Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

DICIOTTESIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

 Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

L’ACCOGLIENZA

DICIOTTESIMA PARTE

 

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quelli che…le Foibe.

Foibe a scuola: come (non) insegnarle. ERIC GOBETTI su Il Domani il 13 dicembre 2022

Le linee guida per le scuole sulla vicenda del confine orientale sono state l’ultimo atto del ministro Bianchi prima dell’insediamento del governo Meloni. Promettevano un «percorso di riconciliazione», ma lasciano ampi spazi per le interpretazioni degli estremisti

Poche settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, esattamente il giorno prima dell’insediamento del nuovo governo, il ministero dell’Istruzione ha pubblicato un documento per le scuole di ogni ordine e grado denominato «Linee guida per la didattica della frontiera adriatica». Si tratta di un testo molto lungo, composto da circa 90 pagine, firmato dal ministro dimissionario Patrizio Bianchi e dal suo capo dipartimento Stefano Versari, realizzato da un’equipe di quattro storici e sottoscritto dalla maggior parte delle associazioni degli esuli.

Il fatto ha suscitato immediate polemiche, soprattutto perché sul medesimo tema, nel febbraio del 2022, gli stessi Bianchi e Versari avevano inviato una circolare che proponeva un’ambigua equiparazione tra foibe e Shoah. Si leggeva, in quel testo, che «il Giorno del Ricordo e la conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana.

Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei». Era dunque comprensibile una certa preoccupazione in merito a questo nuovo documento, e il timore di un ennesimo tentativo di ingerenza della politica sul mondo della scuola. Sollecitato da più parti, sono andato dunque a studiare questo testo, cercando di valutarne la serietà scientifica, gli scopi politici e gli utilizzi concreti che potrebbe avere nella didattica. 

QUESTIONI DI OPPORTUNITÀ

Prima di tutto ci si può chiedere se fosse davvero necessario investire tante risorse e produrre un testo così lungo e articolato su un argomento marginale da un punto di vista storico e anche, conseguentemente, curriculare. Non si tratta infatti di un caso unico, ma l’imponenza e la complessità del documento evidenziano un impegno fuori dal comune e una chiara volontà di controllo della politica su un tema tanto delicato. Ciononostante va detto che le pagine introduttive redatte dal ministro Bianchi e dal capodipartimento Versari fanno ben sperare. Entrambi sottolineano la necessità di una didattica ancorata ai fatti storici, inclusiva dei diversi punti di vista e delle memorie conflittuali, che operi nella prospettiva di un’integrazione europea: «L’obiettivo è che la storia della frontiera orientale generi incontro, collaborazione, speranza», scrive ispirato il ministro Patrizio Bianchi.

L’introduzione storica sembra in linea con tali principi: si sottolinea la complessità etno-nazionale del territorio, la lunga compresenza di identità linguistiche differenti, la sovrapposizione di tre mondi culturali: slavo, latino e germanico. Inoltre si afferma che «non conduce a nulla paragonare fra loro i genocidi, le stragi e le migrazioni forzate», il che sembra proprio un riferimento alla circolare-gaffe del 10 febbraio 2022. Poco dopo si sconsiglia la visione dei film «più recenti» realizzati sul tema, che non sarebbero «adatti alla visione dei giovani, facilmente e acriticamente colpiti dagli aspetti più emozionali delle pellicole». Anche in questo caso sembra di poter leggere un riferimento velato ai film prodotti dalla Rai negli ultimi vent’anni (“Il cuore nel pozzo” e “Rosso Istria”), molto discutibili da un punto di vista storico e interpretativo, ma elogiati dalla destra e dalle associazioni che firmano il documento, i cui gruppi dirigenti provengono in gran parte da quella stessa area politica.

Fino a qui riesce difficile comprendere come tali associazioni abbiano potuto sottoscrivere questo testo. Si tratta di enti che da tempo collaborano con il governo, che ricevono ingenti finanziamenti pubblici, quantificabili in circa due milioni di euro all’anno, e che si ritengono le uniche e legittime custodi della memoria di quegli eventi. Essi promuovono un approccio comprensibilmente “di parte”, rigettano una visione storica complessa e accusano di “negazionismo” chiunque si azzardi a contestualizzare la vicenda. Eppure la contestualizzazione storica e geografica è proprio al centro della ricostruzione proposta nelle Linee Guida del Ministero. Essa peraltro sembra ispirata a un testo precedente, il vademecum realizzato nel 2019 dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia.

Vale la pena notare che uno degli autori del nuovo documento, il professor Raoul Pupo, considerato il principale esperto in materia, figura anche fra autori del vademecum realizzato dall’Istituto di Trieste. Tale lavoro aveva suscitato aspre critiche da parte degli amministratori regionali di Lega e FdI, col supporto di alcune associazioni che pure oggi controfirmano le linee guida di Bianchi. Si era distinta in quell’occasione l’Unione degli istriani (che era arrivata ad accusare lo stesso Pupo di “negazionismo”), il cui presidente è noto per aver contestato la visita congiunta dei presidenti italiano e sloveno, Mattarella e Pahor, a Basovizza nel luglio 2020, esaltata invece nelle Linee Guida come necessario «rispetto per le altrui memorie di sofferenza» e «condivisione del lutto».

Cosa cambia dunque in queste pagine rispetto a quelle del vademecum del 2019? Non molto, in effetti. Questo lavoro si distingue più che altro per un abilissimo esercizio di equilibrismo fra una versione dei fatti storicamente accettabile e la visione puramente vittimista voluta dalle associazioni degli esuli. Pur con un linguaggio molto neutro, espressioni pacate, giudizi mai sopra le righe e senza clamorose dimenticanze, il percorso storico proposto adotta infatti una prospettiva totalmente italiana e non prova nemmeno a «superare le angustie delle storiografie nazionaliste», come auspicato dal ministro nell’introduzione. Per essere più chiari, ecco alcuni esempi estratti dal testo della circolare. 

I CONTENUTI

Dopo la lunga introduzione sulle diverse identità presenti nell’area, il paragrafo dedicato all’età moderna porta il titolo “L’epoca veneziana”, dimenticando però che, in quella stessa epoca, gran parte del territorio (incluse le tre città più importanti: Trieste, Gorizia e Fiume) era sotto il dominio degli Asburgo, non di Venezia. Poco dopo viene ribadita la tesi (tanto cara al nazionalismo più miope) secondo cui, dopo il 1866, l’Impero asburgico avrebbe favorito gli slavi invece degli italiani. La riprova starebbe nella nomina di sindaci croati e nell’apertura di scuole in lingua croata in Dalmazia, dimenticando il fatto che a quell’epoca i croati rappresentavano nella regione la maggioranza della popolazione. Una decisione politica di semplice buon senso da parte dell’amministrazione austriaca, volta all’alfabetizzazione e al riconoscimento di una rappresentanza politica alla maggioranza della popolazione viene dunque stigmatizzata come anti-italiana.

Ma ce n’è anche per gli sloveni, la cui immigrazione a Trieste in quegli stessi anni avrebbe insidiato la pacifica convivenza in città. L’irredentismo italiano viene così rappresentato come una pura scelta difensiva, di fronte alla «azione del movimento nazionale sloveno che inceppava i tradizionali processi d’integrazione». Infine si dimenticano completamente le centinaia di migliaia di cittadini di quell’area che hanno subito la prima guerra mondiale o che hanno combattuto a favore dell’Austria, per soffermarsi sui singoli casi di irredentisti caduti per l’Italia. Che fine ha fatto dunque il «tentativo di costruzione di percorsi di riconciliazione nella prospettiva della comune cittadinanza europea» invocato dal ministro nell’introduzione, se in poche pagine sloveni, croati e austriaci vengono descritti, come sempre, quali nemici da combattere?

Avvicinandosi al periodo della violenza più estrema le cose si complicano ulteriormente. Si accenna agli esuli austriaci e slavi (decine di migliaia) costretti a lasciare i territori annessi dall’Italia più che altro per ricordare le attività anti-italiane da loro organizzate, mentre non si fa alcun riferimento ad un’analoga opera di destabilizzazione dello stato jugoslavo condotta dai dalmati italiani. Le violenze fasciste e i crimini di guerra italiani in Jugoslavia non vengono negati, ma queste ultime sono rappresentate come una pura reazione alla brutalità della guerra partigiana. Si tratta di una visione spesso proposta anche nei confronti della Resistenza italiana, che finisce per criminalizzare l’attività partigiana e giustificare le stragi nazifasciste, come viene brillantemente evidenziato in un recente volume di Chiara Colombini. 

LE FOIBE

Dopo l’8 settembre 1943 e le prime foibe istriane, il testo si concentra giustamente sull’ulteriore inasprimento della violenza sotto l’occupazione nazista. In questa fase non vengono nemmeno nominate le formazioni partigiane italiane che operano in zona agli ordini dell’esercito di liberazione jugoslavo, offrendo dunque l’impressione di una contrapposizione puramente nazionale (jugoslavi contro italiani) e non invece ideologica (partigiani italiani e jugoslavi contro nazisti e collaborazionisti jugoslavi e italiani).

Particolarmente eloquente in questo senso è la pagina dedicata al destino di Zara in quei mesi.  Sempre senza nominare le migliaia di ex soldati italiani che in Dalmazia si danno alla macchia per collaborare coi partigiani di Tito, il testo esalta l’opera dei collaborazionisti, e in particolare quella «del prefetto Vincenzo Serrentino, che riuscì a rintuzzare le ingerenze dei nazisti e dei croati». Sembra proprio una excusatio non petita, perché Serrentino, poi processato e fucilato come criminale di guerra, rappresenta il caso più vergognoso di onorificenza concessa dallo stato italiano a un presunto “martire delle foibe”. Il prefetto, peraltro condannato per crimini precedenti, sarebbe dunque da celebrare per aver “rintuzzato” i tedeschi, ovvero, si comprende, per aver mantenuto formalmente la città sotto amministrazione italiana pur se agli ordini dei nazisti. Come mi capita di dire sempre più spesso: se queste sono le benemerenze di Serrentino, anche Benito Mussolini avrebbe potuto essere celebrato come un martire, se solo fosse stato fucilato più a est...

Nel caso delle cifre, le contraddizioni e i giochi di equilibrismo paiono ancora più evidenti. Di fatto i numeri delle vittime delle violenze di quegli anni sono presentati in maniera così vaga e ambigua da consentire qualunque tipo di interpretazione.  Significativo è il caso della quantificazione degli esuli. All’inizio del testo si fa giustamente notare come «le stime prodotte dai portatori della memoria delle vittime», cioè dalle associazioni, «differiscono da quelle degli studiosi indipendenti», senza però esplicitare quali siano quelle corrette. In seguito si parla giustamente di 300mila espatriati nell’arco di quasi vent’anni, mettendo così formalmente in dubbio la cifra-totem di 350mila sempre ribadita dalle enti memoriali.

Ma solo grazie a un grafico presente a molte pagine di distanza è possibile comprendere che gli italiani autoctoni (dunque non slavi e non immigrati in epoca fascista) sono solo una percentuale del totale e assommano a circa 188mila. Si tratta comunque di una cifra molto significativa, che andrebbe però messa a paragone con i circa 10 milioni di profughi tedeschi (tra cui quasi un milione di morti), anch’essi vittime delle sconfitta in guerra, che invece non vengono nominati. Il che sembra coerente con la scelta, già ricordata, di non proporre «paragoni incrociati tra fenomeni in contesti o di natura diversa». Verrebbe da chiedersi allora perché poco prima, nel descrivere le angherie subite dagli slavi in Alto Adriatico durante il fascismo si erano spese molte righe a compararle con quelle inflitte ai tedeschi in Cecoslovacchia o in Polonia negli stessi anni. 

PUNTI DI VISTA?

Al di là della presunta volontà di «riconoscimento delle memorie altrui, anche diverse dalle proprie, relative al medesimo territorio ed al medesimo periodo storico», nella ricostruzione proposta si privilegia dunque esclusivamente il punto di vista italiano. Al centro del quadro c’è l’italianità adriatica, la continuità bimillenaria della cultura latina, mentre quasi inesistenti sono i riferimenti alla storia sloveno-croata o alle motivazioni delle rivendicazioni jugoslave, altrettanto valide, in linea di principio, di quelle italiane.

Un approccio simile predomina anche nelle parti della circolare dedicate alle proposte didattiche e metodologiche. I ripetuti inviti ad affrontare il tema come caso studio e in forma interdisciplinare, gli apparati bibliografici, cartografici e sitografici possono essere senz’altro utili, così come l’invito a confrontarsi con «una pluralità di memorie», che «può essere il primo passo per il superamento dei pregiudizi e delle ottusità identitarie».

Tuttavia è significativo che l’elenco delle località di cui si consiglia la visita in eventuali viaggi di istruzione (Caporetto, Redipuglia, Sinagoga di Trieste, Risiera di San Sabba, Centro profughi di Padriciano, Foiba di Basovizza) non includa alcun riferimento al retaggio delle componenti identitarie non italiane (tranne gli ebrei), alle sofferenze subite delle popolazioni slave o alle violenze perpetrate dal fascismo, che rappresentano l’elemento storico predominante in termini di tempo, spazio e numero di vittime.

In linea con questo approccio ecco la frase che forse più di tutte riassume il senso dell’iniziativa ministeriale: «Se nell’ambito di un’unità didattica sulle Foibe la maggior parte del tempo è dedicata ai precedenti di violenza del fascismo di confine e delle truppe italiane in Jugoslavia, questa non va considerata come corretta contestualizzazione, bensì quale mera elusione». E più tardi si citano i pericoli del “negazionismo”, ovvero di chi «applica un metodo ipercritico» per smentire l’esistenza del fenomeno.

Fermo restando che, nella mia lunga esperienza, non ho mai conosciuto nessuno che neghi il dramma delle foibe (e che la stessa espressione “negazionismo delle foibe” è stata coniata per criminalizzare una visione storica degli eventi), sono convinto che dedicare il tempo necessario alla contestualizzazione degli eventi sia l’unico modo per «comprendere i motivi per i quali determinati equilibri nei rapporti tra le popolazioni entrano in crisi e si interrompono, perché ci sono ingiustizie, discriminazioni, negazione dei diritti di identità e di cittadinanza, repressioni, persecuzioni, violenze, esodi, espulsioni».

Si tratta certamente di un testo scritto da mani diverse, con prospettive interpretative e politiche che finiscono per suonare in contraddizione fra loro. Da una parte si invoca la contestualizzazione e la «purificazione della memoria, intesa come sofferta consapevolezza che la propria memoria dolente non può far da schermo alle colpe della propria storia»; dall’altra si invitano i docenti a rivolgersi agli esuli e ai loro rappresentanti per approfondire e celebrare, come già peraltro avviene da anni: «Sarà cura delle associazioni proponenti, in accordo con il Ministero dell’Istruzione, individuare le tematiche e stabilire gli appuntamenti per la formazione dei docenti con attività laboratoriali e di seminario».

EQUILIBRISMO

Come giudicare questa operazione, quale sembra essere lo scopo e quale potrebbe essere l’effetto concreto, in un contesto politico nel frattempo mutato?

Da un punto di vista didattico non mi pare che queste linee guida possano sortire un qualche effetto significativo. Un testo così voluminoso, dettagliato e contraddittorio toglie il terreno sotto i piedi ai più ottusi propagandisti, ma lascia ampio spazio di manovra a chi intende contestualizzare e provare ad analizzare anche i punti di vista “altri”, come a chi predilige una visione unilaterale e nazionalista.

Un esempio di come un documento tanto ambiguo si possa prestare a una facile strumentalizzazione ci viene dal primo articolo di commento uscito su Il Giornale. Elogiando le linee guida, l’autore ripete più volte l’espressione “pulizia etnica”, un concetto molto problematico, rifiutato dagli storici e infatti mai nominato nel testo ministeriale. Ma proprio perché non viene nominato né smentito, esso può venire liberamente utilizzato, in ambito mediatico e anche naturalmente didattico, contribuendo a diffondere un’immagine errata del fenomeno.

L’effetto più significativo (e probabilmente anche l’obiettivo originario) di queste linee guida è sicuramente quello politico. Come si è detto si tratta di un’operazione di notevole sottigliezza, che ha lo scopo di mettere un limite alla strumentalizzazione. L’obiettivo non è smettere di usare politicamente questa vicenda, ma indicare il modo in cui essa deve essere utilizzata. E il messaggio è chiaro: evitare estremismi risibili e controproducenti (in merito alle cifre, ad esempio, o alla negazione del contesto storico), ma anche indicare chiaramente i colpevoli, ovvero la Resistenza e l’ideologia comunista. Questo messaggio di fondo risulta condivisibile da tutti i firmatari, siano essi moderati, conservatori o estremisti di destra.

Senza dubbio si tratta di un successo, forse temporaneo, della linea nazionalista moderata, il  colpo di coda del governo “delle grandi intese”, prima del passaggio di consegne a chi ha molto più apertamente strumentalizzato questa vicenda storica. Il ministro dimissionario ha voluto così togliere al nuovo governo la possibilità di influire pesantemente sull’insegnamento di questa pagina di storia. Intendiamoci, nulla è perduto, ci saranno ancora pressioni sul mondo della scuola, e il 10 febbraio possiamo aspettarci una circolare ancora più insensata e antistorica di quella del 2022; ma per qualche anno la strada potrebbe essere segnata da queste linee guida. Si tratta di una fragile barriera, che consente un certo margine di autonomia ai docenti, ma anche di  un’ulteriore occasione mancata.

Il testo infatti ribadisce una versione ufficiale totalmente italiana, con uno sguardo unilaterale e vittimista, pur nell’alveo di una ricostruzione storica che rammenta tutti i passaggi della vicenda, anche quelli meno gloriosi per l’Italia. Nella logica appunto delle “grandi intese” si è voluto accontentare l’associazionismo più estremista, confinando i riferimenti «al dialogo e al rispetto dello sguardo dell’altro» (prefazione del capo dipartimento Stefano Versari) alle roboanti dichiarazioni di principio. Possiamo solo sperare che qualcuno faccia buon uso di tali dichiarazioni, che esse non vengano del tutto disattese nell’applicazione pratica di queste linee guida. 

ERIC GOBETTI Storico

Un nome ai Marò. Fausto Biloslavo su Panorama il 29 Novembre 2022.

I resti di 27 militari trucidati da Tito, hanno fatto ritorno in Italia. Ora il via alle procedure di riconoscimento con i test del dna

L’ufficiale tira fuori con delicatezza dal bagagliaio della macchina blu con la targa dell’Esercito, le piccole cassette grigie avvolte nel Tricolore. Poi il tenente colonnello Massimiliano Fioretti, che la ha custodite la notte prima al sacrario di Redipuglia, scatta sull’attenti nel saluto militare. Un momento toccante della consegna di 350 prelievi ossei dai resti di 27 militari italiani, in gran parte marò ventenni della X Mas, trucidati dai partigiani di Tito alla fine della seconda guerra mondiale. A sinistra Paolo Fattorini, direttore della Scuola di specializzazione in Medicina Legale a Trieste.

“Siamo pronti a iniziare le indagini genetiche comparando il Dna dei familiari dei caduti a quello dei reperti ossei contenuti in queste cassette” spiega Paolo Fattorini, che accoglie i resti. Esperto di cold case è direttore della scuola di specializzazione dell’Istituto di medicina legale di Trieste, sotto il cappello dell’Università. Le casette sono arrivate scortate dai militari da Bari, dove una squadra di anatomo patologi di un altro luminare universitario, Franco Introna, ha ricostruito gli scheletri scoprendo torture ed esecuzioni prima della sommaria sepoltura. Ventuno marò della X Mas e 6 militi del battaglione Tramontana di Cherso si arresero ai titini a guerra oramai finita. E furono torturati, poi trucidati, senza alcun rispetto per la Convenzione di Ginevra e infine scaraventati in una fossa comune a Ossero, oggi in Croazia, il 22 aprile 1945.

Solo nel 2019 il Commissariato generale per le onoranze ai caduti del ministero della Difesa, in collaborazione con le autorità croate, aveva finalmente riesumato i resti dei soldati italiani. Le 27 cassette con su scritto “caduto ignoto” sono state trasferite con tutti gli onori al Sacrario militare di Bari dei 70mila periti oltremare nella prima e seconda guerra mondiale. Due anni fa gli esuli di Lussinpiccolo hanno lanciato l’iniziativa per dare un nome e un cognome ai resti. Grazie al sito di Panorama sono stati raccolti 26mila euro con centinaia di donazioni, che hanno permesso di coprire le spese delle università di Bari e Trieste. Gli atenei hanno firmato una convenzione con la Difesa del ministro Lorenzo Guerini per far tornare alla luce questo cold case di 77 anni fa. Non si tratta di riscrivere la storia, assolvere o dimenticare colpe della X Mas, ma di un gesto di umanità per le vittime di un crimine di guerra ed i loro familiari, che non hanno mai avuto una tomba dove deporre un fiore. Per i 21 marò sono stati rintracciati 14 congiunti, che hanno accettato il prelievo del Dna e attendono con emozione una risposta. “Ci vorranno almeno 9 mesi per arrivare a qualche conclusione” spiega Fattorini. Licia Giandrossi, Pres. Comunità Lussipiccolo La presidente della Comunità di Lussinpiccolo, che ha dato il via all’iniziativa, Licia Giadrossi, è pure lei emozionata: “Finalmente sono arrivati a Trieste. La speranza è dare un nome a questi ragazzi uccisi dai titini, che sembravano scomparsi per sempre, così giovani, nel turbinio di una guerra finita”.

L'ennesimo orrore di Tito: scoperta maxi-foiba con 3mila cadaveri. Andrea Muratore su Il Giornale il 2 novembre 2022.

La scoperta di una foiba nel Sud della Slovenia porta alla luce una nuova prova materiale, tra le più macabre, dei crimini del regime jugoslavo di Tito. A Kocevskij Rog, altipiano carsico vicino alla città di Kocevje, oltre 3mila cadaveri di vittime della repressione titina sono stati trovati nel corso di una massiccia campagna di scavi commissionata dal governo di Lubiana nella regione. La foiba di Macesnova Gorica è stato il teatro di questo efferato crimine risalente a settant'anni fa. 

Kocevskij Rog è uno dei molti luoghi carsici dove si trovano le foibe, tristemente note per esser divenuto teatro di occultamento, e spesso di perpetramento, dei crimini di pulizia etnica commessi dagli uomini di Tito dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale. E lungi dal riguardare solo ed esclusivamente i cittadini italiani, accusati di simpatia col fascismo e colpiti dalla purga che li condusse all'esodo verso il nostro Paese, subito dopo la Seconda guerra mondiale la campagna di repressione coinvolse anche oppositori politici del nuovo regime comunista e figure ritenute passabili di collaborazionismo con le potenze dell'Asse.

Kocevskij Rog è noto da tempo per essere stato teatro proprio di una persecuzione contro questa seconda categoria: lo storico Boris Karapandzic nel saggio Kocevje - Tito's bloodiest crime già nel 1958 stimava in ben 14mila le vittime che si inserirono in un quadro di resa dei conti generale. Dopo l'armistizio che pose fine alla Seconda guerra mondiale, gli inglesi che occupavano l'Austria meridionale ai confini con la Slovenia rimpatriarono più di 10.000 membri degli apparati polizieschi e militari sloveni che avevano tentato di ritirarsi con i tedeschi; Josip Broz Tito fece massacrare la maggior parte di loro nelle famigerate fosse di Kocevskij Rog, la maggior parte dei quali nel 1945.

Le uccisioni continuarono molto dopo la fine della guerra, quando le forze vittoriose di Tito si vendicarono dei loro presunti nemici. Le forze britanniche in Austria respinsero, nel biennio post-armistizio, decine di migliaia di jugoslavi in fuga. Le stime vanno da 30.000 a 55.000 uccisi solo nel periodo compreso tra la primavera e l'autunno del 1945. Tra il 25 e il 50% di questi trucidati nel piccolo altopiano compreso tra i fiumi Cherca e Kolpa. La maggior parte di questi prigionieri di guerra che furono rimpatriati dalle autorità militari britanniche dall'Austria, dove erano fuggiti, morirono in queste esecuzioni sommarie di cui, nel dopoguerra, si è persa la memoria.

I corpi trovati nella foiba di Kocevski Rog appartengono proprio a questa campagna di annientamento. Le agenzie slovene parlano di resti umani e scheletri in larga parte segnati da colpi di arma da fuoco alla testa o al petto. Il presidente della Conferenza episcopale slovena, Andrej Saje, ha chiesto la degna sepoltura delle vittime delle esecuzioni di massa commesse dai partigiani comunisti di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale. Lunedì 31 ottobre, sul precipizio della grotta carsica Macesnova Gorica, Saje ha pronunciato parole importanti anche sul fatto della necessità di una riconciliazione nazionale e di una corretta memoria del passato titino: "Tra la popolazione sono stati seminati dubbi ingiustificati: il fatto che le vittime siano state uccise non lascia intendere che avessero necessariamente fatto qualcosa di brutto. Questa forma di propaganda e di voci maligne non è stata sradicata fino ad oggi", ha aggiunto, elogiando il lavoro del presidente sloveno Borut Pahor per la riconciliazione, passata anche per la commemorazione delle vittime italiane di Tito.

Saje ha ricordato che "non ci sarà pace nella nostra nazione e nessun superamento delle divisioni distruttive a meno che non andiamo oltre le interpretazioni ideologiche del passato, raggiungiamo un consenso sui fatti storici e seppelliamo tutte le vittime appartenenti al nostro popolo con rispetto", a prescindere dai colori politici. Parole chiare e rivolte in particolar modo ai nostalgici di Tito: le Kocevski Rog della Jugoslavia postbellica sono state numerose e molte restano ancora da scoprire dopo che già 600 foibe e grotte contenenti cataste di cadaveri sono venute alla luce. Rudolph Joseph Rummell, politologo statunitense (1932-2014) che ha insegnato all’Università delle Hawaii ha fatto un ampio studio del “democidio” jugoslavo imputabile a Tito sottolineando che le vittime della repressione slovena sarebbero state almeno 12mila nell'immediato dopoguerra e che il numero totale delle vittime del regime comunista jugoslavo tra la fase del suo consolidamento e i decenni successivi è da cinquanta a cento volte superiori ai morti italiani accertati nelle foibe, attestandosi attorno ai 585mila. Un numero che giustifica le parole di Saje e, guardando all'Italia, è la risposta più importante a ogni forma di nostalgia che vede il dittatore jugoslavo presentato, in certe frange della sinistra italiana, come un eroe popolare o un "santino" rivoluzionario.

Sfregio sloveno ai martiri delle foibe, sulla collina appare la scritta "Tito". Elena Barlozzari su Il Giornale il 21 luglio 2022.

Campeggia a caratteri cubitali, proprio sopra il castello di Rihemberk, in Slovenia, una scritta che rievoca spettri del passato. Soprattutto per le genti del nostro Carso. È una parola di quattro lettere, ogni lettera è composta da grossi massi e non deve essere stato facile portarli lassù. Macigni bianchi che compongono un nome: Tito che sta per Josip Broz Tito. Il maresciallo, capo del partito comunista jugoslavo e della federazione jugoslava. Persecutore d’italiani e responsabile dell’esodo e delle foibe.

A notarla è stato proprio un gruppo di triestini, arrivato ai piedi della collina Gollic per visitare l’antico maniero dove soggiornò anche Carlo Goldoni. Gli ex proprietari, i conti Lantieri di Gorizia, furono costretti ad abbandonarlo alla fine della Seconda guerra mondiale, e per un pelo riuscirono a portare a casa la pelle. Non accadde altrettanto alla colonna italo–tedesca che all’ombra di quella fortezza venne attaccata e neutralizzata dopo ore di combattimenti feroci. Rimasero un pugno di superstiti che vennero derubati ed arsi vivi dai partigiani slavi. Solo un milite italiano riuscì miracolosamente a scampare alla mattanza. Questa però è una vecchia storia, datata 1944, e in pochi la conoscono.

Tra quei pochi c’è Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani, che ha raccolto la segnalazione del gruppo di vacanzieri. "In quel luogo dovrebbero erigere un monumento alla pace. È una vergogna che a pochi chilometri dalle città martiri di Trieste e Gorizia esista un obbrobrio simile", ci dice. "Ricordo sommessamente che appena due anni fa il presidente sloveno Borut Pahor teneva per mano Mattarella davanti alla foiba di Basovizza. Se quel gesto rispecchiasse davvero il sentiment e le intenzioni delle autorità di Lubiana, uno scempio del genere non verrebbe tollerato". Cosa rimane della comunione d’intenti suggellata dai due presidenti? Lacota è tranchant: "Una bella foto ricordo".

Stando a quello che abbiamo potuto ricostruire, l’installazione è apparsa per la prima volta nel 1953, per celebrare l’arrivo del maresciallo a Nova Gorica. Si è conservata intatta fino ai giorni nostri grazie all’operosità di gruppi di nostalgici del titoismo – semplici "privati" a sentire il sindaco Klemen Miklavic – che hanno persino provveduto ad ancorare i massi al suolo. Tutto ciò con il benestare dell’amministrazione locale che non ha mai mosso un dito per ostacolare questo macabro rituale. "Lungo il confine sloveno esistono già due scritte analoghe a questa, una sul monte Sabotino e una sul monte Cocusso. Sono decenni che ne chiediamo la rimozione. Ovviamente nessuno ha mai provveduto. È indicativo – conclude Lacota – del vero clima che c’è di là".

Quando i comunisti italiani insultavano gli esuli giuliano dalmati e volevano cedere mezzo Friuli a Tito: i documenti. Andrea Cionci Libero Quotidiano il 22 febbraio 2022.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

In un periodo di “cancel culture”, è normale che in un paese civile vi siano strade, monumenti e associazioni dedicati a gente che voleva cedere migliaia di km quadrati di territorio nazionale a un feroce nemico straniero autore del massacro di 15.000  compatrioti?

Qualche giorno fa, abbiamo pubblicato QUI il reportage di una rivista belga che dimostra come tutto il mondo sapesse delle foibe fin dal 1946. Così, mentre il prof. Tomaso Montanari - proprio nel Giorno del Ricordo - organizzava un seminario intitolato: «Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del ricordo»  emergeva  - secondo uno di quei sublimi contrappassi che regala la ricerca storica -  l’”uso politico dell’amnesia” operato dal Partito Comunista Italiano.

Il reportage in questione, di Jean Morena, proveniva  dal Museo di Fiume, diretto da Marino Michic, il quale ci sottopone oggi altri straordinari scampoli di una tragedia “dimenticata”. In vista del prossimo 25 aprile, forse ci sarebbe il tempo per invitare il prof. Montanari a discutere di questi due documenti inediti che provengono dall’Archivio dell’Istituto Fondazione Gramsci, attualmente custoditi dal Museo di Fiume.

Uno documenta in modo incontrovertibile l’atroce ostilità e l’odio dei nostri comunisti verso i circa 270.000 esuli italiani di Istria e Dalmazia; l’altro attesta quello che, per usare un eufemismo, si configura come alto tradimento della Nazione, sempre da parte dei comunisti, che volevano cedere alle armate del Maresciallo Tito mezzo Friuli, fino al Tagliamento.

Cominciamo con il testo del manifesto affisso nel gennaio 1947 a Monfalcone da attivisti comunisti, ripreso dal giornale La Voce Libera di Trieste;

Ecco il testo: "Monfalconesi, antifascisti tutti! Chi sono gli esuli istriani? Essi sono coloro i quali temono il Potere e la Giustizia del popolo! Individui compromessi con il fascismo, borsaneristi ed affamatori del popolo! L'Istria non è più il terreno per i loro sporchi interessi, essi levano le tende e pensano di installarsi in gran parte a Trieste ed a Monfalcone per poter liberamente continuare le loro gesta criminose a danno del popolo lavoratore. Monfalconesi! Monfalcone antifascista non deve dare ospitalità a simile gentaglia, perché prendendo domicilio in queste terre essi non potrebbero che continuare la loro attività antipopolare incrementando la borsa nera, affamando il nostro popolo, cercando con mille sotterfugi di arrestare la democrazia in cammino. [...] La parola d’ordine deve essere: “Via da questa terra gli esuli istriani!” Essi hanno le mani macchiate del sangue del popolo! Lottiamo affinché la nostra terra non venga calpestata da questi criminali! Borsaneristi, affamatori del popolo!". 

Era un mese prima del famoso episodio del “Treno della vergogna”: mentre gli esuli giuliano-dalmati tornavano in Italia stipati su treni merci, dormendo sulla paglia, a Bologna i sindacalisti del PCI minacciavano di paralizzare la rete ferroviaria nazionale se il treno si fosse fermato per ricevere i generi di conforto preparati dalla Pontificia Opera Assistenza e dalla Croce Rossa Italiana. Per sottolineare la loro determinazione, versarono sulle banchine il latte destinato ai bambini italiani. E questo due anni dopo la fine della guerra.

Il secondo è un manifestino affisso il 6 aprile 1946 a Udine dalla Federazione Comunista che voleva cedere il Friuli a Tito fino al Tagliamento, vale a dire circa la metà della regione nordorientale: "Friulani! L’Armata rossa di Stalin si appresta attraverso la Slovenia, a liberare anche questo Friuli, che è legato alla Slovenia indissolubilmente da secoli. Friulani! Dovete comprendere che il diritto dei nostri fratelli sloveni a raggiungere il sacro confine del Tagliamento è pienamente giustificato da ragioni storiche, geografiche ed etniche. [...] Solo il comunismo di Stalin che tra poco sarà tra voi con le vittorioe armate rosse potrà darvi giustizia e libertà, stroncando lo sfruttamento dei capitalisti che vi opprimono".

Questi dunque i concetti di “accoglienza” e “diritti” nella tradizione dei comunisti italiani.

Quando si parla di Foibe, dunque, non si deve commettere l’errore di trattare solo delle milizie yugoslave, ma occorre indagare e divulgare tutte le responsabilità dirette dei partigiani rossi italiani che, o lasciarono fare, o collaborarono attivamente con i titini, tanto da fare persino propaganda perché invadessero circa 4.000 km² di territorio italiano.

E fin dai tempi dell’antichità, a chi ha spalancato le porte al nemico, viene chiamato con una sola parola: “traditore”.

Foibe, in Puglia anche Emiliano vota per chiudere gli spazi ai negazionisti. E l’Anpi s’infuria. Natalia Delfino sabato 19 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Non è chiaro se ci abbiano messo tutto questo tempo per riprendersi dallo choc, se ne siano accorti in ritardo e se, cercando un argomento per polemizzare, non avessero nulla più di recente. Fatto sta che il quotidiano il Domani ieri ha dato ampio spazio alla reazione furiosa dell’Anpi a una mozione sulle foibe votata dalla Regione Puglia dieci giorni fa.

Emiliano vota la mozione sul Giorno del Ricordo

I fatti e le tempistiche sono questi: l’8 febbraio, a ridosso del Giorno del Ricordo, il consiglio regionale della Puglia, pressoché all’unanimità (solo due astenuti), vota una mozione sulle Foibe, promossa dal centrodestra, che da un lato impegna l’ente a promuovere degne celebrazioni della ricorrenza e dall’altro impegna la Regione a non dare alcun tipo di supporto a chi nega o minimizza la tragedia delle foibe e dell’esodo. Il governatore Michele Emiliano vota a favore, spiegando in Aula che «non può sfuggire a nessuno l’importanza che la Repubblica ha dato a questa tragedia. Io ho avuto modo di comprenderla attraverso un’insegnante. La mia – ha detto il governatore – è una fortuna rara». La stampa locale ne dà conto in diretta, o al massimo il giorno dopo.

Le accuse dei “partigiani” alla sinistra pugliese

È arrivata, invece, ieri sulle pagine del Domani la risposta dell’Anpi, che, in sintesi, non ha accettato che la mozione non adottasse il punto di vista caro ai giustificazionisti, secondo i quali i massacri di italiani compiuti dai partigiani titini furono una reazione al fascismo, e che esprimesse una netta condanna, con conseguente ritiro di qualsiasi sostegno, rispetto alle posizioni minimizzatrici e negazioniste. L’Anpi, inoltre, si è detta «turbata» per il fatto che la mozione abbia ricevuto il sostengo anche dei «consiglieri di partiti dichiaratamente antifascisti in una regione amministrata dal centrosinistra», invocando una «doverosa presa di distanza».

Per l’Anpi dovremmo pensare alla Slovenia e alla Croazia

«Altro che memoria condivisa!», ha affermato Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, secondo il quale la mozione sarebbe «l’ennesimo tentativo di costruire una rendita memoriale a vantaggio di una parte politica a colpi di forzature, omissioni e veri e propri falsi». «Sfido a trovare la parola “fascismo” nella mozione», ha aggiunto, lamentando tra l’altro che «invece di comporre le antiche ferite con Slovenia e Croazia, manifesta un provocatorio rigurgito nazionalista».

La vecchia tesi giustificazionista

Poi il passaggio sul fatto che «in compenso si condannano le associazioni “che negano, giustificano o deridono il dramma delle foibe e dell’esodo”. Quali sono?», si è chiesto Pagliarulo. «Si tratta – ha sostenuto – una grottesca caricatura delle posizioni di tutti coloro che non hanno mai negato né minimizzato e tantomeno giustificato tali tragedie, ma si sono permessi di collocarle nel contesto storico e di interpretarne le origini, fra cui l’invasione italiana della Jugoslavia del 1941 decisa da Mussolini, i massacri che ne seguirono, l’impunità dei responsabili, prima ancora il fascismo di confine quando gli squadristi insanguinarono la frontiera, il razzismo contro gli slavi predicato dal capo del fascismo fin dal 1920».

La cattiva coscienza dell’Anpi sulle foibe

E viene in mente Gigi Marzullo: Pagliarulo, in pratica, si è fatto una domanda e si è dato una risposta. Tanto da far apparire perfino pedissequo ricordare la gran premura che si è data l’Anpi per promuovere, per esempio, il libro di Eric Gobetti E allora le foibe?, che già nel titolo offre la sintesi suprema di quella derisione e di quel giustificazionismo a cui la mozione pugliese non ha voluto lasciare più spazi. Impegnando la Regione a «non concedere patrocini, finanziamenti, spazi e agibilità e ad escludere dai bandi della Regione dall’assegnazione o riassegnazione di unità immobiliari pubbliche tutte le sigle e associazioni locali o nazionali che negano, giustificano, riducono o deridono il dramma delle foibe e dell’esodo». Un passaggio che deve essere apparso particolarmente preoccupante per l’Anpi.

Dagospia l'11 febbraio 2022. IL POST DI MENTANA SU FACEBOOK

“Ma quanto sono trogloditi quelli che anche oggi, Giorno del Ricordo, non perdono l’occasione di rivelarsi nella loro piccineria insultando la storia e il dolore di chi visse la comune tragedia degli italiani giuliani e dalmati?” 

La risposta di Raimo: Molti meno di quelli che cercano di strumentalizzare la Giornata del Ricordo per riabilitare i massacri fascisti 

LA CONTROREPLICA DI MENTANA: Ma che risposta è? Ti metti anche tu a fare le classifiche?

Da Il Giornale l'11 febbraio 2022.

“Ma quanto sono trogloditi quelli che anche oggi, Giorno del Ricordo, non perdono l’occasione di rivelarsi nella loro piccineria insultando la storia e il dolore di chi visse la comune tragedia degli italiani giuliani e dalmati?”, ha scritto il giornalista sulla sua pagina Facebook. Il suo post ha raccolto quasi 16.500 like e oltre 250 condivisioni. 

Gli episodi contro il Giorno del Ricordo non sono stati pochi. Il post dell’account Twitter del Tg2, dedicato allo Speciale sugli eccidi da parte dei partigiani jugoslavi e dell’Ozna ai danni di militari e civili italiani, è stato oltraggiato con insulti, minacce e anche un video in cui si vede qualcuno urinare in direzione di una cavità che potrebbe essere una foiba, ovvero un inghiottitoio carsico dove venivano gettati molti dei corpi delle vittime. 

La Giornata del Ricordo. Cosa bisogna ricordare il 10 febbraio di ogni anno. Alberto De Bernardi su Il Riformista il 10 Febbraio 2022.  

Di che parliamo?

Facciamo una dichiarazione d’intenti iniziale, sgombrando il capo della contesa tra le memorie intrise di nazionalismo della destra neofascista e quelle dell’antifascismo comunista che presidia l’Anpi: le foibe non furono né un genocidio, né pulizia etnica, ma  non furono neanche il mero esito delle violenze perpetrate dai fascisti sul confine orientale fin dagli anni venti e proseguite soprattutto dopo il ‘41 durante l’occupazione italiana in Slovenia e nei territori sotto il suo controllo dopo la spartizione della Jugoslavia tra le potenze dell’Asse.

Queste due versioni che si contendono lo spazio pubblico sono entrambe false: la prima perché nelle foibe non si riscontra nessuno dei caratteri che la giurisprudenza internazionale sui diritti umani ha utilizzato per decidere cosa sia un genocidio o un atto di pulizia etnica; la seconda omette consapevolmente una parte dei processo storico che stette alla base delle foibe perché rimuove il nesso tra queste e l’affermazione del potere comunista in Iugoslavia.

Il “ricordo” che bisogna alimentare il 10 febbraio non è dunque quello che questi due approcci manichei e riduzionisti ci propongono dal 2005, ma quello che proviene dall’apporto che la ricerca storica sul “confine orientale” ha in questi ultimi vent’anni enormemente incrementato e che riguarda le tragedie connesse da un lato  alla lunga guerra civile europea cominciata nel 1914 e dall’altro allo scontro tra totalitarismo e democrazia che attraversa tutto il XX secolo. E’ una battaglia culturale difficilissima, che diventa impossibile, se anche il Miur attraverso una circolare redatta da un suo alto dirigente, entra a gamba tesa contro la realtà storica sostenendo la tesi della destra neofascista, come “verità di stato”.

Le foibe del ‘43

Lo schema interpretativo delle foibe come reazione antifascista alla barbarie fascista regge per la prima ondata di infoibamenti: quella  del ’43, dopo l’ 8 settembre e la battaglia di Gorizia, che si configura come un capitolo della guerra civile europea tra fascismo e antifascismo: separare le violenze antifasciste dalla sanguinosa catena di violenze fasciste come vorrebbe la ricostruzione storica della destra per trasformare uno degli episodi più drammatici della lotta di liberazione in una sorta di  “olocausto italiano” rappresenta una oggettiva falsificazione della memoria a fini politici.

Non si può infatti negare la violenza genocidaria dell’occupazione italiana della Slovenia guidata da un vero e proprio carnefice come il generale Roatta, a lungo occultata all’opinione pubblica italiana da una storiografia compiacente, ma soprattutto   nelle foibe del ’43 non si rintracciano componenti etniche significative, ascrivibili ad una persecuzione nei confronti degli italiani perpetrata dai partigiani jugoslavi. Emergono invece tutte le dinamiche dello scontro tra fascismo e antifascismo che in quel martoriato confine non riguardano solo la guerra civile italiana, ma anche la lotta di librazione delle popolazioni slave dall’oppressione italiana.

Antifascismo e comunismo

Ma la questione nazionale su quel confine gioca un ruolo del tutto particolare. Infatti fin dal 1941 il Partito comunista sloveno rivendicò l’annessione di tutte i territori ad est dell’Isonzo, mettendo in discussione   la legittimità del confine con l’Italia. Inoltre il Fronte di Liberazione Sloveno pretese di avere il comando di tutte le operazioni militari sottoponendo al controllo dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia le altre formazioni partigiane secondo i dettami della III Internazionale in accordo con quella del Partito comunista. Il “nemico”, dunque, non era soltanto l’occupante nazifascista ma anche tutti coloro i quali si opponevano alle rivendicazioni territoriali jugoslave dettate dal progetto di fondare la nuova Jugoslavia comunista. Solo le brigate comuniste accettarono questa imposizione in nome della identità ideologica, determinando però l’esito nefasto di spezzare l’unità antifascista del CLN, con una serie di nefaste conseguenze. 

Le seconde foibe

Il controverso rapporto tra nazione italiana e rivoluzione comunista esplose nell’aprile-maggio ‘45 durante l’occupazione jugoslava di Trieste, quando la città e tutta l’area giuliana vengono sottoposte a un governo dittatoriale che opera con l’intento di costituire le condizioni di un’annessione di quei territori alla nuova Jugoslavia comunista, servendosi di un uso indiscriminato della violenza. Come ha sottolineato la commissione italoslovena incaricata di fare luce su quella tragedia la violenza che si scatena sulle vittime non è più legata all’azione di bande di combattenti che operano in un contesto di guerra civile all’interno di una guerra tra stati ancora in pieno svolgimento: è  violenza di una potere statale in costruzione che combatte i suoi “nemici”, che non sono più solo i fascisti ma sono quegli italiani,  anche antifascisti,  che si oppongono non solo a cedere la sovranità nazionale, ma rifiutano l’esito comunista della guerra contro il fascismo: rifuggono cioè dall’idea di passare da un totalitarismo all’altro. 

La questione comunista

Dietro le foibe del ’45 emerge dunque un’altra dicotomia: non più quella tra fascismo e antifascismo, ma quella tra antifascismo e comunismo, che aveva attraversato il campo antifascista per tutti gli anni trenta. La responsabilità di quelle morti e di quegli eccidi non rimanda al fascismo oppressore, ma alla volontà di potenza del comunismo jugoslavo, che usa l’antifascismo come paravento ideologico di stato per consolidare la sua egemonia nell’area. Ma su questo mutamento di orizzonte vacilla la narrazione della sinistra militante, perché vittima di una resistenza ideologica a prendere atto che antifascismo e comunismo sono due campi di forza ideologici e politici che solo in determinate circostanze coincisero. Il faticoso cammino dell’antifascismo impegnato nella rifondazione democratica dell’Italia e la strategia comunista basata sulla rivoluzione proletaria seguirono percorsi diversi, in qualche caso antagonisti.

E sul fronte orientale queste divergenze assunsero la forma più drammatica, non solo per i fatti di sangue che determinarono, ma anche perché il Pci si trovò nella difficile condizione di combattere per obbiettivi e fini diversi da quelli che perseguiva nel resto del paese: qui la rinascita della nazione, là l’egemonia comunista a dispetto proprio dell’integrità della nazione. Nella giornata del ricordo quindi non si può omettere questa parte della storia, né ritenere retorica di destra l’evocazione del dramma degli italiani, colpiti in quanto nemici potenziali o reali del nuovo regime. In Istria, Dalmazia e Venezia Giulia si verificò una effettiva rappresaglia politica, non etnica, del nuovo governo comunista che aveva per oggetto la comunità italiana in quanto tale. 

Esodo

Il dramma del confine orientale però non si ferma con il maggio ’45, né con il Trattato di Parigi del ’47 che riconobbe alla Jugoslavia  la provincia del Carnaro, la provincia di Zara (gran parte della provincia dell’Istria, del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo, ma si dispiega fino alla fine  degli anni Cinquanta quando cessò l’esodo degli italiani da quelle zone, che avevano abitato per moltissimo tempo, e che ora erano parte integrante della democrazia popolare costruita dal Maresciallo Tito. La perdita della cittadinanza italiana, l’adesione coatta al regime comunista, la manifesta volontà epuratrice del regime titino, mescolate a una crescente clima sociale antitaliano legato alla volontà di “slavizzare” molto rapidamente quei nuovi territori entrati a fare parte dello stato comunista – con procedure molto simili a quelle utilizzate  negli stessi luoghi dal fascismo italiano negli anni Venti –  spinse molti italiani ad abbandonate le loro case, le loro proprietà,  che vennero immediatamente confiscate,  e riparare in Italia: se ne andarono circa 250/300 mila persone e oggi gli italiani rimasi soprattutto in Istria sono poco più di 20.000.

Il dramma nel dramma è che ne andarono con il marchio di fascisti, e con lo stesso marchio vennero accolti da più parti anche in Italia, soprattutto dal Pci, che li condannò per non aver aderito al sogno del socialismo reale e di essere portatori di una ideologia nazionalista e reazionaria. Su questi italiani “a metà” soggetti a numerose tribolazioni, venne poi steso un velo di oblio, che solo di recente è stato parzialmente squarciato. Le foibe e l’esodo chiamano dunque in causa un giudizio sul comunismo e sui meccanismi di potere che lo hanno caratterizzato, che non può essere celato dietro il paravento dell’antifascismo e dei crimini del regime in quel martoriato confine; nè tanto meno la lotta contro la destra, allora come oggi, non può essere condotta in nome di quei frusti ideale tragicamente smentiti dalla storia. Ricordare quei morti è possibile se si tiene insieme in una sintesi culturalmente avanzata antifascismo e anticomunismo.

Alberto De Bernardi. Professore dell’Università di Bologna, dove ha insegnato Storia contemporanea e Storia Globale. È stato direttore scientifico e poi vicepresidente dell'Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia. Ha fondato e diretto le riviste “Società e Storia”, “I Viaggi di Erodoto”, “I democratici”, “Storicamente”. E’ presidente di REFAT, la Rete internazionale per lo studio del fascismo, autoritarismo, totalitarismo e transizioni verso la democrazia. Tra le ultime pubblicazioni: Un paese in bilico. L’Italia negli ultimi trent’anni (Laterza, 2014), Fascismo e antifascismo. Storia, memoria, culture politiche (Donzelli, 2018), Il paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (Donzelli, 2019).

Un coro di voci autorevoli per capire esodo e foibe. Matteo Sacchi il 10 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Pronto il podcast in 36 interventi dove studiosi e giornalisti ricostruiscono la tragedia storica.

Quest'anno per il giorno del ricordo, pensato per rendere condivisa la memoria dei massacri delle foibe e l'esodo giuliano dalmata, arriva uno strumento davvero importante per far in modo che la storia di quei terribili avvenimenti diventi accessibile e comprensibile a tutti. Si tratta di un progetto chiamato La lunga storia del Confine Orientale. Le relazioni politico-culturali tra l'Italia e gli Stati rivieraschi dell'Adriatico nell'Ottocento e nel Novecento. Consiste in un podcast con una serie di interventi, realizzati da alcuni dei più importanti studiosi ed intellettuali che si sono occupati del tema, e rende disponibile in pillole audio la Storia lunghissima che, purtroppo, a portato ad una delle più violente pulizie etniche mai subite dagli italiani. Consente, anche, di inserire l'atroce vicenda in quel percorso, complesso e carsico, che poi è nuovamente esploso nella guerra civile jugoslava degli anni Novanta. Ma non solo, evitando di ridurre la storia degli italiani di Dalmazia e d'Istria al momento dell'esodo, regala all'ascoltatore un quadro completo di quel mondo complesso che è stato l'Adriatico, un mare che ha unito e diviso i popoli e le culture.

A curare l'iniziativa è stata la Federazione delle Associazioni degli Esuli Fiumani, Giuliani e Dalmati, che ha operato in collaborazione con la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice. Per creare una memoria condivisa, onesta e chiara, sono stati realizzati trentasei audio che, da oggi, saranno disponibili gratuitamente sulle principali piattaforme di ascolto a partire da Spotify, che consentono di approfondire un singolo argomento -spaziando da La cultura veneta in Adriatico a Il silenzio sulle foibe e sull'esodo passando per La questione del confine italo-jugoslavo alla Conferenza della Pace di Parigi- oppure seguire tutto il percorso. Il che equivale, quasi, a fare un piccolo corso universitario dove tra gli altri professori e storici si possono ascoltare: Massimo de Leonardis, Giuseppe de Vergottini, Gianni Oliva, Giuseppe Parlato, Raoul Pupo, Davide Rossi, Andrea Ungari, Luciano Violante. Ci sono anche contributi giornalistici come il brano di Giampaolo Pansa (1935-2020) o quello di Nicola Porro che si è assunto il compito di spiegare proprio il perché sia così importante fare «ricordo» attraverso un podcast: «Il 2021 è stato segnato dal tornare di vecchie posizioni sulle foibe e soprattutto sull'esodo che sono tutte volte a ridurre e a giustificare... e talvolta addirittura a negare la tragedia. Si basano su una visione ideologica e prescindono completamente dalle ricerche serie fatte da storici di varia sensibilità». Come spiega ancora Porro, consentono a provocatori di varia natura di «campare di rendita pubblicitaria». Il podcast è proprio uno strumento per affrontare questa deriva «unendo la competenza di studiosi affermati con la semplicità di linguaggio».

Il risultato sono 36 interventi (di alcuni argomenti esiste una doppia versione, lunga o corta) che hanno il grandissimo pregio di creare un quadro che non si ferma al «secolo breve». Ad esempio Egidio Ivetic, professore di Storia Moderna all'università degli Studi di Padova, ricostruisce in dettaglio come a lungo l'Adriatico sia stato considerato semplicemente «il golfo» il prolungamento naturale di Venezia verso il mondo. Largo spazio è dato anche all'Ottocento dove lo sfaldamento del prestigio dell'Impero asburgico, e di questo si parla davvero poco in altri contesti, ha contribuito alla polarizzazione etnica di Istria e Dalmazia e a creare presupporti pericolosi per il secolo a seguire. Le città costiere come spiega Ester Capuzzo, della Sapienza di Roma, restano prevalentemente italiane e con un'aspirazione moderna e borghese che guarda verso Trieste; l'entroterra invece prende sempre più caratteristiche nazionaliste croate e slovene. Si iniziano a creare fratture che nessuno saprà sanare, discussioni sulla lingua si trasformano in tensioni che da Vienna non erano in grado di gestire. Già nel 1907 alle elezioni la contrapposizione nazionale prevaleva su altre divisioni politiche. Non si nascondono nemmeno le colpe dell'Italia fascista come spiega Massimo Bucarelli in l'Italia Fascista e la Jugoslavia. L'Italia fu ondivaga nel passare da rivendicazioni nazionaliste alla collaborazione con la Jugoslavia. Mussolini nel 1922 puntò, nonostante la propaganda, alla pacificazione spartendo Fiume, ma vide l'Italia farsi garante della Jugoslavia. O meglio un forte appoggio alla componente serba della Jugoslavia contribuendo ad aumentare la tensione tra italiani, croati e sloveni. Quindi nessuna rimozione di responsabilità comprese quelle degli italiani durante la Seconda guerra mondiale.

Responsabilità che però non possono in nessun modo sminuire la violenza subita dagli italiani. Come spiega bene Gianni Oliva che punta il dito soprattutto sul lungo omertoso disinteresse che è stato una seconda e tremenda violenza sulle vittime, sia sui morti che sui costretti alla fuga, perdendo tutto, a partire dall'identità: «Perché ancora oggi il tema stenta ad entrare nella coscienza collettiva e nazionale? Questo dipende da tre silenzi». Quali quello internazionale che non vuole irritare Tito che si è allontanato da Mosca. Poi c'è «un silenzio di partito» che riguarda soprattutto il Comunismo italiano che sapeva benissimo di aver appoggiato, lo ordinò chiaramente Togliatti, l'occupazione jugoslava, e sapeva che c'era stato un atteggiamento di fiancheggiamento attivo da parte di comunisti italiani alle violenze e agli eccidi. E poi c'è stato un silenzio diplomatico di Stato: mirava a minimizzare la sconfitta e a rappresentare l'Italia in maniera «partigiana» e «resistente» per non dover fare i conti col passato. Anche passando sulla pelle degli esuli, evitando tensioni e recriminazioni sulla vecchia Italia mussoliniana.

Gli anni però sono passati ed è tempo di riflettere compiutamente su tutta la vicenda per giungere ad una memoria reale e condivisa. Che non può nascere dalla cancellazione dei fatti o dal continuare ad applicare pezze ideologiche per nascondere la violenza titina. Questo podcast aiuta ad andare oltre, per creare una coscienza nuova (molto bello l'intervento di Davide Rossi che delinea la situazione contemporanea). Se lo si fosse fatto prima si sarebbe forse potuto gestire diversamente anche il disastro della dissoluzione violenta della Jugoslavia. 

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco. 

Foibe: le vittime della realpolitik. Il silenzio degli ignavi italiani sotto il giogo occidentale. Il comunista dittatore sanguinario Tito per battere il comunista dittatore sanguinario Stalin.

Che cosa furono i massacri delle foibe. Luciano Garibaldi il 10 febbraio 2022 su Focus.it

I massacri delle foibe e l'esodo dalmata-giuliano sono una pagina di Storia che per molti anni l'Italia ha voluto dimenticare: ospitiamo l'intervento di Luciano Garibaldi, classe 1936, storico e giornalista, che racconta i sanguinosi eventi che seguirono la fine della seconda guerra mondiale.

Nel 2005 gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il Giorno del Ricordo, in memoria dei quasi ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all'esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.

Per questo motivo proviamo a ricostruire quegli eventi drammatici, e a capire come mai questa tragedia è stata confinata nel regno dell'oblio per quasi sessant'anni.

LA FINE DELLA GUERRA. Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l'Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell'8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.

Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l'Italia, il crollo dell'esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia). 

LA VENDETTA DI TITO. Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia "Tito", che avevano finalmente sconfitto i famigerati "ustascia" (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati "domobranzi", che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell'Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell'armistizio, l'8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell'intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un'italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime - siamo ancora alla fine del 1943 - i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. 

Durante il fascismo l'italianizzazione della Dalmazia e della Venezia Giulia venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti aventi forza di legge, come l'italianizzazione della toponomastica e dei nomi propri, e la chiusura delle scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia - di fatto annesse al Terzo Reich - senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d'Istria (dove c'erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all'Isonzo.

IL FRENO DEI NAZISTI. Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi, che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l'OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L'obiettivo era l'occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l'esercito jugoslavo occupò l'Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal '43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della Prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI. Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l'eroe della battaglia di Cassino, appartenente all'Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l'Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste. 

La Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi, che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver "preso" Trieste. La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

I NUMERI DELLE VITTIME. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» e indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani - nel periodo tra il 1943 e il 1947 - furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila. 

COME SI MORIVA NELLE FOIBE. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l'un l'altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell'abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL'ISTRIA. A Fiume, l'orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l'Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale - come dichiarò Churchill - erano legate le sorti dell'Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l'Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L'Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica.

In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all'Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell'Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all'attuale confine, che sembrava anche l'opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Il dramma delle terre italiane dell'Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l'Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all'Istria e a parte della provincia di Gorizia.

L'ESODO. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l'accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l'esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada e negli Stati Uniti.

INTERESSE POLITICO IN ATTI D'UFFICIO. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che - favorevoli alla Jugoslavia - minimizzarono la portata della diaspora.

Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l'Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall'Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all'opinione pubblica la drammaticità della situazione minimizzò la portata del problema.

Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c'era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano "propaganda reazionaria".

IL GIORNO DEL RICORDO. Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell'oblio per quasi sessant'anni? Tanti, infatti, ne erano passati tra quel quadriennio 1943-47, che vide realizzarsi l'orrore delle foibe, e l'auspicato 2004, quando il Parlamento approvò la "legge Menia" (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l'aveva proposta) sulla istituzione del "Giorno del Ricordo".

La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall'altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l'autoestinzione del comunismo sovietico) che nell'impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.

Il 3 novembre 1991 l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant'anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo, interpretata fra gli altri da Beppe Fiorello. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l'11 febbraio 1993.

Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia Giulia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Luciano Garibaldi

Alla tragedia delle foibe, l'autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, ha dedicato, assieme a Rossana Mondoni, quattro libri editi dalle edizioni Solfanelli: Venti di bufera sul confine orientale, Nel nome di Norma, dedicato al ricordo di Norma Cossetto, studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa, Il testamento di Licia, approfondito dialogo con la sorella di Norma Cossetto, e Foibe, un conto aperto.

Giornata del Ricordo. Foibe, stragi, esodo: quale ruolo ebbero i comunisti nostrani? Giovanni Marizza su loccidentale.it il 10 febbraio 2009

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.

Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe”, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.

“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè - rispose -, l’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano…”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.

Ma - fatto ignoto ai più - oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.

Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo”. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.

Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro.

Tito e le vittime della realpolitik. Da Andrea Zannini, docente di Storia Moderna all’Università del Friuli, su ilfriuli.it il 22 novembre 2020.

Trattato di Osimo. Fu firmato 45 anni fa, il 10 novembre 1975, e pose una lapide sulla ‘questione Trieste’. Il confine orientale era stato già disegnato dall’opportunismo degli Alleati per la Jugoslavia in rotta con l’Urss stalinista. 

Quarantacinque anni fa il Trattato di Osimo, vicino ad Ancona, segnò la fine della ‘questione di Trieste’, che nell’immediato dopoguerra aveva rappresentato il simbolo della Guerra Fredda e che per qualche giorno nel maggio 1945 aveva addirittura dato l’impressione di poter condurre a una Terza guerra mondiale. 

L’arrivo a Trieste il 1° maggio 1945 degli Alleati, cioè, per prime, delle truppe dell’Esercito di Liberazione jugoslavo, si era trasformato in un’occupazione che mirava all’annessione di larga parte della Venezia Giulia. Grazie alla pressione degli Alleati occidentali, gli jugoslavi si ritirarono tuttavia dalla città dopo quaranta giorni e nel 1947, in attuazione del Trattato di pace, fu creato il Territorio Libero di Trieste, diviso in una zona A sotto il controllo alleato che andava da Duino a Muggia e una zona B sotto il controllo jugoslavo che si estendeva a sud di questa fino a Cittanova. 

Il consolidamento del regime jugoslavo ebbe luogo anche attraverso una gigantesca epurazione che, oltre a regolare i conti di una guerra spietata, aveva la finalità di evitare il crearsi di nuclei di resistenza: tra Istria e Venezia Giulia furono inviati nei campi di concentramento, fucilati e fatti sparire nelle foibe circa 10mila sloveni Domombranzi e 60mila tra i croati Ustascia, quindi collaborazionisti dei nazisti, e alcune migliaia di italiani. Decine di migliaia di famiglie italiane, originarie delle aree italofone dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, abbandonarono i loro averi e le loro case, dando vita a quell’esodo che si sarebbe concluso solo alla fine degli Anni ’50. 

Il silenzio che avrebbe circondato l’esodo giuliano-dalmata era tuttavia dovuto al fatto che, da pericoloso invasore delle terre irredente, Tito si era nel frattempo trasformato in un prezioso alleato della Nato e dell’Occidente democratico. Nel 1948, infatti, Stalin aveva espulso la Jugoslavia dal Cominform, l’organizzazione internazionale che riuniva i partiti comunisti, perché colpevole di errori e deviazioni ideologiche: in realtà, per via di una politica estera autonoma nei Balcani. Gli americani, che avevano grandemente contribuito alla vittoria elettorale della Democrazia Cristiana italiana nel 1948, allargarono gli aiuti al regime titino e misero la sordina alla questione confinaria italiana. 

Dagli Anni ’50 l’interesse del maresciallo Tito si spostò, con considerevole intuito politico, verso i Paesi in via di decolonizzazione, per evitare che cadessero nella logica della contrapposizione Usa-Urss. Si fece così promotore dell’organizzazione dei ‘Paesi non allineati’, legittimandosi come alternativo a entrambi i blocchi. Il suo interesse per la questione di Trieste era ormai scemato, né premeva ai governi Dc italiani insistere sulle questioni di confine, vista anche la situazione sempre più delicata dell’Alto Adige, che sarebbe di lì a pochissimo sfociata nella ‘stagione degli attentati’. Il Memorandum di Londra del 1954 assegnò la Zona A e la Zona B a Italia e Jugoslavia che le controllavano già e il Trattato di Osimo del 1975 fu solo il sigillo diplomatico di una situazione che si era stabilizzata da tempo. Il Trattato fu firmato per l’Italia da Mariano Rumor, Ministro degli Affari esteri del governo Moro IV. 

Andrea Zannini, docente di Storia Moderna all’Università del Friuli

Josip Broz Tito, il comunista più crudele di Stalin. Le vicende dell'uomo che diresse la storia jugoslava dalla Seconda Guerra Mondiale al 1980, anno della morte e dell'inizio del disfacimento della sua opera. Luciano Atticciati (novembre 2013) su storico.org.

Gli Slavi Meridionali, che per un certo periodo vissero nello Stato unitario jugoslavo, costituivano una realtà complessa. Da un punto di vista strettamente linguistico, Croati, Serbi, Bosniaci e Montenegrini costituiscono qualcosa di omogeneo, diversi sono i Macedoni affini ai Bulgari e gli Sloveni affini agli Slovacchi. Più rilevanti sono le differenze religiose, essendo presenti Cattolici, ortodossi e musulmani, e nell’uso della scrittura, essendo presente sia l’alfabeto latino che quello cirillico. Sloveni e Croati, erano vissuti per un lungo periodo sotto l’Impero Asburgico, e in quanto prevalentemente Cattolici erano più orientati verso il mondo occidentale. Serbi e Macedoni erano invece vissuti sotto il più autoritario Stato Ottomano in un maggiore isolamento. Nell’Ottocento l’intera regione balcanica si affrancò dall’Impero Turco, ma a causa degli incerti confini etnico-linguistici, le dispute territoriali furono continue, e con esse un certo timore verso la supremazia della Serbia. Con i trattati successivi alla Prima Guerra Mondiale si formò lo Stato unitario jugoslavo sotto la dinastia serba di Karadordevic, ma la vita politica del Paese fu pesantemente tormentata dai contrasti fra Serbi e Croati, sebbene in alcuni momenti proprio la Corona cercasse di attenuare lo scontro. Dopo l’invasione italo-tedesca della Jugoslavia nel 1941, i massacri fra gruppi etnici divennero continui, in particolare da parte degli Ustascia, un movimento ultra nazionalista, filo fascista e successivamente filo nazista, che si ritiene abbia provocato la morte di 500.000 Serbi (incluso un certo numero di Ebrei e rom), l’espulsione di 250.000 non Croati e la conversione forzata al Cattolicesimo di un numero simile di Jugoslavi. Meno documentati sono i massacri compiuti dai Serbi, che ammonterebbero comunque a circa 100.000 persone. Interessante notare che meno di un quarto dei morti jugoslavi nel corso della Seconda Guerra Mondiale (1.400.000) sono da attribuire alla guerra di invasione italo-tedesca, la restante parte fu dovuta ai conflitti etnici e ai conflitti fra anticomunisti e titoini.

La Bosnia nel 1943 venne occupata dai comunisti titoini che progressivamente divennero la principale forza del Paese, per un certo periodo si contrapposero quindi tre grandi gruppi politici, gli Ustascia destinati rapidamente a scomparire, i cetnici (Serbi filo monarchici) e i comunisti di Tito. Le violenze subite dai cetnici spinsero questi verso un atteggiamento non belligerante verso i Tedeschi, gli Angloamericani si orientarono quindi verso il sostegno ai comunisti. Tale politica poteva apparire sotto il profilo politico poco congruente, del resto anche in Vietnam gli Americani avevano appoggiato i comunisti di Ho Chi Minh contro i Giapponesi. A Yalta comunque, gli Angloamericani tentarono di stabilire una convivenza fra comunisti e monarchici, ovviamente difficilissima da realizzare essendo i rapporti di forza ormai compromessi. Si è dibattuto se la liberazione della Jugoslavia sia avvenuta attraverso l’intervento dell’Armata Rossa o se sia stata un fenomeno dovuto unicamente alle forze jugoslave, gli storici propendono per una compartecipazione di entrambi.

Il Partito Comunista Jugoslavo, diversamente da altri movimenti simili negli altri Paesi dell’Est, aveva una sua base di consenso (12% circa nelle elezioni del 1920), ma si presentava orientato su posizioni decisamente estremiste. Nel 1921 organizzò un attentato (non riuscito) contro il Re e successivamente l’assassinio del Ministro degli Interni, il democratico Milorad Draskovic. Negli anni successivi il partito, fortemente gerarchicizzato come tutti i partiti comunisti dell’epoca, vide degli scontri interni fra sostenitori del primato contadino e primato operaio, sulla questione etnica, nonché fra puristi rivoluzionari e sostenitori di un’alleanza con i socialisti. In maniera piuttosto improvvisa si affermò nel 1928 il Croato Josip Broz, all’epoca sindacalista filo stalinista che aveva per diversi periodi soggiornato a Mosca. Il nuovo leader continuò la politica terrorista e la pratica della soppressione dei dissidenti interni, in particolare è da ricordare l’uccisione nel 1937 del segretario generale del KPJ Milan Gorkic su ordine di Mosca; nonostante le ingenti sovvenzioni economiche sovietiche il partito vide comunque in quegli anni ridurre sensibilmente la sua area di consenso. Su tali questioni, molto interessante appare il lavoro di William Klinger sulla storia dell’Ozna, che attraverso una ricca documentazione mette in luce anche i legami fra il Partito Comunista Italiano e quello jugoslavo.

Nel corso dell’occupazione italo-tedesca, i gruppi partigiani titoini occuparono diversi territori dove si stabilirono delle istituzioni nominalmente espressione della volontà della popolazione locale, ma nelle quali i cittadini erano soggetti a una disciplina rigidissima con la eliminazione fisica di chiunque non l’accettasse, mentre i contadini ritenuti ricchi vennero considerati alla stregua dei kulaki russi. I terribili scontri etnici di cui abbiamo detto, spinsero comunque i bosniaci ad accettare la protezione dei comunisti, come in Russia nel periodo peggiore dell’attacco tedesco, in alcuni periodi venne messa da parte la questione ideologica e la punizione dei nemici del popolo, per mettere in risalto la lotta dei popoli jugoslavi uniti contro gli invasori.

La questione etnica risultò sicuramente rilevante. Già nel 1943 i comunisti jugoslavi tentarono di sottomettere i gruppi comunisti locali, italiani, greci, bulgari e albanesi anticipando in qualche modo le successive mire annessionistiche su territori di questi Paesi. Venne creato un sistema di potere «concentrico», il Fronte Popolare che raccoglieva i partiti anti fascisti con scarsa autonomia, il Partito Comunista Jugoslavo e l’Ozna, un selezionato apparato che comprendeva una polizia politica che controllava rigidamente il tutto.

Nell’estate del ’44 la Serbia venne definitivamente liberata (o occupata, secondo i punti di vista) dalle milizie titoine, iniziarono immediatamente le schedature di massa, le persecuzioni politiche e quelle contro gli appartenenti alla classe borghese nonché delle minoranze tedesche, ungheresi e albanesi sebbene queste ultime non avessero compiuto alcun atto ostile contro il Paese Jugoslavo. Nella sola Serbia il numero delle vittime è calcolato fra 30.000 e 150.000. Risulta fosse metodico il ricorso alla tortura degli arrestati, mentre i Sovietici si impegnavano anch’essi in un’opera di repressione parallela contro chiunque potesse essere considerato ostile. Nei mesi successivi alla fine del Conflitto (maggio-agosto ’45) a Zagabria vennero uccisi 15.000 oppositori, la maggior parte anti fascisti ritenuti filo occidentali fra i quali gli esponenti del partito contadino croato orientato a sinistra. Sempre secondo gli studi di Klinger, anche in Kosovo e Macedonia i massacri dei comunisti provocarono migliaia di vittime. Qualcosa del genere avvenne anche negli altri Paesi dell’Est occupati dai Sovietici, in particolare in Polonia dove i capi della Resistenza vennero arrestati e giustiziati prima della fine del Conflitto.

Ampiamente documentati sono i massacri di Croati, Sloveni e cetnici (collaborazionisti o sospettati tali) arresisi in Austria a Bleiburg agli Inglesi e immediatamente riconsegnati agli inseguitori comunisti. I prigionieri furono costretti a marce forzate a rientrare in patria. Fosse comuni furono ritrovate in Austria e Slovenia, dove si ritiene vennero uccisi 50.000 militari e 30.000 civili, molti dei quali torturati. Altri importanti massacri si ebbero a Backa nella Vojvodina (Banato), regione a Nord della Serbia abitata in maggioranza da Ungheresi con importanti minoranze tedesche e serbe. Negli ultimi mesi del Conflitto circa la metà di questi fuggirono dalla regione, per gli altri si aprì un periodo terribile. Le popolazioni di interi villaggi vennero massacrate, mentre la quasi totalità della restante popolazione tedesca finì nei campi di lavoro forzato. Le stime delle vittime fra i tre gruppi etnici vanno da 60.000 a 170.000. Ai massacri e agli stupri di massa seguì nel periodo successivo la pulizia etnica della regione con espulsioni di massa. Tali eventi hanno trovato successivamente conferma nella documentazione raccolta dalla Commissione di Stato di Belgrado sulle fosse comuni nel 2009.

Le stesse fonti jugoslave non celavano la loro azione. Dal 1945 al 1951, 3.777.776 cittadini jugoslavi (più di un quarto dell’intera popolazione jugoslava) transitarono nelle carceri del Paese, e 568.000 furono quelli eliminati fisicamente. Lo studioso americano Rudholph Rummel ritiene che oltre 1.072.000 Jugoslavi siano stati uccisi tra il 1944 ed il 1987, fra i quali molti esponenti del clero e numerosi internati nei campi di concentramento a causa di sevizie. Particolarmente colpita fu la comunità italiana, a guerra finita venne occupata Trieste per oltre un mese, si ritiene che circa 10.000 furono gli Italiani uccisi nelle foibe o morti nei campi di concentramento. Molti dei giustiziati non erano fascisti ma persone estranee alla politica, in genere appartenenti alla classe media o anche anti fascisti che non intendevano tradire il loro Paese. Secondo alcuni gli Italiani uccisi furono vittime della «rabbia popolare», ma in realtà vennero eliminati in maniera organizzata su disposizioni prese dall’alto. A tali persecuzioni parteciparono anche gruppi di comunisti italiani inquadrati nelle milizie titoine con l’avvallo sostanziale di Togliatti. Interessante notare è che le persecuzioni sia pure in forma ridotta continuarono negli anni e nei decenni successivi, e secondo gli studiosi Tomislav Sunic e Nikola Stedul numerosi intellettuali furono uccisi all’estero dove erano emigrati.

