Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

L’AMMINISTRAZIONE

QUARTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Burocrazia.

La malapianta della Spazzacorrotti.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Ponte sull’Italia.

La Sicurezza: Viabilità e Trasporti.

La Strage del Mottarone.

Il Mose.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Disuguaglianza.

I Bonus.

Il Salario Minimo.

Il Reddito di Cittadinanza.

Quelli che…meglio poveri.

Quelli che …dei call-center.

Il Lavoro Occasionale.

Le Pensioni.

L’Assistenza ai non autosufficienti.

Gli affari sulle malattie.

Martiri del Lavoro.

Il Valore di una Vita: il Capitale Umano.

Manovre di primo soccorso: Il vero; il Falso.

L'attività fisica allunga la vita.

La Sindrome di Turner.

Il Sonno.

Attenti a quei farmaci.

Le malattie più temute.

Il Dolore.

I Trapianti.

Il Tumore.

L’Ictus.

Fibromialgia, Endometriosi, Vulvodinia: patologie diffuse ed invisibili.

La Sla, sclerosi laterale amiotrofica.

La Sclerosi Multipla.

Il Cuore.

I Polmoni.

I calcoli renali.

La Prostata.

L'incontinenza urinaria.

La Tiroide.

L’Anemia.

Il Diabete.

Vampate di calore.

Mancanza di Sodio.

L’Asma.

Le Spine.

La Calvizie.

Il Prurito.

Le Occhiaie.

La Vista.

La Lacrimazione.

La Dermatite. 

L’ Herpes.

I Denti.

L’Osteoporosi.

La Lombalgia.

La Sarcopenia.

La fascite plantare.

Il Parkinson.

La Senilità.

Depressione ed Esaurimento (Stress).

La Sordità.

L’Acufene.

La Prosopagnosia.

L’Epilessia.

L’Autismo.

L’Afasia.

La disnomia.

Dislessia, disgrafia, disortografia o discalculia.

La Balbuzie.

L’Insonnia.

I Mal di Testa.

La Gastrite.

La Flatulenza.

La Pancetta.

La Dieta.

Il Ritocchino.

L’Anoressia.

L’Alcolismo.

L’Ipotermia.

Malattie sessualmente trasmesse.

Il Parto.

La Cucitura.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

L'Endemia. L’Epidemia. La Pandemia.

Le Epidemie.

Virus, batteri, funghi.

L’Inquinamento atmosferico.

HIV: (il virus che provoca l'Aids).

L’Influenza.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Alle origini del Covid-19.

Le Fake News.

Morti per…Morti con…

Il Contagio.

Long Covid.

Da ricordare… 

Protocolli sbagliati.

Io Denuncio…

I Tamponati…

Le Mascherine.

Gli Esperti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

Succede in Svezia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Germania.

Succede in Cina.

Succede in Corea del Nord.

Succede in Africa.

Il Green Pass e le Quarantene.

Chi sono i No Vax?

Gli irresponsabili.

Covid e Dad.

Il costo.

Le Speculazioni.

Gli arricchiti del Covid.

Covid: Malattia Professionale.

La Missione Russa.

Il Vaiolo delle scimmie.

Il virus del Nilo occidentale (West Nile virus, in inglese). 

Gli altri Virus.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI. (Ho scritto un saggio dedicato)

  

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

Una persona può essere sana o avere qualche malattia.

Le malattie sono curabili secondo l'evoluzione della scienza riconosciuta dalle istituzioni e dalle lobby farmaceutiche, e/o la preparazione dei medici, e/o nel caso della prevenzione e della scoperta nei tempi giusti.

La sanità italiana non permette la prevenzione o la cura adeguata, tenuto conto delle liste di attesa dovute alla gestione privatistica della sanità dei baroni e, spesso, della svogliatezza e dell’impreparazione dei medici.

Un malato: o è curabile o è terminale.

Al malato curabile si somministrano le terapie necessarie prescritte da uno specialista voglioso e preparato.

Il malato terminale, in base al censo ed alla famiglia, si abbandona o gli si somministrano le terapie palliative.

La parola palliativo deriva dalla parola latina pallium che significa mantello, protezione.

Per cure palliative si intende “l'insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un'inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”. (Legge n.38/1 Art. 2-Definizioni)

Le cure palliative, quindi, sono quell'insieme di cure, non solo farmacologiche, volte a migliorare il più possibile la qualità della vita sia del malato in fase terminale che della sua famiglia.

La cura palliativa per i pazienti agiati in Italia diventa, spesso, accanimento terapeutico. I familiari, o solo per imposizione di alcuni di essi in contrasto con il resto della famiglia, o il malato, servito e riverito,  protraggono egoisticamente la cessazione della vita di qualche giorno, al costo di immani sofferenze per il malato stesso con interventi chirurgici e cure inutili, che non vuol cessare una vita, spesso inutile per sè stesso e per la società, e con molti oneri assistenziali per loro da parte dei familiari e della sanità pubblica.

Quando si decide di dire basta alle cure palliative, non è eutanasia egoistica, ma vero senso di carità per una morte dignitosa e caritatevole.

Quale valore affettivo vuol significare vedere il proprio caro sofferente in perenne stasi o in catalessi con il catetere per l'urina, la pala al culo, la flebo attaccata, il sondino per l'alimentazione. l'occhialino dell'ossigeno?

Quale interesse è per il malato terminale a cui si danno false speranze di guarigione, facendolo morire disperato, anziché accompagnarlo ad una morte serena e consapevole?  

Paolo Russo per la Stampa il 28 dicembre 2022.

Con quasi 100 milioni di visite ambulatoriali saltate durante il Covid e in parte da recuperare, un milione e 774mila ricoveri in meno rispetto all'era pre-pandemica, le liste d'attesa si allungano all'infinito. Tanto che una recente indagine di Cittadinanzattiva denuncia che il 71% degli assistiti si è trovato ad attendere oltre i limiti stabiliti dalla normativa nazionale. Il 53% dei casi ha riguardato gli interventi chirurgici e gli esami diagnostici, il 51% le visite di controllo. Cosi si arrivano ad attendere fino a due anni per una mammografia, circa un anno per una ecografia, una tac o un intervento ortopedico. 

Perché ad aggravare la situazione negli ospedali, già sguarniti di letti e personale, c'è la fuga di medici e infermieri verso il privato. Al quale, si rivolgono sempre più anche gli assistiti. Quando possono permetterselo. Perché, come rivela l'Istat, tanti rinunciano del tutto alle cure.

Erano 3,1 milioni nel 2019, sono saliti a 4,8 l'anno successivo per arrivare a 5,6 lo scorso anno.

Questo mentre anziani e cronici sono in aumento, e l'Adi, l'assistenza domiciliare integrata, si fa carico appena del 2,9% di loro. Per chi dal medico può ancora andare con le sue gambe c'è invece la piaga di un'assistenza territoriale che, come la pandemia ha ampiamente dimostrato, fa acqua da tutte le parti. Perché i medici di famiglia sono sempre meno, hanno orari di apertura dei loro studi formato small e non lavorano in team con gli specialisti ospedalieri. 

Occorrono parecchie righe per scattare solo un flash sulla lenta agonia della nostra sanità. Il sistema più universalistico del mondo. Quello che sulla carta offre tutto gratis, o quasi, a tutti, ma che di fatto sta escludendo le fasce più deboli della popolazione dalle cure.

Perché il tempo passa, la popolazione anziana e i malati cronici aumentano e i finanziamenti non seguono il passo della domanda di salute. Così, se grazie anche alla bravura dei nostri professionisti della salute fino a ieri si è retto facendo miracoli, ora quei 37 miliardi tagliati alla sanità nei dieci anni precedenti al Covid stanno facendo affondare la barca. 

Il rapporto del mese scorso dell'Ocse indica che durante la pandemia tutte le nazioni hanno aumentato la spesa sanitaria, ma l'Italia resta comunque sotto la media Ue, con 2.609 euro di spesa pro-capite contro una media europea di 3.159. Ma con Paesi equiparabili al nostro come la Germania a quota 4.831, la Francia a 3.764, la Gran Bretagna a 3.494, ma anche lì con problemi di tenuta del sistema che giorni fa ha visto attuare il primo sciopero degli infermieri della storia del Regno. E, sempre secondo l'Ocse, l'Italia è fanalino di coda in Europa per prestazioni saltate durante la pandemia: -22,7% di assistiti con problemi di disordine mentale, -16% di screening oncologici, -14,6% di accessi ospedalieri di malati cronici, -12,3% di Tac e risonanze eseguite. C'è persino un 14,9% che ha dovuto posticipare interventi di rimozione di un tumore.

A corto di soldi e personale, il sistema sanitario pubblico continua a perdere terreno anziché recuperarne. A certificarlo sono i dati di Agenas, l'Agenzia per i servizi sanitari regionale. Nei primi sei mesi di quest' anno ci sono state 3,4 milioni in meno di visite di controllo rispetto al 2019, mettendo così a rischio la salute di malati oncologici, diabetici, cardiopatici. E se il sistema pubblico arretra, quello privato avanza. 

L'ultimo monitoraggio della spesa sanitaria condotto dal Mef sul 2021 indica che dai 34,8 miliardi del 2019 la spesa sostenuta di tasca propria dagli assistiti è salita a 37 miliardi. E ad arginare questa deriva a poco serviranno i 2,15 miliardi in più di fondo sanitario portati faticosamente a casa dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. 

Vuoi perché ben 1,4 miliardi sono assorbiti dal caro bollette e vuoi anche per quei 3,8 miliardi di buco pregresso per i costi non coperti del caro energia e delle spese per il Covid. Soldi che le Regioni dovranno metterci di tasca propria. Il che lascerà poco spazio agli investimenti. A cominciare da quelli che servirebbero per ripopolare corsie e ambulatori di medici e infermieri. Lavoro di per sé improbo, visto che nemmeno questa Finanziaria ha rimosso il paradossale vincolo imposto alla Regioni di non superare per il personale la spesa del lontano 2004, diminuita pure dell'1,4%.

E così, con gli stipendi tra i più bassi d'Europa, condizioni di lavoro sempre più dure che impongono anche doppi turni senza riposo, tra medici e infermieri è iniziata la grande fuga dall'Ssn. Magari per lavorare a gettone, visto che con due o tre turni ci si porta a casa lo stipendio mensile di un dipendente. Le proiezioni sui dati Agenas dicono che entro il 2027 andranno in pensione 41mila tra medici di famiglia e ospedalieri, che diventano 50mila se si considerano anche gli ambulatoriali. A questo si aggiungono gli 8mila camici bianchi che secondo il sindacato Anaao dal 2019 al 2021, stanchi di fare gli eroi, si sono licenziati. 

Magari per andarsene all'estero dove gli stipendi sono più alti e le condizioni di lavoro migliori. Se a portare in agonia il malato sono state le politiche di taglio ai fondi e una cattiva programmazione della formazione medica, una spintarella verso il precipizio gliel'ha data anche la disorganizzazione. Come quella documentata dal rapporto appena pubblicato dal ministero della Salute sulle Sdo, le schede di dimissioni ospedaliere. 

Su quasi 5 milioni di ricoveri l'anno, il 27,04%, quasi uno su tre, è «inappropriato». Dato persino in leggera crescita rispetto all'anno precedente. Detto così non fa ancora effetto, ma in termini assoluti si tratta di oltre 1,3 milioni di ricoveri che si sarebbero potuti evitare se ci fosse un'assistenza territoriale in grado di farsi carico dei casi meno urgenti e complessi. L'altra piaga è quella dello spezzatino dei reparti, attuato più per conservare il posto ai primari che non per la sicurezza del ricoverato, visto che questa va a farsi benedire quando si fanno pochi interventi l'anno, perché gli errori poi chiaramente aumentano.

Prendiamo il by-pass coronarico. Un decreto ministeriale indica che sotto 200 interventi l'anno è meglio chiudere o accorpare, ma solo il 33% delle strutture rispetta lo standard di sicurezza. Stesso discorso per il tumore della mammella, dove è oltre la soglia di sicurezza solo il 16%, mentre lo standard di mille parti l'anno è rispettato solo da 142 punti nascita su 500. Inefficienze che spetterebbe ai manager sanitari nominati la politica rimuovere. Se la politica badasse a questi e non ad altri parametri di giudizio.

Pa. Ru. Per la Stampa il 28 dicembre 2022.

Prima una manina che sfila dal pacchetto degli emendamenti del governo quello messo lì dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, per rifinanziare con appena 10 milioni il Piano oncologico per il 2023, altrettanti l'anno successivo. Soldi che servono per prevenzione, diagnosi e assistenza di 3,5 milioni di malati di cancro. Poi la stessa mano, lesta, fa sparire l'altro emendamento annunciato sempre dal titolare della salute: 200 milioni di indennità speciale a medici e infermieri del pronto soccorso.

Che lavorano come pochi, non fanno attività privata, hanno quindi redditi inferiori a molti loro colleghi e per questo sono in fuga dalla prima linea dell'emergenza-urgenza. «Il vero problema è che i giovani da avviare alle scuole di specializzazione non sono più attratti da quelle come medicina di emergenza e urgenza o anestesiologia, per cui dobbiamo cercare di rendere più attrattive queste specialità», dichiarava qualche giorno fa Schillaci a La Stampa. Un segnale di attenzione verso i medici sull'orlo di una crisi di nervi che alla fine non si è visto. 

È proprio dai particolari che si misura la differenza tra gli annunci elettorali e la realtà della "Melonomics" (la politica economica del nuovo governo) applicata alla sanità. «Sviluppo della sanità di prossimità e territoriale; incremento dell'organico di medici e operatori sanitari; estensione delle prestazioni esenti da ticket» e perfino «aggiornamento del piano oncologico»: è il programma sanitario del centrodestra, ma potrebbe essere attribuito anche alla sinistra. 

Il problema è che poi in manovra dei 2,2 miliardi in più di finanziamento restano appena 800 milioni perché 1,4 se ne vanno per il caro bollette. E con quello zero virgola qualcosa del fondo sanitario bisogna recuperare decine di milioni di prestazioni saltate con il Covid, arginare la fuga dei medici dagli ospedali, assumere personale nelle case e negli ospedali di comunità: le prime destinate a far filtro rispetto agli ospedali, facendo lavorare in team medici di famiglia, specialisti e infermieri, i secondi per dare una risposta ai pazienti fragili che non hanno più bisogno di restare in corsia ma nemmeno possono essere abbandonati a casa senza assistenza. «Con la necessità di aiutare famiglie e imprese stritolate da inflazione a caro bollette sinceramente non si poteva fare di più» si difende il ministro Schillaci.

Attento a ricordare che «la sanità è stata definanziata dal 2013 al 2019, mentre qui abbiamo il maggior rifinanziamento di sempre: 4,2 miliardi in più, considerando quelli già programmati» dal governo Draghi. Una conta che non convince più di tanto le Regioni, che lamentano un buco di 3,8 miliardi per maggiori spese pregresse per Covid e caro energia non coperte dal governo. 

Ma il ragionamento di Federico Spandonaro, economista sanitario dell'Università San Raffaele di Roma, esperto tra i più accreditati, oltre che direttore del Cergas, si basa su altri numeri.

«Dal Duemila ad oggi la nostra sanità ha viaggiato a un ritmo di crescita della spesa del 2,8% l'anno contro il 4,2% in media degli altri Paesi Ue e questo ha comportato una costante crescita della spesa sanitaria privata con conseguente riduzione del livello di equità del sistema di protezione». Il problema per Spandonaro non è tanto se si poteva o meno fare di più, «quanto il fatto che il Paese nel suo insieme non cresce, per via dell'enorme sommerso. Quindi bisognerebbe recuperare l'evasione e decidere quali settori possono dare un maggior contributo all'aumento del Pil. E uno di questi può essere a mio avviso proprio la sanità». Parole che cozzano con un altro capitolo della "Melonomics", questo sì applicato in pieno, delle sanatorie fiscali. Ben 12 quelle finite in manovra.

«Siamo in una situazione di emergenza e invece la finanziaria risponde con misure ordinarie», rincara la dose Pierino De Silverio, segretario nazionale dell'Anaao, il più forte sindacato dei camici bianchi ospedalieri. «Il Covid ha fatto emergere il disamore dei medici per la sanità pubblica, generato da condizioni di lavoro e retributive sempre in peggioramento. Il nostro contratto 2019-21 è già scaduto e non ci hanno ancora convocato, anche se sappiamo che con 618 milioni sul piatto non si andrà oltre aumenti medi di 80 euro al mese.

Mentre i vuoti in pianta organica costringono medici e infermieri a turni sempre più massacranti e le prospettive di carriera sono state pressoché azzerate dal taglio di ben 7mila unità operative in 10 anni». Poi però «si è avvantaggiato chi lavora a gettone nelle cooperative estendendo la flat tax fino a 85mila euro di reddito. Il dubbio che si voglia spostare la sanità verso il privato c'è». Anzi, per De Silverio «è già realtà, visto che oggi il 54% degli italiani si cura privatamente». E a chi non può permetterselo non resta che rivolgersi alla provvidenza. Come quando la parola welfare non esisteva. Pa. Ru.

La sanità italiana è al collasso: ma ecco cosa succede in Germania, Francia e Spagna. Alessandro Trocino su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022

In 10 anni, nella sola Lombardia, sono stati chiusi 111 ospedali e 13 pronto soccorso, e ci sono 29 mila medici in meno. Trovare un medico di base è complicatissimo in diverse zone d’Italia, e i pronto soccorso sono al collasso. Ma perché? E cosa succede nel resto d’Europa?

La sanità italiana non è forse mai stata così malata.

Il Covid ha messo in luce il grave deficit della medicina territoriale in una delle Regioni che sembrava più attrezzata, la Lombardia. In 10 anni sono stati chiusi 111 ospedali e 13 pronto soccorso. Rispetto al 2012 ci sono 29 mila medici in meno. Il pensionamento anticipato (nei prossimi cinque anni andranno a casa in 41 mila) e il mancato ricambio hanno dato origine a quel fenomeno deprecabile che sono i medici a gettone .

Trovare un medico di base è ormai quasi impossibile in alcune zone d’Italia e i pronto soccorso sono al collasso.

I dati lo confermano: tra ospedale e territorio, mancano più di 20mila medici, 4.500 nei pronto soccorso, 10 mila nei reparti ospedalieri, 6 mila medici di medicina generale. Se ne è parlato molto sui giornali (sulla Rassegna Stampa del Corriere, da cui è tratto anche questo articolo e che gli abbonati possono ricevere ogni giorno, abbiamo pubblicato un pezzo eloquente di Margherita De Bac) e tra la gente, disorientata per il degrado del sistema e per l’allungamento dei tempi di interventi e visite.

Molto meno nella politica, più preoccupata di ragionare su tetto di contanti e su altre amenità identitarie e ideologiche piuttosto che di questioni centrali come questa.

A Roma hanno manifestato sette sindacati di categoria, mentre il ministro Orazio Schillaci ha promesso aumenti di stipendi. Ma la spesa sanitaria programmatica si sta riducendo sotto il 6,6% del Pil, che per l’Ocse è il limite sotto il quale il sistema rischia il collasso.

Colpa di venti anni di disinteresse, per i quali dovrebbero fare mea culpa diversi governi e partiti, di destra e di sinistra. Ma anche il governo attuale, per ora, non sembra avere colto l’urgenza della situazione.

E l’Europa come sta?

Un’inchiesta del Guardian consente di guardare il fenomeno in una dimensione più larga e di scoprire che la sanità vive un momento difficile in tutta Europa. Le cause, oltre alle politiche nazionali, sono note: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie a lungo termine, la crisi di reclutamento e di mantenimento del personale e l’effetto Covid e post-Covid. Una combinazione di fattori che chiedono una reazione urgente dei governi e dei Parlamenti.

Qualche dato, per capire.

In Francia ci sono meno medici rispetto al 2012. Più di 6 milioni di persone, tra cui 600.000 con malattie croniche, non hanno un medico di base regolare e il 30% della popolazione non ha un accesso adeguato ai servizi sanitari.

In Germania, l’anno scorso sono rimasti vacanti 35.000 posti nel settore sanitario, il 40% in più rispetto a un decennio fa, mentre un rapporto di quest’estate sostiene che entro il 2035 più di un terzo di tutti i posti di lavoro nel settore sanitario potrebbe non essere coperto.

In Spagna, a maggio il ministero della Salute ha dichiarato che più di 700.000 persone erano in attesa di un intervento chirurgico e 5.000 medici di base e pediatri di Madrid sono in sciopero da quasi un mese per protestare contro anni di sottofinanziamento e sovraccarico di lavoro.Secondo un rapporto della sezione europea dell’Oms, in un terzo dei Paesi del continente almeno il 40% dei medici ha più di 55 anni. Anche quando i medici più giovani hanno continuato a lavorare nonostante lo stress, i lunghi orari e la retribuzione spesso bassa, la loro riluttanza a lavorare in aree remote o in centri urbani degradati ha creato «deserti medici» che si rivelano quasi impossibili da riempire. «Tutte queste minacce rappresentano una bomba a orologeria che potrebbe portare a risultati sanitari scadenti, lunghi tempi di attesa, molti decessi evitabili e potenzialmente anche al collasso del sistema sanitario», ha avvertito Hans Kluge, direttore regionale dell’Oms per l’Europa.

Il caso dei medici di base

Prendiamo i medici di base. La Francia ha una situazione particolarmente difficile. Già nel 1971 ha imposto un tetto al numero di studenti di medicina del secondo anno, attraverso il numero chiuso, con l’obiettivo di tagliare la spesa sanitaria e aumentare i guadagni.Il risultato è stato un crollo del numero di studenti annuali - da 8.600 all’inizio degli anni ‘70 a 3.500 nel 1993 - e anche se da allora le assunzioni sono aumentate un po’ e il tetto è stato tolto del tutto due anni fa, ci vorranno anni prima che la forza lavoro si riprenda.

L’anno scorso i medici più anziani che hanno abbandonato la professione sono stati più numerosi dei nuovi arrivati, che erano comunque il 6% in meno rispetto a dieci anni fa. C’è un problema sul territorio, visto che lontano dalle città e nella Francia più rurale le difficoltà aumentano. «Di fatto, l’87% della Francia potrebbe essere definito un deserto medico», ha detto il mese scorso il ministro della Salute Agnès Firmin Le Bodo.

La Germania è il Paese che spende per l’assistenza sanitaria più di qualsiasi altro Paese al mondo.

Eppure è in crisi.

Il sistema è imploso con lo scoppio del virus respiratorio dei bambini, con pazienti che hanno viaggiato centinaia di chilometri per essere curati. Più di 23.000 posti rimangono scoperti negli ospedali tedeschi dopo diversi anni di scarse assunzioni e recenti dimissioni di massa, soprattutto nelle terapie intensive e nelle sale operatorie, da parte del personale che lamentava carichi di lavoro estremi.

In Spagna non va meglio. A Madrid, a metà novembre, almeno 200.000 persone sono scese in piazza per difendere l’assistenza sanitaria pubblica dalla privatizzazione strisciante e per esprimere preoccupazione per la ristrutturazione del sistema di assistenza primaria da parte del governo regionale.

Il Guardian cita anche l’Italia: «Anche il servizio sanitario pubblico italiano deve far fronte a gravi carenze di personale, aggravate dalla pandemia, che ha innescato un esodo di personale che è andato in pensione anticipata o è passato a ruoli nel settore privato. Le amministrazioni regionali hanno stipulato contratti con medici freelance per coprire i turni in ospedale quando necessario, evidenziando i bassi stipendi del settore sanitario pubblico italiano».

«Ci sono buchi che devono essere riempiti ovunque, soprattutto nelle unità di emergenza», spiega al Guardian Giovanni Leoni, vicepresidente di una federazione di medici italiani. «Il problema è che i liberi professionisti guadagnano da due a tre volte di più, fino a 1.200 euro per un turno di 10 ore».

SANITÀ INQUINATA. Angelo Vitolo su L’Identità il 29 Dicembre 2022

Un sistema sanitario che contribuisce alle emissioni climalteranti e, in definitiva, all’inquinamento del nostro pianeta? Una questione non solo italiana, che un recente studio ha analizzato. Ne sono autori gli 11 componenti di un team che ha pubblicato l’Opinion Article “Decarbonization of the Italian healthcare system and European funds. A lost opportunity?”.

“Primum non nocere”, principio fondamentale della pratica medica, apre la loro introduzione. Così non è, se rapporti di studio dimostrano che il settore sanitario contribuisce in modo determinante al cambiamento climatico, come l’Health Care’s Climate Footprint Report che tre anni fa evidenziava che l’impronta climatica dei sistemi sanitari mondiali è pari a 514 centrali elettriche a carbone, il 4,4% delle emissioni globali di gas serra. E quindi se il sistema sanitario globale fosse considerato un unico Paese, sarebbe il quinto più grande responsabile di questo inquinamento della Terra. Da qui l’urgenza di questo tema nell’agenda globale. Perciò il Consiglio delle accademie europee e la Federazione delle accademie europee di medicina hanno recentemente invocato l’urgente necessità che il sistema sanitario raggiunga obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione in tutta l’Unione europea e oltre.

In questo quadro, il sistema sanitario italiano – come sottolinea l’Opinion Article – ha un’impronta pari al 4% dell’impronta nazionale ma, nonostante il via ad investimenti nella transizione ecologica e a policy di efficientamento energetico delle infrastrutture sanitarie a partire dagli ospedali, evidenzia un PNRR che non menziona esplicitamente il sistema sanitario riguardo alle emissioni climalteranti. Tutto questo, in un Paese ove l’82% delle costruzioni è stato realizzato prima del 1990 e il 58% prima del 1970, quindi prima della legge 10 del 1991 attraverso la quale l’uso razionale dell’energia ha cominciato a essere significativamente regolato.

“L’Italia – dice la farmacologa Silvia Ussai, coautrice dell’articolo – si trova in un’occasione unica per investire in un cambiamento del proprio sistema sanitario tramite il PNRR. Poiché si prevede che il contributo del sistema sanitario alla crisi climatica crescerà ulteriormente nei prossimi anni, è necessario avviare e rendere prioritarie politiche specifiche di decarbonizzazione in questo settore, adottando linee guida già esistenti a livello nazionale ed europeo”. “Una di queste misure – precisa – potrebbe essere quella utile a garantire lo sviluppo del sistema di monitoraggio previsto dal Decreto Ministeriale 77, per indirizzare gli interventi sulla prevenzione integrata, strettamente legata all’assistenza sanitaria di tipo comunitario”.Con policy, questo l’auspicio, che dovrebbero riguardare la catena di fornitura sanitaria e le sue emissioni dirette e indirette, la formazione professionale, la governance e i modelli di finanziamento. silvia Ussai lo ribadisce: E’ necessario pensare ad infrastrutture – esistenti e future – efficienti dal punto di vista energetico, oltre che attuare politiche di risparmio e ottimizzazione dell’energia, ad esempio, con l’utilizzo di lampadine a led. Un ulteriore tema molto impattante è la prevenzione dei rifiuti alimentari e l’adozione di diete sane, stagionali e sostenibili all’interno degli ospedali. Inoltre, l’Italia continua a soffrire sotto il profilo della gestione sostenibile dei rifiuti sanitari: oggi, il 30% delle strutture sanitarie non è attrezzato per gestire i carichi di rifiuti esistenti”.

Paolo Russo per “la Stampa” il 29 Dicembre 2022.

«Con la presente si comunica che al momento non sono più disponibili barelle per garantire l'osservazione dei pazienti nel dipartimento di emergenza e accettazione», dispaccio delle tre di notte del 27 dicembre dell'ospedale Maria Vittoria di Torino. «Sette pazienti in area rossa piena. Non disponibili posti monitor», stesso giorno, stessa città, "Ordine Mauriziano Umberto I". 

Il grande imbuto della nostra sanità malata. Dove il territorio fa poco filtro. Che conta 40 mila letti tagliati in 10 anni che rendono un'impresa trovare posto in reparto a pazienti lasciati anche giorni e giorni su scomode e affastellate lettighe nelle astanterie o nei corridoi.

 Con la conseguenza che poi finiscono per restare bloccate nei parcheggi anche le ambulanze che senza barella non possono partire. Il tutto reso più drammatico da una carenza cronica di personale. Mentre chi resta, stanco e demotivato, pensa alla fuga. Magari per andare a far soldi nelle cooperative che poi affittano a gettone gli stessi camici bianchi pagati però quattro volte tanto i dipendenti.

Il pronto soccorso non è solo la prima linea della nostra Sanità, ma è anche l'emblema dei suoi mali atavici. Anche se quando questi si riversano dove a volte si lotta per la vita le conseguenze diventano tragiche. Simeu, la Società scientifica della medicina di emergenza e urgenza dalla ricognizione di studi internazionali in materia, stima un aumento del 30% della mortalità quando i dipartimenti di emergenza sono affollati. 

E la stessa causa è correlabile a incidenti ed errori nei pronto soccorso, dove «l'affollamento è associato a ritardi nel riconoscimento e nel trattamento di condizioni a elevato rischio evolutivo, come infarto miocardico, ictus cerebrale, polmoniti», riporta un documento della stessa società scientifica. 

Nei nostri pronto soccorso mancano di fatto 3 medici su dieci e solo il 58% dei camici bianchi che ci lavorano è un dipendente. Gli altri vengono pescati qua e là tra i medici convenzionati, che specialisti non sono. Oppure si fa ricorso sempre più massicciamente alle cooperative che affittano i medici a gettone, con tariffe orarie da tre a sei volte superiori a quelle dei loro colleghi interni. 

Tanto che Giuseppe Busia, presidente dell'Anac, l'Authority anticorruzione, tempo fa ha preso carta e penna per sollecitare al titolare della Salute Schillaci e al ministro dell'Economia Giorgetti un decreto che faccia chiarezza sull'utilizzo dei gettonisti, fissando dei criteri che stabiliscano prezzi congrui. Perché secondo Simeu sono oramai 15mila i medici in affitto che erogano 18 milioni di prestazioni l'anno nei nostri ospedali. Spesso giovani neo laureati senza specializzazione alle spalle.

O magari ortopedici spediti in rianimazione piuttosto che cardiologi alle prese con fratture. Pagati fino a 90 euro l'ora mentre ai dottori dipendenti per fare prestazioni aggiuntive se ne danno 60, che diventano poi 40 netti. Controsensi di una programmazione sanitaria che fa acqua da tutte le parti. 

«Ma più ancora della carenza cronica di personale -spiega Fabio De Iaco, presidente Simeu- il problema è quello dell'uso improprio del pronto soccorso, perché arrivano da noi pazienti che non vengono filtrati dal territorio e, soprattutto, il fenomeno diffusissimo del bording. Ossia dei pazienti assistiti da noi anche per giorni in lettiga perché nei reparti non ci sono letti disponibili».

E in queste condizioni finisce per ritrovarsi anche chi dovrebbe avere assistenza in un hospice o in casa propria. «E se proprio devono finire in ospedale che almeno abbiano il diritto di andarsene non da soli su una barella, ma nel letto di un reparto, stringendo la mano dei propri cari», ci tiene a dire De Iaco. 

Ma troppo spesso non è così. Perché il medico di famiglia non si trova, la guardia medica si limita a consigliare di chiamare il 118 e così l'imbuto del pronto soccorso si ingolfa sempre più. La controprova viene dal fatto che, dove ci sono medicina di gruppo o case della salute aperte tutto il giorno i codici bianchi e verdi si riducono ai minimi termini. Anche se non pochi di questi sono di chi al pronto soccorso ci va non perché ne abbia bisogno, ma per non pagare il ticket e saltare le liste di attesa.

Ad aggravare il tutto c'è poi la conseguenza dei tagli selvaggi ai posti letto subiti dai reparti. Così in attesa di «salire in reparto» si passa fino a una settimana nell'astanteria di un pronto soccorso, ha rilevato un'indagine del Tribunale dei diritti del malato. In questo modo però medici e infermieri invece di affrontare le emergenze finiscono per sostituirsi ai vari specialisti, facendosi carico di assistenza e accertamenti diagnostici. 

Un sovraccarico di lavoro che costringe a saltare i turni di riposo, a fare in media sette notti al mese, il tutto per uno stipendio base che è di 2.800 euro quando parliamo di medici, di 1.500 per gli infermieri. Che arrivano poi a 1.900, ma dopo 30 anni.

«Spero di riuscire ad anticipare al prossimo anno i 200 milioni stanziati dalla manovra per il personale dei pronto soccorso», aveva detto alla vigilia delle votazioni sulla manovra il ministro Schillaci. Ma l'emendamento non è stato nemmeno sottoposto al voto. 

Così non ci si può poi stupire se i più dal pronto soccorso fuggano. E nemmeno a dire che ci siano chissà quali giovani leve pronte a rimpiazzare chi lascia. L'ex ministro Speranza nel tentativo di tamponare questa emorragia aveva portato il numero di accessi ai corsi di specializzazione a 1.100, ma il 61% dei posti non è stato assegnato perché nessuno si è presentato, documenta un'indagine del sindacato medico Anaao.

Intanto più del 50% dei malati che necessitano di una risposta urgente aspetta per non meno di 9 ore in sala d'attesa. Anche se in alcune realtà, rileva un'altra indagine del Tribunale dei diritti del malato, si superano i tre giorni. Esperienza vissuta nell'ultimo anno da 300mila assistiti, intrappolati nell'imbuto dei pronto soccorso, specchio di una sanità da riformare.

Malati cronici, 10 anni per avere una diagnosi. Redazione L'Identità il 14 Dicembre 2022

Ci vogliono dieci anni, a un malato di patologie croniche su tre, per ottenere una diagnosi. Un paziente su quattro è costretto a spostarsi altrove per potersi curare. Questi sono alcuni dei dati che Cittadinanzattiva ha diffuso, ieri, nel rapporto sulle politiche della cronicità. Un quadro allarmante a cui la pandemia Covid ha dato la mazzata finale allungando le liste d’attesa e, per un malato su due, i temi per esami clinici necessari non solo per la diagnosi ma per valutare l’andamento della situazione di salute.

Si tratta di un problema che affligge una parte di popolazione ben più vasta di quella che potrebbe sembrare. Secondo l’Istat, infatti, ben quattro italiani su 10 soffrono “di almeno una malattia cronica” e due su 10 “di due o più malattie croniche”. Le stime parlano di circa due milioni di cittadini affetti da malattie rare, moltissimi dei quali in età pediatrica.

Tra i cittadini intervistati (871 pazienti e ottantasei presidenti di associazioni di malati e famiglie), è emerso che oltre il 26% è in cura per una patologia (cronica o rara) diagnosticata da più di 20 anni; il 19% da 11 a 20 e da 6 a 11 anni, il 18,5% da 3 a 5 anni. Il rapporto ha evidenziato “come più di un paziente su 3 ha atteso oltre 10 anni dalla comparsa dei primi sintomi alla diagnosi e quasi uno su 5 da 2 a 10 anni. I motivi dei ritardi nella diagnosi sono, per 2 pazienti su 3, la scarsa conoscenza della patologia da parte del medico di famiglia o del pediatra; per oltre la metà la sottovalutazione dei sintomi; per il 45% circa la mancanza di personale specializzato sul territorio, e per quasi il 26% le liste di attesa”.

Non è finita qui. Stando ai dati contenuti nel rapporto Cittadinanza attiva: “Solo il 39% di coloro che ha una patologia rara è in cura presso un centro che parte della rete delle malattie rare, istituita nel 2001; il 28% non sa se il centro fa parte o meno di una rete di malattie rare; il 18% dice che non ne fa parte, e il 14% non è in cura presso nessun centro”. Insomma, si legge nel rapporto: “Oltre il 60% dei malati rari non riceve cure standardizzate sul territorio e un ulteriore 17,5 per cento si affida a un centro privato. Inoltre, circa il 27% è costretto a spostarsi presso un’altra regione: il 38% dichiara di migrare per ricevere le cure di cui ha bisogno verso la Lombardia, il 14% verso il Lazio, la Liguria e la Toscana, il 9,5% verso l’Emilia Romagna, e circa il 5% verso Campania e Veneto”.

Il turismo sanitario è solo uno, seppur tra i più rilevanti, indicatori delle disparità e dei divari territoriali esistenti: “Il grido di allarme delle associazioni riguarda poi le disuguaglianze sul territorio, dove la salute non è uguale per tutti”, denuncia Cittadinanzattiva. E dunque: “ Per oltre l’80% delle associazioni le disparità fra i territori si annidano nella modalità di gestione delle prenotazioni e dei tempi di attesa; per il 78,6% nella garanzia di un sostegno psicologico e nelle differenze nel riconoscimento di invalidità, accompagnamento e handicap; per circa il 76% nella presenza o meno di centri specializzati e di rete; per il 73% nella diffusione a macchia di leopardo dei servizi di telemedicina, teleconsulto, monitoraggio online; per la stessa percentuale nella presenza di percorsi di cura o Pdta, e per il 50% nell’accesso all’innovazione”.

Sanità, chi usa male i nostri dati e perché. Le assurdità che paghiamo tutti. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 14 dicembre 2022.

Quando parliamo della nostra salute incrociare i dati è fondamentale. Per ciascuno di noi sarebbe molto importante avere un rapido accesso dal computer alle informazioni su esami e visite, tra specialisti diversi o in altre Regioni senza dovere ripetere inutilmente i controlli medici o portarci dietro ogni volta plichi di documenti. A livello collettivo incrociare i dati serve per individuare su larga scala in quanti soffrono di che cosa, con quali fattori di rischio, e quali cure possono essere più efficaci in base a N varianti. E tutto ciò è indispensabile anche per fare una buona programmazione sanitaria valutando come il Ssn risponde a chi ha bisogno di cosa.

Casi concreti

Qualche esempio per capire meglio. Individuare in tempo reale se chi finisce in ospedale per il Covid ha delle patologie pregresse mi permette di stabilire in modo rapido chi il virus colpisce di più e l’efficacia del vaccino: gli studi eseguiti durante la pandemia sono stati possibili solo con un decreto ad hoc e in ogni caso senza riuscire a sapere prima le comorbilità di ogni singolo paziente (soprattutto di quelli non vaccinati).

Una donna su 8 nel corso della propria vita si ammala di cancro al seno. L’intervento chirurgico tempestivo può essere salva-vita. E quindi per capire i buchi del Servizio sanitario e correggerli è utile sapere quanto tempo passa dalla diagnosi all’intervento. Ma le strutture private non hanno obbligo d’informazione e il dato sulle mammografie a pagamento manca.

Prendiamo il caso dei 3,5 milioni di donne e uomini con il diabete. Le informazioni oggi a disposizione sono contenute nell’anagrafe assistiti, nelle schede di dimissione ospedaliera, negli accessi al Pronto soccorso e nei registri sui farmaci. In questi flussi di dati sanitari manca il valore della pressione arteriosa, importante da sapere per capire su larga scala come può incidere sulla malattia ed evitare che si aggravi. Questi valori sono contenuti nei registri clinici dei diabetologi e dei medici di medicina generale: ma questi sistemi non si parlano tra loro e non si parlano con gli altri citati.

Degli 800 mila malati di Parkinson non si sa praticamente nulla di quelli ricoverati nelle residenze protette e sui risultati della riabilitazione. I dati ci sono ma non sono collegati alle altre informazioni in possesso della Sanità pubblica.

E la lista può continuare. Tutti i dati che servirebbero ci sono. Ma non sempre sono di buona qualità e soprattutto non siamo in grado di utilizzarli al meglio. Vediamo perché.

Perché succede

I dati amministrativi su chi siamo sono contenuti nella tessera sanitaria elettronica che fa attualmente da anagrafe degli assistiti e fa capo al Mef. Le informazioni sulla nostra salute come analisi del sangue, esami diagnostici, referti istologici, visite specialistiche, ricoveri in ospedale e accessi al Ps dovrebbero essere contenuti nel Fascicolo sanitario elettronico da 10 anni, ma finora non ha funzionato perché i dati introdotti sono pochi, non sono inseriti in modo omogeneo perché i sistemi informativi aziendali sono diversi e spesso molto arretrati (manuali, fogli Excel, fotografie, pdf) e ogni Regione va per conto suo (qui l’inchiesta di Dataroom): solo di recente con l’intervento dei ministeri di Salute, Transizione digitale e Mef del governo Draghi la situazione stava migliorando (il Pnrr stanzia 1,38 miliardi per adottare un unico sistema informatico sanitario nazionale e dare alle Regione gli strumenti e le competenze necessari a caricare davvero i dati clinici dei pazienti e condividerli tra medici, ospedali pubblici e privati accreditati).

La cartella clinica elettronica non è usata ovunque e dove viene usata ogni ospedale può avere la sua, così come ogni medico (medici di medica generale o specialista) e non sempre sono raccolte in un archivio, cioè sono usate solo per la cura del singolo paziente.

Le schede di dimissione ospedaliera, gli accessi al Ps, i certificati di assistenza al parto sono contenuti nel cosiddetto Sistema informativo nazionale (Sis) che fa capo al ministero della Salute.

Le cause di morte sono contenute nei registri dell’Istat che le ricevono dalle Asl (solo in alcune Regioni è attivo il registro di mortalità per causa).

Le prescrizioni farmaceutiche sono monitorate direttamente dal ministero della Salute, con l’eccezione dei farmaci ad alto costo monitorati direttamente dall’Aifa. L’Aifa è in realtà un ente vigilato dal ministero della Salute e dal Mef quindi lavora su loro mandato, ma con una grande autonomia che a volte rende difficile lo scambio delle informazioni.

I registri di patologia sono tenuti dall’Istituto superiore di Sanità.

Le banche dati di genomica sono gestite dalle Società scientifiche e alcune anche dall’Istituto superiore di Sanità.

Studi con dati limitati

Il problema è che non tutti i sistemi informativi comunicano tra di loro oppure lo fanno con difficoltà. I vari database sono stati attivati in tempi diversi, con sistemi di codifica differenti e linguaggi informatici diversi. Non sempre è presente un codice univoco, come il codice fiscale o un altro codice che permette di mantenere l’anonimato, ma di identificare in modo inequivocabile quel determinato soggetto in modo da tracciarne gli accessi alle cure senza violarne l’identità. La conseguenza è che oggi le informazioni sull’efficacia sul campo delle cure, sui rischi di chi può vedere peggiorare la propria malattia e perché, e sulla capacità del Ssn di rispondere ai bisogni della popolazione sono parziali, sono affidati a ricerche singole, su periodi di tempo limitati, e su gruppi di soggetti selezionati.

Cosa bisogna fare

Il Consiglio superiore di Sanità con un gruppo di lavoro multidisciplinare molto qualificato coordinato da Paolo Vineis (qui il documento) propone uno schema di riforma dei sistemi informativi sanitari in modo da superare la loro frammentarietà e i linguaggi informatici diversi unificandoli in un «sistema dei sistemi». La sua realizzazione spetta al Governo e riguarda tutti noi.

Circolazione dei dati

Una riforma che deve essere accompagnata anche dalla possibilità di una maggiore circolazione dei dati sanitari oggi stoppata dall’Autorità del garante della Privacy in base a norme di 20 anni fa che non possono più considerarsi in linea con l’Ue (qui il documento). Per dire: oggi degli scienziati se vogliono studiare l’appropriatezza e la sicurezza a lungo termine nella pratica clinica di un farmaco su categorie di pazienti che si sono curati 10 anni fa e che hanno dato il consenso non solo al trattamento terapeutico ma anche all’uso dei propri dati, devono fare ogni sforzo possibile per ottenere per ogni singolo nuovo studio l’autorizzazione specifica del singolo partecipante e da parte dell’Autorità Garante con una trafila infinita che fa perdere la voglia a chiunque. E se il Garante non si esprime entro 45 giorni vale la regola del silenzio-dissenso. È urgente trovare un equilibrio tra la necessità di garantire la privacy e quella di avere risposte rapide indispensabili per la Salute pubblica.

Il delitto di San Donato Milanese. Aggredito con un’accetta nel parcheggio del Policlinico San Donato, morto il medico Falcetto: dubbi sulla versione del killer. Redazione su Il Riformista il  14 Dicembre 2022

È morto in serata, quando le sue condizioni già critiche sono ulteriormente peggiorate. È deceduto all’ospedale San Raffaele di Milano il medico chirurgo Giorgio Falcetto, 76 anni colpito alla testa con un’accetta nel parcheggio del Policlinico San Donato martedì 13 dicembre.

L’aggressore, un 62enne pregiudicato per truffa e porto d’armi, era stato identificato e sottoposto a fermo immediatamente dopo il fatto dai Carabinieri della Compagnia di San Donato Milanese.

La vittima, in pensione ma che lavorava ancora come chirurgo nel pronto soccorso del San Donato, era stato sottoposto già ieri a due interventi d’urgenza per le profondissime lesioni causate dai fendenti scagliati dal suo aggressore.

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Quest’ultimo dopo una breve caccia all’uomo era stato fermato nei pressi della sua abitazione a Rozzano, a una ventina di chilometri di distanza da dove è avvenuta la brutale aggressione.

Sentito dai carabinieri, il 62enne aveva ammesso le sue responsabilità, anche se nell’ambito di un racconto confuso dei fatti agli inquirenti. I due, secondo quanto raccontato, si conoscevano: “Sì che lo so chi è il dottore. Mi aveva fatto una flebo quattro mesi fa“, avrebbe detto ai carabinieri della compagnia di San Donato che lo hanno interrogato, scrive Repubblica, ma a quanto pare il “problema” di cui soffriva il 62enne “non era stato risolto” da Falcetto.

Ma l’analisi della documentazione sanitaria eseguita dai carabinieri non ha dato riscontro di questo fatto. Non torna anche la circostanza sulle motivazioni della sua visita al Policlinico: non sono emersi appuntamenti per visite ambulatoriali né una registrazione al triage del pronto soccorso.

Il 62enne ha ammesso di aver colpito Falcetto al culmine della banale lite dopo aver tamponato in retromarcia con la sua auto quella del chirurgo biellese. “Ho urtato per sbaglio in retromarcia la sua auto parcheggiata – ha confessato – Lui è uscito e abbiamo iniziato a discutere. Poi non ci ho capito più nulla e l’ho colpito”, spiegando così di averlo colpito alla testa con l’arma da taglio dopo una lite per motivi di viabilità.

L’arma del delitto è stata rinvenuta dai militari nella cantina del suo appartamento di Rozzano. I carabinieri lo avevano poi fermato per tentato omicidio e portato a San Vittore in attesa della convalida: il reato però cambierà in omicidio dopo la morte del chirurgo.

Il killer del medico Giorgio Falcetto e la visita due anni fa: «Quelle flebo mi hanno rovinato la vita». Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 16 Dicembre 2022.

Trovato il referto di un controllo di Benedetto Bifronte in pronto soccorso. La lite nel parcheggio: «L’ho rivisto e ho perso la testa, ho pensato a tutto quello che mi aveva fatto»

«Mi ha rovinato la vita». Sono da poco passate le 15.30 di martedì, e Benedetto Bifronte, davanti ai carabinieri della compagnia di San Donato che lo hanno fermato per l’aggressione al dottor Giorgio Falcetto, avvenuta poche ore prima, prova a dare un senso alla furia che nel parcheggio del Policlinico di San Donato ha riversato con un’accetta contro il medico 76enne, che morirà dopo 36 ore di agonia. Lo accusa di avergli fatto in una precedente visita «due flebo» che gli avrebbero causato «vari e gravi problemi di salute»: «A causa di queste due flebo — racconta il 62enne residente a Rozzano — ho sempre mal di testa e nausea».

Per quasi due giorni, di quel «precedente» tra assassino e vittima non si trova traccia. Il riscontro arriva giovedì mattina, quando negli uffici della struttura sanitaria i militari trovano il referto di una vecchia visita. È del 2 febbraio del 2021: Bifronte si presenta in pronto soccorso attorno a mezzogiorno. A visitarlo è Falcetto. Il 62enne lamenta di far fatica a respirare. «Stato di agitazione e riferito dolore toracico con dispnea», racconta la cartella clinica scovata dagli investigatori del Reparto operativo dei carabinieri, guidato dal colonnello Antonio Coppola, e della compagnia di San Donato. La diagnosi finale, però, dice altro: «Cervicalgia e influenza, non Covid», con una cura da seguire e sette giorni di prognosi.

Anche l’altro giorno, il 62enne originario di San Fratello nel Messinese ma da anni residente a Rozzano, una ex moglie e un figlio 30enne che gestisce un bar nel Pavese e in passato vecchi precedenti per truffa e armi, si è alzato dal letto con dolori: «Stamattina mi sono svegliato con un dolore al petto e avevo la pressione alta», mette a verbale dopo l’omicidio. È il motivo per cui Bifronte, alle 10 di martedì mattina, si trova con la sua Alfa 147 blu nel parcheggio del pronto soccorso. Constata però che c’è troppa attesa da fare, e decide di uscire senza farsi neanche registrare.

È però davanti all’ingresso che vede (e riconosce, pur affermando di non saperne il nome) il medico giudicato la causa dei suoi recenti mali. Si scatena quindi un primo diverbio, dopo il quale Bifronte cerca di allontanarsi in auto ma urterebbe accidentalmente proprio la Chevrolet Aveo bordeaux del dottor Falcetto, scatenando — nella versione fornita dal 62enne subito dopo l’arresto — l’accesa reazione della vittima: «Ero tranquillo ma il medico era agitato». È a quel punto che «ho pensato a tutto quello che mi aveva fatto», prosegue Bifronte: «Ho perso la testa. Sono tornato alla macchina, ho aperto il bagagliaio e ho preso un’accetta con cui l’ho colpito alla fronte».

Un racconto a tratti confuso, ancora al vaglio degli inquirenti. Per il gip Chiara Valori, Bifronte — che deve rispondere di omicidio volontario e che ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere al giudice — è pericoloso e deve restare in carcere: l’uomo sarebbe violento e incapace di controllare i propri impulsi di aggressività, come dimostrerebbe anche l’arma trasportata nel bagagliaio.  

Terra dei miracoli. In Italia non c’è una cosa che funzioni, non vedo perché la sanità debba fare eccezione. Guia Soncini su L’Inkiesta il 2 Dicembre 2022

Mamme milanesi che si lamentano delle interminabili ore d’attesa al pronto soccorso per il catarro dei figli, ma se il barista medio non sa farti il cappuccino della temperatura giusta e il fattorino medio non ha voglia di fare le scale per consegnarti la cena, per quale motivo medici e infermieri dovrebbero saper fare il loro lavoro?

Potrei partire dall’inverno del 1982 e dalla mia schifa infanzia, ma comincerò invece dall’autunno 2022 e dalle schife infanzie dei vostri figli. Partirò da una serie di tweet di una madre milanese il cui figlio aveva la febbre.

Cronaca di molteplici vane telefonate al pediatra, di ore d’attesa al pronto soccorso con bambini seduti per terra tutti marci di catarro e plausibilmente veicoli di contagio, di questa è Milano signora mia, il tutto con molti tag fotografia del paese reale e della di esso idea di chi siano i risolutori di problemi: Assia Neumann e Report, Myrta Merlino e il comune di Milano.

Sotto, una sleppa di anch’io: anche a me il pediatra privato viene a casa ma quello pubblico no, anche il mio puccettone ha avuto la febbre senza che si mobilitasse il ministro della Sanità, anch’io madre disperata da quando la pediatra come-le-facevano-una-volta è andata in pensione.

Ho letto questa conversazione nella sala d’attesa d’un medico, privatamente retribuito, il quale mi ha visitata con un’ora di ritardo e dopo un quarto d’ora smaniava per concludere la visita. Comunque meglio del medico della mutua (di base, si dice in neolingua) che avevo a Milano, una dottoressa che al terzo minuto in cui le elencavi i tuoi sintomi già stava andando verso la porta per far entrare il successivo paziente della catena di montaggio.

Di recente ho rivisto Il medico della mutua, il film del 1968 in cui Sordi interpretava per la prima volta il dottor Guido Tersilli, all’epoca neolaureato e smanioso di accumulare pazienti non solventi: lo Stato gli avrebbe corrisposto cifre tanto più alte quanti più ne avessero affollato l’ambulatorio. Se ricordo bene nell’ultima scena, che doveva farci capire come ormai il dottor Tersilli fosse diventato avido e disinteressato al benessere dei malati, la sua segretaria gli fissava un appuntamento ogni mezz’ora, poveri pazienti come polli da batteria.

Mi rendo conto che come-si-stava-meglio-nel-Novecento è un’attitudine stucchevole e noiosissima, ma è difficile negare che si stesse meglio quando non eravamo otto miliardi, quando le risorse pubbliche non erano state drenate da gente ipocondriaca quanto me ma determinata a farsi fare gratuitamente tutti gli esami superflui, quando mezz’ora non era un tempo di visita nel quale non puoi sperare neanche se quello specialista lo paghi alcune centinaia di euro.

Il medico della mutua milanese riceveva due pomeriggi a settimana (mai capito cosa facesse il resto del tempo lavorativo che le mie tasse contribuivano a remunerarle, visto che a domicilio abbiamo conferma dalle mamme che non ci vengono neanche in caso di morte imminente), e non sono mai riuscita a farmela passare al telefono: la segretaria di Joe Biden è probabilmente un filtro meno efficace della sua.

Quella di Bologna, non so se perché in mezzo c’è stata la pandemia o perché è giovane e ha più disinvoltura con la tecnologia, un giorno mi ha perfino richiamata: stavo per mettermi a piangere come quando il biondino per cui avevo avuto una cotta per tutte le medie mi dichiarò il suo amore dopo che ero andata a vivere a quattrocento rassicuranti chilometri di distanza.

Purtroppo la giovinezza garantisce familiarità con WhatsApp ma anche una certa qual incapacità di capire alcunché. Il dottore che ho avuto prima di lei sosteneva che il colesterolo a 258 non necessitasse di medicinali (commento mio: ma poverino, è del ‘93, lei si ricorda quant’era scemo a 29 anni?; risposta del mio cardiologo ultrasessantenne: meno di così). A una giovane farmacista (il dramma dei giovani farmacisti inetti potrebbe diventare una grande commedia) ho dovuto spiegare io che no, sul computer a Bologna non le compare la ricetta dell’antibiotico che mi ha scritto un medico romano: la sanità è a gestione regionale, ha fatto di recente le medie, se le ricorda le regioni?

Quand’ero giovane e raccomandata, era tutto più semplice: il medico della mutua era amico di papà, la farmacista era amica di papà, gli specialisti essendo amici di papà non solo ti ricevevano senza appuntamento ma neppure li pagavi. Quando nell’inverno dell’82 il pediatra venne alle undici di sera, appena arrivammo a casa dall’aeroporto, venne perché all’epoca il servizio sanitario nazionale era giovane e tonico, o perché era amico di papà? E quando, dopo dieci giorni di convinzione di tutti – mio padre medico e i quattro primari suoi amici con cui eravamo in villeggiatura africana – ch’io avessi la malaria, spiegò come mai dieci giorni di chinino non mi avessero abbassato la febbre con un icastico «E tu saresti un medico? È varicella», stava forse offrendoci uno squarcio di futuro?

Non è, non vorrei minare le certezze delle mamme di puccettoni con pediatri a chiamata retribuita, neanche un problema di sanità pubblica – che ovviamente è peggio, come tutte le cose illusoriamente gratuite; ma, rispetto a quando sul pianeta eravamo la metà, è peggioratissima anche quella privata. Quest’estate ho dato, a un centro milanese privato, l’equivalente d’un medio stipendio e mezzo per un check-up. A parte l’episodio dell’infermiere Mario, già narrato su queste pagine, mi hanno dimenticata due ore in sala d’attesa, alcuni specialisti erano irritati perché in ritardo per la pausa pranzo e non avevano tempo per ascoltare i miei sintomi, e l’agosto italiano è sacro, quindi i risultati sono arrivati due mesi dopo e gli esami del sangue erano ormai inattendibili e da rifare.

D’altra parte, il barista medio non sa farti il cappuccino della temperatura giusta; il fattorino medio non ha voglia di fare le scale per consegnarti la cena (Just Eat, ancora aspetto il rimborso della sera in cui m’hai lasciata digiuna, ormai due settimane fa); portare i broccoli a domicilio pare sia impresa che richieda un praticantato alla Nasa (Cortilia, ancora aspetto tu mi restituisca i soldi della spesa fradicia e frammista a vetri esplosi, neanche venisse da Beirut, che ti ho rimandato indietro quaranta giorni fa: fai pure con calma); il tassista medio non conosce le strade, l’avvocato medio non conosce i codici, il giornalista medio non conosce la grammatica. Per quale anomalia statistica la sanità dovrebbe invece essere una terra dei miracoli i cui abitanti sanno fare il loro lavoro e in cui tutto funziona come fosse il Novecento e i titoli di studio e le qualifiche professionali significassero qualcosa?

Estratto dell'articolo di Clemente Pistilli per “la Repubblica - Edizione Roma” il 13 dicembre 2022.

Oltre mille pazienti in attesa di ricovero. Il record negativo, da tempo particolarmente temuto perché considerato dai medici dell'emergenza la spia del collasso degli ospedali, ieri nel Lazio è stato raggiunto. Nei pronto soccorso un inferno di barelle, con utenti costretti ad attendere ore ed ore in situazioni di enorme disagio e ambulanze bloccate.

Un girone dantesco verificatosi nonostante la Regione Lazio abbia appena approvato un nuovo piano per evitare il sovraffollamento e specificato in quel documento che chi rischia di più la vita è proprio chi è costretto a lunghe attese nelle strutture di emergenza. «Se superiamo i mille pazienti sono guai», hanno ripetuto a lungo i medici dei pronto soccorso. Ieri a incrociare le dita affinché venisse dato loro presto un posto letto erano ben 1.100 persone.

Una situazione pesantissima soprattutto all'Umberto I. Il boom di ricoveri si è verificato con l'arrivo del primo vero freddo, complice l'influenza, ed è stato caratterizzato da pazienti in gravi condizioni, con insufficienze respiratorie, complicanze appunto dell'influenza e pure un aumento, seppure leggero, di vittime di forme aggressive del Covid. «Sono diminuiti i posti letto mancando medici e viviamo una situazione del genere nonostante non vi sia ancor il picco dei contagi con il virus influenzale, previsto tra Natale e Capodanno», precisa Giulio Maria Ricciuto, presidente regionale Simeu. «Vengono occupati i pronto soccorso - aggiunge - e in questo modo si bloccano anche le ambulanze». 

Il record negativo è stato registrato nonostante il nuovo piano regionale contro il sovraffollamento, dove è specificato che proprio il boarding, l'attesa di un posto letto nelle strutture di emergenza, «influisce in modo «diretto e rilevante sulla efficienza ed efficacia del soccorso extra- ospedaliero e sul rispetto dei tempi target indicati nel nuovo sistema di garanzia». Peggiora insomma il 118, con rischi notevoli per chi è in seria difficoltà e ha bisogno urgente di un'ambulanza. […]

E l'inquietante particolare è evidenziato nello stesso piano regionale, specificando che «i decessi in pronto soccorso richiedono attenzione, perché riguardano nel 55% persone con oltre 12 ore di permanenza» . «Il rischio è alto» , conferma un'autorevole fonte della medicina d'emergenza. Ma di frequente l'attesa di un ricovero supera le 24 ore e ieri ad attendere un posto letto erano oltre mille pazienti.

Finché c'é la salute. Report Rai. PUNTATA DEL 05/12/2022 di Claudia Di Pasquale

Collaborazione di Cecilia Bacci e Eleonora Zocca

Negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli ingenti del sistema sanitario.

Il Sistema Sanitario Nazionale ha avuto, negli ultimi anni, tagli ingenti, è crollato il numero dei posti letto, sono stati chiusi i pronto soccorso, sono stati smantellati interi reparti. Ora però a risollevare le sorti della sanità arriveranno i soldi del Pnrr. Circa due miliardi saranno investiti per realizzare 1350 case di comunità, mentre 1 miliardo servirà per aprire 400 ospedali di comunità. Che cosa sono esattamente? E quali servizi dovrebbero offrire? Nelle case di comunità un ruolo centrale dovrebbero averlo i medici di base, che però sono in grave sofferenza numerica, così come c'è una carenza ormai cronica di personale medico ospedaliero. E quindi chi andrà a lavorare dentro le strutture finanziate coi soldi del Pnrr?

FINCHÉ C’È LA SALUTE Di Claudia di Pasquale Collaborazione Cecilia Bacci, Eleonora Zocca Immagini Giovanni De Faveri, Andrea Lilli, Paolo Palermo Montaggio Daniele Bianchi, Andrea Masella

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Abbiamo adesso un’occasione importante: due miliardi di euro dal Pnrr. Verranno utilizzati per investire su 1.350 case di comunità, di strutture sanitarie in alcuni casi già aperte che offriranno – aperte fino a 24 ore, 7 giorni su 7 – offriranno la possibilità al cittadino che entra di trovare medici base, specialisti, infermieri e anche i servizi sociali. Cioè, il cittadino avrà a disposizione tutta quella assistenza che potrebbe consentirgli di evitare di riversarsi e affollare il pronto soccorso. Poi un altro miliardo di euro verrà investito in 400 ospedali di comunità. Non si tratta di veri e proprio ospedali ma di strutture con 20 posti letti che saranno gestite per lo più da infermieri, 7-9 infermieri, con un medico presente 4-5 ore. Servono soprattutto a coloro che non hanno la possibilità di curarsi da soli a casa. Ecco, insomma, servirà tutto questo a risollevare la sanità dopo la pandemia? Siamo andati a vedere quella regione che più è stata colpita dal virus, i cui amministratori sono finiti sotto accusa proprio per la mancanza della medicina territoriale. Si è dimesso per questo l’assessore al Welfare Gallera, è subentrata Letizia Moratti che con il presidente Attilio Fontana ha riformato la sanità. Ecco, un anno fa hanno cominciato a inaugurare a raffica case e ospedali di comunità. Insomma, è un modo anche per far vedere che si sta investendo e che si vuol essere vicini ai cittadini proprio ricostruendo quel tessuto di medicina territoriale. Insomma, però, come stanno i cittadini della Val Seriana, quelli che sono stati più colpiti dal covid e che ancora stanno piangendo i loro morti? La nostra Claudia Di Pasquale.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Castione della Presolana è un piccolo comune della Val Seriana di 3.400 abitanti. A distanza di due anni dalla pandemia ben 2.600 sono rimasti senza il medico di base.

CLAUDIA DI PASQUALE Lei ce l'ha il medico?

SIGNORE No.

CLAUDIA DI PASQUALE Da quanto tempo?

SIGNORE Dal primo di gennaio.

CLAUDIA DI PASQUALE E come fa?

SIGNORE E come faccio? Ehhh, si salvi chi può.

CLAUDIA DI PASQUALE Lei ce l'ha il medico?

SIGNORE 2 Nessuno ha il medico. Io adesso dovrei andare a prendermi delle pastiglie per lo stomaco. Dovrei fare una ricetta. Io non so cosa fare.

CLAUDIA DI PASQUALE Ce l'ha il medico di base?

SIGNORE 3 No, non ce l'ho il medico di famiglia.

CLAUDIA DI PASQUALE Come fa se vuole avere una ricetta?

SIGNORE 3 O devo andare in un altro paese dove ci sono i medici per farmi fare una ricetta altrimenti devo aspettare.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il 31 dicembre 2021 a Castione sono andati in pensione due medici di base. L'azienda sanitaria non ha trovato sostituti e così quest'estate ha chiesto aiuto alle farmacie per trovare qualche medico disponibile sparso sul territorio.

STEFANO PERSONENI – FARMACISTA Noi prenotavamo il medico: c'era una tabella dove i medici davano la loro disponibilità però alla fine capitava che andassero in comuni a distanza 40, 50, 60 chilometri dove c'era il medico.

CLAUDIA DI PASQUALE Di fatto le persone, quindi, trovandosi in questa situazione, in che modo hanno sopperito?

STEFANO PERSONENI - FARMACISTA Si sono organizzati con medici privati che hanno dovuto poi pagare. E poi è capitato anche che qualche anziano in farmacia proprio ha detto basta, non mi curo più tanto ho 85 anni.

FABIO MIGLIORATI – ASSESSORE AL WELFARE CASTIONE DELLA PRESOLANA (BG) Qui erano gli ambulatori che erano occupati dai medici di medicina generale sino al giorno che sono andati in pensione. Prego. Sono locali di proprietà del Comune, pronti ad accogliere la gente. Bollette, energia elettrica, utenze le paga il Comune ma i medici non ci sono.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il Comune ha quindi scritto all'azienda sanitaria ordinandole di riattivare urgentemente almeno la guardia medica diurna. E solo dopo questa lettera il servizio è stato ripristinato.

FABIO MIGLIORATI – ASSESSORE AL WELFARE CASTIONE DELLA PRESOLANA (BG) Però cosa succede? Sono medici che si alternano con una certa frequenza, per cui il paziente ogni volta si trova di fronte un medico nuovo al quale deve raccontare tutta la sua storia e tutta la sua genesi. Gente che è nel letto, che era abituata a vedere il medico venire nella propria abitazione una volta alla settimana, a volte anche due, a volte anche più. E di punto in bianco tutto questo svanisce.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Eppure, proprio nel bergamasco, lo scorso febbraio, il presidente Fontana e la ex vicepresidente Moratti hanno inaugurato a Gazzaniga una casa di comunità proprio per potenziare la medicina territoriale.

25/02/2022 INAUGURAZIONE CASA DI COMUNITÀ GAZZANIGA (BG) ATTILIO FONTANA - PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Dobbiamo guardare al futuro per cercare di migliorare ogni tipo di servizio a favore dei cittadini.

CLAUDIA DI PASQUALE Io cittadino vado in una casa della comunità. Cosa dovrei trovare?

ALESSANDRO NOBILI - CAPO DIPARTIMENTO POLITICHE PER LA SALUTE - ISTITUTO MARIO NEGRI Devono esserci i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli assistenti sociali, gli infermieri.

CLAUDIA DI PASQUALE Quindi, io le case della comunità le dovrei trovare aperte anche sabato e domenica.

ALESSANDRO NOBILI - CAPO DIPARTIMENTO POLITICHE PER LA SALUTE - ISTITUTO MARIO NEGRI Esattamente. Quelle hub sicuramente.

CLAUDIA DI PASQUALE E di notte?

ALESSANDRO NOBILI - CAPO DIPARTIMENTO POLITICHE PER LA SALUTE - ISTITUTO MARIO NEGRI Dovrebbe sempre esserci la presenza di un medico.

CLAUDIA DI PASQUALE Quindi in generale io dovrei trovare almeno un medico h24, sette giorni su sette.

ALESSANDRO NOBILI - CAPO DIPARTIMENTO POLITICHE PER LA SALUTE - ISTITUTO MARIO NEGRI Almeno. Io, se ho un bisogno di salute e mi rivolgo alla casa della comunità, evito di andare al pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Andiamo a Gazzaniga un sabato pomeriggio per vedere se la casa di comunità inaugurata da Fontana e Moratti è aperta sette giorni su sette, h24, come previsto dalla norma.

CLAUDIA DI PASQUALE C'è nessuno? C'è nessuno? La casa della comunità?

GUARDIANO Sopra, dove c'è quel padiglione marrone scuro.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma è tutto chiuso.

OPERATORE Eh sì, oggi sì. Oggi non ci sono.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La casa di comunità di Gazzaniga il sabato chiude alle 14 mentre domenica e di notte è chiusa. Torniamo lunedì per verificare se, almeno negli orari di apertura, ci sono i medici di base.

OPERATRICE Ci sono gli infermieri a domicilio.

CLAUDIA DI PASQUALE E invece non ci sono medici con cui poter parlare, medici di famiglia?

OPERATRICE Quello no, io ho sempre visto infermieri.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Saliamo allora al secondo piano ma troviamo un centro vaccinale.

CLAUDIA DI PASQUALE Vorrei sapere se già c'erano dei medici di famiglia che lavoravano nella casa della comunità.

OPERATRICE 2 Non lo so. Noi stiamo vaccinando quindi non lo so.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Altre stanze sono vuote. Proviamo dunque a chiedere spiegazioni agli uffici.

OPERATRICE 3 Non ho notizie io sulla casa della comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Lo scorso febbraio nel bergamasco è stata inaugurata un'altra casa della comunità, a Calcinate, ma anche questa non è aperta h24. Il sabato chiude alle 14, di domenica e di notte non c'è nessuno mentre nei giorni feriali troviamo due infermieri.

OPERATORE Un giorno ci saranno anche qua i medici di base, però ancora siamo in fase embrionale. Ci siamo solo noi che siamo infermieri di comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In tutto questo, a Calcinate, prima che venisse inaugurata la casa della comunità, c'era già un POT, cioè un presidio ospedaliero territoriale, con vari ambulatori, costato ben 5 milioni di euro e inaugurato nel 2018 dall'ex assessore al Welfare Giulio Gallera.

CLAUDIA DI PASQUALE E a Calcinate quindi qual è la differenza oggi rispetto al presidio ospedaliero territoriale?

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO Nulla. I servizi che erogava il POT di Calcinate sono quelli che eroga la casa della comunità di Calcinate. Calcolate che Calcinate originariamente era un ospedale a tutti gli effetti con tanto di pronto soccorso e sale operatorie, eh.

CLAUDIA DI PASQUALE E a Gazzaniga invece cosa c'era?

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO C'era un ospedale con tanto di pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE Gli ambulatori per le visite specialistiche c'erano già in precedenza?

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO C'erano già in precedenza. Abbiamo cambiato nome a una struttura che già c'era.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, che senso hanno avuto queste inaugurazioni?

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO Dalle mie parti si chiama propaganda elettorale, visto che poi si deve votare.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nel 2021, sempre all’ex ospedale di Calcinate, l'ex vicepresidente Moratti ha inaugurato un hospice con quattordici posti letto.

18/06/2021 INAUGURAZIONE HOSPICE CALCINATE (BG) LETIZIA MORATTI - VICEPRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA 2021-2022 La sanità di prossimità si ottiene con una collaborazione con le istituzioni locali. L'altro aspetto importante è la collaborazione con il privato.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO L'Hospice di Calcinate, infatti, non è gestito dal pubblico ma da una fondazione privata, la Ferb, a fronte di un canone annuo di 62mila euro più iva.

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Lì non ha partecipato nessuno alla gara di Calcinate.

CLAUDIA DI PASQUALE Nessuno.

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS No. Siamo intervenuti noi e abbiamo vinto perché eravamo i soli a partecipare.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma voi avete difficoltà a trovare personale medico?

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Medico e infermieristico: enorme difficoltà. Stiamo vedendo di fare delle convenzioni con una struttura che importa gli infermieri dall'India. Non si trovano più neanche i romeni, non si trova più niente eh.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nel corso degli anni tra Milano e Bergamo sono stati chiusi 8 pronto soccorso. I rispettivi ospedali sono stati quindi depotenziati, riconvertiti o trasformati in presidi territoriali, e in alcuni casi i servizi sono stati affidati ai privati. Per esempio, la Ferb è presente in ben quattro ex ospedali pubblici, dove gestisce rispettivamente un centro di riabilitazione specialistica, un centro di eccellenza per malati di Alzheimer, un hospice e una struttura di riabilitazione neuromotoria e cardiorespiratoria, per un totale complessivo di 209 posti letto.

CLAUDIA DI PASQUALE Voi pagate comunque un canone. All'incirca?

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Il totale dei canoni sono circa 2,8-2,9 milioni l'anno.

CLAUDIA DI PASQUALE Il pubblico invece cosa vi dà?

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS I drg. Cioè, ci dà le rette giornaliere per i malati.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanto riuscite, diciamo, ad avere come giro di fatturato?

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Sono circa 20 milioni all'anno.

CLAUDIA DI PASQUALE Avevo letto valore produzione 24 milioni all'incirca.

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Sì, sì. 24 milioni è il totale che noi… compreso l'ambulatoriale, compreso tutto, eh.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO All'ex ospedale di Trescore Balneario, per esempio, la FERB gestisce 87 posti letto più diverse attività ambulatoriali accreditate col servizio sanitario pubblico. Le liste d'attesa però possono essere lunghe: 233 giorni per una visita cardiologica, 341 per una visita pneumologica. Se però si prenota la stessa visita privatamente, la Ferb riesce a darla in due settimane a tariffe agevolate.

CLAUDIA DI PASQUALE Voi avete Trescore dal 2003.

FRANCO CAMMAROTA – PRESIDENTE FERB ONLUS Sì. Quando noi siamo arrivati a Trescore c'era Formigoni.

CLAUDIA DI PASQUALE E in quel caso fu fatta una gara, in origine, o no?

FRANCO CAMMAROTA – PRESIDENTE FERB ONLUS No, in origine no perché era una sperimentazione gestionale. Dopo sette anni, invece, siamo andati a gara.

CLAUDIA DI PASQUALE E quante gare ci sono state, diciamo, nel corso di questi anni?

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Almeno quattro.

CLAUDIA DI PASQUALE E le avete sempre vinte voi.

FRANCO CAMMAROTA - PRESIDENTE FERB ONLUS Le abbiamo sempre vinte noi, sì.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In provincia di Bergamo è stata inaugurata un’altra casa di comunità a Sant'Omobono Terme, in questo edificio, dove già c'era in precedenza un presidio sociosanitario.

22/07/2022 INAUGURAZIONE CASA DI COMUNITÀ SANT’OMOBONO TERME LETIZIA MORATTI - VICEPRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA 2021-2022 In questa casa di comunità si realizza un bellissimo lavoro di squadra tra medici di medicina generale già presenti in questa casa di comunità, infermieri di famiglia.

