Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

OTTAVA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

 Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

L’ACCOGLIENZA

OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

Così Putin ha portato la Russia al primo posto tra gli esportatori di grano. Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 28 Agosto 2022.

Il riscaldamento climatico penalizza alcune aree della Terra ma agevola Mosca, che vede incrementare la sua produzione

È un vecchio problema che affligge i media: le buone notizie ci sembrano poco eccitanti, le catastrofi danno dei titoli più attraenti. Fino a creare un sistematico pregiudizio in favore dell’Apocalisse: le profezie sulla fine del mondo hanno buona stampa, i messaggi moderatamente ottimisti vengono considerati irresponsabili.

Mi è capitato di pagarne un prezzo, quando di recente ho ridimensionato l’allarme sull’emergenza alimentare nel mondo. Apriti cielo, mi sono arrivate rampogne da tutte le parti (a cui risponderò puntualmente). Anche perché nel dare una buona notizia – i prezzi dei cereali e altri prodotti agricoli sono finalmente scesi – ne ho veicolata un’altra, perfino più scomoda: la Russia ha un’agricoltura che scoppia di salute e quest’anno raggiungerà esportazioni record di grano, smentendo gli scenari di penuria. Le vendite di cereali non sono soggette a sanzioni e quindi il mondo intero continuerà ad avvalersi della produzione russa senza ostacoli. È assai sgradevole, per chi (come me) considera Vladimir Putin un leader che si è coperto di crimini orrendi, dovergli riconoscere qualche merito. Ma bisogna saper scindere il giudizio politico e morale, dalla constatazione che in qualche campo può avere avuto successo.

L’agricoltura è il «trionfo segreto» di Putin. Ho un’età che mi consente di ricordare quando i cittadini sovietici potevano arrivare a fine mese perché gli agricoltori del Midwest americano li sfamavano. Proprio così: la collettivizzazione imposta dal comunismo generò crisi agricole a ripetizione, dai tempi di Stalin a quelli di Brezhnev, incluse alcune carestie. Negli anni della guerra fredda, il grande nemico americano divenne in realtà un salvatore: le forniture di cereali dall’Iowa e dintorni furono essenziali per Mosca. Tutto questo è un lontano ricordo, oggi. Sotto la presidenza Putin la Russia ha conosciuto una spettacolare rinascita della sua produzione agricola.

Dal 2000 al 2018 le esportazioni di derrate agroalimentari dalla Russia verso il resto del mondo sono aumentate di ben 16 volte. La Russia è tornata ad essere sotto Putin una superpotenza agricola, come lo era stata ai tempi di Caterina la Grande alla fine del Settecento. Oggi la Russia produce più grano degli Stati Uniti. Queste due nazioni sono rispettivamente al terzo e quarto posto mondiale con 85,9 milioni di tonnellate la Russia e 49,7 milioni di tonnellate gli Stati Uniti. Al primo e secondo si collocano la Cina (134 milioni di tonnellate) e l’India (108). Ma Cina e India hanno 1,4 miliardi di abitanti ciascuna e devono dedicare la gran parte della produzione agricola al fabbisogno domestico, mentre Russia e America hanno molta più capacità di esportazione.

Se si guarda alla classifica dell’export 2021 la Russia è in testa come esportatrice di grano con 37,2 milioni di tonnellate seguita da Usa e Canada quasi appaiati in seconda e terza posizione con 26,1 milioni di tonnellate ciascuno. Tra le buone notizie che faticano a trovare visibilità: quest’anno malgrado la siccità la produzione di grano sarà in aumento sia in Russia sia negli Stati Uniti.

Una buona notizia che piace particolarmente a Putin, e che l’Occidente tende a ignorare, riguarda l’impatto del cambiamento climatico sull’agricoltura. L’ambientalismo apocalittico che è di moda in Occidente tende ad associare l’aumento della temperatura con un calo di produzione agricola; i più catastrofisti non esitano a descrivere uno scenario di penuria alimentare. Ma non c’è nulla di simile nelle proiezioni degli scienziati che formano il consenso dominante nei panel dell’Onu. Il cambiamento climatico danneggerà l’agricoltura di alcune aree del mondo e la favorirà in altre. La Russia, insieme con il Canada e i paesi scandinavi, sono dalla parte dei vincitori.

Putin questo lo sa, e cominciò a dirlo molti anni fa. Nel 2003 il leader russo dichiarò: «Un aumento della temperatura di due o tre gradi non sarebbe male per un paese nordico come la Russia. Spenderemo meno in pellicce e i raccolti di grano cresceranno». Non era una battuta. Putin sapeva di cosa stava parlando. In un’inchiesta di ProPublica su “Come la Russia vincerà la crisi climatica” diversi scienziati ambientalisti hanno illustrato questo scenario: il cambiamento climatico con lo scioglimento del permafrost potrebbe aggiungere alla Siberia una superficie coltivabile superiore a tutta quella degli Stati Uniti. È uno scenario estremo, però dà il senso di un trend. A cui potrebbe aggiungersi un’evoluzione positiva anche in senso migratorio: la Siberia diventerebbe più attraente per insediarvi una nuova popolazione di agricoltori (anche se qui si apre un capitolo diverso e cioè il problema legato alla sinizzazione etnica, perché già oggi l’immigrazione cinese sta cambiando gli equilibri demografici nella parte asiatica della Russia). Diversi esperti americani giudicano che la Russia è in una posizione ottimale per trarre vantaggio dal cambiamento climatico, e non solo sul versante agricolo.

Intanto bisogna dare atto a Putin di aver risollevato l’agrobusiness del suo paese dal sottosviluppo, fino a controllare (a seconda delle annate) dal 13% al 16% di tutto l’export globale di grano. E a fine 2022 le esportazioni russe dovrebbero superare i livelli dell’anno precedente, cioè di prima della guerra in Ucraina. Non a caso i prezzi dei cereali sono ridiscesi a livelli pre-conflitto. Restano alti. Ma non bisogna scambiare un problema d’inflazione con uno di scarsità. Il cibo abbonda nel mondo ma è mal distribuito e ci sono scelte politiche che spingono i prezzi al rialzo: vedi la decisione dell’India di non esportare più il suo grano, per dedicarlo ai consumi interni. Tornerò su questo tema, perché la questione alimentare è avvolta nei malintesi, spesso alimentati da potenti interessi.

"Da Mosca frumento rubato a 14 Paesi poveri". Accuse di Michel all'Onu, il russo lascia la sala. Valeria Robecco il 7 Giugno 2022 su Il Giornale.

Da Putin sottratte 500mila tonnellate incassando 100 milioni di dollari.  

La Russia sta vendendo grano rubato ai Paesi poveri colpiti da siccità e fame. L'accusa arriva dagli Usa, che hanno voluto mettere in guardia i governi di 14 nazioni - in gran parte africane, oltre a Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Turchia - che navi mercantili russe piene di quello che un cablogramma del dipartimento di Stato ha definito «grano ucraino rubato» potrebbero essere dirette verso di loro.

L'allerta è stata inviata il mese scorso, come riporta il New York Times, e pone ai Paesi interessati il dilemma di cosa fare: beneficiare di possibili crimini di guerra indispettendo il potente alleato occidentale o rifiutare il grano a buon mercato in un periodo in cui il suo prezzo si sta impennando e centinaia di migliaia di persone sono affamate. Per gli esperti contattati dal quotidiano, la prima alternativa sarà quella per la quale propenderanno la maggior parte di essi. Molti Stati africani sono già ambivalenti riguardo la campagna delle sanzioni di Usa e alleati per ragioni che includono la dipendenza dalla vendita di armi russe, persistenti simpatie risalenti all'era della Guerra Fredda e la percezione di doppi standard degli occidentali, oltre al fatto che il continente sta soffrendo fortemente. Russia e Ucraina, infatti, normalmente forniscono circa il 40% del fabbisogno di grano in Africa, dove i prezzi sono aumentati del 23% nell'ultimo anno, secondo l'Onu. Intanto, nella regione del Corno d'Africa, una devastante siccità ha lasciato 17 milioni di persone affamate, soprattutto in alcune parti di Etiopia, Kenya e Somalia (e in quest'ultima oltre 200mila abitanti sono sull'orlo della carestia). Di fronte a un bisogno così urgente, ha spiegato Hassan Khannenje, direttore dell'Istituto internazionale di studi strategici Horn, un ente di ricerca in Kenya, è improbabile che i Paesi africani esitino prima di acquistare grano fornito dalla Russia, a prescindere da dove proviene. «Questo non è un dilemma, agli africani non importa da dove arriva il cibo - ha detto Khannenje - Il bisogno di sostentarsi è così grave che non è qualcosa su cui si deve discutere».

L'allarme lanciato da Washington rafforza le accuse del governo di Kiev secondo cui Mosca dall'invasione dell'Ucraina ha rubato sino a 500mila tonnellate per un valore di 100 milioni di dollari, trasferendolo nei porti in Crimea e poi caricandolo sulle navi mercantili (alcune delle quali sottoposte alle sanzioni). Per i funzionari ucraini la soluzione al problema alimentare dell'Africa è una maggiore pressione globale per porre fine alla guerra, non l'acquisto di grano saccheggiato. C'è una «risposta semplice», ha sottolineato Taras Vysotsky, viceministro dell'agricoltura di Kiev: «Fermare i combattimenti». Vysotsky ha accusato per mesi Mosca di aver sottratto grano dai territori che occupa: «Non c'è più niente da rubare», ha aggiunto in un'intervista.

Intanto, all'Onu, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha sottolineato che le sanzioni «non impediscono alle navi russe di portare cibo, grano o fertilizzanti ai Paesi in via di sviluppo». «La Russia è l'unica responsabile per l'incipiente crisi alimentare - ha proseguito, mentre l'ambasciatore russo lasciava Vassily Nebenzia la sala - Il Cremlino sta usando le forniture di cibo come un missile invisibile contro le nazioni emergenti».

I ladri del Cremlino. I russi rubano i bambini e molto altro (e il furto è legalizzato). Maurizio Stefanini su l'inkiesta il 4 Giugno 2022.

In Ucraina, Putin e i suoi sodali hanno mostrato di non avere alcun rispetto per la vita umana, hanno deportato in Russia oltre un milione e mezzo di ucraini e hanno depredato il paese aggredito di qualsiasi cosa. Ora per decreto possono fregarsi anche le proprietà intellettuali dei paesi non amici.

E mentre i suoi soldati rubano mutande, Putin si sta scippando perfino Peppa Pig! Da Karen Dawisha a Moisés Naím, è da tempo che il regime al potere in Russia è definito in chiave di «cleptocrazia». Ma era in senso lato: un gruppo di ex-membri dei Servizi dell’epoca comunista che si impadronisce delle risorse di un Paese. 

Con la guerra all’Ucraina, ora, la definizione di «regime di ladri» sta diventando anche letterale, dal momento che gli accoliti di Putin stanno rubando di tutto. Dalle lavatrici ai bambini passando per il grano e per la proprietà intellettuale. Come denuncia The Economist, perfino del popolare cartone animato britannico!

All’inizio dell’invasione, la cosa che ha fatto più notizia è stata l’attività di saccheggiatori dei soldati russi, che riportavano a casa in particolare gli elettrodomestici, ma non solo. A fine aprile da Kherson è trapelata la notizia che soldati di etnia buriata avevano sparato contro ceceni, accusandoli di perdere tempo a depredare le case degli ucraini invece di combattere. 

E giovedì la Procura generale dell’Ucraina ha aperto un’indagine penale contro dieci soldati russi accusati di aver rubato ai civili elettrodomestici, vestiti e biancheria intima. Refurtiva che sarebbe stata prelevata tra il 24 febbraio e il 31 marzo nella località martire di Bucha, e che di lì avrebbero poi spedito a casa per posta attraverso la Bielorussia. 

Ma questo è quasi folklore rispetto all’ultimo allarme sulle risorse alimentari dell’Ucraina. Da questo Paese prima della guerra veniva il 10% dell’export mondiale di grano, il 14% del mais, il 17% dell’orzo, il 51% dell’olio di semi di girasole. Non solo l’offensiva russa ha ridotto questo export dell’80% ed ha bloccato almeno 27 milioni di tonnellate di grani nei porti. 

Zelensky ha accusato i russi di rubarlo anche il grano ucraino, a partire dalle immagini satellitari che mostravano due navi cargo battenti bandiera russa, la Matros Pozynich e la Matros Koshka, entrambe della capacità di 30.000 tonnellate cubiche l’una, ormeggiate in Crimea a fianco a quello che sembra un sylos. 

Il 30 maggio Taras Vysotskyi, viceministro ucraino per le politiche agrarie e l’alimentazione, ha dettagliato questa appropriazione in mezzo milione di tonnellate. «Ci sono prove da tutte le regioni temporaneamente occupate: Cherson, Zaporizhia, Luhansk, Donetsk e Kharkiv. Il carico viene portato in Russia, principalmente da Kharkiv, Donetsk, Lugansk o attraverso la Crimea» ha detto. 

E giovedì l’ambasciata ucraina a Beirut ha ulteriormente denunciato come almeno 100.000 tonnellate di questo grano, rubato dagli impianti di stoccaggio ucraini nelle aree recentemente occupate dalle forze russe, sarebbe stato inviato in Siria. 

Una parte, appunto, a bordo della Matros Pozynich, che è partita da Sebastoboli il 19 maggio, e che le immagini satellitari Pbc di Planet Labs hanno mostrato attraccata a Latakia nel porto siriano di Latakia il 29 maggio. Con i prezzi internazionali del grano superiori a 400 dollari a tonnellata, sarebbe un valore per più di 40 milioni di dollari. 

Prima della guerra il grano esportato da Russia e Ucraina copriva il 30% del consumo mondiale e il 40% di quello africano, e il solo grano ucraino permetteva di realizzare il 50% del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Così ci sono 400 milioni di persone nel mondo a rischio di fame, da 135 milioni che erano prima della pandemia e 276 all’inizio della guerra. Ma almeno 1,7 miliardi potrebbero avere problemi di approvvigionamento alimentare, e l’Onu prevede una crisi alimentare globale entro agosto. 

Come presidente di turno dell’Unione Africana il presidente del Senegal Macky Sall ha appena chiesto a Putin di sbloccare l’export ucraino. In Ruanda, Tanzania e Senegal l’import di grano da Russia e Ucraina rappresenta il 60% del fabbisogno; in Egitto l’80%; in Benin e Somalia il 100%. Il Ciad ha appena dichiarato uno stato di emergenza alimentare, dichiarando che un terzo dei suoi abitanti – 5,5 milioni di persone – ha bisogno di aiuto umanitario d’urgenza. Letteralmente, Putin sta rubando il pane agli affamati. 

Saccheggiata anche Chernobyl. Prima di andarsene, i russi hanno portato via 700 computer, 300 veicoli, migliaia di strumenti per misurare le radiazioni, e software. I Gps dei pc rubati indicano che stanno in Bielorussia.

Un «furto legalizzato» da parte di Putin è peraltro denunciato anche dall’Italia. Così Augusto Cosulich, amministratore delegato della genovese Fratelli Cosulich, definisce la decisione della Repubblica Popolare di Donetsk di nazionalizzare la Tzarevna: nave sotto bandiera maltese proprietà del gruppo, bloccata nel porto di Mariupol con un carico di bramme d’acciaio prodotte dall’acciaierie Azovstal e destinate ai laminatoio di Metinvest a San Giorgio di Nogaro, in Friuli. 

La nave vale 9 milioni di dollari, la merce a bordo altri 12 milioni, e i sequestratori offrono un indennizzo da 100.000 dollari. Sta accadendo lo stesso a altre navi, e col suo caratteristico fiuto per comprendere l’essenza delle situazioni Salvini il 31 maggio ha praticamente elogiato il furto via tweet: «Bene, le armi più potenti sono dialogo e diplomazia, l’impegno per la Pace vale più di qualsiasi critica», condividendo la schermata di un articolo del Corriere della sera dal titolo «Partita dal porto di Mariupol la prima nave merci». 

Conoscendo la levatura intellettuale del personaggio viene dato per scontato che non sia andato oltre il titolo, e non si sia così reso conto che non si trattava di una nave di grano diretta a paesi affamati, bensì di una nave carica di metallo rubato portato in Russia. 

La cosa più atroce è il furto di bambini, che riporta a epoche di un fosco passato. Tipo l’Impero Ottomano che sequestrava i figli dei cristiani per farne giannizzeri. Il governo di Kiev denuncia che 1.550.000 ucraini sono stati deportati in Russia contro la loro volontà. Tra di loro, almeno 230.000 bambini. Zelensky accusa il Cremlino di perseguire una «coerente politica criminale di deportazione del nostro popolo». 

Secondo il Consigliere della missione permanente ucraina presso l’Onu, Sergiy Dvornyk «lo scopo di questa politica criminale non è solo quello di rubare le persone, ma di far dimenticare ai deportati l’Ucraina e impedirgli di tornare». Putin ha firmato un decreto che certifica il rilascio della cittadinanza per i bambini rimasti orfani o senza cure parentali e che risiedono attualmente nei territori occupati dalle truppe di Mosca, a richiesta dei «tutori o delle organizzazioni che hanno in carico questi minori», a condizione però di avere un passaporto russo. 

La legge attualmente al vaglio della Duma, presentata dal partito di Putin, prevede un iter semplificato per le adozioni. Per presentare domanda, sarà sufficiente il solo documento di identità. A breve partirà uno studio sulle famiglie di provenienza dei piccoli. Se verranno trovati parenti anche non di secondo grado che vivono in Russia, allora verranno affidati a loro. In caso contrario chiunque potrà presentare una domanda di adozione. 

Fino a quel momento, i minori saranno sotto le cure dello Stato e riceveranno «supporto sociale». Sui social, fan di Putin sostengono la tesi che tra questi adottandi vi sarebbero dei bambini geneticamente potenziati dai vagheggiati «biolaboratori della Nato» a Azovstal, e che Putin vorrebbe dunque trasformare in futuri super-soldati «sottraendoli all’Occidente!». 

E un altro decreto di Putin che in pratica è un furto legalizzato è il 299. Come spiega appunto l’Economist, «modifica il Codice Civile in modo “da autorizzare l’uso di invenzioni brevettate, anche in medicina e tecnologia digitale, provenienti da “paesi ostili” senza chiedere il permesso al proprietario o pagare alcun compenso». 

Spiega sempre l’Economist che in teoria la mossa non sarebbe del tutto illegale secondo il Diritto Internazionale. «I Paesi possono derogare alle regole sui brevetti in caso di emergenza nazionale. Scartoffie ingombranti e noiose negoziazioni sui prezzi possono causare ritardi». Sarebbe però previsto comunque un compenso, per quanto piccolo. Con la nuova legge russa, i titolari di brevetti potrebbero invece rimanere senza nulla. 

Sebbene poi la legge si applichi in teoria solo ai brevetti che proteggono le invenzioni, di fatto i tribunali russi hanno già iniziato ad applicarla per estensione anche ad altri tipi di violazione della proprietà intellettuale. Già a marzo, ad esempio, Entertainment One UK, filiale britannica di una società canadese, ha perso la causa contro un rivale russo che ha usato una falsa Peppa Pig. 

Solo nelle ultime due settimane di marzo sono state depositate più di 50 domande di registrazione di marchi occidentali come Coca-Cola e Christian Dior. E il 6 maggio, la Russia ha pubblicato un elenco lungo 25 pagine di prodotti che potranno essere importati senza il permesso del proprietario. Include telefoni Apple, console di gioco Nintendo e parti per auto Tesla, oltre ad armi e munizioni.

Guerra in Ucraina: stop all’export di grano tenero, mais e concime. Perché la sicurezza alimentare in Italia è a rischio. Michelangelo Borrillo e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 21 marzo 2022.

C’è una nave che fotografa la crisi agroalimentare che da fine febbraio sta vivendo mezza Europa, Italia compresa. Una nave che il 27 febbraio scorso avrebbe dovuto caricare nel porto d’Azov 30 mila quintali di grano tenero e che non è mai partita. A bordo c’era il carico acquistato dal pastificio Divella. Altre 90, di cui almeno una quindicina con destinazione finale Italia, sono ferme allo stretto di Kerch, che collega il Mar Nero al Mar d’Azov, la distesa di acqua che ora separa (in tempo di guerra) separa la Russia dall’Ucraina. Senza quelle navi il mercato internazionale dei prodotti alimentari ha già cambiato volto.

Il grano tenero

Se l’Ucraina è il granaio d’Europa, la Russia lo è del mondo. Per l’Italia le principali importazioni legate al mondo agroalimentare provenienti dai due Paesi sono grano tenero, mais, semi oleosi e fertilizzanti. Partiamo dal grano tenero (quello che serve per il pane e la pasticceria): da gennaio del 2021 fino al 23 febbraio 2022, ovvero il giorno precedente all’invasione dell’Ucraina, l’Italia ne ha importato 142 mila tonnellate dall’Ucraina e 116 mila dalla Russia. Secondo l’ufficio studi di Confagricoltura rappresentano circa il 5% del totale delle importazioni italiane di grano tenero. Le quantità che mancano fanno salire i prezzi. 

Il riferimento in Italia per le contrattazioni dei prodotti agricoli è la Borsa Merci di Bologna: alla rilevazione dello scorso 18 marzo le quotazioni del grano tenero sono cresciute del 33% in un mese, sfondando per la prima volta nella storia in Italia (dato Consorzi agrari d’Italia) quota 40 euro a quintale. L’esempio pratico di come il mercato specula su una merce che scarseggia lo fornisce proprio Vincenzo Divella, amministratore dell’omonimo gruppo alimentare che attende la nave non ancora partita: «Abbiamo rimpiazzato quel carico acquistando lo stesso quantitativo a Napoli e Manfredonia: si tratta di grano arrivato da Canada, Russia e Kazakistan prima della crisi. Ma comunque lo abbiamo pagato il 35% in più di quello che aspettavamo dal Mar d’Azov, e di conseguenza abbiamo dovuto aumentare il prezzo della farina per pasticceria di circa il 15%, ma fra 20 giorni dovremo aumentare ancora. Noi abbiamo sempre preferito rifornirci da Russia e Ucraina per via delle annose questioni sul glifosate canadese».

Il mais

Il secondo pilastro che sta venendo meno con il blocco dei mercati russo e ucraino è quello del mais, che rischia di non essere nemmeno seminato nel mese di aprile, e quindi la sua mancanza potrebbe prolungarsi a tutto il 2023. L’Ucraina è per l’Italia il secondo fornitore di mais (dopo l’Ungheria): nell’ultimo anno l’Italia ha importato 1,1 milioni di tonnellate dall’Ucraina (105 mila dalla Russia). Sul totale delle importazioni pesa per il 15%, e il rialzo dei prezzi è già stato del 41% in un mese. Il mais è fondamentale per la produzione di mangimi per gli animali. La conseguenza è l’incremento del costo della carne: secondo la Cia-Agricoltori Italiani, un chilogrammo di manzo al banco è passato dai 12 a quasi 15 euro, la lombata si aggira sui 25 euro, mentre una bistecca potrebbe arrivare costare a breve il 20% in più. 

I fertilizzanti

Il terzo mercato andato in tilt è quello dei fertilizzanti. Forse quello su cui fa più affidamento Putin visto che lo ha citato come leva principale dell’inflazione alimentare globale. La Russia — stando ai dati di Confagricoltura — produce il 15% dell’intera produzione mondiale di fertilizzanti. E le vendite all’estero di nitrato di ammonio sono già state bloccate fino ad aprile, proprio nella fase fondamentale delle coltivazioni. Sempre nell’ultimo anno l’Italia ne ha importato dall’Ucraina per 47 milioni di euro (il 6% sul totale) con un aumento del 600% rispetto al 2020, e dalla Russia per 61 milioni di euro (7% sul totale) con una diminuzione dell’11%. 

I nuovi mercati e i nuovi rischi

Il premier Mario Draghi al recente vertice europeo di Versailles, ha dichiarato che bisognerà rivolgersi ad altri mercati: dagli Stati Uniti all’Argentina fino al Canada. Problema n.1): gli alti costi della logistica e tempi lunghi del trasporto navale atlantico per prodotti che ci servono a breve. Problema n.2): il grano trattato con glifosato, un potente erbicida classificato dallo IARC come «probabile cancerogeno», dalla Ue autorizzato con molte prescrizioni fino alla fine del 2022, e in Italia consentito solo in fase di pre-semina, in Canada lo usano anche in pre raccolta del grano come disseccante. Dall’ultimo rapporto Efsa: i prodotti agroalimentari extracomunitari venduti in Europa presentano residui chimici irregolari pari al 5,6% rispetto alla media Ue dell’1,3% e quella italiana di appena lo 0,9%. Per quel che riguarda il mais, gran parte della produzione Usa è Ogm. In Italia il mais ogm non è vietato per la mangimistica, ma molti consorzi ne proibiscono comunque l’uso. Ostacoli che il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli vorrebbe rimuovere.

Vuol dire rinunciare a formaggi e carni Dop, perché hanno nel disciplinare l’obbligo di rifornirsi da animali allevati con mangimi non Ogm

Quanto ai fertilizzanti, una soluzione, almeno parziale, la Coldiretti l’avrebbe trovata negli scarti della produzione di biometano, il «digestato». In pratica si tratta di letame e liquami trattati con batteri anaerobici, e che contengono azoto, fosforo e potassio, quindi ideali per concimare i terreni. Però la direttiva sui nitrati ne prevede un uso limitato perché c’è il rischio eutrofizzazione delle acque, e per incrementarne l’utilizzo serve l’autorizzazione del Mite. Un problema secondo Coldiretti risolvibile frazionando la concimazione durante la fase di coltivazione, come si fa con i prodotti chimici. 

Il cambio di produzioni

Tutte le organizzazioni agroalimentari hanno chiesto al governo di aumentare la produzione di grano tenero, mais e semi oleosi rimuovendo i limiti alla coltivazione dei terreni italiani – derivanti dalla Pac (Politica agricola comune) – vale a dire circa un milione di ettari destinati a produzioni non essenziali o alla non produzione. Ma l’ultima parola spetta a Bruxelles. Il rischio — in queste settimane cruciali per la programmazione della coltura del pomodoro da industria — è che molti produttori decidano di puntare su mais, girasole o soia. Visti i prezzi — è l’allarme di Alleanza cooperative agroalimentari — saranno più convenienti dei pomodori, dove il costo di produzione è aumentato di oltre 1.200 euro all’ettaro a causa dell’impennata dei prezzi dei concimi, dell’energia, della logistica e dei materiali da imballo, oltre alla siccità in corso su tutto il centro-nord. Chi ne trae vantaggio è la Cina, ormai diventata il primo fornitore italiano di concentrato di pomodoro: 60 mila tonnellate solo nei primi 6 mesi del 2021. Ma ne risentiranno anche altre grandi colture che sono patrimonio dell’agroalimentare italiano come piselli, fagioli e ceci, perché è più conveniente coltivare mais. 

La pasta

Almeno sulla pasta i rischi stanno a zero. Si fa con il grano duro e dall’Ucraina non ne importiamo, dalla Russia solo il 2,5%. La percentuale prodotta in Italia di grano duro è del 60%, e questo fa del nostro Paese un esportatore di pasta, per cui anche in caso di necessità basterà esportarne di meno. Costerà un po’ di più per via dei rincari dell’energia elettrica, e del gas. Secondo Divella è atteso entro marzo un aumento di 12 centesimi al chilo. Considerando che il consumo attuale di pasta pro capite in Italia è di 23 chilogrammi all’anno, ovvero circa 2 kg al mese, tradotti in euro per una famiglia di 4 persone fanno poco più di 1 euro al mese.

Il cambio dei consumi

Ma non si vive di sola pasta. Con l’aumento dei costi di energia e carburanti sta aumentando tutto: il recente blocco dei pescherecci per il caro carburante ha fatto incrementare il prezzo del 30% all’ingrosso e del 50% nelle pescherie. Analizzando le rilevazioni della Borsa Merci di Bologna sulle contrattazioni fisiche dei prodotti agricoli, si scopre che a fronte di un rialzo del grano tenero del 33%, e del mais del 41,1% , il grano duro è rimasto pressoché invariato (2,2%), ma si è mosso poco anche il riso Arborio: è cresciuto solo del 4,7%. L’Italia, tra l’altro, per il riso bianco è un Paese totalmente autosufficiente. 

Dai dati dell’Ente Risi ne produciamo ogni anno circa un milione di tonnellate, e ne esportiamo più della metà, fra il 55-60%. Importiamo solo da India e Pakistan alcune qualità particolari come il basmati. Come dire…se alla fine scarseggiano i crackers o grissini, possiamo sempre mangiare gallette di riso.

Carlo Ottaviano per “il Messaggero” il 24 marzo 2022.

Diecimila e cinquecento ettari in Campania, 11 mila in Lombardia, 12.300 in Veneto, altri 17.544 in Piemonte e 20 mila in Emilia Romagna. Sono queste le regioni maggiormente interessate allo sblocco dei terreni a riposo per fronteggiare gli effetti della guerra in Ucraina e la mancanza di cereali e altre colture proteiche. 

Nel Centro Italia, i dati approssimativi indicano circa 5 mila ettari nel Lazio e poco più di 3 mila in Abruzzo. Complessivamente nel Paese sono 200 mila gli ettari liberati dal vincolo del riposo permanente che pesa sul 5% delle superfici agricole. La decisione è stata presa ieri mattina a Bruxelles dalla Commissione UE «per consentire eccezionalmente e temporaneamente agli Stati membri di derogare ad alcuni obblighi del greening».

È di fatto un sostanziale cambiamento della Pac, la politica agricola comune, approvata solo pochi mesi fa e della strategia Farm to Fork. È quindi «consentita la produzione di qualsiasi coltura su terreni a riposo che fanno parte di zone ecologiche prioritarie nel 2022», pur garantendo il pagamento per le previste pratiche ambientali. In totale in Europa saranno così disponibili quattro milioni di ettari.

«Una dimensione comparabile - ha detto il commissario europeo all'Agricoltura, Janusz Wojciechowski - all'intera superficie dei Paesi Bassi o alla superficie agricola della Repubblica Ceca: è molto importante per la produzione aggiuntiva di cibo, che è assolutamente necessaria nella situazione attuale».

Il via libera al ripristino delle coltivazioni nei terreni a riposo - secondo le previsioni di Coldiretti - dovrebbe consentire una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione, necessari per ridurre la dipendenza dall'estero. «Un quantitativo - secondo il presidente dell'organizzazione Ettore Prandini - che potrebbe aumentare di almeno cinque volte con la messa a coltura di un milione di ettari lasciati incolti per la insufficiente redditività».

L'Italia potrebbe così limitare la dipendenza dall'estero da dove arriva circa la metà (47%) del mais per il bestiame, il 35% del grano duro per la pasta e il 64% del grano tenero per il pane. L'eccezionalità del momento e il fatto che già in aprile bisogna seminare i cereali, spinge a rendere il provvedimento immediatamente esecutivo. Questa è stata la chiave di lettura dell'incontro che in serata il ministro Stefano Patuanelli ha avuto con i vertici di Coldiretti.

Tra gli altri provvedimenti in tema agricolo decisi ieri dall'Ue, anche l'attivazione della riserva di crisi Pac da 500 milioni (48 milioni per l'Italia), che gli Stati membri potranno cofinanziare al 200%, così come l'ulteriore quadro temporaneo sugli aiuti di Stato alle aziende in crisi. «Ma entrambe le misure - spiegano alla Cia Agricoltori Italiani - dipendono dalle risorse singole che ogni Paese metterà in campo e, quindi, potrebbero creare delle disparità nei sostegni al settore».

Le decisioni di Bruxelles per l'Italia si traducono in una disponibilità di 195 milioni già nel 2022. «Tocca ora al dibattito parlamentare - precisa il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - proseguire su questa strada potenziandolo». Nel pacchetto anche lo stoccaggio delle carni suine; sistemi di monitoraggio per assicurare la continuità delle forniture. 

Non mancano le critiche a partire dalla soglia massima - 35 mila euro per le aziende agricole, 400 mila per le imprese alimentari - per gli aiuti previsti. «Misure inadeguate e troppi limiti burocratici», sintetizza Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia.

Grano, mais, olio di girasole: è crisi per la guerra? Abbiamo un milione di ettari da coltivare per evitarla.  Giuditta Mosca su La Repubblica il 26 Marzo 2022.  

Il conflitto in Ucraina ha prodotto serie difficoltà di approvigionamento all'agricoltura e all'allevamento di bestiame, ma l'Italia ha le potenzialità per dipendere meno dalle importazioni. 

Sostenere che l'importazione di cereali dalla Russia e dall'Ucraina siano un cappio al collo per l'Italia è fuorviante. Il quadro va esteso alle ricadute del conflitto che stanno spingendo verso l'alto il prezzo dell'energia e che impongono a diversi Paesi il blocco dell'export di materie prime per soddisfare la domanda interna. La situazione attuale sui mercati alimentari mondiali è il frutto di eventi a cascata: il conflitto è un fattore accelerante che riapre vecchie ferite aperte dai cambiamenti climatici ed esasperate dalla pandemia da cui non siamo ancora del tutto usciti.

Fabrizio Goria per “la Stampa” il 27 marzo 2022.

Dopo la guerra, la carestia. Il rischio è quello di avere almeno 13 milioni di persone di nuovi affamati nel mondo. L'allarme lo lancia la Fao, a nome del vicedirettore generale Maurizio Martina, ma questa è solo l'ultima voce che si sta elevando nel definire l'invasione della Russia tale da creare un dramma alimentare con pochi precedenti dal Secondo dopoguerra a oggi. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato due giorni fa di sussidi per il cibo in tutto il Paese. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres da una settimana invoca il cessate il fuoco per evitare» un uragano di fame».

Intanto, tuttavia, i prezzi di grano duro, mais, soia, olio di semi e fertilizzanti alimentari continuano a ritracciare nuovi record. Il G7 si prepara ad affrontare un'economia bellica. Anche sugli scaffali dei supermercati. «La guerra di Putin pone crescente pressione sulla sicurezza alimentare globale», spiegano i leader, promettendo di fare uso di «tutti gli strumenti e i meccanismi finanziari» per risolvere la scarsità presente e futura. Ed è possibile una sessione straordinaria della Fao «per affrontare le conseguenze sulla sicurezza alimentare mondiale e l'agricoltura derivanti dall'aggressione russa contro l'Ucraina». Il G7 si impegna «a erogare forniture alimentari sostenibili all'Ucraina e sostenere i suoi sforzi di produzione alimentare».

Non solo. Il presidente statunitense Joe Biden ha promosso un programma da 11 miliardi di dollari in cinque anni a sostegno della lotta alla fame nel mondo. Il primo allarme è stato lanciato lo scorso 19 marzo da Guterres. «La guerra in Ucraina sta già interrompendo le catene di approvvigionamento e facendo salire alle stelle i prezzi di carburante, cibo e trasporti. Dobbiamo fare tutto il possibile per scongiurare un uragano di fame e un tracollo del sistema alimentare globale», ha spiegato il numero uno del Palazzo di Vetro. Poi, è intervenuto il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi. Nel suo riferimento all'economia di guerra, c'era anche quello ai razionamenti. Non solo di energia elettrica, ma anche di risorse alimentari.

Perché, come spiegano fonti di Palazzo Chigi, è da mesi che il tema del grano fa capolino nelle discussioni dei consulenti economici dell'ex numero uno della Bce. Infine, è giunto l'intervento senza giri di parole dell'inquilino dell'Eliseo, Emmanuel Macron, a premere sulla sicurezza alimentare. Tema quanto mai attuale, viste le tensioni nell'Africa del Nord e, nello specifico, l'Egitto. Senza però dimenticarsi del resto del continente europeo. Non a caso, come stato fatto notare anche da Eurasia Group, c'è molta attesa per la semina dei cereali nei campi ucraini.

Francia e Germania, spiegano fonti diplomatiche, hanno richiesto in modo esplicito a Mosca di non impedire le operazioni agricole. Secondo Macron, qualora i semi non fossero gettati, la guerra in corso potrebbe provocare una «carestia ineluttabile» nel corso dei prossimi 12-18 mesi. Mentre i canali diplomatici avanzano, i primi riscontri sui prezzi si stanno già verificando. Un mese di ostilità in Ucraina ha già avuto un contraccolpo sui prezzi delle materie prime alimentari, come rimarcato dai dati pubblicati dalla Fao e dalla World Bank. Nel caso del greggio, utile per l'autotrazione, i rincari sono stati in media del 26,5% nei primi 25 giorni, mentre il grano ha avuto un rialzo del 53% su base annua nello stesso periodo temporale. Cifre che potrebbero essere riviste al rialzo ogni giorno di conflitto in più.

Carlo Ottaviano per “il Messaggero” il 27 marzo 2022.

«Negli ultimi sei mesi i pastifici italiani hanno perso almeno 150 milioni di margine. Anzi lavoriamo in perdita perché in un prodotto di prima necessità come la pasta, i prezzi sono contenuti, i guadagni risicati». 

Riccardo Felicetti, presidente dei pastai italiani, non può non essere preoccupato.

«Se aumentiamo i listini vuol dire che mettiamo le mani nelle tasche degli italiani; se non lo facciamo mettiamo a repentaglio le nostre aziende e chi ci lavora». 

Però i prezzi di un pacco di pasta sono già aumentati dallo scorso autunno, in alcune catene e per alcuni marchi anche del 40-50%?

«Ma il prezzo del grano già lo scorso anno era cresciuto dell'80-100% a causa principalmente della siccità in Nord America e della produzione ridotta del 50% di Usa e Canada. Il grano duro serve non solo per fare la pasta: in Italia lo usiamo anche per alcuni pani come quello di Altamura e in Africa per il cous cous». 

Gli ultimi aumenti sono per la crisi Ucraina, ma da lì non importiamo grano duro?

«Viviamo in una economia globalizzata. Noi italiani ne compravamo poco e niente in quell'area, ma non così altri Paesi che adesso si dovranno rivolgere a nuovi fornitori, facendo alzare i prezzi. È chiaramente la dinamica della domanda e dell'offerta, niente di nuovo sotto il sole». 

Speculazione compresa?

«Chi ha stoccato il grano decide se metterlo sul mercato immediatamente o lentamente, alzando i prezzi, giocando sulla mancanza. Lo fanno quelli che hanno i futures in mano; è sempre stato fatto nelle commodities, nel petrolio, come per l'oro. Forse non ci si dovrebbe stupire più». 

I consumatori però si stupiscono dei prezzi?

«La guerra ha amplificato la crisi e non importa neanche distinguere tra grano duro (per la pasta) e tenero (per il pane). Il duro è un decimo (33 milioni di tonnellate) di quello tenero. Ma il punto è che ogni variazione trascina le altre: costa di più il mais per il mangime animale, costano di più i concimi per la mancanza di sostanza azotata, costano di più i trasporti».

L'Italia è comunque carente di grano, sia esso duro o tenero?

«Scontiamo un deficit di produzione nel 30% sul duro e di circa il 50%, dipende dalle annate, di tenero». 

Carenza che ora pesa nei conti delle aziende e nelle tasche dei consumatori?

«Noi tra settembre e gennaio avevamo cercato di affrontare in modo responsabile gli aumenti dell'energia e dei trasporti. Fondamentalmente avevamo voluto ragionare solo sull'aumento del costo del grano del 2021, contenendo quindi gli incrementi dei listini. Ma a fine febbraio, improvvisamente, alcuni aumenti di materie prime ci hanno preso alla sprovvista».

A causa delle minacce russe già da gennaio e della guerra dopo?

«Prima russi e ucraini troveranno un accordo e meglio sarà oltre che per le popolazioni coinvolte, per l'economia. Naturalmente affrontando anche il tema delle risorse energetiche».

E intanto?

«Intanto, abbiamo da un lato fornitori che cambiano i prezzi con cadenza bisettimanale e dall'altro i clienti».

Che principalmente non sono i consumatori finali ma la grande distribuzione?

«E non solo. Ci sono le grandi comunità, le mense collettive, pensi solo alle forniture per gli ospedali. Come facciamo a garantire gli stessi prezzi per un anno?»

Carlo Ottaviano per “il Messaggero” il 27 marzo 2022.  

Le notizie positive sono solo due, entrambe provenienti dalla Borsa di Chicago. La prima: per la seconda settimana consecutiva l'indice dei future sul grano duro durum è in diminuzione (-1,39%). La seconda: i prossimi raccolti estivi non dovrebbero subire la stessa drammatica siccità che lo scorso anno aveva dimezzato le quantità e abbassato la qualità della produzione di Usa e Canada, Paesi da cui importiamo la maggior quantità di materia prima per l'industria della pasta. Stop alle buone notizie.

La situazione non cambierà neanche nelle prossime settimane in virtù dei 200 mila ettari immediatamente coltivabili, grazie alla decisione dell'Ue che ha liberato il 5% dei terreni che avrebbero dovuto riposare. Ad aprile sarà difficile per la maggior parte degli agricoltori seminare. Infatti tranne pochissime varietà, le diverse tipologie di grano vengono seminate in settembre e quindi gli eventuali raccolti aggiuntivi si avranno solo nel 2023.

È più probabile che nei terreni ora disponibili venga coltivato il mais necessario agli allevamenti di bestiame, anche questo in forte crisi di disponibilità con la chiusura dei porti del Mar Nero e il blocco dell'export da Ucraina e Russia. Un problema che interessa l'Italia ma anche molti altri Paesi in Europa. 

Le altre notizie - più o meno legate alla guerra in Ucraina - purtroppo indicano il rischio, anzi la certezza, di ulteriori aumenti dei prezzi e nubi sugli approvvigionamenti futuri di frumento. A denti stretti gli imprenditori della filiera ipotizzano ulteriori incrementi di prezzo del 40% per il grano duro (e leggermente meno per il tenero). Poi bisognerà capire come gli aumenti della materia prima influiranno al dettaglio.

Dalla scorsa estate una tonnellata di grano duro di qualità media è passata da 280 euro ai 500 di oggi (+ 44%); il grano tenero dai 220 euro ai 400 euro (+ 45%). Un panificatore che per un chilo di farina spendeva 60 centesimi a dicembre, adesso ne spende 95. A noi consumatori mediamente il pane costa 3,30 euro al chilo contro i 3 euro di pochi mesi fa; un pacco di pasta da un chilo almeno 40 centesimi in più. 

Ad aggravare la situazione, sono anche le carenze idriche in Italia e la mancanza di piogge dell'inverno. La Borsa merci telematica italiana nel suo ultimo report settimanale scrive che è «possibile attendersi futuri aumenti di prezzo del grano duro in Italia, perché c'è incertezza sui raccolti italiani, che in molti areali del Sud e anche del Nord sono preda già oggi della siccità».

Condizionata proprio dal dato italiano (siamo il Paese maggior produttore dell'Unione con 3,8 milioni di tonnellate), la produzione complessiva di grano duro in Ue dovrebbe essere in calo dello 0,5% nel 2022, realizzando non più di 7,7 milioni di tonnellate. I prezzi del grano duro sono quindi destinati ancora a salire. Forse più di quanto già avvenuto: alla Borsa merci di Roma dal 29 settembre 2021 alla seduta di mercoledì scorso una tonnellata valeva 37 euro in più (495 euro); a Bari 46 in più (539), a Napoli 50 in più (550), a Milano 52 euro in più (552).

A pesare sugli aumenti non è però solo la materia prima, perché rilevante è la parte che riguarda i costi dell'energia e del petrolio, che ricadono in primo luogo sui trasporti. «Incredibilmente spiega l'imprenditore dolciario veneto Dario Loison attualmente la spedizione di un container dall'America vale quanto il grano che contiene».

Non c'è dubbio che al momento non si comprende neanche chi subisca maggiormente la situazione. «Siamo tutti vittime precisa Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare inutile cercare un capro espiatorio nella filiera. Gli agricoltori si lamentano, noi industriali ci lamentiamo, chi trasforma ancora dopo di noi si lamenta. Ci è capitato uno tsunami mai visto prima, l'intera catena è andata in difficoltà». E poi c'è la speculazione. «Basti pensare aggiunge che alla Borsa di Chicago ogni 10 quintali fisici di cereali trattati, ce ne sono 100 virtuali legati ai futures».

Tutte le materie prime strategiche che la Russia controlla. Andrea Muratore l'11 Marzo 2022 su Il Giornale.

Materie prime per la transizione in volo e caos: la partita energetica è sempre più complessa, come ricorda un report Prometeia.

La Russia e l'Occidente sono in una fase di vera e propria guerra economica e il sistema globale inizia fare i conti con le dipendenze da Mosca per molte materie prime strategiche. In una fase di acuta volatilità dei prezzi su tutta la banda di oscillazione degli indici che misurano il valore dei panieri di materie prime di ogni tipo ci si accorge che, da un lato, colpire la Russia sull'economia passa necessariamente per un'azione decisa contro il suo indotto in questo campo e, dall'altro, si rischia uno shock economico mondiale in caso di esclusione di Mosca dai mercati.

I mercati delle materie prime stanno già interiorizzando queste incertezze e volatilità. E se il petrolio, in cui Mosca pesa per il 17% dell'output mondiale, e il gas naturale (in cui la Russia pesa per il 12,6%) hanno dinamiche ormai note, così come conosciute e temute sono quelle che riguardano il grano e altri prodotti alimentari (mercati che vedono Russia e Ucraina come primi esportatori mondiali), molto da attenzionare è il settore delle materie prime legate alla transizione.

La transizione energetica imporrà la più imponente e strutturata ristrutturazione industriale della storia e porterà in cima alla richiesta dei mercati materie prime strategiche molto importanti per i mercati, in cui in diversi casi la Russia è in testa alle catene di fornitura. L'indice dei prezzi delle materie prime Prometeia-APPIA segnala questa criticità nell'ultimo rapporto legato al cambiamento avvenuto tra gennaio e febbraio: anche in caso di immediato riassorbimento degli effetti dell'incertezza legati alla guerra tra Russia e Ucraina "il mero effetto di trascinamento dei formidabili rincari intervenuti finora in alcuni mercati comporterebbe comunque un rialzo di oltre il 27% dell’indice Prometeia-APPIA nel 2022 (ben 14 punti percentuali in più rispetto a quanto ipotizzato in febbraio), che si andrebbe a sommare al notevolissimo incremento (+70% circa) già maturato nel corso del 2021".

La metallurgia (+4,9% di costi complessivi in filiera) è non a caso, essendo uno dei settori più energivori, in testa alla classifica dei rincari misurati da Prometeia. Alluminio, palladio e nickel sono altri mercati in cui su scala mondiale si sta verificando una crescente criticità per la carenza di forniture dalla Russia che si adombra come prospettiva. Mosca fornisce il 38% del palladio al mercato mondiale, garantendo dunque continuità di un materiale chiave per le industrie dell'auto elettrica e delle tecnologie per la sostenibilità. Inoltre, copre il 6,1% della domanda di alluminio e nickel al mondo. La corsa delle materie prime inquieta i mercati di tutto il mondo. "Negli ultimi giorni, il governo cinese ha riunito i principali produttori domestici di neodimio-praseodimio (la lega fondamentale per la produzione di magneti per i motori dei veicoli elettrici) per calmierare i prezzi", fa notare Formiche. E a cascata anche altri settori possono essere interessati. Benjamin Louvet, commodities fund manager di Ofi Asset Management, ha sottolineato che in particolare anche i metalli preziosi potranno essere tra le materie prime più attenzionate dalla transizione: "a mobilità elettrica richiede metalli per i pacchi batterie", ha dichiarato l'esperto a Milano Finanza. "L'argento è uno di questi, e anche se la quantità caricata per veicolo è piccola, sta già influenzando il mercato. Con l'avanzare della tecnologia, insomma, sono necessari sempre più metalli diversi". Ebbene, Prometeia ci ricorda che la Russia detiene il 5,4% delle riserve mondiali di argento e il 10,6% della produzione del platino, un'altra delle risorse che si trova ad essere tra le materie prime "preziose" più strategiche. A conferma del fatto che, complice la guerra russo-ucraina, la transizione energetica non sarà un pranzo di gala.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

Biolaboratori in Ucraina, il ministero della Difesa russo pubblica altri nomi di soggetti coinvolti. Rec News dir. Zaira Bartucca.  Articolo del 19 Aprile 2022 di Redazione.

Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di altri soggetti coinvolti nella creazione di laboratori biologici in Ucraina. Come abbiamo già avuto modo precisare, la presenza di biolaboratori è stata confermata dalla stessa Organizzazione mondiale della Sanità, che l’11 marzo scorso raccomandava all’Ucraina – riportato da Ansa – di distruggere gli agenti patogeni ad alto rischio nei laboratori prevenire potenziali fuoriuscite. Tra i soggetti coinvolti compare un ex dipendente Dipartimento di Stato russo che in passato ha avuto a che fare con le forze nucleare sovietiche. Secondo quanto reso noto dai militari russi, gli americani stavano pian infettare il Mar Nero e il Mar d’Azov, Russia, Bielorussia, Polonia e Moldavia con tifo, epatite ed altri patogeni.

Il ruolo dell’UNTC, il Centro Scientifico e Tecnologico Ucraino.

Un ruolo cardine in questo contesto era ricoperto dal Centro Scientifico e Tecnologico (UNTC), organizzazione intergovernativa internazionale che si occupa della distribuzione di sovvenzioni nel campo delle armi biologiche. “A prima vista si tratta di un’organizzazione pubblica che non ha nulla a che fare con il Pentagono”, ha detto il capo delle Forze protezione dalle Radiazioni e dalla contaminazione Chimica e Biologica Igor Kirill di un briefing, prima di delineare le caratteristiche della struttura. L’UNTC – è quanto documentato nel corso dei lavori – conta su uffici di rappresentanza a Baku, Chisin Kharkov e Lviv. Quel che inquieta, tuttavia, è che gli scienziati hanno effettuato campionamenti in alcune aree di interesse come i fiumi Dnepr, Danubio e Dnieste canale della Crimea settentrionale, trovando agenti patogeni riconducibili al coler all’epatite A ed E. Ma c’è di peggio.

Malati psichiatrici utilizzati come cavie per la sperimentazione umana.

L’UNTC avrebbe inoltre condotto una campagna di sperimentazione umana su malati psichiatrici. Un orrore che sarebbe avvenuto tra il 2019 e il 2021 nella città di Merefa regione di Kharkiv, nei reparti dell’ospedale psichiatrico clinico n.3. “Le persone mentali sono state selezionate per gli esperimenti in base alla loro età, alla nazionalità e allo stato immunitario. Il risultato del monitoraggio dei pazienti è stato scoperto consultando alcuni moduli. Le informazioni non erano inserite nel database dell’ospedale, perché al personale dell’istituto medico è stato fatto divieto di divulgazione”, ha detto Kirillov. Attualmente le attrezzature e i preparati del presidio sanitario sarebbero state trasferite nell’Ucraina occidentale con l’ausilio e la compiacenza dei Paesi coinvolti. “Solo negli ultimi anni – ha detto ancora Kirillov – oltre 350 milioni di dollari sono stati spesi per realizzare progetti UNTC promossi da Washington. I clienti e gli sponsor sono il Dipartimento di Stato e il Ministero della Difesa. Il finanziamento viene effettuato anche attraverso l’agenzia protezione dell’Ambiente, il Dipartimento dell’Agricoltura, della Salute e dell’Energia degli Stati Uniti”.

I nomi e cognomi di alcuni soggetti coinvolti.

Il ministro della Difesa russo ha dunque divulgato i nomi e i cognomi dei soggetti colpevoli di aver condotto campagne di sperimentazione umana in Ucraina. La posizione di direttore esecutivo dell’UNTC era ricoperta da Kurtis Belayach, statunitense nato il 27 agosto in California. Laureato presso l’Università della California, è titolare di un master in finanza internazionale e lavora in Ucraina dal 1994. Presidente del Consiglio di amministrazione dell’UNTC dell’Unione Europea nel dipartimento russo è invece Eddie Arthur Mayer.

Altro curatore Statunitense – ha reso ancora il ministero che fa capo a Sergej Shoigu - è Philip Dolliff. Al Dipartimento di Stato ha ricoperto il ruolo di vice assistente Segretario di Stato per la sicurezza internazionale e i programmi di non proliferazione delle armi di distruzione di massa. Il suo mandato è scaduto il 31 marzo, ma le informazioni sono conservate sul sito del Dipartimento. Prima di entrare nel Dipartimento di Stato, ha studiato nelle forze nucleari strategiche sovietiche e ha partecipato a programmi per la riduzione delle minacce terroristiche.

Un ruolo rilevante era svolto anche dall’appaltatore del Pentagono Black & Veatc, strettamente connesso – è emerso – all’UNTC. I curatori americani erano al lavoro su diversi progetti come il 6166 sulla proliferazione di armi di distruzione di massa e il 9601, “trasferimento di tecnologie ucraine per la produzione di materiali complessi a duplice uso nell’Unione Europea“.

La minaccia delle basi biologiche militari.

 “Le basi biologiche militari statunitensi sono una vera minaccia. Se non chiudiamo questi laboratori, dagli Stati Uniti giungerà una minaccia costante alla sicurezza mondiale, ha detto Gennady Onishchenko, medico onorato della Russia che a inizio del 2020 ha reso uno studio e una lista di farmaci raccomandati per la cura del covid19. Secondo Onishchenko queste basi hanno iniziato a formarsi dopo il crollo dell’Unione sovietica. A essere interessata non è solo l’Ucraina, ma anche altri territori dell’ex URSS come Georgia e Kazakistan. I fondi per il sostentamento dei laboratori provengono dal bilancio della Difesa degli Stati Uniti e sono consultabili apertamente.

Secondo le informazioni ufficiali, i laboratori dovevano servire a combattere le malattie infettive e prevenire i focolai delle epidemie, invece avrebbero avuto un ruolo attivo nella diffusione dei patogeni. Secondo il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, il Pentagono starebbe cercando di coprire le tracce di “programmi segreti, inclusi esperimenti con campioni di coronavirus, antrace e altre malattie mortali. Abbiamo tutte le ragioni di credere che nelle immediate vicinanze della Russia in Ucraina sono stati creati componenti di armi biologiche”, ha detto Putin.

La preoccupazione delle autorità russe risiede nel fatto che la legislazione degli Stati Uniti consente il lavoro nel campo delle armi biologiche. “Gli Stati Uniti hanno accompagnato la ratifica del protocollo di Ginevra del 1925 con una serie di riserve, una delle quali l’uso reciproco di armi chimiche e tossiche“, ha detto il ministro della Difesa. Mosca ha cercato per molti anni di rafforzare il regime della Convenzione sul divieto di armi biologiche e tossiche, ma gli Stati Uniti continuano a mettere veti sul processo di ratifica. La situazione potrebbe cambiare con la pubblicazione – già annunciata – di nuove prove documentali.

Il Pentagono ammette: gli Usa supportano 46 biolab in Ucraina. Piccole Note il 13 giugno 2022 su Il Giornale.

Gli Stati Uniti hanno finalmente ammesso di aver “supportato” 46 biolaboratori in Ucraina, dopo aver respinto per mesi le dichiarazioni in tal senso dei suoi antagonisti geopolitici. Lo ha riferito il Pentagono, ovviamente dichiarando che le ricerche ivi svolte erano legittime e non dirette a creare armi biologiche, anzi.

Il documento del Pentagono spiega che l’interesse per tali siti nesce nel 1991, quando fu varato il Programma Nunn-Lugar Cooperative Threat Reduction (CTR) con il compito di trattare le armi di distruzione di massa nei Paesi dell’ex Unione sovietica. Quattro le missioni del Programma, che elenchiamo di seguito.

“1) consolidare e proteggere le armi di distruzione di massa e il materiale relativo alle armi di distruzione di massa in un numero limitato di siti sicuri; 2) inventariare e rendicontare tali armi e materiali; 3) fornire [attrezzature e competenze per] una manipolazione e uno stoccaggio sicuro di tali armi e materiali, come richiesto dagli accordi sul controllo degli armamenti; e 4) offrire assistenza per un ricollocamento retribuito a migliaia di ex scienziati sovietici esperti in armi di distruzione di massa, in materiali relativi alle armi di distruzione di massa e nei trasferimenti delle stesse”.

Questa le missioni, alle quali gli Stati Uniti, spiega il documento, si sono adoperati distruggendo o mettendo in sicurezza le testate nucleari, in collaborazione anche con la Russia, come anche le bio-armi risalenti al tempo sovietico.

“Gli Stati Uniti, attraverso la collaborazione internazionale, hanno anche lavorato per affrontare altre minacce biologiche in tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica. A tale scopo il governo degli Stati Uniti ha ingaggiato esperti in materia di biologia, biodifesa, salute pubblica e campi correlati”.

Quanto all’Ucraina, specifica il documento, gli Usa hanno eliminato la minaccia nucleare, in collaborazione con la Russia (collaborazione durata fino al 2014, l’anno di Maidan), tanto che nel Paese sarebbe rimasto solo un quantitativo poco rilevante di uranio arricchito, non sufficiente per produrre una testata atomica (e una bomba sporca?).

Riguardo alle bio-armi ucraine, si legge, “Gli Stati Uniti hanno lavorato in collaborazione [con Kiev] per migliorare la sicurezza biologica, la protezione e la sorveglianza delle malattie dell’Ucraina, sia per quanto riguarda la salute umana che degli animali, fornendo supporto, negli ultimi due decenni, a 46 laboratori pacifici ucraini, strutture sanitarie e siti diagnostici delle malattie. La collaborazione si è concentrata sul miglioramento della salute pubblica e delle misure di sicurezza agricola, rispettando i dettami della non proliferazione”.

Arduo immaginare che gli Stati Uniti potessero dire il contrario: di certo non potrebbero mai ammettere, anche se così fosse, che questi 46 biolab servivano (servono?) a produrre bio-armi. E, però, leggere nero su bianco che gli Usa ingaggiavano esperti di armi biologiche da tutta l’Unione sovietica, al di là dello scopo dichiarato, vero o falso che sia, fa un certo effetto.

Inoltre, la descrizione dei biolab in oggetto come una sorta di laboratori diagnostici, del tipo di quelli disseminati nelle grandi città italiane, fa un po’ sorridere. Con 46 di tali centri, poi, se lo scopo fosse davvero quello dichiarato, dovremmo presumere che gli ucraini e i loro animali godono di una salute di ferro.

Sul punto, torna prepotentemente alla memoria la famosa dichiarazione di Victoria Nuland al Congresso degli Stati Uniti. Interpellata sui biolab ucraini, allora ancora de facto negati dagli Usa, la sottosegretaria di Stato disse: “Siamo piuttosto preoccupati che l’esercito russo possa cercare di prenderne il controllo”.  Perché preoccuparsi tanto, se si trattava di innocui centri benessere?

Al di là dell’ironia del caso, ce ne scusiamo con i lettori ma era d’obbligo, resta che, dopo tanta reticenza, l’America ha finalmente messo nero su bianco il suo lavoro oscuro nei biolab ucraini (nel documento si parla di trasparenza, ma di trasparente c’è ben poco, se si considera che alcuni mesi fa negavano l’esistenza di tali biolab, bollando le accuse come Fake News)

Concludiamo riprendendo l’inizio della nostra nota, cioè alle missioni assegnate al CTR e chiedendoci, ingenuamente, perché gli incaricati di tale programma non abbiano semplicemente distrutto le bio-armi ereditate dall’era sovietica, perché hanno ingaggiato gli esperti che ci lavoravano perché proseguissero quel lavoro e, infine, quanti saranno i biolab sparsi nei Paesi ex sovietici oggi passati nell’orbita occidentale, supportati dagli Usa, se già 46 sono disseminati in Ucraina.

Ps. Ipotizzare che un biolab possa servire per creare armi biologiche, ad esempio virus che si diffondono tramite insetti, non è necessariamente complottista. Alcuni membri del Congresso degli Stati Uniti, ad esempio, nel luglio 2019, chiesero al Dipartimento della Difesa se avesse creato o usato tali armi biologiche tra gli anni ’50 e la metà degli anni ’70.

Dubitiamo che la richiesta abbia ottenuto risposta, anche perché, di lì a poco, sarebbe arrivato il coronavirus e c’era il rischio di gettare benzina sul fuoco alimentato dai cosiddetti complottisti. 

A pochi giorni dalla richiesta, coincidenza temporale, fu chiuso il più importante biolab della Difesa Usa, Fort Detrick, nel quale si studiavano pericolose “tossine, e germi chiamati agenti selezionati , che secondo il governo avevano ‘il potenziale per rappresentare una grave minaccia per la salute pubblica, animale o vegetale” (New York Times). Le autorità si peritarono di rassicurare che non era successo nulla, solo un problema di sicurezza delle acque reflue, Nessuna informazione ulteriore, perché fu chiuso per ragioni di “sicurezza nazionale”, sulle quali vige il segreto.

L’Italia tra i Paesi che collaboravano con un biolaboratorio ucraino finanziato dal Pentagono. Zaira Bartucca il 31 Marzo 2022 su recnews.it.

Il legame tra medici e organizzazioni italiane e lo IEKVUM di Karkhiv, dove si studiano, conservano e producono patogeni. E’ classificato come a rischio biologico alto. 194 i laboratori ucraini finora noti finanziati dal Pentagono e da organizzazioni estere. La minaccia biologica agitata ai confini della Russia e dell’Ue che il mainstream non racconta e che in parte ha motivato l’intervento russo i parla tanto di una minaccia nucleare che a diversi analisti di geo-politica appare infondata, ma si parla ancora poco della possibile guerra biologica – un’altra, subito dopo il covid – che si agita ai confini della Russia e della stessa Ue. Lo scorso 6 marzo RIA Novosti ha pubblicato il documento relativo all’ordine del Ministro della Salute ucraino Viktor Lyashko di distruggere gli agenti patogeni e i documenti compromettenti nei laboratori biologici finanziati dal Pentagono di Poltava e Kharkiv. Stranamente tra i media mainstream nostrani sempre pronti a fare da cassa di risonanza ai sottoposti di Zelensky, la notizia non ha avuto alcuna eco. C’è una buona ragione e risiede nei rapporti – di cui si dirà più avanti – intercorsi tra alcune organizzazioni del nostro Paese e uno di questi bio-laboratori.

L’11 marzo Ansa rilanciava un monito analogo dell’OMS che era tutto un’ammissione, quello cioè di “distruggere gli agenti patogeni ad alto rischio nei laboratori sanitari per prevenire potenziali fuoriuscite”. “L’Oms ha raccomandato all’Ucraina di distruggere gli agenti patogeni ad alto rischio nei laboratori sanitari per prevenire potenziali fuoriuscite. Lo riferisce la Cnn. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha “fortemente raccomandato” al Ministero della Salute in Ucraina di distruggere in sicurezza “agenti patogeni ad alta minaccia” che potrebbero essere ospitati nei laboratori di salute pubblica del Paese al fine di prevenire “eventuali fuoriuscite. L’Oms ha anche incoraggiato “lo smaltimento sicuro e protetto di qualsiasi agente patogeno” e si è messa a disposizione per assistere se necessario e ove possibile”. Il riferimento è ai 194 laboratori ucraini dove – almeno dal 2012 – si studiano patogeni in grado di colpire umani e animali e di contaminare spazi naturali (per esempio fiumi, laghi o piantagioni). Coronavirus, febbre suina, peste, antrace, la lista è davvero infinita: si parla di migliaia tra virus e batteri e altrettanti esemplari di campioni di DNA di genotipi specifici schedati dai medici finanziati dal Pentagono. Un faro sull’argomento è stato acceso da RT Spagna  dopo la conferenza stampa degli scorsi giorni del comandante delle truppe per la Protezione radiologica, chimica e biologica Igor Kirillov, dove è stata resa nota parte della documentazione comprovante la presenza di laboratori dove si effettua anche sperimentazione umana (reazioni a vaccini e farmaci, studi sul DNA e sull’RNA, trasmissioni di virus e batteri dagli animali all’uomo). Emblematico il caso di 4000 soldati ucraini – svelano i carteggi – volontariamente esposti a una forma di febbre emorragica. Per uno di questi bio-laboratori – l’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv – Rainews e AGI hanno perfino fatto una vera e propria levata di scudi, pubblicando due articoli quasi identici, non solo nel titolo: Ucraina, Science: “La propaganda russa diffonde fake news sulla ricerca scientifica”. La propaganda russa diffonde fake news sulla ricerca internazionale. Il legame tra medici e organizzazioni italiane e lo IEKVUM Scavando di un livello e incrociando i dati emersi dai documenti resi noti, si scopre che l’Italia fa parte dei Paesi che collaboravano/collaborano con l’Istituto di Medicina Veterinaria di Kharkiv (e presumibilmente con altri) assieme a Polonia, Danimarca, Serbia, Germania, Cina, Svizzera, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Svezia e Francia. Come si può notare, se si mette da parte la Cina sono tutti Stati che stanno difendendo la retorica dell’invasione ucraina e stanno ignorando il problema dei laboratori biologici. Nella Republika Srpska a maggioranza serba la guerra in Ucraina ha addirittura fatto scoppiare un conflitto parallelo con le popolazioni croato-bosniache, mentre per quanto riguarda la Danimarca si è parlato a più riprese di una possibile e funzionale annessione alla NATO, proprio mentre il Paese si prepara – il prossimo 1 giugno – a esprimersi tramite referendum su una possibile sottomissione alla Difesa dell’Unione Europea. Non è la difesa del popolo ucraino a motivare la retorica degli interventisti Non è, insomma, la “causa ucraina” o “il popolo ucraino” – ignorato dal 2014 in poi, anche mentre avvenivano sanguinosi scontri nel Donbass – a motivare i vari governi che stanno inviando armi e capitali, ma piuttosto il desiderio di nascondere le proprie responsabilità e di tutelare i cospicui investimenti fatti in ambito – ancora una volta – sanitario e sperimentale. Se il covid è stata una “guerra” (biologica, più che figurata), un altro conflitto silenzioso e silenziato avveniva in un’Ucraina piegata da morbi un tempo messi da parte e poi – contestualmente alla presenza di laboratori – riesumati. Nel 2017 a Kharkiv si verifica un focolaio di Epatite virale A e altri simili si verificano a Zaporizhye, Mykolaev e Odessa (tutte zone interessate dall’operazione speciale russa di bonifica dai laboratori e dai presidi NATO). Sempre a Kharkiv nel 2019 si verificano nuovi focolai, prima di meningite e poi nuovamente di Epatite, che questa volta si manifesta in 328 soggetti, il 52% dei quali bambini. Riservatezza 01/04/22, 07:11 L'Italia tra i Paesi che collaboravano con un biolaboratorio ucraino finanziato dal Pentagono.

La zona è interessata dalla presenza del Karkhiv Regional Laboratory Center, struttura dislocata al confine con la Russia finanziata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Consultando fonti aperte, è possibile accertare due finanziamenti (uno da 1,64 milioni di dollari e uno da 440 mila dollari) erogati tramite l’appaltatore generale Black & Veatch. Non è l’unica struttura a fare capo al Pentagono, e qui torniamo al laboratorio che vanta una partnership “primaria” con organizzazioni italiane e dunque all’Istituto di Medicina Veterinaria Sperimentale e Clinica di Kharkiv. Il Centro sorge o sorgeva (la città, al pari delle altre che ospitano laboratori e presidi NATO, nelle ultime settimane è stata interessata da diversi attacchi) sull’edificio originario della vecchia clinica del 1923 in via Pushkinskaja 83, protetto da ampie mura perimetrali e alti viali alberati che lo circondano sui quattro lati. Nel 2015 sugli insediamenti originari si sviluppa un laboratorio moderno che lavora su patogeni letali, organizzato in uno dei sotterranei dell’Istituto e ad accesso impedito ai medici ucraini. Prevalente la componente americana, ma molti sono anche i professori e le professoresse italiani. Dopo i primi cospicui foraggiamenti devoluti dall’amministrazione Obama (che, ancora senatore, visiterà il complesso per vedersi “sventolare davanti una fialetta di antrace e una di peste”, dirà in un suo libro) sorgono i problemi: i rubinetti vengono chiusi dagli stessi democratici e e al plesso rimangono i problemi di gestione e soprattutto conservazione dei patogeni. Il rischio di fuoriuscite diventa un problema concreto, ammesso dallo stesso ex presidente degli USA: “Vidi un frigo tenuto chiuso da un filo”, è il racconto allarmante che farà più tardi. Per comprendere il pericolo agitato ai confini della Russia e della stessa Europa, bisogna sottolineare che lo IEKVUM comprende/comprendeva una raccolta di virus di malattie animali, collezioni di determinati pool genetici, colture cellulari per la medicina veterinaria e le biotecnologie. Negli anni l’Istituto ha studiato, sperimentato e manipolato i virus di aviaria, tubercolosi e altri che provocano malattie nelle zanzare, nelle api, negli uccelli e nei pesci. Il lavorìo sotterraneo prendeva corpo in 14 laboratori (uno specializzato proprio sull’aviaria) una stazione di ricerca e 5 centri di produzione. Il tutto in pieno centro di Karkhiv, ma sottoterra, al riparo da sguardi indiscreti, mentre il livello superiore (in alto, nella foto), appariva come un normale centro di ricerca. Moltiplicare almeno per cento (periferia di Kiev, Lviv, Zaporizhzhya, Mykolaiv) per comprendere l’altro volto dell’Ucraina nascosto dalla macchina della propaganda e dai dispacci dei servizi segreti esteri pilotati dalla CIA. E il ruolo delle organizzazioni italiane coinvolte, come accennato, è tutt’altro che secondario, essendo collegate a laboratori con il più alto livello di rischio biologico. La spy story della famiglia Biden: Hunter e il progetto di sicurezza nazionale Truman Un ente no-profit gestito dai dem in realtà parte preponderante di una strategia che serviva a influenzare per conto di Stati esteri il governo e la politica americani.

 Da chi sono finanziati i biolaboratori in Ucraina Sui finanziamenti di questi laboratori biologici è già stato scritto molto dopo la fuga di informazioni che è avvenuta tra fine febbraio e inizio marzo e dopo il punto stampa del comandante delle truppe per la Protezione radiologica, chimica e biologica Igor Kirillov. Oltre al Pentagono, le strutture possono contare sui foraggiamenti delle solite fondazioni sorosiane, sull’incubatore Black & Veatch e sulle iniezioni di capitale da parte dei Paesi coinvolti. Un ruolo cardine ha la famiglia Biden, legata – abbiamo scritto due anni fa  – a doppio filo con l’Ucraina. Il riferimento è alla società di investimenti Rosemont Seneca Partners, fondata nel 2009 dal rampollo che ha avuto tanta parte anche nella nota vicenda Burisma. Gli affari erano intrecciati a quelli di Metabiota, azienda con sede a San Francisco specializzata in patogeni in grado di scatenare pandemie. Zaira Bartucca Direttore e Founder di Rec News, Giornalista. Inizia a scrivere nel 2010 per la versione cartacea dell’attuale Quotidiano del Sud. Presso la testata ottiene l’abilitazione per iscriversi all’Albo nazionale dei giornalisti, che avviene nel 2013. Dal 2015 è giornalista praticante. Ha firmato diverse inchieste per quotidiani, siti e settimanali sulla sanità calabrese, sulle ambiguità dell’Ordine dei giornalisti, sul sistema Riace, sui rapporti tra imprenditoria e Vaticano, sulle malattie professionali e sulle correlazioni tra determinati fattori ambientali e l’incidenza di particolari patologie. Più di recente, sull’affare Coronavirus e su “Milano come Bibbiano”. Tra gli intervistati Gunter Pauli, Vittorio Sgarbi, Giulio Tarro, Armando Siri, Gianmarco Centinaio, Michela Marzano, Vito Crimi, Daniela Santanché. Premio Comunical (2014, Corecom/AgCom). Autrice de “I padroni di Riace – Mimmo Lucano e gli altri. Storie di un sistema che ha messo in crisi le casse dello Stato”.

Dalla diossina al nervino: quei veleni usati contro i nemici. Alessandro Ferro il 29 Marzo 2022 su Il Giornale.

La tradizione dei russi di fare fuori i nemici con varie tipologie di veleni a seconda della circostanza, ha origini che risalgono almeno al 1920: ecco alcune vittime eccellenti del Kgb e Putin.

Gli ultimi bersagli, in ordine di tempo, sono stati Abramovich e i negoziatori ucraini che avrebbero accusato gli effetti di un avvelenamento dopo un incontro avvenuto a Kiev all'inizio di questo mese: occhi rossi, lacrimazione costante e dolorosa e desquamazione della pelle di mani e volto. Sicuramente non era Covid e neanche un'intossicazione alimentare. Ma del "killer silenzioso", ossia i veleni con cui vengono eliminati i nemici, ne è piena la storia.

La "tradizione" russa

Non lascia tracce come farebbe una pistola o un attentato, i servizi segreti hanno spesso utilizzato diversi veleni per togliere di mezzo i nemici. Da questo punto di vista la Russia ha fatto scuola, visto che già un secolo fa l'Urss aveva creato il Dipartimento 12, meglio conosciuto come "Kamera", con questa missione il cui testimone è successivamente passato nelle mani del Kgb. Corsi e ricorsi storici, intorno al 1950 alcuni nazionalisti ucraini di estrema destra furono fatti fuori da Mosca in questo modo. Per arrivare ai giorni nostri, come dimenticare l'avvelenamento da diossina del leader ucraino Viktor Yushchenko, sopravvissuto per miracolo nel 2004 nonostante le analisi avessero dimostrato una concentrazione mille volte superiore al normale di quel veleno nel suo sangue. Sorte diversa toccò invece all'ex agente de Kgb, Aleksandr Litvinenko, che fu fatto fuori con un tè al polonio radioattivo nel 2016 a Londra: il mandante fu lo zar russo in persona.

Gli effetti del gas nervino

Nel 2018, sempre in Gran Bretagna, un altro ex agente del Kgb viene ritrovato incosciente insieme alla figlia su una panchina di Salisbury: Sergey e Yulia Skripal vengono ricoverati per avvelenamento, un tentativo di omicidio con il gas nervino Novichok. Sopravvissero entrambi ma, qualche mese dopo, una donna trovò in un parco la fiala del veleno abbandonata, e morì. Come per le armi comuni, esistono gli effetti collaterali, dipende da circostanze e capacità del killer: c'è il rischio di contaminare innocenti o testimoni. Due dei presunti colpevoli finiranno poi in un'indagine aperta in Bulgaria per il tentato omicidio - nel 2015 - di un mercante d'armi. Prima ancora, in piena Guerra fredda, gli 007 bulgari liquidarono l'esule Georgi Markov con una micro-pallina alla ricina sparata da un ombrello modificato in una via di Londra.

Il caso Navalny

Non ha mai avuto pace Aleksej Navalny, che adesso dovrà scontare 9 anni di carcere per "frode e insulti a un giudice". Sorvolando su questa accusa, ha rischiato di lasciarci la pelle nel 2020 in Siberia quando fu avvelenato dal gas nervino che avrebbe dovuto ucciderlo ma si salvò grazie al soccorso di un'eliambulanza tedesca che lo portò a Berlino. Come ricorda il Corriere, la sostanza tossica gli era stata nascosta nelle mutande tant'é che, una volta ripresosi, soprannominò Putin proprio come "l'avvelenatore di mutande". Secondo il giornalista investigativo Andrei Soldatov, questo è uno dei metodi privilegiati da russi per la lenta agonia con cui viene eliminato il nemico incutendo molto timore negli avversari. Non solo, ma si può sostenere la tesi che a uccidere il bersaglio siano stati malattie, droghe o cibi scaduti perché è un tipo di sostanza che può nascondersi facilmente dietro altre patologie dirottando in questo modo la responsabilità su altri colpevoli.

"La pozione di Dio"

L'agenzia di intelligence nazionale di Israele ha definito questo metodo con il nome a effetto della "pozione di Dio", per il fatto di non lasciare traccia. Sempre con questo metodo fu stato ucciso nel 2010 un alto dirigente di Hamas impegnato nell'approvvigionamento di armi. Il sistema, comunque, ha fatto scuola visto che la Corea del Nord aveva pianificato di uccidere con il gas nervino il fratellastro di Kim Jong-un, perché sospettato di parlare con la Cia. La storia centenaria dei veleni, nonostante l'età, è viva e vegeta e si perpetra nel tempo.

Domenico Quirico per “La Stampa” il 27 marzo 2022.

L'ingranaggio della guerra ha compiuto un altro dei suoi inesorabili movimenti in avanti, l'incastro ha spinto il meccanismo secondo un andamento interno che sembra non possa essere mutato. È la volta della guerra chimica, si evoca apertamente (le notizie di «intelligence»...) la possibilità di una guerra chimica, la ipotizza il presidente americano Joe Biden. Che promette adeguate e corrispettive risposte. 

Davvero sembra che nessuno si impegni a toglier vento alle vele della guerra. I gas venefici: è l'Apocalisse possibile, perché l'abbiamo conosciuta anche in tempi recentissimi, perché ne abbiamo le immagini fosche davanti agli occhi. Perché temiamo sempre che diventi arma del terrorismo globale. Esiste.

Al contrario dell'altra Apocalisse, quella atomica che, nonostante Hiroshima, per la sua enormità che va oltre l'immaginabile esiste ma come impossibilità, come negazione, come pura e finora efficace deterrenza. Fragile parola a cui ci attacchiamo per non precipitare nel caos. E se suonasse l'ora del disinganno ? Yprite, fosgene: son parole che hanno dentro, a sillabarle, il sapore della morte. La scienza messa a testimonio della strage.

Si sa come è fatta la natura umana: finché ci sono migliaia di chilometri a separarci da una realtà, la Siria, l'Iraq, siamo portati a vedere le cose, anche se si tratta di realtà, come fuochi fatui nella nebbia. Nel tragico, sanguinoso museo delle cere del presente il loro profilo spicca purtroppo con vividezza. Un popolo intero, oggi, ora, vive con a portata di mano la maschera. Perché ad ogni momento potrebbero risuonare quelle particolari sirene: bombardamento, rischio chimico o batteriologico...

I gas sembravano legati al macello delle trincee, alla prima guerra mondiale. Allora la morte era un dato statistico, normale, inevitabile, come adesso gli incidenti stradali. Eppure la morte era più orribile, diversa. Raccontiamo dunque come si muore, come si potrebbe morire anche oggi in Ucraina. Se la guerra diventasse ancora una volta un'azione su formule, leve e rubinetti.

