Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

L’AMMINISTRAZIONE

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

INDICE PRIMA PARTE

 

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Insicurezza.

La Burocrazia.

La malapianta della Spazzacorrotti.

 

INDICE SECONDA PARTE

Il Ponte sull’Italia.

La Sicurezza: Viabilità e Trasporti.

La Strage del Mottarone.

Il Mose.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Disuguaglianza.

I Bonus.

Il Salario Minimo.

Il Reddito di Cittadinanza.

Quelli che…meglio poveri.

Quelli che …dei call-center.

Il Lavoro Occasionale.

Le Pensioni.

L’Assistenza ai non autosufficienti.

Gli affari sulle malattie.

Martiri del Lavoro.

Il Valore di una Vita: il Capitale Umano.

Manovre di primo soccorso: Il vero; il Falso.

L'attività fisica allunga la vita.

La Sindrome di Turner.

Il Sonno.

Attenti a quei farmaci.

Le malattie più temute.

Il Dolore.

I Trapianti.

Il Tumore.

L’Ictus.

Fibromialgia, Endometriosi, Vulvodinia: patologie diffuse ed invisibili.

La Sla, sclerosi laterale amiotrofica.

La Sclerosi Multipla.

Il Cuore.

I Polmoni.

I calcoli renali.

La Prostata.

L'incontinenza urinaria.

La Tiroide.

L’Anemia.

Il Diabete.

Vampate di calore.

Mancanza di Sodio.

L’Asma.

Le Spine.

La Calvizie.

Il Prurito.

Le Occhiaie.

La Vista.

La Lacrimazione.

La Dermatite. 

L’ Herpes.

I Denti.

L’Osteoporosi.

La Lombalgia.

La Sarcopenia.

La fascite plantare.

Il Parkinson.

La Senilità.

Depressione ed Esaurimento (Stress).

La Sordità.

L’Acufene.

La Prosopagnosia.

L’Epilessia.

L’Autismo.

L’Afasia.

La disnomia.

Dislessia, disgrafia, disortografia o discalculia.

La Balbuzie.

L’Insonnia.

I Mal di Testa.

La Gastrite.

La Flatulenza.

La Pancetta.

La Dieta.

Il Ritocchino.

L’Anoressia.

L’Alcolismo.

L’Ipotermia.

Malattie sessualmente trasmesse.

Il Parto.

La Cucitura.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Covid ed il Fallimento del Sistema Sanitario Nazionale.

L'Endemia. L’Epidemia. La Pandemia.

Le Epidemie.

Virus, batteri, funghi.

L’Inquinamento atmosferico.

HIV: (il virus che provoca l'Aids).

L’Influenza.

La Sars-CoV-2 e le sue varianti.

Alle origini del Covid-19.

Le Fake News.

Morti per…Morti con…

Il Contagio.

Long Covid.

Da ricordare… 

Protocolli sbagliati.

Io Denuncio…

I Tamponati…

Le Mascherine.

Gli Esperti.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

IL COGLIONAVIRUS. (Ho scritto un saggio dedicato)

Vaccini e Cure.

Succede in Svezia.

Succede in Inghilterra.

Succede in Germania.

Succede in Cina.

Succede in Corea del Nord.

Succede in Africa.

Il Green Pass e le Quarantene.

Chi sono i No Vax?

Gli irresponsabili.

Covid e Dad.

Il costo.

Le Speculazioni.

Gli arricchiti del Covid.

Covid: Malattia Professionale.

La Missione Russa.

Il Vaiolo delle scimmie.

Il virus del Nilo occidentale (West Nile virus, in inglese). 

Gli altri Virus.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI. (Ho scritto un saggio dedicato)

 

 

 

L’AMMINISTRAZIONE

PRIMA PARTE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        L’Insicurezza.

Pungono le persone sulla schiena con la siringa: è allarme needle spiking. La vittima era china sulla sua bicicletta quando uno sconosciuto l'ha punta con una siringa per poi allontanarsi. Per la donna è iniziato un incubo. Federico Garau il 22 Dicembre 2022 su Il Giornale.

È allarme a Roma dopo la denuncia di una donna di 40 anni, raggiunta per strada e punta con una siringa da un perfetto sconosciuto. Da quel momento per la vittima è iniziato un vero e proprio incubo. Gli inquirenti stanno lavorando per arrivare al responsabile.

"All'improvviso ho sentito una puntura"

L'episodio nella giornata di ieri, mercoledì 21 dicembre, in pieno centro a Roma, in via Brunetti. La donna stava togliendo la catena alla bici quando si è sentita pungere da qualcosa di molto piccolo che inizialmente non è riuscita a identificare. Alzato lo sguardo, ha visto un uomo, che si è subito allontanato.

Passato un primo istante di choc, la vittima ha compreso di essere stata punta da una piccola siringa, oppure da un ago. Malgrado il terrore, è salita in bici per seguire il soggetto che l'aveva aggredita. "Mi sono spaventata e sono rimasta impietrita, avevo paura che potesse farmi del male, però l'ho seguito con lo sguardo. Lui ha continuato ad andare avanti compiendo atti di vandalismo lungo la via. Appena mi sono ripresa sono salita sulla bici e l'ho seguito, sono riuscita a riprenderlo, lui mi ha visto e si è dileguato tra la folla", racconta la donna a Repubblica.

Compresa la gravità della situazione, la 40enne, madre di due bambine, è immediatamente corsa al pronto soccorso dell'ospedale Spallanzani, dove sono state attivate tutte le procedure del caso. "Sono fortunata perché non è uscito sangue, anche se la parte dove sono stata punta si è gonfiata. Ora dovrò comunque sottopormi ai test per hiv ed epatite", spiega la donna. "È stato veramente un trauma, ieri piangevo ed ero disperata ma sporgerò denuncia perché la stessa cosa potrebbe capitare a chiunque, anche a qualche bambino", aggiunge.

La denuncia alle forze dell'ordine

La 40enne ha effettivamente informato dell'episodio i carabinieri. Fondamentale il suo video in cui è ripreso l'aggressore, un uomo dai capelli rasati che indossa uno smanicato nero su una felpa beige e dei pantaloni chiari. Ai militari la donna ha raccontato di essersi chinata sulla propria bici per rimuovere la catena. Il movimento ha fatto sollevare i suoi indumenti, scoprendole parte della schiena, e proprio sulla schina ha ricevuto la puntura di siringa.

Il filmato è stato consegnato ai carabinieri, che si sono attivati per rintracciare il responsabile. La speranza è che in ogni caso si tratti di un gesto isolato. Quanto accaduto alla 40enne fa pensare al needle spiking, un fenomeno registrato in parecchie città dell'Europa. Capita spesso nelle zone della movida: il malintenzionato usa aghi e siringhe infette o contenenti droghe per pungere le vittime, spesso donne.

Casi del genere sono stati denunciati in Spagna, Francia e Inghilterra. L'allerta è massima. 

Da open.online il 22 Dicembre 2022

Roma, Via Brunetti, intorno a mezzogiorno di ieri. Lo sguardo calato per togliere la catena dalla bicicletta. Ed è lì che l’uomo ha colpito. «Mi si è alzata la giacca sulla schiena – ha denunciato una donna di 40 anni all’AdnKronos, ripreso da la Repubblica – All’improvviso ho sentito una puntura. Non so cosa fosse esattamente, forse una piccola siringa ma sono certa che fosse un ago. Ho alzato lo sguardo e ho visto un uomo allontanarsi». 

Non è chiaro il movente, ma il caso ricorda molto il needle spiking, il fenomeno delle iniezioni a tradimento che durante questa estate ha colpito centinaia di giovani mentre partecipavano a feste in Spagna e Francia. La donna ha denunciato il fatto ai carabinieri a San Lorenzo in Lucina.

«Quello che mi è successo è sconvolgente», dice la donna, madre di due figlie. «Mi sono spaventata e sono rimasta impietrita, avevo paura che potesse farmi del male, però l’ho seguito con lo sguardo», racconta. «Lui ha continuato ad andare avanti compiendo atti di vandalismo lungo la via. Appena mi sono ripresa sono salita sulla bici e l’ho seguito, sono riuscita a riprenderlo, lui mi ha visto e si è dileguato tra la folla», spiega la donna. 

Nel video da lei girato dalla donna e in quelli delle telecamere di sicurezza della zona – che al momento non vengono diffusi – si vede un uomo con una cresta a spazzola, rasata ai lati, che si allontana indossando uno smanicato nero su una felpa beige e un pantalone di colore chiaro. «Subito dopo sono andata allo Spallanzani», continua la donna, spiegando di essere «fortunata perché non è uscito sangue, anche se la parte dove sono stata punta si è gonfiata». «Ora dovrò comunque sottopormi ai test per hiv ed epatite. È stato veramente un trauma, ieri piangevo ed ero disperata ma sporgerò denuncia perché la stessa cosa potrebbe capitare a chiunque, anche a qualche bambino», racconta la signora.

Il needle spiking è un fenomeno diffuso da anni nei locali notturni del Regno Unito. Ma nel corso di quest’anno pare essersi diffuso in maniera massiccia anche in altri Paesi europei, tra cui Francia e Spagna. Le vittime lamentano sempre la stessa cosa. Mentre ballano e si godono la serata sentono un pizzicore, spesso al braccio, sintomo di un’iniezione a tradimento. Fatta probabilmente per inoculare qualche tipo di sostanza stupefacente che le stordisca e renda l’approccio più semplice.

Le cosiddette «droghe dello stupro». Chi subisce il colpo, nella maggior parte dei casi, riporta sintomi lievi. Come vertigini, nausea e mal di testa. Ma alcuni hanno segnalato anche perdita di memoria, spasmi o paresi muscolari, difficoltà a parlare e a muoversi. Anche chi non ha manifestato particolari sintomi denuncia comunque di aver avvertito dolore e prurito al momento della puntura. E presenta molto spesso un livido nel punto interessato.

Roma, passante punge una 40enne con una siringa: immagini-choc. Libero Quotidiano il 22 dicembre 2022

Sconvolgente a Roma: una 40enne, madre di due bambine, ha denunciato ai carabinieri di essere stata punta da una siringa. La donna ha raccontato di essere stata aggredita in pieno centro da un uomo. Appena dopo l'accaduto, la 40enne sarebbe salita in sella alla sua bicicletta inseguendo l’uomo e realizzando un video che è ora in mano agli inquirenti. Nelle immagini si vede un uomo rasato e con una cresta a spazzola con indosso uno smanicato nero su una felpa beige e un pantalone chiaro. Le indagini si focalizzano sul needle spiking, il fenomeno registrato già in diversi Paesi europei, consiste nel pungere sconosciuti, in particolare donne, con siringhe infette o contenenti droghe. 

"Era mezzogiorno, ero in via Brunetti, mi sono abbassata per togliere la catena alla bicicletta e mi si è alzata la giacca sulla schiena. All’improvviso ho sentito una puntura. Non so cosa fosse esattamente, forse una piccola siringa ma sono certa che fosse un ago. Ho alzato lo sguardo e ho visto un uomo allontanarsi", ha raccontato la signora all'Adnkronos ancora sconvolta. "Quello che mi è successo è sconvolgente. Mi sono spaventata e sono rimasta come impietrita, avevo paura che potesse farmi del male, però l’ho seguito con lo sguardo. Lui ha continuato ad andare avanti compiendo atti di vandalismo lungo la via. Appena mi sono ripresa sono salita sulla bici e l’ho seguito, sono riuscita a riprenderlo, lui mi ha visto e si è dileguato tra la folla". 

La 40enne accorsa subito allo Spallanzani, si dice fortunata: "Non è uscito sangue, anche se la parte dove sono stata punta si è gonfiata. Ora dovrò comunque sottopormi ai test per hiv ed epatite. È stato veramente un trauma, ieri piangevo ed ero disperata ma sporgerò denuncia Rapina a Grinzane Cavour, in un video la reazione del gioielliere: insegue e spara ai banditi. Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 21 dicembre 2022.

Le immagini della sparatoria e della morte di due rapinatori proiettate in Corte d'Assise ad Asti durante il processo. La rabbia dei parenti in aula

Un video di otto minuti che, frame dopo frame, racconta la rapina in gioielleria e l’omicidio di due banditi avvenuti il 28 aprile 2021 a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Il filmato è stato mostrato il 21 dicembre 2022 nel corso della seconda udienza del processo in cui l’orafo Mario Roggero, 67 anni (difeso dall’avvocato Dario Bolognesi), è accusato di omicidio doloso plurimo per aver sparato e ucciso due malviventi, Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino. Un terzo bandito, Alessandro Modica, è stato ferito: l’uomo è riuscito a scappare ed è stato arrestato alcune ore dopo all’ospedale di Savigliano. 

A lungo nei mesi scorsi si era parlato di questo filmato e di come abbia cambiato la narrazione di quella giornata di primavera, trasformandosi poi nell’atto di accusa più forte contro Roggero. Eppure, in molti non erano pronti a vedere quelle immagini e a metabolizzarne la crudeltà. Non lo erano certamente i familiari delle vittime, assistiti dagli avvocati Marino Careglio, Giulia Mondino, Angelo Panza, Giuseppe Caruso e Carla Montarolo. All’inizio sui loro volti c’erano commozione e sofferenza, ma con lo scorrere dei frame si è manifestata la rabbia. «Bastardo», si è percepito tra il pubblico mentre sul monitor compariva la figura del gioielliere che prende a calci in testa Spinelli nei suoi ultimi istanti di vita.

Il video, mostrato dal pm Davide Greco ai giudici della Corte d’Assise di Asti, descrive la sequenza degli eventi a partire dalle 18.45 (nelle immagini l’orario è spostato di un’ora indietro, 17.45), il momento in cui le telecamere di sicurezza della gioielleria inquadrano i rapinatori arrivare a bordo di una Ford Fiesta bianca e parcheggiare in uno stallo sul retro del negozio, in un vicolo di via Garibaldi. I banditi, bardati con un cappello e la mascherina anti-Covid, entrano uno dopo l’altro nel locale. Il primo è Spinelli, che si finge un cliente e chiede che gli vengano mostrati alcuni gioielli. A servirlo è la figlia del titolare, mentre la madre è dietro il secondo bancone. Roggero è nel laboratorio sul retro. Qualche minuto dopo arriva Mazzarino, che estrae un coltello e minaccia le due donne. Infine, Modica con il borsone in cui mettere i gioielli. Sono momenti di tensione. I banditi legano la donna più giovane con fascette da elettricista e puntano la pistola (che poi si rivelerà essere un giocattolo, con tanto di scotch a tenerne insieme i pezzi) contro l’orafo e svuotano la cassaforte. 

Ma sono le sequenze finali, in parte immortalate anche dall’occhio elettronico di un ufficio postale, a restituire la drammaticità e la violenza di cui è impregnata la morte dei rapinatori. Le immagini mostrano i tre uomini che escono dal retro del negozio e si dirigono verso l’auto. Modica si siede al posto di guida, gli altri due cercano di salire dall’altra parte (la vettura ha solo due portiere). Roggero li insegue all’esterno, in mano ha il revolver che fino a pochi istanti prima era nascosto in un cassetto sotto il registratore di cassa. Raggiunge i banditi vicino alla vettura e spara in rapida successione cinque colpi: il primo colpisce lo specchietto retrovisore sinistro, gli altri vengono esplosi (tutti sul lato destro) all’interno della vettura mentre i malviventi braccati cercano di fuggire. Si vede l’auto che improvvisamente ha un sussulto: è il momento in cui Modica viene colpito alla gamba e toglie il piede dalla frizione. Mazzarino, esamine, prova a nascondersi dietro l’auto, ma si accascia a terra e muore. Modica riesce a scendere dalla vettura e fugge. Spinelli, già ferito a morte, cerca a sua volta di scappare. Cade a terra, Roggero lo raggiunge e lo colpisce alla testa e alla schiena con diversi calci. Poi di nuovo gli punta contro la pistola e preme il grilletto, ma a quel punto il tamburo è scarico. Tra il gioielliere e il bandito c’è una breve colluttazione, Spinelli tenta ancora di allontanarsi ma stramazza al suolo in mezzo a via Garibaldi. 

Gabriele Santoro su ANSA il 17 Dicembre 2022.   Una vita passata a dirigere le più importanti orchestre del mondo per regalare con la sua musica quel tocco in più ai film che li rendeva indimenticabili. Decenni di applausi e decine di premi, targhe, medaglie. Che ora però sono nelle mani di sconosciuti ladri, che forse non sanno nemmeno quanta storia hanno dietro, attirati dal metallo lucente più che dal loro significato. 

La casa alle porte di Roma di Riz Ortolani, uno dei più famosi compositori di colonne sonore del cinema italiano, scomparso nel 2014, è stata svaligiata ieri sera. A denunciarlo con un post su Facebook è stata la figlia del musicista, Rizia: "I ladri - scrive - hanno portato via premi in argento ricevuti nel corso della sua carriera. Si tratta di oggetti molto importanti per la famiglia, premi, piatti e medaglie con incisioni e dediche personali sia a lui che a mia madre Katyna Ranieri", anche lei cantante di successo e interprete del brano 'More', con cui Ortolani ottenne un Grammy e una candidatura agli Oscar. "Sono oggetti che non hanno valore commerciale ma affettivo: spero che i ladri li restituiscano".

Una carriera straordinaria, quella di Ortolani, partita dalla sua Pesaro e arrivata in tutto il mondo. Oltre 200 i film che ha musicato: da 'Il Sorpasso' di Dino Risi a 'Fratello sole sorella luna' di Zeffirelli, la lunghissima collaborazione con Pupi Avati, i cult del cinema di genere ('Non si sevizia un paperino'), i polizieschi di Damiano Damiani, i western. Il fan più famoso è forse Quentin Tarantino, che ha utilizzato le sue musiche per 'Kill Bill', 'Bastardi senza gloria' e 'Django Unchained'. E poi gli sceneggiati tv degli anni '60 rimasti nella memoria collettiva: 'La Cittadella', 'David Copperfield', 'La freccia nera'. L'abitazione del musicista si trova ad Aranova, a pochi chilometri dalla Capitale.

"Erano circa le 20 quando l'allarme è scattato subito dopo che l'avevamo inserito - racconta all'ANSA la figlia Rizia - I ladri erano ancora in casa, li abbiamo visti fuggire attraverso la rete di recinzione. Per fortuna non sono riusciti a salire al piano superiore". La famiglia ha sporto denuncia ai carabinieri, e ha provato a fare un primo inventario della refurtiva. Più facile a dirsi. 

Di riconoscimenti, Ortolani ne aveva ricevuti a decine: "C'erano premi in argento con incisioni dedicate a papà e a mamma - aggiunge -. Roba difficile da rivendere o da fondere. Hanno rubato i pezzi di una scacchiera, alcune forchette in argento, dei piatti. Oggetti che racchiudevano l'intera carriera di papà e mamma, dal valore commerciale ridicolo, ma solo un grande valore affettivo. Spero che i ladri possano capire e restituirci quanto rubato".

C'è una medaglia del presidente della Repubblica del 2001, per esempio, una dell'orchestra sinfonica della Rai, delle posate inglesi d'età vittoriana, un grande piatto con la dedica dei suoi musicisti quando lavorava in Messico, nel 1958. Proprio in Messico, due anni prima, aveva sposato Katyna, la mamma di Rizia. Che adesso, in attesa delle indagini dei carabinieri, può solo affidare ai social le foto della refurtiva e un appello: "Massima diffusione".

Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera – ed. Roma” il 17 Dicembre 2022.   

«Sono tre giorni che dormo poco e non mangio, sono scioccata. Non è stato un furto ma un'operazione chirurgica. Ci sono troppe cose strane che non tornano in questa storia». Madalina Ghenea vive ore concitate dopo il furto subito in aeroporto a Fiumicino.

Un trolley da cabina con trenta oggetti preziosi, diamanti, gioielli e non solo. Valore stimato un milione di euro circa. 

Cosa è successo?

«Rientravo da Riad dove avevo partecipato a un evento della prestigiosa rivista Hia.

Ma anziché atterrare a Milano come previsto, 24 ore prima ho cambiato programma per ricevere a Roma il premio Magnifica Award. Viaggio in business class organizzato da Hia con una delle principali compagnie aeree mondiali che includeva l'auto con conducente già riservata all'arrivo. Non gli Ncc comuni, ma uno dedicato e incaricato della presa in consegna del mio trolley. Parcheggio in una piazzola riservata, lontana dall'area taxi». 

Il furto dove è avvenuto?

«In una zona sostanzialmente priva di sorveglianza. La macchina era parcheggiata adiacente al muro e il carrello bloccava l'accesso a terzi. Il trolley era in quel momento caricato dall'autista nel van». 

È stata colta di sorpresa?

«No, anzi, ho tenuto il trolley sotto controllo per tutto il tempo, in quel momento l'autista lo stava caricando nel van. Il ladro si è mosso con tranquillità senza forzature.

Indisturbato» 

Nessuno lo ha visto?

«Io, e gli sono corsa dietro urlando ma a un bivio non sono riuscita poi a capire da che parte sia poi andato o se c'era un complice ad attenderlo».

Perché dice che ci sono stranezze?

«Non voglio accusare l'autista, forse era stanco, distratto, ma anche io ero reduce da 18 ore di viaggio e non mi distraggo mai con oggetti di questo valore». 

Qualcuno l'ha aiutata?

«Ho chiamato il 112 e poi mi hanno aiutato dei calciatori (così mi hanno detto) che erano lì con le loro famiglie. Sono stati gentili. Hanno detto al conducente di non urlare contro di me e mi hanno indicato il posto di polizia per la denuncia. Era quasi in orario di chiusura e ho rifatto tutto il percorso correndo. Dovrebbero esserci le videoriprese». 

E immagini del furto?

«Sembra che l'auto fosse parcheggiata nell'unico punto "cieco" di quello spiazzo, dove il ladro non può essere capitato per caso. Ho presentato denuncia con l'avvocato Ilenja Mehilli e la consulenza della criminologa Roberta Bruzzone, le indagini sono partite». 

Ci sono altri punti oscuri?

«Prima della mia richiesta di cambio di prenotazione la persona che organizzava il viaggio mi ha informato che qualcuno aveva provato a cambiare il mio volo, un cambio non richiesto da me. Come se qualcuno fosse entrato nel sistema a nome mio o volesse controllarmi».

In passato lei ha denunciato un presunto stalker per episodi di varia natura. Pensa a un collegamento?

«Tanti episodi in otto anni circa. Messaggi strani, tentativi di sabotare la mia carriera e la mia immagine Pensavo a situazioni separate, ma mettendole in fila anche con questo furto, viene il sospetto che sia sempre la stessa persona». 

Come sta vivendo emotivamente questo furto?

«Malissimo. Ho pianto fino a terminare le lacrime. Sono dovuta ripartire per Milano per essere alla recita di mia figlia, l'appuntamento a cui tengo di più in assoluto, ma ho avuto paura di risalire in aereo o in treno e sono andata in auto. Ho pensato: "E se mi capita di nuovo? E se avessi raggiunto quel ladro che sarebbe successo?"». 

Viaggia spesso con oggetti di questo valore?

«Per lavoro sono abituata a viaggiare di continuo in Italia e all'estero e sono solita portare con me abiti, gioielli, borse di noti brand ecc. Con alcuni di questi non sono solo brand ambassador ma ho anche curato campagne pubblicitarie con la mia casa di produzione. 

Tutti i brand con cui lavoro sanno della mia attenzione e della mia professionalità e si fidano perché vedono lo scrupolo con cui custodisco le loro creazioni. Ero tranquilla, c'era un uomo ad attendermi allo sbarco per accompagnarmi, tutto era sotto controllo. Almeno così credevo».

Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 16 novembre 2022.

A tradirli sarebbe stata la pistola. L’avevano rubata venti giorni prima a una guardia giurata nel corso di una rapina ad un centro agroalimentare. E un pezzo di quell’arma è stato ritrovato vicino allo scooter che per gli inquirenti sarebbe stato usato nel secondo, tragico agguato: primo agosto scorso, un killer con il casco in testa esplode diversi colpi al bar del Parco, a Pescara; cadono a terra Walter Albi, architetto di 66 anni, e l’ex calciatore Luca Cavallito, 49, seduti al bar in attesa di qualcuno. Il primo viene ucciso, il secondo gravemente ferito. 

Succede ora che per quella sparatoria la Procura di Pescara abbia iscritto nel registro degli indagati tre persone, le stesse accusate della rapina commessa l’11 luglio al Centro agroalimentare di Cepagatti, sulle colline pescaresi, che aveva fruttato un bottino di circa 30 mila euro. Si tratta di Renato Mancini, pregiudicato di 49 anni di Francavilla, Fabio Iervese, quarantatreenne di Civitaquana, e del pescarese Cosimo «Mimmo» Nobile, conosciuto soprattutto per essere uno storico capo ultrà della curva del Pescara ma anche per i suoi precedenti. 

I primi due sono in carcere dal 21 settembre, raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare proprio per la rapina di luglio, rispetto alla quale Nobile risulta solo indagato ed è dunque in libertà. La notizia, anticipata dal Centro, è stata confermata dalla Procura che proprio ieri ha notificato al terzetto una richiesta di incidente probatorio per cristallizzare la prova del dna rinvenuto sui reperti che potrebbero inchiodare il killer. 

Un atto nel quale si ipotizzano l’omicidio e il tentato omicidio. «Per noi è un macigno — ha commentato l’avvocato Franco Perolino, difensore di Mancini —. Ricordo che il mio cliente si era avvalso della facoltà di non rispondere davanti al magistrato che aveva disposto il carcere per la rapina, custodia confermata dal Tribunale del Riesame».

Circa il movente dell’agguato, si fa strada quello economico. A parlarne è stato Cavallito, il quale, dopo essere stato a lungo in ospedale fra coma farmacologico e vari interventi chirurgici, è ora tornato a casa. Interrogato dagli inquirenti, ha indicato in un affare economico da 400 mila euro la possibile causa scatenante del delitto. Un progetto riguardante il porto turistico di Pescara, dove lui ed Albi pensavano di realizzare delle casette galleggianti. 

«Questo è ancora tutto da vedere», invitano alla prudenza in Procura, dove le indagini sono coordinate dalla procuratrice aggiunta Annarita Mantini. Del progetto avevano parlato in precedenza anche la sorella e il padre di Cavallito, quando il figlio non era in grado di testimoniare: «Luca e Albi volevano aprire una specie di albergo nel porto turistico, erano già a posto con le licenze, aspettavano solo che arrivasse il finanziamento», aveva detto in un’intervista al Corriere della Sera Dario, il padre, pure lui ex calciatore. Avevano pestato i piedi a qualcuno? 

Al di là del movente, la squadra Mobile di Pescara ha raccolto altri indizi che portano nella direzione dei tre indagati. Un importante contributo è arrivato dall’analisi di un cellulare, di alcuni supporti informatici e dalle immagini delle telecamere della zona, compreso il video che riprende il killer nel momento in cui entra nel bar e con freddezza spara il colpo di grazia all’architetto Albi.

Uso del riconoscimento facciale nelle città italiane: il Garante indaga. Walter Ferri su  L'Indipendente il 16 novembre 2022.

Il Garante della privacy italiano si è mosso per studiare a fondo una coppia di iniziative in mano a Comuni italiani che hanno forse preso un po’ troppo alla leggera le controverse tecnologie di riconoscimento biometrico. L’Autorità ha avviato dunque due separate istruttorie al fine di vigilare sulle mosse prossime future previste dai Comuni di Lecce e Arezzo.

Le normative italiane che riguardano il controllo e la raccolta dei dati sviluppati attorno ai sistemi di riconoscimento facciale sono ancora indefinite e imprecise, tuttavia la formula base prevede che questi strumenti possano essere adoperati solamente al fine di espletare compiti di interesse pubblico interconnessi all’esercizio di pubblici poteri. Per quanto riguarda i Comuni, il tutto viene giustificato formalmente dall’istituzione di “patti per la sicurezza urbana tra Sindaco e Prefettura”, tuttavia questo approccio è tendenzialmente soggetto a un attento scrutinio.

Grazie a un emendamento proposto dal deputato PD Filippo Sensi in occasione del cosiddetto decreto Capienze, la politica ha infatti assunto una posizione cauta nel definire come simili apparati di sorveglianza debbano prendere forma. Concretamente ne ha sospeso l’impiego in tutti quei contesti che non coinvolgano indagini della magistratura o la repressione dei reati. Nel dicembre del 2021 l’emendamento è divenuto legge: fino al 31 dicembre 2023 o, in alternativa, fino al giorno in cui verranno istituite norme più specifiche che siano in grado di prevenire ogni eventuale abuso, il riconoscimento biometrico dev’essere centellinato ai soli casi di comprovata necessità.

Il compito del Garante sarà ora quello di stabilire se Lecce e Arezzo siano state ligie nell’applicazione delle regole, ovvero che la portata dei loro interventi sia effettivamente commisurata alla necessità di combattere atti illeciti. La città pugliese dovrà dimostrare la bontà di un suo progetto nel quale, sostiene il GdP, è previsto “l’impiego di tecnologie di riconoscimento facciale”. Al Comune è richiesta la presentazione di tutti i dettagli riguardanti le strumentazioni utilizzate, nonché un report di valutazione dell’impatto che la strategia di sorveglianza può avere sul pubblico. Giusto per assicurarsi che non si sfoci nella “sorveglianza sistematica su larga scala di una zona accessibile al pubblico”.

Ad Arezzo la questione è ancora più sfumata. A essere messo al vaglio sarà un sistema di “super-occhiali infrarossi” che, collegandosi a banche dati nazionali, promette di essere in grado di leggere e interpretare i numeri di targa delle macchine di passaggio, così da avviare una verifica automatica che confermi la validità dei documenti del guidatore. L’Autorità mette in dubbio la validità del progetto in questione non solo ai fini di un eccesso di sorveglianza, ma anche per l’eventualità che i dispositivi possano essere adoperati, anche indirettamente, per controllare a distanza l’attività dei lavoratori. A rimetterci, insomma, non sarebbero solamente i cittadini, ma anche gli stessi vigili impegnati nei controlli.

Le indagini finiranno con il rallentare le implementazioni dei progetti gitati e non è detto che questi non deraglino definitivamente, almeno tenendo conto dei precedenti che si sono registrati in situazioni omologhe. Inciampi simili sono d’altronde prevedibili, perlomeno quando le strategie di sorveglianza vengono sviluppate senza usufruire dell’opportuna e necessaria consultazione del Garante della privacy. [di Walter Ferri]

La classifica del Sole 24 Ore: la città è decima. Perché a Napoli i cittadini denunciano meno che nelle altre città: la storia del salumiere Scarciello. Francesca Sabella su Il Riformista il 4 Ottobre 2022. 

Il Sole 24 ore ha tracciato la “mappa del crimine” con informazioni estratte dalla banca dati interforze dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno relative all’anno 2021. Ebbene, con grande sorpresa, soprattutto di coloro che continuamente indicano Napoli come la città peggiore del Paese, è Milano la città nella quale si consumano più reati e si registra il maggior numero di denunce. Ora, frenate l’entusiasmo, siamo comunque alla decima posizione nella top ten delle grandi città con più reati, ma c’è da dire anche che qui i cittadini sono più restii a denunciare. Andiamo con ordine.

Milano, quindi, si conferma al vertice dell’Indice della criminalità, che entrerà nell’indagine della Qualità della Vita 2022 a fine anno, con 193.749 reati denunciati nel corso del 2021: 5.985 ogni 100mila abitanti. Per dare un peso al fenomeno, la cifra risulta pari alla somma di tutti i crimini denunciati nello stesso arco di tempo a L’Aquila, Pordenone e Oristano, le tre province con meno densità di illeciti che si posizionano in fondo alla classifica. E così tra le 107 province italiane Milano è quella con più furti rilevati ogni 100mila abitanti, in particolare nei negozi e nelle auto in sosta; è settima per denunce di violenze sessuali; seconda per rapine in pubblica via; terza per associazioni per delinquere. Seguono per densità di crimini le altre grandi città: tra le prime dieci classificate si incontrano – oltre a Milano – anche Torino (3ª), Bologna (4ª), Roma (5ª), Firenze (7ª) e Napoli (10ª).

Sì, la sorpresa: Napoli è in fondo alla classifica per densità di atti criminali. Ma è prima per furti con strappo e di motocicli, ma anche di contrabbando. Ma qui c’è un ragionamento importante da fare: più denunce, però, non significa per forza meno sicurezza. Ma anche perché i dati sulle denunce riflettono la propensione dei cittadini a presentarle, legata a diversi fattori: la differente “soglia del dolore” della cittadinanza verso il crimine; il grado di fiducia nelle forze dell’Ordine; la più o meno efficace presenza delle istituzioni sul territorio. Soffermiamoci sulla propensione dei cittadini di Napoli a sporgere denuncia, sono centinaia le storie degli imprenditori che raccontano della paura di denunciare e rimanere poi soli, abbandonati dallo Stato e preda della criminalità organizzata che si ha avuto il coraggio di denunciare.

L’omertà non è un problema solo del Sud, sia chiaro, ma che qui le istituzioni abbiano abbandonato fette delle città è altrettanto chiaro e che questo si rifletta in una sfiducia nei confronti di forze dell’ordine e politica, anche. La frase che centinaia di volte abbiamo sentito dire è “ma che denuncio a fare” oppure “se denuncio mi fanno pure qualcosa”. Sono frasi che fanno parte del quotidiano di questa città. La sfiducia nelle forze dell’ordine e nella giustizia c’è e ed è concreta. Certo il decimo posto fa piacere, ma bisogna considerare il perché Napoli va a guadagnarsi l’ultima posizione. Basti pensare che in città la metà dei cittadini non denuncia i reati di camorra per paura di ritorsioni. Parliamo di un numero enorme di reati che non compaiono nei database della Polizia e quindi nelle classifiche. E basta ricordare due storie che fanno parte di una lista lunghissima di imprenditori che hanno denunciato e poi sono rimasti soli.

Luigi Leonardi, denunciò la camorra che gli chiese il pizzo per il suo negozio di articoli di illuminazione, lasciato solo dallo Stato e poi addirittura sospettato lui stesso di aver commesso un reato. Lui come il salumiere Ciro Scarciello che dopo aver denunciato la camorra, fu costretto a chiudere il suo negozio a Forcella. Sono solo alcuni esempi. Una bella notizia il decimo posto per Napoli, ma guardiamo oltre i numeri.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Prevenzione. Costi e burocrazia: la protezione irrealizzabile.

Inchiesta del Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Nelle tv salottiere e sui giornali gli “Esperti” si cimentano a dare le loro opinioni. "Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c'è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l'Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime". Mario Tozzi, geologo e noto divulgatore scientifico in tv, non usa giri di parole contro la politica che a sette anni dal tragico terremoto dell'Aquila non ha fatto quasi nulla per prevenire il disastro di questo 24 agosto 2016 ad Amatrice e dintorni.

Scrive Maurizio Ribechini il 25 agosto 2016: “Un interessante studio su questo circa un anno e mezzo fa è stato effettuato dal "Consiglio Nazionale degli Ingegneri", il quale con una precisa valutazione dei costi economici, ha calcolato che, fino al novembre 2014, ammontavano a più di 120 miliardi di euro gli stanziamenti dello Stato per i terremoti verificatisi in Italia negli ultimi 50 anni: da quello siciliano del Belice nel 1968, all’ultimo del maggio 2012 in Emilia Romagna, passando per quello del Friuli del 1976, quello dell'Irpinia del 1980, il primo avvenuto in Umbria e Marche del 1997, quello del Molise del 2002 e quello dell'Aquila nel 2009. Per una spesa media annua di circa 2,5 miliardi di euro. Cifre ancora più elevate sono quelle che fornivano, ormai quattro anni fa (quindi senza considerare i costi del sisma del 2012 in Emilia) Silvio Casucci e Paolo Liberatore nel saggio dal titolo "Una valutazione economica dei danni causati dai disastri naturali", dove hanno stimato un costo di ben 147 miliardi di euro, per una spesa media annua di 3,6 miliardi. Tale stima arrivava da un dossier sul rischio sismico redatto dal Dipartimento della Protezione Civile che recitava "i terremoti che hanno colpito la Penisola hanno causato danni economici valutati per gli ultimi quaranta anni in circa 135 miliardi di euro (a prezzi 2005), che sono stati impiegati per il ripristino e la ricostruzione post-evento. A ciò si devono aggiungere le conseguenze non traducibili in valore economico sul patrimonio storico, artistico, monumentale". Attualizzando tale valore al 2012, si otteneva un totale complessivo pari a circa 147 miliardi. Ma appunto tale cifra non considerava i costi della ricostruzione in Emilia. Se vogliamo contare anche questi, possiamo prendere dei dati ufficiali diffusi dalla Regione Emilia Romagna nel maggio 2015, che parlavano di 1 miliardo e 770 mila euro di contributi concessi. Ecco pertanto che la somma complessiva dei costi per i terremoti lievita a circa 149 miliardi complessivi. Ma quanto sarebbe costato mettere in sicurezza il territorio? L’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, nei mesi scorsi aveva dichiarato che per mettere in sicurezza tutto il nostro paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di euro. Mentre proprio ieri, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha dichiarato: "Nel 2012 presentai un piano da 40 miliardi per la prevenzione, oltre all'assicurazione obbligatoria per il rischio sismico. Non se ne fece nulla, ma quegli interventi sono la grande opera di cui abbiamo bisogno". Numerose altre stime tecniche ed economiche parlano tutte di cifre che oscillano appunto fra i 25 e i 40 miliardi di euro. Ovvero fra circa 1/3 e 1/4 di quanto abbiamo speso in 50 anni per ricostruire dopo i terremoti.”

Detto questo gli esperti omettono di dire che il costo della prevenzione va quasi tutto a carico del privato, salvo quella minima parte a carico del pubblico, secondo la sua pertinenza, mentre la ricostruzione, con tutte le sue deficienze, è tutta a carico del pubblico. Bene. Si dimenticano i cosiddetti esperti che i cittadini italiani non sono come i profughi, ospitati negli alberghi a 5 stelle e con vitto gratis. I cittadini italiani hanno bisogno di un tetto sulla testa, anche abusivo e prevedibilmente pericolante. Abusivo, stante l’incapacità degli amministratori locali di prevedere un Piano Urbanistico Generale. I soldi son pochi e non ci sono per lussi, burocrati e prevenzione. L'alternativa al tetto insicuro sono le arcate dei ponti. Spesso i cittadini italiani, se non ci fossero i morti a corredo, sarebbero contenti dei terremoti, in quanto gioverebbero della ricostruzione delle loro vecchie case. Lo stesso vale per le alluvioni ed altri eventi naturali.

Ed ancora in tema di prevenzione non bisogna dimenticare poi gli esperti sanitari che ci propinano consigli sulla prevenzione delle malattie, specie tumori ed infarti. Impossibile da seguire. E non stiamo parlando delle vecchie ed annose liste di attesa o dell'impedimento al ricorso del pronto soccorso ormai solo aperto ai casi pre-morte.

Il 21 gennaio 2016 è entrato in vigore il cosiddetto “decreto Lorenzin” sull’appropriatezza delle prescrizioni approvato il 9 dicembre 2015. Il decreto che porterà alla stretta sulle prescrizioni di visite mediche ed esami a rischio di inappropriatezza ed il giro di vite riguarderà oltre 200 prestazioni di specialistica ambulatoriale, scrive Rai News. E' stato infatti pubblicato in Gazzetta ufficiale il 20 gennaio il decreto "Condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva delle prestazioni di assistenza ambulatoriale erogabili nell'ambito del Servizio sanitario nazionale". Si tratta di prestazioni di Odontoiatria, Genetica, Radiologia diagnostica, Esami di laboratorio, Dermatologia allergologica, Medicina nucleare. Il decreto Enti locali da cui scaturisce il DM appropriatezza, prevede che le 203 prestazioni se prescritte AL DI FUORI DELLE CONDIZIONI DI EROGABILITA' contemplate dal DM saranno poste A TOTALE CARICO DEL PAZIENTE. Esempio. "Ai fini dell’applicazione delle condizioni di erogabilità nella prescrizione delle prestazioni di radiologia diagnostica di cui al presente decreto, per la definizione del «sospetto oncologico» di cui all’allegato 1, note n. 32, 34, 36, 38 e 40 devono essere considerati i seguenti fattori: 1) anamnesi positiva per tumori; 2) perdita di peso; 3) assenza di miglioramento con la terapia dopo 4-6 settimane; 4) età sopra 50 e sotto 18 anni; 5) dolore ingravescente, continuo anche a riposo e con persistenza notturna. Altro esempio. L'esame del colesterolo totale: le condizioni di erogabilità dell'esame a carico del Ssn prevedono che sia da eseguire come screening in tutti i soggetti di età superiore a 40 anni e nei soggetti con fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci. Ma in assenza di valori elevati, modifiche dello stile di vita o interventi terapeutici, si precisa, l'esame è da ripete a distanza di 5 anni. Per quanto riguarda poi le condizioni di erogabilità delle prestazioni odontoiatriche, si valuteranno le condizioni di "vulnerabilità sanitaria" (condizioni sanitarie che rendono indispensabili le cure odontoiatriche) o di "vulnerabilità sociale" (ovvero di svantaggio sociale ed economico). Anche per l'erogazione delle dentiere sono previsti gli stessi criteri. Secondo Costantino Troise, segretario del maggiore dei sindacati dei medici dirigenti, l'Anaao-Assomed, "da oggi, per sapere come curare, i medici dovranno leggere la gazzetta ufficiale e non più i testi scientifici".

E dulcis in fundo ci sono gli esperti dei sinistri stradali. Quelli che dicono è sempre colpa dell'insobrietà, della disattenzione e della velocità dell’autista. Questi signori probabilmente non conoscono le cause dei sinistri:

riconducibili al conduttore (inabilità alla guida permanente o temporanea);

riconducibili al mezzo (malfunzionamento delle componenti tecniche per tutti i veicoli o bloccaggio del motore per le moto);

riconducibili alla strada (sconnessione o ostacoli improvvisi o non segnalati);

riconducibili ad eventi atmosferici che limitano visibilità o aderenza.

In conclusione la prevenzione spesso e volentieri è impossibile attuarla per l’imprevedibilità degli eventi, ma ancor di più per i costi e per la burocrazia esosa ed assillante ed è inutile che in tv gli esperti ce la menano sulla prevenzione: la realtà la impedisce.

Genova, ucciso da una freccia nel centro storico. A scoccarla un residente infastidito dal baccano. Giulia Mietta su Il Corriere della Sera il 2 Novembre 2022 

La vittima, il 41enne peruviano Javier Romero Miranda, era con un connazionale nei vicoli del quartiere Maddalena. L’omicida è un 63enne operaio navale, che ha imbracciato l’arco dal balcone di casa: è in carcere a Marassi. Toti: «Non esiste movida che possa giustificare un gesto simile»

Un peruviano di 41 anni, Javier Romero Miranda, è morto questa mattina all’ospedale San Martino di Genova dopo essere stato trafitto al torace da una freccia. L’episodio era avvenuto nella notte nel centro storico del capoluogo ligure, nel quartiere della Maddalena. A scoccare il dardo dalla finestra di casa un 63enne, Evaristo Scalco, subito arrestato dai carabinieri. L’uomo deve ora rispondere dell’accusa di omicidio volontario.

Secondo quanto ricostruito dalle forze dell’ordine tutto sarebbe nato da una lite in strada tra il 41enne peruviano e un suo connazionale. Il 63enne, infastidito dal baccano, avrebbe prima iniziato a inveire contro i due ma dopo qualche minuto, spazientito, ha preso arco e frecce e l’ha usato per scacciarli.

La vittima era stata ricoverata in ospedale, dove i medici lo avevano sottoposto a un complesso intervento chirurgico per rimuovere la freccia, conficcatasi nel fegato. Dopo ore di agonia, l’uomo però è morto.

Il 63enne, italiano, senza precedenti significativi, è un operaio navale, ora si trova in carcere a Marassi. Ha raccontato ai carabinieri del nucleo radiomobile di essere appassionato di bricolage e di essersi fabbricato da solo l’arma con cui ha ferito il 41enne. L’arco è stato sequestrato dai carabinieri.

A casa dell’omicida i carabinieri hanno trovato altri due archi fabbricati artigianalmente e una sessantina di frecce. I residenti della zona hanno raccontato che Scalco non era molto conosciuto ma a chi lo aveva incontrato era parso una persona tranquilla. Piuttosto, sono in molti a puntare il dito contro la gestione della movida nel quartiere del Maddalena: commercianti e comitati negli ultimi mesi hanno più volte caldeggiato un più massiccio intervento delle forze dell’ordine e delle istituzioni visto che la situazione era scappata di mano con frequenti risse notturne e altre situazioni di degrado. «Non esiste movida, rumore o qualsiasi altra situazione che possa giustificare una simile reazione. Collegare un gesto omicida con il divertimento dei giovani sarebbe il secondo elemento sconsiderato di questa triste vicenda», il commento del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti.

Genova, ucciso da una freccia: era padre da un giorno. Il pm: «Aggravante dell’odio razziale». Giulia Mietta su Il Corriere della Sera il 3 Novembre 2022.

Gli schiamazzi nel vicolo, la lite con Evaristo Scalco che dalla finestra della sua abitazione scaglia una freccia: «Non volevo uccidere, ho perso la testa quando li ho visti urlare»

Morire il giorno dopo la nascita di un figlio. Tragico il destino di Javier Miranda Romero, il 41enne che nella notte tra martedì e mercoledì è stato colpito e ucciso in un vicolo di Genova da una freccia scagliata dalla finestra della sua abitazione da Evaristo Scalco , 63 anni, maestro d’ascia con la passione per gli archi che da meno di un mese si era trasferito in piazza De Franchi, ma era disturbato dai continui schiamazzi notturni nelle viuzze del centro storico del capoluogo ligure. Ora è accusato di omicidio volontario e con l’aggravante dell’odio razziale: prima di scoccare la freccia ha urlato dalla finestra «stranieri di me..da».

L’immigrato peruviano era andato in un bar in via dei Quattro Canti di San Francesco a festeggiare con gli amici, mentre la moglie era ancora in ospedale, e guardare la partita Liverpool-Napoli di Champions League. Aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e, all’uscita, il gruppo aveva iniziato a fare rumore nel vicolo, a parlare ad alta voce, litigare tra di loro e a dare colpi anche a una saracinesca. Scalco si è affacciato e, forse a sua volta in preda ai fumi dell’alcol e con la musica ad alto volume che usciva dalla sua stanza come ha raccontato un amico della vittima, ha iniziato a inveire contro Romero, anche con termini razzisti. Questi a sua volta ha risposto e lo stava riprendendo con un cellulare. A questo punto Scalco, appena ritornato la sera stessa da Malta dove aveva fatto da prodiere su una barca a vela, ha preso un arco e ha scagliato la freccia.

Scalco, incensurato, esperto artigiano, come riporta Il Secolo XIX aveva ottenuto un ingaggio per alcuni lavori da svolgere sul «Kirribilli», lo yacht di Renzo Piano, in rimessaggio a Genova. Nella perquisizione nell’abitazione di Scalco i carabinieri hanno trovato e sequestrato tre archi e una sessantina di frecce. «Volevo solo dormire, ho perso la testa quando li ho visti urinare contro il muro», dirà agli inquirenti. «Ho detto che erano degli incivili e per risposta mi hanno lanciato contro uno o due petardi. Non ho capito cosa fossero, ma ho avuto paura. Ecco perché ho scoccato la freccia, ma non volevo uccidere». Ma i carabinieri che hanno eseguito la perquisizione hanno rilevato che la freccia scelta da Scalco era la più appuntita tra quelle trovate nella casa. Dove sono stati effettivamente rinvenuti due petardi, ma non esplosi.

Il pm Arianna Ciavattini ha convalidato l’arresto di Scalco, che dovrà essere sottoposto a un successivo interrogatorio.

Genova, l’omicidio con la freccia, Scalco disse: «Fa male? Ti avevo avvisato». La frase che smentisce la sua versione. Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 7 novembre 2022.

Le videocamere di sorveglianza, i telefonini e le riprese dei presenti al grave episodio relativo all’uccisione, a Genova, di raccontano una versione dei fatti diversa da quella dell’indagato, accusato di aver scoccato il colpo fatale. «Fa male? Ti avevo avvisato». Dall’analisi dei cellulari sequestrati dai carabinieri del nucleo radiomobile è giunta a prima smentita alle dichiarazioni di Evaristo Scalco, il maestro d’ascia di 63 anni in carcere con l’accusa di aver ucciso la notte tra martedì e mercoledì scorso, in vico, operaio edile di origine peruviana di 41 anni impegnato in una lite in strada. Scalco, rispondendo alla presenza del suo avvocato Fabio Fossati alle domande degli inquirenti, aveva sostenuto di non aver voluto colpire Miranda con la freccia. «Volevo solo intimorirlo, non pensavo di averlo colpito», aveva dichiarato. Tuttavia dall’analisi dei telefonini e dagli audio di chi ha potuto riprendere la scena i carabinieri hanno estrapolato una frase che dimostra la volontà dell’artigiano di colpire il peruviano con la freccia.

Le osservazioni del giudice

Il giudice Matteo Buffoni nell’ordinanza con cui ha convalidato l’arresto ha scritto: «Scalco ha scoccato la freccia da una posizione sopraelevata rispetto a quella della vittima, e quest’ultima, nonostante l’orario notturno, era ben visibile, essendo la zona ben illuminata. Miranda Romero era l’unico bersaglio possibile, visto che, come documenta il filmato tratto dal sistema di videosorveglianza, l’amico si era allontanato dalla visuale di Scalco: tutto ciò lascia pensare che l’indagato abbia preso la mira e al tempo stesso smentisce quanto egli ha dichiarato alla polizia giudiziaria. Durante l’interrogatorio, Scalco ha dichiarato di non aver avuto una buona visuale del bersaglio, vista la presenza di piante rampicanti sulle ringhiere del condominio. Tuttavia, dal video, si nota che la vegetazione sulle ringhiere è tutt’altro che folta, e sembra che dalla finestra la visuale del bersaglio sia quasi completamente libera. Nel video si sente distintamente Evaristo Scalco chiedere all’indirizzo della vittima, in quel momento in piedi con la freccia conficcata nel petto, copiosamente sanguinante e in stato di choc, se sentisse dolore per il colpo. L’indagato gli ha detto che lo aveva avvisato che gli avrebbe lanciato una freccia».

L’accusa di omicidio volontario

Secondo il magistrato questa frase, «è palesemente incompatibile con la convinzione di aver sbagliato il colpo». Scalco è accusato di omicidio volontario. Per il giudice sussistono i futili motivi perché «è evidente l’enorme sproporzione tra il motivo che ha scatenato la furia omicida e l’azione delittuosa». L’artigiano, si legge ancora nelle motivazioni, «non è in grado di controllare i propri impulsi» e potrebbe reiterare il reato.

Chi è Evaristo Scalco, l’uomo che ha scoccato la freccia: «Maestro d’ascia e tra i migliori marinai d’altura, l’arco se l’è fatto da solo». Giulia Mietta su Il Corriere della Sera il 3 Novembre 2022.

Il ritratto dell’assassino di Javier Miranda Romero. Originario di Varese, si era trasferito nella casa di Genova da poco. Prima dell’omicidio aveva cenato e bevuto con gli amici, ma ai carabinieri è parso lucido. L’esperienza sulla barca di Renzo Piano 

Evarisco Scalco a sinistra nell’immediatezza del fatto, con ancora a terra il corpo di Miranda. A destra all’arrivo dei carabinieri che chiedono informazioni

Un uomo tranquillo, amante della musica, del mare e soprattutto del suo lavoro. Evaristo Scalco, 63 anni, l’uomo che deve rispondere dell’omicidio di Javier Alfredo Miranda Romero, è un maestro d’ascia e un marinaio con esperienza ultradecennale, noto nell’ambiente e stimato, tanto da essere chiamato a lavorare persino sulle «Kirribilli», le due barche a vela dell’architetto Renzo Piano a Genova. Sono queste le voci che girano tra i caruggi di Genova in queste ore, anche se nel quartiere della Maddalena sembrano essere pochi quelli che conoscevano «Evi» personale.

In piazzetta Defranchi viveva al primo piano di un palazzo antico, nell’appartamento messo a disposizione da un amico, da circa un mese. Per questo erano in pochi a conoscerlo. «Quel signore sembrava una persona del tutto normale, spesso ascoltava musica ad alto volume, musica prog», racconta un commerciante del vicolo. Poco distante alcune prostitute, fuori dai loro «bassi», dicono di non aver mai avuto a che fare con Scalco. Originario del varesotto, nato a Cittiglio ma residente a Laveno, sul lago Maggiore, dove ha una compagna, il 63enne era spesso in giro per il mondo per via del suo lavoro.

Il giorno prima dell’omicidio era appena tornato da Malta a bordo di una barca a vela trasferita a Genova. La sera stessa era uscito a cena con i colleghi. Forse qualche bicchiere di troppo, ma quando è stato ascoltato dai carabinieri, dopo aver ferito la vittima con una freccia, era parso lucido e consapevole, hanno riferito dal nucleo radiomobile. Per la sua professione era legato ai cantieri navali della Liguria ormai dagli anni Novanta. Oltre al capoluogo ligure aveva collaborato con alcune aziende artigiane del Tigullio, tra Chiavari e Lavagna.

«Siamo sotto shock, qui lo conosciamo tutti da tempo, Evi è uno dei migliori marinai oceanici mai visti, uno che ha le mani d’oro, richiesto da tutti per i lavori più difficili, e un tipo tranquillo, quello che è accaduto non si può spiegare», dice Leopoldo Leonardo, titolare di un bar sul porticciolo di Lavagna dove il maestro d’ascia andava spesso. «Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, così come quel pover’uomo che è morto, Evaristo sicuramente sarà distrutto per quanto accaduto — continua l’amico — se c’è l’alcol dietro a quello che è successo? Io non lo so, penso che un paio di gin tonic li abbia bevuti chiunque…».

Evaristo Scalco era considerato un mago con il legno e non solo. Ed è con le sue mani che ha costruito i tre archi, tra cui quello usato per colpire Javier Romero, e le 30 frecce sequestrate dalle forze dell’ordine. Negli ultimi anni aveva svolto anche attività di volontariato, con la protezione civile di Laveno. Soprattutto nel periodo del Covid si era adoperato per consegnare a chi ne aveva bisogno mascherine e generi di prima necessità.

Chi è Evaristo Scalco, l’operaio che ha ucciso con una freccia un uomo in strada: “Faceva baccano”. Redazione su Il Riformista il 2 Novembre 2022 

Infastidito dal baccano proveniente dalla strada, dove due persone stavano litigando, ha impugnato la balaustra e ha scoccato una freccia dalla finestra di casa, colpendo un uomo di 41 anni morto dopo poche ore in ospedale. Far west nel centro storico di Genova dove Javier Romero Miranda, origini peruviane, è deceduto in mattinata all’ospedale San Martino dove era arrivato in condizioni disperate dopo essere stato trafitto al torace dalla freccia.

L’episodio è avvenuto poco dopo le due di notte nel quartiere della Maddalena. A scoccare il dardo il 63enne Evaristo Scalco, arrestato dai carabinieri: dovrà difendersi dall’accusa di omicidio volontario. Ai militari ha spiegato di essersi fabbricato da solo l’arma perché appassionato di bricolage. L’uomo, operaio navale che vive a Varese, avrebbe insultato i due litiganti in strada prima di rientrare in casa, armarsi di balaustra e sferrare il colpo rivelatosi poi mortale. Nel corso della perquisizione in casa sua, i militari hanno sequestrato tre archi e una trentina di frecce, tutto fabbricato artigianalmente dall’arrestato.

Il 41enne è deceduto nella Rianimazione del Pronto Soccorso dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova. La morte è avvenuta alle 13.05. Era stato sottoposto a un delicato e lungo intervento chirurgico, iniziato alle 3 di questa notte, che purtroppo non ha sortito gli effetti sperati. Lo stesso Scalco, dopo aver scagliato la freccia dalla finestra di casa, è sceso in strada per soccorrere il 41enne: ha cercato di estrarre dal corpo il dardo che si è spezzato.

“Spero che i magistrati applichino il massimo rigore per chi ha compiuto questo gesto sconsiderato e che nessuno lo giustifichi, anche indirettamente”. Lo scrive su Facebook il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, commentando la morte del 41enne peruviano- “Non esiste – sottolinea il governatore della Liguria – movida, rumore o qualsiasi altra situazione che possa giustificare una simile reazione. Collegare, in qualsiasi modo, un gesto omicida con il divertimento dei giovani, pure con tutte le sue problematiche, sarebbe – conclude Toti – il secondo elemento sconsiderato di questa triste vicenda”.

(ANSA il 3 novembre 2022) - La procura di Genova contesta l'omicidio volontario con l'aggravante dell'odio razziale e i futili motivi ad Evaristo Scalco, l'artigiano maestro d'ascia di 63 anni che la notte tra il primo e il 2 novembre ha ucciso con arco e freccia nel centro storico di Genova Javier Alfredo Romero Miranda, operaio peruviano di 41 anni. La pm Arianna Ciavattini la contesta perché Scalco prima di scoccare il dardo ha urlato a Romero Miranda e il suo amico "andate via immigrati di m..." 

La convalida dell'arresto è prevista per domani mattina. Nelle prossime ore verrà anche disposta l'autopsia eseguita dal medico legale Sara Lo Pinto. Secondo quanto ricostruito, la vittima era andata a guardare una partita con un amico e a festeggiare la nascita del secondo figlio. Avrebbero iniziato a parlare ad alta voce e Scalco, dalla sua abitazione, li avrebbe rimproverati per farli smettere. 

I due lo avrebbero insultato e minacciato e lui avrebbe a quel punto preso arco e freccia e scoccato il colpo. L'artigiano è anche sceso in strada e ha cercato di togliere la freccia dal corpo del ferito.

Marco Lignana per “la Repubblica” il 3 novembre 2022.

Era una notte di movida, o di “mala movida” a seconda dei punti di vista, come tante nei caruggi. La musica, le birre, gli schiamazzi. E le proteste dei residenti. Ma questa volta, nella notte fra martedì e mercoledì, l’esasperazione ha portato alla tragedia più inspiegabile: un artigiano navale 63enne con la passione (o meglio, l’ossessione) di archi e frecce, Evaristo Scalco, agli insulti ha risposto con un dardo scagliato dalla finestra di casa. E così ha trafitto Javier Alfredo Miranda Romero, 41 anni, nato a Lima ma da oltre vent’anni a Genova.

«Era nei vicoli a festeggiare la nascita del suo bambino venuto alla luce il giorno prima al Gaslini», raccontano distrutti e furiosi i parenti di Javier. Con la mamma e il piccolo ancora in ospedale, in pausa per qualche giorno dal lavoro, «voleva passare la serata a guardarsi la Champions e a stare con gli amici».

Da qui le versioni di chi era con Javier in vico Archivolto de Franchi, e dei vicini dell’omicida arrestato dai carabinieri del nucleo radiomobile, prendono due strade molto diverse. Evaristo Scalco ha urlato di essere «esasperato dal rumore» che non lo lasciava dormire. Secondo alcuni abitanti il gruppo avrebbe risposto con minacce e sparando petardi, per gli amici di Javier niente di tutto questo: «Era lui quello ubriaco e con la musica a tutto volume». […] 

Ora è in carcere, accusato di omicidio. Alcuni altri frequentatori dei caruggi, una volta sceso in strada, lo hanno fermato: «Tu di qui non ti muovi e quel corpo non lo tocchi più». Quando gli animi si sono surriscaldati, i vicini hanno portato via Scalco e lo hanno salvato dal linciaggio, fino all’arrivo dei militari. […] 

Quanto avvenuto in città ha scatenato la reazione degli abitanti del quartiere, che, dopo aver denunciato spaccio e aggressioni in decine di esposti, ora aggiungono «schiamazzi e petardi sparati tutta la notte. Evaristo Scalco ci pareva una persona tranquilla e pacifica». Impressioni ribadite da chi l’ha visto per anni nel vicino porto di Lavagna.

Il sindaco Marco Bucci parla di «un atto barbaro, inutile a risolvere i problemi, come qualsiasi azione violenta. Ma attendiamo che le indagini facciano chiarezza prima di gettare ombre sul nostro centro storico». Per il presidente della Regione, Giovanni Toti, «non esiste movida, rumore o qualsiasi altra situazione che possa giustificare una simile reazione».

Marco Fagandini e Tommaso Fregatti per “la Stampa” il 3 novembre 2022.

Mezzanotte passata, piazza De Franchi, cuore dei vicoli. L'omicidio da far west a colpi di arco e frecce nato da un mix di follia, rabbia ed esasperazione di chi nei vicoli la notte non riesce più a dormire a causa di un centro storico sempre più in balia di pusher, ubriaconi, balordi e mala movida, si consuma in quelle che le forze dell'ordine etichettano da mesi come "quadrilatero dello spaccio". E che comprende vico Mele, piazza delle Vigne, via San Luca e piazzetta San Sepolcro. 

Lì dove capannelli di pusher centroafricani vendono a tutte le ore del giorno e della notte dosi di cocaina, crack e eroina. Javier Alfredo Miranda Romero ha 41 anni, è nato in Perù e di professione fa l'operaio edile. Ha trascorso la serata con alcuni amici in un bar dei via dei Quattro Canti di San Francesco, assistendo alla partita di Champions League tra il Napoli e il Liverpool.

Ha bevuto un po' troppo e cammina a fatica quando passa davanti al civico 8 della piazza. Javier e i suoi amici gridano, danno colpi ad una saracinesca. «Mi sono affacciata - racconterà poco una - per le urla e il baccano. Lì ho visto un uomo a terra colpito da una freccia». 

Evaristo Scalco, per tutti "Evi", maestro d'ascia di 63 anni nato a Genova ma da anni trasferitosi nel Varesotto, la passione per archi e frecce, abita in quel palazzo di piazza De Franchi da poco più di un mese. Da quando ha ottenuto l'ingaggio come artigiano di coperta per il Kirribilli, il super yacht dell'archistar genovese Renzo Piano, in rimessaggio a Genova. Non riesce a dormire Evaristo, incensurato.

Ai carabinieri racconterà di essere rientrato la sera prima da Malta con un'imbarcazione a vela. «Volevo dormire ma quelle urla me lo impedivano», sottolineerà. Nel video delle telecamere del sistema di sorveglianza di vico Mele si vede prima una moto passare e poi Javier Miranda andare sotto l'abitazione di quello che sarà il suo assassino. Discutere, litigare e riprenderlo con il telefonino. «Gli gridava insulti razzisti, per quello lo riprendeva», metterà a verbale il suo amico che aggiungerà come sia stato lo stesso Scalco a provocarli: «Sentiva musica a tutto volume dalla sua casa ed era ubriaco». 

Il sessantenne prende l'arco che si è costruito da solo e lancia la freccia. Romero Miranda viene colpito al fegato. Barcolla, perde sangue. Ma resta in piedi per più di un minuto, mentre l'amico chiama i soccorsi. Poi rovina a terra davanti alle telecamere. Il resto della sequenza è drammatico.

Si vede il maestro d'ascia scendere in strada, tentare un soccorso al ferito - cerca di estrarre la freccia con una pinza e uno straccio - e poi venire aggredito dagli amici dello stesso. Che qualche minuto dopo lo consegnano ai carabinieri del nucleo radiomobile, che lo arrestano.

Miranda Romero morirà dopo sette ore di agonia e un secondo disperato tentativo di trapianto di fegato all'ospedale San Martino, poco prima delle 14. L'accusa per Scalco si tramuta in quella di omicidio volontario aggravato. L'uomo finisce in carcere. I carabinieri sequestrano in casa sua tre archi e 60 frecce.

Lui rende dichiarazioni spontanee ai militari e cerca di giustificarsi: «Volevo solo dormire. Ho perso la testa quando li ho visti urinare contro il muro. Ho gridato loro incivili e mi hanno lanciato contro uno o due petardi. Non ho capito cosa fossero, mi sono spaventato. Per questo ho usato l'arco, ma non volevo uccidere». 

Parole che dovranno essere confermate nell'interrogatorio davanti al giudice e al sostituto procuratore Arianna Ciavattini. I vicoli di Genova e in particolare la zona di San Luca e vico Mele sono al centro di un allarme per lo spaccio di droga.

Negli ultimi mesi è stato denunciato dai residenti come nel "quadrilatero" si formino capannelli di spacciatori di giorno e di notte. Gli abitanti, esasperati, hanno fornito ai militari terrazzi e finestre per documentare lo spaccio. E per vendetta gli stessi sono stati bersagliati dai pusher con lanci di pietre, bottiglie e petardi contro le finestre.

(ANSA il 4 novembre 2022) - "Li volevo solo intimidire, non volevo uccidere. Ho perso la testa, sono stato provocato". È quanto ha detto nel corso dell'interrogatorio davanti al gip Evaristo Scalco, l'artigiano e maestro d'ascia di 63 anni che la notte tra martedì e mercoledì ha ucciso con arco e freccia l'operaio Javier Miranda Romero di 41 anni nel centro storico di Genova. 

Il giudice Matteo Buffoni ha convalidato l'arresto e disposto la custodia in carcere. Scalco, difeso dall'avvocato Fabio Fossati, ha parlato per un'ora e mezza rispondendo alle domande. "Non sono un razzista. Anzi a chi lo è spiego sempre che gli immigrati scappano dalle guerre e dalla miseria.

Li ho visti urinare davanti al cancelletto e li ho rimproverati. È nata una discussione. Non mi ricordo di avere detto quella frase sugli immigrati". Scalco, secondo il suo legale, è una persona affranta, non abituato alla violenza. "Quando ho capito quanto successo sono sceso e ho provato a soccorrerlo. Sono tornato a casa per prendere degli asciugamani. Quella sera ero stanco, avevo la musica accesa ma non era alta visto l'ora".

Giulia Mietta per il “Corriere della Sera” il 4 novembre 2022.

Evaristo Scalco voleva uccidere quando ha scoccato quella freccia. E l'ha fatto spinto dall'odio razziale nei confronti degli immigrati, e anche dai futili motivi, perché si è giustificato parlando del troppo rumore sotto le sue finestre: questi i primi punti che la Procura di Genova, con il pm Arianna Ciavattini, mette nell'inchiesta sull'omicidio di Javier Alfredo Miranda Romero, 41 anni, ucciso nella notte tra martedì e mercoledì in centro a Genova da una freccia partita da un arco che Scalco si era fatto in casa. 

Maestro d'ascia, 63 anni, un mago con il legno e con le barche. Prima di mirare dalla finestra verso Javier Miranda Romero ha scelto, tra le frecce che aveva in casa (usate solitamente per la caccia al cinghiale), quella più appuntita. E ad aggravare la sua posizione ci sono anche le parole urlate a Romero e all'amico che camminava in strada con lui: «Stranieri di m...», come hanno riportato diversi testimoni. 

Romero stava in realtà festeggiando la nascita del suo secondo figlio, poche ore prima: aveva ancora nello zaino i vestitini del bimbo che la compagna, in ospedale, gli aveva chiesto di portare a casa. Per questo era stato in un bar della zona, dove aveva bevuto qualcosa con un amico. 

Oggi Scalco sarà ascoltato dal gip per la convalida dell'arresto, nel carcere di Marassi. La Procura avrà modo anche di verificare le prime parole pronunciate dal maestro d'ascia subito dopo l'omicidio grazie ai video girati in strada dai passanti e dall'amico della vittima. Subito bloccato dai carabinieri, Scalco avrebbe dichiarato di essere sceso in strada a soccorrere il ferito, ma in un video in particolare, si nota che va prima a litigare con il conoscente di Miranda Romero, e solo dopo tenta di prestare i primi soccorsi.

Il residente arrestato ha dichiarato, inoltre, che i due immigrati sotto casa avevano tirato petardi contro la sua finestra. I carabinieri avrebbero sì trovato un paio di petardi vicino all'abitazione, ma inesplosi. Le prime ricostruzioni, non ufficiali e non verbalizzate, fornite dal maestro d'ascia, quindi scricchiolano, ma solo oggi parlerà formalmente di fronte a un magistrato. 

Per i familiari di Miranda Romero il racconto che è stato fatto della vittima dopo l'omicidio è un altro motivo di rabbia: «Mio fratello era un gran lavoratore, non un ubriaco, stava solo parlando ad alta voce con un amico», dice Rosalia Fanny Miranda Romero, che era appena arrivata a Genova dal Belgio per conoscere il nuovo nipotino.

«Javier era amato e stimato da tutti, aveva faticato tanto per costruire la sua azienda, era in Italia dal 2003, viveva per i suoi figli» racconta Martha, la sorella maggiore mentre abbraccia Alessia Romero, 18 anni, primogenita di Javier. «Quello che è successo a mio papà è incredibile e ingiusto», ripete, senza togliere gli occhi dalla foto del padre e dalla sua felpa, piegata vicino a tre candele in un altare casalingo allestito per il lutto.

La casa è a poche decine di metri dal luogo dell'omicidio. In piazzetta Defranchi Evaristo Scalco abitava da meno di un mese. Originario del varesotto, era a Genova per motivi di lavoro. Martedì era appena tornato da Malta, per il trasferimento via mare di una barca a vela, e aveva cenato con i colleghi. Nel quartiere non lo conoscevano in molti: «Una persona del tutto normale, spesso ascoltava musica ad alto volume», racconta un commerciante del vicolo. 

Chi lo conosceva bene è Leopoldo Leonardo, titolare di un bar sul porticciolo di Lavagna: «Siamo sotto shock, Evi è uno dei migliori marinai oceanici mai visti, uomo dalle mani d'oro, richiesto da tutti per i lavori più difficili tanto che aveva lavorato anche sulla barca di Renzo Piano, la Kirribilli, quello che è accaduto non si può spiegare». Secondo l'amico, Scalco «si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, come d'altronde la povera vittima».

Aveva fabbricato da solo il dardo. Uccide uomo con una freccia, la verità di Evaristo Scalco: “Non sono razzista, volevo solo intimidirlo”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 4 Novembre 2022

“Li volevo solo intimidire, non volevo uccidere. Ho perso la testa, sono stato provocato“. È questo che Evaristo Scalco, l’artigiano e maestro d’ascia di 63 anni ha detto al gip durante l’interrogatorio di convalida del suo arresto. È accusato di omicidio volontario per aver colpito con una freccia Javier Alfredo Miranda Romero, 41enne peruviano, che nella notte tra l’1 e il 2 novembre stava festeggiando la nascita del figlio nel centro storico di Genova, proprio sotto casa di Scalco.

Scalco è stato ascoltato dal pm Arianna Ciabattini e al gip Matteo Buffoni e ha raccontato la sua versione di quanto accaduto. Il giudice Matteo Buffoni ha convalidato l’arresto e disposto la custodia in carcere. Scalco, difeso dall’avvocato Fabio Fossati, ha parlato per un’ora e mezza rispondendo alle domande. Ha respinto con forza l’aggravante dell’odio razziale: “Non sono un razzista – ha detto, come riportato dall’Ansa – Anzi a chi lo è spiego sempre che gli immigrati scappano dalle guerre e dalla miseria. Li ho visti urinare davanti al cancelletto e li ho rimproverati. È nata una discussione. Non mi ricordo di avere detto quella frase sugli immigrati”.

E, secondo quanto riportato da Repubblica, ha aggiunto: “Posso assicurare che è qualcosa del tutto lontano da me, lo dice anche la mia vita, il mio impegno nella protezione civile (nel varesotto, fra Cittiglio e Laveno, in provincia di Varese, ndr), nell’aiuto che da volontario ho sempre prestato per tutti coloro che sono in difficoltà”. Il 63enne si è dichiarato “affranto per quanto accaduto”, ha detto di non essere “un violento” ma un semplice “appassionato di archi” tanto da aver partecipato in passato a raduni e manifestazioni dove viene insegnata la disciplina sportiva anche ai più giovani. Il dardo con cui ha colpito Romero l’aveva fabbricata proprio lui, come artigiano.

Scalco, secondo il suo legale, è una persona affranta, non abituato alla violenza. “Quando ho capito quanto successo sono sceso e ho provato a soccorrerlo. Sono tornato a casa per prendere degli asciugamani. Quella sera ero stanco, avevo la musica accesa ma non era alta visto l’ora”. Secondo quanto ricostruito dal Corriere, Scalco era appena rientrato a Genova via mare dopo aver portato una barca da Malta. Una delle prime ipotesi emerse è che l’uomo avrebbe bevuto qualche bicchiere di troppo.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Legge anti rave, avevano ragione Michelangelo e Kant. Massimo Carugno, Avvocato e scrittore, su Il Riformista il 4 Novembre 2022

Quando eravamo al liceo la tecnica era sempre la stessa: la prima ora di lezione. E già perché quando approdammo al ginnasio dagli esami di III media e poi quando successivamente varcammo le porte del liceo dopo il biennio ginnasiale, la prima ora di lezione con i nuovi prof ci faceva capire l’antifona e ci aiutava a preparare da subito, per i mesi (o anni) a venire, le contromisure da inguaribili e goliardici evasori dello studio.

Con la Meloni è uguale. Con i suoi primi passi abbiamo capito cosa ci aspetta.

Rapida e efficiente nelle prime settimane dopo il voto, tant’è che non appena ha ricevuto l’incarico da premier aveva già pronta la lista dei ministri da sciorinare ai media e al basito Mattarella, poco dopo la abbiamo vista cazzuta e determinata nei primi atti di governo. Perché se qualcuno l’avesse pensato il tanto caro “Dio, patria e famiglia” non era un aforisma vuoto, ma la formula magica per dimostrare che ci sa fare e che lei è la persona giusta per “mettere in sicurezza il paese” anzi, chiedo scusa, la “nazione”. (Con questi bisogna adeguare anche la semantica).

E così, con la parola “sicurezza” si rispolvera il tema tanto caro a Salvini.

Era la filosofia del feudalesimo medievale. Il signore che abitava il castello garantiva la protezione alla sua comunità e in cambio otteneva il riconoscimento del potere. E quando questo si incrinava per le troppe angherie bastava mandare una vedetta che si inventava un nemico alle porte per permettere al signore di riaffermare il potere o aumentare le tasse.

E già perché per essere eroi ci vuole per forza un nemico e se non c’è bisogna crearlo. E la tecnica è giocare sulla paura della gente che così invoca un capo dal quale ottenere protezione. Lo ha fatto e continua a farlo Salvini con i migranti, lo ha appena fatto la Meloni con la norma anti raduni.

E fa niente che abbia preso lo spunto dal rave meno rave di tutti visto che a Modena addirittura hanno sgombrato spontaneamente e senza ausilio di caschi blu e manganelli. Però era importante stare sul pezzo e mostrare di garantire alle famiglie che quei “pericolosi” raduni di giovani, in posti e orari insoliti e inadeguati, sono finalmente scongiurati. E così, come se i rave fossero l’unico o il primo problema del paese, giù col primo decreto legge che introduce il reato punito dall’art.434 bis del Codice Penale alla faccia di Nordio che aveva in animo una mega depenalizzazione e alla faccia di Berlusconi che i reati previsti dal codice li odia a prescindere.

Colpiremo solo i rave tuona il Ministro dell’Interno dimenticando che ora è Ministro e non più Prefetto. Peccato che la norma è talmente generica che dice esattamente il contrario.

E già perché innanzitutto il luogo può essere un qualunque “terreno o edificio pubblico o privato”. Poi i soggetti attivi sono “chiunque organizza o promuove l’invasione di cui al primo comma”. E infine il requisito oggettivo: essere “un numero di persone superiore a cinquanta”. La condotta, e qui siamo al ridicolo, è “la invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”.

In questa summa di generiche astrattezze, che Giustiniano si starà rivoticando nella tomba, (sì va bene l’espressione è dialettale perché si dice rivoltando ma converrete che è carina) la domanda che viene spontanea è capire chi, e con quali modalità e parametri, stabilisce quando un raduno possa essere “pericoloso…ecc.ecc” prima ancora che si svolga.

Forse al Viminale avranno pensato di introdurre una nuova tecnica per la sicurezza, quella dell’indovino. Del resto non sarebbe complicato: il Prefetto chiede all’indovino di dare le carte e quello dice se l’evento “xyz” finirà a rissa o a caciara e il più è fatto.

Soprassedendo al più italico degli intercalari che comincia con “ma vaff…”, c’è da chiedersi infine dove sta scritta la parola rave da assicurare, come ha dichiarato il Ministro, che l’obbiettivo è colpire (o meglio vietare) solo questo tipo di manifestazioni, (ammesso che siano pericolose).

Ma la verità è un’altra. Così come é stato scritto il testo, il divieto è applicabile a qualunque raduno di qualsivoglia natura o genere e quindi occhio a matrimoni, funerali e prime comunioni perché, pur se limitate gli invitati o partecipanti a 50, se si infila all’ultimo momento il prete, come spesso succede, vi beccate 3 anni se siete tra gli sposi e 2 se siete tra gli invitati.

Ma l’invasione deve essere arbitraria, eccepirà il solito sapientone che si sente furbo.

Bene, è vero. Ma diventa la migliore linea difensiva per avvocati bravi e non. Basta avere un permesso di accesso dal proprietario e a quel punto fa niente se si radunano un milione di persone e se se le danno di santa ragione tanto la invasione non è arbitraria.

Che poi questa parola “invasione” è diventata una ossessione.

Salvini, che vuole fare il Ministro dell’Interno, quello della Difesa, quello del MIT per comandare le forze navali della Guardia Costiera, vede invasori ovunque ed è già pronto come Batman ad andare a difendere i sacri confini della patria anche quando è adagiato tra le tettone del Papeete.

Ora ci si mette anche la Meloni.

Il consiglio è di evitare di fare le cose con precipitazione e poi di curare la lingua italiana e non solo. È chiaro che con queste righe non vogliamo giustificare le accozzaglie di giovani, pericolose per rischi di risse e per loschi traffici. Ma certe cose si regolano con i controlli e non con i divieti, perché poi i giovani alla fine hanno pure il diritto di divertirsi.