CLAUDIA DI PASQUALE Ci sono medici di famiglia qui? OPERATRICE Non ne abbiamo ancora. C'è la postazione della guardia medica dalle 20 alle 8. Però siccome sempre c'è carenza di medico non tutte le notti sono coperte dal medico.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Anche a Bergamo città lo scorso febbraio Letizia Moratti e Attilio Fontana hanno inaugurato una casa di comunità, a Borgo Palazzo.

25/02/2022 INAGURAZIONE CASA DI COMUNITÀ BORGO PALAZZO (BG) ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Presa in carico della persona prima ancora che del malato, prima valutazione ed eventualmente anche visita con lo specialista, tutto all'interno della stessa struttura.

LETIZIA MORATTI – VICEPRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA 2021-2022 C'è un'equipe che è fatta da medici, infermieri e assistenti sociali che accolgono le persone. E c'è una presa in carico della persona e della famiglia. Quindi non la cura della malattia ma la cura della persona.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Andiamo alla casa di comunità di Borgo Palazzo per vedere come funziona l'accoglienza della persona.

CLAUDIA DI PASQUALE Salve, buongiorno, posso sapere se era possibile parlare con un medico di base?

OPERATRICE Signora, qua non ci sono medici di base. Qua eventualmente si sceglie il medico di base.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, non c'è nessuno in questo momento?

OPERATRICE No. Se può aspettare stasera alle otto, che apre la guardia medica, si fa visitare dalla guardia medica.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma qua c'era già la guardia medica prima?

OPERATRICE Sempre, sì.

OPERATRICE 2 Questa è la guardia medica attiva solo dalle otto di sera alle otto del mattino ma deve prendere l'appuntamento e non è detto che glielo diano.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nessun medico di base e neanche la certezza di poter avere un appuntamento con la guardia medica. Andiamo allora dalla direttrice della ASST, Maria Beatrice Stasi.

CLAUDIA DI PASQUALE Com'è che avete inaugurato questa casa della comunità che non ci sono medici?

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Allora, la casa della comunità, c'è un punto unico di accesso dove partecipano infermieri di famiglia e di comunità, dove c'è l'assistente sociale del Comune di Bergamo.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma medici di famiglia ce ne sono?

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII I medici di famiglia stanno nei loro ambulatori perché la loro convenzione prevede che aprano nei loro ambulatori. Quello che avevo messo...

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, cosa è cambiato rispetto a prima, mi scusi dottoressa.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Ascolti, però, lei mi sta facendo un'intervista.

CLAUDIA DI PASQUALE Un'intervista, certo.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Che io non avevo, perfetto. Se vuole andare a rivedere, vada.

CLAUDIA DI PASQUALE Avremmo voluto vedere con lei, magari ce lo spiegava, dottoressa.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Ci saranno altre occasioni. Ci saranno altre occasioni.

CLAUDIA DI PASQUALE Io sinceramente ho pensato che non ha voluto fare l'intervista perché in effetti non c'era molto da mostrare.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII No, assolutamente no. Noi abbiamo molti contenuti da mostrare a Borgo Palazzo.

CLAUDIA DI PASQUALE Però sono stati inaugurati questi posti, no?

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Sì, sono stati inaugurati perché li abbiamo…

CLAUDIA DI PASQUALE Presentandola come una cosa innovativa e rivoluzionaria per potenziare il territorio.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Ma io rivendico che noi abbiamo inaugurato.

CLAUDIA DI PASQUALE Poi uno arriva lì e ci sono i servizi che c'erano già in precedenza.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Ma questo lo dice lei, è una sua valutazione.

CLAUDIA DI PASQUALE Secondo il DM 77, mi scusi dottoressa, la presenza medica h24 è obbligatoria.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Perfetto. Però l'obiettivo non è prendere tutti i medici negli ambulatori, nei posti più lontani e portarli in un luogo fisico ma è collegarli in rete.

CLAUDIA DI PASQUALE Eh, però mi conferma che non ci sono medici di famiglia al momento.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Le confermo che ci sono i servizi di continuità assistenziale che fanno parte dell'accordo collettivo nazionale della medicina generale.

CLAUDIA DI PASQUALE Che sono solo notturni e non diurni.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Guardi, mi ha fatto parlare troppo.

CLAUDIA DI PASQUALE Dottoressa, non sono, non ci sono.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Arrivederci. Ci saranno, spero che ci saranno. Lo auspico come medico.

CLAUDIA DI PASQUALE Eh, ma quanti mesi fa l'avete inaugurata, però? A febbraio, dottoressa.

MARIA BEATRICE STASI - DIRETTRICE GENERALE ASST PAPA GIOVANNI XXIII Buona giornata.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ci sono, non ci sono, forse ci saranno. L’importante è inaugurare. Insomma, l’ex assessore al Welfare, Letizia Moratti, con il presidente Fontana avevano in mente di investire su 216 case di comunità, ne hanno inaugurate già 32, a raffica. Insomma, a dicembre scorso avevano firmato la riforma della sanità. Una settimana dopo sono andati a inaugurare la prima casa di comunità: un record. Poi però entri dentro e scopri l’inghippo. Perché? Perché si tratta di strutture, strutture ospedaliere o sanitarie, già esistenti, qualche volta anche già inaugurate, pagate qualche anno fa. Avevano un nome diverso: pot, presst, adesso case di comunità. Insomma, però, si tratta di strutture, di ospedali che sono stati chiusi o depotenziati o pronto soccorso chiusi. Ora, basta cambiare una targa, basta dare una verniciata e salacabula, magicabula, ecco la nuova struttura. Peccato che ruoti intorno al medico di base: non ce ne sono, Moratti e Fontana lo sanno benissimo ma fanno finta di nulla. È stata una figura un po’ bistrattata negli anni, quella del medico di base, salvo poi accorgersi che è fondamentale per evitare che, sotto il covid se ne sono accorti, di riempire i pronto soccorso. Bisognerebbe tornare al rapporto originale: mille pazienti per medico. Invece negli anni hanno alzato il plafond, si è arrivati a 1.800, poi c’è anche chi ne ha di più. I medici ovviamente sono stati zitti, perché incassano di più, ma si sono sovraccaricati di assistiti e anche di lavoro burocratico. Ma questo alzare il plafond ha anche implicitamente fatto capire che forse non c’era così bisogno di medici di base nel tempo e quindi ci sono stati meno corsi di formazione che non avvengono nelle università, come per le altre specializzazioni, ma sono corsi regionali. Quelli della Lombardia li fa la Polis e vengono coordinati spesso da medici del sindacato FIMMG. Ora, però, siccome si tratta di professionisti che sono convenzionati col sistema sanitario nazionale – non sono dipendenti – non puoi obbligarli, se non vogliono andare nelle case di comunità, se non vogliono servire o seguire altri clienti, pazienti o se non vogliono andare nei comuni di montagna. Però c’è un problema: nelle case di comunità chi ci va? Perché, se non ci vanno loro, capace che forse ci vanno i privati. La riforma di Moratti e Attilio Fontana ha previsto proprio questo: ha equiparato la sanità pubblica con quella privata. Non è che poi un giorno si prenderà cura di noi la famiglia reale del Liechtenstein?

CLAUDIA DI PASQUALE Ci sono dei medici di famiglia all'interno di queste case comunità inaugurate in provincia di Bergamo?

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA No, non ci sono ma non c’è ancora l’accordo collettivo nuovo dei medici di famiglia in cui viene normata la loro presenza all’interno delle case della comunità. Quindi le case della comunità inaugurate, in cui sono stati tagliati i nastri, in realtà stanno andando avanti a fare quello che veniva fatto anche prima.

CLAUDIA DI PASQUALE In base al decreto ministeriale 77 si dice che deve esserci la presenza medica h24.

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Non è specificato che la presenza medica sia il medico di famiglia.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La regione Lombardia ha firmato questo accordo integrativo con i medici di base. Le indicazioni sulle case di comunità restano però generiche, si dice solo che le aggregazioni dei medici di famiglia possono avere la sede fisica nelle case di comunità o essere collegate funzionalmente ad esse.

CLAUDIA DI PASQUALE Che significa?

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Eh, lo deve chiedere anche a Regione.

CLAUDIA DI PASQUALE L’ha firmato lei, però, anche questo accordo

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Sì, l’ho firmato anche io.

CLAUDIA DI PASQUALE Me lo spieghi lei.

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Dirle in concreto che cosa verrà fatto, non è ancora stato stabilito.

CLAUDIA DI PASQUALE Lei ci andrebbe alla casa di comunità a lavorare?

GIUSEPPE GERACITANO – MEDICO DI MEDICINA GENERALE TREVIGLIO (BG) Se avessi tempo sì ma non ho minimamente tempo.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il dottor Geracitano lavora a Treviglio, finita sulle cronache nazionali per la carenza di medici di base.

CLAUDIA DI PASQUALE Oggi a Treviglio quanti medici di medicina generale ci sono?

GIUSEPPE GERACITANO – MEDICO DI MEDICINA GENERALE TREVIGLIO (BG) Nell'ambito di Treviglio, che fa parte anche Calvenzano e Caseirate, siamo rimasti in undici medici.

CLAUDIA DI PASQUALE E quanti dovreste essere?

GIUSEPPE GERACITANO – MEDICO DI MEDICINA GENERALE TREVIGLIO (BG) Qui se ne mancano almeno otto o dieci siamo sempre su una carenza di circa 10mila persone senza medico di medicina generale.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il personale medico manca anche all'ospedale di Treviglio, dove il pronto soccorso è sempre regolarmente sovraffollato.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti medici lavorano oggi al pronto soccorso di Treviglio?

ANDREA PAVONE – MEDICO – DELEGATO FUNZIONE PUBBLICA CGIL TREVIGLIO (BG) Siamo sei in tutto.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti dovrebbero essere?

ANDREA PAVONE – MEDICO – DELEGATO FUNZIONE PUBBLICA CGIL TREVIGLIO (BG) Almeno il doppio.

CLAUDIA DI PASQUALE In che modo l'azienda ha cercato di sopperire a questa mancanza?

ANDREA PAVONE – MEDICO – DELEGATO FUNZIONE PUBBLICA CGIL TREVIGLIO (BG) I turni vacanti sono stati coperti da personale già assunto dall'ospedale in altri reparti.

CLAUDIA DI PASQUALE E quindi toglie tempo al proprio reparto.

ANDREA PAVONE – MEDICO – DELEGATO FUNZIONE PUBBLICA CGIL TREVIGLIO (BG) Assolutamente.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Alla luce della carenza di personale, la CGIL ha chiesto alla ASST di Bergamo Ovest anche i dati su visite, ricoveri e interventi.

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO Non ci hanno dato i dati, assolutamente.

CLAUDIA DI PASQUALE E come hanno giustificato questo diniego?

ROBERTO ROSSI - SEGRETARIO GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL BERGAMO Il direttore generale definisce la sanità lombarda un quasi mercato. Quello che noi chiedevamo era segreto commerciale. Insomma, sarebbe stata concorrenza sleale nei confronti della sanità privata.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO È lo stesso call center della Regione Lombardia a indicare le strutture private accreditate. Lo sa bene il signor Pessoni, che aveva l'esigenza di prenotare una risonanza magnetica per il cuore.

MELCHIORRE PESSONI Mi hanno indirizzato all'Humanitas Gavazzeni.

CLAUDIA DI PASQUALE Che è comunque accreditato privato.

MELCHIORRE PESSONI Esatto. Humanitas mi ha detto che praticamente con il Servizio sanitario nazionale nel 2022 non c'era posto e si andava al 2023. Allora io cosa ho fatto? Ho chiesto se c'era la possibilità di farla privata e mi hanno detto di sì. Nel giro di una settimana avrei potuto farla però con un costo di 900 euro.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanto costava?

MELCHIORRE PESSONI 900 euro. Ma hanno anche aggiunto che in quella settimana in cui ho chiamato c'era uno sconto del 50 per cento. Pensavo di essere al supermercato quando praticamente ti fanno le promozioni.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO A Bergamo è possibile fare una visita medica anche al centro commerciale. Tra un negozio di vestiti e una piadineria c'è la Smart Clinic del gruppo San Donato.

CLAUDIA DI PASQUALE La Regione Lombardia ha approvato una riforma alla fine dello scorso anno, dove ha equiparato la sanità privata e la sanità pubblica.

GIUSEPPE REMUZZI – DIRETTORE ISTITUTO MARIO NEGRI La Regione Lombardia ha questa tradizione di dire libera scelta e mercato devono regolare la sanità. Mercato vuol dire fatturato. Il fatturato è esattamente quello che il servizio sanitario pubblico non deve avere come obiettivo del suo lavoro.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il prestigioso Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri sta realizzando uno studio proprio sulle case di comunità già inaugurate in Lombardia.

SILVIO GARATTINI – PRESIDENTE ISTITUTO MARIO NEGRI L'idea che si possano realizzare le case della comunità in pochi mesi è un’idea completamente sbagliata. In ogni situazione c’è bisogno di capire che cosa veramente serve. In certi posti sarà molto più importante certe attività domiciliari, in altri saranno più importanti più attività ambulatoriali.

CLAUDIA DI PASQUALE Insomma, sarebbe stato meglio non inaugurare queste case della comunità secondo lei?

SILVIO GARATTINI – PRESIDENTE ISTITUTO MARIO NEGRI Ma insomma, la propaganda… Diciamo che non bisogna mettere le targhe dove non ci sono le cose completamente realizzate.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Lo scorso aprile in Brianza è stata inaugurata un'altra casa della comunità all’ex ospedale di Giussano, fino al 2015 dotato di pronto soccorso. Qui c'era già un presidio territoriale con attività ambulatoriali. Si vedono ancora i buchi della targa precedente. Dentro hanno ridipinto le pareti, ma altri ambienti sono rimasti come erano prima. Inoltre, la casa di comunità non è neanche aperta h24 sette giorni su sette. Basta andare nel weekend per trovarla vuota. Stessa storia alla casa di comunità inaugurata a Vimercate, chiusa di notte e nei giorni festivi. Questa invece è la continuità assistenziale di Cesano Maderno.

CLAUDIA DI PASQUALE Quali strumenti avete per visitare i cittadini che vengono qua?

FABIO BIONDI – MEDICO DI CONTINUITÀ ASSISTENZIALE CESANO MADERNO (MB) Eh, cosa abbiamo? I guanti che finiscono quasi sempre e sono indispensabili. Cotone per medicare, insomma, forbici, la clorexidina per disinfettare, insomma. E questo è quello che abbiamo. Non abbiamo altro. Tutto il resto, tutto il resto del materiale è nostro.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO E mancano anche i medici.

FABIO BIONDI – MEDICO DI CONTINUITÀ ASSISTENZIALE CESANO MADERNO (MB) Se non ci sono medici cosa fanno? Chiedono ad altri medici presenti sul territorio di lavorare il doppio.

GIORGIO BARBIERI – COORDINATORE MEDICI DI MEDICINA GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL LOMBARDIA Laddove una postazione resta scoperta, non c'è il medico, il medico della postazione di fianco che già copre il lavoro di tre medici, viene obbligato a questo punto a farsi carico anche della postazione di fianco, cioè lavora per sei medici.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In Brianza mancano anche i medici di base. Entro la fine dell'anno si stima che 70mila cittadini non ne avranno più uno.

TINA LICCIARDELLO Noi siamo senza medico da quattro anni, da quando il nostro bravo medico è andato in pensione.

CLAUDIA DI PASQUALE E non è arrivato un sostituto?

TINA LICCIARDELLO No, dovevamo andare noi a cercarcelo.

GIROLAMO FOSSATI Abbiamo avuto quattro medici a rotazione perché uno è andato in pensione, quell'altro ha cambiato posto, quell'altro di nuovo è andato in pensione.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanta gente a Limbiate oggi è senza medico di famiglia?

TINA LICCIARDELLO Sono circa 4.000 persone.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti medici di base, di medicina generale, mancano oggi in Lombardia?

GIORGIO BARBIERI – COORDINATORE MEDICI DI MEDICINA GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL LOMBARDIA Mancherebbero 3.000 medici se calcolassimo, come previsto, un medico ogni 1000 assistiti.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Significherebbe 3 milioni di cittadini senza medico. Per correre ai ripari la Regione Lombardia ha alzato già nel 2007 ha alzato il rapporto ottimale a 1.300 assistiti e oggi ha consentito ai medici di base di averne fino a 1.800, che con gli iscritti provvisori possono diventare anche 2.000.

GIORGIO BARBIERI – COORDINATORE MEDICI DI MEDICINA GENERALE FUNZIONE PUBBLICA CGIL LOMBARDIA Questo ha determinato il problema di oggi, non si dichiarava che mancavano i medici quindi non è stata programmata la formazione e il ricambio.

LUCA FORESTI – AMMINISTRATORE DELEGATO CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO Quello che è successo fino ad ora è niente rispetto a quello che succederà nei prossimi sei anni: andranno in pensione 36.000 medici di base ed entreranno dalla formazione un minimo di 6.000, un massimo forse di 10.000. Quindi la situazione sarà drammatica.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Luca Foresti è l'amministratore del centro medico Santagostino, un network di 35 poliambulatori privati con prezzi accessibili. Lo scorso anno hanno lanciato a Milano un nuovo servizio: la guardia medica diurna a pagamento.

LUCA FORESTI – AMMINISTRATORE DELEGATO CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO Ovviamente essendo noi un soggetto privato, è una prestazione a pagamento. Il pagamento ha una cifra ragionevolmente bassa.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanto costa?

LUCA FORESTI – AMMINISTRATORE DELEGATO CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO 45 euro.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nel 2019 l’85 per cento del Gruppo è stato acquisito dal fondo L-Gam.

LUCA FORESTI – AMMINISTRATORE DELEGATO CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO È un fondo di private equity di diritto lussemburghese con sede a Londra.

CLAUDIA DI PASQUALE Tra gli investitori c'è anche la famiglia reale del Liechtenstein.

LUCA FORESTI – AMMINISTRATORE DELEGATO CENTRO MEDICO SANTAGOSTINO La famiglia del Liechtenstein - che io non ho mai incontrato, non conosco, non ho nessuna relazione, ovviamente - ha deciso di investire su L-GAM, che è questo fondo.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Intanto a Milano il 22 dicembre 2021 è stata inaugurata in pompa magna la prima casa di comunità in via Rugabella.

22/12/2021 INAUGURAZIONE CASA DI COMUNITÀ VIA RUGABELLA – MILANO ATTILIO FONTANA - PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA È una struttura che è una novità assoluta. Qui si incontreranno medici di base e specialisti.

LETIZIA MORATTI – VICEPRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA 2021-2022 Sono già attivati cinque medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, 40 medici specialisti, dieci infermieri. E sarà aperta sette giorni su sette, 24 ore al giorno.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Quando entriamo, però, alla casa di comunità di via Rugabella siamo proprio sfortunati. Il primo piano, dove dovrebbero esserci i medici di base, lo troviamo completamente vuoto.

INFERMIERE Qui abbiamo tre medici di base, se va a vedere giù ci sono gli orari. Però oggi non c'è nessuno mi sa.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Verifichiamo che i pochi medici di base presenti lavorano in media 2 ore al giorno, esclusi i weekend, e ricevono per appuntamento solo i loro assistiti. Al secondo piano ci sono invece gli ambulatori specialistici, ma quelli c'erano già prima.

CLAUDIA DI PASQUALE Ora che c'è la casa della comunità cosa è cambiato? Mi ricordo che qua c'era anche un poliambulatorio, no?

OPERATRICE Non è cambiato niente. È cambiato che in più ci sarà la guardia medica la sera.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La sera a mezzanotte in punto, il medico della continuità assistenziale chiude i cancelli e se ne va via. Nel weekend smonta addirittura alle ore 21. Altro che casa della comunità aperta h24, come scritto sul sito della Regione. Stessa storia alla casa di Comunità a Villa Marelli, inaugurata sempre a Milano, dove già c’era un poliambulatorio: di notte è al buio e chiusa. Per parlare con la guardia medica bisogna chiamare un call center. Di giorno invece ci sono cinque medici di base, ma per accedere agli ambulatori specialistici serve l'impegnativa del proprio medico, prenotare al Cup ed entrare nel girone delle liste d'attesa.

CLAUDIA DI PASQUALE Per una visita cardiologica?

OPERATRICE Nei 30 giorni non riusciamo a stare e neanche nelle urgenze dei dieci giorni quindi rischiamo di non riuscire a dargliela la visita.

CLAUDIA DI PASQUALE Io posso andare dai medici di famiglia che sono qui e farmi fare l'impegnativa?

OPERATRICE Credo che dovrebbe andare dal suo medico.

CLAUDIA DI PASQUALE Il fatto che si chieda l'impegnativa per la prenotazione rende già il servizio…

ALESSANDRO NOBILI – CAPO DIPARTIMENTO POLITICHE PER LA SALUTE - ISTITUTO MARIO NEGRI Rende il servizio né più né meno di quello che succedeva prima che venisse messa l'etichetta della casa della comunità. Cioè, io cosa faccio? Un giorno vado dall'ambulatorio al mio medico, il giorno dopo vado in una casa comunità? Se non lo trovo vado in casa della comunità e chi trovo nella casa della comunità?

CLAUDIA DI PASQUALE I medici di medicina generale che ruolo dovrebbero svolgere all'interno delle case della comunità?

SILVIO GARATTINI - PRESIDENTE ISTITUTO MARIO NEGRI Si devono occupare di tutto. Si devono occupare ovviamente prevalentemente dei loro assistiti ma devono supplire anche ad altre necessità.

CLAUDIA DI PASQUALE Potrebbero o dovrebbero occuparsi anche degli altri cittadini.

SILVIO GARATTINI - PRESIDENTE ISTITUTO MARIO NEGRI Certo. Ogni medico ha i suoi pazienti. Solo che questi pazienti hanno il vantaggio che se non c'è quel medico, c'è qualcun altro che se ne può occupare senza dover andare al pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nel decreto sulle case di comunità si legge che l'attività ambulatoriale dei medici di base sarà aggiuntiva rispetto a quella svolta nei confronti dei propri assistiti.

CLAUDIA DI PASQUALE Quindi io capisco che il medico di medicina generale dovrebbe occuparsi anche degli altri pazienti.

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Occuparsi, come? Se io devo pensare che a un certo punto della giornata devo uscire dal mio ambulatorio e andare in casa della comunità, ma non mi è stato ancora spiegato a fare che cosa.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma voi ci volete entrare o no? Mi sembra un po' di no.

PAOLA PEDRINI – SEGRETARIA GENERALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE – LOMBARDIA Se sappiamo a fare cosa.

SILVESTRO SCOTTI – SEGRETARIO GENERALE NAZIONALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE Le dico la verità, a noi medici di famiglia il concetto ore non è che ci piace tanto. Diciamocelo francamente. A noi piace il concetto tempo. Io non avrei problemi a stare tempo nella casa di comunità. Però in quel caso il medico di scelta fa un'attività riferita al proprio paziente. Perché se no, mi scusi, ma a che serve la fiduciarietà?

CLAUDIA DI PASQUALE Non ho capito quante ore sareste disposti a stare dentro la casa della comunità, voi, come medici?

SILVESTRO SCOTTI – SEGRETARIO GENERALE NAZIONALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE Dipende dalla distanza dall'ambulatorio. Io oggi ho un contratto che fino a che ho persone all'interno del mio ambulatorio, le devo visitare.

CLAUDIA DI PASQUALE Insomma, non mi vuole dire quante ore sareste disposti.

SILVESTRO SCOTTI – SEGRETARIO GENERALE NAZIONALE FEDERAZIONE ITALIANA MEDICI DI MEDICINA GENERALE Ma io non ho un contratto a ore. Perché io dovrei risponderle in ore?

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il problema dei medici di base si era già posto nel 2007 quando l’allora ministra della Salute Livia Turco aveva promosso la sperimentazione delle case della salute, le antenate di quelle di comunità: una struttura polivalente, aperta h24, sette giorni su sette con dentro tutti i servizi del territorio, gli specialisti e, soprattutto, i medici di medicina generale.

LIVIA TURCO – MINISTRA DELLA SALUTE 2006-2008 Questo progetto incontrò molte ostilità.

CLAUDIA DI PASQUALE Mmm.

LIVIA TURCO – MINISTRA DELLA SALUTE 2006-2008 Da parte delle regioni, la preoccupazione che si volesse imporre un modello. E poi le ostilità da parte dei medici di famiglia che non volevano essere parte della casa della salute.

CLAUDIA DI PASQUALE Per quale motivo?

LIVIA TURCO – MINISTRA DELLA SALUTE 2006-2008 Per il loro sistema di convenzionamento, per cui loro sono liberi professionisti.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Ma la lezione non è servita e ora il problema si ripropone con le case di comunità.

GIUSEPPE REMUZZI – DIRETTORE ISTITUTO MARIO NEGRI Se noi abbiamo delle case della comunità che sono vuote, alla fine diventano case della comunità in cui i privati ci mettono i loro medici. Uno va nella casa della comunità privata, viene indirizzato all'ospedale privato. E allora diventa veramente la medicina delle assicurazioni, la medicina di fatto di chi se lo può permettere.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Chi scalpita per entrare nelle case di comunità sono le cooperative private che raggruppano gli stessi medici di base: sono state previste da più riforme sanitarie della Regione Lombardia e si occupano della gestione dei pazienti cronici. Una di queste è la Medici Insubria.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti medici sono iscritti alla vostra cooperativa?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA 240 medici.

CLAUDIA DI PASQUALE Voi avete in carico quanti pazienti?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA 40/45.000.

CLAUDIA DI PASQUALE E la Regione vi riconosce, anche…

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Ci riconosce un compenso di.. da 35 a 25 euro per ogni paziente.

CLAUDIA DI PASQUALE Quindi all'incirca in totale quanto vi dà la Regione Lombardia ogni anno?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Un milione.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO L'ultima riforma della sanità, voluta da Moratti e Fontana, ha equiparato la sanità pubblica e quella privata.

CLAUDIA DI PASQUALE Questo principio consentirà a cooperative come la vostra di entrare dentro queste case della comunità?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Ma noi vogliamo, Medici Insubria vuole entrare nella casa della comunità. Secondo me ha le caratteristiche per poter entrare nella casa della comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE Lei è stato pure sindaco.

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Sì, ad Appiano Gentile dal 2007 al 2012.

CLAUDIA DI PASQUALE E con quale partito era?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Con centrodestra, chiamiamo.

CLAUDIA DI PASQUALE Più vicino a Forza Italia o alla Lega?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA No, più vicino a Forza Italia, non c'è dubbio.

CLAUDIA DI PASQUALE Vi sentite anche vicini alla Moratti?

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA No, mi sento molto vicino alla Moratti. Del resto, Appiano Gentile è conosciuto in tutta Italia perché c’è la struttura sportiva dell’Inter.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, che voi siete allineati alla Regione mi sembra super evidente.

GIANNI MARTINO CLERICI – PRESIDENTE MEDICI INSUBRIA SOCIETÀ COOPERATIVA Siamo come diceva Agnelli, siamo filogovernativi.

CLAUDIA DI PASQUALE Assolutamente. Non avevo dubbi.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Incontriamo Letizia Moratti poche settimane prima delle sue dimissioni.

CLAUDIA DI PASQUALE Vicepresidente, scusi, siamo di Report, ci stiamo occupando di case e ospedali di comunità. Lei ne ha già inaugurati diversi. Queste case della comunità non funzionano. Non ci sono dentro i medici. Perché le avete inaugurate? Cioè, promettete dei servizi ai cittadini che di fatto non ci sono? Le prego di risponderci.

MEMBRO STAFF LETIZIA MORATTI Non possiamo, ci stanno aspettando di sopra, scusi.

LETIZIA MORATTI Ci stanno aspettando, mi scusi.

CLAUDIA DI PASQUALE Ci avete già negato l'intervista. Io non so sinceramente in che modo possiamo farle queste domande. Noi le abbiamo visitate. Siamo stati a Rugabella, siamo stati a Bergamo. A Bergamo, a Borgo Palazzo, non ci sono i medici addirittura.

ADDETTO SICUREZZA Signori, scusate.

CLAUDIA DI PASQUALE Salve Presidente, sono Di Pasquale di Report, come va?

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Buongiorno. Bene, grazie.

CLAUDIA DI PASQUALE Posso fare soltanto una domanda?

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Proviamo anche a parlare con il presidente Attilio Fontana, ma l'ufficio stampa ci blocca più volte.

CLAUDIA DI PASQUALE È una questione di trasparenza nei confronti dei cittadini, presidente.

ADDETTO STAMPA Appunto. Certo, certo, certo. Te hai bisogno di fare un po' di teatro.

CLAUDIA DI PASQUALE Io non voglio nessun teatro.

ADDETTO STAMPA Ma certo.

CLAUDIA DI PASQUALE Presidente, le volevo spiegare, noi abbiamo visitato queste case di comunità che voi avete già inaugurato. Però o non ci sono.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Guardi, non la capisco. Non la capisco.

ADDETTO STAMPA Ancora?

CLAUDIA DI PASQUALE Non ci sono i medici, non sono aperte h24.

ADDETTO STAMPA Te l'ho spiegato, te l'ho spiegato già.

CLAUDIA DI PASQUALE Non c’è trasparenza.

ADDETTO STAMPA Tu non lo sai, tu non lo sai.

CLAUDIA DI PASQUALE No. Quello che sta provando a spiegarle, presidente, è che voi avete inaugurato, anche lei…

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Guardi, non la capisco.

CLAUDIA DI PASQUALE …delle case delle comunità dove non ci sono i medici, sono scatole vuote. No, io non riesco a comprendere perché avete inaugurato queste case della comunità.

ATTILIO FONTANA – PRESIDENTE REGIONE LOMBARDIA Non faccia finta di non… No, è perché lei non capisce, guardi.

CLAUDIA DI PASQUALE Dove ci sono dei servizi già c'erano, è stata soltanto cambiata un'insegna.

ADDETTO STAMPA Ma che vergogna che siete, veramente.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Proprio grazie al cambio di nomi si è consumato negli anni la chiusura degli ospedali, quella dei pronto soccorso e anche il declassamento dei presidi sanitari. Ora, anche il decreto ministeriale 77 prevede la presenza fisica all’interno delle case di comunità dei medici, 24 ore su 24, per 7 giorni su 7. Noi saremo stati sfortunati ma questa presenza non l’abbiamo trovata. Ora, a luglio del 2022 la regione Lombardia ha approvato una delibera e si scrive che nelle case di comunità la continua assistenziale h24 è garantita dal numero 116117, cioè dal numero unico europeo per le cure non urgenti. E insomma, formalmente, la Lombardia è a posto anche se non c’è una presenza medica h24 nelle case di comunità. Però basta esser chiari con i cittadini, soprattutto se ti candidi a governarli. Ora, questa confusione però potrebbe nascondere la consapevolezza dell’impossibilità di risolvere un problema cioè la carenza dei medici di famiglia. Anche il decreto ministeriale 77 non dice esattamente quanti medici di base dovrebbero essere presenti in una casa di comunità e quante ore dovrebbero lavorare. L’Agenas, che è un’agenzia nazionale che monitora i sistemi sanitari regionali, un anno fa aveva indicato dai 30 ai 35 medici generici presenti nelle case di comunità. Noi al massimo, in Lombardia, ne abbiamo trovati 5. Ecco, e adesso siamo alla vigilia di un blackout perché tra 6 anni saranno 36mila i medici di base che andranno in pensione. Come risolvi il problema? Come ce li porti nelle case di comunità i pochi nuovi che subentreranno? Insomma, per questo l’Istituto Mario Negri vorrebbe renderli dipendenti pubblici. Favorevoli quelli della CGIL, contrari i sindacalisti della FIMMG. Ora, in attesa che si mettano d’accordo potrebbero infilarsi nelle case di comunità i privati e la Lombardia diciamo che è maestra in questo anche perché ha equiparato sanità pubblica con quella privata nella sua riforma. È dagli anni ’90 che si sono infilati i privati nelle strutture pubbliche quando, nel ’92, era stato dato il via dal governo alle sperimentazioni gestionali: cioè pubblico e privato gestivano insieme le strutture pubbliche dividendosi poi gli utili. È da allora che la Lombardia ha cominciato a chiudere ospedali, pronto soccorso e a declassare i presidi ospedalieri, i presidi sanitari. Taglia taglia, insomma, ma quanti pronto soccorso sono rimasti? Tra trenta secondi lo vedremo. Rieccoci qui. Allora, nel 1997, quando è cominciato Report, in Lombardia c’erano 147 strutture di ricovero pubbliche e ora 58. Quasi 90 in meno. I dipartimenti di emergenza e accettazione erano 30, oggi 37, cioè 7 in più ma i servizi di pronto soccorso sono passati da 104 a 40: 64 in meno. Ecco, quindi il saldo è abbondantemente in rosso per il pubblico. E ora in Veneto, che è anche questa tra le regioni che hanno più chiuso i pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In provincia di Verona il Pnrr prevede la realizzazione di 19 case di comunità. Dentro dovrebbero andarci i medici di base ma anche qui sono ormai una specie in via di estinzione. A Trevenzuolo, 2.700 abitanti, ne è rimasto solo uno.

OSVALDO ZOCCATELLI – MEDICO DI MEDICINA GENERALE TREVENZUOLO (VR) Io sono il medico del comune di Trevenzuolo, qui a Trevenzuolo, ormai da 36 anni e pochi mesi. Da maggio io potevo andare in pensione. Come si fa ad andare in pensione lasciando, di fatto, tutto il paese senza medico? Non me la sono sentita.

CLAUDIA DI PASQUALE C’era la possibilità di trovare un suo sostituto?

OSVALDO ZOCCATELLI – MEDICO DI MEDICINA GENERALE TREVENZUOLO (VR) Cosa crede, che io non ci abbia provato? Ma sa quante telefonate ho fatto a colleghi? Ti do tutto, ti lascio l’ambulatorio già arredato, ti passo tutti i pazienti. Io non ho trovato nessuno.

 CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Secondo gli ultimi dati in Veneto ci sono ben 586 zone carenti, cioè senza medico di base. È così che la Regione ha consentito ai medici di aumentare il numero degli assistiti da 1.500 a 1.800. La dottoressa Mara Cabriolu ne conta addirittura 1.956.

MARA CABRIOLU – MEDICO FEDERAZIONE ITALIANA MEDICINA GENERALE – VERONA Purtroppo, il Pnrr ha stanziato soldi per i muri. E non ha pensato a chi mettere a lavorare in questi muri. Le ha disegnate, nel veronese, in una maniera assolutamente schifosa.

CLAUDIA DI PASQUALE Schifosa? MARA CABRIOLU – MEDICO FEDERAZIONE ITALIANA MEDICINA GENERALE – VERONA Schifosa. Mi permetto proprio questa cosa. Che cosa dovrebbero fare i medici a isorisorse? Tradotto: lo Stato non deve spendere una sola lira più di quella che spende adesso. Dovrebbero usare sei ore del loro tempo per andare a fare qualcosa, che non è ancora ben delineato, all’interno di queste case di comunità. Ci sono zone, penso alla mia zona, ha una casa di comunità disegnata a Caprino. Il posto più lontano è Sant’Anna d’Alfaedo.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Da Caprino a Sant’Anna d’Alfaedo ci sono circa 30 chilometri e l’ultimo tratto è pieno di curve.

MARA CABRIOLU – MEDICO FEDERAZIONE ITALIANA MEDICINA GENERALE – VERONA Ce n’è uno ancora più distante. Il medico di Malcesine – che è praticamente la punta del lago, subito dopo c’è il Trentino – deve arrivare a Bussolengo: 49 chilometri.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Da Malcesine a Bussolengo c’è un’ora di distanza e un’unica strada, quella che costeggia il lago di Garda, regolarmente trafficata.

MARA CABRIOLU – MEDICO FEDERAZIONE ITALIANA MEDICINA GENERALE – VERONA E tuo nonno che non ha la patente come ci va? Se lui abita a Malcesine cosa se ne fa di un medico disponibile qualche ora, che non lo conosce nemmeno, lì a Bussolengo?

CLAUDIA DI PASQUALE Quante case della comunità e quanti ospedali della comunità sono previsti?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA 34, mi sembra, case della comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE Sono 34? PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA 37.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il direttore dell’Ulss 9 ci invia poi questa mappa, dove le case di comunità diventano addirittura 45. In realtà, però, quelle finanziate dal PNRR sono 15. Altre 4 sono già inserite nella programmazione regionale mentre tutto il resto fa ancora parte delle buone intenzioni. Chi vivrà, vedrà.

CLAUDIA DI PASQUALE E quanti ospedali della comunità realizzerete?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA 19 ospedali di comunità. Finanziati, 6.

CLAUDIA DI PASQUALE Dal Pnrr.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Dal Pnrr, per circa 24 milioni di euro.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il 24 novembre 2020 l’Ulss 9 ha annunciato alla stampa l’apertura dell’ospedale di comunità di Bussolengo, che altro non è che un reparto con 24 posti letto a gestione infermieristica.

CLAUDIA DI PASQUALE A Bussolengo c’è già l’ospedale di comunità o no?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Allora, Bussolengo è uno dei tre che prossimamente che apriremo.

CLAUDIA DI PASQUALE Oggi l’ospedale di Bussolengo è vuoto, quindi.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Oggi l’ospedale di…

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, non ci sono pazienti.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA In che cosa, nell’ospedale?

CLAUDIA DI PASQUALE Dentro l’ospedale di comunità Bussolengo.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA L’ospedale di comunità di Bussolengo in questo momento non è aperto, è ancora chiuso.

CLAUDIA DI PASQUALE Perché è stato inaugurato a novembre del 2020.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Non è stato mai… l’ospedale di comunità di Bussolengo, inaugurato? Era stato attivato.

CLAUDIA DI PASQUALE È una finta inaugurazione.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Vi invito anche… No no, ma non c’è scritto inaugurazione peraltro nel titolo.

CLAUDIA DI PASQUALE Qua c’è scritto “l’inaugurazione dell’ospedale di comunità”.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Attivato ospedale di comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE Eh, qua c’eravate voi presenti.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Eh, vabbè.

CLAUDIA DI PASQUALE Però non era l’ospedale di comunità, va fatto ancora insomma.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Se l’avessimo fatto, l’avremmo già aperto.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In pratica nel 2020 hanno preso dei posti letto di medicina, li hanno riconvertiti in posti letto covid e hanno detto di aver attivato l’ospedale di comunità, che in realtà fa parte degli investimenti del Pnrr ed è ancora in fase di realizzazione. Un ospedale di comunità l’hanno, invece, già aperto al centro sanitario di Valeggio sul Mincio. Si trova al terzo piano e conta 24 posti letto. Dal quarto piano in poi, invece, l’ingresso è interdetto perché l’edificio non è mai stato completato.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè dal quarto piano in poi non è stato mai finito l’ospedale...

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA - VERONA No.

CLAUDIA DI PASQUALE ...di Valeggio?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA - VERONA Penso che… all’epoca io non c’ero ma la programmazione è cambiata e quindi è rimasto lì.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Un altro ospedale di comunità l’hanno aperto all’interno dell’ospedale di San Bonifacio, dove, però, hanno chiuso il reparto di lungodegenza.

CLAUDIA DI PASQUALE A San Bonifacio tagliati 42 posti di lungodegenza.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA A San Bonifacio è stato…

CLAUDIA DI PASQUALE Trasformazione in ospedale di comunità, quanti posti sono quelli dell’ospedale di comunità?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA 18.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè da 42 a 18?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Da 42 a 18.

CLAUDIA DI PASQUALE Qual è la differenza sostanziale tra reparto di lungodegenza e ospedale di comunità?

ANNA MARIA BIGON – CONSIGLIERA REGIONE VENETO – PARTITO DEMOCRATICO Che il reparto di lungodegenza era completamente gratuito per il cittadino, mentre l'ospedale di comunità è in compartecipazione come costo anche alla famiglia e quindi all’ospite. Dal 61esimo giorno abbiamo il pagamento appunto di 25 euro giornalieri in media e successivamente poi si sale a 45 euro.

CLAUDIA DI PASQUALE E a livello invece di equipe medica?

ANNA MARIA BIGON – CONSIGLIERA REGIONE VENETO – PARTITO DEMOCRATICO L'ospedale di comunità è una struttura intermedia e la figura che fa da padrone in questa struttura è l'infermiere. La lungodegenza, invece, è un reparto completamente ospedaliero, fornito anche di medici.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti reparti di lungodegenza sono stati cancellati?

ANNA MARIA BIGON – CONSIGLIERA REGIONE VENETO – PARTITO DEMOCRATICO Quasi tutti completamente nel Veneto.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Anche in provincia di Verona dal 2019 è stata prevista la cancellazione dei reparti di lungodegenza. Ne hanno lasciato solo uno, quello dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, che però è privato.

CLAUDIA DI PASQUALE Dove sono rimasti i reparti di lungodegenza in provincia di Verona?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Non ce n’è più nessuno in tutto il Veneto.

CLAUDIA DI PASQUALE Non è vero.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Ce ne sarà rimasto uno di lungodegenza, però...

CLAUDIA DI PASQUALE Nel pubblico è stato tolto tutto, nel privato no.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Allora, nel privato accreditato?

CLAUDIA DI PASQUALE Sì. Se si stabilisce che la lungodegenza è inutile, allora la togli a tutti. Ma se la lasci solo al privato…

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA - VERONA Io vedo l’integrazione nel pubblico-privato, eh, sennò.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Se noi abbiamo sostituito i reparti di lungodegenza con reparti di recupero funzionale e abbiamo…

CLAUDIA DI PASQUALE E con ospedali di comunità.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO E abbiamo aggiunto a questi gli ospedali di comunità, non abbiamo per forza depotenziato la rete ospedaliera.

CLAUDIA DI PASQUALE Non ne è rimasto neanche uno, li avete lasciati solo ai privati.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Allora, ci sono diversi tipi di riabilitazione. Quindi abbiamo a verificare di quale tipo di riabilitazione stiamo parlando.

CLAUDIA DI PASQUALE Mi dica un ospedale pubblico con un reparto di lungodegenza.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO No, io non ho detto che… allora, io ho detto…

CLAUDIA DI PASQUALE Sono spariti. Li avete tolti.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Io ho detto che i reparti di lungodegenza sì.

CLAUDIA DI PASQUALE Chiaramente è una questione economica, perché costa di più, immagino, un posto.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO No no, non è una questione economica. È una questione di riorganizzazione interna.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La riorganizzazione ha portato nel 2019 a prevedere l’aumento dei posti letto ai privati accreditati. Da 508 a 549 per l’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, e da 258 a 327 posti letto per la casa di cura Pederzoli di Peschiera del Garda. Nel corso degli anni, invece, diversi ospedali pubblici sono stati colpiti dai tagli a partire da quello di Bussolengo.

CLAUDIA DI PASQUALE Quali reparti c'erano in questo ospedale?

ANNA PAUCIULO - COMITATO UNITI PER L’ORLANDI Sono andati via da Bussolengo 14 reparti. Sono stati trasferiti a Villafranca, presso il Magalini.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Alcuni reparti dell’ospedale di Bussolengo sono stati trasferiti all’ospedale di Villafranca, inaugurato nel 2018, ma anche questo oggi è in sofferenza.

CRISTINA CERIANI – COMITATO PER L'OSPEDALE MAGALINI Durante la prima ondata-la seconda ondata di Covid è stato chiuso completamente al pubblico.

 CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, tutti i reparti?

CRISTINA CERIANI – COMITATO PER L'OSPEDALE MAGALINI Tutti i reparti, compreso il pronto soccorso. Quindi 100.000 abitanti dovevano rivolgersi altrove.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Capita che sia lo stesso cup a suggerire di rivolgersi ai privati accreditati.

MADDALENA SALGARELLI – CONSIGLIERA COMUNALE LISTA CIVICA ISOLA NOSTRA – ISOLA DELLA SCALA (VR) Ho provato a prenotare ultimamente un’impegnativa per un’ecografia al polso e non solo non ho trovato posto qui a Isola della Scala ma nemmeno in tutto il mio distretto dell’Ulss quindi il primo posto disponibile andava sei mesi dopo.

CLAUDIA DI PASQUALE E l’impegnativa invece diceva?

MADDALENA SALGARELLI – CONSIGLIERA COMUNALE LISTA CIVICA ISOLA NOSTRA – ISOLA DELLA SCALA (VR) Priorità a trenta giorni.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma cosa le ha detto il cup in quell’occasione?

MADDALENA SALGARELLI – CONSIGLIERA COMUNALE LISTA CIVICA ISOLA NOSTRA – ISOLA DELLA SCALA (VR) Si offrono comunque, cosa un po’ strana, di prenotarti il tuo esame diagnostico nelle strutture private di Negrar e Peschiera.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Maddalena Salgarelli fa parte di un altro comitato, quello a difesa dell’ex ospedale di Isola della Scala, dismesso definitivamente nel 2018 quando è stato chiuso anche il pronto soccorso. Al suo posto ci sarebbe dovuto essere almeno un punto di primo intervento ma ad oggi l’ingresso è completamente sbarrato.

CLAUDIA DI PASQUALE Oggi invece cosa c'è?

MADDALENA SALGARELLI – CONSIGLIERA COMUNALE LISTA CIVICA ISOLA NOSTRA – ISOLA DELLA SCALA (VR) È rimasto un punto prelievi, diciamo così. Una radiologia che funziona a giorni alterni per 2-3 ore al mattino.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Dentro, al piano terra, sono rimasti degli ambulatori ma quando entriamo i corridoi sono semideserti. Gli altri piani invece sono inaccessibili perché i reparti sono chiusi. Eppure, qui la Regione aveva previsto almeno la realizzazione di un ospedale di comunità con 24 posti letto. L’avrebbero dovuto attivare due anni fa ma, siccome non l’hanno fatto, ora sarà finanziato con i soldi del Pnrr.

CLAUDIA DI PASQUALE Il problema di Isola della Scala è che se uno ci va, trova al pianoterra qualche ambulatorio per qualche ora al giorno. Poi c’è un bellissimo cartello “vietato salire” e dal primo piano in su è tutto vuoto?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA L’ospedale in questo momento, a parte il pianoterra, è vuoto.

CLAUDIA DI PASQUALE Oltre al punto di intervento, che non c’è, era prevista un’ambulanza?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Sì.

CLAUDIA DI PASQUALE Col medico?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Sì.

CLAUDIA DI PASQUALE C’è questa ambulanza col medico?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Ma guardate che i medici delle ambulanze.

CLAUDIA DI PASQUALE Neanche l’ambulanza c’è?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA – VERONA Allora attenzione, in questo… siamo dentro gli standard, sì.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il giorno dopo la nostra intervista a Isola della Scala è arrivata l’ambulanza. Il punto di primo intervento, invece, è sempre chiuso. Mentre a circa 30 chilometri il pronto soccorso dell’ospedale di Legnago è regolarmente sovraffollato.

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACA DI BOVOLONE (VR) Mancano i medici a Legnago, mancano almeno sei unità.

CLAUDIA DI PASQUALE Qual è l’attesa media?

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACA DI BOVOLONE (VR) Si può andare dalle 3-6 ore fino ad arrivare alle 12 ore.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma i pazienti vengono ricoverati al pronto soccorso?

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACA DI BOVOLONE (VR) Purtroppo, i pazienti possono sostare dalle 24 ore ai cinque-sei giorni.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO A venti chilometri di distanza da Legnago c’è un altro ospedale, quello di Bovolone, dove una decina di anni fa il pronto soccorso è stato chiuso e declassato a punto di primo intervento. E proprio qui lavorava come medico la dottoressa Ferrazzano.

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACO DI BOVOLONE (VR) Io arrivo a Bovolone nel 2007. Avevamo una diagnostica tac, una tomografia.

CLAUDIA DI PASQUALE E in quel momento che reparti c'erano?

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACO DI BOVOLONE (VR) Noi avevamo le sale operatorie. Anche le biopsie venivano fatte, c'era l'ortopedia…

CLAUDIA DI PASQUALE Di questi reparti oggi cosa è rimasto?

ANNA MARIA FERRAZZANO – VICESINDACO DI BOVOLONE (VR) Niente. Zero.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Oggi a Bovolone non è rimasto neanche il punto di primo intervento, nonostante avesse una media di 14mila accessi l’anno. Il servizio è stato sospeso già due anni fa per carenza di personale. L'unico periodo in cui l'hanno riaperto è stato da settembre a novembre 2021, in coincidenza con le elezioni amministrative.

ORFEO POZZANI – SINDACO DI BOVOLONE (VR) Se parte una campagna elettorale il primo di settembre, i primi di settembre, e ci insediamo a fine ottobre e come arrivo io la prima cosa che fanno mi chiudono il punto di primo intervento, vuol dire che dietro c'era qualcosa che non era legato alla salute dei cittadini ma forse a un interesse politico.

CLAUDIA DI PASQUALE Hanno riaperto il punto di primo intervento soltanto sotto le elezioni?

ORFEO POZZANI – SINDACO BOVOLONE Sì, perché è partita la campagna elettorale proprio i primi di settembre. Non è stato aperto sei mesi, un anno: è stato aperto un mese e mezzo.

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA (VR) Siamo stati costretti a sospendere il punto di primo di intervento di Bovolone a causa della mancanza dei medici…

CLAUDIA DI PASQUALE Se manca il personale, manca anche sotto le elezioni. Perché proprio sotto le elezioni avete riaperto?

PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA (VR) Avevamo una procedura in corso a quell’epoca con possibilità di poter assumere delle persone, poi purtroppo non tutte quelle che si erano iscritte si sono presentate.

CLAUDIA DI PASQUALE Ho capito, ma avete riaperto proprio sotto la campagna elettorale. Eletto il sindaco, chiuso.

 PIETRO GIRARDI – DIRETTORE GENERALE ULSS 9 SCALIGERA (VR) Le coincidenze succedono. In quel caso è successa una coincidenza.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Secondo l’Annuario del ministero della Salute, in Veneto nelle strutture di ricovero pubbliche, dal 1997 al 2020, i dipartimenti di emergenza e accettazione sono scesi da 19 a 12 mentre i pronto soccorso da 69 a 15. Il risultato è che dagli anni ‘90 in poi, in provincia di Verona, sono stati dismessi e riconvertiti diversi ospedali e questo ha portato alla chiusura dei relativi pronto soccorso, di cui solo oggi uno è attivo come punto di primo intervento su tre previsti.

CLAUDIA DI PASQUALE Quello che noi abbiamo potuto verificare, con nostra sorpresa devo dirle, è che negli ultimi venti ma anche dieci anni, la regione Veneto è tra le regioni italiane che ha tagliato il maggior numero di pronto soccorso.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Non mi risulta questa cosa, voi avrete i dati nazionali. A me non risulta. Ci sono dei punti di primo intervento che funzionano anche h24.

CLAUDIA DI PASQUALE Intanto erano previsti dei punti di primo intervento che non sono stati mai attivati o che comunque sono stati chiusi. Penso a Bovolone ma anche a Isola della Scala.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Non sono stati chiusi.

CLAUDIA DI PASQUALE Sono sbarrati.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO C’è una difficoltà oggi che non neghiamo e non nascondiamo, per essere chiari e corretti, rispetto alla carenza di personale nei confronti dell’emergenza/urgenza.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ci mancherebbe pure che la nascondessero. Insomma, quella messa in fila di ospedali abbandonati una volta l’avresti vista in Calabria. E invece stiamo parlando della sanità che è stata eletta come la migliore sanità del nostro paese. Tuttavia, l’amarezza aumenta perché stiamo guardando nella pancia di quella terra che ha dato i natali alla madre del servizio sanitario nazionale, Tina Anselmi. Servizio sanitario nazionale che ha cominciato nel 1978 a servire i cittadini, ecco, che è stato però disgregato nel giro di 25/30 anni. E il metodo è sempre lo stesso, quello che abbiamo visto in Lombardia. Si è cominciato col chiudere gli ospedali dei piccoli centri, poi i pronto soccorso, a declassare i presidi sanitari. Ora però arriveranno 250 milioni dal Pnrr. E insomma, è una bella notizia, peccato che però sono destinati a finanziare le mura, non le persone che ci lavorano dentro. E il Veneto è stata la regione che più ha creduto negli ospedali di comunità: 69, ne hanno già inaugurati 38. Ma il tema vero è: chi ci lavorerà dentro? Dove lo prenderanno il personale?

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Con i suoi sei milioni di turisti l'anno Cavallino-Treporti è la seconda spiaggia d'Italia e la prima del Veneto. A seguire c’è il litorale di Jesolo che fa altri 5.300.000 bagnanti. E proprio a due passi dalla spiaggia si trova questo ospedale storico.

SALVATORE ESPOSITO – COMITATO DIFESA SANITÀ ULSS 4 – JESOLO (VE) Noi vorremmo capire con quale ratio si è smobilitato l'ospedale di Jesolo. Prima era un ospedale completo di tutto, c'era anche ginecologia, c’era ostetricia, aveva le sale operatorie. Ora non c'è più niente di questo.

CLAUDIA DI PASQUALE Prima a Jesolo c'era anche il pronto soccorso?

SALVATORE ESPOSITO – COMITATO DIFESA SANITÀ ULSS 4 – JESOLO (VE) C’era il pronto soccorso, che era anche ben organizzato.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Ora con i soldi del Pnrr a Jesolo saranno realizzati un ospedale di comunità e una casa della comunità, ma di fatto non è più un ospedale per acuti: ha perso la chirurgia, la lungodegenza e nel 2020 il pronto soccorso è stato declassato a punto di primo intervento. Significa che i casi gravi vanno trasferiti al pronto soccorso di San Donà di Piave, che si trova a 45 minuti di distanza da Cavallino-Treporti.

PASQUALE PICCIANO – DIRIGENTE MEDICO PRONTO SOCCORSO DI JESOLO 1991-2020 Il problema è di informare la popolazione che qui non c'è più il pronto soccorso, perché se noi andiamo a chiedere alla popolazione viene considerato sempre un pronto soccorso. Allora, almeno se non altro cambiare la cartellonistica: noi vediamo qui che c'è ancora scritto pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE Quando non è più un pronto soccorso.

PASQUALE PICCIANO – DIRIGENTE MEDICO PRONTO SOCCORSO DI JESOLO 1991-2020 Quando non è più un pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE Su Jesolo, perché non c'è scritto che è un punto di primo intervento e c'è scritto che è un pronto soccorso? Non è rischioso per le persone?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Cosa vuol dire non è rischioso per le persone?

CLAUDIA DI PASQUALE Che pensano di andare al pronto soccorso e in realtà non c'è.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Le persone vengono seguite nel momento che hanno un'emergenza e poi vengono sennò subito trasportate dove c'è chi può prendersi in carico e cura di quella persona.

CLAUDIA DI PASQUALE Questo è il portale della sanità della Regione Veneto. Viene chiamato pronto soccorso Jesolo: è un punto di primo intervento. Se io vado a vedere le liste d'attesa io trovo scritto che è un pronto soccorso. È falso, cioè, non so come dire.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO …

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In tutto questo la gestione del punto di primo intervento di Jesolo è stata affidata a delle cooperative private: la Castel Monte di Montebelluna e la Medical line Consulting di Roma.

GIOVANNI LEONI – SEGRETARIO REGIONALE SINDACATO CIMO – VENETO Pochi mesi fa siamo arrivati al 70 per cento dei pronto soccorso del Veneto che hanno una parte dei turni integrata dalle cooperative.

CLAUDIA DI PASQUALE Di fatto al pubblico costano di più.

GIOVANNI LEONI – SEGRETARIO REGIONALE SINDACATO CIMO – VENETO Sì, siamo partiti da 30-35 euro lordi all'ora e siamo arrivati a 100 euro. E in qualche caso, in Lombardia, ho sentito parlare anche di 120 euro lordi. Quindi alla fine un libero professionista prende il doppio di un medico dipendente, pur non avendo i requisiti e magari il curriculum di un medico che è specializzato e si è fatto dieci, venti, trent'anni di lavoro.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La Regione Veneto ha quindi accettato di pagare i turni aggiuntivi dei medici ospedalieri nei pronto soccorso 100 euro l’ora, ma il resto delle ore viene pagato come da contratto, cioè la metà. Quest'estate, poi, è scoppiato il caso di un professionista che vive alle Canarie, che è arrivato in Veneto in aereo, ha fatto 66 ore di fila al pronto soccorso e ha guadagnato 6.600 euro lordi in meno di tre giorni.

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Non è l'unico. Ci sono tanti professionisti che, ripeto, concentrano magari la propria attività in dieci giorni di turno e poi 15 giorni magari vanno a svernare da qualche parte. Ripeto, la libera professione offre questo.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Collezionista di Lego, campione mondiale di nuoto, carabiniere, medico anestesista e anche cavaliere dell'Orden del Camino de Santiago.

CLAUDIA DI PASQUALE Lei l’ha fatto il cammino di Santiago?

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Sì, sì sì che l’ho fatto. Una tappa eh, non tutto.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Cristian Manuel Perez è il fondatore della CMP, una delle più grandi cooperative di medici con oltre 69 appalti negli ospedali di tutta Italia e un fatturato che è passato da 1.400.000 nel 2017 a 12.800.000 nel 2021.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti professionisti collaborano con voi?

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Tra medici e infermieri siamo più meno un migliaio in tutta Italia.

CLAUDIA DI PASQUALE In che modo trovate invece il personale?

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Allora, noi diamo la possibilità ai nostri professionisti di organizzarsi il proprio tempo in massima libertà. Quindi se mi piace andare in montagna, vado a fare un turno a Merano. Mi piace il mare, vado a fare un turno in Sicilia o in Calabria o in qualche posto dove c'è il mare.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO In Veneto la CMP è presente in ben 14 ospedali. Uno di questi è quello di Trecenta, in provincia di Rovigo, inaugurato nel 1997 dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, con 250 posti letto già attivati e una capacità potenziale di 350.

PIETRO TOSARELLO – COMITATO SALVIAMO L'OSPEDALE SAN LUCA Immediatamente dopo sono cominciati i tagli, fino a ridurre un ospedale che aveva più di 200 posti letto ad averne, in teoria, 130. Abbiamo perso il punto nascite, abbiamo perso ostetricia e ginecologia.

CLAUDIA DI PASQUALE Almeno il pronto soccorso è rimasto?

PIETRO TOSARELLO – COMITATO SALVIAMO L'OSPEDALE SAN LUCA No, non abbiamo più il pronto soccorso da quando è iniziata l'epidemia di Covid. C'è un punto di primo soccorso il cui compito sostanzialmente è dirottare i pazienti sull'ospedale di Rovigo.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Al punto di primo intervento lavorano due medici: uno interno fino alle ore 16, l'altro della cooperativa CMP, che però deve occuparsi anche del 118.

CLAUDIA DI PASQUALE Il medico interno copre il turno, lei mi ha detto, 8-16. Cioè, dopo le 16 che succede?

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Smonta, va a casa e rimane solo il medico del 118.

CLAUDIA DI PASQUALE Quindi il turno h24 è coperto da voi?

CRISTIAN MANUEL PEREZ – ANESTESISTA RIANIMATORE – PRESIDENTE CMP GLOBAL MEDICAL DIVISION Sì, però se siamo fuori, se siamo fuori per un'urgenza - a volte durano anche 2/3 ore le urgenze lì perché il territorio è vasto - rimangono solo gli infermieri.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO E pensare che l'ospedale di Trecenta è nato per sostituire quattro ospedali dell'Alto Polesine. Tre sono poi stati riconvertiti in presidi territoriali mentre l'ex ospedale Casa Rossi, che si trovava nel centro storico di Trecenta, è ridotto così.

CLAUDIA DI PASQUALE Questo ospedale non è stato più usato.

PIETRO TOSARELLO – COMITATO SALVIAMO L'OSPEDALE SAN LUCA Non è stato più usato in nessun modo e, come vedete, adesso rischia di crollare.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Un altro ospedale è stato dismesso a Badia Polesine. Oggi qui, con i soldi del Pnrr, sarà realizzata una casa di comunità.

CLAUDIA DI PASQUALE E qui c'era un pronto soccorso anche?

PIETRO TOSARELLO – COMITATO SALVIAMO L'OSPEDALE SAN LUCA Qui c'era il pronto soccorso, c'era tutto.

CLAUDIA DI PASQUALE Trecenta era un ospedale che ha sostituito quattro ospedali, a sua volta è stato svuotato, tagliato e non ha manco il pronto soccorso.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Oggi Trecenta ha…

CLAUDIA DI PASQUALE Questo voglio dirle.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Oggi Trecenta ha una sua programmazione e risponde a un bisogno individuato da parte appunto dell'azienda e della programmazione in quella zona.

CLAUDIA DI PASQUALE Qual è il bisogno? Cioè, il punto di primo intervento ha un medico solo. Poi c'è la cooperativa privata con un medico che fa anche il medico soccorritore e quindi se esce non c'è nessuno e restano gli infermieri.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Basta che apriamo un telegiornale, un giornale e abbiamo visto quanto i pronto soccorso oggi siano in affanno in tutta Italia. È chiaro che per garantire i servizi, fatti i bandi, fatti i concorsi andati deserti, non riuscendo a recuperare nessun tipo di personale, l'ultima spiaggia è quella delle cooperative.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Anche in provincia di Padova, a Schiavonia, è stato inaugurato nel 2014 un nuovo ospedale, l’avveniristico Santa Madre Teresa di Calcutta, che ha sostituito altri quattro ospedali che alla fine degli anni ‘90 contavano insieme più di 800 posti letto. Uno di questi era quello di Monselice, che aveva anche il pronto soccorso.

FRANCESCO MIAZZI – CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ – MONSELICE (PD) Era un ospedale molto importante per tutto il territorio del monselicense.

CLAUDIA DI PASQUALE E oggi è completamente chiuso?

FRANCESCO MIAZZI – CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ – MONSELICE (PD) Funzionano solamente alcune ali per servizi amministrativi, punto tamponi, vaccini.

CLAUDIA DI PASQUALE E i reparti?

FRANCESCO MIAZZI – CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ – MONSELICE (PD) Chiusi. È tutto vuoto, tutto inutilizzato.

CLAUDIA DI PASQUALE L'Ospedale di Monselice è vuoto.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO L'Ospedale di Monselice ha una parte legata al distretto.

CLAUDIA DI PASQUALE Cioè, quelle strutture basse che ci sono diciamo all'ingresso. E tutto l'ospedale, che è enorme, è chiuso?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO È chiuso, è stato riaperto per il covid come un… è stato temporaneamente messo in utilizzo per il Covid, per le persone.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma non è stato poi usato per il Covid.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO No. Era pronto per essere aperto. No no, era pronto per essere aperto come abbiamo fatto in altri ospedali.

CLAUDIA DI PASQUALE È veramente grande, assessore. È vuoto dentro?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Sì.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORICAMPO Alla fine, durante la pandemia, ad essere utilizzato come covid hospital non è stato il vecchio ospedale di Monselice ma quello nuovo di Schiavonia.

FRANCESCO MIAZZI – CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ – MONSELICE (PD) Quindi per due anni, fino a qualche mese fa, l'ospedale è rimasto praticamente per la maggior parte chiuso.

CLAUDIA DI PASQUALE Il pronto soccorso?

FRANCESCO MIAZZI – CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ – MONSELICE (PD) Pronto soccorso chiuso e trasformato in punto di primo intervento. Quindi c'erano 180mila persone che non avevano un pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE Chi ha costruito il nuovo ospedale?

FRANCESCO MIAZZI - CONSIGLIERE COMUNALE LISTA CIVICA AMBIENTE E SOCIETÀ MONSELICE (PD) Il nuovo ospedale è stato costruito da una cordata di ditte che in buona parte sono state anche toccate dal cosiddetto scandalo Mose. Facevano parte di un sistema denominato sistema Galan e alla fine della giostra la parte pubblica, l'USL, paga un affitto annuale a questa società che si è costituita per la costruzione e la gestione del nuovo ospedale.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quella a cui abbiamo assistito è la lenta erosione del servizio sanitario nazionale. L’ospedale di Trecenta è un po’ una metafora in questo nostro racconto: era nato per sostituire i quattro piccoli ospedali che erano presenti in un territorio, uno dei quali è rimasto abbandonato, tre sono stati declassati a presidi sanitari, dentro due ci infileranno le case di comunità. Per quello che riguarda invece l’ospedale di Trecenta, che doveva essere appunto il punto di riferimento di un territorio, negli anni invece gli hanno tolto, hanno fatto chiudere alcuni reparti. È rimasto un punto di primo intervento che però, dopo le 16, trovi un medico delle cooperative private, un gettonista che si occupa pure del 118. L’assessora alla sanità dice ma guardate che i punti di primo intervento sono stati stabiliti e decisi secondo i bisogni ma i bisogni di chi? Poi ammette che, insomma, lo sfacelo dei pronto soccorso e della sanità va in onda a reti unificate ed è impossibile assumere nuovo personale. Bene, però tutto questo non è che è il frutto di una manina anonima o del destino. È il frutto di una scelta politica. Nel 1988 il ministro della Sanità Donat Cattin ha chiuso gli ospedali sotto i 120 posti letto e poi, negli anni ’90, era rimasta comunque una media di sei posti letto ogni mille persone. Una bella sforbiciata invece è arrivata nel 2012, col ministro Balduzzi, che ha dimezzato questa media portata a 3,7 posti letto ogni mille abitanti. E infine, bisognava però poi potenziare il servizio medico territoriale, l’assistenza territoriale, cosa che non è stata fatta come abbiamo visto. Poi è arrivata la Lorenzin e lì è arrivato un bel taglio: sono stati tutti quegli ospedali, presidi sanitari che non garantivano gli standard di qualità. Ecco, invece di innalzarli quegli standard li hanno buttati via questi presidi ospedalieri e sono stati anche chiusi pronto soccorso. Ora, il risultato qual è? Che ci sono gli ospedali rimasti che sono in sofferenza perché hanno troppi pazienti da curare. Pazienti poi che affollano anche il pronto soccorso che però, non avendo alle spalle i posti letto dove ricoverare i pazienti che cosa fanno? Sequestrano le barelle dalle ambulanze per tenere i pazienti anche fino a sei giorni e, di fatto, sequestrano anche le ambulanze che rimangono ferme. Ecco, questa è la fotografia. Ora anche il Veneto, che fino a poco tempo fa aveva mantenuto alta la bandiera del servizio pubblico sanitario, ha ceduto ai privati. Allora, bentornati. Stiamo parlando di sanità. L’Italia punta fortemente a rafforzare la medicina sul territorio. Arriveranno 2 miliardi di euro dal Pnrr da investire su 1.350 case di comunità. Si tratta di strutture sanitarie che andranno per lo più dentro vecchie strutture sanitarie declassate o depotenziate, ex poliambulatori, e dovranno offrire un servizio ai cittadini con un medico di base, medici specialisti, infermieri, assistenti sociali. Un altro miliardo arriverà invece per finanziare 400 ospedali di comunità. Non si tratta di veri ospedali ma di reparti con 20 posti letto gestiti per lo più da infermieri con un medico generico che è lì 4-5 ore. Ora, siamo in Veneto, che ha dato i natali a Tina Anselmi, la madre del servizio sanitario nazionale. Un Veneto che negli anni ha avuto anche lei un’erosione del servizio pubblico. È passata da 19 a 12 dipartimenti di emergenza e accettazione ed è passata da 69 a 15 pronto soccorso, mettendo in difficoltà migliaia e migliaia di cittadini.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Qui siamo in provincia di Belluno, nel Comelico, tra le Dolomiti che ogni anno contano oltre quattro milioni di presenze turistiche.

YASMIN POCCHIESA Se c'è un'emergenza, il tempo di percorrenza da qui all'ospedale è superiore all'ora.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Yasmin abita tra queste valli, a Padola. Due anni fa, alla 34esima settimana di gravidanza, ha avuto un distacco di placenta. Di corsa l'ambulanza l'ha portata all'ospedale di Belluno, che però si trova a quasi un’ora e mezza di distanza.

YASMIN POCCHIESA È stata problematica la sua nascita perché quando l'hanno estratto, ecco, non era, insomma, hanno detto che non era presente. È rimasto senza l'aria. Non sapevano se aveva anche qualche problema neurologico. Il dottore è venuto a parlarci in camera, ecco, ha detto può darsi che viva oppure anche, ha detto, non vi do nessun tipo di speranza.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Il figlio di Yasmin è stato subito portato in terapia intensiva neonatale a Padova e per fortuna oggi sta bene. YASMIN POCCHIESA Era stato un distacco di placenta, hanno detto, parziale perché se fosse stato totale l'emorragia avrebbe causato la nostra morte. Cioè, non può essere che una comunità debba stare con la paura di anche solo di essere incinta come ero io, perché l'ospedale è a un’ora.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Nel weekend, però, quando c'è il pienone di turisti, si può restare bloccati nel traffico anche 3-4 ore. A complicare la situazione prossimamente ci sarà la partenza dei lavori di manutenzione di questa galleria.

ROSANNA QUANDEL – ASSOCIAZIONE COMELICO NUOVO Questa sarebbe l'alternativa se la galleria verrà chiusa.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO La strada alternativa alla galleria è il cosiddetto Passo Sant'Antonio, un valico alpino a 1.476 metri che d'inverno si ricopre di neve.

CLAUDIA DI PASQUALE Percorrendo questa strada, da qui fino all'ospedale di Belluno, quanto tempo..?

ROSANNA QUANDEL – ASSOCIAZIONE COMELICO NUOVO Non è tantissimo in più. Però noi stiamo salendo a 1.400, riscendiamo a 900. Ed è tutta tornanti. La allunghiamo sicuramente di mezz'ora.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Eppure tra le Dolomiti bellunesi si contano ben quattro ospedali. Uno di questi è quello di Agordo, che ufficialmente ha ancora il pronto soccorso che è stato addirittura ristrutturato.

GUIDO TRENTO – COMITATO SANITÀ AGORDINA Noi siamo contenti che è stato ristrutturato. Però, in effetti serve a poco il pronto soccorso se non ci sono i reparti che funzionano, è una presa in giro.

CLAUDIA DI PASQUALE Qui ad Agordo cos’è stato tagliato?

GUIDO TRENTO – COMITATO SANITÀ AGORDINA La radiologia, il laboratorio analisi ed è stato tagliato, è stata eliminata la chirurgia 24h.

CLAUDIA DI PASQUALE Se uno arriva qua al pronto soccorso che succede?

GUIDO TRENTO – COMITATO SANITÀ AGORDINA Se ha una patologia tempo-dipendente non succede niente, viene trasferito in ospedale a Belluno.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO È chiaro che l'ospedale hub in questo caso è l'ospedale di Belluno. Le situazioni di emergenza e urgenza vengono garantite sempre.

CLAUDIA DI PASQUALE Il problema sono i tempi perché o mi viene a prendere l’elicottero..

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO C'è l'elicottero, c'è un elicottero a Pieve di Cadore, altrimenti interviene l'elicottero di Treviso. E abbiamo aggiunto da quest'estate anche un elicottero a Cortina.

GUIDO TRENTO – COMITATO SANITÀ AGORDINA L'elicottero non vola 365 giorni all'anno.

CLAUDIA DI PASQUALE Quanti giorni può non volare un elicottero?

GUIDO TRENTO – COMITATO SANITÀ AGORDINA Mah, si stima qui da noi, tenendo conto del tempo, che circa metà dell’anno non può volare.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Quest'estate a Pieve di Cadore è stata inaugurata questa nuova pista per l'elisoccorso, costata oltre tre milioni di euro. L'ospedale, invece, nel corso del tempo ha subito tagli pesanti.

ENZO BOZZA – MEDICO DI MEDICINA GENERALE VODO DI CADORE (BL) A Pieve non c'è più una ginecologia, non c'è più una pediatria, non c'è più una psichiatria e non si fa più una chirurgia, diciamo, di base.

CLAUDIA DI PASQUALE Ufficialmente, però, a Pieve di Cadore c'è un pronto soccorso.

ENZO BOZZA – MEDICO DI MEDICINA GENERALE VODO DI CADORE (BL) Il problema è il personale, la diagnostica, il laboratorio, la radiologia. Dopo, dopo le cinque, non c'è più. Ecco, vietato ammalarsi dopo le cinque.

CLAUDIA DI PASQUALE Giovanni Monico trasporta a titolo volontario gli anziani di queste valli negli ospedali di Feltre e Belluno, soprattutto da quando quello di Pieve è stato depotenziato.

GIOVANNI MONICO – PRESIDENTE AUSER VOLONTARIATO PIEVE DI CADORE (BL) Se partiamo dai margini del territorio di questa Ulss - Comelico da una parte e Ampezzo dall'altra - abbiamo 30 chilometri da Pieve, 50 a Belluno, 30 a Feltre. Far fare a un anziano un viaggio di 220 chilometri più la coda nell'ospedale, significa mettere l'anziano in una seria difficoltà.

CLAUDIA DI PASQUALE Ma Pieve è un pronto soccorso o un punto di primo intervento?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Pieve di Cadore è un pronto soccorso.

CLAUDIA DI PASQUALE Però dietro l'ospedale non ha più nulla.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO È vuoto secondo lei il presidio di Pieve di Cadore?

CLAUDIA DI PASQUALE Quasi.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Ma ci sono ancora diversi reparti. C'è la medicina.

CLAUDIA DI PASQUALE Poi?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO La medicina. Ci sono altri reparti.