Dapprima pareva solo una nube di fumo più spessa delle altre il residuo della parete di fuoco e di acciaio del bombardamento. Per i soldati nella trincea tutti ciechi, ubriachi di fatica, erano sordi anche ai sibili delle ultime granate stanche, molto distanziate che sembravano la coda del bombardamento. Avevano visto molte volte quel paesaggio ardente. Poi la brezza svelava nubi rosse color del sangue, spesse, robuste come una parete. 

Si sentiva un odore forte di mandorle amare e ti accorgevi che eri già in una densa nuvola di gas. Gli occhi cominciavano a lacrimare e le gole bruciavano, in preda a uno spasmo di tosse. Nelle gabbiette gli uccellini che servivano come avviso cadevano morti. «Gas! gas!» si comincia gridare, bisogna tirar fuori le maschere indossarle come si è ripetuto mille volte in addestramento. Perché adesso per fortuna c'erano le maschere. 

All'inizio ci si illudeva di difendersi con una garza imbevuta di urina o bicarbonato di sodio premuta contro il viso. Non è più una simulazione, è un brancolare frenetico, solo i più bravi riescono a coprire il viso, ad assicurarle. Altri, troppi, gridando e inciampando, sembrano uomini in preda al fuoco.

Adesso tutti stanno appiattiti contro la trincea con grandi occhi spettrali sbarrati e i becchi fantastici che deformano il viso. Si guardano attraverso i vetri appannati delle maschere spalmate di sapone all'interno perché il vapore del respiro non si condensi accecandoti. Bisogna restare immobili sperando che nel frattempo il nemico non approfitti per avanzare e balzare nella trincea finendoti con la mazza o la zappetta. 

Poi alcuni quelli che hanno tardato cominciano a contorcersi come in preda ai crampi e si strappano la maschera per vomitare. Gli occhi bianchi si contorcono e il sangue arriva ad ogni movimento del corpo con un gorgoglio dei polmoni rosi già dal gas. Dicono che nelle trincee li ritrovarono riversi sulla schiena con i pugni serrati come a protestare contro quella morte, le labbra e gli occhi bluastri. Quando a Ypres dove furono i tedeschi a lanciare le granate a gas, e a Loos dove gli inglesi replicarono, quella guerra era già vietata da una convenzione fin dal 1902.

Ma i fronti erano immobili, la immancabile vittoria era diventata un sogno per gli stati maggiori. I generali radunarono il loro genio. Bisognava trovare un modo nuovo di uccidere, sconosciuto e per questo all'inizio letale. 

Tutto, anche l'orrore chimico, gli alambicchi letali di una alchimia della morte di massa diventavano indispensabili e quindi leciti. Il rischio è lo stesso anche ora, in questa guerra: una offensiva che si incaglia, il conflitto da lampo diventa infinito, eppure bisogna uscirne vincitori se non si vuole essere spazzati via dalla Storia. Allora anche i gas... 

Perché dal quell'inizio di secolo nessuno ha rinunciato a questi arsenali. L'eterno meccanismo della deterrenza: gli altri li hanno, non possiamo restare indifesi... nessuno è riuscito finora a spezzarlo. Perché non c'è, in fondo, la scelta tra una guerra criminale, fuori dalle regole e una guerra pulita. È la guerra stessa che è un crimine.

Eppure Hitler non osò, i tedeschi non impiegarono i gas nella Seconda guerra mondiale, neppure sul fronte orientale dove l'ideologia nazista regrediva il nemico a sotto uomini, selvaggi contro cui le regole della guerra da gentiluomini non avevano valore. Non osò forse perché aveva provato i gas nelle trincee della Prima guerra mondiale. Altri dittatori, nel nostro tempo non hanno avuto lo stesso timore.

Saddam Hussein li ha usati nella guerra contro l'Iran e per punire i curdi. Non gli sembravano abbastanza decisi nel lottare contro le truppe di Khomeini, affidò la punizione a un tecnico della morte chimica, Ali Hassan al Majid: furono cinquemila morti, uomini donne bambini, irrigiditi in orrende pose da oranti. Il luogo Halabia 16 marzo 1988. Non c'erano maschere, protezioni. Non suonarono sirene. Nessuno sapeva, nessuno immaginava. 

Il nome è scritto nella vergogna infinita del Novecento. E poi fu Bashar e il nome è Goutha. La sua guerra andava male, la rivoluzione sembrava inarrestabile nonostante disponesse di pochi mezzi, usò il quartiere ribelle per dare una lezione, per mostrare che non aveva scrupoli e nulla poteva fermarlo.

Anche qui abbiamo visto: bocche contratte nella supplica della tremenda agonia, l'anima sputata fuori in un grumo di bava e di sangue. La morte aveva modellato quella maschera, una sintesi perfetta della guerra. Dovremo guardare ancora? E il teatro di Dubrovka a Mosca, era il 2002, i terroristi ceceni e gli ottocento ostaggi russi? Un inutile assedio di due giorni, gli specnaz di Putin sembravano impotenti. Iniettarono un gas nel sistema di aerazione. Morirono anche 129 ostaggi. Chi diede l'ordine?

Un veleno 26 volte più letale del cianuro. Cos’è il Sarin, il gas che uccide in pochi minuti: “Antidoti contro il veleno all’esercito russo”. Redazione su Il Riformista il 26 Marzo 2022. 

Dopo le accuse sull’utilizzo di presunte bombe al fosforo bianco (da parte dell’esercito russo) e la presenza in Ucraina, secondo il ministero della Difesa di Mosca, di laboratori per le armi biologiche con il coinvolgimento di un fondo di investimento guidato da Hunter Biden, figlio del presidente Biden, la guerra sul presunto utilizzo di armi chimiche e biologiche non si placa.

“La Russia si prepara a usare veleni e altre sostanze chimiche contro gli ucraini, mentre agli ufficiali razzisti vengono dati degli antidoti”. E’ quanto sostengono gli analisti volontari di InformNapalm, citati su Telegram da Ukraine Now, che avrebbero prove che all’esercito russo sono stati dati antidoti a determinati tipi di veleno, incluso l’agente nervoso paralizzante ‘Sarin’, un gas nervino con effetti paralizzanti classificato come arma chimica di distruzione di massa. Si tratta di un veleno 26 volte più letale del cianuro. Il 20 marzo, sarebbero state rilasciate fiale con atropina al personale di comando delle forze d’invasione della Federazione Russa. L’atropina, insieme alla pralidossima, si usa come antidoto per l’avvelenamento chimico.

La Federazione Russa è già stata accusata di aver usato armi chimiche in Siria, dove avrebbe colpito i civili contrari al regime di Bashar al Assad in almeno trecento attacchi. L’esposizione al gas Sarin è letale anche a concentrazioni molto basse e la morte può verificarsi entro dieci minuti dopo l’inalazione diretta a causa del soffocamento da paralisi respiratoria, a meno che gli antidoti non vengano somministrati rapidamente.

Le persone che invece assorbono una dose non letale, ma non ricevono cure mediche immediate, possono subire danni neurologici permanenti. Un’adeguata concentrazione di vapori è in grado di attraversare la pelle, rendendo non sufficiente l’uso di una maschera antigas.

Come gli altri agenti nervini, il Sarin colpisce il sistema nervoso degli organismi viventi, in particolare mammiferi e uccelli. E’ in grado di neutralizzare l’acetilcolinesterasi, un enzima presente nello spazio sinaptico all’estremità dei neuroni che in condizioni normali serve a distruggere l’acetilcolina, un neutrotrasmettitore che dovrebbe essere eliminato dopo l’uso. In assenza di acetilcolinesterasi, l’acetilcolina non viene eliminata e si accumula nello spazio intersinaptico, ciò rende impossibile la trasmissione dell’impulso lungo le fibre nervose danneggiando il loro funzionamento e dando luogo a una serie di effetti a cascata.

I primi sintomi dell’esposizione a Sarin sono difficoltà respiratoria e contrazione delle pupille. Segue una perdita progressiva del controllo delle funzioni corporee, salivazione, spesso si verifica vomito e perdita di urina e feci. 

Oltre all’utilizzo in Siria, sono tre le occasioni accertate in cui il gas Sarin è stato utilizzato: 1988 dai militari dell’Iraq durante un bombardamento contro la città a maggioranza curda di Halabja (morirono tra le 3200 e le 5000 persone) e due volte dalla setta religiosa giapponese Aum Shinrikyo, a Matsumoto nel 1994 e a Tokyo nel 1995.

Ma cosa sono le armi chimiche e biologiche di cui si parla?

Le armi chimiche hanno una lunga storia nel loro utilizzo nei conflitti. Per arma chimica si intende “una sostanza chimica utilizzata per causare morte o danni intenzionali a causa delle sue proprietà tossiche”, aggiungendo che “anche munizioni, dispositivi e altre apparecchiature specificamente progettati per armare sostanze chimiche tossiche rientrano nella definizione di armi chimiche”.

Vengono quindi incluse tutte le sostanze tossiche e i loro precursori che, attraverso le loro proprietà, sono in grado di alterare i processi vitali causando “morte, incapacità temporanea o danni permanenti all’uomo o agli animali”. Qualunque dispositivo utilizzato per creare, lanciare e rilasciare le sostanze chimiche viene definito arma chimica, pertanto vi rientrano bombe, missili, proiettili di artiglieria, mine e anche alcuni tipi di carrarmati.

Le armi biologiche si differenziano da quelle chimiche poiché si basano su agenti patogeni già esistenti in natura come batteri, funghi, virus e altre tossine. La Convenzione firmata nel 1993 Parigi sulla proibizione delle armi chimiche del include anche le armi biologiche. In base a questa convenzione, ogni agente chimico di qualunque origine è considerato arma chimica a meno che non sia usato per scopi non vietati.

Le armi chimiche sono bandite ai sensi della Convenzione sulle armi chimiche (CWC) entrata in vigore il 29 aprile del 1997 e attuata dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW). Si tratta di un organismo intergovernativo con sede all’Aia (Paesi Bassi) di cui fanno parte 193 Stati. Lo scopo dell’OPCW non è solo quello di promuovere l’adesione alla convenzione, che vieta “l’uso, lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento su larga scala di armi chimiche e dei loro precursori”, ma verifica anche con ispezioni in loco la distruzione degli stock di queste armi.

Gli Stati membri devono comunicare quali e quante armi chimiche possiedono e le devono distruggere sotto la supervisione dell’OPCW. Sebbene la Russia abbia completato la distruzione del 100 percento delle sue 40mila tonnellate di armi chimiche nel 2017, come evidenziato in un comunicato stampa dell’ente preposto alla verifica, gli Stati Uniti avvertono che il Cremlino potrebbe utilizzarle durante la guerra in Ucraina, dopo che la Russia ha accusato proprio gli USA di sviluppare armi di questo tipo in laboratori ucraini.

Tahar Ben Jelloun per “la Repubblica” il 25 marzo 2022. 

Noi europei possiamo dire: "Non abbiamo salvato Aleppo dalle bombe russe nel 2013 e malgrado la resistenza dei suoi cittadini stiamo per perdere Kiev". Se, fra il 2012 e il 2013 Barack Obama fosse stato di parola e avesse reagito quando Bashar al-Assad ha superato la linea rossa e usato armi chimiche contro il suo popolo, forse oggi l'Ucraina non sarebbe sotto le bombe. È solo un'ipotesi ma ciò che Putin ha fatto in Siria è grave e sanguinoso quanto ciò che il suo esercito sta facendo oggi in Ucraina.

Per capire un altro aspetto delle origini della guerra che sta conducendo contro gli ucraini, bisogna ricordare il ruolo determinante che Putin ha avuto in Siria a partire dal 2012. Oggi Bashar al-Assad non sarebbe più al potere se Putin non l'avesse spalleggiato, intervenendo militarmente contro i ribelli in diverse località della Siria. Gli aerei di Putin hanno bombardato i civili, uccidendo migliaia di siriani per la soddisfazione del dittatore Bashar, sterminatore del suo popolo.

Il 20 agosto 2012 Barack Obama avvertiva il regime di Assad: «Il minimo spostamento o impiego di armi chimiche avrà conseguenze gravissime e costituirà una linea rossa». Obama minacciava «un possibile intervento militare» in caso di superamento della linea rossa. La sua posizione era stata approvata dal primo ministro britannico David Cameron come da François Hollande, che aveva dichiarato: «L'uso di armi chimiche giustificherebbe un intervento diretto».

Bashar, consigliato e aiutato da Putin, ha fatto orecchie da mercante e non ha esitato a uccidere nel sonno intere famiglie con queste armi terribili. L'ha fatto a Ghouta Est, ad Adra e a Duma. Il giorno dell'attacco chimico più micidiale sulla periferia di Damasco (Jobar, Zamalka, Ein Tarma e Hazeh) è stato il 21 agosto del 2013. Né Obama, né Cameron, né Hollande hanno mosso un dito. Solo parole! Così Putin ha avuto mano libera e ha inviato i suoi aerei a bombardare Aleppo e altre località che resistevano a Bashar. 

L'assenza di reazioni da parte del resto del mondo ha permesso il ritorno sulla scena mediorientale di Putin, che non era stato consultato dagli americani quando hanno deciso di intervenire in Iraq né dai francesi quando hanno mandato i loro aerei in Libia. Oggi Putin ridefinisce le frontiere del suo impero. Proteste e sanzioni non lo toccano. Avanza, preme, fermamente convinto delle sue assurde teorie.

Putin non è pazzo. Pazzo è chi non sa quello che fa. Putin invece ha un piano e una strategia e li segue con costanza e precisione sapendo che né gli americani né gli europei andranno a fermarlo. Joe Biden l'ha appena definito «un criminale di guerra». Un'accusa grave ma gratuita. Certo, le conseguenze di quest' accusa dovrebbero portare Putin davanti a un tribunale. 

Il Tribunale penale internazionale non è riconosciuto né dagli Stati Uniti né dalla Russia. Solo gli europei potrebbero prendere l'iniziativa di processarlo, cosa che non lo preoccupa per niente. Come ha detto Rony Brauman, un medico che lavora in ambito umanitario: «Per essere credibili, bisognerebbe prima processare George W. Bush». Oltretutto, la propaganda funziona piuttosto bene in Russia, dove gli ucraini sono considerati aggressori anche quando gli aerei russi bombardano un reparto maternità o un teatro in cui hanno trovato rifugio civili e bambini.

Solo l'opposizione interna potrebbe dissuadere Putin da questa impresa sanguinaria, un'opposizione che si esprime flebilmente ma con coraggio. L'atteggiamento fermo degli europei e degli americani non lo preoccupa molto. Le rappresaglie economiche contro di lui, il suo entourage e tutta la Russia colpiscono soprattutto i cittadini più poveri. Come all'epoca di Saddam, quando chi ha sofferto di più per l'embargo mondiale contro l'Iraq è stato il popolo iracheno. La guerra prosegue e l'Europa ha paura.

In Francia regna un misto di angoscia e coscienza sporca. Quando i rifugiati siriani e iracheni bussavano alle porte dell'Europa, solo la Germania li ha accolti. Gli altri Paesi europei non ne volevano, con la scusa che fra i rifugiati potevano nascondersi dei terroristi. Due pesi e due misure, con sullo sfondo un sottinteso razzista. Quelli erano musulmani, questi sono cristiani. Sono in molti a prendere sul serio la minaccia del ricorso alle armi nucleari fatta da Putin all'inizio della guerra.

La campagna per le presidenziali francesi è stata sabotata da questa guerra. È la prima volta che l'Europa si ritrova unita di fronte a una minaccia reale di cui i cittadini temono gli effetti collaterali. Putin è riuscito a unire i ventisette Paesi dell'Unione. Non sappiamo dove fermerà il suo esercito. Ah, se Obama e gli europei avessero tenuto fede alle loro minacce contro Bashar, forse Putin non avrebbe invaso l'Ucraina.

Angelo Zinetti per “Libero quotidiano” l'1 aprile 2022.

Manovra a tenaglia contro Hunter Biden, figlio del presidente degli Stati Uniti. Da Mosca si annuncia una inchiesta della Duma sui suoi affari in Ucraina, come chiesto giorni fa da Donald Trump, mentre il Washington Post, quotidiano molto influente in area democratica, ha pubblicato le prove che il 52enne avvocato e uomo d'affari ha ricevuto pagamenti dalla Cina. 

Quest' ultima vicenda è la più grave: un accordo firmato da Hunter e da top manager di una compagnia privata cinese è stato rivelato dal quotidiano di Jeff Bezos che ha trovato documenti che proverebbero la presenza di rapporti tra la famiglia Biden e dirigenti cinesi della Cefc, una delle dieci compagnie private più grandi della Cina. 

Per quattordici mesi, scrive il giornale americano, il conglomerato dell'energia e i suoi manager hanno versato 4,8 milioni di dollari a entità controllate da Hunter Biden e da uno zio, come risulta da alcuni documenti e dalle email conservate nella memoria di un computer e ritenuto appartenere proprio a Hunter.

Il Post non ha trovato prove che Joe Biden avesse beneficiato direttamente dalle transazioni, ma emergono accordi firmati dal figlio, Hunter, che avrebbe così approfittato della posizione pubblica del padre per guadagnare. 

Le attività estere del figlio del presidente sono al centro di un'inchiesta federale. L'obiettivo è capire se Hunter abbia nascosto al fisco gli introiti arrivati dalla Cina. Personale dello staff presidenziale ed ex membri dell'Intelligence americana ritengono che Hunter isaa innocente e che la memoria del suo computer possa essere stata manipolata dai russi al fine di compromettere la campagna del padre, ma i dati analizzati dal Post sarebbero coincidenti con quelli di altri documenti, tra cui attestati bancari.

Il figlio di Biden avrebbe ricevuto i 3,8 milioni di dollari dalla Cefc attraverso contratti di consulenza. Biden Jr avrebbe ricevuto un ulteriore milione di dollari per rappresentare negli Stati Uniti Patrick Ho, un manager del conglomerato cinese, finito poi sotto inchiesta per un caso di corruzione legato al Chad e all'Uganda. 

Questo accordo riporta le firme di Hunter e di Ho. Anche da Mosca arrivano brutte notizie per il rampollo presidenziale. La Duma di Stato russa ha infatti aperto una inchiesta su una presunta rete di bio laboratori controllati dagli Stati Uniti in Ucraina e riferirà delle conclusioni dei lavori al Presidente Putin e alle organizzazioni internazionali. 

La vicepresidente del parlamento russo, Irina Yarovaya, ha citato il coinvolgimento di Hunter Biden, con il suo fondo di investimenti Rosemont Seneca, e della sottosegretaria di Stato Usa per gli affari politici, Viktoria Nuland, a cui la Duma chiede formalmente spiegazioni. Pochi giorni fa era stato Donald Trump a chiedere a Putin di pubblicare le prove degli affari sporchi di Hunter in Ucraina. Subito esaudito.

Da “il Giornale”  l'1 aprile 2022.  

Le sanzioni contro la Russia dell'ultimo pacchetto «non saranno le ultime». Parola del vicecancelliere tedesco, Robert Habeck, che lo ha annunciato a margine del colloquio con il collega francese, Bruno La Maire, nel giorno in cui la Russia lancia la sua guerra del gas. Habeck ha spiegato che i due ministri hanno già individuato i punti che dovrebbero essere contenuti in un prossimo pacchetto.

 L'Europa non indietreggia, nonostante le minacce sul gas della Russia di Vladimir Putin e quelle dirette al figlio di Joe Biden, Hunter. Il ministero della Difesa russo sostiene di avere una corrispondenza tra Hunter Biden, e i dipendenti del Defense Threat Reduction Agency americana e gli appaltatori del Pentagono. 

I documenti confermerebbero - secondo quanto annunciato da Igor Kirillov, capo delle forze armate russe di protezione dalle radiazioni, chimiche e biologiche - il suo ruolo importante nella fornitura di finanziamenti per il lavoro con gli agenti patogeni in Ucraina. Secondo alcuni esperti americani, l'inchiesta già avviata negli Usa su una serie di attività commerciali e finanziarie di Hunter all'estero, in Ucraina e Cina, potrebbe portare a un'incriminazione. 

Accuse, controaccuse e minacce. Ecco il contesto. E i timori sulla Russia crescono in tutto il vecchio continente. In allarme la Svezia, dopo la scoperta che i due aerei russi che il 2 marzo scorso hanno violato lo spazio aereo svedese, vicino a Gotland, erano equipaggiati con armi nucleari.

 L'aviazione svedese, che a causa della guerra ha aumentato il livello di attenzione, ha notato in anticipo che i piloti russi si stavano dirigendo a Gotland. La violazione dello spazio aereo svedese è durata circa un minuto ed è considerata intenzionale dalle forze armate del Paese. In risposta, l'aviazione di Stoccolma ha fatto alzare in volo due caccia JAS 39 Gripen.

Nel frattempo, la Nato annuncia un'adesione rapida della Finlandia in caso di richiesta di adesione. «La Finlandia è un partner molto stretto della Nato - ha spiegato ieri il segretario generale dell'Alleanza Atlantica - Ho visitato la Finlandia e la Svezia e ho visto coi miei occhi quanto le loro truppe rispettino gli standard della Nato, quanto sappiano lavorare insieme a stretto contatto le truppe svedesi e finlandesi con quelle della Nato, e ovviamente se decidessero di fare domanda» di adesione «mi aspetto che siano benvenuti e che si trovi un modo per concordare velocemente sul protocollo di accesso. 

Ma sta alla Finlandia decidere e aspetteremo la sua decisione». In conferenza stampa Stoltenberg ha anche ribadito che «la Nato ha sempre sostenuto il diritto fondamentale di ogni Paese di scegliere il proprio percorso. È questo include il diritto di Svezia e Finlandia di non chiedere l'adesione alla Nato». «È stata la loro politica per decenni e l'abbiamo rispettata. Ma ovviamente rispetteremmo la Finlandia se cambiasse» linea «e dicesse di essere pronta per l'adesione. Questa è solo una decisione finlandese, una decisione sovrana.

Mosca accusa figlio Biden per laboratori biologici ucraini. ANSA il 25 marzo 2022. La Russia afferma che il figlio del presidente Usa Joe Biden, Hunter, potrebbe essere coinvolto nella gestione di laboratori per lo sviluppo di armi biologiche in Ucraina. Rispondendo alla domanda di un giornalista nel suo briefing quotidiano, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha detto: "Naturalmente chiederemo delle spiegazioni (sul possibile coinvolgimento). E non solo noi. Come sapete la Cina ha già chiesto chiarimenti". Hunter Biden è nella lista delle personalità americane prese di mira dalle controsanzioni russe. (ANSA).

 (ANSA il 31 marzo 2022) - Il ministero della Difesa russo ha una corrispondenza tra Hunter Biden, il figlio del presidente degli Stati Uniti, con i dipendenti della Defense Threat Reduction Agency americana e gli appaltatori del Pentagono, che conferma il suo ruolo cruciale nel fornire finanziamenti per il lavoro con gli agenti patogeni in Ucraina. 

Lo ha detto il capo delle forze russe di protezione dalle radiazioni, chimiche e biologiche, Igor Kirillov in conferenza stampa, come riporta la Tass. "L'esistenza di questo materiale è confermata dai media occidentali", ha aggiunto.

Da “La Stampa” il 31 marzo 2022.  

In una nuova intervista Donald Trump chiede aiuto a Vladimir Putin perché rilasci informazioni su Hunter Biden, il figlio del presidente Joe Biden. «Credo che Putin debba pubblicare le informazioni sporche su Joe e Hunter Biden», ha detto l'ex presidente Usa. 

L'appello, che arriva nel mezzo di una guerra e con la tensione massima tra Stati Uniti e Russia, è stato lanciato attraverso un controverso giornalista di estrema destra, John Solomon, per «Real America' s Voice».

Trump ha ripetutamente mosso dubbi sugli affari fatti da Hunter Biden, sostenendo che il figlio del presidente avesse ricevuto anni fa milioni di dollari dalla moglie dell'ex sindaco di Mosca, Yury Luzhkov. 

«Lei - ha accusato Trump - gli diede 3,5 milioni di dollari, così ora penso che se Putin conosce il motivo, dovrebbe renderlo pubblico. Noi dovremmo conoscere la risposta». Trump non ha però ricordato che fu proprio lui, secondo «Politico», a cercare di fare affari con Luzhkov alla fine degli anni '90.

La Casa Bianca non ha voluto commentare.

Stefano Graziosi per “La Verità” il 31 marzo 2022.  

Nuova tegola su Hunter Biden. I senatori repubblicani Chuck Grassley e Ron Johnson hanno presentato una ricevuta, che dimostra come il figlio dell'attuale presidente americano abbia riscosso una forte somma in denaro da una controversa azienda cinese. In particolare, secondo i documenti pubblicati, il 4 agosto 2017 il colosso Cefc ha versato 100.000 dollari a Owasco, società di Hunter. 

«Non c'è nessun intermediario in questa transazione. Si tratta di 100.000 dollari da quello che è effettivamente un braccio del governo comunista cinese a Hunter Biden», ha detto Grassley. Non è la prima volta che si parla degli opachi affari di Hunter nella Repubblica popolare.

A novembre 2020, i senatori repubblicani pubblicarono un rapporto, in cui si mostrava come State Energy HK Limited, compagnia con sede a Shangai, avesse effettuato, tra febbraio e marzo 2017, due bonifici da 3 milioni di dollari alla Robinson Walker LLC: società di uno storico socio di Hunter, Rob Walker. 

Tra l'altro, il rapporto sottolineò che la stessa State Energy HK Limited era a sua volta affiliata a Cefc, che all'epoca era guidata da Ye Jianming: controverso businessman cinese, legato all'Esercito popolare di liberazione, che «coltivava rapporti con la Russia e con attori connessi al presidente russo Vladimir Putin».

Il rapporto mostrava inoltre come Hunter fosse in «stretto contatto con Ye». In tutto ciò, proprio ieri il Washington Post ha pubblicato una dura inchiesta sugli affari cinesi del figlio del presidente. 

«I potenziali progetti energetici discussi da Hunter Biden con Cefc non sono mai stati realizzati. Tuttavia, i conti collegati a Hunter Biden hanno ricevuto almeno 3,79 milioni di dollari in pagamenti da Cefc attraverso contratti di consulenza», ha scritto il quotidiano. 

Inoltre, secondo la testata, «Hunter Biden ha ricevuto un importo addizionale di un milione di dollari, emesso come parte di un accordo per rappresentare Patrick Ho, un funzionario di Cefc che sarebbe stato successivamente accusato negli Usa in relazione a uno schema multimilionario per corrompere i leader di Ciad e Uganda.

Tale accordo, in un documento appena scoperto, contiene le firme sia di Hunter Biden che di Ho, il quale è stato successivamente condannato a tre anni di carcere». Insomma, i rapporti tra il figlio di Biden e Cefc sono ormai conclamati. 

È la seconda volta in pochi giorni che la grande stampa americana si accorge (finalmente) dei controversi affari di Hunter. 

Due settimane fa, il New York Times è infatti stato costretto ad ammettere non solo che il famoso laptop del figlio di Biden esiste, ma anche che i suoi contenuti sono stati autenticati. 

E pensare che, quando il New York Post pubblicò i primi scoop sul laptop nell'ottobre 2020, gran parte della stampa, insieme a Silicon Valley e pezzi di intelligence statunitense, bollò il tutto semplicisticamente come «disinformazione russa».

Certo: il Washington Post ha riferito che non ci sono al momento prove in grado di dimostrare che Joe Biden abbia beneficiato direttamente di questi affari. Resta però il fatto che il primo contatto tra Cefc e Hunter sarebbe avvenuto nel dicembre 2015, quando cioè Biden era vicepresidente degli Stati Uniti: lo sarebbe rimasto fino al 20 gennaio 2017. E proprio nel corso del 2017 avvennero i contatti più significativi tra Hunter e Ye. Tra l'altro, già a novembre di quell'anno, Joe Biden disse pubblicamente di non escludere una candidatura presidenziale nel 2020. 

Domanda: è normale che il figlio di un ex vicepresidente e potenziale candidato alla Casa Bianca abbia intrattenuto simili rapporti con un colosso cinese e con un businessman sospettato di avere agganci con l'Esercito popolare di liberazione? Un colosso che, come sottolineato dall'indagine dei repubblicani, intrecciava legami anche con la Russia? 

Ricordiamo che, secondo un altro report dei senatori repubblicani (pubblicato a settembre 2020), Rosemont Seneca (società di cui Hunter era co-fondatore) avrebbe ricevuto 3,5 milioni di dollari nel 2014 dalla donna d'affari russa Elena Baturina. 

Donald Trump ha pubblicamente chiesto a Putin di divulgare le informazioni in suo possesso proprio su quest' accusa (che i legali di Hunter avevano respinto). Quello stesso Putin che, a ottobre 2020, disse però di non essere a conoscenza di attività criminali da parte del figlio di Biden. 

Hanno torto i repubblicani? E se invece fosse Putin, insieme ai Biden, ad avere qualcosa da nascondere? Ricordiamoci i legami tra Hunter e Cefc e quelli tra Cefc e Mosca.

In tutto questo, gli affari cinesi di Hunter vedevano coinvolti anche altri membri della sua famiglia (a partire dallo zio James). 

Del resto, un'email rivenuta nel famoso laptop a ottobre 2020 smentì quanto asserito dallo stesso Joe, il quale aveva detto di non essersi mai occupato degli affari del figlio: quell'email, datata aprile 2015, dimostrò invece che Hunter aveva organizzato un incontro tra suo padre e un alto dirigente di Burisma. 

Del laptop si continuerà quindi a parlare. Non solo perché è da lì che sono state reperite le prove dei legami finanziari tra il figlio di Biden e l'appaltatore del Pentagono, Metabiota.

Ma anche perché il deputato repubblicano, Matt Gaetz, ha ottenuto che il materiale contenuto in quel dispositivo venga inserito nel verbale ufficiale del Congresso degli Stati Uniti. 

Come lasciato intendere dallo stesso Gaetz, la mossa potrebbe essere finalizzata a richiedere un ordine di comparizione per Hunter davanti alla Camera. Per il figlio di Biden la strada si prospetta in salita.

Da agenzianova.com il 31 marzo 2022.  

Il figlio secondogenito del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, Hunter, guadagnò 4,8 milioni di dollari tra il 2017 e il 2018 grazie a un accordo finanziario con la compagnia energetica cinese Cefc. 

Lo rivela una nuova inchiesta pubblicata oggi dal quotidiano “Washington Post”, basata su documenti governativi, fascicoli giudiziari, dati bancari e sulle email contenute in un computer portatile appartenuto al figlio del capo della Casa Bianca. 

L’affare, racconta l’inchiesta, fu concluso ufficialmente il 2 agosto del 2017 con le firme dello stesso Hunter Biden e di un dirigente cinese di nome Gongwen Dong. Pochi giorni dopo, milioni di dollari iniziarono a d approdare su un conto corrente appena aperto presso la Cathay Bank. L’intera operazione durò tuttavia poco più di un anno.

“Molti aspetti dell’accordo finanziario di Hunter Biden con Cefc China Energy sono stati già resi pubblici e inclusi in un rapporto stilato dal Partito repubblicano al Senato nel 2020. L’inchiesta ha confermato molti dettagli chiave e ha trovato ulteriori documenti che mostrano le interazioni tra la famiglia Biden e i dirigenti cinesi”, si legge nell’articolo. 

I documenti mostrano che nel corso di 14 mesi il conglomerato cinese e i suoi dirigenti versarono 4,8 milioni di dollari a entità controllate da Hunter Biden e da suo zio. Non risulta invece alcuna prova che l’attuale presidente Joe Biden abbia beneficiato personalmente delle transazioni con la Cefc, iniziate un anno dopo la conclusione della sua esperienza da vice di Barack Obama e ben prima dell’annuncio della sua candidatura per le elezioni presidenziali Usa del 2020. 

Tra i documenti rinvenuti dal “Washington Post” figurano il pagamento di un onorario da un milione di dollari e quello di 3,8 milioni per attività di consulenza. Secondo il quotidiano statunitense, essi mostrano “come la famiglia abbia goduto delle relazioni costruite da Joe Biden in decenni di servizio pubblico”. 

Hunter Biden è già stato oggetto di un’indagine federale per presunta evasione fiscale e al centro dell’attenzione sono finiti anche i suoi affari in Ucraina, legati alla compagnia energetica Burisma e citati dai repubblicani in relazione a un possibile conflitto d’interessi. La Cefc ha rappresentato tuttavia l’affare più remunerativo mai condotto all’estero dal figlio del presidente degli Stati Uniti.

I potenziali progetti energetici discussi da Hunter Biden con la compagnia cinese non sono mai stati resi pubblici, ma l’uomo d’affari statunitense ricevette almeno 3,79 milioni di dollari in contratti di consulenza. Biden guadagnò poi un altro milione di dollari difendendo Patrick Ho, dirigente della Cefc accusato dagli Usa di aver organizzato in uno schema multimilionario di corruzione che coinvolse anche il Ciad e l’Uganda e successivamente condannato a tre anni di carcere.

Miranda Devine per nypost.com il 31 marzo 2022.  

Le sorprese non finiscono mai. Prima il New York Times. Poi la CNN. Ora il Washington Post si è accorto della storia del portatile di Hunter Biden - soltanto 18 mesi dopo che il New York Post ha scoperto lo scandalo, e un po’ troppo tardi per le elezioni del 2020.

Ma ora, dopo che la nostra storia è stata censurata da Big Tech e respinta come "disinformazione russa" dal democratico Adam Schiff, e 51 ex spie guidate dall'ex direttore della CIA John Brennan, evidentemente è sicuro ammettere che il portatile è reale e che le e-mail che abbiamo pubblicato possono essere autenticate. 

Naturalmente, tutti evitano l'inevitabile conclusione da trarre dalle prove contenute nel portatile che il figlio tossicodipendente del presidente, Hunter, ha abbandonato in un negozio di riparazione nel Delaware nell'aprile 2019: che Joe Biden, quando era vicepresidente, era a conoscenza di, e intimamente coinvolto in, un corrotto, multimilionario, schema di traffico d'influenza internazionale gestito da Hunter, e dal fratello di Joe, Jim Biden, nei paesi per i quali Joe era uomo di punta nell'amministrazione Obama, come Russia, Ucraina e Cina.

Il computer portatile di Hunter è un grande pezzo del puzzle che porta ad una conclusione così scioccante. Ma pur riconoscendo che il materiale sul portatile ha mostrato che Hunter stava "commerciando sul nome di suo padre per fare un sacco di soldi", come ha detto John Harwood, corrispondente della CNN dalla Casa Bianca, sia il Washington Post che la CNN si sono preoccupati di assolvere Joe Biden da qualsiasi coinvolgimento. 

"Non ci sono prove che il vicepresidente Biden, o il presidente Biden, abbia fatto qualcosa di sbagliato in relazione a ciò che Hunter Biden ha commesso", ha detto Harwood. 

Il Washington Post ha dichiarato di "non aver trovato prove che Joe Biden abbia personalmente beneficiato o conosciuto i dettagli delle transazioni con CEFC (azienda energetica cinese), che hanno avuto luogo dopo che aveva lasciato la vice presidenza e prima di annunciare le sue intenzioni di correre per la Casa Bianca nel 2020".

Un pezzo del New York Times all'inizio di questo mese, che pure ha riconosciuto tardivamente la veridicità del portatile - al 24° paragrafo - non ha esplicitamente scagionato il presidente, ma ha semplicemente ripetuto le difese legali che Hunter potrebbe montare se fosse incriminato dal gran giurì del Delaware, che lo indaga su presunte evasioni fiscali, riciclaggio di denaro e violazioni del Foreign Agents Registration Act. 

Senza dubbio questi prestigiosi media che per un anno e mezzo hanno trattato la nostra storia con sogghignante disprezzo hanno le loro ragioni per saltare a bordo. Per prima cosa, il loro obiettivo originale di rimuovere Trump dalla carica è stato raggiunto molto tempo fa, e Joe Biden è ora così impopolare che la sua guardia pretoriana si sta sciogliendo, e riferire sulla sua famiglia è meno pericoloso per gli inviti alle cene della Beltway.

Per un'altra ragione, non possono tenere all’oscuro il loro pubblico, mentre il procuratore degli Stati Uniti nel Delaware completa la sua indagine su Hunter. Dio non voglia che i loro lettori e spettatori si sveglino sul fatto che sono stati ingannati e tenuti all'oscuro dai loro media di fiducia. 

Ma invece di fornire ai loro lettori tutta la verità, e nient'altro che la verità, il Washington Post ha curiosamente lasciato fuori i fatti cruciali in due storie dettagliate sul portatile, martedì, in un articolo di quasi 7.000 parole. Il pezzo principale era intitolata "Inside Hunter Biden's multimillion-dollar deals with a Chinese energy company”. Un articolo che conferma i dettagli chiave e offre nuova documentazione delle interazioni della famiglia Biden con i dirigenti cinesi". 

Entra nel dettaglio degli affari di Hunter Biden con il conglomerato energetico cinese, controllato dallo stato, CEFC - ma non menziona che era il braccio capitalista della Via della seta, il progetto che mira a intrappolare i paesi in via di sviluppo con prestiti massicci e superare gli Stati Uniti come potenza economica. 

Ma non menziona i 6 milioni di dollari che la CEFC ha versato sul conto bancario aziendale del fidato amico della famiglia Biden, Rob Walker, un ex funzionario dell'amministrazione Clinton, la cui moglie, Betsy Massey Walker, era stata l'assistente di Jill Biden quando era la seconda donna. Il 23 febbraio 2017 e il 1° marzo 2017, due bonifici, ciascuno per 3 milioni di dollari, sono stati inviati a Rob Walker da State Energy HK Limited, una società con sede a Shanghai collegata a CEFC. 

Quel denaro era un pagamento per il lavoro svolto da Hunter e dai suoi partner commerciali, durante gli ultimi due anni della vicepresidenza del padre Joe, in paesi come Romania  e Russia, usando il nome di Biden per aprire porte e trovare acquisizioni per CEFC.

Il Washington Post non menziona nemmeno la società SinoHawk Holdings, che è stata costituita il 15 maggio 2017, per una joint venture tra CEFC e Hunter e i suoi partner commerciali. Questo era l'affare per il quale Joe Biden doveva ottenere una quota del 10%, come citato in una famigerata e-mail del 2017 sul portatile, "10 [per cento] detenuto da H [Hunter] per il grande uomo." 

L'ex socio d'affari di Hunter, il CEO di SinoHawk, Tony Bobulinski, ha detto pubblicamente che Joe Biden è il "pezzo grosso". Ma il Washington Post curiosamente non menziona Bobulinski, anche se il suo nome è su tutte le e-mail e i documenti sul portatile relativi alla CEFC. Non menziona nemmeno che Bobulinski ha incontrato Joe Biden due volte nel 2017, per essere approvato come CEO di SinoHawk.

Considerando che il giornale dice di essere in possesso di una copia del disco rigido del portatile di Hunter del giugno 2021, queste sono omissioni curiose, che servono a sminuire il ruolo di Joe Biden. 

"E' chiaro che i media sono stati complici nell'aiutare a far eleggere Joe Biden sopprimendo quelle che sapevano essere storie dannose", dice il senatore repubblicano Ron Johnson del Wisconsin, che con il senatore GOP Chuck Grassley dell'Iowa ha condotto un'indagine su Hunter Biden ed è stato accusato dai democratici di spacciare "disinformazione russa" per il suo disturbo.

"La storia del Washington Post dovrebbe essere vista come ciò che i consiglieri di Nixon una volta definirono come un 'hangout limitato modificato'", dice, usando una frase di propaganda che significa rilasciare una piccola quantità di informazioni nascoste per nascondere i dettagli più importanti. 

Un altro pezzo del puzzle di Biden è stato fornito dall'inchiesta di Johnson e Grassley che ha avuto accesso ai "rapporti di attività sospette" confidenziali che le banche sono tenute a segnalare al Dipartimento del Tesoro, e ha permesso loro di rintracciare milioni di dollari da Cina, Russia, Ucraina e Kazakistan versati in conti associati a Hunter e Jim Biden e ai loro associati.

Johnson sostiene che la loro inchiesta è stata ostacolata dai democratici, che hanno organizzato falsi briefing dell'FBI per lui e poi hanno fatto trapelare dettagli alla stampa per mettere in dubbio i testimoni che voleva citare in giudizio, come Hunter e i suoi partner. 

Ma sono stati anche i membri del suo stesso comitato repubblicano a mettersi in mezzo, negando a Johnson i numeri di cui aveva bisogno per citare in giudizio i testimoni quando il suo partito aveva il potere. 

Johnson non li nomina, ma i senatori Mitt Romney e Rob Portman erano tra quelli che si sono opposti alla natura "politica" dei mandati di comparizione. 

Johnson e Grassley sono stati difesi ora, ma immaginate quanto sarebbe stata diversa la storia se fossero stati sostenuti dalla loro stessa squadra. Joe Biden probabilmente non sarebbe presidente oggi. 

Dagotraduzione dell’articolo di Michael Goodwin per nypost.com il 31 marzo 2022.  

A volte una storia di giornale è solo una storia su qualcuno. E a volte la storia rivela inavvertitamente molto di più sul giornale stesso. 

È il caso dell'articolo di giovedì del New York Times su Hunter Biden. Ciò che il lettore perspicace apprende sul Times è molto più importante di qualsiasi altra cosa sia stata rivelata sul figlio del presidente. 

L'unica notizia recente è che Hunter Biden ha preso un prestito per pagare al governo federale fino a 1 milione di dollari di tasse arretrate all’interno di un’inchiesta sulle sue iniziative imprenditoriali con società e individui stranieri. 

Ma questa notizia, che viene data nel primo paragrafo, è quasi oscurata dalla bomba che il Times spara successivamente. È solo nel paragrafo 24 che l’articolo menziona le e-mail che coinvolgono Hunter Biden e i suoi soci in quegli affari, con queste due frasi: "Quelle e-mail sono state ottenute dal New York Times da una cache di file che sembra provenire da un laptop abbandonato dal signor Biden in centro assistenza del Delaware. L'e-mail e gli altri documenti nella cache sono state autenticate da persone che hanno familiarità con i Biden e con l'indagine". 

Il cuore si blocca! Al New York Times sono serviti quasi 17 mesi per riconoscere, a malincuore, solo una minima parte di ciò che i lettori del New York Post hanno appreso già nell'ottobre 2020. Ovviamente, anche i lettori del Times avrebbero appreso i fatti allora, se il loro giornale si occupasse ancora delle notizie invece di fare il galoppino dei democratici. 

Il Post ha rivelato quelle e-mail e molte altre cose dopo essere entrato in possesso del contenuto del disco rigido del computer di Hunter Biden. I lettori sanno anche che il Times faceva parte della cricca Big Government, Big Tech e Big Media che ha cercato di nascondere quelle e-mail al pubblico durante le elezioni presidenziali del 2020.

Il motivo di quell'insabbiamento era semplice: molte delle e-mail, da e verso Hunter Biden, implicavano Joe Biden nell'attività di traffico di influenze internazionale gestita da Hunter e dal fratello di Joe, Jim Biden. Se l'intero paese avesse saputo che Joe Biden stava usando in modo fraudolento il suo ruolo per aiutare la sua famiglia a fare affari, ora saremmo al secondo anno del secondo mandato di Donald Trump. Questo è un dato di fatto, perché l'8% degli elettori di Biden ha detto ai sondaggisti che avrebbe sostenuto Trump se avessero saputo prima del contenuto bomba nascosto in quel computer.

Ma il Times, Facebook, Twitter, la CNN e il deep state non potevano permettere che ciò accadesse. Avevano trascorso quattro anni a cercare di cacciare Trump dalla Casa bianca, sostenendo falsamente che aveva collaborato con la Russia per rubare le elezioni del 2016. Erano determinati a non fargli ottenere l’incarico per altri quattro anni. 

Quindi, oltre a diffondere fake news su Trump, quando avevano notizie vere sulla corruzione della famiglia Biden, invece di diffonderle e consentire agli utenti di condividerle sui social media, hanno cospirato per occultarle. Bisogna incolpare loro per la disastrosa presidenza di Joe Biden.

E ora il Times ha il coraggio di comportarsi come se avesse fatto un’eroica inchiesta sostenendo che le e-mail "sono state autenticate da persone che hanno familiarità con loro e con l'indagine". Oh per favore. 

A differenza del Times, The Post non ha fatto affidamento su fonti anonime, dicendo apertamente che Rudy Giuliani ha dato al giornale una copia del disco rigido del laptop. Giuliani ha detto che proveniva dal proprietario di un centro assistenza del Delaware, che anche The Post ha intervistato. Ha detto che un uomo che ha firmato la ricevuta con il nome di Hunter Biden gli ha lasciato il computer per le riparazioni e non l'ha mai recuperato.

Le storie nascoste in quel computer, complete di immagini di Hunter drogato che fa sesso con prostitute, erano esplosive di per sé – e questo ben prima che Tony Bobulinski entrasse in scena. L'ex wrestler e ufficiale della Marina è stato per breve tempo partner e CEO di una joint-venture che Hunter Biden ha creato con un comunista cinese a capo di una conglomerata dell’energia.

Bobulinski, nelle settimane precedenti alle elezioni di novembre, ha pubblicamente  riconosciuto come autentiche alcune delle email, che riportavano il suo nome, che erano nel pc. Tra queste ce n’era una, indirizzata a se stesso, a Hunter e Jim Biden e ad altri due soci su come avrebbero diviso il loro capitale nella nuova joint venture. 

Quattro, incluso Hunter, otterrebbero ciascuno il 20%, mentre Jim Biden avrebbe preso il 10%. L'e-mail incriminante diceva che quel "10" aggiuntivo sarebbe stato detenuto da H, cioè Hunter, "per il pezzo grosso". Bobulinski ha identificato Joe Biden come il “pezzo grosso”. E nessuno nella famiglia Biden l’ha mai smentito. Sarebbe anche sciocco se lo facessero visto che Bobulinski è andato all'FBI a cui ha consegnato tutti i suoi dispositivi elettronici. Da questa decisione, probabilmente l’inchiesta su Hunter ha trovato nuova linfa ed è stata prorogata. 

Bobulinski ha anche rivelato pubblicamente, a me e ad altri, del suo incontro nel maggio del 2017 con Joe Biden sull'accordo con i cinesi e ha riferito che Joe Biden, che aveva appena lasciato la Casa Bianca da vicepresidente, era pienamente informato dei dettagli del piano messi a punto nei precedenti due anni. Cosa farà il New York Times al riguardo? Farà trascorrere altri 17 mesi per autenticare quel pacchetto di mail?

Ecco un'idea: perché non permette a Ken Vogel, uno dei tre giornalisti che ha firmato l’articolo ieri, di scrivere ciò che sa. Bobulinski ha detto a Vogel che l'e-mail del "pezzo grosso" era autentica già nell'ottobre 2020, ma il Times non ha mai ritenuto opportuno stampare questa notizia. E cosa farà il Times riguardo alla mail in cui Hunter si lamenta con sua figlia che suo padre gli prende metà delle sue entrate? O quello in cui un partner di altri affari, Eric Schwerin, scrive di spostare denaro tra i conti correnti di Hunter e Joe?

Quindi forse Joe Biden non ha semplicemente mentito sul fatto di non aver mai saputo degli affari di suo figlio. Forse stava ottenendo la sua fetta da quegli affari. 

Come ho scritto, il russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping sanno tutto di questi accordi, incluso quanti milioni sono stati trasferiti da oligarchi e società legate ai comunisti a conti bancari controllati dai Biden. Sanno anche cosa hanno fatto i Biden per i soldi. Le uniche persone che non conoscono tutti i fatti sono gli americani. E per questo, possiamo ringraziare il New York Times e i suoi co-cospiratori corrotti.

Dopo che il New York Times ha verificato tardivamente le mail, l'addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki non si è nemmeno preoccupata di difendere la sua vecchia affermazione secondo cui l’articolo del New York Post sul pc di Hunter Biden non era altro che "disinformazione russa". 

Psaki è stata pressata durante il suo solito briefing con i giornalisti sulle sue fuorvianti affermazioni e su quelle dell'allora candidato Joe Biden. 

"Il New York Times ha autenticato le e-mail che sembrano provenire da un laptop abbandonato da Hunter Biden nel Delaware", ha iniziato il giornalista di RealClearPolitics Philip Wegmannn. "Il presidente in precedenza ha affermato che la storia del New York Post era 'un mucchio di spazzatura' e che si trattava di una 'macchinazione russa'. Sostiene questa valutazione?". Psaki ha ciurlato nel manico senza rispondere.

Hunter Biden coinvolto nella produzione di armi biologiche in Ucraina. L'accusa della Russia: finanzia i laboratori. Il Tempo il 25 marzo 2022.

La Russia chiederà spiegazioni sul presunto coinvolgimento di Hunter Biden, il figlio del presidente degli Stati Uniti Joe, nei laboratori in Ucraina dove si produrrebbero armi biologiche. Lo ha sottolineato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, nel corso di un punto stampa. «Certo, chiederemo spiegazioni. E non solo noi. Sapete che anche la Cina ha già chiesto spiegazioni e che questo programma sia reso trasparente al mondo. Naturalmente, questo sarà di interesse per molti. Si tratta di informazioni molto, molto sensibili, sia per noi sia per il mondo intero», ha detto Peskov, aggiungendo: «È chiaro che gli americani stanno ora cercando di sviare l’attenzione», ha detto il portavoce del Cremlino, citato dai media russi. Ieri il ministero della Difesa russo ha accusato Hunter Biden di essere coinvolto nel finanziamento di laboratori di armi biologiche in Ucraina. Nel corso di una conferenza stampa Igor Kirillov, capo della Forza di protezione chimica e biologica, ha mostrato dei documenti, asseritamente ucraini e americani, che sarebbero stati trovati durante le operazioni belliche in Ucraina. 

Secondo questi documenti, il fondo d’investimenti Rosemont Seneca Partners, presieduto da Hunter Biden, avrebbe sponsorizzato un programma di sviluppo di armi biologiche in Ucraina. Nel programma, accusa Kirillov, sarebbero coinvolti il Pentagono, l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, i Centri per il Controllo e la prevenzione delle malattie e addirittura la fondazione di George Soros, il miliardario americano spesso preso di mira nelle teorie complottiste. 

Nel frattempo il Cremlino ha negato l'uso delle bombe al fosforo. "La Russia non ha mai violato le convenzioni internazionali, consigliamo comunque di contattare il ministero della Difesa per i dettagli”, la risposta di Peskov alle accuse del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Ecco tutti i misteri del figlio di Biden. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 25 Marzo 2022.  

Hunter Biden, secondogenito del Presidente Usa, Joe Biden, è di nuovo al centro del dibattito politico americano. Ancora una volta, a far discutere, è il suo controverso rapporto con l’Ucraina. Come riportato dall’agenzia Ansa, la Russia afferma che Hunter potrebbe essere coinvolto nella gestione di laboratori per lo sviluppo di armi biologiche nel Paese ex sovietico. Rispondendo alla domanda di un giornalista nel suo briefing quotidiano, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato: “Naturalmente chiederemo delle spiegazioni (sul possibile coinvolgimento)”. Ma cosa c’è di vero in quest’accusa del Cremlino? La prima ipotesi è che si tratti di una teoria del complotto diffusa dalla Federazione russa allo scopo di gettare fango sull’amministrazione Biden, strumentalmente cavalcata dalla stampa conservatrice americana. È la conclusione a cui è giunta la maggior parte della stampa americana. La seconda ipotesi, al momento difficilmente verificabile, vede altresì il figlio del Presidente Usa al centro di uno scandalo che avrebbe gravi conseguenze su Joe Biden e sulla sua amministrazione.

L’accusa: Hunter Biden coinvolto nella gestione dei laboratori ucraini

Ne ha parlato giovedì sera, generando non poche polemiche, il celebre anchorman di Fox News, Tucker Carlson, riprendendo un’inchiesta del sito conservatore National Pulse. La tesi della testata americana di destra è che una società di investimento diretta da Hunter Biden è stata uno dei principali finanziatori di una “società di monitoraggio e risposta alla pandemia” che ha collaborato all’identificazione e all’isolamento di agenti patogeni mortali nei laboratori ucraini, ricevendo nel frattempo fondi dal Dipartimento della Difesa.Rosemont Seneca Technology Partners (RSTP), una sussidiaria della Rosemont Capital fondata da Christopher Heinz, contava infatti sia Hunter Biden che Heinz come amministratori delegati. Heinz è il figliastro dell’ex Segretario di Stato americano, John Kerry. Tra le realtà che quest’ultima finanziava c’è Metabiota, una società con sede a San Francisco ha come mission quello di rilevare, tracciare e analizzare le “malattie infettive emergenti”. I rapporti finanziari rivelano che RSTP  ha finanziato per la prima volta Metabiota nel 2015, con un contributo di circa 30 milioni di dollari.

L’ex amministratore delegato e co-fondatore di RSTP, Neil Callahan, peraltro siede nel Board of Advisors di Metabiota insieme all’ex funzionario di Hillary Clinton, Rob Walker. Una storia – da confermare – ricca di quesiti, come ha sottolineato anche Tucker Carlson durante la sua trasmissione. “Quali sono i contorni di quella storia? Non siamo sicuri. Ma sappiamo che è legittimo chiedersi cosa significhi. Perché non dovrebbe essere? Non sei un “agente russo” se chiedi. Sei un buon cittadino”, ha detto il conduttore di Fox News. 

Burisma, l’incubo dei Biden

Il libro che conferma i lati oscuri di Hunter Biden

Tutti i guai di Hunter Biden

Altro che “disinformazione russa”: la verità sul laptop di Hunter Biden

Non sappiamo, al momento, se vi siano legami fra Hunter Biden e i laboratori ucraini e se le prove fornite da National Pulse siano sufficienti. Ciò che è sicuramente vero è che, per mesi, la stampa liberal ha bollato come “disinformazione russa” una notizia che si è poi dimostrata autentica. Dopo mesi di smentite, infatti, è stato il New York Times a confermare l’esistenza del famigerato laptop di Hunter Biden. Come ricorda il Premio Putlizer Glenn Greenwald, infatti, il 14 ottobre 2020, meno di tre settimane prima che gli americani votassero, il quotidiano più antico della nazione, il New York Post , ha iniziato a pubblicare una serie di rapporti sui rapporti d’affari del leader democratico Joe Biden e su suo figlio, Hunter, in paesi in cui Biden, in qualità di vicepresidente, esercitava una notevole influenza, tra cui Ucraina e Cina. Risultato? Chiunque abbia diffuso notizie su questa storia, è stato brutalmente censurato dai social media della Silicon Valley.

A un anno di distanza, nel silenzio generale, è stato il giornalista di Politico Ben Schreckinger, a scoprire che gli scoop del New York Post erano veri: prove che ha pubblicato in un libro intitolato The Bidens: Inside the First Family’s Fifty-Year Rise to Power. Schreckinger ha trascorso mesi a indagare sui documenti chiave pubblicati dal New York Post e ha trovato la prova definitiva che queste e-mail e i relativi documenti sono indiscutibilmente autentici. Schreckinger ha parlato con più persone vicine ad Hunter Biden, confermando l’autenticità delle mail pubblicate dal New York Post e buona parte del materiale contenuto nel laptop e divulgato. “Una persona che aveva accesso indipendente alle e-mail di Hunter mi ha confermato che le e-mail pubblicate dal New York Post relative a Burisma e all’impresa CEFC corrispondevano alla sostanza delle e-mail che Hunter aveva effettivamente ricevuto” sottolinea il giornalista in uno dei passaggi chiave del suo lavoro, menzionato anche da Politico nella sua newsletter. A un anno di distanza, un netto cambio di narrativa. Conferma ulteriore, come accennato poc’anzi, è arrivata dalla notizia pubblicata dal New York Times nei giorni scorsi circa l’ampia indagine penale in corso dell’Fbi sulle attività internazionali di Hunter Biden.

L’indagine dell’Fbi sul figlio del Presidente Usa

A proposito del laptop, occorre fare un passo indietro. Il 14 ottobre 2020 il New York Post pubblicava un’inchiesta bomba: secondo le e-mail ottenute dal giornale conservatore, infatti, Hunter Biden presentò suo padre, all’epoca vicepresidente, un alto dirigente di Burisma meno di un anno prima che Joe Biden facesse pressioni sui funzionari del governo di Kiev affinché licenziassero un procuratore che stava indagando sulla stessa società nel quale il figlio era un membro del cda. L’incontro è menzionato in un messaggio di apprezzamento che Vadym Pozharskyi, un membro del cda di Burisma, avrebbe inviato Hunter Biden il 17 aprile 2015, circa un anno dopo che il figlio dell’ex vicepresidente si era unito al consiglio di Burisma con uno stipendio di 50.000 dollari al mese. L’e-mail proviene proprio dal laptop di Hunter Biden, lasciato in un negozio del Delaware. Uno scandalo volutamente taciuto da buona parte dell’opinione pubblica, che ora torna a galla con nuove conferme.

Come già evidenziato in tempi non sospetti da InsideOver, per comprendere il ruolo di Joe Biden e del figlio Hunter occorre tornare al 2014. Come ricorda il giornalista investigativo Max Blumenthal su Grayzone, l’allora vicepresidente di Obama fece la sua prima visita a Kiev nell’aprile 2014, proprio quando il governo post-Maidan stava lanciando la sua operazione militare contro i separatisti russi nel Donbass. Rivolgendosi al parlamento di Kiev, Biden dichiarò che “la corruzione non potrà più avere spazio nella nuova Ucraina”, sottolineando che gli Stati Uniti “sono la forza trainante dietro il Fmi” e stavano lavorando per assicurare a Kiev “un pacchetto multimiliardario per aiutare” il governo. Nello stesso periodo, Hunter Biden venne nominato nel consiglio di amministrazione di Burisma. Nel maggio del 2016, Joe Biden in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare Poroshenko che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stata approvata per permettere a Kiev di fronteggiare i debiti. Si trattava, tuttavia, di un aiuto “condizionato”. Se Poroshenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe tornato negli Usa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. L’Ucraina, in quell’occasione, capitolò senza alcuna resistenza. Il procuratore stava indagando proprio sugli affari della Burisma Holdings, compagnia che aveva collocato nel proprio board operativo il figlio del vicepresidente. Lo stesso Biden si vantò di aver minacciato nel marzo 2016 l’allora presidente ucraino Poroshenko di ritirare un miliardo di dollari in prestiti se quest’ultimo non avesse licenziato il procuratore generale Viktor Shokin che stava indagando proprio su suo figlio Hunter.

Cosa sono e perché si usano le bombe al fosforo. Paolo Mauri su Inside Over il 25 Marzo 2022.  

Il fosforo è un elemento chimico che trova applicazioni diverse, sia militari sia civili. In quest’ultima categoria, si può trovare “fosforo bianco”, conosciuto col suo acronimo inglese WP (White Phosphorous) utilizzato in fuochi d’artificio, additivi alimentari, fertilizzanti e composti detergenti, solo per citarne alcuni. La sua applicazione militare, invece, lo vede utilizzato principalmente in granate, colpi di mortaio e proiettili di artiglieria per contrassegnare obiettivi, per fornire cortine fumogene, per “tracciare” la traiettoria dei proiettili (definiti traccianti) e come incendiario generico. Queste munizioni quindi sono classificate sia come fumogene che come incendiarie. Esistono tre tipi comuni di proiettili contenenti WP: razzi con paracadute per l’illuminazione, contenitori che cadono a terra, bruciano ed emettono fumo per cortine fumogene e proiettili con innesco impostato per esplodere a una determinata altezza dal suolo che bruciano con calore intenso ed emettono denso fumo bianco.

Il WP è una sostanza che si presenta di aspetto simile alla cera traslucida, da incolore a gialla, con un odore pungente, simile all’aglio. Il fosforo usato dai militari è altamente energetico (attivo) e si accende una volta esposto all’ossigeno il che lo rende un materiale piroforico, cioè spontaneamente infiammabile a contatto con l’aria. Il fosforo bianco produce calore che arriva a circa 800 gradi Centigradi.

La storia dell’utilizzo del fosforo bianco

L’esercito britannico introdusse le prime granate WP alla fine del 1916. Nella Seconda Guerra Mondiale, bombe da mortaio, proiettili, razzi e granate al fosforo bianco furono ampiamente utilizzati dalle forze americane, del Commonwealth e, in misura minore, dal Giappone, anche per eliminare le truppe nemiche.

All’inizio della campagna in Normandia, il 20% dei colpi di mortaio americani da 81 millimetri erano con carica a fosforo bianco e si calcola che nella sola liberazione di Cherbourg, nel 1944, un singolo battaglione di mortai degli Stati Uniti, l’87esimo, sparò 11899 proiettili di fosforo bianco nella città. Le bombe incendiarie sono state ampiamente utilizzate dalle forze aeree tedesche, britanniche e statunitensi contro popolazioni civili e obiettivi di importanza militare in aree civili (Amburgo, Dresda, ecc), e verso la fine della guerra alcune di queste bombe usavano fosforo bianco al posto del magnesio come acciarino per la loro miscela infiammabile.

Le munizioni WP sono state ampiamente utilizzate in Corea, Vietnam e successivamente dalle forze russe in Cecenia: si calcola che, in media, nella battaglia del dicembre 1994 per Grozny, ogni quattro o cinque colpi di artiglieria di mortaio sparati dai russi, uno era un proiettile al fosforo bianco.

In Iraq il regime di Saddam Hussein ha utilizzato il fosforo bianco, oltre ad armi chimiche proibite da trattati internazionali, durante la guerra contro l’Iran negli anni ’80, mentre potrebbero averle usate anche contro i ribelli curdi e la popolazione di Erbil e Dohuk.

Durante la Seconda Guerra del Golfo, nel 2003, è stato segnalato l’uso di fosforo bianco da parte statunitense nella battaglia per Fallujah (2004), tuttavia Washington ha sempre negato un utilizzo diverso da quello legato agli scopi di illuminazione o per oscurare i movimenti delle truppe. Risulta che anche nel 2006 durante il conflitto Israele-Libano, Tel Aviv abbia utilizzato (e ammesso di averlo fatto) proiettili al fosforo contro obiettivi militari in campo aperto nel sud del Libano, ma risulta che siano stati colpiti anche civili.

Effetti

Il fosforo bianco provoca dolorose ustioni chimiche. L’ustione risultante appare tipicamente come un’area necrotica con un colore giallastro e un caratteristico odore di aglio. Il fosforo bianco è altamente liposolubile e, come tale, ha una rapida penetrazione attraverso il derma una volta che le particelle riescono a oltrepassare l’epidermide. Le particelle incandescenti di WP possono produrre ustioni estese che sono anche profonde e quindi molto dolorose. Le particelle di fosforo bianco continuano a bruciare a meno che non vengano private dell’ossigeno atmosferico o fino a esaurimento delle stesse. Se particelle di WP in fiamme colpiscono e si attaccano agli indumenti, occorre disfarsene rapidamente prima che raggiunga la pelle. Se è impossibile farlo, i manuali suggeriscono di immergere la pelle o gli indumenti contaminati dal fosforo in acqua fredda o inumidire il tutto abbondantemente per estinguere la reazione. Quindi rimuovere immediatamente gli indumenti interessati e risciacquare le aree cutanee interessate con una soluzione fredda di bicarbonato di sodio o con acqua fredda. Se a contatto con la pelle bisognerebbe inumidire la pelle e rimuovere il fosforo visibile (preferibilmente sott’acqua) con un oggetto tagliente o una pinzetta.

La regolamentazione internazionale

Sia il Protocollo di Ginevra del 1925 sull’uso di gas velenosi che la Convenzione sulle armi chimiche (CWC) del 1993 vietano l’uso di armi chimiche nei conflitti armati mentre il Terzo protocollo sulle armi incendiarie della Convenzione su certe armi convenzionali (CCCW) del 1980 proibisce l’uso di questo munizionamento dall’aria su concentrazioni di civili, dove con questi termine si intende qualsiasi concentrazione di civili, permanente o temporanea, come in parti abitate di città, o paesi o villaggi abitati, o come in campi o colonne di profughi o sfollati, o gruppi di nomadi. Il protocollo, però, non impedisce gli attacchi da terra o dal mare con armi incendiarie.

Le munizioni WP contengono sostanze chimiche ma non sono necessariamente armi chimiche perché il loro utilizzo bellico (contrassegnare o illuminare bersagli, creare cortine fumogene e scopi incendiari) è consentiti dalla CWC come “scopi militari non collegati all’uso di armi chimiche e non dipendenti dall’uso delle proprietà tossiche delle sostanze chimiche come metodo di guerra” purché i tipi e le quantità delle sostanze chimiche siano coerenti con tali scopi. Per vietare l’uso di munizioni WP ai sensi della CWC, dovrebbe essere stabilito che il fosforo bianco è una sostanza chimica tossica o un precursore chimico e che è stato utilizzato per scopi vietati dalla Convenzione.

Sulla prima di queste questioni, la CWC definisce una sostanza chimica tossica come “ogni sostanza chimica che attraverso la sua azione chimica sui processi vitali può causare la morte, l’incapacità temporanea o un danno permanente all’uomo o agli animali” mentre un precursore è definito come “qualsiasi reagente chimico che prende parte in qualsiasi fase della produzione, con qualsiasi metodo, di una sostanza chimica tossica”. Il WP può causare danni agli esseri umani a causa della sua tossicità intrinseca, ma questo danno non è il fine delle munizioni WP.

Inoltre perché il fosforo bianco possa essere considerato una sostanza chimica tossica, o un precursore ai sensi della CWC, dovrebbe essere prima dimostrato che le munizioni che lo utilizzano sono destinate a scopi vietati dalla Convenzione.

Riassumendo il WP, così come altri esplosivi “ad aria compressa”, non è proibito o limitato dal Terzo protocollo della CCCW, né dal CWC o dal Protocollo di Ginevra, pertanto tutti i Paesi che ne sono firmatari possono usarlo durante un conflitto per i compiti che abbiamo già elencato.

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Bombe al fosforo su Irpin. La denuncia del sindaco: “Munizioni vietate, crimine contro l'umanità”. Il Tempo il 23 marzo 2022.

Ieri notte le forze di occupazione russe hanno utilizzato munizioni al fosforo vicino alle città di Irpin e Gostomel nella regione di Kiev, ha affermato il sindaco di Irpen Oleksandr Markushin. «Ieri, 22 marzo, in tarda serata, gli occupanti russi hanno usato munizioni al fosfato vietate nella periferia nord-occidentale di Kiev. L’area bersaglio della distruzione è Gostomel-Irpin», ha scritto Markushin sui social. Allo stesso tempo, ha allegato al messaggio una foto dell’esplosione. Il sindaco ha osservato che l’uso di tali armi da parte di nemici contro civili è un crimine contro l’umanità e una violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949.

Non è la prima volta che Kiev accusa Mosca di utilizzare armi chimiche nel conflitto in atto da quattro settimane. La località a nord est della Capitale è divenuta tristemente famosa per essere uno dei fronti più cruenti dall’inizio dell’invasione. Non solo: anche in Donbass, in quella parte di territorio tuttora controllato dall’esercito ucraino, le truppe del Cremlino avrebbero usato munizioni al fosforo. A sostenerlo è stavolta il vice responsabile della Polizia, secondo il quale a Kramatorsk, una delle città più popolose di tutta l’area, l’esercito di Mosca avrebbe colpito i civili con questo tipo di bombe.

La Russia accusa Ucraina e Usa: “Forniscano dati su attività biologica laboratori”. Federico Giuliani su Inside Over il 17 marzo 2022.

I laboratori e le attività biologiche tornano al centro della guerra in Ucraina. Se sui campi di battaglia, da Mariupol a Kharkiv passando per i sobborghi di Kiev, l’esercito russo e ucraino continuano a fronteggiarsi senza esclusione di colpi, lontano dall’epicentro del conflitto va in scena una sorta di guerra parallela. Potremmo definirla guerra di propaganda, o meglio scontro tra propagande incrociate.

Da una parte troviamo le notizie diffuse dall’ottimamente organizzato servizio comunicativo dell’Ucraina, che cita danni inflitti alle forze rivali e numero aggiornato di nemici uccisi; dati, questi, sistematicamente rigettati dalla controparte russa. Mosca, dall’altro lato, spinge su vari temi. Uno dei più caldi, appunto, è quello relativo alla presunta attività biologica militare che, secondo il Cremlino, Kiev avrebbe svolto nelle sue strutture di concerto con Stati Uniti e Unione europea. Non ci sono prove a conferma di questa tesi. Che, con il passare dei giorni, è diventata sempre più centrale nei discorsi di molti funzionari russi.

Laboratori nel mirino

È per questo motivo che la Russia ha chiesto all’Ucraina e agli Stati Uniti di fornire dati sulle presunte attività svolte nei laboratori dislocati sul territorio dell’ex repubblica sovietica. In particolare, lo ha apertamente dichiarato nelle ultime ore la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Nel corso di un briefinig, Zakharova ha auspicato che vengano assunte tutte le misure per risolvere questo problema. “Nervosa, allo stesso tempo assolutamente inutile, priva di prove, la reazione conferma solo la validità delle affermazioni russe sulle attività estremamente pericolose e illegali di cui sopra”, ha dichiarato Zakharova commentando le risposte di Kiev e Washington alle accuse di Mosca.

Nei giorni scorsi anche la Cina si è unita alle istanze russe, chiedendo di accendere i riflettori sul medesimo tema. “Abbiamo appreso la notizia che l’Oms ha consigliato al governo ucraino di distruggere gli agenti patogeni che si trovano nei laboratori per impedire la diffusione di malattie infettive. Noi aspettiamo di ricevere maggiori informazioni su questo. Nell’attuale situazione e per il bene della salute pubblica chiediamo che vengano messi in sicurezza i laboratori”, aveva fatto presente l’ambasciatore cinese, Zhang Jun, nel suo intervento al Consiglio di Sicurezza dell’Onu convocato dalla Russia per presentare le sue accuse riguardo a presunti programmi per armi biologiche condotti dagli Usa in Ucraina.

Un tema che scotta

La versione degli Stati Uniti è completamente diversa. A detta di Washington, dalla Russia arriverebbero “false accuse” e “disinformazione”. La portavoce della Casa Bianca ha replicato alle accuse del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che negli ultimi giorni ha ripetuto di presunti programmi americani per lo sviluppo di armi chimiche e batteriologiche in Ucraina.

“Abbiamo visto anche funzionari cinesi riprendere queste tesi complottiste”, ha aggiunto Jen Psaki sottolineando che gli Stati Uniti “rispettano a pieno” gli impegni della convenzione per le armi chimiche e batteriologiche, che ne vieta il possesso.

Gli Stati Uniti hanno quindi puntato a loro volta il dito contro Mosca, rea di “mantenere il programma per le armi biologiche in violazione della legge internazionale”, e ricordato l’uso delle armi chimiche in Siria nonché il sospetto avvelenamento del dissidente Alexei Navalny nel 2020 con l’agente nervino Novichok.

BIOLABORATORI. LE ARMI SEGRETE DEL PENTAGONO. Redazione su La Voce delle Voci il 7 Marzo 2022

“La Russia ha impedito a Washington di scatenare una guerra biologica”, è il titolo di un reportage firmato da Vladimir Platov per ‘journal-neo.org’ e ripreso dal sito di controinformazione ‘comedonchisciotte’.

Emerge con chiarezza il ruolo giocato dai tanti bio-laboratori militari supersegreti dislocati dal Pentagono in mezzo mondo, e soprattutto, in tante ex repubbliche sovietiche: laboratori destinati ad allestire le ‘biologic wars’ del futuro ma – ora lo capiamo meglio – anche di questo drammatico presente; e quindi particolarmente strategici sul fronte degli equilibri geopolitici in quelle aree bollenti.

La Voce, a partire da gennaio, ha scritto diverse inchieste sul tema, che potete rileggere cliccando sui link in basso.

Ma ecco, a seguire, il pezzo di Platov. 

LA RUSSIA HA IMPEDITO A WASHINGTON DI SCATENARE UNA GUERRA BIOLOGICA

Alla luce dei disordini che i servizi di intelligence statunitensi hanno provocato di recente in Asia centrale, Transcaucasia e in altre aree al confine con Russia e Cina, il rischio di un disastro biologico proveniente dai molteplici laboratori biologici militari segreti, dislocati dagli Stati Uniti in aree potenzialmente instabili politicamente e socialmente, è oggettivamente in aumento. A questo proposito, la questione della preparazione, da parte degli Usa, di una bomba a tempo biologica in Kazakistan era già stata sollevata molte volte in precedenza. Il rischio crescente che il Pentagono inizi unaguerra biologica utilizzando gli oltre 400 laboratori biologici statunitensi situati in tutto il mondo e la necessità di una risposta chiara alla possibilità di un disastro biologico mondiale causato da tali strutture segrete degli Stati Uniti all’estero sono stati ripetutamente sottolineati. Dopotutto, questi laboratori biologici impiegano circa 13.000 “dipendenti,” impegnati a creare ceppi di patogeni killer (microbi e virus) resistenti ai vaccini.

Oggi non è un segreto che gli Stati Uniti abbiano allestito tali laboratori biologici in 25 Paesi del mondo: in Medio Oriente, Africa, Sud-est asiatico. Solo nell’area dell’ex Unione Sovietica ci sono laboratori biologici militari statunitensi in Ucraina, Azerbaijan, Armenia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldova e Uzbekistan.

Gli Americani cercano di negare la natura militare degli studi condotti in tali laboratori. Tuttavia, la segretezza che li circonda è paragonabile solo a quella delle più importanti strutture militari. Non vi è alcuna responsabilità nei confronti del pubblico locale e globale per il “lavoro” svolto in queste strutture. Inoltre, nessun “risultato” scientifico è stato pubblicamente dimostrato dai biologi americani nel corso dei molti anni di esistenza di tali laboratori segreti e i risultati della loro ricerca non sono mai stati pubblicati su testate di pubblico dominio. Nel frattempo, i laboratori stanno attivamente raccogliendo informazioni sul pool genetico delle popolazioni dei Paesi in cui tali laboratori operano. Tutto ciò indica che il Pentagono si sta indubbiamente preparando a condurre una guerra biologica usando armi biologiche, messe a punto dagli Stati Uniti in quegli stessi laboratori. È noto che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno speso oltre 100 miliardi di dollari per sviluppare armi per la guerra biologica. Gli Stati Uniti sono l’unico paese che ancora blocca l’istituzione di un meccanismo di verifica ai sensi della Convenzione del 1972 sulla proibizione dello sviluppo, produzione e stoccaggio di armi batteriologiche (biologiche) e tossiche e sulla loro distruzione.

Tuttavia, proprio come per le richieste della Russia all’Occidente per un chiaro accordo sulle misure di sicurezza universali e sulla non proliferazione della NATO ad est, gli avvertimenti sulla capacità degli Stati Uniti di scatenare una guerra biologica globale non sono mai stati ascoltati a Washington e nelle capitali occidentali.

Con questa premessa, non si può negare che la Russia, come qualsiasi altro Paese, non desideri avere vicino ai suoi confini armi che mettano a rischio la sicurezza di tutti.

Pertanto, nell’operazione militare di Mosca per la denazificazione e la smilitarizzazione dell’Ucraina, iniziata nei giorni scorsi, uno dei primi obiettivi èquello di neutralizzare i numerosi laboratori biologici militari statunitensi presenti sul territorio di quel Paese.

Il 24 febbraio la testata conservatrice britannica THE EXPOSÉ aveva pubblicato un articolo intitolato “Is there more to the Ukraine/Russia conflict than meets the eye?” [C’è di più di quanto sembri nel conflitto Ucraina/Russia? – ndt]. In esso si riconosce che la Russia avrebbe dovuto condurre l’attuale operazione militare sulla base dei suoi interessi di sicurezza, e conferma che esiste da tempo una seria minaccia per la vita e la salute della popolazione della Federazione Russa proveniente dal territorio dell’Ucraina. Fa riferimento ad almeno 16 laboratori biologici militari statunitensi situati a Odessa, Vinnitsa, Uzhgorod, Lviv (tre), Kharkiv, Kiev (anche qui tre installazioni), Kherson, Ternopil, Dnepropetrovsk, nonché vicino a Luhansk e al confine con la Crimea. Tale “cooperazione” tra il Pentagono e il Ministero della Salute ucraino risale al 2005. Nel 2013, i partiti di opposizione erano riusciti a coinvolgere la Verkhovna Rada [il Parlamento monocamerale dell’Ucraina, ndt], per tentare di porre fine a questa “cooperazione”, che, non solo continua, ma che sta anche sviluppandosi attivamente, sempre su iniziativa di Washington.

Molti dei segreti del Pentagono e della Casa Bianca sui laboratori biologici clandestini statunitensi all’estero erano stati rivelati da Francis Boyle, professore di diritto internazionale all’Università dell’Illinois a Champaign (USA) e autore del Biological Weapons Anti-Terrorism Act del 1989 (BWATA). Come sottolinea questo scienziato americano, “In questo Paese ora abbiamo un’industria di armi biologiche offensive che viola la Convenzione sulle armi biologiche e la mia stessa legge antiterrorismo sulle armi biologiche del 1989”. Secondo Boyle, “le università americane hanno una lunga storia di volontaria complicità nella loro agenda di ricerca …. per farsi cooptare, corrompere e pervertire dal Pentagono e dalla CIA, nella scienza della morte”. Cita come esempio il gruppo del dottor Yoshihiro Kawaoka, dell’Università del Wisconsin, che era riuscito ad aumentare la tossicità del virus dell’influenza di un fattore 200. Secondo Boyle, il Pentagono e la CIA sono “pronti, intenzionati e in grado di lanciare una guerra biologica quando farà comodo ai loro interessi… Hanno una scorta di quella super-arma all’antrace che avevano già usato contro di noi nell’ottobre 2001”.