E poi l’auspicio è che il mantra non diventi la sicurezza perché la storia insegna che in suo nome sono state fatte le peggio leggi liberticide, anzi, spesso la protezione del cittadino è stata la scusa per ridurne la libertà.

Stare sicuri in effetti è un tema importante e i cittadini ne hanno il pieno diritto.

Ma anche su questo terreno non sono i divieti, (che già esistono in forma compiuta) che assicurano la gente nelle loro case o in giro per le strade, piuttosto sono i controlli. Però se Polizia e Carabinieri non hanno soldi per mettere benzina e far uscire le pattuglie sarà difficile non solo controllare le comunità abitate ma anche far applicare i divieti contenuti nelle leggi.

Forse sarebbe stato più adeguato aumentare la dotazione finanziaria delle forze di polizia che fare pandette peraltro anche scritte con i piedi. Forse sarebbe più appropriato studiare e risolvere i problemi che fare sceneggiate dal vago sapore propagandistico.

Il problema è che aveva ragione Michelangelo: “Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge… del più forte.” ma anche Kant: “il possesso della forza corrompe il libero giudizio della ragione.”

E comunque diciamocelo: quanto era bello quando al Classico c’era il IV e V Ginnasio e poi I, II e III Liceo. Era più elegante ed anche un po’ snob.

Quarant’anni di rave: dagli anti-Thatcher alla “generazione Z”. Il mito dei rave nasce negli anni '80, quando Margaret Thatcher impose la chiusura di pub e discoteche alle 2: presto, troppo presto. Daniele Zaccaria il 3 Novembre 2022 su Il Dubbio.

Quando verso la fine degli anni 80 il governo di Margaret Thatcher impone la chiusura di pub e discoteche per le due del mattino in ossequio al suo credo piccolo borghese tutto ordine e decoro, le notti di milioni di giovani britannici si fanno ancora più buie.

«Fuck that bloody woman!», gridano molti di loro in quello che diventerà uno slogan generazionale. Non fanno parte di movimenti politici o gruppi studenteschi, non hanno nemmeno il piglio anarcoide e iconoclasta del movimento punk ormai giunto al crepuscolo, sono giovani normali, provengono dalle classi medio basse e in un paese incupito dalla precarietà e dalla disoccupazione cercano di ritagliarsi uno spazio impossibile di edonismo e fuga dalla realtà.

Dopo aver piegato la resistenza dei minatori e delle unions, privatizzato e liberalizzato parte dello storico welfare d’oltremanica, la Lady di ferro se la prende proprio con loro, i ragazzi e le ragazze dello “sballo”, che poi non sono altro che figli di quella classe operaia a cui ha dichiarato apertamente guerra, una guerra che ha stravinto senza fare prigionieri.

Come accade però in ogni sistema proibizionista la legalità è solo una coperta ipocrita con cui coprire la realtà, un tappeto sotto cui nascondere la polvere; così i giovani cacciati dalle sale da ballo ufficiali si organizzano per conto loro in crew e decidono di aggirare le leggi “vittoriane” del governo conservatore creando una rete di feste clandestine, rigorosamente gratis e senza limiti di orario.

È un’ondata sotterranea (letteralmente underground) che scorre dalle periferie periurbane di Manchester ai sobborghi proletari di Liverpool e che ha il suo epicentro nella capitale Londra dove i capannoni abbandonati nei docks del Tamigi per la crisi industriale improvvisamente si animano di migliaia di ventenni che “si lasciano andare”, ballando ore e ore senza sosta con una frenesia mai vista prima, accompagnati da giganteschi sound system, colonne di casse impilate, i bassi pompati a mille che vibrano con il battito del cuore, giochi di luce e psichedelia, tanto sesso, tanto alcool e l’apparizione delle prime droghe sintetiche.

In particolare l’exstasy che, dalle avanguardie danzanti della movida di Ibiza, sbarcano poi sul continente europeo e in Gran Bretagna. Dagli Stati Uniti, precisamente dai club di Chicago, invece proviene la musica, è un genere tutto nuovo e molto sgarbato, si chiama acid house e l’hanno inventato due DJ ancora oggi oggetto di culto, Jesse Saunders e Frankie Knuckles tramite il mitico sintetizzatore TB-303 che mima i suoni lividi e ipnotici della produzione industriale proprio nei luoghi del suo declino e che per un beffardo contrappasso diventano la colonna sonora della nuova, euforica, sottocultura giovanile.

Per i media conservatori è pura Babilonia mentre gli stessi DJ vecchio stile sparano a zero contro questi bizzari free party: «È la cosa più simile a un’orda di zombie che io abbia mai visto», esclamò dai microfoni della Bbc, Peter Powell, il disk jockey della radio di Stato tra gli applausi delle vecchiette.

Era il 1986, pochi giorni prima il club Hacienda di Manchester aveva organizzato la serata “Nude” all’insegna delle nuove tendenze musicali d’oltreoceano, un successo pazzesco che attira l’attenzione morbosa dei bigotti, mentre le tv trasmettono servizi allarmanti sul «nichilismo» della gioventù britannica, ingigantendo gli eccessi che pure non mancavano.

L’anno successivo a Londra il primo party che porta ufficialmente il nome di “rave”, viene chiamato Shoon e porta migliaia e migliaia di persone in una palestra abbandonata di Southwark Street. Anche in questo caso i media si scagliano contro i raduni danzanti, mentre per i ragazzi diventa sempre più difficile organizzare le serate, il governo è sul piede di guerra e la polizia li bracca ovunque, ma loro non demordono, con il tam tam e il telefono senza fili (all’epoca non esistevano né internet né i cellulari) riescono a mettere in piedi sempre nuovi eventi in luoghi sempre diversi. Come la celebre summer of love del 1989, che vent’anni dopo quella hippy di San Francisco, consacra la rave generation ormai diventata un fenomeno internazionale.

E a poco sono serviti i decreti varati da lady Thatcher che vietano i party illegali con più di dieci persone attorno a musica ripetitiva». Almeno il governo Meloni ha fissato il tetto a cinquanta persone.

D’altra parte come fai a fermare i ventenni quando si mettono in testa qualcosa? Il movimento ormai ha contagiato i giovani di mezza Europa, dopo il Regno Unito, Germania Italia e isole greche sono tra le mete più ambite tra chi nei primi anni 90 è alla ricerca di baldoria e feste folli, poi qualche anno dopo la cultura rave dilaga anche in Francia, Svizzera, Olanda, Belgio e infine nei paesi dell’est appena usciti dall’isolamento del socialismo reale.

L’espressione “rave”, che in inglese significa “delirare”, “estasiarsi”, “divagare”, appare la prima volta negli anni 50, ed è il modo con cui la stampa conservatrice descrive i raduni bohemien dei “selvaggi di Soho”, alcuni giornali parlano saltuariamente di “rave” indicando poi le feste londinesi degli immigrati giamaicani e caraibici del decennio successivo. Ma è ancora un aggettivo.

È solo al tramonto degli ’80 quando si intreccia con l’emergente musica elettronica e l’hip hop che il “rave” si fa sostantivo trasformandosi in un fenomeno culturale di massa che ancora oggi muove i giovani e faq incazzare i governi.

Come scrive il guru della “generazione chimica” e autore di Trainspotting Irvine Welsh, con queste nuove forme di divertimento e socializzazione giovanile, «la mappa psichica dell’Inghilterra veniva drasticamente ridisegnata, le vecchie regole perdevano ogni significato, le vecchie certezze si squagliavano come neve al sole, e le nuove dovevano ancora stabilirsi».

Rave party: cosa sono, come nascono e chi li organizza. GIULIA MERLO su Il Domani il 02 novembre 2022

Il fenomeno nasce a Detroit negli anni Ottanta e poi si sposta nel Regno Unito e in Europa. Ha come matrice culturale la protesta contro la cultura conservatrice e teorizza che modo migliore per sfuggire al controllo sociale è l’appropriazione temporanea degli spazi

Le norme varate dal governo Meloni per contrastare anche con l’arresto i rave party hanno riportato al centro dell’attenzione un fenomeno sociale che esiste dagli anni Ottanta e che nasce nella controcultura giovanile americana ma ha trovato spazio anche in Italia, prima nelle periferie delle grandi città e poi anche in provincia.

Nell’immaginario comune il rave party è una festa illegale a base di musica, alcol e droghe. Il fenomeno, in realtà, è molto più complesso, nasce in America e poi si sposta prima in Inghilterra e poi nel resto d’Europa. Ha come matrice culturale la protesta contro la cultura conservatrice di Ronald Regan in Usa e Margaret Thatcher nel Regno Unito, con i tagli all’assistenza sociale e la privatizzazione dei servizi, che ha generato forti conflitti e un aumento della forbice sociale.

COSA SONO

I rave sono delle aggregazioni illegali per ballare e ascoltare musica, che si svolgono fuori dai luoghi che convenzionalmente sono adibiti ad eventi musicali (come bar e discoteche) e il genere musicale che si suona – la techno – è esclusa dai normali circuiti commerciali. 

Nascono negli anni Ottanta intorno alla città di Detroit e la sua caratteristica è riassunta dall’acrononimo T.A.Z., “zona temporaneamente autonoma”, che è anche il titolo di un libro di Hakim Bey ed è considerato una specie di bibbia underground, in cui si spiega che il modo migliore per sfuggire al controllo sociale è l’appropriazione temporanea degli spazi.

La cultura dei ravers prevede di riappropriarsi del suolo pubblico, di cui tutti devono liberamente poter godere senza restrizioni, in una protesta contro il capitalismo e la logica di mercato imposta anche sul divertimento. Occupare lo spazio, infatti, ha il significato di liberarlo temporaneamente dalle restrizioni sociali e anche legali.

Durante queste feste non autorizzate, che hanno come caratteristica una durata di un paio di giorni, la musica suonata è la techno, un genere musicale sperimentale che nasce insieme alla cultura dei rave. Questa musica e i suoi sottogeneri negli anni Ottanta non veniva suonata nelle discoteche e il suo beat ripetuto ha l’obiettivo di fondere le individualità, facendole sparire. Ai rave party, infatti, si parla di “de-individualizzazione” e “de-gerarchizzazione” dei partecipanti, anche dei dj che non sono al centro della scena.

Il consumo di droga, in particolare speed, acidi e ecstasy, va di pari passo al consolidamento della scena rave e funge da amplificatore dell’esperienza di de-individualizzazione. Progressivamente, lo spaccio e il consumo di droghe diventa sempre più strutturale negli eventi.

Storicamente esistono tre tipi di rave: il rave on è la versione meno estrema, avviene in un locale chiuso e si paga un ingresso, quindi segue almeno parzialmente le regole sociali; il rave off, che invece avviene all’esterno e insieme alla festa c’è l’elemento di protesta e il fenomeno ibrido che è la street rave parade, che è un rave off ma che avviene con lunghi cortei in strada.

Il fatto che i rave avvengano molto spesso in strutture industriali abbandonate è significativo, perchè rappresenta il modo di riappropriarsi di uno spazio comunemente associato al lavoro e alla fatica per “liberarlo”, trasformandolo in un luogo di festa.

In Europa il momento spartiacque è stato il 1994, quando il Regno Unito ha emanato la prima legge anti-rave. In quel momento le cosiddette tribe inglesi, i gruppi di organizzatori di rave, hanno iniziato a spostarsi a sud, prima in Francia e poi in Italia.

IN ITALIA

In Italia il fenomeno si diffonde all’inizo degli anni Novanta e non si usa nemmeno il termine rave, ma quello di techno party. Si trattava di feste libere, che sono state definite  dal libro Rave in Italy come free party, «un virus dentro la metropoli», in cui si ricercava l’anonimato, non esistevano dj famosi e anche gli organizzatori erano anonimi. 

Con il passare degli anni e il cambio generazionale, però, anche la cultura rave in Italia si è andata sempre più ad assimilare con un format di divertimento a base di droga e musica. In Italia, i primi centri in cui si è diffusa sono stati Torino, Roma, Bologna e Milano.

Il fenomeno ha poco a che fare con i centri sociali, a cui spesso viene accostato, se non per una matrice culturale di sinistra. Ai rave, infatti, si suona solo musica techno, che invece non si sente nè nelle discoteche – dove c’è la musica commerciale  – nè nei centri sociali, dove si suona il reggae, il punk e l’hip hop. 

COME SI ORGANIZZANO

L’elemento che caratterizza l’organizzazione di un rave party è la segretezza. Il recupero delle informazioni attraverso chat e il passaparola tra i partecipanti è parte dell’esperienza, gli organizzatori individuano i luoghi abbandonati adatti all’evento che hanno in mente e solo all’ultimo minuto comunicano la data e il luogo. Le nuove tecnologie hanno aiutato molto, perchè le chat sono anonime e non localizzabili, si raggiungono molti più partecipanti e la posizione può essere condivisa con le coordinate di google-maps.

Quando internet ancora non c’era, i ravers venivano a conoscenza della festa attraverso volantini, passaparola o radio private che diffondevano un numero di telefono, a cui chiamare per conoscere l’indirizzo di un luogo di ritrovo. Lì veniva diffusa l’indicazione del posto del rave, in cui era già stato allestito l’impianto audio e le luci. 

L’obiettivo è creare questa grande aggregazione di persone senza che le forze dell’ordine se ne accorgono. In questo modo, se e quando l’evento viene notato, il numero di partecipanti è talmente alto che disperderli è molto complicato.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Sopprimerli per la destra è una bandiera. Cosa sono i rave, da Woodstock al boom degli anni ’90 storia dei raduni. David Romoli su Il Riformista il 2 Novembre 2022 

Bisognerà considerare un cattivo maestro anche Buddy Holly, star del rock’n’roll anni ‘50 perito giovanissimo in un tragico incidente aereo, e bollare come incitazione a delinquere uno dei suoi pezzi più famosi, il frenetico Rave On!, datato 1958? Il fenomeno che il governo Meloni ritiene “necessario e urgente” stroncare con le cattive ha radici antiche e una storia lunga, tanto da destare legittimi sospetti sull’urgenza dell’ennesimo decreto emergenziale.

Buddy non era infatti il primo a definire Rave quelle che gli anglosassoni chiamano “wild parties”, feste selvagge. Ci avevano pensato già all’inizio del decennio i beatnik di Soho, Londra, con il jazzista Mick Mulligan ribattezzatosi “King of Ravers”. Il nome e la cosa rimasero in vigore anche nella swinging London degli anni ‘60, in particolare tra i Mods, probabilmente la più influente sottocultura giovanile nella seconda metà del XX secolo. Si definivano “ravers” per l’abitudine di passare da un party selvaggio all’altro sia Steve Marriott che Keith Moon, rispettivamente cantante degli Small Faces e batterista degli Who, le principali band mod dell’epoca. Gli Yardbirds, altra band essenziale, intitolarono nel 1965 Having a Rave Up uno dei loro album più importanti.

Da molti punti di vista si può considerare un rave persino il concerto più famoso della storia, la tre giorni di Woodstock nell’agosto del 1969. Certo non si trattava di un evento segreto né gratuito e il padrone dell’area dove si tenne il concerto, il contadino Max Yasgur, era consapevole e consenziente. Ma a sorpresa si presentarono all’appuntamento circa 500mila giovani, l’area occupata di conseguenza si allargò a dismisura senza che Yasgur ci trovasse nulla di male, l’idea di far pagare il biglietto si trasformò in una chimera, gli stupefacenti erano ovunque, i decibel altissimi. Molte delle ragioni che secondo Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi rendono urgentissimo, oltre che necessario, l’intervento repressivo dello Stato si sarebbero potute addurre per vietare Woodstock.

Ma anche a voler essere puristi e a considerare Rave solo ciò che si indica oggi con quel nome, comunque di un fenomeno longevo e antico si tratta. S’intendono le feste di massa, con Edm, Electronic Dance Music in tutte le sue molte varianti sparata a palla, danza frenetica per ore, luci laser quando possibile, dunque quasi esclusivamente nei raduni legali, largo uso di sostanze stupefacenti, in particolare allucinogeni e non più soprattutto l’un tempo obbligatorio Mdma, base dell’Ecstasy. Le radici del Rave “moderno” datano ai primi anni ‘80, a partire dal Texas, dove l’Mdma era allora legale, per esplodere poi a Chicago, con la nascita della House Music. Dai club di Chicago la House Music e le feste di cui era l’anima rimbalzarono rapidamente nel Regno Unito, prima a Manchester, poi a Londra, in quella che viene definita “la seconda estate dell’amore” (la prima essendo quella hippie del 1967 a San Francisco) ma che in realtà proseguì senza soluzione di continuità dall’estate del 1988 a quella del 1989.

I Rave si diffusero subito in tutto il Regno unito e di lì in Europa, Italia inclusa. Le feste erano organizzate in grandi magazzini abbandonati e fabbriche dismesse, per quanto possibile lontano dai luoghi abitati per evitare le proteste, e si prolungavano per due o tre giorni. Nel 1990 furono varate in Inghilterra le prime leggi anti Rave, con l’obiettivo di reprimere “comportamenti antisociali e uso di droghe”: ospitare Rave illegali diventò punibile con ammenda fino a 20mila sterline. L’organizzazione dei free parties diventò così segreta, con l’annuncio dell’evento e della località di volta in volta scelta comunicato solo all’ultimo momento dalle radio libere oppure tramite segreterie telefoniche. Fu organizzato così il party che segnò l’inizio della guerra aperta dello Stato contro i ravers: quello di Castlemorton Common, Worcestershire, nel 1992.

Erano attese poche centinaia di persone. Ne arrivarono 20mila, a tutt’oggi il più grande Rave illegale nella storia del Regno Unito. La reazione del governo fu la legge, ancora in vigore, che permette alla polizia di respingere i veicoli nell’area di 8 km dalla località del Rave e vieta i raduni in cui più di 20 persone ascoltino musica “caratterizzata dall’emissione di ritmi ripetitivi” a volume tale da creare “seri disturbi per gli abitanti della località”. Nei 25 anni successivi, però, le leggi non hanno fermato la diffusione del Rave, anche se le feste più grandi vengono ormai organizzate nei Paesi nei quali i divieti sono inesistenti o più leggeri, come la Francia fino all’ottobre 2019 o l’Italia sinora. Gran parte dei Rave sono peraltro ormai legali, l’equivalente moderno dei vecchi festival rock, e radunano centinaia di migliaia di giovani, come l’Electric Daisy Carnival di Las Vegas nel 2013, al quale parteciparono 300mila persone, il più grande d’America sinora.

In Italia la destra ha trasformato i Rave, che si organizzano non da anni ma da decenni, in questione determinante per l’ordine pubblico nell’estate del 2021, quando circa 8mila giovani si radunarono per un party libero estivo di molti giorni vicino al lago di Mezzano, tra Lazio e Toscana. Fu l’occasione per sparare a zero sull’allora ministra Lamorgese, colpevole di non essere intervenuta. Le polemiche furono replicate a ottobre dello stesso anno, per un Rave vicino Nichelino, in Piemonte. Un gruppo di senatori di destra propose allora una legge draconiana che sarà probabilmente ripresa quasi integralmente dal dl in arrivo. L’appuntamento successivo fu nell’aprile di quest’anno, a Siena, e la destra promise di stroncare i festaioli una volta per tutte. Ora la festa è finita e il governo festeggia. Ma c’è poco, anzi non c’è niente da festeggiare. David Romoli

Anche nel resto del mondo si fanno i rave. Il Domani il 03 novembre 2022

Meloni ha presentato le nuove norme anti rave per non incoraggiare gli appassionati di techno stranieri a venire in Italia per festeggiare com’era avvenuto finora grazie alle regole lasche. Ma in realtà, non avrebbero bisogno di spostarsi, visto che i rave illegali anche all’estero sono parecchi. Spesso di dimensioni maggiori rispetto all’Italia

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni per giustificare la sua norma anti rave ha spiegato di non voler attrarre tutti gli appassionati di techno in Italia perché non ci sono regole a porre limiti. «Noi ci aspettiamo, con la norma sui rave, di non essere diversi dalle altre nazioni d’Europa». In passato «l’impressione che lo stato italiano ha dato è di un lassismo sul tema del rispetto delle regole e della legalità». Ora «la volontà politica fa la differenza» e «il segnale è che non si può venire in Italia per delinquere» perché «ci sono delle norme che vengono applicate».

Ma è davvero così? Vanni Santoni, scrittore esperto di cultura rave interpellato da Rivista Studio sul tema, sostiene che della dimensione considerata dalla nuova legge, cioè da 50 persone in su, «sono migliaia. Se si parla di “veri” free party, diciamo da 500 persone in su, stimerei oggi in un centinaio l’anno o giù di lì. Quelli davvero grossi, sull’ordine delle migliaia di persone, non più di 3-4 l’anno». 

Per avere una prova tangibile, basta considerare che nell’anno e poco più del governo gialloverde, quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno, ne sono stati contati 50 oltre la dimensione consentita dalla legge. 

REGNO UNITO

Quel che è certo, però, è che i rave non esistono soltanto in Italia, come farebbero pensare le parole di Meloni. Il problema di individuare un numero preciso, data la loro natura illegale, non esiste però soltanto in Italia.

A una richiesta di accesso agli atti, la Metropolitan police britannica risponde che «il numero di segnalazioni che abbiamo ricevuto non sarà totalmente sovrapponibile al numero di eventi che hanno effettivamente avuto luogo». Un’altra questione è la classificazione: per esempio, la Metropolitan police non considera “rave” gli eventi avvenuti all’aperto. In ogni caso, la risposta segnala 39 eventi e 15 interventi della polizia che hanno portato alla chiusura dell’evento nel 2019 e 24 eventi con 12 interventi fino a metà 2020. 

FRANCIA

Anche in Francia è difficile trovare cifre ufficiali, ma per avere un’idea delle proporzioni delle feste che hanno continuato ad aver luogo anche durante il lockdown si può ripescare qualche articolo di cronaca. Ad agosto 2020 un evento organizzato in barba alle restrizioni contro il coronavirus nella zona di Lozère ha attratto 10mila persone.

A gennaio 2021 in Bretagna un rave ha raccolto 2.500 persone nonostante le regole anti Covid: alla fine è intervenuta la polizia per interrompere l’evento. Altre 1.500 a giugno 2021 si sono riunite nella Francia occidentale. Insomma, i raver francesi hanno tutt’altro che bisogno di venire in Italia per festeggiare. 

GERMANIA

Stesso discorso in Germania, dove il sistema federale rende ulteriormente difficile la ricerca di dati puntuali. Anche in questo caso però conviene recuperare le notizie di cronaca. A giugno 2021 la polizia ha scoperto un centinaio di raver che festeggiavano sotto a un ponte autostradale, ma sono diverse le testimonianze di appassionati di techno che hanno ammesso di aver continuato a festeggiare a centinaia anche durante il lockdown.

È di gennaio 2022 la notizia di un rave illegale da 200 persone sgominato ad Amburgo, mentre dal 2018 la Sueddeutsche Zeitung ha dedicato un reportage alla cultura rave. A Lipsia, addirittura, la scorsa estate il comune ha dato il via libera all’organizzazione in alcune aree dedicate a qualsiasi tipo di festa non commerciale, in maniera di rendere un ricordo del passato i rave illegali. 

SPAGNA

Anche in Spagna non sono mancate le infrazioni delle norme anti Covid e nel 2021 sono state diverse le feste interrotte dall’intervento della polizia, come a luglio a Cadiz. Più tragiche le conseguenze di un rave illegale di quest’estate a Zamora, dove una turista svizzera ha perso la vita.  

La norma anti-rave. Dall’omicidio stradale al femminicidio: quando la risposta più comoda sono le manette. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 3 Novembre 2022 

“Occorre eliminare il pregiudizio che la sicurezza e la buona amministrazione siano tutelate dalle leggi penali. Questo non è vero. L’abbiamo sperimentato sul campo, soprattutto quelli come me che hanno fatto per quarant’anni i pubblici ministeri”. Aveva appena giurato fedeltà alla Costituzione nelle mani del Presidente Mattarella, Carlo Nordio, ed era da pochi minuti il nuovo ministro guardasigilli del governo Meloni, quando pronunciando queste parole si impegnava per una “forte depenalizzazione” e una “riduzione dei reati”, soprattutto per velocizzare i processi. E anche sfoltire un po’ le carceri e quella piaga tutta italiana dei suicidi. È passata solo una settimana e un decreto del governo ha creato una nuova fattispecie di reato.

Il frettoloso scombiccherato decreto di “occupazione musicale” di proprietà privata come risposta a botta immediata a un fatto di cronaca, ne porta alla mente decine di altri cui si sono esercitati governi di destra e di sinistra. E altrettanti Parlamenti, pronti a legiferare con le agenzie di stampa tra le mani. Esilarante, pur in presenza di fatti tragici, fu il dibattito che seguì alcuni episodi di teppismo di ragazzi che si divertivano a tirare sassi dai ponti autostradali sulle auto di passaggio. Ci furono parecchi che seriamente proposero un reato specifico per i sassi dal ponte. Sono molti gli esempi delle scorse legislature in cui, fallito ogni tentativo di sfrondare un codice nato già in epoca “pesante” come fu quello degli anni del fascismo in cui fu creato il codice Rocco, sono spuntati come funghi nuovi tipi di reato ad appesantire le ipotesi già esistenti.

Il più clamoroso degli ultimi anni è quello dell’”omicidio stradale” del 2016. Ma potremmo ricordare degli stessi anni la nuova legge sul cyberbullismo piuttosto che quella sul caporalato o sul “femminicidio”. Per non parlare del decreto Zan. Stiamo parlando di fenomeni gravissimi su cui è giusto intervenire, da parte dello Stato, così come dagli Enti locali e anche del Terzo settore. Ma soprattutto sulla prevenzione, fondamentale, sugli omicidi stradali, per il controllo delle condizioni fisiche e mentali con cui ci si mette al volante. Non per sanzionare il comportamento di chi beve un bicchiere di troppo o assume sostanze psicotrope, ma per impedire che si salga in auto nelle condizioni conseguenti ai comportamenti, ubriachi o sballati. Così è importante avere la capacità di saper fermare, magari anche con l’uso del braccialetto elettronico, lo stalker pericoloso che può trasformarsi in omicida.

Naturalmente poi, in presenza di reati, il codice penale deve farla da padrone. Ma la domanda è: non esistono già da sempre le norme del codice penale che puniscono i fatti più gravi? Non esiste già il gioco delle attenuanti e delle aggravanti per tipicizzare ulteriormente comportamenti e situazioni? C’è poi un altro problema, anzi una statistica affermata non solo in Italia: mai l’aggravamento delle pene ha dissuaso alcuno dal commettere il reato. E bisogna ammettere che tutti questi nuovi reati, che arricchiscono ipotesi già esistenti, sono finalizzate sostanzialmente a un aumento delle pene. È così anche in questa nuova fattispecie sulle occupazioni coniata sulla scia del rave party di Modena, problema tra l’altro risolto anche con la vecchia legge e con sanzioni amministrative. Qualcuno può immaginare i ragazzi arrivati da tutta Europa per la musica e un po’ di sballo, consultare freneticamente il codice penale lungo il viaggio per conoscere la pena rischiata? E magari tornare indietro per paura della nuova legge?

La creazione del reato di “omicidio stradale” nel 2016 dal governo Renzi (che pure aveva tentato anche qualche depenalizzazione) è l’esempio dell’inutilità dell’inasprimento delle pene. I morti sulle strade sono ancora migliaia, l’ultimo proprio ieri, e i dati parziali e un po’ propagandistici diffusi dall’Anci segnalano un’apparente diminuzione del numero delle vittime, ma solo negli ultimi due anni a causa delle restrizioni conseguenti all’epidemia da covid e la scarsa circolazione stradale. Pare però che le forze politiche, quasi tutte, non si rassegnino. Certo, la prevenzione è più faticosa, impegnativa e costosa. Più facile la propaganda.

Quella di Fratelli d’Italia quando era all’opposizione, e oggi quella del Pd, i cui governi hanno più di altri rimpinzato il codice penale di norme vessatorie e inutili, oggi dall’opposizione. Servisse almeno per seminare anche nella sinistra più forcaiola qualche briciolo di senno. Una volta, nelle campagne elettorali, si promettevano riforme sociali, oggi solo manette. Ma che Paese è mai questo? Coraggio, ministro Nordio, faccia quel che ha detto dopo il giuramento. In fondo anche quelle sue parole erano una sorta di giuramento.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il rave di Modena non rispettava una dozzina di norme penali e civili. Linda Di Benedetto su Panorama il 02 Novembre 2022.

Dall'invasione di terreni ed edifici, allo spaccio, alle mancate norme sull'uso della musica e sulla somministrazione di cibi e bevande.

Da giorni non si parla d’altro: il rave party, soprattutto del decreto voluto dal governo di Giorgia Meloni che vieta tutti i ritrovi abusivi di gruppi di ragazzi tra musica a tutto volume ed anarchia assoluta. Molti infatti criticano la norma del governo, definendola addirittura anti-costituzionale che vieta le libertà individuali. Dall’altra parte c’è la legge e le regole che questo tipo di manifestazioni violano, senza alcun dubbio. Ma chi organizza un rave quali leggi sta violando? Parecchie, sia di carattere penale che civile. A rispondere sulle violazioni di carattere penale è l’avvocato Angelo Capelli. «Durante i rave illegali le norme del codice penale di riferimento che vengono violate riguardano l’articolo 633, ossia occupazione abusiva di immobili che prevede una pena di due anni di reclusione che con patteggiamento arriva anche un anno. Questo tipo di reato di “invasione di terreni ed edifici” a mio avviso prevede una pena scarsamente efficace, oltre che difficilmente applicabile perché a querela di parte. In pratica le forze dell’ordine possono intervenire solo se qualcuno denuncia altrimenti l’autorità giudiziaria non può procedere». Ma com’è possibile individuare tra migliaia di partecipanti ai rave chi denunciare? «È praticamente impossibile identificare i soggetti da denunciare. Quindi sono tutti reati che dal punto di vista penale prevedono una pena molto bassa e difficilmente perseguibile. Inoltre un altro reato che si profila nello svolgersi di questi eventi è il danneggiamento che rientra nell’articolo 635 e prevede una pena da 6 mesi a tre anni. Allora ben venga una norma che possa essere usata nel caso specifico come strumento di deterrenza da parte delle forze dell’ordine». A parlarci invece dei reati amministrativi commessi nei rave illegali è il comandante della polizia locale della città di Latina Francesco Passeretti. «Durante i rave illegali viene violata la norma prevista dalla circolare Gabrielli del 7 giugno 2017 emessa a seguito dei fatti di Torino, dove è morta una ragazza e ci sono stati centinaia di feriti per la calca. La Circolare Gabrielli fornisce regole precise per la gestione degli eventi che prevedono un forte afflusso di pubblico e fa una netta distinzione tra Safety (responsabilità di Comune, Vigili del fuoco, Polizia municipale, Prefettura, organizzatori) e Security (servizi di ordine e sicurezza). Obblighi da rispettare per garantire la sicurezza pubblica con un’adeguato piano di sicurezza dove si valuta la capienza del luogo in cui si svolge l’evento con un conseguente piano di emergenza e di evacuazione, nonché con l’approntamento di mezzi antincendio e di soccorso ed emergenza. Tutti obblighi che sono a cura dell’organizzazione e prevedono un adeguato numero di operatori. Ad aggiungersi a questo ci potrebbe essere anche un possibile divieto di vendita di alcolici e altre bevande in bottiglie di vetro». Nei rave cosa succede? «Nei rave illegali questa serie di prescrizioni non vengono assolutamente rispettate. Durante questi eventi vengono somministrati cibi e bevande senza alcuna autorizzazione sanitaria, in luoghi occupati abusivamente e per le quali prevista solo una sanzione amministrativa del Tulps. Ma oggi con il nuovo decreto verranno accorpate sotto la fattispecie di un unico reato. C’è poi da tener presente che ogni comune ha il suo regolamento per ogni singola violazione. A Roma per fatti del genere esiste il daspo urbano».

Alessandro Fulloni per corriere.it il 30 ottobre 2022.

Migliaia di persone, tra cui molti stranieri, hanno raggiunto tra la serata di ieri (sabato) e la notte un capannone abbandonato a nord di Modena, nei pressi della fiera e non lontano dall’uscita dell’autostrada dove si tiene un grande rave party di Halloween. Il raduno era in corso ancora in serata sotto la stretta vigilanza di polizia e carabinieri, nonostante in giornata il ministro degli interni Matteo Piantedosi avesse chiesto al prefetto di far sgomberare immediatamente l’area. 

L’evento «Witchtek» — questo il nome che si trova in rete —, tenuto sotto controllo da polizia e carabinieri, ha creato disagi in città, con blocchi stradali, code e traffico in tilt. 

In mattinata il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva dato mandato al prefetto di Modena e al capo della Polizia di adottare, raccordandosi con l’Autorità giudiziaria, ogni iniziativa per interrompere il rave e liberare l’area al più presto. Già domani (lunedì) Piantedosi porterà in Cdm, per un primo esame, una serie di misure normative per dare nuovi e più efficaci strumenti di prevenzione e intervento rispetto a casi del genere (qui il piano di Piantedosi, nel dettaglio).

Nel pomeriggio era anche iniziata una trattativa tra le forze dell’ordine, polizia e carabinieri presenti, per invitare i giovani — circa 3.000 sinora, giunti anche da Francia, Spagna, Germania e Austria — a lasciare l’area. Nel frattempo era stato convocato da parte della prefettura di Modena un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica per la mattinata, per fare il punto sulla gestione della situazione. Le forze dell’ordine stanno prendendo i numeri di targa delle auto parcheggiate attorno al deposito.

Per motivi di sicurezza sono state chiuse anche uscite autostradali sull’A22 a Carpi e Campogalliano, oltre a Modena Sud in A1. Musica e balli sono andati avanti tutta la notte, le persone sono arrivate con camper e auto e l’intenzione è quella di rimanere fino a martedi. Non sono mancati momenti di tensione nella notte — riferisce il quotidiano cittadino La Gazzetta di Modena — con lancio di qualche petardo e razzo nautico.

Il resto della giornata è però trascorso in relativa tranquillità: il viavai dei partecipanti al rave è proseguito, alcuni hanno anche montato tende all’esterno del capannone abbandonato (una ex azienda agricola). Il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, che ha preso parte al comitato in prefettura, in una dichiarazione ha sollecitato a «garantire nei tempi più rapidi possibili il ripristino della legalità in quell’area della città, tutelando l’ordine pubblico e l’incolumità di tutte le persone, che è fondamentale, agendo senza forzature, quindi, ma con determinazione e continuità dell’azione».

A complicare la giornata caotica della cittadina emiliana c’è il fatto concomitante che molti automobilisti in transito lungo l’autostrada stanno raggiungendo Modena per visitare il salone degli sport invernali «SkiPass», che si tiene in fiera. E proprio da Skipass informano che l’uscita autostradale per Modena Nord è regolarmente aperta. Il consiglio «è quello di raggiungere la fiera prendendo la tangenziale e uscendo all’uscita 16».

Modena, al rave party musica, alcol, canne e ragazzi in delirio: «Questa è libertà, noi non ce ne andiamo». Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 30 Ottobre 2022.

Siamo al Rave di Halloween che sabato sera ha portato fra i campi di grano di Modena Nord migliaia di giovani che hanno preso possesso di un gigantesco capannone industriale abbandonato 

Cris ha gli occhi lucidi, arriva da Bologna e parla così: «Qui si creano delle connessioni, qui c’è il battito tribale, qui c’è tekno con la kappa, senti che roba, bum bum bum, non la trovi da nessuna parte, dopo due giorni torni a casa con questo nella testa, le onde ti vanno nella memoria e voli». Seduto su una sedia dentro il capannone, Cris guarda verso il muro di casse acustiche che sparano una musica da stordimento davanti a centinaia di ragazzi sulle soglie dell’estasi. «Machine of delirium» è lo striscione neppure tanto ambiguo che domina sulle loro teste mentre ballano, bevono, fumano. Altri dormono per terra o se ne stanno seduti come Cris a raccogliere le idee: «Sono spaccato».

Tra campi di grano

Siamo al Rave di Halloween che sabato sera ha portato fra i campi di grano di Modena Nord migliaia di giovani che hanno preso possesso di questo gigantesco capannone industriale abbandonato a un passo dall’uscita autostradale. «Mi affascina l’organizzazione, ti mandano la posizione esatta tre ore prima e si arriva in massa in modo che nessuno possa fare nulla, quando sei in tremila come oggi è fatta. Sono stati davvero bravi... i migliori li fanno in Italia e Repubblica Ceca, anche in Francia... senti che roba».

Bum bum bum. Fuori, sulla strada, c’è la polizia che blocca gli accessi e si trova nella difficile situazione di chi deve obbedire all’ordine partito dall’alto di sgomberare la zona in breve tempo. «Interrompere il rave party e liberare l’area», ha deciso in modo netto il neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Bisogna tutelare ordine pubblico e incolumità delle persone, senza forzature», ha invitato alla prudenza il sindaco di Modena Gian Carlo Muzzarelli augurandosi che vengano individuati e denunciati gli organizzatori del rave che sta mettendo a soqquadro la città.

Digos e dialogo

Stretti fra queste due esigenze, sgombero e incolumità, gli agenti della Digos hanno cercato inutilmente un dialogo con qualcuno che possa rappresentare questo popolo piombato di colpo a Modena. Cris, che non è l’ultimo arrivato e di rave ne ha già visti una quindicina, fa spallucce: «Ma gli organizzatori saranno stranieri, non li becchi dai». Nessuno qui dentro sembra avere intenzione di andarsene, così almeno fino alla tarda serata di ieri. «Ma se la festa dura fino a martedì perché dobbiamo sgomberare prima? Ricordati che questa si chiama libertà, questa è comunione, è fratellanza», spiega pacifica Ramona mentre il ragazzo che le sta accanto ci guarda storto. Lei, coloratissima, faceva la commessa vetrinista. Da due anni ha perso il lavoro e si è messa a fare piercing sul lago di Garda. Ne ha una decina sul viso.

Spunta un tipo con gli occhi agitati: «Quel muro di casse è come il muro di Berlino, perché queste cose non le scrivete?». Lui non ci guarda, prende la mira: «Perché non le scrivi, eh?». All’interno della struttura, privata, sono parcheggiati furgoni e allestiti banchetti. C’è chi prepara piadine, chi vende pizze e vin brulè a 5 euro e magliette «trouble family» a 15. Ci sono bandiere di pirati, zucche, diavoli. Ma su tutto domina lei: la canna. «Hashish, hashish, est-ce que tu veux?», chiede una ragazzina giovanissima e tatuatissima in minigonna nera e anfibi. Molti arrivano dall’estero, soprattutto dalla Francia. «Io sono un artista musicale e ho composto l’inno della cannabis, se la legalizzano faccio il botto», spera Cris che dice di essere laureato e nel frattempo si è alzato ed è uscito dal capannone. «Quando sono lucido saltello, jumper, mi piace di brutto, un po’ come l’elettroswing».

Multietnici e underground

All’esterno il campo di pannocchie è una distesa di tende, macchine, camper, molti scassati e con la targa coperta. I raver sono giovani, multietnici, underground, ribelli. Arrivano da Bologna, da Roma, Milano, Torino, Venezia, dall’estero. «Vedo sempre le stesse facce dalla Francia e dall’Olanda... sono traveller», spiega Cris che ogni tanto si blocca e chiede dov’era rimasto.

C’è un furgone ammaccato con targa elvetica, ci sono dei Ducati che hanno stipata dentro qualsiasi cosa, mentre tre Vigili del fuoco gironzolano intorno al capannone. «Siamo qui a controllare la solidità della struttura, non ci dovrebbero essere problemi». Passeggiano e osservano circospetti. Qualcuno li punta intonando la canzoncina: «Il pompiere paura non ne ha». Fa caldo e molti si mettono a torso nudo, come un ragazzo rasta che barcolla sostenuto dalla fidanzata.

Come fare

La polizia osserva tutto dall’esterno e cerca di capire come fare. «Abbiamo provato a contattare qualcuno per avviare un dialogo ma è stato inutile», sospira un dirigente. La sensazione è che qualcosa stia per scattare a breve. «Nooo, mancano ancora questi che sono artisti tosti», si dispiace Cris che ti fa vedere il programma dell’evento Witchtek: «Schockraver/fab23, Space invaders, Insane Teknology... Dov’ero rimasto? Capisci no? Musica illegale, allucinante, il mio mondo, qui dentro sopporto tutto... e poi è riuscito bene, o no?». Lui ha un sogno: «Un food and beverage su una spiaggia in un posto teso con il sound system sempre al massimo. Perché ti da stabilità».

La lezione di Piantedosi alla Lamorgese: così si ferma un rave party. Ci sono migliaia di persone a nord di Modena, dove è iniziato un rave party di Halloween: il ministro ha già dato ordine di liberare l'area. Francesca Galici il 30 Ottobre 2022 su Il Giornale.

È allerta a Modena, dove migliaia di persone, molte delle quali straniere, hanno raggiunto un capannone abbandonato per un rave party di Halloween. L'evento Witchtek è stato segnalato ieri sera da polizia e carabinieri che hanno monitorato la situazione. Per motivi di sicurezza sono state chiuse anche alcune uscite autostradali sull'A22 a Carpi e Campogalliano, Modena Nord e Sud in A1. Le persone sono arrivate con camper e auto e l'intenzione è quella di rimanere fino a martedì.

Musica e balli sono andati avanti per tutta la notte ma il ministro Matteo Piantedosi ha già dato ordine di sgomberare il capannone al prefetto di Modena e al capo della polizia. Il rave party dev'essere interrotto e l'area liberata al più presto: sono queste le indicazioni del ministro che già domani porterà in Cdm, per un primo esame, una serie di misure normative per dare nuovi e più efficaci strumenti di prevenzione e intervento rispetto a casi del genere.

I numeri del rave sono già enormi: ci sarebbero 3mila persone accampate tra camper e tende. In un messaggio sui social diffuso nelle scorse ore dagli organizzatori si diceva: "Stasera le crew si riuniranno per darvi ciò che vi è stato promesso... Durante tutta la giornata verranno date delle indicazioni, seguitele. Quando uscirà la posizione sarà necessario essere tutti in un raggio ristretto". Quindi, a chi proviene da fuori, anche una nota di sicurezza contro le pattuglie delle forze dell'ordine: "Abbiamo voglia di combattere per ciò in cui tutti noi crediamo abbiamo bisogno che ognuno faccia la propria parte. State attenti a Biella, stanno fermando camion francesi e li scortano fuori regione". In queste ore sarebbero in corso trattative tra le forze dell'ordine, polizia e carabinieri presenti, per invitare i giovani a lasciare l'area. Nel frattempo è in convocazione da parte della prefettura di Modena un comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica per la mattinata, per fare il punto sulla gestione della situazione.

Per liberare l'area e fare in modo di mettere il capannone in sicurezza, per evitare disastri come in già passato ce ne sono stati, Matteo Piantedosi ha dato mandato al prefetto di Modena e al capo della Polizia di "adottare, raccordandosi con l'autorità giudiziaria, ogni iniziativa per interrompere l'evento e liberare l'area al più presto". Un tempismo perentorio che già di suo segna la distanza con il precedente titolare del Viminale, Luciana Lamorgese, la quale non è riuscita a interrompere i rave finché gli stessi non si sono esauriti autonomamente.

La festa dello sballo blocca mezza Emilia. Il prefetto di Modena però prende tempo. Tremila persone, chiuse le uscite delle autostrade nei pressi della zona. I vertici della sicurezza: troppa gente, serve responsabilità. Lucia Galli il 31 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

L'appuntamento è nelle pieghe del web e sui social. È nato così, a tre anni dall'ultima volta, il reclutamento per il Witchtek 2k22, il rave che sta tenendo in scatto la zona di Modena Nord con oltre 3mila giovani arrivati - e ancora in arrivo - in un capannone industriale abbandonato fra la A1 e la A22. Autosole e Auto Brennero: eccolo l'ombelico di un mondo clandestino che, però, si è dato appuntamento alla luce del sole. L'idea? Il ponte di 4 giorni, un tempo perfetto per far convergere da ogni dove d'Italia e Europa truppe del divertimento fuori decibel. Il motivo? Halloween, la notte delle streghe, quelle witch, appunto, che tornano a suon di tecno, per un sabba post moderno e post pandemia. L'ultimo Witchtek che gli annali ricordino era andato in scena a Livorno, nel 2019, un'era pre covid fa. E, allora, This is the time, is the place, ecco l'ora e il posto. E le raccomandazioni: «Le crew vi daranno indicazioni: seguitele. Quando uscirà la posizione sarà necessario essere tutti in un raggio ristretto», questo il messaggio affidato ai social dagli adepti. In tanti si sono messi in viaggio: dal Piemonte arrivano in molti, sotto i 25 anni, già ferrati in checkpoint: «Attenti, a Biella, stanno fermando camion francesi». Messaggi non chiari, al limite del subliminale. I ragazzi del rave hanno messo gli occhi su un deposito agricolo fra Tre Olmi e Modena Nord. Non, non è il Modena park di Vasco e Colpa D'Alfredo: quella sembra preistoria a confronto. A poche km, dall'altro lato dell'Autosole stava andando in scena l'annuale Skipass, fiera nazionale sul turismo invernale, ma è parso chiaro da subito a tutti che il traffico che ha portato a chiudere anche le due uscite della A22 non era dovuto agli estimatori di sci e ciaspole e coppa del mondo. La musica è iniziata già sabato con i primi accampamenti: camper, auto, tende, tutti sotto un cielo da mega hertz, complice il clima estivo. Dopo una prima notte ad alto volume, ieri mattina, alle forze dell'ordine è arrivata anche la segnalazione del padrone del capannone. Oltre 200 uomini, fra carabinieri e polizia hanno cominciato a presidiare il territorio. Blindati, l'elicottero da una parte, qualche petardo in serata: il ministro Matteo Piantedosi è stato perentorio nel parlare di sgombero, ipotizzato non prima dell'alba di stamane in accordo con il prefetto di Modena Alessandra Camporota che per evitare disordini chiede di «superare la situazione con equilibrio e responsabilità». Quando ci sono migliaia di giovani, ammassati in un luogo, gli interventi vanno, però, calibrati. I 150 morti e la strage in Corea insegnano come la calca sia la rovina di qualunque festa. E allora: per tutta la giornata, ieri, i ragazzi sono sembrati più incuriositi che infastiditi dalle divise e dai media. Dal capannone arriva ritmata la colonna sonora dello stordimento. Dal capannone in molti vanno, vengono e barcollano: prendono aria, luce anche. C'è chi è vestito da sera, chi in tuta, cappuccio d'ordinanza calato sul capo: perché qui è notte e giorno nello stesso momento. Una ragazza straniera barcolla, si avvicina all'ambulanza, ma il suo accompagnatore ripete «Stop», come a dire: «Va tutto bene, non serve aiuto». Un altro ragazzo si butta sul prato: armeggia con un enorme disco, quasi un frisbee fuori misura. È la sua tenda, non riesce nemmeno a montarla. Altri si avvicinano ai taccuini: «Mercoledì sarò al lavoro, sai. Non faccio nulla di male. Per questo ponte bastava un giorno di ferie. Mi sono fatto i panini e sono partito». Un altro giovane argomenta: «Tutti vogliamo tornare a casa: contestazione politica? Mah, forse, non c'è molto spazio per i giovani, però direi che qui c'è soprattutto voglia di ballare». Ancora una notte e un giorno soltanto.

Piantedosi prepara la stretta sui rave: sequestri e denunce per chi li organizza. Ma il Pd li difende. È un'altra prova di quella discontinuità promessa su più fronti dal governo di centrodestra. Lodovica Bulian il 31 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

È un'altra prova di quella discontinuità promessa su più fronti dal governo di centrodestra. Il pugno duro sui rave party comincia su quello di Halloween in corso da ieri in provincia di Modena, in un capannone dismesso non lontano dall'uscita dell'autostrada. Code, blocchi stradali e traffico in tilt. Circa tremila persone arrivate anche da Francia, Spagna, Germania e Austria. Ieri mattina il ministero dell'interno Matteo Piantedosi ha chiesto al prefetto e al capo della Polizia Giannini di avviare ogni iniziativa per interrompere la festa e liberare l'area al più presto. Il Viminale sceglie la linea dura. Tanto che oggi Piantedosi dovrebbe portare in consiglio dei ministri un provvedimento con «nuovi e più efficaci strumenti di prevenzione e intervento». Così li definisce il Viminale nell'annunciare le nuove disposizioni pensate per fermare immediatamente i raduni come quello in corso in Emilia Romagna. Il provvedimento - che potrebbe tradursi in un decreto da varare entro la settimana - dovrebbe contenere misure come il sequestro immediato e la confisca dei mezzi, - camion e furgoni - oltre che di tutto il materiale utilizzato per i raduni, come strumenti e apparecchiature musicali. Con un danno agli organizzatori dei rave che verrebbero dunque denunciati e perseguiti. A loro carico scatterebbe anche l'obbligo del ripristino dei luoghi danneggiati. Di fatto, nelle intenzioni del ministro, un potente deterrente all'organizzazione. Immediato il plauso del vicepremier e ministro per le Infrastrutture Matteo Salvini: «Basta rave party illegali, delinquenti che spadroneggiano, istituzioni umiliate: ora si cambia! Complimenti al ministro Piantedosi, avanti così». Si punta a delineare una fattispecie di reato che consenta sul piano preventivo di intercettare chat e canali social coperti, per sapere in anticipo quando e dove questi eventi si tengano ed evitare l'afflusso di grandi numeri difficili da sgomberare.

Del resto questa era stata una battaglia del centrodestra e della Lega e di Fratelli d'Italia soprattutto, che aveva attaccato duramente l'ex ministro Luciana Lamorgese per la gestione di un maxi rave che si era svolto a Mezzano, nel viterbese, nell'agosto scorso, dove aveva anche perso la vita un 24enne. La stessa Meloni aveva scritto su Facebook: «Sono cinque giorni che va avanti il rave party di Mezzano tra droga, alcol e illegalità. Nonostante sia anche morto un ventiquattrenne, nessuno è ancora intervenuto a sgomberare il campo. Lamorgese, ma dove sei?». Lei, l'ex ministro, aveva poi replicato in Aula alla raffica di interrogazioni, spiegando che mettere in atto uno sgombero sarebbe stato pericoloso per l'ordine pubblico, vista anche la presenza di bambini, e che aveva ritenuto più opportuna un'attività dissuasiva: «Per il raduno che si è tenuto tra il 13 e il 19 agosto, l'azione di forza era controindicata perché lo sgombero dell'area con il ricorso a idranti e lacrimogeni avrebbe creato rischi per ordine pubblico e salute. In Italia ci sono stati tanti rave in passato con concentrazioni fino a 5mila persone, - aveva detto Lamorgese - in nessuno di questi si è deciso di intervenire con la forza se non quando lo hanno potuto consentire circostanze di tempo e luogo soprattutto connessi al numero dei partecipanti». Ora con uno dei primi atti del governo Meloni si vuole evidentemente certificare un'inversione di rotta. Intanto da ieri è in corso una trattativa tra le forze dell'ordine, polizia e carabinieri, per invitare i giovani a sgomberare. I partecipanti dicono di voler rimanere fino a domani. Il proprietario del capannone occupato ha presentato denuncia alle forze dell'ordine.

E il Pd? Ovvio, fa le barricate in favore del rave: «Preoccupati. Non bisogna dar fuoco alle polveri salviniane». E il leader della Lega Salvini strabuzza gli occhi: «Difendono i raduni illegali? Siamo su Scherzi a parte?».

"L'ordine di sgombero ci sorprende e ci preoccupa". Il Pd difende il rave. Da sinistra coccolano i partecipanti al rave e non concordano con la linea dura di Piantedosi: centrodestra compatto attorno al ministro. Francesca Galici il 30 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Ci sono migliaia di persone che da oltre 24 ore hanno occupato un capannone a nord di Modena per un rave party che è in programma fino a martedì. Facile immaginare cosa ci sia all'interno della struttura, dalla quale rimbomba musica ad alto volume. Mentre il prefetto Matteo Piantedosi, d'accordo con il prefetto e con i vertici delle forze dell'ordine, lavora per ripristinare la legalità e la sicurezza, da sinistra difendono il rave party.

"L'ordine del Ministro Piantedosi di sgomberare il rave party illegale in corso a Modena ci sorprende e ci preoccupa. Sorpresa perché garantire la sicurezza e rispettare la legalità è un compito delle forze dell'ordine che molto probabilmente davanti ad oltre 3000 giovani hanno optato per un'attività dissuasiva e non un'azione di forza, ci preoccupa visto il precedente di come è stato gestito l'ordine pubblico nei confronti degli studenti di Tor Vergata (La Sapenza, ndr) pochi giorni fa", hanno dichiarato la senatrice del Pd Vincenza Rando e l'onorevole Stefano Vaccari.

Parole che hanno fatto saltare sulla sedia molti, anche tra le forze dell'ordine. Le parole dei parlamentari sottintendono comportamenti irresponsabili da parte delle divise, che invece sono costantemente impegnate nel mantenimento dell'ordine pubblico, che è il loro lavoro. Davanti a queste parole, ha reagito anche Matteo Salvini: "Parlamentari PD difendono i Rave Party illegali e si preoccupano per il ritorno alla legalità. Siamo su Scherzi a parte?".

E mentre da sinistra paragonano il rave party con le manifestazioni di Predappio, dimostrando ancora una volta una certa ossessione nei confronti della destra, il ministro Piantedosi sta agendo per ripristinare la situazione nel più breve tempo possibile e con minori conseguenze possibili. Da Roma, ha dato mandato al prefetto di Modena e al capo della Polizia di adottare, raccordandosi con l'autorità giudiziaria, ogni iniziativa per interrompere il rave e liberare l'area al più presto. Per analizzare le misure si è riunito il comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, in modalità permanente.

Da liberoquotidiano.it il 31 Ottobre 2022.

Oliviero Toscani come sempre non usa giri di parole. Il fotografo, ospite a Zona Bianca, difende i ragazzi che hanno letteralmente travolto Modena con un rave party abusivo che ha procurato anche la chiusura di alcune uscite autostradali. 

Secondo Toscani il pugno di ferro usato dal Viminale sarebbe eccessivo e contesta anche il servizio mandato in onda dal conduttore Giuseppe Brindisi: "Quelle immagini non dicono nulla, questo non è giornalismo.  Anche Woodstock era abusivo. Fate i seri, questo non è un buon servizio".

Brindisi lascia passare qualche secondo e restituisce il colpo a Toscani: "Non mi sembra corretto paragonare Modena a Woodstock. Quello che abbimo documentato è un rave abusivo, caro Toscani. E le immagini che abbiamo mostrato sono giornalismo, parlano chiaro". 

Toscani poi cambia obiettivo e attacca anche la parlamentare di Forza Italia, Rita Dalla Chiesa che contestava la condotta dei ragazzi all'interno del capannone occupato. Toscani è una furia: "Ma cosa state dicendo, sono dei ragazzi e non fanno nulla di male. Voi non potete dire che sono drogati". La Dalla Chiesa risponde a tono: "Hanno fatto una occupazione abusiva e questo basta per definire la gravità della situazione". 

 Rave, si può criticare, ma non quando si è fatto di peggio. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 03 novembre 2022

Piacerebbe che il governo - non questo, qualunque governo - fosse criticato anche aspramente per le cose che fa, non per quelle che si inventano a suo carico. E poi piacerebbe che la critica venisse da chi ha le carte in regola, non da chi è responsabile di comportamenti dello stesso segno, ma peggiori, rispetto a quelli che addebita alla controparte. Mettiamo i piedi nel piatto e diciamo senza girarci intorno che al liberale non piace troppo assistere all'introduzione di nuove figure di reato, come se non ce ne fossero abbastanza, o all'aggravamento delle pene, come se non fosse dimostrato che non è questo il modo per perseguire con efficacia presunti obiettivi sicuritari. 

E ovviamente, quando diciamo "liberale" (il dottore non ha ordinato di esserlo, e si è degnissime persone anche senza essere liberali), non ci riferiamo al profugo in diaspora dalle cene eleganti, né al manettaro che si improvvisa garantista quando gli arrestano il parente o l'amico. Tanto precisato, si può ritenere giusta o sbagliata la norma che punisce l'occupazione abusiva, da parte di più di cinquanta persone, di una proprietà immobiliare altrui per tenervi un raduno da cui "può derivare un pericolo per l'ordine pubblico o l'incolumità pubblica o la salute pubblica". Ma quel che non si può fare è spacciare la balla che per il tramite di questa norma si vietino e puniscano legittime occasioni di protesta o contestazione.

E invece è proprio questa falsità che si è spacciata, con il corollario di stupidaggini sui "diritti" calpestati e sul valore democratico del rave nel condominio occupato. Che poi lo strillo venga da chi giustificava e metteva in decreto il rastrellamento e la galera per gli irresponsabili, vale a dire quelli che organizzavano il party negazionista mangiando pizzette sulle panchine di un parco deserto o quelli che non tenevano il metro di distanza nella fila al supermercato, fa ben capire quanto sia genuino lo strepito per la svolta autoritaria. 

"Questo decreto puzza...". Gli artisti si accodano alla sinistra e sul rave fanno figuracce. Francesca Galici l'1 Novembre 2022 su Il Giornale.

La sinistra confonde "raduni" e "manifestazioni" e solleva la polemica contro il governo per i rave: Viminale costretto a ribadire l'ovvio con una nota 

Resta un mistero il motivo per il quale alla sinistra piaccia così tanto l'illegalità al punto che anche artisti e volti noti scelgono di esporsi pubblicamente in sua difesa. L'ultimo caso è il rave di Modena, che il nuovo ministro Matteo Piantedosi ha interrotto dopo poco più di 24 ore. Partendo da questo caso, è stato portato in Consiglio dei ministri un decreto col quale questo tipo di raduni, che avvengono in edifici privati occupati abusivamente e, spesso, sono occasione di spaccio e consumo di droga, sono stati resi illegali. Pene fino a 6 anni di reclusione e 10mila euro di ammenda: una stretta decisa da parte del Viminale che invece di essere accolta come un passo verso la legalità, da sinistra vedono come un'attentato alla libertà.

Arriva la stretta sui rave party: confisca e fino a 6 anni di reclusione

Dovrebbero dirlo a tutti quelli che si sono visti occupati i loro capannoni e campi, con danni di centinaia di migliaia di euro come accaduto a Viterbo. Ma la sinistra sembra più concentrata a coccolare i fuorilegge piuttosto che a cercare di rendere l'Italia un Paese migliore. E quindi ecco che in difesa dei rave party, sull'onda dell'inutile e strumentale polemica sollevata dal Pd, scendono in campo pure gli artisti. Sempre i soliti, ovviamente, senza sorprese di sorta per quanto riguarda la provenienza delle critiche al governo di centrodestra.

In prima linea ecco spuntare Fiorella Mannoia: "Questo decreto sui rave puzza, spero di sbagliare". Ma cosa vorrà mai dire Fiorella Mannoia? In tutta questa vicenda, l'unica puzza è quella dell'erba che sovente gira in questo tipo di raduni, ma la cantante si è accodata senza senso critico a quanto detto dal Partito democratico, che ora ha sollevato la polemica sul fatto che il blocco dei rave sia solo un pretesto del governo per rendere illegali gli scioperi e le occupazioni di università, scuole, fabbriche e simili. Alcuni l'hanno solo sottinteso, altri sono stati più espliciti, ma il chiodo fisso della sinistra è sempre lo stesso: convincere i cittadini che il governo Meloni è di estrazione fascista e che i provvedimenti presi sono di quella estrazione.

Ma sarebbe bastato leggere e soffermarsi, se proprio non si aveva voglia di capire, per rendersi conto che nel decreto non si parla di "manifestazioni" ma di "raduni" e che quindi tutta la loro polemica si basa su un castello di sabbia. Eppure, in tanti si sono lasciati convincere dal Pd, non solo Fiorella Mannoia. Erri De Luca scrive: "Atto primo scena prima. Il governo individua il grave pericolo delle manifestazioni musicali libere e gratis. Pene da patibolo contro la gioventù". Anche in questo caso si ignora deliberatamente che le "manifestazioni musicali libere e gratis" avvengono mediante occupazioni abusive. E ancora, alla Rete degli studenti medi e dall'Unione degli Universitari non è parso vero di trovare un così ampio appoggio dagli amici di sinistra: "In questo modo si limita la libertà di manifestare. Inaccettabile dare il via a repressione in scuole, atenei e piazze". E ancora una volta si confondono i raduni con le manifestazioni.

È servita una nota del Viminale per spiegare l'ovvio, ossia che la decisione presa in sede di Cdm "interessa una fattispecie tassativa che riguarda la condotta di invasione arbitraria di gruppi numerosi tali da configurare un pericolo per la salute e l'incolumità pubbliche". Questo provvedimento, si specifica nella nota, "non lede in alcun modo il diritto di espressione e la libertà di manifestazione sanciti dalla Costituzione e difesi dalle istituzioni". Il prossimo passo pr l'esecutivo sarà quello di fare i disegnini. O, forse, visto che si tratta di polemiche strumentali, nemmeno quello servirà, perché davanti a chi non vuole capire non ci sono soluzioni che tengano.

La sinistra ha trovato il modo di strumentalizzare anche questa nota. Il primo è stato Enrico Letta, testardo nella sua pretestuosa polemica: "Le precisazioni del Viminale sulla questione rave party non cambiano la questione giuridica che abbiamo posto. Anzi, la precipitosa e inusuale precisazione conferma che hanno fatto un pasticcio. Che si risolve solo col ritiro della norma".

Ma ovviamente non è l'unico. Giuseppe Conte gli fa eco e continua a buttare benzina sul fuoco con le sue esternazioni: "Questa norma è un docile strumento che, per la sua genericità, consentirà un esercizio discrezionale alle autorità preposte alla sicurezza e all'ordine pubblico. Si applicherà anche ai raduni negli edifici, quindi nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università". Il leader del M5s parla di "esibizione muscolare di un governo impregnato di una ideologia iniquamente e soverchiamente repressiva". "Sono decisamente contrario ai Rave illegali, ma una nuova fattispecie di reato si scrive ponderandola bene, non così a cavolo per fare "la dura". È la differenza tra partecipare ad un talk show e stare al Governo", scrive su Twitter il leader di Azione Carlo Calenda.

Ma dalla maggioranza si tira dritto e Matteo Salvini plaude alla norma: "Viva la libertà, viva la democrazia, viva i giovani e la musica, nel rispetto delle regole. Quindi senza droga, senza armi, senza comportamenti illeciti, senza occupazioni abusive di spazi pubblici o privati. L'illegalità non verrà più tollerata, possono essere 15enni o 90enni. Si rispetta la legge, piaccia o non piaccia". Quindi, ha aggiunto: "Sui rave party non si torna indietro".

Quel rave a Predappio che nessuno ha fermato. Mentre i blindati della polizia accerchiavano il capannone di Modena, migliaia di nostalgici sfilavano indisturbati. Ezio Menzione su Il Dubbio l'1 novembre 2022.

Colpisce: stesso giorno, stesse ore. A Predappio sfilano nostalgici del regime fascista ringalluzziti dal governo Meloni e dal presidente del Senato, per festeggiare il centenario della marcia su Roma. Non lontanissimo da lì, vicino a Modena, due, forse tremila giovani erano convenuti in un gran capannone appositamente affittato per un rave, una delle tante feste spontanee che quasi settimanalmente nella bella stagione si tengono in tutta Italia e anche in tutto il nostro mondo occidentale. Diversa l’accoglienza da parte delle cosiddette forze dell’ordine. A Predappio si vuole che tutto fili liscio, nonostante la legge vieti saluti romani e tutti i parafernali dell’antico, ma sempre nuovo, regime. Lo vieta la legge; ma mai nessuna legge è stata tanto disapplicata. Essa vieterebbe non solo la ricostituzione del partito fascista, e questo per ora è fuori dalla portata di questi nostalgici che tanto la desidererebbero, ma anche gli emblemi e i comportamenti che a quel partito si richiamano. E di questi, a Predappio ce n’era a bizzeffe. Ma tant’è, anche questa volta, anzi, tanto più questa volta, tutto è fatto andare liscio: nessun fermato, nessun identificato formalmente, i promotori sono ben noti lippis et tonsoribus, ma nessuno è chiamato a rispondere di queste illegalità. Diversamente vanno le cose al rave in quel di Modena. Durante la notte centinaia di agenti e carabinieri, con camionette e blindati, accerchiano il capannone e intendono sgomberarlo con le buone o con le cattive. Si avvia una trattativa che va avanti fino al mattino, quando i giovani “si arrendono” e lasciano spontaneamente la grande struttura, portandosi via le proprie carabattole e, addirittura, ripulendo a modo tutto quanto. Questa volta (contrariamente a quanto successo in altre occasioni) non ci è scappato il morto né i feriti né gli arresti: solo 600 identificazioni, moltissimi gli stranieri, forse grazie alla nottata meteorologicamente mite e serena (ma solo meteorologicamente) di questa fine estate italiana. Ma il rave non era autorizzato e quindi illegale. Illegale per violazione di quale legge, di grazia? Non si sa. Ma la stessa Costituzione non tutela (art.17) il diritto di riunirsi, purché “pacificamente e senza armi”? Tanto quel rave non era vietato, che ora si vuole introdurre una legge che vieti i rave, con confisca dei beni utilizzati (il “doppio binario” si espande e i sequestri preventivi si allargano) e pene che arrivano a 6 anni. Oppure sono illegali in quanto luoghi in cui circola la droga? Sì, è vero, la droga in questi raduni circola eccome, ma non più che in un qualunque ginnasio.

Michele Serra per “la Repubblica” l'1 novembre 2022.

L'ordine pubblico è solo un'opinione. Tra il rave party di Modena e la curva di San Siro svuotata dagli ultras dell'Inter (polizia autoproclamata), qual è l'affronto più grave alle leggi e all'ordine? Da una parte c'è un capannone vuoto occupato illegalmente, e un branco di ragazzi che si rintronano di decibel e di altra robaccia. 

Dall'altro ci sono padri con i bambini, che hanno comperato un biglietto, magari fatto un centinaio di chilometri per andare alla partita, e vengono sgomberati a spintoni perché un capo della tifoseria, noto pregiudicato, è stato ammazzato. E allo stadio di Milano il lutto diventa obbligatorio, come nei quartieri di mafia quando muore il boss.

Di chi è lo stadio di San Siro, e di chi sono tutti gli stadi? Sono luoghi pubblici, nei quali vale la legge italiana? Oppure sono, come ognuno può vedere, luoghi privatizzati a suon di sberle, minacce, ricatti? I ministri che fanno la voce grossa con gli underdog (termine di moda, a Palazzo Chigi) dei rave party, la farebbero, o la faranno, anche con gli ultras che hanno usato lo stadio di Milano come casa loro, rovinando un sabato di festa a famiglie che avevano il solo torto di essersi sedute in curva? Ci scommetto: non lo faranno.

I rave dispiacciono anche politicamente a questo governo, gli ultras delle curve no. C'è una nota e rivendicata familiarità politica tra esponenti della destra oggi ministeriale e il tifo ultras. Sgomberare un capannone da ragazzi alterati, ma pacifici, e chiudere gli occhi sullo scempio di sabato a San Siro: l'ordine pubblico è solo un'opinione.

(ANSA il 31 Ottobre 2022) Al rave party di Modena è iniziata l'operazione di sgombero del capannone in disuso di via Marino e i partecipanti stanno lasciando l'edificio. Molti si sono già riversati in autostrada con i loro mezzi. Intorno alle 10,30 le forze dell'ordine in tenuta antisommossa si sono avvicinate all'edificio senza entrare all'interno mentre un funzionario ha detto al megafono: "Non siamo qui per voi e non entreremo, l'edificio è sotto sequestro perché pericolante, dovete andarvene". Dopo un primo momento di tensioni, ma senza scontri, i partecipanti al party hanno iniziato a lasciare l'edificio. Dentro stanno smontando le casse.

Iniziati i servizi per la messa in sicurezza dell'area di Modena Nord interessata dal rave, che ha visto l'afflusso di giovani da diverse regioni e dall'estero. Secondo quanto si apprende dalla Questura di Modena le attività in corso daranno esecuzione al sequestro preventivo dell'immobile adottato di iniziativa e in via di urgenza, per motivi di sicurezza strutturale legati allo stato dei luoghi, dichiarati dal proprietario della struttura e certificati in ultimo da sopraluogo tecnico.

Sono circa 600 le persone per ora identificate dalle forze dell'ordine per il rave party di Modena. Il dispositivo per eseguire il sequestro, approntato all'esito del Comitato Provinciale Ordine e sicurezza pubblica svolto ieri in Prefettura e del successivo Tavolo tecnico svolto in Questura alla presenza di tutti gli Uffici, Comandi ed enti interessati, vede il dispiegamento di forza pubblica, enti del soccorso sanitario e tecnico. Proseguono sul perimetro e sulle vie di deflusso le attività di identificazione dei raver e di controllo dei relativi mezzi, con il concorso di pattuglie territoriali dislocate a medio raggio, di unità cinofile antidroga e della Polizia stradale. (ANSA)

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 31 Ottobre 2022. 

Fin dagli albori, la cultura dei teknoraver lo ha sempre voluto fare illegale. Se gli permettessero di farlo a norma, non lo vorrebbero. Così, 3.500 ragazzi per lo più ventenni con qualche eccezione, dalle prime ore di ieri stanno ballando in un capannone abbandonato alla periferia nord di Modena. Hanno creato rallentamenti tali sul nodo autostradale lì accanto, da spingere le autorità a chiudere due caselli per alcune ore (complice anche una fiera sullo sci molto frequentata). 

Una volta arrivati, si sono installati su un campo di girasoli ormai mietuto, ci hanno montato le tende, hanno occultato la targa delle utilitarie con le magliette affinché nessuno potesse denunciarli, hanno aperto i battenti di vecchi camper scassati (tra camper invece nuovi e station-wagon tedesche di grossa cilindrata), e da lì ora vendono pizzette, birre, vin brulé, droghe sintetiche e magliette psichedeliche.

Nonostante la proprietà abbia fatto una querela, il nuovo ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, abbia chiesto lo sgombero, qualcuno si sia sentito male e fuori i reparti di intervento celere facciano la guardia, loro continuano la festa. 

Un rave di solito funziona così: si sceglie un'area industriale dismessa, possibilmente lontano dalle case (e questa lo è). Ci si dà appuntamento (stavolta la scusa è Halloween e il programma prevede di tirare dritto fino a domani), si fa girare la voce sui canali dell'ambiente, si arriva in massa e si occupa il posto. 

All'interno del capannone maggiore c'è una pista da ballo enorme: pareti di altoparlanti presso cui i più cotti ballano avvicinando la testa ai subwoofer, luci stroboscopiche, installazioni artistiche create con ricambi meccanici riciclati, graffiti continui sulle pareti, ragazze e ragazzi che ballano, cani che scorrazzano. Fuori, nel villaggio improvvisato, un generatore, un mixer e qualche cassa artigianale bastano ad aprire una festicciola a margine, tra chi ha bisogno di qualche ora di sonno su un sedile reclinato. 

Il dress code per il Witchtek (che va in scena da anni, sempre in un posto diverso), non c'è, ma un look eccentrico non guasta: uomini col velo da sposa, fanciulle truccate da mostri, luci led come aureole e, se ci si sente presi alla sprovvista, il torso nudo è la soluzione. L'ingresso è gratuito e il consumo di droga è libero: «Hashish, ketch, coltelli, pistole, Ak47», grida lo strillone di uno dei camper con davanti la fila di chi vuole comprare un po' di sballi. Naturalmente, i primi due prodotti del listino sono disponibili e richiestissimi, mentre gli ultimi non esistono, vengono annunciati solo per fare marketing.

Per «ketch» si intende la ketamina, un anestetico da assumere per inalazione. Per chi ha altri gusti sui paradisi artificiali, ci sono stimolanti, oppioidi o psicofarmaci. Sabrina, di Viterbo, siede a gambe incrociate con Chiara. Fanno quarant' anni in due e gli manca il tabacco per chiudere la canna. Fermano uno, gli chiedono una sigaretta, il ragazzo sembra un po' assente e gli domandano: «Tutto bene?». Lui conferma che è a posto e rigira la domanda: «Voi, tutto bene?», perché in fondo è sbagliato credere qui non esista la minima responsabilità: «Stiamo bene se ci prendiamo cura l'uno dell'altro, sennò non ci sta», spiega lei a suo modo. Tra gli stand di gastronomia spiccia e alcool da discount, per esempio, ci sono anche i banchetti per la cosiddetta «riduzione del danno».

Se hai comprato droga, puoi fare un test per vedere quanto è pura e se contiene sostanze tossiche. Si ti manca una siringa o un preservativo, te lo danno gratis. Se ti senti male, ci sono i materassi con le termocoperte che si offrono ai naufraghi. 

Italia, Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Repubblica Ceca e Repubblica di San Marino: si capisce che la provenienza è varia dagli accenti e dalle targhe. Marion, 27 anni, di Nimes (Francia), si inciampa mentre cerca di saltare un fosso. Davanti a lei, ci sono le tre camionette dell'antisommossa e qualche volante che presidia. Sapeva che le forze dell'ordine sarebbero intervenute?

«C'est n'est pas facile - spiega - è sempre così. Non vogliamo dare fastidio a nessuno, ma di certo non torneremo a casa prima della fine, con tutta la strada che abbiamo fatto».

Operai, carrozzai, commesse, bariste e party raver di professione: le occupazione sono varie come le nazionalità, ma dentro non si parla di lavoro. A parlarne, sono i ristoratori dei pressi, che hanno visto tutti i coperti della domenica sfumare nella chiusura del traffico sulla zona.

«Oggi non si è visto nessuno, abbiamo aperto per niente», protesta Adam, origini arabe, menù modenese e figli con accento emiliano che battono il ristorante vuoto. Poi, entra uno dei raver e l'istinto per gli affari si sveglia: «Com' è la festa? Bella? C'è molta gente?». «Bisogna servire tutti i clienti - spiega appena è uscito - soprattutto quando non ce n'è». All'improvviso si sente uno scoppio uguale a quello che annuncia l'inizio di una carica di polizia. Tutti si voltano a vedere se il nuovo governo ha deciso di dare la sua prima prova di forza su questa mega festa di periferia. I bronci diventano subito sorrisi: sono solo i fuochi artificiali, nessuno pensa alla fedina penale o alla cartella clinica. A domani penseranno domani.

Da repubblica.it il 31 Ottobre 2022. 

Reclusione da 3 a 6 anni, multe da 1.000 a 10.000 euro e si procede d'ufficio "se il fatto è commesso da più di 50 persone allo scopo di organizzare un raduno dal quale possa derivare un pericolo per l'ordine pubblico o la pubblica incolumità o la salute pubblica".

È quanto si trova nel decreto legge passato oggi in Consiglio dei ministri - composto di nove articoli e che riguarda anche norme in materia di giustizia e di Covid - nella parte che riguarda il contrasto ai rave party. 

In caso di condanna, "è sempre ordinata la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e di quelle utilizzate per realizzare le finalità dell'occupazione". […]

Da repubblica.it il 31 Ottobre 2022.

Mentre i partecipanti al rave di Halloween di Modena lasciano ordinatamente il capannone sequestrato per motivi di sicurezza strutturale dalle forze di polizia mobilitate massicciamente dal neo ministro Piantedosi, arrivano le prime reazioni politiche. 

 "Ok stretta sui rave, ma governo spieghi Predappio", attacca il leader 5 stelle Giuseppe Conte. L'ex titolare del Viminale, Matteo Salvini inneggia al "pugno duro" e si riappropria dello slogan "la pacchia è finita". Per l'esponente Fabio Rampelli, "sui rave si cambia musica". Intanto la polizia prova ad abbassare i toni: "Non è stato uno sgombero, ha prevalso la trattativa". Soddisfatto il dem Stefano Bonaccini per la "soluzione positiva e senza violenza".

Le reazioni

Scrive sui social Giuseppe Conte, "leggiamo da indiscrezioni che il ministro Piantedosi dovrebbe presentare oggi in Cdm un decreto per tracciare la nuova linea di 'fermezza e rigorè in materia di sicurezza e ordine pubblico. Ben vengano azioni mirate a maggiore prevenzione e contrasto dell'illegalità, ma allo stesso modo ci aspettiamo dal titolare del Viminale e dal Governo una parola chiara sulla sfilata delle duemila camicie nere di Predappio, dove inni fascisti e braccia tese hanno evidenziato, qualora ve ne fosse bisogno, la labile linea di confine che divide la 'nostalgia dall'"apologia'".

"Modena, sgombero e sequestri in corso al rave party. Pugno duro contro droga, insicurezza e illegalità. È finita la pacchia". Così il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Matteo Salvini che su Facebook posta un video con la diretta sul rave. 

"La saggezza e l'esperienza del Ministro Piantedosi sono una risorsa per l'Italia e per la legalità". Lo scrive su Twitter il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri vicepresidente del Senato.

"Sui rave si cambia musica", secondo il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli, di Fratelli d'Italia, intervistato ad Agorà: "Non c'è alcun intento persecutorio, ma è inaccettabile che migliaia di persone si ritrovino in un capannone per un'iniziativa senza annunciarla né denunciarla. La legge è uguale per tutti e tutti devono rispettarla, nelle modalità con cui si svolgono i raduni e nelle notifiche alla questura. Ciò che appare comunque paradossale è la mancanza di intelligence e prevenzione. Come si possono spostare e concentrare 3mila persone provenienti da mezza europa in un posto senza che nessuno se ne accorga, consentendogli ogni illegalità?". 

Sulle iniziative a Predappio, continua Rampelli, si respinge qualsiasi tentativo di "accostamento al governo di centrodestra e men che mai a Fratelli d'Italia. Ci sono stati fior fiore di sindaci comunisti che hanno approfittato di queste date per fare economie locali".