CLAUDIA DI PASQUALE Tipo?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Adesso non mi ricordo, cioè, dovrei aprire le schede ospedaliere. È impossibile per me su 68 ospedali ricordarmi i reparti che ci sono in ogni singolo ospedale.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Entriamo nell’ ospedale di Pieve di Cadore. Al primo piano, in effetti, troviamo un reparto di ortopedia e traumatologia. A gestirlo, però, non è il pubblico ma un privato: il gruppo Villa Maria, del romagnolo Ettore Sansavini, che al secondo piano ha anche la disponibilità della sala operatoria.

OPERATRICE A Pieve abbiamo la sala operatoria al piano di sopra. E dopo l'intervento vengono ricoverati qua. Comunque, c'è modo anche di fare la visita qui, direi.

GIOVANNI MONICO – PRESIDENTE AUSER VOLONTARIATO PIEVE DI CADORE (BL) Sono affari loro. Se la gestiscono loro: sala operatoria e poi si gestiscono il reparto, capito? Hanno affittato la sala operatoria.

CLAUDIA DI PASQUALE Se io vado a Pieve, però, uno sale al primo piano e trova il privato che fa ortopedia. Quindi Pieve il suo reparto di ortopedia non ce l'ha, ma il privato dentro Pieve ha la possibilità di usare dieci posti letto e le sale operatorie.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO A Pieve di Cadore c'è una convenzione con chi oggi è stato individuato come futuro gestore dell'ospedale di Cortina.

CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO Tutto parte nel 2019 quando il Gruppo Villa Maria si aggiudica la concessione ventennale per la gestione della struttura ospedaliera di Cortina D’Ampezzo, dove oggi però sono in corso dei lavori di ristrutturazione.

CLAUDIA DI PASQUALE Loro, diciamo, hanno la possibilità di stare a Pieve perché Cortina è in ristrutturazione. Ma i lavori di ristrutturazione chi li paga?

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO I soldi sono all'interno di un programma che è stato stipulato e che vede anche una parte con finanziamenti Inail, una parte con finanziamenti regionali.

CLAUDIA DI PASQUALE Non sembra, diciamo, un'operazione conveniente, vista così.

MANUELA LANZARIN – ASSESSORA SANITÀ REGIONE VENETO Se è stata intrapresa, vuol dire che si rivede la convenienza ma soprattutto il servizio pubblico.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora, la fotografia del servizio sanitario nazionale è impietosa. Siamo partiti dal 1997 come data simbolica perché quell’anno è nato Report. Che cosa abbiamo calcolato? Abbiamo calcolato i pronto soccorso che sono stati chiusi all’interno degli istituti di ricovero pubblici. E all’epoca, nel 1997, si contavano 782 pronto soccorso. Sono diventati 410, praticamente la metà. Andiamo regione per regione: provincia di Bolzano, da 8 è scesa a 7; Trento, da 10 è scesa a 7; la Valle d’Aosta ne aveva uno e uno è rimasto. Andiamo avanti con delle altre regioni: Friuli Venezia-Giulia da 16 a 7; Liguria da 23 a 9, l’Emilia-Romagna da 44 a 20. Le altre regioni, ancora: Toscana da 34 a 32, ha resistito; l’Umbria da 7 a 9, è l’unica che ha aumentato; poi le Marche da 34 a 8 addirittura. E poi, ancora, Lazio da 69 a 40; Abruzzo da 20 a 16; il Molise da 6 a 3. E ancora avanti, altre regioni: la Campania da 59 a 43; la Puglia da 70 addirittura a 29; la Basilicata da 12 addirittura a 2. E poi ancora avanti: la Calabria da 32 a 18; la Sicilia da 77 a 57; la Sardegna da 26 a 21. Ora, questi sono dati dall’Annuario del ministero della Salute. Gli unici presidi che sono aumentati di emergenza sono i dipartimenti di emergenza da 202 a 270: 68 in più ma di fronte a 372 pronto soccorso chiusi. Ecco, capite perché quelli rimasti sono sempre affollati. Ora, si cerca di mettere un filtro potenziando la medicina territoriale, con le case e gli ospedali di comunità. Ma non è un’idea nuova questa: già nel 2007 la ministra della Salute Livia Turco aveva ipotizzato le case della salute, dei centri polivalenti che avevano a disposizione vari servizi territoriali, specialisti ambulatoriali, cup, assistenza domiciliare, telemedicina, soprattutto medici di medicina generale. E aveva anche garantito, l’idea era quella di garantire un’assistenza h24, sette giorni su sette. La Turco aveva a disposizione 10 milioni di euro e uno dei motivi per cui era fallita poi questa idea era il solito nodo, il solito problema: la carenza di medici di base. Ora a disposizione invece ci sono due miliardi del Pnrr ma che finanzieranno solo le mura, non il personale che abbiamo visto che manca anche negli ospedali e nei pronto soccorso. A beneficio delle cooperative private che colmano quei vuoti che contribuiscono anche loro a creare perché ci sono dei medici che si licenziano perché hanno capito che c’è da guadagnare. Ora, però, questo potrebbe mettere a rischio non solo le case della salute pubblica ma anche quelle della qualità del servizio espresso. I carabinieri dei NAS, guidati da Paolo Carra, il generale, sono entrati in strutture pubbliche accreditate per verificare la qualità del personale messo a disposizione da alcune di queste cooperative e hanno scoperto la jungla: infermieri, operatori sanitari senza titoli medici, privi della specializzazione in medicina d’urgenza all’interno del pronto soccorso; medici sopra i 70 anni; medici generici messi nei reparti di ginecologia e ostetricia pur non essendo in grado di condurre un parto cesareo. E poi medici in pediatria che facevano turni di oltre 24 ore mettendo a rischio anche la loro lucidità. Ora, se nel sistema sanitario nazionale si continuano a salvare delle vite non lo si deve ai manager o alle politiche sanitarie ma a chi ogni mattina, a quei dipendenti pubblici del servizio sanitario pubblico, che ogni mattina onorano l’articolo 32 della Costituzione: la tutela della salute come valore fondamentale dell’individuo ma anche nell’interesse della collettività, garantendo le cure a chi è indigente.

Caos Pronto Soccorso. Report Rai.PUNTATA DEL 05/12/2022 di Chiara De Luca

Collaborazione di Giulia Sabella

A Torino i pronto soccorso sono nel caos.

Mancano posti letto e i pazienti restano in attesa nei corridoi dei pronto soccorso per giorni, privati della necessaria assistenza. In Piemonte dal 2010 a oggi si stima siano stati tagliati circa 2000 posti letto.

DOMANDE E RISPOSTE AGGIUNTIVE REPORT - Cosa si intende per utilizzo flessibile? L’impiego delle risorse “in modo flessibile” è stato definito e autorizzato dal decreto legge n. 146 del 21 ottobre 2021, con applicazione dal 31 dicembre 2021. In Piemonte sono stati investiti in tutto 128 milioni di euro per il potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata e l’assunzione in larga prevalenza di infermieri e operatori socio sanitari, di cui una parte attraverso il DL in oggetto. È stato assunto tutto il personale sanitario reclutabile, data la difficoltà di reperire le risorse umane del settore durante la pandemia, e laddove non è stato possibile i fondi sono stati impiegati in modo flessibile, secondo le indicazioni nazionali, principalmente sempre per assumere personale a servizio della gestione dell’emergenza. - Come sono stati spesi e rendicontati gli 87 milioni di euro del 2021? Degli 87 milioni 167.840 euro assegnati dal Dl 34/2020 per l’anno 2021, 23 milioni 210.691 euro sono stati utilizzati secondo le finalità individuate dallo stesso Decreto di assegnazione e i restanti 63 milioni 957.150 euro per le finalità di copertura della spesa Covid, secondo i criteri di flessibilità individuati dal Decreto legge 146 del 21 ottobre 2021. L’utilizzo delle risorse “flessibili” è avvenuto per l’acquisto di prestazioni sanitarie e non sanitarie correlate all'emergenza pandemica, l’assunzione di altro personale del ruolo sanitario e di personale del ruolo tecnico e amministrativo per prestazioni correlate all'emergenza pandemica. Nel dettaglio: - dei 25 milioni 131.703 euro assegnati per l’Assistenza domiciliare integrata, sono stati utilizzati 5 milioni 230.678 euro e “flessibilizzati” 19 milioni 551.025 euro. - dei 35 milioni 350.937 euro assegnati per l’assunzione degli infermieri, sono stati utilizzati 7 milioni 411.847 euro e “flessibilizzati” 25 milioni 819.090 euro - l’assegnazione di 1 milione e 125.000 euro per le Centrali operative territoriali è stata utilizzata totalmente - dei 18 milioni 056.769 euro assegnati per ulteriori assunzioni di personale (art 2, c7), sono stati utilizzati 7 milioni 807.157 euro e “flessibilizzati” 9 milioni 791.224 euro - dei 7 milioni 503.432 euro assegnati per ulteriori assunzioni di personale (art 2, c5), sono stati utilizzati 1 milione 636.009 euro e “flessibilizzati” 5 milioni 867.423 euro - Quale cifra alla fine è stata dedicata al potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata e quale cifra all’assunzione di infermieri? Riguardo alle risorse assegnate dal Decreto legge 34/2020, sono stati spesi per l’Assistenza domiciliare integrata 5 milioni 230.678 euro e per l’assunzione degli infermieri 7.411.847 euro. A queste risorse, vanno aggiunti i 116 milioni di euro di fondi europei che la Regione Piemonte ha utilizzato nello stesso periodo per l’assunzione di infermieri e operatori socio sanitari. Complessivamente, sono stati dedicati al potenziamento dell’assistenza domiciliare integrata e all’assunzione in larga prevalenza di infermieri oltre 128 milioni di euro (12 milioni dal Dl 34/2020 e 116 milioni dai fondi europei), senza contare che i 61 milioni della “flessibilità” sono comunque stati spesi in gran parte per l’acquisizione di altro personale del ruolo sanitario, tecnico e amministrativo a tempo determinato o con altre forme atipiche per prestazioni correlate all'emergenza pandemica. DOMANDE E RISPOSTE AGGIUNTIVE A REPORT (2 e 3) Cogliamo l’occasione per chiedervi, per completezza, se la flessibilizzazione ha riguardato anche i fondi del 2020 oltre che quelli del 2021 e, se sì, quanti di questi sono stati flessibilizzati e quanti sono stati utilizzati secondo le finalità individuate dal dl 34/2020. Dei 122,8 milioni previsti dal DL 34, nel 2020 non sono stati flessibilizzati importi. Le risorse sono state utilizzate per il reclutamento di tutto il personale possibile (si sottolinea che i bandi per il reclutamento di personale sanitario per l’emergenza Covid-19 sono rimasti aperti per tutto il 2020, a significare la straordinaria difficoltà a reperire le risorse professionali richieste) e dove non utilizzate dalle Aziende sanitarie regionali (61,2 milioni di euro) sono state accantonate e usate nel 2021 (in particolare 6,7 milioni per le finalità del DL 34 e il resto flessibilizzato per la gestione della pandemia in linea con le disposizioni normative nazionali). Si ribadisce che anche nel 2021 è stato assunto tutto il personale reclutabile. In attesa di una risposta in merito ai fondi 2020 avremmo bisogno di avere altre informazioni in particolare, in riferimento ai fondi del decreto 34/2020 flessibilizzati. Dalle nostre ricerche emerge che i suddetti fondi siano stati utilizzati per coprire le perdite di bilancio delle aziende sanitarie a partire dalla nota prot. 4336 del 04/02/2022 inviata dalla Regione Piemonte alle ASR in occasione della predisposizione dei rendiconti economici preconsuntivi 2021 secondo cui: considerata la situazione di perdita provvisoria dichiarata nei conti economici 2021, le Aziende sanitarie sono autorizzate all’utilizzo flessibile delle risorse Covid assegnate negli anni 2020 e 2021, per tutte le attività rese nel 2021, prescindendo dalle singole disposizioni in relazione a ciascuna linea di finanziamento. Indicazione che è stata ribadita nella nota regionale prot.28903 del 01/08/2022 che al punto 3 indica: “le aziende sanitarie pubbliche del SSR sono tenute, diversamente da quanto indicato dai precedenti provvedimenti di Giunta regionale, a rendere disponibili le risorse 2021 previste dalle normative nazionali, per tutte le attività assistenziali rese nel 2021, prescindendo dalle singole disposizioni in relazione a ciascuna linea di finanziamento. In conclusione, vi chiediamo di confermarci se i suddetti fondi siano stati utilizzati per coprire le perdite di bilancio delle aziende sanitarie. Cogliamo l’occasione anche per chiedervi se potete indicarci l’articolo e il comma del decreto legge n.146 del 21 ottobre 2021 che autorizza l’utilizzo flessibile delle risorse del 34/2020. L’utilizzo flessibile delle risorse del DL 34/2020 è avvenuto attraverso l’articolo 16, comma 8-novies, del decreto legge 21 ottobre 2021, n.146. Non si tratta, quindi, di “coprire perdite di bilancio”, ma di utilizzare le risorse della flessibilizzazione per tutte le attività assistenziali Covid, nel pieno rispetto della normativa nazionale. Si ribadisce che l’impiego dei fondi flessibili è avvenuto laddove era stato assunto tutto il personale sanitario reclutabile.

CAOS PRONTO SOCCORSO di Chiara De Luca collaborazione Giulia Sabella immagini Fabio Martinelli, Paco Sannino montaggio Andrea Masella

PAZIENTE 1 Aiuto, aiuto.

PAZIENTE 2 Sto da tanto tempo così, mi fa male il collo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Siamo a Torino. A quasi tre anni dall’inizio della pandemia i pronto soccorso continuano a essere nel caos: i malati abbandonati nei corridoi chiedono aiuto anche a noi.

PAZIENTE 2 Venga qua.

CHIARA DE LUCA Mi dica.

PAZIENTE 2 Io sto da tanto tempo così, ho bisogno di riposare un pochino, nessuno viene, ho bisogno di una infermiera.

SOCCORRITORE È una condizione di disumanità alla quale assistiamo in modo molto frequente, con persone che sono ammassate nei corridoi degli ospedali e una sull’altra senza un minimo di dignità.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Alla centrale operativa del 118 arrivano sempre più spesso questi fax: a causa dell’elevato afflusso di pazienti e l’assenza di posti letto e di barelle, si invita a inviare eventuali urgenze in altri presidi. Gli ospedali sono pieni e cercano di inviare i pazienti altrove.

STEFANO DE AGOSTINIS - INFERMIERE CENTRALE OPERATIVA 118 – SINDACATO NURSIND TORINO Gli ospedali segnalano le loro difficoltà nel ricevere pazienti e lo fanno attraverso i cosiddetti fax, ma sono consultivi e non vincolanti quindi se abbiamo la necessità di mandare i pazienti in ospedale e siamo costretti a farlo, continuiamo a farlo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO In mancanza di spazio, i pazienti vengono riversati nei corridoi.

INFERMIERE 1 Queste barelle davanti al bancone della sala visite non dovrebbero esistere. Qua ce ne sono sette, sono tutti appiccicati.

INFERMIERE 2 Non ci sono i posti letto quindi i pazienti rimangono qua tre, quattro giorni e quando hai un paziente qua lo devi trattare come se fosse un ricoverato.

CHIARA DE LUCA Adesso ci sono anche pazienti che sono qui anche da tre, quattro giorni?

INFERMIERE 2 E sì, quella è la norma.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Questa è la prassi, la regola invece raccomanderebbe che i pazienti stazionino in pronto soccorso al massimo otto ore.

MATTEO TRAVERSA - MEDICO D’URGENZA - RESPONSABILE SINDACATO ANAAO GIOVANI PIEMONTE Il problema principale del sovraffollamento è il fenomeno del boarding: sono i pazienti che rimangono in barella per due, tre, quattro giorni in attesa del ricovero. Sono pazienti che sono già stati visti da noi al pronto soccorso, sono pazienti che sono stati visitati, curati, a cui si è data indicazione a un ricovero.

CHIARA DE LUCA E questo cosa comporta?

MATTEO TRAVERSA - MEDICO D’URGENZA - RESPONSABILE SINDACATO ANAAO GIOVANI PIEMONTE I pazienti rimangono in barella in un corridoio, uno accanto all’altro, non c’è sicurezza perché non c’è modo di arrivare nel caso di un’emergenza, non c’è privacy, ovviamente, perché i pazienti sono fermi lì, tutti in mezzo nello stanzone.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO La Regione Piemonte dal 2010 a oggi ha tagliato circa 2.000 posti letto. Inoltre, secondo l’annuario statistico del ministero della Salute, in Piemonte, nelle strutture di ricovero pubbliche, dal 1997 al 2020 i dipartimenti di Emergenza e Accettazione sono scesi da 27 a 24, mentre i pronto soccorso da 61 a 26.

CHIARA DE LUCA I pronto soccorso, in questo modo, sono un luogo sicuro?

CARLO PICCO - COMMISSARIO AZIENDA ZERO - PIEMONTE È una criticità credo che sia a livello nazionale, ci sono, ovviamente, dei pazienti che stazionano eccessivamente in pronto soccorso, questo è, però, ci sono anche dei reparti in pronto soccorso. Io credo che l’assistenza sanitaria sia garantita, sia garantita a livello di qualità; quello che non è garantito è certamente il comfort alberghiero di questi pazienti che si trovano un po’ a essere in qualche modo gestiti in una struttura che non è una struttura di degenza.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Quello che il commissario della neo azienda Zero piemontese definisce comfort alberghiero è il diritto e non il lusso per i pazienti, a essere assistiti in modo dignitoso.

PAZIENTE 3 C’è qualcuno per togliere la pipì? INFERMIERE Ah sì, adesso te lo chiamo.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO E anche il personale sanitario tutto non se la passa meglio.

FABIO DE IACO - PRESIDENTE NAZIONALE SOCIETÀ ITALIANA MEDICINA DI EMERGENZA – URGENZA Noi facciamo delle cose sui cittadini e sui pazienti che non condividiamo. Siamo gli esecutori fallimentari di un fallimento che non è responsabilità nostra.

GIUSEPPE SUMMA - SEGRETARIO SINDACATO NURSIND TORINO Quotidianamente riceviamo chiamate dai colleghi che ci chiedono proprio di abbandonare la professione perché non ce la fanno più a lavorare in queste condizioni.

CHIARA DE LUCA Cioè, è peggio del Covid?

GIUSEPPE SUMMA - SEGRETARIO SINDACATO NURSIND TORINO È peggio del Covid, assolutamente.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO Per coordinare uno dei settori più carenti, la medicina territoriale, tre mesi fa la Regione Piemonte ha messo a punto l’Azienda Zero.

CARLO PICCO - COMMISSARIO AZIENDA ZERO - PIEMONTE Qualcosa dobbiamo fare a medio, a lungo termine e a breve termine; fare monitoraggi, trovare setting di dimissione, potenziare magari l’assistenza domiciliare, creare una rete che sostenga l’uscita dei pazienti dagli ospedali.

CHIARA DE LUCA FUORI CAMPO La Regione Piemonte per il 2021 aveva ricevuto con il decreto Rilancio, 87 milioni di euro anche per potenziare la medicina territoriale attraverso l’assistenza domiciliare integrata e l’assunzione di infermieri di famiglia.

CHIARA DE LUCA La regione Piemonte ha autorizzato le aziende, considerata la situazione di dichiarata perdita nei conti economici 2021, a utilizzare questi fondi in maniera flessibile. Cosa significa in maniera flessibile?

CARLO PICCO - COMMISSARIO AZIENDA ZERO - PIEMONTE Noi eravamo in piena pandemia e che c’era necessita di reclutare personale a tutto campo. Quelli che siamo riusciti a reclutare li abbiamo reclutati, dopodiché ne abbiamo utilizzato tutte le forme possibili, magari non utilizzando quello specifico serbatoio. Sono stati utilizzati in un contesto di fondi che, ripeto, la Regione deve ancora avere

FRANCESCO COPPOLELLA - SEGRETARIO SINDACATO NURSIND PIEMONTE Questi fondi sono stati utilizzati indistintamente, non sono stati utilizzati per le linee di finanziamento ai quali erano stati dedicati. Ci dite quegli 80 milioni di euro come li avete spesi? Pensiamo che un’amministrazione pubblica abbia il dovere di rendicontare. Li hai spesi per altro? Mi dici come li hai spesi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora la Regione ci scrive che su 87 milioni, 23 sono stati impiegati per assunzioni di infermieri e per l'assistenza domiciliare. Gli altri 64 sono stati spesi per altro: secondo la Regione, per il Covid. Ora, però, se tu vuoi evitare che il problema te lo ritrovi a valle, dovresti agire a monte, cioè potenziare la medicina del territorio.

I migliori ospedali italiani, nella «classifica» Agenas. Chiara Daina su Il Corriere della Sera il 7 Dicembre 2022

Humanitas di Rozzano (Milano) e Umberto I di Ancona premiati per i risultati ottenuti in 6 aree cliniche su 7. L’ospedale Del Mare di Napoli primo nel trattamento degli infarti

L’impatto del Covid sugli ospedali italiani non è finito. Anche se le ospedalizzazioni e l’accesso ai trattamenti sono senz’altro in ripresa rispetto al 2020, l’annus horribilis della pandemia.

Lo dimostrano i risultati dell’ultima edizione del Programma nazionale esiti dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che ha misurato la qualità dell’assistenza sanitaria riferita al 2021 allo scopo di valutare l’appropriatezza clinica e organizzativa e l’equità di accesso alle cure garantite dal Servizio sanitario nazionale.

I ritardi nei trattamenti urgenti

Il primo dato rilevante è che si sono registrati 500mila ricoveri in più, nonostante il volume sia rimasto sotto i livelli prepandemici (1,2 milioni in meno rispetto al 2019). La riduzione complessiva nel biennio 2020-2022 è stata pari a 2,9 milioni di ricoveri. Nel 2021 perdura una riduzione anche dei ricoveri urgenti rispetto al 2019: circa 11.300 in meno quelli per l’infarto miocardico acuto e circa 5.800 in meno quelli per la frattura del femore.

I trattamenti urgenti non sono stati erogati con la tempestività raccomandata in oltre la metà delle strutture italiane.

I primi dieci ospedali nell’area cardiovascolare

I pazienti con infarto sottoposti a un intervento di angioplastica coronarica entro i 90 minuti dal ricovero sono stati in media il 50,6%.

Nei primi dieci posti della classifica nazionale ci sono l’ospedale del Mare di Napoli, dove la procedura è stata garantita secondo gli standard assistenziali nell’84,2% dei casi, il Policlinico Tor Vergata di Roma, con l’84% dei casi, l’ospedale Spaziani di Frosinone, con l’82,8%, seguito dall’ospedale Giovanni Paolo II di Sciacca (82,1%), l’ospedale Maria Vittoria di Torino (77,8%), l’ospedale S. Antonio Abate di Erice (77,3%), l’ospedale Centrale di Bolzano (76,3), l’ospedale Mater Domini di Catanzaro (75,4%), l’ospedale Maria Santissima Addolorata di Eboli (75%) e l’ospedale Infermi di Rimini (74,8%).

La mortalità dopo un infarto

Cala la mortalità a 30 giorni dopo un infarto cardiaco dall’8,4% nel 2020 al 7,7% nel 2021. Un trend che si riavvicina a quello prepandemico (7,3%).

Tra le strutture con almeno 350 casi in due anni, non ha registrato nessun caso di decesso l’ospedale Umberto I di Ancona. Al secondo posto l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine (0,5%). Al terzo, la Casa di cura Montevergine di Mercogliano (0,67%). A seguire: l’ospedale Del Cuore Pasquinucci di Pisa (1,19%), l’Heperia hospital di Modena (1,32%), l’ospedale San Giovanni Di Dio e Ruggi D’Aragona di Salerno (1,43%), il policlinico Gemelli (1,63%), l’ospedale Ss. Annunziata di Chieti (1,96%), l’ospedale di Treviso (2,34%) e l’ospedale di Vicenza (2,38%).

Frattura di femore

Mentre la mortalità a un mese dal ricovero per frattura di femore nel 2021 è rimasta pressoché la stessa del 2020: 6,4% contro 6,6%. E resta più alta di quella rilevata nel 2019 (5,1%).

Al vertice della graduatoria per capacità di assicurare un intervento chirurgico per frattura del femore entro 48 ore dall’ospedalizzazione c’è l’ospedale Umberto I di Siracusa, con il 98,2% dei casi. Secondo in classifica l’ospedale Pertini di Roma (94,8%), seguito dal policlinico Campus Bio medico di Roma (94,7%), l’ospedale San Giovanni Di Dio di Agrigento (93,6%), l’ospedale di San Donà di Piave (90,9%), l’ospedale Humanitas di Rozzano (89,3%), l’ospedale Guzzardi di Vittoria (89,3%), l’ospedale San Camillo di Roma (88,7%) e lo Stabilimento di Jesi (88,3%).

Bypass aorto-coronarico

Per quanto riguarda gli interventi di bypass aorto-coronarico isolato, nel 2020 si è verificata una drastica contrazione della casistica (pari a una riduzione del 24% rispetto al valore atteso). C’è stato un parziale recupero della contrazione della casistica registrata nel 2020 (meno 24% rispetto al 2019, con uno scostamento dal trend stimabile intorno al 14% (pari a circa 1.900 ricoveri in meno). Nel biennio 2020-2021, l a riduzione complessiva rispetto al trend è quantificabile in circa 5 mila ricoveri.

Protesi d’anca e di ginocchio

In crescita gli interventi programmati di protesi d’anca (più 18mila) e di protesi di ginocchio (più 14mila). Tuttavia, permane il gap in confronto con il 2019: tra il 2020 e il 2021 sono stati persi in tutto 27mila interventi di protesi d’anca e 39mila di protesi al ginocchio.

Sale la quota anche dei ricoveri in day surgery rispetto al 2020 (più 27,5%), comunque ridimensionata del 31,2% rispetto ai valori prepandemici.

Tumore maligno della mammella

L’assistenza in ambito oncologico, infine, ha segnato un recupero importante. Per esempio, i ricoveri per tumore maligno della mammella si sono riallineati ai livelli del periodo pre-Covid, con un volume che ha superato di poco quello del 2019 (più 1%).

Nel 2020 avevano subìto una flessione del 10% (circa 6mila interventi in meno). La maggiore casistitica di interventi è stata rilevata all’Istituto europeo di oncologia di Milano (2716).

A seguire nella classifica per volume di attività: il Policlinico Gemelli di Roma (1208), l’ospedale Humanitas di Rozzano (1031), l’Istituto nazionale dei tumori di Milano (887), l’azienda ospedaliera Careggi di Firenze (846), l’ospedale Bellaria di Bologna (796), l’ospedale Sant’Anna di Torino (768), l’Humanitas di Misterbianco in provincia di Catania (739), l’Istituto oncologico veneto di Padova (722) e l’azienda ospedaliera di Pisa (715).

Tumore della prostata

La quota di interventi chirurgici per tumore maligno della prostata, invece, seppur aumentata rispetto al 2020, resta sotto del 13% rispetto a quella prepandemia (pari a 2774 ricoveri in meno).

La casistica più elevata si è concentrata nell’azienda ospedaliera Careggi di Firenze (621), seguita dall’Istituto europeo di oncologia di Milano (505), dalla Casa di cura Pederzoli di Peschiera del Garda (367), dall’ospedale san Raffaele di Milano (354), dall’ospedale Sant’Orsola di Bologna (321), l’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (305), l’azienda ospedaliera San Luigi di Orbassano (271), l’ospedale Humanitas di Rozzano (255), l’Istituto regina Elena di Roma (249) e l’ospedale Sacro cuore don Calabria di Negrar (248).

La Lombardia premia gli operatori che spingono i cittadini verso la sanità privata. Salvatore Toscano su L'Indipendente l’8 Dicembre 2022

Un premio in busta paga per chi riesce a convincere un paziente a rivolgersi alla sanità privata piuttosto che a quella pubblica. Questo lo schema seguito in Lombardia da MultiMedica, una struttura ospedaliera privata accreditata al servizio sanitario regionale che ha come motto “prima di tutto viene l’etica”. A denunciare tale meccanismo di premialità è stata la trasmissione “37 e 2” di Radio Popolare, condotta da Vittorio Agnoletto ed Elena Mordiglia. All’interno di un’inchiesta sulla lunghezza delle liste di attesa per accedere alla sanità pubblica, è stata raccolta e mandata in onda la testimonianza di una dipendente di MultiMedica, che ha reso noto il beneficio indirizzato ai centralinisti in grado di attrarre i cittadini verso la sanità privata. La stessa azienda ha confermato, prima in una lettera inviata alla radio e poi in una nota, tale meccanismo.

«Qui è tutto il sistema che non funziona», ha dichiarato in un’intervista a L’Indipendente Vittorio Agnoletto, ex deputato impegnato da anni nella tutela del diritto alla salute. «Quando una struttura privata procede con l’accreditamento al sistema sanitario regionale mette a disposizione un certo numero di interventi o, se dotata, di letti. Ne restano così altri slegati dalla collaborazione con la sanità pubblica». Si tratta di un’offerta completamente privata che finisce per essere indirizzata ai cittadini che contattano il centro per usufruire delle prestazioni sanitarie tramite il solo pagamento del ticket (come accade con le strutture pubbliche) ma a cui, di fronte ai lunghi tempi d’attesa, viene proposto di passare al privato. In sostanza, la struttura accreditata al SSR gode di un’enorme pubblicità dovuta al settore pubblico che, come un’esca, usa per riempire le proprie liste private, con o senza il meccanismo di premialità rivolto agli operatori.

Un’idea per risolvere tale conflitto d’interessi che va unicamente a discapito del cittadino potrebbe essere, come propone Agnoletto, una soglia alta (come al 90%) di interventi o posti letto da dedicare alla collaborazione instaurata con l’ente pubblico, nell’ambito dell’accreditamento al sistema sanitario regionale. Un’ipotesi difficile da realizzare dal momento che l’attuale status quo va a vantaggio «non solo delle aziende accreditate – che guadagnano in termini di pubblicità e dunque di affluenza anche ai propri reparti interamente privati – ma anche delle Regioni», come sottolinea Vittorio Agnoletto. L’ente pubblico, infatti, non erogando le visite attraverso il servizio sanitario non deve pagare i rimborsi alla struttura privata accreditata. Un compromesso che fa contenti tutti, tranne i cittadini. Questi ultimi, visti i problemi della sanità italiana, devono fare i conti con una disapplicazione degli articoli 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, e 3 (comma 2), che recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. [di Salvatore Toscano]

Milano, la visita impossibile di un bambino con febbre a 40: «All'ospedale lista d’attesa da 6 a 10 ore». Giovanna Maria Fagnani su Il Corriere della Sera il 2 Dicembre 2022

L'odissea di due genitori con il figlio di 20 mesi al pronto soccorso del Buzzi: «Due ore solo per  l’accettazione, poi seduti a terra, abbiamo deciso di tornare a casa. Le famiglie non riescono a contattare i pediatri»

Un bimbo di 20 mesi con i sintomi influenzali, da una settimana. La febbre che sale fino a 40 gradi e non scende con gli antipiretici. Il bimbo che piange, inconsolabile. E l’impossibilità di trovare un pediatra che lo visiti, nemmeno in pronto soccorso.

È l’odissea vissuta da una coppia di genitori che hanno affidato a Twitter il loro sfogo, ricevendo decine di testimonianze simili. Giorgia e suo marito hanno due maschietti, il maggiore di venti mesi e l’altro di soli due. Domenica scorsa, il più grande, che frequenta il nido, comincia ad accusare febbre e tosse. La temperatura sale fino a 40 gradi. I genitori lo curano con gli antipiretici e lunedì cercano di contattare il loro pediatra, che non risponde. «E non lo ha fatto per un disinteresse, ma perché era talmente bombardato di telefonate e messaggi, che il telefono era costantemente occupato, non riusciva nemmeno a prendere la nostra chiamata» racconta Giorgia.

Nei giorni successivi, la situazione non migliora, la febbre non scende mai sotto i 39. Alle 22 di mercoledì sera, mamma e papà portano il bimbo al pronto soccorso del Buzzi, dove restano fino alle 2, poi decidono di tornare a casa. «Era un delirio: decine e decine di famiglie in attesa con bimbi con gli stessi sintomi del nostro. Ci abbiamo messo due ore per superare l’accettazione, ci hanno valutato come codice verde e, a quel punto, abbiamo scoperto di avere altri 42 codici verdi prima di noi in attesa. Un infermiere ci ha prospettato un’attesa dalle sei alle dieci ore. Peraltro, non essendoci più posti a sedere, ci eravamo sistemati per terra, come altri. La febbre era momentaneamente scesa con un antinfiammatorio e abbiamo deciso di tornare a casa».

Durante l’attesa, i genitori si scambiano le esperienze con i vicini: «C’era chi aveva fatto il giro dei pronto soccorso, ma aveva trovato lo stesso problema ovunque. Tutti riferivano di non riuscire a raggiungere i pediatri: chi non rispondeva, chi non aveva spazio per le visite». Ieri, in serata, finalmente Giorgia ha potuto contattare il suo pediatra e fissare una visita. «È vero che non bisognerebbe andare al pronto soccorso, se non è necessario, ma un genitore, di fronte a una febbre a 40 gradi che persiste da giorni, senza un parere medico cosa può fare? Non c’è solo l’influenza a dare febbre alta, ci sono anche patologie più gravi, come la meningite» spiega la mamma.

«Questa situazione è un cane che si morde la coda. I pediatri hanno troppi pazienti, i genitori respinti, in presenza di certi sintomi, si spaventano e vanno nei pronto soccorso che così si ingolfano. Al Buzzi il personale ha fatto del suo meglio, ma parlavano di 150 accessi solo quel giorno». Una soluzione sembra lontana. «Il pediatra ci ha parlato di un’estrema vulnerabilità dei bimbi dopo il Covid. Quelli che vanno al nido sono ancora più esposti alle infezioni ma non si può non portarli. È il sistema sanitario che deve rispondere con i servizi di base. Deve mettere il proprio personale in condizione di rispondere. Anche questa è malasanità».

Influenza, picco tra i bambini da 0 a 4 anni: «A Milano pediatri introvabili e pronto soccorso assaltati». Sara Bettoni su Il Corriere della Sera il 2 Dicembre 2022

Posti letto insufficienti e sale d’attesa colme. Al Buzzi arrivati 144 bimbi in 24 ore: «Troppe carenze nel sistema territoriale». In città 120 specialisti che spesso hanno già raggiunto il tetto di pazienti fissato a 1.400 bambini

L’influenza riempie i pronto soccorso pediatrici di Milano e non solo. «La situazione è critica, viviamo in grave sovraffollamento da tre settimane — dice Giuseppe Bertolozzi, responsabile del reparto d’urgenza della De Marchi (Policlinico) —. Viaggiamo su una media di 90 accessi quotidiani». A seconda delle giornate, i bambini con sintomi simil-influenzali passano dai 30 ai 60. «Hanno febbre, tosse secca anche violenta. I piccoli da due mesi fino a un anno a volte soffrono di bronchioliti e hanno bisogno di ossigeno. Nei casi più gravi li ricoveriamo». 

I posti letto del pronto soccorso però sono solo otto ed è difficile far fronte alle necessità, anche perché all’epidemia di stagione, in anticipo rispetto agli anni pre Covid, si sommano altri virus. «Due medici coprono i turni sia nei giorni feriali sia nei festivi, ma il lavoro è tanto. Di conseguenza abbiamo persone in corridoio, cittadini in sala d’attesa che si lamentano». Si può aspettare anche 4 ore per una visita.

Non va meglio al Buzzi. Gian Vincenzo Zuccotti, direttore della Pediatria e del pronto soccorso pediatrico, parla di 144 richieste d’aiuto nelle ultime 24 ore, 46 delle quali in codice giallo, quindi mediamente gravi. «Siamo presi d’assalto da un po’ di tempo — spiega —, in queste condizioni abbiamo rallentamenti per le situazioni meno urgenti», ovvero i codici verdi e bianchi. «Le attese sono lunghe, si creano disagi. Tutto ciò non aiuta a lavorare con serenità e concentrazione». Anche al Buzzi gli spazi rischiano di essere insufficienti, tanto che in alcuni momenti della giornata l’atrio si trasforma in una terza sala d’accoglienza. «Ci stiamo confrontando con il primo anno di vero ritorno alla normalità, dopo la pandemia di Covid — aggiunge Zuccotti —. Il sistema immunitario dei bambini è disabituato a combattere i virus. Ma paghiamo anche le carenze dell’assistenza territoriale, che a sua volta ha criticità».

Per correre ai ripari, il primario sta cercando di organizzare i turni di guardia con un medico aggiuntivo, oltre ai due già presenti. «Ma non possiamo sostituirci completamente ai pediatri di libera scelta». Anche gli ambulatori vivono momenti di difficoltà e alzano bandiera bianca. «Stiamo avvertendo molto il peso dell’influenza e le famiglie se ne accorgono» ammette Roberto Marinello dal suo studio nel quartiere Chiesa Rossa. Secondo la rete di sorveglianza Influnet, infatti, il virus colpisce soprattutto i piccoli da 0 a 4 anni. L’incidenza è considerata in generale «molto alta» e in questa fascia d’età tocca i 48,3 casi ogni mille assistiti. «E in mezzo agli influenzati c’è chi ha problemi particolari e richiede maggiore attenzione». Ma gli specialisti a disposizione sono pochi: 340 in tutta l’Ats di Milano (compresa la provincia di Lodi), più 24 con incarichi temporanei. In città se ne contano circa 120, molti dei quali hanno già raggiunto il tetto di pazienti. In particolare, il Municipio 1 vive momenti di difficoltà.

«In Lombardia il massimale è di 1.400 bambini per pediatra, anche se la convenzione nazionale sarebbe di 880» dice Marinello, ricordando l’annoso problema del calcolo delle necessità del territorio. Il conteggio viene fatto in base al numero di bimbi fino ai 6 anni d’età. Molte famiglie tuttavia ritardano il passaggio al medico di famiglia fino ai 14 anni. E così i pediatri non bastano. «Colpa di un’errata programmazione in passato — per Marinello —. Oggi all’incirca c’è un nuovo inserimento ogni tre pensionamenti. Dovremmo essere più capillari sul territorio». Unica consolazione, la buona risposta all’ultimo bando lanciato dall’Ats per reclutare pediatri nei quartieri sguarniti. Tutti i posti sono stati assegnati. Ma servirà qualche settimana perché gli incaricati prendano servizio.

Estratto dell’articolo da "la Repubblica" l’1 Dicembre 2022.

Duecento giorni per una risonanza magnetica a Napoli, sei mesi per una gastroscopia a Bari, una visita oculistica non prima di febbraio a Torino. Da Nord a Sud, chi ha dolore alla schiena, mal di stomaco o il bisogno di un controllo al cuore spesso si trova a un bivio: aspettare o pagare. Viaggio nell'Italia in lista d'attesa, nel Paese in cui, come raccontato ieri da Repubblica , le prestazioni di controllo sono calate del 20% rispetto al 2019, l'anno prima del Covid, mentre l'attività privata cresce.

Quanto tempo ci vuole per una visita o un esame con priorità "D" ("differibile"), da garantire entro trenta o sessanta giorni? In molti casi, secondo i dati raccolti da Repubblica in diverse città italiane, meglio bussare nel 2023: a Napoli per la gastroscopia c'è posto in aprile, fra 137 giorni. Tempi simili a Torino anche per la risonanza. A Roma bisogna aspettare gennaio per andare dal cardiologo o dall'oculista. Non sono tempi da trascurare, perché in genere si tratta del primo contatto fra un paziente e il suo medico, il possibile inizio di un percorso.

Per questo è importante anche monitorare le prestazioni di classe "B", quelle da garantire entro dieci giorni perché si ritiene che la risposta debba essere "breve": in alcuni casi, ce ne vogliono dieci volte tanti. Ne servono il doppio a Palermo per una risonanza, quasi il triplo a Genova per l'ecografia all'addome, tre in più del dovuto a Milano per una gastroscopia, anche se il capoluogo lombardo, assieme a Firenze, è tra le città più in regola. La Toscana, in generale, è la realtà locale che ha visto un aumento delle prime visite nei primi sei mesi del 2022 rispetto allo stesso periodo del 2019. Tutti gli altri hanno prodotto meno attività sanitaria.

Fuga nel privato

Le alternative si trovano. Pagando. «Ho la sclerosi multipla e l'esenzione - racconta Antonella, 39 anni, della provincia di Brindisi - ma sono costretta a spendere tanti soldi per le visite perché è impossibile prenotarle con il pubblico. La mia piccola pensione non basta. Ho dovuto pagare anche per un'ecografia alla tiroide». […]

C'è chi dice no. E aspetta Francesca, professionista bolognese, da sei mesi cerca di aiutare i suoi genitori - il papà di 70 anni e la mamma di 65 - a prenotare due esami. A suo padre, l'estate scorsa, il medico ha consigliato un esame, l'agoaspirato, dopo aver trovato dei noduli alla tiroide. Lui è ancora in fila. «Se ci fosse qualcosa di grave, avremmo perso sei mesi. Privatamente ci hanno chiesto 250 euro. Mio padre sarebbe esente. In più, per principio, non vuole pagare visto che esiste un'Ausl», racconta sua figlia.

I medici sono preoccupati: «Quando chiediamo una risonanza entro trenta giorni, non sempre viene garantita e rischia di essere fatta troppo tardi», dice Salvatore Bauleo, dottore di famiglia di Bologna. Pier Luigi Bartoletti, segretario della Federazione medici di medicina generale di Roma, avverte: «Chi ha determinate patologie non può attendere tempi lunghi».

Il decalogo lombardo

Anche la Lombardia corre ai ripari. Sono dieci le prestazioni per le quali si aspetta molto più del dovuto e la giunta ha approvato una delibera per migliorare i tempi di attesa. Il presidente Attilio Fontana e l'assessore al Welfare Guido Bertolaso promettono che 66 mila cittadini ai quali è stato dato un appuntamento fuori dai tempi massimi previsti (3mila di questi avevano l'urgenza a dieci giorni), tra gennaio e giugno 2023, saranno richiamati per anticipare la data. […]

«Hai fatto tutti i controlli?» Ospedali in affanno salta una visita su 5, chi può sceglie il privato. Michele Bocci su La Repubblica il 30 Novembre 2022

Colpa del ritardo accumulato negli anni di pandemia e della mancanza di personale  I dati peggiori al Sud. E vola la spesa per la sanità a pagamento: 37 miliardi

Cala l’attività pubblica, cresce quella privata. Si potrebbe riassumere così, molto schematicamente, quanto sta accadendo alla sanità italiana dopo il Covid. E già così sarebbe preoccupante per chi crede in un sistema universalistico che dà a tutti assistenza e sempre della stessa qualità (possibilmente alta) gratuitamente o al costo del ticket. Ma le cose sono un po’ più complesse e per niente positive.

Asl e ospedali non riescono ancora a recuperare il lavoro andato perso nel drammatico 2020 del Covid. C’è un dato particolarmente significativo, quello delle visite di controllo. Cioè dell’attività specialistica destinata a chi ha già avuto una diagnosi e quindi è malato. Spesso cronico, cioè diabetico, cardiopatico e così via, oppure oncologico. Ebbene, nei primi sei mesi di quest’anno le Regioni italiane hanno fatto circa 13,7 milioni di accertamenti di questo tipo, 3,4 milioni in meno rispetto al 2019. Il 20% in meno, un dato altissimo. Occorre insistere, ricordando che non si parla di prime visite, pure quelle in forte calo, che possono anche avere una quota di inappropriatezza (ossia essere non indispensabili), ma di accertamenti ritenuti necessari da un medico per vedere come e se una patologia evolve.

I dati sono di Agenas, l’Agenzia sanitaria nazionale delle Regioni, che ha un monitoraggio molto aggiornato sul lavoro delle amministrazioni locali. Tra le realtà medie e grandi che vanno peggio con i controlli ci sono la Sardegna (-36%), la Calabria (-30%) e la Sicilia (-29%). La migliore invece è la Toscana, (-10%), seguita da Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia (- 15%).

"La colpa non è dei professionisti o dei pazienti ma dell’organizzazione sanitaria — spiega Ciro Indolfi, presidente della Società italiana di cardiologia — Gli ambulatori sono ridotti perché il sistema si è focalizzato sul Covid. Le cose non sono uguali in tutta Italia, il Sud soffre storicamente di maggiore inefficienza". Non si tratta di visite ma Giovanni Esposito di Gise, la società di cardiologia interventistica, dice che le angioplastiche sono ancora l’8% in meno rispetto a prima della pandemia. Secondo Nino Cartabellotta di Gimbe, fondazione privata che si batte per il servizio pubblico e si occupa di corsi di aggiornamento a pagamento per il personale sanitario, "il nodo è sempre la carenza di personale. Il sistema per le difficoltà di organico sta rallentando, figurarsi se riesce a recuperare. Le Regioni dovevano investire un miliardo per le liste di attesa ma non è servito e non hanno nemmeno speso tutti i soldi".

E mentre il servizio pubblico non si riprende dal Covid, i privati fanno affari. Di recente è uscito il monitoraggio della spesa sanitaria del Mef relativo al 2021, anno nel quale, tra l’altro, le visite di controllo pubbliche andavano ancora peggio di adesso. Il ministero certifica che la spesa cosiddetta out of pocket, appunto completamente a carico del cittadino, l’anno scorso è salita a ben 37 miliardi di euro, contro i 34,8 del 2019. E in cinque anni la crescità è di quasi di 10 miliardi. Gli italiani comprano più attività privata, cioè visite, esami, farmaci, prestazioni dentistiche. Le strutture private accreditate e autorizzate, ad esempio, incassano circa 800 milioni di euro in più del 2019. Cala al contrario di 400 milioni la quota di partecipazione, cioè il ticket per le prestazioni nel pubblico. Due dati eloquenti.

Evidentemente ci sono persone che non riescono a fare i controlli nel pubblico a causa delle liste di attesa e comprano una prestazione privata, a un prezzo tra 50 e 250 euro se si tratta di una visita, anche di più per un esame. Ma non tutti possono permetterselo. Difficile stimare quanti restino ad aspettare nel pubblico perché non hanno soldi per il privato. "Stime precise non ce ne sono", dice Cartabellotta, che pure si occupa di anche di studi sull’attività sanitaria. Si tratta di cittadini “invisibili”. Per risparmiare, chi può si fa un’assicurazione sanitaria. "Le polizze individuali non sono in crescita — dice il presidente di Gimbe — Le assicurazioni lavorano soprattutto agganciate ai pacchetti welfare, quindi con le società private. Così si crea una differenza tra chi ha un lavoro retribuito e chi no, che resta senza aiuto. E nelle aziende, comunque, il manager ha un piano sanitario migliore dell’operaio". Un po’ schematico anche questo ma rende l’idea.

"Lei ha uno scompenso". E il paziente spara e uccide il cardiologo a Favara. Alan David Scifo su La Repubblica il 29 Novembre 2022

L'assassino si è dato alla fuga ma è stato preso dai carabinieri. La pistola, una 7,65, è risultata rubata

Una diagnosi non condivisa dal paziente. Potrebbe essere questo il motivo del diverbio che ha portato il 47enne Adriano Vetro, bidello incensurato di Favara, ad uccidere il proprio cardiologo, Gaetano Alaimo, a colpi di pistola nel suo studio medico in via Bassanesi. All’uomo era stato diagnosticato uno scompenso cardiaco ma la notizia non sarebbe stata presa bene da Vetro che, dopo una lite, ha deciso di estrarre la pistola ed uccidere il medico nella sala d’attesa, davanti gli altri pazienti e i suoi segretari in un pomeriggio di terrore per chi ha assistito alla scena. Subito dopo i colpi esplosi alle spalle del medico, l’uomo è scappato rifugiandosi nella casa di campagna.

Le testimonianze di chi ha assistito all’omicidio hanno permesso ai carabinieri della tenenza di Favara di identificare l’assassino, trovato nel giro di poche ore, rifugiato nella sua casa di campagna con ancora la pistola, una calibri 7,65 risultata rubata. Sul posto anche il procuratore facente funzioni della procura della Repubblica di Agrigento, Salvatore Vella, e i militari del nucleo investigativo. L'uomo è adesso in caserma per l'interrogatorio. L'arma, nelle prossime ore, verrà inviata al Ris di Messina per essere sottoposta a tutti gli accertamenti balistici ritenuti necessari.

"Non è pensabile e accettabile - dichiara il sindaco di Favara Antonio Palumbo - che a Favara possano continuare a tuonare le pistole. Basta. Non intendo entrare nel merito delle ultime vicende, rispetto alle quali faranno spero presto chiarezza gli inquirenti, ma da primo cittadino tornerò a chiedere con forza una maggiore presenza dello Stato nella nostra città. C'è ancora troppa gente convinta che la violenza sia una lingua accettabile, e noi siamo qui a dire a tutti loro che non c'è più spazio a Favara per gente così. Favara non vi vuole".

Estratto dell’articolo di Alan David Scifo per "la Repubblica" il 30 novembre 2022.

Il medico era per lui, cardiopatico, l'ultimo ostacolo per ottenere il rinnovo della patente. Al culmine dell'ultima lite, il paziente ha estratto una pistola e lo ha ucciso. Nel poliambulatorio, davanti agli altri assistiti in sala d'attesa, atterriti. Gaetano Alaimo aveva 65 anni ed era un cardiologo molto amato nella sua Favara, grosso centro dell'Agrigentino. Un medico che faceva bene il suo lavoro.

Corretto, scrupoloso: troppo, secondo il suo assassino, Adriano Vetro, 47 anni, collaboratore scolastico che senza la sua auto si sentiva finito. Ma i problemi cardiaci non gli permettevano più di mettersi alla guida, e a nulla erano servite le pressioni sul medico per avere il certificato o sottoporsi a un intervento che potesse risolvere la sua malformazione al cuore.

Non si dava pace, per quel diniego. E ieri, nel primo pomeriggio, mentre gli altri pazienti erano in attesa dell'apertura dello studio del medico, in via Bassanesi, e i segretari annotavano i nomi a turno per le visite, il bidello ha raggiunto l'ambulatorio, nonostante non avesse un appuntamento, e ha fatto irruzione brandendo una pistola.

Adriano Vetro non aveva intenzione di farsi visitare ancora una volta per ricevere un altro no dal medico che lo seguiva da anni. Un attimo: un colpo di pistola alle spalle, davanti a decine di persone, e Alaimo è caduto a terra, in una pozza di sangue, mentre l'assassino scappava con l'arma in mano.

La sua fuga è durata poco: i carabinieri lo hanno trovato ben presto nella sua casa di campagna, dove abita con i genitori. Aveva ancora con sé la pistola con cui aveva sparato. Condotto in caserma, accanto al suo avvocato ha confessato tutto, chiarendo il movente di un delitto assurdo. E il movente è la sua ossessione per la patente negata.

Il caso è chiuso. Almeno così sembra, anche se il procuratore della Repubblica reggente di Agrigento, Salvatore Vella, e il pubblico ministero Elenia Manno stanno cercando di chiarire ogni dettaglio della vicenda. Per Vetro è scattato il fermo con le accuse di omicidio premeditato e porto abusivo di arma da fuoco.

Qualche minuto dopo le 21, l'omicida ha lasciato il comando provinciale dei carabinieri ed è stato trasferito nel carcere di Agrigento. Il suo difensore, l'avvocato Santo Lucia, ha detto che il bidello era in terapia da uno psichiatra da diversi anni. […]

Sanità, i due pesi e due misure che ancora spaccano il Paese. VINCENZO DAMIANI su Il Quotidiano del Sud l’11 Novembre 2022.

Nell’attuazione della gestione sanitaria emergono ancora una volta i due pesi e due misure che nella sanità ancora spaccano il Paese

Terminata la fase emergenziale legata alla pandemia Covid-19, nella sanità italiana sono riemersi i vecchi problemi. A cominciare dalle “differenze territoriali sempre meno accettabili” che “sono alla base di saldi negativi di mobilità sanitaria per ben 14 regioni, in prevalenza nel Mezzogiorno”.

A bacchettare ancora una volta lo Stato è la Corte dei Conti nella nota di aggiornamento del Def 2022: il Paese continua a essere spaccato in due, con il Sud danneggiato dai minori trasferimenti ricevuti negli ultimi 20 anni. “Nel 2021 – annotano i magistrati contabili – dopo la pausa legata alla pandemia e alle relative difficoltà di mobilità, tende nuovamente a crescere il volume di risorse per pagamenti di prestazioni rese fuori regione, a testimonianza del permanere di criticità nell’assistenza garantita in alcune realtà territoriali. I primi 9 mesi del 2022 registrano, infine, una riduzione della spesa per investimenti di oltre il 13 per cento.

Una flessione che sembra interrompere quest’anno la crescita che si era registrata nel triennio trascorso con variazioni del 19-18 per cento annue e che interessa tutte le aree del Paese, ma con punte più accentuate nelle regioni meridionali continentali (-26,3 per cento)”. Insomma, siamo punto e accapo. O quasi.

SOS PNRR

Un allarme non indifferente considerando la necessità di “correre” nella spesa dei fondi Pnrr. E a proposito del Piano di ripresa e resilienza, la Corte dei Conti lancia un altro monito: “Andrà verificato – si legge nella relazione trasmessa al parlamento – se un profilo di finanziamento (e di spesa) quale quello prefigurato nei quadri tendenziali sia compatibile con le necessità che ancora caratterizzano il comparto e, in particolare, con la soddisfazione dei fabbisogni di personale legati anche alla riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr e con le spese connesse all’aumento dei costi dell’energia”.

I TEMI DI SANITÀ CHE SPACCANO IL PAESE: MANCANO 65MILA INFERMIERI

E poi c’è il problema delle piante organiche, sia mediche che infermieristiche, “pesantemente sottodimensionate in molte aree e nel confronto con standard europei”, si legge nella relazione. “Secondo i dati Oecd – scrivono i magistrati – nel 2019 in Italia operavano 4,1 medici per 1.000 abitanti, superiore alla media europea del 3,6. Nello stesso anno, in Germania e in Spagna si registravano 4,4 medici per 1.000 abitanti, in Francia 3,2 e 3,0 nel Regno Unito.

All’opposto, per il personale infermieristico, lo stesso indicatore si attesta al 6,2 infermieri per ogni mille abitanti, leggermente più alto della Spagna (5,9), mentre la media europea è dell’8,8. In Germania si registravano 13,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, in Francia 11,1 e nel Regno Unito 8,2. Mettendo in relazione lo standard internazionale 1:3 per il personale infermieristico (3 infermieri per un medico) ai dati presenti nell’Annuario statistico, sia per il personale del sistema sanitario nazionale che per quello operante nelle strutture equiparate, nel 2020 si registrava una carenza di infermieri di circa 65mila unità”.

I TEMI DI SANITÀ CHE SPACCANO IL PAESE: IL NODO LISTE DI ATTESA

Strettamente legato alla mobilità passiva è il tema “liste di attesa”: “Come emerge dai piani per il riassorbimento delle prestazioni mancate negli anni della pandemia – evidenzia la Corte dei Conti – in molte regioni il recupero è ancora in atto ed è previsto completarsi nel prossimo anno”. Quelle più in difficoltà sono le Regioni del Sud, anche perché i fondi destinati a questo capitolo vengono ripartiti sulla base del criterio della popolazione residente, anziché sulle reali esigenze.

E, come noto, al Sud è in atto ormai da anni un intenso fenomeno di spopolamento. “In tema di recupero dei tempi di attesa – è scritto ancora – i dati diffusi di recente dal Ministero della salute e da Agenas confermano il permanere di criticità: sono, ad esempio, ben 14 le regioni che presentano performance peggiori di quelle del 2019 nel caso degli interventi cardio vascolari caratterizzati da maggiore urgenza (classe A) che dovrebbero essere eseguiti entro 30 giorni. Solo di poco migliore l’andamento per quanto riguarda i tumori maligni: sono 12 le regioni che hanno peggiorato le loro performance.

Anche le prestazioni di specialistica ambulatoriale non hanno recuperato i livelli del 2019: nel primo semestre 2022 le prestazioni erogate risultavano in media nazionale inferiori del 12,8 per cento a quelle dello stesso periodo del 2019 e 13 regioni si collocavano al di sotto della media (di cui 7 segnavano cali superiori di oltre 6 punti percentuali)”.

LA RIFORMA DEL TERRITORIO HA BISOGNO DI PERSONALE

Infine, i magistrati pongono l’attenzione sulla riforma dell’assistenza territoriale. “Con la sottoscrizione dei contratti istituzionali di sviluppo – viene evidenziato – tra il Ministero e le Regioni avvenuta nel 2022 si è avviata la riforma dell’assistenza territoriale disegnata dal Dm 77 e prevista dal Piano che prevede l’istituzione di almeno 1.350 Case della comunità, 400 Ospedali di comunità, 600 centrali operative territoriali e lo sviluppo della telemedicina, che dovrà poter assistere a domicilio almeno 800.000 persone con oltre 65 anni. Una riforma che necessita di una adeguata dotazione di personale e per la quale è funzionale un incremento della formazione medico specialistica.

Per quanto attiene alla formazione medico specialistica, nel 2021, ai 13.200 contratti statali finanziati con le risorse del Fondo sanitario nazionale, se ne sono aggiunti ulteriori 4.200 finanziati dal Pnrr, per un totale di 17.400 contratti (a fronte dei 13.400 del 2020). Se ciò nel medio periodo consentirà di rispondere meglio alle esigenze di cura, nel breve non potrà impedire che continuino a persistere difficoltà di risposta alle urgenze, come testimoniano i ritardi registrati nei pronto soccorso o nel riassorbimento delle liste d’attesa”.

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Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  

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La triste storia di un 71enne. La disavventura di un manduriano: in attesa di un posto in ospedale, la chiamata arriva due giorni dopo il suo funerale. La Redazione de La Voce di Manduria martedì 15 novembre 2022.

E’ di Manduria il protagonista della tristissima storia che mette ancora una volta in risalto l’inadeguatezza del servizio sanitario pubblico in questa zona e in tutta la regione più in generale. E’ la storia di un uomo di 71 anni che per circa 50 giorni ha atteso che si liberasse un posto letto in un spedale specializzato per la sua malattia ma che è morto prima che la disponibilità arrivasse. La sorte si è poi accanita sulla famiglia che ha ricevuto la tanto attesa chiamata tre giorni dopo i funerali.  

Ha atteso, invano, quasi 50 giorni perchè si liberasse un posto nell’ospedale Miulli, in provincia di Bari, ma la disponibilità è arrivata in ritardo, due giorni dopo il suo funerale. È il triste epilogo di un 71enne della provincia di Taranto ricoverato all’ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto per una severa patologia respiratoria che doveva essere trattata nel centro specialistico del barese. In queste date, le tragiche tappe che hanno segnato gli ultimi giorni di vita dell’uomo che sino ad una settimana prima del decesso aveva fatto una lunga e serena video telefonata con i parenti che stavano a casa. Già in cura domiciliare per i suoi problemi polmonari, il 22 settembre scorso, d’accordo con il suo medico curante, il 71enne è stato ricoverato nella pneumologia del Moscati. Dopo aver inquadrato la compromissione di alcuni organi, i sanitari dell’ospedale tarantino hanno detto ai familiari che bisognava trasferirlo nel centro specialistico di Acquaviva delle Fonti dove avrebbe trovato le apparecchiature e le cure necessarie per la sua patologia. Purtroppo, però, al Miulli non c’erano post liberi e bisognava aspettare. Così, almeno, i medici tarantini hanno riferito ai famigliari che si sono messi in paziente attesa sperando che da un giorno all’altro arrivasse la telefonata. Il 20 ottobre le sue condizioni sono migliorate tanto da consigliare le dimissioni per l’attesa della chiamata a casa. «Abbiamo chiesto noi di tenerlo ancora sino a quando non si fosse liberato questo benedetto posto e i medici del Moscati hanno cortesemente accettato», spiega il genero che ringrazia i sanitari del presidio tarantino per avere accolto la richiesta. Con la speranza della chiamata e con le valige sempre pronte per il viaggio della speranza, il parente ricorda di aver parlato l’ultima volta con il suocero agli inizi di novembre. «Lo abbiamo visto sereno e sembrava si stesse pian piano riprendendo, non aveva più il casco ma solo dei tubicini per l’ossigeno alle narici, quella è stata l’ultima volta che l’ho visto», racconta l’uomo. Martedì scorso è arrivata una telefonata ai parenti, ma non era quella che attendevano, era il medico del Moscati che annunciata l'inatteso lutto.

«La cosa che ci ha fatto ancora più male – spiega ancora il genero – è stata la telefonata che abbiamo ricevuto dal Miulli sabato scorso, era una signora che finalmente ci annunciava la disponibilità di un posto letto e che ci sollecitava di fare in fretta». Il giorno prima il povero uomo era stato sistemato in un posto dove non esiste fretta e né tempo. «Siamo arrabbiati, cinquanta giorni per un posto letto, e se poteva salvarsi?», si tormentano i parenti che non si danno pace. «Vorremmo in qualche modo che si andasse infondo a questa assurda storia, ma non sappiamo cosa fare, forse qualcosa la potrebbero fare le istituzioni sanitarie e darci un po’ di pace perché forse non abbiamo fatto abbastanza per salvare il nostro parente. Forse avremmo dovuto bussare a qualche porta?», si chiede con angoscia l’uomo che a nome della famiglia ringrazia i medici e tutto il personale dell’ospedale Moscati «che hanno fatto il possibile ed anche l’impossibile per salvare mio suocero», conclude. Nazareno Dinoi

Sanità, negli ospedali mancano i medici: ecco chi ha sbagliato e cosa ci aspetta. Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 31 Ottobre 2022.

La salute non è un tema burocratico: ognuno di noi quando ha un problema serio pretende, giustamente, di essere curato in fretta e al meglio. Perché ciò sia possibile devono essere innanzitutto accorciate le liste di attesa che continuano a tenere in ostaggio chiunque debba fare un esame o una visita e non può permettersi di pagare di tasca propria. È necessario, poi, che ci sia il medico giusto nel posto giusto e che abbia il tempo necessario da dedicarci. Tutto questo oggi non avviene per una ragione su tutte: negli ospedali italiani mancano medici. Ce l’ha dimostrato in modo drammatico la pandemia Covid, e lo tocchiamo con mano ogni volta che dobbiamo prenotare una prestazione medica. E adesso dobbiamo fare anche i conti con il fenomeno dei medici a gettone, pagati a turno e portati in corsia dalle cooperative per tappare i buchi di organico, ma senza garanzie di qualità dell’assistenza per i pazienti: si tratta di neolaureati, o specializzati che possono finire in reparti diversi dalla loro competenza. In assenza di controlli lo stesso gettonista, fra turni diurni e notturni può fare anche 36/48 ore di fila saltando da un Pronto soccorso all’altro.

Gli errori del passato

Siamo scivolati in questo colabrodo per due ragioni. La prima: le corsie si sono via via svuotate per il blocco del turnover scattato dal 2005 (art. 1 comma 198) con il governo Berlusconi 2 e proseguito con il Prodi 2, Berlusconi 3, Monti, Letta, Renzi. Come media a livello nazionale su 100 medici andati in pensione, 10 non sono stati sostituiti. Ma in Regioni come il Lazio, la Sicilia e la Campania il numero sale a 31. 

La seconda: cattiva programmazione. Negli anni i ministeri preposti non hanno tenuto il conto di quanti medici uscivano dal sistema sanitario nazionale per andare in pensione formandone altrettanti in grado di entrare. Risultato: tra il 2015 e il 2022 il saldo negativo tra pensionati e nuovi specialisti è stato di 15.585. 

Il ministero della Salute corregge il tiro a partire dal 2019, quando il ministro Giulia Grillo sblocca il turnover (portando le assunzioni possibili a un più 10%) e aumenta il numero dei posti per le scuole di specializzazione. Siccome per formare uno specialista sono necessari 4-5 anni, almeno fino al 2024 sconteremo gli effetti della programmazione sbagliata. Per il 2022 e il 2023 il saldo tra pensionabili e nuovi specialisti è ancora negativo: meno 1.189. 

La domanda che s’impone adesso è: da qui al 2027 avremo un numero di medici sufficiente a garantire l’assistenza necessaria? Vediamo cosa dicono i dati che Agenas, l’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali che fa capo al ministero della Salute, ha elaborato in esclusiva per Dataroom.

Le previsioni per il futuro

Su 103.092 medici che oggi lavorano negli ospedali, nei prossimi 5 anni maturano i requisiti per andare in pensione in 29.331. Gli attuali buchi di organico non sono quantificabili, ma sappiamo che il 10% non è stato sostituito per il blocco del turnover, vuol dire che almeno altri 13 mila medici mancano all’appello. Il fabbisogno totale al 2027 è dunque di 42.331 ospedalieri. Quanti nuovi specialisti saranno sfornati per allora dalle Scuole di Specialità? Siccome per formarli ci vogliono 4-5 anni, dobbiamo prendere i contratti di specialità messi a disposizione tra il 2017/18 e il 2021/2022 (passati da 6.200 a 14.378 l’anno). In totale sono complessivamente 62.350. Tenuto conto che il 10% non finisce gli studi e il 25% non resta a lavorare nel Ssn, vuol dire che per gli ospedali pubblici saranno pronti, sempre al 2027, 42.086 specialisti. Le entrate e le uscite sono quindi in equilibrio. Va inoltre calcolato che con gli interventi straordinari per la pandemia sono stati assunti a tempo indeterminato 1.350 medici e altri 9.409 a tempo determinato fino a dicembre 2022, e se saranno confermati daranno una boccata d’ossigeno per arrivare al 2027. Tutto bene quindi. Non proprio: i conti tornano sulla carta, ma nella realtà le cose vanno in tutt’altra maniera. 

I problemi da risolvere

Banditi i posti nelle Scuole, alcune specialità, tra l’altro proprio quelle di cui c’è più bisogno, non vengono scelte: quest’anno in Medicina d’emergenza e urgenza il 57% dei posti non è coperto; in Anestesia e rianimazione il 17%; in Radioterapia il 74%. E la lista può continuare. Oggi il 71% dei primi 1.000 in graduatoria che hanno passato il concorso scelgono 7 specialità su 51, ossia quelle con più appeal: cardiologia, dermatologia, pediatria, neurologia, oculistica, endocrinologia e chirurgia plastica. Per risolvere il problema chi fa programmazione (il ministero della Salute) e chi bandisce i posti nelle scuole di specializzazione (il Miur) deve bilanciare l’offerta riducendo i posti nelle specialità più richieste. Solo così è possibile andare a coprire le reali esigenze del Ssn che emergono drammaticamente dall’infinità di concorsi pubblici per assumere medici ospedalieri che vanno deserti.

A Flourish data visualization

Inoltre vanno aggiunti riconoscimenti economici per rendere attrattivo il lavoro in ospedale dove oggi si registra una grande fuga: solo nel 2021 hanno deciso di licenziarsi 2.886 medici, sfiniti dalla vita in corsia.

I dati della Federazione europea dei medici specialisti del 2017 dicevano che in Italia gli ospedalieri guadagnavano poco più di 80 mila euro, contro gli 85 mila dei pari grado francesi, i 130 mila dei colleghi inglesi e i 150 mila dei tedeschi

In questi 5 anni nel resto d’Europa gli stipendi sono aumentati ancora, quelli dei nostri medici sono rimasti fermi (qui il documento), tranne un aumento di 170 euro al mese per chi firma il diritto di esclusiva, e non si intravede un passo per riconoscere il valore dell’ospedaliero, nonostante l’eroica dedizione dimostrata nei momenti più drammatici della pandemia.

Infermieri e medici di famiglia

Lo stesso discorso vale per i medici di famiglia e gli infermieri che sono gli assi portanti del potenziamento delle cure sul territorio previsto dal Pnrr con le case e gli ospedali di comunità. Anche qui dai dati Agenas risulta che l’offerta formativa è in grado di coprire i numeri di pensionamenti per lo stesso periodo. Degli oltre 264mila infermieri di oggi matureranno i requisiti per la pensione in 21 mila, mentre 13.200 mancano per coprire i buchi di organico. Al 2027 completeranno la formazione in 61.760. Per quella data dovremmo quindi farcela a coprire anche la richiesta necessaria per fare funzionare ospedali e case di comunità. 

La stessa situazione riguarda i medici di base: dei 40.250 oggi in servizio, tra il 2022 e il 2027 ne andranno in pensione 11.261, e saranno disponibili, a legislazione costante, 13.895 posti per la formazione. Ma ancora una volta sono solo conti sulla carta. Basta guardare cosa succede in Lombardia: nel febbraio 2022 al corso di formazione per diventare dottori di famiglia sono messi a disposizione 626 posti, al test si presentano in 502, accettano in 379, e i frequentanti oggi sono 331, cioè la metà. D’altronde, finché la borsa di studio dei neolaureati che si iscrivono al corso di formazione triennale è di 11 mila euro l’anno contro i 26 mila di chi sceglie il corso di specializzazione, è evidente che la professione del medico di famiglia è considerata di serie B. 

Questo è il risultato prodotto da una politica nazionale miope che sta distruggendo il miglior sistema sanitario al mondo. Una mano gliela danno i partiti, che dai ministeri ai vertici delle aziende sanitarie hanno troppo spesso infiltrato i loro dirigenti più fedeli, non i più capaci, mortificando il personale sanitario.

Dal nuovo governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro Orazio Schillaci si attende un segnale di presa in carico del problema. Per il momento solo fumo e il rischio di un azzardo

Il fumo è il reintegro dei medici no vax (gran parte liberi professionisti) perché il loro ritorno in servizio era già previsto per il 31 dicembre. Il rischio d’azzardo è l’abolizione dell’obbligo della mascherina negli ospedali, quando il buon senso suggerirebbe di mantenerla vista la condizione di fragilità di chi li affolla.

Andrea Camurani per corriere.it il 28 novembre 2022.

Soldi ai dipendenti dell’obitorio di Saronno in cambio di servizi cimiteriali, somme elargite da quattro aziende funebri che così si accaparravano clienti: è uno dei fatti contestati nell’inchiesta della procura della repubblica di Busto Arsizio che ha visto firmare dal giudice per le indagini preliminari 10 misure cautelari eseguite lunedì mattina per ipotesi di reato che vanno da corruzione di incaricato di pubblico servizio al peculato, dalla truffa al furto, al falso ideologico. Dei soggetti destinatari delle misure, uno è in carcere in custodia cautelare, uno ai domiciliari, a due è stato notificato il divieto di esercizio di professione medica, a quattro il divieto di esercitare l'attività di impresario funebre, a due la sospensione dall'esercizio delle mansioni di addetto all'obitorio con divieto di concludere contratti di lavoro con la pubblica amministrazione. 

Le indagini sono state eseguite in provincia di Varese e in quella di Como dai carabinieri della compagnia di Saronno a seguito di alcune segnalazioni giunte dalla direzione sanitaria dell’ospedale nel novembre del 2020 in ordine a una somma di denaro ricevuta - a titolo non meglio precisato - da un addetto all'obitorio da parte di un impresario funebre del posto. 

Secondo la ricostruzione degli inquirenti è emerso che quattro titolari di onoranze funebri, disgiuntamente tra loro, elargivano somme di denaro in favore di alcuni dipendenti (uno di questi colpito da misura in carcere) dell'obitorio dell'ospedale di Saronno così da «orientare i parenti dei defunti alla scelta dell'impresa cui affidare il servizio funebre, ottenere informazioni, effettuare trattamenti di vestizione e tanatocosmesi sulle salme quando non previsto, ostentare le salme ai congiunti anche quando queste risultavano positive al Covid-19, in violazione delle norme anti-contagio». 

Sempre secondo le accuse due medici di base operanti all'interno dello stesso ambulatorio accreditato Asst, rilasciavano false attestazioni di malattia a dipendenti pubblici e privati che ottenevano così indebite percezioni per assenza dal lavoro. A un’addetta all'obitorio dell'ospedale di Saronno (destinataria della misura degli arresti domiciliari), durante i periodi di assenza dal lavoro per malattia - falsamente attestata dai due medici - è accusata di prestare la propria opera lavorativa come impiegata presso l'ambulatorio dei medesimi sanitari.

In ultimo due soggetti entrambi dipendenti dell'obitorio dell'ospedale di Saronno sono accusati di essersi impossessavano di materiale sanitario e di pulizia di proprietà dell'ospedale di Saronno per poi cederli a terzi.

Giulio De Santis per roma.corriere.it il 20 luglio 2022.

Dagli 800 ai 3.500 euro. Sono le somme chieste ai familiari dei defunti dai titolari di tre agenzie di pompe funebri per procedere presso il cimitero Flaminio-Prima Porta per la cremazione delle salme. Soldi che non avrebbero dovuto essere versati. Le salme sono state infatti inumate da Ama. Nove le famiglie raggirate, secondo la Procura, che ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro imprenditori e un dipendente. 

L’accusa contesta dal pubblico ministero Silvia Sereni: truffa. In questo caso i magistrati hanno configurato anche la presenza dell’aggravante della minorata difesa a danno dei familiari. Secondo l’accusa, gli imputati, infatti, si sarebbero approfittati della debolezza dovuta alla perdita di una persona cara per raggirare i clienti. 

Sono nove i casi riscontrati dagli inquirenti. Sette di questi sono avvenuti in coincidenza del lockdown tra il 9 marzo e l’10 maggio del 2020 imposto dall’emergenza Covid. Periodo nel quale i familiari delle persone scomparse non hanno potuto accedere al cimitero o svolgere i funerali per il pericolo dei contagi. Altre due truffe invece sarebbero avvenute nell’estate di due anni fa. Ama, attraverso l’avvocato Giuseppe Di Noto, si costituirà parte civile.