La minaccia per le popolazioni che vivono anche a distanza da tali laboratori è testimoniata da un’indagine condotta dal quotidiano USA Today, in cui è emerso che, solo dal 2006 al 2013, si sono verificati oltre 1.500 incidenti e violazioni della sicurezza in 200 laboratori biologici militari sul territorio degli Stati Uniti. E che dire di possibili incidenti simili in laboratori biologici in Ucraina o in altre ex repubbliche sovietiche?

Nell’estate del 2019, “al principale laboratorio americano di guerra biologica era stato ordinato di interrompere tutte le ricerche sui virus e gli agenti patogeni più letali, per paura che rifiuti contaminati potessero fuoriuscire dalla struttura”, aveva riferito il britannico The Independent. Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), l’autorità per la salute pubblica negli Stati Uniti, aveva revocato al centro di bioricerca militare di Fort Detrick l’autorizzazione a trattare Ebola, vaiolo e antrace, dopo che, nella stessa struttura, gli ispettori del CDC avevano riscontrato “problemi con le procedure utilizzate per decontaminare le acque reflue”. A questo proposito, c’è da notare che la possibile dispersione di “virus e agenti patogeni mortali” nelle acque reflue di Fort Detrick era stata rilevata poco prima dell’epidemia di COVID-19, di cui gli Americani si sono affrettati ad incolpare la Cina. È anche degno di nota il fatto che, dal 2019, il Pentagono ha notevolmente intensificato le attività dei suoi laboratori biologici all’estero, chiaramente spostando oltremare il “lavoro” sui ceppi particolarmente pericolosi e sullo sviluppo di armi biologiche.

In queste circostanze, è pienamente giustificato, nell’operazione militare di Mosca, il compito di porre fine alle attività dei laboratori biologici segreti statunitensi in Ucraina, nell’ambito del programma di smilitarizzazione di quel Paese.

In questo contesto, è interessante notare che, dopo l’inizio dell’operazione militare di Mosca, l’ambasciata statunitense in Ucraina ha rimosso dal proprio sito web ufficiale tutti i documenti sui laboratori biologici di Kiev e Odessa. Ciò conferma ulteriormente che, oltre alla minaccia nucleare di Zelensky, la Russia stava andando incontro anche alla minaccia di una bioestinzione proveniente da oltreoceano. In queste circostanze, è comprensibile l’annuncio dello scorso ottobre, da parte dell’Agenzia statunitense per la riduzione delle minacce alla difesa (DTRA), pubblicato sul sito web degli appalti governativi statunitensi, di un addendum sulla “lotta contro gli agenti patogeni altamente pericolosi”. Questo documento riguardava il completamento, per un importo di 3,6 milioni di dollari, di due laboratori biologici in Ucraina, a Kiev e Odessa, di cui erano già pronti attrezzature e personale, per dar modo agli Stati Uniti di scatenare una guerra biologica [contro la Russia] dal territorio dell’Ucraina.

Vladimir Platov 

Fonte: journal-neo.org

tratto da comedonchisciotte.org

Da “il Giornale” il 15 marzo 2022.

Le attività militari biologiche in Ucraina «sono una preoccupazione della comunità internazionale: dozzine di laboratori biologici nel Paese sono gestiti per ordine del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e gli Usa hanno investito più di 200 milioni di dollari nelle loro attività».

È il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ad attaccare le operazioni americane in Ucraina, supportando le «preoccupazioni» denunciate dalla Russia nel Consiglio di sicurezza Onu. «La ricerca Usa mira a creare un meccanismo per la diffusione di agenti patogeni mortali», ha detto.

Arsenale di illegalità. La guerra chimica e tutte le armi scorrette che sta usando l’esercito di Putin. Matteo Castellucci su L'Inkiesta il 15 Marzo 2022.

Missili termobarici, bombe a grappolo, attività biologiche militari: la Russia sta adoperando qualsiasi mezzo per cercare di venire a capo di un conflitto in cui, almeno per il momento, non riesce a ottenere quel che vorrebbe.

Quando la Russia nega categoricamente qualcosa, di solito poi la fa. Le smentite plateali hanno preceduto le invasioni di Georgia, Crimea e dell’Ucraina che, secondo l’ultima formulazione della propaganda del Cremlino, non hanno nemmeno «attaccato per primi». 

Fanno parte dello stesso cerimoniale anche le accuse agli Stati Uniti di minacce biologiche (inventate) e le illazioni della Cina su fantomatici laboratori. Suona, anche nella cronologia, come un’apologia preventiva ai crimini di guerra e fa temere che le armi chimiche siano la prossima voce nell’arsenale di illegalità, oltre ai missili termobarici e alle bombe a grappolo già sparate sui civili ucraini.

Il segnale da non sottovalutare, secondo l’amministrazione americana, è proprio la convergenza tra i russi e Pechino. L’allineamento coinvolge sia i media di Stato, come il colosso televisivo CCTV, sia i vertici, con il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha ripetuto le teorie cospirative scandite dall’impassibile capobanda della diplomazia putiniana, Sergej Lavrov.

A Lijian, e quindi al governo comunista, le mistificazioni sulle «attività biologiche militari» fanno comodo per imputare all’Occidente una pandemia cominciata a Wuhan.

Sono a favore della Russia più della metà dei post più virali condivisi dai media cinesi sul social Weibo, durante i primi otto giorni di guerra.

In molti casi, ha scoperto un’analisi della Cnn, le informazioni riportate dalle testate erano le stesse degli organi ufficiali del Cremlino. «Dopo le falsità della Russia, con la Cina che ha appoggiato questa propaganda – ha detto la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki – dobbiamo aspettarci un possibile uso di armi chimiche o biologiche da parte della Russia in Ucraina». Al Pentagono non risulta che siano state impiegate sul campo. Almeno per adesso.

«Se vuoi conoscere i piani della Russia, guarda cosa la Russia accusa gli altri di pianificare», profetizza il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. È il teorema del Cremlino. Va così ogni volta. Imboccati dall’alto, i media hanno tacciato i ribelli siriani di stare assemblando armi chimiche, poco prima che Mosca ne avallasse l’utilizzo.

In Siria, l’aviazione di Bashar al Assad, alleato dello zar, ha colpito i civili con bombe al cloro e li ha soffocati con il sarin, un gas nervino: si stima che siano avvenuti trecento attacchi di questo tipo nel Paese.

In teoria, la Russia fa parte dei 193 Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sulle armi chimiche (Cwc) del 1997. Non istituisce solo il divieto di adoperarle, ma tra gli impegni al disarmo vincola i firmatari a smantellare gli arsenali. Prevede ispezioni e controlli. Agli osservatori internazionali risulta che sia stato disinnescato il 99% dell’armamentario degli Stati aderenti. Il dato sembra da aggiornare di fronte alla condotta dell’autocrazia di Vladimir Putin negli ultimi anni, tra i teatri di guerra e il tentativo di avvelenare i dissidenti, su tutti Alexei Navalny.

«Per la Russia – ha scolpito un editoriale su Global Biodefence – riesumare l’utilizzo dell’agente nervino Novichok con l’obiettivo di assassinare è un chiaro segnale che non solo al Cremlino non importa niente il rispetto degli impegni presi con la Convenzione sulle armi chimiche, ma sembra trarre una particolare soddisfazione nel violarli. Da questo punto di vista, Putin ha preso in prestito una pagina dal manuale del presidente siriano Assad su come usare le armi chimiche per indebolire l’opposizione e rafforzare la solidità del regime».

Il conflitto in Ucraina viene paragonato da diversi analisti a quello in Siria. Per l’avanzata difficoltosa e la resistenza a oltranza, per la brutalità indiscriminata, per le vittime civili, per la fuga di massa di profughi verso l’Europa e per le devastazioni patite dalle città. E c’è appunto lo spettro delle armi chimiche. Ma il Cremlino sta già giocando sporco, lo ha fatto fin dall’inizio.

L’esercito russo sta sparando missili termobarici. Lo ha confermato il ministero della Difesa britannico. Sono stati dislocati in Ucraina i lanciarazzi multipli TOS-1A, già impiegati massicciamente in Afghanistan e in Cecenia. Anche se questi armamenti non sono banditi, è proibito utilizzarli contro i civili.

I razzi termobarici montano un recipiente di combustibile e due cariche: lo scoppio della prima serve a disperdere il liquido infiammabile, quello della seconda a dargli fuoco mentre è ancora in aria. Il risultato è un’onda di fiamme e calore. Risucchiano l’ossigeno e creano un fortissimo sbalzo di temperatura che danneggia gli organi interni, a partire dai polmoni. I cingolati corazzati russi possano lanciare 30 missili in 15 secondi, con un raggio di sei chilometri.

È accertato anche l’uso di bombe a grappolo in Ucraina. Mosca (come Cina e Stati Uniti) non ha mai ratificato il trattato che mette al bando questo tipo di ordigni, che rilasciano una pioggia di altre munizioni più piccole che scoppiano al contatto con l’obiettivo, oppure si appoggiano al suolo come mine. Per l’Onu si tratta a tutti gli effetti di un crimine di guerra: l’ennesimo, e sono ancora negli occhi dell’opinione pubblica mondiale le immagini dell’ospedale di Mariupol bombardato.

Le bombe a grappolo sono pericolose perché possono restare inerti a lungo. Ancora nel 2015, le bombe a dispersione hanno ucciso 417 persone: più di un terzo erano bambini. La maggior parte di loro in Siria (248), dove Putin era appena intervenuto al fianco di Assad, Yemen (104) e Ucraina (19).

Per gli attivisti della Coalizione contro le bombe a grappolo c’è un legame tra la Russia e l’uso di questi esplosivi, da settembre 2015, nei territori in mano all’opposizione siriana. Mosca, che in una lugubre eco di quel periodo sta reclutando ex miliziani del’Isis per mandarli a combattere in Ucraina, ha sempre rigettato ogni responsabilità. Le menzogne dell’ultimo periodo autorizzano ad avere qualche dubbio.

In Europa, le armi chimiche non avvelenano (almeno secondo la cronistoria ufficiale, che sul loro utilizzo nei Balcani è divisa) un campo di battaglia da più di un secolo. Gli ultimi a impiegarle sono stati gli inglesi nel 1919, come ha fatto notare l’Economist, durante la guerra civile russa. Nel 2018, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno risposto coi bombardamenti alle armi chimiche di Assad. Chissà se oggi «basterebbe» per convincere le potenze democratiche – così attente a non provocare Putin, che intanto però continua ad alzare la posta, in un’escalation di complicità – a smettere di negare agli ucraini, riforniti di equipaggiamento, almeno la no fly zone.

Armi chimiche e biologiche: che cosa sono e perché se ne parla per la guerra in Ucraina. Federico Giuliani su Inside Over il 12 marzo 2022.  

Dall’ipotesi di una guerra nucleare al rischio che una della parte coinvolte nel conflitto in Ucraina possa utilizzare armi chimiche o biologiche. La Russia ha chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sui presunti programmi di guerra biologica degli Stati Uniti in Ucraina. I riflettori si sono subito accesi su un tema caldissimo, tra accuse, propagande incrociate, smentite e controaccuse. Al di là dello scenario politico, che proveremo comunque a ricostruire, che differenza c’è tra armi chimiche e biologiche? Perché sono così pericolose? Potrebbero davvero essere utilizzate a Kiev e dintorni?

Che cosa sono le armi chimiche

Anche se spesso i due termini tendono a essere confusi e scambiati tra loro, armi chimiche e armi biologiche non sono affatto sinonimi. Per quanto riguarda le prime, possono essere definite sostanze chimiche impiegate per causare danni intenzionali o morte per via delle loro proprietà altamente tossiche. Rientrano nella categoria anche dispositivi, munizioni e apparecchiature programmate e sviluppate per armare sostanze chimiche tossiche.

Rientrano nella lista tanto le sostanze tossiche quanto i loro precursori che, mediante le rispettive proprietà chimiche, possono provocare danni permanenti a uomini o animali, incapacità più o meno temporanea e, ovviamente, morte. In altre parole, un’arma chimica è un qualsiasi strumento usato per lanciare, creare o rilasciare sostanze chimiche in grado di generare quanto sopra spiegato. Alcuni esempi di tali strumenti sono missili, proiettili di artiglieria, mine, certi tipi di carri armati, missili e bombe.

Ricordiamo che le armi chimiche sono vietate ai sensi della Convenzione sulle armi chimiche (Cwc), in vigore dal 29 aprile 1997 e attuata dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw).

I tipi di armi chimiche

Scendendo nel dettaglio, le armi chimiche più conosciute dai non addetti ai lavori sono gli agenti soffocanti (pensiamo ai gas) che, una volta dispersi nell’atmosfera, colpiscono polmoni, gola e naso generando danni alle vie respiratori. Citiamo a questo proposito la Cloropicrina (Ps), il Difosgene (Dp), il Cloro (Cl) e il Fosgene (Cg).

Le armi chimiche più comuni sono tuttavia i cosiddetti agenti blister, ovvero sostanze oleose che, mediante contatto o inalazione, agiscono come veleni per le cellule umani o irritanti. Vengono dispersi come vapori, gas o polveri, e i loro effetti sono ben chiari: bruciore all’apparato respiratorio, agli occhi e alla pelle. In questa categoria rientrano mostarda di azoto e di zolfo, lewisite e fosgene ossima.

Abbiamo poi gli agenti del sangue, i quali determinano il soffocamento e altri danni agli organi vitali grazie alla loro caratteristica di alterare la capacità delle cellule di usare o trasferire l’ossigeno. Citiamo il cloruro di cianogeno, l’arsina e l’acido cianidrico, e cioè gas a dispersione.

Passiamo quindi agli agenti nervini, forse le armi chimiche più letali della lista. Agiscono per contatto o inalazione e il loro funzionamento consiste nel bloccare un enzima del sistema nervoso del soggetto colpito. In pochissimo tempo provocano iperstimolazione di muscoli, nervi e ghiandole. Così facendo generano convulsioni, paralisi e morte. Troviamo due gruppi, il G e il V, diversi a seconda della persistenza nell’ambiente. Le più conosciute sono il Tabun, il Soman, la Ciclosarina, il Vx e il Sarin.

Che cosa sono le armi biologiche

Si definiscono armi biologiche quelle armi basate su agenti microbiologici nocivi o tossine da essi prodotte e usate attraverso particolari strumenti idonei a diffonderne la contaminazione in territori e popolazioni nemiche. L’enorme differenza che le contraddistingue dalle armi chimiche è che le armi biologiche sono composte da microrganismi già presenti in natura, e dunque non lavorati o sintetizzati in laboratorio per via artificiale. Il loro costo di fabbricazione è piuttosto basso e, inoltre, è complicato individuarne l’utilizzo da parte di un esercito.

In generale, armi sili operano in un lasso di tempo piuttosto esteso. Si tratta, infatti, per lo più di virus, batteri o altre tossine che riescono a diffondersi nella popolazione o nell’esercito avversari. Citiamo l’antrace, il botulino, alcune forme di peste e il vaiolo. Questi – e altri tipi di microrganismi – vengono conservati in laboratorio pronte per essere utilizzate nel momento più opportuno.

Anche in questo caso, ricordiamo che la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 e alla quale hanno aderito 183 Stati, vieta lo sviluppo, la produzione e lo stoccaggio di armi batteriologiche e tossiche. Impone, inoltre, la distruzione degli stock esistenti.

Quali sono le armi biologiche

Da un punto di vista tecnico le armi biologiche si suddividono a seconda della loro tipologia. Troviamo le armi virali, come ad esempio il Marburg U, capace di eliminare una persona in circa 72 ore provocando una febbre emorragica; ci sono poi gli agenti batteriologici come la peste; e infine i biologici a effetto indiretto, tra i quali il botulino, che danneggiano l’organismo umano sprigionando tossine.

Gli esperti ritengono che uno dei metodi di utilizzo più efficaci per usare tali armi consista nella dispersione di particelle di aerosol contenenti microbi infettivi. Al contrario, l’uso di dispositivi esplosivi, la contaminazione di acqua e cibo oppure la trasmissione da vettori animali, sono considerati meno efficaci.

L'ombra delle armi chimiche/biologiche in Ucraina

Tutto è iniziato da un’accusa lanciata dalla Russia nei confronti degli Stati Uniti. Il Ministero degli Esteri russo ha scritto che “gruppi radicali ucraini, sotto il controllo dei rappresentanti dei servizi speciali statunitensi, hanno preparato diversi potenziali scenari di utilizzo di sostanze chimiche tossiche per realizzare delle provocazioni. Il loro obiettivo è accusare la Russia dell’uso di armi chimiche contro i civili”.

La risposta della comunità internazionale non ha tardato ad arrivare. “L’Onu non è a conoscenza di alcun programma di armi biologiche in Ucraina”, ha dichiarato l’Alto commissario delle Nazioni Unite per il disarmo, Izumi Nakamitsu, intervenendo alla riunione del Consiglio di sicurezza Onu chiesta da Mosca per formulare le sue accuse. Nakamitsu ha però affermato che, a differenza delle armi chimiche, non esiste un regime di verifica indipendente per le armi biologiche e il monitoraggio è lasciato agli Stati che hanno aderito alla Convenzione, ma ha affermato che esiste un meccanismo per quegli stati parti per esprimere le loro preoccupazioni.

L’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha accusato la Russia di aver convocato una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite “solo per diffondere bugie e disinformazione sull’Ucraina e sulle armi chimiche”. Greenfield ha sottolineato che gli Stati Uniti ritengono che potrebbe essere la Russia ad utilizzare armi chimiche o biologiche come parte di un incidente da utilizzare come pretesto o per supportare operazioni militari tattiche.

Nel frattempo risuonano le parole di Joe Biden: “Non posso parlare a nome dell’Intelligence, ma la Russia pagherebbe un prezzo molto alto se dovesse usare armi chimiche”. Un termine che, negli ultimi giorni, sta pericolosamente prendendo troppo campo per essere ignorato.

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LA GUERRA ENERGETICA.

Estratto dall'articolo di Francesco Merlo per “la Repubblica” il 12 settembre 2022.

Viene da "caos" la parola gas, inventata dall'alchimista fiammingo van Helmont (1557-1644). Gli pareva, ci avverte Savinio (Nuova Enciclopedia, Adelphi), che il "vapore sottile", che sarebbe stato poi chiamato anidride carbonica, somigliasse alla sostanza imponderabile del caos, aria fissa e massa informe, il vuoto di materia che, secondo Platone, diede origine a tutte le cose. 

Duemilacinquecento anni dopo, dunque, il caos della filosofia greca è il gas che racconta il nostro tempo di rigassificatori negati, di rubinetti che si chiudono e bollette che rincarano, del tubo di acciaio che dalla Russia, attraversando la Mongolia, arriverà in Cina.

Gas è il monosillabo che racchiude "un mondo in cui spaventose energie, e non parlo solo degli arsenali nucleari, dormono di un sonno leggero" scrisse Primo Levi, che era un chimico, narratore della tavola degli elementi (Il sistema periodico, Einaudi), amico dell'Idrogeno, che è il più leggero dei gas, e discendente dell'Argon, che è il più nobile dei gas. Ma, ci spiega la filologia, avendo gas e caos la stessa radice dei verbi greci dell'ottimismo, il campo semantico si allarga.

Così, al di là delle apparenze, il caos della matematica è lo stesso delle acque gassate. E l'effervescenza in bottiglia è lo stesso subbuglio delle città: caos e gas di scarico, dare gas e sentirsi gasati nel caos calmo, nel fuoco che produce gas e nel gas che diventa fuoco, anche quello delle passioni tossiche di Gianna Nannini: "Quest' amore è una camera a gas".  […] 

E sullo sfondo del Grande Disordine c'è sempre Pirandello che nacque nella contrada Caos, "il luogo dove avvengono i naufragi". E però, a ricordarci che ben prima dello scellerato Putin, la parola gas rimandava alla guerra e alla morte, c'è ancora Primo Levi che, nel suo memorabile ultimo articolo intitolato "Il buco nero di Auschwitz", scrisse che era stato il "gas prodotto da illustri fabbriche chimiche tedesche" a garantire l'eliminazione fisica di milioni di persone con metodo industriale. E oggi quel gas torna a dare la morte di Stato nelle prigioni della Carolina e persino in Italia dove i detenuti si suicidano sniffando le bombolette che alimentano i fornelli.

"Esplodere o implodere, questo è il problema" si chiedeva Italo Calvino (Cosmicomiche - Einaudi) facendo il verso all'Amleto: "che sia più nobile intento espandere nello spazio la propria energia senza freno, o stritolarla in una densa concentrazione interiore e conservarla ingoiandola". 

Schiavitù volontaria. Così l’Europa si era venduta al Cremlino per avere forniture di gas. Alberto Clo Linkiesta su il 14 Settembre 2022.

Rileggendo gli episodi del passato recente alla luce della situazione attuale, Alberto Clò mette in risalto nel suo libro (Il Sole 24 Ore) l’incredibile leggerezza con cui paesi come la Germania (ma anche l’Italia) abbiano chiuso gli occhi di fronte alle violenze della Russia in nome dell’energia

È davvero sconcertante osservare che nonostante i fatti della Georgia e i numerosi moniti che si levarono verso l’Europa perché allentasse le sue importazioni del gas russo, queste dopo il 2008 sono addirittura aumentate di oltre il 50% passando da livelli intorno ai 100 miliardi di metri cubi nel 2010 ai 155 miliardi registrati nel 2021. La Russia è diventata così di gran lunga il primo fornitore di energia dell’Europa: col 40% delle sue complessive importazioni di metano, il 25% di quelle di petrolio, il 55% di quelle di carbone, il 20% di quelle di uranio.

Percentuali che Putin aveva saputo guadagnare in un lungo arco di tempo, da quando operava come agente del KGB in Germania, di cui parlava la lingua; stringendo stretti rapporti personali soprattutto col cancelliere Gerhard Schröder. L’8 settembre 2005, una settimana prima delle elezioni che avrebbero portato al lungo cancellierato di Angela Merkel, Schröder firmò con Vladimir Putin il grande accordo per la costruzione del Nord Stream 1 – finalizzato ad aggirare l’Ucraina e indebolire i Paesi dell’Europa dell’Est – suscitando la rabbiosa reazione della Polonia che lo definiva come il «Molotov-Ribbentrop Pipeline» richiamando l’accordo russo-tedesco del 1939 che mirava a spartirsi la Polonia. Varsavia, per anni, per ritorsione, avrebbe votato contro ogni deliberazione europea che richiedesse l’unanimità dei voti dei Paesi membri.

Alcuni mesi dopo Putin nominò l’ex-cancelliere presidente del consorzio che avrebbe costruito il gasdotto suscitando forti reazioni nell’intera Europea. «Il Cancelliere uscente ha venduto la Germania ai voleri del Cremlino» chiosò André Glucksmann mentre Schröder definiva l’amico Vladimir un «impeccabile democratico». Non meno rilevante è stata la sua nomina anche nel board di Rosneft pochi giorni prima dell’invasione della Ucraina. Putin cercò di arruolare anche Romano Prodi per presiedere la società che avrebbe dovuto costruire il South Stream ma l’ex premier rifiutò nonostante i buoni rapporti personali.

Dal punto di vista dei rapporti russo-tedeschi non vi sarà alcuna discontinuità tra i cancellierati di Angela Merkel e Gerhard Schröder. Anzi. Dal 2005 l’interdipendenza sarebbe infatti enormemente cresciuta, non solo ampliando la quota delle importazioni di energia da Mosca su quelle complessive – col 60% per il gas, 34% per il petrolio, 53% per il carbone.

Di grande importanza fu la scelta strategica di Gazprom già alla fine degli anni Ottanta di volersi integrare a valle nella filiera metanifera, distribuendo il gas al consumatore finale anziché cederlo al confine. Quel che gli avrebbe consentito di raddoppiare i margini di profitto. Quando Ruhrgas, il principale operatore metanifero tedesco (poi fusasi con E.ON) rifiutò di farla entrare, Gazprom si accordò con Wintershall, controllata dall’impresa chimica BASF, creando Wingas nella distribuzione finale. Come si è visto, tentò di farlo senza successo anche in Italia, nonostante il rapporto tra Berlusconi e Putin.

Il massimo di apertura di credito della Germania a Gazprom fu comunque l’incondizionato affidamento di un quinto della capacità di stoccaggio del gas del Paese, primo strumento per la sicurezza energetica, Dovendo poi amaramente pentirsene quando nel 2021 iniziò la manovra di Putin di pressione sull’Europa e il colosso russo non provvide ad alimentare i siti di stoccaggio.

Lo status di “maggior favore” riconosciuto dalla Germania al gas di Putin ha reso ancor più evidente, nei tragici giorni d’oggi, i gravi errori compiuti da Berlino nello scorso mezzo secolo. I convincimenti, in particolare, che la Russia fosse un fornitore e partner affidabile; che il gas non sarebbe mai diventato un’arma di pressione politica; che politica e business potessero rimanere scissi. Errori perpetrati nei tempi più recenti con l’affrettata decisione per ragioni squisitamente elettorali di Angela Merkel nel 2011 di uscire dal nucleare (delle 17 centrali nucleari solo 3 sono ancora in esercizio) seguita da quella del 2018 di uscire dal carbone. Decisioni, l’una e l’altra, che si sarebbero riverberate sulla domanda di gas naturale, stante anche l’insufficiente progredire della transizione energetica verso le rinnovabili, di cui il gas avrebbe dovuto costituire la fonte energetica “ponte”.

Che la prima economia industrializzata d’Europa si sia venuta a trovare in totale balia delle decisioni della Russia, mal si concilia col sentimento di superiorità che specie nei lunghi anni di Angela Merkel la Germania ha avuto verso il resto d’Europa. Della partnership con Mosca tuttavia ne paga oggi maggiormente le conseguenze. Putin va infatti riservando un particolare accanimento all’ex-alleato, col progressivo taglio delle forniture di gas sino ad azzerarle attraverso il gasdotto Nord Stream 1, motivato per necessità di manutenzione. Il ministro dell’Economia Robert Habeck ha definito le decisioni di Mosca come un «attacco economico» annunciando un aumento del livello di allarme per i rischi di interruzione delle forniture russe.

Per circa mezzo secolo il maggior esportatore di gas nel mondo ha rifornito la maggior economia europea destinandole un quinto delle sue complessive esportazioni. In Germania, come in Italia, le relazioni energetiche con la Russia risalivano a un tempo lontano. Da quando nel 1955 il cancelliere Konrad Adenauer avviò i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica cui fece seguito nei primi anni del 1960 un’intesa per la fornitura da parte della Germania di tubature per l’oleodotto Druzhba (“Friendship Pipeline”), suscitando la preoccupata reazione dell’amministrazione Kennedy intenzionata a decretare un embargo, via NATO, a quelle forniture.

Ne seguì invece nel 1970 la storica intesa “pipe for gas” con la Germania che forniva in cambio di forniture di gas delle tubature per veicolarlo dalla Repubblica Ceca alla Baviera, favorita dalla Ostpolitik avviata dalla Germania del cancelliere Willy Brandt con l’Unione Sovietica, che sottintendeva lo scambio tra gas, petrolio, carbone e normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Federale Tedesca e gli altri Paesi del blocco orientale. Da allora, la Russia allargava progressivamente la sua sfera di influenza, da un lato, sui Paesi confinanti un tempo satelliti e, dall’altro, sui Paesi europei, come «membro della “famiglia europea” nello spirito, storia e cultura» come ebbe a scrivere Putin, preferendo la via degli “accordi bilaterali”, nella più classica tradizione del divide et impera, a quella di un’intesa globale con l’Unione Europea, forte dell’assenza di una sua coerente politica di sicurezza energetica.

Privi di una qualsiasi parvenza di politica europea, i singoli Stati – specie quelli che acquistavano da lungo tempo gas russo – avrebbero deciso individualmente le loro politiche di approvvigionamento, forti della sovranità riconosciuta dalle normative comunitarie, magari correndo a Mosca «per negoziare da soli il prezzo della propria debolezza».

La difficoltà a forgiare una comune politica energetica interna avrebbe impedito il simmetrico formarsi di una comune politica energetica estera, per l’incapacità dell’Unione, a dire di Jacques Delors, «di esercitare pienamente il suo peso economico, commerciale, politico nelle relazioni con i Paesi produttori e di transito». La conclusione è che gli Stati europei non hanno mai ritenuto che la costruzione di un mercato unico consentisse di rafforzare la loro sicurezza energetica che, oggi come un tempo, reputano di massimizzare agendo individualmente.

In buona sostanza, e questo è il punto dirimente, la sicurezza energetica non è stata mai considerata dagli Stati come un «comune interesse» che richiederebbe uno spirito di solidarietà estraneo alla loro volontà. Con l’amara conclusione che la sfida all’insicurezza energetica deve, dovrebbe, conseguirsi all’interno dei confini europei ancora prima che al loro esterno.

La conclusione che ci sembra di poter trarre è che la dipendenza europea dal gas russo se è riconducibile a ragioni di convenienza economica e di prossimità geografica, lo è anche per ragioni squisitamente politiche. Quel che è confermato, a mio avviso, dal convincimento della Commissione e da tutti i Paesi europei di potersi liberare dalla nefasta dipendenza dal gas russo in tempi relativamente brevi. Che lo si sia capito solo a seguito della guerra a cui stiamo assistendo rende la cosa ancor più incredibile.

Rileggendo il dipanarsi delle vicende russe in campo energetico, specie dopo la salita al potere di Vladimir Putin, non può che sorprendere il fatto che al moltiplicarsi delle sue aggressioni, minacce, ritorsioni – dalle interruzioni delle forniture all’Ucraina nel 2006 e 2009 alla breve ma cruenta guerra in Georgia del 2008 – i Paesi europei non abbiano minimamente cercato di arginare la loro dipendenza energetica, ma che, al contrario, l’abbiano ogni volta innalzata. Una politica che ha finito per accrescere e rafforzare il potere di Putin forte della loro debolezza e accondiscendenza.

da “Il ricatto del gas russo. Ragioni e responsabilità”, di Alberto Clô, Il Sole 24 Ore, 112 pagine, 16 euro

Estratto dell’articolo di Stefania Maurizi per “il Fatto quotidiano” il 5 settembre 2022.

[…] Perché, dal 2008 in poi, quando i diplomatici americani iniziarono a mettere in guardia il nostro paese, nessuno ha preso sul serio l'allarme?  [...] Con 14 anni di tempo a disposizione, che cosa è stato fatto per diversificare le fonti di approvvigionamento, in modo da mettere in sicurezza la nostra economia, prima che si arrivasse a una grave crisi? Sono domande inevitabili, se si leggono le corrispondenze segrete (cablo) della diplomazia statunitense, che riguardano gli anni dalla fine del 2001 a febbraio del 2010.

Documenti autorevoli e resi pubblici dall'organizzazione di Julian Assange, WikiLeaks, nel 2010. […]  La questione della Russia di Putin e della dipendenza energetica del nostro paese da Mosca vengono descritte dall'ambasciatore Ronald Spogli […] come "un motivo di attrito in quella che è, altrimenti, una relazione quasi senza alcuna forma di attrito. Berlusconi gestisce direttamente la relazione con Mosca".

Due erano i sospettati principali: l'Eni e Berlusconi. "L'Eni è parte di un complotto del Cremlino?", si chiedevano i diplomatici Usa, analizzando quella che, secondo loro, era una precisa strategia politica della Russia di Vladimir Putin: stringere l'Europa in una morsa, con il ricatto dell'energia. 

Nell'aprile del 2008, discutono anche della necessità di mandare "duri messaggi all'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni". Ma Scaroni non sembra turbato. Racconta ai diplomatici americani: "Più conosco i russi, più sono preoccupato", ma descrive la relazione Eni-Gazprom come "perfetta": burocratica, "ma affidabile".

[…] La relazione speciale tra Putin e Berlusconi viene analizzata e ricondotta a molteplici fattori, tra cui il desiderio di quest' ultimo di essere trattato da statista di profilo internazionale. 

I sospetti di un suo interesse economico personale, però, ricorrono nei documenti e vengono riportati con parole molto esplicite: "I [nostri] contatti sia nel partito di opposizione di centrosinistra, il Pd, sia in quello di Berlusconi, il Pdl, tuttavia, hanno insinuato una relazione più nefanda", scrive Spogli nel gennaio del 2009, "credono che Berlusconi e i suoi sodali stiano traendo un profitto personale ed enorme dai molti affari energetici tra l'Italia e la Russia".  […]

«L’Italia è l’unico Paese del G7 a non utilizzare il nucleare». Pagella Politica.it il 23 agosto 2022.

Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Giappone hanno centrali nucleari operative, con differenze sui piani di sviluppo futuri. 

Il 23 agosto il leader di Azione Carlo Calenda ha rilanciato sui social la proposta di reintrodurre in Italia l’uso dell’energia nucleare, scrivendo che l’Italia è l’unico Paese del G7, che raggruppa le sette maggiori potenze economiche a livello mondiale, a non utilizzarla.  

Sul piano di Azione per riportare il nucleare in Italia abbiamo scritto più nel dettaglio in passato, qui. Ma è vero che il nostro Paese è l’unico del G7 senza nucleare? Abbiamo verificato e Calenda ha ragione.

Il G7 e il nucleare

I Paesi membri del G7 sono: Italia, Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, Germania e Regno Unito. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, una delle principali organizzazioni che si occupa dell’uso pacifico del nucleare nel mondo, fatta eccezione per l’Italia, tutti i Paesi del G7 hanno centrali nucleari. 

Nel 2021 gli Stati Uniti hanno prodotto quasi il 20 per cento della loro energia elettrica con il nucleare; il Canada poco più del 14 per cento; il Regno Unito quasi il 15 per cento; la Germania circa il 12 per cento (qui il governo è indeciso se fermare entro la fine dell’anno le ultime centrali operative); la Francia il 69 per cento; il Giappone il 7 per cento. A oggi, negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Giappone e in Francia sono in costruzione nuovi reattori nucleari (in alcuni casi con aumenti dei costi e dei tempi di costruzione rispetto ai tempi preventivati), mentre in Canada e Germania no. 

Tra i membri del G20, l’altra organizzazione che raggruppa i 20 Paesi più industrializzati al mondo, le nazioni che non fanno ricorso all’energia nucleare sono al momento cinque, compresa l’Italia. A questa si aggiungono Australia, Arabia Saudita, Indonesia e Turchia (dove però è in costruzione una centrale). Tra i 27 Paesi dell’Unione europea, quelli senza centrali nucleari sono 14.

Il verdetto

Secondo Carlo Calenda, l’Italia è l’unico Paese del G7 a non utilizzare l’energia nucleare. L’affermazione del leader di Azione è corretta: Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Regno Unito e Giappone hanno centrali nucleari operative, con differenze sui piani di sviluppo futuri.

Nucleare in cambio di gas: torna l’asse Parigi-Berlino. Francesca Pierantozzi Martedì 6 Settembre 2022 su Il Messaggero / Il Mattino

La sovranità europea, il gas, l’elettricità, il price cap, perfino il nucleare: sono in perfetta sintonia Emmanuel Macron e Olaf Scholz e l’asse tra Berlino e Parigi non è mai parso tanto solido come ieri, al termine della videoconferenza tra il presidente francese e il cancelliere tedesco. Assente l’Italia, che pure dall’inizio della crisi è sempre stata in prima linea grazie al presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma le geometrie nell’Europa della guerra e della crisi energetica appaiono sempre più variabili, e ieri sono state la «solidarietà del gas» e la «solidarietà elettrica» a fare da collante tra le due capitali europee. Già giovedì scorso Macron aveva tenuto a salutare pubblicamente il discorso sull’Europa pronunciato a Praga dal collega tedesco. Scholz si è detto a favore dell’allargamento della Ue fino a «30 e anche 36 membri», ma ha anche lanciato un appello a favore della fine del diritto di veto per evitare le cicliche paralisi istituzionali. «Saluto il discorso di Scholz – ha detto Macron davanti ai suoi ambasciatori riuniti all’Eliseo – sono parole che vanno nello stesso senso della strategia francese per un’Europa più forte e più potente». La sintonia franco-tedesca è stata confermata ieri in un colloquio a distanza sull’energia e la strategia per superare i rigori invernali e l’annunciato taglio ai rifornimenti di gas russo. 

Parigi e Berlino si sono messe d’accordo su uno scambio bilaterale gas-elettricità: «Aiuteremo con il nostro gas e in cambio beneficeremo dell’elettricità dalla Germania» ha sintetizzato Macron in una conferenza stampa all’Eliseo. La Francia si è impegnata a esportare più gas in Germania, che in cambio fornirà più energie elettrica alla Francia, in difficoltà con la produzione nazionale a causa di una diminuzione di produzione nelle centrali nucleari, molte delle quali ferme per manutenzione. «Abbiamo bisogno di solidarietà – ha ripetuto più volte Macron – questa solidarietà franco-tedesca si iscrive più ampiamente in una solidarietà europea. Contribuiremo alla solidarietà europea in materia di gas e beneficeremo della solidarietà europea in materia di elettricità - ha sottolineato il presidente francese - nelle prossime settimane e mesi questo si tradurrà dal punto di vista franco-tedesco in modo molto concreto. Finalizzeremo i necessari collegamenti per poter fornire gas alla Germania ogni volta che ce ne sarà bisogno». «Allo stesso modo - ha continuato Macron - la Germania si è impegnata ad una solidarietà elettrica nei confronti della Francia e si metterà nella condizione di avere più elettricità da fornirci, soprattutto nelle situazioni di picco. Questa solidarietà franco-tedesca è l’impegno che abbiamo preso con il cancelliere Scholz». Macron ha anche ribadito la sua posizione a favore di «pratiche di acquisto comune di gas in Europa», per mantenere i prezzi «più bassi».  Altra arma cui Parigi intende ricorrere per contrastare l’aumento dei costi dell’energia: «Un meccanismo di sovvenzioni europee ai paesi che ne hanno più bisogno, ricavato da un contributo richiesto agli operatori energetici, i cui costi di produzione sono ora molto inferiori ai costi dell’energia a causa di un funzionamento distorto del mercato». Macron ha parlato di una convergenza franco-tedesca anche nella difesa di «questo meccanismo di contributo europeo»: se non si riuscirà ad avere un approccio comune a livello dell’Europa, ha precisato il presidente dall’Eliseo, «allora lo faremo a livello nazionale». 

In compenso il presidente francese non vede di buon occhio il progetto Midcat, che prevede la costruzione di un nuovo gasdotto tra Francia e Spagna, progetto invece sostenuto da Madrid e Berlino: «In Europa ci servono più interconnessioni elettriche ma non son convinto che ce ne servano altre per quanto riguarda il gas, il cui impatto sull’ambiente e l’ecosistema sono importanti – ha detto Macron - nessuno studio ci dimostra che ci sia questa necessità». Infine, ai francesi Macron ha chiesto di diminuire del 10 per cento i loro consumi. È la “sobrietà volontaria” che consentirebbe al paese di affrontare l’inverno con tranquillità. Se i francesi non riusciranno a essere virtuosi spontaneamente, lo stato dovrà intervenire con misure coercitive che potrebbero arrivare fino al razionamento. «La soluzione è nelle nostre mani – ha detto il presidente – tocca a noi». In Germania, Scholz ha deciso di correre ai ripari temporeggiando sulla annunciata fine del nucleare. Per far fronte a eventuali penuria di energia, il cancelliere ha deciso di tenere per il momento «in stato di veglia» fino alla primavera del 2023 due delle ultime tre centrali nucleari ancora in funzione e che avrebbero dovuto essere definitivamente chiuse entro la fine dell’anno. 

Perché il mondo non riesce a fare a meno del petrolio. Guerra in Ucraina, pandemia, inflazione: il prezzo scende, ma resta troppo alto. Biden fallisce la missione in Arabia Saudita. E la transizione green si allontana. Eugenio Occorsio  su L'Espresso il 25 luglio 2022.

Venerdì 15 luglio, mentre Joe Biden salutava, all’ingresso del palazzo Al Salam di Gedda, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman con il “fist bump”, il pugnetto reso celebre dal Covid, le quotazioni del petrolio scendevano a 95 dollari al barile, esattamente il livello del 23 febbraio, vigilia dell’aggressione russa all’Ucraina. Biden era lì per convincere il regno di Saul ad aumentare la produzione di petrolio di almeno 750mila barili al giorno, arrivando a 11 milioni, e il paradosso è solo apparente tant’è vero che nei giorni successivi le quotazioni hanno ricominciato a salire.

Perché la Germania non estrae il suo gas, e importa quello russo? Federico Rampini su Il Corriere della Sera il 26 luglio 2022.

La Germania ha giacimenti di gas di tutto rispetto: all’inizio del millennio, estraeva in media quanto necessario per coprire un quarto della domanda nazionale. Poi la produzione è crollata, e si è messa in condizione di essere ricattata da Putin. Perché?

Gran parte delle scarsità di cui soffriamo non sono carenze «fisiche», bensì provocate ad arte da scelte politiche sbagliate. 

Vale per il gas naturale: tutti lo abbiamo in casa, tedeschi inclusi, ma non lo usiamo ed è così che siamo diventati vittime dei ricatti di Putin. 

Lui stesso, peraltro, ci ha dato un «aiutino» fomentando le paure irrazionali degli ambientalisti più fanatici a casa nostra. 

Nel giorno in cui l’Unione europea ha raggiunto un accordo sui tagli del 15% ai consumi di gas in caso di emergenza, è utile mettere a fuoco il paradosso tedesco. Lo faccio con l’aiuto di un’analisi del settimanale The Economist ricca di dati: «Germans have been living in a dream». 

Dove si scopre che la Germania, pur senza arrivare alla ricchezza di gas naturale della vicina Olanda, possiede comunque dei giacimenti di tutto rispetto. 

All’inizio di questo millennio da quei giacimenti estraeva in media 20 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, di che soddisfare un quarto della domanda nazionale. 

Gli studi geologici dicono che le riserve gasifere sotto il suolo tedesco contengono ancora almeno 800 miliardi di metri cubi. 

Ma la produzione nell’ultimo ventennio è crollata, scendendo a quota 5 miliardi di metri cubi annui, cioè un decimo delle importazioni dalla Russia. 

La Germania, insomma, si è messa in questa situazione di estrema dipendenza e ricattabilità da parte di Putin pur senza esservi costretta. Ormai conosciamo la storia dell’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder assunto da Gazprom. 

Come lui, tanti altri politici tedeschi meno famosi si sono lasciati corrompere dal denaro russo e sono diventati lobbisti al servizio di Mosca, attivandosi per rafforzare i legami di dipendenza. 

Ma c’è un altro lato di questa storia, che coinvolge l’ambientalismo al servizio della Russia. 

Una ragione per cui il gas tedesco, pur abbondante, non viene usato, è che per estrarlo bisogna fare ricorso alla tecnica detta hydraulic fracturing. Il metodo è nato nel 1947 negli Stati Uniti dove viene ampiamente utilizzato. Consiste nell’utilizzare potenti getti di acqua misti con sabbia e qualche dose di solventi chimici. 

Da molti anni l’opinione pubblica tedesca si è convinta che lo hydraulic fracturing, abbreviato anche in fracking, è pericoloso e dannoso per l’ambiente. 

Si tratta di una paura irrazionale e anti-scientifica, smentita da tutte le ricerche. Lo hydraulic fracturing venne usato a lungo nella stessa Germania, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, e non ha mai provocato un solo incidente con danni significativi all’ambiente. 

Tant’è: il rispetto della scienza vige solo quando la scienza non contraddice le nostre convinzioni dogmatiche e le nostre angosce apocalittiche. La mobilitazione contro quella tecnica di estrazione del gas conobbe un’impennata quando la multinazionale americana Exxon nel 2008 si candidò per usare il fracking in un progetto di estrazione nella Germania occidentale. I Verdi si misero alla guida delle proteste. 

Così nel 2017 cedendo alla pressione la cancelliera Angela Merkel mise fuori legge lo hydraulic fracturing. 

Ma i Verdi non erano soli in quella campagna. Nel diffondere allarmismo sui danni del fracking si distinse Russia Today, il canale televisivo di Mosca che da decenni è uno degli strumenti della propaganda russa in Occidente. Russia Today diede spazio a reportage senza basi scientifiche, che attribuivano al fracking danni mostruosi: radiazioni, malformazioni alla nascita, problemi ormonali, scorie tossiche, avvelenamento dei pesci. Si segnalò un intervento di Putin in persona, che andò a una conferenza internazionale a descrivere le (presunte) devastazioni del fracking. 

The Economist cita un autorevole geologo tedesco, Hans-Joachim Kümpel, il quale dirigeva il consiglio superiore delle geo-scienze presso il governo di Berlino. «Alla fine rinunciammo a spiegare che il fracking è del tutto sicuro. I cittadini, che non avevano alcuna nozione di geologia, sentivano raccontare solo storie dell’orrore». 

Putin ha ottenuto quel che voleva non solo con la complicità ben remunerata di Schroeder ma anche con la collusione anti-scientifica dei Verdi. 

Il governo Scholz è costretto a varare il piano di razionamenti dell’energia elettrica per l’autunno-inverno, con chiusure a rotazione delle fabbriche. Il gas tedesco è sempre lì: sottoterra. I produttori nazionali dicono che con l’uso di nuove tecnologie per il fracking ancora più sicure, pulite e sostenibili che in passato, potrebbero raddoppiare l’estrazione in meno di due anni, tagliando le importazioni dalla Russia di 15 miliardi di euro all’anno. Glielo lasceranno fare?

Le sanzioni mettono a rischio anche il pellet. Alessandro De Pascale su L'Espresso il 18 Luglio 2022.  

La Russia è il terzo esportatore mondiale del biocombustibile. Le azioni intraprese in seguito all’invasione dell’Ucraina sono un altro colpo al fabbisogno continentale, ma a pagare il conto più salato saranno i paesi nord-europei

Vyborg, ottantamila abitanti, regione di Leningrado, Russia europea, a 30 chilometri di distanza via terra dalla Finlandia. Sulla soglia del confine con l’Unione europea, c’è uno dei più grandi impianti per la produzione di pellet al mondo: sulla carta è in grado di realizzare circa un milione di tonnellate all’anno di cilindretti di legno vergine pressato.

Visto il loro potere calorifero, quasi doppio rispetto alla normale legna da ardere, sono molto richiesti, sia dal comparto industriale, sia da quello domestico. Con questo combustibile vegetale ricavato dagli alberi, l’Europa del nord ci alimenta da tempo centrali elettriche e impianti per il teleriscaldamento. In Gran Bretagna, una vecchia centrale a carbone nello Yorkshire è stata, ad esempio, convertita a pellet.

Dalla Russia, i sacchi di questo biocombustibile arrivano anche in Italia, dove però vengono usati quasi esclusivamente nel comparto domestico (stufe e caldaie). La conversione delle centrali a carbone italiane, a differenza del Nord Europa, è del resto avvenuta a favore del gas naturale che garantisce il 42,5 per cento del fabbisogno energetico, secondo i dati dell’Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale, il 38,2 per cento del quale di provenienza russa.

Da quando Mosca ha capito che la sviluppata Unione europea ha sete di energia, Vladimir Putin ha fatto monetizzare il più possibile anche gli alberi. E la Russia è il Paese più ricco di legname al mondo: 800 milioni di ettari di foreste, all’incirca il 20 per cento di quelle globali. Il 17 per cento di tutto il legname russo si trova proprio nella regione di Leningrado, dove le foreste di conifere ricoprono oltre la metà del territorio. 

E prima dell’invasione russa dell’Ucraina, in cima all’export di pellet russo c’erano la regione di Leningrado e l’area nord-occidentale del Paese che ha quasi la metà dei 600 impianti di produzione con seimila addetti. L’Unione era tra i clienti, dal momento che la produzione autonoma copre il 70 per cento della domanda. 

Era, appunto. Perché dall’inizio del conflitto alcuni organismi di certificazione hanno sospeso il rilascio dei nulla osta di sostenibilità per il pellet prodotto in Bielorussia e Russia. Mentre l’Ue, con i propri pacchetti di sanzioni, ha imposto lo stop alle importazioni: il 4 giugno è stato bloccato totalmente quello prodotto da Minsk e il 10 luglio anche quello proveniente da Mosca. Ci sarebbe il pellet dell’Ucraina che però non può né produrlo per via della guerra, né esportarlo via mare, al pari del grano, dal momento che la Russia blocca i porti sul Mar Nero e per liberarli chiede l’eliminazione delle sanzioni internazionali.

Così c’è anche questo capitolo nel libro della crisi energetica e alimentare mondiale innescata dall’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio scorso. Ci sono ricadute, ovviamente, anche sull’economia russa per un comparto che piazza il Paese al terzo posto nell’export, dopo Stati Uniti e Canada, con un bacino prevalente, pari quasi al 90 per cento, in Europa. «Nel 2021 abbiamo esportato 2,4 milioni di tonnellate di pellet. I principali clienti sono Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio, Finlandia, Germania, Francia, Lituania ma anche la Corea del Sud e, naturalmente l’Italia», spiegano a L’Espresso i rappresentanti della United bionergy association (Uba), sigla di categoria con sede a San Pietroburgo, che rappresenta circa 45 produttori, commercianti, fornitori di servizi e associazioni di consumatori del settore. Secondo gli ultimi dati di Uba solo i loro associati viaggiavano con forniture che vanno dalle 435 mila tonnellate della Danimarca alle 60 mila italiane.

Nel nostro Paese, lo scorso anno, «sono state consumate 11,37 milioni di tonnellate di legna da ardere, 3,35 milioni di pellet e 1,36 milioni di cippato (scaglie e particelle)», spiega l’Associazione italiana energie agroforestali. L’Aiel, sede operativa a Legnaro, nel Padovano, 500 imprese della filiera legno-energia nazionale rappresentate, fa un paio di conti: «Produciamo in Italia tra le 400mila e le 450mila tonnellate l’anno di pellet. Circa l’85 per cento del nostro consumo è basato su materiale importato dall’estero, da Paesi comunitari o extracomunitari». Tra i quali per l’appunto ci sono anche Russia, Bielorussia e Ucraina.

In base alle statistiche e ai dati dei flussi commerciali internazionali presenti nel database gratuito Un Comtrade, ancora nel 2021 in Italia sono state importate 102.860 tonnellate di pellet dalla Federazione Russa; 16.913 dall’Ucraina e 1.555 dalla Bielorussia che hanno coperto il 3,6 per cento dei consumi nazionali. Ma sono dati da maneggiare con cura, dal momento che, come avverte l’Associazione italiana energie agroforestali «persino i dati doganali sono spesso incerti e imprecisi». Quindi, «più realisticamente», l’Aiel stima a L’Espresso che, «nel 2020, le forniture di pellet proveniente da Russia, Bielorussia e Ucraina siano state poco più del 10 dieci per cento del totale consumato in Italia». Destinato «quasi esclusivamente al segmento domestico e solo per una piccola quota (5 per cento) a quello commerciale.

Se lo stop alle importazioni in Italia incide per percentuali non altissime, a rischiare di patire le maggiori conseguenze è il nord del Continente. E per converso gli impianti russi, realizzati anche con il concorso di società europee. Come il maxi stabilimento di Vyborg della Vlk Llc. Attivo dal settembre 2010, realizzato dalla conversione della cartiera Vyborgskaya Cellulose (Ojsc), finanziato, secondo la rivista specializzata svedese Bioenergy International, dalla filiale francese della banca Vtb (una delle più grandi della Russia) e con attrezzature da 40 milioni di euro dell’austriaca Andritz. Dotato di un porto con 300 metri di banchine per l’attracco simultaneo di quattro navi, Vyborg ha un deposito per il legname da lavorare grande 25 ettari. E la sua storia è costellata da scandali e critiche, soprattutto sul fronte della sostenibilità ambientale da parte di numerose organizzazioni indipendenti. 

Per impossessarsi di quella che allora era solo una cartiera, l’ex senatore ed influente imprenditore di San Pietroburgo Alexander Sabadash, nel 1998, aveva assaltato gli stabilimenti con tanto di forze speciali al seguito per contrastare i picchetti degli operai. I lavoratori ebbero la meglio, prendendolo anche in ostaggio e ritardarono di due anni la ristrutturazione. Nel 2014 è finito in carcere per frode fiscale e da allora il Cremlino ne ha assunto il controllo proseguendo gli affari con l’Europa. Fino al 24 febbraio.

Estratto dell’articolo di Roberta Amoruso per “il Messaggero” il 13 luglio 2022.

Nei primi cinque mesi dell'anno l'Italia ha esportato ben 1,5 miliardi di metri cubi di gas senza trattenerli in casa. A tanto ammonta secondo un'elaborazione del Messaggero la quantità di metano entrata in Italia dall'estero, ma poi subito uscita, seppure virtualmente, per prendere altre strade più remunerative degli stoccaggi per trader ed operatori. Si tratta di una quantità clamorosa, pari al 10% del gas necessario per riscaldare le case italiane in un anno.

Ma il numero appare ancora più clamoroso se si pensa a quanto è prezioso il gas per famiglie e imprese e alla corsa che sta facendo il nostro Paese per mettere in sicurezza l'inverno di fronte alle minacce di stop del gas russo. Non solo. A ben vedere i numeri, certe operazioni finanziarie sono state messe a punto soprattutto nei primi tre mesi dell'anno, e in particolare nel mese di marzo mentre avanzava la devastazione della guerra in Ucraina e i prezzi del gas toccavano il massimo giornaliero di sempre (345 euro per megawattora), con prezzi fotografati in chiusura a livelli 9 volte quelli del 2021.

Erano i tempi in cui anche il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, parlava per la prima volta di speculazione in atto sul mercato del Ttf di Amsterdam, un'altra storia. E le famiglie pagavano il sesto aumento in bolletta, il più alto per la luce (+55%) e il gas (+41,8%). 

La buona notizia è che oggi il gioco è finito per trader e operatori soprattutto stranieri che hanno preferito lauti guadagni invece che stoccare il metano necessario per il prossimo inverno. Del resto fare scorte era troppo rischioso e costava, appunto, anche 9 volte più dell'anno precedente. E non era bastato nemmeno l'appello del governo ad anticipare eccezionalmente gli stoccaggi. […]

Da liberoquotidiano.it l'1 giugno 2022.

È un sorprendente successo l’accordo raggiunto in Europa sull’embargo del petrolio che arriva dalla Russia? La considerazione di Beppe Severgnini, editorialista del Corriere della Sera, è girata da Lilli Gruber, conduttrice di Otto e mezzo su La7, a Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed esperto di geopolitica, che la pensa in maniera diametralmente opposta all’altro ospite dell’edizione del 31 maggio: “È un successo, sì... ma di Orban. Vladimir Putin certamente non è preoccupato da queste sanzioni. I tubi passano per l’Ungheria, ha le sue raffinerie, ha il prezzo scontato e ci guadagna di più.

Non è un embargo sul petrolio, ma sulle petroliere, una cosa che non sta in piedi, perché sappiamo bene che quello del mare è un ambiente anarchico, non sappiamo niente di quello che c’è nelle navi. Le navi cariche di petrolio Putin le può mandare in un paese, Putin le vende ad un certo prezzo e poi quel paese le rivende a degli altri paesi, con delle triangolazioni, che sono il mezzo più usato nel mondo per superare le sanzioni. Lo fanno allegramente molti paesi europei. Non mi pare che questo embargo sia nulla che possa scalfire seriamente la posizione di Putin. Dico che purtroppo Orban è stato molto abile”. 

Severgnini interviene e difende la sua posizione: “Non ci sono solo sanzioni sul petrolio, ma anche l’esclusione di grandi banche russe dal sistema Swift. C’è la misura contro i dirigenti della Chiesa Ortodossa. Mi fido della competenza di Lucio e adesso sono preoccupato anche io, ma non è facile mettere d’accordo 27 leader, non penso che siano impazziti tutti e 27 quando hanno deciso di bloccare le petrolifere per rallentare la guerra in Ucraina di Putin”. 

Domenico Quirico per “la Stampa” il 9 giugno 2022.

Stringere la mano. Un gesto meraviglioso. L'hanno inventato non per incrementare il bon ton, ma perché la mano è aperta e l'altro vede che non stringi il coltello o la pietra assassina. Essere amici, non farsi del male, camminare forse insieme lungo gli impervi sentieri della vita. Questo vuol dire stringersi la mano. La sua negazione è fissata in un verbo: tradire. 

Nella vita comune si stringono innumerevoli mani, la maggior parte di persone sconosciute che dopo poco lo ritorneranno. E' gesto, in fondo, diventato così consueto, banale, da aver smarrito molto del suo antico, profondo, quasi religioso significato.

Ma nella politica internazionale non dovrebbe essere così. Stringere una mano, quella mano, vuol dire molto di più che cortesia o forma, ha un significato profondo.

Non è un gesto, è un simbolo. 

Non per i tiranni. Per loro è pura tattica, possono mentire stringere la mano a qualcuno che poco dopo aggrediranno. Per questo Machiavelli dedicò un libro al Cesare Borgia, personaggio per altri versi mediocre. Eliminò con perizia omicida i collaboratori più prossimi dopo aver appunto stretto loro la mano. E divenne immortale per la sua cinica astuzia.

Ma le democrazie dovrebbero, per fortuna, avere un'altra storia. Devono scegliere, sono obbligate a scegliere. Stringere la mano solo di coloro che rispettano le stesse regole. Il diavolo continuerà a calcare purtroppo la scena del mondo. Ma non bisogna frequentarlo, specchiarsi. E' l'alterità radicale la nostra salvezza. Una delle parole più brevi e convincenti è no. La stretta di mano a Monaco nel 1938 tra le democrazie e le tirannidi totalitarie ancora è esempio di vergogna.

Ora la complicata, dolorosa guerra di Ucraina. Per le democrazie d'Occidente a poco a poco, giorno dopo giorno, è diventata anche (e ahimè soprattutto) una faccenda di petrolio e di gas. E proprio lì il rigore morale e la fermezza ad ogni costo contro il prepotente di turno purtroppo si inceppa e fa risacca. 

I leader della coalizione dei virtuosi per ora sembrano granitici nel rifiutare di stringere la mano all'aggressore, a Putin. Anche se qualcuno l'affaccia come possibilità teorica, per carità... se non se ne potesse fare a meno... in fondo.

Ma stringono quelle degli autocrati del petrolio che dovrebbero evitare con accuratezza, soprattutto ora, quando bene e male sui affrontano in modo così esplicito. Perché sono contagiose, capaci di intaccare la loro posizione morale, il loro buon diritto di definirsi la parte giusta del mondo. 

Lo scopo è buono, anzi necessario, oppongono i realisti, razza pericolosa: bisogna evitare di arrendersi al ricatto petrolifero dello zar, imporgli l'unica sanzione che potrebbe davvero indebolirlo, cancellarlo dall'elenco dei fornitori di petrolio e gas.

Così Biden, che non accetterebbe mai di stringere, di nuovo, la mano al criminale Putin, si prepara a farlo con un personaggio che nell'elenco dei ricercati per delitti non sta certo agli ultimi posti, il principe ereditario della Arabia saudita Mohammed Ben Salman. Se un singolo omicidio di un oppositore può sembrare poco in un panorama mondiale di autocrati che operano su scala staliniana, all'eliminazione del giornalista Kashoggi, squartato nel consolato a Istanbul, dovete aggiungere il martirio degli innocenti nello Yemen, bombardato con criminale minuzia, scuole, ospedali, quartieri civili.

Alla Putin, si potrebbe dire. A quelli che scampano il principe ha provveduto con un blocco omicida di cibo e medicine. Perfino Erdogan, che non ha un cuore tenero e non è certo un democratico, si era indignato per il delitto consumato per di più, disinvoltamente, a casa sua. Poi anche lui ha cambiato idea. 

Biden, dopo qualche timida esitazione, stringerà dunque la mano al principe, viaggio confermato entro fine giugno. Il petrolio detta legge. Salman, con l'Opec, possiede la formula magica per aumentare la produzione e compensare il petrolio russo, tolto di scena con le sanzioni.

Siamo alle solite. Sottomessa a re feudali e a principi corrotti, vegetando nel medioevo sociale, analfabetizzata dal verbo wahabita e terrorista che ha inventato, l'Arabia vive della rendita dei tre tesori, manna petrolifera, potenza dei petrodollari investiti in Occidente e il quello teologico della Mecca. 

Ecco: il meccanismo che dovrebbe indignare e far riflettere: credere cioè che tutto è permesso e approvare la decisione di permettersi tutto. Biden è convinto di poter aprire e chiudere la parentesi saudita: adesso c'è la guerra bisogna vincere poi capolinea, tutto scendano!

Senonchè dopo, dopo la stretta di mano con il principe killer, nulla è come prima. Perché questi despoti delle materie prime (che vanno sempre d'accordo con violenza e corruzione) dopo la stretta di mano si sentono le ali addosso. Così confortati pubblicamente da quelli che dovrebbero toglier loro l'ossigeno per il respiro si danno libertà di azione. Biden aveva giurato di trattare il principe da «paria»'. Insomma, è quanto ha garantito a Putin. 

Al Cremlino staranno tirando calcoli promettenti sul rigore morale della potenza che difende i diritti umani ovunque e comunque. Salvo nuocciano ai suoi variabili interessi. E Maduro, il baffuto Nicolas Maduro? In fondo, con l'Arabia Saudita gli Stati Uniti sono complici da quando spedirono in pensione il vecchio imperialismo britannico.

Ma il caudillo di Caracas, il compagnero presidente, l'ultimo ostinato perturbatore del cortile di casa con le sue scalmane messianico-terzomondiste, l'amico di russi e iraniani? Washington offriva la taglia di 15 milioni di dollari a chi lo catturava, accusato di traffico di stupefacenti e pulizia industriale di denaro sudicio. 

Ancora a gennaio Biden proclamava che Maduro era «una minaccia straordinaria alla sicurezza degli Stati Uniti». E adesso? Solo per un po' di petrolio in più le sanzioni che lo assediano dal 2019 saranno attenuate. Come non fare le fusa a un autocrate che ha tra le più grandi riserve di greggio del mondo, finora costretto a venderlo clandestinamente e che rapidamente potrebbe raddoppiare la produzione a un milione e mezzo di barili al giorno?

Non si può fare a meno di lui «per contribuire alla stabilità del mondo». Il Caudillo, cento giorni fa, sosteneva a spada tratta Putin contro «l'imperialismo degli Yankee»'. Adesso la sua vice, Rodriguez, dice che «il Venezuela non sarà mai nel campo dei guerrafondai a tutti i costi» e contribuirà alla difesa dei diritti umani. Per ripulire basta una stretta di mano. 

Francesca Caferri per “la Repubblica” il 4 giugno 2022.

E alla fine Joe Biden cederà- Dopo aver definito, in campagna elettorale, l'Arabia Saudita uno Stato "pariah" per le responsabilità del principe ereditario Mohammed bin Salman nell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018, il presidente americano è pronto a recarsi alla corte del principe ereditario saudita. 

Il viaggio, anticipato sul Washington Post da David Ignatius e confermato da fonti della Casa Bianca alla stampa Usa, non è stato ancora confermato ma si svolgerà con tutta probabilità a fine giugno, in concomitanza con la già programmata visita di Biden in Israele. «Non ho cambiato idea sui diritti umani, ma il mio lavoro è far avanzare la pace », ha detto Biden ai giornalisti che gli facevano domande. 

È un lungo cammino quello che porterà Biden a Riad: nella prima fase della sua amministrazione, il presidente aveva tenuto le distanze dai sauditi, a differenza del suo predecessore Donald Trump, che aveva con Riad rapporti strettissimi. Biden aveva chiamato re Salman - l'anziano monarca che ufficialmente guida il Paese, pur avendo nei fatti passato i poteri al figlio - ma rifiutato ogni contatto con il principe. 

Poi, spinte dalla crisi energetica (l'Arabia Saudita è il primo produttore al mondo di petrolio) le cose hanno cominciato a cambiare. Il rovesciamento totale con la guerra in Ucraina quando Mbs, ha raccontato il Wall Street Journal , rifiutò di rispondere a una telefonata di Biden che avrebbe voluto chiedere un aumento della produzione per compensare l'embargo alla Russia.

In quella fase, Mbs lanciò una sfida agli Stati Uniti, con una intervista all'Atlantic: «L'America dovrebbe considerare quali sono i suoi interessi quando si relaziona ai suoi alleati ». Un messaggio che la Casa Bianca, con il barile ormai sopra quota 120 dollari non ha potuto che accettare. Di qui, il viaggio. Che potrà avere anche conseguenze regionali: mentre re Salam si è sempre detto contrario agli Accordi di Abramo che hanno segnato la pace fra Israele e alcuni Paesi arabi, Mbs è più possibilista. Biden potrebbe svolgere il ruolo del facilitatore, presentando a Israele le condizioni dei sauditi. 

La stretta di mano fra Biden e Mbs segnerà in maniera definitiva il trionfo del principe 35nne che in cinque anni ha rivoluzionato il volto di quello che era il Paese più chiuso del mondo: concedendo alle donne il diritto di guidare, portando musica e spettacoli in una nazione dove erano proibiti, aprendo l'economia a settori nuovi come l'hi-tech e il turismo.

Ma anche imponendo una stretta nel campo dei diritti: nessuna forma di dissenso è tollerata, con centinaia di attivisti, economisti, giornalisti, in carcere. E il potere del principe, contrariamente alla tradizione degli Al Saud, non ha limiti nè bilanciamenti: nel 2017 centinaia fra principi e funzionari di Stato sono stati fermati e costretti a cedere le loro ricchezze con l'accusa di corruzione. Alcuni sono ancora agli arresti: come Mohammed bib Nayef, ex principe ereditario per anni vicinissimo a Washington. Un'altra Arabia Saudita: quella di oggi aspetta Joe Biden per segnare, il suo nuovo ruolo nel mondo.

Democrazia (e petrolio): gli Usa cancellano l'embargo contro Cuba e Venezuela. Biden ha finalmente cancellato le politiche di Trump verso Cuba e Venezuela. Paolo Manzo su Il Giornale il 19 maggio 2022.

Biden ha finalmente cancellato le politiche di Trump verso Cuba e Venezuela. Per la Casa Bianca, il ritiro deciso nelle ultime ore delle sanzioni ai regimi dell'Avana e di Caracas faciliterebbe «la democratizzazione dei due paesi». Sono senza dubbio le decisioni più rilevanti di Biden nei confronti delle due dittature più feroci dell'America latina ma, oltre a non essere state comunicate dal presidente bensì da funzionari in conversazioni con giornalisti e tramite comunicati stampa, non sono state neanche discusse nella Commissione esteri del Senato, presieduta dal democratico Bob Menendez. Per lui, importante politico cubano-americano della Florida, la tempistica di questa decisione storica «invia un messaggio assolutamente sbagliato».

Nel caso cubano, Biden ha deciso di ripristinare i voli verso tutte le principali città cubane e riattivare il programma di ricongiungimento familiare. Inoltre, Washington ha aperto ai viaggi di gruppo ed eliminato il limite di 1.000 dollari sulle rimesse inviate dagli Usa. Nei prossimi giorni, il Dipartimento di Stato Usa aumenterà l'emissione di visti presso l'ambasciata all'Avana e incoraggerà le società di pagamento elettronico a lavorare di più a Cuba, per facilitare l'invio di maggiori rimesse. La scorsa settimana, il Dipartimento del Tesoro ha persino autorizzato una società statunitense a offrire un credito e a fare un investimento in una società cubana. È la prima volta negli ultimi 60 anni che succede ed è paradossale, a detta di Menendez, che l'apertura di Biden arrivi tre giorni dopo l'approvazione di un nuovo codice penale all'Avana. Codice che inasprisce le condanne, introduce 37 nuovi reati connessi a Internet, oltre a confermare la pena di morte e l'ergastolo per chi tenta di rovesciare il regime. Tre anni di carcere per chiunque insulti un funzionario pubblico mentre, chi riceva fondi da ong sgradite alla dittatura castrista sarà punito con dieci anni di detenzione.

Nel caso del Venezuela, gli Stati Uniti da oggi consentono invece alla compagnia petrolifera californiana Chevron di tornare ad esplorare il territorio venezuelano, soprattutto il bacino dell'Orinoco, l'area con più greggio al mondo. E di farlo insieme alla compagnia statale nonché cassa del regime chavista, la PDVSA. Parimenti Washington permetterà alle società europee ancora operanti in Venezuela di dirottare immediatamente più petrolio nel Vecchio continente. La nostra Eni e la spagnola Repsol sono gli unici grandi produttori Ue con attività petrolifere in Venezuela e, a detta di una fonte sentita da Bloomberg, stanno già negoziando con l'amministrazione Biden per deviare il greggio venezuelano diretto in Cina verso l'Europa. Infine da segnalare che Carlos Erik Malpica Flores, ex dirigente della stessa PDVSA nonché nipote della moglie del presidente de facto, Nicolás Maduro, Cilia Flores, è stato rimosso dalla black list delle persone sanzionate dal Tesoro Usa, dove era stato inserito 5 anni fa per corruzione e riciclaggio di denaro dei narcos.

Da corriere.it il 30 maggio 2022. 

Fronte caldo sul petrolio. Mentre gli operatori attendono di vedere se l’Unione Europea raggiungerà un accordo sul divieto all’importazione del greggio russo, Serbia e Arabia Saudita continuano a fare affari con la Russia.

L’Opec+ non aumenterà la produzione per contenere i prezzi della benzina, sigillando il patto tra l’Arabia e la Russia. Mentre la Serbia, malgrado la candidatura all’ingresso nell’Unione Europea, ignora le sanzioni e stringe un accordo con Mosca per il gas a basso costo. Intanto i prezzi del greggio sono ai massimi da due mesi.

Le sanzioni

In attesa di sapere l’esito delle riunioni Ue di oggi e domani per discutere un sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina, la settimana si apre infatti con i futures del Brent che avanzano dello 0,53%, a 120,06 dollari al barile, mentre i futures del WTI guadagnano lo 0,83% a 116,03 dollari al barile. 

E proprio mentre l’Ue continua a lavorare a un accordo per bloccare le importazioni di greggio dalla Russia, facendo i conti con la resistenza dell’Ungheria, l’Opec plus non aumenterà la produzione nella riunione di giovedì, dicono le agenzie. 

L’offerta

Il G7 sull’energia di Berlino si è chiuso con la richiesta all’Opec di aumentare l’offerta di petrolio per contrastare i rincari, ma gli operatori non si aspettano passi avanti nella riunione di giovedì 2 giugno dell’Opec Plus, che unisce i 13 produttori del Cartello ai suoi dieci alleati, guidati dalla Russia. 

Ciò che ci si attende è piuttosto una conferma dell’aumento della produzione anche a luglio, come negli ultimi mesi, di 432 mila barili al giorno, per proseguire nella normalizzazione graduale dopo il super taglio di 10 milioni di barili al giorno deciso di fronte alla pandemia nel 2020. 

La scelta di Riad

Gli osservatori notano che l’Arabia Saudita, leader dell’Opec, ha già resistito prima della crisi ucraina alle pressioni (soprattutto dagli Usa) per aumentare la produzione e contenere il prezzo della benzina, freno per la ripresa, sostenendo che non c’è carenza di offerta. 

Nei giorni scorsi poi l’Arabia ha fatto sapere che sostiene il ruolo della Russia come membro del gruppo di produttori di petrolio Opec+ nonostante l’inasprimento delle sanzioni occidentali su Mosca. 

Il principe Abdulaziz bin Salman, ministro dell’Energia, ha dichiarato al Financial Times che Riyadh spera «di trovare un accordo con l’Opec+ che includa la Russia», insistendo sul fatto che «il mondo dovrebbe apprezzare il valore» dell’alleanza dei produttori. Tutto mentre il mercato è dubbioso sulla sopportabilità dell’uscita del mercato della produzione russa. 

L’intesa di Belgrado

Quanto alla Serbia, rischia di diventare un ulteriore caso di eccentricità dei Paesi dell’Europa dell’Est rispetto alla linea di Bruxelles. Belgrado infatti ha firmato una proroga di tre anni all’accordo per le forniture russe «a prezzi amichevoli». I dettagli dell’accordo saranno comunicati nei prossimi giorni, dopo l’incontro con i dirigenti di Gazprom, ha dichiarato il presidente serbo Aleksandar Vucic. In ogni caso aumenta la dipendenza da Mosca della Serbia.

Il presidente della Serbia, riporta l’agenzia AP, ha annunciato che ha assicurato un affare «estremamente favorevole» con la Russia sul gas naturale durante una conversazione avvenuta domenica con il presidente della Russia, Vladimir Putin. L’accordo, prosegue AP, dovrebbe essere siglato durante una visita di Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, a Belgrado ai primi di giugno.

Danilo Taino per “L’Economia – Corriere della Sera” il 30 maggio 2022.  

Lo 0,01% che doveva salvare il mondo è tornato di nuovo sulla Montagna Incantata. Senza neve e senza Moon Boot, questa volta, dopo due anni di assenza causa virus. Il clima, però, è sembrato più quello di un tardo autunno che di una primavera. Non poteva che essere così, al World Economic Forum 2022 di Davos.

Negli ultimi tempi, nell'incontro alpino, l'élite suprema della classe globale con milioni di punti frequent-flyer e flotte di aerei privati si era data, non necessariamente richiesta, il compito di risolvere i problemi dell'umanità.

Naturalmente il clima, poi le ingiustizie sociali, e lo shareholder capitalism da sostituire con lo stakeholder capitalism , i pericoli dell'Intelligenza Artificiale, le pandemie, la cooperazione tra i popoli, e perché no il governo mondiale. Grandi frasi e dichiarazioni ora però terminate e offuscate dall'ombra lunga di Vladimir Putin, egli stesso un tempo (2009) uomo di buona volontà a Davos quando diceva, guardando negli occhi politici, imprenditori e banchieri, che «dobbiamo rendere le relazioni internazionali meno pericolose e dobbiamo continuare con le misure di disarmo». Davvero parecchi gli dettero credito.

La strada

Prima di prendere la strada francescana in aiuto dei più poveri del mondo - in pratica prima della Grande Crisi che li ha spaventati nel 2008 - i più ricchi del mondo si incontravano sulle nevi svizzere per celebrare la globalizzazione della quale erano protagonisti. 

Avevano ragioni per farlo: l'apertura dei mercati, le nuove tecnologie, il mondo piatto facevano alzare il mare della ricchezza e tutte le barche salivano.

Certo, si facevano anche affari: con una concentrazione unica di Ceo, di banchieri, di petrolieri e di primi ministri sarebbe stato un crimine non parlare di business. E, certo, feste tutte le notti della settimana, con i ricevimenti indiani e sudafricani, cosa di meglio per l'élite globale. Dopo la caduta dell'Impero Sovietico, le paure erano scomparse, a cominciare da quelle delle guerre.

E dopo gli attentati dell'11 settembre, il Forum del 2002 si spostò a New York, Waldorf Astoria, per dire che nessuno avrebbe fermato il mondo. 

Era il business, soprattutto quello multinazionale, a guidare le danze, non più la politica. «Fate i soldi, non la guerra», ha riassunto lo slogan non ufficiale di quegli anni un commentatore del Financial Times.

Sono successe le cose più diverse, negli anni, a Davos. Dmitry Medvedev si presentava con la faccia aperta e affabile del russo moderno: oggi è il più falco dei falchi di Mosca. Bill Clinton ammaliava la platea con il racconto dell'ineluttabile marcia parallela della globalizzazione e della democrazia. Yasser Arafat portava un attacco rovente a Israele, per concludere che era pronto alla pace. 

Shimon Peres veniva onorato con il primo Spirit of Davos per avere sostenuto la missione del Forum di «migliorare lo stato del mondo».

Angela Merkel teneva tutti con gli occhi su di lei anche se non diceva niente. Xi Jinping si presentava come il grande difensore delle regole del commercio e del mondo aperto: e i capitalisti in sala lo applaudivano con entusiasmo. Nel 1998, banchieri e Ceo scapparono dalle nevi a metà settimana perché stava scoppiando una crisi finanziaria. E ogni anno vengono fatte previsioni sullo stato dell'economia e dell'umanità: indovinano sempre il passato, raramente quello che sta per accedere.

L'invito, quasi un ordine, «mettete i soldi dentro i vostri cannoni» ha mantenuto in forma il Forum per un trentennio. Ora, inevitabilmente prevale lo sconforto. Non che qualcuno si dica pentito di non avere visto arrivare Putin o di avere sopravvalutato Xi Jinping. No, non succede. 

È che gli annunci sulla de-globalizzazione in progress fanno vacillare le strategie del Big Business e minano il senso stesso dell'happening di Davos. La managing director del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ha avvertito di «un rischio acutamente cresciuto di una frammentazione geoeconomica».

Il Paese di cui, da tre mesi, più si parla nel mondo al Forum non c'è: la Russia quest' anno è stata esclusa. Gli oligarchi che intrattenevano a vodka e caviale non sono ospiti graditi. La Davos che aveva giocato un ruolo importante nel preparare l'ingresso della Russia nell'economia mondiale dopo il crollo dell'Unione Sovietica, un passaggio chiave della globalizzazione, ora le chiude le porte.

Al posto del Cremlino, parlano gli ucraini: Volodymyr Zelensky in collegamento con le sale del brutto e brutalista centro congressi. La guerra ha certificato la fine di un'era e il Forum non può che prenderne atto. Anche quando l'invasione dell'Ucraina sarà terminata, «la situazione non tornerà mai a quella che era prima», ha affermato George Soros.

«Abbiamo finito il dividendo della pace», ha convenuto Ian Bremmer, il presidente dell'Eurasia Group. Raramente è stato simpatico il World Economic Forum. Un club dei più ricchi che dicono di volere risolvere i problemi dei più poveri fatica a esserlo. Raramente ha avuto la vista lunga e infatti il ritorno della geopolitica e della competizione tra potenze non l'ha previsto.

Una funzione però l'ha avuta: ha accompagnato trent' anni di libertà dei mercati che hanno fatto bene al mondo, anche in Russia e soprattutto in Cina. Ora, è il momento di scendere dalla Montagna Incantata: come nel romanzo di Thomas Mann, ambientato in un sanatorio di Davos, siamo alla fine di una Belle Époque.

Federico Rampini per corriere.it il 30 maggio 2022.