Evidente soddisfazione per l'esito della vicenda è espressa dal dem Stefano Bonaccini. "Ringrazio tutti coloro che hanno lavorato a una soluzione positiva che ha permesso di tornare a una situazione di normalità rispetto a un evento organizzato illegalmente e in un capannone inagibile, uno spazio, quindi, che non poteva essere utilizzato in alcuna maniera. Il prefetto, il questore, il sindaco di Modena, oltre ovviamente al ministro dell'Interno, coi quali sono rimasto in contatto in queste ore. La Procura, e grazie ovviamente a tutte le Forze dell'ordine, alla Polizia locale, ai Vigili del fuoco, il Servizio 118 e il sistema di Protezione civile". Così il presidente della Regione Emilia-Romagna. "Va sottolineato come ciò sia avvenuto in maniera ordinata e senza alcuna violenza. Resta il rammarico per i forti disagi creati nei giorni scorsi, rispetto soprattutto alla viabilità, con ricadute su residenti e attività economiche. A maggior ragione è doveroso che venga ripristinata la legalità ogni qualvolta vengano violate le norme".

La situazione

A metà mattinata il rave è di fatto concluso. La musica è stata spenta intorno alle 10 ed è cominciato il deflusso dei partecipanti. Non sono stati necessari interventi "di forza" da parte delle forze dell'ordine. I partecipanti sono impegnati nella pulizia del capannone dai rifiuti di questi giorni. 

Secondo fonti della Polizia presenti sul posto, la trattativa tra forze dell'ordine e partecipanti è stata subito efficace, non c'è stato bisogno di sgomberare il capannone. Alle persone arrivate da tutto il mondo è stato spiegato che l'edificio è pericolante e quindi, per la la loro sicurezza, sarebbe stato meglio che se ne fossero andati. Nessuna resistenza nè momento di tensione, i ragazzi e le ragazze hanno preso atto del pericolo e se ne stanno andando via. Oltre ai poliziotti sono presenti i vigili del fuoco.

"Abbiamo reagito nella maniera giusta, nessuno ha alzato le mani, non vogliamo lo scontro". È il commento a freddo di Chiara, una delle partecipanti mentre l'edificio di via Marino, occupato abusivamente da sabato sera, si svuota lentamente e in maniera pacifica.

La sinistra che sta con gli sballati dei rave party coccola l'illegalità. Andrea Indini su Il Giornale il 31 Ottobre 2022

Saviano, Lerner e tutta la sinistra radical chic in campo contro lo sgombero. Pure i dem contro Piantedosi. Dalle occupazioni agli sbarchi, ecco chi fomenta l'illegalità in Italia 

Un elicottero della polizia sorvola il cielo terso sopra Modena. Sotto una ragazza alza il braccio, stende il dito medio, insulta gli agenti e mostra loro la lattina di birra che si sta scolando. Strafottente. Chissà se è stato per difendere il "diritto" allo sballo anche di questa giovane che il Pd si è espresso contro la decisione del ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, di far sgomberare il capannone occupato. "L'ordine ci sorprende e ci preoccupa". Se ne sono usciti così, ieri sera, i senatori dem Vincenza Rando e Stefano Vaccari. E non sono stati gli unici. Tutta la sinistra radical chic a inondare Twitter per esprimere solidarietà ai 3.500 che stavano tenendo il rave party non autorizzato, per dire che dopo tutto non sono loro i veri criminali da perseguire, per sottolineare che a Predappio comunque c'è di peggio.

Da sempre la sinistra coccola l'illegalità. Gli sbarchi, i centri sociali, le case occupate e financo i rave party illegali: i più moderati li tollerano con simpatia, mentre i più estremisti addirittura li sostengono. E così gli dev'essere venuto un travaso di bile quando, abituati a giocare in casa col lassismo dell'ex ministro Luciana Lamorgese, hanno sentito suonare un'altra musica al Viminale. Senza troppi proclami, Piantedosi è passato subito ai fatti e, nel giro di ventiquattr'ore, ha inviato a Modena 600 agenti che, senza troppi problemi, hanno sgomberato l'intera area. E così, non potendo accusare gli agenti per i modi "rudi" come invece avevano fatto dopo l'assalto dei collettivi studenteschi contro il convegno di Azione universitaria alla Sapienza, hanno montato una polemica pelosa.

Ad aprire le danze contro il Viminale è stato il dem Andrea Orlando che, sui social, ha scritto: "Segnalo al ministro degli interni il rave che si è tenuto a Predappio, a mio avviso di gran lunga il più inquietante. Era conforme alle norme vigenti?". Dello stesso tenore i tweet di Roberto Saviano ("Mentre il governo propone di alzare il tetto al contante Piantedosi ferma i 'veri criminali': Ong e rave party") e di Gad Lerner ("A un governo come il vostro verrà sempre più facile prendersela con il rave party di Modena e con il soccorso in mare delle Ong piuttosto che coi fascisti radunati a Predappio"). O anche le sparate televisive dell'immancabile Oliviero Toscani ("Strana questa voglia di castigare invece di capire"). E c'è persino chi, sempre in tivù, se ne è uscito dicendo che "il diritto di riunirsi è garantito dalla Costituzione" e chi si sarebbe aspettato dalla polizia una sorta di servizio d'ordine ("Potevano filtrare gli accessi").

Una marea di assurdità che non tiene contro che i 3.500 si trovavano all'interno di una proprietà privata e che il rave party non era stato autorizzato dalle autorità. Non esiste il diritto allo sballo. E tantomeno non esiste il diritto a occupare. È solo illegalità. Come è nell'illegalità che operano le Ong che ogni giorno riversano sulle nostre coste centinaia di clandestini. Accostare inoltre il degrado di Modena o i respingimenti delle navi nel Mediterraneo al raduno dei nostalgici del fascismo a Predappio è a dir poco fuorviante. Senza contare che, come ha fatto notare il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, "ci sono stati fior fiore di sindaci comunisti che hanno approfittato di queste date per fare economie locali".

I rave party sono la fiera dell'illegalità e dell'anarchia. Fermarli è doveroso. Federico Novella su Panorama il 31 Ottobre 2022.

Dallo sgombero (pacifico) a Modena alle decisioni del Consiglio di Ministri. Oggi è un giorno nero per chi credeva di poter continuare a fare quello che gli pare.

 C’è ancora chi pensa che i cosiddetti rave party siano un simbolo di libertà. Praticamente una festa di Paese, una processione religiosa, come le celebrazioni del santo patrono. Non scherziamo. La libertà di contravvenire alle regole non può essere ammessa, perché non è libertà: è anarchia. Ma non è solo questo. In Italia vale anche un discorso di eguaglianza dinanzi alla legge. In un paese in cui la burocrazia può rovinarti la vita per un divieto di sosta non pagato, non possiamo tollerare che si creino sacche di illegalità in cui si calpestano le più elementari norme sanitarie, fiscali, con l’utilizzo più o meno disinvolto di sostanze stupefacenti. Tollerare i rave party selvaggi e non autorizzati significa certificare la resa dello Stato.

Almeno finora, sembra che Piantedosi abbia fatto in pochi giorni ciò che non è riuscito alla Lamorgese in diversi anni. Anzi, di fatto possiamo certificare il “licenziamento” , nei fatti, della linea Lamorgese. Le operazioni di sgombero a Modena, dove tremila persone si erano date appuntamento a poche centinaia di metri dal casello autostradale, sono iniziate senza troppi problemi: è bastato minacciare il pugno duro per risolvere la situazione. Segno che parecchi nodi potrebbero sciogliersi facilmente se solo ci fosse la volontà politica. Il cambio di passo rispetto al passato è evidente. Ricordiamo con sgomento la follia della festa illegale di Mezzano, nell’agosto del 2021, quando per sei giorni una fetta del territorio nazionale venne messa a ferro e fuoco – e ci scappò purtroppo anche il morto – mentre, in lontananza, la pubblica sicurezza rimaneva tranquilla a guardare. Evidentemente, se nulla si fece, era perché mancava il coraggio delle istituzioni di far rispettare sé stesse. Il ripristino dell’ordine venne subordinato ad interessi politici, quelli di chi è convinto che i rave party siano ascrivibili al puro folklore, neanche fossero delle sagre paesane da tutelare. Il nuovo arrivato sulla poltrona del Viminale aveva promesso che la musica sarebbe cambiata, e in base ai primi segnali, così è stato. Oggi il consiglio dei ministri dovrebbe licenziare un decreto che sancisce una stretta sulle feste illegali, e che prevede sequestri e confische del materiale utilizzato, reclusione da tre a sei anni per gli organizzatori, e multe fino a 10 mila euro. Ci sarà senz’altro chi, di fronte a questo giro di vite, griderà all’autoritarismo. Ma assicurare il rispetto delle regole e la sicurezza di certi territori (nel caso di Modena, anche della comunicazione autostradale) non dovrebbe fare notizia. Al contrario, dovrebbe costituire la normale condotta di uno Stato democratico. La speranza è che la linea Piantedosi possa costituire un modello di governo, nel rispetto dei diritti di tutti: se si impone una linea, la si porti avanti con coraggio. La maggioranza silenziosa degli italiani approverà.

(ANSA il 27 Ottobre 2022) - E' accusato di omicidio e tentato omicidio plurimo il 46enne disoccupato che nel tardo pomeriggio di giovedì 27 ottobre ha accoltellato cinque persone in un centro commerciale di Assago, nell'hinterland milanese, uccidendone una e ferendo in modo grave altre quattro. A contestare i reati è il pm di MIlano Paolo Storari, che ha da poco cominciato a interrogare l'uomo che, secondo gli inquirenti, ha gravi problemi psichici. L'interrogatorio è videoregistrato.

(ANSA il 27 Ottobre 2022) - Si chiamava Luis Fernando Ruggieri, era un boliviano e aveva 46 anni l'uomo ucciso ieri pomeriggio al centro commerciale di Assago (Milano) da un coetaneo italiano con problemi psichici che ha accoltellato altre persone. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, la vittima era un dipendente della catena Carrefour e sarebbe stato uno dei primi a essere colpiti dall'aggressore. L'arma sarebbe stata recuperata proprio all'interno del supermercato dove lavorava Ruggieri. Quest'ultimo è morto durante la corsa in ambulanza per raggiungere l'ospedale.

Cesare Giuzzi per corriere.it il 27 Ottobre 2022.

Un uomo di 46 anni, italiano, con problemi psichici, ha rischiato di fare una strage nel centro commerciale Milanofiori di Assago, a Milano. Ha afferrato un coltello dall'espositore all'interno del supermercato Carrefour e, all'improvviso, ha iniziato a colpire persone a caso, uccidendo un dipendente 47enne della catena di grande distribuzione e ferendone altre 5. Tra loro anche il calciatore del Monza, Pablo Marí. Tre di loro sono state trasportate in codice rosso in ospedale e il quadro clinico appare molto grave. 

Le persone coinvolte hanno dai 28 agli 81 anni. I carabinieri del comando provinciale di Milano stanno lavorando per ricostruire la dinamica, ma per ora escludono che possa esserci una matrice terroristica alla base del gesto.

Più probabile che l'uomo abbia colpito in preda a una crisi psichica esplosa all'improvviso. Tra i feriti anche Pablo Marí, difensore spagnolo del Monza, raggiunto da un fendente che non avrebbe provocato danni preoccupanti al calciatore di serie A. Secondo fonti vicine al Monza calcio, il difensore Pablo Marí è stato trasportato in codice rosso al Niguarda. Sarebbe comunque cosciente. All'ospedale ci sono anche Adriano Galliani, dirigente del Monza, e Raffaele Palladino, allenatore dei biancorossi. 

«Ora che siamo lontane siamo più tranquille ma eravamo veramente terrorizzate, non capivamo cosa succedeva, vedevamo gente scappare in lacrime - ha raccontato all'ANSA una ragazza che si trovava nel centro commerciale al momento dell'aggressione -. Mi è rimasta molto impressa una ragazza che piangeva, completamente sotto shock». Una scena da film americano, raccontano altri, che ancora faticano a ricostruire quanto accaduto poche ore fa.

«Eravamo al bar e pensavamo si trattasse di uno scippo perché abbiamo visto dei ragazzi e una signora correre, poi abbiamo visto sempre più gente con facce sconvolte e abbiamo capito che era successo qualcosa di grave», aggiunge un'altra ragazza che era nel bar del centro commerciale quando il 46enne si scagliava contro i passanti. «A un certo punto - continua la testimone - ha iniziato a parlare di pistole quindi molto gentilmente, mentre tirava giù la serranda, ci ha nascoste perché nemmeno lei capiva cosa stava succedendo. Siamo rimaste nel retro del bar mentre vedevamo anche il resto della ristorazione chiudere nascondendo le persone dentro. 

Poi dopo circa 5 minuti è arrivata una commessa del Carrefour che aveva assistito alla prima aggressione, non parlava di armi ma solo di un pazzo. Era sconvolta e la ragazza del bar l'ha soccorsa». Poco dopo, «abbiamo visto gente scappare e siamo andate via anche noi, siamo uscite mentre dall'altoparlante del centro commerciale chiedevano l'intervento urgente di un medico e ci siamo allontanate il più velocemente possibile. Ora, «sapere che l'hanno preso ci mette tranquille e speriamo - conclude - che i feriti possano cavarsela». Il dipendente del supermercato è morto durante il trasporto in ospedale.

L'uomo, di cui non sono state ancora fornite le generalità, si trova negli uffici del comando provinciale di Milano in via della Moscova, dove continuerebbe a profferire frasi prive di senso in linea con il suo evidente stato confusionale. Incensurato, era in cura da un anno per una grave crisi depressiva. Il caso è affidato al pm Paolo Storari. Nelle prossime ore il magistrato, che si è recato sul luogo in cui è avvenuta l'aggressione, interrogherà il 46enne, qualora quest'ultimo riuscisse a ritrovare la lucidità sufficiente. 

Francesco Calvi per gazzetta.it il 27 Ottobre 2022.

Pablo Marì, dall'ospedale di Niguarda dove è ricoverato dopo essere stato accoltellato nel centro commerciale di Assago, ha parlato con l'a.d. del Monza e l'allenatore Palladino che lo hanno raggiunto. Ecco le sue parole: "Oggi ho avuto suerte, perché ho visto una persona morire davanti a me". 

"Ero con il carrello con dentro il mio bambino - ha aggiunto lo spagnolo -, ho sentito un dolore atroce alla schiena. Dopodiché ho visto quest’uomo accoltellare una persona alla gola, davanti a me. Sto bene, lunedì sarò in campo", ha chiuso cercando di fare una battuta per esorcizzare lo schock di questa terribile disavventura.

 Altri particolari dell'accaduto li ha riferiti Galliani fuori dall'ospedale di Niguarda: "Pablo Marì mi ha detto che non si è accorto di nulla. Aveva il bambino nel carrello e la moglie al suo fianco. E all'improvviso ha sentito come un forte crampo alla schiena che era il coltello dell'aggressione. Probabilmente è stato salvato dalla sua altezza. Tutto questo è sconvolgente. La moglie è qui e ora i carabinieri la stanno interrogando. Come sta? Lui ha una forza incredibile. E sono vicino alla famiglia della vittima, è incredibile che una persona vada a lavorare e venga uccisa. Non ho parole".

Assago, cinque accoltellati al Carrefour, uno è morto: «Noi, barricati nei negozi». Cesare Giuzzi su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

L'attacco nel centro commerciale e i racconti dei presenti sotto choc. Supporto psicologico ai dipendenti. Nei negozi barricati dietro le serrande abbassate Il governatore Fontana: serata amara per la Lombardia

Le telecamere del centro commerciale inquadrano le corsie centrali del supermercato. Sono le 18.35. I clienti si voltano tutti di scatto, in un’unica direzione. Le immagini non hanno il sonoro, ma i testimoni dicono d’aver sentito delle urla, forti, sconclusionate. Frasi senza senso. È in quella direzione che guardano tutti. Un uomo - in questo articolo: chi è Andrea Tombolini - cammina con in mano un coltello da cucina. Lo ha strappato dall'espositore dalla corsia dei casalinghi, ha aperto la confezione di plastica, ha liberato la lama, ha iniziato a muoversi tra i clienti. E ha colpito a caso. Quando i primi capiscono cosa sta succedendo lui è già dall’altra parte, dove ci sono le bibite, la frutta e i prodotti bio. Ora si sentono altre urla, sono di altri uomini e di donne. Gridano «aiuto». Gli altri corrono e scappano. Le mattonelle bianche del pavimento si ricoprono di sangue. Viene colpito anche il calciatore del Monza Pablo Marí, 29 anni, in prestito dall’Arsenal e qui insieme alla moglie. La coltellata lo prende alla schiena. È grave ma fuori pericolo. 

L’uomo con il coltello non corre ma barcolla. Si avvicina alle casse e colpisce per la quinta volta. Davanti a lui c’è Luis Fernando Ruggieri, 47 anni, origini boliviane, è uno dei capi dell’area casse. Non ha scampo. Ferite profonde al torace, muore mentre si tenta un trasporto in elisoccorso in ospedale. Poi si avvicina a una cassa e colpisce ancora. «L’ho visto arrivare, mi ha sfiorato con il coltello. Istintivamente ho spinto via mia figlia. Poi gli sono saltati addosso e lo hanno fermato», racconta una testimone terrorizzata. Lo bloccano i dipendenti del supermercato, gli addetti alla sicurezza, altri clienti. Tra loro anche l’ex calciatore interista Massimo Tarantino. Lo spingono a terra, cercano di allontanare il coltello. I carabinieri lo trovano sul pavimento, la lama è ancora vicino, ma lui non cerca più di scappare. L’uomo con il coltello si chiama Andrea Tombolini ha 46 anni, è nato a Milano, non ha precedenti. È stato in cura per una forte depressione. I genitori raccontano di un ricovero in psichiatria dopo un’operazione alla schiena, aveva firmato le dimissioni ed era uscito. Poi, il 18 ottobre era finito di nuovo al pronto soccorso: si era preso a pugni in testa e al volto. 

Nessuno sa perché abbia deciso di presentarsi ieri pomeriggio al centro commerciale Carrefour-Milanofiori di Assago, alle porte di Milano, proprio di fronte al Forum, per colpire a caso le sue vittime, agire come un mass murder. Quel che si sa di lui è che al centro commerciale sembra essere arrivato da solo, sette minuti prima di colpire. Ha ucciso Luis Fernando Ruggieri e ferito altre quattro persone. Tre sono ancora in condizioni critiche. Oltre al calciatore del Monza Marí (finito in ospedale in codice rosso), c’è anche una coppia di anziani e un cassiere. Hanno tutti ferite alla schiena e al torace. Sono stati colpiti di sorpresa. Tombolini viene portato in caserma, continua a farfugliare frasi senza senso. 

Ad Assago arrivano il pm Paolo Storari e i vertici dell’Arma con il generale Iacopo Mannucci Benincasa, comandante provinciale. «Sentivamo le urla, pensavo qualcuno stesse male — racconta la cassiera di un negozio —. Poi ci hanno fatto scappare». Sui social scoppia il panico: «Se siete ad Assago scappate, un pazzo sta accoltellando tutti». Dentro, tra le corsie della spesa, restano le tracce di un massacro ancora inspiegabile: «Non c’entra il terrorismo, non è stata un’azione eversiva», ripetono gli inquirenti. Ora si lavora per capire se Tombolini fosse seguito dai medici. E perché in un caldissimo giovedì di fine ottobre si sia comportato come un killer di massa.  

Pierpaolo Lio per il “Corriere della Sera” il 28 ottobre 2022. 

Sono i volti terrorizzati delle persone in fuga a far intuire il terrore, a stravolgere un banale giovedì pomeriggio. Per alcuni interminabili minuti, la ressa al Carrefour di Assago, comune alle porte di Milano, vive il panico senza sapere e senza capire. Osserva pietrificata la gente terrorizzata e in lacrime allontanarsi a perdifiato. Sente le urla di spavento, i singhiozzi. Ma non vede nulla.

«Io ero lì, stavo entrando mentre iniziavano a scappare le prime persone - racconta ad esempio Domenico Anselmo -. Non si capiva niente, tantissimo terrore, e un fuggi fuggi generale». 

Come lui, sono in molti a scoprire la follia esplosa tra le corsie solo più avanti, mentre le sirene s' affollano tutt' attorno. 

Mentre la comunità dei dipendenti intanto s' attiva, telefonino alla mano, per capire, per sincerarsi delle condizioni dei colleghi. «L'ho saputo dalla tv, e abbiamo iniziato tutte a chiamarci e a scriverci», spiega Giovanna Fontana, da tempo in pensione, ma ancora legata a molti al punto vendite di Assago. «È stato un incubo, mi hanno detto. Si sono trovati davanti questo matto». L'aggressore ha detto qualcosa? «Non lo sanno, troppa confusione, urla, caos».

«Luis è stato sfortunato», dice della vittima: «Non lo conoscevo bene, lavorava ai reparti, andava in cassa solo raramente». Tra i feriti c'è un altro dipendente, di 40 anni, a cui è molto legata: «Un ragazzo d'oro. Lo conosco da quando, studente universitario, era arrivato in stage». In quei momenti, mentre sulle pagine social della zona rimbalzano gli avvertimenti a non avvicinarsi, all'interno chi non riesce a prendere la via dell'uscita cerca riparo dove può. 

Spesso è l'aiuto di commercianti e commesse dei negozi affacciati sulla galleria centrale a offrire un nascondiglio per sottrarsi all'incubo. «Lì per lì ho preso una cliente e l'ho portata nel magazzino», è la prima reazione della dipendente della boutique Capello point: «Non potendo chiudere il negozio da dentro, ho pensato di rinchiuderci nel magazzino. Qua di fronte ci sono le casse e l'uscita: se l'aggressore non vede nessuno, prende e va, è stato il mio ragionamento».

Non c'è tempo per scoprire da cosa bisogna mettersi al sicuro. C'è chi parla di «un pazzo che tirava coltellate a caso», il panico che si rincorre da corsia a corsia, e l'input è solo scappare o nascondersi. «C'era chi gridava, gente che correva, le guardie - ricorda sempre la donna -. Ci hanno detto di evacuare tutti, evidentemente perché pensavano che l'aggressore potesse uscire». «Io avevo sentito qualcuno gridare aiuto, e ho immaginato che qualcuno si fosse sentito male: non ho visto nessuno insanguinato. Poi ho visto la gente scappare, i carabinieri». 

È lo stesso che capita a una ragazza, ancora scossa da quanto accaduto, «rinchiusa» dentro a uno dei bar per tenere fuori la follia. «Vedevamo anche il resto della ristorazione chiudere nascondendo le persone dentro»: «Eravamo veramente terrorizzate, non capivamo cosa succedeva, vedevamo gente scappare in lacrime. Mi è rimasta molto impressa una ragazza che piangeva, completamente sotto choc. Alla fine siamo uscite mentre dall'altoparlante chiedevano l'intervento urgente di un medico». 

Oggi il Carrefour sarà chiuso per lutto. Ha attivato un servizio di supporto psicologico. «Siamo profondamente addolorati nell'apprendere del decesso di un nostro dipendente. Ci stringiamo attorno alla sua famiglia - afferma il ceo Christophe Rabatel - e siamo vicini alle famiglie delle altre vittime».

Esprimono solidarietà il presidente del Senato, Ignazio La Russa, il Comune di Assago e il governatore Attilio Fontana: «Serata amara per la Lombardia».

(ANSA il 28 ottobre 2022) - La Procura di Milano ha suggerito a Carrefour di ritirare dagli scaffali di tutti i suoi supermercati italiani i coltelli in vendita. Un invito, secondo quanto si apprende in ambienti giudiziari milanesi, per il timore di eventuali episodi di emulazione dopo quanto accaduto ieri sera nel punto vendita della catena della grande distribuzione ad Assago, nel Milanese.

Pierpaolo Lio per corriere.it il 28 ottobre 2022.

Giovedì il 46enne Andrea Tombolini ha afferrato un coltello dall'espositore all'interno del supermercato Carrefour nel centro commerciale Milano Fiori di Assago, a Milano, e ha colpito cinque persone, fra le quali il calciatore del Monza Pablo Marì, uccidendone una, il 47enne Luis Fernando Ruggieri. L'aggressore è stato bloccato e portato in caserma: ora è accusato di omicidio e tentato omicidio 

I fendenti lo raggiungono alle casse, dove lui non avrebbe dovuto esserci. «È stato sfortunato», spiegava poche ore dopo Giovanna Fontana, ex cassiera al Carrefour di Assago, oggi in pensione. Luis Fernando Ruggieri, il 47enne dipendente accoltellato a morte giovedì dalla folle furia di Andrea Tombolini, lavorava infatti in reparto. Acque minerali, quello era il suo settore di competenza. «Ma a volte gli chiedevano di aiutare in cassa, può succedere». Dal 2017 abitava con la compagna a Trezzano sul Naviglio, dall'estate scorsa si era ritrasferito a Milano.

Luis era arrivato nel colosso francese della grande distribuzione solo da tre anni, dopo una lunga carriera in Esselunga («21 anni e mezzo», scriveva lo stesso Luis nel suo profilo LinkedIn) è una serie di brevi esperienze formative in Auchan, Amazon, Eurospin. Di origini boliviane, adottato da una famiglia italiana, Luis aveva studiato al liceo scientifico Piero Bottoni. Poi, la decisione di affrontare da studente lavoratore il Politecnico: Ingegneria informatica.

La laurea però la conseguirà più tardi, approfittando della pausa forzata del lockdown, in Scienze biologiche. «Per non sprecare il tempo in attesa di un lavoro nel periodo del lockdown - spiegava - ho ricominciato a studiare. Per interesse privato, in futuro vedremo». La sua scelta era caduta su un ateneo online, Unicampus, per non restare con le mani in mano e «non ostacolare eventuali opportunità lavorative come questo percorso in Carrefour».

«Era mio figlio, un bravo ragazzo, un lavoratore, pugnalato alla schiena da un pazzo», ha detto il padre Federico Ruggeri, rientrando a casa con la voce rotta dal pianto. «L'ho adottato da piccolino, l'ho amato sempre e lui mi voleva un bene dell'anima». «Ha sempre cercato di migliorarsi», ha aggiunto.

Omicidio di Assago, il dolore del papà di Luis Fernando Ruggieri: «Un pazzo me l’ha ucciso». Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 29 Ottobre 2022.

Il padre: «L’ho adottato da piccolino, l’ho amato sempre e lui mi voleva un bene dell’anima»

«Era mio figlio, un bravo ragazzo, un lavoratore. Ed è stato pugnalato alla schiena da un pazzo». Federico Ruggieri ha la voce rotta dal pianto, lo sguardo incredulo di chi è stato travolto dall’incubo. È il padre di Luis Fernando, il 47enne dipendente del Carrefour di Assago ucciso giovedì tra le corsie del supermercato alle porte di Milano dalla folle furia di Andrea Tombolini. È il primo pomeriggio quando il pensionato torna a casa, nel quartiere Bonola, dove negli ultimi mesi anche Luis era tornato a vivere. 

Al mattino aveva raggiunto la casa della compagna di Luis, a Trezzano sul Naviglio, dove il figlio aveva convissuto per cinque anni, per provare a condividere il dolore, per vedere se sorreggendosi a vicenda la tragedia possa fare meno male. Ed è là che ricorda l’ingresso nella sua vita di quel bimbo nato a La Paz, in Bolivia, accolto in una famiglia che pochi anni dopo vedrà la scomparsa della moglie. «L’ho adottato da piccolino, l’ho amato sempre e lui mi voleva un bene dell’anima», dice al Tg3. Per l’assassino non ha parole d’odio. Lo chiama «quel signore pazzo», che «dovevano prendere prima che facesse il casino che ha fatto». I fendenti hanno raggiunto Luis alle casse. «È stato sfortunato», spiegava poche ore dopo Giovanna Fontana, cassiera oggi in pensione. Luis lavorava nel reparto acque minerali, «ma a volte gli chiedevano di aiutare in cassa, succede». 

Era arrivato nel colosso francese della grande distribuzione da neanche tre anni, dopo una girandola di contratti con altre catene e una lunga parentesi in Esselunga («21 anni e mezzo», scriveva nel suo profilo LinkedIn). «Era discreto, un ragazzo serio, sempre educato e gentile e molto legato al padre», dicono di lui i vicini. «Una persona speciale, sempre sorridente, disponibile e gran lavoratore. Mancherai a tutti noi», scrive sui social Monika Forello, un’amica. «Ha sempre cercato di migliorarsi», aggiunge il padre, ricordando la sua determinazione. Luis aveva studiato allo scientifico Piero Bottoni. Poi, l’iscrizione al Politecnico: Ingegneria informatica, cinque esami, gli studi messi in pausa per dedicarsi al lavoro. Il sogno della laurea gli resta, però.

A marzo 2020 l’Italia si blocca, e «per non sprecare il tempo in attesa di un lavoro nel periodo del lockdown» sfrutta la pausa forzata per rimettersi sui libri: Scienze biologiche, stavolta, «per interesse privato, in futuro vedremo». Dà sette esami (sfiorando il 30, ma per quello «bisogna solo aspettare», ne era convinto), mentre la sua carriera riparte poco dopo, da Carrefour. Il lavoro era la sua vita. E sul lavoro, anni prima, aveva conosciuto la sua compagna. Francesca Mazzini è scossa dal pianto, non riesce a raccogliere le forze per parlare: «Era il più dolce del mondo, era buono, e io l’amavo», singhiozza. Sui social lo ricorda con una foto assieme: «Mi hai lasciato per sempre, amore mio — scrive — cosa farò adesso senza di te».

(ANSA il 28 ottobre 2022) - "Pensavo di star male, di essere ammalato. Ho visto tutte quelle persone felici, che stavano bene, e ho provato invidia": è quanto ha detto in sintesi Andrea Tombolini al pm di Milano Paolo Storari che lo ha arrestato, con le accuse di omicidio e tentato omicidio plurimo, per aver accoltellato le persone tra gli scaffali del supermercato Carrefour in un centro commerciale di Assago, nel Milanese. 

Nelle prossime ore il pm inoltrerà la richiesta di convalida dell'arresto del 46enne, che era in cura per problemi mentali, e si trova ora piantonato all'ospedale San Paolo nel reparto di Psichiatria.

Cesare Giuzzi per corriere.it il 28 ottobre 2022. 

Solitario, senza una fidanzata, praticamente senza amici. Andrea Tombolini, il responsabile degli accoltellamenti di giovedì sera al Centro Commerciale Milanofiori di Assago, alle porte di Milano, era una specie di hikikomori di 46 anni, un ragazzo cresciuto con i genitori, quasi impaurito dal mondo che aveva intorno. «Persone perbene», ripetono conoscenti e investigatori parlando di mamma e papà Tombolini, che hanno sempre cercato di stare vicino a quel figlio «ansioso» e «premuroso». Non s’era isolato dalla società per scelta, ma fin da ragazzo era rimasto naturalmente ai margini delle compagnie di amici, del divertimento, della vita.

«Non era mai stato aggressivo né violento», ha ripetuto per ore il padre sconvolto davanti ai carabinieri. Parole che sembrano una difesa di circostanza davanti alle immagini delle telecamere di sorveglianza del Carrefour di Assago che mostrano Tombolini correre come una furia con il coltello in pugno e ferire a caso le sue vittime. Invece sembra davvero sia così. 

Perché prima dell’assalto di giovedì pomeriggio nel centro commerciale di Assago il solo episodio violento che lo riguarda sarebbe legato a un ricovero in pronto soccorso, il 18 ottobre, dopo un gesto autolesivo. In quell’occasione sarebbero stati gli stessi familiari di Tombolini a chiamare i soccorsi: lui in preda a una crisi s’era preso a pugni in testa e in faccia.  

Aveva fatto tutto da solo e davanti ai medici del San Paolo non era riuscito a spiegare il perché. Se ne era andato dall’ospedale con una segnalazione ai servizi psichiatrici per approfondimenti. Un iter di base, a cui non avevano fatto seguito ricoveri urgenti o trattamenti sanitari obbligatori. «Un disagio non attenzionato ma perché non aveva mai dato segnali di aggressività».  

Tombolini era tornato a casa con i genitori, in un quartiere delle periferia sud di Milano, alla sua vita solitaria e nel suo mondo chiuso e isolato. Nel suo fascicolo sanitario, ora al centro degli approfondimenti dei carabinieri coordinati dal pm Paolo Storari, risulterebbe un’altra crisi, ma non violenta, dopo un intervento alla schiena. Non «una delicata operazione alla colonna vertebrale» come il 46enne diceva ai genitori, ma un intervento di routine, senza nessuna conseguenza fisica.

Ma per lui era diventata una sorta di ossessione, come se «fosse un malato grave, in procinto di morire», hanno raccontato i genitori agli investigatori. Non era così, ma nella sua testa quell’idea aveva iniziato a rimbalzare martellante.  

Ora Tombolini è ricoverato piantonato in una stanza del reparto di psichiatria del San Paolo. Le sue condizioni sono apparse agli inquirenti incompatibili con il carcere, per il momento, anche se è in arresto per omicidio e tentato omicidio. È stato interrogato dal pm Paolo Storari, ha scelto di non avvalersi della facoltà di non rispondere, ha raccontato alcuni flash di quanto successo ieri.

Ma ora la sua versione dovrà essere confermata dagli accertamenti degli investigatori. Ora è nella mani dei medici nel tentativo di fargli ritrovare un po’ di lucidità. Non ha ancora spiegato nel dettaglio il perché del suo raid con il coltello in pugno.  

Quando i carabinieri del radiomobile di Corsico lo hanno fermato era a terra vicino alle case, sporco di sangue, urlava soltanto «ammazzatemi». Con gli investigatori non è mai stato aggressivo, s’è lasciato ammanettare e portare via. 

Al Carrefour era arrivato sette minuti prima di compiere l’assalto. Lo hanno confermato le telecamere esterne. Ha parcheggiato la sua bici all’esterno, è entrato, poi s’è diretto verso la corsia dei casalinghi. Ha preso con facilità un coltello dall’espositore dopo averlo scelto con cura (ora Carrefour sta prendendo misure di sicurezza in tutti i supermercati) poi ha atteso qualche secondo prima di lanciarsi di corsa tra i reparti. «Urlava parole senza senso», dicono i testimoni. Urlava e colpiva. Tutto è durato un minuto. Poi è stato fermato, è caduto a terra e si è lasciato arrestare. Come se la sua esplosione di rabbia fosse finita insieme alle sue forze.

Cesare Giuzzi per corriere.it il 29 ottobre 2022.

Sette minuti. È il tempo che impiega il 47enne Andrea Tombolini per il suo blitz omicida. Le telecamere del centro commerciale Milanofiori di Assago, mostrate in esclusiva nel servizio di Giacinto Pinto al Tg1 delle 20, mostrano l’ingresso di Tombolini nel supermercato. Indossa una tuta e un giubbino scuro, ha un borsello a tracolla. 

Si avvicina alla corsia dei casalinghi, dall’espositore estrae un coltello. Poi inizia a correre. Nelle immagini successive si vede la fuga, disperata, dei clienti. Tombolini impiega 60 secondi esatti per colpire cinque persone e uccidere Luis Fernando Ruggieri. Nei video si vede il 47enne cadere a terra, vicino alla cassa 19. 

Nella schermata compare l’ex terzino interista, oggi dirigente della Spal, Massimo Tarantino. Sferra un calcio alla mano di Tombolini e riesce ad allontanare il coltello. Poi arriva la security del supermercato che lo immobilizza. Infine, l’arrivo dei carabinieri che ammanettano il 47enne e lo accompagnano in una stanza dell’ufficio dirigenza, mentre il centro commerciale viene evacuato.

Cesare Giuzzi e Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 29 ottobre 2022.

Come una «bomba» ignota a tutti ma pronta a esplodere, la psiche dell'accoltellatore dell'ipermercato di Assago, Andrea Tombolini. E chissà se, beffa del destino, almeno la contraerea di una «valutazione psichiatrica» consigliata» il 18 ottobre e fissatagli per il 7 novembre, avrebbe magari potuto intercettare. 

Quella «valutazione psichiatrica» di nuovo richiamata da un appunto interno dell'ospedale San Paolo proprio il giorno prima della tragedia, mercoledì 26 ottobre, quando alle ore 15.17 Tombolini al «triage» aveva lamentato «persistenza di cefalea dopo colpi autoinflitti» il 18 ottobre, salvo poi allontanarsi prima di essere visitato.

E così, in questa sliding door che a ogni bivio di possibile presa in carico della sua psiche disturbata sembra invece aver imboccato la strada più sfortunata, l'uomo con il coltellaccio in mano finisce per somigliare, più che a un «missile» di superficie, a una insidiosa «mina» sotto terra: sulla quale giovedì 27 ottobre alle 18.35 mettono inconsapevolmente il piede e «saltano» in aria, percorrendo per lavoro o per fare la spesa i corridoi dell'ipermercato Carrefour di Assago Milanofiori, sei ignare persone.

Che mandano in tilt mentale Tombolini proprio mentre sta pensando di togliersi la vita: dallo scaffale «ho preso un coltello per farla finita, avevo intenzione di colpirmi», ma «ho visto le persone e ho deciso di colpirle per sopprimere la mia rabbia. Se devo descrivere il mio sentimento, era di invidia: perché le persone che ho colpito stavano bene, mentre io stavo male. Ritengo di avere un tumore e di dover morire». 

Ipocondriaco, senza amici, senza relazioni, senza lavoro, senza profili social, «troppo silenzioso» (dice il padre distrutto), «troppo sempre in disparte» (dice la madre in lacrime), «che al massimo si fermava a parlare di politica, ce l'aveva con tutti, destra e sinistra», racconta un vicino. Dal 2013 in un alloggio al piano terra di un palazzo Aler, il 46enne viveva in via Neera nel quartiere Stadera proprio con gli anziani genitori al centro dell'unica crisi che, col senno di poi, può essere ora riletta.

Alle 18.30 del 18 ottobre, il padre chiama la polizia perché il figlio ha spinto lui e la madre in cortile. Quando arrivano gli agenti, la situazione si è già tranquillizzata, anche se la vicina di pianerottolo ricorda di aver sentito (nel momento della lite) che «il papà urlava "io a 80 anni non voglio essere ammazzato da te"». 

Andrea Tombolini chiede comunque di essere portato in ospedale per «una gastrite». E in ambulanza all'improvviso «si prende a pugni in testa e al viso»: gesto «autolesivo», scrivono i sanitari, a seguito del quale il medico di base di Tombolini gli prescrive appunto quella visita psichiatrica in agenda il 7 novembre, e richiamata nell'appunto del 26 ottobre. Nel Carrefour si aggira 7 minuti, ma solo 60 secondi passano da quando sferra a casaccio la prima coltellata (con la lama di 20 cm presa dallo scaffale) a quando viene immobilizzato da clienti (come l'ex calciatore dell'Inter Massimo Tarantino) e dipendenti, mentre lui farfuglia «uccidetemi, sono pazzo».

A terra lascia 6 persone: a cominciare dal quasi suo coetaneo dipendente del supermercato Luis Fernando Ruggieri, che, sfortuna nella sfortuna, è il penultimo a essere colpito da una sola coltellata ma mortale. 

Alle due di notte in ospedale interrogato alla presenza del tenente colonnello Domenico La Padula, del pm Paolo Storari e dell'avvocato d'ufficio Daniela Frigione, abbozza le sue ultime ore: la sera «male per un reflusso gastrico», gastroscopia di pomeriggio, quindi giro in bici fino all'ipermercato, occhiali, corporatura robusta e andatura caracollante: «Però prima sono andato su un balcone e ho avuto pensieri di suicidio che non ho portato a termine. A casa con un coltello provai a ferirmi ma non ci riuscii, lo feci perché mi sono operato alla schiena e sono stato male».

Giura di «prendere solo lo Xanax», inoltre «non uso droghe e nemmeno fumo», poi invece alla gip Patrizia Nobile ieri sera dice di aver consumato in passato Lsd. Butta lì passati problemi di alcolismo, ma poi «mi sono curato da solo perché ho reflusso e non posso più bere». E se giovedì notte balbetta «mi sembra impossibile aver fatto quello che ho fatto, non sono un violento, in passato ho avuto rabbia per motorini o bici del Comune, mi sembra impossibile avere rovinato la mia vita e quella delle persone che ho ucciso e ferito, sono pazzo», ieri sera a fine interrogatorio domanda candido: «Adesso mi riportate a casa?».

Cesare Giuzzi e Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 30 ottobre 2022.

«Quando ho visto che tra i clienti dell'ipermercato c'era un calciatore del Milan, ho provato invidia perché lui stava bene e io invece male. Allora l'ho colpito con un coltello. Potevo fermarmi lì, invece non so cosa mi è preso, e ho cominciato a colpire altre persone», assicura stralunato venerdì sera alla gip Patrizia Nobile l'accoltellatore dell'ipermercato Carrefour di Assago Milanofiori. 

E, per quanto sfasata, questa narrazione del 46enne Andrea Tombolini coincide con la testimonianza della moglie del difensore Pablo Marí sul fatto che il marito non fosse stato colpito a casaccio, ma inseguito deliberatamente e poi accoltellato dall'aggressore. L'errore sulla maglia del calciatore - che non ha mai militato nel Milan ma gioca nel Monza guidato dall'ex numero uno dei rossoneri Adriano Galliani, precipitatosi quella sera a visitare il giocatore - tradisce che probabilmente Tombolini deve avere poi orecchiato che una delle sei persone che aveva ferito (oltre al dipendente assassinato Luis Fernando Ruggieri) fosse un calciatore, e dunque ora inventa di averlo riconosciuto. Tanto che la gip rimarca come né dalla moglie né da altre fonti emergano elementi «dai quali dedurre la non occasionalità dell'aggressione e il suo collegamento alla professione del calciatore».

Ma quello che probabilmente è vero è che a mandare in tilt la psiche disturbata di Tombolini, ossessionato dall'ipocondria e tormentato da pensieri di suicidio, deve davvero essere stata la scena della famiglia felice di quei due giovani sposi con il bambinetto nel sedile del carrello della spesa. Dalla convalida dell'arresto ieri pomeriggio, peraltro, emerge un terzo momento nel quale con un po' di fortuna una qualche presa in carico psichiatrica avrebbe forse potuto deviare la traiettoria della sua montante aggressività, infine esplosa giovedì pomeriggio. 

Sinora si sapeva della polizia fatta intervenire il 18 ottobre dai genitori buttati fuori di casa dal figlio, tensione poi però subito rientrata prima dell'arrivo degli agenti, con successiva richiesta del 46enne di andare in ospedale per la gastrite, e che nel tragitto aveva avuto gesti di autolesionismo (pugni in faccia e in testa) tanto che gli era stata programmata una visita psichiatrica il 7 novembre.

E si sapeva del suo essersi presentato proprio il giorno prima delle coltellate, il pomeriggio del 26 ottobre, all'ospedale San Paolo per la testa che ancora gli faceva male, «triage» che in un appunto medico interno richiamava il consiglio del 18 ottobre di visita specialistica, ma dal quale Tombolini si era però poi allontanato prima ancora di essere visitato. Adesso, invece, emerge che anche il 19 ottobre aveva avuto uno scoppio di ira con «distruzione di oggetti scagliati contro i genitori», i quali avevano «richiesto l'intervento delle forze dell'ordine»: ma «condotto al pronto soccorso» ancora una volta «se ne era allontanato a piedi».

Un'escalation negativa affiora nel racconto del padre, che la colloca «nelle ultime due settimane in cui é peggiorato il suo umore, ha smesso di parlare o parlava solo di suicidio». Il medico di base spiega agli inquirenti di avergli prescritto 5 mesi fa gocce di benzodiazepine, mentre dovrà essere verificato se sia vero ciò che Tombolini narra alla gip e all'avvocato Daniela Frigione (dopo aver negato al pm uso di droghe), e cioè di essere stato 20 anni fa «in cura» da uno psichiatra per il consumo di Lsd. Nei test del tossicologici eseguiti giovedì è emerso solo l'uso di benzodiazepine. Ieri la gip sposa la scelta del pm Paolo Storari di metterlo agli arresti non in carcere (anche per proteggerlo meglio da rischi di suicidio) ma in casa di cura, nel reparto di psichiatria del San Paolo con piantonamento di due agenti, in attesa di «auspicabili approfondimenti sulla sua imputabilità».

Andrea Tombolini, chi è il 46enne con problemi psichici che ha accoltellato 5 persone ad Assago.  Redazione Milano su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

Nel suo passato vari ricoveri in Psichiatria. L'ultimo passaggio al Pronto soccorso solo pochi giorni fa: si era colpito violentemente da solo al volto e alla testa.  Le accuse: omicidio e tentato omicidio 

Ha 46 anni e da tempo soffre di problemi psichici: questo il ritratto di Andrea Tombolini, il responsabile degli accoltellamenti di giovedì sera al Centro Commerciale Milanofiori di Assago, alle porte di Milano.

Gli accoltellati ad Assago

Un uomo è morto - il 47enne di origine boliviana Luis Fernando Ruggieri, dipendente del supermercato Carrefour - e altre 4 persone sono rimaste ferite.

Andrea Tombolini e i problemi psichici

Andrea Tombolini in passato è già stato ricoverato in Psichiatria per una forte depressione. L'ultimo passaggio al Pronto soccorso solo pochi giorni fa: si era colpito violentemente da solo al volto e alla testa. Tombolini dovrà rispondere ora di omicidio e tentato omicidio. 

Chi è Massimo Tarantino, l’ex difensore che ha disarmato l’accoltellatore del Carrefour di Assago. Pierfrancesco Catucci su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

L’ex calciatore di Napoli, Inter e Bologna è stato tra i primi a immobilizzare l’uomo che ha ucciso un dipendente del Carrefour e accoltellato il difensore del Monza Pablo Marì 

«Urlava e basta». Due parole, affidate agli inquirenti da Massimo Tarantino, ex difensore di Napoli, Inter e Bologna (ma con una breve parentesi anche a Monza) e ora dirigente della Spal, in serie B, ancora sconvolto per quanto appena successo. L’ex calciatore è stato tra le prime persone intervenute nell’ipermercato di Assago, alle porte di Milano, per disarmare e immobilizzare il 46enne che, brandito un coltello da cucina dagli scaffali del Carrefour, ha accoltellato diverse persone (tra cui anche il difensore del Monza Pablo Marì) e ucciso il cassiere Luis Fernando Ruggieri.

«Io eroe? Non ho fatto niente...» dice ai giornalisti presenti all’esterno dell’ipermercato l’ex difensore 51enne originario di Palermo che, chiusa la carriera da calciatore nell’estate 2006 al Pavia, ha subito superato l’esame da direttore sportivo e ha lavorato prima per il Bologna e poi per la Roma (al fianco di Bruno Conti nella gestione del settore giovanile), prima di abbracciare il progetto Spal nell’estate 2021.

Tarantino era tra i clienti dell’ipermercato che, sentite le urla di Andrea Tombolini (ora in stato di fermo), si è avventato su di lui assieme ad altre persone e lo ha bloccato a terra, distante dal coltello con cui aveva colpito a morte il cassiere e ferito altri avventori del negozio.

Il mito di Altobelli, Beccalossi e Rummenigge

Figlio d’arte (suo papà Bartolomeo fa anche una breve apparizione in serie A con le maglie di Roma e Venezia negli anni ‘60) è il terzo di quattro fratelli tutti con il calcio nel dna. Anche se era su Gianni, il fratello maggiore, che erano riposte le aspettative maggiori: «Su di lui, ruolo centrocampista — racconterà poi Massimo — erano riposte le speranze di mio padre. Giocava nelle giovanili del Palermo con Zeman che lo chiamava “il professore”». Invece a trovare la via della serie A è Massimo, cresciuto nel mito di Altobelli, Beccalossi e Rummenigge e con l’Inter nel cuore.

L’incontro con Maradona

Ma è a Napoli che arriva la prima grande occasione. Ed è lì che ha la fortuna di incrociare, seppur per pochi mesi, Diego Armando Maradona: «Allora guardavamo con timore gli anziani. Una volta dovevo chiedere una cosa a Maradona: ho mandato avanti Francini». Erano gli sgoccioli dell’avventura del Diez nello stadio che ora porta il suo nome. Un giorno scompare. «Tornò alla vigilia della partita con la Fiorentina e partì dalla panchina, accanto a me. Quella domenica non la scorderò mai. Salivo le scale che portavano sul prato del San Paolo dietro di lui. Quando siamo entrati in campo ci ha accolti un incredibile boato. Un’emozione unica percorreva lo stadio. Non l’ho mai più avvertita. Avevo la pelle d’oca».

L’Inter e il Bologna

Non fa in tempo a vincere lo scudetto (quell’anno va in prestito al Monza), ma lo sente comunque un po’ suo: «Quella era casa mia». Qualche anno più tardi Boskov gli dice che l’Inter lo voleva, ma un brutto infortunio, una volta in nerazzurro, gli impedisce di giocarsi la grande occasione (alla fine scenderà in campo solo due volte in Coppa Italia per un totale di 156 minuti). E ricomincia da Bologna, dove«ho trovato il miglior ambiente possibile e una società che mi ha aiutato».

Massimo Tarantino e le coltellate ad Assago: «L’ho disarmato d’istinto, ma non sono un eroe». Monica Colombo e Andrea Sereni su Il Corriere della Sera il 29 Ottobre 2022.

L'ex difensore di Napoli, Inter e Bologna: «Ero al posto sbagliato al momento sbagliato ma ho fatto la cosa giusta per proteggere mia moglie e mia figlia. Sono sconvolto»

«Non ero preparato psicologicamente ad affrontare un evento tragico come quello che è accaduto sotto i miei occhi giovedì ad Assago. Mi deve credere se le dico che sono in difficoltà a parlarne, e non solo per quello che ho visto. Vorrei evitare di passare per uno che ruba la scena ai protagonisti. Io sto bene, ma ci sono persone in ospedale (come Pablo Marì del Monza, ndr ) e addirittura una che non ce l'ha fatta».

Massimo Tarantino dovrebbe in teoria essere avvezzo ai riflettori, non foss'altro perché prima di diventare dirigente sportivo è stato un difensore di Napoli, Inter e Bologna tra le varie squadre, con anche una parentesi al Monza a fine anni Ottanta, per ironia della sorte. È stato responsabile dell'area tecnica della Spal fino al 30 giugno scorso. «Poi non ho proseguito il rapporto di collaborazione». Giovedì sera era al centro commerciale dove ha svolto un ruolo non secondario nel fermare Andrea Tombolini.

Riavvolgiamo il nastro.

«Ero con mia moglie Tatiana e mia figlia Giorgia di 22 anni al supermercato a fare la spesa. Ci trovavamo in fila alla cassa con il carrello quando abbiamo sentito delle urla».

Si è spaventato?

«In un primo momento è calato il silenzio, perché tutti abbiamo cominciato a chiederci cosa stesse succedendo. Poi è sbucata una persona con la maglia sporca di sangue. A quel punto si è generato il panico, c'era gente che scappava a destra e sinistra».

Eppure non era ancora avvenuto il peggio.

«Purtroppo no. Nel fuggi fuggi generale un uomo con il coltello in mano è corso nella mia direzione, finché un dipendente del Carrefour si è frapposto fra me e lui. E ha preso la coltellata».

Lei cosa ha pensato?

«È stata una questione di attimi, non c'era il tempo di razionalizzare. Semplicemente ho dato un calcio al braccio dell'aggressore facendogli volare via il coltello. A quel punto l'ho immobilizzato finché non sono arrivate le forze dell'ordine che lo hanno preso in custodia».

Mi scusi ma non ha temuto per la sua incolumità?

«È stata una mossa irrazionale, mica sono addestrato. Non sono scappato perché il mio istinto primario è stato quello di proteggere mia moglie e mia figlia. Ho solo tentato di disarmarlo».

Cosa ha detto Tombolini quando l'ha bloccato a terra?

«Urlava, ma tutti gridavano in quel momento, non si capiva niente. C'era il caos generale. Poi quando è stato disarmato è rimasto immobile, si vedeva che non era lucido. Gli agenti sono sopraggiunti dopo poco, anche se in questo momento non ho bene la percezione del tempo».

Non si è svolta davanti a lei l'aggressione a Luis Fernando Ruggieri, quindi?

«No, perché è avvenuta nelle corsie centrali del supermercato. Credo che sia successo quando abbiamo sentito le prime due-tre urla, cioè al momento dei primi accoltellamenti. Solo in un secondo momento si è creato il panico nella zona delle casse».

Milano si è scoperta impreparata davanti al gesto di un folle?

«Tutti lo siamo stati. Si parla di vita ordinaria delle persone, in coda con il carrello alla cassa. Ma, ripeto, io sono sconvolto soprattutto per chi ha non ce l'ha fatta, per la sua famiglia e per chi ha subito le ferite».

Cosa prova ora?

«Non mi sento un eroe, anzi a dirla tutta provo disagio nel ritrovarmi al centro dell'attenzione. Reputo solo di aver fatto la cosa giusta dopo essermi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato».

Riuscirà a tornare nella corsia di un supermercato o sceglierà la consegna a domicilio?

«Guardi, ho 51 anni e da tutta la vita faccio la spesa negli ipermercati. Un episodio, pur devastante, non può condizionare la vita mia e della mia famiglia. Non ci può rubare la quotidianità».

Da ilnapolista.it il 28 ottobre 2022.

Il giocatore del Monza, Pablo Marì, è stato operato questa mattina per le conseguenze della coltellata ricevuta ieri nel supermercato di Assago, alla periferia di Milano. Secondo le prime notizie, gli sarebbero stati suturati i muscoli danneggiati dall’aggressione. La Gazzetta dello Sport scrive che il difensore dovrà fermarsi per almeno due mesi. 

Anche oggi, in ospedale, al suo fianco, era presente il dirigente del club, Adriano Galliani, che da ieri è vicino al calciatore e che per primo, questa notte, ha aggiornato e rassicurato tutti sulle sue condizioni, riportando anche le sue prime parole. 

A fermare l’aggressore, con problemi psichiatrici alle spalle, è stato l’ex terzino del Napoli, Massimo Tarantino. 

“Urlava, urlava e basta. Io eroe? Non ho fatto niente…”. 

E’ stato lui che ieri pomeriggio ha fermato l’uomo che ha accoltellato le persone che facevano la spesa al Carrefour in un centro commerciale di Assago, compreso il difensore del Monza Pablo Marì. Un ex difensore che difende un altro difensore.

Marì resterà in osservazione in ospedale un paio di giorni, poi potrà fare rientro a casa. Per vederlo di nuovo sui campi, però, occorrerà aspettare il nuovo anno. 

Queste le prime parole di Marì ieri, dopo l’aggressione:

«Ho avuto fortuna, perché ho visto una persona morire davanti a me. Avevo il carrello, con dentro il bambino. Ho sentito un dolore atroce alla schiena. Dopodiché ho visto quest’uomo accoltellare una persona alla gola, davanti a me. Sto bene, lunedì sarò in campo…». 

L’amministratore delegato del club, Galliani, aveva invece fornito dei dettagli sul ferimento del giocatore: «Marì ha subìto una ferita abbastanza profonda sulla schiena, i tagli hanno lesionato i muscoli, non organi vitali, il ragazzo non è in pericolo di vita. Certamente ha problemi, ma mi dicono che dovrebbe riprendersi abbastanza rapidamente. Ha dei muscoli lesionati. Le lesioni ci sono, ma non gravissime. Lui è cosciente. Ha ferite anche alla bocca, lui non ricorda come se le sia procurate, forse ha avuto una colluttazione, gli hanno dato due punti sul labbro. Psicologicamente mi è sembrato stesse abbastanza bene, è lucido». 

Questo invece il messaggio di vicinanza dell’Arsenal su Twitter. Il club inglese detiene il cartellino di Marì, in prestito al Monza: “Il nostro pensiero va a Pablo Mari e alle altre vittime del terribile incidente di oggi in Italia. Siamo in contatto con l’agente di Pablo che ci ha detto che è in ospedale e non è gravemente ferito”.

Pablo Marí, il campione normale che stava facendo shopping a Milanofiori con moglie e figlio di 4 anni. Monica Colombo su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

Il difensore del Monza ferito dall'uomo che giovedì pomeriggio ha aggredito i clienti del centro commerciale di Assago. Medicato al Niguarda: «Il bimbo era seduto nel carrello, all’improvviso ho sentito un colpo alla schiena»

Pablo Marì ha 29 anni ed è originario di Valencia, in Spagna: gioca da difensore nel Monza, in prestito dall’Arsenal a partire dall’11 agosto di quest’anno

Alle 21.40 al pronto soccorso del Niguarda è arrivata anche lei, la signora Veronica. La bella moglie di Pablo Marì che, dopo la seduta di allenamento mattutina al centro sportivo di Monzello, ha scelto di passare un pomeriggio di relax in famiglia. La coppia, con Pablo, il bambino di quattro anni, si concede una mezza giornata di shopping al centro commerciale di Assago Milanofiori, senza immaginare di andare incontro al terrore e non allo svago. Il difensore del Monza risulta vittima dei fendenti di uno squilibrato e in codice rosso viene trasportato con l’elisoccorso all’ospedale Niguarda di Milano. 

In breve tempo la notizia si diffonde e Adriano Galliani, preoccupatissimo, riesce ad avere un breve colloquio telefonico con il giocatore. Rassicurato dal fatto che sia cosciente, l’ad del Monza raggiunge il pronto soccorso dell’ospedale insieme all’allenatore Raffaele Palladino e allo staff medico del club per stare vicino al giocatore e assumere informazioni dai sanitari del Niguarda. «Ha una ferita abbastanza profonda sulla schiena, ma non è in pericolo di vita», rivela Galliani, profondamente scosso dall’accaduto. «Non sono stati toccati organi vitali, certo sono stati lesi dei muscoli ma Pablo dovrebbe riprendersi. Lo stanno cucendo, così mi dicono gli infermieri che stanno uscendo dalla sala operatoria. Scherzando mi ha detto che lunedì vuole giocare con il Bologna». 

Leader della difesa, uomo spogliatoio, benvoluto da tutto il gruppo, Pablo Marì è arrivato in Brianza quest’estate in prestito — con obbligo di riscatto in caso di salvezza — dall’Arsenal, club proprietario del cartellino. I londinesi avevano già lasciato partire il giocatore spagnolo nel gennaio scorso prestandolo all’Udinese che però a fine campionato non lo ha riscattato. Così il neo-promosso Monza gli ha concesso una chance: non solo il difensore ha ripagato la fiducia risultando uno dei migliori in campo, ma ha anche segnato un gol allo Spezia. 

I compagni, scioccati, avrebbero voluto raggiungere Pablo all’ospedale per mostrare affetto e vicinanza ma la società ha dissuaso i giocatori per evitare assembramenti. «Caro Pablo, siamo tutti vicino a te e alla tua famiglia. Ti vogliamo bene, continua a lottare come sai fare. Sei un guerriero e guarirai presto», è il messaggio affidato ai social dall’ad Galliani. «Il bimbo era seduto nel carrello — prosegue l’ad —. Pablo mi ha detto di aver sentito all’improvviso un colpo alla schiena. Ha anche due punti alla bocca per la ferita riportata durante la colluttazione. Un episodio sconvolgente per Milano». Silvio Berlusconi, venuto a conoscenza del terribile episodio, ha chiesto informazioni a Galliani e a Palladino. In serata sono arrivati gli incoraggiamenti via social dell’Arsenal, dell’Udinese, del Milan e di Lorenzo Casini, presidente della Lega di A. «Ho avuto suerte», l’amara riflessione di Pablo.

Pablo Marì: da Monza ad Assago, ecco perché era in quel supermercato. Monica Colombo su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

Il difensore e la spesa per l’arrivo dei genitori dalla Spagna. Perché ha scelto la zona sud di Milano: i giochi per il figlio, le provviste alimentari. «Se non fosse stato un atleta sarebbe morto». E lui su Instagram: «Sto bene, grazie per l'affetto» 

Nell’immaginario collettivo i calciatori sono inavvicinabili, sospesi in una bolla di impenetrabilità, persi fra lussi e vezzi da star. Per molti di loro la realtà non di scosta molto dall’opinione comune. Di certo però non è aderente al modus vivendi di Pablo Marì, il calciatore spagnolo del Monza accoltellato nel tardo pomeriggio di giovedì al centro commerciale di Assago Milanofiori. In molti si sono chiesti: cosa ci faceva il leader della difesa del Monza — che lunedì giocherà regolarmente contro il Bologna —, squadra sì neo-promossa in A ma catalizzatrice di attenzioni considerando la proprietà che lo sostiene, al supermercato nella zona sud di Milano? Qualcuno aveva ipotizzato che fosse in zona per partecipare al concerto dei Placebo che sarebbe iniziato poco dopo, alle 20, al Forum. Invece nulla di tutto ciò.

Pablo Marì, che abita nella zona di Corso Magenta, in una zona centralissima e signorile di Milano ma sprovvista di grandi centri commerciali, era andato ad Assago con uno scopo preciso. «In pochi ci credono e anch’io in un primo momento ero dubbioso» spiega Adriano Galliani, accorso ancora venerdì mattina al Niguarda dopo l’intervento di suturazione ai muscoli della schiena lesi del difensore. «Oltre a fare un giro di negozi, aveva l’urgenza di fare la spesa perché oggi sarebbero arrivati i genitori e il fratello della moglie. Come famiglie normali, con ospiti in casa, avevano pensato di procurarsi delle provviste. In particolare quel centro commerciale piace anche a Pablito perché ha attrazioni che lo divertono». Come è noto, il giocatore spingeva il carrello in cui era seduto il bambino di quattro anni mentre la moglie Veronica camminava al suo fianco. Ieri dopo lo sconvolgente episodio e il conseguente trasporto con l’elisoccorso di Marì al Niguarda, la moglie Veronica ha accompagnato il bimbo a casa dove è rimasto con la baby sitter. La signora Marì nella serata di giovedì si è recata al Niguarda dove oltre a prendere informazioni sul marito è stata interrogata dalle forze dell’ordine. Oggi Pablito ha ripreso la vita normale alla scuola materna, Veronica è in ospedale dal marito. I nonni sono in arrivo a Milano.

Marì che intanto torna a parlare, un post su Instagram per ringraziare per l’affetto ricevuto: «Dopo il difficile momento che abbiamo vissuto ieri, io e la mia famiglia vogliamo comunicare che, fortunatamente, stiamo bene e vogliamo ringraziare per i tanti messaggi di affetto e sostegno che stiamo ricevendo — scrive Pablo — . Siamo vicini ai familiari ed agli amici della vittima a cui porgiamo le nostre più sentite condoglianze. Auguriamo una pronta guarigione anche alle altre persone ferite».

La società ha dissuaso i giocatori, provati dall’accaduto e che in massa avrebbero voluto recarsi all’ospedale, chiedendo di aspettare almeno 24 ore. Pablo Marì che questa mattina ha ricevuto in camera la visita di Galliani che gli ha trasmesso i saluti e l’affetto del presidente Berlusconi — che poi su Twitter ha scritto «Un abbraccio a Pablo Marì del "mio" Monza —, ha bisogno infatti di riposare, dovendo smaltire oltre che lo choc anche l’anestesia. Questa mattina si è voluto sincerare delle condizioni del giocatore anche il presidente della Regione Attilio Fontana. «Se non fosse stato un atleta, con una muscolatura imponente, sarebbe morto. Sarebbero stati colpiti organi vitali», l’amara constatazione di Galliani.

Chi è Pablo Marì (Monza) accoltellato al centro commerciale di Assago. Salvatore Riggio su Il Corriere della Sera il 27 Ottobre 2022.

Ha 29 anni è sposato ed ha un figlio di 4 anni. Star dei social e appassionato di moda. In Italia ha già giocato nell’Udinese

Pablo Marì tra i cinque accoltellati di Assago

Uno dei cinque accoltellati nel centro commerciale di Assago, alle porte di Milano, è il difensore del Monza, Pablo Marì. Una notizia che ha sconvolto la squadra di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, allenata da Raffaele Palladino. È arrivato alla corte dei biancorossi, al primo anno in serie A, questa estate dall’Arsenal. Nella scorsa stagione, però, ha già giocato in A con la maglia dell’Udinese.

Dall’Inghilterra all’Olanda: carriera da giramondo

Pablo Marí nasce a Valencia il 31 agosto del 1993. Cresce calcisticamente nel settore giovanile del Maiorca e debutta a soli 18 anni in Liga contro il Granada. Nella stagione successiva trova continuità con la squadra B in Seconda Divisione dove gioca 28 partite segnando un gol. Nel 2013 passa al Gimnàstic de Tarragona in terza divisione, squadra con la quale esordisce in Coppa del Re contro il Burgos. Nella stagione successiva diventa un perno fondamentale del Gimnàstic giocando 35 partite segnando anche tre gol e diventando protagonista della promozione in Segunda División. Va al Manchester City, senza mai debuttare, venendo girato in prestito in Olanda al Nac Breda, club nel quale diventa anche capitano. Nel 2018 fa ritorno in Spagna, al Deportivo La Coruña, per poi trasferirsi al Flamengo in Brasile dove vince sia il campionato sia la Copa Libertadores. Il suo peregrinare in giro per il mondo lo porta all’Arsenal dove però, in tre anni, non riesce mai a guadagnarsi lo spazio giusto per mettere in mostra le sue qualità. Ecco allora che arriva la chiamata dell’Udinese. Infine, il Monza.

Una roccia in difesa

Pablo Marì è un difensore centrale dal fisico roccioso, ostico da saltare. Può giocare sia in una difesa a quattro sia in quella a tre, da difensore centrale, come ha fatto prima con Giovanni Stroppa e adesso con Raffaele Palladino.

Sposato con Veronica, ha un figlio di 4 anni

A giugno si è sposato con Veronica con la quale ha un figlio di quattro anni. È diventato uomo in fretta grazie alle tante esperienze fatte in giro per il mondo e questo è uno dei suoi più grandi pregi soprattutto quando si tratta di saper entrare nel modo giusto in un nuovo spogliatoio.

Star dei social e appassionato di moda

Pablo Marì sui social è molto seguito, ha un milione e trecentomila follower sul proprio Instagram, dove posta principalmente foto e video della sua famiglia e delle sue esperienze da calciatore. Il 9 ottobre con una bellissima foto in bianco e nero ha fatto gli auguri di compleanno alla sua Veronica. Invece, il 31 agosto per i suoi 29 anni ha postato un video con la sua consorte e il loro figlioletto.

Uomo accoltella persone a caso nel centro Milanofiori di Assago: morto un cassiere, ferito il calciatore Pablo Marí. Il 46enne bloccato da ex giocatore Inter Tarantino. La Repubblica il 27 Ottobre 2022.

Pablo Marì ferito nel centro commerciale: "Ho avuto suerte, è morto un altro al posto mio"

Accoltellati nel supermercato ad Assago, il racconto dei testimoni: "Tutti scappavano, i bambini piangevano"

L'ex calciatore ha fermato l'aggressore che, con un coltello preso da un espositore, ha ucciso un cassiere e ferito cinque persone

Ha giocato con Maradona, Zola, Ronaldo il Fenomeno, Baggio e Beppe Signori. Ma l'intervento più importante Massimo Tarantino, ex terzino sinistro di Napoli, Inter, Bologna e Como, lo ha fatto giovedì sera al Carrefour di Assago. È stato il primo a bloccare l'accoltellatore del Carrefour di Assago. È riuscito a frenare la sua furia omicida, anche se purtroppo il 46enne aveva già colpito mortalmente un cassiere e ferito cinque persone, tra cui il difensore del Monza Pablo Marì. Senza il suo coraggio, il bilancio sarebbe potuto essere ben più grave. "Ma non chiamatemi eroe, non ho fatto niente di speciale".

La carriera di Massimo Tarantino

Nato a Palermo 51 anni fa, figlio d'arte (il padre Bartolomeo ha giocato in A col Venezia una stagione), è cresciuto nel Cosmos Palermo e nel Catania. Nell'89 il passaggio al Napoli di Maradona, dove è rimasto sette anni. Sfortunato il passaggio all'Inter nel '96: un grave infortunio gli ha fatto saltare un'intera stagione. Il ritorno in campo con il Bologna, dove ha giocato cinque anni prima di passare al Como. In Lombardia un biennio prima di scendere di categoria con le maglie di Triestina e Pavia.

Massimo Tarantino, una vita nel calcio

E proprio a Pavia ha mosso i primi passi da dirigente, lavorando nel settore giovanile. E con le giovani promesse del calcio italiano ha lavorato a Bologna e Roma, nella "Cantera" di Bruno Conti. Nella passata stagione è stato direttore dell'area tecnica della Spal, oggi allenata da Daniele De Rossi. 

Uomo accoltella persone a caso nel centro Milanofiori di Assago: morto un cassiere, ferito il calciatore Pablo Marí. Il 46enne bloccato da ex giocatore Inter Tarantino. Massimo Pisa, Ilaria Carra su La Repubblica il 27 Ottobre 2022. 

L'aggressione alle 18,30 nel supermercato Carrefour. Un cassiere è morto durante il trasporto. Tra le persone colpite il giocatore del Monza. L'uomo fermato era stato sottoposto a un Tso, avrebbe preso il coltello dagli scaffali. È accusato di omicidio e tentato omicidio

E' stato l'ex calciatore Massimo Tarantino a disarmare l'uomo che nel Carrefour di Assago ha accoltellato diverse persone che facevano le spesa, uccidendo un cassiere, il 47enne di origine boliviana Luis Fernando Ruggieri, e ferendone altre quattro (compreso il giocatore del Monza Pablo Mari). "Urlava e basta" ha detto l'ex giocatore del Bologna, dell'Inter e del Napoli  che ha bloccato l'accoltellatore consegnandolo ai militari della stazione di Corsico (Milano). Restano gravi le condizioni delle altre persone ferite.

Mari, che non è in pericolo di vita, ha trascorso la notte all'ospedale Niguarda, dove è stato ricoverato dopo l'aggressione. E' stato colpito alla schiena: sarà sottoposto in giornata a un intervento chirurgico.

Andrea Tombolini, 46 anni, il responsabile degli accoltellamenti, da tempo soffriva di problemi psichici, già ricoverato in psichiatria per una forte depressione, solo qualche giorno fa era arrivato al pronto soccorso per essersi colpito violentemente da solo al volto e alla testa. Difficilre quindi capire cosa possa aver innescato la violenza improvvisa. E' stata una violenza durata pochi minuti ma che ha lasciato sgomenti clienti e dipendenti che hanno visto l'aggressore prendere un coltello da uno scaffale del supermercato e colpire a caso, chi gli era vicino.

L'aggressione al supermercato Carrefour del centro Milanofiori di Assago ieri sera

Aggressione nel supermercato Carrefour del centro Milanofiori di Assago, alle porte di Milano. Ieri sera intorno alle 18,30 un uomo ha accoltellato sei persone a caso, tra le corsie, in un'ora in cui il supermercato era molto frequentato, prendendo un coltello da un espositore. Un uomo, un cassiere del supermercato di 30 anni, è morto durante il trasporto in ospedale. Tra i feriti c'è anche il calciatore del Monza Pablo Marí. Tre persone sono state trasportate in codice rosso in ospedale e il quadro clinico appare molto grave. Le persone coinvolte hanno dai 28 agli 81 anni, quattro sono uomini, due sono donne.

L'aggressore fermato e disarmato da ex giocatore Inter Tarantino

L'aggressore, un italiano di 46 anni, è stato fermato e disarmato dall'ex calciatore dell'Inter Massimo Tarantino. "Urlava, urlava e basta", dice alle numerose telecamere delle televisioni l'ex giocatore, ora dirigente sportivo. "Io eroe? Non ho fatto niente...".

L'uomo, incensurato, avrebbe problemi psichici e sarebbe stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. L'uomo, di cui non sono state ancora fornite le generalità, quando è stato portato negli uffici del comando provinciale di Milano in via della Moscova, ha continuato a pronunciare frasi prive di senso in evidente stato confusionale. È accusato di omicidio e tentato omicidio plurimo. Il caso è affidato al pm Paolo Storari.

 L'uomo fermato, lo scorso 18 ottobre era stato medicato in ospedale per ferite al volto che si era auto inferto prendendosi a pugni da solo. 

Una serata di terrore e tragedia nel supermercato di Assago

Una serata di terrore e di tragedia, nel supermercato del grande centro commerciale. Persone di ogni età, famiglie, in quell'ora in cui tanti si fermano a fare la spesa tornando a casa dal lavoro. All'improvviso le urla, il panico, quell'uomo che colpisce a caso e senza preavviso. Tutti corrono, la prima chiamata di allarme è alle 18,36. I carabinieri arrivano con il 118, fanno evacuare la struttura. 

Il calciatore spagnolo Mari portato in elicottero al Niguarda

Tra i feriti quattro uomini, tre dei quali giovani - di 28, 30 e 40 anni - e un anziano di 80, oltre a due anziane donne, che sono le meno gravi. Il più grave era il cassiere- poi morto - un ragazzo di 30 anni, trasportato d'urgenza a Rozzano, in arresto cardiocircolatorio, colpito al torace e all'addome. Il calciatore spagnolo in forze al Monza Marì, con una profonda ferita alla schiena, è stato trasportato all'ospedale Niguarda in elicottero: è cosciente e ha ricevuto le visite dell'amministratore delegato del Monza, Adriano Galliani, e dell'allenatore, Raffaele Palladino. Il giocatore parla e le sue condizioni non sembrerebbero gravi. Esclusa l'ipotesi del terrorismo, resta quella più probabile del gesto di uno squilibrato.

Accoltellati ad Assago, i testimoni: "Eravamo terrorizzati, vedevamo gente scappare"

"Eravamo al bar e pensavamo si trattasse di uno scippo perché abbiamo visto dei ragazzi e una signora correre, poi abbiamo visto sempre più gente con facce sconvolte e abbiamo capito che era successo qualcosa di grave": è quanto riporta una giovane che si trovava nel bar del centro commerciale. "A un certo punto - ricorda - la ragazza del bar ha iniziato a parlare di pistole quindi molto gentilmente, mentre tirava giù la serranda, ci ha nascoste perché nemmeno lei capiva cosa stava succedendo. Siamo rimaste nel retro del bar mentre vedevamo anche il resto della ristorazione chiudere nascondendo le persone dentro. Poi dopo circa 5 minuti è arrivata una commessa del Carrefour che aveva assistito alla prima aggressione, non parlava di armi ma solo di un pazzo. Era sconvolta e la ragazza del bar l'ha soccorsa". Poco dopo, "abbiamo visto gente scappare e siamo andate via anche noi, siamo uscite mentre dall'altoparlante del centro commerciale chiedevano l'intervento urgente di un medico e ci siamo allontanate il più velocemente possibile". La testimone aggiunge che "mi è rimasta molto impressa una ragazza che piangeva, completamente sotto shock". 

Accoltella persone nel supermercato ad Assago, Carrefour: "Massima vicinanza a dipendenti e clienti coinvolti"

"Siamo profondamente addolorati nell'apprendere del decesso di un nostro dipendente in seguito all'aggressione verificatasi oggi nell'Ipermercato Carrefour di Assago. Ci stringiamo attorno alla sua famiglia, con cui siamo in contatto per esprimere il nostro cordoglio" - afferma Christophe Rabatel Ceo Carrefour Italia - "Siamo vicini alle famiglie delle altre vittime coinvolte. Da parte nostra siamo a completa disposizione delle autorità competenti e faremo tutto quanto sia nelle nostre facoltà per permettere loro di svolgere il loro lavoro e ricostruire la dinamica dell'accaduto. Episodi del genere non dovrebbero mai verificarsi in assoluto, soprattutto durante lo svolgimento del proprio lavoro". L'azienda conferma che si è subito attivata per allertare i soccorsi e le forze dell'ordine e per fermare l'aggressore, che è stato preso in custodia, e per garantire il corretto svolgimento delle operazioni di soccorso. Rappresentanti dei vertici aziendali si sono immediatamente recati sul posto e sono in stretto contatto con le vittime e le loro famiglie. Carrefour Italia ha inoltre subito attivato un servizio di supporto psicologico per tutti i collaboratori coinvolti direttamente o indirettamente nell'accaduto.

Terrore nel Carrefour di Assago, Romano La Russa attacca: "Milano città violenta"

"Una serata amara in Lombardia per quanto accaduto al centro commerciale di Assago. L'abbraccio a nome di tutti i lombardi alla famiglia del giovane dipendente del supermercato che purtroppo ha perso la vita in seguito alle ferite ricevute". Lo scrive su Facebook il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, commentando l'aggressione avvenuta poco prima delle 19 al centro commerciale Milanofiori. "Sto seguendo costantemente gli aggiornamenti sulle condizioni degli altri feriti che fortunatamente non sembrano in pericolo di vita -continua Fontana-. Mi auguro che gli inquirenti facciano rapidamente luce su quanto accaduto. Ringrazio dipendenti, clienti e forze dell'ordine intervenuti per bloccare il folle e tutto il personale sanitario intervenuto in soccorso delle vittime".

Alza invece la polemica politica l'assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia, Romano La Russa: "Sono scioccato da quanto accaduto. Mi stringo intorno alle vittime, colpite da quello che sembra essere stato il folle atto di uno squilibrato, e alle loro famiglie. È un episodio di una gravità inaudita, che testimonia in maniera lampante come a Milano e nel suo hinterland si sia ormai oltrepassato ogni limite. E' mai possibile che la nostra città debba, con continui episodi di violenza, relegarsi sempre di più a una città incivile? Non è certo un caso che da 7 anni il capoluogo guidi le classifiche di città più insicura di Italia".