Ecco l’elenco di chi rischia il processo. Innanzitutto è imputato Alessandro Manca, titolare dell’agenzia «Af». Gli episodi ricondotti alla sua ditta sono quattro e gli avrebbero garantito un incasso di 3.600 euro. Nella lista degli accusati figura il nome di Emanuele Alesse, alla guida dell’agenzia «Roma», che avrebbe intascato tremila e 500 euro per una cremazione mai svolta.

A rischiare il processo ci sono pure Roberto Caprioli, a capo dell’agenzia «Chiericoni», e Alessandro Biagetti, alle dipendenze della società «Caprioli». In questo caso sono tre le truffe, per un valore di duemila e 700euro, commesse dalla coppia d’imputati, secondo quanto sostiene la Procura. La lista si chiude con Carlo Bruni, titolare dell’agenzia funebre «San Giovanni». All’imprenditore viene ricollegata una sola truffa, che gli avrebbe consentito di intascare mille e 400 cento euro.

Questo il sistema escogitato dai cinque imputati, almeno secondo quello che viene contestato loro dall’accusa. E’ il 14 marzo del 2020 quando il telefono di Manca squilla. A voler parlare con lui, è una signora di 70 anni che ha appena perso un parente. L’uomo gli spiega – secondo gli inquirenti – che si occuperà della cremazione della salma. Per il servizio chiede 950 euro. La donna versa quanto chiesto. Intanto, stando alla ricostruzione della Procura, la salma del defunto viene sistemata presso la camera mortuaria del cimitero Flaminio.

La cremazione non viene eseguita dall’agenzia «Af». L’operazione d’inumazione viene portata a termine dall’Ama. La famiglia del defunto si accorge però del raggiro e denuncia Manca. Lo stesso accadrà con gli altri quattro imputati, tutti segnalati ai magistrati. Lo scorso giugno si è aperto il processo a 13 dipendenti Ama, accusati di aver estratto tre salme dai loculi del cimitero di Prima Porta per sezionarle e ridurle in pezzi. Lo scopo: riporre i resti nella cassetta delle ossa e poi chiedere ai familiari il pagamento di una somma per il servizio di estumulazione del cadavere.

Quattro le agenzie funebri finite nei guai. Cimitero Flaminio, la truffa delle finte cremazioni: nell’urna terra al posto delle ceneri. Mariangela Celiberti su Il Riformista il 29 Gennaio 2022.

Credevano che le ceneri del loro caro defunto fossero nell’urna cineraria ricevuta dopo averne richiesto la cremazione. Non sapevano che invece, al suo interno, c’era solo della terra, mentre il corpo del parente era stato sepolto nell’area comune del cimitero. Dolore su dolore. È successo al cimitero Flaminio nei primi sei mesi del 2020: nell’orribile truffa sono coinvolte almeno 4 agenzie funebri.

L’inchiesta sulle finte cremazioni

La Procura di Roma aveva scoperto il primo caso nel gennaio 2020: da allora i carabinieri del nucleo radiomobile hanno individuato altri casi simili. Undici le bare individuate nell’area comune del camposanto, ossia dove finiscono quelle prive di una tomba, nonostante i familiari avessero pagato la cremazione per i propri cari. 

Il sostituto procuratore Silvia Sereni indaga per truffa e ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro titolari di altrettante agenzie di pompe funebri.

Approfittando della vulnerabilità di chi aveva appena perso una persona amata, gli indagati riuscivano a falsificare i documenti e a dare delle spiegazioni di comodo agli ignari parenti. Proponevano inoltre prezzi vantaggiosi e tempi ridotti, per un’operazione che solitamente prevede costi più elevati. Gli investigatori ipotizzano che potessero contare sull’aiuto di chi lavora all’interno del cimitero.

Sedici indagati per vilipendio di cadavere

La truffa sulle finte cremazioni è l’ennesimo scandalo che riguarda il cimitero Flaminio. In un’inchiesta parallela sono finite ben sedici persone a processo con accuse che vanno dalla truffa al vilipendio di cadavere. I fatti si sono verificati tra gennaio e febbraio 2020.

Secondo la legge, trascorsi 30 anni dalla sepoltura deve avvenire l’estumulazione della bara. Di solito i cadaveri sono mineralizzati, quindi si procede alla raccolta delle ossa, che vengono spostate nell’ossario comune in modo che il loculo venga liberato. Capita però che i corpi siano ancora in buono stato: i parenti così devono pagare per la cremazione. Ed è in questo ultimo caso che i truffatori hanno pensato di agire, proponendo ai parenti delle soluzioni più economiche (e ovviamente in nero). Un modo per arrotondare che però comprendeva una macabra procedura: i corpi non venivano cremati, bensì dissezionati e fatti a pezzi.

Sarebbero tre i casi finora accertati, che avrebbero coinvolto tre imprese funebri e alcuni dipendenti infedeli dell’Ama. Mariangela Celiberti

Imputati 13 dipendenti Ama e tre operai di diverse agenzie funebri. Facevano a pezzi i cadaveri e chiedevano soldi ai parenti: orrore al cimitero, dipendenti incastrati da telecamere. Roberta Davi su Il Riformista l'8 Giugno 2022 

Vilipendio di cadavere e truffa in concorso. Sono questi i reati di cui dovranno rispondere 13 dipendenti Ama e tre addetti di diverse agenzie funebri di fronte al Tribunale di Roma.

Gli imputati sono infatti accusati di aver sezionato almeno tre salme e di aver chiesto dei soldi ai familiari per l’estumulazione: secondo le indagini però la procedura non sarebbe stata regolare. A incastrarli i filmati di alcune telecamere nascoste dai carabinieri tra i loculi del cimitero Prima Porta di Roma, come riportato da Il Messaggero.

La vicenda

Gli episodi contestati si sarebbero verificati nel mese di gennaio del 2020. In particolare il giorno 27 sei dipendenti Ama, armati di coltello, avrebbero prima fatto in pezzi una salma, che si trovava in una cappella del cimitero Prima Porta, dopo aver ricevuto l’ordine da un addetto di un’agenzia funebre. Poi sarebbero passati all’azione con i parenti, pretendendo 300 euro per trasferire i resti in una casetta più piccola e lucidare la lapide.

Secondo la Procura però, gli imputati avrebbero fatto credere alla persona contattata che i soldi fossero necessari per poter procedere con una ‘legittima attività di estumulazione‘, mentre si sarebbero accaniti sui cadaveri per poi riporre i resti nella cassetta ossea. Un ‘copione’ che si è ripetuto in altre due occasioni,  il 22 e il 30 gennaio 2020, quando ai familiari di due defunti sono stati chiesti rispettivamente 300 e 50 euro. Cifre che sarebbero servite ad ‘arrotondare’ lo stipendio.

Le immagini

Dai filmati delle telecamere piazzate dai Carabinieri le immagini dell’orrore: i dipendenti Ama si disponevano intorno alla salma e poi iniziavano a sezionarla e a farla a pezzi, con i resti gettati nell’ossario comune.

La prossima udienza è fissata per ottobre: verranno ascoltati i testimoni dell’accusa. Roberta Davi

Il record degli ospedali pugliesi: un lavoratore su 3 ha limitazioni. Boom di inidoneità e «leggi 104» tra il personale sanitario. L’assessore Palese: «Numeri enormi, bisogna intervenire sono 11mila su 37mila». Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 31 Ottobre 2022.

Il sistema sanitario pugliese impiega 43mila persone, di cui 5.300 a tempo determinato. Ma il 27% del totale (il 31%, se si escludono i contratti a termine) presenta un qualche tipo di limitazione oppure fruisce dei permessi della legge 104. Negli ospedali, insomma, lavorano 11mila dipendenti che per un motivo o per l’altro sono a metà servizio.

È un numero enorme: uno studio del Cergas, alcuni anni fa, stimava la media nazionale al 10%. Ma è ancora più incredibile che la percentuale del 31% valga anche per le Sanitaservice, le aziende in-house delle Asl che si occupano di pulizie e ausiliariato, con un picco del 51% in quella del Policlinico di Bari. Il dato è emerso nell’ambito della ricognizione che l’assessorato alla Salute della Regione ha effettuato per valutare le risorse e gli spazi assunzionali disponibili in previsione della stabilizzazione dei precari, ed è legato a doppio filo con ogni possibile ragionamento sull’aumento dei turni e della produttività funzionale allo smaltimento delle liste d’attesa.

«Non immaginavamo - ammette l’assessore alla Sanità, Rocco Palese - che l’incidenza delle limitazioni fosse questa. Ma è stata una grande sorpresa la situzione nelle Sanitaservice, che sono nate da meno di 10 anni e che assumono giovani. Quel 51% è un numero esorbitante». Le limitazioni sono infatti legate alle patologie dei lavoratori, che crescono con l’avanzare dell’età. Il personale sanitario è «vecchio», e dunque certi numeri sono fisiologici anche se - la fonte è sempre la ricerca del Cergas - una limitazione su due è costituita dall’inidoneità alla movimentazione dei carichi (il dipendente non può maneggiare oggetti pesanti): può essere superata dotando i reparti di sollevatori automatici, ma nelle Asl pugliesi è stato fatto soltanto nella Bat.

Le altre limitazioni alle mansioni riguardano le posture, lavoro notturno e reperibilità, e meno di frequente il rischio biologico, il contatto con i pazienti o l’impossibilità di operare in specifici reparti o di svolgere azioni particolari.

Dopo la pandemia c’è stata una escalation nel ricorso ai permessi della legge 104 (che sono un diritto del lavoratore): se ne registrano 8.195 nel sistema sanitario e 922 nelle Sanitaservice. Il problema delle inidoneità è invece più articolato, perché le limitazioni non impattano solo sull’orario di servizio e dunque sul livello dell’assistenza ma spesso comportano il trasferimento del lavoratore vicino al luogo di residenza (per cui si creano anche scoperture degli organici). Nelle Sanitaservice sono invece il grimaldello utilizzato per imboscarsi: non sono rari i casi di avvocati o commercialisti assunti come pulitori che ottengono un certificato del medico competente e vengono illegittimamente spostati a fare gli amministrativi. «È un problema che dovremo approfondire - spiega Palese - perché in alcuni casi il personale viene adibito a mansioni che non rientrano tra quelle affidate alle Sanitaservice».

La ricognizione (contenuta in una delibera approvata la scorsa settimana dalla giunta regionale) consente per la prima volta di sapere quanti sono davvero (6.662) i dipendenti delle Sanitaservice. E ha consentito di quantificare le risorse destinabili alle assunzioni, pari a 55 milioni di euro complessivi da suddividere tra le singole aziende sanitarie.

La partita più delicata riguarda i precari, per i quali la Regione ha posto due paletti. La stabilizzazione partirà entro novembre e durerà fino al 2024. Ma le assunzioni a tempo indeterminato di chi ha maturato i requisiti previsti dalla legge non potranno superare il 50% del totale delle risorse stanziate anno su anno. E, soprattutto, potranno riguardare soltanto chi è entrato attraverso una procedura ad evidenza pubblica o comunque in base a una disposizione di legge: niente stabilizzazione, insomma, per chi è stato reclutato a chiamata diretta. Il segnale è evidente: bisogna seguire le regole, non ci potranno essere corsie preferenziali per nessuno.

La nota del Policlinico

I giudizi di idoneità con limitazione al Policlinico di Bari incidono solo per il 6,4% dei dipendenti e riguardano per il 37% turni, reperibilità e urgenze, per il 19% rischio chimico, per il 16% rischio biologico. È quanto emerge dal report annuale 2021 sulla sorveglianza sanitaria elaborato dall’Unità operativa di Medicina del Lavoro universitaria del Policlinico di Bari diretta dal prof. Luigi Vimercati. L’ospedale universitario barese è ben sotto la media italiana: lo studio Bocconi Cergas, mirato a valutare la presenza nelle aziende sanitarie e ospedaliere italiane di giudizi di idoneità con limitazione, ha stimato una percentuale media nazionale pari all’11,8%.

Grazie allo screening svolto attraverso le visite periodiche e di prevenzione effettuate dalla Medicina del lavoro, inoltre, sono state individuate nel corso del 2021 44 nuove patologie a carico dei dipendenti riguardanti l’apparato cardiocircolatorio, la tiroide, gli apparati digerente, respiratorio e osteoarticolare, nefropatie e patologie oculari. “Grazie ad una meticolosa sorveglianza sanitaria siamo in grado di monitorare costantemente lo stato di salute dei lavoratori del Policlinico, circa 6mila, e di rilevare in maniera precoce l’insorgenza di alcune patologie che consentono al lavoratore di intervenire con immediatezza ed efficacia nelle cure necessarie” spiega il prof. Vimercati.

Dal rapporto, stilato dalla Medicina del Lavoro, emerge come il numero di infortuni sul lavoro all’interno del Policlinico di Bari in 10 anni si è più che dimezzato e incide per lo 0,04% rispetto alla popolazione complessiva che ogni giorno prende servizio nelle strutture ospedaliere. La tipologia di infortuni più comuni riguarda le cadute accidentali, gli infortuni in itinere sul percorso di lavoro e le punture accidentali. Una discesa frutto degli interventi fatti con il Servizio di prevenzione e di protezione coordinato dal dott. Fulvio Fucilli.

“Il Policlinico è una delle pochissime aziende che ha adottato e sta mantenendo il sistema di gestione e sicurezza sul lavoro attraverso piani di audit e focus mirati sulle unità operative, per capire se tutte le procedure messe in atto per la sicurezza sono conosciute e correttamente applicate. Si tratta di feedback importanti per conseguire obiettivi di garanzia di sicurezza e salute sul luogo di lavoro” spiegano Vimercati e Fucilli.

Paolo Russo per “la Stampa” il 31 ottobre 2022.

Prima il malore, poi la corsa in ospedale dal quale era stata dimessa da poco. Una nottata di dolori allucinati e la morte, dopo che la sorella minore, Rebecca, aveva chiamato quattro volte il 118, tra le 13,03 e le 15,29, per ottenere un’ambulanza, racconta la denuncia presentata alla Procura di Roma che ora dovrà stabilire le responsabilità. Paola Onofrei se ne è andata così, in casa propria in un quartiere della periferia romana, per un’ulcera duodenale perforata, ha stabilito l’autopsia. Un caso come tanti, troppi nell’ultimo anno.

C’è la donna morta di infarto aspettando l’ambulanza arrivata dopo un’ora e mezzo. La 35enne spirata a Napoli appena arrivato il mezzo di soccorso, ma dopo 50 minuti d’attesa. C’è anche chi, come Marco a Roma, di ore ne ha aspettate ben 9 prima di essere richiamato dall’Ares 118 per sapere se il mezzo serviva ancora. Tra carenze di personale nelle centrali operative del 118, mezzi in fila davanti ai pronto soccorso intasati che per questo non riescono a «sbarellare» i pazienti e chiamate improprie le ambulanze si stanno sempre più impantanando, lasciando scoperta la prima linea della nostra sanità: quella dell’emergenza-urgenza.

Le immagini dei mezzi in coda davanti ai pronto soccorso e che per questo non riescono a ripartire sono oramai sempre più frequenti in buona parte delle città italiane. A Roma questa estate di mezzi bloccati sotto il sole ce n’erano 60 in una sola mattinata. «In larga parte per colpa del cosiddetto boarding, ossia della permanenza dei pazienti in pronto soccorso oltre il necessario per la carenza di letti in reparto, dove dovrebbero essere trasferiti se non fossero stati tagliati 30 mila letti i 10 anni», spiega Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la società scientifica dei medici di emergenza e urgenza.

E se i mezzi non riescono a scaricare i pazienti è chiaro che nemmeno possono rimettersi in pista. In Italia i Lea, i livelli essenziali di assistenza validi in tutte le regioni, stabiliscono che dal momento della chiamata il mezzo di soccorso debba essere sul posto entro e non oltre 18 minuti. Indipendentemente dal colore assegnato in base alla gravità dell’intervento. E l’equipaggio deve essere pronto a salire a bordo in 120 secondi. In realtà, secondo un’indagine di Cittadinanzattiva, sette regioni avrebbero tempi medi superiori: 21 minuti la Valle d’Aosta, 19 il Trentino, 20 il Veneto, 22 l’Abruzzo, 23 il Molise, mentre in Basilicata si sale a 33 e in Calabria a 26.

I numeri sono stati rilevati in epoca pre-Covid, ma ora sarebbero persino peggiorati proprio per l’intasamento ulteriore dei servizi generato dalla pandemia. E poi si tratta di medie, che nascondono picchi di attesa in più di un caso rivelatisi fatali. Come spesso succede nella nostra sanità, la situazione peggiora al Sud. Ma le cose vanno male anche nelle aree meno abitate e nelle località più difficili da raggiungere.

Perché ce lo spiega uno che i problemi del soccorso in ambulanza li tocca con mano tutti i giorni, Andrea Andreucci, presidente Siiet, la società scientifica degli infermieri dell’emergenza territoriale. «Al Nord c’è un forte apporto del volontariato delle varie “Croci”, che funziona e consente di allargare l’offerta dei servizi. Il privato ci mette il soccorritore, l’azienda sanitaria pubblica i suoi professionisti».

 Al Sud il privato resta invece ai margini e il servizio va ancora più in affanno. Ma a complicare le cose c’è anche la cattiva distribuzione dei mezzi. Un provvedimento di inizio 2000 ha stabilito infatti una dotazione di un mezzo ogni 60 mila abitanti, senza considerare come la popolazione è distribuita sul territorio. Perché a Milano significa dover coprire un quartiere, in Basilicata o in Val di Fassa chilometri e chilometri quadrati che non consentono di raggiungere chi ne ha bisogno entro i fatidici 18 minuti fissati per legge.

Spesso si è sentito accusare dei ritardi il 112, che poi smista le chiamate ai Carabinieri così come al 118 sanitario. «Ma le cose non stanno così, dopo due squilli rispondono e ti passano la centrale operativa del 118 dove avviene l’intasamento, perché manca il personale, ma anche per colpa di chi chiede l’ambulanza quando non serve, magari illudendosi così di saltare la fila arrivati in pronto soccorso», spiega Andreucci. Lo farebbero metà delle persone che chiamano, secondo le stime della Siiet.

«Usano l’ambulanza come un taxi, l’altro giorno ha chiamato un ragazzo che aveva preso un colpetto al dito del piede giocando a calcetto e ha preteso di farsi portare in ambulanza. Potresti lasciarlo lì ma se poi il dolore al dito nasconde un’ischemia che fai?». A peggiorare le cose ci si è messo anche il Covid, perché ogni volta che si trasporta un positivo poi occorrono 20 minuti per sanificare il mezzo. «Che diventano due ore e passa quando l’igienizzazione la si fa in centrali di sanificazione che magari distano 40 km dall’ospedale», denuncia sempre Andreucci.

Un falso problema, secondo i direttori generali delle Asl e la stessa Siiet, è invece il l’assenza del medico a bordo. Così è per sette mezzi su 10. In alcune realtà anche di più. «Il medico in ambulanza serve ormai nel 3, massimo 5% dei casi più gravi, per il resto con la formazione specialistica che ho li so trattare benissimo io», mette in chiaro Andreucci. Con o senza medici serve però che qualcuno tiri fuori le ambulanze dal pantano dove anni di tagli alla sanità le hanno fatte finire.

Tutte le spine della sanità: pronto soccorso al collasso, dimissioni e rinuncia alle cure. Ma c’è l’aumento per i dottori. Maria Sorbi il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

I medici si dimettono, esausti per le condizioni di lavoro. I pazienti rinunciano alle cure, scoraggiati dai tempi di attesa per un esame. E chi finisce in pronto soccorso deve farsi il segno della croce, sperando di non capitare nelle mani di un medico in turno da 48 ore filate. La sanità post pandemia è malata, stanca e con mille nodi da sciogliere. Ora che l’emergenza Covid è finita, non è concepibile che i problemi tornino ad essere quelli di sempre.

IN FUGA DAL PRONTO SOCCORSO

Otto medici al giorno abbandonano gli ospedali pubblici: sono ben 9mila le lettere di dimissioni presentate dal 2019 al 2021 e l’ondata non cessa, soprattutto nei pronto soccorso. Come mai? Stipendi risicati rispetto alla mole di lavoro, doppi turni e ferie saltate per non lasciare «buchi». E così sempre più concorsi banditi dalle aziende sanitarie e ospedaliere vanno deserti, com’è accaduto pochi mesi fa al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli di Napoli. Il lavoro in prima linea ha perso il suo appeal. Una risposta parziale arriverà dal contratto collettivo, che sarà chiuso la prossima settimana e che prevede aumenti medi di 175 euro al mese per 600mila dipendenti, corrispondenti ad una percentuale di rivalutazione del 7,22%.

I MEDICI A GETTONE

Per non lasciare sguarnito il servizio dei pronto soccorso, gli ospedali ricorrono ai medici a gettone, un esercito di 15mila camici bianchi, giovani e non, gestiti dalle cooperative. Prendono una cifra moto più alta rispetto a quella di uno specializzando o di un medico a inizio carriera: anche mille euro a turno, 3.600 per un servizio di 48 ore. Esternalizzare il servizio era stato dichiarato illegale dal 2018 per non creare la doppia corsia di medici iper pagati ma poco esperti e spediti di volta in volta in ospedali a loro sconosciuti e di medici più ferrati ma umiliati con stipendi bassissimi. Con la pandemia, sono tornati i medici a gettone e mai più smantellati. Tanto che, in base al rapporto Simeu (società di medicina di emergenza e urgenza) rappresentano spesso la metà del personale.

MANCANO DOTTORI

Mancano all’appello circa 4mila medici. E mancando anche posti letto negli ospedali, oltre a un sistema del 118 organizzato in maniera non omogenea su tutto il territorio nazionale. Per superare queste criticità occorre una legislazione di emergenza: per questo la Fiaso, federazione delle aziende ospedaliere, propone un provvedimento straordinario, che resti in vigore per 24-36 mesi, che consenta di assumere nei pronto soccorso sia i laureati in Medicina e Chirurgia abilitati all’esercizio della professione, sia gli specializzandi in regime di libera professione, durante il loro percorso formativo.

CHI RINUNCIA ALLE CURE

Dal nuovo rapporto Istat risulta che nel 2021 l’11% delle persone (circa 6 milioni di persone) ha dovuto rinunciare a visite specialistiche o esami diagnostici di cui aveva bisogno per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio (nel 2019 erano il 6,3%). Le lista d’attesa del sistema pubblico hanno scoraggiato la prevenzione.

MEDICINA SOTTO CASA

I medici Fimmg chiedono di recuperare la prossimità e rafforzare la «base» della medicina con pediatri e specialisti ambulatoriali. Promettente il discorso della neo premier Giorgia Meloni, che ha deciso di puntare anche su presidi territoriali e cure domiciliari, utilizzando per molti servizi anche la rete delle farmacie: «Bisogna riportare la sanità verso i territori, valorizzare il ruolo dei medici di medicina generale e coinvolgere il sistema delle farmacie perché sono fra i primi presidi sul territorio».

Medici a gettone, chi ci guadagna (non i pazienti): fino a 1.800 euro per un turno di 12 ore. Simona Ravizza e Giovanni Viafora su Il Corriere della Sera il 29 Ottobre 2022.

Il lungo blocco del turnover e gli orari sempre più massacranti, specie per il Covid, hanno fatto crescere il numero dei dottori «nomadi», che possono fare turni di 36-48 ore (guadagnando super stipendi). Specie nei pronto soccorso 

Il loro ingresso nelle corsie d’ospedale avviene soprattutto durante i turni di notte dalle 8 di sera alle 8 di mattina, il sabato e la domenica e nei giorni di festa. Il loro lavoro è occuparsi prevalentemente delle urgenze: parti, bambini con problemi di salute e, su tutti, Pronto soccorso. Oggi in queste circostanze abbiamo una probabilità su quattro di essere assistiti da un medico a gettone. Possibilità che in alcuni ospedali – paradossalmente i più importanti e di città come Milano, Venezia e Torino – ormai sono diventate una su due (all’ospedale di Cirié, nel Torinese, per esempio l’unico strutturato ormai è il primario, mentre tutti gli altri sono gettonisti). Sono medici che lavorano per una cooperativa e pagati per il turno che svolgono. Adesso in un posto, domani in un altro.

70%: E' IL POSSIBILE INCREMENTO DELLO STIPENDIO DI UN MEDICO CHE RINUNCIA ALL’ASSUNZIONE IN OSPEDALE E DECIDE DI AFFIDARSI ALLE COOPERATIVE E LAVORARE COME LIBERO PROFESSIONISTA

Il fenomeno è rimasto sottotraccia e in dimensioni trascurabili per anni, fino a esplodere negli ultimi mesi. Specie dopo lo tsunami del Covid. Le richieste degli ospedali che devono fronteggiare i buchi di organico sono diventate pressanti: la presenza dei gettonisti ormai è capillare. Il meccanismo funziona così: l’ospedale in difficoltà a coprire i turni fa una gara d’appalto con cui sceglie una cooperativa (spesso quella che assicura il minor prezzo), e una volta ingaggiata le invia i turni scoperti. In parallelo la cooperativa raccoglie le disponibilità dei propri medici con annunci sul proprio sito, ma soprattutto su social come Telegram, e poi esegue il gioco d’incastri. «Senza di noi» dicono i professionisti intervistati per 7 «il Sistema sanitario nazionale crollerebbe». 

Già, ma chi sono i medici a gettone? Un po’ nuovi E.R. di un’epoca infausta, in cui vanno in prima linea i medici a gettone perché gli ospedali sono in grave crisi di professionisti. Un po’ globetrotter della salute che indossano il camice dove più gli conviene. Nessuno di loro vuole sentirsi chiamare mercenario. Estremamente vari per età e competenze, i loro profili possono essere racchiusi in sei tipologie.

SEI CATEGORIE

Uno. Il medico ospedaliero andato in pensione a 62-63 anni e che desidera continuare a esercitare il mestiere percependo anche un doppio reddito: pensione e gettoni. In teoria, al di fuori delle norme nate per l’emergenza Covid, chi lavora per il Servizio sanitario nazionale non può andare avanti a starci una volta in pensione. Lo dice la riforma Madia: la normativa consente come unica eccezione la possibilità di ottenere incarichi a titolo gratuito. Nel caso dei pensionati-gettonisti, però, la legge può essere facilmente aggirata: l’ospedale ha un contratto con la cooperativa, che a sua volta ha un rapporto con il medico libero professionista. Nella triangolazione le regole vanno a farsi benedire. Nulla vieta, poi, di cumulare pensione e nuovi redditi (ci sono dei paletti ma solo per casi specifici come i «Quota 100 e 102»). 

Due. Il medico più giovane e potenzialmente nel pieno della carriera, ma che decide di licenziarsi dal posto fisso in ospedale. Lo fa provato da orari e turni massacranti, senza nessuna gratificazione emotiva né riconoscimenti economici. L’emblema di questa categoria è diventato l’ex direttore del Policlinico di Monza e poi viceprimario a Paderno, Riccardo Stracka, 44 anni, che si è messo a fare il gettonista tra Lombardia, Piemonte e Veneto. Il suo stipendio è aumentato del 60-70%; e la qualità di vita gli è radicalmente cambiata perché finalmente ha la possibilità di organizzarsi. Tra questi ci sono anche tutti coloro che si sentono mortificati a lavorare in corsia da dipendenti, mentre al loro fianco hanno giovani colleghi a gettone che guadagnano cifre da capogiro. Il pensiero, che rischia di diventare sempre più ricorrente: «Chi me lo fa fare?».

2019 L’ANNO IN CUI L’ALLORA MINISTRA GIULIA GRILLO HA SBLOCCATO (IN PARTE) LA SITUAZIONE: I VINCOLI DI SPESA PER LE ASSUNZIONI SONO STATI ALLENTATI DOPO ANNI DI BLOCCO DEL TURNOVER CI SONO NEOLAUREATI CHE DIVENTANO “GETTONISTI” E FINISCONO IN CORSIA SENZA AVER MAI NEMMENO AUSCULTATO UN CUORE

Tre. Il medico con un altro lavoro. Finita la giornata in studio, va a prendersi il gettone. Per esempio: ginecologo di giorno, ostetrico di notte. Qualche sera fa, uno dei principali Pronto soccorso di Milano, era gestito da un medico che certifica il rinnovo delle patenti. Dai racconti emerge che può essere un modo per ricordarsi davvero che cosa vuol dire fare il medico: essere lì, in prima linea. Sicuramente è anche un modo per arrotondare un bel po’. 

Quattro. I medici liberi professionisti per vocazione o interesse, che non sono mai entrati in ospedale da dipendenti. Gli specializzandi oggi possono fare il concorso per essere assunti in ospedale due anni prima di terminare gli studi, in modo da avere già il posto fisso una conclusa la specializzazione. Cosa succede in realtà? In molti ci rinunciano e in quell’ospedale tornano da gettonisti. Il loro ragionamento è: 20 notti per 20 mila euro lordi al mese su per giù. È vero che c’è il rischio di ammalarsi e di restare senza stipendio, ma è un rischio che vale la pena di correre per comprarsi casa nel giro di due-tre anni. 

Cinque. I neolaureati. Durante i 6 anni di studi in Medicina è obbligatorio fare 3 mesi di tirocinio in modo che presa la laurea arrivi anche l’iscrizione all’Ordine dei medici (abilitazione professionale). Un mese di tirocinio è in un ambulatorio di un medico di famiglia, gli altri due in ospedale. Qui il più delle volte, come ammettono loro stessi, vanno a reggere i muri. Per il resto, durante i sei anni di Medicina, possono aggiungersi altre giornate in corsia, ma molto dipende dell’ateneo in cui uno studia. La preparazione teorica è elevata, l’esperienza zero. Risultato: ci sono neolaureati che diventano gettonisti in Pronto soccorso senza aver mai auscultato neppure un cuore. I più decidono di diventare medici a gettone in attesa del concorso per entrare in specialità. Altri lo fanno se non superano il concorso, in attesa di ripeterlo l’anno successivo. L’ingaggio con le cooperative avviene con il passaparola o, ancora una volta, con le chat.

48 ORE: LA DURATA DI ALCUNI TURNI DEI MEIDICI «A GETTONE», CHE A VOLTE LAVORANO SENZA RISPETTARE IL NECESSARIO RIPOSO DI 11 ORE TRA UN TURNO E L’ALTRO

Sei. I medici stranieri. In Italia ci sono 19mila medici di origine straniera: il 65% non ha la cittadinanza italiana o di un Paese comunitario e non vengono ammessi ai concorsi pubblici. Alle cooperative arrivano richieste da romeni, albanesi, ma anche argentini, brasiliani e cubani. Il problema è la lingua. Romeni e albanesi sono i più abili a comprendere, in altri casi non è così. 

Il medico a gettone tipo, in ogni caso, è sempre in movimento: altro che lavoro di squadra! Gli spostamenti possono essere anche dal Centro-Sud al Nord, in pullman o con il Frecciarossa. Vengono raggruppati turni per cinque/sei giorni in ospedali vicini per poi tornare a casa con lo stipendio che può bastare per un mese. E i turni possono essere anche uno di fila all’altro: 36/48 ore in corsia senza interruzione. Ci si affida alla buona fede e alla coscienza del singolo medico, perché ad oggi la legge non pone vincoli di alcun tipo. Ma a noi pazienti quale tipo di professionalità viene garantita?

QUALI RISCHI

Può andarci bene o andarci male. Del resto, anche tra i medici ospedalieri con il posto fisso ci può essere il più competente e quello meno. Ci sono però differenze sostanziali che non possono essere taciute. Al di là delle capacità del singolo professionista, il «sistema dei medici a gettone» presenta di per sé più rischi per il malato. 

Chi viene assunto in un Pronto soccorso deve avere superato un concorso pubblico: la partecipazione è vincolata al possesso di un lungo elenco di requisiti come la specializzazione in Pronto soccorso e Terapia d’urgenza, Medicina d’urgenza oppure titoli equipollenti e c’è da superare una prova scritta, una orale e una pratica. La scelta del medico a gettone, invece, avviene a discrezione della cooperativa. Senza nessuna regola. Quella seria fa una selezione accurata dei professionisti, quella orientata solo agli affari punta semplicemente ad avere a disposizione più medici a gettone possibili per coprire più turni possibili (su ogni turno viene trattenuta una percentuale che va dal 7 al 15%). E, purtroppo, i bandi di gara degli ospedali non sembrano fatti per scegliere la cooperativa più seria: il criterio spesso è semplicemente il minor prezzo perché più i requisiti del bando sono severi (come la richiesta di riposo obbligatorio tra un turno di 12 ore e l’altro) più è difficile trovare cooperative che partecipino. Così gli ospedali per non fare andare deserti i bandi rinunciano a requisiti stringenti: il Pronto soccorso non può essere lasciato senza medici! Chi poi ci troviamo davanti è un problema di noi pazienti: che lucidità può avere un medico che sta lavorando da 36 ore di fila? 

Un’altra importante controindicazione del «sistema dei medici a gettone» è che viene perso totalmente il lavoro di squadra fondamentale anche per curare al meglio le patologie tempo-dipendenti come l’ictus: pochi minuti possono fare la differenza nel salvarci la vita o non condannarci a delle disabilità. Ma che intesa ci può essere tra medici che non hanno mai lavorato insieme e che non conoscono l’organizzazione dell’ospedale? Insomma, in assenza di regole questo sistema, ora degenerato, porta con sé vulnus preoccupanti: un intero settore nevralgico della Sanità è di fatto fuori dal controllo pubblico.

DECENNI DI ERRORI

Dev’essere ben chiaro, però, che i medici a gettone non sono la causa dei problemi del nostro Sistema sanitario, ma il loro effetto. Dietro questo fenomeno ci sono decenni di errori fatti da chi ci ha governato: dal 2005 con i governi Berlusconi 2, Prodi 2, Berlusconi 3, Monti, Letta e Renzi è stato bloccato il turnover, che vuol dire che i pensionati non sono stati sostituiti con lo stesso numero di nuovi assunti. Le corsie si sono svuotate. 

Un provvedimento del 2019 del ministro Giulia Grillo sblocca la situazione: i vincoli di spesa per le assunzioni vengono allentati. Ma a quel punto i professionisti da assumere non si trovano: le Scuole di specializzazione non ne hanno formati abbastanza. Per anni i ministeri della Salute e dell’Istruzione hanno fatto una programmazione al ribasso del numero di medici che bisognava formare per sostituire chi va in pensione. 

Di fronte ad organici sempre più scarni i turni si fanno massacranti e pagati poco. Così oggi sono sempre di più quelli che decidono di lavorare arruolati da una cooperativa perché bastano cinque-sei gettoni per guadagnare come in un mese un medico ospedaliero a inizio carriera, sette-otto gettoni per raggiungere lo stipendio di un medico dipendente da più di 15 anni di anzianità e nove-dieci gettoni per arrivare alla busta paga di un primario. Il tutto con la possibilità di organizzarsi, con benefici importanti per la vita privata e familiare.

SCHEDA - IL CONFRONTO

Un confronto tra turni, orari e retribuzioni tra un medico ospedaliero e un medico a gettone. Tutte le cifre sono lorde. 

Il medico ospedaliero ha un contratto da 38 ore a settimana, con obbligo di 11 ore di riposo tra un turno e l'altro, 1 turno di notte e 1 reperibilità a settimana. Ma nella realtà le ore a settimana arrivano a 50, e notti e reperibilità di moltiplicano. 

La retribuzione è, a inizio carriera, di 5.000 euro (su 12 mesi), e 60 mila euruo all'anno; con più di 15 anni di anzianità 6.900 euro (su 12 mesi) e 83 mila euro l'anno; un primario guadagna 9.300 euro (su 12 mesi) o 112 mila euro l'anno. 

Il medico a gettone è un libero professionista che lavora su turni di 12 ore. In assenza di regole e controlli, può accumulare anche due/tre turni di fila fino a lavorare 36 ore consecutive. 

La retribuzione è, per un gettone «pronto soccorso» (codici bianchi e verdi) di 700-900 euro per un turno di 12 ore (60-90 euro l'ora); per un gettone «anestesia e rianimazione» di 1.200-1.800 euro per un turno di 12 ore (100-150 euro l'ora); per un gettone altri reparti (ortopedia, pediatria, cardiologia...), di 780-1.200 euro per un turno di 12 ore (65-105 euro l'ora). 

Il medico a gettone, con 5-6 gettoni, guadagna come un mese un medico ospedaliero a inizio carriera; con 7-8 gettoni come uno con più di 15 anni di anzianità; con 9-10 come un primario. I gettonisti fanno anche più di 20 turni al mese.

I medici a gettone arruolati in chat senza controlli: «Guadagnano 3.600 euro in 48 ore». Simona Ravizza e Giovanni Viafora su Il Corriere della Sera l'1 Ottobre 2022.

La grande fuga dagli ospedali e il business delle cooperative. Ecco le offerte e i prezzi nella giungla di Telegram. «Ci sono colleghi che si spostano con i pullman. Con 3 o 4 turni prendono più di un assunto in ospedale» 

Lo scorso marzo, in un ospedale del Bresciano, una giovane donna muore poche ore dopo aver dato alla luce il terzo figlio.

Uno dei medici che l’ha in cura, secondo un’autorevole testimonianza raccolta dal Corriere , è al lavoro da 36 ore. Al momento non si può dire se la circostanza ha giocato un ruolo diretto sul decesso; a stabilirlo dovrà essere la Procura, che sul caso ha aperto un’inchiesta (7 i sanitari indagati). 

Una cosa è certa: quel medico poteva stare lì dov’era anche dopo tutto quel tempo, perché a differenza dei colleghi dipendenti dell’ospedale — e quindi vincolati al rispetto degli orari — lui era lì come gettonista. Ovvero, come uno delle migliaia di professionisti che ogni giorno entrano negli ospedali italiani, ingaggiati da cooperative esterne su affidamento delle aziende sanitarie, per coprire i sempre più numerosi buchi d’organico. 

Chiamati a gettone, che vuol dire pagati per un singolo turno (di solito 12 ore), in un campo sostanzialmente senza regole. Risultato: oggi è possibile, magari spinti da necessità economiche, cumulare anche più gettoni uno di seguito all’altro. Senza che nessuno controlli. Come è successo in questo caso. Ma chi di noi si farebbe visitare da un medico in piedi da 36 ore? 

Questa è solo una delle criticità emerse dalla nostra inchiesta sul fenomeno dei gettonisti. Fenomeno ormai sempre più diffuso e che sta cambiando radicalmente la fisionomia degli ospedali italiani alle prese con organici ridotti all’osso. E che rappresenta, oltre a tutto ciò che vedremo, innanzitutto un dispendio per le casse dello Stato: per un gettone si arrivano a offrire fino a 1.200 euro a turno per singolo medico, in sostanza più della metà della paga che uno specializzando prende in un mese intero. 

Ma perché si è arrivati a questa situazione? Chi c’è dietro alle cooperative che fanno da intermediarie? E chi sono e come vengono scelti i medici che finiscono in ospedale? Sono le domande a cui abbiamo cercato di dare risposta per capire in definitiva, oggi, chi ci cura. 

I buchi negli organici

Si deve partire dai numeri (impressionanti) che riguardano la carenza di medici. Un fenomeno che si deve essenzialmente a tre ragioni.

Uno: il turnover in Sanità bloccato per 14 anni (dal 2005 con il governo Berlusconi 2 al 2019, con il Conte 1, che ha portato le assunzioni a un +10%).

Due: una programmazione miope, se non proprio del tutto errata, con contratti di specialità al ribasso per anni e mai tarati per sostituire chi va in pensione, tanto che dal 2015 al 2020 i pensionabili sono stati 37.800, a fronte di 24.752 specializzati pronti per entrare nel servizio sanitario.

Tre: una clamorosa accelerata delle dimissioni volontarie da parte dei medici ospedalieri, specie dopo il Covid, dovuta a un peggioramento generale delle condizioni di lavoro, con turni sempre più massacranti e un’aumentata conflittualità con i pazienti.

Nel 2021 si sono registrati 2.886 licenziamenti volontari: +39% rispetto al 2020. È un trend che, se confermato, porterà a una perdita complessiva tra pensionamenti e licenziamenti di 40 mila specialisti entro il 2024 (stima del sindacato dei medici Anaao). 

Il meccanismo

Qualcuno, però, in ospedale ci deve pure essere. Le aziende sanitarie, con le spalle al muro, si affidano alle cooperative: sono loro a garantire i medici pagati a gettone. Il problema riguarda soprattutto i Pronto soccorso, che sono i reparti più in crisi. Secondo un’indagine svolta per il Corriere dalla Società italiana di medicina di emergenza e urgenza, guidata da Fabio De Iaco, su un campione di 31 ospedali, oggi un paziente ha una possibilità su 4 di essere assistito in Pronto soccorso da un medico di una cooperativa. Ma nelle notti o nei weekend la proporzione può arrivare a una su due. 

Sembra un paradosso, ma trovare un medico per le cooperative non è difficile. Le aziende ospedaliere alle strette concedono bandi remunerativi, con requisiti di accesso spesso bassi (e in ogni caso ben lontani da quelli che vengono richiesti per un medico interno, che dev’essere quanto meno specializzato).  

Esempio: l’ospedale Papa Giovanni XXIII, con uno dei Pronto soccorso più importanti della Lombardia, e il cui nome ha fatto il giro del mondo come uno dei primi avamposti della lotta contro il Covid, riesce a risolvere la situazione affidandosi a una cooperativa. La determina è la numero 233 del 4 maggio 2022 dal titolo: «Affidamento del servizio di Guardia medica presso il Pronto soccorso della sede dell’Asst Papa Giovanni XXIII. Durata 7 mesi dal 01.05.2022 al 30.11.2022. Spesa complessiva presunta euro 183.382,50 Iva 5% compresa». La necessità è di coprire 175 turni, durata 12 ore ciascuno, compenso 998 euro a turno. Il criterio di scelta, come è possibile leggere testualmente, è «il minor prezzo». Punto. 

In questo contesto è facile per chi vuole sottrarsi a qualsiasi tipo di vincolo di qualità espandersi a scapito delle cooperative che invece investono in sicurezza, esperienza dei medici e legalità. È anche semplice, per chi non sostiene questi costi, poter applicare prezzi inferiori e così aggiudicarsi molti bandi di gara: si possono affidare magari a neolaureati, cosa facile tra l’altro visto che negli ultimi dieci anni sono rimasti esclusi dalle scuole di specialità 11.652 neolaureati, oppure a medici stranieri. A scapito naturalmente della sicurezza dei pazienti. 

Le offerte sui social

Incrociare la domanda con l’offerta è facile. Le cooperative mettono gli annunci sui loro siti, ma soprattutto sui social, come Telegram. Ci sono canali ad hoc, dove se si è medico ci si iscrive con un clic e si resta in attesa del gettone giusto. 

Il Corriere è riuscito ad avere accesso ad uno di questi canali, dove per qualche settimana ha potuto osservare i messaggi in arrivo. Come questi: «Qualcuno sarebbe interessato a coprire dei turni notturni codici minori in provincia di Vicenza? Compenso 65 euro l’ora». E si specifica, per chi non avesse inteso: «Facendo un semplice calcolo sono 4.680 euro per sei gettoni». 

I messaggi sono decine al giorno. Gli orari dei turni non sembrano un problema. Una società inserisce l’annuncio per un posto di guardia diurna e notturna in una clinica riabilitativa di Arezzo: «Compenso 420 euro a turno, possibilità di fare 24 ore o 48 ore consecutive (consentito dalla clinica) e turni accorpati». Un altro ancora: «Cercasi medico da inserire in organico per la copertura di turni diurni e notturni e per la gestione dei codici minori del Pronto soccorso di Nuoro. Compenso 600 euro a turno di 12 ore più alloggio. Possibilità di accorpare turni per chi viene da fuori Regione». 

L’accorpamento dei turni è considerato un benefit: «Ci sono medici trasfertisti che si organizzano in pullman, prendono 3 o 4 gettoni consecutivi lavorando fino allo stremo e poi tornano a casa con un bottino di 4-5.000 euro che basta per tutto il mese», ci riferisce un primario lombardo che chiede di parlare coperto dall’anonimato. 

Il quadro è talmente stravolto che ormai si registrano casi paradossali: l’ex direttore del Policlinico di Monza e poi viceprimario a Paderno, Riccardo Stracka, 44 anni, si è licenziato, lasciando il posto fisso, e si è messo a fare il gettonista per una cooperativa che si muove tra Lombardia, Piemonte e Veneto. Dice di guadagnare il 60-70% in più rispetto a prima; mentre la qualità di vita gli è radicalmente cambiata: possibilità di organizzarsi. E i gettoni consecutivi sono solo uno dei problemi. Un altro riguarda la continuità dell’assistenza: «Mi trovo in reparto ogni sera un medico diverso», confida un altro direttore di unità complessa della Lombardia. Senza parlare dei titoli: poche sere fa, uno dei principali Pronto soccorso di Milano era gestito da un medico dei trasporti (che certifica il rinnovo delle patenti). Finito il lavoro in azienda, è andato a prendersi il gettone da 1.200 euro.

Chi arriva in corsia?

A presidiare sulla qualità dei medici mandati in corsia sono le cooperative stesse, alla serietà delle quali è affidata la valutazione dei curricula. Ed è una giungla. 

Nessuna norma del ministero della Salute impone ai direttori generali degli ospedali le regole da seguire per stilare i bandi di gara per esternalizzare alle cooperative, per cui ciascuno può fare praticamente quel che vuole. Basta spulciare i bandi degli ultimi mesi per accorgersi che le cooperative operano in un mercato assolutamente fuori controllo. Promessi professionisti d’eccellenza, nessuna certezza su chi davvero arriva in corsia. 

Un altro aspetto rilevante è quello delle garanzie fideiussorie (bancarie o assicurative) che quasi nessuna Asl si prende la briga di controllare. «Conosco ditte che hanno presentato fideiussioni di sconosciuti enti stranieri e di Asl che, dopo aver revocato gli appalti, hanno grossi problemi a incassare le garanzie», ci dice il dirigente di una delle più importanti cooperative che operano nel Nord Italia. «E molte Asl non si prendono neanche la briga di consultare il casellario Anac sull’Anticorruzione per verificare che le ditte non abbiano avuto problemi».

Salute e affari

A spulciare tra le varie cooperative le sorprese non mancano. Una delle più attive, con appalti in decine di ospedali tra la Lombardia e l’Alto Adige (e un giro di un centinaio di medici) è per esempio la Medical Service Sudtirol. Dietro al gruppo costituto nel 2018 «con l’obiettivo — come si legge sulla modesta pagina web — di fornire professionisti della Sanità idonei a colmare il fabbisogno di personale», c’è una persona sola, il dottor Jamil Abbas, origini libanesi, da anni trapiantato a Bolzano dove lavora come libero professionista in Pronto soccorso. Le due società che operano dietro alla Medical Service sono intestate una alla moglie, l’altra al figlio 23enne (attiva dal 2021). Addetti: uno. 

Stranezze, come quella che riguarda la Venice Medical Assistance, gestita da marito e moglie, Carla Pirone e dal medico Pietro Piovesan. I messaggi con i loro annunci appaiono nelle chat dei medici: lo scorso maggio a un gettonista venivano offerti 90 euro all’ora per un posto al Pronto soccorso dell’ospedale Santorso di Vicenza. Peccato però che l’ospedale avesse l’appalto con il colosso Anthesys di Treviso (cooperativa da 390 dipendenti). Chi controlla, quindi, a chi viene affidato che cosa? «È stata un’ingenuità, avevamo semplicemente rilanciato un messaggio per conto di una persona — ci ha detto al telefono Pirone —. Noi ci occupiamo di altro». In realtà, sulle chat dei medici, nel periodo da noi osservato, ci sono altri annunci della Venice Medical Assistance. Vedi quello del 6 agosto per «turni presso il Pronto soccorso di Conegliano». Gettone: 59 euro all’ora. 

Così gli affari per le cooperative, che di solito su ogni turno trattengono una percentuale che va dal 7 al 15%, vanno a gonfie vele. La stessa Anthesys ha indicato nel 2021 ricavi quasi raddoppiati: 14 milioni di euro contro gli 8,8 del 2020. Utile 234 mila euro contro i 92 mila dell’anno precedente. 

«Il continuo ampliamento dei servizi — si legge sul bilancio — ha portato un incremento dell’attività di oltre il 64% con punte di 90 rispetto all’anno precedente». E lo stesso vale per la Medical Service Sudtirol: nel 2021 i ricavi hanno toccato 1,4 milioni di euro (+30%) con un utile di 178 mila euro. «L’esercizio è stato caratterizzato da un incremento di ricavi di prestazioni di servizi, addirittura sorpassando notevolmente i risultati degli anni precedenti».

Insulti, vessazioni e superlavoro: i medici specializzandi di Perugia registrano e denunciano la primaria. L’audio in esclusiva. Accade nella scuola di Neurologia. Venti ore di sfuriate intercettate per chiedere a rettore, Asl e Ordine di intervenire. Copia dell’esposto anche in Procura. La direzione: “Aperta un’indagine”. Gloria Riva su L'Espresso il 28 Ottobre 2022.

«Siete quattro deficienti», «Co**lioni», «Mediocri», «Il tuo modo di rispondermi corrisponde ad analfabetismo mentale», «Ieri mi hai fatto imbestialire e sono dovuta uscire per non menarti», «Se esci dalla scuola così, meglio se non ci esci», sono solo alcune delle frasi che tra luglio e ottobre la docente della scuola di Neurologia dell'Ospedale di Perugia, Lucilla Parnetti, ha rivolto ad alcuni dei suoi medici specializzandi che, stanchi di essere insultati hanno deciso prima di registrare ciò che avviene all'interno del reparto di Neurologia e poi di chiedere aiuto all'Associazione Liberi Specializzandi, Als, che tutela i giovani medici. Troppa l'umiliazione, troppo lo stress fisico e psicologico a cui i giovani camici bianchi, a sentir loro, venivano sottoposti costantemente.

L'audio e relativa denuncia sono stati inviati dal presidente di Als Massimo Minerva, al rettore dell'Università di Perugia, al direttore generale dell'Azienda ospedaliera di Perugia, al direttore sanitario, all'assessore regionale alla Salute, all'Ordine dei medici e a Procura e Ispettorato del Lavoro, dal momento che i medici specializzandi, insieme alle registrazioni hanno fornito il tabulato delle ore lavorate mensilmente: più di 330 ore per una media di circa 12 ore di lavoro al giorno.

La denuncia dei medici specializzandi di Perugia

L’audio che L'Espresso pubblica qui in esclusiva e inviato alle autorità, è solo una sintesi di oltre venti ore di registrazione in cui la docente, secondo quanto documentato dagli specializzandi, sfrutterebbe la propria posizione di forza, essendo a capo dell'intero dipartimento, per infierire sui medici in formazione nel dipartimento di Neurologia dell'Ospedale di Perugia. I futuri neurologi scrivono: «La situazione è insostenibile. Il personale medico, composto da medici strutturati del reparto e da giovani specializzandi in formazione, così come il personale non medico - infermieri, fisioterapisti, psicologi, personale di segreteria -, sono ormai da diverso tempo in balia della direttrice della clinica neurologica. Questa persona con il suo comportamento apertamente aggressivo e persecutorio, costruisce ogni giorno un clima di terrore e paura, basato su umiliazioni quotidiane, insulti, minacce e vessazioni di ogni tipo, che avvengono in modo pubblico anche davanti ai pazienti e ai loro familiari. Non è infrequente che la professoressa si rivolga ai suoi collaboratori con insulti quali “oca, grassone, tonto, cretino, stupido, superficiale, demente, m** umana, pezzo di m**” o appellativi come “cameriere” volti a demansionare e colpevolizzare l'interlocutore facendolo sentire emarginato e inadeguato. Tali atti di violenza psicologica sono rivolti primariamente, ma non esclusivamente, contro gli specializzandi, e gli episodi sono così frequenti e gravi da aver provocato in più di un'occasione lo sgomento e la paura anche di pazienti ricoverati in corsia».

In effetti nelle venti ore di registrazione ascoltate da L’Espresso sono documentate le sfuriate della docente capaci di ridurre al silenzio i giovani medici.

«In un paese civile è una pratica indegna, lesiva della dignità degli specializzandi e nessuna ragione formativa e deontologica permette che la dignità delle persone venga lesa in tal modo», scrive Minerva alle autorità, ricordando l’art. 57 del codice di deontologia medica secondo cui «il rapporto tra i medici deve ispirarsi ai principi del reciproco rispetto».

L’esposto sollecita all'Ordine dei medici di aprire un procedimento disciplinare. La vicenda di Perugia richiama la storia di Sara Pedri, ginecologa di Trento, scomparsa dopo avere subito mesi di vessazioni dal suo direttore.

«Il nostro intento è segnalare alle Autorità in indirizzo questa incresciosa situazione per una rapida risoluzione della stessa e per evitare che eventi analoghi si ripetano», scrive Minerva alle autorità.

Nella loro lettera, gli specializzandi raccontano che, sentendosi impotenti e isolati, alcuni hanno preferito rinunciare alla borsa di studio pur di sottrarsi a un clima impossibile: «Degli otto specializzandi inizialmente assegnati nel 2020 alla scuola di Neurologia di Perugia, ne sono rimasti solamente quattro», scrivono.

Per due volte consecutive la docente aggredisce gli specializzandi dicendo: «Ci sarebbe stato da sparargli». E poi ancora: «Sono uscita per non menargli». Affermazioni incassate dai medici in formazione, terrorizzati al punto di non replicare.

«L'effetto sulla gestione del reparto è pesante», spiegano i giovani specializzandi nella loro lettera: «L'intera qualità assistenziale ne risente, perché il clima di terrore in cui lavoriamo ostacola e rallenta l'attività di reparto. I pazienti stessi sono sistematicamente affidati agli specializzandi in formazione, sulle cui spalle viene fatta pesare una responsabilità e punibilità diretta per ogni decisione medica e non medica. Si viene quindi a creare un rapporto morboso tra il direttore e i suoi specializzandi, presi come unici diretti interlocutori, per cui viene considerato legittimo anche telefonare a casa dello specializzando fuori dall'orario lavorativo unicamente allo scopo di insultarlo e accusarlo, maltrattare lo specializzando che non si presenta prima di fare la notte o che non si trattiene dopo la notte per diverse ore (e le timbrature sono la prova di quanto diciamo), pretendere che non torni a casa fino a tarda sera facendo vivere il giovane specializzando sotto uno schiacciante livello di pressione fisica e psicologica».

L'azienda ospedaliera, contattata da L'Espresso per chiedere conto di quanto succede nel reparto di Neurologia risponde: «Siamo venuti a conoscenza di quanto accade in queste ore tramite la segnalazione formale che abbiamo ricevuto. La direzione provvederà ad avviare opportune indagini interne».

Da tgcom24.mediaset.it il 25 ottobre 2022.

Severino Antinori, il noto ginecologo e discusso "pioniere" della fecondazione assistita, è stato assolto dalle accuse di violenze sessuali su due pazienti perché "il fatto non sussiste". Il Tribunale di Milano lo ha anche prosciolto da altre imputazioni. Antinori, condannato in via definitiva nel 2020 a 6 anni e 6 mesi per il noto caso della "rapina di ovuli", era già stato assolto in altri procedimenti, tra cui uno sempre per abusi sessuali. 

"Il calvario che ha subito il professore Antinori è stato il frutto di una ingiustizia che l'ha travolto per un mero pregiudizio", ha commentato l'avvocato Gabriele Maria Vitiello.

Il medico, assistito dai legali Gabriele Maria Vitiello e Tommaso Pietrocarlo, è stato assolto con formula piena dalle due accuse di violenze sessuali, contestate per presunti abusi nel dicembre 2015, dalla nona sezione penale (presidente del collegio Mariolina Panasiti).

Per le altre imputazioni, che riguardavano sempre casi con al centro clienti della sua clinica e donatrici di ovuli, è stato dichiarato il "non doversi procedere" per difetto di querela, dopo la riqualificazione dei reati di furto aggravato e violenza privata in "esercizio arbitrario delle proprie ragioni" e di un'accusa di estorsione in "tentativo di truffa".

Nel novembre 2020 il ginecologo era stato condannato in via definitiva per aver prelevato, nella primavera del 2016, gli ovociti a una ragazza di 23 anni che aveva denunciato di essere stata immobilizzata, sedata e poi costretta a subire l'intervento. E il Tribunale di Sorveglianza di Milano, poco dopo, accogliendo la richiesta dei difensori, ha stabilito che il 77enne poteva scontare la pena in detenzione domiciliare e non in carcere per motivi di salute. 

Nei mesi scorsi il Tribunale milanese aveva già assolto il professore dall'accusa di abusi sessuali nei confronti di un'infermiera. Il medico, spiega la difesa, è stato anche prosciolto e assolto in altri procedimenti da accuse di associazione per delinquere finalizzata al commercio di ovociti, di violenza privata ed esercizio abusivo della professione.

(ANSA il 25 ottobre 2022) - Il Tribunale di Bari ha condannato a nove anni di reclusione l'oncologo barese Giuseppe Rizzi, 66enne, ex dirigente medico dell'Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, accusato di concussione per aver raggirato 16 pazienti terminali.

Il professionista, che fu subito licenziato per motivi disciplinari dall'Oncologico - secondo l'accusa - si è fatto pagare fino 7mila euro per ogni iniezione di un farmaco che diceva "miracoloso", dando così ai malati false speranze di guarigione e costringendoli a pagare centinaia di migliaia di euro (oltre 2,5 milioni in totale in dieci anni) per prestazioni sanitarie alle quali i pazienti avevano diritto gratuitamente.

Rizzi, che è agli arresti domiciliari dal maggio 2021, avrebbe agito con la complicità della compagna co-imputata, l'avvocatessa Maria Antonietta Sancipriani, che gestiva un Caf a Bari adibito all'occorrenza abusivamente ad ambulatorio medico. La donna, giudicata assieme al marito con rito abbreviato, è stata condannata a 5 anni e sei mesi. Il pm Marcello Quercia aveva chiesto 10 anni per il medico e quattro per la moglie.

Entrambi sono stati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici; per Rizzi è stata disposta l'estinzione del rapporto di lavoro con l'amministrazione di provenienza. Marito e moglie sono stati inoltre condannati a pagare, in solido, la provvisionale a titolo di risarcimento alle 13 parti civili per complessivi 329mila euro.

Di questi, 30mila euro all'Oncologico, 10mila all'Ordine dei medici e la restante parte ad 11 pazienti. Ulteriore riparazione del danno potrà essere chiesta dalle parti in sede civile. L'inchiesta partì dalla denuncia dei famigliari di un paziente che avrebbe consegnato al medico 127mila euro in un anno fino ad essere costretto, quando ormai era in fin di vita e senza più soldi, a ripagare le prestazioni sanitarie lavorando come operaio edile nella villa al mare che Rizzi stava ristrutturando.

Al medico è contestato anche di aver truffato l'ospedale perchè percepiva una indennità aggiuntiva sullo stipendio di oltre mille euro mensili per non svolgere attività privata, e invece con quei pazienti terminali faceva visite private a pagamento.

Bari, soldi in cambio di farmaci: l'oncologo Rizzi condannato a 9 anni. L'accusa è di aver raggirato diversi pazienti terminali facendosi pagare prestazioni sanitarie e farmaci spacciati per “miracolosi” ai quali i pazienti avrebbero invece avuto diritto gratuitamente. Sancipriani era accusata di complicità nella truffa. Isabella Maselli il 25 Ottobre 2022 su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Il gup del Tribunale di Bari Francesco Vittorio Rinaldi ha condannato l'oncologo barese Giuseppe Rizzi alla pena di 9 anni di reclusione e la compagna avvocato Maria Antonietta Sancipriani a 5 anni e 6 mesi di reclusione. Il medico è stato ritenuto responsabile di concussione ai danni di un pazienze, truffa ai danni di altri dieci, abuso di ufficio e truffa aggravata ai danni dell’istituto Giovanni Paolo II di Bari dove lavorava. L'accusa è di aver raggirato diversi pazienti terminali facendosi pagare prestazioni sanitarie e farmaci spacciati per “miracolosi” ai quali i pazienti avrebbero invece avuto diritto gratuitamente. Sancipriani era accusata di complicità nella truffa.

L'inchiesta è cominciata nel 2019, dopo la morte per tumore di un paziente che aveva pagato le prestazioni sanitarie 127 mila euro. La sentenza è stata emessa al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato. Rizzi è agli arresti domiciliari dal maggio 2021. Per lui il pm che ha coordinato le indagini, Marcello Quercia, aveva chiesto la condanna a 10 anni di reclusione.

Il gup ha inoltre disposto la confisca di contanti e beni immobili per un valore di circa 3 milioni di euro, oltre al risarcimento danni nei confronti di tutte le parti civili costituite con provvisionali immediatamente esecutivo per l'ospedale oncologico (30mila euro), l'Ordine provinciale dei Medici (10mila euro) e i famigliari di alcune vittime (in totale circa 300mila euro).

Il commento dell'Istituto Tumori Giovanni Paolo II

La sentenza di condanna a 9 anni di reclusione dell’oncologo barese Giuseppe Rizzi, è «una vicenda tristissima, di cui non avremmo voluto più parlare: è giusto tuttavia che si sappia che il Tribunale di Bari ha riconosciuto al nostro Istituto, che si è costituito parte civile, una provvisionale per i danni subiti e che stiamo valutando la possibilità di un’azione giudiziaria ad hoc per il danno d’immagine che le condotte del dottor Rizzi hanno generato, oscurando il lavoro prezioso, indefesso e soprattutto onesto del personale in servizio all’oncologico di Bari». Lo afferma Alessandro Delle Donne, Dg dell’Istituto tumori Giovanni Paolo II di Bari.

«Questa sentenza - continua Delle Donne - rafforza la stima e la fiducia che questo Istituto nutre nei confronti delle forze dell’ordine, dei Carabinieri e della magistratura a cui, senza alcun indugio, avevamo segnalato i comportamenti di Rizzi che avevano già determinato il licenziamento disciplinare senza preavviso mesi prima dell’arresto. Oggi, di questa vicenda, ci resta il dolore e la vicinanza ai pazienti e ai familiari coinvolti nei fatti».

Marino Niola per “Robinson – la Repubblica” il 17 ottobre 2022.

L'abito non fa il monaco ma in compenso lo stetoscopio fa il medico. Tant' è vero che spesso fa scambiare per un dottore qualsiasi imbroglione che lo porta al collo. Perché prima ancora che nell'acutezza dei sensi, destrezza manuale, occhio clinico, udito fine, olfatto infallibile, nel nostro immaginario la medicina si identifica con i suoi ferri, che dei sensi sono il prolungamento, al principio meccanico oggi elettronico. 

A dirlo è Francesco Adami in La borsa del medico, un bel libro appena uscito da Hoepli dove l'autore ripercorre la storia degli strumenti che compongono la valigetta del dottore. E sceglie i 10 più importanti, dal termometro al laccio emostatico, dallo sfigmomanometro, meglio conosciuto come misuratore di pressione, all'ecografo, dalla siringa all'elettrocardiografo. Invenzioni che raccontano la nascita e l'evoluzione delle nostre idee di salute e malattia, diagnosi e terapia. 

Se gli oggetti sono gli ultimi idoli sopravvissuti all'eclissi del sacro, quelli medici sono idoli al quadrato perché spesso fanno miracoli. È quest' aura magica a trasformare gli strumenti clinici in altrettanti simboli. Di conoscenza del corpo, potere sugli altri, volontà di sapere, che colpiscono da sempre la fantasia di adulti e bambini.

Non a caso il play doctor (giocare al dottore) resta uno dei giochi di ruolo più amati dai ragazzini di quell'età in cui si comincia a chiedersi come siamo fatti dentro. E a scoprire il piacere di potersi prendere cura degli altri. O di aver potere su di loro. O provare quel piacere che è all'origine delle prime esperienze erotiche. Ed esattamente come la medicina dei grandi, anche quella dei piccoli fa sempre più posto agli strumenti.

Oggi sono in vendita valigette giocattolo complete di defibrillatore che simula il battito cardiaco. Il libro di Adami arriva fino alle tecnologie cliniche dei nostri giorni, l'ecografia, l'elettrogasanalisi. Ma la parte più affascinante è quella che parte dall'alba del biomedicale e racconta storia e preistoria degli strumenti più comuni. Il posto d'onore spetta, naturalmente, allo stetoscopio, emblema globale della dottorità, nato nel Settecento dall'esigenza dei dottori di auscultare il torace delle pazienti senza metterle in imbarazzo né violare le cortine dell'intimità.

Fino alla fine dell'Ottocento, infatti, a professare la medicina sono quasi esclusivamente uomini. La prima dottora, è l'americana Elizabeth Blackwell, laureata nel 1845. Mentre in Italia si deve aspettare il 1877, quando scende in corsia Ernestina Paper. A trovare la soluzione, è il clinico francese René Laennec che nel 1816, costruisce un cilindro cavo, il cosiddetto "bastone di Laennec", lungo 25 cm che, accostato all'orecchio del medico permette di ascoltare nitidamente i suoni polmonari e cardiaci. Grazie a Laennec " la medicina diventa per la prima volta medicina interna: lo stetoscopio permette infatti di «vedere» o, meglio ascoltare, quel che avviene dentro quella macchina meravigliosa e complessa che è il corpo umano".

Col tempo lo strumento perde l'ingombrante rigidità degli inizi. E il legno viene sostituito da tubicini di gomma che lo rendono sempre più tascabile. Altrettanto rivoluzionario è il cammino dello sfigmomanometro. La forza di spinta del nostro sangue, comunemente detta pressione, è sempre stata una grande questione sin dai tempi della medicina antica. Che la conosce ma non è in grado di calcolarne intensità e pericolosità.

È solo all'inizio del Settecento che le cose cambiano grazie al reverendo inglese Stephan Hales, grande conoscitore di fisiologia animale. Che compie i suoi primi esperimenti su una cavalla, inserendo nella carotide del povero animale un tubicino di ottone collegato a un tubo di cristallo graduato. 

L'altezza raggiunta dal sangue nel vetro consente di calcolare la pressione. Da allora è tutto un susseguirsi di innovazioni, per fortuna sempre meno cruente. Grazie al dottor Karl Von Vierordt che nel 1854 inventa uno strumento che insieme alla pressione prende anche la frequenza cardiaca senza operare tagli sulla pelle. E soprattutto all'italiano Scipione Rova- Ricci che nel 1896 dà allo sfigmomanometro la sua forma attuale.

Altrettanto avvincente la storia del termometro, grazie al quale la temperatura corporea non ha più segreti. A inventarlo nel 1625 è Santorio Santorio fisiologo dell'università di Padova, lo stesso che crea la bilancia pesapersone.

Si chiama termoscopio e occupa mezza stanza con ampolle, tubi, alambicchi e compassi. Eppure, senza tutto quell'armamentario la medicina non sarebbe passata dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, dal materiale all'immateriale. E oggi non avremmo i nostri termoscanner. Che ci provano la febbre a distanza. E qualche volta a nostra insaputa.

Da corriere.it il 2 ottobre 2022.

Chiamata dall’ospedale per un intervento chirurgico dopo 11 anni di attesa. Una donna residente a Como ha ricevuto una telefonata dal personale del Sant’Anna per fissare la data di un’operazione che le era stata prescritta oltre dieci anni fa. E alla quale, nel frattempo, si era già sottoposta altrove. Il caso paradossale è stato reso noto dal quotidiano La Provincia di Como. La paziente per motivi di riservatezza non ha precisato il tipo d’intervento. Un’operazione minore, di routine e non urgente. Non certo però al punto tale da giustificare un’attesa di 11 anni.

L’inserimento nella lista d’attesa risale al 2011. Nei giorni scorsi, la donna è stata contattata dagli operatori dell’Asst Lariana. Una telefonata decisamente inattesa, per un problema di salute ormai quasi dimenticato. Il personale dell’ospedale le ha chiesto invece se fosse ancora interessata a sottoporsi all’intervento o se, diversamente, volesse essere cancellata dalla lista d’attesa.

L’Asst Lariana ha spiegato al quotidiano di non poter dare risposte precise senza conoscere i dati della paziente. Ha comunque reso noto che, dal momento in cui i ricoveri Covid sono diminuiti e dopo la pausa estiva, l’ospedale ha lavorato per ridurre il più possibile le liste d’attesa. Un impegno che si scontra anche con la carenza di personale e, ora, con la risalita dei contagi. La paziente potrebbe essere stata chiamata proprio nell’ambito della programmazione delle attività per ridurre le liste d’attesa.

Morti in corsia, la Cassazione conferma l’ergastolo a Leonardo Cazzaniga. La Stampa il 30 settembre 2022.

È stata confermata dalla Cassazione la condanna all'ergastolo per Leonardo Cazzaniga, l'ex vice primario del pronto soccorso dell'ospedale di Saronno, in provincia di Varese, accusato di aver somministrato farmaci letali a diversi pazienti tra il 2011 e il 2014. Ci sarà l'appello ter solo in relazione ad un'accusa di omicidio, mentre tutte le altre sono state confermate. Respinto il ricorso del Pg della Corte d'Appello. Due anni fa, il “dottor morte” fu condannato all’ergastolo più tre anni di isolamento diurno per dodici dei quindici omicidi volontari che gli erano contestati nell'ambito dell'inchiesta «Angeli e Demoni». Dieci vittime sono pazienti accolti al pronto soccorso in cui lavorava tra il 2011 e il 2014, a cui avrebbe applicato quello che nei corridoi era conosciuto come il «protocollo Cazzaniga». Per la Procura, un sovradosaggio, in rapida successione, di morfina e farmaci anestetici e sedativi a pazienti anziani e affetti da più patologie, al di fuori delle linee guida disposte dalla comunità scientifica. Per la difesa, un mix di medicinali che aveva il solo scopo di lenire le sofferenze di malati ormai in condizioni irreversibili. 

Sanità pubblica: i numeri del collasso nel rapporto della federazione dei medici. Marina Lombardi su L'Indipendente il 29 settembre 2022.

Sono passati due anni da quando il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava trionfale investimenti miliardari che avrebbero portato il budget della sanità pubblica a 120 miliardi di euro. Oggi di quelle promesse rimane il lontano ricordo, mentre la realtà sullo stato del Servizio Sanitario Nazionale è resa nei suoi crudi numeri da un rapporto diffuso da CIMO-FESMED, la federazione cui aderiscono 14mila sanitari: dal 2010 al 2020 in Italia sono stati chiusi 111 ospedali e 113 pronto soccorso, con un totale di 37.000 posti letto persi. Nelle strutture ospedaliere mancano all’appello oltre 29 mila professionisti, di cui 4.311 medici. Numeri che, a cascata, hanno comportato una “riduzione drastica dell’attività sanitaria”.

Dal Dossier Sanità: Allarme Rosso, redatto dalla Federazione CIMO-FESMED risultano dati interessanti per quella che oggi tutti chiamiamo crisi sanitaria. Posti letto che non sono abbastanza, carenza di personale sanitario e taglio netto dei servizi sono tutti quanti elementi importanti per quel che riguarda la forza della sanità pubblica. Sanità invidiata da molti paesi proprio per il suo essere pubblica e universale, ma visti i dati, fino a quando riuscirà ad essere sostenibile la situazione?

L’analisi si basa sui conti economici della Regione dello stato, sul conto annuale del Ministero di economia e finanza, sui rapporti annui del Ministero della Salute, e sugli studi Istat. Dai dati rilevati, negli ultimi dieci anni risulta una drastica diminuzione dei posti letto e delle strutture ospedaliere. In particolare in questo decennio hanno chiuso i battenti 11 aziende ospedaliere, 100 ospedali a gestione diretta, 113 pronto soccorso di cui 10 pediatrici e disattivate 85 unità mobili di rianimazione. Risulta dai dati che le strutture ospedaliere pubbliche abbiano perso -38,684 posti letto, mentre quelle private ne hanno guadagnato +1,747. La chiusura delle strutture ospedaliere ha un grave impatto anche sul personale che conta una perdita di 29.284 professionisti, di cui 4.311 medici. Questi dati non considerano le assunzioni avvenute nel 2020 con la pandemia da Covid19, durante la quale abbiamo avuto una grande dimostrazione di quanto i tagli e le chiusure abbiamo rappresentato un grave problema.

Contando quindi la drastica diminuzione delle strutture ospedaliere e il taglio dei posti letto l‘offerta sanitaria ha perso un notevole valore. Infatti, negli ultimi dieci anni sono stati tagliati 700 medici di guardia medica, il che ha portato ad una diminuzione degli interventi, ossia -1.498 in meno ogni 100.000 abitanti. Questo dato ha rappresentato anche un aumento della complessità clinica dei pazienti, che ha portato ad un aumento dei ricoveri, 55 in più ogni 100.000 abitanti. Drastica la situazione anche nei pronto soccorso, dove nel 2010 erano oltre 22,4 milioni i pazienti curati, che nel 2019 diventano 2 milioni di accessi in meno. Scendono ancora nel 2020 a 8.8 milioni in meno, anno in cui complice il Covid, molti pazienti sono stati spinti ad evitare di accede in pronto soccorso. Così facendo molte visite mediche o diagnosi importanti sono state evitate o ritardate, sottovalutando la gravità clinica della malattia. Tra il 2010 e il 2020 il tasso di mortalità è aumentato del +85%. A risultare scandente è anche l’assistenza territoriale, la cui offerta sanitaria si è ridotta dal 2010 di 282,8 milioni di prestazioni. L’attività clinica in laboratorio risulta inoltre diminuita del 32%, ossia -63,9 milioni.

