Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

L’ACCOGLIENZA

SECONDA PARTE

 

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Guerra Fredda.

Conferenza di Jalta. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

La conferenza di Jalta fu un vertice tenutosi dal 4 all'11 febbraio 1945 presso Livadija (3 km a ovest di Jalta), in Crimea, durante la Seconda guerra mondiale, nel quale i capi politici dei tre principali paesi Alleati presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto futuro della Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite. La conferenza era identificata nei documenti segreti con il nome in codice "Argonaut".

I tre protagonisti furono Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, capi rispettivamente dei governi degli Stati Uniti d'America, del Regno Unito e dell'Unione Sovietica.

La conferenza ebbe luogo in un momento in cui la situazione politico-strategica era fortemente favorevole all'Unione Sovietica, con l'Armata Rossa giunta a 80 chilometri da Berlino, dopo i successi dell'operazione Vistola-Oder, mentre gli Alleati occidentali, appena superata la crisi della battaglia delle Ardenne, si trovavano con le armate ancora ferme sul confine occidentale della Germania a oltre 700 chilometri dalla capitale tedesca; in Italia il fronte era bloccato da mesi sulla linea Gotica.

Lo svolgimento della famosa conferenza e le decisioni politico-diplomatiche che furono raggiunte hanno dato luogo ad accese controversie in sede di analisi storiografica e di polemica politica internazionale. Per alcuni considerata l'origine della Guerra fredda e della divisione dell'Europa in blocchi contrapposti a causa soprattutto dell'aggressivo espansionismo sovietico, la conferenza di Jalta, secondo altri analisti, politici e storici rappresentò invece l'ultimo momento di leale collaborazione tra le tre grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, i cui risultati sarebbero stati vanificati soprattutto a causa di una serie di decisioni prese da parte occidentale, e di situazioni verificatesi nei mesi seguenti del 1945.

Storia.

L'incontro si tenne in Crimea, nel Palazzo di Livadija, vecchia residenza estiva di Nicola II a Jalta, fra il 4 e l'11 febbraio 1945, pochi mesi prima della sconfitta della Germania nazista nel conflitto mondiale. Esso fu il secondo ed il più importante di una serie di tre incontri fra i massimi rappresentanti delle grandi potenze alleate, iniziati con la Conferenza di Teheran (28 novembre – 1º dicembre 1943) e conclusisi con la Conferenza di Potsdam (17 luglio-2 agosto 1945).

Descrizione.

Nel dettaglio, gli accordi ufficialmente raggiunti a Jalta inclusero:

una dichiarazione in cui si affermava che l'Europa era libera, e che invitava allo svolgimento di elezioni democratiche in tutti i territori liberati dal giogo nazista;

la proposta di una conferenza (da tenere nell'aprile 1945 a San Francisco) in cui discutere l'istituzione di una nuova organizzazione mondiale, le Nazioni Unite (ONU); in particolare a Jalta si considerò l'istituzione del Consiglio di sicurezza;

lo smembramento, il disarmo e la smilitarizzazione della Germania, visti come "prerequisiti per la pace futura"; lo smembramento (che prevedeva che USA, URSS, Regno Unito e Francia gestissero ciascuno una zona di occupazione) doveva essere provvisorio, ma si risolse nella divisione della Germania in Est e Ovest che finì solo nel 1990;

furono fissate delle riparazioni dovute dalla Germania agli Alleati, nella misura di 22 miliardi di dollari;

in Polonia si sarebbe dovuto insediare un "governo democratico provvisorio", che avrebbe dovuto condurre il paese a libere elezioni nel più breve tempo possibile;

riguardo alla Jugoslavia, fu approvato l'accordo fra Tito e Šubašić (capo del governo monarchico in esilio), che prevedeva la fusione fra il governo comunista e quello in esilio;

i sovietici avrebbero dichiarato guerra al Giappone entro tre mesi dalla sconfitta della Germania; in cambio avrebbero ricevuto la metà meridionale dell'isola di Sachalin, le isole Curili e avrebbero visti riconosciuti i loro "interessi" nei porti cinesi di Port Arthur e Dalian;

tutti i prigionieri di guerra sovietici sarebbero stati rimandati in URSS, indipendentemente dalla loro volontà.

Inoltre in Romania e Bulgaria furono insediate delle Commissioni Alleate per governare tali Paesi, appena sconfitti. Nella relazione finale venne inserito l'impegno a garantire che tutti i popoli potessero scegliere i propri governanti, impegno palesemente disatteso nei decenni successivi.

La conferenza nella storiografia.

Gran parte delle decisioni prese a Jalta ebbero profonde ripercussioni sulla storia mondiale fino alla caduta dell'Unione Sovietica nel 1991. Per quanto, nei mesi immediatamente successivi, sovietici ed anglo-americani avessero proseguito con successo la loro lotta comune contro la Germania nazista e l'Impero giapponese, molti storici hanno considerato la conferenza di Jalta il preludio della Guerra fredda.

Ancora oggi, nei manuali di storia la conferenza di Jalta viene descritta come l'evento epocale in cui i tre leader mondiali si spartirono l'Europa in sfere d'influenza, benché fosse già chiaro, sulla base dell'andamento militare del conflitto, che l'Unione Sovietica sarebbe stata potenza dominante nell'Europa Orientale e Centrale. Tale stato di cose era stato deciso prima dalle vittorie sovietiche sui campi di battaglia del Fronte orientale nel 1942-1944, poi dall'incapacità o non volontà degli Alleati di aprire un reale secondo fronte fino allo sbarco in Normandia del giugno 1944. Altri studiosi invece ritengono che si debba far riferimento agli accordi raggiunti alla Conferenza di Teheran nel novembre 1943, cui seguirono quelli presi a Mosca nell'ottobre del 1944, come vero inizio della divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Per Sergio Romano furono tre le ragioni che hanno creato il "mito di Jalta":

Uno scritto del 1958 di Charles de Gaulle, che recita: La sovietizzazione dell'Europa Orientale non era che la conseguenza fatale di quanto era stato convenuto a Jalta. Il generale francese Charles de Gaulle fu profondamente irritato per non essere stato invitato a Jalta.

Il partito repubblicano americano dell'epoca, per vocazione anti-rooseveltiano. In opposizione al Presidente degli Stati Uniti, questo partito sostenne che Franklin Delano Roosevelt abbia presenziato al vertice già stanco e malato, e quindi si sia lasciato convincere da Stalin a cedergli metà dell'Europa occidentale (metà del continente europeo costituiva l'URSS europea).

La propensione dell'uomo a trovare sempre un unico fatto che spieghi tutto, un'unica causa degli eventi, quando invece «le vicende storiche sono il risultato di una molteplicità di fattori che sfuggono quasi sempre al loro controllo».

Le valutazioni storiografiche sulla conferenza in Crimea sono state fin dall'epoca dei fatti ampiamente discordanti.

Interpretazioni contrarie.

Il giornalista e storico italiano Indro Montanelli ha pesantemente criticato le conclusioni della conferenza di Jalta, accusando Roosevelt di aver lasciato che l'URSS estendesse la sua influenza all'Europa Orientale senza provare ad opporsi:

«Su Jalta non si è mai smesso di discutere. Gli ammiratori di Roosevelt - e sono tanti, non solo in America - sostengono che a Jalta, poi, in fondo non successe nulla. Non è vero, essi dicono, che l'Occidente "vendette" alla Russia mezza Europa: a prendersela aveva già provveduto l'Armata Rossa. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che Jalta, contentandosi di un generico impegno di Stalin a rispettare la volontà dei popoli, gli diede via libera e "regalò", come ha scritto Will, "alle baionette sovietiche una rispettabile fodera di pergamena.»

Proseguiva:

«Roosevelt aveva salvato l'Europa dal nazismo: nessuno potrà mai disconoscergli questo merito. Ma lo aveva fatto per odio del nazismo, non per amore dell'Europa. Detestava il vecchio continente, Inghilterra compresa, non vedeva l'ora di ridimensionarlo a un ruolo di comprimario spogliandolo dei suoi possedimenti coloniali, ed era pronto a sacrificarlo - come fece - all'ingordigia di terre e di dominio del satrapo sovietico, per il quale stravedeva. C'è da chiedersi se avrebbe potuto resistergli: la bomba atomica non era ancora scoppiata. Ma è accertato che non fece nemmeno il tentativo. Qualcuno dice che non ne aveva più la forza, malato com'era (morì due mesi dopo). Ma prove di fermezza non ne aveva date nemmeno prima, nemmeno quando i sovietici avevano calato il sipario, o meglio il sudario, sulla Polonia, sottraendola anche allo sguardo dell'Occidente.»

Montanelli concludeva con la seguente constatazione:

«... basta essere onesti per riconoscere che con essi l'Occidente si arrese all'Unione Sovietica consentendole di accaparrarsi mezza Europa e di spegnervi quelle libertà, per difendere le quali esso era sceso in guerra contro il nazismo. Nessuno può negare né sminuire l'importanza di Jalta. Essa fu una tappa e una svolta nella storia di questo secolo. È giusto, a quarant'anni di distanza, ricordarla. I sovietici, come un fasto. Noi occidentali, come un lutto.»

Questa tesi storiografica è tuttora condivisa e articolata da altri storici, come il giornalista britannico Paul Johnson, e intellettuali di area conservatrice anglosassone, ad esempio Ann Coulter.

Joachim Fest ha ugualmente criticato Roosevelt,

«Jalta...fu certo un tradimento, il tradimento di metà dell'Europa. E una leggenda. Di cui nel dopoguerra dell'Europa divisa, alcuni statisti, come il generale de Gaulle, furono propagandisti assidui... È la questione chiave: quel compromesso tra le democrazie occidentali e Stalin non era inevitabile. Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l'intera Europa orientale. A guerra in corso avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto statunitensi, senza cui l'Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco delle forniture, la Storia avrebbe forse preso un corso diverso. Non lo fecero, per cecità. Non capisco come fu così cieco anche Churchill.»

Interpretazioni favorevoli.

A queste interpretazioni fortemente critiche dell'andamento e delle conclusioni della conferenza si contrappongono le valutazioni di altre correnti storiografiche. Lo storico belga Jacques Pauwels evidenzia in primo lungo che alla vigilia della conferenza la situazione strategica in Europa appariva estremamente favorevole all'Unione Sovietica. Con l'Armata Rossa a 80 chilometri da Berlino e gli anglo-americani ancora fermi sul confine tedesco occidentale, sembrava probabile che i sovietici avrebbero occupato in breve tempo non solo Berlino e il territorio tedesco orientale, ma addirittura l'intera Germania. Lo stesso generale Douglas MacArthur aveva previsto che l'Unione Sovietica avrebbe dominato l'intera Europa al termine della guerra. Secondo questa interpretazione quindi, i capi anglo-americani si recarono a Jalta non per mettere in discussione l'influenza sovietica in Europa orientale, ma soprattutto per scongiurare l'eventualità di dover cedere anche tutta la Germania; avendo ottenuto da Stalin assicurazioni sulla divisione della Germania in zone di occupazione e sull'assegnazione della parte più ricca del territorio tedesco agli occidentali, essi si ritennero molto soddisfatti e favorevolmente colpiti dalla ragionevolezza del dittatore sovietico[9]. Stalin infatti non solo confermò il suo consenso alla divisione della Germania in zone di occupazione ma approvò anche il piano di zone separate dentro Berlino. Secondo lo storico belga, il dittatore sovietico fece queste concessioni perché consapevole della debolezza di fondo del suo paese stremato dalla lunga guerra e assolutamente non in grado di affrontare con le armi le potenze anglosassoni che peraltro avrebbero dato una nuova dimostrazione della loro potenza pochi giorni dopo con il bombardamento di Dresda. Stalin quindi verosimilmente arrestò i suoi carri armati a 80 chilometri da Berlino per non irritare gli occidentali e favorire una compensazione che garantisse all'Unione Sovietica l'obiettivo realistico di una sua sfera di influenza e sicurezza in Europa centro-orientale, rinunciando alla parte più ricca della Germania.

Henry Kissinger, in: "L'arte della diplomazia", evidenzia come al momento dei fatti nei circoli politici e nell'opinione pubblica occidentale non ci fosse affatto preoccupazione per l'espansionismo sovietico; al contrario dopo la conferenza predominò un grande ottimismo, il presidente Roosevelt apparve pienamente soddisfatto ed espresse al Congresso la sua convinzione che fossero state poste le basi di un'era di "pace permanente" che avrebbe superato definitivamente i concetti diplomatici classici dell'equilibrio delle forze e delle sfere d'influenza. Paradossalmente la preoccupazione principale dei dirigenti statunitensi in questo periodo era che una malattia o un evento imprevisto accadesse a Stalin e privasse l'Unione Sovietica della sua guida. I dirigenti statunitensi erano sicuri di aver trovato in Stalin un "capo moderato", in grado di "comportarsi ragionevolmente" e che "non avrebbe creato complicazioni". Si temevano al contrario i cosiddetti "duri" del Cremlino che avrebbero potuto sostituire in futuro Stalin e dimostrarsi molto meno "ragionevoli".

Andrea Graziosi afferma che il comportamento di Roosevelt è forse criticabile per la sua passiva accettazione delle richieste sovietiche riguardo all'Europa orientale e alla Polonia in particolare, ma lo storico evidenzia come la realtà concreta sul terreno, con l'Armata Rossa che occupava militarmente quei territori, rendesse problematico porre intralci all'azione di Stalin. La situazione in Europa era stata determinata dall'andamento della guerra e dal ruolo decisivo dell'Armata Rossa che dal 1941 al 1945 aveva svolto il ruolo preponderante nella lotta contro la Germania nazista.

Mihail Geller e Aleksandr Nekrič ribadiscono che solo con la forza e un nuovo conflitto militare le potenze occidentali avrebbero potuto contendere i territori dell'Europa orientale che l'Armata Rossa aveva ormai saldamente occupato nel febbraio 1945. In questa situazione essi ritengono che Roosevelt realisticamente considerò preferibile consolidare la collaborazione con Stalin e l'Unione Sovietica per due scopi principali: garantire una pace permanente nel mondo del dopoguerra e ottenere l'aiuto sovietico nella guerra contro il Giappone. Il presidente statunitense sarebbe stato molto meno interessato alla sorte dei popoli orientali, per i quali egli peraltro, secondo lo storico statunitense John L. Harper, provava poca comprensione, essendo stati essi alleati della Germania nazista durante il conflitto. Roosevelt inoltre era anche poco propenso ad aiutare la Polonia, il cui comportamento egoistico prima del 1939 egli aveva criticato fortemente.

Giuseppe Boffa, nella sua "Storia dell'Unione Sovietica", valuta in modo sostanzialmente positivo le conclusioni della conferenza di Jalta; egli afferma che le discussioni raggiunsero risultati concreti e consolidarono la "Grande Alleanza", permettendo di concludere vittoriosamente la guerra e distruggere definitivamente il Nazismo. Egli afferma inoltre che tutte e tre le grandi potenze, compresa l'Unione Sovietica, fecero importanti concessioni. In ultima analisi anche Boffa afferma che i risultati della conferenza rifletterono "i mutamenti reali e profondi che la guerra aveva provocato nei rapporti di forza mondiali".

Giorgio Vitali, nella sua biografia di Roosevelt, cerca di chiarire il comportamento del presidente a Jalta; l'autore sottolinea come il principale interesse di Roosevelt risiedesse nella definizione dei caratteri della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite in cui egli vedeva il pilastro su cui fondare e mantenere l'assoluta supremazia globale statunitense. Su questo argomento egli di fatto ottenne il consenso di Stalin che già in precedenza aveva approvato in linea di principio le decisioni di politica economica di Bretton Woods (Conferenza di Bretton Woods del 1°-22 luglio 1944) che sancivano concretamente il predominio planetario degli Stati Uniti attraverso il sistema monetario. Il secondo punto decisivo per Roosevelt era il concorso dell'Unione Sovietica alla guerra con il Giappone; privo di certezza sull'efficacia della bomba atomica, il presidente doveva affidarsi al parere dei suoi esperti militari, come il generale Douglas MacArthur, che ritenevano essenziale per limitare le perdite e affrettare la vittoria nel Pacifico, l'intervento in Manciuria di un grande esercito sovietico. In conclusione, secondo Vitali, Roosevelt si sarebbe comportato a Jalta in modo freddamente realistico: egli avrebbe mirato ad un mondo "equamente spartito fra due sole potenze egemoni, Stati Uniti e Unione Sovietica", in cui l'organizzazione delle Nazioni Unite e la schiacciante superiorità economica avrebbe garantito una pax americana; a questo scopo diveniva inutile accentuare i contrasti con i sovietici sull'Europa, liberata dai suoi "piccoli, barbari, dittatori", o assecondare il conservatorismo britannico, la cui politica colonialista Roosevelt aveva sempre aspramente criticato.

Le scelte politiche e le azioni di Stalin nella conferenza sono state analizzate da molti autori; Gianni Rocca ritiene che il dittatore sovietico mirasse con assoluta priorità a garantire per un lungo periodo di tempo la sicurezza dell'Unione Sovietica, garantendosi un ampio territorio di influenza diretta sostenuto dai suoi eserciti; egli rinunciava in questo modo sia a intraprendere una lotta rivoluzionaria mondiale sia a rafforzare e perpetuare una solida alleanza con le potenze occidentali[20]. Rocca afferma peraltro che Stalin non si sottrasse al clima amichevole tra i tre grandi e manifestò esplicitamente la speranza di un mantenimento della Grande Alleanza anche dopo la fine della guerra.

L'autorevole storica statunitense Diane Shever Clemens, autrice di uno degli studi più completi ed equilibrati dedicati alla conferenza, afferma, in contrasto con le interpretazioni degli storici conservatori, che in realtà il cosiddetto "spirito di Jalta", messo rapidamente da parte dai politici anglosassoni, avrebbe potuto assicurare un periodo di pace e collaborazione amichevole tra le grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. La Clemens afferma nelle sue conclusioni che il mondo della Guerra fredda non fu una conseguenza di Jalta ma al contrario sorse in contrasto con le scelte politiche delineate nella conferenza in Crimea.

L'autrice assegna la responsabilità di aver messo da parte lo "spirito di Jalta", soprattutto ai dirigenti politici anglo-americani; mentre nella conferenza Roosevelt, Churchill e i loro collaboratori ricercarono e in gran parte trovarono soluzioni di compromesso che salvaguardavano il prestigio e gli interessi dell'Unione Sovietica, assegnandogli il giusto riconoscimento per l'enorme contributo alla vittoria, successivamente i politici statunitensi rimisero in discussione le principali intese raggiunte[23]. La Clemens afferma che furono gli statunitensi che nei mesi dopo Jalta cercarono di modificare le clausole sulle zone di occupazione in Germania, cambiarono il loro punto di vista sugli accordi raggiunti sulla Polonia, intralciarono e bloccarono gli accordi sulle riparazioni. Furono queste azioni politiche che, secondo la Clemens, indussero Stalin a sua volta a reagire con misure unilaterali. La Clemens conclude che Roosevelt e Churchill furono in grado a Jalta di mettere da parte atteggiamenti moralistici antisovietici e complessi di superiorità e quindi riuscirono per un breve momento a sviluppare una proficua cooperazione; abbandonando gli accordi di Jalta, i dirigenti statunitensi, temendo che i sovietici cercassero di avvantaggiarsi "a spese degli Stati Uniti", "formularono una previsione che fecero di tutto per realizzare".

Said Ramadan, l’islamista della Cia. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 7 Novembre 2022.  

Gli Stati Uniti sono gli eredi dell’Impero britannico, dal quale hanno ricevuto l’egemonia globale, l’onere-onore di controllare le rotte della globalizzazione e il fardello dell’homo anglicus: l’eterna lotta contro le potenze telluriche dell’Eurasia.

Londra è stata inizialmente riluttante a cedere lo scettro di regina dell’Anglosfera, causa l’esito della Seconda guerra mondiale, ma si è successivamente dedicata con senso di abnegazione alla trasmissione delle proprie conoscenze a Washington. Ché essere socio di minoranza nell’Anglosfera era ed è meglio della prospettiva di un declino all’europea.

Washington ha imparato davvero tutto da Londra, insuperabile maestra di diplomazia segreta, tornei di ombre e triangolazioni, e la storia lo dimostra ampiamente. Ha imparato dalla saga di Lawrence d’Arabia e dalla Grande rivolta araba come si crea un arco di crisi. Ha appreso dall’epopea della Compagnia britannica delle Indie orientali il valore delle corporazioni multinazionali. Ha preso nota dei piccoli e grandi giochi, basati sul divide et impera, coi quali i britannici hanno dominato l’Eurasia. E le è stato insegnato in Iran, nel contesto dell’operazione Ajax, come si conduce un cambio di regime da remoto – arte poi perfezionata, colpo dopo colpo, dal cui ventre sono state partorite le rivoluzioni colorate.

Washington ha imparato davvero tutto da Londra, inclusa l’importanza della fede nei contesti poco o nulla secolarizzati. Giacché i britannici utilizzarono l’Islam come arma contro i russi durante il Torneo di ombre e soggiogarono l’India dei Mughal (anche) alimentando rivalità interreligiose e settarie tra le genti del subcontinente. Preso atto delle potenzialità ibride dell’Islam, riconfermate dalle esperienze guglielmina e nazista, l’Impero americano cominciò il suo grande gioco mediorientale nell’immediato secondo dopoguerra. Questa è la storia di Said Ramadan, l’islamista al servizio della umma (e della Central Intelligence Agency).

Le origini di un mito dimenticato

Said Ramadan nacque a Shibīn el-Kōm, delta del Nilo, il 12 aprile 1926. Cresciuto in un ambiente permeato dal conservatorismo, e sin da piccolo allevato allo studio dell’Islam, Ramadan fu introdotto alla Fratellanza Musulmana in età adolescenziale. Un amore destinato a durare una vita.

Appena quattordicenne, nel 1940, Ramadan conobbe Hasan al-Banna a Tanta, nel corso di una conferenza dei Fratelli Musulmani, e le strade dei due, da allora, non si lasciarono più. Colpito dal carisma e dalla curiosità di quel giovane connazionale, al-Banna gli propose di lavorare per la causa dell’organizzazione. Fatto editore del settimanale dei Fratelli Musulmani, Al Shihab, Ramadan fu successivamente promosso a segretario personale di al-Banna, del quale diventò l’ombra. Il classico rapporto di immedesimazione tra il maestro alla ricerca di un erede e l’allievo che reclama il bisogno di un padre putativo.

Tale fu la fiducia riposta da al-Banna nel giovane Ramadan, da lui ritenuto un papabile alla successione negli anni a venire, che il predicatore gli diede in sposa sua figlia Wafa. Dal matrimonio nacquero sei figli, una femmina e sei maschi, tra i quali il futuro intellettuale Tariq.

I primi passi

Metodico e ambizioso, Ramadan avrebbe ripagato la stima di al-Banna giocando un ruolo determinante nell’espansione della Fratellanza Musulmana in Medio Oriente. Nel 1945 l’apertura di una sezione a Gerusalemme. Nel 1946 la licenza ad operare ad Amman. E nel corso del fatidico 1948, anno dello stabilimento di Israele, il proselitismo in lungo e in largo l’Egitto per raccogliere mujāhidīn da inviare in Terra Santa.

Svolta la missione palestinese, sempre nel 1948, Ramadan viene inviato a Karachi per rappresentare la Fratellanza Musulmana alla Conferenza islamica mondiale. Occasione sfruttata per espandere la propria rete di contatti e per ammaliare gli organizzatori dell’evento, come dimostrato dal successivo rilascio di un passaporto diplomatico da parte pakistana.

Nel 1949, all’indomani dell’uccisione di al-Banna e della messa al bando della Fratellanza Musulmana, Ramadan diventa il capo-ombra dell’organizzazione. Che aiuterà a resistere all’ondata repressiva e, contro ogni aspettativa, a vivere una nuova primavera. Giacché quelli di Ramadan saranno anche gli anni di Sayyid Qutb.

La rinascita dei Fratelli Musulmani sotto l’egida di Ramadan, però, non durerà molto. Perché Gamal Nasser, asceso alla presidenza nel 1952, sulla loro repressione concentrerà il grosso del suo operato. Perché laico e memore degli eventi recenti – l’assassinio del primo ministro Mahmūd Fahmī al-Nuqrāshī. E perché sospettoso di Ramadan, che i servizi segreti egiziani ritenevano fosse un uomo di Washington. Sospetti più che fondati: Ramadan era stato avvicinato dagli Stati Uniti nel 1950, attraverso l’agente diplomatico Talcott Williams Seelye, che gli avevano proposto di trasformare la Fratellanza Musulmana in un ariete anticomunista, e tre anni dopo era stato ricevuto da Dwight Eisenhower.

Il nemico del mio nemico è mio amico

Nel 1954, durante una nuova ondata di arresti e processi ai danni della Fratellanza Musulmana, Ramadan sarà esiliato dall’Egitto. Una pena severa, la sua, giustificata più dalle ombre relative alla collusione con la CIA che dalla militanza – alla luce del Sole – nell’organizzazione. Ma per Ramadan, più che la fine, l’espulsione avrebbe significato l’inizio di un nuovo percorso.

Ramadan, instancabile viandante e oratore persuasivo, avrebbe trascorso la seconda metà degli anni Cinquanta a viaggiare, stringere amicizie, raccogliere intelligence e (provare a) plasmare l’Islam secondo i desiderata di Washington. I viaggi tra Libano, Siria e Giordania per misurare la temperatura della questione israelo-palestinese e per tastare il livello di infiltrazione dei sovietici. E le predicazioni in Arabia Saudita per trasformare in radicalizzazione l’ultraconservatorismo del movimento wahhabita, con lo sguardo al contenimento del comunismo.

Ramadan era un pragmatico. Era sul libropaga degli Stati Uniti perché li considerava il Male minore in confronto all’Unione Sovietica e anche perché, cosa non meno importante, era dell’idea che quel gioco di diplomazie parallele e spionaggio avrebbe avuto più pro che contro per la Fratellanza Musulmana. I fatti gli davano ragione: all’organizzazione fu consentito di espandersi in Europa occidentale, aprendo moschee e centri culturali, in particolare tra Francia, Germania Ovest, Inghilterra e Svizzera.

La Germania Ovest, uno dei principali teatri di scontro tra Stati Uniti e Unione Sovietica, sarebbe diventata il teatro operativo primario delle operazioni di Ramadan. Qui, a Monaco di Baviera, l’uomo diede vita alla Comunità Islamica di Germania (IGD, Islamische Gemeinschaft in Deutschland), ente che di lì a breve diventò il cuore pulsante del distaccamento europeo della Fratellanza Musulmana. Sullo sfondo della conduzione di attività spionistiche e di evangelizzazione presso le comunità islamiche di origine sovietica.

Entro il 1965, con la complicità di Washington, Ramadan avrebbe trasformato Monaco di Baviera e Ginevra in due centrali di proselitismo, reclutamento e spionaggio mutualmente utili al governo statunitense e agli interessi della Fratellanza Musulmana. Privato della cittadinanza egiziana e condannato in contumacia a venticinque anni nel 1966, nel contesto del maxi-processo del Cairo, Ramadan avrebbe continuato a viaggiare coi documenti fornitigli da paesi amici, come il Pakistan, o forgiati dagli Stati Uniti. Intoccabile fino all’ultimo giorno.

L'impatto senza tempo (e senza confini) di Saif Ramadan

Ramadan ha vissuto prevalentemente tra Europa e Medio Oriente ed è morto il 4 agosto 1995, ma il suo impatto non ha conosciuto né confini spaziali né limiti territoriali. Meritata, da questo punto di vista, la tomba alla destra di Hasan al-Banna.

Il suo pensiero, una combinazione di anticomunismo, antioccidentalismo, irredentismo arabo e panislamismo, ha affascinato la generazione a lui contemporanea e ha rapito quelle successive. Il suo pensiero è stato utile alla CIA nel quadro dell’allontanamento dei popoli islamici dal comunismo e dai nazionalismi socialisteggianti, come il nasserismo e il ba’thismo, ma agli Stati Uniti ha provocato problemi sia nell’immediato sia nel lungo termine.

Il carismatico Ramadan fu tra coloro che radicalizzarono le idee di Malcolm X, col quale ebbe un rapporto epistolare e che incontrò due volte di persona. E fu tra coloro che seguirono la conversione all’Islam di David Theodore Belfield, poi divenuto Dawud Salahuddin, futuro terrorista e agente di Teheran. Ramadan, una scheggia impazzita e imprevedibile. Un islamista utilizzato dalla CIA per popolarizzare salafismo e wahhabismo nell’islamosfera, in preparazione del Vietnam sovietico – l’Afghanistan –, e che utilizzò la CIA per portare gli ideali della Fratellanza Musulmana alla conquista del mondo.

Lord Palmerston, lo scacchista del Grande Gioco. Emanuel Pietrobon su Inside over il 19 Ottobre 2022. 

Il passato è la chiave di volta per la comprensione del presente e la previsione del futuro. Il che significa che chiunque sia privo di memoria, del ricordo del passato proprio e dei suoi antenati, dalla storia verrà travolto e seppellito. Perché la storia è un tribunale che non ammette né ricorsi né difese deboli, e dove il vincitore è, di frequente, qualcuno che ha al proprio fianco dei cinici, geniali e loquaci avvocati del diavolo. Eminenze grigie.

L’eminenza grigia è la personificazione della storia, della quale si nutre per scrivere la propria – cercando di imporla agli altri. L’eminenza grigia è chi scrive la sceneggiatura, al riparo nel buio del dietro le quinte, che degli attori trasporranno poi sul palcoscenico. E gli applausi del pubblico andranno a loro.

L’attore è il volto, lo sceneggiatore è l’anima. E conoscere lo sceneggiatore è sapere, peraltro, ciò che dovrebbe fare e dire l’attore. Perciò per capire la Guerra dei trent’anni si dovrebbe guardare più al cardinale Richelieu che a Luigi XIII. Così come per comprendere la corsa all’Africa si dovrebbe studiare la figura di Cecil Rhodes. E per decifrare la criptica mente dell’Anglosfera nel Grande gioco, quello di ieri come quello di oggi, si dovrebbe parlare di Henry John Temple, visconte di Palmerston.

Come nasce uno stratega

Henry John Temple nacque a Westminster il 20 ottobre 1784. Uomo di lignaggio nobile, nelle cui vene scorreva sangue blu, suo padre era il secondo visconte di Palmerston. Trascorse l’infanzia al seguito dei genitori, sempre in viaggio attraverso l’Europa per ragioni di lavoro, apprendendo l’italiano durante un soggiorno nella penisola.

Il piccolo Temple era carismatico e vulcanico: facile alla rissa coi bulli, esuberante agli incontri di lavoro del padre coi signori della politica britannica. Descritto come curioso e intelligente sopra la media dai vari tutori assunti dal secondo visconte di Palmerston per seguirne l’educazione e la formazione, Temple studiò all’università di Edimburgo ed ereditò il titolo del padre prima dei diciotto anni.

Nel 1803, allo scoppio della guerra contro la Francia, il giovane visconte, non ancora ventenne, si arruolò nei corpi volontari per fermare il tentativo di invasione delle isole britanniche da parte di Napoleone. Al breve paragrafo di soldato, concluso con l’ottenimento del titolo di tenente colonnello, fece seguito l’ingresso in politica.

Nel 1808 si fece notare per l’arringa con cui difese il controverso bombardamento britannico di Copenaghen, giustificandone la conduzione per motivi di “autopreservazione”: Napoleone aveva espresso più volte l’intenzione di inglobare la flotta danese nella grande armata del Blocco continentale, perciò Sua Maestà, privando i danesi della loro marina, aveva prevenuto un attacco ai propri danni. L’arringa gli valse il posto di Segretario di guerra, conservato gelosamente fino al 1828.

Il grande burattinaio di Sua Maestà

Il Ministero della guerra fu una nave-scuola per il giovane, ambizioso e geniale signore di Palmerston. Furono gli anni in cui comprese l’importanza della politica estera, il cuore di ogni impero, imparando dall’osservazione dei più anziani e dall’azione sul campo. Anni in cui intuì come rendere grande l’Impero britannico, prendendo nota dei successi e dei fallimenti di Napoleone e divorando le enciclopedie sulla storia del mondo. Anni che lo prepararono alla missione della vita: guidare l’Impero britannico nelle acque agitate della competizione tra grandi potenze dell’Ottocento.

Nel 1828, una volta terminata l’esperienza al Ministero della guerra, si dedicò interamente alla scrittura della politica estera dell’Impero. Parola d’ordine: lungimiranza. I britannici non sarebbero dovuti intervenire per soddisfare esigenze estemporanee, ma per perseguire disegni intelligenti orientati al lungo termine. Atto primo dell’era Temple, coerentemente con tale visione, fu l’ingresso di Londra nella guerra di indipendenza greca – non per altruismo paneuropeo, ma per impedire che alla ritirata ottomana dal Peloponneso seguisse l’entrata russa. Preludio della diplomazia delle cannoniere, icona della politica estera britannica durante l’era Temple.

Gettate le basi della futura influenza britannica su Atene, e a latere sul Mediterraneo, il visconte di Palmerston si sarebbe focalizzato sulla pioggia di crisi che minacciava di destabilizzare il fragile equilibrio europeo del dopo-Vienna. La crisi belga risolta con la conferenza di Londra del 1830. Le questioni dinastiche iberiche risolte a Londra nel 1834. I tentativi di impedire la morte del comatoso Impero ottomano, antemurale naturale tra l’Europa e la Russia.

Nella visione del mondo del signore di Palmerston, molto pragmatica e poco idealistica, la Sublime Porta, terrore della cristianità, era l’ariete di cui l’Impero britannico abbisognava per contrastare l’avanzata russa nell’area Nero-Balcani e per impedire ai francesi di aumentare la loro influenza nel Mediterraneo. Visione al cui interno si inserirono l’invio di armi alla resistenza dei popoli caucasici negli anni dell’espansione russa nel Caucaso, la Convenzione di Londra del 1840 sui possedimenti egiziani di Costantinopoli e l’infiltrazione della Terra Santa, affidata al sionista cristiano Lord Shaftesbury.

A seconda del momento, oltre che del contesto, il pragmatico signore di Palmerston era in grado di dialogare e negoziare con chi, fino al giorno precedente, gli era stato rivale. Stipulò la Convenzione di Londra del 1840, ad esempio, con l’Impero russo e in ottica antifrancese. Realpolitik allo stato puro. Manifestazione plastica di una convinzione espressa più volte, nel corso della sua vita, che è un caposaldo della scuola realista di relazioni internazionali: l’Interesse nazionale deve avere un primato perpetuo sui legami di amicizia e inimicizia tra gli stati.

I grandi giochi tra Europa e Asia

Artefice del traghettamento definitivo dell’Impero britannico in Asia, Lord Palmerston fu la mente dietro lo scoppio della prima guerra dell’oppio combattuta contro la declinante dinastia Qing. Il conflitto si concluse con la vittoria dei britannici, proiettati verso l’egemonia dell’Indo-Pacifico, e con l’ignominiosa sconfitta dei cinesi, piegati da una serie di trattati iniqui – statuenti, tra l’altro, la cessione di Hong Kong – e introdotti al cosiddetto Secolo delle umiliazioni.

Tra il 1846 e il 1851, intuendo la portata rivoluzionaria della stagione dei moti liberal-rivoluzionari, il signore di Palmerston iniettò denaro, armi e provocatori nei vari movimenti di protesta e sedizione apparsi a macchia d’olio in tutto il continente. Obiettivo: preservare equilibri e divisioni pattuiti al Congresso di Vienna, ma, dove possibile, ritagliare nuovi spazi per Londra.

La sua capacità di infiltrare i moti, talvolta di concerto con e talvolta a detrimento dell’aminemica Parigi, gli sarebbe valsa il titolo di “ministro della polvere da sparo”. Perché la longa manus di Palmerston fu vista un po’ ovunque, dalla penisola italiana, dove galvanizzò il processo di indipendenza nostrano, all’Ungheria della rivoluzione mancata del 1848.

Nel 1851, all’indomani dell’affare don Pacifico, il signore di Palmerston rassegnò le dimissioni dagli incarichi di politica estera. In ragione dei servigi resi alla corona, comunque, al demansionamento fu preferito un trasferimento onorevole, cioè la direzione della Segreteria degli affari domestici. Una sfida trasformata in opportunità. Opportunità per crescere, imparare nuove cose e farsi amare dall’opinione pubblica.

Nel 1855 fu richiamato al vero governo da Sua Maestà, causa l’impellente necessità di capitalizzare la guerra di Crimea, diventando il più anziano primo ministro britannico di sempre – era settantenne. Profondamente scontento del modo in cui Londra aveva gestito il conflitto, il signore di Palmerston cambiò radicalmente mezzi – espansione delle ostilità al Baltico per mettere sotto pressione la capacità reattiva dell’Impero russo – e fini – da una pace gattopardesca ad una simil-cartaginese.

Temple persuase Napoleone III, al quale era legato da un intenso rapporto di amicizia, a congelare la via negoziale a tempo indefinito. La pace sarebbe stata imposta ai russi, e non contrattata con loro, una volta catturata Sebastopoli. Dopo aver sconfitto i russi sul campo, al Congresso di Parigi, poté coartarli ad accettare la demilitarizzazione del mar Nero, pur non riuscendo ad ottenere il ritorno della Crimea sotto la bandiera ottomana.

Nel dopo-Crimea, pur volendo ritirarsi per via del farsi sentire dell’anzianità, accettò di rimanere a disposizione di Sua Maestà per via delle sfide all’Impero provenienti dall’Asia: la voglia di rivalsa della dinastia Qing – emblematizzata dallo scoppio della seconda guerra dell’oppio –, la grande ribellione indiana e il Torneo delle ombre con l’Impero russo.

L’Europa, comunque, sarebbe stata il principale tormento degli ultimi anni di vita del signore di Palmerston, testimone della progressiva materializzazione dell’antico incubo degli strateghi anglosassoni e francesi di ogni tempo: l’unificazione delle terre tedesche sotto un’unica bandiera. Temple avrebbe trascorso l’ultimo premierato a studiare la psicologia di Otto von Bismarck e le potenzialità economico-militari della futura Germania, fraintendendole entrambe e rivelandosi incapace di fermare i piani del cancelliere di ferro, come dimostrato dall’annessione dello Schleswig.

Il terzo (e ultimo) signore di Palmerston morì il 18 ottobre 1865, sereno per aver proiettato la Corona verso la vittoria nel Torneo delle ombre contro lo Zarato, ma inquieto per l’ascesa preponderante della Prussia, che, trainata dal geniale Bismarck, stava distruggendo – e avrebbe di lì a breve distrutto – tutto ciò a cui Temple aveva dedicato l’esistenza: la preservazione dell’ordine viennese, e della pace, in Europa. Il resto è storia.

Lord Palmerston, l'intramontabile

L’eredità di Henry John Temple, terzo e ultimo visconte di Palmerston, è intramontabile. Come quella dei più grandi cesari dell’Impero romano. Come quella di ogni eminenza grigia che abbia fatto la storia, in luogo di viverla semplicemente o, peggio, di esserne travolto. Come quella di ogni grande uomo carlyleniano che ha saputo domare e dominare il destino proprio, imponendolo agli altri.

Riscoprire Palmerston è più che mai essenziale oggi, essendo il Duemila il secolo della storia alla riscossa ed essendo gli Stati Uniti i successori dell’Impero britannico, dal quale hanno ereditato l’onere-onore di fermare i processi di costruzione super-egemonica in Eurasia, con particolare riguardo al contenimento delle spinte centrifughe provenienti dalle tellurocrazie dell’Europa e dell’Estremo Oriente, e di vigilare sull’integrità del sistema di rotte marittime della globalizzazione.

Riscoprire Palmerston è capire le ragioni dell’ossessione degli Stati Uniti per il controllo delle acque dell’Indiano e del Pacifico occidentale. La strategia della catena di isole che dal lontano 1949 ha ingabbiato la Repubblica Popolare Cinese in una prigione tellurica non è che l’attualizzazione del respingimento della dinastia Qing nella Cina continentale operato dalla Compagnia britannica delle Indie orientali. Acque e isole per inibire le spinte verso dell’esterno del Dragone.

Riscoprire Palmerston è capire le origini del Grande gioco 2.0, seguito dell’ottocentesco Torneo delle ombre, scaturito dall’imperativo strategico di impedire ad una potenza ostile all’Anglosfera di ottenere lo sbocco sui mari caldi dell’Indiano e di esercitare un’influenza determinante tra iranosfera e subcontinente indiano. Uguali, nei secoli, le armi utilizzate per (provare a) vanificare i sogni imperiali del rivale di turno: diplomazia delle cannoniere coi pavidi e del corteggiamento cogli avidi, dispute territoriali, estremismo religioso, rivalità interetniche. Ieri la Russia nel mirino, oggi le Nuove vie della seta che vorrebbero unire le fabbriche cinesi ai mercati europei.

Riscoprire Palmerston, infine, è capire la complessa realtà delle relazioni internazionali, dove l’Interesse di stato fa sì che nulla sia per sempre – né un’amicizia adamantina né un’inimicizia antidiluviana –, ed è addentrarsi nelle logiche del piccolo-ma-grande gioco per l’egemonia del Vecchio Continente. Appendice nordoccidentale dell’Eurafrasia nei confronti della quale il re in carica dell’Anglosfera applica un divide et impera volto a consumare le forze dell’egemone in ascesa, logorato attraverso l’accensione di roghi nelle sue periferie e l’alimentazione di scontri frontali con potenze terze. Egemone ieri corrispondente alla Francia e oggi, o meglio dal 1871, alla Germania.

Samuel Huntington e il ritorno della Storia. Pietro Emanueli il 18 ottobre 2022 su Inside Over.

Il Duemila avrebbe dovuto essere il secolo della fine della storia e della democratizzazione del mondo, e cioè del trionfo definitivo dell’unipolarismo e degli Stati Uniti, ma così non è stato. Si è rivelato, al contrario, il secolo delle emergenze, della grande rivolta del Sud globale, delle guerre etno-religiose, del terrorismo e del ritorno delle identità.

Qualcuno aveva intravisto, già negli adrenalinici Novanta del neonato momento unipolare, i semi dei grandi sconvolgimenti del Duemila. Benjamin Barber aveva preconizzato la terzomondizzazione del Nord globale. Hans Magnus Enzensberger aveva anticipato l’avvento delle guerre civili molecolari nell’opulento e sicuro Occidente. E a Samuel Huntington, le cui teorie sono state spesso mal interpretate – e continuano ad esserlo –, va riconosciuto il merito di aver previsto con largo anticipo alcuni fenomeni e processi poi effettivamente materializzatisi, dall’ascesa delle politiche civilizzazionali ai ritorni di fiamma dell’agenda mediorientale dell’Occidente.

Huntington prima di Huntington

Samuel Phillips Huntington nacque a New York City il 18 aprile 1927 in una famiglia benestante. Influenzato dal mestiere dei genitori, coinvolti nell’editoria, Huntington crebbe con la passione per la scrittura e per la lettura.

Curioso, studioso e con un’intelligenza sopra la media, ai livelli di bambino prodigio, Huntington all’età di soli di 23 anni entrò ad Harvard in qualità di professore dopo aver, rispettivamente, conseguito una laurea a Yale, servito nelle forze armate, ottenuto un master all’Università di Chicago e completato un dottorato ad Harvard.

Ad Harvard, incubatore di talenti, Huntington fece la conoscenza di un giovane Zbigniew Brzezinski, con il quale, dopo aver stabilito un rapporto di amicizia destinato a durare, si trasferì alla Columbia per via di dissapori con il corpo docenti. Qui, dal 1959 al 1962, ricoprì i ruoli di professore associato e direttore associato del prestigioso Institute of War and Peace Studies. Il richiamo di Harvard, però, era troppo forte: nel 1963, dopo aver ricomposto i dissidi che lo avevano spinto ad allontanarsi, vi fece ritorno – senza più abbandonarla.

Nel 1977, insieme a Warren Demian Manshel, Huntington fondò Foreign Policy, una rivista di relazioni internazionali destinata a diventare un punto di riferimento per politologi e decisori politici degli Stati Uniti. A quel punto, però, Huntington aveva smesso da tempo di essere un semplice prodigio: era ormai un autore affermato – The Soldier and the State (1957), Political Order in Changing Societies (1968) – ed un consulente ai cui servizi si affidavano la Commissione Trilaterale e la Casa Bianca.

La teoria dello scontro di civiltà

Nel 1993, mentre gli Stati Uniti erano travolti dalla brezza inebriante del momento unipolare scaturito dall’implosione dell’Unione Sovietica, Huntington pubblicava un articolo controcorrente, su Foreign Affairs, dal titolo “The Clash of Civilizations?“.

Contrariamente all’opinione al tempo maggioritaria, emblematizzata dalla tesi della “Fine della storia” di Francis Fukuyama, Huntington era dell’idea il Duemila sarebbe stato il secolo di grandi sorprese geopolitiche e di nuovi scontri egemonici che avrebbero ostacolato l’ascesa dell’Occidente quale blocco unicamente ed efficacemente troneggiante sul mondo. Il politologo era convinto che l’Islam, in particolare, avrebbe procurato parecchi grattacapi all’agenda globale dell’Occidente.

Tra anni più tardi, sull’onda del dibattito generato – e non ancora terminato –, Huntington diede alle stampe un libro sviluppante nel dettaglio la propria visione del dopo-guerra fredda: The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (in Italia edito come Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale). Un libro che, per quanto mal interpretato e strumentalizzato – spesso per ragioni di partigianeria politica –, ha superato la prova della storia.

L’interesse economico continua ad essere il motore della storia, questo è fuori discussione, ma è innegabile che questo paragrafo di XXI secolo verrà ricordato negli annali per il ritorno in scena delle politiche identitarie, delle guerre culturali, dei conflitti e dei terrorismi etno-religiosi e delle dinamiche civilizzazionali.

Tesi di Huntington non era che le civiltà avrebbero sostituito integralmente gli interessi di stati e grandi corporazioni, ma che avrebbero assunto un ruolo significativamente più importante rispetto al Novecento. Una tesi più spiegabile attraverso esempi che a parole:

La Turchia avrebbe continuato a far parte della NATO soltanto formalmente, perché in verità all’inseguimento dell’antico ruolo di guida della umma e di ponte tra le civiltà;

La Russia, superata la grave crisi degli anni eltsiniani, avrebbe probabilmente modellato un panslavismo 2.0 allo scopo di non perdere del tutto l’influenza su Balcani ed Europa orientale. In questo contesto, Bielorussia, Serbia e Ucraina avrebbero giocato un ruolo centrale nell’agenda europea della Russia.

L’Ucraina, storicamente divisa dai punti di vista culturale, religioso e identitario, sarebbe potuta diventare un teatro di scontro tra i blocchi civilizzazionali, con epicentro la linea di faglia rappresentata dal Dnipro – muro di separazione naturale tra l’Ucraina occidentale e il Donbas.

In Latinoamerica si sarebbe potuto assistere alla rinascita di etno-nazionalismi, come quello indio, volti a ridurre l’occidentalità dei popoli;

Nell’Islamosfera sarebbero probabilmente scoppiate competizioni egemoniche per l’egemonizzazione della umma, cioè la comunità di musulmani, con Turchia, Arabia Saudita e Iran in prima fila in ognuna di esse;

La possibilità che sorgessero alleanze intercivilizzazionali tra blocchi ostili all’Occidente, ad esempio quello cinese e quello islamico, allo scopo di sfidarne l’egemonia globale.

Molto di ciò che Huntington aveva previsto si è avverato, incluso un altro scenario: il declino dell’Occidente. Declino che sarebbe stato accompagnato internamente dalla perdita di rilevanza dell’identità – esemplificata dalla secolarizzazione e dallo sdoganamento del melting pot – ed esternamente dalla sottovalutazione dei rischi dell’esportazione dei valori liberali, democratici e occidentali nel resto del mondo. Il dialogo in luogo della prevaricazione; questo avrebbe dovuto fare l’Occidente per evitare di magnetizzare ulteriore ostilità da parte del resto del mondo e scatenare, magari, una guerra tra civiltà.

Unipolarismo, multipolarismo, uni-bi-multipolarismo

Nel 1999, mentre gli Stati Uniti si imponevano come poliziotto globale intervenendo con assertività nella Iugoslavia in frantumi, Huntington reiterava la propria visione pessimistica circa il futuro dell’unipolarismo e del cosiddetto Progetto per un nuovo secolo americano.

In un altro articolo destinato a far discutere, The Lonely Superpower, Huntington spiegava che il nuovo secolo non avrebbe comportato soltanto la riscrittura del sistema internazionale su linee civilizzazionali, ma anche il superamento dell’unipolarismo a causa di un (molto) probabile, o meglio quasi certo, multipolarismo.

Per certi versi, spiegava Huntington, l’epoca unipolare era già terminata – ed una sui generis, cioè uni-multipolare, era cominciata. Perché un unipolarismo perfetto avrebbe implicato l’esistenza di una superpotenza in grado di risolvere ogni problema del sistema internazionale – cosa che gli Stati Uniti né potevano né volevano fare. Per di più, ammoniva il politologo, ogni tentativo di raggiungere un unipolarismo perfetto avrebbe avuto come risultato un aumento degli sforzi da parte delle potenze regionali di accelerare la transizione verso il multipolarismo.

Gli Stati Uniti sarebbero rimasti nei libri di storia come la prima, unica e ultima superpotenza globale della contemporaneità, ma nessuno sforzo imperiale, per quanto esteso e continuativo, avrebbe potuto impedire l’ascesa di un multipolarismo integrale. Dopo due decenni di uni-multipolarismo, cioè più o meno entro gli anni Venti, avrebbe avuto inizio l’epoca multipolare – Huntington ne era certo. E la storia, fatti alla mano, gli sta dando ragione.

Zbigniew Brzezinski, l’ultimo geopolitico. Emanuel Pietrobon il 18 ottobre 2022 su Inside Over.

Lo storico scozzese Thomas Carlyle, vissuto nell’Ottocento, è noto per aver teorizzato un nuovo modo di leggere la storia: non una ripetizione inevitabile di eventi simili tra loro, ma il risultato delle azioni di pochi condottieri. Grandi uomini che hanno guidato tanti, piccoli uomini, cambiando le sorti dell’umanità col proprio carisma e col proprio genio. È la teoria del grande uomo.

Napoleone viene solitamente considerato il grande uomo per antonomasia, colui che ha sconvolto l’Ottocento, gettato le basi del Novecento e il cui legato continua a plasmare la contemporaneità. Il grande uomo è un Napoleone, un Alessandro Magno, ma può anche essere un Leonida o, in esteso, una scheggia impazzita come Gavrilo Princip. È il comune denominatore che non deve cambiare mai: essere un singolo in grado di trascinare impetuosamente le masse e di forgiare intere epoche.

Il Novecento, più di ogni altro, sembra essere stato il secolo dei grandi uomini. Uomini i cui passi hanno spianato la strada al Duemila e la cui ombra, talvolta, oscura il Sole. Uomini che hanno abbattuto imperi plurisecolari come Lenin e Gandhi, che hanno vinto una guerra senza possedere un esercito come Giovanni Paolo II o che hanno rivoluzionato le relazioni internazionali come lo stratega Henry Kissinger o come Zbigniew Brzezinski, l’ultimo geopolitico.

Brzezinski prima di Brzezinski

Zbigniew Kazimierz Brzezinski nacque a Varsavia il 28 marzo 1928. Figlio di una famiglia aristocratica legata alla Chiesa cattolica, verso la quale era profondamente devota, Brzezinski crebbe seguendo le orme e le passioni del padre, Tadeusz, un diplomatico formatosi tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica.

I Brzezinski, baciati dalla fortuna o benvoluti dal destino, scamparono al dramma della Seconda guerra mondiale, assistendo da lontano all’atroce spartizione della Polonia tra nazisti e sovietici. Nel 1938, infatti, Tadeusz fu chiamato a servire presso il consolato generale polacco di Montreal. E qui, anche e soprattutto a causa del conflitto, decisero di rimanere.

Il giovane Brzezinski, mai dimentico della doppia coltellata ricevuta dalla Polonia, avrebbe intrapreso la carriera delle relazioni internazionali, specializzandosi in studi sovietici. Una laurea magistrale presso la McGill University, conseguita discutendo una tesi sulla natura multinazionale dell’Unione Sovietica. Un dottorato ad Harvard, sotto la supervisione del politologo Merle Fainsod, focalizzato sulle relazioni tra Lenin e Stalin.

Brzezinski terminò gli studi universitari nella prima metà degli anni Cinquanta, forte di un curriculum a cinque stelle e di un circuito di amicizie destinate a fare la differenza – Samuel Huntington. Monaco di Baviera, sede dell’edizione polacca della neonata Radio Free Europe, la prima destinazione di lavoro. Le università Harvard, Columbia e John Hopkins a seguire, in qualità di professore di relazioni internazionali ed esperto di studi sovietici.

Rivale di Henry Kissinger, perché guidato da una postura maggiormente confrontazionale nei confronti dell’Unione Sovietica, Brzezinski avrebbe trovato il modo di farsi strada come consigliere di quei politici e di quei gruppi di potere scettici verso la possibilità di una coesistenza pacifica: da Madeleine Albright, futura segretaria di stato della seconda amministrazione Clinton, al Bilderberg Group.

Le visioni di un falco

Brzezinski, un falco. Perché sperava che gli Stati Uniti non cedessero alla chimera della coesistenza pacifica. E perché aveva, fatti alla mano, la vista lunga. Datata 1960 è, invero, una sua previsione sul futuro dell’Unione Sovietica: destinata a entrare in stagnazione, tanto economica quanto politica, e poi a subire una frammentazione su linee etniche. Cosa poi avvenuta.

L’Occidente, secondo Brzezinski, non avrebbe vinto la Guerra fredda ottenendo la superiorità militare e tecnologica sul Secondo mondo, ma quella valoriale – la necessità di screditare il totalitarismo –, e avrebbe potuto prevalere definitivamente sull’Unione Sovietica strumentalizzandone i talloni d’Achille, costituiti da quella sottovalutata e poco studiata disunità tra gruppi etnici, nazionalità e fedi. L’odio e la diffidenza scorrevano nelle vene dei popoli sottomessi dal Cremlino, alla Casa Bianca l’onere di portarli a galla e volgerli contro l’Impero sovietico.

Diversamente da Kissinger, suo rivale, non credeva nella possibilità di provocare la tanto ricercata rottura sino-sovietica – e la storia, qui, gli avrebbe dato rapidamente torto. Le sue tesi sulla disunità nello spazio sovietico, ad ogni modo, gli avrebbero permesso di effettuare una scalata nella piramide del potere, inarrestabile, traghettandolo all’interno della presidenza Johnson in qualità di consigliere per la politica estera di Hubert Humphrey. L’inizio della fama. La possibilità di rendere finalmente giustizia alla propria patria, la Polonia.

La fede come arma

La linea Brzezinski avrebbe trovato uno sbocco istituzionale nel 1976, anno delle attesissime presidenziali, grazie all’appoggio fondamentale di Jimmy Carter. Il candidato alla presidenza, che era un detrattore di Richard Nixon, vedeva in Brzezinski l’alternativa, unica e valida, al finanche troppo pragmatico Kissinger.

Carter prometteva un radicale cambio di rotta rispetto al kissingerismo: meno distensione, più coraggio al di là della Cortina di ferro. E si fidava ciecamente di Brzezinski, tanto da definirsi un suo “studente”, perciò la decisione – a posteriori vincente – di farlo consigliere per la sicurezza nazionale.

Un po’ per le sue origini, e un po’ per una comprensione avanzata delle dinamiche intrasovietiche, Brzezinski era dell’idea che gli Stati Uniti avrebbero dovuto scommettere sulla destabilizzazione della Polonia, che, proprio nel 1976, era scesa in piazza per protestare contro il carovita. I prodromi di Solidarność. Caduta Varsavia, secondo Brzezinski, un effetto domino avrebbe travolto l’intero blocco comunista.

Il fato avrebbe sorriso a Brzezinski. Nel 1978, causa la morte prematura di Giovanni Paolo I, la Chiesa cattolica, riunitasi in conclave, avrebbe eletto un polacco: Karol Józef Wojtyła. Un’opportunità più unica che rara, dei cui potenziali benefici Brzezinski mise al corrente il proprio presidente: un asse con il Vaticano, rivale storico degli Stati Uniti, per provare ad abbattere l’Impero dell’ateismo attraverso una linea d’azione pionieristica, ovvero la “geopolitica della fede“.

Stalin si sbagliava: la Chiesa aveva delle divisioni. E, tra l’altro, appartenenti a questo mondo: i battezzati nel nome della Trinità. Agli Stati Uniti, in combutta col Vaticano, l’onere-onore di trasformare la fede – assopita e annichilita dai comunisti – in un motore di riscatto, in un veicolo di emancipazione, in uno strumento di ribellione. La Polonia, dove la Chiesa era riuscita in qualche modo a preservare il suo scheletro, sarebbe stata il primo laboratorio in cui sperimentare la tesi avvincente di Brzezinski.

Insieme, a partire dal 1978, Stati Uniti e Vaticano cominciarono a foraggiare il sindacato nato sull’onda delle proteste del 1976, Solidarność, creando un’internazionale di aiuto e soccorso baricentrata sulla Polonia. Armi, Bibbie, consiglieri, denaro; tutto veniva inviato nel febbricitante satellite dell’Unione Sovietica, dove le parrocchie sarebbero diventate rapidamente il punto di riferimento dell’opposizione extragovernativa: un nascondiglio per i ricercati, una sede per i comizi illegali, un magazzino per armi e scorte di vario tipo, un luogo di conforto.

Ispirato dal successo polacco, Brzezinski supervisionò l’applicazione della geopolitica della fede nel resto del patto di Varsavia, nonché all’interno della stessa Unione Sovietica – in particolare in Ucraina e nei Baltici –, e in un teatro del quale per primo, ancora una volta, intuì le potenzialità: l’Afghanistan. Un duplice attacco per procura a Mosca, ingegnosamente compiuto per divergerne l’attenzione su due estremità tra loro distanti e diverse, i cui frutti sarebbero maturati tra il 1989 e il 1991.

Nel 1981, spianata la strada alla Rivoluzione polacca e all’impantanamento in terra afgana dell’Unione Sovietica, Brzezinski fu insignito della Medaglia presidenziale per la libertà. Pur rivestendo ruoli minori, avrebbe continuato a servire Washington anche durante l’era Reagan.

Il mondo post-Urss secondo Brzezinski

Brzezinski viene ricordato dai più, oltre che per la formulazione e l’implementazione della geopolitica della fede, per la scrittura di un testo-testamento, La grande scacchiera, divenuto la bussola per orientarsi in Eurasia di ogni amministrazione a stelle e strisce sin dall’era Bush Jr.

Ma il geopolitico, passato a miglior vita il 26 maggio 2017, non ha lasciato ai posteri soltanto delle linee-guida su come muoversi in quel campo minato che è l’Eurasia. Nel 2003, in controtendenza rispetto al clima generale, invitò la presidenza Bush a non invadere l’Iraq e, in esteso, a ripensare integralmente il concetto e l’impianto della Guerra al Terrore. Non perché gli Stati Uniti non dovessero vendicarsi dell’11/9, ma perché nel lungo termine intravedeva di gran lunga più contro che pro, tra i quali un islamosfera investita dall’antiamericanismo e un complesso militare-industriale sfiancato dalle guerre infinite.

La sua disaffezione nei confronti della classe dirigente post-guerra fredda sarebbe aumentata con lo scorrere degli anni. Prima le critiche incessanti rivolte a George Bush Jr, da Brzezinski ritenuto uno dei peggiori presidenti americani di ogni tempo, poi il curioso lobbismo contro Israele, che il geostratega accusava di eccessive e malevoli ingerenze nella politica estera degli Stati Uniti – di qui, coerentemente, la difesa del controverso libro La Israel Lobby e la politica estera americana del politologo John Mearsheimer. Infine, il parziale allontanamento anche da Barack Obama e il totale scetticismo verso Donald Trump.

Indagatore sociale, oltre che geopolitico, Brzezinski avrebbe trascorso gli ultimi anni della sua esistenza a studiare quelli che riteneva i mali dell’America contemporanea, in particolare le ricadute mentali e sociali di un capitalismo sempre più sregolato e pervasivo. Per gli Stati Uniti, la vera sfida del XXI secolo non sarebbe provenuta dal revisionismo di grandi potenze riemergenti, come Russia e Cina, ma dalla cornucopia permissiva, dall’atomizzazione sociale, dal melting pot e dalla perdita di valori sani e di volontà di potenza. America contro America, questa la grande partita del Duemila. E la storia, di nuovo, gli ha dato ragione.

Joseph Davies, l’anti-Kennan che non voleva la guerra fredda. Pietro Emanueli il 17 Ottobre 2022 su Inside Over. 

Il confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu uno dei tre «eventi inevitabili» del Novecento, insieme alle due guerre mondiali, e nacque in parallelo alla e in concomitanza con la fine di un’era: l’era del sistema europeo degli stati.

Accelerato dalla deflagrazione del sistema europeo degli stati, ed in particolare dalla spartizione della Germania e dal tramonto brusco delle epopee imperiali di Francia e Inghilterra, lo scoppio della Guerra fredda fu anche provocato da un elemento tanto ignorato quanto importante: la trasmissione della «russofobia politica» dall’Europa agli Stati Uniti. Trasmissione cominciata nel dopo-indipendenza, come dimostrato dal «primo Russiagate», velocizzata dalla trasformazione dell’Impero zarista in Unione Sovietica e finalizzata dall’esito della Seconda guerra mondiale.

Combattere contro Mosca era ritenuto inevitabile: il comunismo costituiva una minaccia alla pace mondiale finanche più grave del nazifascismo, perché in grado di travalicare i confini e ammaliare le masse di indigenti, e la sua progressiva diffusione in ogni continente era la prova di ciò. Ne erano convinti quasi tutti, in particolare il celebre George Kennan del Lungo telegramma. Quasi tutti: tranne il diplomatico Joseph Davies, che tentò invano di persuadere la Casa Bianca a preferire il compromesso al contenimento.

La vita prima dell'Unione Sovietica

Joseph Edward Davies nacque in quel di Watertown, nel Wisconsin, il 29 novembre 1876. Allevato in un ambiente benestante, semi-aristocratico, Davies era il figlio di Edward e Rachel Davies, due gallesi invischiati con la politica tanto negli Stati Uniti quanto nel Regno Unito.

Davies, che fu introdotto alla passione per la politica sin dalla tenera età, si laureò con lode alla Scuola di legge dell’Università del Wisconsin e successivamente entrò nella sezione wisconsiana del Partito Democratico, di cui diventò presidente nel 1907.

Loquace e persuasivo, nonché carismatico e capace, Davies avrebbe fatto il salto di qualità nel 1912, in occasione della convention nazionale del Partito Democratico, occupandosi di gestire la campagna di Woodrow Wilson nel Wisconsin e negli stati federati confinanti. Wilson avrebbe ricambiato il supporto-chiave ricevuto mettendo Davies a capo di un’entità ma importante ma bisognosa di riforme: il Bureau of Corporations. Davies, di nuovo, avrebbe centrato l’obiettivo, trasformando il BoC nell’ancora oggi esistente Commissione federale per il commercio.

Gli sforzi compiuti, la lealtà mostrata e le abilità dimostrate avrebbero fatto entrare Davies nel circolo privato di Wilson, permettendogli di seguire i lavori della Conferenza di Parigi da vicino, o meglio: di persona. Davies, difatti, fu investito del titolo di consigliere economico nel corso delle trattative.

Concluso il paragrafo wilsoniano, Davies avrebbe trascorso gli anni Venti e la prima parte dei Trenta alternando consulenze a governi – aiutando, ad esempio, Rafael Trujillo a sistemare i conti pubblici della Repubblica Dominicana – e difendendo piccoli, medi e grandi azionisti da speculatori e ingiustizie – celebre, a questo proposito, una causa vinta contro il Dipartimento del Tesoro.

Inviato a Mosca

Davies fu nominato ambasciatore a Mosca da Franklin Delano Roosevelt nel 1936. Non conosceva la lingua russa, e neanche aveva alle spalle esperienza con l’Europa orientale e la russosfera, ma era un avvocato di successo, un profondo conoscitore del commercio mondiale e tutti sapevano, all’interno del Partito Democratico, che Wilson lo aveva fortemente raccomandato ai successori in punto di morte.

Davies fu posto a capo di una missione sensibile: condurre una valutazione globale e approfondita dell’Unione Sovietica, focalizzandosi, in particolare, sulla forza dell’esercito e sulle potenzialità dell’industria militare. Davies avrebbe dovuto, inoltre, capire dalla parte di chi i sovietici avrebbero potuto combattere in caso di guerra mondiale.

Rispetto ai colleghi, i cui sentimenti verso Mosca erano a metà tra la paura e l’ostilità, Davies si sarebbe contraddistinto per un approccio pragmatico ma ottimistico. Pragmatico perché riconosceva, nei rapporti inviati alla Casa Bianca, l’esistenza di un regime autoritario e l’impiego di metodi brutali nei confronti del dissenso. Ottimistico perché, negli stessi, non credeva nell’ineluttabile conflittualità tra capitalismo e comunismo e, anzi, intravedeva la possibilità di creare un legame completo e complementare tra le due nazioni, basato su un do ut des equalmente vantaggioso: ai sovietici il know-how americano, agli americani le risorse naturali di Siberia ed Estremo Oriente.

Neanche l’essere testimone diretto delle purghe staliniane avrebbe fatto cambiare idea a Davies, la cui opinione sui processi-spettacolo degli anni Trenta, come il Processo dei ventuno, era spietatamente pragmatica: affari interni del Cremlino.

Le posizioni di Davies, ritenute eccessivamente accondiscendenti con lo stalinismo, avrebbero incontrato la ferma e vivace opposizione dell’intero corpo diplomatico in loco. In quegli stessi anni, difatti, Davies si sarebbe confrontato più volte coi colleghi, in particolare con uno di loro: George Kennan. I due, Davies e Kennan, la pensavano all’opposto su tutto. Il primo era un sostenitore del compromesso, il secondo del contenimento. Il primo non credeva che il comunismo sovietico fosse una minaccia, il secondo riteneva che fosse destinato a diventare la nuova sfida alla pace mondiale dopo il nazifascismo.

Nel 1938, complice la divisione regnante all’interno dell’ambasciata americana di Mosca, Davies fu trasferito in Belgio. E un anno più tardi, causa lo scoppio della Seconda guerra mondiale, fece ritorno in patria. Una volta qui, con il permesso di Roosevelt, si diede alla scrittura di un libro dedicato al biennio sovietico: Missione a Mosca.

Il libro, edito da Simon & Schuster, si sarebbe rivelato il caso editoriale del 1941: più di 700mila copie vendute, traduzioni in diverse lingue e finanche una trasposizione cinematografica targata Warner Brothers.

Il dopoguerra e la morte

Davies era convinto che la Casa Bianca e il Cremlino avrebbero potuto trovare un accordo reciprocamente profittevole per il dopoguerra e che l’albeggiante conflitto tra capitalismo e comunismo, per quanto ritenuto inevitabile da un numero crescente di decisori, politici e strateghi, si sarebbe potuto impedire con la giusta dose di volontà e nel nome di una sana interdipendenza economica.

Ancora capace di esercitare influenza sulla presidenza, non dimentica della lealtà e delle abilità dimostrate durante l’epoca Wilson, Davies riuscì a farsi inviare in missione a Mosca nel pieno della guerra, nel maggio 1943, per discutere di ulteriori approvvigionamenti all’esercito sovietico nel quadro della Legge degli affitti e prestiti. Davies, tempo dopo, avrebbe ricordato quella missione con un certo malumore: volontà di dialogo da parte di Roosevelt, anche su altri temi, ostracismo e diffidenza da parte della diplomazia americana in loco.

L’uscita di scena di Roosevelt avrebbe significato anche la fine dell’era Davies. Inviato alla Conferenza di Potsdam da Harry Truman per conferire con Winston Churchill, Davies avrebbe presto scoperto di essere divenuto un semplice portavoce, niente più che un messo: non era lì per negoziare, non avendo alcuna autonomia decisionale, ma per riportare quanto (già) deciso dal presidente in combutta coi fautori dello scontro frontale con l’Unione Sovietica, cioè Kennan e James Byrnes.

Dopo Potsdam, oramai completamente disaffezionato alla politica, Davies si sarebbe ritirato a vita privata nella propria dimora di Washington D.C., Tregaron – chiamata così in nome del villaggio gallese in cui era nato suo padre –, morendo qualche anno più tardi, il 9 maggio 1958, a causa di un’emorragia cerebrale. Le sue ceneri, da allora, giacciono nella cripta della Cattedrale nazionale di Washington D.C.

Il “progetto Solarium”: la strategia Usa per contenere la minaccia rossa. Federico Giuliani su Inside Over il 6 agosto 2022.

Con il nome di “progetto Solarium” si intende l’esercitazione di politica estera e securitaria organizzata nell’estate del 1953 dall’allora presidente statunitense Dwight D. Eisenhower per contenere l’Unione Sovietica. Josif Stalin era morto da poco ma l’ombra dell’Urss continuava a minacciare gli Stati Uniti. Washington doveva escogitare un modo per gestire la minaccia rossa rappresentata da Mosca. Che fare?

Fu così che la Casa Bianca convocò le migliori risorse diplomatiche e del Pentagono per stabilire un modus operandi, o quanto meno un approccio, con il quale contenere l’espansionismo sovietico sulla scia dell’inizio della Guerra Fredda. L’ultimo grande esecutore della dottrina Solarium è stato George W. Bush Senior. Nei fatti, la pratica del contenimento russo non è stata mai dismessa. Anzi: soprattutto in seguito alla guerra in Ucraina, e al nuovo nemico Usa incarnato dalla Russia di Vladimir Putin, potrebbe addirittura rinnovarsi.

L'origine del progetto Solarium

Nel 1953 Eisenhower convocò, come detto, le migliori risorse diplomatiche e del Pentagono per discutere il da farsi. La domanda dell’incontro era tanto semplice quanto cruciale: come muoversi contro la minaccia rossa rappresentata dall’Urss? L’incontro avvenne su una terrazza (solarium, appunto) all’ultimo piano della Casa Bianca. Da qui il nome di progetto Solarium, utilizzato ancora oggi.

La decisione finale, che come vedremo coinciderà con il contenimento di Mosca, fu presa al termine di una serie di conversazioni avvenute tra il presidente Eisenhower e alti funzionari a livello di gabinetto, tra cui il Segretario di Stato, John Foster Dulles, e George F. Kennan. Alla fine, Eisenhower si rese conto che la guida strategica contenuta nel famigerato NSC-68 era insufficiente per affrontare la minaccia rossa.

Ricordiamo che l’NSC-68 (National Security Council resolution 68) era un documento di massima segretezza, reso pubblico solo a metà anni 70, e preparato dal National Security Council nell’aprile 1950, presentato al Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, da alcuni membri del complesso militare industriale. Definiva dettagliatamente la strategia da attuare nel contesto della Guerra Fredda, per contrastare l’Unione Sovietica. Tale strategia prevedeva l’incremento delle spese militari, un impegno a livello globale, politico, militare e morale degli Stati Uniti, oltre al potenziamento della Nato e al riarmo della Germania occidentale.

Combattere attivamente o contenere Mosca?

Eisenhower era sempre più preoccupato per la traiettoria della politica estera statunitense, che adottava un approccio militaristico nei confronti dell’Unione Sovietica. Le figure di spicco della sua amministrazione erano tuttavia divise sul comportamento che avrebbe dovuto adottare Washington nei confronti di Mosca. Una delle fazioni sosteneva che gli Usa avrebbero dovuto combattere attivamente così da ridurre progressivamente la sfera d’influenza sovietica. L’altro schieramento, del quale faceva parte anche George Kennan, reputava invece che fosse opportuno adottare la strategia del contenimento.

In un simile clima decisionale, Eisenhower si rese conto che, a meno che la sua amministrazione non fosse stata d’accordo su una narrativa per contrastare l’Unione Sovietica, gli sforzi per promuovere programmi concorrenti avrebbero prodotto incoerenza e confusione. Il presidente ordinò che fosse convocato un esercizio di progettazione della strategia per aiutare il suo staff a raggiungere un accordo.

Il processo decisionale

Per arrivare ad ottenere un risultato concreto, furono create tre squadre, o Task Force, formate da esperti di spicco del governo federale e del mondo accademico, nonché esperti della storia sovietiva. Ogni squadra ricevette gli stessi documenti e valutazioni dell’intelligence e fu incaricata di analizzare il materiale, in modo tale da offrire una direzione alla politica Usa. Questa posizione doveva inoltre essere accompagnata da punti di forza e di debolezza. Emersero così tre linee di pensiero che furono valutate in maniera dettagliata.

Guidata da Kennan, la squadra A era vincolata a una strategia di contenimento nei confronti dell’Unione Sovietica, faceva leva sulla coesione degli alleati Usa, in particolare l’Europa, e intendeva ridurre al minimo il rischio di una guerra con Mosca. La squadra B adottava una linea anti Urss più dura, contemplava politiche che facevano meno affidamento sui partner americani e più sull’arsenale nucleare statunitense. Era in ogni caso contraria all’adozione di un’azione militare diretta all’interno della sfera d’influenza sovietica. La squadra C, infine, era d’accordo con i contenuti dell’NSC-68: diminuire il potere sovietico ovunque e con ogni mezzo possibile.

I massimi consiglieri di politica estera del presidente respinsero del tutto la raccomandazione di prendere in considerazione anche una quarta alternativa politica. Ovvero, dare a Mosca un ultimatum per scendere a patti con Washington entro due anni o affrontare la prospettiva di una guerra generale.

La direttiva NSC 162/2

I risultati del progetto Solarium hanno prodotto l’NSC 162/2, una direttiva strategica nazionale che avrebbe guidato la strategia statunitense dalla sua pubblicazione alla fine della Guerra Fredda. Il modus operandi Usa, in sostanza, comprendeva per lo più la proposta della squadra A, quella di Kennan e fautrice del contenimento. Gli Stati Uniti stabilirono che l’Urss sarebbe stata una minaccia a lungo termine e non imminente, e che questa minaccia sarebbe diminuita agendo con prudenza. Washington decise di mantenere un sistema di alleanze capace di circoscrivere il blocco sovietico e di affidarsi alla leva della prontezza militare.

La direttiva NSC 162/2 comprendeva una strategia che giocava sui punti di forza degli Stati Uniti, enfatizzava le alleanze con le nazioni sviluppate e in via di sviluppo e sosteneva la costante mobilitazione militare parziale con un accumulo dell’arsenale nucleare statunitense a livelli senza precedenti. Fu così che, in linea con quanto sostenuto da Kennan, gli Stati Uniti sostennero il contenimento, la presenza di forze armate in zone critiche, ma non lo scontro diretto con Mosca, né l’obiettivo di rovesciare il regime comunista dell’Urss.

Contenere Mosca oggi

L’NSC 162/2 richiedeva l’uso di una forza d’attacco atomica in grado di dissuadere i sovietici dall’azione. Per contenere il comunismo, Eisenhower autorizzò quindi l’espansione dell’arsenale nucleare del Paese, e preparò il terreno per il continuo sviluppo di armi nucleari, compreso quello che in seguito sarebbe stato chiamato il missile Minuteman.

Il numero di armi atomiche crebbe da mille, nel 1953, a più di diciottomila quando il presidente Eisenhower lasciò l’incarico nel 1961. Durante questo lasso di tempo, inoltre il budget militare americano scese da 50 miliardi di dollari nel 1953 a una media di 34 miliardi, con risparmi ottenuti in gran parte attraverso la riduzione del livello delle truppe.

La dottrina Solarium fu inasprita dopo pochi anni, anche se fu poi dismessa con la dissoluzione dell’Urss e il rafforzamento della Nato. Adesso gli Stati Uniti potrebbero rivedere, e in parte riadattare alle attuali esigenze, gran parte del progetto Solarium. Una prima conferma è data dal dislocamento delle forze armate Usa nelle aree più calde dell’Europa, proprio in chiave anti Russia.

Camelot, ovvero l’arte del colpo di stato. Emanuel Pietrobon il 23 Ottobre 2022 su Inside Over.    

I libri di storia sono un susseguirsi di pagine che raccontano di popoli in rivolta contro l’iniquità al potere, rivoluzioni per la terra e il pane e  regicidi in pubblica piazza. Se la storia dell’Uomo insegna qualcosa, in effetti, è che fame, rancore e paura sono i grandi motori del cambiamento ab immemorabili.

Quello che i manuali scolastici – e persino universitari – non insegnano, anche se dovrebbero, è che nulla è più strumentalizzabile della fame, del rancore e della paura. Una conoscenza di cui i decisori dei decisori, cioè i Richelieu di ogni epoca, hanno sempre avuto piena cognizione e che ha fatto la loro fortuna. Una conoscenza che è stata l’inchiostro della storia. Una conoscenza che gli Stati Uniti, durante la Guerra fredda, provarono ad ampliare e a raffinare dando vita all’ambizioso progetto Camelot.

Il contesto storico e geopolitico

La mente è destinata a giocare un ruolo crescentemente importante nelle scienze strategiche, perché gli avanzamenti nelle neuroscienze e l’aggravamento della competizione tra grandi potenze hanno accelerato l’inevitabile ascesa dell’era delle guerre cognitive, ma la verità è che irrilevante non lo è stata mai.

È da quando Sigmund Freud ha inventato la psicoanalisi che gli strateghi al servizio di Casa Bianca, Langley e Pentagono arruolano esperti della mente nei loro dipartimenti – come (di)mostrato dalla composizione del Comitato di Informazione Pubblica istituito dalla presidenza Wilson durante la Grande guerra. E la storia del progetto Camelot, in effetti, non è che una storia (avvincente) di psicologi reclutati dagli Stati Uniti in uno dei loro periodi più complicati e sensibili: la guerra fredda. 

Charles Douglas Jackson, lo psico-guerriero della Casa Bianca

Edward Bernays, il pubblicitario capace di manipolare le masse

Era dagli anni Quaranta che il governo federale finanziava progetti in materia di guerra psicologica, propaganda e osservazione del comportamento umano, ma il confronto con l’Unione Sovietica aveva persuaso gli Stati Uniti che fosse necessario fare qualcosa di più. E fu così che, dalle ceneri dell’ambizioso progetto Troy – una ricerca del MIT sulla creazione artificiale di instabilità sociopolitica – e del Gruppo dello Smithsonian – un gruppo variegato di think tank e associazioni di psicologi accomunati dall’obiettivo di predire il comportamento delle masse –, nacque Camelot.

Se al nebuloso Camelot può essere affibbiata una data di nascita, questa è certamente il 1956. L’anno in cui presso l’American University, su iniziativa dell’Ufficio di guerra psicologica dell’Esercito, fu fondato l’Ufficio di ricerca sulle operazioni speciali (SORO, Special Operations Research Office). Un ente che, inizialmente focalizzato sullo studio della controguerriglia, entro gli anni Sessanta sarebbe diventato il cuore pulsante del vibrante settore delle guerre psicologiche e il ricettore di ben due milioni di dollari l’anno di fondi federali.

Conosci il tuo nemico, studia il terreno di scontro

Al Soro, nell’estate del 1964, fu avanzata dall’Esercito la classica proposta impossibile da rifiutare: proseguire gli studi di previsione sociale e controguerriglia del progetto Troy e del Gruppo Smithsonian, i cui risultati sarebbero stati messi a piena disposizione degli psicologi dell’American University.