Assago, un minuto di furia "Invidiavo la loro felicità". L'interrogatorio dell'accoltellatore: "Avevo preso la lama per farla finita". In 60 secondi 6 aggrediti. Luca Fazzo il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Un minuto. Un minuto per prendere la propria vita di uomo di mezza età complicato e fragile, e trasformarla nell'inferno degli altri. Alle 18,42 di giovedì sera Andrea Tombolini nella corsia del centro commerciale di Assago prende dallo scaffale il coltello più lungo del kit da cucina che gli sta davanti. Sessanta secondi dopo, alle 18,43 è per terra, alle casse, disarmato, schiacciato al suolo. Alle sue spalle, le corsie segnate dalle urla, dal sangue, dal panico. Le immagini delle telecamere sono di una crudezza impressionante. Luis Ruggieri, dipendente del grande supermercato, non fa neanche in tempo a capire cosa accade, Tombolini gli passa accanto di corsa e gli tira un solo colpo al fianco, che lo ammazza nel giro di pochi minuti. E poi a casaccio, colpendo chi cerca di ostacolarlo e chi tenta solo di mettersi in salvo.

«Ho visto tutte quelle persone felici, che stavano bene, e ho provato invidia»: così, nel reparto di psichiatria dove lo portano nella notte, Tombolini spiega al pm Paolo Storari la sua trasformazione da consumatore di Xanax a distributore di morte. Parla delle sue paure, della convinzione di essere malato, della depressione che lo avvolgeva. Le riprese a circuito chiuso del grande Carrefour alle porte di Milano raccontano una storia che non calza del tutto alla versione del raptus. «Dura tutto otto minuti - racconta il generale Iacopo Mannucci - alle 18,35 l'uomo entra e comincia subito a cercare qualcosa. Alle 18,42 prende il coltello e inizia immediatamente a colpire». Se è stato un raptus, insomma, è stato un raptus iniziato prima e fuori, meno improvviso e incontrollabile di quel che Tombolini racconta o ricorda.

«Abbiamo chiesto - dice Marcello Viola, capo della Procura di Milano - la convalida del fermo con l'accusa di omicidio e di duplice tentato omicidio». Vuol dire che almeno due delle altre vittime di Tombolini sono vive per caso, i colpi erano dati con la volontà di uccidere. Per gli ultimi due saranno le perizie legali a stabilire se si tratta solo di lesioni o si aggiungeranno altre accuse di tentato omicidio. Ormai poco cambia. «Abbiamo chiesto a suo carico - spiega Viola - la custodia cautelare in una struttura psichiatrica». Niente carcere ma un luogo di cura, «perchè ci sembra la soluzione più adeguata vista la presenza di problemi psichici». E una assoluzione per vizio totale di mente potrebbe essere l'esito finale del processo.

Quanto gravi e note fossero le condizioni di salute del 46enne non è ancora del tutto chiaro. «Non c'erano state avvisaglie. Non consumava alcolici, non assumeva psicofarmaci, solo un antidepressivo», dice il procuratore. Tombolini non è neanche un emarginato, un drop out, la sua rabbia la sfoga contro se stesso, spaccando gli oggetti di casa: «Ha un padre e una madre presenti - dice il procuratore aggiunto Laura Pedio - che lo seguivano e lo curavano, per i primi di novembre gli avevano fissato una visita con uno psichiatra». I mostri che agitano la testa di Andrea esplodono prima.

Non è una storia di terrorismo, come si era temuto all'inizio, e nemmeno una storia di città insicure: «L'intervento del 112 è stato praticamente immediato - dice Viola - e ancora prima dei carabinieri erano intervenuti coraggiosamente i cittadini presenti nel supermercato». Ma è chiaro a tutti che a venire spezzato dal dramma di Assago, portato pressocchè in diretta da Internet in tutte le case d'Italia, è la percezione del centro commerciale - con la sua folla, le sue luci - come isola se non felice almeno protetta. Anche a questo si riferisce Silvio Berlusconi quando ieri ricorda che «la sicurezza dei cittadini deve essere la chiave della civiltà umana», e che lo Stato deve garantirla con ogni mezzo. 

"Con un calcio gli ho tolto il coltello. Istinto di protezione per la mia famiglia". L'ex difensore dell'Inter che ha disarmato l'assassino nel centro commerciale: "C'era sangue dappertutto e gente che scappava". Claudio Decarli il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

«Non sono un eroe, non lo sono mai stato, è stato solo istinto di protezione, ero lì con mia moglie e mia figlia».

È successo tutto in un attimo, cinque accoltellati, un morto, l'inferno. Ore 18,30, pomeriggio di spesa al centro commerciale Carrefour di Assago, gremito, bambini, genitori, carrelli che scivolano fra gli scaffali: «Ho sentito delle urla, confusione, mi sono girato, ho visto un tipo con un coltello in mano, ero a un metro, gli ho visto infilzare la lama nella schiena di un ragazzo, ho solo reagito in modo compulsivo, a sangue freddo, gli sono andato addosso e l'ho disarmato. È ancora tutto così confuso... avrò tempo di capire meglio». L'eroe che non vuole essere chiamato tale è Massimo Tarantino, ex calciatore di Napoli, Inter, Bologna, responsabile dell'area tecnica della Spal. Era lì anche lui con moglie e figlia: «Ho agito in modo irrazionale, è stato tutto così veloce che fatico a ricostruire».

Non vuole passare da eroe ma il coraggio in quei momenti non si compra fra gli scaffali di un centro commerciale.

«Ho agito d'istinto c'era la mia famiglia, ho temuto per loro. All'improvviso panico generale, tutti che urlavano, gente che si nascondeva dietro ai banchi, non si poteva capire come sarebbe andata a finire, credo che chiunque altro si sarebbe comportato come me. In quegli istanti».

C'è chi scappa

«No, si deve reagire e così ho fatto, ero lì con mia figlia, mia moglie, loro erano sotto shock c'era sangue, un morto a terra. Ho visto quell'uomo che stava avvicinandosi a mia moglie col coltello in mano istinto di protezione, nient'altro che istinto di protezione, c'era sangue dappertutto, gente a terra ferita, adesso so che uno di loro è stato accoltellato mortalmente, mi hanno detto che era un cassiere dell'ipermercato».

Cosa ricorda?

«D'istinto gli ho tirato un calcio sulla mano che stringeva il coltello, l'ha aperta e gli è caduto, con un altro calcio l'ho allontanato, poi l'ho spinto, gli sono andato addosso, alle spalle, a quel punto era a terra, immobile, non urlava più».

Poteva andare peggio, lei è stato..

«No, no...tutto così veloce, poi sono arrivati quelli della sicurezza, poi la polizia, tutto finito, ho abbracciato mia figlia, sul momento non ho pensato a nient'altro».

Uno degli accoltellati è un calciatore del Monza, Pablo Marì, già operato all'ospedale di Niguarda, fuori pericolo, si è salvato grazie alla sua muscolatura massiccia che ha impedito alla lama di penetrare oltre e lesionare parti vitali. Una mattanza stoppata dal coraggio di un ex calciatore

«Ma non chiamatemi eroe, scusate, ora non mi sento di dire altro, c'ero, ho visto tutto, adesso ho bisogno di tornare a una normalità che mi sembra così lontana».

Tre feriti in gravi condizioni. Accoltella 5 persone in un supermercato, fermato dai clienti: morto un dipendente del Carrefour, tra i feriti il calciatore Pablo Mari. Redazione su Il Riformista il 27 Ottobre 2022 

Un uomo ha accoltellato sei persone in un centro commerciale di Assago, alle porte di Milano. L’episodio, non è chiaro se relativo a una lite o a un gesto di una persona squilibrata, è avvenuto in via Milanofiori poco dopo le 18.30 e ha visto protagonista un uomo fermato successivamente dai carabinieri. Uno dei feriti è morto poco dopo. Secondo quanto riportato dall’Ansa, si tratterebbe di un dipendente Carrefour. Le condizioni di 3 dei feriti sarebbero gravi, tanto da aver richiesto l’intervento dell’elisoccorso. Il centro commerciale è stato evacuato. Al momento si esclude che si possa essere trattato di un atto terroristico. I militari sono a lavoro per ricostruire la dinamica.  Secondo le prime ricostruzioni, un uomo armato di coltello sarebbe entrato nel centro commerciale e avrebbe cominciato a colpire i presenti.

L’uomo che ha accoltellato 6 persone nel centro commerciale (in un primo momento si erano dette 5) è stato bloccato da alcuni clienti e consegnato ai carabinieri di Corsico. Secondo quanto riportato da AdnKronos si tratterebbe di un 46enne italiano, classe 1976, verosimilmente affetto da disturbi psichici  che dopo essersi impossessato di un coltello in esposizione sugli scaffali del supermercato, senza apparenti motivi ha colpito a caso chi gli passava vicino. Si tratterebbe di un incensurato, in cura da un anno per una forte crisi depressiva.

Sul posto i carabinieri e 6 ambulanze del 118. Secondo quanto riportato dall’AdnKronos, tra i feriti quattro sono stati ricoverati in codice rosso; tra questi, un ragazzo di cui non sono ancora note le generalità, di età apparente di circa 30 anni, che ha riportato ferite da arma da taglio al torace e all’addome. Il giovane, rinvenuto in arresto cardiocircolatorio, è stato rianimato e trasportato dal personale dell’Areu all’ospedale Humanitas di Rozzano. Altri tre uomini sono stati trasportati in ospedale in codice rosso: si tratta di un 28enne, un 40enne e un 80enne, tutti accoltellati al torace. Ferite anche due donne, una 72enne ferita alla mano, trasportata in codice giallo al San Gerardo di Monza e una 81enne, che è stata soccorsa sul posto.

C’è anche il giocatore del Monza calcio Pablo Mari tra gli accoltellati. L’atleta è stato trasportato all’ospedale Niguarda di Milano, dove è stato raggiunto dall’amministratore delegato del club Adriano Galliani e dal tecnico, Raffaele Palladino. Il giocatore, prelevato in prestito dall’Arsenal, è cosciente, parla e non sarebbe in gravi condizioni. “Caro Pablo, siamo tutti qui vicino a te e alla tua famiglia. Ti vogliamo bene, continua a lottare come sai fare, sei un guerriero e guarirai presto”. Lo scrive l’ad del Monza Adriano Galliani, in un tweet pubblicato sull’account del club, rivolgendosi al difensore Pablo Mari.

“Ora che siamo lontane siamo più tranquille ma eravamo veramente terrorizzate, non capivamo cosa succedeva, vedevamo gente scappare in lacrime”: lo dice all’Ansa una ragazza che si trovava nel centro commerciale quando l’uomo ha iniziato a ferire le persone. “Mi è rimasta molto impressa una ragazza che piangeva, completamente sotto shock” aggiunge la testimone. “Eravamo al bar e pensavamo si trattasse di uno scippo perché abbiamo visto dei ragazzi e una signora correre, poi abbiamo visto sempre più gente con facce sconvolte e abbiamo capito che era successo qualcosa di grave”, ha raccontato una testimone all’Ansa. La ragazza in quel momento si trovava nel bar del centro commerciale. “A un certo punto – continua il racconto – la ragazza del bar ha iniziato a parlare di pistole quindi molto gentilmente, mentre tirava giù la serranda, ci ha nascoste perché nemmeno lei capiva cosa stava succedendo. Siamo rimaste nel retro del bar mentre vedevamo anche il resto della ristorazione chiudere nascondendo le persone dentro. Poi dopo circa 5 minuti è arrivata una commessa del Carrefour che aveva assistito alla prima aggressione, non parlava di armi ma solo di un pazzo. Era sconvolta e la ragazza del bar l’ha soccorsa”. Poco dopo, “abbiamo visto gente scappare e siamo andate via anche noi, siamo uscite mentre dall’altoparlante del centro commerciale chiedevano l’intervento urgente di un medico e ci siamo allontanate il più velocemente possibile”. Ora, “sapere che l’hanno preso ci mette tranquille e speriamo – conclude – che i feriti possano cavarsela”. Le indagini per ricostruire l’accaduto sono state affidate al pm Paolo Storari. Il magistrato si trova sul posto.

“In merito ai fatti verificatisi nell’Ipermercato di Assago nella serata del 27 ottobre, Carrefour Italia esprime la massima vicinanza ai dipendenti e ai clienti coinvolti nell’aggressione e alle loro famiglie. L’azienda conferma che si è subito attivata per allertare i soccorsi e le forze dell’ordine e per fermare l’aggressore, che è stato preso in custodia, e per garantire il corretto svolgimento delle operazioni di soccorso. Rappresentanti dei vertici aziendali si sono immediatamente recati sul posto e sono in stretto contatto con le vittime e le loro famiglie. Carrefour Italia ha inoltre subito attivato un servizio di supporto psicologico per tutti i collaboratori coinvolti direttamente o indirettamente nell’accaduto”.

Una tragedia senza un perchè. Cosa è successo ad Assago, un morto e 5 accoltellati al centro commerciale: l’assalitore aveva problemi psichici. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Ottobre 2022 

Quella del Centro Commerciale Milano Fiori di Assago sembra essere una tragedia senza un perché, un dramma della follia. Intorno alle 18.30 Andrea Tombolini, 46 anni, era tra i corridoi del Carrefour del centro commerciale. Dagli scaffali ha preso un coltello che era in esposizione, lo ha aperto e ha iniziato a colpire i passanti a caso. Ne ha feriti 5, tra cui il calciatore del Monza Pablo Mari. Poi si è diretto verso le casse dove si è scagliato su uno dei cassieri, Luis Fernando Ruggieri, 47 anni, origini boliviane. L’uomo è morto per le ferite riportate mentre lo trasportavano in elisoccorso in ospedale. Poi è fuggito ma è stato fermato dai clienti stessi: a bloccarlo c’era anche l’ex calciatore Massimo Tarantino. Una follia durata 7 minuti di panico, sangue e morte.

La follia è iniziata in un tranquillo giovedì pomeriggio. Le urla impaurite delle perone hanno fatto scattare l’allarme. Le persone che erano al centro commerciale hanno iniziato a fuggire, qualcuno si è nascosto all’interno dei negozi che hanno prontamente abbassato le saracinesche. Intanto Tombolini continuava a colpire a caso. Quando è arrivato davanti alle casse si è scagliato contro uno dei cassieri, Luis Fernando Ruggieri, 47 anni, origini boliviane. Muore poco dopo mentre cercano di portarlo in ospedale in elisoccorso. Fatali per lui le ferite profonde al torace. Tra i feriti anche il calciatore del Monza Pablo Mari che stava facendo la spesa con la moglie e il figlio piccolo. La coltellata lo prende alla schiena. Subito è stato trasportato all’Ospedale Niguarda. È grave ma non in pericolo di vita.

“L’ho visto arrivare, mi ha sfiorato con il coltello. Istintivamente ho spinto via mia figlia. Poi gli sono saltati addosso e lo hanno fermato”, ha raccontato una testimone al Corriere della Sera. Il 46enne è stato bloccato dai dipendenti del supermercato, dagli addetti alla sicurezza e da altri clienti. Tra loro c’era anche Massimo Tarantino. Poi Tombolini è stato consegnato alle forze dell’ordine. L’assalitore è milanese, non ha precedenti penali ma è stato in cura per una forte depressione. Il Corriere della Sera riporta il racconto dei genitori di Tombolini. Il 456enne era stato ricoverato in psichiatria dopo un’operazione alla schiena, aveva firmato le dimissioni ed era uscito. Poi, il 18 ottobre era finito di nuovo al pronto soccorso: si era preso a pugni in testa e al volto.

Non è ancora chiaro perché Tombolini abbia deciso di andare al supermercato e colpire persone a caso. Sarebbe arrivato da solo e avrebbe agito. Ha ucciso il cassiere e ferito altre 4 persone, tre delle quali ancora in condizioni critiche. Oltre a Pablo Mari tra i feriti ci sono anche una coppia di anziani e un cassiere. Tutti feriti alla schiena e al torace, colpiti di sorpresa. Quando i carabinieri del radiomobile di Corsico lo hanno fermato era a terra vicino alle case, sporco di sangue, urlava soltanto “ammazzatemi”. Con gli investigatori non è mai stato aggressivo, s’è lasciato ammanettare e portare via.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Stava facendo shopping con la moglie e il figlio piccolo. Chi è Pablo Mari, il calciatore ferito nel supermercato di Assago: “Ferito alla schiena”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 27 Ottobre 2022 

Stava passeggiando tranquillamente con la moglie Veronica e il loro figlio piccolo nel centro commerciale di Assago quando un uomo ha iniziato a colpire i passanti con un coltello. Il calciatore del Monza Pablo Mari è tra i feriti del folle gesto che si è verificato giovedì 27 intorno alle 19.30. Trasportato subito all’ospedale Niguarda, è cosciente e non in pericolo di vita. Ma lo spavento è stato grande.

Pablo Marì è il perno della difesa del Monza. Secondo quanto riportato dall’Agi, è arrivato in Brianza ad inizio agosto in prestito dall’Arsenal, con obbligo di riscatto in caso di salvezza, il 29enne spagnolo cresciuto nel Maiorca è alla sua seconda esperienza italiana: nella seconda metà della passata stagione ha infatti disputato 15 partite con la maglia dell’Udinese. Mari ha collezionato in questa stagione 8 presenze, mettendo a segno anche una rete nella vittoria del Monza sullo Spezia.

Come sta Pablo Mari

“Il giocatore ha avuto una ferita abbastanza profonda sulla schiena, penetrante, ma non ha toccato organi vitali: non è in pericolo di vita”, ha detto Adriano Galliani, Ad del Monza, ai microfoni di “Tg2 Post”. Galliani appena saputa la notizia del folle gesto è corso in ospedale dal calciatore. “Mi dicono che dovrebbe riprendersi abbastanza rapidamente – ha aggiunto – Ha dei muscoli lesionati, delle lesioni ma non è gravissimo. È cosciente e gli stanno dando dei punti in una sala operatoria o qualcosa di simile. Ma ripeto, non è in pericolo di vita”.

Subito sono arrivati per lui messaggi di solidarietà tra cui quello della sua squadra: “Caro Pablo, siamo tutti qui vicino a te e alla tua famiglia, ti vogliamo bene, continua a lottare come sai fare, sei un guerriero e guarirai presto”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

 Andrea Tombolini, chi è l’uomo che ha accoltellato 6 persone al centro commerciale di Assago. Giampiero Casoni il 28/10/2022 su Notizie.it.

Andrea Tombolini, chi è l'uomo che ha accoltellato 6 persone al centro commerciale di Assago uccidendo un commesso del Carrefour di 47 anni 

Andrea Tombolini, ecco chi è l’uomo che ha accoltellato 6 persone al centro commerciale di Assago. Il 46enne è accusato di omicidio e tentato plurimo, ha gravi problemi psichici ed è piantonato nella caserma dei carabinieri della Moscova dove è stato interrogato per tutta la notte.

Open informa che tra i feriti nel Carrefour di viale Milanofiori anche il calciatore del Monza Pablo Marì.

Andrea Tombolini, il killer del centro commerciale

Adriano Galliani ha spiegato in merito che il calciatore è stato colpito alla schiena e “sta bene”. Dal canto suo il magistrato Paolo Storari ha accusato Tombolini di omicidio e tentato omicidio plurimo dopo che a fermarlo era stato l’ex calciatore Massimo Tarantino.

L’autolesionismo di qualche giorno fa

Attenzione, lo scorso 18 ottobre Tombolini sarebbe stato medicato in ospedale per alcune ferite al volto che si era inferto da solo prendendosi a pugni. Nella serata del 27 ottobre l’uomo è entrato nel centro commerciale di Assago alle 18,35, è entrato nel reparto casalinghi e ha preso un coltello da cucina, iniziando a correre e menare fendenti. Ha colpito un uomo di 40 anni e due anziani di 72 e 80 ed ucciso il dipendente Luis Fernando Ruggeri, boliviano di 47 anni. 

Ex difensore di Napoli, Inter e Bologna. Chi è Massimo Tarantino, l’ex calciatore che ha disarmato l’assalitore di Assago: “Non sono un eroe”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Ottobre 2022. 

Le grida, il fuggi fuggi generale e poi il sangue. Sono stati 7 lunghissimi minuti di puro panico nel Carrefour del Centro Commerciale Milano Fiori di Assago. Un 46enne italiano ha preso dagli scaffali un coltello, ha aperto la confezione e ha iniziato a colpire a caso i passanti. Ne ha accoltellati 5, uno è morto. Era il cassiere del supermercato, di appena 30 anni. Tra i feriti anche il calciatore del Monza Pablo Mari. Poi si è dato alla fuga ma è stato bloccato prontamente dai clienti stessi e consegnato ai carabinieri intervenuti sul posto. Tra i primi a bloccarlo c’è Massimo Tarantino, ex calciatore di Napoli, Inter e Bologna che subito si è scagliato sull’uomo in fuga ed è riuscito a disarmarlo. “Urlava, urlava e basta”, ha detto alle numerose telecamere l’ex giocatore, ora dirigente sportivo. “Io eroe? Non ho fatto niente…”.

Massimo Tarantino, ex difensore ora dirigente calcistico, stava facendo tranquillamente la spesa nel supermercato quando ha sentito le persone gridare. Come tutti si è voltato impaurito. Pochi istanti per capire cosa stava succedendo e vedere il 46enne barcollare armato di coltello. Così si è avventato su di lui assieme ad altre persone e lo ha bloccato a terra e disarmato.

L’ex calciatore, 51 anni, è originario di Palermo. Ex difensore di Napoli, Inter e Bologna (ma con una breve parentesi anche a Monza) e ora dirigente della Spal, in serie B. Chiusa la carriera da calciatore nell’estate 2006 al Pavia, ha subito superato l’esame da direttore sportivo e ha lavorato prima per il Bologna e poi per la Roma (al fianco di Bruno Conti nella gestione del settore giovanile), prima di abbracciare il progetto Spal nell’estate 2021.

È figlio d’arte e porta avanti la tradizione calcistica di famiglia. Suo padre Bartolomeo per un breve periodo ha indossato la maglia della Roma e Venezia in serie A negli anni ’60. Massimo Tarantino vede a Napoli la sua prima grande occasione. È qui che incontra Diego Armando Maradona anche se per pochi mesi. “Allora guardavamo con timore gli anziani. Una volta dovevo chiedere una cosa a Maradona: ho mandato avanti Francini”, ha raccontato in un’intervista al Corriere della Sera. Erano quelli gli ultimi anni della grande avventura di Maradona a Napoli. “Tornò alla vigilia della partita con la Fiorentina e partì dalla panchina, accanto a me – continua il racconto di Tarantino – Quella domenica non la scorderò mai. Salivo le scale che portavano sul prato del San Paolo dietro di lui. Quando siamo entrati in campo ci ha accolti un incredibile boato. Un’emozione unica percorreva lo stadio. Non l’ho mai più avvertita. Avevo la pelle d’oca”.

In carriera può vantare di esser stato compagno di squadra di Diego Armando Maradona (Napoli 1989-1990), Gianfranco Zola (Napoli 1989-1990 e 1991-1993), Luis Nazario da Lima Ronaldo (Inter, inizio stagione 1997-1998), prima di passare al Bologna nella sessione di calciomercato autunnale, Roberto Baggio (Bologna 1997-1998), Giuseppe Signori (Bologna 1998-2002).

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Davanti al malato psichico che diventa assassino siamo senza difese. Maddalena Bonaccorso il 28 Ottobre 2022 su Panorama.

I casi di ieri ad Asso e ad Assago mostrano ancora una volta la pericolosità e l'imprevedibilità di queste «mine vaganti» contro cui la sanità ha pochi strumenti 

Una giornata drammatica, segnata da due gravissimi episodi criminali che sembrano avere un unico punto in comune: la follia, un forte disagio psichico alle spalle che sembrava superato e probabilmente è stato sottovalutato. All’ipermercato Carrefour di Assago, il 46enne Andrea Tombolini ha ucciso a coltellate una persona e ne ha ferite gravemente altre 5, con l’arma reperita nei corridoi dello stesso esercizio commerciale. Nelle stesse ore ad Asso, in provincia di Como, il brigadiere Antonio Milia, 57 anni, ha ucciso il suo comandante con la pistola d’ordinanza, barricandosi poi in caserma per quasi tutta la notte, fino all’intervento risolutore dei Carabinieri dei corpi speciali che l’hanno bloccato e successivamente arrestato.

Nel passato di entrambi ci sono gravi episodi psichiatrici che, alla luce dei fatti, avrebbero dovuto essere meglio indagati: Milia era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dell’ospedale Sant’Anna di Como, poi dimesso e dopo una lunga convalescenza durata diversi mesi giudicato idoneo al servizio da una commissione medico-ospedaliera. Tombolini, che durante l’interrogatorio di oggi ha dichiarato che avrebbe voluto “farla finita” pensando di essere gravemente ammalato, ma che poi, avendo visto “quelle persone felici” , ho provato invidia e ha deciso di aggredirle, il 18 ottobre era stato medicato in un PS lombardo per essersi inferto da solo delle ferite al volto e al cranio con dei pugni: anche nel suo passato ci sono ricoveri psichiatrici ed era seguito pure da un professionista privato. COME DIFENDERSI? RAFFORZANDO LA SANITA’ Episodi inquietanti, che instillano in una popolazione già segnata da pandemia, guerra e crisi economica, il timore di non essere adeguatamente protetta dalla follia dilagante che rende pericoloso persino recarsi in un supermercato a fare la spesa. Ma come possiamo difenderci da queste situazioni, che cominciano a essere sempre più diffuse? “Possiamo difenderci rafforzando i servizi di salute mentale” spiega il professor Leo Nahon, già direttore di Psichiatria dell’Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano “destinando loro più risorse e più tempo per l’ascolto dedicato, facendo diminuire lo stigma che si crea attorno alla psichiatria: che non è solo una disciplina curativa, ma spessissimo anche preventiva. Per ogni evento tragico come quelli riportati oggi in cronaca, ce ne sono centinaia altrettanto gravi che vengono evitati quotidianamente da un buon lavoro di prevenzione e cura che viene fatto nei servizi psichiatrici, che peraltro lavorano oggi con risorse di personale ridotte ai minimi termini. Ma questi eventi evitati, sia contro gli altri che contro se stessi, e che sono tantissimi, non fanno notizia”. Si tratta anche in questo caso di sanità in crisi, di risorse carenti, di medici e psichiatri che fanno il possibile e riescono a evitare drammi nella maggior parte dei casi ma che sono comunque, evidentemente, insufficienti per numero rispetto al fabbisogno. Sempre più sola e abbandonata a sé stessa e ai deliri della propria mente, molto difficili da indagare e comunque da non derubricare sempre e solo a episodi di depressione: “È sbagliato etichettare questi casi come depressione” continua Nahon “I rapporti tra depressione, paranoia e impulsività sono molto complessi ma anche curabili, sia farmacologicamente sia con interventi psicosociali integrati che rompano l’isolamento e diano sollievo dai fantasmi persecutori. Purtroppo in questi disturbi, spesso, l’insufficiente consapevolezza di malattia, la tendenza a celare una parte importante dei sintomi e la scarsa adesione alle cure rendono molto più difficile la diagnosi e la terapia. Va aggiunto comunque che anche la difesa sociale e la punizione del reato possono avere un valore terapeutico”. I CAMBIAMENTI BIOLOGICI E L’INFLUSSO SULLA MENTE Una situazione sicuramente complicata, dunque, nella quale si rischia anche che le persone interiorizzino il pericolo e comincino a temere di svolgere anche le operazioni più semplici e apparentemente innocue, con il timore di trovarsi accanto -in qualunque condizione- una bomba pronta a esplodere: “E’ proprio cosi” , spiega Fabrizio Mignacca, psicologo e psicoterapeuta “Anche perché è vero che le cosiddette mine vaganti, purtroppo, sono più numerose di quanto si sia portati a pensare. Siamo sempre insicuri, nei supermercati, nella metro, per strada: perché le malattie mentali, anche se facciamo finta di non vederle, hanno un’enorme diffusione. Ci sono poi sicuramente dei periodi critici, e queste persone esplodono: ora, a parte la difficile situazione che viviamo tutti, appena usciti dalla pandemia e ancora immersi nei venti di guerra e nella crisi economica, dobbiamo anche tenere conto del fatto che il mese di settembre coincide con l’inizio della nuova stagione biologica. L’anno biologico, infatti, non corrisponde con quello solare: l’autunno, con le giornate che si accorciano, il freddo, il desiderio di stare in casa e chiudersi all’esterno, acuisce sempre i disagi psichici e mentali, ed è per questo che questi avvenimenti succedono quasi sempre a cascata, a grappolo, in periodi definiti dell’anno”. INTERCETTARE I MALATI PER CURARLI MEGLIO Le persone che hanno già problematiche psichiatriche molto importanti, dunque, si rivelano particolarmente sensibili a questi cambiamenti. E quando si innesca il corto circuito drammatico dello stravolgimento dei ritmi e del non saperlo fronteggiare, in una situazione mentale già precaria, scoppia la tempesta perfetta e avvengono questi drammi: “E per fortuna, la sanità, anche se tagliata e massacrata da due anni di Covid” continua Mignacca “riesce ancora a contenere il problema: infatti in Italia, rispetto a quanto succede in altri Paesi, basti pensare agli USA, gli episodi di questo genere sono fortunatamente molto meno frequenti. Questo accade perché il SSN è estremamente attento, riesce a intercettare i casi e a bloccarli, anche se solo con la “sedazione”. Se ci fossero più risorse, oltre che sedare si potrebbe curare efficacemente”.

E’ fuor di dubbio, però, che quantomeno nel caso del brigadiere Milia, una Commissione medico-ospedaliera ne avesse certificato l’idoneità al rientro in servizio dopo un lungo periodo di disagio psichico, trascorso in parte in un reparto psichiatrico di un ospedale. Come può essere successo? “Questo è davvero grave” conclude Mignacca “e rientra nel campo delle responsabilità che andranno accertate. Io posso dire che è un episodio rarissimo, perché le forze dell’ordine, peraltro, sono molto attente a segnali di squilibrio e seguono i percorsi di cura e recupero con grande precisione e attenzione. Può essere successo che si sia agito in questo modo –ma le mie sono solo ipotesi perché nelle persone che hanno manifestazioni psicotiche o psicopatiche, spesso il rientro nella normale aiuta il recupero. E nella stragrande maggioranza dei casi questo modo di agire funziona molto bene. Forse c’è stata una reale sottovalutazione del problema”.

"Ma chi soffre di disturbi psichici di solito fa male solo a se stesso". L'esperto: "Attacchi imprevedibili, solo il 3% attribuibili a malati mentali. Sui pazienti servono analisi più attente". Marta Bravi il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Claudio Mencacci, direttore emerito di Psichiatria dell'Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF) l'uomo di 46 anni che due giorni fa nel centro commerciale di Assago ha accoltellato 6 persone, uccidendone una, è stato descritto come una persona che viveva ritirata dalla società, in casa con i genitori e che non è mia stato aggressivo.

«Sembra una condizione di psicosi, con un aspetto di persecutorietà. Non posso fare una diagnosi ma la cosa si manifesta con queste caratteristiche fatte dall'isolamento, ritiro, poche amicizie, qualcosa che sposta il campo della psicosi più sul versante di tipo persecutorio e paranoico».

I genitori dicono che da quando è stato operato alla schiena ha iniziato a vedersi come gravemente malato.

«Non sappiamo che idea della malattia si sia fatto, se si sentisse danneggiato o invalido ma sono forme che si definiscono dell'area psicotica e a volte correlate da aspetti allucinatori, uditivi o imperativi. Siamo di fronte a un crescente discontrollo degli impulsi: quando uno si autopercuote o passa alla violenza verso gli altri si tratta di una condizione di discontrollo dell'impulsività. Non si capisce bene se chi è attorno venga vissuto come qualcosa di fortemente minaccioso».

Si prendeva a pugni il volto, ma in pronto soccorso non era stato in grado di spiegare il motivo del suo gesto autolesionistico.

«Il fatto di essere preda di questa impulsività e aggressività... le indagini stabiliranno se aveva utilizzato anti inibitori come alcol o altro. È un luogo comune che le persone che soffrono di disturbi mentali sono violente. Solo il 3 per cento degli atti di violenza sono attribuibili a persone che soffrono di malattie mentali. Di norma chi soffre di disturbi psichici è vittima piuttosto che carnefice».

Anche i genitori dicono non è mai stato violento o aggressivo. Cosa prevede il protocollo nel caso di un accesso al pronto soccorso per atto autolesionistico?

«C'è sempre una valutazione della condizione fisica e della psicopatologia messa in atto, sulla scorta della storia della persona, se c'è o meno abuso di sostanze... si valuta la gravità delle condizioni. Non è che tutti quelli che commettono un atto autolesionistico devono essere ricoverati, basti pensare alla quantità di adolescenti che si sono presentati in pronto soccorso in questi 2 anni con lesioni da taglio o di chi ha tentato il suicidio, in questi casi non si utilizza il ricovero ma la presa in carico».

È automatica?

«No viene segnalata la persona e poi viene avvisato il centro di riferimento».

Se non chiama?

«Quando viene data un'indicazione di rivolgersi al centro è perché la persona possa ricevere le cure adeguate e sono sempre di natura volontaria ad eccezione del Tso».

Qual è il rischio di passaggio da un atto autolesionistico a un atto di violenza verso altri?

«Le persone tendono a farsi del male tanto che nel nostro Paese si contano 4mila suicidi l'anno, di cui 1200 di giovani cioè sotto i 26 anni. Il passaggio alla violenza verso gli altri è abbastanza raro».

Quali i campanelli di allarme?

«Il livello di irascibilità, irritabilità e persecutorietà».

Venendo al caso di Asso, il brigadiere che ha ammazzato il proprio comandante era stato ricoverato per depressione ma giudicato idoneo.

«Il tema delle armi per le forze dell'ordine è delicatissimo: se l'agente o il militare viene giudicato non in grado di portare l'arma viene segnata gravemente la sua carriera. La commissione giudica sulla base della documentazione specialistica che viene fornita».

Cos'è sfuggito allora?

«L'elemento dell'imprevedibilità che si può essere sovrapposto a una valutazione non attenta di alcune situazioni».

Tragedia a San Severo, 57enne con problemi psichici uccide il padre 98enne a coltellate. A dare l’allarme ai carabinieri sono stati alcuni vicini che hanno sentito urlare e hanno chiamato i soccorsi. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Ottobre 2022

Un 98enne, Ennio Pompeo Favilla, è stato ucciso con alcune coltellate al collo e all’addome dal figlio 57enne affetto da anni da una grave forma di schizofrenia. L’omicidio è avvenuto la scorsa notte all’interno di un’abitazione in pieno centro a San Severo, nel Foggiano. A dare l’allarme ai carabinieri sono stati alcuni vicini che hanno sentito urlare e hanno chiamato i soccorsi. Quando i militari sono giunti in casa, il figlio della vittima, in evidente stato di shock, stringeva tra le mani il coltello da cucina, ancora insanguinato, con cui aveva ucciso il padre.

Con molte difficoltà i militari sono riusciti a disarmare e a bloccare il figlio della vittima che ora si trova in carcere. A quanto si apprende, padre e figlio vivevano nello stesso palazzo: il padre, al momento dell’aggressione, era solo nella sua abitazione. Il figlio vive con un’altra sorella in un altro appartamento. Già nel 2003 c'era stato un episodio analogo: il 57enne aveva ferito uno dei due genitori in maniera lieve.

Giulio De Santis per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 6 dicembre 2022.

Tra i suoi doveri ci sarebbe stata la tutela delle relazioni internazionali. Che però l'agente scelto di polizia Antonio Militano, 34 anni, ha rischiato di mandare in frantumi appropriandosi dell'anello che l'allora vicepremier libico, Ahmed Maiteeg, ha smarrito durante una visita di Stato a Roma. Questa l'accusa per cui il poliziotto è stato condannato a tre anni e sei mesi dal Tribunale, che ha accolto la richiesta del pm Gennaro Varone. I reati contestati: peculato, falso e rifiuto d'atti d'ufficio.

Reato quest' ultimo compiuto - secondo la Procura - nell'istante in cui Militano non ha restituito il gioiello nonostante sapesse chi ne fosse il proprietario, violando così l'ordine pubblico che prevede (anche) la tutela delle relazioni internazionali. È il 2 novembre 2018. A Militano viene assegnata la sorveglianza di Maiteeg, 50 anni, che soggiorna all'hotel Bernini Bristol, in piazza Barberini.

Il vicepremier, prima di andare via, dimentica in stanza l'anello e un cerchietto, custoditi in una scatolina. Appena se ne accorge, avvisa la direzione. Che fa recuperare il gioiello, di grande valore affettivo per Maiteeg, consegnandolo (dentro la scatolina) all'agente. Militano, però, si impossessa dell'anello, mentre la scatolina la lascia su un tavolo. Poi, in un verbale, sostiene di averlo perso. A smentirlo - secondo l'accusa - un video in cui si vede l'agente intascare il gioiello.

Blitz nella caserma di Asso, catturato il carabiniere fuori di testa che ha sparato e ucciso il suo comandante. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 28 Ottobre 2022

Antonio Milia era stato ricoverato in psichiatria per problemi di disagio psicologico e successivamente era stato dimesso e giudicato idoneo al servizio. Il comandante generale Luzi: "Massima trasparenza nell'accertamento dei fatti"

È stato preso vivo dai reparti speciali del GIS dell’ Arma il carabiniere Antonio Milia, che si era asserragliato per dodici ore nella caserma di Asso (Como) dove era in servizio da anni. Non c’è stato invece purtroppo nulla da fare per il comandante della stazione, Doriano Furceri 57 anni, che lascia moglie e tre figli. Era morto, probabilmente dalle 17.30 di ieri, dopo che il brigadiere Milia gli aveva sparato. “L’ho ammazzato”, aveva gridato Milia.

L’epilogo della situazione cominciato ieri, è arrivato alle 5.40 quando una squadra del Gruppo intervento speciale dell’Arma ha fatto irruzione nel caseggiato giallo dopo che non avevano avuto successo le trattative intavolate prima da negoziatore, proveniente dal reparto operativo di Varese, e poi da uno dello stesso Gis. Il brigadiere-killer Antonio Milia ha sconfinato orari in cui sembrava dovesse ormai capitolare. Orari in cui, nel passato, altri più strutturati di lui, magari con esistenze da balordi e assassini di professione, erano caduti. Le tre, le quattro di notte. Fasi di crollo fisico ed emotivo, di stanchezza, di sonno che supera l’adrenalina. Ma lui, niente. Se non le lacrime, se non quel ripetere continuamente ai mediatori del Gis “L’ho ammazzato”. 

Un’azione repentina preparata in un quartiere generale improvvisato, la sede di un’azienda di pompe funebri. Prima di essere disarmato e bloccato il brigadiere 57enne ha sparato un altro colpo ferendo al ginocchio un operatore del reparto delle forze speciali. Nell’area operativa della Caserma non erano presenti altri Carabinieri, soltanto una donna militare si trovava in una camerata, mentre i familiari degli altri erano tutti al sicuro nel piano superiore. 

Il carabiniere Millia dopo un iniziale ricovero all’ospedale Sant’Anna, a causa di problemi legati a una forma di disagio psicologico ed una convalescenza durata diversi mesi, era stato riammesso in servizio a seguito del giudizio di una commissione medico ospedaliera, ente sanitario esterno all’Arma, e dopo copiosa documentazione medico sanitaria di una struttura ospedaliera pubblica. Dopo un’assenza di mesi, con i disturbi forse acuiti dal lungo periodo pandemico, il brigadiere Milia aveva ottenuto il “sì” al lavoro soltanto una settimana.  

Millia era però stato messo in ferie dai suoi superiori. Anche i componenti della Commissione medica, quelli che hanno acconsentito alla piena operatività di un uomo che andava destinato ad altra occupazione, saranno tra i primi a essere ascoltati, insieme allo psicologo, dalla Procura di Como, che coordina le indagini sull’omicidio del comandante Furceri. Il brigadiere è stato arrestato e nelle prossime ore sarà interrogato dal pm di turno della Procura di Como anche per chiarire i motivi del gesto. Il luogotenente Furceri era arrivato ad Asso lo scorso febbraio dopo essere stato per 18 anni a Bellano, comune che affaccia sul ramo lecchese del Lago di Como. 

La strategia d’intervento degli uomini del Gis si è sviluppata su due canali. Un primo gruppo si è posizionato a ridosso della cancellata dalla caserma, cancellata oltre la quale c’era Milia, per occuparsi della mediazione. Una seconda squadra del Gis ha ècreato un varco bucando la rete sul perimetro posteriore della caserma, entrando e raggiungendo via via le persone all’interno della struttura: i famigliari dei due carabinieri, una carabiniera che ha avuto il merito di gestire queste lunghissime ore aiutando nel controllo dei medesimi parenti. 

Le priorità dei carabinieri del gruppo intervento speciale erano la salvaguardia delle vite umane, nessuna esclusa. Infatti il Gis mettendo da parte l’enfasi mediatica, non ha condotto alcuna azione muscolare scegliendo di rendere inoffensivo il brigadiere con due taser, le pistole elettriche, e l’ausilio dell’unità cinofila. 

Il carabiniere Milia nel pomeriggio è stato interrogato dal pm di turno di Como alla presenza anche due magistrati della procura militare di Verona, competenti sui reati commessi dagli appartenenti alle forze armate.

Itragici fatti avvenuti all’interno della Stazione Carabinieri di Asso in provincia di Como “addolorano profondamente tutta l’Arma” ha detto il comandante generale Teo Luzi, a nome di tutti i Carabinieri, che “si stringe attorno alla famiglia della vittima, garantendo la massima trasparenza nell’accertamento dei fatti“. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri un messaggio dicendosi “profondamente scosso e rattristato dalle notizie dei tragici fatti” di Asso. “Questi eventi non dovranno più accadere” ha commentato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Anche il presidente del consiglio Giorgia Meloni dice: “Sono rimasta profondamente colpita dalla notizia della tragica scomparsa presso la stazione dei Carabinieri di Asso del luogotenente carica speciale Doriano Furceri“ aggiungendo sui social : “Alla famiglia, ai suoi cari e all’Arma dei Carabinieri giunga il cordoglio e la vicinanza del governo. Al carabiniere del Gruppo intervento speciale rimasto ferito rivolgiamo i migliori auguri di pronta guarigione“ 

Questa sera ad Asso si terrà una fiaccolata, a cui parteciperà anche il parroco, in solidarietà alle due famiglie coinvolte, quella dell’omicida e della vittima, e in segno di “riconoscimento” della dedizione al lavoro e dell’umanità del luogotenente ucciso. Lo ha spiegato il sindaco del paese del Comasco, Tiziano Aceti, che ha espresso lo sconcerto della sua comunità. “Furceri era un punto di riferimento, un esempio sul lavoro – ha detto il sindaco -. Per quanto riguarda Milia, solo lui può essere in grado di spiegare che cosa ha fatto. Ora dobbiamo affrontare la tragedia di due famiglie“.

Asso, blitz delle forze speciali all'alba: preso il brigadiere che ha ucciso il comandante della stazione. Anna Campaniello e Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

Dopo una notte di negoziazioni, all'alba l'intervento delle forze speciali all'interno della caserma di Asso, dove il brigadiere Antonio Milia ha sparato al comandante Doriano Furceri

Dopo una intera notte di negoziazioni, i reparti speciali dei Carabinieri hanno fatto irruzione nella caserma di Asso dove giovedì sera il brigadiere Antonio Milia ha ucciso, a colpi di pistola, il comandante della stazione. Il militare si era poi barricato all'interno della struttura, nascondendosi dietro una porta blindata all'ingresso della caserma: dopo il blitz è stato preso in consegna dai colleghi ed è illeso. Ferito lievemente un uomo delle forze speciali. Liberi, invece, e illesi, gli ostaggi che si trovavano in caserma al momento della sparatoria di ieri: una donna carabiniere che era in una camerata e le famiglie degli altri militari, che si trovavano chiuse negli alloggi di servizio, a distanza dall'assalitore.

Giovedì sera il brigadiere Antonio Milia ha esploso alcuni colpi con la propria pistola d'ordinanza contro il comandante di stazione Doriano Furceri. Alcuni testimoni l'avrebbero sentito esclamare: «l'ho ammazzato». Almeno tre i colpi esplosi verso il sottufficiale: chi era in caserma in quel momento ha sentito distintamente uno sparo, quindi i lamenti del ferito e poi almeno altri due colpi. 

Intorno alla caserma di Asso sono quindi arrivati i reparti del Gis, il Gruppo di intervento speciale dell'Arma, intervenuti poi alle prime luci dell'alba di venerdì. Del brigadiere, da diversi anni in servizio nel paese del Comasco, si sa che ha tre figli e che era stato ricoverato presso il reparto di psichiatria dell'ospedale di San Fermo per problemi psicologici e poi posto in convalescenza per diversi mesi. Da alcuni giorni era rientrato in servizio, dopo essere stato giudicato idoneo al servizio da una Commissione medico ospedaliera.

Il luogotenente Furceri - come Milia sposato e con tre figli - era stato invece trasferito ad Asso nel mese di febbraio, dopo 17 anni trascorsi quale comandante della stazione di Bellano, sul lago di Como ma in provincia di Lecco. Il trasferimento era stato disposto dopo che il sottufficiale dal mese di dicembre dello scorso anno era stato oggetto di ingiurie e accuse con scritte anonime sui muri del paese, che denunciavano un presunto intrigo amoroso del comandante con più di una donna sposata, con i rispettivi mariti pronti a passare alle vie di fatto. Un'altra scritta denunciava invece una situazione lavorativa irregolare in capo alla moglie del comandante. 

Pur obbligato al silenzio, il luogotenente aveva confidato mesi fa al Corriere tutto il suo sconcerto per la vicenda: «Non è vero niente — aveva assicurato — vedrò se procedere per diffamazione contro ignoti. Non la vendetta di mariti gelosi, ma solo il tentativo di farmi cacciare via da parte di qualcuno che ce l’ha con me. Non riesco a immaginare di chi possa trattarsi: non ho mai avuto screzi con nessuno». Non è chiaro se quanto accaduto possa essere messo in relazione con le accuse che determinarono il trasferimento di Furceri. 

Da ilgiorno.it il 27 Ottobre 2022.

Blitz nella notte del team del Gis ha, con un'unità cinofila d'assalto, nella caserma di Asso dove ieri, nel pomeriggio, il brigadiere Antonio Milia ha sparato al suo comandante e si è asserragliato in un assedio durato oltre 12 ore. 

Alle 5,40 l'azione  dei reparti speciali dell'Arma che hanno catturato Milia, dopo quasi 10 ore di trattative,  e liberato una donna carabiniere che era in una camerata della caserma e le famiglie degli altri militari che comunque non sono mai stati in pericolo. 

Il brigadiere, prima di essere avvicinato, alla vista del cane, è riuscito a esplodere un colpo, ferendo in maniera non grave, al ginocchio, un operatore del Gis, subito soccorso dai sanitari già presenti sul posto. 

Antonio Milia  sarebbe uscito zoppicando prima di essere preso in consegna dai colleghi. Mentre invece è stato trovato morto il luogotenente il luogotenente Doriano Furceri., Il graduato dovrebbe essere rimasto ucciso già ieri.

Prima del blitz, da fuori caserma, infatti si vedeva un corpo a terra.  "L'ho ammazzato", avrebbe urlato il militare secondo alcuni testimoni dopo avere esploso almeno tre colpi di pistola. . Per tutta la notte un mediatore ha trattato la resa dell'uomo, che in passato era stato ricoverato in ospedale, e poi posto in convalescenza per diversi mesi, per problemi di disagio psichico. Alla fine la decision e dell'intervento. 

La sparatoria e l'assedio

Sono state  ore di angoscia e di apprensione ad Asso, nel Comasco, dovbe il luogotenente Doriano Furceri,  è stato colpito dai colpi di pistola esplosi da un brigadiere in servizio nella stessa caserma, Antonio Milia, cinquantenne. 

 L'uomo si è asserragliato poi nella stazione che è stata circondata dai militari e anche dei corpi speciali. Almeno tre i colpi esplosi verso il sottufficiale: chi era in caserma in quel momento ha sentito distintamente un colpo, quindi i lamenti del ferito e poi almeno altri due colpi. Il brigadiere si è asserragliato in un locale all'interno dell'edificio, di tipo moderno, costruita una trentina di anni fa, e da quel momento, per nessuno è stato possibile sincerarsi delle condizioni del luogotenente. Intorno alla caserma di Asso sono quindi arrivati i reparti speciali dell'Arma, pronti a intervenire, con giubbotti antiproiettile e la loro strumentazione all'avanguardia. 

Il brigadiere e il luogotenente

Del brigadiere, da diversi anni in servizio nel paese del Comasco, si sa che era stato ricoverato nel reparto di psichiatria dell'Ospedale sant'Anna di Como, dimesso e posto in convalescenza per diversi mesi. Giudicato idoneo al servizio da una Commissione Medico Ospedaliera, sempre secondo quanto si è saputo, era rientrato in servizio da alcuni giorni ed attualmente era in ferie. 

Il luogotenente Furceri, invece, era stato trasferito ad Asso nel mese di febbraio, dopo 17 anni trascorsi quale comandante della stazione di Bellano, sul lago di Como ma in provincia di Lecco. Il trasferimento era stato disposto dopo che il sottufficiale dal mese di dicembre dello scorso anno era stato oggetto di ingiurie e accuse con scritte anonime sui muri del paese.

Le scritte denunciavano un presunto intrigo amoroso del comandante con più di una donna sposata, con i rispettivi mariti pronti a passare alle vie di fatto. Un'altra scritta denunciava invece una situazione lavorativa irregolare in capo alla moglie del comandante. 

Il comando provinciale di Lecco aveva spiegato che «i fatti che riguardano il comandante della stazione di Bellano sono al vaglio dell'autorità giudiziaria e sono anche oggetto di un'autonoma inchiesta avviata dall'Arma dei carabinieri per stabilire i contorni della vicenda e anche per valutare la sussistenza o meno dei requisiti per la permanenza del militare nell'attuale incarico o di un eventuale trasferimento altrove, vanno verificati i fatti anche a tutela dell'interessato». 

In seguito a questo, era poi scattato il trasferimento ad Asso. Le verifiche in queste drammatiche ore puntano a chiarire se i fatti di stasera possano essere messi in relazione con le accuse che determinarono il trasferimento di Furceri.

I conoscenti di Antonia Milia

"E' una persona a postissimo, mai ci saremmo aspettati una cosa del genere". Lo ha detto Giuseppe, un amico di Antonio Milia, nel piazzale fuori la caserma dei Carabinieri di Asso (Como) dove il brigadiere si e' barricato dopo aver sparato al comandante di stazione, Doriano Furceri. "Un altro suo amico e' riuscito a parlargli al telefono ma Antonio gli ha solo detto che metteva giu perché era agitato", ha aggiunto l'uomo che lavora come autista dell'azienda del trasporto pubblico locale. "Ho provato a chiamarlo anch'io, ma il telefono squilla a vuoto", ha concluso.

Asso, le ossessioni del brigadiere killer Antonio Milia: notte di terrore, alle 5.45 la resa. Andrea Galli (inviato a Como) su Il Corriere della Sera il 28 Ottobre 2022.

Alle 17 il carabiniere aveva finito, con un colpo di grazia, il suo comandante Doriano Furceri. In cura per depressione, era tornato al lavoro solo da una settimana e si era messo subito in licenza

«Non cede. Non vuol cedere. Forse non cederà mai» ci aggiornavano i carabinieri a loro volta informati dai colleghi vicini al punto della negoziazione condotta dagli specialisti dei Gis, il Gruppo di intervento speciale. Del resto, il brigadiere Antonio Milia, 57 anni – «brigadiere killer», dicono adesso, dopo che è stato arrestato per aver ucciso il suo comandante Doriano Furceri – ha sconfinato orari in cui sembrava dovesse ormai capitolare. Orari in cui, nel passato, altri più strutturati di lui, magari con esistenze da balordi e assassini di professione, erano caduti. Le tre, le quattro di notte. Fasi di crollo fisico ed emotivo, di stanchezza, di sonno che supera l’adrenalina. Ma lui, niente. Se non le lacrime, se non quel ripetere ai mediatori del Gis «L’ho ammazzato», qui all’ingresso della caserma dei carabinieri di Asso, in provincia di Como, dove alle 17 Milia (si pronuncia accentando la seconda «i») aveva finito, con un colpo di grazia, il suo comandante Doriano Furceri, e dove si era trincerato rifiutando, fino alle 5.45, di arrendersi deponendo su di un davanzale la pistola d’ordinanza con la quale aveva colpito in due fasi, prima nel suo ufficio poi inseguendolo nel corridoio, il superiore, con cui da tempo immemore aveva degli screzi.

La degenza

Ebbene i due non andavano d’accordo, viene ripetuto e ancora ripetuto, il che però significa tutto e niente: piuttosto, se i rapporti tesi erano degenerati in fatti concreti, qualche collega o ulteriori superiori ne aveva preso nota? Erano state effettuate delle profonde valutazioni? Era stato ascoltato il personale della caserma, una struttura spropositata negli spazi rispetto alle sue quotidiane funzioni, collocata com’è in un paese di nemmeno 4mila abitanti? A meno che, certo, ogni riflessione vada esclusivamente inserita nel drammatico quadro sanitario di Milia, sposato, tre figli, proprio come la sua vittima. Una forte, fortissima depressione. Il ricovero. Le cure dei medici. Il ritorno a casa, ma non al lavoro. Altri periodi duri, cupi, di tormenti e dolore.

Infine, il parere della Commissione medica militare, che decide su vicende del genere: e al quesito se tenere ancora lontano il brigadiere dal lavoro e soprattutto da una pistola nella fondina, oppure se considerarlo pronto e sereno, senza esitare ha sentenziato per la seconda opzione. Milia? Nessun problema. Eppure, al netto delle frasi di circostanza per non parlare male comunque d’un collega dinanzi a uno sconosciuto, la verità è che il brigadiere stava molto male. Anche nei giorni scorsi aveva dato ampi, eloquenti segnali di disturbi, di incompatibilità con un ambiente di lavoro, a maggior ragione, figurarsi, per uno così delicato come quello dei carabinieri.

Aveva delle ossessioni, era convinto che il mondo ce l’avesse con lui, che il capo non lo considerasse valido, che l’Arma tutta volesse farlo fuori appena possibile, che i colleghi della caserma lo evitassero apposta, che la caserma di Asso fosse divenuta un mondo insopportabile, tanto che una volta, l’avevano fermato mentre sparava contro il pavimento della struttura. Uno psicologo lo ha avuto in cura per mesi e mesi: ne ha raccolto gli sfoghi? Le fissazioni? Se sì, pur nel rispetto del segreto professionale, per quale motivo mai, sempre tenendo in conto il mestiere di Milia, non ha informato i carabinieri? Perché? Il brigadiere ne parlava in giro, ci scriveva bigliettini che depositava ovunque, su quel presunto complotto planetario ai suoi danni.

Il paese di Andrea Vitali

I componenti della Commissione medica, quelli che hanno acconsentito alla piena operatività di un uomo che andava destinato ad altra occupazione, saranno tra i primi a essere ascoltati, insieme allo psicologo, dalla Procura di Como, che coordina le indagini sull’omicidio del comandante Furceri, il quale nel 2020 era stato cacciato dai suoi vertici dalla storica sede di Bellano, paese sul lago, ramo lecchese, dopo che parecchie scritte sui muri avevano in sostanza ordinato al luogotenente di smetterla d’insidiare le mogli di chiunque. Lui, pur vincolato al silenzio, in quei giorni, al Corriere aveva confessato un timore: d’essere al centro d’una infernale macchina del fango orchestrata da qualcheduno contro cui aveva indagato magari facendolo anche condannare. Che il medesimo argomento, ovvero presunte relazioni extraconiugali, abbia un’attinenza con la tragedia di Asso, resta al momento pura speculazione. Dopo un’assenza di mesi, con i disturbi forse acuiti dal lungo periodo pandemico, il brigadiere Milia aveva ottenuto il sì al lavoro soltanto una settimana fa, ma anziché rientrare – finalmente rientrare – s’era subito messo in licenza. Avendo l’alloggio di servizio nella caserma, poteva girarvi liberamente, alla pari di Furceri che, in relazione a quella storia di Bellano, aveva altresì ricevuto la solidarietà del residente più famoso del paese, lo scrittore Andrea Vitali («Sono tremendamente addolorato»).

Il finale complicato

La strategia del Gis si è sviluppata su due canali. Un primo gruppo si è posizionato a ridosso della cancellata dalla caserma, cancellata oltre la quale c’era Milia, per occuparsi della mediazione. Una seconda squadra del Gis si è aperta un varco bucando la rete sul perimetro posteriore della caserma, entrando e raggiungendo via via le persone all’interno della struttura: i famigliari dei due carabinieri, una carabiniera che ha avuto il merito di gestire queste lunghissime ore aiutando nel «controllo» dei medesimi parenti, e forse degli ulteriori carabinieri che però, ed è un tema che ha innescato e innescherà delle domande, nonostante la superiorità numerica, il loro stesso mestiere, la delicatezza della situazione, e il contesto logistico, appunto una caserma dell’Arma, non hanno cercato di sorprendere e bloccare Milia. 

Per quale motivo? Perché, ci viene spiegato, le priorità erano la salvaguardia delle vite umane, nessuna esclusa. Tanto che anche il Gis, forse «scardinando» certa enfasi mediatica, non ha condotto alcuna azione muscolare scegliendo di rendere inoffensivo il brigadiere con due taser, le pistole elettriche, e l’ausilio dell’unità cinofila. Dopodiché, per onestà di cronaca, non possiamo non raccontare il finale anomalo, ovvero conclusosi con il ferimento di uno dei Gis, super-esperti per antonomasia: nessuno si è accertato di «isolare» la pistola in precedenza poggiata da Milia; nessuno ha fatto in modo che la caduta dello stesso brigadiere, una volta colpito appunto dai taser, avvenisse non sopra quell’arma dalla quale è partito un proiettile che ha ferito, per fortuna di striscio, un Gis. Un finale complicato in una narrazione cominciata disgraziatamente. Bisognerà raccontare anche del piantone. Un piantone che, messo a protezione di una caserma, dinanzi agli spari, gli spari di un collega contro un collega, dinanzi al comandante agonizzante e al brigadiere che lo inseguiva, anziché intervenire, ecco, è scappato.

Antonio Milia, il carabiniere killer e i disagi psichici: chi lo ha autorizzato a rientrare in servizio? Indagine sui medici. Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 29 Ottobre 2022.

Asso (Como), ha ucciso in caserma il suo comandante. «Il superiore non lo riteneva pronto a tornare al lavoro»

Nell’attuale incertezza su chi indagherà, se la Procura ordinaria di Como oppure quella militare di Verona competente per giurisdizione, sono comunque già note le prime mosse dei magistrati: interrogare i componenti della Commissione medica che ha autorizzato il ritorno in servizio del brigadiere dei carabinieri Antonio Milia, il 57enne che giovedì ha ucciso il proprio comandante, il luogotenente Doriano Furceri, d’un anno maggiore, nella caserma di Asso, nemmeno 4 mila abitanti nella pacifica geografia tra i laghi di Como e Lecco. 

A quella Commissione, che raggruppa esperti sanitari sia dell’Esercito sia della medesima Arma, Milia aveva fornito ampia documentazione clinica di dottori privati, i quali a loro volta non avrebbero ravvisato anomalie nella possibilità di ridare un’arma a un uomo malato da gennaio di disturbi mentali, ricoverato in Psichiatria, sottoposto a lunghe cure, perseguitato da ossessioni, convinto che il mondo ce l’avesse con lui. Il mondo e in particolare proprio Furceri, che dirigeva Asso dal gennaio del 2021 dopo che i vertici dei carabinieri avevano deciso il suo spostamento: era a Bellano, il paese narrato dallo scrittore Andrea Vitali, amico di quel luogotenente destinatario di scritte sui muri delle case con l’accusa di «insidiare» ogni moglie della comunità. Pur obbligato al silenzio dai superiori, Furceri aveva confidato al Corriere lo sdegno per una «macchina del fango», sicuro d’essere il bersaglio di «qualcuno che ho catturato e che magari ho fatto anche condannare». 

In questa devastante storia di Asso, nell’annotare gli elementi nella loro complessità, dobbiamo riportare le prime parole pronunciate da Milia, infine arrestato dagli specialisti del Gis, il Gruppo d’intervento élite dell’Arma, alle 5.45 della notte tra giovedì e ieri. Ovvero al termine di quasi 13 ore di trattativa, ore durante le quali il brigadiere, sposato, tre figli come Furceri, non ha nascosto le intenzioni di suicidarsi senza dare seguito ai proclami. Ebbene, nelle iniziali confessioni confermate in sede d’interrogatorio, Milia ha raccontato che il comandante era responsabile (anche) dei suoi problemi famigliari: il brigadiere non andava d’accordo con la moglie, ormai da tempo, molto tempo, e per appunto ne incolpava Furceri «reo», a suo dire, di non aiutarlo sul luogo di lavoro complicandogli ancor più un’esistenza faticosa (in questo articolo tutti i fantasmi di Antonio Milia: i post-it contro i colleghi e gli spari a gennaio). In effetti il comandante non considerava il brigadiere pronto a riprendere la turnazione in caserma: aveva anzi bisogno di ulteriore riposo, e giovedì Milia era in licenza, pur essendo stato dichiarato dalla Commissione pronto all’effettiva quotidianità da carabiniere dieci giorni fa.

  Il brigadiere ha sparato contro Furceri nel suo ufficio inseguendolo mentre fuggiva e completando l’agguato con un colpo alla nuca. Forse il «colpo di grazia». Il cadavere è rimasto sul pavimento dell’ingresso della caserma, a ostruire la porta, mentre all’interno della struttura i familiari di Furceri come di Milia si erano nascosti negli alloggi di servizio, sul medesimo piano. Ma l’assassino aveva concluso gli obiettivi; non ha provato a raggiungere quei parenti o altri colleghi. Il brigadiere che adesso chiamano «brigadiere-killer», gli occhi di pianto persi nell’abisso, non cercava più nessuno.

Carabiniere spara e uccide il suo comandante nella stazione di Asso (Como). Si barrica in caserma e urla: "L'ho ammazzato". Arrestato dopo ore di trattativa. Redazione Milano su La Repubblica il 27 Ottobre 2022. 

Non si conoscono al momento i motivi del gesto. L'uomo che ha sparato era stato ricoverato per un disagio psicologico, attualmente era in ferie. Un carabiniere del Gruppo di Intervento Speciale (Gis) è rimasto ferito in modo non grave durante il blitz

Hanno fatto irruzione nella caserma di Asso, in provincia di Como, i carabinieri che per tutta la notte hanno trattato la resa del brigadiere l militare, Antonio Milia, asserragliato dopo aver sparato al comandante della stazione, il luogotenente Doiano Furceri. Un carabiniere del Gruppo di Intervento Speciale (Gis) è rimasto ferito in modo non grave durante il blitz. Il militare è stato colpito a un ginocchio da un colpo di pistola del brigadiere Milia, che ha sparato, prima di essere bloccato e disarmato, alla vista di un cane delle unità cinofile.

Milia è uscito zoppicando prima di essere preso in consegna dai colleghi: già nelle prossime ore l'uomo verrà interrogato dal pm di turno per cercare di far luce sui motivi della tragedia.

Libere e illese persone dentro la caserma di Asso

Sono liberi, e illesi, gli ostaggi che si trovavano nella caserma dei Carabinieri di Assago, in provincia di Como, dove per tutta la notte è rimasto asserragliato un brigadiere dopo aver sparato al comandante.

Si tratta di una donna carabiniere, che ha trascorso la notte chiusa in una camerata, in sicurezza, e delle famiglie degli altri militari, che si trovavano negli alloggi di servizio, a distanza dall'assalitore. 

Il dramma di Asso ha avuto inizio nel pomeriggio di giovedì

Tutto era iniziato nel pomeriggio di giovedì quando un appuntato dei carabinieri ha sparato al proprio comandante di stazione ad Asso, nel Comasco. Il militare, che ha usato la sua pistola d'ordinanza, si è poi asserragliato in caserma. Alcuni testimoni hanno riferito che il brigadiere che ha sparato al suo comandante per poi asserragliarsi in caserma, ad Asso, ha urlato: "l'ho ammazzato". Non si conoscono, al momento, i motivi del gesto avvenuto nel pomeriggio.

Il brigadiere Milia era stato ricoverato nel reparto di psichiatria

Entrambi i militari sono sposati e hanno rispettivamente tre figli. Quello che è certo, al momento, è che Milia era stato ricoverato presso il reparto di psichiatria dell'Ospedale di San Fermo della Battaglia (Como) poiché affetto da problemi di disagio psicologico e successivamente dimesso e posto in convalescenza per diversi mesi. Giudicato idoneo al servizio da una Commissione Medico Ospedaliera, era rientrato in servizio da alcuni giorni ed attualmente era in ferie.

Il luogotenente Doriano Furceri era stato trasferito ad Asso dalla provincia di Lecco

Era stato trasferito ad Asso dalla provincia di Lecco il luogotenente Doriano Furceri. Prima di arrivare in provincia di Como il sottufficiale ammazzato aveva prestato servizio per alcuni anni a Bellano, da dove è stato spostato per incompatibilità ambientale.

Nel centro storico della località sulla sponda orientale del lago di Como erano comparse alcune scritte contro il militare, sposato e con tre figli: "Giù le mani dalle mogli degli altri". Non si sa se queste accuse siano collegate con il gesto del brigadiere Antonio Milia.

Il generale Luzi: "Massima trasparenza e accertamento dei fatti"

I tragici fatti avvenuti all'interno della Stazione Carabinieri di Asso in provincia di Como addolorano "profondamente" tutta l'Arma. Il comandante generale Teo Luzi, a nome di tutti i Carabinieri, si stringe attorno alla famiglia della vittima, garantendo "la massima trasparenza nell'accertamento dei fatti". Il brigadiere Antonio Milia era stato riammesso in servizio a seguito del giudizio di una Commissione Medico Ospedaliera, ente sanitario esterno all'Arma, e dopo copiosa documentazione medico sanitaria di una struttura Ospedaliera pubblica.

I fantasmi dell’assassino e l’odio per il comandante "Lui era il mio nemico". La vittima contraria al reintegro dopo il ricovero in psichiatria. Il brigadiere e l’ipotesi del suicidio. Paola Fucilieri il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Un fiume in piena, a cavallo tra la disperazione e il desiderio di chiarire, spiegare, e persino - se mai fosse possibile - giustificare quel che non si può. Ovvero l'«odio» (così lo ha definito lui stesso ieri) che gli ha sconvolto la mente portandolo giovedì pomeriggio a uccidere a sangue freddo con tre colpi di pistola il suo diretto superiore, il 58enne maresciallo Doriano Furcieri, comandante della stazione dei carabinieri di Asso (una trentina di chilometro a nord est di Como, tra i due rami del lago) e a ferire a una gamba un altro collega del Gis di Livorno che ieri mattina, durante il blitz dei corpi speciali per liberare gli ostaggi trattenuti per 12 ore in caserma da Milia, aveva tentato di immobilizzarlo. Il militare non è in gravi condizioni.

Reduce dalla notte più buia e lunga della sua vita il brigadiere Antonio Milia, 57 anni, ieri pomeriggio, a partire dalle 14.30, nella caserma del comando provinciale dei carabinieri di Como, è stato interrogato dal pm lariano Michele Pecoraro accompagnato dai pm della Procura militare di Verona che indagano insieme sull'omicidio e il tentato omicidio. Una tragedia che ha rischiato un finale ancora più drammatico visto che giovedì, poco dopo aver sparato e ucciso il suo comandante, Milia aveva scritto un messaggio a tutti i suoi parenti per dir loro addio, lasciando intendere l'intenzione di togliersi la vita.

Prima dell'inizio dell'interrogatorio, si pensava che il brigadiere killer si avvalesse della facoltà di non rispondere, ma il 57enne, davanti ai rappresentati della giustizia militare e civile e al suo legale, l'avvocato Roberto Melchiorre, ha subito chiarito la sua intenzione di voler parlare e collaborare. A quel punto ha delineato una situazione insostenibile che durava da mesi e che con ogni probabilità, ha minato una mente (la sua) già provata da un fortissimo disagio. All'inizio dell'anno infatti Milia, vittima di una forma depressiva pesante, aveva minacciato di togliersi la vita con l'arma di ordinanza, ragion per cui era stato messo a riposo e allontanato per farsi curare. Dopo il ricovero in una struttura psichiatrica ospedaliera facente capo all'ospedale Sant'Anna di Como, da pochi giorni e con pieno appoggio di una commissione medica militare che lo aveva esaminato a Milano, era stato dichiarato idoneo a tornare in servizio «incondizionatamente», cioè senza limitazione di mansioni. Il brigadiere si era scontrato però con il comandante Furceri che si era opposto al suo reintegro, imponendogli di prendesi altri giorni di ferie dopo che Milia era rientrato al lavoro da appena qualche giorno, il 18 ottobre.

Da qui in avanti - cioè dal momento in cui si vede ancora una volta, dopo tanti mesi di assenza forzata a causa della malattia, tagliato fuori dal proprio lavoro - la follia s'impadronisce del brigadiere Milia. Che vede il maresciallo Furceri come un «nemico» che «sapeva che tra un anno sarei andato in pensione ma ugulamente non voleva riammettermi in servizio» ha ripetuto ieri davanti ai giudici Milia.

Giovedì, alle 17.30, uscito dal suo alloggio (vive con la famiglia in caserma, esattamente come la sua vittima) il brigadiere scende le scale e raggiunge l'ufficio di Furceri. Nessuno sa che cosa si siano detti veramente, ma ormai il brigadiere sapeva cosa voleva fare e non sarebbe mai tornato indietro. Così ha estratto la sua pistola d'ordinanza e gli ha sparato tre colpi a bruciapelo. Dopo aver gridato, come in una sorta di liberazione «l'ho ammazzato!», il brigadiere ha trascorso 12 ore appoggiato allo stipite della porta d'ingresso della caserma, in una mano il telefono cellulare, nell'altra la pistola. Dietro di lui, a pochi metri, a terra, era visibile il corpo del suo comandante. Asserragliatosi dentro, Milia ha impedito a tutti coloro che abitano in caserma con le loro famiglie di uscire, quindi, di fatto, li ha sequestrati. Chiunque ha tentato di avvicinarsi da quel momento si è trovato la sua arma puntata contro.

Poi il silenzio più totale, frammentato da qualche esclamazione isterica. Un negoziatore, proveniente dal reparto operativo di Varese, ha iniziato un serrato dialogo col brigadiere nel tentativo di convincerlo a deporre l'arma e arrendersi. Per ore il negoziatore, insieme ad altri colleghi dell'Arma, ha persistito nel tentativo di convincimento senza ottenere alcun risultato. Si è deciso tuttavia a continuare su questa strada per prendere l'uomo per sfinimento, anche se attorno alle 22 ad Asso da Livorno sono arrivati i Gis, le «teste di cuoio», i reparti speciali dell'Arma, pronti a intervenire.

La notte è trascorsa così, a parlare con i negoziatori, mentre una folla di persone comuni aveva raggiunto la caserma dopo che la voce di quello che stava succedendo si era ormai diffusa. Poco prima dell'alba, alle 5.40, i militari hanno messo in azione un blitz, impegnando i reparti speciali, per immobilizzare Milia e liberare gli ostaggi.

Di lui, delle sue reali condizioni psichiche, l'avvocato Melchiorre dice: «È distrutto. E abbiamo bisogno di capire tante cose. Si tratta di una situazione su cui non andranno fatti accertamenti solo sul piano giudiziario ma anche su quello clinico-sanitario»

Il killer instabile convinto di star bene e l'eroe che i mariti non sopportavano. Il brigadiere per tutti era guarito e si era lasciato il buio alle spalle. Il suo superiore era già stato trasferito per voci su storie di infedeltà. Paola Fucilieri il 29 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Milano Non solo colleghi perché appartenenti alla grande famiglia dell'Arma dei carabinieri, ma anche mariti e padri di famiglia (hanno entrambi tre figli). Vicini (alloggiano tutti e due in caserma, ad Asso, teatro della tragedia) e praticamente coetanei. Ma diversissimi, incapaci di convivere nel medesimo spazio nel quale si muovono cercando di interagire il meno possibile, tra pareti divise da un disprezzo silente, nutrito da una sottile ma profonda disistima reciproca. Sono i classici opposti che si respingono in questa vicenda il brigadiere Antonio Milia, 57 anni e il suo comandante, il maresciallo Doriano Furceri.

Il brigadiere era stato sospeso dal servizio a febbraio di quest'anno dai suoi superiori di Como dopo che a gennaio aveva minacciato e apparentemente tentato di togliersi la vita con la pistola d'ordinanza, motivo per cui era stato ricoverato nel reparto di psichiatria dell'ospedale Sant'Anna a San Fermo della Battaglia, nel comasco. Eppure per gli specialisti il peggio era passato e, a dirla tutta, anche chi lo frequentava nella vita di tutti i giorni adesso sarebbe pronto a giurare che «stava benissimo» e che i grossi problemi psicologici che lo avevano afflitto erano ormai acqua passata. La commissione medica militare che a Milano aveva esaminato Milia nei mesi scorsi aveva dato il suo via libera, giudicandolo idoneo a tornare in servizio «incondizionatamente», cioè senza limitazione di mansioni. Un parere confortato anche dalla copiosa documentazione prodotta dalla commissione sanitaria del reparto di psichiatria dell'ospedale Sant'Anna di Como, a San Fermo della Battaglia. Furceri, suo comandante no, non lo rivoleva in servizio e si era opposto al suo reintegro, imponendogli di prendesi altri giorni di ferie anche se lui, il sottoposto, aveva appena ripreso il suo lavoro, una decina di giorni fa, il 18 ottobre. Avrebbe avuto origine da qui la furia omicida di Milia.

Per quel che riguarda la vittima, il maresciallo Doriano Furceri, 58 anni, di origine palermitana, aveva fatto una lunga gavetta nelle caserme e di pattuglia sulle strade di mezza Lombardia come Seregno (Monza) o alla compagnia di Merate (Lecco). Una missione in Kosovo nel 2004 gli era valsa una medaglia e, al suo ritorno, il comando, prestigioso, della caserma di Bellano (Lecco), punto di riferimento per tutta la zona della sponda orientale di quel ramo del lago di Como. Lì, in ben diciassette anni di servizio si era occupato di molte questioni. Nel febbraio 2021 era stato però trasferito d'ufficio per incompatibilità ambientale perché «accusato» pubblicamente sui muri del centro storico con scritte a caratteri cubitali tracciate da una mano anonima di insidiare le mogli altrui: «Giù le mani dalle mogli degli altri». Il suo nome non era stato scritto, ma il riferimento a lui con l'invito a togliersi «cintura» e «pistola» era parso chiaro a tutti, anche perché preceduto da insistenti chiacchiere di paese. Lui si era sempre difeso, spergiurando che non era vero nulla e anche la moglie aveva preso le sue parti. Ma tanto era bastato ai suoi superiori per metterlo prima in ferie forzate e poi per avviare un'inchiesta interna. Era quindi stato trasferito ad Asso per quelle che in maniera asettica e formale, vengono definite «ragioni di opportunità».

(ANSA il 29 ottobre 2022) - "L'attuale servizio per il supporto psicologico del Ministero della Difesa rivolto al personale militare sarà completamente ripensato, anche in funzione del contesto sociale di oggi che presenta indubbiamente criticità maggiori rispetto al passato. Eventi come quello avvenuto nella giornata di ieri, presso la Stazione dei Carabinieri di Asso (Como), che ha comportato la scomparsa del Luogotenente dei Carabinieri Doriano Furcieri non dovranno mai più accadere. È mia intenzione rivedere in maniera significativa e al più presto, il supporto psicologico al personale militare". Così il Ministro della Difesa Guido Crosetto in una nota.

Marco Gregoretti per “Libero quotidiano” il 29 ottobre 2022.  

Le prime due domande che vengono spontanee sono: se aveva avuto disagi psicologici così importanti come mai poteva tener l'arma nella fondina? La seconda: quando e perché erano iniziati questi disagi? 

Non è stata una passeggiata per il pm di turno di Como e per i suoi due colleghi della Procura militare di Verona interrogare, ieri pomeriggio dalle 15, il brigadiere Antonio Milia, 57 anni, padre di tre figli, sposato, che , intorno alle 17,30 di giovedì sera, con la pistola di ordinanza ha ucciso, nella caserma di Asso (Como), dove prestava servizio, il suo comandante, il luogotenente Doriano Furceri, 58, anche lui sposato, anche lui con tre figli.

La ricostruzione dei fatti raccontata nell'immediato è sostanzialmente confermata: Milia, ha sparato tre colpi di pistola (stando ad alcune testimonianze raccolte), ferendo a morte Furceri. Dopodiché si è barricato in caserma per tutta la notte. 

Poi, ieri mattina alle 6, un blitz del Gis (Gruppo di intervento speciale) dei Carabinieri, ha messo fine alla paura degli ostaggi, liberandoli tutti e prendendo in custodia il loro collega. Nel corso dell'irruzione, però, un proiettile partito dalla pistola di Milia ha colpito alla gamba una "testa di cuoio" del Gis: 20 giorni di prognosi.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto al Comandante Generale dell'Arma Teo Luzi: «Sono rattristato per i tragici fatti della stazione dei Carabinieri di Asso. Nell'esprimere vicinanza all'Arma, la prego di far giungere i miei sentimenti di cordoglio ai famigliari del Luogotenente Furceri e gli auguri di pronta guarigione al Carabiniere ferito». 

Le accuse in capo al brigadiere potrebbero essere quelle di omicidio, tentato omicidio, sequestro di persona. Oltre a una seria di reati previsti dal codice militare. Tra le persone accorse sul posto, quando si è sparsa la notizia, sarebbe stato visto anche il suo vecchio comandante della stazione di Asso, il maresciallo Salvatore Melchiorre. 