In conclusione dall’analisi svolta da CIMO-FESMED risulta chiaramente che nell’ultimo decennio il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale sia cresciuto del 16,4% (+18.548 miliardi). Allo stesso tempo però la spesa sanitaria è aumentata di 15.744 miliardi provocando un saldo positivo di 2,8 miliardi. Questo saldo è per il 20% però favorito dalla riduzione del costo dei medici. Questi numeri sono tuttavia legati al costo dei beni sanitari, e non dei servizi. Questo, insieme al mancato esercizio delle aziende di molti servizi, rendono quindi più che evidente lo scarso impegno economico su mezzi e risorse umane. Infine, i dati dell’attività sanitaria dimostrano una crisi della sanità che sta ormai rompendo ogni limite e che appare ormai al collasso. [di Marina Lombardi] 

(ANSA il 18 novembre 2022)  - Entro il 2050 i batteri super-resistenti agli antibiotici potrebbero divenire la prima causa di morte nel mondo, prima di infarto e ictus. È l'allarme lanciato da Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (Fofi), in occasione della Giornata europea e della Settimana mondiale di sensibilizzazione sugli antibiotici "È lo scenario che ci attende se non si mettono in pratica comportamenti individuali responsabili e in assenza di politiche e interventi mirati", insiste l'esperto. 

L'antibiotico-resistenza preoccupa in particolar modo l'Italia che continua ad essere 'maglia nera' in Europa, con 15mila morti l'anno per infezioni ospedaliere da batteri resistenti, quasi la metà del totale dei decessi, secondo l'Ecdc. Per arginare questa 'pandemia silenziosa' è quanto mai urgente intensificare gli sforzi delle istituzioni sanitarie e dei professionisti della salute su diversi fronti: promuovere un uso razionale degli antibiotici, dentro e fuori dagli ospedali, supportare la ricerca di nuove molecole e aumentare la consapevolezza della popolazione sul pericolo legato alla comparsa di batteri resistenti.

"La disinformazione - sottolinea Mandelli - è tra le principali cause di utilizzo inappropriato di antibiotici che si registra, ad esempio, per curare l'influenza o il raffreddore durante il periodo invernale". "Gli antibiotici sono una delle conquiste fondamentali della ricerca medica che rischiamo di compromettere a causa di un uso eccessivo, e in molti casi improprio, di questi farmaci. Utilizzarli correttamente è una responsabilità di tutti per evitare di ritrovarci in futuro senza strumenti efficaci per combattere le infezioni, ai danni soprattutto di chi è più fragile", conclude il presidente Fofi.

(ANSA) - Tra il 2016 e il 2020 Grecia, Italia e Romania sono stati i Paesi europei con più decessi attribuibili a batteri resistenti agli antibiotici. Sono i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). 

Nei quattro anni considerati, in Grecia i morti da infezioni resistenti sono stati 20 ogni 100mila abitanti, 19 in Italia, 13 in Romania. In generale, indica l'Ecdc, la resistenza agli antibiotici fa 35mila morti ogni anno in Europa (Ue e spazio economico europeo) e i numeri sono in aumento.

Anche il carico complessivo di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici è stato stimato essere il più alto in Grecia, Italia e Romania. Inoltre, secondo un altro indicatore che misura la gravità delle malattie - il Daily, cioè l'attesa di vita corretta per disabilità' - gli anni persi a causa dei batteri antibiotico-resistenti sono stimati essere di più in Grecia, Italia e Romania.

Il maggior numero di malattie è stato causato da Escherichia coli resistente alle cefalosporine di terza generazione, seguito da Staphylococcus aureus resistente alla meticillina e Klebsiella pneumoniae resistente alle cefalosporine di terza generazione. La tendenza all'aumento di patologie legate a batteri resistenti è stata generale nel 2016-20, con un rallentamento dal 2019 al 2020. 

Nei 30 Paesi dello Spazio economico europeo (i 27 Ue più Norvegia, Islanda e Liechtenstein) si sono registrate tendenze in aumento significativo sia nel numero stimato di infezioni e sia nei decessi attribuibili alla resistenza agli antibiotici.

In particolare, è stata osservata una significativa tendenza all'aumento del numero stimato di infezioni in 18 paesi (Cipro, Cechia, Danimarca, Finlandia , Germania, Grecia, Ungheria, Islanda, Italia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Spagna, Romania, Slovacchia e Svezia) e una significativa tendenza al ribasso in dieci Paesi (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Portogallo e Slovenia).

“Troppi i farmaci prescritti, gravi i rischi”. Al recente Congresso della Società di Medicina Interna è emerso che il 66% degli italiani assume troppi farmaci (oltre 5 continuativamente in un anno) con gravi rischi di interazioni, perciò i medici stanno valutando le "de-prescrizioni". Gioia Locati il 28 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La polifarmacia

 Gli eventi avversi

 Troppi anche gli esami

Si cambia registro, con le prescrizioni e con l’eccesso di farmaci. Il principio ispiratore diventa “Less is more”, ossia “meno è più”. Il bisogno di sfrondare l’abitudine di ingerire pasticche arriva da una constatazione dei medici e trova conferma negli studi scientifici ed è stato oggetto di approfondimento all’ultimo Congresso nazionale della Società di Medicina interna.

In Italia il 66% degli adulti assume oltre 5 farmaci e 1 anziano su 3 oltre 10 farmaci l’anno. 

Gli esperti riuniti al congresso hanno valutato di ripensare non solo a nuove linee guida ma anche a come de-prescrivere alcune terapie.

La nuova attenzione clinica, che qualcuno ha già paragonato a un movimento di pensiero, si sta diffondendo in tutto il mondo, tra i suoi sostenitori c’è Rita Redberg, direttore della rivista scientifica JAMA Internal Medicine.

“I progressi della medicina non si registrano solo in base al numero di pillole prescritte. A volte, per il bene del paziente, è necessario fare marcia indietro, sfoltendo la loro ‘polifarmacia’, che significa prendere più di 5-6 medicine al giorno, condizione comune in almeno i due terzi degli anziani, come emerso da uno studio americano pubblicato su JAMA International Medicine nel 2016” hanno dichiarato i presenti al Congresso.

Sicuramente, l’allungamento della vita porta con sé anche la comparsa di patologie croniche, che spesso si associano in uno stesso paziente. “Per questo è indispensabile una ‘regia’ centrale, come quella offerta dal medico internista che metta al riparo i pazienti dai rischi di una ‘polifarmacia’ troppo affollata, dovuta alla ‘collezione’ di tante prescrizioni di farmaci diverse, una per ogni specialista consultato, spesso in conflitto tra loro, tanto da provocare interazioni ed effetti indesiderati, che possono pregiudicare la sicurezza del paziente" è ermerso al Congresso. Si stima che il 15% degli anziani sia a rischio di interazione farmaco-farmaco.

La polifarmacia

“Alcuni studi, condotti nell’ambito del programma REPOSI (REgistroPOliterapie della Società Italiana di Medicina Interna), un network di reparti di medicina interna e geriatria italiani, hanno messo ben in evidenza il fenomeno della polipharmacy e le sue ricadute" ha esposto il professor Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Medicina Interna.

Gli eventi avversi

A rischio di effetti indesiderati sono soprattutto le persone con una ridotta funzionalità renale, condizione comune tra gli anziani. Uno studio su oltre 5 mila pazienti over 65 del registro REPOSI, ha evidenziato che almeno la metà mostrava una compromissione moderata della funzionalità renale. Tra i pazienti con ipertensione, diabete, fibrillazione atriale, coronaropatia e scompenso, all’11% veniva prescritto un dosaggio di farmaci inappropriato rispetto alla funzionalità renale. E, nel follow up, una inappropriatezza prescrittiva si associava ad un aumentato rischio di mortalità per tutte le cause del 50%.

"Il 66% dei pazienti adulti assume 5 o più farmaci e un anziano su tre assume oltre 10 farmaci in un anno (dati OsMed) – ricorda il professor Gerardo Mancuso, vicepresidente nazionale della SIMI – e questa percentuale si è consolidata negli ultimi anni, provocando un aumento delle cause di ricovero per eventi avversi per interazioni farmacologiche. La prescrizione multipla di farmaci talvolta mitiga o annulla i benefeci ed aumenta le complicanze e la mortalità. Nei pazienti anziani il delirium, le cadute, la ipotensione, l’emorragia ed altre condizioni, riconoscono come causa la politerapia. De-prescrivere le molecole farmacologiche è una attività che l’internista deve fare in tutti i pazienti, ma soprattutto negli anziani".

Troppi anche gli esami

“Il less is more – prosegue Sesti – non vale solo per le medicine, ma anche per i troppi esami, alcuni dei quali (le TAC), ad esempio, comportano rischi per la salute legati a un eccesso di radiazioni. Un articolo del National Cancer Institute pubblicato su JAMA Internal Medicine ha stimato che considerando il numero di TAC effettuato nel 2007 sarebbe lecito attendersi un eccesso di 60 mila casi di cancro e ben 30 mila morti in eccesso. Ora di certo, molti di questi esami potrebbero aver contribuito a salvare delle vite, facendo scoprire ad esempio un tumore in fase precoce. Ma la stragrande maggioranza poteva forse essere evitata. Quindi, anche in questo caso la parola d’ordine è ‘appropriatezza’, soprattutto quando un esame a ‘rischio’ viene prescritto a un paziente giovane”.

Da ansa.it il 20 dicembre 2022.

E' di 93 siti web oscurati, 21 arresti, 123 denunce e medicinali sequestrati per un valore di 3 milioni di euro il bilancio in Italia dell'attività dei carabinieri del Nas a conclusione di "Shield III", acronimo di Safe Health Implementation, Enforcement and Legal Development, operazione internazionale contro il "pharma crime": il traffico illegale e contraffazione di medicine, doping compreso.

Tra aprile e novembre 2022 sono state sequestrate 9.000 confezioni e circa 362.000 unità (compresse, fiale, iniettabili, polveri), con varia indicazione terapeutica: anabolizzanti, antibiotici, antinfiammatori, disfunzione erettile e Covid.

I medicinali generici non piacciono agli italiani: per comprare quelli 'di marca' spendiamo un miliardo in più. Michele Bocci su La Repubblica il 22 Agosto 2022.

Molti medicinali sono prodotti sulla base di brevetti scaduti, per cui è possibile 'copiare' la stessa molecola: sono i prodotti generici, uguali in tutto e per tutto a quelli 'originali'. Ma gli italiani non vogliono saperne

Chi entra in farmacia con la ricetta del medico ha una possibilità altissima di tornarsene a casa con un medicinale vecchio o vecchiotto. L’84% dei prodotti della cosiddetta classe A, rimborsati dallo Stato, hanno infatti il brevetto scaduto, cioè hanno sulle spalle almeno 10 o 15 anni di età. Talvolta anche molti di più. Ci curiamo o affrontiamo fattori di rischio come ipertensione e colesterolo alto, quindi, con molecole piuttosto antiche e ne abbiamo a disposizione tantissime, pure troppe secondo alcuni esperti.

Chiara Daina per corriere.it il 31 luglio 2022.

Cresce la spesa nazionale per i farmaci, sia a carico dello Stato sia a carico dei cittadini. Nel 2021 il conto complessivo ha toccato quota 32,2 miliardi di euro, in aumento non solo rispetto al 2020 (più 3,5 per cento) ma anche all’anno prepandemico (più 4,3). In particolare, quella pubblica (comprensiva sia degli acquisti diretti da parte di Asl e ospedali sia di quella convenzionata con il Ssn per i farmaci di fascia A erogati dalle farmacie territoriali) nell’ultimo anno è passata da 21,7 miliardi a 22,2.

Mentre quella privata ha registrato un incremento di ben oltre sei punti percentuali: da 7,1 a 9,2 miliardi, di cui circa 6,1 per i farmaci di fascia c (oltre la metà con obbligo di ricetta medica). Le categorie di medicinali più acquistati di tasca propria dai cittadini sono gli ansiolitici (a base di benzodiazepine), i contraccettivi e le molecole utilizzate per il trattamento della disfunzione erettile. Tra i farmaci per l’automedicazione, invece, la maggior spesa è stata per quelli che contengono i seguenti principi attivi: diclofenac e ibuprofene, che sono due antinfiammatori, e paracetamolo, che è un antidolorifico. Tutti prodotti indicati per la terapia contro il Covid.

Resistenza ai generici

A documentarlo è l’ultimo Rapporto nazionale sull’uso dei farmaci in Italia, relativo al 2021, a cura dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). La spesa privata in costante salita da dieci anni desta una certa preoccupazione tra gli esperti. «Va considerata a tutti gli effetti come una spesa sanitaria talvolta impropria e da tenere maggiormente sotto la lente di ingrandimento delle azioni di appropriatezza prescrittiva e buon uso dei farmaci» dichiara Nicola Magrini, il direttore generale di Aifa, nella presentazione del rapporto. Non viene trascurata neanche la perdurante resistenza all’uso dei cosiddetti farmaci generici (che hanno la stessa composizione quantitativa e qualitativa in termini di principio attivo e la stessa efficacia del medicinale di marca a cui è scaduto il brevetto).

«L’Italia è al terzultimo posto in Europa nella spesa di questi farmaci, con un incidenza sul totale di appena il 21 per cento. Servono campagne di comunicazione pubblica rivolte sia agli operatori sia ai cittadini per incentivare l’utilizzo di queste molecole, parimenti efficaci e sicuri ma con un minor impatto economico» sottolinea Francesco Trotta, coordinatore scientifico del rapporto. Siamo, invece, al primo e secondo posto per spesa e consumo dei farmaci biosimilari, considerati intercambiabili con i corrispondenti farmaci biologici originali. «Vengono acquistati direttamente dalle Regioni e prescritti dal medico in ospedale» osserva Trotta.

Differenze territoriali

Con l’avanzare dell’età, l’andamento della spesa e dei consumi si alza. Gli over 65 assorbono oltre il 70 per cento delle risorse e delle dosi. La spesa pubblica media per ogni anziano trattato è di 558 euro (nello specifico: 599 per gli uomini e 525 per le donne). Quello medio riferito in generale a tutti gli utilizzatori di farmaci nella società è di 319 euro. Nel 2021 poco più di sei assistiti su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione.

A livello regionale il quadro resta disomogeneo. Al Nord la prevalenza d’uso è inferiore (59,3 per cento), rispetto al Centro (64,7) e al Sud (66,7). La Campania è la regione con la spesa lorda pro capite più elevata (199,9 euro) e i consumi maggiori (1.334 dosi giornaliere ogni mille abitanti). Agli antipodi si colloca la Provincia autonoma di Bolzano: 113,4 euro e 821,4 dosi per mille abitanti. Le differenze si riscontrano anche nel genere. Per il sesso femminile si registrano valori più alti sia in termini di spesa pro capite (204 contro 197 euro), sia di dosi giornaliere (1.257 ogni mille abitanti contro 1.107). Specialmente nella fascia di età tra 20 e 64 anni il ricorso ai farmaci è superiore a quello degli uomini. 

Farmaci per cuore e tumori

Tra i farmaci convenzionati con il Ssn e ritirati in farmacia dal cittadino, quelli dell’apparato cardiovascolare sono la classe terapeutica più dispensata nel 2021. «Nonostante la nota 96 emessa dall’Aifa per ridurne i consumi, si riscontra un incremento dell’1,6 per cento della spesa per la vitamina D rispetto al 2020, dovuto alla prescrizione inappropriata come protettivo anti Covid» commenta Trotta. Mentre i farmaci oncologici e immunomodulatori e i farmaci del sangue e organi emopoietici sono i prodotti farmaceutici maggiormente acquistati ed erogati dalle strutture sanitarie pubbliche. «Le nuove entità terapeutiche, cioè tutti i prodotti autorizzati centralmente dall’Agenzia europea per i medicinali negli ultimi dieci anni con esclusività di mercato, per esempio i nuovi farmaci anticancro, per la fibrosi cistica, per l’epatite C, le terapie Car-T, assorbono ben il 60 per cento della spesa di Asl e ospedali» conclude Trotta. 

Estratto dall'articolo di Carlo Picozza per “la Repubblica - Edizione Roma” l'11 agosto 2022.

Lo spettro del secondo fallimento si aggira sull'Umberto I, complice un deficit doppio di quello degli anni passati: "196,305 milioni", mentre la Regione prevede per il policlinico tra i più grandi d'Europa, un saldo negativo tra entrate e uscite di "157,557 milioni". Uno scostamento sui 40 milioni. 

Certo, sui conti è pesata l'emergenza Covid: tra il 2020 e il 2022, l'Umberto I è stato il solo ospedale pubblico (al netto dello Spallanzani, la cui missione è la cura delle malattie infettive) a impegnare risorse per i colpiti dal coronavirus, con oltre 300 letti ordinari e 80 di Terapia intensiva. Se la Regione, che ha previsto 465 milioni per i costi Covid del 2022, non ripianerà il rosso profondo, per l'ospedale è in vista il default. […]

Sta di fatto che il deficit, negli scorsi esercizi finanziari, si aggirava sui 100 milioni all'anno: nel 2020 (non si hanno dati sul 2021) è stato di 92,648 milioni. Quest'anno si raddoppia. Il direttore D'Alba, nella sua "proposta di concordamento" per il 2022, ha chiesto di approvare un disavanzo di 196,305 milioni, appunto. Non proprio una sorpresa per la Regione informata sull'ipotesi per il 2022 ( nel bilancio preventivo adottato il 31 dicembre 2021) di un deficit di "193,563 milioni": una differenza sui tre milioni.

«La proposta di bilancio che prevedeva un disavanzo sui 196 milioni», spiega D'Alba, «è stata formalizzata il primo aprile 2022 quando non c'era contezza del valore teorico dei ricavi per i quali, infatti, oggi si evidenzia la differenza dei 40 milioni, figlia della diversificazione dell'attivo di bilancio». Insomma, nonostante i maggiori costi di gestione, soprattutto quelli energetici, l'azienda Policlinico ritiene che «a fine esercizio saranno rispettati i vincoli di bilancio fissati dalla Regione, grazie anche all'aumento dell'attività assistenziale». […]

"Sei troppo giovane per la mammografia". Ora ha un tumore al quarto stadio. Nel 2018 i medici le avevano detto che era troppo giovane per sottoporsi a una mammografia, nonostante avesse un nodulo al seno. Adesso ha un tumore al quarto stadio. Valentina Dardari il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

Nel 2018 i medici a cui si era rivolta le avevano detto che era troppo giovane per sottoporsi a una mammografia, nonostante avesse un nodulo al seno. Adesso ha un tumore al quarto stadio. Questa è la tragica avventura capitata a Philecia La'Bounty, modella e ora seguitissima sul suo profilo Tik Tok, seguito da oltre 40mila followers. Come raccontato da il Messaggero, la donna, dopo aver sentito un grumolo al seno, aveva deciso di farsi visitare, ma i medici a cui si era rivolta le avevano assicurato che non vi era nulla di cui preoccuparsi visto che, a loro parere, si poteva trattare solo di un nodulo benigno.

La sua battaglia su Tik Tok

I sanitari si erano anche rifiutati di sottoporla a una mammografia perché considerata inutile data la sua giovane età. Dopo 8 mesi e diverse visite mediche, la ragazza ha scoperto di avere un tumore al seno ormai al quarto stadio. Il cancro si era infatti diffuso in altre zone del corpo, e in particolare ai polmoni, ai linfonodi e allo sterno. Subito ha confessato di aver pensato“alla morte, come fa la maggior parte delle persone quando sente la parola cancro”, sentendosi delusa e abbandonata dai medici. Dopo aver avuto la terribile diagnosi, la donna ha dovuto sottoporsi a una menopausa farmacologica, a causa dalla chemioterapia utilizzata per trattare il tumore.

Sui social la 35enne ha confessato di sentirsi ogni mattina come una vecchietta, con le articolazioni rigide, stanca e sofferente. Dopo aver scoperto che la chemioterapia avrebbe potuto renderla sterile, Philecia ha deciso di congelare dieci ovuli. La vita è cambiata non solo a lei, ma anche al marito, alla sua famiglia, e ai suoi amici più cari. “Cerco di non pensare troppo a come sarebbe potuta andare se i medici se ne fossero accorti prima. Tanto questo non mi farà scomparire la fase”, ha spiegato su Tik Tok, anche perché pensare che avrebbe potuto avere a che fare con un tumore al secondo stadio, e non al quarto, è scoraggiante.

Cosa vuol dire un tumore al quarto stadio

In linea generale, i tumori al primo stadio sono di piccole dimensioni, localizzati e solitamente curabili; allo stadio II e III sono solitamente solo localmente avanzati e/o hanno coinvolto linfonodi vicini; al quarto stadio si considerano invece i tumori inoperabili o metastatici, ovvero che hanno coinvolto altre zone del corpo, anche lontane. Secondo gli studi, in questo ultimo caso i pazienti hanno solo il 22% di possibilità di sopravvivere oltre i 5 anni dalla diagnosi. La modella ha scelto di utilizzare il social per raggiungere quante più persone, spiegando loro i rischi che si corrono senza una prevenzione adeguata, i sintomi e anche per dare informazioni riguardo la menopausa precoce. Proprio riguardo quest’ultimo aspetto, la ragazza ha spiegato: “È più comune nelle giovani donne di quanto la gente si aspetti. C'è un'epidemia di giovani donne che scoprono di avere un cancro al seno e di conseguenza sono state messe in menopausa precoce, e nessuno ne parla”. La 35enne ha detto di sentirsi orgogliosa e realizzata quando riceve dei messaggi da persone che grazie a lei non si sentono sole.

L'importanza della prevenzione

Per controllare il seno non c’è solo la mammografia. Si può iniziare da sole, facendo attenzione a eventuali cambiamenti delle sue dimensioni o della forma e con l'autopalpazione. La forma del seno infatti cambia nel corso del tempo, sia in periodo mestruale che con l’invecchiamento o la gravidanza. Nel caso in cui ci siano dei dubbi sul suo cambiamento, ci si può rivolgere a un esperto. È importante controllare anche eventuali arrossamenti o secrezioni. Se fuoriesce del liquido dal capezzolo, senza che venga pressato, è meglio recarsi dal medico per un controllo.

Gonfiori, ecco a quali fare attenzione

Si deve fare particolare attenzione alla presenza di gonfiori o grumi, non necessariamente al seno, ma anche nella zona sotto le ascelle e fino alla clavicola. Anche i grani della pelle devono essere controllati: se l’area del seno ha la forma di una buccia d’arancia è meglio fare una visita medica. Anche se il capezzolo da un momento all’altro è tirato verso l'interno o cambia forma o posizione, conviene prenotare una visita. Infine, un altro segnale può essere un dolore costante al seno o all’ascella. Anche se sentire male nella zona del seno è abbastanza normale. Per esempio potrebbe essere più indolenzito nei giorni precedenti al ciclo. Se abbiamo dei dubbi comunque meglio farci vedere, tanto per essere più tranquille.

Brindisi, l'odissea di una 37enne con un tumore al seno. La lettera e la storia della malattia per dare speranza ad altre donne. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 30 Ottobre 2022.

Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera alla «Gazzetta» inviataci da una mamma 37enne.

Voglio raccontare la mia storia perché quello che è accaduto a me, possa dare voce e speranza a tante altre donne che soffrono in silenzio e combattono ogni giorno la malattia. Sono madre di due splendidi bambini. Ho scoperto di avere un tumore al seno triplo negativo subito dopo la nascita della mia seconda figlia all’età di 34 anni. Dopo aver fatto tutti gli approfondimenti ed esami necessari decisi di iniziare il mio percorso di cura presso l'ospedale «Perrino» di Brindisi dov’è presente la Breast Unit per la cura del tumore al seno e dove in teoria ogni donna dovrebbe essere seguita con più attenzione, cosa che è invece purtroppo non è accaduta. Perché tutto è rimasto sulla carta.

Oggi, dopo aver subito un’operazione di mastectomia omolaterale, mi sento una donna ancora ferita ma viva, perché sono convinta che proprio nel posto in cui avrebbero dovuto curarmi e sentirmi al sicuro mi stavano invece lasciando morire, ma grazie a Dio ad altri io devo la mia vita. Prima di cominciare il mio percorso terapeutico mi spiegarono che, nel mio caso sarebbe stato più conveniente rimpicciolire e quindi ridurre la massa tumorale con la chemioterapia per poi rimuoverla successivamente con un intervento. Così l’oncologa che mi avrebbe seguita, mi illustrò il programma terapeutico da seguire e mi disse che dopo la fine dei cicli di chemioterapia, avrei dovuto subire un intervento di quadrantectomia. Prima di cominciare la chemioterapia parlai anche con lo psiconcologo (fu quello il primo e ultimo colloquio). Il mio percorso di cura prevedeva un trattamento neoadiuvante per 4 cicli ogni 21 giorni e successivamente taxolo per 12 settimane. Mi sottoposi al primo trattamento. Tutto sembrava procedere bene. Poco prima di terminare i primi 4 cicli però cominciai ad avere il sospetto che qualcosa non stesse funzionando. Nel frattempo avevo già tagliato tutti i capelli, ma della figura dello psiconcologo neppure l'ombra e io morivo dentro. Nonostante abbia sempre chiesto, se tutto stesse procedendo bene, la risposta che ricevevo è sempre stata affermativa, senza aggiungere una sola parola. Solo silenzio e mentivano. Tra la fine del primo trattamento e l'inizio del secondo non fui sottoposta ad alcun controllo, neppure ad una banale ecografia. Gli unici controlli previsti erano gli esami del sangue. Cominciai anche il secondo trattamento, quello con il taxolo, ma il tumore anziché rimpicciolirsi, cresceva ed era visibile anche ad occhio nudo.

Ho trascorso notti intere a piangere e a pregare in silenzio, impotente di fronte alla malattia, con la paura di morire giorno dopo giorno, fino a quando decisi di prendere in mano la mia vita. A quel punto decisi di fare privatamente un’ecografia e i miei sospetti purtroppo cominciarono a prendere forma. Decisi allora di chiedere spiegazioni e quando mostrai quell’ecografia, con molta freddezza e piuttosto infastidita, una dottoressa rispose che non dovevamo trarre conclusioni affrettate, che avevano dei protocolli da rispettare e delle linee guida da seguire e che, dopo mie continue e ripetute sollecitazioni, potevo approfondire con una mammografia e risonanza. L’altra presente, invece, mi disse che aveva fatto bene a fare quell’ecografia. A questo punto mi sorge spontanea una domanda, perché se tutti vedevano e sapevano che qualcosa non stava funzionando, non sono intervenuti subito, ma si sono attivati solo quando sono stati messi con le spalle muro di fronte a quella famosa ecografia, scongiurando in questo modo conseguenze ben più serie? Non metto in dubbio che i protocolli dovessero essere rispettati, ma si poteva intervenire prima.

E dov’era in tutto questo la figura dello psiconcologo che sulla carta avrebbe dovuto darmi sostegno e supporto? E ancora una volta morivo dentro, sola. A quel punto mi disse anche che, per avere l'impegnativa con gli esami prescritti potevo tranquillamente tornare tra una settimana perché quel giorno avevano problemi con il sistema operativo del pc, ma io non potevo aspettare che il tumore che sentivo crescere dentro di me, mi divorasse anche l'anima e tornai il giorno dopo. Ero gia al settimo trattamento con taxolo settimanale e nel frattempo contattai lo IEO dove effettuai una visita specialistica perché a quelli, avevo deciso di affidare la mia vita. Il dottore confermò i miei timori e le mie paure e mi spiegò che se l'oncologo in assenza di una terapia sostituiva, avesse dato parere positivo, lui mi avrebbe inserito in una lista d’attesa e mi avrebbe operato. Così quando tornai, riferì alla dottoressa e decise che era arrivato il momento di intervenire per programmare l'intervento, messa con le spalle al muro per la seconda volta. Ma per me era già troppo tardi. Interrotto il trattamento con il taxolo sono stata operata.

Ho subìto un intervento di mastectomia laterale sinistra e dissezione ascellare omolaterale. Esattamente nel periodo in cui, secondo i loro schemi, avrei dovuto finire la chemioterapia, io ero già stata operata. È in quel preciso giorno sono rinata. Mi fu chiesto in seguito, se volessi partecipare ad uno studio di ricerca clinica per la sperimentazione di un farmaco immunoterapico nel trattamento del tumore mammario triplo negativo ad alto rischio. Allora mi chiedo, se possedevo tutti i requisiti necessari per poter accedere a questo studio, perché nel momento in cui hanno capito che la risposta del mio organismo alla chemioterapia non è stata soddisfacente, non hanno deciso di operarmi subito e si sono attivati solo in seguito alle mie ripetute sollecitazioni e sopratutto dopo la visita allo IEO? Alla luce di quanto successo sono convinta che se non avessi fatto quell’ecografia privatamente e non avessi interrotto la chemioterapia, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.

Le parole scritte sulla diagnosi di ricovero presso lo IEO che recitavano cosi «carcinoma T4 a cute quasi ulcerata per circa 4 cm in progressione clinica da operare» risuonano giorno e notte nella mia mente. Perché purtroppo ci sono parole che non si possono dimenticare e cicatrici che rimarranno incise per sempre nel mio corpo e nella mia mente.

Da wired.it il 25 novembre 2022. 

Il 22 novembre scorso la Food and drug administration (Fda), ente regolatorio statunitense, ha approvato il farmaco più costoso al mondo, ovvero una terapia per curare l’emofilia B, una malattia genetica rara. Hemgenix, questo il nome del medicinale prodotto dall’azienda farmaceutica Csl Behring, consiste in una terapia genica e costerà 3,5 milioni di dollari a dose, il che, come riporta Bloomberg, lo rende il farmaco più costoso al mondo. 

Secondo gli studi clinici condotti finora, Hemgenix sarebbe in grado di eliminare, in oltre metà dei pazienti testati, gli episodi di sanguinamento associati alla malattia, con un potenziale risparmio sui costi sanitari. In Europa, il medicinale è ancora in fase di valutazione da parte dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema). 

L’emofilia B e il suo trattamento

L'emofilia B è una malattia genetica rara causata dalla mancanza di un fattore della coagulazione del sangue, proteina necessaria per fermare le emorragie in caso di ferite; come riporta l’Istituto superiore di sanità (Iss), l’emofilia B riguarda un caso su 30.000 nella popolazione generale. Trattandosi di una malattia associata al cromosoma sessuale X, la maggior parte delle persone che manifestano i sintomi sono uomini, mentre generalmente le donne sono portatrici sane (anche se si stima che il 10-25% delle donne portatrici abbia sintomi lievi e, in rari casi, le donne possono presentare sintomi moderati o gravi). 

I sintomi includono episodi di sanguinamento prolungato o abbondante a seguito di ferite, traumi e/o interventi chirurgici oppure, nei casi più gravi, i sanguinamenti possono anche avvenire spontaneamente, senza una chiara causa; questi episodi possono portare a gravi complicazioni, come emorragie nelle articolazioni, nei muscoli o negli organi interni. 

Il trattamento di questa malattia in genere prevede la somministrazione del fattore di coagulazione mancante a scopo preventivo (per scongiurare gli episodi di sanguinamento), oppure su richiesta, per fermare un'eventuale emorragia. Nei casi più gravi è richiesto un trattamento di routine con infusioni endovenose molto costoso e che col tempo può diminuire di efficacia.

Come funziona il nuovo medicinale

Hemgenix, invece, funziona in maniera diversa: si tratta di un vettore adenovirale somministrato in endovena in singola dose, che al suo interno trasporta il gene per il fattore di coagulazione mancante; una volta in circolo, il gene viene espresso nel fegato, dove produce la proteina necessaria per prevenire gli episodi di sanguinamento. La sicurezza e l'efficacia di Hemgenix sono state valutate in due studi clinici condotti su 57 uomini con emofilia B grave o moderatamente grave: in uno degli studi i partecipanti hanno registrato un aumento dei livelli di attività del fattore di coagulazione mancante (con una conseguente minore necessità di sottoporsi al trattamento a scopo preventivo) e una riduzione del 54% del tasso di eventi emorragici annuali. Le reazioni avverse più comuni associate al medicinale includevano un aumento degli enzimi epatici, cefalea, lievi reazioni legate all'infusione endovena e sintomi simil-influenzali.

“La terapia genica per l'emofilia è all'orizzonte da più di due decenni. Nonostante i progressi nel trattamento dell'emofilia, la prevenzione e il trattamento degli episodi emorragici possono avere un impatto negativo sulla qualità della vita delle persone”, ha dichiarato Peter Marks, direttore del Center for biologics evaluation and research della Fda. "L'approvazione odierna fornisce una nuova opzione terapeutica per i pazienti con emofilia B e rappresenta un importante progresso nello sviluppo di terapie innovative per coloro che sperimentano un elevato carico di malattia associato a questa forma di emofilia". 

La questione del costo

Tuttavia, l’innovatività del nuovo medicinale ha un costo, che, in questo caso, è decisamente elevato: secondo Bloomberg, infatti Hemgenix costerebbe 3,5 milioni di dollari a dose. Invece, uno studio dell'Institute for clinical and economic review, un'organizzazione senza scopo di lucro si occupa dei costi dei medicinali, riporta che un prezzo equo per Hemgenix sarebbe compreso tra 2,93 milioni e 2,96 milioni di dollari a dose. In più, dal momento che tratta una malattia genetica rara, Hemgenix ha ottenuto la designazione di medicinale orfano, che, tra le altre cose, prevede che Csl Behring detenga diritti esclusivi sul mercato statunitense per i prossimi sette anni. 

"Sebbene il prezzo sia un po' più alto del previsto, penso che abbia una possibilità di successo perché i farmaci esistenti sono anche molto costosi e i pazienti affetti da emofilia vivono costantemente nella paura delle emorragie", ha affermato a Bloomberg Brad Loncar, investitore in biotecnologie e amministratore delegato di Loncar Investments. "Un prodotto di terapia genica attirerà alcuni investitori".

Taranto, muore bimbo di 3 anni affetto da Sma1: fatale una encefalite. Suo padre Saverio, confratello della Congrega dell’Addolorata, lo scorso aprile era stato tra i portatori delle sdanghe (travi in legno) della statua dell’Addolorata in segno di devozione e di ringraziamento per il sostegno ricevuto per le cure al figlio. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 21 Agosto 2022

Non ce l’ha fatta Federico Musciacchio, il bimbo tarantino di circa 3 anni affetto da SMA (atrofia muscolare spinale) di tipo 1, la più grave, che aveva ricevuto le cure grazie a una straordinaria gara di solidarietà per l’acquisto dello Zolgensma, uno dei farmaci salva-vita più costosi al mondo, da oltre 2 milioni di euro. Suo padre Saverio, confratello della Congrega dell’Addolorata, lo scorso aprile nella processione del Giovedì Santo era stato tra i portatori delle sdanghe (travi in legno) della statua dell’Addolorata in segno di devozione e di ringraziamento per il sostegno ricevuto per le cure al figlio.

«Purtroppo il piccolo Federico Musciacchio - scrivono il padre spirituale don Emanuele Ferro e il commissario arcivescovile Giancarlo Roberti - ha concluso la sua breve esistenza terrena. L’intera confraternita si stringe intorno ai suoi genitori Saverio e Rossella e a tutta la sua famiglia».

L’immagine di Federico «affidato alla Vergine Addolorata all’uscita in piazza Immacolata - proseguono - ci ritornano alla mente con vigore mentre impetriamo dalla nostra Madre celeste il dono della consolazione e della speranza. Voglia il buon Dio essere vicino alla mamma e al papà di Federico difensori della vita e della salute senza risparmiarsi e con eroico coraggio». 

I funerali del piccolo si terranno domani alle 16 nella chiesa del Carmine di Taranto dove è già in corso un veglia per l'ultimo saluto.

Solo nel marzo dello scorso anno l'Agenzia Italiana del Farmaco aveva consentito l’uso della terapia genica Zolgensma con il sistema sanitario nazionale per tutti i bambini affetti da Sma1 che rientrano per peso entro i 21 chili. Fu così superato il limite esistente prima in Italia legato all’età di 6 mesi e che costringeva le famiglie a raccolte fondi per arrivare alla cifra necessaria per acquistare e somministrare il costosissimo farmaco in un altro Paese. Anche il piccolo Federico aveva così potuto iniziare la terapia.

Su una vicenda analoga, che riguardava la possibilità di somministrare il farmaco a Paolo, un bimbo di poco più di due anni della provincia di Bari affetto da Sma1, si consumò lo strappo tra il governatore Michele Emiliano e il professore Pierluigi Lopalco, tanto che quest’ultimo decise di dimettersi da assessore pugliese alla Sanità perché riteneva che, in base ai paletti fissati da Aifa in Italia, il piccolo non potesse essere sottoposto alla terapia genica dalla quale non avrebbe tratto vantaggi. 

E’ morto Federico il bimbo di tre anni di Taranto affetto da Sma, nonostante un farmaco da 2 milioni.  Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 21 Agosto 2022 

Prendeva uno dei farmaci salva-vita più costosi al mondo, da oltre 2 milioni. L' Aifa-Agenzia italiana del farmaco aveva autorizzato solo nel marzo dello scorso anno l'uso della terapia genica Zolgensma con il Sistema sanitario nazionale per tutti i bambini affetti da Sma1 che rientrano per peso entro i 21 chili

Federico Musciacchio, il bimbo tarantino che non aveva ancora compiuto 3 anni, affetto da Sma di tipo 1 (atrofia muscolare spinale), la forma più grave di questa malattia, non ce l’ha fatta contro la malattia che dopo pochi mesi dalla nascita gli era stata diagnosticata . Il “piccolo guerriero” come amava chiamarlo sua madre Rossella, non ce l’ha fatta. Nelle ultime settimane era subentrata anche una infiammazione al cervello a complicare il quadro clinico di per sè già molto grave .

Grazie a una straordinaria gara di solidarietà con la piattaforma Gofundme per l’acquisto dello Zolgensma, uno dei farmaci salva-vita più costosi al mondo del costo di oltre 2 milioni di euro, il piccolo Federico aveva ricevuto le cure. 

L’ Aifa-Agenzia italiana del farmaco aveva autorizzato solo nel marzo dello scorso anno l’uso della terapia genica Zolgensma con il Sistema sanitario nazionale per tutti i bambini affetti da Sma1 che rientrano per peso entro i 21 chili.  Saverio Musciacchio, il papà di Federico, lo scorso aprile nella processione del Giovedì Santo a Taranto, confratello della Congrega dell’Addolorata, era stato tra i portatori delle “sdanghe” (travi in legno) della statua dell’Addolorata in segno di devozione e di ringraziamento per il sostegno ricevuto per le cure al figlio. 

Saverio Musciacchio, il papà di Federico, nella processione del Giovedì Santo a Taranto

“Purtroppo il piccolo Federico – hanno commentato il padre spirituale della Congrega dell’Addolorata e di San Domenico, don Emanuele Ferro, e il commissario arcivescovile Giancarlo Roberti – ha concluso la sua breve esistenza terrena. L’intera confraternita si stringe intorno ai suoi genitori Saverio e Rossella e a tutta la sua famiglia“. L’immagine di Federico “affidato alla Vergine Addolorata all’uscita in piazza Immacolata ci ritornano alla mente con vigore mentre impetriamo dalla nostra Madre celeste il dono della consolazione e della speranza. Voglia il buon Dio essere vicino alla mamma e al papà di Federico difensori della vita e della salute senza risparmiarsi e con eroico coraggio” hanno aggiunto,

Su un’analoga vicenda, che riguardava la possibilità di somministrare il farmaco a Paolo, un bambino di poco più di due anni della provincia di Bari affetto da Sma1, avvenne lo rottura tra il governatore Michele Emiliano e l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, al punto che decise di dimettersi da assessore pugliese alla Sanità ritenendo che, in base ai paletti fissati da Aifa in Italia, il piccolo non potesse essere sottoposto alla terapia genica dalla quale non avrebbe tratto vantaggi. Redazione CdG 1947 

Taranto, muore bimbo di tre anni affetto da Sma: era in cura con un farmaco da 2 milioni. Federico Musciacchio aveva un'atrofia muscolare spinale di tipo 1, la forma più grave. L'acquisto del medicinale era stato possibile grazie a una straordinaria gara di solidarietà. La Repubblica il 21 Agosto 2022.

Il piccolo guerriero, come lo chiamava la mamma Rossella, non ce l'ha fatta. Federico Musciacchio, un bimbo tarantino di nemmeno 3 anni affetto da Sma (atrofia muscolare spinale) di tipo 1, la forma più grave, ha perso la battaglia contro la malattia che gli era stata diagnosticata a pochi mesi dalla nascita. Ma nelle ultime settimane a complicare un quadro clinico già gravissimo era subentrata anche una infiammazione al cervello.

Federico aveva ricevuto le cure grazie a una straordinaria gara di solidarietà con la piattaforma gofundme per l'acquisto dello Zolgensma, uno dei farmaci salva-vita più costosi al mondo, da oltre 2 milioni di euro.

Solo nel marzo dello scorso anno l'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) aveva consentito l'uso della terapia genica Zolgensma con il Sistema sanitario nazionale per tutti i bambini affetti da Sma1 che rientrano per peso entro i 21 chili. 

Su una vicenda analoga, che riguardava la possibilità di somministrare il farmaco a Paolo, un bimbo di poco più di due anni della provincia di Bari affetto da Sma1, si consumò lo strappo tra il governatore Michele Emiliano e l'epidemiologo Pierluigi Lopalco, tanto che quest'ultimo decise di dimettersi da assessore pugliese alla Sanità perché riteneva che, in base ai paletti fissati da Aifa in Italia, il piccolo non potesse essere sottoposto alla terapia genica dalla quale non avrebbe tratto vantaggi.

Saverio, il papà di Federico, lo scorso aprile nella processione del Giovedì Santo era stato tra i portatori delle sdanghe (travi in legno) della statua dell'Addolorata in segno di devozione e di ringraziamento per il sostegno ricevuto per le cure al figlio. 

"Purtroppo il piccolo Federico - hanno sottolineato il padre spirituale della Congrega dell'Addolorata e di San Domenico, don Emanuele Ferro, e il commissario arcivescovile Giancarlo Roberti - ha concluso la sua breve esistenza terrena. L'intera confraternita si stringe intorno ai suoi genitori Saverio e Rossella e a tutta la sua famiglia". 

L'immagine di Federico "affidato alla Vergine Addolorata all'uscita in piazza Immacolata - hanno aggiunto - ci ritornano alla mente con vigore mentre impetriamo dalla nostra Madre celeste il dono della consolazione e della speranza. Voglia il buon Dio essere vicino alla mamma e al papà di Federico difensori della vita e della salute senza risparmiarsi e con eroico coraggio".

Anche il priore Antonello Papalia e don Marco Gerardo, padre spirituale della Confraternita del Carmine,  che ha sede nell'omonima chiesa, dove domani si svolgeranno i funerali, hanno espresso il proprio cordoglio e la vicinanza alla famiglia del piccolo Federico. "La Mamma nostra del Carmine - hanno scritto sulla pagina Facebook - lo accolga tra i Santi e gli Angeli e lo custodisca tra le Sue Braccia amorevoli". 

 Lopalco, Emiliano e la terapia per la Sma nei bimbi: il farmaco più costoso al mondo all'origine della rottura.  Anna Puricella su La Repubblica il 12 novembre 2021. Una confezione di Zolgensma, il farmaco da 2 milioni e 10mila dollari. L'utilizzo del Zolgensma autorizzato ma con alcune precise indicazioni da parte dell'Aifa. Il medicinale costa 2 milioni e 100mila dollari e il rapporto rischi benefici dipende da determinate condizioni. I benefici sarebbero "pressoché assenti", i rischi "crescenti nei soggetti con malattia avanzata". È su questa bilancia che si è consumato lo strappo fra il presidente Michele Emiliano e l'assessore regionale alla Sanità Pierluigi Lopalco. Sono le parole riportate nella lettera inviata da Aifa (Agenzia del farmaco) a metà settembre al ministero della Salute e ai due. Ed erano riferite al caso di Paolo, un bambino della provincia di Bari che ora ha due anni e ha la Sma1, la forma più grave di atrofia muscolare spinale. L'obiettivo della famiglia è quello di fargli somministrare Zolgensma, il farmaco più costoso al mondo (vale due milioni e centomila dollari). Una terapia genica, innovativa e importantissima per i malati di Sma1, perché può cambiare il decorso della malattia. In Puglia se n'è parlato la prima volta un anno fa per Melissa, la bimba di Monopoli per la quale una corposa raccolta fondi ha permesso di raccogliere il denaro necessario a farla volare all'estero per la somministrazione. Melissa non poteva essere curata in Italia, era fuori con i limiti imposti all'epoca da Aifa (Agenzia italiana del farmaco), anche se poi quelle maglie - 0-6 mesi di età - erano state allentate e lei avrebbe potuto avere la somministrazione nel suo Paese. C'è stato poi Antonio, il più piccolo d'Italia a ricevere la terapia genica: è stato trattato a Bari, aveva solo quattro mesi e adesso sta bene. Si è affacciato quindi Paolo, e attorno al suo caso si sarebbe consumato lo strappo politico. Zolgensma adesso si può somministrare a pazienti fino a 13,5 chilogrammi di peso, senza limiti di età. Lo dice Ema (agenzia europea per i medicinali), e Aifa ha rispettato le direttive. In teoria il bambino potrebbe riceverlo, ma ci sono altri paletti: quella terapia non è permessa a quanti sono tracheostomizzati o hanno la Peg. O meglio, si può fare, ma in tal caso il farmaco non è rimborsato dallo Stato. Ed è qui che è intervenuta la Regione Puglia: di fronte all'impossibilità del bimbo di andare all'estero - stava per recarsi a Boston, ma aveva raggiunto i limiti di età, lì si può fino a due anni - il presidente Emiliano ha messo Zolgensma a disposizione delle due famiglie (oltre a Paolo ci sarebbe un altro bambino del Foggiano, Marco). In pratica la Regione dovrà pagare i due milioni e centomila dollari necessari per l'acquisto del farmaco per il solo Paolo. "Se c'è un medico che lo prescrive e se la famiglia autorizza, la Regione sosterrà le cure del bambino", ha precisato lo stesso Emiliano dopo le dichiarazioni di Lopalco. Il medico c'è - ma non opera in Puglia - la famiglia è favorevole. Bisogna però considerare che Paolo è tracheostomizzato, e che ha compiuto due anni. Il rapporto fra rischi e benefici deve essere calibrato al millimetro, e proprio Aifa l'aveva messo in chiaro in quella lettera di metà settembre: "È documentato che l'efficacia del farmaco è massima quando la somministrazione avviene nei primi mesi di vita, mentre si riduce nei bambini più grandi e in caso di un aggravamento della malattia". Le parole di Aifa sono state esplicite: "Il medico curante deve considerare che il beneficio è seriamente ridotto nei pazienti con profonda debolezza muscolare e insufficienza respiratoria, nei pazienti in ventilazione permanente e nei pazienti non in grado di deglutire", scriveva escludendo quindi la rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. Ancora: "Rimane in carico all'équipe clinica multidisciplinare il compito di stabilire, nel singolo paziente dopo un'attenta valutazione delle condizioni complessive, se sia opportuno prevedere di effettuare tale trattamento". Nel caso di Paolo l'équipe è stata trovata, ma non in Puglia. La data del ricovero c'è (il 20 novembre) e sembra mancare solo il farmaco, anche se Asl Bari ha precisato che fino all'altro giorno non aveva ricevuto alcuna prescrizione.

L’EPIDEMIOLOGO LOPALCO SI SCONTRA CON EMILIANO SULLA POLITICA SANITARIA IN PUGLIA E SI DIMETTE DA ASSESSORE. Il Corriere del Giorno l'11 Novembre 2021. Il motivo delle dimissioni di Lopalco sono le sue contestazioni ad Emiliano di non condividere insieme le scelte in materia di sanità, anche quelle più strategiche, di bypassarlo nel rapporto con le Asl, con le Agenzie e, soprattutto, con i suoi stessi uffici. In poche parole di non lasciargli esercitare liberamente il suo ruolo di assessore alla sanità. L’assessore alla Salute, il professor Pierluigi Lopalco, ha comunicato nei giorni scorsi al presidente della Regione, Michele Emiliano, le sue dimissioni dalla squadra di governo. Un vero “scossone” sulla giunta regionale pugliese. Emiliano gli avrebbe chiesto di ripensarci per una decina di giorni ma Lopalco non ha alcuna intenzione di ritornare sulla sua decisione: “La decisione ormai è stata presa”, ha riferito ai suoi amici e collaboratori, e nelle prossime ore dovrebbe ufficializzare la sua decisione. Ci sarebbero stati un paio di episodi che hanno maturato divergenze insanabili, dopo le quali Lopalco ha assunto la propria decisione di dimettersi. Il motivo delle dimissioni di Lopalco sono le sue contestazioni ad Emiliano di non condividere insieme le scelte in materia di sanità, anche quelle più strategiche, di bypassarlo nel rapporto con le Asl, con le Agenzie e, soprattutto, con i suoi stessi uffici. In poche parole di non lasciargli esercitare liberamente il suo ruolo di assessore alla sanità come gli spetterebbe e vorrebbe svolgere. Il professor Lopalco però non abbandonerebbe la politica, restando in consiglio regionale, dove è stato eletto nella lista “Con” ricevendo 14.500 preferenze. La notizia sulla decisione di Lopalco ha un “pesante” valore politico avendo accompagnato e sostenuto il Governatore pugliese in tutte le sue decisioni ed iniziative. Non a caso Emiliano si era affidato proprio a lui ingaggiandolo nelle due fasi della pandemia, come consulente esterno, grazie al curriculum tecnico e scientifico dell’epidemiologo, che è docente universitario, prima all’ Università Pisa, ora in quella di Lecce, dopo aver trascorso dieci anni nel Centro europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie a Stoccolma in Svezia, dove è stato capo del programma per le malattie prevenibili da vaccino. La decisione assunta dal professor Lopalco di lasciare il suo incarico assume un peso ancora più significativo proprio nel momento in cui le Asl pugliesi si trovano a dover organizzare la campagna di somministrazione della terza dose del caccino anti-Covid . Le dimissioni di Lopalco in realtà non sono improvvise poichè da tempo correva voce di un raffreddamento dei rapporti con Emiliano e della non condivisione con alcune sue scelte. Lopalco non a caso non è voluto mai farsi coinvolgere in alcune delle scelte e decisioni sulla realizzazione dell’Ospedale di emergenza realizzato alla Fiera del Levante interamente gestito dalla Protezione civile, contestato fortemente dal gruppo regione di Fratelli d’ Italia, ed oggetto di un’indagine della procura della Repubblica. dell’assessore.

Questa la lettera di dimissioni pervenuta oggi alla Presidenza della Giunta Regione Puglia:

“Caro Presidente, carissimo Michele, con la presente rimetto nelle tue mani la delega ad Assessore alla Sanità e Benessere Animale a me conferita. Come anticipatoti verbalmente ritengo esaurito il mio mandato dopo il lungo periodo di emergenza che insieme abbiamo brillantemente affrontato. La situazione attuale richiede un cambio di passo che la stanchezza fisica e mentale a cui sono stato sottoposto in questi lunghi mesi non mi consentono di affrontare. Resto a disposizione tua e del governo regionale con il mio pieno supporto tecnico, intellettuale e anche politico discendente dal mio ruolo in Consiglio Regionale”.

Il presidente Emiliano al riguardo con una nota ha dichiarato quanto segue: “L’azione svolta da Pier Luigi Lopalco durante la pandemia è stata indubbiamente incessante e faticosa, comprendo quindi la sua stanchezza e ho profondo rispetto per le sue ragioni. I pugliesi devono però sapere che tutta la squadra della Sanità non si ferma, continua il lavoro per garantire il massimo livello di prestazioni e che l’attenzione ai temi della salute rimane altissima da parte mia e di tutta l’amministrazione regionale, oggi come sempre.  In un’intervista l’assessore Lopalco ha poi anche sollevato un tema che ci vede su posizioni diverse e che riguarda la somministrazione di un farmaco innovativo a un bambino pugliese affetto da una grave malattia genetica.  L’eventuale somministrazione di questo farmaco deve essere sempre e comunque stabilita da una prescrizione medica e previa autorizzazione dei genitori, che nel caso specifico hanno già fatto richiesta“. “Ho quindi preso posizione dicendo che la Regione Puglia metterà a disposizione le somme necessarie per il sostegno alla famiglia. Se c’è un medico che lo prescrive e se la famiglia autorizza, la Regione sosterrà le cure del bambino, ovviamente nel rispetto delle regole e della supremazia della prescrizione medica. Alla luce di queste considerazioni, ho chiesto all’assessore Lopalco, al quale mi legano sinceri sentimenti di stima e affetto,  di provare a recuperare le forze e tornare ad offrire il suo sostegno all’azione della giunta regionale, auspicando che possa rimeditare la sua scelta”. 

Diodato Pirone per "il Messaggero" il 12 novembre 2021. Dimettersi da un incarico di prestigio e di potere per protestare contro l'assegnazione a due genitori di un farmaco da 1,5 milioni di euro per i loro figli non è cosa di tutti i giorni. È quello che sta succedendo in Regione Puglia, dove ieri l'assessore alla Sanità, l'immunologo Pierluigi Lopalco, ha lasciato il suo incarico in polemica con il presidente regionale, il dem Michele Emiliano, che pure gli aveva assegnato l'incarico strategico. Cosa ha scatenato quello che anche gli osservatori della politica pugliese definiscono un fulmine a ciel sereno? I genitori di due bambini piccoli, affetti da una malattia rarissima (40 casi annui su 400.000 in Italia), la Sma1 o Atrofia muscolare spinale, hanno ottenuto dal presidente della Regione l'assegnazione del costosissimo farmaco. Si tratta dello Zolgensma, una medicina a dose unica di origine Usa, distribuita in Italia dalla Novartis dopo il regolare riconoscimento da parte dell'Aifa, l'Agenzia che controlla i farmaci. Il fatto è che la mossa del presidente regionale, comprensibile sul piano umano, è però figlia di una scelta puramente politica perché presa sia contro il parere della competente Commissione medica regionale, sia contro quello dello stesso Lopalco. L'immunologo infatti - pur dichiarandosi addolorato come padre e politicamente sempre vicino al presidente - ha spiegato che come medico considera insensato l'uso dello Zolgensma perché nel caso specifico (una modifica genetica delicatissima) non sarebbe stato in grado di guarire i bambini e neanche di migliorare le loro drammatiche condizioni di salute. In sostanza, Lopalco rimprovera a Emiliano di buttar via una notevole quantità di denaro pubblico e di sminuire il suo profilo professionale che l'immunologo ha speso generosamente durante la lunga pandemia. Del resto, i risultati che Lopalco può vantare sul fronte del Covid-19 sono di tutto rispetto. La Puglia, dopo la Toscana, è la seconda Regione italiana per numero di somministrazioni in rapporto alla popolazione. A ieri solo il 10,4% dei pugliesi over-12 non aveva ancora ricevuto neanche una dose. Non solo. Nella fascia degli studenti fra i 12 e i 19 anni la Puglia ha vaccinato l'80% degli aventi diritto, molto più della media italiana ferma al 73%, dopo una brillante campagna di massa partita il 23 agosto con la quale 7.500 scuole hanno inviato i loro studenti agli hub vaccinali, con un coordinamento fra Regione e autorità scolastiche assai raro in Italia. Risultati che si spiegano anche con il profilo scientifico di Lopalco che per una vita ha fatto una cosa sola: combattere i virus. Una passionaccia che lo ha portato, lui nato a due passi da uno dei mari più belli e caldi del mondo, a lavorare per 10 anni in Svezia presso il Centro europeo per la prevenzione, dove è stato capo del programma per le malattie prevenibili da vaccino. E l'impegno politico? Quello dipende(va) da Emiliano. Non è un segreto per nessuno che i 14.500 voti di preferenza raccolti da Lopalco alle Regionali erano farina del sacco del presidente. E Emiliano ha difeso l'assessore con la sua stazza politica e persino personale (pesa 120 chili per 1,90 di altezza) in molti momenti difficili della campagna pandemica quando di fronte agli intoppi le opposizioni hanno martoriato l'immunologo chiedendone le dimissioni. Che ora sono congelate poiché Emiliano ha chiesto a Lopalco di ripensarci. Difficile dire come finirà. Fra i nemici di Lopalco si sottolinea che l'assessore era stato scavalcato da Emiliano su nomine e alcuni appalti. Gli estimatori del prof. ne evidenziano invece le qualità umane che ne hanno fatto uno dei medici meno saccenti e più stimati fra i virologi lanciati nello star system italiano dal Covid-19.

Dimissioni Lopalco, la mamma del bimbo pugliese affetto da Sma1: «Non strumentalizzate mio figlio».  L’intervista alla mamma di Paolo. «Lopalco non è un neurologo, non parli delle cure per la Sma1». Francesco Petruzzelli su Il Quotidiano del Sud il 13 novembre 2021. «Non si può strumentalizzare il caso di mio figlio. Siamo rimasti scioccati da quello che abbiamo letto e sentito in queste ore». Mamma Francesca mantiene la compostezza. É un tono di voce quasi delicato ma per nulla rassegnato. «Per nostro figlio le proveremo tutte, andremo fino in fondo. Faremo tutto quello che c’è da fare». Paolo ha 2 anni, risiede in provincia di Bari, e assieme alla sua famiglia sta conducendo una battaglia terribile. Su due binari. Lottare contro la Sma1, una grave forma infantile di atrofia muscolare spinale prossimale, e lottare contro la burocrazia. Per ottenere quel farmaco salvavita, il costosissimo Zolgensma, un medicinale di terapia genica dal valore di oltre due milioni di dollari. Che la Regione Puglia vuole acquistare e far somministrare, mentre il suo ormai ex assessore alla Sanità Pieri Luigi Lopalco avanza dei fortissimi dubbi sul buon esito della terapia. Arrivando persino a dimettersi dalla giunta regionale in aperto contrasto con il convincimento “politico” e “scientifico” del governatore Michele Emiliano.

Lopalco ha lasciato il ruolo di assessore perché ha manifestato forti perplessità sulla terapia per il piccolo Paolo. Quanto la convince questa motivazione?

«Noi non ne sapevamo nulla di questo contrasto. Da stamattina (ieri, ndr) sto ricevendo decine e decine di messaggi e di telefonate per commentare gli articoli di stampa. E credo che il vero motivo della rottura tra Lopalco ed Emiliano non sia questa. Anzi, è assurdo strumentalizzare la storia di nostro figlio all’interno di una vicenda politica. Noi genitori siamo rimasti davvero allibiti».

Però secondo Lopalco questa terapia avrebbe più rischi che benefici considerata l’età e la situazione di Paolo. Ha ribadito che il farmaco ha dimostrato di essere efficace solo nelle fasi iniziali della malattia, cioè in bambini molto piccoli.

«Lopalco è un virologo, non è un neurologo. Quindi parli delle cose di sua competenza. Come ci hanno detto i medici e gli specialisti americani, rischi di morte non ce ne sono. Non ce ne hanno mai parlato. Allora a Lopalco dico: quali alternative avremmo per Paolo? Perché non provarle tutte pur di salvare il mio piccolo? Noi ci vogliamo provare, siamo determinati a tutto, anche a rischiare, pur di vedere il nostro bambino migliorare. Se esiste anche una sola possibilità, perché sprecarla?».

Cosa vorrebbe dire a Lopalco?

«Venga a trovare Paolo di persona. Non può parlare di un bimbo che non hai mai visto. Non gli ha mai fatto una visita, un esame. Come può dire che in questa terapia non ci sono benefici? Caro Lopalco vieni a vedere il mio Paolo e poi vedrai cosa mi dirai…».

A Emiliano invece cosa vorrebbe dire?

«Spero che alla fine la Regione acquisti quel farmaco. Per questo lo voglio ringraziare. Noi eravamo pronti a partire con i bagagli per Boston, poi però non ci è piaciuto quel suo post su Facebook, a settembre, quando ci ha detto che non ci faceva partire perché il medico specialista per somministrare la terapia dovevamo trovarlo noi».

Il medico intanto è arrivato.

«Sì, c’è un neurologo dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che si è offerto. E per questo lo ringraziamo di cuore. Due mesi fa siamo andati a trovarlo di persona perché ci siamo detti: “se qui aspettiamo i tempi di Emiliano e della Regione, rischiamo di fare un buco nell’acqua e di far passare troppo tempo».

Manca però ancora il farmaco. Il consigliere regionale Fabiano Amati ha denunciato i ritardi nell’acquisto.

«Esatto. Dopo quella denuncia siamo stati contattati dalla Asl di Bari e ci hanno detto che loro non ne sapevano nulla di questa storia. Ci hanno chiesto tutta la documentazione necessaria. Ma mi chiedo: come è possibile che la Regione e la sua Asl non comunichino? È davvero sconcertante».

Il 20 novembre è previsto il ricovero.

«Sì, ma al momento Paolo non sta tanto bene. Quindi dobbiamo valutare. Speriamo che si riprenda al più presto per poi ripartire. La mia rabbia è che sanno il tipo di malattia. Sanno che può peggiorare all’improvviso. E mi fa rabbia perdere altro tempo. L’importante è che il medico ora ci sia e che Paolo non appena starà meglio partirà con noi».

Cosa racconterà a Paolo quando sarà grande?

«Gli racconterò tutto. Gli dirò che nel bene e nel male ci abbiamo provato, che abbiamo combattuto tanto per lui».

Se dovesse dare un nome a questa storia?

«Una storia di burocrazia e di politica. Ci hanno fatto penare. Prima ci hanno detto di trovare il medico, poi la Asl ci ha detto di non saperne nulla. Come è possibile che la Regione non parli con la sua Asl?».

Bari, inchiesta sugli «abusivi» in ospedale. Indagati 70 tecnici sanitari. La Procura: non si sono mai iscritti all’Ordine. Nel mirino riabilitatori e analisti di laboratorio. Da domani gli interrogatori delegati ai nas. Massimiliano Scagliarini su La Gazzetta del Mezzogiorno il 18 Settembre 2022

Nel 2018 il ministro Beatrice Lorenzin ha istituito l’Ordine delle professioni sanitarie. Un albo che raggruppa 17 profili tecnici, al quale fin dal 2018 è obbligatoria l’iscrizione, anche per chi - e sono tanti - lavora da trent’anni in ospedale o nelle cliniche private come dietista o igienista dentale. Una tipica situazione all’italiana che, però, rischia di avere ripercussioni anche penali. La Procura di Bari ha infatti aperto un fascicolo, con l’ipotesi di esercizio abusivo della professione, in cui sono stati iscritti finora 70 nomi di persone che, in base alle verifiche compiute dallo stesso Ordine, non risultano essersi messe in regola.

Tutto è nato...

Dirottava pazienti verso cliniche private, prof condannato a pagare un milione di euro. Luca Serranò su La Repubblica l'11 Agosto 2022.  

La decisione della Corte dei Conti, i soldi andranno all'Università di Pisa, ritenuta danneggiata dal comportamento del docente.

Dirottava i pazienti in una struttura sanitaria convenzionata, intascando sistematicamente i soldi delle visite. Un “tesoro” accumulato nel giro di pochi anni, e che ora rischia di dover restituire. La corte dei conti della Toscana ha condannato a un maxi risarcimento da 1 milione di euro un ex professore dell’università di Pisa, endocrinologo, accusato di aver provocato un grave danno erariale con un disinvolto ricorso alla libera professione.

La mammografia? Tra 99 giorni Incubo liste d’attesa in Puglia. I nodi della sanità Cittadini spesso costretti a ricorrere ai privati. Gesmundo (Cgil): la Regione intervenga. Gianpaolo Balsamo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Luglio 2022.

Oltre tre mesi (99 giorni per la precisione) per una mammografia bilaterale da eseguire nella Asl di Foggia, oltre due mesi (74 giorni) per una Tac all’addome con e senza mezzo di contrasto se si decide di farla nella Asl della provincia BAT, 69 giorni per una colonscopia da eseguire nella Asl di Bari. Se poi si ha necessità di una Tac al cranio (esame diagnostico altrettanto urgente da eseguire entro 3 giorni), bisogna armarsi di pazienza perché il primo appuntamento utile è fra 21 giorni (nella Asl Foggia), 40 giorni a Bari e addirittura 71 nella BAT.

Sono solo alcuni esempi di liste d’attesa nella sanità pugliese: attese estenuanti che costringono i malati a rivolgersi, spesso, alle strutture private. Morale della favola: per curarsi i pugliesi sono chiamati a mettere mano sempre più al proprio portafogli. Il fenomeno è tristemente noto e i correttivi fino ad oggi applicati (o solo annunciati) hanno sortito quasi sempre scarsi effetti e, comunque, non certo percepiti dai cittadini come quel cambiamento atteso da anni.

La denuncia, l’ennesima di una lunga serie, arriva da parte del segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo che oggi interverrà ad una tavola rotonda a Brindisi sulla «Sanità pubblica da ricostruire» alla quale saranno presenti, tra gli altri, anche l’assessore alla Salute della Regione Puglia, Rocco Palese e il direttore del Dipartimento regionale Promozione della salute, Vito Montanaro...

Paolo Russo per “la Stampa” l'8 agosto 2022.

Tra medici ammalati di Covid o di stress e organici ulteriormente ridotti dalle ferie, questa estate negli ospedali d'Italia saltano oltre 2 milioni di giornate di lavoro che ridurranno della metà le prestazioni erogate, andando così ad allungare ulteriormente le liste d'attesa, già gonfiate dalle due ondate di Omicron. Ha rilevarlo è un'indagine condotta per «La Stampa» dall'Anaao, il principale sindacato dei camici bianchi ospedalieri. 

Tanto per cominciare i dottori messi fuori combattimento dal virus sono più di quanto ci si potesse immaginare: nella settimana dal 21 al 28 luglio se ne sono contati 2.605, obbligati a tenersi lontani dal lavoro per almeno una settimana dalla diagnosi. «Se proiettiamo questo dato su un range di tempo mensile -si legge nello studio - arriviamo a una stima di 11.536 medici in malattia a luglio per almeno sette giorni (durata minima dell'isolamento).

Considerando che i medici dipendenti dal Ssn sono 114.142, significa che più di uno su 10 ha contratto il Covid durante questo periodo, mettendo in ginocchio, per la conseguente astensione dal lavoro, interi reparti già sotto organico. Costringendo a richiamare dalle ferie estive centinaia di colleghi per garantire ai cittadini i servizi essenziali, specie nel settore della emergenza-urgenza, producendo un turbinio di ordini di servizio per dirottare personale a coprire i buchi da un reparto all'altro».

Ad aggravare la situazione - e non di poco - ci sono poi le ferie estive. Già a maggio i dottori avevano accumulato ben 5 milioni di giornate di ferie arretrate. In media 50 giorni a medico, con uno su quattro che arriva a 80 giorni.  Siccome il contratto di lavoro prevede che nel periodo estivo spettino almeno 15 giorni di meritate vacanze, ecco che tra giugno e agosto si arriva a un milione 725 mila giornate di congedo, che si aggiungono alle 322 mila di malattia, per un totale di 2 milioni 47 mila giornate di lavoro saltate nel periodo estivo, che, secondo le stime dell'Anaao, equivalgono a un calo delle prestazioni stimato intorno al 50%, con picchi maggiori al Sud, dove le carenze di organico e letti sono ancora più marcate.

«Il maggiore impatto - spiega Pierino Di Silverio, da poco più di due mesi alla guida del sindacato - riguarda il percorso di diagnosi e cura delle patologie cardiovascolari ed oncologiche, per riconversione di reparti adibiti al ricovero dei pazienti da Covid-19, per la sospensione delle attività ambulatoriali su prenotazione e con il pressoché azzeramento dell'offerta clinica-chirurgica ordinaria. Inoltre, il totale utilizzo del personale sanitario, afferente ai servizi di igiene e sanità pubblica nel monitoraggio e gestione delle quarantene, ha azzerato l'organizzazione ed esecuzione degli screening oncologici per la diagnosi tumorale precoce».

Che è poi quanto dice anche l'European Cancer Organization, secondo il quale l'Italia subirà una «pandemia tumorale post-Covid» a causa delle decine di migliaia di mancate diagnosi tumorali precoci e degli interventi chirurgici e delle cure chemioterapiche saltati. «Infine - spiega ancora Di Silverio - il necessario recupero dell'attività diagnostica messa in seconda fila per il susseguirsi delle ondate epidemiche avrà come prima conseguenza un ulteriore aumento delle liste d'attesa, con importanti ripercussioni non solo sulla diagnosi e sul follow-up di malattie metaboliche, prime tra tutte il diabete mellito, ma soprattutto sulla gestione e monitoraggio dei pazienti geriatrici».

Anche perché, se questa estate gli ospedali vanno alla metà dei giri, per i pazienti «no-Covid» il motore è ancora più rallentato dal fatto che, nonostante il calo in atto, ancora oggi il 15% dei posti letto dei reparti di medicina è occupato da pazienti positivi al virus, che spesso per essere messi in isolamento finiscono per rendere inutilizzabili altri letti ancora. 

Per recuperare l'enorme massa di ricoveri, visite ed accertamenti salatati questa estate si dovrà chiedere un ulteriore sforzo ai camici bianchi, con il rischio di accentuarne stress e fuga dal Snn. Sempre secondo l'Anaao, dal 2019 al 2024 tra pensionamenti e auto-licenziamenti ci ritroveremo con 40 mila medici in meno. E quelli che restano sono sempre più stressati.

Una indagine dell'Istituto Piepoli, ad aprile, aveva registrato oltre 15 mila dottori con diagnosi certa di «burnout», una forma grave di esaurimento che nel campione preso in esame ha generato depressione nel 20,5% dei casi e stati d'ansia nel 25,8% dei nostri medici. «Siamo esausti e in numero insufficiente a garantire risposte alla domanda di salute dei cittadini. La situazione degli ospedali è senza precedenti, siamo arrivati a un punto di non ritorno», dichiara senza giri di parola Di Silverio.

Che preannuncia un autunno caldo per la Sanità, con scioperi nel bel mezzo di una probabile nuova ondata Covid, se il governo non accoglierà almeno le principali richieste della categoria: assumere personale a condizioni di lavoro e retributive più adeguate, aumentare i posti letto, stanziare ulteriori risorse per il nuovo contratto e consentire l'utilizzo degli specializzandi prima di quanto avvenga oggi.

(ANSA il 17 agosto 2022) - Durante il periodo di Ferragosto, i carabinieri del Nas, d'intesa con il ministero della Salute, hanno controllato 351 strutture - tra Rsa, case di riposo, comunità alloggio e case famiglia - individuandone 70 irregolari, pari al 20% degli obiettivi controllati, contestando 127 sanzioni penali e amministrative, per oltre 40 mila euro. 

Tra le violazioni più ricorrenti sono state rilevate carenze strutturali ed organizzative delle strutture come la presenza di un numero superiore di anziani rispetto alla capienza massima autorizzata, spesso collocati in ambienti eccessivamente ristretti e situazioni di minore assistenza delle persone ospitate, riconducibili a un numero ridotto di operatori per turno di servizio, in alcuni casi privi di adeguata qualifica e professionalità.

In un caso particolare, il Nas di Udine ha deferito all'Autorità giudiziaria una operatrice di una casa di riposo, responsabile di aver causato lesioni ad un 91enne dopo essergli rovinata addosso a causa delle sue condizioni psico-fisiche alterata dall'abuso di sostanze alcoliche. Anche le modalità di preparazione dei pasti per gli ospiti sono state oggetto di controllo, con casi eclatanti relativi a due Rsa provincia di Pavia, nelle cui cucine è stata riscontrata la presenza di animali infestanti e blatte. I carabinieri hanno proposto la sospensione nei confronti di 14 strutture con criticità strutturali, organizzative e di igiene, da attuarsi con contestuale trasferimento degli anziani presenti presso le famiglie di origine o altre strutture idonee presenti nel territorio.

Sanità in Lombardia: 7 mesi per un'ecografia, 5 per una visita. Le liste d'attesa extra-large e gli appuntamenti «fantasma». Sara Bettoni su Il Corriere della Sera il 9 Novembre 2022.

Il test sulle attese per visite ed esami: le prenotazioni sforano i tempi-limite. Il problema aggravato dalla carenza di personale: in Lombardia mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri

«Stiamo lavorando per dare risposte ai cittadini che, quando chiedono visite specialistiche, devono avere la garanzia di un appuntamento entro un determinato periodo di tempo». Con queste parole si è presentato Guido Bertolaso, neo assessore lombardo alla Sanità. Tema comune a tutta Italia, quello delle liste d’attesa troppo lunghe per un esame o un consulto medico. La Regione da tempo spiega di essere al lavoro per risolvere la questione. «Non sono altro che promesse a caccia di consenso», per il gruppo Pd al Pirellone. Qual è lo stato dell’arte? Al di là di statistiche e dati forniti dall’assessorato, quel che conta è l’esperienza diretta del cittadino. Spesso sconfortante. Il Corriere ha raccolto tre esperienze che dimostrano le attuali difficoltà nelle prenotazioni. 

Primo caso: una visita ginecologica con ecografia transvaginale. La priorità indicata è «p», ovvero programmata. Significa che il paziente deve trovare posto entro 120 giorni. Alla prova dei fatti, però, non è possibile. Almeno non a Milano. Attraverso la piattaforma regionale «PrenotaSalute» non si riesce ad avere nessuna opzione, neppure tra un anno. Il secondo tentativo è tramite il call center. Seguendo le istruzioni telefoniche si entra in contatto con un operatore. «C’è posto tra una settimana, ma a Codogno» è l’offerta. Alla richiesta di un appuntamento in città, i tempi si allungano. «Prima disponibilità il 24 marzo all’ospedale Buzzi». Con un’attesa di oltre cinque mesi (la prova è stata fatta il 17 ottobre, ndr).