L’Italia ha raddoppiato i suoi acquisti di gas russo, su base annua. L’aumento delle importazioni ha avuto un’accelerazione, sia pure con la legittima giustificazione di fare approvvigionamenti per il prossimo inverno. Di conseguenza il nostro Paese finanzia molto più la guerra di Putin di quanto stia concretamente armando l’Ucraina. 

Le armi che forniamo a Kiev sono poche, come Zelenski è costretto a ricordarci tutti i giorni, in un contesto in cui la pressione militare russa è tornata ad essere tremenda. E non convince la tesi per cui i nostri pagamenti di gas russo sono strutturati in obbedienza alle sanzioni in modo da sterilizzarne l’uso per spese militari: queste sono ingenuità dei tecnocrati di Bruxelles che s’illudono di essere più furbi di un sistema autoritario, abituato da anni ad aggirare sanzioni finanziarie occidentali per aiutare regimi sotto embargo in Corea del Sud, Iran, Venezuela. Insomma l’Italia nel bilancio economico reale non sta danneggiando la Russia, anzi partecipa al finanziamento della sua macchina militare. 

Nonostante questo continua un coro di voci italiane che descrivono Roma come un lacchè della Nato, quindi dell’America: l’Impero del Male per definizione, la superpotenza aggressiva che prima avrebbe «accerchiato» Putin allargando la Nato ai suoi confini, poi starebbe perseguendo una «guerra per procura», aizzando gli ucraini a resistere a oltranza. 

In questa rappresentazione assai diffusa in Italia, scompare il protagonismo di tutti gli altri. Si dimentica il fatto che per libera volontà democratica i popoli dei Paesi dell’Est liberatisi del giogo sovietico negli anni Novanta chiesero di entrare nella famiglia occidentale, aderire all’Unione europea, ottenere la protezione della Nato come una polizza vita contro i futuri rigurgiti d’imperialismo russo.

Si dimentica che la nazione ucraina ha deciso di difendere la propria vita e la propria libertà e si è guadagnata sul campo il rispetto dell’Occidente. Quegli stessi Stati Uniti che meno di un anno fa venivano descritti dagli antiamericani d’Italia come una superpotenza in decomposizione, umiliati dalla débacle di Kabul, un disastro dovuto all’incompetenza dei loro vertici, oggi invece sono denunciati come un mostro di efficienza, capaci di piegare il mondo intero ai propri disegni diabolici, di imporre la propria volontà ai popoli finlandesi, svedesi, ucraini, nonché a Mario Draghi. 

Le caricature italiane degli Stati Uniti in questi giorni sono sempre più rozze. Perfino le tragiche sparatorie nelle scuole diventano il pretesto per denunciare nei talkshow nostrani che la politica estera americana è anch’essa in ostaggio alla lobby delle armi. Non importa se c’è qualche confusione nei soggetti: in realtà gruppi industriali come Boeing Lockheed e Raytheon che forniscono armamenti al Pentagono non gestiscono i gun-shop domestici dove si comprano pistole e fucili. Le armi usate nelle sparatorie all’interno degli Stati Uniti sono anche di fabbricazione russa, cinese, e perfino italiana (costano meno). 

Tornano a circolare in Italia pregiudizi degni dei peggiori anni Cinquanta, si descrive un capitalismo americano assetato di guerre mentre il conto delle perdite fra Wall Street e Big Tech è tale che il capitalismo davvero influente è piuttosto assetato di pace ad ogni costo. Se davvero la politica estera di Biden fosse decisa dalle «lobby», bisognerebbe guardare a quelle che pesano di più. Il grande capitalismo americano ha sempre perseguito gli affari con Cina e Russia, ha prediletto una globalizzazione indifferente ai diritti umani, e vorrebbe chiudere questa guerra al più presto. La politica estera non è solo una derivata degli interessi materiali dei poteri forti, è il frutto di una sintesi con tante altre cose: ideologie, visioni del mondo, valori, sensibilità dell’opinione pubblica, e anche un certo peso da dare alla tenuta delle alleanze internazionali.

Esiste un establishment globalista, detto The Blob, che è affezionato all’influenza globale degli Stati Uniti (e criticò Biden per aver chiuso la guerra in Afghanistan). Esistono anche robuste correnti isolazioniste, da Donald Trump alla sinistra radicale. Viene generalmente ignorato in Italia il vivace dibattito americano sull’Ucraina, dove non mancano le voci in favore di un appeasement o accomodamento con Putin. Tra queste voci si è sentita al World Economic Forum di Davos quella di Henry Kissinger, ultranovantenne e ancora autorevole. Kissinger appartiene al campo – assai folto sia a destra che a sinistra – degli analisti americani che vogliono fare concessioni a Putin nella speranza di fermarlo. Va ricordato che la realpolitik di Kissinger fu sempre indifferente ai diritti umani o alla democrazia, assegnando invece un valore enorme alla stabilità. Congelare uno status quo è stata una delle sue linee-guida, ispirata al Congresso di Vienna del 1815 che restaurò alcune monarchie in barba alle aspirazioni democratiche dei popoli.

Altri gli obiettano che Putin capisce solo i rapporti di forze: interpreterebbe le concessioni come un incoraggiamento per future aggressioni; mentre al contrario l’allargamento della Nato impone dei limiti ai suoi appetiti imperialisti. Chi accusa Biden di volere la guerra a oltranza non tiene conto dei condizionamenti in cui si muove. Nella situazione attuale un presidente degli Stati Uniti non può telefonare a Putin e dirgli «ti dò il Donbass se ti fermi», negoziando sopra la testa dell’Ucraina. Non può farlo per rispetto a Zelensky, e per tenere conto delle sacrosante paure di molti paesi dell’Est, a cui si aggiungono ora Svezia e Finlandia. Avevo ventun’anni e debuttavo come giornalista della stampa comunista in Italia quando il segretario generale del Pci Berlinguer disse a Giampaolo Pansa, in un’intervista sul Corriere, che si sentiva più sicuro nella Nato.

L’Italia di oggi ha un arco di forze politiche filo-russe che allora non ci sognavamo. Faccio fatica a trovare negli anni della Guerra fredda una vicenda equivalente al forse-viaggio di Salvini a Mosca. Certo è sempre esistita in Italia una larga tradizione antioccidentale e antiamericana: dal fascismo al comunismo pre-svolta di Berlinguer, a certi settori del mondo cattolico. Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento alcuni papi avevano esplicitamente condannato i cattolici Usa per deviazioni «moderniste e americaniste»: troppo liberali. Però quando un democristiano di sinistra come il sindaco di Firenze Giorgio La Pira si adoperava per la pace in Vietnam, prima di tutto stava dalla parte delle vittime. Oggi Putin ha perso per sempre il popolo ucraino, in compenso ha guadagnato influenza in un Paese più importante, l’Italia, membro della Nato e del G7.

La questione degli approvvigionamenti energetici blocca l’Ue. Embargo Ue, Eni e Enel chiedono il tetto al prezzo del gas. Vittorio Ferla su Il Riformista il 17 Maggio 2022. 

La questione degli approvvigionamenti energetici blocca l’Unione europea da quasi due settimane. Tanti giorni sono passati da quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue contro la Russia al Parlamento europeo di Strasburgo. “C’è la volontà politica di smettere di acquistare il petrolio dalla Russia e già nei prossimi giorni prenderemo una decisione su un ritiro graduale”, affermano i funzionari europei coinvolti nei negoziati tra i paesi membri.

L’Ue vuole tagliare i suoi finanziamenti per lo sforzo bellico del Cremlino. Si capisce perché. I costi operativi per fare la guerra costano al Cremlino la bellezza di 850 milioni di euro al giorno. E gli incassi provenienti dalla vendita di energia ai paesi europei fruttano alla Russia proprio la stessa cifra: 850 milioni di euro al giorno. Questa semplice relazione numerica spiega bene il senso dell’iniziativa europea. Oggi la Russia esporta due terzi del proprio petrolio nell’Ue. Nel 2021 Mosca ha fornito il 30% del greggio e il 15% dei prodotti petroliferi acquistati dall’Unione. Il conto per le importazioni russe di petrolio era quattro volte superiore a quello del gas, 80 miliardi di dollari contro 20 miliardi. Tra i principali importatori di combustibili fossili dalla Russia (gas, petrolio greggio, prodotti petroliferi e carbone) ci sono paesi chiave come Germania, Italia, Paesi Bassi e Ungheria.

Ma la strada verso i nuovi provvedimenti – che dovrebbero comprendere appunto l’embargo sul petrolio che arriva da Mosca – è ancora piena di ostacoli. Lo conferma Josep Borrell, il capo della diplomazia europea, che, a margine della riunione del Consiglio Affari esteri svolta ieri a Bruxelles, rimarca la “situazione oggettiva” di alcuni Stati membri che dipendono più di altri dal petrolio russo, perché senza sbocco sul mare. I due paesi europei più a rischio sono Ungheria e Slovacchia: non hanno porti e non sono collegati ad alcun gasdotto europeo. Nel loro caso sarebbe necessario costruire nuove infrastrutture (ma in tempi inconciliabili con la necessità di bloccare l’aggressione russa) o trovare alternative. “Dobbiamo riconoscere che l’Ungheria dipende quasi interamente dalla Russia per il gas e il petrolio e dunque dobbiamo trovare anche per loro delle alternative, dobbiamo dimostrare una solidarietà a livello europeo”, aggiunge Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della Commissione europea e commissario al Green Deal europeo. Il punto di partenza è quello di dare un po’ più di tempo ai paesi riluttanti. Ma non basterà. “L’Ue è tenuta in ostaggio da uno Stato membro che non ci aiuta a trovare una soluzione”, denuncia il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis. Per lui la Commissione europea sta facendo tutto il possibile: “Stiamo parlando di un embargo al petrolio che inizierebbe dal 31 dicembre 2024, dando quasi due anni e mezzo di tempo per riuscirci. Dovrebbe essere sufficiente. E non so spiegare perché non lo sia”, accusa il capo della diplomazia lituana.

Quali sono le misure allo studio per facilitare il più possibile i paesi più colpiti dal provvedimento (tra questi anche l’Italia con riguardo al gas) e che rischiano contraccolpi sulla loro economia? Una delle soluzioni allo stallo potrebbe essere quella di aiutare l’Ucraina a “disaccoppiarsi” dal petrolio e dal gas russi. Le forniture di petrolio all’Ungheria passano proprio attraverso il paese invaso. Così, “se il traffico dovesse essere fermato dall’Ucraina, la questione delle sanzioni sarebbe risolta”, confermano le voci provenienti da Bruxelles. C’è poi un’altra ipotesi, ben più rilevante sul piano politico-economico: immaginare un meccanismo simile a quello del Next Generation Eu, ma dedicato all’energia. “L’accelerazione di cui abbiamo bisogno richiederà ulteriori investimenti”, avverte ancora Timmermans. I fondi specifici dell’Ue sono adeguati, ma se fossero necessari mezzi ulteriori l’insieme degli stati sarebbe chiamato a farvi fronte. Assicura Timmermans: “Ho l’impressione che gli stati membri siano aperti a un’istituzione simile al Next Generation Eu: dopo il Covid abbiamo visto un approccio comune nell’Ue e non escludo che potremo ripetere questa esperienza”.

Inoltre, bisogna evitare che le decisioni europee si traducano in un’impennata globale dei prezzi del petrolio (e, in prospettiva, del gas), che avrebbe effetti controproducenti anche sulle economie occidentali. “Dobbiamo stare attenti con un divieto europeo globale sulle importazioni di petrolio”, ha avvertito il segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen, il mese scorso. Il tetto al prezzo del petrolio è stato auspicato anche da Joe Biden nei colloqui con Mario Draghi della settimana scorsa. In questo modo si evita la speculazione e il petrolio resta redditizio, ma dovrebbe applicarsi anche al di là delle economie occidentali. La volontà europea di diversificare le proprie forniture e un calendario da sei a otto mesi per cessare gli acquisti di greggio e prodotti petroliferi russi sono tutti annunci volti proprio a evitare un boom dei mercati. Dal punto di vista dell’Italia, la questione del tetto dei prezzi – per calmierare il forte aumento sui mercati internazionali, che danneggia le imprese e impoverisce le famiglie – riguarda anche il gas. Il governo italiano lo dice da mesi a Bruxelles, contro i paesi del Nord Europa che non vogliono rinunciare alla liberalizzazione del mercato, e all’Olanda che non vuole perdere i profitti della borsa del gas TTF ad Amsterdam. Mario Draghi lo ha ripetuto anche nei colloqui di Washington con l’amministrazione americana. A sostegno del governo si schierano anche anche i big italiani dell’energia.

Nel weekend, gli amministratori delegati di Eni ed Enel, Claudio Descalzi e Francesco Starace, ospiti a un convegno della Lega a Roma, sono sulla stessa lunghezza d’onda: serve un price cap europeo del gas. “Dobbiamo mettere un tetto europeo al prezzo del gas. Se mettiamo un ‘cap’, chi ha la pipeline deve vendere il gas a questo prezzo, che sarà comunque molto più alto di quello di produzione. Ma questa cosa deve essere fatta a livello europeo”, spiega Claudio Descalzi. Secondo l’ad di Eni, il prezzo del gas aumenta a causa di “speculazione, paura, mancati investimenti nell’oil&gas negli ultimi 6-7 anni per i prezzi bassi e per la transizione ecologica (150 miliardi di dollari in meno, -50%), aumento dei consumi di gas da parte della Cina per sostituire il carbone (da 80 miliardi di metri cubi a 400)”.

Gli fa eco Francesco Starace di Enel: “L’aumento delle bollette è conseguenza dell’aumento del prezzo del gas, ed è destinato a rimanere finché non si farà quello che diciamo da tempo, e che il ministro Cingolani ha detto essere la volontà del governo italiano: porre un tetto alla volatilità senza motivo che il gas sta avendo in Europa”. Secondo l’ad di Enel, l’eccessiva dipendenza del nostro paese dal gas russo deriva dal fatto che il metano di Putin ha sostituito quello libico dopo la caduta di Gheddafi. Per Starace, bisogna spingere sulle rinnovabili e sulle pompe di calore elettriche per il riscaldamento, e lasciare il gas solo per le industrie energivore. Sul price cap la linea del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, è chiara da tempo. “Siamo in una economia di guerra. Le regole di pace, dove qualche operatore olandese si arricchisce sul prezzo del gas, non vanno più bene. Il gas ha raggiunto prezzi folli, le imprese e le famiglie non ce la fanno. Domandiamoci quanto questo libero mercato stia funzionando. Occorre fare una riflessione, occorre un calmiere dei prezzi. Noi abbiamo proposto un ‘european price cap’, che tagli i picchi dei prezzi del gas”, ribadisce Cingolani.

Nel frattempo, dopo le rilevazioni di ieri, i prezzi del gas europei sono in lieve calo: sotto i 100 euro per megawattora. Viceversa, le previsioni parlano di un aumento dell’inflazione in Europa pari al 6,1% (per l’Italia +5,9%). Infine, nelle previsioni economiche di primavera – pubblicate ieri – la Commissione europea rivede al ribasso le stime di crescita del Pil per il 2022 sia nell’eurozona che nell’Ue. Anche per l’Italia previsioni al ribasso: dal 4,1% al 2,4%. L’espansione “prolungata e robusta” del post-pandemia è frenata dall’invasione russa dell’Ucraina che esercita “ulteriori pressioni al rialzo sui prezzi delle materie prime, provocando rinnovate interruzioni dell’offerta e una crescente incertezza”. Tuttavia, secondo la Commissione, le riaperture post-lockdown e la forte azione politica per sostenere la crescita durante la pandemia confermano un segnale di ripresa dell’economia.

Vittorio Ferla. Journalist, author of #Riformisti, politics, food&wine, agri-food, GnamGlam, libertaegualeIT, Juventus. Lunatic but resilient

Lo scontro politico-istituzionale. Gas russo in rubli, Eni avvia la procedura per il doppio conto ma l’Europa frena: “Viola le sanzioni”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 17 Maggio 2022.

Aprire un ‘secondo conto’ in rubli presso Gazprombank per acquistare il gas russo nella valuta di Mosca apre uno scontro tra Unione Europea ed Eni. Il gigante italiano dell’energia oggi ha infatti comunicato l’avvio della procedura di apertura di un doppio conto in euro e rubli nella banca russa, ma “senza accettazione di modifiche unilaterali dei contratti in essere”. Una scelta, spiega la società in una nota, “condivisa con le istituzioni italiane”.

“La decisione – spiega infatti l’Eni – è stata presa nel rispetto del quadro sanzionatorio internazionale e nel contesto di un confronto in corso con Gazprom Export“.

Il gruppo italiano guidato da Claudio Descalzi “in assenza di future risposte complete, esaustive e contrattualmente fondate da parte di Gazprom Export, avvierà un arbitrato internazionale sulla base della legge svedese (come previsto dai contratti in essere) per dirimere i dubbi rispetto alle modifiche contrattuali richieste dalla nuova procedura di pagamento e alla corretta allocazione di costi e rischi“.

Una mossa che non è piaciuta a Bruxelles, con l’Unione Europea che ha aperto ad una possibile procedura d’infrazione perché l’apertura del ‘secondo conto’ presso Gazprombank “va al di là di quello che abbiamo detto che è permesso nel quadro degli orientamenti che abbiamo dato agli Stati membri”.

Per il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, la questione “è molto semplice”. “Ciò che non è nelle linee guida per il pagamento del gas russo non è autorizzato – ha detto rispondendo a una domanda nell’incontro quotidiano con la stampa – Tutto quello che va al di là di aprire un conto nella valuta prevista dal contratto, fare un pagamento in quella valuta e fare una dichiarazione in cui si dice che il pagamento in quella valuta chiude il pagamento per la fornitura di gas in questione, viola le sanzioni. È tutto quello che possiamo dire su questa materia: le nostre posizioni non sono cambiate per nulla in queste ultime settimane”.

Si entra dunque in una posizione di stallo e di possibile scontro politico-istituzionale, mentre all’orizzonte si avvicina la fine di maggio e con essa la ‘deadline’ per molti dei pagamenti dovuti dagli importatori europei per il prezioso gas russo.

Ma come Eni anche la compagnia francese Engie ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con Gazprom sulle modalità di pagamento delle consegne di gas dalla Russia. A scriverlo è l’agenzia Reuters, mentre la società in una nota ha spiegato di aver preso misure necessarie per essere pronta a eseguire i suoi obblighi di pagamento affinché siano conformi al quadro delle sanzioni europee e non modifichino l’equilibrio dei rischi” per l’azienda.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

"Sanzioni, l'Ucraina vincerà". Ma l'Europa si spacca sullo stop al petrolio russo. Patricia Tagliaferri il 5 Maggio 2022 su Il Giornale.

Parla Von der Leyen, poi la decisione slitta. Greggio, l'Ungheria pone il veto. No di Cechia, Slovacchia e Bulgaria. Kiev: complici di Putin. A rischio tv russe e personalità: c'è la famiglia Peskov.

Il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca che sta per essere varato dall'Ue colpisce anche il patriarca Kirill e moglie e figli del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Oltre ai militari responsabili del massacro di Bucha e dell'assedio a Mariupol. C'è poi l'embargo al greggio entro sei mesi, dei prodotti raffinati entro fine anno, il divieto di trasportare il petrolio russo per le navi battenti bandiera europea, l'esclusione della prima banca di Mosca dal sistema Swift e il bando in Europa di altre tre principali emittenti russe, dopo Russia Today e Sputnik. Le imprese di Mosca, infine, non potranno più avvalersi di consulenti e spin doctor europei.

Quello presentato ieri a Strasburgo dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è il pacchetto più duro delle misure approvate finora e non mette d'accordo tutti i 27 Paesi dell'Unione, in particolare quelli che non sono nelle condizioni di diversificare a breve le forniture. Non solo Ungheria e Slovacchia, che hanno tempo fino al 2023 per applicare il blocco delle importazioni e ancora minacciano di ricorrere al veto, ma anche la Repubblica Ceca, che avrebbe chiesto maggiori garanzie per il periodo transitorio e un rinvio di due o tre anni, e la Bulgaria che vorrebbe l'esenzione dall'embargo. «Abbiamo iniziato con il carbone, ora stiamo affrontando la nostra dipendenza dal greggio. Non sarà facile. Alcuni Stati sono fortemente dipendenti dal petrolio russo, ma dobbiamo farlo», ha detto la Von der Leyen. «Vogliamo che l'Ucraina vinca questa guerra», ha aggiunto. Per questo la Commissione si impegna a muoversi con cautela in modo da ridurre al minimo i danni collaterali, dando il tempo ai Paesi di garantirsi rotte di approvvigionamento alternative. La resistenza di alcuni Stati Ue all'embargo ha scatenato l'ira di Kiev. «Sono complici dei crimini commessi dalla Russia in territorio ucraino», ha detto il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba. I contrasti sulle misure durante la discussione hanno spinto i Paesi membri a chiedere più tempo per esaminare i provvedimenti. In settimana si terranno altre riunioni nel tentativo di arrivare all'entrata in vigore del pacchetto entro il 9 maggio, giornata in cui l'Ue celebra se stessa e la Russia la sua vittoria sul nazismo. Non sarebbero emerse invece riserve sull'esclusione da Swift di Sberbank, di gran lunga la prima banca russa, e di altri due istituti di credito. «In questo modo colpiamo banche che sono di importanza critica per il sistema finanziario russo e per la capacità di Putin di portare distruzione. Ciò consoliderà il completo isolamento del sistema finanziario russo dal sistema globale», ha spiegato la presidente della Commissione europea. C'è accordo di massima anche sui nomi da inserire nella blacklist, compreso quello del patriarca Kirill, ritenuto «responsabile delle minacce all'integrità dell'Ucraina», e di moglie e figli del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, che non ha gradito il coinvolgimento della sua famiglia, tanto da lanciare un monito all'Europa: «Il costo di queste misure per i cittadini europei aumenterà ogni giorno». L'Ue lo sa. E anche Berlino, in un primo momento riluttante, sostiene questa strada, seppure nella consapevolezza che l'embargo potrebbe portare a interruzioni delle forniture e aumenti dei prezzi, come ha detto il ministro dell'Economia tedesco, Robert Habeck.

Un nuovo pacchetto di sanzioni è stato varato pure dal Regno Unito, che ha bandito la Russia e le sue aziende dalla rete di servizi finanziari, di consulenza e di pubbliche relazioni della City britannica. Pronti ad un'ulteriore stretta anche gli Stati Uniti. «Siamo sempre aperti a sanzioni aggiuntive», ha detto il presidente Joe Biden spiegando che si sta consultando con i membri del G7 sul da farsi. Oltre al tema delle sanzioni, l'Unione europea ha «in programma di aumentare significativamente» il sostegno militare alla Moldavia «fornendo ulteriori equipaggiamento alle sue forze armate». Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in una conferenza stampa congiunta a Chisinau con la presidente moldava Maia Sandu.

Gas, che cosa è il Nigal e perché se ne parla. Il Domani il 20 aprile 2022

Il progetto è emerso per la prima volta negli anni Ottanta, ma il primo accordo intergovernativo tra Algeria, Niger e Nigeria è stato firmato nel 2009, trovando difficoltà nella realizzazione a causa della forte presenza di gruppi terroristici nel Sahel

Un gasdotto lungo quattromila chilometri partendo dalle coste della Nigeria attraversa il Niger e arriva fino al centro dell’Algeria, passando per il deserto del Sahara. È il progetto della Trans Sahariana, noto anche con l’acronimo Nigal, che indica appunto il suo percorso.

Nel suo tentativo di diversificare gli approvvigionamenti energetici, per fare a meno delle forniture di gas e petrolio russo, il governo italiano e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, stanno puntando all’Africa. Lo scorso 11 aprile il premier Mario Draghi – preceduto alcuni giorni prima dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e dall’ad di Eni – ha infatti chiuso un accordo con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune: la Sonatrach, società di stato algerina, ha dato la disponibilità per aumentare le forniture di gas verso l’Italia per un massimo di 9 miliardi di metri cubi l’anno, un terzo delle importazioni italiane dalla Russia.

In cambio però, il paese nordafricano avrebbe chiesto sostegno all’Italia per lo sviluppo energetico, sia nel settore delle rinnovabili sia per il rafforzamento delle infrastrutture, come il gasdotto Nigal, che necessita di un aiuto sul piano tecnologico e sul piano politico. 

COS’È IL NIGAL

Il progetto è emerso per la prima volta negli anni Ottanta, ma il primo accordo intergovernativo tra Algeria, Niger e Nigeria è stato firmato nel 2009, ma ha trovato difficoltà nella realizzazione a causa della forte presenza di gruppi terroristici nel Sahel. I tre paesi sono infatti tra le aree meno sicure della regione. Per questo motivo, come fa notare Luca Pagni su Repubblica, un appoggio da parte di un paese europeo, come l’Italia, potrebbe dare al progetto una spinta definitiva, anche in termini di sicurezza, oltre al supporto tecnico. 

Nel 2021 Algeria e Niger hanno riaperto i loro confini e da allora la costruzione è ripresa. Il gasdotto permetterebbe quindi di aumentare le forniture dall’Algeria verso i paesi europei. Dalla regione nigeriana di Warri, attraversando interamente il Niger, il condotto arriverebbe ad Hassi R’Mel, in Algeria, collegandosi così ai gasdotti già esistenti che forniscono l’Europa: il TransMed, il Maghreb–Europe, Medgaz e Galsi.

IL RUOLO ITALIANO

Sul piano infrastrutturale, l’italiana Saipem, società partecipata da Eni e da Cassa depositi e prestiti, potrebbe giocare un ruolo importante. L’Italia sta quindi cercando di essere centrale nel trovare nuove vie di approvvigionamento energetico dall’Africa. 

È in corso infatti una visita in Congo e in Angola dei ministri degli Esteri e della Transizione energetica, Di Maio e Roberto Cingolani per cercare di chiudere ulteriori intese e accordi sul piano energetico.

Ad anticipare le visite governative è Eni vista la sua forte presenza in Africa. Descalzi, oltre ad aver accompagnato il ministro degli Esteri in Congo il 12 aprile, ha incontrato il presidente egiziano al-Sisi, il primo ministro e il ministro dell’Energia algerini e l’ad di Sonatrach, Toufik Hakkar, precedendo gli esponenti del governo italiano.

VERSO LO STOP ALLA DIPENDENZA DAL GAS RUSSO. L’Italia ha raggiunto l’intesa con l’Angola e il Congo sul gas. Il Domani il 21 aprile 2022

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro della Transizione energetica Roberto Cingolani, accompagnati dall’ad di Eni, sono in visita nei paesi africani per aumentare le importazioni di gas e diversificare le forniture energetiche

L’Italia ha firmato intese con l’Angola e il Congo, durante la visita dei ministri degli Esteri e della Transizione energetica, Luigi Di Maio e Roberto Cingolani, per aumentare le importazioni di gas e diversificare le forniture energetiche. Ad accompagnare i ministri italiani, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi.

In Angola, i ministri hanno firmato una dichiarazione di intenti nel settore del gas naturale: aumento dell’export verso l’Italia, sviluppo di progetti congiunti a favore della de-carbonizzazione e transizione energetica del paese africano. «Abbiamo raggiunto un altro importante accordo con l’Angola per l’aumento delle forniture di gas. Si conferma l’impegno dell’Italia a differenziare le fonti di approvvigionamento: un’azione costante a difesa delle famiglie e delle imprese italiane», ha scritto Di Maio su Facebook. 

IN CONGO

Per favorire l’indipendenza dal gas russo, il governo italiano da settimane sta cercando per via diplomatica di firmare accordi e aumentare le forniture dei paesi africani. Dopo le intese con Algeria, Egitto e Angola, i ministri questa mattina hanno chiuso un accordo anche con i colleghi di Brazzaville, in Congo. Il governo mira a sviluppare un progetto già avviato da Eni nel paese. 

Le esportazioni accordate con i paesi africani, visitati in questi due giorni dai ministri, sarebbero di gas naturale liquefatto, il Gnl. Nel nostro paese attualmente ci sono tre terminali di gassificazione, su cui il governo sta lavorando per un maggiore sviluppo.

Eni ha reso noto il contenuto dell’intesa, che prevede «l’accelerazione e l’aumento della produzione di gas in Congo, in primis tramite lo sviluppo di un progetto di gas naturale liquefatto (Gnl) con avvio previsto nel 2023 e capacità a regime di oltre 3 milioni di tonnellate all’anno (oltre 4,5 miliardi di metri cubi / anno)», scrive la società, sottolineando che «l’export di Gnl permetterà di valorizzare la produzione di gas eccedente la domanda interna congolese».

Otto Lanzavecchia per formiche.net il 13 aprile 2022.

L’invasione dell’Ucraina è alla settima settimana, e l’economia più grande d’Europa non ha ancora presentato un piano B realistico per disassuefarsi dal gas russo, che copre il 40% del fabbisogno tedesco anche dopo le misure di riduzione.

Il cancelliere Olaf Scholz ha reiterato più volte l’avversione tedesca a un embargo sugli idrocarburi russi, spiegando che imporlo avrebbe condannato la Germania alla recessione. Ma così, di fatto, si condannano gli ucraini a tenersi i russi in casa.

La posizione di Berlino è uno degli ultimi ostacoli all’imposizione dell’embargo europeo, che secondo un ex consigliere di Vladimir Putin potrebbe far finire la guerra nel giro di poche settimane. 

Il miliardo di euro giornalieri per l’energia (stima di Josep Borrell) è l’unico vero indotto dell’economia russa, prossima al default sotto il peso delle sanzioni occidentali; in Russia i derivati dalla vendita di idrocarburi sono il 35% del budget federale.

La Germania da sola assorbe il 20% degli idrocarburi russi: smettere di importarli aprirebbe un bel buco nel bilancio di Mosca anche senza il resto d’Europa. 

Berlino sta già diversificando le forniture di petrolio e carbone. Ma il problema, spiegano, è l’impossibilità di sostituire a stretto giro le forniture di gas, che è troppo importante per il mix energetico tedesco. Se solo esistesse una fonte di elettricità alternativa, peraltro pulita, pronta a soppiantare il gas perduto…

La soluzione nucleare

Nel dopo Fukushima, la Germania ha deciso di denuclearizzarsi e ha chiuso 27 reattori. Oggi il 12% dell’elettricità del Paese proviene dagli ultimi tre reattori rimasti, che andranno in pensione entro fine anno. È parte del piano tedesco per la transizione, non dissimile da quello italiano: puntare sul gas come veicolo per la transizione, sostituirlo alle fonti indesiderate, e contemporaneamente aumentare la capacità di generazione rinnovabile.

Peccato che il piano tedesco non abbia tenuto conto del fattore Putin. In Germania un terzo del gas viene bruciato per generare elettricità: escludendo il ricorso agli idrocarburi inquinanti, ovvero petrolio e carbone (già il 28% del mix energetico nel 2021), spegnere le centrali nucleari richiederà alla Germania di aumentare l’importazione di gas del 30%. Da dove? Probabilmente la Russia, perché se i tedeschi avessero canali alternativi li starebbero già utilizzando. 

Di contro, tenere i reattori in funzione eliminerebbe questa necessità. Anzi: riaprirne altri, come spiega l’esperto Tomas Puevo, potrebbe di fatto permettere alla Germania di fare a meno del gas russo (più un po’ di carbone). 

I numeri non mentono: se il 40% del gas è russo e il 35% serve per produrre elettricità, si può agilmente sostituire la produzione elettrica via gas con quella via atomo (diversi reattori si possono riaccendere con sforzi, costi e tempi molto ragionevoli). I pochi punti percentuali che mancano possono essere compensati con la diversificazione. Dunque, perché Berlino continua a rifiutare l’opzione nucleare? 

Il nodo ideologico

In sostanza: la Germania può, ma non vuole, fare a meno del gas russo sfruttando la capacità nucleare già installata. Manca la volontà politica, che risente dell’ideologia antinuclearista dei Verdi tedeschi, da anni impegnati in una crociata antinuclearista. 

“Abbiamo di nuovo esaminato molto attentamente se un funzionamento più esteso delle centrali nucleari ci aiuterebbe in questa situazione di politica estera”, ha detto il vicecancelliere tedesco Robert Habeck, dei Verdi, l’otto marzo. “La risposta è negativa: non ci aiuterebbe”. 

Habeck si stava riferendo a uno studio condotto ad hoc dal ministero dell’economia e della protezione climatica, che poi è in mano allo stesso Habeck.

Nel documento non c’è praticamente alcuna analisi dei benefici e non si tiene conto del contesto geopolitico, tantomeno della necessità di fare a meno del gas russo. Di contro, scrive Puevo, “ogni argomento usato per difendere la chiusura dei reattori tradisce una mancanza di volontà politica: bisognerebbe cambiare le leggi, accettare alcuni rischi, accelerare i processi, pagare il carburante, le persone e i pezzi di ricambio…”

Criticità risolvibili: le leggi si cambiano come avvenuto dopo Fukushima, il rischio è irrisorio (per le Nazioni unite sono morte un centinaio di persone nella Storia per l’esposizione alle radiazioni, contro 4,2 milioni all’anno per l’inquinamento da CO2), carburante e talento si recuperano da altrove nell’Occidente geopolitico e non solo. 

Non solo la Germania ha i fondi per risolvere questi problemi; in ultima analisi, sono problemi che vanno soppesati contro il sangue versato dagli ucraini.

Il Belgio, altro Paese in procinto di chiudere le ultime centrali sull’onda del post-Fukushima e con i Verdi al governo, ci ha già ripensato. 

Anche in Giappone il caro-energia ha fatto sì che la maggioranza della popolazione tornasse a sostenere l’energia dell’atomo per la prima volta dal disastro. Incredibilmente, pure gli stessi tedeschi sono favorevoli alla riapertura dei reattori: se prima dell’invasione circa tre quarti della popolazione sosteneva la spinta alla denuclearizzazione, oggi il 70% ritiene che sia necessario ri-nuclearizzarsi (sondaggio di Civey realizzato per Augsburger Allgemeine). Manca solo il governo di Scholz. 

Dagotraduzione da Bloomberg l'11 aprile 2022.

Quand’è che un carico di diesel russo non è un carico di diesel russo? La risposta è quando Shell Plc, la più grande compagnia petrolifera europea, lo trasforma in quella che i commercianti chiamano una miscela lettone. 

Il punto è commercializzare un barile di cui solo il 49,99% proviene dalla Russia; agli occhi di Shell, fintanto che l'altro 50,01 per cento proviene da un'altra parte, il carico di petrolio non è tecnicamente di origine russa.

La manovra è alla base di un mercato fiorente e opaco per il diesel russo miscelato e altri prodotti petroliferi raffinati, uno dei tanti che le compagnie petrolifere e i commercianti di materie prime stanno utilizzando per mantenere l'energia russa in circolazione in Europa, soddisfacendo allo stesso tempo l'opinione pubblica che chiede di smettere di sovvenzionare la macchina da guerra di Vladimir Putin. 

Siccome l'Europa ha smesso di applicare limiti o sanzioni all'acquisto di petrolio, gas o carbone russi, vendere la nuova miscela è perfettamente legale. Se Shell e altri seguissero alla lettera le regole europee, potrebbero acquistare carichi di origine russa al 100%.

Ma la fusione è uno strumento conveniente per le aziende per dire pubblicamente una cosa (eliminare gradualmente le molecole russe) e farne un'altra (acquistare molte molecole russe). 

Nel caso di Shell, la società ha modificato i cosiddetti termini e condizioni generali dei suoi contratti per consentire il blending russo. I nuovi termini dicono (corsivo mio): 

“È una condizione di questa offerta e sarà una condizione di qualsiasi contratto risultante che le merci vendute e consegnate dal Venditore non siano di origine della Federazione Russa ("RF") e non siano state caricate o trasportate da RF. Le merci sono considerate di "origine RF" se prodotte in RF o se il 50% o più del loro contenuto (in volume) è costituito da materiale prodotto in RF".

Nel mercato petrolifero, i commercianti sussurrano di una "miscela lettone" - una nuova origine per il diesel che sembra una soluzione alternativa per fornire prodotti russi mescolati con qualcos'altro. Il commercio tipico inizia da Primorsk, una città russa di esportazione di petrolio vicino a San Pietroburgo, e finisce a Ventspils, un porto in Lettonia che ha un grande terminal petrolifero e una grande capacità di cisterne. È lì che avviene la fusione. Ci sono molti altri luoghi in cui si sta verificando la fusione, compresi i Paesi Bassi e il mare aperto, in quelli che i commercianti chiamano trasferimenti da nave a nave. Per molti sul mercato, la miscela lettone è semplicemente un'abbreviazione per qualsiasi miscela che contenga molecole russe, indipendentemente da dove è avvenuta la miscelazione.

La miscela lettone ricorda le backdoor simili utlizzate per il commercio di greggio iraniano e venezuelano sanzionato, che per anni era stato offerto in Estremo Oriente come "miscela malese" o "miscela Singapore". Per Shell, la strategia non è esente da rischi. La società è stata costretta a scusarsi il mese scorso dopo che i suoi commercianti hanno acquistato un singolo carico di greggio fortemente scontato degli Urali russi, innescando una protesta a cui si è unito anche il ministro degli Esteri ucraino accusando la compagnia di trarre profitto dal sangue ucraino.

Alessia Conzonato per corriere.it il 9 aprile 2022.

Il settore energetico è stato colpito dal quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia, a causa del conflitto in Ucraina, con l’embargo sul carbone. Ma, consapevoli che questo non sarà sufficiente a rappresentare un problema per il presidente Putin, i Paesi dell’unione europea continuano a interrogarsi se disporre o meno un embargo anche per il gas russo, di cui molti sono fortemente dipendenti. Tra questi c’è anche l’Italia, che sta valutando le diverse possibilità per raggiungere una propria autonomia energetica.

L’impianto Giulia di fronte a Rimini

Il mare Adriatico, ad esempio, sembra essere una fonte di gas naturale fondamentale per il Paese. Secondo Davide Tabarelli, docente universitario e leader di Nomisma Energia, aumentare la produzione interna potrebbe essere la soluzione ai problemi di approvvigionamento. «Dai Lidi ferraresi alle Marche, si potrebbero rimettere in moto circa 50 piattaforme - ha detto -, pronte a fornire circa 3 miliardi di metri cubi di gas all’anno». Tra questi giacimenti si trova anche “Giulia”, circa a 15 km dalla costa di Rimini. Secondo le stime attraverso l’impianto è possibile estrarre 500 milioni di metri cubi di gas. La sua installazione risale al 1980, appartiene ad Eni e attualmente non è in uso, perché l’unica cosa che manca è un tubo che lo colleghi alla terraferma. 

Il piano “no trivelle” che blocca l’estrazione di gas

A fermare non solo il giacimento “Giulia” ma anche a rallentare l’estrazione nazionale, però, si è posto il Pitesai “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”: si tratta di dossier, varato dal primo Governo Conte come strategia alternativa alle trivelle (quindi molto prima dell’emergenza causata dalla guerra) ma approvato lo scorso 12 febbraio, per l’esplorazione e produzione di metano. 

Il documento ha creato non poche complicazioni: su 123 concessioni minerarie, sono ben 108 quelle legate al gas ma oltre il 70% si trovano in aree definite, appunto, non idonee. Di queste, sono già 20 quelle revocate mentre 45 sono ancora in fase di verifica. Il piano, però, ferma anche gli investimenti in nuovi pozzi: 42 titoli esplorativi, su un totale di 45 che sono stati presentati, saranno revocati, così come 37 istanze - che sono state presentate per gas e petrolio tra il 2004 e il 2009 - sono state rigettate in questi giorni dal ministero per Transizione ecologica in conformità con il Pitesai. Secondo le stime, i paletti del dossier rischiano di far spegnere fino a un miliardo di gas all’anno. 

Sotto il canale Sicilia è in corso il progetto per il giacimento Cassiopea, sempre di proprietà Eni, per cui ora è prevista un’accelerazione nell'avvio della produzione, così come per altri impianti situati lungo le coste italiane, ad esempio nelle Marche, dove la piattaforma Bonaccia, di fronte a Porto Recanati, nel Maceratese, ha accolto coralli e aragoste diventando un rifugio ambientale.

Rispetto a quando il Pitesai è stato emanato, che ha poi richiesto tre anni di gestazione, lo scenario sul piano energetico è molto cambiato e non solo a causa del conflitto in Ucraina, ma anche al forte aumento dei prezzi delle materie prime iniziato ben prima. Un’ipotesi sul tavolo potrebbe essere anche quella di allentare la stretta del dossier con un provvedimento mirato alla sua deroga in modo da non bloccare gli investimenti fatti nel settore, che hanno causato un calo della produzione nazionale di gas naturale. Come ha ricordato lo stesso ministro Cingolani, si è passati «da circa 15 miliardi di metri cubi ai 3,3 attuali».

Ucraina, il suicidio italiano sul gas: ne siamo pieni ma non lo estraiamo. Michele Zaccardi su Libero Quotidiano il 09 aprile 2022.

Nonostante i proclami di intransigenza di vari politici nei confronti di Mosca, l'Italia non sembra pronta a rinunciare al gas russo. Riuscire a rimpiazzare in pochi mesi 29 miliardi di metri cubi su un fabbisogno di 76,2 appare improbabile. Oltre a trovare nuovi fornitori, il governo è al lavoro per aumentare la produzione nazionale. Il mini incremento, di uno o due miliardi di metri cubi, però, si scontra con un fatto: in Italia è molto complicato estrarre gas. Solo nei giorni scorsi, il Ministero della transizione ecologica ha bocciato 37 richieste di esplorazione del sottosuolo presentate tra il 2004 e il 2009 da compagnie come Eni, Total e Shell.

IL RIGETTO

Il motivo del rigetto va cercato nell'oscuro acronimo Pitesai, in pratica il piano regolatore per le attività minerarie. Varato dal Governo Conte I e operativo da quattro mesi, il documento mette dei vincoli stringenti a tutte i lavori connessi alla "coltivazione" dei giacimenti di gas e petrolio. Secondo un'analisi di Assorisorse, l'associazione di categoria delle aziende minerarie, soltanto tre permessi o istanze di ricerca di nuovi siti su 45 sopravviveranno alla tagliola del Pitesai. Il resto delle licenze, invece, verrà bloccato o revocato, portando di fatto, scrive Assorisorse, «all'azzeramento delle attività future, sia a terra che a mare». Per quanto riguarda 123 giacimenti oggi in funzione (di cui 108 di gas), soltanto 21 non avranno problemi. Infatti, 20 concessioni saranno revocate, altre 45 dovranno superare una verifica per continuare a produrre, mentre 37 siti saranno sottoposti a limiti. «Il Pitesai è una follia» commenta Davide Tabarelli, fondatore della società di ricerca Nomisma Energia. Il documento, prosegue il professore, «introduce tantissimi elementi di incertezza e di incomprensione, oltre a portare all'esclusione di molte aree dove in precedenza erano stati dati dei permessi».

Il Pitesai, del resto, va ad aggravare una situazione già di per sé critica. Dal 2009, infatti, la superficie delle aree in concessione si è ridotta di un terzo mentre dal 2019 non è stata fatta nessuna perforazione a scopo esplorativo. Il risultato si vede nei dati sulla produzione nazionale di gas, declinata dagli oltre 17 miliardi di metri cubi del 1997 ai 3,34 dell'anno scorso. E i numeri di quest' anno, se possibile, sono ancora peggiori. A gennaio e febbraio sono stati estratti 542 milioni di metri cubi di gas, in calo del 18,9% sullo stesso periodo del 2021. Con i lacci imposti dal Pitesai, del resto, è difficile fare meglio. «Se riusciamo ad arrivare a 4 miliardi di metri cubi di produzione è già molto» sottolinea Tabarelli. Anche perché, per iniziare a estrarre gas da un giacimento passano in media quattro o cinque anni, senza contare le lungaggini burocratiche. Ne è un esempio il Canale di Sicilia, dal quale si potrebbe ricavare fino a un miliardo di metri cubi l'anno. Il progetto per l'estrazione di metano dai giacimenti Argo e Cassiopea, presentato nel 2014, è stato autorizzato solo a settembre del 2021 e non entrerà in funzione prima del 2024. Il problema, dunque, non è la mancanza di gas, anzi. Secondo le stime più attendibili, le riserve italiane di metano ammonterebbero a 60 miliardi di metri cubi, a cui vanno aggiunte quelle "probabili" pari a 200 miliardi. «Ma si tratta di valutazioni fatte quando il prezzo era a 15 euro al megawatt», prosegue Tabarelli, «con i valori attuali, e applicando le sofisticate tecnologie sviluppate da Eni, le nostre riserve potrebbero essere anche di 500 miliardi di metri cubi».

RIGASSIFICATORI

C'è poi l'altro pilastro del piano del governo per liberarsi dalla dipendenza da Mosca: l'importazione di gas liquefatto. L'Italia ne acquista poco, 9,8 miliardi di metri cubi nel 2021, perla mancanza di rigassificatori e per il minor costo del metano russo. Gli impianti in grado di trattare il gas liquefatto sono infatti tre (contro i sei della Spagna), con una capacità di 15,25 miliardi di metri cubi usata, l'anno scorso, al 64,4%. Per aumentare Palazzo Chigi ha dato incarico a Snam di procurarsi due navi rigassificatrici mentre sono ripresi i lavori per la costruzione dell'impianto di Porto Empedocle. Ma anche se dovessero crescere le forniture dal Qatar (nel 2021 pari a 7,4 miliardi) si potrà fare ben poco. Nel frattempo le imprese americane sembrano aver anticipato la promessa fatta da Biden di aumentare di 15 miliardi di metri cubi la vendita di metano liquido all'Europa, con le esportazioni Usa che hanno raggiunto i quasi i 9 miliardi nei primi due mesi dell'anno.

Stefano Piazza per “La Verità” il 5 aprile 2022.

Arrivati al quarantunesimo giorno di una guerra che non accenna a finire e viste le trattative a dir poco infruttuose, nella maggioranza di governo italiana, così come in altri Paesi europei, si sta saldando un fronte che vorrebbe bloccare l'importazione di gas e petrolio dalla Russia in modo da mettere definitivamente in ginocchio Vladimir Putin che ogni mese incassa qualcosa come 1 miliardo di euro da coloro che nell'Ue acquistano dai russi queste preziose risorse.

Tutto giusto se non fosse che gli effetti di una decisione come questa per l'Italia non sarebbero affatto semplici da gestire. 

Prima di tutto occorre ricordare che il nostro Paese importa dall'estero quasi tutto il gas che utilizza e parliamo del 95,6% del gas del quale necessitiamo. Quanto ne importiamo? Circa 72,75 miliardi di metri cubi di gas naturale compresi i 9,97 miliardi di gas naturale liquefatto (Gnl).

E quanto gas russo compriamo? Nel 2021 è stato pari al 38,2% del gas che consumiamo pari a 29,07 miliardi di metri cubi di gas naturale, un numero che mostra come la Russia sia di gran lunga il nostro principale fornitore. 

Un trend in grande crescita visto che nel 2012 l'Italia acquistava da Mosca circa il 30% di gas, poi il balzo del 2015 con il 44%.

Chi sono gli altri nostri fornitori oltre alla Russia? Tra loro ci sono alcuni Paesi non proprio esempi e campioni di democrazia e di diritti umani come ad esempio l'Algeria (27,8%), l'Azerbaijan protagonista della guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, un conflitto armato tra le forze azere e quelle armene per il controllo della regione caucasica. Dall'Azerbaijan importiamo il 9,5% del gas che ci occorre.

Poi c'è la Libia, diventata un vero e proprio «non Stato» in preda a continue violenze (4,2%), senza dimenticare il Qatar che ha fomentato e finanziato negli anni numerosi gruppi terroristici islamici (per questo sono aperte numerose inchieste negli Stati Uniti), oltre a essere lo Stato protettore della Fratellanza musulmana.

Il Qatar ci fornisce, senza sollevare in Italia nessuno scrupolo, il 13,1% di Gnl che consumiamo. Un 2,9% del gas arriva dalla Norvegia e dai Paesi Bassi. 

Ma noi dobbiamo per forza acquistare il gas da guerrafondai dell'Est Europa oppure da generali libici o da emiri che applicano la sharia? Qui la storia si fa interessante perché di gas l'Italia ne ha, solo che non lo usa o meglio, ne usa pochissimo.

I dati aggiornati al 2021 del ministero dello Sviluppo economico ci dicono che l'Italia estrae il 4,4% del gas che consuma: significa che produciamo 3,34 miliardi di metri cubi di gas naturale, ma ne utilizziamo 76,1 miliardi. I giacimenti di gas sono 1.298 ma 752 di loro sono solo sulle cartine geografiche in ossequio alla legge 133 del 2008 che vieta l'estrazione di gas nell'area dell'Adriatico settentrionale (la stima è che in quella zona possano esserci fra i 30 e i 40 miliardi di metri cubi di gas).

Una legge resasi necessaria per evitare che si abbassi il livello del suolo meglio noto come fenomeno di subsidenza che provoca anche il crollo degli argini. Ora l'obbiettivo recentemente dichiarato dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani è quello di aggiungere altri 2,2 miliardi di metri cubi, che porterebbe così l'ammontare totale a oltre 5,5 miliardi di metri cubi di gas.

Ma anche così saremmo sempre obbligato a rivolgerci ai nostri abituali fornitori. E qui parte l'altro tormentone sull'utilizzo di energia pulita, pannelli solari ed eolico. Tutto bellissimo se non fosse che per sostituire gas e petrolio comprato dai «cattivi» ci vorranno vari decenni. Ma vai spiegarlo a chi crede di risolvere tutto su Twitter e Facebook.

La vera causa dell'emergenza gas? L'ambientalismo ideologizzato. Francesco Giubilei il 2 Aprile 2022 su Il Giornale.  

La stessa rapidità con cui negli ultimi anni, per seguire le sirene dell’ambientalismo ideologizzato e una concezione della transizione ecologica basata sul tutto e subito, si è smantellata l’indipendenza energetica italiana ed europea, è ora necessaria per correre ai ripari. Non serviva una guerra per capire che la sovranità energetica non è un vezzo ma una prerogativa di cui una nazione come l’Italia non può fare a meno. Eppure le scelte compiute per seguire una certa vulgata, unite a una congiuntura geopolitica internazionale sfavorevole, ci hanno portato a dipendere in modo eccessivo da un unico fornitore, la Russia, da cui oggi siamo costretti a dover rivedere le nostre forniture.

Le strade intraprese per diversificare l’approvvigionamento di gas sono essenzialmente quattro: aumentare le forniture da altri paesi come l’Algeria o l’Azerbaijan con la realizzazione del nuovo gasdotto Eastmed; accrescere l’estrazione di gas italiano; incrementare il Gnl (gas liquido) e puntare sulle rinnovabili. Il Gln arriverebbe in prevalenza dagli Stati Uniti via mare in nave ma ha una serie di problematiche dovute al costo più alto (si stima del 15-20% rispetto al gas che arriva tramite gasdotto), al fatto che inquina di più dovendo essere trasportato oltre Oceano e soprattutto alla mancanza di un numero sufficiente di rigassificatori, gli impianti necessari per convertire il gas che sono solo tre in tutta Italia. Inutile dire che costruirne di nuovi, oltre a investimenti, richiede tempo che non abbiamo.

Fa particolarmente riflettere l’intervista rilasciata dal commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton in cui ha sostenuto che l’Ue è pronta a sostituire il metano russo ma “serviranno carbone e nucleare”. Le sue dichiarazioni cancellano anni di propaganda ambientalista poiché, nel caso dovessero interrompersi le forniture di gas dalla Russia, per compensare il fabbisogno energetico, sarà necessario rinviare la chiusura delle centrali nucleari e riattivare quelle a carbone.

Sebbene il primo obiettivo della commissione sia “più Gnl e spinta all’eolico e al solare”, non esclude ricorrere a soluzioni fino a pochi mese fa apertamente osteggiate. Breton ha puntato il dico contro l’Italia e la Germania poiché “il mix energetico dipende esclusivamente dalle scelte degli Stati. Alcuni sono stati prudenti, hanno diversificato, garantendo la sicurezza degli approvvigionamenti, altri no”.

Spiegando: “Guardiamo alla Germania: ha scelto di fermare le centrali nucleari, passando a un maggior utilizzo del gas e del carbone russi. L'Italia ha deciso di avere nel suo mix energetico il 40% di gas, con il 40% di questo che arriva dalla Russia. Oggi siamo in una situazione difficile perché ogni anno importiamo 155 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia. La sola Italia ne acquista 30 miliardi, il 20%. E questa dipendenza è stata scelta”.

Da qui la necessità di un piano per essere pronti a ogni evenienza che prevede la sostituzione entro la fine dell’anno prossimo di “50 miliardi di metri cubi di gas con l'aumento delle forniture di gas naturale liquefatto, anche se ovviamente bisogna incrementare la rigassificazione. Altri 10 miliardi via gasdotto, soprattutto a Sud, dal Nord Africa o dall'Est. Possiamo inoltre ridurre il consumo abbassando termosifoni e climatizzatori e accelerando il risparmio energetico: circa 14 miliardi. E poi spingere il biometano, così come i progetti per l'eolico e il solare: ulteriori 25 miliardi”.

Un progetto che permetterebbe di raggiungere circa 100 miliardi di metri cubi lasciando un gap di 50 miliardi di metri cubi in caso di un’interruzione improvvisa, da qui l’apertura a fonti energetiche più tradizionali: “In una situazione estrema avremmo bisogno di misure estreme. Penso alle centrali a carbone: si potrebbe decidere di non chiuderle oppure di riaprirle. Questo ci permetterebbe di sostituire 20 miliardi di metri cubi di gas, di cui 14 dalla sola Germania. Stesso discorso per le centrali nucleari, che garantirebbero l'equivalente di 12,5 miliardi di metri cubi di gas”.

Si tratta di un piano a tutti gli effetti emergenziale vista la situazione in cui si trova l’Europa ma è arrivato il momento di realizzare proposte in grado di garantire nei prossimi decenni una sovranità energetica italiana ed europea ma, ancora una volta, rischiamo di imboccare una strada, quella del Gnl, che presenta numerose criticità e limiti.

Rinnovabili, 517 impianti solari ed eolici fermi: ecco chi blocca i permessi. Fausta Chiesa su Il Corriere della Sera il 2 Aprile 2022.

Rinnovabili, 517 progetti in attesa della Via nazionale

Sono 517 i progetti di rinnovabili che attendono il via, o sarebbe meglio dire la Via, la valutazione di impatto ambientale necessaria per passare alla fase successiva dell’iter dei permessi. Si tratta di 240, impianti fotovoltaici, 254 eolici onshore e 23 di eolico offshore. Il loro elenco è pubblico e si trova a un link del sito del ministero della Transizione ecologica, che da settembre scorso ha il compito di rilasciare la valutazione di impatto ambientale al posto delle Regioni, dopo che il governo (con il decreto Semplificazioni-bis) ha deciso di riportare a livello centrale per velocizzare i tempi. Così, parte dei progetti presentati alle Regioni sono stati dirottati verso gli uffici nazionali del Mite e in particolare alla Commissione Tecnica Pnrr Pniec (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e nel Piano energia-clima 2030).

Ma ci sono anche le richieste rimaste in capo alle Regioni. Complessivamente risultano iter aperti progetti per 25 Gigawatt di eolico e 34 GW di solare.

Qual è la situazione di uno dei settori diventato strategico sia per la transizione ecologica sia per l’autonomia energetica? Come si comportano i vari enti che devono dare la loro approvazione? Chi blocca i progetti? L’Osservatorio R.E.gions2030 ha condotto uno studio. Ecco i risultati.

Chi blocca i permessi

Quali sono gli enti che ostacolano maggiormente le procedure di permessi (il cosiddetto «permitting»)? La risposta la hanno data gli operatori rispondendo all’indagine dell’Osservatorio «R.E.gions2030» a cura di Elemens e Public Affairs Advisors. La maggior parte degli operatori (64%) ha individuato nel ministero della Cultura e nelle Soprintendenze regionali i soggetti principalmente caratterizzati da un atteggiamento negativo verso lo sviluppo delle rinnovabili. Il 31% ha invece individuato negli Uffici regionali la barriera più significativa allo sviluppo dei progetti.

«Leggendo i dati - commentano i ricercatori - colpisce la resistenza opposta dalle Regioni (e dal ministero della Cultura) nell’ambito dei procedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale nazionale (cioè la Commissione del Mite, ndr): la quasi totalità dei pareri espressi è infatti negativa (per le Regioni 46 pareri negativi su 47 pareri forniti, per il ministero della Cultura 41 pareri negativi su 47). La lentezza delle procedure comporta anche un altro effetto: le tecnologie dei progetti, trascorsi gli anni dedicati alle procedure autorizzative, possono diventare superate e rendere necessaria l’autorizzazione di una variante progettuale, procrastinando ulteriormente l’entrata in esercizio dell’impianto e aprendo un circolo vizioso di iter burocratici che in numerosi casi si conclude con lo stallo di un progetto che di fatto era già autorizzato».

Ma come si comportano le singole Regioni?

La performance amministrativa delle Regioni

Ma come si comportano le singole regioni? I criteri presi in considerazione per valutare la performance amministrativa sono stati l’avanzamento dei progetti nel processo autorizzativo, il numero di Autorizzazioni Uniche rilasciate fino a fine 2021 e anche (ma solo per l’eolico) le tempistiche medie di ottenimento dei titoli autorizzativi e il numero di progetti con problemi di permessi o «bloccati» da varianti e proroghe non concesse. Le migliori performance sono mostrate in Friuli Venezia Giulia, seguita da Emilia-Romagna, Liguria (pur su un campione limitato ed esclusivamente relativo a progetti eolici) e Sicilia. «Particolarmente interessante, sul piano della performance, è proprio la Sicilia, che sebbene interessata da un numero significativo di istanze (la Sicilia è infatti seconda dopo la Puglia nell’attrattività) presenta un buon numero assoluto di Autorizzazioni Uniche rilasciate: un dato che la distingue dalla Puglia, ove le autorizzazioni, negli ultimi anni, sono state pressoché ferme».

Eolico, procedure di permesso sempre più lente

Le domande per nuovi progetti eolici sono costantemente cresciute dal 2018. In base a dati di Regions 2030, nel 2021 sono state richieste autorizzazioni per 9,4 GW. «I procedimenti autorizzativi, tuttavia - analizza l’Osservatorio - non sembrano mantenere il passo rispetto alla crescita delle istanze di progetti eolici: a titolo esemplificativo, dei 1.370 MW (1,3 GW) per cui è stata presentata istanza nel 2018, 788 MW, pari al 57,5%, sono ancora fermi in attesa di completare la prima parte dell’iter di permitting, quello della Valutazione di Impatto Ambientale». Il dato dei progetti fermi aumenta man mano che i progetti diventano più recenti: si tratta del 79,3% dei progetti presentati nel 2019, del 90% dei progetti presentati nel 2020 e del 99,9% dei progetti presentati nel 2021.

L’accelerazione del fotovoltaico

Per quanto riguarda il fotovoltaico, nel 2018 le domande raggiungevano appena un valore di 718 MW, ma nel 2020 e nel 2021 si è verificata invece un’esplosione: le amministrazioni hanno ricevuto richieste relative a progetti fotovoltaici per un valore complessivo nei due anni che supera i 30 GW. «La PA - commenta Regions 2030 - ha fornito i primi segnali di un timido risveglio: nel 2021 il numero di autorizzazioni è cresciuto arrivando a 2,4 GW (di cui oltre 1,4 GW su area agricola e quasi 1 GW su area industriale), un valore che pur inferiore alla traiettoria necessaria, supera nettamente quello degli anni passati».

Fotovoltaico, richieste per 35 Gigawatt

Le domande annuali per nuovi progetti fotovoltaici sono costantemente cresciute dal 2018, arrivando a oltre 15,7 GW nel 2021, per un valore cumulato di oltre 35 GW. «Anche in questo caso - analizza l’Osservatorio Regions 2030 - i procedimenti di valutazione da parte delle amministrazioni procedono con lentezza: a titolo esemplificativo, il 48,4% dei progetti per cui è stata fatta richiesta nel 2019 è ancora oggi in attesa del giudizio di compatibilità ambientale (primo step del percorso autorizzativo). Tale valore cresce significativamente nel 2020, quando a fronte di 14,5 GW di istanze presentate, il 79,5% della nuova capacità è ferma in attesa di giudizio di compatibilità, e nel 2021, anno in cui il 92,4% della capacità solare presentata è rimasto in attesa di valutazione».

Fausta Chiesa per corriere.it il 30 marzo 2022.

«La raffineria funziona a pieno regime, non c’è nemmeno un quarto d’ora di cassa integrazione, ma si lavora con il punto interrogativo perché l’allungarsi dei tempi della guerra preoccupa tutti». 

Siamo a Priolo, sulla costa a Nord di Siracusa, e a parlare è Fiorenzo Amato, sindacalista interno e segretario della Filctem Cgil locale. Siamo in Sicilia, ma la proprietà della Isab (Industria Siciliana Asfalti e Bitumi) l’ultima raffineria costruita e avviata in Italia, è della Lukoil, secondo produttore russo di petrolio.

La Isab — anzi, le due Isab, l’impianto Nord e quello Sud un tempo appartenenti a Erg — è di proprietà della svizzera Litasco SA, controllata da Lukoil, posseduta in maggioranza dall’oligarca Vagit Alekperov, quarto uomo più ricco del Paese e già vice-ministro dell’industria petrolifera e del gas dell’Unione Sovietica.

Le sanzioni internazionali finora non hanno colpito l’energia, come il petrolio e il gas, ma le pressioni da parte degli Stati Uniti ci sono e in futuro l’embargo potrebbe colpire anche qui. Anzi, comincia già a colpire. «Il problema finora — spiega Amato — ha riguardato la scontistica delle fatture delle imprese fornitrici, come le aziende che fanno i lavori all’interno della raffineria, che la banca non anticipa più». Le sanzioni hanno già colpito i sistemi di pagamento con la Russia. 

Da Lukoil il 13% del petrolio raffinato in Italia

Così al momento le conseguenze riguardano l’indotto, ma se le sanzioni dovessero estendersi all’energia il nostro Paese avrebbe un problema in casa sua. Non soltanto perché si fermerebbero i mille dipendenti e i 2.500 lavoratori dell’indotto, oltre che la mobilità su strada della regione e buona parte di quella nazionale.

Isab è la più grande raffineria italiana in termini di capacità, e rappresenta quasi un quarto (circa il 22%) della capacità di raffinazione complessiva del Paese, secondo i dati dell’organismo dell’industria petrolifera Unem, di cui è socia. Nel 2019, prima che la pandemia di Covid-19 intaccasse la domanda di energia, la produzione ammontava a 10,6 milioni di tonnellate, il 13% del totale italiano. L’impianto dà lavoro a circa mille persone, che diventano 2.500 considerando i lavoratori dell’indotto. 

Lukoil in Italia dal 2009

La sua importanza va ben oltre il numero dei lavoratori. Lukoil è una delle compagnie petrolifere più importanti al mondo per riserve di greggio. È sbarcata in Italia nel 2009 e da ottobre ha iniziato a operare sul mercato italiano, importando e distribuendo prodotti raffinati dal gruppo (gasoli, plastiche, paraffine, lubrificanti e altri) e crescendo nel segmento della distribuzione.

La possibilità di caricare presso la raffineria mette a disposizione una gamma di prodotti extra rete, dal gasolio auto al gasolio per riscaldamento e produzione energia elettrica, da benzina agricola a Gpl miscela e propano. Capo-fabbrica a Priolo è Oleg Durov, direttore generale, che il 29 marzo ha incontrato le Rsu per annunciare il nuovo vice-direttore generale che succederà a breve all’ingegnere Bruno Martino: è l’ingegnere Enzo Maurizio Montalbano.

Alternative al gas russo? Ecco cosa rivela la "caccia". Lorenzo Vita il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

L'Europa cerca di diminuire la dipendenza dal gas russo. Ma la diversificazione delle fonti non è affatto semplice. E il Mediterraneo è una scacchiera complicata.

La ricerca del gas è il tema centrale delle strategie italiane ed europee di questi giorni. La guerra in Ucraina ha avuto tra i primi effetti quello della caccia a fonti alternative rispetto alla Russia, che dopo avere avviato le operazioni militari contro Kiev, subisce l'isolamento da parte dei Paesi del blocco occidentale.

Spezzare la dipendenza dalla Russia

La scelta europea non è per delle più semplici. Stati Uniti e Regno Unito hanno puntato a un embargo nei confronti degli idrocarburi russi che ha un impatto nettamente inferiore rispetto a quello che potrebbe avere per i Paesi dell'Unione europea. L'Europa è fortemente dipendente dall'oro blu di Mosca. E trovare alternative al rifornimento energetico dai giacimenti russi significa soprattutto dover fare i conti con un problema economico: il gas russo, anche solo per motivi geografici, costa meno e arriva in quantità maggiori rispetto a quello proveniente da altre fonti. Il collegamento terrestre permette il transito del gas attraverso i gasdotti, garantendo quindi flussi continui, in quantità rilevanti e soprattutto con rischi che possono essere calcolati e azzerati anche in termini di sicurezza. Lo conferma un dato del quotidiano americano Washington Post, che ricorda il curioso caso della società ucraina Naftogaz. Il Wp spiega infatti che "anche se la Russia fa piovere missili sull'Ucraina, sta ancora inviando circa il 30 per cento del gas che vende in Europa attraverso il Paese invaso. E sebbene i leader ucraini abbiano chiesto al continente di fermare immediatamente le importazioni di gas russo, non stanno facendo nulla per interferire con il flusso di gas che scorre attraverso i gasdotti a una velocità di 40 miliardi di metri cubi all'anno verso clienti tra cui Germania, Austria, Italia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca".

Intanto però la guerra ha, come detto, scatenato la ricerca di altre fonti e quindi di altre rotte di rifornimento. E il Mediterraneo può diventare uno snodo fondamentale anche alla luce dell'offerta di gas naturale liquefatto da parte dei gradi produttori.

Il nodo del gas liquefatto

Gli Stati Uniti hanno già offerto il loro gas per provare a colmare (molto parzialmente) il vuoto lasciato dall'eventuale stop alle forniture russe. Nella dichiarazione congiunta della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del presidente Usa, Joe Biden, si legge che Washington si adopererà per "garantire un volume di gas naturale liquefatto (Gnl) per il mercato dell'Ue di almeno 15 miliardi di metri cubi nel 2022". Agli Usa si unisce il Qatar, altra potenza del settore, che sta ricevendo numerose offerte per ricevere il Gnl nei rigassificatori europei: non ultimo dalla Slovenia, che, come riporta Italpress, sta provando a strappare un accordo per l'arrivo dell'oro blu qatariota attraverso i rigassificatori dell'Alto Adriatico.

Dal canto suo - scrive il Sole 24 Ore - l'Italia si muove sul fronte del gas liquefatto come già suggerito dalle parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi. Secondo il Sole, Snam "è pronta a organizzare un gasdotto 'virtuale' con un sistema di navi per il trasporto di Lng dalla Spagna al proprio rigassificatore di Panigaglia; dall'altra parte sta lavorando sul mandato ricevuto dal Governo per rafforzare la potenza di fuoco della rigassificazione, con l'obiettivo di mettere a disposizione circa 10 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi nel giro di due anni". Il nodo è cruciale ma la partita è molto più complessa di quello che potrebbe apparire. La rigassificazione, infatti, richiede navi specifiche che sono in numero molto ridotto e molte già prenotate. Inoltre, il prezzo non è certamente paragonabile a quello del gas russo o di quello che arriva attraverso gasdotti fisici. E dal punto di vista burocratico, le cose potrebbero andare per le lunghe in attesa delle autorizzazioni necessarie per le navi e per il trasporto del gas fino alla terraferma.

La partita geopolitica

Oltre al tema delle navi, c'è poi il problema generale dell'approvvigionamento energetico come nodo politico. La volontà di spezzare la dipendenza dal gas russo è infatti al momento un obiettivo che si può sostanziare in una diversificazione complessiva delle fonti, ma sembra impossibile ridurre drasticamente la fornitura da Mosca in breve tempo. Al momento i maggiori rifornimenti di gas dopo la Russia sono Norvegia e Algeria. Un'analisi che fa riferimento al 2019 mostra che il 41% delle importazioni di gas naturale in Ue provenivano dalla Russia, il 16% dalla Norvegia, l'8% dall'Algeria e il 5% dal Qatar.

Per il fronte sud, è fondamentale l'approvvigionamento energetico da Mosca ma anche dai partner nordafricani e mediorientali. Per l'Italia, il discorso vale non solo per l'Algeria, ma anche per la Libia, e si aggiunge il tema delle importazioni del gas dall'Azerbaigian attraverso Tap. Elementi cui si agigungono anche i progetti di gasdotti che spesso hanno condotto e possono condurre a scontri particolarmente profondi che incidono sulla convivenza tra gli Stati.

La partita energetica era fondamentale prima e lo è ancora di più adesso con un intero continente che cerca di emanciparsi da un fornitore storicamente più forte. E questo basta per far capire cosa potrebbe ribollire nel Mediterraneo orientale, dove Israele, Turchia, Egitto e Cipro sono particolarmente interessate a quanto accade sul fronte del gas all'Ue. Lo stesso dicasi per l'Iran, produttore isolato per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. E sul fronte sempre delle rotte energetiche, non vanno sottovalutati anche i confronti interni al panorama africano, in particolare quelli che coinvolgono Algeria e Marocco, oltre alla ben nota questione della stabilizzazione della Libia.

Carlo Tecce per l’Espresso articolo del 04 marzo 2022.

Non l’ha fatto da solo. Non l’ha fatto da poco. Ha ricevuto il supporto di politici, imprenditori, dirigenti, banchieri, diplomatici. È merito, colpa, loro se qualcuno in Italia ha reputato Vladimir Putin uno statista. 

Le bombe russe che uccidono in Ucraina annientano le polemiche, ma non possono tramortire pure la memoria. Ecco come il fenomeno putiniano ha soggiogato Roma per vent’anni.

Da mezzo secolo, fin dal Sessanta e dall’Eni di Enrico Mattei, la Russia ha garantito all’Italia un flusso costante di petrolio e poi anche di gas. Con Putin la ricerca di Mosca di nuovi mercati s’è fatta insistente. 

L’energia si è trasformata in uno strumento per influenzare la politica europea. Creare dipendenze. E il capo di governo Berlusconi ha aiutato “l’amico Vlad” in questa missione.

L’immagine simbolo di un’alleanza che muove potere e denaro è del novembre 2005 e vede schierati Berlusconi e Putin insieme col presidente turco Recep Tayyp Erdogan all’inaugurazione del gasdotto Blue Stream, un’infrastruttura della massima importanza strategica costruita da Gazprom con Eni per portare il gas russo attraverso il mar Nero fino alle coste dell’Anatolia.

Lo stesso gasdotto da cui adesso l’Eni, mentre i missili russi devastano l’Ucraina, si dice pronta a disimpegnarsi liberandosi della propria quota del 50 per cento e rompendo così il sodalizio con Gazprom che dura da un quarto di secolo. La firma del primo contratto, per la progettazione e lo sviluppo di un’opera costata oltre 5 miliardi di euro, risale infatti al lontano 1997, a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, ma fu Berlusconi a raccogliere i frutti del patto con il colosso dell’energia controllato dal regime di Putin.

Il nuovo corso con Mosca provocò anche un ribaltone al vertice dell’Eni. Nel maggio del 2005, fase crepuscolare del governo di Berlusconi, Paolo Scaroni prese la poltrona di Vittorio Mincato, che si era opposto al progetto di autorizzare Gazprom a distribuire gas in Italia con Bruno Mentasti, imprenditore e grande amico di Berlusconi.

Alla fine l’operazione fallì, ma l’anno dopo Scaroni firmò comunque un’intesa con i russi per prolungare sino al 2035 i contratti di fornitura di gas all’Italia, mentre il giovane Ernesto Ferlenghi fu promosso alla guida degli uffici di Mosca al posto di Mario Reali, che aveva presidiato la sede russa prima di Montedison e poi dell’Eni dalla fine degli anni Sessanta, ai tempi dell’Unione Sovietica.

Nel 2010 i documenti segreti svelati da Wikileaks hanno fatto emergere i sospetti degli Stati Uniti sulle connessioni sempre più strette fra Eni e Gazprom e le pressioni di Washington sulla multinazionale italiana per cambiarne traiettoria.

Durante la gestione Scaroni, sostituto con Claudio Descalzi dal premier Matteo Renzi nel 2014 e salutato da Putin con un’onorificenza di Stato, il flusso di gas proveniente dalla Russia è sempre cresciuto. Nel 2000 le forniture di Mosca coprivano poco più del 20 per cento del fabbisogno nazionale, una quota che nel 2010 aveva già raggiunto il 28 per cento.

Quando si è insediato Descalzi si era già arrivati al 40 per cento con la Russia come principale esportatore di gas in Italia in luogo dell’Algeria. Niente è cambiato finché il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, temendo il blocco delle esportazioni russe, la settimana scorsa si è precipitato ad Algeri nel tentativo di ricevere forniture supplementari il più in fretta possibile.

Oltre a consolidare la storica collaborazione con Gazprom, nella stagione di Scaroni, l’Eni si è anche messa in società con Rosneft, l’altro gigante energetico del Cremlino, per cercare il petrolio nell’Artico, nel mare di Barents. L’accordo, siglato in pompa magna a Mosca nel 2013 alla presenza di Putin, è stato vanificato poco dopo dalle sanzioni internazionali a Mosca in seguito all’annessione della Crimea scippata all’Ucraina.

È invece in piena attività l’enorme giacimento di gas di Zohr, proprio di fronte alle coste egiziane. Nel 2016 l’Eni di Descalzi ne ha girato una quota del 30 per cento a Rosneft, agevolando l’ingresso nel Mediterraneo alla società affidata da Putin al suo antico sodale Igor Sechin. 

Rosneft ricorre più volte negli affari italiani in Russia. Nel maggio 2014, fu il gruppo petrolifero di Sechin a soccorrere Marco Tronchetti Provera dopo la rottura con l’altro socio forte di Pirelli, la famiglia Malacalza. Giusto due mesi dopo l’invasione della Crimea ordinata da Putin, la società petrolifera di Stato russa comprò per 552 milioni di euro il 13 per cento della multinazionale con base a Milano.

Nel 2015 i cinesi di ChemChina sono diventati i principali azionisti di Pirelli, ma i russi hanno conservato una quota del 6 per cento circa tramite una catena societaria quanto mai opaca che via Lussemburgo conduce a Mosca e a Sergey Sudarikov, amministratore di Region Group, la società che ha in dote il fondo pensioni di Rosneft. Sudarikov da dicembre del 2019 non figura più tra gli amministratori della holding del Granducato a cui sono intestate le azioni Pirelli, ma è ben conosciuto in Italia nella rete di manager e finanzieri amici di Mosca.

Per esempio da Antonio Fallico, un manager siciliano che si è trasferito a Mosca come capo di Banca Intesa Russia. Quest’ultima, al pari del concorrente Unicredit, da tempo opera al servizio delle aziende italiane che esportano e lavorano in Russia. 

Però Intesa ha trovato anche il modo di inserirsi da protagonista in un’operazione come la parziale privatizzazione di Rosneft, che nel 2017 ha rinvigorito le casse del Cremlino con almeno 10 miliardi di euro. Intesa finanziò con un maxi prestito di 5,2 miliardi di euro i due compratori, il gruppo svizzero Glencore e il fondo sovrano del Qatar che rilevarono una quota azionaria complessiva del 19,5 per cento.

Il cinquantenne romano Ernesto Ferlenghi ha il passaporto russo. Un aspetto che definisce. Nonostante il recente sacrificio: le dimissioni dal consiglio di Federal Grid (società elettrica) su indicazione/imposizione dell’Italia e di Lapo Pistelli (vicepresidente di Eni) per la guerra scatenata in Ucraina.

A Mosca è una sorta di anfitrione di politici e imprenditori. Confindustria in Russia e in ciascuna repubblica ex sovietica è territorio di sua competenza. Ha ceduto la presidenza di Confindustria Russia a Gianni Bardazzi di Maire Tecnimont e ha accettato l’incarico di vice con deleghe esecutive. Accolse le guarnigioni berlusconiane e poi quelle assai più strampalate di Matteo Salvini. E omaggiò lo stesso «capitano» leghista durante la visita di ottobre 2018. 

Quella che per l’inviato speciale Gianluca Savoini si concluse all’albergo Metropol con una avventurosa trattativa per innaffiare di rubli i bilanci della Lega così da prepararsi alle elezioni europee. Allora Ferlenghi era concentrato sul Forum di dialogo italo-russo, una struttura per scambi di ogni tipo - economico e culturale - creata nel 2004 da Berlusconi con l’amico Vladimir.

La presidenza del Forum era l’ultima bollinatura da conquistare per raggiungere il rango di Fallico. Ferlenghi si affidò a Salvini e al suo consulente al governo Claudio D’Amico, fondatore assieme a Savoini dell’associazione “Lombardia Russia”, e ottenne il posto a discapito di Luisa Todini (luglio 2019). I russofili d’Italia brindarono a Ferlenghi nella cena a Villa Medici incrociando i calici con Putin. C’era pure Savoini. I media statali di Mosca celebrarono il nuovo corso del Forum.

Ferlenghi non ha smentito le attese. Lo scorso anno ha organizzato un incontro per spingere l’Italia a utilizzare il vaccino Sputnik e ovviamente ha approvato (agevolato) l’accordo fra gli scienziati dell’Istituto “Spallanzani” e i colleghi del “Gamaleya”. Il 21 febbraio, a due giorni dall’invasione russa in Ucraina, si è tenuta la riunione plenaria del forum con dieci tavoli tematici. 

In teoria la gestione è bilaterale, ma la comunicazione col gruppo Ima e il denaro con diverse aziende pubbliche - Novatek (gas naturale), Transneft (oleodotti), Sukhoi (aeronautica), Rzd (ferrovie), Tmk (siderurgia) - sono di marca russa. Spiccioli in confronto ai capitali che ha a disposizione “Conoscere Eurasia” di Fallico, un’associazione che si propone di rafforzare le relazioni con la Russia e i vicini Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan eccetera. Una visione gradita al Cremlino. Dal 2007 il siciliano di Bronte, per un vertice economico, raduna a Verona ministri italiani e stranieri, dirigenti statali e privati e soprattutto coinvolge le più ricche aziende di Mosca.

All’edizione di ottobre ha ospitato Prodi, Scaroni, Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Carlo Bonomi, Francesco Profumo, mezza nomenclatura moscovita e anche il qatariota Mohammed bin Jassim al Thani, il ministro degli Esteri. Un evento di prestigio con i contributi di Banca Intesa, Coeclerici, Generali, Accenture e i rubli di Gazprombank, Rosneft, banca Mkb, banca Vtb. Il manager Sudarikov, quello del fondo Region e dell’operazione Pirelli, è un vice di Fallico in “Conoscere Eurasia”. L’altro vice è l’oligarca Alexander Abramov del gruppo Avraz, grande produttore di acciaio. 

Comunque Fallico non ha bisogno di intermediari. Il putiniano Sechin, ex agente segreto e capo di Rosneft, volentieri è più volte andato negli anni scorsi in trasferta dal caro Antonio in quel di Verona. La sorte ha voluto che i seminari di “Conoscere Eurasia” fossero frequenti alla vigilia dell’offensiva russa in Ucraina.

Tre si sono svolti a febbraio, il 10 con base a Mosca, il 17 a Milano, il 18 a Genova. Davanti ai colleghi dirigenti di Banca Intesa e alle istituzioni italiane, a Mosca c’era l’ambasciatore Giorgio Starace, a Milano il presidente regionale Attilio Fontana, a Genova il presidente regionale Giovanni Toti, Fallico ha recitato vibranti discorsi in difesa della Russia di Putin. 

Ha criticato il sistema delle sanzioni occidentali, «lo fanno da 500 anni contro Mosca: iniziative per fermare i concorrenti», ha denunciato una «campagna di disinformazione, se non proprio di diffamazione» e con le stesse parole, a Milano e Genova, ha accusato la Nato, ha elencato gli aiuti in armi all’Ucraina e ha sentenziato: «La Russia non ha attaccato mai nessuno».

In questi anni Ferlenghi e ancora più Fallico hanno riportato e cantato in Italia le gesta del ventennio di Putin, una maniera classica per sensibilizzare la pubblica opinione e incunearsi tra le fragili convinzioni dei politici. Mosca e Roma hanno ridotto le distanze. Ciò non sarebbe accaduto se Berlusconi non avesse plasmato l’alleanza con la Russia di Putin e se la diplomazia, a lungo diretta dal ministro Franco Frattini, oggi presidente del consiglio di Stato nonché presidente dell’Istituto studi euroasiatici, non l’avesse accompagnato.

Fu l’ambasciatore Gianfranco Facco Bonetti (2001/06) il primo a trattenersi, in qualche modo, dalle parti del Cremlino una volta concluso il suo mandato al servizio del governo italiano. Poiché fu indicato rappresentante del Sovrano ordine di Malta, carica assunta fino al 2019 e adesso consegnata al manager Aimone di Savoia Aosta, figlio di Amedeo, capo di Pirelli in Russia. Invece Vittorio Claudio Surdo (2006/10) ha riscosso più fortune. Anche economiche.

Dopo la pensione dalla Farnesina, Surdo è diventato consulente di Enel per il mercato russo e di Bosco dei ciliegi della catena moscovita dei magazzini d’alta moda Gum e infine, ormai da oltre un decennio, è il lobbista in Italia e nell’Europa del sud per Lukoil, la seconda compagnia petrolifera del Paese. L’11 marzo 2021, a neanche un mese dal giuramento del governo, Surdo era già da Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica, a perorare le cause di Lukoil.

L’ambasciatore Cesare Ragaglini (2013/2018) si è congedato la scorsa estate dal lavoro in Russia dopo la ben remunerata esperienza di vicepresidente della banca statale di sviluppo Veb. Ragaglini accettò l’incarico diplomatico a Mosca con qualche reticenza, poi si ambientò, a tal punto da rifiutare il trasloco a Bruxelles dopo un negoziato non troppo soddisfacente con il premier Matteo Renzi. 

Nel discorso di saluto ai colleghi, nella solenne conferenza degli ambasciatori del 2017, Ragaglini giustificò l’occupazione russa della Crimea: Putin va compreso. Il successore Pasquale Terracciano (2018/21) ha vissuto sentimenti molto più sfumati di Ragaglini. Da ottobre a Mosca c’è Giorgio Starace, ambasciatore pragmatico, fratello di Francesco, amministratore delegato di Enel, multinazionale con milioni di interessi e migliaia di dipendenti in Russia. Starace dovrà chiudere per Roma un’epoca di rapporti affettuosi con Putin e ne dovrà aprire un’altra ancora ignota e certamente molto complessa. Di sicuro nei prossimi vent’anni ci saranno più italiani in Russia e meno italiani di Russia.

Washington ha già vinto, al di là di come finisce la guerra. ALBERTO NEGRI su Il Quotidiano del Sud il 26 Marzo 2022.

CI VOLEVA una guerra agli Usa per vincere la battaglia del gas contro Mosca. La scellerata iniziativa di Putin ha sconvolto l’Ucraina con morti, distruzione e profughi, ma ha messo al tappeto anche l’Europa che prende dalla Russia in media il 40-50% del suo gas. Ora sono gli Stati Uniti che ci venderanno il gas per sganciarci, progressivamente, dalla dipendenza da Mosca: con prezzi superiori a quelli russi in media del 20% e soprattutto senza una garanzia di forniture continue.

Poniamo l’ipotesi più estrema, ovvero che Putin sospenda le forniture o che noi ci rifiutiamo di pagare il suo gas in rubli perché è una violazione contrattuale. Mosca ci manda circa 30 miliardi di metri cubi l’anno su un consumo di 75 miliardi. Secondo Davide Tabarelli, capo di Nomisma Energia, sarebbe un disastro perché sul mercato l’Italia riuscirebbe da sola a procurarsene non più di 10 miliardi di metri cubi. Questo significherebbe razionamento e recessione.

Ma ecco che adesso arrivano gli americani che di tutto hanno fatto perché Germania e Russia non costruissero il gasdotto Nord Stream 2. Voluto fortemente dalla ex cancelliera Angela Merkel. Questa era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate con la guerra in Ucraina. Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa.

Uscita di scena la Merkel, gli Usa hanno avuto campo libero. La guardiana di Putin e del gas non c’era più e gli americani hanno capito che il presidente russo era diventato più pericoloso ma anche più vulnerabile. Per due mesi gli Usa hanno avverto dell’invasione dell’Ucraina. I gasdotti sono stati il cordone ombelicale che ha legato Mosca all’Unione all’europea, la dipendenza dava a Putin un senso di sicurezza, lo strumento per condizionare gli europei e renderli più docili e interessati alle sorti della Russia.

Quando Mosca ha capito che con il debole cancelliere Scholz il Nord Stream 2 non sarebbe stato al sicuro ha cominciato le minacce all’Ucraina che in precedenza russi e tedeschi avevano pagato perché non protestasse troppo per la realizzazione del gasdotto, assai temuto dalla Polonia in quanto visto come uno strumento di espansione dell’influenza Putin. Gli americani per altro avevano già messo alle corde anche la Merkel, obbligandola ad acquistare quantitativi di gas liquido americano di cui Berlino non aveva alcun bisogno.

E così adesso con la guerra si è arrivati alla resa dei conti, almeno sul gas. Il presidente degli Stati Uniti  Biden ha quindi annunciato un aumento delle spedizioni di gas naturale liquefatto all’Europa per ridurre la dipendenza del continente dal gas russo. E ieri, prima di partire per la Polonia, Biden ha incontrato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha ricevuto presso la missione statunitense a Bruxelles. Manco nella casa europea, tanto per far capire chi comanda.

Così gli Stati Uniti forniranno all’Ue fino a 15 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto entro la fine del 2022. Quantità che dovrebbe salire a 50 miliardi l’anno entro il 2030. La realtà è che l’Unione europea è sottoposta a forti pressioni affinché estenda l’embargo al gas e petrolio russo come fatto da Washington e Gran Bretagna, ma il cancelliere tedesco Scholz ha spiegato che uno stop immediato provocherebbe una recessione nel Vecchio Continente.

La reazione di Scholz è puro istinto di sopravvivenza per salvare la Germania e l’Europa. Di recente l’Ue ha presentato un piano per sostituire il gas russo importando 50 miliardi di metri cubi in più di Gnl (gas liquido) da produttori globali tra cui Stati Uniti, Qatar ed Egitto, ma alcuni analisti hanno avvertito che il piano non è realistico. Secondo il Financial Times la quantità finale di Gnl fornita all’Ue dipenderebbe dai contratti commerciali. Gran parte della produzione degli Stati Uniti è già destinata a Paesi di tutto il mondo, in particolare in Asia. Questo significa che l’Europa dovrebbe prepararsi a pagare prezzi del gas più alti nei prossimi anni per raggiungere gli obiettivi del piano. Tra l’altro la capacità di importazione di Gnl con i rigassificatori è concentrata nella penisola iberica ma la Spagna ha scarsi collegamenti via pipeline per spostare il gas importato nel Nord Europa.

Le nazioni dell’Europa orientale più fortemente dipendenti dal gas russo non hanno le infrastrutture per beneficiare delle importazioni di Gnl, il che vuol dire che avrebbero difficoltà ad aumentare ulteriormente le importazioni. Ma di tutto questo agli Usa importa relativamente. Con la guerra l’Europa dovrà pagare di più la sua quota Nato, aumentare le spese per la difesa, comprando ovviamente più armi e aerei da caccia Usa, e anche più gas americano.

La guerra economica. Biden ha piazzato all’Europa il gas americano che già vende alla Cina. Angela Nocioni su Il Riformista il 26 Marzo 2022. 

Gas americano per l’Europa. Gli Stati Uniti si sono impegnati ieri ad aumentare del 68% le loro esportazioni di gas naturale alla Ue «per aiutare» il Vecchio continente «a svincolarsi dalla dipendenza dal gas russo». Si tratta in ogni caso di una grande affare su larga scala che rafforza il primato mondiale americano nella produzione ed export di gas naturale liquido. L’emergenza guerra ha scavalcato quelle obiezioni sulla tecnica (chiamata fracking, fratturazione idraulica) usata dagli Usa nella estrazione di gas da una dozzina d’anni che l’Europa non ha mai condiviso perché ha sempre sostenuto di ritenere eccessivi i costi ambientali che comporta. Il gas liquido arriverà via mare e avrà bisogno di rigassificatori. Per ora la gran parte del gas liquido prodotto dagli Stati Uniti è acquistato, a caro prezzo, dalla Cina, assai bisognosa di assicurarsi forniture di energia.

Secondo fonti citate dalla Reuters il gigante petrolchimico cinese Sinopec avrebbe rinunciato alle trattative per un investimento mirato a commerciare il gas russo: si potrebbe trattare di un primo segno che le sanzioni occidentali alla Russia stanno avendo ripercussioni anche nei rapporti tra Mosca e Pechino. Lo stato maggiore delle forze armate russe se ne è uscito ieri con l’assicurazione che sua intenzione sarebbe prendersi solo la regione del Donbass, dell’intero Donbass non soltanto i territori separatisti di Donetsk e Lugansk. Il che potrebbe far supporre che Mosca sia disponibile a non tentare di sfondare verso ovest. “Le nostre forze e i nostri mezzi si concentreranno nell’obiettivo principale: la liberazione completa del Donbass” ha detto ieri il generale Serguei Rudskoi, vicecapo di stato maggiore.

Oltre al giorno del gas americano, ieri è stato anche il giorno della visita di Biden il Polonia, l’alleato Nato più esposto a Putin sul fronte est dell’alleanza. Un mese di guerra ha cambiato anche la posizione di Varsavia sullo scacchiere politico internazionale. Messe da parte giocoforza le questioni riguardanti la qualità del suo stato di diritto, la Polonia è l’unico Paese che Biden visiterà nel suo viaggio in Europa dopo la tappa a Bruxelles per l’incontro con gli alleati nato. Perché la Polonia è adesso fondamentalmente la principale porta d’entrata dei profughi in fuga dall’Ucraina (2,2 milioni sui 3,7 milioni calcolati finora).

Avrebbe dovuto parlare di piani sull’accoglienza dei profughi con il presidente polacco Andrzej Duda, mai arrivato a causa, dicono le comunicazioni ufficiali, di un problema che ha costretto l’aereo a un atterraggio di emergenza prima e a un immediato rientro a Varsavia poi. Biden è andato quindi nella caserma di Rzeszow che ospita le truppe della 82ma divisione aviotrasportata Usa, occupata nel rafforzamento del fianco orientale della Nato. Lì ha detto: «La posta in gioco non è solo la difesa dell’Ucraina ma la democrazia nel mondo, siamo nel mezzo di una battaglia tra democrazie e autocrazie». È necessario «fare di tutto per far fallire l’autocrazia» e per «difendere la democrazia». Ieri le Nazioni Unite hanno denunciato l’esistenza di fosse comuni a Mariupol. Intercettazioni radio delle conversazioni di militari russi in Ucraina pubblicate dal New York Times raccontano una armata in gravi difficoltà, sotto tiro, senza carburante e senza supporto aereo.

Per il gas non dipenderemo dal Cremlino ma dagli Usa: il gnl però è più caro e inquina di più. Francesco Severini sabato 26 Marzo 2022 su Il Secolo d'Italia.  

Come farà l’Europa a liberarsi dalla dipendenza energetica che la lega alla Russia? Gli Usa si impegnano a fornire all’Ue per il 2022 15 miliardi di metri cubi aggiuntivi di gas naturale liquefatto (Gnl), rispetto ai 22 mld di metri cubi consegnati nel 2021. Quindi, circa 37 miliardi di metri cubi per il 2022.

Accordo sul gas proveniente dagli Usa: +15 mld nel 2022

Gli Usa sono storicamente reticenti ad esportare gas, per il timore che i prezzi salgano sul mercato interno, ma aumenteranno la produzione. Per questo, l’accordo politico siglato venerdì a Bruxelles fornisce una cornice indispensabile per la stesura dei contratti, che saranno tra privati, ma che l’intesa favorisce: in sostanza, gli Usa si impegnano a fornire all’Ue un certo quantitativo di gas naturale liquefatto e, in cambio, l’Ue si impegna ad assicurare una domanda costante.

Per il gas liquido occorrono nuovi rigassificatori

La quantità aggiuntiva di Gnl che gli Usa si impegnano a fornire a medio termine (per aumentare la produzione occorre un po’ di tempo) è pari a circa “un terzo”, nota un’alta funzionaria Ue, dell’attuale import totale di gas dalla Russia, che oggi ammonta a circa 157 miliardi di metri cubi l’anno. Occorrerà anche costruire nuovi rigassificatori in Europa: non potendo essere trasportato via tubo attraverso l’Atlantico, il gas deve essere ridotto allo stato liquido, trasportato sulle grandi navi metaniere, rigassificato all’arrivo e trasportato via gasdotto.

Sono strutture che richiedono investimenti cospicui, ma hanno il vantaggio di poter essere usate in futuro anche per l’idrogeno, uno degli obiettivi a lungo termine della transizione verde.

Più che un aiuto all’Europa è un affare per gli Usa

Più che un aiuto all’Europa un affare per gli States. Vedremo – ha premesso Draghi – come verranno distribuiti i 15 mld di metri cubi di gas liquido “ma in proporzione non creeranno disaccordo. L’importante è vedere se noi disponiamo dei rigassificatori. Ne abbiamo 3: uno molto grande, due piccoli, il ministro Cingolani ha dato disposizioni alla Snam di acquistarne altri due, navi galleggianti, non su terreno. Noi contiamo di essere in grado di assorbire la nostra quota”.

Il gas liquido è più inquinante e più caro

Soltanto l’Italia – ricorda Libero – “consuma ogni anno 70 miliardi di metri cubi di gas dei quali il 45% proviene da Mosca. E a gennaio oltre il 50% di gas liquefatto importato in Europa era di provenienza Usa. Nonostante le rassicurazioni dei produttori americani, sembra difficile che, con gli impianti che lavorano già a pieno regime, si riescano ad aumentare in poco tempo le forniture ai Paesi Ue”.

Questo gas è poi molto più inquinante: “Il gas Usa è lo shale gas, un metano che viene ricavato tramite fratturazione idraulica di terreni argillosi. La tecnica di estrazione, che fa uso di acqua condita con sostanze chimiche, è molto inquinante, dal momento che gran parte dei liquidi rimane nel sottosuolo”. Costa dunque di più del metano russo perché richiede un processo estrattivo più complicato.

Per evitare che il maggior costo si scarichi sui consumatori, nell’accordo sono state inserite delle clausole per far rimanere «i prezzi accessibili», anche se questi non saranno calmierati, secondo quanto riportato da un alto funzionario della Commissione. Insomma, il gas continuerà a essere scambiato sul mercato, ma con alcuni vincoli per limitarne le oscillazioni.

Poco e costoso. Il gas americano non ci salverà dai nostri errori. Nicola Porro il 26 Marzo 2022 su Il Giornale.

Impossibile compensare l’offerta russa. Colpa anche di scelte ideologiche e miopi di Bruxelles sull’energia.

Qualche numero semplice che descrive i tanti errori europei riguardo alla nostra dipendenza energetica. Così da depurare dalla propaganda fatta in questi giorni da cliente e fornitore, e cioè da Europa e Russia. I primi fingendo di poter sostituire facilmente il gas siberiano e i secondi fingendo di poterselo far pagare in rubli.

Partiamo da un numero molto semplice. Mosca esporta in Europa 155 miliardi di metri cubi di gas l'anno.

Circola l'idea totalmente falsa che si possano sostituire con molecole americane. Gli Stati Uniti che per anni sono stati importatori netti di combustibili fossili, da qualche anno sono diventati esportatori, grazie a nuove tecniche di estrazione. Nonostante ciò, le loro quote non sono comparabili con quelle russe. Su una produzione di 850 miliardi di metri cubi, gli Usa sono in grado di esportarne solo una frazione pari a 100 miliardi. Se anche dovessero dirottare tutto questo surplus in Europa, cancellando le rotte asiatiche, si tratterebbe comunque di una quantità insufficiente a soddisfare i bisogni del Vecchio continente. 

C'è un ulteriore aspetto contraddittorio. L'Europa dipende dal gas russo, in un crescendo che però parte dai tempi dell'Unione Sovietica, per un motivo piuttosto banale: costa relativamente poco. Ovviamente in condizioni di mercato normali. Il gas arriva in Europa con dei tubi, partendo quasi dalla bocca di pozzo. Il gas americano dovrebbe arrivare da queste parti in forma liquida e poi essere ritrasformato in stato gassoso. Prima raffreddi e poi riscaldi: il che ha un costo. A ciò si aggiunga che deve essere trasportato da grandi navi, che fanno tragitti fenomenali. Insomma costa più caro che ottenerlo dalla pressione di un tubo che te lo porta direttamente a casa. 

In Europa inoltre, per la nostra miopia strategica, non ci sono molti luoghi in cui è possibile ritrasformare il gas da liquido a gassoso. La penisola iberica è la più dotata di questo genere di infrastrutture: ne ha nove. E per la verità sono anche sottoutilizzate; insomma potrebbero accogliere più materia prima. Peccato che governi, comitati, politici e compagnia danzante abbiano di fatto bloccato il potenziamento del tubo che dalla Spagna avrebbe potuto portare alla Francia e per questa via all'Europa, il gas prima liquido e poi rigassificato nelle strutture iberiche. Per farla breve: gli unici che hanno i rigassificatori in Europa, sono isolati.

Roba da pazzi. Ma sarebbe meglio dire, «roba europea». Nella cosiddetta tassonomia per la transizione energetica, il gas veniva considerato il diavolo. Il Vecchio continente non investe più da anni nel settore e ha ridotto negli ultimi tre anni la produzione del 15 per cento. Fenomeni. Oggi ci troviamo impiccati al fornitore russo, preghiamo gli americani di fornirci a caro prezzo il loro, che comunque è insufficiente, e se dovesse arrivare nell'unico luogo in Europa dotato di rigassificatori, ebbene non avremmo i tubi per diffonderlo. Se avessimo piazzato alla guida della politica energetica europea il Joker e lo avessimo fatto fidanzare con Greta, non saremmo stati così bravi a farci del male. 

Nel frattempo i cattivoni di Gazprom, come ha recentemente spiegato Paolo Scaroni a Quarta Repubblica, mantengono i loro contratti come se fossimo in tempi normali. Inviano il gas persino ai loro clienti ucraini. E hanno fatto della loro affidabilità e rispetto dei contratti un punto di onore e di mercato. Per questo è molto difficile che rispettino il diktat putiniano di farsi pagare in rubli. Come notava il boss dell'Eni austriaca un paio di giorni fa sul Financial Times, il cambio della moneta nell'esecuzione di un contratto rappresenta una violazione sostanziale dello stesso.

Quest'inverno l'Europa ha speso 400 miliardi di euro in più per elettricità e gas rispetto a quello precedente. Metteteci la tara di una robusta ripresa economica. Resta il fatto che i consumi e la domanda giustificano oggi investimenti che ieri anche dal punto di vista economico potevano apparire poco convenienti. Altro che transizione energetica e palle sulla decrescita felice. Oggi è il momento di investire in infrastrutture ed esplorazioni, rendendo davvero l'Europa unita e non a chiacchiere, su uno dei cardini della propria indipendenza.

Dov’è Angela Merkel? In Germania processo ai suoi anni: «Quanti errori, ora li paghiamo tutti». Paolo Valentino, corrispondente da Berlino su Il Corriere della Sera il 26 Marzo 2022.

Dov’è Angela Merkel? Cosa fa? E soprattutto, cosa pensa della crisi in Ucraina? Un fantasma si aggira per la Germania. Mentre il governo federale, sull’onda della guerra di aggressione di Vladimir Putin, getta alle ortiche 70 anni di cautele, riluttanze e comode ambiguità in politica estera, un dubbio improvvisamente attanaglia il Paese. E se non fosse stato tutto oro quello che luccicava nei sedici anni dell’eterna cancelliera? Sono passati appena quattro messi dall’addio al potere di Merkel, quando fiumi di lodi e rimpianti accompagnarono la sua uscita di scena: «Ci mancherà», fu la parola d’ordine di quei giorni. Ma il 24 febbraio, il giorno in cui Putin ha cambiato il corso della Storia europea, ha segnato uno spartiacque anche per l’ex cancelliera e il suo lascito. D’un tratto, i tedeschi si guardano indietro, chiedendosi se f orse qualcosa non funzionasse nel dolce letargo in cui Angela Merkel li ha cullati così a lungo.

La crisi ucraina è stata per la Germania una sorta di mezzo di contrasto che sta evidenziando i lati oscuri di tutto quello che ha rappresentato l’era Merkel: la dipendenza energetica, l’uscita affrettata dall’energia atomica, lo scarno bilancio per la difesa, la sovranità europea, perfino la pandemia. Nell’arco di pochi giorni le scelte della cancelliera non hanno più retto la prova del tempo. «Come siamo arrivati a questa situazione?», si chiede sul settimanale Die Zeit Tina Hildebrandt, secondo cui la guerra «ha reso Merkel come prigioniera in una terra di nessuno politica, lost in transition per così dire». Le domande fioccano: perché sotto Merkel l’Ucraina non è stata agganciata in modo stabile all’Occidente? Perché la cancelliera ha permesso che la Germania diventasse così fortemente dipendente dalle importazioni di gas dalla Russia? Sin dall’inizio delle ostilità, Merkel si è appalesata soltanto con una dichiarazione di «netta condanna» dell’aggressione russa, definita «un taglio profondo nella storia dell’Europa», senza tuttavia pronunciare il nome di Putin. Il resto è stato silenzio e totale sparizione dalla scena pubblica.Ma di lei si parla molto.

Sui media, nei talkshow, nei colloqui confidenziali con ex ministri e collaboratori, nelle interviste degli analisti politici. Secondo Martin Koopman, della Fondazione Genshagen, un think tank che promuove il dialogo europeo, il problema è che le decisioni di Merkel furono raramente l’esito di un pensiero politico strategico: «Non perdere il filo del dialogo, tenere insieme l’Europa, tenere insieme tutto: questo era il metodo Merkel. Chi modera sempre forse dura a lungo, ma non imprime una direzione alle cose». Il capitolo d’accusa più forte riguarda naturalmente il rapporto con Vladimir Putin e la Russia. Non si è mai fatta illusioni, Angela Merkel sul leader del Cremlino, che ha sempre considerato un furfante e non ha esitato a criticare «Ma un furfante del quale si poteva fidare e col quale doveva dialogare», chiosa Hildebrandt. A questo contribuivano anche l’affinità e la passione di Merkel per la Russia e la sua cultura. L’errore più grande, dicono i critici, fu di autorizzare il Nord Stream 2 nel 2014, lo stesso anno cioè in cui Putin si annesse la Crimea, contro il parere del suo consigliere per la Sicurezza nazionale, Christoph Heusgen, che l’aveva messo in guardia dai rischi geopolitici del gasdotto.

C’è tuttavia molto senno di poi e un po’ di ipocrisia, in questa lettura revisionista dell’età di Merkel. Perché le sue scelte furono condivise in pieno dall’industria tedesca, dal suo partito, la Cdu, e soprattutto dagli alleati della Spd, che fino al 24 febbraio hanno considerato una «vacca sacra» il dialogo e la cooperazione economica con Mosca, in nome della Ostpolitik. Lo stesso Olaf Scholz è stato più volte ministro e da ultimo anche vicecancelliere sotto di lei. Perfino i Verdi, che pure si sono sempre opposti al Nord Stream 2 e che erano all’opposizione, non sono in una posizione impeccabile, avendo sempre visto di buon occhio gli scarsi fondi per la difesa. Insomma, se Merkel porta la colpa principale, nessuno è innocente se la Germania negli ultimi venti anni si è legata mani e piedi al gas russo ed ha rifiutato di assumersi responsabilità geopolitiche. «Merkel — dice l’ex ministro degli Esteri Joschka Fischer, che è sempre stato coerente nel suo giudizio sulla cancelliera — ha sempre e solo pensato a tenere i tedeschi al riparo da ogni pericolo, salvaguardandone tranquillità e benessere come se il mondo e le sue dinamiche politico strategiche non li riguardassero. Ma oggi purtroppo paghiamo il prezzo. Ed è un prezzo molto alto».

Lucio Caracciolo per “la Stampa” il 25 marzo 2022.

Il 27 febbraio scorso il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato il riarmo della Germania. Cento miliardi di euro subito e la decisione di investire più del 2% del pil tedesco ogni anno nella difesa: la Repubblica Federale diventerà così la terza potenza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina, quanto a spese per le Forze armate. Quando la guerra in Ucraina sarà finita (o sospesa) e guarderemo indietro alle sue conseguenze, questa sarà senza dubbio fra le più rilevanti. Perché la Germania non sta sulla Luna ma nel cuore dell'Europa. 

Perché è il nostro principale partner economico, al quale ci lega non solo la moneta ma l'interdipendenza industriale in settori decisivi della produzione. E perché, da paesi sconfitti, abbiamo seguito un percorso geopolitico spesso parallelo dopo il 1945, ma che non sarà più lo stesso dell'anteguerra ucraino. La rivoluzione di Scholz conferma che ci troviamo in un altro mondo, dai contorni indefiniti. E soprattutto in un'altra Europa. Questa sfida ci coglie impreparati.

Per tre generazioni abbiamo vissuto nella quasi certezza della pace. Ciò che nessun'altra generazione di italiani, anche prima dell'Unità, aveva potuto concedersi il lusso di pensare. Abbiamo perciò trascurato le nostre Forze armate, che pure oggi sono seconde solo alla Francia - davanti alla Germania - nell'ambito continentale. Soprattutto, ci siamo disabituati a ragionare in termini strategici, a considerare l'importanza della nostra collocazione geopolitica, a valutare il peso della storia e della geografia nella dinamica delle potenze.

C'è voluta l'invasione dell'Ucraina per ricordarci, ad esempio, che la Federazione Russa è nient' altro che la forma presente dell'impero russo. E che l'Ucraina attuale si considera in lotta per emanciparsi definitivamente dalla sfera d'influenza moscovita, a un secolo e mezzo dai primi tentativi di definire una propria identità contro il governo dello zar. La guerra e la scelta della Germania annunciano una stagione di riarmo in Europa.

Il nostro governo aumenterà la spesa per la difesa, anche se probabilmente il traguardo atlantico del 2%, che significherebbe portare da 25 a circa 40 miliardi gli stanziamenti per le Forze armate, non sarà raggiunto causa pesantissima crisi economica. Immaginare di poter adeguare la nostra sicurezza alla fase di instabilità in cui resteremo a lungo immersi con un'operazione di bilancio e di politica industriale è pericolosa illusione. Insieme alle armi ci serve una strategia.

Che senso ha dotarsi di nuovi mezzi senza aver stabilito a quale scopo ci debbano servire? Dalla fine della guerra fredda abbiamo orientato lo strumento militare verso le missioni di pace (ovvero di guerra a bassa intensità) o come surrogato delle polizie, dei servizi sanitari e di altri commendevoli impieghi civili. Molto spesso abbiamo lanciato le nostre Forze armate in guerre di destabilizzazione delle frontiere italiane - dalla Jugoslavia alla Libia - ossia contro il nostro primario interesse di sicurezza. 

Mai abbiamo avuto il coraggio e la decenza di chiamare con il loro nome queste operazioni, quasi la pace consistesse nel non pronunciare la parola guerra. Con un'ardita incursione in territori proibiti, lo Stato maggiore dell'Esercito ha diffuso il 9 marzo per circolare l'ordine, causa «noti eventi», di addestrare le nostre truppe al «warfighting», lemma evidentemente introducibile nella nostra lingua.

Speriamo che dei 15 miliardi teoricamente aggiuntivi qualche spicciolo venga indirizzato verso la riconversione culturale (e linguistica) non solo delle Forze armate ma dell'opinione pubblica. Allo scopo di riprendere contatto con la realtà. Quindi con l'urgenza dell'elaborazione di una strategia nazionale inquadrata nel nostro sistema di alleanze più o meno cogenti. Altrimenti saremo a disposizione dell'aggressore o di alleati che ci useranno per i propri scopi.

Tutto questo investe l'autorità del governo e del parlamento. Solo dal vertice politico può prendere impulso la più ampia e libera discussione della strategia nazionale. Quella che ci è stata finora (auto)inibita dallo status di paese sconfitto. A proposito: anche il nostro partner in questa desueta categoria, la Germania, ha deciso il 18 marzo di avviare solennemente il dibattito sulla propria strategia di sicurezza, finora tabù. 

Analogo processo inclusivo e pubblico, da istituzionalizzare in un Consiglio per la sicurezza nazionale, è urgente e inaggirabile anche da noi. Soprattutto per adeguare la nostra opinione pubblica al nuovo clima ed evitare fughe in avanti o paralizzanti crisi di panico. Per rientrare nella storia che pensavamo di avere abolito occorrerà forse una generazione. Speriamo di averne il tempo.

Sergio Barlocchetti per “La Verità” il 25 marzo 2022.

Il sospetto che dietro l'invasione dell'Ucraina ci siano questioni energetiche è fondato: Kiev prima dell'inizio degli scontri stava per diventare uno dei maggiori fornitori di litio a «portata di treno» dalle fabbriche europee di batterie e auto, sbandierando una riserva stimata di 500.000 tonnellate di litio, cruciale per la transizione all'elettrico dell'Unione. Proprio il governo di Zelensky aveva firmato un'alleanza strategica per fornire il prezioso materiale alla Ue il 13 luglio scorso. 

Le firme sul documento erano quelle del vicepresidente Maro efovi e del primo ministro Denys Shmyhal, d'accordo nel rafforzare la cooperazione tra Bruxelles e Kiev nei settori del Green Deal e della strategia industriale 2020-2050.

Un accordo simile sarebbe stato possibile anche tra Ue e Russia, ma nella corsa globale all'elettrificazione Mosca credeva meno di quanto facciano i più scettici europei, seppure la società energetica e nucleare statale Rosatom prevedesse di poter raggiungere una produzione nazionale di litio equivalente al 3,5% della produzione mondiale entro il 2025. 

Per farlo, tuttavia, sarebbe stata costretta a rivedere le concessioni fatte ai cinesi per sfruttare i giacimenti della Siberia e della Yakutia, acquisire la gestione di attività minerarie di litio in Africa e America Latina e soprattutto ad aggiornare la tecnologia estrattiva e delle semi lavorazioni associate a questa attività.

A onor del vero, a partire dall'ottobre 2019 Rosatom aveva cominciato a produrre litio per batterie presso gli stabilimenti di Novosibirsk, il cui prodotto principale però è il combustibile per le centrali nucleari. 

Lo fece dopo che nel 2017 annunciò un investimento pari a 15,6 milioni di dollari per avviare la produzione di batterie, un progetto sul cui effettivo stato si sa poco, soprattutto oggi che gli accordi stipulati dalla società controllata da Rosatom, la Uranium One Group (U1g), con i potenziali clienti sono stati bloccati prima dal Covid e poi dalle sanzioni.

Tra questi pre-contratti, quello per il gruppo canadese Wealth Minerals, nel quale si delineava l'acquisizione da parte russa di una partecipazione di maggioranza nel progetto per il litio «Atacama» della Wealth Mineral, in Cile. 

Dove però il governo locale, solleticato dal prezzo stellare che ha raggiunto il prezioso minerale, sta ripensando la politica nazionale che regola la produzione e il commercio del litio. 

I timori delle possibili interruzioni delle forniture russe di metalli come alluminio, rame e stagno ne hanno infatti fatto alzare i costi ai massimi storici dall'inizio di febbraio, innescando un fenomeno che si è sovrapposto agli effetti della transizione verso la mobilità elettrica. Ma nessun metallo è aumentato come il litio, che ha quasi quintuplicato il valore in un anno arrivando alla media di 76.700 dollari la tonnellata, con un aumento del 10% in sole due settimane e del 95% da gennaio 2022. Soltanto un anno fa veniva scambiato a 13.400 dollari la tonnellata.

Dunque nel sottosuolo ucraino si troverebbe una ricchezza mineraria in grado di dare un futuro redditizio alla nazione e anche essere irrinunciabile per l'Europa. Nel 2021 Kiev aveva iniziato a mettere all'asta i permessi di esplorazione per sviluppare le sue riserve di litio oltre a rame, cobalto e nichel, e a questo proposito ricordiamo le parole di Roman Opimakh, capo dei geologi ucraini, che nel maggio di quell'anno commentava: «Questi accordi hanno un'importanza strategica per l'affermazione del nostro Paese sulla scena mondiale in un nuovo ruolo».

A seguito delle trattative, nel novembre 2021 la European Lithium, una società che a dispetto del nome è di proprietà australiana (quotata nelle borse di Sydney e Francoforte, rappresentata in Europa dall'austriaca Ecm Lithium At GmbH), aveva dichiarato l'ormai prossima chiusura di un accordo per assicurarsi i diritti su due promettenti giacimenti di litio scoperti negli anni Ottanta e Novanta. Uno si trova a Shevchenkivske, nel Donetsk, l'altro a Dobra, nell'Ucraina occidentale.

Alla luce delle moderne tecnologie di esplorazione entrambi i siti sarebbero stati sottovalutati e conterrebbero ampie risorse. La società australiana, che finora si è fatta un nome in Europa perché proprietaria di un progetto di estrazione di litio a Wolfsberg, in Carinzia, in territorio ucraino è rappresentata dalla Petro Consulting llc Millstone. 

Questa ha una partecipazione nei due progetti minerari, quello austriaco e quello nazionale. Ebbene: European Lithium ha dichiarato che l'acquisizione delle miniere ucraine sarà graduale e dovrebbe concludersi, guerra permettendo, nel novembre prossimo a scapito della cinese Chengxin Lithium, che aveva chiesto gli stessi diritti e che per ottenerli avrebbe già investito molto denaro in altri settori con accordi di scambio con Kiev.

Investimenti che la guerra, se persa, vedrebbe a rischio o azzerati. Sarà un caso, l'invasione russa è cominciata proprio mentre l'Ucraina stava cercando di posizionarsi sul mercato come uno dei principali attori nella transizione verso l'energia pulita, cominciando un'evoluzione rapida soprattutto per una nazione che ha costruito a lungo la sua economia su carbone, ferro e titanio. 

È quindi chiaro che se ci fosse la pace oggi Kiev sarebbe tra i cinque Paesi maggiori fornitori di litio al mondo insieme con Cina, Australia, Cile e Congo. Non possiamo considerarla la ragione principale dell'invasione russa, tuttavia è ovvio che Mosca ambisca alle caratteristiche minerarie del sottosuolo come alla produzione agricola e alla posizione strategica di questa nazione.

Michele Arnese per startmag.it il 23 marzo 2022.

Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che la Russia accetterà solo pagamenti in rubli per le forniture di gas naturale agli stati considerati “ostili”.

“Ho preso la decisione” – ha detto oggi Putin durante una riunione con il governo russo – “di passare ai pagamenti in rubli per le nostre forniture di gas naturale ai cosiddetti Paesi ostili, smettendo di usare le valute compromesse in queste transazioni”. Le banche avranno una settimana per adeguarsi al cambio di politica e sviluppare un meccanismo che permetta i pagamenti in rubli.

Putin ha poi aggiunto che non ha senso, per la Russia, esportare merci negli Stati Uniti o nell’Unione europea utilizzando dollari o euro. Una dichiarazione che lascia immaginare una possibile estensione del meccanismo in rubli all’interezza dei prodotti venduti da Mosca, e non solo al gas.

In risposta alle sanzioni imposte da parte della comunità internazionale verso la Russia per l’invasione dell’Ucraina, qualche settimana fa Mosca ha stilato una lista di paesi e territori “ostili”: sono definiti così dal Cremlino per aver adottato “azioni ostili”, appunto, nei confronti della Russia e delle sue aziende.

Ci sono tutti i paesi membri dell’Unione europea (anche l’Italia, di conseguenza), e poi Albania, Andorra, Australia, Regno Unito, Anguilla, Isole Vergini britanniche, Gibilterra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del sud, San Marino, Macedonia del nord, Singapore, Stati Uniti, Taiwan, Ucraina, Montenegro, Svizzera e Giappone. 

La lista era stata redatta anche con l’intenzione di stabilire che il governo e le aziende russe potessero ripagare in rubli i debiti in valuta estera contratti con i creditori residenti in questi paesi. A fine febbraio l’Unione europea, gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Canada avevano annunciato il congelamento delle riserve in valuta estera della Banca centrale russa, limitando le capacità della Russia di ripagare il proprio debito.

L’Unione europea è estremamente dipendente dalle forniture di gas russo per il soddisfacimento del proprio fabbisogno energetico: la quota di Mosca sul totale delle importazioni comunitarie è di quasi il 40 per cento. Tra i paesi membri più vulnerabili a un’interruzione dei flussi ci sono la Germania (che acquista da Mosca il 49 per cento del gas importato) e l’Italia (43 per cento).

Putin ha specificato che “la Russia continuerà sicuramente a fornire gas naturale in linea con i volumi, i prezzi e i meccanismi di prezzo stabiliti nei contratti esistenti”. 

Ogni giorno i paesi europei acquistano idrocarburi (gas, carbone e petrolio) dalla Russia per 1 miliardo di euro. Gli acquisti vengono effettuati tramite la rete SWIFT, lo standard internazionale per i pagamenti finanziari da cui alcune banche russe sono state espulse.

Dopo l’annuncio sui pagamenti in rubli, i prezzi europei del gas sono cresciuti fino al 21 per cento all’ICE Endex di Amsterdam: è qui che viene gestito lo scambio dei contratti di gas all’interno del Title Transfer Facility (TTF), il punto di scambio virtuale per il combustibile in questione che funge da hub per l’Europa continentale. 

Il prezzo del gas è arrivato a 118,75 euro al megawattora, contro i 115,9 euro/MWh alla chiusura di ieri.

Dopo l’annuncio di Putin, il valore del rublo rispetto all’euro è aumentato: il cambio è passato da 112 a 108,50. Il rapporto tra dollaro e rublo, invece, è passato da 103 a 97,75 per risalire poi a 100,25. 

La mossa del Cremlino puntava esattamente alla crescita del rublo, sia per infliggere un danno economico ai paesi che hanno reagito all’invasione russa dell’Ucraina con sanzioni finanziarie contro Mosca e sia per ridurre la spesa per le importazioni della Russia.

La Russia vuole che il gas le sia pagato in rubli per due motivi. Il primo è frenare la caduta della moneta russa (un effetto al momento visibile sui mercati). L’altra motivazione è che con questa mossa il costo del gas continuerà a lievitare. Maggiori prezzi significa per Mosca maggiori profitti e quindi più mezzi per sostenere lo sforzo bellico e fare fronte alle sanzioni occidentali.

Ma secondo la società di rating Moody’s, “il rischio di insolvenza [della Russia, ndr] e le potenziali perdite per gli investitori rimangano molto elevati, dato il marcato deterioramento che abbiamo visto nella capacità e nella volontà del governo di far fronte ai propri obblighi di debito nelle ultime settimane”. Moody’s ha tagliato il giudizio della Russia a Caa2, due livelli sopra il default, si legge su MF-Milano Finanza.

Il 25 maggio scadono peraltro le esenzioni concesse dagli Stati Uniti ai soggetti americani che devono ricevere interessi, dividendi o pagamenti in scadenza connessi al debito o all’equity ed emessi dal ministero delle Finanze russo, dalla banca centrale o dal fondo sovrano del paese. 

Moody’s ha fatto sapere che giudicherà come default il ripagamento in rubli delle obbligazioni denominate in valuta estera, anticipato da Mosca con un decreto presidenziale del 5 marzo scorso.

Stando a Bloomberg, le obbligazioni russe in scadenza e sotto osservazione internazionale sono quattro, per un totale di circa 2,25 miliardi di dollari. La prima è una cedola da 65,6 milioni di dollari, scaduta il 21 marzo e non ancora pagata ma rimborsabile in rubli (è previsto). Segue una seconda cedola da 102 milioni, in scadenza il 28 marzo e ripagabile in rubli. La cedola da 87,5 milioni in scadenza il 31 marzo, invece, può venire rimborsata solo in dollari. E lo stesso vale per il grande bond, da 2 miliardi di dollari, che scadrà il 4 aprile prossimo.

Partnership mediterranea. Quanto è sicuro il gas dell’Algeria? Guglielmo Gallone u L'Inkiesta il 15 Marzo 2022.

Lo Stato nordafricano è già il secondo fornitore italiano (il terzo per l’Europa) e potrebbe prendere nuove quote di mercato dalla Russia. Ma le sue relazioni economiche e politiche con Mosca potrebbero diventare un problema.

Ancora oggi l’Unione europea paga alla Russia quasi un miliardo di euro al giorno per l’energia (660 milioni per il gas e 350 milioni per il petrolio). Con la guerra in Ucraina si è iniziato a guardare altrove per staccarsi dall’energia di Mosca.

Pochi giorni fa il ministro Luigi Di Maio è volato ad Algeri – con l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi – per incontrare i rappresentanti del governo del Paese nordafricano. «Con l’Algeria avremo una partnership energetica più forte che ci consentirà di mitigare gli effetti delle sanzioni alla Russia – ha commentato il capo della Farnesina – c’è una grande disponibilità da parte dell’Algeria a sostenerci sia nel breve, medio e lungo periodo».

L’iniziativa del governo rispecchia la recente pubblicazione del nuovo censimento del bilancio italiano sul gas, aggiornato a tutto il 2021, da cui emerge che le due principali fonti di gas per l’Italia sono la Russia (28,988 miliardi di metri cubi) e l’Algeria (22,584 miliardi di metri cubi).

In tutta l’Europa, invece, il gas arriva per il 41% dalla Russia, per il 16,2% dalla Norvegia e per il 7,6% dall’Algeria.

L’origine geografica del gas importato in Italia: Snam Rete Gas s.p.a

La nuova politica energetica che si sta ipotizzando in questi giorni non prevede di chiedere agli algerini di fare ciò che fanno i russi, ma di garantire qualche sforzo in più. Eppure, siamo proprio sicuri di poter fare affidamento sull’Algeria?

Tra Mosca e Algeri c’è un legame molto forte. La Russia è stato il primo Paese al mondo ad aver riconosciuto, nel 1962, il governo provvisorio della Repubblica algerina dopo la guerra d’indipendenza.

Tra il 1962 e il 1989, Mosca ha fornito 11 miliardi di dollari di equipaggiamento militare all’Algeria. Nel 2001 l’Algeria è diventato il primo Paese arabo a firmare un accordo di partenariato strategico con la Russia. Vladimir Putin, in visita ad Algeri nel 2006, ha annunciato la cancellazione del debito algerino verso Mosca (4,7 miliardi di dollari) e un contratto da 7,5 miliardi di dollari per la vendita di armi.

Nel settore delle armi l’Algeria si conferma uno dei primi tre clienti di Mosca insieme a Pechino e New Dehli. Lo scorso ottobre l’ufficio stampa del Distretto Militare Meridionale della Federazione Russa riferisce che Mosca e Algeri hanno avviato le prime esercitazioni militari congiunte presso il campo di addestramento e la base militare di Tarsky, in Ossezia del Nord, Caucaso Settentrionale.

Ma il sodalizio tra Mosca e Algeri ha basi anche nel campo dell’energia. Negli anni ’70 l’Unione Sovietica ha contribuito alla costruzione di impianti metallurgici (El Hadjar e Annaba), centrali termiche (Jijel), gasdotti (Alrar–Tin Fouye–Hassi Messaud e Beni-Zid) e dighe (Tilezdit).

Nel 2006 la compagnia russa Gazprom e la compagnia di Stato algerina Sonatrach hanno firmato un protocollo d’intesa per la produzione del gas e l’ammodernamento degli impianti. Due anni dopo sono iniziate le esplorazioni e le estrazioni di idrocarburi nell’area di El Assel.

Nel 2014 i due Paesi hanno firmato un accordo di cooperazione nel settore dell’energia nucleare, aprendo la strada alla possibile costruzione di una centrale in Algeria (che, ad oggi, non è ancora avvenuta).

La vicinanza dell’Algeria a Mosca è stata confermata lo scorso due marzo alle Nazioni Unite, quando l’Assemblea generale ha adottato una risoluzione per riaffermare la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Hanno votato a favore 141 Paesi, 5 i contrari, 35 gli astenuti. Tra gli astenuti, c’era anche l’Algeria. È solo un gesto d’imparzialità? O c’è altro? Ancora prima, l’alleanza è stata confermata per combattere il Covid: l’Algeria è stato uno dei primissimi Paesi a usare e produrre il vaccino russo Sputnik.

Bisogna poi tener conto dei problemi interni al Paese africano. Da un lato, Sonatrach nel 2021 ha registrato esportazioni per oltre 34,5 miliardi di dollari: un aumento del 70% rispetto al 2020. Il tasso di crescita è stato del 5% e le esportazioni sono aumentate del 19%. Pochi giorni fa, l’amministratore delegato del colosso algerino ha detto di essere «un fornitore di gas affidabile per il mercato europeo, disposto a supportare i suoi partner a lungo termine in caso di situazioni difficili». Tuttavia, «Algeri potrà sostenere il continente solo dopo aver soddisfatto la domanda nazionale e gli impegni contrattuali», ha aggiunto il leader di Sonatrach.

S&P Global riferisce che il consumo di gas algerino è aumentato di oltre il 6% all’anno dal 2010 al 2019, prima che la pandemia provocasse una contrazione della domanda del 7% nel 2020.

Di fronte a un mercato poco stabile, si aggiungono problemi amministrativi: in soli tre anni la Sonatrach ha cambiato quattro presidenti e affrontato scandali di corruzione.

Infine, la politica interna. L’attuale presidente Tebboune, eletto il 12 dicembre 2019, è alle prese con due grandi problemi: manifestazioni di piazza (il movimento Hirak, simbolo della mobilitazione sociale) e astensionismo. Il quadro che emerge è quello di un Paese frammentato. Ed è un problema anche per l’Italia, perché il ponte tra Algeria ed Europa passa proprio per il gasdotto Transmed nel Mar Mediterraneo.

L’esportazione del gas algerino in Europa: una mappa di S&P Global

L’impianto ha una capacità di circa 32 milioni di metri cubi l’anno – è gestito da Sonatrach ed Eni. A dicembre 2021 le due aziende hanno siglato un nuovo contratto petrolifero nell’area onshore del bacino del Berkine per realizzare un programma di esplorazione e sviluppo accelerato di riserve. In quest’occasione, hanno anche firmato un protocollo d’intesa sulla cooperazione nel campo delle rinnovabili (impianti fotovoltaici) e dell’idrogeno (cattura, utilizzo e stoccaggio della Co2).

Quella di guardare altrove per le forniture di gas è un’operazione lecita e condivisibile, ma non priva di rischi.

Il primo è che nessun Paese, oggi, sembra capace a prendere il posto di Mosca come principale fornitore di gas per l’Europa. Il gas non è un rubinetto che si apre e chiude. Non si può deviare la fornitura da un giorno all’altro o da un Paese all’altro. Certe operazioni richiedono soldi, tempo, spazio. Non solo per la produzione, ma anche per il trasporto del materiale. Soprattutto in tempi di guerra e inflazione.

Il secondo rischio lo si è visto con la Russia: vanno bene le relazioni diplomatiche e gli sforzi per cercare nuovi fornitori, ma per intrecciare le relazioni economiche con un Paese su un tema così delicato come l’energia, non si può tralasciare la storia e la politica di quello stesso Paese. Sicuri di bussato al fornitore giusto?

Addio alla centrale a carbone di Cerano: l'Enel conferma chiusura. Il progetto prevede la trasformazione delle attuali Centrali in nuovi poli energetici innovativi. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Marzo 2022.

 La guerra in Ucraina e le misure eccezionali che il governo nazionale deciderà di adottare per l'approvvigionamento energetico e abbattimento dei costi non «modificheranno la strategia» di Enel né l’obiettivo della decarbonizzazione. Lo ha assicurato il responsabile Affari istituzionali territoriali Enel Italia, Gaetano Evangelisti, ascoltato questa mattina in I commissione del Consiglio regionale pugliese in merito ai programmi e prospettive della centrale Enel di Brindisi.

Enel, ha detto il dirigente, proseguirà nel proprio percorso di sviluppo delle fonti rinnovabili e dei sistemi di accumulo, accelerando nell’installazione di nuova capacità. Queste azioni dovrebbero consentire di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e nello stesso tempo di mitigare gli impatti dei prezzi del gas. Il progetto prevede la trasformazione delle attuali Centrali in nuovi poli energetici innovativi. Il percorso di riconversione della centrale Enel di Cerano, quindi, prosegue e un gruppo di produzione a carbone è stato chiuso e resta l'obiettivo della dismissione dell’impianto a carbone nel 2025.

Mirko Molteni per “Libero quotidiano” il 14 marzo 2022.

Un mare di gas sotto il territorio italiano non sfruttato per motivi burocratici. È la ridicola condizione del nostro Paese nel mezzo della crisi globale dovuta alle sanzioni alla Russia per l'invasione dell'Ucraina, che sta condizionando la vita economica delle famiglie e delle aziende, specie quelle le cui produzioni dipendono da grandi fonti di calore, come le produzioni ceramiche, metallurgiche o vetrarie.

In tutta Italia, sulla terraferma e in mare, sono stati censiti a tutt' oggi 1.298 pozzi di estrazione metanifera, fra grandi e piccoli, dei quali ben 752 sono catalogati "inattivi" benché siano tutt' altro che esauriti. Nel solo Adriatico le piattaforme di trivellazione marina estraevano nel 2000 circa 17 miliardi di metri cubi all'anno, crollati del 95% nel giro di vent' anni fino ad arrivare nel 2021 a soli 800 milioni.

Complessivamente, l'Italia è ferma a 3,3 miliardi di metri cubi annui di propria estrazione, solo il 6% dei consumi nazionali, nonostante gli esperti concordino su un potenziale di 10 volte tanto, ovvero 30 miliardi di metri cubi annui. Gli italiani potrebbero contare, più o meno, per metà del fabbisogno di metano su pozzi nazionali. Il vantaggio sarebbe anzitutto strategico, perché il nostro paese dipenderebbe assai meno da Russia, Libia, Algeria, Azerbaijian. Geopolitica a parte, ne guadagnerebbe il portafoglio del cittadino.

I COSTI

l gas nazionale costerebbe infatti 5 centesimi a metro cubo, anziché i 70 centesimi di quello importato. Il paradosso è stato illustratoda un'inchiesta televisiva del noto programma Fuori dal coro, condotto da Mario Giordano su Rete 4. Il suo inviato Tommaso Mattei s' è recato in barca al largo delle Marche, per constatare la triste condizione del parco metanifero nazionale, tecnicamente valido, ma a cui normative e carenze autorizzative tarpano le ali.

All'altezza di San Benedetto del Tronto, c'è la piattaforma Fabrizia, definita "pozzo produttivo, non erogante". Tradotto, di gas sotto il fondo marino ce n'è a iosa, ma la piattaforma non può estrarlo, rimanendo dormiente e rischiando peraltro di deteriorarsi inutilmente a causa della salsedine e degli agenti atmosferici. Nella stessa area, la piattaforma "Davide" è pure inattiva, pur avendo sotto di sé ben 4 pozzi, che salgono a 6 nel caso dell'impianto Pennina. Nel profondo Sud, nel canale di Sicilia, ENI sta investendo sui campi metaniferi Argo e Cassiopea, che avrebbero un potenziale, solo essi, di almeno 1 miliardo di metri cubi annui. 

Tuttavia, come ha confermato a Fuori dal Coro, l'amministratore delegato di DG Impianti-Assomineraria, Michelangelo Tortorella, «aumentare l'estrazione è possibile, ma come tempo necessario parliamo di mesi, il problema è che non abbiamo il sostegno autorizzativo». Mancano insomma le autorizzazioni, la carta bollata.

Un grosso scoglio è stato costituito dal ritardo accumulato dal cosiddetto Pitesai, ovvero il "Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee", creato nel 2018 dal primo governo Conte. Ma c'è stata anche la moratoria del 2019 su nuove prospezioni ed estrazioni, dovuta anche a preoccupazioni come quella sulla potenziale "subsidenza", ovvero dissesti nel fondo marino dell'Alto Adriatico tali da far lentamente affondare Venezia.

Solo lo scorso 11 febbraio 2022, il Pitesai ha pubblicato la mappa aggiornata delle aree del territorio italiano in cui sarà autorizzata di nuovo l'estrazione di metano, per un totale di 26.000 chilometri quadrati sulla terraferma e 91.000 chilometri quadrati di superfici marine. 

Eppure nelle ultime settimane il piano del Pitesai è stato già attaccato e impugnato dalle associazioni ecologiste, che vedono il metano come uno dei peggiori gas serra, senza considerare che, dopotutto, fra tutti i combustibili fossili è il più pulito. 

LE STIME

Secondo una stima Pitesai, le riserve italiane note di gas ammonterebbero ad almeno 92 miliardi di metri cubi, tuttavia c'è chi, come Oscar Guerra, amministratore delegato di Rossetti Marino Spa, accredita un potenziale di 140 miliardi di metri cubi. Senza contare, beninteso, giacimenti ancora ignoti, che potrebbero portare il totale delle riserve "tricolori" a 350 miliardi di metri cubi. 

Quantità, quest' ultima, che però verrebbe esaurita in 10-15 anni se l'estrazione decuplicasse, mentre durerebbe un secolo se si restasse sugli scarsi livelli attuali, ma in tal caso è un problema di quanto la nostra società sia energivora.

Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, durante il 2021 il record regionale di estrazione da terraferma spettava alla Basilicata, con 1 miliardo e 79 milioni di metri cubi annui, seguita dalla Sicilia con 149 milioni e dall'Emilia Romagna con 119 milioni. Quanto alle estrazioni marine, organizzate per "zone", la palma va alla Zona A dell'Alto Adriatico, davanti all'Emilia-Romagna, con 940 milioni di metri cubi.

Fuori dal coro, Mario Giordano davanti ai pozzi di gas dell'Adriatico fermi: "Perché non li attiviamo, quanti soldi regaliamo a Putin". Libero Quotidiano il 13 marzo 2022.

L'Italia resterà senza gas in seguito alla guerra in Ucraina? Se lo chiede Mario Giordano, che a Fuori dal Coro manda un suo inviato in barca a 10 miglia dalle coste delle Marche, davanti a una delle piattaforme di estrazione "completamente spente, anche in questa zona del Mar Adriatico". 

"In Italia ci sono 752 pozzi di estrazione del gas completamente inattivi. Di 1.298 punti di estrazione, 752 sono fermi". In Romagna, nella Laguna di Venezia, davanti alle Marche e all'Abruzzo. Poi c'è la piattaforma Fabrizia, davanti a San Benedetto del Tronto. "Qui sotto c'è un pozzo produttivo non erogante. Ovvero, il gas ci sarebbe e sarebbe pronto per essere preso, ma nessuno lo estrae", da tre anni. 

"Il crollo dell'estrazione del gas nell'Adriatico è stato vertiginoso - spiega l'inviato del talk di Rete4, dati alla mano -. Nel 2000 si estraevano 17 miliardi di metri cubi, oggi 800 milioni. Tradotto: il 95% in meno". Come sottolinea Michelangelo Tortorella, Ceo di Dg Impianti Assomineraria, "è la peggior condizione possibile" per affrontare una crisi energetica come quella che ci sta travolgendo. Stessa sorte poco più a Sud, per la piattaforma Davide, con 6 pozzi non eroganti. Nel 2021, l'Italia ha estratto dal sottosuolo solo 3,3 miliardi di metri cubi di gas, quando sotto i nostri piedi c'è un tesoro da 30 miliardi all'anno, 10 volte in più di quanto produciamo oggi. Tutto fermo, perché mancano le autorizzazioni. Preferiamo utilizzare il 6% di gas italiano, comprandone il 95% dall'estero. Risultato per le nostre tasche: potremmo spendere 5 centesimi di euro a metro cubo, ne diamo invece 70 a Vladimir Putin, alla Libia e all'Algeria.

Andrea Morigi per “Libero quotidiano” il 10 marzo 2022.

Tra farci gasare da Vladimir Putin o dallo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani non c'è poi così tanta differenza. Ma conviene sempre fare qualche distinzione, così come fra il Qatar e l'Azerbaigian. Quel che li accomuna è che vanno presi tutti con le molle. E se si offendono ci lasciano al freddo. 

Con l'eccezione della Norvegia, che entro la fine del 2022 potrebbe aver terminato il proprio gasdotto che alimenterà la Polonia, tutti gli altri giacimenti di gas naturale pienamente attivi si trovano - anzi giacciono - in Paesi non democratici o militarmente aggressivi verso i vicini.

Chissà se, quando le missioni del ministro degli Afffari Esteri Luigi Di Maio, ultimamente spedito in giro per il mondo con il cappello in mano, saranno andate a buon fine e dall'Emirato di Doha apriranno i rubinetti del gas, potremo ancora dire che i nostri fornitori di energia sono anche esportatori e sponsor del fondamentalismo islamico, finanziatori delle moschee più radicali d'Europa, con il benestare dello sceicco Tamim bin Hamad Al Thani.

 Oppure se, dopo che avremo implorato ordinativi aggiuntivi e il dittatore locale Ilham Aliyev li avrà approvati, ci rimarrà un briciolo di coraggio per denunciare gli orrori della guerra santa dichiarata dai musulmani dell'Azerbaigian contro i cristiani dell'Armenia e del Nagorno-Karabakh.

Anche perché Baku avrebbe pagato 2,8 miliardi di dollari in mazzette a politici europei per evitare voti di condanna al Consiglio d'Europa per le sue frequenti violazioni dei diritti umani. Sono decenni che il rispetto deille libertà viene subordinato al tepore domestico e alla mobilità. Nessuno si scandalizza più e nemmeno rimane sorpreso. Peccato che, oltre che dai satrapi di mezzo mondo, ci siamo fatti ricattare anche da ecologisti e adolescenti svedesi. 

Tanto che «in Italia, dove sono abbondanti le riserve, la produzione va verso l'azzeramento per opposizione politica a ogni tipo di perforazione, sviluppo e ricerca. Dal picco di 21 miliardi di metri cubi all'anno nel 1994, nel 2021 si produrranno 3 miliardi di metri cubi», spiegava il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, su We Energy, la rivista dell'Eni, nel dicembre scorso.

Scampate le conseguenze di una primavera araba in Algeria, le elezioni hanno confermato alla guida del Paese un esponente della nomenklatura socialista come Abdelmajid Tebboune. 

In un certo senso è una garanzia. Ieri l'ambasciatore dello Stato nordafricano ha assicurato un potenziamento delle forniture attraverso il gasdotto che collega la sponda sud del Mediterraneo all'isola.

Visto che almeno Algeri non è caduta in mani jihadiste, ora però occorrerà fare attenzione alla sua collocazione nello scacchiere mondiale. Al Palazzo di Vetro, il 2 marzo, il rappresentante algerino si è astenuto, insieme ad altri 34 Paesi, sulla risoluzione dell'Assemblea Generale dell'Onu che chiedeva sanzioni contro la Russia per l'invasione dell'Ucraina. E l'Italia è uno degli Stati "ostili" nella lista nera di Mosca, primo fornitore di armi all'Algeria.

 "Ognuno ha i suoi bastardi", è valso come giustificazione per varie amministrazioni degli Usa ai tempi della guerra fredda, quando preferivano un torturatore militare a un carnefice filosovietico.

Adesso che invece alla Casa Bianca c'è un presidente democratico, Joe Biden, si è disposti a fare uno strappo per un brutto ceffo comunista come Nicolás Maduro, il tiranno venezuelano, liberandolo dalle ritorsioni commerciali purché sganci un po' di greggio. È amico di Putin, anch' egli incarcera e uccide gli oppositori, ma ha dei pozzi da sfruttare e l'oro nero riesce a compensare ogni barbarie. 

 L’Italia, che non ha nemmeno lontanamente l'autosufficienza energetica dell'America, ed già abbastanza preoccupata della situazione in Libia, dalla quale dipende l'approvvigionamento petrolifero della Penisola, dovrà fare i conti con la realpolitik. Ci sono già mercenari russi schierati in Cirenaica, pronti a farci pagare il conto delle sanzioni economiche imposte a Mosca.

BIDEN: STOP A PETROLIO E GAS RUSSI. Da ansa.it l'8 marzo 2022.  

Gli Usa vieteranno l'import di petrolio e gas russi: lo ha confermato Joe Biden parlando dalla Casa Bianca, dopo le indiscrezioni dei media. 

Biden ha vantato l'accordo bipartisan in Usa sull'embargo all'energia russa, ma ha detto di capire che molti alleati non sono in grado di allinearsi su questa misura. "Putin non vincerà - ha sottolineato -, potrà conquistare città ma non un intero Paese". 

Il petrolio vola a New York, dove le quotazioni balzano del 7,38% a 128,11 dollari al barile con Joe Biden che annuncia il divieto delle importazioni di petrolio negli Stati Uniti.

Da ilsole24ore.com l'8 marzo 2022.   

Gli Usa vieteranno l’import di petrolio e gas russi: lo ha confermato Joe Biden parlando dalla Casa Bianca, dopo le indiscrezioni dei media. Stessa decisione, per quanto riguarda il petrolio, è stata annunciata dal Regno Unito.

«Colpendo la maggiore arteria dell’economia russa, il popolo americano darà un altro potente colpo alla macchina da guerra di Putin», ha spiegato Biden. 

«Un rublo ora vale meno di un penny, un centesimo di dollaro americano», ha aggiunto. Le sanzioni occidentali hanno già causato pesanti danni all’economia russa, «hanno creato un cratere». 

Il blocco sarà unilaterale, senza cioè l’assenso degli alleati europei ma è stato fatto «in stretta consultazione» con loro, ha detto il presidente americano. Biden ha detto che capisce la scelta dell’Unione europea, molto più dipendente degli Stati Uniti dall’energia russa. L’Unione Europea importa dalla Russia circa il 25% del petrolio che compra all’estero mentre la quota russa del gas importato è ancora più alta, circa il 40 per cento.

La stretta Usa ha avuto un immediato effetto sui mercati delle materie prime: a New York il petrolio vola, con le quotazioni del Wti che schizzano verso l’alto e il Brent oltre i 130 dollari al barile (+7%). Negli ultimi 6 mesi del 2021 gli Stati Uniti hanno importato dalla Russia circa il 7% del petrolio comprato all’estero. 

Anche Londra blocca l’import di petrolio russo

Anche il governo britannico ha annunciato l’uscita da tutte le importazioni di petrolio russo e suoi derivati entro il 2022, come ulteriore sanzione contro la guerra in Ucraina scatenata da Vladimir Putin. 

La misura, riferisce Bloomberg che cita una persona a conoscenza del piano, verrà implementata nel corso dei prossimi mesi in coordinamento con gli Usa ma non coinvolgerà il gas russo. La Russia ha una quota del 12-13% sull’import di petrolio britannico e dell’8% sui consumi finali.

«Il Regno Unito eliminerà gradualmente l’importazione di petrolio e prodotti petroliferi russi entro la fine del 2022 - ha detto il ministro dello Sviluppo economico Kwasi Kwarteng -. Questa transizione darà al mercato, alle imprese e alle catene di approvvigionamento un tempo più che sufficiente per sostituire le importazioni russe», 

Aie: pronti a rilasciare ulteriori riserve contro caro-energia

L’attesa per le mosse americane sull’import di energia dalla Russia prende dunque la scena, mettendo in secondo piano le altre novità di rilievo della giornata, Come l'intenzione dei paesi membri dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) di rilasciare a breve ulteriori quantitativi di scorte di petrolio per far fronte all’impennata dei prezzi dell’energia provocata dalla guerra in Ucraina.

Dopo aver annunciato il piano anti-rincari il direttore dell’agenzia, Fatih Birol, ha criticato la decisione di Arabia Saudita e Emirati Arabi di non pompare più greggio sul mercato per raffreddare i prezzi. 

In un'intervista al Financial Times, Birol ha spiegato che il rilascio coordinato della scorsa settimana da parte degli Stati Uniti e di altre grandi nazioni consumatrici di energia di 60 milioni di barili è stata una “risposta iniziale” e che l’Iea è pronta a fare “tutto” per ridurre la volatilità nei mercati energetici causata dall'invasione russa dell’Ucraina.

“Siamo pronti a rilasciare tutto il petrolio necessario”, ha detto Birol al Financial Times, osservando che 60 milioni di barili rappresentavano solo il 4% delle riserve petrolifere strategiche totali dei membri dell’Aie. 

Spesa energetica, Bruxelles smentisce nuovi Eurobond

E appartiene al fronte energia anche l’altra indiscrezione rilevante di oggi, secondo cui l’Unione europea si starebbe preparando a lanciare bond “su vasta scala” per finanziare le spese dell'energia e della difesa.

È quanto riporta l’Agenzia Bloomberg citando fonti riservate secondo le quali i tecnici delle autorità europee sono al lavoro per mettere a punto un piano da presentare dopo il prossimo summit di Versailles in programma per il 10-11 marzo. 

Ancora da decidere l'importo e la struttura dell'operazione. L'indiscrezione su possibili Eurobond in cantiere non tarda a riflettersi sull'andamento dei mercati, in particolare quelli dell’Europa meridionale: Madrid e Milano guadagnano il 3% e Lisbona il 2,5%. Più caute Parigi (+1,64%) e Francoforte (+1,41%).

La Commissione europea, per bocca del vicepresidente Timmermans, ha però smentito questa indiscrezione: «Non c’è nessun progetto di eurobond per le spese energetiche a livello di Commissione, forse c’è a livello di qualche Stato membro», ha detto. 

Una bozza della dichiarazione comune che chiuderà il vertice dei leader Ue di giovedì e venerdì, quindi soggetta a possibili ulteriori negoziati, sottolinea l’obiettivo europeo “dell’eliminazione della dipendenza da petrolio, gas e carbone importati dalla Russia” attraverso “la diversificazione delle forniture”. Tra i temi sul tavolo anche l’uso di Eurobond per le spese energetiche, sul quale la presidenza francese è in prima linea.

Apripista il Qfp Ue da 1.800 mld

L'operazione Eurobond (obbligazioni, bond in inglese, che garantiscono congrui interessi agli acquirenti, emesse in cambio di prestiti) giunge a un anno dal pacchetto complessivo da 1.800 miliardi di euro (Qfp) dell’Ue, che comprende anche il Next Generation Fund, per sostenere i maggiori sforzi dovuti alla pandemia da Covid 19. 

Con la nuova iniziativa l'obiettivo dell’Unione europea è di finanziare le maggiori spese dovute alla riforma della difesa e delle infrastrutture energetiche a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina.

L'ipotesi allo studio consiste nell'emissione di obbligazioni da parte della Commissione Europea, che poi convoglierebbe i proventi agli Stati membri sotto forma di prestiti agevolati per finanziare la spesa nelle aree energia e difesa. 

L’apertura del commissario Gentiloni

È del 7 marzo scorso la dichiarazione del commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, che ha indicato la necessità di “concentrarsi su ulteriori impegni e iniziative” evitando di “riorientare la Recovery and Resilience Facility” ipotizzando un “meccanismo di compensazione” per i possibili problemi futuri di forniture energetiche. 

Secondo le indiscrezioni raccolte da Bloomberg la struttura del nuovo finanziamento potrebbe ricalcare quella del precedente programma “Sure” per finanziare il sostegno all'occupazione a seguito della pandemia.

Ecco perché l’embargo del petrolio di Usa e Gb non farà tanto male alla Russia. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 09 marzo 2022

Le quantità di petrolio e prodotti raffinati che smetteranno di comprare i due paesi saranno molto ridotte e la Russia può semplicemente vendere il suo petrolio ad altri acquirenti. Eni non stipulerà nuovi contratti, quelli esistenti continueranno

L’embargo del petrolio russo «servirà semplicemente ad aumentare il turismo del greggio», spiega Salvatore Carollo, esperto di trading petrolifero con un passato in Eni.

Per quanto riguarda i prodotti petroliferi, quindi benzina, gasolio e nafta, avverte Carollo, è tecnicamente è difficile garantire che nei due paesi – come negli altri – non arriverà più niente di russo. 

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica tra Pisa e Roma e la gavetta giornalistica nella capitale, si specializza in politica, energia e ambiente lavorando per Staffetta Quotidiana, la più antica testata di settore.

(ANSA il 10 marzo 2022) - "Al G7 energia c'era ospite il mio equivalente ucraino, nella sessione di apertura, e potete immaginare cosa ci ha raccontato", dice il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, in un'audizione al Senato sul Pnrr. Con gli acquisti di gas "stiamo finanziando una guerra che a noi non piace" riconosce il ministro, che aggiunge "il collega tedesco diceva: non possiamo chiudere e fermare tutta l'economia, altrimenti diventa una tragedia sociale in Germania". "Vale anche da noi, onestamente, perché Germania e Italia hanno un destino simile come importazione", sottolinea il ministro.

Biden annuncia l’embargo al petrolio russo. Ma l’Europa non intende seguirlo. Bruxelles per ora non è in grado di rinunciare all’approvvigionamento energetico da Mosca. Giacomo Puletti su Il Dubbio l'8 marzo 2022.

Gli Stati Uniti hanno aggiunto un nuovo tassello al puzzle di sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin. Un tassello che certo non provocherà sconquassi nell’economia energetica a stelle e strisce, ma che comunque traccia una via potenzialmente percorribile dal resto dell’Occidente nei prossimi giorni. Il presidente Joe Biden ha infatti annunciato il bando completo di tutte le fonti fossili che gli Stati Uniti finora importavano dalla Russia, cioè petrolio, gas liquefatto e carbone. Ovvero quello che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky vorrebbe facesse anche l’Unione europea.

«Stiamo cercando di colpire al cuore la macchina economica di Putin», ha detto l’inquilino della Casa Bianca. Non solo, una delegazione statunitense lo scorso weekend si è recata a Caracas, per parlare con il regime di Nicolas Maduro di un eventuale alleggerimento delle sanzioni contro il Venezuela così da rimpiazzare quelle contro la Russia, e si parla anche di possibili colloqui addirittura con Teheran. Di pari passo il discorso per i privati, con il colosso petrolifero anglo-olandese Shell che ha annunciato che non acquisterà più greggio dalla Russia e che ritirerà la propria partecipazione a tutte le attività legate agli idrocarburi nel Paese. «Sono riconoscente all’azienda per questo passo responsabile ed etico», ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. «Sappiamo che i nostri alleati dell’Ue non sono in grado di seguirci – ha aggiunto Biden – ma sappiamo che anche loro implementeranno strategie a lungo termine per ridurre la dipendenza dall’energia russa».

Il motivo della differenza di strategia tra Bruxelles e Washington è presto detto. Rispetto al totale dei consumi, gli Stati Uniti dipendono dal petrolio russo per il 3 per cento del proprio fabbisogno, l’Italia per l’11 per cento, la Germania per il 35 per cento. E infatti è proprio Berlino a mettersi maggiormente di traverso rispetto all’ipotesi di sanzioni energetiche contro Mosca. Sul totale dell’import, la Russia fornisce alla Germania più della metà del suo fabbisogno di gas, la metà del carbone e, come detto, il 35 per cento del petrolio. E l’Italia? Il nostro paese ha comprato dalla Russia un quarto del gas necessario al proprio fabbisogno, mentre tre quarti arriva dagli stoccaggi e da altri fornitori. «Abbiamo fatto un’operazione estremamente anticipata e rapida ed entro la primavera inoltrata circa 15-16 miliardi di metri cubi saranno rimpiazzati da altri fornitori – ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ad Agorà extra – Stiamo lavorando con impianti nuovi, rigassificazione, contratti a lungo termine e rinforzo delle nostre infrastrutture: ragionevolmente in 24-30 mesi dovrebbero consentirci di essere completamente indipendente».

Nel frattempo, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha parlato con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev per discutere «la situazione sul terreno in Ucraina e l’ulteriore rafforzamento della cooperazione bilaterale, in particolare nel settore energetico», come specificato da palazzo Chigi. Ma in questa guerra contro il tempo per emanciparsi dal gas russo, nessuno si salva da solo. Ed è per questo che giovedì e venerdì, nel Consiglio europeo informale convocato a Versailles dal presidente francese e presidente di turno del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, Emmanuel Macron, si discuterà di un piano per emettere debito in comune, garantito dagli Stati membri, per finanziare sia le spese necessarie alla conversione energetica sia quelle per la difesa comune. Come precisato in conferenza stampa da Frans Timmermans, uno dei vicepresidenti della Commissione europea, il piano è tuttavia un’idea di alcuni leader degli Stati membri, e non della Commissione in sé. Una strategia del genere, sulla falsa riga del Next generation Ue, dovrebbe infatti essere approvata all’unanimità e difficilmente al momento la si otterrebbe.

Ma c’è chi, anche all’interno della Commissione, punta a questo obiettivo. O comunque a qualcosa di simile. Per il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, occorre infatti trovare «strumenti nuovi» per affrontare i problemi che la crisi ucraina pone all’Ue. «Bruxelles si liberi adesso dalla dipendenza energetica russa – ha detto il segretario di Stato statunitense, Anthony Blinken, sulla falsa riga del discorso di Biden – è un imperativo, perché Mosca la usa come un’arma». Se ne parlerà, forse, a Versailles. Nel frattempo, l’Unione europea non potrà far altro che continuare a comprare gas per miliardi di dollari ogni giorno dalla Russia di Putin.

DAGONOTA il 9 marzo 2022.

Che schiaffone per Biden! Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti si sono rifiutati di parlare con il presidente americano, che voleva chiedere ai due Mohammed (Bin Salman e Bin Zayed) di fare qualcosa per arginare l’aumento dei prezzi del petrolio. 

MBS e MBZ hanno dato un bel due di picche a “Sleepy Joe” per una ragione precisa: il “disaster-in-chief” sta apparecchiando il nuovo accordo sul nucleare con l’Iran, insieme a Germania, Francia, Gran Bretagna, Ue e Russia (almeno finché Putin non ha iniziato a bombardare l’Ucraina). Per Riad e Abu Dhabi, a maggioranza sunnita, gli ayatollah sciiti che governano Teheran sono il nemico pubblico numero uno.

Le relazioni dei due Paesi del Golfo con gli Usa sono peggiorate drasticamente con Biden alla Casa Bianca (due esempi: le accuse a Bin Salman su Khashoggi e il mancato supporto alla guerra in Yemen). Per Biden, che ora è costretto anche a cercare disperatamente l’aiuto dell’odiatissimo Maduro in Venezuela, è una bella badilata in fronte, nonché l’ennesima dimostrazione che la politica internazionale è una banderuola soggetta ai cambiamenti delle correnti e degli interessi di parte: mai allearsi con il peggior nemico del tuo migliore amico, o finirai travolto.

Da lastampa.it il 9 marzo 2022.  

In un titolo al centro della prima pagina, il Wsj evidenzia che «Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti snobbano la chiamata di Biden», riferendo che non è riuscito il tentativo del presidente americano di contattare telefonicamente i leader dei due Paesi per chiedere loro di agire sulla leva della produzione petrolifera in modo da arginare in una certa misura l'aumento dei prezzi.

Peggio, i sauditi sono tornati a sottolineare come le loro relazioni con Washington si siano deteriorate sotto l’amministrazione Biden anche perché chiedono maggior sostegno per il loro intervento in Yemen, aiuto con lo sviluppo del programma nucleare civile mentre l’Iran avanza e – soprattutto - l’immunità legale per il principe Mohammed negli Stati Uniti dove, invece, è sotto accusa per diverse denuncia tra cui l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018. 

Sulla stessa lunghezza d’onda gli Emirati che condividono le preoccupazioni saudite sulla risposta moderata degli Stati Uniti ai recenti attacchi missilistici dei militanti Houthi sostenuti dall’Iran in Yemen, così come temono il rilancio dell’accordo nucleare iraniano.

Biden si trova quindi a un bivio e il petrolio a 130 dollari al barile aumenta le pressioni per trovare una soluzione diplomatica. Almeno in medio oriente: i due Paesi sono gli unici grandi produttori in grado di pompare milioni di barili in più. Una capacità che potrebbe aiutare a tagliare i prezzi del greggio.

Rifiutando di parlare con Biden, di fatto, hanno risposto picche alla richiesta americana spiegando di attenersi al piano approvato dall’Opec, senza dimenticare il progressivo avvicinamento a Mosca in nome proprio dell’alleanza energetica.

LA GUERRA DEL LUSSO.

Da corriere.it il 26 giugno 2022.  

Un altro colpo all’economia di Mosca. Quattro Paesi del G7, in corso a Elmau in Baviera, vieteranno le esportazioni russe di oro in un nuovo tentativo di impedire agli oligarchi di aggirare le sanzioni imposte contro la Russia. L’iniziativa congiunta di Regno Unito, Canada, Giappone e Stati Uniti «colpirà direttamente gli oligarchi russi e colpirà il cuore della macchina da guerra di Putin», ha affermato il primo ministro britannico Boris Johnson. Su Twitter il presidente Usa, Joe Biden, scrive invece che il G7 annuncerà «il divieto di importazione dell’oro russo» dal quale Mosca «incassa decine di miliardi di dollari». Lo stop alle importazioni dovrebbe essere ufficializzato martedì 28 giugno.

Il peso dell’oro russo

Il blocco dell’oro comporta danni non da poco per la Federazione. L’oro è la seconda più grande fonte di reddito da export per Mosca, dopo l’energia, con il paese che produce ogni anno circa il 10% dell’oro estratto a livello mondiale. Nel dettaglio, la Russia ha riserve auree tra le più grandi del mondo, per un valore stimato di oltre 140 miliardi di dollari. La maggior parte del metallo viene acquistato dalle banche commerciali russe che lo inviano ai raffinatori prima di venderlo all’estero o alla banca centrale russa, che il 27 febbraio ha dichiarato di voler riprendere gli acquisti di oro sul mercato locale.

Il precedente

Riserve che di fatto la stanno aiutando Mosca ad aggirare le sanzioni vendendo i suoi lingotti. Come successo in Svizzera a maggio quando sono entrate nel paese 3,1 tonnellate di oro di origine russa. Si trattava di lingotti destinati ad essere fusi e per cui l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (Udsc-Bazg) ha comunicato di aver aperto un’inchiesta per verificare l’eventuale violazione delle sanzioni. 

Le conseguenze

Ma quali sono le conseguenze di uno stop all’oro russo? La premessa è doverosa. Le sanzioni occidentali contro la Russia non hanno, fino ad ora , preso di mira direttamente gli scambi commerciali in oro, ma molte banche, spedizionieri e raffinatori hanno smesso di trattare il metallo russo dopo l’inizio del conflitto in Ucraina.Ad esempio, la London Bullion Market Association (Lbma) ha deciso il 7 marzo 2022 di togliere alle raffinerie russe il bollino “Good Delivery”. 

Un marchio che serve a indicare i lingotti vendibili per scopi finanziari. Con il nuovo stop per la Russia diventerà ancora più difficile vendere il proprio oro e lo stesso vale per gli oligarchi. Il divieto di transazioni colpisce infatti chiunque commercia in oro dalla Russia ma non è retroattivo, non riguarderà l'oro di origine russa che è stato precedentemente esportato. Il metallo russo, in ogni caso, continuerà a trovare acquirenti dalla Cina al Medio Oriente.

Non toccati nucleare civile e gas. Sanzioni alla Russia, nuovo pacchetto dell’UE: stop a diamanti e caviale, rating e acciaio. Vito Califano su Il Riformista il 15 Marzo 2022. 

Il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia è stato pubblicato oggi nella Gazzetta Ufficiale europea. E quindi giù, ancora un altro colpo durissimo all’economia russa, questa volta indirizzato allo stile di vita dei cittadini, i beni di lusso, la capacità industriale, l’export di tecnologia e i servizi per l’energia, l’import di acciaio e alluminio “made in Russia”. Le sanzioni seguono la durissima prima tranche attivata dopo l’invasione dell’Ucraina. Sospesa l’adesione della Bielorussia, principale alleato di Mosca, all’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Altri 15 nomi nella lista di oligarchi tra cui il Presidente del Chelsea Roman Abramovich e l’azionista di Alfa Group German Khan. Colpiti imprenditori di spicco attivi nei campi della siderurgia (stimate perdite per circa 3,3 miliardi di Mosca), dell’energia, del settore bancario, nei media e nei prodotti militari. Per esempio l’amministratore delegato di Channel One Russia Konstantin Ernst. Colpite anche nove nuove società tra militari e di difesa. A chi entra nella black list vengono congelati i beni e le transazioni ed è impedito l’ingresso nell’Unione Europea.

L’Unione Europea, in collaborazione con il G7 e altri partner, ha inoltre deciso che potrà aumentare i diritti di dogana in qualsiasi momento su qualsiasi prodotto russo. “Decisione senza precedenti”, per Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue con delega al trade. Vietata qualsiasi transazione con le società statali russe attive nel settore energetico con l’eccezione per l’energia nucleare civile e il trasporto di petrolio e gas – l’Europa, e in particolare Italia e Germania, restano ancora dipendenti dalle materie prime russe. Introdotto un divieto (con Stati Uniti e Regno Unito) di rating della Russia e delle società russe da parte delle agenzie Ue e un altro divieto di fornitura di servizi di rating ai clienti russi.

Blocco secco anche ai prodotti di lusso che non potranno più essere esportati: il tetto minimo è stato fissato a 300 euro. Colpiti dunque anche la classe media oltre agli oligarchi. Lo stop, come elenca Il Corriere della Sera, coinvolge anche teleferiche, seggiovie, sciovie, meccanismi di trazione per funicolari, caviale, tartufi, champagne, Asti spumante, birra, sigari, profumi, pelletteria, selleria, articoli da viaggio, borsette e articoli simili di alta qualità, cappotti, giacche o altri indumenti, accessori di abbigliamento e calzature (indipendentemente dal materiale), cravatte, tappeti e arazzi anche non fatti a mano, perle, pietre preziose e semipreziose, articoli di perle, di gioielleria o di oreficeria, monete e banconote non aventi corso legale, vasellame di porcellana, di gres, di maiolica o di terraglia, apparecchi elettronici od ottici per la registrazione e la riproduzione di suoni e immagini oltre i mille euro, articoli sportivi (sci, golf, immersione e sport acquatici), articoli e attrezzature per il biliardo, il bowling automatico, i giochi per casinò e i giochi azionati da monete o banconote.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

FRANCESCA PIERANTOZZI,JACOPO ORSINI per il Messaggero il 12 marzo 2022.

L'Europa e gli Stati Uniti varano nuove sanzioni contro la Russia. Nel mirino questa volta i beni di lusso, quelli comprati dall'élite ricca del Paese. Con un obiettivo preciso: accrescere le restrizioni sui miliardari e sul loro sfavillante stile di vita affinché costringano Vladimir Putin a fermare le bombe sull'Ucraina e a sedersi al tavolo della trattativa. 

L'Unione europea oggi si appresta ad adottare una serie di misure contro Mosca che prevedono lo stop alle esportazioni di beni di lusso, la sospensione da Fondo monetario internazionale e Banca mondiale e la revoca delle condizioni speciali riconosciute all'Organizzazione mondiale del commercio. Ad annunciare le nuove mosse è stata ieri la presidente della Commissione di Bruxelles, Ursula von der Leyen. «Ci sarà il divieto di esportare qualsiasi bene di lusso dall'Unione europea verso la Russia, un colpo diretto all'élite. Coloro che sostengono la macchina da guerra di Putin non devono più godersi uno stile di vita opulento, mentre le bombe cadono sulle persone innocenti in Ucraina», ha sottolineato.

Le sanzioni andranno a colpire due settori molto rilevanti, soprattutto per Italia e Francia. Il sistema della moda tricolore, quindi tutto il comparto del tessile e abbigliamento, vende nell'ex Unione sovietica circa 1,5 miliardi di euro l'anno. Un giro d'affari che il Covid ha scalfito solo in parte (alla fine del 2021 il valore era ancora inferiore ai livelli pre-pandemia ma di soli sei punti percentuali) e che rappresenta il 2-3% circa delle esportazioni complessive italiane del settore nel mondo. 

LE MISURE Il provvedimento ricalca quello già annunciato da Washington e verrà preso in coordinamento con tutti i Paesi del G7. Il congelamento della posizione di Mosca in Fondo monetario e Banca mondiale in particolare impedirà a Mosca di ricevere prestiti o altre forme di finanziamento. Si allungherà poi la black list degli oligarchi e dei loro familiari vicini a Putin soggetti a blocco dei beni. Proprio ieri lo yacht a vela più grande del mondo, il Sy A, custodito in un rimessaggio di Trieste, del valore di circa 530 milioni di euro e riconducibile all'oligarca russo Andrey Igorevich Melichenko, è stato sottoposto a un provvedimento di congelamento dalla Guardia di finanza. Sarà poi vietata l'importazione di beni in ferro e acciaio dalla Federazione russa e verrà proposta l'adozione di un divieto generalizzato sui nuovi investimenti in Russia nel settore energetico, un divieto che si applicherà anche ai trasferimenti di tecnologia e ai servizi finanziari.

Anche gli Stati Uniti hanno annunciato la messa al bando delle esportazioni di beni di lusso verso Mosca, oltre che il divieto di importare caviale, vodka e diamanti. «Prenderemo di mira i loro super-yacht e le residenze estive da centinaia di milioni di dollari e stiamo rendendo loro anche più difficile comprare prodotti di fascia alta fabbricati nel nostro paese, vietando l'esportazione di beni di lusso in Russia», ha detto Biden riferendosi ai ricchi amici di Putin. «Il G7 sta aumentando la pressione sui miliardari corrotti russi, stiamo aggiungendo nuovi nomi alla lista degli oligarchi e delle loro famiglie che prendiamo di mira», ha aggiunto il presidente americano sottolineando che «stiamo aumentando il coordinamento tra i Paesi del G7 per prendere di mira e sequestrare i loro beni ottenuti in modo illecito».

«Sostengono Putin, rubano al popolo russo e cercano di nascondere i loro soldi nei nostri Paesi - ha continuato l'inquilino della Casa Bianca - fanno parte di quella cleptocrazia che esiste a Mosca e anche loro devono soffrire per le sanzioni». Intanto in Francia i vari Louis Vuitton, Chanel, Hermès o L'Oreal, liquidano la questione con il fatto che la Russia non pesa che per l'uno, massimo due per cento sul mercato del lusso. Se gli uffici stampa delle grandi maison sono rimasti molto discreti sulla guerra in Ucraina, gli esperti del settore sono unanimi: «Tutti restano molto dipendenti dalla Russia, sia perché il paese offre un pubblico appetitoso di quasi 270mila milionari in dollari, sia perché le famiglie degli oligarchi sono tra i più entusiasti acquirenti di borse, profumi e vestiti di alta gamma in tutto il mondo, da Parigi a Courchevel.

Abbandonare la Russia potrebbe significare allontanare queste élite anche dalle boutique su suolo occidentale, con un peso sugli affari a medio termine». I grandi non hanno comunque aspettato l'ordine delle sanzioni arrivato ieri. Hermes ha chiuso le sue tre boutique già il 5 marzo, seguito subito dopo da Kering, il gruppo della famiglia Pinault, che ha abbassato il sipario dei suoi due negozi e quattro corner. 

Via dalla Russia anche Chanel, che ha chiuso le sue 17 boutique e ha sospeso la sua attività di e-commerce. Anche Lvmh aveva già fermato i suoi 124 negozi. Poco male, ha fatto sapere il gruppo, precisando che realizza in Russia «meno del 2 per cento» dei suoi 64 miliardi di euro di vendite. Kering stima invece che la parte russa dei suoi affari valga appena l'uno per cento del totale. La stessa percentuale del gigante italofrancese Essilorluxottica, che nell'ex Urss vende circa l'1% dei suoi occhiali. 

Da corriere.it il 12 marzo 2022.

Gli Stati Uniti imporranno il divieto di import da Mosca di bevande alcoliche, pesce e diamanti. Tolta l’ultima voce, la messa al bando riguarda principalmente caviale e vodka vale a dire le eccellenze del lusso targato Russia conosciute nel mondo ma che nella bilancia commerciale tra i due Paesi non figurano certo ai primissimi posti. (…) 

Paradossalmente a beneficiare dello «sgarbo» di Biden a Putin potrebbe essere l’Italia: dagli anni ‘90 del secolo scorso si è infatti sviluppato un polo di itticoltura e produzione in provincia di brescia che è progressivamente cresciuto fino a collocare l’Italia tra i principali esportatori mondiali di questo prodotto alimentare di lusso. 

Il sistema predisposto dall'Ue. Sanzioni contro gli oligarchi, c’è qualcosa che non torna. Baldassarre Lauria su Il Riformista l'11 Marzo 2022. 

Il sistema sanzionatorio predisposto dall’Unione Europea, per l’invasione illegittima dell’Ucraina, nei confronti dei presunti fedelissimi del presidente russo, Vladimir Putin, al di là di ogni considerazione circa l’opportunità e/o l’efficacia persuasiva di queste misure, sul piano strettamente giuridico rischia di essere un vero e proprio atto di “prepotenza legale”. I provvedimenti di congelamento dei beni eseguiti nei confronti di cittadini della Federazione Russa pongono, infatti, una serie di interrogativi in ordine alla natura giuridica e alla riconducibilità di essi a una “base legale”, compatibile con il diritto comunitario e costituzionale. Nei comunicati diffusi dalle Autorità nazionali, i detti provvedimenti hanno riguardato soggetti appartenenti all’Elite Economica russa, nei confronti dei quali non è stata mossa alcuna specifica contestazione fra quelle contemplate dai Trattati UE, valorizzando così una sorta di “pericolosità sociale da posizione”.

Si tratta di decisioni significativamente incidenti sulle libertà personali, ancor prima di una formale contestazione e indipendentemente dall’apertura di un’indagine, di fatto uno strumento sostitutivo dell’azione militare. In una prospettiva strettamente giuridica, però, si tratta della negazione dei principi di diritto elaborati dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di confisca dei beni nei confronti dei soggetti pericolosi. L’art. 215 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, nell’ambito di poteri assegnati dall’art. 29 allo scopo di determinare scelte politiche degli Stati extra-UE, prevede che il Consiglio possa adottare misure restrittive (rectius sanzioni) nei confronti di persone fisiche o giuridiche, di gruppi o di entità non statali. Le anzidette sanzioni, dunque, possono essere adottate come misure proprie dell’Unione, o al fine di attuare Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nei casi in cui paesi extra-UE o persone fisiche o giuridiche non rispettano il diritto internazionale o i diritti umani, o pongono in essere azioni tendenti a violare la pace.

In siffatto contesto giuridico-convenzionale ci si interroga, allora, sulla compatibilità di dette sanzioni con i principi che ne governano il funzionamento quando esse riguardano persone estranee alle contestate violazioni del diritto internazionale. Se, da un lato, v’è un evidente deficit di “giurisdizionalizzazione”, dall’altro lato sono plurime le incertezze legate al giudizio sanzionatorio che ispirano il congelamento dei beni. Il vuoto di tutela che grava sul soggetto destinatario di dette misure spinge, poi, a domandarsi se la misura sia espressione di un adeguato e legittimo bilanciamento tra finalità politica e libertà individuali. Le misure restrittive relative ad azioni che minacciano l’integrità territoriale dell’Ucraina e la sua sovranità trovano il loro antecedente nelle sanzioni adottate nei confronti di alcune persone ai sensi della Decisione Quadro 2014/145/PESC e del Regolamento UE n. 269/2014, strumenti questi ultimi che confermano come il “congelamento” non operi alla stregua di una sanzione, pur determinandone gli effetti. E del resto non potrebbe esserlo, infatti non è contestato alcun fatto illecito specifico, non è richiesta alcuna pertinenzialità del bene congelato rispetto a un qualsiasi reato, non è prevista l’attivazione di un procedimento. Insomma, una vera e propria finzione giuridica che sotto le vesti di misure ad personam cela una vera e propria sanzione economica diretta a uno Stato sovrano per le politiche “criminali” del suo governante.

Tale impostazione, però, non appare compatibile con i principi della Convenzione EDU, cui aderisce anche la Federazione Russa. Proprio, l’art 1 della Convenzione riconosce il diritto di ogni persona al rispetto da parte degli Stati delle proprie libertà individuali, mentre l’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU protegge il diritto di proprietà di ogni persona fisica o giuridica al rispetto dei suoi beni. Sicché, appare evidente come la nobile causa che ispira la repressione della violazione dell’ordine internazionale attraverso il sistema delle sanzioni ai cittadini russi, solo perché tali, in assenza di alcun giudizio di colpevolezza di qualsivoglia natura, colloca le stesse misure in un’area giuridica assai incerta e di dubbia costituzionalità, per difetto di precisione e determinatezza del paradigma normativo che configura la fattispecie oggetto di sanzione. Non sfugge allora come l’anzidetto “sistema sanzionatorio”, espressione del c.d. diritto penale ad alta velocità, rischi di piegare la storica sensibilità giuridica dell’Unione Europe alla logica della guerra, quella indiretta attuata con le sanzioni all’economia dello Stato aggressore, e ciò in assenza della dichiarazione dello stato di guerra da parte dei singoli Stati. Baldassarre Lauria

LA GUERRA FINANZIARIA.

Inadempiente. La Russia è in default sul debito estero per la prima volta da oltre un secolo. L'Inkiesta il 27 Giugno 2022

Domenica è scaduto anche il periodo di grazia su due bond denominati in dollari. Mosca non è riuscita a pagare perché le sanzioni imposte dall’Occidente di fatto l’hanno isolata dal sistema finanziario globale

La Russia è inadempiente nei confronti dei suoi creditori e degli investitori che detengono le sue obbligazioni internazionali. In altre parole, è in default tecnico. Cento milioni di dollari di interessi per due bond denominati in dollari sono scaduti domenica sera, ma non c’è stato alcun pagamento: è il primo default di Mosca dalla crisi finanziaria del 1998.

I 100 milioni di dollari di interessi potevano essere pagati entro il 27 maggio scorso. Poi, come sempre in questi casi, c’è un “periodo di grazia” di un mese che dovrebbe consentire al debitore di mettersi in regola. Il mese scadeva ieri, domenica 26 giugno.

La Russia in realtà avrebbe sufficienti riserve economiche – grazie alle esportazioni di petrolio e gas – ma a causa delle sanzioni applicate in questi mesi non riesce a fare operazioni sullo scenario finanziario internazionale. È per questo che si tratta di un default molto singolare: Mosca non ha pagato non perché non volesse o non avesse i fondi per farlo, ma perché le condizioni economiche imposte dall’Occidente glielo hanno di fatto impedito. Un caso senza precedenti.

Forse è per questo che nessun organismo internazionale ha ancora dichiarato la Russia in default. Perché se da un lato è vero che le agenzie di rating, ad esempio, si sono svincolate dalle entità russe da un po’, sulla scia delle sanzioni internazionali, dall’altro probabilmente si cercano conferme più nette.

L’ultimo default sul debito estero della Russia, scriveva ieri Bloomberg, risale a un secolo fa, cioè quello al 1918 – a differenza del 1998, che era un default sul debito interno. All’epoca, dopo la Rivoluzione bolscevica, il leader sovietico Lenin si rifiutò di ripagare i debiti internazionali che erano stati fatti dall’impero ormai scomparso.

La condizione di isolamento dal sistema economico internazionale che ha tolto a Mosca ogni possibilità di fare le transazioni necessarie per il pagamento, unito alla teorica disponibilità economica di pagare i debiti, potrebbe spingere il Cremlino a rifiutare la definizione di default: il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha già puntato il dito contro i governi occidentali dicendo che stanno cercando di costringere il Paese «a un default artificiale e hanno tentato di aggirare le loro stesse sanzioni suggerendo che Mosca potrebbe pagare in rubli se i pagamenti in dollari non possono raggiungere gli obbligazionisti».

Un mese fa, prima della scadenza ufficiale dei termini per il pagamento, la Russia ha incontrato un enorme ostacolo sul suo cammino, scrive il Financial Times: «L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha effettivamente bloccato Mosca dall’effettuare pagamenti».

Di norma, le conseguenze di un default sono molto dure per il Paese che lo dichiara, in questo caso però le conseguenze per la Russia potrebbero essere relativamente contenute. Di solito infatti c’è un problema di fuoriuscita rapida di tutti gli investimenti esteri, e si registra un’enorme difficoltà a rifinanziarsi sui mercati. Ma tutte queste cose sono ormai lo status quo da diverse settimane.

Intanto dal G7 è in arrivo anche un bando dell’oro russo: stop delle importazioni impedirà agli oligarchi di usarlo per convertire i loro beni e aggirare così le sanzioni.

Può sembrare singolare che questa decisione arrivi così tardi, dopo oltre quattro mesi di guerra e decine di tavoli per stabilire se applicare questo o quel tipo di sanzione per colpire l’economia del Cremlino.

La Russia è il secondo produttore mondiale di oro, ogni anno estrae il 10% del totale estratto su scala globale, e rappresenta la seconda voce, dopo l’energia, delle esportazioni russe. Inoltre, le disponibilità auree della Russia sono praticamente triplicate dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Cosa più importante, le riserve auree in Russia sono rimaste invariate nel primo trimestre del 2022 rispetto agli ultimi quattro mesi del 2021, secondo il World Gold Council.

Il bando all’oro russo, però, sarebbe per lo più simbolico, secondo alcuni analisti, poiché i suoi flussi sono già stati limitati dalle sanzioni. «L’impatto di un divieto sulle importazioni di oro russo da parte delle nazioni del G-7 sarà probabilmente piuttosto limitato, dato che il settore ha già adottato misure per limitare l’oro russo», ha detto a Bloomberg Warren Patterson, capo della strategia delle materie prime di ING Groep NV.

Vivek Dhar, analista della Commonwealth Bank of Australia specializzato in materie prime, diramato una nota ufficiale in cui spiega che tale divieto «formalizza ciò che è stato in gran parte in vigore tramite sanzioni», e infatti non si aspetta un rialzo sostanziale dei prezzi dell’oro.

Infine, come scrive Politico, fin qui le sanzioni – per quanto ampie e aggressive – non hanno ancora scoraggiato davvero Putin, né lo hanno convinto a ritirare le sue truppe dall’Ucraina.

Russia da domani in default tecnico (prima volta dal 1998): i due bond non pagati e cosa può succedere. Giuliana Ferraino su Il Corriere della Sera il 26 giugno 2022.  

La Russia è a poche ore dal default.

È terminato domenica notte il «periodo di grazia» di 30 giorni per pagare gli interessi su obbligazioni per 71,25 milioni di dollari e 26,5 milioni di euro, scaduti il 27 maggio. Questa mattina, a meno di pagamenti (improbabili) dell’ultima ora, la Russia sarà perciò in default «tecnico», cioè inadempiente nei confronti dei creditori. È la prima volta che la Russia fa default sul suo debito estero dai tempi della rivoluzione bolscevica. Allora i rivoluzionari decisero di ripudiare il debito estero contratto dall’impero zarista e nel 1918 Lev Trotsky lo annunciò ai creditori occidentali dicendo: «Signori, siete stati avvertiti». L’ultimo default sul debito sovrano russo in rubli, invece, risale al 1998. Allora la crisi finanziaria provocò la drammatica svalutazione del rublo, che costrinse Mosca a fermare i pagamenti sui suoi titoli di Stato.

Obbligazioni per 40 miliardi di dollari

Questa volta è diverso. Mosca ha circa 40 miliardi di dollari di obbligazioni estere in circolazione e deve onorare circa 2 miliardi di dollari di pagamenti in scadenza entro la fine dell’anno. Grazie alle entrate miliardarie della vendita di petrolio e gas, Mosca ha le risorse per far fronte ai pagamenti sugli interessi, ma non può farlo perché Europa e Usa hanno escluso la Russia dal circuito dei pagamenti internazionali, dopo l’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio. Dopo l’espulsione di Mosca dai sistemi finanziari, che fanno girare le ruote del credito e del commercio internazionale, il default ora ne suggella lo status di paria globale.

Il blocco americano

Il mese scorso, il Dipartimento del Tesoro americano ha messo fine alla possibilità della Russia di ripagare gli investitori internazionali attraverso le banche americane. In risposta, Mosca ha replicato che pagherà i debiti denominati in dollari in rubli e offrirà «l’opportunità di una successiva conversione nella valuta originale».

Quando un Paese va in default, può essere tagliato fuori dai prestiti sul mercato obbligazionario fino a quando l’insolvenza non viene risolta e gli investitori non riacquistano fiducia nella capacità e nella volontà del governo di pagare. Ma la Russia è già stata esclusa dai mercati dei capitali occidentali, quindi un eventuale ritorno al prestito è comunque molto lontano.

Perciò l’impatto è soprattutto simbolico. Il default rappresenta uno schiaffo all’orgoglio del presidente Vladimir Putin. E pesa sulla credibilità di Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale, che aveva conquistato gli investitori internazionali con le sue credenziali di economista seria e la promesse di modernizzare la finanza russa, garantendone l’affidabilità. Alle sanzioni imposte dai Paesi occidentali, il Cremlino ha accusato l’Occidente di spingerla verso un default «artificiale». Che adesso arriva.

L’impatto sugli invetitori stranieri

«Da marzo pensavamo che un default russo fosse probabilmente inevitabile, e la domanda era solo quando», ha dichiarato alla Reuters Dennis Hranitzky, responsabile del contenzioso sovrano presso lo studio legale Quinn Emanuel. Il default è alle porte. Ma qual è l’impatto del default fuori dalla Russia?

Le sanzioni occidentali per la guerra hanno fatto fuggire le aziende straniere dalla Russia e hanno interrotto i legami commerciali e finanziari del Paese con il resto del mondo. Il default sarebbe un ulteriore sintomo di questo isolamento . Gli analisti ritengono che un default della Russia non avrebbe il tipo di impatto sui mercati e sulle istituzioni finanziarie globali che ebbe il precedente default nel 1998. All’epoca, l’insolvenza della Russia sulle obbligazioni in rubli nazionali portò il governo degli Stati Uniti a intervenire e a chiedere alle banche di salvare Long-Term Capital Management, un grande hedge fund statunitense il cui crollo, si temeva, avrebbe potuto scuotere il sistema finanziario e bancario.

I detentori delle obbligazioni, ad esempio i fondi che investono in obbligazioni dei mercati emergenti, in teoria potrebbero subire gravi perdite. La Russia, però, pesa poco negli indici delle obbligazioni dei mercati emergenti, e ciò limita le perdite agli investitori dei fondi.

Francesco Bertolini per “La Verità” il 24 maggio 2022.

Il rublo ha superato la soglia dei 60 dollari (ieri a 58 sul dollaro) per la prima volta da aprile 2018, un livello che preoccupa le stesse autorità monetarie russe, orientate ad allentare i controlli sui capitali, dietro pressione del governo e della Confindustria russa. La sua corsa sembra inarrestabile per molteplici motivi, ma la notizia è sfuggita ai nostri grandi giornali che, pochi giorni dopo l'invasione, prefiguravano nell'esclusione dal sistema swift l'arma nucleare economica per affondare il rublo e la Russia. 

Ursula von der Leyen tuonava che questa decisione avrebbe messo in ginocchio la Russia e che l'Unione Europea non si sarebbe fermata, avrebbe isolato Mosca togliendole ogni collegamento con il resto del mondo. Dopo quasi 3 mesi di guerra, la Russia continua a incassare giornalmente molti più soldi rispetto a un anno fa, in quanto il prezzo del gas è quintuplicato rispetto ai 12 mesi precedenti, per cui il bando di vodka e caviale non crea particolari problemi al Cremlino.

E il prezzo del gas non c'entra niente con Putin e con la guerra in Ucraina; le modifiche introdotte dall'Unione europea che hanno spinto il mercato del gas verso le quotazioni spot del mercato di Amsterdam, inevitabilmente più volatile e soggetto facilmente a ogni tipo di speculazione rispetto a contratti a lungo termine con prezzi pre determinati sono la vera causa dell'impennata folle dei prezzi del gas. 

Senza riprendere la questione tragicomica del gas russo e dei pagamenti in rubli sembra che a nessuno, in realtà, interessi tagliare il gasdotto che arriva dalla Russia e che attraversa l'Ucraina. In questi mesi sono state sganciate migliaia di bombe e distrutti migliaia di obiettivi militari e infrastrutture civili, acquedotti, scuole, ferrovie, industrie di ogni tipo; solo una cosa è rimasta intatta, il gasdotto, nessuno ha neanche lontanamente lanciato un missile su questo tubone che collega Russia, Ucraina e Europa.

Zelensky, invece di fare il predicatore social in giro per parlamenti e festival, avrebbe potuto chiudere i rubinetti, avrebbe potuto mettere una bomba, avrebbe potuto in sintesi tagliare il cordone energetico tra Russia e Europa; ma non l'ha fatto, continua a utilizzare il gas russo e a incassare le royalties per il passaggio del gasdotto sul territorio ucraino.

L'ipocrisia dovrebbe essere la vera vincitrice del festival di Cannes, dove Zelensky ha partecipato al suo ultimo show, chiedendo aiuto all'Europa per cacciare via il lupo cattivo russo, per usare un linguaggio alla Furio Colombo. Il gas è solo una delle tante criticità che la guerra ha esasperato, pur non essendone in questo caso specifico la principale responsabile. Sono i prezzi delle materie prime, che, insieme all'inflazione, di cui sono concausa e conseguenza, che rischiano di creare un disastro globale ben superiore agli effetti diretti della guerra.

Fino a un anno fa, alla sempre nostra mitica Ursula veniva detto che l'inflazione non era un pericolo, nonostante le montagne di soldi immessi nel sistema per far fronte alla gestione della pandemia. In realtà l'inflazione è l'unico modo che il mondo ha per gestire i debiti pubblici dei Paesi con maggiori difficoltà; ma rischia di sfuggire di mano. Cominciano a saltare paesi, oggi piccoli e poco significativi come il Libano e lo Sri Lanka, ma le prospettive sono drammatiche.

La carenza di materie prime e l'aumento dei loro prezzi ha come unica prospettiva una esplosione sociale in molti paesi cosiddetti emergenti, dove l'aumento dei prezzi non sarà accompagnato da un aumento dei salari; le borse si sono gonfiate come mai negli ultimi due anni e in queste settimane cominciano a perdere terreno pesantemente, ma la grande finanza continua a appropriarsi di fette sempre più grandi della capacità produttiva mondiale, ovviamente a debito, chiedendo risorse ai mercati dove il famoso parco buoi è tutto contento di investire sapendo già che si vedrà restituito il capitale a 5/10 anni che varrà immensamente meno. 

E mentre Furio Colombo, Ursula e i loro amici etici e responsabili attendono il fallimento della Russia, autonoma sia da un punto di vista energetico che alimentare, i poveri saranno sempre più poveri e in numero esponenzialmente in crescita, mentre pochissimi ricchi saranno sempre più mostruosamente ricchi.

Ucraina, Guido Crosetto solleva il sospetto più inquietante: "Nessuno li ha toccati". I soldi della Russia all'Ucraina. Giada Oricchio Il Tempo il 10 aprile 2022.

“Strano… Nessuno li ha toccati”. Guido Crosetto, oggi imprenditore, ma qualche anno fa padre putativo di Fratelli d’Italia, ha una visione molto pratica dell’invasione in Ucraina da parte della Russia. Su Twitter ha scritto: “Le "transit fee" e cioè i soldi che la Russia paga all’Ucraina per il passaggio del gas nei gasdotti sul suo suolo, rappresenta circa il 4% del Pil ucraino. Continuano a essere pagate anche in queste settimane”.

E con un filo di ironia osserva: “Infatti, stranamente, nessuna delle parti ha toccato i gasdotti”. Il senso del messaggio è chiaro: un circolo vizioso difficile da spezzare lega la Federazione russa, l’Ucraina di Zelensky e l’Occidente attaccato alla “canna” del gas, Germania e Italia in primis. Ieri, 9 aprile, la compagnia statale russa Gazprom ha fatto sapere che sta fornendo gas naturale all'Europa attraverso la terra che sta martirizzando, l'Ucraina, nel pieno rispetto dei contratti con gli Stati europei. Tuttavia, secondo quanto ha riportato l’agenzia Reuters, le richieste sono state di circa 78,3 milioni di metri cubi per il 9 aprile, in netta diminuzione rispetto ai 91,3 milioni di metri cubi richiesti il giorno prima. E questo perché la guerra ha svegliato l’Europa che ha intrapreso tutte le strade per non farsi ricattare da Putin sul gas. 

Ilario Lombardo per “La Stampa” il 7 aprile 2022.

Andò così. Fu Mario Draghi, ex presidente della Bce, a suggerire alla Commissione Ue di colpire il cuore delle risorse finanziarie di Putin: la Banca centrale russa. Avvenne la notte del terzo giorno di guerra, a fine febbraio. 

A ricostruire quelle ore è stato il Financial Times, ma già sui quotidiani italiani era trapelata la volontà di Draghi di colpire l'accumulo di riserve che Putin aveva portato avanti per anni.

Ieri, il presidente del Consiglio ha confermato il retroscena. Fu proprio lui a studiare i meccanismi «per congelare le riserve della Banca centrale russa depositate o presso altre banche centrali o in banche normali in giro per l'Europa». Nessun Paese si oppose. 

Una sanzione durissima, che piegherà le capacità di autosufficienza economica dei russi. Draghi ci tornerà sopra, qualche giorno dopo, rivendicando la scelta. Lo farà in Parlamento spiegando che le riserve della Banca di Mosca erano aumentate di sei volte dalla guerra di Crimea, nel 2014, a oggi.

Nei primi giorni della guerra scatenata lo scorso 24 febbraio, l'Italia, troppo dipendente dal gas russo, è sospettata di voler frenare sulle sanzioni. Draghi propone di puntare su altro e di usare il primo dei cinque pacchetti di misure finora confezionati dall'Ue contro il salvadanaio di Putin. 

È la presidente della Commissione Ue Von der Leyen a chiedergli una mano, mentre a Washington la segretaria del Tesoro Yellen sta studiando come procedere. Nella ricostruzione dei funzionari di Bruxelles, i leader europei temevano che la Russia potesse venire a conoscenza dei piani, se non avessero fatto in fretta. Von der Leyen chiama Draghi e gli chiede di mettersi in contatto con Yellen per trovare al più presto la soluzione. Qualche ora dopo arriva la proposta del premier italiano.

La rete bucata delle sanzioni, così il rublo è tornato a salire. Federico Fubini e Marco Galluzzo su Il Corriere della Sera il 22 Marzo 2022.  

Niente rivela forza e limiti delle sanzioni europee contro la Russia come il viaggio del rublo nell’ultimo mese. Ha perso il 42% sull’euro da quando Bruxelles annunciò il blocco delle riserve valutarie della banca centrale, nelle prime due settimane di guerra. Ha recuperato il 32% nelle seconde due settimane ed è esattamente questa inversione di tendenza a porre domande che i leader europei, nel loro vertice di domani, potrebbero fingere di non capire perché non hanno risposte. O almeno non ne hanno ancora, a causa delle esitazioni della Germania e di una generale assenza di coordinamento fra i governi che ricorda le prime settimane della pandemia. Allora ogni Paese cercava respiratori solo per sé, a costo di sottrarli agli altri. Oggi cerca rigassificatori galleggianti e nuovi fornitori di energia solo per sé, sempre a costo di sottrarli agli altri: Germania e Italia competono fra loro proprio in questi giorni per gli acquisti di gas liquefatto dal Qatar e di navi di rigassificazione in offerta nel mondo.

Non è sorprendente. Proprio la rivalutazione della moneta di Vladimir Putin segnala alcuni buchi nella rete delle sanzioni e nell’approccio europeo in questa crisi. Preservati dal blocco, gli istituti pubblici russi Gazprombank e Sberbank incassano ancora euro e dollari in cambio di gas, petrolio e carbone venduto all’Europa. Quindi con l’80% di quei flussi di moneta forte acquistano rubli, sistematicamente. In altri termini la moneta di Mosca si rivaluta perché sostenuta dagli interventi - almeno venti miliardi di euro nell’ultimo mese - con soldi degli europei. Così la rendita di Mosca da fonti fossili sta negando parte dell’efficacia delle sanzioni già prese.

La risposta sarebbe semplice: indicare una strada magari graduale e parziale, ma precisa, che porti l’Europa a ridurre i trasferimenti consegnati ogni giorno al Cremlino e alla sua macchina bellica. Ai prezzi attuali, anche senza contare il gas, sono circa 200 miliardi di dollari per il greggio e 44 per il carbone nel 2022. Ma la bozza di conclusioni del vertice europeo di domani e venerdì mostra come i leader europei esitino a muovere anche un solo passo in questo senso. «L’Unione uscirà gradualmente dalla sua dipendenza dal gas, dal petrolio e dal carbone il prima possibile», si legge nella bozza. È possibile che venerdì la posizione finale risulti più risoluta. Ma colpiscono per ora l’assenza di scadenze precise negli impegni e la certezza che l’Europa dipenda dal carbone di Mosca (per 130 milioni di tonnellate all’anno). In realtà non è così: il carbone russo viene importato in gran parte dalla Germania, ma esisterebbe già oggi l’alternativa del prodotto australiano messo sotto embargo dalla Cina. La scelta tedesca di rifornirsi in Russia dunque non è obbligata, ma solo frutto di una preferenza commerciale. Anche sul petrolio sono state proposte ai governi europei possibili contromisure: per esempio, imporre una tassa sull’importazione di barili che sia fatta pagare ai produttori russi.

Berlino però esprime riluttanza a tutte queste idee che ridurrebbero la rendita esorbitante di Vladimir Putin: no alla tassa sul greggio, no al carbone australiano, no anche alla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. Il timore di nuocere all’industria tedesca è troppo forte, anche se intanto l’Ucraina brucia. Così il vertice europeo si limita a promettere, per ora, che tutte le opzioni saranno riviste dopo un rapporto dei regolatori europei (Acer) atteso fra un mese. È possibile che l’orrore della guerra e la pressione degli altri governi spingano Berlino, ancora una volta, a un’apertura nelle prossime ore. Tutte le idee restano sul tavolo. Jake Sullivan, della Casa Bianca, fa capire che gli Stati Uniti aumenteranno le forniture di gas liquefatto all’Europa. Ursula von der Leyen chiederà un livello minimo comune di stoccaggio del gas pari al 90% delle capacità degli impianti. La presidente della Commissione otterrà anche una piattaforma europea, che aggreghi la domanda di gas e petrolio di tutti i Paesi: simile a quanto accaduto con i vaccini anti-Covid. Oggi però, di fronte al dramma ucraino, l’Europa non ha ancora raggiunto il livello di unità politica del 2020. Anche perché manca la figura che nel 2020 la permise, Angela Merkel.

“Inglesi furbi con le sanzioni alla Russia”. Bonomi si infuria: rischio boomerang per l'Italia. Mezz'ora in più, “inglesi furbi con le sanzioni alla Russia”. Carlo Bonomi si infuria: rischio boomerang per l'Italia. Il Tempo il 06 marzo 2022.

“Contro la Russia sanzioni dure ma compatibili perché rischiano di essere un boomerang”. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è stato intervistato da Lucia Annunziata nel corso della puntata del 6 marzo di Mezz’ora in Più su Rai3 ed il primo tema affrontato è quello della guerra in Ucraina: “Sulle sanzioni tutti giochino la stessa partita o avremo problemi. L’Italia ha messo in atto 490 interventi, la Svizzera 371, il Canada 417, l’Australia 403 e l’Inghilterra invece 16. Credo che tutti sappiamo come il Regno Unito sia la residenza di molti oligarchi russi, o giochiamo la stessa partita o sarà difficile giustificare alle nostre imprese che in Russia investono 11 miliardi di euro che devono accettare questo pacchetto di sanzioni quando qualcun altro non gioca la stessa partita. Le sanzioni che giustamente l’occidente ha messe in campo sono sanzioni molto pesanti mai realizzate prima nel corso della storia ma - sottolinea Bonomi - che hanno tenuto fuori il tema dell’energia perché è un tema delicato per tutti. Sanzioni che rischiamo di essere un boomerang e che determinano una incongruenza. Noi abbiamo bloccato gli stock di riserve della banca centrale russa ma non il flusso. Per questo a maggior ragione, dobbiamo modificare il nostro mix energetico”. 

“La Russia - prosegue il numero uno degli industriali italiani nello studio dell’Annunziata - ha invaso un paese democratico e noi dobbiamo sostenere l’Ucraina. Poi il fronte della diplomazia si è mosso e si muoverà ancora, lo stesso Stato del Vaticano si è mosso perché tutti noi vogliamo la pace. L’imprenditore fa delle scelte economiche, non politiche. C’è stato un periodo in cui ci sono state forti relazioni con il nostro paese e la Russia, agevolazioni e spinte per andare a investire in Russia e quindi il sistema economico si è indirizzato verso quell’area. Ma nel merito la Russia ha invaso l’Ucriana. E questo non si può perdonare come non si può perdonare la non creazione di corridoi umanitari… Civili inermi costretti a restare sotto le bombe. Abbiamo una necessità fondamentale di raggiungere l’indipendenza energetica, noi e l’Europa. Bisognerebbe avere il coraggio di dire, dobbiamo cambiare alcuni investimenti energetici, nelle industrie della difesa, nella ricerca e nella tecnologia, e il Pnrr dovrebbe essere modificato, riscritto e allungato nella sua estensione temporanea, servirebbe a tutta l’Ue”.

Si passa poi ad un giudizio sul lavoro del governo guidato da Mario Draghi: “I nostri giudizi sono sempre sul merito. Il presidente Draghi è una personalità tale da riportarti a livelli internazionali ed è un presidente competente che sa cosa deve essere fatto. È un presidente che ci deve consentire di fare quelle riforme di cui questo Paese ha necessità. Ed è nostro dovere dargli tutto il supporto. Ma questo non ha impedito di dire che alcune cose della legge di bilancio non ci piacevano, questo è entrare nel merito delle cose”.

(ANSA-AFP il 3 marzo 2022) - Le agenzie di rating Fitch e Moody's hanno declassato la Russia nella categoria dei paesi che rischiano di non poter rimborsare il debito, nel contesto dell'invasione dell'Ucraina. Moody's ha abbassato il proprio giudizio sul debito a lungo termine da Baa3 a B3, mantenendolo sotto osservazione viste le sanzioni imposte dai paesi occidentali alla Russia. Fitch ha abbassato il rating da BBB a B, con outlook negativo. Questi rating pongono il debito della Russia al livello 'speculativo'.

Federico Fubini per il “Corriere della Sera” il 3 marzo 2022.

Lo choc energetico della guerra si sta riversando sull'Europa come uno tsunami partito non appena il primo stivale russo ha calpestato il suolo ucraino. Ora il continente e l'Italia sono alle prese con una cascata di implicazioni: economiche, finanziarie, ma anche politiche ed etiche, perché i Paesi dell'Ue si trovano di fatto a co-finanziare l'aggressione di Vladimir Putin a Kiev pagando a Mosca le forniture di gas, petrolio e carbone a prezzi esorbitanti in moneta forte e al riparo dalle sanzioni che essi stessi hanno appena stabilito.

Che questo equilibrio non possa reggere a lungo risulta chiaro però dall'esplosione delle quotazioni in queste ore. Ieri il prezzo del gas europeo sul mercato di Amsterdam è rincarato del 42,2%, su valori più che doppi rispetto ai livelli già altissimi di inizio anno. Il carbone ha fatto registrare un balzo del 33% e ormai tratta al triplo dei prezzi del primo gennaio; quanto al petrolio (Brent), è cresciuto del 6% e scambia ai massimi dal 2014. Il detonatore nelle ultime ore è stato proprio il pacchetto di sanzioni alla Russia, benché le materie prime fossili restino fuori.

«Il mercato ha iniziato da solo ad applicare un embargo sugli idrocarburi russi», spiega Simone Tagliapietra, ricercatore di Bruegel e docente della Cattolica di Milano. «Gli intermediari non vogliono più trattare il gas siberiano o il petrolio degli urali, perché temono nuovi divieti». La Russia oggi vale un decimo delle esportazioni mondiali di greggio e quasi il 40% delle importazioni di metano in Europa, quindi i rischi di scarsità delle forniture nel futuro prossimo mettono istantaneamente le ali ai prezzi.

Ma anche senza contare il balzo delle ultime ore, si sta verificando una torsione paradossale: proprio mentre cerca di paralizzare le fonti di finanziamento del regime putiniano, l'Europa lo sta finanziando come non mai. Lo si può stimare dai dati della Bp Statistical Review of World Energy. Nell'ipotesi di una proiezione sul 2022 dei prezzi di martedì - prima dei picchi di ieri - l'Europa quest'anno verserebbe alla Russia circa 260 miliardi di euro per comprare gli stessi volumi di gas, petrolio e carbone importati nel 2020 durante la profonda recessione pandemica.

È una somma pari a un quinto del prodotto interno lordo russo. Nell'ipotesi invece di prezzi medi dell'energia simili a quelli meno elevati di inizio gennaio, i Paesi dell'Unione verserebbero a Mosca circa 130 miliardi di euro. Mai accaduto prima. Eppure queste somme in valuta pregiata diverrebbero liberamente fruibili dal governo di Mosca mentre commette crimini di guerra, anche perché da Bruxelles è arrivata una decisione che ha creato sorpresa: dal pacchetto di sanzioni contro Mosca sono escluse Sberbank e Gazprombank, prima e terza banca russa, entrambe controllate strettamente dal governo. Entrate del Cremlino Forse anche per questo Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha commentato le sanzioni con tono di sfida: «L'economia russa sta subendo seri colpi - ha riconosciuto -. Ma rimarrà in piedi perché c'è un certo margine di sicurezza».

Impossibile dire oggi se, alla fine del 2022, i governi europei avranno contribuito con cento o duecento miliardi di euro al bilancio del regime che oggi bombarda Kiev, Kharkiv e Mariupol. Di certo il blocco da parte di Bruxelles della parte in euro delle riserve della banca centrale di Mosca vale circa 185 miliardi, ma rischia di essere controbilanciato dalle entrate del gas e del petrolio in breve tempo. Certo è anche quanto accade in questi giorni, nelle stime di Simone Tagliapietra di Bruegel: ai prezzi di ieri l'Europa versa a Mosca 800 milioni di euro al giorno, dei quali quasi 80 vengono dall'Italia.

Austerity sui consumi Districarsi in breve tempo da questa contraddizione è impossibile, perché essa è il frutto della miopia strategica dell'Europa almeno dal primo attacco all'Ucraina nel 2014. Impensabile rinunciare di colpo a tutto il gas russo, che vale un terzo dei consumi europei, senza chiudere le fabbriche e sprofondare in recessione. Eppure il disgusto nell'opinione pubblica per i crimini di Putin e la stessa tensione dei prezzi imporranno presto una svolta: su tutte le fonti fossi l'Europa è di gran lunga il primo cliente di Mosca e deve cercare di sottrarsi il più possibile.

Propone Chicco Testa, presidente di Assoambiente: «Iniziamo a comprare almeno carbone e petrolio da altri Paesi e a ridurre i consumi non essenziali di gas». Diminuzione delle temperature in casa, meno illuminazione notturna, limiti di velocità ridotti e ora legale prolungata sono le prime misure possibili. Chi non vuole provarci per scelta morale o politica, dovrà adeguarsi per far tornare i conti.

Gabriele Rosana per “il Messaggero” il 3 marzo 2022.

Alla fine l'Europa ha sganciato l'arma nucleare finanziaria. Dopo un lungo negoziato e il tira-e-molla fra i governi che per ora salva l'acquisto del gas, ieri è arrivata la formale esclusione di sette fra le maggiori banche russe dallo Swift. Ma altre potrebbero presto seguire, è il monito da Bruxelles. 

Con oltre 11mila istituti collegati in oltre 200 Paesi e territori, lo Swift è il sistema di messaggistica finanziaria che regola i pagamenti internazionali in tutto il mondo.

Lo stop sarà, tuttavia, effettivo solo a partire dal 12 marzo, al termine di un periodo di transizione di dieci giorni che a Bruxelles è visto come «intervallo di tempo ragionevole» per portare a compimento le operazioni in corso e mitigare ogni possibile impatto negativo sulle imprese e i mercati finanziari dell'Ue.

Coordinata con Washington e Londra, la misura scatta per sette istituti di credito in precedenza già colpiti a vario titolo dalle sanzioni: sono Vtb Bank (che ha cominciato a liquidare le sue posizioni in metalli, oro compreso), Bank Rossiya, Bank Otkritie, Novikombank, Promsvyazbank, Sovcombank e Veb.rf.

L'esclusione dallo Swift - che finora aveva conosciuto un precedente, nel 2012, ai tempi delle sanzioni contro l'Iran - impedirà a queste banche di condurre transazioni finanziarie in tutto il mondo in modo rapido ed efficiente.

All'appello mancano però, come previsto alla vigilia, Sberbank, il principale gruppo bancario del Paese (che, con la controllata austriaca in insolvenza, ha nel frattempo lasciato il mercato europeo, dov' era presente con una serie di filiali) e soprattutto Gazprombank, il vettore usato dal monopolista di Stato del gas per incassare i pagamenti delle forniture energetiche. 

Escluderlo dal lotto equivale a evitare, almeno per il momento, una probabile chiusura dei rubinetti. 

Non essendo possibile colpire solo alcune transazioni in maniera selettiva, e nonostante il pressing dell'Est Europa guidato dalla Polonia, tra i Ventisette è prevalso per il momento l'orientamento di non toccare questi due istituti; una mossa che equivale anche a tenere altri colpi in canna per continuare a colpire Vladimir Putin e il Cremlino nei giorni a venire. 

Eppure Mosca - che intanto sta vivendo una crisi di liquidità e sta assistendo a una disperata corsa agli sportelli e al blocco dei circuiti elettronici - potrebbe non essere davvero intimidita dal nuovo affondo europeo. E avere qualche asso nella manica.

Gli analisti finanziari fanno infatti notare che dopo l'annessione illegale della Crimea nel 2014 e il primo round di sanzioni che vi fece seguito, la Russia aveva messo in piedi l'Spfs, una propria piattaforma di messaggistica per le transazioni internazionali alternativa allo Swift che ha cominciato a essere impiegata in particolare per gli scambi - un volume di circa il 20% nel 2020 - nell'ambito dell'Unione economica eurasiatica con Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. 

Oltre alla scappatoia fatta in casa, Mosca potrebbe pure rivolgersi al Cips, il sistema creato da Pechino, che regola in renminbi: l'alternativa cinese appare però un approdo poco probabile e male si presterebbe a rimpiazzare lo Swift, fanno notare fonti di Bruxelles.

Le nuove sanzioni entrate in vigore ieri colpiscono anche la Banca centrale russa: «Abbiamo congelato la gran parte dei suoi asset all'estero», ha fatto sapere a sera, al termine dell'Ecofin informale, Bruno Le Maire, ministro dell'Economia della Francia che ha la presidenza di turno del Consiglio.

E di fronte alla volata del Bitcoin sui mercati, con le criptovalute viste come un bene rifugio, Le Maire ha annunciato una stretta: «Non possiamo tollerare che vengano usate per aggirare le sanzioni». D'accordo anche il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis («Valuteremo la situazione e, se necessario, proporremo nuove misure») e, da Washington, pure il governatore della Fed Jerome Powell («Serve un nuovo quadro di regole»). Gabriele Rosana

Matteo Giusti per "La Stampa" il 2 marzo 2022.

I colossi dell'energia dicono addio alla Russia, ma anche la grande industria, quella dell'auto in primis, i fondi di investimento pubblici e gli spedizionieri stanno valutando come procedere a quasi una settimana dell'attacco russo all'Ucraina. 

Sul fronte energetico è di ieri l'annuncio di Eni, che intende cedere la quota del 50% nel gasdotto BlueStream paritetica a quella di Gazprom. Bp ha deciso di dismettere la partecipazione del 19,75% in Rosneft e la norvegese Equinor di cessare la partnership con Rosneft, rescindendo anche l'accordo per le esplorazioni in Siberia.

Lascia il Paese la danese Orsted, controllata dallo Stato al 50,1%, mentre i francesi di TotalEnergies, non apporteranno più capitali a nuovi progetti in Russia e Shell uscirà dalla joint venture nel Gnl con Gazprom.

Addio alla Russia anche da parte dei fondi sovrani australiano e norvegese, mentre Renault ha chiuso l'impianto di Mosca. Daimler Truck ha interrotto la partnership con Kamaz, mentre stanno valutando come muoversi Stellantis e Volkswagen. 

In uscita dalla Russia anche l'armatore danese Maersk, l'operatore del leasing degli aerei AerCap, e i corrieri Ups e FedEx. Anche Apple chiude le porte a Mosca come del resto Exxon, Ford, Bmw, Volvo e Harley Davidson.

Fabio Savelli per corriere.it il 2 marzo 2022.

Un’immagine racconta molto di quello che sta avvenendo in Russia. Le decisioni politiche, il confronto globale con Mosca, la scelta di farla diventare un «paria internazionale», copyright della Casa Bianca, escludendola dal sistema delle comunicazioni delle transazioni Swift. 

Il contraccolpo si riverbera sulle modalità di acquisto dei biglietti della metropolitana. Un tweet di lunedì, con la foto della coda in una stazione della metropolitana di Mosca (una delle più belle del mondo), segnala come sia diventato impossibile pagare il ticket con lo smartphone appoggiandolo sul lettore ottico.

I pagamenti digitali in Russia sono estremamente sviluppati. Come tutte le forme di pagamento mobile contactless. Non funzionano nemmeno le carte di credito dei circuiti Visa e Mastercard, anche per effettuare transazioni online verso i Paesi che hanno emesso sanzioni contro la Russia.

Il blocco dei codici internazionali di pagamento Swift ha causato anche il crollo del rublo, la valuta russa, che ha perso il 30% sul dollaro costringendo la banca centrale russa ad alzare fino al 20% il tasso di interesse sui prestiti, un tasso che potremmo definire di usura secondo le coordinate occidentali, per provare ad impedire l’iper-inflazione a Mosca sui beni di prima necessità. 

Secondo le statistiche riportate da The Verge riportate da Wired Us, il servizio di pagamento online più diffuso in Russia è Sberbank, seguita da YooMoney e Qiwi. Almeno il 29% dei russi usa Google Pay e il 20% Apple Pay. La popolazione russa da ieri ha incominciato a fare lunghe code agli sportelli dei bancomat in cerca di cash.

Anna Zafesova per “la Stampa” il 2 marzo 2022.

Un decreto presidenziale per impedire agli investitori stranieri di vendere le loro partecipazioni nelle società russe: Vladimir Putin ordina alla valanga sui mercati di fermarsi, forse convinto che può comandarli come i suoi carri armati. Ma è un fiume in piena, e i titoli russi stanno diventando carta straccia: Sberbank, la maggiore banca russa, ha perso alla borsa di Londra il 91% del suo valore.

Non sono solo le sanzioni europee, americane e britanniche, è un banale calcolo dei rischi del continuare a fare affari con un Paese che ha ribaltato l'ordine e il diritto internazionale, e due giganti petroliferi, la Shell e la British Petroleum, annunciano l'intenzione di liberarsi delle loro cospicue quote nelle società energetiche statali russe.

E i vip occidentali che sedevano nei consigli d'amministrazione dei giganti economici di Mosca stanno rassegnando le dimissioni uno dietro l'altro, con la visibile eccezione dell'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, i cui collaboratori si stanno licenziando in segno di protesta per la sua posizione più che ambigua. Non è chiaro se il premier Mikhail Mishustin ha avuto il coraggio di spiegare al padrone del Cremlino che non tutto il mondo gli obbedisce, e che i mercati in particolare non si possono controllare, meno che mai spaventare.

D'altra parte, il centro demoscopico Fom ha appena pubblicato un sondaggio nel quale sostiene che l'appoggio degli elettori al presidente è cresciuto in pochi giorni dal 60% al 71%, e che i russi applaudono le bombe sganciate sulle città ucraine. I russi possono continuare a scendere in piazza contro la guerra, andando incontro alle manette - gli arrestati negli ultimi giorni sono ormai quasi 7 mila - e a inondare i social di colombe della pace e proteste contro la guerra, ma sono informazioni che difficilmente raggiungeranno il Cremlino.

Il think tank inglese Rusi sostiene che anche dietro alla clamorosa sottovalutazione della resistenza ucraina ci sia stato un sondaggio, commissionato dal nono direttorato dell'Fsb, l'erede del Kgb: mostrava una società ucraina divisa, scoraggiata, con Volodymyr Zelensky al 27% di gradimento. Al Cremlino non sanno giudicare una democrazia: le elezioni si vincono con percentuali bulgare, i sondaggi mostrano sempre un appoggio entusiasta ai vertici, e così un leader che è in testa ai sondaggi della popolarità con "solo" un quarto dei voti viene considerato un debole fallito.

Una dittatura patisce sempre dell'assenza del feedback negativo, nessuno ha il coraggio di riferire informazioni sgradite al capo supremo, e quello che chiunque fosse stato per un giorno a Kyiv sapeva - che gli ucraini potevano essere divisi sui leader, i partiti e le idee, ma unanimi nell'amore per l'indipendenza nazionale - si è trasformato in qualche passaggio moscovita nelle rassicurazioni che non vedevano l'ora di tornare sotto la mano del Cremlino. Nonostante gli studi di marxismo obbligatori all'epoca sovietica, Putin si mostra un pessimo allievo che continua a non comprendere che è l'esistenza a condizionare la coscienza e non il contrario.

E così la Duma approva il carcere per chi "diffonde fake" sulla guerra, che non si può nemmeno chiamare "guerra", pena la censura. Ieri la magistratura ha oscurato la storica radio Eco di Mosca, che nemmeno i golpisti comunisti nell'agosto del 1991 avevano osato chiudere, e la tv via cavo Dozhd, le ultime emittenti che tra mille difficoltà cercavano di fare informazione. 

Con un'ostinazione orwelliana il Cremlino insiste a tacitare qualunque voce non allineata, ordinando "misure esaustive" contro chi diffonde informazioni e chiama alla protesta in piazza. L'ultimo bersaglio è Wikipedia, minacciata di oscuramento per la sua voce sulla guerra in Ucraina, mentre la durata dei talk show propagandistici in tv viene raddoppiata. Per informare i russi di quello che sta accadendo però bastano i tabelloni dei cambivaluta, i terminal dei bancomat con i contanti esauriti e gli schermi dei voli verso l'Europa e l'America cancellati.

Il governo ha ordinato agli 80 mila turisti rimasti all'estero di rientrare in patria con i propri mezzi, mentre gli aerei per Istanbul ed Erevan, o altre destinazioni non ancora bloccate, sono pieni di chi preferisce fuggire, anche se Putin ha vietato di portare fuori più di 10 mila dollari in contanti (e di trasferire soldi all'estero). Le frontiere per ora sono aperte, ma per il resto la Russia si sta trasformando rapidamente in una nuova Unione Sovietica.

Non ci saranno più carte di credito, né mutui, sostituiti dai contanti nascosti nel materasso. Non ci saranno più prime visioni di Hollywood, che ha sospeso la distribuzione nelle sale russe. Non ci saranno più auto di lusso: Bmw, Mercedes, Volvo e GM hanno fermato le esportazioni, e i marchi rimasti sul mercato stanno aumentando vertiginosamente i prezzi, per cercare di fare fronte alla previsione dell'inflazione che si aggira intorno al 20-30%. Ma il colpo finale è arrivato dalle maggiori società di container internazionali, come la Maersk: senza di loro, il traffico merci con la Russia viene praticamente annientato. 

Dare ordini ai mercati di non cadere troppo, in questo disastro, sembra quasi un sintomo di follia. Ma il governo di Mishustin va oltre, e stanzia fino a un trilione di rubli dal fondo della ricchezza nazionale per sostenere i titoli russi in picchiata. È il "tesoretto" petrolifero accumulato negli anni, che Putin si era rifiutato di utilizzare per proteggere i russi dal Covid. 

Oggi, dopo un milione di morti per coronavirus, il fondo viene aperto per salvare dalla miseria gli oligarchi di Stato. Se il collasso dei mercati proseguirà, una somma astronomica tolta ai contribuenti verrà polverizzata. Se si fermerà, lo Stato russo avrà acquistato a prezzi stracciati i big dell'economia, in una meganazionalizzazione che riporterà definitivamente l'Urss per la quale Putin e i suoi elettori provavano tanta nostalgia.

Federico Fubini per corriere.it l'1 marzo 2022.

Lunedì sera i vertici della Commissione europea erano ancora in contatto con rappresentanti di Italia, Francia, Germania, Spagna e Olanda in vista di un’ulteriore stretta sul sistema finanziario russo. Finora le sanzioni coprono circa il 70% delle attività bancarie, ma si lavora ad allungare la lista.

La Francia, che ha la presidenza di turno dell’Unione, sostiene un blocco pressoché totale. Germania e Italia sono meno radicali: vogliono lasciare aperti canali in grado di garantire gli acquisti di gas e stimano il blocco già deciso sul 55% delle riserve della banca centrale di Mosca denominate in euro (32,3%), dollari (16,4%) e sterline (6,5%) sufficiente a paralizzare l’economia russa. Che però in Europa si discuta di nuove sanzioni significa che la prima ondata delle misure più dure ieri ha superato il test dei mercati: ha portato un certo grado di devastazione finanziaria in Russia, senza contraccolpi intollerabili — per ora — in Europa e negli Stati Uniti.

Non era scontato. Sulla Russia oggi insistono duemila miliardi di dollari di debiti complessivi dello Stato, delle famiglie e delle imprese (eccetto banche e assicurazione). I bond emessi sui mercati valgono circa 700 miliardi di dollari, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, e un’ampia parte di essi si trova nei bilanci di banche e fondi d’investimento occidentali. 

Poiché questa carta oggi è intoccabile, molti operatori europei e americani si trovano di fronte a perdite sulla Russia. La marea della liquidità internazionale si sta ritirando dal Paese ma — secondo la metafora di Warren Buffett — si inizia a vedere che nessun grosso operatore stava nuotando nudo. La reazione composta dei mercati globali ieri sembra indicare che, a meno di sorprese dei prossimi giorni, non si ripeteranno scene come quelle di Ltcm nel 1998.

Allora quello hedge fund newyorkese puntò con forza sulla Russia, in parte grazie a fondi ottenuti indebitandosi per 100 miliardi di dollari. Quando Mosca fece default nell’agosto di quell’anno, Ltcm dovette vendere a precipizio il resto del suo portafoglio nel tentativo di rientrare dai debiti e fece crollare Wall Street. La Fed di New York fu costretta a coordinare un salvataggio, prima che le grandi banche americane venissero investite dal crac.

Almeno ieri, invece, il film di Ltcm non si è ripetuto. Lo spread fra titoli di Stato tedeschi e italiani è persino sceso da 166 a 159 punti, perché la guerra in Ucraina allontana il rialzo dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale europea. Per lo stesso motivo si sono distesi tutti i rendimenti sovrani in Europa. E poiché gli istituti austriaci risultano fra i più esposti su Mosca, persino l’intransigente governatore della banca nazionale di Vienna Robert Holzmann in pochi giorni è passato dal chiedere un rapido aumento dei tassi a posizioni attendiste.

Tutto questo ha sostenuto le piazze azionarie occidentali, abituate a trovare coraggio nelle cattive notizie — persino una guerra in Europa — perché è allora che contano di più sull’aiuto delle banche centrali. La Borsa di Londra ha perso appena lo 0,2%, Francoforte lo 0,7%, Zurigo lo 0,1%, Milano l’1,39% malgrado abbiano pesato le scivolate di Unicredit (-9,48%) e Intesa Sanpaolo (-7,43%) per la loro presenza in Russia. 

Quanto ai grandi gestori di risparmio americani — da Pimco, a BlackRock, fino a Fidelity — subiranno perdite sugli investimenti russi, ma questi rappresentano quote nel complesso marginali dei loro attivi. Colpiti più duramente saranno invece i colossi globali del petrolio e del gas, costretti a uscire con forti perdite dalle joint-venture russe: da Bp a Shell (che lo hanno già annunciato) a Exxon e Total che probabilmente seguiranno.

Ma nel complesso le più dure sanzioni mai dirette a una grande potenza nel dopoguerra non hanno portato un Armageddon sui mercati. Solo visto da Mosca il panorama si presenta diverso. Il rublo è crollato sull’euro fino a segnare un meno 27%, anche se la banca centrale ha introdotto controlli all’uscita dei capitali e più che raddoppiato i tassi d’interesse dal 9,5% al 20% nel disperato tentativo di arginare l’emorragia finanziaria. 

La Russia finirà dunque in recessione, mentre l’inflazione sembra destinata a esplodere verso livelli molto sopra al 10%. La Borsa di Mosca ieri è rimasta chiusa (lo stop alle contrattazioni è previsto anche per oggi) ma i titoli russi a Londra hanno subito un tracollo: -74% Sberbank, la prima banca del Paese; meno 80% il distributore alimentare Magnit; meno 62% il colosso del petrolio Lukoil.

Anche gli oligarchi russi non raggiunti da sanzioni personali stanno soffrendo. Ma questo non significa che la situazione abbia raggiunto una nuova stabilità, con la Russia isolata dal mondo. Anche per le economie avanzate due incognite gravano sul futuro. 

La prima riguarda la nuova ondata d’inflazione di guerra in arrivo in Europa, perché la tensione geopolitica sta facendo salire il prezzo quasi tutte le materie prime essenziali: ieri il gas naturale in Europa è rincarato del 3,4%, il Brent del 3%, il grano del 9% e il mais per allevamenti anche di più. È solo questione di tempo prima che i rincari colpiscano soprattutto i ceti più deboli sui beni alimentari e le bollette, anche in Italia, mentre la guerra frena la ripresa. Nel 2022 uno scenario di stagflazione non è affatto escluso.

La seconda area d’incertezza riguarda invece le forniture di greggio e gas russi, anche se Mosca decidesse di non tagliarle per ritorsione. È quasi inevitabile che con il tempo si crei una pressione crescente perché gli stessi compratori riducano di molto gli acquisti. Anche l’Italia sta entrando in terra incognita.

Da tgcom24.mediaset.it l'1 marzo 2022.

Gli Stati Uniti vietano con effetto immediato tutte le transazioni con la Banca centrale russa. Lo annunciano le autorità Usa secondo cui la banca di Mosca stava tentando di spostare asset finanziari verso dei paradisi fiscali. Si parla di un tesoro stimato in circa 630 miliardi di dollari che avrebbe dovuto garantire il finanziamento delle operazioni militari russe in Ucraina per diversi mesi.

L'amministrazione americana ha vietato a individui e imprese di fare affari e operazioni con la Banca centrale russa, il fondo sovrano russo e il ministero delle Finanze russo. "Questa azione immobilizzerà efficacemente qualsiasi asset della Banca centrale russa detenuto negli Stati Uniti o da cittadini statunitensi, ovunque si trovi", si legge in una nota del dipartimento del Tesoro americano. 

Tentativi di spostare asset in paradisi fiscali - Da quando le sanzioni sono state annunciate sabato la Banca Centrale russa ha lavorato per spostare i suoi asset in paradisi sicuri. Lo afferma un funzionario americano citato dai media statunitensi, sottolineando che i 630 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale sono stati a lungo considerati come una polizza assicurativa ma con "la decisione di oggi" di sospendere ogni transazione con l'istituto centrale "si rimuove questa assicurazione".

Isabella Bufacchi per “il Sole 24 Ore” l'1 marzo 2022.  

«Sono vietate tutte le operazioni relative alla gestione delle riserve e delle attività della Banca centrale di Russia»: è quanto ha stabilito l'Unione europea in un regolamento pubblicato in Gazzetta Ufficiale nella notte tra il 27 e il 28 febbraio. 

Una misura storica, senza precedenti: è la prima volta che la banca centrale di un Paese del G20 è oggetto di sanzioni. Prima di questa misura, solo le banche centrali di Iran, Venezuela e Afghanistan sono entrate nel mirino degli Usa.

L'armageddon finanziario contro la Russia è stato così sganciato dai Paesi Nato sui mercati. La prima vittima è stata il rublo, tramortito ha perso inizialmente il 30% contro dollaro Usa per poi recuperare a -20%. 

La seconda vittima è stata Sberbank Europe AG con sede in Austria e le sue sussidiarie in Croatia and Slovenia. Bce/SSM e Single Resolution Board hanno comunicato ieri mattina che queste banche «stanno fallendo o sono in via di fallimento» per problemi di liquidità: la casamadre Sberbank of Russia, al 51% posseduta dallo Stato russo, non avrebbe trasferito alle controllate la liquidità necessaria, evidentemente per far fronte al ritiro di depositi in valuta estera.

Sono i primi effetti della sanzione sulla banca centrale e della minaccia di esclusione dal circuito Swift. Stando a fonti bene informate, l'esposizione del sistema bancario europeo al rischio-Russia è modesta. Ma l'effetto-domino delle sanzioni finanziarie varate dalla Ue e dagli Usa è appena iniziato, ci saranno altre ramificazioni con un'escalation di default per ora imponderabile. 

La sanzione che colpisce la banca centrale russa ha una grande portata. «La banca centrale di Russia non può effettuare operazioni finanziarie di nessun genere sui mercati occidentali, non può vendere titoli, né oro né qualsiasi valuta di denominazione delle sue riserve e delle sue attività, con eccezione della valuta della Cina, perché quasi la totalità delle sue controparti bancarie non russe è soggetta al divieto di Ue, Usa, Regno Unito, Canada e Giappone», ha spiegato ieri al Sole 24 Ore Francesco Papadia, ex-direttore generale per le operazioni di mercato della Bce e attualmente senior Fellow di Bruegel.

La banca centrale russa può dare liquidità illimitata in rubli al sistema bancario russo che a sua volta trasferisce la liquidità a imprese e famiglie: ma la liquidità in valuta estera da ieri è prosciugata. Per questo il Cremlino ha varato un decreto per vietare il trasferimento di capitali su conti esteri e per imporre agli esportatori di cambiare in rubli l'80% degli incassi in valuta estera. 

«La banca centrale di Russia ha adottato due contromisure: ha raddoppiato i tassi d'interesse e introdotto controlli ai movimenti di capitale all'estero. Due interventi per proteggere il rublo, ma di dubbia efficacia», ha sostenuto Papadia secondo il quale «il crollo del rublo, che in apertura dei mercati ha perso oltre il 30%, ha dimostrato che la banca centrale di Russia si trova in estrema difficoltà a difendere la propria valuta. Un forte aumento dell'inflazione sembra inevitabile».

Inevitabile è anche in arrivo la lista Ue delle banche russe che saranno bandite da Swift: sui mercati si additano Sberbank e VTB. Questa misura non renderà i pagamenti impossibili del tutto ma li rallenterà, alzerà i costi e le complessità delle transazioni finanziarie all'estero delle banche russe. 

Intanto il rublo potrebbe continuare a perdere valore perché la banca centrale non potrà difenderlo adeguatamente. I correntisti delle banche russe tutte avranno grandi difficoltà a ritirare i depositi in valuta estera oppure a convertire il rublo, che si deprezza, in valuta estera. Le imprese russe potrebbero non essere più nella condizione di onorare i propri contratti finanziari, non potranno rimborsare prestiti bancari o bond in valuta estera, non riusciranno a versare i margini su swap e derivati in dollari oppure euro.

E queste inadempienze inevitabilmente avranno ripercussioni sulle controparti europee e americane. Deutsche bank ieri ha aperto un portale, sito web dedicato alle sanzioni contro la Russia perché «in mezza giornata abbiamo ricevuto 100 domande dalla nostra clientela corporate». 

Simona Buscaglia per “la Stampa” l'1 marzo 2022.

Usciti dalle sfilate, i turisti russi accorsi a Milano la scorsa settimana per seguire la moda, da domenica si sono ritrovati improvvisamente con le carte di credito azzerate e i conti degli alberghi (salati) da pagare. Le sanzioni imposte dall'Europa alla Russia per l'invasione dell'Ucraina, hanno colpito, e duro, perfino nelle tasche di chi era atterrato sotto la Madonnina per una settimana di passerelle e glamour milanese. «Appena è stato annunciato il blocco delle carte di credito, nel weekend abbiamo avuto dei clienti russi che si sono dovuti attrezzare correndo sabato a prelevare delle somme in contante - spiega Giuliano Nardiotti, direttore del quattro stelle Sina De La Ville - Per fortuna molti avevano pagato già in anticipo con l'agenzia».

 Per gli alberghi del centro, il mercato russo è tra quelli più importanti: «Per noi ha di gran lunga superato quello nordamericano, posizionandosi ben oltre il 20% delle presenze, e attorno al 25% del fatturato - precisa Nardiotti - Il Covid ha cancellato un po' tutto ma il mercato russo è rimasto forse l'unico, tra quelli extra Ue, sempre presente». Nemmeno la Fashion Week è riuscita però a dare un sospiro di sollievo agli albergatori: «Avevamo un bel numero di russi che sono dovuti scappare in anticipo e i buyer che sarebbero dovuti venire a ridosso delle sfilate hanno cancellato gli appuntamenti».

Ad aggiungersi al quadro delle ricadute dovute alle tensioni internazionali, troviamo i rincari del costo dell'energia: «Eravamo in una situazione di difficoltà per la pandemia, poi è arrivato il caro bollette e ora la guerra - racconta Guido Gallia, direttore dell'Hotel Cavour di Milano - Il mercato russo è al secondo posto nei nostri introiti, se sparisse, insieme a lui se ne andrebbe il 30% circa del fatturato - conclude Gallia - a fronte di una situazione dove siamo a poco più del 50% dei guadagni pre-Covid». I russi d'altronde non sono i soli a trovarsi in difficoltà.

Il discorso del blocco delle carte di credito vale anche per gli ucraini, pochi, che la scorsa settimana erano arrivati sulle Alpi per sciare. Come nel caso di due famiglie rimaste bloccate agli Appartamenti Vacanze Miramonti di Valtournenche, in Valle d'Aosta: non possono tornare a casa per via della guerra e hanno le carte di credito fuori uso. «Sono due famiglie di amici, entrambe con figli - racconta il direttore della struttura Valerio Cappelletti -. Erano venute per fare la settimana bianca ai piedi del Cervino. Sarebbero dovuti ripartire domenica. Ora li stiamo ospitando gratuitamente. Hanno amici e parenti nel loro Paese, e sono ovviamente scioccati. Doveva essere una vacanza, si è trasformata in un incubo».

Preoccupazione anche nel cuore produttivo della Brianza, con il fiore all'occhiello dell'economia del territorio, quello dei mobili, che potrebbe vedere i propri prodotti fermi in magazzino: «I numeri aggiornati fanno riferimento al periodo che va da gennaio a novembre 2021: il valore dell'esportazione verso la Russia di tutta la nostra filiera si attesta intorno ai 400-410 milioni di euro» dichiara Maria Porro, presidente di Assarredo, che rappresenta circa 500 aziende di produttori di mobili italiani.

Ad essere colpito dallo stop è soprattutto il settore dell'arredamento classico: «Molte di queste aziende sono sbilanciate sul mercato russo, che può valere dal 20 al 40% dell'esportazione totale: per loro questo è un momento di grande preoccupazione, anche a causa dei forti rincari che ci sono stati sulle materie prime». Tra le aziende brianzole c'è quella di Franco Cappellini, presidente della Cornelio Cappellini: «Noi creiamo prodotti di fascia alta, per i cosiddetti oligarchi, non solo di Mosca, ma anche in altre zone della Russia. Chiaramente quando li si blocca a livello finanziario l'ultimo problema per loro sarà l'arredamento delle case.

Noi però abbiamo degli ordini aperti di centinaia di migliaia di euro, che hanno chiaramente degli acconti, il cui saldo può essere però dal 50 al 70 per cento, parliamo quindi di eventuali ricavi in meno anche di oltre 50mila euro a ordine. E se contiamo che dal 10 al 15% del nostro fatturato riguarda il mercato russo, è ovvio che l'impatto potrebbe essere importante. Qualsiasi tensione internazionale coinvolge indirettamente tutto il nostro lavoro. Abbiamo 30-40 dipendenti e siamo solidi al momento ma le conseguenze del conflitto potrebbero essere una battuta d'arresto rispetto a un inizio dell'anno partito invece in netta risalita».

In fondo al tunnel si torna al baratto. Marcello Zacché su Il Giornale il 3 marzo 2022.

Le sanzioni, con limitazioni di accesso ai mercati, applicate non all'Iran bensì alla decima economia mondiale, fanno assai male a tanta gente. Non sono più una scelta solo politica, ma diventano un attacco concreto alla popolazione stessa della nazione che si vuole colpire. Un'economia avanzata è talmente connessa con il sistema globale, che il blocco dei sistemi di pagamento di una banca - per esempio - può avere effetti anche sul droghiere sotto casa che ha il conto in quella banca. Per questo con l'attacco all'Ucraina Putin ha esposto il popolo russo a conseguenze economiche pesanti. Ma inevitabili.

Come dice Yuval Noah Harari, tra i più autorevoli storici evoluzionisti in circolazione, ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri viventi è l'immaginazione. È con l'immaginazione che gli esseri umani hanno fatto evolvere il mondo negli ultimi 40mila anni, inventandosi ogni possibile convenzione: dalle leggi, alle monete, ai diritti umani. Tutto frutto di fantasia, perché i diritti non esistono per natura. Ed è grazie agli innumerevoli tipi di «codici» che si sono sviluppate le civiltà più evolute, come quella occidentale dove viviamo noi. Perciò, quando qualcuno decide di infrangere queste regole di convivenza universalmente accettate, se ne deve assumere la responsabilità. E se questo lo fa non un individuo, ma uno Stato, la responsabilità ricade sull'intera popolazione.

Invadendo l'Ucraina con i carri armati Putin è entrato anche in questo territorio. E lo ha fatto in solitaria, senza un'alleanza che per una pur infinitesima parte lo potesse legittimare. Ecco perché le sanzioni del resto dell'umanità (quella più evoluta e ricca) verso la Russia sono in grado di causare danni ciclopici: la rottura del modello delle convenzioni si ritorce contro chi l'ha provocata, ad ampio raggio. E può arrivare fino alle estreme conseguenze. Infatti non c'è nulla di più convenzionale dei sistemi economici-giuridici. Si pensi a una semplice banconota o a una carta di plastica, cosiddetta di «credito», o al biglietto del tram: con questi oggetti, inventati dalla sfrenata fantasia dell'uomo, si formano le relazioni complesse tra capitale e lavoro o tra beni e servizi. Le sanzioni che mettono in ginocchio - per esempio - il sistema bancario, fanno saltare tutto ciò. Fino a condurre, come estrema teorica conseguenza, all'economia del baratto. Oppure a stare al buio, o al freddo. Un ritorno a un passato lontano a piacere.

In fondo, questa guerra europea del 2022 può avere questo unico lato positivo: ricordarci che le nostre società non funzionano per diritti naturali o grazie a benefici acquisiti, ma solo perché ci siamo inventati delle straordinarie regole. E difenderle equivale a proteggere la nostra civiltà.

 Il ritorno del baratto: un antico mezzo utile per superare le difficoltà attuali. Gabriele Laganà l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Lo strumento si sta rivelando vantaggioso per superare la crisi economica provocata dalla pandemia. Dalle persone alla finanza passando per i Comuni: ecco chi oggi sta rinunciando alla moneta.

Il baratto è un'operazione di scambio di beni o servizi fra due o più soggetti economici come ad esempio persone, imprese, enti o governi, senza l’uso di moneta. Uno strumento, questo, considerato come la prima forma di attività commerciale della storia. Eppure non ci sono prove storiche, antropologiche o etnologiche dell'esistenza di una società o di un'economia basata principalmente su questo mezzo.

Come tutto nella vita, anche il baratto ha subito un declino, arrivando praticamente a scomparire con il passare del tempo ed il progredire delle attività umane. Il punto di svolta avvenne attorno al V millennio avanti Cristo quando l’uomo iniziò a dare ad alcuni semplici oggetti (conchiglie, sale, punte di frecce ed altro) un valore intrinseco per favorire le negoziazioni. In pratica, in quell’epoca stava nascendo il commercio basato sul denaro.

Il nuovo boom del baratto

Si era, quindi, chiuso un capitolo. Ma non in modo definitivo. Perché oggi questo mezzo per scambiare beni e servizi sta tornando in auge, anche se declinato in chiave più moderna. Negli ultimi due anni, in particolare, il baratto ha conosciuto un vero e proprio boom. Un arco temporale non casuale ma che coincide con il diffondersi a livello mondiale del Covid-19.

La crisi economica acuita dall’emergenza sanitaria, infatti, non solo ha sconvolto la nostra quotidianità ma ha prodotto effetti devastanti per molti settori. E così lo scambio di merci e servizi ha iniziato a rappresentare una risorsa importante in quanto non comporta scambio di denaro. Denaro che in alcuni casi non c’è oppure è limitato.

Il baratto moderno è anche un modo pratico che consente di sfruttare al meglio le nuove tecnologie, superando gli ostacoli fisici, tra cui lockdown ed isolamento, imposti dalle restrizioni anti-contagio. Non è un caso che di recente siano divenuti molto popolari siti internet basati sulla "circolarità" dell’utilizzo e siano nate numerose app per la cessione di beni attraverso lo scambio.

Questi ultimi strumenti incentivano l’economia circolare producendo, allo stesso tempo, due conseguenze positive: un forte calo degli sprechi e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera (perché più si riutilizza e meno si produce). E minori danni per la natura significa miglioramento della qualità di vita degli esseri umani e minori costi per difendere l’ambiente.

Non meno importante è il recente sviluppo di forme di baratto amministrativo, che consentono di pagare multe impegnandosi in lavori socialmente utili.

Il baratto nel mondo finanziario

Il baratto sta subendo una naturale evoluzione tanto che negli ultimi tempi sta divenendo sempre più 4.0. Di conseguenza si sta allargando la platea di chi utilizza questo strumento. Oggi anche il mondo della finanza, come sottolinea il sito true-news.it, non disdegna di ricorrere al baratto.

Nella legge di Bilancio 2021 è stato introdotto il cosiddetto "baratto finanziario", un sistema di compensazione multilaterale di crediti e debiti commerciali legati a operazioni di scambio provate dalla presenza di fatture elettroniche.

In questo modo le aziende possono compensare le proprie posizioni, che siano creditorie o debitorie, senza usare la moneta. L’idea di introdurre questo sistema era stata avanzata dall’Associazione Nazionale Commercialisti e Confimi Industria (Confederazione dell'Industria Manifatturiera Italiana e dell'Impresa Privata): l’obiettivo era quello di realizzare un sistema sicuro per le imprese con lo scopo di sostenere le attività in crisi di liquidità.

L’idea del baratto coinvolge anche la Pubblica amministrazione. I Comuni possono fare ricorso a questo sistema per aiutare i cittadini che sono in difficoltà nel pagare le multe. La legge permette, in determinati e limitati casi, di convertire una sanzione con attività di pubblica utilità.

Nuove idee per il baratto moderno

Il baratto oggi è conosciuto anche con il nome "barter". Cambia il termine, un po’ forse per andare incontro alla nostra società che ama usare appellativi anglofoni, ma non la sostanza. Esempio pratico del boom del baratto al giorno d’oggi è rappresentato dal successo di BarattoBB.it: si tratta di portale dedicato ai soggiorni nei b&b in Italia. Sul sito è possibile scambiare beni o servizi per ottenere vantaggi di natura turistica senza costi aggiuntivi. Un modo per viaggiare senza spendere grandi cifre.

Non ci sono limiti alle idee per sviluppare un baratto in epoca moderna. Altra prova dell’evoluzione di questo sistema di scambio è testimoniata dal "burter" che si basa sulla vendita sottocosto di prodotti commerciali. Su questa base è nata la catena Portobello che ha sede a Roma.

Il meccanismo è tanto semplice quanto vantaggioso per produttori e consumatori: l’azienda acquista i beni eccedenti nei magazzini dei produttori offrendo in cambio spazi pubblicitari. Così facendo rimette in commercio prodotti ad un prezzo sensibilmente più basso rispetto a quelli del mercato, anche del 50%. Grazie a un modello di business circolare e integrato verticalmente, l’azienda offre prodotti di alta qualità a prezzi accessibili attraverso la vendita assistita presso i negozi.

Insomma, dal passato riemerge uno strumento considerato superato ma che, invece, sta risultando valido per superare le difficoltà del presente.

Gabriele Laganà. Sono nato nell'ormai lontano 2 aprile del 1981 a Napoli, città ricca di fascino e di contraddizioni. Del Sud, sì, ma da sempre amante dei Paesi del Nord Europa. Seguo gli eventi di politica e cronaca dall'Italia e dal mondo. Amo il calcio, ma tifo in modo appassionato solo per la Nazionale azzurra. Senza musica non potrei vivere. In tv non perdo i programmi che parlano di misteri e i film horror, specialmente del genere zombie. Perdono molte cose. Solo una no: il tradimento

Russia esclusa da Swift. Von der Leyen: “Paralizzeremo la Banca centrale russa”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Febbraio 2022.

Gli Stati Uniti stanno valutando sanzioni contro la Banca Centrale russa, in una mossa che farebbe finire nel mirino americano 643 miliardi di dollari di riserve che il presidente Vladimir Putin ha accumulato prima della pianificata invasione dell'Ucraina. Lo riporta l'agenzia Bloomberg citando alcune fonti.

Gli alleati occidentali hanno deciso nuove sanzioni finanziarie contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina e hanno deciso di escludere le banche russe dal sistema internazionale bancario SWIFT, che consente il trasferimento di fondi in tutto il mondo. L’annuncio è stato dato con una dichiarazione congiunta. “Noi, i leader della Commissione Europea, di Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Canada e Stati Uniti condanniamo la guerra decisa da Putin e gli attacchi alla nazione sovrana e al popolo ucraino” e “siamo con il governo ucraino e il popolo ucraino nei loro sforzi eroici per resistere all’invasione“. Dopo mezzanotte è arrivata la comunicazione ufficiale: “Ci impegniamo a garantire che le banche russe selezionate vengano rimosse dal sistema di messaggistica SWIFT. Ciò garantirà che queste banche siano disconnesse dal sistema finanziario internazionale e danneggino la loro capacità di operare a livello globale“. 

La presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen , il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente del Consiglio Mario Draghi, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il presidente francese Emmanuel Macron e si riuniranno questa sera in videoconferenza. Lo riporta la Dpa citando alti funzionari. L’obiettivo è raggiungere un accordo su ulteriori sanzioni come il congelamento dei beni esteri degli oligarchi russi. Sul tavolo anche le misure su Swift. “Faremo in modo che Putin non utilizzi più i suoi fondi di guerra. Paralizzeremo le transazioni della Banca Banca Centrale Russa“, ha detto ancora la von der Leyen, specificando anche che l’Ue e gli Usa “proibiranno agli oligarchi russi l’uso dei nostri mercati finanziari”. 

Ma non solo. L’accordo prevede un impegno “per mettere fine alla procedura che consente ai ricchi russi legati a Mosca di diventare cittadini dei nostri Paesi e guadagnare accesso ai nostri sistemi finanziari” tramite i cosiddetti “passaporti d’oro”. Gli Stati Uniti stanno valutando sanzioni contro la Banca Centrale russa, in una mossa che farebbe finire nel mirino americano 643 miliardi di dollari di riserve che il presidente Vladimir Putin ha accumulato prima della pianificata invasione dell’Ucraina. Lo riporta l’agenzia Bloomberg citando alcune fonti.

Si è risolto, in questa prospettiva, anche il “Caso Italia” nato ieri dopo le parole del premier Mario Draghi in Aula e la replica via Twitter del presidente ucraino Zelensky . Il nostro Paese, Draghi in primis, veniva messo sotto accusa da varie personalità europee per non aver appoggiato la linea dura contro Putin, ma dopo le smentite ufficiali da Palazzo Chigi adesso è riconosciuto anche dall’Ucraina come allineato agli altri.

“A poche decine di chilometri dal confine orientale dell’Ue, l’esercito russo sta compiendo azioni barbare durante la sua invasione dell’Ucraina. Sta bombardando e lanciando attacchi missilistici, uccidendo persone innocenti. Allo stesso tempo, il mondo intero sta assistendo alla resistenza determinata e coraggiosa dell’esercito e della popolazione ucraini” ha dichiarato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che ha aggiunto “Mentre le forze russe scatenano il loro assalto a Kiev e ad altre città ucraine, siamo determinati a continuare a imporre costi alla Russia che isoleranno ulteriormente la Russia dal sistema finanziario internazionale e dalle nostre economie“.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha annunciato ulteriori 350 milioni di dollari in nuova assistenza militare all’Ucraina.

E’ stato dichiarato lo stato di pre-allarme in Italia per il gas. A prendere la decisione, dopo aver sentito il Comitato di emergenza e monitoraggio nazionale, è stato il ministero della Transizione ecologica che è l’autorità competente per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale. I principali motivi riguardano il passaggio in Ucraina delle forniture che arrivano nel nostro Paese e l’elevata pericolosità della “minaccia“.

È stato convocato per lunedì un Consiglio Ue dell’Energia straordinario a Bruxelles. Sul tavolo gli effetti della crisi con la Russia. Per l’Italia parteciperà il ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Redazione CdG 1947

(ANSA il 26 febbraio 2022) - La scure delle sanzioni americane si abbatte su Vladimir Putin e la sua cerchia ristretta di collaboratori. 

Ma, secondo i critici, non colpisce il jet set degli ultraricchi russi, quegli oligarchi uomini del presidente con immense fortune parcheggiate all'estero. 

Se la Gran Bretagna e Londra sono emerse negli anni come il porto preferito dei paperoni di Mosca, Miami e New York non sono molto da meno, così come le università americane dove molti dei figli degli oligarchi russi studiano. 

Diversi osservatori americani ritengono che per far veramente male a Putin sarebbe necessario non tanto imporre sanzioni finanziarie agli oligarchi, ma strappare la doppia cittadinanza e lo stile di vita fastoso a cui sono abituati con le loro famiglie e spiegare che è colpa di Putin. 

Seguendo strada, è la convinzione, anche gli oligarchi potrebbero trasformarsi in attivisti anti guerra. Il Washington Post fa il caso dell'uomo simbolo, Roman Abramovich, proprietario della squadra di calcio del Chelsea, di uno yacht con eliporto e piscina, di una casa da 200 milioni di dollari a pochi passi da Kensington Palace e di altre proprietà ai Caraibi e negli Stati Uniti. Abramovich era nella lista dei target di sanzioni proposta lo scorso anno da Alexei Navalny.

«Imprese russe obbligate a consegnare euro e dollari». Così Mosca fa incetta di valuta estera. Barbara Millucci su Il Corriere della Sera il 28 Febbraio 2022.

«La mia banca, la banca di stato VTB bank, ha appena emesso una circolare interna (raggiungibile qui, ndr) con cui lo stato russo obbliga tutte le imprese con valuta estera a convertire almeno l’80% dei depositi in rubli, al cambio che vogliono i vertici delle istituzioni bancarie». Alessandro Zocca, vicentino, è uno dei più grossi dealer di Mosca, nel commercio di prodotti italiani. Ho ottenuto la cittadinanza, e passaporto russo, dopo 20 anni e, non avendo più un visto sul passaporto italiano, al momento è bloccato, come tanti altri, nella capitale russa.

La testimonianza di Alessandro Zocca

«Un'azienda russa che vende un macchinario all’estero, non potrà più tenere valuta in euro come avviene ora ma verrà costretta a convertirla immediatamente nella moneta russa. Il documento che mi ha girato la banca fa riferimento ai depositi bancari. Non si bloccano le transazioni con l’estero anche perche tutte le imprese russe che esportano andrebbero subito al collasso», continua Zocca raggiunto via telefono a Mosca. «E’ la contromisura decisa da Putin per impedire che cittadini e aziende si liberino dei rubli, cosa che sta già accadendo. Le imprese che commerciano con l’estero in questo modo potranno tenere solo fino al 20% di valuta estera».

La svalutazione del rublo

Al momento, tra le banche sanzionate dall’occidente ci sono oltre a VTB, Alfa Bank (la più grande delle banche private in Russia, fondata dall'uomo d'affari russo Mikhail Fridman, che è ancora oggi il proprietario di controllo), Bank Otkrytie Financial Corporation (una delle più grandi banche commerciali con 440 uffici di diversi in tutta la Russia) la Promsvyazbank, e molte altre. «Questo apre scenari drammatici per il commercio estero, anche perché aumenterà in modo insostenibile e irreversibile il rischio di cambio».

Zocca vive a Mosca con la sua famiglia, moglie russa e due bambini. «Al momento i bancomat sono presi d’assalto. Non fanno in tempo a riempirli che la fila di gente li svuota subito. In una sola notte i russi hanno prelevato agli sportelli automatici attorno a un terzo dello stipendio mensile». Ma la svlautazione del rublo già corre e si fa insostenibile: «Se prima con mille rubli compravo 13 euro, oggi ne posso acquistare a mala pena 8 - racconta Zocca - Quando anni fa, aprii il mio conto nella banca di stato russa, tutti mi avevano rassicurato sulla sua affidabilità e sicurezza. Mai avrei immaginato una cosa simile».

Isabella Bufacchi per “il Sole 24 Ore” il 27 Febbraio 2022.

Bandire la Russia da Swift, la rete mondiale che fornisce servizi di messaggistica per la verifica dei pagamenti interbancari, equivale a sganciare un'«arma nucleare finanziaria», hanno detto il vicepresidente della commissione europea Valdis Dombrovskis e il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire. 

E per fermare la guerra in Ucraina, anche l'opzione nucleare Swift si fa strada e sta arrivando sul tavolo della Ue come supersanzione del terzo pacchetto di misure contro la Russia.

Resta da vedere se l'opzione Swift verrà sul nascere depotenziata, proprio per toglierle quella portata "nucleare" estremamente vasta: se cioè l'esclusione della Russia da Swift sarà «mirata e fatta in maniera funzionale» come hanno suggerito ieri i ministri tedeschi degli Esteri e dell'Economia Annalena Baerbock e Robert Habeck, entrambi del partito verde, in una dichiarazione congiunta. I due ministri hanno detto che si sta lavorando «a un'uscita dal sistema Swift della Russia che colpisca la gente giusta».

Tagliare fuori banche e società finanziarie russe dal circuito globale Swift, sanzione fortemente voluta da Usa, Canada, Regno Unito e Paesi baltici, non è esclusa, in linea di principio, da nessuno dei 27 Paesi membri della Ue. Germania, Italia, Francia, Ungheria, Cipro, ovvero gli Stati che inizialmente erano risultati tra i più cauti, hanno tutti via via chiarito di non aver mai posto veti a priori.

Le Maire, dopo un silenzio un po' sospetto del governo francese, ha detto che la Francia non «ha riserve». Il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner ha affermato, in merito a Swift: «Siamo aperti ma dobbiamo sapere cosa facciamo». L'Ungheria ha smentito le indiscrezioni circolate in questi giorni: «Non abbiamo mai ostacolato l'opzione Swift». 

La chiusura di Swift agli istituti russi tuttavia ha una portata distruttiva che può andare molto al di là della Russia e per questo è un'arma finanziaria "nucleare" che va maneggiata con cura, come ha detto Le Maire. Prima di essere usata dalla Ue come sanzione contro la Russia, dovrà essere soppesata e valutata in tutte le sue ripercussioni.

Una decisione sul via libera a Swift, l'armageddon delle sanzioni, verrà presa con voto all'unanimità dei 27, forse nelle prossime ore o nei prossimi giorni. E comunque solo dopo aver studiato analisi e valutazioni effettuate dalla Commissione europea e dalla Banca centrale europea su tutti i pro e su tutti i contro, su ripercussioni e costi, non solo per la Russia ma anche per l'Europa.

Anche la Federal Reserve starebbe valutando, come la Bce, l'impatto della sanzione Swift anche ai fini della stabilità finanziaria e dell'impatto sul dollaro Usa. La ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock aveva detto candidamente nei giorni scorsi che l'esclusione delle banche russe da Swift avrebbe avuto «danni collaterali enormi» perché avrebbe potuto mettere in pericolo l'approvvigionamento energetico della Germania in quanto le importazioni di energia dalla Russia non sarebbero state più pagate, almeno non più tramite Swift (e in attesa di alternative).

E questo vale per tutti i Paesi europei che importano energia russa. Il ministro dell'Economia Robert Habeck ha reso noto che il 35% di importazioni di petrolio, il 55% del gas e il 50% del carbone in Germania vengono dalla Russia. Il presidente Putin, a sua volta, potrebbe reagire al blocco su Swift chiudendo i rubinetti del gas come ritorsione. Alcuni parlamentari russi hanno dichiarato che una misura di questo genere sarebbe l'equivalente di una dichiarazione di guerra da parte dei Paesi Nato.

Secondo stime di esperti, la sanzione con disconnessione da Swift ridurrebbe il Pil russo del 5%. L'esclusione della Russia da Swift è stata indicata da Moody' s ieri come una misura che avrebbe «un impatto significativo sull'economia e il sistema finanziario» di Mosca e che potrebbe portare a un declassamento della Russia a livello "spazzatura". 

L'uso di Swift come sanzione non mirata è in effetti paragonabile a un'arma finanziaria nucleare perché, a differenza di una misura circoscritta a liste di banche e di imprese, ha un raggio di azione enorme, in definitiva colpisce qualsiasi transazione finanziaria dalla Russia ma anche verso la Russia.

Ad essere estromessi dal circuito dei codici BIC, che consentono di verificare le banche con le quali si effettua un pagamento transfrontaliero mandandolo a buon fine, sarebbero non solo banche, istituti finanziari, ma colpite anche aziende russe di qualsiasi dimensione, istituti culturali, organizzazioni Onlus, ambasciate, cittadini e residenti in Russia che utilizzano i conti in banca in loco per effettuare o ricevere bonifici da e per l'estero.

Resterebbero bloccati persino i trasferimenti di denaro agli studenti russi all'estero, per esempio, in un momento in cui, a causa della guerra in Ucraina, sembra che inizi ad essere difficoltoso persino l'uso di Paypal in Russia. Non è escluso che lo stop a Swift possa compromettere le transazioni domestiche, non solo internazionali e transfrontaliere. 

Il mercato dei derivati negoziati in Borsa e OTC potrebbe essere colpito nel momento in cui le controparti russe non fossero più in grado - per un blocco tecnico - di onorare i contratti puntualmente e integralmente: cosa accadrà al versamento dei margini iniziali infragiornalieri e giornalieri dovuti alle casse di compensazione e garanzia da controparti russe senza poter utilizzare i codici Swift? Questo va chiarito.

La stabilità finanziaria mondiale va preservata e non potranno esserci, a causa di sanzioni Swift, effetti domino del tipo cross default. Alcune tipologie di pagamento dovranno essere consentite comunque. La chiusura di Swift per le banche russe potrebbe inoltre incentivare il potenziamento di circuiti alternativi esistenti o la creazione di nuove reti o codici per pagamenti senza Swift in concorrenza, tra i quali criptovalute come Bitcoin ed Ethereum, stablecoin collegati al dollaro come Tether e sistemi FinTech e blockchain come Ripple.

La Russia dal 2014, cioè dall'invasione della Crimea, ha lanciato il suo SPFS, circuito di messaggistica per pagamenti interbancari domestici: viene utilizzato da 400 banche russe, ma sembra valga solo per il 20% delle transazioni ed è considerato "periferico" al sistema globale. Finora SPFS non è riuscito ad attrarre le banche non russe (solo una banca cinese risulta abbia aderito). L'ad di VTB ha detto che senza Swift utilizzerà WhatsApp e email, ma non è la stessa cosa.

Anche la Cina ha una sua rete come Swift, chiamata Cips, ma con volumi bassi, stimati non oltre lo 0,3% delle dimensioni Swift: Cina e Russia potrebbero unire le forze contro Swift, che è dominato dalle transazioni in dollari Usa. La dedollarizzazione, secondo esperti della materia, potrebbe avvenire proprio tramite la creazione di circuiti alternativi a Swift.

Per Sam Theodore, esperto di banche e vigilanza bancaria, consulente di Scope Investors Services, la vera arma nucleare finanziaria in mano all'Occidente contro la Russia è un'altra: il blocco dell'accesso della Banca centrale russa alle sue riserve internazionali (stimate in oltre 640 miliardi di dollari) che sono detenute presso altre banche centrali. «L'impatto sul sistema economico e finanziario russo di questa misura sarebbe relativamente veloce e veramente devastante», ha detto Theodore interpellato dal Sole 24 Ore.

La Svizzera: sanzioni alla Russia come la Ue. Rotta la storica neutralità. Claudio Del Frate su Il Corriere della Sera il 27 Febbraio 2022.  

L'annuncio del presidente della Confederazione Ignazio Cassis. Fino a oggi Berna aveva mantenuto un atteggiamento morbido verso la Russia, limitandosi ad escludere una serie di persone e banche dall'intrattenere rapporti economici. 

Anche la Svizzera si appresta a colpire la Russia con una serie di sanzioni, adeguandosi a quelle decise dalla Ue . Lo ha annunciato il presidente della Confederazione Ignazio Cassis, parlando ai microfoni del canale francese della tv pubblica e definendo «molto probabile» che lunedì la Svizzera congelerà una serie di beni detenuti da cittadini russi. Si tratta di una svolta importante e per certi versi storica: Berna da un lato rompe la sua tradizionale neutralità di fronte alle guerre e dal'altro copre una «falla» che avrebbe potuto aprirsi nella morsa finanziaria che l'Occidente ha deciso di stringere attorno a Mosca.

Fino a sabato infatti la Svizzera aveva assunto una posizione piuttosto prudente nei confronti delle mosse di Putin. Il governo si era limitato a formulare una «black list comprendente circa 300 cittadini russi e 4 banche» a cui aveva imposto il divieto di intrattenere rapporti d'affari. In teoria, dunque i numerosi oligarchi e milionari russi che hanno conti nelle banche elvetiche avrebbero potuto continuare ad operare. Certo, il Paese avrebbe potuto andare incontro a un rischio giuridico e «reputazionale»: le banche che avessero mantenuto un rapporto disinvolto con interlocutori russi sarebbero potute andare incontro a citazioni in giudizio ma soprattutto essere considerate fiancheggiatrici indirette del regime di Putin. Rischiava insomma di riprodursi una situazione simile a quella della Seconda Guerra Mondiale quando la Svizzera continuò a intrattenere rapporti economici con la Germania di Hitler.

Il fronte compatto creatosi in Europa e non solo contro gli aggressori dell'Ucraina ha convinto ora anche Berna ad allinearsi, evitando il rischio di rimanere isolata. «Neutralità non significa indifferenza» aveva dichiarato il presidente Cassis in un messaggio alla nazione letto poche ore dopo l'attacco russo all'Ucraina. «La Russia ha violato in maniera flagrante il diritto internazionale e la sovranità di un altro Stato». Le posizioni dei partiti svizzera sembravano divergere sull'atteggiamento da mantenere verso Mosca: i Verdi spingevano per un maggiore rigore, L'Udc (partito della destra nazionalista) all'opposto chiedeva di preservare la neutralità del Paese.

SWIFT, LA DIGNITA' DI UN PAESE NON HA PREZZO. LA GUERRA IN UCRAINA - L'esclusione della Russia dal sistema di pagamenti internazionali costa a Italia e Europa come una pandemia. ROBERTO NAPOLETANO su Il Quotidiano del Sud il 26 Febbraio 2022.

Ha fatto bene Mario Draghi a dire con chiarezza di essere favorevole all’unica sanzione che morde. Bisognerà vedere che cosa diranno tedeschi  e americani. Le ipotesi sono due: l’utilizzo dell’”arma nucleare” della finanza tout court o in modo selettivo escludendo gli istituti che comprano e vendono gas. Nella prima ipotesi gli effetti sono uno shock che vale su base annua  8/9 punti di Pil in Italia e 5 punti in Europa, ma la Russia perde di riflesso il 30% delle sue esportazioni  e non ha più le entrate valutarie per fare tante cose, anche  per fare mangiare le persone. Quella di Draghi è una scelta che ha la dignità delle grandi scelte di politica estera di un grande Paese. È evidente, però, che in Italia tutte le centrali a carbone riapribili vanno riaperte e si può arrivare al 15/20% della nostra domanda di elettricità che sono 3/4 miliardi di metri cubi di gas. Poi bisogna spedire Descalzi (Eni) in Algeria e in Libia e fare gli investimenti in Nord Africa per tirare fuori tutto il gas che c’è e che serve.  Stessa attenzione va riservata all’Iran e al Qatar.  E serve subito un super fondo europeo

HA FATTO bene Mario Draghi a dire con chiarezza di essere favorevole a fare uscire la Russia da Swift, il sistema internazionale che permette di eseguire gli ordini di pagamento. Ha fatto bene a sostenere di appoggiare la linea dura fino all’utilizzo di  questa specie di “arma nucleare” della finanza che l’Europa è pronta a lanciare sul terreno militare contro l’autocrate Putin. Una decisione che è diretta a colpire la violenta superpotenza russa all’assalto di Kiev capitale dello Stato libero dell’Ucraina e che di sicuro ha un impatto abnorme sulla bolletta energetica italiana e, cioè, sui conti delle imprese e delle famiglie italiane. Ovviamente bisognerà vedere che cosa dirà la Germania. Soprattutto che cosa diranno gli americani perché senza il loro assenso Swift non salta.

Bisognerà anche capire se si arriverà all’utilizzo dell’“arma nucleare” della finanza tout court o, come è più probabile, in modo selettivo escludendo Gazprombank e gli istituti che possono garantire la compravendita di gas. Perché nella prima ipotesi gli effetti per l’Italia sono quelli di una nuova pandemia con uno shock su produzione e consumi di dimensione straordinaria  che va affrontato all’istante con strumenti di sollievo europeo.

Per chi non lo avesse capito, parliamo di qualcosa che può valere 8/9 punti di Pil in Italia e 5 punti di Pil in Europa. Ci sono momenti, però, in cui sono in discussione la dignità di un Paese perché la democrazia non ha prezzo. In questo caso è in gioco la dignità dell’Italia e di una nuova Europa. Perché tagliare fuori la Russia dal circuito finanziario delle transazioni internazionali è l’unica sanzione che morde, quelle adottate fino a oggi sono bazzecole. Perché se io Europa non posso pagare il gas ovviamente non lo posso comprare, ed è vero che a noi Europa viene a mancare la materia prima per alimentare riscaldamento e elettricità e il petrolio per sostenere i trasporti, ma è evidente che la Russia perde di riflesso il 30% delle sue esportazioni e non ha più le entrate valutarie per fare tante cose, anche per fare mangiare le persone, oltre che a colpire i russi ricchi.

Essendo in guerra, si usano armi di guerra e si determinano le condizioni di un’economia di guerra. Una scelta così forte morde la carne viva della nostra economia sul fronte delle esportazioni e ancora di più su quello delle importazioni energetiche. Una botta sulla nostra economia di sicuro di calibro pandemico per fare fronte alla quale servono scelte coraggiose, appunto di guerra, in casa e in Europa. Proprio per questo, però, emerge la forza e la dignità di una scelta politica del premier Draghi che fa i conti con la realtà di un Putin che vuole riscrivere i confini europei e che senza un’alzata di scudi compatta della vecchia Europa potrebbe ripetere con i Paesi baltici quello che ha fatto con l’Ucraina.

Siamo in presenza di un signore che ha già tagliato il gas a noi italiani e che lo ha fatto programmando tutto in ogni singolo dettaglio. Perché è chiaro che è stato Putin a tagliare inopinatamente i quantitativi delle forniture facendo salire i prezzi e caricandoli tutti sulle nostre spalle. Al punto che non manca chi sostiene che Putin ha finanziato la sua guerra di annessione in Ucraina con i soldi degli italiani e dei tedeschi.

Ed è altresì chiaro a tutti gli europei  che se abbiamo livelli di prezzi e di inflazione che preoccupano non è perché è scappata di mano la domanda interna, ma perché Putin ha pilotato abilmente verso l’alto gas e petrolio. Questi prezzi sono aumentati per colpa sua che improvvisamente non ha voluto vendere con gli stessi quantitativi che vendeva prima e ha programmato a tavolino i nuovi scenari di domanda, offerta e prezzi. A questo punto, siamo tutti nella stessa barca. Perché dipendiamo tutti dall’energia, dipendiamo tutti da gas e petrolio russi, quanto noi i Paesi del Nord Europa, quanto noi o più di noi i Paesi dell’Est europeo come Bulgaria e Romania. Stanno meglio i francesi che hanno un po’ di nucleare e soffrono come noi anche i tedeschi che hanno un po’ più di carbone. 

È evidente che la scelta di una linea dura europea così forte richiede il coinvolgimento esterno di Giappone e Inghilterra. Bisogna che si avverta la tenaglia del mondo che stringe il collo di chi ha concepito l’espansionismo russo fuori da ogni regola e vuole oggettivamente cambiare gli equilibri internazionali con l’arma della guerra unilaterale riducendo le aree di influenza del mondo libero a favore del mondo autocratico. Si tratta di bloccare un processo che inizia ora, ma non si sa dove può arrivare. Mettersi intorno a un tavolo con un signore che la stampa americana descrive come “il nuovo Hitler” significa correre il rischio di ripetere colpevolmente gli errori della storia. Quando si disse “si prende  la Polonia e basta”, poi  si disse “si prende l’Austria ma era già sua” e poi siamo arrivati dove siamo arrivati.  Siamo sullo stesso crinale con un Putin che si è preso la Crimea, ha tentato con l’Afghanistan, poi si è preso pezzi del Donbass e ora vuole l’Ucraina che è un Paese libero sovrano che vale quasi tre volte l’Italia come dimensione con circa quaranta milioni di persone.

Che facciamo? Stiamo fermi e gli facciamo fare un genocidio? Gli consentiamo di ricostruire l’impero sovietico perché non sappiamo come pagare la bolletta ai russi decidendo di escluderli dal sistema internazionale di pagamenti? Se emerge una consapevolezza mondiale che la linea dura delle sanzioni vere è l’unica possibile, se questa è la posizione del Consiglio europeo, se questa è la posizione dominante del nuovo fronte unico mondiale l’Italia non può porre veti senza mettere in gioco la sua dignità e, per questa ragione, non lo farà.

Quella di Draghi è una scelta che ha la dignità delle grandi scelte di politica estera di un grande Paese. È evidente, però, che né l’Italia né l’Europa potranno rimanere con le mani in mano. In Italia tutte le centrali a carbone riapribili vanno riaperte. Civitavecchia, Brindisi, Fusina-Marghera a Venezia, La Spezia, Monfalcone. Si può arrivare a fare un 15/20% su base annua della domanda di elettricità importata dalla Russia per un controvalore di 3/4 miliardi di metri cubi di gas. Se avessimo fatto come la Germania che non ha smantellato quasi nulla a differenza nostra, oggi staremmo messi meglio. Per queste ragioni Descalzi, come un tempo Mattei, accompagnato dal ministro degli Esteri Di Maio e, se necessario, anche dal presidente del consiglio Draghi, deve volare in Algeria, in Libia. Bisogna “andare in ginocchio” in Nord Africa per fare quegli investimenti che i russi hanno fatto e tirare fuori tutto il gas che c’è e che serve.  Stessa attenzione va riservata all’Iran, al Qatar e a tutta l’Africa. Non si può tralasciare nulla. È ovvio che la spinta già decisa sulle rinnovabili dovrà ulteriormente essere intensificata.

L’Europa deve battere il secondo colpo dopo Next Generation Eu perché serve un super fondo europeo in quanto l’emergenza  energetica può fare saltare la ripresa europea e mettere in crisi quella mondiale. La guerra in Ucraina non rientra tra gli eventi prevedibili o di cui le democrazie europee hanno qualsivoglia responsabilità. La situazione non ha più nulla di ordinario e di convenzionale.

LA GUERRA CIBERNETICA.

Guerra Ibrida.

Guerra metafisica: guerra delle percezioni della Realtà

INFO OPS

Dottrina Nato

Guerra Elettronica (Malfunzionamento Reti Comunicazioni)

Operazioni sulle reti di computer (Hackeraggio)

Disinformazione (Fake News)

Sicurezza informativa (Spionaggio)

Operazioni Psicologiche (Propaganda)

Maurizio Stefanini per “Libero Quotidiano” il 19 marzo 2022.

Il Garante della Privacy ha aperto una inchiesta sull'uso dell'antivirus Kaspersky nella nostra Pubblica Amministrazione. Tre anni prima della guerra in Ucraina, il Senato Usa aveva deciso che affidare le reti dell'Occidente a un software creato da un informatico laureato presso la Facoltà di Matematica della Scuola Superiore del Kgb ancora in epoca sovietica (1987) configurava come minimo un comportamento a rischio. In Italia ci si è arrivati ora, sull'onda di una polemica di cui è stato elemento fondamentale anche una denuncia di Renato Farina su Libero.

PROTEZIONE Il Garante per la protezione dei dati personali ha dunque aperto un'istruttoria per valutare i potenziali rischi relativi al trattamento dei dati personali dei clienti italiani effettuato dalla società russa che fornisce il software antivirus Kaspersky (anche se il nome non è fatto esplicitamente). L'iniziativa è stata intrapresa d'ufficio dall'Autorità, ma si è resa necessaria dopo l'attacco di Putin all'Ucraina, allo scopo di approfondire gli allarmi lanciati da numerosi enti italiani ed europei specializzati in sicurezza informatica sul possibile utilizzo di quel prodotto per attacchi cibernetici contro utenti italiani.

Il Garante ha dunque chiesto a Kaspersky Lab di fornire il numero e la tipologia dei suoi clienti italiani, oltre a informazioni dettagliate sul trattamento dei dati personali effettuato nell'ambito dei diversi prodotti o servizi di sicurezza. Inclusi quelli di telemetria o diagnostici. 

La società dovrà inoltre chiarire se, nel corso del trattamento, i dati siano trasferiti al di fuori dell'Unione europea, o comunque resi accessibili a Paesi terzi. Kaspersky Lab dovrà infine indicare il numero di richieste di acquisizione o di comunicazione di dati personali, riferiti a interessati italiani, rivolte alla società da parte di autorità governative di Paesi terzi, a partire dal 1° gennaio 2021, distinguendole per Paese e indicando per quante di esse Kaspersky Lab abbia fornito un riscontro positivo.

Un linguaggio tecnico che indica comunque un inizio di azione, anche se più cauto rispetto al resto d'Europa. Mentre infatti l'Italia ancora indaga la Germania già ha deciso di rimuoverlo, e anche il Centro governativo di sicurezza informatica francese ha diramato un comunicato nel quale evidenzia come «nel contesto attuale, l'uso di alcuni strumenti digitali, in particolare gli strumenti della società Kaspersky, può essere messo in discussione a causa del loro legame con la Russia».

Il governo italiano starebbe comunque per varare una norma ad hoc per consentire alle pubbliche amministrazioni di disinstallare il software. Secondo la banca dati di Contrattipubblici.org., Kaspersky sarebbe utilizzato in Italia da ben 2384 enti. L'azienda e il fondatore provano a rassicurare sul fatto che il software non si presterà mai a condurre attacchi malevoli per conto del Cremlino. 

Per questo motivo nel novembre del 2020 ha completato il trasferimento di tutti i suoi server in Svizzera, ed ha anche inaugurato un Centro per la trasparenza in Nord America. Però nel 2011 fu sequestrato da malviventi Ivan: figlio di Eugene Kaspersky e di sua moglie Natalya, a sua volta programmatrice e dell'azienda. co -fondatrice Dopo una richiesta di riscatto, fu salvato in capo a pochi giorni per un intervento dei Servizi russi sui cui retroscena non è mai stata fatta chiarezza.

E la famiglia Kaspersky vive ancora ufficialmente nel Paese. Come spiega la testata specialistica Wired, «la tesi di numerosi esperti di sicurezza informatica è che la tecnologia stessa degli antivirus sia troppo invasiva per permettere che quelli installati in gangli vitali dell'amministrazione pubblica o delle imprese provengano da un Paese con cui si è in aperta ostilità.

Vedi Kaspersky e la Russia, che ha iscritto l'Italia nella lista dei Paesi ostili dopo che Roma si è unita alle sanzioni internazionali per l'Ucraina». «Per loro natura, gli antivirus sono software che decidono cosa è bene e cos' è male, cosa può passare e cosa dev' essere fermato, e lo fanno sulla base di liste di malware che sono conosciute solo dagli sviluppatori del software».

ESCLUSIVO - "Comunicazione classificata" per rischio cybersicurezza. “Disinstallate Kaspersky dai PC”, i servizi segreti lanciano l’allarme per l’antivirus usato da Farnesina e Viminale. Nicola Biondo su Il Riformista il 15 Marzo 2022. 

L’affaire Kaspersky – l’antivirus russo di grande successo- è diventato una questione di sicurezza nazionale. Nelle scorse ore una comunicazione “classificata” – che Il Riformista ha potuto leggere – è stata inviata a tutti gli uffici dei ministeri dell’Interno e della Difesa con la richiesta di sostituire il software russo da ogni dispositivo. La comunicazione è arrivata dal CSIRT, l’ufficio che monitora i rischi del perimetro cibernetico italiano, una sorta di unità di crisi dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

E che si tratti ormai di un’emergenza lo conferma anche un altro dato: è stato avviato il censimento da parte delle aziende, pubbliche e private, parte del perimetro cibernetico italiano: banche, assicurazioni, grandi aziende. La sicurezza nazionale vuole sapere chi usa Kaspersky. Fin qui le notizie. Ora di fronte a questo epic fail che il Riformista ha raccontato dieci giorni fa è tempo di correre ai ripari e avanzare qualche domanda. L’inchiesta aveva provocato una serie di domande che il Copasir ha rivolto al numero uno della sicurezza informatica, Roberto Baldoni. Poche ore dopo è partito il censimento e il reset richiesto agli uffici più sensibili, tra le quali tutte le forze di polizia.

Ma come è stato possibile che un software da tempo escluso da Francia, Olanda, Uk e Stati Uniti e definito “malicious” – pericoloso – dalla Ue possa essere finito nei dispositivi della pubblica amministrazione e di ministeri chiave tra cui la Farnesina?

Dal 2017 alcuni esperti di sicurezza informatica – Umberto Rapetto ex-Gdf, Stefano Quintarelli e Fabio Pietrosanti– avvertivano che Kaspersky è legato a doppio filo con il sistema di difesa e spionaggio russo.

Pietrosanti in una recente intervista al Riformista aveva spiegato come il software per le sue caratteristiche “è un classico cavallo di troia, un mezzo con il quale la Russia potrebbe spiare o addirittura disconnettere i dispositivi che lo utilizzano“.

Tutto noto da anni ma nonostante questo, nonostante il software sia stato tenuto lontano in molti paesi europei dalle amministrazioni pubbliche, l’Italia invece è andata in controtendenza. Comportamento che oggi è stato fatto “pagare” a livello europeo.

In poco più di un mese il Governo ha dovuto fare dietrofront non solo a causa della guerra in Ucraina ma anche di fronte alle segnalazioni dei partner europei. Uno smacco che ha messo l’Italia in una situazione di anomalia, una sorta di pulcino bagnato nell’ambito della cybersicurezza. All’Italia viene infatti contestata la decisione del 31 gennaio scorso giorno quando dal Mise arriva il definitivo via libera del all’utilizzo di Kaspersky anche negli archivi classificati della PA. Una scelta politica di grande rilevanza per la sicurezza, avallata non si da quale branca degli apparati, dalla quale oggi tutti vogliono prendere le distanze.

I costi di questa gigantesca operazione di sostituzione non sono al momento quantificabili, né lo sono tempi e modalità. Il rischio di invasione cibernetica è diventato reale. Nicola Biondo 

Le information operations: uno strumento per influenzare i processi decisionali Marco Stocuto su Difesa.it Marco Stoccuto Strategia 33 Informazioni della Difesa n. 4 - 2009

Il luogo ove i sistemi umani ed automatizzati osservano, orientano e prendono decisioni sulla base di tempestivi flussi informativi rappresenta il sistema informativo. Esso è costituito da tre sfere correlate: fisica, informativa e cognitiva.

Gli attori sono rappresentati da leaders responsabili dei processi decisionali, mentre il sistema informativo si basa su materiali e strutture atti a raccogliere, utilizzare e disseminare tali informazioni. In questo contesto, le Information Operations (Info Ops) rappresentano un concetto dottrinale correlato prettamente ai processi decisionali, integrale all’applicazione di un Approccio alle Operazioni Basate sugli Effetti (EBAO). Esse si interessano in particolare di coloro i quali hanno responsabilità e capacità sui processi decisionali (Decision Makers) e degli strumenti che consentono di acquisire in modo tempestivo ed accurato quelle informazioni necessarie a sviluppare i citati processi.

La funzione operativa Info Ops rappresenta un processo di coordinamento continuo tra tutte le attività militari che possano avere in qualche modo un effetto sull’ambiente informativo. Oggi la ricerca di scenari che evitino o quantomeno limitino i danni collaterali ed il rischio di perdite, obbliga tanto la componente politica che i Comandanti militari a cercare procedimenti che forniscano “metodi di guerra” alternativi a quelli tradizionali. Il fatto che i processi decisionali si fondino sulla disponibilità di informazioni precise e tempestive, ci suggerisce quanto oggi questo sia il “centro di gravità” da colpire; il mezzo alternativo all’attacco letale con cui scardinare la leadership nemica, limitando i danni collaterali. In tale logica, una dottrina (nazionale) in materia, deve definire gli ends (intenti e linee strategiche nazionali), le ways (dottrina e terminologia di base comune, linee-guida, compiti e responsabilità di tutti gli attori) ed i means, che raccordino in un processo unitario le esigenze in materia. Le Info Ops si interessano di coloro i quali hanno responsabilità e capacità sui processi decisionali (decision makers) e degli strumenti che consentono di acquisire in modo tempestivo ed accurato quelle informazioni necessarie a sviluppare i citati processi. Concomitante all’epoca dell’Information Technology (IT), ha avuto luogo una rivoluzione dei flussi informativi che ha contrassegnato l’attuale era come quella dell’informazione, capillare e pervasiva. L’emergere di una rete informativa globale e delle conseguenti modificazioni nell’ambito della società, hanno generato nuove minacce alla sicurezza, sia a livello nazionale che internazionale, ben al di là delle classiche minacce militari ed influito sulle possibili azioni con cui le si è contrastate ad oggi. La comunicazione globale si basa oggi su sistemi estremamente veloci, ma la maggior subordinazione alla tecnologia li rende contemporaneamente vulnerabili. Sono l’utilizzo delle informazioni e dei sistemi tecnologici collegati, che consentono la superiorità informativa, prerequisito indispensabile per mantenere la propria libertà d’azione sia in crisi che in guerra. Lo scopo delle Information Operations è supportare il conseguimento degli obiettivi strategici limitando, idealmente al massimo, l’uso della forza fisica. Nei complessi conflitti moderni si amplificano gli attori e i partiti, spesso in alleanze ampie, e create ad hoc, che operano con connotazioni globali al di fuori dei confini geografici dell’area contesa. Le cause dei conflitti sono parimenti complesse: religiose, etniche, politiche. Povertà ed oppressione percepita sono i fattori innescanti. Le azioni militari da sole non sono in grado di risolvere tali situazioni, per quanto possano porre le condizioni a premessa di una soluzione da parte di altri interpreti. La funzione Info Ops rappresenta un continuum del processo di coordinamento di quelle attività necessarie ad influenzare l’ambiente informativo in supporto agli obbiettivi prefissati, divenuto essenziale per la pianificazione delle operazioni militari: un key enabler. C’è pertanto la necessità di un’attività coerente, di un approccio intergovernativo, dove tutti gli elementi del potere nazionale siano rappresentati, in concerto con le altre Organizzazioni Governative internazionali. Una definizione ad ampio spettro della Information Policy Nazionale può garantire la necessaria unità di sforzi e coerenza politica e militare. Le Info Ops sono una parte fondamentale per un’efficace condotta delle operazioni militari. L’obiettivo fondamentale è di conseguire e mantenere l’information Superiority. In tale quadro forniscono un vantaggio reale se supportano un processo decisionale superiore e più veloce. Esse sono descritte come “l’impiego coordinato ed integrato di Electronic Warfare (EW), Computer Network Operations (CNO), Psychological Operations (PSYOP), Military Deception (MILDEC) ed Operations Security (OPSEC), in armonia e concerto con specifiche capacità di supporto o correlate, al fine di influenzare, disturbare, corrompere od usurpare il processo automatizzato ed umano di Decision Making avversario”. Conseguente alla diffusione dell’accesso ai media ed alla tecnologia, un aspetto critico per un approccio intergovernativo coeso, è rappresentato dalla gestione proattiva da parte dell’attività governativa. Quanto sopra è sintetizzato dall’Information Campaign (Info Campaign), definita come: “Risultato coordinato derivante dalle attività informative intraprese, in supporto agli obiettivi politici, da parte del governo, al fine di influenzare i decision-makers avversi e proteggere nel contempo i propri”. Ai governi spetta detenere l’iniziativa nella gestione dell’informazione, inviando messaggi politici chiari, per garantirsi la fiducia dell’opinione pubblica che li deve percepire come responsabilmente competenti. Ogni attività invia un messaggio dal quale vengono tratte delle deduzioni aggregate che comportano conseguenti azioni da parte di audiences amici, avversari e neutrali e probabilmente condurrà all’adozione del Course(s) of Action (CoA) o all’assenza d’azione da parte dei decision-makers individuati. L’Info Campaign incorpora tanto la gestione delle informazioni in termini di temi e messaggi che le azioni correlate intraprese per promuovere un determinato messaggio. Essa è per la sua stessa natura un’attività integrata ed inter-governativa, che ricorre ai tre strumenti di potere (politico, diplomatico e militare) tratti dai dipartimenti competenti. In tale contesto essa deve altresì coinvolgere organizzazioni quali:

• imprese commerciali, d’affari e private;

• agenzie umanitarie e non governative;

• organizzazioni internazionali come ONU o UE. L’impatto dell’informazione trasmessa da questi tre strumenti, così come l’inarrestabile evoluzione della tecnologia dei mezzi comunicativi implicano che il solo affidarsi alla policy della Pubblica Informazione o dei media non sia più sufficiente a gestire i momenti di crisi. Il “sistema informativo” è dunque il luogo ove i sistemi umani ed automatizzati (IT) osservano, orientano e prendono decisioni sulla base di tempestivi flussi informativi. I sistemi umani sono rappresentati dai leaders, responsabili dei processi decisionali; mentre i sistemi automatizzati sono i materiali e le strutture utilizzati per raccogliere, utilizzare e disseminare le informazioni (reti, il Cyberspazio - spettro magnetico o 4^ Dimensione). Il sistema informativo è pertanto costituito da tre sfere correlate: fisica, informativa e cognitiva. Comprendere ed usare le informazioni in tutti i campi, da quello militare, a quello economico e diplomatico, ha sempre rappresentato un vantaggio imprescindibile. Ecco quindi l’incontestabile beneficio nel conseguire e mantenere il controllo dei sistemi e mezzi che sostengono tale flusso informativo da e verso i decision makers garantendosi così l’information superiority. I sistemi computerizzati costituiscono il nocciolo di tutti i sistemi di Comando e Controllo non solo militari; l’affidabilità degli stessi è fondamentale per quello che viene definito oggi C4ISR: Comando, Controllo, Comunicazione, Computers, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione. Internet infine rappresenta lo strumento più potente mai esistito per la divulgazione e circolazione dati, ad una velocità inconcepibile pochi anni fa. Potente e vulnerabile, le informazioni in esso circolanti includono voci ed opinioni non controllabili, svincolate da ogni forma di esame della fonte. Tale libertà può essere, e spesso è, ampiamente sfruttata per veicolare messaggi ed attaccare i sistemi democratici, oltre che fonte di intelligence da parte di nemici reali o potenziali. Le Information Operations rappresentano in tale quadro la risposta sinergica da parte del livello politico e militare. Emerge qui l’idea di influenzare la volontà, la capacità e la comprensione di una data situazione colpendo sia con mezzi letali che non-letali obiettivi approvati. A tal fine, nel processo di pianificazione di un’operazione/campagna è necessario identificare una strategia dell’informazione - information strategy - coordinando temi, messaggi ed obiettivi informativi da indirizzare a specifici gruppi obiettivo. In tale strategia, sempre essere proposta al massimo livello politico, le Information Operations giocano buona parte del contributo prettamente militare. Inoltre, il moderno Battlespace è oggi collocato all’interno di una gigantesca bolla di cristallo all’interno della quale i media focalizzano, come una lente d’ingrandimento, l’attenzione dell’opinione pubblica. Poiché questa è elemento centrale per il mantenimento del rapporto di responsabilità delegata, e fiducia nei confronti dei governi democratici, da parte della popolazione, è necessario un atteggiamento che presenti la propria leadership attraverso messaggi coerenti, contrastando nel contempo le azioni di propaganda avversarie tese a minare tale supporto. Per acquisire, mantenere e garantire il supporto da parte dell’opinione pubblica i governi devono mostrare il massimo grado di trasparenza e legittimità di azioni, sia sotto il profilo legale che etico. Se valutiamo la sequenza degli eventi dell’11 settembre possiamo comprendere che la dinamica dei due attacchi è stata capillarmente coordinata. La successione degli eventi aveva lo scopo di influenzare la percezione, dell’opinione pubblica mondiale, attraverso uno studio dettagliato di audiences, technology e behaviours.

I DOMINI DELL’AMBIENTE INFORMATIVO Fisico: costituisce anche la dimensione dove risiedono le piattaforme fisiche e le reti di comunicazioni che le connettono, includendo mezzi di trasmissione, infrastrutture, tecnologie, gruppi e popolazioni. Gli elementi di questa dimensione sono i più semplici da misurare e conseguentemente il potenziale militare che ne fa parte, rappresenta quello tradizionalmente prioritario nella disamina. Informativo: è la dimensione dove il C2 delle moderne forze militari opera e dove viene espresso e trasmesso l’intento di un Comandante. È costituita dal contenuto e dal flusso delle informazioni. La dimensione informativa è quindi quella che deve essere protetta. Cognitivo: dimensione altresì condizionata dagli ordini del Comandante, dall’addestramento e dalla motivazione del rimanente personale. Tanto le battaglie che le campagne possono essere perse proprio nella dimensione cognitiva. Fattori come la leadership, il morale, la coesione, le emozioni, gli stati mentali, i livelli d’esperienza e di addestramento, la consapevolezza della situazione corrente, l’opinione pubblica, la percezione, i media e anche le indiscrezioni contribuiscono ad influenzare questo dominio.

Gli attacchi terroristici rappresentano un evidente esempio di guerra asimmetrica tanto nell’impiego dell’Information Technology che nello sfruttamento della capacità e della velocità di connessione, necessarie a diffondere messaggi shockanti, attraverso impatto emozionale e ricadute politiche. Le offensive non sono più confinate in un campo di battaglia popolato da navi, carri armati e velivoli da combattimento. Oggi l’attenzione si focalizza su quelle aree recondite della mente umana nella quale si formano e vengono processate le decisioni. La sola arma efficace è rappresentata dall’informazione con tutte le sue specificità. I militari, così come i civili devono incorporare nella propria attività di pianificazione tutto ciò che l’ampio spettro delle Info Ops sono in grado di offrire. Esse non sono un’arma od uno strumento: le Info Ops sono un processo. Sono un modo di ripensare le relazioni; un elemento facilitatore, “un moltiplicatore di potenza” che rinforza l’abilità di conformare l’ambiente operativo. Esse rappresentano uno sviluppo metodologico che supporta l’uso tradizionale delle forze militari a livello strategico, operativo e tattico, utilizzando strumenti atti a sincronizzare, dare sinergia e deconflittare le attività classiche, integrando orizzontalmente le diverse agenzie coinvolte. L’ambiente informativo è rappresentato da un aggregato di individui, organizzazioni e sistemi che raccolgono, processano, disseminano o agiscono in relazione alle informazioni di cui sono in possesso. È in sostanza il luogo ove i sistemi umani e/o automatizzati sviluppano il proprio OODA loop (Observe, Orient, Decide and Act) in relazione alle informazioni disponibili. Raffigura l’ambiente naturale ove operano i decision makers ed è rappresentabile nelle sue tre diverse dimensioni:

• fisica: l’insieme di sistema di Comando e Controllo (C2) e delle infrastrutture di supporto che consentono ad individui ed organizzazioni di condurre le operazioni attraverso le dimensioni terra, mare, aria e spazio;

• informativa: in cui le informazioni sono raccolte, processate, catalogate, disseminate, mostrate e/o protette;

• cognitiva: che abbraccia la mente dei decision Makers e dei Target Audiences (TA). In questa area le persone pensano, percepiscono, visualizzano e decidono. È la più importante delle tre dimensioni. In queste tre dimensioni l’attenzione non va sul come conseguire gli scopi ma piuttosto sugli effetti specifici da conseguire. Tale approccio viene definito come “basato sugli effetti”. Info OPS parte integrante dell’Ebao Le Effects-Based Operations (EBO) sono operazioni pianificate, eseguite, valutate ed adattate basandosi su un approccio olistico all’ambiente operativo, finalizzato a influenzare o modificare sistema, comportamenti o capacità e facendo ricorso ad un’applicazione integrata di strumenti di potere selezionati e finalizzati a conseguire scopi politici. La valenza di tale determinazione risiede nel fatto che la pianificazione si concentra su tutto ciò che può avere un impatto sulla Joint Operational Area (JOA); sui comportamenti e sulle capacità piuttosto che sull’attrito prodotto sulle forze avversarie, confidando sull’uso di tutti gli strumenti di potere disponibili anziché sulla sole proprie forze militari. È un processo cognitivo ed adattivo di analisi, pianificazione, esecuzione e valutazione di una missione, finalizzato al conseguimento dell’end-state attraverso il raggiungimento di effetti desiderati, riconoscendo l’ambiente operativo come un sistema di sistemi. Esso inoltre riconosce che la componente militare è parte di un sistema e come tale va coordinata ed armonizzata. Sebbene l’approccio effect-based sia oggi condiviso da molti, l’EBAO non è ancora supportato da nessuna dottrina ufficiale.

L’INFORMATION POLICY: comunione di intenti da conseguire tra livello politico-strategico livello operativo Deve in sostanza indicare quali finalità; da chi debbano essere garantite, con quali processi e con che mezzi debba essere condotta la raccolta, analisi, valutazione, trattazione, gestione e disseminazione delle information in un periodo di crisis management, per contribuire a conseguire gli end-state e gli obiettivi dello sforzo della Nazione/Alleanza. Nello specifico in essa dovrà comparire:

• la direttiva e la richiesta di indicazioni specifiche che gli organi governativi/politici preposti delineano;

• aggiornamento costante affinché una efficace Info Ops Policy sia coerentemente riflessa in tutti gli altri documenti politici correlati;

• una direttiva di carattere militare per le Info Ops da sviluppare in operazioni, esercitazioni ed addestramento;

• uno spunto, coordinamento e contributo allo sviluppo della dottrina Info Ops;

• lo sviluppo, l’aggiornamento e la divulgazione di quelle informazioni essenziali per l’identificazione e protezione delle informazioni critiche, dei processi decisionali, dei sistemi C2 e CIS da parte delle organizzazioni specializzate;

• lo sviluppo e l’aggiornamento delle misure Info Ops correlate con gli automatismi di Risposta alle situazioni di Crisi;

• direzione e guida per il livello strategico;

• le considerazioni per l’adeguamento delle direttive Info Ops per il conseguimento degli obiettivi in supporto alle operazioni al di fuori delle specifiche aree d’operazioni.

La definizione di operazioni basate sugli effetti non è ancora univoca e tra le caratterizzazioni maggiormente condivise si riporta la seguente: “Le Effect Based Operations sono operazioni concepite e pianificate in una struttura di sistema che considera l’ampio spettro di effetti diretti, indiretti o a cascata, i quali possono - con differenti gradi di probabilità - essere ottenuti attraverso l’applicazione di strumenti militari, diplomatici, psicologici ed economici”. Per effetto si deve intendere qui il risultato o l’impatto prodotto dall’applicazione della potenza militare, o dell’azione di altro strumento. Gli effetti possono essere fisici o mentali; diretti; primari, di secondo o terzo ordine. È probabile che alcuni di essi siano non intenzionali (forse perché noi non abbiamo compreso appieno il sistema che stavamo tentando di influenzare), così come altri saranno indesiderati (non sussisteva l’intenzione di produrli). Nell’influenzare l’ambiente è importante comprendere anche che potremmo colpire non solo il nostro avversario, ma anche parti amiche e neutrali e che occorre esercitare influenza anche sulle linee di operazione non-militari, per quanto le Military Info Ops abbiano il loro focus nei decision makers e nelle percezioni e comportamenti dei target audiences approvati. I risultati delle Info Ops non sono immediati. Affinché gli effetti possano emergere ed incidere sulla percezione dei gruppi obiettivo è richiesto tempo. Ne consegue la necessità di un coinvolgimento sin dalle fasi iniziali integrandole nell’attività di pianificazione generale della campagna militare. Quale elemento di supporto del piano generale, il piano della campagna Info Ops dovrà risiedere nel piano degli effetti desiderati. Quale elemento di supporto alle Info Ops, la pianificazione della campagna Psy Ops e PI dovrà a sua volta risiedere nel piano della campagna Info Ops. Tale concetto garantisce che ciascun piano supporti gli altri e che tutti siano collegati direttamente all’end-state desiderato. La rilevanza della dottrina Information Operations nel contesto del nuovo approccio Effect Based è innegabile ed imporrà in futuro un aggiustamento di policy e di dottrine nazionali. Il presupposto a tali sviluppi è determinato da uno spiccato coordinamento ed integrazione a tutti i livelli, sia verticale (strategico, operativo e tattico) sia orizzontale (nell’ambito degli staff) tesa ad armonizzare e garantire la sincronizzazione delle attività di tutte le componenti militari, politiche e civili, affinché attività in conflitto non annullino o sminuiscano i rispettivi effetti. Tutto lo sforzo delle Info Ops deve essere valutato nel contesto più ampio dell’Information Strategy dove le operazioni militari rappresentano una parte del contributo generale all’impatto che si vuole avere sugli aspetti diplomatici, informativi, militari ed economici.

Ruoli delle Info OPS ai livelli strategico, operativo e tattico Le operazioni militari sono dirette, pianificate e condotte a tre livelli di comando: la direzione e la guida sono espresse dal Comandante strategico, mentre la pianificazione e l’esecuzione sono gestite dai livelli operativo e tattico. Se la distinzione tra le attività condotte dalle forze ai vari livelli è chiara, gli effetti politici, strategici, operativi e tattici delle operazioni raramente rimangono separati. Questo ragionamento richiede per le Info Ops delle considerazioni speciali poiché, sistemi interconnessi e psicologia umana, fanno sì che azioni tattiche possono raggiungere implicazioni strategiche e viceversa.

L’INFORMATION STRATEGY: È la direttiva generale del Comandante operativo sulle intenzioni, obiettivi, temi ed aree d’attività per lo sviluppo di una strategia comune finalizzata ad influenzare specifici Target Audiences. In essa vengono indicate con quali modalità e con quali means (mezzi) viene dato luogo a quanto indicato nella Information Policy, al fine di consentire nello sviluppo dottrinale le modalità procedurali. Essa deve:

• designare lo staff Info Ops ed i meccanismi di integrazione dei relativi piani e della dottrina al livello strategico definendo i comandi subordinati e le relative responsabilità;

• sviluppare e migliorare le capacità, gli obbiettivi, le tecniche e le procedure di sicurezza all’interno dei comandi strategici, assicurando la necessaria coerenza con la condotta delle attività informative;

• integrare le Information Operations nei documenti di pianificazione coerentemente alle direttive date dal livello politico;

• fornire indicazioni al predetto livello politico sulle necessità delle Information Operations e delle risorse associate per conseguire gli obbiettivi preposti;

• rivedere e laddove necessario richiedere approvazione per lo sviluppo di misure di risposta alle crisi sotto il profilo Info Ops;

• assicurare che gli obiettivi Info Ops siano consistenti e coordinati con la missione approvata e le direttive strategiche diramate; • sviluppare degli standard addestrativi ed integrare le Info Ops nell’addestramento, esercitazioni e test con riferimento agli ambienti informativi prefigurati;

• fornire le direttive per l’addestramento Info Ops nel contesto delle previste organizzazioni scolastiche.

- Livello politico e strategico. Qui le Forze Armate sono usate in modo sincronizzato nel quadro di un disegno politico complessivo, supportate da una info strategy. A livello strategico deve essere considerato il contributo che le Info Ops possono fornire per raggiungere gli obiettivi generali. Il Comandante strategico dovrebbe essere consultato dai vertici politici per:

• identificare e definire i temi complessivi della info strategy;

• individuare le limitazioni politiche e legali circa l’uso delle Info Ops;

• considerare l’impatto delle ROE nell’applicazione delle Info Ops;

• aggiornare ed informare regolarmente il Comando strategico sul focus e sui progressi della info strategy complessiva; • assicurare il coordinamento del targeting a livello strategico, includendo le Info Ops. - Livello operativo delle Info Ops. Le Forze Armate sono impiegate per raggiungere obiettivi strategici. Il Comandante operativo è responsabile di:

• identificare gli obiettivi delle Info Ops al livello operativo necessari per raggiungere un obiettivo strategico;

• stabilire le priorità per raggiungere gli obiettivi operativi delle Info Ops;

• fornire guida per l’allocazione di forze e risorse ai Comandi subordinati per l’esecuzione dei loro compiti Info Ops;

• esprimere valutazioni sulla campagna Info Ops al Comandante strategico, allo scopo di assicurare che gli obiettivi dati nell’OPLAN del suo livello siano perseguiti;

• dare guida ai Comandanti del livello tattico per indirizzarli al conseguimento degli effetti desiderati, così come enunciati nell’OPLAN. - Livello tattico delle Info Ops. Le Forze Militari svolgono compiti per raggiungere obiettivi militari assegnati alle forze tattiche. Le Info Ops si focalizzano sul raggiungimento di un effetto sui decision makers più importanti a livello locale e su taluni gruppi di potere, cercando di colpire le loro volontà, i loro processi decisionali, e le loro capacità. Le attività di coordinamento per raggiungere questi effetti sono vitali per il successo dell’operazione militare. Nel Contempo devono essere condotte a tutti i livelli azioni imprescindibili alla protezione delle proprie informazioni e dei propri sistemi d’informazione. Le info OPS come strategia integrativa I Comandanti rimangono il punto focale di tutto il processo di pianificazione. La loro guida e direzione deve sempre includere una valutazione sulle vulnerabilità amiche ed avversarie che deve tradursi poi in una prioritizzazione degli sforzi in un contesto di risorse limitate. Il Comandante potrà altresì indicare il livello accettabile di rischio. Il suo indirizzo dovrà includere direttive in merito ai soggetti ed agli obiettivi dell’inganno; nonché di quegli elementi d’informazione, che dovranno essere garantiti sotto il profilo della sicurezza. Fondamentale per lo sviluppo delle direttive del Comandante, con riferimento alle Info Ops ed ai processi di targeting, risulta essere il confronto continuo con le implicazioni della Legge sui Conflitti Armati (LOAC); le Regole d’Ingaggio (ROE) ed i principi della guerra. Nel futuro, quando interamente integrate nel processo di pianificazione delle operazioni, i Comandanti avranno nelle Info Ops una vasta gamma di opzioni che include: inganno, degradazione, distruzione, manipolazione o distorsione delle informazioni e del sistema informativo avversario. La guida complessiva delle Info Ops sarà comunque espressa all’interno della info strategy e negli annessi all’OPLAN strategico, quando sviluppato (Direttiva Operativa Nazionale - DON). Nella info strategy deve comparire la direzione politica, gli obiettivi strategici, le direttive e le limitazioni. Il testo dell’OPLAN deve riassumere, poi, l’intento generale del Comandante strategico. Oggi non esiste alcuna operazione che non sia totalmente immersa e strettamente correlata all’ambiente informativo; in particolare è divenuto essenziale, e le esperienze maturate negli ultimi anni ne sono una palese conferma, proporsi quali elementi pro-attivi onde non subire pressioni nel dominio informativo, in grado di influenzare tutte le decisioni e le azioni sia politiche e, di riflesso, militari.

Così i primi 100 giorni di guerra in Ucraina hanno cambiato (per sempre?) il cyber crimine. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 24 Giugno 2022.

I gruppi più pericolosi, le principali minacce e i nuovi bersagli, come istituzioni e ministeri. In un report di Leonardo come gli hacker hanno modificato il tiro dopo l’iniziativa bellica russa. 

A quasi quattro mesi dallo scoppio del conflitto in Ucraina anche la criminalità informatica e la cyberwar tra collettivi di hacker, gruppi criminali e Stati è radicalmente cambiata, con realtà che si sono esposte più di altre, contesti geopolitici che ne sono stati maggiormente coinvolti e nuovi obiettivi, a volte pubblicamente designati, che sono stati colpiti da nuove minacce oppure da strumenti già ampiamente utilizzati in questo ambito, mentre altri sono stati gradualmente dimenticati.

Non si tratta solo dell’interventismo di Anonymous o dei principali gruppi che hanno invece scelto di abbracciare la causa del Cremlino. Anche se la dimensione cyber non è più una novità nell’ambito della guerra tra Mosca e Kiev, con un significativo coinvolgimento dell’Occidente, siamo giunti a un tempo relativamente significativo per permettere a realtà come il Cyber Threat Intelligence Team di Leonardo di delineare l’impatto della guerra in termini di gruppi più attivi negli ultimi mesi, le armi informatiche maggiormente utilizzate e le realtà più a rischio, anche in Italia. Un report specifico sul tema ha fatto maggiore chiarezza sugli attori in gioco e sulle loro mosse per i primi tre mesi di guerra, ma non solo quelli direttamente legati a quanto sta accadendo nella regione interessata dall’invasione delle truppe di Vladimir Putin.

I gruppi più attivi

A livello globale le attività più rilevanti sono quelle finalizzate allo spionaggio e nel corso delle ultime settimane si sono particolarmente messe in mostra realtà come il gruppo russo APT29 (e APT27), il collettivo iraniano MuddyWater e i cybercriminali cinesi APT41o e Deep Panda, abili nello sfruttare le falle nella sicurezza di sistemi come Microsoft Exchange, Zoho SelfService e Log4Shell presente in VMWare Horizon. I gruppi APT sono tra gli emergenti, la maggior parte dei collettivi erano invece già conosciuti, solo che la maggiore complessità degli attacchi ha costretto aziende e istituzioni a innalzare solide difese e sistemi di sicurezza più adeguati.

Molti di questi criminali sono sponsorizzati a livello statale, come nel caso della Russia, ma non mancano quelli che, come MuddyWater, guardano al contesto del Medioriente o la cinese Earth Lusca, realtà che spia principalmente i movimenti politici che vorrebbero promuovere i diritti e la liberà a Hong Kong. Il gruppo cinese Mustang Panda si è invece distinto particolarmente nei tentativi di disturbo ai servizi europei e agli enti che ogni giorno provano ad accogliere il maggior numero possibile di rifugiati ucraini. TA2541 è invece un gruppo che ha rappresentato più volte una minaccia per il settore dell’aviazione, un ambito particolarmente delicato in un periodo storico come quello presente. Già noto in occidente è infine Lapsus$, solo per citare i principali, per via della sottrazione di molti dati riservati di progetti Microsoft come Bing e Cortana.

Le principali minacce

Gli strumenti a disposizione dei cybercriminali sono tanti, ma tra le minacce emergenti più significative spiccano i cosiddetti «backdoor», ovvero metodi per aggirare la normale autenticazione di un prodotto o di un sistema informatico, come sistemi criptati o algoritmi (i più diffusi dallo scoppio del conflitto sono SysJoker, xPack, Marlin, SockDetour, Small Sieve, Starwhale, Gramdoor e Daxin, a seconda dei sistemi operativi presi di mira e dell’area geografica di interesse. 

Di fatto per gli hacker sono un modo per riuscire ad accedere da remoto a computer di istituzioni e aziende, ministeri e realtà governative comprese. In questo modo si può entrare in possesso del computer vittima. Tale strumento si rivela chiaramente l’arma più potente per chi vuole delinquere, dal momento che i tanto diffusi ransomware (che rimangono comunque una costante), utilizzati principalmente per carpire informazioni e dati e restituirle solo mediante il pagamento di un riscatto, hanno forse un impatto minore in un contesto di guerra, mentre in altre circostanze sono stati utilissimi per finanziare l’attività criminale e foraggiare il sistema, proprio come fosse la dinamica di un rapimento.

Attualmente i più diffusi sono AvosLocker, White Rabbit, Chaos, DeadBolt, Sugar, Zeon, Hive e Nokoyawa. Secondo il report pubblicato da Leonardo risultano invece sempre meno utilizzati i Botnet e i Trojan, tipi di virus e malware che, una volta immessi in un computer, procurano danni e malfunzionamento. La risposta chiara sulle tendenze della cybercriminalità sarebbe quindi quella di chiedersi «perché distruggere un obiettivo designato, molte volte ambito, se è oggi possibile prenderne il controllo?». Eccezione per i Remote Access Trojan (Rat), che sono essenzialmente quei malware che permettono di «bucare» un sistema, senza necessariamente distruggerlo (quelli che colpirono recentemente la Regione Lazio).

Gli obiettivi

Mentre prima della guerra le minacce informatiche e il comportamento di tanti collettivi poteva essere letto con un approccio anarchico, oggi gli obiettivi sono sempre più mirati e possono essere iscritti in ben precise categorie, data la frequenza degli attacchi e l’innalzamento della qualità e del grado di pericolosità degli stessi. Vere e proprie campagne di malspam, utilizzo delle email e altre comunicazioni per fini criminali, prendono di mira realtà aziendali e istituzioni, ma anche gli stessi dipendenti, che vi lavorano magari in smart working, collegati a reti Internet non propriamente sicure, ma detengono ugualmente l’accesso a piattaforme sensibili e informazioni riservate. 

Dall’altra parte sono designati bersagli come prodotti utilizzati tanto in ambito IT (Information Technology), quanto in ambito OT (Operational Technology), comprendendo programmi specifici, sistemi cloud e motori di ricerca, anche diffusi, come Google Chrome e Mozilla Firefox. Nelle scorse settimane proprio importanti OT come Siemens e Schneider Electric hanno emesso diversi avvisi di sicurezza relativi a 50 vulnerabilità scoperte nei loro prodotti.

Le realtà esposte alla cybercriminalità sono comunque della più varie, con un significativo aumento dell’importanza e della rilevanza degli obiettivi designati. Per questo sono oggi chiamate a dotarsi di maggiore protezione organizzazioni internazionali, Ong e nel terzo settore (molto esposte agli hacker russi quelle che sostengono apertamente la popolazione ucraina), società informatiche e aziende che occupano settori strategici, anche a livello nazionale e regionale, fondazioni che operano nell’ambito della salute e della ricerca scientifica (particolarmente sensibili anche dopo la pandemia), ospedali, scuole, università (colpire soprattutto per carpire dati e informazioni personali di studenti e docenti), istituzioni in generale. Di particolare importanza il settore governativo e della Difesa, che dallo scoppio della guerra in poi è risultato tra i più colpiti. Le cyberoffensive in questo ambito possono essere rilevanti anche per l’andamento della guerra, sebbene gli arsenali più forti dei singoli Stati siano ancora, per il momento, le armi e le munizioni tradizionali.

Mercenari digitali. Lo storico attacco hacker russo all’Ucraina che ha cambiato il mondo. Nicole Perlroth su L'Inkiesta il 9 aprile 2022.

Nicole Perlroth ha passato sette anni in giro per il mondo a investigare gli abissi del mercato delle armi cibernetiche. In un libro edito dal Saggiatore racconta la sua inchiesta su questi invisibili combattimenti attorno a noi per il controllo della nostra vita online.

Quando il mio aereo atterrò a Kiev – nel cuore dell’inverno del 2019 – nessuno poteva sapere se l’attacco fosse finito o se si trattava soltanto di un assaggio di ciò che sarebbe venuto dopo.

Nel momento in cui eravamo entrati nello spazio aereo ucraino, nell’aereo si era diffuso un certo panico contenuto, una vigile paranoia. Una turbolenza ci aveva spinti verso l’alto in modo così inaspettato da provocare attacchi di nausea a chi si trovava in fondo all’aereo. L’esile modella ucraina che mi stava di fianco mi strinse un braccio, chiuse gli occhi e iniziò a pregare.

Cento metri più giù, l’Ucraina era entrata in allerta arancione. Una tempesta improvvisa stava scoperchiando i tetti dei palazzi spargendone con violenza i frammenti in mezzo al traffico. I villaggi alla periferia della capitale e nell’Ucraina occidentale stavano restando, ancora una volta, senza elettricità. Quando sobbalzammo sulla pista ed entrammo nell’aeroporto internazionale Boryspil’, perfino le giovani e allampanate guardie di frontiera sembravano chiedersi nervosamente a vicenda: Sarà solo una tempesta o un altro attacco informatico russo? Di quei tempi non si poteva essere sicuri di niente.

Il giorno prima avevo salutato mio figlio e mi ero messa in viaggio verso Kiev come se si trattasse di una specie di misterioso pellegrinaggio. Ero venuta per osservare da vicino le macerie in quello che era stato l’epicentro del più devastante attacco informatico che si fosse mai visto. Il mondo intero si stava ancora riprendendo dagli effetti di un attacco russo sull’Ucraina che meno di due anni prima aveva messo fuori uso agenzie governative, ferrovie, bancomat, distributori di benzina, il servizio postale e perfino i rilevatori di radiazioni della vecchia centrale nucleare di Chernobyl, prima che il codice uscisse dall’Ucraina per fare il giro del pianeta senza uno schema ben preciso. A seguito della diffusione aveva paralizzato le fabbriche della lontana Tasmania, distrutto i vaccini di una delle aziende farmaceutiche più grandi al mondo, si era infiltrato nei computer di FedEx costringendo la più grande società di spedizioni internazionale a fermarsi, il tutto in pochi minuti. 

Il Cremlino aveva pianificato con astuzia l’attacco per la Festa della Costituzione ucraina del 2017 – l’equivalente del quattro luglio americano – per inviare un promemoria infausto agli ucraini. Avrebbero potuto festeggiare la loro indipendenza, ma la Madre Russia non li avrebbe mai davvero lasciati liberi.

Quello fu il culmine di una serie di attacchi informatici sempre più intensi e insidiosi da parte della Russia, come vendetta per la rivoluzione ucraina del 2014, quando centinaia di migliaia di ucraini avevano invaso la piazza dell’Indipendenza di Kiev per ribellarsi al governo ombra del Cremlino in Ucraina e deporre finalmente il presidente, nonché burattino di Putin, Viktor Yanukovich.

Dopo qualche giorno dalla caduta di Yanukovich, Putin lo fece rientrare a Mosca e inviò le sue truppe a invadere la penisola della Crimea, che prima del 2014 era un paradiso del Mar Nero, un diamante sospeso sulla costa meridionale dell’Ucraina. Una volta Churchill l’aveva definita «la riviera dell’Ade». Ora apparteneva alla Russia, epicentro infernale dello scontro tra Vladimir Putin e l’Ucraina.

Da allora l’esercito digitale di Putin aveva attaccato l’Ucraina. Gli hacker russi non si sono risparmiati colpi nell’hackerare tutto ciò che in Ucraina generasse un impulso digitale. Per cinque lunghi anni hanno bombardato gli ucraini con migliaia di attacchi informatici al giorno e hanno analizzato incessantemente le reti del paese in cerca di vulnerabilità – una password debole, uno zero al posto sbagliato, software piratati e privi di patch, firewall configurati frettolosamente – qualunque cosa potesse essere sfruttato per generare caos digitale. Qualunque cosa potesse seminare zizzania e danneggiare la leadership filoccidentale dell’Ucraina.