Christian Bertossi, ex tenente dei Carabinieri, oggi titolare di una agenzia di investigazioni, la Be-Team security di Como, specializzata in processi penali, è un amico di Milia. È arrivato di corsa davanti alla caserma e accetta di parlare con Libero: «Ero a Como, mi sono precipitato ad Asso, dove abito, proprio a due passi dalla tragica scena del crimine. Mi offro per assistere il mio amico gratuitamente nella difesa tecnica e cercherò anche un avvocato che lo rappresenti. Sono molto sofferente: ho l'Arma nel sangue e nel cuore, un Carabiniere è morto perché lo ha ucciso un’ altro Carabiniere». Bertossi rivela a Libero un dettaglio interessante.

«Ho fatto di tutto per entrare a parlare con lui. Mi sono attivato con il mediatore. Ho mosso mari e monti. Avevo paura che potesse uccidersi. Lui sta male. Va curato. Ma non mi hanno autorizzato. Però sono riuscito a parlargli per telefono». Cioè, lo ha sentito direttamente, mentre era dentro con gli ostaggi?. «Sì, sì. Mi ha chiesto di continuare a essergli amico. Sono rimasto colpito dal suo tono tranquillo, durante la conversazione. Come se ci stessimo prendendo un caffè. Comunque i Gis sono stati bravi: lo hanno preso vivo».

Il "vulnus" sarebbe da ricercare nel contrasto con il comandante della sua caserma, sullo di un profondo disagio psicologico. Milla, infatti, era stato sospeso dal servizio per motivi psichiatrici in concomitanza con l'arrivo di Furcieri, che sarebbe stato trasferito da Bellano ad Asso, «per incompatibilità ambientale». 

Il provvedimento di sospensione «per motivi psichiatrici» era stato preso dal comando di Como, allarmato da comportamenti suicidari, probabilmente scaturiti da questioni personali e non strettamente di lavoro. A questo erano seguiti un ricovero nel reparto di psichiatria dell'Ospedale di Fermo della Battaglia e una lunga convalescenza. Al termine della quale la commissione medica di Milano ha autorizzato il rientro in caserma «senza alcuna limitazione». Ma la vittima non era d'accordo. Non voleva che il brigadiere Antonio Milia tornasse in servizio attivo.

Dopo una notte di negoziazioni all’alba il blitz dei militari. Carabiniere barricato in caserma, fermato dopo notte di trattativa: “Ha ucciso il comandante”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 28 Ottobre 2022 

Il brigadiere si è asserragliato nella caserma dei carabinieri di Asso, provincia di Como, e ha sparato almeno tre colpi con la sua arma d’ordinanza. Poi le grida del comandante e i momenti di panico nel cercare di capire se fosse ancora vivo. È rimasto barricato per oltre 12 ore, una nottata di trattative, poi all’alba il blitz dei carabinieri. L’uomo è stato arrestato ma il comandante è già morto.

Il brigadiere Antonio Milia, nel pomeriggio di giovedì 27 ottobre si era barricato in caserma prendendo in ostaggio il comandante Doriano Furceri. Intorno alle 19.30 alcuni testimoni hanno sentito prima un colpo di pistola, poi le grida del comandante ferito. Poi sono seguiti altri 2 colpi. Per ore non è stato chiaro se il comandante fosse ancora vivo. L’Ansa ha riportato che alcuni testimoni hanno riferito di aver sentito il brigadiere urlare: “l’ho ammazzato”.

Per tutta la notte un mediatore ha trattato la resa dell’uomo, che in passato era stato ricoverato in ospedale, e poi posto in convalescenza per diversi mesi, per problemi di disagio psichico. Il militare era armato e minacciava di uccidersi. Con la locale Arma territoriale, sul posto sono arrivati i reparti specializzati per gestire tali situazioni di emergenza. All’interno della stazione, ma chiusa in un ufficio in condizioni di sicurezza, c’era anche una carabiniera. Negli alloggi, anche loro in sicurezza, le famiglie dei carabinieri. Il luogotenente e il brigadiere, che era stato riammesso in servizio perché ritenuto idoneo, sono sposati e hanno entrambi tre figli. Poi all’alba i carabinieri hanno fatto irruzione in caserma.

Il blitz dei reparti speciali dei carabinieri nella caserma di Asso, in provincia di Como, è scattato intorno alle 5.40, dopo una lunga notte di trattative con il brigadiere Antonio Milia. Un carabiniere del Gruppo di Intervento Speciale (Gis) è rimasto ferito in modo non grave durante l’irruzione nella caserma di Asso (Como). Il militare è stato colpito a un ginocchio da un colpo di pistola del brigadiere Antonio Milia, che ha sparato, prima di essere bloccato e disarmato, alla vista di un cane delle unità cinofile. Milia è stato fermato e arrestato. La procura di Como gli contesta l’omicidio del suo superiore, trovato morto questa mattina, e il tentato omicidio di un militare del Gis, ferito a un ginocchio in modo lieve da un colpo di pistola esploso negli attimi concitati dell’irruzione.

Secondo quanto riportato dall’Ansa, il luogotenente Doriano Furceri era stato trasferito ad Asso dalla provincia di Lecco. Prima di arrivare in provincia di Como il sottufficiale ammazzato aveva prestato servizio per alcuni anni a Bellano, da dove è stato spostato per incompatibilità ambientale. Nel centro storico della località sulla sponda orientale del lago di Como erano comparse alcune scritte contro il militare, sposato e con tre figli: “Giù le mani dalle mogli degli altri”. Non si sa se queste accuse siano collegate con il gesto del brigadiere Antonio Milia, che gli ha sparato e poi ha trascorso la notte asserragliato in caserma. Preso in consegna dai colleghi dopo l’irruzione dei reparti speciali, già nelle prossime ore l’uomo verrà interrogato dal pm di turno per cercare di far luce sui motivi della tragedia. Quello che è certo, al momento, è che Milia era stato ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’Ospedale di San Fermo della Battaglia (Como) poiché affetto da problemi di disagio psicologico e successivamente dimesso e posto in convalescenza per diversi mesi. Giudicato idoneo al servizio da una Commissione Medico Ospedaliera, era rientrato in servizio da alcuni giorni ed attualmente era in ferie.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Antonio Milia, chi è il carabiniere che ha ucciso il suo comandante ad Asso (Como). Chiara Nava il 28/10/2022 su Notizie.it.

 Antonio Milia è un carabiniere che ha ucciso a colpi di pistola il suo comandante Doriano Furceri, per poi asserragliarsi dentro la caserma di Asso. 

Antonio Milia, carabiniere e padre di tre figli, ha ucciso a colpi di pistola Doriano Furceri, il suo comandante, poi si è asserragliato dentro la caserma di Asso. Aveva disturbi psichiatrici ma era stato considerato idoneo per la sua professione.

Antonio Milia, chi è il carabiniere che ha ucciso il suo comandante ad Asso 

Antonio Milia, brigadiere di origini sarde che viveva a Como, sposato e con tre figli, ha commesso un terribile omicidio. Il carabiniere ha ucciso a colpi di pistola Doriano Furceri, il suo comandante, per poi asserragliarsi dentro la caserma di Asso insieme al cadavere. In passato era stato ricoverato presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di San Fermo della Battaglia, a Como, perché era affetto da problemi di disagio psicologico.

Successivamente era stato dimesso e posto in convalescenza per alcuni mesi. 

Antonio Milia aveva problemi psichiatrici ma era stato giudicato idoneo al servizio

Dopo il ricovero e la convalescenza, il carabiniere era stato giudicato idoneo al servizio da una Commissione Medico Ospedaliera, ente sanitario esterno all’arma, ed era rientrato in servizio da alcuni giorni, dopo un’importante documentazione medico sanitaria fornita da una struttura ospedaliera. Attualmente era in ferie.

Non sono ancora chiari i motivi di questo terribile gesto. Non è chiaro se si sia trattato di un raptus o di un regolamento di conti.

Ladri bambini. Milano, fermato ancora per rapina il 12enne marocchino. L'impunità per legge degli under 14 e le falle di comunità e servizi sociali. I percorsi di recupero? Inesistenti. Luca Fazzo il 20 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

«Tanto lo so che non potete farmi niente». Sono loro i primi a saperlo, i ladri bambini che piagano il centro di Milano, e che trasformano in bersaglio qualunque orologio e qualunque borsa, e che vengono oggi evocati come ultima frontiera dell'insicurezza del capoluogo lombardo. Quando vengono bloccati - da ultimo l'altro ieri, uno sbarbato di dodici anni, dopo l'ennesimo Rolex sfilato al solito turista - non si spaventano, non devono implorare perdono. Non li aspetta il carcere nè il riformatorio. Li identificano, li segnalano, e poi li restituiscono alla famiglia: a volte la stessa famiglia che li ha mandati a rubare, spesso una famiglia che li trascura, li abbandona, o esiste solo sulla carta.

La chiave dell'impunità sta tutta lì, nelle poche righe in cui il codice penale fissa a quattordici anni il limite minimo per l'imputabilità. Dai quattordici e fino ai diciotto, si soggiace al tribunale dei minori, con le sue pene più blande, i suoi percorsi di recupero: anche se a volte anche quelli restano solo sulla carta, perchè chi frequenta il «Beccaria», lo storico minorile di Milano, ha a che fare con un turnover frenetico di ragazzi che entrano, escono, si dileguano nel magma urbano da cui provengono: e i tentativi di allacciarli svaniscono insieme a loro.

Al di sotto dei quattordici per la legge c'è il nulla, si apre il vasto regno dell'impunità. Non potrebbe essere che così, ovviamente. Come si può pensare di incarcerare o comunque punire un bambino che a stento comprende il senso delle sue azioni? La legge non prevede che lo Stato faccia del tutto finta di nulla. Per loro, ancora più che per i fratelli maggiori, dal momento dell'arresto dovrebbe innescarsi un percorso di aggancio e di recupero, in grado di inviarli su bivi diversi da quello che troppo presto hanno imboccato.

Il problema è che tutto avviene lontano dai rigori del codice penale, affidato alla mano malferma dei servizi sociali, che più di tanto non possono fare e a volte non fanno neanche il poco. D'altronde come trattieni un ragazzetto fuori controllo? Li portano in comunità, la mattina dopo se ne sono già andati, lasciando ai giudici minorili la desolante sensazione di svuotare il mare con un cucchiaio bucato. In teoria alcuni di loro in quanto abbandonati potrebbero essere dichiarati adottabili, ma chi se li piglia in casa?

Così, inevitabilmente, il messaggio che arriva loro è solo la garanzia dell'impunità incondizionata. Non arriva solo a i ladri bambini, purtroppo. Arriva anche agli adulti che gli stanno dietro e che li usano. Perchè questo è ovvio: non fanno tutto da soli. D'altronde che ne sa un bambino di come si piazza un Daytona rubato, di come si monetizza una Kelly? A dodici anni non si conosce il giro dei ricettatori.

Accade oggi con i piccoli di origine maghrebina quanto accadeva da sempre con i bambini rom. Che crescevano in una comunità dove le regole della devianza e della microcriminalità erano ben note, e dove fare i conti con la giustizia era una sorta di mestiere. Così a fare il lavoro sporco venivano mandati i figli minori, i non ancora quattordicenni: abbastanza agili per scavalcare un balcone o sfilare un portafoglio, troppo piccoli per essere puniti. Più che colpevoli erano vittime, e qualche indagine sullo stato di schiavitù in cui di fatto erano tenuti venne tentata ma senza grande seguito. Lo stesso accade oggi, a mandare allo sbaraglio i «non imputabili» sono a volte i padri o i fratelli maggiori, a volte semplicemente altri adulti diventati il loro riferimento in un contesto di rapporti familiari sfilacciati.

Così a muoversi nella città per conto degli adulti che li usano sono loro, i piccoli, che dei luoghi appetibili sono diventati conoscitori precoci: il quadrilatero della moda, le via della movida dove adocchiare il ricco distratto o alticcio. I «falchi» della Squadra Mobile hanno imparato a riconoscerli al volo, a volte a giocare d'anticipo, a volte a bloccarli. Sapendo già che li attende il sorriso quasi da scugnizzo: «Non potete farmi niente».

Ilaria Carra per repubblica.it l’8 novembre 2022.

Quanti anni ha Bilal? Nessuno è in grado di dirlo, del resto non è noto neppure il suo nome. E così il gip del Tribunale dei minori di Milano, senza la certezza che abbia 14 anni e sia dunque imputabile, lo ha scarcerato. 

È questo l'ultimo atto di una vicenda che ha suscitato una riflessione legata al problema dell'immigrazione minorile. La storia di Bilal, che racconta di essere sbarcato dal Marocco, appartiene alla categoria dei minorenni non imputabili e dei minori non accompagnati, un fiume di piccoli fantasmi che in città continua ad ingrossarsi.

Per la legge chi ha meno di 14 anni non è imputabile. Per alcune settimane Bilal, dichiarando di avere 12 o 13 anni, veniva fermato per aver commesso furti o rapine, veniva accompagnato in Comunità, fuggiva dalla comunità, commetteva di nuovo furti o rapine, veniva nuovamente fermato e così via per numerose volte. Fino a quando il Tribunale dei minorenni non ha deciso di sottoporlo ad una visita da parte di un medico legale per poter accertare la sua vera età.

Il 20 ottobre i consulenti del giudice avevano concluso sostenendo che fosse molto alta la probabilità che Bilal avesse 14 anni, e quindi fu arrestato. 

Secondo l'ultima perizia anatomopatologa richiesta a una struttura pubblica dopo l'arresto (avvenuto per l'ennesima rapina della collanina in Porta Venezia a due ragazzi), non si può stabilire con certezza che abbia 14 anni: secondo gli esperti che hanno studiato le sue ossa, la sua dentatura, la sua esperienza raccontata nelle sue parole, Bilal potrebbe avere tra i 13 e i 14 anni. La certezza che ne abbia 14 non c'è. E così, in casi come questo, secondo la normativa si presume la sua minore età.

E di conseguenza la sua non imputabilità. Sabato sera Bilal è stato scarcerato dal Cpa di Torino dove era detenuto da due settimane ed è stato collocato in una comunità, con l'aggravante di una misura di sicurezza "vista la sua pericolosità sociale". 

Una misura penale che è più forma che sostanza. In tutte le precedenti volte che era stato assegnato a una comunità, Bilal era sempre scappato e appena fuori era subito tornato a commettere furti e rapine.

La decisione è provvisoria: il gip fra 30 giorni dovrà esprimersi nuovamente alla luce della condotta di Bilal.

La fuga, la strada, i furti: un altro colpo del bimbo rapinatore. Il piccolo Bilal ancora in azione, arriva l'ennesimo fermo. Forte del fatto di non poter essere imputato per i sui reati, il baby rapinatore continua a colpire. Federico Garau il 20 Ottobre 2022 su Il Giornale.

Non c'è fine alle "prodezze" del giovane Bilal, il rapinatore marocchino di 12 anni che ha ormai preso in ostaggio la città di Milano, sicuro di riuscire sempre a cavarsela senza subire conseguenze per i suoi furti. La sua giovanissima età, infatti, lo rende non imputabile.

Il baby rapinatore ancora in azione

Comparso ancora una volta in zona stazione Centrale, uno dei suoi "terreni di caccia", il ragazzino è stato nuovamente sorpreso ieri, martedì 18 ottobre, dagli uomini in divisa. Bilal aveva appena rubato un orologio da circa 300 euro a un turista malesiano in piazza Duca D'Aosta dopo averlo aggredito insieme a un 18enne libanese. I carabinieri hanno fermato lui, il 18enne e altri due giovani marocchini, un 24enne e un 16enne (poi risultato almeno 19enne all'esame auxologico). Questi ultimi avevano derubato un turista indiano di 36 anni, strappandogli dal collo una collana d'oro del valore di 3mila euro.

I tre maggiorenni, il libanese e i due marocchini, sono finiti al San Vittore, mentre Bilal è stato nuovamente segnalato al tribunale dei minori di Milano e poi accompagnato in una comunità, da cui si spera non riesca ancora una volta a fuggire.

Solo a Milano una decina di colpi

Bilal sembra inarrestabile. In questi giorni si è sentito spesso parlare di lui, essendo più volte stato sorpreso e catturato dalle forze dell'ordine. Grazie alla propria età, tuttavia, il baby rapinatore è sempre riuscito a scamparla e a tornare in libertà.

Solo nella città di Milano sono quasi una decina i colpi commessi, a partire dal furto di un Rolex Daytona da 27mila euro in via Manzoni. Poi c'è stata l'aggressione ai danni di una ragazza in corso Buenos Aires, a cui aveva strappato una collana. Fermato dai carabinieri del nuleo Radiomobile, il 12enne aveva raccontato di far uso di droghe (Rivotril) e di avere la scabbia. Il trasferimento in ospedale si era poi concluso con l'ennesima fuga da parte del ragazzino.

"Ho la scabbia". E il baby bandito Bilal morde i passanti

Bilal ha poi continuato a far parlare di sé. Forte della propria posizione, ha proseguito con le sue scorribande. L'altro giorno i carabinieri lo hanno fermato in piazza duca d'Aosta. Il 12enne aveva con sé la videocamera di una coppia di turisti giapponesi, oltre che il cellulare e la carta di credito sottratti a un'altra vittima. Ancora una volta, i militari hanno solo potuto informare il tribunale dei minori. Poi il colpo avvenuto ieri notte.

Un ragazzino arrivato dal nulla

Bilal, così dice di chiamarsi il ragazzino, è stato un po' ovunque. Prima di raggiungere il capoluogo meneghino, è stato in Campania, poi in Lazio. Quindi a Torino e infine a Genova. Ogni volta è riuscito a fuggire dalle comunità a cui veniva affidato.

Il 12enne (l'età è stata confermata dagli esami condotti sulle ossa del polso) sembra comparso dal nulla. Non ha famiglia, né documenti. Le sue impronte digitali non sono mai state censite a Lampedusa, dunque non sappiamo neppure come sia arrivato in Italia. Anche per quanto concerne la sua nazionalità ci sono dubbi. Dice di essere marocchino, ma chi può asserirlo con certezza? Una cosa è sicura: avendo solo 12 anni, per la legge italiana non è imputabile.

La posizione della Lega

Ragazzino o no, Bilal resta in ogni caso un problema per la sicurezza cittadina. Per quanto sia interesse di tutti dargli un'educazione e una vita migliore (si tratta di un bambino), certi comportamenti non sono accettabili. Dura la posizione di Max Bastoni, consigliere regionale della Lega, intervenuto sul delicato tema dei crimini commessi dai minori non accompagnati. “Il caso del baby rapinatore nordafricano di 12 anni protagonista di 12 rapine in un mese dimostra che il sistema di accoglienza è completamente fallimentare" afferma il rappresentante del Carroccio. "Solo a Milano di 1.400 procedimenti aperti al tribunale dei minori solo 800 risultano inseriti in comunità da cui molti entrano ed escono per delinquere, per poi una volta riconsegnati fuggono indisturbati. Tutto a spese dei contribuenti" aggiunge.

“Dietro la maschera ipocrita dell’accoglienza si cela un pericolo costante e oramai incontrollato. Chi arriva sulle nostre coste finisce per entrare in un contesto paracriminale da cui mi pare difficile porre rimedio nell’immediato”, continua Bastoni. “Trovarli è difficile se non impossibile ma intanto il conto lo pagano i milanesi e i turisti. L’accoglienza diventa un alibi per subire i reati. Bel modo di intendere la società. Il sistema delle comunità è un fallimento da cui non sono esenti da colpa Comune di Milano e magistratura. Un copione già scritto. Basta pietismi, se non si è in grado di garantire sicurezza rispediamoli al mittente" conclude.

“A questo punto gli manca solo l’Ambrogino d’Oro vista la sua predilezione per gli orologi in metallo prezioso. Beppe Sala ci faccia un pensierino e glielo conceda” ha dichiarato con amara ironia Luca Lepore, capogruppo Lega al Municipio 2.

Monica Serra per lastampa.it il 20 ottobre 2022.

Bilal è stato arrestato. Una decisione che sarebbe stata presa in attesa di chiarire con certezza la sua età. Il ragazzino marocchino fermato dopo sette colpi a Milano - gli ultimi due questa notte - ha sempre dichiarato di avere dodici anni ed è sempre scappato da tutte le comunità per minorenni stranieri non accompagnati a cui il Comune di Milano lo ha assegnato. L’ultima volta proprio ieri. Anche gli esami ossei fatti il 6 ottobre, dopo il primo furto di un Rolex - avevano confermato la sua età troppo giovane per un arresto.

Le ultime due rapine questa notte, alle due e mezza, sempre vicino la stazione Centrale, in piazza Luigi di Savoia, con un complice di sedici anni. I due ragazzini hanno rapinato delle loro collanine, con l’aiuto di una tronchesina, un italiano di trentuno anni e un altro di venti. Due distinti episodi.

Le vittime hanno chiamato il 112 ed è arrivata una volante della polizia che ha fermato i due ragazzi. C’era anche Bilal. Questa volta sarebbero stati eseguiti su di lui degli esami più approfonditi di quelli ossei, che avrebbero dato un esito leggermente diverso rispetto ai precedenti. Bilal avrebbe in realtà tra i tredici e i quattordici anni. I giovani che hanno meno di 14 anni per legge non sono imputabili: l’arresto è in ogni caso escluso.

Ma in attesa di chiarire la situazione e stabilire la sua età con maggiore sicurezza, in accordo col pm di turno del Tribunale per i minorenni di Milano, il sostituto procuratore Pietro Moscianese Santori, e in ragione dei numerosissimi episodi di questi mesi, Bilal è stato rinchiuso nel Cpa del carcere minorile di Torino. Con lui è stato arrestato anche il presunto complice sedicenne.

Minori senza famiglia: la storia di Bilal e i bimbi della letteratura. Per Bilal, il rapinatore minorenne seriale marocchino comparso a Milano, non valgono più le categorie sociologiche e psicologiche del solidarismo sociale. Enzo Verrengia su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Ottobre 2022

Per Bilal, il rapinatore minorenne seriale marocchino comparso a Milano, non valgono più le categorie sociologiche e psicologiche del solidarismo sociale. Con lui e il flusso di giovanissimi che giungono dal Mediterraneo senza genitori, senza storia e senza identità, la condizione post-moderna, come la definì Jean-François Lyotard, compie una svolta ad U di qualche secolo, se non di millenni.

La sua figura furtiva e ultraviolenta, più che Arancia meccanica, evoca la caccia selvaggia. Frotte di bambini non battezzati che insieme ai soldati morti in battaglia sfuggono alla battuta guidata da Odino nelle notti del Sacro Periodo, le dodici successive al solstizio d’inverno. O meglio ancora i riti di passaggio analizzati da Arnold van Gennep nel celebre saggio che reca quel titolo.

Bilal viene classificato anagraficamente attraverso l’esame osseo e gli si attribuisce un’età compresa fra i tredici e i quattordici anni. Quindi è agli inizi di un’adolescenza che confina con l’infanzia e prende, nel peggio, il massimo vitalismo di entrambe.

Ma non gli si possono più ascrivere le problematiche e le possibilità di redenzione che Edmondo De Amicis ravvede nei piccoli protagonisti di Cuore. D’altronde, anche lì c’è Franti, irrecuperabile e proprio per questo elevato da Umberto Eco nel Diario minimo ad antieroe precursore del ‘68. Solo che Bilal e i suoi simili non contestano nulla.

Sono creature post-apocalittiche come le tribù di ragazzini feroci in Mad Max, di George Miller (1985), i minicannibali di Barbarella, di Roger Vadim (1968) e i rampolli inglesi di buona famiglia ridotti a bruti dopo che il loro aereo precipita su un’isola, come li racconta William Golding in Il signore delle mosche (1954).

Ancora, il background di sopravvivenza metropolitana ha corrispondenti in I bambini delle fogne di Bucarest, agghiacciante reportage di Massimiliano Frassi del 2002 sull’inferno sotterraneo della capitale rumena, dove alligna una giovane umanità abbandonata a se stessa dopo la caduta del comunismo.

Scenario non dissimile dall’underworld della Londra vittoriana narrata da Charles Dickens in Oliver Twist e David Copperfield, basati sulle esperienze dello stesso autore, costretto temporaneamente all’abiezione e al lavoro minorile per via dei debiti del padre. I mongrel, i bastardini di strada, infestavano i giorni e le notti di gentiluomini in carrozza, dagli occhi ipocritamente chiusi sul degrado nascosto sotto le fondamenta dell’impero britannico.

Vengono in mente anche gli sciuscià partenopei. I predecessori della paranza dei bambini furono gli scugnizzi, determinanti nella dura resistenza ai tedeschi, rievocata con struggente passione ideale da Nanni Loy nel suo film del 1962 Le quattro giornate di Napoli, dove si ammirano questi piccoli cresciuti a stenti e voglia di sopravvivenza combattere strenuamente la Wehrmacht.

Se non fosse che Bilal e i suoi simili non sono mossi da aneliti di liberazione come quei loro coetanei.

A Milano, la delinquenza minorile ha precedenti intrecciati con le lotte risorgimentali e la Scapigliatura. Per i «monelli» dell’Ottocento il crimine era un mezzo di sostentamento. I loro discendenti spopolano nei racconti e nei romanzi di Giorgio Scerbanenco, tra le cui pagine rapinano e ammazzano per the fun of it, il puro spasso. Non peggiori dei niños da rua, i ragazzini di strada delle favelas brasiliane.

Eppure, tanto retaggio storico-culturale è ancora oleografico rispetto alle coordinate epocali e geopolitiche in cui si muove la specie di Bilal.

Si può ripensare al fanciullo trovato nudo e incapace di esprimersi nelle foreste dell’Aveyron nel 1800 e preso sotto tutela dal dottor Itard, che non riuscì completamente a recuperarlo. François Truffaut vi si ispirò per Il ragazzo selvaggio, che diresse nel 1970.

Bilal si delinea quale abitatore delle foreste urbane sorte dalla caduta dell’occidente. Il suo vero archetipo è Mowgli, il cucciolo d’uomo del Libro della giungla, di Ruyard Kipling. Icona del grado zero della civiltà.

Milano, faccia a faccia con Bilal, il rapinatore seriale 12enne: «Scappo perché voglio essere libero. Nessuno mi può arrestare».  Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 20 Ottobre 2022

Il giovane di nuovo in stazione Centrale dopo l'ennesima fuga da una comunità. Racconta del viaggio dal Marocco verso la Spagna, delle sue peregrinazioni per l'Europa e dell'ultima di una lunga serie di rapine

È partito da Fez, in Marocco, poi dal porto di Tangeri è riuscito a raggiungere l'Europa. Bilal ha viaggiato per la Spagna infilato tra il pianale e il motore di un camion. Aveva 9 anni. Racconta una storia che sembra incredibile: un anno in Spagna tra Malaga, Barcellona, Alicante, San Sebastian; poi un anno in Francia tra Parigi, Marsiglia e Tolosa, ma anche in Germania a Colonia e Francoforte, in Danimarca, in Olanda. «Lì mi hanno arrestato, mi hanno chiuso in un carcere. Ma un carcere non come in Italia, dove si può giocare alla Playstation». 

L'ennesima fuga dalla comunità

Bilal è seduto sul gradone di un'aiuola della stazione Centrale. Sono le dieci di mercoledì sera. È appena arrivato da Genova con un Frecciarossa. È tornato a Milano dopo essere «evaso» per la quinta volta in otto giorni da una comunità. I carabinieri lo hanno portato meno di 24 ore prima, dopo averlo fermato proprio in Centrale per aver cercato di rubare l'orologio a un turista malese. 

I tagli sulle braccia

Indossa una tuta beige Puma, sotto ha una maglietta nera dei New York Yankees, ai piedi un paio di Vans. Dimostra almeno sedici anni, sul viso ha una sottile peluria. Sulle braccia i segni dei tagli che si è inferto qualche settimana fa con una bottiglia spaccata. «Ho dovuto fermarlo, è solo un ragazzino», ricorda un connazionale che s’avvicina durante il racconto.

I racconti improbabili

 Fuma di continuo, fuma e offre sigarette agli altri amici marocchini (parecchio più grandi di lui) che gli stanno intorno. I capelli sono lunghi, ha delle meches bionde ormai quasi sbiadite. Bilal racconta storie che non sembrano vere, non sembrano possibili. Un bambino partito da solo dal Marocco («I miei genitori non volevano, ma io desideravo solo l'Europa») e sopravvissuto incredibilmente in una selva di città, notti in strada e guai. «Non dormo qui, ho una casa con alcuni amici a Rho. Volete andare?». 

Il mix di lingue

Bilal dice di avere altri due appoggi a Milano. Il suo racconto è dettagliato. Potrebbe essere inventato, ma parla in modo fluente spagnolo, francese, tedesco: «Poco l'inglese». Anzi le sue parole sono una sorta di esperanto: mischia termini di più lingue, ma in modo sempre preciso. Perché scappi? «Perché non voglio stare chiuso. Mi piace essere libero, girare. Non ho bisogno di niente». 

La rapina in treno

Poi Bilal infila le mani sotto la tuta, dalle mutande sfila una mazzetta di banconote: «Non mi credete? Sono 600 euro. C'era un tizio sul treno che dormiva, glieli ho presi». Dice che domani manderà 400 euro ai genitori a Fez, perché «tutto quello che rubo mi serve per mandare soldi a loro». I 200 euro che restano «li spendo: mi compro le sigarette, da mangiare, i vestiti».

Su e giù per l'Italia

«La mia famiglia non vuole che rubi. Ma mio fratello più grande non aiuta la mia famiglia, mio papà ha un caffé, ma più piccolo dei vostri bar. Ha più di 50 anni, quando non riuscirà più a lavorare, come farà la mia famiglia?». Dice di avere altri fratelli e sorelle. «Sono arrivato in Italia da tre mesi, forse quattro. Ho girato: Roma Termini, Napoli, Torino Porta Susa, Genova. Venezia Santa Lucia, bellissima». 

«Cerco il mio amico Adil»

Le città hanno i nomi delle stazioni dei treni con cui si muove di continuo. A Torino lo hanno beccato con un amico dopo aver cercato di rapinare un 77enne. Il suo complice è stato arrestato, lui libero perché non imputabile. Ma non chiede di lui. La sua ossessione è Adil, 14 anni, anche lui marocchino. «Lo hanno arrestato più di un mese fa. Aiutatemi a trovarlo, è come mio fratello. Io sono qui a Milano per lui, posso pagargli l'avvocato, posso farmi mandare i soldi dai miei genitori per pagarglielo». 

L'«indotto» dei furti e le amicizie

Il racconto di Bilal attraverso gli atti giudiziari è scarno, quasi indecifrabile rispetto alle parole di un ragazzo molto più sveglio della sua età. Non è chiaro se chi gli sta intorno lo faccia per affetto o se, invece, viva sull'indotto dei suoi furti. Lui ogni tanto allunga una sigaretta, oppure dallo zaino tira fuori pacchetti di patatine che distribuisce come se fosse un fratello maggiore. «La tuta l'ho presa ieri, pagata 130 euro. Vedi qui? I carabinieri me l'hanno sporcata, adesso devo comprarne una nuova». 

«Nessuno mi può arrestare»

Bilal ruba, non lo nasconde. I furti commessi in questi mesi a Milano sono molti di più di quanti ricostruiti finora da polizia e carabinieri. Conosce bene i modelli degli orologi più preziosi. In via Manzoni ha tentato di sfilare un Rolex a un turista americano: «Quello era un bell'orologio, ci avrei fatto tanti soldi. Sai come mi hanno preso? Mi hanno inseguito due ragazzi in moto, mi sono venuti addosso». È quasi strafottente quando racconta di come le forze di polizia italiane non possano fargli niente. «Mi devono lasciare andare, nessuno mi può arrestare». 

Un lavoro per smettere di rubare

Poi però, quando un volontario di un'associazione si ferma a lasciargli un piatto che sembra gulash, lui accenna al futuro: «Trovatemi un lavoro, mille euro al mese. Mi bastano e non rubo più». Bilal, sei troppo giovane per lavorare: «Ho un amico a Napoli, ha la mia età e lavora». E la scuola? «Ci sono andato un anno, in Marocco: ho rubato una penna a un compagno, poi ho picchiato lui e l'insegnante. Ho fatto un casino». Noi hai paura? Lo sguardo diventa fisso: «Paura, io?».

La scabbia e gli psicofarmaci

 Il vociare intorno a lui si fa silenzioso. «Tutti dobbiamo morire, non si può vivere con la paura di morire». Sul corpo ha i segni della vita in strada, chiede una pomata per curare la scabbia. Ai carabinieri hai detto che ti droghi ma in ospedale non hanno trovato tracce di stupefacenti. «Come no, prendo due pastiglie di queste al giorno. Bilal apre lo zaino e tira fuori un pezzo di blister di Rivotril, uno psicofarmaco. «Adesso quando ho finito vado a comprarne altre dieci, vado qui dietro alla Centrale». 

Un caso unico

Prende un sorso di birra e le manda giù. La voce è impastata, le parole sono trascinate nella bocca. Poi si sdraia sul gradone dell'aiuola mentre intorno gli addetti dell'Amsa spazzano via un tappeto di rifiuti e bottiglie. «Lui è un caso unico - racconta il volontario, anche lui marocchino -. Ne ho visti tanti in strada, mai un ragazzo così sveglio, con una storia così incredibile alle spalle». Bilal si volta, sorride. Gli allunga una sigaretta. 

«Bilal va salvato»

Saresti disposto a farti aiutare? «Sì, però non voglio stare chiuso in comunità. Voglio anche essere libero di stare qui, di uscire. Questa è la mia vita». «Bilal ha bisogno di una persona che lo guidi, che lo conquisti e conquisti la sua fiducia. Ma va salvato», aggiunge il volontario. Con sé ha anche un borsello a tracolla: «È del mio amico che hanno arrestato con me martedì sera. Ha detto che tempo un giorno ed è fuori, devo darlo a lui». Lo custodisce con attenzione. Com'è Milano? «Bella, ma andrò via. Sto qui solo perché voglio rivedere Adil, finché non lo liberano io lo aspetto qui».

Bilal e le rapine a 12 anni: «Trovatemi un lavoro e smetterò di rubare. Aspetto che liberino Abdil». Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 21 Ottobre 2022

Il ragazzino, che dice di essere scappato di casa a 9 anni da Fez, in Marocco, è stato portato nel carcere minorile di Torino. È giallo sulla sua età: dalle analisi del polso ha al massimo 12 anni e mezzo 

Bilal dice d’aver attraversato l’Europa. D’essere partito, scappando dalla sua casa di Fez, in Marocco, quando aveva 9 anni. D’aver viaggiato partendo dal porto di Tangeri aggrappato al pianale di un camion. E di essere qui, alle dieci di sera, nella penombra della stazione Centrale di Milano, circondato da un mondo di lingue e facce indecifrabile, per «essere libero».

Indossa una tuta beige Puma («mi è costata 130 euro, l’ho presa ieri»), una maglietta nera dei New York Yankees, un paio di Vans ai piedi. Dimostra almeno 16 anni, anche se dice di averne solo 12. E gli esami ossei, eseguiti al Laboratorio di antropologia forense dell’istituto di Medicina legale dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, gliene attribuiscono al massimo 12 e mezzo. Meno di 14, l’età minima per essere accusato di un reato, arrestato, rinchiuso in un carcere. Così gli ultimi giorni di Bilal sono stati un’infinita fuga da polizia e carabinieri dopo furti e rapine e di «evasioni» dalle comunità per minori dove è stato affidato ogni volta. Bilal è diventato in poche settimane un caso quasi irrisolvibile, responsabile (sempre fermato in flagranza e con il bottino) di almeno una decina di rapine e furti solo a Milano e sempre rilasciato.

 Seduto sul margine di un’aiuola racconta una vita avventurosa, fatta di rapine, di un continuo peregrinare per Spagna, Francia, Olanda, Germania e Italia. Al termine di questo incontro, in cui parla della sua vita da diavolo e senza catene, Bilal finirà per la prima volta dietro le sbarre di un carcere minorile. Arrestato alle 2.30 di giovedì notte dalla polizia dopo aver rapinato collanine d’oro a due ragazzi proprio davanti alla Centrale. Secondo la Procura dei minori, adesso, non è del tutto certo che l’esame osseo abbia ragione e servono altri approfondimenti medici, perché invece gli anni potrebbero essere 14. Per questo, in attesa di una probabile liberazione, Bilal resterà rinchiuso nel Cpa del minorile di Torino.

L’incontro avviene quattro ore prima. Nello stesso luogo della rapina. Bilal è appena tornato da Genova, dopo la fuga dalla comunità per minori in cui i carabinieri lo avevano portato dopo l’ennesima rapina del giorno prima. Lasciando il capoluogo ligure ha salutato così gli operatori: «Io qui non ci resto, ho delle cose da fare a Milano». Mangia una specie di gulash che gli viene offerto dai volontari che sfamano le anime disperate della notte in piazza Duca d’Aosta. Dalle mutande sfila un rotolo di banconote. Sono 600 euro, il suo ultimo bottino razziato a un viaggiatore che poche ore prima s’era appisolato sul Frecciarossa dalla Liguria: «Guarda, non mi credi? Di questi, 400 euro li mando ai miei genitori. Il resto lo uso per le mie spese». Dispensa sigarette, patatine, biscotti agli altri marocchini, più grandi di lui, che quasi lo coccolano. Bilal ruba, non può finire in carcere e mantiene un po’ tutti. «Qui lo rispettano: è sveglio».

Fuma una sigaretta dietro l’altra, la birra tra le mani, nella tasca dello zaino un pezzo di blister di Rivotril, uno psicofarmaco (ne ingurgita due, «adesso vado a comprarne altre dieci qua dietro»). Sotto i capelli lunghi sbiancati da vecchie meches fai da te, lo sguardo è serio, da «grande», tradito solo da quel filo di peluria acerba sopra il labbro. «La mia famiglia non voleva, ma io sognavo solo l’Europa», dice. È partito con un obiettivo: «Voglio aiutare i miei genitori. Mio padre ha un piccolo caffè, ha più di 50 anni, e quando non riuscirà più a lavorare, come farà la mia famiglia ad andare avanti?». S’è lasciato alle spalle fratelli e sorelle, ma il più grande «non aiuta, non porta soldi a casa. Figurati che neanche saluta più mio padre».

Bilal parla una sorta di esperanto: mischia termini di lingue diverse, eredità dei suoi ultimi tre anni da vagabondo. Dal suo arrivo in terra europea è iniziato il suo infinito «Interrail»: la Spagna — Malaga, Barcellona, Alicante, San Sebastian —, la Francia — Parigi, Marsiglia, Tolosa —, la Germania — Colonia e Francoforte —, e poi l’Olanda, il Belgio, la Danimarca. In Italia «sono stato a Roma Termini, Napoli, Torino Porta Susa, Genova, Venezia Santa Lucia, bellissima». La sua cartina è una sequenza di stazioni ferroviarie. Si muove sempre in treno, una frontiera dopo l’altra, tra un furto e una rapina, una «sosta» in comunità e una in carcere («ci sono stato una volta, in uno olandese, ma è diverso dagli altri, si può anche giocare alla Playstation»). Bilal dice di vivere con alcuni «amici» in un appartamento a Rho, alle porte di Milano. Ma in città assicura di avere altri due appoggi. Ogni volta che è stato fermato, ai carabinieri e agli operatori dei servizi sociali del Comune ha detto di «non avere bisogno d’aiuto». Di avere «contatti» a Milano e di non preoccuparsi per lui. In realtà non è mai rimasto in comunità per più di un giorno.

Il suo racconto — in un costante frullatore di spagnolo, tedesco, francese e un po’ d’italiano che ricorda il Salvatore de «Il nome della rosa» — è dettagliato. E ricalca la biografia criminale che polizia e carabinieri aggiornano di continuo. L’orologio che hai strappato al turista americano in via Manzoni? «Quello era un bell’orologio, ci avrei fatto tanti soldi. Sai come mi hanno preso? Mi hanno inseguito due ragazzi in moto, mi sono venuti addosso». È quasi strafottente quando racconta di come polizia e carabinieri non possano fargli niente. «Mi devono lasciare andare, nessuno mi può arrestare». In realtà accade a cadenza quasi giornaliera: viene fermato e trasferito in qualche comunità, da cui regolarmente fugge. Perché scappi? «Perché non voglio stare chiuso. Mi piace essere libero, girare. Non ho bisogno di niente».

Quando un volontario di un’associazione si ferma e gli parla, lui accenna al futuro: «Trovatemi un lavoro, mille euro al mese. Mi bastano e non rubo più». Bilal, sei troppo giovane per lavorare: «Ho un amico a Napoli, ha la mia età e lavora». E la scuola? «Ci sono andato un anno, in Marocco, poi ho fatto un casino e ho smesso». Saresti disposto a farti aiutare? «Sì, però non voglio stare chiuso in comunità. Voglio anche essere libero di stare qui, di uscire. Questa è la mia vita».

Mentre sulla stazione cala la notte lui barcolla e si stende sul gradone di un’aiuola. Ma che ci fai ancora qua? «Aspetto che liberino Adil». Adil ha 14 anni, è un suo connazionale, è «il» suo amico, quasi un’ossessione: «Lo hanno arrestato più di un mese fa. Aiutatemi a trovarlo, è come mio fratello», spiega mentre fa il gesto di stringerselo al petto. «Io sono qui a Milano per lui, posso pagargli l’avvocato». Bilal, non hai paura? Lo sguardo diventa fisso: «Paura, io?». Il vociare intorno a lui si fa silenzioso. «Tutti dobbiamo morire, non si può vivere con la paura di morire».

Pierpaolo Lio per il “Corriere della Sera” il 23 ottobre 2022.

In attesa che si risolva l'enigma sulla sua età, Bilal resta in carcere. Questa volta non andrà in comunità, strutture da cui, tempo 24 ore, il giovanissimo rapinatore seriale è sempre regolarmente scappato. Ieri il gip dei minori ha infatti deciso la convalida dell'arresto eseguito dalla polizia all'alba di giovedì in piazza Duca d'Aosta, al termine di una doppia rapina ai danni di due italiani di 31 e 20 anni. E ha confermato la decisione di trattenere in un carcere minorile il dodicenne/quattordicenne che giovedì era stato trasferito al Cpa di Torino. Nel frattempo sarà fissata una data per un incidente probatorio che stabilisca una volta per tutte la vera età del ragazzo. 

Da un punto di vista strettamente tecnico, la vicenda sta tutta qua. Da sempre considerato non imputabile, in quanto 12enne, la procura minorile - con il pm Pietro Moscianese Santori - sospetta ora che Bilal di anni ne abbia invece 14. L'aggancio per la svolta è una vecchia dichiarazione dello stesso Bilal all'epoca di uno dei primi controlli. Era settembre. E agli agenti che lo avevano fermato in quella circostanza, il giovanissimo marocchino aveva dichiarato una data di nascita a metà di ottobre del 2008. Se fosse così, la soglia dei 14 anni ora sarebbe stata superata, e in attesa del giudizio le porte del carcere sarebbero a quel punto scontate.

Gli esami ossei (polso, mano, scapola, dentatura) a cui era stato sottoposto in assenza di documenti ed eseguiti al Labanof di Cristina Cattaneo, eccellenza internazionale in ambito medico legale, avevano però indicato per lui un'età compresa tra i 13 e i 14 anni. E non avendo compiuto con certezza i 14 anni, finora era stato sempre rilasciato. Anche dei nuovi accertamenti con l'incidente probatorio si occuperà il Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell'università Statale.

Superando i tecnicismi, resta la questione di fondo. Che riguarda Bilal, così come i tantissimi minori stranieri non accompagnati che popolano come fantasmi le vie della città. Sicuri che la risposta securitaria del carcere sia l'unica strada possibile, e la più efficace? Che Bilal sia «irrecuperabile»? Che dalla vita di strada non lo si possa strappare in altro modo? Che tra il circuito rivelatosi inefficace delle comunità e il marchio definitivo del carcere non ci sia altro?

La storia (tutta da verificare) che il ragazzo ha raccontato al Corriere ha dell'incredibile. 

La fuga a 9 anni dalla natale Fez. L'imbarco a Tangeri, aggrappato al pianale di un camion, per raggiungere il «sogno» Europa. E poi tre anni di vagabondaggio in treno - e di furti e rapine, per «sopravvivere» ma anche «per mandare denaro a casa, ai miei genitori» - tra Spagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda, Danimarca. Le sue prime tracce nel nostro Paese risalgono a inizio agosto, quando viene fermato per strada solo e affidato a comunità nel Lazio e in Campania, da cui scappa presto. È l'inizio di uno schema destinato a ripetersi all'infinito.  

Pochi giorni dopo viene bloccato a Torino dopo aver rapinato con alcuni complici un orologio a un 77enne. Poi a metà agosto è a Genova, dove aggredisce e rapina un ecuadoriano. Infine l'arrivo a Milano. Il primo colpo è della sera del 10 ottobre, in via Manzoni: tenta di rapinare del Rolex Daytona da 27mila euro un turista statunitense. Viene fermato e portato in una comunità di Genova. Passano 48 ore ed è di nuovo a Milano. 

I carabinieri lo incrociano in via Lazzaro Palazzi, dove lo inseguono e lo bloccano dopo aver strappato la collanina d'oro a una studentessa 21enne. Il 16 ottobre ruba la valigia a una coppia di giapponesi di fronte alla Centrale. Stessa trafila: è acciuffato dai carabinieri che lo portano in comunità, «evade», ed è di nuovo in piazza Duca d'Aosta, dove viene arrestato giovedì dopo il doppio colpo. «Non voglio stare chiuso in comunità - aveva detto Bilal poche ore prima - . Mi piace essere libero, girare. Questa è la mia vita». Salvo poi aggiungere: «Trovatemi un lavoro, mille euro al mese. Mi bastano e non rubo più».

Milano, l'università dei furti di Rolex. Dopo i napoletani, i franco-algerini: lavorano a piedi in gruppo. Turisti nel mirino. Paola Fucilieri il 18 Ottobre 2022 su Il Giornale. 

«Sì, negli ultimi sei mesi abbiamo notato una lieve recrudescenza di questo tipo di reato, tipicamente predatorio, ma va detto che anche l'azione di contrasto agli scippi degli orologi di lusso non è mai stata così penetrante: noi della squadra mobile, anche con le pattuglie in moto dei Falchi, insieme ai colleghi del commissariato Centro, tra agosto e settembre, abbiamo arrestato ben 16 rapinatori di orologi di lusso... Credo non sia una cifra da poco in un tempo tanto ristretto, no?».

Reati e risultati. Azione criminale di alto livello da una parte, dall'altra azione di prevenzione e repressione calibrate in una sintesi di servizi e operazioni distribuite tra le varie squadre, gli uffici, i commissariati. Milano è così: risponde sempre a tono, quasi fosse un obbligo, un dovere ancora più dovere. Non che altrove le forze dell'ordine non si impegnino al contrasto dei reati predatori, ma è chiaro che qui la sfida è sicuramente maggiore, quotidiana, senz'altro incessante. In questura poi il questore Giuseppe Petronzi dal suo arrivo in città ha creato un team di grande collaborazione tra i suoi dirigenti, che naturalmente lavorano come se i risultati di un ufficio confluissero nell'altro. Marco Calì, 53 anni, da tre dirigente della Mobile, con i suoi investigatori, è senz'altro uno degli assi portanti di questo team.

«Gli scippi di orologi hanno subito una evoluzione, è sotto gli occhi di tutti - ci spiega - Prima erano appannaggio praticamente esclusivo delle batterie di napoletani-trasfertisti che arrivavano con i loro motorini oppure trovavano gli scooter già pronti qui, con le targhe contraffatte, intestati a prestanome. Questi malviventi usavano la tecnica dello specchietto, lo spostavano, il guidatore sporgeva il polso ed era fatta. Ora la gente si è fatta più furba: o non abbassa il finestrino o mette l'orologio sul polso destro. Così i rapinatori aspettano che la vittima scenda dalla propria vettura e l'assaltano: del resto si tratta di un'azione fulminea, di pochi secondi, strappandolo l'orologio cede subito».

Negli ultimi sei-sette mesi il parterre degli autori degli scippi di Rolex però si è allargato, abbozziamo, e ai napoletani si sono aggiunti i franco-algerini... «Esatto - conferma Calì - I predatori sono ragazzi molto più giovani che, bypassata la tecnica del motorino che scivola nel traffico, agiscono spesso a piedi, in gruppi di 4-5 e preferiscono individuare le vittime appena uscite da boutique di alta gamma, magari dopo acquisti a parecchi zeri o nei pressi di alberghi di lusso: per aggredirle sfruttano l'effetto sorpresa. Alcuni di loro (perlopiù egiziani e magrebini) avvicinano la vittima fuori dalle discoteche e dai locali, in zona corso Como, quando è reduce da una serata di divertimento e ha le difese naturalmente più basse. Fingono di chiedere una informazione, l'ora, accerchiano la persona con fare suadente, alcuni addirittura è come se ballassero... Quindi strappano l'orologio e scappano».

C'è un'altra particolarità che contraddistingue questa nuova tipologia di rapinatori di Rolex. Calì conclude spiegandocela: «I napoletani in scooter urtavano essenzialmente al tipo di orologio specifico che riconoscevano prima del colpo, mentre ultimamente è cambiata la prospettiva: dallo scippo di un orologio di un ben preciso modello e quindi valore economico, ora gli autori di questo tipo di reato vengono attratti soprattutto da una situazione globale nella quale la vittima designata potrebbe anche indossare un pezzo importante. In una indagine appena terminata con il commissariato Centro abbiamo notato che i rapinatori solo nella fase successiva al colpo, andavano a controllare su internet la marca dell'orologio (e quindi il valore) che erano riusciti a scippare: infatti è capitato che rapinassero anche pezzi di scarso valore».

Estratto da ilgazzettino.it il 30 novembre 2022.

Sulle loro teste pendono condanne definitive accumulate per anni e anni. Alcune 15, altre tra i 20 e i 25, fino al record assoluto di una di loro che ha collezionato la bellezza di 30 anni di carcere da scontare. E allora perché queste ladre, borseggiatrici professioniste, continuano a potersi muovere senza problemi, libere di continuare a sfilare i portafogli a turisti e residenti in città?

«Perché il nostro ordinamento prevede il rinvio automatico della carcerazione e sospensione della pena per le donne in stato di gravidanza - spiega il comandante del compartimento veneto della Polfer, Francesco Zerilli - queste donne, perennemente incinte, non possono finire in carcere».

I numeri provano che l'attività di contrasto esiste e non manca, solo che è inutile: la polfer dall'inizio dell'anno, tra denunciate e arrestate, ne ha individuate 290 (126 di queste, peraltro, sono state fermate dalla squadra di polizia giudiziaria dedita proprio al contrasto di questi crimini) solo all'interno della stazione di Venezia Santa Lucia: quasi una al giorno. [...]

È frustrante vedere che non pagano per i loro crimini, ma il nostro lavoro è bloccarle e continueremo a farlo. Anche perché se allentassimo la presa la loro attività criminale dilagherebbe senza limiti». Il bug giudiziario è veramente da manuale: di fatto la legge impedisce la carcerazione almeno fino al compimento del primo anno del bambino. [...]

Ottantenne sventa un furto a Venezia, le borseggiatrici lo aggrediscono con graffi sul volto.

Striscia La Notizia il 25/11/2022 

Bande di borseggiatrici continuano a imperversare nelle principali città italiane, derubando turisti e cittadini quasi indisturbate. Un fenomeno ormai capillare che ha reso gli italiani esausti e sempre più increduli di fronte all’immobilità delle istituzioni. Ma ieri, 24 novembre 2022, qualcuno si è opposto tentando di fermare questo scempio. L’eroe è Evasio, un cittadino di quasi ottant’anni che ha sventato un furto a Venezia. Protagonista una delle borseggiatrici già note in città e che Moreno Morello aveva pizzicato anche a Striscia la notizia.

La piaga sociale dei borseggi a Venezia, anziano aggredito

Se qualcuno tenta di impedire il reato, le borseggiatrici diventano delle tigri, urlando, sputando e scagliandosi contro chi le attacca. Ma c’è qualcuno, a Venezia, che ha provato a dire basta a tutto questo. Un anziano signore, Evasio, stanco di sopportare i soprusi di questa gente, ha provato a fermarle. Il risultato? Il suo viso era una maschera di sangue: profondi graffi al viso che però rappresentano un primo passo verso la vittoria contro l’ennesimo furto. Infatti, è riuscito a sventare l’attacco ai danni della turista presa di mira.

Veneziani ingrati, le persone aiuterebbero le ladre a farla franca?

In particolare, il furto sventato sarebbe quello di un cellulare dallo zaino di una turista. Il paradosso? I passanti veneziani volevano fermare Evasio.

«Non ho parole – racconta Evasio – fermo due ladre e non solo la vittima del borseggio se ne va senza nemmeno dire ringraziare, ma i passanti (veneziani) volevano fermare me perché questa urlava "Lasciami, sono incinta! Aiuto!"». Le due che l’anziano ha fermato (e che però sono poi riuscite a fuggire) sono le stesse riprese da Striscia la notizia.

«Sfido io – continua Evasio – queste sono giovanissime e ogni anno sono incinte. Sono conosciutissime da noi, le vediamo ovunque, ma non dalle forze dell’ordine. Gli amici mi dicono di lasciar perdere, ma cosa devo fare, lasciar questa gente rubare impunemente? Scusate, non ce la faccio».

Ad aiutare l’anziano in difficoltà dopo l’alterco solo un commerciante bangladese che gli ha dato i cerotti, la pasticceria Rizzardini che gli ha offerto assistenza e pochi altri.

Ma non è il primo caso: un paio di mesi fa a San Zulian, un olandese di origini orientali aveva fermato una ladra che aveva messo le mani nella borsa di sua moglie. In quell’occasione, però, nonostante l’intervento di alcuni passanti che avrebbero tentato di aiutare la borseggiatrice, egli l’aveva immobilizzata fino all’arrivo della polizia locale.

Si perde la fiducia, nonostante le denunce contro le borseggiatrici

Evasio è una persona che grazie al suo aiuto ha contribuito all’arresto di centinaia di persone. Ma dopo l’aggressione sembra rassegnato. Infatti, nonostante gli interventi di Valerio Staffelli, delle Forze dell’Ordine e i provvedimenti della Procura di Milano (sulla questione delle donne gravide), tutto sembra inutile, perché continuano ad esserci furti e violenze.

Striscia la Notizia con i suoi servizi e il suo intervento in prima linea si è battuta e continuerà a battersi in questa battaglia contro il disagio sociale, denunciando da Milano a Venezia e non solo, queste ladre che minano la sicurezza delle persone.

Sicurezza: città più pericolose oggi o 10 anni fa? Tutti i dati di furti, rapine e stupri da Milano a Roma. Milena Gabanelli, Cesare Giuzzi e Simona Ravizza su Il Corriere della Sera il 14 Settembre 2022.

La sicurezza è uno dei temi politici dominanti delle campagne elettorali, e non solo, da almeno 15 anni. Un’emergenza che ritorna, in un circolo infinito, dopo ogni fatto di cronaca. In vista del voto del 25 settembre Lega e Fratelli d’Italia ne fanno una delle bandiere del loro programma: «Riportare la sicurezza nelle città italiane». Eppure, le forze dell’ordine parlano di reati in calo e di indici sulla criminalità mai così bassi. Ma com’è davvero la situazione? Per capirlo vediamo l’andamento dei reati legati alla microcriminalità nelle 6 più importanti città in 10 anni (2009-2019) e lo mettiamo a confronto con il 2021. Lo facciamo con i dati forniti a Dataroom dal ministero dell’Interno su Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna e Napoli. Dai dati abbiamo escluso il 2020, perché tra lockdown e pandemia non può avere un reale valore statistico.

Rapine in case e negozi

La tendenza generale delle rapine in abitazione è al ribasso. A Milano crollano dopo il picco del 2013: i casi diminuiscono del 60%. Anche a Roma, Napoli e Torino l’apice si registra tra il 2013 e il 2015, mentre restano sempre sotto i 70 casi a Bologna e Firenze. Fortunatamente siamo lontani dagli allarmi di fine anni Novanta e dei primi Duemila quando le bande degli assalti in villa seminano il terrore in Veneto e Lombardia.

Giù a Milano anche le rapine nei negozi: dal 2012 in poi si scende del 50%. Solo a Firenze e Bologna il dato sul decennio rimane in costante equilibrio, mentre il calo è sensibile anche a Roma, Torino e Napoli. L’immagine delle gang di rapinatori armati di pistole e mitra è un retaggio del passato, oggi molti casi riguardano le cosiddette rapine improprie: persone sorprese a rubare in negozi e supermercati che spintonano i vigilantes o entrano in colluttazione con i commessi. Si tratta in realtà di taccheggi classificati come rapine.

Furti in case e negozi

I furti semplici nei negozi a Milano per anni oscillano intorno ai 10-12 mila, ma dal 2015 la curva inizia a scendere e nel 2021 i furti sono 7.218. Crollo anche nelle altre città, mentre restano stabili, con una tendenza al ribasso più lieve a Firenze e Napoli.

Per quanto riguarda il furto in casa, sappiamo che è uno dei reati che più incide sulla sensazione di insicurezza dei cittadini. Vedere violata la propria dimora, invasa la parte più intima della propria vita, rappresenta uno degli choc più difficili da superare. I dati anche qui, però, sono in discesa. A Milano i furti in abitazione toccano il picco nel 2013 e nel 2014 con oltre 20 mila casi: oggi meno 57%. E scendono anche a Roma, Torino, Bologna. Costanti a Napoli, mentre a Firenze il picco dei furti in abitazione si registra nel 2018, nel 2021 sono la metà.

Borseggi

I borseggi, o furti con destrezza, diminuiscono a Roma, Torino e Bologna. Restano invece costanti a Napoli, Milano e Firenze. Nel capoluogo toscano il picco si registra nel 2019 (9.389), ma si riducono di due terzi (3.020) lo scorso anno. Il 2021 coincide, però, con il forte calo del turismo dovuto alle restrizioni per il Covid. A Milano nel decennio non si scende mai sotto i 20 mila casi: sono 21.560 nel 2021. Più di Roma dove sono 17.234, ma in costante discesa dal 2015.

Auto, moto e motorini

I furti di moto e motorini crollano a Milano e a Roma: quelli di motorini nel capoluogo lombardo dal 2009 al 2021 segnano un meno 83%.

Superiori nei valori assoluti quelli di moto, ma comunque in discesa (meno 55%). In tendenza al ribasso anche a Bologna, Firenze, Torino. Il dato aumenta solo a Napoli dove nel 2021 s’è registrato un lieve rialzo. Furto d’auto: in diminuzione in tutte le città, a Milano la percentuale è di un meno 65%.

Le denunce

I dati del Viminale ci dicono quindi che non è vero che le nostre città sono meno sicure. E non si può dire neanche che furti e rapine sono diminuite perché si denuncia meno. Si denuncia sempre: perché un veicolo ha la targa, per rintracciare un computer o un cellulare (che hanno matricole sempre individuabili), o il furto di un portafogli anche perché la denuncia tutela da un uso improprio dei documenti, e serve per rifarli. I negozi invece sono assicurati, quindi la merce rubata viene quasi sempre denunciata, anche quando si tratta di furti di piccola entità. Lo stesso vale per tutto ciò che è coperto da un risarcimento. Solo il furto di bici raramente viene segnalato, ma lo stesso accadeva anche in passato.

I dati del Viminale ci dicono quindi che non è vero che le nostre città sono meno sicure.

Reati informatici

I reati che sono schizzati verso l’alto nel decennio sono invece quelli legati al mondo informatico. A Milano sono quadruplicati, conseguenza del maggior utilizzo di mezzi elettronici di pagamento e acquisti online. Sono reati di grandissima diffusione, spesso le bande colpiscono a strascico, come con il phishing, ossia con le email a pioggia nella speranza che qualche sprovveduto clicchi sul link truffa. Del resto, il reato di truffa nel nostro Paese non prevede la possibilità di svolgere indagini sofisticate, come l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche. E solo raramente, quando ci sono aggravanti, si arriva all’emissione di misure cautelari.

I reati che sono schizzati verso l’alto nel decennio sono invece quelli legati al mondo informatico.

Omicidi

È il reato che più ha risentito del calo, nei valori assoluti, rispetto al passato. Nel capoluogo lombardo c’è stato un picco nel 2009 di 42 casi, ma dal 2016 in avanti si scende sotto quota 20. Stesso andamento nella Capitale: dai 47 casi del 2014, i delitti si sono poi stabilizzati intorno ai 20. La tendenza su Bologna e Firenze è altalenante: un anno 12, un altro anno 5. È il caso di sottolineare che la voce «omicidi» include i «femminicidi», un delitto che spesso si consuma in ambito domestico, e non ha quindi legami con la criminalità, pertanto anche la sua repressione deve seguire un altro tipo di percorso.

Violenze sessuali

Un capitolo a parte riguarda le violenze sessuali. Bologna con 195 episodi segna il suo record assoluto degli ultimi dieci anni. A Milano nel 2021 si sono registrate 477 violenze, più di un caso al giorno, contro le 413 del 2019. Il picco nel 2009 con 520. Napoli con 206 casi si avvicina ai massimi del decennio. Le violenze non calano neanche a Torino, Roma e Firenze. Oggi il reato comprende, però, molte sfumature un tempo regolate da diversi articoli di legge: dagli atti di libidine allo stupro. Dal 2019 è stata introdotta una modifica del codice penale denominata «codice rosso» per quel che riguarda gli episodi che avvengono in famiglia, e che innalza l’attenzione delle forze dell’ordine con interventi e misure più rapide. Certamente rispetto al passato si denuncia di più, anche se probabilmente resta una quota elevata di sommerso. Come intendono Meloni e Salvini frenare questa violenza, con più carabinieri? Con la castrazione chimica? Tutti gli esperti concordano sulla necessità di un intervento di tipo culturale. Il programma dei due leader però non prevede l’insegnamento della educazione sessuale nelle scuole dell’obbligo. È una materia ampia, che prevede anche l’insegnamento al rispetto del corpo femminile.

Rispetto alle tipologie di reati presi in considerazione, sono gli immigrati a delinquere di più? Questi sono gli ultimi dati del Viminale. Dal 2018 al 2021 l’incidenza degli stranieri su arrestati e denunciati è pressoché identica: 32,1% contro il 31,9 dello scorso anno. La percentuale sale però se si parla di furti (43,2%), borseggi (58,7%), furti in casa (47,7%) e violenze sessuali (39,5%). Una incidenza che crolla invece al 17,1% per quanto riguarda le frodi e truffe informatiche, per i reati tipicamente mafiosi, dove il delinquente di nazionalità italiana batte la concorrenza mondiale: usura ed estorsioni sono rispettivamente al 6,8% e 20,9% ad opera straniera. Sugli omicidi gli italiani mantengono costantemente il primato, solo il 21% è commesso da stranieri.

Da Ansa il 5 settembre 2022.

Inquietanti sviluppi per l'omicidio di un 56enne a Bagnoli ucciso a Napoli lo scorso 31 luglio. 

Tra le ipotesi al vaglio della Procura per la morte di Davide Fogler, clochard che ogni tanto arrangiava facendo il parcheggiatore, ci sarebbe quella dell'omicidio nell'ambito di una sorta di 'battesimo da killer' o di un delitto per gioco, secondo quanto scrivono alcuni quotidiani.

L'omicidio era avvenuto davanti a molti passanti ma l'indagine è stata caratterizzata da profonda omertà. Inizialmente si pensava ad un incidente, poi i nuovi elementi dopo l'autopsia. Tra le ipotesi anche lo sparo per provare una pistola. 

Monica Serra per lastampa.it il 15 settembre 2021.

Otto anni di carcere. Una condanna più pesante di quella richiesta dalla procura è stata inflitta al comandante della polizia locale di Trezzano sul Naviglio, ora in aspettativa, Salvatore Furci. È accusato di aver fatto piazzare alcune dosi di cocaina nell’auto della comandante della polizia locale di Corbetta, Lia Vismara. Per il pm Gianluca Prisco, che aveva chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi, dietro il piano organizzato da Furci (il presunto complice è già stato condannato) ci sarebbe stata la volontà di vendicarsi con la superiore che diede parere negativo alla sua assunzione nella polizia locale di Corbetta.

Furci, infatti, era risultato vincitore nel 2018 del concorso per ricoprire la posizione di ufficiale a Corbetta. Ma, a seguito del parere negativo espresso da Vismara, non aveva superato il periodo di prova e nel 2019 era tornato a rivestire la qualifica di agente all'interno della polizia locale di Milano. Una decisione che era stata ribaltata dal tribunale del Lavoro dopo il ricorso di Furci.

La vicenda, lunga e intricata, tra querele e controquerele, risale nel tempo. Durante un controllo dei carabinieri, che avevano ricevuto una segnalazione dal presunto complice, la droga era stata trovata nell’auto della comandante il 4 gennaio 2020. Furci – arrestato il 13 aprile del 2021 con le accuse di occultamento di droga e calunnia - ha sempre respinto le accuse. Anche oggi, in aula, visibilmente scosso dalla decisione, ha ribadito: “Non è possibile, non ci sono le prove”. Il suo legale, Gabriele Minniti, parla di “sentenza eccessiva: leggeremo le motivazioni e presenteremo appello”

«Sono contenta, perché dopo due anni si è conclusa una vicenda che si è trascinata con risvolti che ci hanno fatto patire parecchio”, ha detto in aula Lia Vismara, comandante dei vigili di Corbetta. “Ottimo il lavoro del pm: è encomiabile per come sia riuscito a ribaltare la situazione. Era una cosa insperabile dato che ero accusata di reati pesanti. Non credo però che sia finita qui». 

Il giudice monocratico Elisabetta Canevini ha anche disposto che il risarcimento nei confronti di Vismara sia da liquidarsi con una causa civile e al momento ha stabilito una provvisionale di 100 mila euro. 

Omicidio in stile Gomorra. "Il battesimo di un killer". Un rito di iniziazione per il nuovo affiliato dietro l'uccisione del clochard lo scorso 31 luglio. Stefano Vladovich il 6 Settembre 2022 su Il Giornale.

Un battesimo del fuoco. Davide Fogler, 56 anni, è stato ucciso con un colpo sparato a bruciapelo per provare una pistola. Oppure come rito di iniziazione per un nuovo affiliato dei clan che contano. Quelli che comandano Bagnoli, periferia occidentale di Napoli. Gruppi criminali che da mesi stanno riorganizzando le piazze di spaccio cacciando dal quartiere persino i pregiudicati dei clan rivali. Queste le ipotesi più accreditate per la polizia che indaga su un omicidio assurdo, avvenuto il 31 luglio in pieno giorno in un «basso» della città.

L'uomo, trovato senza vita all'interno della sua abitazione in via Ilioneo, si pensava fosse vittima di una caduta accidentale, forse dovuta a un malore. Nemmeno il primo esame del medico legale era stato in grado di scoprire il foro alla tempia per quanto il poveretto, un clochard che viveva di espedienti, era conciato male. Capelli lunghi, barba incolta, sporco. Davide sarebbe stato ucciso «scimmiottando» la serie Gomorra, dove Genny Savastano, figlio del boss di Scampia Piero Savastano, assieme all'amico-nemico Ciro Di Marzio per diventare un capo deve uccidere un tossicodipendente. Ma alle Vele, fra i palazzoni popolari simbolo della criminalità, Genny sbaglia. A finire il poveraccio ci pensa Ciro, attribuendosi il merito dell'azione, una dimostrazione di «forza» per farsi strada nel giro che conta. E che comanda Napoli. In questa storia, però, i dubbi degli investigatori, la squadra mobile della questura partenopea, sono tanti. Il colpo di pistola è stato sentito da molti. In tanti avrebbero visto entrare nella catapecchia alcune persone, ma nessuno parla. «Non abbiamo un solo testimone che possa riferire elementi utili all'indagine - ammettono in questura - neanche fossimo a Siculiana o a Corleone». Ed è proprio questo aspetto che fa scattare una terza ipotesi, quella del regolamento di conti. Questioni legate al racket dei parcheggi abusivi, vista l'attività di Davide nel fine settimana, chiuse per sempre in una torrida giornata di fine luglio. La paura di ritorsioni, dunque, cucirebbe le bocche di quanti sanno ma non vogliono raccontare. È stato l'esame autoptico, eseguito nei giorni scorsi, a stabilire che la morte del 56enne è avvenuta per un proiettile esploso da distanza ravvicinata, un'esecuzione, tanto da convincere la Procura ad aprire un fascicolo per omicidio. I pm Valentino Battiloro e Cristina Curatoli leggendo le informative non escludono nemmeno che il delitto possa essere avvenuto per «gioco», per ingannare la noia in un afoso pomeriggio d'estate. L'assenza dell'arma e della polvere da sparo sulle mani della vittima scarterebbe anche l'ipotesi, assai remota, del suicidio. Fogler, conosciuto da tutti, era un uomo pacifico. Un emarginato dei tanti che vivono negli scantinati, i «bassi» di vecchi palazzi, arrangiandosi come possono. Senza famiglia, fuori dai gruppi che comandano, bersaglio ideale per gente senza scrupoli. Le indagini, nel frattempo, continuano anche utilizzando alcune telecamere comunali che potrebbero aver ripreso i mezzi usati dai killer per la fuga. Al vaglio degli investigatori i frame registrati dalle ore 14 di quel maledetto pomeriggio.

Valentina Lupia per roma.repubblica.it il 5 settembre 2022.

"Troppe persone sono vittime di furto Roma, io sono una di quelle. La polizia dovrebbe occuparsene ma non lo fa. E ora la mia vacanza è stata rovinata da un uomo che forse non verrà mai identificato". A sfogarsi è Dina, in arte Habeshadoll, turista americana d'origine nigeriana. Arriva dagli Stati Uniti, per la precisione da Dallas, in Texas. 

Del viaggio a Roma, purtroppo, non avrà un buon ricordo: un uomo le ha sottratto la borsa mentre era seduta in un ristorante in centro, concentrata a leggere il menu. Il video del furto, ripreso dalle videocamere del locale e pubblicato da Welcome to favelas ha fatto il giro del web. 

Dove si trovava quando ha subito il furto?

"In un ristorante vicino al Colosseo, si chiama "Coming out". È stato orribile".

Lo staff del ristorante l'ha aiutata?

"Sì, sono stati davvero carini e gentili. Mi hanno supportata, ero sconvolta. Poi sono andata a denunciare quanto accaduto alla polizia. Ma non è andata bene". 

Per quale motivo?

"Perché in sostanza hanno detto che non avrebbero potuto aiutarmi. Anzi, che non avrebbero potuto proprio fare niente: l'uomo indossava una mascherina e un cappello. È tremendo mi sono arrabbiata molto con la polizia". 

Cosa c'era nella sua borsa?

"La cosa più importante era il passaporto. Ora è un casino. Ho bisogno di un documento d'emergenza per poter tornare a casa mia". 

Come pensa di fare?

"Ho contattato l'ambasciata americana, ma purtroppo sono chiusi. Questo, infatti, è il weekend del Labor day (la festa dei lavoratori, ndr), che quest'anno cade il 5 settembre. Così dovrò aspettare". 

Non aprono per le emergenze?

"Sì, certo, per le emergenze sì, ma io ho il volo di ritorno verso l'America mercoledì e cioè in data successiva rispetto al giorno di riapertura previsto dall'ambasciata. Quindi dovrò aspettare". 

Come si sente?

"Ora la situazione è davvero terribile. Mi trovo a Roma e sto sprecando tempo e denaro a causa del furto che ho subito, anziché godermi la vacanza". 

Cosa la fa stare peggio?

"Che a Roma ci sono troppi ladri, ma alla polizia sembra proprio non interessare. Le forze dell'ordine dovrebbero fare di più e di meglio per questa città e per le persone". 

Estratto dall'articolo di Alessia Marani per “Il Messaggero” il 5 settembre 2022.

Oltre alle grate e ai normali sistemi d'allarme, a telecamere e a sensori in terrazzi e giardini, non è detto che presto non bisognerà dotare le proprie case persino di un sistema anti-droni per garantirne la sicurezza. E già, perché in questi giorni di fine estate stanno fioccando le segnalazioni (e le denunce) della presenza dei piccoli marchingegni pilotati da remoto che con i loro occhi elettronici dal cielo puntano sulle abitazioni lasciate vuote per le vacanze o il weekend con il preciso intento di spiare movimenti e posizioni all'interno.

L'allarme è scattato soprattutto nei comprensori residenziali tra il mare e l'Eur, dall'Infernetto a Casalpalocco, dall'Axa a Malafede dopo che i diabolici velivoli erano stati avvistati anche a Casal Lumbroso, sull'Aurelia, guarda caso proprio prima di un furto messo a segno all'interno di una villetta. Altri furti durante le vacanze sono stati segnalati nel quadrante interessato. E così è successo anche sul litorale. 

Motivo per cui qui è partito un tam tam tra i residenti per mettere in guardia chiunque si trovi a osservare un quadrotto in perlustrazione sopra il tetto della propria abitazione o su quello del dirimpettaio assente affinché contatti il 112. […]

Bande di ladri hi-tech erano state segnalate, finora, quasi esclusivamente nel centro-Nord Italia, con casi acclarati nelle province di Como, Treviso e Macerata. I ladri acrobati hanno utilizzato il drone per avere chiaro il quadro della situazione e pianificare il furto nei minimi particolari. 

A Tolentino, nelle Marche, i carabinieri andando a ritroso nelle immagini registrate dall'impianto di videosorveglianza di un capannone industriale svaligiati nottetempo, si erano resi conto che nei giorni precedenti al blitz un drone aveva sorvolato il tetto mettendone a punto una sorta di mappa. […]

Roberto, operatore abilitato di droni, ricorda, tuttavia, che «è corretto chiamare le forze dell'ordine solo quando il drone si avvicina abbastanza da riconoscere persone e cose oppure quando si sofferma per lungo tempo». Ma c'è chi ribatte subito: «Esatto i droni hanno il permesso di volare su tutte le zone, praticamente, ma quando ti trovi un drone su un attico a distanza ravvicinata per cui se lo vedi poi il drone se ne va di corsa due domande te le fai...». 

Gli investigatori, dal canto loro, sono cauti: «Il volo di un drone di per sé non costituisce un illecito e resta difficile evidenziare un nesso con i colpi, ma è bene che ogni sospetto sia segnalato». […]

In uno stato di diritto anche le forze dell’ordine rispondono degli sbagli. Il Domani il 26 agosto 2022

Dal 2012 il parlamento europeo chiede agli stati di dotare le divise di tutti gli operatori delle forze dell’ordine di codici d’identificazione ben visibili affinché l’autorità possa agevolmente risalire alla loro identità

Il problema Il parlamento europeo, con richiesta del 12 dicembre 2012, ha esortato tutti gli stati membri affinché dotino le divise di tutti gli operatori delle forze dell’ordine di codici d’identificazione ben visibili affinché l’autorità possa agevolmente risalire alla loro identità.

Cinque progetti di legge e 155mila firme raccolte da Amnesty non sono bastate. La fiera ritrosia, finanche ostilità, delle autorità di polizia a collaborare in tal senso, non solo non è comprensibile ma ricorda, purtroppo, quella opposta pervicacemente all’approvazione della legge sulla tortura. 

Cosa proponiamo?

Chi sbaglia, in nome e con la divisa dello stato, non può rimanere impunito. Proponiamo la cosa più semplice: rispondere alle richieste del parlamento europeo, alle decine di migliaia di cittadini che hanno chiesto di intervenire, e portare a compimento le proposte di legge che si sono sommate negli anni in parlamento e non sono mai state approvate. 

Quanto costa? 

Non avrebbe costi. Sarebbe una garanzia per i cittadini. 

Impatto atteso

Così si otterrebbe trasparenza e responsabilità. In una parola, è questione di civiltà. 

Basta omertà sulle forze dell’ordine: identifichiamo chi sono i violenti. ILARIA CUCCHI Il Domani il 26 agosto 2022

Quando accade, come è accaduto, che appartenenti delle forze dell’ordine si macchiano di comportamenti e atti che violano regole fondanti la legittimità del loro operato, durante tumulti e scontri in manifestazioni di piazza, il sistema viene messo in grave crisi e lo stato ferito. Chi sbaglia, in nome e con la divisa dello stato, non può rimanere impunito. 

Sei d’accordo? Firma la petizione

Il nostro giornale ha testimoniato con scoop e inchieste come quelle di Nello Trocchia sulla mattanza del carcere di Santa Maria Capua Vetere e con denunce come quelle di Selvaggia Lucarelli sui pestaggi degli studenti diversi episodi di violenza dello stato nei confronti dei cittadini. Ci è sembrato importante includere nel nostro programma una proposta che nonostante cinque progetti di legge non è mai diventata realtà: rendere obbligatori i numeri identificativi per le forze dell’ordine, come viene chiesto dal parlamento europeo. Abbiamo chiesto di scriverla a Ilaria Cucchi, una persona che nella vita ha conosciuto quella violenza e l’ha combattuta, riuscendo a far emergere la verità sull’assassinio del fratello Stefano Cucchi. Poi Cucchi è diventata a sua volta candidata al voto del 25 settembre con Sinistra italiana e Europa Verde. Abbiamo deciso di pubblicare in ogni caso il suo contributo e speriamo che la maggioranza dei candidati possano appoggiare questa proposta.

Lo stato ha il potere, che gli deve competere in via esclusiva, dell’uso della forza nei confronti delle persone, qualora ve ne dovessero essere i presupposti stabiliti dalla legge e dalla nostra Carta costituzionale. La violenza è prerogativa che gli spetta ma che è e deve essere rigorosamente limitata a confini ben delineati così da non compromettere la tutela del rispetto dei diritti umani. Mai e poi mai deve accadere che forza e violenza vengano esercitate in modo fine a sé stesso, inutilmente cruento.

Debbono semplicemente essere necessarie perché non esiste altra possibilità alternativa di intervento. Sono concetti semplici e, a parole, oggetto di unanime condivisione, salvo qualche tanto rara quanto deprecabile eccezione. Le operazioni di ordine pubblico sono il terreno più frequente sul quale si misurano questi concetti basilari per l’esistenza di un sistema democratico moderno.