Secondo caso: un’ecografia alla spalla destra e una radiografia della colonna vertebrale. Questa volta il tentativo di prenotazione passa solo attraverso la piattaforma online. La priorità è sempre «p», quindi con un limite di quattro mesi. La ricerca inizialmente sembra dare buoni frutti, con alcuni posti in città negli ambulatori di via Rugabella già in settimana. Al momento di cliccare sul bottone «prenota», però, ci si scontra con la realtà. Lunghi secondi di trepidazione e poi il messaggio della sconfitta: «Non sono stati trovati appuntamenti disponibili presso tale struttura». Segue un elenco di altre opzioni, più lontane nel tempo. La prima opportunità è alla Casa di cura San Pio X il 7 giugno 2023. Con un’attesa di sette mesi. Per la radiografia, invece, il sistema mostra uno studio privato, ma non è possibile prenotare direttamente dal portale. Tocca telefonare e sperare che davvero ci sia posto. La stessa struttura viene proposta anche per l’ecografia, ma contattata risponde che non ha neppure l’ecografo. 

Terzo caso, una visita urologica già fissata in un centro convenzionato per i primi di novembre. Il paziente però, come lui stesso ha raccontato nella pagina delle lettere del Corriere, con pochi giorni di anticipo viene avvisato che l’appuntamento è stato spostato a gennaio 2023 «causa mancanza di medici». La carenza di personale è uno degli ostacoli lungo il percorso di taglio delle attese in sanità. Proprio ieri in consiglio regionale il neo assessore Bertolaso ha reso noto il fabbisogno della Lombardia: mancano 1.120 dirigenti medici e 1.521 infermieri, di cui 58 infermieri di famiglia. A proposito del personale no vax che torna al lavoro con la fine dell’obbligo vaccinale (679 operatori), ha ribadito la linea già espressa lunedì: «Non avranno contatti nei reparti dove ci sono pazienti fragili». 

Tangenti sulle protesi dentali, un manager del laboratorio: l’oro fuso per pagare le tangenti ai medici. Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera l’8 Novembre 2022.

Presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. Al centro delle indagini l'ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, Roberta Rosaria Miccichè

Già si era appreso che non è agevole conservare i soldi per le mazzette, al punto da doverle celare in un mappamondo sul tavolo d’ufficio, ma adesso tocca prendere atto che nemmeno facile sia il mestiere del pagare tangenti: al punto da dover recuperare l’oro nelle protesi dentali per rivenderlo e così ricavare il contante in nero da dare ai destinatari delle tangenti. Può sembrare curioso, ma sembra un lavoraccio pure questo, stando alla parabola giudiziaria (almeno per come si sta dipanando negli interrogatori) di Roberta Rosaria Miccichè, la ex legale rappresentante della Wisil Latoor, società leader nel settore dei laboratori per le protesi, commissariata lo scorso giugno quando l’imprenditrice fu posta agli arresti domiciliari dal gip Carlo Ottone De Marchi in una inchiesta del pm Paolo Storari su presunte mazzette su protesi e apparecchi dentali dai costi appositamente «gonfiati» e scaricati sul Servizio sanitario nazionale. 

Dalle indagini era infatti emerso che, quando prescrivevano a un loro assistito un qualche tipo di impianto, taluni dentisti «sovraccaricavano» la ricetta di prospettati interventi tecnici (e dei relativi costi) in realtà poi non eseguiti perché non necessari o pertinenti al caso, ma poi spartivano a metà, con il laboratorio dei materiali «in più», appunto il prezzo di quel «di più» (dal 5 al 10 per cento) lucrato in questo modo. Ed è quindi come se il laboratorio tecnico, per indurre il medico a prescrivere questi «extra», gli avesse pagato appunto una tangente, ma rifacendosi poi in realtà sul portafoglio stesso dell’ignaro paziente, ovviamente non in grado di capire gli aspetti tecnici dell’impianto che gli veniva proposto, e quindi in ultima analisi sul truffato Servizio sanitario nazionale che ne rimborsava i costi. 

Già, ma come pagare la tangente ai dentisti? Come trovare continuamente i contanti necessari? Uno dei manager della società ai domiciliari, Maurizio Cosentino, lo racconta pochi giorni fa in un interrogatorio (depositato al Tribunale del Riesame) sulla «particolare insistenza» di alcuni dei dentisti nel «pretendere una percentuale pari al 10% per dare lavoro alla Wisil Latoor di Miccichè prescrivendo le protesi nell’ambito di strutture pubbliche «Ricordo — spiega Cosentino difeso dall’avvocato Alessia Pontenani — che una volta io e una dipendente, su incarico di Miccichè, siamo andati in una azienda di Pero a vendere dell’oro». Oro? «Questo oro era composto da gioielli della Miccichè», ma anche da «residui di lavorazione dell’oro, polvere di oro, scarti di oro, e dischi per corone stampate». Addirittura «tra questo materiale in oro ricordo c’era anche un ponte del defunto marito» di Miccichè, «l’oro è stato fuso,e dalla azienda di Pero in cambio «ci è stata corrisposta una somma di 22mila euro che abbiamo consegnato ovviamente a Miccichè»: 12-13 mila usati per pagare uno dei dentisti, e «il rimanente messo dentro una fotocopiatrice e poi nel mappamondo», ormai mitologico nascondiglio appunto per tenere un po’ di denaro di scorta da usare in altre bustarelle.

Maltrattamenti e violenza sessuale in Rsa nel Foggiano: arrestati 4 operatori socio-sanitari. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Agosto 2022. 

L'indagine è cominciata a giugno quando è giunta alla Polizia una lettera anonima. All'interno l'ordinanza dell' Autorità Giudiziaria con tutti i nomi degli arrestati ed il video della POLIZIA DI STATO

Quattro operatori socio-sanitari sono stati arrestati e posti ai domiciliari dalla Squadra Mobile di Foggia della Polizia di Stato, accusati di maltrattamenti e violenza sessuale ai danni di alcuni pazienti ricoverati nella Rsa “Stella Maris”  di Manfredonia (Foggia) gestita dalla Cooperativa SantaChiara della quale è presidente la dott.ssa Annamaria D’Ippolito mentre l’area amministrativa è diretta dall’Amministratore Delegato avv. Michele La Torre. Uno degli indagati in particolare Antonio Vero, 42 anni, è “gravemente indiziato anche di aver compiuto delle violenze sessuali nei confronti di due degenti” come reso noto da un comunicato diffuso dalla Questura di Foggia . Ai domiciliari sono finiti anche  Domenico Nuzziello di 31 anni, Mariano Paganini di 25 anni e Michele Salcuni di 37 anni. 

Gli operatori socio-sanitari Antonio Vero sono stati arrestati e posti ai domiciliari su ordinanza del Gip dr.ssa Roberta di Maria in quanto “avrebbero maltrattato e in casi anche abusato sessualmente di alcuni pazienti della Rsa “Stella Maris” . Uno degli indagati è gravemente indiziato anche di aver compiuto delle violenze sessuali ai danni di un uomo e di una donna ultra 80enni.

Incredibilmente nelle pagine pubblicitaria sul web, la RSA Stella Maris si presenta con queste affermazioni ingannevoli: “La nostra struttura accoglie anziani che, per ragioni di salute o per motivi famigliari, non possono più risiedere presso il proprio domicilio. La nostra residenza si prende cura dei suoi ospiti non solo erogando loro servizi di tipo sanitario e socio-assistenziale , ma anche rendendo piacevole il loro soggiorno in RSA da un punto di vista umano, conferendo centrale importanza alla relazione che può instaurarsi tanto nel gruppo dei pazienti, quanto tra i pazienti e il personale che opera all’interno della casa di riposo“

L’indagine è cominciata a giugno quando è giunta alla Polizia una lettera anonima nella quale sono stati narrati presunti episodi di maltrattamenti fatti da alcuni operatori socio-sanitari ai danni di alcuni pazienti ricoverati nella Rsa. All’interno della busta vi era anche una chiavetta Usb contenente un file audio video sul quale erano state registrate le urla di un’anziana.

Al fine di riscontrare quanto informalmente appreso, i poliziotti della Mobile, diretta dal dr. Mario Grassia hanno provveduto ad installare diverse cimici e telecamere all’interno della struttura. Già dopo pochi giorni dall’attivazione hanno permesso di registrare numerosi e reiterati abusi, fisici e psicologici, da parte degli operatori a danno di pazienti in età avanzata con patologie altamente invalidanti. 

La Gip di Maria nella sua ordinanza che gli odierni indagati evidenzia che gli indagati hanno posto in essere condotte “prevaricatrici ed inutilmente punitive” ispirate “a mera volontà denigratoria ovvero da un irrazionale intento di ricondurre a contegni di autocontrollo e disciplina soggetti del tutto incapaci, a causa del loro stato fisico e mentale”. 

Abbiamo contattato telefonicamente la struttura “Stella Maris” , dove siamo stati dirottati alla Cooperativa S. Chiara (sede operativa in via Feudo della Paglia 4/6 in Manfredonia, tel, 0884-275663, dove non forniscono informazioni e chi risponde chiude il telefono in faccia ! Mentre la sede legale indicata nel loro sito, ha un numero telefonico inesistente !

AGGIORNAMENTO. In serata Michele Vaira, legale rappresentante della Rsa “Stella Maris” di Manfredonia (Foggia), ha dichiarato all’ANSA: “La proprietà e la direzione della Stella Maris non hanno alcuna responsabilità e risultano danneggiate dalle condotte dei dipendenti, che saranno immediatamente sottoposti a sospensione cautelare“. Qualcuno gli spieghi che esiste la responsabilità oggettiva del datore di lavoro sulle responsabilità penali dei loro dipendenti, nell’esercizio delle proprie funzioni lavorative.

Ospedali del Nord, i migliori con i medici del Sud. I «cervelli in fuga» da un «sistema» rimasto legato a «cancrene» che non vorremmo più vedere, ma che evidentemente resiste. Roberto Calpista su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Settembre 2022.

C’è un mistero tutto italiano che riguarda la sanità. Uno dei tanti senza una spiegazione. O meglio un filo, pur «illogico», ci sarebbe, ma spiegarlo urterebbe molte sensibilità. Il mistero riguarda fatti più o meno noti, ma che in questi giorni sono nero su bianco con la classifica di «Newsweek» sui migliori ospedali specialistici del mondo per il 2023 e che segue di pochi mesi quella globale riferita all’anno 2022. Le migliori strutture sanitarie sono tutte nel Nord, al massimo Centro Italia, ma si tratta di reparti spesso pieni di medici che arrivano dal Sud. I «cervelli in fuga» da un «sistema» rimasto legato a «cancrene» che non vorremmo più vedere, ma che evidentemente resiste.

Prendiamo l’esempio della Urologia di Padova, diretta dal prof. Fabrizio Del Moro. Nell’équipe ci sono Arturo Calpista, primo aiuto, nato a Bari; Giulio Balta di Foggia e Manuela Ingrosso di Taranto. Ebbene, «Newsweek» certifica che si tratta della migliore Urologia d’Italia e della 27ª a livello mondiale. Per realizzare la graduatoria si è fatto ricorso a tre differenti fonti di dati: le risposte ad un questionario sottoposto ad oltre 80mila esperti (medici, dirigenti ospedalieri, operatori sanitari), i dati pubblicamente disponibili sull’esperienza dei pazienti, e i «Kpi», ovvero gli indicatori chiave di performance di prestazione medica dei singoli ospedali. In seguito i punteggi di ogni ospedale sono stati calcolati attraverso la ponderazione di ciascuna di queste tre categorie: peer recommendation (50% nazionale, 5% internazionale), patient experience (15%), medical Kpi (30%). Le graduatorie preliminari così ottenute sono state poi inviate a una rete internazionale di giornalisti specializzati in medicina al fine di avere un controllo di plausibilità. In seguito un consesso composto dai massimi esperti ha convalidato il tutto.

Anche altri reparti specialistici risultano nella classifica, ma nessuno si trova sotto la linea di Roma. Per esempio l’Irccs Ortopedico Rizzoli di Bologna è quinto a livello globale e secondo in Europa. Tra i centri pediatrici , il primo in Italia è il «Bambin Gesù» di Roma, 12° al mondo; in Gastroenterologia il Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma (8°), in Neurologia la Fondazione Irccs Istituto neurologico Carlo Besta di Milano (11° posto e 21° per la Neurochirurgia). In Oncologia spiccano l’Ieo-Istituto europeo di oncologia e l’Istituto nazionale dei Tumori, entrambi a Milano (rispettivamente 12° e 17°), in Endocrinologia il San Raffaele - Gruppo San Donato di Milano (16° posto).

Per la qualità complessiva degli ospedali, invece, i dati al momento disponibili sono quelli del «World’s Best Hospitals 2022». E anche qui la linea rossa è all’altezza della Capitale. Tutto quel che c’è sotto finisce in coda alla classifica che è dominata, sul podio, da strutture «made in Usa»: in terza posizione c’è il Massachusetts General Hospital di Boston, in seconda posizione il Cleveland Clinic di Cleveland e al vertice, premiato come miglior ospedale al mondo da «Newsweek», il Mayo Clinic di Rochester. Completano la «top 5» il Toronto General – University Health Network di Toronto (al quarto posto) e il Charité – Universitätsmedizin Berlin di Berlinio (al 5° posto a livello mondiale, ma primo in Europa).

Per trovare il primo italiano bisogna scendere fino alla 37ª posizione. Sono ben 16, però, gli ospedali della Penisola nella top 250. Dove? A Roma, Milano, Bologna, Rozzano, Padova, Verona, Pavia, Bergamo, Reggio Emilia, Torino, Brescia, Firenze, Parma, Negrar (Verona). In Puglia se la gioca solo la «Casa Sollievo della Sofferenza» di San Giovanni Rotondo (29ª). Anche il Policlinico di Bari, non se la cava malissimo, con la 35ª posizione sulle 112 nazionali, ma è lontanissimo dai livelli europei e mondiali. Il «Perrino» di Brindisi è al 64° posto; al 72° il San Paolo di Bari; all’86° il «Vito Fazzi» di Lecce.

C’è un mistero nella sanità italiana che tanto mistero non è. L’articolo 32 della nostra Costituzione pone la salute come diritto fondamentale di ogni individuo e come interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Per ora al Nord è un diritto, al Sud una speranza.

Giuseppe Scarpa per repubblica.it il 25 ottobre 2022.

"Non sento più mani e piedi". Si sveglia, sta male. Non riesce a muoversi. Chiede aiuto alla sorella più piccola, Rebecca. Paula Onofrei, 29 anni, una cameriera di un ristorante di Trastevere è in condizione critiche. Ma l'ambulanza non arriva nonostante Rebecca telefona per ben quattro volte al 118 dalle 13.03 alle 15.29. Quando i sanitari arrivano, dopo due ore e 37 minuti, alle 15.40 del 22 luglio, non c'è più niente da fare. La 29enne è in agonia. 

La notte del 22 luglio è rientrata a casa, quartiere Casalotti, prima di concludere il turno di lavoro. Sta male. Rebecca è spaventata chiama una prima volta il 118 alle 13.03. Spiega che Paula è "senza forze". Precisa che la notte precedente era andata al pronto soccorso e le avevano detto che, forse, aveva una colite. La 29enne non ha una colite. Sta lentamente morendo nel letto della sua camera. 

L'intera vicenda, fino al tragico epilogo, è riassunta in una dettagliata denuncia. Rebecca telefona al numero delle emergenze altre tre volte, alle 14.13, alle 14.57 e alle 15.29. È allarmata. La condizione della 29enne precipita, intuisce che è grave ma non si sente nessuna sirena all'orizzonte. Le sue chiamate, insistenti, si rivelano inutili anche se sono una sorta di bollettino di guerra. Ogni telefonata all'operatore aggiunge dettagli tragici: "non ha più sensibilità alla lingua", spiega alle 14.13. L'operatore risponde: "manderemo un'ambulanza". Alle 14.57 nessun medico ha bussato alla porta dell'appartamento 

Allora la sorella della vittima impugna di nuovo lo smartphone: "Scusate è la terza volta che chiamo, mia sorella sta peggiorando. Ora non vede più e ha il corpo viola". L'operatore chiede a Rebecca se Paula ha la lingua bianca: "Sì, ha la lingua bianca". A questo punto la telefonata viene trasferita ad un’altra persona apparentemente più esperta, che chiede: "Dimme un po' che succede? Che sta a succede a sta ragazza?". La sorella spiega tutto dal principio. Ma niente, non arriva nessuno.

Alle 15.29, per la quarta volta, Rebecca telefona al 118. Questa volta urla: "Sono due ore e mezzo che aspetto, mia sorella sta peggiorando che cavolo fate?". Quando i sanitari arrivano alle 15.40, due ore e 37 minuti dopo la prima telefonata, Paula è in fin di vita. Tentano di rianimarla nella sua camera ma non ci riescono.

La squadra è convinta che la ragazza sia in overdose. La sorella spiega che Paula non ha mai assunto droghe. La giovane muore alle 17.14 per uno shock settico causato da ulcera duodenale perforata, stabilirà successivamente la relazione del medico legale. La famiglia ha presentato una denuncia con il penalista Aurelio Padovani. "Attendiamo con fiducia l'esito delle indagini perché, al momento, ci sono tanti sospetti e nessuna certezza" spiegano gli avvocati Padovani, Lina Monaco e Sara De Vincenzi.

"Ha il corpo viola". Ma l'ambulanza arriva dopo ore: così è morta Paula. Una giovane è morta di ulcera perforata dopo essersi sentita male. L'ambulanza è arrivata dopo oltre due ore e mezza e per la donna non vi era ormai più nulla da fare. Valentina Dardari il 24 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Una giovane è morta di ulcera perforata dopo essersi sentita male. L'ambulanza è arrivata in ritardo, dopo oltre due ore e mezza, e per la donna non vi era ormai più nulla da fare. I familiari hanno sporto denuncia. Secondo quanto riportato da Repubblica, Paula, una giovane cameriera di Trastevere, quando si è svegliata non stava bene, era in condizioni critiche, e per questo motivo aveva chiesto aiuto alla sorella Rebecca.

Il ritorno a casa dal lavoro

La ragazza, che lavorava come cameriera, la notte precedente aveva terminato il turno di lavoro in anticipo e aveva fatto ritorno nella sua abitazione prima del solito, proprio perché non si sentiva bene. A quel punto la sorella ha quindi telefonato al 118 per la prima volta nel primo pomeriggio del 23 luglio, alle 13,03, perché Paula"non sente più mani e piedi". Non arrivando i soccorsi, Rebecca ha più volte sollecitato l'intervento dell'ambulanza, esattamente una seconda chiamata è stata fatta alle 14,13, poi alle 14,57, e infine alle 15,29.

Rebecca era molto preoccupata per le condizioni di Paula perché si rendeva conto che ormai la situazione stava precipitando e che la sorella aveva assolutamente bisogno di un medico. Un medico che però continua a non arrivare: nonostante le molteplici telefonate al 118 non arriva l'ambulanza e le condizioni di Paula si fanno sempre più critiche e disperate. La prima volta Rebecca aveva spiegato che la sorella "non ha più sensibilità alla lingua", in seguito che "non ci vede più" e l'ultima volta che "ha il corpo viola".

Il ritardo dell'ambulanza

Il personale sanitario arriva alle 15.40, ben due ore e 37 minuti dopo la prima chiamata effettuata da Rebecca. Paula è ormai agonizzante e ogni tentativo di rianimarla a casa risulta vano. I medici sono convinti che la ragazza sia in overdose, nonostante la sorella continui ad affermare che Paula nella sua vita non ha mai assunto droghe. Il cuore della ragazza ha smesso di battere alle 17.14 a causa di uno shock settico dovuto a un'ulcera duodenale perforata. I familiari della donna hanno deciso in seguito di presentare una denuncia rivolgendosi all'avvocato penalista Aurelio Padovano. "Noi attendiamo con fiducia l'esito delle indagini perché, al momento, ci sono tanti sospetti e nessuna certezza", hanno commentato i legali della famiglia, gli avvocati Padovano, Lina Monaco e Sara De Vincenzi.

Matera, entra in ospedale da infartuato: prende due polmoniti e la candida. La denuncia del figlio. Altro caso: neonato morto, 18 indagati. Massimo Brancati su La Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Ottobre 2022.

Entra in ospedale dopo un infarto. Qui si becca due polmoniti batteriche e una candida prima di passare a miglior vita. Il caso è al centro di una denuncia-querela presentata ai carabinieri di Matera dal figlio, l’avvocato Giuseppe Lamastra. La richiesta: fare luce sull’accaduto all’ospedale Madonna delle Grazie della città dei Sassi lo scorso mese di marzo quando Domenico Lamastra, medico in pensione, ha messo piede all’Utic del nosocomio prima di essere trasferito nel reparto di Cardiologia.

Nell’esposto si nutrono dubbi sull’igiene dell’ospedale: «La stanza in Cardiologia - scrive l’avvocato - è apparsa sin da subito sporca. Alcuni cambi o pezzi di flebo e siringhe, rimasti sul pavimento per giorni sono stati buttati da me e mia madre nel cestino...

Vi racconto le mie dieci ore al pronto soccorso di Matera. Ambulanze, file e ansia. La cronaca di una giornata particolare che sembra la regola e non l'eccezione. PIERO QUARTO su Il Quotidiano del Sud il 24 Ottobre 2022.

Una giornata da incubo al Pronto Soccorso di Matera. Guai a doverci andare anche perché l’unica certezza è una fila di ore che dalla mattina ti fa arrivare fino alla sera. E non solo se sei, come mi è capitato qualche giorno fa, un semplice codice verde ma anche per coloro che arrivano allettati e si trovano a doversi fermare in attesa di essere chiamati per almeno quattro-cinque o sei ore.

Un problema strutturale che emerge soprattutto quando si combinano alcuni fattori che riguardano soprattutto l’arrivo di urgenze che richiedono un controllo immediato. Codici che diventano inevitabilmente priorità. E’ vero come ho sentito spiegare nelle lunghe ore di attesa che è normale attendere e che in altre realtà più grandi come Roma o Milano l’attesa è anche più lunga fin quasi alle 24 ore. Ma di certo non è questa una condizione accettabile perché si presume che chi arriva in pronto soccorso nella stragrande maggioranza dei casi abbia un’urgenza. Una necessità.

Invece ancora una volta si mostra la carenza numerica e innanzitutto di personale della sanità materana che deve fare i conti con situazioni risicate e limitate e districarsi con difficoltà in una giornata da tregenda nella quale le ambulanze soprattutto tra le 14 e le 18 arrivano con una continuità impressionante sfornando pazienti quasi tutti allettati a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. Molti dei quali urgenti che si aggiungono a quelli che pure si trovano in barella in attesa sin dalla tarda mattinata e che solo in serata tra le 18 e le 20 e non prima cominceranno a essere visitati ed ascoltati.

Una situazione poco dignitosa in una realtà che dovrebbe fare dell’attenzione e del rispetto umano dei pazienti una priorità. In realtà probabilmente neanche un caso isolato o una giornata sfortunata nella quale ci siamo imbattuti per caso.

Quello che abbiamo visto aveva più che altro l’aria di una regola vera e propria che in base poi ad una serie di circostanze variabili poteva essere più o meno gestibile ma certamente una situazione complessa. Come quella che vede decine di pazienti in attesa nel cuore di una giornata e solo due medici in servizio.

Le ambulanze, almeno tre, sono arrivate nel corso del pomeriggio in cui erano di turno sempre gli stessi operatori per non meno di tre volte ciascuna portando con sé pazienti spesso di età molto avanzata che soffrivano e non poco anche solo a dover attendere il proprio turno in fila al pronto soccorso. Lamentandosi in maniera evidente, magari dopo essere casualmente caduti ma di fatto costretti a rimanere in attesa per ore. Soffrendo più o meno in silenzio. La bagarre all’accettazione è pressocché totale. E si rincorrono nuovi arrivi con il citofono che suona in continuazione e senza sosta.

“Siamo state costrette a prendere tutte le barelle dall’area grigia, non sapevamo più come fare. Adesso la situazione si è tranquillizzata ma fino a poche ore fa è arrivato l’impossibile” si ascolta dire quasi all’imbocco serale del cambio turno. Quasi a salutare una situazione tornata nell’ambito della pseudo-normalità dopo ore di autentico pienone in cui i pochi operatori disponibili non sapevano nemmeno come dividersi. Non si riusciva a far scorrere ulteriormente la fila, i pazienti in arrivo richiedevano attenzione ed erano emergenze che si aggiungevano alle emergenze.

Basti pensare che arrivato poco prima delle 13 con un paio di barelle davanti a me già in attesa, mi ritrovo verso le 18 che mi dicono che ci sono ancora cinque codici blu prima di poter procedere con un codice verde come il mio che pure è lì in attesa da cinque ore. Poco prima delle venti i codici blu sono diventati sette e io continuo ad attendere un turno che forse non arriverà più. Evidentemente con momenti anche di tensione a cui si assiste inevitabilmente.

Poco prima delle 18 un signore che probabilmente arriva dalla provincia chiede quando verrà il suo turno perché è lì che aspetta dalle 12 meno un quarto. Entrerà dopo una mezzora e circa sei ore di attesa e dopo aver sottolineato con forza la propria indignazione all’incolpevole operatore. Con la moglie che tenta a stento di tranquillizzarlo senza riuscirci. Momenti di ordinaria preoccupazione che non riguarda solo la salute e il motivo per il quale si è in pronto soccorso ma anche lo stress che inevitabilmente produce una lunga attesa.

La colpa? Probabilmente non è dei medici e degli infermieri, certamente non è dei pazienti e dei loro familiari ma evidenzia un sistema malato che non può essere considerato accettabile in quel modo. Che nessuno dica niente, che nessuno alzi la voce per quel caos ordinario a cui si assiste non è normale. Ed anche per questo oggi è necessario mettere in rilievo quello che succede. E che non può e non deve succedere. È contrario al senso stesso di un servizio d’urgenza che riguarda la salute.

Riesco ad uscire dal pronto soccorso intorno alle 22 al termine di circa nove ore di lunga attesa in cui mi dicono sostanzialmente che non ho bisogno di punti. Una benedizione o anche una beffa in base al punto di vista perché probabilmente quello che mi hanno detto alle 22 potevano dirmelo un po’ prima. Se solo ci fosse stato qualcuno che avesse avuto 5 minuti 5 per farlo. Esco con la consapevolezza amara ma concreta che nel pronto soccorso di Matera non bisogna mai finirci. Non solo per l’ovvio motivo che è meglio non aver mai problemi di salute ma anche perché non sai assolutamente in cosa puoi imbatterti.

Ore di attesa, nervosismo, preoccupazione, medici e infermieri rimbalzati da una parte all’altra, stress all’ordine del giorno e condizioni che sembrano lasciar spazio evidentemente anche all’impensabile o all’imponderabile. Insomma meglio non esserci e non trovarsi in quel marasma. L’amara morale della favola è che vien voglia di dire: “la prossima volta se ho bisogno resto a casa” ed è una morale inaccettabile. Non degna di un paese civile. Ma è la sensazione e il sentimento di chiunque si imbatta in nel pronto soccorso di Matera.

Manduria, allarme sanità: pronto soccorso in crisi. Mancano i medici e spesso si creano situazioni intollerabili.  Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Settembre 2022.

È allarme nel pronto soccorso di Manduria: mancano i medici e spesso si creano situazioni intollerabili. Come quella avvenuta ieri nel nosocomio del Tarantino, dove l'unico medico in servizio, alle 16,30, ha dovuto abbandonare il posto per accompagnare un paziente in ambulanza a Taranto. A metterci una pezza ci ha pensato il direttore del servizio, che ha preso lui il posto del collega assente. Ma nel frattempo, per un'ora e mezza, il pronto soccorso è rimasto senza medico e coi pazienti in attesa.

Assenza di medici nel Pronto Soccorso di Manduria nella serata di ieri: la nota della Asl di Taranto. Manduria Oggi il 23/09/22. «Presso il Pronto Soccorso non si è venuta a creare nessuna interruzione della presenza medica e nessun disagio per l'utenza» In relazione alla notizia diffuse circa la presunta assenza di medici, per oltre un’ora, presso il Pronto Soccorso di Manduria nel pomeriggio di ieri, 21 settembre, la Asl interviene con un comunicato che vi proponiamo. «Ieri, 21 settembre, alle ore 11.25 è giunto in codice rosso presso il Pronto Soccorso dell’ospedale di Manduria, con ambulanza del 118, il sig. D. V. di anni 88, paziente iperteso in terapia con anticoagulante, per trauma cranico, riferito episodio lipotimico, avvenuto a domicilio, ed ematoma all’occhio destro.

Il paziente si presentava in stato soporoso ed afasico ed è stato subito sottoposto ad indagini ematochimiche, elettrocardiogramma e Tac del cranio che è stata refertata alle 13.15. Alle ore 15.55 è stata effettuata la consulenza anestesiologica, con indicazione al ricovero in ambiente specialistico e trasferimento con accompagnamento da parte del medico di Pronto Soccorso. Il dott. Caragli, medico in servizio in turno 14-20, prende contatti con la Neurochirurgia del “SS. Annunziata” di Taranto e organizza la partenza con ambulanza dell’ospedale, informando telefonicamente il suo direttore, dott. Francesco Turco, intorno alle ore 17 e il direttore medico del Presidio Irene Pandiani. Quest'ultima autorizza la partenza del medico del Pronto Soccorso, dopo aver disposto che, contestualmente, il medico della Chirurgia, dott. Petracca, garantisse la presenza in Pronto Soccorso, come previsto dalle indicazioni e regolamenti regionali. Si precisa che in reparto, l’assistenza veniva garantita dall’altro medico in servizio, dott.ssa Villani. Il dott. Petracca, si recava immediatamente al Pronto Soccorso, dove, tra l’altro, in quel momento era presente un altro medico del Pronto Soccorso, il dott. Dimonopoli, che si era dimostrato disponibile ad assicurare la presenza medica durante l’assenza del dott. Caragli. Intorno alle ore 18 è arrivato al Pronto Soccorso il dott. Francesco Turco. Pertanto, presso il Pronto Soccorso non si è venuta a creare nessuna interruzione della presenza medica e nessun disagio per l'utenza, in quanto l'attività è proseguita con continuità, essendo presenti due medici (dott. Petracca e dott. Dimonopoli) nella fascia oraria dalle 17 alle 18».

Il pronto soccorso del Giannuzzi per un'ora senza medico. La Redazione di La Voce di Manduria il 22 settembre 2022.

Pronto Soccorso sì, ma senza medico! Ha davvero dell’incredibile quanto si è verificato ieri pomeriggio nella struttura ospedaliera del Marianna Giannuzzi di Manduria, dove in qual pronto soccorso c’erano ben 18 pazienti in attesa di essere visitati, tra i quali anche due in codice arancione. Ma per un’ora e mezza circa, il servizio è rimasto priva dell’unico medico di turno, costretto ad assentarsi per assistere in ambulanza il trasferimento di un paziente in emergenza a Taranto.

A questo punto nel P.S. di Manduria ci si guardava in faccia per capire come risolvere la questione, mentre i pazienti in attesa, accortisi di quanto stava avvenendo, hanno iniziato a fare commenti oltre che chiedere spiegazioni al personale infermieristico a cui il servizio era affidato.

Nel frattempo, non essendo stato possibile rintracciare un medico reperibile, si è dovuto far capo al direttore del pronto soccorso, dottor Francesco Turco che, malgrado non fosse in servizio e tanto meno reperibile, ha tamponato la carenza assicurando il servizio.

Ma un fatto analogo di assenza di mancanza del medico di turno si è verificata giorni fa quando ad accompagnare un paziente con una grave emorragia a Taranto, in ambulanza c’era solo un infermiere. Una situazione davvero assurda quella di un pronto soccorso che deve far fronte ad una ampia utenza proveniente non solo da tutta la fascia orientale jonica ma anche da centri delle vicine  province.

Insomma, la carenza di medici al Gianuzzi è ormai cronicizzata, tant’è che come ieri per tutta l’estate c’è stato in servizio solo un medico per ogni turno. Talvolta risulta che per poter far fronte al gran numero di accessi si è dovuto ricorrere a medici di altri reparti che, a loro volta, sono rimasti momentaneamente senza assistenza. Insomma, una specie di coperta corta quella del personale medico al Giannuzzi, ospedale che negli ultimi decenni ha registrato un declino con scelte, più volte contestate di abolizione di interi reparti e servizi, con i manduriani che hanno invece dovuto fare da spettatori a inaugurazione di nuove strutture in altri nosocomi della provincia jonica. Visto quanto è avvenuto ieri al P.S. c’è da chiedersi se sia logico e giusto pretendere di mantenere in  piedi una struttura del genere con un solo medico per turno.  Gianluca Ceresio

Se ne va l'unico medico in servizio, pazienti in attesa al pronto soccorso. Gianluca CERESIO su Il Quotidiano di Puglia Giovedì 22 Settembre 2022,

L’episodio che si è verificato ieri all’ospedale Giannuzzi di Manduria ha davvero dell’incredibile e ha creato rabbia e indignazione tra coloro che sono stati costretti ad attendere per essere sottoposti a visita medica. Infatti, alle 16.45 l’unico medico in servizio presso il pronto soccorso, a seguito di un’urgenza, ha dovuto assentarsi per assistere un paziente in ambulanza trasportato a Taranto. Da quanto rilevato non era disponibile neppure un medico reperibile, per cui, per sopperire a tale carenza, non si è potuto fare altro che avvertire il direttore del Pronto Soccorso, dottor Francesco Turco, il quale, con alto senso di responsabilità, malgrado non fosse in servizio né reperibile, si è recato ugualmente in ospedale per assistere i pazienti, dove è giunto alle 18.

L'episodio

Per un’ora e un quarto il pronto soccorso è rimasto privo del medico di turno, eccetto, in caso di emergenza, cercando di coprire l’intervento con il supporto di un medico che, nel frattempo, ha dovuto lasciare il proprio reparto rimasto sguarnito per coprire momentaneamente la carenza al pronto soccorso. 

Una specie di tappabuchi che di tanto in tanto si ripete. Intanto, è innegabile che ieri pomeriggio, dalle 16.45 alle 18 si è rimasti senza medico, e nella struttura del pronto soccorso c’erano 18 pazienti in carico, tra cui 2 codici arancioni e 7 in sala d’attesa con varie patologie. Una situazione che ha dell’incredibile in un sistema sanitario che, da quanto si verifica quotidianamente, spesso non tiene conto delle esigenze territoriali, dovendo effettuare tagli dovuti alla spesa sanitaria per ciascuna regione. Quello di ieri, è un caso emblematico ma, è bene ricordare che per tutta l’estate al pronto soccorso di Manduria c’era quasi sempre un solo medico in servizio, malgrado sia noto da sempre che, proprio nella stagione estiva, l’utenza che fa capo al Giannuzzi si dilata notevolmente, con l’aggiunta di oltre 100mila persone che stazionano sulla costa orientale jonica ed hanno come punto di riferimento la struttura di Manduria. Il progressivo ridimensionamento del personale ha portato un sovraccarico di lavoro sulle strutture di pronto soccorso e i pochi medici che hanno in carico il servizio sono costretti talvolta a straordinari forzati pur di coprire i turni. I professionisti vengono sottoposti a uno stress psico- fisico tale da poter compromettere la propria salute e di riflesso la qualità del servizio reso ai pazienti. Per la carenza di medici ne sono stati ingaggiati provvisoriamente alcuni dall’Albania: per un certo periodo hanno operato presso il Giannuzzi ma poi non è stato reso noto il perché non siano rimasti in tale struttura.

Le precisazioni dell'Asl

“Ieri, 21 settembre, alle ore 11.25 è giunto in codice rosso presso il Pronto Soccorso dell’ospedale di Manduria, con ambulanza del 118, il sig. D.V. di anni 88, paziente iperteso in terapia con anticoagulante, per trauma cranico, riferito episodio lipotimico, avvenuto a domicilio, ed ematoma all’occhio destro - spiega in una nota l'Asl - Il paziente si presentava in stato soporoso ed afasico, ed è stato subito sottoposto ad indagini ematochimiche, elettrocardiogramma e Tac del cranio che è stata refertata alle 13.15. Alle ore 15.55 è stata effettuata la consulenza anestesiologica, con indicazione al ricovero in ambiente specialistico e trasferimento con accompagnamento da parte del medico di Pronto Soccorso. Il dott. Caragli, medico in servizio in turno 14.00-20.00, prende contatti con la Neurochirurgia del “SS. Annunziata” di Taranto e organizza la partenza con ambulanza dell’Ospedale, informando telefonicamente il suo Direttore, dott. Francesco Turco, intorno alle ore 17.00 e il Direttore Medico del Presidio, dott.ssa Irene Pandiani. Quest'ultima autorizza la partenza del medico del Pronto Soccorso, dopo aver disposto che, contestualmente, il medico della Chirurgia, dott. Petracca, garantisse la presenza in Pronto Soccorso, come previsto dalle indicazioni e regolamenti regionali".

L'Asl precisa che in reparto, l’assistenza veniva garantita dall’altro medico in servizio, dott.ssa Villani. "Il dott. Petracca, si recava immediatamente al Pronto Soccorso, dove tra l’altro in quel momento era presente un altro medico del Pronto Soccorso, il dott. Dimonopoli, che si era dimostrato disponibile ad assicurare la presenza medica durante l’assenza del dott. Caragli. Intorno alle ore 18.00 è arrivato al Pronto Soccorso il dott. Francesco Turco. Pertanto, presso il Pronto Soccorso non si è venuta a creare nessuna interruzione della presenza medica e nessun disagio per l'utenza, in quanto l'attività è proseguita con continuità, essendo presenti due medici (dott. Petracca e dott. Dimonopoli) nella fascia oraria dalle 17.00 alle 18.00”.

La notte scorsa per un trasferimento a Taranto con il medico di turno. Di nuovo il pronto soccorso senza medici, la storia si ripete. La Redazione de La Voce di Manduria il 30 novembre 2022.

Un episodio che si è già verificato la scorsa estate, si è ripresentato l'altra notte e riguarda la carenza di personale medico presso il pronto soccorso dell'ospedale Giannuzzi di Manduria.

Nella notte tra sabato e domenica, più precisamente verso le tre, l'unico medico in servizio nella struttura di pronto intervento del nosocomio messapico ha dovuto assentarsi per assistere in ambulanza un infartuato durante il trasporto al SS. Annunziata di Taranto. Una situazione che si ripete puntualmente ma che nel 2022 non dovrebbe presentarsi affatto, in un periodo in cui si parla di scoperte eccezionali in campo medico e si cerca di potenziare le strutture con attrezzature sofisticate, mancano i medici. Ciò che purtroppo oggi viene a mancare è proprio il personale medico, di cui c'è carenza non solo a livello locale ma anche nazionale. In ogni caso, per ciò che riguarda l'episodio recente al pronto soccorso di Manduria, viene reso noto dalla direzione della Asl, quindi confermato da personale dello stesso ospedale Giannuzzi, dal momento che l'unico medico di turno ha dovuto assistere il paziente nel trasporto in ambulanza a Taranto, sono scattate automaticamente le misure di emergenza.

Pertanto, la direzione sanitaria, nel caso specifico, ha attivato quanto previsto dalla stessa Asl per assicurare la continuità assistenziale, spostando momentaneamente un medico da un altro reparto per garantire la presenza all'arrivo di pazienti al pronto soccorso. In effetti, si tratta di una procedura già in atto anche in altre realtà ospedaliere, non soltanto pugliesi, per cercare di tamponare la endemica carenza di personale medico. Da sottolineare che, secondo dati ufficiali, oggi a livello nazionale si registra un fenomeno piuttosto preoccupante che riguarda proprio la carenza di medici ai pronto soccorso che attualmente sono poco più di 5.800 mentre ne occorrerebbero almeno il doppio, senza contare che attualmente i precari risultano essere oltre 1.500 e che, un altro migliaio hanno già lasciato le strutture negli ultimi anni. Sempre sulla base di dati nazionali, è da aggiungere che le Regioni da una quindicina di anni, dispongono di mezzi finanziari limitati per le assunzioni di personale medico, poi c'è stato anche qualche professionista che ha preferito lasciare la struttura pubblica per quella privata.

In ogni caso, tornando a livello locale e più specificamente al Giannuzzi di Manduria, se da una parte c'è il problema della carenza di medici, spesso ad aggravare la situazione (proprio nel pronto soccorso) sono gli stessi pazienti che si rivolgono a tale struttura di emergenza, per patologie di lieve entità che potrebbero essere benissimo trattate dal medico di base e, durante la notte e festivi dalla guardia medica che si trova all'entrata dell'ospedale Giannuzzi. Purtroppo, ciò è riscontrabile facilmente controllando il numero di accessi con codice bianco e verde. Un po' di collaborazione da parte di tutti non guasterebbe, in quanto, data la situazione, ricorrere al pronto soccorso per patologie di lieve entità, finisce per togliere del tempo utile a curare i reali casi di emergenza per cui la struttura esiste. Gianluca Ceresio su Quotidiano

Pronto soccorso: turni massacranti, aggressioni, caos: ecco perché i medici scappano dai Dea. Margherita De Bac per il “Corriere della Sera” il 10 settembre 2022.

I numeri sono impietosi: le condizioni di lavoro sono terribili, ecco perché i sanitari scappano e cercano lavoro in altri reparti

Se ne vanno in quattro o cinque al mese. Scelgono di passare nei reparti specialistici, di cambiare ospedale o addirittura indirizzo professionale virando sulla medicina di famiglia o sul privato. E così i dipartimenti di emergenza, i Dea, si svuotano con conseguenze disastrose per la prima linea, il pronto soccorso.

I numeri

I numeri parlano da soli. Noi siamo scesi nei dettagli, ci siamo affidati alle testimonianze per capire cosa nella realtà allontana da questo lavoro usurante, vitale per la sanità italiana, definito «meraviglioso per la sua natura» eppure negletto. Giulio Maria Ricciuto, presidente di Simeu Lazio, la società di medicina di emergenza-urgenza, ricapitola: in regione mancano oltre 400 unità in organico, suddivise tra 50 centri di pronto soccorso, compresi quelli polispecialistici e i pediatrici. E’ stato fatto quasi nulla per rendere appetibili il servizio in trincea: «Le attese dei pazienti in boarding, che aspettano il ricovero, lo rende indecente», si indigna Ricciuto.

Le attese

Ogni giorno sono un minimo di 550 le persone in lista per un letto nei reparti specialistici. Ma questo è un altro problema. Partiamo invece dall’emorragia dei medici del pronto soccorso di cui forse non si è capita bene la gravità. Una bomba a orologeria, il cui timer è stato accelerato dalla pandemia che ha acuito le criticità. Specie nei piccoli ospedali , dove il fenomeno della fuga degli strutturati è più incalzante. Si va avanti con i «gettonisti», i liberi professionisti che rispondono ai bandi delle aziende con manifestazione d’interesse.

I dimissionari

Paolo Daniele, 64 anni, era primario a Colleferro (guarda qui la video intervista). Si è dimesso all’inizio dello scorso anno «perché ero rimasto solo. Solo tre i colleghi a tempo indeterminato, uno andato in pensione. Coprivano i turni di guardia i neolaureati presi come Cococo, come prevedeva il decreto Covid. Non vedevo prospettive di miglioramento. Sono arrivato a un punto di rottura. Sono stato male. E ho detto basta».

Il rischio

Fino a quando Daniele ha deciso, ha chiesto di rientrare al Pertini usufruendo di una norma del contratto nazionale: «Ora sono dirigente medico, ho perso l’anzianità di servizio e i vantaggi retributivi che avevo da primario. A Colleferro rischiavo, avevo la responsabilità di giovani alla loro prima esperienza laureati 6 mesi prima. Tanti altri colleghi di altre strutture si trovano nelle stesse condizioni. Ho avuto la forza e il coraggio di dimettermi».

Il ritorno

Chiede di restare anonima una dottoressa 40enne che dopo 14 anni in un grande pronto soccorso romano ha optato per la medicina di famiglia: «Ho vinto il concorso, ho ottenuto la borsa di studio mensile, 1000 euro al mese (lo stipendio di un neo assunto in ospedale è di circa 2.400, ndr), e ho ricominciato daccapo. Sono tornata studentessa, felice specializzanda. Non ne potevo più di quella vita. Tutti i fine settimana in servizio, guardie stressanti, in piedi 12 ore di fila, pazienti nervosi, i colleghi dei reparti che ti trattano come un poveraccio incompetente che deve spalare fango. Invece io alla medicina d’urgenza ci credevo, la amavo. Pensavo che fare il medico significasse quello, salvare la vita alle persone».

La dignità

Anche Adolfo Pagnanelli, direttore Dea del policlinico Casilino, ama quello che fa. E a 67 anni continua a battersi per la dignità della disciplina che ha scelto: «E’ necessario renderla appetibile. Non è soltanto una questione di soldi. La vita privata è sacrificata, a cominciare dalle relazioni di coppia. Quando sei occupato anche tre fine settimana e 6-8 notti al mese, hai difficoltà a rendere compatibili questi ritmi con i tempi di vita di una compagna o di un compagno che svolge un lavoro “normale”». Non pensa a se stesso, ma guarda indietro ai giovani, quelli che dovrebbero sostituire gli «anziani» al prezzo di troppe rinunce: «Il nostro non è un lavoro per vecchi Inoltre mancano le prospettive di carriera.

La vita di coppia

Pagnanelli suggerisce: «Si dovrebbe prevedere che dopo un tot numero di anni sia consentito passare a svolgere altre funzioni, più adatte ad una età avanzata». L’età media del personale sanitario in generale è alta, 54 anni. La situazione peggiorerà velocemente, il numero di posti nelle scuole di specializzazione è stato aumentato, ma non basterà a garantire un’adeguata compagine di rincalzi.

Al Policlinico

Policlinico Umberto i, ecco cosa succede. Al Dea dal 2019 ad oggi sono andati via in 19: 3 hanno accettato altri contratti in ospedali diversi, 8 hanno avuto trasferimenti interni in reparti «equipollenti», un pensionato, 7 hanno vinto concorsi in altri ospedali. Ora in organico figurano 49 unità sulle 65 che sarebbero necessarie per coprire il Dea, il pronto soccorso e il nuovo centro della febbre. La situazione è meno critica che altrove perché l’Umberto primo è sede di scuola di specializzazione e gli specializzandi tendono a non fuggire e ad accettare un posto da strutturati.

La provincia

I più penalizzati sono i pronto soccorso di provincia che ricevono nuove forze di medici solo quando il “mercato” romano è saturo. Il Lazio oltretutto è reduce da almeno 10 anni di blocco del turn over imposto dalla legge di rientro. Poi nel 2020 è arrivata la mazzata del Covid durante il quale le falle sono state parzialmente tamponate usufruendo i decreti sull’emergenza. Col ritorno alla normalità paradossalmente la voragine si è spalancata.

STORIE DI PRONTO SOCCORSO

«Io, nell’inferno del Grassi di Ostia, con la mano sanguinante, morsa dal cane»

Santo Spirito, 11 ore di attesa per una visita

La notte terrificante al San Camillo accanto a un morto in barella

Il medico confessa: mi vergogno per quanto accade nel mio ospedale

Al Sant'Eugenio paziente visitato utilizzando la luce del telefonino come torcia

Lunghe attese e inutili sofferenze: le testimonianze dagli ospedali di Roma e del Lazio

Taranto, 19enne muore in ospedale dopo il ricovero: indagati 12 medici. I genitori denunciano: «Non hanno mai voluto ricoverarlo». Il ragazzo si era recato al Santissima Annunziata, la prima volta, il 30 agosto. Francesco Casula su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Settembre 2022.

Potrebbero arrivare dall’autopsia le informazioni necessarie per fare luce sulla morte sospetta di Leo Preteso, 19enne tarantino deceduto all’alba del 22 settembre all’ospedale SS. Annunziata di Taranto. Il sostituto procuratore della Repubblica Mariano Buccoliero, come raccontato nei giorni scorsi dalla Gazzetta, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo: nel registro degli indagati sono finiti i medici dei diversi reparti che sono intervenuti nel corso del tempo sul giovane. L’ipotesi di reato è di cooperazione in omicidio colposo: dal Pronto soccorso a Neurologia, da Anestesia e Rianimazione a Cardiologia, da Chirurgia vascolare a Radiodiagnostica fino a Urologia.

Nella notte tra il 21 e il 22 settembre, Leonardo era arrivato in ospedale a bordo di un’ambulanza: la sua famiglia aveva chiesto un intervento del 118 quando il giovane, a causa di forti dolori addominali, aveva perso conoscenza a casa. Giunto al SS. Annunziata è stato ricoverato in Neurologia: i familiari sono stati rassicurati e sono tornati a casa. Alle 4.30 del mattino, però, i genitori erano stati chiamati dal medico: Leonardo non stava bene e dovevano tornare in ospedale. Il giovane aveva avuto un arresto cardiaco ed era stato intubato: poi mentre lo sottoponevano a una tac avrebbe avuto un secondo arresto e i medici avevano accertato anche un’emorragia di cui, secondo la denuncia dei familiari, non era stata accertata la causa. Alle 6 è infine giunta la triste notizia della sua morte. Ma dalla denuncia è emerso anche che già nelle scorse settimane il 19enne era entrato in ospedale: il 30 agosto e il 17 settembre, cinque giorni prima della sua morte, era stato portato dai familiari al pronto soccorso sempre per dolori addominali, ma era stato dimesso ed era tornato a casa. Come sempre, in questi casi, si tratta di un atto dovuto: dopo la denuncia dei familiari, rappresentati dall’avvocato Daniele D’elia, il magistrato ha infatti disposto l’esecuzione dell’autopsia: il consulente del pubblico ministero, il medico legale Antonio De Donno, dovrà accertare le cause del decesso del giovane e poi formulare la sua valutazione sulle cure e gli esami a cui Leonardo è stato sottoposto e individuare se ci sono eventuali responsabilità penali. L’incarico al professor De Donno sarà affidato il 29 settembre prossimo: subito dopo il medico eseguirà l’autopsia e allora il corpo di Leonardo sarà restituito alla sua famiglia per il funerale e l’ultimo saluto.

Sulla pagina Facebook di Leonardo, intanto, è proseguita la triste processione degli amici che hanno voluto lasciare un pensiero: «Leone dal cuore d’oro! Sarai sempre nella mia memoria e nel mio cuore – ha scritto Davide Boccuni – sono vicino a tutti voi, da Firenze. Un giorno ci ritroveremo e staremo sempre insieme, in viaggio per sempre... Ora sei in tutte le cose belle di questo mondo. Con la tua bontà farai sfigurare anche gli angeli: sei nel mio cuore per sempre».

 Il dramma in una famiglia tarantina. Diciannovenne dimesso dopo un malore, torna in ospedale e muore: indagati 19 medici del SS Annunziata. La Redazione de La Voce di Manduria martedì 27 settembre 2022.

Ospedale Santissima Annunziata

Dopo un episodio di parestesia gli era stata riscontrata una dissezione della carotide e dopo l’esito di quell’esame era tornato ancora in ospedale con gli stessi problemi, ma l'avevano sempre rimandato a casa con una cura farmacologica: lo scorso giovedì notte, però, dal Santissima Annunziata di Taranto, Leonardo Preteso di appena 19 anni, non è più uscito vivo. 

I suoi genitori, distrutti per la morte del figlio poco più che maggiorenne, si sono rivolti a Studio3A presentando una querela che ha spinto la Procura di Taranto, tramite del Pubblico Ministero Mariano Evangelista Buccoliero, ad aprire un procedimento penale per omicidio colposo. Il pm dopo aver posto sono sequestro e acquisito le cartelle cliniche, ha iscritto nel registro degli indagati 12 medici del Ss. Annunziata che operano in sette diversi reparti e che hanno avuto in cura lo sfortunato paziente. 

Un atto dovuto per consentire ai sanitari sottoposti a indagine di nominare dei consulenti di parte per gli accertamenti tecnici non ripetibili per i quali in questi giorni hanno ricevuto tutti l’informazione di garanzia, come le parti offese.  

Il magistrato ha infatti disposto per giovedì 29 settembre l’autopsia sul corpo del ragazzo che sarà determinante per chiarire con esattezza le cause della morte ed eventuali responsabilità: l’incarico sarà conferito alle 14 negli uffici della Procura al medico legale Antonio De Donno, dell’Università di Bari, che si avvarrà anche di uno specialista da indicare successivamente e che procederà all’esame a seguire presso l’ospedale Moscati. Alle operazioni peritali parteciperà anche il medico legale Aldo Di Fazio messo a disposizione come consulente tecnico di parte da Studio3A-Valore, società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini a cui, attraverso il responsabile della sede di Taranto, Luigi Cisonna, si sono affidati i familiari del giovane per fare piena luce sui fatti e ottenere giustizia, con la collaborazione dell’avvocato Daniele D’Elia del foro di Taranto.

Il diciannovenne Leonardo Preteso, che era sanissimo e non soffriva di alcuna patologia, il 30 agosto era stato accompagnato di corsa dal padre e dalla madre al Pronto Soccorso del Santissima Annunziata avendo accusato, dopo essersi alzato dal letto, delle parestesie alle mani e alle braccia estese anche alla bocca e al volto. Il neurologo presso il quale il ragazzo è stato indirizzato per la visita specialistica, a fronte della regressione dei sintomi e dopo una Tac risultata negativa, ne ha però disposto le dimissioni prescrivendogli di eseguire una risonanza magnetica e di tornare con l’esito un mese dopo. I genitori hanno subito prenotato, privatamente per fare il più in fretta possibile, la RM, che il ragazzo ha effettuato il 6 settembre e che ha rivelato un “difetto di flusso dell’arteria carotide come da probabile dissezione”. Con quel referto il diciannovenne in ospedale c’è tornato già il 17 settembre essendosi ripresentati i sintomi che avevano determinato il primo accesso, ma il medico del reparto di neurologia  che lo ha visitato, anche in questa circostanza, non ha ritenuto di ricoverare il paziente per immediati e ulteriori accertamenti, ma, dopo una visita risultata ancora “negativa”, lo ha rimandato a casa prescrivendogli della cardio-aspirina e consigliando un “controllo angio Rm dei vasi del collo tra un mese”, con successiva valutazione neurologica presso l’ambulatorio delle malattie cerebrovascolari.

Ma a quella visita Leonardo non ci arriverà mai. Alla mezzanotte di giovedì 22 settembre il papà è stato svegliato nel cuore della notte da un tonfo, è corso a vedere e ha trovato il figlio riverso a terra in bagno svenuto. Il ragazzo, in preda a lancinanti dolori addominali, è rinvenuto ma ha perso i sensi di nuovo mentre i sanitari del 118, immediatamente chiamati, dopo averlo sottoposto a un elettrocardiogramma, lo stavano conducendo, a braccia e non in barella, in autolettiga per trasportarlo al Santissima Annunziata, dov’è giunto in codice rosso. Il ragazzo è stato ricoverato in Neurologia ma i medici inizialmente hanno rassicurato la mamma e il papà che avevano seguito il figlio all’ospedale, dicendo loro che potevano tornare a casa tranquilli. Alle 4.30 circa il papà lo ha chiamato al cellulare e il giovane era cosciente e vigile, gli ha riferito che i dolori al basso ventre, intensi, persistevano, ma che avrebbe dormito disteso sul lato opposto a quello sofferente. Poco dopo però la situazione è precipitata. La dottoressa in servizio ha chiamato a casa informando i genitori che il figlio si sentiva male e invitandoli a tornare in ospedale, e al loro arrivo li ha messi al corrente che il paziente aveva subito un primo arresto cardiaco ed era stato intubato. Lo hanno quindi condotto ad effettuare una Tac ma durante l’esame Leonardo è stato colto da un secondo arresto: la stessa dottoressa ha spiegato ai genitori che il giovane aveva in corso un’emorragia interna di cui però non si conosceva la causa. Poco dopo le 6 del mattino saranno due infermiere a comunicare loro che Leo non ce l’aveva fatta.

La denuncia è stata presentata al commissariato sezionale Borgo della Questura di Taranto chiedendo all’autorità giudiziaria di accertare i fatti, chiarire cosa sia successo al ragazzo e perseguire eventuali responsabilità da parte dei medici che l’hanno avuto in cura. 

LA TRAGEDIA. Taranto, donna di 28 anni muore dopo parto cesareo: partorisce una bimba, la piccola sta bene. La giovane era alla 40esima settimana di gestazione della sua prima gravidanza ed è stata ricoverata per rottura prematura delle membrane. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 30 Agosto 2022.

Una donna di 28 anni è morta ieri nell’ospedale SS. Annunziata di Taranto dopo aver dato alla luce una bambina con un parto cesareo. La piccola è in buone condizioni. L’Asl, che ha diffuso la notizia, precisa che i controlli post operatori hanno evidenziato una emorragia ed è stato eseguito un intervento chirurgico d’emergenza ma la donna è andata in arresto cardiaco. La giovane era alla 40esima settimana di gestazione della sua prima gravidanza ed è stata ricoverata per rottura prematura delle membrane. Avendo richiesto di non proseguire con l’induzione al parto - sottolinea l’Asl - è stata sottoposta a taglio cesareo.

Dopo l’intervento - spiega l’Asl - le verifiche routinarie hanno rivelato una riduzione dell’emoglobina, compatibile con l’intervento chirurgico. Dopo un breve intervallo è stato programmato un ulteriore controllo che ha evidenziato una anemia severa (emorragia). Il personale sanitario ha immediatamente attivato tutte le procedure necessarie, ma la giovane è andata in arresto cardiaco. È stata posta in atto ogni procedura prevista dal protocollo ed è stato eseguito un intervento chirurgico d’emergenza ma, purtroppo, per la donna non c'è stato nulla da fare.

La neonata, che alla nascita pesava 2.580 grammi, è in buone condizioni di salute ed è attualmente seguita dal personale dell’Unità Operativa di Neonatologia del nosocomio tarantino. La direzione Asl Taranto, il primario e il reparto «intendono esprimere - conclude l’Asl - il proprio cordoglio per la perdita di questa giovane donna, nel giorno che avrebbe dovuto essere uno dei più gioiosi della sua vita. Alla sua famiglia e ai suoi cari vanno le più sentite condoglianze».

Taranto, muore dopo il parto cesareo: 13 indagati al SS. Annunziata. Il pubblico ministero ha disposto l’autopsia. L’esame è previsto per domani. Francesco Casula su la Gazzetta del Mezzogiorno l'1 Settembre 2022.

Sono 13 gli indagati nell’inchiesta aperta dalla procura di Taranto dopo la morte della 28enne tarantina, deceduta lo scorso 29 agosto dopo aver dato alla luce una bambina. È stato il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Natale a iscrivere nel registro degli indagati medici del reparto di Ginecologia che hanno avuto in cura la donna dal 27 agosto scorso. L’ipotesi di reato è di omicidio colposo per colpa medica: un atto dovuto, quello della procura che consente ai medici di poter nominare un difensore che prenda parte attraverso i suoi consulenti alla fase delle indagini preliminari.

Il pm Natale ha fossato per domani il conferimento dell’incarico al consulente che effettuerà l’esame autoptico: sarà il professor Biagio Solarino dell’Università di Bari a eseguire l’esame a cui potranno prendere parte anche gli esperti nominati dai difensori degli indagati. Anche i familiari, rappresentati dall’avvocato Leonardantonio Cassano potranno nominare un consulente che partecipi all’autopsia.

La donna era alla sua alla 40esima settimana di gestazione della sua prima gravidanza: il 27 mattina si era recata in ospedale, ma per i medici non era ancora il momento di partorire e così è stata rimandata a casa. Nella serata di sabato, però, la donna ha avvertito delle perdite che le hanno fatto pensare alla rottura delle acque è tornata quindi in ospedale e questa volta è stata ricoverata.

Il personale del reparto ha disposto il ricovero ed è iniziato il travaglio: i medici hanno provato a indurre il parto, ma senza successo. Dopo circa 36 ore dall’inizio del travaglio, la donna ha chiesto di procedere con il taglio cesareo. Dopo l’intervento, il personale ha effettuato le verifiche post operatorie che hanno rivelato una riduzione dell’emoglobina: la donna insomma aveva perso una quantità di sangue che secondo i medici era in quel momento compatibile con l’intervento chirurgico. La bambina che pesa poco più di 2 chili e 500 grammi sta bene ed è stata sistemata nel reparto di terapia intensiva di neonatologia. Poco dopo, però, i medici si sono accorti che le condizioni della donna stavano peggiorando: era in corso un’emorragia e il personale ha attivato tutte le procedure necessarie. La giovane, tuttavia, è andata in arresto cardiaco e per lei non c’è stato nulla da fare.

Ora potrebbe essere l’autopsia a fornire le prime indicazioni su quanto accaduto: l’esame medico legale dovrà accertare la causa della morte, valutare se l’emorragia è stato un evento imprevisto e imprevedibile e se le cure prestate dal personale in servizio in quel momento e nei momenti precedenti sono state corrette. I carabinieri della Compagnia di Taranto, poche ore dopo il decesso, hanno sequestrato i documenti clinici: anche la cartella medica sarà analizzata dal professor Solarino. Intanto nell’ospedale SS. Annunziata è partita anche l’inchiesta interna disposta dall’Asl di Taranto e coordinata dal medico legale Marcello Chironi: la commissione dovrà ricostruire la successione degli eventi e delle azioni dei colleghi per redigere una relazione da inviare al Ministero della Salute.

Chiara Ammendola per fanpage.it il 6 settembre 2022.

È morta lo scorso 20 agosto Alessandra Taddei, uccisa da un tumore che non le ha lasciato scampo e che in un anno, nonostante le cure, l'ha strappata ai suoi famigliari, ai figli e al marito Francesco Costa. Anche lui professore, come la moglie, dopo un anno ha denunciato a gran voce una parte del cammino che Alessandra ha dovuto affrontare e iniziato prima di ricevere la diagnosi, quando la donna si è recata al pronto soccorso al Dea di Verbania a causa di forti emicranie. Sintomi di quello che si è scoperto poi essere un tumore ma che al tempo furono giudicati come dei semplici mal di testa e curati con del paracetamolo. 

È stato necessario un mese e un viaggio in Lombardia per capire che quelle emicranie erano in realtà il biglietto da visita di un male poi risultato incurabile, ma a distanza di un anno il grido di dolore del professor Costa che ha detto addio alla moglie pochi giorni fa è forte e deciso: “So che mia moglie non si sarebbe salvata – spiega l'uomo in un'intervista rilasciata a La Stampa – ma almeno non avrebbe sofferto quei giorni in più finché siamo dovuti andare in Lombardia”. 

La storia di Alessandra Taddei, 54 anni, insegnante alle scuole medie di Verbania inizia infatti il 13 settembre con un primo accesso in pronto soccorso a causa proprio di un forte mal di testa che non sembrava passare, era il primo giorno di scuola: “Quella notte alle 3,07 andammo in pronto soccorso. Fu dimessa alle 4,44 – racconta il marito – anamnesi: cefalea senz’aura, presente da anni e acutizzatasi questa notte. Prescrissero delle gocce e paracetamolo”.

Poi altri due episodi simili, uno il pomeriggio del giorno dopo quando a causa della persistente emicrania decidono di chiamare un'ambulanza e un altro il 21 settembre: nel primo caso le dimissioni con anamnesi “crisi cefalgica in paziente affetta da emicrania" con aggiunta di paracetamolo 1000 al bisogno, nel secondo caso invece le dimissioni arrivarono solo due ore dopo. 

“Era la terza volta che tornavamo così chiesi di approfondire con esami diagnostici – continua l'uomo – loro rimandarono al 25 settembre, quando già avevamo appuntamento per una risonanza magnetica dopo esserci rivolti a un neurologo. Così ho deciso di andare dai carabinieri a Intra che mi hanno ascoltato, quasi piangevo nel raccontare quanto stava succedendo”.

Nonostante la richiesta di parlare con un medico il signor Costa non fu ascoltato, da qui la decisione di rivolgersi nuovamente ai carabinieri prima di partire, il giorno dopo, alla volta di Milano, su consiglio di una parente, viste le condizioni sempre più precarie della donna: “L’abbiamo portata al San Raffaele di Milano – spiega il marito – è entrata in codice arancione, alle 13. Le hanno fatto esami e Tac, alle 18 il medico mi ha spiegato che avevano trovato una massa voluminosa che premeva contro il cervello. Era il tumore”.

Nei giorni successivi la prof 54enne è stata sottoposta a un'operazione alla quale hanno fatto seguito le radioterapie, purtroppo però il tumore è tornato. Alessandra Taddei ha combattuto un anno ma purtroppo lo scorso 20 agosto la sua battaglia è terminata: “Mi chiedo perché nessuno, vedendo che era un caso sospetto, non abbia mandato mia moglie a Domodossola o Novara dove c’è la neurologia, so che mia moglie non si sarebbe salvata ma almeno non avrebbe sofferto quei giorni in più finché siamo dovuti andare in Lombardia”.

Va al pronto soccorso con mal di testa e per tre volte la rimandano a casa con tachipirina, ma aveva tumore al cervello. Lo sfogo del marito. Cristina Palazzo su La Repubblica il 5 Settembre 2022.  

La donna, di 54 anni, è morta ad agosto. Per tre volte la coppia è andata al pronto soccorso di Verbania ed è stata rimandata a casa anche con fare sgarbato. Il marito ha deciso di raccontare la storia "perché i medici agiscano con meno leggerezza"

” 'Sento una tenaglia che mi stringe qua', mi ripeteva mia moglie mentre indicava le tempie. Aveva un forte mal di testa. Siamo andati tre volte in pronto soccorso al Dea di Verbania. La terza volta ho chiamato anche i carabinieri, a quel punto dovevano pensare che o ero fuori di testa o disperato. Io ero disperato, quantomeno la terza volta avrebbero dovuto approfondire con esami più specifici. Mia moglie aveva un grosso tumore al cervello ed è stata mandata a casa con diagnosi di cefalea e paracetamolo".

Francesco Costa è il marito di Alessandra Taddei, docente di 54 anni alle medie Quasimodo di Verbania, molto amata in tutta la zona per il suo impegno per la scuola e i ragazzi a cui insegnava matematica e scienze. La docente, lo scorso 20 agosto, è stata vinta dal male contro cui combatteva da circa un anno. Il marito ha deciso di raccontare quanto vissuto "perché i medici agiscano con meno leggerezza, sono deluso da questa sanità e mi chiedo come farò a tornare in pronto soccorso, dove mi sono sentito umiliato oltre che non ascoltato. Non ho presentato denuncia, mia moglie non si sarebbe salvata, ma avrei avuto le risposte immediate ai nostri dubbi e non avrebbe dovuto soffrire dei giorni in più, finché siamo andati al San Raffaele di Milano".

L’incubo è iniziato il 13 settembre del 2021, primo giorno di scuola. «Mia moglie ha sempre sofferto di mal di testa, quella sera aveva dolori forti. Quella notte alle 3,07 andammo in pronto soccorso. Fu dimessa alle 4,44. Anamnesi: cefalea senz’aura, presente da anni e acutizzatasi questa notte. Prescrissero delle gocce e paracetamolo. La visita neurologica diceva “lucida e orientata”». Tornarono a casa, ma restarono poco. Al pomeriggio, alle 15,34, visto che i dolori continuavano, hanno chiamato l’ambulanza.

«Alessandra fu dimessa alle 19,06 - prosegue il marito Francesco Costa nel racconto - con anamnesi “crisi cefalgica in paziente affetta da emicrania. E aggiunsero paracetamolo 1000 al bisogno». Sono così tornati per la seconda volta a casa, i giorni sono trascorsi «ma lei stava sempre male, con la tenaglia che la stringeva all’altezza delle tempie. Era sempre a letto».

Fino al 21 settembre, un martedì, quando chiamarono di nuovo l’ambulanza.  «Mia moglie non si reggeva in piedi, alle 14,38 eravamo in pronto soccorso». L’anamnesi, dal verbale, arriva alle 15,41, le dimissioni solo due ore dopo. «Era la terza volta che tornavamo così chiesi di approfondire con esami diagnostici. Loro rimandarono al 25 settembre, quando già avevamo appuntamento per una risonanza magnetica dopo esserci rivolti a un neurologo. Così ho deciso di andare dai carabinieri a Intra che mi hanno ascoltato, quasi piangevo nel raccontare quanto stava succedendo». È poi tornato in ospedale, chiedendo alle infermiere di parlare con un medico  «quando arrivò gli chiesi con chi stessi parlando, mi rispose solo dicendomi il suo nome e invitandomi a denunciarlo, mi disse “mi denunci, mi denunci pure” sbattendo la porta alle spalle».

Sua moglie è stata poi dimessa nel tardo pomeriggio, dall’ospedale è uscita in sedia a rotelle. “Chiamai di nuovo i carabinieri prima di andare via”. Il giorno dopo, il 22 settembre, una cugina è andata a casa per una visita e ha visto le condizioni della donna, «si è resa conto che era grave, il giorno dopo l’abbiamo portata al San Raffaele di Milano. È entrata in codice arancione, alle 13. Le hanno fatto esami e Tac, alle 18 il medico mi ha spiegato che avevano trovato una massa voluminosa che premeva contro il cervello. Era il tumore».

Nei giorni successivi Taddei è stata sottoposta all’operazione, poi le radioterapie ma il tumore è tornato, una lotta lunga, fino al 20 agosto quando la lotta è terminata. «Mi chiedo perché nessuno, vedendo che era un caso sospetto, non abbia mandato mia moglie a Domodossola o Novara dove c’è la neurologia, so che mia moglie non si sarebbe salvata ma almeno non avrebbe sofferto quei giorni in più finché siamo dovuti andare in Lombardia». 

Lecce, turisti dimenticati al «Vito Fazzi» vanno via senza ricevere cure. Dopo un'attesa inutile di otto ore al Pronto soccorso. Rita Schena su La Gazzetta del Mezzogiorno il 30 Agosto 2022.

«Otto ore di attesa al Pronto soccorso del Vito Fazzi senza riuscire a concludere niente. Senza neanche sapere l'esito di alcune analisi fatte appena arrivati. C'era un solo medico presente, per una giornata come il sabato e di un periodo estivo, che sicuramente è di maggiore pressione, vista l'assenza dei medici di famiglia e dei tanti turisti ancora presenti nel Salento. E poi eravamo tutti ammassati in questa sala di attesa che sembrava una bolgia infernale. Una situazione incredibile. Alla fine siamo andati via senza che nessuno visitasse mio marito e lunedì, grazie all'appoggio di alcuni amici che vivono a Lecce, siamo riusciti a trovare un medico. Dopo la visita ora stiamo andando in un centro privato per fare delle analisi sanitarie specifiche».

Marisa P. con il marito sono una coppia di turisti toscani che da anni vengono in Salento per le loro vacanze. Quasi sempre in periodi di non altissima stagione «per poter godere di più del mare, senza la calca e in maggiore tranquillità» e sabato scorso sono stati loro malgrado protagonisti di una avventura che si sarebbero volentieri risparmiati.

«Mio marito fa la chemio - racconta Marisa -. Sabato mattina l'innesto sul braccio, da dove viene fatta l'infusione, si gonfia. Molto. Ci spaventiamo, così andiamo al Fazzi per capire cosa stia succedendo. Poteva essere una trombosi. Arriviamo alle 11 e solo a mio marito fanno il tampone (strano, perché a me no, visto che ero con lui?). Poi un prelievo di sangue. Nessuno fa una anamnesi e ci dicono di aspettare in una sala di attesa enorme dove c'è di tutto: una anziana con una vistosa ferita alla testa da dove esce sangue e che trattiene a stento con un fazzolettone, una mamma con un bambino in braccio che piange dopo essere caduto e con la borsa del ghiaccio su una gamba, una donna anche lei ferita seduta su una sedia che sembra si stia addormentando, che in questi casi forse è un problema.... Abbiamo atteso otto ore, così, con emergenze di vario grado che arrivavano una dopo l'altra, senza che ai pazienti venisse garantita un minimo di privacy. Alla fine ce ne siamo andati, tanto era inutile restare».

«Il mio non è un atto di accusa contro il personale sanitario presente – sottolinea Marisa -, che sia chiaro. Si sono dimostrati tutti con una grande umanità. Ma c'era un solo medico che doveva far fronte a tutte le necessità, dai codici bianchi fino ai rossi, e questa situazione la trovo incredibile per un Pronto soccorso così importante, dove converge tantissima gente in un sabato estivo in un territorio turistico. Qui è un problema di disorganizzazione, grave, che alla fine ha dei risvolti sulla salute delle persone. Dopo 48 ore siamo riusciti a trovare una soluzione con visite private, grazie all'aiuto di amici, ma se mio marito fosse stato colto da trombosi? E se quella donna ferita si fosse addormentata per una emorragia in quella sala di attesa? Io qualche anno fa ho perso mio padre per un errore fatto al Pronto soccorso, in un ospedale in Toscana, so bene che ogni luogo è paese, ma almeno da noi i pazienti vengono fatti entrare e monitorati. Hanno letti posizionati dietro tendine per rispettare la loro privacy, non ammassati tutti insieme come in un girone dantesco».