L’obiettivo del Soro, a mezzo della conduzione del progetto Camelot, sarebbe stato molto più elevato di quello ricercato dai due predecessori: la realizzazione di uno studio a trecentosessanta gradi sulle cause del conflitto in un insieme selezionato di casi studio, in larga parte paesi della Latinoamerica, propedeutico all’elaborazione di un modello predittivo sul collasso sociale.

Il Soro ricevette dai quattro ai sei milioni di dollari per esperire il progetto, che l’Esercito avrebbe voluto terminato entro quattro anni. Una cifra enorme. Ma, del resto, enormi erano anche le aspettative del Pentagono, che attraverso le teorie, le conoscenze e i progressi di neuroscienze, sociologia e psicologia delle masse sperava di capire se e come fosse possibile creare una rivoluzione dal nulla, anche in contesti socialmente coesi – come il Cile – ed economicamente avanzati – come la Francia.

Al richiamo di Camelot, alla luce del compenso offerto, del prestigio conseguibile e della significatività delle implicazioni pratiche, risposero alcuni dei più eminenti studiosi dell’epoca: dall’esperto di teoria dei giochi Thomas Schelling al sociologo James Samuel Coleman.

Mockingbird, obiettivo manipolazione di massa

Agli psicologi del Soro fu dato mandato di studiare nel dettaglio, di disaminare approfonditamente, ogni aspetto socioculturale dei principali teatri dell’America centromeridionale, in particolare di Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Messico, Perù e Venezuela. Altre squadre, invece, si sarebbero occupate di altri fronti caldi, ma più lontani, come l’Africa – Nigeria –, l’Europa – Francia, Grecia –, l’islamosfera – Egitto, Iran, Turchia – e l’Estremo Oriente – Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Tailandia.

Gli investigatori del Soro avrebbero dovuto studiare le società dei paesi indicati dal Pentagono da vicino, preferibilmente e possibilmente sul campo, erogando sondaggi, intervistando colleghi e gente comune, interessandosi alla loro letteratura e respirandone e assorbendone usi, costumi e credenze. La pratica etnografica dell’osservazione partecipante pionierizzata da Bronisław Malinowski applicata alla psicologia delle masse.

La macchina di processamento dati costruita nell’ambito del progetto Camelot era mastodontica: realizzazione di rapporti periodici da parte degli psicologi, trasmissione dei dati raccolti sul campo ad un centro computerizzato di analisi, interpretazione e smistamento, studio di rapporti e dati ai fini dell’edificazione di un maxi-database sulle società del globo e della formulazione dell’agognata teoria predittiva sull’instabilità sociale.

Con lo scorrere del tempo, secondo il sociologo Irving Louis Horowitz, Camelot sarebbe diventato il “progetto Manhattan delle scienze sociali”. Un’esperimento sociale a cielo aperto, sebbene coperto dalla fitta nebbia del segreto militare, senza equivalenti né precedenti nella storia.

La fine e l'eredità

Il coinvolgimento del Pentagono nella più vasta indagine sociale per fini militari della storia dell’umanità non sarebbe rimasto segreto a lungo. Perché alcuni accademici cileni, straniti da un’inusuale proposta di collaborazione lanciata da un antropologo proveniente dagli Stati Uniti, Hugo Nutini, riuscirono a risalire alle origini e alle ragioni di Camelot – scoperchiando il vaso di Pandora.

Con l’aiuto di Johan Galtung, un professore dell’Istituto latinoamericano di scienze sociali del Costarica che aveva intuito gli scopi militari di Camelot, l’accademia cilena esercitò un crescendo di pressioni su Nutini fino a quando quest’ultimo, esasperato dal clima venutosi a creare, vuotò il sacco sul progetto in una lettera all’editore inviata al Review of Sociology. Era il 1965.

Il caso Nutini, o meglio il caso Camelot, avrebbe avuto ripercussioni diplomatiche. Il governo cileno, peraltro politicamente e ideologicamene vicino agli Stati Uniti, protestò ufficialmente e fu aperta un’indagine allo scopo di capire se il progetto non fosse la punta di un iceberg, ovvero l’indizio di un colpo di stato in divenire.

Presto, complice il rilancio dello scandalo da parte della stampa sovietica – e, in linea di successione, dei partiti socialisti e comunisti dell’Occidente –, gli Stati Uniti annunciarono la chiusura del progetto e una revisione complessiva dei fondi dedicati alla ricerca nella politica estera. Ma la storia di Camelot non finì quell’anno.

L'ombra di Camelot sul presente

L’11 settembre 1973, a otto anni di distanza dalla fine del progetto, le forze armate cilene fecero irruzione nella Moneda, il palazzo della presidenza, dando vita ad un assedio durante il quale trovò la morte Salvador Allende e a seguito del quale fu instaurata una delle più dure e durature dittature militari dell’America meridionale.

All’epoca, a causa della disinformazione imperante, la grande stampa di mezzo mondo, con l’eccezione di quella comunista, veicolò l’idea che il colpo di stato fosse stato voluto dai cileni e che fosse stato provocato dalla malapolitica e dalle aspirazioni dittatoriali di Allende. Una menzogna.

La giustizia del tempo e le indagini del Commissione Church avrebbero portato la verità a galla, svelando il ruolo determinante giocato dagli Stati Uniti nel creare le condizioni per il golpe attraverso tre anni di operazioni psicologiche, guerre informative, polarizzazione teleguidata della società, terrorismo e guerra economica. Tre anni di operazioni di ingegneria sociale volte a distruggere l’economia più sviluppata e a dividere la società più coesa dell’America meridionale. Tre anni di applicazione pratica dei risultati emersi sul Cile dalle ricerche degli inquirenti di Camelot, i quali, nel 1965, avevano sentenziato: lo spettro di una guerra civile e la sensazione di avere una presidenza guidata da disegni autoritari avrebbero convinto i cileni a invocare un golpe militare e le forze armate a consumarlo – cosa poi accaduta.

Più di mezzo secolo è trascorso da quando il Pentagono decise di dar vita a Camelot, il più grande e ambizioso esperimento sociale per scopi militari della storia, ma il mondo sembra essersene dimenticato. Nella memoria collettiva dell’umanità non si trova ricordo del progetto Manhattan delle scienze sociali – è stato rimosso. Eppure, essendo questa l’epoca delle guerre ibride e senza limiti, dove tutto è o può essere un’arma, è più che legittimo chiedersi se e come il progetto Camelot abbia inciso sulla traiettoria dell’umanità, cambiandola per sempre, e quanto la sua eredità pesi, sebbene impercettibilmente, su tutti noi.

Programma Phoenix, fino all’ultimo Viet Cong. Emanuel Pietrobon il 23 Ottobre 2022 su Inside Over.    

La guerra del Vietnam ha rappresentato uno dei capitoli più importanti della Guerra fredda e, a latere, dell’intera storia novecentesca. Tra le giungle dell’Indocina fu combattuto il più lungo, esteso e sanguinoso conflitto per procura tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Che si concluse, come è noto, con la (sudata) vittoria di quest’ultima.

Gli Stati Uniti alla fine si ritirarono, su suggerimento di Henry Kissinger, ma soltanto dopo aver percorso ogni via ritenuta praticabile e dopo aver impiegato ogni arma. Si ritirarono, sì, ma lasciando a Ho Chi Minh l’onere di ripulire il terreno da oltre venti milioni di galloni di erbicidi e da più di 325mila tonnellate di napalm. Si ritirarono dopo aver raso al suolo il 6% dell’intero territorio boschivo vietnamita. E dopo aver sterminato buona parte dei Viet Cong nel corso del programma Phoenix.

Il contesto storico

Ho Chi Minh aveva un’armata, i cui soldati erano noti come Viet Cong, composta da un numero imprecisato di persone. Sicuramente almeno 100mila. Ma, forse, persino di più. Impossibile quantificare con esattezza il numero dei militari del Vietnam del Nord. Gli Stati Uniti sapevano soltanto una cosa: i bombardamenti a tappeto non erano sufficienti.

Oltre ai Viet Cong, poi, Ho Chi Minh poteva contare su un esercito di collaboratori civili, composto dalle 80mila alle 150mila persone, che supportava la causa nordvietnamita in vari modi: indottrinamento, intelligence, logistica, operazioni psicologiche, reclutamento e proselitismo nel Vietnam meridionale.

Erano i civili Viet Cong, più che le loro controparti militari, a rappresentare il vero problema. Si espandevano nei villaggi controllati da Saigon, convertendone gli abitanti – spediti nei campi di rieducazione – e corrompendone i capi – minacciati di morte. Poco alla volta, uno dopo l’altro, l’ala civile dei Viet Cong stava conquistando il Vietnam meridionale senza colpo ferire. Il Programma Phoenix nacque per fermarne l’avanzata.

La messa in atto

Il programma Phoenix, noto in vietnamita come Chiến dịch Phụng Hoàng, ebbe luogo tra il 1967 e il 1972 e fu portato avanti dal Civil Operations and Revolutionary Development Support della Central Intelligence Agency, in combutta coi servizi segreti australiani e con l’esercito sudvietnamita.

Descritto dalla CIA come un “insieme di programmi per attaccare e distruggere l’infrastruttura politica dei Viet Cong”, Phoenix avrebbe perseguito il duplice scopo di cui sopra seguendo una scaletta rigorosa: infiltrazione nei villaggi, cattura dell’obiettivo, interrogatorio, tortura e assassinio.

Furono create delle Unità di riconoscimento provinciale, deputate all’infiltrazione degli agenti nei villaggi, e dei centri di interrogatorio regionali, dal nome autoesplicativo. L’efficacia del programma era misurata sulla base dell’indice di neutralizzazione dei Viet Cong civili tradotti nei centri di interrogatorio. E l’efficacia, numeri alla mano, fu elevatissima: 81.740 catturati, dei quali 26.369 successivamente uccisi.

A guidare gli interrogatori, basati su una combinazione di torture e psicologia, un veterano delle forze armate degli Stati Uniti: Peer de Silva. Un uomo con alle spalle la partecipazione al progetto Manhattan, alla guerra di Corea e ad operazioni sovversive in Asia. Un uomo universale, con esperienza nella ricerca militare, nei colpi di stato, nelle guerre urbane e negli interrogatori.

Fu de Silva, un profondo conoscitore della mentalità dei popoli asiatici, a pionierizzare un nuovo metodo di interrogatorio, concepito per estrapolare il maggior numero di informazioni dai vietnamiti. E tanta fu l’intelligence raccolta dagli specialisti formati al metodo de Silva che, ad un certo punto, nell’ambito di Phoenix fu istituito il Programma di sfruttamento e coordinamento dell’intelligence (ICEX, Intelligence Coordination and Exploitation Program).

Alla fine, nonostante il dispiegamento di un piccolo esercito – più di 700 agenti Phoenix nel 1970 –, l’operazione avrebbe seguito il destino dell’intera campagna militare. Ed entro il 1972, complice la progressiva ritirata degli Stati Uniti, sarebbe stata abortita.

L'impatto

Il programma Phoenix non ribaltò le sorti della guerra, ma certamente contribuì a complicare la resistenza di Ho Chi Minh all’invasore statunitense, privandolo di componenti essenziali dell’infrastruttura civile Viet Cong.

La lista nera di Phoenix era in continua evoluzione: chiunque poteva finire nel mirino degli specialisti di de Silva. E, difatti, vi finirono quasi 100mila persone. Secondo William Colby, direttore della CIA dal 1973 al 1975, i rapporti di intelligence comprovarono l’utilità di Phoenix: il periodo più duro per i Viet Cong fu il 1968-72, cioè quello coincidente con la campagna di rapimenti e omicidi supervisionata da de Silva.

Alla fine i Viet Cong prevalsero, ma per un breve periodo ebbero paura di sporgersi eccessivamente nei villaggi del Sud, divenuti dei veri e propri campi minati dove chiunque poteva essere un agente sul libropaga della CIA. Fare ritorno alla base dopo un interrogatorio col metodo de Silva, poi, non assicurava la fiducia dei capi e il ritorno alla normalità. I Viet Cong non si fidavano dei superstiti, perché consapevoli del fatto che il metodo de Silva implicava stupri, elettroshock, waterboarding, utilizzo di animali – dai serpenti ai cani. Il superstite era, per forza di cose, una persona che aveva parlato – probabilmente tanto. La sua eliminazione, per mano dei Viet Cong, un’inevitabilità.

La storia del programma Phoenix, una macchia indelebile per la reputazione degli Stati Uniti, emerse per la prima volta nel 1970. A portarla a galla, nonostante il silenzio stampa imposto da Kissinger, Ed Murphy e Frances Fitzgerald. Un anno dopo, a operazione ancora in corso, il duo sarebbe riuscito a portare l’argomento al Congresso – con l’aiuto di testimoni diretti dell’accaduto.

K. Barton Osborne, un operativo di Phoenix, scioccò il Congresso raccontando di non aver visto un solo vietnamita sopravvivere ad uno degli interrogatori col metodo de Silva. Ma Phoenix, del resto, era stata concepita come “un programma di assassinii, sterilizzazioni e spoliazione dell’identità”. Due i risultati ammessi: la morte dell’interrogato o la sua spersonalizzazione. Un formato successivamente entrato a far parte dell’armamentario della CIA e mai più abbandonato, come hanno dimostrato i vari scandali sulle violazioni dei diritti dei detenuti esplosi durante la Guerra al Terrore.

Chaos, alle origini della sorveglianza di massa. Emanuel Pietrobon il 23 Ottobre 2022 su Inside Over.    

Sorvegliare per punire. Sorvegliare per prevenire. Sorvegliare per controllare. Sorvegliare per comandare. La sorveglianza di massa accompagna l’Uomo dalla notte dei tempi e morirà insieme a lui. Impossibile scinderne i destini. Impossibile invertire la rotta tracciata dal progresso tecnologico.

La sorveglianza di massa esiste dall’antichità, come ricordano i circuiti di raccolta di intelligence dell’Impero romano, perciò le società tecnologiche ed industriali non hanno inventato nulla di nuovo. Hanno ampliato e rafforzato, indubbiamente, ma non creato. Occhi robotici al posto di occhi umani. Orecchie artificiali in luogo di orecchie umane.

Si suole identificare le origini della sorveglianza di massa nell’età tecnologico-industriale con la Guerra fredda, epoca della costruzione di abnormi regimi polizieschi dalla Germania Est della Stasi alla Romania della Securitate, ma la realtà è (molto) più complessa delle ricostruzioni superficiali della storia mainstream.

La realtà è che i semi della sorveglianza di massa della contemporaneità, emblematizzata dalle città delle telecamere e dalle leggi in stile Patriot Act, sono stati piantati nel corso dell’intero Novecento da una costellazione variegata di attori, dall’Unione Sovietica del periodo interguerra – musa ispiratrice di George Orwell – agli Stati Uniti in lotta col comunismo e paranoicamente sospettosi della loro cittadinanza. Gli Stati Uniti delle operazioni SHAMROCK, MINARET, CHAOS e COINTELPRO.

Le origini e il contesto storico

Scrivere dell’operazione CHAOS è raccontare degli Stati Uniti in lotta con l’Unione Sovietica, e con la loro stessa cittadinanza, nel corso di quello scontro egemonico epocale per l’egemonia globale che fu la Guerra fredda. Erano gli anni delle proteste dei movimenti per i diritti civili, della resurrezione del Ku Klux Klan, delle maxi-mobilitazioni dei pacifisti, e la Casa Bianca aveva un pessimo sentore: che dietro quel fermento potesse esserci la longa manus degli agenti del caos del Cremlino.

La presidenza Johnson, allo scopo di appurare le reali origini delle dimostrazioni e di capire se alcuni movimenti sociali e politici fossero legati in qualche modo a Mosca, nel 1967 diede mandato a Richard Helms, l’allora direttore della Central Intelligence Agency, di realizzare una piattaforma per la raccolta dati su individui ed entità in odore di collaborazionismo con l’Unione Sovietica. Piattaforma che avrebbe assunto il nome di CHAOS.

L’operazione fu esperita tra il 1967 e il 1973, sopravvivendo all’amministrazione Johnson e venendo potenziata da Richard Nixon, risultando particolarmente utile perché svolta in concomitanza con COINTELPRO del Federal Bureau of Investigations. Gemelli separati alla nascita, ma uniti da un comune destino: il controllo della cittadinanza.

Nomen omen

Tra il 1967 e il 1969, nel corso della fase Johnson, agli 007 della CIA fu dato ordine di monitorare i movimenti internazionali, fisici e bancari, degli attivisti antiguerra. Johnson voleva sapere dove si recavano, con chi parlavano e quali cifre si trovavano sui loro conti correnti.

Gli attivisti venivano seguiti a distanza ravvicinata, tramite forme di pedinamento classico, e da remoto, ossia con dispositivi elettronici, ignari di essere osservati e ascoltati da uno stuolo di spie in grado di agire mondialmente. Le stazioni della CIA all’estero ritrasformate a tale scopo. Gli 007, in precedenza addestrati per scovare controparti del KGB, chiamati ad utilizzare le loro conoscenze e competenze nel camuffamento per infiltrare i movimenti del pacifismo del paese e persino alcuni all’estero. Obiettivo: capire se esistesse una cospirazione internazionale volta a gettare nel caos gli Stati Uniti.

Gradualmente, sul finire dell’era Johnson e l’inizio dell’amministrazione Nixon, gli obiettivi nel mirino dei microfoni e delle telecamere di Chaos sarebbero stati aumentati. Non soltanto gli attivisti dei movimenti contro la guerra, ma anche i comitati del femminismo – Women Strike for Peace –, le ambasciate – come quella di Israele – e gli estremismi religiosi – come B’nai B’rith – e razziali – le Pantere Nere.

La fine

L’operazione CHAOS fu tra le vittime collaterali del Watergate, tra gli scandali politici più gravi della storia degli Stati Uniti, che incoraggiò la presidenza Nixon a chiederne la conclusione nel 1973. Conclusione avvenuta nel più totale silenzio, si intende, perché se oggi il mondo è a conoscenza del programma è solo grazie a delle gole profonde che, nel 1974, si rivolsero al giornalista investigativo Seymour Hersh per denunciare quanto accaduto negli anni precedenti.

Le rivelazioni delle gole profonde, condensate da Hersh nello storico Huge CIA Operation Reported in US Against Antiwar Forces, Other Dissidents in Nixon Years, pubblicato per il New York Times, avrebbero scoperchiato un vaso di Pandora, contribuendo in maniera determinante all’istituzione della Commissione sulle attività della CIA negli Stati Uniti, altresì nota come la Commissione Rockefeller.

Nel complesso, secondo gli inquirenti della commissione Rockefeller, l’impianto di sorveglianza aveva portato alla costruzione di un database con all’interno informazioni su circa trecentomila cittadini, più di settemila dei quali schedati in maniera dettagliata, e mille gruppi. Database parallelo, ma complementare, a quello eretto nell’ambito di COINTELPRO, sorella gemella di CHAOS, entrambi rivelatisi fondamentali nell’annichilimento delle varie minacce per l’alto provenienti dal basso, in particolare le Pantere Nere.

Kamera, il laboratorio degli orrori dell’Unione Sovietica. Pietro Emanueli su Inside Over il 6 agosto 2022.  

Delle ricerche in materia di armi segrete dell’Unione Sovietica, ancora oggi, è dato sapere poco e niente. Un velo di mistero, rivelatosi impenetrabile, continua a circondare e proteggere (quasi) tutto ciò che hanno studiato gli scienziati militari sovietici nel corso della Guerra Fredda.

Qualcosa di quei decenni avvolti dall’oscurità, alla fine, grazie al dossier Mitrokhin, ad operazioni di spionaggio e alle testimonianze dei disertori, è venuto a galla. Come la storia della mitica super-arma radiologica Radu, presumibilmente sviluppata dalla Securitate e dal KGB, ma della quale, a parte il racconto di Ion Mihai Pacepa, non si ha altra traccia. E come la storia di Kamera, il laboratorio di pozioni velenose del KGB.

La storia di Kamera

Kamera, altresì nota come il Laboratorio 1, è stata la struttura di ricerca della polizia segreta sovietica. Presumibilmente istituita nel 1921, cioè agli albori dell’epopea sovietica, Kamera fu inizialmente guidata da un professore di medicina, Ignatii Kazakov, e nacque allo scopo di sviluppare armi non convenzionali, ad uso e consumo degli organismi di repressione sovietici, utilizzabili contro oppositori e rivali del Cremlino.

La supervisione delle attività del Laboratorio 1 sarebbe passata da Kazakov a Genrikh Yagoda entro il 1926, emblematizzandone il divenire laboratorio ufficioso della polizia segreta. Yagoda, infatti, qualche anno dopo sarebbe asceso alla direzione del temuto Commissariato del popolo per gli affari interni (NKVD, Народный комиссариат внутренних дел). E sotto l’egida del NKVD, anche dopo la fuoriuscita di Yagoda, il Laboratorio 1 rimase per l’intero periodo interguerra.

Gli Stati Uniti vennero a conoscenza del sito segreto nel 1947, l’anno della morte di una spia americana, Isaiah Oggins, ivi giustiziata attraverso un’iniezione letale di una miscela a base di curaro. Preludio dell’albeggiante Guerra Fredda tra le due superpotenze.

Con lo scioglimento del NKVD, avvenuto nel 1946, l’amministrazione di Kamera sarebbe passata di capo-scienziato in capo-scienziato prima di tornare ad una singola entità. E a partire dal 1954, sino all’estinzione dell’Unione Sovietica, di supervisionare e finanziare le ricerche nel laboratorio segreto se ne sarebbe occupato il KGB.

Gli esperimenti durante la Guerra fredda

La Guerra Fredda diede un impulso straordinario alle ricerche condotte nelle celle di Kamera, anche per via dell’afflusso di centinaia, se non migliaia, di scienziati nazisti catturati dai sovietici nel corso dell’operazione Osoavikhim e condotti a Mosca.

I sovietici, similmente alle loro controparti statunitensi – operazione Paperclip –, attinsero alle conoscenze dei colleghi nazisti per accelerare ed elevare la qualità delle loro ricerche in materia di armi cognitive, chimiche, biologiche, radiologiche e spaziali. E Kamera, in questo febbricitante contesto di ricerca e sviluppo di nuove armi non convenzionali, avrebbe vissuto un’epoca d’oro.

I laboratori di Kamera diventarono il luogo in cui sperimentare ogni tipo di veleno, noto e potenziale, come il curaro, l’iprite, la ricina, la digitossina. Obiettivo: realizzare dei composti inodore e insipidi – perciò facilmente somministrabili all’ignara vittima – e, possibilmente, non rilevabili dalle autopsie. Umane le cavie, costrette contro la loro volontà a partecipare agli esperimenti, spesso e volentieri dall’esito prevedibile: la morte.

Le vittime di Kamera

L’elenco delle vittime eccellenti che hanno trovato la morte nei laboratori di Kamera è piuttosto lungo, in quanto andante dagli anni Venti agli anni Ottanta, e perché oltre a loro, inoltre, andrebbero segnalati anche i decessi di quegli oppositori e rivali del Cremlino assassinati in giro per la Federazione (e per il mondo) coi veleni lì sviluppati.

Tra le vittime note dei veleni targati Kamera si ricordano:

Nestor Lakoba, eroe nazionale abcaso, avvelenato con una sostanza sconosciuta nel 1936;

Abram Slutskij, direttore dell’INO, avvelenato con acido cianidrico nel 1938;

Nikolai Koltsov, tra i padri fondatori della genetica sovietica, avvelenato dal NKVD con una pozione sconosciuta nel 1940;

Isaiah Oggins, giustiziato nelle celle di Kamera con una dose letale di curaro nel 1947;

Teodoro Romža, arcivescovo della Chiesa cattolica ucraina, avvelenato nel 1947 in un ospedale da una 007 del NKVD travestita da suora curante;

Aleksandr Solženicyn, dissidente politico, sopravvissuto ad un tentativo di avvelenamento con della ricina nel 1971;

Georgi Markov, scrittore bulgaro, avvelenato a Londra dai servizi segreti di Sofia con un composto letale proveniente da Kamera nel 1978. La storia dell’assassinio è stata raccontata da H. Keith Melton nel libro The Ultimate Spy;

Hafizullah Amin, presidente dell’Afghanistan, per una serie di circostanze fortuite non ingerisce dei viveri avvelenati introdotti nella sua tavola dal KGB.

Che fine abbia fatto Kamera nel dopo-guerra fredda è materia di dibattito: per alcuni è stata definitivamente smantellata, per altri continua ad operare e produrre veleni. Che, del resto, mai sono usciti dall’armamentario di Mosca – Aleksandr Litvinenko e altri insegnano. Agli impavidi l’onere di scoprire cosa è rimasto di Kamera, tra i luoghi più segreti della Terra.

Così l' Europa finì divisa. JOACHIM FEST il 28 gennaio 2005 su la Repubblica.

Jalta, rivisitata con gli occhi di noi contemporanei, fu certo un tradimento, il tradimento di metà dell'Europa. E fu una leggenda. Di cui nel dopoguerra dell'Europa divisa alcuni statisti, come il generale de Gaulle, furono propagandisti assidui. E altre vittime inconsapevoli. Come il cancelliere Helmut Schmidt, che all' indomani dell'imposizione della legge marziale da parte di Jaruzelski in Polonia disse che a causa di Jalta l' Occidente non avrebbe potuto far nulla per aiutare i polacchi. Aveva torto. Ed ebbero allora ragione Reagan e la signora Thatcher ad appoggiare con tutti i mezzi il dissenso in Polonia e ovunque all' Est. Della leggenda di Jalta, dicevo, fu de Gaulle il grande propagandista: disse che le grandi potenze straniere si erano spartite l'Europa. Non è vero. A Jalta non ci furono trattati né accordi. Ci furono solo colloqui, un protocollo, appunti sui temi discussi. Ma nessun documento internazionale vincolante che obbligasse le potenze occidentali a piegarsi alla sovietizzazione dell'Europa dell' Est e del Centro. Le decisioni prese a Jalta in realtà erano già state adottate prima. Alla conferenza di Teheran o in altri consulti. L' unica eccezione fu la scelta di dare alla Francia il rango di grande potenza vincitrice, concedendogli una zona d' occupazione. La Francia, in realtà, come potenza aveva perso la guerra, come paese era stata salvata e liberata dagli angloamericani. A Jalta i francesi riuscirono a intrufolarsi tra i vincitori, a conquistare con la zona d' occupazione uno smalto di vincitori che non avevano. Ma ciò detto, in politica e nella Storia le leggende possono avere a volte una rilevanza mostruosa. Vediamo, punto per punto, di cosa si parlò a Jalta. Prima di tutto, si parlò dello spostamento verso ovest del territorio della Polonia. I polacchi dopo la prima guerra mondiale avevano annesso parte dell'Ucraina e altri territori russi. Nel 1939, pochi mesi prima dell'attacco nazista, furono addirittura così rapaci da accettare l' offerta di Hitler di ottenere territori slovacchi. Insomma, a Jalta i paesi che avevano sconfitto la barbarie hitleriana erano anche paesi che non avevano alle spalle un comportamento esemplare prima della guerra. Pensi all' appeasement prebellico britannico verso Hitler, o al Patto Molotov-Ribbentrop. Gli ex corresponsabili non dichiarati dei trionfi del tiranno erano divenuti vincitori. I vincitori decisero che la Polonia avrebbe dovuto cedere all' Urss i territori presi dopo il 1918, e ottenere per compensazione l' amministrazione di territori tedeschi. All' inizio, attenti, fu solo amministrazione polacca di quelli che poi divennero territori perduti. Le potenze occidentali esitavano, Stalin li rassicurò con un cinismo inaudito: «Non preoccupatevi, i tedeschi di quei territori sono soddisfatti della presenza dell' Armata rossa», disse a Churchill. Una mostruosità, se si pensa ai 13 milioni di civili tedeschi espulsi, e ai molti altri - dai tre ai quattro milioni - che nelle marce della deportazione verso ovest trovarono la morte. Ma già alla conferenza di Teheran si era parlato sia della Polonia, sia della divisione della Germania in zone d' occupazione. Poi si discusse dell' attuazione di un principio intereuropeo: ogni paese del continente avrebbe dovuto essere autosufficiente e indipendente da ogni pressione. Parole vuote, che la realtà tragica dell' Est presto smentì. Stalin controllava già la Cecoslovacchia, l' Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Moldavia. Cercava di garantirsi non solo un'influenza in Europa orientale ma anche una realtà di transizione ovunque. Ragionava da marxista, puntava ad accrescere la sua influenza nell' Europa occidentale. E quando Churchill propose uno sbarco alleato nei Balcani pensando a tentare di contenervi l' influenza sovietica, Stalin si oppose e bloccò il piano. Qui veniamo all' interrogativo cruciale: perché quel no di Stalin non chiarì agli occhi delle potenze occidentali i piani egemonici del dittatore sovietico? I leader occidentali furono ciechi. George Kennan confessò più tardi la sua disperazione per le conseguenze di Jalta. Scrisse che la Polonia per la cui salvezza Londra e Parigi erano entrate in guerra sarebbe caduta nella trappola dalla dipendenza dall' Urss, da cui non si sarebbe mai più liberata. Così fu: dopo cinque anni di occupazione nazista, venne per i polacchi mezzo secolo di dominio sovietico. La Polonia fu vittima una seconda volta. è la questione-chiave: quel compromesso tra le democrazie occidentali e Stalin non era inevitabile. Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l' intera Europa orientale. A guerra in corso, avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto americane, senza cui l' Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco di quelle forniture, la Storia forse avrebbe preso un corso diverso. Non lo fecero, per cecità. Non capisco come fu così cieco anche Churchill. La successiva sorpresa di Stalin venne dopo, con la proposta di una Germania riunificata ma neutrale. Per fortuna gli alleati ascoltarono Adenauer, e dissero no: una Germania neutrale sarebbe stata preda dell' influenza sovietica, e trampolino delle manovre del Cremlino in Francia, in Italia, in tutti i paesi occidentali con forti partiti comunisti. La menzogna della leggenda di Jalta ingannò i politici, anche quelli della levatura di un Helmut Schmidt, fino alla riunificazione tedesca. E oggi che il Muro è caduto, oggi che l' Impero comunista edificato da Stalin appartiene al passato, dobbiamo riflettere sul tragico insegnamento di Jalta. Dirci che le conferenze internazionali servono il più delle volte a poco o a nulla. E interrogarci sui disegni della Russia di oggi. E' bene cercare d' integrare la Russia, ma non dimenticando mai quanto disse Pietro il Grande quando mandava la sua élite a studiare a Potsdam, a Stoccolma o a Londra: la Russia doveva imparare dall' Occidente per poi volgergli le terga, voltare le spalle ai suoi valori. Trattiamo, dialoghiamo con i russi e con tutti, cerchiamo di evitare ogni peggioramento dei rapporti con il Cremlino, ma sempre armati di lucidi dubbi e di molta sana diffidenza. E senza fare concessioni sbagliate specie sul terreno dei diritti umani. Sul futuro del rapporto con la Russia io resto molto scettico.

La conferenza di Yalta. Da Forum pulcinella 291. Anche i non appassionati di storia sanno che Il 4 febbraio di 70 anni fa Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Josif Stalin si incontrarono in Crimea, nel Palazzo di Livadija che era stato la residenza estiva di Nicola II a Yalta, città sul Mar Nero quasi interamente distrutta dalla guerra. Pochi mesi dopo la Germania nazista avrebbe perso la Seconda guerra mondiale: a Yalta i capi politici dei tre principali paesi alleati (Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica) presero nel giro di una settimana alcune importanti decisioni sul proseguimento del conflitto sul futuro della Germania, della Polonia, e sulla creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Su come sarebbe stato il mondo dopo, insomma.
Le cronache riportano varie formule di cortesia fra i tre leader, battute scherzose (su chi sarebbe entrato per primo a Manila) e altre meno scherzose: quando Stalin osservò che Churchill avrebbe potuto perdere le elezioni, lui rispose che gli inglesi almeno potevano cambiare leader quando volevano.

Ma intercorsero anche altre trattative per lungo tempo tenute nascoste e su cui la storia ha ormai definitivamente sollevato il velo: l’inumano rimpatrio forzato, tra il 1944 e il 1947, di oltre due milioni di russi che avevano combattuto per Hitler, prigionieri degli Alleati.

Badate bene non parliamo solo dei Lituani, ucraini, estoni, e poi caucasici, tartari, cosacchi contrari al regime di Stalin che andarono ad ingrossare a poco a poco le file della Wehrmacht, ma anche di sovietici che avevano combattuto contro il nazismo che ebbero una sola colpa: quella di arrendersi ai soldati tedeschi.

Si sapeva, almeno gli alleati sapevano che «Prigioniero», per Stalin, è sinonimo di «traditore». Come escludere, infatti, che i prigionieri non si fossero volontariamente lasciati catturare?

Eppure gli inglesi la questione se l'erano posta, tanto che problema fu sollevato per la prima volta il 28 maggio 1944 in una lettera inviata a Molotov dall’ambasciatore inglese a Mosca, sir Archibald Clark Kerr: Che cosa sarebbe accaduto dei prigionieri russi che avevano scelto – o erano stati costretti – di combattere a fianco dei tedeschi?

Qualche giorno dopo giunse, laconica, la risposta del ministro degli Esteri sovietico: il numero dei prigionieri russi era «del tutto insignificante», e comunque, di scarso interesse politico.

In effetti il numero di russi in uniforme tedesca che gli angloamericani si trovarono di fronte la settimana successiva, sbarcando in Normandia, si rivelò, in realtà, come tutt’altro che insignificante. Dall’Olanda ai Pirenei, con la divisa della Wehrmacht combatteva e fu catturato dagli Alleati un numero di russi che rappresentava circa il dieci per cento dei Prigionieri tedeschi.

 Il 17 luglio, il Gabinetto della Guerra inglese affrontò ufficialmente la scottante questione. Fu deciso, su iniziativa del ministro degli Esteri Anthony Eden, di proporre ai sovietici la riconsegna dei loro connazionali.
Gli accordi imbastiti a Mosca trovarono la loro definitiva sistemazione nel febbraio del 1945, a Yalta, dove gli americani si affiancarono agli inglesi al tavolo delle trattative con i sovietici, in un clima di euforica fratellanza.

Invece le cose andarono diversamente e gli alleati lo sapevano bene, basti pensare che il generale Andrej Vlasov, consegnato ai sovietici il 12 maggio 1945 dagli americani a cui si era arreso, è il primo alto ufficiale dell’Esercito di Liberazione Russo «rimpatriato» dagli Alleati.

Il 2 agosto 1946 la Pravda annunciava che il generale era stato condannato a morte e impiccato con i suoi collaboratori.

I cosacchi sapevano bene cosa li aspettava in Russia ecco perchè l'unica condizione che essi esigevano dagli alleati era che fosse loro garantito che non sarebbero stati rimpatriati.

Invece nei mesi successivi i primi ad essere rimpatriati furono proprio loro che da sempre avevano combattuto contro bolscevichi, molti dei quali furono letteralmente ingannati dagli inglesi come i 1475 ufficiali caricati sui camion con la falsa promessa che sarebbero poi tornati presto nei campi di prigionia assieme alle loro famiglie.

Invece, non tornarono mai più perchè consegnati alle autorità sovietiche.
Via via anche tutti gli altri cosacchi, uomini, donne e bambini, stipati nei vagoni bestiame, i cosacchi vengono avviati come bestie al macello verso il loro destino.

La maggior parte se validi al lavoro, furono chiamati al lavoro fisico obbligatorio furono spediti nei gulag.

Di essi, settemila morirono nel primo anno per la fatica e le sofferenze.

E pensare che molti cosacchi, decine di migliaia, che avevano regolarmente combattuto nei ranghi della Wehrmacht, furono consegnati ai sovietici in spregio alla convenzione di Ginevra che vieta che i prigionieri vengano ceduti ad altri paesi. Tra questi soldati vi erano anche coloro che non erano mai stati cittadini sovietici ma che, a seguito della rivoluzione bolscevica, avevano dovuto abbandonare la Russia, avendo combattuto durante la rivoluzione dalla parte dello zar e dei bianchi. Costoro da quel momento avevano sempre vissuto in paesi occidentali ottenendo colà la cittadinanza. Per queste persone combattere il governo sovietico e quindi essere alleati dei tedeschi non era un tradimento della madrepatria, ma una continuazione della lotta tra bianchi e bolscevichi che tra il 1918 e il 1920 aveva divampato in Russia.

Un analogo trattamento, effettuato in spregio alla convenzione di Ginevra ed al diritto internazionale e che non rispondeva nemmeno ad alcun accordo tra le potenze vincitrici, fu quello riservato agli anticomunisti slavi meridionali cioè croati, sloveni, serbi e montenegrini che furono consegnati a Tito il quale evidentemente, non aveva alcun diritto rispetto queste persone. Questa operazione venne compiuta segretamente, illegittimamente e ingiustificatamente e venne attuata senza lasciare nulla di scritto e finirono tutti infoibati.

Dagospia il 25 aprile 2022. Estratto di “La Seconda guerra mondiale”, di Winston Churchill, pubblicato dal “Corriere della Sera” il 19 novembre 1953

La sera del 10 febbraio a Yalta si svolse nella mia residenza l’ultimo pranzo di cerimonia della conferenza. Molte ore prima che Stalin arrivasse, comparvero a villa Vorontzov numerosi soldati russi. Essi chiusero le porte che si trovavano sui due lati minori della sala da pranzo e si misero di fazione in vari punti. Fu compiuta una accuratissima perquisizione; i russi frugarono sotto i tavoli e negli angoli più strani. 

I miei collaboratori furono fatti uscire dalla villa e indotti a ritirarsi nei loro alloggiamenti privati. Quando tutto fu trovato in ordine giunse il Maresciallo, di ottimo umore, seguito poco dopo dal Presidente Roosevelt.

Al pranzo svoltosi alla villa Yusupov Stalin aveva brindato alla salute del re in una forma che, pur volendo essere amichevole e rispettosa, non mi era per niente andata a genio. Infatti il Maresciallo aveva detto che egli era sempre stato contrario a tutti i re, che egli era dalla parte del popolo e non già dalla parte di alcun re, ma in questa guerra egli aveva imparato a onorare e stimare il popolo britannico, che amava e rispettava il suo re, e perciò egli proponeva un brindisi alla salute del re d’Inghilterra. 

Io non ero rimasto per nulla soddisfatto di quel brindisi e perciò dissi a Molotov che gli scrupoli di Stalin avrebbero potuto essere evitati in futuro brindando alla salute dei «tre Capi di Stato». E poichè cosi fu convenuto, quella stessa sera misi in «Vi e stato un tempo in cui il Maresciallo non era cosi gentile verso di noi; ed io ricordo di aver fatto qualche duro rimarco sul suo conto, ma i comuni pericoli e la reciproca lealtà hanno spazzato tutti questi malintesi; il fuoco della guerra ha bruciato tutte le incomprensioni del passato.

«Noi sentiamo che abbiamo un amico del quale ci possiamo fidare e io spero che egli continui a nutrire gli stessi sentimenti nei nostri confronti. Io prego che egli possa vivere tanto a lungo da poter vedere la sua amata Russia non soltanto vittoriosa in guerra ma anche felice in pace». 

A quel pranzo, compresi gli interpreti, eravamo non più di una dozzina di persone e, una volta esaurita la parte protocollare, si intavolarono amichevoli discussioni a piccoli gruppi di due o tre. 

Io avevo detto fra l’altro che, dopo la sconfitta di Hitler, si sarebbero svolte in Inghilterra le elezioni generali. Stalin riteneva che un mio successo fosse garantito «poichè – egli disse – il popolo vuole avere un capo e quale miglior capo potrebbe scegliere di colui che ha vinto la guerra?». 

Gli spiegai che in Inghilterra vi erano due partiti e che, io, ero semplicemente un membro di uno di essi. «E molto meglio avere un partito unico», osservo Stalin con tono di profonda convinzione. 

Stalin racconto poi un episodio personale per illustrare quello che lui chiamava «l’insensato spirito di disciplina della Germania del Kaiser». Da giovane, una volta, Stalin si era recato a Lipsia con circa duecento comunisti tedeschi per partecipare a una conferenza internazionale che si svolgeva in quella città. Il treno era arrivato puntualmente in stazione ma mancava l’usciere che doveva raccogliere i biglietti. 

Cosi i duecento comunisti germanici attesero docilmente per due ore prima di poter uscire dalla stazione; e giunsero troppo tardi al convegno per partecipare al quale avevano fatto un lunghissimo viaggio.

La serata trascorse in maniera piacevole. Ma in un’altra occasione, sempre durante la nostra permanenza a Yalta, le cose non erano andate tanto lisce. Durante una colazione offerta da Roosevelt, questi rivelo che spesso lui e io, nei nostri rapporti privati, indicavamo Stalin con l’appellativo di «zio Giuseppe». Io avevo suggerito a Roosevelt di rivelare quel particolare a Stalin in privato, ma il Presidente invece lo disse in tono scherzoso in presenza di tutti. 

Ci fu un momento di imbarazzo penoso. Stalin si offese: «Quando potrò lasciare questa tavola?» domando in tono adirato. Fu Byrnes a salvare la situazione con una frase felice. «Dopo tutto – disse – voi non vi fate scrupolo di usare il termine zio Sam per indicare l’America, e allora cosa c’è di male nel dire zio Giuseppe?». Allora il Maresciallo si placo e più tardi Molotov mi assi- curo che Stalin aveva perfettamente compreso lo scherzo. 

Egli sapeva già che molta gente all’estero lo chiamava zio Giuseppe e si era reso conto che il soprannome gli era stato affibbiato in senso amichevole e affettuoso.

Il giorno successivo chiuse il periodo della nostra permanenza in Crimea. Come sempre accade in simili conferenze, molte gravi questioni rimasero insolute. Il Presidente era ansioso di rientrare in patria e di fare una sosta in Egitto durante il viaggio per discutere le questioni del Medio Oriente. A mezzogiorno dell’11 febbraio Stalin e io facemmo una colazione con Roosevelt a palazzo Livadia, in quella che era stata un tempo la sala da biliardo dello zar. Durante il pranzo, firmammo i documenti conclusivi e i comunicati ufficiali. Tutto ora dipendeva dallo spirito con cui quei documenti sarebbero stati messi in atto. 

Quello stesso pomeriggio partii in automobile con mia figlia Sarah verso Sebastopoli, dove era ancorato il transatlantico Franconia, che era servito come base logistica principale della nostra delegazione. Io desideravo visitare il campo di battaglia di Balaclava e perciò chiesi al generale Peake di prepararsi a farci da cicerone e a illustrarci tutti i particolari della famosa azione svoltasi durante la guerra di Crimea.

Il pomeriggio del 13 febbraio mi recai nella zona; mi accompagnava l’ammiraglio russo che comandava la flotta del Mar Nero e che mi era stato assegnato come scorta personale dal Governo di Mosca. Noi eravamo un poco timidi e usavamo molto tatto nei riguardi del nostro ospite. Ma non avremmo dovuto preoccuparci tanto. A un certo momento, il generale Peake ci indico la posizione sulla quale si era schierata la Brigata Leggera; l’ammiraglio russo intervenne indicando quasi lo stesso punto ed esclamo: «I carri armati tedeschi piombarono su di noi da quella posizione».

Poco dopo, Peake ci stava illustrando lo schieramento dei russi e indicava le colline sulle quali era piazzata la loro fanteria quando intervenne nuovamente l’ammiraglio sovietico e con evidente orgoglio esclamo: «In quel punto una batteria russa combatte fino a che l’ultimo servente fu ucciso». A questo punto ritenni giusto spiegare al nostro ospite che noi stavamo studiando un’altra guerra: «una guerra di dinastie e non di popoli». Il nostro amico ammiraglio non diede cenno di aver compreso ma si mostro completamente soddisfatto. E cosi tutto si svolse nel migliore dei modi. 

Nelle prime ore del 14 febbraio partimmo in automobile verso l’aeroporto di Saki e di qui in volo per Atene dove fui accolto da una grande dimostrazione popolare. 

La mattina del giorno 15 partii in aereo per Alessandria d’Egitto; qui presi quartiere a bordo dell’incrociatore Aurora. Le conversazioni tra il Presidente Roosevelt e Ibn Saud. Faruk e Haile Selassie si erano svolte nei giorni precedenti a bordo dell’incrociatore americano Quincy, che aveva calato le ancore nel Lago Amaro. Poco dopo il mio arrivo il Quincy entro nel porto di Alessandria e verso mezzogiorno io salivo a bordo. Erano con me i miei figli Sarah e Randolph, e Roosevelt aveva accanto sua figlia Anna (allora sposata Boettiger); ci riunimmo tutti nella cabina del Presidente per una cena amichevole, alla quale presero parte anche Hopkins e Winant. 

Il Presidente appariva tranquillo e fragile; io ebbi la sensazione che egli si sentisse già un poco distaccato dalle cose di questo mondo. Non lo dovevo vedere mai più. Ci salutammo affettuosamente e nel pomeriggio la nave di Roosevelt levava le ancore per tornare in America.

Esattamente a mezzogiorno del 27 febbraio io chiedevo alla Camera dei Comuni di approvare i risultati della conferenza di Yalta. In generale i deputati appoggiavano completamente l’atteggiamento da noi assunto; ma era anche fortemente sentito l’obbligo morale che noi avevamo verso la Polonia che tanto aveva sofferto ad opera dei tedeschi e per la quale avevamo preso le armi. Un gruppo di circa trenta deputati sentiva tanto profondamente la questione che parlo apertamente contro la mozione da me proposta. 

E molto facile, dopo la sconfitta della Germania, criticare coloro che fecero del loro meglio per rincuorare i russi, aiutare il loro sforzo bellico e mantenersi in armonioso contatto con il nostro grande alleato. Cosa sarebbe accaduto se ci fossimo messi in urto con la Russia quando i tedeschi disponevano ancora di tre o quattrocento divisioni sui vari fronti? Le nostre speranze dovevano ben presto essere deluse; eppure a quel tempo non v’era altro atteggiamento da prendere.

Stalin seppe che per noi era «zio Giuseppe». Minacciò di lasciare Yalta, poi capì lo scherzo. Wiston Churchill su Il Corriere della Sera il 19 Aprile 2022.

In un articolo pubblicato il 19 novembre 1953, Churchill scriveva: «Ricordo che a un pranzo nei giorni della Conferenza fu Roosevelt a rivelarglielo. Io gli avevo suggerito di farglielo sapere in privato ma lui preferì dirlo davanti a tutti in tono giocoso». 

Cena a Palazzo Livadia per la Conferenza di Yalta (1945): in primo piano a sinistra il Segretario di Stato Usa Edward R. Stettinius, a destra il ministro degli Esteri sovietico Vjaceslav Molotov.Dopo di lui, da destra, i tre leader: nell’ordine Winston Churchill (Gb), Franklin Delano Roosevelt (Usa) e Iosif Stalin (Urss)

Gran parte delle firme storiche del Corriere della Sera hanno scritto articoli che fanno parte della storia di questo giornale e del Paese. E il giornale ha ospitato nella sua storia gli interventi di capi di stato e statisti, come questo articolo di Winston Churchill che vi proponiamo dal numero di «7» uscito il 15 aprile. Buona lettura

19 novembre 1953

La sera del 10 febbraio a Yalta si svolse nella mia residenza l’ultimo pranzo di cerimonia della conferenza. Molte ore prima che Stalin arrivasse, comparvero a villa Vorontzov numerosi soldati russi. Essi chiusero le porte che si trovavano sui due lati minori della sala da pranzo e si misero di fazione in vari punti. Fu compiuta una accuratissima perquisizione; i russi frugarono sotto i tavoli e negli angoli più strani. I miei collaboratori furono fatti uscire dalla villa e indotti a ritirarsi nei loro alloggiamenti privati. Quando tutto fu trovato in ordine giunse il Maresciallo, di ottimo umore, seguito poco dopo dal Presidente Roosevelt. Al pranzo svoltosi alla villa Yusupov Stalin aveva brindato alla salute del re in una forma che, pur volendo essere amichevole e rispettosa, non mi era per niente andata a genio. Infatti il Maresciallo aveva detto che egli era sempre stato contrario a tutti i re, che egli era dalla parte del popolo e non già dalla parte di alcun re, ma in questa guerra egli aveva imparato a onorare e stimare il popolo britannico, che amava e rispettava il suo re, e perciò egli proponeva un brindisi alla salute del re d’Inghilterra. Io non ero rimasto per nulla soddisfatto di quel brindisi e perciò dissi a Molotov che gli scrupoli di Stalin avrebbero potuto essere evitati in futuro brindando alla salute dei «tre Capi di Stato». E poiché così fu convenuto, quella stessa sera misi in pratica la nuova norma d’etichetta proponendo il seguente brindisi: «Brindo alla salute di sua maestà il re, del Presidente degli Stati Uniti e del Presidente dell’Unione Sovietica Kalinin, i tre Capi di Stato».

Roosevelt, che appariva molto stanco, così rispose: «Il brindisi del Primo ministro fa risorgere un ricordo. Nel 1933, mia moglie si recò a visitare una scuola del nostro Paese. Sulla parete di un’aula vide una carta geografica dove spiccava un grande spazio in bianco. Domandò allora cosa significasse quello strano fatto; le fu risposto che si trattava di un Paese che non era lecito nominare; cioè l’Unione Sovietica. Questo piccolo incidente fu uno dei motivi che mi indussero a scrivere al Presidente Kalinin per chiedergli di mandare a Washington un suo rappresentante per discutere la possibilità di stabilire relazioni diplomatiche tra i nostri due Paesi. Questa è la storia del riconoscimento dell’Unione Sovietica da parte nostra».

Mi alzai allora io per brindare alla salute di Stalin: «Già varie volte ho fatto questo brindisi; ma in questa occasione lo faccio con maggior calore, non già perché il Maresciallo abbia conquistato maggiori trionfi ma perché le grandi vittorie e la gloria dell’Armata rossa lo hanno reso più gentile di quanto egli non fosse nei periodi difficili che abbiamo passati. Io sento che, quali che siano le divergenze su alcuni argomenti, egli ha un buon amico nella Gran Bretagna....». «Vi è stato un tempo in cui il Maresciallo non era così gentile verso di noi; ed io ricordo di aver fatto qualche duro rimarco sul suo conto, ma i comuni pericoli e la reciproca lealtà hanno spazzato tutti questi malintesi; il fuoco della guerra ha bruciato tutte le incomprensioni del passato. «Noi sentiamo che abbiamo un amico del quale ci possiamo fidare e io spero che egli continui a nutrire gli stessi sentimenti nei nostri confronti. Io prego che egli possa vivere tanto a lungo da poter vedere la sua amata Russia non soltanto vittoriosa in guerra ma anche felice in pace».

Il capo migliore è quello che ha vinto una guerra

A quel pranzo, compresi gli interpreti, eravamo non più di una dozzina di persone e, una volta esaurita la parte protocollare, si intavolarono amichevoli discussioni a piccoli gruppi di due o tre. Io avevo detto fra l’altro che, dopo la sconfitta di Hitler, si sarebbero svolte in Inghilterra le elezioni generali. Stalin riteneva che un mio successo fosse garantito «poiché - egli disse - il popolo vuole avere un capo e quale miglior capo potrebbe scegliere di colui che ha vinto la guerra?». Gli spiegai che in Inghilterra vi erano due partiti e che, io, ero semplicemente un membro di uno di essi. «È molto meglio avere un partito unico», osservò Stalin con tono di profonda convinzione. Stalin raccontò poi un episodio personale per illustrare quello che lui chiamava «l’insensato spirito di disciplina della Germania del Kaiser». Da giovane, una volta, Stalin si era recato a Lipsia con circa duecento comunisti tedeschi per partecipare a una conferenza internazionale che si svolgeva in quella città. Il treno era arrivato puntualmente in stazione ma mancava l’usciere che doveva raccogliere i biglietti. Così i duecento comunisti germanici attesero docilmente per due ore prima di poter uscire dalla stazione; e giunsero troppo tardi al convegno per partecipare al quale avevano fatto un lunghissimo viaggio. La serata trascorse in maniera piacevole. Ma in un’altra occasione, sempre durante la nostra permanenza a Yalta, le cose non erano andate tanto lisce.

Una confidenza pericolosa

Durante una colazione offerta da Roosevelt, questi rivelò che spesso lui e io, nei nostri rapporti privati, indicavamo Stalin con l’appellativo di «zio Giuseppe». Io avevo suggerito a Roosevelt di rivelare quel particolare a Stalin in privato, ma il Presidente invece lo disse in tono scherzoso in presenza di tutti. Ci fu un momento di imbarazzo penoso. Stalin si offese: «Quando potrò lasciare questa tavola?» domandò in tono adirato. Fu Byrnes a salvare la situazione con una frase felice. «Dopo tutto - disse - voi non vi fate scrupolo di usare il termine zio Sam per indicare l’America, e allora cosa c’è di male nel dire zio Giuseppe?». Allora il Maresciallo si placò e più tardi Molotov mi assicurò che Stalin aveva perfettamente compreso lo scherzo. Egli sapeva già che molta gente all’estero lo chiamava zio Giuseppe e si era reso conto che il soprannome gli era stato affibbiato in senso amichevole e affettuoso. Il giorno successivo chiuse il periodo della nostra permanenza in Crimea. Come sempre accade in simili conferenze, molte gravi questioni rimasero insolute. Il Presidente era ansioso di rientrare in patria e di fare una sosta in Egitto durante il viaggio per discutere le questioni del Medio Oriente. A mezzogiorno dell’ll febbraio Stalin e io facemmo una colazione con Roosevelt a palazzo Livadia, in quella che era stata un tempo la sala da biliardo dello zar. Durante il pranzo, firmammo i documenti conclusivi e i comunicati ufficiali. Tutto ora dipendeva dallo spirito con cui quei documenti sarebbero stati messi in atto.

Visita sul campo di battaglia

Quello stesso pomeriggio partii in automobile con mia figlia Sarah verso Sebastopoli, dove era ancorato il transatlantico Franconia, che era servito come base logistica principale della nostra delegazione. Io desideravo visitare il campo di battaglia di Balaclava e perciò chiesi al generale Peake di prepararsi a farci da cicerone e a illustrarci tutti i particolari della famosa azione svoltasi durante la guerra di Crimea. Il pomeriggio del 13 febbraio mi recai nella zona; mi accompagnava l’ammiraglio russo che comandava la flotta del Mar Nero e che mi era stato assegnato come scorta personale dal Governo di Mosca. Noi eravamo un poco timidi e usavamo molto tatto nei riguardi del nostro ospite. Ma non avremmo dovuto preoccuparci tanto. A un certo momento, il generale Peake ci indicò la posizione sulla quale si era schierata la Brigata Leggera; l’ammiraglio russo intervenne indicando quasi lo stesso punto ed esclamò: «I carri armati tedeschi piombarono su di noi da quella posizione». Poco dopo, Peake ci stava illustrando lo schieramento dei russi e indicava le colline sulle quali era piazzata la loro fanteria quando intervenne nuovamente l’ammiraglio sovietico e con evidente orgoglio esclamò: «In quel punto una batteria russa combattè fino a che l’ultimo servente fu ucciso». A questo punto ritenni giusto spiegare al nostro ospite che noi stavamo studiando un’altra guerra: «una guerra di dinastie e non di popoli». Il nostro amico ammiraglio non diede cenno di aver compreso ma si mostrò completamente soddisfatto. E cosi tutto si svolse nel migliore dei modi.

Ad Atene e in Egitto, sempre con i figli

Nelle prime ore del 14 febbraio partimmo in automobile verso l’aeroporto di Saki e di qui in volo per Atene dove fui accolto da una grande dimostrazione popolare. La mattina del giorno 15 partii in aereo per Alessandria d’Egitto; qui presi quartiere a bordo dell’incrociatore Aurora. Le conversazioni tra il Presidente Roosevelt e Ibn Saud. Faruk e Hailé Selassié si erano svolte nei giorni precedenti a bordo dell’incrociatore americano Quincy, che aveva calato le ancore nel Lago Amaro. Poco dopo il mio arrivo il Quincy entrò nel porto di Alessandria e verso mezzogiorno io salivo a bordo. Erano con me i miei figli Sarah e Randolph, e Roosevelt aveva accanto sua figlia Anna (allora sposata Boettiger); ci riunimmo tutti nella cabina del Presidente per una cena amichevole, alla quale presero parte anche Hopkins e Winant. Il Presidente appariva tranquillo e fragile; io ebbi la sensazione che egli si sentisse già un poco distaccato dalle cose di questo mondo. Non lo dovevo vedere mai più. Ci salutammo affettuosamente e nel pomeriggio la nave di Roosevelt levava le ancore per tornare in America.

Scelta obbligata la vicinanza con la Russia

Esattamente a mezzogiorno del 27 febbraio io chiedevo alla Camera dei Comuni di approvare i risultati della conferenza di Yalta. In generale i deputati appoggiavano completamente l’atteggiamento da noi assunto; ma era anche fortemente sentito l’obbligo morale che noi avevamo verso la Polonia che tanto aveva sofferto ad opera dei tedeschi e per la quale avevamo preso le armi. Un gruppo di circa trenta deputati sentiva tanto profondamente la questione che parlò apertamente contro la mozione da me proposta. È molto facile, dopo la sconfitta della Germania, criticare coloro che fecero del loro meglio per rincuorare i russi, aiutare il loro sforzo bellico e mantenersi in armonioso contatto con il nostro grande alleato. Cosa sarebbe accaduto se ci fossimo messi in urto con la Russia quando i tedeschi disponevano ancora di tre o quattrocento divisioni sui vari fronti? Le nostre speranze dovevano ben presto essere deluse; eppure a quel tempo non v’era altro atteggiamento da prendere.

LA BIOGRAFIA DELL’AUTORE - WINSTON CHURCHILL 

Winston Churchill fu primo ministro britannico conservatore nella seconda guerra mondiale (1940-1945) e ancora tra il 1951 e il 1955. nacque a Woodstock nel 1874 e morì 90enne a Londra nel 1965. Di famiglia aristocratica, sposò la nobildonna Clementine Hozier nel 1908. Con lei ebbe 5 figli. L’opera monumentale La seconda guerra mondiale (1948-1953) che fu pubblicata anche a puntate sul Corriere in esclusiva per l’Italia e da cui è tratto questo articolo, gli valse il premio Nobel per la Letteratura nel 1953.

IL TRADIMENTO SEGRETO. Da notiziegeopolitiche.net il 24 Agosto 2012. The Journal of Historical Review, 1980 – Traduzione di Gian Franco Spotti –The Secret Betrayal (il tradimento segreto), Nikolai Tolstoy, Charles Scribner’s Sons, 1978. 503 pagine. Rilegato.

Fonte: The Journal of Historical Review, Inverno 1980 (Vol. 1, N° 4), pag. 371-376

Recensito da Charles Lutton

Dal 1943 fino agli inizi del 1947, i paesi occidentali, guidati da Gran Bretagna e Stati Uniti,  restituirono circa due milioni e mezzo di prigionieri di guerra e rifugiati all’Unione Sovietica, indipendentemente dalle loro richieste individuali. Altre migliaia di vecchi emigrati (persone che avevano lasciato la Russia dopo la Rivoluzione Bolscevica e la Guerra Civile) furono restituiti a forza all’URSS, assieme ad altre persone di origine russa ma che non avevano mai vissuto entro i confini russi.

Il rimpatrio forzato di russi alla fine della Seconda Guerra Mondiale è stato trattato in vari libri pubblicati prima del libro del Conte Tolstoy, pubblicato in Gran Bretagna nel 1977 col titolo Le Vittime di Yalta. Uno dei primi studi di questo triste episodio fu quello di Peter Huxley-Blythe  intitolato L’Est venne all’Ovest (The Caxton Printers, 1964). Julius Epstein, della Hoover Institution, si rivolse alla legge per stanare i documenti inerenti a tale questione. I risultati furono pubblicati nel 1973 nella pubblicazione intitolata Operazione Keelhaul: la storia del rimpatrio forzato dal 1944 ad oggi (Devin-Adair). Un anno dopo fu pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti il libro di Nicholas Bethell L’ultimo segreto: rimpatrio forzato in Russia 1944-1947 (Basic Books, 1974).

Il Tradimento Segreto è il racconto più esauriente del rimpatrio forzato apparso finora. Fra il 1971 ed il 1978 i relativi documenti governativi furono declassificati ed il libro trova un solido fondamento nei documenti d’archivio britannici, nonché in un mucchio di informazioni avute in interviste e corrispondenza con politici, ufficiali militari che condussero le operazioni di rimpatrio e con alcune delle vittime che riuscirono a sopravvivere alla tragedia. Questo è un racconto attentamente documentato del ruolo britannico nel rimpatrio.

Con l’invasione dell’Europa Occidentale nel Giugno 1944, migliaia di prigionieri russi caddero nelle mani degli Alleati. Molti erano lavoratori forzati che avevano lavorato al Vallo Atlantico per l’Organizzazione Todt. Altri erano semplici rifugiati. Tuttavia gli Alleati occidentali furono sorpresi nello scoprire che a migliaia si erano volontariamente arruolati nella Wehrmacht. Il Ministro degli Esteri sovietico Molotov disse, nel Maggio del 1944, che il numero di russi che prestavano servizio nelle forze armate tedesche era “insignificante”. Invece, circa un milione di concittadini di Stalin si erano arruolati dall’altra parte.

Alla fine di Giugno il Ministero degli Esteri britannico decise di rimpatriare i prigionieri di guerra russi, non tenendo nella benché minima considerazione le conseguenze di una tale politica (agli inizi della guerra Stalin aveva detto chiaramente che qualsiasi cittadino sovietico che fosse anche temporaneamente fuori dal controllo comunista sarebbe stato considerato come un traditore. Ordini ufficiali minacciavano i “disertori” e i prigionieri di guerra di misure draconiane). Il 24 Giugno 1944, Patrick Dean, consulente legale del Foreign Office (Ministero degli Esteri), dichiarò: “ a tempo debito, tutti coloro dei quali le autorità sovietiche vorranno occuparsi, verranno ad esse consegnati e non ci preoccupa il fatto che possano essere fucilati o essere sottoposti a pene più severe di quanto lo sarebbero in base alla legge britannica “.

L’Ufficio della Guerra aveva una opinione diversa. Il SOE britannico (Special Operations Executive, un’organizzazione creata nel Novembre del 1940 per incoraggiare, dirigere e rifornire gruppi di resistenza nei paesi occupati dall’Asse) aveva distribuito volantini ai russi nelle forze armate tedesche promettendo che la loro resa agli Alleati avrebbe comportato l’asilo politico se lo avessero desiderato. Nonostante le proteste, questo comitato militare non riuscì a prevalere sul Ministero degli Esteri nel cambiare la sua decisione unilaterale di rispedire tutti i russi alle autorità sovietiche.

Il Ministro degli Esteri britannico Anthony Eden, il quale, Tolstoy dice “ fu il responsabile di tutta questa politica “ fu il primo a raggiungere un accordo con i sovietici per il rimpatrio, durante la Conferenza di Mosca nell’Ottobre del 1944. Gli Stati Uniti si unirono alla Gran Bretagna e all’Unione Sovietica nel riaffermare il programma di rimpatrio dei russi, durante la Conferenza di Yalta. Tuttavia, nell’accordo riguardante i prigionieri di guerra, non c’era niente che si riferisse il rimpatrio di cittadini sovietici che non erano disposti a ritornare in URSS. E non era nemmeno previsto che coloro che non erano mai stati  cittadini dell’URSS dovessero essere consegnati a Stalin.

Durante l’estate del 1944 i britannici iniziarono a rimandare in Russia migliaia di russi provenienti da campi di prigionia e di rifugiati. Quando furono informati della loro destinazione, molti prigionieri si suicidarono. Il Ministero degli Esteri fece di tutto per coprire le notizie dei suicidi perché, avvertiva Patrick Dean, “ questi suicidi avrebbero potuto provocare problemi politici in Gran Bretagna “.

Ufficiali britannici che consegnarono i prigionieri nei porti sovietici, come Murmansk o Odessa, videro con i loro occhi squadre di esecuzione uccidere cittadini russi mentre lasciavano la nave. Rispondendo ad una richiesta di voler dimostrare pietà a coloro che non volevano ritornare in Unione Sovietica, Eden scrisse che “ le condizioni dell’Accordo di Yalta in Crimea dovevano essere rispettate e che non c’era tempo per i sentimentalismi “.

Quando la guerra ebbe fine in Europa nel Maggio del 1945, oltre due milioni di russi si arresero alle forze americane e britanniche. Furono create delle Commissioni Sovietiche per il rimpatrio in tutta l’Europa Occidentale, presiedute da agenti dell’NKVD e dello SMERSH (servizio di controspionaggio dell’Armata Rossa). Alcune volte, i funzionari sovietici dichiararono che Stalin aveva proclamato un amnistia totale. Molti russi che erano stati prigionieri di guerra o lavoratori forzati colsero l’occasione di ritornare alle loro case dai loro cari e ritornarono volontariamente in Unione Sovietica. Migliaia di altri, tuttavia, avevano un’idea di quelle che sarebbero state le conseguenze se fossero caduti nelle mani degli agenti di Stalin. Alcuni richiesero la protezione della Convenzione di Ginevra riguardante i prigionieri di guerra. Altri sperarono di essere trasferiti in un’altra parte del mondo non comunista.

I britannici tirarono fuori ogni tipo di espediente per rimpatriare il più facilmente possibile elementi anti-comunisti. Ad esempio, alla fine del conflitto, circa 50.000 cosacchi erano nella parte di Austria controllata dai britannici. Assieme a circa 100.000 georgiani, varie tribù cosacche avevano combattuto con i tedeschi contro i sovietici e, con le loro famiglie, si ritirarono verso ovest mentre il Terzo Reich crollava. Quando furono rimpatriati gli appartenenti al 15° Corpo di Cavalleria Cosacca, gli inglesi mentirono dicendo loro che sarebbero stati mandati prima in Italia e poi in Canada. In altri casi fu invece necessario mettere delle truppe al fianco di questi uomini, donne e bambini disarmati, obbligandoli a salire su camion o carri ferroviari. Mentre venivano radunati, molti mostrarono documenti che dimostravano la loro cittadinanza francese, italiana, yugoslava, oppure registrati come apolidi con passaporto Nansen emessi dalla Società delle Nazioni.

Il capitolo undici, dal titolo “ An Unsolved Mistery “ (un mistero irrisolto) cerca di chiarire uno dei più spaventosi incidenti nella storia del rimpatrio e cioè la riconsegna a Stalin di oppositori di lunga data del regime che erano tecnicamente esenti dal rimpatrio per via del fatto che non erano mai stati cittadini sovietici. Per  “cittadino sovietico”  si intendeva “una persona nata o residente entro i confini Russi prima del 1° Settembre 1939 (che non avesse acquisito nessun’altra nazionalità – o un passaporto Nansen che lo avrebbe reso cittadino apolide) “. Con questa definizione migliaia che avevano lasciato la Russia durante la Guerra Civile e che si trovarono sotto il controllo britannico alla fine della Seconda Guerra Mondiale, non avrebbero dovuto essere mandati in URSS. Fra le migliaia consegnati a Stalin, c’erano il vecchio generale zarista settantaseienne Peter Krasnov; Andrei Shkuro, un generale di cavalleria che aveva combattuto per lo Zar ed era stato decorato dagli inglesi nella Prima Guerra Mondiale e che combatté con la Prima Divisione Tedesca della Cavalleria Cosacca nel secondo conflitto e Sultan Kelech Ghirey, leader dei caucasici.

Gli ufficiali inglesi informarono questi uomini che era richiesta la loro presenza ad un incontro col Field Marshall Alexander. Salirono su dei camion e furono consegnati alle autorità sovietiche in Austria. Come afferma Tolstoy: “ persino le autorità sovietiche furono sorprese che i britannici avessero incluso queste persone nella consegna. A Judenberg (il punto di consegna in Austria) il generale dell’Armata Rossa Dolmatov chiese con sorpresa perché erano stati consegnati emigrati di vecchia data: a quanto ne sapeva lui, le autorità sovietiche non li aveva mai richiesti. Gli inquirenti dell’NKVD erano veramente increduli “.

La maggior parte di questi emigrati di vecchia data avevano combattuto come Alleati dei britannici nella primo conflitto mondiale. Il 12 Gennaio 1947, i generali Krasnov e Shkuro, assieme al comandante tedesco della 15a. Divisione di Cavalleria Cosacca, generale Helmuth von Pannwitz, furono fucilati dopo aver trascorso 19 mesi nella famigerata prigione della Lubianka. La maggior parte degli altri ufficiali cosacchi e tedeschi delle unità cosacche furono anch’essi fucilati. “ In questo modo “ spiega l’autore, “ il governo britannico ha di fatto condannato a morte senza processo ufficiali tedeschi che si erano consegnati loro come prigionieri di guerra “.

Il Generale di Brigata Geoffrey Musson, che consegnò i cosacchi ai sovietici, disse all’autore di aver ricevuto ordini verbali dai suoi superiori che lo obbligavano a consegnare tutti i cosacchi sotto il suo controllo, indipendentemente dalla loro nazionalità. Alcuni documenti riguardanti questo particolare incidente restano classificati e altri sono “misteriosamente scomparsi”. Tolstoy ritiene che “ la consegna  soprattutto di Krasnov e Shkuro e in generale degli ufficiali a Lienz, non fu una svista commessa da alcuni ufficiali sotto pressione in un momento di stress, ma fu un’operazione pianificata con cura. Forse il motivo era quello di collaborare con le forze sovietiche in Austria “.

Gli ufficiali militari, ai quali veniva ordinato di allestire in rimpatrio, erano spesso stupiti dell’angoscia dei rifugiati quando venivano a sapere che sarebbero stati rispediti verso Est. Il Tenente Michael Bayley riferì di come i contadini russi, che avevano lavorato come lavoratori forzati nelle fattorie tedesche, pregassero di poter rimanere in Germania.

Un altro ufficiale spiegò che lui e i suoi colleghi ufficiali credevano che le paure dei Cosacchi fossero infondate. La propaganda britannica del tempo di guerra aveva ritratto l’URSS come una specie “una specie di stato socialista dell’utopia e che si sarebbero comportati con compassione verso queste persone che noi avremmo dovuto riconsegnare”. Per tutta la guerra ci fu un blackout di notizie sfavorevoli al sistema sovietico, per cui non sorprende che i militari incaricati di effettuare il rimpatrio ritenessero che l’URSS fosse governata dalle “ Quattro Libertà “ e che quindi i rifugiati russi non avevano niente da temere dal loro governo.

Proteste contro la politica di rimpatrio furono sollevate nell’estate del 1945. Il Comandante del 2° Corpo Polacco, Gen. Anders, si lamentò che i sovietici stavano tentando di rapire cittadini polacchi. Il 5 Luglio 1945 il Vaticano inviò un appello al Ministero degli Esteri britannico e al Dipartimento di Stato americano affinché le migliaia di ucraini che si trovavano nell’Ovest non venissero rimandati indietro. John Galsworthy del Foreign Office britannico annotò: “ noi non desideriamo attirare l’attenzione su questo aspetto dell’Accordo il quale, ovviamente, è in contrasto con il nostro comportamento tradizionale verso i rifugiati politici “.

Altre obiezioni furono sollevate da comandanti alleati d’occupazione. In Italia, il Generale Alexander alla fine disse ad una missione di rimpatrio sovietica, guidata dal Gen. Basilov, che non verrà loro permesso di intimorire gli ucraini non consenzienti affinché ritornino in Russia. Anche il Gen. Eisenhower vedeva con ripugnanza l’uso della forza contro rifugiati russi e prigionieri di guerra inermi. Egli congelò temporaneamente le operazioni di rimpatrio e chiese ai suoi superiori a Washington un chiarimento definitivo sulla questione. Il Gen. Montgomery seguì a ruota e nell’autunno del 1945 ordinò che non venisse più usata la forza per il rimpatrio dei cittadini sovietici. I governi britannico e americano si presero così la responsabilità di continuare la politica del rimpatrio. Galsworthy del Foregn Office scrisse: “ prendemmo una decisione molto tempo fa che non potevano tentare di salvare i russi dal loro governo, comunque se potessimo farlo lo faremmo  solo per motivi puramente umanitari “.

I  sostenitori del rimpatrio forzato hanno sostenuto, senza prove, che “ Stalin avrebbe potuto tenere in ostaggio i prigionieri britannici liberati “. Perché stupirsi di centinaia di migliaia di russi rimpatriati forzatamente quando, dopo tutto, prigionieri britannici e americani liberati dall’Armata Rossa nella Germania dell’Est sono stati rimandati all’Ovest? Tolstoy credeva che i diplomatici Alleati volessero continuare a collaborare con i sovietici nel costruire un nuovo ordine mondiale post-bellico. “ Le supposizioni che l’Unione Sovietica potesse rappresentare una potenziale minaccia, sebbene abilmente presentata, erano ridicole. Funzionari del Foreign Office sostenevano che le intenzioni di Stalin verso l’Occidente erano benevole e che lavorare in collaborazione con lui era essenziale per gli interessi britannici. Il destino dei russi rimpatriati era un deplorevole ma inevitabile sacrificio per un scopo superiore “.

Nikolai Tolstoy ha dimostrato che gli inglesi furono colpevoli di non aver  rispettato i principi della legge britannica e la Convenzione di Ginevra. L’unico difetto del libro è la mancanza di enfasi di Tolstoy sul ruolo avuto dal governo degli Stati Uniti nella politica del rimpatrio. Nonostante questa mancanza, Tolstoy ha scritto un libro che getta una nuova e notevole luce su uno dei più tragici episodi del 20° secolo.

La conferenza di Yalta 75 anni fa, la leggenda e il caso Moro. LORENZA CAVALLO l'11 febbraio 2020 su avantionline.it.

Deposta la toga – da qualche anno a questa parte – un numero considerevole di magistrati ha indossato una nuova veste, quella degli “storici”, o dei “politologi”. Ne è scaturita una cospicua produzione saggistica che riguarda in gran parte i più sanguinosi eventi della storia dell’Italia repubblicana nel quindicennio 1969-1984 con excursus che trattano anche di fatti di grande rilievo che risalgono fino all’ultimo periodo della seconda guerra mondiale e agli anni immediatamente successivi. La storia della giurisprudenza e delle leggi, dai tempi antichi a quelli contemporanei, si intreccia con quella dell’autorità e dei rapporti di forza all’interno della società. L’inquinamento ideologico dovuto alle infiltrazioni degli apparati politici tra i magistrati ha avuto conseguenze irreparabili e ha affossato lo Stato di diritto, fondato sull’equità e sulla disinteressata e rigorosa imparzialità.

Lo spunto per le considerazioni riguardanti la diffusa e persistente leggenda che circonda le decisioni prese alla Conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945) ha avuto origine dalla lettura di un libro, l’“Italia occulta” – sottotitolo di copertina “Dal delitto Moro alla strage di Bologna. Il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (1978- 1980)” (Chiarelettere 2019) – e dall’ascolto di alcuni video di presentazione, disponibili in rete, presente l’autore, il dott. Giuliano Turone, noto al grande pubblico, insieme al dott. Gherardo Colombo e al dott. Guido Viola (quest’ultimo nel 1996 patteggiò una condanna per riciclaggio di tangenti), soprattutto per le indagini su Michele Sindona che portarono alla scoperta degli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2 a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 e al “conto Protezione”. All’inizio del primo capitolo del libro di Turone si legge: “Terza importante peculiarità italiana è quella di avere avuto, proprio sul confine determinato a Yalta, il più grande Partito comunista del mondo occidentale. Anche questa è stata una peculiarità carica di conseguenze. Dopo Yalta – e quindi dopo la caduta del fascismo – la presenza in Italia di un Partito comunista così forte (e che nei primi lustri guardava in effetti con simpatia al blocco sovietico) ha suscitato gravissime preoccupazioni negli ambienti della Nato” (pp. 13- 14).

Concetti analoghi, e ulteriori considerazioni, il dott. Turone li aveva espressi a Porto Sant’Elpidio il 21 marzo 2019 (Rassegna Parole & nuvole. Festival della parola. La storia, la memoria) e il 7 aprile 2019 a Perugia (nel corso dell’International Journalism Festival): “[…] Ecco, questa presenza del partito comunista italiano, proprio sulla linea di Yalta [… ha] creato un imbizzarrimento tremendo che ha portato a conseguenze che sono poi la strategia della tensione […] che vanno dal rapimento e sequestro di Aldo Moro, dove le Brigate rosse in qualche misura sono state poi […] manovrate molto sottilmente da chi aveva tutto l’interesse a far sì che Aldo Moro non uscisse vivo da quella avventura, e altre cose terribili come la strage di Bologna”. È avvilente notare anche in questo caso – come per il presunto “Supplemento B” al “Field Manual 30-31” dell’esercito degli Stati Uniti (già affrontato in questo sito on line, si veda l’articolo “Le stragi in Italia e il presunto Manual 30-31B della U.S. Army”) – che un magistrato finisca per rilanciare una “leggenda metropolitana”, che in questo caso è una vera e propria “leggenda storiografica”.

Sulla “linea di Yalta” e la strategia “stragista atlantica” – per impedire il cosiddetto “compromesso storico”, o che “il partito comunista prendesse il potere” – si è schierato l’ex senatore comunista Sergio Flamigni, autore di numerosi saggi composti per lo più di precarie informative di Polizia e dei Servizi segreti , e in merito privi di una doverosa riflessione critica delle fonti. Sullo stesso tono anche Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (si veda “Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna”, Castelvecchi 2016, pp. 5-8), ha rintracciato un filo – con una allusione indiretta passante per Gladio. Nel libro sopraccitato si legge: “Una visione globale dei fatti, utile a identificare nomi e responsabilità di chi ha pianificato ed eseguito la guerra del terrore – prevista, già nel 1956, da un accordo tra servizi segreti italiani e atlantici per mantenere il Paese all’interno del quadro geopolitico di Yalta – utilizzando l’arma delle stragi e dei depistaggi” (p. 5). Uno scritto confuso e farraginoso, “rudis indigestaque moles”, dettato dall’ignoranza dell’ex deputato in materia di storia dei partiti politici.

Fanno eco uno stuolo di giornalisti che sostengono con poche varianti, che durante la conferenza in Crimea ci sarebbe stata una divisione addirittura del mondo, in sfere di influenza o blocchi contrapposti e che l’Italia, nell’ambito di una presunta “logica di Yalta”, sarebbe stata assegnata alla sfera di influenza di Gran Bretagna e Stati Uniti. In un sistema totalitario l’informazione non può che esserne il riflesso e in un sistema democratico è sovente l’emanazione di una competizione per il potere e obbliga ad una doverosa riflessione sulla genesi della massiccia disinformazione e sulla violenza psicologica di chi ha abusato, e continua ad abusare, dei mezzi d’informazione di massa.