Quando accade, come è accaduto, che appartenenti delle forze dell’ordine si macchiano di comportamenti e atti che violano queste regole fondanti la legittimità del loro operato, durante tumulti e scontri in manifestazioni di piazza, il sistema viene messo in grave crisi e lo stato ferito. Essi violano la legge commettendo reati esattamente come quelli che sarebbero stati chiamati a prevenire e reprimere. Si confondono con gli stessi criminali responsabili dei disordini che dovrebbero reprimere, e assicurare alla giustizia. Tutti responsabili di reati, diversi, ma pur sempre reati. E la piazza diventa una giungla. Si distinguono solo perché indossano una divisa che, in quel modo, infangano, con tanto di tenuta cosiddetta antisommossa: caschi, visiere protezioni, e manganelli. Tutto rigorosamente anonimo che ne rende impossibile l’individuazione e invece dà la possibilità dell’impunità.

Ciò è veramente inaccettabile, semplicemente indegno.

Talvolta ci vanno di mezzo cittadini malcapitati come Paolo Scaroni, tifoso del Brescia che il 24 settembre 2005 è rimasto vittima di una violenta aggressione alla stazione di Verona da parte di agenti di polizia. Rimase in coma due mesi ed è tutt’ora invalido al 100 per cento. Quei criminali, perché non sono altro che questo, non sono mai stati identificati con certezza e gli imputati del processo che ne conseguì sono stati tutti assolti per insufficienza di prove

Sorte analoga subì Luca Fanesi, tifoso della Sambenedettese che rimase gravemente ferito, il 5 novembre 2017, a Vicenza. Testa devastata da numerose gravi fratture, lungo periodo di coma, ora invalido anche lui al 100 per cento. Tutto archiviato. Pende ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Non è mio intendimento criminalizzare tutti gli operatori di polizia ma mi astengo dal cedere alla solita ipocrita retorica delle mele marce. Il problema c’è. Esiste eccome!

LA RICHIESTA EUROPEA

Tanto è vero che il parlamento europeo, con richiesta del 12 dicembre 2012, ha esortato tutti gli stati membri affinché dotino le divise di tutti gli operatori delle forze dell’ordine di codici d’identificazione ben visibili affinché l’autorità possa agevolmente risalire alla loro identità. Così si otterrebbe trasparenza e responsabilità. In una parola, è questione di civiltà.

Quasi tutti gli stati membri dell’Unione europea lo hanno fatto, tranne, ovviamente, noi. Cinque progetti di legge e 155mila firme raccolte da Amnesty non sono bastate.

IL NO ALLA LEGGE SULLA TORTURA

La fiera ritrosia, finanche ostilità, delle autorità di polizia a collaborare in tal senso, non solo non è comprensibile ma ricorda, purtroppo, quella opposta pervicacemente all’approvazione della legge sulla tortura.

Chi sbaglia, in nome e con la divisa dello stato, non può rimanere impunito. Terrificante se lo rimane perché anonimo e senza volto.

Mi adopererò con tutti i mezzi che mi verranno messi a disposizione, se verrò eletta, affinché questa legge venga finalmente approvata.

ILARIA CUCCHI. Attivista per i diritti umani, ha fatto una campagna per indagare sulla morte del fratello, Stefano Cucchi 

Genova, quel tragico G8 di sangue. Il titolo in prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 22 luglio 2001. Annabella De Robertis su la Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Luglio 2022.

«La guerra di Genova» è il titolo in prima pagina su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 22 luglio 2001. «293 feriti, città offesa»: nel capoluogo ligure si sta tenendo il G8. Due giorni prima le manifestazioni dei no-global sono culminate nella morte di un ragazzo, Carlo Giuliani. Non solo la città ma l’intero Paese appaiono sconvolti. «Violenti scontri lungo il percorso del corteo (300mila partecipanti) degli anti-global. A provocare gli incidenti gli anarchici del Black Block. Il bilancio è di 293 feriti, molti uomini delle forze dell’ordine, e oltre 70 arresti. Devastati negozi e banche, auto e cassonetti incendiati».

L’inviato della «Gazzetta» Stefano Boccardi racconta un’altra storia, quella che poi si rivelerà la più autentica. Raccoglie le voci di ragazzi baresi, di sacerdoti, di volontari: «Ci hanno lanciato addosso i black block. E poi ci hanno attaccato con i lacrimogeni. Dal basso. Dall’alto. Da tutte le parti. Noi eravamo al centro del corteo. E loro, i poliziotti, hanno fatto di tutto per non farci arrivare in piazza Giacomo Ferraris: ora non ho alcun dubbio. L’ho visto con i miei occhi. Sono stati proprio i poliziotti a permettere che i cosiddetti anarchici devastassero tutto. Potevano fermarli tranquillamente. È assurdo. Ci hanno trattato come bestie. A noi che eravamo a mani nude, mentre i “neri” continuavano indisturbati a spaccare tutto». Margherita Ciervo – ecologista non violenta, portavoce del GSF pugliese – piange come una bambina. Appare sconvolto anche don Angelo Cassano, parroco della chiesa San Giovanni Bosco al quartiere San Paolo di Bari. «Sono angosciato. Ci hanno riempiti di botte e lacrimogeni. Prima e dopo la manifestazione. Eravamo attaccati da tutte le parti. Dai black block e dai poliziotti». Don Angelo non ha dubbi: «I poliziotti volevano solo menare. E si sono serviti abilmente degli anarchici». Boccardi annota: «Doveva essere ed in parte è stata una manifestazione pacifica. Organizzata perfettamente solo in prima linea: quel corteo doveva essere controllato anche in coda. Ma ciononostante è arrivato a destinazione. Sul palco di piazza Ferraris si sono alternati i leader internazionali del movimento no-global. “Una vittoria” l’hanno definita tutti, ma – va detto – una vittoria amara, pagata col sangue di Carlo Giuliani e con le ferite di tanti giovani, venuti a Genova, forse un po’ ingenuamente, solo per protestare pacificamente».

Solo dopo settimane verranno alla luce le altre violenze compiute dalla polizia nei confronti dei manifestanti, il sangue versato nella scuola Diaz: le forze dell’ordine della democratica Italia, a Genova, hanno mostrato un altro volto. Era il luglio di ventuno anni fa.

La Movida è diventata il pericolo pubblico numero uno. Ordinanze per vietare gli alcolici, chiudere i locali o multare i ragazzi. Da Nord a Sud l’obiettivo è evitare che la socialità serale si concentri in aree ristrette, cercando di gestire il fenomeno. Ecco come. Massimiliano Salvo su L'Espresso il 5 Settembre 2022.

A Genova ha vinto la linea dura: in tutta la città, da quest’estate, è vietato passeggiare con una birra in mano dopo mezzanotte. Si può bere solo nei locali o nei dehors, per chi sgarra 500 euro di multa. Nel centro di Trieste la musica va spenta alle 22,30 in settimana e alle 23,30 nei weekend, salvo deroghe, mentre l’alcol d’asporto è illegale dalle 22; a Cervia e Milano Marittima, nella riviera romagnola, addirittura dalle 21.

Francesca Galici per ilgiornale.it il 23 agosto 2022.

Emis Killa, col suo tweet, ha toccato un nervo scoperto della sinistra italiana. Il rapper, infatti, ha denunciato sui social quella che lui ha percepito come una mancanza di percezione di sicurezza a Riccione, una delle località balneari più frequentate dai giovani nel nostro Paese. 

Emis Killa ha paragonato Riccione a Marsiglia, una delle grandi metropoli francesi che negli ultimi anni ha mostrato più casi di disordine urbano a causa delle ben note problematiche delle banlieue, da dove provengono gran parte delle baby gang e dei delinquenti che terrorizzano i cittadini e i turisti.

"Riccione è diventata Marsiglia comunque. Una volta i giovani andavano lì a divertirsi, le famiglie anche. Ora dopo le 18:00 se sei un bravo ragazzo devi avere paura a farti una passeggiata sul lungomare. Le manganellate nelle ginocchia ci vogliono", ha scritto Emis Killa. Non è chiaro a cosa si riferisca il rapper, che non ha fatto nessun esempio concreto. 

Tuttavia, nelle città italiani, si verificano sempre più spesso situazioni al limite, che non si concretizzano nel reato ma danno la misura di una situazione sfuggita di mano proprio per la percezione di mancanza di controllo e di gestione del territorio. "Ha ragione Emis Killa", ha scritto sul suo profilo social Matteo Salvini. Il leader della Lega ha sottolineato come "il problema sicurezza nelle città è ormai dilagante e fuori controllo".

Di diverso avviso Simona Ventura, che da sempre trascorre parte delle sue vacanze a Riccione e che da qualche anno ha scelto questa cittadina, insieme al suo compagno, per un evento culturale estivo. "Caro Emis Killa, io la penso diversamente da te... Invece di lanciare invettive, cosa proponi? Viva la Romagna". C'è da dire che, comunque, che quella di Emis Killa non è stata né un'invettiva e nemmeno un attacco all'amministrazione. 

Ma Simona Ventura, nel suo messaggio, chiede a Emis Killa di fare proposte. Per cosa? Il sindaco di Riccione, Daniela Angelini, non ha apprezzato le parole del rapper e ha minacciato querela per diffamazione: "Sono indignata dalle parole di Emis Killa. Le respingo con forza e le ritengo frutto di assoluta malafede, ha raccontato una Riccione che non esiste".

Quindi, ha aggiunto: "A tutela dell'onorabilità della città che rappresento, dei nostri operatori, dei cittadini e degli ospiti stessi che amano Riccione, i nostri legali sono già al lavoro per procedere con le opportune azioni giudiziali, volte a punire questa gratuita diffamazione e a ottenere il risarcimento del danno d'immagine conseguente". Il primo cittadino di Riccione, eletto a giugno con una lista sostenuta da Pd e M5s, ha minacciato querela anche per "esponenti politici nazionali che per meri scopi elettorali intendono cavalcare questa azione denigratoria". 

"Dire che Riccione non è sicura è dire una cosa oggettiva". Facchinetti a gamba tesa. Dopo Emis Killa anche Francesco Facchinetti sottolinea la mancanza di sicurezza di Riccione: "Sostenere l’opposto è una grande bugia". Francesca Galici il 28 Agosto 2022 su Il Giornale.

Qualche giorno fa era stato Emis Killa ad accendere la polemica su Riccione, sostenendo che la cittadina "è diventata Marsiglia". Secondo il rapper "'na volta i giovani andavamo li a divertirsi, le famiglie anche. Ora dopo le 18.00 se sei un bravo ragazzo devi avere paura a farti una passeggiata sul lungomare. Le manganellate nelle ginocchia ci vogliono". L'appunto del rapper, rilanciato anche da Matteo Salvini, è stato accolto con rabbia dal sindaco del Pd di Riccione, Daniela Angelini, che si è detta "indignata dalle parole di Emis Killa. Le respingo con forza e le ritengo frutto di assoluta malafede". Il sindaco ha anche annunciato che "i nostri legali sono già al lavoro per procedere con le opportune azioni giudiziali, volte a punire questa gratuita diffamazione e a ottenere il risarcimento del danno d'immagine conseguente". Ma sullo stesso tema si è espresso anche Francesco Facchinetti nelle ultime ore, sulla stessa falsariga di Emis Killa.

"Se dico che Riccione non è più un paese sicuro e io con i miei figli non ci vado perché ho paura, non dico una bugia ma una cosa oggettiva", ha dichiarato Francesco Facchinetti su un video condiviso su TikTok. Quella dell'imprenditore sembra quasi una replica alle parole del sindaco che, in risposta a Emis Killa, ha detto che il rapper ha "ha raccontato una Riccione che non esiste" e che chi parla male della cittadina è in malafede. Facchinetti appare piuttosto arrabbiato nel suo video, che è quasi uno sfogo sul degrado in cui è scivolato il nostro Paese negli ultimi anni. "Dire che Riccione non è sicura è dire una cosa oggettiva e sostenere l’opposto è una grande bugia", ha proseguito Facchinetti. Il figlio del cantante dei Pooh non è entrato nello specifico del suo sfogo, ma le sue parole sembrano frutto di una profonda conoscenza di quel territorio: "Ho letto un sacco di commenti, ci sono persone che ritengono che solamente alcune zone di Riccione non sarebbero sicure. Col cavolo! Riccione non è più quella di una volta, che faceva concorrenza a Ibiza, ora non è neppure un’unghia di Ibiza".

Parole molto dure, forse addirittura più dure rispetto a quelle di Emis Killa. Facchinetti ricorda quando Riccione era il "quartier generale" di Claudio Cecchetto: "La Riccione di Cecchetto non esiste più spero possa ritornare agli antichi fasti insieme a Claudio, che so che sta lavorando per questo obiettivo e rimettere la grande Riccione e spero che ritorni la grande Riccione. Ma, se un posto non è sicuro, non è sicuro".

Giuseppe Baldessarro Rosario Di Raimondo per “la Repubblica” il 12 novembre 2022.

Frasi e comportamenti di un gruppo spietato nelle carte sul pestaggio a Crotone. Una madre e la figlia 17enne chiesero aiuto a un amico per punire un uomo che sul web insidiò la minorenne. I tre sono stati arrestati. Davide è stato ridotto in coma per uno scambio di persona. I giudici scagionano chi lo mandò al massacro con un messaggio: "Un codardo” 

Perché il pestaggio di Davide Ferrerio, il ventenne bolognese in coma dopo essere stato picchiato a Crotone lo scorso 11 agosto, è stato una spedizione punitiva che ha visto la collaborazione di tante persone. Fra cui due donne: la 41 enne Anna Perugino, ora in carcere, e la figlia 17 enne, finita in una casa famiglia. 

Sono accusate di concorso anomalo in tentato omicidio. Dietro le sbarre c'è già Nicolò Passalacqua, 22 anni, colui che colpì selvaggiamente Davide, forse usando anche un tirapugni. E dalle carte spunta anche un quarto indagato, per il quale non sono state disposte misure cautelari. 

"Ho visto la scena ed è caduto come un salame... Però che bel cazzotto": scrisse proprio così la ragazzina al picchiatore dopo quella terrificante sera d'agosto, al termine di una spedizione punitiva organizzata dalla madre. Una donna "infima" , scrive il gip di Crotone Michele Ciociola nella sua ordinanza.

Un passo indietro per ricostruire la vicenda. La ragazzina, alcuni mesi prima del dramma, viene contattata in chat da uno sconosciuto di 31 anni. Sua madre, nel tentativo di capire chi fosse quell'uomo, spinge la figlia a fissare un incontro. Che avviene l'11 agosto.  

"Aveva detto che gli avrebbe rotto la testa a questo", racconta un testimone. Quella sera Anna Perugino fa in modo che ci sia pure Nicolò (invaghito della ragazza). E succede l'impensabile: il 31enne arriva, viene affrontato dalla Perugino, si difende dicendo che sta solo aspettando il bus e si allontana. Sale in macchina e mente: alla ragazza dice di indossare una camicia bianca.

Il branco legge il messaggio, Passalacqua vede l'incolpevole Davide, che indossa un indumento di quel colore. Lo insegue e lo riduce in fin di vita. "Te l'avevo detto, non lo fare venire", dice la figlia, intercettata, alla madre, nelle ore successive all'aggressione, riferendosi a Nicolò. 

"Ma cosa ne sapevo io", la risposta. Anche Nicolò racconterà del momento in cui ha rincorso Davide: "Quando è scappato ho detto: Allora è lui! E gli sono andato dietro". 

Le due donne, in queste settimane, hanno persino contattato sui social il fratello di Davide, Alessandro. Con frasi come: "Smettila di andare in tv, noi non c'entriamo nulla". Lo conferma Fabrizio Gallo, uno degli avvocati della famiglia Ferrerio. Da parte di quel gruppo, dice, "non c'è stato un minimo di pietà". 

Nei giorni scorsi la mamma della vittima, Giuseppina Orlando, assistita da Gabriele Bordoni, aveva scritto al ministro della Giustizia Nordio per chiedere di allargare l'indagine. Per i magistrati, al di là del comportamento "codardo" del 31 enne, non ci sono responsabilità penali a suo carico. "Non ho mai visto Ferrerio", si è difeso lui. I fatti non contesterebbero questa versione. 

La mamma di Davide: "Noi stiamo morendo come famiglia"

Giusy, la mamma di Davide, non si dà pace. "Io so soltanto che il vero obiettivo della tragedia si è salvato puntando il dito contro mio figlio. È una cosa assurda, inspiegabile, straziante. Mio figlio è in coma, in stato vegetativo e non si sveglierà più. So soltanto questo. Noi stiamo morendo come famiglia".

Davide in coma dopo l'aggressione. Arrestate madre e figlia come mandanti. Indicarono il 20enne al picchiatore. Ma era uno scambio di persona. Stefano Vladovich il 12 Novembre 2022 su Il Giornale.

Arrestate madre e figlia per tentato omicidio in concorso. Dopo l'arresto di Nicolò Passalacqua, 22 anni, autore del pestaggio a sangue di Davide Ferrerio, il 20enne bolognese in vacanza a Crotone e scambiato per un altro, in carcere come mandanti della spedizione punitiva una 41enne, A.P., e sua figlia di 17 anni, M.A. Svolta nelle indagini sulla drammatica vicenda del ragazzo bolognese, figlio del vice procuratore onorario di Bologna, Giuseppina Orlando, originaria di Crotone, preso a calci e pugni la sera dell'11 agosto davanti al Tribunale cittadino.

Una storia assurda, zeppa di drammatiche coincidenze quella del tifoso rossoblù che aspetta un amico e si vede piombare su di lui come una furia Passalacqua. E tutto per una camicia che il ragazzo indossava, come quella del vero obiettivo del raid, un uomo di 31 anni che aveva adescato la 17enne su Instagram. A organizzare tutto la madre della ragazza, coinvolgendo anche un amico della figlia, Passalacqua. I tre arrivano all'appuntamento con il 31enne ma quando questo viene fermato nega di esser lui la persona che stanno cercando. Una volta al sicuro, invia un messaggio di sfottò alla ragazza. «Porto una camicia bianca». In strada c'è Davide che per sua disgrazia indossa proprio un indumento uguale a quello del molestatore. Nicolò non ci pensa un attimo, lo colpisce prima con due pugni in faccia, poi con un calcio allo sterno fino a quando stramazza a terra. Batte la testa Davide, ed entra subito in coma. Mentre lui è agonizzante gli aggressori sono ormai lontani ma le immagini delle telecamere congelano per sempre la scena fissando sui frame i loro volti.

La squadra mobile ci mette poco per individuare l'autore materiale del pestaggio, mentre Davide viene ricoverato prima nel vicino ospedale, poi trasferito d'urgenza nel reparto Rianimazione all'ospedale Maggiore di Bologna dove lotta tra la vita e la morte da tre mesi. Le due donne, in un primo momento, sono accusate solo di favoreggiamento e lasciate in libertà.

La polizia stringe il cerchio sui tre dopo le dichiarazioni dei testimoni, le intercettazioni telefoniche e ambientali, le perizie sui cellulari sequestrati agli indagati e l'analisi delle immagini del sistema di videocamere installate nel territorio. Respinti dal gip, invece, gli indizi raccolti su un'altra persona presente al pestaggio ma che non ne avrebbe fatto parte. «È doveroso segnalare - si legge su una nota della questura di Crotone - che la persona a bordo del ciclomotore più volte indicata sulla stampa come il soggetto che avrebbe provocato l'aggressione, è totalmente estranea alla vicenda, trattandosi di un soggetto che casualmente in quei momenti transitava nei pressi del Palazzo di Giustizia di Crotone, al pari di altri utenti della strada».

A firmare le due ordinanze di custodia cautelare il gip della Procura di Crotone e quello del Tribunale dei minori di Catanzaro. La mamma di Davide ha scritto al neo ministro della Giustizia, Carlo Nordico, per chiedere di indagare anche il 31enne che la 17enne aveva conosciuto in chat, con l'accusa di adescamento di minore. Domenica scorsa il Bologna calcio è sceso in campo con la scritta «Forza Davide» sulla maglia. SteVla

Biagio Chiariello per fanpage.it il 24 agosto 2022.

Davide Ferrerio è stato vittima di uno scambio di persona. È il risultato al quale è giunta la squadra mobile di Crotone, che ha ricostruito la dinamica dei fatti accaduti giovedì 11 agosto quando il 20enne di Bologna è stato selvaggiamente aggredito nel centro del comune calabrese, entrando poi in coma. Le forze dell'ordine hanno arrestato il presunto autore del gesto, Nicolò Passalacqua, 22enne senza fissa dimora.

Per la procura calabrese Davide è stato vittima di una spedizione punitiva che aveva come obiettivo un altro uomo, un 31enne che aveva dato appuntamento a una minorenne: la famiglia e i conoscenti di lei, tra cui Passalacqua, erano andati all'appuntamento con la giovanissima.

Quest'ultima aveva chattato per un periodo con l'uomo – che aveva comunque tenuto toni moderati e non aveva fatto riferimenti sessuali espliciti –  ma alla fine aveva chiesto di poter incontrare la minore. La giovane, spaventata si era rivolta alla madre che aveva suggerito di fissare un appuntamento con lo sconosciuto nei pressi del Palazzo di Giustizia alle 21 di giovedì sera.

Stando a quanto accertato, il 31enne avrebbe intuito il pericolo e, sentendosi braccato, ha scritto sui social alla ragazza di indossare una maglietta bianca, ma non era vero, per sviare i sospetti. Maglietta bianca che però indossava Davide Ferrerio. La minorenne ha così indicato lui ai suoi parenti. Dai video si vede che Passalacqua avvicina il 20enne per chiedergli chiarimenti:  ravvisando il pericolo, Davide ha cominciato ad allontanarsi e scappare.

Una volta raggiunto, Passalacqua lo ha colpito con una ginocchiata allo sterno e due pugni in testa. Ferrario ora si trova nella sua Bologna ricoverato in coma farmacologico.

Picchiato e mandato in coma a Crotone, il padre di Davide: "Per salvarlo ci vuole un miracolo". Redazione Tgcom24 il 26 agosto 2022. 

Non sembrano migliorare le condizioni di  Davide Ferrerio, il 22enne che, in vacanza dai parenti a Crotone, è stato ridotto in fin di vita per uno scambio di persone dopo un'aggressione in strada, per cui le indagini della Procura della Repubblica, svolte dalla Squadra mobile di Crotone, hanno portato all'arresto del 31enne  Nicolò Passalacqua. Davide è ora ricoverato, in coma, all'ospedale di Bologna e il padre Massimiliano conferma che non ci sono miglioramenti: "Davide è ancora pieno di tubi con gli occhi chiusi - ha detto a "Morning News" - un chirurgo ci ha contattato per vedere se ci sono possibilità di intervenire, ma spero che dal cielo abbiano pietà di un ragazzo innocente".

Il padre del ragazzo non riesce a darsi pace per la brutale aggressione ricevuta dal figlio: "Non riesco a capacitarmi di quanto avvenuto - ha detto - il fatto che si tratti di uno scambio di persone mi fa inc... ancora di più. Quello che ha fatto questo criminale è fuori dalla grazia di Dio".

Davide Ferrerio e l’aggressione a Crotone: picchiato e in fin di vita per uno scambio di persona. Carlo Macrì, inviato a Crotone su Il Corriere della Sera su il 25 Agosto 2022

Davide Ferrerio, 20 anni, calabrese residente a Bologna, è stato selvaggiamente picchiato e ridotto in fin di vita da un balordo di 22 anni che neanche conosceva. La madre: «Neanche in un film»

La sua colpa? Essere scambiato per un rivale in amore. È per questo assurdo motivo che la sera del 13 agosto scorso, a Crotone, Davide Ferrerio, 20 anni, crotonese residente a Bologna, è stato selvaggiamente picchiato e ridotto in fin di vita da un balordo di 22 anni, Nicolò Passalacqua, residente a Colleferro (Roma), arrestato dalla polizia con l’accusa di tentato omicidio. Una persona che Davide non ha mai conosciuto. Il peccato di Davide, tifosissimo del Bologna, è stato quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Le telecamere della zona dell’aggressione hanno registrato tutte le fasi del pestaggio e, soprattutto, i momenti precedenti l’aggressione. «Neanche la sceneggiatura di un film da Oscar sarebbe stata così inverosimile, come la storia di mio figlio — dice Giusy Orlando, mamma di Davide —. Per quello che ha fatto, deve trascorrere i suoi giorni in carcere».

La trappola per l’adescatore della minorenne

Quella sera Davide era uscito da casa della nonna per incontrare un amico con cui andare a mangiare la pizza. Indossava un pantalone beige e una camicia bianca. Nell’attesa si era messo a passeggiare sul marciapiede davanti al Palazzo di Giustizia. Dall’altra parte della strada un gruppetto di persone, composto da una ragazza di 17 anni, la madre, il compagno di quest’ultima, il figlio della coppia e lo stesso Passalacqua. Il gruppetto era lì perché aspettava di individuare l’uomo che, attraverso Instagram e utilizzando un nick falso, aveva dato appuntamento proprio in quella zona alla 17enne, di cui, però, si era invaghito Passalacqua. Ecco perché la sua presenza sul posto. I componenti della comitiva a un certo punto hanno notato davanti a loro una persona che indossava una maglietta azzurra e hanno pensato potesse essere l’uomo che aveva adescato la 17enne. Nicolò Passalacqua gli è andato incontro chiedendogli se fosse lui la persona che aveva chiesto di incontrare la ragazza. L’uomo ha negato. Ed è andato via.

Lo scambio di persona e l’aggressione

Qualche minuto dopo la 17enne ha ricevuto sul suo profilo Instagram un messaggio in cui lo sconosciuto le faceva sapere di essere arrivato e di indossare una camicia bianca. Il gruppetto — come si vede dalle immagini delle telecamere — guardandosi intorno ha notato la presenza di un ragazzo con la camicia bianca. Quel ragazzo era Davide, che ancora attendeva per strada il suo amico. Passalacqua ha attraversato la strada e gli è andato incontro, con modi intimidatori, chiedendogli se fosse l’uomo dell’appuntamento. Davide ha cercato di fargli capire che c’era un errore di persona e, nel contempo, impaurito dal tono della voce del Passalacqua, ha cercato di allontanarsi con passo veloce, tentando di raggiungere l’abitazione della nonna. Passalacqua l’ha inseguito e dopo averlo raggiunto, gli ha sferrato un primo colpo con il ginocchio allo sterno, poi due pugni alla testa.

La caduta e il colpo alla nuca

Davide è caduto a terra stordito, sbattendo pesantemente la nuca sull’asfalto. Le sue condizioni sono apparse subito gravissime. Ricoverato all’ospedale di Catanzaro, da qualche giorno è stato trasferito a Bologna, in un centro specializzato.

Massacrato per uno scambio di persona: spunta il video choc. Davide, 20 anni, è stato massacrato di botte per uno scambio di persona. In un video choc si vede il ragazzo che viene inseguito e picchiato a calci e pugni, per poi essere lasciato tramortito per terra. Valentina Dardari il 26 Agosto 2022 su Il Giornale.

Davide Ferrerio è stato massacrato di botte per uno scambio di persona, come si vede in un video in cui sono ripresi i momenti precedenti all’aggressione. Il 20enne di Bologna, che ora si trova in coma e sta lottando tra la vita e la morte, si trovava in vacanza da alcuni parenti a Crotone quando è stato aggredito per sbaglio. È infatti spuntato un video in cui si vede chiaramente il ragazzo, con indosso una camicia bianca, aspettare un amico per andare a cena in pizzeria. Improvvisamente però ecco avvicinarsi una persona che prima gli parla e poi, quando il 20enne tenta di scappare, lo insegue per poi picchiarlo con una ginocchiata allo sterno.

Il video dell'aggressione

In seguito alle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica, e svolte dalla Squadra Mobile di Crotone, è stato arrestato Nicolò Passalacqua, identificato come l’autore dell’aggressione. Gli investigatori hanno infatti concentrato la loro attenzione sull'analisi delle immagini che sono state acquisite dalle telecamere di videosorveglianza presenti nell’area dove è avvenuto il pestaggio, e sull'analisi degli apparati cellulari delle persone coinvolte, oltre che sugli interrogatori di tutti i soggetti, anche coloro che sono risultati coinvolti solo in modo marginale.

"Ginocchiata allo sterno e pugni". Il pestaggio ripreso dalle telecamere

Da quanto emerso, Davide non conosceva colui che lo ha ridotto in fin di vita in un letto d’ospedale. Sembra infatti che Passalacqua stesse cercando un uomo che, attraverso i social, aveva dato un appuntamento a una sua amica minorenne, una giovane di 17 anni. A mettere in mezzo Ferrerio sarebbe stato il terzo soggetto, 31 anni, che ha usato il 20enne bolognese per cercare di distogliere le attenzioni del gruppo che lo stava cercando, in cui vi era anche Passalacqua. Avrebbe detto alla ragazza minorenne con cui stava chattando online che indossava una camicia bianca, portata invece dal 20enne.

Davide ha cercato di scappare

Nel filmato registrato dalle telecamere si vedono tutte le fasi precedenti al pestaggio e parte di questo. Si vede Nicolò Passalacqua andare verso Ferrerio con aria minacciosa, il ragazzo che prima tenta di spiegargli che ha sbagliato persona e poi, visto il pericolo, che cerca di fuggire ma viene raggiunto e picchiato violentemente. Con Passalacqua c’erano anche la minorenne, la madre della ragazza, il compagno della donna e il figlio della coppia. Il giovane bolognese è stato soccorso e trasportato prima all’ospedale di Catanzaro, per poi essere trasferito a Bologna, in un centro specializzato, a causa delle sue gravissime condizioni.

La ricostruzione della brutale aggressione di Crotone. Davide Ferrerio pestato e ridotto in fin di vita, dietro l’aggressione uno scambio di persona: ‘colpa’ di un corteggiamento su Instagram. Redazione su Il Riformista il 24 Agosto 2022 

Davide Ferrerio, il ragazzo 20enne di Bologna massacrato di botte e ridotto in fin di vita al termine di una brutale aggressione avvenuta a Crotone lo scorso 11 agosto, è rimasto vittima di uno scambio di persona. A scoprirlo nell’ambito delle indagini avviate dopo l’aggressione è stata la squadra mobile di Crotone, che per quel violento pestaggio ha tratto in arresto il 22enne Nicolò Passalacqua.

Ferrerio, trasferito nei giorni scorsi dalla Calabria all’ospedale Maggiore di Bologna con un aereo militare, è ancora in gravi condizioni e resta ricoverato in coma farmacologico a causa della emorragia cerebrale causata dal pestaggio.

Una violenza selvaggia nata da un equivoco, che nulla ovviamente toglie alla gravità dei fatti. Grazie a ore trascorse a visionare telecamere di videosorveglianza, tabulati, messaggi e chat social, il quadro per gli investigatori si è fatto chiaro: Ferrario è stato brutalmente picchiato perché vittima di uno scambio di persona.

Nicolò Passalacqua lo aveva infatti identificato come il 31enne che tramite un falso account Instagram aveva corteggiato una sua amica minorenne, che si era rivolta al 22enne in cerca di aiuto.

Davide Ferrerio, di fatto, è stato messo in mezzo dal terzo soggetto che ha utilizzato il giovane bolognese per distogliere le attenzioni del gruppo nel quale si trovava Passalacqua, 22enne di Colleferro (Roma). attualmente in carcere con l’accusa di tentato omicidio.

Come scrive l’Ansa, che ricostruire i momenti drammatici di quell’11 agosto, mentre Ferrerio era nei pressi del Palazzo di Giustizia di Crotone in attesa di un amico, Passalacqua era non lontano assieme a due sue parenti, alla ragazza minorenne, alla madre di quest’ultima, al di lei compagno e a un altro figlio della coppia.

L’obiettivo di Passalacqua e della madre della 17enne era quello di scoprire l’identità del ‘corteggiatore’ online e su indicazione della madre avevano fissato appuntamento nei pressi del Palazzo di Giustizia alle 21. Qui il 31enne aveva negato d’essere in attesa della ragazza: mentre si allontanava dall’area, sempre via Instagram scrive alla 17enne di essere arrivato a di indossare una camicia bianca, mentre in realtà aveva addosso una maglietta azzurra.

Qui dunque è avvenuto lo scambio di persona: leggendo ad alta voce il messaggio, Passalacqua individua in Davide Ferrerio, che indossava proprio una camicia bianca, il ‘corteggiatore’ di Instagram. Al 22enne che gli si avvicina per chiedere conferma, il giovane bolognese nega tutto e si allontana impaurito, prima camminando velocemente e poi correndo in direzione della casa della nonna di cui era ospite. Una reazione che spinge Passalacqua a inseguirlo nella convinzione che fosse lui l’uomo di Instagram, con l’aggressione brutale a suon di pugni che ha provocato le gravi ferite al ragazzo di Bologna.

Mara Rodella per il “Corriere della Sera” il 17 agosto 2022.

La cena in famiglia la sera di Ferragosto, il bagno nella piccola piscina allestita per i bambini e un altro bambino, vicino di casa di un anno e dieci mesi, che a una trentina di metri scarsi, pochi minuti prima delle undici, viene colpito da un proiettile vagante mentre dalla finestra di casa, una palazzina isolata, al primo piano, si affaccia con mamma e papà attirati proprio da quei «rumori» che, come tanti vicini, in prima battuta pensano essere fuochi d'artificio, o petardi. E invece no. Sono gli spari esplosi «per gioco» da una guardia giurata di 46 anni (fuori servizio) di casa a Corte Franca, lungo la provinciale che attraversando la Franciacorta arriva alla sponda del lago d'Iseo.

Non è da solo, però. Stando a una prima ricostruzione degli inquirenti il metronotte esce in strada con un amico di 31 anni e un ragazzo di appena 19, fidanzato della figlia della compagna. «Dai, proviamo le armi» avrebbe detto loro: lui che impugna la pistola d'ordinanza, gli altri un fucile a testa, tutti regolarmente denunciati. E finiti sotto sequestro. 

Inizia il «tiro a segno», pericolosissimo: contro i cartelli stradali (uno indica il nome della via, l'altro la direzione di marcia) a un'altezza di due metri come bersaglio. Ieri sono stati sequestrati anche quelli, dai carabinieri: riportano tredici fori. Crivellato di colpi anche il palo della luce a fianco, ma non è detto della stessa matrice. In tutto sarebbe stata esplosa circa una ventina di colpi: uno, di pistola, colpisce il piccolo al torace.

«Era affacciato alla finestra, a un certo punto è arrivato lo sparo e lo ha preso al petto» racconta il cuginetto minorenne il giorno dopo. «L'hai ammazzato, hai ucciso mio figlio» urla invece il padre del bimbo ore prima correndo verso la casa del vigilante mentre sua moglie, disperata, lo stringe tra le braccia. Miracolosamente, il proiettile non ha ferito alcun organo vitale: sottoposto d'urgenza a un delicato intervento chirurgico all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il bimbo si è svegliato e respira da solo. Potrebbe essere fuori pericolo.

La guardia, invece, è indagata per lesioni colpose gravissime. Fino a sera il 46enne è stato interrogato dagli investigatori nel tentativo di ricostruire la dinamica della vicenda, così come le altre due persone coinvolte, che potrebbero rispondere di porto illegale di arma da fuoco. Le posizioni sono al vaglio. Sembra peraltro che i racconti resi a caldo dai protagonisti agli inquirenti non siano stati, almeno inizialmente, concordanti: in prima battuta avrebbero riferito «solo» di un paio di colpi in aria. Ma i bossoli non si trovavano. Certo più di due, sembra che, forse spaventata, a «nasconderli» sia stata la moglie del 46enne, in soffitta, dove gli investigatori - che più volte sono tornati a Corte Franca - li hanno poi recuperati e repertati. 

Per ore le persone coinvolte sono state ascoltate in caserma. Sconvolti i vicini di casa, pur sollevati dalle buone notizie arrivate ieri dall'ospedale di Bergamo sulle condizioni del bimbo. «Ma si rendono conto di quello che fanno o no? Non è possibile» sbotta uno.

C'è anche chi dice non sia la prima volta, che il 46enne spara in aria, magari di notte: a pochi metri dalla soglia della sua villetta c'è uno dei parcheggi di una grande discoteca, che sorge poco lontano, «una notte i ragazzi facevano baccano e lui, esasperato, è uscito e ha sparato» racconta un residente della zona. E non sarebbe l'unico episodio. «È una persona tranquilla, mica uno scalmanato» assicura la suocera: «Dormivo già la sera di Ferragosto a quell'ora. Non so cosa sia successo»

L’ex ministro Pagliarini derubato a Milano: «Avevo localizzato il pc ma la polizia mi ha detto di andarci io». Redazione Milano su Il Corriere della Sera l'1 agosto 2022.

«Sono tornato a casa mia a Milano per la dichiarazione dei redditi, sono sceso dall’auto e ho aperto il portone di casa, quando sono tornato i miei averi erano spariti». L’ex ministro leghista Giancarlo Pagliarini, in passato anche senatore e assessore del Comune di Milano racconta la sua disavventura. Il furto. La denuncia. La localizzazione via gps di uno dei dispositivi elettronici spariti. La richiesta alla polizia. E la risposta spiazzante: «Mi hanno detto di non poterci fare nulla e che sarei dovuto andare io e che, una volta individuato l’indirizzo preciso, avrei dovuto chiamare nuovamente il 112».

Pagliarini racconta all’Ansa di essere stato derubato alcuni giorni fa, al ritorno dalla Liguria, dove si è trasferito dopo la morte della moglie Sonia. In quel momento di disattenzione, dall’auto spariscono due borse con documenti e tre pc. Si presenta quindi in un commissariato di Polizia a sporgere denuncia. Una volta fuori, attraverso lo smartphone riesce però a localizzare uno dei portatili rubati tramite app. Quando lo comunica agli agenti ottiene l’inattesa risposta. Così l’ex esponente leghista segue l’indicazione e, intorno alle 23, raggiunge una zona periferica della città guidato dal segnale gps. Richiama il 112, arrivano questa volta i carabinieri «ma purtroppo a quel punto i ladri avevano già spento i dispositivi». «Sono rimasto davvero stupito della reazione alla prima chiamata — conclude Pagliarini —, mandare me invece di andarci loro, sinceramente, lo trovo inaccettabile».

Dalla questura spiegano che la presenza della vittima di furto sul luogo in cui l’app di tracciamento segnala la presenza del device è fondamentale. Serve a verificare che l’indirizzo in cui si procede sia quello giusto (la localizzazione in genere ha un certo margine d’errore), ed è indispensabile per riuscire a individuare con precisione l’oggetto grazie, ad esempio, ad alcune funzionalità pensate appositamente come quella che permette di far suonare a distanza il telefono o il pc. Per questo la procedura in questi casi prevede che il diretto interessato chiami il 112 una volta sul posto e attenda là l’arrivo di agenti o carabinieri.

Estratto dell’articolo di Giampiero Valenza per “il Messaggero” il 12 agosto 2022.

Tre turisti vengono a Roma in vacanza. Uno di loro, intorno alle 9, parcheggia l'auto su lungotevere dei Cenci per iniziare, di buon'ora, una visita della città. A mezzogiorno ritornano lì e la trovano con uno dei finestrini rotti. Una banda di ladri aveva ripulito poco prima la Toyota di tutto quello che di prezioso hanno potuto trovare dentro: tre zaini, due Macbook, documenti e borsette. Proprio grazie al rilevamento satellitare degli apparati elettronici, hanno scoperto il covo dei malviventi: il campo nomadi di via Candoni, alla Magliana.

«Le forze dell'ordine ci hanno detto che purtroppo non sono potute entrare nel campo per motivi di ordine pubblico», hanno commentato i visitatori. […] Il campo rom di via Candoni, alla Magliana […] è di quindicimila metri quadrati di terreno, un centinaio di container, circa 800 persone, 200 minorenni, che vivono in baracche fatiscenti, in scacco delle continue faide interne tra famiglie di diverse etnie. […] Qualche settimana fa una squadra straniera di cricket è stata derubata di tutte le loro mazze proprio a pochi passi da via Candoni. «C'è chi per loro si è recato al campo e, dietro un compenso di denaro, pare sia riuscito a riottenere l'attrezzatura sportiva» […]  

Estratto dell'articolo di Giuseppe Scarpa per “la Repubblica – Edizione Roma” il 19 agosto 2022.

Due mesi e venti giorni di reclusione per aver rubato un euro dalla Fontana di Trevi. Per questo è stato condannato un uomo di 64 anni. Senza, però, finire in carcere. La prescrizione, in Appello, ha evitato che la sentenza diventasse definitiva. [...]

Tutto ha inizio quando i vigili urbani scoprono il 64enne con un'asta telescopica con in cima montata una calamita. [...] È il sedici giugno del 2011. Ad osservarlo ci sono anche i caschi bianchi. Il 64enne sonda Fontana di Trevi a caccia di monetine fino a quando con il magnete non ne afferra una. La polizia municipale, a questo punto, si avvicina all'uomo e gli sequestra tutto, [...]

Gli agenti inviano gli atti in procura per la sorpresa del ladro, che pensava di cavarsela con una multa. [...] 

L'accusa - dettagliata - viene spedita ai pm che si mettono subito al lavoro. Così si legge nel capo di imputazione: l'indagato « al fine di trarre profitto si impossessava di una moneta presente all'interno della Fontana di Trevi, di proprietà del comune di Roma ». 

L'accusa del sostituto procuratore è furto aggravato. [...] per il magistrato, che non ha dubbi. L'uomo merita una pena esemplare: due mesi e venti giorni di carcere. Questa la decisione.

Il legale del 64enne non ci sta. Chiede che venga celebrato il processo in secondo grado. Troppi 80 giorni di carcere per una sola monetina [...] Alla fine, in Appello, l'uomo riesce a cavarsela. È tutto prescritto, anche perché l'udienza viene fissata undici anni dopo il verdetto del tribunale. [...]

"Ho dovuto pagare il Comune per riavere lo scooter rubato": la denuncia di Cruciani. Il giornalista Giuseppe Cruciani ha subito il furto del motorino in zona Navigli. Oltre il danno la beffa: 250 euro da pagare al Comune di Milano: “È giusto pagare per riavere una cosa propria?” Massimo Balsamo su Il Giornale il 27 Luglio 2022.

Disavventura a lieto (ma costoso) fine per Giuseppe Cruciani. Il celebre giornalista, al timone del programma radiofonico “La Zanzara”, ha subito il furto dello scooter a Milano nella notte tra giovedì e venerdì. Fortunatamente, è tornato in possesso del suo mezzo a due ruote, ma non senza sborsare qualche soldo.

"L'allarme sicurezza a Milano è giustificato. Sala? Insensibile". La polizia sbugiarda il sindaco

“Abito vicino ai Navigli, una delle zone della movida milanese dove, mi dice la Polizia, nell’ultimo periodo sono aumentati a dismisura i furti dei motorini”, ha esordito Cruciani ripercorrendo l'accaduto. I malviventi hanno messo le mani anche sul suo scooter, e qui inizia ciò che il giornalista ha definito “incredibile”. Il suo mezzo, poi, è rimasto coinvolto in un incidente: “La collisione è avvenuta in via Solari, il ladro si è dileguato e il mio motorino è stato trasportato in un deposito dove vengono lasciati i veicoli rimossi”, le sue parole riportate dal Corriere.

Cruciani non è stato avvisato dalle autorità ed è riuscito a recuperare lo scooter solo dopo qualche giorno. Ma non è tutto. Ecco l’amara sorpresa: 250 euro da pagare per la rimozione (con tariffa notturna maggiorata), il trasporto e il deposito del mezzo. Un esborso destinato alle casse del Comune di Milano guidato da Beppe Sala. Oltre il danno la beffa, in poche parole.

Allarme violenza, la sinistra tace

“Mi chiedo se sia giusto che un cittadino debba essere costretto a pagare per tornare in possesso di una cosa di sua proprietà che gli è stata rubata”, la denuncia di Cruciani. Pur comprendendo l’aumento dei furti da parte dei malviventi e il periodo piuttosto delicato, il giornalista si è chiesto perché non esista un fondo che copra almeno questa tipologia di spese per i cittadini derubati. “Dove vanno le nostre tasse?”, ha aggiunto. Un messaggio destinato a Beppe Sala, forse poco attento dei problemi della città ma certamente impegnatissimo nella campagna elettorale in vista del voto del 25 settembre.

Assolto il gioielliere che uccise due rapinatori nel Napoletano. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 26 Ottobre 2022  

Fece fuoco a Ercolano contro i banditi che Il 7 ottobre 2015 cercarono di rubargli cinquemila euro appena prelevati

La prima sezione penale del Tribunale di Napoli, presidente Antonia Napolitano Tafuri ha assolto il gioielliere Giuseppe Castaldo che il 7 ottobre 2015 a Ercolano (Napoli) fece fuoco e uccise due rapinatori : Luigi Tedeschi e Bruno Petrone: il fatto non costituisce reato perché fu legittima difesa. 

La pistola era detenuta legalmente e i due erano armati. La Procura di Napoli, con il procuratore aggiunto Raffaello Falcone e il sostituto procuratore Ernesto Sassano, aveva chiesto l’archiviazione e, durante il dibattimento, l’assoluzione di Castaldo che è stata accolta con formula piena dai giudici.

Castaldo, difeso dall’avvocato Maurizio Capozzo era finito sotto processo per eccesso di legittima difesa, quel giorno, aveva appena prelevato 5 mila euro da un istituto di credito nei pressi degli Scavi di Ercolano quando le due vittime, in sella a uno scooter e armati di una pistola finta ma senza il tappo rosso di riconoscimento, gli ordinarono di consegnare il denaro. Castaldo tirò fuori la sua pistola e sparò mentre i malviventi lo tenevano sotto il tiro della loro.  Redazione CdG 1947

Si difende dai rapinatori: gli danno 12 anni di carcere. Valentina Jannacone su Culturaidentità.it il 22 Luglio 2022

Tu cosa faresti? Cosa faresti se entrando in casa, o nel tuo negozio, vedessi un tuo caro a terra, ferito, picchiato brutalmente e lì ci fossero ancora i delinquenti armati di pistola? Quali pensieri ti passerebbero per la testa? Nessuno potrebbe dirlo con certezza, sono attimi, impulsi istantanei: paura, rabbia, incredulità… qualcuno si bloccherebbe, altri reagirebbero. Non c’è una regola e chi non vi sia passato non può puntare il dito, affermare “la reazione è eccessiva, immotivata” o, al contrario, “inspiegabilmente nulla”.

Eppure, anche oggi, nonostante l’istituzione della Legge 36/2019 sulla Legittima Difesa, non c’è bilanciamento tra chi subisce e reagisce e chi compie il reato violento che ha portato ad una conseguenza talvolta tragica. Graziano Stacchio, Giovanni Petrali, Mario Cattaneo, Franco Birolo, sono solo alcuni degli innocenti cui si sia imposto il calvario di una giustizia che li rende criminali solo perché, temendo per sé e per i familiari, hanno agito. Figuriamoci se la vicenda risale al 2008, quando anche questa legge decisamente migliorabile non esisteva neppure.

È il caso di Guido Gianni, gioielliere di Nicolosi, che giungendo dal laboratorio vede la moglie Maria Angela a terra, trascinata per i capelli dietro il bancone, afferrata al collo e svenuta dopo essere stata colpita brutalmente dai 3 rapinatori armati che mettono in atto minacce di morte anche nei confronti di un cliente presente. Sono frazioni di secondo, un flash: non ci si può immaginare la pistola sia a salve, non c’era nemmeno il tappo rosso; non si può pensare “aspettiamo vadano via”; non si può sapere come si reagirà, se si resterà paralizzati dal terrore o la paura e la rabbia, il desiderio di proteggere chi si ama, sfocerà in qualcosa di diverso dall’inerzia che lo Stato prevede. Di Legittima Difesa, all’epoca, neppure si parlava. Sarà poi la Lega, con il contributo di Unione Nazionale Vittime, a lottare affinché la legge tenga in considerazione i diritti delle vittime: il diritto di difendersi da forme di attacco dirette. Ed allora l’uomo, disperato, probabilmente confuso e terrorizzato, afferra la pistola. Prova anche a sparare quattro colpi in aria, Gianni, quando i rumori e le grida fanno già intendere cosa stia accadendo. La scena che gli si para davanti uscendo dal laboratorio è troppo forte: i 3 aggressori, per nulla intimiditi dagli spari di avvertimento, diventano ancora più violenti, riprendono a picchiare la moglie sempre puntandole una pistola al petto e se la prendono anche con lui. Le lacrime scendono e l’istinto ha il sopravvento: i criminali, quelli veri, sono ancora nella piccola bottega quando partono due colpi fatali, involontari, frutto della colluttazione. È la firma sulla sua condanna: 12 anni e 4 mesi di carcere, 14 anni della propria vita cancellati ancor più da quella giustizia pronta a condannarlo, anziché proteggerlo dalla malvagità degli assalitori. Chissà fuori gli altri membri della malavita cosa avranno pensato? Di certo, Guido non ha meditato sul futuro, su ciò che sarebbe accaduto. Solo su sopravvivere e proteggere. Nessuno parla delle sue ferite, nemmeno quelle fisiche, mai refertate. Nel corso del processo, nelle varie sentenze non compaiono molti particolari: se non si fa cenno all’ingresso nell’attività di persone sconosciute, quando ancora le forze dell’ordine non era giunte sul posto, anche lo stato di turbamento e forte stress cui Giudo è stato sottoposto non compare nelle sentenze. Particolari che nella cronaca non fanno notizia, ma qualcosa dovrebbero pur valere nel corso del processo.

Guido è in carcere dal 28 maggio 2022. Dopo anni trascorsi tra tribunali, incertezza, dolore e continuo timore di quello che alla fine è stato: la vittima, nel nostro Paese, può divenire “carnefice” agli occhi di un Magistrato che interpreta pedissequamente una legge altrettanto limitata e rigida.

In questi mesi la moglie ha organizzato una petizione online per chiedere al Presidente della Repubblica la grazia  ed un sit-in sul lungomare di Catania cui hanno partecipato anche vari gruppi politici oltre al Sindaco del Comune di Gravina di Catania, Massimiliano Giammusso, con i componenti di Giunta.

Maria Angela, sono passati 14 anni dacché l’incubo ebbe inizio. A giugno la sentenza è stata confermata. Oggi Guido ha 62 anni. Nonostante la solidarietà di tante persone, il ripetere e ricordare gli accadimenti rivivendoli in tribunale, i giudici applicano pedissequamente una legge che non sembra tener conto di chi sia la vera vittima. In questi anni cosa è successo alla tua famiglia?

La nostra famiglia è stata rovinata. Abbiamo dovuto chiudere l’attività perché troppe erano le paure. Un calvario continuo di dispiaceri.

Cosa è successo al terzo assalitore ed ai membri della criminalità organizzata rimasti fuori dal negozio?

All’esterno della gioielleria erano presenti almeno altre tre persone facenti parte dello stesso commando, appartenenti ad una cosca mafiosa e arrestati qualche anno dopo, nel 2013, durante l’operazione “Squalo”. Del terzo malvivente, quello che era all’interno della gioielleria, non abbiamo notizie.

Nemmeno questa parvenza di giustizia è stata concessa: sapere di una condanna, possibilmente seria e rigorosa nei confronti di chi abbia rapinato, minacciato di morte, picchiato senza pietà, non sarebbe certo una consolazione, ma forse potrebbe ridare speranza in quella giustizia che pare invece aver abbandonato chi dovrebbe difendere.

Oltre alla richiesta di grazia, sta cercando almeno di far trasferire Guido dal carcere Ucciardone (Palermo) a Catania…

Ogni sabato partiamo alle 5 per andarlo a trovare. Purtroppo, le mie condizioni di salute non sono ottimali: lo stress della vicenda ha peggiorato alcune patologie, causandomi anche una malattia degenerativa alle ossa. Era Guido a prendersi cura di me…

Sono tante le vittime che dopo gli eventi traumatici, durante il percorso infinito nelle aule di tribunale, rivivendo quotidianamente la tragedia, incorrono in problemi di salute. Non solo psicologici, ma anche fisici. Qualcosa dentro si spezza e il dolore abbatte le naturali difese, talvolta in modo irreversibile.

Dopo quanto accaduto, è ancora possibile credere nella giustizia? Cosa vorrebbe dire a politici e magistrati?

Siamo tutti molto delusi dalla condanna che ha ricevuto Guido, non la meritava assolutamente. Sia prima che dopo il fatto definito “rapina violenta anomala”, mio marito si è sempre comportato benissimo: aiutava le persone in difficoltà, non ha mai ricevuto un verbale, né una multa o altro. Ha sempre rispettato le regole e le leggi. Sempre disponibile, con un sorriso per tutti, generoso, onesto e leale. Un grandissimo lavoratore e creatore di gioielli, un animo da artista. Un marito esemplare innamorato di me (per 40 anni non ci siamo mai divisi, neanche per andare a fare la spesa). Un padre eccezionale, sempre presente nella vita dei nostri figli.

Parole posate, nonostante gli eventi. Maria Angela mantiene salda la propria persona con una forza interiore inimmaginabile. Non inveisce, non si lamenta. Parla di delusione. Con compostezza. Organizza sit-in, chiede di firmare una petizione, mentre lo Stato e i Tribunali infieriscono con la definizione della condanna in Cassazione, lei ancora spera: “Non posso fare altro”. Ed è vero, non può. Gli unici a potere oggi sono Mattarella e un giudice che accordi il trasferimento. Troppo poco per un dolore così grande. Troppo poco anche per ridare fiducia agli organi di Giustizia, ma un passo verso un mondo meno distopico.

Valentina Jannacone – Direttivo Unione Nazionale Vittime e Coordinatore Regione Liguria

"Io, tiratore scelto, vi racconto l'orgoglio nel salvare le persone". Sofia Dinolfo il 15 Luglio 2022 su Il Giornale.

Un'attività piena di rischi che necessita molta preparazione fisica e mentale. Il maresciallo maggiore Massimo Vicini racconta la sua esperienza a IlGiornale.it.

Un lavoro particolare, che diviene fondamentale in quei momenti di estrema delicatezza in cui si gioca tutto. Stiamo parlando dell’attività del tiratore scelto, la cui specializzazione vede questo professionista coinvolto in interventi diretti a interrompere un sequestro oppure azioni di fuoco di un folle o di un terrorista nei confronti di una o più persone.

Il suo ruolo richiede elevate capacità che vanno da una notevole competenza di carattere tecnico a un ottimo equilibrio psico-fisico, necessari per misurare le distanze, dirigere il tiro in condizioni di alta tensione senza mai cedere a stanchezza fisica o mentale. Come si prepara il tiratore scelto per lo svolgimento del suo lavoro? Ce lo spiega su IlGiornale.it il maresciallo maggiore Massimo Vicini il quale puntualizza che “Il possesso di determinati requisiti uniti a un’ottima preparazione fisica sono fondamentali".

Partiamo da una distinzione basilare. Che differenza c’è tra il Police Sniper e il Military Sniper?

“I due compiti hanno certamente in comune le basi che riguardano l’utilizzo e l’impiego dell’arma di precisione in dotazione, ma i differenti impieghi richiedono caratteristiche priorità, responsabilità e rischi diversi. Il Police Sniper opera di massima in un contesto urbano ove vi sono numerosi civili da salvaguardare. Il Military Sniper sovente opera in teatro di guerra a fronti contrapposti. Dunque correndo maggiori rischi”.

Quali sono le attività che un tiratore scelto svolge quotidianamente per tenersi in forma?

“È richiesta una ottima preparazione fisica e il possesso di particolari requisiti. Sicuramente al Military Sniper può essere richiesta maggiore prestanza fisica, vista la necessità di infiltrarsi in ambiente ostile, anche percorrendo lunghe distanze, trasportando anche il necessario al sostentamento per un periodo di permanenza medio lungo”.

Quanta resistenza si può richiedere in termini di ore durante un intervento? Fino a quanto si può arrivare?

“Il primo ricarico chiesto al tiratore scelto è quello di osservazione del proprio settore di tiro, comunicando o ingaggiando quanto prima l’eventuale minaccia individuata. Tale servizio richiede resistenza fisica e mentale che viene incrementata grazie all’addestramento. Il Police Sniper, al fine di garantirne la massima efficienza, ha maggiori probabilità di essere sostituito dopo un periodo di servizio medio lungo pari a 8/10 ore giornaliere. Il Military Sniper, in considerazione del luogo di impiego (teatro operativo sovente infiltrato in territorio nemico), raramente può ricevere il cambio sul posto per motivi tattico/operativi. Quindi il suo impiego nel luogo di osservazione può avere durate maggiori”.

Quanto conta il “peso" della responsabilità durante un intervento? Lo si avverte? O in quel momento si pensa soltanto ad agire?

“Il carabiniere, all’atto dell’arruolamento, viene sottoposto a visite psicoattitudinali al fine di verificare la sua idoneità. Lo stesso, dal momento del suo arruolamento, è cosciente delle proprie responsabilità convivendoci. Allo stesso modo, durante un’operazione, deve gestire le proprie reazioni emotive al fine di rimanere lucido. Il tiratore scelto viene sottoposto a un'ulteriore visita medica e psicoattitudinale per accertarne la specifica idoneità a svolgere tale particolare servizio. Tali selezioni, molto severe, hanno lo scopo di individuare tutta una serie di peculiarità caratteriali che mal si conciliano con l’incarico (impulsività, emotività e così via). Sicuramente, il 'peso' della responsabilità lo si avverte, ma questo rafforza la fermezza e la concentrazione nello svolgere il proprio servizio, con la consapevolezza che un eventuale errore può essere fatale”.

Claudio Brigliadori per “Libero quotidiano” il 5 giugno 2022.

Vittorio Brumotti e gli "spaccini": ormai è un genere cinematografico a sé, metà action movie all'americana, stile "Fast & furious" (su due ruote), metà poliziottesco all'italiana anni Settanta (qualcuno ricorda "Milano odia: la poliza non può sparare?"). 

A Striscia la notizia, su Canale 5, con cadenza settimanale il ciclista estremo entra come inviato nei fortini dello spaccio di droga italiani, a ogni latitudine. Dai quartieri-ghetto ci cittadine campane o pugliesi fino alle grandi metropoli, Roma e Milano. Da Sud a Nord, senso di impunità, degrado e violenza: una fotografia adrenalinica di quello che accade sotto i nostri occhi distratti.

Il format funziona. In 5 minuti, si passa dalla ricognizione con telecamera nascosta sul luogo del crimine, l'abboccamento con gli spacciatori, spesso immigrati, che offrono la mercanzia con nonchalance. Poi Brumotti e il cameraman tornano sul posto seguendo le forze dell'ordine arrivate per una perquisizione. Non è stato l'inviato di Striscia a denunciare, ma qualche residente disperato.

Qui però arriva il "twist" del servizio: spacciatori e immigrati, un mucchione di decine di persone, se la prendono con lui al grido di "infame", lo inseguono, gli tirano bottiglie, cercano di rubargli il girato. Nell'ultima puntata di questo True reality-crime in pillole (forse l'unico in Italia) Brumotti è al Parco Sempione, in pieno centro a Milano. Polmone verde che è anche centrale di stupefacenti.

Dopo aver avvicinato i fornitori di droga informandosi su quantità e prezzi, scatta il blitz degli agenti. E qui si scatena il dramma: il parco diventa un dedalo di viuzze, luoghi perfetti per un agguato della gang. Il ciclista, circondato, inizia a prenderle. «Ti tiro un calcio qua e muore, non me ne fot**e niente», lo avverte un energumeno. Non resta che scappare, a rotta di collo. Le riprese in soggettiva della bici che sfreccia a velocità folle tra alberi, aiuole, marciapiedi giù giù fino alla strada e lungo i rotai del tram, fino alla "salvezza", valgono da sole il prezzo del film, anche se viste e riviste (purtroppo) centinaia di volte.

Fabio Amendolara per “La Verità” il 9 giugno 2022.

Il copione è sempre lo stesso: risse, pestaggi, violenza. E se sul Garda dopo i fatti del 2 giugno ormai è scattata la psicosi, con il sindaco di Castelnuovo che riceve preallarmi su una possibile e imminente nuova calata dell'orda da mucchio selvaggio, di località turistiche prese d'assalto ce ne sono diverse. 

A Rimini l'altra notte ombrelloni e lettini si sono trasformati in oggetti atti a offendere. È finita con una lotta corpo a corpo, durante la quale un immigrato africano ha staccato con un morso la falange di un dito al contendente albanese e l'ha ingoiata. La rissa tra due albanesi e due nigeriani è scoppiata all'altezza del bagno 70. Alle 3 della notte tra lunedì e martedì è dovuta intervenire la polizia, allertata da un istituto di vigilanza. In tre sono stati arrestati con l'accusa di rissa aggravata, mentre il quarto è ricercato. 

L'avanzata africana in Italia sembra inarrestabile: proprio come a Peschiera del Garda, solo due mesi fa anche a Riccione gli squilli di tromba sono arrivati via Tik tok, con un video che è subito diventato virale: due ragazzini scendono la scalinata del Palazzo dei Congressi e, a un certo punto, dicono «pure quest' estate Riccione sarà colonizzata». 

Sullo schermo sventolano quattro bandiere: Tunisia, Marocco, Senegal e Albania. È stato così annunciato a residenti e turisti che sarà un'altra estate bollente. Come quella dello scorso anno, quando la Riviera si è trasformata nel campo di battaglia delle baby gang: bande composte da giovani nordafricani poco più che maggiorenni, dediti a furti, risse e rapine.

Per quelle avvenute il 16 e il 23 di agosto 2021 sono anche scattati degli arresti. Ma l'episodio simbolo resta quello del 21 agosto nelle strade di Riccione, quando la solita orda, arrivata in città per partecipare al concerto a Misano del trapper Baby Gang (poi annullato), si era scatenata con danneggiamenti a go go.

«Da oggi in poi tornerò a zanzare (ovvero a derubare, ndr) i turisti» aveva annunciato sul Web, come riporta il Resto del carlino, il cantante marocchino Zaccaria Mouhib, in carcere dallo scorso gennaio. Dichiarazioni che gli erano valse il foglio di via del questore. E con l'estate ormai alle porte e le minacce di nuove invasioni, gli operatori turistici non nascondono la loro preoccupazione.

Le agenzie di security confermano di aver raddoppiato il personale. E per le forze dell'ordine si preannuncia un gran bel da fare. Il sindaco di Riccione Renata Tosi, proprio come ha fatto anche la collega di Peschiera del Garda Maria Orietta Gaiulli, ha giocato d'anticipo, scrivendo al prefetto. E anche il questore Francesco De Cicco, nel suo messaggio di saluto alla festa della polizia, ha invitato a «non sottovalutare il fenomeno».

Di certo è una questione che non potrà che essere affrontata dal Comitato per l'ordine e la sicurezza. Proprio come a Verona, dove ieri i sindaci dell'area del Garda, Trenitalia e Trenord, si sono collegati in videoconferenza con il prefetto per verificare l'opportunità di continuare con i controlli rafforzati sulla spiaggia. Tra le altre cose, è stato chiesto di poter usare lo strumento del Daspo urbano. 

Mentre le indagini della Squadra mobile veronese vanno avanti per identificare i facinorosi del 2 giugno. Le bocche sono cucite, ma gli investigatori sarebbero già riusciti a dare un nome a decine di africani. Poi scatteranno le denunce. Così come vanno avanti le indagini sulle molestie che le ragazzine di ritorno in treno da Gardaland hanno denunciato alla polizia. Con tanto di polemiche su chi ha permesso a centinaia di immigrati reduci dal rave di Peschiera di salire su quel regionale. 

«Abbiamo all'ordine del giorno i mezzi di trasporto e la stazione di Peschiera, soprattutto dopo quanto accaduto il 2 giugno, e a questo riguardo ho coinvolto Trenord e Trenitalia perché si tratta di garantire un trasporto in condizioni di sicurezza. E questo vuol dire dover dotare i vagoni di videosorveglianza», ha detto al termine del vertice con i sindaci il prefetto di Verona Donato Carfagna.

E anche a Jesolo, in provincia di Venezia, le notti sul litorale si stanno facendo sempre più complicate da gestire: risse innescate dalle solite baby gang di immigrati, vandalismo, schiamazzi. Il sindaco Valerio Zoggia ha chiesto rinforzi al prefetto di Venezia, denunciando una situazione «già grave». 

«Il periodo più difficile», ha spiegato, «è proprio l'inizio della stagione balneare. Sono situazioni che riguardano centinaia di ragazzi, non decine. Io stesso li ho visti arrivare con casse di superalcolici e poi partecipare alle risse. Controllare il territorio con questi numeri è impossibile». Il bilancio dello scorso fine settimana è di centinaia di interventi, soprattutto nella notte di sabato. Ma a Jesolo non è solo il litorale l'area presa di mira. C'è un problema di sicurezza anche nella centralissima piazza Mazzini, dove nelle ultime sere non sono mancate le risse tra giovani pieni d'alcol.

Fratelli di taglia. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera l'8 giugno 2022. 

Ad Arzergrande, solida cittadella del Veneto leghista dove PD è tuttalpiù la targa di Padova, il sindaco Filippo Lazzarin offre cento euro di ricompensa a chiunque denunci i verniciatori anonimi che hanno imbrattato muri e monumenti con scritte e ghirigori spray. A proposito di muri, quello dell’omertà si disintegra alla velocità del suono. , denunce o spiate che dir si voglia, e i colpevoli vengono subito individuati. (Sono minorenni annoiati di ambo i sessi, cinque personaggi in cerca di educatore). Il sindaco prende atto, ma saggiamente non gongola: prima vuole accertarsi che i ragazzi partecipino alle opere di ripulitura e i loro genitori alle spese. Immagino che il suo approccio pragmatico incontrerà il consenso di parecchi lettori: per quel che vale, anche il mio. Purtroppo, il compito del cosiddetto e maledetto corsivista di costume è di spargere dubbi e rendersi antipatico. Perciò non posso fare a meno di chiedermi quanto senso del bene comune ci sia in un Paese come l’Italia, dove nessuno considera mai «suo» quel che è di tutti, e dove per far scattare la molla arrugginita del civismo è necessario un premio in denaro: la taglia di cittadinanza. Poiché da tempo immemore vige l’usanza che guardie e ladri si mettano d’accordo per fregare lo Stato, non mi stupirei se a denunciare gli imbrattatori fossero stati i loro complici, con la tacita promessa di spartirsi la ricompensa.

Serenella Bettin per “Libero quotidiano” l'8 giugno 2022.

I radical chic l'hanno già additato come il sindaco sceriffo ma se disegnare membri virili sulle panchine e sui monumenti ai Lagunari va bene, allora va bene tutto. E tutto passa in cavalleria. La verità è che il sindaco di Arzegrande, un piccolo comune di appena cinquemila abitanti in provincia di Padova, si è stancato dei vandali, dei teppisti, di alcuni giovani che non hanno voglia di fare niente e che per noia disturbano la quiete, imbrattano i monumenti, le pareti, le palestre e le giostrine per i bambini. 

E così per trovare i colpevoli ha preso e ha messo una taglia di 100 euro. Il sindaco è Filippo Lazzarin, classe 1984; un sindaco giovane, 38 anni, abituato a lavorare e farsi il mazzo, direttore di un centro commerciale. Sindaco dal 2016, non è nuovo a questo genere di soluzioni.

 Nel 2018 aveva messo una taglia per trovare i furbetti dei rifiuti. La somma? Duecento euro. Una misura che aveva portato i suoi frutti. Nel giro di pochi giorni la gente aveva cominciato a fare foto, mandare segnalazioni, annotare le targhe delle auto dei furbi. Il segno che la natura umana è sempre quella. Quando tocchi il portafoglio delle persone, che sia per aggiungere soldi o toglierli, gli effetti si vedono eccome.

E infatti. In questo caso, gli atti dei vandali sono avvenuti nella notte tra lunedì e martedì scorsi e nel giro di 24 ore il sindaco aveva già sopra la sua scrivania due deposizioni con i nomi. La terza è giunta nella giornata di ieri. 

I responsabili dei muri imbrattati sono tutti ragazzini minorenni, italiani, dai 13 ai 16 anni, che per evadere la noia, per l'ebbrezza, per "le delusioni amorose" come hanno dichiarato, per altre giustificazioni quali il covid, il lockdown subito, le paturnie adolescenziali, le pagelle, hanno imbrattato con le bombolette spray le panchine del comune, quelle in piazza, il monumento ai Lagunari a cui il paese tiene molto, gli spogliatoi della palestra, le altalene dei bambini, le giostrine. "Ti amo", c'è scritto su alcune pareti. "Mi manchi". "Brindo a questa vita sbagliata". E poi altre immagini esaustive, come qualche organo sessuale maschile.

«Sono stanco di questi continui atti di vandalismo - dice il sindaco Lazzarin a Libero - non è la prima volta che capita. E così ho deciso di mettere una taglia. Ho visto che è l'unico modo per far venire fuori i responsabili. E infatti nel giro di poche ore li abbiamo trovati. Sopra la mia scrivania ho già tre deposizioni». I ragazzi informatori che hanno rivelato i nomi sono due maggiorenni e uno minorenne. Ai primi due, come promesso, vanno 50 euro a testa. Il terzo che è maggiorenne ha detto che l'ha fatto per senso civico e del dovere e i soldi non li ha voluti. 

I ragazzini responsabili sono tutti della zona. Tre ragazzi e due ragazze. «Qui ci sono danni al patrimonio per circa 1500 euro - ha detto il sindaco- oltre al disturbo della quiete pubblica. Le giostrine dei bambini erano nuove. Hai poco da dire Non si tratta di mettere la gente alla gogna, spiega, «ma di far rispettare alcune regole. I radical chic mi hanno già additato come sindaco sceriffo». Ora Lazzarin ha deciso che intende predisporre dei veri e propri corsi, o meglio laboratori, con i Lagunari per far vedere a questi ragazzi come si riparano i monumenti sporchi. 

«Voglio che i ragazzini vedano come si fa. Che si rendano conto della difficoltà, della fatica dell'impegno, del volontariato- dice- Ad ogni modo i prossimi giorni incontrerò i loro genitori. Se trovo collaborazione anche da parte delle famiglie bene, altrimenti i nomi li ho, prendo e denuncio. Non c'è santo che tenga. Basta con sta storia del covid, dei ragazzini che hanno subito il lockdown, dei giovani poverini, ci sono anche ragazzi bravi e quindi non vedo perché altri debbano andare in giro a fare danni».

Le immagini di Torino erano diventate virali. Armato di machete in strada, il 28enne torna libero e ringrazia il giudice: “Ero io la vittima”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Giugno 2022. 

Avevano fatto il giro dei media e dei social le sue immagini, le foto e i video mentre a dorso nudo e con un machete in mano rincorreva un altro ragazzo in corso Giulio Cesare a Torino. Si erano moltiplicati editoriali e articoli sull’insicurezza, la paura, il terrore di vivere nella città, le periferie il degrado. Hamza Zarir, 28 anni, a una settimana da quel clamoroso episodio di mercoledì primo giugno, è tornato libero.

Lo ha deciso il giudice Pier Giorgio Balestretti che ha disposto la scarcerazione al termine dell’udienza. Sentiti alcuni testimoni sull’episodio avvenuto nel quartiere Aurora. “Grazie”, ha detto il ragazzo al giudice. La revoca della misura cautelare nei confronti del ragazzo marocchino era stata chiesta dall’avvocato difensore Francesca D’Urzo. Il 28enne dovrà recarsi ogni giorno presso il Commissariato Barriera di Milano a firmare. Mercoledì sarà di nuovo in aula per l’ultima udienza del processo con rito abbreviato.

Il ragazzo ha raccontato di essere lui la vittima dell’aggressione. Ha detto nell’udienza di convalida di essere stato assalito da alcuni pusher mentre era alla fermata del tram. “Il machete non era mio, l’ho raccolto da terra per difendermi”. Cinque i pusher che l’avrebbero aggredito secondo la testimonianza di un amico che era con il 28 enne quel giorno. Cinque pusher armati di spray al peperoncino, bottiglie, stampelle e catene delle bici.

“Loro spacciano e non vogliono che qualcuno si fermi alla pensilina”. Il testimone ha aggiunto che uno degli aggressori aveva un coltello e di essere scappato, prima di vedere l’amico, Hamza, con una ferita alla testa. Anche una donna marocchina ha testimoniato nell’udienza. Era stata ferita a un piede con un coccio di bottiglia. “Pur non essendo stato io a colpirla, le chiedo perdono”, ha chiesto il 28enne. L’accusa sosteneva che il ragazzo avesse colpito con il coltello un altro ragazzo del quale però si sono perse le tracce.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Irene Famà per “La Stampa” il 7 giugno 2022.

Basta un click e il "mostro" è servito con tanto di slogan. Hamza Zirar filmato a petto nudo, insanguinato, mentre in mezzo alla strada brandisce un machete e rincorre un altro uomo è l'immagine perfetta per urlare alla periferia violenta di Torino. 

Al quartiere Aurora senza regole. Per sbraitare contro gli immigrati. Ed eccolo lì l'uomo con il machete. Smilzo, con escoriazioni sul mento e sul braccio, che in tribunale pronuncia più volte le parole «grazie» e «scusatemi». 

Un ventottenne nato in Marocco e arrivato in Italia nel febbraio 2021, con una moglie e due figli piccoli al paese d'origine, che in aula ripete: «Mi dispiace per quello che è successo, ma in questa vicenda sono la vittima».

Hamza Zirar ringrazia il giudice Piergiorgio Ballestretti che ieri gli ha revocato la misura cautelare in carcere: non c'erano motivi per tenerlo in cella in attesa della sentenza. L'ha lasciato libero, con l'obbligo di presentarsi quotidianamente in commissariato a firmare. 

E alla donna, che in quel parapiglia, mercoledì scorso, è stata colpita al piede da una bottiglia di vetro mentre stava andando a prendere il nipote a scuola, Hamza Zirar legge una lettera: «Non l'ho colpita io, ma mi spiace per quello che è successo, mi spiace che è rimasta ferita e che si è spaventata». 

Le offre un risarcimento per le cure. Lei, in tribunale per testimoniare arriva con le stampelle e il piede ancora fasciato. Legge la lettera, lo osserva: «Stai tranquillo, ti ho già perdonato». Prima di lasciare l'aula, gli passa davanti. Hamza la ferma e le mette le mani sul capo: «Scusami».

Eccolo lì l'uomo con il machete. «Non ho documenti, solo la tessera sanitaria. Lavoro a Porta Palazzo, scarico le cassette di frutta. Ho affittato un posto letto da un amico e vivo con altre persone», racconta. 

Nel contesto che frequenta, le questioni non si risolvono a parole. E chi abita alla periferia nord della città la riassume così: «Da queste parti si inaugurano i campi da calcio, ma molti ragazzi non hanno la palla per giocare».

Assistito dall'avvocato Francesca D'Urzo, Hamza al giudice racconta la sua versione: «Chiedo scusa, non era mia intenzione avere questo comportamento. Ma ho cercato di difendermi». 

Da chi? «Dagli spacciatori che stanno alla fermata del tram 4. Già una volta mi avevano avvertito che da lì non sarei dovuto passare, che mi avrebbero ammazzato. Quel giorno mi hanno rincorso con spranghe e spray urticante. Mi hanno tirato delle bottiglie di vetro. Erano in cinque. Mi hanno strattonato». 

E il machete? «È caduto a uno dei miei aggressori e io l'ho raccolto da terra. Volevo tenerli lontani. Non li ho picchiati». È accusato di lesioni aggravate nei confronti di un suo connazionale: nei video Hamza lo rincorre, l'altro scappa. «È lui che aveva il machete, è lui che mi ha spruzzato lo spray urticante».

Quel giorno, il ventottenne aveva appena finito di lavorare. «Avevo bevuto un superalcolico ed ero da quelle parti con un amico». Lo stesso amico che ieri si è presentato in tribunale per raccontare cos'ha visto: «È andata così. Quelli hanno iniziato a spintonarlo, lui è riuscito a liberarsi e a scappare. Avevano spranghe, spray, una stampella utilizzata come una mazza, dei coltelli. Mi sono allontanato e quando sono tornato, ho visto Hamza ferito. Abbiamo preso il tram per andare in ospedale, ma è arrivata la polizia». Il machete? «Non lo so». 

Hamza ascolta la deposizione. E chiede di intervenire: l'amico non parla italiano e l'interprete, secondo lui, non fornisce un'interpretazione corretta. «Ha proprio parlato di stampella. Quelli ce l'hanno sempre, ma nessuno di loro ne ha bisogno. La usano perché così la polizia non li controlla». 

C'è poi un ulteriore testimone, che verrà sentito durante l'udienza di domani: pare abbia visto un uomo in bici con un machete. Sarà compito del giudice stabilire la responsabilità di Hamza in questa vicenda. I filmati? Forse non la raccontano del tutto.

Irene Famà per “la Stampa” il 15 giugno 2022.

«Non sono un mostro. E nemmeno un criminale. Sono uno sfortunato, questo sì». Hamza Zirar è "l'uomo del machete". Il 28enne marocchino che il 1° giugno, alla periferia di Torino, in mezzo alla strada, rincorreva un suo connazionale con un coltellaccio in mano. A petto nudo, ricoperto di sangue. Arrestato, processato, trasferito dal carcere al Cpr, è stato rimpatriato. Verrà giudicato in contumacia. Dice la verità, ma proprio tutta la verità? Chi può dirlo. Una cosa è certa: in Marocco è tornato dalla sua famiglia, in Italia resta il simbolo di quei quartieri complessi, dove povertà, violenza e mancata integrazione sono tutt' uno.

A Torino, per tutti, lei è «l'uomo del machete». Non è così?

«Al giudice l'ho spiegato. Dei pusher mi hanno aggredito, a uno di loro è caduto il coltello e io l'ho raccolto per difendermi. Mi hanno ferito, ci sono le foto».

