occupare atenei alzarono la mira prendendo a uccidere con armi da fuoco quelli che consideravano nemici del popolo. Nacquero le cosiddette "Brigate Rosse", "Lotta continua" e vari altri gruppi di assassini.

Le loro vittime furono centinaia, il terrorismo ideologico si impadronì della penisola. Per tre lustri l'Italia fu campo di battaglia di comunisti e generi affini, ogni dì un corteo, decine e decine di cittadini sospettati di essere borghesi venivano sprangati con chiavi inglesi. I morti ammazzati furono copiosi. Eppure, adesso, di tutto questo ci siamo dimenticati, acqua passata non macina più. Come ci siamo scordati degli esordi del fascismo che si affermò all'inizio del Novecento malmenando selvaggiamente gli avversari.

Ovviamente quelli che ricorrevano alle mani e alle bottiglie di olio di ricino erano giovanotti, non certo persone anziane desiderose di incassare una pensione. Le leve odierne che vengono accusate di commettere misfatti specialmente notturni, di organizzare risse in piazza e di molestare fanciulle in fiore non meritano senza dubbio di essere elogiate, ma non ci vuole molto per capire che non sono peggiori dei loro antenati. Anzi. Purtroppo l'umanità non evolve mai, è sempre pronta a delinquere e a segnalarsi per azioni brutali e spietate. 

Noi non intendiamo assolvere coloro che attualmente in verde età vanno in giro a turbare la quiete pubblica, semplicemente ci permettiamo di fare presente che non eravamo più saggi di loro. Le ultime generazioni forse fanno un po' meno schifo delle vecchie.

Pierpaolo Lio per il “Corriere della Sera” il 5 Febbraio 2022.

La sfida rossonerazzura che si gioca sul rettangolo verde del Meazza. E il duello fra (t)rapper a colpi di «dissing» (invettive in rima) e pistole che va in scena sulla piazza social e sull'asfalto del quadrilatero di case popolari a due passi dalle luci della «Scala del calcio». È questo derby a costare l'arresto a Kappa 24k, l'ultimo rapper della vivace scena milanese a finire in carcere. Stasera si riempirà lo stadio.  

Un mese fa la vicina piazza Monte Falterona s' è svuotata in un lampo. Due crew rivali, quaranta persone in strada, sette esplosioni, un ragazzo a terra ferito da un proiettile all'altezza dell'arteria femorale. Per quell'agguato, pochi giorni dopo finisce in manette Carletto Testa, 51 anni, il ras di via Fleming, con un passato fatto di precedenti per armi, condanne per narcotraffico, sorveglianza speciale. 

Dall'indagine della Squadra mobile, guidata da Marco Calì e Vittorio La Torre, è lui a sparare ad altezza d'uomo e ferire un 26enne egiziano finito in mezzo per caso. Ieri anche la vittima designata del regolamento di conti è stata arrestata. È Islam Abd El Karim, 32 anni, nome d'arte «Kappa 24K», 187 mila follower su Instagram, precedenti per rapina, stupefacenti, evasione. Quella sera è lui a lanciare la sfida: «Venite qui, siamo in piazza, vi sparo in faccia», urla al telefono.  

Anche lui è armato. Ed è sempre lui il primo ad aprire il fuoco (quattro i colpi sparati in aria) alla vista degli avversari. Islam è il leader degli emergenti «Refreel 24k», collettivo rap determinato a scalzare il primato della «7zoo»: Rondo da Sosa, Baby Gang, Neima Ezza, Simba La Rue, Keta e via dicendo. Migliaia di visualizzazioni, primi contratti discografici di peso, ma anche una collezione di problemi con la giustizia. 

La sfilza di daspo ha suggerito al più famoso Rondo di volare oltremanica, mentre Baby Gang ed Ezza sono uno in carcere e l'altro ai domiciliari per un'inchiesta su alcune rapine. In questo «vuoto di potere» s' inserisce la tentata scalata del nuovo gruppo alla supremazia musicale del quartiere che sul rap sta modellando chance d'uscita dall'emarginazione.  

Agli sfottò segue lo scontro. È l'8 gennaio: «24k» riunisce gli amici per regolare i conti, in particolare con Keta. Sono spintoni, insulti, schiaffi. Nella rissa il suo gruppo ha la meglio. Per questo gli avversari si rivolgono a Testa, nome di peso nel milieu di San Siro che finisce però pestato e disarmato. «Le ha prese anche lui, lo ha steso per terra come un verme», racconterà 24k al telefono. 

Un affronto da vendicare. Passano due ore, sono le 20.30, e Testa e i suoi si ripresentano in piazza. Ad aspettarli c'è 24k, che impugna l'arma sottratta all'avversario. Spara in aria. Testa risponde. Le sirene svuotano la piazza. Nel quartiere c'è «un clima di tensioni fra i gruppi e di desiderio di rivalsa con azioni violente e intimidatorie, anche di tipo scenografico», è la fotografia del gip Natalia Imarisio, e in questo contesto 24k evidenzia «spregiudicatezza, indole violenta, abituale dedizione al crimine».

Milano, arrestato il rapper Kappa 24K per la sparatoria di San Siro: «Gruppi rivali in lotta per i soldi dei dischi». Redazione Milano  su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2022.

In carcere Islam Abdel Karim, conosciuto sulla scena della «trap» milanese come «Kappa 24K»: nella sparatoria dello scorso gennaio in piazza Monte Falterona, avrebbe esploso alcuni colpi di pistola in aria 

Il rapper milanese Kappa 24K

Un altro rapper della scena milanese in carcere. Dopo l’arresto di Baby Gang e Neima Ezza, venerdì mattina è toccato al 32enne Islam Abdel Karim, in arte Kappa 24K. È accusato di «detenzione e porto sulla pubblica via di arma comune da sparo ed esplosione in aria di più colpi d’arma da fuoco in luogo pubblico affollato». L’inchiesta della Procura milanese punta a fare luce sulla sparatoria dell’8 gennaio in piazza Monte Falterona, in cui era rimasto ferito un egiziano di 26 anni, avvenuta tra due gruppi rivali.

Chi è «Kappa 24K»

«Testa calda come Carlo Testa/Non fare troppo il gangsta/finisci con tre buchi in testa». Le rime sono di Islam Abdel Karim, 32 anni, padre e madre egiziani e cuore a San Siro. Nome d’arte «Kappa 24K» è una delle anime del gruppo «Refreel 24K», rapper emergenti del «fertile» quadrilatero Aler. È il blocco tra via Civitali, Paravia, Carlo Dolci e Ricciarelli. Musica arrabbiata, soldi, cocaina, armi, come gli amici/nemici Neima Ezza, Baby gang, Sevenzoo e Rondo da Sosa.

I soldi della trap

Ci sarebbe stata una lite per la ripartizione delle commissioni discografiche destinate ai vari gruppi rap della scena milanese ad innescare la sparatoria che ha portato in carcere il rapper Kappa 24K. Ne sono convinti gli investigatori della Squadra Mobile. Gli agenti, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Milano, hanno eseguito alcune perquisizioni alla ricerca di armi da fuoco e munizioni in zona San Siro, a Legnano e a Motta Visconti. Per la sparatoria era già stato arrestato un noto pregiudicato milanese di 51 anni per tentato omicidio e le indagini hanno appunto scoperto che quella sera si era verificato uno scontro fra due gruppi rivali che si erano subito allontanati dopo l’esplosione di alcuni colpi di pistola. La Scientifica aveva analizzato sette bossoli trovati a terra di diverso calibro. L’8 gennaio, nel pomeriggio, i due gruppi si erano resi protagonisti di una rissa nella quale Kappa_24K e i suoi amici avevano avuto la meglio. Il gruppo rivale, poi, con il 51enne che è stato arrestato, era andato in piazza Monte Falterona per vendicarsi. L’egiziano 26enne era stato rimasto ferito gravemente dal pregiudicato e Kappa_24K aveva risposto esplodendo diversi colpi d’arma da fuoco con una pistola detenuta illegalmente.

Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 21 gennaio 2022.  

Musica e rapine, canzoni e aggressioni: è la nuova deriva di alcuni giovani rapper milanesi, che hanno largo seguito sui social, fanno incetta di follower tra i giovanissimi e raccolgono centinaia di migliaia di visualizzazioni per i loro video. Suonano musica trap, derivazione del rap degli ultimi anni, con testi immersi nel disagio della periferia, dei ragazzi di seconda generazione, tra crimine, droga e regole della strada.  

Ma allo stesso tempo i nuovi rapper milanesi stanno finendo sempre più al centro di indagini e provvedimenti della magistratura, tra risse, disordini, aggressioni, e finiscono per essere protagonisti non solo dell'ultima scena underground, ma sempre più della cronaca nera. 

Ieri sono stati arrestati per una serie di rapine i due nomi più conosciuti di questo panorama musicale degli ultimi anni, Baby Gang, nome d'arte del ventenne Zaccaria Mouhib, e Neima Ezza, ossia Amine Ez Zaaraoui anche lui 20 anni, entrambi finiti al centro di una inchiesta della procura milanese per scontri con le forze dell'ordine durante la realizzazione di un video in zona San Siro, il loro quartiere, il 10 aprile dello scorso anno.  

In un'indagine dei carabinieri di Pioltello e degli agenti dell'Ufficio prevenzione generale della Questura di Milano, coordinata dal pm Leonardo Lesti, il primo è finito in carcere e il secondo ai domiciliari, così come un terzo giovane. Quattro gli episodi contestati, a vario titolo: tre casi avvenuti in una zona centrale della movida milanese, tra le Colonne di San Lorenzo e piazza Vetra nel maggio 2021, e l'ultimo a Vignate, nel Milanese, lo scorso luglio. 

Nelle 14 pagine dell'ordinanza firmata dal gip Manuela Scudieri si legge che in una delle quattro rapine, quella del 23 maggio, i due rapper avrebbero portato via a un ragazzo una collanina d'oro da mille euro. Neima Ezza, secondo l'accusa, gli avrebbe dato uno «schiaffo» e gli avrebbe strappato la collana dal collo, dicendo alla vittima «non ti muovere, altrimenti finisce male».  

In un altro colpo del 12 luglio Baby Gang, che è difeso dal legale Niccolò Vecchioni, sarebbe riuscito a prendere a un altro malcapitato, anche lui giovanissimo, auricolari, contanti e chiavi dell'auto, mentre una persona non ancora identificata, che era con lui, gli avrebbe anche puntato «una pistola» contro.  

Ez Zaaraoui, sintetizza il giudice, ha «la personalità di chi assume un ruolo di comando nel gruppo criminale», mentre Mouhib ha un «profilo di pericolosità sociale» anche perché avrebbe usato «un'arma» e «minacce gravi». Entrambi, insieme con un 19enne, avrebbe realizzato «rapine in gruppo facendosi forti della forza intimidatrice», sono «soggetti» abituati a compiere «reati contro il patrimonio» e che hanno una «particolare spregiudicatezza sintomo di una concreta pericolosità sociale». 

Neima Ezza, scrive ancora il gip, è «formalmente incensurato», ma ha avuto «un ruolo da protagonista» nella commissione di «due rapine», mentre Baby Gang ha una serie di «precedenti penali». Per quest' ultimo la Questura di Sondrio di recente ha chiesto l'applicazione di una misura di «sorveglianza speciale» per due anni, presentando ai giudici milanesi oltre 300 pagine di atti per dimostrare che, tra il 2020 e il 2021, è stato denunciato per «diffamazione e violazione della proprietà intellettuale, istigazione a delinquere, porto abusivo di armi, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni e delle forze armate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale». 

E ha ricevuto fogli di via dalle città di Lecco, Milano, Cattolica, Misano Adriatico, Riccione, Rimini e Bellaria Igea Marina. «Dal 2012 fin ad ora, da quando avevo 11 anni, ogni estate l'ho passata o in galera o in comunità», diceva il 20enne tempo fa in un'intervista video. Mentre Neima Ezza cantava: «Ho fatto del male per stare bene. E ho venduto morte insieme a bene. Non mi puoi far male, no non mi puoi toccare. Giravamo in centro, strappavo le collane. Ho visto la fame, ho visto piangere mia madre». E il video su YouTube ha fatto 363.410 visualizzazioni dallo scorso 14 gennaio. 

L'ambiente rap più violento è emerso già dagli atti di un'altra inchiesta che di recente ha portato all'arresto di un 51enne per una sparatoria sempre in zona San Siro. In un'intercettazione Islam Abdel Karim, noto come 24K, tirava in ballo Rondo da Sosa, rapper molto in voga tra i giovani, come mandante e «per questioni - ha scritto il gip - legate all'ottenimento di contratti musicali». Un'ipotesi sulla quale si sta ancora investigando, ma che potrebbe riservare ulteriori sviluppi.

Andrea Siravo,Monica Serra per "la Stampa" il 21 gennaio 2022.  

«Lo buttano in gabbia pensando che il ragazzo cambia. Ma esce, fra', con più rabbia». Il video della canzone Rapina di Baby Gang e Neima Ezza è stato pubblicato su Youtube il 28 maggio: sette milioni e mezzo di visualizzazioni. «Fermi tutti, questa è una rapina», canta Baby Gang, armato e col volto coperto dal passamontagna, poco prima di colpire davvero. Un'altra volta. Nessun filtro: dalle canzoni ai fatti, e viceversa. I rapper milanesi della Seven zoo, la periferia di San Siro, i palazzi dei ricchi da una parte, lo stadio dall'altra, rapinano ancora. 

Non li ferma il successo, oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify, le interviste, i soldi, i contratti con le case discografiche. A tornare in carcere è il ventenne Zaccaria Mouhib, alias Baby Gang, per una rapina del 12 luglio a Vignate, hinterland est di Milano. Fino a ieri senza macchia, ai domiciliari finisce il coetaneo Amine Ez Zaaraoui, in arte Neima Ezza, per due rapine di gruppo a maggio alle Colonne di San Lorenzo.  

Ma anche il 19enne Samy, Samuel Matthew Dhahri, qualche precedente e un affidamento in prova per una rapina del 22 maggio. Quattro in tutto gli episodi contestati dal pm Leonardo Lesti che ha coordinato le indagini condotte da polizia e carabinieri. A riconoscere gli autori, che nella realtà hanno agito senza passamontagna, sono le stesse vittime. L'ordine di cattura del giudice Manuela Scudieri mette in fila i fatti. Sono le 22 del 23 maggio quando un ragazzo viene accerchiato da tre coetanei alle Colonne di Milano. 

Uno lo colpisce con uno schiaffo al petto e gli strappa la catenina d'oro: «Non ti muovere, altrimenti finisce male». Ventiquattro ore prima un altro giovane aveva subito una rapina identica. Quando gli agenti mostrano l'album fotografico Baby trap le due vittime non hanno dubbi: «È Neima Ezza». «Seppure formalmente incensurato», Ez Zaaraoui ha un «ruolo di protagonista che mette in evidenza la personalità di chi assume il comando del gruppo criminale», scrive il gip.  

Per Baby Gang è la fama a rendere immediata l'identificazione. È il 12 luglio: un 21enne è seduto sul lato passeggero di una Renault Clio al campo sportivo di Vignate mentre un suo amico sta comprando dell'hashish. In due si avvicinano armati di pistola. Lo minacciano di morte mentre lo derubano di 130 euro, gli AirPods, le chiavi dell'auto. Poi fuggono su una Mercedes. 

È l'amico della vittima a riconoscere il rapper: «L'auto mi è rimasta impressa: ho notato che il sedile del passeggero era occupato dal noto cantante Baby Gang». Per il gip le rapine sono state realizzate con «una particolare spregiudicatezza sintomo di una concreta pericolosità sociale». Che per Baby Gang era già nota dalle 350 pagine di fascicolo depositato al tribunale, che sta valutando la sorveglianza speciale.  

«Questo qui sono io», racconta in un'intervista Baby Gang, che entra ed esce di prigione da quando aveva 15 anni. Di pari passo con il successo colleziona Daspo e fogli di via a Milano, Lecco, Riccione, Cattolica, Rimini, Misano Adriatico e Bellaria Igea Marina. «Beccaria, San Vittore, Opera, Bollate», canta. Ed è tutto, fin troppo, vero.  

Lodovico Poletto per "la Stampa" il 19 gennaio 2022.  

I primi usavano lo spray urticante per creare il caos. E nel caos rubare tutto quel che potevano. Ma ancora non li chiamavano baby gang. Gli ultimi fanno rapine in centro città, senza neanche provare a nascondere il viso. Organizzano risse. Maxi risse. Si muovono in branchi. Senza capi né regole. Dalla gang entri ed esci come e quando vuoi. «Bande fluide» le chiama chi se ne intende. Un giorno ci sei, il giorno dopo vai con altri a fare danni altrove. 

I primi hanno fatto due morti e mille feriti cinque anni fa. Era giugno. C'era la finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus proiettata su un maxi schermo nella piazza-salotto di Torino. La piazza San Carlo dei bar storici, delle banche, del passeggio. Spararono il gas e la gente fuggì, calpestando tappeti di vetri, cadendo, sfregiandosi. È perdendo la vita. Da allora è accaduto di tutto. Accade di tutto. 

Eccola qui la Torino criminale che ha messo da parte le bande che sparavano in mezzo alla strada in guerre di camorra e mafia, ha accantonato come pezzi d'antiquariato i grandi rapinatori che assaltavano i furgoni portavalori con il kalashnikov in braccio e quelli che organizzavano i rapimenti. Le «baby gang» sono l'ultima emergenza criminale. Le «bande fluide» che ritrovi ovunque: a far rapine in centro, oppure la notte di capodanno a Milano a molestare e violentare le ragazze. 

«Un fenomeno nato dal disagio sociale. Dall'esclusione. Dalla difficoltà di integrazione» dicono a Barriera di Milano, ex quartiere operaio diventato il simbolo di quanto sia complicata la strada verso l'inclusione e l'integrazione tra nuovi e vecchi torinesi. Case popolari e famiglie di ogni etnia. Corso Giulio Cesare come spina dorsale: in 500 metri trovi negozi gestiti da persone di almeno 30 nazionalità. Lì dietro, nelle strade traverse, sono nate e cresciute le prime baby gang. Il collante era musica. 

Chi la faceva cantava - e ballava - il disagio. Imitava oppure clonava i trapper delle banlieue francesi più che quelli del Bronx. Insomma era più periferia e lungomare di Nizza che deserti metropolitani newyorchesi. C'era e c'è più francese come lingua comune in queste bande, più bambarà come lingua che unisce che spanglish. Al massimo trovi l'italiano mescolato all'arabo: una lingua nuova che ancora non è stata battezzata con un nome. 

Ecco, bisogna partire da quel giorno in piazza San Carlo per parlare di baby gang. Allora erano ragazzini figli di gente arrivata dal Maghreb a caccia di soldi. Bisogna guardare a quella storia e poi fiondarsi al primo autunno di pandemia, quando le baby gang - da qualcosa di impalpabile, più intuito che dimostrato - diventano un fenomeno che puoi toccare la notte in cui assaltano il centro durante una manifestazione anti lockdown. 

Ne arrestano una trentina, dai 15 ai 27 anni. Quella notte è stata la banlieue che è entrata in centro a Torino ed è andata a prendersi ciò che non può permettersi di comprare nei negozi. È la prima volta che - apertamente - si parla di nuove forme di criminalità minorile. Piccoli spacciatori di periferia che diventano altro. Hanno storie tutte uguali. Padri in galera oppure spariti. Sfratti in arrivo. Il lavoro che non c'è.  

E madri che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena lavando gli scalini dei palazzi del centro. E loro, i ribelli di seconda generazione, sono lì nel mezzo con il profilo Instagram zeppo di foto con la merce rubata. Che fanno i bulli e cantano con la musica sparata a tutto volume. «È un problema di criminalità, ma prima di tutto sociale. Vanno date risposte per evitare derive» diceva allora Luca Deri, presidente della Circoscrizione 7 di Torino. 

Ma intanto le gang erano già formate. E poi si sono clonate anche in altre periferie. E nei Comuni della cintura. Dalle botte ai luna park, alle spedizioni punitive come quella di quasi 200 ragazzi che si affrontano a Nichelino il passo è breve. Sabato scorso in piazza c'erano da una parte le baby gang locali e dall'altra c'erano «quelli di Barriera» arrivati in massa con gli autobus della Gtt per vendicare un amico picchiato. 

Baby gang che si muovono sulle note del trap torinese: «L'aroma del sangue che ho in bocca, le prime botte, le armi. E frate...». Per carità, questa è soltanto musica che prova a farsi strada. Ma tante volte diventa bandiera per la rivalsa. La forza del branco. Anzi dei branchi. «In un certo tipo di affermazioni emerge con chiarezza quella che chiamo "la sindrome dello specchietto retrovisore". 

Questi ragazzi si vedono in un futuro prossimo nella stessa situazione che vivono oggi. Non vedono prospettive, quindi esorcizzano le loro paure con la forza: il senso è prendersi qualcosa che loro credono inarrivabile» commenta nelle pagine di cronaca di questo giornale Georgia Zara, docente del dipartimento di Psicologia dell'università di Torino. Che parla di «delinquenza fisiologica». Ma mai di allarme sociale.  

Eppure adesso le baby gang fanno paura. Più degli scippatori. Più degli spacciatori. Sono l'emergenza con la «E» maiuscola. In centro attorno alla zona dell'Università, vanno a caccia di ragazzini. Gli portano via tutto ciò che ha valore. Telefonini, ovvio. E poi giubbotti felpe firmate. Soldi. Ne hanno arrestati quattro o cinque, ma è poca roba. Uno va in galera e tre ne arrivano. 

Sono maghrebini, per lo più. Parlano italiano. Abitano in zona Barriera. Baby gang fotocopia. Figlie - ideali - degli assaltatori del centro di un anno fa. Allora ne avevano presi una trentina. Ma quella notte in via Roma a saccheggiare erano molti, ma molti di più.

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" l'11 febbraio 2022.

I tabulati telefonici del rapper sul luogo e all'ora della rapina, ma compatibili anche con una ragione del tutto diversa dalla rapina. E soprattutto la possibilità che una interferenza mediatica (e cioè la notorietà sui social del volto del cantante) abbia inficiato il riconoscimento fotografico del supposto bandito, operato (non per intento calunniatorio ma per errore di persona commesso in buona fede) da due vittime rapinate in auto di 130 euro e di due auricolari a Vignate (Milano) il 12 luglio scorso.

Per questi due motivi il Tribunale del Riesame di Milano ieri ha annullato l'ordinanza che da 20 giorni su richiesta del pm Leonardo Lesti deteneva in carcere in custodia cautelare il 20enne lecchese Zaccaria Mouhib, alias Baby Gang nell'universo musicale dell'hip-hop attorno a San Siro.

Già nell'arrestarlo il 20 gennaio la gip Manuela Scudieri aveva escluso una seconda rapina (una collanina d'oro il 23 maggio in piazza Vetra a Milano) perché a quell'ora il cellulare del rapper risultava agganciare in realtà un cella telefonica non di Milano ma di Cerro al Lambro. 

E anche nel caso della prima rapina c'era già stato un errore di riconoscimento di un'altra persona su Instagram, che le vittime «in termini di certezza» avevano indicato come uno due rapinatori (quello con la pistola), e che invece «la prosecuzione delle indagini consentiva di appurare essere in realtà totalmente estraneo ai fatti». 

«Ora - ragiona il Tribunale - questo dato non può non illuminare negativamente anche l'individuazione fotografica effettuata a carico di Mouhib», l'asserito complice senza pistola.

Riconoscimento che per le giudici Mannocci-Cucciniello-Amicone può peraltro essere stato influenzato dal fatto che Baby Gang, con «profilo Instagram con 617mila followers e di cui in quel periodo a Milano erano stati affissi manifesti pubblicitari in zone di grande affluenza», è un cantante «noto tra i giovani dell'età dei rapinati, e la familiarità con il suo volto potrebbe averli condizionati». 

Ma la sua presenza attestata (in orario compatibile con la rapina) dalla cella telefonica che "copre" la zona di Vignate? Qui le giudici trovano plausibile la spiegazione del difensore Niccolò Vecchioni: il rapper, che ha un foglio di via da Milano per precedenti guai giudiziari e vive a Sondrio, quando è autorizzato ad andare a lavorare nella casa discografica Warner trova scomodo pendolare tra Sondrio a Milano, e preferisce alloggiare a casa di un amico appunto a Vignate, Eliado Tuci. 

Argomento che il Tribunale accoglie anche perché i tabulati collocano Baby Gang a Vignate non solo al momento della rapina, ma anche sette ore prima, e nei tre giorni precedenti allo stesso orario. 

Alla Procura, che valorizzava che i rapinati avessero indicato il modello (Mercedes nera) e la targa dell'auto appartenente alla madre di Tuci, e da Tuci usata spesso con Baby Gang a bordo, le giudici indicano taluni approfondimenti per colmare i ritenuti «profili di lacunosità e debolezza» nell'accusa.

 Padova, la lista dei mille cattivi ragazzi: «schedati» per fermare le baby gang. Marco Imarisio inviato a Padova su Il Corriere della Sera il 12 febbraio 2022

L’elenco del prefetto ai sindaci: «Si sfidano sui social per fare a botte». Nimis (Coordinatore rete studenti): «Ci sono tanti miei coetanei delle scuole del centro». 

Mobilitiamoci, dicono tutti. Come se fosse facile, e per fare cosa, poi. L’hanno definita la lista nera, oppure, in alternativa la lista dei cattivi ragazzi, ma sono astrazioni buone al massimo per un titolo di giornale o di notiziario. È il numero che colpisce. Sono mille, e poco importa se si tratta di una cifra tonda o meno. Qualche giorno fa il prefetto di Padova Raffaele Grassi, «vigile ma non preoccupato», annuncia la nascita di un Osservatorio sul disagio giovanile, per contrastare il fenomeno delle mega risse tra ragazzi che sembrano diventate un appuntamento fisso del sabato cittadino. A margine, fornisce qualche numero. Polizia e Carabinieri hanno provveduto a identificare circa un migliaio di ragazzi tra i 14 e i 18 anni di età, con i loro nomi che Grassi ha segnalato ai rispettivi Comuni di residenza. «Quasi tutti provenienti dalla provincia, molti dei quali stranieri di seconda generazione, che nel fine settimana si danno appuntamento tramite i social per fare a botte».

I fatti

La prima volta fu il 15 gennaio, e non volò neppure uno schiaffo. L’evento e il luogo erano stati così annunciati sui social che a Prato della Valle, la piazza più grande della città, luogo di passeggio e di aperitivi, erano schierati reparti mobili giunti dall’intera regione. La replica avvenne sette giorni dopo, e si trasformò in un rimpiattino tra forze dell’ordine e ragazzi, concluso dietro il piazzale della stazione, tra via Trieste e la confinante piazza De Gasperi, nella zona fino a pochi anni fa più malfamata. Anche qui, solo qualche scaramuccia e un gran lavoro di individuazione da parte delle forze dell’ordine, all’altezza dei due capolinea del tram. Nome, cognome, e documento di identità, niente più di questo. Ragazzi senza alcun precedente penale nella stragrande maggioranza dei casi, che nelle settimane successive ci hanno riprovato, con scarso successo.

Resta quella cifra, mille e non più mille, esorbitante anche per una città che è la tredicesima più grande d’Italia, ma con duecentomila abitanti non ha certo ritmi, tempi e alienazioni da metropoli. E soprattutto manca una vera causa, che certo non giustificherebbe, ma forse aiuterebbe a capire. All’inizio, ben prima del 15 gennaio, si è trattato dello scontro tra bande diverse, entrambe della zona dell’Arcella, il quartiere a ridosso della stazione. Era la Vigilia di Natale, c’era un discreto numero di coetanei estranei alla contesa ma muniti di telefonino per riprendere la scena. Ben presto si è persa la memoria del pretesto iniziale. «Solo i primi eventi sono riconducibili a dinamiche da gang. Poi è diventato altro, un appuntamento fisso che si è aperto a tutti i giovani della città. La rissa stessa ha perso ogni ragione di rivalsa, è diventata un semplice momento di aggregazione, chi vuole ci sta, chi vuole assiste, comunque l’importante è esserci».

Lo studente

Marco Nimis sa di cosa parla. Quei ragazzi li conosce, non fosse che per una semplice ragione anagrafica. Ha diciotto anni, lo scorso giugno si è diplomato al liceo Cornaro, dal 2019 è coordinatore regionale della rete degli studenti medi. Con il garbo che è proprio di chi è ormai abituato a fare politica, contraddice anche l’identikit rilasciato dal prefetto, e una strisciante distinzione tra alto e basso dei ceti sociali. «Non sono solo ragazzi del circondario, ci sono anche tanti miei coetanei che frequentano le scuole del centro, è diventata una moda quasi trasversale».

Certo, Padova non è il Bronx degli anni Settanta, e le risse non sono un fenomeno solo locale. Appena ieri, la notizia di undici ragazzi di Monselice, italiani di seconda o terza generazione, indagati per associazione a delinquere «finalizzata agli atti violenti». Ma qui c’è una dimensione di massa e soprattutto non c’è un vero perché. È legittimo accontentarsi del bicchiere mezzo pieno, in fondo non è successo nulla, e le uniche denunce sono arrivate perché i ragazzi identificati erano privi di mascherina. «Questi eventi sono falliti» dice il sindaco Sergio Giordani, che guida una giunta di centrosinistra e a maggio sul tema della sicurezza reale o percepita si giocherà la rielezione. «Lo ritengo un fenomeno marginale, e passeggero. Con la fine del Covid, i ragazzi torneranno a fare altre attività, e questa rabbia che tentano di scaricare passerà».

Il prefetto

Anche il prefetto Grassi derubrica gli appuntamenti del sabato a effetti collaterali della pandemia. «Sono giovani che cercano lo scontro sulla base dell’appartenenza a un Comune, o a una singola scuola piuttosto che un’altra» aggiunge, lodando la virtù dell’intervento preventivo. Sostiene invece Nimis che il virus e i lockdown hanno senz’altro influito, ma non spiegano tutto. Anni fa, per arginare i fenomeni di spaccio e delinquenza, l’area dietro la stazione venne spianata per farci un piazzale con parcheggio. Adesso stanno per essere costruite in tutta la città una dozzina di spazi pubblici per l’attività ricreativa e sportiva. Chissà se serviranno. Non per buttarla in sociologia, ma davanti a quel numero così esorbitante, anche qualche domanda bisognerebbe pur farsela.

L’altra emergenza. La violenza del branco e i nostri ragazzi lasciati da soli. Alessandra Senatore su L'Inkiesta il 18 Gennaio 2022.

Tra le giovani generazioni è ormai evidente un profondo disagio emotivo e comportamentale, che sfocia in atti di brutalità e aggressione sempre più frequenti. Anziché discutere di varianti e mascherine, occorre dare uno sguardo anche a questa realtà, forse più difficile e impegnativa.

Da mesi ovunque si discute con metodica costanza e si approfondiscono in modo ormai quasi maniacale tutte le possibili sfaccettature e gli aspetti connessi all’emergenza pandemica: non c’è trasmissione televisiva – generalista o meno – in cui non ci si profonda in ragionamenti, analisi e previsioni dati alla mano, oltre alle inevitabili critiche su questa o quella scelta politica.

Ecco, mi piacerebbe che altrettanta attenzione e il medesimo zelo analitico venissero rivolti ad un fenomeno che da qualche tempo sembra essere sempre più drammaticamente evidente ed inquietante e che riguarda l’esistenza di un profondo disagio emotivo e comportamentale tra le giovani generazioni.

Ormai assistiamo, con una frequenza direi statistica, ad episodi di violenza che hanno come protagonisti ragazzini tra i 13 e i 18 anni. Il “branco”, come spesso viene richiamato, aggredisce, stupra, picchia e a volte addirittura uccide, ma quando usiamo questa parola non stiamo parlando di un entità astratta – anche se questo agisce guidando le singole individualità – perché stiamo pur sempre parlando di ragazzini, i nostri figli, quelli che dovremmo essere noi a guidare.

Il fenomeno è quanto mai complesso e cruciale per la nostra società, perché l’attraversa in modo indiscriminato: si tratta di adolescenti di varia estrazione sociale, italiani e stranieri, abitano le periferie ma anche i quartieri “bene” delle città. Quello che li accomuna è una rabbia fine a se stessa che trova sfogo in azioni scriteriate senza ragioni o inibizioni e che ha come catalizzatori alcool e droga.

A volte sembra che non abbiano coscienza delle loro azioni, come se fosse virtuale, alla stregua del mondo social che frequentano, e che nel confronto con la realtà non abbiano dei riferimenti a cui ancorare il senso del proprio sentire e del proprio agire.

Io credo che siamo davvero di fronte ad un fenomeno sociale ormai patologico, rispetto al quale non ci si può limitare al semplice dovere di cronaca e ad una mera indignazione, derubricandolo come un “caso”, perché la frequenza con cui si presentano certi episodi è ormai tale da farlo emergere in tutta la sua evidenza.

C’è qualcosa che non va nel processo evolutivo di questi ragazzi, per capire come intervenire e correggerlo va compreso nelle sue cause profonde. Non è solo questione di noia, come qualcuno dice liquidando la questione. Le ragioni di un fenomeno sociale vanno sempre cercate tra gli elementi di quel sistema sociale.

C’è un’emergenza sociale in corso a cui dobbiamo rivolgere un’attenzione prioritaria che coinvolga non solo i principali agenti di socializzazione, come famiglia e scuola, ma anche le istituzioni e soprattutto i mezzi di comunicazione. Non ultima la politica, certo, che deve occuparsi del futuro di una società. E cosa lo è più di loro?

Duecento giovani, bastoni e pugni: «Guerrieri della Notte» a Nichelino. Massimiliano Nerozzi Il Corriere della Sera il 16 gennaio 2022.   

Con il buio pesto delle sette della sera, pare un fotogramma da I guerrieri della Notte sabato in piazza Aldo Moro, dietro il supermercato Coop, a Nichelino: tra decine di ragazzini, tutti minorenni, pronti a menarsi a cazzotti e con bastoni raccattati per strada. Non va a finire come nel film di Walter Hill, cioè con pericolose maxi risse, solo grazie all’intervento delle pattuglie dei carabinieri. Morale: 52 giovani, tra i 13 e i 16 anni, identificati dai militari, e due giovani finiti al pronto soccorso, seppur solo per lievi escoriazioni. Ma lo scenario era ben più vasto, con un centinaio di ragazzi, in maggior parte di origine nordafricana, arrivati da Barriera di Milano e da altri quartieri a nord di Torino proprio per sfidare un’ottantina di coetanei, residenti in paese. Motivo della manesca tenzone, un regolamento di conti, forse per una precedente aggressione avvenuta nel periodo natalizio alle giostre, sempre a Nichelino.

«Sicuramente qui abbiamo qualche difficoltà per baccano notturno — dice il sindaco, Giampietro Tolardo — invece episodi come quello di sabato purtroppo succedono in tutte le aree metropolitane, per dinamiche tra quartieri diversi». Quindi: «Non sono preoccupato, però già da tempo con l’associazione Large Motive stiamo promuovendo un’educazione di strada, cercando di occuparci di politiche e disagio giovanile».

L’altra sera, come spesso avviene, l’appuntamento era stato concordato via social e pure per questo i carabinieri hanno sequestrato diversi cellulari per tentare di risalire all’identità di tutti i partecipanti. I gruppi dai quartieri nord erano arrivati, sugli autobus di linea, attorno alle 19, e avrebbero trovato ad aspettarli circa ottanta coetanei: impossibile non notarli, così diversi cittadini e lo stesso sindaco hanno avvertito il 112 che ha spedito sul posto pattuglie della tenenza di Nichelino, impegnate nei servizi di controllo del territorio, altri rinforzi dal comando provinciale. È iniziato il fuggi fuggi nelle vie limitrofe, con il regolamento di conti che s’è ridotto a piccole scaramucce, qua e là, ma appunto senza gravi conseguenze. Nessun danno a vetrine o arredi urbani, mentre i clienti di alcuni bar scappavano dal retro.

Da livornotoday.it il 16 gennaio 2022.

Un ragazzo e una ragazza ripresi in un video mentre fanno sesso a scuola. Il filmato diventa subito virale sulle chat degli studenti e, in qualche modo, arriva persino a qualche genitore nonché ai professori che informano la dirigenza scolastica dell'accaduto, da subito al lavoro per chiarire internamente la vicenda, tutelare i giovanissimi e, eventualmente, prendere i dovuti provvedimenti. 

Succede in un istituto superiore di Livorno nella mattina di ieri, venerdì 14 gennaio. Nel video, girato dall'esterno dell'edificio presumibilmente da qualche coetaneo e arrivato anche alla polizia postale, si vedono i volti dei due studenti a una finestra dell'ultimo piano della scuola mentre sembrano intenti a consumare un rapporto sessuale.

Spetterà adesso alla dirigenza scolastica approfondire la vicenda nel rispetto e nella tutela di tutti e ricostruire quanto successo all'interno della scuola.

Livorno, sesso a scuola e scandalo. Il video dalla finestra: chi sono i due amanti. Libero Quotidiano il 16 gennaio 2022.

Alla didattica a distanza due studenti di un istituto superiore di Livorno hanno preferito decisamente una lezione a distanza... ravvicinata. E proibita. Scandalo nel capoluogo labronico per il video, diventato subito virale nelle chat scolastiche e non solo, che immortala un ragazzo e una ragazza intenti a fare sesso tra le quattro mura della scuola. 

Succede tutto la mattina di venerdì 14 gennaio, spiega il sito Livorno Today. I due giovani travolti da irrefrenabile passione hanno pensato bene di scaldare il gelido clima di gennaio appartandosi e abbandonandosi a un fugace rapporto sessuale. Hanno però scelto una location rischiosa e decisamente incauta: non paghi di farlo nell'istituto, circondati da altri studenti, professori e bidelli, i due giovanissimi amanti hanno deciso di piazzarsi proprio davanti a una finestra. Così dall'esterno qualche curioso che per caso ha alzato il naso e guardato in direzione dell'ultimo piano, è riuscito a scorgere le sagome dei due, in atteggiamenti inequivocabile. E come sempre più spesso accade, il terzo incomodo ha girato il video e girandolo in rete alle proprie conoscenze.  

Risultato: il filmato del rapporto clandestino è arrivato in qualche modo ad alcuni genitori e agli insegnanti, che hanno subito informato la dirigenza scolastica per prendere i provvedimenti necessari e anche per tutelare i diretti interessati, minorenni. 

Antonio Socci e i giovani: "Ansia e solitudine, è la pandemia della disperazione". Libero Quotidiano il 17 gennaio 2022.

C'è un'altra pandemia in corso e stavolta colpisce soprattutto i giovani. È una pandemia esistenziale che ha conseguenze drammatiche. Da una recente ricerca, promossa dalla Fondazione Soleterre e dall'Unità di Ricerca sul Trauma dell'Università Cattolica di Milano, sulle conseguenze della tempesta Covid, emerge che il 17,3% degli adolescenti ascoltati pensa che sarebbe meglio morire o farsi del male. Il campione analizzato è piccolo (150 adolescenti fra i 14 e i 19 anni, interrogati a dicembre scorso su come hanno vissuto il lockdown e la pandemia), ma il panorama che ne emerge è davvero allarmante. Per esempio, il 40,7% di loro afferma di aver difficoltà a dare un senso a ciò che prova; il 34% dichiara di non saper controllare il proprio comportamento quando è turbato; il 69,3% dice che il trauma da pandemia è diventato parte della propria identità; il 34,7% fa fatica ad addormentarsi; il 12% afferma di non sentirsi in forma e il 36% di sentirsi triste. È chiaro che la condizione esistenziale dei giovani, già fragili e smarriti, si è drammatizzata con il Covid che ha messo a nudo le nostre giornate, ma c'era già una preesistente situazione di mancanza di proposte educative (per i giovani) e di vuoto di relazioni umane significative (per tutti). È

la grande pandemia spirituale delle nostre società occidentali. L'ha sottolineato nei giorni scorsi Davide Prosperi, attuale responsabile di Comunione e Liberazione, sul Corriere della sera. Ha scritto: «Già diversi anni fa il Surgeon General degli Stati Uniti, l'ufficiale sanitario dell'amministrazione, sosteneva senza esitazioni che la minaccia più grave alla salute pubblica non era il cancro o il diabete, ma la solitudine. Gli studi degli economisti Anne Case e Angus Deaton sulle "morti per disperazione" mostrano i nessi fra la riduzione dell'aspettativa di vita in alcune fasce della popolazione americana e il diradarsi dei legami sociali. Quante volte ci siamo ripetuti, riecheggiando le parole del Papa, che nessuno si salva da solo». Il problema da esistenziale diventa medico. Anche un recente rapporto Unicef ha sottolineato la necessità di prevenire o affrontare l'insorgere dell'ansia e della depressione fra i giovani. Si è rilevato addirittura che il 13% dei giovani tra 10 e 19 anni, nel mondo, vive con una diagnosi di disordine mentale (cioè ha avuto un aiuto psichiatrico o cose simili). È un dramma che finora non è stato considerato e studiato come si doveva, pure dalla medicina. Ma è grave. Anche perché secondo alcuni ricercatori la depressione può legarsi a patologie come infiammazioni, asma o malattie cardiovascolari. Risulta inoltre che il suicidio sia, nel mondo, la quarta causa di morte negli adolescenti fra 15 e 19 anni (dopo gli incidenti stradali, la tubercolosi e la violenza interpersonale): in Europa e Nord America è la seconda. C'è chi crede che la risposta possano essere dei corsi nelle scuole per l'incremento di "life skills", le abilità nella gestione delle emozioni e dello stress: dovrebbero dare capacità di adattamento, di far fronte alle sfide della vita e poi pensiero critico e creativo. Come se «il guazzabuglio del cuore umano» si risolvesse con una tecnica "americana".  

AZIENDALISMO - Il Parlamento sta decidendo di avviare già dal prossimo anno questa sperimentazione. Sarà uno spreco di soldi e ore scolastiche? Forse sì. Sembra un approccio molto aziendalista, che divide la persona in parti da rendere più efficienti. L'uomo invece è uno: la fuga di Enea, la foresta oscura di Dante o le vicende di Renzo e Lucia fanno capire la nostra vita ed esprimono in parole le nostre emozioni. La fatica dello studio della matematica o del greco o della chimica impone una disciplina anche fisica (diceva già Gramsci) che porta controllo di sé e dello stress. E sono le stesse materie curriculari che devono dare capacità critiche e creative. Del resto quali ricerche sono alla base di questa sperimentazione? Nella comunità scientifica non ci sono pareri concordi. Un recente editoriale di Nature (7 ottobre) si è occupato della generale situazione di disagio giovanile (anche dei problemi di ansia e depressione) arrivando a conclusioni deludenti. Giancarlo Cesana, medico e docente universitario con molti titoli specifici (fra l'altro, anch' egli per anni responsabile di Comunione e Liberazione, una grande realtà giovanile) ha analizzato sull'ultimo numero di Tempi sia il rapporto Unicef che l'editoriale di Nature ed ecco il suo giudizio: «il mio commento è che per un problema effettivamente grave e urgente quale il peggioramento della salute mentale delle giovani generazioni il contributo degli scienziati, stando all'editoriale di Nature, appare veramente scarso e prospetticamente povero... È completamente tralasciata la considerazione dell'educazione e della libertà. 

La libertà che come scopo ed esito dell'educazione non è fare quello che si vuole, fosse anche la scienza, ma adesione al vero. Forse che l'aumento dell'ansia e della depressione nei giovani possa essere la conseguenza di una educazione mancante o sbagliata, di una libertà monca, non adeguatamente utilizzata? Forse che la questione non è, o non è semplicemente scientifica? Non sono domande da poco, visto che la maggioranza delle persone, anche quelle colte come gli scienziati, consapevolmente o di fatto, pensano diversamente e che i giovani continuano a stare peggio». Il dilemma in sostanza riguarda la stessa condizione umana. Albert Camus, che vinse il Nobel per la letteratura a 44 anni, iniziava "Il mito di Sisifo" con queste drastiche parole: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto - se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie- viene dopo. Questi sono giuochi: prima bisogna rispondere». Al di là della provocazione filosofica sul suicidio, l'uomo ha bisogno di scoprire il senso dell'esistere, di incontrare una proposta (in famiglia, a scuola, nella società) o un volto che indichi uno scopo esauriente per vivere, uno scopo che affascini e risponda alle aspettative e alle domande. Altrimenti si è smarriti e infelici. Ci si ammala del male di vivere perché «il cuore dell'uomo è un abisso» (salmo 63).

·        Gli Hikikomori. 

Marco Crepaldi (Hikikomori Italia): “Nel nostro Paese ci sono circa 100mila ragazzi reclusi in casa”. Lisa Pendezza il 29/03/2022 su Notizie.it.

Marco Crepaldi, psicologo e fondatore dell'Associazione Hikikomori Italia, fa luce sul fenomeno dei ragazzi chiusi in casa per scelta. 

Negli ultimi due anni siamo stati abituati a familiarizzare con parole come lockdown, quarantena e isolamento. Ma c’è anche chi della reclusione ha fatto uno stile di vita molto prima che il Covid entrasse a far parte della nostra vita: i cosiddetti hikikomori.

Ne abbiamo parlato con Marco Crepaldi, psicologo e fondatore dell’Associazione Hikikomori Italia. 

Partiamo dalla domanda più ovvia: chi sono gli hikikomori e cosa significa questa parola?

Questa parola nasce in Giappone e viene usata per identificare quelle persone che si isolano dalla società e che passano tutto il tempo in casa o addirittura nella propria camera da letto. Possiamo definirli casi di isolamento sociale giovanile. È un fenomeno originariamente individuato in Giappone, ma che ha le stesse caratteristiche in casi anche nel resto del mondo, Italia compresa.

È un fenomeno che nasce in adolescenza ma, non avendo una data di scadenza, può durare potenzialmente tutta la vita. Nasce tra i giovani, ma purtroppo riguarda sempre meno giovani.

Nel senso che diventa cronico?

Esattamente. L’età media di inizio è intorno ai 15 anni, ma è una condizione che tende a cronicizzarsi perché si autoalimenta. L’isolamento ha origine nell’ansia sociale, nella paura del giudizio, nella sensazione di non riuscire a legare.

La tendenza alla solitudine non fa che peggiorare la situazione: più si sta isolati, più si fa fatica ad uscirne in un circolo vizioso che può durare anche tutta la vita. In Giappone ci sono hikikomori over 40 che hanno cominciato in adolescenza.

Quanti hikikomori si stima che ci siano in Italia?

A differenza del Giappone, non abbiamo un sondaggio statale. Noi, come associazione, stimiamo un centinaio di migliaia di casi.

Sicuramente il problema è incredibilmente diffuso, riceviamo decine di richieste di aiuto ogni giorno.

Sono numeri impressionanti per un fenomeno di cui si parla così poco.

È una bolla che prima o poi esploderà. Non se ne parla abbastanza contando che è un problema che crea tanti disagi agli hikikomori stessi e alle loro famiglie. Nei prossimi anni dovremo per forza parlarne di più.

Hai detto che l’età media di inizio è intorno ai 15 anni, quindi ancora in anni di obbligo scolastico. Come funziona in questi casi? Non c’è un intervento degli assistenti sociali?

Capita, purtroppo, ma non è un problema di mancanza dal punto di vista genitoriale. È vero che c’è l’obbligo scolastico ma c’è anche la possibilità per i ragazzi di andare avanti in forme alternative, per esempio in forma domiciliare. C’è infatti un aumento di casi di home schooling. Questo comporta un aumento dell’aggravio del lavoro dei genitori. In altri casi, il ragazzo non accetta neanche questo tipo di servizio e si chiude completamente nella propria camera da letto e a questo punto non c’è molto che si possa fare. Le armi che si hanno sono poche.

Anche perché non basta aprire a forza la porta della camera per mettere a tacere il disagio profondo che queste persone sentono.

Esatto, serve un percorso psicologico, serve pazienza e un intervento multidisciplinare che coinvolge anche psichiatri ed educatori, oltre naturalmente a insegnanti e genitori.

Nel caso in cui il ragazzo non collabora e non vuole uscire neanche dalla propria stanza, come si interviene?

Questo è il grande problema. Chi ne soffre non chiede aiuto, quasi mai. Quando c’è una completa chiusura da parte del ragazzo l’unica strada è lavorare sui genitori per dargli gli strumenti per aiutare il figlio. In casi estremi e gravissimi si può pensare a un intervento coatto, ma credo che sia più grande il rischio del beneficio nel caso degli hikikomori.

Com’è generalmente la famiglia di un hikikomori? Hai notato dei pattern ricorrenti? Ci sono famiglie con una predisposizione maggiore a questo tipo di situazione?

Spesso gli hikikomori hanno una famiglia molto apprensiva, in particolare la madre, mentre il padre ha un profilo già emotivamente fragile e incapace di costruire un rapporto con il figlio. Questo tipo di rapporto sfavorisce l’autonomia del figlio e il passaggio dall’adolescenza all’età adulta inteso come step evolutivo e psicologico. Spesso sono famiglie con un alto grado di scolarizzazione e questo porta a un’ulteriore pressione sul figlio per essere all’altezza delle aspettative.

Forse anche per questo – la tendenza all’eccellenza e la pressione sociale – è un fenomeno particolarmente diffuso in Giappone.

Assolutamente sì, non è un caso. Il Giappone ha una società molto competitiva, ma in realtà tutte le società lo sono. Il successo personale è sempre più una nostra preoccupazione, ci si sente sempre meno belli, bravi e felice degli altri. Un hikikomori non è altro che un ragazzo che si nasconde e che cerca riparo da questo tipo di pressione e di alte aspettative interiorizzate.

Questo disagio e questa difficoltà a integrarsi, a stare al passo con gli altri, è qualcosa che tutti prima o poi provano. Per gli hikikomori esiste una sorta di spettro che comprende vari gradi di “disagio” o c’è una linea netta di demarcazione?

Hikikomori non è al momento una diagnosi, è un fenomeno sociale ma è stato studiato a livello scientifico cross-culturale.

Ci sono delle comorbidità?

L’ansia sociale può essere spesso associata ad ansia, depressione, apatia, tendenza all’autolesionismo, alla dipendenza da internet come conseguenza dell’isolamento, disturbi dissociativi e così via.

A proposito della dipendenza da internet, è l’unico modo per avere un contatto con il mondo esterno. Togliere anche quello può essere uno stimolo a uscire di casa o invece è fonte di peggioramento?

È un errore molto comune e altamente sconsigliabile, si ottiene solo una maggiore aggressività del ragazzo verso se stesso con atti autolesionistici o verso i genitori. La dipendenza da internet, in ogni caso, non è il problema ma una conseguenza dell’incapacità di integrarsi con gli altri, quindi il problema a monte non è comunque risolto.

Ci sono degli hikikomori che tramite internet riesce a lavorare da remoto?

È molto raro che un hikikomori lavori, proprio perché è un disagio sociale che allontana da qualsiasi tipo di impegno. Hanno appreso la fuga come meccanismo di difesa davanti a qualsiasi tipo di difficoltà.

Chiaramente è un disagio che colpisce anche la famiglia e gli amici, gli hikikomori fanno male a tutti quelli che stanno attorno a loro. Ma se io fuori casa sto male e dentro sto bene, stare in casa è malattia? Perché non continuare?

Ci può essere una prima fase di “luna di miele” in cui ci si convince che l’isolamento sia la soluzione ai propri problemi, ma è quasi sempre un’illusione perché sul lungo termine è altamente improbabile che si possa tenere questo stato di benessere. Al contrario, ci si sente fuori da tutto, dipendente dalla famiglia. La scelta dell’hikikomori non è sostenibile se non tramite i soldi della famiglia. In Giappone danno una pensione agli hikikomori con genitori anziani e non più in grado di lavorare.

Qui in Italia?

Anche se prendessero il reddito di cittadinanza, il punto è: sono in grado di utilizzare questi soldi, di badare a se stessi, banalmente cucinare, pagare le bollette eccetera? Oltre al fatto che, anche se è vero che esistono persone più solitarie di altre, nessuno è fatto per stare da solo tutta la vita.

Qual è l’età media degli hikikomori in Italia?

Tra i 20 e i 25 anni, molti iniziano durante l’università. È un periodo molto difficile perché è la fase di inserimento nel mondo adulto e può diventare difficile trovare la motivazione per fare qualsiasi cosa.

È prevalente nei maschi o nelle femmine?

Al 70-80% nei maschi.

Come mai?

Ci sono vari fattori. Il principale è che l’uomo è educato a tenersi molto di più le cose dentro per non mostrarsi debole, tende a non chiedere aiuto, anche a diventare orgoglioso nel proprio dolore. Per questo costruiscono meno relazioni intime a cui confessare una propria debolezza. Questa scarsa competenza emotiva porta a volte ad avere una scarsa cognizione della propria condizione. Chiedono molto meno aiuto anche agli psicologi.

Una conseguenza della mascolinità tossica.

Io parlo molto anche di difficoltà maschili e questo ha portato anche a qualche fraintendimento. La mascolinità tossica danneggia sia gli uomini che le donne, purtroppo è un tema su cui le persone tendono a polarizzarsi ma spero che col tempo si capisca che, se è vero che gli uomini hanno tanti vantaggi in questa società, è anche vero che non riescono a emergere tante debolezze come emergono invece quelle del genere femminile.

C’è anche una distinzione a livello geografico?

Sì, sembra che il fenomeno sia più diffuso nel Nord Italia. Quello che accomuna tutti questi ragazzi è la scarsa motivazione, insufficiente a superare la paura di uscire di casa e affrontare le proprie difficoltà. Ma se trovano qualcosa di abbastanza stimolante possono trovare di nuovo degli stimoli a uscire dalla propria stanza.

Tu nella tua vita hai mai vissuto una fase simile alla condizione di un hikikomori?

Non ho mai nascosto di aver vissuto una fase difficile. Non mi sono mai isolato del tutto, perché ne avevo davvero paura: è una cosa che se uno arriva a fare è perché non ha alternativa. Poi ho avuto la fortuna di trovare degli amici che sentivo molto affini e questa è una fortuna che molti hikikomori non hanno. L’hikikomori diventa tale quando perde i contatti con il gruppo di amici e da lì è difficile tornare indietro perché subentra la vergogna e la sensazione di aver ormai perso troppo tempo. Ecco perché è importante intervenire presto, per non perdere completamente i rapporti sociali. 

Hikikomori, chi sono i ragazzi che non escono mai dalla stanza. Favij: «Non si sentono capiti». Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera il 29 Gennaio 2022.

Arriva il documentario n cui si racconta il fenomeno dei ragazzi auto reclusi. Lo youtuber: anch’io sono stato depresso, loro sono persone che si sentono inutili.  

Il termine giapponese hikikomori significa letteralmente stare in disparte. Nel tempo, sono stati chiamati così quei giovani che decidono di ritirarsi dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza senza contatti con il mondo esterno, se non attraverso un pc. Un fenomeno con numeri importanti: riguarda oltre centomila persone solo in Italia, senza contare tutte quelle di cui non si ha conoscenza. Ragazzi che scelgono di rifugiarsi in una sorta di limbo, dove il tempo non conta più, in cui la realtà diventa altra e gli unici rapporti possibili sono quelli virtuali. Debutta oggi, alle 21.15, su Sky Documentaries (e in streaming su Now) un documentario che racconta quattro di questi giovani — Eva, Alessandro, Michele e Davide —, entrando lì dove nessuno ha accesso: le loro camere. Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza, scritto e diretto da Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva mostra dunque le vite di chi non sa vivere fuori dal recinto che da solo si è costruito. Un malessere subdolo, le cui ragioni sono spesso difficili da riconoscere.

Lo sa bene anche chi dalla sua stanza è poi riuscito a parlare a tutto il mondo, Lorenzo Ostuni, in arte Favij. Seguito da oltre sei milioni di persone su YouTube, «creatore di contenuti web» da quando aveva 16 anni (oggi ne ha 26), Favij conosce bene l’impatto che può avere la realtà virtuale su quella reale. «Anche io a lungo non mi sono sentito capito. Succede anche agli hikikomori, persone che di fatto si sentono invisibili, inutili. Hanno perso la speranza, per questo è molto importante far capire loro che possono essere ascoltate». La psiche può innescare meccanismi complessi: «Io, ad esempio, faccio un lavoro splendido ma chiuso nella mia stanzetta. Mi capita di stare a lavorare notte e giorno a un progetto, a un video, perdendo la cognizione del tempo. E andare avanti così per un po’, senza uscire, per giorni, anche quattro, ricordo... Mi è successo poi di avvertire un senso di disorientamento alla fine, una volta terminato il tutto, in cui mi chiedevo: e adesso? Come impiego le mie giornate?».

Un malessere che, ammette, «di base ho sempre avvertito, in cuor mio. Da un annetto ho deciso di lavorarci su. Mi sono accorto ad esempio che per me il lockdown non è stato un problema: sono abituato a stare chiuso in casa. Nella fase dura io non sono uscito un giorno: né per fare la spesa o una passeggiata. Mai. E non era un problema». Ed è così che uno degli YouTuber più amati ha capito viceversa di avere un problema: «Era come se tutte le emozioni si allineassero e avessero lo stesso gusto. Le mie giornate erano tutte uguali: mi alzavo, facevo quello che dovevo fare, guardavo un po’ di tv e andavo a dormire. Senza entusiasmi. Era depressione, certo». Per risollevarsi ha deciso di fare psicoterapia: «Mi ha dato gli strumenti per capire che ho già fatto molto più di quanto mi sarei aspettato. Sono una brava persona, questo deve bastarmi per non curarmi del giudizio della gente. L’esposizione aveva per me questo rovescio della medaglia e ho capito che la tecnologia mi portava lontano dal vivere come volevo».

Se gli hikikomori non avessero la tecnologia uscirebbero prima dal loro rifugio? «Forse. Io ho cercato di ridurre l’uso che ne facevo, preferendo la vita reale. Ora viaggio il più possibile. Di base ho imparato ad ascoltarmi: sembra un’ovvietà ma è molto difficile riuscirci». Quando ha capito che andava meglio? «Quando non chiamavo più ogni sera mio padre in preda a paure assurde: tutte ipotesi di cose che mai sarebbero successe». Un traguardo che lo spinge a dire a chi deve ancora fare quel passo «di non aver paura di farsi aiutare. E di guardare gli schermi solo quando qualcosa ci interessa davvero e non per inerzia. Se no è il momento di spegnerli e uscire».

·        La Vecchiaia è una carogna…

GLI OCCHI DEL BOOMER. Adolfo Spezzaferro su L’identità il 29 Novembre 2022

Negli anni Ottanta, in piena moda dei cosiddetti paninari – i piumini Moncler, le Timberland con la suola con il carrarmato, i jeans Levi’s 501, i burinissimi cinturoni El Charro – imperversavano i capi contraffatti. I meno abbienti che volevano seguire la tendenza indossavano abiti e accessori taroccati. Il timore era sentirsi tagliati fuori, di non piacere alle ragazze perché vestiti in modo non à la page. Un meccanismo di certo non inedito ma che in quegli anni era preponderante, perché frutto della prima grande ondata di moda giovanile fortemente orientata dal business della pubblicità, delle riviste, della tv, fino ad arrivare al cinema, con dimenticabilissimi film come Sposerò Simon Le Bon (il cantante della band Duran Duran, che al di là della moda inguardabile suonava alla grande). Chi vi scrive negli anni ’80, da bravo boomer, era un adolescente che ovviamente non seguiva la moda (anche se però aveva rivisitato il dress code di sottoculture importate dal Regno Unito con un ritardo di diversi anni), che non andava da Burghy ma si dimenava a suon di punk rock. Oggi siamo alle prese con un qualcosa di altrettanto taroccato – sempre per poter essere di tendenza, alla moda o più banalmente accettati – ma di più costoso e pure più assurdo. I finti follower sui social: gli aspiranti influencer non possono avere pochi “seguaci” e quindi almeno all’inizio se li comprano. E che siano finti lo si capisce benissimo andando a vedere i loro profili dai nomi “esotici”. Ecco, ancora una volta la moda (in questo caso social) non è segno di eleganza. Ma roba da poveracci (dello spirito).

Gemma Gaetani per “La Verità” il 30 Agosto 2022. 

Luciano Pignataro è critico gastronomico ed enologico del Mattino di Napoli, anima di 50 Top Pizza, del sito Lucianopignataro.it, seguitissimo sul Web e, sintetizzando, si può definire l'ambasciatore della Campania in Italia, nel mondo e anche alla stessa Campania, spesso inconsapevole del suo grandissimo valore. 

Per chi non lo conosce, può raccontarci il Cilento?

«Il Cilento è una grande subregione della Campania, precisamente tutto il suo territorio meridionale che, grossomodo, va da Paestum, che ne è la porta settentrionale, a Sapri, dove ci fu lo sbarco di Carlo Pisacane e comprende posti molto conosciuti al mondo come Palinuro, Velia, sede della scuola eleatica, la Certosa di Padula. Sono territori ancora integri e sono strettamente collegati al vicino Parco del Pollino, tra Basilicata e Campania, con cui formano un grandissimo polmone verde».

Lei ha notato un fenomeno particolare in queste zone

«Sì, il Cilento è un'area blu, cioè presenta una grandissima percentuale di centenari.

Il fatto ebbe un grande risalto mediatico nel 2016 segnatamente ad Acciaroli, frazione di Pollica, se ne parlò anche sulla stampa anglosassone. Da qui nacque l'idea di realizzare un libro sulla longevità studiando il metodo Cilento». 

La notizia erano i tanti centenari cilentani?

«Sì, la media di vita in Cilento è più alta di 5 anni della media italiana, già molto alta.

Perlomeno prima del Covid. La media di vita italiana è superiore agli 80 anni, in Cilento è di 85 per gli uomini e 92 per le donne».

Lei si è occupato degli americani Ancel e Margaret Keys. Che legame avevano con il Cilento?

«I Keys codificarono proprio in Cilento la dieta mediterranea, una dieta spazza arterie che aiutava tutto il nostro apparato cardiocircolatorio a mantenersi in forma, a differenza di altri stili di vita soprattutto anglosassoni che prevedono molti grassi animali, molti cibi contraffatti, molto cibo industrializzato. Nel corso degli anni abbiamo scoperto che questo tipo di cibo non è pericoloso solo per l'apparato cardiocircolatorio ma può originare numerose forme tumorali, colon, intestino, fegato». 

Quando si identifica una blue zone, si indaga sui motivi che determinano questa longevità. Lei ha esteso il significato di dieta cilentana, raccontandola come una dieta esistenziale. Quali sono i suoi 5 pilastri?

«Una "dieta" comportamentale. I cui 5 pilastri sono modalità di vita ben conosciuti, che noi avremmo come innate ma che purtroppo stiamo perdendo. Il primo è il movimento: noi siamo una macchina pensata per muoverci in continuazione, muoversi poco è molto dannoso per l'organismo. Come in tutte le civiltà rurali, nel metodo Cilento ci si mantiene in attività fino a tardi.

Nelle professioni urbane, una delle più longeve è quella dell'avvocato, perché continua a muoversi ed esercitare fino a tarda età, anche oltre gli 80 anni. Lavorare moderatamente, senza stress, contribuisce a mantenere il corpo in attività. Secondo pilastro, il cibo. Terzo, tenere in piedi relazioni sociali. Noi siamo animali da branco, abbiamo conquistato la Terra lavorando di squadra: non siamo forti, non siamo veloci, non abbiamo grandi qualità naturali, però abbiamo sviluppato questa capacità relazionale che nel corso degli anni ci ha allungato la vita e che rende più facile affrontare le situazioni di difficoltà.

Quarto, dare il giusto tempo alle cose, il riposo, inteso non come assenza di attività ma come parte integrante di un nostro bisogno di stare bene e non essere unicamente e sempre assorbiti dal lavoro concepito come valore assoluto». 

L'ossessione tutta contemporanea della produttività

«Esatto. Ma bisogna darsi il tempo giusto. Anche per coltivare il quinto pilastro che è la spiritualità, intesa non solo come religiosità. Certamente, se uno crede è notevolmente avvantaggiato, ma spiritualità vuol dire anche coltivare il piacere di andare a vedere una mostra, di guardare un paesaggio, coltivare tutta una serie di emozioni interiori che non devono essere finalizzate al lavoro. Una vita completa, insomma, che abbiamo perso progressivamente dalla Rivoluzione industriale in poi perché abbiamo accentuato l'aspetto della specializzazione e dell'iperspecializzazione. 

Ricordiamo tutti l'alienazione del famoso film di Charlie Chaplin Tempi moderni. Si tratta di recuperare tutte le funzioni. Ecco perché "metodo Cilento". Che non vuol dire voler tornare indietro alle società rurali di un tempo, ma significa avere l'intelligenza di darsi il giusto tempo anche nelle grandi città». 

Quindi non è tanto, o non è solo, un Dna cilentano, ma è una modalità esistenziale cilentana che noi possiamo esportare anche fuori dal Cilento?

«Il Dna è importante, fa tanto, però fa tanto anche come si vive. Il libro è stato scritto a quattro mani e gli inserti scientifici del professor Vecchio spiegano studi precisi, statistici. Almeno un terzo di alcune gravi malattie dipendono dal modo di alimentarsi, tante malattie dipendono dal non fare movimento e dal non seguire questi precetti. Ecco perché è importante adeguarsi».

Mi ha colpito la parte in cui lei spiega che la dieta cilentana aiuta a prevenire e contenere la demenza senile e in Cilento ci sono meno casi di Alzheimer rispetto alla media italiana. Quindi, si invecchia di più e meglio, perché il problema di essere anziani è anche quello di perdere brillantezza cerebrale e cognitiva.

«La cosa fondamentale, forse, più che vivere a lungo è vivere bene. È importante tenersi in attività, sentirsi vivi, fare qualcosa. Per esempio, molti anziani continuano a coltivare l'orto. L'orto dà una soddisfazione incredibile.

Quando tu la mattina hai fatto l'orto per due ore, senti di aver fatto qualcosa di positivo e questo sentimento di benessere interiore aiuta a stare meglio». 

Oltre a fornirci prodotti biologici autoprodotti «Ça va sans dire...». Ci riassume la dieta cilentana?

«Parte dal presupposto che l'uomo è un animale onnivoro e quindi niente è proibito. Però bisogna seguire le proporzioni, l'equilibrio. È la famosa piramide, che recentemente è stata anche aggiornata, in cui alla base ci sono le cose che dobbiamo mangiare in abbondanza come verdura, frutta, cereali, legumi. Poi piano piano si sale e all'ultimo ci sono gli zuccheri e la carne, che non sono alimenti proibiti, ma da prendere nelle giuste proporzioni». 

Con cautela?

«Noi con la carne abbiamo un problema: quello che era il cibo dei ricchi è diventato il cibo dei poveri».

Impoverendosi, anch' essa a volte, qualitativamente

«Sì, con gli allevamenti intensivi. Con questo modello alimentare anglosassone basato sui grassi animali che si è imposto un po' ovunque ci sono state gravissime conseguenze, gravissime patologie che si sono diffuse. E una qualità della vita molto bassa per gli animali e pessimi effetti per l'ambiente. La carne sicuramente non va demonizzata, noi siamo animali che mangiano carne tant' è vero che la digeriamo, però dev'essere misurata».

Forse ne mangiamo troppa e di cattiva qualità?

«Esatto. La carne si deve accompagnare alle fibre, che aiutano anche la digestione. Queste sono novità che la scienza e la nutraceutica stanno fornendo. Per esempio, pomodoro più olio d'oliva non è un uno più uno che fa due, ma tre, nel senso che queste due sostanze interagendo fra di loro danno ulteriori benefici rispetto alla sola somma delle due sostanze prese singolarmente. Questi precetti sono il risultato di una pratica che c'è sempre stata ma adesso ne conosciamo le conseguenze scientifiche». 

È la famosa sapienza popolare. In Cilento mangiano da sempre come gli scienziati oggi ci dicono che ci farebbe benissimo mangiare.

«Sì. Mangiavano, perché le abitudini alimentari sono cambiate anche qua. Sicuramente stando al Sud è molto più facile seguire questi precetti perché nel patrimonio della gastronomia napoletana e meridionale in genere la verdura, gli ortaggi, i legumi, hanno sempre una grandissima importanza, non sono alimenti di complemento, spesso hanno una centralità, pensiamo alle paste con i legumi che fanno tanto nella tradizione napoletana e che sono piatti vegetariani, vegani, se vogliamo, naturali, mangiati continuamente. Bisogna ritornare a questo.

Fondamentale è saper fare la spesa ogni giorno, mangiare alimenti di stagione. È fondamentale per noi e per chi produce questi alimenti. Invece noi abbiamo perso questo contatto con la produzione del cibo, abbiamo l'idea che possiamo avere tutto sempre ma è un'idea profondamente sbagliata dal punto di vista alimentare». 

Tanti non conoscono la stagionalità reale, pensano che la natura funzioni così come la vedono esposta al supermercato dove troviamo tutto fuori stagione

«Avere i limoni d'inverno, fuori stagione, vuol dire importare i limoni argentini che sono seppelliti nei solfiti proprio per avere una vita più lunga. Dobbiamo stare molto attenti quando scegliamo e fare la spesa ogni giorno vuol dire conoscere i prodotti ogni giorno. Non si può trovare la scusa che non abbiamo tempo per questo».

Hygge danese, ikigai giapponese, zen, buddhismo: siamo spesso affascinati dalle filosofie di vita non italiane ma nel nostro paese abbiamo modelli validi e importanti come appunto il modello cilentano.

«È il modello della dieta mediterranea, che è il più compatibile dal punto di vista del rapporto con l'ambiente e del rapporto con la salute» 

Molochio, la California studia i segreti dei centenari calabresi. EDVIGE VITALIANO su Il Quotidiano del Sud il 26 agosto 2022.

La Calabria, Molochio, i segreti dei suoi “centenari” al centro di uno studio in California

In Calabria, a Molochio, si vive cent’anni. Non da soli, come caso unico, ma con gli amici. Il viaggio alla scoperta di come la longevità sia diffusa porta dritti dritti in Aspromonte dove si trova una delle più alte concentrazioni di ultracentenari d’Italia e per questo rappresenta un caso di studio per scienziati da tutto il mondo.

MOLOCHIO E I SUOI CENTENARI AL CENTRO DI UNO STUDIO CHE PARTE DALLA CALIFORNIA

Il territorio è protagonista del primo studio randomizzato in Italia sul ruolo di una particolare nutrizione che sposa la scienza e la dieta dei centenari locali. Uno studio che verrà condotto nei prossimi 18 mesi dalla Fondazione Valter Longo nata nel 2017 su iniziativa del professore di cui ha il nome con l’obiettivo di portare avanti attività di ricerca e cura in relazione alle problematiche legate all’alimentazione, prendendo come punto di riferimento i regimi alimentari dei cluster di popolazione più longevi e cercando di diffondere una corretta cultura del cibo.

CITTADINANZA ONORARIA PER VALTER LONGO

In attesa che lo studio in programma e i suoi risultati vengano raccolti, elaborati e resi noti oggi il Comune di Molochio in provincia di Reggio Calabria, ospiterà la cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria a Valter Longo, Presidente della Fondazione, Direttore del Programma di Ricerca su Longevità e Cancro presso l’IFOM di Milano e Direttore dell’Istituto di Longevità alla University of Southern California, nonché uno dei massimi esperti mondiali di tematiche legate alla nutrizione, alla genetica e all’invecchiamento.

Come si legge nelle motivazioni del conferimento della cittadinanza onoraria, Valter Longo “ha condotto delle ricerche importantissime sulla longevità a Molochio ed è arrivato a capire che questa comunità è una delle più longeve al mondo. Facendo questo ha portato il piccolo centro aspromontano alla ribalta delle cronache internazionale e Molochio oggi, grazie a lui, è conosciuto in tutto il mondo come ‘il paese dei centenari’.

Ancora oggi il professore, che fieramente ha sempre professato le sue origini molochiesi, conduce studi scientifici sulla nostra popolazione ed è impegnato in studi clinici indirizzati a diminuire l’insorgenza di determinate patologie”.

CHI È VALTER LONGO, LO SCIENZIATO CHE STUDIA LA LONGEVITÀ ORIGINARIO DELLA CALABRIA

Una storia con la valigia in mano quella del legame tra il paese dell’Aspromonte e lo scienziato come tante che accompagnano narrazioni legate al Sud d’Italia. Longo classe 1967, figlio di calabresi, originari proprio di Molochio non ha dimenticato la terra d’origine. «La Calabria ha un passato di stile di vita longevo, con alcuni paesi, come Molochio, che sono testimoni della sua tradizione caratterizzata da una dieta povera di proteine e carne e ricca di legumi e ingredienti vegetali. Tuttavia, negli ultimi decenni, sotto la spinta della realtà postmoderna, la Calabria, come altre aree del Mediterraneo, ha lentamente abbandonato le proprie abitudini ed usanze per omologarsi a una realtà globale perdendo gradualmente molte tradizioni, cultura e stile di vita che racchiudono un’antica saggezza e che hanno contribuito a creare il mito di una dieta portatrice di salute e longevità.

Nel presente, la percentuale di bambini e adolescenti in eccesso di peso tra le più alte in Europa e le malattie croniche maggiormente presenti nella popolazione calabrese in età adulta ci deve far riflettere sull’importanza di ritornare ad una nutrizione che riflette sia questo patrimonio storico, ma anche molti dati scientifici necessari a massimizzare l’opportunità di vivere fino a cento anni sani», fanno sapere tra le altre cose dalla Fondazione Valter Longo.

MOLOCHIO E I SUOI CENTENARI STUDIATI ANCHE IN CALIFORNIA

Dati, percentuali, analisi e soprattutto lo studio presentato a Varapodio lo scorso 14 luglio che prevede l’adesione volontaria di un campione di almeno 500 partecipanti disposti a sottoporsi a cicli di regimi alimentari proposti dai nutrizionisti della Fondazione Valter Longo per una durata di circa 18 mesi.

L’”esperimento” «è monitorato da biologi nutrizionisti specializzati nella Dieta della Longevità della Fondazione Valter Longo che daranno ai partecipanti, che volontariamente aderiranno allo studio, le indicazioni su come sottoporsi gratuitamente al trattamento in questo percorso di miglioramento della propria condizione clinica».

Diversi gli elementi e i biomarcatori che saranno oggetto di analisi durante lo studio clinico allo scopo di comprendere gli effetti della Dieta della Longevità sui pazienti e sul loro stato di salute. Ma che cos’è la Dieta della Longevità? In poche parole è un tipo di alimentazione ideato da Longo basato su 5 pilastri della longevità con il duplice obiettivo di prolungare la gioventù il più a lungo possibile e minimizzare le malattie. Il regime dietetico si basa su un’alimentazione che unisce tradizione e scienza ma anche pratiche, come il digiuno: quello notturno, di 12 ore, e la dieta mima digiuno periodica (un ciclo di 5 giorni ogni tre mesi).

LA DIETA DELLA LONGEVITÀ PROMOSSA DA VALTER LONGO

«La Dieta della longevità è un tipo di alimentazione che unisce i cibi storicamente presenti sulla tavola delle persone più longeve alle scoperte scientifiche degli ultimi 30 anni – ha spiegato Valter Longo – L’alto numero di centenari che caratterizza alcuni paesi della Calabria, infatti, suggerisce che la Dieta della longevità, che cambia con l’età, abbia avuto un ruolo importante nei record di longevità raggiunti da Molochio, Varapodio e alcuni Comuni limitrofi. La Dieta della longevità prevede soprattutto alimenti di origine vegetale come i legumi, i cereali integrali, verdure, frutta a guscio e altri prodotti locali, tra cui i limoni.

Quanto ad alimenti di origine animale, fino ai 65 anni prevede principalmente il consumo di pesce 2-3 volte alla settimana, soprattutto azzurro e di piccole dimensioni, data la miglior qualità nutrizionale e la minor presenza di inquinanti, in particolare di metalli pesanti. Dopo i 65 anni di età, il quantitativo di proteine (ma anche la varietà dei cibi, anche di origine animale) può aumentare, per contrastare la perdita di massa muscolare e ossea che si ha con l’età. È fondamentale, però, essere seguiti da un nutrizionista come quelli che lavorano per la nostra Fondazione».

Alla tavola della longevità, per dirla col titolo di uno dei libri del professor Longo, dunque si può scegliere tra cereali, verdure, legumi, pesce, frutta a guscio ma anche i limoni. Non solo, l’uso dell’acqua locale rientra tra le abitudini di queste popolazioni e lo studio mira anche a valorizzarne il consumo.

LA CERIMONIA DI CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ONORARIA

Ma torniamo alla giornata di oggi. La cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria al professor Longo, avrà luogo alle 18.30 in piazza Mons. Quattrone alla presenza delle autorità e dei rappresentanti della società civile. Oltre al sindaco Marco Giuseppe Caruso, saranno presenti il presidente del GAL Batir, Emanuele Oliveri, il direttore di Confagricoltura Calabria, Angelo Politi, la presidente del Consiglio comunale, Vita Malivindi e il vicesindaco, Domenico Garreffa.

MOLOCHIO E I SUOI CENTENARI STUDIATI IN CALIFORNIA, L’OCCASIONE PER RISCOPRIRE UN PASSATO LONTANO

L’appuntamento istituzionale può essere anche un’occasione per un viaggio in un passato lontanissimo, alla scoperta di storie e leggende che ruotano intorno a Molochio il cui toponimo deriva dal greco malakos, da cui molokhion, in latino moloche con il significato di malva: fiori che si accompagnano ad alberi da frutto tipici della macchia mediterranea. In quello che viene anche chiamato l’antico giardino delle malve, ci si arriva costeggiando ulivi secolari e agrumeti, boschi collinari di castagno e via via salendo d’elci che nelle zone più interne somigliano a foreste quasi inaccessibili, faggi, pini larìcio e abeti bianchi.

Una vegetazione raccontata anche da Paolo Gualtieri, nel volume Sacro Trionfo Delli Santi di Calabria, edito nel 1610. Tra quelle pagine si accenna addirittura a un’erba così denominata: “Molochi, termine greco, che santo nella nostra favella suona, detto così dall’erba molochi, molto simile alla malva, della quale comandò Pitagora nei suoi simboli che si seminasse e si raccogliesse, ma non si mangiasse, mentre disse: “Herbam Molochen ferito, non tamen mandito”, quasi avesse voluto dire che le cose sante si devono propagare non consumare”.

MOLOCHIO E I SUOI CENTENARI, UNA STORIA DAL SAPORE ANTICO CHE SEDUCE LA CALIFORNIA

A Molochio dove tra l’altro sorge il primo Santuario in Italia dedicato alla Madonna di Lourdes inaugurato nel 1901, pure i modi di dire sono legati al passare del tempo. C’è chi ricorda, ad esempio, un detto in uso nella Piana di Gioia Tauro: “E’ cchjù vècchiu du’ Bambinedu ’i Mulòchiu!” (È più vecchio del Bambino di Molochio!). Il riferimento è alla statua di un Bambinello di legno scolpito e colorato, con il braccio destro in alto benedicente e con i capelli lunghi e ondulati.

L’opera viene attribuita a qualche artista di scuola napoletana del XVII secolo, o di data anteriore ed è conservata nella Chiesa Matrice “Santa Maria de Merula”.

Giordano Tedoldi per “Libero quotidiano” il 25 agosto 2022.

Ieri mattina, durante l'udienza generale nell'aula Nervi, concludendo la catechesi dedicata al tema della vecchiaia, papa Francesco ha dichiarato: «La morte fa un po' paura ma c'è sempre la mano del Signore, e dopo la paura c'è la festa», e ancora, rivolgendosi ai suoi "coetanei", cioè i "vecchie le vecchiette" come li ha chiamati non senza un sorriso sornione, ha ricordato che: «Gesù, quando parla del Regno di Dio, lo descrive come un pranzo di nozze, come una festa con gli amici».

Diciamolo pure: ieri papa Francesco ha fatto un elogio del trapasso, ha pronunciato, sia pure con le parole semplici, umili e dirette che gli sono proprie, un vero e proprio inno alla morte. Bisogna esserne sconcertati? Scandalizzati addirittura? Sarebbe un grave errore, e vorrebbe dire non capire la personalità del pontefice, molto più complessa e contraddittoria di quel che a volte vogliono far credere certi suoi adulatori.

Innanzitutto, papa Francesco è una personalità di profonda cultura, anche se non ama ostentarla e rifugge dalle citazioni dotte e nei suoi discorsi si astiene da speculazioni troppo sottili quali quelle del suo predecessore Ratzinger. 

E quindi non possiamo nemmeno escludere che, dicendo che il bello comincia con quel difficile passaggio che è la morte, abbia riecheggiato una splendida elegia del poeta americano Walt Whitman, "Quando i lillà fiorivano, l'ultima volta, nel prato davanti alla casa", all'interno della quale c'è una lunga sezione che celebra la "nera madre che sempre ci scivoli accanto con passo leggero", la morte appunto, che il poeta chiama "grande liberatrice", e della quale scrive: "Io canto gioiosamente i morti che fluttuano perduti nel tuo amoroso oceano, lavati dalle onde della tua beatitudine, o morte".

E pazienza se Whitman, che era un singolare personaggio con idee panteiste, non è precisamente un riferimento ovvio per il capo della religione cattolica; quando si ha a che fare con Bergoglio conviene non dare nulla per scontato, e liberarsi dei pregiudizi. 

Del resto, il papa ha semplicemente ribadito con parole apparentemente paradossali un concetto fondamentale della dottrina cristiana, e cioè che la "vera" vita, quella suprema, comincia dopo questa terrena. Da questo punto di vista, temere la morte, concepirla come l'annientamento assoluto, non è solo angosciante, ma è anche un atteggiamento profondamente anticristiano. 

Ecco allora che, rovesciando la prospettiva laica, che vede la vita su questa terra come l'unica a nostra disposizione, e dunque logicamente esalta la giovinezza e considera la vecchiaia una tragica sciagura, papa Francesco ha ricordato ai "vecchi e alle vecchiette" che lo ascoltavano che, da buoni cristiani, non solo non hanno nulla da temere, ma la loro età va vissuta con pienezza, emozione, senso di attesa trepidante, perché si avvicina il "bello", cioè, in termini cristiani, la vita eterna in comunione con Dio.

Vale la pena sottolineare che questo rovesciamento di prospettiva è benefico e salutare anche per chi cristiano non è, perché a forza di ossessionarsi solo sul l'aspetto strettamente fisico e materiale della nostra esistenza, e separando giovinezza e vecchiaia come due tronconi nettamente separati, in cui nel primo si gioisce (anzi si deve gioire, perché poi non si potrà più), e nel secondo si soffre ogni genere di pene, non può che rendere infelice anche il miscredente. 

Si può anche non arrivare al punto di dire che "il bello comincia con la morte", specialmente se non si è cristiani, ma certo la paura paralizzante del trapasso, il considerare la vecchiaia, e dunque i vecchi, solo come resti di un'esistenza che ormai ha perso tutto il suo gusto e non può che avviarsi in direzione di un inglorioso tramontare, non è certo qualcosa da auspicare.

Ben vengano dunque le parole rinfrescanti, provocatorie (ma in fondo, come abbiamo detto, perfettamente in linea con il pensiero cristiano) del pontefice. Parole che sono anche un notevole progresso rispetto alla comune rappresentazione che, della morte, il cristianesimo ha fornito ancora nel recente passato, e cioè di un passaggio tremendo, angoscioso, in cui non è affatto scontato che il povero peccatore incontri Maria, Cristo, e trovi la beatitudine, giacché potrebbe anche dover scontare un lungo soggiorno nell'inospitale landa infernale. 

Nei discorsi di Bergoglio, di questa orribile prospettiva non c'è traccia, e in questo sembra allinearsi a certi pensatori moderni: che il vero inferno sia già riscontrabile in questa vita, su questa terra. Di là, al confronto, di qualunque cosa si tratti, sarà bellissimo.

Fedez, Tortu e il potere dei nonni: «I nostri successi sono merito loro». Gaia Piccardi  il 24 agosto 2022 su Il Corriere della Sera

«Torno a fare il nonno, arrivederci». Nel commiato di Mario Draghi alle istituzioni c’era l’orgoglio d’appartenenza al più nobile mestiere non corporativo nel Paese in cui gli adulti diventano grandi senza mai abdicare al ruolo di nipoti. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sui nonni, l’allungamento della vita li rende centrali nella geografia degli affetti di molti ventenni e trentenni, inclusi i protagonisti dello sport e le stelle dello spettacolo: all’ultimo censimento (luglio 2021) i nonni d’Italia erano 12 milioni, celebrati ogni anno il 2 ottobre e portati alla ribalta dai campioni olimpici di Tokyo, dai politici, dai cantanti nei post su Instagram in un continuo circolo virtuoso di gratitudine e affetti, perché non c’è niente come la scuola non pedante dei genitori dei genitori, la loro capacità d’esempio e racconto, la generosità nel condividere luoghi e ricordi. «La correggo — dice Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, scrittore —, siamo una Repubblica fondata sulle età e sulle diversità, la nostra più grande ricchezza».

Lorenzo Musetti è l’ultima onda della nouvelle vague del tennis italiano emergente, ha 20 anni compiuti da poco e tutto il diritto di scegliersi punti di riferimento pop e contemporanei e invece, nella domenica in cui conquista il primo torneo importante della carriera, sulla terra di Amburgo contro un satanasso spagnolo di nome Carlos Alcaraz, sceglie di dedicare l’emozione che ricorderà per sempre a nonna Maria: «Nel suo scantinato, a Carrara, è cominciato tutto. C’era uno spazio ampio, dove da bambino non correvo il rischio di fare danni con racchetta e pallina. Il mio primo maestro è stato il muro di nonna: ho perso il conto delle ore che ho passato là sotto».

L’Olimpiade di Tokyo

Dedicato ai nonni: il ritornello dell’Olimpiade più felice della nostra storia. Il 24 luglio 2021 un adolescente di Mesagne, Puglia, inaugurava una straordinaria mietitura di medaglie (saranno 40, alla fine, di cui 10 d’oro) abbattendo nella finale del taekwondo il tunisino Jendoubi: «Mio nonno è mancato un mese fa — si è commosso Vito Dell’Aquila, fresco di Inno —, mi mancheranno la sua pasta al forno, le polpette, la parmigiana e tutto ciò che di buono cucinava. Mi mancherà essere accompagnato a scuola, in palestra, dappertutto. Mi mancherà la sua mano pesante sulla mia spalla». A Tokyo festeggiavano americani, caraibici, africani, cinesi, giapponesi. Ma nessuno aveva i nostri nonni. «Un fenomeno tutto mediterraneo, moltissimo nostrano — spiega Crepet —, siamo un Paese per vecchi ed è un complimento. Possiamo insegnare l’arte di essere anziani: dentro la vecchiaia risiedono le nostre radici più profonde».

I nonni made in Italy hanno punteggiato l’Olimpiade giapponese, quello di Vito si chiamava come lui, dietro il bronzo della judoka Odette Giuffrida c’è Renato, romano di Montesacro, il totem «che qualsiasi medaglia avessi riportato a Roma l’avrebbe colorata d’oro», il sollevatore di peso Mirko Zanni ha subito telefonato a nonna Emidia a Cordenons, lei l’ha ricambiato con il complimento più originale: «Sei il nipote più bello di tutta l’Olimpiade!». E dietro lo smagliante oro di Filippo Tortu, protagonista di un’ultima frazione turbo della staffetta 4x100, c’è anche un pizzico di merito di Titta, la mamma di mamma Paola che nella villetta con piscina in Brianza ha immolato pacchi di pastasciutta alla fame da lupo del nipote: «Ho cercato di essere molto presente nella sua vita — ha raccontato —, e di lasciare ricordi che spero non si cancellino». In vacanza in Sardegna, nella casa di Golfo Aranci, Titta è stata la prima ad immaginare il trionfo del quartetto Patta-Jacobs-Desalu-Tortu, a costo di sentirsi dare della pazza. «Sono ottimista di natura, ho pianto di gioia: mi ero raccomandata con Filippo che non mollasse fino alla fine». Accontentata anche a Monaco di Baviera la settimana scorsa, dove lo sprinter azzurro ha vinto il bronzo europeo nei 200 metri: Titta, fiera, ha risposto presente.

Eredità e riconoscenza

La pandemia si è accanita contro di loro, ma la rivincita è dietro ogni angolo. Marco Da Graca, palermitano classe 2002, 1,85 di muscoli ed esuberanza, è il bomberino uscito dal vivaio della Juve che ha inaugurato la stagione a Las Vegas: la prima rete stagionale dei bianconeri, contro il Chivas durante la tournée americana, l’ha segnata lui, il centravanti cresciuto con i poster di Messi, Neymar e Ronaldo in camera. «Un’esperienza indimenticabile, il sogno che tutti i bambini tengono chiuso nel cassetto. Ai miei amici, al ritorno, ho offerto da bere però la dedica va ai miei nonni, in particolare al nonno, con cui ho un legame speciale perché fin da piccolo mi ha accompagnato a tutti gli allenamenti e alle partite. Da quando ho sette anni, in casa o in trasferta, c’è sempre stato. Sono arrivato a Torino da Palermo ragazzino. I primi mesi non sono stati facili. Ho sempre sperato di arrivare in prima squadra per dare un senso a tutti i sacrifici che abbiamo fatto». Ed è a Peppino, 90 anni, uno dei 1700 abitanti di Narbolia (Oristano), che la palleggiatrice della Nazionale Alessia Orro ha portato l’oro sbranato dall’Italia del volley all’ultimo Europeo. Il video del loro tenerissimo incontro ha fatto il giro dei social: «Nonno è il mio specchio, la mia testardaggine è la sua. Quando cadiamo, ci rialziamo subito: dopo l’ictus l’ho trovato su una scala a raccogliere le olive...».

La magia dei gesti

Perché questa gratitudine trasversale tra generazioni che una volta non avevano niente da dirsi? La vita più lunga, certo, ma anche la magia del capirsi, in un esperanto infarcito di pazienza e tanti vocaboli lost in translation, tra nativi digitali e venerandi vegliardi. «È una lingua speciale che si basa sul raccontare — spiega Crepet —, tra il nipote smanettone e il nonno poco pratico di Tik Tok e app la comunicazione prende altre strade: il nonno è l’esperienza, più e meglio del padre. È una figura fondamentale: i nonni siamo noi, sono la cultura dispiegata sotto i nostri occhi; i genitori ci sono troppo vicini, i loro genitori hanno la giusta distanza per insegnarci senza farcelo pesare. I nonni, soprattutto quelli emigrati, sono la nostra storia, identità, complessità». Una volta i nonni partivano per la guerra e non tornavano più: «I conflitti, le malattie e, spesso, le cattive condizioni di lavoro li hanno falcidiati».

Al centro del villaggio restavano le nonne, a volte con la loro ruvidezza (nessuno ha insegnato loro l’affettività) ma anche con un’impareggiabile magia dei gesti: «Guardare una donna anziana che fa l’uncinetto, che prepara la sfoglia o gli gnocchi non è banale per un bambino — sottolinea Crepet —. E magari il nonno ha un garage attrezzato che ti rimette a posto la bicicletta in un pomeriggio. Per non parlare della meraviglia dell’orto: generazioni unite da semina e raccolto. Ecco perché del linguaggio, benché ai ricordi di un nonno che ha visto giocare a San Siro l’Inter allenata da Herrera o il Milan di Rocco non si vorrebbe mai rinunciare, si può anche fare a meno».

La libertà nell’amore

I nonni non sono retorici né pedanti né autoritari. Sono come sono. Dispensano biscotti, paghette, consigli: la loro personalissima versione dell’amore. Spesso senza il ricatto emotivo (inconscio) del genitore che chiede qualcosa in cambio. Matteo Renzi ha dedicato un affettuosissimo post su Facebook alle due nonne: quella materna, Maria, ha 102 anni. «Cresciuta tra Napoli e Bari — ha scritto Renzi —, ha vissuto una vita piena di difficoltà ma anche gioia. Ha incontrato il grande amore nel romagnolo Achille, portato via troppo presto da un tumore. Si è ritrovata vedova con sei figli, il più piccolo di otto anni. Non ha mai mollato: sorretta da una fede straordinaria, è stata una roccia per la famiglia». La nonna di Fabio Rovazzi, scomparsa il 17 gennaio scorso alla viglia del 28° compleanno del cantante, è stata salutata dal nipote con un post pieno di sentimento: «Ti avevo comprato carte giganti perché avevi cominciato a vederci meno ma, nonostante questo, riuscivi sempre a battermi. Sono felice di pensare che hai finalmente raggiunto il nonno, che ti aveva lasciata sola da due anni. Immaginarvi di nuovo insieme mi rende l’uomo più felice del mondo». E la nonna di Fedez, Luciana Violini, ha addirittura un profilo Instagram con 187 mila follower. Il 29 marzo ha compiuto 91 anni, Fedez l’ha voluta sul red carpet di The Ferragnez, la serie su Prime, a lei non manca l’ironia: «Con la mia collega», ha scritto postando una foto con Chiara Ferragni.

Il valore del tempo

Certo i nonni bisogna saperli fare («Guai eccedere con il cuore tenero» avverte Crepet), oltre che arrivarci. «Oggi è interessante il ruolo di entrambi: l’allungamento della vita ha creato le pari opportunità dei nonni. E quando Draghi dice che torna a fare il nonno, non è una battuta: si chiama cura. Va in cerca di una terapia dell’anima: rispondere alle domande di un ragazzo, fare la insieme o una passeggiata in campagna con il nonno che ti spiega se l’uva sta maturando bene per la vendemmia, sono atti guaritivi. C’è un pensiero su di sé, nella frase di Draghi. C’è il desiderio esplicito di riprendersi il tempo, perché la condizione per fare il nonno è averne, di tempo. La cura miracolosa, ecco, è saper staccare e dedicarsi al futuro, cioè i nipoti. E pazienza se il nonno ci mette un po’ di più a fare le scale: poi ti ricompensa per averlo aspettato senza borbottare, raccontando aneddoti pazzeschi». La maieutica dell’affabulazione, la poesia dei gesti. «Come ti tiene in braccio un nonno o una nonna, nessuna tata. I nonni sono la cinghia di trasmissione della nostra comunità. Se hai la fortuna di restare un’ora sull’argine di un fiume a pescare con un nonno, quella non è un’ora. È una vita».

(ANSA il 10 agosto 2022) "La sicumera di fermare il tempo - volere l'eterna giovinezza, il benessere illimitato, il potere assoluto - non è solo impossibile, è delirante". Lo ha detto papa Francesco nell'udienza generale nell'Aula Paolo VI, una delle ultime dedicate al tema della vecchiaia. "La vecchiaia è nobile - ha sottolineato il Pontefice -, non ha bisogno di truccarsi per far vedere la propria nobiltà: forse il trucco viene quando manca nobiltà". E "il tempo passa, ma questo non è una minaccia, è una promessa", ha aggiunto. 

Commentando il Vangelo di Giovanni, il Papa ha osservato che "la vecchiaia è il tempo propizio per la testimonianza commossa e lieta di questa attesa" di "opere più grandi". "L'anziano e l'anziana sono in attesa, in attesa di un incontro", ha spiegato. "Nella vecchiaia - ha proseguito - le opere della fede, che avvicinano noi e gli altri al regno di Dio, stanno ormai oltre la potenza delle energie, delle parole, degli slanci della giovinezza e della maturità".

Ma proprio così rendono ancora più trasparente la promessa della vera destinazione della vita, e qual è la vera destinazione della vita? Un posto a tavola con Dio, nel mondo di Dio", ha sottolineato. Per Francesco, "sarebbe interessante vedere se nelle Chiese locali esiste qualche riferimento specifico, destinato a ravvivare questo speciale ministero dell'attesa del Signore - è un ministero, il ministero dell'attesa del Signore -, incoraggiando i carismi individuali e le qualità comunitarie della persona anziana".

Secondo il Papa, inoltre, "una vecchiaia che si consuma nell'avvilimento delle occasioni mancate, porta avvilimento per sé e per tutti". Invece, "la vecchiaia vissuta con dolcezza vissuta con rispetto per la vita reale scioglie definitivamente l'equivoco di una potenza che deve bastare a sé stessa e alla propria riuscita". "Scioglie persino - ha aggiunto - l'equivoco di una Chiesa che si adatta alla condizione mondana, pensando in questo modo di governarne definitivamente la perfezione e il compimento. 

Quando ci liberiamo da questa presunzione, il tempo dell'invecchiamento che Dio ci concede è già in sé stesso una di quelle opere 'più grandi' di cui parla Gesù". "Ricordiamoci che 'il tempo è superiore allo spazio' - ha quindi avvertito Bergoglio -. È la legge dell'iniziazione. La nostra vita non è fatta per chiudersi su sé stessa, in una immaginaria perfezione terrena: è destinata ad andare oltre, attraverso il passaggio della morte. Perché la morte è un passaggio. Infatti, il nostro luogo stabile, il nostro punto d'arrivo non è qui, è accanto al Signore, dove Egli dimora per sempre". 

"Qui, sulla terra, si avvia il processo del nostro 'noviziato': siamo apprendisti della vita, che - tra mille difficoltà - imparano ad apprezzare il dono di Dio, onorando la responsabilità di condividerlo e di farlo fruttificare per tutti. Il tempo della vita sulla terra è la grazia di questo passaggio", ha argomentato. Per il Pontefice, "la nostra esistenza sulla terra è il tempo dell'iniziazione alla vita, che solo in Dio trova il compimento. Siamo imperfetti fin dall'inizio e rimaniamo imperfetti fino alla fine. Nel compimento della promessa di Dio, il rapporto si inverte: lo spazio di Dio, che Gesù prepara per noi con ogni cura, è superiore al tempo della nostra vita mortale. 

"Ecco - ha soggiunto -: la vecchiaia avvicina la speranza di questo compimento. La vecchiaia conosce definitivamente, ormai, il senso del tempo e le limitazioni del luogo in cui viviamo la nostra iniziazione. La vecchiaia è saggia per questo, i vecchi sono saggi per questo.

Per questo essa è credibile quando invita a rallegrarsi dello scorrere del tempo: non è una minaccia, è una promessa". Francesco ha concluso evidenziando che "la vecchiaia è la fase della vita più adatta a diffondere la lieta notizia che la vita è iniziazione per un compimento definitivo. I vecchi sono una promessa, una testimonianza di promessa, E il meglio deve ancora venire, ecco il messaggio del vecchio e della vecchia credenti. Il meglio deve ancora venire. Dio ci conceda una vecchiaia capace di questo!".

Vecchiaia benedetta fino all'ultimo respiro. Rossella Palmieri su La Gazzetta del Mezzogiorno il 07 Agosto 2022.

Non toccate gli anziani. La loro età, fragile e innocente, ha bisogno di dolcezza e di rispetto, queste sconosciute da chi dovrebbe darle, se non per cuore, di certo per mestiere. E che non si venga a dire che è colpa del Covid; sì, forse lo è anche, perché ha esasperato intemperanze e aridità, ma la cura è qualcosa che prescinde dagli accidenti e dalle pandemie. Si può averla come misura interiore poco o tanto, ma non è concesso di trasformarla in violenza e mostruosità, in turpiloquio e gratuite angherie. «Io voglio benedire la vita fino all’ultimo respiro», scriveva il medico e letterato Paolo Mantegazza nel suo Elogio della vecchiaia. Era il 1895. Sembra così lontano eppure ci si può trovare dentro tutta la modernità di oggi, perché il tic-tac dell’orologio della vita vale ora come allora. Guardate un anziano: ha gli occhi lucidi perché ha visto come minimo guerre e povertà, poi magari benessere, figli e nipoti, gioie, dolori e infine il declino. Che dovrebbe avere il sapore delle carezze e non dei lividi, di nutrimento e non di schiaffi.

Deve odorare di Stella maris come emblematicamente si chiama la casa che abitano, ed evocare, anche alla loro età, il de-siderio. De-sidus significa mancanza delle stelle; quindi a smuovere il desiderio è una ricerca sempre appassionata. Ce li immaginiamo ancora «alla ricerca» questi nonnini di tutti: ricerca di un buon piatto – di quelli che mettono il buonumore – o di una passeggiata in quel giardino che sembrava odorare di alberi e di tranquillità. Sembrava. Al di là di quella cancellata hanno vissuto orrori di ogni tipo. Crediamo in Mantegazza quando dice che «non v’è giornata senza il crepuscolo della sera, e non v’è vita perfetta senza la vecchiaia» e pertanto, cari nonni della Stella maris, che vi possa essere elargito ciò che vi è stato ingiustamente tolto. Sappiate che al di là di quelle stanze dell’orrore c’è chi vi pensa con tenerezza e spera che i lividi spariscano presto dai vostri volti e di più ancora le ecchimosi che vi sono state inflitte dentro. Il fatto è che – siamo certi – dimostrate tempra anche quando vi torturano. Urlate ma resistete.

«È certamente difficile essere felici da vecchi. Ma anche qui conviene ricordare un dogma fondamentale dell’arte di vivere: la felicità è sempre una cosa difficile e rara, come difficili e rare sono tutte le cose migliori di questo mondo», ci dice ancora Mantegazza. Possiate sentire oltre la cancellata della Stella maris la carezza di questo vivace e convinto inno alla vita.

L’arte del conservare e la lezione della zia. A lezione di tradizione meridionale con Michele Mirabella

Teneva nell’armadione una scatola che recava una scritta: «Lacci inservibili». Chiesi la ragione e rispose «stip ca’ truv». Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Luglio 2022

La parola di oggi è «zio» dal greco ϑϵϊοϛ, dal lat. tardo thius. Altro non spiega il di-zio-nario, ma precisa: fratello o sorella, zia in questo caso, del padre o della madre. Lodo le zie. Intendiamoci, lodo anche gli zii, ma elogio soprattutto le zie. Le zie sono state importanti per le generazioni mature, hanno costituito una falange benemerita di memorie storiche e un giacimento insostituibile di ricordi, piccola pedagogia, buon senso, rassicurazioni. Con laffermarsi della esosa voga dei figli unici, la figura preziosa declinerà nel panorama antropologico italiano, così come quella dei cugini, insostituibili compagni di giochi e di apprendistati e delle cognate, quando di buon carattere, magnifiche e dei cognati, gagliardi sfidanti di scopone, di mangiate e bevute e di risse politiche.

Avevo una zia che sia chiamava Lucrezia, guarda un po’, che teneva nell’armadione della camera da letto una scatola bianca, di quelle sobrie e senza fronzoli, che avevano contenuto le scarpe che recava una scritta: «Lacci inservibili». Io, bambino, chiesi la ragione di quella provvista e mi rispose «stip ca’ truv», come si dice da noi per ammonire: «conserva che troverai». Non ricordo se zia lo abbia tradotto in italiano, perché l’aneddoto si sovrappone all’aneddoto, il vecchio racconto alla citazione e via scrutinando nel «sembra ieri» che affascina spesso il nostro malinconico attardarci nella memoria. La signora godette ottima salute fino a un’età veneranda e questa circostanza ha, forse a che fare con la sua mentalità provvida e prudente che prima di buttar via qualcosa, rifletteva, titubava, aspettava. Per anni ho riso con mio fratello e le mie sorelle (allora c’erano le famiglie numerose) di quella stramberia e non ci siamo curati di capire quale ragione avesse la signora per conservare dei lacci inservibili. Adesso lo so. Sarà l’età, sarà l’esperienza, ma di certo, ho imparato il sottile piacere del conservare. Un piacere che, evidentemente, fa bene alla salute fisica e mentale. Ed è prezioso ausilio per la Storia.

Non si tratta dell’altezzosa passione dell’archeologia o dell’astuto calcolo dell’antiquariato, si tratta proprio del piacere di conservare o, meglio, della scaramanzia verso il futuro oscuro e indecifrabile. Il bello è che conservo non solo quanto posso o quanto proprio non mi fa schifo di quanto arriva dal supermercato del consumismo, ma, soprattutto, cerco, recupero, archivio e custodisco il passato recente o il recente che «passato» lo sta diventando che, prima, avrei dilapidato in un giovanile furore di rinnovamento quotidiano. Quest’altra frenesia m’è assicurata dalla frequentazione accanita e deliziosa dei mercatini dell’usato e del trovarobato dove è possibile reperire la paccottiglia meravigliosa di una recherche minuscola e ludica: non solo dischi e libri, ma, anche, soprammobili, giocattoli, utensili, indumenti, cappelli, cravatte, gilet, figurine e tutto il bric-à-brac reperibile nel mercato delle pulci. Tito Livio avrebbe detto «Ire per nundinas». Voleva dire nono giorno, l’ultimo dei mercati. Ma voleva anche alludere al mercanteggiare della politica: andare a comprare consensi. Non è il mio caso.

Cosa c’è dietro questa meticolosa e piccola follia? La voglia, forse, di disvelare che il Tempo regola la nostra storia di uomini, da un canto, distruggendo molte opere del nostro breve destino, anche quelle meglio pensate e, dall’altro, mettendo a nudo la verità concordemente col suo trascorrere implacabile. E, allora, dopo le mareggiate del tempo trascorso, resta sulla spiaggia il rudere austero e la testimonianza solenne, il rottame e il reperto, qualche nota, dei versi, preziose pagine di parole sparse.

È vero. Ma resta anche il quotidiano ricordo di quello che ci ha aiutato a vivere, a sopravvivere, ad amare e soffrire, a patire il tempo, a tirare avanti: l’oggettistica della vita di tutti i giorni, non importante, non catalogata nelle istruzioni per l’uso della professione, del lavoro, della fatica alta di vivere, ma l’attrezzeria semplice del tirare a campare. Il collezionismo conservativo e non speculativo prende avvio dalla voglia dolce di riordinare le idee e i ricordi che sono, si, rintracciabili nelle Grandi Opere nostre o di altri passeggeri che hanno transitato nella storia del pianeta, ma anche in piccole prove di abilità e di praticità nel renderci la vita meno complicata o meno amara.

Nella vetrinetta troveremo, così, un temperino a più lame, il quaderno nero col bordo rosso, la trombetta, dei pennini, la pupa di Lenci, un abbecedario, una trottola, un vecchio ventilatore di bachelite funzionante, la foto della classe quinta della Scuola elementare «Giuseppe Garibaldi», lo spremilimoni di alluminio, un uovo di legno per rammendare, una scatola di «Cucirini Cantoni», un santino della Madonna di Pompei, il manuale del perfetto aggiustatore, la macchina fotografica del nonno, un libro di fiabe e anche, perché no, i lacci inservibili di nostra zia.

Estratto dell’articolo di Francesco Bisozzi per “il Messaggero” l'1 luglio 2022.

Oggi in Italia la silver economy, ossia l'insieme di attività, servizi, prodotti e beni di consumo rivolti agli over 65, vale il 30 per cento del prodotto interno lordo. Le famiglie con un capofamiglia over 65 sono quelle con meno debiti e i redditi più alti. Il patrimonio medio dei cosiddetti Silver è pari a 292mila euro, che nel complesso fanno oltre 4mila miliardi di ricchezza, il 41% di quella di tutti gli italiani. 

Solo il patrimonio immobiliare degli over 65 (l'86,7% vive in case di proprietà) raggiunge quota 2.558 miliardi. Sono questi i numeri che emergono dal Quaderno di approfondimento del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali, presentato ieri a Montecitorio.

Così il presidente del centro studi Alberto Brambilla: «La silver economy è diventata la terza economia a livello globale, in Italia quasi il 24% della popolazione ha più di 65 anni, parliamo di 14 milioni di persone, che nel 2050 diventeranno 19 milioni», ha spiegato Brambilla. Tra i presenti c'era anche Gian Carlo Blangiardo. Così il presidente dell'Istat: «Avremo 25,5 milioni di over 50 nel 2070». Insomma, si va verso la più grande transizione demografica di tutti i tempi. Solo in Italia la silver economy vanta un giro d'affari compreso tra i 323,5 e i 500 miliardi di euro, vale a dire tra il 20 e il 30 per cento del Pil. […]

[…] Il 42,1% degli over 65 vive in coppia senza figli, i Silver soli sono il 30,5%, quelli in coppia conviventi con i propri figli il 12,8%. […] Oggi ci sono in Italia 17mila persone con almeno 100 anni, fra 30 anni saranno 80 mila, dicono i dati Istat. Le persone con almeno 90 anni sono invece 800 mila. Nel 2070 arriveranno a 2 milioni e 237 mila.

COSA ASCOLTANO GLI SCRITTORI. Il potere delle note musicali condiziona anche il silenzio della scrittura.  FABIO BACÀ su Il Domani il 05 giugno 2022

Lo scrittore finalista allo Strega e al Campiello, maestro di ginnastica dolce, ci guida tra sinapsi, note e romanzi chiacchierando con molti scrittori e romanzieri.

Per la longevità del nostro cervello: «Studiare, leggere, essere disponibili ad affrontare novità, conoscere nuove persone, sentire musica di tutti i tipi e camminare almeno venti minuti al giorno.».

Io stesso raccomando agli allievi dei miei corsi di ginnastica dolce, quasi tutti ultrasettantenni, di prendersi cura della propria materia grigia mettendola quotidianamente alla prova: apprendere una lingua straniera, camminare scalzi anche d’inverno e imparare a suonare uno strumento musicale. FABIO BACÀ

Giordano Tedoldi per "Libero quotidiano" il 27 Febbraio 2022.

Qual è il limite teorico della vita umana? Se lo sono chiesto gli scienziati del Politecnico di Losanna e, usando metodi statistici, si sono anche dati una risposta: non c'è un limite teorico. In altre parole, secondo la statistica, non c'è nessuna evidenza inoppugnabile che, un certo giorno, dobbiamo morire. E, forse con una punta di irriverenza, ci viene in mente il motto paradossale del regista Monicelli, che campò 95 anni e si congedò dalla vita di sua volontà, secondo il quale «solo gli stronzi muoiono».

Ma battute a parte, lo studio, pubblicato sull'autorevole rivista "Royal Society Open Science", è alquanto confortante: dunque pare che, naturalmente soltanto in teoria e in base a calcoli probabilistici, potremmo vivere per sempre. Ma a smorzare un po' l'ottimismo di questo incredibile risultato arriva una precisazione, e cioè che tutti, indifferentemente dal sesso o dalla nazione di provenienza, incontriamo, lungo il corso della vita, un punto critico, che gli stessi scienziati hanno individuato al compimento dei 108 anni. Eh sì, perché, sempre stando ai numeri, a quella fatidica e veneranda età, affermano gli scienziati svizzeri, corrisponde un «anomalo aumento della mortalità». Ma pensa! E chi l'avrebbe mai detto che a 108 anni si fosse più cagionevoli.

Ma di nuovo, al bando l'ironia: in fondo è pur sempre un dato interessante, perché uno potrebbe anche essersi spaventato di aver raggiunto quota 100 anni, o aver tagliato il traguardo dei 105, e invece no, non c'è ragione di preoccuparsi davvero finché non si arriva ai 108. È un fatto statistico: è quella la cruna dell'ago, il setaccio. Da quel giorno in avanti, ogni anno acquistato è sottoposto a una sorta di lancio della monetina: si ha il cinquanta per cento delle probabilità di sfangarla, e dunque il cinquanta per cento di crepare. Insomma, per arrivare, ad esempio, a 130 anni, bisogna, ogni anno, fare sempre testa.

Se esce croce, sarà quella sulla propria tomba. Scamparla non è impossibile, ma la probabilità è inferiore a 1 su un milione. Considerato che c'è gente che gioca continuamente al Superenalotto, dove le probabilità di vincere sono più o meno le stesse (se non inferiori), tutto sommato non c'è ragione di disperarsi troppo nemmeno se si è giunti alla soglia dei 108 col suo "aumento anomalo della mortalità". D'altronde la cosa bella degli studi scientifici è che, spesso, come in questo caso, sono assolutamente paradossali, e ci invitano a vedere il mondo sotto un'ottica completamente diversa. Per l'uomo della strada, il limite della vita umana c'è eccome e, più o meno, a lume di naso, si aggira attorno agli ottanta-novanta anni.

Non per niente i centenari fanno notizia come fossero esseri soprannaturali. Ma gli scienziati non ragionano come l'uomo della strada, altrimenti non sarebbero quello che sono. Immersi nei loro numeri, nei loro algoritmi, sono sempre pronti a smentire il nostro buon senso, talvolta con notizie allarmanti, altre con dolci illusioni: morire? Non è affatto scontato. Si può andare avanti, teoricamente, per sempre, anche se le probabilità, a un certo punto, si fanno talmente ridotte da diventare, in pratica, una sentenza di morte. Ma per la mente scientifica, anche uno zero virgola infinitesimale è una chance. Figurarsi quanto se la possa giocare, allora, un 108enne, con ben il cinquanta per cento di probabilità di mangiare il panettone del prossimo Natale.

Grazie dunque agli scienziati del Politecnico di Losanna, per questa iniezione di fiducia e di speranza (che, in verità, per alcuni potrebbe essere una condanna; la vita eterna, magari ridotti in condizioni fisiche non dissimili da quelle di vampiri o zombie, non da tutti è agognata...), però bisogna anche tenere conto che, quel miserello, l'uomo della strada insomma, continua cocciutamente a credere più al suo buon senso, alla sua praticaccia della vita, che non ai numeri degli studi scientifici - quest' ultimo di Losanna non è il primo, già nel 2000 la rivista Science diceva che dal 1969 la longevità umana aumentava di 13 mesi ogni anno, e smentiva la barriera "fisiologica", allora fissata intorno ai 120 anni -, e, per così dire, sa o per meglio dire sente o intuisce che a una certa età si trova agli sgoccioli

Da "Libero quotidiano" il 20 gennaio 2022.

Voleva essere una «fuga» per la vittoria, per la libertà. Invece il tentativo di scappare dalla casa di riposo in cui si trovava, calandosi dalla finestra con le lenzuola, si è trasformato, per Mario Finotti di 91 anni, in un drammatico finale. Ospite dalla scorsa estate dell'opera pia «Francesco Bottoni» di Papozze, in provincia di Rovigo, l'uomo è stato trovato senza vita, a penzoloni dalla finestra della struttura. 

L'anziano si era legato delle lenzuola alla vita e poi, verso l'alba, ha tentato di calarsi dalla finestra della sua stanza, al primo piano. Finotti, però, non è riuscito a controllare il peso del corpo durante la discesa e, probabilmente, in un movimento a pendolo repentino ha subito un colpo risultato mortale.

La scoperta della morte è avvenuta la mattina, verso le sei e mezza, al cambio di turno degli operatori della Rsa. «Siamo scossi per quanto accaduto», racconta il direttore della struttura, Luca Avanzi, «Mario Finotti stava bene, non soffriva di patologie degenerative. Non si sa cosa gli sia passato per la testa, perché da un punto di vista psicologico era sereno. Anche la scorsa settimana, la nipote aveva parlato con la psicologa in videochiamata ed era emerso un buon quadro psicologico dell'anziano».

Nipote e pronipote del novantenne vivono a Bologna e sono gli unici parenti con cui la vittima aveva contatti. Da tre settimane, per altro, si trattava di contatti esclusivamente per via telematica, a causa della sospensione delle visite in presenza alla casa di riposo di Papozze, per via dei protocolli Covid. «Il tema della solitudine delle persone anziane che si trovano lontano dalla propria casa e dagli affetti», spiega Avanzi, «è un tema che può essere centrale rispetto all'episodio. Gli operatori e gli infermieri non riescono a sostituirsi alla famiglia. 

Di certo l'ospite poteva uscire e andare dove voleva dalla casa. Finotti era anche un uomo solare; l'età e l'inizio di deficit cognitivi forse hanno contribuito al triste epilogo». Un incidente fatale, quindi, come confermato anche dalla Procura, dopo un primo intervento dei carabinieri di Adria, a Papozze con Suem e vigili del fuoco per il recupero della salma. 

Vittorio Feltri per "Libero quotidiano" il 21 gennaio 2022.

La notizia anche Libero l'ha pubblicata ieri, tuttavia essa merita una chiosa. Un novantunenne ha cercato di fuggire da una casa di riposo dove era ospite da qualche tempo e in cui - evidentemente non si trovava a proprio agio. I suoi famigliari erano spesso assenti, forse abitavano lontani dall'ospizio e non potevano rendergli visita di frequente. 

L'uomo, Mario Finotti, sta di fatto che verso mattina ha pensato di poter riconquistare la propria libertà e ha escogitato di evadere, forse colto all'improvviso da spirito di ribellione. Ha preso delle lenzuola, le ha intrecciate e, aggrappandosi ad esse, ha tentato di calarsi dalla finestra.

Operazione complicata e pericolosa, tanto è vero che egli non è riuscito a realizzarla restando incolume. Infatti la discesa è stata resa vana da una caduta, causata forse dalla rottura del drappo annodato frettolosamente. Il capitombolo in cortile è stato fatale al vecchio. Morto sul colpo. 

Ora tutti, anche il personale infermieristico della struttura, si domandano perché l'anziano abbia provato a mettere a segno una fuga niente affatto prevista. Sostengono i responsabili del ricovero che Mario fosse sereno, il suo quadro psicologico perfetto, sebbene il gesto estremo suggerisca il contrario. Plausibile che non ce la facesse più a campare come un recluso e desiderasse andarsene per i cavoli suoi, anche se le prospettive fuori dal gerontocomio non fossero rosee.

Sta di fatto, probabilmente per effetto dell'età, che non sopportava più di permanere sigillato fra quattro mura in attesa di trasferirsi al cimitero. Sarà perché anche io non sono più giovane, ma capisco perfettamente l'origine delle sue pulsioni: correre per strada a fare due passi al di là del perimetro dell'istituto, per quanto ben gestito, che somiglia a una prigione. 

Personalmente sono solidale con Mario Finotti, se a 91 anni hai ancora qualche energia, brami di spenderla respirando aria fresca, non in una stanza gremita di altri matusalemme che non ti forniscono alcun conforto. Purtroppo la vecchiaia è sottovalutata, considerata da figli e nipoti come una scocciatura da cui stare lontani.

Un tempo i nonni erano venerati, non soltanto sopportati e supportati, e i loro discendenti li ritenevano testimoni preziosi della vita passata, da consultare per la loro saggezza. Oggi, invece, sono trattati quali individui ingombranti, rompiballe, da ostracizzare il più possibile per evitare noie. Ai più fortunati, si fa per dire, capita di essere corteggiati per strappare loro una quota della pensione. Questo è il costume odierno, che vergogna!

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 21 gennaio 2022.

Non sapremo mai perché Mario Finotti si sia calato dalla finestra con un lenzuolo attorcigliato alla vita come un evaso. Da che cosa stava scappando? Era arrivato nella casa di riposo vicino a Rovigo l'estate scorsa, a novant' anni suonati. Ma non rientrava in nessuno dei luoghi comuni con cui di solito si ritiene comodo incasellare la vita. Non era malato. Non si sentiva abbandonato. 

Andava d'accordo con le infermiere. Riceveva visite regolari da nipoti e pronipoti. Aveva un carattere indipendente, e prepotente, a detta degli amici. Perché aveva ancora degli amici. Ma allora da che cosa stava scappando, quando ha atteso l'alba per scendere dal primo piano con un'imbracatura da film? Forse gli era presa nostalgia di casa, distante pochi isolati. Lui, così allergico ai legami da non avere mai sopportato nemmeno una badante, ha deciso di stringersi a un lenzuolo e, nel tentativo di toccare terra coi piedi, è andato invece a sbattere la testa contro il muro. No, non conosceremo mai le ragioni del suo tentativo di fuga finito in tragedia.

Come l'amore, la libertà non ha un perché. È il perché. Il corpo ci ossessiona a tal punto da indurci a pensare che un uomo sia fatto solo di prestazioni fisiche e intellettuali, e che quando i movimenti e i pensieri cominciano a perdere colpi, evaporino anche i sogni e le pulsioni. Invece quella sfera, che la razionalità rifugge, esiste in un poppante come in un vegliardo, ed è forse l'unica cosa di noi che conta davvero, alla fine.

·        Gemelli diversi.

Gli esseri umani non sono come i piselli di Mendel. Quanto (non) ci somigliamo in famiglia. Anna Meldolesi su Il Corriere della Sera il 29 Giugno 2022.

Il padre della genetica compie 200 anni e un po’ li dimostra. I meccanismi dei caratteri trasmissibili sono più complessi di quelli che abbiamo imparato a scuola. L’intelligenza, per esempio, si fa beffe della semplicità mendeliana: persino il colore degli occhi dei figli può riservare sorprese, mentre in tribunale il DNA non è sempre la prova regina. È tempo di una nuova idea (più articolata) di ereditarietà? 

Questo doppio articolo, pubblicato su «7» in edicola il 29 aprile, inaugura una nuova rubrica del magazine del Corriere: «Due punti». Intesi come due punti di vista che qui troverete pubblicati online in sequenza: prima l’articolo di Anna Meldolesi, poi quello di Chiara Lalli. Buona lettura

Il 20 luglio del 1822, in un piccolo villaggio dell’attuale Repubblica Ceca, nasceva Gregor Mendel. Il suo compleanno è l’occasione per celebrare la nascita della genetica, ma anche per porsi qualche domanda scomoda. Concentrare tanta enfasi sul famoso esperimento dei piselli, nella divulgazione e nei libri di scuola, aiuta a capire la genetica del XXI secolo? Gli esperimenti di incrocio di Mendel sono una pietra miliare della storia del pensiero, ma la maggioranza dei caratteri non segue schemi di ereditarietà semplici come quelli decifrati nel giardino del monastero di Brno. I bambini non somigliano a mamma e papà come i piselli in un baccello. Quelli erano semi gialli o verdi, lisci o grinzosi, destinati a diventare piante con fiori bianchi o viola. Con acume e pazienza Mendel li ha sgusciati in combinazioni regolari di caratteri divergenti, dominanti o recessivi, che si manifestano o restano nascosti, secondo leggi matematiche elementari. Ora pensate alla genetica che vedete nelle vostre famiglie e nel mondo. Non si comporta così l’altezza, che dipende da un elevato numero di geni e dalla qualità dell’alimentazione. Per non parlare dell’intelligenza, che si fa beffe della semplicità mendeliana. Grazie agli studi sui gemelli si stima che la dipendenza dalla nicotina sia ereditabile al 60%, l’età della menopausa al 47%, il mancinismo al 26% e via calcolando. Per molto tempo la biologia è stata rappresentata come un incastro di tre grandi scoperte: la genetica di Mendel, l’evoluzione di Darwin e la doppia elica di Watson e Crick. Ma è molto più ricca di così. Oltre al giallo e al verde, ha innumerevoli sfumature di giallognolo. Ci sono variabilità, interazioni, complessità, ecco un assaggio. Oltre ai geni classici esistono quelli che “saltano”. Aumentare le copie di un gene può spegnerlo invece di rendere il carattere più evidente. Gli organismi sono mosaici di cellule con differenze genetiche accumulate durante lo sviluppo. L’ambiente lascia dei segni (epigenetici) sull’espressione dei geni. Ed esistono persino i “ gene drive “ che violano le leggi di Mendel azzerando il contributo di un genitore. Uno storico della scienza (Gregory Radick) ha provato a cambiare il programma di studio dei suoi allievi, riducendo il tempo dedicato a Mendel e soffermandosi su un pensatore più interessato al ruolo dell’ambiente (W. F. R. Weldon). Il risultato è che hanno maturato una visione più complessa (più moderna?) della genetica. Insomma il bicentenario merita di essere festeggiato ma attenzione a non restare fermi a una narrazione ottocentesca. Forse il miglior regalo per Mendel è sollevarlo dalla responsabilità di rappresentare un corpus di conoscenze troppo pesante per le spalle di un genio solo.

«Hai il 3% di possibilità di avere gli occhi azzurri” c’è scritto sul mio profilo di 23andme, che è una delle società che permette di fare un test del DNA a casa propria e poi di navigare nel proprio genoma. Il 3% può sembrare poco, ma è un “errore” piuttosto grossolano. Se poi a quel 3% aggiungiamo le percentuali degli altri colori sbagliati (le sfumature di verde e di nocciola) arriviamo al 73%. Soltanto il 27% è la percentuale che ci ha azzeccato: marrone scuro. Ma com’è possibile sbagliare così tanto? Mi torna in mente un film giallo visto molti anni fa in cui la soluzione del mistero aveva a che fare con il colore degli occhi: se i due genitori avevano gli occhi azzurri anche il figlio doveva per forza averli dello stesso colore. Questo perché, spiegava l’investigatore, il colore dell’iride è determinato da un gene recessivo e due geni recessivi non possono che dare quel risultato fenotipico. Mia nonna diceva «salta una generazione» secondo una regola probabilmente appresa dall’osservazione di alcuni casi o dalla speranza di avere un nipote che le somigliasse. Immaginate la mia sorpresa nello scoprire che non è proprio così nemmeno per i due genitori con gli occhi chiari. Che è molto più complicato e che se è possibile tentare previsioni, dobbiamo ricordarci che è sempre un calcolo probabilistico. E non vale solo per il particolarissimo colore degli occhi di Liz Taylor, correlato a una mutazione genetica. In generale meno siamo esperti di genetica e di genomica, più ci illudiamo di avere una specie di bacchetta magica per prevedere e inferire alcuni tratti somatici (o perfino personalità e malattie), per risolvere i misteri esistenziali e, sempre più, i crimini. Questa incertezza infatti mi fa subito pensare all’uso forense del DNA e ai casi che negli ultimi anni sono stati costruiti intorno a un profilo genetico. Nel dominio forense è ancora più importante ricordare il carattere probabilistico delle inferenze perché è ovviamente molto rischioso convincersi che l’assassino abbia certe caratteristiche. Un errore simile si può fare interpretando alla lettera la profilazione psicologica, ma è forse più facile sbagliare a leggere il DNA proprio per la sua apparente certezza. Dall’analisi del DNA si possono disegnare alcune caratteristiche per restringere la ricerca nelle fasi investigative - questo prima della possibilità di comparare il materiale trovato sulla scena del crimine e i sospettati - ricordando però sempre che stiamo usando una bussola non perfettamente calibrata. In caso poi di match tra DNA e sospettato, la genetica non ha altro da dire. Rimane un insegnamento per noi: la scienza avanza e dobbiamo essere sempre pronti a rivedere le convinzioni semplicistiche. È questa la più importante regola che arriva dal metodo scientifico.

·        L’Ignoranza.

Emanuela Griglié per “La Stampa” il 29 giugno 2022. 

Sembrava che i millennial (i nati tra il 1980 e il 1995) fossero i peggiori consumatori di sempre e avrebbero rovinato un sacco di cose: niente più vino, addio matrimonio, motociclette, case di proprietà, lettere e buste, vacanze in hotel. E sembravano pure intransigenti nel non investire in flaconi di ammorbidente, fazzoletti e diamanti (vabbè).

Ma poi è arrivata la generazione Z a farli quasi rimpiangere, almeno secondo il report di BofA Global Research "OK Zoomer", che ha indagato i consumi dei nati tra il 1996 e il 2016. Stilando un altro elenco di oggetti che, causa annichilamento della domanda, rischiano di finire fuori produzione (insieme ai fax, le mappe cartacee, le calcolatrici, le sveglie, le radio: rimpiazzati dallo smartphone).

Intanto i ragazzi delle Gen Z avrebbero valori precisi che li guiderebbero negli acquisti, seppure con qualche stridente contraddizione. Per esempio, affermano di preoccuparsi assai dell'impatto ambientale dei prodotti ma poi sono quelli che comprano fast fashion (la moda più inquinante che c'è), soprattutto a uso social, dove è fondamentale fotografarsi con varietà di abiti e accessori. 

Secondo varie ricerche, più o meno scientifiche, gli under 30 non sono interessati ad avere: automobili (meglio la mobilità in sharing), rasoi, alcol, accessori per il golf inteso come sport (dal 2008, 5 milioni di giocatori in meno). Oltretutto odiano visceralmente gli skinny jeans, quelli super attillati, amatissimi dai loro fratelli maggiori, e pure i campanelli delle porte, definiti «strani e spaventosi» in un sondaggio su Twitter del Guardian.

«Non comprerei mai una cravatta o una televisione», dice Simone Berlini, milanese, 22 anni, influencer del collettivo Defhouse che, con 40 milioni di follower, funge da osservatorio privilegiato sulle nuove generazioni. «Invece sì scarpe, componenti per la moto, esperienze culinarie». Emily Pallini, romana di 19 anni, anche lei TikToker della Defhouse, investe in «prodotti per la cura del corpo, borse e accessori. Sono attenta agli sprechi e i vestiti anziché buttarli li regalo. Nel mondo make up e skin care compro solo prodotti non testati sugli animali. No agli ombretti colorati».

Ma ora che sul mercato si affacciano anche gli Alfa, i nati dal 2010 in poi, lo scenario si complica. Ancora troppo giovani per essere abbordati frontalmente dal marketing, hanno in compenso genitori molto indirizzati e che stanno un sacco di tempo su Instagram a postare fotogenici bebè. 

 «C'è un sottogruppo di mamme millennial che investe nei migliori prodotti che può permettersi per i figli», ha spiegato Heather Dretsch, professoressa di marketing alla North Carolina State University. «Con la conseguenza che la prossima generazione avrà gusti molto simili a quelli dei genitori millennial, a differenza della Gen Z». Forse amanti di un'estetica minimalista e dai colori pastello, gli Alfa saranno comunque i primi a muoversi in un mondo di marchi digital first, e nel digitale probabilmente si immergeranno anche a fare acquisti.

 Almeno così scommette Mark Zuckerberg con il suo Metaverso, dove da questa settimana si possono comprare abiti per avatar firmati da Balenciaga, Prada e Thom Browne. Ma al di là degli elenchi più o meno incrostati di stereotipi con prodotti in via di estinzione, il cambiamento nelle abitudini di acquisto a cui stiamo assistendo è intenso. Anche perché non va trascurato che i millennial sono la prima generazione dal 19° secolo a stare peggio dei loro genitori, una disgrazia che probabilmente la Gen Z e la Gen Alfa erediteranno.

«Un trasformazione nella modalità del consumo c'è e riguarda soprattutto i 16-24enni», ci spiega Stefano Micelli, docente di business alla Ca' Foscari. «Qualcosa di profondo sta accadendo in alcuni settori, in particolare nella moda, dove vediamo un atteggiamento radicalmente diverso collegato al tema, molto sentito, della sostenibilità. 

Così se la mia generazione il vintage non l'avrebbe mai considerato, oggi per un ventenne è più che normale. Andiamo verso un mondo in cui prevarranno tre tendenze di consumo: il lusso, lo sharing e l'upcycling, ovvero prendo cose che già esistono e le rifaccio. L'ultimo è sicuramente il trend più interessante».

Le parole d'ordine sono refitting e upcycling, ovvero l'utilizzo delle nuove tecnologie per dare una seconda vita agli oggetti. «Processo che passa attraverso una nuova artigianalità, più urbana e tecnologica, in grado di impiegare strumenti tradizionali ma aggiornati alla contemporaneità e che riguarda settori diversissimi, dai mobili alle biciclette. 

«Un esempio che mi piace molto è quello di William Amor a Parigi, un vero virtuoso, che fa fiori bellissimi con sacchetti della spesa riciclati, lui è un po' la star di questo artigianato a base di materiali poverissimi», aggiunge il professore, che coordina il progetto upskill40, proprio per aiutare gli artigiani a riposizionarsi nel futuro.

«Sono esperimenti che iniziamo a vedere in questi anni e che incrociano un mercato che è quello dei più giovani. La sensazione è che il settore del riuso avrà bisogno di nuovi business model, ma è anche evidente che è quello più in grado di intercettare il favore di generazioni che hanno un'estetica diversa e disponibilità economiche più ridotte delle precedenti». 

Ilvo Diamanti per “la Repubblica” il 29 giugno 2022.  

Da oltre due anni viviamo una vita diversa, in un mondo (e un modo) diverso. Perché la "nostra vita" e il "nostro mondo" sono oscurati da diversi motivi di inquietudine. Di fronte ai quali, tuttavia, occorre guardare oltre. Senza rassegnarsi. Guardando avanti, senza inseguire il passato. Sono questi i principali tratti dello scenario disegnato dalla XIV edizione dell'Osservatorio Europeo curato da Demos, per la Fondazione Unipolis, che si concentra sui temi e sugli aspetti della Sicurezza.

La ricerca è stata condotta, di recente, in alcuni fra i più importanti Paesi Europei e presenta diversi motivi di interesse. Perché ci permette di allargare lo sguardo intorno a noi, superando i confini del nostro tempo inquieto. Infatti, negli ultimi anni abbiamo attraversato - e stiamo attraversando - il "Tempo del Virus". Che oggi ci sembra meno pesante perché, nel frattempo, è subentrato il "Tempo della Guerra", dopo che abbiamo assistito ("in diretta") all'invasione russa in Ucraina. Non molto lontano dai nostri confini. Siamo, quindi, passati da una paura all'altra.

È indicativo l'atteggiamento verso gli "stranieri". Gli immigrati, nel passato recente, davano un volto alle nostre paure, mentre, oggi, preoccupano frazioni limitate di persone, non solo in Italia. Questa "fluidità delle paure" suggerisce attenzione e cautela. Sottolinea, infatti, come si tratti, comunque, di questioni latenti. Che potrebbero tornare al centro dell'attenzione pubblica.

Se ci concentriamo sul presente, i problemi che generano maggiore inquietudine riguardano, in primo luogo, la condizione economica.

 In secondo luogo, l'impatto della guerra. Due temi coerenti e connessi. Perché la guerra rende precaria la condizione economica, personale e sociale. Come si osserva e si percepisce, anzitutto, in Polonia. Ai confini dell'Ucraina, in prossimità della Russia. Le aree critiche, in questa fase. L'emergenza economica, in particolare, ha praticamente raddoppiato l'incidenza sul sentimento dei cittadini. Oggi coinvolge circa il 40% dei cittadini, nei Paesi "analizzati".

Soprattutto negli stati che hanno particolare presenza sui mercati. Come la Germania, la Francia e, soprattutto, il Regno Unito. Dove la Brexit, evidentemente, non è servita a migliorare il clima d'opinione. Anche in Italia, peraltro, appare larga l'insoddisfazione generata dall'aumento dei prezzi e dal costo della vita. Le tensioni in Europa, per altro verso, hanno favorito la fiducia verso l'Unione Europea. 

Inoltre, hanno saldato il rapporto dei cittadini anche con le altre istituzioni di governo. In questo quadro appare evidente il disagio delle generazioni più giovani. Che vedono il proprio futuro in patria "frenato": bloccato, dalle generazioni precedenti. Adulti e anziani. Un orientamento particolarmente marcato in Italia. Dove i più giovani, per questa ragione, ritengono utile "emigrare". Per avere un futuro.

È questa la vera "questione" sollevata dall'indagine. "Il futuro dei giovani". Quasi una tautologia. Perché i giovani sono il futuro. E se ritengono utile fuggire, si eclissa i l nostro futuro. Anche per questo gli europei e gli italiani, in particolare, allungano il tempo della giovinezza. Nei Paesi europei considerati nella ricerca ci si definisce giovani fino a 40 anni. In Italia: oltre i 50.

Al tempo stesso, la vecchiaia si allontana. Comincia a 68 anni nei Paesi analizzati. Per gli italiani sale a 74 anni. Questa gioventù in(de)finita, senza limiti precisi, ha effetti di segno diverso. In primo luogo sulla prospettiva verso il mondo e verso il futuro. I giovani si proiettano nel mondo, verso l'Europa. Perché si sentono frenati e vincolati.

Svantaggiati nella "mobilità" sociale. Nelle opportunità di carriera. Lo sguardo "globale", tuttavia, determina insicurezza. E favorisce l'impegno su questioni importanti, come la tutela dell'ambiente, il contrasto al riscaldamento globale. Problemi che i giovani dovranno affrontare (e pagare) più degli altri. In Italia, questa tendenza appare più accentuata.

I giovani, infatti, sono il "Laboratorio della società". Perché ne anticipano e delineano i mutamenti. Il futuro. Al proposito l'indagine fa emergere molti segni di In-Sicurezza. In tutti i Paesi. Ma, soprattutto, in Italia. Dove le età della vita - e la gioventù, in particolare - appaiono difficili da "de-finire". 

Cioè, de-limitare. E ciò proietta l'immagine di una gioventù in-finita. Mentre la vecchiaia avanza. E noi fatichiamo ad accettarla. Così, de-limitiamo il futuro. Dei giovani. E di tutti noi. Con il rischio di perdere di vista l'orizzonte. E dimenticare il passato. Per questo conviene ascoltare i giovani. E guardare avanti. Senza illudersi di fermare il tempo. 

L’ignoranza, da vizio. La fortuna di cui compiacersi. Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 29 Giugno 2022.

Caro Aldo, lei si indigna perché Fedez non sa chi era Strehler. E siccome dirlo sarebbe molto semplice, un regista di teatro, fa giri di parole chiamando in causa le sue ex donne che mi chiedo cosa c’entrino. Ora a me Fedez non interessa, ma ho una forte idiosincrasia per quelli con la puzza sotto il naso. Strehler è morto quando Fedez aveva 8 anni quindi è difficile che un bambino andasse a teatro soprattutto a vedere le commedie dirette da questo regista che non erano propriamente Mary Poppins. Una rappresentazione teatrale finisce quando si chiude il sipario, è la sua natura. C’eri? Ne hai potuto godere. Non c’eri? Stop. Si può raccontare, osannare, mitizzare un autore o un attore teatrale ma la sua opera muore con lui. E un ragazzo può tranquillamente non conoscerlo. Dani Rami

Caro Dani, Racconta Montanelli nelle sue memorie («Soltanto un giornalista», Rizzoli) che quando lavorava in America incontrò un gruppo di lettori. Uno gli contestò un suo articolo. Il grande Indro cominciò: «Lei non ha capito…». E quello, sferrando un colpo al tavolo: «Se io non ho capito, l’imbecille è lei!». Siamo tutti nani sulle spalle di giganti; a maggior ragione, dei giganti dobbiamo fare nostra la lezione. Quindi, se lei non ha capito, la colpa è mia. Non è tanto interessante che Fedez sappia o non sappia chi era Giorgio Strehler: uno tra i più grandi registi e attori del Novecento, come gli ha spiegato Gerry Scotti, che al confronto pareva Bobbio. Trovo più interessante