La “fonte” Mino Pecorelli

Sul numero 6 del settimanale “OP – Osservatore politico”, datato 2 maggio 1978 – mentre il sequestro di Moro era ancora in corso, Mino Pecorelli pubblicava un articolo intitolato “Yalta in via Mario Fani”, che si concludeva con queste parole: “È Yalta che ha deciso via Mario Fani” (p. 2). Nell’editoriale incorniciato (“Il paese si può e si deve salvare”, p. 1) – che precedeva l’articolo che richiamava Yalta – Pecorelli scriveva: “Il caso Moro ha finalmente mostrato il suo profondo significato: un ultimatum delle due superpotenze alla capricciosa e smemorata classe politica italiana.” In quel numero di “OP”, Pecorelli forniva un’interpretazione del sequestro di Moro, visto come una operazione congiunta delle due superpotenze (Usa e Urss) attuata mediante un misterioso “lucido superpotere”, con le Br semplici comparse su un teatro da altri approntato, con “l’obiettivo primario” di “allontanare il partito comunista dall’area del potere”, area alla quale, secondo il giornalista, il Pci si era evidentemente troppo avvicinato. In effetti un governo monocolore a guida democristiana (IV governo Andreotti, 11 marzo 1978 – 21 marzo 1979) varato con l’appoggio esterno del partito comunista che seguiva il III governo Andreotti (30 luglio 1976 – 11 marzo 1978) sempre un monocolore Dc che aveva governato grazie all’astensione del Partito comunista italiano. Una cooperazione senza precedenti, la prima applicazione concreta della storica strategia di compromesso promossa dall’on. Moro. Governo che, secondo Pecorelli, era sgradito agli americani e ai sovietici in quanto avrebbe messo in pericolo la “logica di Yalta” (sic!).

Dopo una lunga metamorfosi durata decenni, Pecorelli, assassinato il 20 marzo 1979, riscattato dall’aura di ricattatore, nel nuovo millennio è diventato il principe dei giornalisti investigativi e una sorta di oracolo da compulsare su tutti gli aspetti oscuri della vicenda del sequestro e dell’omicidio di Moro. Così, 38 anni dopo la primavera del 1978, Paolo Cucchiarelli – giornalista e scrittore – intitolava una breve sezione del suo libro “Morte di un Presidente” (Ponte alle Grazie, 2016) proprio con le parole usate da Pecorelli: “La logica di Yalta”, riprendendo alla lettera e riportando con approvazione una lunga citazione dall’articolo di Pecorelli intitolato “Yalta in via Mario Fani”. Secondo Cucchiarelli, l’interpretazione di Pecorelli “a distanza di decenni, mantiene ancora una sua intrinseca validità e legittimità” (p. 186).

Le fonti di Mino Pecorelli

È inevitabile però porsi un semplice interrogativo: come potevano le decisioni prese dalle potenze alleate (Usa, Urss e Gran Bretagna) a Yalta nel 1945 produrre effetti 33 anni dopo, al tempo del sequestro di Aldo Moro (1978) – come sosteneva Pecorelli in quei giorni e come sostengono i suoi estimatori, dott. Turone compreso – se l’argomento Italia non fu trattato in quella famosa conferenza sul Mar Nero? Nel Dopoguerra la vita politica italiana è sempre stata segnata dagli scandali della partitocrazia e da vicende giudiziarie, che si presentavano come episodi salienti della lotta politica in atto, mentre, fin dal 1973, tutti i quadri del più delicato servizio della difesa erano stati messi fuori combattimento dalla cronaca giudiziaria e scandalistica. Le fonti di Pecorelli sono facilmente individuabili, è sufficiente leggere “OP” attentamente, gli articoli rispecchiano le rivalità all’interno di Servizi segreti che obbedivano alle direttive dei loro padrini politici, utilizzando anche metodi poco ortodossi e fornivano al direttore di “OP” informazioni altalenanti e contraddittorie, e finanziamenti, purtroppo per lui, molto oculati. Temi e avvenimenti complessi venivano ridotti ad un dibattito e ad uno scandalo di borgo, mentre i “buchi” riempiti con notizie del tutto personali ed intime su personaggi della vita politica che rammentano gli scandaletti che diffondeva il Sifar negli anni cinquanta-sessanta per fare pressioni sugli avversari.

Viene spontanea una domanda: chi ispirò Pecorelli e l’articolo manifestamente di “depistaggio” in un momento così delicato del sequestro, pochi giorni prima del ritrovamento del cadavere dell’on. Moro? Nel testo le contraddizioni sono evidenti e non si rileva alcuna analisi effettiva sulla politica e sulla strategia delle due potenze degli anni settanta che possa corroborare la tesi di un “lucido superpotere” Urss-Usa decisionale con un esecutivo affidato agli americani. Peraltro Pecorelli, in un altro articolo riprende la “bufala” che il sequestrato potesse essere stato trasportato nell’ambasciata della Cecoslovacchia a Roma! (“OP”, n. 1, 28 marzo 1978, p. 6). Come mai magistrati, studiosi, giornalisti difensori del cosiddetto “compromesso storico” Berlinguer-Moro accettano come voce indiscussa un piduista, le cui fonti e la non autonomia erano stranote a tutti gli addetti ai lavori? sorvolando , inoltre, sul fatto che quando venne rapito l’on. Moro, Berlinguer aveva già riconosciuto la giurisdizione della Nato. In particolare come mai attualizzano dei concetti sulla presunta strategia americana e della Nato utilizzando un linguaggio e dei concetti che sono propri all’estrema destra (e non hanno nulla a che vedere con la propaganda anti-Nato dei sovietici) per rimettere in questione i principi dell’ordine internazionale liberale post1945, basato su valori indiscutibili e discussi proprio a Yalta quando furono poste le premesse per la conferenza che si svolgerà a San Francisco (25 aprile – 26 giugno 1945) dove fu ratificata la Carta delle Nazioni Unite che ne anticipò l’Organizzazione e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo adottata del 1948.

Una patologia della memoria e la dichiarazione dell’Unesco

Gli autori sopraccitati non collocano la Conferenza di Yalta nel contesto della lunga serie delle conferenze dal 1943 al 1945. Tutti questi scritti e dichiarazioni sono circondati da un impressionante deserto bibliografico, nessuna fonte storica vera e propria è mai richiamata. Devono ritenere talmente scontato e assodato quanto sostengono, da rendere superfluo qualsivoglia riscontro che suffraghi le loro affermazioni. È questo probabilmente uno dei meccanismi che spiega l’ampia e pervasiva diffusione delle convinzioni delineate sopra; è una catena di “conoscenze” che si autoalimenta e si autoperpetua. La “Dichiarazione dell’Unesco” sancisce il “Diritto del pubblico all’informazione veridica, alla verifica delle fonti, alla completezza della notizia, poiché risponde ad un’esigenza di coesione sociale, ad una funzione di affidabilità e di legittimo funzionamento delle istituzioni”, in particolare da parte di chi ricopre una funzione pubblica come un giudice, un deputato e un senatore. S’impone una valutazione equilibrata e oggettiva delle responsabilità, un’esposizione razionale secondo la loro logica intrinseca e sulla base, in questo caso, facilmente reperibili, di documenti, atti di conferenze internazionali e Trattati (alcuni dei quali già disponibili nella seconda metà degli anni ’40, e più ampiamente a partire dalla metà degli anni ’50, tradotti anche in italiano), e ovviamente la sterminata attendibile storiografia di eminenti studiosi che si è andata accumulando negli scorsi 75 anni.

“L’era” delle conferenze

Se si definisce la “guerra fredda” come la congiunzione di una tensione ideologica e di una tensione militare è estremamente istruttivo analizzare come due fattori abbiano giocato e si siano combinati nel periodo che si estese tra gli accordi di Monaco (29-30 settembre 1938) e la conferenza di Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945). Da questo punto di vista si possono distinguere due fasi: la prima, dal settembre 1938 al giugno 1941 il dibattito si svolse tra tre ideologie reciprocamente ostili: comunismo, fascismo e democrazia liberale, nella seconda fase fu fatta una scelta, un’opzione pur provvisoria, e il problema centrale che si pose alla diplomazia di guerra fu quello dei limiti di collaborazione tra partner divisi da due mondi ideologicamente avversi ma alleati contro un Hitler alla ricerca del suo “Lebensraum” (spazio vitale), concetto geopolitico pangermanista poi incorporato nel nazismo. L’espansione della Germania si rivolgeva ad Oriente, in direzione degli Slavi e delle immense risorse di materie prime dell’Urss.

Usa, Gran Bretagna e Urss, pur provvisti di poteri decisionali ed esecutivi nazionali differenti, si accordarono per giungere ad un’azione comune negli Alti Comandi, dotando l’Esecutivo degli strumenti necessari a seguito di decisioni collegiali che condurranno, durante tutto il corso della guerra, ad operazioni cosiddette “combinate” dei capi di Stato Maggiore e dei due sotto-comitati: la commissione “combinata” dei Piani e il comitato “combinato” Informativo. Le responsabilità prese collettivamente costituirono il Comando supremo interalleato, l’autorità si applicava direttamente ai teatri del Nord-Ovest, del Mediterraneo e asiatico, i comandi operazionali erano intermediari; solo il Pacifico rilevava direttamente dal comando americano. Gli Alleati con risultati diversi, realizzarono che per condurre a buon fine una guerra, la Politica e il Militare si confondevano nella persona del capo dello Stato o ad un organo esecutivo ristretto che nello stesso tempo era incaricato di dirigere la Politica Nazionale. Il rafforzamento del potere esecutivo destinato a costituire una testa strategica vigorosa fu realizzato nei paesi a tendenza “democratica”, in altre nazioni il principio di unità riconosciuto e adottato non richiese che una semplice messa a punto come in Urss dove il Presidium del Soviet supremo e il Consiglio dei Ministri già determinavano le linee direttive.

L’origine della leggenda di Yalta

Nello spirito collettivo, Yalta, per molti anni, ha simboleggiato la “divisione del mondo” tra grandi potenze mentre Potsdam ha raffigurato la fine della guerra anche se il Giappone non capitolerà che il 2 settembre, dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). La rappresentazione arbitraria ha una doppia origine. Da un lato esprimeva il risentimento degli esiliati dei paesi dell’Est e del generale De Gaulle non invitati alla conferenza di Yalta, i quali diffusero l’idea che tutto si era deciso in Crimea nel febbraio 1945. D’altro canto fu un riflesso, a posteriori, della divisione avvenuta in Europa a partire dal 1947. Un proposito tenace denunciato in un articolo di Raymond Aron, “Yalta ou le mythe du péché originel” (“Le Figaro”, 28 agosto 1968).

A Yalta gli Alleati “sanzionarono una divisione geografica d’influenza meno rigorosa di quanto generalmente si pensa” scriveva Robert Toulemon che ricoprì varie cariche istituzionali e fu capo Gabinetto di Robert Marjolin, vice presidente della CEE (Cfr. R. Toulemon, “Europe européenne ou Europe atlantique?”, “Défense nationale”, gennaio 1978, pp. 51-61). Nel 1953, Paul Ramadier, ministro ed ex presidente del Consiglio nella IV Repubblica francese osservò: “La divisione dell’Europa è lontana da essere chiara. Noi non conosciamo le ‘clausole segrete’ di Teheran e Yalta, i testi e i fatti resi pubblici danno l’impressione di una grande confusione. È certo che in definitiva l’Europa orientale è diventata un satellite dell’Urss ma è molto meno certo che sia stato formalmente deciso a Yalta” (Cfr. P. Ramadier, “Les clauses secrètes de Yalta”, “Revue de Défense nationale”, maggio 1953, pp. 531-543).

I Sovietici nell’immediato dopoguerra per attestare la grandezza di Stalin scrivevano: “Voi sapete tutti – conformemente agli accordi di Yalta [in realtà alla 4ª conferenza di Mosca del 9-19 ottobre 1944]che il nostro Padre geniale si è adoperato a concludere – la Romania come l’Ungheria, la Bulgaria e la Polonia senza contare la Jugoslavia dove si trova il nostro caro Tito [la rottura Stalin-Tito non era ancora avvenuta]entrano nella sfera d’influenza sovietica. La concessione che Stalin ha dovuto fare in cambio fu d’ingaggiarsi a tollerare l’installazione di governi di unità nazionale in questi paesi. Ma, attualmente, è a noi che appartiene di agire in modo di svuotare di ogni sostanza questa clausola e anche tutte le altre” (Cfr.“Pravda”, dicembre 1945).

Le conferenze interalleate 1943-1944

Tra le conferenze interalleate, la più rilevante si tenne a Casablanca (14-24 gennaio 1943) i convenuti: Roosevelt, i generali Giraud e De Gaulle, rappresentanti dei francesi liberi dell’Africa del Nord, mentre Stalin declinò l’invito, discuteranno degli aiuti all’Urss e dell’apertura di un secondo fronte e lo sbarco in Sicilia che dall’aprile subì gli iniziali bombardamenti. Furono istituite le prime strutture di comando alleate che combatteranno la Germania nazista e il Giappone con la designazione di un capo di Stato maggiore “Cossac” (Chief of Staff to Supreme Allied Commander) e in seguito la creazione del Shaef (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force). L’organizzazione fu un elemento chiave per tutti i paesi belligeranti. Il Shaef, prefigurava la futura Nato e i successivi Shape (Supreme Headquarters Allied Power Europe) e Sact (Supreme Allied Command Transformation). Nello stesso anno si tennero, a Washington (3ª conferenza 12-25 maggio 1943) e a Québec (1ª conferenza, 14-24 agosto 1943) incontri strategici, furono esaminati i preparativi per la campagna d’Italia, gli attacchi aerei sulla Germania nazista, i preparativi per lo sbarco in Normandia. Fu presa in considerazione l’apertura di un ulteriore fronte in Cina poi concretato alla conferenza del Cairo (22-26 novembre 1943) che riunì Roosevelt, Churchill e Chiang Kai-shek, nella lotta contro l’Impero giapponese. Stalin, non partecipò, era ancora in vigore il Patto di neutralità nippo-sovietico dell’aprile 1941, firmato dai ministri agli Esteri Vyacheslav Molotov e Yosuke Matsuok.

La 3ª conferenza di Mosca ebbe luogo dal 18 ottobre al 1º novembre 1943. Si riunirono i ministri degli affari esteri del Regno Unito (Anthony Eden), degli Stati Uniti (Cordell Hull) e dell’Unione Sovietica (Vyacheslav Molotov), mentre l’ambasciatore della Repubblica di Cina a Mosca, Foo Ping-Shen fu invitato a firmare la prima delle quattro dichiarazioni finali: la sicurezza generale e chiese l’istituzione di un’organizzazione collettiva basata sul principio di uguale sovranità di tutti gli Stati pacifici. Fu decisa la creazione di una Commissione consultiva europea, che riunirà i Tre Grandi e redigerà lo Statuto di Norimberga, promulgato l’8 agosto 1945, aprendo la strada ai processi contro i crimini nazisti. Fu anche proclamata nulla l’annessione (l’Anschluss) dell’Austria alla Germania nel 1938 poi confermata nel 1945 mentre sull’Italia – nel settembre Badoglio aveva proclamato l’armistizio – si legge: “il fascismo e la sua influenza devono essere sradicati e al popolo italiano devono essere date tutte le opportunità di creare istituzioni basate su principi democratici”.

A Teheran, dal 27 novembre al 1º dicembre 1943, quando Roosevelt e Churchill si incontrarono per la prima volta con Stalin, furono prese tre importanti decisioni: una politica e due militari. Fu affrontato il principio dello smembramento della Germania, in cinque stati autonomi (Prussia, Hannover, Sassonia, Assia, Renania e Germania del sud), piano poi ridimensionato a Yalta e a Potsdam; il dibattito preliminare sull’annessione di Königsberg da parte dell’Unione Sovietica e lo spostamento dei confini della Polonia verso Ovest in modo che l’Urss potesse mantenere i territori polacchi ottenuti dal patto tedesco-sovietico (1939-1940): i paesi baltici, la Moldavia, la Bessarabia, la Carelia finlandese. In compenso (parziale), la futura Polonia riceverà i territori orientali della Germania. Fu stabilita la data (6 giugno 1944) dello sbarco in Normandia. A livello politico, Stalin accettò il principio della creazione di un’organizzazione internazionale, proposta da Roosevelt.

Il fallimento dell’offensiva britannica nell’Egeo (disapprovata dagli Stati Uniti, settembre-novembre 1943) costrinse gli Inglesi a rinunciare a tutte le rivendicazioni verso l’Europa orientale e alla 4ª conferenza di Mosca (9-19 ottobre 1944), nell’incontro Stalin-Churchill, il leader britannico in cambio di un’influenza sulla Grecia, accettò che l’Urss esercitasse il suo controllo in Romania e Bulgaria (accordi segreti). La gestione dell’impero britannico dipendeva ben più dalla presenza della flotta inglese nel Mediterraneo orientale che dall’appropriazione da parte dell’Urss di spazi terrestri situati sulla via delle Indie verso le colonie e i protettorati degli Inglesi nel subcontinente indiano conquistati tra il XVII al XX secolo. A Mosca fu vagliata l’entrata in guerra dell’Urss contro il Giappone e il futuro della Polonia e dei Balcani. Roosevelt assente, oltre Stalin, Churchill e i ministri agli Esteri erano presenti anche le delegazioni del governo polacco in esilio e del governo provvisorio (comunista) polacco. Alla 2ª conferenza di Québec, dall’11 al 16 settembre 1944, i colloqui tra Churchill e Roosevelt si concentrarono sulla partecipazione britannica alla guerra contro il Giappone e la questione della Germania.

La conferenza di Yalta

Preceduta dalla conferenza di Malta (30 gennaio – 2 febbraio) dal 4 all’11 febbraio 1945, il Primo Ministro britannico (Churchill), il Presidente americano (Roosevelt) e il Presidente del Consiglio dei commissari del popolo dell’Urss (Stalin) si incontrarono al Palazzo Livadija, l’ex residenza estiva degli zar, nella località balneare di Yalta, sulle rive del Mar Nero in Crimea. L’Armata Rossa era a meno di 100 km da Berlino, la sconfitta del nazismo ormai una certezza. A Yalta, fondamentale fu la dichiarazione dell’11 febbraio 1945 sull’Europa liberata:

a) durante il periodo temporaneo d’instabilità i tre Grandi effettueranno una politica comune e “assisteranno congiuntamente” i popoli di ogni Stato libero dell’Europa e ogni Stato europeo ex satellite dell’Asse;

b) essi aiuteranno “a costituire delle autorità governative provvisorie largamente rappresentative di tutti gli elementi democratici di queste popolazioni (patto di unità nazionale);

c) questi governi si impegneranno a stabilire, non appena possibile, tramite libere elezioni, dei governi che esprimano la volontà dei popoli.

* A Yalta la preoccupazione maggiore di Roosevelt fu su come ottenere il concorso dell’Urss nella guerra contro il Giappone. Gli accordi furono predisposti con riserva in attesa della sconfitta della Germania e assoggettati alle condizioni reclamate da Stalin: il rispetto dello “status quo” nella Mongolia esterna (Repubblica del popolo mongolo); i diritti dell’Urss nella parte meridionale di Sakhalin e tutte le isole adiacenti e le Isole Curili; il ripristino del contratto di locazione di Port Arthur (attualmente Lüshunku) all’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche come base navale; la gestione congiunta di una società sino-sovietica: la East China Railway e la South Manchurian Railway, che serviranno il porto di Dairen ma con la piena e completa sovranità della Cina in Manciuria restando sottinteso che le disposizioni concernenti la Mongolia esterna avrebbero richiesto l’accordo del Generalissimo Chiang Kai-shek.

* Sulla Jugoslavia il problema fu discusso durante le riunioni plenarie e le sessioni dei ministri degli Esteri. Gli Alleati auspicavano un accordo tra Tito e Nan Subasitch con l’obiettivo illusorio di unire il governo jugoslavo in esilio e monarchico con base a Londra, guidato da Pietro II Karadjordjevich con il governo comunista di fatto antimonarchico di Belgrado. Tito riuscì, con la forza delle armi, pagando un prezzo altissimo ad annullare il controllo condominiale pattuito da Stalin con Churchill a Mosca nell’ottobre 1944. In Jugoslavia la vittoria finale sul nazismo costò ai popoli della Jugoslavia sacrifici eccezionali: vi perirono 305.000 tra combattenti e dirigenti e oltre 400.000 furono feriti, con le vittime tra la popolazione civile superarono la cifra di 1.700.000 morti a causa delle orrende rappresaglie di massa da parte dei nazi-fascisti. Nel “Diario partigiano”, pubblicato dopo la guerra in tre volumi, Tito parla dell’accordo tra l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna poi confermato dalle memorie del diplomatico Cordell Hull, e dal libro di Edward Stettinius (“Roosevelt and the Russians. The Yalta Conference”, a cura di Walter Johnson, Garden City N.Y., Doubleday 1949) le cui rivelazioni non sono mai state smentite dai Sovietici.

* A Est, la grande offensiva sovietica che aveva occupato la Prussia orientale, la Polonia meridionale, e la pianura ungherese, si stava smorzando. Si combatteva per le strade di Budapest; tre divisioni corazzate delle SS bloccheranno per mesi sulle rive della Vistola l’Armata del maresciallo Rokossovskii che cercava di raggiungere Varsavia. Quei mesi vennero utilizzati da Stalin per convogliare sul fronte migliaia di mezzi corazzati e di trasporto truppe forniti dagli Stati Uniti e preparare l’ultima grande offensiva che doveva portare le armate di Koniev, Zhukov, Malinovskii, e Tolbukhin all’Elba, nel cuore dell’Europa, limite massimo stabilito dagli accordi di Yalta alla marcia verso Occidente e dove, nella primavera del 1945, vi fu la congiunzione delle truppe di liberazione dell’Armata Rossa e quelle americane condotte dal generale Omar Bradley che si fermarono a Pilsen (“A Soldier’s Story”, New York, Holt 1951). La linea di demarcazione delle due armate fu certamente discussa poiché se ne trova traccia nei documenti pubblicati fin dal 1946, in effetti i limiti erano già stati fissati a Londra nel settembre e novembre 1944 dal comitato che preparò la conferenza di Yalta. 

* La liberazione della Polonia da parte dell’Armata Rossa creò una situazione nuova e la circostanza richiese la costituzione di un governo polacco con basi più ampie. La commissione per la formazione fu presieduta da Molotov e dagli ambasciatori americani e inglesi. Churchill farà pressione sugli esiliati polacchi a Londra per ottenere il loro ingresso in un governo di coalizione con i leader della Polonia stessa in un governo provvisorio di “Unità nazionale”. L’accordo fu “scarabocchiato” da Churchill su un foglio di carta (il documento originale è conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna). La dichiarazione precisava le condizioni per le libere elezioni sulla base del suffragio universale. Harry Hopkins, consigliere diplomatico di Roosevelt, insistette sulle libertà fondamentali: libertà di parola, pari diritto a tutti i partiti e di espressione politica, diritto d’“Habeas corpus.

* La questione tedesca era infinitamente più complessa. I Tre la considerarono distinta dalla Dichiarazione sull’Europa liberata ma a Yalta rinunciarono alla divisione della Germania e avvicinarono la loro dottrina a quella adottata per gli altri paesi ma la sottomisero a delle regole speciali. La decisione implicò la creazione di zone di occupazione separate attribuite ad ognuno dei Tre Grandi e alla Francia, i provvedimenti definitivi furono presi a Potsdam.

I resoconti sono più istruttivi degli stessi protocolli di Yalta sull’impegno degli Alleati alla costituzione di un governo rappresentato da tutti gli elementi democratici, ma anche la volontà da parte del Cremlino di assicurare dei ministri amici e fedeli all’Urss. L’obiettivo principale di Stalin era un piano di divisione dell’Europa sud-orientale in zone di influenza fondata sull’intento di preservare l’Urss da futuri attacchi come nel 1914 e nel 1941. A Yalta, l’Italia non fu mai menzionata. Esclusivamente in merito alla Germania si può parlare di divisione di autorità, altrove nell’Europa liberata i Tre grandi ottennero un controllo da esercitare in comune, accordi che concernevano i diritti che spettavano ai comandi militari sul territorio dove si svolgevano le operazioni. Una collaborazione che sarebbe terminata il giorno che i Paesi liberati si fossero dati, tramite elezioni, un governo corrispondente alla volontà del popolo.

La conferenza di Potsdam

A Postdam (17 luglio – 2 agosto 1945) gli Alleati in effetti ritorneranno sulla sorte della Germania vinta e confermeranno il trasferimento all’Urss della città di Königsberg (poi Kaliningrad) e della parte settentrionale della Prussia orientale, così la cessione alla Polonia dei territori tedeschi situati ad est della linea Oder-Neisse. Queste modifiche delle frontiere a Est come a Ovest provocarono nell’immediato dopoguerra il dramma del trasferimento di popolazioni intere di milioni di tedeschi, cacciati dalle terre che avevano abitato per secoli. L’accordo, su richiesta di Stalin prevedeva anche il ritorno in Urss di coloro che si unirono alla Wehrmacht per combattere il comunismo e di tutti i detenuti sovietici. Nel 1941-45 ben 5.754.000 di russi si arresero ai tedeschi; ne morirono 3.700.000 e la stragrande maggioranza dei sopravvissuti venne eliminata dalla polizia politica dopo la loro consegna forzata da parte degli Alleati. La maggior parte dei Russi consegnati a Stalin venne massacrata dai comandi speciali dell’Nkvd e Smersh. L’unica voce di un intellettuale che difese questi Russi e protestò contro i massacri fu quella di George Orwell in “The Prevention of Literature” (“Polemic”, gennaio 1946, p. 7). Solo negli anni Settanta l’Occidente seppe dei massacri e della liquidazione fisica di due milioni di Russi dall’“Arcipelago Gulag” (in Italia diffuso da Arnoldo Mondadori , 1974 ) di Solženicyn;] e poi da Nikolai Tolstoy (“Victims of Yalta. The Secret Betrayal of the Allies, 1944-1947”, London, Hodder and Stoughton 1977).

A Potsdam l’Italia perse le sue Colonie africane. È bene ricordare come l’Italia fascista svolse la sua “Missione di Civiltà” in Africa. La documentazione storica sull’argomento è ampia e stampata nelle principali lingue. Riferisce di orrende stragi di popolazioni africane, della deportazione delle popolazioni del Gebel cirenaico, della costruzione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, dell’impiego dei gas asfissianti nella guerra coloniale contro l’Etiopia, delle micidiali rappresaglie dopo il fallito attentato al maresciallo Graziani, vice-re d’Etiopia, eccetera. Gli storici testimoniano in merito a massacri di civili, sterminio di élite intellettuali e politiche, nonché di campi di concentramento ove morì la maggioranza degli internati tra i quali oltre 300.000 Etiopi e centomila Libici. Parlano di massacri, di bombe a gas tipo C.500-T per un totale di 317 tonnellate, e in Etiopia dell’impiego di oltre 500 tonnellate di aggressivi chimici. Il 19 febbraio 1937 la strage di Addis Abeba, perpetrata dalle camicie nere, fece migliaia di vittime, tra le quali 449 religiosi come precisò il comandante Maletti che fece abbattere, con le mitragliatrici a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa oltre duemila tra preti e monaci (cfr. il n. 21 di “Studi Piacentini”, 2004 e Angelo Del Boca, “Gli italiani in Africa orientale”, Laterza 1986 e “Gli italiani in Libia”, Laterza 1988). Una macabra ed allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba. Senza dimenticare le atrocità dei quattro invasori della Grecia, tra i quali gli Italiani, documentazione raccolta dal “Servizio centrale dell’ufficio nazionale ellenico sui criminali di guerra” che nel 1948 costituì 952 dossier.

La carta delle Nazioni Unite discussa a Yalta

Dopo un lungo periodo di riflessione e di incontri iniziati nel giugno 1941 a Londra (al St. James’ Palace), il primo progetto sulle Nazioni Unite fu sviluppato durante una conferenza tenutasi in un palazzo di Washington il “Dumbarton Oaks” (21 agosto – 7 ottobre 1944). I rappresentanti di Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Urss concordarono gli obiettivi, la struttura e il funzionamento di un’organizzazione mondiale. Rimaneva tuttavia un vuoto importante: la procedura di voto in seno al Consiglio di sicurezza. Questo vuoto fu riempito a Yalta quando furono poste le premesse per la conferenza che si svolgerà a San Francisco (25 aprile – 26 giugno 1945) dove fu ratificata la Carta delle Nazioni Unite che definì gli scopi e i principi delle Nazioni Unite e la composizione, la missione e i poteri dei suoi organi esecutivi (il Consiglio di sicurezza), deliberativo (l’Assemblea generale), giudiziario (la Corte internazionale di giustizia) e amministrativo (il Consiglio economico e sociale, il Consiglio di amministrazione fiduciaria e il Segretariato generale). Aderirono 50 nazioni. A San Francisco furono posti i preliminari per una giurisdizione internazionale che si concretizzerà con la creazione del Tribunale di Norimberga e il Tribunale di Tokio che giudicheranno i grandi criminali di guerra. L’autodeterminazione dei popoli, il loro diritto alla sovranità e alla scelta del governo (punto 3) [si noterà la contraddizione su questo tema dato il vasto impero coloniale britannico]e per non riprodurre gli errori del passato, il “Diktat” di Versailles e le conseguenze per la Germania nel 1919, fu proposto di favorire lo sviluppo “sia dei vincitori che dei vinti” (punto 4) al termine del conflitto.

La Dichiarazione sui diritti umani

Dopo la fine dell’era della proclamazione giuridica delle libertà nel XVIII secolo poi l’era della socializzazione nel XIX che aggiunse, ai diritti civili e politici, i diritti economici, sociali e culturali, la Carta delle Nazioni unite proclamò per la prima volta nel giugno 1945 al mondo i diritti fondamentali dell’Uomo poi adottati il 19 dicembre 1948 con nessun voto contrario ma sei astenuti: l’Urss, la Bielorussia, l’Ucraina, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Africa del Sud e l’Arabia saudita. Purtroppo il testo fu adottato in piena guerra fredda, dopo il colpo di Stato di Praga, il Blocco di Berlino, il conflitto ideologico divideva l’Europa; il crollo degli Imperi coloniali europei darà origine alla Conferenza afro-asiatica di Bandung, aprile 1955, al Terzo Mondo. La democrazia, la prosperità economica e la diminuzione degli armamenti troveranno i loro limiti fin dagli inizi della guerra fredda. Nell’Europa liberata l’espressione “istituzioni democratiche” non aveva lo stesso significato per i leader delle potenze vincitrici.

Nell’Europa orientale, nei Paesi liberati dall’Armata Rossa, i comunisti rapidamente conquistarono posizioni chiave, in modo autoritario e senza ricorrere al libero voto. Un anno dopo gli accordi Stalin-Churchill-Roosevelt vi fu il voltafaccia della politica sovietica, un vasto territorio di una porzione del “Rimland” europeo passò sotto il controllo sovietico. L’ambasciatore Manlio Brosio precisava: “che cadde sotto la dominazione sovietica, una superficie totale di 1.020.000 km2 oltre 91 milioni di abitanti non russi”. L’Urss aveva completamente rimaneggiato la carta dell’Europa orientale non solo per tutelare la sicurezza geostrategica e sostituire il “Blocco slavo”, poiché rivendicò due punti offensivi, uno verso lo stretto danese, l’altro nel Mediterraneo e al Bosforo per estendere la sua influenza fino al cuore dell’Europa. I principi enunciati nelle conferenze di Yalta, di San Francisco, nella carta atlantica ecc. vennero pertanto violati.

I comunicati e i protocolli

Sulle conferenze che si svolsero tra il 1941 e il 1945 abbondano, fin dal 1946, documenti d’archivio e saggi ma più che una classificazione cronologica, una classificazione tipologica sembra la più appropriata e si può ripartire tra storia ufficiale, storia ufficiosa e storia non-conformista, quest’ultima, talvolta stimolante, ma per lo più “pittoresca” e tesi grottesche ampiamente diffuse in Italia. Alla fine della conferenza, di Yalta il 12 febbraio 1945, fu pubblicato un comunicato stampa, ma riguardava solo una parte degli accordi conclusi tra i Tre leader: si trattava dei punti 2, 7 e 8 e punto 13 dei verbali che concernevano delle note sulla frontiera jugoslava e la frontiera italo-austriaca, richieste presentate dai britannici di cui gli americani e i sovietici promisero di esaminare in un secondo tempo; la previsione di formare una commissione centrale di controllo in Germania alla fine del conflitto e un programma futuro di incontri. Il resto fu tenuto segreto per ovvie ragioni diplomatiche e strategiche. Il protocollo della conferenza, redatto e firmato dai tre ministri degli Esteri, nel 1947 fu pubblicato dal Dipartimento di Stato americano in risposta alle critiche dei Repubblicani alla politica di Roosevelt. I protocolli di Yalta e di altre conferenze, alla Convenzione di Armistizio con la Germania, la Bulgaria, l’Austria, Finlandia, Ungheria, Giappone, Romania, Italia furono resi pubblici nel 1946 in un “Recueil de textes à l’usage des Conférences de la Paix” (Paris, Imprimerie nationale 1946, 278 pp.). Si tratta di una raccolta di testi del Ministero degli Affari Esteri francese ad uso dei giornalisti accreditati alle Conferenze della Pace di Parigi.

Nel 1955 il Dipartimento di Stato americano pubblicò un voluminoso tomo di oltre 1100 pagine contenente gli atti della due conferenze di Malta e Yalta (Cfr. “Foreign Relations of the United States. Diplomatic Papers. The Conferences at Malta and Yalta 1945”, Washington, D.C., United States Government Printing Office 1955; ora consultabile online). Nel 1957 Mosca pubblicò la raccolta della corrispondenza scambiata da Stalin con i presidenti degli Stati Uniti Roosevelt, Truman e con i primi ministri Churchill e Attlee a cura di Andreï Gromiko, le 700 pagine di documenti contenevano poche rivelazioni, ma sono molto istruttive sullo stato d’animo dei Tre Grandi. Il libro fa luce sul meccanismo di un’alleanza e sulla “superdiplomazia” che i capi di governo avevano messo in atto per cercare di risolvere gli innumerevoli problemi che la diplomazia ordinaria non avrebbe potuto determinare. La raccolta pubblicata a Mosca confuta molte leggende e miti principalmente su questioni politiche ma la “guerra fredda” già si profilava nell’Alleanza (“Correspondence between the Chairman of the Council of Ministers the U.S.S.R and the Presidents of the U.S.A and the Prime Ministers of Great Britain during the Great Patriotic War of 1941-1945”, 2 voll., Moscow, Foreign languages publishing house 1957; Lawrence and Wishart, London, 1958.) Nel 1957 (e anni successivi) fu diffuso dagli Editori Riuniti in Italia, e la corrispondenza Stalin-Roosevelt nel 1962 dalle edizioni Schwartz (le pagine 185 a 219 sono dedicate all’Italia). Contemporaneamente fu divulgato un libro dello storico Herbert Feis (Cfr. “Churchill, Roosevelt, Stalin. The War they Waged and the Peace they Sought”, Princenton University Press 1957) che aveva potuto accedere ampiamente agli archivi americani. I volumi si completano in alcuni dettagli per esempio (vol. 2, n. 146): un messaggio di Roosevelt a Stalin (Feis, p. 279) e una lettera di Stalin a Roosevelt in merito ai negoziati condotti a Berna in vista del ritiro delle truppe tedesche in Italia erano introvabili negli archivi americani. (Cfr. “Correspondance”, cit., vol. 2, n. 283; Feis, cit., p. 589). Si constata che la versione sovietica in certi casi fu censurata.

Le clausole segrete

Furono rese note dopo l’entrata in vigore degli Accordi di Parigi (maggio 1955). Dopo il “colpo di stato” in Cecoslovacchia nel febbraio 1948 di fronte alla minaccia sovietica, i paesi europei si rivolsero rapidamente agli Stati Uniti per rinforzare la loro sicurezza, un approccio che condusse all’istituzione del Patto atlantico nell’aprile 1949 e della Nato nel 1950. Gli Accordi di Parigi, concernevano la Germania e l’Italia che furono integrate nel Trattato di Bruxelles, organismo unicamente difensivo costituito, nel marzo 1948, dalla Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e Olanda, paesi poi fondatori, nel settembre, del Wudo (Western Union Defense Organisation) precursore dell’Ueo (Western European Union) e della Nato. Con gli Accordi si mise termine al regime di occupazione, in Germania con la piena sovranità e il suo riarmo nel quadro del comando integrato della Nato. In Europa fu un passo fondamentale della “guerra fredda”: l’Urss denunciò i trattati di Alleanza anglo-sovietici del maggio 1942 e franco-sovietici del dicembre 1944, con la “Conferenza del blocco dell’Est” (novembre 1954) che sboccò nella costituzione del Patto di Varsavia (maggio 1955) con un comando unificato a direzione sovietica. L’architettura politico-strategica così messa in atto rimarrà pressoché invariata fino alla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est nel 1989 e alla riunificazione della Germania nel 1990.

La guerra aveva riunito gli Usa, l’Urss e la Gran Bretagna in un fine comune ma al termine del conflitto la visione di ognuno fu dettata da proprie considerazioni, ideologiche, economiche e di sicurezza. L’Urss era un paese vincitore ma ne era uscito esangue dalla guerra. Per gli Usa, invece, essenziale era il cordone di base intorno all’Eurasia anche per non rivivere Pearl Harbour. La suddivisione del Vecchio Continente in due zone d’ideologie e regimi antagonisti si attuò tra la fine del 1945 e il 1950. La trasformazione in due blocchi militari tra il 1950 e il 1955. Simbolo della divisione europea, la Germania divenne la pietra angolare dell’antagonismo Est-Ovest e la sfida fondamentale della sicurezza europea. Le due strategie, Urss-Usa, erano legate alle ideologie adottate e alle esperienze storico nazionali, perciò era da sprovveduti credere ad una razionalità similare che permettesse un linguaggio comune. Negli anni Settanta, gli istituti di polemologia e stimati studiosi illustrarono i centri potenziali di violenza collettiva, i cosiddetti “fronti di aggressività”: due concernevano l’Europa, il fronte Est europeo tra il mondo comunista e il mondo occidentale dal Capo Nord al mare Egeo.

Brevi osservazioni: il Pci dal 1946 al 1964

Il concetto di “accerchiamento” geografico ed ideologico ha sempre ossessionato i sovietici. L’Urss, indebolita dalla guerra, un’esperienza traumatica con una perdita di oltre 22 milioni di persone e l’insieme del suo territorio europeo totalmente devastato, non intervenne militarmente nell’Europa occidentale poiché gli Usa erano economicamente potenti e avevano la superiorità dell’energia atomica. La difesa della Madre Russia fu il primo obiettivo della potenza militare dell’Urss quindi l’esigenza di stabilire un cordone sanitario nei Balcani e in Polonia. Georges Kennan, dal 1944 al 1946 “capo missione” all’Ambasciata americana di Mosca con un telegramma (22 febbraio 1946) e un articolo “The source of Soviet Conduct” (non firmato), del luglio 1947, nella rivista “Foreign Affairs” informava Washington: “se i sovietici cercano di indebolire l’Occidente è perché sono politicamente ossessionati per la loro sicurezza”.

Anche se i sovietici ritenevano il conflitto armato necessario al trionfo finale del comunismo, non era un azzardo l’invito di Stalin alla moderazione rivolto ai partiti comunisti d’Italia, Francia e Grecia. Angelo Tasca in una Relazione del 1946 informava l’Ambasciata americana di Parigi: “Al suo ritorno da Mosca, Thorez [segretario generale del Pcf]ha convocato il comitato centrale e ha esposto le tesi sovietiche sulla situazione internazionale. L’Urss non è pronta per una guerra e i suoi preparativi prenderanno un certo tempo, un certo numero di anni. Bisogna quindi guadagnare tempo e difendere le posizioni acquisite. La politica e la strategia del Pcf devono adattarsi alle direttive del Cremlino ed essere orientate in modo intelligente nella stessa direzione. Perché l’Unione sovietica non è in grado di affrontare una guerra, il Pcf deve evitare dei progressi troppo rapidi e ancor meno tentare di conquistare il potere con la forza” (Cfr. La relazione di Angelo Tasca in Nerin E. Gun, “Les secrets des archives américaines”, Albin Michel 1978, t. 2, p. 83).

L’eloquente politica nei confronti del generale Markos, leader del potente movimento comunista greco, prova quale sarebbe stata la condotta negativa di Stalin verso una destabilizzante politica aggressiva del Pci in Italia. Stalin parlava di rafforzamento politico non di rafforzamento illegale e armato. Togliatti in tutti i suoi discorsi, dal 1944 in poi, secondo le direttive di Mosca, ammonì i comunisti a evitare ogni avventura, ogni scontro e a difendere il governo legale: quello di Badoglio prima, poi del Cln, di Parri, di De Gasperi, ecc. Al piano Marshall, Stalin rispose con la creazione del Cominform, mobilitando la Federazione Sindacale Mondiale, provocando la scissione sindacale in Italia e in Francia e organizzando una serie interminabile di scioperi che avevano per obiettivo il sabotaggio della ricostruzione industriale in Europa occidentale. Il Pci, dopo il conflitto, non ebbe mai una capacità di insurrezione armata, ebbe unicamente una capacità di mobilitazione di tipo sindacale, per lo più settoriale e di breve durata. Non esisteva alcun “Apparato paramilitare del Pci” così definito negli anni cinquanta in una relazione del Sifar (28 febbraio 1950) che squalificava i componenti l’Ufficio I dimostrando di non conoscere né il linguaggio né la terminologia usata dagli organi dirigenti comunisti e neppure la biografia e le cariche ricoperte dai personaggi citati in quel documento, purtroppo ripreso in Italia da vari studiosi. I promotori della “seconda ondata” che non fecero autocritica non usufruirono del sostegno del Partito. Ai vertici del Pci il rapporto di sudditanza verso il Pcus è sempre stato totale fino alla caduta del Muro. Anche le apparenti pubbliche discordanze di linguaggio furono concordate. Negli anni cinquanta-sessanta specialista dell’accordodisaccordo fu Giancarlo Pajetta, che fu anche l’ambasciatore-informatore itinerante del Pcus nel Terzo mondo e nei Paesi satelliti. Il

Cominform (1947-1956) svolse un’unica essenziale funzione: impedì e stroncò ogni tentativo di ricomporre l’Europa, vinse le esitazioni di Cecoslovacchia e Polonia, propense ad accettare le offerte del piano Marshall e bloccò le tendenze centrifughe attivate dalla dissidenza della Jugoslavia di Tito. Il Pci perse forza e pericolosità come “minaccia armata” ma continuò a rafforzarsi sul piano propagandistico ed elettorale, e proseguì la sua azione disgregatrice nell’Esercito, l’infiltrazione nelle Istituzioni, e nei servizi segreti, ecc. Alla caduta del fascismo, il partito comunista italiano non era “così forte”, come sostengono il dott. Turone e associati, il partito socialista contava più aderenti del Pci. In seguito con la direzione di un leader di statura intellettuale e politica come Palmiro Togliatti, si rafforzò. Nel 1953 alle elezioni del giugno alla camera dei deputati raccolse 6.120.809 voti e 143 seggi, la Democrazia cristiana 10.862073 e 262 seggi e il Psi indebolito dalle scissioni e dalle correnti, 3.441.041 e 75 seggi. Negli anni cinquanta la Democrazia cristiana primeggiava sul territorio e l’influenza del Pci era soprattutto nei grandi centri urbani del Piemonte e della Lombardia, culla della classe operaia italiana. Così in Emilia, Romagna e Toscana dove il comunismo appariva come il successore del socialismo tradizionale e del vecchio partito repubblicano mazziniano, due forze ancora solide nei primi scrutini del dopoguerra ma che dovettero cedere il passo ai comunisti: i socialisti più tardi, i repubblicani in maniera catastrofica. Nel dopoguerra al Sud e nelle isole i comunisti erano quasi sconosciuti e poco organizzati fino a quando grazie ad un immenso sforzo, l’importazione di agitatori ed animatori del Nord e ad iniziative spettacolari in favore della distribuzione della terra il meridione divenne una fedele riserva elettorale. Nel 1956 Togliatti dovrà fare fronte alla tempesta scatenatesi dal XX congresso di Mosca. Esposto agli attacchi della “sinistra” staliniana e operaista indebolita che agirà controcorrente, di una “destra” revisionista incoraggiata dalla destalinizzazione e dalla dissidenza democratica che poteva appoggiarsi sul Partito socialista.

Nel 1956 dopo i fatti dell’ Ungheria e la scissione dei socialisti (dal Patto di unità d’azione Pci-Psi dal 1948 al 1956), per bocca del suo massimo dirigente, il “Frontismo” in nome del quale il Pci aveva combattuto numerose battaglie, fu ripudiato, indicata come nuova direttrice di marcia della classe operaia italiana il “milazzismo” che si reggeva sui voti comunisti, cristiano sociali, monarchici dissidenti, missini, democristiani dissidenti e in Sicilia forze del vecchio separatismo. Nel novembre 1959 iniziarono le trattative per la confluenza di numerosi ex comunisti nel Psdi che si concretizzò durante le Assise del XII congresso celebrato nel gennaio 1960. Quando la distensione internazionale pose ai comunisti pericoli di “socialdemocratizzazione delle masse” (per usare l’espressione cara al Pci) il discorso di Togliatti si concluse con un attacco massiccio riservato al centrosinistra, ma in particolare alle forze laiche e democratiche. Un numero importante di militanti si strinse allora compatto attorno alla bandiera del socialismo democratico.

Nel dicembre 1964 il Pci rischiava l’isolamento e nel dibattito per le elezioni presidenziali Pietro Ingrao, Mario Alicata e gli ex fascisti del Pci annunciarono che era stata definitivamente presa la decisione di far convergere i voti comunisti su Amintore Fanfani come candidato alla presidenza. Fu allora che intervenne l’anziano e autorevole parlamentare comunista Fausto Gullo che pronunciò una vera e propria arringa contro il qualunquismo e il milazzismo della segreteria del partito: “Noi parliamo sempre di unità della sinistra operaia. Ebbene questa aberrante operazione Fanfani, se riuscisse, altro non farebbe che dividere profondamente la sinistra operaia. Nessun onesto democratico potrebbe capire come mai i comunisti, che si dicono campioni dell’antifascismo invece di votare un vecchio antifascista come Saragat votino un vecchio fascista come Fanfani”. Amendola precisò: “Bisogna appoggiare Saragat meglio avremmo fatto a sostenerlo subito, sin dalle prime votazioni. Allora la candidatura del leader socialdemocratico avrebbe avuto l’aria di essere stata proposta dal Pci e, come tale avrebbe potuto anche provocare la crisi della maggioranza”.

Il Pci e il “Comitato permanente per il controllo sui servizi di sicurezza”

La Dc perseguiva da sempre, come principale obiettivo, quello di non perdere voti a destra, mentre nell’ambito della crisi degli anni settanta e l’inserimento nell’area governativa, il Pci di Berlinguer intendeva porsi come il principale garante della sicurezza e dell’ordine pubblico quindi liquidare politicamente tutte le forze anticomuniste di destra e di sinistra e, sul piano della politica economica si atteggiava a unica forza in grado di aiutare il governo a fronteggiare e superare la crisi e stornare dal Paese la prospettiva di una disastrosa recessione produttiva. Dopo il 1976 l’emergenza tenne assieme i Governi la cui base parlamentare si era allargata nel Pci e, nella crisi generale, economica, politica e morale che travagliava una Repubblica italiana indebolita spiccava per particolare gravità, quella dell’Alta gerarchia militare e dei Servizi segreti coinvolti in vicende che alimentarono la cronaca anche giudiziaria. La grande avanzata elettorale del Pci nel 1976 e la scelta di una politica di “unità nazionale” non si tradussero in iniziative politiche, legislative e di massa, atte a far rientrare i servizi segreti nella legalità repubblicana.

L’omicidio Moro e la polemica sul “compromesso storico” hanno indotto a ignorare che Andreotti, Taviani, Piccoli lavoravano obiettivamente per far confluire il Pci nell’area della maggioranza parlamentare e il senatore Flamigni, l’on. Bolognesi e seguaci vogliono far dimenticare la politica del Pci durante i lunghi anni del consociativismo quando discutevano con Andreotti, Taviani e altri ministri della Difesa persino dei candidati alle nomine degli esponenti delle Forze armate e dei parimenti lottizzati Enti di Stato. Il Pci, parte della “maggioranza parlamentare di programma” avrebbe voluto accrescere la sua influenza nell’ambito della “difesa” e dopo gli accordi del luglio 1977 si sforzò di limitare i poteri del governo nelle nomine alle più alte funzioni militari. Il 23 ottobre 1977 il Parlamento (VII legislatura) con Andreotti presidente del Consiglio, approvò una legge di riforma dei Servizi segreti ma conservò integri tutti i presupposti per le future “deviazioni”. Berlinguer che per la prima volta aveva affermato la “fedeltà” del Pci oltre che al Patto atlantico anche alla Nato (estensione politicamente non giustificata) e agli accordi che ne erano parte integrante, compresi quelli collettivi o bilaterali, facilitò la collaborazione con i Servizi segreti come risulta da varie operazioni “poco ortodosse” effettuate nel quadro politico del “compromesso storico” e nel periodo della riforma “piduista” di Sismi e Sisde. Berlinguer rinunciò a far valere il più favorevole rapporto di forza del Pci (1976- 1979) e riportare i Servizi segreti nell’ambito dei loro compiti istituzionali e gli ufficiali alla lealtà costituzionale.

La riforma dei Servizi divenne operante il 13 dicembre 1977 con l’istituzione del “Comitato permanente per il controllo sui servizi di sicurezza” presidente il democristiano Erminio Pennacchini e vice presidente il senatore comunista Ugo Pecchioli. Il Comitato esercitando i poteri “di controllo, proposta e iniziativa” cogestì la linea politica e convalidò le nomine a direttori del Sismi e del Sisde dei candidati della P2: Santovito e Grassini. Direzione, gestione e controllo dei servizi di sicurezza mantennero al loro posto tutti i dirigenti intermedi dal passato “deviato” e sebbene questi persistessero in gravi “deviazioni”. Il Partito comunista fornì il proprio avallo alla gestione di Servizi segreti profondamente inquinati e mai, in quegli anni di stragi, di “assassinati di Stato”, Pecchioli e compagni denunciarono le attività devianti dei vertici e delle strutture “piduistiche”, e non, di Sisde, Sismi e Cesis. Oggi i più pesanti attacchi alle compagini piduiste, e ai Servizi in nome di un supposto “stragismo atlantico” provengono proprio da quegli ambienti, che furono complici o almeno compagni di strada.

L’eurocomunismo e “l’accesso al potere”

Attribuire all’“eurocomunismo” di Berlinguer una supremazia nei confronti degli altri partiti comunisti europei è una visione tipicamente italiana e limitativa. Il fenomeno eurocomunista è apparso negli anni settanta e il termine è datato 1976. “Eurocomunismo” pura espressione verbale fece nascere perplessità nei protagonisti della stessa politica “eurocomunista” sosteneva il professor Antonio Spadafora, docente di Filosofia, precisando (nel suo intervento a Lugano, promosso dall’Unione europea, 26-27 novembre 1977) le origini del termine, inizialmente rifiutato dai comunisti e di matrice giornalistica, piuttosto che accademica. Scriveva il professor Pierre Hassner: “sotto questa denominazione sono stati definiti i diversi modelli di “eterodossia” che la comoda visione del monolitismo e delle sue eresie offriva ad alcuni giornalisti e commentatori in modo approssimativo senza analizzare le specificità dei comunismi. Infatti, non è possibile demarcare una dottrina “eurocomunista” nella misura che prevalgono differenti definizioni dell’eurocomunismo” (Cfr. P.Hassner “L’‘eurocommunisme’, stade final du communisme ou de l’Europe?”, “Commentaires”, estate 1978, pp. 135-141). Alcuni partiti eurocomunisti effettuarono, in modo più o meno fragoroso delle modifiche di ordine dogmatico, il più rilevante fu, senza dubbio, il Partito comunista spagnolo con l’abbandono (negli statuti del partito) del riferimento al leninismo; altri fecero decadere, con modalità diverse, la nozione di dittatura del proletariato (Pcf).

Se non è semplice analizzare brevemente i concetti sui quali si è articolata l’evoluzione dei partiti comunisti ed esaminarne le implicazioni in riferimento ai principi su cui si fonda l’ideologia marxista-leninista, è possibile ricordare che il problema concreto che si poneva negli anni settanta, era la divergenza sul come doveva effettuarsi l’accesso al potere dei partiti comunisti occidentali. L’esistenza di un processo rivoluzionario in Portogallo (Cfr. Klaus Steiniger, “Welchen Weg geht Portugal” [“Che via prende il Portogallo”], febbraio 1975, “Einheit”, la rivista teorica del Sed; V. A. Cuhhal, “Results and prospects of the Portuguese Revolution” [Risultati e prospettive della rivoluzione portoghese], “World Marxist Review”, n. 1, 1977 apparso anche nella rivista “Kommunist”, n. 14, 1978) e la prospettiva di un’eventuale partecipazione ai governi del Pci, Pcf, ed altri condussero in effetti i partiti comunisti a precisare la loro opzione in favore di una via “rivoluzionaria” o “democratica”, quest’ultima però implicava un’alleanza con partiti non comunisti. Konstantin Zaradov, editore capo della rivista “World Marxist Review” (Cfr. “Pravda”, 6 agosto 1975) fin dall’estate 1975, suggerì numerose volte ai rivoluzionari molta prudenza prima di condannare le maggioranze elettorali e le larghe alleanze. In un articolo nella rivista teorica del Sed, l’ideologo del Partito comunista sovietico, Mikhail Suslov, dopo la conferenza di Berlino, affermò di non opporsi ad una politica di larghe intese dei partiti comunisti occidentali, ma la necessità per i comunisti di assicurarsi un ruolo dirigente all’interno delle alleanze.

Il Pci e la “distensione”

Le critiche nazionali si concentrarono sul “compromesso storico” e Berlinguer o il cd.“lodo Moro” ignorando l’ampia politica estera di Moro come ministro e come giurista. Ben prima che si parlasse di “compromesso storico” l’on. Moro aveva instaurato rapporti con Mosca fin dal luglio 1971, proseguiti negli anni 1974 in visita nei Paesi dell’Est e ancor prima con gli Usa (con Nixon, ottobre 1969) per caldeggiare la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki, 1973-1975) auspicata dall’Urss (i cui preliminari erano iniziati nel 1966) e resa possibile dalla Ostpolitik di Willy Brandt (1969). Non fu l’on. Moro che organizzò la Conferenza di Helsinki (Commissione Moro, audizione di Sergio Flamigni, seduta del 2 dicembre 2014, p. 15) ma il ministro degli Esteri, poi presidente del Consiglio, ebbe un ruolo rilevante nella discussione sul problema mediterraneo e sui diritti dell’Uomo, e firmò l’atto finale a nome della comunità europea. Nell’Europa dell’Est e in Urss, i principi degli accordi di Helsinki (1º agosto 1975) incoraggiarono la dissidenza politica che pretese il diritto di esprimersi apertamente.

William G. Hyland in “Foreign Affairs” (aprile 1979) osservava che per certuni, l’“oggettiva distensione” coincideva con l’arrivo al potere di Willy Brandt e con l’inizio della “Ostpolitik”; in Francia alla visita di Charles De Gaulle a Mosca nel giugno 1966 (in Urss il Generale era molto popolare e il viaggio fu ampiamente pubblicizzato dalla stampa sovietica), mentre negli Usa quasi all’unanimità si attribuiva a Nixon-Kissinger. Per Kissinger la “distensione” era un mezzo per assicurare la transizione verso una parità strategica stabile con l’Urss, evitare pertanto agli Usa di finanziare costosi sistemi di protezione contro i missili balistici di lunga gittata dei sovietici (gli armamenti difensivi sono più costosi di quelli offensivi) mentre era in corso la guerra in Vietnam con spese militari a livello del 9% del Pnb (prodotto nazionale lordo). Invece dalla “distensione”, un articolo nel periodico inglese “Survey Review” (1974, n. 91-92) rilevava che i sovietici si attendevano: “l’indebolimento dell’Alleanza Atlantica, riduzione degli sforzi militari negli Usa, isolamento della Cina dopo la morte di Mao Zedong e, essenzialmente legittimazione del loro dominio sull’Europa dell’Est, trasferimento di tecnologie e di capitali che permettessero dei progressi nel campo degli armamenti”.

Nel giugno 1977 Andreotti domandava a James Reston, giornalista del “New York Times”: “L’eurocomunismo è il frutto della distensione per la quale Kissinger ha tanto lavorato, perché ora è mal visto a Washington? Si è molto discusso se l’eurocomunismo avvantaggiava Mosca o gli Stati Uniti”. Jean Laloy, diplomatico, fu ministro-consigliere di Ambasciata a Mosca. Nel 1947 membro del consiglio di controllo a Berlino e successivamente, a Bonn, incaricato di stilare la costituzione della Repubblica Federale. Fu capo di Gabinetto del Segretario generale del Quai d’Orsay, Alexandre Parodi, per le questioni orientali e direttore politico nella gestione della crisi di Berlino, replicava: “per quanto concerne l’Urss, i dirigenti del Pci non nascondono, nelle loro conversazioni, che vi sono due scuole di pensiero. In merito a Mosca le persone che si potrebbero definire ‘di chiesa’ come Suslov o Ponomarev sono ostili a questa eresia. Ma i dirigenti di Stato come Kirilenko sarebbero favorevoli poiché vedono la possibilità di indebolire l’Alleanza Atlantica dall’interno introducendo dei fermenti di neutralismo. In realtà Brežnev ha arbitrato in favore di questi ultimi e ha sostenuto Berlinguer” (Cfr. La ménace soviétique”, “Stratégie”, “Institut international des Études stratégiques di Londra, dir. Christoph Bertram e l’ articolo di Jean Leloy (1982), “L’Europe de l’Ouest dans la perspective soviétique”). Brežnev e Andreï Kirilenko, sostennero Enrico Berlinguer prospettando appunto la possibilità di indebolire l’Alleanza atlantica”.

Il “pacifismo” e il “neutralismo” nei partiti comunisti

A Parigi, nei Colloqui delle Assemblee dell’Ueo (Western European Union) la Commissione agli Affari Generali e agli armamenti evidenziò i problemi posti alla sicurezza dell’Europa dal “pacifismo” pubblicizzato dall’Urss gestito da Boris Ponomarev, ideologo , storico e membro del segretariato del partito comunista dell’Urss ma con una particolare attenzione al neutralismo (Cfr. “Les problèmes posés à la sécurité de l’Europe par le pacifisme e le neutralisme”, Rapport (testi in inglese e francese) in nome della “Commission des affaires générales” di M. Lagorce (5 novembre 1982). Scriveva il professor Pierre Hassner: “il punto essenziale per il Pci è la partecipazione a un ‘consensus’ italiano che costituisce una sorta di sintesi tra l’atlantismo e il neutralismo. Consiste nell’accettare l’Alleanza atlantica per delle ragioni politiche, ma a concepirla essenzialmente come un mercato (protezione americana contro basi italiane) che permette all’Italia un’attitudine essenzialmente passiva, di consumatrice piuttosto che di produttrice di sicurezza. Questo concetto si riflette sia nel dispositivo militare delle truppe italiane sia nel “budget” della Difesa. I comunisti si sono aggregati a questo consenso […]per acquisire un diritto di entrata al governo e alle stesse condizioni accentuare ancora l’aspetto difensivo, limitato territorialmente e politicamente dell’Alleanza […]. Insomma dovevano combinare esigenze contraddittorie. Da un lato moltiplicarono le dichiarazioni sul vantaggio e l’equilibrio positivo della Nato in Europa. D’altra parte in tutte le decisioni concrete, i comunisti diedero il loro accordo alle campagne sovietiche continuando ad imporre una propaganda contro l’imperialismo americano” (Cfr. Pierre Hassner, “Eurocommunisme” et “Eurostrategie”, “Défense nationale”, agosto-settembre 1980).

Le direttive di Brežnev e il Pci

Il segretario del Partito comunista italiano non affrontò mai il dibattito di fondo sul marxismo-leninismo. Brežnev, nel discorso tenuto all’Accademia delle Scienze si mostrò disponibile nei confronti dell’eurocomunismo e dichiarò: “solamente l’esperienza pratica permette di giudicare del carattere giusto o sbagliato di certe tesi” (Cfr. L. Brežnev, “Isvestija”, Mosca, 18 marzo 1976). Brežnev riuscì a far adottare un compromesso di ordine tattico che consisteva nell’attendere l’evoluzione dei partiti accordandogli una certa libertà d’azione nella politica nazionale imponendo però delle condizioni: il sostegno alla politica estera sovietica e la rinuncia a qualsiasi critica di fondo del sistema sovietico sull’Est europeo già oggetto di discussione alla conferenza di Helsinki dove si evidenziò che il principale obiettivo di Mosca fu di ottenere un attestato che consacrasse uno “status quo” europeo che legittimasse la loro presenza militare e politica in Europa dell’Est al prezzo di concessioni minori. Il comunismo oramai al “tramonto”, Berlinguer chiese una direzione politica, un’impostazione nuova dal punto di vista della “legittimità costituzionale”. In pratica il Pci chiedeva un governo che dichiarasse ufficialmente la fine di ogni anticomunismo confermando la funzione democratica del Partito, in linea con le proposte sovietiche di legittimazione ad Est formulate appunto ad Helsinki. Questa era la sostanza della linea “compromesso storico”, continuando però a percepire i finanziamenti sovietici quando segretario generale era Leonid Brežnev che aveva ordinato l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e nel 1979 in Afganistan. (Cfr. Emmanuel Todd, “La chute finale. Essai sur la décomposition de la sphère soviètique”, ed. Laffont 1976; v. anche Luigi Cavallo, “Tramonto del comunismo e compromesso storico”, “Difesa nazionale”, novembre 1974).

La preoccupazione di Mosca era essenzialmente sui pericoli d’infezione ideologica e politica in Europa orientale, il timore che il non-allineamento dei Partiti fratelli potesse creare una situazione di instabilità e mettere in crisi il sistema interno mentre l’Urss era in espansione nei paesi africani, asiatici, e le forze sovietiche avevano talmente sviluppato le armi nucleari tattiche da essere in grado di dissuadere le forze atlantiche dal far ricorso per primi all’impiego delle armi atomiche, non solo strategiche ma anche tattiche, secondo il rapporto (1976) della Commissione senatoriale firmato dai senatori Sam Nunn (democratico) e Dewey Bartlet (repubblicano). La nuova linea di apertura di Mosca con la concessione di una certa libertà nella gestione della politica nazionale ma che imponeva il sostegno incondizionato alla politica estera dell’Urss aveva origine dalle tesi di Wadim W. Zagladin, uomo di fiducia di Brežnev, e direttore aggiunto della sezione relazioni internazionali del Comitato centrale ed esperto dell’Europa occidentale con ottimi contatti con i responsabili eurocomunisti. Zagladin fu incaricato dell’elaborazione e dell’applicazione della nuova linea politica (Cfr. W. Zagladin, “Pravda”, 20 aprile 1976). Il Pci in sede Ueo diede il voto in favore della “standardizzazione” degli armamenti Nato richiesta dagli americani che indeboliva l’Europa ma in merito alla politica estera non si discostò mai dalle direttrici sovietiche in Medio Oriente o in Africa.

In effetti, i timori dei Sovietici erano nei confronti di una coalizione social-comunista in Occidente, non di un “sistema multiforme” (così definito dai russi) proposto da Berlinguer e da Moro. Mosca ha sempre auspicato per l’Occidente dei governi “borghesi”. I timori di Mosca e dei suoi alleati nei confronti dei diversi Partiti eurocomunisti non erano similari. Sebbene possa sembrare paradossale, Mosca dava più fiducia al Pc italiano che al Pc francese. Nella politica del “compromesso storico” con la Dc, Berlinguer non auspicava instaurare nell’immediatezza una società socialista in Italia, mentre il Pcf di Marchais la pretendeva, quindi era molto più pericoloso per Mosca. A differenza del modello cinese che non aveva alcuna attrattiva nei Paesi socialisti europei, una coalizione di sinistra, socialisti e comunisti con un programma comune di governo avrebbe potuto interessare certi Paesi dell’Est e adottarne il modello. Comunque Mosca non poteva permettersi di condannare senza appello e violentemente i Partiti eurocomunisti occidentali nella misura in cui questi si presentavano come partiti di governo o dell’arco costituzionale (come in Italia) poiché l’Urss avrebbe potuto ritrovare rappresentanti di questi partiti come interlocutori non più nelle conferenze del Movimento comunista ma in negoziati inter-governativi e metter in crisi gli equilibri europei ai quali Mosca teneva in modo particolare e di conseguenza la sicurezza della Rdt in quanto Stato.

I rapporti Pci-Rdt negli anni settanta

Un tentativo d’assassinio di Berlinguer su ordine del governo di Sofia (3 ottobre 1973, dove in effetti morirono nell’incidente automobilistico due dirigenti bulgari!) rivelato nel 1991 da Emanuele Macaluso è manifestamente un’invenzione tardiva. Erich Honecker (due mesi dopo il supposto tentato assassinio) e Berlinguer (4-8 dicembre 1973) si incontrarono in Rdt e da quel momento il Sed continuò su quella via di contatti come testimoniano i propositi dei membri del partito comunista tedesco nelle conversazioni con i rappresentati del Pci conservate minuziosamente negli archivi del Sed (Cfr. “Neues Deutschland”, 4 e 8 dicembre 1973 la visita di Berlinguer in Rdt. V. “Konstruktives Dialog mit international Genossen”. Interview Mit Werner Felfe, “Horizont”, n. 25, 1977, prof. Otto Reinhold, “Heisser politischer Sommer Italien”, “Horizont”, n. 29, 1977; i due articoli sono riprodotti in “Deutschland-Archiv”, 9, 1977). Nel 1976 la Rdt di Honecker, della Stasi, di Mielke, di Markus Wolf, del reggimento della Guardia intitolato alla memoria del fondatore della Cheka, Feliks Dzierzynski, uno dei più efficienti strumenti del terrore legale comunista fu l’invitata d’onore al festival de “l’Unità” e i rapporti tra il Sed e il Pci furono certamente migliori di quelli intrattenuti prima della nascita dell’eurocomunismo. A partire dal 1976 le conferenze dei partiti comunisti si svolsero tutte a Berlino Est per stabilire l’importanza del ruolo del Sed. Nel giugno 1976 il giorno dopo la Conferenza del Movimento comunista internazionale dove si evidenziò la mancanza di unità all’interno ma passò sotto silenzio l’internazionale proletaria e il ruolo dei responsabili del Pcus, i dirigenti della Germania Est furono i primi a riconfermare i principi essenziali della linea sovietica e nelle relazioni bilaterali e il Sed. Durante le celebrazioni moscovite per il 60º anniversario della rivoluzione di Ottobre (1977) si rilevava l’assenza di Marchais, in particolare il silenzio imposto al compagno Carrillo , calunniato dopo l’abbandono del leninismo e del “centralismo democratico” annunciato al congresso spagnolo nell’ottobre 1977 e la parola data a Berlinguer che dopo il suo discorso si incontrò con Brežnev e Suslov ed altri dirigenti sovietici.

Il dirigente comunista spagnolo Miguel Azcárate dichiarò: “A Madrid nel marzo 1977 e in un incontro successivo tra Carrillo e Berlinguer a Roma la natura delle società socialiste e del dissenso in quelle società fu posta in modo netto dagli spagnoli e anche dai francesi, ma gli italiani hanno sempre rifiutato di affrontare l’argomento. Ci furono troppe reticenze. Su questo punto il Pci è il più arretrato dei tre partiti eurocomunisti. Il Pce ha detto chiaramente all’Urss che non è un paese socialista, e anche il Pcf, seppure in modo meno coerente, lo ha detto; il Pci ricorre a definizioni ambigue parla dell’Urss menzionando “tratti illiberali”. Infatti, a Milano, Berlinguer (1976) diede una definizione molto precisa dell’Urss: “è una società socialista con alcuni tratti illiberali” (sic!). Scriveva François Fejtö, professore alla facoltà di “Science politique” di Parigi, storico dei Paesi dell’Est e di storia dei comunismi: “nella conferenza che riunì i tre dirigenti Pci, Pcf, Pce a Madrid nel 1977 fu pubblicata una dichiarazione, nella quale su insistenza di Berlinguer ogni allusione sulla situazione delle libertà nei Paesi comunisti doveva essere assente [come da linea politica imposta da Brežnev-Zagladin cui ho già accennato]. Il comportamento del Pc italiano che sembrava il più critico nei confronti del sistema repressivo stalinista deluse i dirigenti eurocomunisti. Così “l’Unità” rifiutò ogni discussione con Andreï Amalrik [il dissidente sovietico, più volte imprigionato e inviato nei campi, fece parte del “Moscow Helsinki Group”]. Il Pci fece tutto il possibile per screditare e minimizzare la Biennale di Venezia del novembre 1977 che aveva lo scopo di dare larga pubblicità alle attività letterarie e artistiche dei dissidenti (Cfr. F.Fejtö “Socialisme et nationalisme dans le Democratie Populaire, 1971-1978”, “Défense nationale”, agosto-settembre 1978).

La corsa agli armamenti

In realtà, negli anni settanta le strategie di Washington e di Mosca comportarono una corsa e una competizione nell’ambito degli armamenti. Era la “deterrenza nucleare” che manteneva l’equilibrio tra le due Egemonie e assicurava la Pace in Europa e fu un tema maggiore della Guerra fredda dal 1945 al 1991, e giocava un ruolo centrale nelle strategie di difesa e nelle relazioni internazionali. L’arma atomica ha completamente rinnovato il concetto di dissuasione nelle strategie di difesa perché il suo potere è senza eguali nella storia. Osservo che l’analisi della documentazione fondamentale del Congresso, del Senato e delle varie commissioni americane, sulla sicurezza e la cooperazione in Europa sono carte basilari e accessibili da sempre e anche la documentazione del Nsc (National Security Council) per gli anni settanta-novanta è disponibile integralmente. Le carte della Nato fino agli anni novanta.

Il conflitto Usa-Cee degli anni settanta

L’era Nixon-Kissinger comportò un cambiamento nelle relazioni euro-americane. Kissinger, ammiratore di Metternich, adottò la “Realpolitik” e il primato degli interessi nazionali pertanto mise termine al sostegno tradizionale degli americani alla costruzione europea. Nel 1973/1974 i rapporti tra l’Europa e gli Usa entrarono in una fase definita di “confronto caldo”, o in francese “guerre fraîche”, nel quale vennero alla luce tutti i problemi complessi del contenzioso euro-americano: innanzi tutto il riassetto monetario e della convertibilità del dollaro e delle attività multinazionali. Era corretta l’osservazione dello storico ed economista americano Charles Kindleberger: “ lo squilibrio tra l’emisfero Nord e Sud è ragione di conflitto suscettibile di nuocere alla struttura politico sociale delle democrazie industriali avanzate, quando gli Usa barcollano l’economia mondiale e l’equilibrio politico diventa instabile”.

Kissinger, sotto la doppia presidenza Nixon-Ford, ebbe un ruolo eminente, ma nel gennaio 1977, cedette il posto al tandem Carter-Brzezinski. Il cambiamento evidenziò una nuova visione delle relazioni internazionali rifiutando l’eredità Nixon-Kissinger sulla quale riposavano i vecchi principi dell’equilibrio delle potenze. Brzezinski criticava la concezione kissingeriana dell’equivalenza che secondo l’interpretazione data da Carter concedeva un “margine di superiorità” all’Urss, in seguito sostituita dall’Amministrazione Reagan con quella di “margine di sicurezza”. Brzezinski presiedeva il Consiglio nazionale della sicurezza (Ncs) l’organo supremo di concezione e di coordinamento per tutto ciò che concerneva la Difesa e il ruolo esterno degli Usa. Il Ncs è la cerniera essenziale della diplomazia americana e il suo presidente l’ideatore e il fautore delle principali decisioni. Brzezinski aveva diretto la commissione “Trilaterale” voluta da N. Rockfeller e in essa si rispecchiavano interamente le sue scelte e un’impostazione diplomatica rinnovata. Brzezinski stimava che la priorità fosse la continuazione della politica di distensione tra Washington e Mosca, ma con una nuova definizione dei rapporti tra “nazioni industriali” e “ragioni proletarie” e l’istituzionalizzazione dei rapporti America-Europa-Giappone. In pratica un’evoluzione in rapporto alla concezione dualista del “mondo bipolare”.

Una contestazione trilaterale che sfociasse su un’armonizzazione delle politiche economiche era una necessità, tuttavia accettare la trasformazione del Mercato comune in Europa in zona di libero scambio v’era un margine che gli stati membri della Cee dovevano valutare attentamente. Nella politica che proponeva Brzezinski, l’Europa del Mercato comune, serio concorrente degli americani, non avrebbe trovato alcun vantaggio. Inoltre, scriveva Luigi Cavallo: “l’Europa rischia di perdere la sua identità e la sua vocazione cadendo sotto l’egemonia economica degli Stati Uniti”. L’indebolimento dei rapporti strategici tra gli Stati Uniti e l’Europa, confermati nella carta di Ottawa nel giugno 1974 posero tutto il problema in particolare quello della difesa autonoma dell’Europa, l’Italia fu obbligata ad elaborare una politica concreta e globale, purtroppo con risposte divergenti. I differenti Governi italiani avevano sempre respinto l’idea di un’Europa terza forza e di una difesa puramente nazionale.

Il veto Usa

Il Dipartimento di Stato americano, il 6 aprile 1977, dichiarò che gli Usa si sarebbero opposti a un governo in Europa “dominato” dai comunisti. A Roma fu interpretato come una svolta importante di apertura che facilitava il compito dell’on. Moro (discorso del 4 aprile a Firenze) che in luglio doveva sboccare “all’accordo di programma” con il Pci. Dato che Washington si opponeva a una formazione “dominata” dal Pci e non era il caso, fu interpretato come un “semaforo verde”. Nel quotidiano “la Repubblica” si poté leggere che “gli Usa avevano tolto il veto contro l’entrata del Pci al Governo”, rilevava l’ambasciatore Puaux (Cfr. F. Puaux, “Regards sur la Politique étrangère de l’Italie”, “Politique étrangère”, PUF, n. 2, 1981).

Nel 1977 Brzezinski ricevette l’ambasciatore d’Italia Roberto Gaja il quale espose i timori su un “compromesso storico” e in merito “una situazione italiana disastrosa”, ebbe come replica: “Gli Usa vogliono aiutare l’Italia ma non si devono esagerare i fatti” e non ebbe alcuna risposta sull’eurocomunismo (Nsc, memo Brzezinski-Gaja 31 marzo 1977, Nsa memo cons. box 33 CI). Ci furono anche contatti con dirigenti del Pci con Sergio Segre e lo stesso Giancarlo Pajetta e nel 1977 il decreto MacGovern concesse i visti agli iscritti ai partiti comunisti. L’unica preoccupazione degli Usa riguardava il “Defense Planning Group” nel quale erano rappresentati tutti i paesi della Nato, sovrano in materia di decisioni per l’uso di armi nucleari, era sufficiente l’opposizione di un solo paese per bloccare ogni eventuale operazione in caso di conflitto nell’ambito della difesa nel caso di una minaccia sovietica. Di fronte al veto di un rappresentante comunista del DPG come avrebbero reagito gli altri paesi dell’Alleanza? problema già evidenziato e dibattuto ampiamente e pubblicamente dagli analisti politici ma ignorato in Italia da magistrati , giornalisti, studiosi di relazioni internazionali e storia contemporanea (Cfr. Interagency Intelligence memorandum (Cia Inr Dia) “The European Communist party” 6 giugno 1977 (Cia RR).

Le difficoltà economiche dell’Italia si ripercuotevano sulla capacità di difesa e contribuivano a indebolire il fianco sud dell’Alleanza. La politica di austerità che Andreotti conduceva con il sostegno dei comunisti e il cui impatto si farà risentire nel 1978 non permetteva alcun aumento del 3% nel budget della Difesa come auspicava la Nato. La superiorità tecnologica degli Usa era diminuita in quegli anni, precisava il Rapporto della Commissione senatoriale per le forze armate dei senatori Sam Nunn, democratico e Dewey Bartlett, repubblicano: al punto di non poter più compensare la superiorità quantitativa delle Forze del “Patto di Varsavia”. Cadeva ogni giustificazione per la costante inferiorità quantitativa dell’armamento americano e Nato nei confronti dell’Urss e del Patto di Varsavia. La base industriale sovietica per la produzione di sistemi d’arma era ormai di gran lunga superiore a quella americana come confermava Donald Rumsfeld al Congresso americano in un rapporto di 326 pagine. La commissione senatoriale Usa per le armate, in sintesi, rilevava la debolezza della Nato nel centro Europa e il disorientamento e il processo di disgregazione sul fianco meridionale definito “quasi in rovina” ma le inquietudini dell’Amministrazione Carter sugli effetti di “basso profilo” nel confronti dei comunisti si svilupparono progressivamente.

L’opinione pubblica americana, allertata da vari articoli nei quotidiani, apprese ufficialmente solo nel 1977 che, con l’intenso riarmo (Cfr. Lorenza Cavallo, “Il riarmo sovietico e il CoCom, “Nuova storia contemporanea”, n. 6, 2014) l’espansione strategica nucleare e convenzionale, l’Urss, dal 1983, sarebbe stata in grado di scatenare un conflitto in Europa. Carter il 10 maggio 1977 alla conferenza tenuta alla Nato dichiarava: “l’Urss ha realizzato l’essenziale nell’equivalenza atomica. Le forze convenzionali del Patto di Varsavia si pongono su una posizione offensiva. Queste forze sono molto più potenti di qualsiasi necessario obiettivo difensivo”. Washington stimò che il livello di guardia fosse giunto ai limiti, un segnale era necessario. È noto, dopo il viaggio dell’ambasciatore Gardner, convocato a Washington, in una dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio 1978, gli Usa presero posizione “contro l’entrata dei comunisti nei governi europei occidentali”. Eravamo alla vigilia delle legislative in Francia (12-19 marzo 1978) con l’avanzata delle sinistre condotte da François Mitterrand, avversate dall’Urss (che sostenne Giscard d’Estaing) e dagli Stati Uniti. I commenti e le conferenze tenute da Mitterrand furono esplicite in merito agli equilibri europei rivolgendosi a Mosca e al concetto di Alleanza, e non di sudditanza, nei confronti degli Usa. Non vi furono stragi né sequestri neppure quando nel 1981 un governo socialista andò al potere in Francia grazie ai voti del Pcf. Si vuole attribuire alla strategia dell’Alleanza atlantica e della Nato le caratteristiche negative dell’egemonia totalitaria sovietica. Ogni critica, legittima, anche aspra, alla politica estera americana, non deve far dimenticare che il governo presieduto dal generale Charles De Gaulle impose ai comandi militari alleati Nato di lasciare il suolo di Francia (1966) e non vi fu alcuna ritorsione. Imre Nagy, per aver annunciato alla radio di voler proclamare l’Ungheria paese neutrale, fu impiccato; Budapest semidistrutta a cannonate, invasa e occupata; la classe dirigente ungherese sottoposta per anni a epurazioni successive dalla polizia politica comunista agli ordini dei “consiglieri sovietici”.