Lei è la vittima?

«In quel caso sì. Non sono cattivo, sono solo sfortunato».

Sfortunato. Perché?

«Sono venuto in Italia per trovare un lavoro. Ci ho provato. Da voi la vita è bella. Non avrei affrontato un viaggio del genere, se non fosse stato per il futuro di mia moglie e dei miei figli».

Quale viaggio?

«Trentasei ore a bordo di un barcone con altre 120 persone. Dal Marocco a Lampedusa, passando per l'Algeria e la Libia».

Ha pagato qualcuno?

«Sì, certo. Funziona così».

Quanto?

«Quattromila euro».

In 17 mesi in Italia ha collezionato arresti e denunce per furto e rapina.

«Per rapina no».

Come lo spiega?

«Ho trovato una vita orribile. Mi sono ritrovato a dormire in strada, mangiavo e lavoravo un giorno sì e l'altro no».

Dove ha vissuto?

«In Campania, Lombardia, Piemonte. Andavo in centro e vedevo le persone in giro con le auto, i cellulari. Ero clandestino, senza documenti. Ho fatto degli errori. Ma sa cosa significa passare la notte sul marciapiede? Sa per chi ho sopportato tutto questo?».

Per chi?

«Per i miei figli. Il più grande ha 9 anni, la più piccola 4».

Nessuno le ha offerto un lavoro?

«Al mercato di Torino scaricavo le cassette della frutta e della verdura. Poi però mi hanno arrestato per la storia del machete».

In aula per la sentenza ci sarà la sua avvocata Francesca D'Urzo. Lei non potrà assistere. Le dispiace?

«Sinceramente? Sì. Spero che il giudice abbia capito».

Durante l'ultima udienza, però, ha fatto il dito medio al pubblico. Perché?

«Ero arrabbiato. Niente nella mia vita è andato come doveva».

Ora è tornato in Marocco.

«Lavoro come fruttivendolo, ma qui non voglio stare».

Per la legge non può tornare in Italia. Vuole provarci lo stesso?

«I miei figli meritano una vita diversa dalla mia. Qui non potranno mai averla».

Torino, mister machete? Dito medio ai giudici che lo liberano e la scoperta-choc: imbarazzo in magistratura. Marco Bardesono su Libero Quotidiano il 09 giugno 2022

Una giustizia che funziona a "rate", che giorno per giorno si rende conto degli errori commessi solo qualche ora prima e che tenta di porvi un improbabile rimedio o che finge di non accorgersi di nulla e in aula mette in scena una rappresentazione surreale.

Ad esempio, l'uomo del machete di Torino, scarcerato e tornato ieri di fronte al giudice perché accusato di lesioni e per il quale si era avanzata la giustificazione di una presunta malattia mentale, in realtà sembra essere sanissimo, mentre a suo carico sono emersi, a scoppio ritardato, una serie di precedenti.

Hamza Zirar, questo il nome del 28enne di origini marocchine, è stato fermato dalle forze dell'ordine ben dodici volte in un anno, tra Torino e Milano, ed arrestato, soltanto nell'ultimo mese, ben quattro volte. Inoltre, a carico dell'indagato c'è pure un ordine di espulsione del prefetto di Milano, emesso nel luglio del 2021, a cui il 28enne, irregolare in Italia, non ha, evidentemente, mai ottemperato. Libero, dunque, di circolare nel nostro Paese, come se nulla fosse successo.

LUNGO ELENCO

L'elenco piuttosto cospicuo dei reati che avrebbe commesso negli ultimi mesi, tra furti, ricettazioni, resistenze, invasione di edifici, interruzione di pubblico servizio, è stato letto ieri, a margine della seconda udienza per direttissima a carico del marocchino irregolare. Non è però mai stata formalizzata nel processo, né ieri né durante la scorsa udienza, il possesso del machete. Nessuno, durante l'udienza, che ieri è stata rinviata a luglio, ha chiesto che venisse contestato anche il porto abusivo di armi. In questo caso un machete lungo 45 centimetri e con il quale, pochi giorni fa, ha spaventato non pochi cittadini a Torino.

All'udienza l'imputato si è presentato e ha mostrato il dito medio in aula, verso l'alto, più volte, all'indirizzo di pubblico e magistrati. Un segno di disprezzo che però sembra non aver sortito nessun effetto. Nessuno, infatti, lo ha richiamato, nonostante l'udienza fosse in corso, nemmeno il giudice Piergiorgio Balestretti che, poco prima che l'udienza cominciasse, parlando informalmente con la pm, aveva criticato l'operato degli organi di informazione, esclamando: «Hanno scritto che l'imputato ha terrorizzato tutti col machete e che io l'ho scarcerato, roba da matti».

L'udienza è iniziata ed è stata subito rinviata dopo l'audizione di un solo testimone. Si tratta del titolare del bar "New York" di corso Giulio Cesare (l'aggressione era avvenuta di fronte al locale e a una scuola media), che ha raccontato quel che ha visto.

IL TESTIMONE

«Quel giorno uscivano i bambini da scuola, la strada era affollata quando quella gente ha lanciato di tutto, ed è passato quello che impugnava il machete. Il giorno dopo sono passati di nuovo davanti al mio locale e ne ho riconosciuto uno, era quello che veniva inseguito il giorno prima dall'imputato». Una fonte, che vuole rimanere protetta, perché vive nel quartiere e che ha assistito alla rissa, ha rivelato: «Hanno lottato perché sono tutti spacciatori, non malati psichiatrici».

Torino, un residente di Aurora: «Ho visto l’inseguimento con il machete, viviamo in un contesto difficile». Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2022.

La testimonianza nel processo per direttissima (con rito abbreviato) nei confronti di Hamza Zirar (che però non è stato identificato): l’11 luglio la sentenza.

«Lavoro in un contesto difficile. Quella è una zona malfamata. Ho visto due giovani rincorrersi: quello con il machete inseguiva un altro. Il giorno dopo ho avuto una discussione con uno dei due, che aveva lasciato la sua bicicletta davanti all’ingresso del mio locale». A raccontare in aula quegli istanti immortalati da alcuni video, diffusi poi sui social, è Rasched Kaled, il titolare del bar New York che si trova all’angolo tra corso Giulio Cesare e via Emilia: esattamente nel punto in cui è iniziata la rissa. «C’era gente che gridava. Lì di fronte c’è una scuola e i bambini potevano arrivare da un momento all’altro. Sono uscito dal bar e ho visto due che si rincorrevano». Rasched, che in aula non ha identificato Hamza Zirar come il ragazzo con il machete, non nasconde che quel tratto di strada nel quartiere Aurora è particolarmente degradato per la presenza di pusher, ma anche di malviventi che derubano la gente per strada: «Io lavoro — spiega il testimone al giudice —, quel bar mi è costato molto. Poi, posso dire giudice? Il giorno in cui la polizia municipale è venuta a chiedermi cosa avessi visto, mi ha fatto una multa da 900 euro perché il cartello su cui sono appuntati gli orari di chiusura e apertura del locale aveva le lancette accavallate». Dopo la sua testimonianza, il processo ha subito un nuovo rinvio. L’udienza è stata aggiornata all’11 luglio, quando andrà a sentenza.

Hamza è stato fermato a bordo del tram 4: infilato nella cintura dei pantaloni aveva ancora il coltello. Nel corso dell’udienza di convalida, il ragazzo aveva spiegato «di essere molto dispiaciuto per il proprio comportamento» e che il machete non era suo: «Sono io la vittima. Mi hanno aggredito in cinque perché non volevano che stessi alla pensilina del tram. Ho raccolto il coltello da terra per difendermi». Il giudice Balestretti ha quindi convalidato il fermo e disposto la misura cautelare, considerando la gravità del fatto e il rischio di inquinamento probatorio perché doveva essere interrogato l’amico che era con lui al momento dell’aggressione.

Il processo per direttissima (con rito abbreviato) si è aperto lunedì, quando sono stati sentiti due testimoni: il marocchino che era con Hamza quel pomeriggio e un’anziana signora, anche lei di origine magrebine, che era rimasta coinvolta nella zuffa e ferita a un piede con un coccio di bottiglia. L’amico ha confermato che lui e Hamza erano stati aggrediti da cinque pusher armati di spray al peperoncino, di stampelle e della catena di una bici: «Uno di loro aveva un coltello. Sono scappato e quando sono tornato ho visto Hamza con una ferita alla testa». Al termine dell’udienza, su istanza dell’avvocato Francesca D’Urzo (che assiste il 28 enne marocchino), il giudice ha poi deciso di revocare la misura cautelare in carcere, tenendo conto che il reato contestato e il rito processuale non lasciavano prevedere una possibile condanna superiore a tre anni.

Lasciato il carcere Hamza è stato portato al Cpr. Il giovane, che ha alle spalle alcuni precedenti di polizia, rischia il rimpatrio nel proprio Paese d’origine. In Italia è arrivato nel febbraio 2021 e non ha i documenti in regola. Inoltre, pesano anche episodi per i quali in passato è stato denunciato per furto, ricettazione e rapina. E aveva ricevuto due decreti di espulsione, che non ha rispettato.

Alberto Giachino per “la Stampa” l'8 giugno 2022.

Biciclette abbandonate all'imbocco delle scale. Nissa? «È lassù all'ultimo piano». La Torino di via Ghedini è un budello di strada senza neanche un balcone sulla facciata, e poche finestre. Tre portoni. Tre cortili. Una parete di cassette della posta con cognomi di mezzo mondo: quasi un'installazione. Forse un tempo le pareti di questa scala che sale per tre piani erano gialle. Oppure bianche, chissà. Oggi sono un mix che ricorda il colore del fango. Lo stesso non-colore delle ringhiere. Dei gradini e delle poche luci. Terzo piano. Nissa abita qui?

Eccolo qui il ragazzo accusato con altri trenta dell'assalto ai negozi dei marchi del lusso, in una notte di ottobre di due anni fa. Capelli biondo platino, ricci. Bermuda bianche. T-shirt. Dissero che faceva parte delle bande di quella notte in cui la periferia entrò di prepotenza nel centro. La notte dei ragazzi arrabbiati che andarono a prendersi quel che non potevano permettersi: borse di Gucci, vestiti di marca. Scarpe che costano 300 euro: una fortuna se non hai neanche un lavoro.

Perché Nissa? Perché era l'esempio di quella nuova generazione di torinesi, figli di famiglie arrivate da qualche sud del mondo. Ragazzi che non riescono a diventare torinesi. 

Anzi, Italiani. E navigano in un mondo sospeso. Nissa oggi non parla più. E tanto meno di quelli come lui. Arrabbiati con tutto e con tutti. La generazione che ha costruito il suo mondo in una periferia in cui i palazzi cadono a pezzi. A trecento metri da qui comincia Barriera di Milano. Era un quartiere operaio. È diventata la casa dei nuovi torinesi. E dei ragazzi che sono lì a metà. Non più algerini, tunisini o senegalesi o chissà che altro. Ma non ancora parte vera della città. 

I ragazzi di Barriera. Che vivono in strada. Che non hanno un lavoro e non studiano. La banlieue dice qualcuno. No, l'altra Torino. La chiamano seconda generazione. Ma Brahim Baya dice che chiamarla così è riduttivo: «Sono ragazzi nati qui e rimasti a metà del guado. Schiacciati tra due culture, vivono un conflitto permanente». Al Paese d'origine della famiglia non vogliono andare perché lì li chiamano stranieri. Qui sono sospesi. Brahim, 38 anni, ha messo su un centro con l'associazione islamica Alpi nel quale cerca di aiutare questa gente a trovare una strada. E non è uno slogan. Perché qualcuno riescono a strapparlo al nulla quotidiano. A invogliarlo a studiare. A inserirlo nel mondo del lavoro. Aspettando che arrivi finalmente la cittadinanza.

Chi non lo agganciano prende altre strade. La rabbia. «Spesso sono ragazzi che già avevano già qualche problema di devianza e sulla strada sbandano del tutto». Recuperarli? È più un'idea che una possibilità. Corso Vercelli, piena Barriera. La zona è quella dietro la chiesa Madonna della Pace. Ore 17,23. Nell'ordine accadono queste cose e tutto nello spazio di 20 metri e in tre minuti. All'angolo con piazza Foroni in sei fumano crack. Seduti per terra. Infischiandosene di chi passa e guarda. Un barista prende a schiaffoni sul marciapiede davanti al locale un ragazzo coi rasta che ha causato problemi nel bar. 

Nello slargo davanti all'oratorio sette spacciatori fanno il loro mestiere. Al bar Tiffany un omone grande e grosso divora un piatto di carne mentre sul marciapiede passa una ragazza con il cane al guinzaglio. E quando arriva qui cambia lato della strada per non passare davanti a venti giovanotti seduti sugli scalini dei negozi. Voi dove vivete? «Che ti frega». Che cosa fate qui? «Che ti frega». La tipa che è passata la conoscete? Risata.

Ridare fiato e speranza un posto come questa periferia è un lavoro complicato. Parlare di «rigenerazione urbana» è uno slogan adoperato da tanti negli anni. Ora ci sono una trentina di milioni sul tavolo. Dicono che saranno usati per scuole e altri progetti. È un passo. Il primo. Nel bello cresce il bello. E forse migliora la vita. Basta?

Giardini Alimonda sono un esempio. Un manipolo di vecchietti ci ha creduto e adesso i ragazzi qui vengono a fare sport, si incontrano. Provano a scappare dal nulla delle periferie, di strade dove manca tutto. Dove i negozi sono quelli essenziali: money transfer, bar, ancora bar, kebabbari, altri kebabbari, qualche parrucchiere multietnico, mini market multietnici, negozi di telefonia. Il resto? Poco o nulla. «C'è stato un incontro sulle seconde generazioni qualche giorno fa qui a Torino. I ragazzi si sono confrontati. Servono due tipi di intervento: uno istituzionale che aiuti queste persone a diventare italiane. L'altro è personale. Che li guidi a capire chi sono, dar loro delle certezze» dice - in sintesi - Davide Balistreri dell'associazione Arteria. 

Benissimo. Ma intanto qui succede di tutto. Il ragazzo col machete dell'altro giorno che inseguiva alcune persone è un esempio. E neanche il più importante. Il nulla delle giornate passate seduti davanti ai negozi è più grave. Il monopattino elettrico di proprietà è il punto di arrivo. Le ragazze italiane il desiderio. Il futuro? Boh. Se vivi in una casa come quella di Nissa, pensare di avere una vita migliore è un'impresa. La strada è più facile. Magari si rimedia anche una borsa di Gucci.

La parcheggiatrice spogliata dall’autista del Suv: «Lui urlava: sono di Ostia. Anche sua moglie lo aiutava». Nicola Catenaro su Il Corriere della Sera il 5 Giugno 2022.

Parla la donna vittima dell’aggressione choc a Portonovo, nell’Anconetano: «Turisti sempre più aggressivi e maleducati». Il sopralluogo dei carabinieri (che attendono la denuncia).

«Chi ca... sei? Fatti i ca... tuoi! La paghi tu la multa?». Una battaglia quotidiana con turisti spesso aggressivi e maleducati, che «arrivano qui con pretese assurde come quella di parcheggiare in curva o di lasciare l’auto davanti a un passo carrabile. E noi, che stiamo qui a sudare per uno stipendio che di certo non ci arricchisce, rischiamo anche le botte oltre a subire queste aggressioni verbali».

Insulti, sputi e calci

A parlare sono alcuni addetti ai parcheggi di Portonovo, località turistica dell’Anconetano molto frequentata e, da ieri, è salita alla ribalta per l’aggressione subìta da Cristina Bartoli, la parcheggiatrice di 53 anni che, per aver semplicemente contestato a un utente il fatto che stava andando contromano, giovedì pomeriggio è stata da quest’ultimo aggredita con insulti, sputi e calci (fortunatamente schivati) e, infine, strattonata fino ad essere spogliata di maglietta e reggiseno. Cristina aveva appena iniziato il turno con il collega Fabrizio Fiumicelli, suo compagno anche nella vita, quando è avvenuto il fatto. L’automobilista era invece con altre due donne, una delle quali (presumibilmente la moglie) ha partecipato attivamente all’aggressione scendendo dall’auto e minacciando e provocando i due addetti.

La minaccia: «Noi siamo di Ostia»

«Dicevano — ricorda lei — che loro erano di Ostia e che non ci rendevamo conto contro chi ci eravamo messi». Ad aggravare le cose, il fatto che Cristina abbia invocato persino la propria invalidità (la recente asportazione di entrambi i seni per un tumore) allo scopo di fermare l’uomo e non ci sia riuscita. «Non è stato un giorno di ordinaria follia — è il commento di Fabio Alessandrelli, datore di lavoro della vittima e presidente di Opera, una delle due coop che gestiscono i servizi ai turisti nella baia di Portonovo — nel senso che, pur avendo a che fare a volte con alcune persone maleducate, episodi di questo genere in cui i turisti alzano le mani sui nostri operatori e poi scappano sono davvero più unici che rari. Per questo siamo rimasti davvero male, anche se la denuncia non la possiamo fare noi, è un fatto personale e dipende da lei. Qui sono venuti i carabinieri e hanno fatto gli accertamenti, quello che possiamo fare noi è potenziare la collaborazione con il Comune e chiedere maggiori controlli».

Carabinieri a Portonovo

Il doppio lavoro nonostante le condizioni di salute

Tra gli operatori turistici c’è anche chi dà la colpa all’affollamento eccessivo che, soprattutto nei giorni festivi, fa registrare Portonovo, con la spiaggia presa d’assalto anche la mattina presto e tanti turisti da fuori regione, e invoca un’organizzazione basata su prenotazione e numero chiuso. Soltanto una proposta, per ora, dato che la stagione è già iniziata e comunque i turisti stanno aiutando concretamente a risollevare morale ed economia della zona dopo le restrizioni dovute alla pandemia. Cristina, dopo lo spavento e la solidarietà che continua ad arrivarle soprattutto dai social, è tornata al lavoro, anzi ai «due lavori — precisa lei — dato che per mantenermi la mattina faccio anche la badante nonostante i miei problemi di salute».

La ricerca dell’aggressore

Ma non ha ancora presentato formale denuncia. Senza questo atto, è difficile che l’inchiesta dei carabinieri della compagnia di Ancona, guidati dal capitano Manuel Romanelli, possa essere incardinata ufficialmente per arrivare all’individuazione del responsabile, secondo le testimonianze un uomo di mezz’età con accento laziale, alla guida di un Suv di cui non sono state annotate nè la targa nè la marca o il modello. Ulteriore difficoltà sarebbe rappresentata dalla mancanza di una videosorveglianza diretta nel punto in cui è avvenuta l’aggressione.

Portonovo: individuato l’aggressore che ha spogliato la parcheggiatrice. «È un turista, non ha precedenti». Nicola Catenaro su Il Corriere della Sera il 7 Giugno 2022.

Riconosciuto nel giro di poche ore l’autista del Suv che giovedì scorso ha insultato e poi denudato Cristina Bartoli, l’addetta al parcheggio della spiaggia nell’Anconetano. Decisive alcune testimonianze e le riprese delle telecamere. «Ha un accento laziale». 

È stato riconosciuto e identificato l’aggressore di Cristina Bartoli, la parcheggiatrice di 53 anni che giovedì scorso, intorno alle 16.30, per aver contestato a un automobilista il fatto che stesse andando contromano e a tutta velocità all’interno dell’area di sosta, è stata presa dallo stesso a sputi e calci e strattonata e spogliata di top e reggiseno di fronte a tutti. 

Dopo la denuncia della vittima, presentata questo pomeriggio ai carabinieri , e le varie testimonianze raccolte dai militari, l’uomo rischia ora di essere indagato dall’autorità giudiziaria per lesioni.

Il fatto come noto è avvenuto in uno dei parcheggi a servizio della località turistica di Portonovo, una delle baie più conosciute e frequentate in provincia di Ancona. Tutto è avvenuto nel giro di pochissimi minuti e le modalità con cui le cose si sono svolte, passando in maniera repentina dalle parole alle minacce e poi alle mani, non hanno dato modo ad alcuno dei presenti di annotare la targa del Suv di grossa cilindrata con cui l’aggressore, un uomo di mezza età di corporatura media e con accento laziale, accompagnato da due donne (una delle quali, la moglie o compagna, dava man forte al marito minacciando anche lei gli operatori coinvolti), si è dileguato nel momento in cui sono accorsi altri addetti dagli altri parcheggi. 

Nel punto in cui è avvenuta l’aggressione, non ci sono telecamere. Tuttavia, grazie ad alcune testimonianze decisive e al supporto dei sistemi di videosorveglianza sparsi lungo il percorso, i militari sono riusciti nel giro di poco tempo a riconoscere l’autore, un turista — senza precedenti penali se non in passato per un fatto di minore entità —, giunto a Portonovo per trascorrere qualche giorno di vacanza. 

Il fatto è accaduto peraltro all’uscita dal ristorante in cui aveva pranzato insieme alle due donne. L’aggressore non rischia per ora l’arresto, tuttavia sarà sicuramente chiamato a rispondere delle azioni violente di cui al momento è ritenuto responsabile (lesioni, anche se non gravi, mentre sarebbe da escludere la violenza sessuale) e che hanno suscitato clamore e choc nell’intera comunità locale.

È accaduto alla fermata Rogoredo. Spinge ragazza sotto al treno e scappa: giovane miracolata nella stazione della metro di Milano. Redazione su Il Riformista il 26 Maggio 2022. 

Il treno della metropolitana sta per arrivare: sono le 23 di mercoledì 25 maggio, una ragazza è ferma sulla banchina della fermata Rogoredo della linea gialla a Milano. Improvvisamente, una donna le si avvicina da dietro e cerca di spingerla sui binari.  È successo tutto in pochi istanti: fortunatamente la giovane è riuscita a non perdere l’equilibrio e a fermarsi a pochi centimetri dal convoglio.

L’arresto

Gli agenti della Polmetro sono riusciti a  ricostruire l’accaduto grazie alle immagini di sorveglianza. La donna, che dopo aver spinto la ragazza è riuscita a scappare nonostante le altre persone presenti abbiano provato a bloccarla, è stata poi rintracciata alla fermata Duomo e arrestata.

Dopo una notte all’ospedale Fatebenefratelli è stata portata al carcere di San Vittore, dove attende le decisioni dell’autorità giudiziaria. Per la donna, che ha 29 anni e piccoli precedenti penali, l’accusa è di tentato omicidio. Non ha fornito alcuna spiegazione per ciò che ha fatto: non ha chiarito perché abbia tentato di buttare sotto il treno una persona che non conosceva e con cui non aveva avuto alcune discussione. Sono in corso ulteriori accertamenti per verificare se abbia problemi psichiatrici.

La giovane spintonata, una 26enne, non ha avuto bisogno di cure mediche e ha detto di non aver mai visto prima la responsabile del folle gesto.

(AGI il 18 maggio 2022) - Torna a crescere la fiducia degli italiani nelle forze dell’ordine. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato da Lab2101 per Affaritaliani.it, al primo posto c’è l’Arma dei Carabinieri con il 58,6%, l’1,2% in più rispetto al precedente rilevamento. Subito dietro la Polizia di Stato con il 55,1% (+0,6%), la Guardia di finanza con il 54,6% e la Polizia locale con il 51,2%.    

Nella categoria “organi di pubblica sicurezza” si confermano largamente in testa i vigili del fuoco (86,2%) davanti a Guardia costiera (67,1%), Polizia penitenziaria (57,8%) e Servizi segreti (55,3%).     Tra le forze armate, prima l’Aeronautica militare (68,2%), seconda la Marina militare (67,9%), terzo l’Esercito (63,4%).

Arrestato vigile urbano: "tremila chilometri con l'auto di servizio per fatti personali". La Voce di Manduria martedì 10 maggio 2022

Un pubblico ufficiale della polizia municipale del comune di Lucera (Fg) è stato sottoposto agli arresti domiciliari con l'accusa di peculato e rivelazioni di segreti d'ufficio. Il dipendente avrebbe fatto uso dell'auto di servizio, percorrendo 3000 chilometri, per svolgere affari personali e per incontri con la sua compagna. Avrebbe inoltre rivelato dati sensibili e falsificate atti per cancellare sanzioni amministrative a conoscenti. Altri particolari nel comunicato stampa della Guardia di Finanza che riportiamo di seguito. 

I finanzieri del Comando Provinciale di Foggia hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari emessa dal Tribunale di Foggia, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di un Pubblico Ufficiale, funzionario della Polizia locale di Lucera (FG), indiziato per condotte illecite commesse in danno della Pubblica Amministrazione di appartenenza.

Il provvedimento eseguito giunge all’esito di una più ampia indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Foggia e dalla Tenenza della Guardia di Finanza di Lucera e nell’ambito della quale risultano indagati 6 soggetti per le ipotesi di reato di peculato, falso in atto pubblico, truffa ai danni del Comune di Lucera e rivelazione di segreto d’ufficio.

L’Operazione, denominata “Doppio Alfa”, si fonda su un quadro gravemente indiziario costruito nel corso di una minuziosa attività di polizia giudiziaria, coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia, che ha permesso di far emergere, tra l’altro, presunti comportamenti di funzionari pubblici verosimilmente improntati all’indebita strumentalizzazione del ruolo e delle funzioni derivanti dallo stato di appartenenza ad un organo di Polizia, tra cui l’odierno arrestato.

In dettaglio, le indagini dei Finanzieri hanno evidenziato che il Pubblico Ufficiale sottoposto al provvedimento cautelare detentivo, con frequenza pressoché quotidiana, dopo aver attestato la propria presenza in servizio, si sarebbe allontanato dal luogo di lavoro, utilizzando l’autovettura del Comune per assolvere ad impegni privati, estranei alle proprie attribuzioni istituzionali. In tali circostanze il Funzionario avrebbe utilizzato l’autovettura di servizio per fare acquisti di vario genere, per raggiungere la propria compagna con cui si sarebbe intrattenuto oltretempo, per incontrare in altri Comuni (anche fuori Regione) persone che nessun legame avrebbero avuto con i doveri del suo ufficio, totalizzando, nei soli mesi di indagine, assenze dall’ufficio per circa 53 ore e percorrendo circa 3000 chilometri con l’autovettura in uso alla Polizia locale.

È stato inoltre constatato che il Pubblico Ufficiale avrebbe redatto atti ideologicamente falsi inerenti alle proprie attestazioni di servizio e all’uso della predetta autovettura, così come avrebbe predisposto numerosi atti falsi tesi ad “accomodare”, in favore di soggetti conoscenti, alcune pratiche e istruttorie amministrative del proprio Comando di Polizia locale. Tra queste, alcune sanzioni elevate per violazioni del Codice della Strada, per il cui “accomodamento” il funzionario avrebbe rilasciato permessi Z.T.L. retrodatati e emessi ad hoc, annullando così gli effetti delle contravvenzioni.

Infine, il funzionario pubblico con funzioni di comando avrebbe rivelato ad “amici e conoscenti” dati sensibili e riservati alla cognizione esclusiva del suo Ufficio, con particolare riferimento a report della Regione Puglia ad esclusivo uso degli Organi di Polizia.

Va precisato che le posizioni delle persone indagate sono al vaglio dell’Autorità Giudiziaria e che le stesse non possono essere considerate colpevoli sino alla eventuale pronunzia di una sentenza di condanna definitiva.

L’odierna attività evidenzia il permanente impegno della Guardia di Finanza e della Procura della Repubblica di Foggia nel contrasto alle diverse forme di reato contro la Pubblica Amministrazione che sottraggono alla collettività risorse pubbliche ed incidono negativamente sulla qualità dei servizi forniti ai cittadini. 

Foggia, arrestato il capo della polizia locale di Lucera: lasciava il lavoro per fare shopping. Altri 6 indagati. Rosaria Galasso su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Maggio 2022.

Il comandante si sarebbe allontanato dal posto di lavoro per fare la spesa o incontrare persone. Presunti favori agli amici per annullare le multe.

Finisce ai domiciliari il comandante della polizia locale di Lucera. I finanzieri del Comando provinciale di Foggia hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari emessa dal Tribunale di Foggia, su richiesta della Procura della Repubblica, per peculato, falso, truffa ai danni dello Stato e rivelazione di segreto d'ufficio.

Le indagini sono scattate un anno fa, dopo una segnalazione anonima. Il comandante Beniamino Amorico- veniva denunciato - si sarebbe macchiato di condotte poco cristalline, e così i finanzieri hanno deciso di vederci chiaro.

Intercettazioni ambientali e telefoniche, oltre a numerose attività di pedinamento, avrebbero costruito un quadro indiziario tale da giungere all'arresto. Non è comunque il solo. Insieme a lui sono indagate altre sei persone: cittadini che avrebbero ottenuto l'annullamento delle multe - questo contesta l'inchiesta -  grazie ai favori del comandante.

L’operazione, denominata “Doppio Alfa”, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia. In un anno - le indagini vanno da febbraio 2020 a settembre 2021 - il comandante, dopo aver «attestato la propria presenza in servizio, si sarebbe allontanato dal luogo di lavoro, utilizzando l’autovettura del Comune per assolvere ad impegni privati, estranei alle proprie attribuzioni istituzionali». In queste occasioni il comandante avrebbe utilizzato l’auto di servizio per fare acquisti di vario genere, per raggiungere la propria compagna o incontrare in altri Comuni (anche in Molise) persone che non avevano alcun legame con i suoi doveri di ufficio. In un anno avrebbe percorso con l'auto della polizia locale circa 3000 chilometri e avrebbe accumulato assenze per 53 ore. Negli atti, però, avrebbe dichiarato che quelle assenze erano per servizio.

Tra le accuse che gli vengono mosse anche quella di «accomodare, in favore di soggetti conoscenti, alcune pratiche e istruttorie amministrative del proprio Comando di Polizia locale. Tra queste, alcune sanzioni elevate per violazioni del Codice della Strada, per il cui “accomodamento” il funzionario avrebbe rilasciato permessi Ztl retrodatati e emessi ad hoc, annullando così gli effetti delle contravvenzioni». Infine, « il funzionario pubblico con funzioni di comando avrebbe rivelato ad “amici e conoscenti” dati sensibili e riservati alla cognizione esclusiva del suo Ufficio, con particolare riferimento a report della Regione Puglia ad esclusivo uso degli Organi di Polizia».

Fin qui le accuse, il comandante Amorico potrà adesso chiarire, davanti al magistrato, la sua posizione e dimostrare la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati.

Pierangelo Sapegno per “La Stampa” il 10 maggio 2022.

È stato ucciso senza una ragione da un vagabondo, nella hall dell'hotel Londra di Alessandria, dove faceva il portiere di notte. Albertino voleva fare il cantante della tv per dare un senso ai suoi sogni di bambino prodigio, e l'hanno ammazzato come ha vissuto, perché fino alla fine l'ha tradito il destino. A volte sembra che la morte sia fatta per la vita che abbiamo, crudele come la buona sorte che ci ha sfiorato senza che riuscissimo a prenderla. 

Questa è la storia di Alberto Faravelli, che incideva dischi come Albertino quando andava alla Rai da Mike Bongiorno, e che faceva il portiere di notte, a 69 anni, per rimpinguare i 700 euro o giù di lì di «minima» che gli sarebbero toccati di pensione.

L'hanno trovato due turisti all'una e 30 scorgendolo nel buio, riverso in una grande pozza di sangue dietro al bancone dell'albergo, quattro stelle e memorie di Belle Époque. I carabinieri hanno fermato un uomo di 46 anni, un italiano senza fissa dimora, inchiodato forse dalle immagini delle telecamere. Avrebbe colpito violentemente la sua vittima con il primo oggetto che ha trovato lì vicino, in uno scatto d'ira. Nessuno è riuscito a capire perché.

Ma la vita stonata di Albertino ha sempre avuto tante domande senza risposte. Abitava a Tortona, in una palazzina decorosa con gli alberi e i cespugli che fanno ombre gentili, e sul citofono c'era il suo nome accanto a quello della mamma, Faravelli Quaglia, perché per un motivo o per l'altro non era mai stato capace di raggiungere la tranquillità di una moglie, di una casa, di una sua famiglia. 

Da bambino dovevano avergli fatto credere che aveva un grande destino davanti a sé. Suo zio era un personaggio famoso, il Maestro Remo Panario, che aveva una bottega di barbiere, ma fra un taglio di capelli e l'altro, soprattutto insegnava musica alle giovani generazioni e anche a quelle più piccole.

Il Maestro aveva una sua banda, faceva teatro, ed era finito pure protagonista in un libro che racconta quegli anni ruggenti, «Liverpool, via Emilia». Fa crescere un mucchio di ragazzi di buone speranze, e uno diventò famoso, come Donatello, entrato nella hit parade con «Io mi fermo qui», melodia da lenti, guance contro guance e occhi chiusi, perché allora si usava così. Altri girano ancora le balere adesso con i loro complessi, come Michele Ventura, grande amico di Albertino.

Su di lui, Albertino, il Maestro punta tanto. Gli scrive le canzoni, lo porta a teatro, nelle riviste, ritagliandogli un quadretto tutto suo, anche se non ha ancora dieci anni. Sale su uno sgabello vestito da galeotto, e canta «L'evaso», musica di Panario e parole di Marziano Canegallo. 

Va allo Zecchino d'oro, e poi va anche da Mike Bongiorno, alla Fiera dei Sogni, un gioco a quiz, che lui spera di vincere per andare a Disneyland. E lui vince, e va a Disneyland con papà. La vita sembra come quelle cose che si vedono nei film. Quand'era piccolo e lo portavano dentro a quelle sale fumose, dalle finestrelle quadrate in alto scendevano lampi bluastri e sbuffi di fumo che annunciavano la scintilla alla base di quella stregoneria chiamata cinematografo.

Era questo il senso che avevano quegli anni per lui. Era quella scintilla, l'emozione che provavi in quegli attimi, quando sapevi che il film ti avrebbe portato in posti lontani, che non erano mai banali. Lì era come una chiesa, dove i sogni prendevano vita in quelle schegge di luce. 

Le ha conservate tutte quelle foto, lui alla Rai, vestito come un ometto, accanto a Gino Bramieri, o a Mike Bongiorno, o che sorride con papà Ettore davanti a Disneyland. Era così bellino, un po' grassottello, com'è rimasto poi quand'è cresciuto e la vita non è stata più quella che sembrava. Ma allora era un bambino prodigio, e c'era un'onda da rincorrere, gli fecero incidere anche dei 45 giri. 

Michele Ventura faceva l'apprendista parrucchiere dal Maestro Remo Panario, ma tagliare i capelli va bene, solo che la sua passione è rimasta la musica e lui ancora oggi gira con la sua band, I Beathovens. E dice che ad Alberto è rimasto attaccato lo stesso amore. Storie di provincia e di un mondo lontano. Michele ricorda però che suo zio ci credeva tanto e gli aveva scritto apposta una canzone, che cantava anche in teatro.

S'intitolava «Il divo», e diceva così: «Voi non mi conoscete perché sono piccino, ma un giorno sentirete parlare di Albertino, e per televisione, quel giorno canterò per voi questa canzone, nel Faravelli show». Poi non è andata così. Dentro al suo cinematografo, la scintilla s'è fermata lì e la pellicola non ha mai girato. Si sono abbassate le luci, il mormorìo s'è taciuto, ma il proiettore ha fatto solo un chioccio ronzio e basta, prima di bloccarsi. È stata così la vita di Albertino. Gli è rimasta la passione della musica, ma non il suo avvenire, non il suo luminoso palcoscenico.

È salito sulle navi da crociera e ha girato gli oceani, suonando le tastiere e cantando i brani degli altri, quelli famosi. E se per caso trovava qualcuno che lo conosceva, ci parlava, ma le sue canzoni, L'evaso e Il divo, quelle non poteva più farle. Non se l'era dimenticate. 

Quando tornava a casa le strimpellava per ridere, con Michele, o con sua sorella, Antonella, che suona il basso anche lei, in un gruppo che si chiama «Le Serenelle». È un tempo finito, doveva aver pensato questo. 

Il vento l'ha visto passare, gli ha soffiato accanto, ma cosa ne sanno gli altri, quelli che non capiscono neanche che cos' è, questo soffio della vita, questa scintilla del cinema. Cosa ne sa un vagabondo che ti uccide dei segreti racchiusi nei sogni, delle loro sconfitte. L'hanno trovato così, Albertino, con la testa reclinata sulla federa inamidata e la sua divisa da portiere. 

Doina Matei uccise con un ombrello Vanessa Russo: è nullatenente e sarà lo Stato a risarcire 760 mila euro la famiglia della vittima. La Stampa il 10 maggio 2022.

Ricordate la storia di Vanessa Russo, la ragazza di 23 anni uccisa per una lite al culmine di una lite alla stazione Termini di Roma? Per quella vicenda fu condannata Doina Matei a 16 anni di reclusione. E adesso, per le precarie condizioni economiche, Doina Matei non verserà un euro alla famiglia della ragazza. A pagare sarà lo Stato italiano. Esattamente 760mila euro che la Matei non dovrà versare in quanto nullatenente e con due figli a cui pensare. Così ha deciso il tribunale civile di Perugia, mettendo fine alla questione sul risarcimento che spetta alla famiglia della 22enne che Doina Matei ha ucciso con un ombrello 15 anni fa, dopo un diverbio in metropolitana, a Roma. «Siamo in presenza di una decisione non sorprendente perché in linea con l'orientamento della Corte di Giustizia Europea che in presenza di crimini particolarmente efferati stabilisce che il risarcimento da parte dei responsabili sia affidato, in casi specifici, allo Stato».Lo afferma l'avvocato Federico Vianelli, in passato legale della famiglia di Vanessa Russo, commentando la decisione della corte d'appello di Roma che ha accolto il verdetto della Corte Ue disponendo che allo Stato italiano spetta il risarcimento di 760 mila euro ai parenti delle vittima in quanto Doina Matei, la ragazza che colpì con una ombrellata la giovane romana, è nullatenente e senza fissa dimora. «In questa vicenda è già passato troppo tempo - afferma il penalista - e niente restituirà alla famiglia Vanessa e risarcirà del dolore e delle lacrime versate». Doina Matei era tornata libera nel 2019 grazie alla "buona condotta", con un anticipo di quattro anni

Valeria Arnaldi per “Il Messaggero” l'11 maggio 2022.

Esattamente 760mila euro. Questo l'ammontare del risarcimento alla famiglia della vittima, cui è stata condannata, in sede civile, Doina Matei per aver ucciso, quando aveva ventuno anni, con un ombrello, Vanessa Russo, poco più grande di lei, al culmine di una lite per motivi banali, sulla banchina della metropolitana della Stazione Termini, a Roma.

Matei, però, è nullatenente e senza fissa dimora, quella somma non può pagarla. 

A risarcire la famiglia Russo sarà lo Stato italiano. Era il 26 aprile 2007. Doina Matei uccise Vanessa Russo, colpendola con la punta dell'ombrello nell'occhio.

Romena senza permesso di soggiorno, grazie anche alle telecamere di sorveglianza, fu rintracciata, arrestata e condannata per omicidio preterintenzionale aggravato a sedici anni, poi parzialmente scontati in semilibertà e, in affidamento in prova ai servizi sociali fino alla fine della pena. 

IL RICORSO La famiglia Russo intentò causa pure in sede civile. Stabilito l'ammontare dell'indennizzo, il Tribunale di Perugia, affermò che la Matei era insolvente. E così i Russo presentarono ricorso al Tribunale di Roma. «Non è una questione di soldi ma di giustizia - diceva, nel 2017, Giuseppe Russo, padre di Vanessa, al nostro giornale - La vita di una persona non ha prezzo, ma qui pare che nessuno sia responsabile. La condanna prevede un risarcimento di cui nessuno parla. La responsabile non ha soldi, allora dovrebbe farsene carico lo Stato ma lo Stato non paga. Mia figlia è stata uccisa in città, sotto la metropolitana, nella stazione, senza alcuna sorveglianza». Ora, dopo tanti anni, il risarcimento arriverà.

La Corte d'Appello di Roma ha accolto il verdetto della Corte di Giustizia Europea, stabilendo che spetta allo Stato Italiano farsi carico del risarcimento. «Lo Stato italiano non è stato condannato al risarcimento in luogo della responsabile del fatto e in forza di una ipotizzata responsabilità sussidiaria, ma in virtù di una propria responsabilità diretta, che trae origine dall'inosservanza di un obbligo comunitario: quello, reiteratamente disatteso, di dotarsi di una legge volta l'indennizzo delle vittime di reati violenti», dice l'avvocato Giovanni Spina, legale dei familiari di Vanessa Russo. 

«C'è una giurisprudenza consolidata ormai, di cui questa sentenza è l'ennesima conferma - spiega l'avvocato Federico Vianelli, in passato legale dei Russo - l'orientamento della Corte europea dei Diritti dell'Uomo, per la tutela rafforzata delle vittime, prevede che laddove vi sia l'impossibilità del condannato di garantire in tempi brevi l'indennizzo, sia lo Stato a provvedere. E dato che l'assassinio è avvenuto su territorio italiano, sarà lo Stato italiano a farlo». Un atto simbolico per i familiari.

«I genitori di Vanessa sono stati distrutti dall'assassinio della figlia, credo che destineranno la somma a onorare la sua memoria - prosegue Vianelli - Di fatto, hanno visto riconosciuta la loro richiesta, dunque l'esito della causa civile è stata una vittoria, certo che, così, rischia di diventare una vittoria di Pirro. In casi come questi, ci dovrebbe essere una sorta di automatismo, quando il danno è accertato ed è attestata anche l'insolvenza del condannato, le procedure dovrebbero essere più brevi. Sono passati tanti anni, troppi, da allora».

Anni di battaglie, appunto, e sofferenze. «L'obbligo di risarcire la vittima, in reati particolari gravi, a carico dello Stato, a fronte della impossibilità di farlo da parte dell'autore del reato, viene sancito della giurisprudenza comunitaria cui, l'Italia, si è dovuta adeguare - commenta l'avvocato Carlo Testa Piccolomini, legale di Doina Matei - Contrariamente a quanto riportato da alcuni, non si è trattato dell'ennesimo regalo alla romena. A Doina Matei è stata inflitta una pena esemplare, senza la concessone di attenuanti generiche, nonostante la giovanissima età, il difficile contesto di provenienza e il fatto che fosse incensurata».

E aggiunge: «Doina avrebbe potuto raccontare la storia dietro compenso, le richieste sono state molte, ma non ha mai neppure preso in considerazione la cosa. Cerca di condurre una vita normale, ovviamente con il peso di quanto accaduto. L'unico obiettivo, ora, per lei, è l'oblio. Molti, per omicidio preterintenzionale, sono stati condannati a meno di dieci anni di pena e non hanno mai risarcito le vittime»

La rumena che uccise Vanessa è nullatenente. Il risarcimento lo paga lo Stato. Rosa Scognamiglio il 7 Maggio 2022 su Il Giornale.

Doina Matei, la rumena che uccise con un ombrello Vanessa Russo, è già in libertà ma risulta nullatenente. Sarà lo Stato a risarcire i familiari della vittima. L'indennizzo ammonta a 760mila euro.

Sarà lo Stato a risarcire i familiari di Vanessa Russo, la 22enne uccisa con un ombrello dalla rumena Doina Matei in una stazione di Roma Capitale nel 2007. L'immigrata, già a piede libero dopo aver scontato 10 anni di pena, risulta nullatenente e con due figli a carico. Motivo per cui spetterà alla Repubblica italiana provvedere all'indennizzo - del valore complessivo di 760mila euro - in favore dei genitori e dei fratelli della vittima.

Romena uccise in metro "Semilibertà? Un diritto"

L'omicidio

Al tempo, la drammatica vicenda suscitò grande clamore mediatico per la singolare efferatezza dell'aggressione. Doina Matei, immigrata di nazionalità romena senza permesso di soggiorno, trafisse con la punta dell'ombrello Vanessa Russo a seguito di un banale diverbio. Il colpo sferrato dalla straniera - immortalato dalle telecamera di sorveglianza della metropolitana capitolina - fu tale da provocare la morte "per sfondamento della calotta cranica" della 22enne che morì dopo una straziante agonia. Doina, che intanto aveva tentato la fuga, fu rintracciata e arrestata presso la sua abitazione nelle Marche. L'accusa di omicidio volontario, formulata in prima istanza, fu subito rimodulata in omicidio preterintenzionale aggravato. La rumena chiese e ottenne di essere processata col rito abbreviato guadagnando, al netto dei possibili risvolti giudiziari, la riduzione di un terzo della pena. Sul finire del 2007, la straniera fu condannata a 16 anni di reclusione e al risarcimento dei danni nei confronti della famiglia Russo. La sentenza di primo grado fu confermata dalla Corte d'Appello nel 2008 e diventò definitiva due anni più tardi. Dopo aver scontato 10 anni di pena, nel 2019, Doina è tornata in libertà.

Il risarcimento

Nel 2012 i familiari di Vanessa decisero di rivolgersi al tribunale di Perugia, città dove era residente l'imputata, per ottenere il risarcimento. Due anni dopo (2014) giunse la sentenza del tribunale del capoluogo umbro che condannava Doina a versare 260.000 euro in favore del papà di Vanessa, 300.000 alla madre, 100.000 al fratello e altrettanti alla sorella. Somme non riscuotibili poiché Doina risultò essere nullatenente e con due figli a carico in Romania. A quel punto i genitori della 22enne decisero di citare lo Stato italiano, nella persona della Presidenza del Consiglio dei ministri, per ottenere l'indennizzo. Non ricevendo riscontro alcuno, i Russo presentarono un nuovo ricorso al tribunale di Roma, ottenendo la condanna della Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento di 760mila euro complessivi. Dal suo canto, la Presidenza del Consiglio, attraverso l'Avvocatura dello Stato, faceva ricorso contro questa pronuncia sostendo che nel mentre fosse stato emanato un ddl che prevedeva - come da direttiva europea numero 80 del 2004 - un risarcimento per le vittime dei reati violenti. Ma "per la Grande Sezione della Corte di Lussemburgo - scrive Libero Quotidiano - la Repubblica italiana avesse indebitamente limitato gli indennizzi previsti per le vittime di reati violenti a cifre irrisorie e meramente simboliche". La Corte d'Appello di Roma, nei mesi scorsi, ha confermato la sentenza della Corte di Giustizia Europea: sarà lo Stato Italiano a risarcire i familiari di Vanessa.

Massimo Sanvito per “Libero quotidiano” il 30 aprile 2022.

Erano arrivati in oltre diecimila, da ogni parte d'Italia e oltre. Colonne di furgoni e auto carichi di casse, alcolici e droghe per raggiungere l'enorme distesa verde di Valentano (Viterbo), sulle rive del lago di Mezzano, per un rave party no stop. Ci fu un morto annegato, cani lasciati morire di sete sotto il sole, diversi stupri, persino un parto.

Mandrie di zombie che vagavano strafatti, storditi dalla musica e dalle pasticche, con gli occhi persi nel vuoto. Ci furono saccheggi di bar e case nei centri più vicini. Fu rubato gasolio dall'azienda agricola lì vicina e una ventina di persone che alloggiavano nell'agriturismo furono costrette a scappare.

Per quell'inferno durato 72 ore, a cavallo di Ferragosto, tra illegalità, tra illegalità un'area privata, la procura ha citato a giudizio una sola persona per invasione di terreni: tale Adurel Karafili, 34 anni, albanese, disoccupato e nullatenente. Solo lui su quindicimila persone. E la domanda sorge spontanea: com' è possibile? Il processo comincerà a marzo dell'anno prossimo.

Il quadro è a dir poco grottesco. Perché se dopo otto mesi di indagini si arriva a portare in tribunale una persona soltanto, pescata chissà come nella mischia, è abbastanza ridicolo. Tanto è vero che Piero Camilli, al secondo mandato di sindaco a Grotte di Castro (Viterbo), imprenditore, ex presidente del Grosseto e della Viterbese, ma soprattutto proprietario di quei terreni devastati dalla follia degli organizzatori e dei partecipanti del rave (o meglio: del "Teknival", come lo chiamarono), pochi giorni fa ha ricevuto la notifica da parte della procura di Viterbo.

«Mi hanno detto che sarò persona offesa nel procedimento contro una sola persona, un albanese che si trova in galera a Frosinone ma c'erano diecimila persone, io dovrei rifarmi soltanto sudi lui?», ha commentato Piero Camilli all'Agi.

Il 19 agosto, quando gli occupanti lasciarono l'area grazie alla mediazione della Questura, cominciò subito la conta dei danni: della bellezza di 300.000 euro quelli quantificati dal proprietario.

«Li vorrei dare tutti in beneficenza alla Croce Rossa. Io vivo del mio lavoro», ha spiegato Camilli. Che ha anche citato il ministero dell'Interno in via civilistica. L'inchiesta della procura è stata piuttosto complessa, considerata l'oggettiva difficoltà nel rintracciare gli organizzatori in mezzo a migliaia e migliaia di persone. Verissimo. Però i risultati lasciano alquanto a desiderare. Camilli non se ne capacita: «Se non si riescono a identificare i responsabili allora dovrebbe risarcirmi lo Stato». Come dargli torto? «$ paradossale che ci sia un solo imputato, penso e spero che la Procura stia lavorando a qualcosa di più ampio e che questa sia soltanto la punta di un iceberg», ha dichiarato Enrico Valentini, legale della famiglia Camilli. Per il reato in questione è prevista una pena massima di due anni ma con ogni probabilità si arriverà, al massimo, a una multa. Camilli la chiude con una battuta: «E adesso come posso rifarmi su una sola persona? $ una roba da film di Totò». Perché c'è davvero da ridere.  

Estratto dell'articolo di Clemente Pistilli per “la Repubblica” il 27 aprile 2022.

«Per i primi tempi voleva solo sequestrà e mi dava i pensierini, poi ha cominciato a chiedermi ma facciamo più sequestri, così esce qualche soldo». Prima la cocaina consegnata in caserma in cambio di soffiate e poi pure "la stecca" sui guadagni dello spaccio. 

Quello descritto alla Dda di Roma dal pentito Maurizio Zuppardo è un sistema inquietante che sarebbe andato avanti per undici anni all'interno della compagnia dei carabinieri di Latina, messo su da alcuni militari, ufficiali compresi, che sarebbero arrivati al punto di falsificare i verbali di sequestro della droga per consegnare parte della sostanza stupefacente all'attuale collaboratore, loro confidente, per fare più arresti.

Ricevuti gli atti, il procuratore capo di Latina, Giuseppe De Falco, e il sostituto Valentina Giammaria hanno aperto un'inchiesta a carico di undici indagati, dei quali nove carabinieri, formulando 35 capi d'accusa e ipotizzando i reati di corruzione, spaccio, peculato, falso, abuso ufficio, concussione, furto e violazione della legge armi. E per sei investigatori hanno chiesto l'arresto. [...] 

Il collaboratore ha parlato del vice brigadiere Camillo Marino e aggiunto che era a conoscenza di quelle vicende anche l'attuale maggiore Camillo Meo, andato poi a comandare la compagnia di Sassuolo, entrambi indagati e per i quali è stato chiesto l'arresto, negato dal gip non ritenendo attendibile Zuppardo, ma su cui, alla luce di un dettagliato ricorso, dovrà pronunciarsi il Tribunale del Riesame di Roma.

Su Marino il pentito ha anche detto: «Un carabiniere può guadagnà 1.400-1.500 euro al mese, non puoi farti nel 2008 una Golf ultimo tipo che costa 30-40mila euro e una casa nuova. Ogni volta che andava a sequestrà lui qualcosa spariva la roba, sparivano i soldi e la cocaina». Un altro vice brigadiere indagato, parlando al suo attuale comandante ha poi ammesso: «Con Zuppardo si pesava». [...]

Sparò al ladro e lo uccise, avvocato condannato a 14 anni di carcere. Michele Marangon su Il Corriere della Sera il 23 Aprile 2022.

La decisione del tribunale di Latina arriva dopo quattro anni e mezzo: Francesco Palumbo sorprese i ladri a casa dei genitori e ne uccise uno in fuga. Il giudice non ha creduto alla legittima difesa. 

Non sparò per legittima difesa, ma con la volontà di uccidere. Con questa motivazione la Corte di assise di Latina, venerdì pomeriggio, ha condannato a 14 anni di carcere l'avvocato Francesco Palumbo, accusato dell'omicidio di Domenico Bardi, 46enne di Napoli e del tentato omicidio del complice Salvatore Quindici, sorpresi a rubare nell'abitazione dei suoi genitori nel complesso residenziale di via Palermo nel capoluogo pontino. Il delitto, avvenuto una domenica pomeriggio del 15 ottobre 2017, si è verificato quando i due uomini -appartenenti ad una banda specializzata in furti d’appartamento proveniente dalla Campania- si stavano dando alla fuga: in quel momento l'imputato, che si era precipitato a casa dei genitori avvisato dall’allarme, ha colpito a morte Bardi alla schiena mentre scendeva da una scala, e ferito poi l'altro ladro. Le indagini successive appurarono che i banditi erano disarmati, mentre l’avvocato raccontò di aver reagito pensando che il ladro avesse una pistola. La Corte, presieduta da Francesco Valentini, ha respinto la richiesta di assoluzione avanzata dalla difesa per mancanza dell’elemento psicologico, e ha inflitto al professionista pontino una pena superiore ai 12 anni sollecitati dal pm. A Palumbo sono state concesse le attenuanti generiche in quanto incensurato, ma è stato dichiarato interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e legalmente per tutta la durata della pena.

Andrea Pasqualetto per corriere.it l'11 aprile 2022.

Si è alzato dal tavolo dove stava pranzando, è entrato nel locale e ha iniziato a inveire contro il banconista, pare per l’attesa eccessiva. Ne è una nata una discussione, poi una scazzottata e alla fine il cliente ha fatto come nel Vecchio West: ha estratto una pistola e ha sparato sul malcapitato. 

Uno, due, forse tre colpi. Corsa all’ospedale, intervento d’urgenza. «È gravissimo», hanno spiegato gli inquirenti. L’hanno intubato e sottoposto a un delicato intervento chirurgico: l’uomo è ora in rianimazione e la prognosi è riservata. 

La vittima

Si tratta di un ventitreenne originario di Santo Domingo dipendente del locale, il Casa Rustì, un ristobar in piazza della Rinascita, nel centro di Pescara conosciuto per gli arrosticini.

L’aggressore, un 29enne abruzzese emigrato all’estero, non era un cliente abituale del ristorante ed è stato catturato in un’area di servizio autostradale dalla polizia dopo alcune ore mentre cercava di scappare a bordo di un taxi. Era stato immortalato da alcuni video che lo riprendono mentre fa fuoco sul giovane dominicano che cercava riparo dietro il bancone. Lo colpisce al collo e al torace. 

Le testimonianze

A spiegare ai cronisti com’è nata la rissa è stato il titolare di Casa Rustì, ristorantino che si affaccia sulla centralissima piazza della Rinascita, il salotto della città: «Quell’uomo è entrato nel locale con il suo bicchiere di vino e ha cominciato a insultare il mio dipendente, lamentandosi, da quanto abbiamo capito, dei tempi di attesa. Gli ha dato prima un pugno, poi ha tirato fuori la pistola e ha sparato. Quello che si vede nelle immagini di videosorveglianza fa impressione».

L’aggressore stava pranzando all’esterno del ristobar, sotto un porticato. «Era accanto a me, avrà avuto una quarantina d’anni, vestito sportivo, calvo, pranzava da solo», ha raccontato una testimone. Sul posto è intervenuta la squadra mobile di Pescara. «Abbiamo naturalmente aperto un’indagine», si è limitato a dire il procuratore capo del capoluogo abruzzese, Giuseppe Bellelli. Il reato è tentato omicidio. 

Le ragazze sotto choc

In questa brutta storia è finita all’ospedale anche una ragazza. Si tratta di una dipendente del locale intervenuta per cercare inutilmente di calmare l’aggressore. «È sotto choc», spiega il titolare. 

E sotto choc anche la fidanzata della vittima, che era accanto a lui quando è scoppiata la rissa culminata nella sparatoria. La vittima, studente universitario dominicano da tempo residente in Abruzzo, è padre di un bimbo di due anni. «Bravissimo ragazzo, speriamo che se la cavi e si riprenda», sospira il titolare.

«Pescara non è più sicura»

La vicenda ha scosso Pescara. «Non è più una città sicura», non ha usato mezzi termini il vicepresidente del Consiglio regionale, Domenico Pettinari. «Le risse sono all’ordine del giorno e oggi stiamo parlando addirittura di una sparatoria in un luogo frequentatissimo da ragazzini e famiglie soprattutto di domenica. Davanti a questi gravi avvenimenti è inutile che si continui a sbandierare l’aumento di telecamere come panacea di tutti i mali. Le telecamere, se non accompagnate da un aumento delle forze dell’ordine, non servono da deterrente».

 Sparatoria a Pescara, parla il «tassista eroe»: «È salito sul mio taxi dopo aver sparato. Così l’ho chiuso dentro per farlo catturare». di Alessandro Fulloni Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 12 Aprile 2022.

Pescara, parla il tassista che ha «mandato» in cella l’uomo che ha ferito il 23enne. 

«Ammetto: durante quelle tre ore è stato come se il sedile del mio taxi fosse fatto di spilli. Ma in qualche modo la divisa te la porti sempre dentro, anche se da pensionato. E forse grazie al mio passato quarantennale nelle forze dell’ordine sono riuscito a restare freddo...». Vincenzo, 67 anni, tre figli, voce giovanile, raggiunto al telefono dal Corriere, parla con serenità, anche se è un fiume in piena. Fa il tassista da soli sei mesi, «licenza ottenuta a Vasto, dopo essermi congedato: nella vita professionale precedente — scandisce orgoglioso — sono stato nelle Fiamme gialle dove ho raggiunto il grado di brigadiere».

Vincenzo era alla guida dell’auto bianca chiamata da Federico Pecorale — il 29enne poi arrestato per aver sparato, domenica, a Yelfry Rosado Guzman, banconista dominicano ventitreenne che ora lotta per la vita in Rianimazione — nel tentativo di organizzare una fuga in Svizzera. Una lite assurda, nel ristobar «Casa Rustì» in centro a Pescara: l’aggressore — con problemi psichici dovuti forse a una lontana caduta in moto — è entrato nel locale, rabbioso per il ritardo con cui stavano servendogli gli arrosticini. E ha sparato al povero Guzman. Una volta fermato, l’uomo ha anche detto che il giorno prima era «stato umiliato da dei rumeni e avevo chinato la testa».

Vincenzo ha incontrato la prima volta Pecorale «una settimana fa, mi aveva trovato su Google. Sono andato a prenderlo quattro volte a Gessi, dove mi ha detto che aveva dei parenti, portandolo a Pescara. L’ho lasciato sempre lì al mattino, vicino al lungomare, dove poi sono andato anche a riprenderlo, nel pomeriggio».

E domenica?

«Mentre ero a pranzo con mio figlio, mi ha chiamato verso le 15, un’ora dopo quella roba folle di cui ero ignaro. Abbiamo concordato un appuntamento alle 20».

Poi?

«Quando è salito mi ha detto: “stavolta devo fare un viaggio più lungo” e mi ha chiesto se potevo portarlo in Svizzera. Gli ho chiarito che la corsa sarebbe costata una marea di soldi e lui non ha fatto una piega, dicendo “non m’interessa”. Così ho fatto i conti, fissando il prezzo sui 1.500 euro; lui mi ha mostrato un rotolo di contanti che però non mi ha dato. Poi siamo partiti».

Come le era parso sino a quel momento quell’uomo?

«Un taciturno, un musone. Non abbiamo scambiato molte parole, nemmeno nelle corse precedenti».

Arriviamo alle 21 di domenica, quando riceve la chiamata delle forze dell’ordine...

«La prima deve essere stata dei carabinieri, le successive della polizia con il questore in persona, Luigi Liguori, che mi ha tranquillizzato. Parlavamo a voce bassa, io cercavo di non far capire con chi fossi al telefono. Però qualcosa quell’uomo deve avere intuito...».

Perché?

«Dallo specchietto ho visto che a un tratto ha cominciato ad agitarsi, il suo respiro era sempre più affannoso. Non era più tranquillo».

Ha avuto paura durante quelle tre ore?

«Diciamo che ho avuto un bel batticuore. Ma sapevo di stare in buone mani. Il resto lo ha fatto la mia vita precedente nelle Fiamme Gialle».

Ore 22.50. Scatta il blitz...

«Il questore mi aveva già indicato come sarebbe avvenuto parlandomi, diciamo così, da collega a collega. Mi ha suggerito di dire a Pecorale che avevo finito la benzina, poi di fermarmi a una stazione di servizio, uscire alla svelta dall’auto e chiuderlo dentro».

E lei?

«È andata come pianificato. Nel frattempo, percorrendo l’autostrada Adriatica, ero giunto alla stazione Metauro. Ho deviato, accostando al distributore. Sono uscito dal taxi facendo finta di iniziare il rifornimento ma in realtà bloccando Pecorale nell’abitacolo con la chiave automatica. Un istante dopo sono piombati gli agenti. Posso dirlo? Ma che bravi, che professionalità! Non era facile...».

Vincenzo, lei oggi riceverà un encomio ufficiale alla «Festa della Polizia»: si sente un eroe?

«Ma no, sono finito per caso in una situazione più grande di me e ho solo cercato di gestirla».

Flavia Amabile per “la Stampa” il 12 aprile 2022.  

Cinque colpi sparati a freddo, con lucida determinazione, perché gli arrosticini tardavano ad arrivare. E non erano così buoni come si aspettava. «Futili motivi», li definisce il questore di Pescara Luigi Liguori, quelli per cui un giovane sta lottando tra la vita e la morte. 

Era il terzo giorno che Federico Pecorale, 29 anni, tornava nello stesso ristorante-bar nel centro di Pescara, il Casa Rostì. «La nostra impressione era che si trattasse di un turista», sostiene Christian Fedele, il titolare del locale. Non sapevano che invece aveva una pistola in tasca, una calibro 6, 35 che ha estratto quando ha perso la pazienza e ha sparato cinque volte (quattro colpi andati a segno) Yelfry Guzman, cuoco e addetto al bancone.

Il giovane ha 23 anni, è di origini dominicane, ma vive a Chieti da tempo insieme con la madre e la sorella. Ha lavorato in un vivaio e da tre anni era stato assunto nel ristorante al centro di Pescara. «Un grande lavoratore, prendeva ogni giorno due autobus, un bravissimo ragazzo. Speriamo che si riprenda presto», dice Christian Fedele. 

Yelfry Guzman è stato portato all'ospedale Santo Spirito di Pescara e operato d'urgenza. È ricoverato in rianimazione e le sue condizioni sono gravi, lotta tra la vita e la morte. Disperata la madre Melania in attesa davanti all'ospedale. Ai suoi cari ripete «Non è giusto». Con lei ci sono l'altra figlia Melissa e Alice, la compagna di Yelfry Guzman. «È un incubo. Non so se riuscirò a perdonare quell'uomo», si sfoga lei. 

Nessuno riesce a capire che cosa sia accaduto nella mente di Federico Pecorale. Non ci riescono i suoi cari. E non ci sono riusciti ancora del tutto le forze dell'ordine, che pure hanno compiuto un piccolo miracolo individuando l'aggressore grazie alle telecamere del locale e a quelle nel centro di Pescara come strumento di contrasto alla movida e organizzando una complessa operazione che ha coinvolto quattro questure (Pescara, Fermo, Ancona e Pesaro) e due compartimenti della polizia stradale (Abruzzo e Marche), tutti coordinati da Pescara.

Pecorale si è diretto prima verso il mare per una passeggiata. Poi è tornato nell'albergo dove soggiornava dal 4 aprile. L'uomo è originario di Montesilvano, un grande centro a ridosso del capoluogo, ma vive da dieci anni in Svizzera. «Torna spesso per fare visita a parenti e amici», racconta Florenzo Coletti, il suo avvocato che lo conosce da tempo.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Pescara diretti da Gianluca Di Frischia quindi, sono entrati in hotel ma Pecorale era andato via poco prima, aveva deciso di lasciare l'albergo con molto anticipo rispetto ai programmi iniziali. 

Nella sua stanza è stata trovata la felpa che indossava al momento della sparatoria, quelle che il questore Luigi Liguori definisce «tracce evidenti che lo riconducono al luogo del delitto». E l'inseguimento prosegue. A questo punto, però, gli inquirenti hanno il nome di Pecorale. È sconosciuto alle forze di polizia, non ha precedenti né porto d'armi. Ha dei parenti a Montesilvano e sono i primi dove vanno nella speranza di trovarlo. Non lui è a casa dei nonni a Vasto. 

Quando le forze dell'ordine arrivano, Pecorale è andato via da pochi minuti.

Ottengono però il numero del tassista privato che ha accettato di accompagnare Pecorale in Svizzera. Lo contattano senza che Pecorale sospetti. Il tassista monta un satellitare sul cellulare per consentire di tenere meglio sotto controllo l'auto. 

Poi, con la scusa di dover fare rifornimento, entra nell'area di servizio indicata dalle forze dell'ordine, quella di Metauro, in provincia di Pesaro e Urbino. Si ferma e si allontana dal mezzo chiudendolo con le chiavi dall'esterno. A quel punto Pecorale viene neutralizzato dai poliziotti e sottoposto a fermo per il tentato omicidio e il porto dell'arma. 

Al tassista, che ha svolto un ruolo decisivo, oggi verrà consegnato un riconoscimento durante le celebrazioni per la Festa della polizia. Non è ancora chiaro che cosa abbia davvero spinto Pecorale a sparare. L'impressione degli agenti che lo hanno fermato, ha sottolineato il questore, è che il 29enne «non avesse la percezione esatta di ciò che era successo, dell'esatto disvalore sociale. Sembrava quasi sorpreso della nostra presenza». 

Gli inquirenti escludono la premeditazione ma sottolineano anche la lucidità della fuga. E appaiono non del tutto convinti di fronte alla tesi dell'avvocato che difende Pecorale che l'uomo soffra di disturbi. «Sto contattando il servizio sanitario svizzero per farmi mandare i documenti perché il mio assistito ha comunque una problematica psichiatrica», assicura l'avvocato Florenzo Coletti.   

Paolo Vercesi per il “Corriere della Sera” il 17 aprile 2022.

«I primi due colpi di pistola me li ha sparati in faccia guardandomi negli occhi e non so come io sia riuscito a schivarli. Quando mi sono ritrovato a terra mi ha colpito due volte alla schiena lasciandomi nelle condizioni in cui mi trovo adesso. Ha sparato per uccidere e sono vivo per miracolo». Yelfry Guzman racconta da un letto della Neurochirurgia dell'ospedale di Pescara dettagli finora sconosciuti dell'aggressione di cui è rimasto vittima in un ristobar di Pescara. 

Ricostruzione che il ferito ha fatto con il suo legale, l'avvocato Piero Bisceglie, e ha ribadito al pm Fabiana Rapino che ha raccolto la sua testimonianza. Il primo colpo lo ha ferito di striscio alla testa; il secondo lo ha colpito al collo. Finito a terra dietro al bancone, tra le urla della collega Martina terrorizzata, il ragazzo è stato centrato alla schiena da altri due colpi e uno gli ha danneggiato il midollo: non muove le gambe, Yelfry, ma sta recuperando un briciolo di sensibilità che lascia ben sperare i medici. 

IL FATTO Guzman, 23enne di origine dominicana, stava cucinando arrosticini (spiedini di carne di pecora) al ristobar Casa Rustì in pieno centro a Pescara quando si è trovato a fronteggiare la folle reazione di Federico Pecorale, 29enne di origini abruzzesi ma residente a Losanna, in Svizzera. Già nei due giorni precedenti l'uomo aveva pranzato in quel locale sotto i portici di piazza della Rinascita. «Un cliente normale, abbiamo scambiato qualche parola» ha raccontato Yelfry. Poi è accaduto l'imponderabile, con i cinque colpi di pistola sparati al cuoco dal cliente fuori di sè. «Tutto per colpa della salatura degli arrosticini» ha detto il ragazzo ferito, confermando il banalissimo movente. 

Tutta la sequenza è stata ripresa dall'impianto di videosorveglianza del locale e secondo l'avvocato Bisceglie, anche in risposta all'ipotesi formulata dalla difesa di Pecorale, «prima degli spari non c'è stato nessun atto provocatorio di Yelfry a scatenare quell'azione, se non gli arrosticini battuti sul bancone per eliminare il sale di troppo cui sono seguite altre proteste di Pecorale perché secondo lui erano stati cotti male». Il legale di Pecorale, avvocato Florenzo Coletti, chiederà una perizia psichiatrica per il suo assistito.

Yelfry con mamma Melani, la sorella Meliza e il fratello Francisco: «Non cerchiamo vendetta, ma giustizia: quell'uomo dovrà pagare» hanno detto. L'avvocato Bisceglie potrebbe chiedere il sequestro di beni patrimoniali dello sparatore: «Se Pecorale aveva problemi mentali doveva esserci qualcuno a sua tutela - ha detto l'avvocato -. In ogni caso agirò di concerto con il pm. Siamo consapevoli che questo dramma ha distrutto due famiglie e per fortuna non è finito in tragedia».

Dramma a Barletta: ipotesi rapina. Omicidio nel bar, titolare ucciso a colpi di pistola: lascia due figlie piccole, moglie colta da malore. Redazione su Il Riformista l'11 Aprile 2022. 

Titolare di un bar ucciso a colpi di pistola all’interno del suo locale. E’ quanto accaduto in serata a Barletta dove ignoti hanno fatto irruzione al Morrison’s revolution, in via Rionero al quartiere Borgovilla, uccidendo, in circostanze ancora da chiarire, Giuseppe Tupputi, 43enne che lascia la moglie (con la quale gestiva l’attività) e due figlie, di cui una di appena due mesi.

Inutili i tentativi di soccorso dei sanitari del 118 che quando sono arrivati nel bar hanno soltanto potuto constatare il decesso dell’uomo, raggiunto da almeno uno dei tre proiettili esplosi. Le indagini sono affidate alla polizia che non esclude nessuna pista anche se quella in questo momento battuta porterebbe all’ipotesi di una rapina finita nel sangue, forse in seguito al tentativo di reazione di Tupputi.

Sul luogo dell’omicidio, oltre a polizia, carabinieri e 118, si è radunata una folla di circa un centinaio di persone. Tupputi era molto conosciuto nella zona. Abitava poco distante dal bar che portava avanti insieme alla moglie Giusy. Quest’ultima è stata colta da un malore quando è giunta al “Revoluton’s Morrison” e ha realizzato quello che era da poco accaduto.

E’ caccia ai responsabili di quanto accaduto. Non è chiaro se ad entrare in azione sia stata una solo persona. Saranno le immagini delle telecamere di videosoveglianza presenti nella zona ad aiutare gli investigatori così come possibili testimonianze di persone presenti al momento della tragedia.

Giuseppe Andriani per “il Messaggero” il 12 aprile 2022.

È rimasto ucciso in un agguato poco dopo le 20 di ieri, a Barletta, Giuseppe Tupputi.

Aveva 43 anni, è morto prima dell'arrivo dei soccorsi, inutili per quanto tempestivi, e delle forze dell'ordine, dopo esser stato raggiunto da almeno tre colpi di pistola, all'interno del proprio locale, il bar Morrison Revolution, in via Rionero, nel quartiere Borgovilla. Era il titolare dell'attività da diversi anni.

Sul posto sia gli uomini della polizia, che seguono lo sviluppo delle indagini, che i carabinieri, così come la polizia locale per cercare di regolare l'afflusso di amici e conoscenti della vittima. Sulla dinamica ancora diversi dubbi, così come resta un giallo il movente.

L'uomo era all'interno del proprio locale, attorno alle 20 di ieri, quando è entrato il suo assassino, che ha esploso tre colpi d'arma da fuoco, uno dei quali lo ha raggiunto e ferito a morte.

Nessuna pista, al momento, è esclusa. Al vaglio degli inquirenti, nei minuti successivi, la possibilità di una rapina finita male, ma nella tarda serata di ieri sembrava non essere la pista più concreta, per quanto resti piuttosto complicato capire la dinamica esatta e soprattutto la motivazione alla base di quello che sembra essere un vero e proprio agguato, quantomeno nella modalità. Gli inquirenti proseguono il proprio lavoro scavando nella vita della vittima. 

Informata del fatto la procura di Trani, che coordinerà le indagini, e il magistrato di turno, che disporrà, già oggi probabilmente, l'autopsia sul corpo per provare a raccogliere nuovi elementi. 

L'omicidio si è consumato in una zona periferica, nel quartiere Borgovilla. Non vi sarebbero, almeno secondo una prima ricognizione delle forze dell'ordine, testimoni oculari ma gli inquirenti puntano a raccogliere materiale tramite le telecamere di videosorveglianza della zona, per provare a capire qualcosa in più e magari identificare il mezzo sul quale l'assassino (sempre che sia uno solo) si sarebbe mosso per arrivare sul posto.

In tanti, ieri sera, si sono riversati in strada, tra conoscenti, parenti e amici del 43enne, che lascia la moglie e due figlie, la più piccola di appena due mesi. 

Numerosi i commenti sui social, nel ricordo di un ragazzo evidentemente benvoluto in città. Tanti, anche, quelli che pongono l'accento sulla sicurezza di Barletta in questa particolare fase storica. Quello di Tupputi è il terzo caso di omicidio nella città della Disfida.

A ottobre fu ucciso Claudio Lasala, appena 24 anni, probabilmente per un drink negato, in una discoteca del posto. In quel caso furono fermati due ragazzi, uno di 20 e l'altro di 18 anni, con l'accusa di omicidio volontario aggravato. Il 15 gennaio, invece, scomparve Michele Cilli. Il corpo del ragazzo, anche lui di 24 anni, a distanza di quasi tre mesi da quella notte, non è mai stato trovato. Sono stati arrestati, qualche settimana dopo, due trentenni del luogo: uno con l'accusa dell'omicidio e l'altro della soppressione del cadavere e di favoreggiamento. E il problema sicurezza, a Barletta, torna tragicamente dopo l'esecuzione di ieri.

Antonio Calitri per il Messaggero il 13 aprile 2022.

Fermato per omicidio volontario a distanza di poche ore dell'uccisione di Giuseppe Tupputi, avvenuto nel suo bar a Barletta la sera scorsa, il presunto autore grazie anche al sistema di sorveglianza dello stesso locale in cui è avvenuto il fatto. 

Si tratta del sorvegliato speciale Pasquale Rutigliano, che era andato a costituirsi ieri per non aver ottemperato la sera dell'omicidio, agli obblighi previsti dalla misura cautelare. Sarebbe così la terza lite da bar che sfocia in un omicidio nella città pugliese in meno di sei mesi. 

Tupputi, 43 anni, sposato e con due figli era titolare del Bar Morrison's Revolution alla periferia cittadina. Lunedì sera, intorno alle 19,30, è stato colpito da tre colpi di pistola all'interno del suo locale ed è morto poco dopo nonostante i tentativi da parte dei medici di rianimarlo.

La vittima, che abitava a pochi metri dal suo locale ed era molto conosciuta e ben voluta in zona, nel quartiere Borgovilla, non aveva mai avuto problemi con la giustizia e non aveva mai denunciato tentativi di estorsione. Così, aiutati probabilmente anche dalla presenza di un'altra persona che si trovava nel locale al momento della sparatoria, gli investigatori hanno subito escluso la pista della criminalità indagando invece su quella di una lite e di qualche conoscenza della vittima. Versione confermata anche dalla moglie che dopo aver sentito gli spari e visto il capannello di gente che si era radunata davanti al bar, è uscita di casa e ha scoperto il tragico accaduto, accusando poi un malore.

Con l'ausilio della polizia scientifica, giunta immediatamente sul posto e soprattutto dall'analisi delle immagini del sistema di videosorveglianza dello stesso locale, la Polizia ha scoperto in poco tempo quello che sarebbe il presunto autore dell'omicidio, che rispondeva al trentaduenne Rutigliano, personaggio conosciuto dalle stesse forze dell'ordine e che quella sera non aveva ottemperato all'obbligo della misura cautelare prevista. Alle 22,00 infatti era obbligato a stare al proprio domicilio ma da quanto trapelato, credendo di essere già ricercato, era scappato a Trani, città a pochi chilometri da Barletta.

Quando ha sentito dai media locali che le forze dell'ordine non avevano ancora il nome dell'autore dell'omicidio, nel tentativo di non attrarre sospetti su di lui è tornato in città ed è andato subito a denunciare il fatto che non era in casa al momento dei controlli, sembrerebbe a causa dell'auto che non riusciva a ripartire da Trani. 

Una circostanza che non ha convinto affatto la Polizia che ormai era già sulle sue tracce dopo aver visto le riprese di videosorveglianza e ascoltato alcune testimonianze, ed è stato fermato per omicidio volontario e porto illegale di pistola, che però non è stata ancora trovata. 

Sembrerebbe che all'origine del delitto ci sia stata una banale lite, la seconda in pochi giorni tra i due, addirittura dovuta solamente al fatto che Tupputi non voleva che Rutigliano restasse a bere la consumazione all'interno del locale. Per il momento il procuratore di Trani, Renato Nitti, non ha voluto aggiungere dettagli ma ha solo confermato che «dobbiamo ringraziare la Polizia che ha consentito, nel volgere di poche ore, grazie al coordinamento del collega pubblico ministero intervenuto, di individuare quello che ragionevolmente sembra essere l'autore del fatto e di sottoporlo a fermo».

Intanto a Barletta c'è paura e allarme per il terzo omicidio avvenuto in pochi mesi. A fine ottobre, sempre per un drink negato venne ucciso da due ragazzini il ventiquattrenne Claudio Lasala. E a gennaio, scomparve nel nulla Michele Cilli, anche lui di 24 anni, uscito da un locale proprio assieme a quello che poi è stato arrestato come presunto omicida.