Putin aveva imposto solo due regole agli hacker russi. Primo, nessun attacco in madrepatria. Secondo, quando il Cremlino chiede un favore, si fa tutto ciò che lui vuole. Per il resto gli hacker disponevano di totale autonomia. Putin li venerava.

Gli hacker russi sono «come artisti che si svegliano di buonumore e iniziano a dipingere» disse Putin a un gruppetto di giornalisti nel giugno del 2017, solo tre settimane prima che i suoi hacker devastassero i sistemi ucraini. «Se sono patriottici, possono provare a fare la loro parte per combattere contro chi dice cose brutte sulla Russia».

L’Ucraina era diventata il loro banco di prova digitale, un inferno a combustione lenta dove potevano testare ogni trucchetto e strumento di hacking dell’arsenale digitale russo senza temere ritorsioni. Solo nel primo anno, il 2014, i media di Stato e i troll russi hanno bersagliato le elezioni presidenziali ucraine con una campagna di disinformazione che definiva le insurrezioni di massa a favore dell’Occidente come un colpo di Stato illegale, una «junta» militare o come «stati profondi» in America ed Europa. Gli hacker hanno sottratto e-mail elettorali, spiato i dati degli elettori, si sono infiltrati nelle autorità elettorali ucraine, hanno eliminato file e installato nel sistema di raccolta dei dati elettorali ucraino un malware che avrebbe dichiarato la vittoria del candidato di una frangia di estrema destra. Gli ucraini hanno scoperto il complotto poco prima che i risultati fossero comunicati ai media. Gli esperti di sicurezza elettorale lo hanno definito come il tentativo di manipolazione di un’elezione nazionale più sfrontato della storia.

A posteriori, tutto ciò avrebbe dovuto far scattare campanelli di allarme ben più forti negli Stati Uniti. Ma nel 2014 lo sguardo americano era puntato altrove: le violenze a Ferguson, Missouri, gli orrori dell’isis, apparentemente sbucato dal nulla e, nel mio settore, l’attacco informatico alla Sony Pictures da parte della Corea del Nord a dicembre, quando gli hacker di Kim Jong-un hanno ottenuto la propria vendetta sullo studio cinematografico per una commedia di Seth Rogen e James Franco che aveva inscenato l’assassinio del loro «caro leader». Gli hacker nordcoreani hanno messo fuori uso i server della Sony per poi pubblicare specifiche e-mail per umiliare i dirigenti Sony nell’ambito di un attacco che per Putin ha rappresentato la strategia perfetta da applicare nel 2016.

Per la maggior parte degli americani l’Ucraina sembrava ancora lontanissima. Avevamo intravisto immagini degli ucraini che protestavano in piazza dell’Indipendenza e che poco dopo festeggiavano il governo filoccidentale che aveva rimpiazzato il burattino di Putin. Alcuni hanno continuato a tenere d’occhio le battaglie nell’Ucraina orientale. La maggior parte ricorda ancora l’aereo malese carico di passeggeri olandesi abbattuto dai separatisti russi.

Ma se avessimo prestato maggiore attenzione, avremmo potuto notare i segnali di allarme, i server compromessi a Singapore e in Olanda, i blackout, il codice che puntava in ogni direzione.

Ci saremmo resi conto del fatto che l’obiettivo ultimo non era l’Ucraina: eravamo noi.

L’interferenza russa nelle elezioni ucraine del 2014 non è stata altro che un’anticipazione di ciò che sarebbe venuto dopo: una campagna di attacchi informatici e distruzione come non se n’erano mai viste prima.

Stavano riproponendo le vecchie strategie della guerra fredda, e mentre il mio taxi si dirigeva da Boryspil’ al centro di Kiev, in piazza dell’Indipendenza, cuore sanguinante della rivoluzione ucraina, mi chiesi da cosa avrebbero potuto attingere poi e se saremmo mai riusciti ad anticiparli.

Il nocciolo della politica estera di Putin consisteva nel limitare il controllo occidentale sugli affari globali. Attraverso ogni attacco e campagna di disinformazione, l’esercito digitale di Putin cercava di tenere gli oppositori della Russia impegnati con la propria politica distraendoli dal vero piano di Putin: far venire meno il sostegno alla democrazia occidentale e, sostanzialmente, alla Nato, l’unica che tenesse Putin sotto controllo.

Tanto più disillusi fossero diventati gli ucraini (dopotutto dov’erano i loro difensori occidentali?), quanto più facilmente si sarebbero allontanati dall’Occidente rifugiandosi nuovamente nel gelido abbraccio di Madre Russia.

E quale modo migliore per indispettire gli ucraini, seminando dubbi sul nuovo governo se non facendoli restare senza riscaldamento ed elettricità nel bel mezzo dell’inverno? Il 23 dicembre 2015, poco prima della vigilia di Natale, la Russia passò un Rubicone digitale. Gli stessi hacker russi che per mesi avevano disseminato di trapdoor ed esplosivi virtuali i sistemi dei media e delle agenzie governative ucraini, si erano furtivamente infiltrati anche nelle centrali elettriche nazionali. Quel dicembre erano entrati nei computer che controllavano la rete elettrica ucraina, spegnendo meticolosamente un interruttore dopo l’altro fino a che centinaia di migliaia di ucraini non erano rimasti senza elettricità. Per sicurezza avevano bloccato anche le linee telefoniche per le emergenze. Per arrecare ulteriori danni avevano interrotto l’alimentazione di emergenza dei centri di distribuzione ucraini, lasciando che gli operatori brancolassero nel buio.

L’elettricità non mancò a lungo in Ucraina (meno di sei ore), ma ciò che accadde nella parte occidentale del paese quel giorno non aveva precedenti. Le Cassandra digitali e i tanti complottisti avevano avvertito da tempo che un attacco informatico avrebbe colpito la rete elettrica, ma fino al 23 dicembre 2015 nessuno Stato-nazione dotato degli strumenti adatti aveva avuto il coraggio di farlo davvero.

Gli hacker che avevano attaccato l’Ucraina avevano fatto di tutto per celare la loro reale provenienza, instradando l’attacco attraverso server compromessi a Singapore, nei Paesi Bassi e in Romania, applicando livelli di offuscamento che gli investigatori forensi non avevano mai visto prima. Avevano schierato la loro arma in frammenti apparentemente benigni nelle reti ucraine per depistare i rilevatori antintrusione, randomizzando con attenzione il codice per raggirare i software antivirus. Eppure gli agenti ucraini avevano subito capito chi si celava dietro l’attacco. Il tempo e le risorse necessari per lanciare un attacco alla rete elettrica con quel livello di sofisticazione andavano ben oltre quelli di qualunque hacker sovrappeso che lavorasse dal suo letto.

Non si ottenevano vantaggi economici interrompendo la fornitura di elettricità. Si trattava di un’azione a sfondo politico, come confermato nei mesi successivi dai ricercatori di sicurezza. Questi ricondussero l’attacco a una nota unità d’intelligence russa e ne svelarono le motivazioni. L’attacco intendeva ricordare agli ucraini che il loro governo era debole, che la Russia era forte, che le forze digitali di Putin erano penetrate così in profondità in ogni anfratto digitale dell’Ucraina che la Russia avrebbe potuto spegnere le luci a suo piacimento.

E nel caso in cui il messaggio non fosse stato chiaro, gli stessi hacker russi si rifecero vivi un anno dopo, facendo nuovamente rimanere l’Ucraina senza elettricità nel dicembre 2016. In quell’occasione però privarono dei riscaldamenti e dell’energia il cuore della nazione, Kiev, mettendo in atto una dimostrazione di spudoratezza e abilità che fece trasalire perfino le controparti della Russia nel quartier generale della National Security Agency di Fort Meade, Maryland.

da “Così mi hanno detto che finirà il mondo. La corsa agli armamenti cibernetici e il futuro dell’umanità”, di Nicole Perlroth, Il Saggiatore, 2022, pagine 640, euro 27

Umberto Rapetto per infosec.news il 13 marzo 2022.  

Come la mafia uccide solo d’estate, gli hacker russi sono pericolosi solo la domenica. 

Dopo il terrificante ma provvidenziale annuncio dello scorso weekend che ha scongiurato ripercussioni catastrofiche sui sistemi informatici nazionali, anche questa settimana le nostre autorità – sempre vigili e tempestive – hanno saputo dar prova di insperata operatività. 

A quasi un mese dall’editoriale di Infosec News che domandava “In tempi di guerra, la nostra Difesa ha ancora un antivirus russo?” e dieci giorni dopo l’altro mio “calamaio alla griglia” che abbinava guerra cyber e rischio russo, arriva il sensazionale ed inaspettato colpo di scena della decisione del Sottosegretario Gabrielli (che sicuramente ha agito d’intuito e d’impeto per non perdere un minuto di più) di rimuovere l’antivirus Kaspersky dai server della Pubblica Amministrazione. 

Il sesto senso della nostra politica merita il plauso più indiscriminato. Già, la percezione del pericolo quando nessuno ci avrebbe mai pensato, quella che fa giustamente meritare stipendi da favola a chi con un guizzo evita problemi alla collettività…

Inebriati dalla contentezza di sentirsi tutelati, viene da domandarsi se la risoluzione guardi solo al futuro oppure porti ad un severo esame di coscienza su quel che nel “perimetro cibernetico” (mannaggia quanto ci piacciono queste espressioni che fanno tanto figo…) è stato fatto (al momento poco e male) e verrà realizzato in futuro. 

I più acidi cultori della materia si chiedono, ad esempio, come si sia potuto “certificare” un prodotto come quello che adesso ci si affretta a rimuovere? Dovendo procedere a “rimozioni” forse si dovrebbe cominciare con i grand commis che hanno svolto, approvato e supervisionato le attività di verifica di idoneità di un software che per sua natura incide profondamente nel ciclo biologico di qualunque sistema informatico. 

Poi viene voglia di conoscere chi (anche nomi e cognomi, preferendo alla privacy il rispetto della trasparenza amministrativa) abbia comprato quegli antivirus che adesso bisogna buttare via e sostituire (non senza oneri, né di soldi né di tempo).

Per quanto mi riguarda qualche legittimo dubbio sul fornitore lo avevo cominciato a manifestare il 6 ottobre 2017 nel mio blog su Il Fatto Quotidiano, ma credo che ora si debbano lasciar perdere le inutili considerazioni in proposito e ci si concentri prendendo solo atto che la guerra in Ucraina comincia ufficialmente il 22 febbraio 2022. Occhio alle date… 

I più impiccioni vorrebbero conoscere l’opinione di chi il successivo 3 marzo (quando era difficile non avere idea di cosa stava succedendo) è stato fianco a fianco del management di Kaspersky nel corso degli “Stati Generali dell’Ingegneria dell’Informazione”. A leggere le recensioni – tutte identiche, tutte scritte ricopiando un presumibile comunicato stampa – si è trattato di “un evento al quale hanno partecipato parlamentari, analisti e i massimi esperti di transizione digitale”. 

A parafrasare gli articoli online, al summit tenutosi presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica a tenere compagnia a Cesare D’Angelo, General Manager Italy di Kaspersky, c’erano tra gli altri la senatrice Urania Papatheu (Forza Italia, Presidente Intergruppo Parlamentare Inclusione Digitale), Mauro Minenna (Capo Dipartimento per la Trasformazione Digitale del MITD), Armando Zambiano (Presidente Consiglio Nazionale Ingegneri – CNI), Alessandro Astorino (Coordinatore Consiglio Operativo Comitato Italiano Ingegneria dell’Informazione – C3I), Luisa Franchina (Vice Presidente Centro Studi Difesa e Sicurezza – CESTUDIS). 

Fermiamoci qui. E’ domenica per tutti.

Laura Della Pasqua per “La Verità” il 28 marzo 2022.

«Chi diventerà leader nell'intelligenza artificiale dominerà il mondo». Era il 2017 e Vladimir Putin parlando agli studenti all'apertura dell'anno scolastico sottolineò l'importanza strategica delle nuove tecnologie. 

Nel 2013 esplose lo scandalo Datagate e Edward Snowden, informatico ex tecnico della Cia, rivelò al mondo che era in atto una guerra di spionaggio dove i protagonisti non erano gli 007 ma «cimici» calate negli abissi marini. 

Il grande pubblico venne a sapere che le profondità degli oceani sono percorse da un reticolo di cavi a fibre ottiche dove viaggiano miliardi di dati, di privati cittadini ma anche di aziende, governi, pubbliche amministrazioni, dati sensibili e quindi anche segreti di Stato. Snowden disse che l'intelligence inglese era riuscita a penetrare nei cavi, intercettando 600 milioni di telefonate al giorno.

Internet viaggia attraverso queste dorsali in fibra ottica subacquee. La loro importanza è sempre più strategica per la vita quotidiana, le attività economiche, ma anche per la sicurezza dei vari Stati, le decisioni strategiche e il controllo delle informazioni. Il 7 gennaio scorso, il capo della Difesa britannica, l'ammiraglio Sir Tony Radakin dichiarò al Times che «la Russia ha sviluppato la capacità di mettere in pericolo i cavi sottomarini e di sfruttarli». 

Secondo il capo delle forze armate, negli ultimi 20 anni c'è stato «un aumento fenomenale dell'attività sottomarina e subacquea russa». 

A dicembre 2020 la collisione tra una fregata britannica e un sottomarino russo avevano innescato una serie di speculazioni sull'entità dell'attività russa di mappatura dei cavi.

Un altro passaggio è utile a capire il carattere strategico di questa rete di cablaggio sottomarino. 

A novembre 2021 comparve sul sito Formiche.net un intervento dell'europarlamentare olandese Bart Groothuis, relatore della proposta di revisione della direttiva europea Nis sulla sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nonché ex capo del bureau per la sicurezza cibernetica del ministero della Difesa dei Paesi Bassi, che dice: «Molti ministri della Difesa nella Nato e nell'Unione europea ed esperti hanno messo in guardia su sospette operazioni russe contro i cavi sottomarini in fibra ottica. Il timore è che qualcuno possa sabotarli.

E proprio la Russia ha fatto due test per disconnettersi da Internet». È questo un riferimento ai tentativi di Mosca di sperimentare una sorta di «Internet sovrano». 

Un'analisi del think tank statunitense Center for strategic and international studies ha rivelato che a ottobre 2020 i ministri della Difesa alleati hanno ricevuto un rapporto confidenziale sulla «vulnerabilità dei cavi sottomarini transatlantici». 

L'istituto sottolinea che «nonostante la proliferazione di dichiarazioni pubbliche, che affermano l'importanza di proteggerli, finora è mancata un'azione collettiva per rafforzare la loro sicurezza».

Ma di cosa stiamo parlando? I cavi sottomarini sono un'infrastruttura cruciale nel mondo contemporaneo, un asset strategico della geoeconomia e della geopolitica internazionali.

Il 97% del traffico Internet globale passa attraverso queste dorsali subacquee a fibra ottica (il restante sui satelliti) e grazie a esse si realizzano transazioni finanziarie pari a circa 10 trilioni di dollari al giorno. 

A oggi il fondo degli oceani è percorso da una rete di 426 cavi pari a 1,2 milioni di chilometri, cioè tre volte la distanza tra la Terra e la Luna. Lo sviluppo della telefonia cellulare, la possibilità di inviare file di ogni grandezza da un capo all'altro del mondo, ci ha portato a pensare che le informazioni viaggino preferibilmente via etere, tramite i satelliti. Niente di più sbagliato. Il veicolo più economico e performante per le connessioni a lunga distanza è rappresentato dai cavi sottomarini a fibra ottica.

L'area euro-atlantica è la strada di cablaggio più antica e trasporta il traffico di dati con dozzine di cavi, la maggior parte dei quali tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L'Europa fa molto affidamento su questi cavi poiché la maggior parte dei suoi dati è archiviata in data center situati negli Stati Uniti. Altre rotte importanti sono quelle che collegano l'Europa all'Asia (attraverso il Mediterraneo e il Canale di Suez) e l'Asia con gli Stati Uniti (attraverso l'oceano Pacifico).

La pianificazione, la produzione, la distribuzione e la manutenzione dei cavi sottomarini sono quasi interamente nelle mani del settore privato. 

Attualmente, i quattro maggiori fornitori sono Alcatel submarine networks (Francia), Subcom (Stati Uniti), Nec (Giappone) e Huawei marine networks (Cina), la cui quota di mercato è progressivamente salita al 10%.

Pechino sta attuando una politica sempre più aggressiva. La sfida tra potenze si gioca anche negli abissi e i cavi, oltre a essere oggetto di spionaggio, possono diventare strumento di sabotaggio. Manomettere uno degli snodi del cablaggio sottomarino significa impossessarsi di dati sensibili, finanziari, militari ma anche potere determinare il blackout informativo di un intero Paese.

Nel dicembre 2019 Taiwan ha affermato che Pechino stava sostenendo investimenti privati nei cavi sottomarini del Pacifico come meccanismo per spiare e rubare dati. Quando la Russia nel 2014 annetté la Crimea, l'esercito russo prese di mira i cavi sottomarini che collegano la penisola alla terraferma per ottenere il controllo dell'ambiente informativo.

Controllare più porzioni della rete dei mari significa aumentare il proprio potere. Se ne sono accorti anche i fornitori di contenuti (Google, Amazon, Microsoft, Facebook) che stanno investendo in questo settore per garantire l'interconnessione dei loro data center. Google ha più di 100.000 chilometri di cavi posati, Facebook 91.000, Amazon 30.000 e Microsoft 6.000.

la dipendenza mondiale La dipendenza dai cavi sottomarini continuerà ad aumentare con la crescita della domanda di dati, spinta dal passaggio ai servizi cloud e dalla diffusione delle reti 5G. Un mondo iperconnesso e un'economia super digitalizzata dipenderanno sempre più dai cavi. Il mercato dei cablaggi sottomarini dovrebbe raggiungere nel 2026 il valore di 30,8 miliardi di dollari da 10,3 miliardi del 2017.

L'Italia ha un ruolo centrale perché nel Sud passano i cavi che collegano Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa. A rivelarlo fu Snowden che nel 2013 descrisse come a Mazara del Vallo, in Sicilia, afferiscono 9 tra i più importanti cavi sottomarini internazionali, tra cui quello che rappresenta il più alto grado di criticità: il Sea-Me-We3 (South East Asia-Middle East-Western Europe 3).

Completato nel 2000, oltre a essere il cavo più lungo al mondo con i suoi 39.000 chilometri è capace di trasportare 960 gigabite al secondo. Lo snodo di Mazara del Vallo è un punto nevralgico per l'accesso ai cavi sottomarini più importanti del Mediterraneo. Ugualmente strategica è la base di Agios Nikolaos a Cipro, hub dei cavi in fibra ottica che collegano Israele, Siria, Libano, Egitto, Turchia, Grecia con l'Europa continentale.

I cyber legionari. Report Rai PUNTATA DEL 18/04/2022 Giuliano Marrucci

Collaborazione di Eleonora Zocca 

Il giovane Ministro della trasformazione digitale ucraino e l'appello a tutti i talenti digitali del mondo. ​​​​​​

26 febbraio. Sono passati due giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina quando Mykhailo Fedorov, il giovane ministro della trasformazione digitale nonché vice primo ministro del paese aggredito, dal suo account twitter lancia un appello a tutti i talenti digitali del mondo a unirsi alla resistenza cibernetica ucraina. Nel giro di pochi giorni il canale telegram supera i 300 mila iscritti: sono i legionari della prima vera e propria guerra mondiale cibernetica della storia. E sono destinati a cambiare per sempre l'idea che abbiamo di Internet.

I CYBER LEGIONARI Di Giuliano Marrucci Collaborazione Eleonora Zocca Immagini Giovanni De Faveri Montaggio e grafica Gabriele Di Giulio

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO 26 febbraio. Sono passati due giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, quando Mikhail Fedorov, il giovane ministro della Trasformazione Digitale nonché vice primo ministro dell’Ucraina, lancia questo appello ai circa 280 mila follower del suo profilo Twitter: “Stiamo creando un’armata informatica. Abbiamo bisogno di talenti digitali. Tutti i compiti operativi saranno impartiti dal canale Telegram “itarmyofukraine”. Nel giro di pochi giorni, il canale Telegram supera i 300 mila iscritti. È la più grande armata cibernetica della storia, uno stormo di legionari provenienti da ogni angolo del pianeta che ha dato vita alla prima vera e propria guerra mondiale cibernetica, ed ha già cambiato per sempre il modo in cui pensiamo e ci comportiamo nella dimensione digitale.

FRÉDÉRICK DOUZET – DIRETTRICE GEODE Chiedere esplicitamente a volontari civili di tutto il mondo di intervenire nelle operazioni di attacco online è sicuramente una novità, e credo sia un’anomalia perché questa richiesta dovrebbe essere una prerogativa degli stati.

CYBER VOLONTARIO – FEARLESS SECURITY Quando abbiamo visto la propaganda di IT-Army Ukraine su Telegram ci siamo subito adoperati per creare un piccolo team italiano chiamato Fearless Security. Siamo tutti hacker etici, tutti con una laurea o un diploma in informatica ed alcuni di noi hanno già partecipato ad operazioni simili in passato.

GIULIANO MARRUCCI Vi sentite a tutti gli effetti dei combattenti in una guerra?

CYBER VOLONTARIO – FEARLESS SECURITY Noi siamo quelli della porta accanto, ma sì, in termini di cyber army ci sentiamo parte di questa guerra e in questo momento il nostro obiettivo è il governante russo.

STÉPHANE DUGUIN – AMMINISTRATORE DELEGATO CYBERPEACE INSTITUTE Civili che scelgono a livello individuale di prendere parte a un conflitto mettendo a disposizione le loro competenze ci sono sempre stati, ma mai niente di comparabile a quello a cui stiamo assistendo. Questo appello ha scatenato una quantità enorme di attività nella sfera digitale che potrebbero avere conseguenze gigantesche.

STUDIO SIGFRIDO RANUCCI Cyberspazio è il quarto dominio in una guerra dopo terra, mare e aria, lo ha decretato ufficialmente la NATO. Ora, dall’Iraq in poi diciamo che hanno combattuto delle guerre hacker i reparti specializzati degli eserciti. È successo in Iraq, è successo anche in Estonia, dove sono stati attaccati dei siti istituzionali, è successo anche in Georgia, dove sono stati procurati dei danni alla pipeline che corre tra Baku e Tbilisi. Ora sono stati questi attacchi però sempre svolti da reparti ufficiali cyber dei rispettivi eserciti. Quello che ha di nuovo questa guerra è che invece il governo ucraino, oltre a gestire il proprio di esercito, ha chiesto un aiuto anche a dei volontari civili, a dei legionari virtuali, presenti in tutte le aree del mondo. Siccome hanno risposto in tanti, per gestirli ha utilizzato due start up ucraine che hanno messo a disposizione un loro software per poter sferrare questi attacchi. Solo che la ricaduta potrebbe essere che potremmo cambiare per sempre la nostra idea di internet, del web e si potrebbero verificare delle ricadute inimmaginabili. Il nostro Giuliano Marrucci.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Ogni mattina, circa 300 mila persone sparse in tutto il pianeta si collegano a questo canale Telegram in attesa di istruzioni per il prossimo attacco cyber da lanciare contro obiettivi russi di ogni genere. Tra i cyber volontari ci sono anche diversi italiani, che però vogliono rimanere anonimi.

GIULIANO MARRUCCI In cosa consiste esattamente la vostra attività?

CYBER VOLONTARIO – FEARLESS SECURITY Ci sono reparti di noi che si dedicano all’editing video, altri che invece si occupano di veicolare messaggi alla popolazione russa, ad esempio facendo apparire su un sito qualsiasi un messaggio come “fermiamo il massacro in Ucraina” o cose del genere. Poi ci sono quelli che in particolare si dedicano agli attacchi DdoS

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Che sta per Distributed Denial of Service. In sostanza, si tratta di indirizzare quanto più traffico possibile verso uno specifico server in modo da intasarlo fino a renderlo irraggiungibile. Ogni giorno, il team dell’IT Army posta un elenco di siti web da rendere inaccessibili, e i legionari partono all’attacco. Questo è il sito della famigerata Gazprom. Questo quello di una nota banca russa, e questo il sito dell’amministrazione dell’Oblast di Orel, a 150 km dal confine ucraino.

GIULIANO MARRUCCI E che idea vi siete fatti delle potenziali conseguenze, anche in termini legali, di queste attività?

CYBER VOLONTARIO – FEARLESS SECURITY Non ci siamo posti questa domanda, non saprei risponderti. Vogliamo semplicemente la pace e non carnefici dittature.

GIULIANO MARRUCCI Ginevra, la città che ha dato il suo nome al complesso corpus di convenzioni che dicono cosa è ammesso e cosa no durante una guerra, e che sono probabilmente le leggi più frequentemente disattese dell’intero pianeta. In questo campus futuristico che ospita decine di istituti di ricerca e compagnie attive nel settore biomedicale, c’è la sede del Cyber Peace Institute, una Ong che si occupa di promuovere la pace e la giustizia nella cybersfera, e che conta nel suo consiglio di amministrazione pesi massimi di giganti globali come Microsoft, Mastercard e Telefonica.

STÉPHANE DUGUIN – AMMINISTRATORE DELEGATO CYBERPEACE INSTITUTE Quando uno decide di essere parte di un conflitto, automaticamente sta rinunciando volontariamente al suo status di civile. E sinceramente dubito che chi oggi sta usando il suo computer per partecipare, ad esempio, a un attacco DDOS contro bersagli russi sia consapevole delle conseguenze.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Le conseguenze potrebbero coinvolgere le responsabilità degli Stati. Aubervilliers, area metropolitana di Parigi. Nel più grande campus d’Europa dedicato alle scienze umane e sociali incontriamo Bill Woodcock, autorità indiscussa che ha contribuito concretamente a costruire Internet sin dagli inizi. Woodcock, oggi, è il direttore dell’organizzazione internazionale che offre supporto operativo alle principali infrastrutture di Internet e attualmente è in prima linea nella difesa di quelle ucraine.

BILL WOODCOCK – DIRETTORE ESECUTIVO PACKET CLEARING HOUSE Entro i confini territoriali ucraini, il governo ovviamente ha piena sovranità: può autorizzare attacchi informatici, non può invece autorizzare chi si trova in altri paesi. E un cittadino straniero che partecipa a un attacco potrebbe coinvolgere nel conflitto il suo paese.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO A complicare le cose c’è anche il fatto che per gestire le attività dell’IT Army, il governo ucraino ha coinvolto anche due aziende private: la Cyber Unit Tech di Yegor Aushev e, soprattutto, la Hacken di Dyma Budorin, una startup che opera nell’ambito del web3, la terza generazione del web, che grazie all’utilizzo delle blockchain dovrebbe permettere di effettuare transazioni finanziarie senza intermediari. Quindici giorni prima dello scoppio della guerra, il grosso del suo team si è trasferito in Europa. Noi lo abbiamo incontrato a Vienna, dove era venuto per visitare l’ambasciata USA nella speranza di ottenere un visto, senza successo. Il principale contributo di Budorin alla guerra cibernetica ucraina è stato mettere a disposizione il loro software per gli attacchi DDoS, che si chiama disbalancer. Scaricando disbalancer sostanzialmente rendi il tuo computer quello che in gergo si chiama una macchina “zombie”, e il team di Hacken la può usare a suo piacimento per lanciare attacchi DDOS ai server che decide lui. Inoltre, non puoi neanche capire esattamente come funziona, perché il codice non è aperto ma proprietario, quindi segreto.

DYMA BUDORIN – COFONDATORE E CEO HACKEN La responsabilità è tutta a carico nostro, ma non siamo politici, siamo imprenditori. Ed è nostro interesse farci una reputazione lavorando sodo e bene.

GIULIANO MARRUCCI Cosa ne pensi di questo progetto?

BILL WOODCOCK – PACKET CLEARING HOUSE Intanto chiariamo che questo è per definizione illegale. Scaricare codice da dei criminali che non sai esattamente cosa fa e permettergli di usare la tua macchina per portare a termine altre attività illegali, a me pare una pessima idea.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Ciononostante, a fidarsi sembra siano in parecchi. Disbalancer è stato già scaricato 80 mila volte, e per Hacken è anche una grande opportunità di farsi pubblicità e incassare soldi. Il software, infatti, è collegato a una criptovaluta che si chiama appunto DDOS, e che prima della guerra conoscevano in pochi.

DYMA BUDORIN – COFONDATORE E CEO HACKEN Il giorno che abbiamo annunciato che Hacken avrebbe partecipato alla guerra cibernetica, molti russi e altre persone non hanno voluto mischiare affari con politica, e hanno venduto. E il valore della valuta è crollato. Ma poi abbiamo ricominciato a crescere, e ora siamo a circa il doppio del prezzo iniziale.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Ed è solo l’inizio. Da qualche giorno Hacken ha annunciato il suo prossimo obiettivo: 100 mila utenti attivi che usano contemporaneamente disbalancer h24 sulle loro macchine. E nelle chat s’è scatenato l’entusiasmo. Secondo questo utente, una volta finita la guerra tutti conosceranno disbalancer, e DDOS diventerà un asset di grande valore. Secondo quest’altro invece investire in disbalancer oggi significa garantirsi ricchezza e una bella pensione anticipata.

DYMA BUDORIN – COFONDATORE E CEO HACKEN Questo obiettivo di centomila utenti deriva da un calcolo che abbiamo fatto: il nostro obiettivo è lanciare un attacco DDoS così grande da mandare in tilt tutte le porte di accesso all’internet russo contemporaneamente. A quel punto la Russia non avrà altra opzione che isolare il suo internet dal resto del mondo. Una volta che hai dimostrato che con dei software è possibile isolare completamente un paese, i paesi si organizzeranno a blocchi, e limiteranno il loro internet solo all’interno.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Sempre negli edifici del campus Condorcet di Parigi abbiamo incontrato anche Frédérick Douzet, la direttrice del gruppo di ricerca GEODE, che sta per Geopolitica della Datasfera.

GIULIANO MARRUCCI Siamo alla fine dell’internet come piattaforma globale senza frontiere?

FRÉDÉRICK DOUZET – DIRETTRICE GEODE In realtà, a causa di tutte le tensioni geopolitiche che stiamo vivendo, il processo di balcanizzazione del cyberspazio è già in corso. La domanda allora è se noi vogliamo incoraggiare ulteriormente questo processo. Io credo che avrebbe un effetto molto negativo sulla popolazione civile russa, li renderebbe ancora più impermeabili a qualsiasi informazione diversa dalla propaganda di stato.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO Dyma Budorin ha lavorato per tre anni nelle forze armate ucraine alla costruzione di un sistema di difesa cibernetica adeguato con il presunto sostegno anche delle forze Cyber della NATO.

GIULIANO MARRUCCI Questo sostegno da parte delle forze Cyber della NATO è stato davvero di aiuto?

DYMA BUDORIN – COFONDATORE E CEO HACKEN Onestamente direi decisamente di no. Hanno mandato alcuni esperti, ma il loro interesse più che a creare un sistema di difesa sembrava finalizzato a venderci alcune vecchie tecnologie e anche a spiare. Ma anche il governo ucraino non ha mostrato volontà e competenze per costruire qualcosa di significativo per difenderci.

GIULIANO MARRUCCI FUORI CAMPO E così quando alla fine è scoppiato il conflitto, il popolo ucraino si è ritrovato in balia degli attacchi russi. In Russia sarebbe in vigore, secondo gli analisti, un patto occulto di non belligeranza tra agenzie governative e gruppi criminali, che non vengono perseguiti ma quando serve devono essere pronti a prestare una mano per realizzare gli obiettivi strategici del governo. Ce lo aveva confidato nei minimi dettagli, cinque anni fa, Anton Nossik, considerato dai dissidenti il padre dell’Internet Russo. Report è stata l’ultima testata straniera a intervistarlo prima che nel 2017 scomparisse a causa di un infarto.

ANTON NOSSIK – GIORNALISTA E ATTIVISTA Se c’è un nemico della Russia, ad esempio quando è scoppiato il caos in Estonia, gli hacker russi hanno lanciato i loro attacchi contro i siti governativi. L’anno dopo è scoppiata la guerra in Georgia e gli hacker russi hanno attaccato il governo georgiano. Quando l’agenzia mondiale antidoping propone al CIO di escludere gli atleti russi dalle olimpiadi di Rio nel 2016, il giorno dopo i suoi server vengono hackerati. Si tratta in realtà sempre di singoli hacker che vengono assoldati da qualche colonnello o generale delle forze di sicurezza. Rubano informazioni commerciali sensibili, intercettano comunicazioni tra privati, vengono utilizzati per regolare i conti con i nemici di Putin. Come è successo quando sono state pubblicate comunicazioni riservate tra membri del governo, compreso il primo ministro, è emerso poi che figure apicali del dipartimento cyber security avevano pilotato gli hacker da quattro anni.

GIULIANO MARRUCCI E anche dopo l’invasione dell’Ucraina è andato in scena lo stesso identico copione.

BILL WOODCOCK – DIRETTORE ESECUTIVO PACKET CLEARING HOUSE Il giorno stesso dell’invasione russa c’è stato un attacco molto significativo contro un satellite di Viasat, che ha comportato problemi enormi in mezza Europa, compresi alcuni parchi eolici in Germania. Questo tipo di attacchi però richiedono che al momento dell’attacco le condizioni siano identiche a quando è stato preparato. Ma quando c’è una guerra tutto cambia velocemente, e quindi i russi hanno ripiegato verso attacchi più semplici, e così abbiamo assistito a un aumento di attacchi, il classico fishing per introdurre malware nei dispositivi dei cittadini comuni. E questo poi ha sconfinato verso la Polonia, dove ci sono tantissimi profughi.

STUDIO SIGFRIDO RANUCCI Sarebbe la fine di internet come piattaforma globale. La diffusione di questi software che rendono i computer degli zombie dai quali sferrare attacchi senza controllo indebolirebbe ulteriormente la rete, la renderebbe ancora più insicura e questo accelererebbe la balcanizzazione del web. Cioè proprio per motivi di sicurezza, ogni paese potrebbe propendere per un internet chiuso, questo a discapito della libertà, a discapito della democrazia e anche della libertà di stampa, quando il web non viene utilizzato per disinformare. Insomma, questa è una delle ricadute di questa orribile guerra, insieme a quella di aver generato circa quattro milioni di profughi. Cento mila sono arrivati nel nostro paese e si è posto anche il problema della loro ospitalità.

Guerra mediatica. Le infiltrazioni russe nella democrazia europea. Vincenzo Genovese su L'Inkiesta il 10 marzo 2022.

Una relazione approvata dal Parlamento di Strasburgo descrive tutti i metodi con cui il governo di Putin influenza da tempo gli Stati membri dell’Unione. I partiti del gruppo Id, tra cui la Lega, vengono usati come alleati interni.

«La macchina della propaganda russa accompagna quella militare in Ucraina, diffondendo informazioni false fra la sua popolazione». Lo ha detto Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, di fronte ai deputati del Parlamento europeo. Ma l’obiettivo delle campagne di disinformazione del Cremlino non sono solo i cittadini russi: l’Unione europea e i suoi abitanti sono nel mirino da tempo, come illustra la “Relazione sulle ingerenze straniere in tutti i processi democratici nell’Unione europea”, redatta da una commissione speciale (Inge) e appena approvata dalla plenaria dell’Eurocamera con 552 voti a favore, 81 contrari e 60 astenuti.

La longa manus del Cremlino

Certo, non c’è solo la Russia fra gli attori statali che «ricorrono alla manipolazione delle informazioni e ad altre tattiche di ingerenza per interferire nei processi democratici dell’Ue». La Cina, ad esempio, utilizza persino gli istituti di cultura Confucio disseminati in Europa come «piattaforma per i servizi di intelligence e il reclutamento di agenti e spie». Mosca e Pechino hanno anche approfittato della pandemia da Covid-19 per destabilizzare la regione dei Balcani, puntando a screditare le politiche comunitarie.

Altri Paesi come Azerbaigian, Qatar, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno investito pesantemente in attività di lobby a Bruxelles, cercando di costruire una rete di organizzazioni, centri studio e iniziative utili a supportare i propri interessi: attività tecnicamente legali, ma funzionali a esercitare un’influenza indebita sul processo politico europeo.

La Russia, però, ricopre un ruolo preminente. Secondo i calcoli della commissione Inge, i regimi autoritari hanno speso più di 300 milioni di dollari in 33 Paesi per interferire con i processi democratici in tutto il mondo: la metà dei casi riguarda interventi russi in Europa.

Una strategia molto usata dal Cremlino è quella di strumentalizzare le minoranze russe o russofone negli altri Stati, promuovendo le cosiddette «politiche di protezione dei connazionali». Un copione seguito fino alle estreme conseguenze in Ucraina, con il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma che viene riproposto anche nei Paesi baltici. Il concetto di “mondo russo” viene utilizzato per giustificare, all’interno e all’estero, le proprie mire geopolitiche: in Europa, a sostenere questa narrativa sono spesso fondazioni private, imprese, organizzazioni di media e Ong direttamente riconducibili al governo di Mosca oppure a esso connesse tramite legami nascosti.

Il Cremlino appare poi particolarmente abile in un processo definito élite capture, che consiste nel cooptare ex esponenti politici o dirigenti d’azienda di grosso calibro, inserendoli ad esempio nei consigli d’amministrazione delle società statali.

Il caso più noto è quello dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, presidente del consiglio di Sorveglianza della compagnia energetica statale russa Rosneft e coinvolto nella messa in opera del gasdotto Nord Stream 2, sospeso dal governo tedesco dopo l’invasione dell’Ucraina.

Ma per restare in tema ci sono stati anche l’ex primo ministro finlandese Paavo Lipponen, consulente per la Gazprom, l’ex ministra austriaca degli Affari esteri Karin Kneissl nel consiglio di amministrazione di Rosneft, o l’ex Primo ministro francese François Fillon nel consiglio di amministrazione di Zarubezhneft, un’altra società petrolifera. Molti altri funzionari e politici di alto livello ricoprono simili ruoli, si legge nella relazione del Parlamento, che contempla la possibilità di associare le strategie di lobby economica a obiettivi di ingerenza straniera.

Per la sua opera di influenza, l’esecutivo di Vladimir Putin si serve anche di alcuni noti partiti europei. Secondo la relazione approvata dall’Eurocamera, «la Russia cerca contatti con partiti, figure e movimenti al fine di utilizzare attori in seno alle istituzioni per legittimare le sue posizioni, esercitare pressioni per alleggerire le sanzioni e mitigare le conseguenze dell’isolamento internazionale».

Molti dei soggetti politici in questione fanno parte del gruppo Identità e democrazia al Parlamento e tutti quelli citati afferiscono all’ala destra dei rispettivi schieramenti nazionali. L’austriaco Fpö (Freiheitliche Partei Österreichs), il francese Rassemblement National e l’allora Lega Nord hanno direttamente firmato accordi di cooperazione con il partito Russia Unita del presidente russo Vladimir Putin.

I tedeschi di AfD (Alternative für Deutschland), gli ungheresi di Fidesz e Jobbik e i britannici del Brexit Party avrebbero «stretti contatti con il Cremlino», al punto di partecipare come osservatori ai processi elettorali nelle autoproclamate repubbliche del Donbass, per legittimarli.

Le forze politiche menzionate hanno contestato questa lettura e provato a eliminare il riferimento con una votazione sul singolo paragrafo, che però è stato confermato a maggioranza schiacciante.

I deputati della Lega si sono opposti alla parte in questione e poi astenuti sul voto complessivo. «Non potevamo avallare una relazione che è stata fortemente strumentalizzata», dice a Linkiesta l’europarlamentare leghista Marco Dreosto, membro della commissione Inge. «Doveva essere un documento strettamente tecnico, che facesse da base alla Commissione per prendere misure volte a contrastare le ingerenze. Ma alcuni gruppi del Parlamento hanno voluto inserire quel paragrafo, che è un attacco politico: la trovo una scorrettezza e ci vedo l’intervento dei parlamentari del Pd».

Di parere opposto l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle Laura Ferrara: «Questi partiti, consapevolmente o no, hanno veicolato negli ultimi anni la disinformazione, le fake news, la manipolazione di fatti e la propaganda di Mosca. Le loro attività rappresentano una minaccia globale alle società democratiche», scrive in una nota.

Le contromisure dell’Europa

Proprio la disinformazione è l’obiettivo principale delle misure proposte dal Parlamento europeo, ma anche di una recente decisione storica presa dagli Stati membri.

L’Eurocamera invita la Commissione ad avviare uno studio sulle norme minime per i mezzi di comunicazione, quale base per revocare eventualmente le licenze in caso di violazioni. Alcune testate giornalistiche, infatti, non andrebbero considerate tali: le russe RT e Sputnik, le turche Anadolu e Trt World, le cinesi Cctv (China Central Television), Global Times e Xinhua. Pertanto, sostiene il Parlamento, non dovrebbero godere degli stessi diritti e protezione garantiti ai media democratici.

Su questa linea si è di recente mosso il Consiglio dell’Unione, che su proposta della Commissione ha sospeso dal 2 marzo i canali televisivi e web di Sputnik e RT/Russia Today. Le due società editoriali sono considerate «sotto il controllo permanente, diretto o indiretto, delle autorità della Federazione russa» e «determinanti per sostenere l’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina e la destabilizzazione dei Paesi vicini».

I loro video e articoli sarebbero quindi parte di una «sistematica campagna internazionale di disinformazione, manipolazione delle informazioni e distorsione dei fatti». Per questo, la decisione rientra nella lunga lista di sanzioni comminate dall’Unione alla Russia in queste due settimane di guerra e verrà riconsiderata soltanto al termine dell’aggressione militare e comunque quando cesseranno le azioni disinformative nei confronti dell’Unione europea e dei suoi Stati membri.

Non tutti, in Europa, sono d’accordo. Il Sindacato dei giornalisti francese ha contestato la chiusura del canale RT France, sostenendo che il lavoro, pur discutibile, di una redazione giornalistica non va confuso con la politica del Paese che la finanzia.

Anche la Federazione dei giornalisti europei critica una scelta che rappresenta il primo esempio di censura moderna da parte dei governi nell’Europa occidentale, sottolineando al contempo come la regolamentazione dei mezzi di comunicazione sia competenza nazionale e non oggetto di decisioni comunitarie.

«La sfida per le democrazie è combattere la disinformazione preservando al contempo la libertà d’espressione», scrive il Segretario generale Ricardo Gutiérrez. Un equilibrio ancora più complicato da trovare in tempi di guerra.

Mirko Molteni per “Libero Quotidiano” il 10 marzo 2022.

Per gli hackers l'Italia è un ghiotto obbiettivo e da quando le truppe di Mosca sono entrate in Ucraina i pirati informatici russi turbano i sonni di aziende e amministrazioni pubbliche. Per ora, in apparenza, non sembrano esserci stati gravi attacchi, ma per gli esperti, i cyber-guastatori hanno già appostato in precedenza le loro pedine e per ora si limitano a scrutare il "campo".

Remo Marini, responsabile sicurezza informatica di Generali, ci spiega: «Nelle ultime settimane, dopo l'inizio del conflitto, non abbiamo rilevato un aumento di attacchi informatici, rispetto ai mesi passati. Semmai abbiamo notato un aumento dell'attività ricognitiva. 

Capiamo che c'è qualcuno che ci osserva e monitora la nostra attività in rete, sebbene non sia possibile quantificare il fenomeno perché è molto offuscato, a basso profilo. Pensare che dopo l'inizio della guerra debbano aumentare gli attacchi informatici è fuorviante.

È prima della crisi che sono stati eventualmente infiltrati tool e malware mantenuti dormienti fino al momento in cui si vuole attivarli. Per ora sono stati attivati solo tool di monitoraggio, mentre quelli più dannosi sono ancora inattivi, anche perchè così restano nascosti e non vengono "bruciati". Se si inasprirà la tensione queste minacce potrebbero essere attivate, oppure restare dormienti se la crisi si smorzerà».

Un anonimo responsabile di cybersecurity di un gruppo commerciale italiano, dal canto suo, nota: «Da quando è iniziatala guerra, non abbiamo subito un significativo aumento delle minacce informatiche, semmai abbiamo rilevato un aumento del traffico dati, il cosiddetto "rumore di fondo"' del web. 

Può essere un'attività ricognitiva, nel senso che qualcuno sta sondando il terreno. È come la classica attesa di quando si va a pesca, e non a caso si parla di phishing. Abbiamo innalzato il livello delle difese e dei controlli. Ma con la geolocalizzazione non è facile individuare la provenienza degli attacchi.

Un hacker russo potrebbe usare non il suo pc in Russia, bensì un botnet, una specie di computer-zombie di cui ha preso il controllo, che può essere ovunque, negli Stati Uniti, in Brasile o in Sudafrica. Una buona difesa informatica non si costruisce dall'oggi al domani, va preparata in anticipo. Noi ci siamo premuniti acquisendo le cosiddette "firme" di alcuni malware nuovi apparsi nei giorni scorsi in cyberattacchi contro l'Ucraina. Al bisogno, i nostri antivirus li riconosceranno».

L'ultimo rapporto di Clusit, l'associazione italiana per la sicurezza informatica, sarà pubblicato il 15 marzo, ma sono già uscite anticipazioni. Nel 2021 gli attacchi hacker gravi in Italia sono stati 2049, più 10% sul 2020. 

Temendo un'accelerazione nei prossimi giorni, il presidente di Clusit, Gabriele Faggioli, ha messo le mani avanti: «I numeri che leggerete nel rapporto saranno abbondantemente superati fra qualche mese, se non addirittura stravolti alla luce di quanto sta accadendo a livello internazionale».

Fra vari Paesi occidentali, l'Italia sarebbe preda ambita a causa di una sua doppia debolezza, nel settore delle infrastrutture pubbliche e nella mancanza di un deterrente, che così ci illustra Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa: «L'Italia, quanto a rischio cyberguerra, è messa male. Abbiamo infrastrutture mediamente vecchie e molto difficili da proteggere in campo informatico. 

Inoltre, e questa è una cosa che si sa poco perché non viene detta apertamente, la legge italiana non prevede la possibilità da parte nostra di reagire a un cyberattacco con un'azione, proporzionale, di rappresaglia cyber.

Per cui nella loro campagna di risposta alle sanzioni, gli hackers russi possono benissimo concentrare gli attacchi sull'Italia sapendo che essa non reagirà. Il nostro paese è quindi un agnello sacrificale. Le aziende dicono che questo grave problema ci rende i bersagli favoriti». 

Un rapporto del gruppo di ricerca sulla sicurezza informatica CyberKnow ha censito 50 gruppi di hackers di cui la maggior parte pro-Ucraina, mentre sarebbero 14 pro-Russia. Fra le "ciurme" di pirati informatici ucraini o filo ucraini c'è quel vero esercito informatico creato dal governo di Kiev, l'IT Army of Ukraine, oltre a gruppi filo-Kiev in altri stati, come i BlackHawks e i Gng in Georgia e i Monarch Turkish Hactivist in Turchia. Fra i gruppi russi primeggiano Conti, Red Bandits, Free Civilian e Sandworm di base in Russia e Cyberghost dislocato in Bielorussia.

Preoccupata è la Banca d'Italia, che nel suo documento Cyber Resilience per la continuità di servizio del sistema finanziario, scrive: «Un attacco cyber su larga scala contro punti nodali del sistema finanziario può innescare una crisi sistemica a livello globale. Dalla velocità delle transazioni discende una debolezza intrinseca legata alla rapidità con cui un evento anomalo o fraudolento può contagiare l'intero sistema».

Davide Arcuri per “Il Messaggero” il 17 marzo 2022.

La guerra del terzo millennio non è fatta solo di cannoni. Agli ucraini che tentano di difendersi dall'assalto dei russi servono sì le molotov e i missili anticarro, ma senza dare nell'occhio in migliaia stanno combattendo su una trincea non scavata. 

Invisibile e con molte feritoie, dalle quali è possibile colpire e far male al nemico moscovita. Non servono kalashnikov per partecipare alla battaglia: basta semplicemente uno smartphone. 

In questa chiamata collettiva alle armi gli ucraini si sono schierati in massa: con le mitragliatrici ma anche sul fronte digitale. Tanti piccoli hacker entrano in azione quotidianamente e partecipano alla difesa della sovranità: quella infrastrutturale e digitale, parallelamente a quella territoriale.

«In questa guerra non ci si deve difendere solo dai missili ma anche dalle armi cibernetiche», spiega Victor Zhora, il vicepresidente dell'Ssscip, il servizio di sicurezza per le comunicazioni ucraino che è di fatto la contraerea digitale di Zelensky: «Combattiamo ogni giorno per proteggere il nostro Paese, il nostro territorio, sia reale che virtuale».

Gli attacchi informatici da parte della Russia sono iniziati prima ancora dei bombardamenti, se è vero che dal 15 febbraio sono stati oltre 3mila, con un record di 275 al giorno. Gli obiettivi principali sono gli istituti finanziari, perché bloccare le banche di un paese significa congelarne l'economia. E gli effetti possono essere anche pratici: forzando i sistemi di una compagnia energetica si possono paralizzare i riscaldamenti delle case.

Bloccare le comunicazioni vuol dire isolare intere regioni e gettare la popolazione nel panico. E poi ci sono i dati personali dei cittadini: nomi, indirizzi e numeri di telefono che in tempo di guerra possono diventare un'arma molto pericolosa. 

«Gli ufficiali militari e le loro famiglie potrebbero essere identificati, come i civili che stanno danno il loro contributo alla resistenza racconta Victor Zhora -. Attraverso i dati rubati queste persone potrebbero essere rintracciate, minacciate o anche giustiziate».

Lo stato, almeno ufficialmente, non organizza operazioni di guerra cibernetica, ma i volontari non mancano. Anzi, secondo una stima sarebbero più di 300 mila, tutti mobilitati dopo un appello del ministro per la trasformazione digitale di Kiev, Mykhailo Fedorov. «Ringraziamo le comunità di hacktivisti in Ucraina e nel mondo sottolinea Zhora - Ogni azione in grado di rallentare l'esercito russo può essere utile». 

Dal 24 febbraio, data di inizio della guerra, il 90% degli attacchi informatici globali si è concentrato sull'Est Europa, il 70% ha avuto come obiettivo target russi e il 20% target ucraini.

Un vero e proprio esercito armato di mouse e tastiere da tutto il mondo ha messo a disposizione tempo e risorse per la causa ucraina, come il gruppo di soldati digitali Stand for Ukraine, uno dei più numerosi e attivi a oggi. Uno dei combattenti digital si fa chiamare Cruiser27: attacca da Leopoli e ovviamente non può essere riconosciuto. 

«Non avevo nessuna conoscenza del mondo hacker, per fare questa lotta bastano un computer e una buona connessione. L'idea alla base di queste azioni è molto semplice, si sceglie un bersaglio - ad esempio un sito web - e tutto il gruppo contemporaneamente invia un attacco». 

Sembra complesso ma Cruiser27 lo spiega in modo semplice: «Di base anche tu potresti farlo. Apri una pagina web e inizi a ricaricarla manualmente un'infinità di volte. Il sito, ricevendo migliaia di richieste contemporaneamente, finisce per crollare e bloccarsi».

L'azione è di gruppo e basta darsi appuntamento online, decidere il sito da attaccare e avviare un'applicazione che fa tutto autonomamente. La missione è doppia e l'obiettivo non è solo quello di mandare in tilt i siti istituzionali russi. 

L'altro targhet è l'informazione. Combattere la censura e le fake news, infatti, è uno degli obiettivi principali dell'esercito informatico: «Bisogna far arrivare al popolo russo la verità di questa guerra dice Victor Zhora - La verità sul fatto che il loro esercito sta uccidendo civili e bombardando ospedali. I dati rubati ai russi potranno esserci utili in futuro per identificare con nomi e cognomi i responsabili dei crimini di guerra». Il dossier per i tribunali internazionali lo prepareranno gli hacker.

(ANSA il 6 aprile 2022) - Gli Stati Uniti hanno smantellato una 'rete bot' controllata dall'intelligence militare russa. Lo ha annunciato il ministro della giustizia americano Merrick Garland. Una botnet è una rete di computer utilizzati per effettuare attacchi informatici. "Il governo russo ha recentemente utilizzato infrastrutture simili per attaccare obiettivi ucraini", ha detto il procuratore generale. 

"Fortunatamente, siamo stati in grado di bloccare la rete prima che potesse essere utilizzata di nuovo grazie alla collaborazione con i nostri partner internazionale. Garland ieri ha annunciato che gli Usa hanno incriminato l'oligarca russo Konstantin Malofeyev per il suo tentativo di violare le sanzioni russe inflittegli per aver finanziato il separatismo in Crimea e aver sostenuto le due repubbliche secessioniste filorusse del Donbass usando complici allo scopo di acquisire e gestire surrettiziamente media in Europa. Mentre un tribunale di New York ha aperto un provvedimento contro l'americano John Hanick, 71 anni, per accusato di violazione delle sanzioni e false dichiarazioni per aver collaborato diversi anni con Malofeyev.

Alberto Simoni per “la Stampa” l'1 maggio 2022.

Dall'inizio dell'invasione i russi hanno lanciato contro l'Ucraina 237 attacchi cyber. Molti sono stati indirizzati verso infrastrutture strategiche come centri per l'erogazione dell'energia e di comunicazioni; altri invece hanno avuto come obiettivo la disinformazione pura con lo scopo di creare un ambiente ostile per il governo ucraino presso la popolazione. 

È il contenuto di un report che Microsoft ha condiviso con le autorità statunitensi e che evidenzia come in prossimità di attacchi e raid missilistici, le operazioni di disinformazione si sono intensificate in una sorta di strategia composita che unisce la campagna di fake news per sostenere l'invasione terrestre al ricorso a malware contro infrastrutture critiche.

Sono sei i gruppi responsabili di queste azioni, operativi 24 ore su 24 e divisi in aree di competenza: c'è chi come Dev-0586 si occupa di «operazioni di influenza» (disinformazione) e chi come l'unità 71330 di sottrarre dati sensibili. Krypton fa phishing, mentre l'unità Strontium legata al Gru (intelligence militare russa) ha nel mirino i data center militari. Le azioni si sono intensificate nei giorni antecedenti l'invasione: fra il 15 e il 16 febbraio colpite le istituzioni finanziarie, il 23 febbraio il gruppo Iridium ha infettato con malware il settore tecnologico ed energetico lasciando scoperta per ore la catena di comando militare.

Sono azioni che Washington conosce bene e che etichetta sotto la dicitura «modus operandi tradizionale di Mosca». Già nel 2014 simili azioni di disinformazione erano state centrali nella strategia seguita dal Cremlino nel Donbass. 

L'ambasciatore americano all'Osce, Michale Carpenter, ha evidenziato che Mosca sta intensificando le azioni di disinformazione nel Donbass e nel Sud est dell'Ucraina. La strategia è la stessa della prima fase: far credere alla popolazione che una città o un villaggio sia ormai nelle mani dei russi e che gli abitanti siano stati lasciati, deliberatamente, al proprio destino dal governo di Kiev.

È lo stesso schema già usato a Mariupol dove per esempio fra il 1°e l'8 aprile, Dev-0586 si è finto un abitante della città assediata e ha inondato social e email con l'appello a rivoltarsi contro «il governo che ci ha abbandonato». Fonti Usa hanno spiegato che oggi i russi rivendicano di aver il controllo di interi villaggi e di alcune città e che referendum per l'indipendenza sono ormai pronti. «Sono solo fake news messe in giro per confondere la popolazione», hanno detto le fonti.

Dal terreno infatti - ha raccontato l'ambasciatore Carpenter - arrivano informazioni ben diverse rispetto alla narrazione che i russi stanno spargendo. «Ci sono trasferimenti forzati, i russi stanno deportando gli abitanti dalla zone libere e quelle sotto il loro controllo se non addirittura in Russia». E dalle zone del Donbass arrivano invece notizie di giornalisti, attivisti, funzionari comunali «torturati, picchiati e fatti sparire». È un fronte della guerra - dice il Dipartimento di Stato - decisivo e che non possiamo tralasciare.

Alessandro Da Rold per La Verità il 10 aprile 2022.  

In Italia è scattato l'allarme per possibili cyberattacchi da parte della Russia.

Non è notizia recente, ma ieri il direttore dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, ha voluto ribadirlo pubblicamente, ricordando che «tutte le agenzie occidentali» sono «in massima allerta con condivisione di informazione continua, perché rispondere a quel tipo di attacchi significa anche scambiarsi più informazioni nel più breve tempo possibile per stimolare e alzare la difesa».

Che l'Europa e il nostro Paese siano da tempo nel mirino di cybergang considerate vicine ai russi è noto. Per di più la pandemia e lo smart working hanno esposto le aziende a maggiori rischi: basti pensare al caso di regione Lazio e Laziocrea. Il mese scorso c'è stato un attacco contro Trenitalia, con la richiesta di riscatto di 5 milioni di dollari, ma nelle ultime settimane si è registrato anche il sequestro del sito della Ulss 6 Euganea, l'Asl con le informazioni sensibili di tutti gli abitanti della provincia di Padova. Il Mite ha dovuto spegnere il proprio sito Internet in queste ore. 

La Procura di Roma indaga su un attacco informatico e tentativo di estorsione ai danni di Tim, dopo il blitz informatico dello scorso 23 marzo, con attacco ransonware molto simile a quello subito proprio da Regione Lazio, quando i pirati si intrufolarono tramite un dipendente in smart working della partecipata Laziocrea. A novembre a finire sotto attacco fu Mediworld.

«In questo momento noi possiamo solo difenderci», spiega alla Verità Pierguido Iezzi, titolare di Swascan polo italiano della cybersicurezza del Gruppo Tinexta, che di recente ha pubblicato una ricerca sulle debolezze infrastrutturali italiane in questo settore. «La Russia è un Paese che ha notevole capacità offensiva cyber. Non dimentichiamoci che l'80% delle cybergang sono considerate vicine alla Russia. E noi allo stesso tempo non possiamo fare il cosiddetto hackback perché la legge ce lo vieta», continua Iezzi. «Più che resilienza, il nostro è un lavoro di resistenza. Per questo motivo il Mite ha deciso di spegnere i propri sistemi. In questo modo è diventato invisibile in attesa di effettuare le opportune bonifiche». La situazione europea e italiana è molto diversa da quella russa. 

«L'11 marzo la Russia ha attivato runet, un gigantesco scudo, un sorta di firewall nazionale che le permette di essere invisibile all'esterno. Noi non vediamo i loro asset, ma loro vedono i nostri. L'Europa e l'Italia non dispongono di questa soluzione difensiva, di conseguenza la difesa agli attacchi cyber viene di fatto delegata a ogni singola azienda. E serve particolare attenzione alle piccole e medie imprese che lavorano con aziende più grandi o con il governo: da qui passa la sicurezza del nostro Stato perché da loro transitano informazioni sensibili». In sostanza, la debolezza europea si nota anche in questo campo.

Ogni Stato membro deve difendersi da sé. Non esiste una Difesa comune, né una strategia comune a livello cyber. «Come ha spiegato anche Baldoni, il pericolo cyber nel nostro Paese incomincerà a farsi sentire soprattutto dopo che il conflitto andrà a poco a poco diminuendo in Ucraina. Quando cioè non ci sarà più il rischio concreto di un conflitto diretto convenzionale tra Nato e Russia», ricorda alla Verità Stefano Mele, studio legale Gianni & Origoni, tra i massimi esperti di cybersecurity in Italia. «Gli attacchi cyber saranno fatti soprattutto in Italia anche per sensibilizzare il cosiddetto partito di Putin del nostro Paese. È un'arma del Cremlino per fare propaganda». Ormai gli attacchi alle aziende del nostro Paese sono quotidiani. «La Russia è una forza primaria in questo campo di battaglia. In Italia si calcolano milioni di attacchi cyber ogni giorno, meno gravi o più gravi, qualcuno da gestire con più attenzione altri meno.

Ma ogni maledetta domenica, per citare un vecchio film, il capo della cybersecurity di un'azienda si sveglia e sa che dovrà valutare come la propria rete e i propri sistemi informatici sono stati attaccati. Solo se capiamo la quotidianità degli attacchi nel cyberspazio possiamo iniziare a prendere le misure e imparare a difenderci». Non è una guerra fredda. «È un conflitto armato», conclude Mele, «che ben presto si sposterà soprattutto nel cyberspazio».

A portarlo avanti sono soprattutto le cybergang gang filorusse. Il gruppo Conti, Hive group o Lockbit scorrazzano da tempo tra le reti del nostro Paese. «Lavorano in franchising» conclude Iezzi. «Operano tramite affiliati in tutto il mondo. La gang fornisce il tutorial e i negoziatori. A chi si affilia spetta fino al 70% del riscatto». In realtà, solo la gang Conti ha annunciato il suo sostegno alla guerra di Putin, come risposta alle campagne di Anonimous. Il 27 febbraio, a tre giorni dall'attacco all'Ucraina e a meno di 48 ore dalle controverse dichiarazioni di sostegno al Cremlino da parte del Conti Team, un ricercatore di sicurezza ucraino ha divulgato diversi anni di log di chat interne all'organizzazione cybercriminale russa e altri dati sensibili. La guerra ormai passa anche da qui.

Hacker all'attacco dell'Italia, la minaccia su Telegram del collettivo filo russo. Angela Bruni su Il Tempo il 30 maggio 2022.

«Un colpo irreparabile in Italia». È questa la minaccia intercettata su Telegram del Collettivo filo russo Killnet. «30 maggio ore 5:00 - luogo di incontro Italia», inizia il post che riconduce esplicitamente il tutto alla sfida con i «rivali» di Anonymous, che a loro volta hanno messo nel mirino Killnet dopo l'inizio della guerra in Ucraina. «Vi aspettiamo», è la conclusione.

Qualche minuto dopo ed è gia partito un nuovo del Csirt (Computer Security Incident Response Team) dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale: «Continuano a rilevarsi segnali e minacce di possibili imminenti attacchi ai danni in particolare, di soggetti nazionali pubblici, soggetti privati che erogano un servizio di pubblica utilità o soggetti privati che la cui immagine si identifica con il paese Italia», si legge in un avviso relativo al «potenziale rischio di attacco informatico ai danni di enti ed organizzazioni nazionali». «Facendo seguito alle campagne malevole perpetrate da attori di matrice russa e agli attacchi DDoS occorsi tra l'11 ed il 21 maggio ai danni di soggetti nazionali, nell'ambito delle attività di monitoraggio svolte a cura dello Csirt Italia continuano a rilevarsi segnali e minacce di possibili imminenti attacchi ai danni in particolare, di soggetti nazionali pubblici, soggetti privati che erogano un servizio di pubblica utilità o soggetti privati che la cui immagine si identifica con il paese Italia». Si raccomanda quindi «di implementare con effetto immediato, ove non già provveduto, le azioni suggerite dallo Csirt Italia, con particolare riguardo alle mitigazioni delle vulnerabilità maggiormente sfruttate da attori malevoli di matrice russa ed alle misure di mitigazione degli attacchi di tipo DDoS».

Si raccomanda inoltre «di mantenere un attento controllo sulle infrastrutture IT h24 teso a individuare evidenze di attacchi o comunque anomalie, rispetto alle quali si richiede di dare comunicazione tempestiva allo Csirt Italia». E per Roberto Baldoni, direttore dell'Agenzia per la Cybersicurezza nazionale, ci si deve preparare a centinaia di attacchi simultanei. L'invito è quello alla prudenza, perché ancora troppo spesso basta un «click» per aprire la porta all'attacco hacker. Utile certamente un buon antivirus, ma la prudenza è sempre l'arma più utile e potente. 

Da adnkronos.com il 26 marzo 2022. 

A due giorni dall'hackeraggio di Anonymous alla Banca Centrale di Russia 28 gigabyte di informazioni finanziarie riservate del governo russo sono state rese pubbliche. Dopo l'attacco informatico, il collettivo aveva annunciato che avrebbe rilasciato oltre 35mila file con accordi segreti.

"Nessun segreto è al sicuro. Siamo dappertutto: siamo nel tuo palazzo, dove mangi, al tuo tavolo, nella stanza in cui dormi", è la minaccia che Anonymous rivolge in un video a Vladimir Putin, definendolo "un bugiardo, dittatore, criminale di guerra e assassino di bambini". 

Il collettivo annuncia quindi la condivisione di "centinaia di documenti appartenenti alla Banca centrale di Russia: accordi, corrispondenza, trasferimenti di denaro, patti segreti degli oligarchi, veri rapporti sull'economia tenuti lontano dal pubblico, intese commerciali con altri Paesi, dichiarazioni, informazioni dei sostenitori registrati, video conferenze di Putin e i programmi che usa".

I 28 giga di file riservati sono stati resi disponibili per il download da un membro di Anonymous, The Black Rabbit World.

(ANSA il 31 marzo 2022) - Gli hacker russi hanno recentemente tentato di infiltrarsi nelle reti della Nato e dei ministeri della difesa di diversi paesi dell'Europa orientale, secondo un rapporto del Threat Analysis Group di Google. Lo scrive la Bbc. Il rapporto non dice quali forze armate siano state prese di mira in quelle che Google ha descritto come "campagne di phishing delle credenziali" lanciate da un gruppo con sede in Russia chiamato Coldriver, o Callisto.

Le campagne sono state condotte utilizzando account Gmail di nuova creazione. Google ha affermato che mentre "la percentuale di successo di queste campagne è sconosciuta", non è a conoscenza della compromissione di alcun account Gmail. Funzionari statunitensi hanno ripetutamente avvertito che la Russia e i gruppi di hacker sostenuti dalla Russia rappresentano una minaccia, mentre la Russia ha negato le accuse di attacchi informatici crescenti contro obiettivi occidentali.

Anonymous attacca Nestlé: pubblicati online 10 Giga dei suoi dati. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Marzo 2022.  

Il gruppo di Anonymous come spesso è accaduto in passato, ha deciso di fare giustizia in autonomia, attaccando e colpendo la multinazionale svizzera dell'alimentare con le sue armi più consuete, cioè le incursioni hacker. Una mossa giusta o sbagliata che sia, segue la decisione chiara e pubblica del collettivo di dichiarare guerra alla Russia, estendendola a tutti quelli che non si schierano contro l'attacco di Putin all'Ucraina. 

Sono moltissime le aziende occidentali che hanno deciso di abbandonare la Russia, e chiudere i propri negozi, fisici o virtuali, alla popolazione russa: dalla Apple a Coca Cola, da Ikea alla Nike. Qualcuno però come Nestlé ha fatto eccezione difendendo la propria decisione di rimanere operativa in Russia, nonostante la richiesta pressante dell’Ucraina di dare il proprio contributo — economico o simbolico — per arrivare a una conclusione della guerra.

La Nestlè è una multinazionale con sede in Svizzera, che viene considerata come la più grande società alimentare del mondo. La propria decisione di rimanere attiva in Russia è stata pero notata dagli hackers etici di Anonymous che ha deciso di prendere provvedimenti. 

Il collettivo di Anonymous ha dato un ultimatum di 48 ore alla Nestlé per abbandonare la Russia. Senza ricevere alcuna risposta. Allo scadere del tempo, con l’hashtag #BoycottNestle, il collettivo di hackers etici ha messo online il database hackerato della società, per un totale di 10gigabyte di dati, email, password, clienti aziendali. E non solo. Anche un campione di dati di più di 50mila clienti.

Anonymous ha dichiarato su Twitter che “sta attaccando siti web governativi in Russia, stampando con le loro stampanti, colpendo siti web russi, hackerando telecamere russe e inviando messaggi di testo ai cittadini russi sull’Ucraina e anche facendo trapelare molti dati“.

Anche lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva chiesto alla multinazionale svizzera durante un discorso in streaming a una manifestazione a Berna, di unirsi alla lotta economica contro la Russia . Secondo Zelensky, rimanere nel Paese è in conflitto con il motto dell’azienda, “Good Food, Good Life”. Nestlé che ha più di 7.000 dipendenti in Russia e guadagna dalle operazioni nel Paese circa il 2 per cento del suo fatturato ha replicato di aver già “ridimensionato significativamente le sue attività, fermando sia le esportazioni sia le importazioni tranne che per prodotti essenziali”. E di aver sospeso i propri investimenti pubblicitari in Russia. “Non traiamo profitto dalle nostre attività rimanenti. Il fatto che noi, come altre aziende alimentari, forniamo alla popolazione alimenti importanti non significa che stiamo andando avanti come prima”.  Al momento, però ci sono ancora sei fabbriche della Nestè in funzione in Russia.

Il gruppo di Anonymous come spesso è accaduto in passato, ha deciso di fare giustizia in autonomia, attaccando e colpendo la multinazionale svizzera dell’alimentare con le sue armi più consuete, cioè le incursioni hacker. Una mossa giusta o sbagliata che sia, segue la decisione chiara e pubblica del collettivo di dichiarare guerra alla Russia, estendendola a tutti quelli che non si schierano contro l’attacco di Putin all’Ucraina. 

Anonymous ha sfidato la censura  di Putin mandando 7 milioni di Sms ai cittadini russi per renderli informati di tutto quello che sta realmente accadendo oltre confine.,  utilizzando Google Maps, e le recensioni di bar e ristoranti, per diffondere nel web i loro messaggi. Ma non solo. Infatti Anonymous  ha colpito la Tv russa ed ha persino diffuso i piani di invasione (presunta) della Russia in Ucraina diffondendoli su Twitter. Redazione CdG 1947

(Teleborsa il 24 marzo 2022) - Salto di qualità del collettivo di Anonymous che - dopo una serie di azioni dimostrative ad alto impatto mediatico, ha hackerato la Banca centrale russa, struttura decisamente strategica. "Entro 48 ore verranno rilasciati più di 35.000 file con accordi segreti", scrivono su Twitter gli attivisti. 

Se l'attacco venisse confermato dall'effettiva pubblicazione dei documenti nelle prossime ore così come annunciato, saremmo certamente in presenza di uno dei leak più importanti diffusi da Anonymous dall'inizio di #OpRussia, la campagna attraverso la quale gli hacker hanno messo nel mirino il Presidente Putin e tutte le istituzioni di Mosca. Intanto, secondo quanto riportato da Tass, la Banca Centrale Russa smentisce l'attacco.

Nei giorni scorsi Anonymous aveva già messo offline i siti di alcune società che continuano ad operare in Russia tra le quali Nestlè che, sotto pressione, ha deciso di ridurre le sue attività a Mosca.

L'azione - accompagnata dall'hashtag #BoycottNestlè. era stata rivendicata su Twitter rilasciando 10 GB di dati della società svizzera. "Questa è una rappresaglia del collettivo per aver continuato l'attività dell'azienda in Russia". 

Da quando è iniziata la guerra, Anonymous ha attaccato siti governativi di Mosca, hackerato telecamere e stampanti per inviare messaggi informativi sull'invasione e far sapere ai cittadini cosa accade in Ucraina.

Non solo, per aggirare la censura, nei giorni scorsi un gruppo legato ad Anonymous, ha messo online un sito che permette di mandare sms ai cittadini russi, anche in anonimato, che informano sulla guerra: secondo il collettivo ne sono stati inviati oltre 20 milioni.

Da open.online il 13 marzo 2022.

Sul profilo Twitter di Anonymous è stato pubblicato un video in cui il gruppo hacker invita la popolazione russa a ribellarsi a Vladimir Putin. «Siete intrappolati dietro una cortina di ferro di propaganda, il vostro governo cerca di impedirvi di essere parte del dibattito internazionale per paura di ciò che potreste scoprire», dice la voce nel video.

«Il regime di Putin ha commesso crimini di guerra con la sua recente invasione dell’Ucraina, che ha causato una massiccia crisi di rifugiati e innumerevoli morti». Il messaggio prosegue: «È una situazione terribile quella in cui siete stati messi, ma la vostra unica opzione per prevenire l’imminente collasso economico e la potenziale guerra mondiale è quella di intraprendere azioni per resistere alla guerra e al regime di Putin. A questo punto, il modo più pacifico in cui questo conflitto potrebbe finire è che il popolo russo si sollevi contro Putin e lo rimuova dal potere».

Conti, chi sono gli hacker filorussi che combattono Anonymous e hanno colpito anche l’Italia. Lorenzo Nicolao su Il Corriere della Sera il 9 Marzo 2022.

Gli hacker del team Conti sono schierati con Putin ma un infiltrato ucraino è riuscito a diffondere oltre 16mila messaggi del gruppo. Gli hacker bielorussi filoucraini bloccano nel frattempo le ferrovie di Minsk e Orsha. 

Nella guerra tra Ucraina e Russia non c’è solo il collettivo di hacker Anonymous, che da quando il Cremlino ha invaso quello che ritiene un suo Paese satellite, fino a negarne l’autodeterminazione, si è schierato apertamente contro Vladimir Putin. Allo scoppio del conflitto, il gruppo Conti ha pubblicato sui propri canali la volontà di difendere Mosca, appoggiando le scelte dello zar e ostacolando chiunque voglia affrontarlo sui campi di battaglia reali e virtuali. La cyber-gang filorussa non inizia a difendere gli interessi russi solo da questo momento, perché da almeno quattro anni il collettivo di hacker è autore dei principali attacchi all’Occidente portati a segno, soprattutto attraverso l’uso di armi come il ransomware, un malware che limita l’accesso al dispositivo informatico che infetta, consentendo di conseguenza la richiesta di un riscatto economico per sbloccarlo o l’inutilizzo dello stesso a tempo indeterminato, come fosse un vero e proprio sequestro di natura informatica. «Vogliamo rispondere ai guerrafondai occidentali e alle minacce americane di voler usare la guerra cibernetica contro la Russia», avevano annunciato pubblicamente allo scoppio del conflitto. «Noi condanniamo la guerra in corso ma, siccome l’Occidente prende di mira i civili, noi vogliamo reagire usando le nostre risorse informatiche contro qualsiasi minaccia in grado di danneggiare il benessere e la sicurezza dei cittadini».

Le chat intercettate

Queste informazioni sono state però rese note anche grazie al lavoro di un ricercatore ucraino, infiltratosi nel gruppo di hacker filorusso e capace di pubblicare e diffondere 13 mesi di informazioni riservate del team Conti, per un totale di oltre 60mila messaggi riservati, scambiati tra gli appartenenti al gruppo. Ci sono i piani per portare a segno degli attacchi informatici, i saldi dei conti relativi alle criptovalute, le trattative con le vittime che chiedevano di poter riaccedere ai propri dispositivi elettronici. In breve, tutto il loro operato nei confronti delle organizzazioni e le istituzioni che prendevano di mira, prevalentemente occidentali. Fra queste non fanno eccezioni quelle italiane, pubbliche e private, come il Comune di Torino, il marchio di patatine San Carlo o il produttore di giocattoli Clementoni. Più di recente ne è stato vittima anche il gruppo Angelantoni, che dal 1932 opera nel settore biomedicale. L’infiltrato è riuscito così ad assestare un colpo significativo alle intenzioni di Conti, pronti ad assestare ritorsioni a chiunque avesse leso gli interessi del governo russo. Lo schierarsi li ha evidentemente esposti anche ai pirati informatici che come Anonymous hanno deciso di sfidare il Cremlino.

Cyberpartigiani bielorussi

Tra le ultime battaglie della cyberguerra tra Russia e Ucraina non c’è però la fuga di notizie, perché nella stessa giornata la brigata di hacker bielorussi, ma filoucraini, Belarusian Cyber-Partisans, hanno annunciato di aver colpito le principali infrastrutture del Paese, colpendo in particolare le ferrovie e di conseguenza la capacità di trasporto delle truppe invasori. «Le ferrovie bielorusse sono passate alla modalità manuale, perché il software che utilizzavano è stato disabilitato. Gli hub ferroviari di Minsk e Orsha ora sono paralizzati», questa la comunicazione trionfale del gruppo di hacker. Ora che anche l’organizzazione Conti sembra essere stata smascherata nelle intenzioni e nel suo modus operandi, per quanto questi gruppi riescano sempre a riprendersi e reagire in breve tempo, il fronte ucraino spera di poter fare presto affidamento anche sugli hacker volontari che decideranno di schierarsi con Kiev. Dall’altra parte non mancano però le prese di posizione neutrali, come quella di LockBit, altro importante collettivo di hacker noto per i suoi attacchi ransomware, ma che da quando è scoppiato il conflitto ha deciso di non prendere parte alla cyberguerra, continuando a dedicarsi unicamente ai suoi interessi economici e alla tutela dei propri interessi, mantenendo le distanze dalla politica.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 7 marzo 2022.

Anonymous sostiene di aver violato la tv di stato russa per trasmettere filmati della guerra in Ucraina. Il collettivo di hacker ha affermato di aver preso di mira Russia 24, Channel One e Mosca 24 per mostrare la realtà dell’invasione selvaggia. 

Vladimir Putin ha detto ai russi che l'invasione è un’«operazione militare speciale» e un esercizio di mantenimento della pace, che reprime qualsiasi dissenso contro la guerra. I canali di propaganda del Cremlino hanno affermato che è scoppiata una guerra civile in Ucraina, guidata dai nazionalisti nazisti spinti dall'Occidente e dall'espansione della NATO.

Ma domenica Anonymous ha mostrato ai russi la realtà della guerra, diffondendo il messaggio anche sui servizi di streaming russi Wink e Ivi. Gli hacker hanno affermato che stanno prendendo parte alla «più grande operazione anonima mai vista» con la Russia. 

Parte del filmato trasmesso dalla TV russa diceva: «I russi normali sono contro la guerra» e li esortava a opporsi all'invasione. 

La scorsa settimana, gli hacker hanno affermato di aver chiuso l'agenzia spaziale russa, in modo che Putin «non abbia più il controllo sui satelliti spia». 

L’Ucraina vara la prima armata cyber. Francesca Salvatore su Inside Over il 7 marzo 2022.

Mai, fino a qualche settimana fa, le cyber war avevano assunto un carattere “ufficiale”, nonostante siano migliaia gli hacker in giro per il mondo che in autonomia, o per conto di enti statali, si occupano di&nbs