Marisa e il marito entrano nel centro medico, hanno telefonato solo un'ora prima e gli hanno già fissato l'appuntamento, ne escono poco dopo molto più rasserenati. «Il gonfiore al braccio sta già rientrando – dicono più sollevati -. Non c'è pericolo di trombosi. Ce ne torniamo al mare, questi sono pur sempre i giorni delle nostre vacanze».

Michele Bocci per “la Repubblica” il 21 agosto 2022.

È l'estate dei medici turnisti. Il servizio sanitario pubblico, soprattutto nel settore dell'emergenza, a causa di carenze strutturali di organico e ferie cerca medici fuori dal sistema. Ai bandi partecipano liberi professionisti oppure cooperative, che dispongono di molti camici bianchi e ormai sono ben note alle direzioni di aziende sanitarie e ospedaliere. In certe Regioni ormai la strada del privato viene percorsa da tempo. Succede ad esempio in Piemonte e in Veneto ma non solo. 

All'inizio dell'estate, per raccontare un caso, l'azienda ospedaliera di Ferrara ha predisposto un bando per incarichi libero professionali nei quali erano indicate le tariffe: 840 euro per un turno di 12 ore di un medico non specializzato e 1.080 euro per uno specialista.

«C'è una corsa delle aziende sanitarie e ospedaliere e delle Regioni ad alzare la paga oraria riconosciuta ai turnisti, non è etico», spiega Antonio Ferro, che dirige la Asl del Trentino. Anche lui ha spesso problemi a chiudere i turni al pronto soccorso.

Di recente il Veneto ha deciso di riconoscere 100 euro lordi l'ora per gli straordinari dei suoi medici dipendenti ma anche come compenso ai liberi professionisti.

«Bisognerebbe stabilire un tetto nazionale con tariffe massime - spiega Ferro - Le Regioni alzano il prezzo. Intanto dovremmo poter assumere i neo laureati, mentre si specializzano».

Con l'attività privata che viene remunerata così bene, aumenta il numero di dipendenti pubblici che decidono di diventare liberi professionisti o di entrare in una cooperativa. «In Piemonte quasi tutti i pronto soccorso hanno dentro, magari solo parzialmente, le cooperative - dice Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la società scientifica dei medici di emergenza urgenza - Addirittura ci risultano anche offerte da 120 euro l'ora. Così aumenterà il numero di coloro che lasciano i pronto soccorso per rientrare come turnisti». Un circolo vizioso.

La situazione ovviamente mette in crisi anche gli specializzandi. L'emergenza-urgenza è diventato il settore con il maggior numero di borse non assegnate, circa la metà. Già è difficile aver voglia di lavorare in un posto impegnativo come il pronto soccorso, se poi si vede che lasciano anche gli assunti, le motivazioni scendono al minimo. Secondo Giammaria Liuzzi, il responsabile nazionale di Anaao giovani, cioè il principale sindacato degli ospedalieri, bisogna riformare il sistema. 

«Dobbiamo allinearci agli altri Paesi. Gli specializzandi devono essere subito contrattualizzati, in modo che si formino lavorando già dentro il sistema, con tutte le tutele dei dirigenti medici. E va riconosciuto il lavoro nel pronto soccorso come usurante».

Adesso, secondo Liuzzi «l'Università fa muro contro i cambiamenti e così chi si specializza lavora in un policlinico oppure in un ospedale che ha fatto l'accordo con un professore. E invece la formazione dovrebbe avvenire in tutti gli ospedali». E proprio Anaao ha polemizzato duramente con il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, che ha annunciato l'assunzione di 500 medici provenienti da Cuba. La decisione è l'ennesima dimostrazione delle carenze di personale del sistema pubblico ma secondo il sindacato si poteva evitare. E una delle strade era assumere, appunto, gli specializzandi delle università calabresi.

RSA, medici, infermieri, Oss scomparsi. TheWorldNews TWnews.it il 24 agosto 2022. 

Durante l'emergenza Covid, infermieri e operatori sanitari, per lo più provenienti dal Perù e dall'Albania, hanno trovato casa in Italia. Ora cercano la stabilizzazione oltre la scadenza del 31 dicembre 2023.

In molti casi hanno la forza lavoro necessaria da gestire perché sono forniti dalla stessa struttura in cui sono stati impiegati. Pandemia.  Sul punto interviene Alessandro Contini, responsabile della Regione Lombardia del Gruppo Kos. La Lombardia ha 20 abitazioni conosciute come Anni Azzurri e la regione Lombardia ha case di cura e case di cura con 2.400 posti letto. Il Gruppo Kos opera in 11 regioni italiane nel settore della salute e cura della persona e opera a livello internazionale in Germania e India. Circa 9.000 lavoratori, tra medici e dipendenti, sono gestiti direttamente dall'azienda senza passare per cooperative. Contini riferisce che questa è una gestione diretta e una scelta che hanno fatto, passando anche all'ultima acquisizione. Nel 2021, il settore sociale e sanitario si è fermato a causa degli annunci di lavoro pubblico, con Contini che ha sottolineato che la carenza di personale era pre-pandemia piuttosto che un problema correlato al COVID-19. "I servizi socio-sanitari sono come figli di Dio minori. Medici, infermieri e OSS scarseggiano", continua Contini, "le carenze più acute sono nelle province. La Lombardia soffre di più. Brescia e Bergamo sono le regioni in cui le maggiori le città sono migliori perché hanno più curricula da esplorare e più professionisti sono disponibili grazie al passaparola. Spiega che il riconoscimento economico da parte della comunità dovrebbe affrontarlo.  I due fattori che hanno sicuramente portato al declino del sociale e i sistemi sanitari vanno ricercati in due fattori. : Eliminare i blocchi alle assunzioni nel settore pubblico e ai trasferimenti al Sud, mettendo in pericolo molte strutture. Il direttore regionale di Kos ha detto: I curricula stanno diventando sempre meno e di più Anche le celebrità che gestiscono le strutture sociali e sanitarie trova sempre più difficile reclutare professionisti. Il direttore regionale di Kos ammette che il corso ideato dalla Regione Lombardia per formare i Super Oss è una manna dal cielo, simile a medici e infermieri all'estero. In primo luogo, perché c'erano medici e infermieri laureati in medicina o infermieristica nel loro paese di origine, abbiamo fatto una selezione interna - designiamo Contini - grazie ad una procedura semplificata di certificazione in privazione dei titoli Al , li abbiamo fatti vincere il titolo in Italia.Grazie a word of bocca, sono arrivati ​​altri operatori sanitari, infermieri e medici. Grazie a Cos Academy, corsi di lingua italiana, alloggi e società italiana accompagnano il processo di inserimento offrendo corsi sul modello organizzativo del sistema sanitario, così quando sono arrivati ​​in Italia hanno sapeva come muoversi e quindi li ha inseriti nel gruppo di lavoro Ma la burocrazia si frena: i primi operatori sanitari sono arrivati ​​dalla Romania circa 25 anni fa, e oggi il mercato è talmente saturo che le importazioni dall'Albania e dal Sud America sono facili.  Contini è un assistente sociale e sanitario del Perù che ha fatto da cassa di risonanza a molti suoi connazionali a Milano. Parla di quanto sia forte la presenza di Kerr. "Ci siamo avvicinati anche ai mercati brasiliano e cubano, ma abbiamo avuto difficoltà a riconoscere i titoli. , i professionisti sono disposti a venire in Italia ma non riescono a espletare le formalità. In altri casi i tempi della burocrazia sono biblici e si fanno scelte diverse. Nel mondo della società e della salute Per cercare di risolvere il problema della carenza di specialisti, si raccomanda di rivedere il numero limitato e i corsi di formazione soprattutto per infermieri. Infine, per Contini selezionare Super OSS per il settore  Questo può essere un buon compromesso per valutare al meglio la professionalità dell'operatore stesso, in modo che l'operatore possa assistere meglio gli infermieri nel miglioramento del livello di supporto nelle case di riposo.

Medici dimenticati dai partiti. La denuncia: “Da eroi del Covid a spariti dai programmi elettorali”. Alessio Buzzelli su Il Tempo il 25 agosto 2022

La sanità pubblica è il vero grande assente di questa campagna elettorale ormai entrata nel vivo. Un convitato di pietra impossibile da non notare, dopo essere stato nei due anni di pandemia il centro assoluto del dibattito politico, oggetto di continue attenzioni e promesse e lusinghe da parte dei vari partiti e accompagnata spesso da parole come «potenziare», «rifondare», «ricostruire», «investire». Oggi, però, di tutto questo pare non esserci più traccia: a lanciare l'allarme sono stati gli stessi medici, così lungamente elogiati durante il Covid e ora, con le elezioni a un passo, messi cinicamente da parte in nome di promesse elettoralmente più spendibili e accattivanti. «Amarezza, delusione e rabbia» sono, ad esempio, le parole utilizzate dalla Federazione Cimo-Fesmed- uno dei sindacati dei medici tra i più impegnati sull'argomento - per descrivere i programmi elettorali dei partiti in tema di sanità pubblica, palesemente carenti secondo molti degli addetti ai lavori. «Il sindacato dei medici - si legge in una nota rilasciata ieri - aveva chiesto di inserire nei programmi elettorali proposte concrete e realistiche in grado di superare i problemi del Servizio sanitario nazionale. E invece i capitoli dedicati alla tutela della salute risultano in buona parte superficiali, demagogici e talmente inconsistenti da risultare irrealizzabili».

Una constatazione tanto dura quanto veritiera: come sottolineato da Cimo Fesmed, infatti, nei programmi dei partiti non c'è alcun cenno «alla necessità di aumentare i posti letto», i Livelli Essenziali di Assistenza «non vengono mai citati» e «nessuna soluzione alla crisi dei Pronto soccorso è stata proposta». Inoltre, si legge più avanti nella nota, «lo spazio riservato a medici e ospedali è pari quasi a zero, senza alcun cenno alle condizioni di lavoro massacranti per tutto il personale sanitario». A supporto di quanto affermato il sindacato ha presentato un efficace prospetto costruito sulla ricerca di parole chiave riferibili alla sanità, dimostrando così come la questione sanitaria sia oggi completamente ai margini del dibattito elettorale. «La parola ospedale/ospedali - spiegano - è del tutto assente dai programmi di centro destra, Pd e M5S; compare invece una volta nel programma di Azione-Italia Viva e tre volte nel programma di Europa Verde e Sinistra Italiana», mentre la parola medico/medici «non compare mai nei programmi di centrodestra e Movimento 5 Stelle, è presente due volte nel programma del Pd e due volte nel programma di Azione-Italia Viva».

Questo semplice ma incisivo espediente delle parole chiave conferma una volta di più la fondatezza delle preoccupazioni espresse a più riprese dal mondo della sanità e ben riassunte dalle parole di Guido Quici, Presidente Cimo Fesmed: «Pensavamo che la pandemia avesse finalmente acceso i riflettori sulle criticità dell'ospedalità pubblica e che fosse finalmente giunto il momento di invertire la rotta - ha commentato Quici - Invece era solo una momentanea illusione, scandita da elogi, riconoscimenti e applausi rimasti gesti senza conseguenze». «La situazione è complessa è scoraggiante - ha proseguito il presidente. La sanità pubblica continua ad essere il fanalino di coda tra le priorità della politica, come sei due annidi pandemia non fossero mai esistiti e nemmeno i precedenti dieci, durante i quali abbiamo assistito ad una serie di tagli spaventosi». Tagli che, secondo Quici, hanno innescato una situazione esplosiva: «111 ospedali in meno, 113 Pronto soccorsi in meno, 37mila posti letto in meno, 283 milioni di prestazioni collaterali in meno e, infine, una riduzione tragica del numero dei medici. È evidente che così il sistema non possa reggere». E allora perché la politica se ne disinteressa? Anche per questa domanda il presidente ha una risposta: «La mia sensazione è che la politica non abbia idea di cosa fare con la sanità pubblica e, di conseguenza, eviti direttamente di occuparsene, perché sa che l'intero sistema non è più sostenibile e andrebbe ricostruito daccapo. Non mi vengono in mente altre spiegazioni - ha concluso Quici - soprattutto dopo aver sperimentato durante la pandemia che se la sanità va giù, l'intero sistema economico va giù».

Estratto dall'articolo di Graziella Melina per “Il Messaggero” il 19 settembre 2022.

«Prima di assumere medici stranieri, meglio incentivare quelli italiani». La decisione di diverse Regioni di ricorrere a professionisti extracomunitari pur di riuscire a fornire i servizi di cura negli ospedali, i medici non l'hanno presa bene. La scelta del presidente della Calabria, Roberto Occhiuto di assumere 500 medici cubani tramite una società di servizi locali era suonata come un affronto. 

Nel frattempo, anche la Puglia stava già pensando di rivolgersi alla vicina Albania, mentre la Sicilia aveva ipotizzato di far ricorso a medici argentini. Del resto, la carenza di operatori sanitari italiani è nota.

Secondo le stime di Anaao Assomed, l'associazione dei medici dirigenti, in particolare, al Sud ne servirebbero circa duemila per ogni Regione: in Puglia circa 2mila-2400 medici, in Calabria circa 2150, in Sicilia 2500-2800. Il 70 per cento nelle aree di emergenza, il resto in tutti gli altri reparti. 

Di medici nostrani disponibili, in realtà, ce ne sarebbero. Se non fosse che gli stipendi non allettanti e il luogo di lavoro, spesso in aree lontane dai centri, ha convinto molti professionisti a disertare i bandi. E così, di fronte alle decisioni delle Regioni, i medici italiani hanno iniziato ad alzare la voce.

Mentre la Cimo Fesmed ha fatto ricorso al Tar, l'Omceo di Palermo ha denunciato l'iter di assunzione degli stranieri che rischia di scavalcare «ogni regola ordinaria e straordinaria in tema di assunzioni in sanità». Il punto è che durante l'emergenza Covid, le regioni avevano ottenuto per legge la possibilità di ricorrere a personale medico anche straniero. Ma continuano a farlo anche ora. 

Il presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli, ha deciso così di scrivere una nota al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La richiesta è chiara: «chiediamo di rivedere la normativa che è stata prorogata sino al 31 dicembre 2023 spiega Anelli - che mette a rischio un sistema di controlli e di garanzia per la sicurezza delle cure e per la qualità dell'assistenza».

In effetti, il rischio è che senza adeguate verifiche sulla formazione dei medici stranieri, i pazienti potrebbero non ricevere cure e diagnosi adeguati. «I titoli di studio vanno rigorosamente verificati per poter esercitare la professione in Italia prosegue Anelli - evitando il pericolo di sfociare nell'esercizio abusivo. Non dimentichiamo che la conoscenza adeguata della lingua italiana, nel campo dell'emergenza sanitaria, è di importanza fondamentale». 

Per il momento, alla lettera della Fnomceo non ha ancora risposto nessuno. Ma le Regioni sembrano comunque aver cambiato idea, almeno in parte. «In Puglia l'ipotesi è stata paventata ma non si è più concretizzata spiega il segretario dell'Anaao Assomed Pierino Di Silverio - in Sicilia per il momento il bando è stato bloccato. In Calabria, i medici cubani individuati sono per ora solo 84». […]

Da “la Stampa” il 18 agosto 2022.

Il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha firmato oggi un accordo con il governo di Cuba per l'invio di medici da impiegare negli ospedali calabresi. La disponibilità riguarda 497 medici che saranno inviati all'occorrenza. I primi dovrebbero arrivare a settembre. Lo annuncia lo stesso Occhiuto su Facebook. «Da mesi - afferma Occhiuto in una nota - ho una proficua interlocuzione con il governo cubano. I medici sono un fiore all'occhiello del Paese caraibico, ed hanno già aiutato l'Italia, in Lombardia e in Piemonte, nei mesi più caldi della pandemia.

Oggi (ieri, ndr) all'Ambasciata della Repubblica di Cuba in Italia ho firmato un Accordo di cooperazione con la Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos (Csmc), la società dei medici cubani, per la fornitura di servizi medici e sanitari. Così, in Calabria potremo utilizzare temporaneamente, fino a quando non saranno espletati con esiti positivi tutti i concorsi, operatori sanitari provenienti da Cuba. Il governo caraibico può mettere a nostra disposizione 497 medici con diverse specializzazioni».

Secondo le previsioni del governatore, «a settembre partirà la fase sperimentale di questa collaborazione e arriveranno i primi medici. Inizieranno coloro che già sanno parlare l'italiano (la lingua ufficiale della Repubblica di Cuba è lo spagnolo, ndr) e gli altri, prima di prendere servizio, faranno corsi intensivi per apprendere presto e bene la nostra lingua. Ad ogni modo, i medici cubani saranno sempre affiancati dai nostri operatori sanitari. Questo importante accordo è un'opportunità in più per la Calabria, un modo concreto per dare risposte immediate ai bisogni dei cittadini».

Ma in questi mesi, nessuno aveva mai accennato a un accordo di questo tipo. Ancora Occhiuto: «Abbiamo deciso di mantenere riservata questa delicata trattativa anche perché altre istituzioni pubbliche e private stavano esplorando con insistenza la stessa strada. Il risultato raggiunto ci ripaga del lavoro fatto e ci consente di affrontare con maggior serenità i prossimi step per risanare e migliorare sempre più la nostra sanità regionale».

Monica Serra per “la Stampa” il 19 agosto 2022.

È bastata la pioggia, il 12 giugno del 2021, a far crollare il controsoffitto del pronto soccorso dell'ospedale di Locri, sulla costa ionica della Calabria. Solo per un caso fortunato nessun medico o paziente si trovava a passare in quel momento. 

Eppure dal 1998 il governo ha assegnato oltre 14 milioni di euro per il restyling e la messa a norma di quella struttura. Soldi che in questi anni non sono mai stati spesi.

Da allora oltre un miliardo di euro stanziati per risanare una sanità calabrese mangiata dalla 'ndrangheta e che cade a pezzi sono rimasti inutilizzati nonostante i piani di rientro.

Gli ultimi soldi sono arrivati quattro anni fa: 86 milioni per acquistare nuova strumentazione. Ma niente. «In dodici anni di commissariamento, di tagli senza senso, di malagestione, la situazione è solo peggiorata. Con 18 ospedali chiusi su 42, medici al collasso e liste di attesa infinite, che arrivano a 500 giorni per una visita oculistica a Cosenza per esempio», sottolinea Rubens Curia, portavoce di Comunità competente, un raggruppamento di sindacati e associazioni che lavorano sul territorio.

«In questi dodici anni non sono state fatte nuove assunzioni di personale medico, in vasti territori mancano le prestazioni essenziali», spiega il governatore della Regione, Roberto Occhiuto, ex capogruppo di Forza Italia alla Camera, eletto il 29 ottobre e da nove mesi commissario straordinario della Sanità calabrese. 

«Non c'è un problema di deficit in questo momento ed è preoccupante: non c'è perché non vengono erogati i servizi. Ci sono zone in cui se chiami un'ambulanza devi attendere più di quaranta minuti. Potremmo assumere oltre duemila medici senza superare i tetti di spesa. Ma al mio arrivo - sottolinea il governatore - ho trovato aziende sanitarie che non avevano chiuso i bilanci e non riuscivano a procedere con i concorsi. Così ho velocizzato la burocrazia, ma anche all'esito, molte procedure di selezione per contratti a tempo indeterminato sono andate deserte». Il motivo è facilmente intuibile: «Il nostro sistema sanitario non è attrattivo per i giovani specializzati».

Tutti gli interventi strutturali in cantiere necessitano di tempi «che i calabresi non possono più aspettare». Così Occhiuto spiega la sua scelta di ricorrere «in base all'articolo 6 bis del decreto legge 105 del 2021» ai medici cubani «per garantire un po' di ossigeno a un sistema al tracollo». 

Come hanno fatto Lombardia e Piemonte nell'emergenza Covid, da giugno la Calabria ha iniziato una lunga interlocuzione con la Società di stato cubana per arrivare alla sigla di un accordo di tre anni: «Ci forniranno fino a 497 medici, quelli che mancano ai nostri reparti - sottolinea Occhiuto -. I primi 33 arriveranno a settembre: faranno subito corsi intensivi di italiano per essere inseriti nelle strutture». Un'operazione che costerà alla Calabria fino a 2, 3 milioni di euro al mese. Critica a cui Occhiuto risponde secco: «Un medico costa in media 6 mila 700 euro al mese, questo accordo consentirà di avere medici in distacco transnazionale con 4 mila 700 euro al mese più le spese di alloggio. Noi garantiamo un rimborso forfettizzato di 1. 200 euro, gli altri 3. 500 euro al mese li diamo alla Società del governo cubano che si occuperà di stabilire stipendi e contratti».

Nel frattempo l'intenzione è quella di risolvere i problemi strutturali, usando le risorse inutilizzate, assumendo specializzandi, mantenendo in servizio i medici in pensione che fanno richiesta. Ma anche quantificando il debito della Sanità calabrese «con gruppi di lavoro in tutte le aziende sanitarie con l'ausilio della Gdf». 

Occhiuto è convinto che il debito reale sia inferiore a quello raccontato, «perché molto spesso si tratta di doppi e tripli pagamenti effettuati agli stessi fornitori». Quantificare il debito è «impossibile» secondo Santo Gioffré, ex commissario dell'Asp di Reggio Calabria, fatto fuori a cinque mesi dalla nomina nel 2015 con un cavillo burocratico, che allora ci aveva provato. «Quando sono arrivato ho trovato un rapporto che parlava di 398 milioni di euro di pignoramenti non regolarizzati. All'epoca qualcosa si poteva fare ma oggi è passato troppo tempo: le carte non ci sono più, parliamo di fatture del 2008, del 2009, molti reati si sono prescritti».

La verità, secondo Gioffré, che lavora nell'unico ambulatorio ginecologico della Asp che fa ecografie in tutta l'area tirrenica del Reggino, è che «con la Sanità calabrese è stato finanziato ogni atto illecito in Italia, e non parlo solo della 'ndrangheta, ma di società private, farmaceutiche, di fornitori. Io ci avevo messo le mani e per questo sono stato cacciato. Poi, anche minacciato di morte. Bisogna andare indietro almeno al 2005 se si vuole davvero capire qualcosa».

Forza Cuba. Lo strano caso dei 497 medici cubani assunti in Calabria (e sfruttati da L’Avana). Maurizio Stefanini su L'Inkista il 31 Agosto 2022.

Secondo la Human Rights Foundation, il regime di Cuba affitterebbe a governi stranieri i suoi dottori, riducendoli a una condizione di semi schiavitù lavorativa per confermare il ruolo dell’isola come potenza medica mondiale. Il personale sanitario calabrese ha presentato un ricorso al Tar per contestare la decisione del presidente berlusconiano di Regione Roberto Occhiuto di assumerli per coprire supposte carenze

È finita al Tar la storia dei 497 medici cubani che il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha deciso di assumere a tempo determinato, dicendo che in pratica che medici locali non hanno voglia di lavorare. I medici locali, appunto, ribattono che è la Regione che non offre loro le condizioni, ma questo è solo un aspetto della polemica. Un altro è che Occhiuto è di Forza Italia, e fa un po’ effetto vedere un partito che da una parte ha fatto storicamente campagne elettorale sul pericolo comunista e poi ricorre invece ai servigi di un regime comunista, facendone pure gli elogi. 

Sono appena usciti due rapporti in cui si denuncia l’affitto di medici cubani a governi stranieri come una vera e propria forma di schiavitù, dove il regime incassa almeno i tre quarti degli emolumenti e lascia agli «schiavi» le briciole. In effetti, in Calabria su 4700 euro pagati dalla Regione ai medici ne andrebbero solo 1200.  

«Non vorremmo che, considerata la carenza di risorse, il dumping salariale facesse il suo ingresso anche nel settore medico», è la denuncia di Cimo-Fesmed. E se vogliamo c’è qui un quarto aspetto paradossale, con tanti estimatori ideologici del regime cubano proprio in opposizione a un “ordine mondiale neoliberale” che si baserebbe sullo sfruttamento dei lavoratori del Terzo Mondo apposta per demolire i diritti dei lavoratori del Primo.    

Il sindacato, cui aderiscono Anpo-Ascoti, Cimo, Cimop e Fesmed, rileva una quantità di punti contestabili nell’accordo con la società cubana incaricata di individuare i medici disponibili a lavorare in Calabria. Sia formali che sostanziali. 

Secondo Guido Quici, presidente della Federazione Cimo-Fesmed e vicepresidente della Cida, «l’utilizzo della procedura dell’accordo quadro per l’affidamento di prestazioni di somministrazione di manodopera è in generale vietato dalla legge se non per il tramite delle Agenzie a ciò autorizzate, e in ogni caso è vietato per l’esercizio di funzioni dirigenziali quali quelle che spettano ai medici. Inoltre la regione Calabria, prima di adottare una soluzione estemporanea come quella di rivolgersi a Cuba, ha del tutto ignorato la possibilità di assumere i medici specializzandi degli ultimi anni di formazione, come previsto dalla legge».

Ma la protesta aggiunge che «non può lasciare indifferenti quanto emerso in una recente pubblicazione della statunitense Fondazione per i diritti umani, che fa luce su un vero e proprio traffico di medici cubani nel mondo per confermare il ruolo dell’isola come potenza medica mondiale: secondo il rapporto, in 60 anni oltre 400.000 professionisti sanitari sarebbero stati costretti da Cuba a lavorare all’estero, trattenendo tra il 75% e il 91% del loro stipendio».

Il rapporto di Human Rights Foundation si occupa in effetti del modo in cui  le missioni mediche cubane sono utilizzate «per esportare il marchio ingannevole della diplomazia medica dell’isola e promuovere il mito di Cuba come ’potenza medica mondiale». I 400.000 operatori sono stati schierati in 164 Paesi, e presentati come «missionari della Rivoluzione Cubana». Attualmente ce ne sono tra 34.000 e 50.000 professionisti in più di 60 paesi in Africa, America Latina, Europa e Medio Oriente, e dal marzo del 2020 con l’’occasione del Covid il numero e le dimensioni di queste missioni sono aumentate, con l’invio di oltre 2.770 operatori in più in 26 paesi. Una anche in Italia, di cui c’è il sospetto che Cuba ne abbia approfittato per procurarsi il materiale servito per preparare i suoi vaccini.

Il regime cubano presenta queste missioni come mostra di «solidarietà» e c’è in molti la percezione che siano gratuite, esattamente come quelle che dall’Occidente vengono mandate nel Terzo Mondo. Non solo però non è così. Con produzioni tradizionali come zucchero e tabacco che il regime comunista ha distrutto al punto da arrivare a minimi storici e con la fine dell’aiuto sovietico, già dall’inizio del nuovo millennio affittare medici era diventata una delle principali fonti di entrate del regime. Con la pandemia che ha pesantemente danneggiato il turismo e con Trump che ha pure reso più difficili le rimesse negli ultimi due anni era divenuta quasi l’unica. Nel 2021 sono stati stimati tra i 6 e gli 8 miliardi di dollari all’anno. 

Poiché a Cuba i medici guadagnano l’equivalente di 150-200 dollari al mese, entrare nei programmi fa sperare di incassare qualcosa di più. E l’’88,4% di ex-partecipanti a missioni che ha potuto dare una testimonianza ha confermato che era stato spinto dalla povertà. Ma a quel punto, ricorda il rapporto, il personale «affronta violazioni dei propri diritti alla libertà di associazione, alla libertà di movimento e alla libertà di espressione». 

Secondo i calcoli fatti da Hrf, in realtà poiché la gran parte dei Paesi in cui i medici vanno sono del Terzo Mondo con il 9-25% di uno stipendio da medico del Terzo Mondo finiscono per prendere anche meno che a Cuba: la media è sui 70-75 dollari. Ma ad esempio in Brasile, dove pure c’è stata una polemica, il 9,36% di stipendio loro riservato equivaleva a 400 dollari. Più del doppio che a Cuba. I 1200 euro calabresi sarebbero sei volte il loro stipendio massimo cubano.      

Ci sarebbe, ovvia la tentazione di restare nel Paese, per provare a guadagnare uno stipendio intero. Ma, appunto, qua il regime cubano si blinda in molti modi. Innanzitutto, quasi la metà degli stipendi dei medici è conservata in un conto bancario cubano a cui i medici non possono accedere se non al loro ritorno a Cuba, dopo aver completato la loro missione. 

Se i lavoratori «abbandonano» la missione, il regime dopo averli dichiarati «traditori del Paese» confisca la parte del salario trattenuta sull’isola, a parte far passare guai ai familiari. Non potranno inoltre tornare nell’isola in visita se non dopo otto anni, e non potranno esercitare all’estero, perché lo Stato cubano non rilascia permessi o documenti per convalidare il titolo, e anzi dal 2018 ha addirittura vietato  la legalizzazione di documenti accademici o di altro tipo per gli operatori sanitari che prestano servizio in missione o partecipano a eventi internazionali. In più il passaporto normale è sostituito da un passaporto speciale che impedisce di viaggiare in luoghi diversi da Cuba, e non viene consentita la residenza permanente nel Paese ospitante attraverso il matrimonio.

Ci sono state poi polemiche ulteriori sulla preparazione. In Venezuela, dove il regime ha pagato i medici cubani in barili di petrolio, c’è una diffusa lamentela sul fatto che in realtà la maggior parte di loro in realtà fossero semplici tecnici sanitari. Anche la Ong Prisoners Defenders ha appena presentato una denuncia secondo la quale i 600 membri della missione medica arrivata in Messico per assistere contro la pandemia erano in realtà militari, proprio per evitare il rischio di diserzioni. Prima di partire avrebbero solo ricevuto un corso intensivo di tre giorni che è poi risultato obsoleto, perchè non li metteva in grado di gestire i respiratori artificiali degli ospedali messicani. In questo caso il governo messicano avebbe pagato 10.700 dollari per ogni membro della missione, che però ne ha ricevuti solo 600.    

Tornando al ricorso della Federazione Cimo-Fesmed, secondo Quici «il ricorso ad enti esterni per il reclutamento di medici crea una concorrenza sleale nel mercato del lavoro che va combattuta senza se e senza ma in tutta Italia, e mi auguro che alla lotta intrapresa dalla Federazione Cimo-Fesmed si uniscano presto altre associazioni di settore». 

«Se da una parte i medici delle cooperative vengono pagati anche cinque volte di più rispetto a un medico dipendente del Servizio sanitario nazionale, attirando sempre più professionisti che preferiscono non partecipare ai concorsi pubblici, ai medici stranieri che vengono in Italia, come nel caso dei colleghi cubani, vengono riconosciute retribuzioni inferiori rispetto alla media». Insomma, per la Cimo-Fesmed «l’unico modo per risolvere il problema della carenza di medici è formare nuovi professionisti e bandire concorsi per assumerli stabilmente all’interno del Servizio sanitario nazionale. I concorsi devono essere l’unica porta d’ingresso nel Sistema sanitario nazionale».

"L'hub della mafia assume medici cubani": il Times fa arrabbiare la Calabria. Alessia Candito  il 24 agosto 2022 su La Repubblica

Serio, austero, persino grigio, da decenni il Times è simbolo di autorevolezza, ma con il suo ultimo pezzo sulla Calabria ha quasi rischiato l’incidente diplomatico. Ed è rapidamente dovuto correre ai ripari. Motivo? Il titolo che qualche giorno fa campeggiava in bella vista sul sito: “L’hub della mafia assume medici cubani mentre i dottori italiani evitano la regione”. Così il noto quotidiano britannico ha titolato il pezzo del suo corrispondente in Italia, che dava conto dell’accordo – da molti contestato -  firmato dalla Regione Calabria che permetterà di assumere  497 medici cubani destinati a coprire i crateri d’organico negli ospedali, rimasti tali a dispetto di concorsi banditi e andati spesso deserti.  

Online il titolo non è durato più di una manciata di ore, ma tanto è bastato per far inviperire il governatore calabrese. “Sono pronto a denunciare il giornale britannico”, ha fatto sapere tramite Facebook, Twitter e note stampa. Sempre sui social si è scatenata una pioggia di reazioni e commenti negativi di utenti a cui non è andato giù che la Calabria venisse bollata come hub della mafia. Troppi, anche per un colosso come il Times, che rapidamente ha ammorbidito il titolo. “I dottori cubani – si legge dopo la rettifica – rimpiazzano i medici italiani che evitano gli ospedali calabresi dominati dalla mafia”.  Anche l’autore del pezzo ha fatto un pubblico passo indietro, rispondendo alle tante critiche su Twitter: “Sono d’accordo, avete perfettamente ragione”.  

Non una riga del pezzo però è stata modificata. Ed è un’analisi reale e senza filtro di tutte le carenze della sanità calabrese, assediata dai debiti, per oltre un decennio commissariata e affidata a tecnici nominati dal ministero. Risultato, il rosso ha continuato a crescere, mentre interi ospedali venivano chiusi, i servizi precipitavano, i reparti si svuotavano per il blocco del turnover, le Asp venivano commissariate per mafia, i clan prendevano in gestione interi reparti e l’emigrazione sanitaria cresceva anno dopo anno.  

Dall’autunno scorso, il settore – sempre sotto sorveglianza speciale – è tornato in mano alla politica, il governatore Roberto Occhiuto è il nuovo commissario alla Sanità. E con le politiche alle porte, è tema caldo di campagna elettorale. Anche al prezzo di un contenzioso internazionale con il Times.   

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 22 agosto 2022.

Non sono ancora arrivati, ma la polemica sull'impiego di medici cubani negli ospedali della Calabria per rimediare alla carenza di personale è sempre più accesa. E sono soprattutto giovani medici e infermieri che hanno dovuto lasciare la regione per poter lavorare a criticare la decisione del governatore Roberto Occhiuto.

Alessia Piperno, chirurga che ha scelto di tornare a Vibo Valentia dopo aver lavorato in Lombardia, ha affidato il suo sfogo a un lungo post su Facebook. E si è definita «offesa» dalle dichiarazioni di Occhiuto: «"I medici cubani fiori all'occhiello dei paesi caraibici"? Il presidente dovrebbe pensare piuttosto all'orgoglio di noi medici calabresi che nonostante le difficoltà della nostra sanità, spinti dall'amore incondizionato per la nostra terra, decidiamo di tornare per metterci al servizio di chi sta male per garantire quel minimo di aiuto alla sanità pubblica».

L'accordo tra il presidente della Regione e la società dell'Avana prevede per i 497 medici cubani - assunti con contratti fino a 36 mesi - un trattamento economico di 3.500 euro al mese, più 1.500 euro di bonus. E per accordo anche il soggiorno in un appartamento con climatizzatore, computer e telefono. 

«I contratti proposti a loro hanno una validità di tre anni, a noi di soli tre mesi», continua Piperno che definisce «strana» l'impossibile ricerca di personale da assumere: «Io abito a Vibo Valentia e le uniche proposte che ho ricevuto sono a tempo determinato ed in libera professione. Noi probabilmente siamo troppo incapaci per meritare la stabilizzazione. Chi mi ha valorizzata e ci tiene ad avermi nel suo staff medico è la tanto criticata sanità privata». 

In una lettera anche i cinque presidenti degli Ordini dei medici e degli odontoiatri della Calabria «esprimono forti perplessità». In particolare «in merito alle garanzie di qualità nell'assistenza che sarà fornita da questi operatori sanitari stranieri ai cittadini calabresi». Manifestano poi «incertezza sui requisiti e sui titoli che vanno rigorosamente verificati per esercitare la professione in Italia».

Eugenio Corcioni, presidente dei medici della provincia di Cosenza afferma: «Il pericolo è che possano incorrere nell'esercizio abusivo della professione». E aggiunge: «Qualora i medici cubani non dovessero superare l'esame della lingua, per loro sarà impossibile poter assumere qualsiasi incarico».

Per il Presidente della giunta calabrese, invece, il metodo seguito è stato lineare e le polemiche «sono frutto solo del corporativismo della categoria e dell'attività sindacale, contraria a questa soluzione». Occhiuto precisa: «Siamo in emergenza e siccome per definire un concorso pubblico ci vogliono almeno sei mesi, non potevo permettermi di lasciare i calabresi senza sanità. Altrimenti avrei dovuto chiudere gli ospedali. È stato impossibile reclutare nuovi medici, nonostante abbiamo fatto decine di concorsi». 

E qui arriva lo sfogo: «Non sono arrivate domande e spesso le procedure sono andate deserte o, addirittura, i pochissimi vincitori di concorso si sono rifiutati di prendere servizio».

Torino, gli infermieri: «Pazienti 30 ore in barella nei pronto soccorso. Così aumentano insulti e violenze». Nicolò Fagone La Zita su Il Corriere della Sera il 26 Agosto 2022.

Francesco Coppolella (Nursind): «Siamo sempre sotto organico e il disservizio provoca episodi di violenza verbale e fisica ai danni degli operatori. Molti colleghi si stanno dimettendo, lasciati soli dall’azienda» 

“Secondo la norma il paziente che arriva in pronto soccorso dovrebbe aspettare al massimo due ore. In Piemonte invece, se ti va bene, prima di essere ricevuto trascorri 30 ore in barella. E nei casi peggiori puoi attendere anche una settimana, come a Chivasso. Inoltre gli utenti la maggior parte delle volte sono cittadini over 70, quindi persone fragili. Siamo al punto di non ritorno”. Così Francesco Coppolella, segretario del sindacato degli infermieri Nursind, descrive la situazione degli ospedali in tutto il territorio torinese.

Le conseguenze? Ritardi di valutazione e trattamento, peggioramento degli esiti, aumento dei tempi di degenza, esposizione agli errori. Ma non solo: “Il disservizio provoca rabbia e disagio negli utenti, e tutti i giorni ci vengono comunicati episodi di violenza verbale e fisica ai danni degli operatori. E difatti molti colleghi si stanno dimettendo. Anche perché vengono lasciati soli dall’azienda”.

Se un soggetto provoca danni materiali nella sala d’attesa, infatti, viene subito denunciato con la richiesta di risarcimento. Mentre “la stessa cosa non accade se un operatore viene aggredito, visto che non è accompagnato nell’iter giudiziario. Vale più l’integrità di una sedia rispetto all’incolumità di un infermiere. In 4 anni – continua Coppolella - abbiamo assistito ad un aumento del 60% dei casi di violenza. Il 50% degli infermieri ne ha subita almeno una durante la sua carriera. Per questo abbiamo deciso di fare un esposto alle procure di Torino e Ivrea, visto che le aziende non hanno mai risposto alle nostre sollecitazioni. E presto accadrà anche in altre zone: ci sono leggi e norme, nell’accesso alle cure dopo il triage, che non trovano applicazione”.

Tra i motivi anche l’annosa questione della mancanza del personale: “Gli organici sono quattro volte inferiori rispetto a quella che dovrebbe essere la normalità. La condizione di sovraffollamento e di forte criticità dei nostri pronto soccorso non è più un’eccezione ma la regola”.

Il sindacato inoltre non esclude di intraprendere altre azioni: “Molto probabilmente ci rivolgeremo alla Corte dei Conti – conclude Coppolella - vogliamo capire che fine hanno fatto gli 80 milioni stanziati per la riorganizzazione territoriale della sanità e per l’assunzione di nuovi infermieri. Qualcosa non torna”.

Medici mancanti, perché eliminare il numero chiuso a Medicina non serve. Gianna Fregonara, Milena Gabanelli e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 24 novembre 2022. 

Ogni volta che si parla di medici che mancano viene tirato in ballo come causa del problema il numero chiuso a Medicina. In un momento in cui i buchi di organico sono la vera emergenza della Sanità, perché si ripercuotono sulle liste d’attesa e non ci assicurano di essere assistiti in fretta e al meglio, ritorna l’eterna domanda: perché non aboliamo il numero chiuso a Medicina? Che sia meglio eliminarlo è convinto anche il vicepremier Matteo Salvini che in campagna elettorale ha ribadito: «Cancelliamolo per sopperire alla carenza di medici» (qui). È una posizione che rispecchia il pensiero della maggior parte degli studenti che si scontrano con lo sbarramento, considerato anche un ostacolo alle aspettative sul proprio futuro. Vediamo come stanno davvero le cose.

Perché nasce il numero chiuso

Il numero chiuso viene sancito dalla legge 264 del 1999 dell’allora ministro dell’Istruzione Ortensio Zecchino che lega il numero di posti a Medicina alla disponibilità di aule, docenti, laboratori, possibilità di tirocini e partecipazione degli studenti alle attività formative obbligatorie. Le ragioni della scelta sono principalmente due: garantire ai futuri medici la formazione migliore possibile - che deve fare i conti con la disponibilità di docenti che insegnano e di pazienti da visitare - e non sfornare troppi disoccupati. Così ogni anno gli atenei comunicano al ministero dell’Università il numero di posti a disposizione. In contemporanea la Conferenza Stato-Regioni raccoglie i dati sul fabbisogno di medici che saranno pronti a entrare in ospedale tra 10 anni. A questo punto viene aperto un «tavolo di programma» tra il ministero e la Conferenza Stato-Regioni in cui vengono definiti i posti ateneo per ateneo.

Candidati e numero di posti

Com’è andata negli ultimi 10 anni nelle 42 università pubbliche e nelle 7 private che via via sono nate? Fino al 2018 su 60 mila candidati ne entra solo 1 su 7 che vuol dire su per giù il 15%. Dal 2019 entra un candidato su 4, ossia il 25%, perché i posti aumentano da 9 mila circa a 14.740 nel 2022.

La Statale di Milano passa da 410 posti nel 2013 a 515 nel 2022; la Sapienza e Tor Vergata di Roma rispettivamente da 908 a 1.156 e da 240 a 290; Bologna da 400 a 614; Firenze da 330 a 378; la Federico II di Napoli da 413 a 623. Se invece non ci fosse stato il numero chiuso e se oggi venisse eliminato, la situazione sarebbe differente e potremmo avere i medici che servono? No. Ecco perché.

Imbuto formativo

Il problema non è il numero chiuso a Medicina, ma quel che succede dopo. Tra il 2013 e il 2018 su 51.369 neolaureati in Medicina solo 43.748 hanno potuto completare il percorso di studi entrando nelle Scuole di specializzazione (36.733) oppure frequentando i corsi di formazione triennali per medici di famiglia (7.015): vuol dire che almeno 7.621 non hanno avuto la possibilità di fare né uno né l’altro.

Il numero di posti messi a disposizione è sottodimensionato per motivi economici sia rispetto al fabbisogno futuro di medici sia rispetto al numero di neolaureati

La formazione di uno specialista costa allo Stato dai 102 mila ai 128 mila euro e pesa sui bilanci del momento. In un documento della Conferenza Stato-Regioni del 21 giugno 2018 si legge: «Per l’anno accademico 2017-2018 il fabbisogno stimato di medici è pari a 8.569 unità, mentre le risorse disponibili per il medesimo anno consentono il finanziamento a carico del bilancio dello Stato di 6.200 contratti di formazione specialistica, con una differenza di 2.369 unità. Il significativo scostamento negativo tra le esigenze di medici e quello che può essere concretamente soddisfatto con le risorse statali si è registrato anche negli anni accademici precedenti. Il fenomeno è destinato a produrre una carenza di medici specializzati per il Ssn». Fin qui, dunque, il problema è il cosiddetto «imbuto formativo».

Programmazione carente

Poi le cose cambiano: come abbiamo visto dal 2019 i rettori degli atenei si impegnano a garantire più posti a Medicina (4.961 in più nel 2022 rispetto al 2018, ossia il 50% in più). E contemporaneamente aumentano anche i posti nelle Scuole di specialità (7.091 in più tra il 2018 e il 2022, ossia più che raddoppiati) e nei corsi triennali per medici di famiglia (1.313 in più dal 2018 al 2022, più 60%). Ma, come abbiamo già denunciato in un recente Dataroom (qui), davanti alla possibilità di ampia scelta, i posti nelle Specialità che più servono non vengono coperti: al 7 novembre il 58% dei posti in Medicina d’Emergenza-Urgenza è scoperto, in Anestesia e Rianimazione il 21,5%; in Radioterapia il 73,5%. Adesso, dunque, uno dei problemi principali è riuscire a far sì che chi fa programmazione (il ministero della Salute) e chi bandisce i posti nelle scuole di specializzazione (il Miur) bilanci l’offerta riducendo per esempio i posti nelle specialità che non servono e che sono spesso le più richieste. È urgente calcolare correttamente quanti medici e per quali specialità serviranno tra 4-5 anni che è il tempo necessario per formare nuovi specialisti.

Selezione di qualità

Eliminare il numero chiuso, quindi, non risolverebbe il problema della mancanza di medici. Resta, però, la rabbia degli studenti che non riescono a superare il test d’ingresso e che vedono infranto il loro sogno di entrare in corsia. È questo il motivo per cui è indispensabile che i criteri di selezione di chi entra a Medicina siano i migliori possibili: il test d’ingresso non può essere una lotteria. Nel 1999 la prova è di 90 domande, poi dal 2000 al 2012 di 80 e dal 2013 a oggi di 60. Ogni risposta corretta vale 1,5 punti, quelle sbagliate -0,4, quelle in bianco 0.

Il test è stato modificato quasi tutti gli anni: la parte di comprensione e logica è diminuita ed è cresciuta quella che riguarda le domande delle discipline scientifiche

Ma negli anni non sono mancate domande ridicole che nulla hanno a che fare con l’individuazione delle capacità che servono per diventare un buon medico.

Come cambia il test d’ingresso

Dal 2023 il test cambia ancora su decisione del governo Draghi: il decreto 1107 del 24 settembre 2022 (qui) raddoppia le sessioni di prova - che saranno due all’anno e non più una - e si terranno ad aprile e luglio 2023. In più potrà partecipare non solo chi sta facendo la maturità o l’ha già fatta, ma tutti gli iscritti all’ultimo o penultimo anno delle superiori che potranno inserire il loro miglior punteggio nella piattaforma dove sarà stilata la graduatoria.

L’obiettivo è far sì, appunto, che il test d’ingresso non sia più un terno al lotto. Anche perché più viene aumentato il numero di posti a Medicina, più è destinata ad abbassarsi la qualità dei candidati che poi saranno i nostri medici di domani. Al nuovo governo spetterà il compito di attuare la riforma.

Don Ciccio il Dottore e le sue «capatine». Il medico arrivava puntuale, salutava, si sbarazzava del pastrano e barattava quattro chiacchiere con la famiglie. Michele Mirabella D'Alò su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Novembre 2022.

Certe farneticazioni sulla pandemia ancora in corso mi hanno spinto a rileggere qualche pagina del mio ultimo libro onde confermare la pace abituale con i medici, la stragrande maggioranza, che amo e rispetto. Una minoranza infima, nel senso della qualità oltre che della quantità, non la amo e non la stimo per le farneticazioni di cui dicevo in testa a questo scritto domenicale dedicato ai nomi di cose e persone, delle arti e delle mansioni, delle virtù e degli immancabili vizi. Dedico la citazione ai medici che si battono per difendere noi e la scienza.

«Da piccolo, non avevo paura del medico, non perché fossi un bambino diverso, ma perché era un medico diverso. In verità, in famiglia, lo chiamavamo «Il Dottore»; o, più rispettosamente, Don Ciccio.

A me pareva adatto il «Don» spagnolesco per quel signore burbero e pacioso, altero e gentile, sapiente e severo, ma rassicurante con i pazienti durante le visite cui era chiamato nel venerando palazzetto dove nacqui e abitai per pochi, indimenticabili anni d’una infanzia fuggitiva. Don Ciccio non diceva visite, diceva «capatine»: «Faccio una capatina dopo pranzo», garantiva a chi ne invocava l’intervento, raggiungendolo nella sua casa austera piena di libri e quadri che incutevano reverenza e curiosità invitando anche alla consapevolezza che in quelle spaziose stanze sempre in penombra abitasse il sapere. Sapere generoso.

E il Dottore arrivava puntuale, salutava, si sbarazzava del pastrano, barattava quattro chiacchiere con la famiglia, si informava su che cosa avessimo mangiato a pranzo e commentava il menu, dava notizie della sua famiglia su richiesta delle zie e, poi, incidentalmente, domandava: «Allora, che cosa è successo?», come se il malessere, la malattia fossero compresi nel conto negli accadimenti naturali della vita quotidiana che alterna noie, dolori a gioie, quiete e piaceri che succedono, appunto. Usava un tono colloquiale e ascoltava paziente, interrompendo con domande buttate lì, con interesse, ma senza ansia, domande tecniche, anamnestiche, cliniche, insomma, ma che sembravano fatte per cortesia, per affabilità, giusto per far conversazione.

Sembrava parlare del tempo o della stagione calda che si protraeva o del raccolto delle olive. Poi, d’improvviso, come raggiunto da un pensiero o per ricordarsi di un impegno improvviso, interrompeva il profluvio di lai e querimonie degli astanti che dicevano e spiegavano e allarmavano e bofonchiava: «Diamo un’occhiata», e si dirigeva verso la stanza da letto.

Don Ciccio conosceva a menadito le case dei suoi pazienti. La stanza era rassettata: era stato tirato fuori un copriletto buono, ricamato che profumava di lavanda, il gatto era stato allontanato sul terrazzo, sulla sedia c’era un candido asciugamano del corredo di qualche cugina appena sposata (ve n’erano sempre) e sul comò era stata messa una bacinella d’acqua tiepida. Iniziava la visita.

La liturgia era quella accurata della semeiotica tradizionale. Don Ciccio toccava, palpava, auscultava, scrutava, accarezzava, premeva sollecitava, picchiettava. Tutto avveniva in un silenzio perfetto, al punto che si poteva sentire il ronzio di qualche mosca sopravvissuta alla caccia preparatoria consumatasi in attesa della visita ad opera della cameriera con il meticoloso arieggiare ritmato delle persiane alternato allo sventolio cadenzato di un canovaccio. Solo la pendola del salotto, incurante, dava il suo periodico arpeggiare. Durante la esplorazione del paziente nessuno fiatava. Le zie ammiccavano tra di loro. La mamma dell’ammalato pregava mentalmente gironzolando con lo sguardo dalle laboriose mani del medico alle immagini sacre che affollavano un altarino posto sul comodino con le fotografie ovali delle «buonanime» che neanche Don Ciccio era riuscito a salvare.

Io, strappato il consenso a seguire la cerimonia, ricordo l’espressione di Don Ciccio che alternava curiosità, lievi stupori, sfumati corrucci, sospiri. Poi concludeva «Rivestiti». Don Ciccio dava a tutti del tu conservando il nomignolo infantile di quando li aveva visitati per la prima volta. Seguiva un momento di pausa, poi si rivolgeva alla mamma del caso e sentenziava la diagnosi prodigandosi in traduzioni popolari delle comuni patologie in cui si imbatteva. Ringrazio Dio di non aver mai ascoltato da Don Ciccio una diagnosi drammatica, ma sono certo che avrebbe trovato i modi più gentili e generosi della più squisita umanità.

A quel punto alzava leggermente le belle mani col dorso verso l’esterno e questo significava che voleva lavarsi.

«Mani da chirurgo» sussurrava, immancabilmente Zia Rosina e voleva dire mani da miracoli. Don Ciccio lo sapeva e camuffava dietro il suo brontolio di ritrosia una minuscola vanità. Ci si accomodava in salotto: il rituale prevedeva un caffè. Il dottore si sedeva al tavolo da pranzo, poi prescriveva il da farsi e cominciava: «Dite a Don Luigi». Era il farmacista. Un altro Don meritato.

Scritta la ricetta, sorbiva il caffè, ringraziava e, alle premure di quelli che, abbassando la voce, osavano un «Per il disturbo, Don Ciccio?», opponeva il conclusivo «Pensate alla salute». Ricordo che, quando sentì alla radio la notizia che era stato prodotto il vaccino antipolio, si commosse e abbracciò mio nonno. Per fraternità. E gli spiegò quanto fosse importante un vaccino. Questo era Don Ciccio il «Dottore».

Quell’arte medica senza più carezze. I dottori del mondo (per ora) potranno essere virtualmente convocabili al capezzale di un malato con la loro competenza ed esperienza. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 04 Dicembre 2022

Uno degli inciampi più facili della politica è l’organizzazione della sanità. La trasversalità delle esigenze e delle rivendicazioni, le particolarità a volte contraddittorie, le abitudini consolidate, il marasma di interessi si coagulano in nodi che agitano i sonni dei politici. Il caso della recente pandemia che repentinamente ha imposto di mutare non solo assetti ed abitudini pubblici, ma, anche, le scelte generali della politica nazionale e del governo del Paese, appunto, fu esemplare nello scorcio degli ultimi ormai tre anni. E oggi? Oggi la Corte Costituzionale considera legittime le disposizioni governative in ordine all’obbligo vaccinale in casi ben definiti.

Oggi mi viene in mente di ricorrere alla citazione. L’ambito è, quindi, sanitario. Si tratta di un frammento letterario che narra della motivata diffidenza, lo vedremo, di un cittadino nei confronti di una ancora incertissima «arte» medica che si sforzava di radunare molte competenze scientifiche come aveva predicato Aristotele. L’affannosa storia della Medicina annovera stazioni di posta arruffate e confuse agli esordi della lunga, meravigliosa e faticosa strada della Medicina nelle epoche storiche. Certe diffidenze avevano una giustificazione, non come le incomprensibili diffidenze e gli assurdi scetticismi dei nemici dei vaccini. Ma, ecco la pagina antica.

«Languebam, sed tu comitatus protinus ad me, / venisti centum, Symmache, discipulis. / Centum titigere manus Aquilone gelatae; / non habui febrem, Simmachae, nunc habeo». (Epigrammi V, 9).

È la lagnanza di Valerio Marziale, arguto poeta latino vissuto nel primo secolo, che sapeva abbinare l’ingegnoso gusto per la mordacità della lingua con la satira del tempo suo corrotto nei costumi e negli stili di vita. Come diremmo oggi.

I versi umoristici e sapidi ci lasciano filtrare l’immagine di un medico, nei vocativi dell’epigrammista, si chiama Simmaco, che girella nelle visite a domicilio, scortato da un corteggio brusiante di discepoli famelici di sapere, probabilmente avidi di trucchi, certamente in ansiosa attesa di cadreghe e di clienti patrizi.

La traduzione dei versi per i pigri o i dimentichi del latino ginnasiale: «Ero malato, ma tu con un codazzo di cento allievi, Simmaco, sei venuto subito a visitarmi. Cento mani, gelate dall’Aquilone, mi hanno toccato: Simmaco, io non avevo la febbre, adesso ce l’ho». Oggi Aquilone non è più un vento per nessuno, è solo un bel giocattolo. Simmaco non esercita più, è in pensione. I suoi allievi si sono sparsi per il mondo. I loro eredi non fanno più a gara per palpeggiare con i polpastrelli-ghiacciolo il torace o l’addome di nessuno: studiano in sofisticati isolamenti e, in solitaria e pensosa fatica, attendono telefonate, elaborano ipotesi, programmano analisi, consultano Internet e in questo nuovo oceano viaggiano speranzosi. Certo seguono il Maestro, ma sono sicuro che il codazzo si è assottigliato assai, le visite non sono più quella vociante assemblea intorno al malato, quella conviviale occasione per lui di essere al centro di un’attenzione, a volte, troppo invadente, ma altre volte una buona occasione per sentirsi meno soli a cospetto del morbo misterioso.

Tutto è più moderno e, diciamolo, asettico. So di pratiche efficienti di elettrocardiogrammi trasmessi per telefono o con l’uso dei «social» a centri specializzati dove uno specialista ascolta, rileva, esamina, calcola, emette il risultato senza nemmeno veder in faccia il paziente e, poi, spedisce al collega una diagnosi. Funziona, certo, funziona benissimo. È il futuro che ci prepariamo a vivere. La telemedicina, tra gli altri eccellenti vantaggi, salverà i pazienti dall’arrembaggio degli studenti che potranno seguire comodamente la visita-lezione sul monitor dell’Università. Senza rischiare le gelide minacce di Aquilone.

È vero, il medico continuerà ancora e sempre a guardare negli occhi il paziente.

Me lo assicurano quando li intervisto e ci credo. Ma io chiedo di largheggiare in parole e in domande, perché sono, non dico taumaturgiche, ma sicuramente preziose.

I medici di tutto il pianeta (per ora) potranno essere virtualmente convocabili al capezzale di un malato con la loro competenza e la loro esperienza. Mi assicurano che si arriverà ad operare con gli automi, a distanza: il luminare nel suo studio in metropoli irraggiungibili e la macchina ubbidiente, ubbidiente ad eseguire i comandi con precisione millimetrica in una sala operatoria posta in un altro continente. La faccenda è, forse, malinconica, ma i vantaggi sono enormi. Si potrà contare sull’aiuto di esperti a portata di macchina elettronica e si risparmierà, oltre tutto, la spesa delle trasferte. È evidente, però, che la macchina sbaglia solo quando sbaglia colui che la fa funzionare e che la macchina, invariabilmente e tassativamente, sbaglierà se questi sbaglierà, perché non ha la capacità di emendare uno svarione o di correggere un errore involontario. Credo.

Almeno che non sia programmata anche per questo e non conosca tutte le possibilità di fallo o di accidente che la procedura medico-chirurgica in questione contempla.

In questo caso insegnatele anche a fare una carezza al paziente. Purché abbia le mani tiepide.

I medici di base stanno scomparendo. E chi resta fa i salti mortali per coprire le falle della sanità. Anziani in fila dall’alba per avere le prescrizioni delle ricette e sempre meno professionisti, costretti a occuparsi di duemila pazienti a testa. Così la promessa di tornare a preoccuparsi per la medicina di prossimità è stata tradita. Anche nella ricca Lombardia, la regione colpita più duramente dalla prima ondata di Covid. Francesca Sironi su L'Espresso il 16 Agosto 2022.

L’ultima arrivata resta in piedi, di fianco alla porta da cui entrano le fiamme di agosto. Da giorni la pianura padana è un microonde: muoversi è boccheggiare nell’afa inedita per intensità e durata che il cambiamento climatico impone.

La signora appena entrata vacilla. «Chi viene prima di me?», chiede, poi si appoggia allo stipite. Ha una busta di plastica in una mano, nell’altra un plico di fogli bianchi e rossi. Sono ricette di farmaci, «devo solo ripeterle», spiega, deve cioè rinnovare delle prescrizioni per una malattia cronica. La sala d’aspetto dell’unico studio medico di base aperto, a Levate, è gremita. In questo borgo della provincia bergamasca, case nuove e abitanti in crescita lungo l’asse Milano-Bergamo-Brescia, la piazza e le strade sono vuote, fa troppo caldo. Mentre qui, sopra i gradini del dottore, sembra un ritrovo, quasi non ci si muove dalla gente che c’è. Non sono qui perché fa fresco. Ma perché a Levate l’emergenza è la sanità, più che la temperatura.

Metà degli abitanti del paese è senza medico di base, senza una persona di fiducia a cui rivolgersi. Sono andati in pensione due dottori e da allora tremila cittadini si muovono nel caos. «Mia madre ha 91 anni, ieri non stava bene. Siamo partite e siamo andate al pronto soccorso dell’ospedale di Treviglio. Codice Bianco. Abbiamo aspettato tutto il giorno. Finalmente entriamo e il dottore scocciato ci fa: “Eh ma per queste cose deve andare dal suo medico di base”. Ma se io non ce l’ho il medico di base! Cosa devo fare eh?», racconta una donna, capelli ricci, leggins rosa, ogni parola che passa detta con più rabbia: «Adesso sono qui per chiedere se ci fanno le ricette, anche se non siamo pazienti registrati, perché altrimenti...».

La provincia di Bergamo ha pagato un tributo di vite e sofferenza altissimo alla prima ondata della pandemia. Sono passati due anni dal 3 marzo del 2020 e la paura non si è sciolta. A Nembro gli “Andrà tutto bene” sono ancora appesi, sbiaditi, alle finestre. Ad Alzano Lombardo, luogo della mancata zona rossa, si commemorano ogni marzo le vittime in piazza. In questa provincia di Bergamo, insomma, che nel pieno dell’epidemia urlava al Paese l’importanza della medicina del territorio, della cura di prossimità, che chiedeva di non lasciare indietro i fragili perché quando una catena di casi impatta gli ospedali è troppo tardi, in questa provincia di Bergamo, insomma, ci sono ventiduemila abitanti senza medico di riferimento. 22.079, per l’esattezza, come ricordava a luglio la stessa direzione sanitaria. Mancano 105 professionisti, per completare gli ambiti scoperti, aggiungendosi ai 559 medici di base attualmente in servizio. Risultato: ci sono 22mila residenti che sono rimasti del tutto senza figura di fiducia. Per ogni medico che è andato via, in pensione o a fare altro, è saltata la copertura dell’ambito.

La mancanza di medici territoriali è sintomo di una carenza strutturale che riguarda tutta la Lombardia, come mostrava L’Espresso qualche settimana fa. Questo problema di organico, strutturale, se vissuto paese per paese è smarrimento, nervosismo, e un’Istituzione che arretra. L’Azienda sanitaria di Bergamo ha provato a rispondere all’emergenza potenziando all’inizio la “Continuità assistenziale diurna”, l’ex guardia medica. Prima era uno sportello aperto solo durante i weekend. In primavera è stato esteso e potenziato per i comuni più scoperti. A Treviglio, trentamila abitanti, un terzo dei residenti era senza medico: sei andati via, nessun passaggio di testimone. Per loro la continuità assistenziale ha significato stare al telefono su due numeri di centralino, disponibili due ore al giorno, dalle 9,30 alle 11,30 di mattina, per essere smistati da medici che di volta in volta si rendevano disponibili a una ricetta o a un controllo. «Ho chiamato, sa cosa mi hanno detto? Che c’erano 70 pazienti prima di me. Ho rinunciato», commenta una signora che alla fine è venuta qui: «A un mio parente l’hanno mandato a 15 chilometri da casa sua». «Senta, può portare dentro lei queste ricette se la chiamano? Grazie!», chiede una vicina: «Così intanto vado a ritirare i sacchi per l’umido in Comune».

La gente si organizza. «Si prega di non introdurre in questo ufficio buste di ricette in assenza della segreteria», è scritto in stampatello fuori dalla porta della Continuità assistenziale di Treviglio, di fianco alla farmacia. «Io ho paura a portare mio papà al Pronto Soccorso. Piuttosto vengo qui alle sette, come ho fatto l’altro giorno, e aspetto fino alle due per esser ricevuta. Anche se devo chiedere le ferie», dice una donna dall’aria mite (sono tutte donne nella sala d’attesa di Levate, questa mattina). Dal primo agosto anche l’Azienda territoriale di Bergamo ha accantonato la Continuità assistenziale, sostituita da un servizio che permette ai senza-medico di andare in farmacia e consultare i dottori che si sono resi disponibili quel giorno, attraverso un portale, per andare nelle relative sale d’attesa con i propri plichi di ricette, i problemi da risolvere, i dubbi di salute.

A luglio un bando della Direzione sanitaria ha ricevuto però la risposta positiva di 15 nuovi medici di base, neo-vincitori di concorso. Da soli potrebbero coprire, prendendosi carico di 1.500 pazienti a testa, 22mila cittadini, ovvero l’intero fabbisogno della provincia scoperta. Tutto risolto? Non proprio. Perché come spiega Michele Sofia, direttore sanitario dell’Agenzia di tutela della salute di Bergamo, i medici di base sono liberi professionisti: non può essere il servizio pubblico a decidere dove prenderanno sede. Per quanto ci siano aree disperate, dove gli abitanti hanno urgenza di avere risposte, ed altre dove in qualche modo invece ci si è arrangiati, saranno i neo vincitori a decidere dove aprire il proprio studio. «Possiamo giusto provare con la moral suasion», spiega Sofia: «Niente di più». Il 28 luglio avrebbe dovuto essere pubblicata la mappa dei luoghi scelti dai nuovi professionisti di ruolo, ma ancora non se ne ha notizia. «Stiamo parlando con i sindaci», spiegano dalla direzione. Il tentativo è probabilmente quello di individuare servizi e strutture che possano convincerli a trasferirsi dove c’è più bisogno. Ma se 15 medici potrebbero risolvere la questione, perché ne mancano 105 per completare l’organico previsto?

Perché in questi ultimi mesi molti hanno fatto come Roberto Longaretti, il dutùr della Val Cavallina, studio a Borgo di Terzo, certezza granitica del territorio. Longaretti questa mattina si è alzato alle sette, ha acceso il telefono, e iniziato a rispondere. La prima chiamata è stata alle 7,15, con un collega, per organizzare una trasfusione a domicilio per un paziente oncologico. Alle otto e mezzo è arrivato in studio e ci è rimasto fino alle due. Nel pomeriggio andrà alle visite domiciliari. Longaretti è una risposta perché vista la mancanza di colleghi ha alzato il proprio bacino a 2.000 pazienti, rispetto ai 1.500 della media. «Non è impossibile, se ci si organizza bene, con un ufficio di segreteria che dia una mano, e una infermeria dove appoggiarsi.

L’importante è riuscire a dedicare più tempo possibile alle visite». Arianna Alborghetti ha 37 anni e si è inserita ad aprile del 2019 in uno studio medico di Bergamo: «Per me la soluzione è la medicina generale di gruppo», racconta: «Qui siamo cinque colleghi, condividiamo le spese per segreteria e l’infermeria, ci diamo supporto sulle sostituzioni... è utile e funziona». Anche lei ha alzato il bacino a 1.600 pazienti, «ma oltre non riesco, non potrei più fare le visite a domicilio, che dopo il Covid-19 sono raddoppiate, perché comunque il carico burocratico è alto e non possiamo affidarlo ad altri». «Ho avuto l’incredibile fortuna di trovare un sostituto, e fra poco potrò andare in vacanza. Ma non è scontato», racconta Marco Agazzi, dottore di Ponte San Pietro, 12mila abitanti nella bassa Bergamasca: aveva 1.300 pazienti a carico, ora è salito a 1.700: «Gli ambiti scoperti sono tanti. Sia in cittadine come Treviglio, che nelle valli, dove gli anziani restano soli. Sono dieci anni che facciamo presente il problema nei palazzi della Regione. Non possono dire “non lo sapevano”». Il medico di base, dice Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo, «è la porta d’ingresso al Sistema sanitario nazionale. La continuità e la fiducia nel rapporto medico-paziente dovrebbero essere la base della nostra professione. E adesso in molte zone è praticamente impossibile. È inaccettabile».

«L’unica soluzione», aggiunge Marinoni: «È aumentare gli accessi ai corsi di formazione. Ma per quanto potrà andar bene, è una proiezione che ci vede inseguire i vuoti ancora per 4/5 anni». Marinoni ha una lunga esperienza, ed è concreto nelle risposte che immagina: «Lo stipendio di un medico è buono - sono circa tremila euro al mese, detratte le spese. Se potenziassimo gli strumenti per i servizi di supporto - per affitti, assunzione di personale amministrativo e infermieristico, gestione delle sostituzioni - potrebbe essere più invitante anche per le giovani generazioni, magari, che invece dopo anni di studi universitari sono ovviamente più affascinate da altre specializzazioni». Melania Cappuccio è passata da 30 anni di esperienza nei reparti di Geriatria e nella direzione di una Rsa a uno studio di medicina di base ad Albino. «Vorrei diventare una sorta di “geriatra territoriale”, perché è un bisogno fortissimo», racconta: «Se ben affrontata, la medicina generale è una bellissima professione, che permette di spaziare nelle branche. Instradare il paziente verso i giusti quesiti diagnostici è fondamentale, così come aiutare ad avere informazioni rispetto alle possibilità di cura». Anche Cappuccio lamenta il carico di adempimenti burocratici, fra ricette e fascicoli, che deve seguire, «ma se ci si organizza bene, si alleggeriscono».

La Regione adesso sta seguendo la via delle Case e gli Ospedali di comunità, luoghi dove medici di base e specialisti dovrebbero essere disponibili a una presenza ambulatoriale, così da permettere ai pazienti di trovare soluzioni diverse in un solo luogo, senza approdare alle strutture ospedaliere. Il Pnrr ci ha investito 3,2 miliardi di euro. Le inaugurazioni delle nuove sedi si susseguono anche nella Bergamasca, ma la percezione cittadina è ancora confusa e l’adesione effettiva dei professionisti resta un’incognita su cui lavorare sede per sede. Si vedrà. «Intanto vuole sapere come funziona veramente, qui?», chiede una donna sulla cinquantina, accendendosi una sigaretta, sul muretto fuori dallo studio medico di Levate: «Funziona che il medico che è andato in pensione riceve ancora, a casa sua. Da libero professionista, in forma privata. Sono quaranta euro per una visita di giorno, 80 se la telefonata è notturna. Non può più firmare le ricette, però, per cui alla fine andiamo da lui per la visita, e poi facciamo la coda qui la mattina per avere le carte».

Marco Gasperetti per il “Corriere della Sera” il 9 agosto 2022.

A trovarlo, ormai agonizzante a casa, è stata la sua fidanzata, professione infermiera. Gli ha praticato un massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca ha cercato di mantenere la calma sino all'ultimo istante. Poi è scoppiata in un pianto disperato. 

Jonathan Gaddo Giusti, 31 anni, dipendente di un'azienda termoidraulica di Prato e campione di Palla Grossa, l'antico gioco di Prato simile al calcio storico fiorentino, è morto tra le braccia della compagna due giorni dopo essere stato dimesso dall'ospedale con una diagnosi favorevole.

Ad ucciderlo probabilmente è stato un infarto. 

«Ho un forte dolore al petto, mi sembra di respirare a fatica», pare abbia detto all'1 di notte del 4 agosto Jonathan ai medici del pronto soccorso del «Santo Stefano» dove si era rivolto quando i dolori al torace erano diventati insopportabili. I medici, secondo le prime ricostruzioni, avrebbero eseguito tutti gli accertamenti clinici e, dopo aver avuto un responso favorevole, lo avrebbero dimesso poco dopo mezzogiorno con 48 ore di prognosi.

Il referto parla di «dolore toracico» anche se pare che i sanitari avessero ipotizzato anche una possibile congestione. Ma qui si apre un giallo. Secondo l'avvocato cassazionista Gerardo Marliani, legale della famiglia della vittima, le analisi del sangue effettuate sul 31enne avrebbero evidenziato un valore fuori dai normali parametri della troponina, una proteina indicatrice di danni miocardici e di un eventuale infarto in divenire. 

Resta da stabilire se la stessa analisi sia stata ripetuta prima delle dimissioni del paziente ed eventualmente se i valori fossero rientrati nei parametri normali. E soprattutto c'è da capire se, con un dolore al petto e analisi «sospette», il giovane pratese sarebbe dovuto rimanere ancora sotto osservazione. «Certo è che gli esami ematici hanno dato valori negativi e dunque su questo bisogna fare chiarezza», ha detto l'avvocato Marliani.

Saranno la procura di Prato, diretta da Giuseppe Nicolosi e un'inchiesta interna dell'Asl, a fare chiarezza. La procura ha aperto un'indagine contro ignoti ipotizzando il reato di omicidio colposo ed ha sequestrato la cartella clinica della vittima. «Stiamo facendo i primi accertamenti per individuare eventuali persone indagabili dopodiché ci sarà l'autopsia», riferiscono fonti investigative. L'Asl Toscana Centro e l'ospedale di Prato hanno aperto le procedure sul rischio clinico, un'indagine interna che analizza le procedure seguite e le scelte cliniche di medici e infermieri.

La madre, Susanna Ferretti, e le due sorelle Alice e Gloria sono convinte che Jonathan potesse essere salvato e hanno immediatamente presentato una denuncia. «Hanno lasciato morire mio figlio, 31enne, per infarto, da solo, a casa, dopo una diagnosi di congestione», ha scritto su Facebook la donna disperata. 

La mamma di Jonathan ha anche raccontato che suo figlio le aveva detto di essere stato curato con una pasticca e che il giorno dopo le dimissioni si è presentato al lavoro. «Ma non stava affatto bene e per lui era una situazione molto strana - ha spiegato la signora - perché mio figlio era un ragazzo forte, atletico, pieno di salute. Non aveva nessun problema, nessuna patologia, amava la vita e tutti lo conoscevano come una persona seria e indipendente. Gli volevano bene tutti, non aveva nemici».

Jonathan si era appena trasferito nella nuova casa con la fidanzata. «Era felice, aveva grandi progetti», dicono parenti e amici. La morte del giovane ha provocato grande commozione a Prato dove il giovane giocatore della Palla Grossa era molto conosciuto, ma sta diventando anche un caso politico. Fratelli d'Italia ha annunciato due interrogazioni per chiarire come sia stata possibile la morte di quel ragazzo, la prima in Regione e la seconda in Parlamento con Giovanni Donzelli, coordinatore nazionale del partito. 

"Sta bene, torni a casa". Muore 48 ore dopo per un arresto cardiaco. Gaddo, 31 anni, era in ospedale per una congestione. Si indaga per omicidio colposo. Tiziana Paolocci il 9 Agosto 2022 su Il Giornale.

«I risultati degli accertamenti sono buoni, può tornare a casa». E a casa è tornato Jonathan Gaddo Giusti, 31 anni, bello, alto, sportivo, ma due giorni dopo è morto, probabilmente per arresto cardiaco.

La procura di Prato ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, al momento contro ignoti, per far luce sul decesso dell'uomo, che si era sentito male e tra mercoledì notte e giovedì. Si era recato per questo al pronto soccorso dell'ospedale Santo Stefano, da dove però era stato dimesso giovedì in mattinata con una diagnosi di congestione. Le analisi erano buone e i medici non avevano riscontrato problemi seri. Invece era solo l'inizio della tragedia.

Gli inquirenti hanno già acquisito le cartelle cliniche e la procura di Prato potrebbe disporre nelle prossime ore l'autopsia sul corpo.

Ci molti dubbi da chiarire e poche certezze. Una di queste è che il trentunenne è morto per infarto sabato mentre si trovava da solo nella abitazione di via Mino da Fiesole, dove era tornato a vivere da un po' di tempo. Il dramma si è consumato nel primo pomeriggio quando Jonathan Gaddo ha chiamato la fidanzata, che lavora come infermiera, non appena i sintomi che lo avevano torturato nei giorni precedenti si sono fatti risentire, ancora più forti.

Quando l'ambulanza è giunta sul posto, con il medico a bordo, per il 31enne non c'era più nulla da fare. È morto tra le braccia della sua ragazza che cercava disperatamente di rianimarlo.

Susanna Ferretti, mamma della vittima, insegnante molto conosciuta in città, anche se originaria del comune di Cutigliano Abetone, non ha permesso di far portare via la salma fino a quando una delle figlie non è tornata a casa con copia della denuncia presentata ai carabinieri.

«Vogliamo la verità e andremo fino in fondo per capire come mai mio figlio è stato dimesso dal pronto soccorso con un infarto probabilmente già in corso. Abbiamo presentato un esposto», spiega distrutta la madre. Disperate le sorelle di Jonathan, Alice e Gloria, il padre Massimo, gli altri parenti, gli amici e gli sportivi del mondo della Palla Grossa, in particolare il presidente dei Verdi Maurizio Mencancini. «È una notizia bruttissima che ci sgomenta - ha detto - Era un giovane forte, positivo, uno sportivo che sapeva fare gruppo. Ho avuto la fortuna di giocare con lui nella prima edizione del 2012 in cui abbiamo vinto e nel 2013». Grande cordoglio è stato espresso dai calcianti degli altri quartieri.

Oltre alla Procura, del fatto si sta occupando anche l'Asl Toscana Centro. La direttrice dell'ospedale Sara Melani, in particolare, ha attivato la procedura del rischio clinico e ha disposto accertamenti interni, con l'ascolto dei sanitari presenti in pronto soccorso e la verifica delle procedure.

Da leggo.it l'11 agosto 2022.

Ci sono cinque indagati per omicidio colposo per la morte di Jonathan Gaddo Giusti, il ragazzo di 31 anni deceduto a casa sabato 6 agosto circa due giorni dopo essere stato dimesso dal pronto soccorso. Quattro medici e un infermiere del pronto soccorso dell'ospedale Santo Stefano di Prato sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla procura nel fascicolo aperto per omicidio colposo.

Jonathan il giovedì si era presentato in ospedale per un dolore al torace, ma era stato dimesso. Il giorno dopo però si è nuovamente sentito male, ma stavolta il malore gli è stato fatale ed è morto, forse stroncato da un infarto. A dire di più sulla sua morte sarà l'autopsia, che si svolgerà nei prossimi giorni: la procura di Prato ha infatti nominato due consulenti per effettuare l'esame autoptico sul suo cadavere.

Mantova, dottoressa presa a bastonate al pronto soccorso da donna che chiedeva di essere ricoverata. La Repubblica il 6 agosto 2022.

Pretendeva di essere ricoverata in psichiatria pur non avendone bisogno e, di fronte al rifiuto da parte della dottoressa del pronto soccorso a cui si era rivolta, l'ha presa a bastonate. È accaduto sabato scorso al pronto soccorso dell'ospedale Carlo Poma di Mantova. 

Il medico ha riportato un trauma al braccio mentre la paziente è stata denunciata per interruzione di pubblico servizio. La donna si è rivolta al pronto soccorso dicendo di aver litigato con il marito e di aver bisogno di un ricovero nel reparto di psichiatria perché non voleva tornare a casa. Il medico ha chiamato per un consulto un collega psichiatra che ha escluso la necessità di un ricovero.

A quel punto la donna è andata su tutte le furie e ha cominciato ad insultare i due medici. E mentre la dottoressa l'accompagnava in sala d'attesa su una carrozzina, lei ha cercato di colpirla in testa con il suo bastone. Il medico ha parato il colpo con il braccio, riportando un trauma guaribile in pochi giorni. 

La paziente violenta è stata poi calmata grazie all'intervento di altri medici e infermieri. Nell'aprile scorso la stessa dottoressa, sempre durante il suo servizio in pronto soccorso, era stata colpita da un pugno in faccia sferratole da un paziente, arrabbiato perché a suo dire, mentre attendeva in sala d'aspetto la visita, gli erano state rubate le ciabatte. Anche in quell'occasione l'aggressore era stato denunciato.

Redazione CdG 1947

Alessandro Previati per lastampa.it il 4 agosto 2022.

Sarà l'autopsia a fare luce sulle cause del decesso di una 45enne originaria di Salassa, in Canavese, che l'altra notte, dopo ore di calvario, è morta all'ospedale di Vercelli. Gli accertamenti serviranno a dare una prima risposta all'unica domanda che in questi giorni si sono posti i famigliari di Tiziana Scarcella: «Tiziana poteva essere salvata?». 

«Voglio capire cosa è successo. Lo devo soprattutto a lei, che era una donna solare, con tanti sogni da realizzare, ben voluta da tutti, vitale e genuina. Non si meritava questo». 

Andrea Pistillo, il compagno, proprio non si dà pace. Originario di Cuorgnè, aveva conosciuto Tiziana a Rivarolo (dove lavorava come barista) e tra loro era nata una splendida relazione andata avanti 14 anni. Pochi mesi fa la decisione di trasferirsi a Moncrivello, nel vercellese. 

La 45enne era finita in ospedale già lo scorso primo maggio dopo una caduta dalle scale in casa: aveva riportato una brutta frattura a tibia e perone. Operata all’ospedale di Vercelli, era stata dimessa con i chiodi nella gamba.

A dare qualche problema solo la calcificazione delle ossa, troppo lenta, tanto che il 20 giugno, alla clinica Santa Rita di Vercelli, era stata sottoposta ad un’operazione di stimolo biologico per accelerare la guarigione. Fin qui, niente di anomalo. 

La situazione è precipitata all'improvviso giovedì scorso quando il compagno ha dovuto chiamare il 118: Tiziana respirava a fatica, aveva i brividi e dolori addominali. «Mi ha telefonato per avvisarmi del malessere mentre ero al lavoro. Mi sono precipitato a casa. Aveva le labbra viola ed era molto stanca». 

Sono le 15 quando la donna, in ambulanza, arriva al pronto soccorso. Negativa al tampone, viene sottoposta a tutta una serie di esami. «Mi ha scritto e mandato diversi audio - racconta il compagno - mi diceva di stare tranquillo». 

Gli esiti degli esami, però, arrivano alla sera. La donna viene chiamata dal medico di turno per una visita solo alle 20.41, cinque ore e mezza dopo il suo arrivo. Alle 21 viene sottoposta ad un secondo ciclo di esami dai quali emerge un coagulo di sangue vicino all'apparato respiratorio. 

L’ultimo messaggio è delle 21.40, poi più nulla. Alle 22 il compagno viene informato dall'ospedale che si è trattato di un «infarto polmonare». Nel frattempo la donna viene spostata prima in cardiologia e poi in terapia intensiva. Poco dopo mezzanotte squilla ancora il telefono di Andrea: «Venga qui, la situazione è disperata». Quando all'una meno dieci raggiunge l'ospedale di Vercelli, Tiziana è già morta.

Che cosa è successo in quelle ore in pronto soccorso lo potrà chiarire solo l'autopsia. Quel coagulo era frutto delle operazioni dei mesi prima? Una diagnosi più rapida avrebbe potuto salvare la donna? I famigliari hanno presentato una dettagliata denuncia di quanto accaduto ai carabinieri. Ora è tutto nelle mani della procura di Vercelli. 

Torino, anziana muore e i parenti aggrediscono volontari della Croce rossa: «Ci avete messo troppo tempo». Redazione online su Il Corriere della Sera l'1 Agosto 2022.

A Leinì. Comunicato della Cri: «Ci hanno ostacolato impedendo l’accesso all’abitazione e poi aggrediti con frasi come ‘arrivate da troppo lontano, e non c’è neppure un medico’»

Un equipaggio della croce rossa di Mappano è stato aggredito nel corso di un intervento domenica mattina a Leinì (Torino). A darne notizie lo stesso comitato locale della Cri. Due volontari sono stati aggrediti dai parenti di una persona anziana, che è deceduta.

L’aggressione, tra l’altro, secondo la Croce rossa, avrebbe anche ostacolato i soccorsi, ritardando l’accesso all’abitazione da parte dei volontari. Sul caso i carabinieri della compagnia di Venaria Reale.

«Le motivazioni sono futili e incomprensibili - sottolineano dalla Croce rossa di Mappano - ci hanno ostacolato impedendo l’accesso all’abitazione e poi aggrediti con frasi come “arrivate da troppo lontano, e non c’è neppure un medico”. Filippo e Federica sono due volontari che come tanti altri, giorno e notte, donano il loro tempo, i loro weekend e giorni di riposo per soccorrere il prossimo. Forse non meritiamo un grazie, ma sicuramente non meritiamo di essere aggrediti, maltrattati e accusati di colpe non nostre».

Il comitato di Mappano ha annunciato via social che si «costituirà al fianco dei colleghi, in qualunque sede, perché queste inciviltà non si ripetano più».

Da leggo.it il 5 agosto 2022.

Piatto ricco, mi ci ficco. Sta prendendo sempre più piede il fenomeno dei medici forniti agli ospedali dalle cooperative, e che per poche ore nei reparti, dove c'è carenza di personale, ottengono cifre spropositate. Un fenomeno molto diffuso in Veneto, ma non solo. 

Dalle Canarie e da Napoli, compensi ricchissimi

A raccontare alcune delle storie dei medici non residenti, ma forniti agli ospedali veneti dalle cooperative, è Maurizio Dianese su Il Gazzettino. C'è ad esempio il medico residente alle Canarie, dove la tassazione è agevolata, ma che con l'aereo arriva in Veneto per prestare servizio nella Ulss 3. In 66 ore di fila al pronto soccorso, ha guadagnato (in meno di tre giorni) la bellezza di 6.600 euro lordi.

Un altro esempio è quello di un medico di Napoli, che per mesi, a 100 euro lordi all'ora, ha lavorato di notte nei reparti di rianimazione di vari ospedali veneti (Dolo, Bassano del Grappa, San Donà di Piave). Per metà dell'anno ha lavorato, guadagnando in una settimana quello che un collega assunto in ospedale guadagna in un mese. Per gli altri sei mesi, fa surf. Ma in Veneto non si vede più da tempo, dopo aver scoperto che i turni, in Alto Adige, sono pagati ancora di più: 120 euro lordi all'ora. 

Quello che colpisce è che, se i medici forniti dalle cooperative vengono pagati così lautamente, è perché gli ospedali sono ampiamente sotto organico. I medici assunti sono pochi e guadagnano molto meno. Giovanni Leoni, presidente dell'Ordine dei medici di Venezia, non nasconde la preoccupazione: «Dietro l'angolo c'è una nuova tornata di grossi pensionamenti. Dopo la generazione dei baby boomers, nati nei primi anni '50, presto toccherà a quelli della mia generazione, e sono tantissimi. Ci saranno nuovi buchi da coprire e la Regione deve intervenire, mettendo mano al portafogli». 

Le disparità tra medici

L'evidente disparità non riguarda solo i medici assunti negli ospedali e quelli forniti dalle cooperative. «La Regione Veneto è sempre stata fantasiosa e non credo abbia difficoltà a trovare il modo di pagare di più i medici del Pronto soccorso, ad esempio, che sono sul fronte. E poi bisogna evitare sparate assurde per cui i medici che vaccinano prendono 80 euro lordi all'ora contro un medico di Pronto soccorso che in straordinario ne prende 40 e sulla carta dovrebbe fare 38 ore mentre ne fa di solito 48 alla settimana», insiste il dottor Leoni. 

«E sono ore che valgono triplo dal punto di vista dello stress. Bisogna adeguare gli stipendi al mercato e oggi il mercato dice che un medico di Pronto soccorso vale tra gli 80 e i 100 euro lordi all'ora. Questo è quello che prendono i medici delle cooperative. Vuol dire di fatto raddoppiare gli stipendi dei medici dipendenti delle Ulss». 

MINACCE DI SCIOPERO. Mancano 5mila medici, i pronto soccorso sono in emergenza. SARA DELLABELLA su Il Domani il 29 luglio 2022

A novembre 2021 mancavano all’appello circa 4.200 medici di pronto soccorso, da allora circa cento al mese sono andati in pensione fuggendo da una professione sempre più sotto stress

Se gli anziani scappano, i giovani laureati in Medicina non si avvicinano a questa specializzazione. L’anno scorso su 1.100 borse di studio messe a disposizione dal ministero, circa la metà non sono state assegnate

Il sindacato Anaao-Assomed ha annunciato lo stato di agitazione dei medici ospedalieri e una stagione di mobilitazione che potrebbe portare anche a uno sciopero in autunno

Stavolta a chiedere aiuto sono i medici dei pronto soccorso italiani. All'appello ne mancano circa 5 mila e chi resta è costretto a turni massacranti, per coprire i buchi. Così i pronto soccorso italiani sono stremati da un inarrestabile incremento degli accessi. Gli addetti ai lavori la definiscono la peggiore estate da quando esiste l’Emergenza urgenza, e secondo il presidente della Società Italia Medicina emergenza urgenza (Simeu), Fabio De Iaco, «in trent'anni di carriera, questo è il momento più difficile. Più della pandemia quando eravamo sfiniti, ma siamo andati avanti come dei rulli perché c'era un motivo per farlo e avevamo un ruolo».

Ma adesso «quando ci troviamo a gestire decine di pazienti per quattro - cinque giorni in attesa di un posto letto, quello non è più il nostro lavoro. Noi dovremmo fare l'urgenza. Nei nostri Ps ci sono reparti di medicina occulti. Abbiamo dei vecchietti in barella, fermi per giorni. In reparto quelle persone andrebbero fatte alzare e mobilizzate tutti i giorni, ma da noi non c'è lo spazio per farli camminare».

UN LAVORO SENZA SOSTE

De Iaco risponde al telefono a pomeriggio inoltrato, è arrivato a lavoro alle 7:30 e non sa a che ora staccherà questa sera. Nel pronto soccorso che gestisce in Piemonte, una regione del nord, mancano 12 medici su una pianta organica di 24.

Si lavora con la metà della forza lavoro, carichi di stanchezza, con il rischio crescente di compiere errori, ma precisa che altrove non va meglio e che ci sono ospedali dove c'è solo il primario, il resto è personale reclutato dalle cooperative, dove un medico riesce a portare a casa mediamente 700 euro a turno, anche in assenza di specializzazione.

Contro queste difficoltà che si ripetono in tutte le regioni italiane, il sindacato dei medici  Anaao Assomed, rappresentativo dei medici ospedalieri del servizio pubblico ha lanciato per settembre una stagione di mobilitazione e scioperi. «Il 76 per cento dei medici lavora in burnout. Medici e dirigenti sanitari non fanno ferie», ha spiegato in conferenza stampa il segretario Pierino Di Silverio, lanciando l’hashtag #Primadivotarepensaallasalute per sollecitare i partiti a mettere tra i punti dell’agenda elettorale una serie di interventi a sostegno del servizio sanitario nazionale.

La situazione che stanno vivendo i pronto soccorso è la conseguenza della programmazione economica sbagliata che, fino al periodo pre-pandemia finanziava appena 80 borse di specializzazione per la medicina d'urgenza.

Ma anche oggi che le borse a disposizione sono 1.100, la situazione non è cambiata: nell’ultimo anno seicento non sono state assegnate. Così, i più anziani scelgono la pensione per uscire da questo girone infernale, e i giovani disertano le scuole di specializzazione.

Secondo Simeu bisogna restituire dignità a questa professione attraverso un riconoscimento economico, per una posizione in prima linea, che non permette la libera professione e che lavorando in emergenza è più soggetta agli errori medici, alle denunce, alle aggressioni e a alla quale per paradosso non spetta l'indennità per le malattie infettive.

GLI ACCESSI IN PRONTO SOCCORSO

Si stima che rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso gli accessi al pronto soccorso possano essere mediamente aumentati del 20 per cento, a fronte di un numero di medici che si è ridotto. «Sono dati medi, che provengono da una rilevazione a campione sul territorio nazionale. In realtà alcuni colleghi riferiscono di situazioni anche peggiori», informa Beniamino Susi, vicepresidente nazionale Simeu e responsabile del rapporto con le regioni.

«Nel Lazio, nella giornata del 22 luglio scorso risultava preso in carico un cittadino ogni 1.325 abitanti. Sono numeri impressionanti, da maxi emergenza». Al San Camillo, nella Capitale, da tempo si parla di un ampliamento del pronto soccorso di circa mille metri quadrati, ma senza un numero maggiore di posti letto nei reparti si rischia di peggiorare l’imbuto di pazienti in attesa di ricovero.

«Tutti i giorni chi ci lavora si trova a prestare assistenza in un ambiente che a volte sfiora l’immagine di un ospedale da campo, con più di 100-120 accessi a quasi tutte le ore del giorno, con 12 Infermieri, pochi operatori socio sanitari e pochi medici» racconta Stefano Barone, segretario provinciale del Sindacato degli infermieri Nursind. «Il problema qui è aver creato un pronto soccorso che stima una entrata giornaliera di 70-80 persone, ma se ne trova praticamente il doppio a tutte le ore del giorno». Insomma inutile pensare di risolvere i problemi di un pronto soccorso senza implementare personale e posti nei reparti. Si farebbe solo peggio.

NON SI PUÒ CHIUDERE

Solitamente quando manca il personale si chiude un reparto, sottolinea Simeu, cosa che non è mai avvenuta con le prime emergenze. E allora come si risponde a questa carenza? «Con la fantasia», dice De Iaco: turni più lunghi per medici e infermieri, cooperative, neolaureati ingaggiati dagli ospedali e «una serie di soluzioni posticce». Ma non basta perché, aggiunge, «la crisi di governo potrebbe essere la mazzata finale. Pur nei ritardi, la speranza era che le interlocuzioni in corso con le istituzioni portassero entro questa estate ad alcuni dei provvedimenti che chiediamo da tempo e per i quali proprio nell’ultimo periodo avevamo ricevuto segnali positivi. I tempi per raggiungere i provvedimenti necessari alla sopravvivenza del servizio si dilatano in maniera insostenibile: in questa maniera non resisteremo».

SARA DELLABELLA. È una giornalista freelance. Ha scritto di politica ed economia per diverse testate tra le quali: Agi, L'Espresso, Panorama, Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).    

La caduta del governo Draghi rischia di accelerare il collasso dei pronto soccorso. Gloria Riva su L'Espresso il 27 Luglio 2022.

Le carenze dell’organico nel Sistema Sanitario nazionale sono drammatiche: l’esecutivo uscente stava avviando alcune misure per arginare l’emergenza. Ma le incertezze politiche rischiano di far saltare tutto. «Ci sentiamo sempre più soli e traditi dalla politica»

Cade il governo, crollano i Pronto Soccorso. Prima che Mario Draghi presentasse le proprie dimissioni al presidente della Repubblica, il ministro della Sanità, Roberto Speranza, insieme ad Andrea Orlando, al vertice dei ministero del Lavoro, stavano varando alcune modifiche per rafforzare il ruolo dei medici di Emergenza e Urgenza, così da convincere un maggior numero di camici bianchi a entrare in servizio nelle corsie dei pronto soccorso italiano che, al momento vivono una carenza di 4.800 professionisti.

Un processo sfumato per sempre e che rischia di mandare in tilt i pronto soccorso d'Italia. La denuncia arriva dai vertici di Simeu, Società Italiana di Medicina d'Emergenza Urgenza: «È la peggiore estate da quando esistono i Pronto Soccorso. Siamo sotto organico e, allo stesso tempo la carenza di sanità territoriale e di medici di base fa sì che gli accessi al Pronto Soccorso siano aumentati del 20 per cento nelle ultime settimane, proprio perché siamo l'unico punto di riferimento sanitario per la cittadinanza», avverte Fabio De Iaco, Presidente Nazionale Simeu. In alcune regioni la situazione è anche peggio: «In Lazio, ad esempio, nella giornata del 22 luglio risultava preso in carico un cittadino ogni 1325 abitanti. Sono numeri impressionanti, da maxi emergenza», dice Beniamino Susi, Vicepresidente Nazionale Simeu e responsabile del rapporto con le Regioni.

Le richieste di intervento superano di gran lunga le possibilità di risposta dei dipartimenti di Emergenza e Urgenza perché un numero sempre maggiore di persone vi si rivolge perché lo ritiene l'unico presidio di cura territoriale rimasto in funzione e d'altro canto il numero di medici dei pronto soccorsi è in costante diminuzione, visto che alla carenza di 4.200 medici che mancavano nell'ultima rilevazione di novembre si sono aggiunti altri 600 camici bianchi che si sono dimessi dai pronto soccorso nel 2022.

Anche il numero di pazienti che permane a lungo in Pronto Soccorso in attesa di ricovero - il boarding - aumenta con le stesse proporzioni, con malati che attendono cure troppo a lungo.

«Sommando le cause, gli operatori subiscono un incremento dell’intensità del carico di lavoro personale superiore al 50 per cento rispetto al 2021, che in questo stesso periodo non registrava né un’ondata di Covid né una simile e persistente ondata di calore», continua De Iaco.

La situazione degli infermieri è meno quantificabile ma certamente le carenze non sono inferiori. Il rapporto infermiere paziente in un pronto soccorso è di circa 1 ogni 20 assistiti, mentre la media europea si ferma a uno ogni sette. I medici di Simeu raccontano che i parenti lamentano che i loro cari, nelle lunghe attese, non ricevono sufficiente cibo, acqua, assistenza ordinaria oltre che medico-infermieristica e spesso manifestano questo sgomento in maniera violenta. 

A tutto ciò si sommano i fatti recenti della politica che hanno determinato un duro stop a quelle poche conquiste che la medicina di emergenza urgenza faticosamente sembrava prossima a conquistare. Il rischio? Dover ricominciare tutto da capo.

Recentemente Roberto Speranza aveva richiesto al ministero del Lavoro di riconoscere la professione come usurante ed era inoltre in corso il riconoscimento ufficiale della specializzazione in medicina di Emergenza e Urgenza all'interno dei dipartimenti ospedalieri. Era inoltre stato avviato un importante lavoro per rendere possibile l'inserimento dei medici specializzandi nei Pronto Soccorso così da tamponare – nell'immediato – la carenza di medici strutturati. Fra le iniziative, anche il piano per ridurre il ricorso incongruo alle cooperative di medici a gettone e l'applicazione di una legge contro la violenza sul personale sanitario, che spesso resta inosservata.

«Ci sentiamo sempre più soli, traditi da una politica che aveva abbozzato delle misure ora sospese per via della crisi di governo e del tutto incompresi dai cittadini che sfogano contro di noi il loro dissenso sul sistema. La voglia di scappare dal Ssn è sempre più diffusa: ci si dimentica che ogni professionista è prima di tutto un essere umano», commenta Salvatore Manca, medico del pronto soccorso di Oristano.

«La crisi di governo potrebbe essere la mazzata finale. Pur nei ritardi registrati l'auspicio era che le interlocuzioni in corso con le istituzioni portassero entro questa estate ad alcuni dei provvedimenti che chiediamo da tempo e per i quali proprio nell’ultimo periodo avevamo ricevuto segnali positivi. Ma la crisi limita il raggio d’azione del governo agli affari correnti. I tempi per raggiungere i provvedimenti necessari alla sopravvivenza del servizio si dilatano in maniera insostenibile: in questa maniera non resisteremo», avverte il presidente di Simeu, Fabio De Iaco.

L'appello di medici e infermieri del pronto soccorso è che, nonostante un governo liquefatto, le istituzioni entro le prossime settimane trovino una soluzione per evitare l'implosione dei pronto soccorso di tutta Italia: «Invitiamo i cittadini ad essere dalla nostra parte e contribuire a diffondere questo appello. La nostra è una battaglia per il bene comune, che dovrebbe vedere i cittadini nostri alleati, non certo opposti», conclude De Iaco.

Sanità, dove rischia il piano Marshall. Gloria Riva su L'Espresso il 10 agosto 2021.

Centinaia di nuovi ospedali e presidi territoriali da costruire. Decine di migliaia di infermieri da assumere. Ma ammodernare il sistema vuol dire rivoluzionarlo.

La rivoluzione sanitaria italiana passa attraverso la realizzazione di 1350 presidi territoriali e 381 nuovi ospedali. Un gigantesco investimento edilizio che, se non sarà accompagnato dall’assunzione di almeno 33 mila infermieri, sarà totalmente inutile. Il problema è che i nuovi ingaggi non potranno essere effettuati sfruttando i 20,23 miliardi messi a disposizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, Pnrr, così come impone l’Europa, al contrario dovranno essere a carico del bilancio pubblico che (per il momento) non ha a disposizione il denaro necessario.

La sanità italiana è collassata tra virus e burocrazia

Reparti chiusi, interventi e terapie rinviate. Due anni di pandemia hanno paralizzato gli ospedali sempre più a corto di personale dal Veneto alla Sicilia. E il Pnrr rischia il flop. Gloria Riva su L'Espresso il 31 gennaio 2022.

Da oltre due mesi ventisei donne salernitane stanno attendendo un intervento chirurgico al seno per combattere il cancro che le sta divorando più velocemente di quanto la sanità campana stia facendo per salvarle. Per legge avrebbero diritto a un’operazione entro trenta giorni, eppure ne sono già passati sessanta, di giorni: spiacenti, ma la carenza di personale all’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno ha imposto la chiusura del reparto per i prossimi cinque mesi.

Quali sono i migliori pronto soccorso d'Italia? Ecco la classifica dei tempi di permanenza. E' uno dei parametri per valutare l'efficienza dei servizi di emergenza, anche se non l'unico. E le differenze tra una struttura e l'altra non sono poche. Scoprite con i nostri interattivi i dati sugli ospedali più vicini. Davide Mancino su L'Espresso il 14 novembre 2016.

Spesso sentiamo parlare di "day hospital", ma forse in alcuni ospedali l'espressione viene presa un po' troppo alla lettera. Secondo i dati compilati da Agenas, ente che analizza il sistema sanitario nazionale per conto del ministero della salute, in Italia esiste almeno un pronto soccorso dove un quarto degli accessi totali si è protratto per oltre 24 ore consecutive. 

È il caso – estremo – dell'ospedale Annunziata di Cosenza, dove nel 2014 la permanenza del 23 per cento dei pazienti ha superato un'intera giornata.

Sanità, il soccorso diventa business. 'L'obiettivo non è salvare, ma incassare'. In Italia si spendono ogni anno un miliardo e mezzo di euro per gli interventi di soccorso. Una pioggia di soldi che fa gola a politica e mafia. Michele Sasso su L'Espresso il 17 marzo 2014.

Esistono mestieri in cui la professionalità non basta, ma servono una motivazione profonda e una disponibilità totale. Per questo far parte dell’equipaggio di un’ambulanza è sempre stata un’attività per volontari, animati dallo spirito degli angeli custodi. Ogni chiamata al 118 è questione di vita o di morte, una corsa che in pochissimi minuti decide il destino di una persona.

"Pronto soccorso in Puglia come lazzaretti, siamo allo stremo": la denuncia dei sindacati medici. La Repubblica il 27 Luglio 2022. 

L'accusa alla Regione Puglia che muovono i sindacati Cigl medici, Smi, Snami, Simet e Ugs medici in un documento: "Medici costretti a svolgere turni di lavoro massacranti e a rinunciare spesso al previsto riposo tra un turno e l'altro. Questo comporta seri rischi per la qualità della prestazione offerta ai pazienti e seri rischi per la incolumità stessa della salute dei professionisti".

I pronto soccorso pugliesi sono "diventati dei veri lazzaretti con la difficoltà, se non l'impossibilità, per i pochi medici addetti di svolgere il proprio lavoro professionale nel migliore dei modi e per i pazienti di ricevere una risposta adeguata alle proprie richieste di salute". E' l'accusa alla Regione Puglia che muovono i sindacati Cigl medici, Smi, Snami, Simet e Ugs medici in un documento. "I medici sono allo stremo", avvertono, ricordando anche il caso del decesso del medico di Manduria (Taranto) avvenuto dopo un turno di 24 ore.

"Da alcuni anni - ricordano i sindacati - denunciamo le gravi difficoltà del Sistema sanitario regionale pugliese. La totale assenza negli anni di una seria programmazione insieme alla pessima organizzazione e gestione ha reso urgente ed indifferibili le risposte da parte dell'assessorato alla Salute.

Segnaliamo da tempo la mancanza di medici negli ospedali con le ovvie conseguenze per i malati; la fuga dei colleghi dal Dipartimento di Emergenza-Urgenza 118 le cui ambulanze sono molto spesso senza medico". E ancora: "Medici costretti a svolgere turni di lavoro massacranti e a rinunciare spesso al previsto riposo tra un turno e l'altro. Questo comporta seri rischi per la qualità della prestazione offerta ai pazienti e seri rischi per la incolumità stessa della salute dei medici". I sindacati hanno inviato a tutti i prefetti della Puglia una lettera "in cui evidenziavamo le difficoltà a lavorare in queste condizioni ricordando che le vittime di tale incuria sono proprio i medici e i cittadini malati".

Enrico Tata per fanpage.it il 25 luglio 2022.

La signora Lucia Chiarelli arriva al pronto soccorso con un forte dolore al petto e al braccio sinistro. Le fanno un tampone anti-Covid di controllo, come da prassi. Risulta positiva, i medici mettono in relazione quei sintomi al Covid e la dimettono. Due ore dopo la 68enne muore, quasi sicuramente a causa di un infarto. 

Il decesso è avvenuto lo scorso 11 luglio e il 23 luglio il marito, assistito dallo Studio3A, ha presentato un esposto in procura. Perché i sanitari dell'ospedale di Formia hanno dimesso la moglie? Come hanno fatto a sbagliarsi? Questi gli interrogativi a cui dovranno rispondere gli inquirenti. La signora Chiarelli, stando a quanto riporta il marito, godeva di ottima salute e soffriva soltanto di ipertensione per la quale assumeva una pillola ogni giorno (l'unico farmaco che assumeva). 

La ricostruzione dei fatti

All'alba dell'11 luglio, Lucia si sente male: sente un forte dolore al torace che si irradia fino al braccio sinistro. Un sintomo da infarto. Per questo si fa accompagnare dal marito al pronto soccorso dell'ospedale Dono Svizzero di Formia, dove arriva alle 7.58. I medici la sottopongono ad esami del sangue, a una radiografia al torace e a un tampone anti Covid che, come detto risulta positivo. 

Secondo i medici è proprio il Covid la causa del dolore e quindi, alle 9.27, la dimettono dal pronto soccorso con questa diagnosi: "Dolore torace in Covid positiva”. A casa deve assumere Toradol e Fluimucil. Il marito va a comprare i farmaci, ma quanto torna, la moglie si sente di nuovo male. La corsa al pronto soccorso questa volta si rivela inutile: alle 11.31 la signora Lucia Chiarelli viene dichiarata morta dal personale sanitario dell'ospedale.

La parola passa alla procura

Perché i medici non hanno pensato a un infarto? Il caso della signora è stato gestito con superficialità e troppa fretta? Con questi dubbi, il marito della signora si è rivolta allo Studio3A. Gli avvocati hanno presentato una denuncia presso i carabinieri di Formia, chiedendo alla procura di aprire un fascicolo di indagine. 

Il marito ha anche dato il suo assenso alla riesumazione della salma per procedere all'autopsia in modo da conoscere con esattezza le cause della morte. Ora spetta ai pm decidere se aprire o meno un'indagine su questo caso. 

Regione Lazio: "Disposto audit sul caso"

“La Direzione regionale Salute ha disposto un audit clinico in merito al decesso di una signora di 68 anni dimessa dall’ospedale di Formia e deceduta dopo alcune ore. La disposizione dell’audit serve per chiarire tutti i protocolli clinici adottati ed ovviamente l’Azienda sanitaria locale è a totale disposizione dell’Autorità giudiziaria. Ai familiari e ai cari della donna vanno le profonde condoglianze”.

Da napoli.repubblica.it il 22 luglio 2022.

Gli interventi chirurgici si erano svolti e sulla documentazione c'era anche la sua firma, ma della sua presenza in sala operatoria non è stata trovata traccia. 

E' quanto la Procura di Napoli contesta a Giuseppe De Martino, 51 anni, un medico al quale oggi i carabinieri del Nas del capoluogo campano, al termine di indagini che hanno preso spunto da alcune denunce, hanno notificato un provvedimento cautelare agli arresti domiciliari emesso dal gip. 

Dagli accertamenti eseguiti dai carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, diretto dal comandante Alessandro Cisternino, è emerso che in quattro giorni, tra il 25 e il 28 febbraio 2020, aveva eseguito ben 32 interventi chirurgici di routine, sebbene fosse in vacanza a Madonna di Campiglio, nota località sciistica nell'Italia settentrionale.

Secondo la documentazione acquisita dagli inquirenti della Procura di Napoli (sostituti procuratori Mariella Di Mauro, attualmente procuratore aggiunto di Napoli Nord, e Fabrizio Vanorio) il professionista - amministratore unico e proprietario (in percentuali variabili) di diverse società - risulta che ha eseguito, ma solo sulla carta, diversi interventi di ablazione transcatetere, numerosi impianti di pacemaker, monocamerale e biventricolare, espianti di loop recorder (un dispositivo che viene impiantato sottopelle per registrare il ritmo cardiaco in continuo) e, infine, di avere diversi studi elettrofisiologici, un esame che valuta le proprietà elettriche del cuore.

Il medico, specializzato in cardiologia, è gravemente indiziato di concorso in falso ideologico e materiale, violenza privata e violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Questi ultimi reati gli vengono contestati in quanto avrebbe costretto alcuni suoi collaboratori a menzionare la sua presenza nell'equipe malgrado in sala operatoria non ci fosse entrato. 

Un anno fa "Repubblica" aveva raccontato la storia. Secondo il Nas e la Procura avrebbe falsificato varie cartelle cliniche, attestando di aver eseguito, presso una clinica di Napoli, operazioni chirurgiche di routine al cuore (sostituzioni di valvole, installazione di stent coronarici, etc. etc.) che in realtà non si erano svolte con il suo diretto intervento.  

I carabinieri hanno interrogato le equipe mediche che hanno eseguito le operazioni e i componenti hanno confermato la sua assenza in sala operatoria. Ma la sua firma sulle cartelle cliniche c'era.

Manduria, tragedia in ospedale: medico muore in corsia stroncato da malore, era in turno da 24 ore. E si fa strada l'ipotesi del «troppo stress» tra le cause del dramma, dal momento che i medici sono sottoposti a turni massacranti per coprire le carenze di organico. La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Luglio 2022

Tragedia all'ospedale Giannuzzi di Manduria (Ta), dove un un medico di 61 anni è morto dopo essere stato colto da infarto mentre svolgeva una visita. Era in turno da 24 ore. Indaga la Procura. I tentativi per rianimare il medico sono stati inutili, e i tra i colleghi emerge forte l'ipotesi del «troppo stress», dal momento che sono sottoposti tutti a turni massacranti pur di coprire le carenze di organico. Il medico lascia la moglie e tre figli.

Per il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, Ignazio Zullo, "c'è un’oggettiva carenza di medici ma è altresì oggettiva la carenza di modelli organizzativi adeguati in questa Sanità di Emiliano. È sconcertante l’ipotesi avanzata secondo la quale la morte del collega medico possa essere collegata allo stress correlato al lavoro. Sconcertante sì, ma resta un’ipotesi plausibile se è vero che il collega era al lavoro da 24 ore». La sanità tarantina, commenta il segretario territoriale della Cgil Paolo Peluso, «è al collasso e la tragica scomparsa di un medico, colpito da infarto mentre era addirittura in servizio all’ospedale di Manduria, conferisce ancora più assurda e insensata violenza ad uno scenario da conflitto bellico». Secondo il sindacalista, «i medici al fronte nei difficili anni della pandemia, oggi allo stremo delle loro forze, pagano ancora con la vita, e con la compressione dei loro diritti una politica scellerata di tagli e precariato in sanità».

Infarto in corsia per il primario. «Aveva lavorato 24 ore di fila». Cesare Bechis su Il Corriere della Sera il 22 luglio 2022.  

«Siamo sotto organico e Giovanni, come tanti di noi, faceva anche da tappabuchi. Martedì sera, arrivando in ospedale, ha lavorato dodici ore al Pronto soccorso. Poi, dalle 8 del mattino successivo, altre dodici in reparto rientrando a casa solo mercoledì sera. Giovedì mattina era poi regolarmente in reparto a fare le visite ed è morto praticamente in corsia». Nelle parole dei colleghi di ospedale, traspare lo sconcerto che si respira al «Giannuzzi» di Manduria (Taranto). Giovanni Buccoliero, 61 anni a novembre, primario facente funzioni del reparto di Medicina, è morto stroncato da una collasso cardiaco attorno alle 8.30. Mentre faceva il giro tra i pazienti si è allontanato dicendo a quegli stessi colleghi che andava in bagno. «Ma non manifestava alcuna sintomatologia che lasciasse preludere ciò che è avvenuto», dirà alcune ore più tardi il direttore generale della Asl di Taranto, Gregorio Colacicco. Dal bagno, però, il dottor Buccoliero non è più tornato. Preoccupato del ritardo nel rientrare in corsia, un infermiere del suo gruppo è andato a controllare e lo ha trovato riverso a terra, dietro la porta. Aveva perso i sensi, non respirava più. Immediato l’aiuto con il massaggio cardiaco e i farmaci, sono accorsi i rianimatori e gli anestetisti, ma non c’è stato nulla da fare. L’arresto cardiaco è stato letale.

L’inchiesta e la rabbia

Sarà un’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto a stabilire se c’è stato un nesso di causa-effetto tra le 24 ore di lavoro continuativo di Buccoliero del giorno precedente e la sua morte di giovedì mattina. Però la rabbia monta. Al «Giannuzzi», come in tanti altri ospedali, i turni di lavoro sono ormai massacranti e per garantire standard minimi di assistenza medica anche i dirigenti devono prolungare l’orario di lavoro e impegnarsi in altri reparti. Di fronte alla morte sul posto di lavoro di Buccoliero i sindacati di categoria sono insorti. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), aprendo ieri a Roma il Consiglio nazionale ha sottolineato «il grave disagio dei medici, sottoposti a superlavoro, a turni infiniti, senza possibilità di fruire dei riposi previsti dalla legge, o delle ferie».

L’organico

Il problema, in Puglia, è il blocco delle assunzioni che ha determinato la carenza di personale. Così tutti i medici, anche i dirigenti, anche alla luce della doppia emergenza Covid e caldo, in base a una disposizione dell’assessorato regionale alla sanità sono tenuti a garantire i turni anche nei Pronto soccorso. Attualmente al «Giannuzzi» di Manduria i professionisti sono soltanto cinque e non riescono a coprire le esigenze del reparto. Per questa ragione Giovanni Buccoliero, secondo quanto hanno dichiarato alcuni suoi colleghi, martedì scorso ha dovuto sostenere dodici ore in questo reparto per poi farne altre dodici a Medicina. «L’ospedale di Manduria — dice il direttore generale Colacicco — come tanti altri è sotto organico e il personale deve farsi carico non solo dei propri turni. Il dottor Buccoliero era un gran lavoratore e non si sottraeva dal prolungare il proprio orario di lavoro. Da dirigente, in ogni caso, non sottostava a turnazioni prestabilite e si regolava sulle esigenze del proprio reparto». I carabinieri della Compagnia di Manduria hanno acquisito i tabulati dei turni e raccolto alcune testimonianze. Ieri sera, intanto, a Sava — città di residenza di Buccoliero in provincia di Taranto — si sono svolti i funerali. Vi ha partecipato una gran folla perché il professionista era molto conosciuto e apprezzato per le sue doti di umanità. Era sposato, lascia la moglie e tre figli.

Primario morto in reparto, gli Ordini dei medici: "Ospedali al collasso. Molti colleghi fuggono all'estero o dai privati". La Repubblica il 24 Luglio 2022.

La Federazione nazionale degli Ordini provinciali lancia l'allarme dopo il caso di Giovanni Buccoliero, il professionista 61enne deceduto mentre era al lavoro all'ospedale di Manduria

"Morto per troppo lavoro? La Procura di Taranto ha aperto un fascicolo d'inchiesta sulla morte del medico Giovanni Buccoliero, il 61enne stroncato da un arresto cardiaco giovedì 21 luglio mentre faceva il giro delle visite in corsia nell'ospedale di Manduria". Così in un post su Facebook la Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri).

"In ogni caso - prosegue la Fnomceo - la situazione degli ospedali è al collasso per la carenza di personale che non permette ai professionisti di fare i giusti turni, di fruire delle ferie e dei riposi". Una situazione "drammatica", che la Federazione, assieme ai sindacati medici, denuncia "da tempo e che porta molti medici a fuggire: all'estero, verso il privato, verso il pre-pensionamento", conclude.

Primario morto in reparto, verifiche sui turni di lavoro in ospedale che colleghi e sindacati denunciano come 'massacranti'

Manduria, primario muore dopo 24 ore di turno. I colleghi: “Siamo sotto organico e faceva da tappabuchi”.

"Nel suo reparto, con 20 posti letto ordinari e 8 dedicati ai pazienti con Covid, erano rimasti solo 5 medici in servizio, costretti a turni di lavoro massacranti, senza la possibilità di andare in ferie o di riposarsi adeguatamente per poter assicurare il servizio" sottolinea Arturo Oliva, presidente Federazione Cimo-Fesmed Puglia. Il Fatto Quotidiano il 23 luglio 2022.

Un giorno intero, 24 ore di lavoro, Giovanni Buccoliero, 61 anni, primario facente funzioni del reparto di Medicina dell’ospedale Giannuzzi di Manduria (Taranto), si è accasciato ed è morto, probabilmente colpito da infarto. La Fnomceo, Federazione nazionale Ordini dei medici, esprime cordoglio ma punta il dito contro la “drammatica carenza di personale” sanitario e gli errori che l’hanno determinata e la alimentano. Un caso “inaccettabile”, non si può accettare “che siano gli operatori a scontarli con la salute e persino con la vita“, dichiara il presidente Fnomceo Filippo Anelli, che ha ricordato il primario deceduto aprendo a Roma il Consiglio nazionale della Federazione.

Dalla struttura ospedaliera, come scrive il Corriere della Sera, viene confermato che la carenza di organico costringe tutti a turni infiniti. “Siamo sotto organico e Giovanni, come tanti di noi, faceva anche da tappabuchi. Martedì sera, arrivando in ospedale, ha lavorato dodici ore al Pronto soccorso. Poi, dalle 8 del mattino successivo, altre dodici in reparto rientrando a casa solo mercoledì sera. Giovedì mattina era poi regolarmente in reparto a fare le visite ed è morto praticamente in corsia” raccontano i colleghi. Si è allontanato per andare in bagno ed è lì che stato trovato.

Ucraina, la Russia mette subito a rischio l’accordo sul grano: missili di Mosca sul porto di Odessa (da cui partono i cargo)

“Quanto accaduto ieri all’ospedale di Manduria, dove un medico è deceduto dopo un malore mentre visitava i pazienti, è inaccettabile. Nel suo reparto, con 20 posti letto ordinari e 8 dedicati ai pazienti con Covid, erano rimasti solo 5 medici in servizio, costretti a turni di lavoro massacranti, senza la possibilità di andare in ferie o di riposarsi adeguatamente per poter assicurare il servizio” sottolinea Arturo Oliva, presidente Federazione Cimo-Fesmed Puglia, sindacato che “per ricordare il dottor Buccoliero” propone “al presidente dell’Ordine dei medici di Taranto, Cosimo Nume, di invitare tutti i colleghi a lavorare con il lutto al braccio, nella speranza che quanto successo non accada mai più”.

“Il dottor Buccoliero, stimatissimo dai colleghi e sempre disponibile per i suoi pazienti, era tra i più impegnati a coprire i turni – spiega Oliva in una nota – E queste sono le conseguenze di un’organizzazione del lavoro scellerata, che continua a poggiarsi unicamente sul sacrificio e la responsabilità del personale sanitario. Non è possibile pensare di continuare a lavorare in questo modo. Abbiamo più volte chiesto a tutti i nostri interlocutori l’adozione di misure straordinarie per sopperire alla carenza di personale, incentivando i medici a partecipare ai concorsi e convincendo i colleghi a continuare a lavorare negli ospedali della Regione. Molti invece continuano a fuggire da una vita lavorativa insostenibile, e finché non cambieranno le cose non si può biasimare la loro scelta”. “Ci stringiamo intorno al dolore della famiglia del dottor Buccoliero e continueremo a lottare con ancora più convinzione per il rispetto dei diritti dei medici – prosegue il presidente regionale Cimo-Fesmed – Quello alle ferie e al riposo settimanale è previsto dall’articolo 36 della Costituzione, sebbene le istituzioni sembrino averlo dimenticato”.

I carabinieri hanno acquisito documenti, tabulati, orari e turni di servizio nell’ospedale Giannuzzi di Manduria, riferiti all’attività del medico. L’acquisizione dei documenti è stata disposta dal procuratore di Taranto, Eugenia Pentassuglia per valutare eventualmente l’aperura di una inchiesta. Intanto, la Cgil di Taranto ha annunciato un presidio che si terrà mercoledì 27 sotto la sede dell’Asl, in viale Virgilio. “La situazione della sanità tarantina – afferma il segretario provinciale Paolo Peluso – meritava di essere approfondita immediatamente, mentre siamo ancora in attesa di una convocazione da parte dell’Azienda sanitaria di Taranto a cui all’indomani della tragica scomparsa del medico del Giannuzzi di Manduria, avevano chiesto di far presto. Per questo credo che si debba passare alla mobilitazione per evitare che la condizione di allarme che vive il bisogno di salute del territorio, possa pian piano scomparire dai radar”. “Pronti alla mobilitazione in assenza di risposte”, sottolineano il segretario generale Uil Fpl Emiliano Messina e Cosimo Lodeserto e Nicola Amati per la Uil Fpl Medici, scrivendo al direttore generale dell’Asl di Taranto Gregorio Colacicco e ribadendo la richiesta di “un incontro urgente sulle condizioni di lavoro e sui turni di servizio del personale“. L’acquisizione degli atti, a quanto si apprende, fa parte di verifiche preliminari avviate dai carabinieri su richiesta della Procura di Taranto, che sta vagliando la vicenda. Al momento, però, precisano fonti vicine alle indagini, non è stato aperto alcun fascicolo né formalizzata una ipotesi di reato.

Oggi i funerali a Sava. L'ultimo turno di lavoro del medico e la rabbia dei colleghi e dei sindacati. La Redazione de la Voce di Manduria, venerdì 22 luglio 2022.

Si terranno oggi pomeriggio alle 17 nella chiesa Sacra Famiglia di Sava, suo comune di origine, i funerali di Giovanni Buccoliero, medico internista dell’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria stroncato ieri mattina da un arresto cardiaco mentre lavorava. La salma è stata portata ieri nella casa in contrada Cardinale dove il professionista viveva. La tragedia ieri mattini dopo le 8,30.

Era appena entrato in una stanza di degenza del suo reparto di medicina e come tutte le mattine aveva iniziato a fare il giro visite stanza per stanza. Ha detto agli altri di iniziare senza di lui perché doveva andare in bagno da dove non è più tornato. Giovanni Buccoliero, 61 anni, medico internista di ruolo, lo hanno trovato per terra, morto, rannicchiato nel piccolo ambiente con il rubinetto d’acqua aperto. Non respirava, era rimasto lì con il cuore fermo per alcuni minuti, troppi per sperare in una ripresa.

Non tornava così uno degli infermieri si è avvicinato alla porta del bagno ed ha provato a chiamarlo senza ricevere risposta. Dall’altra parte solo lo scroscio continuo dell’acqua. È stato questo ad insospettire i sanitari che hanno deciso di abbattere la porta temendo il peggio. Le manovre di soccorso sono iniziate immediatamente ma senza successo. Il massaggio cardiaco durato quasi un’ora e i farmaci non hanno dato esito, nemmeno gli anestesisti della rianimazione, intervenuto anche loro, hanno potuto fare niente per ridargli la vita. Un arresto cardiorespiratorio fatale, diranno i suoi colleghi che si sono dovuti arrendere tra lo choc e la rabbia, perché sin da subito si è pensato allo stress a cui tutto il personale del Giannuzzi è sottoposto per colmare le carenze dell’organico. C’era chi piangeva e chi lo faceva imprecando contro un sistema «che ci spreme come limoni».  

Il dottor Buccoliero era un veterano della medicina. Specialista in oncologia era stato assunto di ruolo più di 25 anni fa e da allora non si era più spostato dal suo reparto. Attaccatissimo al lavoro, erano più le ore in cui indossava la divisa che gli abiti civili. I suoi colleghi confermano il suo stacanovismo: «non si tirava indietro mai», dicono di lui che oltre ad assicurar ei turni di servizio nel suo reparto di medicina, copriva anche le guardie notturne interdivisionali e, da questo mese, anche nel pronto soccorso. Buccoliero era uno dei sanitari «invitati» dalla direzione medica a fare da tappabuchi coprendo i turni scoperti del servizio di accettazione del Giannuzzi rimasto senza personale. Dall’inizio del mese il suo nome ha coperto cinque turni vuoto in pronto soccorso. Non ci sono conferme ufficiali ma le voci che circolavano ieri negli ambienti del Giannuzzi parlavano di un turno di 24 ore senza interruzione. Dopo le 12 ore in pronto soccorso martedì notte sarebbe rimasto in ospedale per le dodici ore successive, poi era tornato a casa e ieri mattina alle 8 aveva nuovamente timbrato il badge magnetico per l’ultima volta.

Affabilissimo e disponibile con tutti, era conosciuto anche per la sua pacatezza d’animo, mai un eccesso, mai un comportamento esuberante. «La mia famiglia è la medicina», diceva spesso alle persone che lavoravano con lui. Con l’equipe della medicina aveva affrontato la gestione dell’ospedale Covid dello scorso anno ed anche adesso seguiva i sette posti letto, sempre pieni, dedicati all’infezione virale che non accenna a fermarsi.

Per tutta la giornata di ieri la camera mortuaria dell’ospedale manduriano è stata un via vai di dipendenti che hanno reso omaggio alla salma. Ieri pomeriggio il carro funebre lo ha prelevato e lo ha portato nella sua casa a Sava dove oggi pomeriggio alle 17 ci saranno i funerali con rito nella chiesa della Sacra Famiglia. Buccoliero era sposato ed aveva tre figli maschi.

Le reazioni dei sindacati e della politica

Il segretario della Cgil di Taranto, Paolo Peluso lo definisce come «uno scenario bellico» il contesto in cui ieri si è consumata la tragedia all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria dove il medico Giovanni Boccoliero è stato stroncato da un arresto cardiaco mentre visitava i suoi pazienti. Il sindacalista parla di «medici al fronte che allo stremo delle loro forze pagano ancora con la vita e con la compressione dei loro diritti, una politica scellerata di tagli e precariato in sanità e così un cittadino, un medico, stressato, stanco, e impossibilitato a riposare, andare in ferie, chiedere un congedo parentale, costretto a turni massacranti, fa male a se stesso, come è accaduto a Manduria e potenzialmente rischia di far male ad altri». Il segretario Peluso si rivolge poi a chi ha competenze per agire in fretta «prima che su quel terreno si registrino ancora perdite o inefficienze».

In attesa di nuove e indispensabili assunzioni, la Cgil ionica chiede con urgenza proposte e idee praticabili alla direzione generale dell’Asl di Taranto avvertendo che «se non ci sarà dialogo, ci sarà mobilitazione».

Anche la Uil Funzione Pubblica tarantina esprime sgomento per la morte del medico «venuto a mancare improvvisamente in servizio dopo un turno estenuante di lavoro di 24 ore». Ieri stesso la Uil sanità ha formalizzato una richiesta di incontro alla direzione generale sulle condizioni di lavoro e sui turni di servizio del personale del comparto e della dirigenza sanitaria.

L’ex sindaco di Sava, Dario Iaia, ora consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia, ha appreso con sgomento la terribile notizia del concittadino morto. «Con tutta l’amministrazione esprimiamo profondo e sentito cordoglio alla famiglia Boccoliero e siamo vicini al loro dolore», dichiara Iaia. Che evita di entrare nel merito delle possibili cause o concause del decesso. «Non è il momento delle polemiche ma del dovuto rispetto per il lutto che ha colpito questa famiglia. Tuttavia – aggiunge -, in seguito dovrà essere affrontata una volta per tutte la questione del massacro della sanità pugliese e delle pessime condizioni di lavoro in cui sono costretti i nostri sanitari».

Molto più duro il commento dell'ex consigliere regionale e coordinatore regionale di Italexit, Mario Conca. «La direzione sanitaria del Giannuzzi e quelle di tutti gli altri ospedali - dice - non avrebbe dovuto sottoporre i suoi operatori a tale stress visto che i reparti sono sotto organico, ma purtroppo sono prone alle direzioni generali al servizio della politica clientelare regionale».

Per questa mattina la direzione generale della Asl incontrerà i vertici sanitari del presidio manduriano per discutere la scottante situazione che rischia di esplodere da un momento all’altro. L’incontro era stato già convocato ma la tragedia di ieri sarà come benzina sul fuoco negli animi esasperati dei camici bianchi. Il pronto soccorso del Giannuzzi è attualmente affidato a cinque medici che oltre a dover rinunciare alle ferie non riescono a coprire tutti i turni. Attualmente l’emergenza riguarda anche gli infermieri e gli operatori socio sanitari decimati da un focolaio di Covid che ha colpito contemporaneamente sette unità. Oltre alle urgenze, il personale del pronto soccorso gestisce anche un reparto Covid con sette posti costantemente occupati. N.Din.

Ambulanze, violenze contro gli operatori sanitari: a Milano aggrediti sei su dieci. Arrivano le «bodycam». Stefania Chiale su Il Corriere della Sera il 22 Luglio 2022.

In due anni aggressioni raddoppiate. I dispositivi sul petto del personale collegati direttamente a Areu e polizia. «Investimento di 1,5 milioni di euro: accorciamo anche i tempi di diagnosi»

Più di sei operatori sanitari su dieci hanno subito un atto di violenza nella loro vita mentre erano in servizio su un’ambulanza. Nel 2020 erano tre su dieci. I casi in Lombardia sono raddoppiati in due anni, passando dai 33 del 2019 ai 45 del 2021, ai 28 del primo semestre di quest’anno, al termine del quale si stima di superare i 60 episodi.

L’emergenza

Per questo la Regione, prima in Italia ad assicurare gli operatori di ambulanza con questo sistema, ha stanziato un milione e 500 mila euro per l’acquisto e l’installazione entro l’inizio del 2023 di 850 tra dashcam, le telecamere sui mezzi di soccorso, e bodycam. Un dispositivo — quest’ultimo — posto sul petto dell’operatore e collegato direttamente alla centrale Areu (l’agenzia regionale emergenza urgenza) e alla polizia.

Da un mese si sta sperimentando il servizio, presentato ieri dal presidente Attilio Fontana, dalla vicepresidente e assessora al Welfare Letizia Moratti, dall’assessore regionale alla Sicurezza, Riccardo De Corato, e dal direttore generale di Areu Alberto Zoli, con 16 telecamere attive nella zona più critica in Lombardia per incidenza di casi di aggressione, l’area metropolitana di Milano. Dove si pensa che si possa arrivare a una cinquantina di casi entro fine anno.

Il funzionamento

La bodycam, già fornita a tutti gli operatori delle polizie locali, è in stand by: con un doppio clic sul dispositivo il personale di Areu attiva la telecamera che viene vista direttamente dalla centrale operativa. L’obiettivo: tutelare gli operatori e garantire un più rapido intervento delle forze dell’ordine qualora ce ne fosse bisogno. Non solo: anche «rafforzare il supporto e la cura nelle situazioni di emergenza — spiega Zoli —: l’invio di queste immagini alla centrale Areu, oltre a rispondere a un’esigenza di sicurezza degli operatori, consentirà sempre meglio di mettere in contatto i medici e gli infermieri delle ambulanze con la centrale e individuare più velocemente le necessarie terapie da somministrare già nell’autoambulanza».

Gli obiettivi

«Dal 2020 abbiamo visto un raddoppio delle aggressioni e degli atti di violenza nei confronti degli operatori sanitari a bordo delle ambulanze e delle auto mediche — dice l’assessora Letizia Moratti —, passando in due anni dal 30 per cento degli operatori aggrediti almeno una volta nella vita al 60 per cento. Questo bando darà sicurezza a un lavoro già estremamente impegnativo: un’integrazione virtuosa tra sicurezza e sanità».

È un progetto, sottolinea il governatore Attilio Fontana, che «va nella direzione di tutelare gli operatori sanitari che tutti i giorni si trovano ad intervenire in differenti e difficili contesti sul campo. Le videocamere fisse e le bodycam — conclude il presidente della Regione — avranno infatti un duplice ruolo: non solo di documentazione di episodi di aggressione, ma anche di prevenzione e di dissuasione da eventuali comportamenti violenti».

La Regione Lombardia, conclude l’assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato «è particolarmente attenta alla sicurezza del personale — spiega —. Si tratta di somme significative messe a tutela di cittadini e operatori sanitari».

Fulvio Bufi per il “Corriere della Sera” il 21 luglio 2022.

I pazienti che martedì mattina erano prenotati per essere sottoposti a terapia presso il Day Hospital del dipartimento di Oncologia del Policlinico universitario di Napoli hanno trovato attaccati sul vetro della sala d'attesa due messaggi stampati su fogli A4. 

Sul primo era scritto: «Si comunica ai pazienti che è severamente vietato domandare quante persone ci sono in lista prima del proprio turno di visita». E sull'altro: «Inoltre si fa presente che l'orario di visita scritto sulla prenotazione non ha valore e non sarà rispettato», con tanto di sottolineatura dell'ultima frase, da «non ha valore» in poi. 

Nient' altro su nessuno dei due fogli. Né un timbro o un numero di protocollo, una firma o qualunque altra cosa che potesse indicare da chi provenivano quei messaggi. A tutti gli effetti anonimi. 

E anche destinati a vita breve. Perché qualche giorno dopo la loro comparsa, il direttore del dipartimento, il professor Sabino De Placido, è stato informato di quei due strani messaggi e dopo essere andato nella sala d'attesa per verificare di persona, li ha fatti rimuovere. 

«Sinceramente non ricordo nemmeno chi mi ha avvertito, ma quello che posso affermare con assoluta certezza è che quei messaggi non sono una iniziativa del Policlinico. Non so chi li abbia appiccicati alla vetrata né perché lo abbia fatto. Ma certamente non è opera della nostra struttura. Ci mancherebbe che ci rivolgessimo così ai nostri pazienti». 

Il contenuto di quei due messaggi (già riferito martedì dal sito repubblica.it ) ha colpito molto il mondo dei social, dove la foto - che qualcuno ha fatto in tempo a scattare prima della rimozione dei fogli - è circolata parecchio. 

«E devo dire - aggiunge il direttore del dipartimento di Oncologia - che tutto questo mi dispiace moltissimo e mi avvilisce. Ma come si fa a prendere in considerazione messaggi come quelli? Chi può credere che una struttura come il Policlinico possa rendere pubblico un avviso con un messaggio anonimo attaccato su un vetro? E questo soltanto per rimanere alla forma. I contenuti, poi, sono la negazione di qualunque principio della medicina. La comunicazione con il paziente è una delle basi della nostra professione, e noi ai nostri pazienti diamo tutte le informazioni di cui hanno bisogno e diritto». 

Eppure lo stesso professor De Placido quando ha letto quei messaggi qualche dubbio deve averlo avuto. È lui stesso, infatti, a spiegare di aver parlato con tutti i suoi collaboratori per cercare di capire la provenienza di quei due fogli. 

«E anche perché mi sono mosso in questo senso, mi sento di escludere del tutto che dietro questa storia possa esserci qualche appartenente al dipartimento. In quella sala ci passano cento se non centocinquanta persone ogni giorno. Chiunque può aver attaccato quei fogli. Che comunque, ripeto, non esprimono nemmeno lontanamente quello che è il nostro modo di rapportarci ai pazienti. Altro sinceramente non voglio aggiungere. Certo non andrò alla polizia a sporgere denuncia perché mi sembrerebbe assurdo per due fogli anonimi».

Il Day Hospital del dipartimento di Oncologia del Policlinico universitario fissa le prenotazioni dei pazienti in base a due ampie fasce orarie: 8-14 e 14-20. Poi i pazienti vengono gestiti di volta in volta in base alla terapia alla quale devono essere sottoposti. Il dato forse più indicativo del rapporto tra chi cura e chi è in cura in quel dipartimento è dato dalle opinioni espresse e firmate dagli stessi pazienti sul sito del policlinico. 

La valutazione media è 3,5 su 5 , e tra «competenza», «assistenza», «pulizia» e «servizi», la voce che raccoglie il punteggio più basso (3) è «assistenza». «A noi però non risultano particolari criticità», spiega il presidente della sezione napoletana del Tribunale dei diritti del malato, il dottor Carmine Cavaliere. «Sia chiaro - aggiunge - dal mio osservatorio in più di trent' anni ne ho visite tante che non mi meraviglierei di nulla. Ma segnalazioni su quel dipartimento non ne abbiamo».

Giuseppe Del Bello per “la Repubblica” il 20 luglio 2022.

«Basta guardarsi attorno, stiamo messi male. Uno addosso all'altro, con gli infermieri che fanno lo slalom pure per attaccarci una flebo. E adesso, con la temperatura che continua a salire, sta aumentando anche l'afflusso di pazienti: infarti, collassi e gastroenteriti». 

Parla con un filo di voce Giuseppe Falco, il pensionato 67enne ricoverato al Cardarelli, in quello stesso ospedale dove ha lavorato come operatore socio- sanitario. Sgrana gli occhi prima di inspirare tutto il fiato possibile. 

«Ho una polmonite batterica, non Covid ma conseguenza delle sudate di una settimana fa». Poche parole e poi si ferma. Sospira, e riattacca: «Appena arrivato mi hanno visitato e, subito dopo, spostato sulla barella, ci sono rimasto per quasi 48 ore prima di ricoverarmi nell'Obi, l'Osservazione breve. Uno strazio, anche per fare pipì bisogna spostarsi nella sala dei "codice gialli" dedicata ai malati di media gravità. I medici fanno l'impossibile, ma i pazienti che pure sono tanti, sopravvivono nell'incertezza e in una condizione di disperato abbandono».

Giuseppe in pronto soccorso non ci voleva venire, sapeva che sarebbe finito in un girone infernale, «ma - aggiunge - non ero in grado di gestire la situazione, a casa e sopraffatto dall'affanno». 

A raccontare quell'inferno sono le immagini che descrivono meglio delle parole cosa significhi stazionare per ore e ore, talvolta intere giornate, su quelle "lettighe automatizzate", come eufemisticamente vengono definite. Di privacy neanche a parlarne, piazzati a ridosso di una colonna o della parete, uomini e donne costretti a condividere la promiscuità di spazi inventati, si lamentano solo via-cellulare con i familiari. Cercano solidarietà tra di loro.

Ad Assunta, casalinga dell'hinterland, hanno diagnosticato una colica renale, ma deve fare l'ecografia per averne conferma: «Sono in attesa, ma non riesco a parlare con nessuno, i medici corrono da una parte e all'altra, e come li fermi? Le mie cose, comprese le scarpe, ho dovuto piazzarle sulla barella». 

Le medicherie non erano sufficienti e così lo stesso salone di accesso è diventato un unico enorme pronto soccorso, luogo indefinito, non parametrato alle esigenze assistenziali. L'infermiere fa una smorfia, e dice: «Qui mancano perfino le bocchette dell'ossigeno, perciò si sono riviste in giro le vecchie bombole. I servizi igienici sono solo tre, se si esclude il bagno per i degenti dell'area Covid». 

Ieri mattina si contavano oltre 100 barelle, distribuite ovunque. Giovanni, 43 anni, è approdato al Cardarelli con una colica addominale. La sua lettiga è sistemata affianco a quella di un'anziana donna con le caviglie gonfie e problemi circolatori che, dice lui, «non mi ha fatto chiudere occhio. Ma poverina, si sente sola e ha paura di finire lì, senza neanche il conforto della figlia ».

Timore legittimo, solo qualche mese fa un altro ricoverato è morto nel bagno, nessuno se n'era accorto. La foto di quel corpo esanime fece il giro del web. Il sovraffollamento del Cardarelli è ormai a un punto di non ritorno. 

Quasi ogni giorno il responsabile del "Bed management" inoltra lo stesso comunicato alla Centrale operativa del 118. L'ultimo, ieri mattina: "Configurandosi di fatto la saturazione della capacità ricettiva si rappresenta l'indicazione di evitare l'afferenza a questa struttura". Vuol dire blocco dei ricoveri e accesso limitato ai soli pazienti gravi. Ancora.

Il Covid dispone, da inizio pandemia, di un padiglione dedicato che ospita più di 30 positivi. E lì dentro, il caldo si sente eccome, con la colonnina di mercurio che ieri a Napoli segnava 35 gradi. Ma l'impianto è malfunzionante e l'amministrazione è corsa ai ripari con i condizionatori di un tempo, quei "pinguini" che espellono l'aria calda da un tubo che fuoriesce dalla finestra. 

Carlo (nome di fantasia), infermiere nella palazzina: «Il personale in servizio nel reparto Covid indossa la tuta di biocontenimento obbligatoria. Per non parlare degli operatori della diagnostica radiologica e interventistica: per loro c'è da aggiungere il camice piombato per proteggersi dalle radiazioni, un supplizio».

Antonella Gasparini per corrieredelveneto.corriere.it il 19 luglio 2022.

È morta un’ora dopo essere entrata al Pronto soccorso dell’ospedale di Chioggia, dove si era recata domenica, il 17 luglio, per farsi visitare perché da giorni non si sentiva bene. Per Federica Fabbris, 37 anni, i medici invece non hanno potuto fare niente. 

La donna è deceduta in struttura mentre gli amici e il compagno attendevano sue notizie aspettando fuori dall’ospedale per capire cosa le fosse successo e come aiutarla. Ma di lei non hanno saputo più niente, finché non si sono recati di persona a verificare all’interno della struttura. E una volta lì sono stati messi al corrente della tragedia. Federica era morta. 

E ora proprio su impulso dei sanitari dell’Usl 3, che hanno provato a soccorrerla subito, senza risultati, è stata disposto un riscontro diagnostico, quindi una sorta di autopsia, per chiarire le cause di un decesso che attualmente non trova spiegazione. L’esame si svolgerà oggi, martedì 19 luglio. 

Visitata tre volte

Prima di domenica, la giovane donna era andata altre due volte in pronto soccorso. Una prima volta una settimana fa, per dei dolori al collo e alla schiena; ma sarebbe stata rimandata a casa dopo alcune iniezioni. Nei giorni successivi aveva poi accusato fitte allo stomaco e quindi, sabato, si era recata nuovamente al pronto soccorso dove, dopo alcuni esami del sangue, era stata nuovamente dimessa. 

Durante gli accessi era anche stata sottoposta a tamponi anti-Covid che hanno sempre dato esito negativo. Federica Fabbris, che aveva lavorato al Trony e da qualche tempo era impiegata alla Carrozzeria Fiume; prima aveva anche lavorato per una decina d’anni come estetista. 

Conosciuta come una persona disponibile e una lavoratrice, da qualche anno era andata a vivere con il compagno al quartiere Tombola di Chioggia. Numerosi i messaggi di affetto e cordoglio comparsi in Facebook, da quando si è diffusa la notizia della sua morte. 

«Oggi è venuta a mancare un’amica, una di quelle solari e sempre pronta a darti una buona parola e a spronarti quando eri in difficoltà. Manchi già un botto», scrive Micol De Grandis. «Fe Fe, perché così ti chiamavo, sapere ora che non ci sei più.. Non riesco ancora a crederci. Cara amica veglia per noi da lassù», la ricorda invece l’amico Marco Lando. Gli amici stanno pensando di ricordarla con una fiaccolata.

La nota dell’Usl

«L’Usl 3 è vicina nel lutto alla famiglia — afferma l’azienda sanitaria — e mentre attende l’esito del riscontro diagnostico, doveroso per le modalità in cui è avvenuto il decesso, attraverso la direzione dell’ospedale ha avviato ogni verifica sull’assistenza offerta alla paziente, per assicurarsi della corretta gestione del caso». La donna lascia la famiglia, i tanti amici e il compagno. Le esequie verranno organizzate dopo l’esito degli esami disposti dall’Usl 3. 

Lara Sirignano per corriere.it il 13 luglio 2022.

Avrebbe ucciso per vendetta nei confronti dell’ospedale Cannizzaro di Catania che lo aveva trasferito in un reparto a lui sgradito l’infermiere catanese Vincenzo Villani Conti, che tra il 2020 e il 2021, avrebbe assassinato due pazienti affidate alle sue cure. I pm, che ne hanno chiesto l’arresto, lo accusano di omicidio premeditato pluriaggravato. Le vittime, una donna di 80 anni e una di 65, non erano in fase terminale ed erano ricoverate per patologie non gravi. Conti le avrebbe «scelte» casualmente e le avrebbe uccise somministrando loro farmaci assolutamente controindicati viste le loro condizioni di salute. 

La Mobile di Catania, coordinata da Antonio Sfameni, è arrivata a ricostruire la folle storia grazie alla denuncia di due psicologi presso i quali Conti era in cura che hanno segnalato sospetti sulle intenzioni del paziente. 

Dopo la segnalazione degli psicologi sono state avviate le indagini. Conti è stato intercettato per mesi e, sulla base delle circostanze riferite dai due medici, è stata disposta la riesumazione dei corpi delle due donne, entrambe trovate morte alla fine del turno di notte dell’infermiere. Sui corpi sono state scoperte tracce di diazepam, farmaco che non era stato prescritto dai medici e non era segnato in cartella clinica e che Conti si sarebbe procurato sottraendolo all’ospedale.

Le morti risalgono al dicembre del 2020 e al gennaio del 2021. Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip di Catania scrive che Conti avrebbe ucciso «per la frustrazione provata dopo il trasferimento nel reparto di Chirurgia, trasferimento vissuto come una regressione professionale».

La testimonianza. Così hanno lasciato morire mia madre, uccisa dalla strafottenza. Claudia Fusani su Il Riformista il 7 Luglio 2022 

Ipocrisia e indifferenza sono tra i mali peggiori di questi nostri tempi già così difficili. Peggiori anche dell’incapacità. E della disonestà. Questa storia ha due parole chiave: ipocrisia e dignità. Quante volte da cronista parlamentare ho assistito a battaglie contro l’ipocrisia e nel nome della dignità? Tante volte l’ipocrisia ha vinto sulla dignità. Sul fine vita blocchiamo tutto da decenni in nome della sacralità dell’ultimo respiro che deve essere, per l’appunto, rispettato. Ho visto con i miei occhi come “si rispetta” l’ultimo respiro.

Mia madre era una ragazza di “100 anni meno 3” come la chiamavo io. Una ragazza che “per appena due mesi”, diceva lei, non riuscì a votare per la Repubblica nel 1946: quando lo ricordava si emozionava. Era una “ragazza” con la grande fortuna di non aver fatto un solo giorno di ospedale fino a quel maledetto 9 maggio, quando la mattina si alza, va in cucina a farsi un tè e cade. Femore rotto. L’operazione va bene e il 20 maggio lascia il Cto, dove è seguita benissimo, per il periodo riabilitativo al Don Gnocchi di Firenze, centro di eccellenza per questo tipo di degenza. Il recupero, seppure lento, c’è. Le dimissioni sono programmate per mercoledì 8 giugno. La mamma invece non tornerà a casa. Muore per infezioni nosocomiali, cioè ospedaliere, il 12 giugno. Muore dopo 27 ore passate in una barella di Pronto soccorso dell’ospedale Torregalli, contiguo al centro Don Gnocchi. Io non contesto che 96 anni, quasi 97, possano essere il tempo “giusto” per salutare questo mondo. Contesto che questo accada in una barella di un pronto soccorso dove il personale sanitario è arrogante e strafottente. Peggio, indifferente. Tranne uno: l’infermiere Davide, un giovane che ringrazio qui per aver mostrato in quel contesto un po’ di pietà.

Cosa succede tra il 20 maggio e l’11 giugno è presto detto. Fino al 2 giugno le cose procedono benino anche se lei non ne vuole sapere di stare lì: “Portami a casa”, implora, ma i medici mi spiegano che rimetterla in piedi presto a quell’età è fondamentale. Dunque, “porta pazienza, mamma, cammina, ritrova le forze e poi andiamo a casa”. Dove dal giorno 9 giugno sarebbe stata seguita da una fisioterapista per completare la rieducazione e ridare sicurezza a due gambe lunghe e magre come quelle di un puledro appena nato. Il 2 giugno, giovedì, inizia un lungo e, posso dire, maledetto ponte estivo. Il Don Gnocchi si svuota. Restano poche infermiere e qualche operatore. Il caldo è già soffocante. Qualche giorno prima avevo notato che le gambe della mamma erano gonfie. Ne avevo parlato con la dottoressa che la seguiva (ovviamente al telefono perché, causa Covid, i sanitari non incontrano i familiari dei pazienti). Aveva concordato che erano gonfie e deciso per un “bendaggio leggero”. Giovedì mi sembra che la mamma sia più stanca e svogliata. Chiedo di nuovo di un