OMICIDIO TUPPUTI. Barletta, barista ucciso per birra negata: fermato il killer, è un pregiudicato in fuga dai domiciliari. Giovedì 14 aprile il fermato sarà interrogato dal Gip di Trani ed il 15 aprile sarà conferito l’incarico al medico legale per l’espletamento dell’autopsia sulla salma della vittima. Redazione online su su La Gazzetta del Mezzogiorno il 13 Aprile 2022.

La polizia di Barletta ha fermato per omicidio volontario a distanza di poche ore dell'uccisione di Giuseppe Tupputi, avvenuto nel suo bar a Barletta in Via Rionero, il presunto killer grazie anche al sistema di sorveglianza dello stesso locale in cui è avvenuto il fatto. Domandi giovedì 14 aprile il fermato sarà interrogato dal Gip di Trani ed il 15 aprile sarà conferito l’incarico al medico legale per l’espletamento dell’autopsia sulla salma della vittima.

Prima la richiesta di una bottiglia di birra, poi la discussione per quelli che, in una nota della Questura di Barletta - Andria - Trani, vengono definiti «futili motivi». Questo ci sarebbe stato all’origine dell’uccisione del 43enne barlettano Giuseppe Tupputi, avvenuta intorno alle 19 di lunedì scorso nel suo bar, il «Morrison's Revolution», alla periferia di Barletta.

Il presunto autore dell’omicidio, Pasquale Rutigliano, 32 anni, con precedenti penali e sorvegliato speciale, da ieri mattina è stato sottoposto a fermo. La ricostruzione di quanto accaduto, hanno ribadito gli investigatori, è stata possibile grazie alle immagini riprese dall’impianto di videosorveglianza del locale. 

Intanto arriva la richiesta di aiuto della vedova Tupputi, la signora Giuseppina Musti, tramite il suo legale, Francesco Piccolo. «La mia assistita - dice l’avvocato - si sente abbandonata». «A fronte dell’enorme clamore mediatico della vicenda - spiega il legale - non ha ricevuto neanche una telefonata da parte di alcun rappresentante istituzionale, fatta eccezione per la visita della maestra della bambina più grande e la vicinanza di amici e familiari». «In tale momento drammatico e di grande sconforto - spiega Piccolo - si aggiunge la difficoltà, per lei, di ritrovarsi, da un giorno all’altro, il peso e la responsabilità dell’attività, che da poco, fra l'altro, era stata ristrutturata, con tutte le incombenze, anche economiche, che ne derivano». «Non so da dove cominciare», ha detto la donna al suo legale che, per suo conto, chiede che qualcuno si faccia sentire per aiutarla concretamente. 

L'APPELLO DI EMLIANO: MANCA LA POLIZIA

«Per 20 anni Barletta ha un pò campato di rendita su una serie di indagini ben fatte in passato, ma ho l’impressione che in questi 20 anni abbiamo un pò lasciato cadere le cose». Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, intervenendo stasera a Barletta ad una manifestazione elettorale a sostegno della candidata sindaca del centrosinistra Santa Scommegna, parlando dell’omicidio del barista 43enne, ucciso con colpi di pistola da un avventore lunedì sera all’interno della sua caffetteria. Il presunto killer è stato sottoposto a fermo ieri. Rimarcando quanto già più volte denunciato dal procuratore di Trani, Renato Nitti, circa la carenza di organici delle forze dell’ordine, Emiliano definito ciò «insopportabile». «Noi indubbiamente lo abbiamo detto in maniera rispettosa e sommessa ma - ha aggiunto il governatore - il ripetersi di questi eventi gravissimi ci induce a specificare che questa è una questione di particolare importanza». "La sottovalutazione da parte dello Stato di questa situazione non è più tollerabile, abbiamo fatto i salti mortali in questi anni per cercare di mettere una pezza a queste mancanze ma la pazienza è finita», ha concluso Emiliano annunciando di voler chiedere al ministro dell’Interno di essere ricevuto assieme al procuratore Nitti.

Barletta, omicidio Tupputi: rabbia e preghiere. L'arcivescovo ai funerali: «Basta con le tragedie». La città ha tributato l’ultimo saluto al 43enne ucciso 8 giorni fa nel suo bar. Maria Pia Garrinella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Aprile 2022.

Hanno ucciso un uomo e hanno colpito al cuore una città intera quei tre colpi di pistola. Hanno distrutto una famiglia e atterrito una comunità. A chi li ha esplosi penserà la giustizia. Oggi è il giorno di Giuseppe Tupputi, delle sue esequie, che saranno celebrate alle 16 nella parrocchia del Cuore Immacolato di Maria dall’arcivescovo, monsignor Leonardo D’Ascenzo e dal parroco, don Leo Sgarra.

Lacrime e preghiere

Sin dai primi minuti in cui è stata chiara la tragedia hanno preso il via le preghiere, i ricordi, le testimonianze e le lacrime per Giuseppe Tupputi, come in un corale, spontaneo e laico funerale popolare che dura da giorni. Otto giorni durante i quali lo spazio davanti al «Morrison’s Revolution», la caffetteria del 43enne sparato a morte la sera di lunedì 11 aprile, si è trasformato in un giardino colmo di fiori e biglietti, lasciati dagli amici, dai clienti del bar, dalla gente del quartiere, a ricordare e ringraziare quel ragazzone solare che, insieme a sua moglie Giusy, accoglieva tutti con il buon umore, la gentilezza e il sorriso. Quella tragica sera di lunedì 11 aprile, in mezzo alla folla di quanti in pochi minuti si erano radunati davanti al suo, e al loro, «Morrison’s Revolution», fra gli abbracci e lo sgomento, la speranza era che i soccorritori uscissero dal bar per portarsi via in ambulanza Giuseppe, a sirene spiegate. La speranza era che si salvasse.

Cinque giorni dopo, l’autopsia ha chiarito che sin da subito non c’è stato nulla da fare, che quei tre colpi di pistola avevano ferito Giuseppe senza lasciargli scampo. Ma il presunto assassino, Pasquale Rutigliano, 32 anni, rinchiuso nel carcere di Trani da martedì scorso, ha detto davanti al magistrato, nello stesso giorno in cui sul corpo di Tupputi veniva eseguita l’autopsia, di avere sparato in direzione del bancone, dopo che aveva chiesto una birra e per una discussione avuta con la vittima, per poi andare via. Oggi a Barletta è giornata di lutto cittadino, durante i funerali i negozi resteranno chiusi e le bandiere issate sulla facciata del Palazzo di Città sono a mezz’asta. Il cordoglio, l’indignazione e la solidarietà per la famiglia di Giuseppe Tupputi, sua moglie e le sue due bambine, hanno riempito la Settimana Santa, che a Barletta è stata scandita anche da annunci, dalla brutta vicenda, diventata di dominio pubblico, anzi virale, sui social, di una adolescente che ha picchiato una sua coetanea per strada perché aveva offeso una sua amica, mentre un’altra le filmava, e dai festeggiamenti pasquali, con i riti e le processioni tornati dopo due anni di assenza per la pandemia.

Dopo cinque mesi un'altra omelia su un omicidio

Poco più di cinque mesi fa, in occasione dei funerali di Claudio Lasala, il 24enne accoltellato a morte dopo una lite con due ragazzi più giovani di lui, il vescovo durante l’omelia diceva: «Di fronte a questa morte è necessario che questa città si svegli e queste lacrime di dolore si trasformino nella forza necessaria per metterci insieme, fare rete, aprire gli occhi su ciò che non va». Fra allora e lunedì scorso, un altro ragazzo ancora, Michele Cilli, è stato ucciso e il suo corpo fatto sparire, forse è stato distrutto. Evidentemente nulla è cambiato da allora, nessun percorso è stato intrapreso, nessuna presa di coscienza ha inciso sul presente. Sabato 23 aprile, quando quel ragazzo, Claudio Lasala, avrebbe compiuto 25 anni, per ricordarlo è prevista una grande manifestazione fra la Cattedrale e il Castello, organizzata da sua zia e dagli amici. Per quell’evento c’è un «esercito» che sta lavorando da mesi. Chissà che non arrivi davvero un segnale forte dalla comunità, così forte che non potrà essere ignorato.

«Di fronte alla morte di Giuseppe, come già dicevo a novembre scorso al funerale di Claudio La Sala - ha detto nell'omelia l'arcivescovo Leonardo D'Ascenzo - è necessario anzitutto che Barletta pianga. Il pianto aiuti questa città a mettere da parte distrazioni e banalità, ad essere madre che partorisce, che dona vita. Di fronte a queste morti è necessario che Barletta si svegli per davvero e queste lacrime di dolore si trasformino nella forza necessaria per fare rete e aprire gli occhi. Non vogliamo più che simili tragedie accadano e vogliamo fare di tutto perché non accadano più».

Il patto dell'educazione

Monsignor Leonardo D'Ascenzo, nel suo discorso,  sottolinea che «noi Vescovi, Prefetto e Sindaci della Bat abbiamo sottoscritto il Patto educativo provinciale, e insieme a tanti altri soggetti abbiamo iniziato un percorso che vogliamo proseguire facendo rete, cercando di ascoltare, di comprendere, di dare risposte. Ciascuno nel proprio ruolo, sentiamoci tutti chiamati a dare il nostro contributo. Siamo convinti che questa è la strada da percorrere. Non ci sono soluzioni che magicamente, dalla sera alla mattina, ribaltino una situazione sociale segnata da fragilità, carenze, mancanze. Siamo tutti convinti che dobbiamo investire in educazione e formazione al fine di promuovere e sostenere il rispetto reciproco e la convivenza pacifica e solidale». Tornando all'omicidio Tupputi, D'Ascenzo conta «un altro delitto nella cara e bella Barletta! Insieme alla vittima, il giovane Giuseppe Tupputi, ucciso mentre lavorava nel suo bar, proprio in questo quartiere, qui vicino, è stata colpita anche la sua famiglia - Giusy e le due piccole figlie, Francesca e Sofia - che non ha più un marito e un papà. Di fronte a questo altro omicidio probabilmente, nel nostro intimo, sperimentiamo sentimenti di delusione, rabbia, sfiducia, impotenza insieme a sofferenza e dolore. Non possiamo, però, e non dobbiamo arrenderci! Proseguiamo nell'affermare la cultura della vita, della legalità, della dignità della persona umana. Gesù, il Risorto, ha vinto il male con l’amore. Il suo esempio sia per tutti noi la ragione per respingere con decisione ogni forma di male e di violenza e per organizzarci in una reazione nel bene che ci veda tutti uniti come un unico corpo».

I funerali 

In tanti sono giunti a dare l’ultimo saluto al 43enne barista Giuseppe Tupputi, morto l’11 aprile scorso nel locale, il Morrison' revolution alla periferia di Barletta, dopo essere stato ferito da tre proiettili sparati da un cliente con cui aveva avuto un diverbio dopo la richiesta di una birra.

Il presunto assassino, Pasquale Rutigliano di 32 anni, è detenuto nel carcere di Trani. Nella chiesa del Cuore Immacolato di Maria, poco distante dal bar di Tupputi, si sta celebrando il funerale. A presiedere la cerimonia è il vescovo Leonardo D’Ascenzo, con lui c'è anche il parroco don Leo Sgarra. La chiesa è piena di familiari e amici di Giuseppe e tantissime sono le persone anche radunate all’esterno, sull'ampio sagrato della chiesa. Tupputi era molto conosciuto e benvoluto nel quartiere e anche in città. Fra i presenti anche il commissario straordinario del Comune di Barletta, Francesco Alecci, che per oggi ha proclamato il lutto cittadino; e i senatori barlettani Assuntela Messina e Dario Damiani.

Le parole del vescovo

«Di fronte alla morte di Giuseppe, come già dicevo a novembre scorso al funerale di Claudio Lasala, è necessario anzitutto che Barletta pianga. Il pianto aiuti questa città a mettere da parte distrazioni e banalità, a essere madre che partorisce, che dona vita». Lo ha detto il vescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, Leonardo D’Ascenzo, nell’omelia per i funerali del barista 43enne di Barletta, Giuseppe Tupputi, ucciso con tre colpi di pistola l’11 aprile scorso, mentre era al lavoro nel suo bar.

«Di fronte a queste morti - ha proseguito il vescovo - è necessario che Barletta si svegli per davvero e queste lacrime di dolore si trasformino nella forza necessaria per metterci insieme, fare rete, aprire gli occhi. Non vogliamo più che simili tragedie accadano e vogliamo fare di tutto perché non accadano più». L’esortazione è a «respingere con decisione ogni forma di male e di violenza» restando uniti. «Non ci sono soluzioni che magicamente, dalla sera alla mattina, ribaltino una situazione sociale segnata da fragilità, carenze, mancanze - spiega - siamo tutti convinti che dobbiamo investire in educazione e formazione al fine di promuovere e sostenere il rispetto reciproco e la convivenza pacifica e solidale».

Poi, il pensiero del vescovo va alla moglie della vittima, Giusy, e alle figlie, di otto e cinque mesi. «Facciamo sentire, ciascuno come può, la nostra vicinanza affettuosa, discreta e concreta», augurando consolazione e speranza alla vedova e alle bambine. Il vescovo parla di «delusione, rabbia, sfiducia, impotenza insieme a sofferenza e dolore», dopo quanto accaduto. "Non possiamo, però, e non dobbiamo arrenderci - sottolinea - proseguiamo nell’affermare la cultura della vita, della legalità, della dignità della persona umana». All’esterno della chiesa sono stati fatti volare dei palloncini bianchi e uno rosso.

La vedova Tupputi: avevamo tanti progetti

«Ce lo dicevamo spesso di essere stati fortunati a incontrarci, di aver dato ciascuno molto all’altro. Eri un uomo sempre presente, sempre al mio fianco, un papà innamorato follemente delle sue principesse, un papà che, nonostante la stanchezza, dopo una giornata di lavoro, giocava con loro». Sono alcune delle parole della vedova di Giuseppe Tupputi, Giuseppina Musti, in un messaggio che ha letto alla fine della cerimonia funebre per suo marito, il barista 43enne di Barletta ucciso l’11 aprile scorso mentre era nel suo bar, con tre colpi di pistola sparati da un cliente, dopo un litigio per una birra. «Nel lavoro eri il mio punto di riferimento - ha ricordato la donna - il mio consigliere, quello che mi sgridava e mi faceva comprendere gli errori». Della loro vita privata la donna ha ricordato i piccoli gesti quotidiani, la colazione insieme e poi «la sensazione di essere insieme una forza capace di resistere a tutto o quasi», ha detto ancora con la voce rotta dal pianto. «Avevamo mille progetti, sogni e desideri ma siamo riusciti a realizzarne solo una piccola parte, l’altra è stata strappata via brutalmente e senza motivo», ha aggiunto.

«Ora devi promettermi di non lasciarmi mai più e di guidarmi a educare le nostre come volevi tu, con sani valori e principi, dovrai starmi al fianco», ha continuato la vedova, rimasta al fianco della sua bambina più grande per tutto il tempo, a farsi forza reciprocamente. «Vola più in alto che puoi, ti amo e sempre ti amerò - ha concluso la vedova, commuovendo tutti i convenuti - e ricordati di sorridere sempre come hai sempre fatto». All’uscita del feretro dalla chiesa, una folla di centinaia di persone ha applaudito e salutato il 43enne e ha fatto volare dei palloncini bianchi e uno rosso, si cui era scritto «Ciao Peppe».

Il feretro davanti il bar: «Giuseppe sei una rockstar»

Finita le cerimonia funebre, il feretro di Giuseppe Tupputi è stato portato davanti alla sua abitazione e al suo bar, il «Morrison's Revolution», dov'è stato ucciso l’11 aprile con tre colpi di pistola. Davanti al locale in tanti si sono radunati e una sua amica ha voluto salutare Giuseppe, «Morrison» come il leader dei Doors, così come lo chiamavano i suoi amici che conoscevano la sua grande passione per la musica: «Canta per le tue figlie - ha detto la ragazza - devono sapere di una città grigia che piange la nostra rock star». Per chi lo conosceva, infatti, Giuseppe era una «rock star» e la pedana del bar era il suo palco.

Da repubblica.it il 10 aprile 2022.

Pochi giorni fa il caso del bancario multato perché mangiava una frittura di pesce bevendo una lattina di birra seduto ai piedi della statua di Rubattino, ora quello del corriere che dopo aver preso una multa per divieto di sosta, se n'è vista comminare una seconda per aver bestemmiato. 

I vigili a Genova si confermano implacabili, applicano alla lettera il regolamento che riguarda il decoro urbano, ma anche la legge (imprecare è un reato depenalizzato, punito con 51 euro di ammenda).

Il fatto è avvenuto in piazza Soziglia, nel cuore del centro storico della città. Il corriere ha parcheggiato il furgone in un punto in cui la sosta è vietata anche per lo scarico/carico merci. Un vigile è intervenuto, gli ha detto di spostare il mezzo perché intralciava la circolazione e lo ha sanzionato. 

L'uomo ha provato a giustificarsi e quando ha capito che non c'era nulla da fare, ha bestemmiato. L'agente ha sentito e ha raddoppiato ai sensi dell'articolo 724 del codice penale. Quindi, è finita così: 197 per la sosta vietata, più la sanzione supplementare di 103 per l'imprecazione. 

Quando è troppo. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 12 aprile 2022.

Non sappiamo che cosa avesse fatto di male l’ambulante senegalese Pape Demba Wagne per meritarsi un trattamento alla George Floyd nel cuore di Firenze. Le immagini riprese da un passante davanti a Ponte Vecchio documentano soltanto il placcaggio dei due poliziotti municipali in borghese: uno si siede sulle gambe dell’ambulante e l’altro gli mette un braccio intorno al collo, e stringe. Ma se anche Wagne si fosse scagliato per primo contro di loro, come sostengono gli interessati, la reazione appare spropositata e trasmette quel senso di sopraffazione che sempre si prova nel vedere un uomo inerme sotto il peso di altri esseri umani, superiori a lui per forza e per numero. Con le debite proporzioni, è lo stesso schema dell’Ucraina. Le reazioni violente vanificano la complessità delle cause, trasformando qualsiasi spiegazione in una forma irritante di giustificazione. Fortunatamente il ragazzo senegalese non ha fatto la fine di George Floyd, ma le immagini restano impresse, e anche il sonoro: si sente Wagne rantolare e i due agenti imprecare contro chi li riprende: «Stiamo lavorando, questa è interruzione di pubblico servizio!». Vorrei amaramente tranquillizzare l’ambasciatore del Senegal, che ha parlato di razzismo: se si pensa a Cucchi, e non solo a lui, il colore della pelle c’entra poco, almeno stavolta. C’entra di più la sensazione di onnipotenza, e di impunità, che alcuni provano nel menare le mani con l’alibi del «pubblico servizio».

Firenze, venditore ambulante fermato e bloccato a terra da due vigili urbani: “Non respiro”. Intervengono i passanti e filmano la scena. Il Corriere della Sera il 10 Aprile 2022.

L’episodio risale allo scorso 5 aprile ma la forza delle immagini del video che da giorni circola su internet spingono a riportare in evidenza quanto accaduto a Firenze dove alcuni passanti sono intervenuti per soccorrere un venditore ambulante tenuto a terra dai vigili urbani in borghese che lo avevano fermato per un controllo. Il fatto è accaduto su Lungarno Acciaioli, davanti al Ponte Vecchio. Gli stessi passanti accorsi per arginare quanto stava avvenendo, avrebbero girato il video, poi condiviso nel web, e chiesto agli agenti di interrompere l'intervento che vede l'uomo steso a terra urlare e invocare aiuto per la mancanza di respiro. Una situazione che riporta la memoria collettiva alla tragica vicenda americana di George Floyd, tenuto a terra con la forza dagli agenti della polizia e morto poche ore dopo. La storia risale al maggio del 2020 ed era accaduta a Minneapolis dove Floyd venne bloccato da due agenti della polizia dopo aver acquistato un pacchetto di sigarette con dollari falsi. Uno degli agenti si era accanito su di lui per 8 lunghi minuti, tenendolo a terra con un ginocchio spinto sul torace. Floyd ripeteva «non riesco a respirare», ma il poliziotto non demordeva. Il fermato, un uomo di colore di 46 anni, era morto poco dopo in ospedale. Il fatto aveva scatenato le proteste della comunità afroamericana dell’intera nazione dando vita al movimento «Black lives matter, le vite nere contano», scatenato contro il presidente di allora Donald Trump e contro le forze di polizia. Il venditore abusivo attenzionato a Firenze, è stato poi «sottoposto a fermo per identificazione e denunciato a piede libero per resistenza, lesioni e per rifiuto di generalità», si sarebbe rifiutato di fornire le proprie generalità e consegnare la merce e avrebbe prima strattonato un agente e poi colpito a spinte e pugni un altro che per questo ha tentato di immobilizzarlo. I responsabili del Comune riportano che «gli agenti coinvolti hanno riportato lesioni guaribili in tre e cinque giorni, mentre non risulterebbe alcuna lesione né alcun accesso al pronto soccorso da parte del fermato». «Depositeremo lunedì un esposto in procura al fine di consentire all'autorità giudiziaria di valutare se l'operato delle forze dell'ordine intervenute è stato rispettoso delle modalità e dei limiti che si impongono all'autorità di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria». Lo ha detto l'avvocato Cosimo Magazzini, legale delle due persone, nonché autori del video, intervenute sul lungarno Acciaioli a Firenze, davanti al Ponte Vecchio, a sostegno di un venditore abusivo che era stato immobilizzato a terra da vigili urbani in abiti civili durante un controllo antidegrado. «I miei assistiti sono intervenuti - ha continuato il legale - mentre il fermo era già in corso e pertanto non conoscendo le ragioni che lo hanno imposto rimettiamo all'autorità competente la valutazione su un operato che ci è apparso sul momento non proporzionato rispetto al contegno del fermato».

Firenze, la municipale ferma l'ambulante extracomunitario abusivo e volano pugni. Il Senegal: “Arresto razzista”. Christian Campigli su Il Tempo l'11 aprile 2022.

Un video che ha scosso un'intera città. L'ha divisa, tra chi considera quel gesto inaccettabile e chi, al contrario, difende senza se e senza ma l'intervento delle forze dell'ordine. Siamo a Firenze, nel centro storico che il mondo ci invidia, sul lungarno Acciaiuoli, ad un passo da Ponte Vecchio. Due agenti della municipale, in borghese, si avvicinano ad un venditore abusivo. Secondo la versione fornita dall'amministrazione comunale, il senegalese viene “sottoposto a fermo per identificazione e denunciato a piede libero per resistenza, lesioni e per rifiuto di generalità, perché, quando è stato fermato per il verbale, si è rifiutato di dare le generalità e consegnare la merce e ha prima strattonato un agente e poi colpito a spinte e pugni un altro, che per questo ha tentato di immobilizzarlo. Gli uomini in divisa hanno riportato lesioni guaribili in tre e cinque giorni, non risulta invece alcuna lesione né alcun accesso al pronto soccorso da parte del fermato”. 

Il can can mediatico si crea grazie ad un video che fa il giro del web. È una passante a riprende l'africano, mentre viene immobilizzato a terra dagli agenti. Questa mattina persino il governo senegalese si è espresso sulla vicenda. “Denunciamo e condanniamo questo trattamento razzista, disumano e degradante, tanto più grave in quanto commesso da forze dell'ordine, che dovrebbero applicare la legge e garantire l'incolumità delle persone e dei beni. L'ambasciatore del Senegal a Roma ha ricevuto istruzioni di recarsi senza indugio a Firenze”. Un vero e proprio incidente diplomatico, sul quale anche la politica locale si è spaccata. “Vogliamo che si metta in discussione la responsabilità di chi governa la città – hanno sottolineato i consiglieri comunali Dmitrij Palagi e Antonella Bundu, di Sinistra Progetto Comune - La retorica del decoro e l'uso della Municipale per ordine pubblico”. Di tutt'altro avviso il consigliere regionale Francesco Torselli e il capogruppo a Palazzo Vecchio, Alessandro Draghi, di Fratelli d'Italia. “Ogni paragone ai casi Magherini e Floyd è fuori luogo. Le forze dell’ordine si sono limitate a svolgere il proprio ruolo e a fermare una persona che si era dimostrata violenta, non collaborativa e che vendeva merce contraffatta. Il resto è polemica strumentale.”.

Video del pestaggio ai danni di un 23enne fermato dalla polizia. LUCA SEBASTIANI su Il Domani il 07 aprile 2022.

Le immagini della brutalità sono state trasmesse da “Chi l’ha visto?”. La questura ha avviato un’azione disciplinare nei confronti dell’agente

Ha colpito con un calcio in faccia un ragazzo mentre era terra bloccato da un altro agente e ha cercato di schiacciargli il capo con il piede. È il motivo per cui un poliziotto della Questura di Foggia è stato trasferito ed è stata avviata un’azione disciplinare nei suoi confronti.

L’accaduto è stato ripreso su un video su Tik Tok e le immagini sono state trasmesse dal programma “Chi l’ha visto?”. Il 23enne era stato immobilizzato e fermato dalle forze di Polizia dopo un inseguimento di quasi tre chilometri per le strade della città di Foggia. Secondo la ricostruzione della questura il ragazzo non si era fermato a un posto di blocco, non aveva la patente e la macchina su cui viaggiava era sottoposta a fermo amministrativo. Una volta che le pattuglie sono riusciti a intercettarlo, dopo un tentativo di fuggire a piedi, è avvenuta la violenza: il poliziotto, correndo, ha sferrato un calcio al giovane e subito dopo ha cercato di schiacciargli la testa con un piede, ma è stato bloccato da un altro agente. Lo stesso ragazzo, Leonardo Di Francesco, come riporta Repubblica, ha descritto la situazione: «Io chiedevo scusa e dicevo che non lo avrei fatto più, uno di loro mi diceva di smetterla o mi avrebbe ammazzato e continuava a colpirmi».

La violenza è avvenuta lo scorso 2 aprile, ma è stata rilanciata dal programma di Rai3 nella puntata del 6 aprile in cui è intervenuta per telefono anche la sorella del 23enne che ha attaccato il poliziotto: «Non accetto questo abuso. Ha una divisa e deve dare l’esempio, non accanirsi con violenza così». La ragazza ha anche commentato le azioni del fratello: «È giusto che paghi ma non siamo né io né il poliziotto a decidere come, sarà un giudice a decidere la giusta punizione per mio fratello e l’amico, ma non noi».

La questura di Foggia ha rilasciato una nota ufficiale, in cui rende noto che «dell’episodio è stata immediatamente informata l’autorità giudiziaria per l’accertamento delle eventuali responsabilità penali». Il comunicato sottolinea che il comportamento del poliziotto, trasferito ad altra sede, «non corrisponde in nessun modo ai canoni ed ai valori della Polizia di Stato».

L'aggressione a Foggia. “Poliziotto mi ha preso a calci in faccia, picchiato anche in Questura”, il video finisce su TikTok: trasferito l’agente. Fabio Calcagni su Il Riformista il 7 Aprile 2022. 

Un calcione in pieno volto, mentre era a terra sotto il controllo degli agenti di polizia che lo aveva fermato poco prima. È il trattamento ricevuto Leonardo Di Francesco, 23enne di Foggia, vittima di una aggressione da parte della polizia lo scorso 2 aprile.

Una notizia emersa soltanto grazie al video girato da un residente della zona e postato sui social, TikTok in questo caso, e col caso poi finito in tv nel programma di Rai3 ‘Chi l’ha visto?’.

Leonardo viene inseguito per diversi chilometri da una volante della polizia dopo non essersi fermato all’alt degli agenti assieme ad un amico. “Non ho la patente, perché non l’ho ancora presa e la macchina era sottoposta a fermo amministrativo a causa di un precedente controllo dei carabinieri. Sapevo di non essere nel giusto, ho avuto paura e anziché fermarmi sono scappato”, racconta il 23enne a Repubblica. Dopo “una decina di chilometri”, capendo che scappare era inutile, il 23enne si ferma e si butta per terra.

È in quel momento che, come mostra anche il video sui social, arriva di gran carriera un agente che gli sferra un calcio al volto, tentando poi di continuare a colpirlo e schiacciargli la testa con un piede, venendo fermato soltanto grazie all’intervento dei colleghi.

Immagini che sono finite al centro della denuncia del 23enne e che hanno portato la polizia a prendere provvedimenti immediati. In una nota la Questura di Foggia ha fatto sapere infatti di aver avviato l’azione disciplinare e disposto il trasferimento. “In riferimento al video amatoriale diffuso sui social-media – scrivono dalla Questura – riferito all’arresto di un soggetto per resistenza a pubblico ufficiale avvenuto il 2 aprile a Foggia da parte di personale in servizio presso la locale questura si precisa che dell’episodio è stata immediatamente informata l’autorità giudiziaria per l’accertamento delle eventuali responsabilità penali; che nei confronti del poliziotto è stata avviata l’azione disciplinare e che lo stesso è stato destinato ad altra sede“.

Ma secondo Leonardo l’aggressione non sarebbe finita lì. Il 23enne denuncia infatti di esser stato colpito anche all’arrivo in Questura. “Sono arrivato in Questura alle 17.40 e sono stato rilasciato, per tornare a casa agli arresti domiciliari, intorno a mezzanotte. Mi hanno colpito di nuovo, io continuavo a dire ‘scusate non lo faccio più’ ma non serviva, l poliziotto mi rispondeva: ‘Se continui a chiedere scusa ti ammazzo’ e continuava a colpirmi”, racconta il 23enne.

Inutili i tentativi di chiedere di essere portato in ospedale, alla fine ad accompagnarlo presso il nosocomio foggiano è stata la sorella dopo il rilascio, con una visita che ha dato al 23enne sei giorni di prognosi.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Preso a calci in faccia da un poliziotto, ma il 24enne di Foggia viene condannato per resistenza. Il Tempo il 13 aprile 2022.

Era stato colpito al volto con un calcio da un agente al culmine di un inseguimento in auto, ma non è sfuggito alla condanna a un anno e quattro mesi di carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Leonardo Di Francesco, 24 anni di Foggia, lo scorso 2 aprile, alla guida di un’auto in fermo amministrativo e senza patente, era stato arrestato per non essersi fermato a un posto di blocco della polizia.

La pattuglia lo aveva raggiunto e bloccato vicino alla sua abitazione. I poliziotti, una volta sceso dall’auto, lo avevano immobilizzato a terra. Un agente gli aveva poi sferrato un calcio in faccia. Tutta la scena era stata ripresa con un telefono cellulare dai vicini e poi diffusa sui social. Il poliziotto era stato sottoposto a provvedimento disciplinare e trasferito. Poi, però, la giustizia ha fatto il suo corso: il giovane è stato condannato al termine del processo con rito abbreviato. Il giudice ha comunque disposto la sospensione della pena.

Quei carabinieri infiltrati traditi dallo Stato. Salvino Paterno su Culturaidentita.it il 2 Maggio 2022.

Avvincente e pieno di umanità il libro di Angelo Jannone ex infiltrato nei narcos

Un’arma nel cuore, ma perché questo titolo? Perché “un’arma”? Ce ne sono altre? Leggendo il libro sono giunto ad una personalissima interpretazione: l’Arma dei Carabinieri non è un concetto oggettivo, ma del tutto soggettivo. C’è L’Arma che conta, dei dirigenti, dei burocrati, dei manager di palazzo e poi c’è l’Arma vera, investigativa, territoriale, quella che contrasta la criminalità al fianco del cittadino. Angelo racconta l’Arma vera. E lo fa proiettandoci nelle sue storie sbirresche facendoci vivere le emozioni dei protagonisti, soffrire e gioire con loro. Si percepisce l’odore pungente delle sigarette e il gusto dei troppi caffè ingurgitati avidamente dagli investigatori. E di quel caffè se ne assimilano le proprietà tanto da rimanere svegli per leggere ancora un altro capitolo e un altro ancora. E’ un autobiografia dove l’autore mette a nudo la sua esistenza senza celare dubbi, errori, debolezze, inquietudini. Una vita dove l’unica compagna è la malinconica solitudine. E’ un caleidoscopio di multipli brandelli di vita, da Roma a Corleone, dai mafiosi ai narcos colombiani, fino all’addio alle armi per transitare nella dirigenza Telecom, che forma immagini asimmetriche, imprevedibili, ma sempre sublimi. E’ uno spaccato della storia dell’Arma degli anni 80 – 90. Purtroppo la preistoria. Oggi paiono racconti antidiluviani, dove gli investigatori compensavano l’assenza di tecnologia con la passione e la creatività, aggirando insensate regole formali. Pronti a rischiare non solo la vita ma anche la maledetta carriera. Una vita di caserma dove tutto sapeva di famiglia. Come paiono diversi quei Carabinieri da quelli che oggi calcano strade sempre più impazzite. Uomini soli, annichiliti, vulnerabili, paralizzati dal terrore di finire nel tritacarne giudiziario. Abbandonati a loro stessi da tanti, troppi, comandanti che giustificano la loro codarda inefficienza con un saggio buon senso da carrierista. Un’arma nel cuore è un capolavoro letterario che suscita un melanconico amarcord in chi in quei decenni ha combattuto e sconfitto nemici dello Stato che parevano invincibili. Ma non è la nostalgia a farci immergere nelle pagine intrise di intensa umanità e sconosciute verità. Anzi questo libro dovrebbe essere letto soprattutto dai vertici dell’Arma, sì proprio dall’Arma “che conta”, da quei gallonati generaloni che hanno raggiunto le agognate posizioni apicali proprio tenendosi prudentemente distanti anni luce dalla polizia giudiziaria. Ebbene, se costoro si chiedono quale motivo si celi dietro i suicidi e la galoppante demotivazione, è proprio in questo libro che troveranno la risposta. Perché se è pur vero che l’arrogante supponenza dei magistrati terrorizza gli operatori, che ogni intervento operativo si svolge sotto l’occhio ipocrita e maligno di mille cellulari spianati, che microspie e microtelecamere hanno sostituito l’apporto confidenziale, nulla potrà mai sostituire quel saldo e caldo spirito di corpo che legava indissolubilmente i Carabinieri in quegli anni. Ed è quello che va disseppellito dalle coltri di vile, freddo e cinico opportunismo.

Dopo Skuola. Professioni “in divisa”, nonostante la guerra l’appeal di Forze Armate e di Polizia sui giovani resta alto. Daniele Grassucci su L'Inkiesta  Giugno 2022.

Dopo il boom del periodo pandemico, l’interesse dei giovani per le carriere "in divisa" mostra una flessione, ma non un tracollo: il primo conflitto “alle porte di casa” vissuto da questa generazione spinge soprattutto quelli con un interesse superficiale a scartare questa opzione. Anche quelli più determinati, però, tendono a preferire scenari ritenuti meno vicini al fronte: Forze di Polizia e ruoli non operativi nelle Forze Armate. 

Il primo conflitto “alle porte di casa” vissuto dai nostri giovani non fa tramontare l’appeal di una carriera nelle Forze Armate o di Polizia. Infatti, nonostante tutto quello che sta accadendo, ad oggi ben 3 ragazzi su 10 ritengono le “divise” ancora una possibile opzione per costruire il proprio domani. A segnalare questo dato, per certi versi sorprendente, è la quinta edizione dell’annuale Osservatorio sulle Professioni in Divisa, realizzato proprio nelle scorse settimane da Skuola.net in collaborazione con Nissolino Corsi, grazie alla partecipazione di oltre 30mila studenti di scuole medie, superiori e università.

Ovviamente un “effetto guerra” c’è, è inevitabile, ma investe soprattutto i meno determinati a sposare queste carriere, che invece avevano visto una crescita di interesse generale soprattutto nel periodo della pandemia. È innegabile, infatti, che le Forze Armate e le Forze di Polizia, in particolare durante il lockdown, siano state più “visibili” del solito, portando molte ragazze e molti ragazzi a guardare a queste realtà anche in prospettiva lavorativa: l’Osservatorio 2021 rilevava proprio che, a un anno dallo scoppio dell’emergenza, quasi 1 giovane 2 si dichiarava interessato a queste carriere. La contrazione da un anno all’altro, però, riguarda maggiormente quelli che si dicono “abbastanza” interessati, mentre è più contenuta in coloro che affermano di essere “molto” ben disposti a provarci.

La guerra fa comunque paura, anche ai più determinati

Tanti i fattori che potrebbero aver portato a un ripensamento così consistente. Ma forse non è un caso che, tra quanti ora come ora escludono un futuro “in divisa”, proprio 1 su 5 – grosso modo la fetta che si è tirata fuori da un anno all’altro – mette in cima alle motivazioni lo spettro dell’allargamento del conflitto e le preoccupazioni per la stagione di instabilità internazionale di fatto già aperta.

Ma la guerra, pur non conducendo a un totale dietrofront, sta in parte modificando anche i piani di chi continua a crederci. Non sempre, però, seguendo la linea di pensiero che potrebbe sembrare più scontata. Infatti, le ragazze e i ragazzi che mostrano apertura verso le carriere “in divisa” – complessivamente il 29%, con il 17% (oltre la metà) che si dice “fortemente” interessato – si dividono in quattro linee di opinione equamente rappresentate: c’è chi si sente ancora più motivato dallo scoppio del conflitto in Ucraina, chi invece sta sentendo indebolito il proprio interesse, chi non si sente minimamente toccato dall’attualità e chi sta ripensando al tipo di ruolo o divisa da indossare. Tra questi ultimi, 3 su 5 tendono a “allontanarsi” dal fronte, sognando le Forze di Polizia o ruoli meno operativi nelle Forze Armate; al contrario, i restanti 2 su 5 si stanno orientando, a differenza di quanto precedentemente immaginato, verso le Forze Armate e ruoli più operativi.

Crescono le Forze di Polizia, lieve calo per i corpi militari

A suffragare questo scenario, il tradizionale “borsino” – elaborato dallo stesso Osservatorio di Skuola.net e Nissolino Corsi – delle divise preferite dai ragazzi per una possibile carriera. Rispetto all’edizione 2021, l’appeal di tutte le Forze Armate (Esercito, Carabinieri, Aeronautica, Marina) è in lieve flessione. Di contro, guadagnano terreno le Forze di Polizia (soprattutto Polizia di Stato e Guardia di Finanza), che rosicchiano consensi che in passato andavano in direzione dei corpi dalla vocazione più spiccatamente militare. Ad esempio, tra le Forze Armate, l’Esercito conferma la prima posizione con il 16% dei voti (perdendo però ben tre punti percentuali in dodici mesi). Discorso opposto per la Polizia di Stato che, oltre a ribadire la leadership tra le Forze di Polizia, con il 14% dei voti, cresce ulteriormente nelle quotazioni (un anno fa era al 13%). Segno che le divise più orientate sugli “interni” attualmente appaiono un approdo meno incerto.

Una visione, quella delle aspiranti “divise”, che sicuramente conforterà le loro famiglie. Perché l’Osservatorio ha chiesto un parere anche a 2.500 genitori. I quali, nella maggior parte dei casi (46%), appoggerebbero la scelta del figlio o della figlia di intraprendere una carriera del genere. A cui si aggiunge un ulteriore 10% che sposerebbe la causa solo se andasse a ricoprire ruoli a basso rischio: in questo “contingente”, oltre la metà dichiara che la guerra ha fortemente condizionato tale opinione. Inoltre, più in generale, nella loro classifica dei corpi più graditi le Forze di Polizia scavalcano tutti e conquistano la vetta: Polizia di Stato e Guardia di Finanza, insieme, raccolgono quasi un terzo dei consensi (31%). L’Esercito – probabilmente la Forza Armata considerata al momento maggiormente chiamata all’azione in caso di allargamento del conflitto in Ucraina – convince appena l’8% di mamme e papà.

Dagonews il 7 giugno 2022.  

Caramba, che storie! L’ufficio stampa dei Carabinieri, con la regia di Claudio Camarca, ha realizzato il documentario “Io, carabiniere” (andato in onda su Rai2) in occasione del 208° Annuale di Fondazione dell’Arma. Alcuni personaggi famosi hanno raccontato la loro esperienza e i loro ricordi del periodo in divisa. 

Leonardo Pieraccioni è stato carabiniere di leva su consiglio del padre: “Quando mandai ai miei genitori la prima foto da carabiniere si misero a piangere, temendo per la mia vita. Io ero magrolino, inesperto, la prima zuppa (schiaffo ndr) l’avrei presa io. Quando andai a fare servizio di ordine pubblico allo stadio mia madre mi consigliò di ripararmi dietro mio zio, anche lui presente sugli spalti, per farmi difendere da lui”. 

Luca Barilla, vicepresidente dell’azienda di famiglia, anche lui carabiniere semplice, si commuove visibilmente nel ricordare il suo ultimo giorno di servizio.

Il Ministro Vittorio Colao è stato sottotenente 2° battaglione Liguria nel 1984: ”Ho apprezzato il valore negli anni successivi, perché da ufficiale ho imparato a gestire persone più anziane e più esperte di me. Non importa se sei tenente, brigadiere o carabiniere, nell’Arma tutti hanno un ruolo e ognuno lo rispetta per un obiettivo  comune. Ed è così anche nelle aziende, io ho potuto capire la leadership a 23 anni”. 

Il presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini, prestò giuramento con la sciabola del bisnonno, generale dell’Arma: ”Mio nonno venne a trovarmi al Circolo Ufficiali solo per vedermi in uniforme e dopo due giorni mancò. Per lui significò molto vedermi ”. Gegè Telesforo, che ricorda i momenti più duri del suo servizio a San Giovanni Rotondo, come l’intervento in seguito al suicidio di un giovane.

Il maestro pizzaiolo Gino Sorbillo: ”Quando ero in divisa mi sentivo come se avessi una corazza sotto e la porto ancora sotto la tenuta da chef, ancora oggi mi chiamano carabiniere svestito”. 

Un viaggio con punte di sincera emozione, restituita dalle testimonianze di personaggi illustri che svolsero gli obblighi di leva, come ufficiali di complemento dell'Arma o carabinieri ausiliari. Tra questi il Ministro per l'Innovazione Vittorio Colao, gli ambasciatori Riccardo Sessa e Stefano Pontecorvo, Leonardo Pieraccioni, Gegè Telesforo, il presidente di Cassa Depositi e Prestiti Giovanni Gorno Tempini e Ugo Brachetti Peretti, presidente del Gruppo Api, imprenditori come Luca Barilla, Franco Gussalli Beretta, Lamberto Frescobaldi, il giornalista Alberto Billà, il maestro pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo.

Ognuno di loro, ancora profondamente legato all'universo valoriale dell'Arma, ha ricordato i tempi in cui vestiva l'uniforme dei carabinieri, sottolineando quanto tale esperienza fosse stata fondamentale nel successivo percorso umano e professionale e come tutti si sentano ancora carabinieri, con quell’uniforme idealmente cucita, nonostante i differenti percorsi intrapresi negli anni successivi al congedo.

Da blitzquotidiano.it il 15 settembre 2021.

Nelle scorse ore una poliziotta si è tolta la vita sparandosi un colpo di pistola. La tragedia è avvenuta negli uffici della Questura a Verona, dove l’agente era in servizio.

La vittima è una poliziotta di 46 anni, madre di una bambina, che era in servizio in Veneto, presso l’ufficio personale della Questura veronese. Il dramma si è consumato nella serata di ieri, lunedì 12 settembre, quando la donna avrebbe estratto la pistola di ordinanza facendo fuoco contro se stessa. Purtroppo non sono valsi a nulla i soccorsi immediati. La donna è morta poco dopo l’arrivo in pronto soccorso.

“Siamo vicini a familiari, amici e colleghi della poliziotta che 46enne ieri si è tolta la vita in questura a Verona. Non ci sono parole adatte al dolore della perdita, ma c’è da parte nostra la consapevolezza dell’abisso in cui ciascuno di loro si sentirà sprofondare. Il nome della collega si aggiunge a una tragica lista che annovera, dall’inizio dell’anno, già 49 suicidi fra gli appartenenti alle forze dell’ordine”. Così Valter Mazzetti, segretario generale Fsp Polizia di Stato.

“Sono – afferma Mazzetti – numeri agghiaccianti e, come è noto, la media fra gli operatori del comparto che si tolgono la vita è ben superiore alla media nazionale che conta inoltre tutte le fasce d’età, mentre quella dei colleghi è una fascia anagrafica delimitata. Continuare ad assistere inermi a questa ecatombe non si può. E, se pure nessuno può conoscere le singole realtà di fragilità e di sconforto che sfociano in simili tragedie, ciò che sappiamo, appartenendo a questo mondo, è che i disagi, i sacrifici, le difficoltà sono tante e tali che certamente alleviarle ed eliminarle, quando possibile, sarebbe determinante”.

“Attendiamo – conclude – provvedimenti concreti che contribuiscano ad alleviare le difficoltà tecnico-operative ed organizzative di un settore che richiede investimenti seri. Perché la sicurezza, proprio come la vita delle persone che lavorano per essa, non può essere considerata un costo”.

ALLARME NEL MONDO SICUREZZA. Strage in Puglia: il fenomeno suicidi con la divisa. Nel 2022 già cinque episodi tra le forze dell’ordine, ben 59 in tutta l’Italia. L’ultimo estremo gesto compiuto nel Tacco d’Italia risale al 13 giugno a Canosa. Gianpaolo Balsamo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Ottobre 2022.

BARI - Suicidi tra le forze dell'ordine, una strage silenziosa, intorno alla quale spesso si crea una coltre di silenzi e omertà. Un triste fenomeno in forte aumento che vede la Puglia, purtroppo, tra le regioni maggiormente interessate.

Dall’inizio dell’anno, infatti, sono già cinque i suicidi che si sono verificati tra gli operatori delle forze dell’ordine: l’ultimo, in ordine cronologico, risale allo scorso 13 giugno all’interno del commissariato di Polizia di Canosa di Puglia. A togliersi la vita fu un poliziotto, un vice sovrintendente di 50 anni che si è sparò con la propria arma di ordinanza mentre era al lavoro.

Ma, prima ancora, a decidere di togliersi la vita, apparentemente senza un motivo preciso, è stato anche un agente della Polizia locale di Bari di 45 anni (il 13 febbraio), un appuntato scelto dei Carabinieri forestali di 49 anni a Noci (il 27 febbraio), un appuntato scelto di 41 anni della Guardia di finanza a Bari (il 13 maggio) e un sottufficiale di 50 anni dell’Aeronautica militare a Bari (il 15 maggio), lanciandosi dalla finestra del Comando della Terza Regione Aerea...

 Non si arresta il fenomeno dei suicidi in divisa. Alessandra D Alessio su Culturaidentita il 15 Settembre 2022

E’ deceduta dopo ore di agonia l’agente di Polizia che lunedì ha estratto la pistola d’ordinanza facendo fuoco contro se stessa.

Nella prima metà del mese di settembre si sono tolti la vita altri quattro appartenenti alle Forze dell’Ordine: un carabiniere forestale, due appartenenti alla Polizia di Stato ed un appartenente alla polizia locale, tutti con la pistola d’ordinanza.

Sono 49 dall’inizio dell’anno, ben 49 colpi avvolti dal silenzio assordante delle istituzioni e di chi dovrebbe trovare una soluzione a questa terribile escalation.

Il fenomeno dei suicidi è la punta di un iceberg della perdita di quell’enorme patrimonio di umanità che portava gli uomini in uniforme ad avvertire come famiglie le rispettive istituzioni. Un mancato adattamento di quei valori di cameratismo alla evoluzione della società ed alla complessità del sistema normativo, che si traduce, in estrema sintesi, in una fallimentare gestione delle risorse umane che meriterebbe un serio e profondo check up. Già, perché di esseri umani si tratta, con le loro debolezze ed i problemi tipici che nella quotidianità assillano ognuno di noi.

Ma per sua stessa natura la condizione lavorativa degli appartenenti alle Forze dell’Ordine è fonte di notevole stress, essendo una delle più impegnative a livello fisico ed emotivo e caratterizzata da turnazioni di lavoro estenuanti, continua mobilità, esperienze traumatiche e non da ultimo da relazioni professionali caratterizzate da un sistema gerarchico. Tutto ciò non può non riflettersi sui meccanismi psicologici “adattativi” di cui ciascuno di noi è dotato e che utilizziamo per fronteggiare problematiche e situazioni di natura emotiva ed interpersonale.

E’ per questa ragione che il lavoro svolto dagli appartenenti alle Forze dell’Ordine è annoverato tra quelli maggiormente predisponenti a sindrome da burnout ed a stress correlato al lavoro.

Le ragioni che possono spingere al suicidio sono sicuramente molteplici e senza dubbio tra esse anche una vera e propria predisposizione al cosi detto “agito”, ossia il passaggio dal pensiero all’atto, a cui si aggiunge un elemento sicuramente non secondario, la disponibilità di un’arma da fuoco. E’ per questo che i militari che svolgono servizio armato possono essere sottoposti a scrupolose visite specialistiche volte a rivalutare l’idoneità psicologica al Servizio Militare Incondizionato. Ma a volte è proprio su queste procedure che ci sarebbe molto da dire.

L’indubbia esigenza di disporre di uomini e donne armati “lucidi ed equilibrati”, perchè chiamati a tutelare la sicurezza dei cittadini, non può non essere contemperata dall’altrettanta necessità di affiancare a quell’ iter burocratico valutativo un preciso progetto di sostegno psicologico.

Provate a pensare cosa possa significare per uomini e donne in uniforme subire l’onta ed il rituale del ritiro del tesserino, pistola e manette, seppur a scopo precauzionale: un rituale che si traduce nella privazione della propria identità. Spesso il rimedio “istituzionale” si trasforma esso stesso nella causa. Un momento di lieve e temporaneo malessere può trasformarsi, ad esempio, in un irrimediabile stato di depressione cronica, innescando un meccanismo perverso di non ritorno e senza uscita.

Oltre al comprensibile impoverimento delle risorse adattive individuali, conseguenza di un lento e progressivo logoramento causato da una professione senza dubbio usurante sotto tutti gli aspetti, a preoccupare è anche il pericoloso problema delle sindromi psicologiche e psichiatriche sommerse, quelle che non vengono riferite nel timore di finire nella spirale burocratica perversa. Sono soprattutto queste che possono determinare una sofferenza tale da indurre in alcuni casi a gesti estremi. In ogni caso c’è da dire che una adeguata gestione delle persone ed una corretta leadership militari potrebbero già rappresentare un decisivo elemento di dissuasione rispetto a tali drammatiche decisioni.

Da blitzquotidiano.it il 31 maggio 2022.

Un ufficiale dei carabinieri in servizio a Fermo si è ucciso in casa, sparandosi con la pistola di ordinanza. Aveva 55 anni – riferiscono oggi i media locali – e abitava in città da circa un anno e mezzo.

È il quarto suicidio nelle Marche nell’ultimo mese

È il secondo suicidio di un rappresentante delle forze dell’ordine a Fermo nel giro di 24 ore: il giorno prima si è tolto la vita un agente di polizia 50enne. Ma si tratta del quarto caso nelle Marche nel giro di un mese: il 25 aprile un polizotto a Pesaro, pochi giorni fa un giovane agente in Questura ad Ancona, fino agli ultimi due di questi giorni. Casi non collegati, dato che i quattro non si conoscevano.

Da bologna.repubblica.it il 27 aprile 2022.

E' entrato in caserma, a Borgo Santa Maria, e si è sparato un colpo in testa con la sua pistola d’ordinanza. E' morto così un carabiniere di 50 anni, pesarese, sposato, due figli. Un suicidio avvenuto ieri pomeriggio, quando avrebbe montato di pattuglia. Ad accorgersi del corpo senza vita è stato un collega. 

Appuntato scelto dei carabinieri, aveva un curriculum trentennale fatto di meriti e riconoscimenti, al lavoro è sempre stato ineccepibile. Anche se non sembrano esserci dubbi, la Procura della Repubblica che ha disposto gli accertamenti sulla morte. Il carabiniere era rientrato in servizio in caserma lo scorso anno, dopo una lunga riabilitazione dopo aver preso il Covid in modo pesante, con un ricovero in ospedale.

(Adnkronos il 27 aprile 2022) - ''L'iniziativa di oggi testimonia la grande attenzione verso il personale'' ha esordito il Comandante Generale dell'Arma dei  carabinieri Teo Luzi nel corso della conferenza sulla prevenzione degli stati di disagio e la promozione del benessere nell'Arma dei Carabinieri.''

L'argomento è reso attuale dalla emergenza sanitaria che ha generato una forte sensazione di incertezza e solitudine. Per altro la crisi o la guerra in corso ha generato ulteriori effetti collaterali, le immagini belliche generano dolore. Tali argomenti riportano al centro l'importanza della tutela dei cittadini e le relazioni umani e sociali'' ha continuato Luzi.

''Il disagio nascendo nei luoghi di vita e di lavoro va superato con l'aiuto delle comunità stesse. L'arma è consapevole che il carabiniere è al centro e coltiva la cultura del noi''. ''Nella premessa del regolamento generale è ribadito che il carabiniere sia sostenuto paternamente: rigore e impegno con il quale l'amministrazione si deve porre'' prosegue Luzi ''è necessario che alle attività di promozione e prevenzione si arrivi tramite un percorso culturale. Questa resta la sfida più impegnativa. Bisogna condividere con le istituzioni un processo che garantisca il benessere dei lavoratori in divisa e una migliore qualità di vita.

''Il Comandante Generale ha continuato: ''La qualità di vita resta connessa anche ad altri fattori multidimensionali: il lavoro è solo un tassello di grande importanza''. ''Il benessere di un carabiniere rappresenta un traguardo verso il quale si arriva tutti insieme, l'arma s'impegna a promuovere cultura del benessere e della prevenzione'' ha proseguito LUZI ''Il tema è molto più ampio rispetto quello sanitario. Le iniziative di collaborazione sono volte all'uso di strumenti innovativi per promuovere la creazione di serenità per perseguire i valori dell'Arma''.

Valeria Arnaldi per leggo.it il 7 aprile 2022.

Uno ogni cinque giorni. Tanti sono i suicidi che vedono protagonisti uomini delle forze dell'ordine. Da inizio anno, sono già stati diciotto. E il trend è in aumento. Nel 2020, sono stati cinquantuno. Nel 2021, cinquantasette. Numeri che hanno spinto il deputato di Forza Italia Roberto Novelli a presentare una mozione alla Camera per chiedere «al Governo di fornire i dati ufficiali, di monitorare il fenomeno e le sue cause e soprattutto di adottare misure immediate ed efficaci per fermare questa onda terribile che da anni si abbatte sulle nostre forze dell'Ordine». Insomma, per portare in primo piano l'emergenza e indagare i suoi numeri. Anche alla luce della pandemia.

Sì, perché nel 2019 i casi sono stati addirittura sessantanove. E la causa del successivo calo di vittime sarebbe proprio da ricercare nel periodo di lockdown per il Covid. «Durante la fase pandemica - spiega Alessandra D'Alessio, responsabile Psicologia Militare del Nuovo Sindacato Carabinieri - ho notato che tanti sono andati in convalescenza, alcune patologie latenti sono emerse e molti hanno preso un periodo di riposo. È come se la pandemia li avesse fatti sentire autorizzati a prendere una pausa. E anche chi ha lavorato, specie nel lockdown, ha visto diminuire la pressione. L'aumento, che notiamo oggi, nel numero di suicidi, di fatto, segna una sorta di ritorno alla normalità».

Da qui l'esigenza di intervenire. E presto. Anche perché il dato di suicidi in divisa è decisamente più alto di quella della popolazione italiana, e vede al primo posto i carabinieri. Cifre alla mano, il tasso di suicidi ogni centomila persone, oscilla tra 6,5 e 7,2 nella popolazione, ma passa tra il 9,65 del 2015 e il 26,82 del 2012 per i Carabinieri. Negli ultimi tre anni, secondo l'Osservatorio suicidi in divisa, si sono verificati 55 casi tra i Carabinieri, 36 nella Polizia di Stato.

«Trattandosi di vite umane, occorre intervenire con soluzioni efficace e rapide - commenta Novelli - Siamo di fronte a persone in situazioni di fragilità che hanno anche un'arma a disposizione per farla finita. Prima di tutto, bisognerebbe ampliare il servizio psicologico e provvedere a una rete esterna di professionisti. Uno dei problemi, infatti, è che molti hanno timore di confrontarsi con gli psicologi interni al Corpo, per le possibili ricadute in termini di carriera».

 Varie le cause. «Le ragioni che spingono al suicidio sono molteplici - spiega D'Alessio - e ci deve essere anche una predisposizione ad agire. Quando un militare manifesta problemi psicologici, gli vengono tolti tesserino, pistola e manette, a scopo precauzionale. Questo però può farlo sentire privato della sua identità». L'intervento, quindi, rischia di aggravare la situazione. «Il fenomeno deve essere discusso, gli strumenti attuali non sono sufficienti. L'impegno ora è a calendarizzare rapidamente la mozione - annuncia Martelli - farò il possibile affinché questo avvenga presto, magari già nella prossima seduta».

Il numero più alto di suicidi si registra nell'Arma. Massimiliano Zetti, segretario generale Nuovo Sindacato Carabinieri, come si spiega questo fenomeno?

«Siamo la forza armata con il più alto numero di appartenenti. E la disciplina è rigorosa. Quando si verificano suicidi, spesso nell'Arma ci si affretta a dire che non sono maturati in ambiente lavorativo. Le cause possono essere diverse certo, le problematiche possono essere di natura personale, sanitaria, debitoria e via dicendo, ma certe volte se anche nell'ambiente di lavoro le cose vanno male, diciamo che è la goccia che fa traboccare il vaso. Una sanzione disciplinare non sarà la causa ma può essere la scintilla».

Come si può intervenire?

«I carabinieri, ma anche i poliziotti, non si fidano degli psicologi interni al Corpo. Occorre pensare a una rete di professionisti esterni. Rivolgersi allo psicologo è difficile e, spesso, quando ci sono problemi, i colleghi vengono privati di pistola e tesserino, e poi mandati a casa, dove sono soli. Questo non migliora, di certo, la situazione». 

Dovrebbero rimanere in servizio?

«Sì, con altre mansioni, magari svolgendo lavori d'ufficio. Chi ha un problema psicologico non deve essere isolato, facendolo così sentire abbandonato, è fondamentale anzi che rimanga accanto ai suoi colleghi». 

Non solo carabinieri. Anna Maria Giannini, docente di psicologia all'ateneo Sapienza (Roma) ed esperta dell'area di Psicologia dell'Emergenza dell'Ordine Psicologi Lazio, che collabora con la Polizia, la disponibilità di un'arma può influire sul numero di suicidi?

«Possedere un'arma offre una via immediata, diciamo, a chi decide di commettere un suicidio ma non è il fattore determinante. Le cause sono da ricercare in più fattori e spesso non sono immediate. Molti credono che togliersi la vita sia una scelta dettata da una malattia mentale, a volte invece è una decisione lucida». 

Come viene affrontato il problema nella Polizia?

«Il problema è sempre stato affrontato in tavoli istituzionali in modo molto serio. Viene, inoltre, offerto supporto psicologico e si fa formazione agli agenti». 

In che modo?

«Si insegna loro a riconoscere determinati segnali nei colleghi. Chi vive tutti i giorni accanto a una persona e la vede operare sul lavoro, può cogliere cambiamenti nel suo comportamento e nell'umore, notare un'improvvisa tendenza a isolarsi. O può venire a conoscenza di problematiche personali importanti. Una presenza vicina aiuta la persona con un problema psicologico e può essere utile per sollecitarla a chiedere aiuto».

Massimo Riella arrestato. Fuga da film finita dopo 4 mesi: scovato in Montenegro dai carabinieri. Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 17 Luglio 2022. 

L’uomo era scappato a marzo dopo essere stato accompagnato sulla tomba della madre. Si era nascosto a lungo sui monti di Como, cacciando animali. 

La fine della latitanza di Massimo Riella, durata quattro mesi, anziché ridurre amplifica i misteri sul 48enne stanato in Montenegro. Di queste ore la notizia, anticipata dal Corriere, che già di suo pone un interrogativo non ovvio: ma che cosa ci faceva là, come ci era arrivato? Se già erano state quantomeno singolari le azioni successive all’evasione del 12 marzo, durante un permesso premio, poiché Riella s’era trincerato sulle montagne dietro casa sua cacciando per sopravvivere e protetto da un’intera valle, adesso c’è in aggiunta il tema della fuga all’estero. Anzi, volendo si potrebbe aprire un dibattito aggiuntivo sui familiari, che allora conoscevano la permanenza di Riella sui bricchi – comunicazioni attraverso «pizzini» e di sicuro incontri con il papà Domenico – , che in seguito hanno parlato con certezza di una morte causata dai proietti esplosi dalla polizia penitenziaria – tutto falso – e che, da ultimo, una volta «scoperto» come fosse invece vivo, hanno insistito nel geolocalizzare il pregiudicato da quelle stesse parti. Invece no. Invece Riella, originario di Brenzio, minuscola frazione sopra Dongo, aveva pianificato e condotto un trasferimento che, in sincerità, non era per nulla scontato considerando il suo modesto profilo delinquenziale.

L’ossessione per le moto

Per intanto, tra furti di materiale edili, storie di droga e una rapina a dicembre in danno di una coppia di novantenni per rubare poche centinaia di euro, Riella, separato dalla moglie (una figlia) e diviso dalla compagna (due figli), almeno nei primi due mesi non s’è mai mosso dalle alture del lago, trascorrendo il tempo dietro le sue ossessive passioni: le montagne e le moto. Moto che, anni fa, gli aveva portato via il fratello Cristian, deceduto mentre guidava a folle velocità sulle stradine dei paesi. Cristian riposa con la mamma Agnese nel cimitero proprio di Brenzio. A marzo si era spenta da poco, uccisa dal cancro, e in prigione Riella aveva attuato clamorose proteste, arrampicandosi sul tetto pur di ottenere il sì a una visita nel cimitero. L’avevano accontentato, solo che, appena si era aperta la portiera del furgone della penitenziaria, lui, che non era ammanettato, era balzato mollando calci a due agenti e s’era messo a correre in salita.

Le ricerche vane

Nemmeno i voli dell’elicottero, le unità cinofile, l’ausilio dei carabinieri avevano consentito il rintraccio. In quella circostanza, non fosse per la presa mediatica della vicenda – pur sempre «clamorosa evasione» era stata –, il perfetto sconosciuto Massimo Riella aveva iniziato a essere famoso. Non tanto tra la gente dei Bricchi, che lo conosce forse troppo, l’ha in simpatia e infatti l’ha agevolato nella latitanza fornendo cibo, coperte, rifugi per la notte; bensì nel resto del Paese. Ha forse contribuito la singolare figura del papà, un ex emigrante gruista in Svizzera poi convertitosi al mestiere di naturista, un dispensatore – parole sue – di consigli su come vivere bene, o meno peggio, e insieme su come combattere malanni di vario tipo. Non un «santone», per amor del cielo – il diretto interessato si offende – e nemmeno un truffatore; piuttosto, un letterario personaggio della commedia umana di provincia e, nella fattispecie, parlando ancora della sua attuale professione, «uno studioso che mette a disposizione del popolo il proprio sapere».

La rete all’estero

Nell’operazione di arresto della polizia penitenziaria, che si è fisiologicamente poggiata sull’Interpol e le autorità montenegrine, risulta che il 48enne si trovasse da tempo all’estero. Possibile che, nel corso delle sue detenzioni, abbia legato con dei montenegrini, o con qualcuno che lo ha messo in contatto con loro; oppure, sempre con la stessa gente, vantava dei crediti che era il momento di riscuotere. Qualcuno potrebbe averlo accompagnato assumendosi enormi rischi penali? Forse Riella, magari con documenti falsi, potrebbe essersi mosso sui mezzi pubblici se non, pure, sulle navi che collegano Italia e Montenegro. Raggiunta la nazione, avrebbe cercato di disperdersi in località sperdute, campando come capitava. L’improvvisare di giorno in giorno non è un problema per Riella, abile bracconiere, esperto di animali e delle variegate insidie della natura. È nato e cresciuto in montagna; e in montagna ha imparato tutto. Di per sé, e in ordine cronologico, per insegnamento del papà, lui pure cacciatore di frodo, e di un frate della scuola media dove l’avevano spedito dopo le disastrose – per il carattere, l’insubordinazione, le risse coi compagni – elementari. Mossa sbagliata perché Riella era divenuto il cocco di un fratone il quale, di nascosto, partiva per missioni di caccia portandosi dietro l’ex latitante. Uno definito, senza giri di parole e nemmeno recite, «mezzo matto» dai parenti, che forse volevano alleggerire il peso da violento di Riella al netto delle convinzioni degli uomini della speciale squadra della penitenziaria. Decisi a ogni mezzo lecito mezzo pur di trovarlo e lavare l’onta dell’evasione subìta da un sol essere vivente, disarmato, contro cinque.

Massimo Riella, le vittime lo scagionano: «Non è stato lui a rapinarci». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 13 Novembre 2022.

L’ex evaso recluso in Montenegro attende l’estradizione. Il padre Domenico: «Massimo pagherà quel che deve ma non la rapina, non avendola commessa»

Domenico e soprattutto Massimo Riella. Padre e figlio da Brenzio, frazione di Gravedona ed Uniti, lago di Como. I Riella, d’improvviso divenuti protagonisti delle cronache, mancavano da un po’: da luglio, quando dopo quattro mesi i carabinieri e la polizia penitenziaria avevano interrotto la latitanza del 48enne Massimo, infine stanato in Montenegro e, oggi, ancora là, in carcere. Ma in attesa di novità. La prima riguarda una non lontana estradizione: gli atti sono quasi pronti, Riella per Natale potrebbe ottenere il trasferimento in un carcere italiano, forse lo stesso Bassone di Como dov’era detenuto con l’accusa di una rapina in casa a due anziani. 

Rapina che potrebbe rappresentare la seconda novità. Riella ha infatti da sempre sostenuto d’essere innocente, e di essere scappato il 12 marzo approfittando di un permesso premio (per pregare sulla tomba della mamma Agnese) proprio per dimostrare che in quell’appartamento, lo scorso dicembre, non c’era mai stato, nonostante le impronte isolate dagli investigatori su un coltello e uno zaino lo collocassero sulla medesima scena del crimine. Ebbene, basandoci adesso sugli esiti delle indagini difensive come riferiscono i familiari, le anziane vittime avrebbero descritto un uomo «basso e grasso» che pertanto nulla c’entra con la corporatura atletica di Riella, il quale aveva dimorato in quei quattro mesi di latitanza sui bricchi intorno a Brenzio; di certo aveva beneficiato dell’aiuto di più d’uno, amici suoi oppure del papà 81enne, e di compaesani e ammiratori delle sue gesta e per nulla simpatizzanti delle forze dell’ordine. 

Il fatto che a un certo punto Riella avesse abbandonato la Lombardia per sconfinare, era legato alla convinzione d’essersi bruciato contatti e nascondigli. Ma per quale motivo proprio il Montenegro? Era stata l’assenza di soluzioni alternative perché l’evaso aveva dei contatti (coltivati durante la precedente detenzione) esclusivamente nell’area balcanica, anche se aveva anticipato dei soldi a un falsario così da ricevere un nuovo passaporto e volare in Sudamerica, appoggiandosi su di una donna che lo aveva tradito. Senza volerlo: la donna, forse amante, s’era lasciata andare a commenti al telefono, uno dei tanti del vorticoso elenco di apparecchi monitorati dai carabinieri. 

Lo scenario montenegrino rimane in ogni modo da esplorare, e pure in abbondanza, nella misura della codificazione dell’esatta rete di complici. Un’operazione che avverrà a suo tempo con il ritorno in Italia del diretto interessato, il quale avrebbe finora avuto rare telefonate a disposizione per dialogare con la famiglia. Dunque, signor Domenico, come sta il suo Massimo? «Pagherà quel che deve, concetto che ho ripetuto fin dall’inizio; ma non pagherà la rapina, non avendola commessa. Che sia un tipo matto, anzi dai, mezzo matto, è un’altra frase che lei mi ha sentito pronunciare un sacco di volte. Però è una persona buona, mica si mette ad aggredire anziani indifesi…». Che vi siete detti al telefono? «Eh, un bel niente: è saltata subito la comunicazione, non prendeva, sarà colpa del mio fisso, non ho cellulare, porta le malattie». 

Proviamo allora con la compagna di Riella: «Guardi, un’unica chiamata. Roba da cinque minuti. Tre minuti e mezzo li ha trascorsi a chiedere di noi, specie i bimbi, che gli mancano, ovvio. Il restante minuto e mezzo lo ha impiegato per dire che in carcere ha un unico problema». E non sono questioni, umanissime, legate magari alla coabitazione con dei duri, con pezzi grossi dei grandi traffici di droga e degli omicidi su commissione, con magari scenari, in prigione, di tragiche convivenze di «padroni di casa» che prendono di mira lo straniero... «Niente di tutto questo: l’unica noia è che non capisce la lingua. Ma pazienza. Massimo è uno che si abitua, è uno tosto, ne ha dato ampia dimostrazione; e mi permetta, è davvero uno da conoscere dal vivo», il che, riferito com’è a un ex Grande Evaso in cella, fa leggera specie, alla pari di parecchi passaggi di questa saga.

Massimo Riella, l’evaso catturato in Montenegro: a tradirlo l’errore fatale dell’amante-complice. Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 18 Luglio 2022.

Il 48enne, scappato da Brenzio (Como) quattro mesi fa, arrestato nella capitale Podgorica. Si era nascosto a lungo nei boschi vivendo di caccia. La donna ha fatto una telefonata a un balordo per parlare di documenti falsi.

Martedì, l’errore fatale dell’amante-complice: una telefonata a un balordo per parlare di documenti falsi (lasciando intendere nel linguaggio in codice la nazione della consegna), e la conversazione caduta nella fitta e strategica trama di numeri sotto intercettazione dalla polizia penitenziaria; sabato, la fine della latitanza di Massimo Riella, catturato in Montenegro quand’era prossimo, grazie all’aiuto della donna, a cambiare identità.

La fuga del 48enne, durata quattro mesi e conclusasi in un appartamento della capitale Podgorica (girava in bici, percorreva chilometri), era da subito diventata una caccia investigativa nonché una saga corale e mappa di misteri. Misteri che permangono. In attesa che parli con i magistrati, nessuno pare saper ricostruire come dalle montagne sopra Como, dove si era rifugiato dopo l’evasione del 12 marzo, Riella abbia raggiunto il Montenegro.

Le trappole nei boschi

Risultano fin qui le seguenti coordinate: quella casa teatro del blitz delle forze dell’ordine indirizzate al covo dai carabinieri di Como del colonnello Ciro Trentin, rimanda a un uomo che aveva accettato di nascondere Riella, sembra collegato a giri di amicizie nate nei periodi di detenzione; le procedure dei documenti contraffatti erano partite grazie a un anticipo di soldi che l’ex fuggiasco potrebbe aver ricevuto mentre si nascondeva sui bricchi lombardi, da parte dei familiari o dei compaesani, magari quelli che l’avevano rifornito di cibo, coperte, biancheria intima, birra, cioccolato e stecche di Marlboro; in verità, gli investigatori non erano certi che Riella avesse lasciato l’Italia, tanto che loro avevano posizionato sugli alberi numerose foto-trappole, casomai il ricercato transitasse da quelle parti e fornisse precise tracce geografiche; l’amante-complice potrebbe essere sia una figura nuova sia un’antica conoscenza di un uomo noto per le molteplici, sovrapposte e sovente caotiche relazioni sentimentali.

La tomba della mamma

Già imprenditore edile che rubava il parquet ai concorrenti, incarcerato a dicembre per la rapina a due anziani che giura di non aver commesso, Riella era scappato approfittando di un permesso premio nella natale Brenzio, sopra Dongo. All’epoca, chiedeva da giorni di poter pregare sulla tomba della mamma Agnese, deceduta da poco; aveva perorato l’istanza con le buone, ma poi, rivelando il suo vero animo — per citare il padre, «è mezzo matto, mi ha sempre combinato casini» —, Riella s’era arrampicato sul tetto del penitenziario minacciando tragici epiloghi. Trattativa. E accordo. Cinque agenti l’avevano accompagnato al cimitero, avevano aperto la portiera del furgone ma lui, senza manette, aveva tirato calci e iniziato a correre. Una saetta. Aveva depistato i cani specializzati nel braccare le prede.

Ancor prima di domandargli del Montenegro, il papà dice: «Non so niente. Niente! Ma almeno è salvo!». Quando tornerà in Italia? Gli uffici del ministro della Giustizia Marta Cartabia contano un’estradizione ogni sei giorni, comprese nazioni sulla «lista nera» e criminali di spessore internazionale. L’ultimo arrivato è il broker dei narcos e uomo di ’ndrangheta Rocco Morabito. In confronto Riella è mera comparsa. Forse anche meno. Eppure, fumatore incallito e non un ragazzino, ha resistito a lungo in condizioni avverse. Merito, ripetono in famiglia, di un professore delle medie: un frate che se ne fregava dei libri e si portava dietro lo spirito libero Massimo. Lezioni nella natura di tecnica di bracconaggio, allenando la capacità di sorprendere, di giorno e perfino di notte, ogni sorta d’animale selvatico.

Massimo Riella, il "Rambo del lago di Como" in fuga ritrovato: clamoroso, dove era scappato. Libero Quotidiano il 18 luglio 2022

Cos'è che ha incastrato Massimo Riella? Parliamo del rapinatore scappato nei boschi vicino a Como quattro mesi fa e arrestato poi in Montenegro. La polizia sarebbe riuscita a individuarlo e fermarlo sabato scorso dopo aver intercettato una sua telefonata alla compagna: i due si erano sentiti per parlare di documenti falsi e programmare ancora la fuga del 48enne. Utilizzando un linguaggio in codice, avrebbero fatto intendere anche il Paese in cui sarebbe dovuta avvenire la consegna. Quando le forze dell'ordine lo hanno rintracciato - spiega il Corriere della Sera - lui sarebbe stato prossimo al cambio di identità.

In questi quattro mesi di latitanza, Riella si sarebbe spostato solo in bici. Per ora, però, nessuno riuscirebbe a capire come abbia fatto a raggiungere il Montenegro dalle montagne sopra Como, dove si era rifugiato dopo l’evasione del 12 marzo. Pare che ad ospitare il "Rambo del lago di Como", in un primo momento, sia stato un uomo collegato a dei giri di amicizie nate nei periodi di detenzione. Ma su questo punto non si sa nulla di più.

Il 48enne è un imprenditore edile ed era stato incarcerato a dicembre per la rapina a due anziani - che giura di non aver commesso -, poi era scappato approfittando di un permesso premio a Brenzio. Pare che avesse chiesto con insistenza di poter pregare sulla tomba della mamma Agnese; non riuscendoci, si era arrampicato sul tetto del penitenziario lanciando minacce. Da lì era partita la trattativa, che aveva portato a un accordo: cinque agenti l’avevano accompagnato al cimitero e quando avevano aperto la portiera del furgone lui, senza manette, aveva tirato calci e iniziato a correre. 

Andrea Galli per il “Corriere della Sera” il 4 aprile 2022.

Poi di sicuro, passionali e gelosi delle loro terre, si arrabbieranno e forse non ci faranno più entrare in paese, che conta un'unica strada d'accesso e d'uscita. Però i fatti questi sono: un'intera valle nasconde e protegge, veste e sfama Massimo Riella, fino al 12 marzo ignoto ai più e adesso, proseguendo a oltranza la sua latitanza, divenuto perfino leggendario come certi pirati del lago d'un tempo. 

Eppure, al di là di forzature mediatiche, Riella, evaso appena scese dal furgone della polizia penitenziaria (era senza manette) che l'aveva trasportato quassù a Brenzio per farlo pregare sulla tomba della mamma Agnese, da poco sepolta, «tira avanti una vita da schifo. Non fa altro che ripeterlo, preferisce la galera». 

Ma scusate, domandiamo a papà Domenico, ex gruista nella vicina Svizzera: ripeterlo a chi? «Oh insomma, sveglia! La gente se lo passa di casa in casa, il mio Massimo non vaga nei boschi cacciando a mani nude Lo tengono una notte a testa, quindi riparte. Semplice».

L'amico e la droga Riparte sbarbato e sfamato, la biancheria intima nuova, calze e maglioni di riserva. Ormai forse più sfuggente che fuggitivo. Signor Domenico, ma mica è un film, suo figlio deve consegnarsi. «Siamo già d'accordo che ce lo porto io, ai carabinieri. Prima però bisogna arrestare il vero colpevole. Il mio Massimo è mezzo matto, m' ha fatto disperare Però non è tipo da picchiare gli anziani. Lui è fuggito per dimostrare la propria innocenza. Anche se ho il terrore che voglia farsi giustizia da solo. Casomai l'accoppa...». 

Un attimo: siete contati, vi conoscete tutti, dunque chi sarebbe l'altro? «Non ricordo il nome. Un amico di Massimo. Traffica con la droga».

Il Dna sul coltello Riella, 48 anni, una figlia dall'ex moglie, una seconda compagna, imprenditore edile, era stato catturato a dicembre con l'accusa d'aver aggredito e derubato di settecento euro una coppia di novantenni di casa lungo la via che da Brenzio, ex municipio oggi frazione di 36 abitanti, scende al lago. Siamo oltre Dongo, nella zona alta del Lario. Quel predone era in passamontagna ma sull'arma impiegata, un coltello, gli investigatori avevano isolato un Dna. Il Dna di Riella, sul cui conto si vocifera in Procura di traffici di rifiuti e discariche abusive, a conferma di quanto proprio non sia un santo.

«Ma quale santo Per carità, avrà fatto sei, sette anni di cella, chi lo discute è scemo. Ma lui, anzi l'intera valle, che dico, ogni angolo delle montagne, esclude abbia preso di mira due poveri vecchi».

Lei quanti anni ha?

«Vado per gli ottantuno, in realtà sono giovanissimo. Mi stava scoppiando il fegato, bevevo un litro e mezzo di caffè al giorno per stare sveglio sulla gru. Mollai il lavoro, mi misi a studiare il corpo umano e le piante. Sono un naturista, regalo consigli per campare bene. Ad esempio, mi dia il polso Allora, allora Inizi a segnare: