Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

 Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

INDICE DODICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

(ANSA il 7 novembre 2022) - La decisione della Russia di organizzare un'operazione militare speciale è stata in gran parte influenzata dalle minacce di Kiev di riprendere il suo programma nucleare, ha scritto oggi il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev sulla sua pagina VKontakte, come riporta la Tass. 

Medvedev ha dichiarato che il regime di Kiev "è profondamente in lutto per la decisione presa in base al Memorandum di Budapest del 1994 di ritirare l'arsenale nucleare ereditato dall'Urss situato sul loro territorio". 

"E inoltre i leader ucraini hanno detto che lo avrebbero usato contro di noi e contro i loro cittadini con grande piacere", ha aggiunto Medvedev. "Cosa che hanno lasciato intendere in modo inequivocabile, minacciando di riprendere il programma nucleare che ha causato in gran parte l'operazione militare speciale", ha scritto.

"Una delle ragioni" dell'avvio dell'operazione militare speciale russa in Ucraina, ha spiegato Medvedev, sono state le aspirazioni dei "burattini squallidi" al potere a Kiev di dotarsi nuovamente di armi nucleari, alle quali aveva rinunciato con l'accordo di Budapest del 1994. Una decisione, quella, rimpianta "con amarezza" dai vari presidenti ucraini, "dal defunto Kravchuk all'attuale malfattore drogato", cioè Zelensky.

L’avanzata sovietica prosegue senza sosta. I nazisti costretti ad abbandonare Kiev. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 07 Novembre 2022.

«Kiev conquistata. Su tutto il resto del fronte l’avanzata sovietica prosegue senza sosta»: il 7 novembre 1943 «La Gazzetta del Mezzogiorno» riporta gli aggiornamenti del conflitto ancora in corso nel resto d’Europa e in gran parte della Penisola. «In un ordine del giorno pubblicato a Mosca oggi, 26° anniversario della rivoluzione, il Maresciallo Stalin ha annunciato che stamattina all’alba le truppe sovietiche hanno occupato Kiev. Alle operazioni che hanno portato all’occupazione di Kiev, è detto nell’ordine del giorno, ha partecipato il 1° corpo ucraino che è entrato primo nella città presa d’assalto».

L’esercito tedesco è stato costretto, stando a quanto riferisce il giornale «Stella Rossa», dall’irruenza dell’Armata Rossa a battere in ritirata. «Le truppe sovietiche occupano ora un territorio considerevole e numerosi villaggi a sud ovest e a ovest della capitale ucraina, con la conquista della quale i russi dispongono di un’importante testa di ponte sulla riva destra del Dnieper, che aiuterà a cacciare i tedeschi dall’Ucraina settentrionale». Il corrispondente della Bbc sul fronte russo, Paul Winterton, informa che tutta la penisola tra la foce del Dnieper e la Crimea è stata rastrellata da ogni residuo di forze tedesche. «L’inizio della campagna invernale trova i tedeschi in una situazione che non promette niente di buono per loro», afferma fiducioso il cronista britannico. Stalin ha definito Kiev «la chiave dell’Europa sud orientale». Il territorio ucraino è da decenni, in realtà, insanguinato da continui contrasti con la vicina Russia, da cui ha invano cercato l’indipendenza: dopo la rivoluzione bolscevica, è stata teatro di violenti scontri fra le forze rosse, legate a Lenin, e le truppe bianche, formate da componenti del vecchio esercito zarista. Nel 1922 si è costituita come Repubblica Socialista Sovietica Ucraina ed è entrata a far parte dell’Urss guidata da Lenin. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, il Paese è diventato presto obiettivo dell’espansionismo di Hitler. Nel settembre 1941 la Germania ha annunciato la caduta di Kiev proclamando: «Questa è la più grande vittoria della guerra».

Più di 500mila soldati russi sono stati fatti prigionieri o giustiziati: la popolazione ebraica è stata quasi interamente sterminata. Con la liberazione della città da parte dell’Armata Rossa del 6 novembre 1943, Kiev ritornerà capitale della Repubblica socialista sovietica e lo rimarrà fino al 24 agosto 1991, quando sarà proclamata l’indipendenza dell’Ucraina, in seguito al crollo dell’Urss. ​​​​Nel febbraio 2022, con l’invasione russa del Paese, la città è stata posta di nuovo sotto assedio.

Perché gli interventi militari Usa sono aumentati dopo la Guerra Fredda. Roberto Vivaldelli il 7 Settembre 2022 su Inside Over.

Iraq, Afghanistan, Libia ma anche Serbia, Pakistan, Yemen, Somalia. Dei circa 400 interventi militari condotti dagli Stati Uniti dal 1776 ad oggi, la metà si è verificata tra il 1950 e il 2019 e oltre il 25% di essi risale al periodo successivo alla Guerra Fredda. È ciò che emerge da uno studio redatto da Sidita Kushi – docente di scienze politiche presso la Bridgewater State University e già direttrice della ricerca del Military Intervention Project (MIP) del Center for Strategic Studies – e Monica Duffy Toft – professoressa di politica internazionale e direttrice del Center for Strategic Studies presso la Fletcher School of Tufts University – e pubblicato sull’autorevole Journal of Conflict Resolution. Lo studio, dedicato all’ascesa dell’interventismo degli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda, è stato presentato il 6 settembre 2022 nel corso di un webinar promosso dal think-tank Quincy Institute for Responsible Statecraft, moderato dal politologo Trita Parsi. Ospite speciale il celebre studioso John J. Mearsheimer, Wendell Harrison Distinguished Service Professor presso l’Università di Chicago, dove insegna dal 1982.

Boom di interventi militari Usa dopo la fine della Guerra Fredda

Perché la frequenza degli interventi militari statunitensi è aumentata dopo aver “sconfitto” l’Unione Sovietica e la sicurezza americana era al suo apice durante il “momento unipolare?” È il quesito a cui hanno provato a rispondere gli ospiti del webinar organizzato dal think-tank americano. Innanzitutto, va chiarito cosa si intende per “intervento militare”. In tal senso, s’intende “il movimento di truppe o forze regolari (aviotrasportate, marittime, bombardamenti, ecc.) di un Paese all’interno di un altro, nel contesto di una qualche questione o disputa politica”. Per separare gli interventi di maggiore intensità da scaramucce minori, questa definizione “esclude i paramilitari, le milizie sostenute dal governo e altre forze di sicurezza che non fanno parte dell’esercito regolare”. Vengono presi in considerazione, dunque, “i casi in cui gli Stati Uniti hanno utilizzato le proprie forze armate all’estero in situazioni di conflitto militare o potenziale conflitto o per scopi diversi dai normali tempi di pace”. Non vengono conteggiate, per intenderci, “le operazioni segrete” e non ufficiali.

Alcuni studiosi, osservano Toft e Kushi, hanno spiegato tali crescenti tendenze interventiste come parte della nuova norma di “sovranità contingente”, che sfida esplicitamente il tradizionale principio di non intervento negli affari interni di altri stati. In particolare, spiegano, “per quanto riguarda gli Stati Uniti, una prospettiva è che il Paese si sia evoluto oltre la sua dottrina di contenimento della Guerra Fredda verso l’azione basata sull’intervento umanitario. In effetti, gli interventi militari in Bosnia, Kosovo, Libia e Somalia avevano tutti alcune giustificazioni umanitarie, ma questi interventi in genere non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi umanitari e di democratizzazione” osservano.

Gli obiettivi della politica estera Usa dopo la Caduta del Muro

Altri studiosi sostengono che gli interventi militari statunitensi “danneggiano i cittadini stranieri e riducono gli obiettivi di sicurezza degli Stati Uniti”. Invece di diffondere la democrazia, affermano, “questi interventi tendono a trasformare gli stati bersaglio in democrazie illiberali, nella migliore delle ipotesi”. Dallo studio emerge che, nell’era successiva alla Guerra Fredda, “gli Stati Uniti sono intervenuti per perseguire un minor numero di interessi nazionali vitali poiché le rivalità geopolitiche e le minacce vitali alla sicurezza interna erano svanite. L’era del dopo Guerra Fredda ha visto gli Stati Uniti esercitare la propria forza militare verso più missioni di democratizzazione, applicazione dei diritti umani, interventi umanitari e sostegno a interventi di terze parti nelle crisi interne interne in tutto il mondo”. Un dato significativo: contrariamente alle aspettative liberali, dal 2000 in poi gli Stati Uniti sono intervenuti nei paesi con livelli di democrazia più elevati, secondo i punteggi di Polity che vanno da +10 (piena democrazia) a -10 (piena autocrazia).

L’obiettivo di proteggere i cittadini statunitensi, i diplomatici, le ambasciate e le proprietà all’estero durante una crisi è stato l’obiettivo più frequente degli interventi statunitensi, seguito da vicino dalla protezione sociale e dagli obiettivi economici. La “protezione sociale” implica la protezione di una fazione socioetnica nel paese di destinazione, la protezione generale dei civili dalle violazioni dei diritti umani tramite un intervento umanitario, il ripristino dell’ordine sociale in una crisi o la repressione dei combattimenti tra gruppi armati. Tuttavia, nell’era del Secondo dopoguerra, la costruzione di un regime democratico all’estero è cresciuta tra i primi tre obiettivi degli interventi militari statunitensi. Inoltre, fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono intervenuti frequentemente in America Latina e in Europa, ma a partire dagli anni ’50 Washington ha concentrato la loro attenzione su Medio Oriente e Nord Africa (Mena). Negli anni ’90, il numero di interventi militari nell’area Mena è raddoppiato, e Washington ha diretto la sua attenzione anche sull’Africa subsahariana e sull’Asia meridionale.

L’intervento di Mearsheimer: “L’unipolarismo è finito”

Commentando lo studio redatto da Sidita Kushi e Monica Duffy Toft, John J. Mearsheimer ha sottolineato che quello di oggi è un “mondo multipolare” dove vi è una “grande competizione per la sicurezza”. La rivalità fra grandi potenze, ha notato il celebre studioso, è infatti “viva e vegeta, come vediamo a Taiwan e in Ucraina”. A differenza del periodo “unipolare”, caratterizzato, come ha dimostrato lo studio, da un marcato interventismo militare da parte degli Stati Uniti, “ora gli interventi diminuiranno. Ma c’è un problema: ora un singolo intervento significa un potenziale scontro con una grande potenza, e questa è tutta un’altra storia” rispetto al periodo che ha caratterizzato la fine della Guerra Fredda”.

“Ora gli Stati Uniti devono fare i conti con due grandi potenze rivali, e non solamente una, come ai tempi dell’Unione Sovietica. Sarebbe decisamente meglio stringere accordi con una delle due potenze, ma ora la possibilità di competere Cina e Russia è reale” ha spiegato Mearsheimer. Durante la Guerra Fredda, ha ricordato lo studioso, “c’è stato un grande dibattito su come contenere l’Unione Sovietica: esistevano due visioni diverse, una più aggressiva dell’altra. Ora la domanda che dobbiamo porci è quanto possiamo davvero essere aggressivi nel contenere la Cina? E la Russia? Siamo in una situazione pessima”.

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Usa: la follia di ripetere sempre gli stessi errori. Piccole Note il 17 Agosto 2022 su Il Giornale.

“L’egemonia americana è ancora in vita. E gli specialisti di terapia intensiva stanno ancora cercando di rianimare il paziente. La famiglia e gli amici dicono che sta ancora lottando. Tuttavia, i becchini di questo ordine morente sono già arrivati ​​e si trovano appena fuori dalla porta: uno si chiama Russia e l’altro Cina”. Inizia così un divertente, quanto intelligente, articolo di Jim Fitzgerald su Antiwar, del quale riportiamo ampi stralci.

La Forza vi farà liberi

“Come ha osservato John Mearsheimer  – scrive Fitzgerald – il momento unipolare successivo alla caduta dell’ex Unione Sovietica è stato un periodo storico assolutamente unico. In quel momento, e per i successivi 30 anni, l’America era l’unica superpotenza rimasta in piedi. La visione di Thomas Woodrow Wilson di democratizzare il mondo si è rivelata una tentazione irresistibile per le élite che guidano la politica estera occidentale. Così gli evangelisti di questo nuovo ordine mondiale si sono proposti di diffondere la democrazia in tutta l’Asia orientale, l’Europa orientale, il Medio Oriente e il Nord Africa”.

“Hanno usato l’architettura fondata sulle istituzioni nate durante la Guerra fredda (l’ONU, la NATO, l’Unione europea, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale del commercio) per diffondere i valori liberali e per ‘associare tutti al capitalismo’”.

“Accecati dal loro stesso idealismo, non potevano immaginare che qualcuno avrebbe rifiutato un’offerta tanto generosa. Dopotutto, come si vantava spesso il presidente George W. Bush, ‘la libertà è nel cuore di ogni individuo’. In altre parole, data l’opportunità offerta, tutti avrebbero scelto naturalmente di essere liberi. Tale idea è un’eco del detto del presidente Wilson: ‘Il mondo deve essere messo al sicuro tramite la democrazia [enfasi mia]'”.

“La dottrina Wilson, tuttavia, va interpretata alla luce del pensatore francese Jean-Jacques Rousseau. Rousseau riteneva che ‘l’uomo nasce libero, ma ovunque è in catene’. Tuttavia, per Rousseau, la condizione umana è tale che gli uomini non sempre sono coscienti di cosa è bene per loro. Quindi, devono essere costretti a essere liberi da altri che lo sanno meglio di loro. Come ha affermato Rousseau, ‘Chiunque si rifiuta di obbedire alla volontà generale, sarà costretto a farlo da tutto il resto del corpo; questo significa semplicemente che sarà costretto a essere libero'”.

“Non è mai stata scritta una frase più precisa per descrivere l’essenza della politica estera americana dell’era post Guerra Fredda. L’America si è dedicata costantemente alla missione violenta volta a costringere gli uomini a essere liberi; eppure questi restano incatenati”.

L’America di guerra e di governo

“Non abbiamo bisogno di guardare oltre l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Siria, lo Yemen e l’Iran, per vedere i fallimenti della politica estera americana. Non solo, le élite che guidano la politica estera americana sembrano incoraggiate dai loro fallimenti perché stanno tentando le stesse stanche politiche in Ucraina e Taiwan”.

“La visita della presidente Pelosi a Taiwan e la lettera di Mitch McConnell e altri 25 senatori a sostegno della sua iniziativa sono l’ultimo esempio della politica fondata sulla provocazione propria dell’ordine liberale”.

“Dovrebbe essere ovvio a chiunque vi presti attenzione che, piuttosto che prevenire le guerre, l’egemonia americana crea guerre dove non ce ne sono. In effetti, l’America è stata in guerra per tutta l’era unipolare, e la Pelosi, e gli altri con lei, sembrano voler provocare un’altra guerra”.

“Ma le cose stanno cambiando e cambiando velocemente. La Russia non è più la nazione debole e anemica di 30 anni fa e la Cina non è lo stesso paese povero del secondo Dopoguerra. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha messo in guardia il progetto egemonico americano e ha disvelato gli obiettivi espansionistici di istituzioni come la NATO”.

“Questo è il motivo per cui quasi tutti gli esponenti della politica estera di stanza a Washington, i capi delle istituzioni internazionali e i think tank stanno diventando apoplettici. Il loro ordine sta crollando e le loro decisioni e le loro azioni appaiono dettate dalla disperazione”.

“Sfortunatamente non vi è alcun segno che questi politici siano disposti a cambiare rotta. Sono esempi viventi della definizione di follia data da Einstein: ‘Fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi’. Appaiono del tutto incapaci di uscire da una mentalità che, in termini di politica estera, ha già fatto il suo corso”.

Quindi Fitzgerald conclude spiegando che l’unica via di uscita è tornare a una politica estera basata sul realismo nel quadro di un equilibrio di potere tra potenze.

Kissinger, la diversità di valori e il senso del limite

In una recente intervista, Kissinger declina le due regole base di tale realismo. Anzitutto “l’accettazione della legittimità di valori talvolta contrastanti. Infatti, se credi che il fine ultimo di ogni tua azione debba essere l’imposizione dei tuoi valori, allora l’equilibrio, secondo me, diventa impossibile”. Regola aurea tanto disattesa.

L’altra regola “è l’equilibrio nei comportamenti, il che significa che esistono limiti all’esercizio delle proprie competenze e del proprio potere in relazione a ciò che è indispensabile all’equilibrio complessivo”. Tale senso del limite è fuori dall’orizzonte della politica estera Usa, conseguenza del delirio di onnipotenza conseguente al crollo dell’Unione Sovietica.

Il vacillare delle certezze pregresse porta l’America ad agire d’istinto, spiega ancora Kissinger, senza una visione strategica; il che sta portando il mondo sull’orlo di una guerra con Russia e Cina “per questioni che in parte abbiamo creato noi stessi, senza nessuna idea precisa di come andrà a finire”.

Una situazione resa ancor più difficile perché si è perso il fondamento del dialogo, strumento indispensabile per cercare compromessi. Infatti, spiega Kissinger, gli americani vedono “i negoziati in termini missionari […] cercando di convertire o di condannare i loro interlocutori invece di approfondirne e capirne la mentalità”.

Una lezione di politica che spiega perfettamente la follia e i rischi del momento.

Come gli Usa indussero Mosca a invadere l'Afghanistan. E poi l'Ucraina...Piccole Note il 27 giugno 2022 su Il Giornale.

La Russia ha preso il controllo di Severodonetsk, avendo vinto la “battaglia chiave” del Donbass, come veniva definita della stampa internazionale. Per coprire la notizia negativa, che smentisce la propaganda occidentale sull’esercito russo allo sbando, Bloomberg annuncia il default di Mosca (più virtuale che reale) e l’Occidente annuncia nuove misure restrittive sull’economia russa e le nuove armi.

Tutto ciò serve soprattutto a evitare che si possa riflettere su quanto sta avvenendo e parlare seriamente di un negoziato, parola che risuona vuota nei discorsi della Politica d’Occidente, essendo usata pubblicamente solo e soltanto come esito conclusivo di una vittoria ucraina (cioè della Nato) e non come possibilità reale per chiudere le attuali ostilità, eventualità che necessariamente comporterebbe un compromesso.

D’altronde le guerre infinite, delle quali quella ucraina è solo la più recente, non prevedono la possibilità di un compromesso. La loro prospettiva “infinita”, infatti, è tale proprio perché non prevede un esito diverso dalla vittoria degli Stati Uniti su tutti i suoi antagonisti globali e locali, veri o percepiti come tali.

Tutte le guerre infinite, informate da tale missione ultimativa radicata nell’eccezionalismo americano, assumono così carattere esistenziale e salvifico. A iniziare dalla prima, quella afghana, che doveva salvare il mondo dalla minaccia del Terrore globale (il fatto che, invece, lo abbia incrementato esponenzialmente non ha intaccato il dogma, applicato poi a Saddam, Gheddafi e Assad e altri).

Se abbiamo citato la guerra afghana, è anche per un altro motivo, cioè quanto scrive Patrick Macfarlane sul sito del Libertarian Institute riguardo al playbook sulle guerre per procura di Zbiegnew Brzezinski, già consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter, le cui prospettive di politica estera sono ormai radicate nell’establishment Usa.

In un’intervista al Nouvel Observateur, Brzezinski si vantò del suo capolavoro: il programma segreto della Cia di armare i mujaheddin contro il legittimo governo afghano era riuscito nello scopo di convincere l’Unione Sovietica a invadere il Paese confinante, attirandola in una trappola che l’avrebbe logorata.

Interpellato su quel programma segreto (da cui, per inciso, nacque al Qaeda), Brzezinski  rispondeva: “Rimpianti? Quell’operazione segreta è stata un’idea eccellente. Ha avuto l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e vuoi che me ne penta? Il giorno in cui i sovietici hanno ufficialmente attraversato il confine, ho scritto al presidente Carter: ‘Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra in Vietnam’. Per quasi 10 anni, infatti, Mosca ha dovuto condurre una guerra insostenibile per il regime, un conflitto che ha portato alla demoralizzazione e infine alla disgregazione dell’impero sovietico”.

E, nell’intervista, spiegava: “Non abbiamo spinto i russi a intervenire, ma abbiamo aumentato consapevolmente le probabilità che lo facessero” (ciò ricorda molto le parole del Papa sull’abbaiare della Nato alle porte della Russia, che ha indotto questa ad agire, con “un’ira che non so dire se sia stata provocata — come si interroga —, ma facilitata forse sì”).

“Nel luglio 2014 – continua Macfarlane  – quasi sei mesi dopo la rivoluzione di Maidan […], Brzezinski ha accennato a un piano simile per l’Ucraina”, sebbene formulato “in termini difensivi”, sul blog del Consiglio Atlantico.

Così scriveva Brzezinski: “Se l’Ucraina deve essere sostenuta in modo che resista, gli ucraini devono sapere che l’Occidente è pronto ad aiutarli a resistere. E non c’è motivo di essere riservati al riguardo. Sarebbe molto meglio essere aperti e dire agli ucraini e a coloro che potrebbero minacciare l’Ucraina che, se gli ucraini resisteranno, avranno le armi. E forniremo alcune di queste armi prima ancora dell’invasione stessa. Perché senza questo, la tentazione di invadere e di anticipare può diventare soverchiante. Ma che tipo di armi è importante. E, a mio avviso, dovrebbero essere armi progettate in particolare per consentire agli ucraini di impegnarsi in un’efficace guerra urbana di resistenza”.

Le prospettive di  Brzezinski sono realizzate in particolare dai neocon repubblicani e dai liberal democratici. Lo evidenzia anche Mcfarlane quando riferisce i discorsi dei senatori John McCain, Lindsey Graham (entrambi repubblicani) e Amy Klobuchar (democratica) nel corso di un incontro con una brigata di militari ucraini.

Graham: “Ammiro il fatto che lotterete per la patria. La vostra battaglia è la nostra battaglia. Il 2017 sarà l’anno cruciale. Tutti noi torneremo a Washington e porteremo avanti la causa contro la Russia. Basta con l’aggressione russa. È tempo che paghino un prezzo più alto… La nostra promessa è di portare la vostra causa a Washington, informare il popolo americano del tuo coraggio e portare la causa contro Putin al mondo”.

McCain: “Credo che vincerete. Sono convinto che vincerete e faremo tutto il possibile per fornirvi ciò di cui avete bisogno per vincere. Riusciremo non per le attrezzature ma per il vostro coraggio. Quindi vi ringrazio e il mondo vi sta guardando perché […] non possiamo permettere a Vladimir Putin di avere successo qui, perché se avrà successo qui, avrà successo in altri paesi”.

Stessi discorsi di oggi, ma allora non c’era ancora l’invasione russa… L’anno cruciale è stato poi rimandato (morte di McCain, pandemia, freno di Trump, etc), ma alla fine il destino ha bussato alle porte dell’ucraina. Tutto come preventivato.

Federico Rampini contro Joe Biden: "La frase con cui ha dato il via alla guerra. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 27 giugno 2022.

E se la quinta colonna di Putin in Occidente non fosse rappresentata dal lamentoso professor Orsini, dal guerrigliero delle parole Di Battista e dai vari opinionisti e intellettuali, lo spocchioso Massimo Cacciari, il capelluto Sandro Teti, il gramsciano Angelo d'Orsi e l'eterno anti-atlantista Giorgio Cremaschi che girano i salotti televisivi facendo le bucce al governo sulla crisi ucraina? Sei migliori alleati dell'invasore russo fossero negli Usa, tra i talebani del progressismo culturale, e in Italia, dove ancora fioriscono, tanto nel mondo cattolico quanto in quello tardo -comunista, gli eredi dell'antiamericanismo? La risposta potrebbe trovarsi tra le righe di "Suicidio Occidentale", l'ultima fatica letteraria di Federico Rampini, firma del Corriere della Sera, inviato da tutto il mondo, con sede preferita negli States...

Il discorso di Putin sul declino dell'Occidente sembra copiato dal tuo libro: allora ha ragione lui?

«Non posso usare Putin come testimonial. Anzi devo riconoscergli la primogenitura. Da molti anni lui articola una requisitoria contro l'Occidente, echeggiando discorsi simili a Xi Jinping. Da tempo i due autocrati vanno dicendo chiaro e forte che considerano l'Occidente una civiltà decadente, un malato terminale incapace di reagire e risollevarsi. Per loro non abbiamo valori da proporre al resto del mondo, solo tante colpe e tanta arroganza. Ma è più grave - questo è il nucleo del mio libro - che mezzo Occidente sia d'accordo con loro. Abbiamo al nostro interno correnti culturali e politiche che descrivono l'America come l'Impero del Male, l'unica vera potenza imperialista, l'unica che ha il Dna dell'aggressione, l'unica ad aver saccheggiato il pianeta e oppresso gli altri popoli».

Demolire l'autostima, colpevolizzarci, flagellarci: come e perché è nata questa ondata masochista e talebana?

«L'Occidente ha sempre nutrito nel suo seno delle correnti autodistruttive. Il nazismo, collegandosi al romanticismo tedesco, identificava nell'Occidente una modernità malsana, perché materialista e mercantile. Un'ostilità profonda verso l'America come baluardo occidentale ci fu nel cattolicesimo. Alcuni papi tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento attaccarono perfino i cattolici americani accusandoli di essere troppo modernisti e liberali, cioè quasi protestanti. Infine c'è la tradizione della sinistra socialcomunista che divenne egemone negli anni Sessanta e Settanta, nel mondo intellettuale e tra i giovani; anche quelli che non erano filosovietici come i socialisti italiani o i gruppuscoli extraparlamentari, consideravano l'Urss o la Cina di Mao come un male minore rii spetto al vero demonio che era l'America. La svolta pro-Nato del Pci con Berlinguer nel 1977 non fu condivisa da una parte della sua base. Molti in quelle famiglie politiche hanno sempre pensato che la prima guerra fredda dovevano vincerla gli altri». 

L'incapacità di reggere un dibattito pubblico che non sia fondato sull'ipocrisia, dalle armi, al ruolo della Nato, al racconto della dialettica Zelensky-Putin è una spia del declino culturale dell'Occidente? Anche l'opinione pubblica viene manipolata e violentata da slogan di comodo e apodittici come prefigurato in 1984 di Orwell? 

«Scivoliamo a gran velocità verso comportamenti tribali. Chi ha accusato l'Italia di armare l'Ucraina non si è mai degnato di controllare quante armi stiamo mandando davvero: pochissime, mentre sosteniamo generosamente Putin comprandogli il gas con cui finanziai suoi massacri. Chi ha abbracciato senza esitazioni la propaganda di Putin sull'accerchiamento della Nato si guarda bene dallo studiare cosa accadde veramente negli anni Novanta: perché i paesi dell'Est vollero aderire all'Ue e al Patto Atlantico; quale ruolo fu offerto alla Russia nel G8. I fatti sono irrilevanti, ci si schiera a priori con la propria tribù».

Ravvisi delle differenze tra il declino occidentale americano e quello occidentale europeo? 

«La cancel culture, il neopuritanesimo sessuofobico, la censura intollerante contro chi non obbedisce al politicamente corretto: tutto ciò è nato in America però sta contagiando l'Europa. L'unico aspetto su cui è l'Europa ad essere ancora più decadente, è il ripudio del tema della sicurezza nazionale. L'Europa si è cullata nell'illusione di diventare la prima superpotenza erbivora della storia umana, rispettata dagli altri per la sua bontà. Ha cancellato il ruolo della forza e della difesa. In questo gli Stati Uniti sono meno auto-distruttivi».

La battaglia di Putin per restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale autonoma non è velleitaria, visto che Mosca ha il Pil della Spagna e alla fine sarà costretta a scegliere tra Occidente e Cina?

«Putin ha già scelto la Cina e gli sarebbe difficile tornare indietro. In quanto all'arretratezza dell'economia russa, è stata una costante nella storia di quel paese. I grandi Zar come Alessandro e Caterina non riuscirono mai a farne una nazione europea alla pari di Inghilterra Francia Germania, però esaltarono il nazionalismo con le conquiste militari. I leader dell'Urss presiedevano un'economia fallimentare ma ciò non gli impediva di invadere di volta in volta la Polonia, l'Ungheria, la Cecoslovacchia, l'Afghanistan».

Dipendiamo più noi dalla Russia o la Russia da noi? 

«La dipendenza è sempre biunivoca. All'epoca del comunismo sovietico, dirigenti pur sclerotizzati come Leonid Brezhnev ebbero l'astuzia di offrirsi quali partner affidabili per l'energia. Noi eravamo scottati dall'embargo petrolifero Opec del 1973 e l'Urss sembrava ben più stabile del Medio Oriente. La costruzione di infrastrutture come i gasdotti ha creato legami solidi di dipendenza. È la politica che conoscevano bene gli antichi romani quando mandavano in Europa le legioni accompagnate dagli ingegneri che progettavano strade ponti e acquedotti. Tutte le strade portavano a Roma, nel senso che le colonie erano costrette a dipendere dal centro dell'impero. Divincolarsi da questa dipendenza strutturale è un'operazione appena cominciata, sarà lunga faticosa e costosa. Ma Putin sta distruggendo una relazione di lunga data e ne pagherà le conseguenze, per esempio sull'accesso alle tecnologie avanzate».

Ritieni che la guerra in Ucraina sia stata in un certo modo cercata o che comunque poteva essere evitata? 

«Putin la pianifica dal 2008, quando invase la Georgia. Poteva essere evitata usando l'unico linguaggio che lui capisce, la forza. Se Biden non avesse detto subito che escludeva l'invio di truppe, se Biden non avesse rifiutato a priori la no-fly zone, se non avesse offerto a Zelensky la fuga in esilio, se al contrario avesse detto ciò che ora dice su Taiwan e cioè che l'America interverrebbe a difenderla da un'invasione cinese; allora è verosimile che Putin si sarebbe fermato. La Nato è forte se vuole. Un pugile che si rifiuta di salire sul ring e si lega le mani dietro la schiena non incute timore all'avversario». Quanto sono divergenti gli interessi degli Stati Uniti rispetto a quelli dell'Unione Europea? 

«C'è una divergenza economica, anche se meno importante di quanto si racconta in Italia. L'America ha una sostanziale autosufficienza energetica, quindi vive la crisi del gas in modo meno drammatico. Però i prezzi dell'energia li determina il mercato mondiale quindi l'automobilista americano è penalizzato quanto quello europeo, e la bolletta della luce sale anche negli Stati Uniti, sia pure un po' meno che in Italia. Per il resto io vedo un allineamento, non solo per la condivisione di valori. L'Europa ha interesse a investire nella sicurezza per potersi difendere dalle aggressioni; gli Stati Uniti hanno interesse a concentrarsi sulla minaccia cinese e quindi una difesa comune europea giova anche a loro».

L'Italia che ruolo può avere nella soluzione del conflitto? E l'Unione Europea?

«L'Italia vista da Washington è il numero quattro in Europa dietro Regno Unito, Germania, Francia. Non sovrastimiamo il ruolo di Roma, anche se Draghi piace alla Casa Bianca per il suo atlantismo. L'Unione europea ha riservato qualche sorpresa positiva quando Ursula von der Leyen ha anticipato Scholze e Macron sulla candidatura dell'Ucraina. Invece è in difficoltà sul dossier energetico dove non decide abbastanza».

Guerra, crisi energetica, inflazione: la tempesta perfetta: quanto e cosa rischia l'Occidente?

«Aggiungiamo la recessione. In America la Federal Reserve sta fabbricando una crisi economica perché per domare l'inflazione è costretta a deprimere la domanda di consumi e investimenti. Però siamo nazioni ricche e abbiamo le spalle larghe abbastanza per reggere una recessione. La crisi congiunturale mi sembra meno seria del dilemma che dobbiamo affrontare sul futuro della globalizzazione: ridurre la nostra dipendenza da potenze ostili non sarà facile né indolore, il conto sarà salato».

Sarà Pechino ad avere il ruolo decisivo per la fine del conflitto?

«Fino al vertice dei Brics appena concluso, Xi ha continuato a sostenere Putin senza se e senza ma. Anche lui paga dei prezzi per questo conflitto ma evidentemente guarda al lungo termine e vuole vedere l'Occidente umiliato».

Viste le premesse, pare che per Taiwan non ci siano molte speranze: verrà hongkongizzata?

«Prima devono riuscire a invaderla. L'Ucraina sta dimostrando a Xi che non sarà una tranquilla passeggiata. Nel lungo termine, certo, il riarmo cinese renderà sempre più difficile un'efficace difesa americana di Taiwan. Inoltre dobbiamo tutti prepararci alla possibilità che in America torni al potere un presidente isolazionista. Costui dirà al resto del mondo: visto che l'impero americano vi faceva tanto schifo, ve ne liberiamo».

La storia si ripete? Le inquietanti similitudini tra l’aggressione all’Ucraina e la guerra in Cecenia. L'Inkiesta il 27 Giugno 2022

L’invasione russa sembra riprendere uno schema già applicato dal Cremlino tra gli anni ’90 e i primi del Duemila nella piccola repubblica del Caucaso. Il timore è che senza un adeguato aiuto occidentale Kyjiv potrebbe capitolare e finire sotto il cappello russo, proprio come Grozny

Nel Donbass lo scontro tra l’esercito russo e quello ucraino va avanti a colpi di artiglieria. I soldati di Kyjiv sono totalmente dipendente dagli aiuti provenienti dall’estero, le forze dell’invasore ogni giorno rischiano di strappare un pezzo di terra, una città, un territorio importante alla resistenza. Sotto la guida di Vladimir Putin, Mosca sta spingendo sull’Ucraina orientale, strappando una pagina dal playbook della campagna militare organizzata in Cecenia tra gli anni ‘90 e l’inizio di questo secolo.

Lo schema è sinistramente simile. C’è già stata una pesante campagna di bombardamenti, città e villaggi sono ridotti in macerie. Migliaia di civili sono già stati uccisi. La Russia lo ha già fatto in passato e ci sta riprovando.

La Cecenia è una piccola repubblica a maggioranza musulmana nel sud della Russia, appena 1,5 milioni di persone. La sua storia di resistenza al dominio russo risale ad almeno due secoli fa, ma in epoca recente i ribelli iniziarono ad alzare la voce per la loro indipendenza dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991.

Già nel 1993 Mosca pianifica un’invasione su larga scala, caratterizzata da incessanti attacchi aerei e colpi d’artiglieria pesante. Dura un paio d’anni, perdono la vita migliaia di combattenti e decine di migliaia di civili ceceni, la capitale Grozny è ridotta a un cumulo di macerie.

Sorprendentemente la Russia non ottiene quanto sperato, almeno in un primo momento: il governo del presidente Boris Yeltsin nel 1996 firma un trattato di pace, rimuove tutte le truppe russe dal territorio e concede un’ampia autonomia alla Cecenia, sebbene non un’indipendenza formale.

Tre anni dopo, poco prima di lasciare l’incarico, Yeltsin nomina come suo primo ministro Vladimir Putin. L’attuale leader russo sale in carica il 9 agosto 1999 e già alla fine del mese la Russia torna a farsi avanti con una campagna di bombardamenti contro i ribelli ceceni nel tentativo di cancellare la precedente disfatta. È una seconda guerra cecena. Più brutale, più sanguinosa, anche più efficace di quella precedente: le forze russe prendono il controllo della repubblica separatista in pochi mesi.

A marzo del 2000 Akhmad Kadyrov diventa il reggente della Cecenia, un fantoccio con cui il Cremlino ha intenzione di rafforzare la presa sul territorio. Kadyrov viene assassinato nel 2004, ma suo figlio, Ramzan Kadyrov, è ancora più fedele a Mosca ed è lui l’uomo forte della Cecenia.

«Ci sono alcuni parallelismi piuttosto inquietanti», aveva scritto ad aprile Thomas de Waal del Carnegie Europe, specializzato in Europa orientale, sul Wall Street Journal, parlando delle somiglianze tra passato e presente. «L’uso dell’artiglieria pesante, l’attacco indiscriminato di un centro urbano. Riportano alla mente ricordi piuttosto terribili degli anni ’90», ha scritto. Ma ci sono anche punti di contatto sul piano politico: «Così come c’era un progetto per riportare la Cecenia sotto il controllo russo, oggi ce n’è uno per riportare l’Ucraina nella sfera di influenza russa. E ugualmente non c’è alcun Piano B, non c’era in Cecenia, non sembra esserci ora».

Anche gli errori del primo mese dell’invasione russa dell’Ucraina somigliano sorprendentemente a quelli dei primi due anni della campagna cecena.

È evidente che ci sia una volontà di replicare quel modello. Anche se stavolta Mosca si trova di fronte a una popolazione 40 volte più grande di quella della Cecenia, in un territorio molto più vasto.

L’Atlantic ha individuato a grandi linee le fasi in cui si potrebbe delineare il piano russo, ricalcando quello applicato alla Cecenia. La prima fase è la pacificazione, scrive Neil Hauer, giornalista con sede in Armenia: «La pacificazione, dal punto di vista russo, arriva rapidamente dove può, e più lentamente dove non può. Nel caso dell’Ucraina, era facile portare sotto il proprio controllo il sud del Paese: il terreno aperto e le difese insufficienti hanno offerto poca resistenza all’avanzata russa che ha travolto città come Melitopol e Kherson nella prima settimana dell’offensiva».

Dove non si arriva facilmente si passa alle maniere forti. Così come Grozny, capitale cecena, è stata distrutta dai bombardamenti, in Ucraina lo stesso destino è toccato a Mariupol: una città bella e vivace ridotta in tre mesi di assedio a una rovina fumante.

Una volta completata la fase di conquista, è necessario trovare un tiranno locale adatto e autorizzato a governare la popolazione locale, così come in Cecenia ci sono stati i due Kadyrov. «In Ucraina ci sono stati abbastanza candidati nelle parti già occupate di Donetsk e Luhansk, e altre regioni appena conquistate hanno presentato le proprie candidature: un delinquente locale che vede una possibilità di farsi largo politicamente e farsi grande agli occhi di Mosca o una docile consigliera che è disposta a fornire un surrogato senso di normalità mentre gli occupanti vanno a sradicare la resistenza», si legge sull’Atlantic.

Infine, Putin proverà a costruire un nuovo apparato di dominio. Ma per farlo avrà bisogno che i vinti si assumano la responsabilità di schiacciare la resistenza locale più dura da eliminare. Per far questo, sostengono alcuni esperti, saranno previsti incentivi simbolici, forme di compensazione che il Cremlino è disposto a pagare ai nuovi oligarchi o ai nuovi signorotti locali.

«Ai cittadini traumatizzati – scrive Hauer sull’Atlantic – verrà insegnata una nuova versione della propria storia, in cui l’assorbimento russo è stato del tutto volontario e una salvezza dai “terroristi occidentali”. Alla fine, una nuova generazione dovrebbe crescere con l’idea di servire la madrepatria russa come un obbligo sacrosanto, sotto la guida di un leader che rinomina la strada principale della capitale in onore del presidente russo e si dichiara regolarmente il “soldato di fanteria” di Putin».

Forse l’aspetto più inquietante di questo piano diabolico è la disponibilità e la volontà da parte della Russia di aspettare a lungo, anche anni se necessario. Anche se dovesse essere necessaria una tregua apparentemente duratura: il conflitto con la Cecenia è iniziato negli anni ‘90 e si è concluso nel 2000, con un triennio di cessate il fuoco.

Per ora, il destino dell’Ucraina è in bilico. È una nazione molto più grande della Cecenia e il suo popolo è fortemente impegnato nella lotta. Per fortuna stavolta il flusso di aiuti militari in arrivo dall’Occidente è valido e supera di gran lunga qualsiasi supporto su cui potessero contare i ribelli ceceni.

Ma la logica della guerra di logoramento gioca a favore della Russia, la pazienza strategica di Putin si basa su solidi precedenti. «Mosca – è la conclusione dell’articolo dell’Atlantic – sa perfettamente come vorrebbe che fosse l’esito della guerra nell’Ucraina orientale: molto simile alla Cecenia. Se l’Occidente dovesse abbandonare un’Ucraina devastata a un destino simile, lo scenario sarà esattamente quello».

Da “la Stampa” il 14 Giugno 2022.

Pubblichiamo un estratto della conversazione di Papa Francesco con i 10 direttori delle riviste culturali europee della Compagnia di Gesù, raccolti in udienza presso la Biblioteca privata del Palazzo apostolico. Tra loro, padre Antonio Spadaro, responsabile de La Civiltà Cattolica. Tre direttori erano laici, di cui due donne (per le riviste svizzera e inglese), mentre gli altri erano gesuiti. «Se dialoghiamo - ha esordito il Papa - l'incontro sarà più ricco». 

[…] La Compagnia è presente in Ucraina, parte della mia Provincia. Stiamo vivendo una guerra di aggressione. Noi ne scriviamo sulle nostre riviste. Quali sono i suoi consigli per comunicare la situazione che stiamo vivendo? Come possiamo contribuire a un futuro di pace?

«Per rispondere a questa domanda dobbiamo allontanarci dal normale schema di "Cappuccetto rosso": Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell'inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio.

E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: "Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro". Ha concluso: "La situazione potrebbe portare alla guerra". Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo».

«Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l'intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l'interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco». 

«Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli».

«È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta». «Devo pure aggiungere che quello che sta succedendo ora in Ucraina noi lo vediamo così perché è più vicino a noi e tocca di più la nostra sensibilità. Ma ci sono altri Paesi lontani - pensiamo ad alcune zone dell'Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo - dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya.

Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all'umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l'umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c'è dietro!»

«Pochi anni fa c'è stata la commemorazione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia. E molti capi di Stato e di governo hanno festeggiato la vittoria. Nessuno si è ricordato delle decine di migliaia di giovani che sono morti sulla spiaggia in quella occasione. Quando sono andato a Redipuglia nel 2014 per il centenario della guerra mondiale - vi faccio una confidenza personale -, ho pianto quando ho visto l'età dei soldati caduti. Quando, qualche anno dopo, il 2 novembre - ogni 2 novembre visito un cimitero - sono andato ad Anzio, anche lì ho pianto quando ho visto l'età di questi soldati caduti. L'anno scorso sono andato al cimitero francese, e le tombe dei ragazzi - cristiani o islamici, perché i francesi mandavano a combattere anche quelli del Nord Africa -, erano anche di giovani di 20, 22, 24 anni». 

[…] «Vorrei aggiungere un altro elemento. Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo». Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l'incontro a una data successiva, in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo in occasione di un'assemblea generale in Kazakistan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po' con lui in quanto pastore».

In Germania abbiamo un cammino sinodale che alcuni pensano sia eretico, ma in realtà è molto vicino alla vita reale. Molti lasciano la Chiesa perché non hanno più fiducia in essa. Un caso particolare è quello della diocesi di Colonia. Lei che cosa ne pensa?

«Al presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Bätzing, ho detto: "In Germania c'è una Chiesa evangelica molto buona. Non ce ne vogliono due". Il problema sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne. Ci sono alcune diocesi dove si sta facendo la via sinodale con i fedeli, con il popolo, lentamente». (...) «Poi la questione della diocesi di Colonia. Quando la situazione era molto turbolenta, ho chiesto all'arcivescovo di andare via per sei mesi, in modo che le cose si calmassero e io potessi vedere con chiarezza. Perché quando le acque sono agitate, non si può vedere bene. Quando è tornato, gli ho chiesto di scrivere una lettera di dimissioni. Lui lo ha fatto e me l'ha data. E ha scritto una lettera di scuse alla diocesi. Io l'ho lasciato al suo posto per vedere cosa sarebbe successo, ma ho le sue dimissioni in mano». 

(...) Santo Padre, noi siamo una rivista digitale e parliamo anche a giovani che stanno ai margini della Chiesa. I giovani vogliono opinioni e informazioni veloci e immediate. Come possiamo introdurli al processo del discernimento?

«Non bisogna stare fermi. Quando si lavora con i giovani, bisogna sempre dare una prospettiva in movimento, non in modo statico. Dobbiamo chiedere al Signore di avere la grazia e la saggezza di aiutarci a compiere i passi giusti. Ai miei tempi il lavoro con i giovani era costituito da incontri di studio. Ora non funziona più così. Dobbiamo farli andare avanti con ideali concreti, opere, percorsi. I giovani trovano la loro ragione d'essere lungo la strada, mai in modo statico. Qualcuno può essere titubante perché vede i giovani senza fede, dice che non sono in grazia di Dio. Ma lasciate che se ne occupi Dio! Il vostro compito sia quello di metterli in cammino. Penso che sia la cosa migliore che possiamo fare».

La gaffe di Bush e lo stringente confronto tra Iraq e Ucraina. Piccole Note il 28 maggio 2022 su Il Giornale.

Su Middle East Eye un commento di Jonathan Cook, cronista britannico che vive a Nazareth, sulla gaffe di George Bush, il quale, parlando dell’invasione russa dell’Ucraina, ha detto che un uomo ha preso la decisione di ordinare “un’invasione completamente ingiustificata e brutale in Iraq”… correggendosi troppo tardi per rimediare.

Così Cook: se Bush non avesse fatto tale gaffe “i media dell’establishment avrebbero continuato a ignorare tale confronto. E quanti avessero cercato di richiamarlo sarebbero stati ancora liquidati come teorici della cospirazione o come apologeti di Putin”.

“L’implicazione di ciò che ha detto Bush – anche per coloro che beffardamente liquidano l’accaduto come una gaffe freudiana – è che lui e il suo co-cospiratore, il primo ministro britannico Tony Blair, sono criminali di guerra per aver invaso e occupato l’Iraq e, come tali, dovrebbero essere processati all’Aia”.

“Tutto ciò che l’attuale amministrazione statunitense sta dicendo contro Putin, e tutte le punizioni inflitte alla Russia e ai cittadini russi, può essere capovolta e diretta agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna” (e ai loro cittadini).

“Gli Stati Uniti non dovrebbero essere soggetti a severe sanzioni economiche da parte del ‘mondo civile’ per quello che hanno fatto all’Iraq? I suoi sportivi non dovrebbero essere banditi dagli eventi internazionali? I suoi miliardari non dovrebbero essere braccati e privati ​​dei loro beni? E le opere dei suoi scrittori, artisti e compositori morti da tempo non dovrebbero essere evitate dalla società civile?”

“Eppure, i media dell’establishment occidentale non propongono nulla di quanto sopra. Non chiedono che Blair e Bush siano processati per crimini di guerra. Nel frattempo, fanno da cassa di risonanza ai leader occidentali, etichettando ciò che la Russia sta facendo in Ucraina come genocidio ed etichettando Putin come un pazzo malvagio”.

il fatto è che “i media occidentali sono a disagio nel prendere il discorso di Bush alla lettera, come lo era il pubblico che l’ascoltava. E per una buona ragione, perché sono anch’essi coinvolti nei crimini statunitensi e britannici in Iraq. Non hanno mai messo seriamente in discussione la ridicola giustificazione delle ‘armi di distruzione di massa’ per l’invasione. Non si sono mai chiesti se la campagna di bombardamenti ‘Shock and Awe’ su Baghdad fosse di natura genocida”.

“E, naturalmente, non hanno mai descritto né Bush né Blair come pazzi e megalomani e non li hanno mai accusati di aver condotto una guerra imperialista – o per il petrolio – invadendo l’Iraq. In effetti, entrambi continuano ad essere trattati dai media come statisti rispettati“.

“Nel corso della presidenza Trump, i giornalisti di spicco hanno espresso nostalgia per i giorni di Bush, indifferenti al fatto che avesse usato la propria presidenza per lanciare una guerra di aggressione – il ‘supremo crimine internazionale’”.

“E Blair continua a essere ricercato dai media britannici e statunitensi per le sue opinioni sugli affari interni e internazionali. Viene persino ascoltato con deferenza quando esprime opinioni sull’Ucraina”.

“[…] Invadendo l’Iraq, Bush e Blair hanno creato un precedente secondo cui gli stati potenti potevano ridefinire il loro attacco a un altro stato come ‘preventivo’ – cioè come difensivo piuttosto che aggressivo – e quindi giustificare l’invasione militare in violazione delle leggi di guerra”.

“Bush e Blair affermarono in maniera menzognera sia che l’Iraq stese minacciando l’Occidente con le sue armi di distruzione di massa, sia che il suo leader laico, Saddam Hussein, avesse coltivato legami con gli islamisti di al-Qaeda che hanno condotto gli attacchi dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Pretesti che spaziavano dall’essere del tutto infondati al decisamente assurdi”.

“Putin ha sostenuto – in modo in realtà più plausibile – che la Russia è stata costretta intraprendere un’azione preventiva contro gli sforzi segreti della Nato che, sotto la guida dagli Stati Uniti, intendeva espandere la sua sfera di influenza militare fino ai confini della Russia. La Russia temeva che, senza controllo, gli Stati Uniti e la NATO si stessero preparando ad assorbire l’Ucraina” nella Nato (Donbass compreso).

“Anche se le preoccupazioni della Russia fossero state infondate, Mosca aveva chiaramente un maggiore interesse strategico per quello che la vicina Ucraina stava realizzando ai propri confini di quanto Washington ne abbia mai avuto in Iraq, Paese a molte migliaia di chilometri di distanza” dagli essa.

Ora “Putin passerà alla storia come un macellaio”, scrivono i media occidentali. “Ma Bush o Blair sono passati alla storia come macellai? Non è stato affatto così. E il motivo è che i media occidentali sono stati complici nel riabilitare le loro immagini, presentandoli come statisti che ‘hanno sbagliato’ – implicitamente affermando che le persone buone sbagliano quando non tengono conto di quanto sia radicato il male di tutti gli altri nel mondo”.

Così Putin viene presentato come “un macellaio” mentre Bush e Blair sono, al massimo, “un paio di sfigati. Questa falsa distinzione significa che i leader occidentali e l’opinione pubblica occidentale continuano a sottrarsi alla responsabilità per i crimini occidentali in Iraq e altrove”.

Così conclude Cook: “Se prendessimo sul serio le implicazioni delle parole di Bush, piuttosto che trattarle come una “gaffe” e considerare l’invasione dell’Iraq come un ‘errore’, potremmo essere in grado di parlare con autorità morale invece di ostentare – ancora una volta – la nostra ipocrisia”.

Dagospia il 9 giugno 2022. IL LIBRO: ANDREA SPIRI - THE END 1992-1994 - LA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA NEGLI ARCHIVI SEGRETI AMERICANI (BALDINI+CASTOLDI) 

Negli anni della Guerra fredda il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti assume una valenza decisiva, su ogni altra considerazione prevale l’interesse degli americani per la stabilità di un Paese alleato che riveste una funzione strategica nel quadro degli equilibri geopolitici internazionali.

Poi, dopo l’Ottantanove l’approccio degli Usa si modifica, e con le prime avvisaglie di Mani pulite matura il convincimento che vada esaurendosi la spinta propulsiva delle forze politiche tradizionali. 

La «Repubblica dei partiti» sprofonda nel discredito, la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato sembrano guardare con «favorevole predisposizione» alle inchieste dei giudici milanesi, ma cresce al contempo il bisogno di decifrare gli scenari futuri. Si intensifica allora il flusso comunicativo lungo i canali riservati, attraverso il potenziamento delle dinamiche di raccolta e scambio delle informazioni: l’attivismo crescente dei diplomatici e degli agenti della Cia incrocia le varie tappe della «rivoluzione» italiana, dagli avvisi di garanzia che piovono sul capo del vecchio ceto politico fino alla vittoria elettorale del centrodestra berlusconiano, passando attraverso l’attacco della mafia al cuore dello Stato, con le stragi di Capaci e via D’Amelio. 

Sulla scorta del materiale inedito proveniente dagli Archivi di Washington, questo libro ricostruisce il biennio 1992-94, aggiungendo un tassello fondamentale al mosaico interpretativo sulla fine della «prima Repubblica».

Estratto del libro di Andrea Spiri - THE END 1992-1994 - LA FINE DELLA PRIMA REPUBBLICA NEGLI ARCHIVI SEGRETI AMERICANI - BALDINI+CASTOLDI) 

Dall’America è arrivato a Roma il nuovo ambasciatore Reginald Bartholomew, un veterano del Foreign Service, un diplomatico di grande esperienza reduce da missioni nelle aree del mondo più incandescenti, dal Libano alla Bosnia. È il segnale che l’amministrazione Usa guarda con occhi attenti al «dossier Italia», forse teme l’eccessivo indebolimento di un alleato strategico che nel mondo di ieri presidiava la frontiera Est della Nato e oggi dovrebbe continuare a svolgere la sua funzione nel Mediterraneo. 

Il faccia a faccia tra Bill Clinton e Carlo Azeglio Ciampi arriva perciò al momento giusto, è l’occasione per chiedere rassicurazioni, fornire ragguagli, sgombrare il campo da ogni eventuale dubbio. 

Il presidente degli Stati Uniti e il capo del governo italiano si ritrovano a colloquio alla Casa Bianca il 17 settembre del ’93, l’ultimo incontro ufficiale tra i due è avvenuto di recente, al vertice del G-7 di luglio a Tokyo, e in quella circostanza Clinton ha espresso apprezzamento per l’ex governatore della Banca d’Italia, con il quale va maturando «una straordinaria sintonia». 

A Washington, adesso, c’è più tempo per approfondire i dossier: Ciampi si accomoda nello Studio Ovale, dove lo attendono anche il vicepresidente Al Gore, il segretario di Stato Warren Christopher, l’ambasciatore Bartholomew, il consigliere per la Sicurezza nazionale Anthony Lake che, di lì a poco, darà respiro concettuale alla dottrina del Democratic Enlargement, muovendo dall’assunto che occorra rafforzare il binomio democrazia/economia di mercato, dilatandone l’area di legittimità e influenza. 

Un Memorandum of Conversation della Casa Bianca, recuperato tra le carte declassificate del Dipartimento di Stato, svela i contenuti del colloquio: Prime Minister Ciampi: L’Italia sta vivendo un importante momento di ripresa, anche se dobbiamo ancora affrontare sfide cruciali. Il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale. Tanto gli italiani quanto gli stranieri stanno riacquistando fiducia nella nostra economia. 

L’emissione di nuovi bond testimonia il rinnovato credito nelle prospettive economiche del Paese. 

The President [Clinton, N.d.A.]: Tutto ciò è impressionante. 

Prime Minister Ciampi: Dobbiamo gestire con attenzione il quadro economico e creare fiducia nei mercati. Le elezioni politiche si terranno in primavera. È difficile dire quale sarà il risultato. Ci sarà una certa frammentazione, ma il nuovo governo potrebbe non essere molto diverso da quello attuale. 

The President: Quando ci siamo incontrati a Tokyo, sono rimasto colpito da quello che Lei sta facendo. Il mondo ha bisogno di un’Italia stabile e forte. Lei dovrebbe essere orgoglioso dei risultati che avete raggiunto. 

Prime Minister Ciampi: Le riforme economiche devono andare avanti. Abbiamo messo mano alla legge di bilancio per l’autunno senza discussioni preliminari con i partiti politici, e questo rappresenta una novità per l’Italia. Dobbiamo

ridurre i tassi di interesse e il deficit, tagliando la spesa e aumentando al contempo le tasse. Occorre anche migliorare l’efficienza del governo. 

The President: In quali settori avete operato tagli al bilancio?

Prime Minister Ciampi: Ci siamo concentrati su pensioni e assistenza sanitaria.

The President: Tutti i Paesi avanzati hanno sistemi con scarso controllo sui costi sanitari e pensionistici.

Prime Minister Ciampi: Il mio programma è molto simile al Suo.

The Vice President [Al Gore, N.d.A.]: I nostri Paesi hanno anche burocrazie centralizzate obsolete. 

Prime Minister Ciampi: Il governo centrale dovrebbe fornire una direzione alle politiche, ma delegarne la responsabilità per l’attuazione. È importante mantenere il controllo sulla spesa pubblica. In passato, il Parlamento italiano non disponeva di un buon sistema per la definizione del bilancio. 

The President: Siamo entusiasti dei cambiamenti che stanno avvenendo in Italia, e felici di constatare che ve ne sia il sostegno pubblico. Lei è riuscito a garantire stabilità. 

Come si evince da questo primo scambio, il presidente Ciampi ha voluto articolare un’operazione-fiducia, insistendo sui propositi che hanno fatto da bussola alle scelte del governo nei mesi iniziali e che dovranno consentire al sistema-Italia di ritrovare anzitutto un equilibrio economico, orientandosi verso la crescita e la ripresa: gli indicatori sono ancora da Paese malato, ma fanno segnare linee di tendenza incoraggianti. 

Le delegazioni passano quindi in rassegna le tematiche di politica internazionale, focalizzando la loro attenzione sui dossier caldi della Bosnia e della Somalia. Ciampi si dice «scioccato dall’irrazionalità degli eventi» che si succedono nel quadrante balcanico, ma riceve gli elogi per l’impegno dell’Italia che ha fornito «pieno supporto alle operazioni navali e aeree» delle Nazioni Unite lungo la costa orientale adriatica, oltre a un «importante contributo in termini umanitari». Nel Corno d’Africa la situazione è altrettanto difficile, il colloquio nello Studio Ovale risente dell’incertezza sugli sviluppi dell’operazione Restore Hope. 

A giudizio del presidente Clinton, «il punto è trovare una soluzione politica che riesca a interrompere la spirale di violenza in Somalia e consentire alle forze dell’Onu di andarsene senza però inviare un segnale sbagliato». Per l’Italia – ribatte Ciampi – è fondamentale «modificare l’approccio politico alla questione», insistere sul fatto che «la via diplomatica ha più vantaggi delle soluzioni di forza»; vogliamo dare una mano, chiosa l’inquilino di Palazzo Chigi, «ma il nostro Parlamento si oppone». 

Il resoconto stenografico illumina anche la parte finale dell’incontro, dedicata alle riflessioni sul ruolo della Nato nel mondo post Guerra fredda e sulla necessità di mantenere aperti i canali del dialogo con Mosca, sostenendo gli sforzi di Boris Eltsin: La delegazione italiana che accompagna Ciampi è formata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Maccanico, dall’ambasciatore a Washington Boris Biancheri e dal direttore generale per gli Affari politici del ministero degli Esteri Ferdinando Salleo. 

Secretary Christopher: Stiamo valutando un possibile allargamento del perimetro Nato, il ragionamento investe anche i criteri per l'adesione. L'alleanza deve spingersi verso Est. 

Prime Minister Ciampi: Quello che conta nel lungo termine è la comunanza di valori che incarna la Nato. Le condizioni che ne hanno favorito la nascita non ci sono più, ma la Nato esiste ancora. E deve adattarsi ai tempi nuovi. I rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa sono fondamentali per entrambi, abbiamo in comune la cultura e i valori. Ma è difficile sapere cosa sarà l’Europa tra dieci anni. Crescerà naturalmente l’influenza della Germania, la geografia politica sarà molto diversa. L’Alleanza atlantica può rafforzarsi, andando ben oltre le questioni militari. 

The President: Giungere a un accordo in seno alla Nato per l’intervento in Bosnia può rappresentare un precedente importante e facilitare il processo di pace. Gli Stati Uniti non possono dare l’impressione di un ritiro dall’Europa, non mi è

piaciuto il messaggio che è venuto fuori con le divergenze tra europei e americani sulla Bosnia. La Nato guarda verso Est, e questo ci aiuterà a spiegare l’importanza dell’Organizzazione ai nostri elettorati nazionali. Credo che gli Stati Uniti debbano assumere un ruolo guida, ma vogliamo confrontarci con gli alleati e lavorare insieme per costruire una posizione comune. Le difficoltà economiche stanno facendo emergere in America una prospettiva votata all’isolazionismo, secondo la quale dovremmo mantenerci lontani dalla Bosnia, dalla Somalia […]. Le dure lezioni degli anni Venti e Trenta, però, ci sono servite. Altri ancora, negli Stati Uniti, sostengono che ci si debba muovere da soli, mettere in campo azioni unilaterali. Ma questo danneggerebbe la Nato, l’Onu e le altre istituzioni. La grande sfida che ho di fronte è quella di far comprendere alla nostra gente e al Congresso di Washington l’importanza dell’impegno americano nel mondo. Vogliamo assumere un ruolo guida, cooperando con gli altri. Parlerò al mondo, così come parlo agli americani. 

Secretary Christopher: Bisogna gestire l’allargamento della Nato senza isolare la Russia. 

The President: Così come abbiamo dovuto fare attenzione sull’intervento in Bosnia per non creare problemi con Mosca. 

Prime Minister Ciampi: Concordo, l’allargamento della Nato non deve rappresentare una minaccia per la Russia. 

The President: Siamo preoccupati per le prove che deve affrontare Eltsin. Il primo ministro russo è stato qui, prenderemo nuove iniziative sullo spazio, sull’ambiente, sul disarmo atomico. Noi dobbiamo sostenere la spinta riformatrice.

Prime Minister Ciampi: Dobbiamo dare supporto economico in alcuni ambiti specifici, il commercio con l’estero è assolutamente necessario.

The Vice President: Ci stiamo concentrando sul settore energetico, il primo ministro sta cercando di rimettere in piedi la riforma.

The President: Se tutti i Paesi si concentrassero sul settore energetico, ne otterrebbero grandi profitti. Il problema è superare gli ostacoli politici in Russia 

Meeting with Prime Minister Carlo Ciampi of Italy, The White House, Washington DC, 17 September 1993,

Unclassified U.S. Department of State, Case No. M-2017-11993, Doc. No. C06569986.

Mito conteso. Russia e Ucraina si scontrano anche sull’eredità della Seconda guerra mondiale. Linkiesta il 17 Maggio 2022

Due popoli con una storia condivisa hanno costruito narrazioni differenti sulla vittoria contro il Terzo Reich: il regime di Putin ne fa un motivo di eccezionalismo, Kiev lo usa per ricordare che così come è stato vinto quel conflitto si può vincere anche questo, contro l’invasore moscovita.  

A Kiev i giovani scherzano sulla storia comune di Ucraina e Russia, guardano al Monumento alla Patria di epoca sovietica che domina lo skyline della città e dicono che è rivolto verso Mosca perché così può proteggere la città dagli invasori mandati dal Cremlino. L’ironia serve a spezzare una rappresentazione monolitica della Seconda guerra mondiale, a riappropriarsi di quel pezzo di storia scritta solo con un punto di osservazione russocentrico.

Allontanare l’eredità sovietica serve, all’Ucraina contemporanea, soprattutto per creare una contronarrazione alla propaganda del Cremlino, che da anni insiste nel creare analogie e parallelismi tra l’attuale conflitto e la Seconda guerra mondiale.

Nel suo delirante discorso del 24 febbraio, giorno dell’invasione dell’Ucraina, Vladimir Putin ha suggerito che l’Occidente stesse invadendo i confini della Russia creando «minacce fondamentali», facendo quindi eco alle aggressioni della Germania nel 1941; ha dipinto il suo Paese come difensore delle minoranze oppresse, così come l’Unione Sovietica aveva difeso ebrei e slavi nel 1941; ha detto che ha fatto di tutto per evitare la guerra, così come l’Unione Sovietica ci aveva provato fino al 1941, ma poi una «minaccia nazista» l’aveva resa inevitabile.

Le assurdità di Putin non fanno più notizia. Negli ultimi 20 anni il regime si è impegnato a resuscitare e amplificare il “culto della Grande Guerra Patriottica”. Al centro di questo culto c’è l’idea che soltanto la Russia può rivendicare legittimamente la definizione di Paese “antifascista”, perché l’Occidente per sua natura rappresenterebbe l’humus politico e culturale più adatto per far germogliare le fazioni neonaziste. Anche se poi, nei fatti, la Russia foraggia gruppi di estrema destra in tutta Europa.

Il regime di Putin ha fatto della vittoria del 1945 contro il Terzo Reich un pilastro dell’identità russa. «La glorificazione del ruolo dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale è sancita dalla Costituzione russa dal 2020 e utilizzata da Vladimir Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina», scrive Le Monde.

Il quotidiano francese ricorda che in un discorso per commemorare la vittoria nel conflitto mondiale, il 9 maggio 2021, Putin ha detto che «il popolo sovietico (…) ha liberato i Paesi europei dalla peste bruna». E nove anni prima, il 9 maggio 2012, aveva detto che «il nostro Paese (…) ha offerto la libertà ai popoli del mondo».

Il ricordo della Seconda guerra mondiale per l’Ucraina ha toni leggermente diversi. Se da un lato è normale che due popoli con una storia comune – dalla prima Rus’ di Kiev al Novecento dell’Unione Sovietica – abbiano narrazioni parzialmente sovrapponibili, dall’altro l’esperienza e la prospettiva ucraina sulla memoria della Seconda guerra mondiale sono molto più sfumate.

«Parti dell’Ucraina si sono impegnate per liberarsi dal mito della guerra a partire dall’indipendenza nel 1991. Le strade sono state ribattezzate con nuovi nomi, le bandiere comuniste bandite e i monumenti demoliti. Un disegno di legge del 2015 approvato dal parlamento ha messo fuori legge un lungo elenco di elementi di propaganda dell’era sovietica. Il ricordo dell’era sovietica di una Seconda guerra mondiale combattuta dall’Armata Rossa e guidata dalla Russia avrebbe dovuto scomparire dalla vista del pubblico», scrive su Foreign Policy Ian Garner, storico e traduttore della propaganda di guerra russa.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ad esempio, ha ripetutamente accusato l’Occidente di aver abbandonato l’Ucraina. In questo riprende e ribalta proprio uno dei miti sovietici, ripetuto spesso nella Russia di Putin, sulla nazione lasciata da sola ad affrontare la Wehrmacht a causa del rifiuto degli Stati Uniti di entrare in guerra.

Tuttavia, i toni più tenui non bastano ad abbattere del tutto i simboli e le figure retoriche della guerra. I monumenti dedicati ai caduti, ad esempio, nel 2015 sono stati esclusi dall’elenco degli oggetti da epurare. E i tentativi della politica di importare narrazioni più occidentali, eurocentriche – il «mai più» che ha animato il pacifismo del Dopoguerra, ad esempio – non hanno mai fatto presa realmente.

«La memoria della Seconda guerra mondiale occupa uno spazio ambivalente nella coscienza ucraina post-sovietica: è divisiva, è vista come qualcosa di imperiale, da dimenticare, ma è sempre presente, essenziale in qualche modo», sottolinea Garner su Foreign Policy.

Gli ucraini usano la retorica sulla guerra anche in funzione difensiva, in un certo senso: per le generazioni più anziane è anche un mezzo per elaborare eventi traumatici o per esprimere una resistenza simbolica. L’83enne Yaroslava Filonenko, che è rimasta senza casa a causa dell’invasione russa, ha detto a Foreign Policy: «Siamo sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, sopravvivremo a questa». Il confronto con il passato diventa quindi una bussola per orientarsi nel conflitto di oggi, in cui l’Ucraina deve difendersi da un’aggressione inopinata da parte della Russia.

Lo storico ucraino Andriy Portnov già nel 2016 su Open Democracy spiegava che l’atto di cogliere, interpretare e controllare le narrazioni del passato bellico era una caratteristica fondamentale dei movimenti antisovietici dell’Ucraina negli anni ’80. Per il pubblico di massa l’interesse ruotava attorno all’idea di riscoprire eventi e narrazioni che la censura sovietica aveva cancellato o distorto.

Oggi, secondo Ian Garner, sta accadendo di nuovo: gli ucraini stanno attivamente riprendendo la memoria della Seconda guerra mondiale per elaborare e plasmare il corso dell’attuale conflitto. Ma non solo: «Questa resistenza ha un significato più profondo a lungo termine», si legge su Foreign Policy. «L’atto di impadronirsi, appropriarsi e ricostruire leggende e linguaggi è un atto di creazione di una nazione. La futura Ucraina indipendente farà sue alcune storie e alcuni eroi, ne scarterà alcuni, creerà un nuovo mito nazionale di unità e continuità di fronte all’aggressione imperialista. Il culto di Putin della Grande Guerra Patriottica chiede ai suoi cittadini di vivere e ricreare il passato. I nuovi miti di guerra dell’Ucraina la trascineranno, più forte e con radici storiche più profonde, nel futuro».

Dugin's list. Report Rai PUNTATA DEL 16/05/2022 di Emanuele Bellano

Collaborazione di Chiara D’Ambros, Edoardo Garibaldi

Una lettera riservata inviata da Dugin a un suo collaboratore svela il progetto del Cremlino.

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia era stata teorizzata e prevista dal filosofo e ideologo russo Aleksandr Dugin le cui teorie, secondo molti analisti, sarebbero di ispirazione per la politica di Vladimir Putin. Una lettera riservata inviata da Dugin a un suo collaboratore svela il progetto del Cremlino, messo in atto nell'ultimo decennio: generare un sentimento filo-russo nei Paesi europei, minare dall'interno i valori fondanti dell'Europa, contrastare la gestione unipolare del mondo guidata dagli Stati Uniti. La diffusione di questi valori e la loro penetrazione in Occidente viene spinta da Mosca attraverso un sofisticato quanto poderoso meccanismo di "soft power". Investendo oltre 240 milioni di euro, filtrati attraverso società off-shore e compagnie fantasma, la Russia ha stretto rapporti di collaborazione con forze politiche europee di estrema destra e con esponenti del mondo politico e culturale, indirizzando in alcuni casi perfino le scelte politiche e di governo dei Paesi Europei. 

DUGIN’S LIST di Emanuele Bellano collaborazione Chiara D’Ambros – Edoardo Garibaldi Ricerca immagini Paola Gottardi

ALEKSANDR DUGIN – FILOSOFO Questo tour, questo viaggio attraverso l’Italia questa volta era per me soggettivamente evento perché ho incontrato tanta gente, in tanti luoghi, grande interesse, grande odio, di certi centri dell’influenza globalisti, liberali, che hanno fatto la guerra informatica, la guerra culturale contro me.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Questo video amatoriale è stato registrato nel tragitto tra Udine e l’aeroporto di Malpensa, nel 2019 al termine del tour di 14 giorni in Italia del filoso e politologo Aleksandr Dugin. Il viaggio ha portato Dugin in 10 città italiane in cui ha partecipato a convegni, incontri e interviste.

GIORNALISTA RETE55 Professor Dugin perché lei fa paura?

ALEKSANDR DUGIN Sono chiamato anche da alcuni giornali americani il filosofo più pericoloso del mondo.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Dugin è considerato l’ideologo a cui si ispira il presidente russo Vladimir Putin. Secondo gli analisti occidentali le sue teorie sull’Eurasianesimo avrebbero ispirato anche il progetto da parte della Russia di invasione dell’Ucraina.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Io definisco l’Eurasianesimo come una forma di fascismo. Nella logica dell’Eurasianesimo c’è la concezione dello scontro con l’occidente finalizzato non solo a garantire la sopravvivenza della Russia ma a farla tornare grande.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ma Dugin ha agito non solo come filosofo e ideologo. Oggi è possibile ricostruire la rete di relazioni che per anni ha tessuto tra il Cremlino e personaggi influenti in Occidente. In questa lettera riservata, spedita a un suo collaboratore elabora un elenco diviso per singoli paesi. Il titolo è di per sé emblematico: “Paesi e persone in cui vi sono motivi per creare un club d’élite o un gruppo di influenza informativa”. Lo scopo è diffondere posizioni filo-russe, coltivare l’ideologia eurasiatica e minare i principi che fondano l’Europa e l’Occidente. Tra i paesi citati da Dugin c’è anche l’Italia. Nella lista, tra i primi, compare Orazio Gnerre. Vicino alla causa dei separatisti filorussi del Donbass, la regione dell’Ucraina orientale in cui in questi giorni si sta concentrando il fuoco dell’esercito russo, Gnerre nel 2014 vola a Donetsk dove incontra Denis Pushilin, capo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk.

EMANUELE BELLANO C’è un documento come la Dugin’s List, la lista di Dugin. Tra le persone che vengono citate in questa mail di Dugin c’è il suo nome.

ORAZIO MARIA GNERRE – STUDIOSO Mi scusi ma mi sta dicendo una cosa veramente nuova. I miei rapporti culturali con il professor Dugin sono stati di breve durata e neanche significativi.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I rapporti tra Gnerre e Dugin risalgono almeno al 2013. Quell’anno Orazio Gnerre partecipa a una conferenza in Russia presieduta proprio da Alexandr Dugin. Due anni dopo Gnerre è di nuovo in Russia per partecipare a un forum a San Pietroburgo organizzato dal partito nazionalista russo Rodina.

EMANUELE BELLANO L’obiettivo dichiarato di questo forum qual è?

ANDREA FERRARIO - BLOGGER Era quello principalmente di ottenere degli agganci che promuovessero gli interessi di Mosca in Europa e in particolare l’annullamento delle sanzioni che erano state introdotte dopo l’annessione della Crimea.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il 22 giugno 2015 Gnerre riceve un sms da parte di Dugin: Orazio, sono a Milano per la conferenza di oggi. Puoi entrare in contatto con Gianluca Savoini? Poche ore dopo Gnerre riceve una telefonata proprio da Savoini

GIANLUCA SAVOINI - SMS Buongiorno Orazio, ci vediamo stasera?

ORAZIO MARIA GNERRE – SMS Assolutamente! Assolutamente, sarò anch’io alla conferenza.

GIANLUCA SAVOINI - SMS Benissimo perché sono qui col professore e volevo confermare. Lei si può fermare con noi a cena? ORAZIO MARIA GNERRE – SMS Molto volentieri

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Applicando in Italia il “soft power” russo Alexandr Dugin contatta le persone della sua lista. Oltre a Orazio Gnerre anche Claudio Mutti, direttore della Rivista Eurasia, con sede a Parma, e anche lui citato nella lista.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In sostanza è l’attuazione del “soft power” russo alle nazioni Occidentali. EMANUELE BELLANO Di cosa si tratta?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Consiste nell’influenzare un paese al fine di renderlo più favorevole alle proprie posizioni. I russi hanno cercato negli anni di fare appiglio sull’agenda noglobal dell’estrema sinistra, sull’agenda antiamericana della sinistra ma anche dell’estrema destra, sull’antimulticulturalismo, ma anche su tutti quei movimenti cristiani ultraconservatori che difendono la visione tradizionale della famiglia.

EMANUELE BELLANO Tutto questo al fine di minare dall’interno i valori fondanti dell’Occidente e dell’Europa?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Sì, la “political warfare” è una zona grigia, una via di mezzo tra la pace e la guerra che la Russia ha messo in atto finanziando per anni nei paesi europei le forze politiche contrarie all’establishment.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Orazio Gnerre finito sotto indagine del Ros, perché era sospettato di far parte di una rete internazionale, una rete nera che aveva tra i punti di riferimento Maurizio Murelli, il neo fascista condannato di concorso in omicidio del poliziotto Antonio Marino, durante una manifestazione nel ‘73. Dopo il carcere Murelli aveva rapportI con Dugin, fonda l’associazione culturale Orion, un’associazione che mescolava idee neofasciste con quelle filorusse. Di questa associazione faceva parte anche Gianluca Savoini l’ex portavoce di Salvini coinvolto nello scandalo del Metropol, era una associazione che aspirava al Progetto euroasiatico. L’Europa e l’Asia sotto l’egemonia russa. Orazio Gnerre è stato indagato dal Ros e dalla Procura di Genova perchè sospettato di reclutare miliziani da portare in Donbass per farli combattere al fianco dei filorussi. Ma la vicenda è stata archiviati, è stata la stessa Procura, lo diciamo chiaramente a chiedere l’archiviazione per Gnerre Nella lista di Dugin, facevano parte anche il giornalista e saggista Massimo Fini, il giornalista e politico Giulietto Chiesa, che è deceduto nel frattempo, c’è il movimento politico Fiamma Tricolore, poi una serie di attivisti, associazioni, editori e direttori come Claudio Mutti responsabile di Rivista Eurasia. Si costituisce così, si costituirebbe anzi, quella che l'analista Anton Shekhovstov ha definito “l’internazionale nera”. I rapporti tra Putin, il Cremlino attraverso il soft power e vari stati sono stati intensi. Tra questi c’è Germania, Grecia, Romania, Polonia, Turchia. Uno degli ultimi casi è quello del rapporto con il Front National di Marine Le Pen, diventato nel 2018 diventato Rassemblement National. I rapporti con la Le Pen cominciano nel 2010 diventano più intensi nel 2014 dopo l’invasione russa della Crimea, quando viene indetto un referendum per decretarne l’annessione alla Federazione Russa e a Putin ha bisogno di osservatori internazionali neutrali, insomma neutrali si fa per dire.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il referendum in Crimea è programmato per il 16 marzo 2014. Il Cremlino ha bisogno di politici e osservatori occidentali che diano riconoscimento internazionale al risultato delle urne. Nei giorni immediatamente precedenti due alti esponenti della politica russa si scambiano sms a riguardo.

TIMOR PROKOPENKO – SMS Puoi portare Marine Le Pen in Crimea come osservatore, è estremamente necessario, ho detto al capo che sei con lei.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO A scrivere è Timur Prokopenko, vice capo del dipartimento Interno della presidenza russa, vicino a Vladimir Putin. L’sms è indirizzato a Konstantin Rykov, politico e produttore televisivo russo, assiduo frequentatore della Francia e della Costa Azzurra. Il giorno dopo Rykov scrive a Prokopenko

 KONSTANTIN RYKOV – SMS Riguardo a Marine Le Pen: ora ha una campagna elettorale municipale, è in tournée. È improbabile che possa venire lei, ma forse potrebbe qualcuno dei suoi vice.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Infatti Konstantin Rykov, riesce a portare in Crimea per il referendum l’allora consigliere internazionale di Marine Le Pen, membro del Front National, Aymeric Chauprade.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Dal 2014 al 2019 Chauprade è stato parlamentare europeo. In quel frangente la figlia del portavoce di Putin, Dimitri Peskov, è stata stagista presso il suo ufficio al Parlamento Europeo.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Aymeric Chauprade è nella lista di Aleksandr Dugin in quanto persona di influenza filorussa, in Francia. Affianco al suo nome Dugin scrive: “Sostiene un'alleanza strategica tra Europa e Russia per contrastare efficacemente la politica mondiale unipolare degli Stati Uniti”. Intervistato ripetutamente dal canale di propaganda russa in Europa RT, Chauprade interviene nel 2014 sulla situazione in Ucraina.

AYMERIC CHAUPRADE – FRONT NATIONAL Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno interferendo nelle questioni politiche ucraine. La posizione dei paesi occidentali è dannosa e può portare a un peggioramento della situazione in Ucraina.

 EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Su RT, la TV di propaganda russa in Europa, interviene più volte anche Marine Le Pen, sostenendo di voler liberare la Francia dai vincoli imposti dall’Unione Europea anche a costo di uscire dall’UE. Ma cosa c’è dietro il legame sempre più stretto che Aymeric Chauprade e Marine Le Pen intrecciano con la Russia di Putin? Nel 2014 Chauprade entra in contatto con l’Oligarca russo, sostenitore di Putin Konstantin Malofeev. Tra aprile e settembre attraverso un complesso giro di società il Front National ottiene un finanziamento da due banche russe per un totale di 11 milioni di euro. 400 mila euro di questo finanziamento sarebbero finiti a Chauprade per finanziare la sua campagna elettorale. Il resto rimane nelle disponibilità del Front National, oggi diventato Rassemblement National.

LAURENT JACOBELLI - PORTAVOCE RASSEMBLEMENT NATIONAL Quando il Front Nationale all’epoca ha deciso di finanziare la sua campagna elettorale ha chiesto un prestito alle banche francesi che hanno rifiutato sistematicamente. Subito dopo abbiamo provato con le banche dell’Unione Europea che si sono comportate nello stesso modo. A quel punto abbiamo trovato una banca russa che ha accettato di prestarci il denaro necessario per fare la nostra campagna elettorale.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Una tranche del prestito il Front National lo riceve nel settembre 2014 per un importo di 9 milioni di euro dalla First Czech- Russian Bank. EMANUELE BELLANO È possibile sapere chi ha autorizzato il finanziamento al Front National?

MAXIME VAUDANO – LE MONDE La First Czech-Russian Bank è formalmente una banca privata, ma sappiamo bene che ha stretti legami con il Cremlino. Per questo è impossibile che il prestito fosse concesso senza l’autorizzazione del potere politico di Mosca. Poi c’è un secondo prestito, quello da 2 milioni di euro che è più misterioso perché arriva attraverso una società con sede a Cipro.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nell’aprile 2014 il Front National riceve il denaro dalla Vernonsia Holding Ltd. la società è propaggine a Cipro della compagnia russa VEB Capital. In altre parole, un braccio finanziario del Cremlino. All’epoca a capo di VEB Capital c’era Yuriy Kudimov. Espulso nel 1985 dalla Gran Bretagna con l’accusa di essere una spia russa del KGB, Kudimov è dal 2010 in stretti rapporti con l’oligarca russo amico di Putin, Konstantin Malofeev.

LAURENT JACOBELLI - PORTAVOCE RASSEMBLEMENT NATIONAL Vi assicuro che non c’è nessun legame, nessun legame, tra Vladimir Putin e noi, né politico, né nei contenuti, né in materia di finanziamenti.

 EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Quando il 24 febbraio la Russia invade l’Ucraina, la Francia è in piena campagna elettorale per l’elezione del presidente. Il giornale Liberation pubblica un articolo in cui rivela che Marine Le Pen ha gettato al macero migliaia di volantini elettorali che la ritraevano insieme a Vladimir Putin. La leader del Ressamblement National supera gli altri candidati e arriva comunque al ballottaggio con Emmanuel Macron.

AYMERIC DUROX - RASSEMBLEMENT NATIONAL NANGIS (ILE DE FRANCE) Questi sono i voti che Marine Le Pen ha preso qui al secondo turno. Sono numeri importanti. Grazie a questi voti ho delle chance di diventare deputato.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nella 44esima circoscrizione a sud-est di Parigi il Ressemblement National ha preso oltre il 56 per cento dei voti vincendo in 130 comuni su 150.

EMANUELE BELLANO Nei programmi elettorali di Marine Le Pen c’era l’idea di uscire dalla Nato e comunque di svincolarsi in qualche modo dall’Europa. Non avete paura oggi con la situazione internazionale che c’è adesso che la Francia possa prendere con Marine Le Pen una direzione in questo senso?

AYMERIC DUROX - RESSAMBLEMENT NATIONAL NANGIS (ILE DE FRANCE) Non credo che i francesi si facciano condizionare da queste questioni internazionali sull’uscire dalla Nato o no. I francesi in Francia non hanno più potere d’acquisto, sono preoccupati per la loro sicurezza e per questo bisogna criticare l’Europa che ha arricchito la Germania, ha impoverito l’Italia e ha impoverito la Francia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora abbiamo capito intanto che la Guerra fredda non è mai cessata. Caso mai si è trasformata in "political warfare" cioè una sorta di guerra però non combattuta con armi tradizionali bensì con la politica e la propaganda Putin ha bisogno di osservatori internazionali per sancire referendum indetto per l’annessione della Crimena, bene il suo vice capo del dipartimento Interno Timur Prokopenko scrive ad un politico, produttore televisivo Rykov, che vive in Costa Azzurra, dice perchè non coinvolgi Marine Le Pen come osservatore internazionale. Lei non può e in Crimea va il suo consigliere internazionale Aymeric Chauprade. Chauprade risulta poi nella lista di Dughin, come “sostenitore di un'alleanza strategica tra Europa e Russia per contrastare la politica mondiale unipolare degli Stati Uniti”. Nello stesso anno il Front National viene finanziato per oltre 11 milioni di euro. 400 mila sarebbero finite invece nelle case di Chauprade per finanziare la sua campagna elettorale. A elargire il finanziamento, sono istututi finanziari, bracci finanziari del Cremlino. Due milioni in particolare proverrebbero da una società di Kudimov. Kudimov che è stato espulso dalla Gran Bretagna sospettato di essere una spia russa. Insomma la lista di Dugin è molto ricca arriva anche in Polonia. Una Polonia che condivide con l’Ucraina un lungo confine e quindi risente particolarmente di questo con questa conflitto. In Polonia dalla lista di Dugin, spicca Mateusz Piskorski, che è a capo di un misterioso Centro Europeo di Analisi Geopolitica. Anche questo finanziato anche questo dalla Russia. Ma la Russia sarebbe anche intervenuta anche pesantemente sull’esito delle elezioni Polonia protando alla vittoria il partito anti-europeo, il PIS guida di Kaczynski. Galeotta sarebbe stato in particolare un pranzo tra l’allora ministro degli interni j Sienkiewicz, e il presidente della banca centrale Belka, discorsi che sarebbero stati ascoltati da orecchie indiscrete.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In questo ristorante di Varsavia stanno pranzando Bartolomiej Sienkiewicz, all’epoca ministro degli Interni polacco e Marek Belka, allora presidente della Banca centrale della Polonia. Il ministro dell’interno polacco manifesta le sue preoccupazioni per la situazione economica.

BARTŁOMIEJ SIENKIEWICZ - MINISTRO DEGLI INTERNI Abbiamo una situazione pessima del bilancio dello Stato che non fa che peggiorare. La spirale avviata dalla crisi economica rischia di far collassare tutto il sistema. Mancano i soldi e attualmente i tagli sono insufficienti.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Registrato da una cimice nascosta sotto il tavolo il presidente della Banca centrale promette al ministro dell’Interno un aiuto per far uscire il Paese dalla crisi economica, ma in cambio chiede un sacrificio.

 MAREK BELKA - PRESIDENTE DELLA BANCA NAZIONALE POLACCA Potrebbe essere messa in campo un’azione straordinaria da parte della Banca centrale. però per questa eventualità il governo dovrebbe dire addio al ministro delle Finanze Rostowski e licenziarlo e nominarne un altro che sia gradito alla Banca centrale.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La conversazione tra il ministro e il governatore della banca centrale ha generato uno scandalo che ha coinvolto il partito “Piattaforma Civica” di Donald Tusk, allora al governo.

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Sì, nella campagna elettorale del 2015 per le elezioni parlamentari le intercettazioni sono state il tema principale discusso dai partiti e alla fine “Piattaforma Civica”, un partito pro-Europa, ha perso potere e le elezioni sono state vinte dal Pis, un partito antieuropeista.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Grazie alla pubblicazione di queste conversazioni il Pis guidato da Jaroslaw Kaczynski è alla guida della Polonia, e gli europeisti di Piattaforma Civica finiscono all’opposizione.

GRZEGORZ RZECKOWSKI - GIORNALISTA Il primo ministro dell’epoca Donald Tusk, ha detto pubblicamente che quello era stato un piano scritto in un alfabeto estero.

EMANUELE BELLANO Facendo riferimento a cosa?

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Alla Russia, suggerendo che tutto lo scenario delle intercettazioni nei ristoranti fosse stato organizzato dalla Russia.

 EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il primo ristorante in cui sono avvenute le intercettazioni era in questo edificio. Secondo le ricostruzioni dei servizi segreti polacchi le spie russe avevano scelto questo posto perché di fronte all’ambasciata americana a Varsavia.

EMANUELE BELLANO I russi originariamente volevano intercettare i funzionari e i diplomatici americani?

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Sì, è stato il controspionaggio americano che l’ha scoperto. Hanno avvertito l’ambasciata.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Scoperto dai servizi segreti il locale chiude ma le intercettazioni proseguono in altri due ristoranti

TOMASZ PIATEK - EDITORE ARBITROR Poi siamo venuti a sapere che i ristoranti dove i politici venivano intercettati, quei ristoranti erano fondati da persone legate alla Russia, abbiamo in quegli anni Kaczynski ha dovuto sapere che sta accettando un regalo di Putin che voleva distruggere il partito pro occidentale.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ma in viceministro Adam Andruszkiewicz, membro del PIS, con un passato nell’estrema destra, di Gioventù Polacca, Andruskiewicz nel 2018 ha lasciato il movimento per essere nominato Vice ministro polacco per la Digitalizzazione e nega interferenze russe sulla vittoria del partito.

ADAM ANDRUSZKIEWICZ – VICEMINISTRO DELLA DIGITALIZZAZIONE Noi non siamo a conoscenza di prove che testimonino che quelle intercettazioni siano state davvero messe in atto dalla Russia. È una cosa questa che compete la procura e il ministero della Giustizia.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Le indagini non sono riuscite a provare che dietro le cimici ci fosse la mano dei servizi russi. Oggi il governo del PIS si è espresso nettamente contro la Russia sostenendo l’Ucraina. Tuttavia nella lista stilata da Aleksandr Dugin la Polonia è tra i Paesi con maggior numero di contatti. Tra loro Mateusz Piskorski.

TOMASZ PIATEK - EDITORE ARBITROR Mateusz Piskorski ha rapporti amichevoli con funzionari degli ex servizi segreti comunisti. Già negli anni ’90 viaggiava in Russia, a Mosca, dove si svolgevano delle conferenze anti Nato, anti occidentali e ci viaggiava con un suo collaboratore Sylwester Chruszcz che poi era diventato deputato di Kaczynski, di Pis.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Piskorski è stato il principale alleato di Dugin in Polonia. Aveva lo scopo di creare missioni finalizzate a legittimare le finte elezioni organizzate dalla Russia attraverso il Centro europeo di analisi geopolitica.

EMANUELE BELLANO Perché ha fondato questa associazione?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In molti paesi non puoi andare a testimoniare la legittimità delle elezioni individualmente, senza cioè rappresentare alcuna organizzazione. Quindi per far parte di una missione ufficiale, Piskorski ha creato la sua organizzazione.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nel febbraio 2014 le milizie locali favorevoli a un’annessione alla Russia occupano i palazzi governativi nella regione meridionale dell’Ucraina, la Crimea. Putin ottiene dal parlamento russo il via libera per usare la forza militare in Ucraina. Il 16 marzo 2014, sotto il controllo delle truppe russe, la Crimea vota un referendum per decidere l’annessione alla Federazione Russa. I sì vincono con il 95 per cento dei voti. In quei giorni l’associazione di Mateusz Piskorski è in Crimea per certificare la regolarità dell’elezione.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Matueusz Piskorski ha guidato lì una missione composta da una ventina di falsi osservatori.

EMANUELE BELLANO Quante elezioni come questa ha supervisionato?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In totale più di una ventina.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il Centro europeo di analisi geopolitica di Piskorki è una delle poche organizzazioni per cui è stato possibile ricostruire un flusso di denaro proveniente dalla Russia allo scopo di finanziarne l’attività. Un’indagine del consorzio giornalistico investigativo Occrp chiamata Russian Laundramat, la lavatrice russa, ha individuato 21 mila euro arrivati all’organizzazione di Piskorski da Mosca, transitati attraverso una società di comodo con sede a Cipro.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Sono a conoscenza del fatto che il principale supporto finanziario all’associazione di Piskorki è arrivato in contanti.

EMANUELE BELLANO Che prove abbiamo di questi pagamenti?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Ho parlato con uomini che hanno preso parte a queste missioni e mi hanno detto che hanno ricevuto sempre contanti. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Piskorski un personaggio misterioso, a capo di qusto Centro Europeo di Analisi Geopolitica, finanziato dai russi. Lo abbiamo visto accompagnarsi con venti falsi osservatori per certificare la regolarità delle elezioni in Crimea. Un po’ come aveva fatto il consigliere internazionale di Le Pen Chauprade. Nel 2016 Piskorski è stato arrestato dalla magistratura polacca con l’accusa di essere una spia al servizio della Russia e della Cina. Il processo è ancora in corso. Comunque questo non ha evitato a Piskorski di costituire un suo partito, Change. Al suo fianco spunta un altro personaggio: Bartosz Bekier è il fondatore del sito internet polacco XPortal, Anche il suo nome rientra nella famigerata lista di Dugin.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Il sito XPortal di Bekier è citato nel documento di Dugin come portale filo-russo e radicale. Il suo simbolo è costituito da due fucili incrociati su sfondo nero. BARTOSZ BEKIER, XPORTAL In questa foto stavamo proiettando il logo di Xportal col laser su un edificio qui a Varsavia, finché è arrivata la polizia e ce lo ha fatto togliere.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Che cosa rappresenta?

BARTOSZ BEKIER, XPORTAL I fucili incrociati simbolizzano l'alleanza globale degli estremi, ossia tutto ciò che si oppone al liberalismo occidentale: nazionalisti con stalinisti, maoisti e con ultraconservatori.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Qui un adesivo di XPortal è affisso nel quartiere Esquilino a Roma di fronte alla sede del movimento di destra Casa Pound. In questa foto Bekier posa con i militanti di Hezbollah. Questa fotografia documenta invece miliziani filo-russi del Donbass con il simbolo di XPortal. Bartosz Bekier è anche il fondatore del movimento polacco di estrema destra Falanga, il cui simbolo è usato dai combattenti filo-russi a Donetsk.

BARTOSZ BEKIER - XPORTAL Siamo andati perché volevamo mostrare le azioni terroristiche compiute dall’esercito ucraino contro i separatisti filo-russi del Dombass. Siamo stati testimoni dei bombardamenti dei mig ucraini, per esempio alla stazione e delle morti di civili innocenti. Tutte cose su cui le televisioni polacche dal 2014 mantengono un silenzio assoluto.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO A Donetsk Bekier incontra Denis Pushilin, capo dell’autoproclamata repubblica di Donetsk, sostenuta da Putin e nata con la guerra separatista del 2014 con l’Ucraina. Le missioni di Falanga hanno riguardato anche altre aree rilevanti per l’influenza geopolitica della Russia. Da sette anni la Russia è impegnata militarmente nel conflitto siriano al fianco dell’esercito del presidente Bashar Al Assad. Nel 2013 Bartosz Bekier vola in Siria dove incontra il primo ministro siriano Al Halqi.

BARTOSZ BEKIER - XPORTAL Era una missione internazionale e c’era anche una delegazione dall’Italia guidata da Roberto Fiore di Forza nuova e anche il politico nazionalista inglese Nick Griffin.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO La missione a Damasco è organizzata dal Centro europeo di analisi geopolitica di Mateusz Piskorski.

MICHAL KACEWICZ – GIORNALISTA POLSKA NEWSWEEK Ho ricevuto una chiamata da questa organizzazione in cui mi chiedevano di partecipare alla missione in Siria.

EMANUELE BELLANO E qual era il piano del viaggio?

MICHAL KACEWICZ - GIORNALISTA Ho parlato con dei diplomatici dell’ambasciata siriana e ho capito che il vero scopo era portare giornalisti occidentali al fine di legittimare il regime di Assad. E così ho rifiutato.

EMANUELE BELLANO C’erano legami con la Russia?

MICHAL KACEWICZ - GIORNALISTA Ho iniziato a indagare e ho trovato relazioni con organizzazioni russe che pagavano l’associazione di Piskorski per missioni come questa.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ma i soldi servono per promuovere anche azioni violente come quella messa in atto nel 2018 a Uzhgorod, città dell’Ucraina occidentale.

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Tre estremisti polacchi connessi all’estrema destra filorussa sono andati in questa città e hanno dato fuoco al centro culturale della minoranza ungherese.

EMANUELE BELLANO Chi era a capo della spedizione?

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Michal Prokopowicz, un membro dell’organizzazione di estrema destra Falanga che era anche in contatto con il partito “Change” di Bekier e Piskorski.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ripresi dalle telecamere di sorveglianza i membri del commando incappucciati lanciano alcune molotov e appiccano il fuoco all’edificio. Lo scopo del gesto è aumentare le tensioni etniche in Ucraina e destabilizzare il governo di Kiev.

BARTOSZ BEKIER - XPORTAL Si tratta di ex membri di Falanga perché non fanno più parte del movimento.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Questa foto ritrae a sinistra Bartosz Bekier. Al suo fianco Mateusz Piskorski. Seduto all’estremità destra del tavolo Michal Prokopowicz, considerato autore materiale del rogo in Ucraina. In mezzo il giornalista e attivista tedesco di estrema destra Manuel Ochsenreiter.

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Nel processo Prokopowicz, l’uomo accusato di essere autore del rogo, ha dichiarato di aver ricevuto soldi da Ochsenreiter che avrebbe finanziato la missione incendiaria in Ucraina.

EMANUELE BELLANO Ci sono legami tra Manuel Ochsenreiter e la Russia?

GRZEGORZ RZECZKOWSKI - GIORNALISTA Sì, Ochsenreiter innanzi tutto ha collaborato con il filosofo e ideologo russo Alexandr Dugin.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Con la lista di Dugin il cerchio si chiude. il nome di Manuel Ochsenreiter è citato come uno dei suoi contatti in Germania. Ma Ochsenreiter ha contatti anche con Kateon il think tank di Kostantin Malofeev l’oligarca di Dio.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Pochi giorni dopo l'inizio dell'invasione russa in Ucraina i servizi polacchi chiudono il sito di Bartosz Bekier, XPortal.

EMANUELE BELLANO Come commenta il fatto che il comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale ha chiesto alla Polonia di mettere fuori legge Falanga?

BARTOSZ BEKIER - XPORTAL Sono dichiarazioni che vengono da istituzioni che hanno come base il liberalismo che secondo noi è un’ideologia totalitaria che vuole togliere a organizzazioni come la nostra la libertà di espressione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Abbiamo capito che un ruolo l’ha avuto anche Bartosz Bekier il fondatore del sito XPortal, che ha appoggiato i filo russi combattenti in Donbass, e ha fondato anche il movimento Falanga, un movimento da cui provengono quei membri che hanno realizzato attentati in Ucraina, per destabilizzare il paese che sarebbero stati finanziati da un attivista e giornalista tedesco Ochsenreiter che anche lui appartiene alla lista di Dugin, una lista corposa una rete che si dipana fino in Austria. Proprio seguendo le tracce del partito di estrema destra Austriaco l’FPO che emerge anche il ruolo di un altro Centro Russo di Scienza e Cultura, Rossotrudnichestvo, che sostanzialmente è un’agenzia che serve per aggirare la norma per aggirare il numero fisso di diplomatici presenti nei paesi perchè è un numero fisso posto dalle leggi internazionali. Si sospetta che i diplomatici possano essere delle spie quindi viene messo un limite per non avere in un paese trope spie che lavorano per altri stati. Questo centro servirebbe per avere numero illimitato di spie.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, parliamo del sofisticato soft power russo. Il cremlino ha investito 240 milioni di euro, anche provenienti da società off-shore, per condizionare le politiche di paesi europei e anche per creare una rete, una sorta internazionale nera. In tutto questo ha avuto un ruolo importante l’ideologo Dugin il quale ha creato una vera e propria lista della quale vi abbiamo dato conto questa sera. Questa azione, questo soft power è stato esercitato anche mettendo in campo delle spie per condizionare l’esito delle elezioni di paesi stranieri e anche siglando dei contratti con i leader di partiti occidentali. Seguendo il filo di questa rete si è arrivati anche in Austria. Uno dei leader che si è lasciato coinvolgere e sedurre dal potere russo è l’ex leader del partito di estrema destra Fpo, Heinz-Christian Strache, il quale credendo, in un resort. di parlare con un’avvenente nipote di un oligarca si è lasciato un po’ andare e ha parlato di appalti in cambio di appoggio elettorale. Si è accorto tardi che era una trappola.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Ibiza, isola delle Baleari, in Spagna. In un resort di lusso i due principali esponenti del partito di estrema destra austriaco Fpo incontrano una giovane donna russa. La ragazza dice di essere nipote di un potente oligarca. L'uomo che parla, seduto sul divano, è Christian-Heinz Strache, all'epoca capo del partito di estrema destra austriaco Fpo.

HEINZ-CHRISTIAN STRACHE - POLITICO La prima cosa che posso promettere nel caso di una nostra partecipazione al governo è che la società Strabag che costruisce infrastrutture non riceva più commesse. In questo modo si libera un gran numero di appalti pubblici. Ecco, dille di creare una società come Strabag, così tutti i contratti pubblici che Strabag riceve ora, li riceverà lei.

 EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO In t-shirt azzurra c’è Johann Gudenus, numero due in quel momento del partito. Nel video i due politici sembrano promettere alla donna russa gli appalti pubblici fino ad allora affidati al colosso austriaco delle infrastrutture Strabag, in cambio del supporto alla loro imminente campagna elettorale. Durante l’incontro l’avvenente giovane donna russa sostiene di essere interessata a comprare per conto di suo zio il più importante tabloid austriaco per condizionare in vista delle elezioni l’opinione pubblica austriaca. Cosa apprezzata dal capo del partito Strache.

HEINZ-CHRISTIAN STRACHE - POLITICO Se lei davvero riesce a comprare il giornale in tempo e il giornale spinge il nostro partito per due, tre settimane prima delle elezioni, allora sì, non prenderemo il 27 per cento, ma il 34 per cento.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Non è chiaro chi fosse la giovane donna russa, né perché abbia contattato i due esponenti dell’Fpo.

MICHEL REIMON – PARLAMENTARE VERDI AUSTRIACI Sono caduti in una trappola organizzata da un detective privato con l’aiuto di questa giovane donna russa. Ma ciò che è importante è il modo in cui si sono comportati. Sappiamo che hanno incontrato molte volte oligarchi e uomini d’affari russi. Questa è l’unica volta che vediamo cosa si sono detti e non c’è motivo di pensare che nelle altre situazioni si siano comportati diversamente.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I primi contatti tra l'Fpo austriaco e Mosca risalgono al 2008. All'epoca tra i membri del partito c'è Barbara Kapple che al tempo stesso è manager della società Austrian Technologies.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Ufficialmente questa società vendeva tecnologia austriaca all’estero, non solo in Russia, ma anche in altri paesi dell’Est come Kazakhstan e Ucraina. non era molto proficua in questo business, ma fu molto attiva nell’organizzare conferenze politiche che avevano lo scopo di sostenere gli interessi della politica estera della Russia.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO L'8 agosto 2008 la Russia lancia un'invasione terrestre, aerea e marittima in Georgia per sostenere le regioni filorusse dell’Ossezia del Sud e dell’Abcazia. Dopo 5 giorni di guerra viene siglato il cessate il fuoco. Anche dopo la fine dei combattimenti la Russia continua a occupare l'Abcazia e l'Ossezia del Sud in violazione dell'accordo con la Georgia.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In quegli anni dal 2008 al 2010 Barbara Kappel faceva parte della fazione filorussa del partito austriaco Fpo.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Nell’Ottobre 2008 Austrian technologies organizza una conferenza a Vienna dal titolo “Europe-Russia-Georgia: Peace Building I”. Barbara Kappel e il leader dell’Fpo HeinzChristian Strache rappresentano la parte austriaca. I partecipanti criticano gli Stati Uniti e il presidente Georgiano anti-Putin Saakashvili. Strache nell’occasione afferma che l’Europa deve perseguire i suoi interessi geopolitici approfondendo e sviluppando la cooperazione con la Russia. A distanza di due anni nel 2010 Austrian Technologies sponsorizza un’altra conferenza a Vienna dal titolo emblematico “Riflessioni sulla prospettiva Russo-Austriaca”. Insieme alla società di Barbara Kappel l’evento è organizzato dall’agenzia federale russa Rossotrudnichestvo.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Il nome per esteso del Rossotrudnichestvo è “Centro russo di scienza e cultura”. Ma è lo strumento principale del soft power russo in Europa.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Con sedi praticamente in ogni capitale europea il Rossotrudnichestvo è una rete capillare che per anni ha permesso al Cremlino di monitorare i paesi occidentali e promuovere idee filo-russe. Ha una sede a Varsavia, in Polonia e a Parigi. In Austria è in questo palazzo settecentesco nel cuore di Vienna.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In base alle leggi internazionali ogni governo può avere solo un numero ristretto di diplomatici che lavorano in un altro Paese. Ebbene, è piuttosto noto che una parte dei diplomatici russi sono spie. Se in un Paese c’è un un ufficio del Rossotrudnichestvo il numero di funzionari che può lavorare in quell’ufficio è illimitato e così la Russia può avere a disposizione tutte le spie che vuole.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Al punto che Mosca ha finanziato il Rossotrudnichestvo nel 2013 con 48 milioni di euro saliti nel 2020 a 228 milioni di euro.

EMANUELE BELLANO Cosa ha spinto i leader dell’Fpo a legarsi così alla Russia?

MICHEL REIMON – PARLAMENTARE VERDI AUSTRIACI Entrambi avevano l’interesse comune di indebolire l’Unione Europea. L’Fpo è sempre stato un partito anti-europeista e la Russia da ciò ne ha tratto un evidente vantaggio.

EMANUELE BELLANO Quali sono state le posizioni che hanno animato la politica filorussa dell’Fpo?

MICHEL REIMON – PARLAMENTARE VERDI AUSTRIACI Ogni volta che in parlamento c’era un voto che andasse contro gli interessi della Russia, su Cecenia, Donbass, sull’invasione della Crimea e così via, l’Fpo era dalla parte di Putin, votando contro le risoluzioni sia a livello nazionale che europeo.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO L’artefice del legame tra il partito di estrema destra austriaco e il Cremlino è Johann Gudenus, l’uomo che indossa una t-shirt azzurra nel video trappola dove Strache parla con la giovane donna russa di appalti e appoggio elettorale

NINA HORACZEK - GIORNALISTA FALTER Gudenus all’età di 17 anni con la sua scuola fece uno scambio culturale in Russia. Da lì è nato il suo amore per Mosca, San Pietroburgo e la cultura russa.

EMANUELE BELLANO Qual è stato il suo ruolo nel partito Fpo?

NINA HORACZEK - GIORNALISTA FALTER Era il vice di Strache. Si conoscono da quando erano adolescenti.

EMANUELE BELLANO Come si sono sviluppati questi rapporti con la Russia?

NINA HORACZEK -GIORNALISTA FALTER Una delegazione austriaca di politici dell’Fpo si è recata a Mosca ma anche in Cecenia da Kadyrov, conosciuto come il macellaio di Grozny.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Dittatore russo a capo della Repubblica Cecena, Razman Kadyrov è accusato di omicidi e torture soprattutto nei confronti di omosessuali e oppositori politici. Secondo le recenti ricostruzioni ci sarebbero anche le sue truppe dietro al massacro di civili a Bucha, a nord di Kiev nel marzo scorso.

NINA HORACZEK - GIORNALISTA FALTER Successivamente sono stati i russi a venire a Vienna. In particolare Aleksandr Dugin.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO Uno dei primi viaggi del filosofo putiniano a Vienna risale al 2014. Un giornale svizzero, ha rivelato che in quell’occasione l’ideologo russo ha partecipato a una cena con i vertici dell’Fpo Heinz Christian Strache e Johan Gudenus. Nel 2018 Dugin è di nuovo a Vienna questa volta per partecipare a una cerimonia di gala.

NINA HORACZEK - GIORNALISTA FALTER Dugin è stato ospite d’onore all’AkademicaBall, una cerimonia che si tiene a Vienna, in cui tutti indossano abiti di gala e ballano danze tradizionali austriache.

EMANUELE BELLANO FUORI CAMPO I balli si tengono nella prestigiosa cornice del palazzo Hofburg di Vienna. Alcuni di questi balli prendono il nome di “balli russi”. L’organizzazione è nelle mani di Nathalie Holzmuller, cittadina austriaca con passaporto russo, qui fotografata in una di queste cerimonie con Gudenus e Strache. In una lettera del 2015, Holzmuller scrive che i balli sono un progetto voluto e sponsorizzato proprio dall’Fpo. Il legame tra il partito di estrema destra austriaca e il Cremlino raggiunge l’apice un anno dopo. Nel 2016 una delegazione dell’Fpo vola a Mosca per incontrare gli esponenti di “Russia Unita”, il partito di Vladimir Putin.

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY In quel momento il Cremlino decide di firmare un documento di collaborazione con l’Fpo austriaco.

EMANUELE BELLANO Perché era un patto con un partito che sarebbe potuto andare al potere e far parte del governo in Austria?

ANTON SHEKHOVTSOV – DIRETTORE CENTRE FOR DEMOCRATIC INTEGRITY Questa era l’idea di Russia Unita: avere un accordo con alcune forze in Europa che avrebbero avuto poteri di governo nei loro Paesi. E sappiamo che lo stesso accordo è stato fatto con un medesimo intento anche con la Lega di Salvini.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Nei giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina l’attuale leader dell’FPO Herbert Kikcl si è scagliato contro la Nato contro gli Stati Uniti, sostenendo che le sanzioni contro Mosca violavano il diritto internazionale. Come abbiamo visto, il partito dell’ FPO è stato infiltrato pesantemente dal soft power russo. Lungo il percorso è emerso anche il ruolo di questo Centro Russo di Scienza e Cultura il Rossotrudnichestvo. Uno strumento sommerso per monitorare l’attività e la politica dei paesi europei, e anche condizionarla. Per questo Cremlino lo ha finanziato complessivamente per oltre 240 milioni di dollari. Ora c’è da chiedersi quanti centri come questo ci sono e quanto condizionano lo svolgimento della nei paesi? 

Casus belli. Report Rai PUNTATA DEL 16/05/2022 di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Giulia Sabella

Donbass: la Russia vuole annetterlo, l'Ucraina non vuole cederlo.

Il Donbass è la regione contesa, dove la guerra è iniziata ormai otto anni fa. I nostri inviati si sono recati a Donetsk, capitale della Repubblica popolare filorussa, che si è proclamata indipendente dopo la rivolta Euromaidan del 2014, e la cui popolazione continua a vivere sotto i colpi di artiglieria e i missili dell'esercito ucraino. Ma cosa rende il Donbass così importante? Patria dei più ricchi oligarchi ucraini, il suo carbone e le sue acciaierie lo rendono strategico. Non solo per l'Ucraina, ma anche per l'Italia, che a causa della guerra rischia di veder crollare la sua produzione di acciaio.  

CASUS BELLI di Manuele Bonaccorsi collaborazione Giulia Sabella montaggio Riccardo Zoffoli

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Donetsk, capitale della Repubblica Popolare del Donbass russo. Il 14 marzo scorso un missile proveniente dall’Ucraina colpisce il boulevard Puskin: 28 feriti, 20 morti. VEDOVO Il 14 marzo è morta mia moglie. Quella mattina mi aveva detto che sarebbe rimasta a casa. “Ti preparerò delle frittelle”, mi aveva detto. Ma quanto sono tornato a casa, lei non c'era. Ho iniziato a chiamarla al cellulare ma lei non rispondeva. Sono corso in strada, e l'ho vista stesa a terra. Ho una cugina che vive in Ucraina, a Kharkiv. Quando è scoppiata la guerra, il 24 febbraio, mi ha chiamato: “Maledetti – mi ha detto – per colpa vostra e di Putin abbiamo la guerra”. Quando è morta mia moglie l’ho richiamata. “Sarai contenta adesso”, le ho detto. “Peggio per te che hai scelto la Russia”, ha risposto.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Vista dal Donbass, la guerra in corso è una guerra civile. Divide le famiglie. E a perderci sono sempre i civili, da entrambe le parti. Arriviamo davanti a questa casa, nella periferia di Donetsk, poche ore dopo lo scoppio di un colpo di artiglieria. MADRE Non abbiamo avuto tempo di prendere nulla, era tutto in fiamme. Mi marito si è ustionato alla schiena e alla mano. UOMO Non abbiamo nulla contro gli abitanti dell'Ucraina. Non gli auguro di vivere sotto le bombe come abbiamo fatto noi negli ultimi otto anni.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Il 28 aprile un missile cade in un mercato, a Donetsk, alle 11 del mattino. Due morti e cinque feriti. Lo stesso giorno viene colpito anche il quartiere residenziale di Makeyevka. UOMO Le esplosioni erano ovunque. E qui non c’è alcun obiettivo militare. DONNA L'unica cosa che mi ha salvato è che ero nell'altra stanza. Se fossi stata qui, quella sera sarei morta anch’io. Mi avrebbe colpito uno di questi frammenti.

GIOVANE Questo è un edificio residenziale di nove piani, ci sono stati 19 feriti e due bambini sono morti: uno, Alexey, aveva 11 anni e la bimba, Alina, ne aveva 4. Giocavano nel giardino.

DONNA Lo capite che gli ucraini stanno uccidendo i loro stessi cittadini? Chi hanno ucciso qui? Io sono ucraina. Perché ci uccidiamo tra noi?

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Una guerra che, secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha contato, ha provocato 14 mila morti, 3 mila civili, dura da lunghi 8 anni. Da quando cioè nel 2014, a Kiev, si è scatenata la rivolta delle forze pro Europa, la rivolta nota come Euromaidan, che ha portato alla destituzione del presidente Yanukovich, presidente ucraino ma filorusso. Questo ha comportato delle violente proteste nelle province di Donetsk e Lugansk e ha comportato poi, con l’appoggio della Russia, anche l’istituzione di due Repubbliche autonome. Per cercare di sedare gli scontri violenti è intervenuta anche la comunità internazionale con due accordi a Minsk, uno nel 2014, l’altro nel 2015, dove l’Ucraina si impegnava a riconoscere una vasta autonomia alle due Regioni, dall’altra parte i filorussi si impegnavano a deporre le armi. Ma questi accordi sono rimasti lettera morta, la miccia è rimasta accesa. Il nostro Manuele Bonaccorsi è andato in Donbass per vedere perché questa Regione interessa così tanto a Putin, perché una guerra civile si è trasformata in una guerra tra potenze, in una Regione che rischia di essere la causa della terza guerra mondiale.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Dall’altro lato del fronte, nella repubblica separatista di Donetsk, la guerra è iniziata otto anni fa e l’odio tra cittadini che vivevano nello stesso Paese si è ormai incancrenito. Donetsk, un milione di abitanti, era la capitale sovietica del carbone. In piazza Lenin la statua del fondatore dell’Unione Sovietica lo ricorda in una effige: senza il Donbass, il socialismo resterà solo un sogno. Carbone vuol dire energia, elettricità, acciaio. E negli anni dell’industrializzazione forzata, ai tempi di Stalin, centinaia di migliaia di cittadini russi vengono a lavorare qui.

ALEXEY YURIEVICH NICONOROV – GOVERNO REPUBBLICA POPOLARE DI DONETSK Il Donbass è un territorio in cui la cultura e le tradizioni russe sono tramandate di generazione in generazione. Nel 2014, a seguito di un colpo di stato, chi è salito al potere a Kiev ha detto: “Tutte le tue tradizioni sono ora fuorilegge. Se qualcuno continua a vivere allo stesso modo, sarà sottoposto a repressioni”. Tutto questo il popolo del Donbass non poteva accettarlo.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Nella narrazione degli esponenti politici di Donetsk, l’Euromaidan del 2014 sarebbe semplicemente un colpo di stato. La decisione di non firmare un accordo di partenariato con l’Unione Europea a favore di un trattato con la Russia aveva suscitato dure proteste di piazza, l’occupazione del Parlamento, la cacciata del presidente Yanukovich. Un cambio netto di regime politico, teso a tagliare i ponti con la Russia. In tutto il Sud e l’Est dell’Ucraina, zone a maggioranza di lingua russa, scoppiano proteste di segno opposto che si tramutano in scontri violenti con gruppi nazionalisti ucraini. A Odessa 48 persone vengono uccise nella casa dei sindacati. A Mariupol si registrano duri scontri armati tra esercito ucraino e militanti filorussi. A Kharkiv vengono occupati gli uffici del governo locale. A Donetsk e Lugansk, nell’estremo est dell’Ucraina, nascono invece due repubbliche autonome, sostenute da Mosca.

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES La narrazione russa è: qui c'è una popolazione russofona e russofila che viene pesantemente discriminata e anzi è a rischio genocidio. Di là dicono: no, non è vero. Qui c'è una popolazione che stava benissimo in Ucraina e che è oppressa e strumentalizzata da una minoranza che a sua volta è eterodiretta da Mosca. Le due narrazioni sono diametralmente opposte.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Alla fine del 2014 a Minsk, in Bielorussia, sotto l’egida dell’Osce e alla presenza del presidente francese Hollande e della cancelliera Merkel, i belligeranti si siedono a un tavolo, per cercare la pace.

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES Gli accordi di Minsk prevedevano degli impegni per entrambe le parti. Le repubbliche del Donbass avrebbero dovuto accettare che il confine con la Russia tornasse sotto la gestione degli ucraini e avrebbero dovuto disarmare. La parte ucraina aveva tutto sommato un impegno politicamente più gravoso, perché si chiedeva agli ucraini – che gli ucraini si erano impegnati a farlo, firmando – si chiedeva di concedere una vasta autonomia sostanzialmente al Donbass, con una modifica della Costituzione. E poi di svolgere, di organizzare elezioni politiche nel Donbass perché anche il Donbass potesse nominare i propri rappresentanti nel Parlamento ucraino.

ALEXEY YURIEVICH NICONOROV - GOVERNO REPUBBLICA POPOLARE DI DONETSK Ero membro della delegazione, ho partecipato a tutti questi otto anni di trattative. Posso dire con assoluta sicurezza che l'Ucraina ha categoricamente rifiutato di discutere tutti gli aspetti politici degli accordi di Minsk.

MANUELE BONACCORSI Di chi è la colpa della mancata applicazione degli accordi di Minsk?

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES C’è un concorso di colpa. Né l'uno né l'altro hanno mai creduto che, soprattutto, che fosse nel loro interesse rispettarli, per ragioni evidentemente diverse. Gli ucraini, che peraltro alla fine, prima della guerra, nei mesi precedenti, hanno denunciato gli accordi di Minsk, hanno detto: non li rispetteremo mai, perché per loro avrebbe significato accettare, anzi promuovere la disgregazione del Paese. E il Donbass, diciamo ispirato dalla Russia, vuole l'indipendenza, non vuole… sì, l'autonomia va bene ma, diciamo, l'obiettivo, il desiderio vero è sempre stato quello dell’indipendenza.

 MANUELE BONACCORSI Se non l’annessione alla Russia…

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES Ecco.

MANUELE BONACCORSI Se Zelensky si sedesse al tavolo e dicesse: concederò immediatamente con un voto del Parlamento un’ampia autonomia alla regione del Donbass, voi vi sedereste a firmare un accordo che prevede questo?

ALEXEY YURIEVICH NICONOROV - GOVERNO REPUBBLICA POPOLARE DI DONETSK Non lo accetteremmo. L'unica via d'uscita da questa situazione è il riconoscimento dell'indipendenza della Repubblica Popolare di Donetsk nei suoi confini costituzionali.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, durante gli otto anni di guerra in Donbass, nei due lati del fronte sono morte oltre 14 mila persone, tra cui 3 mila erano civili. Nella lotta contro i separatisti un aiuto all’Ucraina è arrivato anche da gruppi nazionalisti, milizie private che coprono le iniziali debolezze dell’esercito regolare di Kiev. Il più famoso è il battaglione Azov.

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES A finanziare il battaglione Azov e a finanziare questi gruppi concorsero alcuni dei più importanti oligarchi ucraini. In prima fila Igor Kolomoinsky, proprietario del gruppo mediatico dove Zelensky divenne famosissimo con la sua situation comedy Servo del popolo.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Kolomoinsky è originario dell’Est dell’Ucraina, precisamente di Dnipropetrovsk, di cui è stato anche governatore. Ex proprietario della PrivatBank, nel 2021 viene sanzionato dagli Usa con l’accusa di aver usato il suo incarico pubblico per interessi personali. Ha una tripla cittadinanza: ucraina, israeliana e cipriota. Kolomoinsky non è l’unico oligarca che proviene dall’Est, la parte più ricca e produttiva dell'Ucraina.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Siamo a Makeevka, a mezz’ora da Donetsk. Questa è una delle più importanti miniere di carbone di tutto il Donbass.

GEORGHIY YAHNKOV – SINDACATO MINATORI MAKEEVKA Da qui entrano i lavoratori per raggiungere la miniera.

MANUELE BONACCORSI Quanto è profondo il pozzo?

GEORGHIY YAHNKOV – SINDACATO MINATORI MAKEEVKA Quando la miniera è stata aperta il carbone era quasi in superficie, ora lo troviamo a 750 metri di profondità. Ma in Donbass ce ne sono alcune che superano i 1.000 metri. Ventilarle non è per nulla facile.

MANUELE BONACCORSI Che cosa sono queste montagne? Se ne vedono ovunque a Donetsk.

GEORGHIY YAHNKOV – SINDACATO MINATORI MAKEEVKA Non è una montagna, è un tiricone. Qui va a finire la pietra estratta dalle gallerie. E questo è il nostro carbone. È un buon carbone, quello che vedete è grezzo, ma quando viene arricchito arriva all’80% di purezza. Quando è cominciata la guerra molte miniere si sono fermate, ma da qui abbiamo estratto 45 mila tonnellate di carbone. Sono state usate per il riscaldamento di tutto il Donbass.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Ma questa è una miniera pubblica, le più produttive sono state privatizzate e le hanno acquistate gli oligarchi.

MANUELE BONACCORSI E chi le ha comprate?

GEORGHIY YAHNKOV – SINDACATO MINATORI MAKEEVKA Akhmetov è stato il più veloce e abile. Le azioni erano state date ai lavoratori ma dopo la fine dell’Urss la crisi economica era terribile. Le ha comprate a molto meno del loro valore. Carbone, coke, metallo: ha capito che controllando l’intero ciclo, avrebbe aumentato il suo profitto.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Akhmetov è l’uomo più ricco di Ucraina, il proprietario dello Shakhtar Donetsk, la squadra più forte del Paese, e dell’Azovstal, la fabbrica distrutta a Mariupol. Fino al 2014 Akhmetov aveva il suo quartier generale proprio a Donetsk. Il suo stadio oggi è chiuso, la squadra si è trasferita a Kiev. Dopo le rivolte del 2014 l’oligarca, infatti, ha scelto l’Ucraina, e le sue acciaierie nella regione sono passate alla gestione pubblica dei separatisti filorussi. Come questo stabilimento che si trova nei pressi di Donetsk, che dà lavoro a 4.800 operai.

MAXIM ALEKSANDROVICH PERA – DIRETTORE FABBRICA METALLURGICA DI YENAKIEVO Il carbone proviene sia dalla Russia che dalla Repubblica Popolare di Donetsk. Il ferro invece proviene tutto dalla Russia. In questa fabbrica si svolge l’intero ciclo, dalle materie prime alla trasformazione in ghisa. Oggi esportiamo solo in Russia ma se questa situazione politica si risolverà, riusciremo a esportare anche in Europa. Naturalmente, l’apertura del porto di Mariupol sarà un grande vantaggio nella logistica.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO La Azovstal di Mariupol, oggi praticamente rasa al suolo dai bombardamenti, era il centro industriale dell’impero di Akhmetov. Dal suo porto salpavano le navi dirette ai mercati occidentali, compresa l’Italia. Con la città occupata, i vantaggi per Mosca saranno evidenti.

MANUELE BONACCORSI Pensa che ci sia una relazione tra la guerra e le risorse di questo territorio?

MAXIM ALEKSANDROVICH PERA – DIRETTORE FABBRICA METALLURGICA DI YENAKIEVO Naturalmente la guerra è anche causata da motivi economici. L'intera industria ucraina era concentrata al 60% sul territorio dell'ex regione di Donetsk.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Le mire di Putin sono chiare: vuole tutto il Donbass e i porti del sud. E dall’altro lato gli oligarchi e Zelensky non possono cedere neppure un millimetro. A partire proprio da Akhmetov, che a causa della guerra rischia di perdere 20 miliardi di dollari di capitalizzazione. La sua storia merita di essere raccontata: dopo il crollo dell’Unione Sovietica si sarebbe accompagnato, secondo le cronache, con Akhat Bragin, imprenditore in odor di mafia e all’epoca proprietario dello Shakhtar. Nel ‘95 Bragin viene ucciso in un attentato e Akhmetov ne prende il posto come presidente della squadra. In poco tempo arriva a controllare, tramite la holding Metinvest, le più importanti acciaierie e miniere dell’Ucraina, e tramite la DTEK, la più importante azienda energetica. Quando nel 2014 scoppia il conflitto armato in Donbass, si schiera con l’Ucraina. Gli abbiamo chiesto un’intervista, e lui ci ha risposto per iscritto.

RINAT AKHMETOV Ho condannato il separatismo. A Mariupol ho chiamato la gente a scendere in strada, per cacciare i separatisti dalla città. Per me sono terroristi. Il Donbass può essere felice solo come parte dell’Ucraina unita, allora come adesso.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Lei ha dichiarato che ricostruirà Mariupol. Lo farà anche se fosse annessa alla Russia? RINAT AKHMETOV Per me, Mariupol sarà sempre una città ucraina e sarà ricostruita solo sotto il controllo ucraino. Le mie aziende non opereranno mai sotto il controllo russo.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO La fede ucraina di Akhmetov oggi non pare in discussione. Ma quando Zelensky, nel 2019, viene eletto presidente, Akhmetov era uno dei suoi principali avversari. Il presidente ucraino aveva varato una legge “anti-oligarchi”, e i rapporti tra i due raggiungono quasi un punto di non ritorno lo scorso anno, quando Akhmetov viene tirato in ballo in un presunto colpo di stato orchestrato da Mosca, denunciato pubblicamente dal presidente Zelensky.

FULVIO SCAGLIONE – GIORNALISTA LIMES L’anno scorso Zelensky denuncia un tentativo di colpo di Stato ai suoi danni e dice: abbiamo delle registrazioni, delle intercettazioni telefoniche in cui questi congiurati dicono che Rinat Akhmetov sarebbe stato disponibile a mettere tot milioni di dollari per la causa. E poi Zelensky dice: ma io non voglio, non voglio credere che un personaggio come Akhmetov potrebbe fare una cosa di questo genere, perché altrimenti verrebbe immediatamente accusato di tradimento dello Stato, che era una maniera molto...

MANUELE BONACCORSI Velata, diciamo.

FULVIO SCAGLIONE - LIMES Neanche tanto velata di dire: occhio che, come ti muovi, ti fulmino.

MANUELE BONACCORSI Lei è stato accusato di essere coinvolto in un colpo di Stato.

RINAT AKHMETOV È una menzogna e non c’è alcuna prova. Sono il maggior investitore e contribuente dell’Ucraina. Voglio un’Ucraina unita, dentro l’Unione Europea. Questa è la strada per la vittoria.

MANUELE BONACCORSI FUORI CAMPO Akhmetov è proprietario anche di alcuni stabilimenti in Italia. Qui, in provincia di Verona, c’è uno dei più grandi. Attualmente è fermo, in manutenzione. Manca la materia prima, che proveniva proprio dall’Azovstal di Mariupol. Un altro impianto di Akhmetov si trova nei pressi di Udine, a San Giorgio di Nogaro. Anche qui, i magazzini sono vuoti.

GIANNI VENTURI – RESPONSABILE NAZIONALE SIDERURGIA FIOM CGIL Il 74% delle importazioni di brame italiane viene dall'Ucraina.

 MANUELE BONACCORSI Quindi vuol dire che l'industria di lavorazione dell'acciaio in Italia con la guerra in Ucraina si è bloccata?

GIANNI VENTURI – RESPONSABILE NAZIONALE SIDERURGIA FIOM CGIL Molto veniva da Azovstal e nel nostro Paese di produzione di acciaio a ciclo integrale ormai abbiamo soltanto lo stabilimento di Taranto, e questo significa che non c'è ghisa disponibile nel nostro Paese. Tutto questo si riversa ovviamente negli utilizzatori finali dell'acciaio, in particolare per quanto riguarda il settore dell'automotive ma anche il settore, per esempio, dei semiconduttori. Perché non tutti sanno che nella produzione di acciaio da ciclo integrale si liberano dei gas particolarmente pregiati come il neon, che vengono utilizzati dai laser per il tracciamento dei semiconduttori.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO La carenza dei semiconduttori rischia di bloccare l’industria mondiale, compresa quella della Silicon Valley. Ora, il controllo delle risorse minerarie, quello del ciclo completo della lavorazione dell’acciaio rappresenta un concentrato che vale oltre il 21% dell’export dell’Ucraina. Ora, questi sono dati che risalgono addirittura a prima della guerra, al 2013, giusto per significare le potenzialità. Mariupol è diventata la città martire perché c’è l’acciaieria Azovstal, quella che più esporta acciaio in Europa, e perché poi c’è lo sbocco sul mare che è strategico per il commercio. Insomma, stringi stringi, nella declinazione di questa guerra, al di là del sentiment filorusso, c’è il sentiment economico. Insomma, nulla di nuovo. Il problema è che ora siamo in un vicolo cieco: Putin vuole tutte quelle risorse, Zelensky non può rinunciare a tutte quelle risorse perché verrebbe meno una parte importante dell’economia del Paese. Come se ne esce? Insomma, ripartire dagli accordi di Minsk non sembra possibile, perché il governo del Donbass non si accontenta più dell’autonomia, vuole l’indipendenza se non l’annessione alla Russia.

Dagli accordi di Budapest a quelli di Minsk: Mosca e tutti i trattati diventati carta straccia. Angelo Allegri il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il riferimento al pericolo di un "genocidio" e il precedente del Kosovo.

Diceva Angela Merkel che Vladimir Putin usa nel ventunesimo secolo i metodi del diciannovesimo. I metodi e i principi. Tra cui uno molto pragmatico: le ragioni del più forte prevalgono su quelle del diritto internazionale.

La questione ucraina è un buon esempio di trattati e di norme validi fino a quando lo decide, in modo del tutto unilaterale, Mosca. A cominciare dal Memorandum di Budapest del 1994. L'intesa siglata a suo tempo nella capitale ungherese regolava un tema delicato: il controllo delle armi nucleari dell'ex Unione Sovietica stazionate in territorio ucraino. Con il trattato l'Ucraina, insieme a Bielorussia e Kazakistan, aderiva al trattato per la non proliferazione dell'armamento atomico e restituiva al controllo fisico della Russia (che ne aveva sempre avuto il controllo operativo) i missili nucleari. In cambio quest'ultima si impegnava a rispettare integrità territoriale e indipendenza di Kiev.

A trasmettere il testo all'Onu fu lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che allora era rappresentante del suo Paese alle Nazioni Unite. Alla fine del 2014, dopo l'invasione del Donbass, a Putin fu chiesto durante una conferenza stampa perchè aveva deciso di non rispettare il vecchio accordo. La risposta fu che le proteste di Piazza Maidan a Kiev erano state l'equivalente di una rivoluzione, con la relativa rottura nella continuità statale ucraina e che con il nuovo Stato Mosca non aveva firmato alcun'intesa.

Ora, con il riconoscimento delle due regioni secessioniste dall'Ucraina, Mosca butta a mare gli accordi di Minsk (i cosiddetti accordi di Minsk Due) firmati dopo la guerra, nel febbraio del 2015, con il patrocinio dell'Onu e la partecipazione dell'Osce. L'intesa prevedeva il ritorno di Donetsk e Luhansk alla sovranità dell'Ucraina con il coinvolgimento di Mosca e la concessione di una sostanziale autonomia.

Almeno in questo caso le inadempienze possono essere attribuite ad entrambe le parti e nascono in via di principio dal fatto che l'Ucraina vuole il ritorno alle vecchie frontiere e poi autonomia ed elezioni; e che al contrario Mosca vuole prima controllare le elezioni e poi permettere il ritorno degli ucraini.

Con la mossa dell'altro giorno Mosca infrange comunque una lunga sfilza di articoli della Carta delle Nazioni Unite che la Russia ha sottoscritto come Paese fondatore. Il più importante è l'articolo due che tutela l'integrità degli altri Stati e vieta di ricorrere alla forza o alla minaccia, considerata implicita nella volontà di riconoscere due regioni secessioniste e nella volontà di stazionare truppe sul loro territorio.

I media e le autorità russe parlano a questo proposito del pericolo di un genocidio della popolazione russofona in Donbass che giustificherebbe il diritto all'intervento umanitario delle truppe di Mosca. Il precedente, citatissimo, è quello del Kosovo, e con questo si spiega anche l'evacuazione, praticamente forzata, di donne e bambini della zona del Donbass decisa dai russi nei giorni precedenti il riconoscimento delle repubbliche secessioniste.

Memorandum di Budapest. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza. Il presidente degli Stati Uniti Clinton, il presidente russo Eltsin e il presidente ucraino Kravčuk dopo aver firmato la dichiarazione trilaterale a Mosca il 14 gennaio 1994.

Il memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza è un accordo, firmato il 5 dicembre 1994, con il quale l'Ucraina accettò di rinunciare alle armi nucleari in suo possesso che aveva ereditato in seguito alla dissoluzione dell'URSS, aderendo al trattato di non proliferazione delle armi nucleari. Le testate nucleari (1.900) furono di conseguenza inviate in Russia per lo smantellamento nei successivi due anni.

In cambio, l'Ucraina ottenne assicurazioni da Russia, Stati Uniti e Regno Unito, successivamente anche da Cina e Francia, per la sua sicurezza, indipendenza ed integrità territoriale; benché di fatto sin dall'invasione russa della Crimea Kiev abbia lamentato la violazione del memorandum, l'effetto vincolante di questo impegno è discusso, anche soltanto nella parte in cui farebbe scattare il casus foederis a carico del Regno Unito.

Contenuto dell'accordo.

Secondo il memorandum, la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito concordano, in cambio dell'adesione dell'Ucraina al trattato di non proliferazione delle armi nucleari e del trasferimento del suo arsenale nucleare in Russia a:

Rispettare l'indipendenza e la sovranità ucraina entro i suoi confini dell'epoca.

Astenersi da qualsiasi minaccia o uso della forza contro l'Ucraina.

Astenersi dall'utilizzare la pressione economica sull'Ucraina per influenzare la sua politica.

Chiedere l'approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite se vengono usate armi nucleari contro l'Ucraina.

Astenersi dall'usare armi nucleari contro l'Ucraina.

Consultare le altre parti interessate se sorgono domande su questi impegni.

Effetti.

Durante la crisi di Crimea del 2014, l'Ucraina ha fatto riferimento a questo trattato per ricordare alla Russia che si è impegnata a rispettare i confini ucraini e agli altri firmatari che ne sono garanti e gli Stati Uniti che hanno sostenuto che il coinvolgimento russo viola i suoi obblighi nei confronti dell'Ucraina ai sensi del Memorandum di Budapest e in palese violazione della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina.

Protocollo di Minsk. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il Protocollo di Minsk era un accordo per porre fine alla guerra dell'Ucraina orientale, raggiunto il 5 settembre 2014 dal Gruppo di Contatto Trilaterale sull'Ucraina, composto dai rappresentanti di Ucraina, Russia, Repubblica Popolare di Doneck (DNR) e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR). È stato firmato dopo estesi colloqui a Minsk, la capitale della Bielorussia, sotto l'egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

Succeduto a diversi tentativi precedenti di cessare i combattimenti nella regione di Donbass (Ucraina orientale), prevedeva un cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l'impegno, da parte dell'Ucraina, di garantire maggiori poteri alle regioni di Doneck e Lugansk. Tuttavia, nonostante abbia portato ad un'iniziale diminuzione delle ostilità, l'accordo non è stato rispettato.

Processo e stesura del protocollo.

L'accordo è stato formulato dal Gruppo di contatto Trilaterale sull'Ucraina, composto da rappresentanti di Ucraina, Russia e l'OSCE. Il gruppo è stato creato nel mese di giugno come un modo per facilitare la risoluzione dei conflitti in Ucraina orientale e meridionale. Le riunioni del gruppo, insieme con i rappresentanti informali delle repubbliche secessioniste di Doneck e di Lugansk, si sono svolte nel 31 luglio, il 26 agosto, il 1º settembre e il 5 settembre. I dettagli dell'accordo siglato il 5 settembre assomigliano in gran parte al piano di pace di 15 punti proposto dal presidente ucraino Porošenko il 20 giugno. I seguenti rappresentanti hanno firmato il documento:

L'inviata speciale svizzera e rappresentante dell'OSCE: Heidi Tagliavini;

L'ex presidente dell'Ucraina e rappresentante ucraino: Leonid Kučma;

L'ambasciatore russo in Ucraina e rappresentante russo: Mikhail Zurabov;

I leader delle Repubblica Popolare di Doneck (DNR) e Repubblica Popolare di Lugansk (LNR): Aleksandr Zacharčenko e Igor' Plotnickij.

Il testo del protocollo

Il testo del protocollo è composto da dodici punti:

Assicurare un cessate il fuoco bilaterale immediato.

Garantire il monitoraggio e la verifica del cessate il fuoco da parte dell'OSCE.

Una decentralizzazione del potere, anche attraverso l'adozione di una legge ucraina su "accordi provvisori di governance locale in alcune zone delle oblast (regioni) di Doneck e Lugansk ("legge sullo status speciale").

Garantire il monitoraggio continuo della frontiera russo-ucraina e la loro verifica da parte dell'OSCE, attraverso la creazione di zone di sicurezza nelle regioni di frontiera tra l'Ucraina e la Russia.

Rilascio immediato di tutti gli ostaggi e di tutte le persone detenute illegalmente.

Una legge sulla prevenzione della persecuzione e la punizione delle persone che sono coinvolte negli eventi che hanno avuto luogo in alcune aree delle oblast (regioni) di Doneck e Lugansk, tranne nei casi di reati che siano considerati gravi.

La continuazione del dialogo nazionale inclusivo.

Adozione di misure per migliorare la situazione umanitaria nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

Garantire lo svolgimento di elezioni locali anticipate, in conformità con la legge ucraina (concordato in questo protocollo) su "accordi provvisori di governo locale in alcune zone delle oblast (regioni) di Doneck e Lugansk" ("legge sullo statuto speciale").

Rimozione di gruppi illegali armati, attrezzature militari, così come combattenti e mercenari dal territorio dell'Ucraina sotto la supervisione dell'OSCE. Disarmo di tutti i gruppi illegali.

Adozione dell'ordine del giorno per la ripresa economica e la ricostruzione della regione di Donbass, in Ucraina orientale.

Garantire la sicurezza personale dei partecipanti ai negoziati.

Memorandum supplementare.

Nelle due settimane dopo la firma del Protocollo di Minsk, ci sono state frequenti violazioni del cessate il fuoco da entrambe le parti in conflitto. I colloqui sono continuati a Minsk. Un memorandum supplementare è stato concordato il 19 settembre 2014. Questo memorandum ha chiarito l'applicazione del protocollo. Tra le misure di pacificazione concordate, sono state incluse le seguenti:

Divieto di operazioni offensive (punto 3 del memorandum).

Rimozione di tutte le armi di calibro superiore a 100 mm, 15 km dalla linea di contatto, da ogni parte del conflitto, per creare una zona smilitarizzata di 30 km; tale distanza era, inoltre aumentata per portare alcuni sistemi d'arma fuori della gittata massima rispetto alla linea di contatto (punto 4: inter alia obice D-30 a 16 km, sistemi lanciarazzi multiplo da 21 a 120 km, missili tattici a 120 km).

Divieto di voli sopra la zona di sicurezza di aerei da combattimento e di UAV stranieri ad eccezione di quelli in uso alla Missione speciale di osservazione dell'OSCE in Ucraina (punto 7).

Schieramento di una missione di osservazione OSCE (punto 8)

Ritiro di tutte le formazioni armate straniere, veicoli da combattimento stranieri, milizie armate e mercenari stranieri dalla zona di conflitto (punto 9).

Il 26 settembre, i membri dell Gruppo di Contatto Trilaterale sull'Ucraina sono nuovamente incontrati per discutere la delimitazione della zona demilitarizzata dove le armi pesanti sarebbero state eliminate dalle parti coinvolte nel conflitto. La linea di demarcazione tra la DNR e l'Ucraina è stata concordata tra i rappresentanti della DNR e negoziatori ucraini, secondo il Vice-Primo Ministro di Ucraina, Vitali Yarema. Il 2 dicembre 2014, il parlamento ucraino ha modificato unilateralmente la "legge sullo statuto speciale" che era stata proposta nel Protocollo di Minsk, anche se questo Parlamento ha approvato alcuni aspetti della legge concordata a Minsk come parte del cessate il fuoco.

Efficacia

Dopo la firma del memorandum, è scoppiata la seconda battaglia per l'Aeroporto di Donec'k, ed entrambe le parti si accusano a vicenda di continue violazioni del cessate il fuoco. L'Aeroporto di Donec'k è chiuso a tutto il traffico dal 26 maggio 2014, a causa dei combattimenti tra le forze del nuovo governo ucraino e i separatisti filo-russi. Alla fine di ottobre, il primo ministro della DNR, negoziatore e firmatario del Protocollo di Minsk, Aleksandr Zacharčenko, ha detto che le forze sotto il suo controllo avrebbero riguadagnato i territori che avevano perso in favore delle forze governative ucraine durante l'offensiva di luglio, e che le forze della DNR erano disposte a lottare in battaglie "pesanti" per raggiungere i loro obiettivi. In seguito, Zakharchenko ha sostenuto di essere stato frainteso, e che, in realtà, intendeva dire che queste aree sarebbero state recuperate attraverso "mezzi pacifici". Durante la sua campagna durante il periodo precedente alle elezioni generali in Donbass condotte dalla DNR e dalla LNR, in presunta violazione del Protocollo di Minsk, Zakharchenko ha dichiarato: "Questi sono tempi storici." "Stiamo creando un nuovo paese! È un obiettivo pazzesco."

Il presidente dell'OSCE Didier Burkhalter ha confermato che le elezioni sono state "in contrasto con la lettera e lo spirito del protocollo di Minsk" e ha detto che loro "complicherebbero ulteriormente la sua applicazione". Parlando il 5 dicembre, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha detto che le elezioni generali in DNR e le elezioni generali in LNR, condotte in 2 novembre 2014, erano "esattamente nel range che era stato negoziato a Minsk", e che il parlamento ucraino, presumibilmente, avrebbe dovuto adottare un progetto di legge di amnistia dei leader delle DNR e LNR, dopo le elezioni parlamentari in Ucraina in ottobre 2014. Secondo Lavrov, un più stretto monitoraggio del confine russo-ucraino, come specificato nel Protocollo di Minsk, poteva avvenire solo dopo che fosse stata approvata una legge di questo tipo di amnistia. Lavrov ha detto che si pensava che un decreto presidenziale emanato il 16 settembre, che presumibilmente vieta la persecuzione di combattenti separatisti in Donbass, sarebbe rispettato dal governo ucraino, ma che un progetto di legge proponente la revoca di tale decreto era stato presentato.

Una successiva fase dei colloqui di pace tenutasi a Minsk è stata sospesa il 26 dicembre 2014. Tuttavia, ambo le parti hanno confermato, dopo ore di trattative, di aver accettato lo scambio di prigionieri, che coinvolge almeno 375 prigionieri su entrambi i lati.

Il 12 febbraio 2015 a Minsk in esito ai colloqui dei leader di Francia e Germania, Russia e Ucraina, i rappresentanti del Gruppo di contatto trilaterale hanno sottoscritto il pacchetto di misure per l'attuazione del protocollo di Minsk, noto come protocollo di Minsk II.

Quando l’Ucraina era la terza potenza nucleare al mondo. Il Post il 2 marzo 2022.

Dopo la fine dell'Unione Sovietica il paese si disfece delle armi in cambio della garanzia che i suoi confini sarebbero stati rispettati: non è andata così.

I presidenti degli Stati Uniti, della Federazione russa e dell'Ucraina Bill Clinton, Boris Yeltsin e Leonid Kravchuk firmano l'accordo con cui l'Ucraina acconsente a disfarsi del proprio arsenale nucleare

Nelle ultime settimane di crisi in Ucraina, e in questi giorni di invasione del paese da parte della Russia, vari analisti hanno ricordato che l’Ucraina, per pochi anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, fu una delle più grandi potenze nucleari del mondo. Questa condizione terminò nel 1994 con il Memorandum di Budapest: l’accordo con cui l’Ucraina acconsentì a disfarsi delle armi nucleari rimaste sul suo territorio dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, in cambio della garanzia che i suoi confini sarebbero stati sempre rispettati, tanto dalla Russia quanto dall’Occidente.

Com’è ovvio, quell’accordo è stato platealmente violato dal presidente russo Vladimir Putin, sia con l’invasione di questi giorni sia nel 2014, quando la Russia invase e annetté la penisola di Crimea. Oltre a chiedersi cosa sarebbe successo se l’Ucraina avesse tenuto le sue armi atomiche, vari analisti hanno notato che questo non è per niente un segnale incoraggiante per il processo di disarmo nucleare di altri paesi del mondo.

Il memorandum del 1994 non riguardava soltanto l’Ucraina, ma anche il Kazakistan e la Bielorussia: tutti stati diventati indipendenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (nel 1991), e che si trovarono ad avere sul proprio territorio una serie di armi nucleari che erano appartenute all’URSS. Dei tre stati in questione, l’Ucraina era quello che ne aveva di più: con circa 1.800 ordigni nucleari di vario tipo, la neonata Ucraina si trovò a essere la terza potenza nucleare del mondo.

All’accordo – firmato con Russia, Stati Uniti e Regno Unito – si arrivò solo dopo lunghi negoziati, più accordi e numerosi dibattiti: benché il controllo operativo degli ordigni nucleari presenti sul territorio ucraino fosse in mano soprattutto alla Russia, infatti, l’Ucraina esitò molto di più del Kazakistan e della Bielorussia prima di convincersi a disfarsene: tutte quelle armi, di fatto, rendevano senza alcuno sforzo l’Ucraina uno stato forte e temibile, che entrava nel sistema della deterrenza nucleare e che avrebbe potuto preservarsi da attacchi e invasioni.

Il primo passo per arrivare al memorandum di Budapest del 1994 fu la firma, nel 1992, del trattato START I (Strategic Arms Reduction Treaty). Il trattato era stato originariamente firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si era sciolta appena cinque mesi dopo: i suoi obblighi furono quindi assunti dagli stati che ne avevano ereditato le armi.

L’Ucraina accettò di firmarlo solo dopo numerosi e accesi dibattiti interni e si impegnò, come il Kazakistan e la Bielorussia, a smaltire le armi nucleari sul proprio territorio entro sette anni per poi aderire, come stato non-nucleare, al Trattato di non proliferazione nucleare (trattato del 1968 in cui gli stati che non hanno armi nucleari si impegnano a non dotarsene).

Tra la firma e la ratifica del trattato START I, però, ci fu una serie di altri dibattiti in Ucraina, sia sulle modalità con cui disfarsi delle armi nucleari che sulla possibilità di mantenterne almeno una parte. Alla fine, e anche a seguito delle pressioni degli Stati Uniti, l’Ucraina accettò di ratificare il trattato START I e di smaltire tutte le armi nucleari presenti sul proprio territorio in cambio di sostegno economico e di una serie di garanzie.

Prima di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare, però, l’Ucraina pretese ulteriori garanzie sulla propria sicurezza e sul rispetto dei propri confini, garanzie che le vennero date proprio con il memorandum di Budapest del 1994, il cui titolo completo era “Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza”.

Il memorandum, in sintesi, comprendeva 6 punti: che i paesi firmatari (Russia, Stati Uniti e Regno Unito) avrebbero rispettato la sovranità, l’integrità territoriale e i confini esistenti dell’Ucraina; che non l’avrebbero attaccata se non per difendersi; che non avrebbero adottato misure di coercizione economica per piegarla al proprio volere; che non avrebbero usato armi nucleari contro di lei (a meno che l’Ucraina non li avesse attaccati alleandosi o associandosi in qualche modo con uno stato armato nuclearmente); che l’avrebbero assistita se fosse stata attaccata con armi nucleari; e che, in sostanza, avrebbero fatto in modo che tutti questi punti venissero rispettati, consultandosi nel caso in cui fossero sorti problemi in relazione agli accordi presi.

L’accordo non obbligava i paesi firmatari a intervenire in difesa dell’Ucraina nel caso in cui fosse stata attaccata: la formula usata, «fornire assistenza» era piuttosto vaga, e comunque non vincolante, come lo è l’articolo 5 del trattato della NATO, di cui l’Ucraina non fa parte.

Ma la questione più importante, soprattutto alla luce di quello che sta succedendo oggi, è che con quell’accordo la Russia si impegnava a non minacciare mai la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Ed è solo in cambio di molte rassicurazioni in questo senso, ribadite e riformulate in vari modi, che l’Ucraina accettò di disfarsi del grosso arsenale nucleare a sua disposizione (cosa che finì di fare nel 1996). Rassicurazioni che Stati Uniti e Russia offrirono nuovamente nel 2009, con una dichiarazione congiunta in cui dicevano che il contenuto del memorandum di Budapest sarebbe stato rispettato anche dopo la scadenza del trattato START I.

La prima volta che la Russia violò gli accordi di Budapest fu nel 2014, con l’invasione e l’annessione della penisola di Crimea. Alle accuse di Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina, il ministro degli Esteri russo rispose che «le rassicurazioni sulla sicurezza [dell’Ucraina] erano state date al governo legittimo dell’Ucraina, e non alle forze politiche salite al potere con un colpo di stato». Il governo russo si riferiva al governo nominato con la rivoluzione di Euromaidan.

E quando Stati Uniti e Regno Unito si accordarono per incontrarsi con la Russia a Parigi per discutere, come previsto dall’ultimo punto dell’accordo, della situazione, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che pure si trovava a Parigi, non si presentò.

La seconda volta in cui la Russia ha violato quegli accordi è oggi, con l’invasione su larga scala, e da più fronti, dell’Ucraina.

Secondo Mariana Budjeryn, esperta di armamenti nucleari dell’Università di Harvard, nell’opinione pubblica ucraina c’è un certo rammarico rispetto alla scelta fatta con gli accordi di Budapest. Tenere e mantenere quell’arsenale nucleare, ha detto Budjeryn a NPR, sarebbe stato costoso e rischioso, ma la «narrazione pubblica dell’Ucraina è “avevamo il terzo arsenale nucleare più grande del mondo, lo abbiamo ceduto per questo pezzo di carta, e guardate cosa è successo”».

È anche per questo che in questi giorni si parla molto del memorandum di Budapest del 1994. Come ha scritto The Intercept, la guerra in corso è un segnale tutt’altro che incoraggiante per quanto riguarda le politiche del disarmo nucleare: vedendo cosa è successo all’Ucraina, i paesi più piccoli che possiedono armi nucleari, che mirano ad averne come l’Iran o che, come la Corea del Nord, stanno lavorando per potenziare il proprio arsenale, saranno molto meno inclini a disfarsene in cambio di garanzie di pace e stabilità. 

CHE FINE HANNO FATTO GLI ACCORDI DI MINSK?  KHRYSTYNA GAVRYSH  l'8 marzo 2022 su sidiblog.org.

Gli accordi di Minsk hanno costituito un passaggio importante nella momentanea – e nemmeno così netta – soluzione del conflitto sorto a seguito dell’impeachment dell’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich, notoriamente vicino al Governo russo, nel 2014. La reazione della Russia fu, infatti, quella di annettere la Crimea mediante un referendum privo di crismi di democraticità (Peters) e di invadere le regioni del Donbass, invocandone la remedial secession. In siffatto contesto, gli accordi di Minsk rappresentano un compromesso tra le aspirazioni imperialiste della Russia e l’esigenza dell’Ucraina a preservare la propria integrità territoriale.

Analizzando più da vicino questo strumento sorge l’esigenza di fare alcune precisazioni. Anzitutto, gli accordi di Minsk sono due: mentre il primo accordo (Protocollo di Minsk) adottato il 5 settembre 2014 (e seguito da un memorandum esplicativo del 19 settembre) è un accordo-quadro, che stabilisce una serie di principi da attuare al fine di conseguire una risoluzione pacifica della controversia sui territori del Donbass, il secondo (Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk), adottato il 12 febbraio 2015, è un accordo di attuazione di questi principi, contenente una serie di misure più dettagliate da adottare in tempi brevi. Tali accordi sono stati firmati dai rappresentanti della Russia, dell’Ucraina e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), meglio conosciuti come gruppo di contatto trilaterale sull’Ucraina, oltreché dai due rappresentanti delle regioni separatiste. La conclusione di questi accordi è stata altresì favorita tramite i negoziati promossi in seno al c.d. Formato Normandia, composto dai rappresentanti dell’Ucraina, Russia, Germania e Francia, che hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sull’impegno di attuare gli stessi contestualmente all’adozione del Pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi di Minsk. Tale dichiarazione è stata anche inserita nell’allegato n. 2 alla risoluzione n. 2202/2015 del Consiglio di sicurezza che recepisce altresì il secondo accordo di Minsk, rendendo peraltro l’organo delle Nazioni Unite un ulteriore garante, oltre all’OSCE, dell’esecuzione di quanto disposto negli stessi.

Tra gli obblighi più rilevanti degli Accordi di Minsk vi è il cessate il fuoco da ambo le parti, il ritiro delle truppe da parte della Russia e una riforma costituzionale sul decentramento territoriale in capo all’Ucraina entro la fine del 2015. Quest’ultimo obbligo, in particolare, è sancito dall’art. 11 del secondo accordo di Minsk ed è indicato dall’art. 9 dello stesso come presupposto necessario affinché la Russia ceda il pieno controllo sulla frontiera nelle zone del conflitto al Governo ucraino, creando così una subordinazione normativa tra le due disposizioni.

Orbene, spesso si è sentito dire che non c’è alternativa agli accordi di Minsk, ma se si analizzano bene i fatti emerge che non solo – come ormai è ben noto a tutti – la loro estinzione è stata invocata a gran voce da Putin, ma nell’ordinamento giuridico ucraino sono stati avanzati forti dubbi circa la loro validità giuridica. Pertanto, prima di passare alla valutazione del fondamento giuridico dell’invocata estinzione da parte del presidente russo, occorre indagare sulla effettiva validità degli stessi nell’ordinamento internazionale.

Anzitutto, va subito posto in evidenza che il successivo governo ucraino ha mostrato un atteggiamento piuttosto ambiguo in relazione agli accordi. In effetti, Petro Poroshenko – l’ex presidente ucraino che ha promosso la loro stipula, conferendo all’uopo i poteri di rappresentanza a Leonid Kuchma – è stato sottoposto ad un procedimento penale per alto tradimento per fatti connessi alla conclusione degli stessi e, in particolare, per gli accordi di fornitura di carbone con le regioni separatiste. Il procedimento però è finito con un’assoluzione. C’è stata anche un’inchiesta parlamentare sulla possibile violazione della Costituzione ucraina connessa sempre alla stipula degli accordi di Minsk e alle successive riforme promosse proprio da Poroshenko per adeguarvisi. D’altro canto, Volodymyr Zelenskij – subentrato a Poroshenko nel 2019 – ha più volte confermato l’intenzione di attuarli, ma anche l’esigenza di rinegoziarli, mai presa in considerazione dalla Russia. Al di là di questi rilievi, rimane però intangibile un dato fattuale: la riforma costituzionale sull’autonomia territoriale – seppur oggetto di una specifica proposta di legge costituzionale n. 2217а del 1° luglio 2015, che avrebbe apportato significative modifiche all’art. 133 della Costituzione ucraina in materia di organizzazione territoriale – a favore delle regioni separatiste, imposta dall’art. 11 del secondo accordo di Minsk, non è mai stata attuata per eccessive divergenze politiche in seno al Parlamento ucraino, venendo definitivamente revocata il 29 agosto 2019.

Ma veniamo ora alle ragioni sovente invocate nell’ordinamento ucraino, sia dalla dottrina che in seno al Parlamento ucraino, per asserire la carenza di vincolatività giuridica degli accordi di Minsk e, dunque, la loro mera valenza politica (Markov et al., “Legal Nature Issues of the Minsk Agreements (International and Legal Analysis)”, Law and Safety, no. 4, 2020, p. 20 ss.). Gli argomenti principali sono due: mancata espressione della volontà a vincolarsi mediante la ratifica, ai sensi dell’art. 9, par. 1, della Costituzione ucraina, da parte del Parlamento ucraino (Verchovna Rada) e mancato conferimento di pieni poteri a Leonid Kuchma e, dunque, violazione degli articoli 3, 5 e 6 della legge ucraina n. 1906-IV del 29 giugno 2004 sugli accordi internazionali (recanti norme sul procedimento interno da rispettare  in  materia di conclusione dei  trattati) in combinato disposto con l’art. 103, par. 3, della Costituzione ucraina sulla competenza del Presidente a concludere gli accordi internazionali.

Entrambi questi argomenti potrebbero essere spesi per invocare la nullità relativa degli accordi per violazione manifesta di una norma interna di natura fondamentale concernente la competenza a concludere trattati ai sensi dell’art. 46 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 (Convenzione di Vienna). Questa disposizione va letta in combinato disposto con l’art. 7 della medesima Convenzione riguardante i pieni poteri a rappresentare lo Stato nella conclusione dei trattati. Per comprendere se il conferimento dei pieni poteri fosse incompleto o viziato, occorre, dunque, analizzare il documento con il quale esso è stato effettuato. Orbene, si tratta dell’ordine n. 953 dell’8 luglio 2014, intitolato «Sull’autorizzazione di Kuchma a partecipare al gruppo di contatto tripartito per la risoluzione pacifica della situazione nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Al fine di attuare il piano del Presidente dell’Ucraina sulla soluzione pacifica della situazione nelle regioni di Donetsk e Luhansk e di raggiungere accordi sulla sua attuazione». Dal testo del documento non paiono esserci dubbi che si tratti di un vero e proprio conferimento di pieni poteri.

Passando, invece, al secondo argomento, ossia quello della mancata ratifica ai sensi dell’art. 9, par. 1 da parte del Parlamento ucraino, va precisato che in effetti la fattispecie in oggetto – ossia la stipula di un accordo di pacificazione– ricade nelle ipotesi in cui l’atto di ratifica è richiesto dall’art. 9, par. 2, lett. a), della legge n. 1906-IV/2004 sugli accordi internazionali. Tuttavia, la conclusione degli accordi in forma semplificata e, dunque, attraverso l’espressione del consenso mediante la firma, rappresenta una prassi piuttosto consolidata nel diritto internazionale. Pur non conoscendo la tradizione ucraina in materia di accordi semplificati, si può trarre insegnamento dalla pronuncia della Corte internazionale di giustizia sul caso Somalia c. Kenya del 2 febbraio 2017 (Vitucci, “La competenza a rappresentare lo Stato nella conclusione dei trattati e la validità degli accordi fra diritto interno e diritto internazionale”, in Rivista di Diritto Internazionale, fasc. 3, 2018, p. 715 ss.). In applicazione dei principi ivi sanciti, si può giungere alla conclusione che il conferimento dei pieni poteri e il testo degli accordi mediante l’utilizzo di una terminologia assolutamente imperativa faccia pensare senz’altro alla volontà di creare un vincolo giuridico sul piano internazionale. D’altro canto, l’Ucraina avrebbe perso la possibilità di invocare l’invalidità dell’espressione del proprio consenso, in quanto mediante i suoi comportamenti – rectius le dichiarazioni di Zelenskij sulla loro importanza e la congiunta dichiarazione sull’impegno di attuarli dell’allora presidente Poroshenko unitamente ad altri leader politici del formato Normandia, oltreché le riforme da quest’ultimo promosse per adeguarvisi – avrebbe prestato acquiescenza alla validità del Memorandum of understanding, in ossequio ai dettami dell’art. 45, par. 2, della Convenzione di Vienna. Del resto, l’Ucraina non ha mai invocato ufficialmente la nullità degli accordi di Minsk.

Fugati i dubbi sulla validità degli accordi oggetto di questa disamina, occorre interrogarsi circa la loro possibile estinzione, ufficialmente invocata da Putin nella conferenza stampa del 22 febbraio, concessa a seguito del discorso alla nazione in cui riconosceva pubblicamente le Repubbliche indipendenti di Donetsk e Luhansk. Il presidente russo adduce due argomenti a supporto di tale estinzione. Anzitutto, egli afferma che «questo compromesso [rappresentato dagli accordi] è rimasto lettera morta per colpa dell’attuale Governo ucraino. Gli accordi di Minsk sono stati uccisi ben prima del riconoscimento delle Repubbliche di Donetsk e Luhansk, ma non da me e nemmeno dal Governo delle Repubbliche, bensì dal Governo ucraino. Già da tempo il Governo di Kiev ha pubblicamente affermato che non era intenzionato a rispettare tali accordi (…). A questo punto gli accordi di Minsk non esistono più» (posizione assunta anche dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite Vasily Nebenzia, in seno al Consiglio di sicurezza e in qualità di suo presidente, all’incontro n. 8974 del 23 febbraio 2022, UN Doc. S/PV.8974). L’estinzione in questo caso rappresenterebbe una reazione all’inadempimento da parte dell’Ucraina ai sensi dell’art. 60 della Convenzione di Vienna. In secondo luogo, il leader russo ribatte ai giornalisti che insistono sull’importanza degli accordi: «Cosa dobbiamo rispettare se abbiamo riconosciuto l’indipendenza di queste regioni?!», facendo così leva sul mutamento fondamentale delle circostanze previsto dall’art. 62 della Convenzione di Vienna.

Partiamo, dunque, da quest’ultimo argomento. Il mutamento fondamentale delle circostanze sarebbe dovuto al riconoscimento da parte delle Russia delle regioni separatiste come entità statali indipendenti. Non c’è dubbio che si tratti di circostanze che hanno costituito la base essenziale per la conclusione del trattato, come richiesto dall’art. 62 della Convenzione di Vienna, trattandosi dell’oggetto principale della disputa tra i due Stati. Tuttavia, come precisa l’art. 62, par. 2, lett. b), tale mutamento non può essere invocato come motivo per porre termine ad un trattato quando è dovuto alla violazione da parte dello Stato che lo invoca “o di un obbligo del trattato o di qualsiasi altro obbligo internazionale nei confronti di qualunque altro Stato che sia parte del trattato”. Sicché il riconoscimento delle Repubbliche separatiste da parte della Russia – peraltro privo di alcun valore giuridico per il diritto internazionale, in quanto non aderente al principio di effettività, essendo tra l’altro intervenuto su un territorio più vasto rispetto a quello controllato (Kilibarda) – si pone in violazione del principio di sovranità territoriale dell’Ucraina, che la Russia era vincolata a rispettare non solo in funzione di un obbligo consuetudinario di eguaglianza tra gli Stati, ma anche in funzione dell’impegno assunto da Putin nella già menzionata dichiarazione congiunta del 12 febbraio 2015. Inoltre, la Russia ha agito anche in violazione del Memorandum on Security Assurances in connection with Ukraine’s accession to the Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons firmato a Budapest nel 1994 relativo alla smilitarizzazione nucleare dell’Ucraina, nel quale si assumeva l’impegno di rispettarne la sovranità territoriale (art. 2) ed, anzi, di fornirvi l’assistenza nel caso di rischio di subire un attacco nucleare (art. 4).

Tornando poi alla prima motivazione utilizzata da Putin, egli ne invoca l’estinzione per reazione al mancato inadempimento degli obblighi in capo all’Ucraina e, dunque, in applicazione della clausola inadimplenti non est adimplendum ai sensi dell’art. 60, par. 1, della Convenzione di Vienna (Cimiotta, “La Corte internazionale di giustizia e le reazioni alla violazione di trattati bilaterali: la sospensione del trattato e gli altri rimedi”, in Rivista di diritto internazionale, fasc. 1, 2013, p. 48 ss.). Tale norma regola l’inadempimento dei trattati bilaterali, permettendo allo Stato vittima della violazione di porvi termine o di sospenderne completamente o parzialmente l’applicazione. Il ricorso a siffatto strumento richiede che si tratti di una violazione sostanziale del trattato, che ai sensi dell’art. 60, par. 3, lett. b) riguarda la violazione di una disposizione essenziale per la realizzazione dell’oggetto dello scopo del trattato. In effetti, difficilmente si può negare che la riforma costituzionale sul decentramento territoriale (art. 11 del secondo accordo di Minsk) fosse un passaggio essenziale dei trattati, oltreché sinallagmaticamente legata ad obblighi incombenti sulla Russia.

Tuttavia, l’ipotesi di estinzione del trattato, oltre che essere in conflitto con il principio di conservazione dei valori, in quanto nel diritto internazionale generale le reazioni all’illecito dovrebbero essere funzionali ad assicurare l’effettività della norma violata (Salerno, Diritto internazionale. Principi e norme6, Milano, 2021, p. 222 ss.), trova la sua ragion d’essere solo in relazione ai trattati bilaterali proprio perché in siffatte ipotesi nessuno Stato terzo o la comunità internazionale hanno alcun interesse alla loro esecuzione (Dörr et al., Vienna Convention on the Law of Treaties. A Commentary2, Springer, Berlino, 2018, 1095 ss., p. 1098, par. 5). Diversa è, però, l’ipotesi degli accordi di Minsk. Infatti, il secondo accordo di Minsk è stato integrato nella già menzionata risoluzione n. 2202/2015 del Consiglio di sicurezza (risoluzioni simili sono già state adottate in passato, v.: nn. 1031/95, 1378/2001 e 1386/2001; in dottrina v. Forlati, “Coercion as a Ground Affecting the Validity of Peace Treaties”, in The Law of Treaties Beyond the Vienna Convention (a cura di Cannizzaro), Oxford University Press, Oxford, 2011, p. 220 ss.). Non è certo se tale risoluzione sia stata adottata ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite e, dunque, se possa beneficiare del primato della stessa ai sensi dell’art. 103 della medesima, seppur il suo contenuto sembra confluente rispetto ad obiettivi individuati dall’art. 39 della Carta di mantenimento o ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale. In effetti, non vi è alcuna espressa menzione a riguardo e anche la terminologia non risulta univoca, essendo utilizzati sia termini immediatamente precettivi come endorse (par. 1), ma anche quelli meramente raccomandatori – peraltro prevalenti – come call on (par. 3) e welcome (par. 2).

Tuttavia, a prescindere dalla potenziale copertura da parte dell’art. 103 della Carta, sembra ragionevole ritenere che già il semplice recepimento nella risoluzione del Consiglio di sicurezza del secondo accordo di Minsk faccia sorgere, in relazione alla sua attuazione, l’interesse dell’intera comunità internazionale, mutando la natura degli obblighi ivi contenuti da impegni meramente reciproci ad obblighi erga omnes. Siffatta mutazione fa venir meno la logica soggiacente all’art. 60, par. 1, della Convenzione di Vienna, sottraendo alla disponibilità delle parti l’invocazione dell’estinzione del trattato per inadempimento dell’altra parte. Sulla scorta di tali ragionamenti, si può giungere alla conclusione che gli accordi di Minsk sono tuttora validi ed efficaci per il diritto internazionale e la Russia li sta deliberatamente violando. In ogni caso, anche laddove la pretesa estinzione da parte di Putin trovasse conforto nel diritto internazionale, egli sarebbe pur sempre vincolato dall’obbligo di soluzione pacifica delle controversie sancito dall’art. 33 della Carta delle Nazioni Unite, non potendo adottare contromisure lesive degli obblighi imperativi di diritto internazionale, in ossequio all’art. 50, par. 1, lett. d), del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati, tra cui rientra anche quello attinente al divieto dell’uso della forza sancito dall’art. 2, par. 4, della Carta delle Nazioni Unite.

Ucraina, il diritto internazionale russo e il caso del Memorandum di Budapest. Andrea Mainardi su STARTMAG il 27 febbraio 2022.

La guerra della Russia in Ucraina, lo stato dell’ordinamento giuridico internazionale e il dossier da sbrogliare del Memorandum di Budapest. 

Lo sfacciato atto di aggressione della Federazione Russa ha spinto funzionari e commentatori ad ammettere che le dighe si stanno rompendo. Il moderno ordinamento giuridico internazionale sta crollando. Poche ore prima dell’invasione, ad esempio, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha predetto: “L’inizio di una guerra su larga scala in Ucraina sarà la fine dell’ordine mondiale come lo conosciamo”. Nel frattempo, Susan Glasser del New Yorker ha twittato: “Purtroppo, non c’è ordine internazionale”. Oltretutto con la Russia presidente di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Con l’ambasciatore russo che mentre presiede spiega che non è una guerra, ma una “operazione militare speciale”.

Ma mentre l’invasione ordinata da Vladimir Putin è in diretta violazione del principio fondamentale dell’ordinamento giuridico internazionale – il divieto dell’uso della forza – è troppo presto per scrivere il necrologio del sistema internazionale del dopoguerra. Per Oona Hathaway e Scott Shapiro, di Yale, l’invasione di Putin non è sufficiente, da sola, a distruggere l’ordine mondiale. La risposta internazionale alla Russia è la prova che il sistema sta cercando di funzionare, dal momento che gli stati hanno risposto all’aggressione con la condanna e l’azione.

Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui Joe Biden ha tenuto in riserva alcune sanzioni ed è stato attento a non criticare l’Europa per non essersi mossa così rapidamente contro la Russia come avrebbero voluto molti americani. Tra i piani suggeriti da Hathaway e Shapiro ci sono modi per cancellare il potere della Russia sull’Europa e proteggere i paesi più piccoli, come quelli dei Paesi baltici, che temono che la Russia possa muoversi contro di loro in seguito.

È però un fatto che l’Ucraina ha rinunciato alle armi nucleari nel 1994 con il Memorandum di Budapest, in cui gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Russia hanno offerto garanzie di sicurezza alla nazione che aveva ottenuto l’indipendenza quando l’Unione Sovietica si è sciolta. Era il tempo del dopo Guerra Fredda, quando la storia la si dava per “finita”. Circa 1.800 armi nucleari erano sul territorio ucraino. L’Ucraina era la seconda repubblica più potente dell’ex Unione Sovietica, con un terzo dell’arsenale nucleare sovietico. All’epoca il terzo più grande al mondo. L’Ucraina accetta di distruggere il suo arsenale e di aderire al Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, in cambio dell’assistenza finanziaria e delle garanzie di sicurezza fornite da Stati Uniti e Regno Unito.

I due, insieme alla Russia, riaffermano il loro obbligo di astenersi dalla minaccia e dall’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica dell’Ucraina. Si impegnano inoltre a “cercare un’azione immediata del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per fornire assistenza” in caso di “atto di aggressione” contro il Paese.

L’Ucraina mantiene l’impegno. Putin ha reso lettera morta il Memorandum di Budapest già con l’invasione della Crimea nel 2014, ora riconoscendo come regioni indipendenti le cosiddette “repubbliche popolari” di Luhansk e Donetsk e infine con l’attacco militare. Anche in palese violazione della Carta delle Nazioni Unite e degli accordi di Minsk.

Da notare che la Cina – oggi stretto partner dell’invasore russo –non firmò il Memorandum, ma nella dichiarazione congiunta sino-ucraino del 6 settembre 1994, riconosce e rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina.

Usa e Uk hanno mantenuto con efficacia la promessa del 1994 di proteggere la sicurezza? Le mire di Putin erano evidenti da tempo. La protezione non ha funzionato, vedremo con la reazione all’invasione. Le sanzioni per l’annessione della Crimea documentano di una guerra che va avanti da anni, registrando migliaia di morti e più di un milione di profughi.

L’inquilino della Casa Bianca ha già elencato un’escalation di misure per l’attacco a Kiev. Compresi i recentissimi 600 milioni in fondi immediati stanziati per la difesa, che porta a circa un miliardo complessivo l’impegno Usa. La Gran Bretagna fornisce all’Ucraina armi anticarro e veicoli corazzati. Anche altri paesi hanno annunciato aumenti degli aiuti militari a Kiev. La NATO si affretta a rifornire l’Ucraina via terra; una no-fly è del tutto esclusa. La misura è pericolosa. Equivale a dichiarare guerra.

Mettere gli aerei americani e degli alleati NATO nel cielo sopra l’Ucraina comporterebbe la decisione di entrare in uno scambio militare con le forze russe, con tutti i rischi che comporta.

Sabato i leader occidentali hanno deciso di imporre ulteriori sanzioni finanziarie alla Russia per l’invasione dell’Ucraina, inclusa la rimozione di “banche russe selezionate” dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT. Solo il tempo ne giudicherà l’efficacia.

Piuttosto, il Memorandum è giuridicamente vincolante quanto un Trattato? Per molti politici, diplomatici e osservatori, no. A differenza dell’articolo 5 della Carta della NATO, il Memorandum non richiede una risposta specifica da parte degli Stati Uniti o di altri. Scrive il Washington Post: “Sebbene fornisca garanzie di sicurezza, non include promesse specifiche in merito a una potenziale invasione”.

E comunque, se per impegno nella sicurezza si deve includere anche un coinvolgimento militare diretto, le cose negli Usa erano già state chiarite ai tempi della firma del Memorandum. A un giornalista che gli chiedeva: “Ci si aspetta che gli Stati Uniti inviino truppe, ad esempio, per difendere il possesso ucraino della Crimea in una disputa con la Russia?”, il Segretario di Stato Usa dell’epoca, Warren Christopher diede una risposta decisamente negativa. L’accordo – disse – prevede che le potenze nucleari non avrebbero usato tali armi contro l’Ucraina. Gli fu anche chiesto specificamente se gli Stati Uniti fossero ora “un garante dei confini dell’Ucraina”. Rispose in modo obliquo: “Le garanzie di sicurezza si riferiscono a quell’argomento e forniscono garanzie al riguardo”.

Nemmeno all’epoca, quindi, si fa avanti l’idea di un’America che intende rischiare la sicurezza di New York o Washington per proteggere Kiev. E, come Biden oggi, tutti temono che a usare le armi – e forse anche a spingere troppo l’acceleratore su altri provvedimenti – scatenerebbe la terza guerra mondiale.

Rimane la domanda sulla credibilità dei trattati internazionali. Negli Usa è diffuso il giudizio secondo cui l’Ucraina è stata tradita sugli impegni del Memorandum, già strappato da Putin nel 2014. Non questa settimana.

Osserva il Wsj: “Il Memorandum di Budapest mostra ancora una volta la follia di fidarsi delle promesse di carta. Più dannoso è il messaggio che le nazioni rinunciano ai loro arsenali nucleari a loro rischio e pericolo. Questa è la lezione che la Corea del Nord ha imparato e l’Iran sta seguendo lo stesso schema di connivenza per costruire la bomba”.

L’incapacità degli Stati Uniti di far rispettare i propri impegni di Budapest – già dall’invasione della Crimea – echeggerà anche nelle capitali alleate che fanno affidamento sulle assicurazioni militari americane. Non sorprende se il Giappone o la Corea del Sud cercano il proprio deterrente nucleare. Prosegue il Wsj: “Se gli americani vogliono sapere perché dovrebbero preoccuparsi dell’Ucraina, la proliferazione nucleare è una delle ragioni. Il tradimento ha delle conseguenze, poiché il mondo sembra destinato a imparare di nuovo nel modo più duro”. Ovvero attrezzandosi con una difesa nucleare.

Un’altra domanda scomoda quanto urgente è: la Russia potrebbe attaccare un membro della NATO? Putin ha quasi promesso di metterla alla prova. Una cosa è che invada l’Ucraina, che non fa parte della NATO. Sarebbe qualcosa di completamente diverso muoversi contro un membro della NATO più piccolo, come gli stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania. Secondo l’articolo 5 della Carta della NATO, un attacco a un membro è un attacco a tutti. Gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e il Regno Unito, insieme al resto dell’alleanza di 30 membri, dovrebbero rispondere.

Gli Stati Uniti difenderanno ogni centimetro del territorio della NATO con tutta la forza della potenza americana, ha garantito il presidente Biden. Putin ha organizzato un attacco informatico contro l’Estonia nel 2007, quasi senza ripercussioni. Che tipo di attacco russo attiverebbe un intervento dell’articolo V? Una volta che  avrà istituito il suo stato fantoccio in Ucraina e avrà spostato le sue forze ai confini della NATO – osserva il Wsj – il russo cercherà il momento giusto per smascherarla come un’alleanza solo di nome.

LA DISINFORMAZIONE SULL’ATTUALE CONFLITTO RUSSIA-UCRAINA: SETTE MITI SFATATI. Da euvsdisinfo.eu il 24 gennaio 2022.  

L’alba di nuovo giorno porta con sé una nuova bugia sull’Ucraina e sulle attuali tensioni in prossimità del confine tra Russia e Ucraina. Dalla sua annessione illegale della penisola di Crimea nel 2014 alla continua aggressione militare contro l’Ucraina, la Russia ha intrapreso una campagna di disinformazione duratura e coordinata sotto il controllo dello Stato rivolta alla popolazione russa, ai paesi vicini alla Russia, all’Unione europea e non solo, puntando in particolare a condizionare l’opinione pubblica. Appoggiate da organi di informazione controllati dallo Stato e da un «ecosistema» di più ampio respiro composto dagli organi di informazione pro-Cremlino, le autorità russe si sono prodigate a denigrare l’Ucraina, raffigurandola come una minaccia per la sicurezza globale, attaccando la comunità internazionale per il sostegno alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza dell’Ucraina all’interno dei propri confini riconosciuti a livello internazionale. La campagna russa ha inoltre preso di mira in modo diretto il ruolo svolto dall’Unione europea e da altri attori, in particolare la NATO, distorcendone il ritratto per delineare un loro presunto atteggiamento minaccioso e aggressivo dinanzi alle «legittime preoccupazioni per la sicurezza» espresse dalla Russia. Il recente crescendo di forze militari russe, iniziato nella primavera del 2021 presso il confine ucraino e nella penisola di Crimea annessa illegalmente, ha solo intensificato il dilagare della disinformazione.

Nel corso di questa panoramica, daremo uno sguardo ai miti predominanti e più pericolosi, che spesso si rivelano vere e proprie bugie, in merito al conflitto tra Russia e Ucraina.

Mito numero uno: «Le tensioni in atto sono il frutto di un comportamento insistentemente aggressivo dell’Ucraina e dei suoi alleati in Occidente. La Russia non fa altro che difendere i suoi legittimi interessi e non è affatto responsabile di questo conflitto.»

Falso. Il fatto è che la Russia continua a violare il diritto internazionale e altri accordi che si è impegnata di rispettare. Con l’annessione illegale della penisola di Crimea e il compimento di atti di aggressione armata ai danni dell’Ucraina, la Russia, che figura tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha violato almeno 12 trattati internazionali e bilaterali. Tra questi si annoverano lo Statuto delle Nazioni Unite, l’Atto finale di Helsinki e la Carta di Parigi, che garantiscono la sovrana uguaglianza e l’integrità territoriale degli Stati, l’inviolabilità delle frontiere, la rinuncia al ricorso alla minaccia o all’uso della forza e la libertà degli Stati di scegliere o modificare le proprie disposizioni in materia di sicurezza.

In altre parole, le azioni della Russia volte a minare e minacciare l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina e, in particolare del Donbas, sono illegali. Queste azioni continuano a minacciare l’ordine di sicurezza europeo nella sua essenza e a mettere a repentaglio l’ordine internazionale basato su norme.

In termini di vittime, l’Ucraina ha subito ingenti perdite nel conflitto in corso con la Russia. L’aggressione della Russia è costata la vita a circa 14 000 cittadini ucraini e ne ha feriti molti di più. Il conflitto ha inoltre costretto più di 1,5 milioni di residenti (sfollati all’interno del paese) a lasciare la Crimea e l’Ucraina orientale.

Mito numero due: «La situazione in Ucraina ha innescato questo conflitto. Ci sono prove a conferma delle atrocità commesse dall’Ucraina nei confronti della popolazione di lingua russa nella regione orientale del paese. La Russia ha il dovere di intervenire, soprattutto perché Ucraina e Russia costituiscono una “singola nazione”, e, in fin dei conti, l’Ucraina appartiene alla “sfera privilegiata di influenza” della Russia.»

Falso. Le insinuazioni secondo cui l’Ucraina stia sferrando attacchi al proprio territorio e perseguitando i propri cittadini hanno dell’assurdo. Per spronare il sostegno in patria all’aggressione militare russa, gli organi di informazione russi controllati dallo Stato si sono dedicati indefessamente a diffamare l’Ucraina, incolpandola di perpetrare un presunto genocidio(opens in a new tab) nell’Ucraina orientale, tracciando infondati parallelismi con il nazismo e la Seconda guerra mondiale(opens in a new tab), fabbricando storie mirate a suscitare emozioni negative nel pubblico.

Sono numerosi i casi di storie fabbricate di questo genere, il cui esempio più famoso è rappresentato da un servizio televisivo russo che accusava le forze ucraine della crocifissione di un ragazzo nell’Ucraina orientale all’inizio del conflitto. I verificatori dei fatti hanno rapidamente dimostrato che la storia era del tutto inventata di sana pianta. Storie simili continuano a essere sfornate.

In effetti, non esistono prove ad avvalorare il fatto che i residenti di lingua o etnia russa nell’Ucraina orientale siano vittima di persecuzione, né tantomeno di genocidio, per mano delle autorità ucraine. Ciò è stato confermato in alcune relazioni pubblicate dal Consiglio d’Europa(opens in a new tab), dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani(opens in a new tab) e dall’OSCE(opens in a new tab).

La spesso decantata dichiarazione secondo cui l’Ucraina e la Russia siano «una singola nazione» è uno dei miti più antichi e profondamente radicati impiegati contro l’Ucraina. Questa argomentazione non regge nemmeno da un punto di vista storico a lungo termine. Sebbene i due paesi abbiano radici comuni risalenti alla Rus’ di Kiev, esistita dal IX secolo fino alla metà del XIII secolo, non è assolutamente vero che ucraini e russi costituiscano una singola nazione 800 anni dopo. Nonostante lunghi periodi di dominazione straniera, l’Ucraina possiede un forte cultura e identità nazionali ed è un paese sovrano.

La nozione di una «nazione interamente russa» priva di confini politici fa riferimento a un concetto ideologico risalente all’epoca imperiale(opens in a new tab) ed è stata adoperata come strumento per indebolire la sovranità e l’identità nazionale ucraina. Dal 2014, il governo russo ha coltivato questo mito con rinnovato slancio nel tentativo di razionalizzare e giustificare la sua aggressione militare contro l’Ucraina.

I concetti di «sfere di influenza» non hanno alcuna ragione d’essere nel XXI secolo. Analogamente a tutti gli altri Stati sovrani, l’Ucraina è libera di decidere il proprio percorso, le proprie politiche e alleanze estere e di sicurezza, la propria adesione a organizzazioni internazionali e alleanze militari.

Per promuovere l’idea dell’appartenenza dell’Ucraina alla «sfera di influenza» della Russia, di frequente le autorità russe e gli organi di informazione controllati dallo Stato sostengono che l’Ucraina non sia uno Stato «a tutti gli effetti». La propaganda russa sponsorizzata dallo Stato cerca di fornire una rappresentazione non veritiera della storia allo scopo di legittimare l’idea che l’Ucraina appartenga alla sfera naturale di interessi della Russia.

Mito numero tre: «In ogni circostanza, l’Ucraina deve rivolgersi alla Russia poiché l’UE e l’Occidente non nutrono alcun interesse per il paese e l’hanno abbandonato a sé stesso.»

Falso. L’UE ha instaurato un partenariato strategico con l’Ucraina. L’Ucraina è infatti diventata uno dei partner più stretti dell’UE: si tratta di un partenariato consolidato negli ultimi anni dall’accordo di associazione UE-Ucraina e dalla zona di libero scambio globale e approfondita(opens in a new tab). Ad oggi, l’UE è il più importante partner commerciale dell’Ucraina, responsabile di oltre il 40 % delle sue attività commerciali. L’UE sostiene un ampio ventaglio di programmi in Ucraina nell’ambito del partenariato orientale(opens in a new tab) dell’UE, appoggiando l’Ucraina nell’attuazione del suo programma di riforme. Dal 2014, l’UE ha fornito all’Ucraina 17 miliardi di euro sotto forma di prestiti e sovvenzioni.

A partire dal 2014, l’UE sostiene con decisione la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza dell’Ucraina all’interno dei propri confini riconosciuti a livello internazionale, imponendo misure restrittive(opens in a new tab) alla Russia per la sua deliberata azione di destabilizzazione dell’Ucraina, compreso nella penisola di Crimea. Inoltre, l’UE sostiene l’Ucraina nel rafforzamento della sua resilienza contro la disinformazione e gli attacchi informatici.

Mito numero quattro: «L’attuale crisi è colpa della NATO e dell’Occidente. Se avessero tenuto fede alla promessa di non allargare l’alleanza, la Russia non si sentirebbe minacciata.»

Falso. Una promessa del genere non mai stata fatta né richiesta alla NATO. Gli organi di informazione russi controllati dallo Stato hanno spesso dichiarato che il leader sovietico Mikhail Gorbaciov avesse ricevuto una promessa «verbale» dalla NATO della rinuncia di espansione oltre i territori della Germania riunificata. A dire il vero, Gorbaciov stesso negò il fatto durante un’intervista(opens in a new tab) nel 2014, affermando che «la questione dell’“espansione della NATO” non fu affatto discussa né menzionata in quegli anni. Mi assumo la piena responsabilità di ciò che dico: nessun paese dell’Europa orientale ha sollevato la questione, neanche dopo che il patto di Varsavia cessò di esistere nel 1991».

Questi cosiddetti accordi verbali sono pura fantasia. I membri della NATO non hanno mai preso alcun impegno politico o giuridicamente vincolante riguardante la rinuncia all’estensione dell’alleanza oltre i confini della Germania riunificata.

L’asserzione secondo cui la NATO avrebbe promesso di non allargarsi travisa in modo sostanziale la natura dell’alleanza. La NATO, in qualità di alleanza di difesa, non si «espande» nel senso imperialistico. Le decisioni relative all’appartenenza alla NATO spettano a ogni singolo paese candidato e agli attuali 30 paesi alleati della NATO. Ogni paese sovrano ha la facoltà di scegliere il proprio percorso e gli Stati confinanti, in questo caso la Russia, non hanno alcun diritto di intervenire.

Mito numero cinque: «Data l’aggressiva espansione della NATO, la Russia si trova ora “accerchiata da nemici” e si vede costretta a difendersi.»

Falso. Nessun paese o alleanza sta tramando per invadere la Russia. Nessuno sta minacciando la Russia. In realtà, l’UE e l’Ucraina sono convinte sostenitrici dell’ordine di sicurezza europeo costituito. È importante ricordare che la Russia è il più vasto paese al mondo dal punto di vista geografico, con una popolazione di oltre 140 milioni di persone, e possiede il più grande esercito al mondo, nonché il più alto numero di armi nucleari. Risulta pertanto paradossale dipingerla come un paese sotto una grave minaccia. In termini geografici, meno di un sedicesimo del confine terrestre della Russia lambisce i territori dei membri della NATO. Dei 14 paesi confinanti con la Russia, appena cinque sono membri della NATO.

Inoltre, nessuna tesi potrebbe suggerire che la violenza militare sia l’unica soluzione. Sono presenti diverse organizzazioni internazionali, accordi bilaterali e piani a cui la Russia può partecipare instaurando un dialogo collaborativo e pacifico, ad esempio aderendo al quadro e ai regimi di controllo delle armi dell’OSCE. L’UE mantiene aperti i canali di comunicazione con la Russia quale aspetto integrante della politica dell’UE nei confronti della Russia basata su cinque principi guida. Non mancano infatti piani consolidati per la comunicazione. Tuttavia, quale paese sovrano, l’Ucraina ha tutto il diritto di scegliere le proprie politiche e alleanze. La nozione che la Russia possa esercitare il potere di veto sulle decisioni sovrane dell’Ucraina non ha alcun fondamento. A tale proposito, né l’UE né la NATO affermano di poter imporre un veto su quali Stati possono diventare membri dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (OTSC), poiché non sono parti di quel trattato.

Mito numero sei: «In ogni caso, la Russia non è responsabile delle tensioni in corso in Ucraina. L’Ucraina ha deliberatamente violato gli accordi di Minsk e l’Occidente sta fornendo ulteriori armi all’Ucraina. La Russia deve reagire rapidamente difendendo i propri confini. La provocazione scaturisce dall’Occidente.»

Falso. Difatti, la Russia ha ammassato 140 000 truppe ed equipaggiamenti al confine con l’Ucraina, compreso nella penisola di Crimea annessa illegalmente.

La Russia è una delle parti degli accordi di Minsk, che costituiscono i documenti formali più recenti in cui la Russia riconosce la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Tuttavia, dal canto suo, la Russia non ha rispettato l’attuazione degli accordi di Minsk. La Russia e i suoi delegati non sono riusciti ad attuare un cessate il fuoco, a ritirare tutte le armi pesanti, a eseguire lo scambio di tutti i prigionieri politici o a garantire la fornitura di assistenza umanitaria basata su un meccanismo internazionale. Al contrario, si è dedicata al rafforzamento di formazioni armate illegali nell’Ucraina orientale. Per di più, la Russia non concede l’accesso illimitato agli osservatori SMM dell’OSCE, compreso al confine tra Ucraina e Russia, dove la missione di monitoraggio (molto limitata) è stata interrotta a causa del veto russo nell’estate 2021.

Senza la piena attuazione del cessate il fuoco, il ritiro delle armi pesanti nonché l’autorizzazione per il pieno accesso a tutti i territori per la missione di monitoraggio dell’OSCE, si dimostra difficile discutere l’attuazione delle parti politiche del protocollo di Minsk II. Ciononostante, l’Ucraina ha attuato gli accordi di Minsk quanto più ragionevolmente possibile, pur non avendo il controllo del territorio, affrontandone ogni punto. Ha approvato, e prorogato con rinnovi, la legislazione sullo statuto speciale e l’amnistia (2014) e ha preparato una proposta di legge sulle elezioni locali (2014). L’Ucraina ha approvato emendamenti costituzionali per fornire maggiore autonomia ai territori attualmente al di fuori del suo controllo (2015).

Mito numero sette: «L’UE è comunque debole e irrilevante: perché scomodarsi a parlare con essa?»

Falso. La classe politica russa ha lavorato duramente per convincere il mondo della debolezza e della mancanza di interesse dell’UE nel promuovere la pace e la sicurezza a livello internazionale. I funzionari e gli organi di informazione statali russi dipingono regolarmente l’UE come irrilevante e incapace di gestire le crisi, sia che si tratti del conflitto tra Russia e Ucraina, che di qualsiasi altra questione internazionale. A gennaio 2022, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov è arrivato ad accusare l’UE di «impotenza».

Il fatto che l’Europa goda di un clima di pace dalla fine della Seconda guerra mondiale si conferma una prova sufficiente per confutare tale affermazione. L’UE, in collaborazione con le Nazioni Unite, la NATO, l’OSCE, il Consiglio d’Europa, i membri del G7 e altri partner internazionali, ha contribuito in modo tangibile alla pace e alla sicurezza nella regione europea di più ampio respiro e oltre, compresa l’Ucraina.

L’UE è inoltre il più grande spazio economico integrato e il più importante partner commerciale dell’Ucraina. L’ambizioso accordo di associazione tra l’UE e l’Ucraina le avvicina ancora di più grazie al sostegno alle riforme in Ucraina, aprendo il mercato unico dell’UE e favorendo l’armonizzazione di leggi, norme e regolamenti in diversi ambiti.

IL COPIONE DEL CREMLINO: FABBRICARE PRETESTI PER INVADERE L’UCRAINA. Da euvsdisinfo.eu il 19 febbraio 2022.  

Di recente, abbiamo analizzato e sfatato sette dei miti predominanti e più pericolosi relativi all’Ucraina.

Nel bel mezzo dell’intensificarsi del crescendo di forze militari russe lungo i confini ucraini, gli organi di informazione russi controllati dallo Stato continuano a seminare resoconti di disinformazione riguardanti l’esecuzione di atrocità imminenti o persino in atto ai danni della popolazione nel Donbass. Tutto ciò, ovviamente, in un tentativo di creare un «casus belli», ovvero un pretesto per invadere e mantenere aperta l’opzione di una rinnovata e diretta aggressione militare contro l’Ucraina.

Nel corso degli anni, ipotesi false accusanti Kiev di «atrocità» nel Donbass hanno costellato gli organi di informazione pro-Cremlino. Gli organi di disinformazione, compresi quelli comprovati detenere legami con i servizi segreti russi(opens in a new tab), hanno incolpato l’Ucraina di «epurazione etnica» e «genocidio» in numerose occasioni in passato, ad esempio nel 2014(opens in a new tab), 2015, 2016, 2017, 2018, 2019, 2020 e nel 2021.

Adesso, tali falsità sono riciclate dai massimi vertici del Cremlino(opens in a new tab).

Di seguito è riportata una panoramica di alcuni resoconti di disinformazione pro-Cremlino predominati che sono o possono essere adoperati come pretesto per esacerbare l’aggressione militare contro l’Ucraina.

Mito: «Le forze ucraine sono in procinto di avviare un’offensiva di grande portata nel Donbass.»

Fatti: «L’Ucraina valorizza la vita di ogni cittadino e non pianifica alcuna azione aggressiva» – il messaggio del ministero ucraino della Difesa(opens in a new tab) non potrebbe essere più chiaro. «L’esercito ucraino non ha intenzione di pianificare azioni offensive e non utilizzerà armi se queste possono rappresentare una minaccia per i civili. Tutte le attività condotte nella zona dell’Operazione delle forze congiunte(opens in a new tab) sono di natura prettamente difensiva.»

Gli organi di informazione statali(opens in a new tab) russi hanno rinvigorito le ipotesi circa offensive(opens in a new tab) segrete dell’Ucraina. Ciò è culminato nella diffusione di messaggi video quasi identici(opens in a new tab) e sincronizzati (secondo quanto riferito pre-registrati due giorni prima) da parte dei leader dei militanti sostenuti dalla Russia nelle cosiddette regioni «DNR» (Donetsk) e «LNR» (Lugansk). Questi messaggi esortavano a evacuazioni di massa, o meglio a una ricollocazione ordinata, verso la Russia. Utilizzando il termine «evacuazione», i militanti locali tentano di dipingere le proprie azioni come umanitarie, quando in effetti si riferiscono allo sradicamento di civili dalle proprie case e dalla propria vita quotidiana. Le dichiarazioni degli organi di informazione statali(opens in a new tab) russi, secondo cui si contano 700 000 persone in fase di evacuazione, suggeriscono un tentativo(opens in a new tab) di invocare la responsabilità di fornire protezione, tracciando una sorta di parallelismo con la guerra del Kosovo.

Dove l’abbiamo già visto? Per anni, gli organi di informazione pro-Cremlino sono stati inondati da dichiarazioni sui piani offensivi di Kiev contro il Donbass, raffigurando l’Ucraina come un aggressore spietato. È possibile vederne numerosi esempi qui. Al tempo stesso, gli organi di informazione pro-Cremlino negano il verificarsi del recente bombardamento di un asilo(opens in a new tab) in un territorio controllato dall’Ucraina. 

Presunti piani di un’offensiva militare ucraina trasmessi da un’emittente televisiva russa controllata dallo Stato. Pervyi Kanal, 17 febbraio 2022.

Mito: «L’Ucraina sta escogitando di inscenare o condurre un attacco terroristico nel Donbass o in Russia (provocando numerose vittime tra la popolazione civile).»

Fatti: questa e insinuazioni analoghe rientrano nella categoria delle cosiddette narrazioni relative a operazioni svolte sotto falsa bandiera, in cui l’Ucraina è accusata di inscenare o di condurre violenti attacchi («terroristici»). Alcuni esempi recenti annoverano affermazioni in merito a piani di fare saltare in aria stabilimenti industriali pericolosi, edifici amministrativi nel Donetsk, nonché riferimenti a «mercenari polacchi»; per un’analisi più approfondita, vedere il DFR Lab(opens in a new tab).

Un elemento costante in questa varietà di dichiarazioni risiede nella lampante assenza di qualsiasi tipo di prova attendibile. Nessuno degli osservatori indipendenti è riuscito a verificare tali dichiarazioni e nessun testimone affidabile si è fatto avanti. Ciò comprende l’esplosione di un’auto nel Donetsk, notizia trasmessa in modo capillare il 18 febbraio 2022, dove una cronista di un’emittente televisiva russa controllata dallo Stato è ripresa accanto a un’auto dilaniata senza la benché minima presenza di una qualche indagine forense credibile in atto nei paraggi. Una storia(opens in a new tab) simile riguardante esplosioni di bidoni derelitti di sostanze liquide risulta allo stesso modo priva di prove valide.

Il governo ucraino ha categoricamente confutato(opens in a new tab) simili dichiarazioni all’insegna della disinformazione.

Le dichiarazioni delle fonti pro-Cremlino sui presunti attacchi terroristici ucraini si sono moltiplicate in seguito ai resoconti di organi di informazione internazionali(opens in a new tab), basati su informazioni dei servizi segreti pubblicamente divulgate, che indicavano la possibilità in base alla quale la Russia inscenerebbe un attacco terroristico falso per giustificare l’invasione dell’Ucraina.

Dove l’abbiamo già visto: la Russia, già in passato, aveva accusato l’Ucraina di «attacchi terroristici» (nel 2016(opens in a new tab)), mentre gli organi di informazione pro-Cremlino avevano inoltre ipotizzato che l’Ucraina fosse governata da una «giunta terrorista» e fosse impegnata ad «addestrare terroristi» per l’esecuzione di operazioni in Europa e Medio Oriente. Non esiste alcuna prova ad avallare tali dichiarazioni. 

In alto: presunti attacchi: esplosioni di un’auto e di depositi di sostanze chimiche. In basso: ricollocamento forzato di civili. Pervyi Kanal, TASS, 18 febbraio 2022.

Mito: «L’Ucraina sta compiendo un genocidio contro la popolazione di lingua russa nelle regioni orientali.»

Fatti: addossando la colpa dei più fatali crimini contro l’umanità sul governo ucraino, il Cremlino non tenta solo di ritrarre Kiev come il peggiore dei criminali, ma utilizza anche in maniera impropria un termine che è chiaramente definito nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio delle Nazioni Unite, adottata nel 1948.

Dichiarazioni del genere sono state smentite senza mezzi termini, tra gli altri, proprio da organi di informazione indipendenti russi(opens in a new tab). Nessuna delle tante relazioni sulla situazione dei diritti umani in Ucraina(opens in a new tab), che vengono regolarmente pubblicate dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, o delle relazioni della missione di vigilanza speciale dell’OSCE(opens in a new tab), si avvicinano minimamente a fare riferimento all’imperversare di un genocidio in Ucraina.

Dove l’abbiamo già visto: nel corso degli anni, gli organi di informazione pro-Cremlino hanno adoperato il termine «genocidio» molto alla leggera per descrivere eventi che non hanno nulla a che spartire con violazioni dei diritti umani su vasta scala, snaturando così un termine del diritto internazionale. Tra gli esempi figurano i presunti «genocidi» di acqua e visti in Crimea e il «genocidio» dei cittadini ucraini a causa del rifiuto di acquistare il vaccino Sputnik V.

Mito: «L’Ucraina impiegherà armi chimiche e armi vietate di altro tipo contro i civili nel Donbass. Gli Stati Uniti stanno pianificando un attacco con armi chimiche sotto “falsa bandiera” nel Donbass.»

Fatti: l’Ucraina non ha mai fabbricato, accumulato o utilizzato armi chimiche(opens in a new tab). Gli Stati Uniti sono inoltre firmatari della Convenzione sulle armi chimiche e non ne fanno uso.

Gli organi di informazione pro-Cremlino hanno pure accusato l’esercito ucraino di usare munizioni contenenti fosforo(opens in a new tab) bianco, una sostanza proibita dalla Convenzione di Ginevra, mentre i canali Telegram affiliati ai servizi segreti russi(opens in a new tab) hanno diffuso pettegolezzi su bombe radioattive di fattura artigianale. Tali narrazioni false sono promosse per instillare timore e innescare emozioni, denigrando le forze armate ucraine.

Dove l’abbiamo già visto: gli organi di informazione pro-Cremlino hanno alle spalle una lunga tradizione contraddistinta dalla distorsione dei fatti in merito alle armi chimiche, che comprende il diniego di attacchi con armi chimiche da parte del regime siriano. Gli organi di informazione pro-Cremlino si sono inoltre dimostrati determinanti a insabbiare i fatti riguardo all’uso di armi chimiche da parte della Russia nel tentativo di assassinio di Alexei Navalny e nel caso di avvelenamento di Salisbury.

Mito: «L’esercito ucraino sta commettendo atrocità nel Donbass.»

Fatti: le insinuazioni riguardo a cosiddette atrocità nel Donbass sono strazianti e, talvolta, accompagnate da immagini raccapriccianti trasmesse dai canali televisivi russi più importanti(opens in a new tab). Ciononostante, anche in questi casi latitano dettagli credibili. A causa delle continue restrizioni imposte agli spostamenti della missione di vigilanza speciale dell’OSCE(opens in a new tab), non vi è modo per gli osservatori indipendenti di svolgere indagini sulle dichiarazioni.

Dove l’abbiamo già visto: gli organi di informazione pro-Cremlino si sono avvalsi di messaggi intrisi di emotività e fabbricati ad arte per accendere l’odio e la paura nei confronti della popolazione ucraina, in particolare nel pubblico russo in patria. Dopo la famigerata fabbricazione della notizia di un «ragazzo crocifisso», messa in circolazione dagli organi di informazione pro-Cremlino nel 2014, sono spuntate insinuazioni folli su «safari umani» organizzati dalle forze armate ucraine durante i quali i ricchi occidentali potevano acquisire il diritto di ammazzare civili nel Donbass (2018). Dichiarazioni analoghe su presunti «safari nei panni di cecchini(opens in a new tab)» sono apparse anche di recente, a febbraio 2022. Nella primavera del 2021, gli organi di informazione statali russi hanno pesantemente posto sotto i riflettori la storia di un bambino di quattro anni del Donbass presumibilmente ucciso da un drone ucraino. A quanto pare, il motivo della sua morte non è altro che un falso. I messaggi di disinformazione di questo genere sono strettamente legati a un resoconto di disinformazione predominante di un’Ucraina «nazista», coltivata sia da personaggi mediatici(opens in a new tab) che da funzionari russi.

Cos’erano gli accordi di Minsk? Chi ha fatto sfumare la possibilità di risolvere il conflitto? Michele Armellini il 15 Aprile 2022 su Butac.

Ormai l’invasione russa dell’Ucraina sta per compiere i due mesi, ma continua ad esserci una notevole confusione su quali siano state le cause scatenanti del conflitto. C’è chi parla dell’allargamento della NATO, chi dell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, e i più fantasiosi sostengono che sia stato un complotto ordito dagli USA allo scopo di potere sostituire la Russia come fornitore di gas all’Europa. Sono pochi quelli che citano gli accordi di Minsk, ma tra quei pochi una buona parte ha sostenuto che sia stata Kyiv a tradire l’intesa raggiunta con le regioni che volevano staccarsi dal territorio ucraino. Vediamo se è davvero andata così, ma prima capiamo cosa sono gli accordi Minsk.

Gli accordi di Minsk

Nel settembre 2014 il governo ucraino e i separatisti del Donbass si incontrarono a Minsk per stabilire un cessate il fuoco, lo scambio dei prigionieri e il ritiro delle armi pesanti. Ben presto però ci si rese conto che l’accordo sarebbe rimasto lettera morta, con violazione da entrambe le parti (almeno secondo Al Jazeera).

Nel febbraio del 2015 rappresentanti della Russia, dell’Ucraina, dei separatisti del Donbass e dell’OSCE siglarono una nuova serie di intese note come Minsk II. L’accordo prevedeva una serie di clausole relative al cessate il fuoco e allo scambio di prigionieri, ma i punti più delicati erano i seguenti:

2) Ritiro delle truppe da entrambe le parti per creare una zona di sicurezza (50 km nel caso di sistemi di artiglieria del calibro di 100 mm, e più di 140 km per i lanciarazzi).

4) Dopo il primo giorno successivo al ritiro delle truppe, iniziare un dialogo sul tema dello svolgimento delle elezioni locali in conformità con la Legge ucraina e con la legge “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk” (adottata l’anno precedente, dopo la firma del primo accordo di Minsk, prevedeva l’introduzione di uno status speciale per le autorità locali, della durata di tre anni, insieme all’esenzione dalle responsabilità penali per coloro che avevano partecipato agli eventi; in seguito Poroshenko ritirò la Legge, poiché i ribelli non avevano rispettato le condizioni del trattato di Minsk).

9) Ritorno all’Ucraina del pieno controllo del confine in tutta l’area del conflitto. Il processo sarebbe dovuto iniziare il primo giorno dopo le elezioni locali e terminare entro il 2015.

10) Ritiro delle unità militari di altri Paesi, tecnologie e mercenari dal territorio dell’Ucraina, sotto la supervisione dell’OSCE. Tutti i gruppi di combattenti illegali dovrebbero essere disarmati.

11) Realizzazione della riforma costituzionale in Ucraina. I cambiamenti dovevano entrare in vigore entro la fine del 2015. Doveva essere preparata la decentralizzazione (tenendo conto delle caratteristiche specifiche delle repubbliche di Donetsk e Lugansk), così come l’introduzione di una legge sullo status particolare delle diverse regioni di Lugansk e Doentsk entro la fine del 2015.

12) Sulla base della legge ucraina “sulla modalità temporanea dell’amministrazione locale nelle repubbliche regionali di Donetsk e Lugansk” le questioni relative alle elezioni locali sarebbero state discusse e concordate con i rappresentanti delle diverse regioni di Donetsk e di Lugansk nei contesti di un gruppo di contatto trilaterale. Le elezioni si sarebbero tenute nel rispetto degli standard OSCE e sotto il suo monitoraggio.

13) Intensificazione delle attività del gruppo di contatto trilaterale, nella realizzazione di gruppi di lavoro per l’attuazione dell’accordo di Minsk.

(I punti sono presi dal Fatto Quotidiano ed è stata mantenuta la numerazione originale presente nell’articolo.)

Perché questi punti erano particolarmente delicati? Uno dei problemi è che la Russia non si considerava parte in causa nel conflitto e dunque non si sentiva tenuta a rispettare gli accordi raggiunti; quindi non c’era alcuna garanzia che un eventuale accordo tra Kiev e i separatisti avrebbe portato al cessare delle ostilità e al ritiro delle truppe russe.

Il secondo problema è che Kyiv e Mosca interpretavano molto diversamente le tempistiche previste dagli accordi: gli ucraini pensavano che prima della concessione dell’autonomia e delle elezioni nel Donbass si sarebbero dovute ritirare le truppe russe e ripristinare il controllo delle frontiere. Naturalmente i rappresentanti del Donbass e la Russia interpretavano gli accordi esattamente al contrario.

La questione era particolarmente problematica perché non essendo specificato con chiarezza in cosa consistesse l’autonomia delle regioni separatiste, ognuna delle parti dava a questa un peso diverso: per Kyiv si trattava di concedere un limitato autogoverno, mentre per Mosca e i ribelli il Donbass avrebbe dovuto ricevere una larga autonomia e la capacità di determinare la politica interna ed estera dell’Ucraina. (Per un maggiore approfondimento di tutta la questione potete leggere qui).

Non essendosi trovata un’intesa tra queste due posizioni inconciliabili, gli accordi Minsk non hanno potuto essere implementati.

Quindi gli accordi di Minsk non hanno avuto alcun effetto?

Benché l’intesa raggiunta non sia stata sufficiente a risolvere definitivamente la situazione del Donbass, nondimeno aveva permesso una lenta ma continua de-escalation del conflitto. Possiamo apprezzare bene l’effetto degli accordi grazie a questo grafico dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (la fonte la trovate qui): 

Come è possibile notare facilmente, dopo il momento più caldo del 2014-2015, proprio grazie agli accordi di Minsk si era venuta a configurare una progressiva diminuzione delle vittime civili a causa degli scontri, segno di una minore intensità del conflitto. Oltre al diminuire del numero delle vittime anche le violazioni del cessate il fuoco erano in costante e notevole diminuzione. 

Come si vede dal grafico, a partire dal 2019 le violazioni del cessate il fuoco si sono dimezzate anno dopo anno. Gli accordi di Minsk a conti fatti non sono stati così inefficaci, se pensiamo a tutta la morte e la distruzione che imperversano oggi nel Donbass e nel resto dell’Ucraina.

Quindi? Di chi è la colpa del fallimento degli accordi?

Non è possibile attribuire la colpa specifica per il fallimento degli accordi di Minsk a una delle parti. I punti dell’intesa erano volutamente ambigui e vaghi, nella speranza che col tempo il conflitto avrebbe perso d’intensità e che questo avrebbe potuto permettere di stringere un accordo più forte e duraturo.

Se non è possibile trovare un “colpevole” rispetto alla mancata soluzione del problema del Donbass, non si può però tacere la responsabilità di Mosca nell’aver riacceso un conflitto che da anni stava diminuendo d’intensità. Michele Armellini

Il terrore dello zar per il fascino discreto dell’ovest. Putin e la radice del conflitto a Kiev: tra impero atavico e Occidente portatore del peccato, gli ucraini hanno scelto il secondo. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 10 Maggio 2022. 

Ho visto con emozione alcuni reportage rarissimi di chi ha seguito la guerra seduto sui carri armati russi parlando con i soldati di Putin e condividendone soprese e amarezze, paure e speranze. Credo di aver capito di più sulle ragioni profonde di questa guerra e il suo significato epocale, chiamatelo pure strategico, che ha a che fare con qualcosa di più profondo che la pretesa rissa fra Nato arrogante, Putin impazzito, Biden ignorante con cui si sono disegnate in fretta e furia le nuove figurine Panini per rendere puerile qualcosa di molto profondo e che spiega almeno in parte la ragione del fallimento in cui l’armata di Putin è incappata.

Il nocciolo è questo ed è semplice: non soltanto gli ucraini di lingua ucraina, ma anche la maggior parte dei russi di lingua russa che vivono in Ucraina, hanno accolto il corpo di spedizione mandato per una semplice Operazione militare speciale, come un’invasione barbarica. Da che cosa si vede questa inaspettata realtà? Dalle urla nelle famiglie divise di lingua russa in cui nonne e madri urlano contro i figli e i nipoti per la loro scelta degli usi e costumi occidentali: “Come potete rinnegare la vecchia patria per un Occidente che non vi appartiene?” A questa domanda la maggior parte degli ucraini russi, di lingua tradizione ninne-nanne russe, hanno risposto di non voler tornare a un passato si cui non sono in grado di provare la più larvale nostalgia; e di aver scelto uno stile di vita fatto di oggetti, costumi, consumi, modi di vivere del tutto occidentali. Non americani, si badi, ma occidentali, Più precisamente europei.

È questo ciò che Putin aveva intuito e temuto e denunciato come se fosse l’avvento di Satana. Ed è questo in fondo l’idea del grande complotto di cui parla come una imminente aggressione militare. Ricordiamo come si espresse soltanto poche settimane fa il presidente russo, quando si riferiva a quei russi che si erano lasciati abbagliare dai modi, le tradizioni, lo stile di vita occidentali? Disse: “Sono come moscerini finiti nelle nostre gole e che saranno risputati per sempre”. Ieri, sulla Piazza Rossa, nel discorso tanto atteso – in parte deludente ma in gran parte tranquillizzante che ha pronunciato – Putin ha detto seriamente che la sua operazione militare doveva sventare un’aggressione armata già pronta contro la Russia. Parlava sul serio e sono sicuro che nessuno di noi pensi che ci fosse qualcosa di vero. Infatti, non c’era pronta alcuna aggressione armata ma qualcosa di molto più totalizzante: la vittoria dello stile di vita occidentale fatto di piccole cose buone quotidiane, fatto di 100 stazioni radio e televisive diverse, di concerti e teatri sempre pieni come lo erano ancora mentre cadevano i missili su Kiev perché quella gente che aveva scelto di essere occidentale aveva fatto non una scelta ideologica ma umana, radicale, quasi inconsapevole.

I soldati russi parlavano dicendo di essere sicuri di vedersi venire incontro le donne con massi di fiori per acclamarli come liberatori. Dicevano di essere sicuri che gli ufficiali e soldati ucraini sarebbero venuti a ingrossare le loro file e che un gruppo di canaglie naziste che opprimevano con la violenza i cittadini di Mariupol sarebbe stato spazzato via dall’ira popolare punto è che Zelensky si sarebbe dovuto suicidare o sarebbe stato linciato dai suoi sudditi liberati. E che gli ucraini avrebbero riconosciuto i fratelli russi come importatori delle antiche radici che univano un solo popolo e una sola lingua. Era ciò che credeva Putin e lo ha detto. Ma che cosa è successo? E’ successo che nessuno a Mosca avesse previsto uno scontro diretto e mortale tra quel che vuole la gente dell’est e quella dell’ovest. E qui è prudente fermarsi perché si rischierebbe il pistolotto su quanto è bella la libertà rispetto al pensare unico.

Tutto ciò è diventato geopolitica, strategia militare, sconfitta. Il corpo di spedizione che doveva compiere una facile operazione militare speciale non era minimamente sufficiente per fronteggiare l’entità imprevista: quella nazione Ucraina nuova di zecca che secondo Putin non è mai esistita e quindi non c’era caso che potesse esistere.

Putin ha avvertito giustamente che la Russia era minacciata alle fondamenta, come lui stesso ha detto. Era minacciata nella sua identità e nella sua cultura tradizionale. Ed aveva ragione. Dove non aveva ragione, ma è chiaro che per lui si trattasse di una metafora, era Il grande sospetto del grande complotto dalla grande armata che avrebbe intrapreso non si sa perché una grande guerra contro la grande Russia. Nota a margine: sulle colonne di questo giornale ho difeso l’immagine del presidente Donald Trump, il quale era pronto a qualsiasi compromesso con la Russia di Putin purché fosse tutelato il diritto americano di vendere, fare profitti e che ognuno se la vedesse con i propri demoni.

Trump detestava noi europei antiamericani che non spendiamo una lira per la nostra difesa, tanto poi se spunta un nemico vengono loro a inquinarci i cimiteri di guerra. Ma le sinistre di corta memoria hanno preferito tifare in coro per i “guerrafreddisti” del Partito democratico e oggi si stupiscono delle loro stesse scelte che sono state di natura estetizzante, più che politica. Ma ciò che colpisce di più in questo quadro è stato il tono non enfatico del discorso di Putin mentre esprimeva con frustrazione la consapevolezza di un fallimento: quello di una visione del suo mondo sconfitto, prima che dalle armi, dalle scelte umane per vita occidentale comune agli europei, agli americani, al moderno Giappone. La sconfitta, o la mancata vittoria, è dipesa dal fatto che gli ucraini – “carne della nostra carne, discendenti dalla stessa culla” – hanno scelto l’Europa e aperto il fuoco contro l’Armata Rossa.

Putin vede dal proliferare delle manifestazioni e dal numero degli arresti, quanto cresca l’inevitabile e inarrestabile infiltrazione delle notizie autentiche sullo stato della guerra goffamente camuffate dalla censura. La Russia si trova quindi a fare i conti con se stessa di fronte al bivio: se sceglier ciò che gli esseri umani scelgono quando hanno la possibilità di farlo, oppure l’autocrazia dell’impero nelle sue tradizioni ataviche con il culto del complesso di inferiorità nei confronti di un Occidente pagano e portatore del peccato del benessere. Questa è la radice del conflitto, altro che aggressione militare della Nato che semmai esiste come somma delle paure collettive di chi non vuole avere il fiato russo sul collo, compresi i giovani nati in terra ucraina dopo il 1991, quando un tratto di penna fece nascere paese indipendente detto Ucraina.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Nato, "i documenti segreti consegnati a Eltsin". Ecco perché Putin ha attaccato l'Ucraina. Libero Quotidiano il 26 aprile 2022.

Quanto il processo di allargamento a Est della Nato ha influito nella decisione della Russia di invadere l’Ucraina? È sostanzialmente una delle questioni che il Foreign Affairs ha posto a una sessantina di esperti, la cui maggioranza si è espressa a favore della Nato: d’altronde l’adesione all’Alleanza atlantica è del tutto spontanea, anche se non si può ignorare il problema di sicurezza posto dalla Russia per l’interesse di diversi Paesi dell’Est a entrare nella Nato.

Nei commenti riportati dal Foreign Affairs, in molti pongono l’accento su due colloqui avvenuti tra Stati Uniti e Russia negli anni Novanta. Era il 1990 quando James Baker e Michail Gorbaciov, al tempo rispettivamente segretario di Stato americano e presidente dell’Unione sovietica, affrontarono la questione di un eventuale allargamento a Est della Nato: Gorbaciov venne rassicurato che l’Alleanza atlantica non si sarebbe allargata nemmeno di un centimetro verso la Russia. Un altro colloquio su questo argomento è poi avvenuto il 22 ottobre 1993 tra Christopher Warren e il presidente russo Boris Eltsin.

I due parlarono del futuro partenariato per la pace tra Occidente e Russia che avrebbe incluso quest’ultima insieme ai Paesi europei in un nuovo patto alternativo all’allargamento Nato. “Splendido”, risposte Eltsin, che all’epoca non poteva sapere che la proposta non si sarebbe mai realizzata. Nelle sue memore Warren affermò però che il presidente russo aveva frainteso il suo discorso, nel quale si specificava che il problema dell’allargamento non era risolto, ma che sarebbe stato posto più avanti.

Estratto del libro Fronte Ucraina di Francesco Battistini pubblicato dal Corriere della Sera il 27 aprile 2022.

Due mesi fa, scoppiava la guerra in Ucraina. Un’immensa trincea che ci ha riportato a incubi che credevamo dimenticati. Ma era davvero imprevedibile? «Fronte Ucraina» (Neri Pozza) è un instant book che ripercorre 30 anni di crisi nel racconto di Francesco Battistini, l’inviato del «Corriere» che a lungo se n’è occupato. In questo brano, i mesi in cui Mosca comincia a preparare l’invasione: esattamente un anno prima di quel 24 febbraio che ha cambiato le nostre vite. 

Rieccoli. A Voronezh, i villeggianti delle dacie li vedono arrivare tutte le estati. I battaglioni dalla Siberia, i logisti da Mosca, i soldatini di Murmansk. Rieccoli qui: ovvio che si svolgano esercitazioni militari, da quelle parti, scontato che l’Armata russa pianti le tende lì vicino, l’hanno sempre fatto. E poi questa è terra loro, mica sconfinano... Rossiya v glubinakh , la Russia è nelle sue profondità, e le radici militari affondano in questi oblast’ lontani dai corrispondenti stranieri, dagli osservatori diplomatici, dai troppi ficcanaso.

«Voronezh? Where is Voronezh?», chiederà un giorno la ministra britannica Liz Truss, perplessa e confusa, durante un incontro al Cremlino in cui si parlerà proprio di queste truppe ammassate. Eccola qui, Voronezh: una troupe televisiva inglese s’aggira pigra, è autorizzata a intervistare i vacanzieri, va nei supermercati a raccontare come i russi convivano ogni anno con le truppe di Putin. «Why Voronezh?». Nemmeno i giornalisti sanno bene perché li abbiano mandati lì: che cosa c’è poi di tanto strano, in queste esercitazioni annuali? Nelle interviste, pochi si preoccupano. «Questa volta, in effetti, i soldati sono comparsi molto in anticipo rispetto al solito», dice solo un po’ stupito Yuri, mentre beve da una tazza sulla veranda della sua dacia, «e di sicuro sono di più che l’estate scorsa...». 

A ben vedere, ci sono anche altre cose strane: i genieri di Putin si sono messi a risistemare i binari della vecchia ferrovia, che non usava più nessuno da anni. E nella foresta si sta aprendo una strada. E a che cosa servono tutti quegli ospedali da campo, se questa dovrà essere una normale esercitazione? (…).

Qualcosa non torna. Sono trascorsi cinque mesi da quei tremila parà inviati in sordina, dalle sette del mattino del 21 febbraio 2021 quando il ministero della Difesa russo pubblicò una burocratica nota di poche parole per annunciare un piccolo dispiegamento al confine con l’Ucraina. Non era uscita una riga d’agenzia, quel giorno, e pochi ci avevano fatto caso: di lì a un anno esatto, sarebbe cominciata l’invasione. (…) 

Lungo le linee di Voronezh, adesso vanno a schierarsi ottantamila uomini. Soldatini di leva e professionisti delle guerre cecene. E poi quelle specie d’enormi scatole di fiammiferi d’acciaio, i Buratini montati sui vecchi carri T-72: le piccole atomiche usate in Siria, missili incendiari e termobarici che sbriciolano i palazzi. Nella Russia profonda, si muove anche l’occhio dei satelliti americani: che se ne fanno i russi di tutta quella roba? C’è una certa inquietudine. Anche perché la risposta del Cremlino è asciutta, poco rassicurante: «Un legittimo e ordinario trasferimento di truppe all’interno delle nostre frontiere».

Ci sono diverse, strane coincidenze. E la più lampante, allarmante, non consiste in un’arma segreta o in un contingente militare. È in un saggio storico. L’ha scritto proprio in questi giorni un gruppo di ricercatori dell’Università di San Pietroburgo, pagato dal regime. E l’ha firmato Putin in persona, per celebrare i trent’anni d’indipendenza dell’Ucraina. Titolo: «Sull’unità storica di russi e ucraini». Più che un articolo culturale, sembra una dichiarazione di guerra. (…). Appena viene pubblicato, l’articolo finisce nelle note diplomatiche di tutte le ambasciate. «Io lo segnalai subito», racconta l’ambasciatore italiano a Kiev, Pierfrancesco Zazo, un’antica conoscenza di cose russe, «perché quelle di Putin apparvero a tutti, e subito, affermazioni molto gravi. Capimmo che si trattava di una svolta politica, e non solo, nella realizzazione d’un progetto che Putin non aveva mai abbandonato».

Mappe militari più geografia politica: secondo Washington questa miscela, delle strane esercitazioni militari al confine ucraino e delle rivendicazioni storiche, è pura nitroglicerina. La pistola fumante che s’aspettava. (…). Gli americani hanno una gola profonda al Cremlino, qualcuno che riferisce tutto a Bart Gorman, viceambasciatore a Mosca. E al Pentagono ne sono sicuri: «Ingiustificato, non spiegato e profondamente preoccupante» lo schieramento di tutte quelle unità militari. Ma perché adesso? Putin sta testando l’uomo nuovo della Casa Bianca? I due si conoscono bene: fin da quand’era vicepresidente con Obama e gli era affidato il dossier Ucraina, Joe Biden ha sempre considerato Putin un killer. «La sto guardando negli occhi», gli aveva detto una volta, «e non credo che lei abbia un’anima» (e Putin, di rimando: «Vedo che noi ci capiamo benissimo...»). (…)

All’inizio, pochi in Europa credono davvero all’allarme americano. E pochissimi si muovono per andare a vedere. A fine marzo 2021 c’e solo la troupe inglese, incuriosita, che approfitta dei rari permessi speciali ottenuti dai russi per girare nei dintorni di Voronezh. Una mattina, la macchina della tv avanza oltre i checkpoint e finisce per spingersi un po’ più avanti. Troppo avanti. Finché le telecamere non superano il valico militare e non entrano proprio negli attendamenti. Attenzione! Che errore, che leggerezza, meglio ingranare la retromarcia... All’agitazione improvvisa di chi guida non corrisponde una simile reazione dei russi.

E nessuno del campo, a guardar bene, sembra farci troppo caso. Chi se ne accorge, ci scherza: «Buongiorno, spie!», è a un certo punto il saluto d’un soldato ai giornalisti. Reclute che stendono le magliette ad asciugare, altre che fumano all’ora del tramonto, qualcuno al cellulare. No, nell’accampamento di Voronezh non tira certo l’aria d’un esercito pronto a un’invasione. È solo un caldo, sonnacchioso giorno di primavera. Fra i carri armati, un cartello in cirillico: «Ciò che è difficile nelle esercitazioni, sarà più facile nel combattimento».

A caccia di terre rare. Il ruolo delle materie prime nella guerra di Putin. Giuseppe Sabella su L'Inkiesta il 12 aprile 2022.

Le mire del dittatore russo hanno, oltre alle deliranti ragioni ideologiche, anche degli aspetti molto concreti. Al centro ci sarebbe il cosiddetto “scudo ucraino”, territorio noto per i suoi importanti giacimenti di litio.

In questo processo di progressivo distacco dall’Europa, per la Russia è fondamentale avvicinarsi alla Cina. Tra Mosca e Pechino non vi è un’alleanza formale ma è come se ci fosse. Non è un caso che siano d’accordo su tutti i dossier internazionali: Libia, Medio Oriente, Iran, Via della Seta, Corea del Nord, Hong Kong, sfruttamento dell’Artico, sfruttamento delle Terre Rare, Africa, diritti umani, etc. E, anche sulla crisi ucraina, da Xi Jinping nessuna parola di condanna. Se poi guardiamo alla fase della grande crisi mondiale da pandemia, Russia e Cina si sono mosse all’unisono: hanno prestato soccorso e, così facendo, hanno ottenuto gratitudine dall’opinione pubblica e accresciuto la loro influenza politica. Lo scoppio della pandemia in Cina, con conseguente chiusura della frontiera orientale russa, è stato un banco di prova molto duro. Ma l’asse Mosca-Pechino ha retto anche questo: evidentemente la relazione tra le due potenze è alquanto solida.

Dal punto di vista economico, non vi sono grandi scambi. L’obiettivo di Putin è proprio questo. E come può essere utile alla più grande potenza manifatturiera? Con le materie prime: la Russia è, infatti, tra i principali estrattori ed esportatori al mondo di materie prime. In particolare, gas naturale e petrolio. Il gas viene estratto principalmente nella Siberia e nella zona del Caucaso settentrionale. I giacimenti petroliferi più importanti si trovano invece negli Urali, nel bacino del fiume Volga e in quello dell’Ob.

In Europa, nel 2021 la Russia ha esportato 155 miliardi di metri cubi di gas naturale, pari a circa il 45% delle importazioni di gas dell’UE e quasi il 40% del suo consumo totale di gas. Il secondo paese fornitore di gas è la Norvegia, che però conta solo per il 16%. Poi, in percentuali minori, vi sono Algeria, Regno Unito, Qatar e Libia. Vi sono Paesi in Europa che sono totalmente dipendenti dal gas russo (Macedonia, Bosnia Erzegovina, Moldavia), altri che ne dipendono quasi totalmente (Finlandia 94%), altri ancora che ne sono dipendenti in modo significativo (Bulgaria 77%, Germania 49%, Italia 46%, Francia 24%), altri che non ne sono dipendenti per nulla (Olanda 11%, Romania 10%, Giorgia 1%).

Invece, per quanto riguarda il petrolio russo, l’Unione europea importa il 97% di ciò che consuma e il 25,7% arriva dalla Russia, circa 440,3 mega tonnellate contro i 18,7 mega tonnellate di greggio prodotti. Il 12,5% del greggio importato dall’Italia è di origine russa, percentuale che posiziona il nostro Paese all’ottavo posto in Europa con 5,6 Mt di petrolio, mentre i Paesi che ne ricevono di più nel continente sono la Germania (28,1 Mt), la Polonia (17,9), l’Olanda (13,1), la Finlandia (9) e il Belgio (8,2). Diversi i livelli di dipendenza dal petrolio russo che vedono molta dipendenza per la Slovacchia, seguita da Polonia e Finlandia.

Tuttavia, Mosca non è solo gas e petrolio: secondo i dati dell’Osservatorio economico del Ministero degli Esteri, la Russia dispone di vaste riserve di ferro (seconde solo a quelle australiane), di PGM (Metalli del gruppo del platino), oltre che di oro, nickel e alluminio. La vastità del territorio, infine, la pone al primo posto al mondo anche per riserve di legname (sul territorio russo è presente oltre il 20% delle foreste al mondo).

Non che la Cina, a differenza nostra, in questo momento sia in crisi di materie prime, ma nella prospettiva del decoupling – il disaccoppiamento delle catene del valore e la conseguente creazione di una catena occidentale e di una asiatica – la competizione diverrà molto forte. Al di là del fatto che gli scambi si ridurranno, il punto è che per stare al passo, da una parte e dall’altra del globo, le catene del valore avranno bisogno di essere alimentate e fornite senza rischi di rallentamenti.

Dentro questo processo, Putin ha un obiettivo molto chiaro: vuole rendere la Russia un fornitore privilegiato della Cina. Già dal 2019, i russi forniscono gas naturale alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia, oltre che attraverso spedizioni di gnl (gas naturale liquefatto). Nel 2021 la Russia ha esportato 16,5 miliardi di metri cubi di gas verso Pechino, ma entro il 2025, questa quantità dovrebbe salire fino a 38 miliardi di metri cubi l’anno. 

In sintesi: la Russia è il Paese più grande del mondo e ha quasi 150 milioni di abitanti. È un paese molto ricco di materie prime che oggi ha un’industria che le estrae ma non che le trasforma, come invece avviene in Cina, Usa, Germania, Francia e Italia. Il pil della Russia equivale circa a quello del nostro Paese (!). E l’economia russa dipende dall’export di petrolio, gas e materie prime. Un bel problema ora che si chiude l’era del mercato globale – che, negli ultimi 20 anni, alla Russia ha fatto guadagnare molto – e rallenta il commercio con l’Europa.

Per questo l’Ucraina è così importante per Putin. Non è un caso che i territori già occupati siano strategici in questo senso: l’Ucraina orientale è la seconda più grande riserva d’Europa di gas naturale; in Luhansk e Donetsk vi sono enormi giacimenti di shale gas; in Crimea, già annessa dal 2014, vi sono rari giacimenti energetici offshore.

Ma l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie è di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo. All’interno di questa zona geologica si trovano grandi riserve di minerale di ferro, di uranio e di zirconio, oltre che pietre preziose e semipreziose, materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità). Non solo “Terre Rare” (vedi paragrafo successivo), nello scudo ucraino si estraggono anche uranio (l’Ucraina è tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese).

Inoltre, secondo gli studi del servizio geologico ucraino, nelle antichissime rocce di questo territorio si nascondono giacimenti di litio. Sulla base di queste ricerche, l’Ucraina, insieme alla Serbia, in questo momento ha probabilmente il maggior potenziale di “oro bianco” – così chiamano il litio in ambito finanziario – dell’intera regione europea. Questi ritrovamenti di litio sono stati individuati soprattutto attorno all’area di Mariupol, la città portuale del Donbas oggi dilaniata dai bombardamenti russi.

Il litio è fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle batterie – gli attuali leader nella produzione delle batterie sono Giappone, Corea del Sud, Cina e Australia – tra gli obiettivi più importanti del Green Deal europeo, che ha proprio nell’auto elettrica uno dei suoi simboli.

Per queste ragioni, l’Ucraina è stata ufficialmente invitata a partecipare all’Alleanza europea sulle batterie e le materie prime con lo scopo di sviluppare l’intera catena del valore dall’estrazione alla raffinazione e al riciclo dei minerali nel Paese. A luglio dell’anno scorso, il vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič si è recato a Kyiv per incontrare il primo ministro Denys Shmyhal. In quell’occasione, è stato firmato un partenariato strategico sulle materie prime.

A novembre 2021, come riportato dalla stampa specializzata e come confermato dalla stessa azienda, la European Lithium Ltd – società australiana di esplorazione e sviluppo proprietà minerarie che ha sede a Vienna – si è accordata con la Petro Consulting Llc – azienda ucraina con sede a Kyiv – che dal governo locale ha ottenuto i permessi per estrarre il litio dai due depositi che si trovano a Shevchenkivske nella regione di Donetsk e a Dobra nella regione di Kirovograd, vincendo la concorrenza dell’azienda cinese Chengxin.

European Lithium, il cui obiettivo è quello di diventare il primo fornitore locale di batterie al litio in una catena di fornitura europea integrata, ha acquisito la Petro Consulting Llc dalla società australiana Millstone & co. In cambio, Millstone acquisirà una partecipazione del 20% in European Lithium.

Quello che segue è parte di una comunicazione ufficiale di European Lithium dopo l’accordo con Millstone:

Siamo entusiasti dell’opportunità di acquisire i due giacimenti di litio ucraini. La domanda di litio – che al momento significa una grave situazione di dipendenza per l’industria europea – sarà più che raddoppiata in pochi anni. Questo accordo crea le condizioni per la nascita del più grande gruppo di litio del continente e contribuirà in modo sostenibile a garantire la domanda europea di litio.

È il 3 novembre 2021: un caso internazionale che coinvolge, quindi, anche la Cina. Poco più di tre mesi dopo, Putin manda l’esercito in Ucraina “per un’operazione di pace”.

da “La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin”, di Giuseppe Sabella, Rubbettino editore, 2022, pagine e-book 34, euro 1,99

Giuliano Ferraino per il "Corriere della Sera" il 10 aprile 2022.

Il Centro di studi storici Zhistorica ha pubblicato sul suo sito una cartina dell'Ucraina del 1921, scovata nell'incredibile archivio digitale del collezionista americano di mappe David Rumsey. Osservandola si capisce subito perché il Donbass è così ambito dal presidente russo Vladimir Putin: le sue risorse minerarie e industriali dalla fine del XIX secolo hanno rappresentato un centro nevralgico per l'economia e industria zarista e poi sovietica. 

Ma oggi c'è un motivo in più: il Donbass è una delle regioni dell'Ucraina più ricche non solo di carbone, gas e petrolio, oltre che di ferro, manganese, titanio e uranio, ma è anche l'area dove si trovano le maggiori riserve in Europa di metalli e terre rare, che sono alla base dell'industria del futuro, perché utilizzati nell'industria hi-tech e nella green economy.

Metalli e terre rare sono indispensabili, ad esempio, per la produzione di convertitori catalitici, ma sono componenti che entrano anche in molti dispositivi tecnologici, come i magneti permanenti, le batterie ricaricabili, gli smartphone, le fotocamere digitali, le luci led, l'energia pulita e gli aerei da combattimento. 

La Cina detiene oltre il 62% della produzione globale di metalli e terre rare e il 36,6% delle riserve mondiali, seguita dagli Usa con il 12,3%, il Myanmar con il 10,5% e l'Australia con il 10%, secondo i dati 2020, gli ultimi disponibili, dello US Geological Survey. Il processo per estrarre e rifinire questi minerali richiede alta intensità di manodopera e genera forte inquinamento, perché si trovano spesso con sostanze radioattive.

L'Ucraina, pur essendo uno dei Paesi al mondo più ricchi di risorse minerarie, non le ha ancora sfruttate appieno. Complessivamente in Ucraina, che ricava il 42% del Pil dalle risorse minerarie, sono censiti 20 mila depositi e siti minerari, che comprendono 97 tipi di minerali. Più di 8 mila depositi sono stati testati e quasi la metà sono attualmente in fase di estrazione. Per un valore stimato complessivamente in 7,5 trilioni di dollari. 

L'Ucraina è la più grande riserva in Europa di manganese, con 2,26 miliardi di tonnellate, localizzate soprattutto nel bacino del Dnipro. Possiede oltre 30 miliardi di tonnellate di ferro, pari al 6% delle riserve mondiali. Degli 88 giacimenti in tutto il Paese, la maggior parte sono nel Donbass: a Kremenchuk, Kerch, Mariupol, Belozersky e Kryvyi Rih.

Il Paese slavo ha poi la più grande riserva d'Europa di manganese (550 mila tonnellate nel 2020). È al primo posto in Europa per le riserve di titanio: nell'ex Unione sovietica era lo Stato con il monopolio per la produzione di titanio concentrato e oggi rappresenta il 20% del mercato globale. Idem per i depositi di uranio: non a caso qui sono state costruite le maggiori centrali nucleari.

L'Ucraina detiene inoltre il 20% delle risorse mondiali di grafite e il primato mondiale del caolino, un'argilla usata nell'edilizia, in agricoltura e nella cosmesi, con il 18% delle riserve globali. Poi ci sono i combustibili fossili: nelle miniere del Donbass, soprattutto nella zona di Donetsk e nel bacino del Dnipro, sono custodite oltre 100 miliardi di tonnellate di carbone. In questa regione si trovano giacimenti per 135 milioni di tonnellate di petrolio e 1,1 trilioni di metri cubi di riserve di gas naturale.

Ma il vero tesoro sono i metalli e le terre rare, che includono tra gli altri berillio, litio, tantalio, niobio, neon, zirconio. È una ricchezza ancora da sfruttare, promette un vantaggio competitivo nell'economia del futuro. Per questo è ambita dallo zar di Mosca.

Federico Fubini per il “Corriere della Sera” l'8 aprile 2022.  

Sergey Karaganov è stato consigliere di Vladimir Putin. Ancora oggi resta molto vicino al dittatore russo, al punto che le sue proposte vanno sotto il nome di "dottrina Putin". Nel 2019, è stato il primo a teorizzare l'invasione totale dell'Ucraina.

Putin ha detto che interveniva per impedire l'ingresso dell'Ucraina nella Nato. Ma per l'adesione di Kiev nel migliore dei casi sarebbero occorsi molti, molti anni. Come può spiegare l'attacco su queste basi?

«Putin ha detto che se l'Ucraina fosse entrata Nato, non ci sarebbe più stata l'Ucraina. Nel 2008 c'era un piano di rapida adesione. Fu bloccato, ma da allora l'Ucraina è stata integrata nella Nato. È stata riempita di armi e le sue truppe sono state addestrate dalla Nato, il loro esercito è diventato sempre più forte. Abbiamo assistito a un aumento del neonazismo, l'Ucraina stava diventando come la Germania nel 1936-'37.

La guerra era inevitabile. Abbiamo deciso di colpire prima che la minaccia diventasse ancor più letale». 

Come può pensare che l'Ucraina attacchi una superpotenza nucleare come la Russia? E che sia nazista, con un presidente ebreo?

«L'Ucraina è stata costruita dagli Stati Uniti e altri Paesi Nato come una punta di diamante per avvicinare la macchina militare occidentale al cuore della Russia. Vediamo ora quanto fossero preparati alla guerra. E il nazismo non riguarda solo l'essere contro gli ebrei. Nazismo è supremazia di una nazione sull'altra. Nazismo è umiliazione delle altre nazioni». 

I Paesi d'Europa centro-orientale hanno chiesto loro stessi di entrare nella Nato. E Mosca nel 1997 ha accettato l'allargamento.

«Fu un errore commesso perché eravamo poveri, al collasso. Ma io sono rimasto scioccato quando ho visto lo stupro della Serbia ad opera della Nato nel 1999. Poi una guerra atroce in Iraq e un'aggressione in Libia da parte della Nato. Quindi non ci fidiamo delle parole. Sappiamo che l'articolo 5 della Nato, che afferma che un attacco a un Paese dell'Alleanza è un attacco a tutti, non funziona. Non c'è garanzia automatica che l'Alleanza intervenga. Ma questo allargamento è quello di un'alleanza aggressiva. È un cancro e noi volevamo fermare la metastasi». 

L'Iraq fu un errore grave, che non ne giustifica un secondo. E gli americani poi hanno eletto un nuovo leader, Obama, contro quella guerra. I russi possono farlo?

«Non credo che avremo un cambio, perché stiamo combattendo una guerra di sopravvivenza contro l'Occidente in cui la gente si raccoglie intorno al leader. E negli Stati Uniti nessuno ha pagato per la guerra in Iraq, quindi abbiamo i nostri dubbi sulla democrazia». 

In Libia, Gheddafi bombardava le manifestazioni di protesta. La Nato applicò una no-fly zone richiesta dal Consiglio di Sicurezza Onu, senza veto di Mosca.

«Sì, credemmo alle rassicurazioni. Poi abbiamo visto un'aggressione devastante che ci ha portato verso una totale sfiducia verso l'Occidente».

L'intervento in Serbia nel '99 fermò una guerra per cui Slobodan Milosevic fu processato per crimini contro l'umanità da un tribunale dell'Onu.

«Il processo a Milosevic fu un triste e umiliante spettacolo di meschinità europea». 

Perché lei dice che la vera guerra ora è contro l'espansionismo occidentale?

«Vediamo l'espansione occidentale in atto e una russofobia simile all'antisemitismo tra le due guerre. Quindi il conflitto stava già diventando probabile. E abbiamo visto divisioni e problemi strutturali nelle società occidentali, così il Cremlino ha deciso di colpire per primo. Tra l'altro, questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall'élite gli elementi non patriottici».

Mussolini non riconosceva l'ordine del Trattato di Versailles del 1919. Il Cremlino riconosce la legittimità dell'ordine europeo dopo la caduta del Muro?

«Non dobbiamo riconoscere un ordine costruito contro la Russia. Abbiamo cercato di integrarci, ma era una Versailles 2.0. Dovevamo distruggere quest' ordine e quando la nostra ultima richiesta di fermare la Nato è stata respinta, si è deciso di usare la forza». 

La guerra mira a rovesciare la presenza della Nato in Europa centro-orientale?

«La maggior parte delle istituzioni sono, per noi, unilaterali e illegittime. Minacciano la Russia e l'Europa orientale. L'avidità e la stupidità degli americani e la miopia degli europei ci hanno rivelato che questi attori non vogliono una pace giusta.

Dobbiamo correggere i loro errori». 

Si aspetta un'escalation della guerra?

«Purtroppo diventa sempre più probabile. Gli americani e i loro partner Nato continuano a inviare armi all'Ucraina. Se va avanti così, degli obiettivi in Europa potrebbero essere colpiti o lo saranno per interrompere le linee di comunicazione».

Putin voleva la demilitarizzazione, invece l'Ucraina si è riempita di armi. La Germania si riarma, la Nato ha spostato truppe più vicino alla Russia, l'Occidente si è unito e le sanzioni sono sempre più dure. La guerra è un successo?

«Demilitarizzazione significa distruzione delle forze ucraine, che sta accadendo.

Naturalmente se l'Ucraina viene aiutata, ciò prolunga l'agonia. Possiamo parlare di "vittoria" solo tra virgolette, perché ci sono molte vittime sia da parte russa che ucraina. La guerra sarà vittoriosa, in un modo o nell'altro».

Ma l'esercito russo ha dovuto ritirarsi, dopo aver assediato Kiev.

«E se l'operazione su Kiev mirasse a distrarre le forze ucraine dal teatro a sud e sud-est? Lo sbocco probabilmente sarà un nuovo trattato, forse con Zelensky ancora lì. Comporterebbe la creazione di un Paese nel sud e sud-est amico della Russia e forse ci saranno due Ucraine». 

I civili sono stati presi di mira e uccisi dai russi a Mariupol, a Bucha e altrove: crimini deliberati. Vanno perseguiti?

«La storia di Bucha è una messinscena». 

Ci sono le prove.

«È una messinscena, al 99%. Ma c'è una guerra e i civili soffrono. Le forze neonaziste hanno usato i civili come scudi umani, soprattutto a Mariupol».

È l'esercito russo che non ha aperto corridoi umanitari.

«Li abbiamo aperti. Sono stati bloccati dalle forze nazionaliste». 

Lei parla come fosse stato un altro Paese a cominciare la guerra.

«Siamo stati noi. Ora siamo sullo stesso terreno dell'Occidente. L'Occidente ha scatenato diverse aggressioni. Ora siamo sullo stesso terreno morale, siamo uguali. Mi dispiace che abbiamo perso la nostra superiorità morale, ma stiamo combattendo una guerra esistenziale». 

Le sanzioni si stanno inasprendo. La Russia diventerà più dipendente dalla Cina?

«Saremo più integrati e dipendenti dalla Cina. Non ho molta paura di diventare una pedina della Cina, tuttavia non siamo contenti, avrei preferito avere migliori relazioni con l'Europa». 

Perché lei dice che la Cina sarà vincente in questa guerra?

«Vinceremo noi, perché i russi vincono sempre. Ma intanto perderemo molto. Perderemo persone. Perderemo risorse e diventeremo poveri, per ora. Ma siamo pronti a sacrificarci per costruire un sistema internazionale più giusto e sostenibile. Ora ci stiamo tutti fondendo nel caos. Vorremmo costruire la Fortezza Russia per difenderci da questo caos, anche se per questo diventeremo più poveri. E il caos potrebbe investire l'Europa, se l'Europa non agisce in base ai suoi interessi: quel che fa ora è suicida».

È una minaccia? Non crede che esista la dissuasione nucleare?

«So che in certe circostanze, gli Stati Uniti potrebbero usare armi nucleari per la difesa dell'Europa. C'è un 1% di possibilità che accada, quindi dobbiamo stare attenti. Ma se un presidente degli Stati Uniti prendesse una simile decisione, sarebbe un folle». 

Quali sono gli elementi per concordare almeno un vero cessate il fuoco in Ucraina? «L'Ucraina deve diventare neutrale e demilitarizzata. Ciò dovrebbe essere garantito da potenze esterne, compresa la Russia, e nessuna esercitazione dovrebbe aver luogo nel Paese se uno dei garanti è contrario».

Non deve potersi difendere?

«Mi spiace, anche l'Italia e la maggior parte dei Paesi europei non sono in grado di difendersi. Hanno risparmiato sulla sicurezza. Si sono messi in questa posizione scomoda e l'Europa non è considerata più un attore serio». 

Con ciò che lei dice, in Italia si vorrà spendere di più nella difesa

«Siete i benvenuti. Uno dei gravi errori degli europei è che non hanno investito in sicurezza, con il loro ideale di pace eterna. Le nazioni europee dovrebbero potersi difendere, perché ci sono minacce reali che vengono da Sud e il mondo sta diventando pericoloso. Se dipendete dall'America, state svendendo la vostra sicurezza perché gli americani fanno i loro interessi».

Maria Scopece per startmag.it l'8 aprile 2022.

Perché la Russia punta ad un’annessione di fatto del Donbass? E si va verso due Ucraine, di cui una sotto il controllo di Putin? 

Alla prima domanda – nel giorno della strage alla stazione ferroviaria di Kramatorsk – c’è (anche) una motivazione economica ed energetica. Ecco perché. Mentre un putiniano oggi ha detto: “Forse ci saranno due Ucraine”. Ecco tutti i dettagli. 

Le materie prime energetiche dell’Ucraina

L’Ucraina detiene oggi le seconde riserve di gas conosciute in Europa. Alla fine del 2020, le riserve ucraine conosciute ammontavano a 1,09 trilioni di metri cubi di gas naturale, seconde solo alle risorse conosciute della Norvegia di 1,53 trilioni di metri cubi.

Solo nell’area del Donetsk i giacimenti stimati conterrebbero fino a 113 miliardi di metri cubi di gas. Tuttavia, come riportato dal dossier Ucraina: la guerra russa per il gas e le materie prime dell’ufficio studi di FdI al Senato, oggi l’Ucraina ha un basso tasso di utilizzo della riserva annuale di circa il 2%. 

Carbone: la ricchezza del Donbass

Nelle intenzioni dichiarate di Mosca l’operazione speciale condotta in Donbass sarebbe finalizzata a portare soccorso alla popolazione russa schiacciata e discriminata dal governo di Zelensky. 

Pura propaganda: il Donbass è anche un territorio molto ricco dal punto di vista minerario. Secondo un report della Banca mondiale, in Donbass ci sono 900 siti industriali, 40 fabbriche metallurgiche, 177 siti chimici ad alto rischio, 113 siti che usano materiali radioattivi, 248 miniere, 1.230 chilometri di tubature che trasportano gas, petrolio e ammoniaca, 10 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali.

Le due Ucraine

Sergey Karaganov è stato consigliere di Vladimir Putin. Ancora oggi resta molto vicino al dittatore russo, al punto che le sue proposte vanno sotto il nome di “dottrina Putin”. Nel 2019, è stato il primo a teorizzare l’invasione totale dell’Ucraina. 

“E se l’operazione su Kiev mirasse a distrarre le forze ucraine dal teatro a sud e sud-est? – ha detto oggi Karaganov al Corriere della Sera – Lo sbocco probabilmente sarà un nuovo trattato, forse con Zelensky ancora lì. Comporterebbe la creazione di un Paese nel sud e sud-est amico della Russia e forse ci saranno due Ucraine”. 

Del resto perdere il controllo di questa zona vorrebbe dire consegnare all’Europa i giacimenti di carbone, togliendo a Mosca una risorsa mineraria fondamentale per l’affermazione della potenza economica russa. 

Passato e Presente. Alle radici del conflitto Russia - Ucraina. Da Raiplay St 2021/22.

La storia del conflitto tra Russia e Ucraina ha radici antiche che risiedono in motivazioni geopolitiche e strategiche. Un nodo irrisolto che attraversa i secoli, dai tempi degli Zar nel XVI secolo fino alle incandescenti tensioni di questi giorni. In questa puntata di "Passato e Presente", Paolo Mieli e il professor Adriano Roccucci ricostruiscono le ragioni del conflitto così drammaticamente esploso. Terra di confine tra la Russia e l'Occidente, l'Ucraina è percorsa da una contrapposizione tra una parte del suo popolo che storicamente guarda verso l'Europa e un'altra parte, filorussa, attratta dall'orbita di Mosca. Una successione di tappe drammatiche segna il cammino della questione ucraina nel Novecento: dalla Grande Guerra alla rivoluzione bolscevica, dalla Seconda guerra mondiale all'epoca staliniana, l'aspirazione all'indipendenza degli ucraini ha sempre dovuto fare i conti a Est con il suo potente vicino. Nel 1991, con la dissoluzione dell'Unione Sovietica, l'Ucraina ha avviato il processo verso l'indipendenza completato nel 2014 con la cosiddetta rivoluzione arancione. Ma i risultati raggiunti in quei giorni drammatici ora sono di nuovo in bilico.

UCRAINA/ Dal 2004 all’invasione di Putin: le radici profonde di una guerra annunciata. Vincenzo Sansonetti, int. Simone Attilio Bellezza l'08.03.2022 su ilsussidiario.net.

Lo storico Simone Attilio Bellezza, autore del saggio “Il destino dell’Ucraina. Il futuro dell’Europa” (Scholé), aiuta a capire l’origine del conflitto in Ucraina

Dopo l’annessione unilaterale della Crimea nel 2014 da parte della Russia e la guerra fratricida nel Donbas, che si è trascinata per otto anni, alla fine – “annunciata” da mesi di preparativi e ammassamento di truppe – la temuta invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Putin e dell’apparato bellico di Mosca è purtroppo avvenuta, senza che la diplomazia occidentale sia riuscita ad evitarla. Aldilà della cronaca e della terribile contabilità delle vittime, dei rifugiati, delle città bombardate e distrutte, per comprendere le dinamiche profonde che hanno portato all’escalation del conflitto è essenziale conoscere la storia recente dell’Ucraina.

A partire dal complesso rapporto di questa martoriata terra prima con l’Impero russo, poi con l’Unione Sovietica e l’attuale Federazione Russa. Simone Attilio Bellezza, ricercatore di storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze sociali dell’Università di Napoli Federico II, esperto di appartenenze nazionali, nel saggio appena pubblicato Il destino dell’Ucraina. Il futuro dell’Europa (edito da Scholé) racconta in modo ampio e ben documentato l’evoluzione storica dell’Ucraina post sovietica, tenendo presente il continuo cambiamento degli equilibri geopolitici.

Professore, come siamo arrivati alla tragica situazione attuale? 

L’incompiuta Rivoluzione arancione del 2004 e la cosiddetta Rivoluzione della Dignità del 2013 hanno avvicinato l’Ucraina all’Occidente, favorendo l’avvio di un percorso di democratizzazione ed europeizzazione che di fatto ha aperto una crisi profonda con la Russia, con riflessi sia interni che internazionali. L’allontanamento dal polo di attrazione russo e l’avvicinamento progressivo alla sfera di influenza occidentale hanno portato a uno scontro inevitabile e spinto Putin a cercare di riconquistare il terreno perduto con mezzi sempre più violenti, fino ad arrivare all’ingiustificato ed efferato atto di aggressione di questi giorni.

Mosca ha dichiarato di doversi difendere dall’accerchiamento in cui la Nato la vuol stringere puntando a far entrare anche Kyiv nell’Alleanza atlantica.

Secondo la Russia gli Stati Uniti avrebbero promesso a suo tempo a Gorbačëv che la Nato non si sarebbe mai allargata ad Est se l’allora segretario del Pcus avesse acconsentito alla riunificazione tedesca. Per questo Putin denuncia oggi come un palese tradimento che siano entrati nell’Alleanza atlantica quasi tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale ed esige la chiusura delle basi militari. Ma dimentica che quello fu soltanto un accordo verbale mai formalizzato e quindi non vincolante, e soprattutto che a lungo quegli stessi Stati (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, poi anche Croazia e Albania, ndr), finalmente indipendenti e sottratti al controllo sovietico, ambivano ad entrare nella Nato avendone piena legittimità politica. La Russia stessa all’epoca avviò programmi di collaborazione con la Nato, con cui era in ottimi rapporti, mirati, se non a un ingresso, almeno a un’associazione con il Patto Atlantico.

Russi e ucraini sono due popoli così diversi, al punto di odiarsi? 

No. Almeno fino agli anni Novanta l’Ucraina era molto simile alla Russia, socialmente e culturalmente. Una parte consistente della popolazione ucraina è di madrelingua russa. Nelle campagne la popolazione è prevalentemente ucrainofona mentre è russofona nelle città, anche se è molto diffuso il bilinguismo. Con l’indipendenza viene concessa a tutti la cittadinanza ucraina, anche a russi e russofoni, a differenza di quanto avvenuto in Lettonia. Ma dal 2001 gli ucraini imboccano con sempre maggior decisione un percorso di riforme e rivoluzioni politiche che li differenzia dai russi, nella speranza di poter finalmente entrare in Europa. Il distacco definitivo avviene con la rivoluzione dell’Euromajdan, o Rivoluzione della Dignità: l’esito di questa frattura è il conflitto a bassa intensità nelle regioni orientali, dove uno scontro delle realtà locali con la capitale viene sfruttato da Putin per infiltrare le sue forze militari e innescare una guerra ibrida che avrebbe dovuto destabilizzare il nuovo corso politico, di segno nazionalista, che si era affermato a Kyiv. In quel periodo Mosca occupa e annette anche la Crimea, alimentando così il sentimento popolare antirusso.

Cosa è successo negli ultimi otto anni? Dove ha sbagliato l’Occidente?

Il passare del tempo e il succedersi di vari presidenti eletti democraticamente hanno dimostrato che l’avvicinamento all’Europa non era una sbandata ma una vera e propria scelta di campo. E l’intervento russo nelle regioni di Donec’k e Luhans’k anziché indebolire ha rafforzato il senso di comunità e appartenenza nazionale degli ucraini. L’Occidente ha sbagliato ad accettare l’annessione della Crimea e le infiltrazioni nel Donbas, lasciando che una situazione così delicata rimanesse aperta e mostrandosi debole, vulnerabile agli occhi di Putin, che ha pensato così di approfittarne. I primi due mandati presidenziali del “nuovo zar” sono da considerare apprezzabili, al punto di godere di largo credito a livello internazionale, poi ha prevalso una deriva autoritaria, con un peso crescente assegnato alle forze armate, che l’ha fatto sempre più assomigliare a uno spietato dittatore.

Come uscire da questa terribile situazione? Un conflitto interno a un Paese, l’Ucraina, è diventato un conflitto internazionale combattuto con le armi, ma non solo.

Non sarà facile. Gli ucraini oppongono resistenza. Non vogliono arrendersi e intendono combattere fino alla morte. Gli armamenti che stiamo loro inviando saranno probabilmente utilizzati dalle forze di difesa territoriale, una milizia su base volontaria costituita da 300mila civili pronti a tutto pur di salvare la loro patria dalle grinfie dell’invasore. C’è il rischio concreto di una prolungata guerra partigiana, come in Afghanistan o in Cecenia, supportata dalla Nato: sarà un bagno di sangue. Certo, non possiamo non aiutare l’Ucraina ed è giusto schierarci al suo fianco, fornendo ciò che serve per difendersi. Per essere presi sul serio da un politico violento come Putin, dobbiamo mostrare forza e determinazione. Ma il fine della nostra azione non può consistere nell’organizzare o sostenere una sorta di guerriglia. Per avviare un dialogo è necessario ripensare la politica energetica europea includendo la Russia. Ovviamente nel mentre dobbiamo aiutare il popolo ucraino anche sul piano della solidarietà e dell’accoglienza dei profughi, cosa che sta già avvenendo.

Qual è l’obiettivo di Putin? Avrà successo un’azione diplomatica?

Il capo del Cremlino vuole umiliare l’Ucraina, dimostrare che è un Paese fallito e pertanto uno smacco per l’Occidente. È indubbio che Kyiv in questo momento rappresenti un baluardo dei valori democratici e civili dell’Europa contro l’avanzare di un regime autoritario che si sta mostrando sempre più dispotico, anche al proprio interno. Il potere di Putin non è solidissimo, ma è difficile che cada, almeno nell’immediato; il dissenso interno può contribuire a favorire qualche cambiamento, ma non di più. Perciò l’auspicio è che si trovi presto un accordo equo, una ricomposizione pacifica del conflitto, ma ci sarà bisogno di negoziatori abili.

Il presunto genocidio dei russofoni in Ucraina. Una verità storica o una bufala inventata dal regime? Da filodiritto.com il 09 Marzo 2022

Il presunto genocidio dei russofoni in Ucraina

Come sappiamo, uno dei motivi che avrebbero spinto Putin ad invadere l’Ucraina sarebbe il presunto genocidio perpetrato, a partire dal 2014, alle popolazioni residenti in Ucraina russofone, sterminate, stuprate e torturate per otto anni.

Questo genocidio sarebbe alla base dell’intervento armato, nonostante non vi siano prove ufficiali sia mai avvenuto.

Lo stesso Vladimir Putin, nella sua dichiarazione di guerra all'Ucraina, ha dichiarato di voler “smilitarizzare e denazificare” l’Ucraina, inviando l’esercito per proteggere “le persone che sono state oggetto di bullismo e genocidio da parte del regime di Kiev per otto anni” e per “assicurare alla giustizia coloro che hanno commesso numerosi crimini sanguinosi contro i civili” nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, appena riconosciute dal Cremlino. Il riferimento è alle formazioni politiche e paramilitari di estrema destra che si sono moltiplicate e rafforzate nel Paese ex-sovietico dalla sua indipendenza dall’Unione sovietica nel 1991

Difatti, come riferisce il sito Professione Reporter nell’articolo comparso il giorno 7 marzo scorso dal titolo “Ucraina, le dieci bufale russe: il genocidio, il nazismo, l’asilo bombardato nel Lugansk”, tra le falsità mai provate ci sarebbe proprio il genocidio ucraino ai danni sei russofoni.

“La Corte Penale Internazionale, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa hanno tutte riferito di non avere mai trovato prove di un presunto genocidio nel Donbas, la regione dell’Ucraina orientale in parte occupata dai separatisti sostenuti dalla Russia dal 2014. Nel 2021, un rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha accusato le autorità delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk di aver compiuto vari abusi, tra cui gravi restrizioni alla libertà di movimento, l’imposizione della cittadinanza russa, il divieto per gli esperti di visitare detenuti e arresti arbitrari. Allo stesso tempo, le Nazioni Unite hanno denunciato tre casi di detenzione arbitraria e maltrattamenti perpetrati dall’Sbu (i servizi segreti ucraini) e 13 casi simili nelle repubbliche autoproclamate. Un rapporto del 2016 della Corte Penale Internazionale ha rilevato che gli atti di violenza presumibilmente commessi dalle autorità ucraine nel 2013 e nel 2014 potrebbero costituire un “attacco contro una popolazione civile”. Tuttavia, il rapporto ha anche affermato che “le informazioni disponibili non hanno fornito una base ragionevole per ritenere che l’attacco fosse sistematico o diffuso”.

Sulla base di quanto sopra, pare difficile, allo stato, parlare di genocidio. Certo, comportamenti ostili tra le parti sono innegabili e comprovati dai rapporti citati. 

Presunto genocidio in Ucraina: le parole del generale russo catturato

Di falso genocidio ha parlato anche il tenente colonnello della guardia nazionale russa Astakhov Dmitry Mikhailovich, catturato insieme ad altri due soldati, il quale ha svelato un insieme di bugie a loro raccontate dai superiori rispetto all’Ucraina, che a detta loro era governata da un regime fascista e che nazionalisti e nazisti avevano preso il potere.

Il militare, in un video pubblicato qualche giorno fa, ha chiesto profondamente scusa all’Ucraina.

 "Mi vergogno che siamo venuti in questo paese", ha detto il tenente colonnello. “Non so perché lo stavamo facendo. Sapevamo molto poco. Abbiamo portato dolore in questa terra”.

Il militare ha aggiunto: "Ribellatevi al vostro comandante. Ma questo è un genocidio", ha dichiarato. “La Russia non può vincere in Ucraina, anche se arrivassimo fino alla fine. Possiamo invadere il territorio ma non possiamo invadere le persone”.

Per correttezza segnaliamo che il video è stato criticato fortemente, e le autorità ucraine condannate per aver ridicolizzato un prigioniero di guerra, in sfregio delle convenzioni in vigore. 

Presunto genocidio in Ucraina: le origini

Ma da dove nasce lo scontro tra Ucraina e Russia?

Per rispondere a questa domanda, prendiamo in prestito le parole dell’articolo comparso su Gariwo.net, dal titolo “Holodomor”. 

Holodomor è il nome con il quale si designa il genocidio per fame di oltre 6 milioni di persone, perpetrato dal regime sovietico, a danno della popolazione ucraina negli anni 1932 – 1933. Gli ucraini subirono una terribile punizione, perché accusati di contestare il sistema della proprietà collettiva. Tutte le risorse agricole furono requisite e la popolazione affamata. Un quarto della popolazione rurale, uomini, donne e bambini, fu così sterminata per fame. I cadaveri giacevano per strada senza che i parenti, anch'essi ormai in fin di vita, avessero la forza di seppellirli. La carestia determinò, insieme all'annientamento dei contadini, lo sterminio delle élites culturali, religiose e intellettuali ucraine, tutte categorie considerate "nemiche del socialismo”.

La "Grande Carestia" (Holodomor in ucraino significa "infliggere la morte mediante la fame"), organizzata intenzionalmente dal regime sovietico, colpì l'Ucraina negli anni 1932-1933. Secondo i dati dei ricercatori, le regioni più colpite dalla carestia sono state: l'attuale regione di Poltava, la regione di Sumy, la regione di Kharkiv, la regione di Cherkasy, la regione di Kyiv, la regione di Zhytomyr, con il 52,8% delle vittime. In realtà Holodomor si estese a tutto il Centro, Sud, Est e Nord dell’Uc.

La bandiera Ucraina

Secondo gli storici è indubbio che l'Holodomor sia stato un atto di genocidio, risultato delle decisioni politiche del regime totalitario di Stalin per schiacciare il popolo ucraino. Ultimamente l'Ucraina ha reso noti numerosi documenti tratti dagli archivi dell'ex KGB, i quali hanno rivelato gli obiettivi e i meccanismi operativi della politica che ha portato alla morte di milioni di ucraini. In diversi Paesi del mondo sono state svolte ricerche e sono stati pubblicati materiali di archivio in Gran Bretagna, Italia, Francia etc. Essi testimoniano che, nel caso dell'Ucraina e delle regioni limitrofe, la fame è stata provocata premeditatamente.

Per quanto concerne il discorso sulle formazioni neo naziste in Ucraina, la più terribile è da ricondursi al battaglione Azov. Questo corpo nacque nel maggio 2014 a Mariupol per opera di Andriy Biletsky, un militare noto con l’appellativo di “Führer bianco” e sostenitore della purezza razziale della nazione ucraina.

"Si trattava inizialmente di una milizia irregolare composta da ultras neonazisti che combattevano contro i ribelli ucraini filorussi, macchiandosi secondo diverse fonti (tra cui Amnesty international e l’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) di numerose atrocità anche contro la popolazione civile, tanto nel settore di Mariupol quanto negli oblast orientali, da Kharkiv a Lugansk". (fonte: Europatoday.it)

Adesso la Brigata Azov, formata  da 1.260 membri effettivi, è un reggimento di forze speciali e viene addestrato da istruttori Nato, ma ha mantenuto le insegne che ricalcano gli emblemi delle Ss naziste sopra al cosiddetto sole nero, un altro simbolo caro a Hitler. Ma ulteriori prove di atti di genocidio contro i russofoni non ci sono.

Insomma, l’unica prova di genocidio, allo stato, pare essere quello Russo perpetrato ai danni dell’Ucraina 90 anni fa.

Da Focus. Holodomor, la strage degli innocenti uccisi dalla fame in Ucraina.

Ogni anno, il 23 novembre, si ricorda l'Holodomor, la carestia provocata dall'URSS di Stalin che colpì l'Ucraina tra il 1932 e il 1933, causando milioni di morti.

Fu una tragedia così grande che gli ucraini inventarono una nuova parola per descriverla: Holodomor o "sterminio per fame". Si riferisce alla morte, provocata negli Anni '30 dalle politiche di Stalin, di milioni di ucraini. Un'ecatombe che ancora oggi è una delle ragioni del risentimento di Kiev verso Mosca. La tragedia ebbe inizio quando Stalin, tra l'autunno del 1932 e la primavera del 1933, decise la collettivizzazione agraria, costringendo anche i kulaki, i contadini agiati (coltivatori diretti o piccoli proprietari terrieri), ad aderirvi contro la loro volontà.

CHE COSA SI INTENDE PER HOLODOMOR. La collettivizzazione forzata delle terre innescò una gigantesca carestia che colpì varie parti dell'Unione Sovietica, dal Caucaso alla Siberia, dal Kazakistan all'area del fiume Volga. Gli ucraini tuttavia furono quelli che ne soffrirono di più le conseguenze, poiché lo sterminio dei contadini s'intrecciò con la persecuzione dell'intellighenzia e con la lotta al patriottismo di un intero popolo. Per l'Urss, la fertile Ucraina, soprannominata non a caso "il granaio d'Europa", era un Paese da sfruttare e per questo Stalin decise di "spezzare la schiena" ai kulaki, forti oppositori della collettivizzazione.

E così, alla fine degli Anni '20, come gli altri coltivatori dell'Unione Sovietica, anche i contadini ucraini furono costretti ad aderire ai kolchoz, le fattorie collettive di Stato, mentre le loro terre venivano confiscate. «La prima mortalità di massa fu causata direttamente dal fatto che le autorità sovietiche, indifferenti alle naturali variazioni di produzione, mantennero percentuali altissime di requisizioni (circa il 20%)», scrive lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (Il Mulino).

UCRAINA: FAME E MORTE.  «In Ucraina fu collettivizzato il 70% delle fattorie contro il 59% della Russia», scrive ancora Bruneteau. In molti si opposero alle requisizioni, si rifiutarono di cedere i raccolti, nascosero le derrate alimentari e uccisero il bestiame piuttosto che darlo ai kolchoz. Questo atteggiamento degli ucraini fu considerato dal Politburo sovietico un gravissimo atto di ribellione e, pur conoscendo la preoccupante carenza di cibo per gli abitanti delle campagne, agenti e attivisti locali del partito furono mandati a fare requisizioni e confiscare derrate nelle case e nelle fattorie.

Inoltre, per evitare che i contadini si rifugiassero nelle città, queste vennero isolate. «La necessità di sfamarsi era considerata un crimine contro lo Stato», spiega Bruneteau. La situazione era difficile in tutto l'Urss, la popolazione era stremata e affamata, tuttavia Stalin rifiutò qualsiasi aiuto dall'esterno e accusò i contadini che stavano letteralmente morendo di fame di essere i colpevoli della loro stessa situazione. E come se non bastasse promulgò leggi draconiane che non fecero altro che aumentare la tensione, il terrore e il numero di vittime: chiunque fosse stato trovato a nascondere qualcosa da mangiare, anche solo delle bucce di patata, sarebbe stato fucilato.

LA STRAGE DI BAMBINI. Fu un massacro: in tutta l'Urss circa cinque milioni di persone – deliberatamente private dei mezzi di sostentamento – morirono di fame. Di questi, secondo le stime, quattro milioni erano ucraini. «Le epidemie si diffusero e si registrarono casi di cannibalismo, tutti fatti di cui il governo tenne un bilancio preciso. Quasi la metà delle vittime era costituita da bambini», racconta ancora lo storico. Cifre che naturalmente rimasero ben chiuse negli archivi di Mosca.

Mosca soffocò qualsiasi forma di dissenso e non riconobbe mai questo spaventoso crimine: manipolando i dati demografici riuscì a nascondere l'improvvisa scomparsa di milioni di esseri umani. L'insabbiamento delle responsabilità fu totale non solo all'epoca dei fatti ma anche in seguito. Dopo la morte di Stalin (1953), il suo successore Nikita Krusciov avviò alla "destalinizzazione" e denunciò i crimini del predecessore, soprattutto le epurazioni all'interno del partito, le "purghe", avvenute con processi farsa tra il 1936 e il 1938.

LE GRANDI PURGHE STALINIANE. Tuttavia non fece mai parola del dramma ucraino – che fu il più grande sterminio della storia europea del XX secolo dopo l'Olocausto degli ebrei – poiché nonostante le aperture di Krusciov negli Anni '50 il partito andava ancora protetto per il bene dello Stato sovietico. Proprio in quegli anni però una voce si alzò: fu quella dello scrittore russo di origini ucraine Vasilij Grossman. Nel suo famoso romanzo Tutto scorre, scritto tra il 1955 e il 1963, uno dei personaggi, Anna Sergeevna, racconta i terribili anni della collettivizzazione, della carestia e dello sterminio dei kulaki in Ucraina. Il libro, come è facile immaginare, ebbe una vicenda editoriale complessa. Negli Anni '60 agenti del Kgb sequestrarono il manoscritto, ma l'autore lo riscrisse. La copia, ritrovata dopo la sua morte (1964), fu poi pubblicata nel 1970, a Francoforte. Mentre in Russia il romanzo apparve solo nel 1989, all'epoca di Gorbaciov in piena glasnost, la "politica della trasparenza".

Qualche anno prima, nel 1986, in Inghilterra e negli Stati Uniti, era uscito il saggio Harvest of Sorrow dello storico inglese Robert Conquest, nel quale per la prima volta l'Holodomor veniva documentato e descritto nei particolari. Secondo Conquest la carestia non fu provocata dalla collettivizzazione delle terre ma dalla confisca del cibo, dalle liste di proscrizione imposte a fattorie e villaggi e dai blocchi stradali che impedivano gli spostamenti della popolazione. Lo sterminio di milioni di kulaki, per lo storico inglese, fu insomma un atto deliberato di genocidio.

LA VERITÀ NASCOSTA NEGLI ARCHIVI SOVIETICI. La verità su quanto accadde in quegli anni, tuttavia, iniziò a diffondersi su vasta scala soltanto dopo la dichiarazione di indipendenza dell'Ucraina (1991) e l'apertura degli archivi sovietici. Nel 2003 le Nazioni Unite hanno stabilito che l'Holodomor è stato "il risultato di politiche e azioni crudeli che provocarono la morte di milioni di persone". Cinque anni dopo, nel 2008, il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione nella quale lo sterminio ucraino viene classificato come crimine contro l'umanità. Tuttavia non è mai stato riconosciuto come genocidio, per non irritare la Russia.

Dal punto di vista storiografico il dibattito è tuttora aperto e gli studiosi si dividono ancora oggi sulle cause scatenanti di quella tremenda carestia: fu la conseguenza dei piani quinquennali di Stalin che ridussero alla fame i contadini? O fu creata ad arte da Mosca per decapitare il nazionalismo ucraino? E poi è corretto definirla "un atto di genocidio", con le inevitabili implicazioni politiche che ne deriverebbero?

GENOCIDIO DIMENTICATO. Il primo a ritenerlo tale, molti anni prima di Conquest, era stato il giurista polacco Raphael Lemkin, che nel 1944 coniò il termine "genocidio" e che in seguito si è battuto per inserirlo nel diritto internazionale. Ne è convinto anche lo storico Ettore Cinnella, autore del recente saggio Ucraina: il genocidio dimenticato 1932-1933 (Della Porta editori), che non ha dubbi: «Fu sicuramente un genocidio sociale, ovvero un tentativo di sterminare buona parte del mondo contadino sovietico, quindi non solo gli ucraini ma anche i russi.

Tuttavia Stalin cercò anche di distruggere il carattere nazionale del popolo ucraino attraverso le persecuzioni antireligiose, la sconsacrazione e la distruzione delle chiese. Sia il mondo contadino ucraino sia l'intellighenzia del Paese furono colpiti per cercare di cancellare la loro memoria storica, a cominciare dai maestri di scuola e dalla Chiesa, che era allora indipendente da Mosca. Mettendo insieme tutti questi tasselli, considerando che ci fu la volontà deliberata di ridimensionare e reprimere quel popolo, ritengo che sia lecito parlare di genocidio».

OLOCAUSTO UCRAINO. Esiste tuttavia un problema di carattere giuridico che impedisce l'inclusione della tragedia ucraina dell'Holodomor nella lista dei genocidi ufficialmente riconosciuti dalla comunità internazionale. È quanto spiega la studiosa statunitense Anne Applebaum, già vincitrice del premio Pulitzer e autrice del recente saggio Red Famine: Stalin's War on Ukraine: «Ciò che accadde in Ucraina tra il 1932 e il 1933 coincide perfettamente con la definizione di genocidio di Raphael Lemkin, ma non può rientrare nella formulazione redatta nel 1948 con la Convenzione sul genocidio. L'Unione Sovietica contribuì alla stesura di quel documento in modo decisivo proprio al fine di escludere l'Olocausto ucraino». Finché il diritto internazionale non sarà aggiornato, l'Holodomor continuerà a essere formalmente escluso dall'elenco dei genocidi.

Tratto da Raccolto amaro di Riccardo Michelucci, pubblicato su Focus Storia 139, disponibile solo in versione digitale.

Ucraina, Massimo Fini: "Vladimir Putin ha le sue ragioni, ecco quali". Una teoria-choc. Libero Quotidiano il 10 marzo 2022.

Massimo Fini, giornalista e scrittore firma del Fatto Quotidiano, pensa a una Unione europea armata e nucleare, equidistante e neutrale fra Stati Uniti e Russia. "La verità è che la Nato non ha più senso da quando è caduto l’impero sovietico. Da allora, è diventata l’arma con cui gli Stati Uniti tengono l’Europa in stato di minorità militare, politica e alla fine anche culturale", spiega in una intervista a Il Giornale. Non solo, prosegue Fini. "A mio parere qualche ragione Putin ce l’aveva, nel sentirsi accerchiato dalla Nato. Il precedente di Cuba, quando Krusciov ebbe il buonsenso di ritirare i missili per scongiurare una guerra atomica, dovrebbe illuminarci. La questione vera è l’Europa, che dovrebbe dotarsi di una forza militare autonoma, il che vuol dire togliere l’anacronistico divieto di riarmo atomico alla Germania". 

Insomma, continua il giornalista, "l’Europa dovrebbe seguire la linea a suo tempo proposta da Angela Merkel: l’equidistanza fra i due poli, difesa grazie al nucleare (faccio notare, fra parentesi, che il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, con le sue quattro bombette, viene lasciato tranquillo). Anche se bisogna pur dire che, in tempo normali, noi avremmo tutto l’interesse ad avvicinarci più a Mosca, per ragioni geografiche, economiche, energetiche e anche, voglio sottolinearlo, culturali. La letteratura russa fa parte integrante del nostro bagaglio di europei". 

Secondo Massimo Fini, quella che è scoppiata in Ucraina, in realtà, "è solo una guerra fra due potenze nucleari, Russia e Usa, con l’Europa letteralmente in mezzo, che come al solito ci rimette. La Russia ha abbracciato da tempo il nostro modello di sviluppo economico. Come la Cina". 

Da tg24.sky.it il 9 marzo 2022.

La colpa della guerra in Ucraina è degli Stati Uniti. Non usa mezzi termini il portavoce del ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian: “Sono state le azioni della Nato guidata da Washington che hanno gradualmente spinto” Mosca e Kiev fino al punto di rottura.  

“Ignorando le proprie responsabilità”, continua Zhao Lijian, “gli Usa accusano invece Pechino della propria presa di posizione sulla vicenda e cercano margini di manovra nel tentativo di sopprimere la Cina e la Russia, per mantenere la propria egemonia”

Ucraina, Xi Jinping a Macron e Scholz: "Sanzioni dannose per tutti"

Sul fronte sanzioni la Cina sottolinea come non abbiano fondamento nel diritto internazionale. “Non porteranno pace e sicurezza” ha detto Zhao Lijian “ma avranno la sola conseguenza di provocare gravi difficoltà all’economia e ai popoli dei Paesi interessati intensificando ulteriormente la divisione e il confronto”.

La Società della Croce Rossa cinese, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha inviato un lotto di materiali per aiuti umanitari, inclusi cibo e necessità quotidiane, per un valore complessivo di cinque milioni di yuan (circa 723mila euro). Il lotto, ha aggiunto Zhao Lijian, è stato spedito oggi da Pechino, e sarà consegnato in Ucraina "il prima possibile".

Da liberoquotidiano.it il 9 marzo 2022.

"Vladimir Putin nasce dallo sfacelo dal tentativo di trasformare l'ex Unione sovietica in una democrazia occidentale". Michele Santoro, in studio a DiMartedì a La7, si concentra sugli errori dell'Occidente, della Nato, degli Stati Uniti. 

E arriva a dire che a convincere il presidente russo a invadere l'Ucraina è la crisi della democrazia occidentale: "In Italia non eleggiamo più Presidenti del Consiglio da 15 anni, però siamo una grande democrazia... Io non ho un Partito in Italia! Datemi un partito come quello spagnolo, che non manda le armi in Ucraina!". Floris sgrana gli occhi, davanti a Zio Michele c'è l'ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Ispi, che prova a glissare concentrandosi su una prospettiva più ampia.

"L'Ucraina è solo un campo di battaglia di un disegno più ampio di Putin, perseguito lucidamente, che nasce da lontano. Lui vuole tornare a una politica di forza e di sfere d'influenza: noi non abbiamo altra soluzione che opporci, nei limiti della Terza Guerra mondiale".

Ma Santoro lascia sul campo una domanda inquietante: "Vogliamo sostituire Putin? E se dopo è peggio? Come con Saddam Hussein e Gheddafi? Non possiamo leggere i russi alla luce della nostra cultura, non possiamo costringere altre parti del mondo ad essere come noi. Ogni volta che abbiamo provato a fare questo, abbiamo fatto disastri: in Afghanistan siamo stati 20 anni e siamo scappati. In Siria abbiamo costruito l'Isis per combattere Assad".

E ancora: "L'Ucraina vuole entrare nella Nato? Nessuno può permettersi di violare l'indipendenza dell'Ucraina, ma entrare nella Nato può essere concepito da qualcuno come atto ostile. Non posso considerarlo solo autodeterminazione, altrimenti i cubani potevano mettersi i missili per difendersi dagli americani. Non possono diventare uno Stato neutrale? Devono avere per forza le truppe della Nato dentro? Per fermare Putin dobbiamo trovare una soluzione". 

Riccardo Panzetta per Dagospia il 10 marzo 2022.  

La guerra in Ucraina era ineluttabile? Gli americani hanno fatto il possibile per evitarla? Putin era disponibile a una trattativa diplomatica? Quale ruolo giocherà la Cina e cosa può fare l’Italia per ritagliarsi uno spazio nello scontro a distanza tra le grandi potenze? Lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri e ex direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza.

Ambasciatore, in un articolo del 4 marzo scorso, sulle pagine del “Corriere della Sera”, Guido Olimpio ha rivelato che il direttore della Cia, William Burns, a inizio novembre 2020, è volato a Mosca per far capire ai russi che Washington era a conoscenza dei piani di attacco all’Ucraina. A metà novembre, i servizi segreti americani hanno condiviso le informazioni con i paesi alleati. Da quel momento, e fino al 24 febbraio giorno dell’inizio delle operazioni militari, è stato fatto tutto il possibile per evitare la guerra?

Putin ha fatto delle richieste inaccettabili alla Comunità internazionale e all’Occidente, e lui lo sapeva. 

Ha chiesto che gli stati dell’ex Unione sovietica che confinano con la Russia non avessero sovranità nelle scelte di politica internazionale. Ha chiesto di riconoscere la Crimea, che è stata annessa con le armi. Ha chiesto di riconoscere pseudo-staterelli di etnia russia dell’Ucraina (le repubbliche di Donetsk e Luhansk, ndr) che lui stesso ha prima creato e promosso e poi occupato e riconosciuto unilateralmente. 

Poi ha sostenuto che un governo liberamente eletto di un paese europeo, l’Ucraina, dovesse cedere il passo solo perché sgradito. Erano richieste che, fin dall’inizio, non potevano essere accolte. E di certo Putin non rifiuta di perseguire i suoi obiettivi: come ha dimostrato, se non si accettano le sue condizioni, passa all’uso delle armi.

I servizi segreti americani e il presidente Biden sono stati determinati nello scoprire il suo gioco, facendo un uso pubblico delle informazioni di intelligence. Hanno provato a ostacolarlo. 

In Europa, però, c’era una percezione meno pessimistica. L’opinione dominante, fatta eccezione per gli inglesi, era che Putin non avrebbe tentato un’invasione ma si sarebbe accontentato - come accaduto in Georgia con l’Abkhazia e l’Ossezia e in Moldavia con la Transnistria - di negoziare i futuri assetti dell’Ucraina e della sicurezza europea sulla base di una posizione di forza. Invece gli allarmi americani si sono dimostrati concreti e Putin ha puntato su un intervento diretto che rappresenta un enorme rischio.

Ieri sera, ospite a “DiMartedì”, lei ha dichiarato: “Non possiamo lasciare campo libero a Putin. Cerchiamo di impedirgli che il rischio che si è assunto paghi troppo”. Ma se l’Ucraina, come ipotizzato dalle dichiarazioni di Zelensky, accettasse di riconoscere la sovranità del Donbass e della Crimea e si autoimponesse uno stato di neutralità, accantonando il progetto di entrare nella Nato, Putin non avrebbe vinto su tutta la linea?

E’ chiaro che questo scenario dovrà essere, prima o poi, oggetto di negoziato. Ora abbiamo un campo di battaglia, l’Ucraina, e due prospettive future. La prima è l’assetto dell’Ucraina quando l’attuale situazione avrà trovato un esito sul campo. La seconda prospettiva, legata a quello che verrà fatto per l’Ucraina, è un riesame dell’ordine di sicurezza complessiva in Europa. 

Dire oggi, senza sapere quale sarà stato l’esito sul campo, quale compromesso sia accettabile per l'Ucraina è prematuro. Ora bisogna puntare a rendere la situazione più difficile possibile a Putin, e parallelamente cercare di alleviare le conseguenze umanitarie. Quel che è certo che non possiamo impedire a un popolo di combattere per la sua libertà. 

Probabilmente Putin non riuscirà a spingersi dove voleva anche se, essendo soverchiante il rapporto di forze, andrà avanti nell’offensiva. Ma non fin dove aveva pianificato all’inizio. Solo a quel punto, quando si sarà definita la situazione, si possono innestare i negoziati. Nel frattempo quello che si può fare, oltre che complicargli la vita, è "far fare buoni uffici”. Mi riferisco alle iniziative diplomatiche di Erdogan, dell’israeliano Bennett o al coinvolgimento dei cinesi.

Quindi l’autodeterminazione dell’Ucraina, la sua volontà a entrare nella Nato, va subordinata al risultato sul campo?

Da parte dell’Occidente non si possono fare sconti sul principio di autodeterminazione dei popoli e della sovranità dei governi. Poi sta a ciascun governo fare i conti con le circostanze: deve inglobare nelle decisioni tutti i fattori che possono influire su questi processi. Chiedersi oggi in quale direzione debba andare Zelensky è prematuro. In questo momento non ci sono le condizioni per cui Kiev possa prendere una decisione in materia. 

E’ d’accordo con chi, evocando la Storia, chiede di riconoscere l’esistenza di “sfere d’influenza”, russe americane o cinesi, che diano coordinate e limiti chiari alla politica internazionale? 

Le “sfere d’influenze” in politica estera mi sanno tanto di ritorno all’Ottocento e a una parte del Ventesimo Secolo che credevamo superatI. Siamo figli di un ordine mondiale liberale scaturito dalla vittoria dell’Occidente nella Guerra fredda. 

Non si può fare finta, e neanche Putin può farlo, che l’Unione Sovietica non abbia perso la Guerra fredda. 

Certo, il mondo è cambiato. L’ordine di sicurezza di cui parlo ha provocato delle tensioni: vi è una percezione russa di dover riparare a dei torti subìti negli anni successivi alla disgregazione dell’Unione sovietica.

L’Occidente ha dato l’impressine di essere più incline a badare alle situazioni interne dei vari paesi che a collaborare agli aspetti più ampi di politica internazionale. La crisi economica prima e la pandemia poi, hanno spinto a pensare che l’ordine di sicurezza europeo avesse bisogno di manutenzione. 

Però va detto che:

1) non si può negoziare quanto la controparte ammassa ai tuoi confini un esercito di 200 mila soldati. Non si tratta con la pistola alla tempia.

2) prima di pensare alle sfere d’influenza bisogna rivedere, forse ricreare, meccanismi di fiducia reciproci. Dobbiamo imparare a dare lo stesso significato alla parola “minaccia”. 

Se Putin si sente minacciato da una democrazia c’è qualcosa che non va. Bisogna rivedere anche gli accordi relativi ai movimenti delle truppe, alle manovre militari, e soprattutto ai missili nucleari a raggio intermedio, i cosiddetti “missili da teatro”, che in questo momento non hanno la copertura di un preciso accordo. Questo creerà nuove sfere d’influenza? Io spero di no.

L’ex presidente americano Donald Trump ha dichiarato: “Sotto la mia amministrazione, Putin non avrebbe mai fatto quello che sta facendo ora”. Le sembra una millanteria o effettivamente il Cremlino si è concesso uno spazio di manovra, considerando più debole la presidenza di Joe Biden?

Il risultato sarebbe stato identico. L’obiettivo di Putin era quello di lavare l’onta della sconfitta della Guerra fredda e delle umiliazioni che lui crede che la Russia abbia subìto. Fin dall’inizio il suo scopo è stato di riscrivere la storia. Non dipende da chi c'è alla Casa bianca.

Le riporto due punti di vista sull’aggressione russa all’Ucraina. Edward Luttwak ha sostenuto che “gli 007 russi non volevano la guerra” e che Putin abbia forzato la mano con il suo stesso “deep state”. In un’intervista al “Fatto”, Lucio Caracciolo ha sostenuto che Putin abbia “attaccato per errore”, convinto che gli ucraini lo accogliessero da liberatore. Queste due letture la convincono?

Sono complementari. Che Putin abbia sottovalutato la resistenza ucraina, la compattezza dell’Occidente e qualche scricchiolìo nel suo stesso entourage, è evidente. Di fronte all’ampiezza di quel che è accaduto presumo che all’interno del Deep State russo un dibattito ci sia stato. Ma non lo sapremo mai con certezza e comunque, a quelle latitudini, le controversie di un dibattito le dirime una sola persona…

Oggi la Cina ha accusato la Nato e il suo allargamento a est come principale causa della crisi in Ucraina. Pechino difende la Russia oggi per prendere Taiwan domani? 

Credo che l’Occidente abbiamo dimostrato una compattezza che la Cina non s’aspettava. Non mi sembra che l’atteggiamento americano possa portare Pechino a equivocare quale sarebbe la reazione nel caso di un’azione su Taiwan. 

Non credo che in una fase di acuta crisi internazionale, e in un momento in cui la Cina intravede la possibilità di sfidare gli Stati uniti con la forza economica e tecnologica, e a pochi mesi da un Congresso del partito che dovrebbe incoronare Xi Jinping per un nuovo mandato, Pechino possa muoversi in modo ostile su Taiwan.

La Cina, come tutte le grandi potenze, sfrutta gli spazi, cerca di inserirsi e di attirare la Russia dalla sua parte, sapendo che Mosca è più debole. Nel mega-disegno cinese di riordino complessivo degli equilibri globali, che vanno oltre l’Europa, la Cina si vede protagonista e supportata da una Russa di seconda classe. Per questo Putin deve stare attento: rischia una vittoria di Pirro. 

Potrebbe portare a casa qualche successo temporaneo fra Ucraina e zone vicine ma rischia di finire abbracciato da un paese molto più potente di lui che gli farebbe fare il gregario.

Nello scontro a distanza tra le grandi potenze, in che modo l’Italia può ritagliarsi un ruolo?

Al di là delle ambizioni, nessuno dei paesi europei, da solo, va lontano. Credo che questo debba essere il momento di spingere verso politiche di sicurezza, di difesa, energetiche e migratorie europee. E’ l’unica soluzione che abbiamo. Non è possibile un ruolo autonomo per i singoli paesi. Fino ad allora, è necessaria la collaborazione tra i paesi maggiori: Francia, Italia e Germania.

Sul “Corriere della Sera” Federico Rampini ha lanciato l’allarme sulla “smobilitazione ideologica dell’Occidente”. Una sorta di processo, storico e etico, che le società occidentali si auto-infliggono, mostrando agli occhi di Russia e Cina una “decadenza irreversibile”. Il modello liberal-democratico non è più così seducente?

Le autocrazie hanno il fascino dell’efficienza ma è da escludere che anch’esse, prima o poi, facciano i conti con la loro piazza. Preferisco un meccanismo decisionale più lungo e articolato, che possa sembrare più fragile ma dal consenso popolare più ampio, alle decisioni autocratiche che rischiano di essere molto effimere nella loro durata.

Dopo la guerra in Ucraina, arriverà la faida al Cremlino? Putin rischia di essere deposto?

Non si può escludere, è una delle sue sottovalutazioni. I suoi referenti non sono solo gli oligarchi e i pezzi di opinione pubblica che lo sostengono in nome dell’orgoglio nazionale. Ci sono anche il deep state, l’apparato di difesa, quello di polizia e i servizi di sicurezza. 

Dovrebbe cedere questo blocco per provocare un’implosione in Russia e non è detto che non avvenga. Le dittature e i regimi autocratici ci hanno abituato a crolli improvvisi. Al momento, per quanto riguarda Putin, avverto scricchiolii ma non sento ondeggiare la casa… 

L'ex comandante di Gladio e dei servizi segreti: “Sto con Putin, il problema della guerra è Zelensky”. Il Tempo il 06 marzo 2022.

«Credo che nessuno possa avere dubbi sul mio sentimento anti russo, però questa volta sono piuttosto perplesso e più ‘putiniano’ che non ‘zelenskyano’. Sono più dalla parte di Putin che non da quella di Zelensky». Esordisce così il Generale Paolo Inzerilli, Capo di Stato Maggiore del Sismi e per 12 anni comandante della Gladio, struttura militare segreta appartenente alla rete internazionale Stay-behind creata per contrastare una possibile invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica. «Io ho due pallini, la storia e la geografia - spiega il Generale -, ma in genere la gente evita di ricordare ciò che è successo nel passato. La Russia, fin da quando era zarista, è sempre stato un Paese a disagio perché si è sempre sentita circondata, in qualche modo bloccata, sentivano di non avere libertà di movimento. Con l’Unione Sovietica era lo stesso, perché è stata creata la Nato contro l’eventuale espansionismo sovietico. La situazione, dunque, si è tramandata. Tutto quello che sta succedendo adesso, perciò, è sempre dovuto al fatto che la Russia, non più Unione Sovietica, ha paura, si sente circondata da Paesi ostili. E il presidente dell’Ucraina, Zelensky, a mio parere fa una dimostrazione di forza quando in effetti tutto quello che la Russia ha chiesto è la dichiarazione ufficiale di non ingresso dell’Ucraina nella Nato e la demilitarizzazione del Paese. Ecco, non mi sembrano richieste assurde, ma Zelensky non ne vuole sapere».  

L’assurdità, per il Generale Inzerilli, sta altrove: «Un paio di settimane fa - dice - si è riunito il Consiglio atlantico della Nato, e i mass media, riportando una dichiarazione del segretario generale Stoltenberg fatta prima della riunione, hanno scritto ‘Stoltenberg gela l’Ucraina’, nel senso che secondo il segretario generale non c’era in agenda nessun argomento che riguardasse l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. È dunque Zelensky che vuol far vedere di essere in gamba, bravo, super indipendente, costi quel che costi, il che per un Capo di Stato mi sembra leggermente folle. Ma se gliel’hanno detto ufficialmente che al momento non se ne parla, perché non se n’è stato buono e tranquillo, senza agitarsi, invece di fare scoppiare questo caos? L’esercito russo contro quello ucraino… Viene da ridere». Per l’ex capo della Gladio, però, c’è un altro punto importante. «Prima che iniziasse il conflitto, gli Stati Uniti dissero che se la Russia avesse invaso l’Ucraina, loro, come Stati Uniti e non come Nato, sarebbero intervenuti per difenderla. Poi hanno cambiato le dichiarazioni, cominciando a parlare di invio di aiuti, che significa quattrini, ed è ben diverso. Ecco perché - afferma senza indugio il Generale - valutando la situazione attuale mi sento più russo che ucraino, perché penso sempre che il compito di un presidente di un Paese è prima di tutto quello di salvare la pelle dei cittadini e non di compiere gesti di forza per una libertà che in pratica esiste e che invece secondo Zelensky non esiste. Per quel che mi riguarda oggi il problema di questa guerra si chiama Zelensky».  

L’obiettivo finale di Putin, per il Generale Inzerilli, è dunque chiaro: «Lui vuole solo fare in modo di non avere i Paesi Nato al confine. Se l’Ucraina entrasse nella Nato significherebbe avere i missili a 180 chilometri da Mosca, e onestamente voglio vedere chi ha qualcosa da protestare. Non dico a cannonate, ma coi missili di oggi 180 chilometri sono una distanza ridicola. L’Ucraina, dunque, fa storia a sé». Arrivati a questo punto, come si fermano le ostilità? «Io credo che nessuno in questo momento sia disposto a farsi ammazzare per bloccare Putin - osserva il Generale Inzerilli -, dunque oggi la Nato dovrebbe concedere a Putin la demilitarizzazione dell’Ucraina insieme a una dichiarazione ufficiale di non ingresso nella Nato. Non si fa la guerra, con già migliaia di morti da una parte e dall’altra, per un principio primo di una parte, non un principio primo del mondo». Anche perché, aggiunge il Generale, «il rischio nucleare potrebbe essere serio, ma anche lì attenti alle fake news. Giornali e tv dicono che i russi hanno bombardato la centrale nucleare e che non c’è stato nessun morto. Ora, per quello che so visto il mestiere che ho fatto, un bombardamento può anche non fare morti, ma certamente distrugge l’obiettivo, ma qui non è stato distrutto un accidente. Se hanno bombardato, allora hanno devastato la centrale, la quale invece è intonsa. Allora c’è qualcosa che non quaglia».

Articolo di Paul Krugman pubblicato da “la Stampa” - Traduzione di Anna Bissanti il 5 marzo 2022.

Il miracolo ucraino potrebbe non durare. Il tentativo di Vladimir Putin di vincere in fretta e con poca spesa, conquistando le città più importanti con forze relativamente leggere, ha dovuto far fronte a una considerevole resistenza, ma i carri armati e le armi pesanti stanno guadagnando terreno. E, malgrado l'incredibile eroismo del popolo ucraino, è ancora più plausibile che implausibile che, alla fine, tra le macerie di Kiev e di Kharviv sarà piantata la bandiera russa. Anche se ciò dovesse accadere, tuttavia, la Federazione Russa si ritroverebbe più fragile e più povera di prima dell'invasione. La conquista non paga.

Perché? Se si risale indietro nella Storia, ci si accorge di innumerevoli esempi di potenze arricchitesi con il valore militare. Di sicuro, i Romani trassero grandi benefici dalla conquista del mondo ellenistico, come fu poi per la Spagna con la conquista di Aztechi e Incas. Il mondo moderno, però, è diverso e per "moderno" mi riferisco quanto meno all'ultimo secolo e mezzo. 

Nel 1909 l'autore britannico Norman Angell diede alle stampe il suo famoso saggio "La grande illusione" nel quale sosteneva che la guerra era diventata obsoleta. Il suo libro perlopiù fu frainteso: si pensò che dicesse che una guerra non poteva più scoppiare, dichiarazione rivelatasi tragicamente errata nelle due generazioni successive. Di fatto, Angell aveva scritto che nemmeno i vincitori di una guerra potevano più ricavare benefici dal loro successo militare.

Non ci sono dubbi: aveva pienamente ragione. Siamo tutti grati agli Alleati che hanno avuto la meglio nella Seconda guerra mondiale, ma la Gran Bretagna ne uscì come una potenza minore e soffrì anni di austerità cercando di superare la penuria di valuta estera. Perfino gli Stati Uniti ebbero un periodo di assestamento postbellico più difficile di quanto molti si siano resi conto, e dovettero far fronte a un picco di aumenti dei prezzi che per un certo periodo spinsero l'inflazione sopra al 20 per cento.

Viceversa, nemmeno una disfatta completa riuscì a impedire a Germania e Giappone di conseguire alla fine una prosperità senza precedenti. Perché e quando la conquista divenne non remunerativa? Angell sosteneva che tutto era cambiato con l'affermarsi di una «vitale interdipendenza tra le nazioni», che «superava trasversalmente le frontiere internazionali», e suggerì che quel fenomeno «fosse in buona parte l'esito degli ultimi quarant' anni», un processo iniziato dunque intorno al 1870.

Sembra una supposizione corretta: intorno al 1870, le reti ferroviarie, i battelli a vapore e il telegrafo resero possibile la creazione di quella che alcuni economisti chiamano la prima economia globale. In un'economia globale di questo tipo, è difficile conquistare un altro Paese senza estrometterlo a caro prezzo (ed estromettersi) dalla distribuzione

internazionale del lavoro, per non parlare del sistema finanziario internazionale. 

Oggi questa è la dinamica in atto in Russia sotto i nostri occhi mentre ne parliamo. Angell puntualizzava anche i limiti delle espropriazioni in un'economia moderna: non è possibile impossessarsi di asset industriali come i conquistatori preindustriali fecero in un lontano passato con la terra, perché le espropriazioni arbitrarie annientano gli incentivi e il senso di sicurezza che una società avanzata ha bisogno che restino produttivi. Ancora una volta, la Storia rende giustizia alla sua analisi.

Per un certo periodo, la Germania nazista occupò altre nazioni dal prodotto interno lordo prebellico complessivo più o meno doppio rispetto al suo ma, nonostante uno sfruttamento spietato, sembra che i territori occupati abbiano ripagato le spese di guerra della Germania soltanto nella misura del 30 per cento circa, in parte perché molte economie che la Germania cercò di dissanguare a suo vantaggio crollarono sotto quel peso. 

Piccola digressione: non è impressionante e orribile ritrovarci in una situazione in cui i fallimenti economici di Hitler ci insegnano qualcosa di utile riguardo le prospettive per il futuro? Tuttavia, è questo il punto in cui ci troviamo. Grazie, Putin. Vorrei aggiungere altri due motivi che spiegano perché le conquiste sono inutili. La prima è che la guerra moderna fa uso di una quantità inverosimile di risorse.

Gli eserciti premoderni usavano una quantità limitata di munizioni e potevano, in certa qual misura, vivere delle risorse della terra. Ancora nel 1864, il generale dell'Unione Army William Tecumseh Sherman poteva sganciarsi dalle linee dei rifornimenti e marciare attraverso la Georgia portandosi dietro razioni militari per soli venti giorni. Gli eserciti moderni, invece, richiedono enormi quantità di munizioni, di pezzi di ricambio e, soprattutto, di carburante per i loro veicoli.

In effetti, dalle ultime valutazioni del Ministro britannico della Difesa risulta che l'avanzata russa su Kiev si sia temporaneamente fermata «in conseguenza, probabilmente, di continue difficoltà logistiche». Ciò che questo implica per gli aspiranti conquistatori, qualora avessero poi la meglio, è un costo altissimo, con pochissime probabilità di essere pagato. In secondo luogo, oggi viviamo in un mondo di nazionalismo infervorato. Nell'antichità e nel Medioevo i contadini probabilmente non facevano caso più di tanto a chi li sfruttava. Gli operai di oggi sì.

Il tentativo di Putin di impossessarsi dell'Ucraina sembra basarsi non soltanto sul principio secondo cui una nazione ucraina non esiste, ma anche sul presupposto che gli stessi ucraini possano essere convinti a considerarsi russi. Sembra molto improbabile che una cosa del genere possa accadere. 

Quindi, anche se Kiev e altre importanti città ucraine dovessero cadere, la Russia si troverebbe a cercare per anni e anni di tenere a freno una popolazione ostile. Una conquista, pertanto, è una prospettiva perdente. Ciò è vero da almeno un secolo e mezzo ed è ovvio a chiunque sia disposto a guardare ai fatti di più di un secolo. Peccato che vi siano ancora pazzi e fanatici che si rifiutano di crederci, e che alcuni di loro comandino nazioni ed eserciti.

La guerra Russia-Ucraina. Sanders giustifica Putin ma dovrebbe ripetere la storia: l’invasione dell’Ucraina arriva 18 anni dopo l’allargamento della Nato. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 4 Marzo 2022.  

Bernie Sanders, senatore del Vermont e fervente democratico, più volte in competizione per ottenere la candidatura del suo partito nelle elezioni presidenziali, si è profuso in un’analisi che non lascia scampo a quanti oggi solidarizzano con la resistenza ucraina. Ovviamente Sanders non esita a condannare l’invasione della Russia, che, a suo avviso, non è una risposta; come – ha scritto sul Guardian – non “lo è l’intransigenza della Nato”. «Sono estremamente preoccupato quando sento i familiari tamburi a Washington – dichiara Sanders – la retorica bellicosa che viene amplificata prima di ogni guerra, chiedendo che dobbiamo “mostrare forza”, “diventare duri” e non impegnarci nella “pacificazione”. Un semplicistico rifiuto di riconoscere le complesse radici delle tensioni nella regione mina la capacità dei negoziatori di raggiungere una soluzione pacifica».

A dire il vero, sembra che questi tamburi di guerra li senta suonare solo lui, poiché l’inquilino della Casa Bianca, da giorni non fa che ripetere la classica formula del “non aderire né sabotare”. Sanders ritiene che «uno dei fattori precipitanti di questa crisi, almeno dal punto di vista della Russia, è la prospettiva di un rafforzamento delle relazioni di sicurezza tra l’Ucraina e gli Stati Uniti e l’Europa occidentale (ne esiste una orientale? ndr), compresa quella che la Russia vede come la minaccia dell’adesione dell’Ucraina alla Nato, un’alleanza militare originariamente creata nel 1949 per affrontare l’Unione Sovietica». E a questo punto il senatore invita a ripassare la storia ricordando che quando l’Ucraina divenne indipendente dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, i leader russi chiarirono le loro preoccupazioni sulla prospettiva che gli ex stati sovietici entrassero a far parte della Nato e schierassero forze militari ostili lungo il confine della Russia.

I leader statunitensi riconobbero, allora, la legittimità di queste preoccupazioni, che secondo Bernie Sanders, lo sarebbero ancora. Poi il senatore si lancia in una rievocazione della linea di politica internazionale degli Usa, dalla Dottrina Monroe (“l’America agli americani” considerata dall’amministrazione Trump “viva e vegeta”) in poi, passando per la crisi di Cuba del 1962, fino all’appoggio ai golpe sudamericani, indicando come esempio politicamente corretto il caso della Finlandia, «uno dei paesi più sviluppati e democratici del mondo, confina con la Russia e ha scelto di non essere membro della Nato’’. Come gli Usa hanno di fatto delle “sfere di influenza” è ipocrita – ecco la dottrina Sanders – non concedere a Putin il diritto di intervenire contro qualsiasi paese che possa minacciare gli interessi russi. Per dare credibilità alla sua analisi, Sanders termina con un paradosso: «qualcuno crede davvero che gli Stati Uniti non avrebbero qualcosa da dire se, ad esempio, il Messico dovesse formare un’alleanza militare con un avversario degli Stati Uniti?».

In realtà è il senatore che dovrebbe ripassare la storia, perché nella sua ricostruzione ignora parecchi passaggi importanti nelle vicende degli ultimi trent’anni. Anche ammettendo che il gentlemen’s agreement tra Bush e Gorbaciov sia avvenuto (Der Spiegel ha pubblicato persino dei documenti) e che la Nato si fosse impegnata ad accontentarsi dell’adesione della Germania unificata senza spingersi troppo ad Est, inglobando come è avvenuto dal 1999 a 2004 tutti i paesi ex satelliti e le Repubbliche baltiche, Vladimir Putin ha impiegato 18 anni per ritenere intollerabile il nuovo assetto determinatosi dopo l’implosione dell’Urss (l’Impero sovietico fece tutto da solo, mentre l’Occidente stava a guardare meravigliato)? E non è neppure vero che nei confronti della Federazione russa vi siano stati degli atteggiamenti ostili da parte delle potenze occidentali.

Nel 2002 furono sottoscritti tra i premier dei 19 Paesi della Nato e Putin gli accordi di Roma, in base ai quali venivano individuati ambiti importanti di collaborazione tra cui la lotta al terrorismo, la difesa e la collaborazione militare; rafforzando, così, i rapporti amichevoli stabiliti in precedenza. Dal 1989 ai lavori dell’Assemblea dell’Onu partecipavano rappresentanti dei Parlamenti dei paesi dell’Unione europea e dell’Europa centro-orientale, cui venne attribuito lo status di membri associati (Armenia, Austria, Azerbaijan, Bosnia Erzegovina, ex Repubblica iugoslava di Macedonia, Federazione russa, Finlandia, Georgia, Moldavia, Montenegro, Serbia, Svezia, Svizzera, Ucraina). Il G7 fu allargato alla Russia fino a quando nel 2014 Putin decise di annettere la Crimea. La Georgia e l’Ucraina sono considerati dalla Nato “paesi attenzionati” da quasi un decennio. Putin ha cambiato atteggiamento dopo la cosiddetta rivoluzione dell’Euromaidan, quando gli ucraini, nel 2014, rovesciarono il governo filo-russo e si avvicinarono alla Ue e alla Nato.

Se gli Usa non hanno mai rinunciato – come ha scritto Sanders – alla Dottrina Monroe, Putin ha riattivato gli accordi di Yalta? I Paesi vicini della Federazione russa devono essere osservanti ai diktat del Cremlino come il boss della Bielorussia? Altrimenti arriva l’Armata rossa come – ai tempi delle “zone di influenza’’ – in Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968)? Diciamoci la verità. I casi della Crimea, della Georgia, fino alla pratica annessione del Donbass sono gravi violazioni del diritto internazionale, ma secondo la realpolitik potevano essere interpretate come azioni a scopo precauzionale e difensivo. Ma l’invasione dell’Ucraina è un atto di guerra che non può avere alcuna “comprensione”. Putin con quest’azione ha riscritto la storia del “secolo breve”. Si è arrogato il diritto di “denazificare” l’Ucraina; ma questo è un percorso insidioso. Absit iniuria verbis perché – come ha scritto Sansonetti è assurdo paragonare Putin a Hitler – ma anche il nazismo in Germania costruì la propria “resistibile” ascesa sulle condizioni capestro che le potenze vincitrici della Grande Guerra avevano inflitto alla Germania sconfitta.

Oggi gli storici riconoscono che furono commessi gravi errori da parte delle potenze vincitrici della Grande Guerra nei confronti della Germania, che fu privata del bacino della Ruhr, sottoposta a un debito di guerra esorbitante che condizionò in modo negativo la Repubblica di Weimar (un’eccellenza di democrazia per quei tempi). Poi a Versailles si disegnarono i confini degli Stati creando otto milioni di apolidi. Oltre al caso Danzica, fu costituita a tavolino la Cecoslovacchia, dove – nella regione dei Sudeti – vi erano tre milioni di tedeschi (sui 12 milioni di cittadini del nuovo Stato). Se è politicamente comprensibile la guerra scatenata da Putin in difesa della popolazione russofona, ci tocca di rivalutare Neville Chamberlain che a Monaco riconobbe le pretese di Adolf Hitler sulla Cecoslovacchia allo scopo di salvaguardare la pace in Europa.

Se un Paese crede di aver diritto ad uno “spazio vitale”, pretende di rivendicare i confini “naturali” di un “glorioso” passato (lastricato di milioni di morti e piagato da un regime di feroce oppressione), vuole superare lo status di potenza regionale (copyright Barack Obama) per ritornare al medesimo rango degli Usa e della Cina, il mondo deve stare a guardare imbelle? Nel 1938, Gran Bretagna e Francia – disse Winston Churchill – persero l’onore per evitare la guerra; ed ottennero sia il disonore che la guerra. Ma almeno si fecero garanti (pur inutilmente) dell’indipendenza della Polonia, la nazione oggi aderente alla Nato, ai confini della Russia. Al pari delle Repubbliche baltiche. Forse l’Alleanza atlantica dovrebbe “battere un colpo”. Come fanno i fantasmi.

Si fa un gran parlare della ritrovata compattezza dell’Occidente, dimenticando che in Europa (adesso si spiegano le ragioni degli aiuti finanziari ad alcune forze politiche e le incursioni informatiche) Putin ha disseminato in alcuni paesi, dove si andrà presto a votare, delle “quinte colonne’’ che potrebbero vincere le elezioni o condizionare comunque la politica estera. Siamo sempre lì. Arriva un momento, nella storia, in cui alle democrazie viene chiesto se sono disposte a morire per Danzica. Chi offre l’altra guancia prende solo due schiaffi. Giuliano Cazzola

Letizia Tortello per “la Stampa” il 4 marzo 2022.

Per capire dove siamo, dobbiamo fare un salto indietro alla fine del Secolo breve, alla fine della Guerra Fredda. Leggere il Putin nazionalista e aggressivo, autore di una devastante guerra in Europa che spinge il mondo sull'orlo del precipizio e apre le porte «di un'epoca nuova di cui non riusciamo a immaginare i confini», significa rileggere la Storia da dopo la caduta del Muro di Berlino. 

«Quando la Nato ha promesso che non si sarebbe allargata a Est, e invece poi l'ha fatto. E quando abbiamo rinunciato a tirare la Russia verso il nostro Continente, entrandone in qualche modo a fare parte e normalizzando i rapporti». 

Donald Sassoon condanna in ogni modo l'attacco russo all'Ucraina, che definisce «un disastro totale dagli esiti terribili e incerti per tutti» e al tempo stesso una «miscalculation» del Cremlino, un errore di calcolo che non lo porterà a vincere, comunque vada. Però, per il 75enne storico britannico, professore emerito di Storia Europea alla Queen Mary University di Londra, autore di Sintomi morbosi e del recente Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo (Garzanti), la fine del Comunismo ha lasciato un'eredità con molti errori fatali.

Sassoon, da cittadino britannico ed ex europeo dopo la Brexit, come sta vivendo questi giorni angoscianti della guerra ucraina?

«Ci tengo subito a dire che io nel cuore sono europeo, mi sento ancora europeo. L'invasione di Putin mi ha colto di sorpresa perché pensavo che non l'avrebbe fatto». 

Cosa glielo faceva credere?

«Il calcolo razionale di opportunità e variabili. In che risultati può sperare, Putin? Anche se vincesse subito, cosa che vediamo non accadere, come potrebbe tenere sotto occupazione un Paese di 40 milioni di abitanti, il più grande che ci sia in Europa, pensando che una porzione significativa della popolazione accetti un governo non democratico? Non è stupido. Dunque o ha informazioni che non stanno in piedi o notizie cattive che lo riguardano, o consiglieri tanto balordi da averlo indotto a prendere questa decisione totalmente dissennata».

Ogniqualvolta il leader russo ha spostato il confine più in là, però, l'Occidente si è sempre piegato, per poi presentarsi disponibile con la speranza di siglare un accordo. Non crede che anche stavolta contasse su questo?

«Se la sua motivazione è che si sentiva circondato, ora lo è senz' altro di più, con conseguenze catastrofiche. Spiego perché: nulla fa aumentare il nazionalismo ucraino più di un'invasione, inoltre la Nato non si è mai ritrovata così compatta come ora, e Stati come Finlandia e Svezia, che ritenevano più prudente starne fuori, valutano se entrare a farne parte. La Germania non voleva vendere armi all'estero e dare il suo contributo militare, e ha dovuto ripensarci.

Il Giappone non voleva testate nucleari sul territorio, per ovvi motivi storici, e ci ripensa. Biden ora è osannato, quando aveva metà Congresso contro. Putin è riuscito a trasformare la Russia, che non ingiustamente si sentiva minacciata, in un Paese isolato sotto ogni punto di vista, anche economico, che gli porterà disastri sul lungo termine».

L'invasione è stato un clamoroso autogol, dunque?

«Per me sì, certo le conseguenze saranno pesantissime e ignote al momento. Supponiamo che, come esito di questa catastrofe, riesca a conquistare oltre a tutta la Crimea e il Donbass che era già sotto il suo controllo, anche l'intero Paese. Le sanzioni porteranno quelli che gli sono vicino a dire "vogliamo sbarazzarci di lui, ci porta alla rovina". Il problema dell'Occidente, fin da ora, è cosa fare con la Russia post Putin. Il post Guerra Fredda ha comportato un gigantesco errore, a partire dall'avanzata della Nato. 

Se gli americani l'avessero sciolta, dissolto il Comunismo, non avrebbero ricevuto così tante proteste dagli Stati dell'Europa occidentale. Che non ci si dovesse allargare lo dicevano in tanti, all'epoca. Negli Anni 90 si pensava che, nonostante l'allargamento, si potessero intavolare discussioni con Mosca. Abbiamo costretto la Russia, invece, ad allinearsi con la Cina. Abbiamo fatto con la Russia quel che non abbiamo fatto con la Germania dopo la Seconda guerra mondiale, in modo più assennato».

Il piano Marshall?

«Ad esempio. Abbiamo trattato la dissoluzione dell'Urss come una sconfitta della Russia, come se non fosse stata una decisione dei russi stessi, di Gorbacev, la fine dell'impero sovietico. Abbiamo spinto lontano la Russia, anziché avvicinarla sempre più con rapporti normalizzati». 

E questo secondo lei porta al nazionalismo espansionistico di oggi?

«Putin ha costruito una "narrative", un racconto, selezionando dalla Storia solo ciò che gli faceva comodo. Quando dice che l'Ucraina non è mai stata una nazione non ha torto, nel senso che le nazioni, anche le nostre, sono invenzioni recenti, dell'800. Kiev era la capitale della Russia medievale, quando Mosca era un villaggio e San Pietroburgo non esisteva. Krushev, che era un ucraino, nel 1954 diede la Crimea alla Repubblica ucraina, ma allora non faceva effetto, perché era un po' come spostare più in là il confine della Toscana». 

C'è qualche ragione legittima, in questa pur folle rivendicazione? Intende questo?

«No, ma dico che Putin ha violato i confini di uno Stato, non quelli di una nazione. Inoltre, la risposta di Putin è: "Voi non avete invaso l'Iraq? l'Afghanistan? Non siate ipocriti". Dopodiché, alla storia che lui racconta credono in pochi, anche in Russia. E qui sta il suo pericolo più grande». 

Il nemico interno?

«Se invadi, devi tornare a casa trionfante e vincere. Se i morti russi cresceranno, se le sanzioni colpiranno duro, lui avrà la sua rovina. Quando gli americani fecero finire la guerra in Vietnam? Di fronte ai troppi morti americani. E come diceva Sun Tzu, "Bisogna sempre fare in modo di lasciare al nemico una porta da cui scappare". Penso alle trattative diplomatiche o al riconoscimento del Donbass e della Crimea. L'Ucraina dovrebbe pensarci seriamente».

Da blitzquotidiano.it il 3 marzo 2022.   

L’obiettivo di Putin è di prendersi tutta l’Ucraina. Lo dicono fonti dell’Eliseo dopo la telefonata tra il presidente francese Emmanuel Macron e Vladimir Putin.

La telefonata

La telefonata di un’ora e mezzo fra Emmanuel Macron e Vladimir Putin è stata voluta dal presidente russo ed è stata l’occasione di verificare “la determinazione del presidente russo ad andare fino in fondo nell’operazione in Ucraina”. Lo si è appreso da fonti dell’Eliseo, secondo le quali Putin ha telefonato a Macron “per informarlo sulla situazione e sulle sue intenzioni nel quadro del dialogo che Mosca e Parigi continuano a mantenere”. 

Putin e le accuse agli occidentali

Secondo la ricostruzione delle fonti dell’Eliseo, il disaccordo fra Macron e Putin è emerso in tutta la sua evidenza. Putin “ha indicato che le operazioni in Ucraina procedono secondo i piani” russi ed è tornato a lungo sulle sue motivazioni: “il rifiuto degli ucraini di applicare gli accordi di Minsk e la denazificazione dell’Ucraina”. Secondo Putin, in tutto quello che sta succedendo “è grande la responsabilità degli occidentali”, che si comportano “come nella ex Jugoslavia, con i bombardamenti di Belgrado”. 

“Per questo – ha detto Putin – sono stato costretto ad agire”. Il presidente russo ha accusato gli ucraini di “crimini di guerra nei villaggi”, affermando che “si comportano come nazisti”. “Sono disponibile al negoziato ma – ha insistito Putin citato dall’Eliseo – questo deve essere basato sul disarmo dell’Ucraina. Se gli ucraini non lo accettano con metodi politici e diplomatici, lo otterremo per via militare. La campagna subirà adattamenti via via che gli obiettivi saranno raggiunti. Ordinerei una sospensione delle operazioni soltanto se gli ucraini accettassero le condizioni”.

La risposta di Macron: “Tu racconti delle storie a te stesso e cerchi un pretesto”

Secondo l’Eliseo, Macron ha risposto che “Putin commette un errore grave sul regime politico ucraino, non si tratta di nazisti” ha insistito Macron, dicendo in modo chiaro a Putin: “Tu racconti delle storie a te stesso, cerchi un pretesto, quello che dici non è conforme alla realtà e in ogni caso non giustificherebbe la violenza. Così – ha proseguito Macron – il tuo Paese finisce isolato e indebolito, con sanzioni sul lungo periodo”. 

Il presidente francese ha ribadito che “tutta la responsabilità” del conflitto ricade su Putin ma che se il presidente russo “decidesse di fare altrimenti, di percorrere un’altra strada, è ancora possibile dialogare, in particolare tenendo conto degli interessi della Russia, della sua sicurezza”. 

Quanto alle operazioni sul terreno, Putin ha negato i bombardamenti a Kiev, affermando in particolare che quelli contro la torre della televisione sono stati “tiri mirati che non hanno colpito civili”. “Se la situazione si aggrava – ha detto ancora Putin a Macron – la colpa è degli ucraini che non accettano le condizioni. Bisogna negoziare adesso, e alle condizioni poste” da Mosca, ha concluso.

Per lo Zar "russi e ucraini unico popolo". La propaganda di Putin in tv: “Ucraini hanno subito lavaggio del cervello, nazisti li usano come scudi umani”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 3 Marzo 2022. 

L’allarme lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron dopo la conversione telefonica avuta con Vladimir Putin, con quest’ultimo che gli aveva comunicato che in Ucraina “il peggio deve ancora venire” e che il suo scopo “è di prendere il controllo dell’intero Paese”, viene ‘amplificato’ dalle parole dello Zar del Cremlino in un nuovo discorso alla nazione.

Ricorrendo nuovamente alla propaganda che il mondo ha imparato a conoscere in questi giorni, Putin ha rimarcato per l’ennesima volta che non ha alcuna intenzione di tornare indietro rispetto alle sue dichiarazioni che “russi e ucraini sono un unico popolo”.

Secondo il numero uno del Cremlino infatti la popolazione ucraina starebbe subendo  un “lavaggio del cervello” da parte del governo di Kiev guidato da Volodymyr Zelensky e da “neonazisti ucraini” che impediscono ai militari russi di fornire “corridoi sicuri per i civili”, trattando i cittadini “come scudi umani”.

Putin ha aggiunto inoltre che “migliaia di stranieri sono tenuti in ostaggio in Ucraina”, “l’anti Russia” creata dall’Occidente che Mosca distruggerà. Il presidente russo ha rivendicato come “l’operazione speciale”, il nome con cui Putin ha sempre chiamato l’invasione delle sue truppe in Ucraina, “è condotta in accordo con i nostri programmi. Stiamo raggiungendo gli obiettivi e avendo successo”.

Il suo discorso trasmesso sulla tv di Stato si è quindi concluso con la proposta di onorare la memoria di coloro che sono morti in guerra con un minuto di silenzio, con la trasmissione interrotta e la riunione del Consiglio di sicurezza proseguita a porte chiuse. Lo Zar aveva infatti definito i soldati gli ufficiali russi che combattono in Donbass “eroi”.

Le parole di Zelensky

Prima dell’intervento in tv di Putin era stato il presidente ucraino a lanciare l’allarme sull’evoluzione del conflitto in corso, mentre in Bielorussia, nella foresta di Belovezhskaya Pushcha, è in corso il secondo round dei negoziati.

Per il presidente Zelensky dopo l’Ucraina nel mirino della Russia finirebbero “Lettonia, Lituania ed Estonia”. “Se Kiev dovesse cadere, la Russia si prenderà i Paesi Baltici e l’Europa orientale: ricordate questo momento“, ha detto il numero uno di Kiev alla Cnn. A sorpresa era arrivato anche un appello al rivale Putin, un invito al dialogo: “Vieni e parliamone, è necessario per fermare la guerra”, ha detto il leader ucraino. “L’obiettivo della Russia è di vederci in ginocchio”, ma in realtà “ha paura della nostra unità”.

Poi l’accusa nei confronti dell’esercito russo di aver portato con sé “un forno crematorio” per bruciare i corpi dei soldati e “non doverli mostrare alle loro madri”. “I soldati russi stanno morendo e nessuno conta i corpi”, ha detto in conferenza stampa Kiev, accusando Mosca di voler nascondere il numero dei morti fra i militari perché il popolo russo ignori il vero costo de conflitto.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Gettata via la maschera buonista. Tutti gli errori di Europa e Usa: considerare Putin un alleato affidabile. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista l'1 Marzo 2022. 

Siamo francamente sorpresi della sorpresa che ha caratterizzato molte posizioni nel mondo occidentale e in Italia rispetto a Putin. Evidentemente ci riferiamo a quelle prese in buona fede e senza scelte o interessi precostituiti. Non a quelle derivanti da situazioni assai pesanti che riguardano Trump a livello mondiale e, a nostro avviso, Salvini a livello nazionale (del tutto diversa come vedremo è la linea assunta da Giorgia Meloni).

Per fare un esempio a noi vicino, chi era Putin dal punto di vista ideologico e politico-strategico fu spiegato già nel 2017 in un convegno di Riformismo e Libertà con relazioni di Vittorio Strada, uno dei massimi studiosi della cultura e della storia russa purtroppo scomparso, e di Garry Kasparov. Putin è caratterizzato da una forte componente ideologica che ha il suo punto di riferimento essenziale in Aleksandr Dugin, un ideologo reazionario che presenta l’Eurasia come una sorta di “terza Roma”, una grande Russia distinta dal comunismo, ma anche dall’Occidente libertino e decadente e segnata da un autoritarismo totalizzante. In questo quadro i punti di riferimento spaziano da zar come Pietro il Grande e Ivan il Terribile fino a Stalin, ma non riguardano e coinvolgono Lenin. Le conseguenze politiche di questa ideologia erano e sono molto nette. In genere a questo proposito ci troviamo spesso di fronte a nostalgici riferimenti al Putin di Pratica di Mare, spesso evocato da Silvio Berlusconi. Per molteplici ragioni però il Putin di Pratica di Mare è molto diverso da quello successivo.

Allora Putin si trovava a gestire una Russia ridotta ai minimi termini dall’implosione dell’Urss, per cui andava in giro col piattino in mano pur di rientrare nel salotto buono della politica mondiale. Una volta che ciò gli è riuscito, anche con il contributo degli Usa, gradualmente Putin ha buttato via la maschera buonista. L’errore fatto nei confronti di Putin è stato esattamente l’opposto di quello imputato da Massimo D’Alema all’Occidente. Da questo punto di vista, nel corso degli anni D’Alema non si è fatto mancare nulla in nome di una spregiudicatezza che sconfina con il trasformismo. Prima rispetto all’Urss egli ha tenuto la stessa posizione contraddittoria seguita da Enrico Berlinguer; poi nel 1999, dopo essere diventato presidente del Consiglio anche grazie a Cossiga, si è schierato su una posizione così filoamericana e atlantica da mandare i nostri aerei a bombardare la Serbia prima di avere il consenso del Parlamento; più recentemente è diventato un ascoltato consulente della Cina, adesso invece imputa agli Stati Uniti di avere accettato l’adesione alla Nato di una serie di paesi ex comunisti, il che avrebbe provocato la reazione di Putin.

In primo luogo quei paesi (Polonia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia) sapendo bene con chi avevano a che fare, sono stati loro a richiedere questa adesione: fortunatamente essi sono stati accettati perché almeno adesso una copertura ce l’hanno. In effetti l’errore commesso degli Usa, dalla Ue (e in essa specialmente dalla Germania) è stato di segno opposto a quello denunciato da D’Alema. In secondo luogo in Medio Oriente gli errori commessi per eccesso di interventismo da Bush jr., per altro verso da Obama (che si fece dissennatamente spingere da Sarkozy a intervenire in Libia e invece si fece convincere dallo stesso Putin a non intervenire nel 2013 in Siria) hanno consegnato a Putin un ruolo fondamentale proprio nel Medio Oriente. Ma a quel punto era chiaro qual era la posizione di fondo assunta da Putin: egli ha affermato che la caduta dell’Urss è stata la maggior catastrofe geopolitica avvenuta nel XX secolo.

Egli fa questa affermazione non perché sia nostalgico del comunismo, ma perché era venuta meno la Russia come grande potenza contraltare degli Usa. Di qui la sua linea ai confini con l’Europa del Nord. Subito l’Ucraina è stata messa nel mirino non tanto per l’eventualità assai remota che anch’essa aderisse alla Nato, ma perché, diversamente dal Kazakistan e dalla Bielorussia, era stato cacciato dalla rivolta popolare del Maidan il quisling Yanukovich, e così l’Ucraina diventava per gli stessi russi un punto di riferimento liberal-democratico, posizione che Putin contesta alla radice.

Di qui è in corso da alcuni anni l’attacco asimmetrico all’Ucraina iniziato con autentiche violazioni del diritto internazionale in Georgia e specialmente in Crimea. Tutto ciò è stato funzionale ad una linea politica assai precisa e assai pericolosa: utilizzando senza alcuna remora lo strumento militare Putin punta a costruire nel cuore dell’Europa del Nord una costellazione di Stati, anche facendo leva sulle minoranze russe, intorno alla “grande Russia”. Di conseguenza, dopo quello che aveva fatto in Crimea, l’errore tragico commesso dagli Usa e dall’Unione europea è stato quello di considerare Putin come un alleato recuperabile con il quale era possibile tornare a Pratica di Mare. Così la Germania e l’Italia hanno commesso incredibili errori sul terreno della politica energetica. Così si è consentita una penetrazione economica-finanziaria, compreso il calcio, in molti paesi da parte di oligarchi che non giocavano solo una partita in termini di arricchimento privato, ma una linea che aveva il risvolto politico della costruzione di sfere d’influenza. Il caso Schroeder non è isolato: anche in Italia, evidentemente a un livello più basso, ci sono stati e ci sono leaders politici e spezzoni di forze politiche che sono stati letteralmente comprati.

Molto recentemente c’è stato un altro fraintendimento. Gli Usa, che con il tragico errore commesso con il ritiro in Afghanistan hanno dato la sensazione di poter sfondare in molteplici direzioni senza tanti danni, in occasione di questa crisi avevano capito almeno da un paio di mesi che si era alla vigilia di un attacco totale. Ebbene, essi sono stati contestati da molti osservatori, in primo luogo dai tedeschi. Poi si è visto chi aveva ragione. È risultato evidente a tutti da un lato per l’estrema gravità dell’attacco e dall’altro per la sua incredibile pretestuosità (il rischio di un’adesione alla Nato, l’esistenza di un gruppo dirigente ucraino di drogati e di nazisti e specialmente il rifiuto di riconoscere all’Ucraina di essere una nazione autonoma), che Putin sta giocando una partita di estrema pericolosità. Per la prima volta nel cuore dell’Europa viene sferrato un attacco contro uno Stato autonomo da parte di chi in effetti non ha intenzione di fermarsi, ma piuttosto sta saggiando il terreno per cui, se non si trova di fronte ad una risposta forte, ci si può trovare a passi ulteriori, dalla Moldavia alla Transnistria, alla Lituania e all’Estonia con minacce dichiarate anche per la Svezia e la Finlandia.

Di qui il paradosso espresso esplicitamente da Biden e dall’Ue: non potendosi dare nell’immediato, anche per ragioni di contiguità geografica, una risposta sul piano militare a chi invece sente solo il linguaggio delle armi, proprio per evitare una terza guerra mondiale, bisogna ricorrere a sanzioni così dure che nel medio periodo colpiscano davvero il sistema di potere putiniano. Certamente si tratta di una risposta che apre una serie di problemi e di interrogativi. Ma di qui non si scappa: la storia è sempre imprevedibile (neanche Hitler era stato mai previsto), ma anche per gli errori degli Usa, della Germania e dell’Unione europea in Russia è nato un mostro assai pericoloso.

La sua pericolosità è dimostrata da un altro elemento: per primo Putin ha capito che l’uso politico di internet può produrre conseguenze sconvolgenti sulle democrazie aperte e libere dell’Occidente. Così nel corso di questi anni l’apparato russo sul web ha influenzato il referendum in Catalogna e quello su Brexit e ha svolto un ruolo rilevante anche nelle elezioni americane del 2016 dando a Trump un fortissimo sostegno. Allora bisogna capire che dopo la pandemia il mondo si deve misurare con un altro gravissimo problema: per la prima volta dopo il 1945 c’è oggi il rischio di una terza guerra mondiale. Solo nel 1962 si corse un rischio simile, ma francamente Kruscev e il Pcus erano molto meno avventuristi di Putin. I riferimenti fatti da Putin in queste ore alle armi atomiche costituiscono un segnale sinistro.

Tutto ciò è piombato con un effetto deflagrante sulla politica italiana.

È in atto una prova della verità per tutti al di fuori di ogni schema precostituito e anche al di là di ciò che è avvenuto per l’elezione della presidenza della Repubblica e delle sue più immediate conseguenze. Passata una prima fase di incertezza, Draghi ha capito fino in fondo la gravità della situazione e sta facendo i conti con essa forte anche del suo retroterra tecnico. Bisogna dare atto a Enrico Letta, finora deludente su una serie di questioni, in primo luogo la giustizia, di avere avuto un autentico scatto e di aver dato una risposta incisiva e all’altezza della gravità della situazione. Sul polo opposto non possiamo fare a meno di rilevare che il discorso di Giorgia Meloni negli Usa, perdipiù con un Trump assai ambiguo per molteplici ragioni, è stato ineccepibile e di grande livello ed è andato al di là degli aspetti consueti del confronto fra maggioranza e opposizione. Anche Renzi, Calenda, la Bonino e i centristi hanno risposto in modo positivo. Bisogna dare atto anche a Conte e a Di Maio di aver superato precedenti ambiguità e di aver dimostrato finora di capire qual è la posta in gioco.

Finora Forza Italia non ha brillato, ma fortunatamente non ha creato problemi. Del tutto deludente, invece, risulta Matteo Salvini: non ha mai pronunciato la parola Putin per esprimere un giudizio esplicito su quello che il leader sovietico sta facendo, ha assunto una posizione banalmente contrattuale sulle sanzioni dimostrando anche di non aver capito che proprio l’incisività di esse può evitare il peggio. Ha anche contrastato l’appoggio militare agli ucraini in nome di un ridicolo pacifismo. Diciamoci la spiacevole verità: visti anche i rapporti pregressi espliciti e impliciti Matteo Salvini costituisce il punto debole dell’Italia. D’altra parte, però, qualunque forza politica che venisse meno all’esigenza, sentita fortemente da tutto il mondo occidentale e dall’Ue, di fare i conti con la minaccia costituita dal mostro che è ai confini dell’Europa perderebbe totalmente la faccia, anche perché su questo terreno le discriminanti di destra, centro e sinistra purtroppo non hanno molto senso. Fabrizio Cicchitto

Domenico Quirico per “la Stampa” l'1 marzo 2022.

La guerra lampo, rapida brutale implacabile. Che cosa assomiglia di più ai dittatori, agli autocrati? Schiacciare il nemico come un maglio, non lasciagli il tempo di riflettere discutere e fare distinguo, seminare morte, la guerra che dura poco più di un respiro. Piazza pulita, tutti gli angolini ripuliti, come si è già opportunamente eseguito all'interno dei confini. Tutti gli implacabili, i prepotenti, i signori della guerra descritti come pratici, realisti, machiavellici l'hanno sognata, organizzata, ordinata ai generali. Perfino quelli più derelitti, con i soldati in ciabatte e fasce mollettiere, i fucili vecchi: una settimana e tutto deve esser finito, eseguire.

Marsch! Bisogna approfittare delle occasioni della Storia. Il modello è sempre stato il nibelungico stato maggiore tedesco, i generali che cronometravano le avanzate come fossero convogli ferroviari. Ordine numero uno: non perdere tempo, al padrone serve subito la vittoria. Masse di acciaio si precipitano nelle pianure come una valanga stormi di aerei precedono l'apocalisse annientando ogni ostacolo, le fanterie seguono con il cuore in gola solo per prendere atto, per alzare le bandiere della vittoria su edifici distrutti e per scopar via gli improbabili superstiti imbambolati, increduli che non sono riusciti a sparare nemmeno un colpo. Resta da celebrare solo il trionfo assiro babilonese.

Questo è lo schema della guerra perfetta, l'illustrazione a colori della guerra. E i cortigiani in uniforme, le trippe cariche di medaglie preventive, si ingegnano meglio che si può a far sì che la guerra somigli a quella guerra perfetta che gli è stata ordinata ruvidamente. Loro si sforzano di seguire le regole che si sono dati, attaccare sempre, spietatezza, decisione. Potrebbe darsi così che la guerra acconsenta, obbediente e collaborativa, a rassomigliare a se stessa. È la guerra che solo i dittatori possono fare, senza esitazioni collettive, noiose catene di comando, incertezze, dubbi riflessioni, mugugni.

Un annuncio in tv o dal balcone e via si colpisce e distrugge. Loro vogliono spazio, spazio sempre più grande. Ma hanno contro di sé il tempo. Sono le democrazie ovviamente imbelli e tentennanti che hanno bisogno di dividere le responsabilità e i meriti, riflettono sulla possibilità e i rischi della sconfitta. Gli autocrati tutto scatto brio spavalderia sono obbligati a vincere subito e a vincere trionfalmente.

Il successo è il loro unico carisma, costruito sulla sottomissione degli individui al culto dell'Uomo. Se la vittoria non arriva e subito, e gli staterelli resistono allora cominciano i mormorii, gli incerti prendono coraggio, le madri e gli affaristi protestano, quelli che fino al giorno prima erano pronti a morire e i fidatissimi si defilano, discutono, orribile arroganza, forse perfino congiurano. Respinto il raiss o lo zar nel nulla del mancato trionfo, plasmano a poco a poco la necessità di non condividerne la sconfitta.

Forse a Putin "palkin", il bastonatore, restano pochi giorni prima che la unzione del vittorioso inizi a seccarsi, subentri nei russi un acre sconforto: ma come! Aveva promesso di restaurare l'Urss e non riesce a battere neppure gli ucraini! Il disfattismo osa alzare gli occhi fin alle supreme stanze del Cremlino, subentra una lasciva pigrizia. 

Le pianure che portano a Kiev sembrano perfette per queste cavalcate trionfali, autostrade senza fine per le masse dei carri russi che abbracciano le città e le scavalcano, costringendole a una rapida resa. La vecchia antica guerra di massa e non quella di colpi di mano e specialisti che sembrava ormai la normalità del ventunesimo secolo. Poi la guerra ha sconvolto i piani, rovesciato le carte dei generali. Accade sempre. La guerra non è una avventura, è una malattia.

Appena un giorno sembra essere rimasta in piedi la blitzkrieg putiniana. Poi è entrato in azione il fattore che i generali sempre omettono, la eterna implacabile usura della guerra. Sul campo di battaglia e sulle truppe brevemente vittoriose piano piano è calata la nebbia. Non quella meteorologica (anche se talvolta è stata sufficiente per scombinare ingegnose strategie). Ma la nebbia dell'imperfezione e dell'imprevisto che avvolge i progetti umani. Come ingranaggi perfetti che la frizione dell'uso deforma e inceppa. Gli ucraini che i generali avevano previsto nei piani alla voce: truppe mediocri mal addestrate e armate sommariamente, incredibile! resistono.

Quel villaggio derelitto e insignificante che alla fine della prima giornata di battaglia doveva esser già alle spalle di molti chilometri è ancora lì che sputa fuoco, blocca le colonne, costringe a perdere tempo. La distruzione degli aeroporti non è stata così definitiva come annunciavano i primi bollettini dei comandanti che hanno, è umano, la tendenza ad abbellire le cose , a dar per raggiunto quello che è solo per strada. 

E poi i rifornimenti: si consumano più proiettili del previsto ma a causa dei combattimenti i convogli sono in ritardo, bisogna fermarsi e attendere. Maledetti poltroni dell'Intendenza, scansafatiche della retrovia. Lo Stato maggiore spedisce minacce e ordini che non arrivano da nessuna parte. Le strade sono imbottigliate, i telefoni guasti. Le informazioni sulle posizioni del nemico è il nemico stesso a fornirle, mitragliando e spezzonando. L'intelligence ha fatto delle ipotesi. Ma adesso sono diventate solo ipotesi.

Non possiamo mica assumerci l'incarico di spiegare noi la guerra allo stato maggiore, replicano piccati alle accuse. Spetnatz e paracadutisti, isolati, si arrendono e si perdono come si perdono bagagli nell'arruffarsi delle coincidenze ferroviarie. Le perdite aumentano e le morti dei soldati non sembrano più maestose ed eroiche ma solo strazianti, inutili. Non sono che il segno dell'impotenza, il risultato dell'impotenza. 

Forse nel giudicare la rinata potenza militare russa abbiamo dimenticato che gli eserciti come tutte le istituzioni valgono quanto valgono gli uomini. E i sistemi oligarchici secernono spesso i mediocri, scelgono gli obbedienti i furfanti astuti per legarli con una complicità che i migliori rifiutano.

Eppure Putin ha preparato la sua armata che doveva iniziare a ridisegnare gli equilibri in Europa con sette anni di prove generali in Siria: lì ha provato le nuove armi pagate con gas e petrolio che hanno sostituito i vecchi arsenali della arrugginita Unione sovietica. Gli ufficiali hanno scaldato i muscoli e le ambizioni bombardando i siriani, jihadisti e non. In fondo la Siria è stata la gigantesca Guernica di Putin di cui ha approfittato, lesto come Franco negli anni Trenta, l'alleato Bashar. Un poligono zeppo di gente e bersagli veri, città su cui collaudare tranquillamente l'efficacia delle distruzioni prodotte dalle super bombe. Cavie. Si pensava già agli ucraini.

Ucraina, l'ambasciata russa elogia Marco Travaglio: "Guerra nata dalla troppe bugie". Libero Quotidiano l'01 marzo 2022.

"Un’analisi delle ragioni del conflitto. Da leggere." Così si legge nel sorprendente tweet dell'Ambasciata russa in Italia che elogia - e rilancia - l'articolo de Il Fatto quotidiano firmato da Barbara Spinelli, giornalista ed ex eurodeputata, intitolato: "Una guerra nata dalle troppe bugie". Una lettura "filo-russa" del conflitto in Ucraina scoppiato dopo l'invasione ordinata da Vladimir Putin alle forze armate di Mosca.

In quel pezzo, osserva Hoara Borselli su Il Tempo, la giornalista se la prendeva con gli Stati Uniti e con l'Europa, colpevoli entrambi di non essere riusciti a prevedere e prevenire l'aggressione della Russia in Ucraina nonostante Putin avesse "già mostrato tutti i sintomi di un'insofferenza evidentemente sottovalutata. L'Europa - scriveva la Spinelli - riconosca i suoi errori e le bugie come responsabili del massacro che sta avvenendo in Ucraina. L'articolo spiega per filo e per segno tutte le ragioni di Putin, anche se poi le definisce 'smisurate'".

E con questo elogio a Travaglio e Spinelli, la Russia, conclude la Borselli, "usando un linguaggio travagliano, fa una bella leccata al Fatto Quotidiano, indicandolo come la vera fonte dell'informazione giusta, in alternativa a quelli che Travaglio (e forse anche Putin) chiama i giornaloni. Ma questa leccata, è chiaro, è la conseguenza della leccata precedente, quella del Fatto verso Santa Madre Russia". Da notare, infine "il voltafaccia. Ma Marco non era il giornalista più filoamericano di tutt'Italia? Una volta dicevano addirittura che fosse l'allievo di Montanelli".  

Il Colonnello Macgregor: “Putin ha avvisato per 15 anni la Nato”. Roberto Vivaldelli su Inside Over l'1 marzo 2022.

L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sempre apprezzato e tenuto in grande considerazione le opinioni fuori dal coro del colonnello Douglas Macgregor, tanto da essere stato vicinissimo a indicarlo come consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca dopo l’addio di John Bolton, nel 2019. Veterano della guerra del Golfo, Macgregor è autore di Breaking the Phalanx, testo che proponeva di riformare l’esercito americano e che interessò, nell’autunno del 2001, l’allora Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Dopo aver lasciato l’esercito nel 2004, Macgregor è stato spesso invitato a commentare in tv – su Fox news, in particolare – la politica estera americana, spesso da una posizione tutt’altro che convenzionale, criticando con parole molto dure l’immigrazione illegale e il magnate liberal, George Soros.

Il 27 luglio 2020, la Casa Bianca annunciò l’intenzione di Donald Trump di nominare Macgregor ambasciatore degli Stati Uniti in Germania ma i media liberal americani lanciarono una dura offensiva contro il veterano dell’esercito americano proprio per via delle sue posizioni, che portò la sua nomina a impantanarsi nella commissione per le relazioni estere del Senato. Tramontata così l’ipotesi di trasferirsi a Berlino, l’11 novembre 2020 venne nominato consulente senior del Segretario alla Difesa ad interim, Christopher Miller. Oggi il colonnello Macgregor torna a fare notizia, ancora una volta per via della sue posizioni decisamente “controcorrente” sull’invasione russa dell’Ucraina espresse su Fox News. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda in merito.

Macgregor: “Putin ha avvisato per anni l’occidente”

Secondo il veterano dell’esercito americano, l’invasione russa dell’Ucraina era pianificata da mesi. L’obiettivo di Vladimir Putin, spiega, “è garantire che gli Usa e i loro alleati non possano stazionare missili e forze da combattimento al confine” con la Federazione russa. Nel suo discorso del 24 febbraio, il presidente russo sottolineava che “quello che sta succedendo è una misura necessaria. Non ci è stata lasciata alcuna possibilità di fare diversamente”. Una lettura corretta, secondo il Colonnello Macgregor. “Sì. Putin ha cercato ripetutamente, per almeno 15 anni, di segnalare l’opposizione della Russia all’avanzata della Nato verso i confini della Russia”.

Il Colonnello spiega quali sono gli obiettivi del Cremlino in Ucraina: “Mosca vuole un’Ucraina neutrale, non allineata, che non sia ostile alla Russia. Il modello è l’Austria e il suo Trattato di Stato del 1955. Non è propensa ad attraversare il Dnepr e dirigersi a ovest. Ha già circondato e tagliato fuori le forze ucraine a est del fiume Dnepr. Vorrebbe una risoluzione come descritto. Se ciò fallisce, schiaccerà le forze ucraine, avanzerà oltre il Dnepr e annetterà o dichiarerà l’Ucraina orientale una Repubblica russa indipendente. Questo gli darebbe il ‘cuscinetto’ che vuole” spiega Macgregor. “Vista la conformazione dell’Ucraina occidentale, può tenere al di là del Dnepr qualsiasi forza occidentale che tenti di attraversarlo, che andrebbe incontro a una distruzione certa con mezzi convenzionali”. Ma quanto potrà resistere l’esercito ucraino all’avanzata russa? L’esperto non ha dubbi: “Al massimo 30 giorni”. E le sanzioni economiche non fermeranno Mosca: “Le sanzioni hanno costretto Mosca a lasciare la Crimea? Le sanzioni hanno indotto l’Iran a sottomettersi alle richieste degli Stati Uniti e di Israele. No. Le sanzioni non cambiano i governi”.

“Biden ha provocato la Russia”

L’ex consulente senior del Pentagono durante l’amministrazione Trump spiega quali sono stati gli errori dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden. Che tutto avrebbe cercato di fare fuorché di instaurare un dialogo diplomatico con la Federazione russa: “Biden ha iniziato il suo mandato condannando Putin e il suo governo. Ha minacciato senza sosta Putin e spinto i governi europei ad unirsi a lui”. Cosa ancor più grave, osserva Macgregor, “le forze statunitensi hanno condotto esercitazioni e operazioni militari entro 50 miglia nautiche da San Pietroburgo”. Al contrario, l’ex Presidente Donald Trump “ha ascoltato il presidente Putin, cercando di avere migliori relazioni con la Russia”. Tuttavia, osserva, “Putin ha capito che il presidente Trump era stato sovvertito dal suo stesso governo e ha concluso che avrebbe dovuto prepararsi per una nuova amministrazione americana ostile. Anche in questo caso, il risultato è l’azione in corso nell’Ucraina orientale”.

Altro tema fondamentale riguarda l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine del conflitto. L’isolamento dall’occidente e le dure sanzioni economiche spingeranno la Russia sempre più verso la Cina, ma attenzione: non si tratta, al momento, di una vera e propria “alleanza”. “Mosca e Pechino non sono alleate” spiega il Colonnello Macgregor. “Sono partner strategici con una relazione economica reciprocamente vantaggiosa. Entrambi sono minacciati dagli Stati Uniti e, naturalmente, collaborano per motivi di sicurezza”.

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Francesco Boezi per “il Giornale” l'1 marzo 2022.

«Disgraziati! Sciagurati!». Marcello Pera, nel bel mezzo di una giornata concitata per le sorti dell'Occidente, è infuriato. L'ex presidente del Senato c'era ai tempi di Pratica di Mare, quando il clima di pacificazione è stato concreto. Lo stesso clima a cui poi, per il filosofo ed accademico italiano, non è stato dato seguito. 

Presidente Pera, la guerra è di nuovo alle porte dell'Europa.

«Mille volte abbiamo messo in guardia i leader dell'Occidente. Abbiamo chiesto loro il riconoscimento di radici, di destino, di sentire. Li abbiamo implorati di darsi un'identità spirituale e culturale. Ci hanno risposto che eravamo razzisti, bellicisti, teo-conservatori ed intolleranti. Ci hanno propinato la cultura della cancellazione della storia».

E ora c'è l'ennesimo «ritorno della storia»?

«Ci hanno scomunicato in tutti i modi. E ora che si raccolgono i frutti delle loro omelie della resa, mica fanno atto di contrizione, no, ci dicono che Putin l'abbiamo creato noi? E come noi?» 

Con chi ce l'ha?

«Non li sente gli "analisti"? "La Nato ha accerchiato la Russia, che si è spinta troppo oltre; se vai verso le mura del Cremlino, Putin ha diritto di bombardarci...". Mica ricordano che, caduto il Muro, c'era la fila ad entrare nell'Ue e nella Nato! E tutti i popoli dell'Est? Quando loro bevevano cocktail nei salotti, quelli subivano la zampata dell'orso comunista. Li chiamano sovranisti: sempre lì a dar le carte e a barare». 

C'è la necessità che l'Ue parli con una voce sola?

«Ora che i nostri bravi politici ed intellettuali sono stati toccati nel portafoglio e nei consumi, hanno iniziato a fare la voce grossa. Dicono anche che l'Ue deve avere una propria forza. Ma guarda un po'! Dopo aver predicato e praticato l'arrendevolezza, ora fanno il ruttino. Lo vadano a dire alla signora Merkel, che si è sempre più attaccata alla cannuccia del gas russo». 

Ce l'ha con la Merkel?

«Ha fatto più danni lei all'Europa che Obama agli Stati Uniti. Non mi faccio illusioni sulla ripresa dell'Occidente. Le stesse manifestazioni nelle città europee sono "per la pace", non contro l'aggressione russa».

E Putin?

 «La Russia aveva le sue mire e Putin le ha perseguite. Non ha mai ammesso la morte del comunismo, non ha mai cercato la strada di un po' di democrazia. E qui è il caso di fare una considerazione seria anche sul popolo russo. La Germania è passata attraverso il nazismo e lo vive, con dolore, come una responsabilità collettiva. Gli italiani lo stesso. I russi hanno difficoltà a misurarsi con lo stalinismo. Perché? Hanno la nostalgia, il mito del dittatore, si chiami zar o presidente? Non so darmi una spiegazione». 

E il quadro interno russo?

«Invocare la censura della dittatura putiniana non basta. Mi è chiaro però che se tra i russi non nasce un'opinione pubblica forte, se non emerge una borghesia con la consapevolezza del proprio ruolo, se non si fanno avanti movimenti alternativi, allora saranno destinati a passare da un boiardo all'altro».

Abbiamo un problema energetico. Come ci siamo arrivati?

«Perché scavare, trivellare e perforare era peccato. Lo pensava la minoranza antimoderna dei verdi. Il dramma è che le classi dirigenti li hanno assecondati. Un tubo in mare? Per carità, muoiono i pesciolini. Una centrale nucleare? Dio ci liberi, ci potremmo contaminare tutti! Una galleria? Siete pazzi? Rovina l'ambiente. Si diventa dipendenti degli altri e si aumenta il debito? È vero, ma questa è logica, che c'entra con la politica!».

Concorda con le sanzioni?

«Concordo sulla necessità di prendere sanzioni. Dure, punitive, mirate, efficaci. E poi concordo che occorra mostrare qualche muscoletto militare. Se servisse ad un cambiamento di regime in Russia, avremmo fatto cadere il muro un'altra volta». 

Negoziati tra Ucraina e Russia, la soluzione che metterebbe tutti d’accordo. Denys Shevchenko su recnews.it l’1 Marzo 2022.

La Crimea ceduta alla Russia, ma smilitarizzata. L’Ucraina che diventa la Svizzera dell’Est e dimentica ogni intromissione esterna. La via d’uscita c’è, finché siamo ancora in tempo.

Portare la Pace in Ucraina e non la guerra, finché il mondo è ancora intero. Spero che questo messaggio arrivi a voi governanti, Amici e Fratelli. La guerra non la fanno i politici ma le famiglie, i padri, i figli. Nessun Paese la vuole. La guerra si fa per le risorse, per creare una crisi economica o per affermare la supremazia di un organismo o di uno Stato sull’altro. Quando passa, rimane solo dolore e odio. Macerie e disperazione. Tutto quello che è stato fatto con sudore e intelligenza viene distrutto. L’Ucraina è in condizione di difficoltà: Putin rivendica parti di territorio e vuole evitare l’intromissione della NATO. Il rischio concreto è però che a farne le spese siano come sempre i civili. Questo fa in modo che sia difficile, oggi, per gli ucraini pensare ai russi come un popolo fratello e amico.

Ma gli ucraini sono un popolo forte e intelligente, da sempre, che sa considerare nel giusto modo le pressioni che provengono dalla Russia e dalla stessa Ue. Un popolo fiero, che rivendica il proprio diritto a essere libero da ogni pressione esterna e a ottenere la propria completa neutralità. L’Ucraina non deve essere più una corda da tirare in attesa che si spezzi, ma deve diventare la Svizzera dell’Est. Se la Russia lavora all’autonomia ucraina, avanzi proposte e rimedi ai propri recenti errori, senza cedere alle provocazioni di un’Unione europea che mette ora l’ingresso dell’Ucraina sul tavolo per allontanare i negoziati e le trattative.

Gli interventisti lodano l’invio di armi a Kiev e trattano le notizie come se raccontassero la trama di un film, con le immagini degli sfollati e le dichiarazioni sui bombardamenti a tappeto, senza rassicurazioni, senza dare spazio a resoconti seri sui negoziati. Qualcuno ha idea di quale isteria sta provocando questa narrazione in Ucraina e quali preoccupazioni sta creando nella comunità ucraina presente in tutto il mondo? Cosa succederà se si parla continuamente e impropriamente di bombe e di bombe atomiche? Chi si sente costantemente minacciato, farà partire davvero la bomba. Non bisogna fare l’errore di mettere qualcuno all’angolo, come se non ci fosse via d’uscita, perché le cose non stanno così. Ci sono dei negoziati avviati e c’è, per ora, la possibilità di conservare la propria integrità e di fermare una guerra che diventerebbe europea e mondiale.

Non ci sono vincitori e vinti in momenti come questi, ma solo la volontà di preservare la Pace nel mondo, anche se questo significa rinunciare a qualche territorio conteso. Se la Russia vuole la Crimea se la prenda, assumendo però l’impegno scritto che nessuna arma deve essere presente sul suo territorio. E’ una soluzione bilanciata che ha vantaggi reciproci. E’ una buona soluzione di compresso. L’Ucraina staccherebbe i legami con la Crimea, e la Russia dal canto suo consentirebbe il transito delle persone, considerandolo un territorio di frontiera.

Chi è morto per l’Ucraina, lo ha fatto sognando un terra libera, che usa le sue risorse per la sua ricchezza e la sua crescita, che è in grado di restituire prosperità al suo popolo. Vi racconto l’Ucraina di oggi: mentre centinaia di migliaia di persone scappano verso l’Europa, chi è in Ucraina vive momenti di preoccupazione estrema. Manca il latte per i bambini e le madri sono gettate nella disperazione. Gli aiuti si fermano al confine, pronti, in alcuni casi, a essere oggetto di speculazioni. Le città sono isolate. Sono le basi giuste per esasperare un popolo, che non farà l’errore di voler trovare un nemico a tutti i costi, ma saprà individuare le responsabilità della politica. L’Ucraina non sarà il cimitero della Russia e dell’Europa, e nemmeno il loro deposito di armi. Pensiamo al futuro, alla vita e alla pace per tutti, conviene a tutti.

Denys Shevchenko. Ha svolto gli studi presso il College professionale dell’Università Nazionale di Dnipropetrovsk, specializzandosi in Managment e Marketing (sviluppo economico-territoriale, ricerca di mercato, sviluppo nuovi prodotti, politica dei prezzi e distribuzione, pubblicità, pubbliche relazioni, sviluppo nuovi mercati e segmenti di mercato). Già manager Import/Export e appassionato di Economia. Per Rec News è Autore e si occupa del reperimento di fonti internazionali.

Ucraina, alle origini del conflitto una pericolosa tecnologia di estrazione del gas. Denys Shevchenko su recnews.it il 27 Febbraio 2022.

Obama e la corsa americana agli idrocarburi che rischiò di lasciare fuori gli ucraini del Donbass dalle loro case. I Biden e l’altra faccia della Crimea. La lettura degli eventi del nostro Denys Shevchenko, Contributor di Rec News e Manager ucraino

Si deve scongiurare a tutti i costi la terza guerra mondiale. Non lascerebbe immune l’Europa e sarebbe l’ultima, ma è invocata da un presidente a rischio demenza che ha già avuto due aneurismi cerebrali. L’Ucraina è il teatro privilegiato delle manovre belliche degli USA e delle ansie di annessione della NATO per ovvi motivi. E’ sempre stata sull’orlo di una guerra che poi è avvenuta davvero e si è sempre misurata con crisi economiche strutturate e spaventose, che oggi sono aumentate e che rischiano di sfociare in carestia. Eppure il suo popolo fiero e orgoglioso – di cui faccio parte – è sempre uscito dalle situazioni critiche a testa alta. Il peggio è arrivato con le cosiddette rivoluzioni gialloblu. Yushenko, Yanukovich e poi gli scandali che tutti ricordano e che hanno portato alla vittoria del primo, con la felicità di George Soros e di chi ha usufruito dei suoi investimenti politici.

E Obama, l’ex presidente americano? Pochi lo sanno, ma c’entrano anche le sue pretese di espansione economica in territorio ucraino attraverso una tecnologia per l’estrazione di idrocarburi (gas e petrolio) potenzialmente molto pericolosa. E’ il cosiddetto Fracking o hydrofracking, che negli USA ha già provocato contaminazioni delle falde acquifere e concentrazioni di vapori di benzene e di toulene nell’aria. Qualcuno ricorderà le immagini delle fiamme che escono dai rubinetti delle case in Pennsylvania. L’Ucraina – già scossa dal disastro di Chernobyl del 1986 – era stata scelta come territorio sperimentale di questo progetto, rifiutato categoricamente dalla gente del posto. E’ lì, in realtà, che tutto è iniziato, anche prima del conflitto del 2014. Yushenko sapeva che non sarebbe stato facile cacciare i cittadini dalle loro case. Il tentativo è fallito e quando si è insediato Yanukovich – proveniente da Donetsk, nel Donbass, è iniziata una nuova fase, ma altrettanto problematica dal punto di vista economico.

Eppure Yanukovich mentre gli ucraini si sentivano abbandonati e scontavano le solite ristrettezze, si trincerava dentro al palazzo dagli intarsi d’oro che si era fatto costruire. Crescevano, intanto, la rabbia e il desiderio di verità e giustizia, e su questi sentimenti si è instaurata la politica del miliardario Poroshenko. Il Donbass a quel punto viene attraversato da caos e guerriglie. Ci sono le risorse e finché in America c’è Obama transitano affari miliardari per i clintoniani – anche per la famiglia di Biden – che poi saranno interrotti con l’insediamento di Trump.

Quando finisce la presidenza di Poroshenko, Hunter Biden e lo stesso ex presidente vengono indagati per riciclaggio di milioni di dollari che uscivano fuori attraverso la Crimea, che dunque non è territorio conteso solo per le risorse, ma è territorio di affari poco chiari. E qui giungiamo al governo di Zelensky, mentre in America si insedia Biden, il presidente che con l’Ucraina ha sempre avuto accordi opachi e privilegiati, che però per il momento è rimasto immune da indagini che possano dirsi tali. Che fa sleepy Joe? Al contrario di Trump investe nel rafforzamento della NATO. Il governo di Zelenskij è travolto – nel frattempo – da uno scandalo miliardario che ha riguardato la banca tedesca Dresdner, ma inizia comunque a premere per l’annessione al Trattato del Nord Atlantico su cui Putin ha sempre messo un veto.

 Oltre alla politica e ai balletti opachi e miliardari che essa ha fatto con aziende e multinazionali, c’entrano anche le risorse. L’Ucraina del Donbass è ricca di carbonio (su cui adesso guarda caso si concentrano le attenzioni del governo Draghi) e di molto altro, e ha un’agricoltura che da sola potrebbe sfamare interi Stati. L’Ucraina è uno Stato che sarebbe solido se non fosse attraversato dalle intromissioni esterne che provengono da un lato e dall’altro. Se decide di essere oggetto di negoziati che coinvolgano Russia e America, può impostare una nuova fase lontana da una guerra in divenire che non vuole nessun ucraino. I Paesi che invocano il nucleare e che aiutano la corsa agli armamenti, dovrebbero capirlo, perché un reale conflitto armato non si fermerebbe certo alle porte di Kiev. Domandare a Cina e a Corea del Nord, che già si scaldano, sollecitate dalla Russia.

L’unico intervento possibile è pacifico, consistente in sanzioni selettive che non devono travolgere il sistema produttivo russo e soprattutto quello relativo alle forniture agli altri Paesi. L’Ucraina, intanto, deve diventare territorio neutrale e indipendente, una sorta di Svizzera dell’Est, un corridoio tra l’Europa e la Russia che non deve più essere coinvolta nelle provocazioni create da altri.

Denys Shevchenko. Ha svolto gli studi presso il College professionale dell’Università Nazionale di Dnipropetrovsk, specializzandosi in Managment e Marketing (sviluppo economico-territoriale, ricerca di mercato, sviluppo nuovi prodotti, politica dei prezzi e distribuzione, pubblicità, pubbliche relazioni, sviluppo nuovi mercati e segmenti di mercato). Già manager Import/Export e appassionato di Economia. Per Rec News è Autore e si occupa del reperimento di fonti internazionali.

Dagotraduzione da Politico l'1 marzo 2022. 

Per molte persone, guardando l'invasione russa dell'Ucraina pensavano "Non può farlo". Il russo Vladimir Putin ha lanciato la più grande guerra di terra in Europa dalla seconda guerra mondiale. È, letteralmente, sbalorditivo. 

Ecco perché ho contattato Fiona Hill, una delle esperte di Russia più chiare d'America, una persona che ha studiato Putin per decenni, ha lavorato sia nell'amministrazione repubblicana che in quella democratica e ha una reputazione per raccontare la verità, guadagnata quando ha testimoniato durante le udienze di impeachment per il suo ex capo, il presidente Donald Trump. 

Volevo sapere cosa stava pensando mentre guardava lo straordinario filmato dei carri armati russi che attraversavano i confini internazionali, cosa pensa che Putin abbia in mente e quali intuizioni può offrire sulle sue motivazioni e obiettivi. 

Hill ha trascorso molti anni a studiare la storia e, nella nostra conversazione, ha ripetutamente tracciato per quanto tempo gli archi e le tendenze della storia europea stanno convergendo sull'Ucraina in questo momento. Siamo già, ha detto, nel bel mezzo di una terza guerra mondiale, che l'abbiamo pienamente compreso o meno.

«Purtroppo, stiamo tornando indietro attraverso vecchi schemi storici che abbiamo detto che non avremmo mai permesso che accadessero di nuovo», mi ha detto Hill. 

Quei vecchi schemi storici includono le imprese occidentali cieche mentre aiutavano a costruire il forziere di un tiranno, gli ammiratori innamorati della "forza" di un autocrate e la tendenza dei politici a puntare il dito verso l'interno per ottenere guadagni politici invece di lavorare insieme per la sicurezza della loro nazione. 

Ma allo stesso tempo, Hill dice che non è troppo tardi per respingere Putin, ed è un lavoro non solo per gli ucraini o per la NATO, è un lavoro che i comuni occidentali e le aziende possono fare in modi importanti una volta che hanno capito cosa c'è in gioco.

«L'Ucraina è diventata la prima linea in una lotta, non solo tra democrazie e autocrazie, ma in una lotta per mantenere un sistema basato su regole in cui le cose che i paesi vogliono non siano prese con la forza», ha detto Hill. «Ogni paese del mondo dovrebbe prestare molta attenzione a questo». 

Ci sono molti pericoli davanti a noi, ha avvertito. Putin sta operando sempre più emotivamente e probabilmente utilizzerà tutte le armi a sua disposizione, comprese quelle nucleari. È importante non avere illusioni, ma altrettanto importante non perdere la speranza.

«Ogni volta che pensi, 'No, non lo farebbe, vero?' Ebbene, sì, lo farebbe», ha detto Hill. «E vuole che lo sappiamo, ovviamente. Non è che dobbiamo essere intimiditi e spaventati…. Dobbiamo prepararci a queste contingenze e capire cosa fare per evitarle». 

La seguente trascrizione è stata modificata per maggiore lunghezza e chiarezza. 

Maura Reynolds: Sei stata un osservatore di Putin per molto tempo e hai scritto una delle migliori biografie di Putin. Quando l'hai guardato nell'ultima settimana, cosa hai visto che potrebbero mancare ad altre persone?

Fiona Hill: Putin è solitamente più cinico e calcolatore di quanto sembri dai suoi discorsi più recenti. C'è un'evidente emozione viscerale nelle cose che ha detto nelle ultime settimane per giustificare la guerra in Ucraina. Il pretesto è completamente fragile e quasi privo di senso per chiunque non sia nella camera dell'eco o nella bolla della propaganda in Russia. Voglio dire, chiedere all'esercito ucraino che essenzialmente rovesci il proprio governo o deponga le armi e si arrenda perché è comandato da un gruppo di nazifascisti drogati? Non ha senso. Mendica l'immaginazione.

Non sembra nemmeno che Putin stia cercando di costruire una storia convincente. Abbiamo visto la stessa cosa nella risposta russa alle Nazioni Unite. La giustificazione è stata essenzialmente il benaltrismo: «Ragazzi avete invaso l'Iraq, l'Afghanistan. Non ditemi che non posso fare la stessa cosa in Ucraina». 

Questa emozione viscerale è malsana e straordinariamente pericolosa perché ci sono pochi controlli ed equilibri attorno a Putin. Lo ha messo in luce durante l'esibizione della riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, dove è diventato molto chiaro che questa era la sua decisione. In un certo senso si stava assumendo la piena responsabilità della guerra, e persino i capi dei suoi servizi di sicurezza e di intelligence sembravano essere stati presi alla sprovvista dalla velocità con cui le cose si stavano muovendo. 

Reynolds: Quindi Putin è guidato dalle emozioni in questo momento, non da una sorta di piano logico? 

Hill: Penso che ci sia stato un piano logico e metodico che risale a molto tempo fa, almeno al 2007, quando ha messo in guardia il mondo, e certamente l'Europa, sul fatto che Mosca non avrebbe accettato l'ulteriore espansione della NATO. E poi, nel giro di un anno, nel 2008, la NATO ha aperto una porta alla Georgia e all'Ucraina. Risale assolutamente a quel frangente.

All'epoca ero un ufficiale dell'intelligence nazionale e il National Intelligence Council stava analizzando ciò che la Russia avrebbe probabilmente fatto in risposta alla dichiarazione della NATO Open Door. Una delle nostre valutazioni era che c'era un rischio reale di una sorta di azione militare preventiva russa, non solo limitata all'annessione della Crimea, ma qualche azione molto più ampia intrapresa contro l'Ucraina insieme alla Georgia. E, naturalmente, quattro mesi dopo il Vertice di Bucarest della NATO, c'è stata l'invasione della Georgia. Non c'è stata un'invasione dell'Ucraina allora perché il governo ucraino si è tirato indietro dal cercare l'adesione alla NATO. Ma avremmo dovuto pensare seriamente al modo in cui avremmo affrontato questo potenziale risultato e le nostre relazioni con la Russia.

Reynolds: Pensi che l'obiettivo attuale di Putin sia ricostituire l'Unione Sovietica, l'Impero russo o qualcosa di diverso? 

Hill: Sta ristabilendo il dominio russo su quello che la Russia vede come l'"Imperium" russo. Lo dico in modo molto specifico perché le terre dell'Unione Sovietica non coprivano tutti i territori che un tempo facevano parte dell'Impero russo. Quindi questo dovrebbe farci riflettere. 

Putin ha articolato l'idea che ci sia un "Russky Mir" o un "mondo russo". Il recente saggio che ha pubblicato sull'Ucraina e la Russia afferma che il popolo ucraino e russo sono "un popolo", uno "yedinyi narod". Sta dicendo che ucraini e russi sono la stessa cosa. Questa idea di un mondo russo significa riunire tutti i russofoni in luoghi diversi che a un certo punto appartenevano allo zarismo russo.

Ho un po' scherzato su questo, ma mi preoccupo anche seriamente della questione: che Putin è stato negli archivi del Cremlino durante il Covid a cercare vecchie mappe e trattati e tutti i diversi confini che la Russia ha avuto nel corso dei secoli. Ha detto, ripetutamente, che i confini russi ed europei sono cambiati molte volte. E nei suoi discorsi, ha seguito vari ex leader russi e sovietici, ha seguito Lenin e ha seguito i comunisti, perché secondo lui hanno rotto l'impero russo, hanno perso terre russe durante la rivoluzione, e sì, Stalin ha portato alcuni di loro a tornare all'ovile come gli Stati baltici e alcune delle terre dell'Ucraina che erano state divise durante la seconda guerra mondiale, ma furono nuovamente perse con la dissoluzione dell'URSS. Il punto di vista di Putin è che i confini cambiano.

Reynolds: Dominio in che modo? 

Hill: Non significa che li annetterà tutti e li renderà parte della Federazione Russa come hanno fatto con la Crimea. Puoi stabilire il dominio emarginando i paesi regionali, assicurandoti che i loro leader dipendano completamente da Mosca, sia nominandoli praticamente attraverso elezioni truccate o assicurando che siano legati alle reti economiche, politiche e di sicurezza russe. Puoi vederlo ora attraverso l'ex spazio sovietico. 

Abbiamo visto pressioni sul Kazakistan affinché si riorienti verso la Russia, invece di bilanciare tra Russia e Cina e l'Occidente. E solo un paio di giorni prima dell'invasione dell'Ucraina in un documento notato da pochi, l'Azerbaigian ha firmato un accordo militare bilaterale con la Russia. Questo è significativo perché il leader dell'Azerbaigian ha resistito per decenni. E possiamo anche vedere che la Russia si è fatta l'arbitro finale delle future relazioni tra Armenia e Azerbaigian. Anche la Georgia è stata emarginata dopo essere stata per decenni una spina nel fianco della Russia. E la Bielorussia è ora completamente soggiogata da Mosca.

Ma in mezzo a tutto questo, l'Ucraina è stato il paese che è scappato. E quello che Putin sta dicendo ora è che l'Ucraina non appartiene agli ucraini. Appartiene a lui e al passato. Cancellerà l'Ucraina dalla mappa, letteralmente, perché non appartiene alla sua mappa del "mondo russo". In pratica ce lo ha detto. Potrebbe lasciare dietro di sé degli staterelli. Quando guardiamo le vecchie mappe dell'Europa, probabilmente le mappe che stava guardando, troviamo tutti i tipi di strane entità, come il Sanjak di Novi Pazarnei Balcani. Pensavo, che diavolo è quello? Questi sono tutti piccoli luoghi che dipendono da un potere più grande e sono stati creati per impedire la formazione di stati più grandi e vitali nelle regioni contese. Fondamentalmente, se Vladimir Putin fa a modo suo, l'Ucraina non esisterà come l'Ucraina moderna degli ultimi 30 anni. 

Reynolds: Quanto pensi che andrà in Ucraina Putin? 

Hill: A questo punto, se può, andrà fino in fondo. Prima di quest'ultima settimana, aveva diverse opzioni tra cui scegliere. Si era dato la possibilità di entrare a pieno regime come sta facendo ora, ma avrebbe anche potuto concentrarsi sulla riconquista del resto dei territori amministrativi di Donetsk e Luhansk. Avrebbe potuto impadronirsi del Mar d'Azov, cosa che probabilmente farà comunque, e poi unire le regioni di Donetsk e Luhansk con la Crimea e le terre intermedie e fino a Odessa. In effetti, Putin inizialmente ci ha provato nel 2014, per creare la " Novorossiya " o "Nuova Russia", ma ha fallito quando il sostegno locale per l'adesione alla Russia non si è concretizzato.

Ora, se può, prenderà l'intero paese. Dobbiamo affrontare questo fatto. Anche se non abbiamo ancora visto l'intera forza d'invasione russa schierata, ha sicuramente le truppe per trasferirsi nell'intero paese. 

Reynolds: Dici che ha un numero adeguato di truppe con cui trasferirsi, ma ne ha abbastanza per occupare l'intero paese? 

Hill: Se c'è una seria resistenza, potrebbe non avere forza sufficiente per prendere il paese per un periodo prolungato. Può anche darsi che non voglia occupare l'intero paese, che voglia sgretolarlo, forse annetterne alcune parti, magari lasciarne parte come groppa o un'Ucraina più grande da qualche parte, magari intorno a Leopoli. Non sto dicendo di sapere esattamente cosa sta succedendo nella sua testa. E potrebbe anche suggerire che altre parti dell'Ucraina vengano assorbite dai paesi adiacenti. 

Nel 2015, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha partecipato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco dopo l'annessione della Crimea e la guerra nel Donbas. E ha parlato del fatto che l'Ucraina non è un paese, dicendo chiaramente che ci sono molti gruppi minoritari in Ucraina: ci sono polacchi e ci sono rumeni, ci sono ungheresi e russi. E sostanzialmente continua quasi a invitare il resto d'Europa a dividere l'Ucraina.

Quindi quello che Putin vuole non è necessariamente occupare l'intero Paese, ma davvero dividerlo. Ha esaminato l'Afghanistan, l'Iraq, la Libia e altri luoghi in cui c'è una divisione del paese tra le forze ufficialmente sanzionate da un lato e le forze ribelli dall'altro. Questo è qualcosa con cui Putin potrebbe sicuramente convivere: un'Ucraina fratturata e in frantumi con parti diverse che si trovano in stati diversi. 

Reynolds: Quindi passo dopo passo, in modi che non abbiamo sempre apprezzato in Occidente, Putin ha riportato sotto il suo ombrello molti di questi paesi che erano indipendenti dopo il crollo sovietico. L'unico paese che finora è sfuggito alla presa di Putin è stata l'Ucraina.

Hill: Ucraina, esatto. Perché è più grande e per la sua posizione strategica. Questo è ciò che la Russia vuole garantire, o Putin vuole garantire, che l'Ucraina, come gli altri paesi, non abbia altra opzione che la sottomissione alla Russia. 

Reynolds: Quanto di ciò che stiamo vedendo ora è legato al programma elettorale di Putin? Ha sequestrato la Crimea nel 2014 e ciò ha contribuito ad aumentare i suoi ascolti e garantire la sua futura rielezione. Ha un'altra elezione in arrivo nel 2024. C'è qualcosa di simile? 

Hill: Penso di sì. Nel 2020, Putin ha fatto modificare la Costituzione russa in modo da poter rimanere fino al 2036, un'altra serie di due mandati di sei anni. Allora avrà 84 anni. Ma nel 2024 dovrà ri-legittimarsi candidandosi alle elezioni. L'unico vero contendente potrebbe essere Alexei Navalny, e l'hanno messo in una colonia penale. Putin ha messo via tutta la potenziale opposizione e resistenza, quindi si potrebbe pensare che nel 2024 per lui sarà una passeggiata. Ma per il modo in cui funzionano le elezioni russe, deve mettere in scena uno spettacolo convincente che dimostri che è immensamente popolare e ha l’approvazione di tutta la popolazione.

Dietro le quinte è abbastanza chiaro che c'è molta apatia nel sistema, che molte persone supportano Putin perché non c'è nessun altro. Le persone che non lo supportano affatto probabilmente non andranno a votare. L'ultima volta che il suo marchio è diventato stantio, è stato prima dell'annessione della Crimea. Questo lo ha riportato in cima alle classifiche in termini di valutazioni. 

Potrebbe non essere solo il calendario presidenziale, il calendario elettorale. Compirà 70 anni ad ottobre. E 70 sai, nello schema più ampio delle cose, non è così vecchio. Ci sono molti politici là fuori che hanno più di 70 anni.

Reynolds: Ma è vecchio per i russi. 

Hill: È vecchio per i russi. E Putin non ha un bell'aspetto, ha la faccia piuttosto gonfia. Sappiamo che si è lamentato di avere problemi alla schiena. Anche se non è niente di grave, potrebbe essere che stia assumendo alte dosi di steroidi o potrebbe esserci qualcos'altro. Sembra esserci un'urgenza per questo che può essere guidata anche da fattori personali. 

Potrebbe avere la sensazione che il tempo stia marciando: sono 22 anni, dopo tutto, e la probabilità, dopo quel lasso di tempo, che un leader russo se ne vada volontariamente o attraverso le elezioni è piuttosto scarsa. La maggior parte dei leader se ne va come il presidente bielorusso Alexander Lukashenko pensava che potesse andarsene, a seguito di massicce proteste, o muore in carica. 

L'unica altra persona che è stata leader russo nei tempi moderni più a lungo di Putin è Stalin, e Stalin è morto in carica.

Reynolds: Putin è salito al potere dopo una serie di operazioni che molti hanno visto come una sorta di falsa bandiera: bombardamenti di edifici intorno alla Russia che hanno ucciso cittadini russi, centinaia di loro, seguiti da una guerra in Cecenia. Ciò ha portato Putin a salire al potere come presidente in tempo di guerra. Anche l'annessione della Crimea nel 2014 è arrivata in un momento difficile per Putin. Ora stiamo assistendo a un'altra grande operazione militare meno di due anni prima che debba candidarsi di nuovo alle elezioni. Sbaglio a vedere quel modello? 

Hill: No, non credo che sbagli. C'è sicuramente uno schema. Parte della personalità di Putin come presidente lo mostra come un duro spietato, l'uomo forte che è il campione e il protettore della Russia. Ed è per questo che la Russia ha bisogno di lui. Se tutto fosse pacifico e tranquillo, perché avresti bisogno di Vladimir Putin? Se pensi ad altri leader in tempo di guerra – mi viene in mente Winston Churchill – in tempo di pace, Winston Churchill è stato votato fuori carica.

Reynolds: Parlando della Cecenia, ho pensato che questa è la più grande operazione militare di terra che la Russia ha combattuto dai tempi della Cecenia. Cosa abbiamo imparato sull'esercito russo allora che è rilevante ora? 

Hill: È molto importante che tu sollevi questo punto perché la gente dice che l'Ucraina è la più grande operazione militare in Europa dalla seconda guerra mondiale. La prima più grande azione militare in Europa dalla seconda guerra mondiale è stata in realtà in Cecenia, perché la Cecenia fa parte della Russia. È stato un conflitto devastante che si è trascinato per anni, con due round di guerra dopo una breve tregua e decine di migliaia di vittime militari e civili. Il capoluogo di regione Grozny è stato raso al suolo. Le vittime erano prevalentemente di etnia russa e di lingua russa. I ceceni hanno reagito e questa è diventata una debacle militare sul suolo russo. Gli analisti lo hanno definito «il punto più basso dell'esercito russo». Dopo l'intervento della NATO nelle guerre balcaniche nello stesso arco di tempo negli anni '90, Mosca temeva persino che la NATO potesse intervenire. 

Reynolds: Cosa abbiamo imparato sulla NATO negli ultimi due mesi?

Hill: Per molti aspetti, inizialmente non cose buone. Anche se ora assistiamo a un significativo raduno delle forze politiche e diplomatiche, consultazioni serie e uno stimolo all'azione in risposta al rafforzamento delle difese militari della NATO. 

Ma dobbiamo anche pensarci. Abbiamo avuto un fallimento politico a lungo termine che risale alla fine della Guerra Fredda in termini di pensiero su come gestire le relazioni della NATO con la Russia per ridurre al minimo i rischi. La NATO è come un enorme assicuratore, un protettore della sicurezza nazionale per l'Europa e gli Stati Uniti. Dopo la fine della Guerra Fredda, pensavamo ancora di avere la migliore assicurazione per i rischi che potevamo affrontare - inondazioni, incendi, ecc. - ma a un premio scontato. Non abbiamo adottato misure adeguate per affrontare e ridurre i vari rischi. Ora possiamo vedere che non abbiamo svolto la nostra due diligence e considerato appieno tutte le possibili contingenze, incluso il modo in cui mitigheremmo la risposta negativa della Russia alle successive espansioni. Pensa a Swiss Re o AIG o Lloyds of London: quando il rischio era enorme, come durante l'uragano Katrina o la crisi finanziaria globale nel 2008, quelle compagnie assicurative hanno avuto grossi guai. Loro e i loro clienti si sono trovati sott'acqua. E questo è più o meno ciò che i membri della NATO stanno imparando ora.

Reynolds: E poi c'è l'elemento nucleare. Molte persone hanno pensato che non avremmo mai assistito a una grande guerra di terra in Europa o a un confronto diretto tra NATO e Russia, perché potrebbe degenerare rapidamente in un conflitto nucleare. Quanto ci stiamo avvicinando a questo? 

Hill: Bene, siamo proprio lì. Fondamentalmente, ciò che il presidente Putin ha detto in modo abbastanza esplicito negli ultimi giorni è che se qualcuno interferisce in Ucraina, riceverà una risposta che «non ha mai avuto nella [sua] storia». E ha messo in allerta le forze nucleari russe. Quindi sta mettendo in chiaro che il nucleare è sul tavolo. 

Putin ha cercato di mettere in guardia Trump su questo, ma non credo che Trump abbia capito cosa stesse dicendo. In uno degli ultimi incontri tra Putin e Trump quando ero lì, Putin ha affermato che: «Beh, sai, Donald, abbiamo questi missili ipersonici». E Trump stava dicendo: «Beh, li prenderemo anche noi». Putin stava dicendo: «Beh, sì, alla fine li avrai, ma prima li abbiamo noi». C'era una minaccia in questo scambio. Putin ci stava avvisando che se la spinta fosse arrivata in un ambiente conflittuale, l'opzione nucleare sarebbe stata sul tavolo.

Reynolds: Credi davvero che userà un'arma nucleare? 

Hill: Il fatto di Putin è che, se ha uno strumento, vuole usarlo. Perché averlo se non puoi farci niente? Ha già usato un'arma nucleare per alcuni aspetti. Gli agenti russi hanno avvelenato Alexander Litvinenko con polonio radioattivo e lo hanno trasformato in una bomba sporca umana e il polonio è stato sparso in tutta Londra in ogni punto che quel pover'uomo ha visitato. Di conseguenza è morto di una morte orribile. 

I russi hanno già utilizzato un agente nervino per armi, il Novichok. L'hanno usato forse poche volte, ma sicuramente due volte. A Salisbury, in Inghilterra, è stato strofinato su tutta la maniglia della porta di Sergei Skripal e di sua figlia Yulia, che in realtà non sono morti; ma l'agente nervino ha contaminato la città di Salisbury e chiunque altro sia entrato in contatto con esso si è ammalato. Novichok ha ucciso, in una cittadina britannica, Dawn Sturgess, perché gli assassini hanno conservato i gas nervino in una bottiglia di profumo che è stata poi donata in beneficenza ed è stata trovata da Sturgess e dal suo partner. C'era abbastanza agente nervino in quella bottiglia da uccidere diverse migliaia di persone. La seconda volta era nelle mutande di Alexander Navalny.

Quindi, se qualcuno pensa che Putin non userebbe qualcosa che ha di insolito e crudele, ripensaci. Ogni volta che pensi: "No, non lo farebbe, vero?" Ebbene sì, lo farebbe. E vuole che lo sappiamo, ovviamente. 

Non è che dovremmo essere intimiditi e spaventati. Questo è esattamente ciò che vuole che siamo. Dobbiamo prepararci a queste contingenze e capire cosa faremo per evitarle. 

Reynolds: Allora come lo affrontiamo? Bastano le sanzioni? 

Hill: Beh, non possiamo affrontarlo da soli come Stati Uniti. Prima di tutto, questa deve essere una risposta internazionale. 

Reynolds: Più grande della NATO?

Hill: Deve essere più grande della NATO. Ora non sto dicendo che ciò significhi una risposta militare internazionale più ampia della NATO, ma il respingimento deve essere internazionale. 

Per prima cosa dobbiamo pensare a ciò che ha fatto Vladimir Putin e alla natura di ciò che stiamo affrontando. La gente non vuole parlare di Adolf Hitler e della seconda guerra mondiale, ma io ne parlerò. Ovviamente l'elemento principale quando si parla della Seconda Guerra Mondiale, che è travolgente, è l'Olocausto e la decimazione assoluta della popolazione ebraica d'Europa, così come del popolo Rom-Sinti.

Ma concentriamoci qui sull'espansionismo territoriale della Germania, ciò che la Germania fece sotto Hitler in quel periodo: presa dei Sudeti e Anschluss o annessione dell'Austria, il tutto sulla base del fatto che erano di lingua tedesca. L'invasione della Polonia. Il trattato con l'Unione Sovietica, il patto Molotov-Ribbentrop, che permise anche all'Unione Sovietica di prendere porzioni della Polonia ma poi divenne il preludio dell'operazione Barbarossa, l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica. Invasioni della Francia e di tutti i paesi che circondano la Germania, inclusa la Danimarca e oltre, fino alla Norvegia. La Germania alla fine si impegnò in un'esplosione di massiccia espansione territoriale e occupazione. Alla fine l'Unione Sovietica ha reagito. La stessa famiglia di Vladimir Putin ha sofferto durante l'assedio di Leningrado, eppure ecco Vladimir Putin che fa esattamente la stessa cosa. 

Reynolds: Quindi, in modo simile a Hitler, sta usando un senso di enorme risentimento storico combinato con un'apparenza di protezione dei russi e un rifiuto dei diritti delle minoranze e delle altre nazioni di avere paesi indipendenti per alimentare le ambizioni territoriali?

Hill: Esatto. E sta incolpando gli altri, per il motivo per cui è successo, e inducendoci a incolpare noi stessi. 

Se le persone guardano indietro alla storia della seconda guerra mondiale, c'erano un sacco di persone in Europa che sono diventate simpatizzanti della Germania nazista prima dell'invasione della Polonia. Nel Regno Unito, c'era tutta una serie di politici britannici che ammiravano la forza di Hitler e il suo potere, per aver fatto ciò che fanno le grandi potenze, prima che gli orrori del Blitz e dell'Olocausto finalmente penetrassero. 

Reynolds: E lo vedi adesso.

Hill: Lo vedi perfettamente. Sfortunatamente, abbiamo politici e personaggi pubblici negli Stati Uniti e in tutta Europa che hanno abbracciato l'idea che la Russia abbia subito un torto dalla NATO e che Putin sia un uomo forte e potente e abbia il diritto di fare quello che sta facendo: perché l'Ucraina in qualche modo non è degna dell'indipendenza, perché o sono le terre storiche della Russia o gli ucraini sono russi, o i leader ucraini sono – questo è ciò che dice Putin – «nazisti fascisti e confusi con la droga» o qualunque etichetta voglia applicare qui.

Quindi, purtroppo, stiamo tornando indietro attraverso vecchi schemi storici che abbiamo detto che non avremmo mai permesso che accadessero di nuovo. L'altra cosa a cui pensare in questo contesto storico più ampio è quanto la comunità imprenditoriale tedesca abbia contribuito a facilitare l'ascesa di Hitler. In questo momento, tutti coloro che hanno fatto affari in Russia o acquistato gas e petrolio russi hanno contribuito alla cassa di guerra di Putin. I nostri investimenti non stanno solo aumentando i profitti delle imprese, o i fondi sovrani russi e il suo sviluppo a lungo termine. Ora sono letteralmente il carburante per l'invasione russa dell'Ucraina.

Proprio come le persone non volevano che i loro soldi fossero investiti in Sud Africa durante l'apartheid, vuoi davvero che i tuoi soldi vengano investiti in Russia durante la brutale invasione e sottomissione della Russia e la spartizione dell'Ucraina? 

Reynolds: Immagino che pensi che le sanzioni stabilite dal governo siano inadeguate per affrontare questa minaccia molto più grande?

Hill: Assolutamente. Le sanzioni non saranno sufficienti. È necessario avere una risposta internazionale importante, in cui i governi decidano di propria iniziativa che non possono fare affari con la Russia per un periodo di tempo fino a quando la questione non sarà risolta. Abbiamo bisogno di una sospensione temporanea dell'attività commerciale con la Russia. Proprio come non avremmo un negoziato diplomatico in piena regola per nient'altro che un cessate il fuoco e un ritiro mentre l'Ucraina è ancora attivamente invasa, così è la stessa cosa con gli affari. In questo momento stai alimentando l'invasione dell'Ucraina. Quindi ciò di cui abbiamo bisogno è una sospensione dell'attività commerciale con la Russia fino a quando Mosca non cesserà le ostilità e non ritirerà le sue truppe. 

Reynolds: Quindi le aziende ordinarie...

Hill: Le aziende ordinarie dovrebbero prendere una decisione. Questo è l'epitome di "ESG" che le aziende affermano essere la loro priorità in questo momento: sostenere gli standard di buona governance ambientale, sociale e aziendale. Proprio come le persone non volevano che i loro soldi fossero investiti in Sud Africa durante l'apartheid, vuoi davvero che i tuoi soldi vengano investiti in Russia durante la brutale invasione e sottomissione della Russia e la spartizione dell'Ucraina? 

Se le società occidentali, i loro piani pensionistici o i fondi comuni di investimento, sono stati investiti in Russia, dovrebbero ritirarsi. Qualsiasi persona che siede nei consigli di amministrazione delle principali società russe dovrebbe dimettersi immediatamente. Non tutte le compagnie russe sono legate al Cremlino, ma molte delle maggiori compagnie russe lo sono assolutamente, e lo sanno tutti. Se guardiamo indietro alla Germania alla vigilia della seconda guerra mondiale, sono state le principali imprese tedesche ad essere utilizzate a sostegno della guerra. E ora stiamo vedendo esattamente la stessa cosa. La Russia non potrebbe permettersi questa guerra se non fosse per il fatto che i prezzi del petrolio e del gas stanno aumentando. Per ora ne hanno abbastanza nella cassa di guerra. Ma a lungo termine, questo non sarà sostenibile senza gli investimenti che arrivano in Russia e tutte le materie prime russe, non solo petrolio e gas, che vengono acquistati sui mercati mondiali. E i nostri alleati internazionali, come l'Arabia Saudita, dovrebbero aumentare la produzione di petrolio in questo momento come compensazione temporanea. In questo momento, stanno finanziando indirettamente la guerra in Ucraina mantenendo alti i prezzi del petrolio.

Questa deve essere una risposta internazionale per spingere la Russia a fermare la sua azione militare. L'India si è astenuta dalle Nazioni Unite e puoi vedere che altri paesi si sentono a disagio e sperano che questo possa finire. Non andrà via, e potresti essere "tu il prossimo" - perché Putin sta creando un precedente per i paesi: tornare al tipo di comportamento che ha scatenato le due grandi guerre, dove le nazioni erano un territorio libero per tutti. Putin sta dicendo: “Nel corso della storia i confini sono cambiati. Che importa?" 

Reynolds: E non pensi che si fermerà necessariamente in Ucraina?

Hill: Certo che non lo farà. L'Ucraina è diventata la prima linea in una lotta, non solo per i paesi che possono o non possono essere nella NATO, o tra democrazie e autocrazie, ma in una lotta per il mantenimento di un sistema basato su regole in cui le cose che i paesi vogliono non sono prese con la forza. Ogni paese del mondo dovrebbe prestare molta attenzione a questo. Sì, potrebbero esserci paesi come la Cina e altri che potrebbero pensare che ciò sia lecito, ma nel complesso, la maggior parte dei paesi ha beneficiato dell'attuale sistema internazionale in termini di commercio e crescita economica, di investimenti e di un mondo globalizzato interdipendente. Questa è più o meno la fine di tutto questo. Questo è ciò che ha fatto la Russia. 

Reynolds: Ha fatto saltare in aria l'ordine internazionale basato sulle regole.

Hill: Esattamente. Ciò che impedisce a molte persone di ritirarsi dalla Russia, anche temporaneamente, è che dicono: "Beh, i cinesi interverranno". Questo è quello che mi dice sempre ogni investitore. "Se esco, qualcun altro si trasferirà". Non sono sicuro che gli uomini d'affari russi vogliano svegliarsi una mattina e scoprire che gli unici investitori nell'economia russa sono i cinesi, perché allora la Russia diventerà la periferia della Cina, l'entroterra cinese, e non un'altra grande potenza che opera in tandem con Cina. 

Reynolds: Più parliamo, più usiamo le analogie della seconda guerra mondiale. Ci sono persone che dicono che siamo sull'orlo di una terza guerra mondiale. 

Hill: Ci siamo già dentro. Ci siamo stati per un po' di tempo. Continuiamo a pensare alla prima guerra mondiale, alla seconda guerra mondiale come a questi enormi, grandiosi set, ma la seconda guerra mondiale è stata una conseguenza della prima guerra mondiale. E abbiamo avuto un periodo tra le due guerre. E in un certo senso, l'abbiamo avuto di nuovo dopo la Guerra Fredda. Molte delle cose di cui stiamo parlando qui hanno le loro radici nella divisione dell'Impero austro-ungarico e dell'Impero russo alla fine della prima guerra mondiale. Alla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo avuto un'altra riconfigurazione e alcuni delle questioni di cui ci siamo occupati di recente risalgono a quell'immediato dopoguerra. Abbiamo avuto una guerra in Siria, che è in parte la conseguenza del crollo dell'Impero Ottomano, così come l'Iraq e il Kuwait.

Tutti i conflitti che stiamo vedendo hanno radici in quei conflitti precedenti. Siamo già in una guerra calda contro l'Ucraina, iniziata nel 2014. Le persone non dovrebbero illudersi di pensare che siamo solo sull'orlo di qualcosa. Ci siamo stati bene e veramente per un periodo di tempo piuttosto lungo. 

Ma questa è anche una guerra dell'informazione a tutto spettro. Hai i Tucker Carlson e i Donald Trump che fanno il tuo lavoro per te. Il fatto che Putin sia riuscito a persuadere Trump che l'Ucraina appartiene alla Russia e che Trump sarebbe disposto a rinunciare all'Ucraina senza alcun tipo di lotta, è un grande successo per la guerra dell'informazione di Putin. Voglio dire, ha fasce del Partito Repubblicano - e non solo loro, alcuni a sinistra, così come a destra - masse del pubblico statunitense che dicono: "Buon per te, Vladimir Putin", o incolpano la NATO, o incolpano gli Stati Uniti per questo risultato. Questo è esattamente ciò a cui mira una guerra dell'informazione e un'operazione psicologica russa. Ha seminato con cura anche questo terreno. Siamo in guerra, da molto tempo. Lo dico da anni.

Reynolds: Quindi, proprio come il mondo non ha visto arrivare Hitler, noi non siamo riusciti a vedere Putin arrivare? 

Hill: È in circolazione da 22 anni ormai, ed è arrivato a questo punto dal 2008. A proposito, non credo che inizialmente fosse partito per fare tutto questo, ma l'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina e i sentimenti che tutta l'Ucraina appartiene alla Russia, i sentimenti di perdita, sono stati tutti lì e si stanno accumulando. 

Quello che la Russia sta facendo è affermare che "il potere fa bene". Certo, sì, abbiamo anche commesso errori terribili. Ma nessuno ha mai il diritto di distruggere completamente un altro paese: Putin ha aperto una porta in Europa che pensavamo di aver chiuso dopo la seconda guerra mondiale. 

Paolo Mieli per il “Corriere della Sera” l'1 marzo 2022. 

Al cospetto delle atrocità compiute dai russi in Ucraina, rimane, inespressa, una piccola domanda. Quando è accaduto che noi occidentali abbiamo indotto l'Ucraina a varcare il Rubicone provocando l'ira di Putin. E quando è stato che Zelensky ha incautamente lanciato il guanto di sfida all'autocrate di Mosca. Che giorno? Che mese? Che anno? 

La storia alle nostre spalle racconta cose diverse da quelle che si dicono e si scrivono in questi giorni. Dopo il crollo dell'impero sovietico, ci fu, nel 1994, una proposta della Nato alla Russia di un «Partenariato per la pace». Subito dopo, la Russia è stata accolta nel Consiglio d'Europa e nel G7. Nel 2002 Mosca è entrata nel Consiglio Nato-Russia. 

Quattordici anni fa (2008), nel consiglio Nato di Bucarest, gli Alleati annunciarono che l'Ucraina sarebbe potuta entrare, in un futuro imprecisato, nell'Organizzazione atlantica. Appena eletto Presidente degli Stati Uniti, Obama, nel 2009, volle verificare con l'allora segretario della Nato, l'olandese Jaap de Hoop Scheffer, lo stato della «pratica Ucraina e Georgia» (25 marzo).

E, pur senza citarle esplicitamente, disse che le cose sarebbero andate avanti stando attenti a non urtare la suscettibilità russa. Nel luglio di quello stesso anno (2009) Obama si recò a Mosca, incontrò Putin e furono rose e fiori. Poi venne il 2014 con piazza Maidan, la «rivoluzione arancione» a cui si accompagnò l'annessione russa della Crimea. Le cose si complicarono. Da quel momento la questione Ucraina-Nato è rimasta lì, sospesa.

Niente è accaduto che possa giustificare l'apertura di una crisi di queste proporzioni. Se n'è accorto Enrico Letta che, in anticipo sulla fase più drammatica dell'invasione dell'Ucraina, ha voluto fare chiarezza in modo definitivo. Annalisa Cuzzocrea («La Stampa»), gli ha posto una domanda diretta echeggiando quel che sostengono tanti (forse tutti) gli ex comunisti e molti liberal conservatori: «La Nato si è allargata troppo a est provocando questa reazione?». 

Il segretario del Pd le ha risposto in maniera franca: «È l'opposto. Quello che è successo dimostra che la Nato doveva far entrare l'Ucraina prima». E dimostra altresì, ha sostenuto Letta, «che l'Alleanza atlantica serve perché la democrazia va difesa». Poi il segretario del Pd ha aggiunto: «Abbiamo integrato l'Europa centro-orientale, Budapest, Vilnius, Varsavia, non possiamo tornare indietro». Più chiaro di così?

Va notato che, nei giorni successivi all'intervista, nessun dirigente o semplice militante del Pd si è sentito in dovere di aggiungere una chiosa alle parole del segretario. Neanche esponenti della sinistra esterna al Pd. Nessuno. Segno che o sono tutti distratti (il che non è da escludere) oppure l'intera comunità progressista italiana - eccezion fatta per l'Associazione nazionale partigiani - ritiene che l'Ucraina avrebbe dovuto essere ammessa e integrata nella Nato già una ventina d'anni fa.

E che i fatti di questi giorni dimostrano che la Nato è un presidio della democrazia in Europa. Letta, con poche e misurate espressioni, ha fatto giustizia di una leggenda riproposta negli ultimi giorni da molti «analisti». Cioè che nel 1991 alcuni leader occidentali (chi con precisione?) avrebbero preso con Gorbaciov l'impegno a non far entrare nella Nato le ex repubbliche sovietiche.

Accadde qualcosa di ben diverso. L'allora segretario dell'Alleanza atlantica, Manfred Wörner (già ministro della difesa tra il 1982 e il 1988 nella Germania di Helmut Kohl), si impegnò con Gorbaciov a che l'organizzazione da lui guidata, a fronte dello scioglimento del Patto di Varsavia, mai avrebbe attentato alla sicurezza della Russia. Nient' altro. 

Se qualcuno avesse fatto una promessa più impegnativa, non si capirebbe come sia potuto accadere che ben quindici di queste repubbliche siano poi entrate nell'Alleanza atlantica senza che Gorbaciov si sia sentito in obbligo di denunciare la violazione del presunto patto.

Neanche Putin, al potere da più di vent' anni, ha mai protestato per il fatto che quindici repubbliche ex sovietiche sono state inserite nell'Alleanza atlantica «a dispetto» di quel fantomatico impegno del '91. 

Ernesto Galli della Loggia si è giustamente domandato giorni fa su queste pagine come mai Putin non si sia lamentato «per il fatto che la Polonia - membra anch' essa della Nato e confinante anch' essa con la russa Kaliningrad - potrebbe, se volesse sbriciolare in poche ore con un lancio di semplici missili da crociera la base della flotta russa del Baltico». 

Già, come mai? Il fatto è che Enrico Letta, a differenza di alcuni suoi predecessori, non è particolarmente affascinato dall'antiamericanismo tuttora ben vivo dalle sue parti. E ha avuto l'audacia di dire qualcosa di non equivocabile. 

Qualcosa che renderà meno facile ai filorussi d'Italia - compresi quelli che adesso fanno atto di contrizione in pubblico - tornare alla carica quando tra qualche tempo sarà passata l'emozione per quel che di orribile è accaduto in questi giorni. Verrà il momento, ne siamo sicuri, in cui in molti torneranno a domandarsi pubblicamente se vale la pena fare dei sacrifici per gli ucraini i quali, a ben guardare, «se la sono cercata».

Si dirà che Zelensky e i suoi sono responsabili dei torti subiti a causa della protervia con la quale, «sotto insegne naziste» (Putin), intendevano puntare dei missili contro Mosca e San Pietroburgo. Torneranno a sottolineare, quei molti, che l'impatto delle sanzioni è asimmetrico, nel senso che danneggia l'Italia più di quanto nuoccia agli Stati Uniti. E concluderanno che è giunta l'ora di prestar ascolto alle «ragioni dei russi».

Cose già viste e sentite in passato, con altri dittatori, altre asimmetrie e altre «ragioni» dei prepotenti. Quanto a Enrico Letta, se qualcuno tra un po' lo metterà in croce per le dichiarazioni di cui si è detto, potrebbe proporsi come segretario generale della Nato (ne ha i titoli). Avrebbe il vantaggio di lasciarsi alle spalle le baruffe del «campo largo», con le quali pure ha dato prova di sapersi destreggiare in modo efficace. 

Ce ne sono altri mille che amano quel genere di cimento da «campieri», capaci, per giunta, di mordersi la lingua prima di pronunciar parole a favore della Nato. Lui, dati i tempi, non avrebbe difficoltà a far capire a una parte del mondo da cui proviene, che l'Alleanza atlantica è, forse, più importante.

Le colpe sono di tutti. Di chi è la colpa della guerra: Europa e Chiesa, tutte le responsabilità del conflitto. Mons. Vincenzo Paglia su Il Riformista il 27 Febbraio 2022. 

Non siamo stati capaci di costruire la pace. Diciamolo forte e chiaro, senza tanti giri di parole. Adesso è facile scaricare tutte le colpe sull’aggressore – e ne ha certamente tante – però cosa abbiamo fatto per fermare il vento della guerra? Risuonano le parole di Papa Francesco: «Vorrei appellarmi a quanti hanno responsabilità politiche, perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra; che è Padre di tutti, non solo di qualcuno, che ci vuole fratelli e non nemici».

Papa Francesco che ieri si è recato dall’ambasciatore russo presso la Santa Sede, sottolineando l’urgenza della pace. Un gesto concreto, immediato, fuori protocollo, che racconta tutto dell’impegno di chi ha davvero a cuore la soluzione del confitto. Il cardinale Parolin giovedì lo ha ribadito: non è tardi per tornare al tavolo del negoziato. Nella preghiera di giovedì sera a Sant’Egidio, Andrea Riccardi ha lucidamente avvertito: «Nessuna Chiesa europea può dirsi estranea alla responsabilità della pace: a che giocavamo, quando c’erano cieli minacciosi di guerra? Non si tratta di giocare alla Chiesa, ma di portare la profezia della pace, come quelli che hanno ricevuto il sigillo e vincono la guerra, pagando con la generosità e la vita».

Perché la realtà che non dobbiamo nascondere è semplice e purtroppo tristissima: siamo di fronte ad un conflitto fra popoli cristiani. Diceva il Patriarca Atenagora, uomo forgiato nel complesso clima balcanico, con grande senso della storia: «chiese sorelle, popoli fratelli». Oggi le nostre Chiese sono divise… ed anche i popoli restano divisi. Sono cristiani ma non sanno comprendersi e lasciano che le questioni economiche e territoriali siano più forti della fede, decretando così il fallimento dell’ecumenismo. Non quello a parole o l’ecumenismo dei convegni, ma proprio il venir meno della visione forte di un legame comune sulla base del Vangelo che dovrebbe portare i popoli a riconoscersi nell’alveo di una fratellanza reciproca.

Quando manca la consapevolezza della fratellanza, ogni società guarda l’altra in cagnesco, come se l’altro fosse un rivale o, peggio ancora, un nemico. È un messaggio profondamente contrario all’etica e al dettato del Vangelo, di quel cristianesimo che ha pervaso la vita e la cultura. Anche – a parole – dei nostri governanti. E serve uno scatto etico per non accettare la logica del conflitto che è sempre – lo ripeto: sempre – la logica della sopraffazione, di un «Io» atrofico che vuole a tutti i costi prevalere sulla logica inclusiva, aperta, empatica, del «Noi».

Giustamente parliamo di un «ecumenismo da salotto», inefficace di fronte alla realtà, come ha sottolineato a Sant’Egidio Andrea Riccardi, denunciando la messa sotto al tappeto dei problemi irrisolti della convivenza, della geopolitica, di un’Europa che dalla caduta del Muro nel 1989 – e sono 33 anni! – non ha poi fatto molto per realizzare una vera civiltà della tolleranza reciproca e della cura delle relazioni autentiche. E le Chiese cristiane non sono state indenni, pervase come sono dai medesimi nazionalismi e particolarismi che scuotono le società civili.

Una seconda considerazione. L’indebolimento della visione comune, la visione del «Noi», ha contagiato la società civile come un virus più letale ancora del Covid-19. Dobbiamo anche registrare, in positivo, una mobilitazione e un movimento del fronte pacifista, perché il ruolo dell’opinione pubblica è fondamentale per spingere verso una rapida soluzione del conflitto. Però dobbiamo pur chiederci: dove sono stati i movimenti pacifisti in questi anni? Non hanno saputo, potuto o voluto vedere i problemi irrisolti e non hanno voluto, saputo o potuto cogliere i segnali di conflitto? Certo, lo ripeto, oggi è importante assistere ad una mobilitazione delle persone e delle coscienze, è auspicabile che aumenti di intensità e di pressione. Tuttavia era doveroso prevenire il conflitto, sia da parte dei movimenti pacifisti, sia da parte della politica di tutto il nostro Continente. Dove eri tu? Direbbe il Dio della Bibbia; e il Vangelo ci ricorda il dovere etico e umano di non scappare via e anzi di fermarci a soccorrere la persona sofferente sul ciglio della strada. Possiamo farlo se sappiamo ritrovare le ragioni che ci uniscono, resistendo ad una politica della divisione, del contrasto, della costruzione del nemico – di volta in volta: l’altro, lo straniero, l’immigrato, il disabile, il diverso per qualunque motivo strumentale.

Agisce qui, sotto i nostri occhi, un terzo aspetto: la debolezza della visione generale del mondo. Di fronte ai problemi – la pandemia, la giustizia sociale, il dialogo tra le generazioni, la questione ambientale e climatica – rispondiamo iniziando un conflitto? Rispondiamo con la guerra? Davvero ci sono statisti, politici, intellettuali, che vedono nelle armi la soluzione dei problemi? Mi verrebbe da dire: i Romani ed il Sinedrio hanno davvero risolto il problema mettendo a morte Gesù? Non hanno invece, al contrario rispetto al loro obiettivo, dato il via alla più grande rivoluzione etica e religiosa della storia umana? La debolezza della nostra visione del mondo – politica e religiosa – va corretta immediatamente. I cristiani tornino ad unirsi. L’intuizione di San Giovanni Paolo II dell’Europa a due polmoni – Oriente ed Occidente – deve dare vita a politiche sociali, religiose, economiche e culturali davvero all’altezza delle sfide dei nostri tempi. Dove sono oggi le Chiese? Di fronte al conflitto, pensiamo che Dio ci chieda: dove sono i tuoi fratelli? Dove sei tu – uomo e donna di fede – di fronte a questa sofferenza? Dove sono i nostri politici? Il primo impegno deve andare verso la fine di ogni conflitto e l’apertura di una nuova epoca. Ce lo impone la storia, la nostra coscienza e – come se non bastasse – una rinnovata visione del mondo. Papa Francesco si è mosso, idealmente e concretamente ieri uscendo dal Vaticano. Ma c’è di più.

Papa Francesco intitola non a caso il primo capitolo della sua Enciclica Fratelli Tutti «le ombre di un mondo chiuso» e lucidamente osserva che «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare». E precisa: «Guerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali o religiosi, e tanti soprusi contro la dignità umana vengono giudicati in modi diversi a seconda che convengano o meno a determinati interessi, essenzialmente economici». Serve «un mondo aperto», una «politica migliore» ed una prassi ispirata alla «carità politica».

Scrive il Papa: «La carità politica si esprime anche nell’apertura a tutti. Specialmente chi ha la responsabilità di governare, è chiamato a rinunce che rendano possibile l’incontro, e cerca la convergenza almeno su alcuni temi. Sa ascoltare il punto di vista dell’altro consentendo che tutti abbiano un loro spazio. Con rinunce e pazienza un governante può favorire la creazione di quel bel poliedro dove tutti trovano un posto». Se non avessi la carità risuonerei a vuoto, ci dice San paolo. Dobbiamo ricordarcelo tutti: Chiese, credenti, politici, cittadini e cittadine. E chiedere tutti, a gran voce, la pace vera e la reale soluzione pacifica dei conflitti. Mai la guerra. Mai. E ricordo anche la Costituzione italiana che sancisce il rifiuto della guerra per la soluzione dei conflitti. Mons. Vincenzo Paglia

Il generale Marco Bertolini spiega cosa sta succedendo in Ucraina. Matteo Carnieletto su Inside Over il 26 febbraio 2022.

Generale Marco Bertolini, fino a qualche settimana fa, sembrava impossibile che la Russia potesse invadere l’Ucraina. Sembrava che la diplomazia stesse lavorando sodo e pareva ci fossero, seppur flebili, spiragli di accordo tra le parti. Cosa è successo dopo? 

Vorrei innanzitutto fare una precisazione: Occidente è un termine che preferirei non utilizzare in quanto improprio. Come può esser definita la Polonia? Occidente o oriente? L’errore di fondo è continuare a ragionare con lo schema della Guerra fredda, che prevede i concetti di Europa orientale e occidentale. Fatta questa premessa, bisogna tenere presente che, dalla caduta del Muro di Berlino, la Russia sente la frustrazione che caratterizza tutte le ex super potenze decadute, che sono costrette ad ingoiare bocconi amari. In particolare, Mosca si è vista strappare molti pezzi del suo ex impero, che sono passati, con armi e bagagli, dall’altra parte. Questa condizione di debolezza era stata accettata da Gorbachev e da Eltsin. Poi è arrivato Putin ed ha impresso una direzione diversa, ricostruendo innanzitutto l’amor proprio russo.

Cosa differenzia Putin dagli altri leader russi?

Putin era diverso da quel leader improbabile che lo aveva preceduto (Eltsin, ndr). Con lui è cambiato tutto lo scenario: la stessa armata rossa, che era ormai diventata un esercito in smobilitazione, ha cominciato a darsi una ripulita, a lustrarsi le scarpe e a rivedere i mezzi. Lo stesso discorso riguarda le altre forze armate, come per esempio la Marina. Quando Putin è andato al potere, il comunismo non faceva più parte del bagaglio politico della nuova Russia, tuttavia il desiderio di tornare ad essere una potenza globale era rimasto molto forte. Putin ha quindi lavorato affinché Mosca tornasse non solo una potenza globale ma anche europea. Cito, per esempio, le aperture nei confronti di Berlusconi, il turismo in Europa, le importazioni: faceva tutto parte di un programma di trasformazione della Russia in senso occidentale ed europeo, che però si è scontrato contro gli Usa.

Perché?

Non era il comunismo in sé e per sé il nemico degli Stati Uniti, ma questa grossa realtà continentale che sarebbe nata se la Russia si fosse unita all’Europa. Se ciò fosse avvenuto, l’America si sarebbe trovata davanti un importante competitor.

Quali sono stati gli errori dei Paesi occidentali hanno portato all’attuale situazione in Ucraina?

A mio avviso uno degli errori più importanti è stato quello di togliere spazio alla Russia e di spingerla verso est, facendo passare armi e bagagli gli ex Paesi del Patto di Varsavia nell’ambito della Nato. La Russia ha sentito questi avvenimenti come un accerchiamento che si sarebbe completato con il passaggio dell’Ucraina nel Patto atlantico e che avrebbe tolto a Mosca qualsiasi possibilità di avere agibilità nel Mar Nero e, di conseguenza, di potersi proiettare nel Mediterraneo. Questo è stato l’errore fatto da parte occidentale.

E quelli della Russia?

Ce n’è uno che è sotto gli occhi di tutti: l’invasione. Ma, va detto, questa invasione è dovuta dal fatto che Putin ha fatto delle proposte di appeasement che, però, sono state rifiutate. Credo che il presidente russo non avesse l’interesse ad arrivare al punto attuale, ovvero a un intervento militare. Resta lo sconcerto, il dolore, la condanna per l’operazione militare. Ma io credo che si debba anche avere la mente lucida e l’onestà intellettuale per riconoscere quelle che sono le esigenze degli altri. Perché è questa l’essenza della diplomazia.

Come si sono mossi i russi? Si aspettava un’invasione di questo tipo? Hanno davvero, come dicono diversi analisti, “il freno a mano tirato”?

Noi ricordiamo ancora gli interventi su Belgrado e Baghdad: erano operazioni aeree decisamente molto più intense di quelle che si vedono ora in Ucraina. Probabilmente quindi sì: il freno a mano è stato tirato, ma per un motivo strategico. Mosca non può non pensare a quello che sarà il dopoguerra con l’Ucraina, in cui sarà necessario riprendere i rapporti cordiali con il popolo ucraino. Mosca non può permettersi di distruggere e umiliare l’Ucraina perché comunque dovrà conviverci. C’è poi un altro fattore che non è da sottovalutare: l’Ucraina non solo faceva parte dei Paesi satelliti dell’Urss, ma era una Repubblica Sovietica dell’Unione. Ci sono dunque anche vincoli culturali e familiari. Bisogna infine tenere presente che quella è una grande pianura e che ci sono familiari da una parte e dall’altra del confine. Che l’Ucraina abbia diritto all’indipendenza non c’è dubbio, ma credo anche che ci siano molte affinità tra i due Paesi, come la lingua, l’alfabeto, la religione ortodossa.

Generale, le faccio la fatidica domanda da un milione di dollari: quali saranno gli scenari del futuro? Cosa accadrà? L’occidente ha comminato delle sanzioni, la Russia ha risposto bloccando i voli britannici. Come si esce da questa situazione?

L’offensiva è appena iniziata, quindi ci sono ancora molte variabili che devono stabilizzarsi. In linea di principio, però, penso che si debba mantenere tra gli Stati quel galateo che una volta era sempre rispettato anche durante le guerre e che consentiva, una volta che le ragioni del combattimento si esaurivano, di tornare alla pace. Certo, con qualche amputazione o rinuncia. Ma si tornava a vivere serenamente. Se i toni si alzano troppo, se la controparte percepisce che l’unica alternativa alla sua vittoria è quella del cappio al collo o della rovina del Paese, temo che le guerre non finiranno mai. Una volta, i conflitti finivano quando una delle due parti diceva: “Basta, ne ho prese abbastanza”. Ma ora tutto è cambiato: se io so che la possibilità di resa non c’è, e che il cappio al collo me lo mettono comunque, è chiaro che combatterò fino alla fine. Noi abbiamo l’interesse che si arrivi alla fine di tutto questo nell’interesse della popolazione ucraina. Per fare questo bisognerebbe che anche i Paesi che non sono direttamente coinvolti, pur esprimendo il loro sdegno e la loro condanna, evitassero di attizzare troppo il fuoco.

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Controcorrente, l'ex ministro Trenta non fa sconti alla Nato: “Si è spinta troppo verso la Russia, esagerazione”. Il Tempo il 26 febbraio 2022

Elisabetta Trenta critica pesantemente la Nato. L’ex ministro della Difesa del governo Conte, fuoriuscita dal Movimento e attualmente rappresentante di Nuovi Orizzonti per l’Italia, è ospite in collegamento nella puntata del 26 febbraio di Controcorrente, talk show di Rete4 condotto da Veronica Gentili, e analizza così l’escalation tra Russia e Ucraina: “Bisogna ragionare bene su quali siano le vere intenzioni di Putin. In realtà si dovrebbe dosare la nostra risposta su quelle che sono le sue intenzioni. Che cosa vuole fare Putin? Vuole riconquistare un ruolo globale? Vuole conquistare l’Ucraina? Vuole evitare che l’Ucraina entri nella Nato perché la Nato gli si avvicinerebbe troppo? Ma entrando lui in Ucraina è lui che si avvicina alla Nato spontaneamente perdendo lo stato cuscinetto. Ritengo - sottolinea la Trenta - che la Nato abbia esagerato con la pressione nei confronti della Russia, spingendosi troppo vicino a loro. La profondità strategica di ogni paese va rispettata, è quella che ci consente di mantenere le nostre relazioni, che possano rimanere pacifiche nel tempo. 

Aver escluso l'intervento militare della Nato è la scelta più giusta? La Trenta risponde al quesito della Gentili: “È la decisione più saggia e l’unica decisione che poteva essere presa per evitare il rischio della terza guerra mondiale, di cui ha parlato inopportunamente Joe Biden. La situazione è seria, ogni errore da parte della Nato potrebbe portare a conseguenze imprevedibili. Dobbiamo essere tutti insieme d’accordo sulle sanzioni, è la decisione giusta, non dobbiamo mostrare nessun tipo di cedimento. Quelle della democrazia sono state armi spuntate, noi già da subito abbiamo escluso la possibilità di una guerra, non avremmo mai voluto una guerra in Europa. Questo - conclude l’ex ministro - ha reso più forte Putin e l’ha convinto a fare quello che ha fatto, ma ora non possiamo assolutamente sbagliare, la nostra arma sono le sanzioni”. 

Controcorrente, Maria Giovanna Maglie e la certezza sulla Russia: se ci fosse stato Trump non sarebbe accaduto nulla. Il Tempo il 26 febbraio 2022

La presenza di Joe Biden alla Casa Bianca ha dato il via libera a Vladimir Putin per invadere l’Ucraina. Nella puntata del 26 febbraio di Controcorrente, programma di Rete4 condotto da Veronica Gentili, è ospite Maria Giovanna Maglie, che dà la propria lettura sul conflitto e sugli equilibri di potere tra la Russia e gli Usa: “L’intervista di Trump circolata oggi sui social è un’intervista piena di sarcasmo, quando dice che Putin è un genio, intelligente etc. lui è sarcastico. Quando sostiene che con lui a capo degli Usa Putin non avrebbe fatto questa cosa si tratta di capire se è un mitomane o dice la verità. Io mi azzardo a dire che dica la verità, rispetto alla situazione che c’era sul campo qualche anno fa. Mi sembra abbastanza realistico poter dire questo”.

Ucraina, l'ambasciatore Romano: "La Russia il nemico? Putin va ascoltato, ecco cosa rischiamo". Mirko Molteni su Libero Quotidiano il 27 febbraio 2022.

Le bombe come "un messaggio" all'Occidente, reo di aver per anni ignorato le esigenze della Russia. Così pensa Sergio Romano, ambasciatore italiano presso la Nato dal 1983 al 1985 e a Mosca, ancora ai tempi dell'Unione Sovietica, dal 1985 al 1989: Ambasciatore, come giudica gli avvenimenti di queste ultime ore, gli ucraini resisteranno ancora oppure alla fine tratteranno con i russi?

«Si parla di possibili negoziati fra il presidente russo Putin e quello ucraino Zelensky, oppure con un'altra eventuale dirigenza ucraina, e devo dire che un simile sviluppo della vicenda non mi stupirebbe affatto. Fin dall'inizio di questa crisi sono sempre stato dell'opinione che gli ucraini non avrebbero resistito a lungo a un'aggressione di questo tipo. Inoltre non credo che i russi tendano a una vera e propria occupazione dell'Ucraina, si tratta di un caso ben diverso da quello della Crimea. Ciò che ha voluto fare Putin, con questa operazione militare, è stato lanciare un forte e preciso segnale all'Occidente, in risposta alle sanzioni, applicate ormai da 8 anni, e anche all'espansione della Nato a Est. Il presidente del Cremlino vuole dire all'America e all'Unione Europea: "State bene attenti e guardate che cosa sono capace di fare!". Ecco il suo messaggio».

Ma allora Putin mirerà a instaurare un governo filorusso a Kiev?

«Certo, ciò che gli preme di più è che, sicuramente, l'Ucraina non entri nella Nato rimanendo neutrale come la Svizzera e inoltre che l'Occidente si convinca una volta per tutte che è inutile punire la Russia con sanzioni ancora più dure di quelle a cui è già sottoposta fin dal 2014. Anche perché, come è stato rilevato negli ultimi giorni da numerosi esperti, il risultato finale non sarà altro che danneggiare le stesse economie occidentali. I russi, nuove pesanti sanzioni se le aspettavano comunque fossero andate le cose».

Per quanto riguarda l'allargamento della Nato a Est, e in particolare il rischio che anche l'Ucraina vi entrasse, si può dire che Putin abbia avuto una reazione sbagliata e condannabile a una questione che ha pe rò un suo fondamento?

«Ma certo, io stesso sono sempre stato contrario all'idea di allargare la Nato all'Ucraina e devo dire che il punto di vista del presidente russo è degno di considerazione. Tutta questa vicenda dovrà imporre un profondo ripensamento nell'ambito della dirigenza della Nato e la riflessione che ne seguirà dovrà portare alla decisione di escludere definitivamente che Kiev possa accedere all'alleanza. Non dobbiamo mai dimenticare le origini e il significato della Nato. L'alleanza atlantica nacque nel 1949 per il preciso scopo di difendere l'Europa Occidentale dall'espansionismo sovietico. Di per sé la si può definire un'alleanza bellicosa, nel senso che l'automatismo della difesa collettiva, quando viene attaccato uno dei suoi membri, impone di rispondere a un attacco con un immediato contrattacco. Espandere ancora l'alleanza porterebbe a molti problemi».

In genere, in diplomazia si tiene conto anche della percezione che ha la controparte di un determinato problema. Non crede che i diplomatici occidentali abbiano commesso un errore nel non ascoltare ciò che aveva da dire la Russia?

«Sicuramente sono stati commessi molti sbagli nel trattare con Mosca, bisognava porre attenzione anche alle sue preoccupazioni. Non si può continuare a trattare la Russia come un nemico, alla fine rischia di ridiventarlo davvero, ma l'errore è dell'Occidente che la fa inimicare ancora. Tutto ciò costerà molto in primis proprio ai Paesi occidentali. Cosa ci si guadagna a escludere il gigante russo dall'Europa per ricacciarlo in Asia, ad abbracciare la Cina? Già Russia e Cina vanno d'accordo, ma ora, e lo si vede in questi giorni, si stanno stringendo ancora di più fra loro, quanto a rapporti strategici ed economici. Da Pechino osservano bene ciò che sta succedendo in Europa. I cinesi sono cauti e non parlano troppo».

Perché la Russia ha invaso l’Ucraina e come può finire la guerra. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 26 Febbraio 2022. 

Bombarda, assedia, tiene in scacco l’Occidente. E ora si fa anche “consigliere” dell’esercito nemico. Vladimir Putin esorta l’esercito ucraino a prendere il potere e a rovesciare il governo in carica. Il presidente russo ha anche aggiunto: «Esorto l’esercito ucraino a non permettere che civili e individui vengano usati come scudi umani», accusando inoltre le autorità ucraine di essere “una banda di drogati e neonazisti”. “Prendete il potere nelle vostre mani. Mi sembra che sarà più facile negoziare tra noi”, ha detto Putin all’esercito ucraino in un intervento trasmesso dalla televisione russa, affermando che la Russia non sta combattendo contro le unità dell’esercito ma contro formazioni nazionaliste che si comportano “come terroristi” usando i civili “come scudi umani”. Insomma, lo “Zar” cerca un Petain ucraino.

Eventuali negoziati tra Mosca e Kiev, ha precisato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, non bloccheranno l’operazione militare lanciata dal presidente russo contro l’Ucraina. Intanto a Kiev, al momento sotto assedio, si continua a combattere. La capitale ucraina potrebbe cadere in mano russa nel giro di pochi giorni: sono le ultime previsioni dell’intelligence Usa, secondo fonti citate da alcuni media americani. Le truppe di Mosca sarebbero a una trentina di chilometri dalla capitale ma, spiegano le stesse fonti, che hanno aggiornato i membri del congresso, starebbero incontrando una resistenza da parte delle forze ucraine, più agguerrita del previsto. Media locali, fanno sapere che 18 mila fucili sono stati consegnati ai volontari che si stanno preparando a difendere le strade della città. Il presidente ucraino, Volodymir Zelensky, nascosto in un luogo segreto per coordinare le operazioni dell’esercito nazionale che difende la capitale, ha invitato gli europei che hanno “esperienza di guerra” a “venire a combattere in Ucraina per l’Europa”.

Il governo incoraggia la popolazione a resistere realizzando bottiglie incendiare per respingere gli occupanti. “Cittadini, neutralizzate gli invasori con bottiglie molotov. State attenti e non abbandonate le vostre case!”, si legge sugli account Twitter del ministero della Difesa e di quello degli Interni, con tanto di istruzioni per realizzare il cocktail incendiario. Le forze armate ucraine rivendicano di aver “inflitto pesanti perdite ai nemici”, perdite che ammontano a 2800 soldati russi, annunciano, senza precisare se morti, feriti o catturati. Secondo lo stesso ministero 80 tank, oltre 500 altri veicoli militari, 10 aerei e sette elicotteri sono andati distrutti. Precedentemente Kiev aveva annunciato di aver ucciso mille aggressori russi. “Siamo forti! La vittoria sarà dalla nostra!”, si legge in una dichiarazione del ministero della Difesa. le truppe d’assalto aviotrasportate delle forze armate ucraine stanno combattendo negli insediamenti di Dymer (45 km da Kiev) e Ivankiv (80 km di distanza dalla capitale), dopo l’avanzata di “un gran numero di veicoli corazzati nemici sul confine del fiume Teteriv. Il ponte sul fiume è stato distrutto”.

Lo si legge in un tweet del ministero della Difesa ucraino. «Abbiamo già ospitato 50mila rifugiati dall’Ucraina e ne riceveremo molte altri. Siamo già nel Paese e in quelli limitrofi. C’è una sorta di resilienza e abbiamo grandi capacità di soccorso umanitario, ma il problema è che i numeri potrebbero superare la nostra capacità di accoglienza», avverte Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), in collegamento con il summit dei sindaci del Mediterraneo in corso a Firenze. In questo scenario di devastazione, la Nato ha dispiegato elementi della sua Forza di reazione rapida per la prima volta in un contesto di difesa collettiva. A renderlo noto è il segretario generale dell’organizzazione, Jens Stoltenberg in una conferenza stampa a Bruxelles al termine del Vertice dell’Alleanza atlantica.

La decisione è stata presa «per evitare che ci siano malintesi sul fatto che la Nato è pronta a difendere i Paesi alleati». «Si tratta di migliaia di truppe», ha aggiunto Stoltenberg. Al vertice Nato di oggi hanno partecipato anche Finlandia e Svezia, due paesi che Mosca non vuole entrino nell’Alleanza. E allo “Zar” quella presenza non è gradita. La Russia “non può non notare i persistenti tentativi della Nato” di allargarsi includendo Finlandia e Svezia, compiuti “in particolare dagli Usa”, commenta la portavoce del ministero degli Esteri russo, sottolineando che Mosca considera «un importante fattore della sicurezza la politica di non-allineamento» di quegli Stati. Helsinki e Stoccolma sono avvertite. Nella notte, si continua a combattere. Kiev non ha alzato bandiera bianca.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Putin e la cortina fumogena della pandemia: il suo vero alleato è il Covid. Giampiero Casoni il 24/02/2022 su Notizie.it.

Putin, con l’intento di “denazificare l’Ucraina” se la sta mangiando a bocconi sotto gli occhi di un mondo che sanziona e si indigna, ma che tutto sommato è inerme. 

Poco meno di un anno fa Vladimir Putin si fece editorialista di grana fina e scrisse un lungo articolo: “Sulla storica unione dei russi e degli ucraini“. In quel pezzo dal tono un po’ da vaniloquio unionista il leader della Federazione Russa smise di andare a cavallo degli orsi e di fare a braccio di ferro con le tigri, divenne lirico e sparò slogan come si spara da una mitraglia.

Erano spottoni su come Russia ed Ucraina che “sono lo stesso popolo”, unificato da una lingua comune e da radici storiche saldissime, dovessero tornare un tutt’uno.

Vladimir si fece anche erudito in etimologia e spiegò, con l’appeal impunito di chi non ha mai avuto censori, che “Ucraina” significa periferia e che quindi tutto gridava a ché il paese con Kiev capitale tornasse lieto e festante alla Madre Russia.

Ecco, se l’anno scorso il mondo avesse vissuto un clima normale e di canonica attenzione, roba che in tempi convenzionali si riserva alle scalmane degli autocrati con tanto piombo in cantina, le parole di Putin del 2021 forse avrebbero fatto alzare le antenne ai servizi di mezzo pianeta.

A quelli ed ai governi che per mission hanno la geopolitica alta in stand by permanente, non un tanto al chilo come noi che da Roma guardiamo il mondo senza capire quasi mai una mazza di quel che vi accade.

E forse l’analisi di quelle parole avrebbe evitato, in iperbole ma non troppa, quel che oggi succede, che cioè Putin, l’ex agente segreto Putin, con l’intento di “denazificare l’Ucraina” se la sta mangiando a bocconi sotto gli occhi di un mondo che sanziona e si indigna, ma che tutto sommato è inerme.

E non è iperbole azzardare che se l’anno scorso gli spot più attenti del mondo andarono ciechi e ramenghi fu anche per colpa della pandemia. Esatto: mentre Putin un anno fa già chiamava l’Ucraina “provincia” le nazioni erano impegnate a fronteggiare la seconda o terza o millemilesima ondata del Covid e su tutto l’Occidente vigeva quella “distrazione” un po’ giusta, un po’ pivella, per cui tutto ciò che non avesse a che fare con sanità, vaccini e statistiche era robetta da seconda linea.

E forse perfino un matto patentato come Donald Trump non ha avuto tutti i torti a definire Putin “un genio”. Perché dato per assunto che non sempre la genialità è a servizio dell’etica non si può non riconoscere, a seguire questa falsariga, la straordinaria capacità di Vladimiro non solo di usare la pandemia come cortina fumogena, ma addirittura di apparecchiarci sopra la “polpa strategica” del suo cesarismo forsennato e sciagurato.

Quattordici divisioni in assetto operativo, una marina e i vettori ipersonici non li apparecchi, non li prepari, non li metti a loop di piano di invasione in quattro briefing in due mesi. No, le guerre, anche quelle che piacciono a Putin secondo l’infida dottrina del suo generale-teoreta Gerasimov, non le impalchi in una manciata di settimane, neanche se sei la Russia. E soprattutto delle guerre tu studi più la capacità di reazione di chi le osteggerebbe più di quanto non studi la tua capacità di farle.

Ecco perché Putin ha previsto esattamente anche quello che sta succedendo in queste ore: che cioè oggi, mentre l’attacco impunito è in atto, nessuna delle grandi nazioni occidentali è in grado di distogliere dalle proprie economie, pianificate a recuperare ciò che il Covid ha tolto ai Pil, risorse necessarie per affrontare qualcosa di più che le tiepide sanzioni. Salterebbero interi sistemi di governo, a contare che nei paesi in questione c’è la democrazia vera e se ti vai ad impelagare in un braccio di ferro all’estero gli elettori che vogliono riprendere a vivere e vedere stipendi ti cacciano a pedate.

Non è un problema di rispondere alla guerra con la guerra, ma di dare l’impressione ferrea che il mondo sia attento e pronto a cassare ogni tentativo di portarci il caos, è un problema di clima, non di azioni vere. La geopolitica è tutto un gioco di pesi e contrappesi e difficilmente tracima da bluff a fattualità, a meno che gli equilibri non vadano in vacca, in quel caso chi gioca duro vince quasi sempre. E in quella coltre bigia per cui la pandemia ha sconvolto anche la bussola geopolitica del mondo lui, Vladimiro Putin, ci ha acceso il faro abbacinante del suo imperialismo ma aveva messo la spina nella presa già da un anno fa.

E ci ha accecati tutti perché il Covid ci aveva messi al buio.

"Ci sono anche le ragioni della Russia...": l'analisi di D'Alema. Federico Garau il 26 Febbraio 2022

su Il Giornale.

L'ex presidente del Consiglio condanna l'operato di Mosca, ma sostiene che anche l'Occidente ha responsabilità di quanto sta accadendo. 

Occhi puntati su quanto sta accadendo in Ucraina, dove è stata lanciata un'azione militare da parte della Russia. Intervistato da La Stampa, anche Massimo D'Alema dà una propria interpretazione dei fatti, non risparmiando da critiche neppure l'operato dei paesi occidentali. La priorità in questo momento, precisa l'ex presidente del Consiglio, è quella di far cessare lo scontro, dopodiché si dovranno considerare anche le ragioni del governo russo.

"Questa aggressione militare non soltanto è un crimine è anche un errore", precisa Massimo D'Alema, che spiega come adesso sia fondamentale esercitare ogni genere di pressione per indurre Putin a ritirare le truppe e fermare il conflitto in atto. Anche laddove la guerra terminasse, tuttavia, ciò non sarebbe comunque sufficiente.

La notte più lunga: "Attaccheranno". E Kiev cerca la tregua

È necessario, secondo D'Alema, lavorare per una soluzione stabile e sostenibile, perché "non si può non tenere conto, malgrado Putin, che ci sono anche le ragioni della Russia". La politica dell'Occidente, secondo l'ex premier, è stata una politica sbagliata, che ha di fatti portato al nazionalismo di Putin. "Soprattutto gli americani non hanno fatto nulla per inserire la Russia in un contesto di post guerra fredda. Un errore storico. Iniziato già all'epoca di Gorbaciov", afferma D'Alema, che precisa: "Nel momento in cui la Russia aveva bisogno di un Piano Marshall nessuno le dette un euro. Questo aiuto fu negato".

Secondo Massimo D'Alema, è possibile vincere questo braccio di ferro con la Russia se oltre alla fermezza saranno messe in campo visioni politiche sostenibili per il Paese. "Di Putin non mi sento amico nè sodale. Però dobbiamo parlare al popolo russo e prospettare una soluzione che sia sostenibile anche per loro", dichiara.

D'Alema riconosce anche l'errore da parte dei paesi occidentali di non essersi quasi mai occupati dei diritti delle minoranze russi presenti sul territorio ucraino. Il nazionalismo ucraino, prosegue il politico, doveva essere scoraggiato e non incoraggiato da una parte del mondo occidentale. Il tema della sicurezza della Russia avrebbe dovuto essere affrontato in modo serio.

"Questa aggressione militare della Russia è un crimine perché siamo di fronte a un'aggressione a vittime civili", sostiene, "ma anche un errore perché Putin, descritto come spietato lucido e calcolatore, secondo me, stavolta ha sottovalutato i rischi connessi a un'operazione che può avere per la Russia dei costi molto alti". Costi che colpiranno anche i Paesi europei. D'Alema, infatti, avvisa: "Il rischio è quello di un comune declino dell'Europa e della Russia".

"Putin? Un despota". "La guerra? Colpa della Nato". Francesco Curridori il 26 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo interpellato il filosofo Diego Fusaro e il giornalista David Parenzo sulla guerra in Ucraina e sulla figura di Putin.

La guerra in Ucraina infiamma gli animi anche in Italia tra i sostenitori di Kiev e i fan del presidente Vladimir Putin. Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo interpellato il filosofo Diego Fusaro e il giornalista David Parenzo.

Nella crisi ucraina, quali sono le colpe della Russia e quali dell'Occidente?

Fusaro: "Le colpe dell'Occidente sono enormi. Dal 1989 ad oggi gli Stati Uniti d'America con il loro braccio armato, la Nato, e con le loro colonie, tra cui l'Italia, hanno gradualmente rioccupato gli spazi post-sovietici in forma imperialistica. Con Gorbaciov ed Eltsin sembrava che tutto potesse filare liscio, ma Putin dice di no. È come se, all'immagine di Obama che dice 'Yes, we can', Putin avesse replicato 'No, you can't' e perciò il presidente russo è tanto avversato dal discorso unico geo-politicamente corretto e filo-atlantista. La Russia di Putin è uno Stato che non si piega alla globalizzazione americanocentrica e che non accetta l'invasione graduale degli spazi ex sovietici con la Nato come sta accadendo in Ucraina e com'è già avvenuto in Georgia. Perché mai dovrebbe accettare l'atlantizzazione dei propri spazi e la Nato ai propri confini? Questa è la colpa dell'Occidente: l'hybris, la tracotanza, e il non aver rispettato i limiti e gli accordi secondo cui la Nato non doveva espandersi verso Oriente. Basta guardare le cartine, per vedere che dagli anni '90 a oggi la Russia non si è espansa, mentre la Nato si è sempre più avvicinata a Mosca. Questa è la colpa gravissima dell'Occidente americanocentrico".

Parenzo: "Le colpe di Putin mi paiono abbastanza evidenti: aver aggredito un Paese sovrano, indipendente e, soprattutto, democratico. L'unica colpa che ha l'Ucraina, tra tutti i Paesi che si sono staccati dall'Unione Sovietica, è quella di aver costruito una società civile e di avere davvero un'esperienza democratica reale rispetto ad altri Paesi vicini alla Russia e che, pur indipendenti, sono rimasti attaccati alla mammella putiniana. Ed è per questo che l'Ucraina fa paura. Per quanto riguarda l'Occidente, personalmente, io non sono fra quelli che dà addosso all'elitè globale. Forse una colpa è quella di non aver capito subito il reale pericolo di aggressione dell'Ucraina e non aver mandato per tempo aiuti economici e, soprattutto, infrastrutture militari".

L'Occidente dovrebbe rispondere militarmente alla Russia?

Fusaro:"Spero francamente che non accada. A tal riguardo, spero che l'Italia non entri assolutamente in guerra. Del resto, lo dice anche la nostra Costituzione. Ritengo, anzi, che l'Italia dovrebbe uscire quanto prima possibile dalla Nato dato che dal 1989 non serve più a combattere il comunismo sovietico, ma ad altre due cose: gestire e favorire l'imperialismo made Usa e a impedire ai popoli d'Europa ad essere liberi e sovrani. La Nato, infatti, con le basi americane statunitensi in Europa (solo in Italia ne abbiamo più di 100) serve a mantenere l'Europa colonia degli Stati Uniti. Spero davvero che non ci sia una nuova guerra e che l'Italia sappia uscire dall'Ue e dalla Nato dato che la Nato è un vile strumento di aggressione imperialistica".

Parenzo: "Dovrebbe, ma non può. Purtroppo l'Ucraina non era nella Nato e, quindi, l'opzione militare è stata esclusa fin dall'inizio. Mi sembra un segnale davvero importante che si arrivi al blocco dei conti degli oligarchi e di tutte le transazioni economiche che riguardano le banche russe. Non si è sul terreno di guerra con gli stivali, ma si interviene pesantemente sul piano economico pagando anche un prezzo perché l'Occidente, con le sanzioni, pagherà un prezzo caro. Ma è giusto così. È giusto che le autarchia vengano isolate anche con il soft-power. Penso alla decisione dell'Uefa di non giocare la partita a San Pietroburgo oppure alla richiesta avanzata dal sindaco Sala al direttore d'orchestra, amico di Putin, di prendere le distanze dal dittatore. Sembrano strumenti apparentemente deboli, ma messi tutti insieme possono aiutare a isolare sulla scena globale Putin. Bisogna, come ha detto Biden, renderlo il 'paria' del mondo, uno con cui non si possono avere rapporti".

Cosa rappresenta per lei Putin?

Fusaro: "Vladimir Putin, per me, rappresenta l'eroica resistenza all'imperialismo statutinense, la capacità di uno stato sovrano nazionale di resistere e di non lasciarsi piegare. Putin, poi, rappresenta anche l'importanza di aver riscoperto le identità e la sovranità nazionale come baluardo di resistenza all'imperialismo. Insomma, Putin può rappresentare la possibilità di un mondo multipolare, ossia di un mondo sottratto all'atlantizzazione integrale, detta globalizzazione. Per questo bisogna sperare in un mondo multipolare ove vi siano anche Cuba, la Russia, la Cina, l'Iran, la Siria, tutti gli Stati non allineati che auspicabilmente potranno creare un polo alternativo a quello Occidentale-capitalistico. È importante che oggi Putin abbia ricostruito in parte una situazione pre-1989 con blocchi diversi in nome del mutipolarismo. Lo diceva già Kant: meglio Stati nazionali, anche in tensione fra loro, rispetto al precipitare del mondo sotto una monarchia universale, ossia (oggi) gli Stati Uniti d'America".

Parenzo: "Putin è un autocrate, un despota che incarcera i dissidenti politici e che avvelena i nemici in giro per il mondo. Questo spiega anche la presa di posizione durissima di Boris Jhonson che ha avuto sul suo territorio questa guerra di spie con Mosca. Putin è un signore che, in questi 22 anni di potere assoluto, anziché modernizzare la Russia e portarla in un'ottica di Stato liberaldemocratica, si è messo a fare una corsa agli armamenti. In questi anni ha potenziato la parte bellica piuttosto che la crescita della società civile. La Russia è un Paese che si fonda ancora tanto sul potere del gas e degli oligarchi. Questa operazione militare dimostra perfettamente che lui ha lavorato per questo".

Dal punto di vista energetico ed economico quanto danneggerà noi occidentali questa guerra?

Fusaro: "Non sappiamo quali saranno le evoluzioni di quanto sta accadendo in Ucraina. Sappiamo fin da ora, però, che i veri perdenti sono i Paesi dell'Unione europea i quali si trovano a fare delle sanzioni alla Russia su volontà di Washington. Sanzioni che vanno a nocumento del sanzionante e non del sanzionato. Questo è quel che paghiamo in quanto sudditi della Nato: nella peggiore delle ipotesi dover fare una guerra o comunque fare sanzioni alla Russia contro il nostro interesse. La Russia, sarebbe il partner ideale e, invece, ogni volta, Washington impone all'Europa di staccarsi da Mosca per essere asserviti alla Nato e all'America. L'Europa, quindi, paga il peso più alto. Per questo, più che mai, bisogna liberarsi dal giogo della Nato, rivendicare la propria sovranità e aprirsi all'euro-asiatismo e cioè alla Russia e alla Cina, in funzione anti-atlantista".

Parenzo: "L'Occidente in questi vent'anni avrebbe dovuto dare un'accelerata sull'indipendenza energetica. Ma su questo c'è un aspetto positivo. Noi e la Germania dipendiamo molto dalla Russia e, quindi, questa vicenda accelererà l'Ue dal punto di vista delle politiche energetiche. Ora ci si è reso conto che dipendere da un dittatore è molto pericoloso. Detto questo, è chiaro che una guerra ci danneggia dato che in Russia ci sono 660 imprese italiane e non solo. Non dimentichiamoci, però, che mentre noi possiamo soffrire dal punto di vista economico in queste ore, in Ucraina, ci sono persone che sono sotto le bombe. Dobbiamo tenere gli occhi sull'Ucraina. Il principio generale è che stare dalla parte delle democrazie non ci conviene per un fatto etico, ma politico. Tanto più si espande la democrazia tanto più si avrà un capitalismo democratico e non degli autocrati. A noi conviene che le democrazie siano la maggioranza perché con le dittature non ci parli, ci fai la guerra".

Che cosa pensa del presidente Zelensky?

Fusaro: "Zelensky nasce come comico e comico è rimasto, non un politico. Fin dal 2014, quando ci fu il colpo di Stato para-nazista volto a portare l'Ucraina verso l'Unione Europea e la Nato, con il pieno sostegno dell'America e di Bruxelles che appoggiarono forze dichiaramente naziste, Zelensky abbracciò quella visione delle cose. In sostanza, Zelensky sta sacrificando il suo popolo come uno scudo umano per gli interssi della Nato e della globalizzazione americanocentrica. Se davvero avesse a cuore il suo popolo eviterebbe di svendere l'Ucraina alla Nato e, invece, lo fa in nome di ragioni superiori legate alla geopolitica. Poi, come ha detto bene Putin, vi sono bande naziste all'interno dell'Ucraina, appoggiate dal governo statunitense e dall'Unione Europea. Di questo i nostri giornali non parlano perché fanno finta di non sapere. La realtà dei fatti è che l'Ucraina, con l'appoggio di forze para-naziste sta cercando di spostarsi verso l'Occidente, la Nato e verso l'ordine mondiale americanocentrico. In conclusione, bisogna essere contro ogni guerra, ma soprattutto bisogna essere contro le condizioni che portano alla guerra. In questo caso si tratta dell'ignobile espansione dell'Occidente verso Oriente in funzione anti-russa. L'obiettivo ultimo è distruggere la Russia per farne una colonia americana. La Russia non può accettare questo e Putin lo ha dimostrato ampiamente. Dobbiamo sperare in un mondo multipolare che non sia semplicemente il mondo della monarchia del dollaro".

Parenzo: "Zelensky, in questa fase, sta dimostrando tutta la sua credibilità. Qualcuno lo aveva preso in giro dicendo che era una specie di Beppe Grillo ucraino. In realtà, sta dimostrando di essere una persona che magari non è riuscita a combattere la corruzione endemica nel suo Paese, però si è costruito una grande credibilità internazionale. È un premier giovane che sta dimostrando tutto il suo valore: non è fuggito all'estero per fare un governo ombra. No, è lì a combattere sul campo. Aveva attivato l'ingresso dell'Ucraina per il 2030 e, quindi, non si può dire semplicemente che era un comico. Senza citare Grillo, ricordo che anche Reagan era un attore".

Il ruolo della geopolitica dell’acqua nella crisi ucraina. Andrea Muratore  su Inside Over il 25 febbraio 2022.

Anche l’acqua è un asset chiave nella partita ucraina. Non possiamo certamente indicare la geopolitica idrica come la causa scatenante del conflitto tra Mosca e Kiev, anche se notiamo come esso abbia punti focali in diversi bacini idrici fluviali (Dnepr) e marittimi (Mar Nero, Mar d’Azov). Ma possiamo sicuramente indicare l’acqua come uno degli asset chiave per il cui controllo la relazione tra la Russia e l’Ucraina, e in special modo tra le repubbliche secessioniste filorusse di Donetsk e Lugansk e il governo centrale, si è deteriorata.

Come ricordato da Paolo Mauri su queste colonne, l’attacco a tenaglia russo vuole tagliare a metà l’Ucraina e connettere tra di loro le aree russofone secessioniste e la Crimea annessa nel 2014, per creare una zona-cuscinetto di sicurezza. Ebbene, proprio nell’area compresa tra Kharhiv, Cherson e il Mar Nero si gioca la prima sfida cruciale della geopolitica idrica d’Ucraina. “La Crimea è un territorio arido che dipendeva fino al 2014 dall’acqua convogliata dal fiume Dnepr  per mezzo del Canale del Nord”, ha scritto Silvana Galassi del Comitato milanese Acqua Pubblica. “Dopo l’annessione, l’Ucraina ha bloccato il flusso e, nel 2017, ha costruito una diga nella provincia meridionale di Cherson”. Sulla scia di questo processo di weaponization delle forniture idriche nel luglio scorso il blocco da parte di Kiev del canale di era sovietica che porta in Crimea l’85% dei riferimenti ha condotto la Russia a una crisi diplomatica legata alla difficoltà di supplire 2,4 milioni di abitanti con rifornimenti continue di acqua.

La strategia ucraina di massima pressione per separare la Crimea dal resto del Paese è stata una delle poche manovre con cui Kiev ha potuto, dal 2014 in avanti, controbattere all’annessione russa della penisola contesa. Ma anche nel separatista Donbass la corsa per il controllo delle fonti di acqua potabile della regione e in particolare dello strategico canale Siverskyi Donets-Donbas ha assunto un ruolo decisivo nella guerra che ha causato negli ultimi otto anni ben 14mila morti. Il canale da 300 chilometri, ha fatto notare East Journal, “fornisce trecento insediamenti su entrambi i lati della linea di contatto” oggi sfondata. Di conseguenza “il corso d’acqua si trova all’interno della zona di combattimento, quindi condutture e pompe sono sottoposte a continui bombardamenti, con danni irreparabili”. Aggiungiamo a ciò, per completare il quadro, il fatto  che “Donetsk e Lugansk pullulano di miniere, impianti industriali metallurgici, siderurgici, chimici e discariche, tutte infrastrutture che necessitano di una manutenzione e di un rinnovamento costante: costruite in prossimità di specchi d’acqua, in caso di guasti o incidenti (quali fuoriuscite di sostanze chimiche, emissioni di sostanze tossiche e radioattive, o esplosioni) potrebbero causare conseguenze ecologiche devastanti, nonché numerose vittime”.

Di conseguenza quasi 4 milioni di persone sulle due sponde del fronte sono a rischio di crisi negli approvvigionamenti e possono diventare le prime vittime di disastri ecologici diffusi nella regione. La natura di asset strategico del maggiore dei canali che riforniscono il Donbass è dimostrata dal fatto ben nove operatori della manutenzione sono morti, negli ultimi anni, colpiti dal fuoco incrociato o in incidenti mentre lavoravano a un cruciale processo di mantenimento in attività del canale.

Ad aprile 2021 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha indicato come dannoso il processo di distruzione delle infrastrutture idriche in teatri bellici in una sua risoluzione, indicando l’Ucraina assieme al Sud Sudan e la Siria negli scenari dove questi processi prendevano più spesso piede. Poche settimane dopo, tra il 5 e l’8 maggio, è stata rilevata una serie di sabotaggi ai canali di fornitura gestiti dalla società Voda Donbasu.

Il canale che dall’asse Nord-Sud porta l’acqua in Crimea e le contese linee di fornitura del Donbass sono dunque da valutare come obiettivi chiave nell’attuale offensiva russa. Una strategia di connessione tra il Donbass e la Crimea passerebbe per il controllo pressoché esclusivo della direttrice da Cherson alle repubbliche separatiste da parte della Russia, della messa in sicurezza dei due canali, dei territori posti a Est del fiume Dnepr e possibilmente della sua stessa foce, per ottenere un controllo sull’oro azzurro duraturo e sistemico. Precondizione fondamentale per portare completamente l’Ucraina orientale nella totale disponibilità di Mosca. Senza questo risultato, del resto, ogni strategia di costruzione del consenso per la russificazione delle terre strappate da Mosca a Kiev sarebbe fallace in partenza.

"Filiali Nato come caffetterie...". L'affondo di Capuozzo sull'Ucraina. Federico Garau il 24 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il giornalista cerca di analizzare i vari elementi che hanno contribuito a creare tensione.

Anche il giornalista Toni Capuozzo ha voluto dire la sua sua per quanto concerne la situazione che si è venuta a sviluppare nelle ultime ore in Ucraina.

Secondo lo scrittore, che parla di "invasione di Putin", il presidente della Federazione Russa starebbe agendo sulla base della consapevolezza del non intervento di Stati Uniti e Nato, senza curarsi della minaccia delle sanzioni al suo Paese. Gli obiettivi dichiarati delle operazioni militari, non finalizzate ad un'invasione, sono essenzialmente due, ovvero la demilitarizzazione e la denazificazione dell'Ucraina. Il che significa, secondo Capuozzo, "distruggere l'apparato militare e destituire la dirigenza politica ucraina, magari sostituendola con uomini ucraini di fiducia". Un processo che richiederà comunque del tempo. Un tempo al momento non ben precisato. Putin, dal canto suo, minaccia ritorsioni nei confronti di chiunque decida di intromettersi, ma il giornalista resta convinto del fatto che ciò non accadrà. "Resterà un conflitto locale, che cambia il mondo, e spoglia i sogni di quieta globalizzazione, di allegro e indolore contagio della democrazia", spiega Capuozzo senza giri di parole.

Banche, sanzioni e gas: mossa a tenaglia dell'Occidente su Mosca

Dopotutto è bene chiedersi se sia stato saggio decidere di"aprire filiali Nato come caffetterie" anche nei territori dell'ex Unione Sovietica, e se "l'Ucraina ha giocato la carta giusta, scegliendo di non essere neutra e rassicurante parte terza". Con gli Stati Uniti e l'Unione Europea al palo, arrivano anche delle immediate conseguenze di carattere economico, dato che "il barile di petrolio ha superato i 100 dollari, oggi"."Fa male al cuore vedere quel che succede", commenta il giornalista, "ma anche il portafoglio duole un po'".

In un post più recente, Capuozzo sottolinea ancora una volta che ad aver concorso a creare la situazione in essere sono non solo la politica di potenza di Putin, ma anche l'espansione eccessiva della Nato e l'abbandono della neutralità da parte della stessa Ucraina. "Il premier ucraino si è fatto spingere nella sfida senza valutare che forse per l'Ucraina libera era meglio essere una terra di nessuno, o dei soli ucraini. Scambi e commerci piuttosto che missili". In mezzo a questa situazione di tensione resta la parte più vulnerabile, vale a dire i civili. Ecco perché è meglio augurarsi che le operazioni della Russia si concludano al più presto. "Protrarre la resistenza vuol dire essere spettatori di una lunga agonia o intervenire", precisa Capuozzo. "Chi è disposto a morire per Kiev alzi la mano. Oppure c'è da sperare che si ripeta la Georgia del 2008. La Russia si tiene Mariupol e forse Odessa, e molla l'osso. L'Ucraina resta in libertà vigilata", aggiunge il giornalista, "la cosiddetta finlandizzazione, cioè la sovranità su trasporti, sanità eccetera, non sulle alleanze politico militari".

Altro elemento certo è lo schiaffo ricevuto da Biden, anche se pure l'Unione europea non ne esce rafforzata, dato che le sanzioni applicate alla Russia" faranno male a sanzionati ma anche a sanzionanti". "I grandi se la cavano sempre", conclude Capuozzo, "i civili no, che parlino russo o ucraino, o yiddish, come gli ultimi ebrei di Odessa".

L'intesa non formale tra Casa Bianca e Cremlino. Conflitto tra Russia e Ucraina, la promessa di non allargare la Nato a est ci fu davvero. Giuliano Cazzola su Il Riformista il 24 Febbraio 2022.  

Tanto tuonò che piovve. Vladimir Putin, allineandosi alla risoluzione approvata dalla Duma di Stato ha riconosciuto formalmente – in diretta televisiva – le autoproclamate repubbliche separatiste (e filorusse) di Doneck e Lugansk, che si trovano entrambe nel Donbass, una regione dell’Ucraina orientale a prevalenza russofona. Come se volesse sfottere la Nato, Putin ha motivato l’invio di soldati a Doneck e Lugansk definendola una missione di peacekeeping per contrastare un “genocidio” in corso nella zona, da parte di Kiev: una accusa che la comunità internazionale ritiene infondata ma che sembra essere stata sfruttata come pretesto per un’invasione.

La mossa di Putin ha spiazzato la comunità internazionale. Con il riconoscimento delle sedicenti Repubbliche autonome del Donbass, Putin ha rovesciato il fronte. Tocca al governo di Kiev andarsi a riprendere con le armi i territori sottratti all’Ucraina, proprio quando Putin indossa nuovamente i panni del negoziatore, dopo aver creato un cuscinetto tra i confini russi e quelli ucraini. Intanto sono iniziate le sanzioni, i cui effetti collaterali ricadranno anche sui paesi che le impongono. Esemplare è il caso della Germania. Il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato il congelamento del gasdotto Nord Stream 2, non ancora in funzione, che dovrebbe collegare la Russia alla Germania. I principali leader europei hanno cercato di mediare (Draghi non ha neppure fatto in tempo) senza rendersi conto che Putin poneva questioni di sicurezza che potevano essere negoziate solo con gli Usa (e la Nato). Né Macron, né Scholz, né Draghi erano in condizione da fornire all’autocrate del Cremlino le garanzie che chiedeva: la non adesione dell’Ucraina alla Nato.

Ma Biden se ne è lavato le mani (ridicole le sanzioni annunciate), come se la crisi ucraina fosse un problema dell’Europa. Del resto, la fuga precipitosa dall’Afghanistan ha contribuito a rafforzare in Putin la convinzione di poter portare avanti la sua iniziativa neo-imperialista (non di dimentichi la riappropriazione di fatto della Bielorussia) sulla base di un ragionevole rischio, ma in assenza di conseguenze irreparabili. Tutto ciò premesso e senza nutrire simpatie per Vladimir Putin e per i ‘’putiniani’’ di casa nostra, penso che la comunità internazionale non tenga sufficientemente in considerazione la complessità degli interessi in gioco. Per capire (non vuol dire condividere) la posizione di Putin a me pare sufficiente osservare la carta geografica di quell’area che fu ‘’l’Impero del male’’ (l’Urss e i paesi satelliti). La Nato è un’organizzazione di difesa collettiva, ma dal 1999 al 2004, sono entrate a farne parte, come membri effettivi i seguenti paesi: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ungheria.

Adesso, l’adesione dell’Ucraina alla Nato è considerata dal Cremlino una minaccia diretta alla sicurezza della Russia (si direbbe la riedizione in grande della crisi di Cuba). Una spirale segnata nel 2014 dal rischio del ritorno ad una vera e propria guerra quando, dopo la rivoluzione di Maidan in Ucraina, Mosca ha illegalmente annesso la penisola di Crimea alla Federazione russa. Fu un’azione militare – come era avvenuto altre volte nella storia – che doveva consentire alla Russia l’accesso al Mediterraneo e quindi la possibilità di avere un ruolo di superpotenza sullo scacchiere cruciale del Medio-Oriente. Le disgregazioni degli Imperi, come degli Stati (vedi Yugoslavia), hanno sempre determinato, nella storia, conflitti e sciagure che dovrebbero indurre la comunità internazionale ad agire con molta cautela. Fu George Kennan, uno degli strateghi della politica estera americana, a scrivere nel 1997 che un allargamento a Est dell’Alleanza Atlantica, fino ai confini della Russia, si sarebbe trasformato nell’”errore più fatale della politica americana dopo la fine della Guerra Fredda’’.

E Gianni De Michelis, allora titolare degli Esteri, ammonì, tra le critiche, i paesi della Ue a non favorire la disintegrazione della Jugoslavia, prevedendo che conseguenze che ne sarebbero derivate. Quando crollano gli Stati in cui convivono differenti nazionalità le etnie che in precedenza appartenevano alla stessa comunità nonostante le differenze, si ritrovano in conflitto tra loro; non sono più cittadini di un unico grande paese, ma diventano maggioranze arroganti e minoranze mal tollerate, anche in conseguenza di precedenti tragiche vicissitudini (si pensi al caso delle minoranze russe nei Paesi Baltici che avevano, nell’Urss, un ruolo egemone rispetto ai nativi). Il fatto è che l’Occidente non ha vinto la guerra fredda; è stata l’Urss a perderla. Le conseguenze sono state non solo una grave crisi economica (nella transizione dal socialismo reale), ma anche l’implosione dell’Impero. E l’Occidente ne ha approfittato. Nel suo saggio In lode della guerra fredda. Una controstoria (Longanesi 2015) un testimone di quel tempo, Sergio Romano, ricorda l’impegno che George Bush assunse nel 1991 con Michail Gorbaciov quando lo persuase ad accettare che la Germania unificata facesse parte della Nato: l’alleanza non avrebbe esteso la sua presenza militare al di là della vecchia cortina di ferro.

Romano riporta nel libro una rievocazione di quell’incontro – che si svolse a Malta – dell’ambasciatore Usa a Mosca Jack Matlock; considerando i fatti descritti da un testimone presente come il diplomatico americano, l’autore trae le seguenti conclusioni: «Come tutte le intese che (come Yalta? ndr) non si traducono in un formale trattato, anche quella tra Bush e Gorbaciov, al momento dell’unificazione tedesca, può essere letta in diversi modi. Ma lo spirito dell’accordo era nelle parole pronunciate dal segretario di stato James Baker; la Russia rinuncerà alla sua egemonia sull’Europa orientale, gli Stati Uniti non ne approfitteranno per estendere la loro influenza politica sulla regione». Secondo Romano «quello spirito fu certamente tradito». Eppure il 28 maggio del 2002 i leader dei 19 Paesi allora aderenti alla Nato e il premier russo Vladimir Putin (sono trascorsi 20 anni, Putin era già al potere, vi è rimasto e vi resterà) sottoscrissero una dichiarazione, a Roma, il cui incipit prometteva l’avvio di una nuova era: «All’inizio del 21/mo secolo viviamo in un mondo nuovo, strettamente correlato come mai nel passato, dove minacce e sfide nuove e senza precedenti esigono risposte sempre più unite», tra le quali anche la lotta al terrorismo, la difesa comune e la collaborazione militare.

Fu una grande operazione di politica internazionale di cui il governo Berlusconi si attribuì gran parte del merito e che diede inizio alla leggenda dell’amicizia tra il Cavaliere e il nuovo zar. Quell’esperimento «del dopo Guerra Fredda, mai molto riuscito, per creare un clima di fiducia tra la Russia e la Nato», si è progressivamente logorato fino alla rottura dei rapporti diplomatici nell’ottobre scorso. A torto o a ragione per Putin si pone un problema di sicurezza. Bluffa oppure è convinto che degli Usa non ci si può più fidare da quando hanno eletto (e potrebbero rieleggere) un presidente come Donald Trump? Giuliano Cazzola

Eugenio Palazzini per ilprimatonazionale.it il 24 febbraio 2022. 

Leggere cum grano salis la crisi ucraina, delicata e in continua evoluzione, non è da tutti. Negli ultimi giorni si sono sprecate analisi bislacche e uscite dettate da una sostanziale ignoranza anche da parte di chi ricopre ruoli istituzionali di primo piano. Chi al contrario propone una disamina attenta e ponderata anche alla luce dei precedenti storici, è il generale Marco Bertolini, già comandante del Comando Operativo di Vertice Interforze. 

Generale Bertolini: “Voglia di stravincere americana”

“In Ucraina siamo arrivati a un punto molto delicato, il fatto che Putin abbia riconosciuto le due repubbliche del Donbass sicuramente cambia la situazione. Peraltro – spiega il generale all’Adnkronos – ci sono recedenti storici illustri sul campo avverso, è la stessa cosa che è avvenuta in Kosovo da parte nostra e nonostante le rimostranze russe all’epoca abbiamo riconosciuto l’autonomia del Kosovo dalla Serbia, la Russia si è opposta. 

La situazione molto delicata, credo che la Russia cerchi adesso di metterci di fronte al fatto compiuto, un po’ come successo con la Crimea che si è ripresa la Russia e noi non abbiamo reagito, basandosi anche su un plebiscito nella regione”. 

Ma perché adesso sembra di essere arrivati a un punto di non ritorno in Ucraina? 

“Credo che la Russia sia stata vittima, come noi, della voglia di stravincere americana”, afferma Bertolini. 

 “Gli Stati Uniti non si sono limitati a vincere la Guerra Fredda ma l’hanno anche voluta umiliare prendendole tutto quello che in un certo senso rientrava nella sua area di influenza. Ha sopportato con i Paesi Baltici, la Polonia, la Romania e la Bulgaria: di fronte all’Ucraina che gli avrebbe tolto ogni possibilità di accedere al Mar Nero, ha reagito”.

L’arroganza di mettere all’angolo la Russia e i rischi per l’Italia

Dunque il Cremlino non può stare a guardare i continui passi in avanti verso est da parte della Nato, pena la definitiva perdita di controllo in quello che considera il suo “estero vicino” e il conseguente senso di accerchiamento ingestibile a lungo termine.

 “Questa è la situazione che ci troviamo ad affrontare – dice ancora Bertolini – c’è stata un po’ di arroganza nello spingerli in un angolo, adesso hanno reagito. Ora speriamo che ci si limiti alle due repubblichette del Donbass e non ci sia altro, ma c’è anche un problema di tenuta del regime in Ucraina, dove si è creata una situazione con un primo ministro abbastanza improbabile, uno che viene dal mondo dello spettacolo”. 

Tutte questione che il governo italiano non può ignorare, perché la nostra nazione rischia pesanti contraccolpi economici causati dal protrarsi del braccio di ferro in atto. 

“E’ un momento molto drammatico. L’Italia è coinvolta da un punto di vista energetico, perché se chiudono i rubinetti stasera ci faremo da mangiare col fuoco e non con il gas”, fa notare il generale.  

Ma non è tutto, considerando che “siamo coinvolti anche da un punto di vista operativo, perché i Global Hawk che volano sull’Ucraina partono da Sigonella, l’Italia è una base militare americana in larga parte. Il rischio c’è, è presente e reale. Speriamo nell’incontro fra Draghi e Putin, a questo punto i giochi sono già fatti e non credo avranno molto spazio di manovra ma se c’è la possibilità di far sentire anche la nostra voce, sicuramente è una cosa importante”. 

Le motivazioni della guerra tra Russia e Ucraina. Andrea Marinelli su Il Corriere della Sera il 24 Febbraio 2022.

Cos’è successo fra Russia e Ucraina, perché siamo arrivati a questo punto? E perché Putin ha invaso il Paese? 

La crisi tra Ucraina e Russia, nonostante diversi tentativi diplomatici, è sfociata in una invasione da parte delle truppe di Mosca. Il presidente russo Vladimir Putin ha dato l’ordine di invasione all’alba di giovedì 24 febbraio, dopo che — lunedì 21 — aveva ordinato l’ingresso di truppe nelle regioni separatiste del Donbass. Ma quali sono le cause di questa crisi? Cosa c’è alla radice di questa guerra? 

1. Da cosa nasce il conflitto fra Russia e Ucraina?

A febbraio 2014, il popolo ucraino ha cacciato il presidente filorusso Viktor Yanukovich, che non voleva firmare il Trattato di associazione fra l’Ucraina e l’Unione europea, instaurando un governo ad interim filoeuropeo non riconosciuto da Mosca. 

Vladimir Putin ha risposto annettendo la Crimea e incoraggiando la rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass , regione nel Sudest del Paese. 

Oggi le generazioni più giovani spingono l’Ucraina verso l’Europa, e anche l’attuale presidente Volodymyr Zelensky — eletto nel 2019 — è vicino all’Occidente. 

Il conflitto, però, ha radici più antiche e profonde (che approfondiremo più avanti). Il presidente russo ritiene che il suo Paese abbia un «diritto storico» sull’Ucraina, che faceva parte dell’Unione Sovietica fino al collasso del 1991: lo ha anche scritto apertamente in un lungo articolo pubblicato lo scorso anno, in cui definisce Russia e Ucraina «una nazione». 

Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato profonde cicatrici in parte del popolo russo: lo stesso Putin lo aveva definito «la più grande catastrofe geopolitica» e l’Ucraina era stata la perdita più dolorosa. In molti, scrive David Sanger sul New York Times, ritengono che Putin si ritenga ora «in missione per correggere questo errore».

2. Perché è esploso ora?

Lo scorso anno, l’Ucraina ha approvato una legge che proibisce a 13 oligarchi di possedere dei media per influenzare la politica, colpendo direttamente l’amico di Putin Viktor Medvedchuck, uno degli uomini più ricchi del mondo. Oltre alla sua attività di petroliere, Medvechuck — che è ancora ai domiciliari, accusato di alto tradimento — è il leader del principale partito filorusso d’Ucraina, Piattaforma dell’Opposizione, ed è proprietario di un impero televisivo attraverso il quale diffondeva la propaganda di Mosca e influenzava la politica ucraina. Poco dopo il suo arresto, Putin ha cominciato ad ammassare truppe al confine. 

3. Cosa c’entra in tutto questo la Nato?

L’Ucraina vuole entrare nella Nato, la Russia si oppone. Già dal 2008 — in seguito al summit di Bucarest e prima dell’arrivo del governo filoeuropeo non riconosciuto da Putin — Kiev stava lavorando per entrare nell’Alleanza atlantica, che non può però accettare nuovi membri già coinvolti in conflitti. 

Per essere ammessa, inoltre, l’Ucraina ha bisogno di combattere la corruzione che domina nel Paese e di intraprendere un percorso di riforme politiche e militari. In questo momento, dunque, un ingresso nella Nato è altamente improbabile, non solo per l’opposizione della Russia: per Putin l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica è il punto di non ritorno, anche se Mosca non ha formalmente alcun potere di veto. L’Ucraina, invece, chiede una timeline precisa per entrare nell’Alleanza atlantica. 

A questa domanda ha risposto, indirettamente, anche il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden: «La possibilità che l’Ucraina si unisca alla Nato in tempi brevi è molto remota», ha detto il presidente americano. L’interferenza russa, intanto, ha rinnovato anche le ambizioni di Paesi come Finlandia e Svezia, che Mosca vorrebbe tenere fuori dal Trattato nordatlantico. 

4. Perché la Russia teme l’allargamento della Nato?

Al momento solo il 6% dei confini russi toccano Paesi della Nato, secondo il dipartimento di Stato americano. L’Ucraina però condivide con la Russia una frontiera lunga 2.200 chilometri. 

Il Cremlino vuole soprattutto mantenere la sua sfera d’influenza nell’area, e vuole che la Nato rinunci alle sue attività nell’Est Europa, tornando alla situazione del 1997: da allora sono diventati membri dell’Alleanza atlantica Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord. Tutti Paesi che facevano parte del blocco Sovietico. 

Questo significherebbe che la Nato dovrebbe ritirare le proprie truppe dalla Polonia e dalle tre repubbliche baltiche, oltre che i propri missili da Polonia e Romania. 

Mosca accusa infatti la Nato di riempire l’Ucraina di armi e gli Stati Uniti di fomentare le tensioni. 

Per questo Putin, parlando dopo l’incontro con Macron del 7 febbraio, ha parlato anche del suo arsenale atomico: «Lo capite o no che se l’Ucraina entra nella Nato e tenta di riprendersi la Crimea con mezzi militari, i Paesi europei saranno automaticamente trascinati in una guerra con la Russia? Ovviamente i potenziali militari di Russia e Nato sono imparagonabili, e lo sappiamo. Ma sappiamo anche che la Russia è uno dei Paesi dotati di armamenti nucleari, e che per alcune componenti supera il livello di diversi Paesi. Non ci saranno vincitori. Voi europei sareste trascinati in una guerra contro la vostra volontà». 

5. Putin aveva detto che non avrebbe invado l’Ucraina: perché non era credibile?

I fatti — specie dopo che le truppe russe sono entrate nei territori delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, che la Russia ha riconosciuto come indipendenti il 21 febbraio — indicavano già da tempo una situazione diversa: Putin aveva accumulato ai confini dell’Ucraina 190 mila soldati, oltre a mezzi militari di ogni tipo. Anche se ora afferma che l’obiettivo non è quello di occupare l’Ucraina, lo stanziamento di truppe è quello necessario per una invasione su larghissima scala del Paese. 

Putin aveva già attaccato la Cecenia nel 1999, la Georgia nel 2008 e la stessa Ucraina nel 2014. 

Come notato da Henry Foy sul Financial Times, però, si è anche verificato un approccio piuttosto inusuale per la diplomazia moderna: la Casa Bianca, la Nato e l’Unione europea hanno diffuso una grande quantità di briefing, informazioni di intelligence, minacce e accuse di vario genere — materiale in genere riservato ai negoziati — al fine di evitare una guerra. 

6. Ma come giustificava Putin lo schieramento dei soldati al confine?

La Russia ritiene di poter muovere le truppe a suo piacimento all’interno del proprio territorio, spiega il corrispondente da Mosca della Bbc Steve Rosenberg. E si ritiene libera di organizzare esercitazioni con la Bielorussia: da lì, secondo le informazioni diffuse dall’Ucraina, truppe russe sono entrate nel Paese. 

7. Perché gli Stati Uniti si interessano all’Ucraina?

Come scritto da Giuseppe Sarcina qui, «il presidente americano non ha cercato lo scontro con i russi: la sua agenda era un’altra». Biden è convinto che la crisi ucraina sia piena di rischi anche sul versante della politica interna. Il motivo è molto semplice. Se Putin bluffa o alla fine si arriva a un accordo, saranno in molti a rivendicarne i meriti. Ma se il leader russo attacca e paralizza mezzo Occidente, allora tutti chiameranno in causa le responsabilità, la «debolezza» di Biden. All’inizio del 2021 l’amministrazione americana pensava di poter «stabilizzare» le relazioni con il Cremlino, offrendo collaborazione sul terrorismo e un piano graduale di disarmo. Oggi è costretta, suo malgrado, a dover aggiornare la linea politica, preparandosi a uno scontro con Mosca che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. La Casa Bianca, inoltre, non vuole farsi trovare impreparata a nessun livello, a costo di apparire allarmista. Ecco perché, tra l’altro, ha sollecitato i cittadini americani a lasciare Kiev: non si devono ripetere le disastrose e umilianti scene di panico viste a Kabul nell’agosto scorso. 

Gli Stati Uniti vogliono di certo limitare l’influenza di Vladimir Putin — temono l’espansione russa nell’Europa dell’Est — e difendere il principio per cui ogni Paese ha il diritto di scegliersi il proprio destino e le proprie alleanze: non solo per l’Ucraina, ma per tutti i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia e che negli anni Novanta sono passati con la Nato. 

«C’è una ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina nella sua battaglia contro la Russia di Putin», scrive Francis Fukuyama su American Purpose. «L’Ucraina è una vera democrazia liberale, anche se in difficoltà. La popolazione è libera, in un modo in cui i russi non lo sono. Possono protestare, criticare, mobilizzarsi e votare. Per questo Putin vuole invadere l’Ucraina: la vede come una parte integrante della Russia, ma sopratutto ne teme la democrazia che può proporre un modello ideologico alternativo per il popolo russo». 

Secondo Fukuyama, quindi, l’Ucraina oggi è lo Stato in prima linea nella battaglia geopolitica globale fra democrazia e autoritarismo. 

La crisi ucraina, inoltre, trascende i confini europei: anche la Cina sta osservando attentamente la risposta occidentale, scrive lo storico, mentre valuta i rischi di reincorporare Taiwan. «A Washington», scrive ancora Sarcina, «ora è chiaro a tutti che la partita sia doppia. La vice segretaria agli Esteri, Wendy Shelman, lo ha detto esplicitamente: se diamo via libera a Putin, stiamo anche consegnando Taiwan a Xi Jinping».

8. Quali sono le motivazioni storiche di Putin per invadere l’Ucraina?

(Alessandro Trocino) Per Vladimir Putin, dicevamo, russie ucraini costituiscono un’unica nazione. La logica conseguenza è che c’è uno Stato di troppo, che nel suo pensiero è naturalmente l’Ucraina. In un saggio pubblicato nel luglio del 2021 — «Sull’unità storica dei russi e degli ucraini» — il presidente russo scrive che la ragione principale per cui russi e ucraini (e anche i bielorussi) sarebbero oggi lo stesso popolo è che tutti sono «discendenti» della «Rus di Kiev», un insieme di tribù slave, baltiche e finniche che nel nono secolo creò un’entità monarchica che comprendeva parte dell’attuale territorio ucraino, bielorusso e russo. L’identità russa, la sua cultura e il suo popolo nascono allora, in territorio ucraino, e solo in seguito si estendono ad altri territori slavi, quelli della Russia attuale. È il principe di Kiev Vladimiro che si converte al cristianesimo, a dare avvio alla lunga storia della Chiesa ortodossa russa . L’Ucraina diventa poi una regione marginale, di frontiera (come dice il suo nome), e viene sottomessa dalla Polonia. La Russia, nel 500, impone la sua egemonia con Ivan il Terribile.

A partire dal 1990 ci sono state tre rivoluzioni in Ucraina.

• La rivoluzione sul granito nell’ottobre del 1990. Gli studenti protestano chiedendo libere elezioni. Sono le premesse dell’indipendenza ucraina, avvenuta nel 1991.

• La rivoluzione arancione del 2004, con le proteste anti russe in seguito ai brogli elettorali e l’avvelenamento di Yushenko. Il Cremlino riesce a far eleggere un suo uomo, Viktor Yanukovich.

• La Rivoluzione della dignità o l’Euromaidan, nel novembre 2013 – febbraio 2014: manifestazioni pro europee, dopo la sospensione dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Ue. Le proteste sfociano nella fuga e nella messa in stato di accusa del presidente ucraino filo-russo Yanukovich. La reazione di Putin è l’annessione della Crimea e l’appoggio dei separatisti russi del Donbass, in Ucraina orientale, in una guerra a bassa intensità che dura da allora è ha fatto 14 mila morti.

La lingua è una delle componenti principali dell’identità di un popolo. In Ucraina si parla il russo (prevalentemente a est), l’ucraino (a ovest) e il Surzhyk (nelle campagne), un misto dei due (ma si parlano anche l’ungherese, il rumeno e il tataro in Crimea). La maggior parte della popolazione è bilingue. Il presidente Zelensky, anti Putin, è di madrelingua russa. Ucraino e russo sono lingue correlate ma distinte. La lingua di Stato è l’ucraino, che dopo secoli di marginalità, è tornato ad essere ascoltato soprattutto durante l’Unione Sovietica. Il russo è attualmente ancora molto parlato ma si cerca di disincentivarlo, considerandolo talvolta «la lingua dell’occupante». Nel 2019 è stata approvata una legge che punta a incrementare l’uso dell’ucraino. L’europeizzazione del Paese ha portato con sé un aumento dell’uso dell’ucraino. L’insistenza sulla lingua può diventare uno strumento di nazionalismo e di oppressione delle minoranze. E su questo punto spinge Mosca, come scrive il Washington Post, usando la questione della lingua per dipingere i governanti di Kiev come «fascisti» etnocentrici inclini a tiranneggiare la popolazione russofona dell’Ucraina. L’accusa contro l’emarginazione dei russofoni è stata usata come arma anche per l’annessione della Crimea.

9. Crimea, Donbass, accordi di Minsk e finlandizzazione: la guida 

(Alessandro Trocino) La Crimea. Nel 1954 la Crimea, penisola a maggioranza russofona, era stata donata a Kiev dal leader (ucraino) dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov. Per Putin, riannettere la Crimea alla Russia significa correggere «un’ingiustizia storica». E così, nel 2014, 20 mila militari russi, con il pretesto di difendere la popolazione russofona, prendono il controllo della regione. Poco dopo, l’annessione. Di recente, Internazionale ha parlato di una colonizzazione della Crimea.

Il Donbass. Nel 2014, stesso anno dell’annessione della Crimea, i separatisti filorussi del Donbass, regione orientale molto abitata da russofoni, si scontrano con l’esercito regolare. I ribelli prendono il controllo di parti del territorio, dichiarandole indipendenti con il nome di Repubblica Popolare di Lugansk e Repubblica Popolare di Donetsk. Sono le due «Repubbliche» la cui indipendenza Putin ha annunciato di voler riconoscere.

Gli accordi di Minsk 1 e 2. Nel 2015, come spiegato nel dettaglio da Marta Serafini, Mosca e Kiev firmano un cessate il fuoco che prevede elezioni nelle regioni separatiste e il ritiro delle forze filo russe. È il cosiddetto accordo di Minsk 2 (il primo era fallito l’anno precedente). Ma il protocollo non è mai stato del tutto implementato. Non solo dalla Russia, ma anche dall’Ucraina, come ha sostenuto Fabrizio Dragosei sul Corriere. L’Economist, più anti Putin, avverte: «La Russia sta invocando l’accordo di Minsk per seminare il caos, non per portare la pace».

La finlandizzazione. Con questo termine si intende la neutralità scelta dopo la Seconda guerra mondiale dalla Finlandia, che non entrò nella Nato ma neanche nell’orbita di Mosca. Se l’Ucraina scegliesse di non entrare nella Nato, non sarebbe violato il principio della autodeterminazione dei popoli, anche se il Paese resterebbe di fatto a sovranità limitata. Tra l’altro gli ucraini sono certamente più vicini all’Europa che alla Russia e l’attuale presidente Volodymyr Zelensky, eletto nel 2019, è vicino all’Occidente. Sia Svezia sia Finlandia pensano ora di chiedere l’ingresso nella Nato. Un possibile compromesso — lanciato dall’ambasciatore ucraino a Londra — prevede una moratoria di dieci anni per l’entrata dell’Ucraina (che al momento non ha neanche i requisiti).

Il gas. Dall’Ucraina (che è sempre stato anche il granaio della Russia) passa il 37 per cento del gas naturale diretto dalla Russia verso Occidente. Il 40 per cento del gas che usiamo in Italia arriva dalla Russia. È in corso la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2, per portare il gas direttamente in Germania dal Baltico. L’Europa ha peggiorato negli ultimi anni la sua dipendenza dal gas e in questo ha contribuito la decisione di dismettere il nucleare in Germania. Naturalmente, la chiusura dei rubinetti è l’arma più forte per la Russia, che ha già ridotto le forniture (tranne che in Germania, in un tentativo di dividere l’Europa). Ma è vero anche il contrario, come ha spiegato qui Gianluca Mercuri. Per capire l’aumento vertiginoso delle bollette e il rapporto con la crisi in Ucraina, è molto utile l’ascolto del Daily, con Stefano Agnoli e Federico Fubini.

La Nato. L’Ucraina si trova tra l’Unione europea e la Russia e ha ricevuto sostegno e 2,7 miliardi di dollari dagli Stati Uniti, a partire dal 2014. Il timore di Putin è che il Paese entri nella Nato, cosa che viene considerata una minaccia per le frontiere. Il 4 aprile 2008 durante il vertice Nato, convocato a Bucarest, gli Usa fanno pressioni per l’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza, ma non se ne fa nulla a causa dell’opposizione di Italia, Francia e Germania. Nel 2021 la Russia presenta agli Stati Uniti una lista di richieste: la Nato dovrebbe fermare la sua espansione verso est, negare l’adesione all’Ucraina e annullare il dispiegamento di truppe nel blocco di Paesi — da quelli baltici ai Balcani — che si sono uniti dopo il 1997. Ultimatum respinti da Usa e Nato. Per capire la questione dei Paesi del Patto di Varsavia e di un presunto patto non scritto tra Bush e Gorbaciov (per la non espansione della Nato), è utile il Dataroom di Milena Gabanelli e Francesco Battistini.

Perché l'Ucraina è così importante per la Russia e per l'Occidente. Massimo Basile su La Repubblica il 24 febbraio 2022.

L'ex Paese sovietico si è allontanato sempre di più da Mosca e guarda all'Ue e alla Nato. Un Paese grande il doppio dell’Italia, ma con quasi venti milioni di persone in meno, diventato la bilancia tra Est e Ovest. L’Ucraina è considerata importante per l’Unione Europea, strategica per gli Stati Uniti e vitale per la Russia, che ne ha fatta la sua ossessione. I russi vedono la capitale, Kiev, come il cuore storico della Russia medievale, terra di grandi scrittori in lingua russa come Nikolaj Gogol e Michail Bulgakov, rivoluzionari comunisti come Leon Trotsky e leader storici come Leonid Breznev. Ma l’aspetto culturale e storico passa in secondo piano in questa delicata partita per gli equilibri internazionali. Vediamo che cosa c’è in gioco.

Perché l’Ucraina è così importante per la Russia?

Questa è la domanda chiave per capire costa sta succedendo. La Russia considera l’Ucraina come parte naturale della sua sfera di influenza. In questo Stato, con capitale Kiev, si parla ucraino, che è leggermente diverso dal russo, ma molti ucraini sono di madrelingua russa, nati quando il Paese faceva parte dell’Unione Sovietica prima di ottenere l’indipendenza, raggiunta nel 1991. La crisi di ora nasce nel 2014 quando a Kiev venne rimpiazzato il presidente filorusso Viktor Yanukovych con uno più aperto all’occidente, Petro Poroshenko, vincitore alle elezioni. Con l’adesione di molte ex repubbliche sovietiche all’Unione Europea e alla Nato - come Estonia, Lettonia e Lituania - Mosca teme che l’Ucraina possa segnare la fine dell’influenza russa nell’area.

Il Cremlino considera lo "Stato dei cosacchi" la linea rossa che non può essere superata e il popolo ucraino “una cosa sola” con quello russo, anche se gli ucraini non si considerano così. Proprio l’intrusione dell’Occidente durante l’invasione del 2014 è qualcosa che Putin non ha mai accettato. Per il Cremlino l’obiettivo non è solo riportare l’Ucraina sotto la propria sfera, ma mostrare agli ucraini che non hanno scelta e che l’Europa e gli Usa si mantengono contraddittori e incerti nei loro confronti.   

Perché l’Ucraina è così importante per Europa e Stati Uniti?

Questo Stato di più di quaranta milioni di persone rappresenta per l’Ue e Stati Uniti la cartina di tornasole dell’influenza dell’Occidente a Est. L’Ucraina, attualmente, non fa parte né dei 27 membri dell'Ue né dei 30 della Nato, ma dall’Alleanza atlantica di difesa riceve aiuti finanziari e armamenti. Cioè che europei e americani temono è che, in caso di successo militare da parte della Russia, il presidente Vladimir Putin si sentirebbe autorizzato ad attaccare anche Estonia, Lettonia e Lituania, membri Nato, inseguendo il disegno di una ricostituzione dell’Unione Sovietica, come sotto colui che rappresenta il modello di leader a cui si ispira Putin: il dittatore sovietico Iosif Stalin. 

Il motivo per cui Biden ha detto che non invierà soldati in Ucraina, ma dislocherà quelli di stanza in Europa a difesa dei tre Paesi ex sovietici, conferma l’altra preoccupazione di Washington: vedere una guerra di annessione allargata, che, nel caso di Estonia, Lettonia e Lituania, coinvolgerebbe direttamente la Nato, aprendo scenari di guerra mondiale. Da parte loro, vincendo, gli Stati Uniti ristabilirebbero invece una grande influenza sull’ordine mondiale, dopo che nell’ultimo decennio la leadership si è un po’ allentata. E lancerebbero un messaggio di forza alla Cina, che segue con interesse l’evoluzione della crisi in Europa: Pechino vuole vedere come si comporterà Washington e quanto riuscirà a farsi seguire dagli alleati, perché è ciò che potrebbe succedere in futuro quando la Cina invaderà Taiwan, che per gli Usa rappresenta in un certo senso l’Ucraina della regione asiatica.  

Che cosa cerca la Nato in questa crisi?

Dopo l’annessione della Crimea, Putin ha preso di mira la zona est dell’Ucraina e dato voce ai movimenti separatisti. È qualcosa di simile fatto con la Georgia nel 2008, cioè proprio nell’anno in cui dalla Nato, nel corso del vertice di Bucarest, erano arrivate aperture all’ingresso di Ucraina e Georgia. Il messaggio di Mosca era stato chiaro: se questi due Paesi provano ad aderire al Patto Atlantico, sia gli Usa sia l’Unione Europea dovranno fare i conti con la Russia. I membri europei della Nato vedono da sempre i russi come vicini da tenere d’occhio, considerata la loro prossimità geografica, la potenza militare e economica. Ma dopo anni di sbandamento, indeboliti da Donald Trump, desideroso di smantellare l’alleanza anche per fare un “favore” all’amico Putin, la Nato ha trovato una sua nuova ragione di esistere, individuando dopo decenni un avversario comune: Mosca. L’immediata compattezza nella risposta alle minacce di Putin ha dato un senso all’Alleanza Atlantica, e, per certi versi, ha finito per sorprendere il presidente russo.

La Russia accusa gli Stati Uniti di aver rotto gli accordi, estendendosi a Est. È così?

I russi sostengono che il governo americano fece una promessa ai leader dell’Unione Sovietica, all’indomani del crollo del Muro di Berlino, avvenuto nel 1989: non avrebbero allargato i confini a est. I sostenitori di questa tesi citano l’allora segretario di Stato James Baker che al leader Mikhail Gorbaciov avrebbe detto, nel febbraio 1990, che “non ci sarebbe stata nessuna estensione della giurisdizione Nato a Est, neanche di un centimetro”. Molti analisti occidentali e ex funzionari di governo di Washington contestano questa versione. L’interesse degli Stati Uniti in quegli anni era limitato alla Germania e non ci fu nessun discorso sull’Est Europa. Lo stesso Gorbaciov, in un’intervista del 2014, chiuse la questione, smentendo la versione russa: “Il tema dell’espansione Nato non è mai stato discusso. In quegli anni non se ne parlò”.

Che cosa chiede Mosca a Stati Uniti e Nato?

Mosca aveva presentato due bozze d’accordo che in modo esplicito e legale puntavano a ottenere garanzie da Washington e Nato. I due trattati si sovrappongono, perché toccano gli stessi argomenti: Mosca chiede alla Nato di mettere fine alla sua espansione a Est e vieta future adesioni di ex Stati sovietici, tra cui l’Ucraina. Inoltre vieta agli Usa di stabilire basi e cooperazioni militari con gli ex Stati dell’Unione Sovietica. I trattati stabiliscono che le parti riducano la gittata dei loro missili e siano limitati ad aree da dove non possono colpire territori dell’altro. Si vieta, inoltre, a entrambe le parti a sviluppare armi nucleari fuori dai rispettivi territori.  

Quale è stata la risposta di Nato e Stati Uniti?

Il presidente Biden e gli Alleati, nel corso degli incontri con il presidente Putin, hanno aperto alla possibilità di ridurre gli armamenti e la gittata dei missili, e si sono dichiarati pronti a discutere sul nucleare. Ma sull’Ucraina non accettano limitazioni, ritenendo un diritto di Kiev decidere in autonomia cosa vuole fare. La volontà degli ucraini, espressa più volte in passato, è quella di diventare sempre più europei e tenersi lontani dalla morsa dei regimi autoritari.

Ma alla fine, l’Ucraina potrebbe davvero entrare a far parte della Nato?

Sul breve periodo nessuno della diplomazia internazionale ritiene possibile un ingresso di Kiev nel Patto Atlantico. E il motivo è proprio nell’atteggiamento dei maggiori Paesi che aderiscono alla Nato. Francia e Germania si sono opposti in passato all’ingresso dell’Ucraina, e altri Paesi si sono mostrati tiepidi. Per entrare nell’Alleanza serve l’unanimità dei trenta membri, condizione che al momento non esiste. Lo stesso presidente Biden è scettico. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, come leader democratico della commissione Esteri del Senato, Biden aveva fatto pressione con successo sulla Nato perché accettasse Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca come stati membri, alla fine degli anni ’90. L’allora senatore era convinto che trasformare ex avversari nella Guerra Fredda in alleati avrebbe segnato “l’inizio di altri cinquant’anni di pace” per l’Europa. 

Ma vent’anni di guerra in Iraq e Afghanistan hanno raffreddato l’entusiasmo di Biden verso un allargamento della Nato a Paesi che non garantiscono gli standard americani. Mentre, nel giugno 2021, il segretario di stato americano Antony Blinken ha dichiarato pubblicamente il sostegno all’ingresso dell’Ucraina, Biden è sempre stato più tiepido. Il presidente vuole prima vedere miglioramenti a livello di democrazia interna e libertà individuali. In un report del 2020 di Transparency International, una organizzazione bipartisan, l’Ucraina è finita al 117° posto su 180 Paesi in una classifica sulla corruzione. Più la posizione era bassa, più il Paese era considerato “corrotto”. La Danimarca era risultata la meno compromessa, l’Italia si era assestata al 52°, l’Ucraina era finita insieme a Egitto, Sierra Leone e Zambia, la più bassa rispetto a tutti i membri Nato.

(ANSA il 24 febbraio 2022) - "C'è ancora tempo per la buona volontà, c'è ancora spazio per il negoziato, c'è ancora posto per l'esercizio di una saggezza che impedisca il prevalere degli interessi di parte, tuteli le legittime aspirazioni di ognuno e risparmi il mondo dalla follia e dagli orrori della guerra". 

Così il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, dopo che la crisi in Ucraina è precipitata in un conflitto. "Noi credenti non perdiamo la speranza su un barlume di coscienza di coloro che hanno in mano i destini del mondo. E continuiamo a pregare e digiuniamo - lo faremo il prossimo Mercoledì delle Ceneri - per la pace in Ucraina e nel mondo intero". 

"Di fronte agli sviluppi odierni della crisi in Ucraina, risaltano ancora più nette e più accorate le parole che il Santo Padre Francesco ha pronunciato ieri al termine dell'Udienza generale - ha dichiarato il card. Parolin ai media vaticani -. Il Papa ha evocato 'grande dolore', 'angoscia e preoccupazione'. 

Ed ha invitato tutte le Parti coinvolte ad 'astenersi da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni', 'destabilizzi la convivenza pacifica' e 'screditi il diritto internazionale'". "Questo appello acquista una drammatica urgenza dopo l'inizio delle operazioni militari russe in territorio ucraino. I tragici scenari che tutti temevano stanno diventando realtà", ha aggiunto il segretario di Stato vaticano.

(ANSA il 24 febbraio 2022) - I Vescovi del Mediterraneo, riuniti a Firenze, "esprimono preoccupazione e dolore per lo scenario drammatico in Ucraina, e rinnovano la loro vicinanza alle comunità cristiane del Paese". Accogliendo l'invito del Papa a vivere il 2 marzo una giornata di digiuno e preghiera per la pace, i Vescovi "fanno appello alla coscienza di quanti hanno responsabilità politiche perché tacciano le armi. Ogni conflitto porta con sé morte e distruzione, provoca sofferenza alle popolazioni, minaccia la convivenza tra le nazioni. Si fermi la follia della guerra!". Essi "conoscono bene questo flagello, per questo chiedono a una sola voce la pace". (ANSA).

Gianni Cardinale per “Avvenire” il 24 febbraio 2022.  

Papa Francesco manifesta «un grande dolore nel cuore per il peggioramento della situazione nell'Ucraina». E invita tutti ad una nuova giornata di preghiera per la pace per mercoledì prossimo, quando la Chiesa con la celebrazione delle Ceneri entra nel tempo di Quaresima. Il Pontefice lancia questo ennesimo appello al termine dell'udienza generale.

«Nonostante gli sforzi diplomatici delle ultime settimane - osserva con amarezza il successore di Pietro si stanno aprendo scenari sempre più allarmanti ». «Come me - aggiunge - tanta gente, in tutto il mondo, sta provando angoscia e preoccupazione », perché «ancora una volta la pace di tutti è minacciata da interessi di parte».

Di qui l'appello forte e chiaro «a quanti hanno responsabilità politiche, perché facciano un serio esame di coscienza davanti a Dio, che è Dio della pace e non della guerra; che è Padre di tutti, non solo di qualcuno, che ci vuole fratelli e non nemici». Di qui l'implorazione a «tutte le parti coinvolte perché si astengano da ogni azione che provochi ancora più sofferenza alle popolazioni, destabilizzando la convivenza tra le nazioni e screditando il diritto internazionale».

Papa Francesco si appella «a tutti, credenti e non credenti ». «Gesù - prosegue - ci ha insegnato che all'insensatezza diabolica della violenza si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno». E invita «tutti a fare del prossimo 2 marzo, mercoledì delle ceneri, una Giornata di digiuno per la pace». Con un incoraggiamento «speciale» ai credenti perché «in quel giorno si dedichino intensamente alla preghiera e al digiuno ».

«La Regina della pace - è l'invocazione finale di Francesco di fronte i pellegrini presenti nell'Aula Paolo VI - preservi il mondo dalla follia della guerra». Ormai in ogni occasione pubblica il Papa alza la sua voce per scongiurare i venti di guerra che spirano in Ucraina. «Com' è triste quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi guerra!», ha esclamato domenica, all'Angelus, con una «amara constatazione», ha scritto l'Osservatore Romano, ispirata dal brano evangelico del giorno incentrato sul noto invito di Gesù a «porgere l'altra guancia».

 Il 18 febbraio, parlando alla plenaria della Congregazione per le Chiese orientali, il Papa aveva denunciato i «venti minacciosi soffiano ancora nelle steppe dell'Europa Orientale, accendendo le micce e i fuochi delle armi e lasciando gelidi i cuori dei poveri e degli innocenti». «L'umanità, che si vanta di andare avanti nella scienza, nel pensiero, in tante cose belle, - aveva aggiunto - va indietro nel tessere la pace. È campione nel fare la guerra. E questo ci fa vergognare tutti».

«La guerra è una pazzia!», ha poi sospirato Francesco nell'udienza generale del 9 febbraio, ringraziando «tutte le persone e le comunità» che il 26 gennaio precedente «si sono unite nella preghiera per la pace in Ucraina», la prima da lui convocata con questo scopo. Nelle parole del Papa, come in quelle rivolte dal cardinale segretario di stato Pietro Parolin in una telefonata al capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l'arcivescovo Sviatoslav Schevchuk, c'è la vicinanza al popolo ucraino, la preoccupazione per lo scoppio di un conflitto dalle conseguenze devastanti per le popolazioni. Non ci sono parole di condanna esplicita verso la Russia di Vladimir Putin.

L'Osservatore Romano da parte sua ospita delle cronache puntuali sulle reazioni internazionali - statunitensi, dell'Unione europea, di Canada e Giappone, del segretario generale dell'Onu Antonio Guterres - a quella che viene comunque definita una «aggressione contro l'Ucraina ». In più, nell'edizione di ieri pomeriggio, il quotidiano della Santa Sede ha ospitato un commento - sotto il titoletto "La domanda" - firmato da Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione. 

Dopo aver ricordato che nel 2008 Francia e Germania votarono contro l'adesione dell'Ucraina alla Nato perché avrebbe rappresentato un atto ostile verso la Russia, Tornielli ribadisce che «la responsabilità della guerra è sempre di chi la fa invadendo un altro Paese». 

Ma poi aggiunge: «C'è però da domandarsi: qual è la strada per trovare una soluzione pacifica? Va ricercata dentro gli schemi bellici delle alleanze militari che si espandono e si restringono o piuttosto in qualcosa di nuovo in grado di farsi anche carico degli errori del passato ( che non stanno da una parte sola) restituendo una prospettiva realistica alla speranza di una diversa convivenza fra i popoli?»

Dopo Skuola. Ucraina, la guerra “entra” in classe: 8 studenti 10 ne hanno parlato a scuola. Daniele Grassucci su L'Inkiesta il 28 Febbraio 2022.

Gli studenti vogliono capire cosa sta succedendo tra Russia e Ucraina. E la scuola risponde: più dell’80% ha affrontato la questione in classe, spesso quotidianamente e con insegnanti diversi. Ma ovunque si parla di quanto sta accadendo: in famiglia, con gli amici. E quasi tutti approfondiscono da soli.

Il Ministro chiama, la scuola risponde. L’invito del responsabile dell’Istruzione, Patrizio Bianchi che, all’indomani dell’invasione russa in Ucraina aveva chiesto agli studenti di riflettere sulla guerra, partendo dall’articolo 11 della Costituzione Italiana – che verte proprio sul ripudio dei conflitti armati – sembra essere stato pienamente raccolto dagli istituti. Secondo un sondaggio effettuato da Skuola.net su un campione di 2.000 alunni di medie e superiori, infatti, oltre 8 su 10 negli ultimi giorni hanno affrontato l’argomento in classe. Non solo, per il 40% degli intervistati si è trattato di un’attività frequente, quotidiana. A questi, va aggiunto un altro 11% che avrebbe voluto affrontare il tema, ma a cui la scuola non ha dato questa possibilità. Solo il 7% è rimasto totalmente estraneo a ciò che sta accadendo.

Ne parlano tutti, non solo il prof di Storia

In che modo si è parlato del conflitto ucraino nelle nostre classi? In maniera decisamente trasversale visto che, in oltre la metà dei casi (57%) più di un docente ha innescato la discussione durante le proprie lezioni. Portando a immaginare che non sia stato fatto solamente nell’ora di Storia. Cosa che, invece, è presumibile sia accaduta a quel 29% che ha detto di aver dibattuto sul conflitto con un docente solo. Non manca, inoltre, chi gli ha dedicato un momento specifico: 1 su 10 dice di aver organizzato un’assemblea – di classe o di istituto – ad hoc sul tema.

Il dibattito prosegue in famiglia e tra coetanei

Come prevedibile, però, l’approfondimento della guerra in Ucraina non si è fermato all’interno delle aule scolastiche. Praticamente tutti quelli che hanno affrontato la questione a scuola, hanno proseguito il confronto anche fuori: la maggior parte (41%) soprattutto in famiglia, molti altri (39%) sia con adulti che con coetanei, altri ancora (16%) solamente con amici o compagni di classe. Lo stesso hanno fatto quei, pochi, che a scuola non hanno potuto dire la loro: qui, probabilmente per recuperare, la fetta più grande (43%) ha voluto confrontarsi sia con persone più grandi che con altri ragazzi, mentre il 31% si è accontentato di una discussione in famiglia, il 21% di un dibattito tra coetanei.

C’è voglia di approfondire la questione

Ma quasi tutti gli studenti (97%) non si sono voluti limitare a momenti di discussione collettiva e hanno dedicato parte delle loro giornate all’approfondimento individuale. I canali d’informazione tradizionali la fanno da padrone: più di 6 su 10 hanno guardato soprattutto telegiornali, giornali, siti web dei quotidiani; 1 su 5 si è affidato ai social network. Gli altri hanno attinto gli spunti principali proprio parlando con altri (10%) o grazie alla scuola (4%).

Gli ufo scortano i bombardieri sopra l'Ucraina: il motivo “nucleare” e la teoria del complotto di Red Ronnie. Il Tempo il 28 febbraio 2022.

Dal Covid alla guerra tra Ucraina e Russia. Red Ronnie, giornalista e conduttore televisivo, ha pubblicato un video sul proprio canale YouTube parlando del conflitto nell’est Europa e delle nuove teorie del complotto sorte sullo scontro: “Gli Stati Uniti hanno appena stanziato 770 miliardi di dollari per difendersi dagli ufo. Quando si usa la parola difendersi, nel campo militare significa attaccare, soprattutto gli Stati Uniti d’America. Gli ufo si fanno vivi molto più spesso. Sopra i cieli dell’Ucraina ci sono - le parole sicure - degli ufo che scortano i bombardieri. C’è chi sostiene, non io, io riporto, che non vogliono che ci siano esplosioni nucleari, quindi stanno molto attenti che questo non si verifichi. Praticamente, sono dei guardiani”. 

C’è stato spazio anche per una teoria sul Covid, che sarebbe soltanto “un esperimento di comunicazione mediatica per distruggere il nostro Paese e svenderlo”. Bombe e missili non fermano i complottisti.

Da rollingstone.it il 28 febbraio 2022.

Dopo avere smascherato il complotto dietro al coronavirus, che sarebbe «un esperimento di comunicazione mediatica per distruggere il nostro Paese e svenderlo» (lo ha detto in questa intervista), Red Ronnie ha deciso di dire la verità anche su quel che accade nei cieli dell’Ucraina. 

Nel video della serie “Cosa succede in città” che ha diffuso nel weekend, Red Ronnie comincia col botto riportando una balla spaziale: «Gli Stati Uniti hanno appena stanziato 770 miliardi di dollari per difendersi dagli ufo». E aggiunge: «Quando si usa la parola difendersi, nel campo militare significa attaccare, soprattutto gli Stati Uniti d’America».

Ora, 770 miliardi di dollari è la cifra stanziata in dicembre dal Senato per l’intero National Defense Authorization Act. Perché secondo Red Ronnie gli Stati Uniti avrebbero deciso di smettere di finanziare qualsiasi altra attività militare e utilizzare l’intero budget per la difesa per attaccare gli alieni? «Perché gli ufo si fanno vivi molto più spesso», dice. 

Non pago, la spara ancora più grossa svelando una verità che i media mainstream tengono nascosta: «Sopra i cieli dell’Ucraina ci sono degli ufo che scortano i bombardieri». Di chi sarebbero questi bombardieri scortati dagli ufo? Red Ronnie non lo dice, spiega però il motivo che ha spinto gli ufo a sorvolare l’Ucraina. Nel farlo aggiunge un «c’è chi sostiene», forse conscio che è andato oltre: «C’è chi sostiene, non io, io riporto, che non vogliono che ci siano esplosioni nucleari, quindi stanno molto attenti che questo non si verifichi. Praticamente, sono dei guardiani». 

Grazie alieni, guardiani del cielo che ci proteggete dalla guerra nucleare.

NAZISTA…A CHI?

Nazista a chi?

Da corriere.it l'8 maggio 2022.  

I combattenti di Azovstal: «Combatteremo fino alla fine»

I combattenti ucraini barricati nell’acciaieria Azovstal a Mariupol hanno tenuto una conferenza stampa online durante la quale hanno dichiarato che «ci sono molti militari feriti da evacuare» da Azovstal a Mariupol «ma combatteremo fino alla fine: la resa per noi è inaccettabile». «Le forze russe - hanno detto - stanno continuando a bombardare l’area e stanno cercando di assaltare l’impianto». 

I civili, secondo quanto dichiarato dal presidente Zelensky in un videomessaggio, sono già stati tutti evacuati ma il capitano Svyatoslav Kalina Palamar, vice comandante del battaglione Azov che è intervenuto alla conferenza stampa, ha sottolineato di non poterlo confermare. Il responsabile dell’intelligence del reggimento Azov, Ilya Samoilenko, nel suo intervento, ha dichiarato che sono «più di 25mila le persone che sono morte a Mariupol, in gran parte civili». 

Palamar ha aggiunto: «Ora i nostri politici stanno provando a negoziare con quegli animali. Ma non ricordano cosa hanno fatto? Non possiamo parlare con questa gente. Il nostro obiettivo è eliminare la minaccia: servono più armi, più munizioni, più addestramenti, più aiuti a livello logistico». 

Putin: «La vittoria sarà nostra, sconfiggeremo la feccia nazista »

«I nostri militari, proprio come i loro antenati, stanno combattendo insieme per liberare il loro suolo dalla feccia nazista»: lo ha scritto il presidente russo, Vladimir Putin, in «telegrammi di congratulazioni» inviati ai leader delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk nel 77esimo anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica: lo scrive il Cremlino sul suo sito, sottolineando che il leader russo ha inoltre «espresso la certezza che la vittoria sarà nostra, proprio come nel 1945».

Il presidente russo ha inviato un messaggio agli altri Paesi della Federazione russa in occasione del 9 Maggio, festa nazionale per la vittoria in Europa dell’Unione Sovietica sul nazismo, in cui ha affermato che «il dovere comune oggi è prevenire la rinascita del nazismo che ha portato tante sofferenze a persone di diversi Paesi», così come «è necessario preservare e trasmettere ai posteri la verità sugli eventi degli anni della guerra, i valori spirituali comuni e le tradizioni di amicizia fraterna». 

"I crimini di guerra dei russi? Gli Azov usavano scudi umani". Gian Micalessin il 28 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il capo delle milizie musulmane: "Noi siamo cittadini della Russia. Se il Paese è in pericolo accorriamo".

Rubisnaya. «La Repubblica di Cecenia fa parte della Federazione russa e quando la Russia è in pericolo il popolo ceceno ha il dovere di correre in soccorso. Per questo sono qui». Se gli chiedi cosa ci facciano lui e i suoi uomini a 1.700 chilometri da Grozny in un'Ucraina cristiana così diversa dalle montagne della Cecenia musulmana il comandante Zamid Alievich Chalaev non ha dubbi. Nel 2021 si guadagnò il titolo di eroe della Russia sgominando l'ultima cellula cecena dell'Isis, oggi è pronto a replicare contribuendo alla caduta di Severodonetsk, ultima roccaforte ucraina sui territori dell'autoproclamata repubblica di Lugansk. E poco importa se i ceceni sono stati in passato i grandi nemici della Russia dì. «Quel passato non conta - spiega in questa intervista a Il Giornale il 41enne comandante delle unità cecene schierate sui fronti del Lugansk - le guerre del '94 e del 2000 le fomentarono gli americani pronti, anche allora, ad allearsi con chiunque pur di indebolire la Russia. Sono stati gli americani a mettere i nostri popoli l'uno contro l'altro sfruttando il fanatismo di qualche piccolo gruppo wahabita. La maggioranza dei ceceni non ha mai appoggiato quelle mosse. Per fortuna il nostro leader Ramzan Kadirov, e prima ancora suo padre Achmat, hanno messo fine a quell'inganno contribuendo alla riconciliazione tra i nostri popoli».

Americani ed europei vi accusano di crimini di guerra per il vostro ruolo in questa guerra...

«Questo è totalmente falso non dovete neanche chiederlo. Chi lo dice dovrebbe dimostrarlo esibendo le prove. Ho partecipato personalmente ai combattimenti di Mariupol e ho visto come andavano le cose. Il reggimento Azov usava i civili come scudi umani, impediva loro di fuggire e sparava su chi tentava di farlo. Mentre ero lì ho ascoltato una comunicazione tra un unità di quel reggimento. Volevano sapere cosa fare di un furgone diretto fuori città e il comando ha ordinato di distruggerlo nonostante fosse pieno di civili. Noi non abbiamo mai fatto cose del genere, abbiamo sempre contribuito all'evacuazione dei civili».

Molti musulmani vi considerano degli infedeli perché state dalla parte di Putin.

«Farebbero meglio a guardare a quel che ha fatto l'America in Siria armando e sobillando le correnti del wahabitismo più fanatico e intollerante contro il presidente Bashar Assad. Noi ceceni abbiamo mandato due reggimenti a combattere al fianco di Assad. Sappiamo che la maggioranza della popolazione siriana sta con lui e con i nostri alleati russi».

E qui qual è il vostro obbiettivo?

«Qui siamo in prima linea nell'offensiva per la conquista di Severodonetsk. Ho convogliato qui tutti gli uomini che avevamo a Mariupol e li ho schierati tra Rubisnaya e Kamishevaka. Grazie alla presenza dei miei uomini al fianco degli alleati russi e ai combattenti di Lugansk la pressione si sta facendo sempre più imponente. Tra breve avremo il controllo di tutto il Lugansk. E potremo dedicarci alla lotta per liberare anche i territori di Donetsk».

Battaglione Azov, addio: ecco il comandante Kraken e la "brigata omosessuale", clamoroso in Ucraina. Mirko Molteni su Libero Quotidiano l'1 giugno 2022

Nonostante la resa a Mariupol del battaglione Azov, gli ucraini ne hanno già annunciato la resurrezione. O meglio, la costituzione di una nuova unità col medesimo nome. Un modo per ricompattare le frange estremiste, con simpatie naziste, della complessa galassia che compone le forze ucraine. Ma anche un richiamo al nome stesso del Mar d'Azov, che i russi considerano «tolto per sempre all'Ucraina», ma che gli ucraini sperano di recuperare. Ad annunciare la formazione, a Kharkiv, di un nuovo battaglione Azov è un ex-membro del medesimo, che attualmente comanda il battaglione Kraken legato ai servizi segreti ucraini SBU. È Konstantin Nemichev, detto "comandante Kraken", che su Telegram ha scritto: «L'unità Azov SSO Kharkiv è stata ufficialmente costituita nella città. È un'altra delle nostre unità di combattimento che opererà nella regione di Kharkiv e libererà la nostra terra dagli occupanti». Il nuovo comandante dell'Azov è indicato in Anatoliy Sydorenko, ma lo stemma del battaglione non porterà più il cosiddetto "Wolfsangel", la runa germanica che riproduce il gancio per la caccia al lupo, bensi tre spade su sfondo giallo.

Il nuovo Azov è in via di organizzazione e non si sa se sarà formato da volontari o da soldati di leva delle forze regolari ucraine. Di certo, l'uomo che ne ha annunciato la rinascita, Nemichev, capeggia un'unità che nel nome Kraken, richiama anch' essa i miti nordici, essendo il Kraken un mostro marino, simile a una piovra, della tradizione vichinga. Nemichev era stato nel 2021 candidato alle elezioni comunali di Kharkiv, dopo aver militato nell'Azov in Donbass. Poi è assurto a capo del Kraken, che secondo i russi radunerebbe pur' esso elementi neonazisti provenienti dal Pravyi Sektor. Proprio ieri, peraltro, il generale russo Mikhail Mizintsev, ha sostenuto che: «Militanti dell'unità nazionalista Kraken, composta da estremisti, assassini e stupratori liberati dalle prigioni, conducono incursioni punitive nella regione di Kharkiv. Cosiddette squadre della morte irrompono di notte nelle case dei residenti locali sospettati dal servizio segreto ucraino SBU di simpatie pro-russe, eli sottopongono a violenze fisiche, portandoli via di casa».

Mizintsev ha detto inoltre che «militanti del Pravy Sektor hanno installato postazioni da cecchino in case di civili nei villaggi dell'area di Borovskoye, impedendo agli abitanti di lasciare le case». Intanto, per assicurare un po' di "politically correct" all'esercito ucraino e giustificarne ancor di più l'appoggio da parte dell'Europa, altrimenti imbarazzata dalle brigate neonaziste, ecco nascere in Ucraina anche una sorta di "brigata omosessuale e transessuale LGBT+" che ha come simbolo un unicorno sulle spalline. Un'iniziativa difficile in un paese considerato omofobo. Come ha spiegato a Europa Today uno dei loro portavoce, Oleksandr Zhuhan: «All'inizio c'era bullismo, volava qualche schiaffo, ma i nostri compagni ci hanno accettato. Le cose sono migliorate con l'arrivo in caserma di comandanti che hanno dichiarato di non tollerare alcun tipo di omofobia sottolineando che l'unica cosa importante in prima linea è essere un buon combattente». E rimarca: «Le norme, i regolamenti e gli statuti militari dovrebbero essere inclusivi delle persone Lgbt+». 

L'avvertimento dei servizi segreti tedeschi: gruppi neonazisti e di estrema destra al fianco della Russia. Il Tempo il 27 maggio 2022.

Gruppi neonazisti e di estrema destra si sono affiancati all’armata russa per sostenerla nell’attacco all’Ucraina. L’allarme arriva dai servizi segreti tedeschi del Bnd: un rapporto confidenziale in questo senso è stato inviato la settimana scorsa a svariati ministeri del governo federale. Nelle sette pagine elaborate dagli 007 di Berlino - visionate dai giornalisti dello Spiegel - si afferma che due formazioni «di matrice estremista di destra», ossia la Russian Imperial League ed il gruppo Russitch, combattono in Ucraina contro le truppe di Kiev. Secondo la valutazione degli analisti del servizio d’intelligence estero della Germania, la collaborazione di queste formazioni con l’esercito russo porta «la presunta motivazione del conflitto della cosiddetta denazificazione a rivelarsi come un’assurdità». 

Sebbene non vengano indicati quanti miliziani neonazisti siano attualmente in azione in Ucraina, il documento dà indicazioni precise circa le attività delle formazioni in questione: per esempio la Russian Imperial League (Ril), considerato il braccio paramilitare del Russian Imperial Movement, sarebbe già intervenuta nei combattimenti. A detta dello Spiegel, il capo di quest’unità, tale Denis Garijev, il giorno successivo all’invasione aveva scritto su Telegram che «senza dubbio siamo favorevoli alla liquidazione dell’entità separatista dell’Ucraina». Negli anni 2014 e 2015 la Ril aveva combattuto nel Donbass. Poi, mentre ad inizio marzo Garijev aveva chiesto ai suoi «legionari» di avere ancora pazienza, poco dopo la Ril aveva annunciato la decisione di partecipare in prima linea ai combattimenti. Stando al rapporto confidenziale del Bnd, sono stati coinvolti «soprattutto persone con esperienza militare» nonché individui usciti dal centro di addestramento ‘Partizan’ di San Pietroburgo. 

Affermano gli analisti del Bnd che «non è chiaro» se decisione di andare al fronte ucraino «sia avvenuta su appello o in condivisione con la leadership russa». Aggiunge il settimanale tedesco che Garijev sarebbe rimasto ferito in azione, lo stesso dicasi di almeno altri due miliziani di estrema destra. Anche i membri di ‘Russitch’ sarebbero andati al fronte, e secondo alcune fonti avrebbero affiancato il gruppo dei mercenari del famigerato gruppo Wagner. Il rapporto del Bnd descrive questa formazione come «nota per la sua particolare brutalità», e avrebbe la fama «di non fare mai prigionieri». Alcuni elementi di questo gruppo avrebbero partecipato anche al conflitto siriano. Nel documento del Bnd sono accluse anche alcune fotografie: una ritrae uno dei fondatori di Russitch, Aleksej M., con una bandiera della svastica, in un’altra si vede l’altro capo della milizia, Jan P., mentre mostra il saluto hitleriano.  

Buongiorno Bieloitalia. Gli ucraini non combattono per procura, sono i nostri compagni contro il fascismo. Christian Rocca su L'Inkiesta il 28 maggio 2022.  

Kiev denuncia da anni la pianificazione russa volta a cancellare l’Ucraina e a sterminare un’intera nazione. È arrivato il momento di aiutare sul serio un popolo coraggioso che difende la sua indipendenza sul fronte libero dell’Europa.

C’è un formidabile libro di alcuni anni fa scritto da Philip Gourevitch a proposito dell’atroce genocidio in Ruanda del 1994, quello che fece oltre un milione di vittime in poche settimane e tutto il mondo rimase a guardare. Il titolo del saggio è “Desideriamo informarvi che domani saremo uccisi assieme alle nostre famiglie”.

Quell’annuncio insieme burocratico e agghiacciante, come se la notifica di sterminio imminente fosse l’avviso della prossima fermata della metropolitana, è più o meno quello che sta capitando quotidianamente al popolo ucraino in lotta per la sua sopravvivenza. Ogni maledetto giorno a est e a ovest di Kiev suonano le sirene che avvertono dell’arrivo di missili russi, mentre la sera gli ospiti dei nostri talk show fanno un osceno intrattenimento a spese delle vittime che cercano riparo nei corridoi e negli scantinati assieme ai bambini costretti a convivere con gli incubi, il tutto a maggior gloria degli aggressori nazibolscevichi. 

Inascoltati dal 2016, ma in realtà da molto prima, gli ucraini denunciano da anni la pianificazione russa per cancellare il loro paese e per sterminare fisicamente e culturalmente un’intera nazione. Sono stati ignorati, nonostante i russi ci abbiano provato sistematicamente almeno dai tempi dell’Holodomor, della pianificazione staliniana della carestia, a eliminare gli ucraini in quanto nemici del popolo.

Da tempo, gli ucraini avvertono anche noi europei delle intenzioni imperialiste del Cremlino perché sanno che se Putin dovesse prevalere a Kiev, dopo toccherà a noi combattere. 

La Finlandia, la Polonia, la Svezia e i paesi baltici lo sanno benissimo e infatti si mobilitano e prendono decisioni sofferte e storiche che fanno piangere i guitti da talk show.

Noi che siamo più lontani dal fronte, invece, affidiamo la salvaguardia delle nostre libertà alle mani sicure della televisione spazzatura di Urbano Cairo e ai propagandisti russi e bieloitaliani del Cremlino, illudendoci che un solenne inchino a Putin possa farci schivare il colpo e che pettinare il fascismo russo possa rendere Putin ragionevole e caritatevole.

Nel tentativo in corso dei russi di sterminare gli ucraini c’è un’aggravante, rispetto al genocidio Tutsi perpetrato dagli Hutu in Ruanda: gli aggrediti, questa volta, non devono soltanto trovare riparo dai machete aerei russi ed escogitare nuovi modi per resistere e per respingere l’invasore, ma sono anche costretti ad ascoltare i surreali appelli ad arrendersi a mani alzate o a rinunciare a una fetta della propria indipendenza.

Il paradosso è che non si tratta di appelli alla resa lanciati dai russi, i quali invece continuano imperterriti a bombardare i civili indossando gli usuali guanti bianchi già messi in mostra ad Aleppo e a Grozny, ma sono appelli alla capitolazione a cura dei volenterosi complici di Putin in giro per l’Europa e di stanza nei reggimenti dell’operazione speciale televisiva di La7, Rete4 e un pezzo della Rai.

Sentendo il gelido annuncio ucraino «desideriamo informarvi che saremo uccisi dai russi assieme alle nostre famiglie», la risposta degli appeaser bieloitaliani è del tipo: cari ucraini, arrendetevi, lasciatevi soggiogare, in fondo ve la siete cercata. 

Non siamo tutti così, naturalmente, e dobbiamo ancora rallegrarci che Mario Draghi non sia stato rimosso da Palazzo Chigi per andare a svernare al Quirinale, altrimenti oggi anziché del finto piano di pace di Di Maio discuteremmo di una proposta di adesione italiana alla Federazione russa.

Palazzo Chigi, il Quirinale, la Difesa, la Cisl di Luigi Sbarra tengono la barra dritta dell’Italia, ma, come ha scritto Gourevitch nel libro sul Ruanda, le buone intenzioni non bastano perché denunciare il male è tutt’altra cosa rispetto a fare del bene.

Fare del bene oggi è inequivocabilmente salvare l’Ucraina e proteggere gli ucraini con una grande campagna di solidarietà europea e occidentale, accogliendoli a braccia aperte nell’Unione e nella Nato, con aiuti umanitari e finanziari, ma soprattutto con la fornitura accelerata di tutti i sistemi di difesa possibili affinché Kiev rispedisca i russi nelle loro fogne, perlomeno fino a quando continueremo a finanziare lo stragismo russo acquistando il gas e il petrolio dalla cosca del Cremlino. 

Come ha scritto Garri Kasparov su Twitter: senza le armi che ha chiesto, l’Ucraina oggi sanguina e Putin accelera l’annessione di altri territori ucraini, rilasciando passaporti russi ed emettendo rubli, uccidendo e deportando migliaia di ucraini rimpiazzandoli con i russi, come sta facendo da otto anni con l’occupazione della Crimea e del Donbas.

Ha scritto, infine, Kasparov: «Basta pensare alle concessioni che potrebbe fare l’Ucraina, perché l’Ucraina sta pagando un prezzo orrendo in termini di sangue, peraltro sapendo che serviranno decenni per ricostruire il paese; l’Ucraina sta anche pagando il prezzo di anni di debolezza e corruzione delle nazioni europee che hanno concluso affari e stretto rapporti diplomatici con il suo invasore. L’Ucraina ha bisogno delle armi che chiede senza esitazione, e il modo libero è fortunato ad avere un esercito coraggioso e preparato come quello ucraino in prima linea, al fronte di una guerra che gli ucraini non hanno mai voluto e che l’occidente ha fatto finta non esistesse. Gli ucraini non combattano questa guerra per procura, gli ucraini sono i nostri partner». Sono i nostri compagni nella lotta al fascismo.

Nazista da Treccani 

s. m. e f. e agg. [v. nazismo] (pl. m. -i). – Forma accorciata per nazionalsocialista, usata comunem. con tono polemico per indicare non solo chi fu esponente o fautore del nazionalsocialismo, ma anche chi tuttora ne condivida o esalti l’ideologia e la prassi: le rappresaglie, le stragi compiute dai n.; come epiteto ingiurioso e spreg.: è un n., un vero nazista! Come agg.: i gerarchi n.; metodi, crimini n.; la fine del regime nazista.

Nazista Da dizionari Corriere

[na-zì-sta] agg., s. (pl.m. -sti), anche abbr. nazi

agg. Del nazionalsocialismo, in senso proprio o estens.: regime n.; crimini n.

s.m. e f.

1 Seguace del nazionalsocialismo; membro del partito fondato da Hitler e basato sul nazionalsocialismo: le persecuzioni operate dai n.

2 estens. spreg. Persona dai modi prepotenti o che approva e applica metodi crudeli e spietati: usare metodi, avere idee da n.

Nazista Da dizionari Repubblica

[na-zì-sta] s.m. e f. (pl. m. -sti, f. -ste) 

1 Nazionalsocialista 

2 estens., spreg. Persona che si comporta deliberatamente in modo intollerante, violento e crudele

Hitler e il Nazismo: storia, ideologia e significato. A cura di Edoardo Angione su Studenti.it.

Hitler e il Nazismo

Adolf Hitler riuscì a dominare in modo totale la società tedescaIl nazismo è stato definito un sistema politico totalitario . Cosa significa? Che il partito nazista e il suo capo, Adolf Hitler, riuscirono a dominare in modo completo e totale la società tedesca, la sua politica, la sua cultura, l’economia, nonché la vita (e come vedremo anche la morte) dei tedeschi per un lungo periodo: parliamo infatti di un dominio assoluto che dal 1933 costituisce una delle più grandi sfide alla democrazia e al liberalismo. Ciò che il nazismo voleva era la morte di ogni teoria, di ogni pensiero libero. Il volere del proprio leader carismatico Adolf Hitler era l’unica ispirazione dei tedeschi nella Germania nazista.  

Per Adolf Hitler era prioritaria l'eliminazione di tutti i nemici del popolo arianoIl nazismo traeva ispirazione dal fascismo, riproponendo e rielaborando molti elementi del modello fascista, ma portandoli a conseguenze più estreme. In ultima analisi, ciò che Adolf Hitler (e quindi il nazismo) voleva più di ogni altra cosa era l’eliminazione di tutti i nemici del popolo ‘ariano’.    

IL FASCISMO DEGLI ANTIFASCISTI. PIER PAOLO PASOLINI Da Garzanti.

La riflessione sul fascismo e sulla sua evoluzione storica attraversa tutta l’opera di Pasolini: questo volume raccoglie alcuni dei suoi testi più significativi scritti sull’argomento tra il settembre 1962 e il febbraio 1975. Prendendo coraggiosamente posizione contro un antifascismo di maniera ormai fuori tempo massimo, Pasolini mette in guardia da una nuova forma di fascismo, più subdola e insidiosa, intesa «come normalità, come codificazione del fondo brutalmente egoista di una società». È il sistema dei consumi, che a partire dagli anni Sessanta si è reso responsabile dell’omologazione culturale del paese: un potere senza volto, senza camicia nera e senza fez, ma capace di plasmare le vite e le coscienze. A distanza di oltre quarant’anni, questi interventi mantengono intatta la loro forza critica, permettendo di cogliere alcuni dei tratti più profondi dell’Italia di oggi.

Il fascismo degli antifascisti. Alessandro Gnocchi il 10 Gennaio 2019 su Il Giornale.  

Il fascismo degli antifascisti. È un'espressione di Pier Paolo Pasolini e il titolo di un libro tanto piccolo quanto interessante pubblicato da Garzanti. Non ci sono inediti ma una selezione esaustiva degli articoli dello scrittore dedicati a fascismo e antifascismo. In coda una splendida intervista a Pasolini realizzata da Massimo Fini, nel 1974.

Ieri un amico (via twitter), il libraio e scrittore Emiliano Gucci, notava che l'analisi più lucida dei nostri giorni è firmata da un uomo ucciso quando lui, Gucci, aveva due mesi. Ottimo spunto, che rubo a Emiliano (grazie). Infatti la lettura de Il fascismo degli antifascisti finisce con l'essere illuminante. Prima di entrare nel merito, una considerazione marginale: come poteva Pasolini, al netto di un marxismo posticcio, definirsi comunista? In questi scritti viene fuori piuttosto un conservatore, se non addirittura un reazionario. Non stupisce che Pasolini fosse un appassionato lettore di Antonio Delfini, scrittore geniale, dimenticato e pubblicato con i piedi dall'editoria italiana. Delfini aveva scritto un semi-delirante Manifesto per un partito conservatore e comunista, una formula nella quale Pasolini doveva riconoscersi.

Il limite dell'analisi di Pasolini è linguistica: in sostanza definisce «fascista» tutto quello che non gli piace, antifascismo incluso. Il fascismo è trasformato in una categoria morale, che indica il carnefice, la sopraffazione, la violenza. Anche nella vaghezza del significato di fascismo Pasolini rispecchia lo spirito del nostro tempo, in cui il fascismo è tutto e niente, quasi sempre un insulto da usare come clava per zittire l'avversario non conforme al politicamente corretto.

Veniamo ai testi.

Punto primo. L'antifascismo ha fatto nulla per cancellare il fascismo e i fascisti: «Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l'indignazione più tranquilla era la coscienza».

Punto secondo. L'antifascismo è una litania che si snoda da Ferruccio Parri ad Adriano Sofri, ed è ben accetta dai perbenisti della politica. Sorpresa: i veri fascisti sono quelli al potere e al governo. I Moro, i Fanfani, i Rumor, i Pastore, i Gronchi, i Segni, i Tanassi, i Cariglia e magari i Saragat e i La Malfa. «Contro la politica di costoro, si può e si deve essere antifascisti» (qui Pasolini ruba le parole a Marco Pannella).

Punto terzo. Oggi il fascismo è un'altra cosa rispetto al Ventennio. Fascisti e antifascisti sono diventati uguali e hanno desideri simili: «Il nuovo fascismo - che è tutt'altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo». Le tradizioni devono essere spazzate via dalla «società dei consumi» e dal conformismo. La cultura di massa «è infatti direttamente legata al consumo, che ha delle sue leggi interne e una sua autosufficienza ideologica, tali da creare un Potere che non sa più cosa farsene di Chiesa, patria e famiglia». L'omologazione riguarda tutti: popolo e borghesia, padroni e sottoproletari. La stessa divisione in classi sociali tende a scomparire o quantomeno a essere indistinguibili.

Punto quattro. Cos'è il Potere e chi lo detiene? «Scrivo Potere con la P maiuscola (...) solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c'è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale) e, per di più come tutto non italiano (transnazionale)».

Di cosa sta parlando Pasolini? A cosa si riferisce quando impropriamente usa la parola fascismo per descrivere l'assimilazione totale dei nostri tempi? Sostituite «fascismo» con «globalizzazione»: i conti tornano. Ecco spiegato il potere transazionale che scavalca le vecchie forme di potere nazionale. Ecco cosa significa l'appiattimento e la confusione delle classi sociali. Ecco cosa significa l'omologazione del mondo, imposta con brutale forza totalitaria.

Pasolini, integrato e apocalittico, membro della società letteraria con licenza di fuga nei sobborghi, si rivela davvero preveggente. Non tanto per la questione del fascismo e dell'antifascismo che, in termini storici, ritiene conclusa e da accantonarsi. Pasolini è scioccato dalle forze che daranno vita alla globalizzazione a trazione americana. Lì intuisce l'esistenza di un nuovo potere ubiquo e senza volto, che potremmo forse individuare nelle istituzioni transnazionali, nell'alta finanza e nella casta dei «tecnici». Per commerciare agevolmente, meglio cancellare le frontiere, le differenze, le tradizioni e perfino la politica, che ha tempi lunghissimi rispetto all'economia. Il tempo è denaro e il denaro è tempo. Meglio decidano rapidamente i tecnici con o senza l'investitura del voto, come abbiamo potuto verificare sulla nostra pelle.

Rispetto a Pasolini, la sinistra di oggi ha fatto qualche passo indietro, tornando all'antifascismo, caricaturale in assenza di fascismo. A volte finisce a schiaffoni, come nel caso dei giornalisti dell'Espresso picchiati dai «camerati» a margine della commemorazione della strage di Acca Larentia. La violenza è da condannare duramente. Ma non basta quest'episodio per descrivere un'Italia in mano agli squadristi. Piuttosto vale la pena notare che la sinistra ha sposato completamente la globalizzazione. Forse Pasolini oggi si chiederebbe se la sinistra sia ancora di sinistra.

Il Nazista Zelensky. Da corriere.it l'8 maggio 2022.

«In queste giornate, caratterizzate dalla violenza e dalla brutalità della guerra scatenata dalla Federazione Russa nei territori dell’Ucraina, non possiamo fare a meno di ricordare in particolare i soldati italiani vittime della Seconda guerra mondiale. Alla loro memoria, al loro sacrificio e a quello di tutti i caduti delle nostre Forze Armate, ai sentimenti di pace che maturarono dolorosamente in quel conflitto e che ci hanno restituito un’Europa priva di guerre per oltre mezzo secolo, dedichiamo questo giorno». Lo scrive il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della 93/ma adunata nazionale degli Alpini. 

Zelensky nel Giorno della Memoria: «La Russia come i nazisti»

La Russa sta imitando il regime nazista in modo fanatico, riproducendone i dettagli in modo maniacale: lo ha detto oggi il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un video pubblicato su Telegram in occasione della Giornata della Memoria e della Riconciliazione. «Durante i due anni di occupazione, i nazisti vi uccisero 10.000 civili. In due mesi di occupazione, la Russia ha ucciso 20.000 persone» in Ucraina, dice Zelensky nel video in bianco e nero. «In Ucraina è stata organizzata una sanguinosa ricostruzione del nazismo. 

Una ripetizione fanatica di questo regime: delle sue idee, azioni, parole e simboli. Una riproduzione dettagliata, maniacale, delle sue atrocità e un `alibi´ che presumibilmente dà uno scopo sacro malvagio. Una ripetizione dei suoi crimini e persino tentativi di superare il `maestro´ e toglierlo dal piedistallo del più grande male della storia umana. Questo segna un nuovo record mondiale di xenofobia, odio, razzismo e numero di vittime che possono causare», ha prosegue Zelensky.

«La primavera può essere in bianco e nero? Esiste un febbraio eterno? Le parole d’oro sono svalutate? Sfortunatamente, l’Ucraina conosce le risposte a tutte queste domande. Sfortunatamente, le risposte sono `sì´: esordisce Zelensky nel suo discorso. «Ogni anno l’8 maggio, insieme all’intero mondo civile, onoriamo tutti coloro che hanno difeso il pianeta dal nazismo durante la seconda guerra mondiale. Milioni di vite perdute, destini paralizzati, anime tormentate e milioni di ragioni per dire al male: mai più!», prosegue il presidente ucraino. 

«Quest’anno diciamo Mai più in modo diverso. Sentiamo `Mai più´ in modo diverso. Ha del doloroso, crudele. Senza un punto esclamativo, ma con un punto interrogativo. Dite: mai più? Ditelo all’Ucraina. Il 24 febbraio la parola `mai´ è stata cancellata. Gli hanno sparato e l’hanno bombardata. Con centinaia di missili alle 4 del mattino, che hanno svegliato l’intera Ucraina. Abbiamo sentito terribili esplosioni. Abbiamo sentito: `di nuovo!´»», commenta Zelensky. E poi: «Decenni dopo la seconda guerra mondiale, il buio è tornato in Ucraina. Ed è diventato di nuovo in bianco e nero. Di nuovo! Il male è tornato. Di nuovo! Con una divisa diversa, con slogan diversi, ma con lo stesso scopo».

Zelensky, nessuno si approprierà della vittoria del '45. (ANSA il 9 maggio 2022) - Anche gli ucraini hanno sconfitto il nazismo nella Seconda guerra mondiale e per questo "non permetteremo a nessuno di appropriarsi di questa vittoria". Lo ha affermato oggi il presidente Volodymyr Zelensky, citato dall'agenzia Interfax Ucraina, nell'anniversario della vittoria. 

"Il nostro nemico - ha aggiunto Zelensky, riferendosi alla Russia - sognava che avremmo rinunciato a celebrare il 9 maggio e la vittoria sul nazismo". E ciò per sostenere la tesi di Mosca secondo la quale l'invasione è diretta a "denazificare" l'Ucraina. 

Zelensky, presto avremo 2 Giorni della Vittoria, altri no.

(ANSA il 9 maggio 2022) - "Stiamo lottando per la libertà dei nostri figli, e quindi vinceremo. Non dimenticheremo mai cosa hanno fatto i nostri antenati durante la Seconda guerra mondiale, in cui morirono più di otto milioni di ucraini. Molto presto ci saranno due Giorni della Vittoria in Ucraina. E qualcuno non ne avrà nessuno".

Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un video postato sui social mentre cammina nel viale Khreschatyk deserto all'alba. "Abbiamo vinto allora. Vinceremo ora. E Khreshchatyk vedrà la parata della vittoria: la vittoria dell'Ucraina!" 

Ucraina, l’offensiva di Zelensky: «Il male non vincerà». Francesco Battistini per corriere.it il 9 maggio 2022.  

Quante volte avete detto mai più? Volodymyr Zelensky guarda dritto in camera: «Quest’anno è in un modo diverso che diciamo “mai più!”. Queste parole stavolta suonano in un modo crudele, doloroso. Senza punti esclamativi. Ma con un punto interrogativo. Quest’anno vi chiedete: “Mai più?”.

Ebbene, chiedetelo agli ucraini». E non vi fa impressione tutto questo? La regia è accurata, l’operatore tv si muove: «Il 24 febbraio, la parola “mai” è stata cancellata. Le hanno sparato, l’hanno bombardata. Con centinaia di missili alle 4 del mattino, che hanno svegliato l’intera Ucraina. Abbiamo sentito terribili esplosioni. E abbiamo detto: di nuovo!…». 

Loro sfilino pure a passo d’oca sulla Piazza Rossa. Lui cammina da solo e in bianco e nero. Loro si mettano sull’attenti al discorso di Putin. Lui sta in piedi, barcollando, fra gli scheletri dei palazzi di Borodyanka. A Mosca applaudano sotto le gigantesche zeta neroarancio, «za pabedu», per la vittoria. A «Ze» basta una t-shirt nera con una scritta bianca, «I’m Ukrainian». Se Vladimir oggi caricherà l’Armata Russa dichiarando guerra al mondo, e dirà di farlo per combattere l’euronazismo come fecero i sovietici col nazismo vero, Volodymyr gli risponde al suo modo solito: caricando in rete un video dalle lugubri tinte stile Schindler’s List , commemorando anche lui il 77esimo anniversario della Grande Guerra Patriottica e dicendo allo Zar che se c’è un nazista, oggi, quello abita al Cremlino.

«Durante i due anni d’occupazione, i nazisti uccisero 10 mila civili. In due mesi d’occupazione, la Russia ha ucciso 20 mila persone». 

Nazista tu. No, nazista tu. Il presidente è tornato con un altro dei suoi piccoli capolavori di fregolismo e di resistenza web. Un cortometraggio pensato dal fidato regista Sheriy Sheffield, l’orchestratore di tanti video Twitter e Telegram, oggi copywriter dello Zelensky leader come lo fu per vent’anni dello Zelensky attore.

Una voluta citazione dei celebri e radiofonici discorsi clandestini di De Gaulle. Nell’unica sfida possibile per questo fatale 9 maggio, se fatale sarà, «Ze» ha scelto il più tetro dei teatri: la Borodyanka alle porte della capitale che i russi cominciarono a martellare subito, il primo giorno d’invasione, donne stuprate e bambini a vivere da topi, il sindaco del villaggio che diceva inorridito «han fatto peggio dei nazisti».

Volodymyr passeggia virtualmente fra le macerie, i sottotitoli in inglese: «Borodyanka è una delle molte vittime di questi crimini. Dietro di me, ecco uno dei molti testimoni. Non una struttura militare o una base segreta, no, solo un palazzo di nove piani. Poteva essere una minaccia alla Russia?». 

La retorica naturalmente non basta. Ed è per questo che un consigliere di Zelensky, Oleksiy Arestovytch, più prosaico «non conferma e non nega» al New York Times che ci siano corpi speciali dietro i misteriosi incendi degli ultimi giorni a caserme, depositi di munizioni e bacini di carburante russi (ce l’ha insegnato Israele, è il sottotesto, a non rivelare le operazioni coperte…). 

Il ruolo presidenziale esige che «Ze» riceva il premier canadese Trudeau e il croato Plenkovic — «a Zagabria sappiamo cosa vuol dire essere sotto operazione militare speciale» —, inviti Biden a imitare la moglie e a visitare Kiev e partecipi in videoconferenza al G7, sottolineando che l’obiettivo finale dell’Ucraina è garantire «il pieno ritiro delle forze russe dall’intero territorio nazionale».

Una certa reticenza obbliga a sorvolare sul collaborazionismo nazi degli ucraini nella Seconda guerra mondiale. Ma oggi è il 9 maggio, l’anniversario dei veleni, e alle sparate di Putin dalla parata militare si risponde con toni uguali: «In Ucraina è stata organizzata una sanguinosa ricostruzione del nazismo. Una ripetizione fanatica di questo regime: delle stesse idee, azioni, parole, simboli.

Una ripetizione dei suoi crimini, perfino con tentativi di superare il “maestro” e toglierlo dal piedistallo del più grande male della storia umana. Quello che sta succedendo segna un nuovo record mondiale di xenofobia, odio, razzismo». Il bianco e nero di Ze alterna le bombe della Seconda guerra mondiale a quelle di oggi. «Il male è tornato. Ma il nostro esercito lo sconfiggerà ora come lo sconfisse allora». Attento Putin: del bunker di Hitler, «restano poche pietre. Rovine. Le rovine di una persona che si credeva grande e invincibile». Se le parole sono pietre, chissà se la fionda di «Ze» riuscirà a farle arrivare sulla Piazza Rossa.

9 maggio, Zelensky: "Abbiamo vinto allora, vinceremo ora". Da adnkronos.comil 09 maggio 2022.

Il presidente si è congratulato con gli ucraini nel giorno della vittoria sul nazismo. 

"Abbiamo vinto allora, vinceremo ora". Il presidente dell'Ucraina Zelensky si è congratulato con gli ucraini nella giornata del 9 maggio che celebra la vittoria sul nazismo.

"Stiamo lottando per la libertà dei nostri figli e quindi vinceremo - ha scritto su Telegram - Non dimenticheremo mai cosa fecero i nostri antenati durante la seconda guerra mondiale, che uccise più di otto milioni di ucraini. Molto presto ci saranno due giornate della vittoria in Ucraina. E qualcuno non ne avrà. Abbiamo vinto allora. Vinceremo ora. E Khreshchatyk vedrà la parata della vittoria: la vittoria dell'Ucraina! Buona vittoria nel giorno della vittoria sul nazismo!". 

Il discorso di Zelensky: “Vinceremo perché combattiamo per la nostra libertà”. Il Manifesto.it il 9 maggio 2022.

IL TESTO UFFICIALE. Il discorso di Zelensky per l'anniversario della vittoria sul nazismo. Versione ufficiale tradotta dall'inglese dal sito della Presidenza ucraina

Il testo integrale del discorso del Presidente dell’Ucraina per l’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale. Versione ufficiale tradotta dall’inglese dal sito della Presidenza ucraina.

Grande popolo della grande Ucraina!

Il 24 agosto 2021 l’intero Paese ha celebrato il 30mo anniversario della nostra indipendenza! I nostri soldati, i nostri difensori, il nostro equipaggiamento si muovevano lungo il Khreshchatyk, il nostro “Mriya” volava nel cielo!

“Non c’è niente di più pericoloso di un nemico insidioso, ma non c’è niente di più velenoso di un finto amico”. Queste le parole del grande filosofo ucraino Hryhorii Skovoroda.

Il 24 febbraio abbiamo realizzato questa verità quando un finto amico ha iniziato una guerra contro l’Ucraina.

Questa non è una guerra tra due eserciti. Questa è una guerra tra due visioni del mondo.

La guerra condotta dai barbari che bombardano il Museo Skovoroda e credono che i loro missili possano distruggere la nostra filosofia. Li infastidisce. Non è loro familiare. Li spaventa. La sua essenza è che siamo persone libere che hanno il proprio percorso.

Oggi stiamo facendo la guerra su questa base e non daremo a nessuno nemmeno un pezzo della nostra terra.

Oggi celebriamo il giorno della vittoria sul nazismo. E non daremo a nessuno nemmeno un pezzo della nostra storia.

Siamo orgogliosi dei nostri antenati che, insieme ad altre nazioni della coalizione anti-hitleriana, hanno sconfitto il nazismo. E non permetteremo a nessuno di annettere questa vittoria, non permetteremo che se ne appropri.

Il nostro nemico sognava che ci saremmo rifiutati di celebrare il 9 maggio e la vittoria sul nazismo. In modo che la parola “denazificazione” abbia una possibilità. Milioni di ucraini hanno combattuto il nazismo e hanno fatto un viaggio lungo e difficile. I nazisti furono espulsi da Luhansk, i nazisti furono espulsi da Donetsk e Kherson, Melitopol e Berdyansk furono liberate dagli occupanti.

I nazisti furono espulsi da Yalta, Simferopol, Kerch e dall’intera Crimea. Mariupol fu liberata dai nazisti. Hanno espulso i nazisti da tutta l’Ucraina, ma le città che ho nominato ci ispirano particolarmente oggi. Ci danno fiducia che scacceremo di sicuro gli occupanti dalla nostra terra.

Nel giorno della vittoria sul nazismo, stiamo combattendo per una nuova vittoria. La strada per arrivarci è difficile, ma non abbiamo dubbi che vinceremo.

Qual è il nostro vantaggio sul nemico? Siamo più intelligenti di un libro. Questo è un libro di testo sulla storia dell’Ucraina. Non conosceremmo il dolore se tutti i nostri nemici potessero leggere e trarre le giuste conclusioni.

Il 24 febbraio la Russia ha lanciato un’offensiva. Ogni volta vediamo lo stesso errore. Ogni occupante che viene nella nostra terra la calpesta. Abbiamo attraversato diverse guerre. Ma hanno tutti avuto la stessa fine.

La nostra terra era disseminata di proiettili e proiettili, ma nessun nemico poteva mettere radici qui. Carri e carri armati nemici attraversarono i nostri campi, ma non diedero frutti. Aerei e missili nemici hanno volato nei nostri cieli, ma nessuno potrà oscurare il nostro cielo azzurro.

Non ci sono catene che possono legare il nostro spirito libero. Non c’è occupante che possa mettere radici nella nostra terra libera. Non c’è invasore che possa governare il nostro popolo libero.

Prima o poi si vince. Nonostante l’orda, nonostante il nazismo, nonostante la mescolanza del primo e del secondo, che è l’attuale nemico, vinciamo, perché questa è la nostra terra.

Perché qualcuno sta combattendo per il padre zar, il führer, il partito e il capo, mentre noi stiamo combattendo per la Patria. Non abbiamo mai combattuto contro nessuno. Combattiamo sempre per noi stessi. Per la nostra libertà. Per la nostra indipendenza. In modo che la vittoria dei nostri antenati non sia stata vana. Hanno combattuto per la libertà per noi e hanno vinto.

Stiamo lottando per la libertà dei nostri figli, e quindi vinceremo. Non dimenticheremo mai cosa fecero i nostri antenati durante la seconda guerra mondiale. Dove sono morti più di otto milioni di ucraini. E un ucraino su cinque non è tornato a casa. In totale, la guerra ha causato almeno 50 milioni di vittime.

Non diciamo “possiamo ripeterlo”. Perché solo un pazzo può desiderare di ripetere i 2194 giorni di guerra. E’ un altro quello che oggi sta ripetendo gli orribili crimini del regime di Hitler, seguendo la filosofia nazista, copiando tutto ciò che hanno fatto. È condannato. Perché è stato maledetto da milioni di antenati quando ha iniziato a imitare il loro assassino. E quindi perderà tutto.

E molto presto ci saranno due Giorni della Vittoria in Ucraina. Mentre a qualcuno non ne rimarrà nemmeno uno.

Abbiamo vinto allora. Vinceremo anche noi adesso!

E Khreshchatyk vedrà la parata della vittoria: la vittoria dell’Ucraina!

Congratulazioni per il Giorno della Vittoria sul nazismo!

Gloria all’Ucraina!

Il Nazista Putin. È proprio Putin il migliore erede della paranoia nazista. I territori che il presidente russo considera suoi: prima di tutto l’Ucraina. Poi, di seguito, Moldavia, Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia. VITTORIO FERLA su Il Quotidiano del Sud il 10 maggio 2022.  

La Giornata della Vittoria sul nazismo che celebra la “Guerra Patriottica” – così la retorica russa definisce la seconda guerra mondiale – con tanto di parata militare sulla piazza Rossa era molto attesa per capire le intenzioni di Vladimir Putin. Ma il despota russo si guarda bene dal lanciare proclami, anzi si dice contrario a una estensione globale del conflitto. Almeno a parole. Di sicuro, tuttavia, Putin non fa passi indietro rispetto alla verità manipolata che propaganda ormai da alcuni mesi.

“L’aggressione nelle nostre terre storiche della Crimea è stata una minaccia ai nostri confini, inammissibile per noi. Il pericolo è cresciuto ogni giorno, il nostro è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta”, dice il tiranno del Cremlino. In sostanza, con l’attacco all’Ucraina Mosca ha risposto ad “una minaccia diretta vicino ai confini russi”, perché “un attacco era stato preparato, anche alla Crimea”.

La verità è tutt’altra. Nel marzo del 2014, il presidente Vladimir Putin utilizza le truppe della base militare russa in Crimea per annettere la penisola. Una sfacciata violazione degli obblighi della Russia ai sensi del memorandum di Budapest che sanciva il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del’Ucraina in cambio della cessione alla Russia delle testate nucleari presenti sul territorio. Purtroppo, l’America risponde con un rimprovero diplomatico e sanzioni modeste. Incoraggiato da questi tentennamenti, Putin sequestra poi di fatto parti del Donbas. Ancora una volta, gli Stati Uniti e l’Occidente esprimono disapprovazione, ma senza misure pratiche conseguenti.

A fronte di sanzioni inefficaci, per otto anni la Russia tiene sotto scacco l’Ucraina e consolida le sue conquiste, mentre l’Occidente, in particolare l’Europa, si nasconde dietro il mantra dell’attuazione dell’accordo di Minsk, progettato per garantire la pace nel Donbas. Nel frattempo, Putin formalizza sempre meglio la propria paranoica dottrina del “Russkiy Mir”. La Russia deve agire per riappriopriarsi di territori che considera propri con la scusa della “denazificazione”.

Prima di tutto l’Ucraina. Ma poi, di seguito, Moldavia, Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia. Il che significa riportare la guerra di conquista e su base nazional-imperialista in Europa per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. All’immobilismo dell’Occidente – tutto il contrario di un presunto movimento espansionistico della Nato – fa seguito, il 24 febbraio di quest’anno, l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte delle truppe russe. Questa volta, però, la scommessa di Putin sull’arrendevolezza di Kiev – ma anche di Bruxelles e di Washington – si rivela sbagliata.

Di fronte a una dura resistenza, l’esercito russo demoralizzato fa ricorso a tattiche terroristiche: bombardamenti indiscriminati, torture, stupri e massacri di civili inermi. Ieri la propaganda di Putin cerca ancora una volta di collegare l’invasione dell’Ucraina con la “Grande Guerra Patriottica” combattuta da russi e ucraini contro la Germania di Hitler. Si capisce perché: la vittoria contro il nazismo è l’unica vicenda militare “potabile” nella storia della Russia degli ultimi secoli, l’unico mito capace di dare dignità a una potenza economicamente, tecnologicamente e culturalmente sottosviluppata, che non ha mai conosciuto la democrazia, ha sempre rifiutato i valori liberali, ha sempre cercato di sottomettere i propri vicini e si è sempre autocompresa come avversario dell’Occidente immorale e degenerato.

Perché la manipolazione dei fatti sia completa è necessario pertanto tacciare come “nazista” l’amministrazione di Volodymyr Zelensky, il presidente dell’Ucraina eletto secondo i canoni delle liberaldemocrazie occidentali. Putin ancora ieri evita di chiamare questa iniziativa con il suo nome – “guerra” – e perfino ribadisce di essere contrario – a parole – a una guerra globale. Ma ripropone la favola della liberazione dell’Ucraina dal nazismo per restituirla a quel “Mondo russo” che – come in ogni retorica nazionalista e imperialista – rappresenta una zona mitologica vagamente definita dal dominio di Mosca, strettamente legato al potere temporale della Chiesa ortodossa russa, il cui patriarca ha benedetto l’invasione.

Allo stesso modo, ancora ieri, nel corso della tradizionale parata del Giorno della Vittoria nella Piazza Rossa a Mosca, Putin giustifica l’operazione militare speciale come se fosse un nuovo capitolo dell’eterna opposizione contro il nazismo. Il paradosso è che, in questa guerra, un erede del nazismo effettivamente esiste, ma è lo stesso tiranno russo.

“Con l’invasione dell’Ucraina, Putin, la sua cerchia ristretta e i generali stanno ora rispecchiando il fascismo e la tirannia di 70 anni fa, ripetendo gli errori dei regimi totalitari del secolo scorso”, dichiara il ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, con la cruda schiettezza che spesso contraddistingue gli anglosassoni. Che, peraltro, di bombardamenti nazisti se ne intendono: la capitale Londra fu colpita nel settembre del 1940.

La verità è che le somiglianze tra l’aggressione russa odierna e la guerra di conquista di Hitler in Europa dopo il 1939 sono più d’una. C’è un dittatore che ha ordinato l’invasione di un territorio straniero autonomo per l’autoesaltazione della propria nazione. Lo ha fatto senza essere stato provocato da un attacco da parte del paese invaso, perseguendo i suoi obiettivi in violazione degli accordi bilaterali e internazionali e del diritto riconosciuto nelle carte dell’Onu. L’invasione è giustificata sulla base di false pretese di supremazia storica, ideologica e, perfino, mistico-religiosa. Si propaga un mito secondo cui le vittime dell’aggressione vengono di fatto liberate dall’oppressione.

I militari hanno agito barbaramente, puntando direttamente la popolazione civile con l’obiettivo della sua eliminazione fisica, etnica e culturale. Insomma: la grande esibizione dell’esercito russo nella Piazza Rossa e la falsa giustificazione “anti-nazista” dell’aggressione in Ucraina rappresentano una odiosa operazione di propaganda che strumentalizza la memoria delle decine di milioni di persone assassinate nella seconda guerra mondiale. Proprio domenica scorsa, i paesi del G7, immaginando la sceneggiata, hanno preventivamente stigmatizzato l’invocazione della sconfitta di Hitler da parte di Putin come una scusa per giustificare l’aggressione all’Ucraina.

“Commemoriamo la fine della Seconda guerra mondiale e la liberazione dal regno del terrore fascista e nazista. Settant’anni dopo, Putin ha scelto di invadere l’Ucraina in una guerra non provocata di aggressione. Le sue azioni coprono di vergogna la Russia e gli storici sacrifici del suo popolo”, si legge nel messaggio finale del G7. Ciò nonostante – o proprio per questo? – nel corso del suo discorso alle truppe di ieri il despota del Cremlino tenta una “captatio benevolentiae” della comunità internazionale riconoscendo e ricordando il valore degli alleati che nella seconda guerra mondiale si opposero alla Germania nazista insieme con i russi.

Ma ci vuole ben altro, ormai, per riconquistare la stima delle cancellerie dei paesi occidentali impegnate a cercare nuove misure per fronteggiare la minaccia del Cremlino. E proprio per concordare le prossime mosse, da oggi Mario Draghi è in visita a Washington. Dall’incontro con Joe Biden emergerà la strategia anti-Putin dei prossimi mesi.

Putin: "Stiamo liberando l’Ucraina dalla feccia nazista". Edoardo Sirignano l'8 Maggio 2022 su Il Giornale.

Lo zar paragona l’operazione in Ucraina alla seconda guerra mondiale e sostiene come i russi possono ancora sconfiggere Zelensky proprio come fecero con Hitler nel 1945.

La vittoria sarà nostra. Non si fa attendere la risposta di Vladimir Putin alle parole di Volodomyr Zelensky, che qualche ora fa, in un video, aveva paragonato lo zar a Hitler. Il presidente russo, nella giornata della commemorazione della Piazza Rossa, prendendo sempre come spunto la seconda guerra mondiale, ha messo la sua operazione militare alla pari di quella avvenuta nel 1945 per mano di Stalin.

Per il capo del Cremlino, come riporta la Tass, la vittoria sugli ucraini corrisponde a quella avuta dai sovietici sulla Germania nazista di Hitler. “Oggi i nostri soldati – si legge sul sito del governo di Mosca – stanno combattendo fianco a fianco per la liberazione della loro terra nativa dalla feccia nazista”.

Nei telegrammi di congratulazioni inviati ai leader delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk, in occasione del 77esimo anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, inoltre, Putin ha incoraggiato i suoi uomini a credere ancora nell’successo dell’operazione, seppure siano state diverse le sconfitte registrate sul campo: “Sono certo che la vittoria – ha sottolineato – sarà nostra, proprio come nel 1945”.

Non a caso proprio nella giornata di oggi hanno ricominciato a suonare le sirene che avvertono dei bombardamenti in tutte le grandi città ucraine non ancora occupate. Lo slogan, come riportato dalla principale agenzia stampa russa, sarebbe basato su un “dovere comune”, ovvero prevenire la restaurazione di un regime simile a quello del Fuhrer.

Un grido di battaglia, però, che ancora una volta allontana due popolazioni, ormai sempre più distanti tra loro. Secondo Kiev, infatti, la Russua corrisponderebbe all’aggressore che nella seconda guerra mondiale da Berlino mandò le sue truppe verso est. Lo stesso premier Zelensky, in un discorso in bianco e nero, pubblicato oggi, ha chiarito come è stata organizzata una “ripetizione fanatica del regime nazista”.

Il riferimento è proprio alla piazza di Mosca, oggi piena di manifesti a sostegno di Putin, z sui muri, parate e segni di un paese che come riferito dal presidente ancora non si sente sconfitto, nonostante le perdite e crede quindi nel rovesciamento delle sorti.

DAGONOTA il 9 maggio 2022.

Il discorso di Vladimir Putin davanti alla Piazza Rossa, con la parata organizzata per celebrare il 77esimo anniversario del giorno della vittoria dell’Unione sovietica sul nazismo, ha sorpreso gran parte degli analisti internazionali di geopolitica. 

Ha sorpreso per il suo tono cauto, dimesso, al limite del sottomesso, al punto che non ha fatto alcun riferimento al nucleare, non ha dato inizio ad alcuna escalation, non ha trasformato l’Operazione militare speciale in guerra. Nessuna enfasi, nessuna mobilitazione generale, nessuna dichiarazione di guerra: il conflitto è diventato una lotta in difesa della “patria” nel Donbas.

Ha sorpreso perché ha riconosciuto il gran numero di soldati e ufficiali che sono morti: “un dolore per tutti noi e una perdita irreparabile per parenti e amici… Daremo un sostegno speciale ai figli dei compagni morti e feriti. In merito ho firmato oggi un decreto”. 

Ha sorpreso perché lo scontatissimo attacco a Washington si è trasformato in un appello ai paesi europei di non farsi trascinare in un abisso di morte: “Gli Stati Uniti d’America, soprattutto dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, hanno curato solo la loro esclusività, umiliando così non solo tutto il mondo ma anche i propri Paesi satelliti che sono costretti a far finta di non accorgersi di nulla e a inghiottire tutto questo docilmente”.

Ha sorpreso perché ha spazzato via la minaccia nucleare spiegando che "l'orrore di una guerra globale non si deve ripetere" sottolineando che con l'attacco all'Ucraina Mosca ha risposto ad "una minaccia diretta vicino ai confini russi", perché "una attacco era stato preparato, anche alla Crimea". "Se ci fosse stata anche una possibilità di risolvere la questione ucraina pacificamente, la Russia l'avrebbe usata", ha aggiunto. 

Un discorso dimesso che, secondo gli analisti, denota che Putin ha difficoltà all’interno del suo regime. Uno spiraglio che potrebbe portare a una trattativa è stato subito percepito da Macron parlando a Strasburgo alla chiusura della Conferenza sul futuro dell'Europa: “Non siamo in guerra contro la Russia, lavoriamo per la preservazione dell'integrità dell'Ucraina, per la pace nel nostro continente. Ma sta solo all'Ucraina definire i termini dei negoziati con la Russia".

 Ha acutamente chiosato sul corriere.it Marco Imarisio: “Non sono volati neppure gli aerei di guerra in formazione a Z, bloccati dalle avverse condizioni atmosferiche, come ha detto il portavoce Dmitry Peskov. Anche il suo presidente, tutto sommato, ha volato basso. Forse la vera novità è questa: quello di Putin è un discorso in tono minore, quasi sulla difensiva. Come se anche lui avesse voglia di farla finita. Ma questa è solo una nostra impressione, la nostra speranza”.

Estratto dell’articolo di Micol Flammini per ilfoglio.it il 9 maggio 2022.

[…] Davanti alla Piazza Rossa, con la parata organizzata per celebrare il 77esimo anniversario del giorno della vittoria dell’Unione sovietica sul nazismo, Vladimir Putin ha ricordato per un attimo le perdite che questa nuova guerra: “La morte di ciascuno dei nostri soldati e ufficiali è un dolore per tutti noi e una perdita irreparabile per parenti e amici… Daremo un sostegno speciale ai figli dei compagni morti e feriti. In merito ho firmato oggi un decreto”. 

Davanti al ricordo dei soldati morti, di cui non ha fornito numeri, il presidente russo ha ribaltato la realtà, cercando di tratteggiare la storia di una guerra nata non per aggredire un paese vicino, bensì per difendere il territorio di una Russia che il resto del mondo vuole aggredita e isolata.  

Il 24 febbraio, giorno dell’inizio dell’invasione, Putin aveva parlato di un’operazione speciale per denazificare l’Ucraina. Oggi, 9 maggio, la guerra è diventata una lotta in difesa della “patria” nel Donbas. 

[…]  Quello di Putin nella Piazza Rossa era un discorso rivolto soprattutto ai russi, per dire loro: siamo un popolo unico, forte, indipendente, ne dobbiamo subire le conseguenze, le morti e dobbiamo difenderci. Lamentele e sacralità al servizio della propaganda e per continuare a giustificare una guerra alla quale non ha intenzione di mettere fine: le accuse agli Stati Uniti e la dichiarazione seconda la quale la Nato punta al territorio russo lo dimostrano. [...]

Marco Imarisio per corriere.it il 9 maggio 2022.

Anatomia di un discorso tanto cauto quanto atteso, ed è una cautela che induce a una piccola speranza. Perché per una volta, sono più importanti le parole non dette di quelle effettivamente pronunciate. Sul palco allestito nella Piazza Rossa , davanti agli «hurrah» dell’esercito schierato, Vladimir Putin non ha fatto alcun riferimento al nucleare, non ha dato inizio ad alcuna escalation, non ha trasformato l’Operazione militare speciale in guerra. 

Niente di tutto questo. Anzi, per la prima volta ha riconosciuto il prezzo in termini di vite umane che la Russia sta pagando. «La morte di ognuno dei nostri soldati e dei nostri ufficiali è un dolore che grava su tutti noi» ha detto, aggiungendo che «lo Stato farà di tutto per aiutare le famiglie, e darà un supporto speciale ai bambini delle vittime e ai nostri compagni feriti».

La sorpresa è stata nei contenuti mancanti, e nel tono del discorso. Nonostante lo sfarzo dell’allestimento guerresco, Putin non ha fatto ricorso all’enfasi trionfalistica, e neppure alla retorica nazionalista. Ha cominciato facendo un parallelo tra i veterani del 1941-1945 che sedevano dietro di lui e i soldati che stanno combattendo nel Donbass. «La milizia del Donbass e l’esercito russo stanno combattendo per la loro terra, che gli eroi della Grande Guerra Patriottica hanno difeso fino alla morte». 

Ma ben presto ha abbandonato questo paragone. Per passare a un riassunto dei motivi che lo hanno spinto ad invadere l’Ucraina, Paese mai nominato durante la sua orazione, come se esistessero solo le sue ragioni ma non lo Stato che le contiene. «Nonostante tutte le divergenze nei rapporti internazionali, la Russia si è sempre battuta per creare un sistema di sicurezza equo e paritario, un sistema di vitale necessità per tutta la comunità mondiale.

Nel dicembre scorso abbiamo proposto di concludere un accordo sulle garanzie di sicurezza. La Russia esortava l’Occidente ad un dialogo onesto, alla ricerca di soluzioni ragionevoli e di compromesso, alla considerazione dei reciproci interessi. Tutto invano. I paesi della Nato non ci hanno voluto ascoltare e ciò significa che avevano ben altri piani.

Ci si preparava a una ennesima aggressione nel Donbass, all’invasione nelle nostre terre storiche, inclusa la Crimea. A Kiev intanto veniva dichiarata possibile l’acquisizione dell’arma nucleare. Siccome esisteva una minaccia immediata ai nostri confini, la Russia ha fermato preventivamente l’aggressione. Era l’unica decisione corretta e tempestiva da prendere». Già sentito, già visto. 

Se proprio vogliamo trovare una novità, è nell’attacco frontale agli Usa, ormai ritornati in Russia al ruolo di «Grande Satana» come ai tempi della guerra fredda. Mai sulla Piazza Rossa si era sentito un attacco così diretto e frontale, come se Washington fosse il ricettacolo di ogni male.

«Gli Stati Uniti d’America, soprattutto dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, hanno curato solo la loro esclusività, umiliando così non solo tutto il mondo ma anche i propri Paesi satelliti che sono costretti a far finta di non accorgersi di nulla e a inghiottire tutto questo docilmente. Ma noi siamo un Paese diverso.

La Russia ha un altro carattere. Non rinunceremo mai all’amore per la Patria, alla fede e ai valori tradizionali, alle usanze degli antenati, al rispetto verso tutti i popoli e le culture. Mentre in Occidente, a quanto pare, hanno deciso di abolire questi valori millenari. Un degrado morale che è diventato la base di ciniche falsificazioni della storia della Seconda guerra mondiale, della fomentazione della russofobia, dell’esaltazione dei traditori, arrivando a cancellare il coraggio di coloro che ottennero tra le sofferenze la Vittoria».

L’ultimo passaggio è un chiaro riferimento alla scarsa importanza che secondo Putin gli Usa attribuiscono alla Russia per la sconfitta del Terzo Reich. Ai veterani americani, ha aggiunto, è stato impedito di venire oggi a Mosca. «Ma noi invece li onoriamo, come facciamo con gli altri alleati». Il presidente russo ha poi chiesto un minuto di silenzio, non solo in onore dei caduti della Seconda Guerra Mondiale, ma anche «dei martiri di Odessa bruciati vivi nella Casa dei sindacati nel maggio 2014”, dei residenti del Donbass e dei partecipanti all’Operazione militare speciale».

Putin ha concluso in crescendo, ricordando come «altre volte i nemici della Russia tentarono di usare contro di noi bande di terroristi internazionali cercando di seminare ostilità etnica e religiosa per indebolirci dall’interno, senza mai giungere ad alcun risultato». Ma infine non c’è stata alcuna nessuna dichiarazione di guerra, nessuna mobilitazione generale.

Solo un riepilogo delle ragioni russe, e la sottolineatura del fatto delle cose che il Cremlino sostiene di aver chiesto più volte alla Nato e agli Usa, senza mai ottenerle. Non sono volati neppure gli aerei di guerra in formazione a Z, bloccati dalle avverse condizioni atmosferiche, come ha detto il portavoce Dmitry Peskov. Anche il suo presidente, tutto sommato, ha volato basso. Forse la vera novità è questa: quello di Putin è un discorso in tono minore, quasi sulla difensiva. Come se anche lui avesse voglia di farla finita. Ma questa è solo una nostra impressione, la nostra speranza.

Putin, il discorso integrale in italiano. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 9 maggio 2022.

Il discorso integrale di Vladimir Putin alla parata militare del 9 maggio a Mosca, in occasione del 77esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale. 

«Russia», 11 volte. «Soldati», 8 volte. E ancora, altre 8 volte, «Guerra» e «Patria» (anche nella declinazione «patriottica» 5 volte). Sono queste le parole più utilizzate nel discorso tenuto il 9 maggio dal presidente russo, Vladimir Putin, alla parata nella Piazza Rossa a Mosca per il giorno della Vittoria. E proprio il concetto di «Vittoria» è rimasto oggi in ombra: il termine è stato pronunciato “solo” 5 volte dallo zar. Grande attenzione è stata riservata anche ai concetti di «memoria» (5 volte) e «sicurezza» (4 volte).

Cari cittadini russi!

Cari veterani!

Compagni soldati e marinai, sergenti e capisquadra, guardiamarina e guardiamarina!

Compagni ufficiali, generali e ammiragli!

Mi congratulo con te per il Grande Giorno della Vittoria!

La difesa della Patria, quando si decideva il suo destino, è sempre stata sacra. Con tali sentimenti di autentico patriottismo, la milizia di Minin e Pozharsky si alzò per la Patria, attaccò il campo di Borodino, combatté il nemico vicino a Mosca e Leningrado, Kiev e Minsk, Stalingrado e Kursk, Sebastopoli e Kharkov. Quindi ora, in questi giorni stai combattendo per la nostra gente nel Donbass. Per la sicurezza della nostra Patria - la Russia.

Il 9 maggio 1945 è per sempre iscritto nella storia mondiale come un trionfo del nostro popolo sovietico unito, della sua unità e del suo potere spirituale, un’impresa senza precedenti al fronte e alle retrovie. Il Giorno della Vittoria è vicino e caro a ciascuno di noi. Non c’è famiglia in Russia che non sia stata bruciata dalla Grande Guerra Patriottica. La sua memoria non svanisce mai. In questo giorno, nel flusso infinito del «Reggimento immortale» - figli, nipoti e pronipoti degli eroi della Grande Guerra Patriottica. Portano fotografie dei loro parenti, soldati caduti che sono rimasti per sempre giovani e veterani che ci hanno già lasciato. Siamo orgogliosi della generazione invincibile e valorosa di vincitori, che siamo i loro eredi, ed è nostro dovere conservare la memoria di coloro che hanno schiacciato il nazismo, che ci hanno lasciato in eredità a essere vigili e fare di tutto affinché l’orrore di una guerra globale non succede più. E quindi, nonostante tutti i disaccordi nelle relazioni internazionali, la Russia ha sempre sostenuto la creazione di un sistema di sicurezza uguale e indivisibile, un sistema vitale per l’intera comunità mondiale. Nel dicembre dello scorso anno abbiamo proposto di concludere un accordo sulle garanzie di sicurezza. La Russia ha invitato l’Occidente a un dialogo onesto, a cercare soluzioni ragionevoli e di compromesso, a tener conto dei reciproci interessi. Tutto invano.

I Paesi della Nato non volevano ascoltarci, il che significa che in realtà avevano piani completamente diversi. E l’abbiamo visto. Apertamente, erano in corso i preparativi per un’altra operazione punitiva nel Donbass, per un’invasione delle nostre terre storiche, compresa la Crimea. A Kiev hanno annunciato la possibile acquisizione di armi nucleari. Il blocco Nato ha avviato lo sviluppo militare attivo dei territori a noi adiacenti. Così, una minaccia per noi assolutamente inaccettabile è stata sistematicamente creata, direttamente ai nostri confini. Tutto indicava che uno scontro con i neonazisti, su cui puntavano gli Stati Uniti e i loro partner, sarebbe stato inevitabile. Ripeto, abbiamo visto come si sta sviluppando l’infrastruttura militare, come hanno iniziato a lavorare centinaia di consulenti stranieri, ci sono state consegne regolari delle armi più moderne dai paesi della Nato. Il pericolo cresceva ogni giorno. La Russia ha rifiutato preventivamente l’aggressione. È stata una decisione forzata, tempestiva e l’unica giusta. La decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente. Gli Stati Uniti d’America, soprattutto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, hanno iniziato a parlare della sua esclusività, umiliando così non solo il mondo intero, ma anche i suoi satelliti, che devono fingere di non accorgersi di nulla e accettare docilmente tutto. Ma siamo un paese diverso. La Russia ha un carattere diverso. Non rinunceremo mai all’amore per la Patria, alla fede e ai valori tradizionali, ai costumi dei nostri antenati, al rispetto per tutti i popoli e le culture. E in Occidente, questi valori millenari, a quanto pare, hanno deciso di cancellarsi.

Tale degrado morale divenne la base per ciniche falsificazioni della storia della seconda guerra mondiale, incitando alla russofobia, elogiando i traditori, deridendo la memoria delle loro vittime, cancellando il coraggio di coloro che vinsero e subirono la Vittoria. Sappiamo che ai veterani americani che volevano partecipare alla parata di Mosca è stato effettivamente vietato di farlo. Ma voglio che sappiano che siamo orgogliosi delle tue imprese, del tuo contributo alla Vittoria comune. Onoriamo tutti i soldati degli eserciti alleati - americani, inglesi, francesi - i partecipanti alla Resistenza, i valorosi soldati e partigiani della Cina - tutti coloro che hanno sconfitto il nazismo e il militarismo.

Cari compagni!

Oggi la milizia del Donbass, insieme ai combattenti dell’esercito russo, sta combattendo nella propria terra, dove i combattenti di Svyatoslav e Vladimir Monomakh, i soldati di Rumyantsev e Potemkin, Suvorov e Brusilov, hanno combattuto il nemico, dove gli eroi della Grande Guerra Patriottica - Nikolai Vatutin, Sidor Kovpak, Lyudmila Pavlichenko hanno combattuto fino alla morte. Mi rivolgo ora alle nostre forze armate e alla milizia del Donbass. Stai combattendo per la Patria, per il suo futuro, in modo che nessuno dimentichi le lezioni della Seconda Guerra Mondiale. In modo che non ci sia posto nel mondo per carnefici, punitori e nazisti.

Oggi chiniamo il capo davanti al ricordo benedetto di tutti coloro la cui vita è stata tolta dalla Grande Guerra Patriottica, davanti al ricordo di figli, figlie, padri, madri, nonni, mariti, mogli, fratelli, sorelle, parenti, amici.

Chiniamo il capo davanti alla memoria dei martiri di Odessa, bruciati vivi nella Camera dei sindacati nel maggio 2014. Davanti alla memoria degli anziani, delle donne e dei bambini del Donbass, dei civili morti per i bombardamenti spietati, i barbari attacchi dei neonazisti. Chiniamo il capo davanti ai nostri compagni d’armi, che morirono alla morte di coraggiosi in una giusta battaglia - per la Russia. Viene annunciato un momento di silenzio. (Momento di silenzio.) Decreto sulle misure aggiuntive a sostegno delle famiglie del personale militare e dei dipendenti di alcune agenzie del governo federale La morte di ciascuno dei nostri soldati e ufficiali è un dolore per tutti noi e una perdita irreparabile per parenti e amici. Lo stato, le regioni, le imprese, le organizzazioni pubbliche faranno di tutto per prendersi cura di queste famiglie e aiutarle. Daremo un sostegno speciale ai figli dei compagni morti e feriti. Firmato oggi il DPR in merito. Auguro una pronta guarigione ai soldati e agli ufficiali feriti. E ringrazio i medici, i paramedici, gli infermieri, il personale medico degli ospedali militari per il loro lavoro disinteressato. Un profondo inchino a te per aver combattuto per ogni vita - spesso sotto tiro, in prima linea, senza risparmiarti. Cari compagni! Ora qui, sulla Piazza Rossa, stanno spalla a spalla soldati e ufficiali di molte regioni della nostra vasta Patria, compresi quelli che sono arrivati direttamente dal Donbass, direttamente dalla zona di combattimento. Ricordiamo come i nemici della Russia hanno cercato di usare contro di noi bande di terroristi internazionali, hanno cercato di seminare inimicizia nazionale e religiosa per indebolirci e dividerci dall’interno. Niente è riuscito.

Oggi, i nostri combattenti di diverse nazionalità sono insieme in battaglia, coprendosi a vicenda da proiettili e schegge come fratelli. E questa è la forza della Russia, la grande, indistruttibile forza del nostro popolo unito e multinazionale. Oggi difendi ciò per cui hanno combattuto i tuoi padri, i tuoi nonni, i tuoi bisnonni. Per loro, il senso più alto della vita è sempre stato il benessere e la sicurezza della Patria. E per noi, loro eredi, la devozione alla Patria è il valore principale, un supporto affidabile per l’indipendenza della Russia. Coloro che hanno schiacciato il nazismo durante la Grande Guerra Patriottica ci hanno mostrato un esempio di eroismo per tutti i tempi. Questa generazione di vincitori, e noi li ammireremo sempre.

Gloria alle nostre valorose Forze Armate!

Per la Russia! Per la vittoria!

Evviva!

Vittimisti di successo. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera 9 Maggio 2022.

Fare la vittima funziona. Persino Putin, il macho per eccellenza, se ne è uscito sulla Piazza Rossa con un piagnisteo contro la Nato che, secondo lui, stava per invadere la Russia. In fondo anche Zelensky, che vittima lo è per davvero, sembra sempre voglia farci sentire un po’ in colpa perché non lo aiutiamo abbastanza. Ma la lista dei vittimisti di successo è infinita. L’ex presidente degli Stati Uniti che, agitando il fantasma dei brogli, solleva una mezza insurrezione e si rilancia politicamente. L’ex premier italiano che si costruì una carriera facendo la vittima dei giudici. Gli oppositori che se la costruirono facendo le vittime dell’ex-premier. Il partito che diventa «establishment» lamentandosi di essere vittima dell’«establishment». Fino al professore universitario di recentissima notorietà che attribuisce la sua ritardata consacrazione alle bocciature inflittegli «mille volte e ingiustamente» da colleghi invidiosi e collusi. Di solito il vittimista si rappresenta come un eroe lasciato solo a combattere contro un esercito di ombre maligne e vendicative. C’entra l’umana indulgenza verso sé stessi e, forse, il calcolo malizioso che niente produce più empatia del vittimismo: tutti imputiamo i nostri errori alla malafede altrui e tendiamo a solidarizzare con chi ce ne dà conferma. Tra tanti aspiranti al ruolo di vittima, l’unico controcorrente sembrava Calenda, che a Como aveva in lista una mistress sadomaso. Poi però l’ha tolta. Nel Paese delle vittime una «dominatrice» prenderebbe pochi voti. 

DAGONEWS il 9 maggio 2022.

La parata della vittoria si è trasformata in una clamorosa umiliazione per Putin. Mentre milioni di cittadini russi si preparavano a guardare in diretta il discorso di “Mad Vlad” dalla piazza rossa di Mosca, un gruppo di hacker è riuscito a colpire le tv del Paese, facendo comparire un messaggio con su scritto: “Nelle tue mani c’è il sangue di persone in Ucraina e dei loro bambini assassinati. La tv e il governo ti mentono”

(ANSA il 9 maggio 2022) - La parte aerea della parata a Mosca è stata cancellata "per le condizioni meteo". Lo ha annunciato l'addetto stampa del presidente russo, Dmitri Peskov, citato dalle agenzie russe.

Parata della Vittoria, il mistero dei jet scomparsi: cosa è successo davvero sui cieli della Piazza Rossa. Libero Quotidiano il 09 maggio 2022.

Oggi, nove 9 maggio, in un giorno così importante per la Russia, a destare scalpore è stato l’annullamento dello spettacolo dell’aviazione russa. Nel giorno della Parata della Vittoria, che è al suo 77esimo anniversario dalla liberazione della Germania, i celebri Mig (i caccia dell’armata russa) non hanno sfilato come programmato. Un’assenza che non poteva passare inosservata dopo le foto delle esercitazioni in volo a formare una Z, simbolo dell’operazione militare in Ucraina.

 Il portavoce del Presidente Putin, Dmitry Peskov, ha spiegato al Kommersant che tale esibizione è stata annullata causa maltempo. La giustificazione ha destato parecchio sospetto data la giornata soleggiata, confermato anche dalle analisi meteo fornite da AccuWeather. L’unica scusa plausibile è stata fornita da Peter Layton alla Cnn, il quale ha affermato che probabilmente ci sarebbe stato: “Vento forte alle basi di partenza”. Durante la Parata il vento era: “Intorno ai 24 km/h, con raffiche di 50 km/h” ha spiegato la meteorologa della Cnn Monica Garrett. Ad aumentare il mistero su questa faccenda ci sarebbero altri due dati ad aggiungersi.

Da un lato il fatto che le parate aeree non sia state cancellate solo a Mosca ma anche a San Pietroburgo e Rostov, ha riferito l’agenzia stampa Tass. Mentre l’agenzia Ria Novosti ha dichiarato cancellazioni anche a Murmansk, Kaliningrad e Samara. Dall’altro lato, in condizioni meteo più avverse, come ad esempio gli aerei delle città di Niznij Novgorod, hanno sfilato. Quest’ultimo dato sconfessa quindi ogni altra dichiarazione. Chissà quindi quale risposta si cela dietro questa misteriosa decisione dello Zar.

Mosca, le foto della parata del 9 maggio: Putin e Shoigu, "non è al suo fianco". Il dettaglio inquietante. Il Tempo il 09 maggio 2022.

Nell'attesissimo discorso pronunciato sulla Piazza rossa in occasione del Giorno della vittoria, il presidente russo Vladimir Putin rivendica la sua "operazione militare speciale" in Ucraina, ma non spinge la guerra a uno step successivo. Anzi, il leader di Mosca evita di pronunciare esplicitamente la parola, come temuto alla vigilia delle celebrazioni per la vittoria sul nazismo, nonostante le smentite del Cremlino, concentrandosi sulle motivazioni che lo avrebbero spinto a questo gesto e attaccando frontalmente la Nato e l'Occidente, che "non ha voluto ascoltarci".

In una Piazza rossa gremita da circa 11mila soldati divisi in 33 colonne, con sfoggio di carri armati, armamenti e dell'aereo anti attacco nucleare Ilyushin-80, ma dove non si è potuta tenere la parte aerea della parata a causa - almeno secondo quanto riferito dal Cremlino - delle condizioni meteo, risuona forte anche ciò che Putin non ha detto. Nessun accenno proprio al nucleare, o a un'escaltion del conflitto, ma un monito a essere vigili nel "fare di tutto affinché l'orrore di una guerra globale non succeda più". 

Ma non solo il discorso anche le immagini del Giorno della Vittoria fanno discutere e persino scoppiare un giallo. Sulla piazza appare trionfante anche Sergej Shoigu, il fedelissimo ministro della Difesa russo, scomparso e riapparso. Su di lui è stato scritto di tutto, persino che fosse ridotto in fin di vita. Poi il suo ritorno in pubblico - due settimane fa - con il faccia a faccia con lo zar trasmesso in tv). Ma Shoigu sulla piazza Rossa non si è mai visto al fianco del presidente: nemmeno un istante vicini né una foto insieme. Un caso in un giorno tanto atteso e significativo per la Russia o il segno inequivocabile della distanza fra i due?

L'assente di lusso del 9 Maggio. Il mistero di Valery Gerasimov, il generale russo assente alla parata di Mosca: i dubbi sul suo ferimento in Ucraina. Carmine Di Niro su Il Riformista il 9 Maggio 2022. 

Nessuna minaccia di una escalation nucleare, né della trasformazione del conflitto in corso in Ucraina da “operazione militare speciale” a vera e propria “guerra”. Accanto al ‘non detto’ di Vladimir Putin nel suo discorso tenuto questa mattina nella Piazza Rossa di Mosca per celebrare il 9 Maggio, data che simboleggia la vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, c’è anche il ‘non presente’.

Fa infatti discutere l’assenza alla cerimonia, accanto alle alte sfere del governo russo e delle forze armate, del generale Valery Gerasimov, capo delle Forze armate russe e ufficiale in uniforme più alto in grado della Russia, una delle tre persone assieme a Putin e al ministro della Difesa Sergei Shoigu ad avere i codici nucleari.

L’assenza di Gerasimov alla celebrazione del 9 Maggio rilancia dunque i rumors, per ora non confermati, di un suo ferimento lo scorso primo maggio durante un attacco ucraino al centro di comando russo di Izyum, stabilito all’interno di una scuola ‘sequestrata’ dai militari. Gerasimov sarebbe stato ferito in modo non grave alla gamba destra.

La notizia era stata pubblicata da Bellingcat, noto sito di giornalismo investigativo, e confermata dall’ex ministro dell’Interno ucraino Arsen Avakov. Gerasimov, teorico della dottrina di guerra non-convenzionale che prende il suo nome, era stato ‘spedito’ da Putin nel Donbass per coordinare l’offensiva russa che dovrebbe portare il Cremlino a prenderei il totale controllo della Regione che ospita le due repubbliche separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk.

Di Gerasimov in realtà si erano già perse le tracce ‘pubbliche’: il capo delle Forze armate russe era stato visto l’ultima volta in pubblico l’11 marzo scorso, data dell’incontro con la sua controparte turca Yasar Güler. Sempre a marzo suo nipote Vitalij Gerasimov, a capo del 41esima armata dell’esercito russo, era stato ucciso durante dei combattimenti vicino a Kharkiv.

In realtà sullo stesso ferimento di Gerasimov l’intelligence ucraina aveva chiarito che era stata attaccato l’area in cui il generale russo era presente, precisando però di non averlo colpito e che probabilmente il capo delle Forze armate russe fosse poi riuscito a fare ritorno in patria. Nell’attacco sarebbero però morti circa 200 militari russi, tra cui il maggiore generale Andrey Simonov.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Chi sono gli "Immortali" che non hanno partecipato alla parata di Putin. Alessandro Ferro il 9 Maggio 2022 su Il Giornale.

A 10 anni dalla fondazione, i tre capi del Reggimento degli "Immortali" non hanno partecipato alla parata di Mosca per le celebrazioni del 9 maggio: ecco cosa c'è dietro a questa scelta.

Durante la parata del 9 maggio che si è da poco conclusa hanno preso parte anche i componenti del "Reggimento Immortale", in pratica figli, nipoti e pronipoti degli "eroi" della Grande Guerra Patriottica che portano con loro le foto in bianco e nero e i ritratti dei loro cari che sono caduti nel campo di battaglia. Gli "Immortali" sono un popolo numerosissimo che comprende milioni di persone sia in Russia ma anche oltreconfine ed è stato istituito dieci anni fa. Il ricordo dei propri familiari e parenti, però, quest'anno è stato sporcato dalla guerra ordinata da Putin nei territori ucraini. È per questa ragione che i fondatori di questo reggimento non hanno sfilato per le vie di Mosca.

"I bisnonni ci avrebbero maledetto"

Sergej Lapenkov, Igor Dmitriev e Sergej Kolotovkin, i tre fondatori, hanno deciso di incrociare le braccia e bloccare una tradizione che loro stessi avevano lanciato con una nobile motivazione. "Purtroppo assistiamo a fenomeni ed eventi che cambiano il significato originario", hanno scritto sul sito web degli Immortali. Possessori anche di Tv2, chiusa lo scorso 4 marzo per le posizioni anti-putiniane e contro le fake news della propaganda russa, i tre soci non ci stanno. "È la nostra posizione. E non è cambiata. Il guaio è che pochi pensano che in Ucraina siano stati gettati, dall'una e dall'altra parte, i pronipoti di coloro che combatterono allora e che oggi chiamiamo Reggimento Immortale. I nostri bisnonni ci avrebbero maledetto per quello che sta succedendo", ha affermato a Repubblica Lapenkov.

Chi ha boicottato la parata

Oltre alla loro protesta, hanno partecipato alla parata ma per esprimere il loro dissenso anche i componenti di Vesna (Primavera), che avevano già mostrato la loro contestazione in diverse maniere tra le quali l'invito ai loro sostenitori di mettere una scritta sotto i ritratti dei propri familiari morti in guerra: "Non hanno combattuto per questo", riferendosi, ovviamente, al conflitto in Ucraina. È chiaro che il Cremlino ha fatto da spettatore attento in questa vicenda e sta già operando le contromosse come l'arresto del coordinatore di Vesna e altri tre attivisti che rischiano fino a 24 mesi di carcere per la "creazione di un'organizzazione senza scopo di lucro che viola i diritti dei cittadini".

"Da vittorioso a aggressore"

Lo storico Jurij Alekseev, veterano in Afghanistan e in Cecenia, senza mezzi termini ha affermato che lo scorso 24 febbraio la Russia "da Paese vittorioso è diventata aggressore. Che metamorfosi. Che cosa ha a che fare con il 9 maggio?", e che questa aggressione è avvenuta in un giorno in cui sono stati messi in bella mostra i vessilli della "denazificazione" "anche se non so come vogliano denazificare gli ebrei, intendo il presidente Zelensky". Se da un lato c'è stato l'orgoglio e la commozione delle famiglie di chi non c'è più, dall'altro lato la Russia oggi non si è preoccupata della "moralità", come l'ha definita Alekseev. Secondo quanto riferito dall'Agenzia russa Novosti, si sarebbero tenute anche a Kherson alcune manifestazioni degli Immortali, città ucraina occupata dai russi.

"Putin come Hitler?". E Cacciari sbotta in tv. Luca Sablone il 9 Maggio 2022 su Il Giornale.

Il filosofo attacca senza mezzi termini chi paragona la figura di Putin a quella di Hitler: "Una perfetta idiozia che vale solo come volgare propaganda".

L'accusa di fondo che in molti hanno avanzato da circa due mesi a questa parte è davvero forte, una tesi che paragona la figura di Vladimir Putin a quella di Adolf Hitler. Ma davvero si può effettuare un'uguaglianza tra i due? C'è chi fa notare che si tratta di una pratica impossibile, poiché andrebbero messe a confronto due epoche storiche completamente differenti e circostanze che tra di loro non possono essere assimilate con estrema superficialità.

L'argomento in questione è stato al centro dell'ultima puntata di Non è l'arena, programma in onda su La7 la domenica sera, che si è occupato di prendere in esame la situazione che il mondo sta attraversando mentre è in corso il conflitto militare tra Ucraina e Russia. Una voce importante è stata quella di Massimo Cacciari, che senza mezzi termini se l'è presa con chi continua a paragonare Putin a Hitler: "Si tratta di una perfetta idiozia che vale solo come volgare propaganda".

Come mai il filosofo ha una posizione così netta nei confronti di questa tematica? A suo giudizio non bisognerebbe farsi guidare dall'istinto, ma ragionare in maniera distaccata e tenendo bene in mente tutte quelle che sono le effettive differenze. "Quando si vuole demonizzare l'avversario è naturale che si usi l'immagine del demonio, cioè di un male assoluto", ha fatto notare. Agire in questo modo, sostiene Cacciari, non è solo facile e superficiale ma soprattutto "perfettamente idiota".

Il filosofo ha posto l'accento sul fatto che le tragedie che stiamo vivendo "non hanno nulla a che fare con quello che ha rappresentato il nazionalsocialismo e la figura di Hitler", né dal punto di vista ideologico né da un punto di vista strategico-politico. I pensieri di Cacciari non vanno messi in relazione solo all'attuale conflitto militare tra Ucraina e Russia, ma andrebbero presi in considerazione ogni volta che si parla di qualsiasi conflitto avvenuto dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.

"Se vogliamo parlare seriamente di nazismo allora facciamo un discorso sulla straordinarietà dell'esperienza nazionalsocialista anche nei confronti del fascismo", ha aggiunto il filosofo. Che infine ha voluto ammonire pure tutti coloro che in maniera frettolosa e sbrigativa parlano di nazi-fascismo, anche se in fin dei conti c'è stata un'alleanza politica: "È una stupidaggine. Ideologicamente e culturalmente sono due fenomeni che andrebbero rigorosament 

Otto e mezzo, Alessandro Sallusti: "Hitler come Putin? Ci sono analogie inquietanti..." Libero Quotidiano il 26 febbraio 2022.

"Putin come Hitler?". Alessandro Sallusti, in collegamento con Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, nella puntata del 25 febbraio, conferma il paragone: "Ci sono analogie, dei corsi e ricorsi storici, inquietanti... Nel 1938 Hitler invase la Cecoslovacchia con la scusa che ci fosse una minoranza tedesca vessata e l’Europa stette a guardare. Come quella era una scusa per Hitler così le minoranze russe lo sono per Putin", sottolinea il direttore di Libero.  

Che osserva: "La domanda è se questo è il primo passo per ricostituire l'Unione Sovietica, per ricostituire un impero". "Se Vladimir Putin fosse il nuovo Hitler", aggiunge Gad Lerner, anche lui in collegamento, "e noi abbiamo sentito indicare tanti nuovi Hitler negli ultimi 20 anni, ci sarebbe solo una cosa da fare e ce lo dice la storia: armare una guerra militare contro la Russia". 

"Questa è la seconda grande sconfitta dell'Occidente in pochi mesi dopo la fuga ingloriosa da Kabul", conclude dunque Gad Lerner. "Per me non è Hitler, è uno che vuole sviluppare una sua sfera d'influenza e avere la certezza che ai suoi confini non ci siano missili della Nato puntati contro di lui". 

Caracciolo ridicolizza Putin: “Il Donbass vale poco, è già sconfitto”. Il Tempo l'08 maggio 2022.

Francesco Verderami è stanco delle bugie sulla guerra della Russia usate da un certo colore politico, quello a sinistra, per motivi di pura auto-propaganda. Il giornalista del Corriere della Sera è ospite in studio della puntata dell’8 maggio di Controcorrente, programma tv di Rete4 che vede Veronica Gentili alla conduzione, e si toglie un sassolino, anzi un macigno dalla scarpa: “Tra le varie fake news io ne noto una che va avanti da un po’ di tempo, è una sorta di revisionismo storico su Vladimir Putin. Oggi è incentrato sul nazionalismo, sulla religione, sull’ortodossia russa, ma Putin è un comunista, nato in Unione Sovietica, cresciuto dai servizi segreti del Kgb e che ha operato attraverso gli strumenti che il comunismo gli dava per cercare di rilanciare la vecchia Unione Sovietica che aveva fallito. Putin passa per un fascista ed autorevolissimi intellettuali della sinistra, o delle terrazze romane o dell’azionismo, continuano a dargli del fascista, vorrei ricordare che - conclude il giornalista - Putin sta nella foto del comunismo, nella foto di famiglia…”.

Steve Della Casa per “La Stampa - TuttoLibri” il 9 maggio 2022.

Alberto Sordi è visibilmente spaventato, un soldato nazista gli sta puntando contro l’arma, lo minaccia di morte. Ma dietro il nazista spunta determinata Lea Massari, che sarà poi la sua compagna di vita, e colpisce il nazista con un ferro da stiro. 

Iniziano così le avventure di Silvio Magnozzi, il protagonista di Una vita difficile di Dino Risi (1961), una delle commedie più belle e significative sul dopoguerra italiano. Carla Gravina nel film di Luigi Comencini Tutti a casa (1960) è una bella ragazza, visibilmente impacciata, e porta con sé i libri di scuola. Sale su un traghetto in Romagna che deve portarla dall’altra parte del Po. 

Assieme a lei ci sono i soldati guidati da Alberto Sordi che dopo l’8 settembre sono sbandati e stanno cercando di tornare a casa, tra loro spicca Nino Castelnuovo. Ma su quella zattera c’è anche un soldato tedesco che parla un po’ di italiano e legge il nome Silvia Modena su uno dei libri della ragazza. 

Cerca di attaccare discorso con lei e a un certo punto si ricorda del suo ruolo e le chiede se Modena sia un cognome ebreo, dato che in Italia gli ebrei hanno spesso un cognome dove si evoca una città. La ragazza nega, e anche gli altri passeggeri negano di aver mai sentito che ci sia una città che si chiama Modena. Sembra tutto finito, ma scopriremo tragicamente che purtroppo non è così.

Sono due momenti di due film molto famosi, nei quali i toni di commedia si sposano al livello più alto con le note del dramma, con due grandi registi che raccontano il loro punto di vista sull’occupazione nazista dell’Italia dopo che il re e Badoglio si sono vigliaccamente messi al sicuro nella parte d’Italia già in mano agli alleati. 

Tutto è credibile: lo sono i toni, che rifuggono dalla retorica ma che non fanno sconti sulla crudeltà dei nazisti e dei loro alleati fascisti. Lo sono anche gli attori, sia quelli principali (Alberto Sordi, ancora una volta capace di raccontare le contraddizioni dell’italiano medio) sia quelli secondari, ivi compresi coloro che interpretano i nazisti. E, nel secondo caso, la credibilità ha origini ben precise.

In entrambi i film, infatti, il milite tedesco ha un nome e un cognome, Borante Domizlaff (in Una vita difficile lo si può leggere anche nei titoli di testa). Sembra un nome d’arte, ma non è così: chi si occupava di crimini di guerra lo conosceva molto bene, e da questo punto è partito Mario Tedeschini Lalli per il suo libro Nazisti a Cinecittà, uscito per Nutrimenti. 

Domizlaff, infatti, era un alto ufficiale delle SS che operava nel 1944 in quel di Roma, e che è stato tra coloro che spararono alla nuca uccidendoli gli ostaggi che furono portati alle Fosse Ardeatine. Per questo reato fu processato insieme al suo comandante Kappler nel dopo guerra, e fu assolto perchè il tribunale credette alla tesi secondo cui aveva solo eseguito un ordine al quale non poteva ribellarsi.

Sia Risi sia Comencini avevano idee non certo assimilabili al nazismo: come era possibile che avessero accolto nel loro film un nazista assassino di persone inermi? Come potevano ignorare quel nome che era comunque uscito abbondantemente sui giornali, all’epoca del processo? Oltretutto, come dimostra Tedeschini Lalli, non si trattava neanche di una persona che aveva manifestato pentimento e riconosciuto i propri errori, visto che nel 1977 quando Kappler evase da un carcere italiano il giorno di ferragosto fu proprio Domizlaff ad aiutarlo per una parte della latitanza. 

Il libro è la storia appassionata e documentatissima di un’indagine durata tanti anni, con l’autore che ricostruisce legami, nomi, relazioni con esponenti dell’estrema destra italiana, con alti prelati compromessi con il nazismo, con una sorta di «internazionale nera» che aiutò esplicitamente gli assassini nazisti nel secondo dopoguerra godendo di tante complicità, soprattutto da parte dei servizi segreti americani che nel frattempo si stavano organizzando contro il nuovo nemico, quello comunista. 

E, soprattutto, è l’ulteriore scoperta che Domizlaff non era un caso isolato. Anche Karl Hass, a sua volta ufficiale SS e assassino alle Fosse Ardeatine, collabora con registi che non possono certo essere accusati di collusioni con la destra eversiva come Luchino Visconti e Carlo Lizzani. 

E anche Hass ha avuto relazioni non marginali con i servizi segreti, e il suo nome è circolato anche in occasione delle bombe di piazza Fontana che sono il punto più intenso di relazione tra servizi segreti e neofascisti. Lo stesso Lizzani, in un intervento avvenuto al festival di Venezia nel 1995, ammette di averlo avuto nel suo film Il processo di Verona, un altro film antifascista che ha quindi nel suo cast un nazista autentico.

È lo stesso Tedeschini Lalli a mettere in guardia: non si tratta di un complotto, non è la prova di chissà quali trame o infiltrazioni. È solamente (solamente?) la prova che a guerra finita in Italia si è scelto di stendere un velo su tutta la vicenda dei nazisti in Italia: troppo pericoloso, troppo «eversivo»...

Domenico Quirico per “la Stampa” il 9 maggio 2022.

Festa contro festa, simbolo contro simbolo, noi e loro ognuno con pifferi e bandiere ma le sue, contrapposte e nemiche, giù le mani per carità! Nessuna appropriazione indebita nessuna sgarbata mescolanza. La Storia divisa a metà con i margini ben ripiegati... come se fosse possibile, come se avesse un senso: io mi prendo la mia e non voglio nulla della tua, te la lascio anche se fino al 24 febbraio accidenti! quanto erano mischiate...ma basta d'ora in avanti tutto si divide facciamo la guerra, a ognuno il Suo. Ci siamo. Oggi è il famoso nove maggio quando secondo i soliti bene informati tutto deve finire e chissà perché! 

Il Cremlino dovrebbe annunciare la pace. La sua? La nostra? O invece sillaberà ancora più guerra? Pizie e sibille che si sfregavano le mani aspettando di rimettere l'orologio del ventunesimo secolo all'orario consueto e accomodante e prenotare le vacanze tacciono, prudenti. Aspettano.

Il dieci maggio sarà uguale al nove purtroppo: con i forsennati trinceristi dell'Azovstal che aspettano di entrare nel wahalla ucraino degli eroi ma se qualcuno li tira fuori forse accetterebbero soluzioni meno apocalittiche... si aggiornano le cartine del Donbass... due spruzzi di isbe malconce prese di questo o da quello... villaggetti che sembrano nei racconti epici piazzeforti mostruose degne del genio ingegneristico di Vauban... l'artiglieria tira e annienta... indignazione! ma che guerra crudele e bizzarra è mai questa?... negoziati trattative cessate il fuoco: non si pronunci nemmeno la parola perché i guerrafondai accomodati negli stati maggiori ormai indicano la strada anche a Washington e alla Nato: stiamo vincendo la nostra guerra che forse non è neppur più quella dell'Ucraina prego non disturbare l'Unione europea è saldissima granitica nel parlare come sempre di soldi da distribuire, di petrolio e di gas se le guerre si vincessero firmando assegni avremmo già trionfato.

Eccoli qua i simboli: la sfilata della vittoria nella grande guerra patriottica da una parte, la festa dell'Europa anche lei, finalmente dice qualcuno, in elmetto e mimetica dall'altra. Se ci fosse stato bisogno di qualcos' altro per rassegnarsi alla constatazione tragica che la guerra sciagurata allarga ogni giorno di più in modo definitivo divisioni permanenti, insanabili ecco qua, oggi, le immagini esplicite, leggibili a chiunque.

Perché ormai i segnali simbolici che ciascuno dei due campi, Russia e Occidente, elabora e invia non tengono più conto dell'avversario. Non servono neppur più a intimorire il nemico, sarebbe una perdita di tempo. Parlano soltanto a se stessi, al proprio campo: studiati per incitare rassodare tranquillizzare gli incerti e i meditabondi annunciare vittorie resistenze controffensive e comunanze infrangibili.

Ancor più del conflitto combattuto sul campo questa mischia di simboli è il segno, terribile, che la guerra e la sua droga ormai rendono tutti ciechi e crudeli. L'unico antidoto per salvarsi dall'uso indiscriminato della forza e dalla sua pericolosa arroganza sarebbe l'umiltà e in fondo la compassione. Ma ancora una volta il messaggio comincia a sfuggirci, anche in coloro che hanno dichiarato di essere scesi in campo soltanto per bloccare la prepotenza da parte di una fazione immorale.

I simboli servono a definirsi da soli e a far si che tutte le altre definizioni non contino. Con i simboli si rilasciamo delle dichiarazioni esplicite, lasciamo dei biglietti da vista. È terribile quando sono destinati soltanto alla nostra parte. Non si vuol più tornare indietro. 

Sfila in questi simboli il terribile mondo nuovo: chi non è dentro il nostro mondo, Russia o Occidente, è fuori, chi non con noi è contro di noi, e il mondo perde così tutte le sfumature, esenta dall'etica della responsabilità che è prima di tutto individuale, così si imbocca da sempre la via al totalitarismo. Le simbologie di oggi servono a confermare quello che si è perfezionato con metodo in questi settanta giorni: dipingere un quadro del mondo in bianco e nero. Sospendere il pensiero e soprattutto il pensiero autocritico. Tutto si inchina davanti allo sforzo supremo.

Siamo una cosa sola. La sfilata sulla piazza rossa fino a ieri celebrava la vittoria contro un nemico comune, anche dell'Occidente democratico, negli anni quaranta del secolo scorso: il regime nazista. Faccio scorrere filmati delle edizioni degli anni in cui era già al potere Putin. 

Non a caso tutto veniva mescolato opportunamente, le nuove bandiere di taglio imperiale e zarista dei reggimenti con i vecchi stendardi bolscevichi, marcette nuove e marcette «d'antan». Putin mescolava Storie apparentemente antagoniste per giustificare la sua. Un piccolo spostamento simbolico e la parata diventa altro in questo tempo di operazioni speciali. Un modo per rassicurare i russi: niente paura, siamo davvero potenti, come settanta anni fa abbiamo di fronte un nemico smisurato, gli Stati Uniti e i loro quaranta alleati rastrellati in cinque continenti... ma la nostra forza è intatta.

Anche stavolta schiacceremo gli aggressori che avanzano da Ovest e che saggiamente abbiano anticipato attaccando Così leggerà la sfilata la maggior parte dei russi. A Putin non importa nulla se per noi sarà solo un segno di tracotanza bellicista, o il sintomo di paura di esser sconfitto. Sa come noi che la maggior parte degli uomini è pronta ad accettare la guerra purché rientri in un sistema di idee che giustifichi le sofferenze in funzione di un bene superiore. Gli esseri umani in ogni tempo, dalla mischia nella pianura di Troia a oggi, non cercano solo la felicità ma anche un senso nella vita.

E qualche volta, purtroppo, combattere è il modo più semplice ed efficace per trovarlo. La logica, i fatti possono far ben poco per fermare questa separazione senza ritorno dei simboli. Il mito condiziona il modo stesso di percepire la realtà. È solo dopo l'implosione del mito, spesso improvvisa e fulminante come la sua comparsa, che si possono mettere in discussione le motivazioni e le bugie della propria parte. Ognuna usa la storia e le parole per esaltare se stessi e la causa sacrosanta, la si spaccia per Storia ma è mito. 

Putin racconta che l'Ucraina non esiste, è solo un frammento della Russia. Eppure l'Ucraina esiste come dimostra nella sua lotta quotidiana. Gli ucraini a loro volta hanno cancellato la festa della vittoria per non condividerla con i russi. E la sostituiscono con la festa dell'Europa. Anche loro usano i fatti come se fossero intercambiabili come le opinioni.

Quelli che non fanno comodo vengono cancellati o negati. Per esempio che i loro nonni combatterono nell'esercito russo contro l'invasione tedesca e che una parte di loro, i nazionalisti, si schierò con gli invasori indossandone le uniformi e partecipando ai loro infami progetti sterminatori. Tutto è utile, anche le incoerenze storiche per rafforzare l'orgoglio di oggi e la prospettiva della vittoria. Mentre quello che ci distingue dall'aggressore è sempre il coraggio della sincerità.

Di Battista intervista lo storico Barbero: ma che bello il comunismo, fa vibrare emozioni positive. Adele Sirocchi il 25 maggio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Lo storico Alessandro Barbero sconfina dal suo territorio di studio. E’ ormai, per quanto riguarda il dibattito sulla guerra in Ucraina, un Orsini più credibile (si chiamano anche tutti e due Alessandro), più capace di argomentare, meno narciso e più razionale ma che sempre lì va a parare: la Nato “abbaiava” alle porte di Mosca e Putin tutti i torti non li ha. In pratica, con la scusa che lo storico deve capire e non giudicare sulla base di male e bene, lo studioso si schiera con coloro che non si schierano.

Già giorni fa, in una lezione online agli studenti di un liceo campano, Barbero aveva detto: “La storia è fatta di aggressioni e lo storico sa che farsi prendere dalle emozioni, avere come reazione principale la condivisione della sofferenza di chi è aggredito non può essere la reazione dominante”. Si sorvola, dunque, sulle sofferenze dell’aggredito per andare a cercare le ragioni dell’aggressore. Tale è il mestiere dello storico secondo Barbero.

E figuriamoci se gli anti-Nato si lasciavano sfuggire l’occasione di farne una sorta di portavoce del diritto di Putin ad aggredire. Perché poi c’è la “narrazione dominante” dalla quale occorre discostarsi a tutti i costi. E’ ciò che rende glamour la polemologia. Sarà per questo che oggi Il Fatto ci propone due pagine tratte dal podcast realizzato da Alessandro Di Battista (per il quale l’Italia deve uscire dalla Nato per andare dove non si sa) con Alessandro Barbero.

Una conversazione che spiega molte cose, addirittura sfiorando l’ingenuità. Di Battista chiede a Barbero: “Scusi, lei è stato comunista, si definirebbe ancora tale?”. E il professore non se lo fa ripetere due volte: dipende – risponde – dal significato che si dà alla parola comunista. Per poi ammettere che sì, in fondo lo è. Perché è meglio essere comunista che fascista o capitalista.

“Se poi essere comunista – continua Barbero – vuol dire che comunque quel progetto, con tutti i suoi sbagli e con tutti i suoi crimini, fa vibrare dentro un’emozione positiva mentre il progetto fascista o nazista e anche il capitalismo totale e trionfante ti suscitano ripugnanza, ecco in quel senso so di stare da quella parte. Appartengo a quel mondo e a quella cultura. A me non succederà mai che una falce e martello o una stella rossa possano sembrare dei simboli del male”. Figuriamoci se si agita per l’espansionismo di Putin… Ora è tutto più chiaro.

La lezione dello storico Alessandro Barbero che tra Putin e Zelensky non si schiera. SELVAGGIA LUCARELLI su Il Domani il 19 maggio 2022.

«Ci sono stati reparti delle SS che parlavano ucraino e hanno collaborato con i nazisti fino all’ultimo. Ciò non fa parte della loro narrazione, del resto chi se ne vanterebbe oggi».

«Questo fa sì però che se qualcuno in Ucraina è ancora attaccato a quel passato nazista, nella narrazione ufficiale si dice “è un fenomeno irrilevante, marginale”. Noi però nel nostro paese non accetteremmo mai l’esistenza di gruppi neo nazisti riconosciuti dall’autorità e integrati nell’esercito».

La storia è fatta di aggressioni e lo storico sa che farsi prendere dalle emozioni, avere come reazione principale la condivisione della sofferenza di chi è aggredito non può essere la reazione dominante.

Dall’inizio della guerra in Ucraina lo storico Alessandro Barbero ha sempre rifiutato richieste di interviste e interventi televisivi. Lo hanno cerato tutti, ha sempre risposto che preferisce evitare di infilarsi nell’aspro dibattito sul tema.

Poi però succede che qualche giorno fa decida di concedere un’intervista a un liceo, il Torricelli di Somma Vesuviana. Che quel video, un po’ nascosto, venga caricato su youtube, passando pressoché inosservato. Ed è un peccato, perché ci sono inciampata per caso e racconta il suo punto di vista, come sempre lucido e per nulla scontato. Eccolo:

«La Russia e l’Ucraina sono paesi in cui il passato, al contrario che nell’Occidente, conta molto sia nell’atteggiamento collettivo che nelle scelte politiche. Il discorso con cui Putin ha annunciato l’entrata in guerra è impressionante, dopo pochi secondi lui stava già parlando dell’Unione Sovietica e di come non ripeteranno più gli errori del passato.

Ha giustificato la sua azione facendo riferimento ai nazisti, alla memoria. Che ovviamente è una memoria selettiva. Ma anche l’Ucraina guarda molto al passato ed entrambi i paesi scelgono la memoria che fa più comodo.

Nella memoria dei russi la più grande tragedia del ‘900 è l’invasione nazista e il fatto che in quel frangente i nazisti abbiamo trovato collaboratori e simpatizzanti tra gli ucraini. L’oppressione che l’Ucraina ha subito da Mosca è ignorata.

Dall’altra parte, in Ucraina c’è la consapevolezza dei periodi di oppressione subiti dalla Russia e per loro la tragedia del Novecento è la grande carestia, quando milioni di persone morirono affamate da Stalin.

Nella memoria pubblica degli ucraini però viene rimosso il fatto che i loro grandi leader indipendentisti sterminavano gli ebrei con grande piacere e del resto nelle piazze ci sono monumenti dedicati a quei leader ucraini sterminatori di ebrei».