Le conferenze devono essere analizzate nella loro globalità. Furono prese decisioni storiche, ma non è a Yalta che si formarono i due blocchi occidentale e sovietico, un mito che nel corso dei decenni è stato smantellato dagli storici. Il dott. Turone e simpatizzanti trattano il passato deformandolo, riformandolo, occultandolo e travestendolo per imporre una supposta “logica di Yalta” che trent’anni e più dopo avrebbe mantenuto la sua forza (!). Gli Usa e la Nato avrebbero tentato di “destabilizzare per stabilizzare” la penisola italiana con le stragi e organizzando il sequestro e l’assassinio dell’on. Moro utilizzando le Brigate Rosse di Mario Moretti, in veste di “gladiatore”, a dire di Sergio Flamigni, per opporsi al “compromesso storico” o “all’avanzata del partito comunista” o “delle sinistre” (quali?!) secondo le varie formulazioni. In quanto all’on. Aldo Moro in quel momento ricopriva unicamente una carica onorifica di presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana e non aveva alcun potere o influenza sulla politica internazionale. Il “forte partito comunista italiano incuteva paura alla Nato” (sic!) secondo Turone! I 12 milioni di voti comunisti e il milione e mezzo di iscritti messi a disposizione di Andreotti? Si confonde il progresso del partito sul piano elettorale, patrimoniale e dei profitti di sottogoverno con il potere effettivo. Il “forte partito comunista” negli anni settanta non era neppure una garanzia per la difesa della libertà repubblicana: vedi la questione del referendum, il confino di polizia, l’impiego dell’Esercito, la repressione generalizzata, il conformismo della stampa di partito e della lottizzata Rai-Tv.  Lorenza Cavallo

Meno anatemi e più realismo: l’amara lezione della Guerra Fredda. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 24 Marzo 2022.  

Esiste un consenso pressoché unanime sul fatto che la Guerra fredda abbia salvato il mondo. Tale “successo” non è stato il frutto di una scelta morale, ma una necessità, non priva di costi altissimi. Soprattutto per quei popoli che sono rimasti vittime delle logiche di potenza, pagando sulla propria carne, per intere generazioni, le conseguenze schiaccianti dell’equilibrio dei blocchi. La Guerra fredda ha imposto una durissima verità. Quella per cui la riprovazione morale, filosofica, politica per quello stato di cose e per i responsabili di quello stato di cose, ha dovuto cedere il passo alla realistica constatazione che non vi potessero essere alternative. Accettare che i sistemi e i dispositivi totalitari operassero pressoché indisturbati e minacciosi, senza che si potesse reagire in modo definitivo, è stato uno dei prezzi forse simbolicamente più alti dell’equilibrio dell’era atomica.

La Guerra fredda è stata l’impero del realismo. Ed è forse anche per questo che oggi, di fronte alla vicenda ucraina, ripugna una sottomissione al realismo. Le immagini di distruzione, di vite umane spezzate, come quella che le televisioni rovesciano nelle nostre case continuamente, rendono impossibile evitare lo sgomento e restare distaccati. Siamo indignati e impotenti. Sì, ancora una volta impotenti, perché l’orizzonte della distruzione nucleare, biologica, chimica, non si è affatto allontanato, ed è oggi semmai ancora più orrifico. A ciò si aggiunga che, almeno in Occidente, la parabola dell’opulenza e del benessere, pur problematica per le tante crisi degli ultimi anni, continua ad essere alta, così come alta è la convinzione che il nostro benessere sia legato anche a beni immateriali come la libertà, la democrazia, lo stato di diritto. Per quanto piena di difetti la nostra civiltà ci appare il meglio possibile. Dopo la caduta del muro di Berlino ci eravamo illusi non solo che la guerra fredda fosse finita, ma che fosse risorto il diritto alla riprovazione morale, filosofica e politica di ogni abuso nei confronti dell’uomo.

La tutela umanitaria ci era apparsa, ormai, come una scelta non negoziabile. Quello sdegno e quella riprovazione morale, filosofica e politica verso l’orrore e verso i governi e i dispositivi autoritari adesso li vorremmo urlare. E la sola ipotesi di piegarci e sottometterci alla Realpolitik, ci appare una bestemmia contro la civiltà e contro l’uomo. Questo spiega perché nel dibattito pubblico sulla guerra, soprattutto in Italia, non c’è praticamente spazio per posizioni articolate e problematizzanti sulle cause più o meno lontane di questa situazione. Anche quando si tratta di posizioni autorevolissime e degnissime, che provano a comprendere – il che non significa affatto giustificare – cause e concause, ogni sfumatura diviene un cedimento al “nemico”.

In queste settimane si sono pronunziate decine di analisti, studiosi, intellettuali, di tutto il mondo, proponendo riflessioni spesso molto divergenti, anche quando di altissimo livello. Ma tutto questo dibattito suona quasi un insulto di fronte all’orrore. Tanto che persino i più autorevoli esperti e studiosi, allorché avanzano opinioni non allineate con quelle dominanti, sentono il bisogno di professare il proprio anti-putinismo, come un lavacro di possibili colpe e probabili sospetti. Ci sarà tempo per riflettere su queste dinamiche e sui rischi di appiattimento del pensiero su poche, decisive, parole d’ordine, quando non addirittura anatemi. Quello che però non si può evitare, oggi, se veramente si tiene alla pace, è che al di là degli scontri sulle ragioni storico-politiche e al di là dell’orrore quotidiano, da questa situazione non si uscirà se non accettando i possibili scenari che la realtà e solo la realtà può consegnarci. E allora il pensiero dovrà nuovamente inabissarsi nella complessità.

Questi scenari sono fondamentalmente tre.

Il primo è quello dell’escalation inarrestabile. Non vogliamo nemmeno pensarci, ma nessuno la può escludere. Anche perché la caratteristica dell’escalation è che la situazione, rimasta troppo a lungo border line, alla fine sfugge di mano. Il secondo scenario è quello di una vittoria chiara e definitiva di uno dei due contendenti, verosimilmente la Russia, senza che il conflitto però deflagri sul piano regionale e mondiale (che scatenerebbe lo scenario numero uno). È un’ipotesi possibile. Ma gli sconfitti e i loro “alleati” difficilmente la accetterebbero. Non che, ad esempio, una disfatta dell’Ucraina non possa essere, alla fine, subìta dalla comunità internazionale, in nome di una frettolosa conversione al realismo e al cinismo. Non sarebbe una novità. Ma sarebbe il disvelamento di una atroce ipocrisia, di un tradimento di quella promessa di non deflettere dai proclamati ideali, in nome di una sottomissione al più vieto opportunismo, ancora più grave, in quanto ipocrita e tardivo, del realismo della guerra fredda.

Il terzo scenario è quello del compromesso, della soluzione negoziale. E questa, all’evidenza, è la strada auspicabile, ma anche difficile. Perché oltre alla trattativa sugli assetti e sulle soluzioni, si dovrebbe trovare, soprattutto nel campo occidentale, un compromesso tra slanci ideali e realismo, tra valori e forza delle cose. La riprovazione politica, morale e filosofica, dovrebbe cedere spazio (ma quanto spazio?) al riconoscimento delle pretese del nemico che non si può schiacciare. In questo scenario, il senso della complessità e della problematicità diventerebbero nuovamente strumenti necessari, la profondità storica delle vicende, il riconoscimento della radicale diversità delle prospettive, guadagnerebbero nuovamente spazio e la confort zone delle semplificazioni e degli anatemi dovrebbe essere abbandonata. E forse ci accorgeremmo che le voci fuori dal coro, su ogni versante, non erano rivolte a un’infame intelligenza con il nemico, ma una risorsa per figurare le condizioni del compromesso possibile, rispetto alle incoscienti e semplicistiche velleità distruttive e autodistruttive. Se ciò accadesse, la guerra fredda ci avrebbe veramente insegnato qualcosa. Giovanni Guzzetta

Presunte promesse e vecchi negoziati: cosa nasconde lo scontro Usa-Russia. Lorenzo Vita su Inside Over il 14 gennaio 2022.

La richiesta della Russia è quella di un “testo scritto concreto”. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha ribadito che “sulle questioni principali per cui erano stati avviati i negoziati è stato registrato disaccordo e non le risposte specifiche alle questioni specifiche sollevate da Mosca”. La Federazione Russa vuole continuare a negoziare, ripete la presidenza. Ma secondo i russi ora sono gli Stati Uniti a dover fare la loro parte per raggiungere un accordo. Un tira e molla che non sembra avere ancora un vincitore, né a Washington né a Mosca, continuando un pericoloso gioco diplomatico che rischia di minare la stabilità dell’Europa orientale e dei rapporti tra Russia e Occidente.

Il problema non è soltanto legato al presente. Certo, l’escalation degli ultimi mesi con lo schieramento delle truppe russe al confine ucraino non ha giovato alle relazioni tra Mosca e Washington. Ma tutto questo affonda le sue radici almeno a trent’anni fa: cioè dalla caduta dell’Unione Sovietica. E le richieste di garanzia di Vladimir Putin si baserebbe su presunte promesse scambiate tra Mosca e Washington mentre cadeva il Muro di Berlino e il mondo assisteva allo sgretolamento dell’Urss.

La promessa del 1990

La tesi di cui si parla in questi giorni – e su cui punta la diplomazia moscovita – è che la Russia avrebbe ricevuto a suo tempo rassicurazioni che il blocco atlantico non si sarebbe inserito nello spazio post-sovietico dopo la riunificazione della Germania. Secondo Mosca, l’allora segretario di Stato americano, James Baker, e l’ultimo leader dell’Urss, Michail Gorbiaciov, stipularono nel 1990 un accordo che avrebbe incluso, quantomeno implicitamente, la garanzia sulla mancata espansione atlantica oltre la Germania orientale. Come spiegato dalla professoressa Marie Elise Sarotte, il Cremlino ha sempre insistito sul fatto che il Trattato 2+4 del 12 settembre del 1990 “consentiva all’alleanza di operare solo in Germania dell’est, non a est della Germania”.

E secondo l’ex ministro degli Esteri russo, Evgheni Primakov, i patti prevedevano che “nessun Paese del Patto di Varsavia fosse ammesso nella Nato se la Germania fosse stata unificata”. Una tesi che gli Stati Uniti respingono da quando sono stati siglati i trattati, citando non solo l’assenza di accordi espliciti in tal senso, ma soprattutto ricordando che quell’interpretazione farebbe riferimento a un impegno al limite “momentaneo” – e comunque mai dichiarato – della Nato a non espandersi militarmente nella Germania orientale. Impegno che in ogni caso non prevedeva alcun divieto, tantomeno esplicito, sull’adesione di altri Paesi all’Alleanza Atlantica.

Anzi, come spiegato da Marco Valsania su Il Sole 24 Ore, quando Baker e Gorbaciov diedero poi forma agli accordi, il testo prevedeva “nove rassicurazioni per Mosca senza alcun blocco a nuove adesioni alla Nato”, con la postilla che il trattato al limite “vietava truppe straniere nella ex Germania Est ma non truppe tedesche parte della Nato a partire dal 1994” e che nell’accordo su Kiev si prevedeva il riconoscimento dell’indipendenza in cambio dell’abbandono delle testate nucleari sovietiche presenti nel territorio della repubblica ucraina.

Non solo. In base a Sarotte, anche il trattato fondativo delle relazioni fra Nato e Russia del 1997 (Nrfa) non ha cristallizzato alcuna richiesta avanzata dall’allora presidente russo Boris Eltsin. E questo confermerebbe di fatto l’assenza di clausole – o addirittura veti, come riferivano dal Cremlino – su un eventuale allargamento a oriente da parte dell’alleanza militare a guida statunitense. Non esistono insomma prove né atti che testimonierebbero questo impegno.

Il mancato approccio “morbido” degli Usa

Questo chiaramente non significa che gli Stati Uniti, e con essi la Nato, non avrebbero potuto scegliere altre strade. La stessa professoressa di Harvard ricorda il lavoro dei consiglieri tedeschi che a quel tempo suggerirono alla Casa Bianca e al dipartimento di Stato americano un approccio più morbido nei confronti della Russia. Tuttavia rimangono solo trattative, negoziati prima degli accordi, che Mosca ha continuato a considerare vincolanti ma che avevano, come spiega l’analista, al limite una “sostanza politica e psicologica”. Un elemento che non è certo da sottovalutare per una potenza che si sente tradizionalmente accerchiata dai nemici. Però, l’idea del “not one inch eastwards”, “non un centimetro più a est”, sarebbe impossibile da considerare valida sia perché sarebbe come riportare le lancette della storia indietro di trent’anni, sia perché si tradirebbe proprio quei trattati firmati anche dagli allora leader del Cremlino.

Certo, come dicevamo, rimane il nodo politico. Esclusa la questione legale, che si può ritenere superata dall’interpretazione letterale degli accordi, rimane infatti il problema di come trovare una de-escalation che appare sempre più complicata. L’Europa chiede, sia attraverso gli organi dell’Ue che attraverso i ministri degli Stati membri, di essere coinvolta in quello che avviene nella parte orientale del Vecchio Continente. Per Bruxelles e per Parigi – capitale “di turno” dell’Unione – l’obiettivo è evitare una nuova Yalta in cui Russia e Stati Uniti decidono i destini di una regione europea. D’altro canto la richiesta russa in questo momento appare inamovibile e, come ricordato anche dall’ambasciatore russo presso l’Ocse, Alexander Lukasehvic, Mosca ritiene che la strategia della Nato “aumenta in maniera inaccettabile i rischi per la sicurezza della Russia”. Nel frattempo, si attende la risposta di Washington. Alcuni segmenti della politica Usa chiedono un irrigidimento fino anche a sanzioni nei confronti dello stesso Putin; alcuni gruppi repubblicani puntano a stringere il cappio intorno al Nord Stream 2. Di fatto però una soluzione va trovata prima che la tensione porti alla rottura dei rapporti.

Che cos’è la Guerra Fredda. Mauro Indelicato su Inside Over il 7 gennaio 2022. Con il termine Guerra fredda si identifica un confronto tra due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, vincitrici del secondo conflitto mondiale. Il confronto, andato avanti secondo la storiografica ufficiale dal 1947 al 1991, ha avuto natura politica, militare, culturale e ideologica, senza sfociare in una guerra diretta vera e propria. Da qui l’uso del termine “Guerra fredda”, coniato già il 19 ottobre 1945 in un articolo dello scrittore George Orwell pubblicato sul Tribune.

Gli albori della guerra fredda

Il secondo conflitto mondiale vede lo scontro tra le potenze dell’asse nazifascista, guidate dalla Germania di Adolf Hitler, e quelle degli alleati. All’interno di quest’ultima coalizione siedono Paesi dal sistema politico ed economico diametralmente opposto. Da un lato ci sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, potenze capitaliste e liberali, dall’altro invece vi è l’Unione Sovietica di Josif Stalin, Paese comunista. L’alleanza regge grazie al comune obiettivo della vittoria contro i tedeschi. Ma già prima della fine della guerra emergono distanze e divisioni.

Nel febbraio del 1945, quando ormai la sconfitta tedesca appare questione di tempo, a Yalta le potenze alleate si incontrano per discutere, tra le altre cose, dello status dell’Europa nel dopoguerra. Vengono poste le basi per una suddivisione del Vecchio Continente in diverse sfere di influenza. La parte occidentale è destinata a essere nelle mani anglo-americane, mentre quella orientale, già occupata militarmente dai sovietici, in mano a Mosca.

Si prefigura una divisione netta, seppur ufficialmente viene lasciato ai popoli europei la libertà di scelta delle forme future di governo tramite elezioni da tenere in tutti i territori usciti dall’occupazione tedesca. La Germania, a sua volta, nei successivi vertici viene divisa in quattro parti: una in mano statunitense, una in mano britannica, una in mano francese e infine la parte orientale affidata ai sovietici. C’è poi il caso particolare di Berlino, ricadente nella parte orientale ma suddivisa a sua volta tra settori anglo-americani, settori francesi e infine settori sovietici.

La cesura tra occidente e oriente è destinata a diventare, già nelle prime settimane post belliche e dopo la capitolazione tedesca del 7 maggio 1945, motivo di tensione soprattutto tra Washington e Mosca. Usa e Urss escono dalla guerra mondiale nel ruolo di vere superpotenze mondiali, in grado di egemonizzare le rispettive sfere di influenza.

La guerra civile in Grecia

Obiettivo di statunitensi e sovietici è quello di solidificare ed espandere il più possibile le aree di propria pertinenza. A Washington e a Mosca lo scontro è anche di natura ideologica. Entrambe le potenze vogliono esportare le rispettive visioni del mondo: quella capitalistica per gli Stati Uniti e quella comunista per l’Unione Sovietica.

Le tensioni intraviste tra il 1945 e il 1946 diventano palesi nel 1947. Il primo vero teatro della guerra fredda è la Grecia. Qui è in corso un conflitto civile che diventa la “tempesta perfetta” per far piombare definitivamente il mondo nella spirale del confronto tra le due superpotenze. La penisola ellenica è retta da una monarchia sostenuta dal Regno Unito e dunque vicina alla politica occidentale. Ma a nord e a est è circondata da Stati comunisti. Al suo interno, nell’ambito del conflitto civile, al governo è contrapposta una coalizione di comunisti e socialisti ex partigiani che rivendicano il potere.

La posizione della Grecia è strategica e avere il controllo del Paese è essenziale sia per l’occidente che per i sovietici. Nel 1947, a causa di una drammatica inflazione al suo interno, la Gran Bretagna annuncia di non poter più aiutare il governo di Atene. La monarchia ellenica invoca l’intervento Usa. È questo il momento in cui Washington inizia ad assumere un ruolo politico egemone nello schieramento occidentale. In nome del “contenimento” dell’influenza sovietica, la Casa Bianca sostiene Atene nell’ambito della guerra civile e il governo greco riesce, nel giro di due anni, a sconfiggere le forze avversarie.

La guerra civile ellenica è un banco di prova, il primo vero braccio di ferro post bellico. L’inizio di fatto della guerra fredda. Anche se, come sottolinea l’analista greco-canadese André Gerolymatos, per la verità una netta contrapposizione ad Atene tra filo-occidentali e filo-sovietici non c’è mai stata. Stalin non arma i partigiani greci e non dà alcun ordine alle forze comuniste locali di attaccare il governo sostenuto dal Regno Unito. I gruppi ribelli, al contrario, vengono armati dalla Jugoslavia di Tito, in quella che sembra essere la prima contrapposizione tutta interna al blocco comunista.

Ma ormai la “macchina” della guerra fredda è in movimento. Ogni mossa e azione in grado di fermare o anticipare le mosse dell’avversario viene vista come lecita e legittima. Il mondo corre verso la contrapposizione tra i due blocchi.

La strategia del “containment” del presidente Truman

Quanto visto in Grecia è figlio delle mosse attuate dal presidente Usa, Harry Truman. Non a caso si inizia a parlare di “dottrina Truman”, il cui caposaldo viene rappresentato dalla cosiddetta “strategia del contenimento”. In un discorso di 21 minuti tenuto il 12 marzo 1947, il presidente Usa parla della necessità di contenere la “minaccia comunista” e di creare un blocco occidentale di cui Washington costituisce il perno. Una visione non solo politica ma anche ideologica: Truman giustifica la sua dottrina con la necessità di contrapporre, ai regimi autoritari comunisti, quelli democratici dell’occidente.

Il pretesto non è solo dato dalla guerra in Grecia, ma anche dalla situazione in Turchia e in Iran dove gli Usa temono l’avanzata di forze filo Mosca. Inoltre, si punta il dito contro la progressiva instaurazione, nei Paesi di orbita sovietica, di governi monopartitici dominati dal fronte comunista. Il discorso di Truman ha come primo effetto lo stanziamento di 400 milioni di Dollari a favore della Grecia. Pochi mesi dopo Washington promulga anche il cosiddetto “piano Marshall”, uno stanziamento da 13 miliardi di Dollari a favore dei Paesi europei occidentali per rilanciare l’economia del Vecchio Continente distrutta dalla seconda guerra mondiale. Un modo per cementificare il fronte occidentale anche a livello politico. Infatti l’ottenimento dei fondi è subordinato al contenimento delle forze comuniste interni ai vari Paesi occidentali. In Italia ad esempio, il presidente del consiglio Alcide De Gasperi vara nel maggio 1947 un nuovo governo senza la presenza del Pci, il Partito Comunista Italiano, presente invece negli esecutivi post bellici.

Sull’altro versante, la strategia di Stalin è quella di creare degli Stati cuscinetto sostenendo regimi comunisti in quei Paesi dove l’armata rossa è presente dalla fine della seconda guerra mondiale. Per Mosca questo è il suo modo di contenimento dell’occidente, per Washington invece è la dimostrazione delle velleità espansionistiche dell’Unione Sovietica.

La guerra fredda come contrapposizione tra due blocchi: Nato e patto di Varsavia

L’unità del blocco occidentale si concretizza, a livello militare, con la fondazione nel 1949 della Nato. Si tratta del patto atlantico in grado di far convergere al suo interno gli Stati Uniti e i Paesi dell’Europa occidentale. Viene inaugurata una forte collaborazione tra i vari eserciti coinvolti, vengono costruite diverse basi militari che ospitano mezzi e soldati Usa. Nello stesso anno, le tre parti della Germania in mano a Stati Uniti, Francia e Regno Unito vengono unite nella Repubblica Federale Tedesca, più nota come Germania Ovest. Dall’altra parte della barricata, Mosca preme per trasformare il proprio settore tedesco nella Repubblica Federale Tedesca, nota poi come Germania Est.

Nel 1949 viene compiuto anche il primo esperimento nucleare da parte sovietica. In tal modo cade il monopolio atomico da parte di Washington, circostanza che apre anche la corsa agli armamenti. Da questo momento la contrapposizione tra est e ovest è ancora più marcata e si consolida nel 1955, dopo l’ingresso della Germania Ovest nella Nato. Il blocco comunista, per tutta risposta, dà vita al cosiddetto Patto di Varsavia. Si tratta di un’alleanza non solo militare ma anche politica tra i vari Paesi dell’est in mano ai partiti comunisti e nell’orbita di Mosca.

La nascita del Patto di Varsavia arriva in una fase di cambiamento in seno alle due superpotenze. L’Urss infatti, dopo la morte di Stalin nel 1953, è guidata da Nikita Krusciov mentre a Washington sempre dal 1953 alla Casa Bianca siede il nuovo presidente Dwight Eisenhower. Anche se i principali due artefici della Guerra Fredda non sono più al potere, il confronto continua. Il braccio di ferro si ha pure sul fronte mediatico. Gli Usa dipingono la Nato come l’alleanza del “mondo libero”, l’Urss dal canto suo si presenta come difensore del mondo proletario e perno di tutti i sistemi socialisti.

La guerra fredda in oriente: dalla vittoria di Mao in Cina al conflitto in Corea

Il braccio di ferro tra le due superpotenze però non si limita all’Europa. Washington e Mosca guardano con interesse a quanto accade, subito dopo la seconda guerra mondiale, in estremo oriente. Un territorio strategico per gli Usa in quanto permette il controllo del Pacifico, per l’Urss si tratta invece di una zona adiacente ai propri confini più orientali.

Nel 1949 in Cina avviene una svolta importante. La guerra civile in corso nel Paese viene vinta dalle forze comuniste guidate da Mao Zedong. Pechino diventa quindi una repubblica comunista e si avvicina a Mosca. Una circostanza in grado di insospettire gli Stati Uniti. Il blocco occidentale riconosce, quale legittimo rappresentante della Cina e quale possessore del seggio permanente al consiglio di sicurezza dell’Onu, il governo riparato sull’isola di Taiwan guidato dai nazionalisti di Chan Kai Shek.

A Washington sono anche preoccupati per la situazione in Corea. La penisola, finita l’occupazione giapponese, è divisa in due parti: a nord vi è un governo comunista guidato da Kim Il Sung vicino all’Urss, a sud invece vi è una giunta nazionalista filo statunitense. La vittoria di Mao in Cina fa crescere i timori di un’offensiva nordcoreana verso il sud. La linea del trentottesimo parallelo, scelta per dividere la Corea comunista da quella filo Usa, diventa così sempre più calda. Un confine, quello coreano, diventato un simbolo della guerra fredda.

Entrambi i governi coreani si accusano di violazione delle linee di frontiera. Fino a quando il 25 giugno 1950 l’esercito della Corea comunista penetra a sud. È l’inizio della guerra di Corea, primo vero scontro armato figlio della guerra fredda. Urss e Cina appoggiano Kim, gli Usa invece i sudcoreani. Nella guerra, terminata con un armistizio soltanto nel 1953, muoiono due milioni di civili, oltre che più di mezzo milione di militari da una parte e dall’altra. Lungo la penisola a scontrarsi non ci sono soltanto coreani, bensì anche statunitensi, cinesi, inglesi e diversi militari provenienti dagli eserciti della Nato.

L’armistizio fissa un nuovo confine sempre a ridosso del trentottesimo parallelo, ancora oggi valido. Per anni la Corea del Nord rappresenta un avamposto del mondo comunista nella penisola, mentre la Corea del Sud un presidio degli Stati Uniti. Una divisione mai cessata. Al nord resiste ancora oggi il governo comunista della famiglia Kim.

L'apice della guerra fredda: dalla costruzione del muro di Berlino alla crisi dei missili di Cuba

In Europa il confine più caldo è quello che scorre nel cuore della città di Berlino. I quartieri occupati nel 1945 da statunitensi, inglesi e francesi rappresentano un’enclave della Germania Ovest, mentre le zone in mano ai sovietici diventano nel frattempo sede del governo della Germania Est. La delicatezza del confine emerge una prima volta nel 1948, quando Stalin decide di attuare il cosiddetto “blocco di Berlino” in risposta al rifiuto, da parte degli Usa, di riconoscere danni di guerra all’Urss da parte della Germania Ovest.

La decisione diventa operativa il 24 giugno 1948, con i punti di accesso a Berlino Ovest blindati e con lo stacco delle forniture elettriche e di cibo. Gli Usa, assieme agli alleati, promuovono un ponte aereo partito il 25 giugno per rifornire di viveri la parte occidentale della città. Il blocco termina l’anno seguente, ma causa strascichi di non poco conto tra i cittadini berlinesi e nell’opinione pubblica occidentale. Nel 1961 l’ex capitale tedesca torna al centro dei riflettori. In quel momento la guerra fredda è in una fase diversa rispetto all’inizio. A Mosca è in atto la “destalinizzazione”, iniziata da Krusciov dopo la morte di Stalin avvenuta nel 1953. In seno all’opinione pubblica occidentale pesano i fatti di Ungheria del 1956, con i sovietici intervenuti militarmente a Budapest per sedare proteste contro il governo comunista. Un episodio che rafforza la retorica Usa dello scontro tra mondo libero e totalitarismi.

A Berlino in quel 1961 si registrano sempre più passaggi dalla parte orientale a quella occidentale. Un’emigrazione che rischia di penalizzare la Germania Est. Da Mosca arriva l’input di iniziare a pensare a una barriera capace di blindare Berlino Ovest. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 viene rafforzato il controllo al confine con l’ausilio anche di barriere composte da filo spinato. Pochi giorni dopo compaiono i primi blocchi di cemento. Berlino è adesso divisa ed è impossibile raggiungere da est la parte occidentale e viceversa. La città tedesca inizia a convivere con il muro destinato a diventare simbolo per eccellenza della guerra fredda e della contrapposizione tra i due blocchi.

All’inizio degli anni ’60 l’Europa non è l’unico terreno di scontro. Nel 1959 a Cuba, isola caraibica a pochi chilometri dalle coste della Florida, una rivoluzione porta al potere Fidel Castro. Giovane leader comunista, il nuovo capo cubano rovescia il filo statunitense Batista e forma un governo socialista non lontano geograficamente dagli Usa. Per Washington la situazione appare allarmante. Tanto che il nuovo presidente John F. Kennedy, nell’aprile del 1961, autorizza un’invasione dell’isola per rovesciare Castro. Ma il tentativo armato viene stroncato con la sconfitta militare presso la Baia dei Porci.

La Cia l’anno seguente raccoglie informazioni circa la possibilità che l’Urss possa stanziare su Cuba missili e ordigni nucleari puntati verso le città statunitensi. In quel momento infatti la corsa nucleare raggiunge l’apice e Mosca sostiene di aver eguagliato le potenzialità belliche di Washington. Nell’ottobre del 1962 si raggiunge l’apice del braccio di ferro: il 22 ottobre Kennedy denuncia pubblicamente la presenza di missili sovietici a Cuba e impone il blocco navale attorno l’isola. Il mondo, dalla fine della seconda guerra mondiale, non sembra mai così vicino come adesso a un nuovo conflitto armato e a una vera apocalisse nucleare. La crisi dei missili, come viene in seguito ribattezzata, genera allarme a livello globale. Le trattative diplomatiche appaiono frenetiche, si interessa della questione anche Papa Giovanni XXIII che fa appello a una soluzione di tipo pacifico. Alla fine l’Urss si impegna a ritirare le testate da Cuba, in cambio della promessa Usa di non detronizzare Castro dal potere. Nel novembre termina anche il blocco navale e la situazione rientra.

Il momento della distensione

La crisi dei missili di Cuba è l’apice della prima fase della guerra fredda. Successivamente si avvia una fase apparentemente più tranquilla che gli storici identificano con il termine “distensione”. Non vuol dire però che tra Usa e Urss le tensioni siano smorzate. Semplicemente, il mondo attraversa un periodo diverso rispetto a quello dei primi anni post bellici. La stessa precisa contrapposizione tra i due blocchi appare più smussata. All’interno del fronte occidentale gli Usa hanno sempre una posizione dominante, ma sul campo economico Europa e Giappone appaiono oramai come realtà ben più consolidate. Inoltre nel 1966 si registra la defezione della Francia, diventata nel 1960 anch’essa una potenza nucleare, dalla Nato e il tentativo di Parigi di avere una propria politica di difesa.

Dall’altro lato della barricata, anche il fronte comunista non è più compatto come nei primi anni. I pessimi rapporti tra il leader jugoslavo Tito e Stalin si tramutano poi in tensioni vere e proprie tra Belgrado e Mosca. La Jugoslavia approva una via “autonoma” al comunismo e si pone capofila tra i cosiddetti “Paesi non allineati”, un complesso di nazioni che sceglie di non stare né con Washington e né con Mosca. Complicati anche i rapporti tra Urss e Cina. Fattore questo che favorisce, sotto la presidenza di Richard Nixon, il riavvicinamento tra Stati Uniti e il governo cinese. Storica in tal senso la visita dello stesso Nixon a Pechino nel 1972, preludio alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Pochi anni dopo, a seguito della morte di Mao, la Cina riprende il seggio all’Onu precedentemente occupato da Taiwan.

A questi elementi occorre aggiungere la decolonizzazione e la fine degli imperi coloniali di Francia e Regno Unito. Si è di fronte a un complessivo nuovo assetto politico e militare, dove la guerra fredda continua a essere un fattore imperante senza tuttavia nuove escalation. In questi anni l’unico vero confronto militare si ha ancora una volta in estremo oriente, con la guerra che vede contrapposto il Vietnam del Nord, retto dal comunista Ho Chi Minh, e il Vietnam del Sud filo Usa. Il conflitto dura dieci anni e culmina nel 1975 con la ritirata delle forze statunitensi dalla città di Saigon. Uno smacco importante che denota difficoltà da parte delle superpotenze di incidere come nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale.

La corsa allo spazio negli anni '60

Il settore in cui la guerra fredda viene vissuta in molti suoi aspetti negli anni ’60 è quello aerospaziale. Usa e Urss danno vita, dopo la rincorsa alle armi nucleari per la verità mai cessata, anche alla rincorsa allo spazio. Ingenti quantità di denaro vengono investite dalle due parti per potenziare programmi tecnologici e scrivere il proprio nome nella conquista dello spazio.

Nell’ottobre del 1957 l’Unione Sovietica lancia nello spazio il primo satellite artificiale, denominato Sputnik I. A Washington rispondono con il programma Apollo, il cui obiettivo è quello di mandare l’uomo sulla Luna. Il primo uomo invece ad andare nello spazio è il russo Jurij Gagarin, il quale a bordo della Vostok I il 12 aprile 1961 riesce per la prima volta a volare oltre l’atmosfera.

L’evento forse rimasto più impresso, almeno sul lato occidentale, di questa fase è il primo atterraggio dell’uomo sulla Luna. Il 20 luglio 1969 l’astronauta Usa Neil Armstrong, a bordo dell’Apollo 11, è il primo uomo a mettere piede sul nostro satellite. Dopo questo evento, si segnalano altri quattro atterraggi lunari. Tuttavia, sia a livello mediatico che politico, nei primi anni ’70 l’interesse verso lo spazio diminuisce e la corsa, di pari passo con la distensione della guerra fredda, rallenta.

Il nuovo apice della guerra fredda dei primi anni '80

Lo scenario cambia nuovamente tra il 1978 e il 1980. In questo biennio accadono eventi in grado di condizionare il corso della guerra fredda. Nell’ottobre del 1978 viene eletto come nuovo Pontefice Giovanni Paolo II, primo Papa polacco della storia e sovrano della Chiesa proveniente quindi da oltre la cortina di ferro. L’anno dopo l’Urss invade l’Afghanistan e si immerge in una guerra destinata a essere ricordata come fallimentare per Mosca. Nel 1980 invece viene eletto alla presidenza degli Stati Uniti il repubblicano Ronald Reagan, fautore di una più vigorosa ripresa del confronto con l’Unione Sovietica.

Il nuovo leader statunitense alla dottrina Truman relativa al contenimento, aggiunge la sua personale di dottrina che parla anche del diritto di sovvertire i governi filo comunisti nel mondo. Un elemento che sta alla base della “giustificazione” della vendita delle armi ai gruppi islamisti in lotta contro i sovietici in Afghanistan oppure ai gruppi cosiddetti “contras” in Nicaragua, i quali si oppongono ai rivoluzionari sandinisti. L’attivismo anti Mosca di Reagan è ben presente in sud America, dove la Casa Bianca conferma la strategia attuata già negli anni ’70 di appoggio ai regimi militari sorti in buona parte dei Paesi del continente in funzione anti socialista.

Il presidente Usa aumenta la spesa militare, costringendo l’Urss a un nuovo importante confronto. Trascinare Mosca in una nuova corsa agli armamenti determina un ulteriore indebolimento dell’Unione Sovietica, già alle prese con una grave crisi economica. A questo si aggiunge uno stallo politico successivo alla morte, avvenuta nel 1982, del leader Leonid Breznev, in sella al Cremlino dal 1966. I suoi successori non sono in grado di dare stabilità al Partito Comunista (Pcus) e delle istituzioni. La dottrina Reagan, in cui l’Urss viene definita come “impero del male”, va avanti lungo tutto il corso degli anni ’80.

La perestroika di Gorbacev del 1987

Nel 1985 il Partito Comunista Sovietico fatica a trovare stabilità. Dopo Breznev vengono eletti quali segretari Jurij Andropov e Kostantin Cernenko, entrambi deceduti poco dopo aver preso possesso della guida del partito e del Paese. L’11 marzo del 1985 gli organi supremi del Pcus decidono di attuare una svolta eleggendo Michail Gorbacev. Più giovane dei predecessori, la sua scalata rappresenta un salto generazionale tra i leader dell’Urss. La situazione che eredita è disastrosa: le spese militari assorbono il 25% del Pil, l’economia fortemente dipendente dalle esportazioni di gas e petrolio è in una fase stagnante senza precedenti a causa del calo dei prezzi del greggio.

Gorbacev decide quindi di provare a dare una sterzata alla situazione. Nel 1987 il leader sovietico lancia un termine destinato a diventare famoso anche in occidente: perestrojka. Traducibile con “ristrutturazione”, con questa parola Gorbacev indica una serie di programmi di riforme economiche volte a superare il sistema fino ad allora vigente. Viene riconosciuta la proprietà privata a determinate categorie di imprese e si apre alla possibilità di ricevere investimenti stranieri.

Al fianco delle riforme economiche si provano ad attuare anche riforme politiche e sociali. Si riorganizzano infatti i ministeri, vengono lanciate campagne anti corruzione e si inizia a introdurre maggiore libertà di stampa. Al fianco del termine perestrojka diventa famoso anche il termine “glasnost”, traducibile con “apertura”. Le riforme tuttavia non sortiscono gli effetti sperati. Da un lato per l’opposizione dei più conservatori all’interno del partito, dall’altro perché l’Urss si rivela ancora non pronta ad assorbire massicci cambiamenti. Mosca di fatto diventa ancora più debole e questo apre la strada alla fase finale della guerra fredda.

La distensione tra i due blocchi e l'inizio della fine della guerra fredda

L’arrivo al potere di Gorbacev coincide subito con una maggiore distensione con gli Usa. Il primo incontro tra il leader sovietico e Ronald Reagan avviene già nel 1985 a Ginevra. Si aprono negoziati per la riduzione degli armamenti nucleari, denominati poi “Start”, i quali non sortiscono inizialmente effetto ma che portano le due parti a incontrarsi più volte nel corso degli anni. Un primo risultato tangibile in tal senso si ha con la firma a Washington del trattato Inf, avvenuto al termine di uno storico bilaterale negli Usa tra Gorbacev e Reagan. Con questo documento le due superpotenze si impegnano all’eliminazione di tutti i missili balistici e da crociera lanciati da terra con armi nucleari con gittate tra i 500 e i 5 500 chilometri e le loro relative infrastrutture.

Le riforme di Gorbacev in Unione Sovietica e la sua popolarità assunta anche agli occhi dell’opinione pubblica occidentale facilitano il disgelo. Nel 1988 si ha la storica visita di Reagan a Mosca, tre anni più tardi il suo successore, George Bush, sigla con Gorbacev il trattato Start I con il quale si decide lo smantellamento di migliaia di testate nucleari. La guerra fredda appare oramai agli sgoccioli.

La caduta del muro di Berlino del 1989

Ad accelerare la fine del confronto tra i due blocchi sono le proteste che avvengono nel 1989 nei Paesi filo sovietici. Già nel 1983 in Polonia, patria di Giovanni Paolo II, si hanno primi scioperi contro il sistema comunista. Ma è per l’appunto nel 1989 che cade l’impalcatura del trattato di Varsavia. Tutto parte ancora una volta dalla Polonia: il 4 giugno vengono organizzate elezioni multipartitiche a cui partecipa anche la formazione Solidarnosc, fondata durante i moti del 1983. A seguito delle consultazioni viene dato vita al primo governo non comunista del secondo dopoguerra.

Sulla scia dell’esperienza polacca, anche in Ungheria si rompe il monopolio dei comunisti al potere. Viene formato, nell’estate del 1989, un nuovo governo riformista che il 23 agosto decide di aprire le frontiere. A ottobre il partito comunista si trasforma in socialista e viene approvata una riforma che concede elezioni multipartitiche. Mosca non interviene né in Polonia e né in Ungheria, oramai di fatto staccate dalla propria orbita. L’apertura delle frontiere ungheresi determina un’ondata di profughi dalla Germania Est tramite il territorio austriaco. La pressione migratoria è tale che, anche per via delle proteste sorte nelle principali città tedesche orientali, il governo locale è costretto ad aprire le frontiere.

Il 9 novembre, durante una conferenza stampa, un membro del comitato del partito della Germania Est rende pubblica l’apertura dei valichi con effetto immediato. Un’affermazione ascoltata in diretta tv che spinge molti berlinesi dell’est a recarsi attorno al muro costruito nel 1961 per entrare nella parte occidentale. In migliaia riescono a passare il confine e di fatto cade così il simbolo della guerra fredda.

La fine del muro di Berlino ovviamente accelerare ulteriormente gli eventi. In Germania Est, da qui a breve, si organizzano elezioni multipartitiche e si apre la strada alla riunificazione, avvenuta l’anno successivo. In Cecoslovacchia scoppiano proteste nel novembre 1989 culminate poi con la nomina di un governo non comunista. Proteste vengono segnalate anche in Bulgaria sul finire dell’anno. L’ultimo Paese comunista a cadere è la Romania guidata da Nicolae Ceausescu, al potere dagli anni ’60 e fautore di una politica apparentemente autonoma dall’Urss. Le proteste sconvolgono il Paese e il 25 dicembre 1989 l’esercito decide di esautorare e giustiziare il leader rumeno. In tal modo di fatto la cortina di ferro di influenza sovietica non esiste più.

La fine dell'Unione Sovietica

Il Patto di Varsavia viene formalmente sciolto nel marzo del 1991. Anche sulla carta quindi da quel momento viene a mancare la forza antagonista alla Nato. L’Urss, senza più i suoi Paesi satelliti e con riforme mai decollate, sembra vacillare. Mosca non si oppone all’intervento Usa contro l’Iraq di Saddam Hussein nel gennaio 1991, certificando ulteriormente la fine della contrapposizione tra due blocchi e due superpotenze. Il mondo sovietico termina del tutto nella seconda parte dell’anno. Ad agosto viene tentato un colpo di Stato contro Gorbacev. Ma le velleità golpiste falliscono.

Tuttavia il leader sovietico appare estremamente indebolito, anche perché alcune repubbliche salutano la federazione. A Mosca il presidente della repubblica russa, Boris Eltsin, prende il sopravvento e mette al bando il partito comunista. L’8 dicembre la Russia, assieme alle repubbliche di Ucraina e Bielorussia, dà vita a un accordo che di fatto sancisce lo smembramento dell’Urss. Il 12 dicembre è la stessa repubblica russa a ritirarsi dalla federazione. Gorbacev, oramai isolato, il 25 dicembre 1991 si dimette dalla carica di segretario del partito e il giorno dopo il comitato supremo scioglie definitivamente l’Unione Sovietica. La bandiera rossa viene quindi ammainata dal Cremlino e l’eredità politica passa alla Russia di Boris Eltsin. Gli storici individuano in questo momento la fine definitiva della guerra fredda.

·        La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

Alessandro Sallusti contro Beppe Grillo, "risposte cretine a domande intelligenti": sì alla pace, no al suicidio. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 27 aprile 2022.

Durante i dibattiti cui partecipo, spesso sento dire agli interlocutori che la pensano diversamente da me una frase che sta diventando un mantra: «Ma insomma, sarà possibile o no porsi delle domande?». Certo che è possibile, anzi porsi domande non solo è utile ma necessario. E infatti le mie contestazioni alle loro tesi non riguardano le domande bensì le risposte che si danno, il più delle volte strampalate, retoriche o banali teorie di buoni propositi. Per esempio la domanda che ieri si è posto Beppe Grillo su come evitare la Terza Guerra mondiale è ovviamente legittima. Ma se la risposta che lui dà è: «Disarmiamoci, aboliamo i nostri eserciti come ha fatto il Costa Rica», ecco che la tragedia assume i contorni della farsa e non penso proprio che questo sia il momento di sparare castronerie.

La ricetta di Grillo è vecchia come il mondo, addirittura ci aveva pensato il buon Dio - ben prima dell'apparire dei Cinque Stelle - quando in uno slancio di malriposta fiducia nelle sue creature collocò il primo uomo, Adamo, e la prima donna, Eva, nel giardino dell'Eden perché l'umanità vivesse in armonia con se stessa e con la natura. Non aveva, il Creatore, previsto che Eva avrebbe mangiato la mela proibita e quindi la storia dell'uomo andò diversamente. Disarmare l'Italia, l'Europa, o addirittura il mondo intero, è una idea geniale che però non tiene conto del peccato originale, quindi è una stupidaggine da comico in là con gli anni. I Cinque Stelle del resto sono specialisti a dare risposte cretine a domande intelligenti. Tipo individuare nella "decrescita felice" la soluzione per le ingiustizie sociali, o nel "reddito di cittadinanza" la ricetta economica per abbattere la disoccupazione, nel "no oleodotti" la risposta immediata all'inquinamento, nel "no vaccini" l'arma per vincere la pandemia Covid. "Come mettere fine alla guerra?" è una domanda necessaria, merita risposte forti e immediate che non possono però essere rese o rinunce unilaterali né fondate sui ricatti e sulle menzogne. In attesa quindi che l'umanità rinsavisca teniamoci i nostri eserciti che non si sa mai cosa ci riserva il domani: la storia dell'uomo è disseminata di serpenti.

Grillo il Cinese. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 28 aprile 2022.  

Beppe Grillo si è schierato, finalmente. Non per la Russia, come immaginava qualche anima semplice, ma direttamente per la Cina. Da vero visionario, ha saltato i passaggi intermedi della Storia per gettarsi subito tra le braccia del futuro padrone, lubrificando il proprio blog con un soffietto imbarazzante sulle meraviglie del «pacifico» modello di globalizzazione cinese. Da contrapporre, s’ intende, a quello guerrafondaio dei sulfurei occidentali che hanno invaso l’Ucraina per interposto russo, così da poter sparare addosso ai russi per interposto ucraino. Purtroppo, il mancato apritore di scatolette di tonno, riciclatosi in collezionista di ecoballe cinesi, è già stato smentito dalla realtà. I suoi pacifici modelli di efficienza hanno sbagliato completamente strategia sul contenimento del Covid e hanno dovuto riconoscere che il loro vaccino era persino più scalcagnato dello Sputnik. Perciò adesso stanno sperimentando a Shanghai una forma piuttosto estensiva di green pass: sigillano i cittadini dentro le case, mettendo i recinti intorno agli edifici, oppure li costringono a dormire direttamente in fabbrica. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensano certi intellettuali nostrani, giustamente sensibili alle ragioni della libertà. Quanto al Grillo folgorato sulla via della Seta, l’unica motivazione plausibile è l’invidia per il collega ucraino. Da quando gli hanno spiegato che l’ex comico Zelensky è il fantoccio di Biden, muore dalla voglia di diventare quello di Xi Jinping.

Fabio Massimo Parenti  per beppegrillo.it il 27 aprile 2022.  

 “I paesi di tutto il mondo sono come i passeggeri a bordo della stessa nave che condividono lo stesso destino. Affinché la nave resista alla tempesta e salpi verso un futuro radioso, tutti i passeggeri devono lavorare insieme. L’idea di buttare qualcuno fuori bordo è semplicemente non accettabile” – Xi Jinping, 21 aprile 2022, Hainan 

Dopo un colpo ben assestato da due anni di pandemia, il mondo è ripiombato in un baratro di crisi e sfide globali simultanee. Dalla competizione geopolitica alla crisi economica, fino allo stravolgimento climatico. 

Si cerca la pace, si vuole a tutti costi la pace, ma la lancetta dell’orologio sembra essere sempre ferma sulle stesse vecchie convinzioni.

Non abbiamo altra strada se non impegnarci ogni giorno nella costruzione dell’unità del genere umano nel pieno rispetto della diversità dei popoli. L’unico obiettivo da perseguire è unire l’umanità in tutte le sue diversità. Al riguardo, la Repubblica popolare cinese sembra fornirci un approccio unico ed efficace per costruire la pace, agendo per la stabilizzazione dei rapporti internazionali. Spogliandoci dalla nostra autoreferenzialità eurocentrica, potremmo allora prendere in prestito le linee guida della politica estera di Beijing: uscire dalla logica dei blocchi, rifiutare le pratiche da nuova guerra fredda e mettere al centro il multilateralismo, il dialogo e la cooperazione. 

La Cina, con l’estensione delle nuove vie della seta a più di 140 paesi, è divenuta la principale promotrice di una globalizzazione inclusiva ed il primo polo economico mondiale senza mai indulgere ad espansione militare, guerre di invasione, strategie di “blocco”, imposizione di modelli. La pace si costruisce con gli scambi culturali, il dialogo e il commercio. Più quest’ultimo cresce, più ci saranno scambi tra persone – i vettori culturali per eccellenza – più aumenterà la conoscenza reciproca e quindi il coordinamento politico necessario alla coesistenza pacifica.

Purtroppo, l’Occidente non sta investendo in piani per l’integrazione tra popoli, paesi, economie, ma sta scegliendo la corsa al riarmo, che può e dev’essere assolutamente fermata. 

I paesi di vecchia industrializzazione teorizzano e praticano la de-globalizzazione, sulla scia degli interessi geostrategici anglosassoni ed in antitesi a quelli europei e mediterranei: separazione e fratturazione del continente euroasiatico – dove non a caso sono occorse tutte le principali guerre degli ultimi decenni – al fine di rivendicare un predominio egemonico globale, erososi ma non esauritosi del tutto. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con le guerre commerciali, a suon di sanzioni unilaterali ed arbitrarie, perché motivate da calcolo politico-strategico e pertanto contrarie ai princìpi dei regimi commerciali e finanziari da loro stessi costruiti. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, con innumerevoli guerre di invasione, guerre per procura, cambiamenti di regime (cioè, colpi di stato), ecc. Lo hanno fatto, e continuano a farlo, aizzando minoranze, gruppi di estremisti, terroristi, usati alla bisogna.

Non controllando più la globalizzazione, i “nostri capi” preferiscono smantellarla, operando a discapito della de-escalation in Ucraina ed a danno dei civili, lanciando invettive, moniti ed insulti, tra uno slogan ed un altro. E’ chiaro che questo non sia un atteggiamento costruttivo, soprattutto in un momento che richiederebbe ben altri toni, approcci, capacità d’analisi e visione strategica nell’interesse dei popoli. 

Ciò premesso, proviamo ad inquadrare il ruolo della Cina nell’attuale crisi e l’inevitabile dialettica con gli Usa. Dopo averla quotidianamente dileggiata e provocata su qualsiasi questione internazionale ed interna, all’improvviso, molti in Occidente hanno invocato la Cina affinché svolgesse un ruolo nelle drammatiche vicende europee. Generali, analisti, giornalisti e, come detto, gli stessi Usa. Questi ultimi vorrebbero che la Cina contribuisse ad isolare la Russia, mentre favoriscono la “sirianizzazione” del conflitto in Ucraina, spingendo l’Europa sull’orlo del baratro, attraverso un’escalation sanzionatoria che tocca più noi che loro. Se la Germania e la Francia, forse, cominciano a prendere le distanze, è un segno chiaro degli errori che stiamo compiendo.

Negli ultimi settant’anni il rapporto statunitense verso Cina e Russia è stato caratterizzato da una continua alternanza tra l’uno e l’altro paese al fine di isolare l’uno o l’altro. Se nella guerra fredda gli Usa avevano portato la Cina dalla loro parte (con il duo Kissinger-Nixon), contribuendo ad isolare l’URSS, in seguito essi hanno tentato di integrare la Russia nell’orbita NATO (tra fine anni Novanta e primi anni Duemila), questa volta tentando di isolare una Cina in ascesa. Le previsioni sono state tuttavia errate e le manovre strategiche ritardatarie e mal concepite. Cina e Russia si sono avvicinate sempre di più negli ultimi venti anni. 

Gli Usa erano convinti che la Cina sarebbe andata incontro a problemi interni e che comunque avrebbe trasformato il proprio sistema politico-economico, emulandoci. Le previsioni sono state tutte fallaci e ciò che speravano non è accaduto, anzi, al contrario, la Cina ha rafforzato il proprio status economico-politico al livello mondiale, perseverando sulla strada di un modello di sviluppo autoctono di socialismo di mercato, seguendo la logica della doppia circolazione, ovverosia la combinazione dialettica tra integrazione internazionale e sviluppo domestico.

L’obiettivo degli Usa è quello di separare l’Europa dalla Russia, dandogli modo di rinvigorire la loro influenza sul vecchio continente ed acquisire più spazio di manovra in Asia. “La gara militare americana con la Cina nel Pacifico definirà il ventunesimo secolo. E la Cina sarà un avversario più formidabile di quanto lo sia mai stata la Russia”, asseriva diciassette anni fa Robert D. Kaplan (si vedano How We Would Fight China, 2005, e The One-Sided War of Ideas With China, 2021). A questo punto è possibile ipotizzare che gli Usa possano dedicarsi ulteriormente alla destabilizzazione della Cina. Almeno a parole Biden dice di non cercarla, ma viste le azioni di segno opposto messe in campo dagli Usa negli ultimi decenni, la Cina non riesce a fidarsi. Come sintetizzato da una famosa conduttrice televisiva cinese, Liu Xin, sembrerebbe che gli Usa stiano chiedendo alla Cina: “Puoi aiutarmi a combattere il tuo amico in modo che più tardi io possa concentrarmi a combatterti?”

A partire da questa contestualizzazione è possibile capire sia la persistenza delle principali contraddizioni nei rapporti tra le prime potenze economiche del mondo, sia il ruolo della Cina sulla questione ucraina. La Cina continua a suggerire di lavorare insieme per ricostruire un regime di sicurezza regionale sostenibile in Europa e nel mondo (è di questi giorni anche la proposta di una “Iniziativa sulla Sicurezza Globale”, centrata sul dialogo, la consultazione costante ed aderente ai principi della carta dell’Onu). Quindi, da questo punto di vista, la Repubblica popolare è in linea totale con quella che dovrebbe essere la priorità dell’Europa, dei suoi popoli. 

La Cina sta giocando un ruolo di relativa equidistanza e non seguirà ciecamente quel mondo “liberal-democratico” che ogni santo giorno l’ha aspramente criticata e provocata per la gestione dei suoi affari interni ed internazionali. Non c’è una soluzione facile, veloce ed a buon mercato alla risoluzione di problemi storico-politici e geostrategici accumulatisi nel tempo. In questo contesto la proposta cinese sembra essere la più equilibrata ed in linea con un approccio pacifico alle relazioni internazionali, perché tiene conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, dando forma ad un pragmatismo orientato alla pace, più ampio, responsabile e non manicheo.

In ultima istanza, la Cina continuerà a rafforzare l’amicizia di ferro con la Russia, traendone eventualmente vantaggio a medio-breve termine, per motivi economici ed energetici, ma non potrebbe mai accettare una destabilizzazione del vicino russo, come Washington auspica, ovvero un cambio di regime. Oltre ad inviare aiuti umanitari, la Cina sta rispondendo in modo risoluto alle pressioni americane per isolare la Russia, chiedendo spiegazioni, ad esempio, sui programmi militari batteriologici in Ucraina e nel mondo, e chiedendo di non favorire, con armi, denari e attività di intelligence, un’escalation del conflitto. 

Solo con uno sforzo collettivo di inquadramento geo-storico dell’attuale crisi, su concause, corresponsabilità e tendenze strutturali di cambiamento del sistema-mondo, sarà possibile trovare soluzioni efficaci di lungo termine, al fine di evitare il riprodursi di sempre nuovi conflitti, come fossimo condannati ad una guerra fredda permanente. Tuttavia, dobbiamo volere la pace, non solo per l’Ucraina, ma per tutti i paesi e le regioni del mondo ancora vittime della iper-competitività strategica del sistema US-Nato.

Una reale pacificazione delle relazioni internazionali esige il rispetto reciproco, il dialogo, la cooperazione economica e la risoluzione delle tensioni esistenti per via esclusivamente diplomatica, rifiutando categoricamente qualsivoglia imposizione di un unico modello a tutti. A questo punto si tratterà di capire quale sarà l’entità del danno generato dalla volontà dell’Occidente di rimanere l’unico polo dominante. Indubbiamente, la crisi ucraina è un banco di prova che solleva grande preoccupazione. 

Se guardiamo alla destabilizzazione globale generata nei decenni dall’egemone in declino e dai suoi più stretti alleati, non possiamo non prendere in considerazione che un mondo più influenzato dalla Cina potrebbe essere caratterizzato da maggiore cooperazione e minore competizione. Ed il principio del rispetto reciproco tra i diversi sistemi politici, che oggi non è soddisfatto, potrebbe divenire una pietra angolare delle relazioni internazionali.

L’AUTORE. Fabio Massimo Parenti è attualmente Foreign Associate Professor di Economia Politica Internazionale alla China Foreign Affairs University, Beijing. Ha insegnato anche in Italia, Messico, Stati Uniti e Marocco. È membro del think tank CCERRI, Zhengzhou, di EURISPES – Laboratorio BRICS e del comitato scientifico dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) a Roma. Il suo ultimo libro è “La via cinese, sfida per un futuro condiviso” (Meltemi 2021).

Tonia Mastrobuoni per "la Repubblica" l'8 febbraio 2022.

Nei giorni scorsi, mentre Vladimir Putin stava mandando l'ennesimo battaglione sulla frontiera con l'Ucraina, l'ex cancelliere Gerhard Schroeder si indignava pubblicamente per il «tintinnar di sciabole » proveniente da Kiev. Surreale, per il resto del mondo. Ordinaria amministrazione per chi segue da vicino le tormentate contorsioni dell'ex politico socialdemocratico che quasi due decenni fa chiuse l'accordo con il Cremlino per il più controverso gasdotto del mondo: Nord Stream 2. 

Da quando ha perso le elezioni contro Angela Merkel, nel 2005, Schroeder si è fatto catapultare nel board della società che gestisce il gasdotto russo-tedesco e del colosso energetico russo Rosneft ed è diventato il più potente lobbista di Putin in Europa. Tanto che tempo fa il quotidiano più atlantista della Germania, la Bild, chiese che gli venisse persino negata la definizione di "Altkanzler", di ex cancelliere.

Ma da venerdì scorso, quando si è diffusa la notizia che Schroeder è candidato per il Consiglio di sorveglianza del grimaldello geopolitico di Putin per eccellenza, Gazprom, i mormorii in Germania contro Schroeder si sono trasformati in grida scandalizzate. Il capo della Cdu, Friedrich Merz, lo ha accusato di aver «perso ogni senso del pudore». E per il responsabile Difesa dei bavaresi della Csu, Florian Hahn, «non può incassare soldi da Gazprom e dallo Stato tedesco contemporaneamente ». Persino dalla maggioranza "semaforo" che sostiene il governo Scholz sono arrivati segnali di irritazione. 

La presidente della Commissione Difesa del Bundestag, Marie- Agnes Strack-Zimmermann (Fdp) si è associata alla richiesta dell'opposizione che a Schroeder vengano tolti tutti i privilegi da ex cancelliere. E una protesta analoga è arrivata anche dall'Associazione dei contribuenti tedesca, che pretende che gli vengano tolti l'ufficio e la scorta. Una spesa da 500mila euro all'anno che si aggiunge alla sua pensione da ex governatore della Bassa Sassonia (8.700 euro al mese); una spesa pubblica ritenuta incompatibile con il suo ruolo di «lobbista degli interessi economici russi». 

Ma la Spd continua a spaccarsi su Schroeder, a evitare ogni attacco pubblico contro l'uomo che varò l'Agenda 2010 e che negli Anni 2000 ebbe il coraggio di sfilarsi dalla "coalizione dei volenterosi" messa insieme da George W. Bush che sostenne le guerre in Afghanistan e Iraq. Schroeder è stato in grado, in questi decenni, di costruire una solida rete di sostenitori, in Germania. 

Nella regione dove sfocia Nord Stream 2, il Meclemburgo-Pomerania, tutti gli uomini più influenti intorno alla governatrice Manuela Schwesig - indefessa sostenitrice del gasdotto - sono ex consiglieri e collaboratori di Schroeder. E uno di loro, Dieter Haller, era stato nominato ai vertici di Gas for Europe, l'azienda proprietaria del pezzo di gasdotto tedesco che dovrebbe convincere le Autorità delle reti tedesche ed europee della sua indipendenza dalla russa Gazprom. Ma, racconta la Faz , il ministero degli Esteri ha posto un veto.

Anche i vertici della Spd sembrano ancora legati a Schroeder, a partire dal presidente Lars Klingbeil, ex pupillo del futuro consigliere Gazprom, che nelle scorse settimane si è sentito costretto a tematizzare il nodo dei rapporti russo-ucraini in una riunione del partito. E intanto il capogruppo Rolf Mützenich, esponente dell'ala sinistra, ha ragionato pubblicamente su alternative alla Nato. Mentre il segretario generale Kevin Kühnert, con 100mila soldati russi alla frontiera ucraina, continua a parlare di un «conflitto provocato dalle parole».

Concetto Vecchio per "la Repubblica" l'8 febbraio 2022. 

«Ci sono aree del mondo che senza un pizzico di autoritarismo collasserebbero. La Russia è tra queste» sostiene Vito Petrocelli, un passato nell'estrema sinistra, oggi il presidente M5S della Commissione Esteri al Senato. È noto per definirsi filo cinese. E Putin? «Non è un campione di democrazia, però» Però? «Non è giusto giudicarlo con lenti esageratamente occidentali: quelli che lo criticano, come gli americani, hanno le loro belle gatte da pelare».

Petrocelli, che oggi farà da padrone di casa, quando i ministri Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio terranno le loro audizioni in Parlamento, ha incontrato gli ambasciatori di Russia e Ucraina. Dice: «Sono gli ucraini a chiedere agli occidentali di moderare i toni, del resto l'establishment non crede all'invasione». «Diciamo le cose come stanno: l'integrità territoriale dell'Ucraina va preservata, ma se entra a fare parte della Nato i russi si ritroveranno con le basi missilistiche a 400 chilometri da Mosca. Va evitato se non vogliamo una guerra» argomenta il leghista Paolo Grimoldi, capodelegazione dei parlamentari all'Osce, ex segretario del partito in Lombardia.

Sono due voci di un mondo politico composito e sotterraneo, che attraversa Lega, Fratelli d'Italia, pezzi di M5S ed ex grillini, e che si può definire, per complesse ragioni, filo russo. «Rivelano un atteggiamento prono. Non capiscono che Putin è cambiato e l'Occidente si è indebolito», critica le loro posizioni un autorevole esponente del Pd. La Lega è il fronte più avanzato di questo sentimento. I suoi guardano alla Russia per fascinazione autoritaria, per gusto verso l'uomo forte. Per uno come Petrocelli il posizionamento è invece più legato alla storia dell'Unione sovietica.

Poi c'è Giuseppe Conte, che ha sostenuto non a caso l'idea di Matteo Salvini di candidare al Colle il presidente del Consiglio di Stato, Franco Frattini, le cui simpatie filo Mosca non sono un mistero. Nel M5S molte cose sono cambiate dall'inizio della legislatura a trazione sovranista. Luigi Di Maio è ormai saldamente atlantista. E anche un altro pro Russia, Manlio Di Stefano, ha abbassato i toni. Nella Lega no. 

Un esponente come il deputato veronese Vito Comencini coltiva rapporti continui con la Crimea. Grimoldi, che ha un profilo Twitter dove predica la castrazione chimica per i pedofili, è dell'idea che in caso di conflitto «l'Ucraina non reggerebbe, perché da Kiev a Donetsk sono russi: avrebbero problemi di tenuta interna ». Bisognerà vedere che posizione terrà oggi la Lega in Parlamento, e sei i due ministri diranno qualcosa a proposito della richiesta Nato di inviare nel caso altre truppe nei Paesi baltici e in Romania.

Nel centrodestra, si sa, Silvio Berlusconi vanta un legame personale da sempre con Putin. Nei suoi viaggi in passato lo ha sempre accompagnato Valentino Valentini, deputato di Forza Italia, che nel 2005 fu insignito dal leader russo dell'Ordine di Lomonosov. Nel matrimonio in crisi tra Lega Fratelli d'Italia l'asse con Mosca di entrambi rimane saldo. Guido Crosetto, candidato da Giorgia Meloni al Quirinale, ha fatto un tweet per dire che la cosa «più stupida che l'Occidente (in primis l'Europa) può fare è spingere la Russia verso Pechino. Mi pare ci stia riuscendo ». Al telefono precisa: «La mia posizione è perfettamente filo occidentale, se non dialoghiamo materie prime, essenziali per la transizione ecologica, finiranno in mani cinesi». 

Che brutta scena...L’incontro tra Putin e gli imprenditori italiani è stata un’operazione inaccettabile. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista il 28 Gennaio 2022. 

Tutte le previsioni ottimistiche fatte fra il 1989 e il 1991 in seguito al crollo del comunismo in Russia e nei paesi dell’est europeo sono risultate del tutto sbagliate. Non parliamo dell’Italia dove, invece di nascere un grande partito socialdemocratico come avevano auspicato i miglioristi del Pci e, anche con notevoli differenze, Craxi, Formica, Signorile, Manca (invece Martelli aveva aderito al nuovismo moralista e neoliberista di Occhetto e di Veltroni), successe esattamente il contrario: con l’aiuto decisivo di una parte della magistratura, gli eredi del PCI rasero al suolo il PSI e, se non fosse stato per Berlusconi, avrebbero conquistato il potere politico (mentre quello economico è ritornato interamente nelle mani dei “padroni” vecchi e nuovi).

A livello mondiale anche le interpretazioni più caute di un famoso saggio di Fukuyama che prevedeva la definitiva vittoria del libero mercato e della liberaldemocrazia sono risultate smentite dai fatti. In primo luogo, anche grazie alla catena di errori fatti nel Medio Oriente da tutti i presidenti americani, da Bush jr. a Obama, per non parlare di Trump, è esploso un fondamentalismo islamico con due varianti terroristiche (Al-Qaeda e Daesh) che, a partire dall’attentato delle Torri di New York, ha dato il segno che era capace di colpire gli USA al cuore. Ma, al di là del terrorismo islamico e dalla sua “geometrica potenza”, sono emersi su un altro piano problemi di grande rilievo. Per un verso il capitalismo, sul terreno dei rapporti di produzione, ha prevalso in tutto il mondo, ma con varianti tali che vanificano le sue apparenti vittorie “sistemiche”.

Infatti anche in Cina c’è una sorta di capitalismo selvaggio, fondato su grandi, medie e piccole imprese che però tutte rispondono ad uno Stato ferreamente comunista, ma anche ferreamente imperialista come testimoniano due tendenze, quella alla riconquista politico-militare delle aree originariamente “cinesi” come è avvenuto a Hong Kong e come Xi Jinping vorrebbe realizzare a Taiwan; poi c’è una versione economica di questo imperialismo che si è espresso nella nuova via della Seta, che sta investendo l’Africa, le più varie zone del mondo e che ha perfino sfiorato l’Italia ai tempi dell’improvvido governo Conte 1, durante il quale sul piano internazionale l’Italia è stata allo sbando, fra le tendenze filo russe, filo cinesi, filo venezuelane che passavano attraverso il Movimento 5 stelle e la Lega di Salvini. Comunque gli USA a suo tempo non hanno capito quasi nulla della Cina reale per cui hanno dato via libera al WTO e così la Cina è entrata nel cuore del commercio internazionale e della globalizzazione non rispettando nessuna regola riguardante il mercato e la concorrenza per cui le sue imprese hanno colpito al cuore molte aziende manifatturiere statunitensi, inglesi, europee con conseguenze politiche devastanti, perché in parte il sovranismo, il populismo, l’esplosione dell’estrema destra derivano proprio da qui.

Ma le carenze non si sono fermate a questo punto. Anche se è caduto il comunismo in Russia e nell’Europa dell’est tuttavia la contestazione dell’Occidente e dei suoi valori di libertà in nome di autoritarismi di vario tipo è molto estesa e in parte anche coordinata e va dalla Cina, alla Russia, a Erdogan, a una miriade di Stati reazionari che non esitano a usare in ogni occasione le armi. In questo quadro guai a sottovalutare Putin (che sul piano politico in Italia gode di forti rapporti politici con Berlusconi e con la Lega di Salvini). Putin è un cultore della grande Russia, sia nella sua versione zarista, sia in quella comunista, tant’è che i suoi punti di riferimento sono Pietro Il Grande, Ivan Il Terribile e Giuseppe Stalin. Putin è stato il primo a capire tutte le potenzialità politiche dell’uso di internet per penetrare e destabilizzare le democrazie occidentali: lo ha fatto nei confronti di Brexit, del referendum spagnolo, specialmente nelle elezioni americane del 2016, lo sta facendo sostenendo i gruppi paranazisti in Germania e adesso cavalca i no vax.

Ovviamente c’è anche uno spregiudicato uso della leva economica. Allo stato c’è una profonda asimmetria rispetto all’Occidente nella quale prevalgono largamente le tendenze pacifiste. Invece da parte della Cina, ma specialmente da parte della Russia la diplomazia è combinata insieme alle lusinghe economiche e a due tipi di interventi militari, quello diretto e quello indiretto attraverso i mercenari delle brigate Wagner. Alla luce di tutto ciò il recente incontro fra Putin e 16 imprenditori italiani grandi, piccoli e medi è stata un’operazione del tutto inaccettabile che ha messo in evidenza la condizione di subalternità e di soggezione di pezzi cospicui del mondo imprenditoriale: incredibile la partecipazione dell’amministratore delegato di Enel Francesco Starace. Di conseguenza è molto importante lo stretto raccordo fra gli USA, l’Unione europea, la NATO e un’auspicabile difesa europea.

È augurabile che sia a livello governativo, sia a livello del centrodestra e del centrosinistra prevalgano le forze che si riconoscono nei valori liberali e garantisti dell’Occidente. L’esito dello scontro è tutt’altro che scontato perché, come abbiamo visto anche in occasione dell’incontro fra Putin e gli imprenditori, in Italia il “partito russo” è molto forte.

Rispetto alla vicenda oggi in corso c’è un elemento francamente grottesco: la Russia che sta intervenendo in Africa con i mercenari della Wagner e che sta ammassando truppe al confine con l’Ucraina accusa l’Occidente di “frenesia militare”: come si vede la famosa favola di Fedro ha molte varianti. Fabrizio Cicchitto 

Gli Usa minacciano sanzioni personali al leader russo. Ucraina, gli imprenditori italiani incontrano Putin: lo Zar punta a rompere il fronte occidentale. Andrea Lagatta su Il Riformista il 26 Gennaio 2022. 

Mentre il mondo della politica italiana è dentro la bolla quirinalizia, la crisi ucraina fa il suo ingresso nell’incontro degli imprenditori italiani con il presidente russo Vladimir Putin che oggi si tiene in videoconferenza: sul tavolo, la volontà di potenziare i rapporti commerciali bilaterali, in materia di energia, industria, finanza e tecnologia verde.

Il dialogo ha causato qualche mal di pancia a Palazzo Chigi, che aveva chiesto alla Camera di commercio di annullare l’incontro oppure di evitare la presenza degli amministratori delegati delle aziende partecipate dallo Stato. Al forfait di Descalzi di Eni e Alverà di Snam, è seguito invece la conferma di imprenditori italiani come Tronchetti Provera di Pirelli, Francesco Starace di Enel, Galateri di Genola di Generali, Orcel del gruppo bancario UniCredit e l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Ma la lista è lunga e prevede la partecipazione di almeno 16 realtà imprenditoriali italiane.

Tra preoccupazioni e stato di allerta, il Cremlino rassicura: l’incontro odierno con gli imprenditori italiani “non ha a che fare con ciò che sta accadendo in Ucraina e le sanzioni contro la Russia”. Il meeting, sottolinea il portavoce del Cremlino Sergiei Peskov, fa parte di una serie di incontri di natura sistemica, a cui partecipano anche le grandi imprese provenienti da altri Paesi.

Soddisfatto il leader russo Putin, che sottolinea come, nonostante l’instabile situazione dell’economia globale a causa della pandemia, Russia e Italia siano riuscite a mantenere la cooperazione economica ad alto livello. Infatti, l’Italia e la Russia intrattengono legami commerciali da tempo, da quando l’ex premier italiano Silvio Berlusconi vantava nel 2020 un solido rapporto di amicizia con il leader russo Putin.

Un’amicizia che ha portato i suoi frutti: i volumi degli scambi tra Roma e Mosca sono cresciuti del 54% su base annua da gennaio a novembre 2021 per un valore di 27,5 miliardi di dollari.

Ma secondo il portavoce del Cremlino non sono arrivate da Roma raccomandazioni agli imprenditori italiani affinché disertassero l’incontro con il presidente russo Vladimir Putin. Secondo quanto riporta il Financial Times, la data dell’evento, organizzato dalla Camera di Commercio Italia-Russia e dal Comitato Affari Italo-Russo, è stata concordata a novembre all’insaputa della Farnesina. Alla testata britannica, un funzionario del governo italiano ha affermato che l’evento fa parte di “un’iniziativa privata che non prevede la partecipazione di personalità legate alle istituzioni pubbliche”.

Molti analisti, tra cui il direttore di Limes Lucio Caracciolo, infatti ritengono che l’incontro sia finalizzato a mantenere i canali commerciali aperti anche in caso di sanzioni economiche, che avrebbero un impatto negativo sull’economia italiana e sulle imprese italiane che commerciano con la Russia.

Gli Usa, che paventano la minaccia di sanzioni personali al leader russo oltre allo stop del dollaro e alla valutazioni di un blocco delle esportazioni di beni tecnologici verso Mosca, osservano con attenzione i movimenti dell’Italia. Dalla Farnesina si alza il vento atlantista, per riscaldare i cuori statunitensi. “L’azione dell’Italia è fermamente volta a favorire una soluzione diplomatica e una de-escalation delle tensioni”, ribadisce il ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio, riprendendo il leit motiv della riunione dei 27 ministri degli Esteri a Bruxelles lunedì –  a cui ha partecipato anche in presenza video il segretario di Stato Usa Blinken – sull’adozione della via diplomatica.

La de-escalation delle tensioni è la via maestra che le diverse capitali Ue vogliono percorrere, consapevoli che le sanzioni alla Russia avranno conseguenze nei Paesi europei più che negli Usa. Su questa linea si muovono Parigi e Berlino, che ribadiscono l’importanza di un dialogo con Mosca. Tesi che sarà portata sul tavolo attorno a cui si riuniranno oggi gli sherpa del “Formato Normandia”: Russia, Ucraina, Germania e Francia.

Il presidente francese Emmanuel Macron è volato ieri a Berlino per incontrare il cancelliero tedesco Olaf Scholz: i due hanno ribadito che in caso di attacco all’Ucraina, la Russia pagherà gravi conseguenze. Ma senza precisare quali. A frenare un’azione tedesca è il gasdotto Nord Stream 2 che, nonostante l’opposizione in casa Cdu, Scholz continua a etichettarlo come un “affare privato”. La prudenza – o l’inazione – di Berlino è un problema per gli alleati americani ed europei. Washington, che continua a inviare armamenti a Kiev, è preoccupata per l’assenza di linea comune dei 27 paesi dell’Ue.

Parigi sembra quindi voler guidare e sedare la tensione attraverso la riunione del Formato Normandia. Macron cercherà di farlo durante una conversazione telefonica con il presidente russo Putin il prossimo venerdì.

Nel frattempo Kiev prova ad abbassare i toni. Gli stessi ucraini dubitano di un’imminente invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky, ha invitato ieri i cittadini alla calma di fronte ai rapporti allarmanti della stampa straniera. Gli ha fatto eco il suo ministro della Difesa, Oleksii Reznikov, che ha aggiunto in una intervista trasmessa in prima serata che “le forze armate russe non hanno creato unità di attacco tali da fare ritenere imminente un’offensiva“, e che quindi la minaccia non esiste. Almeno per il momento. Ma lo scenario rimane comunque pericoloso. Andrea Lagatta

DA MOSCA CON AMORE. Cosa ci insegna la storia sui (non sempre) “cordiali” rapporti tra Italia e Russia.

MARA MORINI E GABRIELE NATALIZIA su Il Domani il 28 gennaio 2022.

Dopo il recente incontro tra Vladimir Putin e le aziende italiane c’è chi torna a dire che una delle “costanti” della nostra politica estera sarebbe la naturale ricerca di una partnership con Mosca. Ma i fatti raccontano altro

Mercoledì alcune aziende italiane come Pirelli, Generali, Enel, Unicredit e Intesa Sanpaolo hanno incontrato in videconferenza il presidente russo Putin.

L’incontro ha rilanciato la vulgata secondo cui una delle “costanti” della nostra politica estera sarebbe la naturale ricerca di una partnership con Mosca.

In realtà la storia ci dice che nei momenti di stabilità internazionale i rapporti tra Roma e Mosca assumono contorni tendenzialmente cooperativi. Ma quando l’ordine globale entra in crisi, tendono a incrinarsi.

Metti intorno a un tavolo (virtuale) otto ministri russi, il presidente di Rosneft, Vladimir Putin e i vertici di alcuni player economici italiani come Pirelli, Generali, Enel, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Fosse stato Halloween, il meeting organizzato dalla Camera di commercio italo-russa avrebbe potuto essere sintetizzato con il celebre “dolcetto o scherzetto”?

L’intento legittimo delle aziende era quello di difendere o espandere i loro business in Russia. La composizione prevalentemente istituzionale della controparte, tuttavia, fa pensare che questa abbia fiutato anche le forti implicazioni politiche dell’incontro.

Da un lato il suo impatto negativo sull’immagine atlantista dell’Italia, all’indomani della videoconferenza in cui Mario Draghi aveva discusso con gli alleati l’ipotesi di nuove sanzioni per la crisi ucraina. Dall’altro la possibilità di innescare un cortocircuito tra le nostre istituzioni più impegnate sui dossier strategici – presidenza del Consiglio, ministero degli Affari esteri e Copasir – per rallentarne l’azione.

Senza chiamare in ballo teorie che vogliono la politica internazionale come un gioco a somma zero e sussurrano all’uomo di stato di non credere ad amicizie e inimicizie permanenti, sembra comunque necessaria una riflessione sulla vulgata che avvolge le relazioni italo-russe. Secondo cui una delle “costanti” della nostra politica estera sarebbe la naturale ricerca di una partnership con Mosca. È davvero così? L’evidenza aneddotica sconfessa questa generalizzazione. 

IN PACE E IN GUERRA

Tralasciando il Risorgimento, che trovò proprio in San Pietroburgo uno dei suoi più pervicaci antagonisti, o il periodo post unitario, quando l’Impero russo si rivelò sprezzante oppositore dell’ingresso del Regno d’Italia nel “Concerto europeo”, è possibile giungere a conclusioni diverse esaminando la storia del XX e XXI secolo.

Questa ci conferma che nei momenti di stabilità internazionale i rapporti tra Roma e Mosca assumono contorni tendenzialmente cooperativi. Ma quando l’ordine globale entra in crisi, ci dice che essi tendono a incrinarsi.

Di fronte a tale congiuntura, una media potenza come l’Italia non può che allinearsi con un alleato “maggiore”. E se questo si trova sul fronte avverso alla Russia – come accaduto nell’ultimo secolo – anche i nostri rapporti con quest’ultima diventano competitivi.

È quanto accaduto negli anni Venti e nei primi anni Trenta quando, a dispetto delle differenze di regime, le relazioni tra Roma e Mosca conobbero un continuo crescendo. Dal riconoscimento ufficiale dell’Urss da parte dell’Italia fascista (1924), passando per il viaggio a Odessa di Italo Balbo (1929) e i primi accordi con la Fiat (1931), fino al Patto italo-sovietico (1933).

Con il progressivo abbraccio fatale tra Italia e Germania nazista, le relazioni con l’Urss subirono una rapida involuzione. L’adesione dell’Italia al Patto anti Comintern e l’affondamento di alcune imbarcazioni sovietiche nel Mediterraneo da parte dei nostri sottomarini (1937) furono seguite dall’espulsione degli italiani dal Caucaso sovietico, dalla chiusura di tutti i consolati nell’Urss e dal progressivo azzeramento dei rapporti commerciali. La partecipazione italiana all’Operazione Barbarossa (1941) fu, quindi, solo il picco di un climax competitivo.

LA PRIMA FASE DELLA GUERRA FREDDA

Nella prima fase della Guerra fredda l’Italia si ritagliò una certa autonomia nelle relazioni con l’Urss. Alla chiusura della questione dei prigionieri di guerra (1959), seguirono le partnership siglate da Eni e Finsider (1960), l’accordo della Fiat per costruire stabilimenti automobilistici a Togliattigrad (1965) e il contratto di Eni per la fornitura di gas naturale sovietico (1969).

Con la fine della distensione, i rapporti tra Roma e Mosca conobbero un’involuzione. Anticipata dal progetto dell’eurocomunismo del Pci (1975), questa subì un’accelerazione con l’allineamento italiano alla politica dell’amministrazione Carter sugli euromissili (1979), il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca (1980) e la denuncia della presenza di un sottomarino sovietico nel Golfo di Taranto (1982). Il culmine della tensione fu raggiunto con l’installazione dei missili Pershing e Cruise nell’aeroporto militare di Comiso (1983).

Dopo il fatidico triennio 1989-1991, Roma fu tra i principali sponsor dell’integrazione di Mosca nel nuovo ordine internazionale. I buoni uffici tra i due paesi si tradussero nel Trattato di amicizia e cooperazione (1994), risultando consacrate dall’impegno di Silvio Berlusconi per l’istituzione del Consiglio Nato-Russia (2002) e in quello di Romano Prodi per la progettazione di un gasdotto – il South Stream – che avrebbe dovuto collegare Italia e Russia (2006).

Sempre Prodi lavorò per mitigare la volontà americana di promettere esplicitamente a Ucraina e Georgia la membership Nato al vertice di Bucarest (2008), mentre Enrico Letta fu il solo leader europeo a partecipare all’inaugurazione dei giochi olimpici di Sochi nonostante la crisi in Ucraina (2014).

CHIUDERE I RUBINETTI

Gli effetti del fallimento della politica obamiana di reset e della postura revisionista assunta dalla Russia, tuttavia, non tardarono ad arrivare. Roma sostenne le sanzioni per l’annessione illegale della Crimea, a cui Mosca rispose con contro sanzioni e la – non casuale – sospensione del progetto South Stream (2014).

Il Cremlino, inoltre, ha sostenuto in Libia le forze del generale Khalifa Haftar contro il governo di Tripoli appoggiato da Roma, che nel frattempo ha dislocato 140 soldati in Lettonia nell’ambito dell’Enhanced Forward Presence della Nato (2016). Più di recente le relazioni tra i due paesi non sono migliorate.

Dai sospetti di data mining suscitati dall’operazione From Russia with love per l’emergenza Covid-19 (2020), passando per l’arresto di un militare italiano accusato di passare documenti segreti a ufficiali russi (2021), siamo arrivati alla scelta di Roma di aumentare la spesa militare per nuovi sistemi d’arma che sembrano funzionali al contenimento della presenza russa in Siria, Libia e Mali.

Nella crisi Ucraina, il governo italiano si è limitato a ribadire fedeltà alla Nato attraverso le dichiarazioni del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sostiene il formato Normandia per favorire «una de-escalation delle tensioni».

Ma c’è una questione di fondo che frena un maggiore coinvolgimento dell’Italia: la questione energetica. Dopo la Germania, il nostro paese importa il 43,3 per cento (dati del ministero della Transizione ecologica) del gas naturale dalla Russia.

Se, come ha allertato, il leader della Lega Matteo Salvini, Putin chiudesse «i rubinetti del gas», l’Italia avrebbe serie difficoltà perché la sua produzione interna è inferiore al 10 per cento. E così, mentre la ministra degli Esteri tedesca Annalena Barbock ribadisce che nel caso di un’invasione russa il gasdotto Nord Stream 2 non sarebbe attivato, l’Ue ha trovato «inopportuno» l’incontro di Putin con gli imprenditori italiani perché «la Russia cerca di minare le fondamenta della sicurezza in Europa». MARA MORINI E GABRIELE NATALIZIA

Ecco perché la Germania è così prudente con la Russia. Tonia Mastrobuoni su La Repubblica il 30 gennaio 2022.

Insieme all’Italia, è il Paese che dipende di più dal metano che arriva dalla Siberia: in attesa di irrobustire le fonti rinnovabili, avrà ancora bisogno del gas per molti anni. Le enormi contraddizioni su dossier cruciali come la vendita delle armi all’Ucraina o Nordstream 2 indispettiscono gli Usa e irritano Polonia e Paesi baltici, che hanno cominciato ad accusare Berlino di essere un partner inaffidabile.

 Nelle ultime settimane la Germania guidata da Olaf Scholz ha assunto una posizione estremamente cauta con Mosca. Un atteggiamento che ha indispettito gli americani e ha causato una vera e propria insurrezione della Polonia, dei Paesi baltici e della stessa Ucraina, che hanno cominciato ad accusare Berlino di essere un partner inaffidabile. Ma se si vogliono capire le ragioni della prudenza tedesca nei confronti di Mosca, ma anche le enormi contraddizioni su dossier cruciali come la vendita delle armi all’Ucraina o Nordstream 2, non basta addurre il tradizionale pacifismo dei Verdi o la lunga tradizione di dialogo con Mosca della Spd del cancelliere Scholz.

La flotta russa davanti alla Sicilia, l'altro fronte della crisi ucraina. Gianluca Di Feo La Repubblica l'1 febbraio 2022. Gli aerei Nato spiano le sei navi di Mosca partite dal Baltico. Che si muovono in prossimità della portaerei americana Truman.  

Hanno attraversato per sedici giorni i mari tempestosi di un gennaio terribile, salpando dal profondo Nord tra venti così forti da obbligare la formazione a dividersi. Ma neppure la bufera le ha fermate: la flotta da sbarco russa ha varcato Gibilterra e ieri ha cominciato ad attraversare il canale di Sicilia. Sono sei navi, costruite per portare direttamente sulla spiaggia carri armati e fanti: sono in grado di creare una testa di ponte con 60 tank e 1.500

Crisi Ucraina: la Russia, le cause e il patto non scritto con gli Usa. Francesco Battistini e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 31 gennaio 2022.

Il destino dell’Ucraina è contenuto già nel suo nome: in slavo l’espressione «u-craina» significa «al confine» e, nel linguaggio geopolitico, è lo spazio-cuscinetto fra due superpotenze che non deve appartenere a nessuno per garantire gli equilibri strategici. Quando l’Urss collassò, nel 1991, l’Ucraina fu la prima delle repubbliche sovietiche ad andarsene da Mosca. E fu profetico Zbigniew Brzezinski, il consigliere per la sicurezza della Casa Bianca ai tempi di Carter, che avvertì come la nascita dell’Ucraina si sarebbe rivelata «una delle tre grandi svolte del ‘900, dopo la dissoluzione dell’Impero austroungarico e la Cortina di ferro». La tensione di queste settimane tra Russia e Occidente viene da quegli avvenimenti lontani. Ma perché questo Paese — il più grande d’Europa dopo la Russia, esteso quanto Germania e Gran Bretagna messe insieme, con 44 milioni di abitanti (gli stessi della Spagna) – è conteso al punto da riportarci a scenari da Guerra fredda? «La vera linea Est-Ovest passa per l’Ucraina e per le riserve energetiche del Caspio — scrisse qualche anno fa il New York Times —. A Putin interessa possederla, agli Usa controllarla». 

Il patto non scritto Bush-Gorbacëv

Torniamo al 1989. I russi sostengono che dopo la caduta del muro di Berlino ci fu un accordo non scritto fra il leader sovietico, Michail Gorbačëv, e l’allora presidente americano George H. W. Bush: in cambio della riunificazione della Germania e del ritiro delle forze armate di Mosca, la Nato non si sarebbe mai allargata sui Paesi del patto di Varsavia (in quel momento ne facevano parte la Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania), e men che meno alle repubbliche ex sovietiche. È un accordo che gli americani ufficialmente hanno sempre negato. E che durò comunque poco. L’indipendenza dell’Ucraina venne sancita da un referendum il primo dicembre del 1991: esattamente cinque mesi dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia. 

Nel 1993, con la nascita dell’Unione Europea e le prime richieste d’adesione dai Paesi dell’Est, gli Stati Uniti s’inventano il «Partenariato per la Pace», un programma che aggiri i veti russi e avvicini alla Nato non solo i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, ma anche pezzi della vecchia Urss come l’Estonia, la Lettonia e la Lituania. Di più: il presidente americano Bill Clinton chiede a tutti gli europei di fare «una scelta di campo» e che tutti i negoziati per l’ingresso nella Ue, da quel momento, siano preceduti anche da una sostanziale adesione ai princìpi della Nato. La regola non è codificata, ma diventa una prassi, anche perché sono i Paesi stessi a chiedere di far parte dell’Alleanza. È andata così per Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, le tre le repubbliche baltiche, e sta andando allo stesso modo nei Balcani: dall’Albania al Montenegro alla Macedonia. 

Putin: l’Ucraina no!

La Russia post-sovietica e indebolita di Boris Eltsin, subisce negli anni ’90 questo allargamento occidentale. Si negozia su tutto. Si cominciano a progettare le due linee del gasdotto Nord Stream, che dovranno trasportare direttamente il gas russo in Europa, «bypassando» gli ex alleati della Polonia, dei Paesi baltici e dell’Ucraina, ma pure i fedelissimi bielorussi. Perché a Mosca, in quel momento, è più urgente incassare dollari che credito politico. Con l’arrivo di Vladimir Putin cambia tutto. E il primo, deciso «niet» è proprio sull’Ucraina. La linea rossa invalicabile. Kiev era la capitale della terza più grande repubblica dell’Unione sovietica. Il granaio e l’arsenale dell’impero: dava a Mosca un quarto dei cereali, del latte, un terzo del ferro, del carbone e del manganese, il 60% del bitume e dell’antracite, ospitava le centrali e le testate nucleari. La popolazione dell’Ucraina orientale e della Crimea è sempre rimasta in gran parte russa per lingua, mentalità e cultura. Lo scorso luglio Putin ha detto chiaro come la pensa: ucraini, russi e bielorussi nascono dalla stessa radice e devono restare insieme. L’Ucraina, dunque, no. Un suo ingresso nella Nato, al pari di quello della Georgia, diminuirebbe la credibilità strategica e politica della Russia.

Lo scorso luglio Putin ha detto chiaro come la pensa: ucraini, russi e bielorussi nascono dalla stessa radice e devono restare insieme

2008: il rifiuto di Italia Francia Germania

Nel 2004 a Kiev scoppia la Rivoluzione arancione, una rivolta anti-russa e sostenuta dall’Occidente, ed è lì che il Cremlino riesce a far eleggere un suo uomo, Viktor Janukovyč, con un voto che verrà dichiarato truccato: il suo avversario, Viktor Juščenko, viene misteriosamente avvelenato con una dose di diossina. E alla fine d’una disputa sul gas, con Mosca che accusa Kiev di fare la cresta sulle forniture all’Europa che passano per i gasdotti ucraini, è sempre Janukovyč a farsi rieleggere e a spostare il Paese sulle posizioni di Mosca. Il 4 aprile 2008 durante il vertice Nato, convocato a Bucarest, gli Usa fanno pressioni per l’ingresso di Ucraina e Georgia nell’Alleanza, ma non se ne fa nulla a causa dell’opposizione di Italia, Francia e Germania. Romano Prodi, che era presente a quel vertice, ricorda «il vertice fu convocato solo per quello, ma abbiamo detto no, “per ora”, perché avrebbe creato tensioni». E infatti la Georgia, per aver provato ad uscire dall’influenza di Mosca, nell’agosto del 2008 assaggia la prima guerra europea del XXI secolo. La Moldova si trova bloccate le esportazioni in Russia, non appena firma un accordo d’avvicinamento all’Europa. Nel 2014 in Ucraina sarà una nuova sanguinosa sollevazione della capitale a cacciare Janukovyč definitivamente, svelare i piani americani e spingere Putin a una duplice risposta: l’invasione della Crimea e l’annessione della penisola attraverso un referendum presidiato dalle forze d’occupazione; la secessione della regione del Donbass filorusso, sul confine dell’Est, che porterà all’autoproclamazione delle repubbliche di Donetsk e di Lugansk e farà cominciare otto anni d’una lunga guerra civile ancora in corso, con 14 mila morti. 

Chi sta inviando armi

Per bloccare le aspirazioni dell’Ucraina a mettersi sotto la protezione Nato, la Russia ha intensificato l’ammassamento di truppe e mezzi corazzati: 130.000 uomini ai confini del Donbass, più 40 mila dislocati in Bielorussia, oltre che in Moldova e in Transnistria. L’Ucraina chiede aiuto e la risposta arriva con una massiccia fornitura di armi. Una norma Nato vieta l’esportazione in Paesi terzi senza il via libera del produttore: prima di vendere armi tedesche agli ucraini, per dire, l’Estonia deve avere il permesso della Germania (che ha deciso di non darlo). In questo caso la regola non vale più e gli Usa hanno autorizzato Paesi Nato a esportare armi d’ogni tipo. Dagli Usa sono arrivati missili anticarro portatili Javelin a guida infrarossi autonoma e i potenti missili antiaerei (Manpads). Dalla Gran Bretagna armi leggere, anti-armatura, anticarro e personale militare di addestramento. Gli Stati baltici mandano missili anticarro e antiaerei. La Repubblica Ceca armi leggere. Il Canada un contingente di forze speciali. La Danimarca una fregata nel Baltico, più 4 caccia F-16 in Lituania. L’Olanda invierà 2 caccia F-35. La Spagna si è dichiarata pronta a fare la sua parte. La Turchia ha inviato i droni Bayraktar, in grado di combattere e acquisire informazioni. Il rifiuto della Germania è il primo in 70 anni, e ha incrinato il fronte Nato, con Francia e Italia che allo stesso modo non vogliono immischiarsi in una crisi dov’è in ballo la sicurezza energetica europea e importanti rapporti commerciali con la Russia: 25 miliardi di euro di fatturato l’anno per la Germania, 9 per l’Italia. 

Nato: obiettivi da rivedere

Per fermare l’escalation Putin chiede a Washington un impegno scritto: l’Ucraina non entrerà mai nella Nato, nessuna esercitazione Nato lungo i confini russi, niente truppe americane nei paesi Baltici. La risposta di Biden: discutiamo, ma è l’Ucraina a decidere di quale sistema di sicurezza far parte. E in caso d’invasione, ci saranno pesanti sanzioni e le banche russe fuori dal circuito bancario internazionale. 

L’Ucraina è spaccata in due: l’ovest che guarda all’Europa e l’est filorusso. Non può reggere a lungo con una guerra civile che sta coinvolgendo tre regioni del Paese, le miniere di carbone in mano a Mosca e gli investitori che fuggono. Una crisi che mostra l’interesse americano di arrivare sul confine russo, e quello di Putin a preservare la sua autorità politica. Ma rivela anche come la Nato sia un’alleanza da ridefinire, nella natura e negli obiettivi, perché la Guerra fredda è finita e, dall’altra parte, non c’è più un nemico, ma un competitor. Nella stessa visione del presidente americano Biden che conosce molto bene il dossier ucraino – suo figlio Hunter sedeva nel cda del colosso ucraino dell’energia Burisma – sarebbe la Cina il vero nemico. Quella Cina che Putin teme anche più degli europei e degli americani. 

Attore non protagonista. Nella crisi ucraina la Germania è l’anello debole del blocco occidentale. Luigi Daniele su L'Inkiesta il 2 Febbraio 2022.

La reticenza del governo Scholz a parlare di sanzioni in caso di invasione russa e l’impegno minimo sull’invio di armi a Kiev dimostrano le difficoltà di Berlino nel contrastare Mosca. Difficoltà che però riflettono quelle di tutta l’Unione europea, carente di forti strumenti di politica estera comune

Frederick Hodges è un ex generale americano che ha combattuto in Afghanistan e Iraq, e ha poi comandato le forze statunitensi in Europa. Intervistato di ieri da Tonia Mastrobuoni per Repubblica, ha affermato di ritenere che la crisi Ucraina sfocerà in un’invasione russa. Per di più, l’ex militare ha indicato chiaramente nella Germania una dei responsabili di questa sua previsione. A suo dire, infatti, Berlino rappresenta una “crepa” nella risposta occidentale a Mosca, e la prudenza dimostrata nella crisi – ad esempio rifiutandosi di inviare armi a Kiev – ne sta minando la leadership e la credibilità.

Le dichiarazioni di Hodges non sono l’unico caso: sempre ieri, anche Radek Sikorski, ex ministro degli esteri polacco e oggi eurodeputato, ha rilasciato un’intervista allo Spiegel in cui addita la Germania e la Francia come due Paesi largamente responsabili per la situazione, colpevoli di aver spesso negoziato autonomamente con la Russia indebolendo così la linea d’azione comune europea. Sikorsi però riserva le critiche più dure alla Germania, che nel caso della Russia perseguirebbe interessi economici a breve termine.

Si possono ritenere esagerate le parole di Hodges e Sikorski, così come si può essere meno certi del generale americano sull’epilogo che avrà la situazione al confine ucraino, ma è eloquente che nello stesso giorno, su due media di primo piano nei rispettivi Paesi (e nello scenario europeo), escano due interviste in cui si punta il dito sul ruolo di Berlino nel dossier ucraino.

Nelle ultime settimane, infatti, è aumentata moltissimo, agli occhi degli Stati Uniti, così come di diversi attori europei oltre che di molti media, la percezione che la Germania rappresenti l’anello debole del blocco occidentale nella risposta alla Russia sulla crisi ucraina.

Due aspetti più di altri, recentemente, hanno rinforzato questa visione. Prima di tutto, la reticenza del governo Scholz a menzionare esplicitamente alcune sanzioni in caso di invasione. In particolare Nord Stream 2, il discusso gasdotto che dovrebbe portare in Germania gas russo. Da tempo, infatti, il progetto è al centro di attenzioni internazionali. Gli Stati Uniti lo hanno sempre guardato con preoccupazione, arrivando solo pochi mesi fa a un accordo con la Germania che provasse a tutelare vari interessi in gioco e chiedendo come contropartita un diverso atteggiamento con la Cina.

Anche il Parlamento europeo ha menzionato criticamente il progetto in diverse risoluzioni, soprattutto in seguito all’avvelenamento dell’oppositore russo Alexei Navalny. Anche internamente, inoltre, la costruzione di Nord Stream 2 ha avuto dei rivali: i Verdi lo hanno da sempre avversato, sia per questioni ambientali che geopolitiche. Ad oggi, il gasdotto è completato, ma mancano le autorizzazioni finali per farlo entrare in funzione.

Nelle loro dichiarazioni più recenti, sia il Cancelliere Olaf Scholz sia la ministra degli Esteri Annalena Baerbock hanno detto di non escludere nessuna misura tra le sanzioni possibili, facendo intendere che anche Nord Stream è sul tavolo. Ma non è mai stato usato apertamente come arma di negoziazione, e anzi nella Spd sono in molti a sostenere che il progetto ha una valenza esclusivamente economica e che vada quindi tenuto fuori da tensioni geopolitiche.

Anche sull’invio di armi a Kiev la Germania è apparsa timida. Berlino infatti non esporta armi in zone di conflitto o che potrebbero entrarvi, e ha quindi escluso da subito l’invio di armi difensive verso l’Ucraina (a differenza di come hanno fatto altri Paesi, come il Regno Unito che ha fornito l’esercito ucraino armi anticarro).

La settimana scorsa, però, la cosa ha preso pieghe più grottesche: di fronte all’esplicita richiesta di Kiev di ricevere centomila uniformi complete, la Germania ha inviato cinquemila elmetti, accompagnati dalla dichiarazione di Christine Lambrecht, ministra della difesa, secondo cui la cosa costituiva “un chiaro segnale” verso Mosca. La vicenda ha fatto nascere una serie di critiche molto pesanti sui media tedeschi e internazionali, oltre che commenti più apertamente derisori come quello del sindaco di Kiev Vitali Klitschko, che sulla Bild ha chiesto se la prossima volta Berlino prevedesse di inviare cuscini.

Il caso degli elmetti, con le reazioni suscitate, è sembrato a molti paradigmatico della narrazione che vede la Germania impantanata tra la necessità di non rompere il blocco occidentale e la volontà di non mostrarsi troppo aggressiva verso Mosca. La vicenda ucraina, in effetti, chiama in causa la Germania più di altri Paesi.

Con la Russia, da cui è fortemente dipendente per l’approvvigionamento energetico, Berlino ha forti legami economici, e nell’era merkeliana il Paese ha ricoperto il ruolo di uno dei principali interlocutori del Cremlino in Europa, soprattutto in ottica di dialogo con l’alleanza atlantica e con gli Stati Uniti. A ciò, si aggiungono una serie di tensioni interne, con i Länder orientali particolarmente restii a rompere i rapporti con la Russia per questioni culturali ed economiche.

Oggi, però, la tensione tra Russia e Nato potrebbe costringere la Germania a scegliere. Di fronte alla crisi Ucraina, il primo vero compito di Scholz sarà verificare se per Berlino è ancora possibile interpretare il ruolo avuto in precedenza: è ancora possibile una Ostpolitik sul modello merkeliano? Dalla risposta a questa domanda può dipendere se la Germania sarà, in riferimento alla Russia, l’anello debole del gruppo atlantico o il ponte di dialogo.

Ma le debolezze di Berlino evidenziano, in maniera più ampia, le debolezze europee: se i problemi tedeschi sono così evidenti è anche per la mancanza di forti strumenti di politica estera comune a livello europeo, che a Berlino potrebbero fornire una sponda e che permetterebbe di costituire un ulteriore polo geopolitico, che interseca la Nato ma che non coincide con essa e potrebbe giocare un ruolo negoziale non indifferente.

Il governo Scholz, oggi, è chiamato a capire qual è il ruolo geopolitico della sua Germania, ma sul tema si gioca una partita più ampia, che riguarda non solo i rapporti dei Paesi europei con la Russia, ma la volontà, da parte dell’Unione europea, di dotarsi di una vera politica estera in grado di pensare a influire anche nelle crisi extra-Ue, come appunto quella al confine ucraino.

Quel che l’Europa non può mettere in gioco in Ucraina. Erika Antonelli su La Repubblica il 31 gennaio 2022. 

Mentre Usa e Regno Unito minacciano sanzioni alla Russia, Francia, Germania cercano di risolvere la crisi tenendo aperto il dialogo. In ballo ci sono interessi economici ed energetici. All’apice della tensione Enel, Unicredit e Barilla trattano con Putin e provocano una levata di scudi.

La de-escalation tra Russia e Ucraina cercata con il dialogo, nei fatti, non produce risultati. Oggi si riunirà il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante il Cremlino ritenga infondate le preoccupazioni dell’Occidente. Stati Uniti e Gran Bretagna confermano il loro atteggiamento “muscolare” per affrontare le tensioni. Il Congresso americano è pronto ad adottare "la madre di tutte le sanzioni", mentre il Regno Unito, scrive il New York Times, offre di ampliare il dispiegamento di truppe nei Paesi a est. Nessun successo neppure sul fronte di dialogo europeo: dopo otto ore di trattative, i colloqui nel “formato Normandia” tra Russia, Ucraina, Francia e Germania, le posizioni rimangono le stesse. La Germania è neutrale, la Francia si conferma mediatrice centrale e l’Italia è ancora involuta sulle questioni di politica interna.

Al formato Normandia di Parigi, con la presenza del presidente Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz, hanno partecipato anche i consiglieri di capi di Stato e di governo e i rappresentanti dei ministeri degli Esteri di Russia e Ucraina. La linea, spiegata dall’Eliseo e condivisa dai due partner europei, era quella di promuovere la de-escalation «attraverso dialogo e dissuasione». Con una stoccata alla via delle sanzioni, che non possono essere «l’alfa e l’omega di ogni risposta», né tantomeno devono trasformarsi «in ritorsioni che avrebbero un costo anche per noi». Eppure, come emerge dal comunicato congiunto al termine dei colloqui, sbrogliare l’impasse è ancora impossibile: «L’intenzione è rispettare il cessate il fuoco, a prescindere da altre questioni relative all’applicazione degli accordi di Minsk». Ancora nessuna soluzione pratica, il formato Normandia verrà replicato a Berlino tra due settimane.

Lo stesso giorno in cui Macron e Scholz si affannavano a trovare un punto di incontro tra i due Paesi in crisi, alcuni dirigenti italiani – tra cui quelli di Enel, Unicredit e Barilla – incontravano il presidente Putin in video-call. Il primo ministro Mario Draghi aveva chiesto di annullare l’evento, ma c’è stato lo stesso. Nonostante l’attenzione del nostro Paese fosse rivolta soprattutto alle questioni di politica interna, della rielezione di Mattarella si è saputo solo sabato, la video-call è stata criticata dai componenti del Copasir Enrico Borghi (Partito democratico), Federica Dieni (Movimento 5 stelle, vicepresidente del Comitato) ed Elio Vito (Forza Italia). È «singolare che proprio mentre in Europa e negli Stati Uniti cresce la preoccupazione per la situazione ai confini dell’Ucraina, manager di rilevanti società italiane tengano oggi una conference call con dirigenti di importanti società russe e con il presidente stesso», sostengono. Conference call bollata come «inopportuna» anche dall’Unione europea.

«L’Italia – spiega Antonio Villafranca, Direttore della ricerca di Ispi – svolge da sempre un ruolo di mediazione con la Russia, a prescindere dall’orientamento dei governi che si sono succeduti». Nonostante questo, è forte il sospetto che Putin abbia però sfruttato l’occasione per cercare supporto tra i vertici dell’economia italiani, nel caso di un eventuale aumento delle sanzioni. Memore del fatto che proprio il nostro Paese, nel 2014, svolse un ruolo chiave opponendosi a misure punitive troppo severe contro la Russia dopo l’invasione della Crimea. «Il gioco di Putin è da sempre quello del “divide et impera”, e la preoccupazione degli imprenditori di difendere i loro interessi è comprensibile. Ma nonostante le iniziative dei privati e le posizioni diverse, la decisione verrà presa dalla politica», chiarisce l’esperto.

Il vero nodo per evitare lo scontro diretto, dice Villafranca, «è capire quanto l’Europa è disposta a cedere, soprattutto sull’indipendenza dell’Ucraina e sulla continuità territoriale della regione del Donbass». Anche se esiste il rischio che Putin consideri un’invasione anche solo parziale come un ulteriore elemento di pressione per ottenere di più, minacciando l’Europa di chiudere i rubinetti per l’approvvigionamento del gas. Ed è proprio su questo terreno che si snodano gli equilibri tra l’Occidente, in particolare la Germania, e la Russia. Il Paese di Scholz è infatti interessato a proseguire i rapporti diplomatici e a distendere la situazione «anche in nome della sua dipendenza energetica, una posizione da bilanciare con gli interessi della Nato per evitare di venire isolata dagli altri partner», dice Johannes Varwick, Professore di Relazioni internazionali e politica europea all’Università di Halle. La materia del contendere è Nord Stream 2, il gasdotto che – passando attraverso il Mar Baltico – trasporterebbe il gas russo in Germania. L’opera non è ancora attiva e Biden minaccia Putin di bloccarne l’apertura in caso di invasione dell’Ucraina.

La risposta tedesca, però, è molto più morbida. Il Cancelliere fa rassicurazioni piuttosto vaghe, garantendo che «tutto è possibile in caso di aggressione». È lo stesso atteggiamento della ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, che da una parte conferma come le misure punitive contro Putin coinvolgeranno anche il progetto energetico e dall’altra dichiara di voler proseguire il dialogo con Mosca. La crisi attuale è il primo vero banco di prova per il nuovo governo di centro-sinistra, che nonostante i punti di differenza con Angela Merkel dimostra – secondo il Professore di Politica internazionale all’Università di Monaco Carlo Masala – di proseguire nel solco del “weiter so” merkeliano per quanto riguarda le relazioni con la Russia. «L’unica cosa che ancora manca a Scholz, per ragioni di tempo, è il rapporto diretto che l’ex Cancelliera era riuscita a creare con Putin. Per il resto, nelle scelte politiche verso il Cremlino c’è continuità», aggiunge.

Nel progetto di mediazione tedesco trovano posto anche altre questioni e un passo falso. Nonostante le pressioni dell’ambasciatore ucraino a Berlino, Andrij Melnyk, e le critiche provenienti soprattutto dall’ala più conservatrice della stampa (il quotidiano Welt su tutti), il governo continua a tener fede a uno dei punti dell’accordo della nuova coalizione: non inviare armi letali e non favorirne la consegna nelle aree di crisi. In questa scelta rientra anche la decisione di rimandare il via libera all’Estonia per inviare in Ucraina degli obici risalenti all’ex Repubblica democratica tedesca, acquistati dalla repubblica baltica in Finlandia. Il dibattito sulle armi è più acceso che mai. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba su Twitter ha definito l’esitazione tedesca «deludente», e il presidente della Commissione esteri al Bundestag, Norbert Roettgen (di centro-destra), ha detto in un’intervista di considerare l’invio di armi «legittimo dal punto di vista morale e politico». Alla pluralità di posizioni si aggiungono le dimissioni del Capo della marina militare tedesca, Kay-Achim Schönbach, dopo le dichiarazioni sul rispetto che Putin meritava e le considerazioni sulla Crimea ormai persa e l’impossibilità di farci qualcosa.

Quel che è certo, finora, è che la Germania invierà in Ucraina 5000 caschi militari. Un gesto di sostegno, secondo la ministra della Difesa Christine Lambrecht. Convinta come la maggioranza di governo che il conflitto possa «risolversi in modo pacifico». La ministra ha però aggiunto che esiste una linea rossa oltre la quale non è possibile andare: «Il rispetto del diritto internazionale e la sovranità dell’Ucraina». Intanto, oltre alle dichiarazioni ufficiali, continuano le manovre diplomatiche: Macron ha telefonato a Putin, Biden ospiterà Scholz a Washington il 7 febbraio e il presidente turco Erdogan, come accaduto in passato con la crisi afghana, si è offerto di mediare tra Russia e Ucraina. Saranno i prossimi giorni a dire se quella famosa «linea rossa» verrà superata.

Le tre parole su cui si gioca il destino di Russia, Ucraina e Nato. Lorenzo Vita su Inside Over il 6 febbraio 2002.

La “indivisibilità della sicurezza” entra prepotentemente nel dibattito tra Russia e Occidente. Ne ha parlato Sergei Lavrov, commentando le mancate risposte della Nato e degli Stati Uniti sul punto. In una lettera ai ministri degli Esteri dei Paesi della Nato, il capo della diplomazia russa ha chiesto come l’Alleanza Atlantica interpreti il concetto. E ne ha parlato anche lo stesso blocco occidentale che, come svelato dal quotidiano El Pais, ha risposto alle richieste russe citando proprio questo principio e mostrando alcune timide (ma sostanziali) diversità di vedute tra Washington e Bruxelles. L’una per provare a discuterne, l’altra per negare qualsiasi dibattito sul punto.

Per comprendere il nodo di forma, ma anche e soprattutto di sostanza, che riguarda questo principio, bisogna risalire a un documento internazionale: l’Atto finale di Helsinki. Siamo nel 1975 e 35 Paesi, tra cui le potenze del blocco occidentale e l’Unione Sovietica decidono di mettere nero su bianco un testo che ponesse fine alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. Il testo, che è poi stato la base per lo sviluppo della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) è considerato in quel momento – e continua a esserlo secondo molti analisti – uno degli atti essenziali per raffreddare una Guerra Fredda che aveva avuto inquietanti sussulti in diversi parti del mondo. E il fatto che ancora oggi venga citato come chiave nelle relazioni tra Europa, Stati Uniti e Russia è un segnale di come sia ancora oggi vivo, nonostante il tempo e i cambiamenti politici che hanno sconvolto il panorama politico internazionale. E in particolare quella che un tempo era l’Unione Sovietica.

Tra i vari elementi che contraddistinguono l’accordo di Helsinki vi è appunto il principio della “indivisibilità della sicurezza”. Un termine, anzi, tre parole, che a un primo impatto potrebbero apparire vuota retorica, ma che in realtà indicano una precisa dottrina strategica, anche se di difficile comprensione. Non esiste in realtà una definizione specifica di questa locuzione. Ma se si estrapola il concetto dagli atti dell’Osce, dalle dichiarazioni dei principali protagonisti della sicurezza europea (sia lato russo-sovietico che atlantico) e alcune considerazioni degli analisti che hanno studiato la questione è possibile sintetizzarlo nel fatto che la “indivisibilità della sicurezza” implica che tutti i Paesi del blocco europeo, a prescindere dalla loro appartenenza a un determinato accordo, debba avere garantita uguale sicurezza. La stessa Organizzazione, nel documento di Istanbul del 1999 scriveva che questa carta “contribuirà alla realizzazione di uno spazio di sicurezza comune e indivisibile, promuovendo la creazione di un’area OSCE priva di linee divisorie e zone con diversi livelli di sicurezza”. Un principio che si contrappone a quello della sicurezza collettiva perorato dalla Nato, che invece implica che i principi della sicurezza e dell’inviolabilità siano garantiti solo a quegli Stati che decidono di assumere determinati impegni internazionali.

In pratica è la distinzione tra chi ritiene che l’area Osce abbia una sicurezza generalizzata che deve essere garantita a tutti gli Stati, senza escludere che vi sia un’area più sicura o più garantita rispetto ad altre, e tra chi invece considera che esistono aree di sicurezza non definibili in base a confini e alleanze, ma che rientrano in altri schemi.

I due approcci hanno pro e contro. C’è chi ritiene che solo il primo metodo, quello della sicurezza collettiva pensato in sede Nato, possa rappresentare uno schema di sicurezza utile a garantire i Paesi più deboli, basandosi su una fedeltà assoluta e un’alleanza reciproca. L’altro schema, invece, parte da due presupposti: il primo è che non può esistere un’alleanza che garantisca tutti i Paesi del mondo e che chi ci ha provato, per esempio le Nazioni Unite, di fatto non ha saputo raggiungere questo obiettivo. D’altro canto, è chiaro che non esista alcuna garanzia che un principio di sicurezza invisibile su scala regionale possa essere foriero di una soluzione pacifica. Nessuno può garantire che l’altro si comporti garantendo la propria sicurezza senza scalfire quella altrui. E anche dal punto di vista del sostegno agli alleati, un blocco vincolante è percepito come un sistema di reazione molto diverso rispetto a una piattaforma pan-europea debole e politicamente senza un fine.

Fuori di metafora, ed entrando concretamente sullo scontro tra Russia e Occidente, il nodo resta quindi su due idee di pace, come descritto da Artem Kvartalnov. Mosca considera prioritario garantire la sicurezza dei Paesi escludendo che vi sia una sicurezza collettiva, cioè l’allargamento di un’unica alleanza e un blocco che si tutela indipendentemente da chi ne è al di fuori. Pertanto sul fronte ucraino, se l’Occidente non garantisce la sicurezza indivisibile sancita nei documenti Osce, di fatto ritiene non vincolanti quegli accordi e si considera come unica depositaria degli interessi dell’intera area euro-atlantica. E con l’allargamento a est, considerato una minaccia esistenziale per la Russia, immediatamente l’Occidente lederebbe il principio della sicurezza indivisibile degli appartenenti a questo patto.

Dall’altra parte, Bruxelles perora la propria causa ritenendo che per fornire garanzie di sicurezza sia necessario aderire a un progetto politico-militare. Si allarga l’area armonizzata dall’Alleanza Atlantica che a sua volta esiste nell’Osce e si fornisce supporto a chi ne fa parte. Una pacificazione basata su dei principi che sono anche di natura politica: come sottolineato dal fatto che Joe Biden abbia ribadito il suo interesse alla creazione di un “blocco delle democrazie”. Gli interessi regionali sarebbero troppo alla mercé di una potenza più grande, e cioè la Russia, ritornando a sfere di influenza che la Nato non vuole che si ricostruiscano perché vuole blindare l’area euro-atlantica evitando che possa essere messa in crisi dalle pressioni orientali.

Bilaterale Putin-Macron, quando la distanza fisica è anche politica. Pietro Emanueli su Inside Over l'11 Febbraio 2022.

Emmanuel Macron l’ha annunciato e poi l’ha fatto in tempi record: si è recato a Mosca, a inizio settimana, per discutere con Vladimir Putin della crisi ucraina e di un modo per risolverla. Il capo dell’Eliseo sapeva che avrebbe ottenuto poco, come puntualmente accaduto, ma un tentativo era doveroso per questioni di immagine – un trofeo da mostrare in patria date le elezioni in corso – e per inviare un promemoria a Russia (e Stati Uniti): la Francia è la regina dell’Europa e, in quanto tale, può e vuole facilitare il dialogo tra le parti.

I due capi di stato avevano dibattuto tanto, per un totale di cinque ore, ma l’assenza di sintonia era risultata palese sin dai primi istanti.  Macron, del resto, non è una persona affidabile agli occhi di Putin: è colui che ha promesso a più riprese, negli anni recenti, una svolta in senso gollistico che mai ha avuto luogo. Ma darsi appuntamento, discutere e cercare di raggiungere un compromesso, considerando la gravità della situazione, era più che necessario.

L’elemento più caratteristico del teso faccia a faccia tra Putin e Macron, che ha palesato anche ai più ingenui la totale mancanza di sintonia tra i due, è stato sicuramente il luogo selezionato per parlare: una sala asettica con al centro un lungo tavolo bianco, con i due capi di stato seduti agli estremi. La domanda alla quale stanno tentando di rispondere giornalisti ed analisti è: quel distanziamento fisico aveva ragioni sanitarie o politiche?

La versione dell’Eliseo

Agli osservatori più acuti non erano sfuggite le dimensioni bizzarre e inusuali del tavolo scelto (appositamente) dal Cremlino per la bilaterale: quattro metri di lunghezza. Una lunghezza eccessiva, aggravata dal fatto che i due capi di stato si erano seduti agli estremi del tavolo. Una lunghezza che, secondo alcuni, era stata scelta di proposito dalla diplomazia russa: doveva evidenziare la distanza politica tra i due blocchi in questo momento storico. Perché la politica è più una questione di simboli e di non detti che di parole.

Dopo giorni di polemiche e battute sulla lunghezza del tavolo, che Oltralpe era stata ritenuta un affronto nei confronti di Macron, l’Eliseo è intervenuto sulla faccenda per chiarificare ogni dubbio, spazzare via ogni lettura dietrologica: una questione di sicurezza sanitaria, non di politica.

Macron, secondo quanto dichiarato da fonti francesi a Reuters, non avrebbe voluto sottoporsi ad un esame molecolare da parte delle autorità sanitarie russe all’arrivo a Mosca. Il motivo? Aveva effettuato un molecolare prima della partenza ed un antigenico all’atterraggio – quest’ultimo condotto dal proprio medico personale. Avvisato delle conseguenze in caso di rifiuto – una rigida osservanza delle norme di distanziamento fisico a tutela del capo del Cremlino –, Macron avrebbe deciso ugualmente di non sottoporsi all’esame.

Le fonti francesi che hanno parlato a Reuters, mantenendo l’anonimato, hanno difeso la scelta del presidente francese: i russi avrebbero potuto utilizzare i campioni raccolti per “mettere le mani sul suo dna”.

Salute o politica?

Tre giorni dopo la bilaterale con Macron, il 10, Putin ha avuto un incontro con l’omologo kazako, Kassym-Jomart Tokayev, la cui fisicità – strette di mano, distanza ravvicinata – e la cui espressività eloquente – sorrisi, scambi di battute, sguardi di intesa – non hanno lasciato dubbi agli scettici: il capo dell’Eliseo è stato bistrattato per questioni politiche, non di salute.

La verità, come spesso capita, potrebbe trovarsi nel mezzo: Putin sapeva che cosa sarebbe accaduto proponendo quell’esame, Macron sapeva a cosa sarebbe andato incontro rifiutandolo. Entrambi, dunque, hanno determinato l’esito di una bilaterale nata sotto i peggiori auspici.

Putin, facendo Macron destinatario di quel trattamento, ha voluto parlare all’intero Occidente: questa è la distanza che divide le nostre posizioni in questo momento storico, tanto in Ucraina quanto nel resto del mondo. Una distanza lunga e che non potrà essere colmata con un incontro, una stretta di mano e una dichiarazione congiunta.

Macron non ha ottenuto poco, anzi…

Macron, il realista prigioniero della realtà, sapeva che avrebbe ottenuto poco da un faccia a faccia con Putin, perché il Formato di Normandia sta all’Ucraina come il Gruppo di Minsk sta al Karabakh, perché il multilateralismo non è mai la soluzione quando in gioco ci sono gli interessi delle grandi potenze e perché questa crisi, è noto, è un affare tra Stati Uniti e Russia. Concentrarsi sull’Ucraina significa, dunque, guardare il dito anziché la Luna: il Cremlino non chiede (soltanto) il disimpegno occidentale dalle terre ucraine, va cercando (soprattutto) un ritorno all’età delle sfere di influenze, una nuova Jalta.

Macron, nonostante abbia ottenuto poco, non ha fatto un buco nell’acqua. Ha rammentato ai due giganti, Russia e Stati Uniti, che in Europa c’è chi è disposto a fare da faccendiere, da risolutore di problemi, e che quel qualcuno è la Francia. Ha parlato con il popolo francese, e lo ha fatto in tempi di elezioni, diffondendo tra gli scaglioni più patriottici quella vivificante sensazione di grandeur – e la colpa del fallimento, in ogni caso, si può scaricare facilmente sui russi. E ultimo, ma non meno importante, ha protagonizzato la scena europea, di nuovo, profittando del concerto con la Germania e dell’immobilismo di tutti gli altri – e tanto basta questo, agli occhi di Macron, a rendere l’incontro del 10 una vittoria.

Distanziamento di Stato. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 12 febbraio 2022.

Osservando l’iconica foto dell’incontro al Cremlino tra Putin e Macron, due maschi diversamente alfa che in comune hanno solo l’ultima lettera del cognome, qualcuno ha pensato: non avrebbero fatto meglio a parlarsi su Zoom? Almeno si sarebbero visti da vicino, invece di rivolgersi entrambi a quel centrotavola floreale che in tanta immensità sembrava ancora più perso di loro. Il fatto è che Putin offre ai suoi gentili ospiti due pacchetti-ricevimento, executive e standard, per usare il linguaggio dei treni e dei manager. Il pacchetto executive, scelto nei giorni scorsi dal leader kazako, prevede tavolo corto e stretta di mano calorosa, forse anche pacca sulla spalla e ganascino, ma a condizione che l’interlocutore si sottoponga a un tampone molecolare sul suolo russo. Il pacchetto standard, quello del tavolo con prolunga, è invece riservato a chi come Macron si rifiuta di lasciare le impronte del suo Dna nei laboratori del Cremlino. Da questa storia estrema di distanziamento sociale si possono dedurre un paio di cose. Che Putin, dietro l’aria da duro, ha il terrore di prendersi il virus esattamente come noi. E che Macron, dietro l’aria da bamboccione, ha letto molti libri gialli e probabilmente qualche dossier. Il problema è che, a differenza di Putin, non è costante nelle sue diffidenze: dopo il summit ha partecipato a una cena di lavoro in cui le tracce del Dna ha finito per lasciarle lo stesso. Andreotti si sarebbe portato le posate da casa.

Giusi Fasano per il Corriere della Sera il 13 febbraio 2022.  

Macron, Putin e... il suo tavolo.

«L'ho riconosciuto appena l'ho visto. Ne vado fiero, mi emoziono sempre se vedo che il mio lavoro è sullo sfondo di qualcosa di importante. Spero che porti fortuna contro la guerra». 

Renato Pologna da Cantù (Como) guida la Oak, l'azienda che ha realizzato quel lunghissimo tavolo bianco dell'incontro al Cremlino fra i due capi di Stato.

Ma quant' è lungo?

«Sei metri, per 2,60 di larghezza. Legno. Il top è un pezzo unico, molto impegnativo da maneggiare. Laccato bianco con profili in oro foglia e decorazioni fatte a mano sul piano». 

È vero che è così lungo in funzione anti-covid?

 «Può darsi che sia utile allo scopo ma io l'ho realizzato 25 anni fa quando arredai l'intero palazzo alle spalle del Mausoleo di Lenin: 7.000 metri quadrati».

Una commessa del valore di...?

«Le cifre esatte non le ricordo. Credo qualche miliardo di lire». 

Quanto varrebbe oggi quel tavolo?

«Mah forse 100 mila euro». 

Ha visto i montaggi e i commenti sui social?

«Sì, davvero divertenti. L''hanno fatto diventare altalena, pista di lap dance, di curling... geniali. A questo punto possiamo dire che è un tavolo che sviluppa creatività!».

Da open.online il 17 febbraio 2022.

A farlo notare su Twitter è Alberto Nardelli, corrispondente per l’Europa di Bloomberg. Negli ultimi giorni sono apparsi due articoli molto simili sul tavolo protagonista dell’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello francese Emmanuel Macron. I due erano posizionati alle estremità opposte, una scelta dettata dal protocollo sanitario: Macron non ha voluto fare un tampone per il Covid sul territorio russo. 

Tutta questa serie di elementi, oltre a una discreta valanga di meme, ha portato i lettori a chiedersi da dove arrivasse il tavolo. Il 12 febbraio sul Corriere della Sera è stata pubblicata l’intervista a un imprenditore di Cantù che ne rivendica la paternità. Il 14 febbraio invece sul quotidiano spagnolo El Español come città natale del manufatto viene indicata Valencia.

Renato Pologna, a capo dell’azienda Oak di Cantù (provincia di Como), è certo del suo lavoro: «L’ho riconosciuto appena l’ho visto. Ne vado fiero, mi emoziono sempre quando vedo che il mio lavoro è sullo sfondo di qualcosa di importante. Spero che porti fortuna contro la guerra». Il tavolo sarebbe stato costruito 25 anni fa, insieme ad altri lavori: «È una piccolissima parte del lavoro che feci per uno dei palazzi del Cremlino negli anni ’95, 96’ e ’97. È l’edificio che si vede alle spalle del Mausoleo di Lenin, attuale sede degli uffici del presidente più la residenza presidenziale».

Nella sezione Progetti del sito dell’azienda compiano diversi arredi del Cremlino, tra cui anche il tavolo usato per l’incontro Putin-Macron. Punti di vista diversi sul quotidiano El Español. Secondo questo giornale, il mobile sarebbe stato commissionato nel 2005 da un fabbricante di Alcásser, piccolo comune spagnolo da 7.500 abitanti nella provincia di Valencia. 

Il quotidiano non rivela molte altre informazioni a riguardo, se non l’origine dei materiali. Il legno verrebbe dai boschi delle Alpi meridionali. Per El Español l’unico contributo estero sarebbe quello delle decorazioni: la foglia d’oro applicata sulla vernice bianca verrebbe proprio dall’Italia.

Putin, i leader e l’ossessione del Dna. Guido Olimpio e Paolo Valentino su Il Corriere della Sera il 18 Febbraio 2022.

Prima del tavolone di Putin e dei test molecolari rifiutati da Macron e Scholz, ci sono stati decenni di intrighi per mettere le mani sui dati biometrici dei leader stranieri: tutti i casi celebri, dalle feci del filippino Marcos al wc del nordcoreano Kim Jong-un. 

Arrivati a Mosca a distanza di una settimana uno dall’altro per incontrare Vladimir Putin, sia Emmanuel Macron che Olaf Scholz hanno entrambi rifiutato di fare il test molecolare per il Covid offerto dai servizi medici del Cremlino. Ma siccome era indispensabile per vedere il presidente russo, il presidente francese e il cancelliere tedesco si sono sottoposti a un Pcr eseguito dai medici delle rispettive ambasciate, con apparecchi portati dalla Francia e dalla Germania. Il personale medico russo è stato invitato ad assistere alla prova. La ragione del rifiuto è che Macron e Scholz non volevano che i russi entrassero in possesso dei loro dna. 

Ma perché i servizi del Cremlino avrebbero avuto tanto interesse al codice genetico dei due leader? Tanto più che non sarebbe stato poi così difficile ottenerlo, bastando soltanto un bicchiere usato dai due o pochi fili di capelli lasciati su una sedia. «Innanzitutto, non sarebbe stato così chiaro e leggibile come quello avuto da un test Covid — spiega Florian Schimikowski, storico del Museo tedesco dello spionaggio —, ma il punto è che i dati sono diventati merce preziosa e le tracce genetiche sono sicuramente quelle più sensibili e personali. Per i servizi segreti una vera miniera d’oro, anche soltanto a futura memoria». 

È un fatto che molte intelligence siano state da sempre interessate ai dati biometrici delle persone. Negli Stati Uniti voci mai confermate sostengono che la Cia ha accesso agli archivi del dna, creati con le prove inviate liberamente da privati cittadini, per esempio per ricerche genealogiche. Nei cablo di WikiLeaks si cita un ordine di Hillary Clinton, al tempo in cui era segretario di Stato, per ottenere qualsiasi dettaglio individuale, dna incluso, di esponenti africani. È una storia che va a ritroso.

Ronald Reagan con il presidente filippino Ferdinand Marcos: negli anni Ottanta l’intelligence americana ne avrebbe sottratto le feci 

Negli anni 80 l’intelligence statunitense avrebbe sottratto le feci del presidente filippino Ferdinand Marcos. È certo invece che abbia raccolto la cartella clinica di Saddam Hussein e di altri capi arabi in ospedali occidentali. Nel febbraio 1999 il Mossad si sarebbe invece impossessato delle urine del leader siriano Hafez Assad durante i funerali di re Hussein in Giordania, mossa per capirne lo stato di salute in vista di possibili negoziati. Poteva Israele scommettere su un uomo malato? Il raìs morirà qualche mese dopo.

Saddam Hussein e Hafez Assad: gli americani ottennero la cartella clinica del rais iracheno; il Mossad si impossesso delle urine del leader siriano 

Vicenda ritenuta da alcuni una leggenda metropolitana ma che ha lasciato il segno. Tanto è vero che il dittatore nordcoreano Kim Jong un, in occasione del summit con Donald Trump a Singapore nel 2018, si è portato dietro il wc personale. Vale cioè il detto «così fan tutti». Nella Ddr la Stasi nei suoi archivi collezionava anche prove olfattive dei nemici del regime. Secondo Schimikowski, anche i suoi maestri russi raccoglievano dati personali genetici e molto probabilmente la «passione» resta.

Kim Jong-un e Donald Trump: al vertice di Singapore del 2018, il leader nordcoreano si è portato dietro il wc personale 

Ma per quale uso, nel caso dei leader politici stranieri? Non soltanto per capirne le condizioni di salute traendone conseguenze politiche, come sarebbe stato il caso di Assad, ma anche per trovare eventuali malattie ereditarie o l’origine dei loro antenati. Tutte informazioni che potrebbero teoricamente essere usate a scopo di ricatto o di propaganda negativa. Oppure i servizi potrebbero usare i dati per ordire delle trappole, fabbricando fake news e coinvolgendo ingiustamente un premier, un ministro o un deputato in un crimine o in un affaire extraconiugale.

«Quando finisce la diplomazia e inizia una guerra, il gioco si fa duro e le misure sporche diventano teoricamente parte dell’arsenale», dice Schimikowski. Si capiscono quindi meglio le preoccupazioni di Macron e Scholz, nonostante non ci siano indicazioni concrete che il Pcr richiesto dal Cremlino avesse anche secondi fini. D’altronde, lo stesso Vladimir Putin tiene molto alla sicurezza del proprio dna, già da ben prima dell’esplosione della pandemia.

Donald Trump e Vladimir Putin al vertice G20 di Osaka del 2019: il presidente americano beveva Coca Cola in un bicchiere di vetro, quello russo andava in giro con un thermos personale pieno di tè 

Al vertice G20 di Osaka nel 2019, il capo del Cremlino andava in giro con un thermos personale pieno di tè. Le foto lo mostrano mentre beve direttamente dal contenitore, con accanto Donald Trump che tracanna Coca Cola da un bicchiere di vetro. Eppure, secondo Ronald Kessler, autore di un libro sul Secret Service, gli agenti fino a qualche anno fa si preoccupavano di rastrellare qualsiasi oggetto, lenzuola incluse, usato dal presidente nei suoi impegni fuori della Casa Bianca. Ma forse, a Mosca su The Donald hanno ben più di una tazzina.

Ucraina, la portavoce Maria Zakharova a Quarta Repubblica contro gli Stati Uniti: "Folli sulla guerra". Giada Oricchio su Il Tempo il 13 febbraio 2022.

Stati Uniti e Gran Bretagna “folli, senza morale e falsificatori”. Così Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha bollato le dichiarazioni del presidente Usa, Joe Biden, e del primo ministro inglese, Boris Johnson, su un’imminente invasione della Russia in Ucraina.

In un’intervista esclusiva a “Quarta Repubblica”, il talk show condotto da Nicola Porro, lunedì 14 febbraio su Rete 4 in prima serata, Zakharova non ha usato mezzi termini: “Quando ascoltiamo le dichiarazioni della Casa Bianca e di Downing Street sul fatto che la Russia avrebbe intenzione di attaccare, ci rendiamo conto che lo possono dichiarare solo persone folli, che sono matte, che non hanno una morale e che fanno delle falsificazioni”. E dopo il primo un secondo colpo: “Gli Stati Uniti non hanno mai condotto la guerra sul proprio territorio ed è forse per questo che dicono con tanta leggerezza che adesso la Russia farà guerra all’Ucraina - ha sottolineato la direttrice del dipartimento comunicazione del Ministero - Non capiscono la nostra mentalità: noi siamo slavi, siamo persone che si considerano un popolo unico, perché abbiamo una storia comune di diversi secoli. Abbiamo dei problemi, sì, ma i nostri nonni hanno combattuto fianco a fianco contro il fascismo, abbiamo famiglie comuni. La mia famiglia, in parte, è una famiglia ucraina. Metà della mia famiglia ha dei cognomi ucraini”.

Poi Zakharova ha voluto precisare che la Russia storicamente non è un Paese belligerante: “Noi conosciamo cosa sono le guerre. Nel Novecento abbiamo avuto una guerra sul nostro territorio che ha portato via venti milioni di vite dei nostri cittadini. Sappiamo che non c’è una cosa più preziosa della pace. Nessun Paese ha subito quanto il nostro. Il nostro Paese non è mai stato un aggressore, non ha mai attaccato, lanciando, iniziando le guerre mondiali”.

Perché la Russia potrebbe invadere l’Ucraina: i motivi della guerra. Giampiero Casoni il 13/02/2022 su Notizie.it.

Lo scopo non è solo bloccare i sogni atlantici di Kiev ma ridimensionare l'atlantismo come dottrina in sé: ecco perché la Russia potrebbe invadere l’Ucraina

Sul perché la Russia potrebbe invadere l’Ucraina e sui motivi di una guerra sempre più possibile (ma tutt’altro che certa) si stanno arrovellando le migliori menti strategiche del pianeta. E se lo stanno facendo è perché non esiste solo il motivo mainstream di Kiev che vorrebbe entrare nel club Atlantico.

Vero è che Mosca non accetterà mai la Nato sull’uscio di casa ma il problema non è solo quello e rimanda a questioni che superano la tempistica, comunque ipotetica e farraginosa, dell’ingresso dell’Ucraina nell’atlantismo occidentale a trazione Usa.

La Russia potrebbe invadere l’Ucraina : il perché della questione Nato e i perché che stanno sotto la superficie

Ad ogni modo l’ingresso di Kiev nella Nato è motivo cardine. La Federazione Russa non può permettere che accada perché negli anni ha creato una cintura di stati cuscinetto dove o l’occidente non entra, come la Bielorussia, o se entra lo può fare solo foraggiando forzature libertarie come in Cecenia e nel Donbass.

In realtà Kiev non ha ancora proprio chiesto di entrare nella Nato e non tutti gli stati europei sono d’accordo. Ma allora, quali altri motivi?

Mosca che punta a mettere l’Europa sotto scacco e che lo fa rubandole opportunità in Africa

Innanzitutto la necessità di Mosca di bilanciare lo strapotere economico ed energetico cinese strappando all’Europa pezzi di influenza in un paese che con l’Ucraina c’entra poco, l’Africa.

La chiave è unica: dopo Trump e con il neo atlantismo di Biden i rapporti di forza con l’Europa vanno ridisegnati e tarati su modalità più muscolari. Perciò Vladimir Putin sta usando il sistema complesso dell’Ucraina come messaggio vivente e collettivo per dire che con Mosca si tratta alle condizioni di Mosca, anche perché magari Mosca ha una cosa che a mezza Europa manca e serve: il gas, tanto gas. In Africa i paramilitari del gruppo Wagner hanno praticamente strappato la zona del Shael all’influenza della Francia e non è un caso che fra i mediatori più attivi di questa crisi ci sia Emmanuel Macron.

Joe Biden e la mani legate degli Usa, un fattore troppo ghiotto perché Puntin non ne approfitti

Con circa 140mila unità al confine con l’Ucraina la mai sopita propensione al cesarismo di Putin trova una sponda ottimale, tanto ottimale che perfino le sanzioni minacciate dall’Ue non sembrano preoccupare il Cremlino. Anche perché in quel caso a Putin non resterebbe altro che chiudere i rubinetti del gas, mettersi a limonare con Pechino e creare il blocco di potere più sfavillante per numeri e mezzi della storia del pianeta. In tutto questo c’è un altro motivo ed è quello che rimanda alla posizione “da mani legate” di Joe Biden. Il Capo della Casa bianca può solo foraggiare la resistenza degli ucraini ma non ingaggiare direttamente la Russia, non può e non vuole farlo. Secondo un sondaggio di YouGov su come gli Usa dovrebbero rispondere a un’invasione russa, appena il 4% era favorevole a imbracciare direttamente i fucili contro Mosca e solo l’11% era d’accordo a spedire truppe. E se non ci sono gli Usa di mezzo la Russia da sempre le sue cose le fa in maniera più impunita.

L'analisi. Perché la Russia vuole invadere l’Ucraina: le ‘ragioni’ dietro le mosse di Putin e i rischi di una guerra. Carmine Di Niro su Il Riformista il 14 Febbraio 2022. 

I segnali da Mosca, sulla carta, sono da giorni sempre gli stessi: la Russia non ha intenzione di avviare un conflitto e di invadere l’Ucraina. Ma alle mosse diplomatiche di Vladimir Putin e Serghei Lavrov, il suo ministro degli Esteri, l’occidente ha mostrato chiaramente di non credere.

Per questo la crisi tra Ucraina e Russia ha raggiunto un livello di tensione che ha precedenti soltanto nell’invasione e annessione della Crimea del 2014, col territorio ucraino affacciata sul mar Nero annesso da Mosca dopo una invasione di truppe e poi un referendum il 16 maggio, considerato illegale da Stati Uniti, Onu, Europea e la stessa Ucraina.

Le rivendicazioni ‘storiche’

La rivendicazione del Cremlino sull’Ucraina sono “storiche” e per il presidente Putin in particolare si tratta di un argomento ‘sensibile’. Il presidente sostiene da tempo che russi, ucraini e bielorussi siano stesso popolo e che dovrebbero tutti vivere in un unico stato a guida russa, considerando pericoloso e una sfida al potere di Mosca l’ingresso nella Nato di una serie di Paesi dell’ex blocco sovietico, una promessa fatta anche a Kiev ma che al momento appare altamente improbabile. Ucraina che fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica, la cui perdita Putin ha definito “la più grande catastrofe geopolitica”.

La guerra in Crimea e Donbass

Se questi sono i presupposti storici, bisogna arrivare al febbraio 2014 per vedere le prime azioni sul campo. Alla cacciata da parte degli ucraini del presidente filorusso Viktor Yanukovich, col suo posto a Kiev preso da un governo filo-europeo e atlantista, Putin rispose con l’azione militare che ha portato all’annessione della Crimea e alla ‘guerra civile’ appoggiata nella regione del Donbass, nel Sudest del Paese, dove di fatto è stato proclamata una Repubblica autonoma da Kiev grazie al sostegno russo.

Il ruolo della Nato

Nell’alta tensione tra Mosca e Kiev un ruolo cruciale ce l’ha la Nato, l’Alleanza atlantica che dopo la fine dell’Unione Sovietica ha spostato sempre più a est la sua sfera di influenza. Dopo il crollo del regime comunista sono diventati membri della Nato Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord, tutti Paesi che facevano parte del blocco sovietico.

Non a caso Putin chiede, per il ritiro delle oltre 100mila truppe ai confini dell’Ucraina, che Kiev non entri mai nell’Alleanza atlantica e il ritiro di tutte le forze militari dei paesi della Nato da vari paesi dell’Europa centrale e orientale.

Una possibilità, la prima, che appare remota. “La possibilità che l’Ucraina si unisca alla Nato in tempi brevi è molto remota”, aveva chiarito lo stesso presidente americano Joe Biden.

Ma per Putin la preoccupazione maggiore è quella di essere assediato, nei confini a ovest, da Paesi un tempo nel blocco sovietico che ora sono tutti parte integrante dell’Alleanza atlantica, che in chiave anti-russa ha anche fortemente militarizzato.

Entrambe le richieste di Putin sono però considerate irricevibili non solo dal governo di Kiev ma anche dalla Nato e dai paesi occidentali.

Putin invaderà l’Ucraina?

Sono credibili i timori dell’occidente di una invasione russa dell’Ucraina? I precedenti non fanno ben sperare: Mosca infatti, sotto la guida di Putin, non ha mai mostrato remore di fronte all’uso della forza per risolvere conflitti ‘diplomatici’.

Lo ‘zar’ ha già utilizzato soldati e mezzi militari in Cecenia nel 1999, in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014, entrando in conflitti come quello siriano nel 2015.

Da parte sua il Cremlino può contare anche sulle divisioni nel fronte occidentale, che potrebbero spingere Putin a forza la mano dal punto di vista militare. Nella partita ucraina non destano scalpore tra gli analisti le posizioni defilate di due ‘big’ del continente europeo come Italia e Germania: entrambe sono legate particolarmente a Mosca.

I due Paesi infatti non sono in grado di reggere un eventuale ‘black out’ energetico deciso da Mosca in risposta ad eventuali sanzioni economiche nei confronti del regime di Putin.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Le motivazioni della crisi tra Russia e Ucraina. Andrea Marinelli su Il Corriere della Sera il 14 febbraio 2022.

Cos’è successo fra Russia e Ucraina, perché siamo arrivati a questo punto? E perché Putin dovrebbe volere invadere il Paese?

La crisi tra Ucraina e Russia, nonostante diversi tentativi diplomatici, è giunta a un livello di tensione particolarmente elevato. Ma quali sono le cause di questa crisi? Cosa c’è alla radice di una guerra che — per alcuni osservatori — è già iniziata? 

1. Da cosa nasce il conflitto fra Russia e Ucraina?

A febbraio 2014, il popolo ucraino ha cacciato il presidente filorusso Viktor Yanukovich, instaurando un governo ad interim filoeuropeo non riconosciuto da Mosca. 

Vladimir Putin ha risposto annettendo la Crimea e incoraggiando la rivolta dei separatisti filorussi nel Donbass, regione nel Sudest del Paese. 

Oggi le generazioni più giovani spingono l’Ucraina verso l’Europa, e anche l’attuale presidente Volodymyr Zelensky — eletto nel 2019 — è vicino all’Occidente. 

Il conflitto, però, ha radici più antiche e profonde. Il presidente russo ritiene che il suo Paese abbia un «diritto storico» sull’Ucraina, che faceva parte dell’Unione Sovietica fino al collasso del 1991: lo ha anche scritto apertamente in un lungo articolo pubblicato lo scorso anno, in cui definisce Russia e Ucraina «una nazione». 

Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato profonde cicatrici in parte del popolo russo: lo stesso Putin lo aveva definito «la più grande catastrofe geopolitica» e l’Ucraina era stata la perdita più dolorosa. In molti, scrive David Sanger sul New York Times, ritengono che Putin si ritenga ora «in missione per correggere questo errore».

Inoltre, lo scorso anno, l’Ucraina ha approvato una legge che proibisce a 13 oligarchi di possedere dei media per influenzare la politica, colpendo direttamente l’amico di Putin Viktor Medvedchuck, uno degli uomini più ricchi del mondo. Oltre alla sua attività di petroliere, infatti, Medvechuck — che è ancora ai domiciliari, accusato di altro tradimento — è il leader del principale partito filorusso d’Ucraina, Piattaforma dell’Opposizione, ed è proprietario di un impero televisivo attraverso il quale diffondeva la propaganda di Mosca e influenzava la politica ucraina. Poco dopo il suo arresto, Putin ha cominciato ad ammassare truppe al confine. 

2. Cosa c’entra in tutto questo la Nato?

L’Ucraina vuole entrare nella Nato, la Russia si oppone. Già dal 2008 — in seguito al summit di Bucarest e prima dell’arrivo del governo filoeuropeo non riconosciuto da Putin — Kiev stava lavorando per entrare nell’Alleanza atlantica, che non può però accettare nuovi membri già coinvolti in conflitti. 

Per essere ammessa, inoltre, l’Ucraina ha bisogno di combattere la corruzione che domina nel Paese e di intraprendere un percorso di riforme politiche e militari. In questo momento, dunque, un ingresso nella Nato è altamente improbabile, anche per l’opposizione della Russia: per Putin l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica sarebbe il punto di non ritorno, anche se la Russia non ha formalmente alcun potere di veto. L’Ucraina, invece, chiede una timeline precisa per entrare nell’Alleanza atlantica.

A questa domanda ha risposto, indirettamente, anche il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden: «La possibilità che l’Ucraina si unisca alla Nato in tempi brevi è molto remota», ha detto il presidente americano. L’interferenza russa, intanto, ha rinnovato anche le ambizioni di Paesi come Finlandia e Svezia, che Mosca vorrebbe tenere fuori dal Trattato nordatlantico. 

3. Perché la Russia teme l’allargamento della Nato?

Al momento solo il 6% dei confini russi toccano Paesi della Nato, secondo il dipartimento di Stato americano. L’Ucraina però condivide con la Russia una frontiera lunga 2.200 chilometri.

Il Cremlino vuole soprattutto mantenere la sua sfera d’influenza nell’area, e vuole che la Nato rinunci alle sue attività nell’Est Europa, tornando alla situazione del 1997: da allora sono diventati membri dell’Alleanza atlantica Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord. 

Questo significherebbe che la Nato dovrebbe ritirare le proprie truppe dalla Polonia e dalle tre repubbliche baltiche, oltre che i propri missili da Polonia e Romania. 

Mosca accusa infatti la Nato di riempire l’Ucraina di armi e gli Stati Uniti di fomentare le tensioni. 

Per questo Putin, parlando dopo l’incontro con Macron del 7 febbraio, ha parlato anche del suo arsenale atomico: «Lo capite o no che se l’Ucraina entra nella Nato e tenta di riprendersi la Crimea con mezzi militari, i Paesi europei saranno automaticamente trascinati in una guerra con la Russia? Ovviamente i potenziali militari di Russia e Nato sono imparagonabili, e lo sappiamo. Ma sappiamo anche che la Russia è uno dei Paesi dotati di armamenti nucleari, e che per alcune componenti supera il livello di diversi Paesi. Non ci saranno vincitori. Voi europei sareste trascinati in una guerra contro la vostra volontà». 

4. Putin dice che non invaderà l’Ucraina: è credibile?

I fatti indicano una situazione diversa: in particolare il massiccio schieramento di soldati lungo il confine, il sostegno ai separatisti del Donbass — ai quali è stato fornito mezzo milione di passaporti russi — e la minaccia di dure conseguenze se l’Ucraina dovesse fare qualcosa di provocatorio. 

Putin ha inoltre già attaccato la Cecenia nel 1999, la Georgia nel 2008, la stessa Ucraina nel 2014 e la Siria nel 2015. Come nota Henry Foy sul Financial Times, però, si sta verificando anche un approccio piuttosto inusuale per la diplomazia moderna: la Casa Bianca, la Nato e l’Unione europea stanno diffondendo una grande quantità di briefing, informazioni di intelligence, minacce e accuse di vario genere — materiale in genere riservato ai negoziati — al fine di evitare una guerra. 

Tutto questo, spiega il corrispondente da Bruxelles del quotidiano britannico, ha esposto al pubblico globale le divisioni del fronte occidentale su come affrontare la Russia. 

5. Ma come giustifica Putin lo schieramento dei soldati al confine?

La Russia ritiene di poter muovere le truppe a suo piacimento all’interno del proprio territorio, spiega il corrispondente da Mosca della Bbc Steve Rosenberg. Non solo: sono in corso anche esercitazioni («programmate») con la Bielorussia. 

6. Perché gli Stati Uniti si interessano all’Ucraina?

Come scritto da Giuseppe Sarcina qui, «il presidente americano non ha cercato lo scontro con i russi: la sua agenda era un’altra. Biden è convinto che la crisi ucraina sia piena di rischi anche sul versante della politica interna. Il motivo è molto semplice. Se Putin bluffa o alla fine si arriva a un accordo, saranno in molti a rivendicarne i meriti. Ma se il leader russo attacca e paralizza mezzo Occidente, allora tutti chiameranno in causa le responsabilità, la «debolezza» di Biden. All’inizio del 2021 l’Amministrazione Usa pensava di poter «stabilizzare» le relazioni con il Cremlino, offrendo collaborazione sul terrorismo e un piano graduale di disarmo. Oggi è costretta, suo malgrado, a dover aggiornare la linea politica, preparandosi a uno scontro con Mosca da anni Sessanta. La Casa Bianca, inoltre, non vuole farsi trovare impreparata a nessun livello, a costo di apparire allarmista. Ecco perché, tra l’altro, sta sollecitando i cittadini americani a lasciare Kiev: non si devono ripetere le disastrose e umilianti scene di panico viste a Kabul nell’agosto scorso». 

Gli Stati Uniti vogliono di certo limitare l’influenza di Vladimir Putin — temono l’espansione russa nell’Europa dell’Est — e difendere il principio per cui ogni Paese ha il diritto di scegliersi il proprio destino e le proprie alleanze: non solo per l’Ucraina, ma per tutti i Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia e che negli anni Novanta sono passati con la Nato. 

«C’è una ragione fondamentale per cui gli Stati Uniti e il resto del mondo democratico dovrebbero sostenere l’Ucraina nella sua battaglia contro la Russia di Putin», scrive Francis Fukuyama su American Purpose. «L’Ucraina è una vera democrazia liberale, anche se in difficoltà. La popolazione è libera, in un modo in cui i russi non lo sono. Possono protestare, criticare, mobilizzarsi e votare. Per questo Putin vuole invadere l’Ucraina: la vede come una parte integrante della Russia, ma sopratutto ne teme la democrazia che può proporre un modello ideologico alternativo per il popolo russo». 

Secondo Fukuyama, quindi, l’Ucraina oggi è lo Stato in prima linea nella battaglia geopolitica globale fra democrazia e autoritarismo. 

La crisi ucraina, inoltre, trascende i confini europei: anche la Cina sta osservando attentamente la risposta occidentale, scrive lo storico, mentre valuta i rischi di reincorporare Taiwan. «A Washington», scriveva ancora Sarcina, «ora è chiaro a tutti che la partita sia doppia. La vice segretaria agli Esteri, Wendy Shelman, lo ha detto esplicitamente: se diamo via libera a Putin, stiamo anche consegnando Taiwan a Xi Jinping».

Fabrizio Dragosei per il "Corriere della Sera" il 15 febbraio 2022.

L'arrivo di decine di migliaia di soldati alla frontiera occidentale della Russia e la presentazione di un pacchetto di richieste a Usa e Nato sulla sicurezza europea sono una provocazione del leader del Cremlino desideroso di «menar le mani» o solo l'inevitabile risposta a iniziative ostili dell'Occidente, come sostiene Putin? Non c'è dubbio che all'origine del peggioramento delle relazioni ci sia anche l'atteggiamento delle varie amministrazioni Usa che hanno sempre snobbato Mosca non volendo considerarla un interlocutore fondamentale.

Così da partner strategico che era dopo il crollo dell'Urss, la Russia è diventata nuovamente avversario. E questo anche grazie al contributo dell'ex agente del Kgb che non ha certo fatto tutto il possibile per evitare di inasprire le relazioni. Vediamo sui singoli punti la situazione e cosa vuole veramente la Russia da noi.

Risale all'inizio della presidenza Putin il venir meno di quell'equilibrio che aveva assicurato la pace anche durante la guerra fredda. Il motivo ufficiale era la difesa dal lancio di ordigni da parte di Corea del Nord e Iran. 

Ma lo scudo difensivo che gli Usa decisero di installare in Polonia e Repubblica Ceca (poi Romania) e che si sta finendo di realizzare, di fatto riduce la sicurezza russa perché può anche intercettare eventuali armi nucleari lanciate da Mosca in risposta a un teorico attacco americano con missili intercontinentali. Le preoccupazioni russe sono all'origine dell'abbandono dei vari tavoli negoziali. Poi gli Usa sono unilateralmente usciti da accordi sugli armamenti accusando la Russia di averli già violati.

L'attuale situazione in realtà si trascina da un anno. Dodici mesi fa la Russia iniziò grandi manovre a Occidente ma, secondo quanto ha sempre sostenuto il Cremlino, in risposta a iniziative Nato. Effettivamente a Bruxelles si era deciso di creare una forza di intervento rapida e di spostare a rotazione militari di vari Paesi membri sul territorio di ex nazioni satelliti dell'Urss o repubbliche della stessa Unione Sovietica (Paesi baltici). Le ultime iniziative in questo campo sono di questi giorni: l'Ucraina ha iniziato manovre militari e la Russia si è messa d'accordo con la Bielorussia per nuove esercitazioni.

Ci fu certamente una promessa americana fatta ai tempi di Gorbaciov, ma fu solo verbale. Man mano che vari Paesi ex Urss (i baltici) o del Patto di Varsavia entravano nell'Alleanza, la Russia ha protestato ma senza alcun effetto. È vero però che la Nato non ha spostato a est armamenti nucleari. Oggi Mosca chiede che per iscritto si codifichi che Ucraina e Georgia non entreranno. Washington non può dichiararlo ufficialmente (ogni Paese deve essere libero di decidere delle sue alleanze, eccetera) ma nei fatti l'allargamento a questi due Paesi è oggi impossibile. 

Se non altro perché entrambi hanno conflitti aperti (Ossezia e Abkhazia per la Georgia; Crimea e Donbass per l'Ucraina) che non possono essere accettati in base al testo sull'allargamento della stessa Nato del 1999.

I documenti presentati da Mosca a Usa e Nato prevedono condizioni che non saranno accettate, come il ritiro delle truppe Usa dai Paesi entrati nella Nato dopo il 1997, anche se a Washington non dispiacerebbe certamente di ridurre il suo impegno nel Vecchio Continente. 

Ma Putin questo lo sa benissimo e la richiesta è solo una pedina da scambiare. Mosca vorrebbe anche che venisse riconosciuta l'annessione della Crimea ma sa che anche questo è impossibile. E allora? Ufficialmente, per accontentare tutti, ci vorrà una ripresa dei negoziati sui vari trattati di limitazione degli armamenti. E una lenta e graduale de-escalation nei fatti. La Crimea rimane ufficialmente parte dell'Ucraina e continuerà a vivere nel limbo, forse per decenni. Tanto oramai è collegata con un ponte alla Russia e i suoi abitanti hanno passaporti russi.

È la questione più difficile. Gli accordi di Minsk prevedono la concessione di un'ampia autonomia ma non potranno essere attuati perché i nazionalisti ucraini condizionano i governanti di Kiev (Zelensky oggi e Poroshenko ieri). Le repubbliche di Donetsk e Lugansk sopravvivranno in qualche modo anche senza essere riconosciute (la Transnistria è in questa situazione da trent'anni).

Buona parte degli abitanti ha passaporto russo. La situazione potrebbe precipitare se i falchi in Ucraina decidessero un colpo di mano contro gli indipendentisti ora che il Paese ha ricevuto parecchie armi dall'Occidente. In quel caso Mosca interverrebbe con mano pesante come accadde nel 2008 con la Georgia quando l'allora presidente Saakashvili tentò di riprendersi con la forza l'Ossezia del Sud durante le Olimpiadi estive di Pechino.

Crisi ucraina, le gravi e storiche responsabilità dell’Unione europea. Un po' di storia. Gorbaciov offrì il ritiro militare dai Paesi del Patto di Varsavia, con l’impegno paritario a non estendere a Est la Nato. Ma quella occasione di porre fine alla guerra fredda fu sepolta. L’Europa unita non è nata a Ventotene, ma a Washington: il primo voto a favore fu del Congresso Usa nel marzo del 1947. Serviva schierarla lungo la Cortina di ferro. Luciana Castellina su Il Manifesto l'11.02.2022.

Spero non dover chiarire che ritengo la scalata di Putin al vertice della Russia una sciagura e, sebbene sia tutt’altra storia, anche su Xi Ping avrei qualcosa da ridire. Ma quando hanno detto la loro sull’Ucraina ho pensato: menomale che ci sono.

Perché la cosa più insopportabile che ormai silenziosamente subiamo è l’arroganza del nostro Occidente nel presentarsi come il modello ottimale di società e per questo il garante della democrazia nel mondo, nonostante i disastri seminati in tutto il Medio Oriente, in Afghanistan, ma anche dalle nostre parti dove la disuguaglianza cresce ogni giorno di più.

MERAVIGLIA LA MERAVIGLIA di chi si allarma perché Putin ha schierato tanti carri armati al confine ucraino: e cosa si aspettavano che facesse uno come lui, cui così è stata regalata la possibilità di conquistare popolarità nel suo paese – e di usarla per il peggio – vista la scellerata politica dell’Occidente nei confronti della Russia? Dopo la caduta del Muro si sarebbe finalmente potuto dare avvio a un processo inclusivo, graduale adesione dell’Europa dell’est e collaborazione con la Russia, europea solo a metà, è vero, ma difficilmente separabile dal nostro contesto storico-culturale. E invece si è imboccata la strada opposta, in parte annettendo, in parte costruendo un lebbrosario dove isolare la Russia. Di cosa la accusiamo? Di aver ammassato carri armati ai suoi confini, sempre in terra russa, con l’Ucraina? Ma gli Stati Uniti, per conto loro o con gli alleati, non hanno forse riempito da decenni il mondo di centinaia basi militari e guerre ma a migliaia di chilometri dalle proprie frontiere?

RICORDO BENE COME fu avviata la politica dell’Unione Europea quando il Muro cominciò a vacillare, in quegli anni ero a Bruxelles nell’Europarlamento. A capo dell’ Unione sovietica c’era finalmente un uomo come Gorbaciov che generosamente offrì il ritiro delle sue truppe dai territori del Patto di Varsavia in nome di un superamento della guerra fredda e dunque con l’impegno che si facesse altrettanto, di non estendere all’est il Patto Atlantico. In favore di una simile ipotesi c’era un grande movimento pacifista, il solo grande movimento realmente europeo che ci sia stato, che lottava per «un’Europa senza missili dall’Atlantico agli Urali»; c’erano molti leader socialdemocratici di sinistra alla direzione dei loro rispettivi partiti che l’appoggiavano (Foot, Palme, Kreiski, Papandreu, molti Spd; in Italia, ma isolato nel suo stesso partito, Berlinguer). Si sarebbe potuto tentare un nuovo assetto che seppellisse la guerra fredda.

E INVECE QUELL’OCCASIONE fu sepolta e siamo oggi difronte a un rischio molto peggiore. Perché prima c’erano le grandi bombe atomiche di cui i presidenti avevano le chiavi, ora il nucleare è diventato componente di munizioni maneggevoli alla portata di molti, matti o umani che sbagliano. Ricordo quando, nel ’93, l’Europa, avendo già appiccato con gli americani il fuoco nel Medio Oriente, passò ufficialmente da Comunità, alla più impegnativa Unione, e per Costituzione al famigerato Trattato di Maastricht.

NON ERANO STATE ANCORA rimosse le bandiere disposte a ornamento della Sala dove si era tenuto il battesimo che uno dei suoi membri più autorevoli, la Germania, si affrettava a intervenire, inizialmente da sola poi seguita da tutta l’Unione, nelle vicende jugoslave riconoscendo, in barba ad ogni norma internazionale in vigore, l’indipendenza della Croazia che si proclamava tale su base etnica. Soffiando così sul fuoco che stava divampando con un ridicolo richiamo persino alla comune appartenenza al cattolico Impero Austroungarico, comunità storica da contrapporre a slavi e ortodossi. Il tutto accompagnato da una campagna di lusinghe per rendere più infuocata l’ossessione nazionalista e così smontare l’intrusa Repubblica jugoslava, corposo ingombro nel rapporto fra est e ovest. E così fin dall’inizio, l’«allargamento» comandato da Bruxelles, è diventato reclutamento di chi poteva presentare più similitudini con l’Occidente, nel bene e anche nel male.

UFFICIALMENTE la lungimirante linea venne lanciata a un summit a Copenaghen, nel 1999, nuovo Presidente della Commissione Ue Romano Prodi, appena reduce dalla presidenza del Consiglio italiano. Una operazione presentata come caritatevole, e a chi, come la nostra sinistra obiettava, il rimprovero di non esser generosi e perciò di voler escludere i poveri dell’est dall’accesso alla bella torta con la panna che l’Ue rappresentava. Una carità avvelenata: lunghe trattative preliminari per obbligare i candidati all’ingresso ad ingoiare tutto quello che era stato stabilito senza di loro nei quarant’anni precedenti – “l’acquis communautaire” (“il diritto comunitario acquisito”) – in buona sostanza le regole del libero mercato: la privatizzazione di banche, servizi pubblici, libera competitività e il libero scambio e dunque l’esposizione alla libera concorrenza internazionale, abbinata alla proibizione di sostegni statali alle aziende. Più o meno come in Africa: ottimo per una nuova borghesia compradora, ulteriore miseria per i più poveri (è bene guardare i dati completi, per capire cosa questo regalo ha prodotto).

IL VELENO PIÙ MORTALE è stato tuttavia quello le cui possibili nefaste conseguenze si vedono oggi: nell’“acquis communautaire”, mai ufficialmente validato da un atto formale, c’è di fatto la Nato, la libertà, dunque, di piantare missili nucleari ovunque arrivino le frontiere dell’Unione. Fin sotto il naso della Russia. Con che faccia possiamo protestare per la Crimea quando abbiamo riconosciuta una dopo l’altra l’indipendenza di tutte le nazioni della federazione Jugoslava, nonostante l’accordo postbellico di non toccare i confini di nessuno stato senza un negoziato fra tutte le parti? Perché mai adesso non riconosciamo uguale diritto alla Russia che ha almeno qualche ragione in più per appoggiare la scelta della grande maggioranza degli abitanti della Crimea, russa da secoli e poi, per un gesto di cui nessuno poteva allora valutare il peso, regalata all’Ucraina, allora federata, dall’ucraino Krusciov e che oggi, con un voto al 95 %, è tornata ad essere parte del paese cui è appartenuta per secoli?

NEL 1947 HENRY WALLACE, ministro e ex vice del presidente Roosvelt, disse in un grande raduno popolare a New York che bisognava condividere con l’Urss i segreti nucleari e garantire ai suoi confini, in qualche modo come la dottrina Monroe di cui godevano gli Stati Uniti: fu estromesso dalla sua carica entro 12 ore. E 15 anni dopo, in nome di quella dottrina, rischiammo la guerra perché la piccola Cuba, concretamente minacciata come sappiamo, per via di quattro missili impiantati a sua difesa veniva ridicolmente accusata di voler attentare all’impero americano, un azzardo per il quale da più di 60 anni paga il prezzo altissimo delle sanzioni.

PURTROPPO L’EUROPA unita non è nata a Ventotene, ma a Washington: il primo voto in suo favore non fu di un Parlamento europeo, ma del Congresso americano, il 10 marzo 1947, su proposta di John Foster Dallas, Segretario di Stato e fratello di Alan, potente capo della Cia. La guerra fredda era appena cominciata e l’Occidente aveva bisogno di garantirsi una forza politicamente e militarmente unita lungo la Cortina di Ferro. Quell’impronta è rimasta sempre, e la nostra battaglia è recuperare l’ispirazione dei prigionieri antifascisti che mentre la guerra ancora infuriava avevano disegnato tutt’altro progetto. Dio mio che fatica continuare ad essere europeisti! Se insistiamo è solo perché l’idea di affidarsi al proprio Stato nazionale sarebbe infinitamente peggio.

Francesco Bechis per formiche.net il 14 febbraio 2022.

“Putin è tutto, tranne che un giocatore d’azzardo”. Fyodor Lukyanov, politologo russo direttore di Russia in Global Affairs e del Valdai Club, tra gli esperti più ascoltati al Cremlino, è convinto che la posta in gioco di Vladimir Putin in Ucraina sia più alta di un’invasione militare. 

La Russia invaderà l’Ucraina?

Guardi, come tutti sono rintronato dalla grancassa mediatica in Occidente. Ma le posso garantire che a Mosca nessuno, né i politici né l’opinione pubblica, parla di guerra. Vista da qui, l’isteria occidentale sembra una messinscena studiata o il segno che si è persa una misura.

Al confine ucraino c’è un’armata da centocinquantamila uomini. È davvero solo isteria?

Un’invasione militare sarebbe veramente strana. Tutto il mondo si aspetta che Putin dia il via libera e lui dovrebbe rispettare le loro aspettative? Non è nel suo stile. A Mosca inoltre comprendono bene i rischi di un’impresa simile, mentre è più difficile coglierne i benefici.

Eppure le agenzie di intelligence europee e americane avvertono: potrebbe essere questione di giorni.

Si presuppone forse che dovremmo prendere sempre per vero quel che dice l’intelligence americana, le cose non stanno proprio così. Non siamo in grado né di negare né di confermare questi allarmi. Non c’è dubbio che la Russia stia conducendo una campagna di pressione diplomatica sostenuta da una dimostrazione di forza. Ma non si tratta solo dell’Ucraina.

Di cos’altro?

Ci sono le esercitazioni militari in Bielorussia, nel Mar Nero e nel Mar Baltico. Questo enorme dispiegamento di capacità non ha come obiettivo l’invasione di un singolo Paese. Vuole semmai dimostrare che militarmente la Russia deve essere presa sul serio. 

I segnali di una mossa militare non mancano. Alla Duma ad esempio vogliono riconoscere le repubbliche di Donetsk e Lugansk. È l’anticamera di un’annessione?

Difficile immaginare una mossa più insensata di annettere Donetsk e Lugansk. La Russia guadagnerebbe qualche chilometro di confine senza risolvere nessuno dei veri problemi. Mosca vuole riconfigurare l’intero quadro di sicurezza europeo. 

Come?

Fin dagli anni ’90 la Russia si è lamentata di un sistema che considera non equo. A Mosca ci sono opinioni e proposte diverse per bilanciare i rapporti ma sono state tutte ignorate dall’Occidente, incluso il trattato sulla sicurezza europea proposto da Medvedev nel 2008. Putin è arrivato a una conclusione: per trattare la Russia deve fare in modo di non poter essere ignorata.

Un gioco rischioso.

Molto. Tuttavia non capisco chi descrive Putin come “giocatore d’azzardo”. Putin è tutto, tranne che un giocatore d’azzardo. È un calcolatore. Pronto ad assumersi rischi solo quando è sicuro che siano misurati e che si possa tornare indietro se necessario. Oggi la Russia si è presa dei rischi, ha presentato proposte molto dure e le ha accompagnate con il movimento delle sue truppe.

Con quale obiettivo?

Lanciare un messaggio all’Occidente: se credete di poter dettare voi le regole per la sicurezza in quest’area vi sbagliate, sul fronte militare siamo superiori. Credo ancora che una guerra sia molto improbabile. È un’escalation gestita. In queste offensive diplomatiche devi aumentare la tensione finché non è troppo rischioso per poi iniziare a parlare. Spero che l’intuito di Putin funzioni ancora bene. 

Dove si può trovare un compromesso?

Siamo ancora lontani. Possiamo immaginare un’Ucraina disposta, sotto pressione, ad abbandonare l’insistenza per entrare nella Nato e probabilmente una revisione parziale degli accordi di Minsk. Al tempo stesso Stati Uniti e Russia riapriranno la discussione sul controllo degli armamenti in Europa orientale e sul rilancio del trattato Inf. 

Basterà?

No, il Cremlino vorrà alzare la posta. L’obiettivo è aprire un processo politico simile a quello di Helsinki per correggere o riformare il quadro di sicurezza riconoscendo che l’era della Guerra Fredda è finita e che i principi della Carta di Parigi del 1990 non sono più applicabili per intero. Insieme a un ridimensionamento del ruolo della Nato in quell’area. 

Chiudiamo sulla Cina. Putin può contare sul sostegno di Xi?

È una situazione molto complessa, descrivere Russia e Cina semplicemente come alleati militari è una semplificazione. 

È vero però che i rapporti fra i due Paesi non sono mai stati così solidi dagli anni ’50: questo permette alla Russia di sentirsi più forte. 

Spingere Russia e Cina verso un nuovo coordinamento strategico non è il migliore dei mondi possibili per gli Stati Uniti.  

Federico Rampini a Tagadà: "Ciò che nessuno sa su Vladimir Putin", il più tragico dei sospetti. su Libero Quotidiano il 14 febbraio 2022

Federico Rampini è stato ospite di Tagadà, il talk pomeridiano di La7 condotto da Tiziana Panella. Il giornalista è intervenuto sulla crisi Russia-Ucraina, sul ruolo di Putin, sulla Nato e sugli Usa di Joe Biden: "Venti di guerra? L'incognita è Vladimir Putin, decifrare le sue intenzioni strategiche è un'impresa. Lui ha sempre detto che vuole ricostituire una zona di sicurezza attorno alla Russia, e quindi far arretrare la Nato che si è spinta pericolosamente vicina alle sue frontiere, avverte Rampini che centra così il nocciolo della questione. 

"La Russia", ha ribadito più volte Rampini, "è pericolosamente vicina alle sue frontiere" e gi Usa temono molto questi movimenti. "Biden ha un piano B per evitare la guerra in Ucraina? In apparenza il presidente americano sta cercando di evitare una nuova Kabul, con il suo appello ai cittadini americani perché lascino l'Ucraina, e l'avvertimento che non manderà militari a evacuarli". 

"Putin forse non ha tutto questo interesse a fare una guerra. Vuole solo inasprire i torni, affinché l'Occidente applichi ancora le sanzioni che alla fine sfavoriscono l'Europa più che la Russia e spingono il paese guidato da Putin nell'influenza della Cina. In Usa si sta studiando una sorta 'finlandizzazione' di alcuni stati europei vicino alla Russia: una sorta di stati-cuscinetto. Per Vladimir Putin la guerra non è un'opzione facile, incontrerebbe una resistenza e dovrebbe giustificare massacri di un popolo ucraino che lui stesso descrive come parte della storia russa", ha spiegato Rampini.

Federico Rampini per il "Corriere della Sera" il 28 febbraio 2022.

Sui social media e nei talk show ha fatto proseliti fra noi la narrazione di Putin per giustificare l'invasione dell'Ucraina: l'Occidente ha accerchiato la Russia, l'allargamento di Nato e Ue sono stati attacchi alla sicurezza di Mosca. Anche chi non giustifica l'aggressione di uno Stato sovrano, sembra riconoscere delle attenuanti, dà atto alla Russia di avere subito dei torti. 

Questa ricostruzione degli eventi non è nuova. Anche in America esiste da anni un dibattito autocritico sull'allargamento della Nato. Il più autorevole teorico della strategia di «contenimento» dell'Unione Sovietica agli albori della guerra fredda, il diplomatico e storico George Kennan, condannò la decisione d'includere molti ex-membri del Patto di Varsavia nell'Alleanza atlantica. Altri americani, seguaci del realismo di Henry Kissinger, pensano che l'Occidente si è fatto del male spingendo la Russia nella sfera d'influenza della Cina.

Prima di abbracciare la narrazione vittimista di Putin, però, bisogna ricostruire la cronologia e il contesto degli eventi. Il Muro di Berlino cade nel 1989. L'Unione Sovietica si dissolve nel 1991. Da quella disintegrazione nascono 14 repubbliche indipendenti fra cui l'Ucraina. Molto prima che la Nato inizi ad allargarsi a Est, l'America e i suoi alleati compiono gesti importanti per includere la Russia in una comunità che superi le vecchie divisioni. 

Bill Clinton offre a Mosca una partnership stabile con la Nato e per un certo periodo si parla perfino di una sua adesione. Nel 1997, sempre sotto la presidenza Clinton, il G7 viene allargato per cooptarvi la Russia, e diventa il G8. È solo nel 1999 che la Polonia diventa un membro della Nato, i Paesi Baltici seguiranno nel 2004. 

In quel periodo Putin non parla di accerchiamento, non considera l'America un nemico: l'11 settembre 2001 è il primo leader straniero a chiamare Bush per esprimergli solidarietà; offre sostegno logistico all'intervento militare in Afghanistan. Passano molti anni prima che il presidente russo «scopra» la mire aggressive degli occidentali.

Il primo discorso della sua nuova dottrina arriva solo nel 2007 a Monaco. Nel 2008 invade la Georgia. Che cos' è accaduto per cambiare radicalmente la sua visione sul nuovo ordine che si è instaurato in Europa? La spiegazione più verosimile sono le «rivoluzioni arancioni», che gli fanno temere una perdita di consenso. 

È quando si sente minacciato nel suo potere interno, che comincia a vedere congiure americane per rovesciarlo: dietro le manifestazioni di Mosca contro di lui indica la mano della Cia, e del magnate progressista ungherese-americano George Soros. Il teorema sulla Nato aggressiva, l'accusa all'Occidente di avere calpestato le promesse, è la reazione di un leader che sente vacillare il proprio potere interno.

Lo applicherà ad ogni «rivoluzione arancione», compresa la rivolta di piazza Maidan a Kiev, che nel 2014 porta alla caduta a furor di popolo del presidente filorusso Yanukovich. Che gli americani e altri occidentali abbiano appoggiato le opposizioni a Putin e ai regimi filorussi dei paesi vicini, è innegabile. Però non bastavano la Cia e Soros a ispirare quelle proteste, dietro c'era il disagio reale delle popolazioni. 

Putin ha fallito nella sfida più importante, la modernizzazione del suo paese. Certo ha rimesso ordine in casa rispetto agli anni caotici della presidenza di Boris Eltsin, quando la Russia si era impoverita al punto da avere un Pil equivalente a quello del Belgio. Oggi la ricchezza del paese è un po' migliorata - anche perché «indicizzata» al prezzo del petrolio e del gas - ma il suo Pil resta nettamente inferiore a quello dell'Italia.

Poco davvero, per una nazione che ha quasi il triplo della popolazione italiana. La Russia rimane un petro-Stato, afflitto da arretratezze gravi, ha un'eccellente tradizione scientifica ma i suoi migliori laureati in matematica devono emigrare nella Silicon Valley in cerca di opportunità. Solo in un settore Putin ha avuto successo: la politica estera. 

Dal Medio Oriente all'Africa, i militari russi hanno guadagnato posizioni strategiche e si sono «esercitati» per le prodezze compiute in Crimea. Dietro queste avanzate c'è la capacità di Putin di sfruttare le debolezze dell'Occidente. C'è anche l'unica modernizzazione riuscita, quella delle sue forze armate. Mentre l'economia russa restava arretrata, Putin l'ha resa più autarchica: ha meno debito pubblico, meno debito estero, meno dipendenza dai mercati finanziari occidentali; è un'economia che lui prepara da anni per resistere alle sanzioni.

Ma i benefici per il popolo russo dove sono? Putin si è condannato a subire la maledizione degli Zar: i grandi modernizzatori come Caterina e Alessandro non riuscirono mai a migliorare il proprio paese portandolo al livello delle potenze occidentali; cercarono compensazioni nelle avventure imperiali. 

La sindrome dell'accerchiamento non è una storia nuova: la Russia si è sempre sentita insicura e ha sempre «esportato» insicurezza cercando di allargare il proprio territorio per proteggersi dalle invasioni. Ha la superficie più vasta del pianeta, eppure non si sente mai abbastanza grande. Visto che non possiamo cambiare la storia russa, avremmo dovuto tenerne conto, evitando di risvegliare demoni antichi? 

Il processo all'allargamento della Nato trascura il contesto. Polonia, Paesi Baltici, Ungheria, Cecoslovacchia, «appartenevano» all'Europa e alla cultura occidentale, quando il patto di Yalta li abbandonò nelle mani di Stalin dopo la Seconda guerra mondiale. Per quasi mezzo secolo furono soggetti al dominio sovietico.

Non appena cadde la cortina di ferro della guerra fredda vollero tornare alla loro collocazione storica. Respingere quelle richieste sarebbe stato un ulteriore tradimento. Putin del resto non vorrebbe solo ricacciare la Nato dietro i confini del 1997. Osteggia anche l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea, la civile, pacifista, inerme Unione europea, che non schiera missili alle sue frontiere.

Federico Rampini, Occidente condannato: "Siamo finiti nelle mani di Vladimir Putin, perché il suo è un trionfo". Libero Quotidiano il 15 febbraio 2022

Le tensioni attorno all'Ucraina alla fine non porteranno da nessuna parte. Nessuna guerra all'orizzonte: ne è convinto Federico Rampini che, in un'intervista al Giornale, ha spiegato che a Joe Biden non conviene affatto iniziare un conflitto contro la Russia. Anche perché il presidente Usa ha già non pochi problemi all'interno del suo Paese: "L’inflazione, lo stallo nell’agenda delle riforme, le divisioni paralizzanti in seno al partito democratico, gli eccessi del politically correct nell’ala radicale". Il giornalista del Corriere della Sera ha spiegato, poi, che anche alla Russia non conviene iniziare uno scontro di quella portata con gli Usa: "Putin preferisce vincere senza combattere, certo. Una guerra vera ha tante incognite anche per lui. Nonostante l’inferiorità militare ucraina, non sarebbe una tranquilla passeggiata fino all’occupazione di Kiev. Poi ci sono le conseguenze diplomatiche ed economiche”. 

Non aiuta l'immobilismo dell'Unione europea. Di fronte all'ipotesi di una difesa comune europea, Rampini non può che mostrarsi scettico. Il problema dell'Ue, secondo il giornalista, è il rapporto instaurato con la Russia: "L’energia è il nostro tallone d’Achille. Ci siamo privati della nostra autonomia strategica verso Mosca consegnandoci alla dipendenza al gas russo”. Quando gli viene chiesto se magari con Romano Prodi sarebbe stata migliore la gestione della situazione, Rampini risponde: "Sotto il Prodi presidente della Commissione europea ebbe inizio quell’allargamento a Est dell’Unione, che oggi Putin mette sotto accusa e vuole congelare”.

Il rischio adesso è che la Russia si sposti sempre più verso Pechino: "La Cina sta già guadagnando. Putin è andato a omaggiare Xi Jinping alle Olimpiadi di Pechino e ha firmato un comunicato congiunto che per il 90% riprende le posizioni della diplomazia cinese. Se la Russia finirà sotto nuove sanzioni economiche occidentali, questo la costringerà a “s-dollarizzarsi” ancor più, spostandosi verso quel sistema economico-finanziario alternativo che ha il centro a Pechino".

Maurizio Stefanini per "Libero quotidiano" il 15 febbraio 2022.

Fondatore e direttore di Limes Rivista Italiana di Geopolitica, Lucio Caracciolo ha dato vita alla sua creatura editoriale subito dopo la fine del blocco comunista nella previsione che, terminata la contrapposizione ideologica tra Este Ovest, l'Italia avesse bisogno di capire qual era il proprio interesse nazionale e come perseguirlo.

Gli chiediamo come prima cosa: insomma, questa guerra tra Russia e Ucraina si farà o non si farà?

«La domanda dovrebbe essere ovviamente rivolta innanzitutto a Putin, visto che è lui che decide. Io risponderei che mi sembra molto poco probabile che avvenga nei tempi e nei modi previsti dagli americani, cioè dopodomani». 

Quindi Putin aspetterebbe di più per colpire?

«No. Secondo me non ha alcun interesse a colpire, almeno allo stato dell'arte, perché sta già ottenendo quello che vuole. Cioè, sta mantenendo la pressione sull'Ucraina e la sta spingendo a qualche forma di accordo che dovrebbe sancire il principio che, almeno in un tempo immediatamente a venire, l'Ucraina non chieda di entrare nella Nato».

Quindi sta ottenendo il suo risultato?

«Allo stato dell'arte, ripeto, perché è tutto in evoluzione, sì. Il suo scopo è di destabilizzare l'Ucraina e dividere la Nato. Il secondo scopo è raggiunto in partenza, perché la Nato come è noto non ha una linea unica sulla Russia e soprattutto la leadership americana mi pare piuttosto confusa e incerta, e comunque non si vuole impegnare in una guerra contro la Russia.

Quanto alla destabilizzazione dell'Ucraina, anche qui l'America contribuisce enfatizzando la minaccia russa e favorendo la destabilizzazione dell'Ucraina, facendo montare il panico. Insomma, tutto quello che Zelenski ha detto a Washington senza successo: se continuate così, qui restiamo in mutande». 

C'è stato un contraccolpo della fuga da Kabul?

«Io penso che in questo momento la prima preoccupazione di Biden e dei suoi sia quella di non straperdere il voto di medio termine. Quindi non sono proprio concentratissimi sull'Ucraina, e questo significa anche che non hanno una visione strategica, mentre per Putin è una questione esistenziale. Di vita o di morte. Quindi c'è una profonda diversità di posta in gioco tra americani e russi».

Tra americani e russi o tra americani e Putin? Fino a che punto l'interesse di Putin coincide con l'interesse della Russia?

«Dipende da cosa si intende per Russia. Se pensiamo allo Stato, direi di sì. È chiaro che la Russia a interesse a destabilizzare l'Ucraina, qualunque sia il suo leader. I russi, ma credo anche Putin, non è che abbiano tutta questa voglia di fare la guerra contro un popolo che considerano molto intimo. Putin stesso dice: "noi, gli ucraini e i bielorussi siamo lo stesso popolo". Sarebbe una sorta di guerra civile».

La situazione contribuisce a riscoprire questo legame? O non porta piuttosto a spingere gli ucraini verso Occidente?

«È tutto da vedere. Visto che gli occidentali hanno stabilito di non essere disposti a morire per Kiev, francamente non credo che gli ucraini abbiano tutta questa fretta di entrare. Siamo disposti ad armarli perché eventualmente combattano loro, ma visti i rapporti di forza gli ucraini aldilà dei sentimenti non credo abbiano un particolare interesse a combattere da soli contro i russi».

Ma se poi la guerra davvero ci fosse, quale sarebbe lo scenario più probabile? Una resistenza simbolica tipo Cecoslovacchia nel 1968, o resistenza accanita tipo Finlandia nel 1939?

«Adesso non esageriamo, i russi non sono completamente scemi. È chiaro che se entrassero con i carriarmati a Kiev per loro sarebbe un suicidio totale, perché otterrebbero l'opposto di quello che vogliono. Cioè, compatterebbero la Nato, sia pure provvisoriamente; perderebbero la faccia a livello internazionale; e scatenerebbero una serie di sanzioni devastanti nei loro confronti.

La guerra la stanno già facendo i russi con altri mezzi, a cominciare dal cyber, dalla propaganda, dalla disinformazione. Insomma, vediamo già uno scontro in atto che non ha più molto a che vedere con le guerre che abbiamo conosciuto nel '900». 

C'è anche una polemica sul fatto che Putin starebbe facendo sponda a tutta una serie di operazioni di esportazione dell'autocrazia.

«Io non credo che Putin abbia molto interesse alle classificazioni politologiche dei regimi. Ha interessi a che i regimi che gli stanno intorno siano se non amici o alleati quanto meno non siano nemici. Oggi l'Ucraina non può più essere, come è stata a lungo, nella sfera di influenza russa, ma i russi pensano che possa non entrare in quella Usa. Dopo di che, tra 20 anni se ne riparla». 

E l'interesse dell'Italia?

«Che non ci sia nessuna guerra, innanzitutto. Una guerra vera con sparatorie e battaglie significherebbe innanzitutto una fuga di massa dall'Ucraina e l'Italia è il Paese che ospitala più grande comunità ucraina d'Europa.

Centinaia di migliaia di persone arriverebbero da noi. In secondo luogo potrebbero esserci, ma non è detto, ripercussioni sulle forniture di gas oppure, questo è già più sicuro, sul prezzo dell'energia. Poi bisogna vedere che tipo di sanzioni noi adotteremmo contro la Russia e le controsanzioni che la Russia adotterebbe contro di noi. Sapendo che comunque sarebbero pesanti».

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera" il 14 febbraio 2022.

Quando nel 2005 lasciò la cancelleria, Gerhard Schröder venne anche a congedarsi dai media stranieri. A un collega che gli chiese come avesse intenzione di occupare in futuro le sue giornate, rispose candidamente: «Cercherò di fare soldi».

Schröder è stato di parola. In oltre sedici anni, è diventato uno dei più pagati lobbisti del mondo. Con il non trascurabile particolare che l'ex cancelliere ha un solo cliente: l'industria energetica russa che, come tutto nella Federazione, fa capo a Vladimir Putin. 

Schröder fa parte dei consigli di amministrazione di Nord Stream 1 e Nord Stream 2, del gigante petrolifero Rosneft e da giugno compirà il grande salto in quello di Gazprom, monopolista del gas, pilastro dell'economia e strumento centrale del potere del Cremlino.

Di più, con Vladimir Vladimirovic l'ex cancelliere tedesco vanta una forte amicizia, totalmente ricambiata. Regolarmente e immancabilmente pronto a difendere le ragioni di Mosca sin dall'annessione della Crimea nel 2014, Schröder a 77 anni ha ancora una grossa influenza sulla Spd, che in lui ha sempre celebrato il vincitore di Helmut Kohl, l'eroe delle due vittorie elettorali del 1998 e del 2002, il cancelliere che tenne la Germania fuori dalla guerra in Iraq.

Negli anni i suoi non sempre limpidi affari con la Russia e le sue imbarazzanti difese d'ufficio di Putin, che una volta definì un «impeccabile democratico», hanno però finito per farne un fattore di grave disturbo per la socialdemocrazia. Ora, con la crisi ucraina, Schröder è diventato un pericolo: per i socialdemocratici, per il nuovo cancelliere Olaf Scholz e secondo alcuni addirittura per il Paese.

Mentre l'Occidente tenta con tutte le forze di scongiurare un'azione armata contro Kiev, Schröder infatti non solo critica sempre e soltanto il governo ucraino, ma soprattutto lavora a tutto campo per salvare il gasdotto Nord Stream 2, la madre di tutte le sanzioni occidentali nel caso in cui Putin invadesse l'Ucraina. Il problema è che Schröder non solo non è del tutto isolato nella Spd, bensì intercetta anche l'umore prevalente dei tedeschi: più del 50% è infatti favorevole al completamento del Nord Stream 2 qualunque cosa accada in Ucraina, il 46% chiede una politica di vicinanza con la Russia e addirittura il 75% è contrario a inviare armi a Kiev.

Dentro il partito, l'ex cancelliere può contare soprattutto sull'appoggio di Manuela Schwesig, potente premier del Meclemburgo, il Land dove approdano i tubi del gasdotto. Per Olaf Scholz l'ex cancelliere è una mina vagante. Durante la visita a Washington, in una intervista con la Cnn , ha avuto addirittura bisogno di precisare: «Schröder non parla per il governo. Io sono ora il cancelliere».

Per questo nel partito si levano sempre più voci favorevoli a una definitiva presa di distanza dall'ex cancelliere. Nel 1999, al culmine dello scandalo dei fondi neri, anche Helmut Kohl era diventato un imbarazzo per la Cdu. Ci volle l'articolo di una certa Angela Merkel perché il vecchio cancelliere fosse messo all'indice. Chi avrà il coraggio di imitare quell'esempio nella Spd, emancipandola da Gerhard Schröder? Le speranze si appuntano sul neopresidente Lars Klingbeil. In fondo anche lui, come Merkel lo fu di Kohl, è una creatura dell'ex cancelliere per il quale ha anche lavorato.

(ANSA il 15 febbraio 2022) - "La data del 15 febbraio del 2022 entrerà nella Storia come il giorno del fallimento della propaganda di guerra da parte dell'Occidente. Svergognati e annientati senza sparare un colpo". 

Lo scrive su Telegram la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, dopo che Mosca ha annunciato l'inizio del ritiro di truppe schierate ai confini con l'Ucraina, mentre gli Usa prevedevano un attacco per domani, 16 febbraio. (ANSA il 15 febbraio 2022) - Il ritiro delle truppe russe alle loro basi "era pianificato" e "non dipende dall'isteria occidentale". Lo ha detto il ministro degli Esteri Serghei Lavrov. Il ministro, citato dalla Tass, ha aggiunto che le notizie diffuse dall'Occidente su una invasione russa dell'Ucraina sono "terrorismo mediatico".

Da ansa.it il 15 febbraio 2022.  

Alcune delle forze russe schierate per esercitazioni militari nei pressi della frontiera ucraina stanno rientrando alle loro basi, riferisce il ministero della Difesa di Mosca, citato dalla Tass.

Unità dei distretti militari meridionali e occidentali, che hanno completato i loro compiti, hanno già iniziato a caricare i mezzi di trasporto ferroviari e terrestri e oggi inizieranno a rientrare alle proprie basi", ha dichiarato in una nota il generale maggiore Igor Konashenkov, portavoce della Difesa russa. 

"Mentre le misure di addestramento al combattimento si avvicinano alla conclusione, le truppe, come sempre avviene, effettueranno marce combinate alle proprie basi permanenti", aggiunge Mosca. Il Cremlino ha confermato l'inizio di un ritiro pianificato dal confine ucraino delle sue truppe impegnate nelle esercitazioni militari. Il Cremlino considera la decisione degli Usa di evacuare i loro diplomatici da Kiev come "un'isteria esibizionista e senza senso". ha detto il portavoce, Dmitry Peskov, citato dalla Tass. 

"Insieme ai nostri partner" occidentali, "siamo riusciti a impedire ogni nuova escalation da parte della Russia". Lo ha detto il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, dopo che Mosca ha annunciato l'avvio del ritiro di una parte delle sue truppe impegnate nelle esercitazioni al confine ucraino. 

"La data del 15 febbraio del 2022 entrerà nella Storia come il giorno del fallimento della propaganda di guerra da parte dell'Occidente. Svergognati e annientati senza sparare un colpo". Lo scrive su Telegram la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, dopo che Mosca ha annunciato l'inizio del ritiro di truppe schierate ai confini con l'Ucraina, mentre gli Usa prevedevano un attacco per domani, 16 febbraio.

La Germania ha chiesto alla Russia di "ritirare le proprie truppe" schierate ai confini dell'Ucraina. Lo ha dichiarato la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock, nel giorno dell'incontro a Mosca tra il cancelliere Olaf Scholz e il presidente russo Vladimir Putin. "La situazione è particolarmente pericolosa e può degenerare in qualsiasi momento" e "noi dobbiamo utilizzare tutte le opportunità di dialogo per ottenere una soluzione pacifica", ha affermato la ministra Baerbock in una nota, sottolineando che "la responsabilità di una de-escalation è chiaramente dal lato della Russia, e spetta a Mosca ritirare le proprie truppe".

Anche l'Italia tenta la carta della diplomazia diretta per cercare una soluzione pacifica alla crisi dell'Ucraina: Di Maio arriva oggi a Kiev, mentre domani sarà in Russia. 

Segnali contrastanti sulla possibilità di un'intesa: Lavrov vede spiragli per un accordo con Usa e Ue, ma Blinken annuncia lo spostamento temporaneo da Kiev dell'ambasciata americana e la Cnn fa sapere che Zelensky è stato informato che il giorno dell'attacco russo sarà domani.

C'è stata "un'accelerazione drammatica" nel dispiegamento di forze russe al confine con l'Ucraina, ha detto il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, invitando "tutti gli americani ancora in Ucraina a lasciare il Paese immediatamente". 

Alcune truppe russe vicino al confine con l'Ucraina hanno iniziato a muoversi in "posizioni da attacco". Lo riporta Cbs citando un funzionario americano, secondo il quale Mosca ha spostato parte dell'artiglieria a lungo raggio in posizione di tiro.

Il premier britannico Boris Johnson e il presidente Usa Joe Biden hanno concordato sul fatto che "resta un'opportunità" per risolvere la crisi in Ucraina "con la diplomazia". Lo fa sapere Downing Street dopo la telefonata tra i due leader. 

"Non crediamo che Vladimir Putin abbia già preso una decisione finale" sull'eventuale attacco contro l'Ucraina: lo ha detto il portavoce del Pentagono John Kirby, ribadendo che un'azione militare è possibile "in qualsiasi momento". Kirby non ha voluto però entrare nel merito delle informazioni di intelligence secondo cui il giorno previsto per l'attacco sarebbe mercoledì.

Il capo del Pentagono Lloyd Austin sarà da martedì in visita a Bruxelles, in Polonia e in Lituania: lo ha annunciato il portavoce della Difesa Usa John Kirby. 

'Ci sono chance di trovare un accordo con l'Occidente', ha detto il ministro degli Esteri russo Lavrov al presidente Putin. Mentre il ministro della Difesa Shoigu ha annunciato che 'una parte delle esercitazioni' delle forze armate di Mosca 'si sta concludendo, un'altra sarà completata nel prossimo futuro'. Durante lo stesso incontro, il presidente russo, citato dalla Tass, ha detto che l'espansione della Nato verso est 'è infinita, molto pericolosa e avviene a spese delle ex Repubbliche sovietiche, inclusa l'Ucraina'. 

Ma il Pentagono rivela: 'La Russia nel weekend ha rafforzato il proprio dispositivo militare al confine con l'Ucraina'. 

Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha annunciato lo spostamento temporaneo di tutta l'ambasciata americana da Kiev a Leopoli.

Mercoledì sera il presidente del Consiglio Mario Draghi sarà a Parigi per una cena di lavoro all'Eliseo. Lo comunica una nota di Palazzo Chigi. Al centro della cena "consultazioni e prospettive di impegno per il Sahel". 

"In caso di aggressione militare, saremmo pronti a sanzioni su vasta scala, se la Russia violerà nuovamente la sovranità ucraina, sapremo cosa fare". Lo ha detto il cancelliere tedesco Olaf Scholz, nella sua conferenza stampa congiunta a Kiev con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

"La sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina non sono negoziabili. Ci aspettiamo dalla Russia chiari segnali di de-escalation, un attacco all'Ucraina avrebbe gravi conseguenze", ha aggiunto invitando la Russia a "cogliere le offerte di dialogo". La questione dell'ingresso dell'Ucraina nella Nato attualmente "non è in agenda", per questo è strano che la Russia agisca come se lo fosse, ha detto Scholz.

Domani il capo del governo tedesco sarà al Cremlino a Mosca per incontrare Putin. Scholz ha chiesto alla Russia oggi "segnali immediati di de-escalation". "Noi ci aspettiamo da Mosca segnali immediati di de-escalation", ha scritto in un tweet, sottolineando che "una nuova aggressione militare avrà delle conseguenze pesanti per la Russia".

Il Nord Stream 2 è "un'arma geopolitica" della Russia. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky al cancelliere tedesco Olaf Scholz, in visita a Kiev. L'ingresso nella Nato "garantirebbe la nostra sicurezza", ha spiegato il presidente ucraino. E' stato un "grosso errore" spostare il personale delle ambasciate occidentali da Kiev a seguito della crisi con la Russia, ha aggiunto Zelensky. 

La crisi ucraina fa aumentare "i rischi cibernetici ai quali sono esposte le imprese italiane che intrattengono rapporti con operatori situati in territorio ucraino, derivanti da possibili danni ad obiettivi digitali di quel Paese". Lo segnala L'Agenzia per la cybersicurezza nazionale invitando ad innalzare i livelli di protezione delle infrastrutture digitali.

E' "possibile" che sulla crisi ucraina ci sia una sessione ad hoc dei leader europei a margine del summit di questa settimana tra Ue e Unione Africana. 

In settimana il ministro degli Esteri Luigi Di Maio potrebbe volare a Mosca per incontrare il suo omologo russo Lavrov. Domani intanto Di Maio è atteso a Kiev.

"Al 12 febbraio, il numero totale di truppe russe lungo i confini dell'Ucraina, comprese quelle in Bielorussia e nei territori occupati dell'Ucraina orientale e della Crimea, è di 87 gruppi tattici, circa 147.000 militari, compreso il personale aereo e navale". E' la stima del Center for Defense Strategies ucraino, riportata dal Kyiv Independent. "Queste truppe sono dotate delle armi e dei veicoli appropriati, nonché di unità di supporto logistico e medico. Tuttavia, finora non ci sono segnali che dispongano dei rinforzi aggiuntivi necessari per un'offensiva su larga scala", aggiunge l'analisi degli esperti. 

"Ci aspettiamo che questi esigui canali per il dialogo alla fine ci permetteranno di trovare una sorta di reciprocità da parte dei nostri oppositori e il desiderio di trovare una soluzione che veramente significherà il tenere conto dei nostri interessi", ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ripreso dall'agenzia russa Ria Novosti.

"Nell'ambito delle questioni per noi essenziali, gli americani ignorano le nostre preoccupazioni, e mi riferisco alla questione delle garanzie di sicurezza che ha posto il presidente Putin", ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, . "Quindi - ha proseguito - a questo proposito la situazione non è rosea, ma noi comunque speriamo. In qualità di persone ragionevoli, ci stiamo preparando al peggio, ma speriamo comunque nel meglio".

"La nostra priorità immediata è sostenere gli sforzi per una de-escalation della situazione" ma se Mosca intensifica l'azione militare il G7 "è pronto a imporre collettivamente sanzioni economiche e finanziarie con conseguenze enormi e immediate sull'economia russa", affermano i ministri della Finanza del G7.

"Supportiamo l'Ucraina. La sua sovranità e la sua economia", scrive su Twitter il commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni rilanciando la dichiarazione dei ministri delle Finanze del G7 sulla crisi ucraina. Il primo ministro britannico Boris Johnson ha affermato che la situazione in Ucraina è "molto, molto pericolosa" e ha invitato il presidente russo Vladimir Putin a fare un passo indietro dall'"orlo del precipizio", riferisce la Press Association.

In caso di flussi di rifugiati dall'Ucraina, l'Unione europea sta lavorando ad un piano ad hoc anche per aiutare i Paesi di primo arrivo. "Stiamo lavorando per un supporto dell'Unione ai confini con l'Ucraina e sto esortando tutti affinché ci sia solidarietà da parte dei Paesi membri", ha spiegato un alto funzionario dell'Ue facendo una distinzione tra la crisi bielorussa - con Varsavia che chiuse i confini ai flussi in arrivo da Minsk - e quella ucraina: "La situazione è differente. "Lì c'è stato un attacco ibrido. Qui si tratterebbe di una crisi con persone in fuga per salvare le proprie vite", ha osservato. 

Francesco Semprini per "la Stampa" il 15 febbraio 2022.

Prima ancora di iniziare il conflitto, la Russia ha dato inizio alla sua offensiva nei confronti dell'Ucraina sulla quinta dimensione bellica, quella cibernetica. È questa la denuncia che arriva dalle cancellerie occidentali così come dagli stati maggiori di Kiev, in attesa di capire se e quando Vladimir Putin darà ordine all'armata russa di varcare i confini occidentali. Al momento l'ipotesi invasione appare complicata se analizzata sulla base delle 147 mila truppe schierate da Mosca a ridosso del confine.

«Troppo pochi», dicono gli strateghi di mezzo mondo che tuttavia dipingono scenari alternativi, come quelli della guerra ibrida, asimmetrica ed eventualmente per procura. Per gli americani Mosca ha molte opzioni fra cui manovre per mettere fuori uso le infrastrutture ucraine, ma anche - ed è questa la novità di rilievo - centinaia di false bombe. La polizia ucraina ha ricevuto quasi mille messaggi anonimi nel mese di gennaio, soprattutto via e-mail, con falsi allarmi bomba in circa diecimila posizioni occupate da scuole, ministeri, uffici e infrastrutture essenziali

«Fake news» con «fake bomb», volte a paralizzare le attività e gli stati d'animo, con la quotidianità che si spezza tenendo in ostaggio la vita dei cittadini. «Vogliono destabilizzarci dall'interno», sostiene Viktor Zhora, vicedirettore dei Servizi di protezione della Comunicazione. L'obiettivo russo, secondo Kiev, è indebolire progressivamente il Paese, provocando malcontento e proteste simili a quelle fomentate nell'Est del Paese nel 2014 per giustificare un intervento. Insomma, portarlo a una crisi di nervi secondo lo schema consequenziale di attacchi cyber, azioni di sabotaggio e manovre di quinte colonne per fomentare il casus belli.

Stretta tra paura e voglia di andare avanti, Kiev prova a smorzare i toni, mettendo in discussione il «panico» creato tra la popolazione e nei mercati dalle decisioni di molti alleati occidentali di richiamare i propri cittadini e il personale non essenziale delle ambasciate. Una mossa che viene difesa invece dal segretario di Stato Antony Blinken, che l'ha definita «la cosa più prudente da fare». Uno schema di cui è parte anche la Russia che si è detta «preoccupata» per la decisione dell'Osce di trasferire parte del proprio personale dall'Ucraina.

La guerra (preventiva) ibrida è del resto praticata in entrambe le direzioni con la tattica informativa degli Usa che hanno deciso di diffondere le informazioni di intelligence al grande pubblico nel tentativo di ostacolare i piani del presidente russo Vladimir Putin. Se in Crimea e Georgia gli americani avevano tenuto segrete le informazioni e lasciato di fatto campo libero all'azione russa, stavolta Usa e Gran Bretagna si muovono diversamente. Lasciano trapelare le informazioni nel tentativo di anticipare e così sventare le mosse russe.

Dalla denuncia del presunto golpe a Kiev, alla costruzione del casus belli, sino alla pubblicazione minuziosa degli spostamenti di truppe: la divulgazione di questo materiale - nella speranza di Washington - mostrerebbe la forza e la determinazione Usa spingendo Putin a non agire. Il rischio è bruciare le fonti sul terreno. «Ma ogni tentativo americano di usare l'intelligence per plasmare l'opinione mondiale» fa i conti con «l'ombra della guerra in Iraq», chiosa il Financial Times ricordando come nel 2003 gli Usa riuscirono nei loro sforzi per costruire una coalizione anti Saddam Hussein sulla base di informazioni di intelligence sulla presenza di armi di distruzione di massa nel Paese. Il fatto che non siano mai state trovate ha però indebolito a lungo la credibilità americana.

Jacopo Iacoboni per "la Stampa" il 17 febbraio 2022.

«Putin ha vinto, ha dimostrato che non voleva attaccare e ora otterrà concessioni». No, «Biden ha vinto, ha costretto Putin a non attaccare». Nella information war e nello scontro di propagande in atto, la cosa più utile è invece mettere in fila alcuni fatti.

Le guerre non sono più come dieci anni fa, e neanche il loro racconto: esiste una mole vastissima di materiale video, foto geolocalizzate, immagini satellitari, fonti osint (acronimo di open source intelligence), materiali scovati da una comunità collaborativa di ricercatori, reporter, fotografi, videomaker, blogger, e vagliati in modo indipendente e con sempre più esperienze e capacità diffuse, usando software che sono a disposizione di tutti. Senza aspettare i governi, o gli spin delle agenzie di intelligence.

Grazie una vasta collazione di ricerche, La Stampa è in grado di fissare che il ritiro non c'è, al momento. Ancora per tutta la giornata di ieri, tutte le fonti osint erano concordi: ci sono movimenti russi, ma verso il confine ucraino, non all'indietro. Rob Lee, uno degli analisti osint più apprezzati e conosciuti su questa materia, ha pubblicato il video della Difesa russa: «Il portavoce del Ministero della Difesa russo Igor Konashenkov ha affermato che le truppe del distretto militare meridionale e occidentale hanno completato l'esercitazione e torneranno alle loro basi permanenti.

Il video mostra il caricamento di T-72B3, 2S1, BTR-82A e BMP-3 sui treni». Ma il materiale è stato immediatamente geolocalizzato da un altro ricercatore, Tom Bullock, grazie ai cartelli stradali: «Questo pezzo di filmato mostra l'opposto di ciò che la Russia sostiene stia accadendo. I T-72B3M si stanno spostando da Otreshkovo e dalla sua stazione ferroviaria, al campo di addestramento di Postyalye Dvory non lontano dal campo lì».

Il giornale Izvestia aveva riferito che unità della 3a divisione di artiglieria russa del distretto militare occidentale e della 42a e 150a divisione del distretto militare meridionale stavano tornando alle loro basi permanenti. Video diffusi dalla tv di stato Zvezda mostravano truppe e materiale russi che attraversavano il ponte di Crimea, tornando alle loro basi: si trattava del 291° reggimento MT-LBM6MB della 42a divisione, e carri armati T-72B con schermi sul tetto e obici 2S1 Gvozdika. Ma, osserva Rob Lee, «il 3° e il 150° hanno sede proprio vicino all'Ucraina».

Quindi il rientro alla base significa stare ancora più vicini alla posizione di possibile attacco. Martedì RT ha diffuso video di presunte truppe che si allontanavano dal confine. Ma quelle truppe sono state geolocalizzate: ed erano altrove, alla stazione ferroviaria di Bakhchisaray, in Crimea (a 180 km dall'Ucraina continentale). Insomma, la Russia ci forniva filmati di truppe che non erano, fin da principio, vicine al confine con l'Ucraina. Ci venivano vendute mele come pere.

E lo stesso avviene negli oblast di Kursk e Belgorod. In più, almeno trenta elicotteri sono stati filmati mentre si spostavano verso il confine. Carri armati sono stati geolocalizzati a Veselaya Lopan e Karaichnoe (città a 25 chilometri dal confine con l'Ucraina). Una grande quantità di convogli militari è stata osservata in movimento verso sud sull'autostrada M4, nell'oblast di Rostov, in direzione della Crimea. Possiamo credere ai propagandisti del Cremlino, ma nella guerra contemporanea possiamo anche credere ai nostri stessi occhi, e ad alcuni semplici software che oggi possiamo usare tutti.

Crisi ucraina. E la tv russa si fa beffe dell’Occidente: “Celebriamo la non invasione”. Rosalba Castelletti su La Repubblica il 16 febbraio 2022.

Ironie di presentatori e funzionari. Ma la propaganda non basta più: “La gente è stanca del militarismo” Persino Ivan Urgant aveva ironizzato sul 16 febbraio, il giorno che l'intelligence statunitense aveva individuato come "data dell'invasione" russa in Ucraina. "Quand'è la guerra? Il 16? Non va bene. Ci sono le Olimpiadi. La pattinatrice Kamila Valieva deve ancora gareggiare. Non si può spostare?", ha scherzato il mattatore della prima serata su Pervyj Kanal (Primo canale) diventato una celebrità anche in Italia grazie agli show di Capodanno Ciao 2020 e Ciao 2021.

Letizia Tortello per "la Stampa" il 16 febbraio 2022.  

Putin non ha fatto scoppiare la guerra e ha portato a casa tre risultati in un colpo solo. Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes e dell'omonima scuola di geopolitica che da aprile a dicembre torna con il corso «Le chiavi del mondo», legge l'esito di queste settimane di tensione come la riaffermazione dell'astuzia dell'inquilino del Cremlino, che l'America di oggi fa fatica a contrastare.

Cosa guadagna Putin con l'apertura al dialogo?

«La vicenda è in corso, aspetterei a dare pagelle definitive. Però, possiamo direi che Putin è in netto vantaggio come vincitore tattico. Ha raggiunto l'obiettivo di tornare ad essere considerato un interlocutore con cui gli Usa devono trattare, e ha rimesso in pista un negoziato russo-americano per gli assetti strategici globali e l'architettura della sicurezza in Europa. Destabilizzando l'Ucraina si è garantito che questa non entrerà nella Nato. Ha riaffermato il principio che la Russia è una grande potenza: con un sostanziale colpo di Stato in Kazakhstan, riportandolo sotto il suo controllo, ed espandendo la sua influenza in Africa, ha riaperto tutte le partite della sicurezza globale».

Resta aperta anche quella della sicurezza in Europa, che può essere destabilizzata da un momento all'altro. L'Occidente si scopre debole e incapace di difendersi?

«Sicuramente il fronte europeo è ancora in evoluzione. Non credo si possa parlare di un Occidente come soggetto geopolitico: ha idee molto diverse al suo interno, dipendenze economiche diverse. Per gli Usa, potenza leader, l'Ucraina non è una priorità, così come non lo è l'Africa. Alla crisi di Kiev, infatti, Washington ha risposto con le sanzioni, non impegnandosi fino in fondo. Non credo che i russi abbiano mai pensato di entrare a Kiev. Sarebbe ancora possibile, ma perderebbero su tutta la linea. Nessuno si fiderebbe più di loro. Putin incontrerebbe la resistenza della stessa popolazione russa, andrebbe contro la sua retorica dello stretto legame di parentela tra russi e ucraini. Mantenendo la pressione, invece, ha ottenuto i suoi obiettivi». 

Otterrà, alla fine, anche che a Kiev si insedi un governo più vicino al Cremlino?

«Il potere in Ucraina è in mano a una decina di super-oligarchi, alcuni dei quali sono peraltro fuggiti in queste settimane, portando via i capitali. Lo stesso presidente Zelensky deve fare i conti con questa realtà. Gli ucraini non hanno capito che per gli Usa Kiev non è il focus e che possono contare su Europa e Usa fino a un certo punto, e si sono giustamente lamentati. Nessuno pensava che sarebbero davvero entrati nella Nato: i russi dentro casa, in Crimea, e i filorussi in Donbass erano una garanzia strutturale che non sarebbe avvenuto. Putin ha anche spinto l'Ucraina ad essere poco attrattiva per gli investitori stranieri». 

Come valuta le mosse di Biden?

«Mi viene difficile interpretarle. Con tutte le migliori energie non trovo il filo logico della risposta a questa crisi. L'America sta attraversando una delicata fase interna, anche di delegittimazione delle istituzioni. E infatti come si vede i nemici di Biden usano questa debolezza».

Scholz, il "cancelliere fantasma", va a Mosca nel giorno decisivo. Che peso ha giocato il gas che i russi vendono all'Europa?

«Non credo sia stata una guerra del gas. Ma una partita tutta strategica e geopolitica. Nemmeno gli americani vogliono far saltare completamente la dipendenza energetica europea dalla Russia». 

Putin torna a guardare a Ovest. La rivincita della Ostpolitik?

«A condizionarlo c'è la sua storia personale: è nato a Pietroburgo e appena diventato presidente propose addirittura che la Russia entrasse nella Nato. Gioca per non mettere tutte le uova nello stesso cesto. La crisi del 2014 l'ha costretto ad avvicinarsi alla Cina, ma non vuole certo fare lo junior partner di Xi».

L'Italia ha ricoperto un ruolo ambiguo?

«Questa crisi conferma che siamo entrati in una fase estremamente dinamica, in cui il nostro Paese deve ricordarsi di far parte dell'Alleanza atlantica e non può pensare che altri si occupino della sua sicurezza. Questo dirò ai miei studenti, dopo tre generazioni in cui si è ragionato in modo contrario». 

Estratto dell’articolo di Rosalba Castelletti per repubblica.it il 17 febbraio 2022.

(…) Trascorso questo giorno senza incidenti, nel gioco delle parti dello scontro a distanza, Stati Uniti e Russia possono dirsi entrambi vincitori. 

Se Joe Biden può sostenere di aver smascherato il "bluff" russo dell'ammassamento di truppe al confine ucraino divulgando la data di un'invasione che non c'è stata, Vladimir Putin fa spallucce rivendicando di aver sempre negato di voler lanciare un'offensiva e tacciando gli Usa di inutile allarmismo.

Per tutta la giornata di ieri autorità russe e media statali non hanno mancato occasione per ridicolizzare quella che definivano "isteria occidentale", per citare il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, o "colossale stupidità" dell'intelligence statunitense, per usare le parole di Vladimir Soloviov, il giornalista soprannominato "megafono di Putin".

"Che triste festa celebriamo oggi", ha sentenziato infine Olga Skabeeva, conduttrice del programma 60 Minuti. "Il giorno della non-invasione dell'Ucraina". 

Al di là del sarcasmo di ieri, la Russia ha "contro-narrato" la crisi in Ucraina sin dall'inizio. I media statali, come ha notato il Civic Media Observatory del portale Global Voices, inizialmente avevano suggerito che il presidente Putin usasse le maniere forti per evitare che la Russia fosse bullizzata dall'Occidente.

 Nella realtà parallela dei media moscoviti venivano perciò mostrate mappe, straordinariamente somiglianti alle foto satellitari delle truppe russe schierate ai confini ucraini diffuse dalle tv occidentali, che presentavano la Bielorussia accerchiata dagli Alleati. Mentre Rt, Sputnik e i troll disseminavano disinformazione, stando al report di Logically, come accuse di genocidio nel Donbass. 

Solo di recente i commentatori tv hanno iniziato a sostenere che la Russia non avesse mai avuto intenzione di invadere l'Ucraina, che il movimento di truppe fosse solo un affare interno e che la crisi fosse stata alimentata ad arte dagli Stati Uniti.

Mentre i funzionari governativi insistevano che non ci sarebbe stata alcuna invasione a meno che non fosse stato l'Occidente a provocarla. 

(…) Una narrativa speculare che sembrerebbe avere avuto qualche presa sull'opinione pubblica: secondo una rilevazione dello scorso dicembre dell'istituto indipendente Levada Tsentr, metà della popolazione russa incolpa Usa e Nato delle tensioni contro il 4% che se la prende con la Russia.  (…)

Tra Russia e Ucraina è in corso una guerra sospesa. Che non finirà mai. Tra annunciate de-escalation e timori di invasione via terra, la regione è destinata a essere un punto di frizione perenne. Perché da una parte la pressione di Putin continuerà e dall’altra Stati Uniti e alleati non possono permettersi di abbandonarla. Ecco perché. Gigi Riva su L'Espresso il 18 Febbraio 2022.

Comunque finisca, non c’è da illudersi. l’Ucraina continuerà ad essere, per molto tempo, motivo di tensioni tra il Cremlino e l’Occidente, una terra contesa sulla quale i due contendenti vogliono e vorranno esercitare la loro influenza. Perché il destino del Paese sta scritto nel suo nome: in lingua slava significa “confine”. Era il limite nord dell’Impero austro-ungarico e sarà il caso di sottolineare come le uniche guerre scoppiate in Europa dopo il 1945 hanno riguardato l’Ucraina appunto e le Krajine (stessa radice etimologica) a cavallo tra Croazia, Serbia e Bosnia, confine sud del medesimo Impero, dove resiste, ma ancora per quanto?, una pace armata a causa di contenziosi mai risolti quando tra pochi gironi saremo a trent’anni dall’inizio...

Donbass, perché si combatte? Francesco Battistini su Il Corriere della Sera il 19 Febbraio 2022.

Il conflitto nella regione ucraina del Donbass dura da 8 anni e ha causato 22 mila morti: perché il territorio vuole staccarsi, qual è il suo legame con la Russia e perché Putin parla di genocidio? 

Settecentomila passaporti russi qualche mese fa, praticamente uno per famiglia. E 130 dollari adesso, per ogni rifugiato che scappi in Russia. È l’ultimo regalo che Vladimir Putin ha fatto ai «fratelli» del Donbass ucraino, mentre ammassava le truppe sul confine. E prima che la Duma di Mosca, mercoledì, accendesse un’altra lunga miccia di questa crisi: discutere il riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, le due enclave russofone che nel 2014 si sono proclamate indipendenti da Kiev e hanno scatenato otto anni d’una guerra da più di 22 mila morti, secondo i dati Onu.

Perché si combatte nel Donbass?

Tutto comincia dalla rivolta di Maidan, la grande piazza centrale di Kiev, febbraio 2014, quando settimane di barricate si concludono con la fuga a Mosca del presidente filorusso Viktor Yanukovich, contrario all’ingresso dell’Ucraina nella Nato. La prima reazione di Vladimir Putin, è l’invasione-lampo della Crimea russofila. La seconda mossa, più problematica, l’insurrezione del Donbass. Il 6 aprile 2014, armati filorussi assaltano i palazzi del governo centrale nell’Est, molte città cadono nelle loro mani. Arrivano i «consiglieri militari» di Mosca. Il nuovo governo ucraino, che ha perso la Crimea senza sparare un colpo, definisce gl’insorti «terroristi» e muove le truppe. Tra offensive, controffensive e tregue, paramilitari e mercenari stranieri, comincia una lunga serie di terribili stragi, dal rogo di Odessa all’abbattimento del Boeing malese.

Perché il Donbass vuole staccarsi?

È un «cuscinetto di sicurezza» irrinunciabile per Putin, nell’ipotesi d’un allargamento della Nato in Ucraina. È la regione delle grandi miniere di carbone. È il tesoro delle acciaierie e degli oligarchi legati a Mosca. È la culla d’una Chiesa ortodossa fedele alla Russia, dalla quale s’è recentemente staccata la Chiesa ortodossa ucraina. Uno degli argomenti più controversi è la lingua: nessuno vuole rinunciare al russo. Nel 1996, cinque anni dopo avere conquistato l’indipendenza, l’Ucraina introdusse nella costituzione l’ucraino come unica lingua ufficiale. Yanukovich, appena eletto, equiparò nel Donbass il russo all’ucraino, con una legge che dopo Maidan venne dichiarata incostituzionale. Oggi la restaurazione è netta: l’ucraino è l’unica lingua ufficiale, nelle scuole il russo può essere insegnato solo come lingua straniera, il 90% dei film dev’essere in ucraino. E il Donbass si sente sempre più russo.

Perché Putin parla di genocidio?

La Russia sostiene che l’Ucraina non abbia mai voluto applicare gli accordi di pace firmati a Minsk nel 2014-2015, che prevedono tra l’altro un’ampia autonomia del Donbass. L’Ucraina, che rigetta quegli accordi perché «troppo squilibrati», definisce il riconoscimento delle due repubbliche «un’aggressione senz’armi»: la premessa d’un patto di mutuo soccorso col Cremlino, quindi di un’invasione, non appena le minoranze russe in Ucraina dovessero denunciare un attacco di Kiev. Lo schema ipotizzato è un po’ quel che accadde in Georgia nel 2008: Vladimir Putin riconobbe l’indipendenza delle due repubbliche separatiste filorusse, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, dopo un rapido conflitto contro il governo di Tbilisi che ambiva, proprio come l’Ucraina, a un ingresso nella Nato. Stavolta, lo Zar non ha bisogno d’una legittimità formale: «La maggioranza dei russi soffre per quel che accade in Donbass», dice, è già «in atto un genocidio» e «la pazienza è finita».

Perché ci si era dimenticati del Donbass?

Un mese dopo una grande sconfitta delle truppe ucraine, agosto 2014, Kiev e i ribelli del Donbass firmarono le due tregue di Minsk. Il primo documento, «Minsk 1», non è mai entrato in vigore: nel 2015, gli ucraini subirono un’altra disfatta a Debaltseve e fu a quel punto che Francia e Germania s’attivarono per un nuovo negoziato, «Minsk 2». Con la fine delle grandi battaglie, la comunità internazionale si rilassa. Anche se gli scontri, piccoli, non si sono mai fermati. L’Ucraina accusa la Russia di non avere mai ritirato le truppe, come concordato. La Russia ribatte che Kiev non rispetta i punti dell’accordo e s’avvale di mercenari occidentali. L’ultima pace, firmata a Parigi nel 2019, rimane lettera morta.

Che tipo di guerra è stata finora, in Donbass?

Una guerra congelata. «Grandina», dicono rassegnati al telefono gli abitanti sul confine, quando raccontano la loro giornata: 52 violazioni del cessate il fuoco solo ieri e altre 60 giovedì, il giorno del colpo di mortaio sull’asilo pieno di bambini. Spiega una maestra di Novotoshkivske, Olga Solohub, che i ragazzini sul confine ormai riconoscono i calibri a seconda del fischio: più forte se è un 122 mm, più attutito se è un 82. Un’infanzia di guerra, in pericolo anche quando la scuola finisce. Il Donbass è ormai uno dei più grandi campi minati della Terra: un milione e 600 mila ettari di terreno così trappolato, dice l’Onu. Un inferno a metà fra la Bosnia e l’Afghanistan. Se la guerra finisse oggi, per essere certi d’aver bonificato tutto, bisognerebbe aspettare almeno fino al 2080.

The Politico: l'isteria sull'Ucraina ricorda i tempi dell'Iraq. Piccole Note il 14 febbraio 2022 su Il Giornale.

L’attacco all’Ucraina è imminente, ci dicono da Washington. Un refrain che va avanti da quasi un mese. Secondo l’intelligence Usa la Russia attaccherebbe in questa settimana.

Una ovvia sciocchezza, dal momento che Putin non ha nessun interesse ad attaccare perché ha tanto da perdere e nulla da guadagnare, se non prendersi in carico uno Stato fallito a causa della rivoluzione di Maidan, che ha disintegrato una nazione già povera con il mandare al potere dei burattini che si muovono a comando dei burattinai d’oltreoceano, che sono poi i neocon.

Perché la Russia non vuole la guerra

Nulla ottenendo, la Russia invece perderebbe molto. Anzitutto incenerirebbe le residue speranze di attivare il North Stream 2, sul quale ha puntato tanto del suo rapporto con l’Europa; inoltre si prenderebbe sul groppone altre sanzioni, di certo non gradite; Infine lederebbe ancor più la sua immagine internazionale, facendone un paria.

A rendere il mantra dell’attacco russo ancor più infondato è la tempistica. Putin ha appena rafforzato l’alleanza russo-cinese, con quella Cina che ha riposto grandi aspettative nella riuscita delle Olimpiadi invernali che ospita.

Attaccare mentre sono in corso i Giochi li oscurerebbe ancor più di adesso (la crisi ucraina, infatti, li ha posti in un cono d’ombra, non certo a caso). Sarebbe un vero e proprio sgarbo verso l’alleato più importante di Mosca, sul quale peraltro essa punta per sopravvivere alle pressioni occidentali.

Insomma, le notizie provenienti dall’intelligence Usa sono del tutto infondate, anche se non per questo lo scenario descritto è impossibile, dal momento che proprio le ragioni elencate stanno spingendo i falchi Usa a cercare in tutti i modi di scatenare un conflitto, che le tensioni accumulate rendono possibile grazie a un incidente di percorso, magari provocato (dinamica alquanto abusata fin dall’incidente del golfo del Tonchino, la bufala che diede il “la” all’intervento americano in Vietnam).

Peraltro, anche un media serio e mainstream come Politico si interpella su questi reiterati allarmi riguardanti l’Ucraina, basati su asseriti rapporti di intelligence e notando come “la frequenza e la rapidità” con i quali essi sono rese pubblici siano affatto “insolite”.

Tanto che Calder Walton, storico dell’intelligence presso l’Università di Harvard, parla di un approccio dell’amministrazione Usa “‘ad alto rischio’, soprattutto se le informazioni verranno successivamente smentite. L’Iraq è un esempio ovvio, ma ci sono altri casi che hanno eroso la credibilità degli Stati Uniti“.

“La pubblicizzazione di informazioni su un nemico ha dei precedenti. – Commenta Politico – Il precedente più famoso è quello che ha visto l’amministrazione di George W. Bush far trapelare in maniera selettiva le accuse riguardanti la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq per giustificare l’invasione del paese nel 2003. Le informazioni si sono rivelate false, ma sono state usate per innescare la guerra”.

Il giornale americano riporta anche un commento di un esponente del partito democratico non identificato, che afferma: “Mi chiedo anche se la vicenda del ritiro dall’Afghanistan possa aver reso l’amministrazione più sensibile alle critiche dei falchi e quindi più suscettibile ai loro cattivi consigli”. Il riferimento è alle accese critiche che si è attirato Biden ritirando le truppe dall’Afghanistan; un’iniziativa benemerita che, però, in effetti lo ha indebolito agli occhi dei critici interni.

La conversazione Putin-Biden

Nel frastuono dei tamburi di guerra, bisbigli di pace. Anzi si può registrare come  durante questa crisi le varie iniziative distensive sono state accompagnate e seppellite dal rilancio di informazioni allarmistiche.

Così, dopo alcuni giorni di stallo, in concomitanza con la telefonata tra Biden e Putin, il nuovo e più angoscioso allarme. Poco o nulla si sa del contenuto della conversazione tra i due presidenti. Il bollettino della Casa Bianca riferisce solo che Biden ha ribadito al suo interlocutore che, se la Russia attacca l’Ucraina, ne verrebbe incenerita.

Maggiori dettagli nel resoconto russo. Nel riferire la conversazione, Yury Ushakov, il Consigliere più stretto di Putin, ha detto: “Biden ha anche parlato dell’esperienza dei suoi predecessori che hanno fatto ogni sforzo durante la Guerra Fredda per evitare la catastrofe di un grave conflitto militare tra le nostre due nazioni”.

“Ha detto che le nostre due grandi nazioni sono ancora rivali, ma che dobbiamo fare ogni sforzo per mantenere la stabilità e la sicurezza nel mondo. Ha anche sottolineato che è necessario compiere ogni sforzo per evitare lo scenario peggiore per quanto riguarda l’attuale situazione in Ucraina”.

“Ha affermato di essere un sostenitore della diplomazia e ha formulato un’intera serie di proposte che crede riflettano molte delle preoccupazioni e delle iniziative della Russia che abbiamo delineato e trasmesso agli Stati Uniti e alla NATO nella bozza di documenti sulle garanzie di sicurezza”.

“Voglio subito notare che il presidente russo ha risposto dicendo che la Russia avrebbe studiato attentamente le proposte del presidente Biden e le avrebbe sicuramente tenuto in debita considerazione” nella risposta che la Russia sta mettendo a punto alle precedenti missive della Nato e degli Stati Uniti contenenti proposte per raggiungere un’intesa stabilizzatrice.

Ma Putin ha aggiunto che finora le preoccupazioni essenziali della Russia riguardo la propria sicurezza, non avevano avuto risposta. Detto questo, i due hanno convenuto di mantenersi in contatto.

Nelle parole di Ushakov anche la grande preoccupazione per “l’isteria” di questi giorni, che risulta preoccupante. In effetti, non aiuta a risolvere problemi, semmai li aumenta al parossismo.

Lo ha fatto notare lo stesso presidente ucraino Zelensky, che sabato ha affermato: “Tutte queste informazioni che alimentano solo panico non ci aiutano” (ABC). Vedremo.

Stasera Italia, Rizzo svela quello che "nessuno dice" su Russia e Ucraina: "Chi ha davvero bombardato l'asilo". Libero Quotidiano il 18 febbraio 2022.

Si parla di Ucraina e Russia a Stasera Italia. A raccontare quanto accaduto nella giornata di venerdì 18 febbraio è Marco Rizzo. Il segretario del Partito comunista, in collegamento con Barbara Palombelli su Rete 4, si sofferma sulla notizia circolata: un bombardamento su un asilo di Stanytsia Luhanska, nel Donbass. "Quello che sta accadendo noi non lo conosciamo, sentiamo solo una voce". Poi l'ex deputato entra nel dettaglio: "È stato bombardato un asilo nella zona delle repubbliche popolari abitate dalle popolazioni russe. A bombardare sono stati gli ucraini, ma tutti quelli che hanno letto i giornali sono convinti che sia stato bombardato da parte dei russi o dei filo-russi". Insomma, per Rizzo "è l'esatto contrario, ma nessuno lo sa". 

L’edificio scolastico, che ospitava 38 bambini e diversi insegnanti, sarebbe stato attaccato per mezz'ora. Stando alle indiscrezioni tre adulti sono rimasti feriti e ricoverati negli ospedali della zona, mentre i più piccoli fortunatamente sono stati risparmiati dalle schegge ma hanno dovuto rifugiarsi nei sotterranei.

Successivamente i bambini sono stati soccorsi dagli psicologi in quanto ancora sconvolti. Fatto simile si è verificato a Vrubivka dove "intorno alle 10.25 di stamattina durante un bombardamento uno dei proiettili ha colpito il cortile di un liceo mentre erano presenti 30 studenti e 14 membri del personale".

 Da lastampa.it il 20 febbraio 2022.

Cresce la tensione tra Russia e Ucraina e il nervosismo la fa da padrone anche nei dibattiti televisivi. 

Durante la trasmissione televisiva ucraina Libertà di parola, condotta dal giornalista Savik Shuster, è scoppiata una violenta rissa tra il parlamentare ucraino filorusso Nestor Shufrych e il giornalista Yuriy Butusov.

Durante il talk show, Shufrych si è rifiutato di condannare Putin per aver schierato le truppe al confine, scatenando l'ira del giornalista che lo ha aggredito colpendolo al volto.

Nella stessa trasmissione erano presenti l'ex primo ministro Arseniy Yatsenyuk, che si è subito prodigato per dividere i due, e l'ex presidente Petro Poroshenko. Dopo aver calmato gli animi, la trasmissione è proseguita nonostante Nestor Shufrych presentasse vari graffi sul volto.

"L'Ucraina fa parte dell'impero russo". Putin firma in diretta e annette il Donbass (per salvarsi in patria). Gian Micalessin il 22 Febbraio 2022 su Il Giornale.

"Per la Russia l'Ucraina non è solo un vicino, è parte integrale della propria storia". «Per la Russia l'Ucraina non è solo un vicino, è parte integrale della propria storia». Con quelle parole Vladimir Putin ha rotto gli indugi annunciando, con un discorso registrato e di una lunghezza senza precedenti, e firmando in diretta la decisione di annettersi le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk. Ma non solo: nel decreto con il quale ha riconosciuto le repubbliche separatiste, ha ordinato al ministero della Difesa russo di dispiegare forze armate «per assicurare la pace» nel Donbass, in seguito alla richiesta dei leader delle due entità filo-russe, incaricando quindi il ministero degli Esteri russo di negoziare l'instaurazione di relazioni diplomatiche con le repubbliche separatiste. E testimoni parlano di «blindati russi gia in Donbass». Una decisione anticipata, qualche ora prima, al presidente francese Emmanuel Macron e al premier tedesco Olaf Scholz. Una decisione che segna non solo l'epilogo di qualsiasi trattativa, ma anche l'inizio di uno scontro con la Nato, l'Europa e gli Stati Uniti. Sul fronte economico e finanziario scandisce l'avvio di una stagione economica segnata dalla tagliola di pesantissime sanzioni capaci di affossare la Russia. Con conseguenze imprevedibili per Paesi come l'Italia e la Germania dipendenti dall'energia di Mosca.

Nel discorso, studiato soprattutto per far leva sul proprio popolo, Putin ricorda come l'Ucraina sia stata creata da Lenin e Stalin a dispetto della sua secolare appartenenza alle «antiche terre russe». Ma ricorda anche come le richieste di preservare la sicurezza della Russia e allontanare la Nato dall'Ucraina e dai propri confini siano state sistematicamente ignorate. Un discorso impossibile da digerire per l'opinione pubblica internazionale. E per quegli interlocutori, come Macron e Scholz, che hanno continuato a dar credito alla volontà russa di trovare una soluzione negoziata. Un discorso che di colpo trasforma il presidente russo in un'enigmatica Penelope, pronta a disfare la tela diplomatica pazientemente tessuta fino a 24 ore prima. Una svista non da poco per un Putin che l'Europa considerava, fino a ieri sera, molto più affidabile di quanto non lo dipingessero Washington e Londra. Ora, invece, quell'apparenza sembra andata in fumo. In poche ore «zar Vladimir» ha completamente smontato gli argomenti di coloro che scommettevano sulla sua preoccupazione verso le sanzioni. Sanzioni capaci di mettere in ginocchio la Russia e di tagliarla definitivamente fuori da una Europa dove Mosca esportava il 37,9 per cento delle sue ricchezze naturali. Il tutto a fronte di due frammenti di Ucraina la cui valenza politica storica e sentimentale non giustifica il costo dell'annessione.

Certo Putin lo giustifica sostenendo che l'«Ucraina è ormai gestita da potenze straniere» e quindi gli sforzi di pace da lui dispiegati sono praticamente «irrilevanti». Un argomento inaccettabile per una comunità internazionale pronta a trasformare Mosca in una potenza paria. Anche questa è una stranezza. Soprattutto per un Putin che aveva la possibilità di giocarsi la carta della pace e della guerra nel corso di «duello» finale con l'antagonista americano dal valore mediatico impagabile. Invece, alla fine, Putin ha rinunciato alla scena internazionale per giocarsi tutto sul piano interno. Nel nome di quella scelta ha messo in scena una riunione «straordinaria» del Consiglio di Sicurezza in cui ha ascoltato davanti alle telecamere i principali leader militari e diplomatici. Una riunione trasformata in un coro pronto a giustificare l'irreversibile necessità dell'annessione. «È impossibile che la situazione in Ucraina migliori, quindi è necessario riconoscere Lugansk e Donetsk» ha sentenziato il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev. Una richiesta ribadita dal ministro della Difesa Sergey Shoygu e sancita alla fine da Sergey Lavrov. «Non c'è altra via che riconoscere il Donbass».

Un prologo indispensabile per denunciare nel discorso alla nazione la trasformazione dell'Ucraina «in un regime fantoccio gestito dagli Usa». Parole che comunque suonano strane e distoniche rispetto agli sforzi fatti in questi anni per ristabilire la grandezza russa. Parole che, alla fine, riconoscono una vittoria del nemico americano sul suolo storico della Russia. E di fatto accelerano il dispiegamento militare lungo i confini di un'Ucraina che «l'Alleanza Atlantica ha trasformato in un teatro di guerra».

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria 

E intanto Putin "annette" anche la Bielorussia. Truppe e nucleare per ricostituire l'Impero. Roberto Fabbri il 22 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Migliaia di militari russi a Minsk, il referendum per ospitare armi atomiche.

Nella totale disattenzione dei media, concentrati sulle minacce di guerra che incombono sull'Ucraina, la Russia si è annessa di fatto un'altra Repubblica ex sovietica: la Bielorussia. Lo ha fatto osservare ieri a Bruxelles il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schellenberg. «Ho i miei dubbi che le truppe di Mosca lasceranno mai il Paese ha detto l'ex premier di Vienna -. Con le sue scelte Lukashenko ha di fatto rinunciato alla sovranità del suo Paese». Non solo: il dittatore si appresta a concedere a Vladimir Putin il diritto di stanziare in Bielorussia parte del suo arsenale atomico e così minacciare più da vicino l'Est europeo. Per domenica prossima è già fissato un referendum per rinunciare allo status di Paese denuclearizzato cui la Bielorussia è impegnata dal 1994.

È stato in effetti lo stesso dittatore di Minsk a confermare che le decine di migliaia di militari russi, giunti in Bielorussia nelle scorse settimane per esercitazioni missilistiche congiunte e da allora minacciosamente ammassate ai confini settentrionali ucraini, rimarranno a lungo dove sono. Appena pochi giorni prima, il governo bielorusso aveva assicurato in tono solenne che al termine delle esercitazioni «non un singolo soldato russo sarebbe rimasto». Poi qualcosa è cambiato. Lukashenko, che a quelle esercitazioni aveva presenziato di persona insieme con Putin, aveva reso noto che «dopo tante incomprensioni ora il rapporto tra Mosca e Minsk è solidissimo». E fonti russe hanno poi comunicato che «visto l'inasprimento della situazione nelle repubbliche del Donbass» le esercitazioni (la cui fine era prevista ormai diversi giorni fa) continueranno indefinitamente.

È evidente che, da quando Putin è intervenuto in Bielorussia per sostenere la repressione della rivolta popolare seguita alla truffa delle elezioni presidenziali dell'agosto 2020, Lukashenko può rimanere al potere solo come vassallo di Putin. Il quale verosimilmente non tarderà a siglare con Minsk un accordo per ospitare sul suo territorio parte dell'arsenale nucleare russo, che potrebbe minacciare con missili tattici la Polonia e i Paesi baltici. In attesa di metter le mani sull'Ucraina, dunque, Putin si mangia la Bielorussia e innesca una nuova escalation. Prosegue così il processo di ricostituzione del defunto impero russo, cui il leader di Mosca appare sempre più chiaramente dedito. Se ne occupa in toni preoccupati la prestigiosa rivista americana Foreign Affairs: «E se vincesse la Russia?», è il titolo dell'analisi, che invita a considerare la concreta ipotesi che un'Ucraina caduta sotto il controllo di Putin «trasformerebbe l'Europa», dando a Mosca un pericolosissimo potere. Gli analisti invitano al raffronto con quanto accaduto in Siria, dove Putin decise di intervenire nel 2015 a sostegno del traballante regime alleato di Bashar el-Assad: l'allora presidente Usa Barack Obama pronosticò che la Russia vi si sarebbe impantanata, mentre invece non solo Assad è stato salvato, ma Mosca gioca ora in Medio Oriente un inedito ruolo da protagonista. In Europa, avverte «Foreign Affairs», potrebbe succedere qualcosa di molto simile. Eppure, in Occidente, non si nota adeguata consapevolezza di quanto convenga salvare Kiev dalle mire del megalomane «zar». Roberto Fabbri

"Regime fantoccio, giudici controllati da ambasciata Usa". E i militari russi avanzano. Il messaggio di Putin tra Donbass e minacce all’Ucraina (“Colonia americana”), sale la tensione: “Sanzioni se invade”. Redazione su Il Riformista il 21 Febbraio 2022.  

L’Ucraina è “una colonia americana con un regime fantoccio” con i giudici che “sono controllati” dall’ambasciata Usa”. E poi ancora: “Kiev rappresenta una minaccia per la sicurezza della Russia“. Sono alcune dichiarazioni, durissime, rilasciate dal presidente Vladimir Putin nel corso del suo discorso alla Nazione.

Il presidente russo parla dopo aver annunciato di riconoscere le repubbliche separatiste autoproclamate di Donetsk e Luhansk (Dpr e Lpr), nel territorio del Donbass. Poi davanti alle telecamere Putin ha firmato il decreto, aumentando considerevolmente i timori di una imminente invasione dell’Ucraina. Per gli Usa è ormai questione di ore o giorni. Anche perché nel decreto il presidente russo ha inserito anche un ordine per il suo esercito: dovrà “assicurare la pace” nei due territori, facendo seguito a una richiesta dei leader locali.

La decisione di riconoscere i territori separatisti segna una frattura insanabile o quasi nelle tensioni tra Russia e l’Occidente. Il timore è che Mosca possa usare il Donbass per inviare apertamente militari ed equipaggiamenti all’interno dei confini ucraini. Putin ha accusato il governo ucraino di “cercare di entrare in conflitto con Mosca”, descrivendola come “un burattino” in mano altrui, un Paese creato dalla Russia, “parte integrante della storia e della cultura russa“, svendutosi a una tradizione che non è la sua nonostante “la Russia ha ripagato completamente i debiti dell’Ucraina, ma Kiev ha rifiutato di rispettare gli accordi sulla restituzione delle proprietà”. La Russia ha chiesto garanzie ai Paesi occidentali del fatto che la Nato non ammetta l’Ucraina come membro, e Putin ha specificato che una moratoria non basterà. Ha anche chiesto che l’Alleanza metta fine ai dispiegamenti di armi in Ucraina e ritiri le forze dall’Europa orientale. Richiesta al momento respinte.

Stesso in giornata la Russia ha dichiarato di aver sventato un’incursione ucraina oltre il confine, distruggendo due veicoli di fanteria e uccidendo cinque ‘sabotatori‘, ma Kiev ha negato. Le guardie di frontiera infatti hanno smentito di aver bombardato un posto di guardia russo nella regione di Rostov, come denunciato dai Servizi di sicurezza russi. La dichiarazione russa “è una provocazione deliberata”, si legge in una nota delle guardie di frontiera ucraine, citata dalla Cnn, nel quale si fa notare che il preciso luogo dell’attacco non è specificato. Il capo del Consiglio di sicurezza nazionale ucraino, Oleksiy Danilov, ha intanto affermato che Kiev “non ha nulla a che vedere con questi attacchi”. “I nostri militari possono soltanto rispondere al fuoco se vi è un pericolo per le loro vite. Noi non bombardiamo“, ha affermato.

Intanto resta ancora in stand by l’incontro programmato tra lo stesso Putin e il presidente statunitense Joe Biden, in un ulteriore tentativo di evitare la guerra: la condizione per gli Usa è che la Russia non invada. A lavorare per il vertice è stato il francese Emmanuel Macron, che ha anche parlato con il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il segretario di Stato statunitense Antony Blinken e il russo Sergei Lavrov s’incontreranno invece giovedì in Europa, sempre a patto che l’invasione non avvenga.

L’Ue, dopo il riconoscimento del Donbass da parte della Russia, ha annunciato nuove sanzioni nei confronti di 65 persone fisiche e 10 entità, e l’alto rappresentante Josep Borrell ha previsto che ne possano seguire altre legate al riconoscimento. Gli Usa hanno anche segnalato all’Onu che Mosca avrebbe compilato una lista di ucraini da uccidere o rinchiudere in campi di prigionia dopo l’eventuale invasione, mentre almeno 60mila persone sono arrivate in Russia, dopo aver lasciato il Donbass. Sarebbero più di 40 le regioni russe che hanno preparato centri di accoglienza per i rifiguati da quelle zone, secondo i media russi.

Le misure annunciate oggi dalla Casa Bianca contro le due regioni separatiste del Donbass sono “separate e in aggiunta alle rapide e forti misure economiche che abbiamo preparato in coordinamento con gli alleati e i partner nel caso la Russia invada ulteriormente l’Ucraina“: lo precisa la Casa Bianca. “Stiamo continuando a consultarci strettamente con alleati e partner, inclusa l’Ucraina, sui prossimi passi e sull’escalation russa lungo i confini con l’Ucraina”, prosegue

 LA GUERRA E IL CASO DONBASS – Il Donbass dal 2014 è territorio di guerra. Da allora sono stati circa un milione e mezzo gli sfollati interni in Ucraina, quasi 14mila i morti del conflitto. Il governo ucraino definisce le due repubbliche auto-proclamate “territori temporaneamente occupati” e chiama il fronte “linea amministrativa”. Il Donbass è costituito da tre “oblast”, l’equivalente delle Regioni italiane in Ucraina: Luhansk, Donetsk e Dnipropetrovsk. Dopo l’invasione della penisola della Crimea nel 2014 – in seguito alla rivoluzione di Euromaidan del 2013 contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un importante patto commerciale con l’Ue, la repressione violenta e la fuga del presidente in Russia – e il referendum considerati illegittimi da gran parte della comunità internazionale, i combattenti filorussi nella regione orientale auto-proclamarono due Repubbliche popolari: quella di Donetsk e quella di Luhansk.

Mosca ha sempre negato, nonostante le evidenze, un intervento diretto. I secessionisti dichiararono l’indipendenza dell’Ucraina e organizzarono dei referendum (l’11 maggio 2014) per entrare a far parte della Russia, come in Crimea non riconosciuti da gran parte della comunità internazionale. Favorevoli all’annessione nella Repubblica di Donetsk l’89%, il 96% in quella di Luhansk. Gli accordi di Minsk (Minsk II) firmati nel 2015 – sottoscritti da rappresentanti di Russia, Ucraina, dai leader separatisti e dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e in seguito approvati da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – non sono mai stati rispettati. Prevedevano il cessate il fuoco, la ripresa del dialogo per le elezioni nelle due auto-proclamate repubbliche popolari, il ripristino dei legami commerciali e sociali e del controllo del confine con la Russia da parte del governo centrale, il ritiro delle forze straniere e dei mercenari, una riforma costituzionale per conferire un’autonomia maggiore al Donbass rispetto a Kiev. Proprio in Donbass si erano esacerbate le tensioni negli ultimi giorni con accuse incrociate di attacchi e azioni militari.

Donetsk e Lugansk, le due enclave filo-russe. La storia iniziata 8 anni fa da piazza Maidan. Marco Valle il 22 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il 20 febbraio 2014 scattava la rivoluzione arancione contro il presidente Yanukovych. Ma quel conflitto non si è mai concluso. E oggi continua.

Alla fine è successo. Vladimir Putin ha annunciato al popolo russo e al mondo la sua decisione: Mosca riconosce ufficialmente l'indipendenza delle due repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk. Da ieri sera l'intero Donbass - 17mila chilometri quadrati e 3,7 milioni d'abitanti in larga maggioranza russofoni - non è più Ucraina. Ma la stessa Ucraina per lo zar Vladimir altro non è che «una parte della nostra cultura, della nostra storia. Gli ucraini sono membri della nostra grande famiglia russa» e il loro Stato oggi indipendente è solo «il risultato delle nefaste politiche sovietiche. Lenin ne fu l'autore e l'architetto». Un atto d'accusa durissimo verso il defunto regime comunista, primo responsabile del disastro attuale. Per Putin fu, all'indomani del crollo del sovietismo, proprio il Pcus ad aver distrutto la «Russia storica». Un vulnus di cui i governanti ucraini hanno «approfittato rifiutandosi di riconoscersi nella nostra storia comune. L'Ucraina non ha mai avuto un'autentica tradizionale nazionale e i suoi politici seguono modelli stranieri opposti agli interessi degli ucraini». Dunque per Mosca lo stesso governo di Kiev è privo di legittimità storica e non è e non può essere un interlocutore credibile. Una scelta pesante che pone una pesantissima ipoteca sul futuro.

Ma andiamo per ordine. Tutto ebbe inizio in quel fatidico 20 febbraio 2014 con il massacro di piazza Maidan a Kiev e lo scatenarsi della cosiddetta «rivoluzione arancione» un fenomeno appoggiato apertamente dall'ambasciata americana e dagli alleati europei che portò alla deposizione dell'allora presidente Viktor Yanukovych, filo-russo ma democraticamente eletto. Per il Cremlino fu la fatidica goccia che fece traboccare l'immancabile vaso. Incalzata, con le spalle al muro, la Russia ha da allora reagito, graduando con una certa maestria le risposte militari e diplomatiche, alternando chiusure ad aperture.

Si è aperta così una partita vitale per Mosca; da sempre l'Ucraina con i suoi 700mila chilometri quadrati d'estensione è strategica. Per più motivi, tutti importanti. In primis, attraverso le grandi pianure le «terre nere», milioni di ettari fertilissimi passano circa 40mila chilometri di gasdotti e il 30% dei bisogni energetici dell'Europa (il 43% dell'Italia) e dai porti di Odessa e Sebastopoli si movimenta tutto il traffico della Federazione verso il Mediterraneo e i mari caldi. Poi vi è il dato militare: il lunghissimo confine è una sterminata pianura, assolutamente, priva di ostacoli naturali com'è, indifendibile. Da qui nel 2014 l'annessione della Crimea (nel timore che Kiev la concedesse alla Nato) e la sollevazione dell'Ucraina ortodossa e russofona (il Donbass, appunto), lo stato di semi-guerra e poi la fragile tregua armata, i due accordi per l'autonomia firmati a Minsk ma mai entrati in vigore, la ripresa (a bassa-media intensità) delle ostilità, l'appoggio sempre più determinato di Mosca alle repubbliche ribelli con i mercenari della Wagner e consiglieri ufficiosi. Poi la mobilitazione militare e l'accerchiamento russo, il confronto con gli Stati Uniti e la Nato e, infine, il riconoscimento ufficiale di ieri.

La parola passerà alle armi? Al momento improbabile. Putin ha riaperto un'altra volta la porta alle trattative con l'Occidente, il suo ministro degli Esteri Lavrov volerà a Parigi venerdì a chiedere una volta di più garanzie per la sicurezza della Russia. Poi si vedrà. Nel frattempo Mosca firmerà degli «accordi d'amicizia e cooperazione» con i suoi satelliti di Donetsk e Lugansk al fine «di mettere fine agli spargimenti di sangue fraterno». Il ping pong prosegue. Marco Valle

La Stampa.it il 21 Febbraio 2022.  

Sì al riconoscimento, con un decreto, delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. La conferma ufficiale nel discorso con il quale Vladimir Putin si rivolgerà direttamente alla nazione: ma la decisione è stata presa. Vladimir Putin l’ha comunicata al cancelliere tedesco Scholz e al presidente francese Macron. 

Di fatto, vengono accolte le richieste dei filo-russi del Donbass. «Riconoscere le repubbliche separatiste è una violazione degli accordi di pace», aveva ammonito Scholz, mentre l'Europa preparava un possibile e duro pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Ma non c’è stato niente da fare. 

«Dalla Russia la più grande minaccia alla pace dal 1945», ha dichiarato l'Alto rappresentante per gli affari esteri dell'Unione Europea Borrell mentre Macron convocava il consiglio della Difesa della Francia. Kiev ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza Onu, che per bocca del portavoce Dujarric ha già ammonito «tutti gli attori coinvolti ad astenersi da qualsiasi decisione o azione unilaterale che possa colpire l’integrità territoriale dell’Ucraina». 

Il discorso del presidente: «L’Ucraina parte integrante della Russia»

«Prima di tutto vorrei ripetere che l'Ucraina non è un paese confinante ma parte integrante della nostra storia, della nostra cultura», ha esordito Putin. «Ci sono legami molto forti che ci legano all'Ucraina, siamo uniti da sempre anche nello spirito. La maggior parte dell'Ucraina, fin dall'inizio, è stata creata dalla Russia comunista e bolscevica a partire dalla rivoluzione del 1917. Dopo la seconda guerra mondiale Stalin ha riunito i territori finiti sotto l'influenza della Polonia e di altri paesi creando una nuova integrità territoriale». 

Dopo aver spiegato a lungo le questioni che hanno accompagnato la storia e la frantumazione dell’Unione Sovietica, a partire dal ruolo e dalle responsabilità di Lenin nel strappare l’Ucraina alla Russia, è arrivato all’oggi. «Dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica la Russia ha riconosciuto nuovi paesi, e li ha aiutati a diventare indipendenti», ha spiegato il presidente.  

Negli ultimi anni ci sono state sempre più richieste di aiuto da parte di gruppi nazionalisti, ma Kiev ha seguito gli interessi dell’occidente che prometteva una «civilizzazione» del popolo ucraino, «ma che in realtà faceva soltanto i propri interessi». Ne è seguito un periodo di corruzione e mala gestione sulla pelle degli ucraini «dominati da oligarchi preoccupati solo delle proprie ricchezze, che volevano solo dividere l’Ucraina dalla Russia». 

Già nel pomeriggio le parole di Vladimir Putin rappresentavano un chiaro monito. «Siamo disponibili a una moratoria sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma il processo di pace non ha futuro». Parole che hanno preceduto un vertice del consiglio di sicurezza di Mosca in diretta tv. Una «prima assoluta».  

Putin seduto al centro ad ascoltare attentamente tutti gli interventi, a cominciare da quello del ministro degli Esteri Serghei Lavrov. In diretta mondiale il presidente russo aveva subito alzato il tiro, dopo l'annuncio notturno dell'Eliseo di un possibile vertice tra Putin e Biden che sembrava far presagire una fase distensiva. 

«Mosca sta considerando la richiesta di riconoscimento dei separatisti ucraini», è stata una delle prime frasi di Putin, che ha poi aggiunto: «Il processo di pace nel conflitto in Ucraina non ha alcuna prospettiva al momento». Assicurando infine che «gli Usa hanno assicurato che è possibile una moratoria sull'entrata dell'Ucraina nella Nato».  

Messaggi volutamente inviati in diretta, per minacciare, blandire, inviare messaggi, come in un grande Truman show. «Non c'è altra via che riconoscere il Donbass, ha sintetizzato il ministro Lavrov. «Ho sentito le vostre opinioni, la decisione verrà presa oggi», aveva detto Putin ai membri del Consiglio di sicurezza. E la decisione è arrivata.

Manovre di guerra

Intanto le tensioni sul campo, ai confini dell’Unione europea, sono in continuo aumento come confermano i due caccia militari spagnoli che hanno sorvolato il Mar Nero per «controllare che i russi non violassero lo spazio aereo degli alleati». Addirittura la Bbc nel pomeriggio sosteneva che per il Regno Unito «l’invasione sia già iniziata». Mentre su Twitter la ministra degli esteri britannica, Elizabeth Truss scriveva: «Bisogna continuare a cercare una soluzione diplomatica, ma l’invasione dell'Ucraina da parte della Russia sembra molto probabile».

Il vertice (solo) annunciato

Eppure soltanto poche ore fa il presidente francese Macron annunciava un vertice tra Putin e il presidente americano Joe Biden a condizione che «la Russia non attacchi». Dal Cremlino il portavoce del leader russo, Dmitry Peskov, chiarisce che – per il momento – non c’è alcun appuntamento in agenda».  

Al netto di quello previsto per il pomeriggio tra i ministri degli Esteri di Francia e Russia, Jean-Yves Le Drian e Serghei Lavrov, che hanno avuto un colloquio telefonico concordando di incontrarsi venerdì per «consultazioni preparatorie» in vista di un vertice sull’Ucraina. 

Vienna: «La Russia si è annessa di fatto la Bielorussia»

L’Austria lancia un allarme preoccupante: «La Russia si è appena annessa la Bielorussia, io ho infatti i miei dubbi che le truppe di Mosca lasceranno mai il Paese» dice il ministro degli Esteri austriaco Alexander Schallenberg che poi aggiunge: «Con le sue scelte Alexander Lukashenko ha di fatto rinunciato alla sovranità del suo Paese». 

Dall’Ue finanziamenti all’Ucraina

Il Consiglio europeo ha stanziato aiuti all’Ucraina per 1,2 miliardi di euro sotto forma di prestiti per promuovere la stabilità del Paese e dare un rapido sostegno nella situazione di crisi. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, invece, sottolinea che l’ambasciata italiana resta «aperta e operativa», ma una «guerra sarebbe un disastro». 

Polonia, iniziano le esercitazioni Nato «Colpo di sciabola»

Pianificate da tempo, sono iniziate oggi in Polonia le esercitazioni militari della Nato «Saber strike 2022». Le manovre si svolgono mentre è sempre più alta la tensione per la crisi ucraina. «Esercitazioni di addestramento come Saber Strike 2022 sono largamente pianificate in anticipo e non sono collegate ad alcuna operazione in corso», ha detto il ministero della Difesa di Varsavia, spiegando che vi partecipano 1300 soldati polacchi assieme a militari di paesi Nato. Le esercitazioni «colpo di sciabola 2022» si svolgono nel nord della Polonia, lontano dal confine sud est con l'Ucraina. 

Germania: un piano umanitario in vista di possibili flussi di profughi

Un maxi piano di aiuti umanitari per affrontare grandi flussi di profughi causati dall'invasione dell'Ucraina, se ci sarà. Lo sta mettendo in piedi il governo tedesco, secondo il quale non è escluso uno scenario con milioni di persone in fuga in caso di attacco su vasta scala da parte delle forze armate russe. E' stata la ministra all'Interno tedesca, Nancy Faeser, a parlarne oggi a margine di una conferenza sulle migrazioni a Vienna: «La Germania si prepara ad aiutare soprattutto i Paesi vicini all'Ucraina con sostegni umanitaria. E ovviamente aiuteremo anche i profughi che arriveranno nel nostro Paese».

Ucraina: no fly zone russa sul Mar di Azov

Nelle ultime ore è entrata in vigore una no-fly zone dichiarata dalla Russia sul Mar d'Azov, ovvero una sezione settentrionale del Mar Nero. La notte scorsa, scrive Bbc news online, Mosca ha diffuso un avviso Notam (NOtice To AirMen, destinato ai piloti di aeromobili o elicotteri) per escludere gli aerei di linea commerciali dalla zona, che confina con il porto ucraino di Mariupol, vicino alla linea di contatto tra le forze separatiste ucraine e filo-russe.

Uccisi un miliziano e un civile a Kiev

Ma la tensione ai confini resta alta. L’esercito russo «ha distrutto due veicoli da combattimento della fanteria ucraina che hanno attraversato il confine». Lo afferma l'agenzia russa Ria Novosti, citando il servizio stampa del distretto militare meridionale. «L'esercito russo e le guardie di frontiera hanno impedito la violazione del confine da parte di sabotatori ucraini», aggiunge l'agenzia: sarebbero morte cinque persone. Una notizia che Putin definisce «una bugia». 

Nello scambio di colpi artiglieria con l'esercito ucraino denunciato dalla repubblica autoproclamata di Donetsk, nel Donbass, sarebbe rimasto ucciso anche un civile, oltre a un miliziano. Lo asserisce la milizia secessionista filorussa, citata dall'agenzia russa Tass.

Il civile sarebbe, si afferma, un minatore che stava recandosi al lavoro ed è stato colpito mentre aspettava alla fermata dell'autobus.  

Intanto il capo dell'autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk (LPR) Leonid Pasechnilk ha firmato un decreto sulla mobilitazione volontaria degli uomini di età superiore ai 55 anni. «Uomini anziani sopra i 55 anni possono arruolarsi volontariamente», si legge nel documento. Il decreto è entrato in vigore al momento della firma.  

Il 18 febbraio, i capi della LPR e della DPR, Leonid Pasechnik e Denis Pushilin, hanno annunciato l'evacuazione dei residenti delle repubbliche in Russia, adducendo la crescente minaccia di ostilità. Il 19 febbraio è stata ordinata una mobilitazione generale nelle repubbliche del Donbass.

Cristiana Mangani per "il Messaggero" il 22 Febbraio 2022.  

La guerra in diretta. O meglio, le strategie di guerra in diretta. Vladimir Putin si impossessa della televisione e sfascia ogni trattativa diplomatica in corso con una dichiarazione che fa scivolare la crisi Ucraina sempre più verso la guerra. Il presidente russo annuncia che verranno riconosciute le Repubbliche separatiste del Donbass. E dice che darà il via ad una operazione di Peacekeeping inviando dei soldati. La notizia dell'indipendenza di Donetsk e Lugansk viene comunicata telefonicamente, prima della diretta, al cancelliere tedesco Olaf Scholz e al presidente francese Emmanuel Macron.

Nessun incontro, dunque, tra Joe Biden e il presidente russo, così come sperato dalla diplomazia europea. Ma, al contrario, una pericolosa deriva che apre la porta all'ingresso delle truppe di Mosca nell'est dell'Ucraina. Putin parla a lungo dal suo studio, ha una voce che sembra pacata, ma quello che dice è drammatico. «L'Ucraina fa parte della nostra storia - afferma - non è solo un paese confinante, è uno spazio spirituale». Le sue parole suonano quasi come una beffa per chi non ha mai smesso di lavorare per la pace.

Il colpo di teatro arriva dopo una durissima arringa contro i dirigenti ucraini, accusati di ogni nefandezza, e contro l'Occidente. «L'Ucraina ha già perso la sua sovranità», diventando serva «dei padroni occidentali», attacca lo zar. Per poi accusare la Nato di essere già praticamente presente sul territorio ucraino, minacciando direttamente la sicurezza della Russia. 

«In Ucraina le armi occidentali sono arrivate con un flusso continuo, ci sono esercitazioni militari regolari nell'ovest dell'Ucraina, l'obiettivo è colpire la Russia», dichiara, aggiungendo che «le truppe della Nato stanno prendendo parte a queste esercitazioni, almeno 10 sono in corso, e i contingenti Nato in Ucraina potrebbero crescere rapidamente».

Le prospettive di una soluzione pacifica del conflitto e in generale del braccio di ferro che da mesi contrappone la Russia e l'Occidente, sembrano cancellate in un attimo. «L'adesione dell'Ucraina alla Nato porrebbe una minaccia diretta per la sicurezza della Russia - insiste il presidente russo -. Siamo stati ingannati. L'installazione di missili balistici in Ucraina equivale a una minaccia contro la Russia europea e gli Urali. I missili Tomahawk possono raggiungere Mosca in 35 minuti, i missili balistici in 7 minuti e i missili ipersonici in 4. E questo da parte della Nato equivale a mettere un coltello alla gola alla Russia», conclude. 

Il Donbass, poi, è strategico per il Cremlino per «questioni economiche», ma soprattutto perché, non appena la cooperazione sarà avviata, la Russia potrà entrare nel Paese su invito della Repubbliche separatiste, abituate alla guerra ormai da diversi anni. Solo poche ore prima, il presidente francese Emmanuel Macron aveva portato a termine una lunga giornata di consultazioni telefoniche che sembravano aprire la strada a un vertice tra Putin e il presidente Usa Joe Biden. 

Poi una serie di docce gelate, una dietro l'altra. Putin non è contrario a vedere Biden, ma prima bisogna stabilire gli obiettivi del vertice, aveva puntualizzato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. L'incontro «è possibile», cercava di controbattere l'Eliseo. Ci ha pensato lo stesso capo del Cremlino a fugare le illusioni, affermando che il processo di pace in Ucraina allo stato attuale non ha «alcuna prospettiva».

L'annuncio ha scatenato la reazione di Germania, Francia e della stessa Ucraina, che hanno convocato un vertice d'urgenza, mentre Macron ha riunito il Consiglio di difesa francese. E altrettanto ha fatto Biden, che ha insistito su un possibile attacco «estremamente violento contro l'Ucraina nei prossimi giorni, oppure ore». 

Kiev ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza Onu, anche se la posizione di Putin è sembrata già chiara nel corso della seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa che si è svolto nel pomeriggio. «In caso di riconoscimento proporrò il pacchetto di sanzioni che è pronto», ha evidenziato l'Alto rappresentante per gli affari esteri dell'Unione europea Josep Borrell. Sanzioni dure sulle quali non sarà facile trovare un accordo. 

Maria Antonietta Calabrò per formiche.net il 21 Febbraio 2022.  

Prendendo spunto dal Vangelo di domenica 20 febbraio 2022, Papa Francesco ha affermato all’Angelus, con evidente riferimento alla crisi ucraina: “Com’è triste, quando persone e popoli fieri di essere cristiani vedono gli altri come nemici e pensano a farsi la guerra!”. 

Un rigo e mezzo, non di più, eppure quanto basta per accendere un riflettore sul fatto che patriarchi e pope, cristiani, stanno giocando un ruolo non secondario nella crisi ucraina.

Tutto è cominciato nel 2014 quando l’invasione e l’annessione da parte della Russia della Crimea ha avuto come conseguenza l’allontanamento della Chiesa ortodossa ucraina dal Patriarcato di Mosca. 

Il 15 dicembre 2018, il cosiddetto “Concilio di riconciliazione” portò all’unificazione tra il Patriarcato di Kiev (fino ad allora “legato” a quello di Mosca) e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina. 

La nuova Chiesa, la Chiesa ortodossa dell’Ucraina, è stata infatti riconosciuta dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha concesso alla nuova entità religiosa i diritti connessi all’autocefalia, cioè il principio di autodeterminazione e di vera e propria indipendenza.

Una simile decisione presa dal Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, successore sulla cattedra dell’apostolo Andrea, fratello di San Pietro, e legato da stretti di vincoli di fraternità con Papa Francesco, è stata però fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa russa, che di colpo si è vista privata di milioni e milioni di fedeli. 

Il Patriarca di Mosca Kirill ha denunciato lo sconfinamento di quello di Costantinopoli, ha rotto le relazioni con Bartolomeo, e dichiarato illegale il Concilio del 2018 e “scismatica” la nuova Chiesa , guidata dal Metropolita di Kiev Epifanij.

Questi problemi intraortodossi sono alla base del raffreddamento dei rapporti del Vaticano sia con Costantinopoli, sia con il Patriarca di Mosca, dopo lo storico incontro avvenuto all’aeroporto di Cuba, nel febbraio del 2016, tra Francesco e Kirill, prima dello scisma ucraino ortodosso. 

Un loro secondo incontro è sempre stato rimandato, ma il 18 febbraio 2022, l’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Alexander Avdeyev, ha annunciato nel corso di una conferenza stampa a Genova, rilanciata dalla Tass: “Sono in corso preparativi per un secondo incontro tra Papa Francesco e il patriarca Kirill, intorno a giugno-luglio”.

Precisando che “il luogo non è ancora stato scelto”. Lo stesso Francesco ha menzionato i preparativi per l’incontro con Kirill nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio in Grecia e Cipro all’inizio di dicembre 2021. E ha dichiarato di essere sempre pronto ad andare a Mosca. 

Nel frattempo però la crisi ucraina è divampata. E la posizione della Chiesa ortodossa russa, pur tradizionalmente ancillare nei confronti del potere di Mosca, si è schiacciata ancora di più su quella di Putin.

Il presidente russo infatti all’inizio di febbraio ha insignito il Metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca (e spesso in Vaticano) di una delle massime onorificenze russe: l’Ordine di Aleksandr Nevskij, il santo nobile russo, principe di Kiev, sepolto a San Pietroburgo, la città natale di Putin, di cui è patrono. 

Nel Salone di San Giorgio del Cremlino, Hilarion si è rivolto a Putin non solo ringraziandolo per l’aiuto ai cristiani in Siria contro i terroristi, e per quello che sta facendo in Africa.

Ha aggiunto, con un riferimento trasparente all’Ucraina: “Il nostro Dipartimento è talvolta chiamato Ministero degli Affari Esteri della Chiesa, il che non è esatto, poiché ci occupiamo non solo di affari esteri, ma anche di relazioni interreligiose nella nostra Patria. E negli ultimi anni ci sentiamo sempre di più una sorta di dipartimento di difesa, perché dobbiamo difendere le sacre frontiere della nostra Chiesa”.

Aggiungendo: “La Chiesa russa si è formata nel corso di più di dieci secoli e l’abbiamo ereditata entro i confini in cui è stata creata. Non l’abbiamo creata noi, e non possiamo distruggerla. Per cui continueremo a resistere alle sfide esterne che dobbiamo affrontare oggi”. 

L’eventuale guerra della Russia all’Ucraina ha anche questo risvolto religioso per il Patriarcato di Mosca: riannettersi quello che, a suo parere, le sarebbe stato tolto. 

C’è nella crisi “una prospettiva Nevskij", come si chiama la strada principale di San Pietroburgo (immortalata da Gogol) che finisce proprio davanti al monastero in cui a metà del XIII secolo morì il santo guerriero, protettore di Hilarion. 

Anna Zafesova per "la Stampa" il 21 Febbraio 2022.  

Essere Volodymyr Zelensky non è mai stato facile, ma oggi non esiste un mestiere più complicato al mondo di quello del presidente ucraino. Da un lato, Vladimir Putin gli punta addosso 150 mila fucili russi mentre si rifiuta di incontrarlo per tentare un'intesa. 

Dall'altro, Joe Biden incalza gli alleati con il pericolo di un'imminente invasione russa, che ancora prima di iniziare ha già provocato una fuga di capitali dall'Ucraina, diventata destinazione sconsigliata da governi di mezzo mondo, con le maggiori compagnie aeree che cancellano i voli verso Kiev e gli investitori che mettono i loro progetti in freezer.

In casa ha ad est i separatisti filorussi che fanno piovere colpi di mortaio sulla linea del fronte, sperando che prima o poi ai militari ucraini saltino i nervi, e a ovest gli oligarchi che si imbarcano sui loro jet privati per scappare da un'invasione che appare sempre più probabile.

Alla porta del Mariinsky, lo splendido palazzo settecentesco della presidenza, si avvicendano cortei di leader internazionali ansiosi di offrire solidarietà, in una concentrazione mai vista a Kiev. 

Ma dalla tribuna della conferenza sulla sicurezza di Monaco - dove è andando sfidando apertamente il consiglio di Biden di restare a casa - Zelensky ha dato sfogo a rabbia e amarezza: «Apprezziamo qualunque aiuto, ma non chiediamo beneficenza... I missili stanno piovendo sulle nostre città, non su quelle europee». La platea di Monaco che applaude in piedi il presidente ucraino segna la consacrazione di un ex attore come un leader di statura internazionale.

Perfino molti dei suoi detrattori, gli elettori del suo arcirivale Petro Poroshenko che l'hanno sempre sospettato di una «zrada», un tradimento verso i russi, ora plaudono al coraggio e alla maturità di un politico che bollavano come «pagliaccio». Ma non era il successo al quale il 44enne comico di Kryvyj Rih aspirava quando, tre anni fa, ha vinto le elezioni con uno strabiliante 71%, unendo Est e Ovest dell'Ucraina in un sogno che prometteva di entrare in Europa facendo la lotta agli oligarchi e la pace con la Russia.

La sua campagna elettorale è stata un fenomeno senza precedenti dell'era mediatica: già famosissimo con gli spettacoli e i film del suo collettivo Kvartal 95, Zelensky ha girato una serie televisiva, «Servo del popolo», in cui ha interpretato un professore di liceo di Kiev diventato presidente per caso. Le tre stagioni sono state un capolavoro di satira politica, ma anche un programma elettorale in formato sit-com che ha spiazzato la classe dirigente ucraina, catapultando «Ze» (o il suo personaggio) alla presidenza tra l'esultanza degli elettori soprattutto giovani, e lo scandalo dell'intellighenzia che lo vedeva come l'incarnazione del populismo, paragonato a Donald Trump o a Beppe Grillo.

Zelensky però è un riformista e un europeista, e da russofono di origine ebraiche che ha girato la serie che gli è valsa la presidenza interamente in russo, è una smentita vivente del mito di un'Ucraina discriminatoria. Semmai sono i suoi metodi da star dello spettacolo ad aver fatto temere che si sarebbe dedicato più alle apparenze. La sua inesperienza, e l'ingenuità dei debuttanti del suo partito «Servo del popolo» che ha preso la maggioranza alla Rada, hanno fatto sperare sia Putin sia Trump.

Ma proprio nella prova dell'Ukrainagate il comico ha mostrato di essere molto più abile del previsto. Stretto tra Trump che gli chiedeva di indagare il figlio di Biden, minacciando di togliere all'Ucraina gli aiuti, e i democratici che pur di incastrare The Donald avrebbero sacrificato un governo a Kiev, era riuscito a evitare una trappola mortale senza dire esplicitamente no al primo, e facendo capire che non avrebbe mai detto sì ai secondi. 

Da allora, la posizione tra il martello e l'incudine è diventata il marchio di fabbrica del sesto presidente ucraino. Negli ultimi giorni ha polemizzato apertamente con Biden, facendo videoappelli rassicuranti ai concittadini che smentivano le dichiarazioni allarmanti del presidente americano (anche perché sarebbe toccato poi a Zelensky dominare l'eventuale panico).

L'analista di Carnegie Moscow Konstantin Skorkin ritiene che a Washington molti vorrebbero veder tornare il più ligio Poroshenko, che con i venti di guerra è risalito nei sondaggi. Ma a Monaco il presidente ucraino non ha risparmiato critiche anche ai leader europei «che non sanno cosa significa incontrare ogni giorno le famiglie dei caduti», rievocando il celebre «Perché morire per Danzica?» come esempio di un «appeasement» che rischia di ripetersi sulla pelle dell'Ucraina.

Agli alleati occidentali Zelensky rivolge toni ironici ereditati dal suo mestiere precedente: «Se volete aiutarci davvero, non c'è bisogno di annunciare costantemente le date di una probabile invasione. Noi difenderemo la nostra terra, in qualunque giorno. Abbiamo più bisogno di altre date. Sapete perfettamente quali». 

Quelle per l'adesione alla Ue e alla Nato, che l'Europa non ha mai voluto dare nonostante «gli ucraini siano morti in nome della scelta europea». Gli scandali di corruzione dei «servi del popolo», gli scontri con gli oligarchi e i giornalisti, il disastro della pandemia e la caduta nei sondaggi, tutto passa in secondo piano di fronte a un attacco che appare imminente. E che segnerebbe la fine di Zelensky: un'Ucraina in guerra vorrebbe politici molto più duri.  

Ucraina, così i media hanno tifato per la guerra. Davide Bartoccini su Inside Over il 22 febbraio 2022.

L’invasione, la guerra alle porte, i carri armati che attraversano confini su ponti artificiali, per poi aprire intenso fuoco d’artiglieria coi possenti cannoni. Da una settimana ad oggi i mass media statunitensi, capeggiati dalla Cnn, continuano a proporre, o secondo il punto di vista dei russi a “propagandare”, imperterriti, lo scoppio imminente di una guerra che Mosca non ha mai dichiarato formalmente. Lo fanno citando fonti d’intelligence e informatori di altissimo livello – le cui identità non vengono e verranno mai rivelate – che sembrano non avere dubbi: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è “dato” certo. È solo questione di tempo.

Era stata fissata inizialmente per il 16 febbraio. Forse all’alba, forse in piena notte come si conviene nell’epoca degli apparati per la visione notturna, come sistema individuale, e dotazione standard d’ogni mezzo da battaglia, nave, aereo, carro armato. Poi qualcuno al Cremlino deve aver deciso di rimandare. Di preferire l’auspicabili e ricercata via diplomatica al battersi; come suggerisce l’Arte della Guerra di Sun Tzu.

Ma intanto i mass media europei, siano di Paesi più o meno prossimi al rombo dei cannoni di quei tank T-80 e T-90 schierati dai russi, continuano a pubblicare articoli con titoli preoccupanti. Accompagnati da foto di civili ucraini dove uomini, donne e perfino donne anziane, brandiscono simulacri (sagome di fucile usati nelle esercitazione, ndr) di Ak-47. Affermando cha a Kiev sono pronti a difendersi, a combattere casa per casa. Tutti sembrano volerci ricordare l’assedio di Stalingrado senza porre l’accento ad alcune non trascurabili differenze: non c’è e non ci sarà nessun fronte occidentale ad alleggerire la tensione; ma soprattutto, l’invasione di uno Stato moderno, dotato seppur in eseguo numero di armamenti moderni, da parte di una super potenza nucleare come la Federazione russa, nel XXI secolo, non ha nulla a che fare con l’invasione della Polonia datata 1 settembre 1939. Sarebbe un veloce, istantaneo, straziante annientamento.

L’esodo delle regioni occupate viene rilanciato su tutti i canali social a disposizione della nostra iper-tecnologica quotidianità. Tra un balletto su Tik Tok e un banner pubblicitario su Instagram, guadiamo i pullman che evacuano i bambini da Donetsk e le automobili che, dopo aver fatto lunghe file per un pieno di benzina, abbandonando le città sulle superstrade su lunghe interminabili file in direzione Rostov. Sullo sfondo città semi deserte dove le sirene antiaeree incutono più timore a chi guarda i video che a chi è ritratto nei video, e poi lontane sporadiche esplosioni. I telegiornali occidentali stanno confezionando loro l’atmosfera della guerra, e non mancano perciò di rilanciare gli appelli dei leader separatisti filo-russi delle repubbliche, autoproclamate, di Donetsk e Luhansk: “Tutti gli uomini abili ad imbracciare le armi devono rimanere al proprio posto”. Repubbliche che, secondo le ultime dichiarazioni del Cremlino, il presidente Vladimir Putin ha deciso di “riconoscere” ufficialmente.

Per i giornali occidentali, che partecipano senza risparmiarsi ai nuovi conflitti ibridi che sanno servirsi bene della stampa estera come nuova sofisticata arma, la guerra ogni giorno è più imminente. Siamo all’apice della tensione come scriverebbe l’analista Cia uscito dalla penna di Tom Clancy. Eppure lo stesse ministro della Difesa di Kiev, Oleksiy Reznikov, affermava, fino a pochi giorni fa, che “l’Ucraina non ritiene che ci sia un pericolo imminente di un’invasione russa”. Questo poiché i comandi russi, che vengono osservati da satelliti e spie, “non avrebbero ancora organizzato formazioni d’attacco tra le forze schierate vicino ai confini dell’Ucraina”. Per tale motivo è quindi “inappropriato dire che un’invasione potrebbe iniziare domani o dopodomani”. Ciò non significa che “non ci sia alcuna minaccia” e che “un attacco non possa avvenire”, tiene a precisare. Ma queste parole sembrano sufficienti a smentire, almeno per i dieci giorni che abbiamo trascorso con il fiato sospeso, le previsioni di Washington che continua a parlare di un attacco imminente. Un attacco imminente al quale il Pentagono non potrebbe rispondere.

Una guerra “moderna” con un “fronte” che non ci sarà

Per quanto spiacevole da considerare, l’invasione come la stanno tratteggiando i media non c’è stata, non c’è, e se la fortuna vuole non ci sarà mai. Nonostante siano stati mobilitati e spostati al ridosso delle linee i soldati della Nato, come i contingenti americani, i nostri alpini e bersaglieri, e un convoglio di soldati tedeschi nel non fronte della “Lituania”, non esiste nessuno patto di mutuo soccorso tra l’Ucraina e i suoi alleati ideali. Non c’è appunto quella firma di Kiev sul Patto Atlantico che lo zar Putin e il suo luogotenente Lavrov stanno ripetendo in cinque o sei lingue al giorno di non voler vedere mai. Per nessun motivo. Questa assenza di intervento dovrebbe comprendere l’eventuali meno remota, ma assai circoscritta, di un attacco lanciato da parte russi nei territori contesi del Donbass. Dove stanno avvenendo in queste ora sporadici ma continui scontri in violazione del cessate il fuoco che non sembra esser più preso in considerazione da entrambe la fazioni.

Nonostante sia stata annunciata a gran voce una guerra che sembra ipotizzare fronti allargati a potenze occidentali, difficilmente ce ne saranno. Probabilmente e mai. Questo perché la scelta che Washington, e il Cremlino, e quartieri generali della Nato in Europa sarebbe costretti a prendere, è l’unica che non possono prendere: uno scontro armato tra superpotenze che farebbe tornare alle fasi più acute, se non peggio allo scongelamento, della Guerra Fredda. Con essa, tornerebbe sullo sfondo di ogni operazione di ogni singolo aereo, o carro armato, o nave, o sottomarino, l’incubo dell’apocalisse nucleare. E non è un caso se la strategia della deterrenza non ha mai esaurito la sua ragion d’essere.

Mentre quasi 190mila uomini dell’armata russa sono ammassati lungo i confini dell’Ucraina. Minacciando di poter entrare in azione all’ordine del Cremlino, dalla Crimea, dai confini con le regioni autonome di Donbas e Luhansk, o sbarcando in contemporanea dal Mar Nero dove incrocia una flottiglia da sbarco che non sarà priva della scorta di sottomarini d’attacco e di sottomarini lancia missili; magari sotto la copertura aerea di centinaia di cacciabombardieri e di elicotteri d’attacco Hind e Kamov 52 – come quelli che abbiamo visto ronzare in formazione nei cieli di Belgorod – dislocati in una ventina di basi aeree con raggio operativo utile annientare quel poco che resta della flotta navale e della forza aerea ucraina. Forze che nonostante il sostentamento di armi leggere e munizioni che sono state concesse in tutti questi anni dai governi occidentali, non avrebbe la capacità di resistere all’onda d’urto di Mosca. L’unica certezza dunque – sebbene di certo non ci sia nulla in guerra chiosava Von Clausewitz – è che l‘Ucraina in caso d’invasione sul piano di un conflitto convenzionale rimarrebbe sola.

La guerra impari che nessuno vuole

Al di fuori delle durissime sanzioni minacciate dagli Stati Uniti e dagli altri partner della Nato nei confronti della Russia, sanzioni che per stesa ammissione di diversi diplomatici del Cremlino non sembrano terrorizzare il presidente russo Putin, l’Occidente non muoverebbe un dito in termini “operativi”. Evitando di farsi trascinare in un conflitto di tale portata, che secondo logica e analisi nessuno vuole veramente: tanto meno chi occupa il Cremlino.

Non sbaglia dunque il presidente ucraino Volodymyr Zalensky a ripetere che l’Ucraina, se dovesse, si difenderà da sola. Sarà costretta a farlo. La motivazione è semplice: il rischio che non possono assumersi i suoli amici occidentali che invece lavorano notte e giorno per aprire nuovi tavoli dei negoziati per proseguire nel campo della diplomazia e non in quello della guerra – “la prosecuzione della politica con altri mezzi”, abbiamo sentito dire spesso in questi giorni. Del resto è già successo che la Nato sia rimasta a guardare Mosca invadere una città posta sotto assedio, difesa dai cittadini, anche a mani nude, peggio dei russi a Stalingrado. Accadde in Ungheria, nel ’56. Certo, la situazione era differente e assai più complessa, forse non essenzialmente paragonabile in ambito accademico. Ma la sostanza dei fatti era la stessa. E stessi erano i rischi nell’imboccare una strada senza uscita che avrebbe senza dubbi condotto alla guerra totale. DAVIDE BARTOCCINI

Dagospia il 21 Febbraio 2022.  Incidenti. Estratto da “La Strana guerra” di Arrigo Petacco (ed. Mondadori), da “Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti” 

L'uomo che fece scoppiare la seconda guerra mondiale si chiamava Alfred Helmut Naujocks, aveva ventisette anni e era uno studente fuori corso di filosofia arruolatosi volontario nelle SS con il grado di Untersturmfùhrer, sottotenente.

Fanatico nazista, coraggioso e spericolato, era stato scelto personalmente da Heinrich Himmler, il comandante delle SS affinché provvedesse a organizzare un "incidente" alla frontiera polacca [...] 

Ricevuti i mezzi e le opportune istruzioni, Alfred Naujocks organizzò un commando speciale composto da dodici uomini: quattro elementi fidati delle SS e otto delinquenti comuni cui era stata promessa la libertà.

L'addestramento della «sporca dozzina» fu rapido e intenso, poi il commando, munito di armi e di uniformi dell'esercito polacco, si nascose nelle vicinanze di Gleiwitz, in attesa di entrare in azione al momento opportuno. 

La parola d'ordine concordata era: «La nonna è morta» [...] La «nonna morì» esattamente alle ore 22 del 31 agosto 1939, e l'operazione scattò subito dopo. 

I finti soldati polacchi attaccarono con le armi in pugno una stazione radio e, per rendere più realistica la loro azione, non esitarono a uccidere i due tecnici tedeschi che, in buona fede, avevano cercato di difendersi [...].

Conquistata la stazione, gli assalitori lessero ai microfoni il messaggio in lingua polacca precedentemente preparato e quindi si allontanarono fingendosi di dirigersi verso il confine. Raggiunsero invece il loro rifugio dove ebbe luogo l'atto finale della tragica operazione: gli otto delinquenti comuni furono uccisi e lasciati sul terreno con le loro uniformi polacche per essere poi mostrati alla stampa come prova dell'avvenuta aggressione. 

Poche ore dopo, Hitler, da Berlino, poteva annunciare alla radio: «Questa notte truppe regolari polacche hanno aperto il fuoco sul nostro territorio. Dalle ore 4.45 di oggi, venerdì 1° settembre 1939, le nostre forze armate sono passate al contrattacco»

Dagospia il 21 Febbraio 2022.  Estratto da “Gli stregoni della notizia” di Marcello Foa (ed. Guerini e associati), da “Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti” 

A fine gennaio del 1991, Saddam Hussein dà ordine di lasciare sgorgare il petrolio dai terminal kuwaitiani. 

Poche ore dopo le TV di tutto il mondo diffondono le immagini struggenti di un cormorano incatramato, che agonizza nel Golfo Persico. Nei giorni successivi vengono trasmessi filmati analoghi. 

Il "cormorano nero" diventa il simbolo della crudeltà del rais. Ma a distanza di mesi si scoprirà che quelle immagini erano state girate in un altro Paese e in tempi lontani: erano la testimonianza dell'inquinamento provocato da una petroliera anni prima.

Gli ornitologi avevano dichiarato, da subito, che in quella stagione era impossibile che ci fossero dei cormorani nel Golfo, perché vi arrivano solo in primavera, ma i giornalisti non avevano dato peso alle loro obiezioni. 

Marco Prestisimone per "il Messaggero" il 21 Febbraio 2022.  

Per molti è già diventata «la squadra Zorro». Sono circa 200 tra carri militari e convogli che dalla Russia si sono mossi nelle ultime ore verso il Donbass con una «Z» disegnata su un fianco. Sono stati immortalati e postati sui social diventando virali in poche ore. I più attenti hanno notato il particolare della lettera dipinta sui mezzi, come a far riconoscere gli amici dai nemici. Un segnale, hanno spiegato gli analisti dell'Est Europa, di una possibile imminente invasione. 

I carri militari hanno sfilato per le strade di Shebekino, a 28 chilometri a sud-est di Belgorod, ma in poche ore li ha visti tutto il mondo: su Twitter e TikTok basta fare un rapido giro tra gli hashtag per guardarne le impressionanti immagini. Equipaggiamenti militari con una «Z» marchiata in alfabeto romano e non cirillico e circondata da un enorme quadrato bianco.

Diversi gruppi di investigazione hanno spiegato di non aver mai visto dei segni simili nonostante il monitoraggio continuo dei simboli militari. Secondo l'analista Rob Lee, che su Twitter è diventato in poche settimane un punto di riferimento per la divulgazione della crisi ucraina, la «Z» potrebbe riferirsi a diversi contingenti assegnati all'invasione: «Sembra che le forze russe vicino al confine stiano dipingendo dei marcatori, in questo caso una lettera, per identificare diversi livelli e task force», ha spiegato questo fine settimana. In realtà l'ipotesi che circola maggiormente è quella di un modo per poter evitare il fuoco amico.

Una sorta di strategia ereditata dalla seconda guerra mondiale: nel 1944 gli alleati dipinsero sugli aerei militari le cosiddette «invasion stripes», ossia strisce con bande alternate (tre bianche e due nere) utilizzate nello sbarco in Normandia. Lo scopo era quello di rendere più facile la distinzione a vista degli propri aerei da quelli dei nemici, sia per le forze di mare che di aria, nelle fasi non di trincea ma in quelle più concitate della guerra.

Quello stratagemma potrebbe essere tornato di moda proprio perché la maggior parte dei mezzi militari ucraini risale all'epoca sovietica e per questo ancora oggi è facilmente confondibile con quelli russi. Le teorie più legate alla fantasia social, invece, hanno spiegato la «Z» collegandola al nemico numero uno della Russia, il presidente ucraino Zelensky.

È stato il canale Telegram russo Hunter' s Notes, che monitora da vicino i movimenti dei mezzi militari, ad aver segnalato e poi diffuso le immagini dei carri armati contrassegnati. «La nostra valutazione - spiegano organi di stampa nell'Est Europa -è che si tratta di contrassegni di identificazione amico-nemico utilizzati dagli eserciti durante la guerra. Questo suggerirebbe che i preparativi sono stati completati. Gli ucraini hanno carri armati e veicoli molto simili e i russi vorranno ridurre il rischio di fuoco amico».

Fascismo russo. Il delirante discorso di Putin sull’Ucraina. Vladimir Putin su L'Inkiesta il 22 febbraio 2022.

Il dittatore ha giustificato il riconoscimento delle repubbliche separatiste ucraine del Donbass e Lugansk con una lunga digressione storica revisionista, sostenendo che la nazione ucraina non esiste e che è solo una parte della Russia. 

Pubblichiamo la versione integrale del discorso pronunciato da Vladimir Putin per giustificare il riconoscimento delle repubbliche secessioniste ucraine del Donbass e Lugansk. 

Cittadini russi, amici,

L’argomento del mio intervento è su ciò che sta succedendo in Ucraina e il motivo per cui è così importante per noi, per la Russia. Naturalmente il mio messaggio è rivolto anche ai nostri connazionali in Ucraina.

La questione è molto seria e deve essere discussa in modo approfondito.

La situazione nel Donbass ha raggiunto una fase critica. Oggi parlo a voi direttamente non solo per spiegare cosa sta succedendo, ma anche per informarvi delle decisioni prese e di potenziali ulteriori sviluppi.

Vorrei sottolineare ancora una volta che l’Ucraina non è solo un paese vicino a noi. È una porzione inalienabile della nostra storia, cultura e spazio “spirituale”. (Gli ucraini) sono i nostri compagni, quelli a noi più cari – non sono solo colleghi, amici e persone che un tempo hanno prestato servizio (militare) insieme, ma sono anche parenti, persone legate dal sangue e dai legami familiari.

Da tempo immemorabile, le persone che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si sono definiti russi e cristiani ortodossi. È stato così prima del XVII secolo, quando una parte di questo territorio si è riunita allo stato russo, ed (è stato così) dopo.

Ci sembra che, in generale, tutti conoscano questi fatti, che questo sia una cosa di dominio pubblico. Tuttavia, è necessario dire almeno qualche parola sulla storia di questa questione per capire ciò che sta accadendo oggi, per spiegare i motivi delle azioni della Russia e ciò che si vuole ottenere.

Quindi, inizierò con il fatto che l’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dalla Russia bolscevica e comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi soci lo fecero in un modo che fu estremamente duro per la Russia – separando, dividendo quella che è storicamente terra russa. Nessuno ha chiesto ai milioni di persone che vivevano lì cosa ne pensassero.

Poi, sia prima che dopo la Grande Guerra Patriottica (la Seconda Guerra Mondiale, ndr), Stalin incorporò nell’URSS e trasferì all’Ucraina alcune terre che prima appartenevano a Polonia, Romania e Ungheria. Nel processo, diede alla Polonia parte di ciò che era tradizionalmente terra tedesca come compensazione, e nel 1954, Krusciov tolse la Crimea dalla Russia per qualche motivo e la diede anche all’Ucraina. In effetti, è così che si è formato il territorio della moderna Ucraina.

Ma ora vorrei concentrare l’attenzione sul periodo iniziale della formazione dell’URSS. Credo che questo sia estremamente importante per noi. Dovrò affrontarlo partendo da lontano, per così dire.

Vi ricorderò che dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 e la successiva guerra civile, i bolscevichi iniziarono a creare una nuova entità statale. C’erano disaccordi piuttosto seri tra di loro su questo punto. Nel 1922, Stalin occupava le posizioni di segretario generale del Partito Comunista Russo (bolscevico) e di commissario del popolo per gli affari etnici. Suggerì di costruire il paese sui principi dell’autonomizzazione, cioè dare alle repubbliche – le future entità amministrative e territoriali – ampi poteri al momento di prendere parte a uno stato unificato.

Lenin criticò questo piano e suggerì di fare concessioni ai nazionalisti, che allora chiamava “indipendenti”. Le idee di Lenin su ciò che equivaleva in sostanza a un accordo di stato confederativo e uno slogan sul diritto delle nazioni all’autodeterminazione, fino alla secessione, furono poste alla base della statualità sovietica. Inizialmente furono confermati nella Dichiarazione sulla formazione dell’URSS nel 1922, e in seguito, dopo la morte di Lenin, furono sanciti nella Costituzione sovietica del 1924.

Questo solleva immediatamente molte domande. La prima è davvero la principale: perché fu necessario placare i nazionalisti, soddisfare le ambizioni nazionaliste incessantemente crescenti alla periferia dell’ex impero? Che senso aveva trasferire alle nuove unità amministrative, spesso formate arbitrariamente – le repubbliche dell’Urss – vasti territori che non avevano nulla a che fare con loro? Permettetemi di ripetere che questi territori furono trasferiti insieme alla popolazione di quella che era storicamente la Russia.

Inoltre, a queste unità amministrative fu dato de facto lo status e la forma di entità statali nazionali. Questo solleva un’altra domanda: perché è stato necessario fare regali così generosi, al di là dei sogni più sfrenati dei nazionalisti più zelanti e, per di più, (perché) dare alle repubbliche il diritto di separarsi dallo stato unificato, senza alcuna condizione?

A prima vista, tutto questo sembra assolutamente incomprensibile, persino folle. Ma solo a prima vista. C’è una spiegazione. Dopo la rivoluzione, l’obiettivo principale dei bolscevichi era quello di rimanere al potere a ogni costo, assolutamente a ogni costo.

Fecero di tutto a questo scopo: accettarono l’umiliante Trattato di Brest-Litovsk, nonostante la situazione militare ed economica della Germania del Kaiser e dei suoi alleati fosse drammatica e l’esito della Prima Guerra Mondiale fosse scontato, e soddisfarono qualsiasi richiesta e desiderio dei nazionalisti all’interno del paese.

Quando si tratta del destino storico della Russia e dei suoi popoli, i principi dello sviluppo statale di Lenin non furono solo un errore; furono peggio di un errore, come si suol dire. Questo è diventato palesemente chiaro dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Certo, non possiamo cambiare gli eventi passati, ma dobbiamo almeno ammetterli apertamente e onestamente, senza riserve e senza fare politica. Personalmente, posso aggiungere che nessun fattore politico, per quanto impressionante o redditizio possa sembrare in un dato momento, può o può essere usato come principio fondamentale della statualità.

Non sto cercando di dare la colpa a nessuno. La situazione del paese in quel momento, sia prima che dopo la guerra civile, era estremamente complicata; era critica.

L’unica cosa che vorrei dire oggi è che le cose sono andate esattamente così. È un fatto storico. In realtà, come ho già detto, l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata “l’Ucraina di Vladimir Lenin”. Egli ne fu il creatore e l’architetto. Questo è pienamente ed esaustivamente corroborato da documenti d’archivio, comprese le dure istruzioni di Lenin riguardo al Donbass, che fu effettivamente spinto in Ucraina. E oggi la “progenie riconoscente” ha rovesciato i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano “decomunistizzazione”.

Volete la decomunistizzazione? Molto bene, questo ci sta bene. Ma perché fermarsi a metà strada? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe per l’Ucraina una vera decomunistizzazione.

Tornando alla storia, vorrei ripetere che l’Unione Sovietica è stata fondata al posto dell’ex impero russo nel 1922. Ma la pratica dimostrò subito che era impossibile conservare o governare un territorio così vasto e complesso sui principi amorfi che equivalevano a una confederazione. Erano molto lontani dalla realtà e dalla tradizione storica.

È logico che il Terrore Rosso e il rapido scivolamento nella dittatura di Stalin, il dominio dell’ideologia comunista e il monopolio del potere del Partito Comunista, la nazionalizzazione e l’economia pianificata – tutto questo trasformò i principi di governo, formalmente dichiarati ma inefficaci, in una semplice dichiarazione. In realtà, le repubbliche sindacali non avevano alcun diritto sovrano, nessuno. Il risultato pratico fu la creazione di uno stato strettamente centralizzato e assolutamente unitario.

In effetti, ciò che Stalin attuò pienamente non era il principio di Lenin, ma il suo stesso principio di governo. Ma non fece i relativi emendamenti ai documenti cardine, alla Costituzione, e non revisionò formalmente i principi di Lenin alla base dell’Unione Sovietica. A prima vista, sembrava che non ce ne fosse bisogno, perché tutto sembrava funzionare bene nelle condizioni del regime totalitario, ed dall’esterno sembrava meraviglioso, attraente e persino super-democratico.

Eppure, è un gran peccato che le basi fondamentali e formalmente giuridiche del nostro Stato non siano state prontamente ripulite dalle odiose e utopiche fantasie ispirate dalla rivoluzione, che sono assolutamente distruttive per qualsiasi Stato normale. Come spesso è successo nel nostro paese in passato, nessuno ha pensato al futuro.

Sembra che i dirigenti del Partito Comunista fossero convinti di aver creato un solido sistema di governo e che le loro politiche avessero risolto definitivamente la questione etnica. Ma la falsificazione, il malinteso e la manomissione dell’opinione pubblica hanno un costo elevato. Il virus delle ambizioni nazionaliste è ancora con noi, e la mina posta nella fase iniziale per distruggere l’immunità dello stato alla malattia del nazionalismo stava ticchettando. Come ho già detto, la mina era il diritto di secessione dall’Unione Sovietica.

A metà degli anni ’80, i crescenti problemi socioeconomici e l’apparente crisi dell’economia pianificata aggravarono la questione etnica, che essenzialmente non si basava su nessuna aspettativa o sogno irrealizzato dei popoli sovietici, ma soprattutto sui crescenti appetiti delle élite locali.

Tuttavia, invece di analizzare la situazione, prendere misure appropriate, prima di tutto nell’economia, e trasformare gradualmente il sistema politico e il governo in modo ponderato ed equilibrato, la leadership del Partito Comunista si impegnò solo in aperti discorsi a doppio senso sulla rinascita del principio leninista dell’autodeterminazione nazionale.

Tuttavia, invece di analizzare la situazione, prendere misure appropriate, prima di tutto in economia, e trasformare gradualmente il sistema politico e il governo in modo ponderato ed equilibrato, la leadership del Partito Comunista si è impegnata solo in aperti discorsi ambigui sulla rinascita del principio leninista di autodeterminazione nazionale.

Inoltre, nel corso della lotta per il potere all’interno dello stesso Partito Comunista, ciascuno degli opposti schieramenti, nel tentativo di espandere la propria base di sostegno, ha iniziato a incitare e incoraggiare sconsideratamente i sentimenti nazionalisti, manipolandoli e promettendo ai loro potenziali sostenitori qualsiasi cosa desiderassero. Sullo sfondo della retorica superficiale e populista sulla democrazia e su un futuro luminoso basato o sul mercato o su un’economia pianificata, ma in mezzo a un vero impoverimento delle persone e a carenze diffuse, nessuno tra i potenti pensava alle inevitabili tragiche conseguenze per il paese.

In seguito, hanno intrapreso interamente la strada battuta all’inizio dell’URSS, assecondando le ambizioni delle élite nazionaliste nutrite nelle file del loro stesso partito. Ma così facendo, dimenticarono che la CPSU non aveva più – grazie a Dio – gli strumenti per mantenere il potere e il paese stesso, strumenti come il terrore di stato e una dittatura di tipo stalinista, e che il noto ruolo guida del partito stava scomparendo senza lasciare traccia, come una nebbia mattutina, proprio davanti ai loro occhi.

E poi, la sessione plenaria del settembre 1989 del Comitato Centrale della CPSU approvò un documento veramente fatale, la cosiddetta politica etnica del partito nelle condizioni moderne, la piattaforma della CPSU. Includeva le seguenti disposizioni, cito: «Le repubbliche dell’URSS devono possedere tutti i diritti appropriati al loro status di stati socialisti sovrani».

Il punto successivo: «I supremi organi rappresentativi del potere delle repubbliche dell’URSS possono contestare e sospendere il funzionamento delle risoluzioni e delle direttive del governo dell’URSS nel loro territorio».

E infine: «Ogni repubblica dell’URSS avrà una cittadinanza propria, che si applicherà a tutti i suoi residenti».

Non era chiaro a cosa avrebbero portato queste formule e decisioni?

Ora non è il momento né il luogo per entrare in questioni di diritto statale o costituzionale, né per definire il concetto di cittadinanza. Ma ci si può chiedere: perché era necessario scuotere ancora di più il paese in quella situazione già complicata? I fatti restano.

Già due anni prima del crollo dell’URSS, il suo destino era in realtà predeterminato. È ora che i radicali e i nazionalisti, compresi e soprattutto quelli dell’Ucraina, si prendano il merito di aver ottenuto l’indipendenza. Come possiamo vedere, questo è assolutamente sbagliato. La disintegrazione del nostro paese unito è stata causata dagli errori storici e strategici dei dirigenti bolscevichi e della direzione della CPSU, errori commessi in momenti diversi nella costruzione dello stato e nelle politiche economiche ed etniche. Il crollo della Russia storica conosciuta come URSS è sulla loro coscienza.

Nonostante tutte queste ingiustizie, le bugie e il vero e proprio saccheggio della Russia, è stato il nostro popolo che ha accettato la nuova realtà geopolitica formatasi dopo la dissoluzione dell’URSS e che ha riconosciuto i nuovi stati indipendenti. Non solo la Russia ha riconosciuto questi Paesi, ma ha aiutato i suoi partner della CSI, anche se si è trovata ad affrontare una situazione molto pesante.

Ciò includeva i nostri colleghi ucraini, che si sono rivolti a noi per un sostegno finanziario molte volte dal momento in cui hanno dichiarato l’indipendenza. Il nostro Paese ha fornito questa assistenza nel rispetto della dignità e della sovranità dell’Ucraina.

Secondo le valutazioni degli esperti, confermate da un semplice calcolo dei nostri prezzi energetici, i prestiti agevolati forniti dalla Russia all’Ucraina insieme alle preferenze economiche e commerciali, il beneficio complessivo per il bilancio ucraino nel periodo dal 1991 al 2013 è stato di 250 miliardi di dollari.

Eppure, c’era di più. Entro la fine del 1991, l’URSS doveva circa 100 miliardi di dollari ad altri paesi e fondi internazionali. Inizialmente, c’era l’idea che tutte le ex repubbliche sovietiche avrebbero rimborsato insieme questi prestiti, in uno spirito di solidarietà e proporzionalmente al loro potenziale economico. Tuttavia, la Russia si è impegnata a ripagare tutti i debiti sovietici e ha mantenuto questa promessa completando questo processo nel 2017.

In cambio, i nuovi stati indipendenti dovettero cedere alla Russia parte delle attività estere sovietiche. Un accordo in tal senso è stato raggiunto con l’Ucraina nel dicembre 1994. Ma Kiev non ha ratificato questi accordi e in seguito si è semplicemente rifiutata di onorarli chiedendo una quota del tesoro dei diamanti, riserve auree, nonché proprietà dell’ex URSS e altri beni all’estero.

Tuttavia, nonostante tutte queste sfide, la Russia ha sempre lavorato con l’Ucraina in modo aperto e onesto e, come ho già detto, nel rispetto dei suoi interessi. Abbiamo sviluppato i nostri legami in più campi. Così, nel 2011, il commercio bilaterale ha superato i 50 miliardi di dollari. Consentitemi di notare che nel 2019, cioè prima della pandemia, il commercio dell’Ucraina con tutti i paesi dell’UE messi insieme era al di sotto di questo indicatore.

Allo stesso tempo, è stato sorprendente come le autorità ucraine preferissero sempre trattare con la Russia in un modo che garantisse loro tutti i diritti e privilegi pur rimanendo liberi da qualsiasi obbligo.I funzionari di Kiev hanno sostituito la collaborazione con un atteggiamento parassitario, agendo a volte in modo estremamente sfacciato. Basti ricordare i continui ricatti sui transiti energetici e il fatto che rubavano letteralmente gas.

Posso aggiungere che Kiev ha cercato di usare il dialogo con la Russia come merce di scambio nelle sue relazioni con l’Occidente, usando la minaccia di legami più stretti con la nostra nazione per ricattare l’Occidente allo scopo di assicurarsi preferenze, affermando che altrimenti la Russia avrebbe avuto un’influenza maggiore in Ucraina.

Allo stesso tempo, le autorità ucraine – tengo a sottolinearlo – hanno iniziato costruendo la loro statualità sulla negazione di tutto ciò che ci univa, cercando di stravolgere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che vivono in Ucraina. Non sorprende che la società ucraina abbia dovuto affrontare l’ascesa del nazionalismo di estrema destra, che si è rapidamente trasformato in russofobia e neonazismo aggressivi. Ciò ha portato alla partecipazione di nazionalisti ucraini e neonazisti ai gruppi terroristici nel Caucaso settentrionale e le sempre più forti rivendicazioni territoriali nei confronti della Russia.

Una funzione ruolo in questo senso è stata svolta da forze esterne, che hanno utilizzato una rete ramificata di ONG e servizi speciali per nutrire i loro clienti in Ucraina e per portare i loro rappresentanti alle sedi delle autorità.

Va notato che l’Ucraina in realtà non ha mai avuto stabili tradizioni di stato sovrano. E, quindi, nel 1991 ha optato per emulare sconsideratamente modelli stranieri, che non hanno alcun rapporto con la storia o la realtà ucraina. Le istituzioni del governo politico furono riadattate molte volte ai clan in rapida crescita e ai loro interessi egoistici, che non avevano nulla a che fare con gli interessi del popolo ucraino.

In sostanza, la cosiddetta scelta di civiltà filo-occidentale operata dalle autorità oligarchiche ucraine non era e non mira a creare condizioni migliori nell’interesse del benessere delle persone ma a trattenere i miliardi di dollari che gli oligarchi hanno sottratto agli ucraini, i quali tengono i loro conti in banche occidentali mentre assecondano con riverenza i rivali geopolitici della Russia.

Alcuni gruppi industriali e finanziari, partiti e politici sul loro libro paga hanno fatto affidamento sui nazionalisti e sui radicali sin dall’inizio. Altri hanno affermato di essere favorevoli alle buone relazioni con la Russia e alla diversità culturale e linguistica, arrivando al potere con l’aiuto dei loro cittadini che hanno sinceramente sostenuto le loro aspirazioni dichiarate, comprese le milioni di persone nelle regioni sudorientali. Ma dopo aver ottenuto le posizioni che desideravano, queste persone hanno immediatamente tradito i loro elettori, facendo marcia indietro rispetto alle loro promesse elettorali, guidando una politica guidata dai radicali e talvolta perseguitando anche i loro ex alleati: le organizzazioni pubbliche che sostenevano il bilinguismo e la cooperazione con la Russia.

Queste persone hanno approfittato del fatto che i loro elettori erano per lo più cittadini rispettosi della legge con opinioni moderate, fiduciosi nei confronti delle autorità e che, a differenza dei radicali, non avrebbero agito in modo aggressivo o fatto uso di strumenti illegali.

Nel frattempo, i radicali sono diventati sempre più sfacciati nelle loro azioni e hanno avanzato ogni anno più richieste. Hanno trovato facile imporre la loro volontà alle autorità deboli, contagiate anche dal virus del nazionalismo e della corruzione e che ad arte hanno sostituito i reali interessi culturali, economici e sociali del popolo e la vera sovranità dell’Ucraina con varie speculazioni etniche e formali attributi etnici.

Uno stato stabile non si è mai sviluppato in Ucraina; le sue procedure elettorali e politiche servono solo da copertura, da schermo per la ridistribuzione del potere e della proprietà tra i vari clan oligarchici.

La corruzione, certamente una sfida e un problema per molti paesi inclusa la Russia è andata oltre la normale portata, in Ucraina. Ha letteralmente permeato e corroso la statualità ucraina, l’intero sistema e tutti i rami del potere.

I nazionalisti radicali hanno approfittato del giustificato malcontento pubblico e preparato la protesta di Maidan, portandola a un colpo di stato nel 2014. Hanno anche avuto assistenza diretta da stati stranieri. Secondo i rapporti, l’ambasciata degli Stati Uniti ha fornito 1 milione di dollari al giorno per sostenere il cosiddetto campo di protesta in Piazza Indipendenza a Kiev. Inoltre, ingenti somme sono state sfacciatamente trasferite direttamente sui conti bancari dei leader dell’opposizione, decine di milioni di dollari. Ma le persone che hanno effettivamente sofferto, le famiglie di coloro che sono morti negli scontri provocati nelle strade e nelle piazze di Kiev e di altre città, quanto hanno guadagnato alla fine? Meglio non domandarlo.

I nazionalisti che hanno preso il potere hanno scatenato una persecuzione, una vera campagna di terrore contro chi si opponeva alle loro azioni anticostituzionali. Politici, giornalisti e attivisti pubblici sono stati molestati e pubblicamente umiliati. Un’ondata di violenza ha travolto le città ucraine, inclusa una serie di omicidi di alto profilo e impuniti. Si rabbrividisce al ricordo della terribile tragedia di Odessa, dove manifestanti pacifici furono brutalmente assassinati, bruciati vivi nella Camera dei Sindacati. I criminali che hanno commesso quell’atrocità non sono mai stati puniti e nessuno li sta nemmeno cercando. Ma conosciamo i loro nomi e faremo di tutto per punirli, trovarli e assicurarli alla giustizia.

Maidan non ha avvicinato l’Ucraina alla democrazia e al progresso. Dopo aver compiuto un colpo di stato, i nazionalisti e le forze politiche che li sostenevano alla fine hanno condotto l’Ucraina in un vicolo cieco, spingendo il paese nell’abisso della guerra civile. Otto anni dopo, il paese è diviso. L’Ucraina è alle prese con una grave crisi socioeconomica.

Secondo le organizzazioni internazionali, nel 2019 quasi 6 milioni di ucraini – sottolineo – circa il 15 per cento, non della forza lavoro, ma dell’intera popolazione di quel Paese, ha dovuto recarsi all’estero per trovare lavoro. La maggior parte di loro fa lavori saltuari. Anche il seguente dato è rivelatore: dal 2020, oltre 60.000 medici e altri operatori sanitari hanno lasciato il Paese in mezzo alla pandemia.

Dal 2014, le bollette dell’acqua sono aumentate di quasi un terzo e le bollette dell’energia sono aumentate più volte, mentre il prezzo del gas per le famiglie è aumentato di diverse dozzine di volte. Molte persone semplicemente non hanno i soldi per pagare le utenze. Lottano letteralmente per sopravvivere.

Cosa è successo? Perché sta succedendo tutto questo? La risposta è ovvia. Hanno speso e sottratto l’eredità ereditata non solo dall’era sovietica, ma anche dall’impero russo. Hanno perso decine, centinaia di migliaia di posti di lavoro che hanno permesso alle persone di guadagnare un reddito affidabile e generare entrate fiscali, tra l’altro grazie alla stretta collaborazione con la Russia. Settori tra cui la costruzione di macchine, l’ingegneria degli strumenti, l’elettronica, la costruzione di navi e aeromobili sono stati minati o distrutti del tutto. C’è stato un tempo, tuttavia, in cui non solo l’Ucraina, ma l’intera Unione Sovietica era orgogliosa di queste società.

Nel 2021, il cantiere navale del Mar Nero a Nikolayev ha cessato l’attività. I suoi primi approdi risalgono a Caterina la Grande. Antonov, il famoso produttore, non produce un solo aereo commerciale dal 2016, mentre Yuzhmash, una fabbrica specializzata in missili e apparecchiature spaziali, è quasi in bancarotta. L’acciaieria di Kremenchug si trova in una situazione simile. Questa triste lista potrebbe continuare all’infinito.

Per quanto riguarda il sistema di trasporto del gas, è stato interamente costruito dall’Unione Sovietica e ora si è deteriorato a tal punto che il suo utilizzo crea gravi rischi e ha un costo elevato per l’ambiente.

Questa situazione solleva la questione: povertà, mancanza di opportunità e potenziale industriale e tecnologico perduto. È questa la scelta della civiltà filo-occidentale che da molti anni utilizza allo scopo di ingannare milioni di persone con promesse di pascoli celesti?

Tutto si è ridotto a un’economia ucraina a brandelli e a una vera e propria depredazione dei cittadini del paese, mentre la stessa Ucraina è stata posta sotto il controllo esterno, diretto non solo delle capitali occidentali, ma anche del proprio territorio, come si suol dire, attraverso una intera rete di consulenti esteri, ONG e altre istituzioni presenti in Ucraina. Hanno un’incidenza diretta su tutte le nomine e le dimissioni chiave e su tutti i rami del potere a tutti i livelli, dal governo centrale fino ai comuni, nonché su società e società statali, tra cui Naftogaz, Ukrenergo, Ferrovie ucraine, Ukroboronprom , Ukrposhta e l’Autorità dei porti marittimi ucraini.

La zappa sui piedi. La strategia di Putin nella crisi ucraina sta danneggiando anche la Russia. L'Inkiesta il 22 febbraio 2022.

L’atteggiamento aggressivo di Mosca ha compattato il fronte occidentale, ha ravvivato l’opzione delle sanzioni, ha riavvicinato Kiev all’Europa. Il capo del Cremlino parlerà comunque di vittoria, ma il suo Paese ne uscirà indebolito in ogni caso.

Il colloquio di domenica tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin si era chiuso con l’auspicio di una tregua e un po’ di ottimismo sul fronte ucraino. Poi il Cremlino ha definito «prematura» l’organizzazione di un vertice con il presidente americano Joe Biden, ha dimostrato un po’ di scetticismo, e i toni sono subito tornati tesi.

Sono settimane ormai che sulla crisi ucraina si alternano preoccupazioni e segnali di distensione, vera o presunta. I soldati schierati al confine, le notizie sul ritiro di alcune truppe russe, e poi le smentite e le violazioni del cessate il fuoco che si moltiplicano, gli Stati occidentali che invitano i propri cittadini a lasciare l’Ucraina.

La crisi è lontana da un punto di svolta, militare e diplomatico.

Senza scivolare in una guerra vera e propria, Putin è tornato al centro dell’attenzione globale, dimostrando che la Russia conta ancora parecchio nel quadro internazionale.

Eppure, c’è chi sostiene che il Cremlino abbia giocato male le proprie carte: «A questo punto anche se le truppe russe dovessero ritirarsi, guerra o non guerra, Putin avrà danneggiato il suo Paese», scrive l’Economist. L’idea è che le attenzioni dell’opinione pubblica globale abbiano galvanizzato prima di tutto gli avversari gli interlocutori di Putin, che non sono disposti a perdere la faccia di fronte a una semplice dimostrazione muscolare.

Ci sono segnali che dimostrano un nuova unità del fronte occidentale: si discute della tipologia e dell’entità di nuove sanzioni economiche alla Russia; la Nato – quella che Macron nel 2019 definì cerebralmente morta – ha trovato nuova linfa e un nuovo scopo nella protezione dei suoi confini in Europa orientale; perfino la Germania sembra aver compreso che un’invasione russa dell’Ucraina danneggerebbe anche il progetto del gasdotto Nord Stream 2, almeno da un punto di vista politico. «Se Putin ha sperato che le sue minacce avrebbero prodotto risultati immediati a causa della debolezza occidentale, è rimasto deluso», scrive l’Economist.

Nell’equazione non può mancare l’Ucraina, vero nodo dell’intera crisi. Putin vuole ovviamente che il Paese non entri nella Nato e probabilmente si tratta di una richiesta senza troppe conseguenze, nel senso che l’adesione di Kiev all’Alleanza atlantica non è mai stata un argomento di discussione concreto.

Però dopo otto anni di crisi il Paese ha ritrovato la sua unità nazionale e ha compreso che il suo posto nel mondo è tra le forze democratiche dell’occidente. Anche perché, come spiega l’Economist, «essendo stata trascurata negli ultimi anni, l’Ucraina sta godendo di un sostegno diplomatico e militare europeo e americano senza precedenti. Quei legami, forgiati durante la crisi, non si dissolveranno improvvisamente, anche se le forze russe dovessero ritirarsi. È l’opposto di ciò che voleva Putin».

Per Mosca il danno potrebbe essere anche più grande del semplice appoggio occidentale a Kiev. Da tempo il Paese est-europeo viene trattato come una regione più che come uno Stato nazione, cioè come un’area da proteggere dalle mire espansionistiche della Russia, o – dal punto di vista di Putin – come un territorio da tenere sempre sotto controllo.

Il tono delle discussioni, a livello diplomatico e sui media, è la conferma della mercificazione dell’Ucraina. «Anche ora, mentre la Russia minaccia di invadere il Paese, se ne parla come di un’astrazione, una vittima passiva della politica delle grandi potenze: vedono l’Ucraina come parte di una sfera di influenza, non come una nazione, pluralità di esseri umani», ha scritto Franklin Foer in un articolo sull’Atlantic.

Invece nelle ultime settimane l’Ucraina è tornata ad avanzare richieste ai Paesi occidentali, dimostrandosi sempre più distante, politicamente e non solo, da Mosca. Durante la Conferenza di Monaco di sabato scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un nuovo appello per l’adesione alla Nato, chiedendo «tempi chiari», e ha chiesto alle nazioni europee di «sviluppare un pacchetto efficace di sanzioni preventive per scoraggiare l’aggressione della Russia».

Il tentativo di mostrarsi aggressivo, da parte di Putin, potrebbe non pagare anche per questioni di politica interna. La Russia ha tentato di rimodellare la propria economia: ha aumentato le sue riserve, ha ridotto la dipendenza delle aziende dal capitale straniero, ha lavorato duramente per costruire il suo settore tecnologico – dai chip alle app fino alla rete internet – e ha anche stretto nuovi accordi con la Cina nella speranza di trovare un acquirente alternativo per gli idrocarburi (che sono ancora la sua principale fonte di valuta estera).

Questo vuol dire che Putin sta cercando di ridurre l’impatto di un eventuale nuovo giro di sanzioni da parte dei Paesi occidentali. Ma è impossibile rendere la Russia inattaccabile a livello economico: l’Unione europea acquista il 27% di tutte le esportazioni russe; il gasdotto Power of Siberia che porterà gas verso la Cina sarà completato solo nel 2025 e trasporterà un quinto di quello che oggi va in Europa. Insomma, «se ci fossero restrizioni alle importazioni in stile Huawei provocherebbero enormi difficoltà alle aziende tecnologiche russe», scrive l’Economist.

La soluzione di Putin non può essere quella di aumentare la sua dipendenza dal mercato cinese: correrebbe il rischio di condannare la Russia a essere il partner minore del regime di Pechino, non proprio la soluzione migliore per chi è abituato a trattare – all’interno e all’esterno del proprio Paese – mostrando i muscoli.

La Russia avrebbe dunque superato una specie di punto di non ritorno: indipendentemente dai prossimi sviluppi della crisi, Mosca ne uscirà danneggiata. Forse, conclude l’Economist, la soluzione migliore per Putin (e per tutti) è una rapida de-escalation e un nuovo giro di negoziati per fermare la crisi con una soluzione diplomatica.

«Oltre a devastare l’Ucraina – si legge nell’articolo – la guerra arrecherebbe alla Russia un danno molto maggiore dell’attuale minaccia di una guerra. L’Occidente sarebbe più galvanizzato e più determinato a voltare le spalle agli accordi economici con Mosca, l’Ucraina diventerebbe una piaga che prosciuga la Russia di denaro e uomini, e il Paese stesso sarebbe rovinato prima dalle sanzioni e poi dalla rabbia degli oppositori».

FACT CHECKING DEL REVISIONISMO PUTINIANO. La storia smentisce la versione di Putin su Russia e Ucraina. SIMONE ATTILIO BELLEZZA su Il Domani il 22 febbraio 2022.

Il presidente della Federazione russa ha fornito una particolare ricostruzione degli eventi storici che nel corso dell’ultimo secolo hanno caratterizzato i rapporti fra Russia e Ucraina.

Quella esposta non è quindi una ricostruzione estemporanea, ma il frutto di un lungo lavoro ideologico volto a giustificare le mosse russe.

Quello che spaventa Putin, così desideroso di dimostrare che l’Ucraina è uno stato fallito, è che l’esistenza stessa di un’Ucraina indipendente, democratica ed occidentalizzata è la dimostrazione che uno sviluppo diverso sarebbe stato possibile anche in Russia.

Lunedì sera Vladimir Putin ha intrattenuto le platee televisive di mezzo mondo con un discorso volto a spiegare le motivazioni per il riconoscimento delle cosiddette repubbliche popolari di Donestk e Lugansk e l’invio di truppe russe in quei territori.

Il presidente della Federazione russa ha fornito una particolare ricostruzione degli eventi storici che nel corso dell’ultimo secolo hanno caratterizzato i rapporti fra Russia e Ucraina. Non si tratta della prima volta: già il 12 luglio 2021 il sito della presidenza russa ha pubblicato un lungo articolo nel quale venivano analizzati i rapporti fra i due popoli fin dall’alto medioevo.

Quella esposta non è quindi una ricostruzione estemporanea, ma il frutto di un lungo lavoro ideologico volto a giustificare le mosse russe, ripetuto anche da altri politici e dai mezzi d’informazione russi. Ma quanto c’è di vero e quanto di meramente ideologico in questa ricostruzione? Per capirlo, bisognerà partire da una analisi dei suoi punti fondamentali che sono essenzialmente quattro.

QUATTRO ASSIOMI

Assioma 1: russi e ucraini sono parte di una sola nazione. Per giustificare questa idea Putin risale alla Rus’ di Kiev, che era in realtà una confederazione di diversi principati e città che fra il IX e il XIII secolo riuniva una parte delle terre oggi appartenenti alla Russia europea, all’Ucraina e alla Belarus.

È stato però solo nel corso dell’Ottocento che, come nel resto dell’Europa, intellettuali e storici cercarono di ricostruire le radici millenarie di quel nuovo prodotto della politica europea, che era lo stato-nazione. Fu così che nel corso dei due secoli successivi si è cercato di legare la costruzione degli stati nazionali a una pretesa sempiterna esistenza delle nazioni: già allora, comunque, non v’era accordo fra chi considerava le tre nazioni slave orientali come parte di una triade inscindibile (come Putin oggi) e chi invece sosteneva la loro assoluta differenza.

All’inizio del Novecento nel movimento nazionale ucraino i sostenitori di una nazione a sé stante risultarono vincitori, provocando il risentimento dei nazionalisti russi, contrariati del fatto che la città-madre degli slavi orientali potesse rimanere al di fuori dei confini nazionali. A sconvolgere questo scenario vennero, a seguito della Prima guerra mondiale, le rivoluzioni di febbraio e quella bolscevica dell’ottobre 1917. Assioma 2: è stata l’Urss a creare l’Ucraina.

Dopo le rivoluzioni del 1917 i territori dell’ex impero zarista furono sconvolti da una lunga guerra civile. Fu Lenin a venire a capo del conflitto garantendosi l’appoggio della popolazione contadina essenzialmente grazie alla promessa di concedere loro la terra (cosa che fu sostanzialmente fatta con la famosa Nep). Accanto alla rivoluzione dei contadini l’impero russo era però stato scosso da una miriade di rivoluzioni nazionali, che avevano seriamente messo a rischio la sua compattezza (tanto che polacchi e finlandesi ottennero l’indipendenza proprio in questo frangente).

Per tenere assieme un impero che perdeva i pezzi, Lenin elaborò l’idea che le rivoluzioni nazionali contro il centro russo dovessero essere accolte dal movimento comunista perché avevano una sorta di contenuto proletario (erano le nazioni sfruttate a insorgere contro la nazione borghese russa).

Lenin elaborò quindi l’Urss con una struttura federale nella quale le diverse nazioni erano invitate a prosperare e svilupparsi: è vero che fu così che per la prima volta nell’evo contemporaneo l’Ucraina ebbe una forma statale stabile (altri tentativi c’erano stati durante la guerra civile) che durò fino al 1991 e che fu progressivamente allargata in seguito.

Colpisce come nel suo discorso Putin faccia spesso riferimento a questo fatto, parlandone come di un errore imperdonabile ma, per l’appunto, inevitabile fatto da Lenin per salvare l’impero. È tragicamente comico che Putin voglia prendersi il merito del fatto che l’Urss non abbia potuto fare a meno di concedere una compagine statale agli ucraini. Semmai l’idea dell’indipendenza degli ucraini ne risulta rafforzata.

NATO E OLIGARCHI

Assioma 3: la Nato aveva promesso di non espandersi a est. È ormai appurato che nel 1989 una promessa orale di non espandersi oltre la Germania riunificata fu in effetti fatta a Gorbačëv, anche se poi non fu mai ratificata da alcun trattato. Altrettanto vero è che fino agli inizi degli anni 2000 l’espansione della Nato è avvenuta con il benestare di una Russia allora assai debole, tanto che lo stesso Putin ha rivelato di aver chiesto a Bill Clinton se l’Alleanza non avrebbe potuto immaginare di includere la Russia stessa (proposta ovviamente rifiutata).

Assioma 4: l’Ucraina è una colonia Usa in mano agli oligarchi. Al crollo dell’Urss nel 1991 Russia e Ucraina erano due paesi con una struttura sociale, economica e culturale molto simile: ex dirigenti del Partito comunista avevano saccheggiato la ricchezza dei due paesi trasformandosi in oligarchi.

In Russia questi furono progressivamente ridotti sotto il controllo dello stato da Putin, arrivato al governo nel 1999. A partire dal 2001 la nazione ucraina ha invece avviato una serie di rivolte popolari (gli episodi più famosi sono la Rivoluzione arancione del 2004-05 e il cosiddetto Euromaidan del 2013-14) che hanno portato a una progressiva democratizzazione ed europeizzazione tanto della politica quanto della società. È vero che l’economia ucraina è ancora in mano agli oligarchi, ma l’attuale presidente Volodymyr Zelensky ha finalmente messo in cantiere una seria legislazione “anti oligarchi”.

Altrettanto vero è che, dalla annessione della Crimea e dall’inizio della guerra ibrida all’est, gli ucraini hanno sempre più considerato l’occidente come un alleato contro una Russia che si stagliava sempre più come un invasore. Quello che spaventa Putin, così desideroso di dimostrare che l’Ucraina è uno stato fallito, è che l’esistenza stessa di un’Ucraina indipendente, democratica ed occidentalizzata è la dimostrazione che uno sviluppo diverso sarebbe stato possibile anche in Russia. SIMONE ATTILIO BELLEZZA 

Cosa ha in testa Vladimir Putin. DAVIDE MARIA DE LUCA su su Il Domani il 22 febbraio 2022.

Putin aveva espresso il suo manifesto di politica estera alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nel 2007.

Tra i suoi principali assiomi: il rifiuto del mondo unipolare, l’accusa di ipocrisia agli Stati Uniti e i loro alleati e la necessità di preservare il bilanciamento atomico.

Stessi concetti ripetuti anche nella sua intervista al Financial Times del 2019: Putin vuole garantire l’autonomia della Russia in politica estera, a costo di usare le armi.

Con un lungo discorso di quasi 50 minuti, il presidente russo Vladimir Putin ha spiegato ieri le ragioni che lo hanno spinto a riconoscere le repubbliche separatiste dell’Ucraina orientale e a ordinare il dispiegamento di forze russe sul loro territorio, una decisione che potrebbe portare a un’escalation militare.

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Nel suo excursus prima di comunicare la decisione dell’annessione, Putin ha ripercorso la storia della Russia e quella dell’Ucraina, esponendo le sue ragioni e la sua idea del mondo. È un insieme di fatti, date ed episodi che Putin esprime ormai da anni.

Contestato da molti nelle sue basi storiche e politiche, non di meno è un sistema coerente, che analisti di tutto il mondo usano per spiegare e, a volte, prevede i comportamenti del leader russo.

RIFIUTO DEL MONDO UNIPOLARE

Il primo assioma del mondo di Putin è il rifiuto dell’assetto “unipolare”, quello teorizzato alla fine della Guerra fredda e che considera gli Stati Uniti l’unica superpotenza rimasta.

«Considero il modello unipolare non solo inaccettabile, ma impossibile nel mondo di oggi», aveva detto Putin nel suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, considerato da molti il suo manifesto della politica estera e non solo (potete leggerlo per intero qui). Secondo il presidente russo, «si tratta di un mondo con un solo padrone, un solo sovrano».

Ma per Putin un simile mondo unipolare non può esistere perché in realtà ci sono molti attori con sufficiente forza militare ed economica da poter agire in modo indipendente. Questo sistema è non solo impossibile, ma anche ingiustificato. «Ancora più importante è che questo modello ha un difetto costitutivo e ciò che non può essere il fondamento morale della moderna civilizzazione». In altre parole, un modo unipolare è ingiusto, perché consegnato all’arbitrio di una sola potenza non tenuta a rispettare regole comuni.

L’idea che il mondo della Guerra fredda fosse pericoloso, ma che avesse un suo equilibrio che si è perso con la caduta dell’Unione sovietica, Putin lo ha espresso anche anni dopo, in una famosa intervista concessa all’allora direttore del Financial Times Lionel Barber pubblicata nel giugno del 2019.

All’epoca della Guerra fredda, aveva detto Putin, «c’erano almeno alcune regole a cui tutti i partecipanti della comunità internazionale aderivano o almeno cercavano di seguire». Regole dettate dalla forza relativa dei due contendenti, ma comunque regole che davano ordine al mondo.

L’IPOCRISIA DEGLI STATI UNITI

Il secondo assioma di Putin deriva da questa considerazione: gli Stati Uniti e i suoi alleati ora non rispettano più alcuna regola, si arrogano il diritto di essere nel giusto, ma questa è una posizione ipocrita, giustificata solo dalla loro pretesa, erronea, di essere la potenza egemone al mondo.

«Siamo testimoni di una tendenza in cui paesi che proibiscono la pena di morte anche per gli assassini partecipano ad operazioni militari che è difficili considerare legittime. E queste operazione generano conflitti che uccidono centinaia, migliaia di persone!», aveva detto Putin a Monaco.

Putin si riferisce alle numerose operazioni militari, spesso intraprese dalla Nato, senza il consenso dell’Onu: dai bombardamenti in Serbia del 1999 all’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma l’unica fonte di legittimità internazionale non possono che essere le Nazioni Unite, l’istituzione che rappresenta l’antitesi del mondo unipolare e l’unica in cui Russia e altre potenze, come la Cina, godono di un diritto di veto.

«Resto convinto che l’unico meccanismo che può prendere decisioni sull’utilizzo della forza come ultima risorsa sia la carta delle Nazioni Unite – aveva detto Putin a Monaco – La Nato e l’Unione europea non possono essere un sostituto dell’Onu».

IL RUOLO DELLE ARMI ATOMICHE

In un mondo in cui una potenza cerca di diventare egemone a scapito di attori indipendenti, a volte aggirando l’unico consesso internazionale in cui potenze minori come Russia e Cina possono far valere il loro diritto di veto, l’equilibrio militare diviene l’unico ostacolo alla realizzazione concreta di un mondo unipolare.

Non sorprende che quindi il terzo assioma di Putin siano le accuse agli Stati Uniti di voler alterare l’attuale bilanciamento di forze. Per questo, il presidente russo è, almeno a parole, uno dei più convinti sostenitori dei tratti per il controllo delle armi, in particolare di quelle nucleari. 

Per Putin, il principale rischio di destabilizzazione delle relazioni internazionali «è collegato alla stagnazione dei trattati sul disarmo». Il presidente russo, infatti, sa che con il suo potenziale industriale la Russia non può in alcun modo competere con la Nato. Anche se la Russia ha un esercito convenzionale numeroso e tecnologicamente avanzato, le risorse dei suoi avversari sono incomparabilmente maggiori. 

L’unico settore in cui al momento esiste una qualche forma di parità è quello delle armi nucleari ed è questa forza atomica a garantire l’autonomia della Russia, come Putin non si stanca di ripetere.

Ma questo bilanciamento, per Putin come per molti dei suoi consiglieri, è minacciato dalla ricerca tecnologica degli Stati Uniti, che negli ultimi anni è tornata a progredire nella ricerca antimissile e nella “militarizzazione” dello spazio, due strade che potrebbero portare alla neutralizzazione della “parità nucleare” tra i due paesi.

«L’opinione russa è che la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze impreviste per la comunità internazionale e potrebbe provocare anche l’inizio di una nuova era nucleare», aveva detto Putin a Monaco prima di esporre un suo piano per rinnovare gli sforzi di disarmo e limitare la ricerca di quelli che definisce sistemi «destabilizzanti», come i missili anti-missile.

Anche su questo tema, Putin accusa Stati Uniti e gli alleati di ipocrisia. Mentre infatti si proclamano interessati alla pace, si sono ritirati da una serie di trattati sul disarmo, come quello sui missili a gittata intermedia e quello sulla ricerca dei missili anti-missile. Inoltre, e questo è un cavallo di battaglia della retorica putiniana, la Nato ha proseguito la sua avanzata verso i confini della Russia, allargando l’alleanza, costruendo nuove basi sempre più ad est, proprio mentre la Russia ritirava le sue.

Ma secondo Putin non è solo la Russia a essere vittima di questo comportamento. Anche la Cina si trova nella stessa situazione. Nella sua intervista al Financial Times, Putin ricordava al suo intervistatore: «Lei ha ricordato lo sviluppo delle forze navali cinesi. La Cina spende in tutto 117 miliardi di dollari in difesa, se la memoria non mi inganna. Gli Stati Uniti ne spendono più di 700. E voi vorreste spaventare il mondo con le spese militari della Cina?».

Arriviamo così alla conclusione del discorso di Putin a Monaco, una sorta di riassunto-manifesto di questo desiderio di autonomia e parità, da garantire con le armi se necessario: «La Russia è una paese con una storia lunga più di un millennio e ha sempre avuto il privilegio di condurre una politica estera indipendente. Noi non cambieremo questa tradizione».

DAVIDE MARIA DE LUCA. Giornalista politico ed economico, ha lavorato per otto anni al Post, con la Rai e con il sito di factchecking Pagella Politica.

"Propaganda alla Stalin. Discorso orwelliano in tv per stravolgere la storia". Manila Alfano su Il Giornale il 22 febbraio 2022.

«Un discorso orwelliano». Lo definisce così, senza mezzi termini l'ucrainista Max Di Pasquale, ricercatore associato dell'Istituto Gino Germani di scienze sociali e studi strategici, il discorso a reti unificate che lunedì ha fatto saltare dalla sedia fior di analisti politici. Una doccia fredda le parole di Putin per molti, a partire dai leader che si sono seduti a quell'ormai famoso, lunghissimo tavolo made in Cantù. Eppure, per Di Pasquale non c'è sorpresa. Lo studioso che in questi anni con le sue pubblicazioni quali Ucraina terra di confine. Viaggi nell'Europa sconosciuta, e Abbecedario ucraino ha fatto conoscere l'Ucraina al grande pubblico italiano, era convinto che «lo zar» non si sarebbe fermato. Dalla Crimea, 8 anni fa, Putin ha messo in atto il primo esempio di guerra ibrida su larga scala ben più pericolosa di una guerra convenzionale fatta non solo di armi ma anche di fake news per spaccare la società. E non si fermerà.

Cosa c'è dietro alle mire russe?

«La paura. Paura che il germe della democrazia si diffonda fin dentro ai confini russi».

Putin parla dell'Ucraina come di una invenzione, creata da Lenin strappando dei territori russi. È così?

«Ma niente affatto. Anzi sarebbe vero il contrario».

In che senso?

«Pura propaganda utilitaristica. Ma non è nuova. Anche Stalin parlava dell'Ucraina come di un'arma in mano all'Occidente. Come vede Putin non si è inventato niente di nuovo. Putin poi in questi anni lo ha detto più volte in diverse occasioni. Secondo la sua narrazione i russi e gli ucraini sarebbero uno stesso popolo. Lo ha dichiarato nel 2014 con la crisi nel Donbass, prendendosi la Crimea».

Ma è la verità?

«No, assolutamente. Una falsità storica, una distorsione a suo uso e consumo. Per far leva su un neanche troppo acceso spirito nazionalistico».

Ma ha ragione nel dire che i russi e gli ucraini sono lo stesso popolo?

«Hanno avuto una storia comune se vogliamo, causa guerre e alleanze, egemonie. Ma i popoli sono distinti. Nel Medioevo la Rus' di Kiev, aveva Kiev capitale, era Kiev la città di riferimento rispetto a Moscovia che nel 1240 subisce poi l'invasione dei Mongoli, una sovranità altamente repressiva, mentre l'Ucraina finisce sotto il Gran Ducato di Polonia e Lituania, più aperto, con uno sviluppo culturale diverso, europeo. Due popoli con uno sviluppo totalmente diverso».

Quindi due identità culturali che si distingueranno nel corso degli anni?

«Sì, già nel '600 l'Ucraina cerca una sua indipendenza e chiaramente si ritrova ad allearsi con i vicini per tornaconti politici. Ma c'è un altro passaggio fondamentale che spiega l'abisso tra le due culture: nel 1709 la battaglia di Poltava segna la fine dell'indipendenza del Cosaccato ucraino, alleato degli svedesi, sconfitto da Pietro il Grande. È l'inizio dell'Impero russo. Inizia l'operazione di russificazione, ma allo stesso tempo, si appropria delle radici culturali della Rus' di Kiev proprio per dare alla Moscovia una identità europea che lui anelava ma che in realtà non le apparteneva».

Perchè?

«Pietro il Grande guardava all'Europa più che all'Asia. E non è un caso che eurasisti come Putin odiano Pietro il Grande».

Eppure Putin fa leva sul nazionalismo filo sovietico degli ucraini.

«Una minoranza. Invece è vero che i sentimenti nazionalistici ucraini lavorano da sempre: dal collasso dell'Impero Russo e di quello Austro Ungarico, con la dichiarazione di indipendenza nel 1919. E non si affievolì nemmeno sotto al regime sovietico. Che portò all'indipendenza del 1991».

L'obiettivo segreto dello Zar: Odessa e le coste del Mar Nero. Gian Micalessin il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Mosca non si fermerà al Donbass, ma si espanderà a Est nell'area industriale. Ecco perché di tante forze in campo. 

La Russia ora attende la prossima mossa di Zar Vladimir. O, meglio, la zampata capace d'infliggere il colpo fatale ad un'Ucraina colpevole di aver flirtato con la Nato. Una zampata destinata a dilaniare il paese strappandogli buona parte dei suoi territori orientali o riducendolo, nell'ipotesi più estrema, ad un'enclave priva di sbocchi al mare. Un'avanzata militare in grado di garantire a Mosca l'annessione di tutte le coste del Mar Nero, fino ad Odessa ed oltre, resta ovviamente una mossa estrema. L'estensione della sovranità russa a Mariupol e ai restanti territori delle regioni (oblast) indipendentiste di Lugansk e Donetsk rappresenterebbe, invece, una conseguenza quasi naturale del riconoscimento dell'indipendenza firmato lunedì dal presidente russo. Non a caso il primo a mettere sul tavolo la questione dei «confini amministrativi delle due repubbliche» è il capo dell'autoproclamata Repubblica di Donetsk Denis Pushilin.

Intervistato, ieri, dalla Tv «Russia-24» il leader filo-russo ricorda come i referendum del 2014 sull'indipendenza riguardassero non solo le zone controllate attualmente dai separatisti, ma l'intero territorio amministrativo occupato dai due «oblast». Un modo per far capire che l'intervento russo in «difesa» della popolazione russa delle due repubbliche dovrà inevitabilmente estendersi ai territori delle due regioni ancora controllati dall'esercito ucraino. Una questione non proprio di lana caprina. In base a quell'interpretazione le truppe di Mosca potrebbero avanzare fino alla città di Mariupol e inglobare una superficie che rappresenta il nove per cento dei territori dell'Ucraina e su cui vivono oltre sei milioni di persone. Sull'effettiva possibilità di un intervento «difensivo» esteso agli interi confini amministrati dei due «oblast» i vertici di Mosca mantengono, per ora, una sostanziale ambiguità.

Il vice ministro degli esteri Andrei Rudenko, ammette che il riconoscimento di Mosca potrebbe estendersi a tutto il territorio su cui la leadership separatista «esercita la sua autorità e giurisdizione» avvalorando, di fatto, l'ipotesi di uno scontro con le truppe di Kiev pronte a difendere quanto resta dei due «oblast». Un'ipotesi ridimensionata nelle ore successive dal portavoce del Cremlino Dmitri S. Peskov che ha parlato di un riconoscimento limitato ai confini «di quando queste due repubbliche sono state proclamate». Ma l'interpretazione di Peskov fa a pugni con le tesi di un Vladimir Putin pronto a sostenere, solo 24 ore prima, l'appartenenza storica e culturale dell'Ucraina alla madre patria russa ribadendo la teoria di paese creato per volere di Lenin «strappando territori alla Russia». Parole durissime che sembrano giustificare un intervento ben più ampio di quello indispensabile a garantire l'indipendenza dei territori separatisti. Anche perché la difesa di quelle regioni non giustificherebbe la perdita di legittimità internazionale e il costo in termini di sanzioni economiche affrontato da Putin. E non richiederebbe neppure la mobilitazione delle 140mila truppe mandate a circondare l'intera Ucraina. Anche per questo molti, qui in Russia, s'aspettano che la prossima mossa dello zar s'estenda ben aldilà dei due «oblast». Magari arrivando ad inglobare, alla fine dei giochi, l'intera costa orientale del Paese, fin oltre la città di Odessa. Una città, sottolineano fonti del Giornale, citata non a caso dal presidente russo quando, lunedì sera, ha promesso la punizione degli autori della «strage di Odessa» costata la vita, nel 2014, a 48 militanti filorussi intrappolati nel rogo della Casa dei Sindacati. Una «punizione» estrema, ma capace di «restituire» alla Russia non solo l'intera costa del Mar Nero, ma anche tutti quegli insediamenti cuore, fin dai tempi dell'Unione Sovietica, della produzione industriale destinata a Mosca.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla 

Ucraina, gas, Nato: perché il cattivo non è Putin. di Rino Cammilleri su Nicolaporro.it il 22 Febbraio 2022.

Be’, la crisi ucraina presenta almeno un vantaggio: i tiggì hanno smesso di bombardarci i cabbasisi col covid. Chi ha ragione? Intanto diciamo chi sta vincendo: gli Usa. Tanto casino hanno fatto che sono riusciti a tappare il NorthStream2, così che la Germania il gas dovrà comprarlo da loro. È shale-gas, ottenuto col metodo fracking che fa stracciare le vesti agli ecologisti di tutto il mondo. Tranne a quelli tedeschi, chissà perché.

Questo gas americano costa di più degli altri, e agli europei costerà ulteriormente perché il trasporto via nave da oltreoceano ne fa lievitare il prezzo. Bene per gli Usa, che così potranno scaricare parte della loro crisi economica sul competitor più temuto, l’Europa. In Germania, chissà perché, c’è un potente partito Verde che ha fatto smantellare il nucleare e sta facendolo col carbone. La Merkel era riuscita per anni a traccheggiare con gli Usa per poter rifornirsi da Putin. Ora, col tappo al gasdotto, anche Putin è servito.

Ma come mai i Verdi in Germania sono così forti? Come mai non c’è niente di analogo in Francia e in Inghilterra, le altre due nazioni europee di pari forza economica e demografica? C’entra qualcosa il fatto che la Germania pullula di basi militari americane più di noi italiani? Francia e Inghilterra pullulano invece di centrali nucleari, ma nessun francese e inglese si lamenta. Boh.

Nella faccenda ucraina il cattivo è Putin? Non credo. Non se lo può permettere. Infatti, la sincerità può permettersela, ed è sincero quando ricorda che, all’ora della riunificazione della Germania, ben due presidenti americani garantirono a Gorbaciov che i confini della Nato sarebbero rimasti quelli che erano allora. Si è visto. E ora Putin se li ritrova sotto il naso. E pensare che, nel vertice di Pratica a Mare, Berlusconi aveva proposto a Putin di entrare nella Nato, e Putin si era detto d’accordo in linea di principio. Si è visto la fine che ha fatto Berlusconi. E quella che si sta cercando di far fare a Putin.

Per gli angloamericani la Russia e la Germania devono restare scollate e ostilmente separate. È dai tempi di Napoleone che l’impero marittimo fa di tutto per impedire un blocco continentale, economico in questo caso. Di tutto. Putin è sincero anche quando ricorda che l’Ucraina è il cuore storico della Russia. Infatti, l’inizio della Russia parte da Kiev, oggi capitale ucraina, quando mille anni fa il gran principe dei Rus’, Vladimir, sposò una principessa bizantina e convertì il suo popolo al cristianesimo.

Putin vuole l’Ucraina, dunque? E che se ne fa? È il Paese più povero d’Europa (chiedete alla vostra badante) e dovrebbe mantenerlo, cosa che non può permettersi. Si butterà allora con la Cina? Macché. Russi e cinesi non si amano. E Biden lo sa. Meglio, lo sanno i dem americani, storicamente più guerrafondai dei rivali rep. Ricordate quando Trump, repubblicano, disse che con Putin avrebbe potuto andare d’accordo? Subito si scatenò il russia-gate e da allora dovette fare il muso duro a Putin per non essere ogni volta accusato di essere stato eletto grazie ai fantomatici «hacker russi». Perciò, mi spiace per i tiggì nostrani, ma non ci sarà alcuna guerra, anche se i perdenti ci sono già: noi, l’Europa e la Russia. Dovranno tornare a sperare in un’impennata del covid… 

Ucraina, il sospetto di Pietro Senaldi su Joe Biden: "Sicuri che sia Putin a volere la guerra?" Pietro Senaldi Libero Quotidiano il 22 febbraio 2022.

Certo che la democrazia è preferibile alla dittatura e che, rispetto alla Siberia, a tutti noi perfino il New Mexico parrebbe l'eden. Ancora più vero è che siamo stati molto bene, accucciati per settant'anni sotto l'ombrello americano, mentre metà Europa era ridotta a vassalla dell'Unione Sovietica. Ma questo non c'entra assolutamente nulla con quello che sta accadendo in Ucraina, dove si pensava che Putin preparasse la guerra per avere la pace e ora invece chissà mentre gli Stati Uniti non disdegnerebbero un conflitto lontano e che non li impegni direttamente pur di mantenere la quiete in casa propria, guarire l'emorragia di consensi del presidente Biden e arricchirsi con il caro bollette e una bella pompata all'industria bellica. Washington è ancora paladina delle libertà nel mondo ma, come ha dimostrato la ritirata da Kabul, nei fatti non è più disposta a pagare il prezzo di questa sua supremazia morale. Per questo forza l'alleato europeo affinché minacci sanzioni che impoverirebbero gli Stati Ue ma non gli Stati Uniti e ci costringerebbero a metterci in fila per comprare materie prime rincarate oltre Oceano. Questa non è una questione di ideali, ma di opportunità e pragmatismo. Non è il momento della propaganda bensì della strategia, parola sconosciuta a Bruxelles, a meno che non si tratti di banche e mercati. Gli Usa non lo hanno ancora capito bene, anche e soprattutto per colpa del Nobel per la Pace, Barack Obama - perché già il vituperato Donald Trump aveva le idee più chiare-, e il fatto che il Paese guida dell'Occidente sbagli ancora a individuare il principale nemico danneggia tutti quanti.

La crisi ucraina parte da lontano, dalla pretesa di piazzare basi Nato al confine russo senza neppure ipotizzare la scontata reazione di Mosca e illudendo Kiev senza mai considerare di difenderla sul serio qualora la situazione precipitasse. La Cina è il convitato di pietra della crisi ucraina, pronta a misurare i rapporti di forza e trarre profitto per sé. Se Putin entrerà a Kiev, l'Occidente dimostrerà il proprio velleitarismo e poco dopo Pechino si riannetterà Taiwan. Se Mosca verrà sconfitta diplomaticamente, Usa e Ue la regaleranno per sempre alla sfera d'influenza di Xi Jinping. La strategia di Mosca, è parere pressoché unanime degli analisti europei, è quella di mantenere una situazione di tensione permanente, senza sferrare un attacco decisivo, nella speranza di ottenere nero su bianco l'impegno della Nato a non aprire all'Ucraina e di prendersi una parte della regione del Donbass e vedersi riconosciuta l'annessione della Crimea, datata 2014. Putin ha capito che il mondo non è più diviso in due e vuole aumentare l'influenza di Mosca nelle aree che appartennero all'Urss ma anche, approfittando della latitanza di Ue e Usa e degli errori strategici obamiani con l'Isis e la Libia, estenderla nel Mediterraneo Orientale e Meridionale. Joe Biden è arroccato nella tattica dell'armiamoci e partite: si oppone ma vorrebbe che gli alleati europei combattessero per lui. Non ci venga a raccontare, il presidente Usa, di essere mosso da ideali. Semplicemente, intende impedire l'avvicinamento e il respirare insieme, che è invece nelle cose, dei due polmoni d'Europa, Ue e Russia. Tutto spinge a stringere patti d'amicizia tra loro. L'economia, la cultura, la complementarietà tra la formidabile capacità manufatturiera di Germania e Italia e una Russia ricchissima di materie prime dettano la strada di un futuro pacifico e prospero. Non è pragmatismo cinico augurarsi una stabilizzazione dell'Est e un equo accordo con Kiev senza imbracciare le armi e massacrarci economicamente con sanzioni che rovinerebbero l'Europa, ma lungimiranza. Il mondo non è più diviso in due blocchi, Stelle e Strisce contro Falce e Martello. È la Cina la minaccia alla pace e al benessere globale, Kruscev e Breznev sono preistoria.

EUROPA IMBELLE

Ottant'anni fa il fronte ucraino decise le sorti del mondo per quasi un secolo. Oggi è una crisi buona a dimostrare che l'Europa è incapace di organizzarsi e debole. Alle sdegnate dichiarazioni a petto in fuori non faremo seguire granché. Abbiamo bisogno di avere buoni rapporti con tutti e per questo ci offriamo da indesiderati mediatori, ma finora il risultato è che abbiamo compromesso le relazioni con Putin senza riuscire a ripristinarne di serie con gli Stati Uniti. La Ue è imbelle perché è divisa e, specie la sua nazione guida, la Germania, non vuole rompere con Mosca, perché perderebbe il suo maggiore fornitore energetico. Una crisi costerebbe molto cara anche all'Italia. Senza esercito né unità politica e con una pressoché totale dipendenza energetica, l'Europa può giusto combattere la guerra dei bottoni. Ma la cosa che più le fa difetto non sono i denari o le armate, bensì la visione. 

Estratto dell'articolo di Giuseppe Agliastro per "la Stampa" il 22 febbraio 2022.

[…] La mossa di Putin alza ancora il livello dello scontro con l'Ucraina, in una escalation cominciata a novembre e che vede adesso la Russia schierare 190.000 soldati ai confini con il Paese vicino. 

La decisione del presidente russo di riconoscere le autoproclamate «repubbliche» di Donetsk e Lugansk viene subito condannata dalla comunità internazionale, con Usa, e anche l'Ue, che minacciano nuove sanzioni.

[…] È la pietra tombale sugli accordi di Minsk, sanciti sette anni fa per cercare di mettere fine al conflitto nel Donbass: l'area del Sud-est ucraino dove la Russia è accusata da tempo di sostenere militarmente i separatisti nel conflitto scoppiato otto anni fa e nel quale si stima che abbiano perso la vita oltre 14.000 persone. Di fronte a una sfida di tale livello, le diplomazie occidentali hanno perso parte della loro timidezza.

[…] I Paesi occidentali dubitano che Kiev possa avere interesse ad attaccare in un momento in cui la Russia è accusata di aver dispiegato decine di migliaia di soldati non lontano dalla frontiera con l'Ucraina, e Usa e Nato temono che Mosca cerchi un pretesto per un'offensiva. 

Kiev […] ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell'Onu e lo ha fatto appellandosi al Memorandum di Budapest del 1994, con cui Russia, Usa e Gran Bretagna si impegnarono a garantire l'integrità territoriale dell'Ucraina in cambio della rinuncia di Kiev all'arsenale nucleare ereditato dall'Urss.

Un accordo che però il Cremlino ha già infranto nel 2014 annettendosi di fatto la Crimea con un'invasione di uomini armati e senza insegne. Riconoscendo le repubbliche separatiste, Putin ha violato ancora una volta l'integrità territoriale ucraina.

CartaBianca, Federico Rampini: "Putin si è preparato". Verso una guerra infinita. Libero Quotidiano il 23 febbraio 2022.

Prepariamoci a una lunga, lunghissima guerra di trincea. Federico Rampini, inviato del Corriere della Sera da New York, in collegamento con Bianca Berlinguer a CartaBianca su Rai3 dà una sua lettura della strategia russa in Ucraina. Vladimir Putin "negli ultimi anni si è preparato a reggere sanzioni di questo tipo. Ha reso la Russia più autosufficiente: un’economia povera, ma in grado di reggere un confronto e un braccio di ferro per lunghissimi periodi". 

Per ora, Europa  Usa hanno annunciato sanzioni di tipo energetico e finanziario. Ma secondo Antonio Di Bella "Il primo round di sanzioni è stato lieve per poter tenere insieme l’Europa, la Germania, l'Italia. Se le sanzioni fossero più dure, l'alleanza Nato potrebbe scricchiolare". Dal punto di vista militare, il direttore di Rai Day Time ricorda: "Biden padre diceva 'La cosa peggiore non sono le guerre, ma le guerre cominciate per caso'. Quando si ammassano missili, carri armati e aerei le guerre accadono". E il presidente americano Joe Biden poco ha fatto per stemperare il clima: "Biden ha detto che è cominciata l’invasione e ha commentato il discorso di ieri di Putin dicendo che attacca il diritto all'esistenza dell’Ucraina. Ha annunciato sanzioni che colpiscono alcune banche russe, isola finanziariamente la Russia", ha sottolineato ancora Rampini, mentre secondo Germano Dottori di Limes dal versante del Cremlino "i russi non vogliono vedere un'ulteriore espansione verso est delle nostre organizzazioni di sicurezza. Non è il Donbass il problema, ma l'allineamento internazionale dell’Ucraina".

Vale a dire, l'ingresso di Kiev nella Nato. Il Donbass, dunque, è solo "l'incidente perfetto". "La metà dei russi - ricorda Marc Innaro, corrispondente Rai da Mosca - ha parenti in Ucraina e viceversa. Il problema è capire cosa succederà con il Donbass. Le due repubbliche riconosciute occupano solo il 30% del territorio amministrativo delle province".

Paolo Mastrolilli per “la Repubblica” il 22 febbraio 2022.

Francis Fukuyama avverte: «Non c'è ragione per credere che Putin si accontenti dell'Ucraina. Se passerà a minacciare i Paesi Nato, dovremo applicare l'articolo 5 per fermarlo, ossia l'uso della forza militare per la difesa reciproca. Tutto è in gioco ». 

L'autore di La fine della storia e l'ultimo uomo riconosce che la storia non è finita, e spiega così l'obiettivo di Putin: «Vuole riassorbire l'Ucraina nella Russia, e rimettere insieme quanto può dell'Urss. La Bielorussia è già stata ripresa da Mosca. Poi vuole estendere la zona di influenza sull'Europa orientale, tornando a controllare i Paesi entrati nella Nato dopo il 1991».

Putin ha ragione a dire che l'Alleanza non ha rispettato gli accordi con l'espansione?

«Assolutamente no. Non c'era mai stata questa promessa». Fu un errore nel 2008 promettere all'Ucraina l'ingresso nella Nato? «All'epoca ero contrario, non perché Kiev non avesse il diritto di entrare, ma perché è un'alleanza militare basata sull'articolo 5. 

Non c'era modo per noi di difendere Georgia e Ucraina, quindi non era saggio farlo. Ma nessuno ha mai pensato che Kiev sarebbe entrata. Dire che poteva unirsi era un modo di compensarla e allontanarla». 

Putin chiede di cambiare l'architettura della sicurezza europea.

«Ci sono temi che possono essere affrontati, come i missili di raggio medio e altro. Poi ci sono molte cose che Mosca fa dall'altra parte del confine, minacciando i membri della Nato, e sarebbe buono discuterle. Ma le richieste russe sono ridicole. Vogliono smantellare i guadagni fatti dalla democrazia dopo il collasso dell'Urss, e questo non è negoziabile». 

Vuole ricostruire l'Urss?

«Certo, lo ha dichiarato. Ha ragione a sostenere che l'Ucraina è una minaccia per lui, ma non nel senso militare che intende. Putin ha affermato che la democrazia non si adatta ai popoli slavi e quindi, se riuscisse a prosperare a Kiev, dimostrerebbe che può farlo in Russia, senza di lui».

La strategia è sfidare la democrazia insieme alla Cina?

«Ovviamente. Ho passato molto tempo in Ucraina negli ultimi sette anni, perché abbiamo programmi per addestrare i giovani. Ogni volta ripeto che lo faccio perché Kiev è il fronte della lotta globale per la democrazia». 

Perché le democrazie sono in difficoltà?

«Servirebbe più solidarietà fra loro. Presentare un fronte unito davanti a queste sfide è importante, ma finora non è avvenuto. I tedeschi hanno molti interessi economici in Russia, e spesso sembra che diano loro la priorità.

Poi c'è il fenomeno dei partiti di destra, Usa inclusi, favorevoli a Mosca. La destra estrema americana dice che la Russia ha diritto ad una sfera di influenza e ammira Putin, perché è un leader autoritario. Ci sono forze estremiste anche in Europa che credono a questa versione, come Le Pen e Zemmour in Francia, o Salvini in Italia. Come Trump, che non ha fatto dichiarazioni di sostegno aperto per Putin, ma simpatizza con lui». 

Le autocrazie possono prevalere?

«Uno dei Paesi più vulnerabili sono proprio gli Usa, perché il Partito repubblicano è stato catturato da Trump, e approva leggi a livello statale per rovesciare le presidenziali del 2024, se non andranno come vogliono. Se ciò succedesse sarebbe un grande disastro. 

Se la democrazia fosse rovesciata negli Usa, come Trump ha cercato di fare nel 2020, rappresenterebbe un pericolo esistenziale per la sua sopravvivenza. L'Europa occidentale sta meglio. Ci sono movimenti populisti in ogni Paese, ma negli Usa sono più radicati e la polarizzazione è paralizzante». 

I sostenitori di Putin dicono che ha già vinto, perché detta l'agenda.

«È un'interpretazione sbagliata. La Nato è stata unita e rienergizzata da questa crisi. Finlandia e Svezia discutono se entrare. Non dichiarerei la vittoria politica di Putin».

Come giudica la strategia di Biden?

«Era quello che doveva fare. Nessuno vuole mandare truppe a combattere per l'Ucraina, ma rafforzare la sua capacità di combattere e difendersi è importante. Le sanzioni economiche dure, inclusa la cancellazione del gasdotto Nord Stream 2, hanno grande peso». 

Basterà a fermare Putin in Ucraina?

«Non sembra possibile ora». 

E dopo cosa andrebbe fatto?

«Non c'è ragione per credere che l'Ucraina sarà abbastanza per lui. Vuole la completa cessazione delle attività Nato in tutto l'ex Patto di Varsavia».

Se minaccerà i membri della Nato bisognerà applicare l'articolo 5?

«Assolutamente sì. È una cosa molto buona che stiamo rafforzando le forze Usa e occidentali nei Paesi più esposti».

Ucraina, Zelensky: "Non abbiamo paura, non dobbiamo niente a nessuno". L'Espresso il 22 febbraio 2022. Le azioni della Russia sono una "violazione della sovranità e dell'integrità territoriale" dell'Ucraina. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelenksy in un discorso ai cittadini nella notte, dopo l'annuncio di Putin del riconoscimento delle repubbliche separatiste, autoproclamate, di Donetsk e Lugansk. "Non abbiamo paura di niente e di nessuno, non dobbiamo niente a nessuno, non daremo via niente a nessuno" ha detto ancora Zelensky. 

Kiev nel 2022 come Praga nel 1938: Zelensky usa la storia contro Putin. Andrea Muratore su Inside Over il 23 febbraio 2022.

Ha fatto molto parlare negli ultimi giorni l’assiduo riferimento di Vladimir Putin al profondo vissuto della storia russa nel motivare l’avanzata strategica di Mosca nel confronto strategico in Ucraina. Il riconoscimento delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk è stato inserito dal presidente russo in un’ampia e complessa lezione di storia che ha richiamato al legame ancestrale tra Russia e Ucraina. Il leader russo non vuole essere ricordato come il primo capo di Stato del Paese ad aver perso l’Ucraina dopo secoli di legami diretti o indiretti con la madrepatria, e ha indorato la pillola rivendicando di aver rafforzato la relazione speciale con Donetsk e Lugansk in nome di una comune identità.

Da Vladimir I e il Rus’ di Kiev a Lenin, dai cosacchi del Don al braccio di ferro Russia-Nato, sullo sfondo delle parole di Putin viaggiano storie e nomi che richiamano a legami antichi, all’era degli Zar, al continuum della storia. Ma nella “guerra” dialettica tra Mosca e Kiev Putin non gioca da solo. Anche Volodymir Zelensky ha nel suo discorso simbolo delle ultime settimane, quello con cui ha parlato alla 58esima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, fatto continui riferimenti sistematici alla storia per suffragare la sua visione secondo cui l’Ucraina sarebbe posta sotto assedio e minacciata di guerra dalla Federazione Russa.

Il 19 febbraio scorso Zelensky ha parlato a Monaco, città che non ricorda solo il celebre appuntamento tra i decisori securitari d’Europa e Occidente, ma anche la Conferenza del 1938 che di fatto aprì la strada alla seconda guerra mondiale impostando un illusorio processo di pace ma portando al sacrificio della Cecoslovacchia, di fatto consegnata a Adolf Hitler da Francia, Italia e Regno Unito. E proprio con l’espressione appeasment, con cui Neville Chamberlain, ai tempi premier di Sua Maestà, celebrò l’abboccamento con la Germania nazista Zelensky ha etichettato in continuazione il processo di dialogo dell’Occidente con Mosca. Logico sillogismo, quello che l’ex comico divenuto presidente ha in mente: l’Ucraina del 2022 è la Cecoslovacchia del 1938, Vladimir Putin è il nuovo Adolf Hitler, il Donbass che Mosca ha proditoriamente strappato alla disponibilità di Kiev sono i moderni Sudeti.

“Potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore ed avranno la guerra”, disse Winston Churchill a Neville Chamberlain ai Comuni nel 1938. “Abbiamo i crimini di qualcuno e l’indifferenza degli altri. E l’indifferenza rende complici”, dice oggigiorno Zelensky. A Monaco nel 1938 di fatto, credendo di fare l’opposto, i leader europei diedero via libera a Hitler per l’aggressione a Cecoslovacchia prima e Polonia poi. E sempre a Monaco, ricorda simmetricamente Zelensky, “quindici anni fa la Russia ha annunciato la sua intenzione di sfidare la sicurezza globale. Cosa ha detto il mondo? Appeasment. Il risultato? Come minimo, l’annessione della Crimea e l’aggressione al mio Paese”

“A cosa portano i tentativi di appeasment?”, si chiede retoricamente il capo di Stato. “A trasformare la domanda “Perché morire per Danzica?” nella necessità di morire per Dunkerque e altre dozzine di città in Europa e nel mondo. Al costo di decine di milioni di vite”. Un monito severo che intende trasformare l’Ucraina nel vero antemurale d’Europa. C’è tutto nel discorso di Zelensky. Il ricordo degli “errori del XX secolo”, che l’Ucraina ha pagato tragicamente. Terra di combattimento nella Grande Guerra, nella guerra civile russa, nella seconda guerra mondiale. “Terra di sangue” in cui le repressioni di Hitler e Stalin si sono sommate. Area di sdoganamento del temibile genocidio dell’Holodomor, la carestia di inizio Anni Trenta che ha guastato, forse per sempre, le relazioni tra Russia e Ucraina.

Ritorna, inoltre, una retorica europeista molto chiara e con toni da Guerra Fredda, se non da scontro di civiltà: l’Ucraina “scudo d’Europa” si presenta come antemurale contro il “Grande Oltre”, l’Oriente barbaro e nemico, rappresentato dalla Russia. Putin oggi come i Mongoli e i tatari otto secoli fa. Kiev ieri come oggi presentata come il non plus ultra oltre cui l’Europa non può spingersi e da cui prescinde per la sua sicurezza. Come se la storia fosse un grande deja-vù. Putin e Zelensky hanno saputo toccare le corde più profonde dell’immaginazione dei loro compatrioti. Utilizzando la storia come arma politica per giustificare le scelte del presente. Una smentita della profezia di Fukuyama, l’ennesima, sul campo nel cuore del mondo globalizzato e virato dalle crisi sistemiche che lo perturbano. In cui il riferimento al passato diventa per i decisori guida indispensabile per raccapezzarsi nel presente.

Francesco Battistini per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2022.

«O Vladimir Vladimirovic». Due appelli fotocopia per due leader fotocopia. L'unica differenza era nella cravatta: l'una bordeaux, l'altra scura. Per il resto, per evacuare la popolazione e chiedere a Mosca d'essere riconosciuti, sabato scorso Denis&Leonid sono andati in onda alla stessa ora di Mosca, sulla stessa tv di Mosca e con lo stesso abito che avevano già indossato il 6 dicembre, a Mosca, alla grande festa di Russia Unita.

La grande serata della loro incoronazione. Un abbraccio che somigliava già a un'annessione. Vodka e aragoste: «Benvenuti a casa!», aveva agitato la mano un altro leader fotocopia, Dmitry Medvedev, l'avatar di Vladimir Putin.

Fu quella cerimonia sfarzosa - il tesseramento al partito putiniano dei leader delle due repubblichette, Donetsk e Lugansk - ciò che gli Usa temevano, e un po' s' aspettavano, per lanciare il primo allarme al mondo: tempo due mesi, stupì tutti la Casa Bianca, e vedrete che la Russia riconoscerà la strana coppia, invadendo l'Ucraina Due mesi e mezzo dopo, rieccoli qui.

Leonid Pasechnik e Denis Pushilin. Le pedine (dice Putin) o i pupazzi (dice Biden) di questo war game. Quando i media ucraini li citano, li chiamano «i terroristi separatisti» ed elencano gli articoli 109, 110 e 258 del Codice penale, che comminerebbero loro quanto meno l'ergastolo. 

Ma Pasechnik, 51 anni e un passato nei servizi segreti di Kiev, dal 2017 presidente della Luganskaja Respublika (per tutti: Lnr), ancora s' offende: «Io sono un militare e ho un codice di comportamento - disse una volta - ricevetti anche una medaglia perché avevo rifiutato una tangente», gesto peraltro nobilissimo in un Paese corrottissimo.

Era un'altra vita, quella: Leonid s' è sempre sentito ucraino per caso, lo chiamano «Magadan», dalla città dei gulag staliniano che s' affaccia sull'Oceano Pacifico, perché da ragazzino c'era cresciuto e s' era forgiato nella nostalgia di tutto quel che sapeva di Russia. 

Che ci faceva uno come lui, nella Lugansk che Brezhnev in persona aveva intitolato all'eroico Maresciallo Vorosilov e al più fedele esegeta dello stalinismo? Che poteva farci Leonid Pasechnik con un'Ucraina come quella uscita dalla rivoluzione del 2014, con un Paese che sognava l'Occidente? Destino parallelo e diverso, l'altro presidente.

Che di militare non ha mai avuto proprio nulla: Denis Pusilin, 40 anni, poca voglia di studiare, qualche strano affare con una finanziaria accusata d'avere truffato 10 milioni di russi, un'esperienza da pasticciere alla fabbrica «Dolce Vita», quando nel 2018 diventò il capo delle Donetska Respublika (per tutti: Dnr), nelle prime foto si fece notare soprattutto per i blazer blu elettrico e i completi argento domopak in mezzo alle mimetiche dei suoi soldati.

Aveva già tentato una carriera a Kiev, fondando un partito filorusso votato dallo 0,08%. La rivolta di Maidan lo sorprese disoccupato, lo folgorò sulla via di Mosca e ne fece la fortuna politica. Può quest' imminente dramma avere due attori così? Non è detto. La Novorossija di Donetsk e Lugansk, in tutto due milioni e mezzo d'abitanti, somiglia più alla vecchia Unione Sovietica che a una nuova Russia. E i leader durano meno d'uno sparo: ne hanno ammazzati sei in otto anni. 

«Magadan» Pasechnik salì al potere con un golpe: dopo aver circondato per tre giorni la casa del suo rivale, Igor Plotnitsky, gli fece firmare una lettera di dimissioni «per motivi di salute». Pusilin invece divenne capo quando l'amico fraterno del Cremlino, il presidente Alexander Zakharchenko, ultimo sopravvissuto delle rivolte separatiste del 2014, saltò per una misteriosa autobomba piazzata al suo caffè preferito di Donetsk, il «Separatist». Ieri sera, Denis&Leonid si sono sintonizzati sull'ora di Mosca e si son goduti lo show tv dello Zar di tutte le Russie, comprese le loro. Sono entrati nella storia, a Putin piacendo.

Dagli accordi di Budapest a quelli di Minsk: Mosca e tutti i trattati diventati carta straccia. Angelo Allegri il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il riferimento al pericolo di un "genocidio" e il precedente del Kosovo.

Diceva Angela Merkel che Vladimir Putin usa nel ventunesimo secolo i metodi del diciannovesimo. I metodi e i principi. Tra cui uno molto pragmatico: le ragioni del più forte prevalgono su quelle del diritto internazionale.

La questione ucraina è un buon esempio di trattati e di norme validi fino a quando lo decide, in modo del tutto unilaterale, Mosca. A cominciare dal Memorandum di Budapest del 1994. L'intesa siglata a suo tempo nella capitale ungherese regolava un tema delicato: il controllo delle armi nucleari dell'ex Unione Sovietica stazionate in territorio ucraino. Con il trattato l'Ucraina, insieme a Bielorussia e Kazakistan, aderiva al trattato per la non proliferazione dell'armamento atomico e restituiva al controllo fisico della Russia (che ne aveva sempre avuto il controllo operativo) i missili nucleari. In cambio quest'ultima si impegnava a rispettare integrità territoriale e indipendenza di Kiev.

A trasmettere il testo all'Onu fu lo stesso ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che allora era rappresentante del suo Paese alle Nazioni Unite. Alla fine del 2014, dopo l'invasione del Donbass, a Putin fu chiesto durante una conferenza stampa perchè aveva deciso di non rispettare il vecchio accordo. La risposta fu che le proteste di Piazza Maidan a Kiev erano state l'equivalente di una rivoluzione, con la relativa rottura nella continuità statale ucraina e che con il nuovo Stato Mosca non aveva firmato alcun'intesa.

Ora, con il riconoscimento delle due regioni secessioniste dall'Ucraina, Mosca butta a mare gli accordi di Minsk (i cosiddetti accordi di Minsk Due) firmati dopo la guerra, nel febbraio del 2015, con il patrocinio dell'Onu e la partecipazione dell'Osce. L'intesa prevedeva il ritorno di Donetsk e Luhansk alla sovranità dell'Ucraina con il coinvolgimento di Mosca e la concessione di una sostanziale autonomia.

Almeno in questo caso le inadempienze possono essere attribuite ad entrambe le parti e nascono in via di principio dal fatto che l'Ucraina vuole il ritorno alle vecchie frontiere e poi autonomia ed elezioni; e che al contrario Mosca vuole prima controllare le elezioni e poi permettere il ritorno degli ucraini.

Con la mossa dell'altro giorno Mosca infrange comunque una lunga sfilza di articoli della Carta delle Nazioni Unite che la Russia ha sottoscritto come Paese fondatore. Il più importante è l'articolo due che tutela l'integrità degli altri Stati e vieta di ricorrere alla forza o alla minaccia, considerata implicita nella volontà di riconoscere due regioni secessioniste e nella volontà di stazionare truppe sul loro territorio.

I media e le autorità russe parlano a questo proposito del pericolo di un genocidio della popolazione russofona in Donbass che giustificherebbe il diritto all'intervento umanitario delle truppe di Mosca. Il precedente, citatissimo, è quello del Kosovo, e con questo si spiega anche l'evacuazione, praticamente forzata, di donne e bambini della zona del Donbass decisa dai russi nei giorni precedenti il riconoscimento delle repubbliche secessioniste. Angelo Allegri

DOPO LA GUERRA DEL 2014. Ucraina e Crimea, come funzionano le sanzioni Ue alla Russia già in vigore. VANESSA RICCIARDI su Il Domani il 22 febbraio 2022

Le sanzioni in vigore, introdotte per la prima volta il 31 luglio 2014, limitano settori economici e personaggi chiave della crisi in Ucraina e si applicano a un totale di 185 persone e 48 entità. Avrebbero dovuto dare forza agli accordi di Minsk e portare alla pace, ma non hanno funzionato

VANESSA RICCIARDI. Giornalista di Domani. Nasce a Patti in provincia di Messina nel 1988. Dopo la formazione umanistica tra Pisa e Roma e la gavetta giornalistica nella capitale, si specializza in politica, energia e ambiente lavorando per Staffetta Quotidiana, la più antica testata di settore.

Dagoreport il 22 febbraio 2022. 

Con Gergiev “amico personale di Putin” gli orchestrali della Scala suoneranno, oppure, come per la non-trasferta in Egitto faranno obiezione di coscienza (con i soldi degli altri)? Stiamo parlando di un direttore che ha definito Putin “uno degli uomini più intelligenti del mondo”, che ha ricevuto da Putin tutte le onorificenze del Paese e che ha organizzato nel 2014 a Londra un concerto in favore di Putin (con popolazione che protestava ed esponeva i cartelli “Gergiev substain War in Ucraina”), è stato a sostegno dell’occupazione in Crimea, ha definito falso quanto si dice sulla legge che in Russia discrimina i gay…

Gli eroici sindacalizzati sostenitori della non-trasferta in Egitto cosa ne pensano dell’omicidio della Politkovskaja? Conta meno di quella di Regeni la vita di Antonio Russo di Radio Radicale fatto assassinare in Cecenia sempre dai soldati dell’amico di Gergiev? Oppure, anziché orchestrali sono buffoni e quindi dove c’è propaganda a costo zero loro, e il consiglio comunale  di Milano (il sindaco Sala è anche presidente della Scala), si buttano a pesce dove, invece, la situazione porterebbe a delle rinunce economiche anche per loro si usa un’altra misura? 

Già, perché Gergiev non deve solo dirigerli nella “Dama di Picche” per la Fondazione Teatro alla Scala, ma il 7 marzo è stato invitato proprio dagli orchestrali a dirigere l’orchestra di loro proprietà, la Filarmonica della Scala! Di più: l’amico del regime sotto il quale sono stati uccisi gli oppositori, da Litvinenko a Nemtsov, è stato da loro, dagli eroici orchestrali dei diritti umani, nominato “socio o onorario” della loro orchestra privata, la Filarmonica.

Come si può inventarsi eroi di una non trasferta in Egitto e prendere i soldi che derivano dalla direzione di questo personaggio? E gli spettatori non dovrebbero boicottarlo, fischiarlo, che poi, tanto, manco fa mai le prove e arriva sempre con l’ultimo aereo prima dello spettacolo?

Francesco Bechis per formiche.net il 23 febbraio 2022.

“Ha una strana idea di diplomazia”. A Mosca si sono arrabbiati con Luigi Di Maio. Il ministero degli Esteri russo ha diramato una nota al vetriolo contro il titolare della Farnesina. L’accusa? Aver condannato senza se e senza ma l’invasione del Donbas disposta da Vladimir Putin e promesso nuove sanzioni se l’escalation dovesse proseguire.

A far andare su tutte le furie la diplomazia russa e la sua macchina comunicativa l’annuncio di Di Maio, durante il question-time sulla crisi ucraina al Senato, della sospensione dei vertici diplomatici con Mosca fin quando non ci saranno passi concreti per frenare l’invasione militare. Una decisione adottata anche da Stati Uniti e Francia. 

“La diplomazia è stata inventata per risolvere situazioni di conflitto e alleviare tensioni e non per viaggi vuoti in giro per i Paesi e assaggiare piatti esotici ai ricevimenti di gala”, sibila il ministero guidato da Sergei Lavrov. “No alle provocazioni, l’Italia è impegnata a trovare soluzioni diplomatiche per scongiurare una guerra”, rispondono in serata dalla Farnesina.

Dopo una riunione con il ministro, il premier Mario Draghi ha deciso di annullare la sua imminente visita a Mosca da Putin. Un incontro, aveva spiegato in conferenza stampa giorni fa, chiesto proprio dal Cremlino e ora ritenuto non opportuno alla luce delle manovre militari russe in Ucraina. 

Anche se a Mosca “si lavora ancora” per salvare il faccia a faccia, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov all’Agi. “I partner occidentali devono imparare a usare la diplomazia in modo professionale”, si legge ancora nella nota russa citata dalle agenzie governative Interfax e Tass.

Non si ricorda a memoria un attacco così diretto del ministero degli Esteri russo contro un ministro italiano. Complice la posizione netta che Di Maio ha preso sulla crisi ucraina fin dall’inizio delle tensioni, con una dura condanna diramata lunedì sera, quando Putin ha riconosciuto l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk e dato il via libera all’invio delle truppe russe.

Non è chiaro se il passaggio sulle “cene di gala” e i “piatti esotici” riguardi una tappa delle recenti trasferte diplomatiche di Di Maio a Kiev e a Mosca con l’obiettivo di offrire una mediazione italiana nella crisi. Difficile che al Cremlino abbiano gradito il question-time del ministro in aula questa mattina, in cui ha ribadito la disponibilità del governo italiano a lavorare con Ue e Stati Uniti a ulteriori “sanzioni ferme ed efficaci” se necessario.

Certo, la macchina comunicativa della diplomazia russa non è nuova a sortite del genere, diventate sempre più frequenti da quando le redini sono passate in mano alla battagliera portavoce Maria Zakharova, proprio oggi finita nel mirino delle nuove sanzioni Ue insieme all’inner-circle di Putin. Suo un recente attacco contro il direttore di Repubblica Maurizio Molinari in cui ha definito un editoriale del giornalista “un’assurdità” invitandolo a utilizzare le copie del suo giornale per “riscaldarsi casa”.

Luigi Ippolito per il "Corriere della Sera" il 23 febbraio 2022.  

Una «prima salva» di sanzioni: così Boris Johnson ha definito i provvedimenti lanciati contro banche e individui russi legati a Vladimir Putin, riservandosi azioni più dure in caso di ulteriore escalation delle operazioni militari in Ucraina. Ma la strategia del governo britannico è stata criticata da più parti a Londra come troppo timida rispetto alla gravità della situazione.

«La prima ondata di sanzioni colpirà oligarchi e banche vicini al Cremlino - ha spiegato la ministra degli Esteri, Liz Truss -. È un chiaro messaggio che il Regno Unito userà la sua forza economica per infliggere dolore alla Russia e degradare i suoi interessi strategici. E siamo pronti ad andare molto oltre se la Russia non indietreggia dal precipizio».

Nello specifico, il governo Johnson ha congelato i beni e imposto un divieto d'ingresso a tre oligarchi: Gennady Timchenko, il sesto uomo più ricco di Russia, nonché Boris e Igor Rotenberg, due sodali di lunga data di Putin. Timchenko ha una fortuna stimata in 18 miliardi di euro ed è un magnate dell'energia, dei trasporti e delle infrastrutture: possiede anche uno yacht di oltre 40 metri chiamato Lena, dal nome di sua moglie.

Boris Rotenberg, attivo nel settore dell'energia, ha un patrimonio di circa un miliardo ma è soprattutto l'ex allenatore di judo di Putin; suo nipote Igor, anche lui miliardario, svolge un ruolo importante nel campo dei trasporti. 

Londra ha anche congelato gli averi di cinque banche che sostengono direttamente la presenza di Mosca in Ucraina: Banca Rossiya, che è particolarmente vicina al Cremlino, la Banca del Mar Nero per la Ricostruzione e lo Sviluppo, Banca IS e Genbank. Anche gli averi di Promsvyazbank, pilastro del settore della Difesa russo, sono stati bloccati. Tuttavia queste azioni sono state giudicate da molti come troppo limitate: Boris è apparso una «colomba» in un Parlamento di «falchi», è stato commentato.

Il presidente della commissione Esteri di Westminster, un conservatore, ha sostenuto che bisognava andare «molto oltre e molto più veloci»; e pure il leader laburista Keir Starmer si è mostrato insoddisfatto, affermando che da parte di Putin «un limite è stato già infranto». 

Il problema è che Londra è sommersa dai capitali russi, che alimentano il mercato finanziario e immobiliare: e al servizio degli oligarchi e dei loro interessi opera nella City un esercito di avvocati, contabili e consulenti di pubbliche relazioni. Denaro di origine russa è arrivato a finanziare lo stesso partito conservatore: colpire questo groviglio denominato «Londongrad» non sarà facile né indolore.

I COMMENTI.

Da ansa.it il 27 Febbraio 2022.

Vladimir Putin ha deciso la sua "spietata invasione" dopo aver visto il ritiro dall'Afghanistan: "Putin è smart", intelligente, e i "nostri leader sono stupidi". Lo afferma Donald Trump, intervenendo alla conferenza dei conservatori Usa e definendo l'attacco della Russia all'Ucraina un assalto all'umanità.

    "Per me sarebbe stato facile mettere fine a quello che sta accadendo, a questa farsa", aggiunge Trump parlando della sua "affinità" con Putin. "La Russia sta decimando l'Ucraina. Una grande guerra in Europa potrebbe iniziare. L'attacco della Russia è un'atrocità, è spaventoso. Preghiamo per gli ucraini", afferma l'ex presidente americano.

    Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky è un "uomo coraggioso", dice poi Trump soffermandosi sulla telefonata con Zelensky al centro del suo primo impeachment.

Da “Libero quotidiano” il 23 febbraio 2022.  

L'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha affermato che il leader russo Vladimir Putin non si sarebbe «mai» comportato in questo modo se fosse rimasto alla Casa Bianca. 

Criticando la gestione della crisi in Ucraina da parte del suo successore Joe Biden, Trump ha ricordato la sua vicinanza a Putin, sottolineando in una nota che se la crisi «fosse stata gestita correttamente, non c'era assolutamente motivo per cui si verificasse la situazione in atto in Ucraina».

«Conosco molto bene Vladimir Putin e non avrebbe mai fatto sotto l'Amministrazione Trump quello che sta facendo ora, assolutamente no!», ha aggiunto. Il tycoon intanto festeggia la partenza col boom della sua app, la "T" maiuscola su campo blue. 

T come "Truth", verità, e come l'iniziale di Trump, il tycoon bannato da più di un anno da tutte le piattaforme e che alla fine ha deciso di crearne una tutta sua. 

Da domenica è possibile scaricare la app da Apple Store: Truth Social ha registrato più download di tutti, più addirittura del gioco del momento, Wordle!, TikTok, Hbo Max e YouTube, finendo al primo posto nella lista stilata da Apple.

Da adnkronos.com il 23 febbraio 2022.  

Ci fosse stato ancora stato lui alla Casa Bianca, l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia non ci sarebbe mai stata. Parola di Donald Trump, che bolla come "debole" la risposta di Joe Biden alla annessione russa di Donetsk e Luhansk e non esita a definire "genio" Vladimir Putin. 

In un'intervista al The Clay Travis and Buck Sexton Show, l'ex presidente ha detto di ammirare l'atteggiamento da "duro" del presidente russo. "Putin dichiara indipendente una grossa porzione dell'Ucraina. E' meraviglioso. E' furbo. Questo è genio", il giudizio di Trump. 

"Conosco Putin molto bene. Andavo molto d'accordo con lui. Lui ha molto fascino e orgoglio. Ama il suo Paese", ha proseguito Trump. 

"Conosco Vladimir Putin molto bene, e con l'Amministrazione Trump non avrebbe mai fatto quello che sta facendo ora. Mai"!", ha assicurato l'ex presidente. 

Dagonota l'1 marzo 2022. 

Nella sua personale mitologia Silvio Berlusconi ricorda i piacevoli incontri con l’amico Putin come giorni o serate trascorsi tra compagnoni gaudenti a cui piaceva tirar tardi tra belle donne e risate. Tante risate. 

Chi ha partecipato alle cene tra lo zar Vladimir e Silvio nella residenza del magnate, rammenta fanciulle seducenti, fuochi d’artificio, pizza e gelato alle cinque di mattina. Tutto vero. Ma risate niente. Almeno da parte di Putin. Infatti a ridere era solo Berlusconi, che raccontava barzellette a raffica e che facevano sbellicare anche i suoi accompagnatori. Putin, a cui le barzellette venivano tradotte in russo, non rideva per niente.

Era immobile, non muoveva un muscolo del viso né accennava un sorriso, facendo rimanere di sasso e mettendo in imbarazzo tutti i presenti, come ha riferito tempo fa una delle top model presenti. Un comportamento che una donna Letizia dei nostri tempi avrebbe definito molto maleducato nei confronti dell’ospite ridanciano. Di solito per civiltà e buona educazione, si simula un divertimento anche se inesistente. Nel pezzo di ieri di Bernard-Henri Lévy sul “Corriere della sera” il filosofo ricorda uno dei suoi ultimi incontri con il presidente dell’Ucraina Zelensky, nonché attore comico.

“Avevamo parlato di Putin, l’altro Vladimir, che era sicuro, il giorno in cui si sarebbero ritrovati faccia a faccia, di riuscire a far ridere come faceva ridere tutti in Russia: ‘Io recito in russo, sa; i giovani mi adorano, a Mosca; ridono a crepapelle ai miei sketch; la sola cosa…’. Aveva esitato… Poi, piegandosi sopra il tavolo e abbassando la voce: ‘C’è una cosa, però… quell’uomo non ha sguardo; ha degli occhi, ma non ha sguardo, o se ha uno sguardo è uno sguardo di ghiaccio, privo di qualsiasi espressione’”. Nemmeno il comico Zelensky, oggi presidente ed eroe animatore della resistenza ucraina, era riuscito a far ridere l’uomo dallo sguardo di ghiaccio. 

Da parte dello zar nemmeno un accenno di buon umore. C’è una singolare coincidenza tra queste immagini di Putin che ci restituiscono un gelido dittatore, imbottito di farmaci (come del resto Hitler che assumeva droghe a tutto spiano) e pronto a calpestare le vite di milioni di persone. Urge per Berlusconi rivedere il capitolo della sua autobiografia – se la sta scrivendo – dedicata all’amico Putin. E intitolarla “l’uomo che non rideva mai” tanto per paragonarlo a tanti altri dittatori assai poco ridanciani da Mussolini a Ciccio Kim.  

Linea interrotta Berlusconi si risparmia la telefonata a Putin e il suo partito tira un sospiro di sollievo. Amedeo La Mattina su L'Inkiesta il 24 Febbraio 2022.

Il leader di Forza Italia sa di non avere più alcuna influenza sul capo del Cremlino e dopo l’invasione non ha mosso un dito, nonostante i suggerimenti (provenienti da sinistra). Tra i suoi c’è chi ringrazia: guai a dare l’idea di voler mettere in ombra il premier Draghi

Una volta Silvio Berlusconi avrebbe chiamato direttamente l’amico Vladimir per dirgli di fermarsi. Lui narra che l’avrebbe fatto durante la crisi in Georgia. Raccontò nel 2008 di avere fermato i carri armati russi alle porte di Tbilisi: «Ho evitato un inutile bagno di sangue». Poi, che sia vero è un altro discorso.

Rimane il fatto che adesso, con la guerra è alle porte di Kiev, non muove un dito, non intercede. Anzi, nel giorno in cui il presidente russo ha riconosciuto l’indipendenza del Donbass, sostenendo che l’Ucraina è un’invenzione di Lenin, non è un Paese confinante, ma «parte integrante della storia e cultura russa», il Cavaliere era intento a limare un comunicato ufficiale per smentire le sue nozze con la fidanzata.

Con tanta di acrobazia logica da fargli scrivere che «il rapporto di amore, di stima e di rispetto che mi lega alla signora Marta Fascina è così profondo e solido che non c’è alcun bisogno di formalizzarlo con un matrimonio. Ma proprio perché si tratta di un legame così profondo e così importante, assieme a Marta sto progettando per un prossimo futuro di festeggiarlo come merita, con un appuntamento che coinvolgerà i miei figli e gli amici a me cari».

Mentre alcuni giorni fa spegneva le indiscrezioni che lo volevano sposino a 85 anni con la deputata azzurra di 32 anni, Berlusconi veniva evocato e invocato da amici e avversari affinché calmasse gli ardori guerreschi del russo. Facendo quello che i berluscones chiamano il capolavoro di Pratica di Mare, quando nel 2002 riuscì a far stringere le mani a Putin e Bush junior.

Il primo a invocare Berlusconi è stato l’onorevole Filippo Sensi, ex portavoce di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. Di solito prudente. «Diciamo così – aveva scritto su Twitter – che se Berlusconi trovasse due minuti per una telefonata a Putin, secondo me non sarebbe un’idea sbagliata».

A destra gli avevano risposto che certamente non sarebbe una cattiva idea, solo che ci avrebbero dovuto pensare prima di dire che Berlusconi era troppo divisivo per essere essere eletto al Quirinale.

Sono stati in tanti, dentro e vicino al Partito democratico, a ripetere che ci vorrebbe una telefonata dell’ex premier azzurro, da Tommaso Cerno a Gianni Pittella. Perfino Luigi Zanda: «Sarebbe importante se Berlusconi unisse con forza la sua voce a quella di tutto l’Occidente chiedendo a Putin il ritiro immediato delle truppe russe che da troppo tempo incombono sui confini dell’Ucraina».

Intanto il leader di Forza Italia pensava di organizzare la grande festa con la Fascina per evitare il matrimonio. Ieri però si è mosso un po’ ma non per chiamare Vladimir. Al quale avrebbe tanta voglia di dire e che sta sbagliando ma allo stesso tempo aggiungere di non essere d’accordo con le sanzioni volute dagli Stati Uniti e dall’Europa. Si è mosso lo stretto necessario, riunendo il vertice del suo partito e partecipando da remoto al summit del Partito popolare europeo sulla crisi in Ucraina. Sempre rimanendo defilato.

Sa di non avere ormai alcuna influenza sull’autocrate del Cremlino. e non vuole mettere in difficoltà il premier Mario Draghi con il quale ha parlato domenica scorsa, esprimendo tutte le sue perplessità sull’efficacia delle sanzioni economiche.

«È chiaro che dobbiamo rimanere ufficialmente allineati a Washington, ma non possiamo nasconderci che le sanzioni finiscono per danneggiare le nostre imprese e non servono a piegare Mosca». Lo ha detto al coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani, ai capigruppo Anna Maria Bernini e Paolo Barelli, ai ministri Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna. «Ci vuole prudenza – ha aggiunto – è una questione troppo più grande di noi, della stessa Europa: è una questione tra America e Russia, la devono risolvere Putin e Biden».

Dentro Forza Italia c’è chi ha tirato un sospiro di sollievo di fronte alla prudenza berlusconiana. «Meno male che questa volta è prudente e non si è messo in mezzo, cedendo alle lusinghe di chi voleva un suo intervento su Putin», confida chi ha fatto di tutto per convincere Berlusconi che una sua mossa avrebbe dato l’impressione di mettere in ombra Mario Draghi. Allora è meglio dimenticarsi di avere un amico al Cremlino. Per il momento.

La lezione di Berlusconi su Putin (e la Russia). Andrea Indini il 23 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Bisogna mettere da parte un certo populismo ideologico che santifica Putin e demonizza gli Stati Uniti e tornare allo spirito di Pratica di Mare per evitare che la Russia si allontani verso la Cina.  

C'è tanta ideologia e nemmeno un briciolo di realpolitik nell'innamoramento filo russo di certi politici nostrani. Tra i Cinque Stelle e pure in ambienti sovranisti l'infatuazione per Vladimir Putin non sembra intaccarsi nemmeno dinnanzi le ultime mosse del Cremlino. Mosse che non solo rischiano di destabilizzare lo scacchiere europeo, andando a scatenare un conflitto militare alle sue porte, ma che mettono in pericolo la ripresa post Covid, intaccando pericolosamente le risorse messe sul tavolo con il Pnrr e soprattutto la fragile economia del Vecchio Continente.

Leggere su Facebook Alessandro Di Battista che, il giorno successivo all'annessione de facto del Donbass, nega l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia aiuta a capire molto bene l'ideologia che muove i Cinque Stelle. A detta del Che Guevara di Roma Nord, che in passato già si è distinto per il suo amore per il caudillo venezuelano Hugo Chavez e il suo erede Nicolas Maduro, Putin si sarebbe limitato a "formalizzare l'esistenza (dunque riconoscere) di due repubbliche separatiste e russofone", quella di Donetsk e quella di Luganks. "Si tratta di territori che la Russia controlla politicamente e militarmente da otto anni - ha scritto - nulla di nuovo dunque e, per adesso, nulla di particolarmente preoccupante". Se i vertici del movimento non esternano più, almeno pubblicamente, la propria passione per Mosca, in passato non hanno certo lesinato a fare da megafono alla propaganda del Cremlino. È il caso, per esempio, di Manlio Di Stefano, oggi sottosegretario agli Esteri al fianco del ministro Luigi Di Maio. Basta andare a vedere cosa andava in giro a dire sulla Russia non più tardi di cinque anni fa per capire di cosa stiamo parlando. Le sue dichiarazioni sono ancora tutte online.

L'elenco dei putiniani in Italia è piuttosto nutrito e attraversa l'arco parlamentare in maniera trasversale. Dal Movimento 5 Stelle si arriva con un balzo agli scranni della Lega, passando pure per quelli di Fratelli d'Italia. Il primo a battersi per avere lo Zar al tavolo, anziché in giardino con i carri armati alle spalle, è stato Silvio Berlusconi. Quella del Cavaliere, però, non è mai stata ideologia ma pura e semplice realpolitik che lo ha portato nel 2002 allo storico incontro a Pratica di Mare. Vent'anni fa l'allora presidente del Consiglio aveva capito con lungimiranza l'importanza di un accordo tra George W. Bush e Vladimir Putin. Avvicinare la Casa Bianca al Cremlino, dopo decenni di Guerra Fredda, poneva le basi per una pacificazione che avrebbe portato benessere a tutto l'Occidente. Da qui l'impegno del Cavaliere a far mettere alla Russia un piede in Europa. Allontanarla avrebbe inevitabilmente significato un riallineamento con la Cina. Alleanza pericolosa che si sta definendo proprio adesso.

A Pratica di Mare Berlusconi è riuscito ad avvicinare due mondi distanti grazie anche ai rapporti diplomatici e personali che negli anni aveva saputo coltivare con i due capi di Stato. Mai megafono del Cremlino, ha sempre pensato al futuro (e quindi al bene) dell'Italia e dell'Occidente: al netto dell'amicizia personale, non ha mai visto Putin, e quindi la Russia, come il grande Satana, ma come un possibile partner con cui allearsi.

Oggi sullo scacchiere internazionale la Nato, e con essa l'Europa, si è ritrovata a misurarsi con Putin. Spingerlo verso Pechino è la scelta peggiore che si possa fare in questo momento. Tuttavia far da megafono alla propaganda russa o essere tiepidi nella difesa dei confini del Vecchio Continente, non sono certo le mosse migliori. Messo da parte un certo populismo ideologico, che santifica Putin e demonizza gli Stati Uniti, bisogna riportarsi sulla via diplomatica. La stessa che aveva percorso Berlusconi. Purtroppo oggi, a livello europeo, manca una leadership politica forte e anche carismatica che possa condurre le danze.

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del Giornale, ne sono il responsabile dal 2014. Con ilGiornale.it ho pubblicato Il partito senza leader (2011), ebook sulla crisi di leadership nel Pd, e i saggi Isis segreto (2015) e Sangue occidentale (2016), entrambi scritti con Matteo Carnieletto. Nel 2020, poi, è stata la volta de Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni), un'inchiesta fatta con Giuseppe De Lorenzo sui segreti della pandemia che ha sconvolto l'Italia.Già autore di un saggio sulle teorie economiche di Keynes e Friedman, nel 2010 sono "sbarcato" sugli scaffali delle librerie con un romanzo inchiesta sulla movida milanese: Unhappy hour (Leone Editore). Nel 2011 ho doppiato l'impresa col romanzo La notte dell'anima (Leone Editore).Cattolico ed entusiasta della vita. Sono sposato e papà di due figlie stupende.

Festini di guerra. La movida di Berlusconi e Salvini durante l’assalto a Kiev. Il Domani il 26 febbraio 2022

I due leader del centrodestra si divertono un sacco mentre intanto le bombe piovono sulla capitale ucraina.

C’è aria di festa nel centrodestra. Festini, anzi. Sono i festini ai quali partecipano Silvio Berlusconi e Matteo Salvini venerdì sera. Non è una sera qualunque. Ieri mattina il premier Mario Draghi ha riferito in aula sulla guerra in Ucraina. Intanto Vladimir Putin va a prendersi Kiev e punta al cambio di regime. Cominciano a gonfiarsi i bollettini dei morti, eppure l’attenzione dei due leader è focalizzata su un altro bollettino: quello calcistico. 

Le pizze roteano, Salvini e Berlusconi applaudono.

Ma come, Matteo Salvini non voleva esprimere «solidarietà per un popolo sotto attacco»? E Silvio Berlusconi non era preoccupato? Mandate lui a mediare con Vladimir Putin, è l’unico che può mediare – questi i cori da politici e giornali di centrodestra. 

E invece eccoli a festeggiare, Berlusconi e Salvini. “Hip hip urrà!”. Cori da stadio – o da dopostadio – nel pieno dell’assalto al centro politico dell’Ucraina. 

Per Selvaggia Lucarelli Matteo Salvini e Silvio Berlusconi non devono mangiare la pizza. C'è la guerra...Hoara Borselli su Il Tempo il 26 febbraio 2022

“Gli amici di Putin, nello specifico quello che ambiva a diventare presidente della Repubblica e quello che 24 ore fa pregava davanti all’ambasciata ucraina, ieri sera erano a empatizzare ad una festa privata nel nuovo locale milanese di Briatore. #salvini #berlusconi”. Questo tweet postato in rete da Selvaggia Lucarelli sta scuotendo il popolo del web, in un botta e risposta a suon di cinguettii, rispetto ad un tema fortemente divisivo e provocatorio, tipico della penna della giornalista. Terreno di polemica è la morale rispetto all’imperdonabile serata mondana che il Leader leghista e il Cavaliere, si sono concessi ieri sera nella famosissima pizzeria a Milano “Crazy pizza”, inaugurato a Brera.

Io ritengo che oggi ci sia una sinistra che in mancanza di idee, di valori, di progetti, si rifugia nel moralismo e condanna il peccato. Assomiglia molto più a Savonarola, il religioso e politico che predicava la penitenza come sola via di salvezza, che a Gramsci. Contrario ad ogni lusso, che riteneva fonte di depravazione. Una sinistra che ha sostituito Marx con la Shaaria. Non vive più di lotte di massa, di conflitto, di riforme, tantomeno di idee. Vive di proibizioni e di lotta al peccato. Le idee le considera attrezzi pericolosi. Una volta voleva smontare il capitalismo, ora il nemico è il privè di Briatore. Cerchiamo per un attimo di uscire dalla retorica dove gustare una pizza in compagnia diventa una colpa, concedendosi uno svago, e la mondanità delle sfilate milanesi viene assolta perché segnale di quella normalità cui avevamo fortemente bisogno. Stare chiusi a casa e non cenare in un locale significa empatizzare con la guerra? No! Importante è polemizzare contro Berlusconi e Salvini. Scusate se lo dico, tutto questo a me, sembra un po’ cinico e pretestuoso. 

Otto e mezzo, Alessandro Sallusti: "Berlusconi amico di Putin? Una volta mi disse perché". Libero Quotidiano il 26 febbraio 2022.

Alessandro Sallusti ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, nella puntata del 25 febbraio, rivela un particolare sull'amicizia tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin: "Berlusconi mi teorizzò una volta il perché dell'amicizia con Putin che poi diventò personale. Così come con Erdogan quando propose di portare all'interno dell'Unione europea la Turchia e Gheddafi".

Insomma. spiega il direttore di Libero, "proprio perché Berlusconi li considera dei 'pericolosi farabutti' - queste sono parole mie - la prima cosa che devi fare è cercare di renderli amici". "Un po' tanto però... facevano i party insieme...", lo interrompe la Gruber. E Sallusti ribatte: "Io sto sul piano politico. È la realpolitik di Bismark, esiste una ragione di stato". Ma niente. la conduttrice lo interrompe ancora. 

"Scusami, finisco", continua Sallusti riferendosi ora a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni. "L'attuale centrodestra italiano si gioca la partita della vita.  Se oggi sbagliano mossa rispetto alle alleanze occidentali, possono anche vincere duecento elezioni, una di seguito all'altra ma si scordano di governare questo Paese". E conclude il direttore di Libero: "Devono dimostrare se loro al governo rispetterebbe i patti, i trattati e le alleanze". 

Ora parla Tremonti: "Vi dico perché l'Occidente ha sbagliato con Putin". Matteo Carnieletto su Il Giornale il 24 Febbraio 2022.