Come in tutti i Paesi Comunisti dell’epoca le prime misure del Governo furono la nazionalizzazione di tutte le attività economiche, anche di quelle a livello artigianale e la cosiddetta riforma agraria, con la istituzione delle cooperative obbligatorie con poteri riservati alle autorità e pesanti prelievi obbligatori da parte dello Stato; per un certo periodo si arrivò alla collettivizzazione forzata con i contadini privati di ogni diritto e di ogni bene. L’economia riprese il modello di sviluppo staliniano con i piani quinquennali finalizzati a progetti grandiosi e la concentrazione degli investimenti nell’industria pesante. La durezza dei provvedimenti economici portò il Paese sull’orlo della carestia, situazione che perdurò fino al 1950. L’11 novembre 1945 si tennero le elezioni che conferirono il 96% dei voti al Fronte Popolare. Tito divenne oggetto di un culto della personalità, diversamente da altri leader comunisti ebbe una vita sentimentale molto attiva, frequentava il jet set internazionale e non nascondeva il suo amore per il lusso, gli yacht e le ville di prestigio. Come nei Paesi Comunisti Asiatici si parlava della creazione dell’«uomo nuovo», un cittadino con uno stile di vita conformista e ovviamente disciplinato.

La politica estera jugoslava fu particolarmente attiva, Tito non ritenendosi sottoposto a Stalin come gli altri leader comunisti avanzò molte pretese territoriali: Venezia Giulia italiana, Carinzia austriaca, territori bulgari, greci e albanesi. Perseguitò gli Albanesi del Kosovo, tentò di sottomettere l’Albania con l’invio di truppe in quel Paese (per difesa da un ipotetico attacco greco) e di istituire una federazione balcanica in cui la Jugoslavia avrebbe avuto una posizione di preminenza. Tale politica ritenuta troppo attiva lo portò in duro contrasto con Stalin che riteneva il Paese fragile e sul quale pendevano accordi economici vessatori favorevoli ai Sovietici. Per alcuni anni l’accusa di titoismo divenne l’equivalente di quella di trotzkismo degli anni precedenti e portò all’eliminazione di importanti dirigenti comunisti (particolarmente quelli che avevano combattuto nella Resistenza) in tutti i Paesi dell’Europa Orientale. Numerosi furono anche gli scontri di frontiera, ma il leader comunista resistette anche grazie all’aiuto dei Paesi Occidentali. Il contrasto all’interno del mondo comunista portò nello Stato Jugoslavo all’uccisione e all’internamento di migliaia di comunisti ritenuti per qualche motivo vicini a Stalin. Il trattamento degli internati nei campi di concentramento risultò più crudele di quello riservato ai deportati nei lager di Russia e Germania con lavoro coatto, violenze di vario tipo e il ricorso a tecniche di distruzione della personalità.

Una volta espulsa la Jugoslavia dalla organizzazione dei Paesi Comunisti, Tito diede vita al movimento dei Paesi non allineati che raggruppava un vasto numero di Paesi Afroasiatici, anche se al loro interno non mancavano forti tensioni e sul piano pratico l’organizzazione non producesse risultati. Negli anni successivi si ebbero ancora persecuzioni e provvedimenti restrittivi nei confronti di compagni di partito non allineati, comunque prevalse una certa moderazione, vennero allentate le misure durissime nel settore economico e si introdusse la cosiddetta autogestione operaia anche se costituì più un proclama che una istituzione reale. Nel 1953 venne reintrodotta la piccola proprietà terriera, nel 1954 l’accordo con l’Italia sui confini, nel 1965 venne ampliata la produzione dei beni di consumo e nel 1975 venne concessa una maggiore autonomia alle Repubbliche. Il processo di «destalinizzazione» non fu lineare e non mancarono ritorni al vecchio dogmatismo, morto Tito nel 1980 il Paese iniziò il processo di tragica disgregazione.

Foibe, Pietro Senaldi: la solita sinistra che oltraggia infoibati ed esuli. Chi ha la coscienza sporca. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano l'11 febbraio 2022

Scusate se siamo italiani, scusate se siamo stati crocifissi, annegati, massacrati e infoibati da dei criminali comunisti, scusate se dopo quasi ottant' anni ancora soffriamo per la pulizia etnica di cui siamo stati vittime, scusate se vi disturbiamo e chiediamo che non continuiate tenerci fuori dalla memoria collettiva del Paese, scusate se siamo stanchi di essere cancellati in nome del compromesso storico e del consociativismo che ha retto la prima Repubblica e che, nella seconda, sopravvive solo ai nostri danni. Ieri si commemoravano il genocidio e l'esodo giuliano-dalmata, 350mila esuli e quasi ventimila vittime della furia titina.

La Giornata del Ricordo è stata istituita nel 2005, con sessant' anni di ritardo, grazie alla strenua battaglia dell'allora parlamentare di Alleanza Nazionale Roberto Menia, figlio di una profuga istriana. Ma non è stata una giornata di degno ricordo, perché i perseguitati sono stati oltraggiati ancora una volta, anziché onorati. E la ragione è che, ancora una volta, la pietà umana è stata sacrificata al politicamente scorretto, al tentativo di coprire la verità, ovverosia che gli infoibati sono vittime della furia comunista, che li ha massacrati e ne ha confiscato le proprietà, e dell'ideologia della sinistra nostrana, che dopo ha cercato a lungo di tenere nascosto o minimizzare l'eccidio perpetrato dai compagni titini e oggi, che non può più negarlo, nasconde le sue mani sporche di sangue.

Che delusione, il discorso del presidente Mattarella dedicato alla ricorrenza. Se l'è presa con i nazisti, i fascisti che scatenarono la guerra e i nazionalismi in genere, ma non ha ricordato che comunisti erano gli assassini jugoslavi e comunisti erano gli italiani che li hanno protetti e giustificati. Neppure ha ricordato, tantomeno chiesto scusa, per quell'Italia cattocomunista, di don Camillo e Peppone, che sapeva avere anche un volto cinico e spietato. Il nostro Paese trattò i profughi come appestati anziché come connazionali, dimenticando che chi scelse l'esilio e abbandonò casa propria, lo fece per restare libero anziché assoggettarsi al regime di Tito, fidandosi della democrazia e della solidarietà della madrepatria, che invece gliele negò.

Ma il capo dello Stato è in cattiva compagnia. Anche il sindaco Sala si è scordato di citare gli assassini, quasi gli istriani si siano infoibati da soli. Con lui, Letta, che si è limitato a evocare «una partecipazione corale al giorno del ricordo»; Fico, che se l'è cavata parlando di «terribile dramma e pagina tragica»; Calenda, che ha alluso a vaghi «orrori della storia». Sempre meglio comunque della solita Boldrini, la quale ci ha catechizzato spiegando che «il giorno del ricordo non deve avere un'appartenenza ideologica», quando invece fu un eccidio politico, che i suoi progenitori rossi perdonarono perché Tito era un comunista, e intelligente al punto dal prendere le distanze da Mosca, guadagnandosi perciò anche il plauso e l'assoluzione della Dc. Menia si consoli. Battersi per il Giorno del Ricordo è comunque servito: in dieci anni sono raddoppiati gli italiani che almeno sanno che ci sono state le foibe, capitolo ignorato dal 60% della popolazione solo nel 2012.

Oggi invece tre cittadini su quattro conoscono l'eccidio e ritengono giusto celebrarlo, e uno su due vorrebbe che la giornata fosse maggiormente enfatizzata. Questo significa che il sacrificio dei patrioti istriani, che lasciarono tutto per l'Italia e la libertà, sta entrando nelle teste e nei cuori di tutf ti, e le cose potranno solo migliorare. Ma è triste vedere che l'Europa, dove siedono anche Slovenia e Croazia, le nazioni che ci hanno depredato, è molto più avanti di noi. Mercoledì la presidente dell'Europarlamento, la maltese Roberta Metsola, ha definito l'eccidio istriano «un dramma europeo» e, su iniziativa dell'europarlamentare Carlo Fidanza, di Fdi, si sono organizzati incontri per ricordare quanto avvenne, mettendo in giusta evidenza le responsabilità dei partigiani comunisti. In Italia invece, il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, è stato costretto a scusarsi per una circolaredel suo ufficio che ha paragonato l'Olocausto istriano a quello degli ebrei, suscitando le ire delle associazioni partigiane nostrane. 

Figuraccia. Anche quello giuliano-dalmata fu un Olocausto e continuare a sminuirlo, per nascondere le colpe di chilo commise è negazionismo. Come è negazionismo non dire chiaramente che gli istriani non furono uccisi dalla furia umana o dalla furia totalitarista, ma da bande criminali di comunisti partigiani che perseguivano un progetto politico di pulizia etnica e ideologica e che avevano complici in Italia, i quali che hanno steso un velo sui massacri e poi hanno infierito sui superstiti che avevano cercato riparo da noi, illudendosi di trovarsi tra connazionali. 

Foibe, vendetta dell'Anpi sul dirigente "scomodo". Gian Micalessin il 12 Febbraio 2022 su Il Giornale.

La vera colpa di Versari? Aver organizzato nella rossa Toscana seminari sull'eccidio degli italiani. Quella dell'Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) non è stata una polemica, ma un cinico regolamento di colpi. Una vendetta studiata a tavolino per colpire e affondare Stefano Versari, un capo dipartimento del ministero dell'Istruzione colpevole di aver realizzato il dettato della legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Un dettato che invita, come ha fatto Versari, a sensibilizzare insegnanti e alunni alla commemorazione delle foibe e dell'esodo attraverso incontri con storici qualificati e associazioni degli esuli. Ma l'impegno su quel tema in un paese, e in una scuola, dove il negazionismo di sinistra è ancora assai diffuso può rivelarsi un esercizio pericoloso. Ed infatti la circolare con cui Versari invitava gli istituti scolastici a non sottovalutare l'importanza del Giorno del Ricordo, sottolineando come l'eccidio degli italiani fosse stato preceduto dal genocidio degli ebrei, ha scatenato la più bieca e immotivata delle rappresaglie.

L'innocente circolare è stata immediatamente messa all'indice da un comunicato dell'Anpi che la definiva «storicamente aberrante e inaccettabile» in quanto colpevole di equiparare il genocidio degli ebrei e i massacri degli italiani. Ora è evidente che in quella circolare non c'era nulla di moralmente riprovevole o storicamente inaccettabile. La contestazione «partigiana» puntava soltanto a trasformare Versari in un bersaglio esponendolo ad una di quelle gogne tanto care alla sinistra. Ma qual'è l'origine di tanta acredine? Per capirlo bisogna andare in quella Siena dove l'8 e il 9 febbraio scorsi si svolgono due convegni di orientamento decisamente opposto. Da una parte quello semi-deserto e d'impostazione chiaramente negazionista organizzato dal rettore per l'Università degli stranieri Tomaso Montanari in cui si avvalora l'ipotesi che l'istituzione del Giorno del Ricordo risponda ad un «uso politico della memoria» e sia frutto del «revanscismo fascista». Dall'altra quello, assai più equilibrato e qualificato, organizzato da Versari per conto del ministero e d'intesa con le «Associazioni degli esuli istriani fiumani e dalmati». Un convegno in cui settanta docenti e studenti di tutta la Toscana hanno ascoltato il parere di studiosi, storici e professori come Raoul Pupo, Gianni Oliva e Davide Rossi considerati vere autorità in tema di foibe ed esodo. Quel convegno, come gli altri organizzati in precedenza da Versari, rappresenta un'autentica stilettata al cuore per i negazionisti che ancora si annidano nelle sedi dell'Anpi e nella scuola italiana.

«Per i negazionisti, pronti a sfruttare l'ancora diffusa ignoranza sull'argomento, convegni come quello di Siena, a cui Versari ha presenziato personalmente, rappresentano un formidabile minaccia perché trasformano gli insegnanti in una catena di trasmissione della conoscenza capace, in seguito, di formare centinaia di studenti. Per questo Versari è finito nel mirino» - spiega a Il Giornale un docente presente all'incontro di Siena. Ma il lato più paradossale della vicenda è la scaltra ritirata del ministro dell'istruzione Patrizio Bianchi prontissimo a scaricare il proprio capo Dipartimento firmando una rettifica in cui sottolinea che «ogni dramma ha la sua specificità e non va confrontato con altri». Come dire che non tutti i morti sono uguali. E quelli delle foibe meno uguali di tutti gli altri.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria

Le Foibe come la Shoah: la circolare del ministero scatena la proteste. E Bianchi corregge. Valentina Santarpia su Il Corriere della Sera il 10 febbraio 2022.

Il messaggio era stato inviato alle scuole e porta la firma di un capo dipartimento. Immediata reazione dell’Anpi e intervento del ministro: «Ogni dramma ha la sua unicità».

«La categoria umana che si voleva “piegare e culturalmente nullificare” era quella degli italiani. Poco tempo prima era accaduto alla “categoria” degli ebrei». Così scrive il capo gabinetto del ministero dell’Istruzione Stefano Versari in una circolare dedicata alle Foibe nel giorno del ricordo. E in poche ore quello che voleva essere un documento contro tutte le discriminazioni si trasforma in uno strumento di potenziale scontro. Con il ministro dell’Istruzione stesso, Patrizio Bianchi, costretto a rettificare: «Ogni dramma ha la sua specificità, e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore», scrive Bianchi in un comunicato ufficiale dopo aver telefonato alla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, e al presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani (Anpi), Gianfranco Pagliarulo, ricordando che il ministro e il ministero sono da sempre fortemente impegnati, e continueranno a esserlo, nella memoria della Shoah.

Ma intanto il caso intorno al «giorno del ricordo», dedicato alla tragedia degli italiani uccisi nelle foibe e degli abitanti di Istria e Dalmazia costretti a lasciare le loro terre, era montato. Con l’Associazione nazionale partigiani che chiedeva «lumi» al ministero («Italiani come ebrei? Storicamente aberrante e inaccettabile») e le critiche dei partiti di centro sinistra. Per Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera, la circolare «è un obbrobrio storiografico e didattico. Alimentare una sorta di parificazione tra la Shoah e le Foibe è sbagliato sotto ogni profilo e sottovaluta in maniera inaccettabile le differenze profonde tra il genocidio degli ebrei e la tragica vicenda degli infoibati».

Anche il M5S boccia la circolare del Ministero dell’istruzione perché «induce in errore ed è frutto di evidente mancanza di conoscenza storica. Inoltre strizza l’occhio alla destra estrema e radicale che spesso si è avventurata nell’ardito tentativo di creare - per ragioni di propaganda - un parallelismo tra il genocidio degli ebrei e i massacri avvenuti sul confine orientale durante e alla fine della Seconda guerra mondiale».

Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra italiana, sottolinea invece che «di fronte al massacro delle Foibe e all’esodo di migliaia di vicini, frutto di un nazionalismo malato e della tragedia della guerra, serve rispetto, memoria, rigore storico. Ogni anno si ripete il solito copione della destra di questo Paese di equiparare questo massacro all’unicità della tragedia della Shoah, come se cosi si potessero edulcorare i crimini del fascismo e del nazismo in un indistinto calderone. Un’operazione cinica e strumentale che non c’entra nulla con il rispetto del dolore e con la verità storica».

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sottolinea: «Da persona che ha studiato tanto la guerra dei Balcani degli anni Novanta, dico poi che non si possono mettere nella stessa frase 6 milioni di ebrei e 8 mila musulmani». E sulla polemica politica che si apre annualmente in occasione del Giorno del Ricordo, osserva che «il risultato finale è quello di introdurre sempre paragoni o stabilire criteri di gravità maggiore o minore. Ma quando si fanno comparazioni del genere si compie un errore in origine».

Il portale dell’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), Moked.it, parla di circolare «sconcertante» rimarcando come, fermo restando il dovere di opporsi a ogni barbarie...cadere in grossolane mistificazioni» rischia «di vanificare il lungo e paziente lavoro sulla Memoria condotto anche grazie all’impegno dello stesso Ministero».

Mattarella: “Le foibe crimine orribile”. Polemiche per il paragone con la Shoah. Matteo Pucciarelli su La Repubblica l'11 febbraio 2022.  

Protestano Anpi e Ucei per la circolare del ministero alle scuole. Lite anche sul seminario di Montanari

"Il Giorno del ricordo richiama la Repubblica al raccoglimento e alla solidarietà con i familiari e i discendenti di quanti vennero uccisi con crudeltà e gettati nelle foibe, degli italiani strappati alle loro case e costretti all'esodo, di tutti coloro che al confine orientale dovettero pagare i costi umani più alti agli orrori della Seconda guerra mondiale", è cominciato così il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la ricorrenza in memoria delle foibe, una tragedia seguita alla "sciagurata guerra voluta dal fascismo e l'occupazione nazista" e che per migliaia di italiani significò subire "ostilità, repressione, terrore, esecuzioni sommarie, aggravando l'orribile succedersi di crimini contro l'umanità di cui è testimone il Novecento".

10 FEBBRAIO, IL GIORNO DEL RICORDO. Sostituzione nazionale ma non genocidio: ecco che cosa sono state davvero le foibe. GIANNI CUPERLO su Il Domani il 07 febbraio 2022

La legge che ha istituito il Giorno del ricordo è stata votata a fine marzo del 2004 per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.

Nell’eterno uso strumentale della tragedia, la tesi estrema è che le foibe sono state la prima tappa di un disegno di eliminazione violenta della presenza italiana nella penisola, destinata a divenire parte della Jugoslavia comunista.

Sappiamo oggi che non era così e che il punto stava di nuovo nella volontà di una “sostituzione nazionale”, concetto distinto e diverso dal genocidio. 

GIANNI CUPERLO. Deputato del Partito Democratico dal 2006 al 2018, attualmente è membro della Direzione Nazionale del partito. È stato l'ultimo segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana e il primo della Sinistra giovanile.

 L’INCOMPARABILE PARAGONE TRA LA SHOAH E LE FOIBE. La linea sottile tra l’uso pubblico e l’abuso politico del passato. RAOUL PUPO Il Domani il 21 Gennaio 2022.

La cosa strana è che si debba discutere seriamente, a livello professionale, di un paragone fra realtà incommensurabili, come la Shoah e le Foibe. In alcuni ambienti più radicali si è diffusa la formula della “nostra Shoah”, che ha trovato largo ascolto da parte delle forze politiche di destra, non solo estrema.

Se ne trova traccia anche nella scelta del 10 febbraio quale data per il giorno del ricordo: un’opzione questa che ha ufficializzato un orientamento diffuso nel mondo della diaspora giuliano-dalmata, ma che ha spalancato la strada a due ordini di equivoci.

RAOUL PUPO. Storico. Professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste. Tra le sue ultime pubblicazioni: Fiume città di passione (Laterza, 2018), Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza (Laterza, 2021), Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio (ediz. aggiornata, Rizzoli, 2022).

Il dopoguerra del confine orientale: fra tensioni internazionali e scontri locali. FEDERICO TENCA MONTINI su Il Domani l'8 Febbraio 2022.

La fine della Seconda guerra mondiale, con il corollario di persecuzioni politiche che assurge a rilevanza nazionale ogni 10 febbraio, non rappresentò soltanto il momento più avanzato della riscossa nazionale jugoslava, ma anche l’inizio della “questione di Trieste”.

Il generale Tito cedette e acconsentì alla spartizione del territorio conteso, la Venezia Giulia, in corrispondenza della linea tracciata dal generale William Duthie Morgan su una mappa, e che da lui prese il nome.

La situazione rimase in stallo per anni, finché il nuovo presidente americano Dwight D. Eisenhower annunciò la cessazione del Territorio libero di Trieste e avvenne la spartizione tra Italia e Jugoslavia.

Mirella Serri per “la Repubblica” il 10 febbraio 2022.

Divise dei deportati nei campi di concentramento stese a terra. L'esposizione della stella di David con sopra applicata la scritta «No Green Pass»: esibizioni simili a quelle di Perugia si sono verificate a Sesto Fiorentino e a Belluno, sempre per equiparare il Green Pass alle leggi razziali. Questo è accaduto nel Giorno della memoria. 

Ma solo poco tempo fa a stabilire un'analogia tra i provvedimenti anti-Covid e le leggi naziste è stato un assessore leghista con un post su Facebook (poi ritirato). I primi a lanciare uno sconvolgente richiamo all'equivalenza tra la normativa riguardante l'emergenza sanitaria e le leggi liberticide di Hitler e Mussolini erano stati, invece, gli ultrà di Novara che hanno sfilato con casacche a strisce e filo spinato e proclamando «Noi come gli ebrei ad Auschwitz». 

Da allora si sono moltiplicati i messaggi che suggeriscono un parallelismo tra la nostra democrazia, il nazismo e il fascismo. Il popolo dei No Vax e dei No Green Pass cerca di accreditarsi sia come l'erede delle vittime dei lager sia dei partigiani. La similitudine con il passato ha suscitato proteste ma a volte viene sottovalutata, stimata un vaneggiamento o un eccesso di folklore.

E a questo punto è lecito chiedersi: queste analogie con i prigionieri dei lager o con partigiani- eroi stabilite dal popolo dei No Vax in rivolta, oltre a essere una mancanza di rispetto verso la memoria delle vittime e dei martiri, non finiscono per incentivare sia le ragioni di coloro che sono restii a vaccinarsi ma anche forme di antisemitismo che banalizza e minimizza la Shoah, restituendocela come una dei tanti tipi di persecuzioni del secolo passato? 

Non dimentichiamo che una sia pur minoritaria parte dell'intellighenzia, degli scienziati e dei politici sta svolgendo un ruolo importante nelle varie forme di "resistenza" alle leggi anti-Covid, offrendo, a volte magari con le migliori intenzioni, supporti ideologici e culturali determinanti all'autolegittimazione del popolo No Vax.

Questo popolo ha una sua cultura e la somiglianza con gli anni Trenta del Novecento non è poi così bislacca. Solo che ha una valenza del tutto opposta a quella suggerita dalle piazze e dai "pensatori" antivaccini. Spesso si dimentica che a giustificare e ad accompagnare l'edificazione dei lager nei territori del Reich, e l'emanazione delle leggi razziali in Italia, non furono solo i politici ma anche un esteso ceto intellettuale, pronto a dare credibilità e a far diventare patrimonio collettivo le leggi varate «per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio» (parole di Himmler nel 1933, all'apertura del campo di concentramento di Dachau). 

Un discreto numero di medici, filosofi, docenti, antropologi e psichiatri aderirono al totalitarismo in Germania, in opposizione al sapere e al potere delle élite e dei governi della socialdemocrazia tedesca e in nome di una scienza nuova e alternativa. Il loro nuovo referente era "la comunità del popolo" e la scienza si doveva rinnovare in polemica contro le accademie, i seminari, gli istituti e i centri di ricerca scientifici ufficiali del Reich. Il primo tema a essere studiato fu la prevenzione delle malattie ereditarie.

Venne declinato avallando esperimenti come quello della clinica di Hadamar, dove venne praticato il programma di eutanasia dei disabili fisici e mentali che anticipò e sperimentò le tecniche dello sterminio di massa praticate durante la Shoah. Un discorso analogo vale per l'Italia dove, dopo le leggi razziali, si misero al servizio del regime non tanto i migliori docenti - molti dei quali in quanto ebrei furono anzi costretti a emigrare - ma scienziati, filosofi e pensatori che cercarono di sistematizzare nuovi discutibilissimi studi per prevenire le infezioni che minacciavano il "corpo della nazione", come il virus ebraico. 

 La storia delle teste d'uovo che si muovono in sintonia con le pulsioni "popolari" affonda quindi le sue radici nel pensiero totalitario del Novecento. Oggi di certo non ci sono i "campi" né un fiorire di tesi sulle razze superiori e inferiori. Rimane però il fatto che un manipolo di intellettuali cerca di dare basi ideologiche e culturali alla diffidenza istintiva del "popolo" delle fake news contro le élite della politica e delle scienze, e dunque contro i vaccini.

Questa riappropriazione ideologica e culturale della parola contestatrice spiega l'aggressività e la violenza che i ribelli alle norme Covid manifestano nelle piazze e nei salotti tv. Si sentono messaggeri di un nuovo verbo scientifico, ancorché privo di evidenze. E delegittimano al contempo tutto il lavoro di anni per raccontare la terribile verità della Shoah e della persecuzione antisemita. Questi «induttori di morte», come ha ben detto Umberto Galimberti, falsificano la storia del razzismo e dell'antisemitismo.

Il Ministero dell'Istruzione sulle Foibe: "Italiani come gli ebrei". Scoppia la bufera su Bianchi. Il Tempo il 10 febbraio 2022.

Un paragone azzardato e la polemica inevitabile che scatta. Fa discutere la frase scritta in un documento proveniente dal Ministero dell'Istruzione in cui si associa la persecuzione degli ebrei a quella degli italiani in Istria e Dalmazia. «Narrare la storia consente che accadimenti che hanno sconvolto intere popolazioni divengano fondamento delle comunità umane successive. Ma quale storia? Non si tratta - suggerisce Bauman - di sacralizzare, da un lato, o banalizzare, dall’altro, le deportazioni, gli orrori, i genocidi. Non se ne riduce in tal modo il portato di violenza, perché si rischia di non comprenderne le radici. Il ’Giorno del Ricordò e la conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la "categoria" umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana». È quanto si legge in un passaggio della circolare inviata da Stefano Versari, Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Ministero dell’Istruzione ai Dirigenti e ai Coordinatori didattici delle Istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione.

Nel documento, inviato con oggetto «10 febbraio 2022 "Giorno del Ricordo - Opportunità di apprendimento», il Ministero intendeva promuovere ai dirigenti scolastici le iniziative predisposte in collaborazione con le Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati «per la conoscenza storica e la riflessione critica delle complesse vicende del confine». Si legge: «...Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla »categoria« degli ebrei. Con una atroce volontà di annientamento, mai sperimentata prima nella storia dell’umanità. Pochi decenni prima ancora era toccato alla »categoria« degli Armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni novanta, vittima è stata la "categoria" dei mussulmani di Srebrenica… Non serve proseguire. Allo sconvolgimento e all’empatia per le vittime deve dunque associarsi il tentativo di riflettere sugli effetti della riduzione etica delle persone umane a "categorie", perciò stesse disumanizzate.... ». 

Il caso ha scatenato varie reazioni politiche e costretto il ministro Bianchi a chiarire. «La circolare sulla giornata del Ricordo del Ministero della Pubblica Istruzione, firmata dal capo dipartimento Stefano Versari è un obbrobrio storiografico e didattico. Alimentare una sorta di parificazione tra la Shoah e le Foibe è sbagliato sotto ogni profilo e sottovaluta in maniera inaccettabile le differenze profonde tra il genocidio degli ebrei e la tragica vicenda degli infoibati. Ci attendiamo che il Ministro Bianchi assuma i provvedimenti necessari affinchè dal Ministero non escano più simili circolari» afferma ad esempio il capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera, Federico Fornaro,

Poche ore dopo la circolare discussa, Bianchi ha pubblicato un comunicato ufficiale in cui ha rettificato quanto accaduto: «Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore». Così il Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, in merito alla nota amministrativa emanata dal Dipartimento per l’Istruzione in occasione del “Giorno del Ricordo”. Il Ministro ha telefonato alla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, e al Presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Gianfranco Pagliarulo, ricordando che il Ministro e il Ministero sono da sempre fortemente impegnati, e continueranno a esserlo, nella memoria della Shoah. Oggi pomeriggio il Ministro sarà in aula, al Senato, per celebrare con le scuole il “Giorno del Ricordo”».

(AGI il 10 febbraio 2022) "In risposta al post sull'account Twitter del Tg2 che annuncia lo Speciale sulle Foibe, accanto ad altri commenti offensivi è stato addirittura postato uno sgradevole video nel quale si intravede una persona che urina verso una cavità carsica che sembra essere una Foiba". 

Lo dichiara il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano che annuncia una querela al riguardo: "Si tratta di un gesto volgare che offende non solo il nostro lavoro ma soprattutto la memoria di questa immane tragedia nazionale".  "La memoria delle Foibe - ha aggiunto Sangiuliano - dopo un lungo oblio, è diventata memoria condivisa. Questo è un valore dell'identità comune. Noi non ci lasceremo intimidire e continueremo a raccontare con scrupolo e dedizione alla verità il dramma delle Foibe e degli esuli".

Foibe, oltraggiato il post del Tg2. Sangiuliano annuncia querele. Il Tempo il 10 febbraio 2022.

In risposta al post sull’account Twitter del Tg2 che annuncia lo Speciale sulle Foibe, accanto ad altri commenti offensivi è stato addirittura postato uno sgradevole video nel quale si intravede una persona che urina verso una cavità carsica che sembra essere una Foiba. Lo dichiara il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano che annuncia una querela al riguardo. «Si tratta di un gesto volgare che offende non solo il nostro lavoro ma soprattutto la memoria di questa immane tragedia nazionale». Sangiuliano ha aggiunto: «La memoria delle Foibe, dopo un lungo oblio, è diventata memoria condivisa. Questo è un valore dell’identità comune. Noi non ci lasceremo intimidire e continueremo a raccontare con scrupolo e dedizione alla verità il dramma delle Foibe e degli esuli». 

Foibe, lo striscione della vergogna e quella medaglia a Tito. Giorgia Meloni all'attacco. Il Tempo il 10 febbraio 2022.

Denunciare per non dimenticare. Giorgia Meloni si attiva su Twitter nel Giorno del Ricordo. «Assurdo che tutt’oggi un massacratore di italiani sia insignito di una tale onorificenza. Fdi ha presentato da tempo una proposta per mettere fine a questa vergogna. Le vittime delle Foibe meritano Rispetto e Giustizia: revocare subito la medaglia della Repubblica Italiana a Tito» scrive la leader di Fratelli d'Italia. 

Poco prima la Meloni aveva denunciato lo striscione comparso a Senigallia sulle Foibe.  «Senigallia, presidente Consiglio comunale trova il suo ufficio sbarrato da questo striscione. È triste che esistano ancora frange estreme della sinistra italiana che rimpiangono o negano gli orrori del comunismo. Ma non riusciranno più a cancellare pagine di storia» si legge nell'altro tweet della leader di Fratelli d’Italia, che posta la foto dello striscione con questa scritta: «Le foibe sono piene di bugie fasciste»

Tuscia: negazionisti delle foibe in cerca d’autore. Silvano Olmi l'8 Aprile 2022 su Culturaidentita.it.

Eric Gobetti a Viterbo? Ma anche no, ci sarebbe da rispondere. Il noto scrittore, che si autodefinisce “storico”, è l’autore di un libriccino nel quale racconta in maniera alquanto “originale” la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo di 350mila italiani dal confine orientale d’Italia.

Inoltre, lo “storico”, è noto al pubblico dei social per essersi fatto ritrarre vicino a bandiere comuniste slave e immagini di Tito, posare a favore di telecamera con il pugno chiuso e via discorrendo. Un attaccamento al mito del partigiano slavo e del cosiddetto esercito di liberazione jugoslavo, che lo hanno evidentemente spinto a pubblicare il suo libricino. Una sorta di “bignami”, pubblicato da una casa editrice della quale ricordiamo ben altri titoli e autori.

Ad organizzare la sua venuta nel capoluogo della Tuscia è l’Anpi. L’associazione dei partigiani viterbesi ha allestito una mostra documentaria, che sarà curioso andare a visitare, e organizzato un convegno con il Gobetti.

Inoltre, il programma prevede un’assemblea nell’istituto scolastico magistrale “Santa Rosa” di Viterbo e per non farsi mancare niente, una puntatina nella vicina Soriano nel Cimino.

Insomma, una presenza di peso. Capiamo l’Anpi e i vari personaggi della sinistra. Ormai orfani dei punti di riferimento storico, sballottati tra distinguo e precisazioni sulla guerra Ucraino-Russa (l’altro giorno il presidente dell’Anpi di Tarquinia si è dimesso in polemica con le posizioni prese dall’associazione partigianesca a livello nazionale mentre il Comitato 10 Febbraio, insieme al Modavi, portava 15 tonnellate di aiuti umanitari ai profughi ucraini), non trovano di meglio da fare che attaccarsi alla sempre utilizzabile “memoria storica” resistenziale. 

Inoltre, l’operazione si svolge a poche settimane dal 25 aprile. Ma a Viterbo in pochi si sono sbracciati contro questa iniziativa dell’Anpi. Infatti, la città e i politici locali sono impegnati nel comporre le liste dei candidati in vista delle elezioni comunali di giugno prossimo. Se non fosse stato per CasaPound, che ha sollevato un polverone sulla vicenda, con un comunicato stampa al fulmicotone e striscioni appesi ovunque in città, ben pochi si sarebbero accorti dell’evento.

L’Anpi, per bocca del suo esponente di punta, l’avvocato Mezzetti, ha annunciato la presentazione di denunce contro CasaPound contenenti una serie di ipotesi di reato.

L’iniziativa dell’Anpi arriva in una città, Viterbo, che da sempre è sensibile al ricordo dei martiri delle foibe. Inoltre, la Tuscia ha ospitato molti esuli che in questa terra hanno studiato, lavorato e messo su famiglia. Scapparono dalle loro case per sfuggire al terrore comunista e alla morte nelle foibe e non perché colpiti da una “sorta di psicosi collettiva” sempre per citare Eric Gobetti.

A Viterbo il Comitato 10 Febbraio, presieduto da Maurizio Federici, in occasione del Giorno del Ricordo da anni organizza un corteo patriottico con 500 partecipanti che attraversa la città e termina in piazza Martiri delle Foibe istriane. Lì sorge una stele che ricorda Carlo Celestini, uno dei 15 martiri nati a Viterbo e nei comuni della Tuscia che morirono nelle foibe, trucidati a guerra finita o morti di stenti e malattie nei campi di sterminio jugoslavi.

Inoltre, la cosa non è di poco conto, a Viterbo nel 2018 è nata la manifestazione “Una Rosa per Norma Cossetto”, che si è estesa rapidamente in tutta Italia e il 4 e 5 ottobre 2021 ha coinvolto ben 184 città in tutta Italia e anche all’estero.

Nel frattempo, il neo eletto presidente della provincia di Viterbo, Alessandro Romoli (Forza Italia), informato della questione ha voluto vederci chiaro e sta approfondendo il tema della mostra e le posizioni di cui è portatore lo “storico” Gobetti.

Potrebbero esserci delle clamorose novità nei prossimi giorni, come il ritiro del patrocinio e della sala provinciale. Anche perché Romoli è molto sensibile a quanto disposto dalla legge 92 del 2004 con la quale è stato istituito il Giorno del Ricordo. Quest’anno, a pochi giorni dalla sua elezione a presidente, era in prima fila in occasione delle celebrazioni del 10 febbraio.

Inoltre, Romoli è anche Sindaco di Bassano in Teverina dove, nel 2019, fece costruire una stele in ricordo di un suo concittadino, Giovanni Ricci, un finanziere catturato dai comunisti slavi e costretto a lavorare in condizioni di schiavitù nella miniera di Bor, in Serbia, dove trovò la morte per il crollo della volta della caverna a guerra finita, nel luglio 1946. La fidanzata attese inutilmente il ritorno di Giovanni. Affranta dal dolore non volle rimanere in paese e scelse di emigrare negli Stati Uniti.

Finalmente sulle foibe anche dalla sinistra arrivano parole riconciliazione nazionale. Francesco Storace su Il Tempo l'11 febbraio 2022.

Era cominciata peggio. La Giornata dedicata ai martiri delle foibe ha invece offerto - aldilà di singoli episodi - un panorama politico pacificato. Almeno nella sua rappresentanza ufficiale. Non tutti sono faziosi come il rettore dell'università per stranieri di Siena, Montanari. La ricorrenza di un massacro nazionale ha trovato parole di ricordo sincero in molti esponenti politici. Certo, quella memoria resta sempre viva in chi, assieme a Roberto Menia, porta con sé la bandiera di quella legge che nel 2004 rese onori formali alla tragedia. Silvio Berlusconi come Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono ritrovati nella commemorazione degli italiani assassinati per ordine del maresciallo slavo Tito. Ma la notizia viene anche da chi stavolta, da sinistra, non è voluto mancare ad un atto di memoria condivisa. A partire da Enrico Letta, segretario del Pd, che ha vergato una frase su twitter che ha spiazzato molti estremisti: «Oggi il Paese tutto si unisca in una partecipazione corale alla giornata del ricordo». Questa semplice espressione è stata sufficiente, però, per beccarsi una valanga di insulti da chi non gradisce la riconciliazione attorno ad una storia comune. Al punto da ricevere la solidarietà della Meloni per gli attacchi che gli sono stati mossi.

Anche altri importanti esponenti della sinistra non hanno voluto far mancare la loro partecipazione. Nicola Zingaretti, presidente del Lazio, anche se non si può certo dire che per lui sia la prima volta. Ogni anno il governatore non manca di essere presente con civiltà alla Giornata del Ricordo: «Oggi, 10 febbraio, è il Giorno del Ricordo. Non dobbiamo dimenticare le Foibe, la tragedia degli istriani, dei fiumani, dei dalmati e di tutti coloro che vennero perseguitati e uccisi». Sempre a Roma, il sindaco Roberto Gualtieri ha deposto una corona all'Altare della Patria. Gualtieri, accompagnato da Donatella Schurzel, vicepresidente nazionale dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, durante la cerimonia ha reso omaggio ai familiari e ai rappresentanti delle associazioni delle vittime, tra i quali Marino Micich della Società di studi fiumani. Presenti anche rappresentanti istituzionali, tra i quali il consigliere di Fratelli d'Italia in Campidoglio, Andrea De Priamo. 

In generale c'è stata anche una forte solidarietà al Tg2 per il grave episodio denunciato dal direttore Gennaro Sangiuliano. In risposta al post sull'account Twitter del Tg2 che annunciava lo Speciale sulle Foibe, accanto ad altri commenti offensivi è stato addirittura postato uno sgradevole video nel quale si intravede una persona che urina verso una cavità carsica che sembra essere una Foiba. Per Sangiuliano - e per i tantissimi che hanno manifestato solidarietà a lui e alla sua testata - «si tratta di un gesto volgare che offende non solo il nostro lavoro ma soprattutto la memoria di questa immane tragedia nazionale».

Su Rai2 "Tg2 Dossier". Foibe, a un passo dalla verità. Da rai.it/ufficiostampa il 6 febbraio 2021. 

Per decenni la strage di italiani ad opera delle milizie comuniste di Tito è rimasta una verità nascosta e ignorata. Migliaia di goriziani, triestini e istriani deportati e mai tornati a casa. “Tg2 Dossier”, sabato 6 febbraio alle 23.30 e in replica domenica 7 alle 10.05 sempre su Rai2, racconterà, attraverso documenti inediti e testimonianze esclusive, come questa verità attesa disperatamente dalle famiglie dei deportati giaceva ben custodita negli archivi dove uno storico indipendente ha ritrovato il 'Rapporto Santini' contente la mappa delle foibe e delle fosse comuni in cui sarebbero stati trucidati i goriziani e i triestini rapiti dalle bande di Tito. Il 'Rapporto Santini' sarà presentato per la prima volta in esclusiva nel Dossier curato da Andrea Romoli. Assieme a questi documenti inediti le testimonianze dei familiari delle vittime ma anche degli storici italiani e sloveni che negli ultimi anni stanno lavorando per rendere verità e giustizia a quella che è stata una grande tragedia europea. 

Foibe, "urina sui cadaveri". Gennaro Sangiuliano denuncia l'orrore: video dell'orrore contro il Tg2. Libero Quotidiano il 10 febbraio 2022.

In Italia c'è "ridimensiona" il dramma delle Foibe, vedi Tomaso Montanari, e chi si prende il lusso di umiliare vittime e discendenti della brutale repressione titani in Istria e Dalmazia direttamente "urinando" nelle cavità carsiche teatro di una delle grandi atrocità della Seconda Guerra mondiale a lungo rimosse dalla storiografia ufficiale. 

Il gesto osceno è ripreso da un video pubblicato a commento di un post su Twiter del Tg2, per annunciare il proprio speciale proprio sulla sanguinaria repressione dei comunisti jugoslavi nel 1945, contro gli italiani del confine nord-orientale ritenuti genericamente "fascisti" ed eliminati con spietatezza scientifica. Urinare sulle Foibe, di fatto, equivale urinare sui cadaveri di chi lì è stato gettato, spesso ancora vivo, al tempo stesso per "cancellarlo" dalla faccia della terra e disprezzarne la carne e le origini italiane. 

Anche per questo la provocazione social (se così si può si chiamare questo sfregio) fa ancora più male. E il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, da sempre in prima fila nel ricordare lo scempio titino e condannare le "dimenticanze" di molti storici di sinistra, è durissimo annuncia una querela. "Si tratta di un gesto volgare che offende non solo il nostro lavoro ma soprattutto la memoria di questa immane tragedia nazionale". "La memoria delle Foibe - prosegue il direttore -, dopo un lungo oblio, è diventata memoria condivisa. Questo è un valore dell’identità comune. Noi non ci lasceremo intimidire e continueremo a raccontare con scrupolo e dedizione alla verità il dramma delle Foibe e degli esuli". 

Tutto questo proprio nelle ore in cui si è scatenato un nuovo caso Montanari, rettore dell'Università per stranieri di Siena già finito qualche mese fa sul banco degli imputati per una sua minimizzazione del fenomeno storico. Stavolta sotto accusa un convegno dal titolo Us"L'università fa il suo mestiere, fa convegni scientifici. Solo nei paesi totalitari la politica giudica la scienza". E' la replica raccolta dall'AdnKronos di Tomaso MONTANARI, rettore dell'Università per Stranieri di Siena, alle critiche che gli sono piovute addosso per aver organizzato il convegno intitolato Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi dei Giorno del Ricordo.  "L'università fa il suo mestiere, fa convegni scientifici - si difende lo storico dell'arte -. Solo nei paesi totalitari la politica giudica la scienza".

I fomentatori d'odio non si arrendono: insulti e oscenità contro il Ricordo. Gian Micalessin l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Colpito anche l'account twitter del Tg2. Berlusconi: "L'unica colpa? Essere italiani".  

«È un impegno di civiltà conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli istriani, dei fiumani, dei dalmati e degli altri italiani che avevano radici in quelle terre, così ricche di cultura e storia e così macchiate di sangue innocente». Le parole del presidente Sergio Mattarella, pronunciate ieri in occasione del Giorno del Ricordo sembrano fatte apposta per seppellire i richiami al negazionismo. E per liquidare, implicitamente, l'«inciviltà» di personaggi come Tomaso Montanari, il rettore dell'Università per Stranieri di Siena organizzatore di un convegno rivolto a dimostrare come l'istituzione del Giorno del Ricordo risponda ad un «uso politico della memoria» frutto del «revanscismo fascista».

Tesi contraddette anche dal presidente della Camera Roberto Fico che, nonostante le simpatia di sinistra, liquida come inaccettabili «le tesi negazioniste». «In nessun caso - dichiara Fico - possono infatti ritenersi ammissibili motivazioni o compromessi ideologici volti a legittimare la violazione della dignità dell'uomo o a ridimensionare le gravi responsabilità storiche che hanno portato ad eventi così drammatici». Il presidente della Camera sottolinea, inoltre, l'importanza del Giorno del Ricordo per restituire «verità e dignità alle vittime delle foibe ed a tutti gli esuli». Il presidente del Consiglio Mario Draghi, intervenuto al Senato, rimarca la necessità del «cammino di riconciliazione» rendendo omaggio «a tutte le vittime di quegli anni, italiane e slave».

Un tema richiamato anche dal presidente della Lega nazionale di Trieste Paolo Sardos Albertini rammentando che la tragedia delle foibe «se ricordata bene diventa motivo di unità per il futuro non di divisione». Silvio Berlusconi commemora con un tweet «le vittime delle Foibe, condannate a una morte atroce per la sola colpa di essere italiani» e sottolinea come l'istituzione del Giorno del Ricordo rappresenti «anche un monito sulle tragiche conseguenze dell'ideologia comunista e del nazionalismo esasperato».

Ma sullo sfondo delle dichiarazioni di autorità e politici si registrano, anche quest'anno, i consueti oltraggi alla memoria. A Senigallia uno striscione con la scritta «le foibe sono piene di bugie fasciste» è stato steso all'entrata Consiglio comunale dove si dovevano tenere le celebrazioni per le vittime degli eccidi commessi sul confine orientale. Un episodio denunciato da Giorgia Meloni con un tweet in cui definisce «triste» la sopravvivenza di «frange estreme della sinistra italiana che rimpiangono o negano gli orrori del comunismo. Ma - aggiunge - non riusciranno più a cancellare pagine di storia». La leader di Fdi non manca però di esprimere solidarietà a Enrico Letta «per i vili attacchi ricevuti dopo aver commemorato il Giorno del Ricordo» ricordando che Fratelli d'Italia sostiene «la risoluzione europea contro tutti i totalitarismi del 900».

Imbrattata e deturpata con scritte e spruzzi di vernice anche la targa dedicata ai martiri delle foibe presso il 14mo municipio di Roma. Il direttore del Tg 2 Gennaro Sangiuliano denuncia invece il video di «una persona che urina verso una cavità carsica che sembra una foiba» postato sull'account Twitter in cui si annunciava appunto lo Speciale sulle Foibe di ieri sera. «Un gesto volgare - dichiara Sangiuliano - che offende non solo il nostro lavoro, ma soprattutto la memoria di questa immane tragedia nazionale».

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano.

Gli storici non cadono nella trappola rossa: "Tragedia figlia della violenza comunista". Matteo Sacchi l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Per Giuseppe Parlato l'errore è "non citare la componente ideologica". Gianni Oliva: "Dopo decenni di silenzio insensato cavillare su tutto". 

Niente da fare, c'è chi sul Giorno del Ricordo proprio non riesce ad evitare la polemica. Questa volta a scatenarla è stata una circolare del Ministero dell'Istruzione per le iniziative per tramandare la memoria dell'Esodo istriano e dalmata e i massacri delle foibe. La frase ministeriale, a firma del capo dipartimento Stefano Versari, che ha fatto adirare a sinistra è stata: «Il Giorno del Ricordo e la conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la categoria umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla categoria degli ebrei. Con una atroce volontà di annientamento, mai sperimentata prima nella storia dell'umanità. Pochi decenni prima ancora era toccato alla categoria degli Armeni». Per l'Anpi il paragone con la Shoah (che per altro il testo ministeriale non fa, visto che sottolinea l'unicità nella storia dell'Olocausto) è aberrante. Giudizi duri anche da Leu e Sinistra italiana.

Abbiamo provato a sentire alcuni storici sul tema, come il professor Giuseppe Parlato. Che, in effetti, sulla circolare ha qualcosa da dire ma non esattamente nello stesso senso dell'Anpi. «C'è stata una componente etnica, nelle foibe, e nel conseguente esodo. C'era una componente etnica di epurazione verso gli italiani in quelle zone dove erano classe dirigente. Però quello che bisogna dire è che c'era una fortissima componente ideologica comunista. Si voleva eliminare, o far scappare, tutti coloro che potevano ostacolare l'instaurazione di uno Stato nuovo, totalitario. Infatti sono stati uccisi anche molti sloveni e croati. Quindi, sarebbe bene spiegare che le componenti sono state tre, etnica, ideologica, e di guerra nazionale. Il rischio di paragonare questi fatti con altri genocidi è quello di fare una marmellata, anche se con buone intenzioni. Evitare paragoni non deve essere un modo di sminuire la gravità dei fatti. La gravità si evidenzia spiegando bene la componente ideologica». Certo se il ministero avesse però battuto sul quel tasto chissà quale sarebbe stato il tenore di certe reazioni. Ma su questo, ovviamente, Parlato non si pronuncia: «Io guardo la cosa solo dal punto di vista della storia: su quello che è successo al Confine orientale ciò che conta è raccontare esattamente i fatti, da poco sono state scoperte nuove foibe piene di sloveni, croati e anche italiani. Non so su questo cosa potranno inventarsi i negazionisti, ma di certo bisogna prendere atto che la componente ideologica domina, moriva chi non era comunista».

Gianni Oliva: «Ho appena incontrato Versari a un convegno sulle foibe a Siena. Gli ho sentito dire cose condivisibili. Certo non c'è solo una componente etnica nelle violenze, ce ne è una anche ideologica. Ma non mi pare che abbia mai inteso fare una comparazione con la Shoah non è quello il senso. Forse sarebbe servita qualche precisazione in più e sarebbe meglio non riassumere temi complessi nelle circolari...». Però per lo storico torinese autore (tra altri saggi) di Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria (Mondadori, 2002): «Si dovrebbe partire dal prendere atto che la cosa importante è che del tema si parli. Quando io nel 1975 ho iniziato a insegnare di foibe non parlavo. Perché mi ero laureato senza praticamente saperne nulla. Ho scoperto il tema quando sono andato a studiare degli archivi Usa. I dati delle violenze erano registrati dagli ufficiali statunitensi e inglesi che erano una parte terza... Lì ho capito e ho iniziato ad occuparmene. Ora le statistiche dicono che l'85% degli italiani ha sentito almeno nominare la questione. È questo che conta, fare memoria, non si può continuare, da una parte e dall'altra, solo e soltanto a cercare di piantarci bandiere politiche, cercare la polemica».

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco. 

Ora revochiamo l'onorificenza al macellaio Tito. Fausto Biloslavo l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il 10 febbraio ricordiamo la tragedia delle foibe e il dramma dell'esodo, ma non abbiamo mai cancellato la più alta onorificenza italiana concessa a Josip Broz Tito.

Il 10 febbraio ricordiamo la tragedia delle foibe e il dramma dell'esodo, ma non abbiamo mai cancellato la più alta onorificenza italiana concessa a Josip Broz Tito, il capo degli aguzzini che massacrarono migliaia di connazionali costringendo alla fuga 350mila persone dall'Istria, Fiume e Dalmazia.

Il Giorno del Ricordo deve essere simbolo di pacificazione senza nascondere le colpe precedenti del regime fascista, ma è giunto il momento di cancellare la vergognosa medaglia. L'onorificenza campeggia sempre sul sito del Quirinale ricordando che il 2 ottobre 1969 il presidente jugoslavo, che aveva le mani sporche del sangue degli infoibati, veniva decorato come «Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana» con l'aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento del nostro Paese. Il capo dello Stato di allora, Giuseppe Saragat, aveva consegnato a Belgrado, fra sorrisi, brindisi e abbracci, l'onorificenza in una custodia verde a un compiaciuto Tito. E mai nella prima visita in Jugoslavia dopo la guerra osò accennare anche lontanamente alle foibe e all'esodo preferendo alzare i calici «alle fortune dei popoli jugoslavi e all'amicizia fra i nostri Paesi». Tremenda realpolitik, ricambiata dalla visita di Tito a Roma un anno dopo, accolto come una star del socialismo reale distanziato da Mosca.

Dopo la storica immagine di Francesco Cossiga inginocchiato davanti alla foiba di Basovizza, gli omaggi dei capi di stato che sono seguiti al monumento nazionale sul Carso triestino e la mano nella mano di Sergio Mattarella con lo sloveno Borut Pahor dello scorso luglio è anacronistico, paradossale e oltraggioso non cancellare l'onorificenza a Tito. Ancor più a diciott'anni dall'istituzione del Giorno del Ricordo con il voto quasi unanime del Parlamento. Un insulto alle vittime delle foibe e discendenti, che in molti casi non hanno neanche una tomba dove deporre un fiore e agli esuli e loro figli. Un obiettivo che, almeno in teoria, dovrebbe essere condiviso in maniera bipartisan dalla politica, ma che viene sempre rispedito al mittente grazie a un cavillo legislativo. Si può togliere un'onorificenza per «indegnità» solo se il personaggio insignito è ancora in vita. Nel 2012 l'Italia lo ha fatto, giusto o sbagliato che sia, con il presidente Bashar al Assad, accusato di massacrare il suo popolo nella guerra civile in Siria. Per Tito, che sarà pur stato un grande leader della Jugoslavia, ma ha lanciato la pulizia etnica e politica contro gli italiani e una parte del suo popolo «non è ipotizzabile alcun procedimento essendo il medesimo deceduto» scriveva nel 2013 il prefetto di Belluno, a nome del governo. In Parlamento langue da tempo una proposta di legge di un paio di righe per cambiare la (folle) norma, che esalta Tito.

Se vogliamo onorare veramente i martiri delle foibe girando una volta per tutte questa triste pagina volutamente strappata della storia e guardare avanti, senza strumentalizzazioni, togliamo la medaglia della vergogna al boia degli italiani.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace.

Convegno choc sulle Foibe: "Minata l'egemonia culturale antifascista". Giuseppe De Lorenzo il 10 Febbraio 2022 su Il Giornale.

A Siena il rettore Tomaso Montanari organizza il convegno dal titolo: "Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del Ricordo".

Guai a dire che il convegno di ieri sulle Foibe fosse “negazionista”. Altrimenti Tomaso Montanari, rettore dell’Università di Siena e ospite apprezzato nel salotto di Lilli Gruber, è pronto a querelare. Dunque no: non diremo che il seminario intitolato “Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del Ricordo” negasse il massacro titino: affermeremo però che è stato un fallimento sia in presenza (aula semivuota, si contavano una ventina di astanti) sia online (un migliaio di visualizzazioni). E diremo anche - se ci è permesso - che è stata un’inutile offesa ai familiari delle vittime dei partigiani di Tito. Una “esibizione provocatoria”, come scrive Aldo Grasso, fuori tempo e fuori luogo per quanto legittima. Il cui scopo non ci pare fosse né la verità storica sull’esodo istriano né il permettere un confronto sul tema. Ma solo un modo per rivendicare “l’egemonia culturale antifascista” incrinata dall'istituzione della Giornata del Ricordo.

Ha detto proprio così, Montanari: "Egemonia culturale antifascista", che peraltro fa il paio con quell'egemonia culturale della sinistra che il ministro Speranza intendeva "ricostruire" sfruttando "l'opportunità unica" della pandemia.

Ieri pomeriggio, dopo il politicamente corretto “buonasera a tutte e tutti” (almeno non ha usato lo schwa), il rettore ha sposato la linea del vittimismo ringraziando le forze dell’ordine schierate a difesa dell’evento. Per Montanari la presenza delle divise era "sufficiente” a giustificare il titolo del seminario sull'uso politico della memoria. Come a dire: i fascisti fanno leva sul Ricordo e rialzano la testa. Teoria che il rettore vede confermata in un aneddoto accaduto ad uno dei relatori: qualche tempo fa, nella fascistissima Verona, Eric Gobbetti avrebbe dovuto “tenere una lezione” e gli venne addirittura “proposto il contraddittorio con un giornalista”. Chiunque avrebbe applaudito all’idea, riconoscendo nella ricchezza del dibattito il sale della democrazia. Invece per Montanari sarebbe il sintomo di un sistema che vive “su Marte”, che non riconosce più la superiorità politica e culturale della sinistra antifa.

In fondo viviamo in un Paese in cui un manipolo di studenti e docenti di “quella parte”, sinceri democratici, impedì a papa Ratzinger di parlare alla Sapienza e al prof. Panebianco di tenere una lezione a Bologna. Dunque nessuna sorpresa. Ma forse è arrivato il momento di riconoscere che “l’autonomia della scuola e dell’Università” non è messa in pericolo da chi, sbagliando, continua a chiedere le dimissioni di Montanari. Ma da quei professori che usano il Giorno del Ricordo per erigersi ossessivamente a intellettuali di una sinistra "dura e pura".

Per carità, nel presentare il convegno il rettore ha ribadito il carattere accademico dell’evento. "L’Università non si schiera politicamente”, era il mantra, ma “l’antifascismo è premessa costituzionale e istituzionale non negoziabile”. E qui occorre mettersi d’accordo: di quale antifascismo parliamo? Perché se essere antifa significa fantasticare sul fatto che "il revanscismo fascista” starebbe “strumentalizzando le drammatiche vicende del confine orientale”, stiamo freschi. Se parliamo dell’antifascismo di chi vede ombre nere ovunque e muove tale accusa come una clava per delegittimare le posizioni del centrodestra, allora abbiamo un problema. Se si tratta dell’antifascismo di chi ritiene opportuno concentrarsi sui “moventi profondi e le implicazioni dell’istituzione del giorno del ricordo”, anziché sui crimini titini, allora ci sia consentito dissentire.

Oggi la “guerra della memoria” esiste infatti solo nella mente di Montanari e compagni. Qui non si tratta di equiparare shoah e foibe come se fosse una gara dell'orrore, tuttavia andrebbe riconosciuto che entrambe rappresentano il desiderio di morte, la volontà di cancellazione di una etnia, e per questo le loro vittime andrebbero celebrate allo stesso modo. Considerare a tutti i costi la Giornata del Ricordo una ricorrenza “di destra” è altrettanto deprecabile quanto farla esclusivamente propria. E soprattutto significa guardare il dito e non la luna: se il ricordo della foibe è stato per decenni appannaggio dei partiti di destra non lo si deve ad un sentimento identitario (visto che gli esuli istriani fascisti non erano), ma al colpevole silenzio dei movimenti di sinistra. O meglio al loro negazionismo: se è stata vissuta come ricorrenza “di parte”, l'errore è di chi non ha mai riconosciuto la brutale accoglienza riservata ai profughi dalmati colpevoli di abbandonare il “paradiso comunista”. E se oggi Nicola Zingaretti, Enrico Letta, il presidente della Repubblica, il premier e quasi tutti i leader democratici s’inchinano alla foiba di Basovizza, non è “colpa” del revanscismo fascista: ma merito della testardaggine di chi ha costretto la sinistra, dall’alto della sua “egemonia culturale antifascista”, ad aprire gli occhi su un orrore che per anni si era limitata a nascondere sotto il tappeto.

Giuseppe De Lorenzo. Sono nato a Perugia il 12 gennaio 1992. Stavo per intraprendere la carriera militare, poi ho scelto di raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Rifuggo l'ipocrisia di chi sostiene di possedere la verità assoluta: riporto la realtà che osservo con i miei occhi. Collaboro con ilGiornale.it dal 2015. Nel 2017 ho pubblicato Arcipelago Ong (La Vela), un'inchiesta sulle navi umanitarie che operano nel Mediterraneo. Poi nel 2020 insieme ad Andrea Indini ho dato alle stampe Il libro nero del coronavirus (Historica Edizioni). Sono cattolico e capo scout per passione educativa. Mi emoziono ancora per le partite della Lazio. Amo leggere, collezionare Topolino, giocare a basket e coltivare la terra.

Chi è Tomaso Montanari, il fenomeno della sinistra radicale previsto da Pajetta. Michele Prospero su Il Riformista il 16 Febbraio 2022. 

Intervistando il rettore di Siena, che si pronuncia su ogni cosa e passa dalla storia all’arte, dalla botanica alla giurisprudenza, dalle foibe alle banane, Luca Telese lo presenta come «uno degli ultimi intellettuali critici della sinistra italiana». Dopo aver ripercorso la giovanile formazione democratico-cristiana e le rivalità scolastiche con Renzi, che militava in un’altra corrente dello scudocrociato fiorentino, Montanari si pavoneggia oggi come l’interprete della sinistra più radicale che esibisce la bella verità contro un universo di politicanti erranti.

Quello che più ama fare il rettore è di immergersi nella vasta materia politico-costituzionale che per lui non possiede i paradigmi di un sapere speciale e anzi si presta ad essere un malleabile oggetto dell’opinare da scandagliare secondo illimitate licenze artistiche. Indispettito per la conferma di Mattarella (gli è stata per lo meno risparmiata l’investitura di Draghi, che per lui «avrebbe massacrato la Costituzione») il rettore si cimenta da par suo, e cioè in maniera liberamente artistica, nelle sottigliezze ermeneutiche del diritto costituzionale. «La Costituzione dice, a mio parere in modo chiaro: l’assemblea dei grandi elettori vota il nuovo presidente». La formula “il nuovo” capo dello Stato per Montanari implica che solo un “nuovo” corpo fisico al posto del vecchio non più proponibile potrebbe essere formalmente eletto dai “grandi elettori”.

Rapito dalle parole magiche del giureconsulto, che per giunta è anche intellettuale critico, Telese non ha l’ardire di chiedere se la sua novella dottrina comporti la necessità di interpretare anche l’articolo 61 («le elezioni delle nuove camere») come un formale impedimento al cumulo dei mandati parlamentari. Per sorreggere la sua sofisticata dottrina in merito alla dizione “nuovo” presente nella Costituzione osservata come opera d’arte Montanari non esita dinanzi all’impresa aggiuntiva di indicarne anche i sostrati storici che la legittimano in maniera inconfutabile. Rammenta, da originale scopritore della genealogia del diritto pubblico, al silente Telese: «Durante la Costituente Terracini spiegò chiaramente: con l’articolo 85 rieleggere il vecchio presidente sarà impossibile. Questa era la volontà, chiara». Più che da Terracini la visione più influente dei comunisti sulla rielezione fu illustrata sinteticamente da Togliatti.

Nella seduta del 21 gennaio 1947 Terracini ricordò i punti di dissenso tra i partiti in seno al comitato speciale della seconda commissione, che su certe materie si era conclusa con una perfetta parità nelle votazioni. Le controversie riguardavano l’integrazione dei parlamentari con i delegati regionali, ritenuta dalle sinistre come una scelta incompatibile con l’elezione dei senatori che già era calibrata su base regionale, la durata di 4 anni della presidenza, auspicata da Nitti, l’investitura diretta del capo dello Stato, che fu esclusa definitivamente da Perassi, la formulazione dell’articolo 81, nel quale il comitato di redazione suggeriva una carica quirinalizia dalla durata di 7 anni con un presidente non rieleggibile. Il senso del confronto che avvenne tra i padri della Repubblica è precisamente opposto a quello evocato dal rettore che abbraccia i lavori della costituente per strattonare la politica di oggi che avrebbe tradito i principi originari della Carta con la rielezione di Mattarella.

Lungi dall’essere sedotta dal divieto ultimativo di un nuovo settennato, la sinistra con Togliatti prese la parola per affermare: «la norma, come è stata formulata adesso, è troppo restrittiva. Per essere chiamati alla carica di Presidente della Repubblica occorrono qualità particolari e non si può escludere per sempre una persona già eletta». Il leader comunista non escludeva affatto la rielezione come principio costituzionale e apriva alla eventualità di prescrivere un intervallo temporale («Si potrebbe, se mai, prevedere la non rieleggibilità immediata per una volta»). Aldo Moro risolse in radice la questione escludendo il limite della non rieleggibilità immediata perché di fatto il rimedio appariva, alla luce della durata del mandato, come equivalente per così dire naturale al divieto della rieleggibilità, che invece non era in sé un principio da rigettare. Venne approvata pertanto la proposta di Tosato che parlava solo del settennato senza riferimento alcuno al divieto della rielezione.

L’orientamento della sinistra e della Dc non era affatto quello indicato dal rettore che assume la rielezione di Mattarella come pretesto per delegittimare la classe parlamentare, sorda rispetto al verbo costituente, e le politiche istituzionali degli ultimi dieci anni. Nel 1947 Egidio Tosato formulò anche dei principi costituzionali che mostrano tutta la loro fertilità nel valutare le dinamiche istituzionali odierne. Contro l’istanza di Nitti (presidenza di 4 anni) e le esortazioni al presidenzialismo americano (il costituente lo temeva non per il cesarismo, ma per la mancanza di un sistema bipartitico) Tosato sostenne che la durata lunga, “monarchica” alla francese, serviva a «soddisfare l’esigenza di una certa permanenza, di una certa continuità nell’esercizio delle pubbliche funzioni». Il capo dello Stato non ha né troppi né pochi poteri, dispone di quelli che servono per esercitare la delicata funzione «di essere il grande regolatore del gioco costituzionale, di avere questa funzione neutra, di assicurare che tutti gli organi costituzionali dello Stato, e, in particolare, il Governo e le Camere, funzionino secondo il piano costituzionale».

Napolitano e Mattarella hanno giocato al meglio questa funzione che Tosato chiamava di «grandi regolatori del gioco costituzionale», conservando la tenuta del sistema in condizioni di vuoto per la liquidità estrema del sistema politico. Tutto questo preoccuparsi per la stabilità di sistema non persuade però il costituzionalismo con la venatura artistica di Montanari che, indossando dopo quelli di storico delle costituzioni anche gli abiti dell’analista delle politiche pubbliche e di bilancio, bastona il governo che «dà soldi ai cannoni e li toglie agli ospedali». La colpa è tutta di Draghi, che avrebbe portato Salvini al governo (ma non era il vice di Conte?) e sarebbe più a destra di Berlusconi, e che per il 2024 taglierà le spese sanitarie (passando dal 7,3 al 6,3% del Pil) di ben 6 miliardi (rispetto ai 129 miliardi del 2021 che prevedono fondi straordinari per l’emergenza). Il rettore trascura che la cifra del Dpef è al netto di investimenti (i 20,2 miliardi previsti dal Recovery Fund), e che, letti i numeri in rapporto all’inflazione, alla crescita del Pil, la spesa reale, secondo alcuni analisti, crescerà del 2,8%.

Ma i dati reali sono evanescenti per il rettore che gioca anche brutti scherzi al vecchio principio di non contraddizione. Imputa a Draghi «la rinuncia a governare la pandemia» e rammenta che con il suo lassismo fortemente colpevole l’esecutivo «ha prodotto una impennata di morti. È stato un disastro». Ma subito dopo il rilievo circa un criminogeno cedimento del potere, che ha abdicato alla decisione in nome di sua maestà il mercato, rimprovera al governo una «ennesima proroga dello stato di eccezione» ovvero un recupero smisurato di sovranità e un eccesso di potere. Certo, dinanzi a uno degli ultimi intellettuali critici, Telese non trova le parole per riscontrare le enormità politiche di taluni affondi e soprattutto per evidenziare le insanabili contraddizioni logiche delle argomentazioni.

Con qualche punta di settarismo Pajetta diceva che a sinistra del Pci c’era solo il vuoto. Ora a sinistra del Pd, di Leu, c’è Montanari cantore nostalgico delle “pallide cose socialdemocratiche” del governo Conte (quello del miliardario superbonus edilizio?). Il metapartito democristiano veramente ha occupato ogni spazio immaginabile della politica e ovunque sventola bandiera bianca, dal Quirinale alle barricate senesi erette dall’ultimo intellettuale critico contro la repubblica delle banane. Michele Prospero

"Gli italiani nelle foibe sono come gli ebrei". E la sinistra insorge contro il ministero: un favore alla destra. Gian Micalessin l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

In una circolare dell’Istruzione diretta alle scuole si equipara il dramma del confine orientale alla Shoah. L’Anpi: inaccettabile. Fiano (Pd): paragone sbagliato. Ma le stragi e la cacciata dei nostri erano state pianificate.

A sinistra le scuse e i pretesti per ridimensionare il Giorno del Ricordo, la tragedia delle foibe e il dramma dei trecentomila esuli italiani costretti ad abbandonare Istria, Fiume e Dalmazia non mancano mai. Ieri l'operazione di travisamento e mistificazione è partita dall'innocente circolare con cui il Capo dipartimento del ministero dell'Istruzione invitava le scuole italiane a non sottovalutare l'importanza di quella celebrazione. «Il Giorno del ricordo, e la conoscenza di quanto accaduto - recita il documento - possono aiutare a capire che la categoria umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella degli italiani. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla categoria degli ebrei». Una frase scritta nel peggior linguaggio burocratico ed infarcita di termini come «nullificare» e «categoria umana» capaci di far inorridire insegnanti ed allievi. Ma non certo una frase degna della riprovazione morale sotto cui ha tentato di seppellirla un'Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia) prontissima a denunciare una «storicamente aberrante e inaccettabile» equiparazione tra il genocidio degli ebrei e i massacri degli italiani. In verità l'unico difetto dell'«inaccettabile» equiparazione è quella di esser sproporzionata in termini numerici.

Ma visto che il confronto tra i 12mila infoibati a guerra finita sul confine orientale e i milioni di morti del genocidio non è esercizio propriamente elegante forse è meglio soffermarsi sulle analogie. La soluzione finale venne studiata a tavolino dai gerarchi nazisti per eliminare la presenza ebraica in un'Europa dominata dal Terzo Reich. L'eliminazione degli italiani in Istria, Fiume, Dalmazia, seguita dalla loro cacciata rispondeva ad un piano di pulizia etnica basata sul terrore e sull'eccidio di massa. Un piano ben spiegato da Milovan Gilas in un'intervista del 1991 a Panorama. «Era nostro compito - disse nell'intervista l'ex braccio destro di Tito - indurre tutti gli italiani ad andar via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto».

Quindi dove sta l'inaccettabile e aberrante equiparazione? L'unica evidente travisamento sembra quello messo in piedi da un'Anpi, trasformata, dopo la scomparsa per motivi anagrafici dei veri partigiani, in un pensionato e uno «stipendificio» degli ultimi senescenti disoccupati di sinistra. L'organizzazione, già distintasi in passato per non aver impedito la cacciata delle rappresentanze ebraiche in occasione delle celebrazioni del 25 aprile, non punta tanto a riaffermare l'unicità storica del genocidio, ma bensì ad azzerare la valenza celebrativa del Giorno del Ricordo. Una finalità emersa con evidenza negli anni scorsi quando diverse sedi dell'Anpi non si vergognarono di dedicare al tema delle foibe convegni palesemente «negazionisti» o riduzionisti. Tesi che dopo le tirate d'orecchie subite in sede istituzionale hanno lasciato il posto, come ieri, a prese di posizioni più ambigue e subdole. Tesi pronte ad esser cavalcate dal leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni secondo il quale «ogni anno si ripete il solito copione della destra di questo Paese di equiparare questo massacro all'unicità della tragedia della Shoah, come se cosi si potessero edulcorare i crimini del fascismo e del nazismo in un indistinto calderone». Anche secondo il M5S «la circolare induce in errore ed è frutto di evidente mancanza di conoscenza storica» e «strizza l'occhio alla destra estrema e radicale».

Affermazioni discutibili visto che la giornata del Ricordo non è patrimonio dei partiti di centrodestra - a cui va l'esclusivo merito di averla istituita - ma delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati protagoniste di quella tragedia. Una tragedia che quelle associazioni - condannate nel ghetto dell'oblio fino al 2005, quando venne finalmente istituito il Giorno del Ricordo - non hanno obiettivamente alcun interesse a confondere con la tragedia della Shoah. Anche perché facendolo finirebbero con il confondere le responsabilità evidenti del nazismo con quelle altrettanto chiare dei partigiani di Tito. Anche per questo risulta incomprensibile l'intervento dell'esponente del Pd Emanuele Fiano che pur sottolineando il «cordoglio che tutta l'Italia deve per l'orribile tragedia delle Foibe» denuncia come totalmente sbagliato il paragone del ministero dell'Istruzione. Forse dimenticando, nel giusto orgoglio per l'appartenenza a una famiglia di deportati ebrei, che seppur nella differenza dei fini, degli scopi e delle ideologie il vero abominio sottolineato e condannato dalla circolare è il terrore di massa e lo sterminio di popolazioni inermi.

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano.

IL QUARTIERE GIULIANO DALMATA E LA FAMIGLIA BALLARIN. Quel pezzetto di Roma dove il giorno del Ricordo è ancora una storia viva. MARIA BALLARIN su Il Domani il 09 febbraio 2022.

La famiglia Ballarin, come molte altre provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia durante l’esodo che seguì la fine della Seconda guerra mondiale, ha dovuto optare se rimanere italiana oppure acquisire la cittadinanza jugoslava. Renato Ballarin lasciò l’isola di Lussino. Sin dal 1947 alcuni profughi, tra cui Ballarin, giunsero in quello che oggi è il quartiere Giuliano Dalmata.

In questo mese sono spesso invitata a conferenze e dibattiti sul Giorno del ricordo, che ricorre il 10 febbraio per ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia nel secondo dopoguerra, e sempre più spesso, più che una ricostruzione storica, mi si chiede una testimonianza di carattere personale, legata alle vicende della mia famiglia. Devo così metter mano ai ricordi, cosa che mi riempie di emozioni intense. Faccio ancora fatica a radunare e sistemare le fotografie e i documenti di un passato difficile da raccontare.

Decido di riprendere il grande baule della ditta Acomin, incaricata dell’imballaggio e trasporto delle poche cose che gli esuli riuscirono a portare nel loro esodo forzato e che si trova nella cantina della mia casa natia, al villaggio Giuliano Dalmata di Roma, il quartiere a sud della capitale dove approdarono quegli italiani che provenienti dai territori italiani ceduti all’ex Jugoslavia arrivarono in città.

Forse c’è ancora qualche ricordo della famiglia di mio padre Renato Ballarin e dei suoi fratelli, Antonio e Maria. Venivano da Lussingrande, nell’isola di Lussino, mirabilmente descritta dallo scrittore Giani Stuparich nel romanzo breve L’Isola, situata in quello che era l’estremo confine orientale d’Italia, oggi in Croazia.

UN VIAGGIO PER MARE 

Un freddo giorno del novembre 1949 lasciarono la loro casa, bella e decorosa, per giungere nella madrepatria, dopo aver optato per rimanere italiani e di conseguenza lasciare la terra natia come prevedeva il trattato di pace. Un viaggio per mare e per terra lungo, silenzioso, angosciante, insieme a tanti paesani.

Per una persona come lo zio paterno, Antonio, un internato militare italiano, sopravvissuto alla prigionia in Germania presso lo Stalag B, al confine tra Germania e Polonia, e chissà come tornato a casa ridotto a uno scheletro, la decisione di lasciar tutto deve essere stata straziante.

Depositate le impronte digitali e sottoposti a disinfezione, vennero inviati al Silos di Trieste, poi al campo profughi di Udine. Dopo varie peregrinazioni i fratelli Ballarin arrivarono a Roma; Antonio e Maria morirono poco dopo. Mio padre Renato sposò Lidia, esule dallo stesso paese, che solo nel novembre del 1954 riuscì a lasciare la Jugoslavia. Come in pochi sanno, agli italiani della Venezia Giulia, di Fiume e di Zara, venne negato il richiesto referendum, ovvero di potersi esprimere sul proprio destino.

L’OPZIONE 

Fu loro concesso solo di “optare” se rimanere in Jugoslavia o andare in Italia. Le opzioni furono aperte nel 1948 e nel 1951, e in entrambi i casi, benché avessero inoltrato ricorso, a mia madre e al mio nonno materno venne negata la possibilità di lasciare la Jugoslavia. Lidia fu spiata, interrogata e vessata dall’Ozna, la polizia segreta jugoslava, che le negò per lunghi anni il documento d’identità.

Visse così nel terrore di poter sparire senza che nessuno potesse più rintracciarla, situazione, questa, frequentissima in quegli anni in tutta la Jugoslavia. In modo rocambolesco riuscì a lasciare l’amato paese, e, una volta in Italia si presentò alla polizia come richiedente asilo politico.

Il matrimonio a Roma costituì un ancoraggio per i due i giovani, naufraghi tra le onde della storia. Il piccolo appartamento del quartiere Giuliano e Dalmata dove sono nata era considerato una dimora di lusso per gli altri esuli, che abitavano, invece, negli alloggi dell’ex villaggio operaio, costruito per le maestranze che lavoravano nel grande cantiere dell’Esposizione universale romana, l’Eur, e di cui non c’è più traccia, se non nei filmati dell’Istituto Luce.

IL VILLAGGIO DI GIULIANO DALMATA 

Sin dal 1947 alcuni profughi, chissà come, giunsero in quello che oggi è il quartiere di Giuliano e Dalmata, luogo fatiscente e abbandonato in aperta campagna, a otto chilometri dalla basilica di San Paolo, senza alcun servizio essenziale. Era gente stremata da lunghi mesi di abbandono e indigenza totale vissuta nei sotterranei della stazione Termini.

Lentamente il sito si popolò di persone provenienti da tutta l’Istria, le isole del Quarnaro e Zara, creando così un insediamento unico nel suo genere nella capitale, con le sue scuole, negozi e officine. Ci si conosceva tutti e si parlava in dialetto veneto a casa, per strada, nei negozi, in chiesa.

Noi piccoli non percepivamo le storie dolorose che gravavano sulle spalle degli adulti e le strade del quartiere, titolate a personaggi importanti istriani e dalmati, erano il teatro dei nostri giochi estivi, la piazza Giuliani e Dalmati, con il viale Oscar Sinigaglia e il giardino della chiesa, il nostro quartier generale. Mentre vago con il pensiero, spuntano dal baule le fotografie di antenati sconosciuti e quella di una lontana vacanza a Lussino.

LE VACANZE 

Mia madre Lidia, infatti, noncurante dei suoi difficili trascorsi nella terra natale, di cui aveva un’acutissima nostalgia, sin dal 1960 tornò nell’isola, portando me e mio fratello piccolissimi. Così, mentre i bambini romani andavano al mare a Ostia e Torvaianica, noi ogni anno, trascorrevamo le vacanze estive oltre la cortina di ferro.

Lì trovavo gli zii, i cuginetti, che non avevo a Roma. Ma la gioia per quegli incontri durò poco: due fratelli di mia madre emigrarono negli Stati Uniti, Carmela e Giovanni stabilendosi a New York, dove i loro figli ancora vivono. Quello maggiore Giuseppe rimase nell’isola e noi a Roma.

Nonostante i rapporti epistolari e qualche momento insieme a Lussingrande in estate, la famiglia si è frammentata e inesorabilmente dispersa. Probabilmente nessuno se ne sarebbe andato se le condizioni di vita imposte dai vincitori non fossero state così devastanti.

IL QUARTIERE OGGI 

Chiudo nel pesante baule i ricordi di una storia drammatica e assi difficile da raccontare, da far comprendere, e torno a casa passando per la piazza del quartiere, nucleo storico, ufficialmente riconosciuto, dell’odierno popoloso IX municipio. Circondato da bei monumenti, quali il Leone marciano che sormonta l’ingresso della chiesa parrocchiale e un mosaico di Amedeo Colella, esule da Pola, affiancato dai versi della Divina commedia, sul selciato appare il disegno della penisola istriana, delle isole e di Zara, composto da pietre recanti i nomi di molti degli esuli giunti a Roma e dei loro paesi di provenienza.

È stata la felice idea di Oliviero Zoia, uno dei ragazzi del villaggio ora anziano come me, che desidera non si perda il ricordo di terre e di persone molto amate. Gli studenti e le associazioni culturali, che sempre più numerose vengono a visitare il quartiere, leggeranno i nomi anche dei miei genitori, mentre i ragazzini continueranno a giocare spensierati nella piazza.

Maria Ballarin, insegnante e storica, è nata a Roma da genitori esuli dall’isola di Lussino ed è cresciuta nel villaggio Giuliano Dalmata della capitale, si è laureata in filosofia e in teologia. Ha pubblicato il saggio Il trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia, edito da Leone editore.

MARIA BALLARIN. Insegnante e storica, è nata a Roma da genitori esuli dall'isola di Lussino. Cresciuta nel villaggio Giuliano Dalmata della capitale, si è laureata in filosofia e in teologia. Ha scritto il saggio Il trattato di pace 10 febbraio 1947 nei programmi e nei testi scolastici di storia, pubblicato da Leone editore

Una vita per Pola. Storia di una famiglia istriana. Marco Valle su Inside Over il 10 febbraio 2022.

Filosofo, scrittore, polemista, Stefano Zecchi è una delle voci più alte del panorama culturale italiano ma, soprattutto, è una mente anticonformista. Libera.  Lo confermano, una volta di più, i suoi grandi romanzi — “Quando ci batteva forte il cuore” (Mondadori, 2010) e “Rose bianche a Fiume” (Mondadori, 2014) — dedicati alla tragedia dell’esodo istriano. Due successi editoriali che hanno riportato l’attenzione del grande pubblico sulla catastrofe del confine orientale, una pagina a lungo rimossa della nostra memoria nazionale.

Con mano sapiente, ottima documentazione e scrittura elegante, il professore veneziano è infatti riuscito a ricostruire il drammatico vissuto delle genti italiane di Pola e Fiume, incalzate dal 1943 in poi dall’avanzare e poi dal consolidarsi sulle loro terre del regime jugo-comunista di Tito. Una somma di tante esistenze normali, normalissime, improvvisamente centrifugate dalle guerre e dagli odi, stritolate dalle ideologie e dalla violenza più assurda. Tante piccole storie d’amore, vicende familiari e microcomunitarie distese in fronte all’Adriatico “amarissimo” e inghiottite voracemente dalla grande e terribile storia del Novecento.

Ma Zecchi non smette mai di sorprendere e (in attesa di una versione cinematografica, mai dire mai…), esce in occasione del Giorno del Ricordo 2022 l’adattamento a fumetti di “Quando ci batteva forte il cuore”, una sorprendente graphic novel intitolata “Una vita per Pola, storia di una famiglia istriana” (Ferrogallico, euro 15,00) disegnata da un’artista d’eccezione come Giuseppe Botte.

Professor Zecchi, dopo tanti libri di filosofia, saggi di estetica e romanzi storici oggi lei si cimenta con il fumetto, le “nuvole parlanti”. Una vera novità.

La proposta dell’editore Ferrogallico di rivisitare il mio romanzo attraverso le matite di Botte mi è piaciuta subito. Trasformare in immagini le parole, con una grafica moderna dalla forte dinamicità e dalla cifra stilistica forte, mi ha appassionato: è una suggestione potente e, anche, una nuova sfida. In più il lavoro non solo rispetta la scrittura ma riesce a valorizzare — dato per me inaspettato — anche alcune pieghe del racconto. Le meno evidenti, le più intime. Le più sofferte. Il tutto offrendo al lettore un linguaggio e una chiave interpretativa innovative su una tragedia così complessa come fu quella dell’esodo istriano-dalmata. 

“Una vita per Pola” ripercorre il suo fortunato romanzo del 2010, oggi nuovamente in libreria negli Oscar best seller di Mondadori.

Sì. La trama è quella. La vicenda di una semplice famiglia istriana, persone normalissime che si ritrovano travolte, loro malgrado, in un disastro epocale che stravolgerà per sempre le loro esistenze. Il contesto è l’immediato dopoguerra a Pola, una città da sempre profondamente veneta e italiana che, all’indomani della sconfitta, vive i suoi ultimi giorni d’italianità. È il 1947 e gli alleati anglo-americani hanno deciso di cederle la città e l’intera regione alla Jugoslavia di Tito. Un passaggio che travolge e annienta una storia millenaria e impone con violenza non solo nuove frontiere ma anche un’altra lingua e un nuovo ordine. Un mondo slavo-comunista in cui per gli italiani — fascisti, antifascisti e (la gran maggioranza) apolitici, poco importa — non vi è più posto. Un disastro. Il tutto è visto attraverso gli occhi un bimbo, Sergio, che man mano comprende i tormenti dei genitori e le loro opposte sensibilità. In casa c’è la madre Nives, maestra che non si rassegna all’inevitabile e che cerca di opporsi in ogni modo, e poi il padre Flavio, reduce dalla prigionia uomo riservato e disincantato. Mentre Nives s’inerpica generosamente ma velleitariamente in tentativi cospirativi, Flavio comprende che i destini sono ormai segnati e sceglie l’esilio. Lacerati e ancora distanti, babbo e figlio imboccheranno la via della fuga che si trasformerà in una vera anabasi attraversando una terra sconvolta dall’odio. Ma strada facendo, passo dopo passo, ritroveranno tra loro una dimensione affettiva forte, l’amore paterno e l’amore filiale. Una piccola storia sullo sfondo del dramma di un intero popolo che ora è diventata anche una graphic story.

E di questa storia, come di tante altre piccole grandi storie, lei sarà testimone e relatore in questi giorni proprio in occasione della Giornata del ricordo.

Certo. Testimoniare e raccontare è un dovere civile e morale. Come ho già scritto “la vera e grande infedeltà è dimenticare”. Dobbiamo ricordare a quest’Italia smemorata e distratta cos’è successo tra il 1943 e il 1954 sul confine orientale. Con assoluta onestà intellettuale e serietà storica. Per questo sarò l’otto e il nove a Verona, il 10 a Trieste e l’11 a Venezia. Per ricordare una pagina che molti, troppi volevano cancellare, rimuovere, strappare in modo che i giovani sappiano, capiscano. Ecco perché “Una vita per Pola”, questo fumetto è importante, molto importante.

Parole indigeribili per alcuni revisionisti e molti negazionisti…

Sono segmenti con cui è impossibile oltre che inutile confrontarsi. Al netto di una base di veri ignoranti, povera gente che beve qualsiasi assurdità — dalla no shoah ai no vax etc. —, vi è uno zoccolo duro di professionisti che trasformarono ogni dibattito serio in una battaglia propagandistica e ideologica. Con loro dibattere, ragionare è tempo perso. Sono un problema psichiatrico. Nulla di più, nulla di meno.

Foibe, la sinistra perde la memoria. Alberto Giannoni il 9 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Celebrazione comunale "muta" al monumento. Ma rimediano associazioni e Fdi.

Poca voglia di ricordare le foibe. Nella comunità degli esuli di Istria Fiume e Dalmazia, c'è la convinzione che il Comune si mostri ancora una volta poco convinto nel celebrare il Giorno del ricordo.

Per domani Palazzo Marino ha organizzato in piazza Della Repubblica una celebrazione «muta» e in forma «ridotta». Per molti, le «restrizioni» sono incomprensibili. Come in altre occasioni, il Comune sembra in ritardo o poco attento. Il cerimoniale parla di esigenze organizzative legate al Covid e a Palazzo Marino escludono che ci siano altre ragioni ostative. «Siamo sempre andati senza problemi» ribattono, mentre spiegano che il sindaco Beppe Sala non parteciperà per una trasferta concomitante e interverrà sicuramente la vice, Anna Scavuzzo.

«In Consiglio comunale ci sarà un momento di ricordo - nota Matteo Forte - perché, come ogni anno lo abbiamo chiesto noi di Milano popolare, o Fdi. Questo accade perché non c'è quell'attenzione che, giustamente, viene dedicata alla Giornata della memoria. Evidente dal diverso atteggiamento si deduce che ci sono episodi di serie A e di serie B. Si tratta di un giudizio influenzato dall'ideologia di sinistra, secondo cui le foibe non devono avere la dignità di essere ricordate come si deve». «Anche le vicende che ho studiato - spiega Forte, che da storico si è occupato dell'eccidio di Porzûs - dicono che quella gente è stata vittima di due totalitarismi. Nelle foibe sono finiti anche antifascisti italiani. Non voler ricordare è un retaggio novecentesco della sinistra».

Altri Comuni hanno previsto eventi. A Cinisello Balsamo, per esempio, un momento commemorativo è previsti al Giardino martiri delle foibe «Norma Cossetto», col sindaco Giacomo Ghilardi e l'assessore Riccardo Visentin. E mercoledì 16 sarà presentato il libro «Verità infoibate» di Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto. A Pessano con Bornago ci saranno letture in memoria. Ma anche a Segrate, amministrata dal Pd, sono previste celebrazioni importanti: domani alle 11.30 al Giardino di via Grandi e sabato alle 17 al Centro Verdi la presentazione del libro di Tarticchio, «Sono scesi i lupi dai monti».

Milano continua ad avere un altro approccio. E dai municipi non risulta niente. Così gli eventi celebrativi saranno per lo più affidati alle associazioni o ai partiti. «Il nostro movimento - spiega Romano Cramer, segretario del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia - collocherà delle coccarde tricolori su piazze e vie della nostra storia: Fiume, Pola, Istria, largo Martiri foibe, per far sì che la gente passando si chieda perché e ricordi».

Fratelli d'Italia domani deporrà dei fiori in piazza della Repubblica e alle 18.30 terrà una fiaccolata. Il giorno dopo, grazie a un'idea di Enrico Turato (Zona 8) e all'iniziativa condivisa col capogruppo Riccardo Truppo, ha organizzato un evento in sala Alessi coi suoi eletti: «Davanti a una storia come questa che nessuno ha voluto raccontare per decenni nella speranza di farla scomparire dalla memoria collettiva - spiega Truppo - senti imperante l'esigenza di raccontarla. Se ancora oggi qualcuno preferisce non parlarne per dare una ricostruzione dei fatti edulcorata l'impegno deve essere doppio. Quest'anno toccherà a noi portare a Palazzo Marino questo tema, nel luogo istituzionale di Milano per eccellenza, sperando che eventi come questo non siano più considerati un'eccezione ma consuetudini della città». Alberto Giannoni

Le foibe e gli altri massacri: tutti i crimini di Tito. Andrea Muratore su Inside Over il 10 febbraio 2022.

Josip Broz, detto Tito, è stato uno dei leader più controversi tra quelli che hanno segnato la storia del Novecento. Nato nel 1892 da madre slovena e padre croato, Tito si distinse come voce più autorevole della resistenza jugoslava all’occupazione italo-tedesca della Jugsolavia tra il 1941 e il 1945, fu indubbiamente un leader politico sagace e seppe tenere unito il mosaico etnico-politico del Paese fino alla morte avvenuta nel 1980, dopo cui iniziò la disgregazione del Paese. Fu leader ben accolto nei salotti internazionali dopo la rottura con Stalin nel 1948, ricevette molte decorazioni tra cui la Legione d’Onore francese e divenne un uomo simbolo dei Paesi non allineati tra i due blocchi della Guerra Fredda.

Ciò che spesso non si ricorda, però, è il fatto che al pari di altre leader di potenze comuniste come Lenin e Stalin in Unione Sovietica e Mao Zedong in Cina Tito costruì la sua ascesa su una serie di operazioni di repressione degli oppositori, su politiche di pulizia etnica e su massacri sistemici. Grazie a un crescente impegno civico, politico e storico in Italia è emersa con forza la memoria della tragedia delle foibe contro gli esuli del territorio giuliano-dalmata reclamato da Belgrado. Ma purtroppo – smentendo una fuorviante retorica riduzionista sulla tragedia istriano-dalmata – gli eccidi delle foibe non rappresentano che una piccola parte dei massacri legati al consolidamento del potere titino. Degno compare per la forza delle sue repressioni dei più duri regimi del comunismo reale.

La repressione degli oppositori

Tra il 1944 e il 1945 la graduale riconquista delle forze di resistenza jugoslave riportò il territorio del Paese sotto il controllo degli uomini di Tito scacciandone i tedeschi.

Il clima politico nel Paese era avvelenato dagli odii interetnici e sociali scatenati dalla frammentazione del Paese: in Croazia, il regime degli Ustascia aveva assassinato circa 650mila serbi tra il 1941 e il 1945 e nella resistenza si era aperta la guerra civile tra i titini e i partigiani cetnici filo-monarchici.

In maniera analoga a quanto fatto da Lenin in Russia venticinque anni prima, Tito usò il terrore per consolidare il potere nelle zone liberate. Rudolph Joseph Rummell, politologo statunitense (1932-2014) che ha insegnato all’Università delle Hawaii ha fatto un ampio studio del “democidio” jugoslavo imputabile a Tito sottolineando che il numero totale delle vittime del regime comunista jugoslavo tra la fase del suo consolidamento e i decenni successivi è da cinquanta a cento volte superiori ai morti accertati nelle foibe, attestandosi attorno ai 585mila.

Nella sola Slovenia, nelle terre contigue a quelle sede della tragedia delle foibe, i titini eliminarono 12mila oppositori politici solo nel 1945; dopo la presa di Belgrado, i primi mesi dello stesso anno furono teatro di oltre 50mila uccisioni. Il mese di maggio del 1945, in questo contesto, avrebbe segnato un vero e proprio bagno di sangue.

La vendetta contro i croati

Il bersaglio furono i prigionieri di guerra del defunto Stato Indipendente di Croazia e tutte quelle forze che potevano in qualunque modo essere associate all’Asse. Lo Stato governato da Ante Pavelic si era sì reso responsabile di orribili crimini e repressioni, ma buona parte del suo esercito era costituito da imbelli coscritti male armati ed era ormai sbandato. Inoltre, nel 1943 Zagabria aveva aderito alla Convenzione di Ginevra e dunque, quando nel maggio 1945 i suoi uomini si arresero o alle forze britanniche in Carinzia o a quelle titine avrebbero dovuto ricevere ogni trattamento conforme alle leggi internazionali.

In una vera e propria forma di vendetta Tito, che aveva preso posizione a favore della maggioranza relativa serba, colpì con durezza i croati etnici, con cui pure condivideva in parte le origini. Quando i britannici decisero di rimpatriare in Jugoslavia i croati che si erano arresi oltre confine nella città di Bleiburg, in Carinzia, le truppe titine scatenarono il massacro: marce della morte, esecuzioni sommarie, vere e proprie cacce all’uomo causarono 70-80mila morti. A Tezno, vicino Maribor (Slovenia) furono uccisi 15mila prigionieri in un’unica operazione degna delle repressioni naziste in Polonia e Ucraina, in un episodio che causò più morti del massacro di Katyn;  Kočevski Rog e Huda Jama furono teatro di ulteriori stragi. Nel 2009 ad Huda Jama — la “grotta cattiva” — i ricercatori Jose Dezman e Marko Strovs  incaricati dal governo sloveno di capire la portata dei massacri dell’epoca scoprirono in una miniera abbandonata più di cinquemila corpi.

Campi di lavoro e pulizia etnica

Rummel ha stimato che tra 50 e 150mila furono i morti, infine, tra i deportati nei campi di lavoro forzato in Jugoslavia tra il 1945 e gli Anni Sessanta. Sebbene sia più difficile, visti i lunghi periodi di detenzione, identificare i morti nei campi per le cause collaterali alla detenzione nella massa più ampia dei decessi, sicuramente anche Tito operò la costruzione di una galassia concentrazionaria rimasta attiva anche dopo il declino dell’Arcipelago Gulag sovietico.

Tra 5mila tedeschi e prigionieri di guerra della Wehrmacht, 2mila albanesi etnici e 2mila kosovari uccisi, inoltre, la repressione toccò anche diverse declinazioni etniche.

Sommando a queste cifre le problematiche legate ai massacri portati avanti per vendette etniche, politiche e personali dai cittadini jugoslavi, le repressioni non organizzate e le azioni non conteggiate nei documenti storici Rummel ha, come detto, stimato in almeno 585mila le vittime del democidio jugoslavo. Una quota sostanziale degli 1,5 milioni di cittadini uccisi dalle varie parti in causa tra l’inizio della guerra e il consolidamento del regime. A testimonianza della matrice sanguinaria della dittatura che ha promosso il massacro delle foibe.

Porzus, quando i comunisti ammazzavano gli antifascisti. Marco Valle su Inside Over il 10 febbraio 2022.

Sette febbraio 1945. Friuli Orientale. Un centinaio di militi comunisti irrompe di sorpresa nel comando della brigata partigiana Osoppo. L’azione è rapida, brutale. Terroristica. In pochi minuti gli attaccanti sono padroni del campo. Il bilancio dell’operazione è netto. Vittoria. I difensori, frastornati, alzano le braccia. Urlano, imprecano. Nessuno li ascolta. I vincitori hanno una stella rossa sul berretto e tanta fretta. Gli ordini del partito sono chiari e non si discutono: il quartier generale degli “osovani” deve essere annientato. Il plotone d’esecuzione è pronto. Qualcuno intona “bandiera rossa”. Pietà l’è morta…

I sicari assassinano il comandante Francesco De Gregori – lo zio dell’artista romano -, i suoi luogotenenti – tra cui Guido Pasolini, il fratello di Pier Paolo – e i loro commilitoni. Un massacro. Venti partigiani italiani, venti antifascisti cadono falciati da raffiche di mitra. Raffiche corte, raffiche lunghe. Raffiche assassine. Tutte sputate dai mitra impugnati da altri partigiani. Anche loro italiani. Anche loro antifascisti. Perché?

Una domanda che rimbalza da decenni tra i monti del Friuli, un interrogativo silenziato per più di mezzo secolo nei tribunali dello Stato o sepolto negli archivi del defunto Pci e dell’ex Jugoslavia comunista. È “l’affare Porzus”, uno sporco affare.

A tutt’oggi – persino in questo primo scorcio del terzo millennio – quei venti morti rimangono un ricordo intollerabile per gli sfiatati cantori del manierismo resistenziale, un problema terribilmente fastidioso per segmenti della società politica italiana e una questione aperta che dopo più di settant’anni imbarazza giornalisti e gran parte degli storici. Di quella strage lontana meglio era (è) non parlarne. Meglio dimenticare, scordare. E – se proprio necessario – basta(va) un accenno confuso e deviante. Ancora una volta, perché?

Le risposte – complesse, atroci, definitive – le ritroviamo in Porzus. Violenza e Resistenza sul confine orientale. Un libro importante. Coraggioso. Il lavoro, curato da Tommaso Piffer e pubblicato – con il contributo dell’Associazione Partigiani Osoppo Friuli – nel 2012 da Il Mulino, raccoglie i contributi di Elena Aga-Rossi, Patrick Karlsen, Orietta Moscara, Paolo Pezzino, Tommaso Piffer e Raoul Pupo ed illumina con fredda obiettività il contesto nazionale e internazionale del tempo, i passaggi che portarono all’eccidio, le ragioni che hanno reso controversa la memoria del massacro, le tappe del dibattito storiografico e – dato centrale – i motivi dell’assordante silenzio di una “repubblica nata dalla resistenza”.

Rompendo schemi desueti quanto ipocriti, gli autori del saggio – senza sconti per alcuno e forti di un’imponente documentazione proveniente dagli archivi italiani, ex jugoslavi, tedeschi e britannici – hanno in primo luogo indagato la tragedia delle terre di frontiera. Non a caso. Analizzare i fatti del 7 febbraio ‘45 e gli eventi collegati significa non solo illuminare un angolo buio della nostra storia ma (ri)aprire il dibattito sulla complessità e le divisioni del movimento di resistenza antifascista in Europa, in Jugoslavia e in Italia. Infrangendo più di un tabù.

Come Piffer sottolinea nella sua introduzione, “la vicenda di Porzus e il contesto in cui essa è collegata mostrano come la storia del periodo 1943-1945 sia comprensibile nella sua interezza solo se ricondotta al suo vero contesto: un contesto nel quale il conflitto ‘bilaterale’ tra democrazia e nazifascismo si intreccia con il conflitto ‘trilaterale’ tra fascismo, democrazia e comunismo. Un duplice scontro all’interno del quale il conflitto tra forze comuniste e forze antifasciste non comuniste ebbe in alcune zone un’intensità non dissimile da quella tra le stesse forze antifasciste e il nazismo”.

Andiamo per ordine. Nell’ultimo conflitto mondiale nei paesi occupati dall’Asse il rifiuto all’hitlerismo fu un richiamo potente e – come, peraltro, il collaborazionismo – assolutamente trasversale. L’opposizione armata all’Ordine Nuovo berlinese assunse – soprattutto dopo El Alamein, Stalingrado e l’armistizio italiano -, dimensioni di massa, trasformandosi in un fattore politico e militare importante in cui s’intrecciarono motivazioni diverse, talvolta contradditorie e spesso contrastanti.

I comunisti, sebbene avessero imbracciato le armi — a differenza delle formazioni nazionaliste, come i gollisti in Francia o l’esercito clandestino polacco — solo nell’estate ’41 dopo la rottura del patto tra l’URSS e il Reich, presto trasformarono l’antifascismo in un vettore ideologico ambiguo, in un coltello a doppia lama. Su ordine di Mosca, celandosi dietro a parole d’ordine rassicuranti (moderate, unitarie e persino scioviniste), i quadri dei PC — un nucleo di solidi “rivoluzionari di professione”, forgiati da decenni di sconfitte e ripetute “purghe” interne — trasformarono la guerra contro la Germania in una fase prodromica alla rivoluzione e all’espansione sovietica. In questa logica le forze resistenziali (comprese quelle d’ispirazione anarchica o trotzkista) che non accettavano l’egemonia delle “avanguardie” dovevano essere neutralizzate o/e annientate. Con ogni mezzo, in tutta Europa.

Come annota ancora Piffer, è proprio in nome dell’antifascismo «che furono eliminati i partigiani “osovani” a Porzus, sulle cui credenziali democratiche non vi può essere dubbio alcuno… è in nome dell’antifascismo che le forze di Tito eliminarono le forze partigiane nazionaliste per poi imporre al paese un regime comunista, o che nel 1946 giustiziarono il loro leader Draza Mihailovic, che all’inizio del conflitto avevano celebrato come il leader della resistenza antifascista europea. Ed è sempre in nome dell’antifascismo che Stalin fece massacrare la resistenza polacca non comunista durante l’insurrezione di Varsavia del 1944, così da poter instaurare senza ostacoli il sistema socialista nel paese alla fine della guerra”. La tragedia carnica non fu quindi un’anomalia, un “triste errore” ma era parte di un preciso progetto politico-strategico fissato da Stalin e applicato con cinismo e determinazione dai suoi terminali nazionali.

Al tempo stesso Porzus e l’intera vicenda del confine orientale presentano varianti e conseguenze originali e impreviste. Tra il 1943 e il 1954 (e oltre), in quell’angolo d’Italia si consumò non solo il “conflitto trilaterale” ricordato da Piffer, ma anche un segreto duello per la primazia sul movimento comunista nell’Europa meridionale tra due partiti comunisti ferocemente stalinisti e tra Tito e Togliatti, due leader rigidamente “moscoviti”. Un gioco ambiguo e, tutt’oggi, poco esplorato.

Come spiegano nei loro contributi Raoul Pupo e Orietta Passerini, nell’ultima fase del conflitto Josif Broz Tito, a differenza del callido Palmiro — rimasto prudentemente in URSS sino al collasso del fascismo —, divenne uno dei protagonisti del panorama internazionale. Capo di un esercito irregolare e (grazie al contributo britannico) vittorioso, il rivoluzionario croato aveva — sfidando gli ordini di Stalin, attento agli equilibri internazionali e fautore di un gradualismo rivoluzionario — imposto il comunismo più duro e severo a un’intera nazione.

Forte del suo successo, Tito si convinse d’essere il principale referente europeo di Mosca e impose al PCJ una deriva estremistica, un intreccio di politiche radicali e d’esasperato nazionalismo “gran yugoslavo”. Approfittando della battaglia contro gli invasori stranieri, i “titini” scatenarono in una guerra civile feroce e una “pulizia di classe” accurata quanto criminale. Con l’accusa di “fascismo”, i partigiani rossi annientarono non solo gli avversari e i “nazionalisti borghesi” ma ogni segmento sociale, politico e culturale considerato potenzialmente nemico della “nuova Jugoslavia”: intellettuali, religiosi, imprenditori, piccoli e grandi proprietari terrieri e poi monarchici, liberali e poi socialdemocratici, anarchici, autonomisti croati, sloveni, macedoni, albanesi.

Come ricordava l’ex braccio destro di Tito e poi dissidente Milovan Gilas nel suo libro “Conversazioni con Stalin” (Feltrinelli, 1962), il padrone del Cremlino non apprezzò questo “inutile zelo” che rischiava d’irrigidire gli americani, ma con realismo preferì posticipare l’inevitabile rottura e legittimò parte delle ambizioni territoriali — cassando però le incredibili promesse (l’occupazione del Veneto e della Lombardia) fatte agli jugoslavi da Churchill — dell’ingombrante discepolo balcanico.

In nome della fedeltà all’Unione Sovietica, ai comunisti italiani non rimase che adeguarsi e obbedire. Il punto di svolta decisivo fu l’incontro a Roma, nell’ottobre del 1944, tra i dirigenti titini e il leader del PCI, nel quale Togliatti accettò le loro pretese sull’Istria, Fiume, Trieste, Gorizia e gran parte del Friuli; pochi giorni dopo “il migliore” emanò la direttiva di favorire in ogni modo “l’occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito”, ordinando ai suoi referenti locali di “prendere posizione contro  tutti quegli elementi italiani che si mantengono sul terreno e agiscono a favore dell’imperialismo e nazionalismo italiano e contro tutti coloro che contribuiscono in qualsiasi modo a creare discordia tra i due popoli”.

Da quel momento le formazioni comuniste italiane passarono sotto gli ordini diretti del comando del IX Corpus jugoslavo; chi non tra i “garibaldini” mugugnò o protestò — e vi furono più casi — fu prontamente eliminato. In questo quadro la stessa esistenza dell’Osoppo divenne per il PCJ e i suoi ausiliari italiani, semplicemente intollerabile. I comunisti di Togliatti, per ordine della federazione del PCI di Udine o/e dai “titini” — la questione è ancora aperta —, s’incaricarono di “risolvere” il problema e il sette febbraio ‘45 salirono a Porzus…

Da subito, come nel caso delle foibe, il PCI cercò di stendere una fitta coltre sull’episodio. Per decenni, con tenacia, dogmatismo e arroganza Botteghe Oscure e un triste sodalizio come l’ANPI imposero una visione manichea e storicamente inattendibile; ancora nel 1992 Occhetto e il PDS resero impossibile a Cossiga una commemorazione ufficiale a Porzus. E quando una persona onesta e intelligente come l’ex comunista triestino Stelvio Spataro osò qualche accenno sulla vicenda, fu subito brutalmente zittito. Per il partito nulla d’importante era successo. Di nulla si doveva parlare. Un silenzio assordante. Non mancarono gli ipocriti e gli ignavi: uno per tutti il non compianto Giorgio Bocca che accusò il povero De Gregori di viltà, attendismo e, persino, di grafomania anti comunista….

Resta il fatto che per Togliatti ieri — e per i suoi tristi epigoni, oggi — è(ra) difficile, forse impossibile ammettere, come sottolinea Patrick Karlsen che «per il partito comunista la motivazione nazionale della guerra di liberazione era un fatto negoziabile sull’altare dello scontro di classe». Non a caso per lo studioso (autore di un importante lavoro come “Frontiera rossa. Il PCI, il confine orientale del contesto internazionale”, Editrice Goriziana, 2010) Porzus e le foibe sono eventi assimilabili «nella misura in cui a essere colpiti dalla pulizia di classe comunista sono stati altri antifascisti. Nel fenomeno delle foibe vediamo almeno due logiche in azione. C’è un’epurazione preventiva nei confronti di coloro che, per ragioni ideologiche o nazionali, vengono considerati nemici della Jugoslavia comunista che si sta formando ed espandendo; e c’è un’epurazione punitiva, diretta a eliminare i fascisti o presunti tali. Nell’eccidio di Porzus all’opera c’è solo la prima spinta: a essere trucidati dai partigiani comunisti furono gli altri resistenti, alleati nella lotta di liberazione ma contrari all’annessione alla Jugoslavia comunista».

Accanto a De Gregori, Pasolini e gli altri martiri “osovani” lungo è l’elenco di antifascisti e partigiani assassinati, traditi, infoibati. Il primo è Luigi Frausin, dirigente triestino del PCI, ostile alla sottomissione ai “titini”: arrestato dai nazisti su “delazione slava” — come recita la motivazione della Medaglia d’oro alla memoria —, morì assieme ai suoi compagni tra le mura della Risiera. Altri furono eliminati direttamente dai comunisti: tre membri del Cln di Trieste; due di quello di Fiume; Vinicio Lago, ufficiale di collegamento della Brigata Osoppo; Enrico Giannini, del Corpo Italiano di Liberazione.

Il 30 maggio 2012 Giorgio Napolitano si è recato (primo Presidente della Repubblica) a Porzus per rendere omaggio alle vittime dell’eccidio. Un gesto importante. Nel suo discorso in municipio l’allora inquilino del Quirinale ribadì che “la Resistenza ha avuto anche ombre, macchie e la più grande è l’eccidio di Porzus” le cui radici vanno rintracciate “nelle pretese di dominio di una potenza straniera a danno dell’Italia in una zona martoriata come quella del confine orientale”. Un monito forte ai “giustificazionisti”, ai “negazionisti”, a tutti i nostalgici del filo spinato, un segnale a quella stramba e petulante coorte che ancora rifiuta d’accettare la tragedia del confine orientale.

Non vi è pace senza giustizia, non vi è superamento senza verità. Anche a Porzus. Anche in quell’ultimo lembo d’Italia.

Ecco le torture titine nei campi della morte per i militari italiani. Fausto Biloslavo il 9 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il dossier destinato alla conferenza di Parigi del 1947 è un triste campionario di atrocità.  

«Segreto - 5 ottobre 1945 - Condizioni degli internati italiani in Jugoslavia con particolare riferimento al campo di Borovnica e all'ospedale militare di Skofja Loka ambedue denominati della morte». Fin dal titolo della prima pagina dattiloscritta, il rapporto dei nostri servizi che emerge dal passato, fa accapponare la pelle. «Fucilazioni per nulla», «torture al palo», «lavori forzati», «scheletri viventi» sono le terribili parole che si ripetono nelle testimonianze dei soldati italiani catturati a guerra finita e sopravvissuti ai lager di Tito. Un rapporto dell'orrore secretato per 50 anni, che viene pubblicato integralmente la prima volta dalla Rivista dalmatica in occasione del 10 febbraio, giorno del Ricordo delle foibe e dell'esodo. «Lo curò mio nonno, Manlio Cace, ufficiale medico della Marina militare, per i servizi segreti, con l'obiettivo di presentarlo alla conferenza di pace che portò al trattato di Parigi del 1947, come prova delle indicibili violenze del regime jugoslavo ai danni degli italiani. Non sappiamo se fosse mai arrivato in quel consesso» spiega Carla Cace, presidente dell'Associazione nazionale dalmata, che scopre il rapporto segreto negli archivi romani del sodalizio. Oggi la drammatica relazione dei servizi, in anteprima per il Giornale, viene presentata al Parlamento europeo.

Le testimonianze sono rese ancora più drammatiche dalle foto dei sopravvissuti: fantasmi pelle e ossa con i segni delle torture, che a malapena si reggono in piedi. «Il loro stato è peggiore di quello dei reduci dei campi della morte tedeschi» si legge nella seconda parte con le fotografie. Non tutti nemici, ma pure militari che hanno aderito alla causa partigiana o sono stati catturati dai nazisti.

Nicandro Filippo, classe 1906, «fu fatto prigioniero nei primi di maggio, dopo quattro giorni di combattimento assieme alle formazioni partigiane per cacciare i tedeschi da Trieste». Il calvario inizia nel lager di Borovnica, in Slovenia, ad 88 chilometri dal capoluogo giuliano. «Alle sei si usciva per il lavoro, pesantissimo data la nostra debolezza causata dall'insufficienza del vitto; eppure si doveva lavorare ugualmente, altrimenti erano botte, calci e bastonature» racconta appena rilasciato da un letto dell'ospedale di Udine. «Ogni giorno infallibilmente moriva qualcuno nelle baracche; 2, 3, 4 morivano all'infermeria, soprattutto di diarrea» rivela Nicandro. Il soldato di sanità Guarnaschelli Alberto, di Pavia, fugge dalla prigionia tedesca, ma il 12 maggio viene catturato dai partigiani di Tito a Postumia. «Una mattina ci caricano in carri bestiame. Nel mio vagone eravamo in 118» come gli ebrei. Al campo di concentramento di Borovnica le punizioni sono terribili: «Mi pare di sentire ancora le grida di quei poveri disgraziati che dovevano stare anche due ore legati al palo con un sottile filo di ferro. Tutti svenivano durante quel supplizio e dopo la liberazione molti restavano con le braccia o con le mani anchilosate e bisognava che altri li aiutassero anche a mangiare e a spogliarsi». Il bersagliere Santamaria Gino, nato a Roma, descrive così la detenzione: «La vera vita d'inferno: bastonate, frustate, digiuni, malattie e sevizie fecero sì che quasi tutti fummo ridotti a scheletri viventi». Il rancio è una brodaglia e molti internati non hanno mai visto un pezzo di pane. «La fame era tanto forte che si divorava qualsiasi cosa capitava fra le mani - racconta il bersagliere - Così, lungo la strada che andava al lavoro (forzato nda), si raccoglievano l'erba e le foglie secche degli alberi o qualche frutto caduto e si divorava tutto immediatamente». A Borovnica «oltre 60 compagni sono morti di fame, malattie e di maltrattamenti. Altri 150 invece sono stati portati via e mai più nulla si è saputo della loro sorte».

Le fucilazioni scattano per futili motivi. «A Vipacco un prigioniero, sfinito dalla fame, terminata la sua scarsa razione chiese al cuciniere un supplemento. Un partigiano se ne accorse e gli sparò addosso a bruciapelo, freddandolo». La testimonianza è del sottobrigadiere della Finanza, Rapisarda Salvatore, prelevato dai titini a Trieste. «Un partigiano armato di moschetto mi chiede la fede matrimoniale che portavo al dito - racconta - Feci presente che si trattava di una cosa sacra e che non potevo dargliela. Il partigiano sogghignando dice: O me la dai o ti taglio il dito».

Un altro finanziere, Giribaldo Roberto, è testimone oculare della fucilazione di due compagni di prigionia. «Uno perché nel tentativo di evasione veniva fermato in mezzo al bosco - si legge nel rapporto - l'altro perché sorpreso in una casa ove era entrato per chiedere un pezzo di pane».

Le «marce della morte» sono altre occasioni di esecuzioni sommarie. Garbin Antonio, catturato a Velika Gorica dai tedeschi crede «nella liberazione da parte di soldati di Tito, ma ci accorgemmo subito di essere nuovamente prigionieri». Assieme ad altri 250 italiani viene incolonnato verso Belgrado. «In 20 giorni avevamo coperto una distanza di circa 500 km, sempre a piedi - testimonia - Durante la marcia vidi personalmente uccidere tre prigionieri italiani, svenuti e incapaci di rialzarsi. I morti però sono stati molti di più».

Cristina Di Giorgi, curatrice del numero speciale della Rivista Dalmatica scrive che «gli internati nelle circa cinquanta strutture organizzate e gestite dai miliziani comunisti di Tito sparse su tutto il territorio della Jugoslavia furono oltre sessantamila (tra loro ex soldati, ex prigionieri dei tedeschi, civili deportati da Istria, Venezia Giulia e Dalmazia, partigiani e persino comunisti)».

Prima di morire di stenti a Borovnica i prigionieri vengono trasferiti in un improvvisato ospedale ricavato nel castello diroccato a Skofja Loka, tristemente soprannominato «il cimitero». Guarnaschelli racconta che «la stanza aveva sempre porte e finestre chiuse. Ogni notte morivano 2, 3 o 4 di noi. Ricordo che in tre giorni ne morirono 25. Morivano e nessuno se ne accorgeva: solo alla mattina si vedevano irrigiditi». I malati non potevano uscire neppure per i bisogni corporali: «In un angolo vi era un recipiente di cui tutti si dovevano servire. Ed eravamo affetti da diarrea!». Nel campo della morte di Borovnica rimangono, dopo i rimpatri dei sopravvissuti, 400 italiani in mano agli aguzzini. Mignola Giuseppe, di Potenza, racconta che «il più spietato era un borghese che portava sempre uno scudiscio di gomma. Quanti ne ha fatti piangere quel disgraziato. Poi c'erano dei bambini di 12, 13 anni. Quei farabutti». E alla fine dichiara: «I partigiani di Tito più che uomini erano belve». Ungaro Giacomo ha un lasciapassare rilasciato dalle autorità jugoslave per tornare a casa a Bari, ma viene fermato lo stesso dai titini il 10 maggio 1945, vicino a Trieste, a guerra finita. Sopravvissuto a Borovnica ammette: «Ho invocato tante volte la morte» piuttosto che «sopportare lo strazio al quale eravamo sottoposti noi poveri italiani».

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace.

I negazionisti delle Foibe assaltano la sede di FdI di Fermo. Meloni: “Di questo odio nessuno parla”. Lucio Meo martedì 8 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Non è una coincidenza, ma una certezza: nella sede di FdI di Fermo in questi giorni era prevista la cerimonia in ricordo delle Foibe, cerimonia su cui è calata la furia dei negazionisti di sinistra. “Sono entrati sfondando la porta con un piede di porco e hanno completamente devastato la sede di Fratelli d’Italia a Fermo. Ma di questa violenza, di questo odio, non ne sentirete parlare dal mainstream. Spero che tutte le forze politiche condannino l’ennesimo attacco nei confronti di una sede di FdI”. La denuncia su Facebook arriva direttamente dal presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, all’indomani del gravissimo atto vandalico compiuto da ignoti all’interno della sede di Fermo di Fratelli d’Italia.

Foibe, l’assalto alla sede di FdI di Fermo

“Mi auguro che i responsabili siano presi e puniti. Non ci facciamo intimidire dall’odio politico”, commenta Emanuele Prisco, commissario regionale Fdi nelle Marche. L’ingresso della sede, dove storicamente si è sempre riunita la destra fermana, è stato forzato e sono stati strappati i manifesti al suo interno e messa a soqquadro l’intera sala. In questi giorni, infatti, si sarebbe dovuta tenere lì la manifestazione in ricordo dei Martiri delle Foibe organizzata da Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di FDI. “Si tratta di un atto gravissimo, soprattutto perché il livello del dibattito democratico continua a scadere sempre più velocemente in quella lotta senza quartiere di epoche buie della storia repubblicana. Abbiamo piena fiducia nel lavoro di Forze dell’Ordine e della magistratura che sono già al lavoro per individuare i colpevoli”, aggiunge Emanuele Prisco, commissario regionale Fdi nelle Marche.

La violenza non ci fermerà, dice Lucia Albano

“Questa notte a Fermo la sede di Fratelli d’Italia è stata presa d’assalto e vandalizzata. Sono stati danneggiati gli arredi e strappati i manifesti che promuovevano il “Giorno del Ricordo”, un evento organizzato per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata con la presenza di alcuni esuli fiumani, tra cui mio padre, il Magg. Albano”, dice Lucia Albano, deputata marchigiana di Fratelli d’Italia. “La scelta di colpire la sede di Fratelli d’Italia in occasione di questa ricorrenza storica è una ferita ai valori della democrazia e un’offesa alle vittime di quegli anni. Esprimo tutto il mio sgomento e tutta la mia preoccupazione: chi oggi ci attacca vuole impedire il ricordo di fatti realmente accaduti che appartengono alla storia della nostra Nazione. In questo momento sono in corso i controlli della Polizia Scientifica, per verificare l’entità dei danni e individuare le modalità di effrazione. La violenza di pochi non fermerà la volontà di portare avanti il ricordo”.

Foibe, l'orrore senza fine. Recuperate 814 vittime dei partigiani comunisti: anche suore e bambini.  Sveva Ferri martedì 28 Luglio 2020 su Il Secolo d'Italia.

È un orrore senza fine quello che emerge dalle foibe. Gli speleologi hanno infatti recuperato i resti di altre 814 vittime dalla foiba di Jazovka, nella regione di Zagabria, non lontana dal confine sloveno. Gli esperti incaricati del triste compito di recuperare le vittime dei partigiani di Tito hanno riconosciuto fra i resti anche numerose donne, fra le quali diverse suore, e diversi bambini. 

“La sinistra cerca di minimizzare queste efferatezze”

Le operazioni di recupero si sono concluse lunedì 20 luglio, ma in Italia la notizia ha stentato a circolare. A rilanciarla sono state le associazioni di esuli e le realtà che preservano e divulgano la memoria di quella pulizia etnica che colpì gli italiani. “Queste iniziative di recupero sono utili per smontare il mito di un comunismo sociale e rispettoso della libertà del popolo”, ha sottolineato il direttore del Museo storico di Fiume, Marino Micich, accostando le foibe a ciò che avvenne nel “triangolo rosso”. “Bisogna insistere a far conoscere queste verità per il rispetto della storia e per la libertà. Per lunghi anni – ha concluso Micich – a sinistra si è cercato e si continua per molto versi a minimizzare tali efferatezze”. Non ultimo in questo senso il caso delle deliranti polemiche sollevate da Rifondazione comunista per l’intitolazione di un luogo pubblico di La Spezia a Norma Cossetto.

Una ricerca durata decenni

A ricostruire la storia delle indagini e dei ritrovamenti nella foiba di Jazovka, profonda circa 40 metri, è stata poi l’Unione degli Istriani, con un lungo post sulla sua pagina Facebook. Da lì si apprende che questa indagine era partita nel settembre del 2019 e le prime esumazioni risalgono al 13 luglio di quest’anno. Dunque, i lavori per riportare in superficie tutte le 814 vittime dei partigiani titini hanno richiesto una settimana. “Le ricerche e la riesumazione delle salme sono state possibili grazie alle richieste delle Associazioni dei veterani di guerra croate”, si legge ancora nel post dell’Unione degli Istriani. La prima ricerca delle vittime di questo massacro risale al 1989, a fronte delle prime denunce sulla sua esistenza avvenute un quindicennio prima.

Nelle foibe il massacro degli innocenti

Nel 1999, poi, di fu “una sorta di vera e propria catalogazione”, ma i resti non vennero rimossi da dove si trovavano. “La ricerca condotta nelle viscere della cavità rivelò che le vittime erano state legate con un filo di ferro prima di essere gettate nella fossa, dopo essere state colpite alla nuca. La maggior parte dei teschi rinvenuti presentavano fratture causate da un oggetto contundente”, spiega ancora l’Unione degli Istriani. Allora però il numero delle vittime era stato identificato in 476. Si trattò di un passaggio comunque fondamentale. Già all’epoca, infatti, i responsabili delle ricerche furono in grado di rivelare che le vittime erano state prelevate dai partigiani dall’ospedale Sv. Duh di Zagabria.

Le vittime prelevate in ospedale: feriti, medici, infermieri, suore

“Tra le vittime, insieme ai membri delle formazioni ustascia e dei domobranci catturati, c’erano i feriti, le infermiere e le suore prelevate dai partigiani dall’ospedale Santo Spirito (Sv. Duh) di Zagabria dopo la battaglia di Krašić, nel 1943, e poi nel maggio 1945″, spiega ancora l’Unione degli istriani. Fra le prime testimonianze che hanno consentito l’individuazione della foiba c’era quella del partigiano che guidava “la corriera della morte” e che, quando vide cosa succedeva alla fine del viaggio, si rifiutò di svolgere ancora quel compito.

Le foibe, un orrore senza fine: si cerca Jazovka 2

Ma l’orrore non sembra destinato a finire qui, sul fondo della foiba di Jazovka. Nei pressi di quella che ha appena restituito 814 vittime, infatti, ve ne sarebbe un’altra, chiamata Jazovka 2. “Dovrebbe contenere – spiega ancora l’Unione degli Istriani – altre centinaia di vittime”.  “Il piano ora – chiarisce l’associazione di esuli – è quello di condurre una nuova ricerca in questa cavità”. 

Sia la Segre a pretendere dall’Anpi rispetto per la memoria degli italiani assassinati nelle Foibe. Il Secolo d'Italia mercoledì 5 Febbraio 2020.

Al Senato della Repubblica si riscrive la storia delle foibe, e una legge dello Stato è gettata nel cestino.

Non ci sono scusanti, è una vergogna che si sia permesso, in una sede di quella rilevanza istituzionale, di offendere la memoria dei morti e il dolore dei vivi, con quel convegno della solita associazione partigiani a pochi giorni dal 10 febbraio. In quella data si celebrerà per volontà del Parlamento la Giornata del Ricordo. Ma a breve distanza, si è consentito in un pezzo dello stesso Parlamento di negare il fondamento di quella legge.

Che cosa avrebbero detto se alla vigilia del 25 aprile…

Ci chiediamo che cosa succederebbe se a poche ore dal 25 aprile si presentasse dal presidente Fico l’on. Giovanardi per farsi concedere una sala in cui discutere del triangolo rosso. Lo squarcio di luce nei delitti dei partigiani rossi contro quelli bianchi e contro i preti. Le pagine di Giampaolo Pansa. Quanto avrebbero strillato questi signori che non conoscono rispetto, pietà, memoria quando riguarda quello che non aggrada loro? 

Esprimiamo indignazione totale per l’evento con il quale, nella Biblioteca del Senato, si è puntato – di nuovo e con l’ombrello istituzionale – su un revisionismo che disgusta. Perché riguarda il sangue dei nostri connazionali, il sacrificio di decine di migliaia di infoibati, assieme all’esodo di tantissime famiglie italiane. Ci piacerebbe conoscere nome e cognome di chi ha consentito una sceneggiata antistorica. 

L’associazione partigiani continua a seminare di falsità il suo percorso. Con balle nemmeno tanto nuove su quella che fu una tragedia nazionale. Insistono sul ritornello della reazione al fascismo: lo fanno per negare quella voglia di pulizia etnica che mosse gli uomini del maresciallo Tito. Al quale la Repubblica, ignominiosamente, ancora non ha tolto una onorificenza immeritata, immotivata, provocatoria.

Quel paragone insulso tra Bibbiano e le Foibe

Odio smisurato, ecco che cosa cova a sinistra. Ed è ripugnante da leggere quello che è uscito dalla bocca di Anna Cocchi, presidente dell’Anpi di Bologna. “Non si possono usare strumentalmente e politicamente le foibe – ha detto la svergognata – come è stato fatto con Bibbiano”, parlando di “numeri gonfiati”. Questa signora si faccia vedere da qualcuno bravo, perché ne ha bisogno. E per fortuna che i bambini di Bibbiano sono rimasti vivi, altrimenti a sentire certa roba, sarebbero diventati anch’essi morti negati. Che pena!

Ci troviamo di fronte esclusivamente al tentativo di minimizzare la tragedia. Di più, ha denunciato Giorgia Meloni: “Vogliono provare a giustificare la violenza contro gli italiani. E’ un vero e proprio oltraggio agli esuli istriani e dalmati, alle vittime dell’odio comunista, e ancor più grave che il tutto sia avvenuto all’interno di un’Istituzione”.

Questa Italia non riesce proprio a riconciliarsi con se stessa. Da destra non si è certo esitato a riconoscere l’orrore dell’Olocausto. A sinistra invece si convive ancora con il negazionismo sulla Foibe. Dividono i morti. Cancellano le responsabilità. Occultano la memoria.

Sarebbe bello se qualche parola la tirasse fuori Liliana Segre, e lo diciamo senza alcuna volontà polemica. Proprio chi è destinata alla guida di una commissione che dovrebbe contrastare l’odio ha il dovere morale di dire smettetela a chi continua a insultare quegli italiani assassinati proprio perché erano italiani.

Fratelli d’Italia: «Finalmente la circolare del ministro Bianchi per il Giorno del Ricordo nelle scuole». Redazione il 09 febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Il pianeta scuola non potrà più ignorare le celebrazioni del Giorno del ricordo delle vittime delle foibe. E dell’esodo giuliano-dalmata. Dopo decenni di silenzio e maldestri tentativi negazionisti il ministero di viale Trastevere ha accolto le sollecitazioni di Fratelli d’Italia. Per una programmazione adeguata che celebri le vittime di una delle pagine più drammatiche della storia nazionale.

Scuole, Fratelli d’Italia: finalmente la circolare per il Giorno del Ricordo

“Finalmente è stata emanata la circolare per il Giorno del Ricordo da parte del Ministero dell’Istruzione. In merito alle iniziative che saranno promosse nelle scuole. Viene dato seguito alla risoluzione, a prima firma Frassinetti, approvata dalla VII commissione in maniera unitaria”. Così in un comunicato congiunto i parlamentari di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e Paola Frassinetti. Che ringraziano il ministro Bianchi e il sottosegretario Sasso per aver dato seguito al loro appello.

Ora iniziative con gli esuli e interpreti come Cristicchi

“Ora, per tutto il mese in corso, siano garantite iniziative e incontri con gli esuli. Per sentire dalla viva voce degli esuli la tragedia delle foibe. O con interpreti come Cristicchi, con ‘Magazzino 18’. Ora – aggiungono i deputati del partito di Giorgia Meloni – si garantisca la trasmissione al Parlamento di dati specifici sulle iniziative promosse, verificando anche, come indicato dalla risoluzione stessa, che siano gli esponenti delle associazioni degli esuli a portare avanti le memoria di ciò che è avvenuto. “I presidi – proseguono Mollicone e Frassinetti – diano attuazione, escludendo qualsiasi forma di negazionismo e revisionismo come avvenuto a Verona. Dove in una conferenza in un istituto superiore allo ‘storico’ Eric Gobetti, che minimizza, giustifica e riduce i massacri delle foibe, sono state affiancate le voci autorevoli di Biloslavo e Briani”.

Foibe, la Lega allerta il ministro Messa: «Il rettore Montanari si fa beffa del Giorno del Ricordo». Redazione martedì 8 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.  

«Tomasi Montanari fomenta divisioni e politicizza lui stesso una vicenda che dovrebbe essere consegnata allo studio della storia e al rispetto di quanti su quel confine persero la vita». A sostenerlo, almeno questa volta, non è il Secolo d’Italia, ma un’autorità di governo nella persona del sottosegretario Tiziana Nisini. L’esponente leghista davvero non le manda a dire al rettore dell’Università per Stranieri di Siena, segnalatosi già nell’estate scorsa per il suo negazionismo sulle foibe. E che ieri è tornato sull’argomento annunciando un convegno che si presenta ambiguo sin dal titolo. Eccolo: “Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del Ricordo“. 

 Nel mirino il convegno organizzato da Montanari

Persino un bambino s’accorgerebbe che il vero obiettivo di Montanari è parlare d’altro. Di tutto, forse, tranne che della tragedia che si abbattè sugli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia alla fine del secondo conflitto mondiale «Vorrei ricordare a Montanari – ha aggiunto la Nisini – che la legge che istituisce il Giorno del Ricordo non ha come scopo solo quello di onorare la memoria delle vittime innocenti e degli esuli. Ma ha anche quello di creare una memoria condivisa sulle vicende che interessarono il nostro confine orientale». La sottosegretaria non è l’unica del suo partito ad strigliare Montanari.

I senatori del Carroccio: «Si vergogni»

Di «squallida iniziativa» hanno infatti parlato i sottoscrittori di un’interrogazione parlamentare – primo firmatario William De Vecchis – rivolta al ministro dell’Università Messa. Nessuna volontà censoria, ci mancherebbe. I senatori del Carroccio hanno infatti chiesto di sapere se Montanari, nella sua qualità di rettore, «possa farsi promotore di iniziative di critica esplicita verso una legge dello Stato e, congiuntamente, di un’offesa così marcata alle vittime delle foibe». Duro anche il commento politico dei firmatari. «A sinistra – si legge nell’interrogazione – ci ricascano sempre, cercando puntualmente di svilire e sottovalutare responsabilità e diluire atrocità che furono perpetrate da bande di criminali comunisti ai danni di italiane ed italiani di ogni età. Montanari si vergogni».

Foibe, Montanari critica il Giorno del Ricordo: scoppia la polemica. Marco Gasperetti su Il Corriere della Sera il 9 febbraio 2022.

«Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del Ricordo». È il titolo del seminario di studi che si è svolto ieri all’università per stranieri di Siena. A organizzarlo è stato il professor Tomaso Montanari, rettore dell’ateneo. Un’iniziativa che alla vigilia della giornata (oggi) che ricorda le vittime delle foibe, ha suscitato nuove polemiche e accuse di negazionismo al rettore che già in passato aveva contestato «l’uso strumentale che la destra neofascista fa delle foibe» ma ha sempre respinto l’accusa di essere un negazionista. Contro il seminario di ieri alcuni esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega avevano chiesto l’intervento del ministro dell’Università e della ricerca Maria Cristina Messa accusando il rettore di diffondere «pericolose teorie negazioniste sulle foibe».

All’iniziativa hanno partecipato docenti di alcuni atenei e storici. Tra questi Francesco Pallante, dell’università di Torino, Marta Verginella, dell’università di Lubiana, Filippo Focardi, dell’ateneo di Padova ed Eric Gobetti, membro del comitato scientifico dell’Istituto storico della Resistenza di Alessandria.

«Un’iniziativa scientifica e non politica — ha spiegato Montanari —. Sono convinto che i morti delle foibe, una pagina tragica della nostra storia, sia stata strumentalizzata da qualcuno, e questo qualcuno sono i fascisti».

Il professore ha inoltre spiegato ai giornalisti che oggi diverse associazioni neofasciste si sono date appuntamento a Firenze per celebrare il Giorno del ricordo. «E allora mi domando: è normale che una festa dello Stato venga celebrata da associazioni neofasciste e neonaziste?», ha detto.

Pesanti le critiche contro l’iniziativa dell’ateneo senese. Il sottosegretario al Lavoro, Tiziana Nisini (Lega), ha accusato Montanari di «non perdere occasione per mancare di rispetto ai martiri delle foibe». L’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi ha chiesto «di farla finita con queste baggianate giustificazioniste, revisioniste o negazioniste: alle vittime italiane del massacro perpetrato dai comunisti di Tito deve essere dato lo spazio e il rispetto che meritano». Mentre il consigliere regionale della Toscana, Marco Landi — anche lui della Lega — ha accusato il rettore di «attenzione morbosa che lo accompagna durante l’intero anno e raggiunge l’apice alla vigilia del Giorno del ricordo».

Secca la replica di Montanari: «Chi contesta la doverosa attività di ricerca dell’università è fuori dal progetto della Costituzione e dimostra di avere una coscienza totalitaria e non democratica. L’università deve continuare a non farsi intimidire e a svolgere il suo ruolo, se dovesse smettere perché minacciata dalla politica saremmo già in un regime totalitario».

Montanari e le foibe, quando all’analisi storica si preferisce un’esibizione provocatoria. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 9 febbraio 2022.

Più che una riflessione è un’ossessione, più che un’analisi è un’esibizione, più che storiografia è mitomania. Per Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, le foibe rappresentano sempre una buona occasione per mettersi in mostra davanti a una sinistra «dura e pura». Di cui, evidentemente, si sente l’ultimo erede. Alla vigilia del Giorno del ricordo, «istituito — come recita la legge n. 92 del 30 marzo 2004 — al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra», Montanari ha pensato bene di organizzare a Siena un seminario dal titolo: «Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del ricordo».

Nel presentare il convegno (in una sala semideserta), Montanari ha ribadito il carattere accademico dell’incontro («l’università non si schiera politicamente»), che in discussione non è la tragedia delle vicende ma il revanscismo fascista che ha portato all’istituzione della legge del 2004, e tuttavia (nonostante la qualità degli interventi) a nessuno sfugge il carattere di provocazione per ribadire, ancora una volta, come questa ricorrenza sia «una falsificazione storica» voluta dalle destre. Il Giorno del ricordo non è nato in evidente opposizione alla Giornata della memoria (della Shoah). Se alcuni faziosi lo fanno (e lo fanno), se ne assumano la responsabilità. Ma non esiste nessuna equiparazione fra i due eventi: la Shoah indica l’unicità di una tragedia senza paragoni. Le foibe sono un abisso, la voragine dell’inebetimento umano. Non paragonabili al calcolato progetto di genocidio dei nazisti ma pur sempre parte di quell’ideologia di purificazione etnica che imbianca tutti i sepolcri del mondo.

Le foibe e il destino di Trieste: il valore del Giorno del Ricordo. Il libro in edicola con il «Corriere» Foibe, facciamola finita con l’oblio. Bisogna riconquistare la memoria Esodo e foibe, italiani in fuga da Tito. Un libro per il Giorno del Ricordo Le Foibe e Montanari, rettore di lotta e di governo La repubblica dei datteri in cui vive Tomaso Montanari Tomaso Montanari, il prof delle polemiche (che si va a cercare)

La disinvoltura sul numero dei morti «costituisce — ha scritto Raoul Pupo — un ottimo trampolino di balzo per il negazionismo, che ha buon gioco nel denunciare esagerazioni e incongruenze e che nel facile risultato trova la spinta a mettere in discussione non solo la retorica rappresentazione, ma la sostanza dei fatti». La memoria va a corrente alternata? Memoria significa anche ricordare l’accoglienza riservata da molti italiani ai profughi. Come suggerisce Toni Concina, presidente dei Dalmati italiani nel mondo: «Vorremmo che la Nazione ricordasse con serietà e orgoglio i suoi 350.000 figli estirpati dalle loro terre e dimenticati per decenni. E che si smetta di considerarla legata soltanto all’occupazione fascista! Basta leggere i censimenti austriaci dell’inizio ’900 e paragonarli con quelli croati di fine secolo per toccare con mano la sostituzione etnica effettuata sulla pelle di cittadini laboriosi e onesti, principali vittime delle conseguenze della sciagurata Seconda guerra mondiale».

Paolo Del Debbio per “La Verità” il 9 febbraio 2022.

Non c'è pace per i morti ammazzati e gettati brutalmente nelle foibe, legati con un filo di ferro gli uni agli altri in modo che, spinto il primo, questo si sarebbe trascinato dietro tutti. Non è inutile ricordare che questo nome, foiba,deriva dal latino fovea che vuol dire antro, spelonca, e infatti le foibe furono chiamate così proprio perché sono delle specie di inghiottitoi naturali tipici delle zone carsiche che sembrano fatti apposta per nascondere l'orrore di quegli eccidi. 

 Domani si celebra il Giorno del ricordo in memoria proprio della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, nonché dell'esodo degli istriani, fiumani e dalmati, costretti a lasciare le loro terre nel secondo dopoguerra. 

Questa data è stata istituita dalla legge del 30 marzo 2004, n. 92. Dunque una legge nazionale nella quale, all'articolo 2, si invitano le istituzioni e le scuole a organizzare «iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi». Per lo stesso giorno - 10 febbraio - l'ineffabile professor Tomaso Montanari, Rettore Magnifico dell'Università per stranieri di Siena, ha indetto un convegno dal titolo «Uso politico della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del ricordo».

 Non vogliamo fare quello che George W. Bush fece nel caso dell'Iraq, cioè un attacco preventivo. Del contenuto del convegno, ovviamente, parleremo a tempo debito. Ma viste le affermazioni recenti del Magnifico, che ha timbrato come «legge neofascista che va cancellata» la legge istitutiva di questo Giorno del ricordo, e visto che ritiene questa celebrazione «frutto di battaglie revisioniste» e «il più clamoroso successo di falsificazione storica da parte della destra più o meno fascista», capirete bene che qualche dubbio ci viene, anche perché il professore ama citare spesso una frase di Eric Gobetti tratta dal volume.

E allora le foibe?, nella quale lo storico sostiene che «la Giornata del ricordo come è stata concepita è il momento in cui la versione del neo fascismo italiano diventa la versione ufficiale dello Stato». 

Sia pure a dir poco ributtanti, a questi rappresentanti dell'intellighenzia più alla moda va dato atto almeno di dire le cose con chiarezza. Con tutta onestà e con tutto il rispetto nei confronti di chi lo ha votato, ci sia permesso di chiamare il professor Montanari semplicemente rettore, perché di magnifico nelle sue parole rinveniamo ben poco. E si noti bene, non riteniamo aberranti queste parole per una questione storica che, come tutte le questioni storiche, può e deve essere discussa sempre e legittimamente.

Si chiama ricerca scientifica. Il motivo è un altro: se il professor Montanari - che non avrà certo difficoltà a rastrellare a proprio sostegno un gruppo di costituzionalisti, storici e magari anche qualche ottone (non ci riferiamo alla dinastia ottoniana dal Ducato di Sassonia fino al Regno d'Italia, ma più semplicemente alla famiglia degli strumenti a fiato cui appartengono anche i tromboni) - ritiene che questa legge sia neofascista, appellandosi alla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista, nonché alla legge Scelba del 1952 che introdusse il reato di apologia del fascismo, nonché alla legge Mancino del 1993 che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni, slogan e violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali, si rivolga - corroborato dal gruppetto sopra descritto - alla Corte costituzionale e sollevi il caso di illegittimità costituzionale della legge che ha stabilito nel 2004 il Giorno del ricordo.

Perché delle due l'una: o il convegno indetto dal professor Montanari rappresenta solo un'occasione di scandalo storiografico (che non c'entra nulla con la scientificità), oppure è una cosa seria, ma le cose serie esigono normalmente che chi le propugna vada fino in fondo, se no si tratta del famoso sasso lanciato e seguito dal nascondimento della mano che lo ha lanciato. 

Non c'è un presidente della Repubblica - a partire da Giorgio Napolitano che pure, lo ricordiamo en passant, nel 1956 si pronunciò a favore dell'invasione sovietica dell'Ungheria, riconoscendo in seguito lo sbaglio e dichiarando che «sui fatti d'Ungheria, sulla rivoluzione e sulla repressione aveva ragione Nenni» - che non abbia difeso il Giorno del ricordo con forza.

Perché chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che riconoscere quello che Napolitano stesso disse nel 2008: «Non dimentichiamo e cancelliamo nulla: nemmeno le sofferenze inflitte alla minoranza slovena negli anni del fascismo e della guerra. Ma non possiamo certo dimenticare le sofferenze, fino a una orribile morte, inflitte a italiani assolutamente immuni da ogni colpa». A parte la colpa, aggiungiamo noi, di non sottostare al regime comunista di Tito e per molti la colpa di rappresentare la società borghese, rea di avere delle proprietà private in quelle zone e di non aderire al regime titino.

Noi celebreremo il Giorno del ricordo come un atto doveroso, costituzionalmente ineccepibile, storicamente e umanamente imprescindibile. In altri termini, un atto dovuto.

Foibe silenziate, altre vergogne a Roma e a Milano. Carla Cace: “Riduzionismo strisciante”. Augusta Cesari venerdì 4 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Ancora un vergognoso riduzionismo sulle foibe a pochi giorni dal 10 febbraio. “I consiglieri di maggioranza del Municipio XIII, con un imbarazzante teatrino, hanno prima presentato e poi ritirato un atto sulla Memoria.  Ma cosa ancora più grave, hanno bocciato una nostra mozione che prevedeva un dibattito sulle Foibe. Organizzato, a titolo gratuito, dall’associazione di promozione sociale “Comitato 10 Febbraio”. Accade a Roma, la denuncia è del capogruppo di Fratelli d’Italia in Municipio XIII, Isabel Giorgi e i consiglieri municipali di FdI, Marco Giovagnorio e Simone Mattana. Un atto gravissimo. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire amaramente. Ma ogni anno va sempre peggio e il ricordo della tragedia italiana trova sempre un muro di ostracismo. Vietato ricordare. 

Roma, il XIII Municipio vieta un dibattito sulle foibe

“Una decisione assurda, mai successa prima in Consiglio, che infanga la memoria di migliaia di persone morte in questo tragico eccidio; e soprattutto non rispetta la legge 92 del 2004 attraverso la quale il Parlamento ha designato il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo”. I rappresentati di FdI sono attoniti, sconcertati. “Mentre nelle scuole di ogni genere e grado saranno previste iniziative; nonché la realizzazione di studi, convegni e incontri  per favorire e diffondere la memoria di queste vicende; nel Municipio XIII sarà vietato “ricordare”. Tutto ciò è semplicemente vergognoso”. Si è già scatenata la vergogna, a più riprese.

Foibe, Milano: il 10 febbraio sarà una cerimonia “carbonara”

L’iniziativa di Gorizia con il convegno negazionista, presente Eric Gobetti (“E allora le foibe“?) non è il solo punto di caduta. A Torino c’è stata la vergognosa protesta di tutto il sinistrume, Anpi in testa, per una locandina che mostra i comunisti partigiani di Tito “troppo brutti” e mostruosi. Ne sa qualcosa l’assessore regionale Maurizio Marrone di FdI, promotore di un ciclo di iniziative per il 10 febbraio. Preso di mira per un manifesto “troppo realistico”. Già, meglio silenziare e rendere “meno orribili” i fatti raccapriccianti. E in effetti è quel che succederà a Milano. Qui la cerimonia per i familiari degli esuli giuliano dalmati sarà una cerimonia “carbonara” come hanno denunciato le associazioni. Ci sarà infatti una cerimonia in tono minore. In programma fra una settimana in piazza Della Repubblica, dopo tanti ritardi, è stata infine collocata una bella stele realizzata  da Piero Tarticchio, punto di riferimento per la comunità degli esuli istriano-dalmati. Ebbene, il comune di Milano ha fatto già sapere che la cerimonia sarà “silenziata”: non sono previsti discorsi e neanche la figura di un sacerdote.

Foibe, Milano umilia i familiari  delle vittime

Anche quest’anno il Comune di Milano ha deciso di celebrare così, «a metà», il Giorno del ricordo. «Una cerimonia carbonara» la chiama Tarticchio, mentre spiega la sua intenzione di non essere presente quella mattina. «Per noi è un giorno sacro, una cerimonia carbonara è inutile», dice al Giornale. “Palazzo Marino parla di restrizioni ineludibili legate alla pandemia, per un evento in programma il 10, giorno precedente allo smantellamento di molte misure”. Tutto molto pretestuoso: «Siamo molto amareggiati, dispiaciuti – dice Romano Cramer segretario del Movimento Istria Fiume Dalmazia al Giornale -. Noi siamo ligi alle regole, ma non comprendiamo queste restrizioni. Esprimiamo il nostro disappunto, ci dispiace che non si possa dire una parola, che non possa neanche intervenire il sacerdote con due parole di conforto ai familiari delle vittime».

Carla Cace: dal negazionismo al giustificazionismo

C’è una morale triste da trarre da tutto ciò: ”A tanti anni di distanza dall’istituzione della legge del giorno del Ricordo non si può più parlare di negazionismo: perché in realtà nessuno nega il fenomeno delle foibe e dell’esodo. Ma i rischi sono quelli del riduzionismo e del giustificazionismo che avanzano in maniera serpeggiante ma preoccupante”. E’ la morale che trae la presidente dell’Associazione nazionale dalmata, Carla Cace.  ”Già lo scorso anno abbiamo fatto una contro-lista con tutti i punti del libro di Gobetti che erano assolutamente indecorosi”, ricorda con l’Adnkronos. “Quindi abbiamo fatto un contro fact checking che abbiamo fatto circolare per il 10 febbraio”. “Il problema è che tra le giovani generazioni solo uno studente su cinque sa rispondere correttamente alla domanda che cosa sono le foibe. E queste iniziative continuano a far circolare la disinformazione”.

Un docufilm dell’Associazione nazionale dalmata

A questo proposito la presidente dell’associazione nazionale dalmata annuncia: ”il 10 febbraio lanceremo il trailer di un cortometraggio: un docufilm di 15 minuti che daremo gratuitamente a tutte le scuole d’Italia. Affinché tutti gli insegnanti possano avere uno strumento da cui partire e su cui costruire un dibattito. Spesso ci è capitato che insegnanti o associazioni o gente che voleva approfondire questo argomento ci dicesse ‘non abbiamo del materiale che ci supporti”’. ”Abbiamo realizzato questo docufilm, tra l’altro sottotitolato in inglese, che diffonderemo anche a livello internazionale: tanto più che il 10 febbraio sarà lanciato anche al consolato italiano di New York – spiega – Ricordiamoci che dopo questi drammi migliaia e migliaia di esuli decisero di partire alla volta dell’America e dell’Australia, emigrarono scioccati. Ed è importante riunire anche questa comunità di cui poco si parla. Anche perché a ormai 80 anni di distanza la tragedia delle foibe va inserita correttamente tra i genocidi e tra i crimini contro l’umanità dei totalitarismi del ‘900”.

·        Lo sterminio comunista degli Ucraini.

Putin "cancella" l'Ucraina a Mosca: "Ora sarà l'hotel Novorossiya". Federico Garau il 24 Aprile 2022 su Il Giornale.

In Russia si cancellano le tracce dell'Ucraina: il caso dell'albergo affacciato sul Moscova.  

In Russia si sarebbe messa in moto una vera e propria campagna anti-Ucraina. Questo almeno quanto riferisce oggi La Stampa, che racconta come a Mosca sia stato eliminato il cartello che indicava la svolta verso l'albergo Ucraina dal ponte Novoarbatsky.

Nella capitale russa, infatti, si trova un hotel di oltre 206 metri che ha proprio il nome della nazione oggi in aperto conflitto con la Federazione russa, ma da qualche giorno al posto del cartello che segnalava la sua presenza si troverebbe ora un pannello che fornisce indicazioni sul parcheggio. Secondo il quotidiano torinese, il nome Ucraina sarebbe stato tolto per non arrecare disturbo a certe personalità altolocate, compreso il presidente Vladimir Putin.

L'albergo Ucraina, ultimato nel '57 e battezzato da Nikita Krusciov, successore di Stalin, aveva fra l'altro già cambiato nome. Oggi, infatti, si chiama Radisson Collection Hotel Moscow, ma secondo La Stampa qualcuno del municipio di Mosca sarebbe voluto correre ai ripari, eliminando ogni residua traccia dell'antico nome. Non solo. Lo stesso quotidiano afferma che in Russia ormai la parola "Ucraina" è divenuta impronuncinabile e che sui social network si starebbe addirittura facendo ironia sull'hotel, dicendo che Putin, frustrato dalla guerra ancora in corso, potrebbe arrivare a prendersela con l'edificio al posto del Paese nemico.

Secondo La Stampa, che parla di "cancel culture" russa, anche il monumento al poeta nazionale ucraino Taras Shevshenko sarebbe a rischio, ed in alcuni ambienti si starebbe già riadottando il nome di Novorossiya per alcuni territori dell'Ucraina, per la precisione quella fascia dell’Ucraina meridionale un tempo appartenuta alla Russia imperiale.

Ma gli esempi riportati dal quotidiano del gruppo Gedi per corroborare le accuse di "cancel culture" russa non finisco qui. Si parla anche di interferenze nei futuri manuali scolastici. Per la precisione, secondo il media indipendente russo MediaZona, alla casa editrice Prosveschenie sarebbe stato chiesto di menzionare l'Ucraina il meno possibile. Ed anche le parti sulla Rus' di Kiev sarebbero state ridotte.

E ancora, fra le notizie che circolano, si dice che la città di Murmansk sia arrivata a cambiare i colori del proprio stemma, blu e giallo, mentre a Yakutsk avrebbero addirittura smontato gli spalti dello stadio, sempre per via dei colori.

La Stampa riferisce poi che a Mosca un passante sarebbe stato arrestato perché sorpreso ad andare in giro con un paio di scarpe blu e gialle, mentre una donna di nome Natasha Tyshkevich sarebbe finta dietro le sbarre per 15 giorni per aver postato lo stemma ucraino sul proprio blog. Viene infine citato l'arresto del 61enne Mikhail Kavun, che secondo la Tass sarebbe però finito in manette con l'accusa di aver finanziato l'organizzazione estremista ucraina Right Sector.

Di Andrea Lombardi su Culturaidentita.it il 25 Febbraio 2022

Inedite per la maggior parte in Italia e qui presentate per la prima volta nel loro insieme grazie all’Ucrainica Research Institute di Toronto (Canada) che ci ha permesso di riprodurle, pubblichiamo queste rarissime fotografie della carestia pianificata e della collettivizzazione forzata sovietica dell’Ucraina del 1932-1933, e delle sue vittime, e a corredo del testo riprendiamo un approfondimento storiografico a cura di Riccardo Michelucci (“Avvenire”) su questo importante avvenimento “dimenticato” del ‘900, tornato ora tragicamente alla ribalta. 

Poco più di trent’anni fa, il grande storico inglese Robert Conquest inaugurò gli studi sul cosiddetto “Holodomor”, il più imponente sterminio della storia europea del XX secolo dopo l’Olocausto. Nel suo monumentale lavoro pionieristico Harvest of Sorrow (tr. it Raccolto di dolore), uscito nel 1986 – prima del crollo dell’Unione Sovietica -, riuscì a documentare il disegno criminale di Stalin che causò la morte per fame di milioni di ucraini, nei primi anni ’30. Da allora il dibattito ha visto gli storici dividersi non tanto sulle cause della carestia, quanto per stabilire se sia corretto o meno definirla «un atto di genocidio», con le implicazioni politiche che ne deriverebbero.

Il primo a ritenerlo tale, molti anni prima dello stesso Conquest, era stato Raphael Lemkin, il giurista polacco che coniò il termine genocidio e si batté per inserirlo nel diritto internazionale. Un riconoscimento ufficiale del dramma ucraino è stato però finora sempre ostacolato dall’opposizione prima dell’Unione Sovietica, poi della Russia. Un contributo importante in questo dibattito arriva adesso dal saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum, già vincitrice del premio Pulitzer nel 2004 per un libro sui gulag dell’era sovietica. Editorialista del Washington Post e grande esperta di storia russa, Applebaum si è avvalsa di una gigantesca mole di fonti documentarie inedite provenienti da archivi locali e nazionali russi e ucraini (alcuni dei quali aperti per la prima volta negli anni ’90), nonché testimonianze orali dei sopravvissuti pubblicate dall’Istituto ucraino della memoria nazionale.

Com’è stato sottolineato da altri storici, la brutale collettivizzazione delle terre voluta da Stalin scatenò e poi intensificò quella carestia, che non colpì soltanto l’Ucraina ma interessò anche altre parti dell’Unione Sovietica. Nelle lettere private degli archivi di stato russi, i leader sovietici parlano di «spezzare la schiena alla classe contadina», e la stessa politica venne attuata nei confronti della Siberia, del Caucaso del nord e della zona del Volga, causando anche l’annientamento di oltre la metà della popolazione nomade del Kazakhstan.

Non v’è dubbio, però, che i maggiori danni e il più alto numero di vittime sia stato registrato proprio in Ucraina, dove le radici storiche di quei fatti, come racconta Applebaum, affondano nei secoli precedenti. I territori che gli zar avevano confiscato agli ottomani e ai cosacchi nel XVII e XVIII secolo cominciarono a essere considerati parte essenziale dell’impero russo fin dall’ascesa della dinastia Romanov. Durante la guerra civile che seguì la rivoluzione bolscevica, la classe contadina ucraina, essenzialmente conservatrice e anti comunista, non volle mai sottomettersi al nuovo potere e resistette strenuamente alle armate di Lenin. Sul finire degli anni ’20 i contadini furono costretti ad abbandonare le loro terre per aderire alle fattorie collettive dello stato. Gran parte di essi si opposero duramente alla collettivizzazione, rifiutandosi di cedere il grano, nascondendo le derrate alimentari e uccidendo il bestiame. Il politburo sovietico lo considerò un atto di ribellione e, pur di fronte alla sempre più grave carenza di cibo nelle campagne, mandò gli agenti e gli attivisti locali del partito a requisire tutto quello che trovavano, compresi gli animali. Al tempo stesso fu creato un cordone attorno al territorio ucraino per impedire la fuga.

Il risultato fu un’immane catastrofe: almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Urss non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, circa quattro milioni erano ucraini. Stalin rifiutò qualsiasi forma di aiuto dall’esterno, accusò i contadini che stavano morendo di fame di essere loro stessi colpevoli di quanto stava accadendo e promulgò leggi draconiane che esacerbarono la crisi. Chiunque veniva trovato in possesso anche solo di una buccia di patata era passato per le armi.

Applebaum spiega che la carestia non fu causata dalla collettivizzazione, ma fu il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, delle feroci liste di proscrizione imposte a fattorie e villaggi. Il capitolo sulle conseguenze della carestia è a dir poco agghiacciante: dopo aver citato un rapporto riservato nel quale il capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi. Il mondo contadino ucraino fu il bersaglio principale di quegli anni di terrore che vide anche brutali persecuzioni antireligiose, con la sconsacrazione e la distruzione delle chiese, la lotta allo scampanio che rappresentava un’antica tradizione popolare.

Lo sguardo della studiosa statunitense si sofferma su tutti gli aspetti della vicenda, analizzando anche il modo in cui l’identità nazionale dell’Ucraina post-sovietica sia stata costruita attorno a essa, e approfondisce il tema delle coperture nazionali e internazionali che hanno consentito di celarla agli occhi del mondo. Non solo l’Unione Sovietica non la riconobbe mai, ma soffocò qualsiasi forma di dissenso e manipolò le statistiche demografiche, secondo le quali nel 1937 circa otto milioni di persone risultavano svanite dal Paese. Quanto ai corrispondenti a Mosca dei giornali stranieri, con la sola eccezione dell’eroico giornalista gallese Gareth Jones, non si sognarono di raccontare quei fatti. William Henry Chamberlin del “Christian Science Monitor” scrisse che i cronisti «lavorano con una spada di Damocle sulla testa: la minaccia di espulsione, o il rifiuto di un permesso per rientrare, che è poi la stessa cosa».

Ma l’Holodomor fu davvero un atto di genocidio? Applebaum non ha dubbi e ritiene che quanto accadde tra il 1932 e il 1933 coincide perfettamente con la definizione di Lemkin, ma resta purtroppo escluso dalla formulazione redatta nel 1948 con la “Convenzione sul genocidio”. Non a caso l’Unione Sovietica vi contribuì in modo decisivo proprio al fine di escludere l’olocausto ucraino. Finché il diritto internazionale non sarà aggiornato in tal senso, l’Holodomor continuerà dunque a rimanere formalmente escluso dalla lista dei genocidi.

·        L’Olocausto.

Quei silenzi sull'attentato alla Sinagoga di Roma, il libro denuncia nel racconto di un superstite. Maurizio Molinari su La Repubblica il 12 settembre 2022

Gadiel Gaj Taché torna a casa dall’ospedale dopo l’attentato alla sinagoga di Roma 

A quasi quarant'anni dal sanguinoso atto antiebraico di un commando di terroristi del 9 ottobre 1982 la testimonianza di Gadiel Gaj Taché, fratello del piccolo Stefano, unica vittima a soli due anni

A pochi giorni dal quarantesimo anniversario dell'attentato alla Sinagoga di Roma Gadiel Gaj Taché, fratello di Stefano che fu l'unica vittima, ci consegna un libro-verità con un racconto mozzafiato su un fatto di terrorismo che ferì il nostro Paese ma resta ancora avvolto in troppi interrogativi senza risposta. Nel volume Il silenzio che urla, edito da Giuntina, 121 pagine di emozioni laceranti, fatti drammatici e domande spietate accompagnano i lettori, consentendo di rivivere da dentro, senza perifrasi, il più sanguinoso atto antiebraico avvenuto in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Penetrare l’umano. La memoria della Shoah oggi e l’inesauribile conflitto delle immagini. Gilda Policastro su L'Inkiesta il 7 Settembre 2022.

Arturo Mazzarella indaga le ragioni dietro alla grande produzione culturale che ha tentato di testimoniare il genocidio di milioni di ebrei. La sua è anche una riflessione sulla temporalità e sulla distanza che frapponiamo ai traumi

Il nuovo saggio di Arturo Mazzarella, La Shoah oggi. Nel conflitto delle immagini, uscito nella collana “agone” curata da Antonio Scurati per Bompiani, prende le mosse da un’interrogazione sulla gran quantità di libri, film, serie tv che continuano a dedicarsi al tema annunciato dal titolo, quasi non si fosse esaurita e non si potesse mai del tutto esaurire, nemmeno con la progressiva evanescenza biografica dei testimoni oculari (aggettivo ben programmatico, come vedremo), la funzione-reperto o testimonianza sull’episodio più violento, osceno, incomprensibile della storia del Novecento. 

La prima impressione potrebbe essere, dietro suggerimento dello stesso autore, quella di una ridondanza: l’ennesimo libro su un tema abusato. Ma l’indagine di Mazzarella si svolge in una prospettiva particolarmente originale, decostruendo passo dopo passo, sulla scorta di plurimi testi-guida (dall’Antelme della Specie umana all’Améry di Intellettuale ad Auschwitz fino a Celan e Sebald, passando inevitabilmente per Levi), l’idea comune e inevitabile di un evento choc e perciò inimmaginabile. 

È invece proprio sull’immagine come risorsa, antidoto, spina (sulla scorta di Elias Canetti) che Mazzarella incentra il discorso sulla Shoah, scandendolo nel primo capitolo in tre momenti dinamici (che torneranno, cioè, in altri punti del discorso) e consequenziali. 

Il primo è come l’immagine del deportato si costituisca nella reciprocità ma anche nell’omissione dello sguardo, conservando una propria autonomia dalla visione coatta, che preluderebbe (vorrebbe preludere, scopriremo) all’omologazione delle “figure” (così venivano chiamati i prigionieri) e all’annientamento individuale. Proprio da quest’autonomia (relativa, ma pur sempre autonomia) deriva una possibilità di aggiramento del negativo storico e del suo (tentato) azzeramento della vita, attraverso la preservazione di ciò che dalla storia (e dalle azioni umane) non dipende (la natura, ad esempio) e continua a esistere anche in mezzo all’orrore (le betulle fuori da Auschwitz). 

L’immagine come “pungolo” è il successivo scatto: pungolo o, per dirla di nuovo col Canetti più volte richiamato dall’autore, «stimolo contrario all’imposizione» e dunque fattore di trasformazione, di mutazione o metamorfosi all’interno del Lager.

In ultimo, l’aspetto forse più interessante perché prevede un rovescio prospettico (ed etico): il ribaltamento dell’ottica del dominio e l’inferenza dello scacco nazista (lo sterminio, cioè, come progetto fallimentare perché i morti, col Fédida citato dall’autore, «non sono mai scomparsi abbastanza«»).  

Si procede, da qui in poi, con una serie di campioni (opportunamente Mimmo Cangiano nella sua recensione uscita su “Le parole e le cose” ha parlato di «metonimie») del discorso indiretto, non testimoniale sulla Shoah: su tutte, il passato “carbonizzato” di Celan e le sue “tracce di cenere” (dai Microliti), che Mazzarella paragona all’autocombustione delle tele di Kiefer. Riferimento più che mai pertinente dopo la recente mostra site-specific al Palazzo Ducale di Venezia, con traduzione visiva ovvero smaterializzazione iconografica dell’incendio che distrusse la città nel 1577. 

L’assunto comune è l’immagine come fattore di dispersione e allo stesso tempo come coagulo, riproposta di frammenti, deposito di tracce e collettore di resti. È propriamente il Celan «che non ha visto nulla ma sa troppo» a incentrare la riflessione in questo punto cruciale del libro, il Celan che sconta la colpa della sopravvivenza al posto di qualcun altro (i suoi genitori, ma tutti i morti della Shoah) e «continua a incunearsi in un passato sempre vivo, tanto da essere intrecciato con il presente, per strapparvi […] qualche mucchio di pietre o una distesa di ombre che vorrebbe riportare, senza abbandonarli più, nei propri versi». 

Da questo breve estratto, tra l’altro, si può notare quello che gli altri recensori non hanno a parer mio finora sottolineato fino in fondo: il tono letterariamente sostenuto, qualche volta finanche lirico, che l’autore di volta in volta adatta mimeticamente non solo, come atteso, al singolo motivo ma anche e soprattutto al genere e allo scrittore che tratta. 

Si passa così dal rigore analitico del primo capitolo, dedicato alla “visione” come strumento di opposizione al potere attivo e fattuale, al secondo che invece approccia il tema plastico della riconversione in immagine dell’indicibile (o dell’ignoto) dalla specola di un esistenzialismo poetico, creaturale, che resta però meditativo e interpretativo e non rinuncia alla filologia: le fonti, la ricezione, la costellazione attesa (Anne Carson su Celan) e quella meno ovvia (Kiefer, appunto, che pure ha dedicato esplicitamente a Celan più di una mostra). Fino all’ultimo capitolo, che giungendo all’iconologica più tipicamente mnestica della ricostruzione attraverso il “museo” (sebaldiano), si fa più asciutto e refertuale (“la faccenda del sopravvivere”). 

L’interesse del libro, in ogni sua parte, resta primariamente creativo: l’immagine finta, cioè rappresentata, elaborata, ricreata è per il critico il vero motivo di interesse, al di là del tema estremo tra gli estremi, quasi come se quest’ultimo volesse ridimensionarsi a uno dei temi possibili in merito alla riflessione estetica, e dunque potesse finalmente essere rivisitato senza l’attitudine ricattatoria (e “ripulita”, hollywoodiana) dei romanzi, dei film, delle testimonianze vittimarie. 

Un’operazione rischiosa, audace e perfettamente riuscita, nell’aderenza storica che non rinuncia alla visione personale (né potrebbe, data la curvatura dell’indagine), attraverso però uno sguardo trasversale, quello più lucido, che non fissa troppo da vicino l’oggetto e ne rimonta gli effetti, le rielaborazioni, le omissioni e le prospezioni, facendo seguito al metodo di Perec (il falso ricordo) e a quello dello stesso Sebald (il prospettivismo). 

Se non il solo atteggiamento possibile, quello più produttivo sul piano estetico-conoscitivo, rispetto a un evento che, alla stregua di Celan, non abbiamo vissuto ma su cui pesa l’eccesso di memoria e di testimonianza proprio mentre si affievolisce, come si notava all’inizio, la viva “presenza” dei testimoni. 

L’immagine è «ripresentazione», con David Freedberg, o, col Didi-Hubermann direttamente convocato da Mazzarella, è quello che è “qui”, nell’adesso, «l’oggetto dello sguardo». Ma di quelle immagini, ossimoricamente “inimmaginabili”, è inutile e improduttivo cercare l’autenticità: vanno manipolate, alterate, proprio «per non tradire la pluralità di significati che portano inscritti al di là della loro evidenza sensibile». 

Quella di Mazzarella è anche una riflessione sulla temporalità, e sulla distanza che frapponiamo a un qualsivoglia trauma: cosa succede, quando non siamo più dentro le cose, le vediamo meglio o peggio? Qui ci soccorre non solo la memoria, con le sue tecniche (su cui i neuroscienziati hanno parecchio insistito proprio attraverso la spazializzazione della mente, negli ultimi anni), ma anche l’après-coup lacaniano, l’idea che il fatto vada preso per la coda, per essere fino in fondo compreso e metabolizzato. 

La questione della prospettiva si dà, nel saggio di Mazzarella, comunque come una questione di montaggio (oltre che di soggettiva): con il Farocki di Respite «il senso di un evento dipende dalle condizioni di visibilità», al contrario di Claude Lanzmann, per il quale la distanza nulla può aggiungere al “sigillo” della compiutezza. 

Come si sarà compreso, il viaggio attraverso le immagini in questo libro riassetta lo scarto tra posizioni apparentemente inconciliabili: il conflitto è nella stessa ispirazione iniziale, l’attrazione-repulsione di fronte al macabro sovrabbondare di documentazione più o meno narrativamente o cinematograficamente adattata. Procedendo con la lettura, si scopre che la vulgata dell’interdetto adorniano sulla poesia (e più in generale sulla letteratura finzionale) dopo Auschwitz si può rovesciare nel suo contrario: non si parla d’altro che di Auschwitz, quando si vuole penetrare, occhi negli occhi, l’umano.

Il nuovo antisemitismo e l'elefante islamista nella stanza. Stefano Magni l'1 Marzo 2022 su Il Giornale.

C’è grande confusione sotto il cielo dell’antisemitismo. Invocato quando non c’è, usato come clava propagandistica contro i nemici, da decenni sta attraversando una trasformazione che pochi analizzano, ma tutti vedono. La matrice principale della giudeo-fobia è islamica e non più di estrema destra.

C’è grande confusione sotto il cielo dell’antisemitismo. Invocato quando non c’è, usato come clava propagandistica contro i nemici (i russi, ad esempio, accusano gli ucraini di antisemitismo e neonazismo, anche se hanno eletto a gran maggioranza un presidente ebreo), l’antisemitismo aumenta in modo esponenziale nelle società occidentali, soprattutto dopo i due anni di pandemia. Si è soliti dare la colpa a chi era il più virulento antisemita nel XX Secolo: il nazista, il fascista, il nazionalista autoritario nelle sue varie declinazioni. Si va ancora a ricercare la radice dell’antisemitismo nel XIX Secolo, nei pogrom condotti dai cristiani, soprattutto ortodossi. E nei secoli dell’Età Moderna, per puntare ancora il dito contro la Chiesa Cattolica e l’Inquisizione spagnola. Ma, anche se i servizi nei Tg, ogni volta che si parla di antisemitismo, per riflesso condizionato, ci mostrano ancora le immagini di svastiche e teste rasate, siamo sicuri che sia ancora quella la matrice principale dell’odio contro gli ebrei?

Almeno dagli anni della guerra al terrorismo, la cui fase più acuta è stata fra il 2001 e il 2008, gli intellettuali più liberi da pregiudizi in Francia, come Alain Finkielkraut, additavano un nuovo nemico: l’anti-giudaismo di matrice islamista (intesa come Islam politico) e le sue numerose connessioni con la sinistra massimalista. Nel nome dell’“antirazzismo”, soprattutto, si associa anche la retorica dell’antisionismo islamico, che si traduce automaticamente in antisemitismo: il bersaglio non è solo Israele, ma l’ebreo in quanto tale, ovunque si trovi. Gli attentati in Francia di matrice antisemita, come la strage nella scuola ebraica di Tolosa del 2012 e quella del Hyper Cacher di Parigi del 2015 (contemporanea al massacro dei redattori del giornale satirico Charlie Hebdo), sono di matrice islamica. Anche i delitti individuali, come il rapimento, la tortura e l’uccisione di Ilan Halimi nel 2006, più recentemente l’assassinio di Sarah Halimi nel 2017 (il cui assassino resta impunito perché ritenuto “non perseguibile”) e di Mireille Knoll nel 2018, sono stati tutti commessi da delinquenti comuni. Che però erano anche musulmani, si erano radicalizzati e hanno ucciso le loro vittime, esplicitamente perché ebree. Mireille Knoll, pugnalata e poi bruciata, in casa sua, da un vicino che conosceva, è una vittima che ha subito il passaggio di consegne da un antisemitismo all’altro: l’anziana donna, classe 1932, era sfuggita per miracolo alla retata dei nazisti del 1942. Ha trovato la morte nel secolo successivo, per mano di un giovane che ha aderito a un altro totalitarismo.

A svelare l’esistenza di questo elefante nella stanza, che si stenta a vedere e condannare, da ultimo è Pierre André Teguieff, sociologo e storico francese. Da studioso della nuova destra, non nega affatto le matrici neonaziste e nazionaliste di parte dell’attuale galassia antisemita, ma nel suo nuovo saggio Sortir de l'antisémitisme? segnala, nella sua intervista rilasciata a Le Figaro, quella che è ormai la nuova tendenza universale dell’antisemitismo: "La grande trasformazione risiede nell’islamizzazione crescente della giudeofobia, attraverso lo spazio occupato dalla fine degli anni Sessanta da parte della 'causa palestinese', innalzata a 'causa universale' nel nuovo immaginario antiebraico condiviso ormai da musulmani e non musulmani. Dall'inizio degli anni Duemila, gli assassinii di francesi di confessione ebraica in quanto ebrei non sono commessi da estremisti di sinistra o di destra ma da giovani musulmani, spesso delinquenti o ex delinquenti, siano essi o no jihadisti in missione - come Mohammed Merah (lo stragista di Tolosa, ndr) o Amedy Coulibaly (autore del sequestro di ostaggi all’Hyper Cacher, ndr)".

Se l’islamismo è la matrice principale, questo poi trova sponde occidentali, sia nell’estrema destra, sia nell’estrema sinistra. E in entrambi i casi, sfrutta il comune odio per Israele e il sionismo, quello che viene identificato nella loro mitologia complottista (comune ad entrambe le estreme) come la belva che domina il mondo, attraverso la finanza, i media, l’arte popolare (il cinema soprattutto) e l’infiltrazione nella politica. Una visione allucinata della realtà che si sposa benissimo con la demonizzazione religiosa dell’ebreo, da parte dei radicali islamici. Teguieff constata infatti che: "Mentre dalla fine degli anni Settanta del Diciannovesimo secolo alla metà del Ventesimo secolo la giudeofobia militante aveva abbracciato i presupposti della secolarizzazione e il razzismo scientifico, rompendo con l'antigiudaismo religioso di origine cristiana - da cui ha ereditato, tuttavia, la visione satanizzante del nemico -, in seguito è entrata nel vasto contro-movimento della de-secolarizzazione, ritrovando una base religiosa in un islam bellicoso che possiamo caratterizzare come un islam politico, che si nutre del risentimento e di una volontà di vendetta - contro gli ebrei e i 'crociati' - così come di un desiderio di conquista del mondo".

L’Anti Defamation League, che ogni anno “fotografa” la diffusione del pregiudizio antisemita in tutto il mondo, nel 2021, come sempre negli ultimi decenni, ha pubblicato dei dati che confermano l’islamizzazione dell’antisemitismo. Il 49% degli antisemiti, in tutto il mondo, è di religione musulmana, contro il 24% di religione cristiana e il 21% fra gli atei (dato significativo per comprendere la tendenza nella sinistra massimalista). Dunque quasi la metà dell’antisemitismo in tutto il pianeta è di matrice islamica. Parlando di aree geografiche, la zona del mondo con la più alta concentrazione di antisemiti è il Medio Oriente allargato (incluso il Nord Africa) con il 74% di rispondenti al sondaggio che mostra di condividere i peggiori pregiudizi e paure contro gli ebrei. È un dato unico al mondo, se confrontato con il 34% in Europa orientale, il 24% in Europa occidentale e il 19% in America. Le nazioni da cui arriva la maggior parte degli immigrati musulmani in Francia sono, per altro fra le più antisemite del mondo, in assoluto. L’Adl rileva infatti la diffusione dell’ostilità contro gli ebrei all’87% in Algeria, 86% in Tunisia, 80% in Marocco, “solo” il 53% in Senegal.

Caterina Soffici per “la Stampa” il 5 Febbraio 2022.

Sono le piccole cose a rendere epiche certe storie. E questa inizia con una frase: «Buona fortuna e felicità». È quanto scrisse un soldato ebreo americano su una banconota che regalò nel maggio 1945 a una ragazza appena liberata dal campo di Auschwitz. Quella ragazza si chiama Lily Ebert e ha compiuto 98 anni lo scorso 29 dicembre e quel piccolo gesto di umanità e di speranza ha segnato l'inizio della sua seconda vita, da sopravvissuta all'Olocausto. 

E grazie a quella banconota è cominciata anche la sua terza vita da star di TikTok, dove racconta la Shoah ai giovani, con 1,6 milioni di follower e con 25 milioni di like. La storia è questa. Lily Ebert è la maggiore di una numerosa famiglia di ebrei ungheresi, quando a vent' anni viene deportata. Nei campi di sterminio di Aushwitz e Buchenwald vengono uccisi un fratello, una sorella e la madre. Lei e altre due sorelle si salvano, fingendosi più giovani della reale età riescono a raggiungere la Svizzera e poi Israele dove col tempo si ricostruisce una vita, si sposa, nascono i suoi tre figli. Poi si trasferisce a Londra.  

L'impossibilità di ricordare per non rivivere il passato, la volontà di guardare avanti per non rimanere intrappolati nel dolore della memoria, il senso di colpa verso i sommersi: come è successo a molti salvati per anni Lily non ha potuto parlare di Olocausto. Non poteva raccontare il terrore, l'odore ripugnante delle ciminiere dove stavano cremando la tua famiglia, le umiliazioni, i capelli e i peli del pube rasati, la vergogna, la paura, la fame (per tutta la vita ha dovuto tenere sempre con sé un pezzo di pane), i cadaveri delle compagne, la selezione, i medici che lavorano con Josef Mengele, l'angelo della morte. 

Si vergognava anche di mostrare quel tatuaggio sul braccio, con il numero A-10572, che nasconde anche ai figli. Come biasimare chi vuole solo dimenticare? Solo quarant' anni dopo quel maggio del 1945, rimasta vedova e con i figli grandi, Lily trova la forza di tornare ad Aushwitz e di onorare la promessa che si era fatta nel campo: se sopravvivo racconterò cosa è successo, perché il mondo non ci crederà, come non ci credevamo noi; e perché una cosa del genere non accada più. Inizia così ad andare nelle scuole, a impegnarsi con associazioni e progetti che tengono viva la memoria, soprattutto le interessa parlare con i giovani. 

Talvolta si siede su un divano nel mezzo alla stazione della metropolitana di Liverpool Street, una delle più caotiche, convulse e congestionate della rete londinese, e invita i passanti a farle compagnia e a parlare di Olocausto. È la sua promessa, lo deve a sua madre e ai suoi fratelli e a tutti gli altri uccisi nei campi. Dice: «Posso raccontare cosa è successo ma non riesco a ricordare le emozioni. Si poteva sopravvivere solo non provando nulla». 

Finché non scoppia la pandemia. Anche la battagliera nonnina è costretta a chiudersi in casa. Ma non vuole interrompere la sua opera di divulgazione contro l'odio antisemita. E qui interviene il pronipote Dov (ha 10 nipoti e 34 pronipoti), che le propone di fare una lezione su Zoom. Poi posta il link sul suo account Twitter: 65 like, non male pensa. Ma non sa cosa sta per accadere. Perché mentre la bisnonna sfoglia gli album del passato, salta fuori questa banconota, con la scritta del soldato. Chi era? Non si sa. Lily pensava fosse una cosa preziosa solo per lei. 

Dov le dice che grazie alla Rete lo ritroverà. Posta la foto del biglietto e nel giro di poche ore il tweet ha ottomila notifiche e un milione di visualizzazioni. Inizia una caccia internazionale al soldato gentile. Scopriranno che è morto, ma riescono a mettersi in contatto con la famiglia. L'onda sui social media è partita. E proseguirà su TikTok, dove i dialoghi tra bisnonna e pronipote sulla Shoah diventano virali, totalizzano milioni di visualizzazioni. 

Alla fine scrivono anche un libro, che nel Regno Unito è stato un bestseller. In Italia è pubblicato da Newton Compton, con il titolo: Mi chiamo Lily Ebert e sono sopravvissuta all'Olocausto. Se io fossi un insegnante, lo adotterei per i miei studenti e ne farei una lettura obbligatoria. E li obbligherei anche a vedere i video su TikTok.

Whoopi Goldberg: «L’Olocausto non riguarda la razza». Sospesa dalla Abc per 15 giorni. Redazione online su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2022. 

La presidente dell’emittente Abc, Kim Godwin: «Se da un lato Whoopi Goldberg ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendere tempo per riflettere». E la popolare attrice si scusa per le sue dichiarazioni: «Ho sbagliato». 

Abc News ha sospeso la popolare attrice afroamericana Whoopi Goldberg, conduttrice di «The View», per due settimane dopo le critiche suscitate dalla sua affermazione che l’Olocausto «non riguarda la razza». Lo ha annunciato la presidente del network Kim Godwin, definendo le sue dichiarazioni «sbagliate e offensive». «Se da un lato Whoopi ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendere tempo per riflettere e imparare in merito all’impatto dei suoi commenti», ha aggiunto Godwin sottolineando che «l’intera organizzazione di Abc News è in solidarietà con i nostri colleghi, amici, famigliari e comunità ebraici».

Goldberg aveva detto che l’Olocausto «non aveva nulla a che vedere con la razza», ma è stato “solo” un episodio di «disumanità degli uomini contro altri uomini”. Il suprematismo non c’entrava niente, e la prova starebbe nel fatto che i protagonisti erano «due gruppi di persone bianche». In sostanza «gente bianca contro gente bianca, e quindi voi che combattevate tra voi». Dichiarazioni sconcertanti. Poi in serata ha provato a scusarsi ma non è bastato.

Le sue ultime dichiarazioni in merito sono un’ammissione di responsabilità: «Ho capito. La gente è arrabbiata. Lo accetto, e sono io che mi sono cacciata in questo guaio. Ho detto qualcosa che sento la responsabilità di non lasciare senza esame, perché le mie parole hanno sconvolto così tante persone, cosa che non era mai stata mia intenzione. Ma ora capisco perché, e perciò sono profondamente, profondamente grata, perché le informazioni che ho ricevuto sono state davvero utili e mi hanno aiutato a capire alcune cose diverse. Si trattava davvero di razzismo, perché Hitler e i nazisti consideravano gli ebrei una razza inferiore. Ora, le parole contano e le mie non fanno eccezione. Mi rammarico dei miei commenti, e mi correggo».

 Il caso Whoopi Goldberg e le battaglie culturali incrociate dell’America. Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 02 febbraio 2022.

Durante una puntata del talk show The View, l’attrice ha detto che l’Olocausto non riguarderebbe «la razza». È stata sospesa. Gli attori di Hollywood sono bravissimi a pronunciare frasi scritte da altri, e approvate da produttori e registi. Quando parlano a ruota libera, può succedere un po’ di tutto. L’ultima vittima del fenomeno che i nostri antenati avrebbero visto come molto bizzarro — l’attore considerato maître à penser dalle masse: fino a qualche secolo fa erano tenuti ai margini della società — è Whoopi Goldberg, che durante una puntata del fortunatissimo talk show The View, che conduce con altre colleghe, ha detto che l’Olocausto non riguarderebbe «la razza» ma più genericamente «l’inumanità dell’uomo verso l’uomo». Frase ovviamente senza senso, che però prima dei social media e della mitologica «cancel culture» forse sarebbe anche passata sotto silenzio. Adesso invece l’ha fatta sospendere per due settimane dal programma e riprendere dalla presidente del network Kim Godwin (afroamericana come Goldberg), che ha definito le sue dichiarazioni «sbagliate e offensive».

«Se da un lato Whoopi ha chiesto scusa, dall’altra le ho chiesto di prendersi del tempo per riflettere e imparare, i suoi commenti hanno avuto un impatto. L’intera organizzazione di Abc News è in solidarietà con i nostri colleghi, amici, famigliari di religione ebraica, e l’intera comunità», ha spiegato Godwin. Goldberg si era anche scusata con un comunicato via Twitter, ma le scuse non sempre bastano. Non è stata «cancellata» — le sue credenziali progressiste la proteggono dal licenziamento — ma semplicemente messa in castigo: è comunque faticoso da comprendere per gli osservatori non americani come si sia arrivati a questo punto. Da una parte gli attori che si avventurano su terreni scivolosi per chi non ha letto — studiato — abbastanza: terreni come le radici del nazismo, l’ascesa di Hitler, il milieu antisemita tedesco nel quale Mein Kampf trovò terreno fertile. Dall’altra la cosidetta «wokeness», l’attivismo militante progressista americano che fa dell’identità un feticcio e per sua stessa natura ha continuamente bisogno di colpevoli da mettere alla berlina.

La sinistra americana gioca male questa partita mediatica, ormai da decenni: affida i suoi messaggi a celebrità a volte — spesso? — poco attrezzate, andando a scovare esempi di razzismo un po’ ovunque (esempi che, tristemente non mancano perché il problema esiste ed è enorme) e buttando tutto in caciara sui social. La destra lavora invece sotto traccia, nei poco mondani ma importantissimi «school board» locali ormai largamente in mano a repubblicani che dettano le regole nelle scuole, creando scandali che non esistono per togliere dal curriculum e a volte anche dalle biblioteche scolastici i libri non graditi, giudicati cioè poco patriottici. Aspettano i nemici di sinistra sulla proverbiale riva del fiume: tanto le «celebrities» democratiche prima o poi qualche passo falso lo fanno, grande o piccolo.

Enorme come quello della «comedian» che si fece fotografare agitando una finta testa mozzata di Trump, alla maniera dell’Isis. O, appunto, come quello molto sgradevole di Goldberg, mandata in punizione — in ginocchio sui ceci come Fantozzi? — in attesa dell’inevitabile perdono. Cose di altri mondi per noi. Ma che forse aiutano a capire — anche — come mai i democratici fanno così fatica a comunicare decentemente il loro messaggio, con messaggeri di questo tipo. E come mai Joe Biden ha in quest’anno e un mese di governo messo a segno un boom occupazionale storico ma ha un indice di approvazione del 33%, peggiore di quello di Trump tra un impeachment e l’altro.

 Whoopi, bufera sull'Olocausto. Pier Luigi del Viscovo il 3 Febbraio 2022 su Il Giornale.

"Con effetto immediato, sospendo Whoopi Goldberg per due settimane per i suoi commenti sbagliati e nocivi ". «Con effetto immediato, sospendo Whoopi Goldberg per due settimane per i suoi commenti sbagliati e nocivi - ha detto Kim Goodwin, presidente della ABC, importante network americano -. Le ho chiesto di prendersi il tempo di riflettere e imparare dall'impatto dei suoi commenti». Invece il Primo Emendamento della Costituzione Americana recita che «il Congresso non emanerà alcuna legge (...) per limitare la libertà di espressione o di stampa». Il potere politico no, ma il potere del marketing sì. Sta tutta qua la vicenda. La sospensione è motivata da commenti non illegali ma solo inopportuni per la sensibilità di alcune persone. Eccoli. «L'Olocausto non fu una questione razziale, ma di disumanità dell'uomo verso l'uomo. È questo il problema. Non importa se sei nero, bianco o ebreo». Poi si è scusata: «Ho detto che l'Olocausto non riguarda la razza ma la disumanità. Avrei dovuto dire che riguarda entrambe». Nel merito, la Goldberg ha ragione e torto. Ha ragione, perché tecnicamente l'ebraismo non è una razza ma una religione e infatti lei spiega che erano tutti bianchi, vittime e carnefici. Ha anche torto, perché nella sostanza non la vedevano così i tedeschi - e nemmeno gli italiani, non ce lo dimentichiamo mai. La persecuzione era fondata sulla differenza, tutta razziale, tra ariani ed ebrei. Però la Goldberg offre una lettura più profonda, antropologica prima che culturale. La capacità di compiere gesti tanto efferati, pur nel nome della razza o della religione, non è la realizzazione cruenta di un'idea, ma una patologica degenerazione dell'uomo. E non dipende dal colore della pelle o dalla fede, come la storia ha dimostrato. Tuttavia, resta un'opinione. Ciò che invece pare devastante è il bavaglio imposto in spregio al Primo Emendamento. Quasi che la differenza tra una grande testata giornalistica del Mondo libero e i terroristi che hanno colpito Charlie Hebdo stia solo nell'uso della lettera invece del mitra. L'obiettivo è lo stesso: mettere a tacere una voce che urta delle sensibilità. L'informazione esiste non per compiacere ma per conoscere i fatti e confrontare le opinioni. Fuori dal perimetro dell'istigazione al crimine, le opinioni vanno criticate, non censurate. Purtroppo, ciò che viene difeso dall'ingerenza del potere politico viene poi assoggettato alle leggi della convenienza commerciale, che suggerisce di non inimicarsi gruppi influenti. Se non è Medioevo questo? Pier Luigi del Viscovo

Le storie e le testimonianze. Giornata della memoria, perché il dovere del ricordo è spento da troppa retorica. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 30 Gennaio 2022. 

La memoria muore con la morte di coloro che hanno vissuto gli eventi e ormai sono morti quasi tutti, restando solo coloro che erano bambini che hanno ascoltato e vissuto attraverso il racconto di genitori e nonni. Abbiamo celebrato da poco il Giorno della Memoria, nella data scelta dalle Nazioni unite e che è quella della liberazione dei sopravvissuti di Auschwitz fra montagne di cadaveri, ceneri, cataste di occhiali, scarpe, denti d’oro, capelli, abiti perché il mattatoio per esseri umani ebrei, zingari, omosessuali e nemici del Reich era straordinariamente organizzato, specialmente da quando tutti i campi avevano ricevuto l’ordine di liquidare alla svelta il carico umano accumulato, perché la guerra di Hitler era finita e presto sarebbe arrivata l’ora della giustizia. E si è deciso che quello dovesse essere il giorno del ricordo e abbiamo udito molte volte troppe parole meccaniche, inutili, prove di qualsiasi potere evocativo e anche poco inclini a dare corpo emotivo all’accaduto reale che ormai è sempre più lontano nella conta degli anni, benché sia sempre tragicamente attuale.

Questo è un difetto di tutte le celebrazioni ma in particolare quelle che hanno la pretesa di ingiungere il ricordo senza rinnovare la ferita facendola sanguinare almeno dal centro della pena e dell’indignazione che da qualche parte dovremmo possedere tutti. Come si fa a mantenere la buona intenzione di ricordare? Abbiamo visto più volte nel web ragazzi, per lo più nati nel nuovo millennio, che dicevano, essendo ormai adulti: noi non abbiamo vissuto la guerra mondiale né la guerra fredda e neanche il muro di Berlino. Neanche i nostri genitori hanno vissuto nulla di tutto questo. Eppure. noi esistiamo insieme a voi che un giorno non esisterete più. E poi saremo la totalità di viventi e non avremo più nulla da ricordare. Che cosa significherà allora per noi il Giorno della Memoria? Oggi restano soltanto gli ultimi testimoni, coloro che erano bambini come la senatrice Segre. Io stesso, nel mio minimo, posso considerarmi un testimone perché giocavo nei giardinetti di largo Cairoli appena fuori dal Ghetto con coetanei finiti nel fumo di Auschwitz.

Non c’è altro modo che raccontare storie. Le storie. Giovedì la tv pubblica ha mandato in onda un bellissimo servizio su Rai ragazzi: un programma di undici minuti folgoranti e gentili intitolato “Come foglie al vento” su quel che accadde a Venezia, la città dove fu creato il primo ghetto che dette il suo nome a tutti i ghetti. E lo ha fatto raccontando una storia d’amore limpida e persino sorridente, realizzata da Caterina De Mata e Anna Giurickovic. Dato che ha sfidato la retorica perentoria mostrando un testimone che è figlio di sopravvissuti che racconta qualcosa di non retorico, triste e memorabile come deve essere ciò che resta nella memoria. Un uomo, una troupe della Rai, una barca nei canali porta a visitare luoghi ora muti ma che contengono le urla della caccia all’uomo, ma anche una storia d’amore fra giovani ebrei che vincono, sfuggono alla cattura, attraversano la pancia del mostro generano un figlio che è l’io narrante Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo e dei al centri della memoria.

Un documentario arricchito da cartoni animati che mostrano i due innamorati come giovani belli, vitali, attraenti, sposati in sinagoga in fretta e furia per fuggire insieme e sopravvivere. Ecco una novità, capace di accendere la memoria: mostrare ebrei avventurosi e belli, innamorati e giovani, espressione dell’unica giusta certezza: dopo l’immane carneficina, il sacrificio umano di massa più diabolico e criminale della storia (che contiene in sé il sacrificio meno ricordato dei gitani, dei prigionieri di guerra, disabili, omosessuali, dei deboli, degli ultimi) tornò a vincere la vita, il mondo riconobbe il diritto non solo di esistenza, ma di impedire che mai più potesse accadere un simile delitto.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

La rimozione del male. L’Italia non ha fatto quasi nulla per restituire i beni rubati agli ebrei con il fascismo. Ilaria Pavan su L'Inkiesta l'1 Febbraio 2022.

Come spiega il libro di Ilaria Pavan (Il Mulino), il primo gruppo di lavoro sul tema è stato creato nel 2020, a quasi 80 anni di distanza. In generale, la questione venne evitata fin dal Dopoguerra perché in tanti avevano approfittato, sia in misura economica che sociale, delle conseguenze delle leggi razziali.

A oltre ottant’anni dalla campagna antisemita del fascismo diversi aspetti relativi alle proprietà perdute e ai diritti mai pienamente reintegrati rimangono aperti. Molto resta da esplorare, ad esempio, circa la sorte del patrimonio culturale ebraico andato disperso. Non solo occorrerebbe ancora indagare sul destino di opere d’arte di grande valore, su cui si è solitamente concentra l’attenzione mediatica, ma anche sugli oggetti rituali o sul rilevante patrimonio bibliografico scomparso; o, ancora, sul destino di quelle migliaia di oggetti forse di minore pregio artistico, ma parte della vita di tutti i giorni degli ebrei perseguitati.

Oggetti espressione di quella living room art – come è stata efficacemente definita – che avevano un significato tanto simbolico-affettivo quanto identitario, e che alimentarono assai spesso un fiorente mercato cittadino, se non di quartiere:

Di tutti i nostri beni ritrovammo un tavolo, una scrivania del Seicento, e una credenza della cucina. Non ritrovammo mai più né l’argenteria, né un preziosissimo servizio di piatti di porcellana del Settecento decorato in oro zecchino, né le suppellettili, né i bellissimi mobili antichi autentici, né una natura morta […] di Giorgio Morandi, né una «Maddalena» della Scuola di Guido Reni e tutto il resto che ci può essere in una grande casa. Avendo la mamma, subito dopo la fine della guerra, ritrovato un nostro vaso presso un antiquario di Ferrara, abbiamo sempre pensato che la nostra roba sia stata comprata dagli stessi ferraresi e che sia ancora nelle loro case.

Resa nei mesi successivi alla fine del conflitto dai membri di una famiglia di ebrei di Ferrara che aveva subito la razzia dei propri beni, questa testimonianza illustra con efficacia un fenomeno che, seppure mai quantificato né approfondito, a guerra conclusa dovette risultare piuttosto diffuso. 

Sul problema dei beni artistici, nell’estate del 2020 il ministero della Cultura ha istituito il Gruppo di lavoro per lo studio e la ricerca sui beni culturali sottratti in Italia agli ebrei tra il 1938 e il 1945 a seguito della promulgazione delle leggi razziali, in seno al quale, tuttavia, non siede neppure uno storico.

La nascita, solo nel 2020, del Gruppo di lavoro è significativa del grande ritardo che l’Italia ha registrato anche su questo specifico fronte delle restituzioni, che in altri paesi ormai da tempo costituisce un tema su cui a livello politico-istituzionale diversi governi europei hanno invece investito molto, e molto realizzato.

In anni recenti, proprio le questioni legate al destino dei beni culturali ebraici hanno infatti rappresentato in Europa uno dei terreni privilegiati per misurare i percorsi nazionali di Vergangenheitsbewältigung – lemma che, proveniente dal contesto tedesco, è generalmente utilizzato dalla storiografia per definire i complessi processi di «confronto con il passato», e i modi in cui questi si realizzano.

Se in Italia il recupero, dopo la seconda guerra mondiale, del patrimonio artistico proprietà di musei, enti e istituzioni statali, o religiose, è stato oggetto di attenzione da parte delle istituzioni, e gli studi hanno sottolineato l’alta salienza diplomatica e simbolico-identitaria di quelle politiche, la scomparsa del patrimonio culturale ebraico non ha sollecitato la stessa attenzione.

Non a caso, nel novembre del 2018, in occasione della conferenza che a Berlino ricordava il ventennale dai Washington Principles on Nazi-Confiscated Art, l’Italia era tra i cinque paesi segnalati per l’inerzia con cui stavano affrontando la questione, affiancata da Polonia, Ungheria, Grecia e Spagna:

Le città e le regioni italiane, dove è conservata gran parte delle collezioni artistiche del paese, hanno ignorato i Principi di Washington. Non c’è stata alcuna ricerca sulla provenienza delle opere [conservate nei musei] o censimento di possibili opere d’arte rubate […] da parte del

governo italiano.

Anche il ritardo su questo particolare capitolo delle restituzioni dei beni ebraici si collega al modo in cui in Italia è stata vissuta, e velocemente metabolizzata, la fiammata di interesse suscitata alla fine degli anni Novanta, a livello internazionale, dalle cosiddette Holocaust Litigations. Come ricordato nelle pagine precedenti, neppure le indagini promosse dalla Commissione Anselmi, e le molte evidenze contenute nel suo denso Rapporto conclusivo, sono infatti riuscite a riportare l’attenzione mediatica e politica su questi aspetti della stagione razzista.

Dal lavoro della Commissione era emerso chiaramente come la burocratizzazione dello sterminio, ravvisabile anche nella fase della persecuzione economica degli ebrei – fase che ovunque in Europa aveva preceduto e poi accompagnato quella della deportazione – fosse una categoria da applicare pienamente anche all’Italia. Anche nel caso italiano si era dunque in presenza di quel fenomeno di «transpropriazione» di cui ha scritto Jan Gross:

La discriminazione, la progressiva espropriazione e l’espulsione degli ebrei dalle cariche ricoperte, apre la strada alla mobilità sociale e all’arricchimento del resto della società. In questo modo l’antisemitismo di stato si privatizza per l’appunto sotto forma di molteplici opportunità di miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro che ebrei non sono. Questo processo assume forme diverse a secondo che abbia luogo nel Terzo Reich oppure nei paesi occupati o subalterni alla Germania. Le sue modalità in Polonia sono differenti da quelle in Francia, in Ungheria o in Grecia, ma il fenomeno presenta ovunque un tratto comune accolto con soddisfazione dalle società locali: è un meccanismo di «transpropriazione» e di redistribuzione dei beni ebraici a favore degli ariani.

Ma sul coinvolgimento attivo e diretto della popolazione italiana nell’attacco ai beni ebraici e sulle «molteplici opportunità» che la persecuzione aveva aperto nel paese «a favore degli ariani», grava a tutt’oggi un’ipocrita rimozione, che non è ancora stata messa criticamente in discussione. Una rimozione di lunga durata, la cui origine si colloca subito a ridosso della conclusione del conflitto.

da “Le conseguenze economiche delle leggi razziali”, di Ilaria Pavan, Il Mulino, 2022, pagine 320, euro 25

Mattia Feltri per "la Stampa" il 27 gennaio 2022.

Una ragazzina di nemmeno sedici anni mi racconta che nella sua scuola, soprattutto fra i giovani maschi, l'insulto più diffuso è ebreo di m. Lo si chiama antisemitismo a bassa intensità perché non ha conseguenze, ed è peggio, lo rende senso comune e quotidiano. 

Dobbiamo pensarci e non solo oggi, nel Giorno della memoria, ricorrenza che corre il rischio, fra i tanti, di marmorizzarsi esclusivamente in quell'enormità dello sprofondo umano che è stata Auschwitz. Come se l'antisemitismo fosse nato e morto nei lager nazisti, mentre ha attraversato le terre e i millenni dalla Bibbia allo smartphone, e congiunge noi agli antichi con un unico filo dell'infamia.

 In Italia si assommano notizie che sembravano perdute, appunto, negli esercizi della memoria: a Livorno un ragazzino è stato preso a calci e sputi da coetanei perché è ebreo; lo scorso mese una studentessa è stata immobilizzata e ricoperta di prosciutto dalle compagne perché è ebrea.

Ogni indagine segnala in crescita gli episodi di antisemitismo da molti anni, e specialmente in questi di pandemia, in cui l'inafferrabilità della minaccia virale ingrassa le superstizioni. I social, luogo delle viscere per loro natura, diventano il ricettacolo di quelle eterne menzogne che sono le cariatidi dell'antisemitismo: gli ebrei sono avidi, gli ebrei sono truffatori, gli ebrei sono doppi, gli ebrei sono dei succhiatori di sangue, gli ebrei complottano contro di noi. Nel Giorno della memoria dobbiamo anzitutto ricordarci che l'antisemitismo ancora erutta da sotto i nostri rancori perché, come disse l'immenso Vasilij Grossman, dimmi di quali colpe accusi gli ebrei, ti dirò quali colpe hai.

Giornata della Memoria, Mafalda di Savoia e la testimone di Geova nel lager. LUCIANA DE LUCA su Il Quotidiano del Sud il 27 Gennaio 2022.

MARIA e Mafalda, la serva e la padrona. Eppure tra loro nacque una relazione speciale che durò fino alla morte della principessa di casa Savoia, avvenuta il 28 agosto del 1944, nel campo di concentramento di Buchenwald in Germania, dove fu internata con il falso nome di Frau von Weber.

Alla figlia del re Vittorio Emanuele III, arrestata a Roma il 23 settembre del 1943, le SS assegnarono un’aiutante, Maria Ruhnau, che era una delle tante testimoni di Geova perseguitate e imprigionate per sua fede. Sapendo che la donna era guidata da elevati princìpi morali e che per questo diceva sempre la verità, i nazisti speravano di raccogliere informazioni confidenziali sulla famiglia reale, ma Maria non tradì mai Mafalda e anzi, diventò la sua confidente, la sarta che le adattò i vestiti recuperati nel campo e che le cedette persino le sue scarpe. La principessa le si affezionò al punto tale che prima di morire lasciò in dono all’amica l’unica cosa che le rimaneva: l’orologio che aveva al polso.

I nazisti in preda al loro delirio di onnipotenza, presero di mira milioni di persone a causa della loro razza, nazionalità o ideologia politica. Tra questi ci furono migliaia di testimoni di Geova, che furono perseguitati per la loro fede cristiana. I Testimoni di Geova, allora conosciuti come “Studenti Biblici”, furono gli unici sotto il Terzo Reich a essere perseguitati unicamente sulla base delle loro convinzioni religiose. Il regime nazista li bollò come nemici dello Stato per il loro aperto rifiuto di accettare anche gli aspetti più marginali del nazismo contrari alla loro fede e al loro credo: si rifiutavano di fare il saluto “Heil Hitler”, di prendere parte ad azioni razziste e violente o di arruolarsi nell’esercito tedesco. Inoltre, nelle loro pubblicazioni identificavano pubblicamente i mali del regime, incluso ciò che stava accadendo agli ebrei.

I Testimoni furono tra i primi ad essere mandati nei campi di concentramento, dove portavano un simbolo sull’uniforme: il triangolo viola. Dei circa 35.000 Testimoni presenti nell’Europa occupata dai nazisti, più di un terzo subì una persecuzione diretta. La maggior parte fu arrestata e imprigionata. Centinaia dei loro figli furono affidati a famiglie naziste o mandati nei riformatori. Circa 4.200 Testimoni finirono nei campi di concentramento nazisti con l’intenzione dichiarata di eliminarli dalla storia tedesca. Si stima che morirono 1.600 Testimoni, di cui 370 per esecuzione.

I nazisti cercarono di infrangere anche le loro convinzioni religiose offrendogli la libertà in cambio di una promessa di obbedienza. A nessun altro fu data questa possibilità. La dichiarazione di abiura (emessa a partire dal 1938) richiedeva al firmatario di rinunciare alla propria fede, denunciare altri Testimoni alla polizia, sottomettersi completamente al governo nazista e difendere la Patria con le armi in mano. I funzionari delle prigioni e dei campi spesso usavano la tortura e le privazioni per indurre i Testimoni a firmare, ma un numero estremamente basso abiurò la propria fede. Maria, una “bibelforscher”, una studentessa biblica, rimase fedele ai suoi principi e diventò il punto di riferimento della principessa Mafalda, colpevole di essere italiana e di appartenere alla famiglia reale. Le due donne alloggiavano nella Baracca 15, riservata agli “internati speciali”, ed era composta da dieci camerette e divisa in due parti da una piccola separazione. In entrambe le parti si trovavano una cucina e un bagno. Intorno alla baracca c’era un giardinetto circondato da un muro alto circa tre metri e mezzo, sormontato da un filo spinato inclinato verso l’esterno.

Da un rapporto inviato a Sua Maestà Vittorio Emanuele si ricavarono alcune importanti informazioni sulle condizioni di vita nel campo di Mafalda e Maria che poterono godere di una condizione privilegiata rispetto agli altri internati: il letto era fatto con semplici tavolette sulle quali era posto un saccone riempito di “paglia di legno” come materasso. Il vitto poteva considerarsi sufficiente come quantità (pane nero, margarina, surrogato di caffè non zuccherato, zuppa d’orzo e carne insaccata). Ma Mafalda era dimagrita in maniera impressionante e per lungo tempo non ricevette alcun cambio di vestiario.

Il 24 agosto del 1944, a mezzogiorno in punto, gli aerei alleati bombardarono il campo colpendo anche la baracca 15 e Mafalda fu ferita gravemente. La principessa poco dopo morì e di Maria non si seppe più nulla.

La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.

Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  

Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.

Teresa Motta, la bibliotecaria che accolse internati ebrei e antifascisti. Anna Martino su La Repubblica il 27 Gennaio 2022.  

Nel volume della ricercatrice Antonella Trombone il ritratto di una giovane maestra e funzionaria che svolse fino in fondo il suo servizio alla comunità, mettendo a repentaglio se stessa per consentire l'accesso alla biblioteca provinciale di Potenza vietato alle "persone di razza non ariana". 

È il 1942 quando il governo italiano dispone il divieto di entrata alle biblioteche pubbliche governative alle "persone di razza non ariana". Agli ebrei - e non solo - è negato l'accesso alle sale di lettura, ai cataloghi, al prestito, alle informazioni bibliografiche. A Potenza una giovane bibliotecaria apre loro le porte.

Ebrei stranieri, politici e intellettuali antifascisti internati nei campi del potentino frequentano abitualmente i luoghi della biblioteca provinciale di Potenza.

La caccia agli ebrei di Stalin, l’ultima purga dell’Urss. Andrea Muratore su Inside Over il 29 gennaio 2022.  

L’Unione Sovietica di Stalin è stata, nella seconda guerra mondiale, la nazione grazie alla cui avanzata si sono potuti scoprire i peggiori orrori associabili al regime nazista, primi fra tutti i campi di sterminio liberati dall’Armata Rossa tra il 1944 e il 1945 nella sua avanzata verso Occidente. Avendo, inoltre, subito più perdite di ogni altro Paese per la guerra e per le politiche di pulizia etnica e di sterminio condotte dai tedeschi, prima fra tutti la “Soluzione Finale” della questione ebraica, l’Urss staliniana volle porre nell’immediato dopoguerra la questione del superamento dell’oppressione di popoli come gli ebrei in cima all’agenda politica. Stalin contribuì in maniera decisiva alla nascita di Israele nel 1948, i suoi alleati (Cecoslovacchia in testa) armarono Tel Aviv fino ai denti, il blocco comunista lo sostenne in sede Onu.

Ma negli ultimi anni del regime il graduale avvicinamento di Tel Aviv all’Occidente, unitamente all’apertura di frange sotterranee e di settori del potere sovietico a una distensione della Guerra Fredda in vista della successione a Stalin portò gli ebrei nel mirino della dittatura bolscevica come potenziale “popolo ostile”. La morte di Stalin interruppe, in tal senso, quella che fu l’ultima purga del trentennio del suo dominio sullo Stato comunista: la repressione del presunto complotto dei medici ebrei. Una delle pagine meno conosciute della storia dell’Urss.

L'ultima campagna di terrore e le sue origini

Il 13 gennaio 1953 Stalin parlò alla popolazion sovietica e le annunciò l’esistenza del “complotto dei medici” : secondo le accuse del dittatore sovietico, nove medici che curavano personalmente gli inquilini Cremlino e il loro entourage, di cui sei ebrei, avevano assassinato tra il 1945 e il 1948 alcuni stretti collaboratori di Stalin e si preparavano a uccidere i maggiori dirigenti politici e militari dell’Urss, secondo gli ordini ricevuti “dagli imperialisti occidentali e dai sionisti”.

Così facendo l’anziano dittatore voleva rendere esplicito un clima di tensione e terrore per alzare l’escalation di una repressione già avviata da alcuni anni con attacchi mirati a esponenti dell’apparato, molti dei quali ebrei.

Va sottolineato un fatto importante: gli ebrei nella Rivoluzione bolscevica e nell’edificazione dell’Urss erano stati a lungo protagonisti. Fortemente repressi dall’impero zarista, ben inseriti nelle città nei club culturali e politici, i membri dell’élite ebraica di aree come Mosca e San Pietroburgo avevano contribuito sia al progetto di Lenin che all’edificazione del regime di Stalin. Ebreo era Lazar Kaganovic ed ebree erano le consorti di due suoi colleghi nel Politburo del Partito Comunista, Vjaceslav Molotov e Kliment Vorosilov, così come l’ex rivale di Stalin Lev Trotskij, comandante dell’Armata Rossa durante la guerra civile. Tutti gli ebrei dell’Europa orientale avevano poi visto i sovietici come liberatori proprio perché la scelta dei nazisti era stata il loro sterminio. Gli ebrei avevano combattuto nell’Armata Rossa contro i tedeschi ricevendo in proporzione alla popolazione un numero di onorificenze maggiore di ogni altro gruppo etnico.

Tuttavia, già pochi mesi dopo la nascita di Israele, nel maggio 1948, il regime staliniano iniziò a vedere gli ebrei come “quinte colonne” ostili. “Tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949” – scrive Timothy Snyder in Terre di sangue – “la vita pubblica in Unione Sovietica virò verso l’antisemitismo” anche remando contro la genuina simpatia della popolazione di molte aree del Paese per uomini e donne che avevano sofferto privazioni ancora più gravi delle loro durante l’invasione e l’occupazione nazista di parte del Paese. “Stalin aveva deciso che gli ebrei stavano influenzando lo Stato sovietico più di quanto i sovietici stessero facendo con quello ebraico” e nel quadro generale reso teso dal blocco di Berlino Ovest da parte dell’Urss, dal consolidamento dei due blocchi su scala globale, dalla minaccia di una nuova guerra mondiale, dalla corsa sovietica verso la parità atomica il regime pensò a una nuova purga per compattare il fronte interno come fatto con il Grande Terrore del 1937-1938.

L'architetto dell'antisemitismo di Stalin

In quest’ottica, gli ebrei sovietici divennero un bersaglio naturale. Questo per un triplice ordine di motivi. In primo luogo, la Grande Guerra Patriottica contro la Germania aveva risvegliato nell’Urss il nazionalismo panrusso come collante dello sforzo bellico e l’idea della primazia dell’etnia russa nel quadro politico dell’Unione, facendo rifiorire le pulsioni più ataviche tra cui la diffidenza verso gli ebrei. In secondo luogo, si ricominciò a perseguitare ogni tipo di nazionalismo potesse essere ritenuto in qualche modo ostile, e in quest’ottica, nota Osservatorio Russia, ” le accuse rivolte agli intellettuali ebrei di scarsa adesione agli interessi della «patria socialista», dedicandosi alla difesa del particolarismo identitario e l’accusa di apoliticismo e di essere estranei alla causa dell’«internazionalismo proletario», furono tra i vettori che rimodellarono l’atteggiamento del Cremlino verso gli ebrei”. In terzo luogo, nonostante proprio gli ideali egalitari e emancipatori della Rivoluzione fossero stati tra i moventi dell’avvicinamento di molti ebrei alla causa bolscevica, nel secondo dopoguerra la natura cosmopolita e fluida della cultura ebraica, capace di adattarsi a contesti diversi, fu tra i motivi che giustificò il sospetto del regime di Stalin proprio a causa del suo presunto percorso di convergenza con l’individualismo borghese di stampa occidentale.

Gli ebrei, dunque, erano visti di traverso in quanto presunti nazionalisti sostenitori di una potenza straniera che l’Urss aveva per prima riconosciuto e da cui poi si era allontanata, Israele, ma anche perché ritenuti apolidi e internazionalisti. Due tesi che sarebbe stato spericolato portare alla convergenza, ma che nel paranoico clima dell’Urss postbellica trovarono un cantore in Andrej Zdanov (1896-1948).

Zdanov fu fedelissimo braccio destro di Stalin, responsabile della politica culturale e della propaganda, un Goebbels rosso dalla profondissima capacità di comunicazione. Nel 1946 coniò la sua celebre dottrina in cui il mondo veniva diviso in due campi: quello “imperialista”, guidato dagli Stati Uniti, e quello “democratico”, guidato dall’Urss, i cui avversari venivano dichiarati esplicitamente rivali della causa nazionale, dunque traditori. Prese il via la cosiddetta Zdanovscina, il regno del terrore culturale contro l’intellighenzia. Per due anni, dal 1946 al 1948 (e cioè fino alla sua morte) Zdanov divenne l’occhio di Stalin su medicina, letteratura, filosofia, linguistica (della quale il dittatore era fanaticamente appassionato), economia. La cultura ebraica ne fu pesantemente penalizzata, e si preparò l’identificazione tra l’ebreo, il borghese e l’Occidente, dunque il mondo imperialista. Ironia della sorte, una chiave di lettura non dissimile, nella semplicità della relazione causa-effetto, da quella nazionalsocialista.

Fino al 1952, nota Luis Rapport nel saggio La guerra di Stalin contro gli ebrei, ” gli ebrei vennero estromessi ed eliminati dalle file del Partito e dai gangli vitali della società sovietica” nel silenzio e inesorabilmente: “nella nuova edizione della grande enciclopedia sovietica, pubblicata nel 1952, la voce “Ebrei” passò dalle 54 pagine dell’edizione precedente – suddivise per storia cultura e religione – a due misere pagine. In quella due pagine, la frase: “Gli ebrei non costituiscono una nazione”. I vertici dell’Esercito vennero ripuliti di 63 generali e 260 colonnelli ebrei, estromessi o eliminati tra il 1948 e il 1953”, mentre uomini celebri dell’intellighenzia ebraica come il direttore del Teatro yiddish di Mosca Solomon Mikhoels, furono fatti assassinare per essersi opposti al nuovo clima.

La morte improvvisa di Zdanov, nel 1948, segnò una nuova fase della repressione. E sarebbe stato il viatico per il lancio dell’ultima, grande purga immaginata dal dittatore sovietico. Una purga che solo la sua morte e l’eliminazione successiva del suo “boia”, Lavrentij Berija, avrebbe impedito di portare a compimento.

Il complotto dei medici

Già dal 1949 iniziarono gli arresti di importanti personalità ebraiche, mentre il 27 novembre del 1951 finirono in carcere per opera dei proxy sovietici di Praga i politici ebrei Rudolf Slànsky, segretario generale del partito comunista cecoslovacco, e il suo vice Bedrich Geminder, che sarebbero stati processati e giustiziati un anno dopo, ironia della sorte proprio leader del Paese che su ordine dell’Urss aveva rifornito di armi Israele nel 1948.

Nel maggio 1952 in Unione Sovietica furono invece processate quindici persone collegate al disciolto  Comitato Ebraico Antifascista che proprio in Mikhoels aveva avuto il suo presidente. Essi erano ritenuti colpevoli di aver chiesto otto anni prima a Stalin, di istituire in Crimea una Repubblica ebrea in vece del remoto territorio assegnato agli Ebrei in Estremo Oriente. Il processo si sarebbe concluso concluso a luglio con la condanna a morte di 13 imputati. Nel novembre dello stesso anno la stampa ucraina annunciava come a Kiev molti ebrei fossero stati fucilati per “ostruzionismo controrivoluzionario”. Il romanziere Il’ja Erenburg, il violinista David Ojstrach, lo scrittore Vasilij Grossman furono emarginati dalla vita pubblica del Paese in quanto ebrei.

Tutto era maturo perché la campagna informale assumesse strutturazione: la caccia agli ebrei, nell’intenzione di Stalin, avrebbe dovuto sostanziarsi nell’azzeramento della loro intellighenzia, in deportazioni nei gulag e in esecuzioni di membri di spicco per mostrare al Paese la volontà di reprimere ogni frangia ritenuta ostile al potere sovietico.

“Verso la fine di agosto del 1948”, nota Rapport, “dopo l’improvvisa morte di Zdanov, una sconosciuta addetta al reparto radiologico dell’ospedale del Cremlino – Ljdija Timasuk – esaminò, chissà come e per conto suo, gli elettrocardiogrammi di Zdanov, e informò gli organi di sicurezza sulla possibilità che l’illustre membro d’apparato non fosse deceduto di morte naturale. La Timasuk era solo una paramedica, da sempre divorata dall’odio per la propria superiore (ebrea) direttrice del reparto elettrocardiografico, Sofija Karpaj (in odore di arresto, che puntualmente avvenne nell’estate del 1951)”; quattro anni dopo, una sua lettera avrebbe svolto da catalizzatore per la campagna annunciata da Stalin all’inizio del 1953.

Nell’ottobre del 1952 Semyon Ignatyev, capo dell’MGB, informò il capo di Stato che erano state trovate prove in merito all’esistenza di un complotto per eliminare i dirigenti del partito. Colpito dalla rivelazione, il dittatore ordinò l’arresto dei cospiratori, nove medici di cui sei ebrei, e ordinò alla Pravda di preparare il terreno mediatico alla campagna anti-ebraica: epurazioni e avvisaglie di pogrom cominciarono a svilupparsi per tutto il Paese, e si parla di circa 2mila vittime tra la fine del 1952 e l’inizio del 1953.

La morte di Stalin interruppe questo pericoloso trend. L’Urss, nella destalinizzazione, non proseguì in questa paranoica persecuzione. Ma tuttora è impossibile sapere cosa sarebbe stato degli ebrei sovietici, più volte perseguitati nelle terre rese sanguinanti dai due totalitarismi del Novecento, nei mesi e negli anni successivi. Misteri di una superpotenza comunista dalle enormi contraddizioni. Andata vicina a risvegliare i demoni che aveva sconfitto con la forza delle armi pochi anni prima.

Il più grande sterminio del '900. Perché il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria, la commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Antonio Lamorte su Il Riformista il 27 Gennaio 2022. 

Il 27 gennaio si celebra in tutto il mondo la Giornata della Memoria. Le commemorazioni per ricordare l’Olocausto, lo sterminio degli ebrei, di avversari politici e di altre minoranze etniche a opera del regime nazista e dei suoi alleati che tra il 1933 e il 1945 (dati dell’Holocaust Memorial Museum di Washington) fece tra 15 e 17 milioni di vittime. Di questi tra cinque e sei milioni di ebrei. A designare la data la risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del primo novembre 2005 durante la 42esima riunione plenaria.

Il 27 gennaio è diventata la data simbolica della Shoah (in ebraico “disastro”, “catastrofe”) perché il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche della 60esima Armata del “1° Fronte ucraino” scoprirono e liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il complesso, nei pressi della città polacca di Oświęcim, era il più grande complesso di sterminio realizzato dai nazisti. È diventato il simbolo del più grande genocidio del 900. Oggi accoglie milioni di visitatori all’anno.

La scoperta del campo di Auschwitz rivelò al mondo lo sterminio dell’Olocausto. Dieci mesi prima di Auschwitz l’armata sovietica aveva liberato il campo di concentramento di Majdanek. Dal 1979 il campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz Birkenau è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Ogni anno, in tutto il mondo, si commemora la Shoah in tutto il mondo con cerimonie ufficiali e occasioni di incontro per ricordare la pagina più orrenda del 20esimo secolo.

Le iniziative, in Italia, si svolgeranno quest’anno nelle scuole, in Parlamento, nei Comuni, nelle televisioni. Alle 11:00 le celebrazioni ufficiali al Palazzo del Quirinale con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier dimissionario Giuseppe Conte, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, la Presidente dell’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), Noemi Di Segni e Sami Modiano, sopravvissuto all’Olocausto.

“Ricordare è una espressione di umanità, ricordare è segno di civiltà, ricordare è condizione per un futuro migliore di pace e di fraternità, ricordare è anche stare attenti perché queste cose possono succedere un’altra volta, incominciando dalle proposte ideologiche che vogliono salvare un popolo e finendo a distruggere un popolo e l’umanità. State attenti a come è incominciata questa strada di morte, di sterminio, di brutalità”, ha dichiarato Papa Francesco all’udienza generale in occasione del Giorno della Memoria. Antonio Lamorte

27 GENNAIO - GIORNO DELLA MEMORIA. “Ho visto mamme costrette ad uccidere il proprio figlio”. I terribili ricordi di Elisa Springer. Con gli occhi lucidi, nell’intervista la testimone di tante sofferenza racconta forse il più atroce dei ricordi.

Marzia Baldari su La Voce di Manduria giovedì 27 gennaio 2022.

In quaranta minuti, all’incirca, di video registrazione Elisa Springer scuce i ricordi prima della sua infanzia e adolescenza viennesi, poi della morte dei suoi familiari sino alla sua deportazione nei diversi campi di concentramento. La sua storia, però, s’incrocia anche con quelle di altre donne fantasma incontrate in questo suo viaggio di memoria e salvezza. Donne costrette a uccidere i propri figli, cicli mestruali interrotti dalle sperimentazioni dei nazisti attraverso farmaci sciolti nei miseri pasti e cadaveri costretta scavalcare. Racconta la Springer, «La vita per noi donne nei campi era difficile. È stata una umiliazione tremenda, anche tra di noi. Poi ci si abitua, perché vuoi o non vuoi ti devi abituare. C’erano donne incinte».

Con gli occhi lucidi, nell’intervista la testimone di tante sofferenza racconta forse il più atroce dei ricordi. «Una donna che aveva appena partorito è stata costretta ad uccidere il proprio figlio, non le hanno permesso di allattarlo dopo aver partorito là dentro. Le hanno fasciato il seno per non farla allattare». E ancora ricordi di giovani mamme e adolescenti ebree private dai nazisti della propria umanità e del proprio ciclo per scoprire quale reazione potessero avere. 

Senza paura di morire o della morte, la vera tragedia per la signora Springer è quanto la sete di potere e denaro abbia portato la vita umana a non contare più nulla. «Se non sappiamo perdonare, tendere la mano anche al nemico, se non avviene questo non ci sarà mai pace – racconta la sopravvissuta. L’uomo di oggi ha perduto la propria dignità e l’amore per se stesso. Se non ha stima  e amore di se stesso come può amare il prossimo?». Terribili ricordi della sua storia da deportata che s’intrecciano con queste donne senza nome e dal volto sbiadito incontrate nei diversi campi di concentramento. A vent’anni dalla sua scomparsa, l’obbligo morale di ricordare persiste in diverse forme proprio nella città messapica, Manduria, dove la Springer ha trascorso numerosi anni della sua vita dopo la sua liberazione e dove è stata sepolta. Una città che non può dimenticare le sue confessioni strazianti e tutte le vittime dell’Olocausto, onorandola annualmente come meglio può. Marzia Baldari

Raffaele Mattioli, il banchiere che voleva salvare i dipendenti ebrei. PIERLUIGI PANZA su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2022.

Intesa Sanpaolo e Chora presentano un podcast in sei episodi di mezz’ora ciascuno. Ogni puntata è dedicata a un addetto Comit che il presidente cercò di sottrarre alla persecuzione

«Ebrei onorari» erano chiamati, per scherno, i difensori degli ebrei negli anni della propaganda antisemita. Raffaele Mattioli, banchiere antifascista allora presidente della Banca Commerciale Italiana (poi confluita in Intesa Sanpaolo), pur non essendo ebreo aveva scelto per sé stesso tale definizione per affermare la sua vicinanza al mondo ebraico e il suo impegno per il salvataggio di tanti cittadini. Oggi, in occasione del Giorno della Memoria, Intesa Sanpaolo e Chora — podcast company italiana — presentano L’Ebreo Onorario, una serie podcast realizzati con la collaborazione dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo. Questo aspetto della vicenda di Mattioli viene raccontato in sei episodi progressivamente disponibili su Intesa Sanpaolo On Air, piattaforma di contenuti audio della Banca che raccoglie voci, storie e idee con oltre 700 episodi e 5 milioni di stream dal lancio, avvenuto nel giugno 2020 (disponibili anche su choramedia.com e sulle principali piattaforme audio). La voce è quella di Camilla Ronzullo, autrice milanese conosciuta come Zelda was a writer.

Sono sei storie di mezz’ora ciascuna relative a un dipendente Comit che Mattioli e altri uomini della banca hanno provato a salvare dalla deportazione. Si parte dalla corrispondenza tra il ragioniere Guido Schwarz e il collega Tiburzio Pinter. Il 1° marzo del 1939, Schwarz fu forzatamente mandato in pensione a causa delle leggi razziali. Grazie ai colleghi riuscì a ottenere un visto di lavoro per il Brasile, ma le cose non furono semplici. Quanto a Tiburzio Pinter, fu assunto dalla Comit nel 1926 alla filiale di Fiume, dove prestò servizio fino al forzato pensionamento del 28 febbraio 1939. Dal 1° dicembre ’43 Pinter fu nascosto in vari alloggi di fortuna.

Antonello Gerbi è stato non solo un dipendente Comit, ma anche uno storico e un critico cinematografico. Anche la sua vita fu stravolta dalle leggi razziali, ma Mattioli giocò d’anticipo. Nel 1938 lo mandò a Lima per farlo lavorare a un saggio sull’economia peruviana. Gerbi restò in Perù fino al 1948: nel podcast ascolteremo le testimonianze del figlio, il saggista Sandro Gerbi.

Werner Prager era un libraio antiquario berlinese che, per sfuggire dal nazismo, si trasferì in Italia nel 1937. Non aveva rapporto con la Comit, solo con Mattioli, che era un bibliofilo. Fu arrestato ma, grazie all’intercessione di Massimiliano Majnoni della Comit di Roma fu assunto in Vaticano come bibliotecario e salvato insieme alla famiglia.

Nel 1941 dopo l’occupazione tedesca della Jugoslavia e la creazione dello Stato ustascia, Hermann Schossberger fu preso di mira dai croati. Giuseppe Zuccoli, direttore centrale Comit, intercedette per lui presso Ante Pavelic, il capo degli ustascia, ma ottenne solo di fargli avere l’esonero di portare la stella di David. Fu licenziato il 30 settembre 1942 e si deduce che fu deportato ad Auschwitz.

Infine, si racconta la storia di Carlo Morpurgo, che dopo il pensionamento forzato tornò a Trieste, dove divenne segretario della Comunità ebraica. In questo ruolo nell’estate del ’43 si prodigò per aiutare famiglie ebree a mettersi in salvo. Il 20 gennaio 1944 fu catturato dai tedeschi e poi deportato.

In ogni storia ampi flashback consentono di ripercorrere la scelta antifascista di Mattioli iniziata nel 1919, quando partecipa da osservatore all’Impresa di Fiume di d’Annunzio 

Ricominciare dopo Auschwitz. Vita, memoria e speranza per Edith Bruck. IDA BOZZI su Il Corriere della Sera il 19 gennaio 2022.

Su «7» l’intervista alla scrittrice ebrea che venne deportata dall’Ungheria. Eventi in tutt’Italia per il 27 gennaio, Giorno della Memoria, tra testimonianze, dibattiti, spettacoli, incontri.

Ad Auschwitz, la fila di deportati dov’era sua madre andò diretta alla camera a gas. Lei si salvò soltanto perché si ritrovò, spinta via, nella fila a fianco: in vista del Giorno della Memoria, venerdì 21 su «7» la scrittrice e poetessa Edith Bruck — che nel 2021 è stata nominata Cavaliere di Gran Croce da Sergio Mattarella e ha ricevuto la visita di Papa Francesco — si racconta dalla sua casa romana nell’ampio servizio di copertina del settimanale, in un’intervista di Alessia Rastelli.

Lo sguardo di Bruck, che ha vissuto la tragedia dei campi di sterminio, testimonia con lucidità estrema l’indicibile. Lo ha fatto per tutta la vita nelle scuole, e nei suoi libri. E lo fa anche in Lettera alla madre (la nuova edizione esce giovedì 19 da La nave di Teseo) nella forma di un’epistola postuma a quella mamma persa nel lager, che era così diversa da lei adolescente ma alla quale era visceralmente unita. Già l’anno scorso, inoltre, l’autrice ha vinto lo Strega Giovani ed è stata finalista al Premio Strega con Il pane perduto (pubblicato sempre da La nave di Teseo), in cui ripercorreva la sua esistenza.

La copertina del numero «7» che esce il 21 gennaio

Nell’intervista a «7» Bruck ricorda sia chi le chiese, a Bergen Belsen, «se sopravvivi, racconta anche per noi», sia il difficile ritorno alla vita dopo il lager. Tra le prove che l’avrebbero ancora attesa ci sarebbe stata la perdita di una figura come Primo Levi, che era sua amico e le telefonò quattro giorni prima della scomparsa. Ma Bruck rievoca anche ciò che le ha dato forza, come l’incontro con il poeta e regista Nelo Risi, poi suo marito, il valore della scrittura, per lei «gonfia di parole», come testimonianza e impegno. La scrittrice osserva anche il tempo attuale, i nazionalismi che montano (incluso quello di Orbán, nell’Ungheria che le ha dato i natali), l’odio diffuso anche online. Uno sguardo di poetessa, che si allarga alla pandemia, con il suo pianto per le bare sui camion, il silenzio dei giorni del lockdown, di cui ha scritto nei suoi versi.

La testimonianza

Testimonianze come quella di Edith Bruck, ma anche dibattiti, incontri, concerti, ritornano (quest’anno anche in presenza, con le adeguate norme di sicurezza) a celebrare il Giorno della Memoria, il 27 gennaio. Tra gli eventi organizzati a Roma dalla Fondazione Museo della Shoah, ci sarà Passaggi di Memoria, il 27 gennaio al Teatro Palladium di Roma (ore 20): dopo i saluti del presidente della Fondazione Mario Venezia, in scena un monologo di Stefano Massini, cui seguirà un incontro con Edith Bruck; tra i partecipanti, Furio Colombo, Micol Pavoncello, il testimone Sami Modiano in video.

Rigurgito pericoloso è il negazionismo: ne parla, a Roma, Donatella Di Cesare, lunedì 24, in presenza, al Cinema Farnese (ore 20). Al tema, la filosofa ha dedicato Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (Bollati Boringhieri), che presenterà con Mario Venezia, Marco Damilano, direttore de «L’Espresso», il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.

Il Giardino dei Giusti

Numerosi gli eventi anche a Milano. Gariwo, la foresta dei Giusti propone martedì 25 lo spettacolo Il Memorioso. Breve guida alla memoria del bene, ispirato ai libri di Gabriele Nissim (Centro Asteria, ore 10). Giovedì 27 l’associazione offrirà anche agli studenti visite guidate al Giardino dei Giusti. E intanto propone il volume collettaneo Domande sulla memoria (pubblicato con l’editrice Cafoscarina), con contributi di noti studiosi, tra i quali Francesco M. Cataluccio, Marcello Flores, Anna Foa. Il libro parte dalla memoria imprescindibile della Shoah, per riflettere anche su cosa accade oggi ad altri popoli. E fare in modo che «Mai più» sia un impegno per presente e futuro.

Le visite, gli incontri

Organizza un programma in presenza e in digitale il Memoriale della Shoah di Milano, che conserva la memoria di un luogo terribile da cui partirono i treni per i lager. In presenza, martedì 25, ospita la proiezione del documentario 1938: lo sport italiano contro gli ebrei, ideato da Matteo Marani e prodotto da Sky, e un dibattito con Roberto Jarach, presidente della Fondazione del Memoriale, Federico Ferri, direttore responsabile di Sky, e altri (ore 18.30). Il 27, inoltre,il Memoriale sarà aperto alle visite gratuite: l’accoglienza sarà gestita in collaborazione con i detenuti della 2ª Casa di Reclusione di Milano Bollate. Denso anche il programma sulla pagina Facebook del Memoriale: tra gli incontri, lunedì 24 (ore 18) si parla di Diritto ed ebraismo, con Giorgio Sacerdoti, Piergaetano Marchetti, Daniela Dawan, Marco Vigevani; il 30 (ore 15) l’incontro con Marilisa D’Amico e Milena Santerini.

Il ricordo a teatro

Al Teatro alla Scala di Milano, nel ridotto dei palchi, il 24 (ore 16.30) si tiene il Concerto per il Giorno della Memoria, organizzato da Comune, Anpi e Associazione Figli della Shoah. Al Conservatorio Verdi di Milano, il 27 (ore 20.30) il concerto La musica proibita come strumento di resistenza. Blues, Swing e Jazz organizzato con Figli della Shoah, Fondazioni Cdec e Memoriale della Shoah. Anche a Venezia, al Teatro La Fenice, il 23 (ore 11), il reading. Tra il mare e la sabbia.

Ragazzi

Tra le numerose iniziative per i più giovani, il 27 gennaio l’evento dedicato alle scuole Troppo piccolo il cielo. Musiche, letture e testimonianze dal ghetto di Terezín al Conservatorio di Milano, organizzato dall’associazione Figli della Shoah (che lo trasmette dal suo canale YouTube) e a cura di Matteo Corradini. L’incontro ricorda i bambini di Terezín, dei quali sono arrivate fino a noi alcune migliaia di disegni e qualche decina di poesie.

Sardegna: Odissea di un internato

Chi pesava meno di 35 chili veniva ucciso: il prigioniero Vittorio Palmas, soldato, ne pesava 37 e si salvò. Sopravvissuto al lager di Bergen Belsen, ricordò: «Sono vivo per 2 chili». Si ispira alla sua storia, raccontata nel libro di Giacomo Mameli La ghianda è una ciliegia (Il Maestrale) lo spettacolo Storia di un uomo magro, del regista attore Paolo Floris: per iniziativa dell’Associazione Pane e Cioccolata, e con il sostegno della Fondazione di Sardegna, lo spettacolo celebrerà il Giorno della Memoria con quindici rappresentazioni in tredici centri della Sardegna, fino al 2 febbraio, coinvolgendo 1.600 studenti delle scuole medie e superiori. Lo spettacolo di Floris rievoca la vita del soldato sardo, la prigionia nel lager e il destino di chi non fece ritorno: morì nello stesso lager anche Anne Frank. Prima del recital, il canto del coro «Murales» di Orgosolo. Tra le repliche dello spettacolo, appuntamento giovedì 20 gennaio a Lanusei (Nuoro), venerdì 21 a Oschiri (Sassari), e giovedì 27 a Oristano e a Orgosolo.

La data del 27 gennaio

Il Giorno della Memoria è stato istituito per legge nel 2000 in Italia e a livello internazionale nel 2005 dall’Onu per ricordare le vittime dello sterminio nazista degli ebrei compiuto durante la Seconda guerra mondiale. Come data è stato scelto il 27 gennaio, giorno nel quale, nel 1945 le truppe sovietiche liberarono il lager di Auschwitz-Birkenau, principale campo di sterminio utilizzato dalle SS per eliminare gli ebrei deportati dai Paesi occupati di tutta Europa 

Giorno della Memoria, storia (mai raccontata prima) del ragazzo che beffò i nazisti vestendo la camicia nera. Paolo Salom su Il Corriere della Sera il 27 gennaio 2022.

Genitori ebrei, nel 1938 il padre aveva voluto convertire la famiglia al cattolicesimo contro il parere della madre. Lui, a 16 anni, scelse di fuggire dal nascondiglio dove si erano rifugiati. Catturato dai fascisti prima e dai nazisti poi, fu «salvato» da un pastore tedesco e dal proprio istinto di sopravvivenza.  

Questa è una storia, una delle tante, che non è mai stata raccontata. Perché, può sembrare incredibile - visto che sulla Shoah sono stati scritti migliaia di libri, diffuse altrettante vicende personali e collettive, girate montagne di pellicole - eppure, sono milioni (sì, milioni) i percorsi familiari, ciascuno con una sua specificità, un suo privatissimo universo, di cui non sappiamo e mai sapremo nulla perché inghiottiti nel gorgo nazista. Insomma, nonostante gli sforzi per ricostruire tante esistenze, 80 anni più tardi ci ritroviamo in realtà con un pugno di mosche in mano. Quel mondo è scomparso, e dobbiamo accontentarci di ricordare una minima parte dei volti e delle architetture umane che lo componevano.

Dunque è venuto il momento di ricostruire la vita di una famiglia come tante, padre, madre, tre figli nati a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, l’ultimo alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940. Sono tutti ebrei, naturalmente. Ma, e qui incontriamo la prima conseguenza dell’odio antisemita che sta avviluppando l’Europa, il capofamiglia - il signor Levi - nel 1938 ha deciso di convertire tutti i suoi cari al cattolicesimo: «Perché sono stanco di vivere in un mondo che ci vuole tanto male».

Il signor Levi, un uomo ombroso, triste anche, e piuttosto pasticcione nella vita, pensa in questo modo di aver messo al sicuro tutti dalle leggi razziali, di aver oltrepassato quel confine invisibile che divide gli esseri umani in categorie e aver smesso definitivamente la pelle più odiata della storia d’Occidente: quella da ebreo. Una decisione tanto radicale naturalmente ha avuto un costo: la moglie, discendente di una schiatta di pii rabbini, è sgomenta. Ma nulla può perché in quell’epoca, il volere dell’uomo di casa si trasforma in decisioni irrevocabili per tutti in famiglia. I figli, ancora piccoli, non capiscono granché, ma cercano di adattarsi alla nuova realtà e “fare gruppo” con i nuovi amici di cui capiscono la lingua ma non la devozione religiosa, così diversa dalla propria.

La famiglia di «nuovi cristiani» prova a andare avanti come nulla fosse, mandando a memoria preghiere fino a quel momento sconosciute, cercando di introiettare l’idea di essere finalmente «liberi». Ma le difficoltà non mancano. Intanto, data la conversione tardiva, i ragazzi non possono frequentare le scuole pubbliche, riservate agli italiani «ariani»: per loro si aprono invece le porte di una scuola gestita dalla Chiesa. Ma anche questo dura poco. Il settembre 1943 arriva in fretta. Così come l’occupazione nazista dell’Italia. E il giorno in cui un questore convoca l’intera famiglia Levi nei suoi uffici. Per arrestarli.

Il signor Levi è sconvolto, non capisce: «Ma signor questore, noi non abbiamo fatto nulla, siamo bravi cittadini, siamo cattolici ora!». «Mio caro signor Levi - risponde sconfortato il questore, uno dei non pochi italiani incapaci di vestire i panni degli aguzzini - non ha capito che tempi viviamo? Perché non è scappato? Perché non si è ancora nascosto con tutta la sua famiglia?». Silenzio gelido nella stanza: i Levi, tutti, impalliditi dal terrore. «Senta, facciamo così: io non vi ho trovato, oggi. Voi non siete mai stati qui. Però la avviso: tra una settimana verremo a casa sua per arrestarvi tutti. Mi ha capito?».

Finalmente, Orlando Levi sembra aver capito. Ma non sa cosa fare. Perciò si rivolge al parroco che li ha battezzati tutti. Non c’è tempo da perdere: preparate le valigie con il minimo indispensabile, i Levi salgono su un’auto e partono per la montagna, lontano dalle vie più trafficate. Rimarranno nascosti fino alla fine della guerra: la conversione ha garantito loro la protezione attiva della Chiesa cattolica. Le loro vite sono salve. Ma non le loro esistenze. Nei mesi che mancano alla Liberazione, la famiglia Levi implode. Marito e moglie non fanno altro che litigare: lei non gli perdona di averla spossessata di un’identità che racchiude ricordi e affetti, mai così distanti. Mentre il primogenito, Fiorello Levi, incapace - è solo un adolescente - di comprendere la natura di tanta tensione, decide di scappare. Fiorello sa di essere ebreo. Ma al tempo stesso comprende che qualcosa è cambiato irreparabilmente. Non solo nel mondo esterno: nella sua famiglia. A 16 anni l’orizzonte può essere molto vicino. Fiorello pensa di raggiungere la Svizzera, dove sa che si sono rifugiati alcuni suoi parenti. Chiedendo passaggi, attraversando a piedi campi e paesi, riesce in qualche modo ad arrivare a Chiasso. Ma è lì che la sua giovane età lo blocca: non sa come superare la frontiera. In più è stravolto dalla fame e i vestiti che indossa sono ormai pieni di buchi e strappi. È allora che una pattuglia di camicie nere lo ferma. Gli chiede i documenti. Gli chiede chi è e cosa fa lì. «Mi chiamo Fiorello Levati - risponde ben sapendo che non deve rivelare in nessun modo di essere ebreo -. Sono rimasto solo, i miei sono tutti morti sotto il bombardamento di Treviso (7 aprile 1944, ndr), non ho più nulla, nessun documento» .

I militari fascisti sono sospettosi. Ma si inteneriscono di fronte a questo ragazzino smunto, il viso pieno di efelidi, che sembra davvero uscito da un bombardamento. Eppure ripetono la domanda: «Va bene, ma cosa fai qui, vicino al confine?». È allora che il panico avvolge il ragazzo. In un istante sceglie la risposta più pericolosa e gravida di conseguenze: «Sono un fascista, mi vergogno dei Savoia. Voglio arruolarmi». Fiorello Levi un fascista? In effetti non sembra una bugia: quanti italiani non lo erano fino al 1943? Comunque la Repubblica Sociale ha bisogno di braccia. Perciò le camicie nere gli battono le mani sulle spalle e lo portano al loro quartier generale di Milano.

Fanno parte delle Brigate Nere, squadristi feroci che danno la caccia ai partigiani, agli ebrei e sono i «migliori alleati» dei tedeschi. Fiorello sa quello che sta facendo? Probabilmente no: ma quello era, per lui, l’unico modo di sopravvivere. Così riceve una uniforme e un compito: dal momento che sa guidare (le automobili sono sempre state la sua passione), il maresciallo che lo ha arruolato lo prende come attendente e gli affida una Topolino e il suo cane, un pastore tedesco. Poche settimane più tardi, il destino offre l’ennesimo inciampo. Fiorello ha portato l’auto dal meccanico. E nell’attesa gioca con il cane lupo. Improvvisamente arriva un tedesco. Il soldato ha bisogno di soldi e prova a vendere la sua Luger al meccanico, un borsanerista. Spara due colpi in aria per dimostrare che la pistola funziona. Il meccanico si convince. Ma il cane, terrorizzato, scappa a gambe levate. Fiorello prova a riprenderlo. Ma non c’è nulla da fare: in un istante l’animale scompare nei vicoli del centro di Milano. Che fare? Il ragazzo telefona in caserma e racconta cosa è successo. Il maresciallo, gelido come l’inverno che avvolgeva l’Italia stremata dalla guerra, gli risponde: «Trovalo, se torni senza cane ti ammazzo».

Fiorello non sa cosa fare. Ma quando il meccanico gli riconsegna la Topolino, mani e piedi agiscono di comune accordo e l’auto si dirige verso le Alpi, nella località dove la famiglia Levi viveva nascosta. Poche ore e l’auto è venduta al mercato nero. Dei soldi ricavati, Fiorello ne consegna una parte al padre, sempre più curvo e spaventato. Poi pensa: se non sono riuscito a passare in Svizzera, forse potrò superare il fronte a Sud e passare con gli alleati. Perché farlo? Non lo sa nemmeno lui. Ma una cosa è certa: in famiglia non è più possibile stare. Fiorello prende un treno, poi una corriera, poi fa l’autostop fino ad arrivare in Romagna. È ancora in divisa fascista. E, in una locanda dove si è fermato per mangiare qualcosa, viene avvicinato da un nazista che lo guarda da capo a piedi e gli dice, sibilando: «Tu chi sei? Che ci fai qui? Dov’è la tua unità?». Fiorello risponde. Il tedesco, allora, con un ghigno: «So riconoscere un ebreo: tu sei ebreo!».

Il ragazzino si vede nella stessa situazione di Chiasso, quando era stato fermato dai fascisti. Solo che ora si trova ad affrontare un nazista. Di nuovo, lo spirito di sopravvivenza guida le sue parole. «Non sono ebreo, sono un fascista italiano. Sono venuto al fronte per combattere. Sono stufo di stare nelle retrovie insieme ai vigliacchi». Detto fatto: il tedesco lo porta al comando e lo fa assegnare al reparto logistico: visto che sa guidare, lo mettono al volante di un camion. La storia di Fiorello e della sua avventura nel centro dell’orrore è quasi al termine. Nell’aprile 1945 tutto cambia. Le difese nazifasciste crollano. I reparti si dissolvono e Fiorello si trova a camminare verso nord insieme a migliaia di sconfitti. Nessuno si preoccupa più di lui, ognuno pensa a se stesso, a come salvarsi la vita, alle vendette che verranno. Cosa ne sarà dunque di Fiorello, ebreo in camicia nera?

Lui non sa (ancora) cosa è accaduto a milioni di ebrei europei passati nei camini dei Lager nazisti. Pochi in verità percepiscono la realtà della Shoah in quei giorni. Così, quando, dopo giorni di cammino, Fiorello è di nuovo nella sua città e suona al campanello di un suo vecchio compagno di classe, quasi si sorprende che lui gli strappi di dosso la divisa da fascista: «Fiorello, sei impazzito? Vuoi farti fucilare dai partigiani?».

Il ragazzo è riuscito a superare la guerra e la tragedia della Shoah. Anche la sua famiglia è potuta tornare a casa. Ma per quanto la sorte dei Levi sia stata certamente migliore rispetto a chi è morto nei Lager o chi magari (pochi) è riuscito a tornare alla vita di prima, comunque la persecuzione ha lasciato un segno indelebile e un istinto insopprimibile passato alle generazioni successive. Un sentimento che guiderà i suoi passi e le sue decisioni da lì in avanti: è accaduto, perciò accadrà ancora.

Postilla: questa è una vicenda reale in cui i nomi sono stati alterati quanto basta per mascherare i protagonisti: alcuni sono ancora tra noi. 

Livorno, aggressione antisemita a un 12enne. Le scuse mancate: «Perché nessuno ha detto basta?» di Giusi Fasano inviata a Campiglia Marittima (Livorno) su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2022.

Spunta un video dell’aggressione da parte di due ragazzine nei confronti di un 12enne, mentre altri assistevano senza fare nulla. L’inchiesta della Procura per lesioni aggravate dalla finalità di razzismo. Il sindaco ha organizzato una fiaccolata.

Da qualunque parte la si guardi questa storia fa tristezza. Ed è quanto mai cupa oggi, nel Giorno della Memoria che ricorda la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico. C’è un bambino di 12 anni che torna a casa mesto e in lacrime, corre in cucina, si toglie il giaccone e con la spugna per i piatti strofina macchie di sputi. C’è un padre che non crede a quel che sente mentre il piccolo gli racconta che «quelle mi hanno preso a calci e pugni, ma io non le conosco nemmeno. Mi sputavano addosso. Una mi ha detto: ebreo di merda, devi morire nel forno». Poi ci sono «quelle», le due ragazzine di questa storia triste. Una di loro non ha nemmeno 13 anni, quindi anche per lei la parola bambina è più adeguata; l’altra ne ha compiuti 14 da poco. Infine ci sono i quattro testimoni, pure loro ragazzetti. «Non dico intervenire fisicamente, ma possibile che a nessuno sia venuto in mente almeno di dire: cosa state facendo? Fermatevi! Niente. Hanno guardato e basta», è l’amarezza del padre del bimbo ebreo.

La denuncia del papà del bimbo

Tutto questo avveniva domenica pomeriggio a Venturina Terme, una frazione di Campiglia Marittima (Livorno). E da domenica a oggi non risulta che i genitori delle due ragazzine abbiano fatto nessuna contromossa, chiamiamola così: né chiedere scusa, né smentire il racconto del bambino e nemmeno firmare una controdenuncia (come vorrebbero i racconti da bar a Venturina) dopo quella presentata dal papà del bambino. Lui, il padre, si dice commosso dall’affetto che sta ricevendo: «Scalda il cuore», commenta. «Quello che rimarrà di questa storia non è il ricordo dei lividi, che passeranno. È qualcosa di più profondo: è la ferita dell’anima che mi preoccupa. Lui quelle due ragazze le aveva già viste in passato ma sapeva appena i loro nomi. È cominciato tutto con uno “stai zitto tu, che mi da noia la tua voce”. Quando siamo tornati dal pronto soccorso mi ha chiesto: babbo, ma se poi vado al giardino e le rivedo? Ecco, questo è il risultato: la paura. Ho deciso di denunciare perché non è più tollerabile, nel 2022, una cosa del genere. Né verso un ebreo né verso un musulmano o un gay. Basta».

L’inchiesta per lesioni aggravate dalla finalità di razzismo

La procura dei minori di Firenze ha aperto un’inchiesta per lesioni aggravate dalla finalità di razzismo: una delle due ragazzine non è però imputabile essendo minore di 14 anni, anche se il caso sarà quasi certamente segnalato ai servizi sociali per una indagine sulle condizioni socio-familiari. I carabinieri di Piombino hanno raccolto le testimonianze dei ragazzini che hanno assistito alla scena e il loro racconto «è compatibile», per dirla con le parole di un inquirente con quello del bambino insultato e picchiato. Dell’aggressione, tra l’altro, esiste anche un video (senza audio), estratto dalle telecamere di sorveglianza. Si vede la zuffa (durata pochi secondi) e poi il gruppo che si divide e si allontana mentre il bambino scappa.

Il giorno della memoria e la fiaccolata

Il 27 gennaio — oggi — è la data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Chissà se lo sanno le due piccole protagoniste di questa storia triste. Chissà se hanno mai sentito parlare di persecuzione, di leggi razziali, di deportazione. E soprattutto: chissà se i loro genitori gliene hanno parlato adesso, in questi giorni di accuse e di finto anonimato, in questi luoghi in cui tutti sanno tutto, indirizzo compreso. «È gente perbene, non crocifiggetela», si raccomanda una signora che indica la casa della quattordicenne. Nella palazzina dove vive non apre nessuno fino a sera. Per la più piccola, invece, parla davanti al cancello una donna che non dice chi è: «Aspettiamo che si chiarisca tutto. La famiglia parlerà al momento opportuno». Nessuno osa sperare che sia stasera, alla fiaccolata organizzata a Venturina dalla sindaca Alberta Ticciati e dalla Regione.

Le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah nelle registrazioni raccolte nel 1955 sono documenti fondamentali, che non contemplano ancora la portata di una tragedia che la Storia avrebbe analizzato successivamente. La Repubblica il 26 gennaio 2022.   

Nel 1982 partecipai a Parigi ad un convegno internazionale dal titolo "L'Allemagne nazie et le génocide juif" organizzato dall'Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales. Erano presenti i più grandi specialisti della materia, che sovrastavano abbondantemente in conoscenza me, che ero una storica alle prime armi: c'erano Raul Hilberg, Yehuda Bauer, Christopher Browning, Leon Poliakov e altri.

La giornata della memoria. Abraham B. Yehoshua: vacciniamoci contro l'odio. Abraham B. Yehoshua La Repubblica il 26 gennaio 2022.

Un grande scrittore israeliano spiega perché l’antisemitismo, come il Covid, non si combatte solo con una “prima dose”: servono i richiami. 

Sono passati settantasei anni da quando l’esercito russo liberò il campo di concentramento più terribile mai messo in atto nella storia umana, il campo di sterminio di Auschwitz, un campo tedesco in Polonia dove, durante la seconda guerra mondiale, si perfezionò il modo di dare la morte a milioni di prigionieri, in gran parte milioni di cittadini ebrei deportati da tutti gli angoli d’Europa.

Thomas Geve: "I miei disegni raccontano che cos'era Auschwitz". Wlodek Goldkorn La Repubblica il 26 gennaio 2022.

Da bambino sopravvissuto ha raccontato il lager in disegni che sono ora esposti allo Yad Vashem di Gerusalemme e riuniti in un libro edito da Einaudi. E a 92 anni dice: “Nei campi c’erano anche vita e solidarietà”.

Thomas Geve ha novantadue anni, vive vicino Tel Aviv. La cosa che più colpisce, parlandogli, è l'ostinato rifiuto di considerarsi vittima, unito all'idea che i valori più importanti sono solidarietà e giustizia.

Geve è nato a Stettino, ai tempi una città tedesca. Famiglia borghese, padre e nonno medici, quando aveva poco più di tredici anni venne deportato da Berlino ad Auschwitz.

L'intervista. Edith Bruck:"Io non posso tacere. Auschwitz è stata la mia università. Scrivere è respirare".  Rodolfo di Giammarco La Repubblica il 26 gennaio 2022.  

La scrittrice ma soprattutto lucida testimone dello sterminio ebraico sarà al Palladium con Furio Colombo per la Giornata della Memoria.

Edith Bruck è protagonista il 27 gennaio al Teatro Palladium della serata "Passaggi di Memoria" (ore 20). Attesi anche i saluti di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, Sami Modiano (in video) e gli interventi di Furio Colombo e Stefano Massini. Serata trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Fondazione. Ingresso libero fino ad esaurimento posti con Green Pass.

Quei cinquecento ebrei in mare in cerca della salvezza. Eleonora Lombardo La Repubblica il 26 gennaio 2022.  

La storia del Pentcho, il battello sul quale trovarono posto uomini, donne e bambini in fuga dal nazismo, diventa un libro di Antonio Salvati. Pubblicato da Castelvecchi.  

In un nitido pomeriggio del maggio 1940, dal porto di Bratislava, tra l’incredulità degli astanti, salpava il Pentcho, un battello fluviale costruito in Scozia e registrato in Italia che, da semplice rimorchiatore, diventa l’unica possibilità di salvezza per 520 ebrei che da tutta la Mitteleuropa scappano con destinazione la Terra Promessa. E’ una storia rocambolesca, di ardore, di slancio, di avventura e di umanità, ma è anche una storia vera quella che Antonio Salvati racconta in Pentcho, sorprendente esordio narrativo edito da Castelvecchi.

I libri della memoria dell'Olocausto rimarranno sempre con noi. Meir Ouziel su La Repubblica il 27 gennaio 2022.

Nella mia libreria ci sono alcuni volumi che iniziano con le parole "L'estate del 1939 fu bella". Un incipit agghiacciante. Nel giro di poche righe, si passa dalla descrizione dei campi estivi organizzati dai movimenti giovanili ebraici, all'inferno provocato dai nazisti con l'invasione della Polonia. Si tratta di alcuni delle migliaia di libri di memorialistica pubblicati in Israele in cui i protagonisti raccontano la propria trasformazione da persone semplici, comuni a subumani perseguitati su cui pende un solo verdetto: la morte.

Disegni e ricordi di una bambina in fuga: «Io, scampata alla Shoah». JESSICA CHIA su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2022.

Le pagine scritte a 9 anni dalla milanese Bruna Cases, che raggiunse la Svizzera per sfuggire alla persecuzione, rivivono in un libro (Piemme) scritto con Federica Seneghini 

La pagina del diario di bambina di Bruna Cases con il disegno del momento del passaggio in Svizzera

Poche pagine, la scrittura è precisa e composta, appena appresa alle elementari, ma quello che custodisce è il racconto della tragedia. Sui fogli c’è il conto dei giorni, e alcuni disegni — come un filo spinato che separa il confine italiano da quello svizzero — che rappresentano la fuga dall’Italia di una bambina di 9 anni per salvarsi dalla Shoah.

Bruna Cases, Federica Seneghini, «Sulle ali della speranza» (Piemme - Il Battello a Vapore, pp. 186, euro 14)

È così che Bruna Cases (Milano, 1934) quasi ottant’anni fa ha affidato a un diario i ricordi del momento in cui, a causa della persecuzione degli ebrei, è stata costretta a lasciare il suo Paese. Oggi quel diario, nato da appunti sparsi presi durante la traversata, è diventato un libro per bambini (e non solo), Sulle ali della speranza. Il mio diario di bambina in fuga dalla Shoah (Piemme - Il Battello a Vapore), scritto da Bruna Cases con la giornalista del «Corriere» Federica Seneghini, che ha scoperto questa storia e l’ha raccolta attraverso la testimonianza della stessa Cases. Mentre una copia di quelle pagine — che tristemente ricordano quelle scritte da Anne Frank (1929-1945) negli stessi anni — è conservata nell’Archivio della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano.

Bruna ha 4 anni quando tutto ha inizio, indifferenza dopo indifferenza. I suoi fratelli maggiori (tra cui il futuro critico letterario e germanista Cesare Cases) vengono espulsi dalla scuola e inizia una serie di misure che progressivamente cancellano i diritti degli ebrei: è il 1938, l’anno terribile delle leggi razziali. Bruna non capisce, per lei «essere ebrea voleva dire essere uguale agli altri bambini, solo di una religione diversa». Nel 1940, inoltre, su Milano arrivano i bombardamenti: Mussolini ha appena dichiarato l’entrata in guerra. Per i Cases è sempre più pericoloso restare in città, così due anni dopo sfollano a Parma, da alcuni familiari.

Dopo l’armistizio, l’8 settembre 1943, l’Italia è divisa in due. Nei territori occupati dai tedeschi e in quelli della Repubblica sociale (Rsi), inizia la deportazione degli ebrei nei lager. La famiglia di Bruna tenta la fuga in Svizzera; un viaggio rischioso, sia per la presenza al confine dei soldati della Zollgrenzschutz, la polizia di frontiera tedesca, e dei militi fascisti, sia perché non era scontato essere accolti: «In altre occasioni, di fronte a profughi ebrei come noi, non si erano fatti problemi a respingere le persone (…). E allora, cosa sarebbe successo?». I primi a partire sono il papà e la nonna; poi la mamma e le sue sorelle, guidate al confine dai contrabbandieri. La bambina annota tutto di quel viaggio, le emozioni che prova, il sollievo quando toccano il suolo svizzero: «Essere in terra libera, senza guerra, senza che nessuno si ammazzi l’uno con l’altro!». E qui diventa improvvisamente adulta: «Per la prima volta mi resi conto di essere diventata una profuga, una bambina di nove anni in fuga dal suo Paese». Quando la guerra finirà, avrà ormai 11 anni: è da quando ne ha 4 che vive la persecuzione.

Sulle ali della speranza racconta la drammatica storia del nostro passato, ma è pure un monito per il presente: anche se nessun paragone è possibile, Bruna stessa dice di poter capire quello che provano i profughi di oggi che scappano dai loro Paesi. E il suo diario ci ricorda quanto sia pericolosa l’indifferenza: «Ecco, “memoria” significa capire che essere neutrali, di fronte all’intolleranza, è e deve essere impossibile — scrive Seneghini nell’introduzione —. Perché in quegli anni fatti e avvenimenti minimi crebbero a valanga, fino a diventare fatti atroci».

Il libro

Bruna Cases, Federica Seneghini, Sulle ali della speranza. Il mio diario di bambina in fuga dalla Shoah (Piemme - Il Battello a Vapore, pp. 186, euro 14; dai 10 anni) Alla fine di ottobre del 1943. Bruna Cases (Milano, 1934) raggiunse la Svizzera per sfuggire alla persecuzione degli ebrei e lo raccontò in un diario. Federica Seneghini (Genova, 1981) è giornalista del «Corriere». Ha pubblicato Giovinette, le calciatrici che sfidarono il Duce (Solferino, 2020) 

Il diario ritrovato della piccola Bruna Cases, scappata in Svizzera per salvarsi dalla Shoah. Federica Seneghini su Il Corriere della Sera il 26 gennaio 2022.

La voce di una bambina ebrea di Milano, fuggita con la famiglia per salvarsi la vita nel 1943, nelle pagine del suo diario. Che oggi rivive in un libro (Piemme)

«Prendevo appunti dove capitava. Foglietti, biglietti, i bordi di un foglio di giornale. Scappavamo e io non volevo dimenticarmi niente. Mi segnavo i particolari, le cose che mi succedevano intorno, i nomi delle persone. Adoravo scrivere. A scuola l’italiano era la mia materia preferita. Finché i fascisti non chiusero la scuola ebraica di Milano e io, come tanti altri bambini, fui costretta a smettere di studiare. Sfollammo a Parma, poi riuscimmo a fuggire in Svizzera. Papà ci precedette con la nonna. Mio fratello Cesare viveva là già da qualche anno, era scappato subito, nel 1939. Studiava chimica all’Università di Losanna e poi filologia e letteratura a Zurigo (divenne un grande critico letterario e germanista, ndt.) . Io, mamma e le mie sorelle li raggiungemmo dopo. Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di vedere quel filo spinato che separava l’Italia dalla salvezza». Ha la voce ferma Bruna Cases. Classe 1934, aveva nove anni quando con la famiglia riuscì a lasciare l’Italia grazie ad alcuni «contrabbandieri», come li chiamava allora e come li definisce tuttora. Gli uomini che per un po’ di denaro traghettarono lei e tanti altri oltreconfine. Una volta in salvo, la piccola trasformò quei bigliettini in un diario di fuga. Poche pagine che oggi sono custodite nell’Archivio della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Raggiunta al telefono nella sua casa di Milano, Bruna Cases è stata felice di condividere quelle pagine così preziose, con noi. E noi siamo felici di ripubblicarle integralmente qui di seguito in occasione del Giorno della Memoria.Alla fine di ottobre del 1943 Bruna Cases raggiunse la Svizzera per sfuggire alla persecuzione degli ebrei e lo raccontò in un diario. Oggi la sua storia è diventata un libro per bambini: «Sulle ali della speranza» (Piemme - Il Battello a Vapore, pp 186, euro 14)

La prima pagina del diario di Bruna Cases (Bruna Cases/Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)

Diario, 31 ottobre 1943

L’Italia era occupata a nord dai tedeschi e a sud dagli inglesi, ma gli ultimi procedevano adagio adagio. Intanto i tedeschi maltrattavano gli ebrei; appunto noi eravamo di questi. Incominciammo quindi ad andare via da casa e pensammo di andare in Svizzera come facevano molti. Allora, fai le valigie di qua, disfa i sacchi di là, una cosa da impazzire. Finalmente fummo pronti, ci avviammo verso la stazione. Poco dopo eravamo a Varese, dai Rossi, nostri amici e siamo stati là un giorno o due. A Varese combinammo coi contrabbandieri che noi saremmo andati alla stazione e che loro ci avrebbero condotto in automobile fino a una cascina. 

Alla notte si sarebbe passati; poi ci avrebbero condotti in un’altra casa (col telefono) di là avrebbero telefono a un deposito di macchine di venirci a prendere in automobili di condurci fino a Lugano. Invece nulla di tutto questo; siete curiosi? State a sentire come finì. Alla stazione aspettavamo impazienti che arrivasse l’automobile. Finalmente giunse un uomo che ci condusse in una rimessa e ci fece salire in un camioncino. Che delusione fu per me! Speravo di andare in una bella automobile, mentre invece mi trovai in una specie di stanzetta tutta chiusa con un solo forellino piccolissimo da cui potevo appena intravedere il paesaggio. Ad un tratto il camioncino si fermò con nostro gran spavento ma invece vidi che di fuori c’erano cinque o sei uomini che salirono anch’essi. Dovevano venire anche loro in Svizzera, con i loro bagagli. Poco dopo giungevamo alla cascina. Ci fecero entrare in un’ampia cucina ben riscaldata. C’era una numerosa famiglia. Due ragazze stavano facendo la polenta. Siamo stati là tre giorni e quattro notti. Le notti le passavamo ansiosi, aspettando i contrabbandieri che dovevano condurci al di là della frontiera. Finalmente vennero. Erano in due; ognuno di loro aveva una rivoltella; il capo, Guido, aveva un berretto di pelliccia bianca con in mezzo una croce nera. Queste due cose mi fecero molto effetto. Dopo un po’ partimmo; camminavamo al buio, in silenzio, inciampavamo nei solchi della montagna, entravamo in un bosco, finalmente la strada era piana; potevamo camminare un po’ più in fretta; ogni tanto la guida ci faceva fermare di colpo.

Nel piccolo diario di Bruna Cases c’erano anche alcuni disegni. Nella pagina qui sopra la bambina disegnò il filo spinato che separava l’Italia dalla Svizzera (Bruna Cases/Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)

C’era pericolo. Perché degli uomini di tanto in tanto si avvicinavano; bisognava, quasi, trattenere il respiro. Sbucammo in una vasta prateria: bisognava allora fare il meno rumore possibile: eravamo vicino alla tanto desiderata frontiera. Ah, me ne dimenticavo! Prima di uscire dal bosco ci fecero fermare per un quarto d’ora; intanto andavamo ad esplorare i dintorni e a tagliare la rete. Poco dopo ci rimettevamo in marcia. Vedemmo una garitta che era proprio davanti al buco della rete, fortunatamente la sentinella non c’era. A uno a uno, silenziosamente, passammo attraverso il buco della rete. Che emozione! Finalmente eravamo in terra libera, in Svizzera.

Nella pagina qui sopra il momento in cui la famiglia Cases si nascose tra i cespugli per sfuggire alle forze dell’ordine che perlustravano il confine con una lampadina tascabile (Bruna Cases/Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)

Le prime ore del nostro soggiorno in Svizzera i contrabbandieri ci dissero: «Andate in là, circa cento metri, vi raggiungeremo». Noi fiduciosi nei contrabbandieri non sospettando nulla, aspettammo un po’ più in là: quand’ecco che sentiamo parlare sommessamente, tendiamo le orecchie. «In che lingua parlano?», bisbigliarono tutti. «In tedesco», rispose qualcuno, ancora di più, frugavano i cespugli con una lampadina tascabile: non ne potevamo più. Eravamo là accovacciati, fu un miracolo, pensate, eravamo in undici, e non ci hanno visto! Poco dopo le voci si erano allontanate, respirammo, non c’era più pericolo. È vero che si trattava di svizzeri tedeschi, ma avrebbero potuto rispedirci in Italia. Per fortuna c’era con noi un certo dottor Segré. Egli disse: «Ci hanno traditi, andiamo avanti, ce la caveremo da soli». Poco dopo arrivammo a Stabio, evviva! Avevamo trovato la via buona.

Appena giunti a Stabio, abbiamo interrogato i contadini: volevamo sapere dov’era il Comando. Eravamo stanchissimi. Arrivati al Comando, ci chiesero in tedesco: «Siete ebrei? Siete italiani?». «Ja» abbiamo risposto noi. «Va bene - dissero loro - seguiteci». Sapete dove ci condussero? Alla mensa militare. Là ci diedero una bella tazzona di cioccolata e pane a volontà. Mi regalarono anche mezzo pacchetto di cioccolatini marca Lindt. Poi siamo andati in un piccolo giardino, là abbiamo aspettato un bel po’, poi rientrammo e ci fecero ancora sedere a tavola: c’era il pranzo. Ci tenevano molto gli svizzeri a nutrirci! Il pasto era composto di potage carne e patate. Era tutto fatto molto bene.A gennaio 2022, Bruna Cases è tornata in Svizzera. Sul sito naufraghi.ch è possibile vedere il documentario girato dalla giornalista Ida Sala sul ritorno della signora nel Paese che nel 1943 la accolse come profuga

Poco dopo ci condussero alla dogana. Là ci chiesero nome, cognome e gli altri dati. Ci lasciarono molto incerti e ci dissero di andare fuori e di aspettare la risposta. Fuori eravamo custoditi da sentinelle le quali mi regalarono, di nascosto ai superiori, dolci e frutta. Tutte queste buone cose non potevano farmi dimenticare che in quei momenti si stava decidendo del nostro avvenire, vedevo la mamma in pensero che passeggiava su e giù nervosamente. Finalmente ci richiamarono e ci diedero il consenso. Figuratevi la nostra gioia! Non essere più perseguitati da quegli odiati tedeschi! Essere in terra libera, senza guerra, senza che nessuno si ammazzi l’uno con l’altro!

La nostra gioia, però, fu un po’ turbata al sapere che solo uno dei nostri compagni di ventura poteva rimanere, gli altri quattro dovevano ritornare in Italia. Poveretti! Ora incomincia la nostra peregrinazione in Svizzera. Un po’ a piedi, un po’ issati su un carretto accanto ai nostri bagagli, siamo andati da Stabio a Mendrisio, da Mendrisio a Ligornetto. Ora avevamo l’animo più tranquillo e potevamo ammirare il magnifico paesaggio. «Attendete in questo piccolo caffè», ci disse a Ligornetto un gentilissimo ufficiale svizzero che ci accompagnava. «Io provvederò intanto a farvi cercare un alloggio per stanotte». Mi pare che sia stato impossibile trovare un alloggio vero e proprio, e abbiamo dovuto passare la nottata sulla paglia. La mattina prestissimo eravamo di nuovo pronte, partenza per Bellinzona: avremmo rivisto papà e la nonna che erano in Svizzera già da due settimane, mio fratello Cesare che non vedevamo da tanto tempo. Ben presto fummo disilluse. Ci accompagnarono all’asilo di Bellinzona, dove abbiamo passato i primi due mesi della nostra residenza in Svizzera. Ogni pochi giorni arrivava all’asilo un gruppo di persone stanche e depresse per le fatiche del passaggio dalla frontiera; ogni pochi giorni un gruppo di persone ripartiva per andare in altre residenze. Siamo state molto bene all’asilo, soprattutto per la gentilezza delle samaritane, ma fummo felicissime quando ci annunciarono che era stata accolta la nostra domanda di essere ricongiunte con papà in un campo misto.

Partenza quindi per Rovio dove avremmo dovuto, dopo un paio di giorni raggiungere papà a Lugano. Ma a Rovio abbiamo avuto il primo grande dispiacere; una telefonata da Lugano avvertiva che papà era stato trasportato all’ospedale con la polmonite. Il viaggio per Lugano che avrebbe dovuto essere pieno di gioia, fu naturalmente molto triste. E molto triste è stato tutto il primo periodo passato in questo magnifico albergo dove siamo tutt’ora. Da qualche giorno papà sta meglio e possiamo dunque godere un pochino: siamo un bell’albergo, al Majestic, dove abbiamo una magnifica camera riscaldata tutta per la nostra famiglia e un bagno attiguo a completa nostra disposizione, due balconcini da cui si vede una collina coltivata, alcune casette, il lago di Lugano, belle montagne che qualche volta sono coperte di neve, la ferrovia. Da quando sono qui è cambiata spesso la compagnia dei ragazzi con cui gioco….

27 marzo lunedì 1944

Alle 9 e 30 incomincia la scuola; dura fino alle 11 e 30, si fanno cose varie, un tema, un problema, lezione di storia o lettura di Pinocchio. Poi vado su e gioco un po’ con la palla. Quand’ecco: dan dan, suona il gong per il pranzo; mangio in fretta e furia, perché vorrei trovare il ping pong libero; se è libero, gioco un po’ ma dopo pochi minuti, ecco la mamma che vuole che io vada due ore in giardino perché, dice, che l’aria aperta fa tanto bene. Fino all’ora del caffè e e latte sto in giardino; dopo la merenda faccio i compiti.

Nella pagina qui sopra alcuni dei passatempi preferiti dalla piccola Bruna. Si riconoscono bene la racchetta da ping pong con la sua pallina, la corda per saltare, un pallone, un piccolo gong e i libri. La bambina amava molto leggere (Bruna Cases/Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea)

Se non sono molto lunghi faccio ancora a tempo a giocare alla palla. La palla e la corda sono la mia passione, ma la corda purtroppo non ce l’ho, ora cercherò di fabbricarmene una. Poi ancora suona il gong: è la cena. Mangio; questa volta non tanto in fretta perché alla sera non ho più voglia di giocare a ping pong, preferisco giocare con le mie amiche a carte o a palla. «Ancora a palla», direte voi. Ma ve l’ho già detto: a me piace tanto. Raramente passo la mia giornata in maniera diversa: esco per qualche ora e una volta siamo andati alla Casa d’Italia dove c’era uno spettacolo bello. Qualche sera c’è lo spettacolo anche qui.

29 marzo 1944, giovedì

Nella mia cameretta ci sono una finestra e un balcone che offrono una magnifica vista. Spesso sto sul balcone a prendere il sole: intanto osservo il bellissimo panorama: vedo il grande giardino con belle piante che ora incominciano a fiorire, alcune casette sopra una collina coltivata e più in là belle montagne che qualche volta sono coperte di neve. C’è una linea ferroviaria e il treno che passa per andare in Italia mi fa a volte pensare alla mia patria. Vedo anche la strada e mi piace osservare la gente che passa. Che bella vista che c’è qui in confronto a Milano! Qua c’è aria aperta mentre a Milano tutte le case sono soffocate da altre. Davanti alla mia c’era la scuola e i bambini che andavano avanti e indietro mettevano allegria.

Federica Seneghini

Si ringrazia la signora Bruna Cases e l’Archivio della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano per la gentilezza e la disponibilità

Nel 2022 il diario della piccola Bruna Cases è stato raccontato nel libro per bambini “Sulle ali della speranza” (Piemme - Il Battello a Vapore).

Libro per ragazze. Perché hanno ignorato a lungo i meriti letterari del diario di Anna Frank. David Barnouw su L'Inkiesta il 27 Gennaio 2022.

Il volume veniva celebrato come straziante documento storico, senza valutarne le qualità più profonde e intrinseche della scrittura. Nel suo libro (pubblicato da Hoepli) David Barnouw, il massimo esperto sul tema, ne indaga le ragioni

AP Photo/Peter Dejong, File

Ai curatori dell’edizione critica De Dagboeken van Anne Frank talvolta è stato rimproverato di non aver dedicato nemmeno una nota al nome di Kitty, la persona a cui Anne indirizzava le lettere del suo diario: «Per esempio, gli studiosi hanno a lungo trascurato il fatto che Anne Frank, indirizzando le sue lettere a Kitty, avesse scelto un personaggio della serie Joop ter Heul. Non conoscevano il lavoro di Cissy van Marxveldt» (Monica Soeting in «Letterhoeke», 2008, 2).

In parte era vero, perché i redattori di De Dagboeken van Anne Frank erano uomini, che perlopiù hanno poca conoscenza dei libri per ragazze. Tuttavia non toccherebbe ai redattori occuparsi di analisi letteraria o di interpretazione testuale, cosa che è lasciata ai lettori. Nell’edizione critica le note a piè di pagina sono state inserite solo in riferimento a eventi esterni all’alloggio segreto menzionati da Anne Frank, come per esempio i bombardamenti.

È comunque curioso che i critici letterari abbiano cominciato a prestare attenzione ai testi di Anne soltanto più di quarant’anni dopo la pubblicazione di Het Achterhuis. Peraltro, la chiave dell’enigma riguardante il nome Kitty era lì da quarant’anni. Il 21 settembre 1942 Anne scriveva: «Sono entusiasta della serie di Joop ter Heul», e tre settimane dopo, il 14 ottobre: «Per inciso, penso che Cissy van Marxveldt scriva benissimo.» Lo storico olandese Berteke Waaldijk aveva già evidenziato il collegamento con van Marxveldt nel 1993. Il critico Soeting ha poi addirittura raccontato che van Marxveldt fosse la prima persona cui Otto Frank aveva fatto leggere il diario di sua figlia, cosa che riempì d’orgoglio la scrittrice. Purtroppo non vi sono prove convincenti a riguardo.

Da quando è stato pubblicato per la prima volta, il diario di Anne Frank è stato considerato in primo luogo, e per decenni, come un documento umano, un objet trouvé, una testimonianza di guerra o una fonte storica, ma non come un’opera letteraria. 

Come abbiamo visto, una prima eccezione è rappresentata da Kurt Baschwitz che scrisse alla figlia Isa all’inizio del 1946: «È il documento più sconvolgente che io conosca su quel periodo, e oltretutto un capolavoro letterario sbalorditivo.» Il diario era probabilmente considerato letteratura per ragazze, non particolarmente soggetta, almeno in passato, ad analisi letteraria. Soprattutto negli Stati Uniti il diario era stato destinato a uso educativo: non se ne esploravano gli aspetti letterari, ma serviva a mostrare quanto cattivi o buoni possano essere gli umani. Anche l’enfasi messa sull’opera teatrale e le differenze fra il testo del diario e il testo scenico hanno impedito una valutazione delle sue qualità letterarie.

È perciò curioso che, nonostante ciò, nel 1957 fosse stato istituito un premio letterario Anne Frank, destinato a giovani autori al di sotto dei 30 anni. Gli autori americani dell’opera The Diary of Anne Frank avevano stanziato 5.000 dollari per questo premio. I vincitori furono Harry Mulisch per il suo romanzo Archibald Strohalm, pubblicato cinque anni prima, e Cees Nooteboom per il suo primo libro Philip e gli altri. Il premio fu assegnato annualmente fino al 1966, e a metà degli anni ottanta si tentò di rinverdire l’anima dell’evento. Nel 1985 il sindaco di Amsterdam consegnò il premio alla scrittrice ebrea polacca Ida Fink (1921-2011).

Intitolare un premio letterario ad Anne e non riconoscerla come autrice letteraria può sembrare una contraddizione. Il mancato riconoscimento del diario come letteratura ha indubbiamente fatto sì che esso sia stato raramente, se non mai, fonte d’ispirazione letteraria. Eppure ha dato vita a decine di composizioni musicali, così come ad altrettante sculture e dipinti. Una singolare eccezione letteraria la dobbiamo all’autore ebreo americano Philip Roth e al suo libro del 1979, Lo scrittore fantasma.

«Se la documentazione relativa ad Anne Frank è cospicua, non si può dire altrettanto per le menzioni del diario nelle opere letterarie di riferimento», ha sottolineato il critico letterario Arjan Peters durante un convegno tenutosi ad Amsterdam nel 2007, in occasione del sessantesimo anniversario della pubblicazione di Het Achterhuis. Trent’anni prima, negli Stati Uniti, il poeta John Berryman (1914-1972) aveva già evidenziato l’aspetto letterario di The Diary of a Young Girl: «L’opera ha un deciso merito letterario; è vivida, spiritosa, candida, astuta, drammatica, patetica, terribile – ci si innamora della ragazza, la si trova formidabile, fino a che non ci spezza il cuore».

Probabilmente Berryman era stato troppo lungimirante, perché rimase a lungo una voce solitaria. Nel 1980 in Het geminachte kind [La bimba disdegnata], lo scrittore olandese Guus Kuijer definiva Anne una grande scrittrice che aveva raggiunto un «successo letterario» e scritto «un capolavoro». Ed era particolarmente arrabbiato per il fatto che Het Achterhuis non fosse considerato letteratura, per il solo fatto di esser stato scritto da una ragazzina.

La pubblicazione di De Dagboeken van Anne Frank nel 1986 innescò una rinnovata attenzione nei confronti di quanto Anne aveva effettivamente scritto. In questa edizione era possibile rintracciare i suoi sviluppi come scrittrice. La pubblicazione dell’edizione definitiva di Het Achterhuis nel 1991 provocò ugualmente un dibattito sulla natura letteraria della scrittura di Anne.

da “Il fenomeno Anne Frank”, di David Barnouw (postfazione di Massimo Bucciantini), Hoepli, 2022, pagine 179, euro 17,90

Da "il Giornale" l'1 febbraio 2022.

La casa editrice olandese che ha pubblicato un saggio in cui il delatore che portò la polizia ad arrestare Anna Frank e la sua famiglia viene identificato in un ricco notaio ebreo di Amsterdam si è scusata pubblicamente. Ambo Anthos ha detto che non stamperà più copie del volume, firmato da Margaret Sullivan e intitolato «Il tradimento di Anna Frank» fino a quando gli autori non offriranno prove più concrete di quelle finora pubblicate.

 «Avremmo dovuto avere un approccio più critico», ha detto la casa editrice. Negli Usa il libro è stampato da HarperCollins che non ha fatto ancora commenti. Dopo la pubblicazione del volume, storici olandesi avevano gettato dubbi sulle conclusioni dell'inchiesta coordinata dall'ex agente dell'FBI Vincent Pankoke che aveva puntato i riflettori sul notaio Arnold van den Bergh.  

«Offrono informazioni che meritano approfondimento, ma nessuna base per l'accusa centrale», aveva detto Ronald Leopold, il direttore della di Anna casa -museo Frank che ha deciso di presentare le scoperte del gruppo di Pankoke come «una delle tante teorie» considerate nel corso degli anni.

Anna Frank: esperti gettano dubbi sul notaio delatore. ANSA il 19 gennaio 2022.

E' stato davvero un ebreo di Amsterdam a tradire Anna Frank? Storici olandesi gettano dubbi sulle conclusioni dell'inchiesta coordinata da un ex agente dell'Fbi secondo cui il ricco notaio Arnold van den Bergh avrebbe indirizzato la polizia nella soffitta di Prinsengracht dove la famiglia Frank si nascose per due anni per sfuggire ai campi di sterminio.

L'indagine dell'ex agente dell'Fbi Vincent Pankoke e di un 'dream team' di investigatori e ricercatori d'archivio, pubblicata ieri nel libro "The Betrayal of Anne Frank" di Rosemary Sullivan in vista della Giornata della Memoria il 27 gennaio, ha ricevuto nelle ultime ore una vasta copertura in tutto il mondo. Oggi però in Olanda numerosi esperti hanno espresso dubbi sulle conclusioni: "Offrono informazioni che meritano approfondimento, ma nessuna base per l'accusa centrale", ha detto Ronald Leopold, il direttore della casa-museo di Anna Frank che presenterà le scoperte del gruppo di Pankoke come "una delle tante teorie" considerate nel corso degli anni.

Molti hanno poi contestato il peso dato nel corso dell'inchiesta al Jewish Council di Amsterdam, un comitato di collaborazionisti di cui van den Bergh era stato tra i fondatori e che, secondo gli investigatori, avrebbe tenuto liste dei nascondigli degli ebrei come quello dove si erano chiusi i Frank. "Accusano senza dare vere prove", ha detto Laurien Vastenhout, una ricercatrice del NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies: "Ancora una volta abbiamo una narrativa in cui sono gli ebrei ad essere i colpevoli". (ANSA).

Olocausto. La teoria della delazione di Anna Frank da parte di un notaio ebreo suscita notevoli dubbi.  Thierry Clermont su La Repubblica il 20 gennaio 2022.

Secondo gli specialisti, scottati da ricorrenti tesi revisioniste, le “prove” addotte da un nuovo libro firmato da Rosemary Sullivan esigono una contro-indagine. Anna Frank, morta a Bergen-Belsen nella primavera del 1945, fu denunciata e tradita davvero da un notaio, membro del Consiglio ebraico di Amsterdam (Oodse Raad) nell’estate del 1944, quando la quindicenne viveva in clandestinità con la sua famiglia? Questa è l’ipotesi avanzata da un libro in uscita mercoledì per HarperCollins dopo una campagna pubblicitaria ben mirata. 

Da ANSA il 17 gennaio 2022.

Un'investigazione storica svolta negli Usa ha individuato a oltre 75 anni di distanza il presunto delatore che tradì Anna Frank, giovanissima vittima della Shoah resa celebre dal diario intimo scritto durante l'occupazione tedesca dell'Olanda nella Seconda Guerra mondiale, vendendola di fatto ai nazisti insieme alla sua famiglia per cercare di salvare la propria. 

L'uomo sarebbe Arnold van den Bergh, membro della comunità ebraica di Amsterdam, e il suo nome è venuto alla luce come quello del "probabile" responsabile della cattura di Anna (morta poi quindicenne in un campo di sterminio nel 1945) al termine di 6 anni di ricerche condotte da una team di storici, esperti e anche da un ex detective dell'Fbi.

L'indagine si è avvalsa di moderni metodi utilizzati al giorno d'oggi per la riapertura di un cosiddetto 'cold case', un caso criminale irrisolto da anni: inclusi algoritmi computerizzati in grado di scavare nelle connessioni storiche fra numerose persone, come riportano i media internazionali. Van den Bergh fu componente del Jewish Council, organismo collaborazionista resosi disponibile a facilitare l'attuazione della politica d'occupazione nazista, salvo essere comunque smantellato nel 1943 con l'invio finale anche dei suoi membri nei lager.

Avrebbe tradito la famiglia Frank, "dopo aver perduto una serie di protezioni ed essersi ritrovato nella necessità di offrire qualche informazione di valore ai nazisti, per cercare di mantenere in salvo se stesso e sua moglie", ha detto Vince Pankoke, ex agente dell'Fbi e membro del team investigativo, in un'intervista a 60 Minutes dell'americana Cbs ripresa fra gli altri dalla Bbc.

Estratto dell’articolo di Frediano Sessi per il "Corriere della Sera" il 17 gennaio 2022. 

(...) Tra tutti gli indagati rimaneva solo il notaio ebreo, membro del Consiglio ebraico di Amsterdam, Arnold van den Bergh. Sposato con tre figlie, era stato membro della commissione del Consiglio ebraico che, su ordine dei nazisti, doveva selezionare i nomi degli ebrei da inserire nelle liste di deportazione. Ricco e rispettato, nato nel 1886, era riuscito a farsi inserire nella lista del tedesco Hans Georg Calmeyer che, ufficialmente, dichiarò la sua non appartenenza alla razza ebraica. 

Per questo, nonostante il decreto nazista che obbligava i notai ebrei olandesi a cedere la loro attività, Arnold van den Bergh poté svolgere il suo lavoro fino al gennaio del 1943, fino a quando un collega ariano, destinato a occupare il suo studio, J. W. A. Schepers, lo denunciò alle SS e gli fece perdere i suoi privilegi. Nel gennaio del 1944, Arnold van den Bergh venne informato dall'ufficio di Calmeyer che da quel momento lui e la sua famiglia erano passibili di arresto.

Dopo essere riuscito a mettere in salvo le figlie grazie ai suoi conoscenti che militavano nella Resistenza, come moneta di scambio per salvare se stesso e la moglie, offrì alla polizia tedesca un certo numero di indirizzi di ebrei nascosti, senza sapere che la numero 263 di Prinsengracht c'erano i Frank. Ebrei venduti ai nazisti da un ebreo, una scoperta sconcertante, ma ormai da anni studiata e approfondita dagli storici dell'Olocausto e dai sopravvissuti, tra i quali Primo Levi. 

Nell'elaborare il concetto di «zona grigia», a partire da un libro di uno storico olandese, Jacob Presser, che ha raccontato la lotta per la vita degli ebrei prigionieri dei nazisti, Levi scrive: «È ingenuo, assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema demoniaco, qual era il nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario esso le degrada, le sporca, le assimila a sé».

Nel libro di Rosemary Sullivan, scritto come un romanzo, oltre alla conclusione scioccante, si coglie la pietas che la scrittrice rivolge al colpevole, contagiato dal male, e si comprende bene come ciò renda ancor più colpevoli i tedeschi. L'autrice, nel proporre al mondo la scoperta della verità, non si sofferma a esprimere un giudizio morale, perché sa che la condizione di offeso non esclude la colpa e se anche questa è obiettivamente grave, come ci ricorda Levi, non c'è tribunale umano «a cui delegarne la misura». Il libro, curato in modo eccellente, con un buon apparato di note e bibliografico, fornisce elementi importanti a comprendere anche il contesto storico in cui ebbe luogo questo dramma.

Un'indagine americana individua il traditore di Anne Frank. La Repubblica il 17 Gennaio 2022.  

Secondo le ricerche di un team di storici e investigatori il delatore fu Arnold van den Bergh, membro della comunità ebraica di Amsterdam. La rivelazione in un libro che sbarca anche in Italia.

Anne Frank potrebbe essere stata tradita da un notaio ebreo. È questa la rivelazione sconcertante a cui giunge un’indagine americana: sarebbe stato individuato il probabile delatore che tradì la giovane vittima della Shoah resa celebre dal diario in cui raccontava la sua prigionia durante l’occupazione tedesca nell’Olanda nella seconda guerra mondiale. Se la notizia è vera, Arnold van den Bergh, membro della comunità ebraica di Amsterdam, rivelò il nascondiglio della famiglia di Anne per salvarsi la pelle. Il suo nome è venuto alla luce come quello del "probabile" responsabile della cattura di Anne (morta poi quindicenne in un campo di sterminio nel 1945) al termine di 6 anni di ricerche condotte da un team di storici, esperti e anche da un ex detective dell'Fbi.

L'indagine si è avvalsa di moderni metodi utilizzati al giorno d'oggi per la riapertura di un cosiddetto "cold case", un caso criminale irrisolto da anni: inclusi algoritmi computerizzati in grado di scavare nelle connessioni storiche fra numerose persone.

Van den Bergh, componente del Jewish Council, organismo collaborazionista resosi disponibile a facilitare l'attuazione della politica d'occupazione nazista, avrebbe tradito la famiglia Frank, "dopo aver perduto una serie di protezioni ed essersi ritrovato nella necessità di offrire qualche informazione di valore ai nazisti, per cercare di mantenere in salvo se stesso e sua moglie", ha detto Vince Pankoke, ex agente dell'Fbi e membro del team investigativo, in un'intervista  Il notaio doveva selezionare, su ordine dei nazisti, i nomi  degli ebrei da inserire nelle liste di deportazione. Quando cadde in disgrazia, denunciato da un collega alle Ss, ricorse alla delazione come moneta di scambio fornendo alla polizia tedesca alcuni indirizzi di ebrei nascosti. 

La vicenda è al centro del saggio di Rosemary Sullivan (HarperCollins, in libreria dal 20 gennaio) intitolato Chi ha tradito Anne Frank. Indagine su un caso mai risolto. Il libro ricostruisce proprio la vicenda della squadra di specialisti che ha indagato intorno alla delazione che portò all'arresto di Anne e dei suoi familiari. Un'equipe coordinata da Vince Pankoke e composta da decine di ricercatori e analisti, e da Thijs Bayens, cineasta olandese; Pieter van Twisk, storico e giornalista; Vince Pankoke, ex agente Fbi. 

Anna Frank, trovato l’uomo che la tradì: fu un notaio ebreo. A 75 anni di distanza, un team coordinato dall’Fbi statunitense sembra finalmente aver svelato il mistero e individuato il delatore più celebre della Seconda guerra mondiale. Daniele Zaccaria Il Dubbio il 17 gennaio 2022.

È stato uno dei “cold case” più misteriosi della storia recente che per decenni ha impegnato i ricercatori senza che ne venissero a capo: chi nel 1944 consegnò Anna Frank alla Gestapo di Amsterdam destinandola alla morte nel campo di sterminio di Bergen Belsen?

In principio venne accusato un magazziniere con precedenti per furto che viveva nello stesso quartiere del nascondiglio, Willem van Maaren, ma nessun ex membro della Gestapo ha mai confermato la sua identità e l’uomo fu scagionato. Poi venne il turno di Lena Hartog-van-Bladeren, che lavorava come donna delle pulizie nel magazzino “Opekta e Gies & Co” di proprietà di van Maaren ma gli storici hanno scagionato anche lei. Allo stesso modo della n nota collaborazionista. Ans van Dijk che rivelò ai nazisti l’identità e i nascondigli di almeno duecento ebrei olandesi.

Ora, a 75 anni di distanza dalla scomparsa della giovane martire del nazismo, un team coordinato dall’Fbi statunitense sembra finalmente aver svelato il mistero e individuato il delatore più celebre della Seconda guerra mondiale: si tratterebbe di Arnold van der Bergh un notaio ebreo vicino di casa della donna che nascondeva Anna e altri quattro membri della sua famiglia; van der Bergh era un noto esponente della comunità ebraica della città olandese, esponente di spicco del Jewish Council di Amsterdam. L’organismo venne coptato dai nazisti che in cambio delle delazioni promettevano immunità. Il notaio denunciò Anna e i suoi cari per mero interesse, ovvero per evitare la deportazione di campi di sterminio tanto che continuò a vivere tranquillamente nel centro Amsterdam fino al 1950 anno in cui morì per cause naturali.

Le conclusioni dell’inchiesta durata cinque anni sono state raccolte nel volume Het verraad van Anne Frank, (Chi ha tradito Anna Frank) pubblicato da HarperCollins France e dovrebbero mettere la parola fine sull’identità del “traditore”. O quasi, perché come spiegano gli autori: «Poiché naturalmente non ci sono immagini né è stato possibile lavorare sul Dna bisogna fare affidamento su prove circostanziali: la sicurezza al 100% non potremo mai averla, ma credo che ci avviciniamo all’85%».La prova maestra delle indagini guidate dall’agente del Fbi Vince Pankoke assieme al videomaker olandese Thijs Bayens, e allo storico e giornalista Pieter van Twisk, durante le quali sono state esaminate centinaia di migliaia di documenti in otto paesi e ascoltate una settantina persone, è rappresentata dalla copia di una lettera anonima ricevuta dal padre di Anna Frank, Otto, nel 1946 e nella quale viene menzionato il nome del notaio, deceduto nel 1950.

La lettera è stata ritrovata tra gli archivi di un ufficiale di polizia e spiegava che il nascondiglio segreto della famiglia Frank era stato rivelato da un uomo chiamato Arnold van den Bergh; un uomo che aveva dato ai nazisti anche un’altra serie d’indirizzi e preziose liste di nomi. Il fatto che non si tratti di un documento originale lascia spazio ancora ad alcuni dubbi. Anna Frank visse nascosta assieme ad altre quattro persone in una casa di Amsterdam al numero 263 di Prinsengrachttrat tra il 1942 e il 1944. Nell’agosto di quell’anno, il nascondiglio venne rivelato ai nazisti. La famiglia fu deportata prima a Birkenau- Aushwitz e successivamente a Bergen Belsen. Solo il padre Otto sopravvisse all’internamento e fu proprio lui che decise di rendere pubblico il toccante diario in cui la figlia raccontava la vita nell’alloggio segreto.

Le storie dimenticate degli italiani non ebrei deportati ad Auschwitz. LAURA FONTANA Il Domani il 22 Gennaio 2022.

Nonostante la mole impressionante di studi oggi disponibili, Auschwitz resta per molti, sostanzialmente, un’idea e un’immagine (del male, della crudeltà, della disumanizzazione).

Quando a prevalere è la dimensione simbolica o il discorso morale attorno al tema, il rischio è quello di sconnettere i diversi elementi della storia e di tramandare un racconto sempre più generico e impreciso, confondendo i percorsi delle vittime e i contesti della loro deportazione.

L’intuizione di approfondire queste vicende mi ha portato a scoprire le storie di 1.200 non ebrei internati in quel campo. Sono emerse le biografie di tante storie dimenticate di “triangoli rossi” (simbolo nel lager dei prigionieri politici).

LAURA FONTANA. Storica della Shoah ed esperta di didattica. È responsabile per l’Italia del Mémorial de la Shoah di Parigi, ha pubblicato numerosi saggi scientifici in diverse lingue. È autrice di Gli Italiani ad Auschwitz. 1943-1945. Deportazioni, “Soluzione finale”, lavoro forzato. Un mosaico di vittime, Oswiecim, Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, 2021.

L’INCOMPARABILE PARAGONE TRA LA SHOAH E LE FOIBE. La linea sottile tra l’uso pubblico e l’abuso politico del passato. RAOUL PUPO Il Domani il 21 Gennaio 2022.

La cosa strana è che si debba discutere seriamente, a livello professionale, di un paragone fra realtà incommensurabili, come la Shoah e le Foibe. In alcuni ambienti più radicali si è diffusa la formula della “nostra Shoah”, che ha trovato largo ascolto da parte delle forze politiche di destra, non solo estrema.

Se ne trova traccia anche nella scelta del 10 febbraio quale data per il giorno del ricordo: un’opzione questa che ha ufficializzato un orientamento diffuso nel mondo della diaspora giuliano-dalmata, ma che ha spalancato la strada a due ordini di equivoci.

RAOUL PUPO. Storico. Professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste. Tra le sue ultime pubblicazioni: Fiume città di passione (Laterza, 2018), Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza (Laterza, 2021), Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l'esilio (ediz. aggiornata, Rizzoli, 2022).

Foibe silenziate, altre vergogne a Roma e a Milano. Carla Cace: “Riduzionismo strisciante”. Augusta Cesari venerdì 4 Febbraio 2022 su Il Secolo d'Italia.

Ancora un vergognoso riduzionismo sulle foibe a pochi giorni dal 10 febbraio. “I consiglieri di maggioranza del Municipio XIII, con un imbarazzante teatrino, hanno prima presentato e poi ritirato un atto sulla Memoria.  Ma cosa ancora più grave, hanno bocciato una nostra mozione che prevedeva un dibattito sulle Foibe. Organizzato, a titolo gratuito, dall’associazione di promozione sociale “Comitato 10 Febbraio”. Accade a Roma, la denuncia è del capogruppo di Fratelli d’Italia in Municipio XIII, Isabel Giorgi e i consiglieri municipali di FdI, Marco Giovagnorio e Simone Mattana. Un atto gravissimo. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe dire amaramente. Ma ogni anno va sempre peggio e il ricordo della tragedia italiana trova sempre un muro di ostracismo. Vietato ricordare. 

Roma, il XIII Municipio vieta un dibattito sulle foibe

“Una decisione assurda, mai successa prima in Consiglio, che infanga la memoria di migliaia di persone morte in questo tragico eccidio; e soprattutto non rispetta la legge 92 del 2004 attraverso la quale il Parlamento ha designato il 10 febbraio come “Giorno del Ricordo”. I rappresentati di FdI sono attoniti, sconcertati. “Mentre nelle scuole di ogni genere e grado saranno previste iniziative; nonché la realizzazione di studi, convegni e incontri  per favorire e diffondere la memoria di queste vicende; nel Municipio XIII sarà vietato “ricordare”. Tutto ciò è semplicemente vergognoso”. Si è già scatenata la vergogna, a più riprese.

Foibe, Milano: il 10 febbraio sarà una cerimonia “carbonara”

L’iniziativa di Gorizia con il convegno negazionista, presente Eric Gobetti (“E allora le foibe“?) non è il solo punto di caduta. A Torino c’è stata la vergognosa protesta di tutto il sinistrume, Anpi in testa, per una locandina che mostra i comunisti partigiani di Tito “troppo brutti” e mostruosi. Ne sa qualcosa l’assessore regionale Maurizio Marrone di FdI, promotore di un ciclo di iniziative per il 10 febbraio. Preso di mira per un manifesto “troppo realistico”. Già, meglio silenziare e rendere “meno orribili” i fatti raccapriccianti. E in effetti è quel che succederà a Milano. Qui la cerimonia per i familiari degli esuli giuliano dalmati sarà una cerimonia “carbonara” come hanno denunciato le associazioni. Ci sarà infatti una cerimonia in tono minore. In programma fra una settimana in piazza Della Repubblica, dopo tanti ritardi, è stata infine collocata una bella stele realizzata  da Piero Tarticchio, punto di riferimento per la comunità degli esuli istriano-dalmati. Ebbene, il comune di Milano ha fatto già sapere che la cerimonia sarà “silenziata”: non sono previsti discorsi e neanche la figura di un sacerdote.

Foibe, Milano umilia i familiari  delle vittime

Anche quest’anno il Comune di Milano ha deciso di celebrare così, «a metà», il Giorno del ricordo. «Una cerimonia carbonara» la chiama Tarticchio, mentre spiega la sua intenzione di non essere presente quella mattina. «Per noi è un giorno sacro, una cerimonia carbonara è inutile», dice al Giornale. “Palazzo Marino parla di restrizioni ineludibili legate alla pandemia, per un evento in programma il 10, giorno precedente allo smantellamento di molte misure”. Tutto molto pretestuoso: «Siamo molto amareggiati, dispiaciuti – dice Romano Cramer segretario del Movimento Istria Fiume Dalmazia al Giornale -. Noi siamo ligi alle regole, ma non comprendiamo queste restrizioni. Esprimiamo il nostro disappunto, ci dispiace che non si possa dire una parola, che non possa neanche intervenire il sacerdote con due parole di conforto ai familiari delle vittime».

Carla Cace: dal negazionismo al giustificazionismo

C’è una morale triste da trarre da tutto ciò: ”A tanti anni di distanza dall’istituzione della legge del giorno del Ricordo non si può più parlare di negazionismo: perché in realtà nessuno nega il fenomeno delle foibe e dell’esodo. Ma i rischi sono quelli del riduzionismo e del giustificazionismo che avanzano in maniera serpeggiante ma preoccupante”. E’ la morale che trae la presidente dell’Associazione nazionale dalmata, Carla Cace.  ”Già lo scorso anno abbiamo fatto una contro-lista con tutti i punti del libro di Gobetti che erano assolutamente indecorosi”, ricorda con l’Adnkronos. “Quindi abbiamo fatto un contro fact checking che abbiamo fatto circolare per il 10 febbraio”. “Il problema è che tra le giovani generazioni solo uno studente su cinque sa rispondere correttamente alla domanda che cosa sono le foibe. E queste iniziative continuano a far circolare la disinformazione”.

Un docufilm dell’Associazione nazionale dalmata

A questo proposito la presidente dell’associazione nazionale dalmata annuncia: ”il 10 febbraio lanceremo il trailer di un cortometraggio: un docufilm di 15 minuti che daremo gratuitamente a tutte le scuole d’Italia. Affinché tutti gli insegnanti possano avere uno strumento da cui partire e su cui costruire un dibattito. Spesso ci è capitato che insegnanti o associazioni o gente che voleva approfondire questo argomento ci dicesse ‘non abbiamo del materiale che ci supporti”’. ”Abbiamo realizzato questo docufilm, tra l’altro sottotitolato in inglese, che diffonderemo anche a livello internazionale: tanto più che il 10 febbraio sarà lanciato anche al consolato italiano di New York – spiega – Ricordiamoci che dopo questi drammi migliaia e migliaia di esuli decisero di partire alla volta dell’America e dell’Australia, emigrarono scioccati. Ed è importante riunire anche questa comunità di cui poco si parla. Anche perché a ormai 80 anni di distanza la tragedia delle foibe va inserita correttamente tra i genocidi e tra i crimini contro l’umanità dei totalitarismi del ‘900”.

COME NELLA CASA DEGLI SPECCHI. La memoria vive di rifrazioni e continue distorsioni prospettiche. GURI SCHWARZ su Il Domani il 25 gennaio 2022.

Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito, in Italia e all’estero, al moltiplicarsi di analogie banalizzanti tra la Shoah e il nostro presente. Merita però interrogarsi sul significato di quelle tentazioni analogiche.

Quando è cosa viva, la memoria si nutre di analogie, di metafore e di allegorie, di accostamenti spesso azzardati, di connessioni multidirezionali e di ibridazioni della più diversa specie.

Evocare la persecuzione degli ebrei è oggi forse il modo più semplice ed efficace per alludere a una condizione di oppressione. Quando si stimola l’inconscio collettivo con temi sovraccarichi di potenza emotiva, gli esiti sono imprevedibili.

GURI SCHWARZ. Professore associato di Storia contemporanea all'Università di Genova. Nel 2010 ha cofondato la rivista online open access Quest. È co-editor della serie di libri Routledge Studies in the Modern History of Italy. 

IL MANTENIMENTO DELL’UMANITÀ. Non solo Resistenza armata: l’opposizione ebraica durante la Shoah. DANIELE SUSINI, storico, su Il Domani il 24 gennaio 2022.

La resistenza degli ebrei durante la Shoah, per certi aspetti è un tema eretico, perché va contro il paradigma vittimale a cui ancora oggi sottoponiamo gli ebrei.

È stato soprattutto il grande storico israeliano Yehuda Bauer a rileggere il paradigma di cosa è stata la resistenza ebraica e chi sono stati i resistenti ebrei. Per Bauer il concetto di Resistenza, in una condizione come quella della Shoah, non poteva essere relegato negli angusti confini della Resistenza armata.

Bauer fa rientrare nelle forme di Resistenza anche i gesti di solidarietà tra ebrei, come pure le attività socio-assistenziali finalizzate a contrastare inedia e abbandono, finanche l’autoaiuto per sfuggire alla morte. 

DANIELE SUSINI, storico. Direttore del Museo Linea Gotica Orientale di Montescudo Monte Colombo. È autore di La resistenza ebraica in Europa - Storie e percorsi, Donzelli Editore.

Sulla colpa collettiva siamo ancora alla preistoria. Giornata della Memoria, siamo ancora tutti coinvolti nell’orrore della shoah. Massimo Donini su Il Riformista il 25 Gennaio 2022. 

Lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, costituisce per il visitatore un’esperienza che segna la vita, come pochi altri eventi solo raccontati, o filmati, sanno fare. Un altro luogo è il Museo della Pace di Hiroshima. Siamo sempre là, attorno a événements impensati che accaddero durante la seconda guerra mondiale. Esperienze originarie, che ci riportano alla nostra origine, “dentro”. Quei fatti furono in qualche misura pensati da qualcuno prima di essere attuati. Ma non è vero che ciò che si fa corrisponda a quanto si è immaginato prima che accadesse. La realizzazione ha spazi di autonomia nuovi, staccati dalle menti e dalle volontà primigenie.

La sua visione a posteriori è spesso sconcertante per gli stessi protagonisti, perché si capisce davvero solo dopo (“che cosa ho fatto?!”), e può non bastare la vita che resta per giungere alla sua piena comprensione o accettazione: perché capire significa soffrire e rivivere la verità dei fatti, la sola che costringe a vedere davvero, e a camminare nudi per la strada, come un corpo senza riparo. Ma significa anche suddividere le colpe. L’illusione dei giuristi, dei giudici, dei legislatori, della opinione pubblica è di formalizzare in schemi di valutazione i fatti della vita come se una colpa che si colloca nel pensiero e nella volontà di un singolo potesse davvero sopportare il peso di quanto è poi accaduto: questo scarto si fa ancora più evidente se sono in gioco condotte collettive, che dovrebbero chiamare in causa il tema della responsabilità di un gruppo, di un esercito, di una nazione e forse anche di una intera specie biologica.

Perché è di questo che dobbiamo parlare oggi. Di una responsabilità che va oltre quelle individuali, politiche, giuridiche o nazionali.

Qual è la nostra colpa verso gli ebrei? Questa la domanda diretta. L’esperienza del sentirsi colpevoli è un fatto culturale. Se ne può fare volentieri a meno, anche dopo una sentenza definitiva. Decisivo, per la nostra riflessione sulla colpa collettiva per l’Olocausto, è che cosa resta del valore della legge senza i diritti. «Hitler ha imposto agli uomini nello stato della loro illibertà un nuovo imperativo categorico: organizzare il loro pensare e agire in modo che Auschwitz non si ripeta, non succeda niente di simile. Questo imperativo è tanto resistente alla sua fondazione quanto una volta la datità di quello kantiano. Trattarlo discorsivamente sarebbe un delitto […]. Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura […]. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione della filosofia, dell’arte e delle scienze illuministiche, dice molto di più che essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini». In queste parole di Theodor W. Adorno (Negative Dialektik, tr. it. 1970, 330 s.) c’è la presa di coscienza di dover rispondere, e la risposta è atto di responsabilità.

Non è ancora l’ascrizione di una colpa collettiva, ma questo passaggio, che sarà compiuto per la colpa tedesca da Karl Jaspers, The Question of German Guilt (1946) e più in generale da Hannah Arendt, Collective Responsibility (1987), ci induce a una riflessione etica. Sono tutte voci ebraiche quelle ricordate, ma molte altre se ne potrebbero aggiungere. Nessun popolo ha subìto persecuzioni millenarie come il popolo ebraico. Chi volesse scorrere i volumi della Histoire de l’antisémitisme di Léon Poliakov ne avrebbe l’esperienza, più che la prova. L’Olocausto è coerente con una colpa internazionale di discriminazione dell’ebreo. Pur non costituendone una conseguenza “logica”, né prevedibile, è peraltro culturalmente preparato dalla storia, e da quella delle religioni in particolare. Che l’umanità dovesse essere salvata da se stessa, dopo Hiroshima e Nagasaki, appariva ancora qualcosa di meno grave, perché l’impiego di un’arma così letale rappresentava, in fondo, il prevedibile sviluppo della tecnologia militare; viceversa, che l’umanità dell’Europa più colta ed educata fosse così imbelle nel tutelare i diritti fondamentali, ma anzi capace di genocidi scientifici, apparve inusitato di fronte alla visione filmata dell’orrore pianificato: la macellazione di milioni di esseri umani deprivati di nome e identità.

Anche se l’Antico Testamento conosce il genocidio di annientamento, dal diluvio universale a quello degli Amaleciti, esso non concepisce mai le vittime come non persone da eliminare, ma come persone collettivamente punite. Non erano ancora crimini contro l’umanità in quanto tale, annientata per ragioni di diversità religiosa, etnica, razziale. Anzi l’ebreo nell’Europa della diaspora poteva sempre convertirsi e ritornare incluso. Invece, smarrita l’anima delle vittime, l’eredità tollerante dell’illuminismo e della sua laica legislazione non aveva impedito, ma anzi reso possibili questi eventi. La biopolitica del regime nazista ha così prodotto l’inumano che, realmente scoperto dopo Norimberga, sarà compreso nel suo disvalore solo nei decenni successivi. È stato come un big bang, un universo dei diritti in espansione, cominciato nel 1946, e ancora in fieri. Possiamo dunque riconoscere che l’Olocausto non fu un genocidio “ordinario”, un “genocidio-mezzo” per prevalere su un nemico, ma un “genocidio-fine”: il suo scopo era la soluzione finale per l’annullamento di una “razza”; non più conversione coatta o segregazione, ovvero ghetto o espulsione. Ora l’alternativa erano l’annientamento o, per casi eccettuati, la sterilizzazione.

Nasceva peraltro universale nell’idea. E, dopo la Shoah e la storia millenaria di pogrom e ghetti, non possiamo più credere nelle leggi o nei capi senza i diritti: i diritti come limite e fondamento dei pubblici poteri, oltre che linfa della società civile. L’inaugurazione, voluta nel 2005 dalle Nazioni Unite, della Giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto ha rappresentato un impulso importante alla presa di coscienza pubblica di un evento unico, non per il numero in sé dello sterminio, ma per l’ideologia dell’annientamento globale, anche se per necessità circoscritto all’Europa. L’Olocausto e la soluzione finale costringono a rileggere la Bibbia, generano il diritto penale internazionale, la bioetica, e più che fare “rinascere” il diritto naturale, sono la scaturigine di un interminabile processo di costruzione di diritti umani sovralegali attraverso gli Stati costituzionali. Un big bang, dunque, da cui si diparte il grande fiume dell’attenzione alle persone offese, i sommersi e i salvati, fino ai nostri giorni.

Il pensiero moderno ha peraltro avversato a lungo l’idea di una colpa collettiva, di “peccati sociali”, riconducendoli al conflitto tra ideologie e politiche, o a interessi economici, a lotte tra partiti e gruppi di potere, puntando a lungo sulla responsabilizzazione giuridica soprattutto degli individui, anche per i crimini di guerra e contro l’umanità. Eppure, ci sono colpe che in questo modo non trovano né riconoscimento, né visibilità. Vengono nascoste da altre categorie di pensiero. Sono responsabilità etico-politiche più che individuali. Sono dunque i “nazisti”, oppure i “fascisti”, che devono “rispondere”. Il che è vero, ma non basta. Perché le colpe collettive, non solo di carattere omissivo, superano il “politico”. La chiave di lettura delle responsabilità individuali e di quelle politiche degli anni ’30 e ’40 del Novecento non deve diventare un alibi per tutti: non c’è tutta la colpa in atti che non esauriscono la causazione di un evento. Perché se la causa non è colpa, quando la riflessione si arresta a una accusa individuale, ciò significa che la pretesa imputazione del singolo finisce per bloccare la ricerca eziologica degli altri fattori.

La giornata della Memoria invece ci interroga intorno alle origini di una persecuzione “senza umanità”, perché la sua matrice non è pura biopolitica, ma si trova nella storia di un bíos senza psyché, nella scomparsa della persona, che non comincia nel giudaismo, né si ritrova nell’Europa cristiana medievale e moderna, ma in quella del Novecento. Smarrita la colpa religiosa delle origini (il deicidio e il ripudio della vera fede), non resta che un pregiudizio razziale, che oltrepassa la berretta gialla dell’ebreo, la sua segregazione infinita. È una violenza non sacra, e travalica le esperienze collettive dei capri espiatori di René Girard; è stato detto da Hans Jonas (Der Gottesbegriff nach Auschwitz, 1987) che l’assenza di ogni intervento soprannaturale regnava nei campi; certo è che quell’assenza nella mente dei nazisti rese possibile il loro disegno. Il fatto che le stesse vittime siano poi a loro volta rimaste coinvolte nella persecuzione palestinese fa parte del più vasto destino-paradosso di una colpa della specie.

Questa colpa non esige processi penali, che ovviamente possono riguardare solo fatti e soggetti determinati, ma ci sottrae alla tentazione di celebrarli con distacco tecnico e vera terzietà, perché anche il giudice dell’Olocausto dell’orrore porta il peso di una compartecipazione. Quando Hannah Arendt, nel libro su Eichmann a Gerusalemme (1964), gettò luci e ombre sul collaborazionismo della dirigenza ebraica europea nella gestione dei lager, conobbe l’ostracismo in patria e il suo scritto divenne tabù in Israele. Ma la giornata della Memoria, senza livellare le diverse colpe, non salva nessuno dalla corresponsabilità. Massimo Donini

L’antisemitismo è un’emergenza sociale del nostro presente. GADI LUZZATTO VOGHERA Il Domani il 20 Gennaio 2022.

Negli ultimi anni l’antisemitismo ha assunto un ruolo sempre più rilevante nel dibattito pubblico, ma non è facilmente identificabile nei suoi tratti salienti.

In special modo in concomitanza con il giorno della memoria, è urgente chiarire quale sia stato il rapporto fra l’ideologia antisemita e le dinamiche politiche, economiche e militari che hanno permesso il funzionamento della macchina dello sterminio organizzata dal nazismo e attuata con la collaborazione di molti altri soggetti.

E, d’altra parte, è necessario interrogarsi su quali siano i meccanismi presenti nella società contemporanea che alimentano e sostengono l’antisemitismo nel nostro presente. 

GADI LUZZATTO VOGHERA. Storico dell'ebraismo e dell'età contemporanea. Dal 2016 direttore della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano.

Cosa resterà della memoria dell’orrore senza i testimoni? VALERIO DE CESARIS, Rettore Università per Stranieri di Perugia, su Il Domani il 27 Gennaio 2021.

Oggi l’imperativo della tradizione ebraica “Zakhòr” (“ricorda!”), ha acquistato un valore universale, in riferimento alla Shoah. Tanto che nel 2005 l’Onu ha istituito il Giorno della memoria, da celebrarsi ogni 27 gennaio.

Gli interrogativi che il Giorno della memoria pone sono molti. Come ricordare, quando la generazione dei testimoni si sta esaurendo?

Auschwitz è una pietra d’inciampo nella coscienza della civile Europa. È un nome incancellabile. Dimenticarlo, significherebbe tradire il ricordo delle vittime del genocidio, ma anche abbassare la guardia di fronte al razzismo e all’antisemitismo.

Settantasei anni sono trascorsi da quando, nella gelida mattina del 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa varcarono i cancelli di Auschwitz e si trovarono di fronte l’orrore del lager nazista. I sovietici liberarono circa 7000 prigionieri ancora in vita. Videro le macerie dei forni crematori, fatti saltare in aria dai tedeschi nel tentativo disperato di occultare le prove del genocidio. Si addentrarono tra i sentieri e gli edifici di quel luogo di morte, in cui in breve tempo erano state uccise oltre un milione di persone, dopo la “soluzione finale” decisa da Hitler contro gli ebrei.

Oggi l’imperativo della tradizione ebraica “Zakhòr” (“ricorda!”), ha acquistato un valore universale, in riferimento alla Shoah. Tanto che nel 2005 l’Onu ha istituito il Giorno della memoria, da celebrarsi ogni 27 gennaio. Da allora, si sono moltiplicate le iniziative culturali e pedagogiche, come il treno della memoria, i viaggi delle scuole ad Auschwitz. Visitare quel lugubre angolo d’Europa, in una sorta di pellegrinaggio civile, è necessario.

Assistiamo però al paradosso di una memoria istituzionalizzata e celebrata con solennità che non riesce ad arginare l’antisemitismo, che anzi aumenta, dilaga nel web ed esplode non di rado in atti di violenza contro gli ebrei, in molti paesi.

SE QUESTO È UN UOMO

Per questo gli interrogativi che il Giorno della memoria pone sono molti. Come ricordare, quando la generazione dei testimoni si sta esaurendo? Chi raccoglierà l’eredità di quegli ex deportati, che attraverso il doloroso racconto delle persecuzioni subite hanno mostrato l’abisso in cui l’umanità sprofonda quando si scatenano gli odi più oscuri? Come trasmettere la coscienza storica a un mondo affetto da presentismo, schiacciato sull’oggi, privo di visioni per il futuro e incapace di trarre lezioni dal passato?

C’è anche, come una pagina nascosta della Storia, la vicenda dei rom, ai quali la coscienza europea non ha mai riconosciuto di essere stati vittime della persecuzione, sebbene nei lager nazisti ne siano stati uccisi centinaia di migliaia, forse mezzo milione. Il loro è un genocidio dimenticato. Sempre colpevoli, i rom, agli occhi degli italiani e degli europei. Sono un popolo considerato ancora oggi “abusivo”, intruso. L’Europa del secondo Novecento si è interrogata sulla violenza scaturita dall’antisemitismo, mentre ha continuato a ignorare l’antigitanismo.

Auschwitz è una pietra d’inciampo nella coscienza della civile Europa. È un nome incancellabile. Dimenticarlo, significherebbe tradire il ricordo delle vittime del genocidio, ma anche abbassare la guardia di fronte al razzismo e all’antisemitismo, spettri che incombono minacciosi anche sul nostro tempo. “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, Gerusalemme”, recita un salmo della Bibbia. “Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, Auschwitz”, dovremmo anche dire.

Ogni memoria, anche quella forte della Shoah, va alimentata dalla cultura e dalla conoscenza storica, altrimenti sbiadisce e diventa mera retorica. Per ricordare davvero, occorre avere senso storico e comprendere i rischi che la dimenticanza del passato pone nel nostro tempo. Non si tratta di fare analogie improbabili tra il passato e il presente, ma di trarre dal passato qualche lezione.

Alcuni giorni fa è circolata sui social la fotografia di un uomo nudo, inginocchiato sulla neve, con lo sguardo a terra, visibilmente disperato. Un migrante intrappolato in un campo in Bosnia, lungo quella rotta balcanica che è diventata un attraversamento dell’inferno per chi spera di raggiungere l’Europa. All’immagine molti hanno associato la celebre poesia di Primo Levi: “Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo…”.

Auschwitz è il simbolo della privazione dell’umanità. Continuare a farne memoria ha soprattutto il senso di condannare e di combattere ogni privazione di umanità nel tempo in cui viviamo. 

VALERIO DE CESARIS, Rettore Università per Stranieri di Perugia. È professore associato di Storia contemporanea (M-STO/04) all’Università per Stranieri di Perugia. Nella sua attività di ricerca, si è occupato inizialmente di storia del giornalismo cattolico.

Nonostante la sofferenza patita, la speranza domina l’abominio. ALBERTO CAVAGLION su Il Domani il 18 Gennaio 2022.

La scrittura del testimone del caos parte da una premessa distruttiva, l’elemento negativo sembrerebbe prevalere, ma assai prima di Auschwitz abbiamo appreso che l’apocalisse non è mai irredimibile.  

Un’antologia scolastica di questi testi, scritti al ritrarsi della lava, sarebbe auspicabile. Sarebbe più utile di un frettoloso, rituale viaggio di istruzione ad Auschwitz. 

La desolazione prodotta dalla pandemia rende prossimi a noi i filosofi del ciononostante, gli antichi e i moderni. Ascoltare le loro voci aiuterebbe a reagire contro le cerimonie stanche e ripetitive che spesso accompagnano il giorno della memoria. 

ALBERTO CAVAGLION. Storico e docente italiano. Laureatosi in lettere e filosofia all'Università di Torino nel 1982, fu dal 1982 al 1984 borsista dell'Istituto italiano per gli studi storici e della Fondazione Luigi Einaudi di Torino. Studioso dell'ebraismo, insegna all'Università di Firenze. È membro del comitato di redazione de "L'indice dei libri del mese" e dal 2012 del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Ha curato edizioni commentate delle lettere di Felice Momigliano a Giuseppe Prezzolini (Torino, Fondazione Luigi Einaudi, 1984) e a Benedetto Croce ("Nuova Antologia", n. 2156, ottobre-dicembre 1985, pp. 209–226) e di Se questo è un uomo di Primo Levi (Torino: Einaudi, 2000; n. ed. 2012); l'edizione italiana del Dizionario dell'olocausto (Torino, Einaudi, 2004), gli Scritti novecenteschi di Piero Treves (con Sandro Gerbi, Bologna, Il mulino, 2006), e gli Scritti civili di Massimo Mila (Milano, Il saggiatore, 2011).

Nella legge sul giorno della memoria manca la responsabilità dei fascisti. MICHELE SARFATTI su Il Domani il 15 Gennaio 2022.

Dal luglio 2000 la legge sul Giorno della memoria invita gli italiani a ricordare, ogni 27 gennaio, la Shoah e le «leggi razziali», i deportati politici, i militari internati, coloro che si opposero allo sterminio a rischio della vita.

La legge del 27 gennaio ha una singolare lacuna: il suo titolo e il suo testo menzionano i «campi nazisti», ma non contengono i vocaboli fascismo, fascisti.

Concerne l’insieme della Shoah, la persecuzione antiebraica avvenuta in Italia, tutti i perseguitati italiani, i soccorritori. Né essa, né altre leggi della nostra Repubblica hanno per oggetto la violenza omicida italiana fascista nelle terre colonizzate o occupate e le sue vittime. 

MICHELE SARFATTI. Storico. Studioso della persecuzione antiebraica e della storia degli ebrei in Italia nel Ventesimo secolo. Dal 2002 al 2016 direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC, Milano. Componente del Comitato scientifico e d’onore della Fondazione Museo della Shoah, Roma. Tra le sue ultime pubblicazioni: Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, 2018; Il cielo sereno e l’ombra della Shoah. Otto stereotipi sulla persecuzione antiebraica nell’Italia fascista, Viella, 2020.

Il dovere di studiare e conoscere le vite dei deportati politici. MASSIMO CASTOLDI su Il Domani il 17 Gennaio 2022.

Gianfranco Maris intuiva già allora i rischi impliciti in una politica della memoria limitata alla pur necessaria narrazione delle vittime, a partire da quando divengono tali, cioè da quando, dopo l’arresto, sono inermi nelle mani dell’oppressore.

L’interesse prioritario per la condizione di vittima assoluta, propria della Shoah, ha fatto sì che nella percezione collettiva tutti i deportati fossero assimilati tra loro.

Anche e soprattutto per questo è importante parlare oggi con maggiore impegno di deportazione politica, ovvero della deportazione di chi si è opposto, di chi ha detto no. Parlare di deportazione politica vuol dire ricostruire la storia di una cultura di opposizione. 

MASSIMO CASTOLDI. Filologo e critico letterario, docente di Filologia italiana all'Università di Pavia. Si è occupato di memorialistica della Resistenza e delle deportazioni, collaborando con la Fondazione Memoria della Deportazione, che ha diretto fino al 2017. Tra le numerose pubblicazioni in ambito letterario e linguistico, ha recentemente pubblicato per Donzelli editore Insegnare libertà. Storie di maestri antifascisti (2018), con il quale ha vinto il Premio The Bridge, e Piazzale Loreto. Milano, l'eccidio e il «contrappasso» (2020).

Tre proposte politiche per rendere più efficace la memoria della Shoah. JOSHUA EVANGELISTA su Il Domani il 27 gennaio 2021. 

Ricordare l’Olocausto ci ha insegnato che di fronte al male estremo si può scegliere. Oggi, vent’anni dopo la legge che ha istituito il Giorno della Memoria, dobbiamo constatare che questo percorso sta mostrando alcune criticità.

La critica, portata avanti dalla Fondazione Gariwo, la foresta dei Giusti attraverso una Carta della memoria, è che quel “mai più” sia nel tempo diventato una formula rituale e retorica e, soprattutto, senza alcun progetto per il futuro.

Oggi la Fondazione verrà ascoltata dalla Commissione esteri della Camera e condividerà tre proposte concrete che possono avvicinare maggiormente il nostro Paese alla prevenzione di nuovi genocidi.

In occasione del 27 gennaio, quando in tutto il paese si ricorda lo sterminio degli ebrei, è importante riflettere sull’efficacia di questa ricorrenza alla luce delle sfide del nostro tempo. Scriveva lo storico Yehuda Bauer che la Shoah è stato un genocidio senza precedenti, che si proponeva di eliminare gli ebrei non solo in un territorio, ma in ogni luogo della terra in quanto elementi corrosivi di tutta l’umanità. La sua memoria ha permesso ad altri popoli, come ad esempio agli armeni e i ruandesi, di rivendicare sulla scena pubblica il diritto al riconoscimento delle proprie sofferenze e, soprattutto, il diritto alla giustizia.

Allo stesso tempo, a livello educativo la riflessione sull’Olocausto è stata fondamentale per far capire che i genocidi non sono stati una catastrofe extra-storica, ma sono avvenuti per la responsabilità degli esseri umani, in un campo di battaglia dove c’erano carnefici, complici, giusti, spettatori indifferenti e resistenti. In poche parole, questa memoria ci ha insegnato che di fronte al male estremo si può scegliere, perché nulla è scontato e determinato a priori.

Oggi, venti anni dopo la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che ha istituito il "Giorno della Memoria”, dobbiamo constatare che questo percorso sta mostrando alcune criticità che, se non affrontate alla radice, rischiano di limitarne la funzione pedagogica e di mostrare una profonda inadeguatezza rispetto alla possibilità di prevenire nuovi genocidi e, quindi, di rendere effettivo il “mai più”.

La critica, fatta da molti studiosi e portata avanti dalla Fondazione Gariwo, la foresta dei Giusti attraverso una Carta della memoria che è stata sottoscritta da storici, filosofi, politici ed esperti di prevenzione dei genocidi, è che quel “mai più” sia nel tempo diventato una formula rituale e retorica e, soprattutto, senza alcun progetto per il futuro. In altre parole, è come si ignorasse il fine ultimo della memoria.

In quest’ottica, come ha scritto la semiologa Valentina Pisanty ne I guardiani della memoria (Bompiani, 2020), sembra che «l’assolvimento del dovere della memoria sia di per sé garanzia di un futuro libero da ogni ingiustizia paragonabile a quella patita dagli ebrei durante gli anni del nazifascismo». La domanda da porsi è: basta ricordare per tutelarsi contro la possibilità che ciò che è accaduto capiti di nuovo?

La parola genocidio è stata coniata dal giurista ebreo Raphael Lemkin nel 1942 per indicare la volontà di distruzione di una collettività etnica, religiosa o sociale. Lemkin la considerava una minaccia che riguardava l’umanità intera, poiché la distruzione di qualsiasi minoranza annientava non solo chi veniva colpito, ma impoveriva la ricchezza della pluralità umana. Nel dopoguerra Lemkin lavorò strenuamente per la promulgazione di leggi internazionali che proibissero il genocidio, raggiungendo questo obiettivo nel 1951, con l’entrata in vigore della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. C’è un aspetto importante della Convenzione: vi si afferma che devono essere puniti non solo gli atti di genocidio, ma anche l’incitamento diretto e pubblico a commetterli.

Dal ’48 ad oggi, secondo le stime di Genocide Watch, si sono susseguiti più di 55 genocidi con oltre 70 milioni di vittime. Allo stesso tempo sono nati i Tribunali penali internazionali, si è affermato il principio di intervento umanitario e si ragiona intorno all’Early warning system, un sistema di allerta qualora si creano i presupposti per un genocidio.

La memoria della Shoah, oggi, ha senso se politici e cittadini che il 27 gennaio pronunciano “mai più” si impegnano concretamente per contrastare l’odio contemporaneo. Ricordare la Shoah dovrebbe significare scavare a fondo sui meccanismi dell’antisemitismo e interrogarsi sulle complicità che lo hanno permesso, ma nello stesso ragionare sugli strumenti politici e culturali che possono impedire oggi un nuovo genocidio.

Oggi, 27 gennaio 2021, la Fondazione Gariwo, la foresta dei Giusti verrà ascoltata dalla Commissione esteri della Camera dei deputati a proposito di memoria e prevenzione di nuovi genocidi. In quell’occasione condividerà con i deputati tre proposte concrete che possono avvicinare maggiormente il nostro Paese alla prevenzione di nuovi genocidi.

In primis chiederà la nomina di un advisor italiano, all’interno del Parlamento, che lavori con il Consulente speciale dell’ONU e con l’Unione europea. Proporrà inoltre alla Commissione esteri di assumersi l’impegno di redigere ogni anno un rapporto in cui si presentano all’opinione pubblica lo stato internazionale  dei diritti umani nell’ottica di prevenzione di nuovi genocidi (del resto la Shoah ci ha insegnato che la mancanza di informazione è un presupposto basilare per la perpetrazione di crimini contro l’umanità). Infine suggerirà la creazione, anche in Italia, di una agenzia autonoma e indipendente sui diritti umani, che in collaborazione con la Corte penale internazionale possa indagare in modo permanente sullo stato dei diritti nel mondo e sui crimini contro l’umanità.

Sono azioni concrete che porterebbero l’Italia ad aderire a modelli già presenti in altri paesi del mondo e che l’Unione europea ci chiede da tempo. Del resto, fare memoria oggi non può prescindere dal guardare cosa succede ai rohingya in Bangladesh, nei campi di concentramento per uiguri nello Xinjiang, nello Yemen colpito da una guerra fratricida, alla minoranza yazida in Iraq, durante gli scontri nel Sahel. Così fare memoria oggi non può prescindere dal porre la massima attenzione verso i fondamentalismi, i nuovi megafoni dell’odio e quei conflitti che potrebbero scaturire nel futuro prossimo a causa dei cambiamenti climatici.

DAGONEWS il 22 gennaio 2022.

Le biografie di oltre 200 donne delle SS che prestano servizio nel campo di sterminio di Auschwitz e delle loro "feste dopo il lavoro" sono state pubblicate online nel tentativo di mostrare al mondo che non erano coinvolti solo gli uomini.

Intitolato "Donne che lavorano per le SS", il progetto del Museo statale di Auschwitz-Birkenau documenta la vita delle donne al servizio di Adolf Hitler.

Una di loro era Maria Mandl, un'alta guardia delle SS ad Auschwitz dall'ottobre 1942 all'ottobre 1944, e soprannominata "La Bestia" dai prigionieri.

Nata nel 1912, figlia di un calzolaio, iniziò a lavorare nel campo di concentramento nazista a Lichtenburg in Germania nel 1938 prima di essere trasferita al campo femminile di Ravensbruk, sempre in Germania. Nel 1942 fu mandata ad Auschwitz dove divenne famosa per il suo sadismo e per aver mandato "circa mezzo milione di donne e bambini a morire nelle camere a gas". 

Dopo il 1945, Mandl fuggì sulle montagne della Baviera meridionale, ma fu catturata e detenuta a

Dachau. Fu poi consegnata alla Polonia nel novembre 1946 e successivamente condannata a morte per impiccagione a 36 anni.

Ma, oltre all’orrore, le immagini mostrano anche come queste donne si divertissero con le guarie delle SS. Sylwia Wysinska del dipartimento dell'istruzione del Museo di Auschwitz racconta: «Alcune guardie delle SS che lavoravano nel campo trascorrevano il loro tempo libero incontrando gli uomini delle SS dopo il lavoro. Le visite notturne degli ufficiali delle SS devono essere state piuttosto rumorose visto che nel marzo 1943 il comandante proibì loro di entrare negli alloggi femminili. Ma questo non ha impedito alle donne di intrattenere stretti rapporti con gli uomini delle SS. Di conseguenza, dozzine di coppie si sono formate ad Auschwitz e alcune di loro si sono sposate». 

Una di loro era Luise Viktoria Rust. Nata il 14 gennaio 1915 a Varel in Bassa Sassonia, nel novembre 1940 iniziò a lavorare come guardia delle SS nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Nella sua autobiografia si legge: «Lavorò ad Auschwitz dall'aprile 1942 al gennaio 1945. In questo periodo, ha incontrato SS Rottenführer Heinz Schulz, che ha sposato nel luglio 1943. Durante i preparativi per il suo matrimonio, ha ordinato che il suo abito da sposa fosse confezionato nel laboratorio di sartoria del campo». 

Mentana-Segre: la memoria rende liberi. Graziella Enna su gazzettadelsud.it il 20 Febbraio 2015.

ENRICO MENTANA-LILIANA SEGRE "LA MEMORIA RENDE LIBERI. LA VITA INTERROTTA DI UNA BAMBINA NELLA SHOAH" (RIZZOLI; PAG. 227: Euro 17,50)

    "E' questione di pochi anni e poi non ci saranno più testimoni della vita della shoah. E peraltro già oggi il loro racconto, la storia della loro esperienza nel girone infernale più raccapricciante della storia contemporanea, suscita una crescente indifferenza, come se fosse l'ennesima riproposizione di una vicenda già archiviata. E' quasi inevitabile che sia così, perchè la memoria (compreso il giorno dell'anno in cui essa viene ritualmente sollecitata) ormai si focalizza solo all'interno del perimetro di Auschwitz, il punto terminale della soluzione finale. E In questo modo la più spaventosa politica sistematica di persecuzione che il mondo abbia conosciuto perde il suo contesto, e diviene, una sorta di questione privata". Enrico Mentana, giornalista direttore e conduttore del TgLa7 raccoglie le memorie di una testimone d'eccezione Liliana Segre in un libro crudo e commovente, ripercorrendo l'infanzia di una donna coraggiosa: "Un conto è guardare e un conto è vedere, e io per troppi anni ho guardato senza voler vedere". "La mia era una famiglia di ebrei laici, come lo era la maggior parte delle famiglie di ebrei italiani: non ci attenevamo alla kasherrut, in casa nostra si mangiava di tutto, e non frequentavamo mai la sinagoga.

    Liliana ha otto anni quando, nel 1938, le leggi razziali fasciste si abbattono con violenza su di lei e sulla sua famiglia, è cresciuta con suo padre Alberto, sua madre era morta quando lei aveva pochi mesi per un tumore. Discriminata come "alunna di razza ebraica", viene espulsa da scuola e a poco a poco il suo mondo si sgretola: diventa "invisibile" agli occhi delle sue amiche, è costretta a nascondersi e a fuggire fino al drammatico arresto sul confine svizzero che aprirà a lei e al suo papà i cancelli di Auschwitz. "Arrivati a Birkenau, fummo separati, uomini e donne, e io nei miei tredici anni spauriti, non conoscendo nessuna lingua straniera, senza capire dove mi trovavo lascia per sempre la mano di mio papà". Dal lager ritornerà sola, ragazzina orfana tra le macerie di una Milano appena uscita dalla guerra, in un Paese che non ha nessuna voglia di ricordare il recente passato né di ascoltarla. Dopo trent'anni di silenzio, una drammatica depressione la costringe a fare i conti con la sua storia e la sua identità ebraica a lungo rimossa. "Scegliere di raccontare è stato come accogliere nella mia vita la delusione che avevo cercato di dimenticare di quella bambina di otto anni espulsa dal suo mondo. E con lei il mio essere ebrea". Enrico Mentana raccoglie le memorie di Liliana, una testimone d'eccezione in un libro crudo e commovente, ripercorrendo la sua infanzia, il rapporto con l'adorato papà Alberto, le persecuzioni razziali, il lager, la vita libera e la gioia ritrovata grazie all'amore del marito Alfredo e ai tre figli. ''Tornata da Auschwitz ho vissuto mezzo secolo senza raccontare quasi nulla della mia storia. Ho affrontato anni da disadattata, disperata di essere viva, sentendo che la banalità dell'esistenza non poteva accogliere l'enormità di quanto avevo subito''. Oggi sa che non è possibile ''non si può dimenticare di essere ebrei".

    Perchè, scrive Mentana "il ritorno di Liliana dall'inferno, come il ritorno di tutti gli altri scampati. E' una seconda condanna del mito degli Italiani 'bravi gente'. Semplicemente non si voleva sapere, e men che meno si voleva ricordare, come e da chi, era stato reso possibile tutto questo". La stessa capacità di enucleare con apparente distacco gli elementi indispensabili per capire la sequenza di fatti, ferocia, connivenze e casualità, sul piano inclinato di quella cacciata da scuola fino a Auschwitz e ritorno, che ha reso ancor più indispensabili le opere di Primo Levi. "Mai nessuno si è scusato con Liliana Segre. Parlare per lei è ancora duro, ascoltarla per voi è vitale".

Graziella Enna, nata nel 1969 a Oristano, laureata in lettere classiche presso l’Universita degli studi di Cagliari, insegnante di lettere.

Da lottavo.it il 19 Settembre 2018.  

La memoria rende liberi, il libro che Liliana Segre ha scritto insieme ad Enrico Mentana, è di quelli che richiedono una doppia lettura. Cosa necessaria per riflettere, proprio a partire dal titolo. Forse perché esso rappresenta, non solo la summa di una vita ma perché, in certa misura, si può arrivare a dire che la prigionia di Liliana Segre non è finita realmente. E se lo è ha cominciato ad esserlo nel momento in cui Liliana Segre ha aperto il suo cuore, dolorosamente rivivendo e condividendo, senza omissioni, la sua storia.

“Il 5 settembre 1938 ho smesso di essere una bambina come le altre”. Questo è l’incipit agghiacciante della narrazione, vedere la propria condizione di spensieratezza infantile mutata in quella di un essere fragile ed inconsapevole proiettato in un mondo disumano, incomprensibile, inspiegabile. Compagne della sua esistenza, fino a quel momento serena, divennero emarginazione, declassamento, divieti, restrizioni, perquisizioni, trasferimenti. Infine, l’estremo tentativo di salvezza fu riposto, dal padre di Liliana, nella fuga per varcare i confini italiani e raggiungere la Svizzera. Padre e figlia furono respinti, dopo aver varcato la frontiera, con pretesti infondati, subirono l’arresto al confine con tanto di verbale, schedatura, requisizione di valori e contanti, finché per loro si aprirono le porte del carcere. “Una donna mi strattonò violentemente […] sapeva che non ero una ladra nè un’assassina ma solo una bambina col fiocchetto nei capelli”. Tre detenzioni: Varese e Como prima, infine Milano per quaranta giorni, in un gelido dicembre e fino al 30 gennaio del 1944, giorno in cui una lunga colonna ammutolita e silente fu condotta al tristemente noto binario ventuno dove avvenne la trasformazione da esseri umani in “stucke”. “Il colpo più duro fu quando capimmo che i più zelanti fra i nostri aguzzini non erano i nazisti. Erano gli italiani”. Dopo sette giorni nei famigerati vagoni piombati, la discesa all’inferno. Stupore, disperazione, solitudine, violenza, annullamento, sono parole che scaturiscono da ogni riga e scatenano nella nostra coscienza turbini di emozioni impossibili da celare e reprimere. Paradossalmente, in questo processo di disumanizzazione, in cui l’unico istinto immediato che teneva attaccati alla vita era quello della ricerca di nutrimento, talvolta negli sguardi e in poche parole pronunciate di nascosto tra prigionieri, nascevano attimi di condivisione, fratellanza, quasi amore: ciò nell’anima pura della giovanissima Liliana, offrì un barlume, seppur tenue, di consolazione. E dopo il lager arrivò un’altra terribile prova per un corpo emaciato, sfinito e allo stremo delle forze: la marcia della morte dopo l’abbandono del lager. Sarebbe troppo lungo descrivere con minuzia le sofferenze ineffabili provate per il distacco dal padre, le atrocità della prigionia, il freddo, gli stenti, il lavoro estenuante in fabbrica, la marcia della morte, ognuno di noi sa cosa sia stato, chiunque si sia doviziosamente documentato sa già tutto, però c’è qualcosa che fa inorridire più di tutta questa parte, cioè il rientro a casa di Liliana.

Nel lager, le violenze perpetrate con le modalità più aberranti, le malvagità, l’orrore, tutte quante apparivano normali, connaturate all’essenza mostruosa e disumana del luogo, per dirla con la famosa espressione di Hannah Arendt vigeva la banalità del male. Cosa trovò Liliana al suo rientro in Italia? Soltanto indifferenza, convenzioni borghesi cui uniformarsi, che sembravano vanificare quel suo eroico istinto di sopravvivenza che l’aveva spinta a superare tante terrificanti prove fisiche e inaudite violenze psicologiche. Fu pervasa da un senso di inutilità, la quotidianità da libera cittadina si stava dimostrando vuota e priva di valori a cui ancorarsi: l’animo devastato, l’assenza di una spiritualità religiosa, la mancanza delle conoscenze che si acquisiscono con lo studio, la carenza di amore e di una casa che sostituisse la mera ospitalità cortese e formale degli zii. La premura più urgente dei suoi parenti non fu di conoscere le atroci sofferenze vissute, ma di sapere se fosse stata stuprata, preoccupazione volta a presentare la ragazza in società come rispettabile signorina, oppure di coprire quello strano tatuaggio, marchio disdicevole, con un braccialetto o rimproverarla di essere ingrassata, di amare la solitudine, di non imparare a diventare una donna di casa. Paradossalmente si sentiva sola ed emarginata proprio quando avrebbe dovuto/potuto sentirsi finalmente libera, addirittura costretta a compatire, pur di mostrarsi socievole, le afflizioni patite da altre persone, che, a causa della guerra, avevano subito ristrettezze, carenze alimentari o perdite materiali. Divenne sempre più difficile parlare della prigionia, nessuno voleva più ascoltare storie di guerra, tanto che alla fine Liliana s’impose il silenzio. La maggior parte delle persone desiderava solo dimenticare, divertirsi, ballare, organizzare feste, Liliana no, lei voleva riscattarsi dalle sue sofferenze, riempire quell’incolmabile abisso che si era creato in lei con lo studio, per riappropriarsi della propria esistenza per diventare giornalista. Studiò in maniera indefessa, grazie ai consigli delle suore Marcelline, presso cui già aveva studiato dopo l’emanazione delle leggi razziali, animata da un insopprimibile ardore che le consentì di recuperare le scuole medie, affrontare gli esami di quinta ginnasio da privatista per poter frequentare il liceo classico nel medesimo istituto della sua infanzia. L’inizio della sua liberazione vera avvenne solo quando lasciò la casa degli zii, andò a vivere con i nonni materni e, durante una vacanza al mare, conobbe il futuro marito, anch’egli reduce da una prigionia ma non in un lager. Riconobbe subito il tatuaggio col numero e capì che lei non era una ragazza come le altre perché sapeva cosa significasse quel segno indelebile. Finalmente Liliana riuscì ad aprirsi: “Cominciammo a parlare e non ci fermammo più, smettemmo solo qualche giorno prima che morisse”, sunto di un’unione improntata ad un dialogo profondo. Nonostante una vita serena, sentimentalmente felice, agiata, il lager era ancora lì a perseguitarla, sia nei segni lasciati nella salute fisica minata, nelle fobie nate da molti traumi vissuti, ma soprattutto in una grave depressione che si manifestò più tardi da cui gradualmente guarì. Forse, da quanto emerge da alcuni carteggi di cui parla, avvenuti tra lei e Primo Levi, fu la stessa avvilente tensione psichica che lo portò al suicidio, generata dall’incomprensione del mondo di fronte all’evidenza e dal senso di colpa per essere stato un salvato e non un sommerso. E fu proprio in questo frangente che in lei emerse una diversa consapevolezza: non aver fatto il proprio dovere di ricordare e di far conoscere a tutti la sua vita, che fece maturare in lei la volontà di iniziare una nuova missione. Dapprima collaborò con il Centro di documentazione ebraica di Milano, poi iniziò gli incontri nelle scuole per esporre la propria testimonianza: “Non ho mai esposto la mia storia per creare divisioni. Ho sempre parlato in modo semplice, con un linguaggio piano e pacato, senza mai predicare l’odio, mai. Non intendo trasmettere un messaggio negativo ai ragazzi: di odio, di vendetta, di disperazione assoluta, perché sono il contrario della vita. Quel che conta per me è far passare un messaggio d’amore e di speranza. E’ questa la mia missione e mi dispiace di non averla intrapresa prima”

Termino con un’altra sua frase scritta nel memoriale della Shoah di Milano presso il binario ventuno:

“Indifferenza: gli orrori di ieri, di oggi e di domani fioriscono all’ombra di quella parola”. 

Schindler's List, così venne terrorizzata una sopravvissuta all'Olocausto. Erika Pomella il 27 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Schindler's List è uno dei film più rappresentativi della Shoah: il film di Spielberg fu così preciso nella ricostruzione di quel periodo da spaventare persino una delle sopravvissute all'Olocausto.

Schindler's List - La lista di Schindler è il film di Steven Spielberg che andrà in onda questa sera alle 20.33 su Iris per celebrare la Giornata della Memoria. La pellicola racconta la vera storia di Oskar Schindler, un uomo che riuscì a salvare centinaia di ebrei dai campi di concentramento.

Schindler's List, la trama

È il 1939 e la Germania ha appena invaso la Polonia, all'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Gli ebrei, come avviene anche in altre parti d'Europa, vengono relegati nei ghetti e gli viene reso impossibile l'accesso alle attività commerciali. Intanto Oskar Schindler (Liam Neeson) decide di avviare una fabbrica per rifornire l'esercito tedesco. La sua abilità negli affari e le sue capacità relazionali gli fanno ottenere la protezione delle SS e la possibilità di vedere la sua azienda crescere, anche con l'aiuto del contabile ebreo Itzhak Stern (Ben Kingsley) che gli indicherà almeno mille ebrei da impieregare nella Deutsche Emaillewarenfabrik (DEF), salvandosi così dalla morte orribile che li attende nei campi di concentramento.

La situazione però degenera quando in città arriva l'ufficiale delle SS Amon Goeth (Ralph Fiennes), famoso per la sua crudeltà gratuita. L'ufficiale ha l'ordine di sgombrare il ghetto di Cracovia e di inviare gli abitanti nel campo di concentramento di Kraków-Płaszów. Goeth procede con una violenza e una cattiveria che lasciano Oskar interdetto e lo spingono ancora di più a cercare un modo per salvare i suoi operai, per impedire loro di morire nello stesso modo in cui ha visto altri perdere la vita.

Il terrore dei superstiti ebrei

Il film di Steven Spielberg - che l'anno prossimo celebrerà il trentennale - è una delle pellicole simbolo delle testimonianze della Shoah ed è una pellicola che celebra un vero e proprio eroe della Seconda Guerra Mondiale, un uomo che ha usato la sua influenza ma anche i suoi soldi per salvare da morte certa centinaia e centinaia di persone. Girato quasi interamente in bianco e nero, Schindler's List è un film che, sebbene facendo largo uso di toni drammatici ed emotivi, mira a raccontare una pagina nerissima della storia del Novecento e, per farlo, si concentra soprattutto sulla verosimiglianza dei suoi protagonisti. Non solo l'Oskar Schindler di Liam Neeson ma anche - e forse soprattutto - l'Amon Goeth portato sul grande schermo da Ralph Fiennes, diventato poi famoso al grande pubblico per aver interpretato Lord Voldemort nella saga di Harry Potter.

L'interpretazione dell'attore fu così precisa e verosimile che finì con lo spaventare una sopravvissuta dell'Olocausto. Come racconta il sito dell'Internet Movie Data Base Mila Pfefferberg, che sopravvisse agli orrori dei campi di concentramento, fece una visita sul set del film di Spielberg e venne presentata a Ralph Fiennes, vestito già come Amon Goeth. La somiglianza con il vero ufficiale delle SS era tale che la donna cominciò a tremare in modo incontrollato, come se la vecchia paura fosse tornata in superficie. Ripresasi dallo choc dell'incontro, la Pfefferberg raccontò anche un aneddoto macabro del suo incontro con il vero Goeth. Come viene ricostruito da Movieplayer.it la donna si trovava in fabbrica, dove stava costruendo una maniglia per una porta quando l'ufficiale delle SS le si avvicinò e le disse: "Se non lo fai bene, ti sparo in testa". La donna continuò il suo lavoro e riuscì a portarlo a termine senza commettere errori, sotto lo sguardo glaciale di Goeth. Questi, alla fine, uscì e solo allora la donna di rese conto di quanto avesse rischiato.

Erika Pomella. Nata a Roma, mi sono laureata in Saperi e Tecniche dello Spettacolo Cinematografico a La Sapienza. Dopo la laurea ho seguito un corso di specializzazione di montaggio e da allora scrivo di Cinema e Spettacolo per numerose testate. Ho collaborato con l’Ambasciata Francese in Italia per

La testimonianza. Il ricordo di Tullio Foà: “Mai dimenticherò il mio compagno di banco morto ad Auschwitz”. Francesca Sabella su Il Riformista il 27 Gennaio 2022. 

«I miei occhi hanno visto ciò che nessuno dovrebbe mai vedere». Tullio Foà, ultimo ebreo napoletano testimone della presenza dei nazisti a Napoli, ripete spesso questa frase contenuta nella lettera che un preside polacco scampato a un campo di sterminio scrisse agli insegnanti di tutto il mondo. Tullio Foà ha voluto raccontare cosa hanno visto i suoi occhi in quegli anni tremendi, quando qualcuno si arrogò il diritto di decidere chi potesse vivere e chi no. Se eri ebreo, non c’era bisogno di chiederselo, non potevi. Oggi Foà ha 88 anni, ma i suoi ricordi sono limpidi, quei giorni nitidi e quelle sensazioni ancora vagano dentro di lui. Forse in cerca di una risposta.

Foà non varcò mai l’ingresso di un campo di concentramento, Napoli fu liberata prima che i nazisti lo deportassero, ma in quell’inferno perse il suo migliore amico, il suo compagno di banco “preferito” Dino Hasson. Foà ha vissuto il terrore, i soprusi e il dolore che un bimbo di cinque anni forse non può capire, ma sentire sì.

Ricorda il dolore e sente il dovere di doverlo raccontare, per non dimenticare. Signor Foà, cosa ricorda del momento nel quale l’ideologia folle dei nazisti divenne legge anche qui a Napoli?

«All’epoca dell’approvazione delle leggi razziali, nel 1938, ai bambini ebrei fu vietato di andare a scuola. Il governo fascista, però, dopo pochi giorni ebbe un leggero ripensamento riguardo alle scuole elementari: se in una città si fosse riusciti a formare una classe di dieci bimbi e bimbe di razza ebraica, questi sarebbero stati autorizzati a frequentare una scuola pubblica. Il problema è che io non avevo ancora compiuto sei anni, la prima elementare era composta da 9 alunni e così il direttore della scuola falsificò il mio certificato di nascita e sui documenti risultò che io avessi già sei anni. Iniziai così a frequentare la prima elementare. Andavo a scuola all’Istituto Luigi Vanvitelli del Vomero con i miei fratelli più grandi, io avevo cinque anni. Qualcosa non mi tornava. Tutti i bimbi entravano dal cancello principale, solo noi da quello secondario, un quarto d’ora prima degli altri e uscivamo un quarto d’ora dopo gli altri. A quel punto era chiaro che gli “anormali” eravamo noi. Potevamo andare al bagno solo dopo che tutti i bambini e le bambine “normali” erano tornati in classe; in palestra, però, non eravamo ammessi, per cui facevamo ginnastica fra i banchi: eravamo la classe speciale degli ebrei».

Quale sensazione le è rimasta addosso di quei momenti?

«Senz’altro la consapevolezza di essere diverso dagli altri. Ero solo un bambino e quindi i primi giorni non capivo bene cosa stesse succedendo intorno a me, ma dopo poco mi fu chiaro. Io ero diverso, non potevo parlare o giocare con gli altri bambini, frequentavo una classe speciale con regole speciali. Capivo che gli altri mi consideravano “strano”. Questa sensazione, a distanza di 83 anni, ancora vive dentro di me».

Cosa successe, invece, nella sua famiglia?

«Quando furono emanate le leggi razziali, mio padre – vice-direttore di banca – fu tra quelli che persero immediatamente il lavoro. Nel 1939 emigrò, quindi, ad Asmara, in Africa orientale, nell’unico paese dove le leggi razziali non erano in vigore. Io ero il minore di cinque fratelli. Il più grande, avendo completato il liceo, avrebbe voluto iscriversi all’università, ma non era consentito; emigrò negli Stati Uniti, dove mia madre aveva una sorella e due fratelli. Rividi entrambi solo nel 1947 e quando guardai negli occhi mio padre, mi resi conto di conoscerlo a stento. Il vuoto che ho sentito in quegli anni lo porto ancora dentro me».

Quegli anni le hanno portato via una persona cara?

«Sì. Fu il primo dolore della mia vita. Il mio compagno di banco, il mio “preferito” come dicevo io, un bambino greco Dino Hasson, fu rimandato in Grecia perché i nazisti gli tolsero la cittadinanza italiana. Arrivato nel suo Paese, fu subito deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scoprimmo solo dopo. E solo dopo scoprimmo che in quel campo ci rimase dieci giorni, poi divenne una nuvola: fu ucciso nei forni crematori insieme con tutta la sua famiglia».

Ricorda le Quattro giornate di Napoli?

«Certo. Innanzitutto, fu un errore che nella storia di Napoli si è fatto spesso: quello di sottovalutare la rabbia e l’orgoglio dei napoletani. Così, l’operazione a sorpresa del sabato divenne una sorpresa per i nazisti, disorientati dalla furia popolare e dall’eroismo dei napoletani, con le “Quattro giornate”. In quattro giorni i napoletani cacciarono i tedeschi dalla città. Ricordo che eravamo chiusi in casa perché sentivamo gli spari incessanti e percepimmo l’agitazione dei tedeschi».

Parlare di un ricordo bello suona forse fuori luogo, ma lei ne ha uno?

«Sì. Il momento più commuovente e di gioia fu quando vidi arrivare gli americani che, ricordiamolo, entrarono senza combattere perché i partigiani avevano già liberato la città. Li vidi arrivare e gli lanciavo dei fiori, loro in cambio tiravano a noi bimbi caramelle e gomme da masticare che non avevamo mai mangiato. E poi ricordo con emozione quando finalmente entrai a scuola dal cancello principale, a testa alta e con dignità».

Lei incontra moltissimi studenti ogni anno, qual è la domanda che le viene rivolta più spesso?

«Mi chiedono sempre se ho voglia di vendicarmi».

Glielo chiedo anche io, c’è dentro lei il desiderio di vendicarsi?

«No. La vendetta non mi appartiene, la mia vendetta è poter raccontare quello che è successo».

Meditate che questo è stato.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Avvocati perseguitati e messi al bando: è dovere di noi giuristi ricordarli. Non è sufficiente onorare la memoria per pacificare un Paese e garantire a una comunità una visione condivisa di futuro, perché bisogna scavare e individuare le corresponsabilità che portarono all'orrore delle leggi razziali. Il Dubbio il 27 gennaio 2022.

Oggi, in tutto il mondo, si celebra la “giornata internazionale della commemorazione in memoria delle vittime della ferocia nazista”; lo ha voluto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con una risoluzione del 1 novembre 2005, scegliendo la data del 27 gennaio in ricordo di quel giorno del 1945 quando le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz svelando al mondo intero l’orrore del genocidio nazifascista.

Al nostro Paese, il merito di avere, alcuni anni prima della risoluzione delle Nazioni Unite, istituito con legge dello Stato, nella stessa data, il “giorno della memoria”. La risoluzione dell’ONU del 2005 impegna tutti gli stati membri delle Nazioni Unite ad inculcare nelle generazioni future le “lezioni dell’olocausto”; un significato simbolico, una commemorazione pubblica delle vittime della Shoah e delle leggi razziali approvate sotto il fascismo, il ricordo collettivo degli uomini e delle donne, ebrei e non, che sono stati uccisi, deportati ed imprigionati, e di tutti coloro che si sono opposti alla ‘soluzione finale’ voluta dai nazisti, rischiando la vita e spesso perdendola.

Non è sufficiente onorare la memoria per pacificare un Paese e garantire a una comunità una visione condivisa di futuro, perché bisogna scavare, individuare le corresponsabilità – legali, morali e storiche – che portarono all’emanazione, all’esecuzione e all’applicazione delle leggi razziali; perché per un ministro della Giustizia che firmò quei provvedimenti, ci furono magistrati che perseguirono, Tribunali che condannarono e Consigli dell’Ordine che cancellarono dagli albi gli avvocati di razza ebraica; e quasi tutta la cultura giuridica italiana che sostenne, con il silenzio, quell’ignominia.

Riprendendo una riflessione pubblica di Andrea Mascherin, “possiamo davvero dirci sicuri che la cultura che generò quell’inferno non sia in essere anche nella nostra società sotto le mentite spoglie della mancanza di solidarietà, della primazia della logica del profitto su quella del diritto, del linguaggio dell’odio sui giornali e sui social, dell’indifferenza nei confronti degli emarginati, del rifiuto preconcetto al confronto con chi è diverso da noi ?”. È una domanda che dobbiamo porci, individualmente come cittadini e come avvocati, collettivamente come comunità di giuristi, coltivando, con la memoria,  il dovere di non dimenticare.

Sergio Paparo, presidente Associazione InsieMe, past presidente Ordine degli avvocati di Firenze

Libia, il crimine fascista rimosso: gli orribili campi in cui morivano i civili. ANTONIO SCURATI su Il Corriere della Sera il 21 Gennaio 2022. 

La prefazione di Antonio Scurati al poema «Il mio solo tormento» (Fandango) in uscita il 24 gennaio, opera dell’arabo Rajab Abuhweish vittima della repressione italiana 

«La mia opinione è che si dovrà venire ai campi di concentramento». Con questa frase, nel 1930, Emilio De Bono, ministro delle Colonie dell’Italia fascista, comunica a Pietro Badoglio, governatore delle colonie libiche, che per piegare la resistenza dei guerriglieri senussiti guidati da Omar al-Mukhtàr, eroe della Resistenza della Cirenaica all’invasore italiano, si sarebbe dovuto procedere a una delle più grandi deportazioni di massa della storia del colonialismo europeo. I due sono ben consapevoli della gravità della misura e mettono in conto, esplicitandolo, che il provvedimento avrebbe portato alla decimazione dell’intera popolazione della regione. Il 20 di giugno del 1930, Pietro Badoglio, l’uomo al quale l’Italia si affiderà per la propria rinascita tredici anni dopo, scrive, infatti a Graziani: «Qual è la linea da seguire? Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso fra le formazioni ribelli e le popolazioni sottomesse. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma oramai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguire sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica». L’uccisione di un intero popolo veniva quindi considerata ciò che oggi chiameremmo «danno collaterale». Benito Mussolini, capo del governo e Duce del fascismo era pienamente informato del tragico progetto e lo approvava pienamente.

Quando si parla di campi di concentramento, il nostro immaginario ci riporta subito al filo spinato di Auschwitz-Birkenau e alla tragedia della persecuzione degli ebrei e dell’Olocausto. In pochi sanno o fingono di non sapere che ben prima dell’orrore nazista a costruire dei luoghi di concentrazione e sterminio furono proprio gli italiani fascisti nelle colonie di quello che era chiamato pomposamente l’impero italiano.

Il sistema dei campi in Cirenaica costituì un salto di qualità nelle politiche di repressione attuate dal regime fascista. Nei primi anni Trenta, nelle 15 istituzioni concentrazionarie della colonia libica, vennero deportate più di 100.000 persone. Alcune di queste morirono prima di raggiungere i campi, sfinite dalle estenuanti marce che potevano superare le centinaia di chilometri, ma la maggior parte, circa 50.000 morì proprio a opera del sistema detentivo, uccisa dall’inedia, dal tifo petecchiale, dalla dissenteria, dalla malaria, dallo scorbuto e varie setticemie, per non parlare delle sevizie quotidiane e le esecuzioni esemplari, smentendo vistosamente i piani sanitari e le precise norme dell’amministrazione coloniale.

L’internamento coloniale è stato un grande laboratorio d’oltremare per l’applicazione di pratiche repressive e violenza razzista che avrebbe poi trovato anche uno sbocco legislativo nella penisola. Per dirla con le parole della storica Silvana Patriarca: «Il colonialismo prima e il razzismo fascista poi servirono ad affermare la bianchezza degli italiani mostrandola incarnata nel potere e nel privilegio che gli italiani detenevano, o aspiravano a detenere, nelle colonie rispetto ai non europei».

Quello che si configura, a distanza di quasi un secolo, come un vero e proprio genocidio non ha mai costituito oggetto di dibattito su chi siamo stati nel nostro passato. Dovremmo avere l’onestà di addossarci quella responsabilità e non dimenticare che gli italiani sono stati anche fascisti, razzisti e colonialisti.

Mi sembra indispensabile scardinare il nostro modo di vederci come vittime della Storia o continuare a perpetuare il mito autoassolutorio degli «italiani brava gente». È indispensabile non soltanto perché ci consentirebbe di chiudere i conti con il passato ma anche, e soprattutto, perché illuminerebbe il nostro presente. C’è, infatti, un rapporto direttamente proporzionale tra la pervicace rimozione del nostro ruolo di carnefici nella storia coloniale e la nostra attuale predisposizione a continuare a pensarci come vittime dei nuovi fenomeni migratori. Non vogliamo sapere e accettare di esser stati carnefici perché rimaniamo avvinghiati alla posizione simbolica della vittima anche riguardo al dramma delle attuali migrazioni di popoli dall’Africa e dal Medio Oriente verso le spiagge delle nostre vacanze. Riconoscerci come attori della violenza nel recente passato coloniale scardinerebbe anche l’attuale, comoda, autoassolutoria e fasulla identificazione simbolica con la posizione della vittima ogniqualvolta un telegiornale riferisce di naufraghi alla deriva nei pressi delle nostre coste. Anche allora, tanti, troppi tra noi continuano a pensarsi come vittime, come la parte offesa, dolente. Tanti, troppi tra noi continuano a pensarsi nella stessa posizione dei nostri nonni, costretti dalla miseria (e da politiche sciagurate) ad abbandonare la propria terra con una valigia di cartone e la morte del cuore. In questo modo, possiamo continuare a ignorare che i dannati dell’emigrazione non siamo noi ma «loro», gli «altri», i disperati che vorremmo «ributtare» a mare.

Che l’Italia e in misura ancora maggiore gli italiani, abbiano una questione irrisolta con il proprio colonialismo è cosa risaputa, ma che si continui a eludere la necessità di riaprire quella pagina di storia è diventato insostenibile sul piano delle nostre responsabilità storiche riguardo al presente. E anche su quello della nostra identità. Sapere si esser stati colonialisti, fascisti, invasori e razzisti in un recente passato, ci aiuterà a capire chi siamo oggi, chi e cosa vogliamo e possiamo essere domani.

Ben venga quindi la traduzione in italiano del Canto di El-Agheila, testimonianza umana e politica di una storia universale di resistenza, che ci costringe a una riflessione non più procrastinabile sul passato violento e coloniale del nostro Paese.

Nel testo che pubblichiamo in questa pagina Antonio Scurati cita il libro di Silvana Patriarca Il colore della Repubblica (Einaudi): un testo che racconta la vicenda dei «figli della guerra», nati dalle relazioni tra donne italiane e militari alleati non bianchi, che dopo il conflitto furono spesso oggetto di comportamenti razzisti da parte dell’ambiente circostante. A partire da questa vicenda poco indagata e considerando anche l’eredità del colonialismo italiano, l’autrice – docente di Storia europea presso la Fordham University di New York – riflette sul modo in cui il nostro Paese si è autorappresentato . «Finché gli italiani bianchi – scrive Silvana Patriarca – non abbandoneranno la concezione etnorazziale dell’identità nazionale, coloro che non sono conformi alla “norma somatica” continueranno a subire qualche forma di emarginazione, discriminazione, esclusione». 

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Gli Affari dei Buonisti.

Antonio Giangrande: Affidati alla sinistra.

Dove c'è l'affare lì ci sono loro: i sinistri e le loro associazioni. E solo loro sono finanziate.

La lotta alla mafia è un business con i finanziamenti pubblici e l'espropriazione proletaria dei beni.

I mafiosi si inventano, non si combattono.

L'accoglienza dei migranti è un business con i finanziamenti pubblici.

Accoglierli è umano, incentivare le partenze ed andarli a prendere è criminale.

L'affidamento dei minori è un business con i finanziamenti pubblici.

Tutelare l’infanzia è comprensivo. Toglierli ai genitori naturali e legittimi a scopo di lucro è criminale.

L'aiuto alle donne vittime di violenza è un business con i finanziamenti pubblici.

Sorreggere le donne, vittime di violenza è solidale. Inventare le accuse è criminale.

Mare nostrum. Dalle prime civiltà alle migrazioni, da millenni tutto confluisce nel Mediterraneo. Egidio Ivetic su L’Inkiesta il 12 Dicembre 2022

I primi commerci, i suoi capolavori artistici, le religioni, i racconti epici. Egidio Ivetic ricostruisce la storia di un epicentro globale partendo proprio dallo spazio acqueo che delimita le sue terre

La spider azzurra sfreccia lungo la Grande Corniche, tra curve a gomito e pendii coperti da oliveti, taglia i tornanti, evita di misura i torpedoni, stacca la Citroën nera dei poliziotti in borghese. Giacca grigio perla e foulard nero a pois, Cary Grant a ogni accelerata viene colto dal terrore, ma Grace Kelly è sicura al volante e si sta divertendo. Si fermano sopra Montecarlo. Il mare, il Mediterraneo, è lì, immenso e solare. Invidiamo Cary Grant, alias John Robie, la sua villa in pietra, con il patio, posta in altura e affacciata sull’incantevole striscia costiera del sud della Francia…

Rivedere Caccia al ladro, film del 1955 di Alfred Hitchcock, è un po’ come sperimentare ogni volta l’emozione di una splendida vacanza, sullo sfondo di un Mediterraneo di classe che non c’è più. Anche i più umili, anche l’arzilla fioraia nel mercato, appaiono eleganti. Un Mediterraneo dispensatore di atmosfere di sogno e di raffinatezze, che converge in un luogo sofisticato come l’Hôtel Carlton Intercontinental, scintillante ritrovo di una mondanità cosmopolita, crocevia di personaggi affascinanti e avventurosi. Ma sappiamo che non è così.

Un Mediterraneo del tutto opposto, che è poi quasi tutto il Mediterraneo, ci parla di alture, paesini, isole, dialetti, distanze interminabili per raggiungere il sud, di facce arcaiche, di donne velate, di povertà, di case bianche e muretti. È su scorci ruvidi come questi che si fissa lo sguardo di Gian Maria Volonté, il Carlo Levi cinematografico, rassegnato in un pensiero struggente: perché non è più tornato, nonostante la promessa, tra quella gente, ad Aliano? Anche questo è Mediterraneo, un luogo da cui allontanarsi.

Per quanto chiuso, è un mare difficile da scrutare: al di là del paesaggio e delle atmosfere, siamo immancabilmente ricondotti alla storia. Le triremi, gli elmi greci, i templi, gli eroi, gli dei, i racconti di antiche civiltà o di quelle ancora vive concorrono a disegnare un’immagine che si trasmette già con le prime letture scolastiche. Tutto ciò fa del Mediterraneo una realtà eccezionalmente ricca e articolata, un luogo e un’idea assai poco scontati, caratterizzati da una densa stratificazione di significati, più di quanto ci si possa aspettare da un oceano, sia esso l’antico Oceano Indiano o i più recenti Atlantico e Pacifico. Se è vero infatti che ognuno di questi oceani unisce tre continenti, il Mediterraneo non è da meno: unico tra i mari, anch’esso unisce tre continenti.

In questo spazio confluiscono e si intrecciano percorsi ed eventi che originano nei cuori dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa. Il Mediterraneo è il punto mediano di un unico continente afro-euro-asiatico, l’epicentro della grande storia che qui transita e da qui scaturisce. Per alcuni millenni nel suo perimetro si è concentrato il mondo immaginabile, almeno fino alla scoperta dell’America. Un Mediterraneo remoto, quasi eterno, che troviamo stilizzato nello schema T-O derivato dagli scritti di Isidoro di Siviglia.

Il simbolo, risalente al VII secolo e frutto di saperi precedenti, successivamente è stato ripreso in età medievale, nei testi sia arabi sia latini, per essere infine raffigurato a stampa nella prima edizione delle Etymologiae del 1472. In questa Mappa mundi la T rappresenta il Mare magnum sive mediterraneum, chiuso tra l’Asia (Sem), sopra la linea della T, l’Europa (Iafeth) a sinistra e l’Africa (Cam) a destra.

Attorno c’è il cerchio del Mare oceanum, l’imperscrutabile spazio acqueo che delimitava le terre note. La fisicità del Mediterraneo ci è familiare, l’abbiamo introiettata a forza di guardare il mappamondo in classe. È un corpo che si disloca in più bacini, altrettanti mari. Un corpo contorto, come un immenso Lago dei Quattro Cantoni. 2,5 milioni di chilometri quadrati, per uno sviluppo latitudinale di circa 3.000 chilometri; occorrono quattro ore di volo in aereo di linea per coprire la distanza da un capo all’altro. A calcolare le regioni costiere mediterranee, e sono sessanta, la fascia litoranea raggiunge un altro milione di chilometri quadrati; così, il Mediterraneo si estende complessivamente su circa 3,5 milioni di chilometri quadrati. Per fare un paragone, l’Unione Europea ne copre 4,5 milioni.

Le regioni geografiche e storiche che fanno il Mediterraneo sono l’Italia, il suo centro; la Penisola Iberica, il suo occidente; i Balcani e l’Anatolia, il suo oriente; il Maghreb e il Mashrek, il suo meridione. Gli stati che si affacciano sul Mediterraneo, o vi rientrano, sono 23, da giganti demografici come l’Egitto, con i suoi 101 milioni di abitanti, a stati minimi come il Principato di Monaco o lo Stato del Vaticano. La popolazione rivierasca si aggira attorno ai 60 milioni, ma il totale demografico degli stati supera i 600 milioni di abitanti.

Le coste mediterranee sono molto irregolari, soprattutto il versante europeo, e si sviluppano per oltre 46mila chilometri. Come confronto, si consideri l’Oceano Indiano, che si estende per 66mila chilometri. Pochi dati che bastano a mostrarci come il Mediterraneo abbia le fattezze di un piccolo continente, incentrato sul mare. Come avvicinarsi a questo luogo straordinario del globo terreste? Come afferrarne l’unicità e la diversità? Nell’area mediterranea sono le testimonianze del passato a definire molta parte del panorama.

Non parliamo solo dei resti architettonici, delle città sepolte come Pompei, o di tutti quegli strati e substrati archeologici ancora visibili nelle viuzze di Napoli o di Roma: anche il classico paesaggio naturalistico mediterraneo, fatto di olivi, vigneti, grano, cipressi, fichi, in molti luoghi deriva da quello che gli studiosi dell’antichità chiamano «romanizzazione», un processo politico e culturale che ha comportato un profondo e diffuso intervento di trasformazione ambientale.

Per Hegel, il Mediterraneo rappresenta l’asse della storia mondiale, nel suo passaggio da oriente verso occidente. In una sorta di «compresenza» marittima e antropologica, nel corso dei secoli i diversi filoni della sua storia non fanno che intersecarsi e reagire gli uni sugli altri: la Grecia antica, la potenza imperiale romana, il cristianesimo latino, il Rinascimento italiano, la tradizione cristiana ortodossa, Costantinopoli e l’impero bizantino, la civiltà islamica che ha trovato il suo primo compimento nell’espansione lungo le sponde mediterranee, e le comunità ebraiche che si sono sviluppate praticamente in ogni città mediterranea.

Secondo la magistrale analisi di Fernand Braudel si danno non uno ma due o tre Mediterranei. Di certo, per capire veramente il Mediterraneo dobbiamo innanzi tutto ricordare che ci sono quattro calendari nella sua storia e che essi convivono in diversi tratti delle sue sponde: gregoriano, giuliano, ebraico e musulmano.

La lunga durata, che si riverbera in ogni tratto delle regioni mediterranee, ci autorizza a parlare di un tempo storico mediterraneo, in cui confluiscono diversi tempi storici. Il tempo mediterraneo affianca il tempo europeo, pur differenziandosene: vi si susseguono una protostoria, poi una classicità con la civiltà cretese e micenea, tre tempi romani – la repubblica, l’impero, Bisanzio –, il tempo dell’espansione musulmana, un Medioevo fatto di scontri e confronti, un Otto-Novecento coloniale. Come sistema integrato, il Mediterraneo è stato tale fino all’avvento della modernità. Nonostante le guerre e le migrazioni era un agglomerato di sistemi regionali economici e, a sua volta, faceva sistema, metteva in relazione, anche quando esprimeva una faglia tra civiltà: era insomma un mezzo condiviso che serviva per trasportare merci, raggiungere e connettere sponde lontane, tessere scambi commerciali o spostare intere comunità, creare colonie, avviare diaspore.

Un mondo di Nettuno anche temibile. La ruralità insita nell’uomo sin dal Neolitico ha infatti sempre guardato con diffidenza o apprensione alla «pianura fluida», come l’ha definita Braudel. Padroneggiarla ha richiesto peculiari capacità tecniche e un forte spirito temerario, come quello incarnato da Ulisse. Da mezzo, il mare si è poi trasformato in oggetto. Oggetto di conoscenze scientifiche, di studi idrologici, biologici marini; oggetto di sovranità nazionale, in cui si è proiettata l’ambizione marinara dei paesi, definito da carte nautiche, fari, militarizzazione delle coste, precise regole doganali ed eccezioni (comunque regolate) come i porti franchi, marine militari; oggetto di una nuova sensibilità romantica. Luogo di struggenti tramonti, il mare fornisce con la sua vastità orizzonti sterminati alla proiezione o meglio all’espansione dell’io.

Grazie alla ritrovata mitologia classica, ogni centimetro di terra mediterranea è benedetto, consacrato dall’archeologia, diventa un’eredità sacra, come ci ha insegnato Winckelmann. Dal 1945-1950 in poi, il Mediterraneo si è trasformato in risorsa da sfruttare, dagli impianti per estrarre idrocarburi e gas agli stabilimenti balneari, dalla speculazione o «programmazione» edilizia alle crociere su navi mastodontiche, dalla commercializzazione delle cosiddette «città d’arte» alla perimetrazione di zone economiche esclusive.

Negli ultimi decenni, infine, è diventato il teatro di migrazioni che partono dal Sahel e dal Medio Oriente, flussi di individui in fuga da realtà disperate quando non atroci, percorrono in condizioni spesso proibitive tre rotte principali, occidentale, verso la Spagna; centrale, verso l’Italia; orientale, verso la Grecia. Sono sospinti dalla motivazione di sempre: la ricerca di una vita diversa. Il luminoso e magico Mediterraneo di Caccia al ladro è allora scomparso per sempre? Forse sì, ma nella nostra epoca dove si decostruisce concettualmente tutto, dove «Occidente» non è più un’idea forte, dove l’Europa è ormai una periferia del mondo, e il suo passato egemonico e coloniale discusso e condannato, il Mediterraneo, il Mare Nostrum permane, indiscutibile, poliedrico, eterno, con la sua ricchezza e complessità di contesti, storie e significati.

Il grande racconto del mediterraneo, Egidio Ivetic, Il Mulino, pagg. 392 con 200 illustrazioni , euro 48,00

Migranti, ora spunta il "viaggio di lusso": le confessioni del trafficante. Giuseppe De Lorenzo il 22 Novembre 2022 su Il Giornale.

A Quarta Repubblica un documento esclusivo: parla uno scafista tunisino. I viaggi "vip" fino a 3mila euro.

Business is business. E questo rende, eccome se rende. Il prezzo medio per salire su una barca che dalla Tunisia raggiunge l'Italia non scende sotto i mille euro, cifra minima con cui condividerai il viaggio "con altre trenta persone". Ma normalmente, i migranti che da Tunisi usano dei barchini veloci per raggiungere Lampedusa pagano molto di più. Anche 3mila euro a persona: "Ci sono stati politici che abbiamo portato fuori dal Paese, ma anche figli di calciatori".

A parlare a Quarta Repubblica, in un documento esclusivo, è uno scafista. Un trafficante di uomini. È molto giovane, meno di 30 anni, e lo si capisce dalle movenze anche se non si mostra mai in volto. Comanda da tre anni una potente famiglia criminale dedita al traffico di esseri umani. "Prima di fare questo studiavo - racconta - ho fatto tre anni di università. Ma questo non è un lavoro, è una passione. Ho imparato a portare la barca da piccolo con i miei zii. Poi tutto è iniziato un giorno quando, non trovando un capitano, mi hanno detto: 'Tocca a te'. Così ho iniziato e mi è piaciuto".

I viaggi dalla Tunisia sono ben diversi da quelli che siamo abituati a vedere dalla Libia. Sono diverse le disponibilità economiche di chi parte. Gli africani subsahariani, con poco da investire, si dirigono Tripoli; qui invece i poveri non li accettano nemmeno. I migranti selezionati possono scegliere: il servizio base, che prevede di essere accompagnati dallo scafista solo fino alle acque internazionali dove poi la guida viene lasciata "ad uno dei migranti istruito due o tre giorni prima"; oppure chiedere il servizio completo, che prevede lo sbarco a Lampedusa anche dello scafista. Una migrazione da vip.

Lui, il trafficante intervistato dalla trasmissione di Nicola Porro, sostiene di essere stato almeno due volte in Italia dove la polizia gli avrebbe preso le impronte digitali. "Noi rappresentiamo la sicurezza - dice - i libici invece fanno contrabbando di africani. Li mettono l'uno sull'altro". Chi paga molto, non vuole rischi. Per questo i trafficanti li accompagnano fino all'Italia, corrompono la guardia costiera tunisina e "anche in Italia versiamo tangenti". Non c'è bisogno neppure bisogno dell'intervento delle Ong, che la maggior parte delle volte operano nel tratto di mare di fronte alle coste libiche. "Abbiamo contatti in Italia e anche loro vengono pagati. Viene fatta una telefonata prima di partire, ma non per tutti, solo per quelli vip. Viene fatta una telefonata e quelle persone raggiungeranno l'Italia senza neppure toccare l'acqua".

E la nuova politica del governo Meloni? Preoccupa gli scafisti tunisini? A rispondere è il "reclutatore", colui il quale si occupa di trovare persone disposte a partire. L'intermediario tra scafisti e migranti. "Per i prossimi mesi la migrazione diminuirà per via del tempo ma anche perché dobbiamo capire la situazione in Italia".

“Se va storto buttateli a mare”. Quel traffico fra Tunisia e Sicilia. Maurizio Zoppi su L’Identità il 18 Novembre 2022 

Un traffico umano, uno dei tanti, è stato sventato attraverso l’operazione “Mare aperto” condotta dalle forze dell’ordine di Caltanissetta. Una rete dedita all’immigrazione clandestina che faceva base a Niscemi, è stata smantellata dalla polizia di stato. Dei 18 destinatari delle misure cautelari disposte dal Gip, 12 sono stati catturati, mentre 6 sono tuttora irreperibili, poiché probabilmente all’estero. Il gruppo criminale avrebbe organizzato i viaggi sull’asse Tunisia-Sicilia. In particolare, le imbarcazioni degli scafisti sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’Agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il ‘carico’ di migranti. I nord africani, usati come vera e propria merce di profitto: “Se qualcosa va storto buttateli a mare”. Questa la regola di ingaggio, ascoltata dagli investigatori attraverso le intercettazioni dai cellulari dei criminali.

Il cuore pulsante dell’organizzazione? Una coppia di tunisini agli arresti domiciliari per reati di altro tipo. Poi tra Gela e tutta la costa sud della Sicilia, erano presenti altri componenti dell’associazione criminale. Ogni migrante per andare a bordo di un “barchino della speranza” pagava dai 3mila ai 5mila euro.

La genesi dell’indagine risale esattamente al 21 febbraio del 2018, quando all’imbocco del porto di Gela si “incagliava una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli”, segnalata da un pescatore del luogo. Immediate le indagini condotte della Squadra Mobile. La scoperta: era stata rubato a Catania pochi giorni prima e che da quella imbarcazione, erano sbarcate decine di persone probabilmente di origini africane. Dalla procura la circostanza aggravante è quella di aver “esposto a serio pericolo di vita i migranti trasportati, di aver sottoposto a trattamento inumano e degradante i migranti e di aver commesso i reati per trarne un profitto”.

“Il gruppo utilizzava piccole imbarcazioni dotate di potenti motori fuoribordo – spiegano gli investigatori – i viaggi avvenivano fra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche, Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento. Uno di questi viaggi, non portato a termine, ha consentito l’avvio dell’indagine”.

“Abbiamo individuato anche il livello finanziario dell’organizzazione – spiega il direttore centrale dell’anticrimine, Francesco Messina – in Tunisia, il contante, veniva poi inviato in Italia, attraverso alcune agenzie internazionali specializzate in servizi di trasferimento di denaro, per essere poi successivamente versato su carte prepagate in uso ai promotori dell’associazione, i quali lo reinvestivano, per aumentare i profitti”.

Nel frattempo, davanti all’ennesima inchiesta giudiziaria sui “trafficanti dei migranti” in Sicilia, Alpha non si scompone. La parola: “Baciamo le mani” è una delle poche frasi che il ragazzo della Guinea-Bissau, sa dire in italiano. Così, “Baciamo le mani” sono chiamati i loro compaesani residenti in Sicilia, che in Libano oppure in Marocco o in Tunisia, organizzano le “tratte della morte”.

Alpha Silva è uno dei tanti africani arrivati in Europa a bordo delle carrette del mare. Dopo essere sbarcato come molti a Lampedusa, ora vive a Londra, dove lavora da qualche anno, e possiede un regolare passaporto portoghese ottenuto dopo aver sposato una donna di Lisbona.

Alpha non si scandalizza nemmeno davanti all’ultima strage del mare nella quale hanno perso la vita decine di persone giorni fa a Lampedusa. A L’identità spiega: “Morire fa parte del gioco. È un rischio che conosciamo. Ma è l’unico modo per raggiungere l’Europa. Anzi, ne esiste un altro. Diventare un terrorista”.

Rispetto ai trafficanti di vite umane dice: “Queste organizzazioni sono ramificate in quasi tutta l’Africa. Funzionano come agenzie turistiche locali che fanno capo alla sede centrale situata in alcuni porti del nord Africa da dove partono le barche. Io sono stato fortunato e sono ancora vivo. Ci ho impiegato 4 anni per arrivare in Italia. La metà degli anni, per raggiungere la Libia. Ma per molti che scappano, l’unica salvezza, purtroppo, è la morte”.

Migranti, arrestate 18 persone accusate di fare da scafisti tra Italia e Tunisia. Il Domani il 17 novembre 2022

Alla presunta organizzazione viene contestato l’aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita dei migranti; di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante e di aver commesso i reati per trarne un profitto. Per ogni viaggio si pagava una cifra tra i 3mila e i 5mila euro

Dodici persone sono finite in carcere e sei agli arresti domiciliari dopo le disposizioni del gip di Caltanissetta con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo gli inquirenti, le imbarcazioni con a bordo gli scafisti sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con i migranti.

Alla presunta organizzazione viene contestato l’aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita dei migranti; di averli sottoposti a trattamento inumano e degradante e di aver commesso i reati per trarne un profitto. Il sodalizio sarebbe stato promosso da un uomo e una donna tunisini, entrambi già sottoposti agli arresti domiciliari per analoghi reati. Secondo gli inquirenti gestivano l’organizzazione da una casa a Niscemi. Il gruppo era composto da 11 cittadini di nazionalità tunisina e 7 di nazionalità italiana. Ognuno aveva dei compiti ben precisi: quattro svolgevano l’attività di scafista, due gestivano le casse dell’organizzazione, altri curavano l’aspetto logistico e quattro facevano da “connection man” raccogliendo i soldi dei migranti che volevano giungere in Europa direttamente in patria. 

IL VIAGGIO

A bordo di piccole imbarcazioni con motori fuoribordo venivano trasportate dalle 10 alle 30 persone per ogni viaggio. La tratta durava in totale circa 4 ore, con partenza dalle città costiere tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e arrivava nelle province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento.

I migranti pagavano una cifra che oscillava tra i 3mila e i 5mila euro per il viaggio. Il presunto profitto dell’organizzazione criminale, quindi, si attesterebbe tra i 30.000 e i 70.000 euro per ogni imbarcazione. I soldi venivano trasferiti in Italia attraverso alcune agenzie internazionali e poi versate su carte prepagate, parte del denaro veniva investito nuovamente per l’acquisto di nuove imbarcazioni.

18 arresti, la base a Niscemi. Traffico di migranti tra Sicilia e Tunisia, viaggi fino a 5mila euro: “Buttateli in mare in caso di avaria”. Redazione su Il Riformista il 17 Novembre 2022.

Se ci fossero stati problemi, come un’avaria dei motori, gli scafisti avrebbero dovuto sbarazzarsi dei Migranti in alto mare qualora necessario. È quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche disposte dall’Autorità Giudiziaria in merito all’inchiesta ‘Mare aperto‘ della Procura di Caltanissetta, che ha portato la polizia ad eseguire nelle scorse ore 18 misure cautelari (12 in carcere e 6 agli arresti domiciliari) per associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Stando a quanto ricostruito nelle indagini, le imbarcazioni degli scafisti sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il ‘carico’ di Migranti. Coinvolti 11 tunisini e sette italiani.

Viaggi clandestini dal costo che oscillava tra i 3mila e i 5mila euro. Questo il prezzo pro-capite, pagato in contanti in Tunisia prima della partenza. Il presunto profitto dell’organizzazione criminale, quindi, si attesterebbe tra i 30mila e i 70mila euro per ogni viaggio. Stando alle ricostruzioni, il denaro raccolto in Tunisia sarebbe stato inviato in Italia, a Scicli in provincia di Ragusa, attraverso note agenzie internazionali, specializzate in servizi per il trasferimento di denaro, per essere successivamente versato su carte prepagate in uso ai promotori dell’associazione, i quali lo avrebbero reinvestito per aumentare i profitti dell’associazione, comprando, ad esempio, nuove imbarcazioni da utilizzare per le traversate.

Le imbarcazioni sarebbero partite dal porto di Gela o dalle coste dell’agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il ‘carico‘ di Migranti. L’associazione per delinquere, con vari punti strategici dislocati in più centri siciliani – Scicli, Catania e Mazara del Vallo –, avrebbe impiegato piccole imbarcazioni, munite di potenti motori fuoribordo, condotte da esperti scafisti che avrebbero operato nel braccio di mare tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento, così da raggiungere le coste italiane in meno di 4 ore, trasportando dalle 10 alle 30 persone per volta, esponendole a grave pericolo per la vita.

Le indagini hanno avuto inizio il 21 febbraio 2019 quando all’imbocco del porto di Gela si è incagliata una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli, segnalata da un pescatore del luogo. Gli accertamenti condotti dagli investigatori della squadra mobile hanno permesso di appurare che l’imbarcazione era stata rubata a Catania pochi giorni prima e che erano sbarcate decine di persone presumibilmente di origini nord africane. Le prime attività investigative, frutto della capillare conoscenza del territorio degli uomini della polizia di Stato, hanno permesso di risalire ad una coppia di origini tunisine che favoriva l’ingresso irregolare sul territorio italiano, principalmente di cittadini nord africani.

LE ACCUSE – A carico degli indagati, 11 di nazionalità tunisina e 7 italiana, secondo la ricostruzione fatta dalla Procura della Repubblica nissena e vagliata dal Gip, sussistono gravi indizi di partecipazione a un’organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; reato aggravato dal fatto che l’associazione era composta da più di dieci persone; era finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di più di 5 persone; aveva carattere transnazionale in quanto operativa in più stati. È stata altresì contestata la circostanza aggravante di aver esposto a serio pericolo di vita i Migranti da loro trasportati; di aver sottoposto a trattamento inumano e degradante i Migranti e di aver commesso i reati per trarne un profitto.

Tutte le aggravanti sono state ritenute sussistenti dal Gip. La presunta organizzazione criminale sarebbe stata promossa da un uomo e una donna tunisini, entrambi, già all’epoca dei fatti, sottoposti agli arresti domiciliari per analoghi reati – per i quali hanno riportato condanna ritenuta definitiva nel corso delle indagini –, che gestivano l’attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina da una casa sita in territorio di Niscemi.

Le indagini hanno permesso inoltre di individuare un altro soggetto di Niscemi che avrebbe avuto il ruolo di capo, due tunisini con base operativa a Scicli che avrebbero avuto il compito di gestire le casse dell’associazione per delinquere, 5 italiani che avrebbero curato gli aspetti logistici, come l’ospitalità subito dopo lo sbarco sulle coste siciliane ed il trasferimento degli scafisti dalla stazione dei pullman alla base operativa, 4 scafisti (un italiano e 3 tunisini) e 4 tunisini che avrebbero avuto il ruolo di ‘connection man‘ con il compito, in madre patria, di raccogliere il denaro dei Migranti che volevano raggiungere l’Europa.

La base operativa della presunta associazione per delinquere è stata individuata alla periferia della città di Niscemi, all’interno di una vecchia masseria, dove insiste anche un campo volo privato, il cui proprietario, un imprenditore agricolo niscemese, è oggi indagato e destinatario della misura cautelare in carcere perché ritenuto tra i capi del sodalizio criminale. Qui, dimora della coppia tunisina, sarebbero stati altresì ospitati gli scafisti di spola provenienti dalla Tunisia e sarebbero stati trasportati – a mezzo di speciali autocarri – le imbarcazioni da impiegare per le traversate dalle coste nord africane a quelle siciliane.

Il proprietario della masseria si sarebbe messo a disposizione della presunta organizzazione criminale anche attraverso l’assunzione fittizia di alcuni sodali stranieri, al fine di legittimarne la permanenza o l’ingresso nel territorio italiano. Anche uno dei due promotori tunisini sarebbe stato impiegato come bracciante agricolo con lo scopo di eludere la misura degli arresti domiciliari ed ottenere la concessione di appositi permessi che potessero consentirgli ampi margini di manovra per organizzare liberamente i viaggi dei connazionali. In più occasioni sarebbe stato proprio lo stesso imprenditore niscemese a recarsi in Tunisia come portavoce del promotore tunisino, prendendo accordi con gli accoliti del luogo al fine di pianificare le fasi della traversata e le modalità di spartizione dei proventi, nonché per mettersi a disposizione offrendo fittizi contratti di lavoro ai Migranti giunti in Italia.

Nel corso dell’indagine è stato possibile ricostruire la presunta organizzazione di più viaggi organizzati dalla Tunisia alle coste italiane. Il 26 luglio 2020, in uno dei viaggi pianificati dagli indagati, un’imbarcazione sarebbe partita dal Porto di Licata in direzione delle coste tunisine proprio al fine di prelevare il carico di esseri umani per condurli in Italia. Solo l’avaria di entrambi i motori non ha permesso la conclusione del viaggio; pertanto il natante rimasto alla deriva “mare aperto”, da qui il nome dell’odierna operazione. Grazie alla stretta collaborazione della Capitaneria di Porto di Porto Empedocle e del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Mazara del Vallo, è stato possibile individuare l’imbarcazione durante le fasi di rientro dalle coste tunisine, identificando così gli scafisti facenti parte dell’organizzazione criminale. In particolar modo il natante è stato rintracciato di fronte le coste del comune di Mazara del Vallo.

Le fasi dell’organizzazione del traffico di Migranti, come detto, sono state oggetto di attività di intercettazioni telefoniche disposte dall’Autorità giudiziaria. L’attività ha permesso di far emergere la determinazione, da parte degli scafisti, di sbarazzarsi dei Migranti in alto mare qualora necessario, ovvero in caso di avaria dei motori.

I finanziamenti fantasma alle coop: non c'è solo il ghetto dei migranti. Gli scandali che riguardano le grandi cooperative di accoglienza sono all'ordine del giorno, nel silenzio delle istituzioni. Bianca Leonardi il 13 Dicembre 2022 su Il Giornale.

“Non ne sappiamo niente, sulla piattaforma istituzionale non riusciamo ad avere la documentazione. Non abbiamo notizie su Borgo Mezzanone, non abbiamo conoscenza di chi lo sta gestendo al momento”. Così fa sapere a IlGiornale.it Fratelli d'Italia dal Consiglio Regionale pugliese in merito all’erogazione fantasma, che non presenta l’aggiudicatario, di circa 700mila euro da parte del presidente Emiliano per la gestione dell’accoglienza nel ghetto foggiano. Un alone di mistero sulla gestione migranti che, come abbiamo già documentato, riguarda principalmente i grandi colossi dell’accoglienza. Al centro di questi pochi chiari collegamenti tra enti istituzionali e gestori, quello della Regione Puglia non è sicuramente l’unico esempio, anzi.

Altro caso eclatante è quello che riguarda l’ex coop Ecofficine Edeco di Padova, coinvolta in uno scandalo giudiziario nel 2019 che ha visto come indagati - oltre al presidente e parte del cda - anche gli allora vice prefetto, vice prefetto vicario e un funzionario sempre della prefettura. Le accuse principali erano quelle di frode nelle pubbliche forniture, tentata truffa e malagestione del hub migranti. Si scopre, però, che dalle ceneri di Edeco opera oggi una nuova società - Ekene - che presenta il solito gruppo dirigente ma opera con nuove ragioni sociali. All’interno del cda di Ekene, nata formalmente nel 2020, troviamo infatti Simone Barile, ex presidente Edeco e indagato, la moglie - anch’essa indagato ed ex vice presidente Edeco - Sara Felpati e Annalisa Carrara, già presente nel cda della vecchia coop. Nonostante ciò, la nuova creatura è al centro delle vincite di numerosi bandi: ultimo quello di quest’anno che ha portato nelle tasche di Ekene ben 847mila euro per un solo anno, erogati dalla prefettura di Nuoro per la gestione dell’unico centro permanente di rimpatrio in Sardegna.

E sempre di prefetture si parla consultando i documenti di un’altra delle più grandi realtà italiane: la siciliana Badia Grande o anche - come la definiscono i giornali locali - “asso pigliatutto dell’accoglienza. La storia di questa coop nasce con la condanna del fondatore, Don Sergio Librizzi - ex numero uno della Caritas di Trapani - per induzione alla corruzione e, si scopre, abbia gestito, accanto a Medihospes, anche il Cara di Mineo, il centro accoglienza invischiato nell’inchiesta di Mafia Capitale.

Oggi il presidente, Antonio Manca ha all’attivo un processo su richiesta della procura di Bari con l’accusa di aver frodato lo Stato, un’inchiesta ad Agrigento e un processo a Trapani per truffa allo Stato. Ed è proprio a Trapani che qualcosa non torna: nel 2021 infatti la prefettura aveva affidato un bando da 18 milioni di euro alla coop nonostante le indagini del patron Manca fossero giù terminate e dichiarato colpevole. Dal canto suo la Prefettura, quando venne fuori la cosa, disse di non sapere e che “se avesse saputo, questo fatto avrebbe potuto influire sulla scelta”. In realtà sembrerebbe che la Procura di Trapani avesse comunicato l’iter alla prefettura e proprio questa non si sarebbe costituita parte civile.

Ma c’è di più: la stessa prefettura di Trapani tra il 2021 e il 2022 ha erogato alla coop più di 778 mila euro per l’hotspot siciliano di Pozzallo. A ciò si aggiunge l’hotspot di Lampedusa che la Badia Grande ha vinto con un appalto da 2,9 milioni di euro.

Il Bestiario, il Lavorathoro. Il Lavorathoro è un essere leggendario che adora i lavoratori soprattutto la domenica. Giovanni Zola l’1 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il Lavorathoro è un essere leggendario che adora i lavoratori soprattutto la domenica.

Il Lavorathoro nasce nel 1980 a Bétroulilié, in Costa d’Avorio. La leggenda narra che la prima parola pronunciata non fu “mamma”, non fu “papà” e non fu neanche “betoniera”, bensì proprio “lavoratore”. Da piccolo, invece delle macchinine o dei soldatini, si faceva regalare strumenti da lavoro come pale, picconi e cazzuole. Già alle elementari fonda un suo piccolo sindacato “Più merende per tutti” (PMT), per condividere le merendine con i compagni di classe più poveri.

Nel 1999, a 19 anni, il Lavorathoro si trasferisce in Italia e si laurea in Sociologia nel 2010 a soli 30 anni. Per non smentire la sua passione per i lavoratori scrive una tesi dal titolo: "Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti". Purtroppo il suo relatore muore di vecchiaia mentre legge il titolo a causa della lunghezza. Malgrado l’incidente il Lavorathoro non si perde d’animo nella difesa della sua causa.

Nel 2012 organizza una marcia dei “senza carta d’identità” che attraversano 6 paesi europei senza documenti per chiedere la libertà di circolazione, in realtà appena esce di casa non viene arrestato per miracolo. Ma il Lavorathoro continua la sua battaglia senza arrendersi.

Diventa sindacalista del Coordinamento Agricolo occupandosi soprattutto della tutela dei diritti dei braccianti. In questo frangente il Lavorathoro chiede al governo Conte un tavolo operativo di contrasto al caporalato e allo sfruttamento in agricoltura. Il tavolo però ha una gamba più corta per cui la riunione si riduce alla ricerca da parte dei Ministri di un pezzo di cartone per non far traballare il tavolo.

Il 16 giugno 2020 il Lavorathoro si incatena facendo un simbolico sciopero della fame e della sete con lo scopo di essere ascoltato dal Governo. Purtroppo perde le chiavi del lucchetto e rimane incatenato per davvero per tre settimane perdendo quindici chili. Ma la sua passione per i lavoratori non si affievolisce.

Alle elezioni politiche del 2022 il Lavorathoro viene eletto nella lista Alleanza Verdi e sinistra. Grande vittoria per lui che può finalmente occuparsi dei lavoratori dall’interno del Parlamento e farsi dare del lei.

Il 24 novembre 2022 il Lavorathoro si autosospende dal gruppo parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, per non aver pagato lo stipendio ai lavoratori delle sue cooperative. Del Lavorathoro non si hanno più notizie.

Aboubakar Soumahoro, le coop gestite da moglie e suocera al centro di accertamenti. Lui: «Nessuna indagine su di me». Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 17 Novembre 2022 

La procura di Latina ha avviato accertamenti sulle cooperative gestite da moglie e suocera di Aboubakar Soumahoro, dopo le denunce di un sindacato. Al momento non ci sono ipotesi di reato, e il deputato ha smentito ci siano indagini su di lui 

La procura di Latina, tramite i carabinieri del comando provinciale, ha avviato accertamenti sulle cooperative gestite dalla moglie e dalla suocera del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Aboubakar Soumahoro in seguito alle denunce di un sindacato su presunte irregolarità nei pagamenti dei dipendenti. 

L’indagine è al momento puramente «esplorativa» perché non ci sarebbero profili penalmente rilevanti e il fascicolo non ipotizza reati. 

Lo stesso deputato ha precisato, in un post su Facebook, di non essere «né indagato né coinvolto in nessuna indagine», e di aver «dato mandato ai miei legali di perseguire penalmente chiunque infanga il mio nome o la mia immagine, mi diffama o getta ombra sulla mia reputazione».

Gli accertamenti

Gli accertamenti in corso sono l’appendice di una vicenda fondata su presunte irregolarità amministrative e già finita davanti all’Ispettorato del lavoro che alcune settimane fa aveva portato a un accordo sul riconoscimento di pagamenti arretrati ai lavoratori della Karibù e del Consorzio Aid che ne avevano sollecitato il saldo. 

Le nuove denunce del sindacato Uiltucs, che ricalcano in parte quelle di esponenti locali di CasaPound, adombrano altre irregolarità gestionali, legate alle condizioni di lavoro all’interno dei centri di accoglienza per immigrati.

 Le denunce sulle condizioni igienico sanitarie delle strutture

Negli anni scorsi le due sigle erano arrivate a contare in totale 150 dipendenti, impiegati in progetti Sprar a Sezze, Terracina, Roccagorga, Monte San Biagio e Priverno oltre che in numerose strutture, tra Centri di accoglienza straordinari e centri per i minori in tutta la provincia.

Il sindacato ha raccolto alcune testimonianze sulle condizioni igienico-sanitarie non ottimali di queste strutture. 

I ritardi nei pagamenti delle mensilità dovute, hanno argomentato le coop al momento di essere ascoltate dall’ispettore del lavoro, sarebbero un effetto a catena legato ai ritardi nei trasferimenti dei pagamenti riconosciuti dal ministero dell’Interno per la gestione di questi servizi in appalto tramite la prefettura. 

L’assistente sociale di origini ruandesi Marie Thérèse Mukamitsindo, fondatrice della Cooperativa sociale Karibù, è stata insignita nel 2018 del primo Moneygram come imprenditrice immigrata che più si è distinta nella sua attività.

Soumahoro, i migranti e gli affari di famiglia: «Alla fine si chiarirà tutto». Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 19 Novembre 2022.

Stipendi mal pagati, irregolarità: il deputato parla delle accuse a moglie e suocera: «Io è 22 anni che sto in strada se non sei pulito in strada non cammini. Il fango mediatico non ci fermerà»

Dice che «nei campi dell’Agro Pontino» andava a fare «l’alfabetizzazione dei braccianti», altro che imbrogli di famiglia. E ogni tanto gli scappa di parlare di sé in terza persona, come Giulio Cesare o Berlusconi: «Aboubakar non è lì per Aboubakar, ma per volontà popolare».

Chissà se, nella laboriosa edificazione del suo ego, in certe notti di stanchezza gli ricompare davanti Soumaila Sacko, come il fantasma di Banco. In fondo proprio la morte di Soumaila, ammazzato a fucilate nelle campagne il 2 giugno 2018 da un malacarne calabrese per due tavole di legno, proietta lui, Aboubakar Soumahoro, a nuova vita. E che vita: da voce della vittima, prima, a voce di tutte le vittime dell’ingiustizia planetaria, poi; dai talk show ai salotti tv, adulato sulle copertine (lui di qua, Salvini di là, titolo «Uomini e no») fino a un seggio parlamentare celebrato presentandosi a Montecitorio con gli stivali sporchi dei campi e il pugno chiuso, «piedi nel fango della realtà e spirito nel cielo della speranza», alla faccia della retorica. Per una sinistra dal cuore di simboli affamato, uno così è quasi meglio di Mimmo Lucano.

Adesso che il mondo ingrato gli si rivolta contro e la Procura di Latina indaga su cooperative dove appaiono la moglie Liliane e la suocera Marie Terese tra storiacce di pagamenti mancati ai cooperanti e condizioni indecenti nei centri d’accoglienza dei profughi, c’è chi, come i ragazzi del Collettivo Jacob Foggia, vecchi compagni d’un tempo, lo accusa di avere «surfato» sulle disgrazie altrui, «lo sterminato esercito bracciantile di migliaia di migranti», proprio cominciando da quella campagna insanguinata dove cronisti e telecamere lo adottarono, colto e facondo, nero come Soumaila e pronto a parlarne come fosse suo fratello.

«Io ero in Calabria da prima del 2018, è ventidue anni che sto in strada, ho dormito in strada a Napoli, se non sei pulito per strada non cammini. Chi parla oggi dov’era?», replica lui, garbato ma stizzito. La grana politica è esplosa, i giornali scrivono di «cooperative di famiglia». «Sa, sono molto preoccupato. Non sottovaluto questi attacchi mediatici. Ma, a chi vuole seppellirmi politicamente, dico: mettetevi l’anima in pace, il fango mediatico non ci fermerà». Spiega di essere per «un sovranismo internazionale solidale» ma non provate a chiedergli lumi, perché Soumahoro forse non surferà sugli esseri umani ma, come tutti i veri politici, surfa sulle domande e continua nel suo copione come fosse sordo: «Non appartengo alla politica liquida», dice, «ho un’identità: sono la voce di 600 mila italiani che non riescono a curarsi. Non tentate di zittirmi!». In realtà non è da escludere che qualcuno tenti piuttosto di farlo parlare.

È lunga e ripida l’arrampicata di Aboubakar: dalla natia Costa d’Avorio alla Napoli dove riesce a laurearsi alla grande (110 in sociologia), dall’Unione Sindacale di Base al mito di Di Vittorio, sino a un sindacato a sua misura, la Lega Braccianti, e a un divorzio non proprio amichevole con l’Usb. Prima grana, una raccolta fondi al tempo del lockdown di cui non è chiarissima, secondo alcuni, la destinazione: «Macché», replica lui, «a Foggia c’è il bilancio della Lega Braccianti, è tutto online, il resto è fango. Io ho portato cibo e mascherine in giro per l’Italia, con mia moglie a sostenermi, ho lasciato un neonato a casa per accudire i bisognosi».

Dall’immedesimazione con Di Vittorio in poi, il nostro ha sviluppato una declinazione della lotta di classe modernamente trasversale: «Sono antifascista e patriota. Se “loro” hanno perso la connessione sentimentale col popolo se la prendano con sé stessi. Io ho idee diverse da Meloni e Salvini, ma darò una casa politica a partite Iva, Pmi, artigiani e operai. Sono il mio mondo, quello che incrocio alle sei di mattina quando vado in autobus in Parlamento», tuona, lasciandoci a interrogarci su chi diavolo trovi in Parlamento a quell’ora.

Infine, il suo magmatico universo s’incrocia a Latina con uno gnommero locale di cui tutti conoscono il groviglio. Dopo anni di omertà, arrivano le denunce del sindacato Uiltucs e un’ispezione parlamentare del 2019 riemersa dagli archivi, e viene al pettine la storia della cooperativa Karibu e del consorzio Aid: di fatto in mano a mamma Maria Terese Mukamitsindo, profuga ruandese arrivata trent’anni fa, e alla figlia Liliane Murekatete, che segue la madre coi fratelli poco dopo. In piena emergenza migratoria, a metà degli anni Dieci, la Karibu si allarga fino a una trentina di centri d’accoglienza nel basso Lazio, tra Sezze e l’Agro Pontino. Non si sta a guardar tanto per il sottile. «A quei tempi la Prefettura ci diceva: qualunque posto troviate, infilateci i migranti», racconta Carlo Miccio, che ha lavorato nel centro sull’Appia e ne ha tratto persino un romanzo (Copula Mundi): «Ho retto quattro mesi, poi mi hanno allontanato, ma ho visto di tutto: la pioggia nelle camerate affollatissime, i rifiuti non rimossi, il caos. Sono entrato con 48 migranti, erano arrivati a 100, ragazze della tratta e ragazzi dei barconi mischiati. Mesi di stipendio arretrati». I migranti rendono, come si diceva ai tempi del Mondo di Mezzo. «Se vuoi mettere su un impero, continui a prendere ragazzi, anche se la struttura non li regge».

Uno di quei ragazzi ha animato nel 2017 la protesta di Borgo Sabotino. È un trentenne grande e grosso, venuto dal Mali, si chiama Mahmadou Ba: «Faceva un freddo bestia, il cibo era da buttare, tanti di noi uscivano per lavorare in nero». Mahmadou sostiene di essere stato molto legato a Liliane e di avere provato grande ammirazione per Soumahoro, conosciuto in piazza a Latina l’estate del 2018: «Condividevamo gli ideali». Poi qualcosa si rompe, si finisce a diffide dai carabinieri. In questa storia è difficile scindere il pubblico dal privato: e l’incrocio privato tra le vite di Liliane e Aboubakar Soumahoro è proprio di quell’estate. Miccio ammette: «È vero, lui arriva dopo. Ma madre e figlia gli hanno nascosto tutto? Poteva non sapere? E, se sai ‘sta cosa, poi ti metti gli stivaloni in Parlamento?». La lista di guai può essere lunga. Gianfranco Cartisano della Uiltucs parla di «arretrati coi lavoratori per 400 mila euro e fino a 22 mensilità non pagate». Possibile che in casa l’argomento fosse tabù?

Soumahoro è prudente: «Non voglio eludere le domande, ma non avendo vissuto nulla di questa vicenda finirei per fare un’informazione approssimativa con un’indagine della Procura in corso». È protettivo verso il suo amore: «Mia moglie è attualmente disoccupata. Non ha nessuna cooperativa. E quando l’ho conosciuta già lavorava nel mondo dell’accoglienza. Quando vorranno sentirla, fornirà tutti i chiarimenti».

Ma la questione più grave non è penale. I referenti della memorabile ascesa sono sconcertati. Uno di loro, un parlamentare che chiede anonimato, sbotta: «Cado dalle nuvole e sono incavolato come una bestia!». Non poteva non sapere è un teorema giudiziario controverso. «E infatti non piace neanche a me», dice il sociologo Marco Omizzolo, animatore di mille battaglie per i diritti dei braccianti nel Pontino: «Però la faccenda è politica. Non si può credere a uno stato diffuso di ingenuità. E a Latina tutti sapevano». 

«Ho fatto una leggerezza». I tormenti di Bonelli che candidò Soumahoro. Goffredo Buccini su Il Corriere della Sera il 21 Novembre 2022

La richiesta con Fratoianni dopo l’indagine: devi chiarire. Dopo aver visto uno dei centri la ex senatrice di Sinistra italiana Fattori disse: in quel posto manco i cani

Da qualche notte, sospira e non ci dorme. Del resto, sua moglie Chiara, una militante trentina tosta che ci crede fino in fondo, lo rimprovera a ogni sorso del caffè mattutino: «Ma che cavolo hai combinato, Angelo?». Già, ci si può intossicare una felice vita politica e familiare per uno sbaglio? Lui, Angelo Bonelli, uno che ci crede perfino più di lei (sul profilo di Wikipedia ha scritto «attivista»), proprio non si dà pace: «Ho commesso questa leggerezza», mormora agli amici, sfogandosi solo con chi gli sta vicino perché, no, in pubblico non vorrebbe proprio comparire, comprendetelo.

La «leggerezza» ha le espressioni cangianti e l’eloquio fluviale dell’ultimo eroe della sinistra radicale: Aboubakar Soumahoro, il talentuoso ivoriano che s’è imposto all’attenzione dell’Italia come portavoce dei braccianti e dei migranti diseredati e, con questa etichetta, è riuscito prima a farsi venerare dai talk show televisivi e poi a farsi eleggere deputato nella lista Alleanza Verdi e Sinistra, entrando a Montecitorio con gli stivali sporchi del lavoro nei campi («piedi nel fango della realtà e spirito nel cielo della speranza», ha spiegato su Facebook, con tanto di foto a pugno chiuso).

Insomma, vagli a dar torto, ad Angelo. Imbarcare un simile fuoriclasse (in tandem con Ilaria Cucchi) sul fragile battello condotto assieme a Nicola Fratoianni verso le elezioni del 25 settembre gli pareva un’apoteosi benedetta dal sol dell’avvenire o dal sole che ride, vedete voi. Il 10 agosto, quando ne annunciò la candidatura, si commosse persino: «Sono molto emozionato nel dirvi che Aboubakar Soumahoro ha accettato di presentarsi con noi: è una figura importante, un attivista che difende da vent’anni gli Invisibili».

Tutto giusto, tutto vero. Non fosse che per quei fastidiosi dettagli saltati fuori dalle campagne del Basso Lazio, tra Latina e Sezze, noti già da molti anni ma diventati di stringente attualità ora che Soumahoro è un politico eletto e dunque ha rilievo pubblico ciò che prima era solo privato: la sua compagna Liliane e la suocera Marie Terese appaiono dominanti dentro una cooperativa, la Karibu (con la cognata Aline nel collegato consorzio Aid). Su questo magma societario e contabile indaga la Procura pontina, tra croniche storiacce di pagamenti mancati ai cooperanti e cicliche rivolte dei profughi per le indecenti condizioni dell’accoglienza, dalla qualità del cibo alle camerate gelide e sovraffollate. Posti dove «non avrei messo manco i cani», secondo l’ex senatrice Elena Fattori di Sinistra italiana dopo un sopralluogo. Soumahoro non c’entra nulla con Karibu ed è entrato nella vita di Liliane solo nel 2018: dunque non è indagato e evidentemente non lo sarà. Però è un po’ come se un guardacaccia mangiasse, politicamente parlando, selvaggina di frodo. Attenzione: sul piano giudiziario la massima cautela è d’obbligo verso Marie Terese, Liliane e Aline, siamo alle indagini preliminari.

Ma le tante voci di protesta dei ragazzi venuti fuori imprecando dai centri Karibu non sono un bel viatico per una vita da neodeputato degli oppressi. E non aiutano le foto da vamp di Liliane, tra borse e occhiali di lusso in hotel pluristellati, che fanno capolino perfino dai profili social della Karibu. Non aiutano i suoi rimandi continui a marchi di alta moda, che le hanno guadagnato a Latina il nomignolo di Lady Gucci. È questo il punto cruciale. Sicché il grande freddo cala nella gauche, s’insinua nell’anima dei due leader che hanno messo in lista chi si presentava come una specie di nuovo Di Vittorio. Fratoianni, formazione comunista, verga un’austera nota dei rossoverdi in cui ribadisce rispetto e vicinanza a Soumahoro e alla «sua storia» ma riconosce «il rilievo politico dei fatti contestati» per chi come lui «riveste un ruolo pubblico», chiedendogli un incontro di chiarimento. Fuori dal gergo da comitato centrale, lo sconcerto è palese.

Bonelli, cultura movimentista, è più incline all’emozione, che filtra come l’acqua piovana nelle camerate della cooperativa Karibu. Il primo «momento di tensione» con Aboubakar «nasce a metà settembre», quando Fanpage racconta un’altra storia che, stavolta sì, lo coinvolge direttamente ma è tutta da dimostrare e riguarda l’utilizzo degli euro delle raccolte fondi promosse dalla Lega Braccianti (la creatura sindacale da lui creata) per il sostegno ai bisognosi. Gli dicono: «Devi chiarire, gira tutto sui social». Lui replica: «Ho messo tutto in mano agli avvocati» e non spiega più nulla ai suoi compagni. Quando la grana Karibu esplode, smette anche di rispondere alle loro telefonate. Ma il momento più amaro arriva quando nelle ultime interviste l’irrequieto Aboubakar vagheggia «una nuova casa politica», dicendo «basta con questa sinistra senza identità» e strizzando l’occhio al bacino di Salvini, partite Iva e imprese piccole e medie. «Ma come? Non solo ci deve delle risposte, non solo gli abbiamo dato un seggio blindato, adesso pensa al millesimo partito personale?». E dunque, avanti così, con un’altra bandiera bruciata nel falò mitologico della sinistra radicale. E con un altro corpo a corpo con l’insonnia per Angelo, rimuginando su quando parlava di sé, Fratoianni, Soumahoro e la Cucchi come di una «bellissima famiglia allargata». Col buio certi ricordi bruciano. Perché è molto facile fare i superiori su ogni cosa di giorno, ma di notte, diceva Hemingway, è tutta un’altra faccenda.

Le accuse alla suocera di Soumahoro (e l’incontro di Alleanza Verdi e Sinistra, stamattina). Alessandra Arachi su Il Corriere della Sera il 24 novembre 2022. 

Convocato da Bonelli e Fratoianni. Nuova interrogazione di Gasparri

La giornata è stata un susseguirsi di colpi di scena. Meglio: di colpi d’inchiesta. Ed è nel tardo pomeriggio che Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno chiamato Aboubakar Soumahoro nella stanza del loro gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra per un faccia a faccia serrato. È finito alle nove di sera. Ma è stato soltanto un primo round. Ci sarà un altro incontro stamattina.

Bonelli e Fratoianni lo hanno guardato a lungo negli occhi, Aboubarak. Per tutta la giornata lo avevano ignorato. Per capire: il pomeriggio con Fratoianni neanche uno sguardo nel Transatlantico di Montecitorio.

La vicenda scotta. La gestione delle società di famiglia è finita sotto inchiesta e la suocera del sindacalista ivoriano, Marie Therese Mukamitsindo, risulta ora indagata. Le accuse sono pesanti: non pagavano i lavoratori e non versavano nemmeno i contributi. Proprio «in casa» di Soumahoro, che sulla lotta per i braccianti ha fondato la sua carriera politica.

Un caso sempre più delicato e una giornata convulsa, quella di ieri, dopo la notizia dell’iscrizione della suocera nel registro degli indagati. Uscito dall’aula di Montecitorio poco prima dell’incontro con i suoi due leader, il sindacalista ivoriano è rimasto sempre attaccato al suo telefonino. Gli occhi a guardare il velluto del pavimento.

Da Palazzo Madama è arrivata la notizia che il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, Forza Italia, ha depositato un’interrogazione parlamentare sul caso. Un’altra. Dice Gasparri: «L’interrogazione è sulle vicende che riguardano i possibili casi di sfruttamento di lavoratori stranieri impegnati nel settore agricolo a Latina e altrove».

Altrove: per Soumahoro spuntano problemi anche in provincia di Foggia. A sollevare dei dubbi, contro il parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, questa volta è la Caritas di San Severo, nel Foggiano, e cioè nella zona dove il neo-deputato ha condotto in passato alcune delle sue più vistose battaglie per i diritti dei braccianti. Problemi con i finanziamenti per comprare i giocattoli, in questo caso: troppi soldi per pochi bambini.

La voce più forte si leva dalla Uil. È il sindacato che ha sollevato il caso delle cooperative Karibe e Consorzio Aid, quelle che fanno capo alla moglie e alla suocera di Soumahoro. «Tutto è partito da noi della Uiltucs e dai lavoratori. Non è possibile che oggi diventi una battaglia di tutti: dov’erano prima gli enti, e la politica in generale?». Gianfranco Cartisano è il segretario della Ulitucs di Latina. Dice: «Oggi per noi rimane un unico obiettivo, quello di ripristinare la dignità di questi lavoratori e pagarli nell’immediatezza. Il prefetto deve, in questa vicenda sociale, attivare un tavolo specifico con tutti gli enti responsabili degli appalti. Non possiamo più attendere i passaggi burocratici di palazzo: vogliamo stipendi subito».

Enrico Costa, deputato e vicesegretario di Azione, si leva in una difesa di ufficio: «Aboubakar Soumahoro potrà avere tutte le colpe del mondo, ma il processo mediatico è pazzesco».

Soumahoro, un testimone: «Io pagato due volte per due anni di lavoro, Aboubakar sapeva». Storia di Virginia Piccolillo su Il Corriere della Sera il 23 novembre 2022.

L’unica indagata, per malversazione ai danni di dipendenti non pagati, attualmente è Marie Therese Mukamitsindo, legale rappresentante della cooperativa Karibu dedita all’accoglienza di rifugiati, molti dei quali minori. Ma da documenti, testimonianze, visure catastali, emerge il mondo di Abubakar Soumahoro: oltre alla suocera Maria Therese nella gestione della Karibu era coinvolta la compagna Liliane Murekatete, consigliera fino a settembre scorso, e nel Consorzio Aid, sempre riconducibile a Marie Therese agivano i figli di lei Michel e Aline. Ma forse non era un mondo solidale e trasparente.

Soumahoro, deputato di Verdi-Si, in lacrime, sui social ha promesso di scioperare accanto ai dipendenti di quelle cooperative se risulterà che sono stati sfruttati. Ma c’è chi accusa: «Soumahoro lo sa. Era lì, portava la spesa. Era la sua famiglia. Lui era a conoscenza di quello che accadeva lì dentro».

Youssef Kadmiri, 42 anni, è un ingegnere nato a Marrakesh e non parla per sentito dire. È un testimone e una vittima di quello sfruttamento. E racconta al Corriere qualcosa di molto più grave di ciò che è emerso. Dice di essere stato pagato «due volte in due anni». Meno di quanto pattuito: «Un totale di 6mila euro». Senza contratto, come altri suoi colleghi, alcuni dei quali ricevevano «bonifici dal Ruanda». «Ero operatore sociale, traducevo ai ragazzi che venivano dalla Libia, dall’Albania, dal Bangladesh, dal Marocco. Ma poi facevo anche manutenzione. La guardia la notte. L’orario non era giusto. Tante volte ho chiesto il contratto, sempre scuse. E lo stipendio di 1000-1200 euro non arrivava. Dicevano “mi dispiace”. Ma io dovevo pagare l’affitto. Dopo 6 mesi ho avuto 3.000 euro. Poi niente per un anno e mezzo. Poi solo altri 3.000». Ma soprattutto Yuseff accusa: i minori che erano nella struttura venivano tenuti in una «situazione grave: gli davano poco da mangiare e non gli davano il “poket money”», la diaria per le spese personali. «Avevano sempre fame. Ora sono in altre strutture, hanno luce e acqua, se stanno male li portano in ospedale, non è come era lì. E tutti sapevano». Conferma al Corriere Shick Mohammed, egiziano, 18 anni appena compiuti: «C’era poco da mangiare, non ci compravano vestiti: lavoravo nei campi per potermi comprare calzini e scarpe. Giuro. Stavo male».

Sarà l’indagine, condotta dal nucleo provinciale di Latina della Guardia di Finanza, a chiarire ogni aspetto di questa vicenda sulla quale l’ispettorato nazionale del lavoro conferma che sono «in via di conclusione ispezioni aperte in base alle denunce di alcuni lavoratori».

Ma gli indizi che ci si approfittasse dei dipendenti sembrano esserci. In un verbale della prefettura di Latina si riconosce a 4 lavoratori della società Consorzio Aid, sempre riconducibile a Marie Therese, il pagamento della retribuzione che avrebbe dovuto versare la cooperativa: «Si procederà ad attivare l’intervento sostitutivo ai sensi dell’articolo 30 comma 6 del Dl 50/2016». Un formale riconoscimento dell’inadempienza. Infatti Marie Therese era stata convocata. Aveva ammesso ma chiesto una rateizzazione. Poi, dalla prima rata, aveva continuato a non pagare. E in quel caso l’ha fatto la prefettura, ente appaltante. Ma ce ne sono altri. «C’era chi non riceveva lo stipendio da 6 mesi, chi addirittura da 22. Sono arrivati da noi in 26 ma stimiamo che in 150 non hanno avuto una regolare retribuzione», spiega il sindacalista Uiltucs Gianfranco Cartisano. E respinge sospetti di manovre: «Non abbiamo colore, chiediamo solo che il prefetto convochi un tavolo affinché tutti vengano pagati».

Coop sotto inchiesta, parlano moglie e suocera di Soumahoro: "Chi denuncia è manipolato dai sindacati. Vogliono affossare Aboubakar". Fabio Tonacci su La Repubblica il 21 Novembre 2022.

Il video in lacrime Il deputato Aboubakar Soumahoro, eletto con Sinistra italiana, in cui si difendeva dalle accuse: "Perché mi fate questo? Mi volete morto" 

Liliane Murekatete e Maria Therese Mukamitsindo rilasciano la prima intervista a Repubblica dopo la notizia dell'indagine su mancati pagamenti, malsane condizioni dei centri denunciate dai minorenni e violazioni dei contratti: "Tutto è stato speso per i rifugiati. Lo Stato non ci ha rimborsato per questo ci sono stipendi non pagati"

Qualche errore è stato fatto, ma Maria Therese Mukamitsindo giura che non un euro di denaro pubblico sia finito nelle sue tasche o in quelle dei suoi familiari. "Tutto è stato speso per i rifugiati, ai quali ho dedicato 21 dei miei 68 anni. Tutto è rendicontato e posso provarlo".

La signora, originaria del Ruanda, è presidente della coop Karibu, nata nel 2001 nell'Agro pontino, che dopo la Primavera araba gestiva 154 dipendenti per 600 posti letto, divisi in progetti Sprar e Cas.

Latina, inchiesta sulle coop della famiglia Soumahoro. Clemente Pistilli su La Repubblica il 18 Novembre 2022 

Sotto accusa moglie e suocera del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra

Prima le vertenze per circa 400mila euro di stipendi non pagati ai dipendenti, poi le ipotesi di fatture false chieste ai lavoratori e infine le accuse di migranti minorenni che lamentano condizioni terribili nelle strutture dove sono ospitati, prive anche di energia elettrica e acqua corrente. Nel giro di un mese il quadro sulle cooperative gestite dalla moglie e dalla suocera di Aboubakar Soumahoro, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, si è fatto sempre più fosco. Abbastanza per portare la Procura di Latina ad aprire un'inchiesta e i carabinieri a indagare. 

L'onorevole, paladino dei braccianti, ha fatto ingresso alla Camera indossando degli stivali di gomma eha sostenuto che "non devono essere più intrisi dal fango dell'indifferenza e dello sfruttamento". Ora però lui stesso si è trovato a far fronte a una serie di denunce presentate dal sindacato Uiltucs e diventate oggetto di accertamenti da parte della magistratura. "L'elettricità e l'acqua sono state tagliate per molto tempo. Non c'è cibo né ci sono vestiti", ha raccontato al sindacato Nader, un minorenne ospite di una delle strutture per migranti gestite a Latina dalle coop Consorzio Aid e Karibu. "Ci hanno anche maltrattati", ha sostenuto il 17enne Abdul. E così altri. Nel corso degli anni, tra l'altro, ci sono state diverse proteste da parte di migranti ospiti delle coop di MarieTerese Mukamitsindo e Liliane Murekatete, suocera e moglie dell'onorevole. Ventisei lavoratori delle cooperative, non ricevendo in alcuni casi lo stipendio da due anni, si sono rivolti all'Ispettorato del lavoro. 

Ad alcuni lavoratori, secondo le denunce, sarebbero poi state chieste fatture false per ottenere i pagamenti. Una modalità confermata da alcune chat consegnate alla Procura di Latina. "Portami la settimana prossima fattura di metà importo", veniva scritto a quanti chiedevano lo stipendio. "Dove sono e dove finiscono i soldi pubblici erogati?", chiede il segretario della Uiltucs, Gianfranco Cartisano. Soumahoro, che Repubblica ha cercato di contattare sia lunedì che martedì per un commento, non ha riposto ai messaggi. Ieri invece, pur senza pronunciarsi sulle accuse mosse alle coop di moglie e suocera, ha affidato la sua replica a un post sui social: "Non c'entro niente con tutto questo e non sono né indagato né coinvolto in nessuna indagine. Non consentirò a nessuno di infangare la mia integrità morale. Ho dato mandato ai miei legali di perseguire chiunque getterà ombre sulla mia reputazione". 

"Il sistema dell'accoglienza ha basi solide a Latina e in provincia ma ora rischia di venire giù", dichiara intanto Angelo Tripodi, capogruppo della Lega nel consiglio regionale del Lazio.

Clemente Pistilli per roma.repubblica.it il 17 novembre 2022.

Sopravvissuti a viaggi infernali attraverso l'Africa e alle onde del Mediterraneo, soli e fragili, diversi migranti ragazzini arrivati nel Lazio avrebbero trovato un altro inferno. Denunciano di essere stati maltrattati e privati anche dei servizi essenziali, come luce e acqua, nelle strutture di due cooperative pontine, gestite dalla suocera e dalla moglie del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, Aboubakar Soumahoro, a cui sono stati affidati progetti finanziati dalla Prefettura pontina e da altri enti. 

Le denunce al sindacato Uiltucs al vaglio della Procura di Latina

Quei racconti fatti al sindacato Uiltucs sono ora al vaglio della Procura di Latina, che ha aperto un'inchiesta. E i carabinieri stanno già indagando, partendo da quanto riferito da una trentina di lavoratori delle coop Karibu e Consorzio Aid, i quali sostengono in alcuni casi di non ricevere lo stipendio da quasi due anni, che sono stati costretti a lavorare in nero, che gli accordi raggiunti davanti all'Ispettorato del Lavoro sono stati disattesi e che alcuni di loro si sono visti anche chiedere fatture false per poter ottenere la paga.

Una vicenda torbida, su cui gli investigatori stanno cercando di far luce. Già sono stati acquisiti diversi documenti, partendo dalle denunce fatte dai minori al sindacato e dagli screenshot delle chat tra i vertici delle coop e alcuni lavoratori, oltre a documentazione sempre delle cooperative trovata in dei cassonetti a Sezze, dove ha sede la Karibu. 

La denuncia dei minorenni: "Lasciati al buio, senza cibo e acqua"

"L'elettricità e l'acqua sono state tagliate per molto tempo. Non c'è cibo né ci sono vestiti. Stavamo lavorando e poi ci hanno spostato in un posto a Napoli peggiore del primo e tutti quelli che lavorano qui sono razzisti". A lanciare un grido di dolore è Nader, un minorenne ospite di una delle strutture per migranti a Latina gestite dalle coop della suocera e della moglie dell'onorevole Soumahoro. 

Una storia simile a quella di Ziyad, 16 anni: "Il cibo non era buono e non c'era acqua né elettricità. Dopo tutto questo hanno chiuso a chiave questa casa perché non c'erano soldi". Oltre a Nader e a Ziyad, a rivolgersi a Uiltucs sono stati poi Ahmed, che ha lamentato di non aver ricevuto dalle cooperative denaro e vestiti e che il vitto "non era buono", e Abdul, 17 anni: "L'ultimo mese non c'era acqua né elettricità... ci hanno mandato tutti in posti cattivi e anche maltrattati". 

Il sindacato Uiltucs chiede chiarezza

Sinora la coop Karibu, fatta eccezione per qualche problema, è uscita indenne dalle accuse che sono state mosse a cooperative che gestiscono centri per migranti e che anche nell'agro pontino sono finite al centro di indagini con tanto di arresti, ipotizzando che gli stranieri venissero abbandonati a loro stessi e il denaro destinato all'accoglienza finisse nelle mani dei gestori delle strutture. 

Ora invece arrivano accuse pesanti e a farle sono dei minorenni, i più fragili, chiedendo aiuto a un sindacato che da tempo si sta battendo per chiedere chiarezza. Tanto sulla Karibu, guidata da Marie Terese Mukamitsindo, presidente del Consiglio di amministrazione, e che ha come consigliera Liliane Murekatete, moglie di Soumahoro, che nel 2021 ha anche ricevuto contributi a fondo perduto Covid per 227 mila euro ma che ha accumulato debiti milionari. 

Tanto sul consorzio Aid, che dovrebbe essere un'Agenzia per l'inclusione e i diritti, e che nel 2020 ha ottenuto l'affidamento di vari servizi per stranieri dalla Prefettura di Latina, dal Comune di Latina e da quello di Termoli, dove siede nel cda sempre Mukamitsindo. 

L'ombra delle fatture sospette

Secondo Uiltucs di Latina, che sta lottando affinché vengano pagati lavoratori che hanno operato nelle due coop e che in alcuni casi non avrebbero ricevuto lo stipendio per quasi due anni, potrebbero essere state chieste anche fatture false da utilizzare per alcuni pagamenti. Il particolare è stato riferito al sindacato da dipendenti delle cooperative che stavano cercando di recuperare somme arretrate ed è emerso da una serie di messaggi e chat che ora stanno esaminando anche i magistrati.

Ecco infatti alcune risposte date dalle coop a chi chiedeva di essere pagato: "Non ho dimenticato il tuo debito o quello di Mohamed. Dovevamo essere pagati poi hanno richiesto certificati antiriciclaggio". Ma soprattutto: "Portami la settimana prossima fattura di metà importo". Oppure: "Ti ringrazio e ti ringrazierò a vita per tutto e ti chiedo di incontrarci in ufficio per accordare il dilazionamento delle spettanze dovute e le fatture". Messaggi inviati anche, a quanto pare, dalla suocera di Soumahoro: "Lo so, hai lavorato con Aid e stanno sempre aspettando le fatture come hai detto tu". 

Si tratta di ipotesi, che gli investigatori stanno vagliando e su cui stanno cercando eventuali riscontri. Già piuttosto definito appare invece il quadro per quanto riguarda i lavoratori lasciati al verde e quelli in nero, con tanto di riconoscimento di debiti e di situazioni irregolari da parte delle coop, come emerge dai verbali delle vertenze presso l'Ispettorato del lavoro di Latina, che Repubblica ha potuto esaminare.

Ai lavoratori mancano stipendi per 400 mila euro

Le coop avevano trovato un'intesa, davanti proprio all'Ispettorato, per il pagamento dilazionato dei debiti accumulati nei confronti di alcuni lavoratori, ma quelle somme promesse non sarebbero arrivate. Mancano stipendi per circa 400 mila euro. "Tali somme - ha dichiarato già un mese fa Gianfranco Cartisano, segretario del sindacato - corrispondenti a competenze non pagate, sono state confermate dalle coop Karibù e Consorzio Aid, che dopo richieste di intervento inviate da Uiltucs all'Ispettorato avevano raggiunto accordi sul pagamento dilazionato delle spettanze, purtroppo oggi non rispettato". 

Il sindacato sta quindi insistendo affinché il prefetto di Latina, Maurizio Falco, blocchi i pagamenti alle due coop per i servizi affidati dalla Prefettura e con quel denaro paghi chi attende ancora la retribuzione per l'attività svolta. 

"Non accettiamo, come dichiarato spesso dalle affidatarie, che il ritardo dei pagamenti delle retribuzioni è causa dei ritardi degli enti che forniscono ed aggiudicano i servizi. Gli enti - ha sottolineato Cartisano - compreso l'Ufficio territoriale del Governo, non hanno ritardi sul pagamento dei servizi". "Dove sono e dove finiscono i soldi pubblici erogati?", continua a chiedere il segretario di Uiltucs.

Aboubakar Soumahoro: "No comment"

Soumaharo, ex sindacalista, paladino dei braccianti e autore di Umanità in rivolta, da sempre sostiene di battersi contro lo sfruttamento e a difesa della dignità dei lavoratori stranieri. Ha fatto ingresso alla Camera indossando degli stivali di gomma, specificando che "non devono essere più intrisi dal fango dell’indifferenza e dello sfruttamento". Si sta battendo contro la nuova guerra alle Ong e agli sbarchi portata avanti dal governo di Giorgia Meloni, per cui si è recato anche al porto di Catania mentre i naufraghi erano bloccati sulla Humanity 1. 

Su quanto sta emergendo con le coop della suocera - vincitrice del Moneygram Award 2018 come imprenditore dell'anno di origini straniere in Italia - e della moglie, più volte impegnata sul tema dei migranti sia con le autorità nazionali che europee, però sinora non è arrivata una parola da parte sua.

Clemente Pistilli per “la Repubblica – Edizione Roma” il 19 novembre 2022. 

Quella sulle coop della moglie e della suocera del deputato Aboubakar Soumahoro è più di un'indagine esplorativa. I carabinieri stanno indagando ma sulla Karibu e sul Consorzio Aid, incaricate da numerosi enti di assicurare servizi di accoglienza per richiedenti asilo, già da mesi stanno lavorando anche i finanzieri del Nucleo di polizia economico- finanziaria e gli accertamenti sono in una fase avanzata.  

Il procuratore capo di Latina, Giuseppe De Falco, in una nota ha specificato che le Fiamme gialle sono state incaricate di far luce su «eventuali profili di rilievo penale connessi ai diversi temi di rilevanza della complessa vicenda» . E ha aggiunto « che le indagini sono sviluppate con il dovuto riserbo». 

Fonti qualificate assicurano intanto che a breve verrà chiuso il cerchio e che già sono stati messi in luce diversi aspetti su un caso esploso con 26 lavoratori che reclamano 400mila euro di stipendi non pagati, sollevato dalla Uiltucs all'Ispettorato del lavoro, e che si è poi allargato a ipotesi di richieste di fatture false per effettuare i pagamenti e a migranti minorenni che hanno riferito di condizioni pessime delle strutture in cui erano ospitati, senza acqua né luce.

 I finanzieri stanno inoltre indagando a fondo sulla gestione delle due coop, sui debiti milionari accumulati, partendo da quelli con l'erario, sull'ipotesi di denaro transitato in istituti di credito del Ruanda, la terra d'origine di Marie Terese Mukamitsindo e Liliane Murekatete, suocera e moglie dell'onorevole di Alleanza Verdi e Sinistra, e sui contatti degli esponenti delle cooperative. 

Soumahoro intanto, dopo aver reagito alla notizia sulle indagini parlando di «falsità» contro di lui, per la prima volta interviene su Karibu e Consorzio Aid, ma soltanto per sostenere che non sa nulla di quello che fanno moglie e suocera e per ribadire che lui comunque è estraneo alla vicenda. 

L'onorevole, tramite l'avvocato Maddalena Del Re, sostiene che i presunti maltrattamenti nei confronti dei minori se si rivelassero veri rappresenterebbero una vicenda «molto grave», che ha fiducia nella magistratura, ma che lui ha appreso la stessa solo dalla stampa, «nonostante il rapporto affettivo» con moglie e suocera e dunque non può rilasciare dichiarazioni in merito. Il deputato poi conclude ribadendo che è «estraneo alle vicende narrate».

 «Sono state poste in essere le azioni necessarie per procedere alla riscossione dei crediti che la cooperativa vanta nei confronti della pubblica committenza, nel tentativo di soddisfare le posizioni debitorie nei confronti dei lavoratori» , assicura invece Marie Therese Mukamitsindo. «Il nostro interesse rimane quello di tutelare la forza lavoro e il riconoscimento delle retribuzioni non corrisposte», sottolinea Gianfranco Cartisano, segretario Uiltucs.  

Il caso è però oggetto di dibattito all'interno della stessa Alleanza Verdi e Sinistra. Tanto che la senatrice Ilaria Cucchi specifica che, se confermata, la vicenda è gravissima: «Riguarderebbe la violazione dei diritti fondamentali dell'essere umano, tema sul quale, io, non faccio sconti a nessuno, anche perché l'ho vissuto, drammaticamente, sulla mia pelle».

Clemente Pistilli per “la Repubblica – Edizione Roma” il 19 novembre 2022. 

«C'era sempre poco cibo e i ragazzi avevano fame». Luisa, chiameremo così una 36enne che lavorava come cuoca e come interprete in una struttura gestita dal Consorzio Aid nel capoluogo pontino, conferma le denunce- shock fatte dai migranti minorenni sulle condizioni in cui erano costretti a vivere nei centri portati avanti dalle coop della moglie e della suocera di Aboubakar Soumahoro, operanti nelle province di Roma e Latina. 

«Parlo arabo e ho lavorato lì fino al 31 maggio scorso » , racconta la donna. In quella casa erano ospitati dieci minorenni, 5 egiziani e altrettanti tunisini, di età compresa tra i 14 e i 17 anni. «Le condizioni - assicura - erano pessime. Non compravano vestiti ai ragazzi. Quando gli ospiti sono arrivati hanno ricevuto una tuta, un pigiama, un paio di scarpa, uno di mutande e una giacca. Poi basta. «Dovevano uscire e lavorare per potersi vestire » , aggiunge.  

Ragazzini che sarebbero stati costretti a soffrire il freddo. «Chiedevano coperte - ricorda Luisa - i termosifoni non funzionavano bene e la caldaia spesso andava in tilt, col risultato che non c'era sempre acqua calda».

Ai minori non sarebbe stato garantito neppure il pocket money di 10 euro a settimana. Proprio come era stato denunciato in passato da migranti adulti ospiti di altre strutture gestite dalla Karibu, che nel corso degli anni si sono resi protagonisti di proteste eclatanti. «A quei ragazzini - assicura la cuoca - non davano quasi mai la cosiddetta paghetta e quando sono stati trasferiti erano 4 mesi che non la vedevano » .  

I minori avrebbero però dovuto fare i conti anche con la fame. «C'erano sempre difficoltà col cibo - sostiene la cuoca - e a volte la responsabile spendeva di tasca sua per far mangiare qui minori. Io mi dovevo arrabbiare per far portare degli alimenti. Ma la spesa non bastava » . 

 Luisa afferma che di quel problema ha parlato spesso con la stesa suocera di Soumahoro: «Doveva provvedere lei alle forniture, ma il cibo appunto era poco e non dava spiegazioni. Quando la chiamavo diceva di far mangiare ai ragazzi il riso in bianco». Senza contare che, come appunto denunciato da diversi minorenni, la struttura sarebbe rimasta anche senza luce. 

« Non pagavano le bollette, dicevano che non avevano soldi - dichiara la 36enne - e per dieci giorni siamo rimasti senza corrente elettrica». Infine la piaga dei mancati pagamenti ai dipendenti. « A noi - conclude Luisa - i pagamenti non arrivavano mai. Io ero anche incinta. Ho quattro bambini e senza soldi è difficile sopravvivere » . La risposta data dalla coop? « Lo Stato non ci paga e noi non possiamo pagare».

 Stesso quadro tracciato da Monica, 37 anni, di origine eritrea e residente a Roma. «Lavoravo come operatrice in una struttura per minori a Latina - sostiene - ho tre bambini e sono in attesa di dieci mesi di stipendio. Marie Terese mi ha sempre detto che non ha soldi » .  

Le condizioni del centro pontino? « Mancava tutto, dal cibo alla corrente, fino all'acqua. Sul cibo dicevano che dovevamo farci bastare quel poco che portavano. Poi, senza avvisarci, hanno mandato i ragazzi in altre strutture a Napoli, Frosinone e pure in Calabria ».

Fabio Tonacci per repubblica.it il 21 novembre 2022.

Qualche errore è stato fatto, ma Maria Therese Mukamitsindo giura che non un euro di denaro pubblico sia finito nelle sue tasche o in quelle dei suoi familiari. "Tutto è stato speso per i rifugiati, ai quali ho dedicato 21 dei miei 68 anni. Tutto è rendicontato e posso provarlo".

La signora, originaria del Ruanda, è presidente della coop Karibu, nata nel 2001 nell'Agro pontino, che dopo la Primavera araba gestiva 154 dipendenti per 600 posti letto, divisi in progetti Sprar e Cas. E per i quali riceveva dallo Stato fino a 10 milioni all'anno.

Accanto a lei, in quest'intervista a Repubblica che è la prima concessa dopo la notizia dell'indagine della procura di Latina su mancati pagamenti, malsane condizioni dei centri e violazioni dei contratti, siede la figlia, Liliane Murekatete, 45 anni, compagna del sindacalista Aboubakar Soumahoro, deputato indipendente della lista Verdi-Sinistra Italiana. 

"Lui non si è mai interessato alla coop, né al Consorzio Aid di cui fa parte Karibu", premette Liliane. "In famiglia non ne parliamo mai". 

All'Ispettorato del lavoro risultano 400 mila euro di stipendi arretrati e i dipendenti di Karibu si sono rivolti al sindacato Uiltucs. Hanno ragione?

Maria Therese: "Non abbiamo soldi da dargli perché lo Stato non ci paga in tempo! Nel 2019, quando Salvini ha ridotto da 35 a 18 euro il rimborso per migrante tagliando assistenza sociale, corsi di italiano e psicologi, ho lasciato l'accoglienza per dedicarmi a progetti di integrazione. Ho diminuito i dipendenti, ma 54 li ho tenuti.  

Karibu ha vinto i bandi 'Perseò dell Viminale, 'Perla' della Regione Lazio e un altro con l'8 per mille. Tuttavia, tra burocrazia e Covid i fondi arrivavano anche dopo un anno e mezzo". Marie Therese Mukamitsindo Non così in ritardo da giustificare il mancato stipendio, sostiene il sindacato. 

M.T.: "Ho i bonifici con le date e una lettera di sollecito della prefettura al comune di Roccagorga che ci deve 90 mila euro. Quello di Latina 100 mila. Per il progetto 'Perla' contro il caporalato ci hanno dato la metà degli 80 mila dovuti, da quello sull'8 per mille del 2019 abbiamo ricevuto 80 mila su 157 mila solo nel 2022. Siamo andati in cassa integrazione, non ci dormivo la notte". 

Liliane: "Sono quattro anni che mia madre non ha stipendio, è un operaio dello Stato e nessuno la difende. Quando si parla del business dell'accoglienza si casca nella narrazione di Salvini e ci sta cascando anche la sinistra".

M.T.: "Attingendo ai miei risparmi ho versato alla coop 45 mila euro. Il contesto in cui operiamo è complicato, CasaPound da anni ci attacca e ci minaccia". 

Come pensavate di andare avanti senza pagare gli operatori?

M.T.: "Il mio errore è stato non licenziarli prima. Quando ci siamo accorti che gli anticipi dello Stato arrivavano con lentezza avrei dovuto avere il coraggio di farlo, ma li conosco da vent'anni e ho preferito aspettare". 

Pare che ci siano tracce di pagamenti effettuati da conti esteri. A chi fate gestire la contabilità?

M.T.: "Barbara, una commercialista indicataci dalla Lega delle cooperative. Conserva le fatture della spesa, le ricevute dei pocket money, i registri... Siamo sottoposti a controllo della Prefettura, che autorizza il saldo delle fatture solo dopo verifica. Pagamenti dall'estero? Impossibile, abbiamo un unico conto con Banca Intesa".

"Manca l'elettricità e l'acqua", "il cibo è scadente", "non ci danno i vestiti", "ci trattano male", "sono razzisti": sono alcune delle testimonianze dei minorenni del vostro centro di Latina finite in procura e di cui ha dato conto Repubblica. Cosa rispondete?

M.T.: "I ragazzi, che hanno un tutore legale, non si sono mai lamentati con noi. A luglio si è rotto l'impianto idraulico e abbiamo chiuso quello elettrico per precauzione, quindi abbiamo chiesto al comune di trasferirli in altra struttura". 

L.: "E quella frase sul razzismo è riferita a uno dei posti dove sono stati portati dopo". 

Però di cibo non sufficiente parlano anche due dipendenti, tra cui la ex cuoca. Come lo spiegate?

M.T.: "La cuoca è arrabbiata perché deve essere ancora pagata, il contratto le è scaduto. Dei ragazzi non me lo spiego, forse sono manipolati". 

Da chi?

M.T.: Dal sindacato. È il sindacato che è andato da loro, e mi chiedo se sia corretto raccogliere testimonianze senza il permesso del tutore legale". 

Agli atti c'è una chat in cui un lavoratore del Consorzio Aid è invitato a spedirvi una fattura "per metà dell'importo". I pm credono sia un contratto irregolare.

M.T. : "Del Consorzio sono consigliera, ma questa storia l'ho saputa per caso. Cercavamo un mediatore che parlasse arabo e si è presentato un egiziano, diceva di avere i documenti in regola. Ha lavorato per noi per un mese come manutentore nel centro per i dieci minorenni che abbiamo a Latina, faceva anche da mediatore. Abbiamo scoperto solo dopo che non aveva documenti e, supponiamo, neanche il permesso di soggiorno". 

Il Consorzio della famiglia del sindacalista Soumahoro che fa lavorare qualcuno al nero e senza permesso di soggiorno. È un pasticcio, si rende conto?

M.T. : "Quel caso è stato gestito con leggerezza, se l'avessi saputo non l'avrei permesso".

L.: "Il mio compagno non è al corrente di niente. Oltretutto la Karibu non è mia, contrariamente a quanto leggo sugli articoli dei giornali. Ci sono entrata solo alla fine del 2017 per dare una mano a mia madre con la riorganizzazione. Prima lavoravo per il rappresentante della Presidenza del consiglio per l'Africa, sia durante il governo Berlusconi sia con Prodi. Per un anno sono stata alla Karibu gratis, poi ho conosciuto Aboubakar, sono rimasta incinta e sono andata in maternità. A luglio di quest'anno il rapporto di lavoro si è concluso". 

La Lega dei Braccianti di Soumahoro ha sede allo stesso indirizzo di Latina della Karibu. Possibile che lui non sapesse proprio niente di questi problemi?

M.T. : "È una sede come tante altre, lui non veniva mai. Ci ha messo un ragazzo per fare campagne di sensibilizzazione sui braccianti sfruttati".

L.: "L'obiettivo è chiaramente Aboubakar, vogliono affossarlo. Guarda caso un mese dopo il suo ingresso in Parlamento, e subito dopo essere andato a Catania per difendere lo sbarco dei migranti, scoppia questo scandalo".

Tommaso Montesano per “Libero quotidiano” il 21 novembre 2022.

Ieri è stata la giornata di Aboubakar Soumahoro. Il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana si è difeso sia sui social network, sia sui giornali. 

Al centro dell'attenzione per l'inchiesta della procura di Latina sulle due Cooperative riconducibili alla sua famiglia- Karibu e Consorzio AidSoumahoro, che risulta estraneo ai fatti, adesso sta cercando soprattutto di allontanare le nubi da sua moglie, Liliane Murekatete, tirata in ballo per il suo ruolo all'interno di una delle due società finite nel mirino dei pm e del ministero delle Imprese (la Karibu, appunto) per presunte irregolarità gestionali. 

Il Corriere della Sera definisce l'atteggiamento del deputato nei confronti della consorte classe 1977, ruandese, «protettivo». «Mia moglie è attualmente disoccupata. Non ha nessuna cooperativa. Quando vorranno sentirla, fornirà tutti i chiarimenti». 

Analoga affermazione Soumahoro ha fornito a Repubblica, negando ancora una volta qualsiasi ruolo di Liliane nelle società: «Liliane non possiede nessuna cooperativa, non fa parte di nessun Cda e non è mai stata all'interno del Consorzio Aid. È vero che è stata una dipendente della Karibu, ma allo stato attuale è disoccupata».

Le visure storiche scaricate dalla Camera di commercio di Frosinone e Latina, però, raccontano un'altra storia. Almeno fino al 17 ottobre scorso, quando è stato estratto il documento. 

La Karibu è presieduta da Marie Terese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro (che, peraltro, secondo quanto riferito dal quotidiano La Verità sarebbe indagata dalla procura di Latina con l'ipotesi di malversazione di erogazioni pubbliche). Ma Liliane Murekatete, moglie del deputato, al 17 ottobre scorso risultava in possesso della carica di «consigliera» di amministrazione.

Spulciando la visura camerale, balza agli occhi che Liliane, lungi dall'essere una semplice «dipendente», è stata nominata nel Cda il 9 marzo 2022, ma la sua prima iscrizione nel registro della società risale addirittura all'8 maggio 2018, come conseguenza della «nomina alla carica di consigliere con atto del 3 aprile 2018». 

Non solo: Liliane risultava anche socia amministratrice della Venere The Wedding planer s.n.c, società operante nell'«organizzazione di convegni e fiere». Incarico ricoperto dal 21 giugno 2002. 

Insomma, se di disoccupazione si tratta, questa è intervenuta dopo il 17 ottobre scorso, meno di un mese fa. E Liliane non risultava inquadrata come «dipendente», bensì in un caso come «consigliera», e nell'altro come «socia amministratrice».

Le stranezze non finiscono qui. Basta dare un'occhiata al profilo Twitter della Karibu per imbattersi, tra gli account seguiti dalla società specializzata nei «servizi domestici a sostegno del bisogno familiare» e nelle attività di «accoglienza e integrazione» degli immigrati, in marchi di alta moda come Missoni, Fendi, Valentino, Gucci, Ferragamo, Armani, Versace, Vogue Italia, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Prada. 

Nomi che c'entrano poco, per non dire nulla, con l'attività istituzionale della Karibu, che nella presentazione del proprio profilo inserisce solo tre parole: «Accogliere, formare, integrare». E qui arriva in soccorso un altro social, ovvero Instagram, che forse spiega da dove arriva l'interesse di Liliane Murekatete per i marchi di lusso e abbigliamento.

L'account della moglie di Soumahoro - seguito ovviamente anche dal marito, come mostriamo nella foto pubblicata a sinistra - mostra una serie di immagini che testimoniano la passione di Liliane perla griffe. 

Si possono ammirare pose di Liliane con borse, valigie di lusso e occhiali. Lady Murekatete non fa nulla per nascondere la sua inclinazione al buon gusto, con istantanee che la ritraggono in quelli che sembrano ascensori e hall di hotel.

Lo stesso accade su LinkedIn, dove nella foto profilo si nota la custodia di un telefono targata Luis Vuitton. Vera o tarocca che sia, conferma la predisposizione per i marchi del lusso. Una ricerca dell'eleganza, con il perfetto abbinamento vestito-valigia-scarpe, che però cozza non solo con la missione della sua Cooperativa, ma anche con l'immagine diffusa dal marito deputato, celebre per essersi presentato in Parlamento, nella seduta che inaugurato la nuova legislatura, con gli stivali usati dai lavoratori nei campi. «Portiamo questi stivali in Parlamento, gli stessi che hanno calpestato il fango della miseria», spiegò proprio su Instagram, lo stesso social dove la moglie Liliane sfoggia i suoi capi, il deputato di sinistra.

“Minori pagati a nero e sfruttati” nelle coop legate a Soumahoro. Via all'indagine. Tommaso Carta su Il Tempo il 18 novembre 2022

Un'inchiesta rischia di offuscare l'immagine di Aboubakar Soumahoro, dallo scorso ottobre deputato dell'Alleanza Sinistra Verdi ma da molto prima volto simbolo della difesa dei diritti dei lavoratori immigrati in Italia. Sono in corso accertamenti da parte dei carabinieri di Latina dopo la denuncia del sindacato Uiltucs che ha presentato un esposto su presunte irregolarità nei pagamenti e nei contratti stipulati con alcuni migranti impiegati in due cooperative gestite dalla moglie e dalla suocera del sindacalista e deputato. Progetti, tra gli altri, finanziati anche dalla Prefettura di Latina. Al vaglio dei militari dell'Arma e della procura di Latina ci sarebbero alcuni documenti trovati all'esterno della sede di una delle cooperative mentre era in corso un trasloco. Verifiche, anche in collaborazione con l'Ispettorato del Lavoro, sugli incartamenti. L'accusa della procura di Latina riguarda le coop Karibu e Consorzio Aid. Alcuni minorenni hanno denunciato al sindacato Uiltucs di essere stati maltrattati, privati di acqua e luce, altri di non ricevere lo stipendio da due anni e di lavorare a nero.

Soumahoro ha dedicato alla vicenda un lungo post su Facebook: «Non c'entro niente con tutto questo e non sono né indagato né coinvolto in nessuna indagine dell'arma dei carabinieri, di cui ho sempre avuto e avrò fiducia». «Non consentirò a nessuno di infangare la mia integrità morale - ha continuato il parlamentare - per questo, dico a chi pensa di fermarmi, attraverso l'arma della diffamazione e del fango mediatico, di mettersi l'anima in pace. A chi ha deciso, per interessi a me ignoti, di attaccarmi, dico: ci vediamo in tribunale! Ho dato mandato ai miei legali di perseguire penalmente chiunque infanga il mio nome o la mia immagine, mi diffama o getta ombra sulla mia reputazione». Nonostante la precisazione di Soumahoro, Fratelli d'Italia ha annunciato un'interrogazione alla Camera dei deputati sulla vicenda al ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone «per sollecitare eventuali provvedimenti nei confronti delle due cooperative. I fatti riportati dagli organi di stampa, se confermati, sono gravi e meritano un'immediata azione di trasparenza».

Dura la nota della deputata leghista Simonetta Matone: «Vorremmo sapere dall'onorevole Boldrini se oggi premierebbe nuovamente Marie Terese Mukamitsindo, a capo della cooperativa Karibù, che a Latina lotta contro il caporalato ma poi pagherebbe i suoi dipendenti, quando si ricorda di farlo, a nero, di fatto sfruttandoli. E chiediamo all'onorevole Soumahoro se era questo che intendeva quando, entrando a Montecitorio, diceva di voler tutelare "chi vive nel fango della miseria e del caporalato", la "miseria di chi non riesce a pagare la bolletta e l'affitto"». Attacca anche il capogruppo leghista nel Consiglio regionale del Lazio Angelo Tripodi, ricordando come la coop su cui indaga la procura di Latina sia stata «sbandierata da anni dagli amministratori del Pd e dall'ex sindaco di Latina Damiano Coletta come modello dell'accoglienza in Italia», in linea «con il segretario del Pd, Enrico Letta, e il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, che ha elargito fondi regionali al sistema dell'accoglienza». Uno scenario preoccupante, in cui si interseca il legame tra la coop e alcuni Comuni governati dal Pd e dalla sinistra ormai da anni: gli affidamenti diretti per centinaia di migliaia di euro e il sistematico ricorso alle proroghe, qualche amministratore locale dipendente della coop e, addirittura, alcuni funzionari pronti ad affittare i propri immobili» conclude Tripodi. 

Cooperative gestite dalla famiglia di Soumahoro, scatta l'interrogazione parlamentare. Il Tempo il 17 novembre 2022

Il gruppo Fratelli d’Italia della Camera dei Deputati depositerà nelle prossime ore un’interrogazione parlamentare al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Calderone, «per sollecitare eventuali provvedimenti nei confronti delle due cooperative Karibu e Consorzio Aid», che sarebbero oggetto «di inchiesta da parte della Procura di Latina, legate alla suocera e alla moglie del parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Aboubakar Soumahoro. »«I fatti riportati dagli organi di stampa, se confermati, sono gravi e meritano un’immediata azione di trasparenza». Lo comunica in una nota il gruppo FdI della Camera dei deputati.

Insorge anche la Lega. «Vorremmo sapere dall’onorevole Boldrini se oggi premierebbe nuovamente Marie Terese Mukamitsindo, a capo della cooperativa Karibù, che a Latina lotta contro il caporalato ma poi pagherebbe i suoi dipendenti, quando si ricorda di farlo, a nero, di fatto sfruttandoli. E chiediamo all’onorevole Soumahoro se era questo che intendeva quando, entrando a Montecitorio, diceva di voler tutelare "chi vive nel fango della miseria e del caporalato", la "miseria di chi non riesce a pagare la bolletta e l’affitto". Perché apprendere, ove le notizie fossero confermate dall’inchiesta dei magistrati di Latina, di minorenni lasciati in condizioni di sofferenza senza cibo, acqua o luce rischia di ridimensionare, e di molto il suo ruolo di paladino degli ultimi». Lo dichiara in una nota la deputata della Lega Simonetta Matone.

Soumahoro, il Pd lo scarica: "Avevamo sollevato dubbi ma siamo stati ignorati". Dario Martini su Il Tempo il 24 novembre 2022

Solo adesso il Partito democratico batte un colpo su Aboubakar Soumahoro, il "deputato con gli stivali" eletto con l'Alleanza Verdi-Sinistra finito al centro delle polemiche per le cooperative attive nell'accoglienza dei migranti gestite dai suoi familiari. In particolare la moglie Liliane Murekatete, consigliera d'amministrazione della coop Karibu, e la suocera Marie Therese Mukamitsindo, presidente della stessa Karibu e consigliera del consorzio Aid. Quest' ultima è indagata dalla Procura di Latina per malversazione.

Gli inquirenti vogliono capire se i fondi pubblici erogati dallo Stato e dagli enti locali per assistere gli immigrati siano serviti ad altri scopi. «Alcuni elementi di criticità e di opacità rispetto alle cose emerse circolavano anche in precedenza», svela Roberto Solomita, segretario dem a Modena, dove Soumahoro era candidato nel collegio uninominale come nome di punta di Verdi e Sinistra italiana in coalizione con il Pd. Il responsabile locale del partito di Enrico Letta aggiunge un particolare significativo: «Io ne ho parlato con il Pd e gli elementi sono stati portati all'attenzione. Nei pochi giorni che avevamo a disposizione prima delle elezioni abbiamo immaginato che le condizioni della candidatura fossero state verificate. Noi non abbiamo fatto un'indagine approfondita, ma abbiamo fatto presente ai responsabili del Pd che già circolavano cose sul conto di Soumahoro. Abbiamo semplicemente detto: "Gira questa roba qui, siamo proprio sicuri?". Ce lo avevano evidenziato in particolare anche alcuni rappresentanti dei sindacati confederali che con lui hanno rapporti più stretti. Questa vicenda è semplicemente lo specchio della gestione delle candidature nell'ultima tornata elettorale, che ha prodotto gli esiti cui abbiamo tutti assistito». Come sottolinea la Repubblica, Solomita vuole specificare che la scelta fu operata «dagli alleati di Sinistra Italiana e Verdi» e che non c'era alcuna riserva sulla figura di Soumahoro. I leader di Verdi e Sinistra italiana hanno sollecitato più volte Soumahoro ad incontrarli per fornire i dovuti chiarimenti. Il paladino dei braccianti ha sempre rimandato. Ieri, però, non ha potuto sottrarsi ulteriormente al confronto. Soumahoro, Bonelli e Fratoianni, infatti, si sono visti a Montecitorio, dove si trovavano per partecipare alla seduta pomeridiana della Camera. Il clima non era dei migliori. Dopo i lavori dell'Aula, i tre si sono riuniti negli uffici parlamentari per due ore, fino alle 21. Ma non è stato sufficiente.

I tre si rincontreranno oggi. Bonelli e Fratoianni sono rimasti molto irritati per il video pubblicato su Facebook alcuni giorni fa con cui Soumahoro, piangendo a dirotto, si scagliava contro chi lo «vuole morto». Un'iniziativa non concordata che non ha contribuito a fare chiarezza su quanto sta accadendo. Ha affermato che la consorte non lavora più alla Karibu da giugno scorso, quando invece almeno fino ad ottobre era ancora consigliera d'amministrazione. Ha detto anche di non avere mai avuto nulla a che fare con le due cooperative, quando invece alcuni operatori sociali hanno raccontato la sua presenza negli uffici della suocera. Negli stessi locali dove si trova la sua Lega dei braccianti, il sindacato con cui porta avanti le battaglie in difesa dei profughi sfruttati. Un movimento da sempre molto attivo nel Foggiano. Ed è proprio da San Severo in Puglia che arrivano le accuse della Caritas locale, secondo cui l'attività di Soumahoro «è solo virtuale». È bene ricordare che il deputato non è indagato. E che la sua versione merita di essere credute fino a prova contraria. Proprio per questo motivo Bonelli e Fratoianni non capiscono per quale motivo fino a ieri si sia sempre sottratto ad un incontro. «Siamo un'alleanza che fa del garantismo un principio importante - spiega il leader dei Verdi - Certo è che abbiamo detto che c'è una questione politica su cui Aboubakar deve delle spiegazioni non solo a noi ma anche a chi ci ha votato». Comunque, fa sapere Bonelli, non è prevista né la sospensione né l'espulsione dal partito.

Soumahoro in lacrime su fb,"sono persona pulita, mi volete morto". (ANSA il 20 Novembre 2022) - "Mi dite cosa vi ho fatto? Da una vita sto lottando per i diritti delle persone. Vent'anni per strada a lottare per dare dignità alle persone. La mia vita è stata caratterizzata dalla lotta contro qualsiasi forma di sfruttamento. Voi mi volete morto. Ho sempre lottato". Lo dice in lacrime Aboubakar Soumahoro, deputato eletto con l'alleanza Verdi-Si in un video postato su Facebook. Con la voce rotta dal pianto, Soumahoro - dopo l'indagine su eventuali irregolarità in due cooperative nelle quali hanno avuto dei ruoli la moglie e la suocera - aggiunge: "Ma figuratevi se questa regola non sarà rispettata da parte mia anche nei confronti della mamma della mia attuale compagna".

 "Voi avete paura delle mie idee, di chi lotta", aggiunge. "Pensate di seppellirmi ma non mi seppellirete. Sono giorni che non dormo. Io non lotto solo per Aboubakar, non ho mai lottato per Aboubakar. Ho lottato per le persone che voi avete abbandonato. Mia moglie è attualmente disoccupata, è iscritta all'Inps, non possiede allo stato attuale nessuna cooperativa. Perché non parlate con lei? Quando l'ho conosciuta lavorava già nell'ambito dell'accoglienza. Parlate con mia suocera, chiedete a lei che è proprietaria della sua cooperativa, e io sarò il primo ad andare lì, a lottare, a scioperare con i dipendenti e difendere i loro diritti", prosegue. 

"La montagna di fango non seppellirà le mie idee, probabilmente riuscirete a seppellirmi fisicamente, ma non riuscirete mai a seppellire le nostre idee, le idee degli invisibili", di "quel mondo che voi avete abbandonato". "Io sono una persona integra, pulita", rivendica il parlamentare.

DAGOREPORT il 23 novembre 2022.  

Il caso Soumahoro e lo scandalo che ha investito (l'ex) paladino dei braccianti sta facendo impazzire i “sinistrati” Fratoianni e Bonelli. Cioè i leader di Sinistra Italiana e Verdi che hanno voluto candidare l'ivoriano alla Camera dei Deputati, e che ora vengono sbeffeggiati sui social (e dai militanti) che li attaccano per la scelta improvvida.

Dalle stelle dello scranno in parlamento alle stalle delle inchieste dei pm di Latina, che indagano sulle cooperative della suocera, il passo è stato brevissimo. E la situazione peggiora perché i giornali, di giorno in giorno, pubblicano nuovi imbarazzanti dettagli sulla vicenda, tra borse Vuitton della moglie Liliane e testimoni che parlano di sfruttamento avvenuti nelle coop, fino alla Caritas che sostiene che Soumahoro andava nei centri di accoglienza vestito da Babbo Natale portando doni a bambini che non esistevano. E poi ci sono i controlli del ministero e i tanti dubbi sui bonifici della cooperativa verso il Ruanda, dove i familiari di Aboubakar avevano un resort con piscina.

Bonelli però si giustifica con gli amici: non è lui il vero colpevole della scelta dell’ivoriano. Il suo nome è stato “spinto”, lo hanno raccomandato in tanti. Chi? I soliti tromboni della sinistra romana e milanese. Ha ragione il povero Bonelli, preso in giro ieri da un perfido articolo del “Corriere della Sera” firmato da Goffredo Buccini. Soumahoro è diventato un'icona della sinistra per colpa di altri. E’ stato inventato da L'Espresso, allora guidato da Marco Damilano. L’ivoriano fu spiattellato in copertina in contrapposizione a Salvini (il titolo era tutto un programma ideologico: “Uomini e no”).

Soumahoro ha scritto un libro per Feltrinelli, la casa editrice della gente che piace e si piace, ed è diventato famoso grazie alle ospitate a “Propaganda Live” il circoletto romanello di Zoro, Makkox e Damilano (ora a Raitre). In poco tempo, Soumahoro è diventato “icona”. Volto spendibile alla bisogna per ogni intemerata “anti”: anti-Salvini, anti-razzista, anti-destra e via politicando. Dal palchetto votivo, Aboubakar è cascato in lacrime spiegando, in un video diffuso sui social, che eventuali sfruttamenti di minori sono avvenuti a sua insaputa. Non il massimo per il paladino dei diseredati.  

Il programma di Zoro, che piace tanto a Enrico Letta (uno che la politica dovrebbe studiarla e non farla), di solito fa la morale ai “cattivoni” con le lezioncine di onestà-tà-tà. Avrà sbertucciato Soumahoro, dopo le tribolazioni giudiziarie? Macché! Dopo aver eretto l’ivoriano a nuovo Berlinguer, “Propaganda Live” non ha dedicato nemmeno un minuto allo scandalo del sindacalista.

Poverini, bisogna capirli quei maestrini di etica (e cotica) di Zoro & friends. Devono essere rimasti scottati dai “precedenti”. Tempo fa un altro volto della trasmissione, il chitarrista Roberto Angelini, è finito nella polvere. Il musicista, proprietario di un ristorante, aveva frignato sui social raccontando di avere ricevuto una multa per il tradimento di una dipendente cattiva. Tutti a dargli solidarietà, fino a quando si è scoperto che la ragazza lavorava in nero, e che l'amico di Zoro si era comportato come uno dei tanti paraculi che “Propaganda Live” ama mettere alla berlina. Consiglio spassionato: la prossima volta, caro Zoro, prima di mazzolare qualcuno butta prima un occhio alla polvere sotto il tappeto dei tuoi ospiti…

Tommaso Montesano per “Libero quotidiano” il 20 Novembre 2022. 

Non è solo la procura di Latina ad aver acceso un faro sulle cooperative gestite dalla famiglia di Aboubakar Soumahoro. A volerci vedere chiaro, dopo le presunte irregolarità denunciate da alcuni lavoratori, è anche il ministero delle Imprese e del Made in Italy, l'ex ministero dello Sviluppo economico, che ha deciso di fare un'ispezione sulle due società amministrate rispettivamente dalla suocera, Marie Terese Mukamitsindo (presidente della Karibu), e dalla cognata, Aline Mutesi (numero uno del consorzio Agenzia per l'inclusione e i diritti, Aid), dell'attuale deputato dell'Alleanza Verdi Sinistra, che risulta estraneo ai fatti.

Proprio dall'Aid prende le mosse la vicenda che sta imbarazzando la sinistra. Sono alcuni lavoratori del Consorzio impegnato nei «servizi di assistenza e integrazione» sul territorio della provincia di Latina di «richiedenti asilo, rifugiati e immigrati» a rivolgersi, nel giugno scorso, alla sede provinciale del sindacato Uiltucs, guidata da Gianfranco Cartisano, per lamentare il mancato pagamento degli stipendi. Alcuni dipendenti lamentano addirittura un ritardo di 15 mesi. Il totale delle retribuzioni non pagate, ha rivelato venerdì scorso Cartisano, arriva a «ben 400mila euro».

L'ultimo bilancio disponibile del consorzio Aid, però, chiuso al 31 dicembre 2020, certifica che la società, si legge nella Nota integrativa abbreviata, «ha ricevuto incarichi retribuiti nel corso del 2020 da diversi Enti appartenenti alla pubblica amministrazione» per un totale di 749.301,68 euro.

Nell'elenco spiccano i 111.464,50 euro incassati il 10 dicembre 2020 dalla prefettura di Latina. Ente che il precedente 27 ottobre ha versato altri 107.717 euro, preceduti dai 105.395,17 euro del 21 settembre e dai 103.672,40 euro del 24 giugno. Data in cui Aid ha incassato altri 99.282,67 euro.

Ma non è stata solo la prefettura di Latina ad affidare incarichi al consorzio guidato da Aline Mutesi: nella lista ci sono anche gli importi versati dal Comune di Termoli e da quello di Latina. La causale spazia, a vario titolo, dal «servizio di gestione dei centri di accoglienza» per la prefettura di Latina, all'«acconto progetto Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr)» per il Comune di Termoli. Il Comune di Latina, invece, ha versato 10mila euro il 7 agosto 2020 per il «bando multimisura per la concessione di contributi in ambito sociale».

Nel bilancio c'è anche l'indicazione degli emolumenti percepiti dal presidente del consiglio di amministrazione, Mutesi: «È previsto un compenso pari ad euro 4.000 mensili al lordo delle trattenute previdenziali e fiscali». In totale per salari e stipendi nel 2020 il Consorzio ha versato, emerge dal conto economico della società, 164.815 euro. 

Quanto a Karibu, presieduta dalla suocera di Soumahoro e amministrata anche dalla moglie, Liliane Murekatete, che risulta residente a Sezze, in provincia di Latina, nello stesso indirizzo indicato da Mutesi, rappresentante di Aid, i numeri sono meno lusinghieri. La società, impegnata nei «servizi domestici a sostegno del bisogno familiare, servizi di accoglienza e integrazione sul territorio di richiedenti asilo, rifugiati politici e immigrati», ha accusato per l'anno 2021 «un cambiamento nell'ambito lavorativo specifico della Cooperativa».

I progetti per l'assistenza degli immigrati, infatti, «sono stati quasi tutti messi da parte all'infuori della categoria minori». Il periodo successivo all'emergenza Covid, mettono nero su bianco gli amministratori, è stato negativo, al punto che Karibu «ha dovuto licenziare parecchi dipendenti, visto il cambiamento organizzativo del lavoro». 

Un «risultato negativo», come riconosciuto dalla stessa società, che contrasta con quanto percepito, a titolo di emolumento, dalla presidente del Cda, Marie Terese Mukamitsindo, che a quanto riferisce il quotidiano La Verità avrebbe incassato oltre 100mila euro.

Non solo: dalla Nota integrativa al bilancio di esercizio al 31 dicembre 2021, emerge che la spesa per il personale è stata di 865.930 euro (in calo rispetto ai 1.486.308 euro del 2020). E il costo delle prestazioni lavorative dei soci - la Karibu è una cooperativa sociale e quindi a mutualità prevalente di diritto - ha pesato per 392.801 euro. Numeri che rinfocolano le polemiche politiche. 

«Aumentano gli indizi di colpevolezza nei confronti dei familiari del deputato Soumahoro, eletto con una formazione politica che a parole predica accoglienza e solidarietà. Bene la procura della Repubblica di Latina sugli accertamenti in merito all'operato delle due cooperative Karibu e Consorzio Aid», attacca Marta Schifone di Fratelli d'Italia. 

 Il collega di partito Massimo Ruspandini applaude invece alla decisione del ministro Adolfo Urso (Imprese) di «di disporre un'ispezione sui presunti casi di sfruttamento ed irregolarità. Fratelli d'Italia intende alzare l'attenzione su ogni forma di sfruttamento e violazione dei diritti sui luoghi di lavoro. Andremo avanti per accertare la verità».

In Onda, Paolo Mieli: "Soumahoro? Sono orripilato", cosa non torna. Libero Quotidiano il 20 novembre 2022

“Sono orripilato da questa vicenda”. Paolo Mieli non usa mezzi termini per descrivere quanto sta accadendo ad Aboubakar Soumahoro, massacrato per una vicenda giudiziaria in cui non è coinvolto: al massimo c’entra la famiglia della moglie, ma sarà tutto da accertare. L’onorevole eletto tra le file di Sinistra Italiana non si dà pace: “Perché questo fango? Perché vogliono colpire me? Hanno così paura delle mie idee?”. 

Lo sfogo a In Onda, su La7, ha dato il via a una discussione tra gli ospiti presenti in studio. Tra cui proprio Mieli, che si è detto “orripilato” dagli attacchi subiti da Soumahoro: “È vero, come diceva Concita De Gregorio, ci sono dei precedenti sui familiari dei politici, però c’è una velocità sorprendente se consideriamo il rapporto tra quando gli italiani hanno conosciuto Soumahoro e l’inizio di questa iniziativa giudiziaria. Tra l’altro vorrei ricordare che di recente il suo nome è entrato in ballo come possibile segretario del Pd: si è detto che sarebbe una svolta”.

Secondo Mieli l’onorevole sta pagando troppo velocemente il prezzo della notorietà: “Renzi e Boschi sono stati casi scandalosi perché è stato un picchiare per mesi e anni, ma questo caso è troppo veloce anche per chi come me è nel giro da tempo. Appena compare un protagonista nuovo nella politica si mette in moto un giochetto di questo tipo, ma stavolta è tutto troppo veloce”.

Soumahoro si vanta: “Saviano e Lucano sono con me”. Ma chiede aiuto alla Meloni per l’Africa. Lucio Meo su Il Secolo d’Italia il 20 Novembre 2022.  

I giornali di oggi grondano di interviste ad Aboubakar Soumahoro, il deputato eletto con i Verdi e Sinistra italiana (nelle liste del Pd) considerato il paladino dei braccianti schiavizzati, ma al centro di una bufera giudiziaria per un’inchiesta della Procura di Latina sull’attività di due coop gestite della moglie e dalla suocera. Maltrattamenti e sfruttamento, perfino di minorenni, queste le pesantissime accuse dalle quali oggi Aboubakar Soumahoro prova a difendersi sui giornali. Chiamando in causa, ovviamente, un presunto disegno politico, su cui Soumauhoro annuncia di aver ricevuto il sostegno di Saviano e del condannato Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace…

Gli affari della moglie e della suocera: non ne sapevo nulla…

Su Repubblica a Sohumahoro viene chiesto cosa sapesse degli affari della moglie. “Liliane non possiede nessuna cooperativa, non fa parte di nessun Cda e non è mai stata all’interno del consorzio Aid. È vero che è stata una dipendente della Karibu, ma allo stato attuale è disoccupata- Cosa c’entro io con quella cooperativa? Perché non sono andati a chiedere notizie a mia suocera o a mia moglie? È la dimostrazione che è solo fango per delegittimare me e la mia lotta…“, dice il deputato di sinistra. Che si rifiuta di entrare nel merito delle accuse: “La mia resistenza a rispondere a queste domande non è dovuta a una volontà di eluderle. Però, non avendo io vissuto nulla in merito a questa vicenda, non posso fare affermazioni approssimative o per sentito dire con delle indagini della procura in corso”.

Soumahoro però fa sapere che Saviano e Mimmo Lucano sono con lui…

Guarda caso, in questa vicenda spunta anche Roberto Saviano, protagonista dell’incontro tra Soumahoro e la moglie, conosciuta nel corso di un evento pubblico proprio a Latina, “dove ero andato insieme al mio amico Roberto Saviano”. “Lei + la donna che amo e per amarla non mi serve il suo casellario giudiziario. Liliane è la persona che, quando l’Italia era in lockdown, stava da sola a casa con un neonato, mentre io giravo il Sud per distribuire mascherine ai braccianti e alle persone bisognose. Adesso, quando esco di casa, mio figlio mi dice: papà, vai a fare la libertà”. Inutile dire che il deputato ha incassato la solidarietà del suo amico, e non solo. “Ringrazio Saviano, ringrazio il mio fratello e compagno Mimmo Lucano, ringrazio le attiviste e gli attivisti della comunità Invisibili in Movimento, ringrazio tutta la comunità virtuale che si è schierata dalla mia parte. Persino Maurizio Gasparri ha scritto che non ho alcuna responsabilità. Aspetto le prese di posizione degli altri”, dice, poi fa la vittima politica. “Io sono un nemico e un bersaglio ideale per la destra, ma anche per una certa sinistra sono scomodo. Una sinistra che non riesce a schierarsi dalla parte del lavoro, che si ricorda delle donne solo l’otto marzo, che non ha un orientamento chiaro sulla pace, che non dà seguito alle promesse sullo ius soli, che non sa la fatica di un operaio, la precarietà…”.

L’appello alla Meloni per una battaglia comune sull’Africa

Con Giorgia Meloni, fu protagonista di una polemica nel giorno della fiducia al governo, quando si “offese” perché il presidente del Consiglio gli si era rivolto con tu, salvo poi scusarsi. La  Meloni ha proposto un piano per l’Africa, la convince? No, ma apre a una collaborazione con il governo. “Per un africano, fatevelo dire da un italiano diversamente abbronzato, quel piano ricorda troppo i tempi della colonizzazione. Nessun governo africano farà accordi con chi esprime ostilità verso i figli e le figlie del continente. Non bisogna costruire un piano per l’Africa, ma un piano insieme agli africani. Se Meloni è d’accordo, sono pronto a farlo con lei in Parlamento...”.

La precisazione di Gasparri

“Leggo una intervista dell’onorevole Soumahoro nella quale afferma che il sottoscritto avrebbe escluso ogni sua responsabilità nelle vicende relative a un presunto sfruttamento di lavoratori stranieri nella zona di Latina. – afferma il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. – Io da garantista mi sono limitato a prendere atto che allo stato non risulta nessun coinvolgimento del neo parlamentare in queste vicende di cui abbiamo appreso. Però dico con analoga franchezza che risulta difficile immaginare che l’onorevole Soumahoro non si fosse accorto del disordine che avrebbe accompagnato vicende di lavoro che potrebbero aver coinvolto sue familiari. Inoltre la vicenda fa emergere l’ipotesi di gravi forme di sfruttamento di lavoratori stranieri da parte di organizzazioni gestite da loro connazionali. Quindi non posso lanciare accuse verso il neo deputato, tuttavia gli consiglio con pacatezza di indossare nuovamente gli stivali di gomma che ha usato all’esordio parlamentare, per visitare nuovamente le zone dove hanno agito le sue familiari, così conoscerà i fatti che dice di ignorare. Io fino a prova del contrario resto convinto della sua estraneità a condotte non corrette. A tutte le sue altre narrazioni credo un po’ meno. E lo invito a riflettere sulla opportunità di politiche più severe in materia di immigrazione, utili a impedire vergognose forme di sfruttamento del lavoro”.

Soumahoro massacrato perché è negro, le lacrime e la caccia a testate unificate. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 22 Novembre 2022

Anche se fossero soltanto la parte più artefatta di una patetica messinscena, come pure in tanti gli hanno rinfacciato, le lacrime di Aboubakar Soumahoro rispondevano a un fatto invece verissimo: e cioè che molti gli vogliono male, e pretendono di giudicarlo volendogli male, e gliene vogliono perché è un negro (non si scriva “nero”, per favore, almeno in questo caso). È un negro che ambisce al seggio parlamentare e lo ottiene, e da lì osa denunciare l’ingiustizia che affligge i diversi di pelle e di etnia, i quali solo a causa di questa diversità, non per altro, sono violentati ed emarginati.

È un negro che si permette di mettere in faccia al Paese la verità e l’attualità di un’ingiustizia concentrata su condizioni essenziali, vale a dire anche più intime e originarie rispetto al rango, all’impostazione religiosa, alla formazione culturale; e cioè la verità e l’attualità di un’ingiustizia riassunta in una dicitura tanto facile da pronunciare finché non è questione di sentirsene responsabili, e questa dicitura è “razzismo”: perché di questo e non di altro si tratta. E, su tutto, Aboubakar Soumahoro è il negro preso finalmente in castagna: a cianciare di diritti dei migranti mentre la suocera affarista e la moglie in ghingheri affamavano i minorenni e non pagavano i lavoratori nelle strutture di accoglienza.

Se è vero che quel parlamentare ha reagito in modo poco temperante e forse inopportuno alle prime notizie su questa faccenda (l’annuncio indiscriminato di querele non è mai un granché), è altrettanto vero che a investirne la reputazione e l’immagine, di lì in poi, è stato tutto tranne che la presunta ricerca della verità: e davvero tutto, ma proprio tutto, tranne che l’indignazione per il maltrattamento di cui sarebbero stati destinatari quei migranti e quei lavoratori. Gli uni e gli altri, è il caso di dirlo, solitamente non degni delle cure di attenzione in cui ci si esercita, vedi tu la combinazione, quando neppure il negro, ma anche solo il suo circolo familiare, è lambito da qualche ipotesi di irregolarità.

A quest’evidentissima realtà, ed è un capitolo della stessa ignominia, si risponde osservando che no, che c’entra il colore della pelle?, qui ci sono dei fatti da accertare e non è che si può far censura giusto perché l’implicato è un africano. Col triplice dettaglio che i fatti da accertare son dati per certi, che non risulta che l’africano sia implicato e, soprattutto, che se non fosse stato africano non sarebbe partita la caccia che invece è partita.

Che non era la caccia – che non si è mai vista – al marito e al genero di due tipe ipoteticamente disinvolte, e magari anche qualcosa di peggio, nella gestione di qualche cooperativa, ma puramente e semplicemente la caccia al negro travestita da una specie di Mani Pulite dell’immigrazione: per fare giustizia di certi manigoldi che ancora trattano male gli immigrati in un Paese abituato ad accoglierli felicemente, a farli sentire a casa loro, a non discriminarli mai mai mai, a riconoscere loro ogni diritto, a non dire mai, nemmeno per scherzo, “prima gli italiani”. Aboubakar Soumahoro merita solidarietà non per come è lui: ma per come siamo noi. Iuri Maria Prado

Soumahoro e ipocrisie: dello schiavismo non interessa a nessuno. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 28 novembre 2022

Le piantagioni schiaviste, con gli immigrati incurvi sotto il sole a raccattare ortaggi per un emolumento miserabile, e poi i dormitori di lamiera con le fogne a cielo aperto, e le baraccopoli e i casermoni di periferia che a fine giornata si affollano di quella gente lacera, coinquilina dei ratti in festa in un trionfo di immondizia e deiezioni, non sono episodiche vicende scandalose sfuggite al controlli civile di chi blatera di diritti: sono la realtà risalente e sistematica che offre buona materia elettorale e da comizio a chi non saprebbe che fare senza la riserva di quel degrado. Il regime schiavista cui sono sottoposti quei disgraziati non è l'effetto del neoliberismo selvaggio e dell'oscena logica del profitto che li tiene incatenati al proprio destino derelitto: è l'effetto di un dirittismo declamatorio, analogo alla retorica operaista che ha garantito agli operai italiani i salari più bassi d'Europa, e che trae alimento proprio dall'irreversibilità di quella condizione miserabile. Perché piuttosto che inserirli in un circuito virtuoso della produzione, competitivo, concorrenziale, anziché limitarsi a caricarli sul conto di un welfare simultaneamente insostenibile e straccione, il poverismo della Repubblica fondata sul lavoro preferisce farne una massa in attesa dell'assegnazione del diritto acquisito al sussidio, e per i più meritevoli un posto in lista. Questi giorni di polemica hanno reso solo più spettacolare una realtà manifesta da sempre, e cioè che di quella gente non frega niente innanzitutto a quelli che fanno le mostre di tutelarne i diritti.

Il caso e la gogna. Chi è Aboubakar Soumahoro e perché è stato aggredito da tutti. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 29 Novembre 2022

L’aggressione razzista ai danni dell’onorevole Aboubakar Soumahoro sta proseguendo con il contributo o nell’acquiescenza di pressoché tutto l’arco politico-giornalistico, e ogni giorno che passa si carica di prove a propria denuncia: cioè a denuncia del fatto che appunto di quello si tratta, di una campagna aggressiva che ha molto poco a che fare con l’accertamento della verità, con le propugnate esigenze informative, con il rendiconto cui è chiamato il paladino dei deboli che invece faceva soldi e carriera sulle loro spalle, e ha piuttosto molto a che fare con un pregiudizio ben misurato sul colore della pelle del “talentuoso ivoriano”, come lo chiama qualcuno adoperando il protocollo giudiziario che rinfacciava “furbizia orientale” alla testimone magrebina.

La riprova più tonda e scandalosa di quel tratto razzista, posto a contrassegnare in modo evidente quanto denegato tutto il circo di questi giorni, sta nell’uso, cui ci si è abbandonati a destra e a manca, del più classico argomento difensivo puntualmente impugnato dal razzismo inconsapevole o no: vale a dire che quella matrice sarebbe esclusa considerando che a strillare contro quel signore sarebbero innanzitutto gli stessi che egli pretendeva di tutelare. “Ma quale razzismo?! Sono i migranti, sono gli stessi braccianti neri ad accusarlo!”. Che è quel che dice l’antisemita preso in castagna: “Io ho tanti amici ebrei! E anche loro dicono che sono avari! Anche loro dicono che Hollywood e Big Pharma è tutto un magna magna della lobby ebraica!”.

È comprensibile che questi razzistelli sentano sulla propria coda lo scomodo tallone di chi fa osservare che possiamo girarla come vogliamo, ma siamo il Paese in cui un signore impugna il rosario e lo agita in faccia ai migranti da ributtare in mare in nome di Gesù Cristo, il Paese in cui il medesimo signore annuncia l’invio delle ruspe contro la “zingaraccia”, il Paese in cui la stampa coi fiocchi mette in prima pagina il controllore del treno che fa la ramanzina “Agli africani senza biglietto” (notoriamente gli italiani lo pagano tutti, il biglietto, e quando capita che non lo paghino finiscono in prima pagina col titolo “Acciuffati due di Treviso che viaggiavano gratis”), il Paese in cui il deputato in fregola si fa cronista della razza bianca violentata strillando su Twitter che lo stupratore “È un immigrato”, e sarà evidentemente una pura combinazione se non fa altrettanto quando il bruto è di Abbiategrasso o di Macerata.

E nel Paese in cui queste cose (per non dire di quelle ben peggiori) succedono regolarmente, e senza che esse siano avvertite come l’indice molto preoccupante di un rapporto gravemente disturbato con il diverso, lo straniero, l’appartenente a culture e a ranghi sociali in zone di sospetto, ebbene in un Paese così è comprensibile che non si riconosca, per inconsapevolezza o più spesso per malafede, che a fare le pulci al rogito e alle mutande griffate della moglie di Soumahoro non è la brama di verità ma la tigna razzista che si occupa dei diritti dei migranti, vedi tu la combinazione, quando è il nero a maltrattarli.

La tigna che gli rimproverava di non aver ripudiato pubblicamente la cerchia familiare, di non aver reclamato un po’ di giustizia democratica sulle spalle della moglie oltraggiosamente rivestite di capi alla moda, e che ora gli rinfaccia di non aver ancora rinunciato allo stipendio parlamentare di decretata scandalosità dai palchi dell’informazione che razzola nella trincea dell’onestà, quella che cura il diritto di sapere dei cittadini perbene che tirano la carretta mentre quello là sale a Montecitorio con il fango fasullo sugli stivali. Torni al posto suo, questo impostore, e trionfino finalmente i diritti dei migranti che lui e la suocera hanno messo nel nulla. Evviva il giornalismo tutto d’un pezzo che invece li difende, questi derelitti nelle piantagioni schiaviste e nelle periferie sbrindellate, li difende dalla mafia nera del clan Soumahoro. Iuri Maria Prado

Giustizialismo due punto z. L’aggressione razzista a Soumahoro arriva dagli stessi che si bevono la propaganda putiniana. Iuri Maria Prado su L’Inkiesta il 3 Dicembre 2022.

Chi non distingue invasore e invaso in Ucraina, guarda caso, attacca senza pietà il parlamentare nero, in un modo che non c’entra nulla con la ricerca della verità ma molto con il colore della pelle

Vorrei parlare del caso di Aboubakar Soumahoro parlando di qualcosa che apparentemente non c’entra nulla e invece è proprio in argomento. Avete presente la guerra all’Ucraina? Non la guerra "in" Ucraina, come molto spesso si dice, ma la guerra all’Ucraina: perché uno l’ha fatta e continua a farla e l’altro l’ha subita e continua a subirla.

Bene, abbiamo letto in questi mesi che sì, d’accordo, c’è un aggredito e c’è un aggressore, ma dopotutto anche questo Volodymyr Zelensky non è che sia proprio uno stinco di santo, zittisce gli oppositori, introduce la legge marziale, limita la libertà di stampa, insomma è un mezzo dittatore.

In questi mesi di guerra "in" Ucraina, mentre c’era la guerra "all’Ucraina", abbiamo letto e sentito tante volte che sì, va bene i russi, però attenzione perché tra gli altri ci sono tanti nazisti, il battaglione Azov, i soldati che si fanno fotografare con la svastica, quella non è mica una vera democrazia, eccetera.

Ecco, tutte queste cose – se anche esistono – cessano di essere rilevanti quando c’è di mezzo il bombardamento degli ospedali, degli asili, dei mercati, quando di mezzo ci sono gli stupri, la deportazione di centinaia di migliaia di bambini, la sistematica distruzione delle centrali elettriche, dei depositi di cibo, delle infrastrutture che garantiscono gli approvvigionamenti e appunto tutto ciò non per caso, ma sistematicamente, per fare l’Holodomor n. 2 mentre qui qualche cialtrone parla del bambino nella grotta che chiede la pace.

Ma si vuole un altro esempio caldo? Eccolo: è ben possibile che tra i ragazzi e le ragazze con la testa maciullata dalla polizia morale in Iran ci sia anche qualche mascalzone, ma questo che cosa significa? Che cosa c’entra? E avviciniamoci al caso di cui stiamo discutendo, a Soumahoro. È molto probabile che tra i neri incatenati nelle piantagioni schiaviste ci fossero anche dei brutti ceffi, anche dei bei delinquentoni: ma questo che cosa c’entra? Questo forse giustificava la schiavitù?

E quindi Soumahoro: che lui o la sua famiglia abbiano fatto qualcosa di sbagliato o perfino illecito a me non interessa più nulla se vedo che si ingrossa quest’aggressione. Un’aggressione che non c’entra nulla con la ricerca della verità ma soprattutto – non voglio dire soltanto, ma soprattutto – c’entra con il colore della pelle di chi la subisce.

L’obiezione del cretino è pronta: ma tu paragoni il caso di questo magliaro che fa carriera sulla pelle dei migranti mentre la moglie e la suocera li affamano? Paragoni il caso di questo impostore alle sofferenze del popolo ucraino o alla repressione dei giovani iraniani? Non si possono sentire certi paragoni!

Meditare: a rispondere in questo modo è innanzitutto chi durante ormai quasi un anno di guerra all’Ucraina ha parlato di guerra "in" Ucraina; è in primo luogo chi raccomanda di guardare anche alla parte che rifiuta e vanifica la pace perché si difende; è grosso modo chi reclama il dovere di fare accertamenti, se a Bucha non c’erano i bossoli; è pressoché sempre chi riafferma la missione informativa due punto zeta che obbliga a tener conto della versione russa, perché la propaganda notoriamente c’è dappertutto.

E sono gli stessi che rivendicano il diritto di tracciare i soldi usati per comprare le mutande della trisnonna di Soumahoro perché i diritti dei migranti sono importanti, i diritti dei migranti ben protetti in Italia finché «questo negro di merda» non si è messo a farne carne di porco.

Perché è stato candidato Soumahoro, ieri eroe oggi mostro. Davide Faraone su Il Riformista il 29 Novembre 2022

Ci sono storie che hanno il potere di mettere a nudo ipocrisia e retorica anche al di là delle vicende personali dei loro singoli protagonisti. La storia di Aboubakar Soumahoro è una di queste. Soumahoro ieri era un eroe, oggi è il “mostro”. Il tritacarne mediatico, inesorabile e spietato, come sempre stritola uomini, esistenze e storie senza curarsi di approfondire, scavare o banalmente di aspettare il giudizio della magistratura. È la clava barbara del giustizialismo che non risparmia nessuno, nemmeno coloro i quali questa clava la conosco benissimo perché, in genere, la brandiscono con ferocia contro i propri avversari.

Ovviamente non sto parlando di Soumahoro, al quale rivolgo la mia solidarietà umana per la gogna preventiva che sta ricevendo e l’auspicio che tutto possa risolversi nel migliore dei modi. Mi riferisco invece a quella sinistra radicale, farisaica e cinica, che prima consacra simboli eterei e poi, alla prima difficoltà, li brucia alla velocità della luce. Un atteggiamento meschino che rivela la cifra umana, prima ancora che politica, di chi lo adotta. Un cortocircuito morale e culturale che procura ferite profonde alla credibilità delle persone ma soprattutto alle battaglie che questi “eroi usa e getta” portavano avanti.

Qualunque sarà l’epilogo di questa vicenda, infatti, la certezza è che da domani i braccianti invisibili saranno ancora più invisibili. La loro causa è infangata, la fiducia compromessa. Eccoli i risultati ottenuti dalla sinistra radicale: un caposaldo costituzionale come il garantismo nuovamente profanato e un danno epocale inferto a quelle donne e a quegli uomini che a parole dicevano di voler difendere. Davide Faraone

Basta massacrare Soumahoro, l’ong Mediterranea si schiera col deputato: “Contro i processi sommari”. Redazione su Il Riformista il 29 Novembre 2022

Abbiamo seguito come tutti la vicenda che ha coinvolto Aboubakar Soumahoro, e con grande dispiacere, innanzitutto per ciò che implica umanamente per un amico, una persona che abbiamo conosciuto in situazioni di lotta e che ci ha sempre sostenuto. Le implicazioni politiche, culturali e sociali di questa storia rischiano di ricadere, come sempre, sulla pelle di chi soffre ingiustizie, soprusi, nei ghetti come nei “centri di accoglienza” troppo spesso dimenticati, come se non ci dovessero essere lì dentro vite di persone in carne ed ossa, esseri umani e non numeri.

Perché in molti vogliono che niente cambi per le vere vittime. Primi tra essi i grandi giustizieri: sono pronti ora a chiudere i ghetti dei braccianti dando casa e contratti dignitosi a chi anche ora vive nel fango? I grandi moralizzatori sono pronti ora a fare ispezioni a tappeto in tutti i centri di detenzione o in quelli di accoglienza, per vedere dove è possibile vivere dignitosamente e dove no? Abou è stato travolto da una gogna mediatica, e abbiamo riconosciuto le fragilità di ogni persona normale che viene massacrata sotto i colpi della lapidazione e anche sotto il peso dei propri errori. Ma noi non ci stiamo ad abbandonare nessuno. Questa storia ci fa riflettere sulla necessità, culturale e politica, di emanciparci dai paradigmi del “superuomo” (e dello show che si nutre di lui) ma anche da quelli dei “tribunali del popolo”.

Crediamo nell’imparare insieme dai propri errori, perché qui siamo tutti coinvolti anche se ci crediamo assolti. Combatteremo sempre i processi sommari che costruiscono e sbattono i mostri in prima pagina. Combatteremo sempre chi pensa che una opinione diversa giustifichi la messa in moto di campagne denigratorie, diffamatorie, di umiliazione pubblica contro il “nemico” e le sue fragilità. Non vedere che alimentare o giustificare il massacro politico e umano di Abou, con silenzi o peggio con accuse infamanti che vanno ben oltre la realtà dei fatti, equivale a seppellire anni di lotte collettive, idee, sogni di costruire un mondo diverso, è pura follia. I processi li fanno i tribunali, i percorsi politici li decide la storia collettiva di una società.

Ora per noi è il tempo di combattere contro gli sciacalli e gli avvoltoi, di ogni risma, che non aspettavano altro che vedere un cadavere da poter sbranare. Abou continuerà il suo cammino, e sarà diverso da prima. Speriamo che, per primo lui, farà di tutto per far luce su ciò che per chi lotta per la dignità e la giustizia, non può rimanere in ombra. Basta con le pubbliche umiliazioni del capro espiatorio, le trame, i complotti e il giustizialismo. Con la logica della lotta politica come guerra per bande. Con la schadenfreude per la lapidazione.

Noi non lasciamo affogare nessuno di quelli sbalzati in acqua dalla furia delle onde o dalla propria imperizia nell’affrontare il mare.

La lotta continua, e se diventiamo più umani e consapevoli, sarà tutto di guadagnato non per noi, ma per quelli che stanno peggio. È a loro che dobbiamo rispondere di ciò che facciamo, e alla nostra coscienza. È per i diritti di tutt* che siamo in mare ed in navigazione e questa è la nostra unica bussola.

Il Consiglio Direttivo di MEDITERRANEA Saving Humans

Soumahoro, il colpevole perfetto: lapidato a destra, scaricato a sinistra. Il deputato di Verdi-Sinistra italiana non è indagato ma su di lui si è scatenata una tempesta di fango. Costa: «Il processo è già stato fatto». Simona Musco su Il Dubbio il 23 novembre 2022

«Quando si dice voler eliminare l’avversario per via giudiziaria… questo mi sembra uno dei casi di scuola». Il deputato di Azione Enrico Costa non è un garantista a intermittenza. Per questo, pur essendo «lontanissimo» dall’idea politica di Aboubakar Soumahoro, non può digerire la gogna mediatica che ha colpito il deputato dell’Alleanza Verdi-Sinistra.

Il colpevole perfetto, l’uomo arrivato dal nulla, con l’idea di cambiare il mondo, capace di fare ingresso in Parlamento con gli stivali sporchi di fango. Un gesto simbolico che ha illuminato gli occhi di tanti e fatto storcere altrettanti musi. Un eroe o un farabutto, non c’è via di mezzo per Soumahoro, la cui pelle nera è diventata strumento per più fini: da un lato la carta da giocare a sinistra per dimostrare di credere in certi ideali e di essersi schierati tra i buoni, a destra per dimostrare che “quelli lì” buoni lo sono solo a imbrogliare.

L’inchiesta della procura di Latina

La vicenda è ormai nota: la procura di Latina ha aperto un fascicolo sulle cooperative Karibu e Consorzio Aid, nella cui gestione sono coinvolte Marie Therese Mukamitsindo, suocera di Soumahoro, e Liliane Murekatete, sua moglie, con lo scopo di approfondire aspetti contabili e verificare presunti maltrattamenti rivelati da alcuni ospiti delle due cooperative. Il deputato, però, non ricopre alcun ruolo in quelle coop e l’inchiesta non lo sfiora nemmeno. Ma sui giornali si è scatenata la caccia al “mostro”, un’occasione d’oro, per alcune testate, per declassare Soumahoro dal ruolo di difensore dei braccianti a quello di sfruttatore senza scrupoli.

La reazione di Soumahoro: «Mi vogliono distruggere»

La reazione del sindacalista diventato parlamentare non si è fatta attendere: in un video pubblicato sui suoi canali social, in lacrime, ha accusato chiunque stia speculando sulla vicenda di volerlo «distruggere», minacciando di querelare chi «sta usando i miei affetti per colpirmi». Perché attorno alla vicenda giudiziaria ancora tutta da scrivere i giornali si sono riempiti di racconti sul “falso mito” di Soumahoro, uno che, stando alla stampa di destra, sulle sfortune dei braccianti avrebbe costruito la propria carriera politica, altro che paladino della giustizia.

Non bastassero questi racconti, a fare notizia è stata anche l’attività social della moglie. Colpevole di indossare vestiti e accessori costosi, di fare foto in posa in alberghi di lusso, di essere stata ribattezzata “Lady Gucci”. «Foto da vamp» che «non aiutano», ha scritto sul CorSera Goffredo Buccini, come se per essere credibili l’unico abito adatto sia quello da suora. Altrove si chiedeva conto a Liliane di come avesse acquistato quella roba. Domande che forse nemmeno la procura di Latina si è fatta, ma nel circo mediatico ogni lembo di pelle esposto è buono da cannibalizzare.

L’inchiesta risale al 2019 e negli ambienti giornalistici non era certo una novità. Ma la bomba è esplosa soltanto poche settimane dopo le elezioni, quando Soumahoro ha iniziato ad occupare un banco che autorizzerebbe chiunque, a quanto pare, a chiedergli conto di cose che probabilmente non conosce. Che forse nemmeno esistono, se esiste ancora la presunzione di innocenza. Ma invece lui dovrebbe sapere tutto. E così il suo silenzio risulta sospetto e non basta che dica di non saperne nulla, cosa magari del tutto vera. Il motto “non poteva non sapere”, che si cuce addosso a chiunque svolga un ruolo pubblico, torna di moda, con l’autorità di un articolo del codice penale. Dimenticando che la responsabilità penale, se c’è, è personale. 

«Rappresento l’onorevole Soumahoro esclusivamente per delle azioni legali che stiamo valutando di porre in essere per le avvenute diffamazioni nei suoi confronti – ha spiegato al Dubbio l’avvocato Maddalena Del Re -. Ribadisco che non è destinatario di alcun tipo di indagine, ma si è trovato costretto ad avere una difesa legale per gli attacchi ricevuti dai media. Quello che gli si chiede è di entrare nei dettagli di una indagine di cui non si conoscono i contorni: la procura di Latina ha rilasciato una dichiarazione stringatissima nella quale si dice espressamente che sta valutando eventuali profili penali di determinate condotte nel massimo di riserbo. Si è creato un cortocircuito mediatico per il quale a un personaggio politico e pubblico che è del tutto estraneo a una vicenda giudiziaria si chiede conto di qualcosa che non conosce, come se fosse una colpa non avere dettagli precisi di date o circostanze. Qualunque condotta assuma, per una malintesa interpretazione della comunicazione, in qualche modo rischia di risultare responsabile».

L’occasione era infatti troppo ghiotta per non lanciarsi sul deputato e dedicargli titoloni da far accapponare la pelle. Ne citiamo uno solo: «Gli schiavisti in casa sua», copyright di Libero. Perché se il poveretto finito nel mirino – anzi, nemmeno: nei paraggi – di un’inchiesta giudiziaria non è del proprio partito di riferimento, il garantismo – “che è nel nostro dna”, si sente dire di solito – può pure andare a farsi benedire.

Soumahoro, lapidato a destra e scaricato a sinistra. Bonelli: «Ho commesso una leggerezza»

Così a destra sono subito partite le macchine delle interrogazioni e l’indignazione senza via di scampo, ma anche nel partito di Soumahoro non si è perso tempo: «Ho commesso una leggerezza», avrebbe confidato ad amici il leader dei Verdi Angelo Bonelli, dando ragione a chi ha malignato che la scelta di candidare Soumahoro non fosse legata alla sua storia, ma al fatto che fosse una figurina buona da giocarsi alle elezioni. Costa, dal canto suo, non lesina critiche a politica, stampa e inquirenti. «C’è stato un attacco molto feroce a Soumahoro dal punto di vista “giudiziario”, anche se non interessato direttamente, e dalle notizie frammentarie pubblicate si capisce chiaramente che qualcosa è trapelato dagli uffici giudiziari o dagli organi inquirenti. Ed è una cosa non particolarmente edificante. Siamo in fase di indagini – ha commentato al Dubbio -, ma queste persone sono già praticamente passate come responsabili, anche e soprattutto sulla stampa. Il fatto che si tratti di un avversario politico non fa venir meno certi principi, anzi valgono il doppio. E ho letto molti commenti definitivi da parte di persone normalmente “garantiste”, solo perché ad essere coinvolto è uno che siede dall’altra parte. Il processo è già stato fatto e la sentenza è già stata emessa».

Parlare a nuora, perché suocera intenda. Il caso Soumahoro è un miscuglio tossico di razzismo, classismo e giustizialismo. Carmelo Palma su L’Inkiesta il 23 Novembre 2022.

Sul deputato di Sinistra italiana si sono scagliati due tipi di giustizialismo: quello accattone della destra, che fruga nei cassonetti di qualunque inchiesta per infangare un sedicente “buono” e quello mistico della sinistra, che transustanzia la persona dell’accusato

Se non ci fosse niente da ridere e molto da piangere, verrebbe da dire ad Aboubakar Soumahoro: «Benvenuto in Italia». Non c’è infatti nulla di più tipicamente nazionale – di più «italo-italiano», avrebbe detto Marco Pannella – del vizioso virtuismo da apericena della sinistra e del garantismo a geometrie razzialmente variabili della destra che, appena partita l’indagine su presunte malversazioni nella cooperativa sociale Karibu e nel consorzio Aid, hanno appiccato l’incendio in cui il parlamentare nero si è già bello che bruciato, al di là degli esiti di una vicenda giudiziaria, che peraltro non coinvolge neppure lui, ma la compagna e la di lei madre.

È da giorni in corso una sfilata di “io sono garantista, ma…” che ha unito praticamente tutti, da Angelo Bonelli a Maurizio Gasparri, nell’unità nazionale della cattiva coscienza, a dare lezioni di accoglienza, di correttezza sindacale, di giuslavorismo cooperativistico al genero nero dell’indagata nera, cinica sfruttatrice di diseredati.

A rendere tutto ancora più grottesco è che le lezioni riguardano un tema su cui nessuno degli onorevoli inquisitori dell’onorevole indagato per interposta suocera ha le carte in regola, avendo tutti loro imposto o accettato che la gestione dell’accoglienza, dai rimpatriabili nei Cie, ai richiedenti asilo nei Cara, avesse caratteristiche sostanzialmente detentive (e dunque inevitabilmente criminogene) e bilanci risicati (e quindi condizioni di vitto e alloggio miserabili), per non irritare la brava gente scandalizzata che lo Stato per i disperati ripescati in mare spendesse ben 35 euro al giorno cadauno.

Nella vicenda di Soumahoro, cioè non nell’indagine sui suoi congiunti, per cui neppure sappiamo se ci sarà mai un processo, ma nel processo già celebrato e concluso contro di lui, si sono sommate nell’azione e moltiplicate negli effetti il giustizialismo accattone della destra, che fruga nei cassonetti di qualunque inchiesta per pescare le carte buone a infangare un sedicente “buono” e il giustizialismo mistico della sinistra, che transustanzia la persona dell’accusato, anche se “compagno”, nel fantasma della sua colpa presunta, ipotizzata o, come in questo caso, addirittura trasferita per via familiare, perché ovviamente Soumahoro non poteva non sapere.

Poi a fare il vuoto attorno a Soumahoro ancora più perfetto e più rotondo e il discredito più condiviso e unanime, c’è il particolare che quello, che uno dei tanti articoli-esecuzione di questi giorni definisce il «talentuoso ivoriano», è un nero, anzi diciamola tutta, un “negro”. Poi non è neppure un nero che fa il povero nero e a cui si possa dare paternalisticamente del tu – come è scappato anche a Meloni – ma è uno consapevole e orgoglioso di sé, che venendo da una storia abbastanza emblematica, ampiamente sfruttata dai suoi ex amici e sempre screditata dai suoi nemici, si è messo a fare il sindacalista dei braccianti schiavi dei caporali: mestiere più complicato del negoziato sui buoni pasto in un ufficio parastatale.

Ora, dicono i suoi ex amici e i suoi nemici, si è montato la testa, ha altre ambizioni e quindi questa inchiesta è arrivata proprio a fagiuolo. Il suo gruppo parlamentare ha vergato un comunicato oscenamente curiale invitandolo a un incontro per «avere da lui elementi di valutazione su questa vicenda che contribuiscano a fare chiarezza»: cioè, non deve essere la procura a dimostrare che le sue congiunte sono colpevoli di qualcosa, bisogna che lui in un processo preventivo e parallelo dimostri ai sopracciò politico-parlamentari (che fino a due mesi fa si aggrappavano ai suoi stivali infangati e alla sua storia per scavallare il 3% alle elezioni) la personale estraneità a una vicenda che potrebbe pure essere fatta di nulla.

Rimango in attesa che Bonelli, Nicola Fratoianni e compagnia rivolgano analogo sollecito all’amato Giuseppe Conte, a proposito dei vecchi impicci del suocero, beneficiato da un provvido emendamento del genero. E sapendo che questa attesa sarà vana, rimango persuaso che il caso Soumahoro sia solo una storiaccia di classismo, razzismo e giustizialismo assortiti e combinati in modo tossico.

L'ennesimo "santino" della sinistra. Il caso Soumahoro è un monito per la destra e una lezione per la sinistra. Il monito per la prima è di non imitare la sinistra nel giustizialismo. Marco Gervasoni su Il Giornale il 24 Novembre 2022

Il caso Soumahoro è un monito per la destra e una lezione per la sinistra. Il monito per la prima è di non imitare la sinistra nel giustizialismo. Al momento, il parlamentare non pare indagato, diversamente dalla suocera. E anche quand'anche lo fosse, ciò non vorrebbe dire nulla. Lascia poi perplessi vedere gruppi di maggioranza agitare l'interrogazione parlamentare, a seguito di una inchiesta della magistratura, contro un deputato dell'opposizione. Non è infine il massimo che la stampa si sia scatenata solo dopo l'intervento della magistratura: a rimorchio, benché talune voci su irregolarità nelle cooperative ora indagate già girassero da tempo. Insomma, essere ultragarantisti con i propri e forcaioli con gli altri, non è il non plus ultra del garantismo. E ancora più grave è essere manettari sempre, come sono usi a sinistra. I Verdi di Bonelli e Sinistra Italiana di Fratoianni, già infatti stanno approntando una specie di processo politico, e anche qui, non prima, ma solo dopo l'intervento della magistratura, nonostante un ex parlamentare di quell'area, Elena Fattori, si fosse dimostrata perplessa sulla candidatura del sindacalista. Possibile che ci si svegli solo quando si muovono i magistrati? Ma la lezione che il caso impartisce alla sinistra è un'altra. Smettetela di cercare i santini. Di andare a scovare figure che, per la loro immagine, rappresentano, su un piano mediatico, la correttezza politica, che incarnano il partito dei «buoni», e che appartengono alla cosiddetta «società civile», considerata chissà perché sempre pura e incontaminata. Finitela poi di farne dei fenomeni: non era grottesco che, fino al giorno prima della inchiesta, Souamahoro fosse presentato, dalla stampa di sinistra, come un possibile nuovo segretario del Pd, partito a cui peraltro neppure appartiene? Gli stessi giornali che, non appena si sono mosse le procure, lo stanno abbandonando. La teoria di «papi stranieri» buoni che si sono rivelati dei flop sarebbe lunga: basti ricordare Mimmo Lucano (che però è stato condannato), le sardine e Santori, la Boldrini, per non parlare della stagione dei Pm, inaugurata da Di Pietro e finita con Ingroia. Innamorarsi sempre delle persone sbagliate è un grave segno di fragilità: ancora più se, dopo un giorno che le si conoscono, si offrono loro le chiavi di casa. Alla sinistra serve un buon psicanalista collettivo, altrimenti a breve chissà quanti altri Soumahoro nasceranno.

Il razzismo di chi si finge non razzista. Soumahoro vittima del razzismo della sinistra, acido e fasullo come una moneta di piombo: persino Salvini difese Morisi. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 23 Novembre 2022

Seguirò l’azzardoso esempio di Iuri Maria Prado e parlando dell’on. Soumahoro e anziché dire “nero” dirò anch’io negro, perché il razzismo, come la mafiosità, conta su due sistemi comunicativi. Il “black” importato dall’America come “nero” che in Italia sostituisce “negro”, ma in America l’appellativo schiavistico “nigger” o “negro” (pronunciato nigro) certifica un fatto storico: l’abolizione della schiavitù e quella sempre parziale dell’apartheid, e cioè di far credere che il razzismo sia stato vinto, assecondando l’ipocrisia politica. E dunque smettiamo di dire nero e assumiamo il negro, come del resto hanno imposto i black americans, che hanno riservato a sé stessi il diritto esclusivo di usare l’aggettivo “negro” per parlare da negro a negro, senza l’intromissione del bianco.

Un nero americano si rivolge a un nero americano dicendogli “Hi, my nigger,” e my nigger è il nome di una fratellanza nella razza. Chi ricorda l’autobiografia di Malcolm X ricorda le temerarie parole con cui il leader mise a nudo l’infezione razzista all’interno delle comunità nere dove immancabilmente i neri più chiari perseguitano quelli più scuri. Sì, ciò che sta accadendo in questi giorni all’onorevole Soumahoro è razzismo. Una prova? Io stesso. Chiamato in televisione a commentare la vicenda di quest’uomo sul cui conto indagano i carabinieri anche se in mancanza di una sola ipotesi di reato – intanto mettiamo tutto sotto inchiesta, setacciamo ogni frammento della sua vita, famiglia, affari, pensieri, azioni e poi vediamo – io stesso ho emesso parole che biasimavano o almeno sconsigliavano il deputato Soumahoro dal piagnucolare, querelare, farsi venire attacchi di nervi esagerati perché con paternalistica superiorità. intendevo dirgli: eddài, non fare il negro piagnone, con moglie e suocera che non pagano i dipendenti e non danno abbastanza cibo ai ragazzi. Fai invece il negro buono, che rallegra gli antirazzisti da salotto di casa nostra, della nostra ipocrita sinistra, sempre pronta a sporcarsi poco le mani e ancor meno la coscienza, avendo sempre la mascherina sul naso e l’amuchina giusto in caso il cosiddetto nero non fosse proprio un campione d’igiene, di questi tempi non si sa mai, mica per razzismo, per carità.

E invece, fratelli bianchi, guardiamoci e guardatevi in faccia – e mi ci metto anch’io – siamo affetti da doppio razzismo, che è la versione del razzismo di sinistra, acido e fasullo come una moneta di piombo, perché abbiamo paura sia dell’essere umano verniciato di melanina che vuoi o non vuoi è sempre un soggetto particolare anche se in nome della nostra ipocrisia lo esaltiamo mentre invece quello, o quella, chiede di essere trattato normalmente, sia dal nostro razzismo di dentro, quello che madre natura mette dentro a tutti come diffidenza del diverso, sia per motivi animali che non risparmiano nemmeno noi, figli delle belve della savana e non degli angeli. Nel Lessico Famigliare Natalia Ginzburg, ebrea piemontese, ricordava l’innocenza ingannevole di suo padre che quando voleva dire qualcosa di sbagliato, ridicolo e incettabile, diceva è una “negrigura”, parola peraltro italianissima che sta anche sul dizionario Treccani. Far finta di essere esenti dal peccato originale del razzismo (quello subdolo, sudicio, travestito, come quello degli antisemiti che prima o poi ti dicono che il loro miglior amico è ebreo) è far finta di essere razzialmente superiori. Dunque, è una confessione di razzismo. E allora, tanto per essere chiari e sfrenati, ricordiamo un coraggioso che in genere non ci viene in mente ed è Matteo Salvini, il quale di fronte ai guai del “bestia”, il suo fedele collaboratore Morisi accusato di traffico o di droga, si buttò a corpo morto per difendere un suo uomo portato sotto la gogna mediatica e linciato. Salvini ebbe fegato, anche se poi si esibiva nel numero dei citofoni chiamati dalla strada: “Pronto? È lei lo spacciatore? Mi dicono che lei spaccia”.

Lasciatemi spendere qualche parola da vecchio reazionario politicamente scorretto: ci hanno rotto per decenni le palle sulla retorica del diverso. Io sono stato diverso a causa dei miei capelli rossi quando mi terrorizzavano chiamandomi roscio malpelo. Figlio di un padre, rosso anche lui che, come ogni padre Dc, mi avvertiva e raccomandava di stare con la testa bassa, non reagire, portare un cappello che nascondesse l’anomalia. Oggi può far ridere ma negli anni Quaranta e Cinquanta i razzisti non avevano nessuno di meglio da linciare, che i rossi e coloro che avessero qualsiasi difetto fisico. È il principio odioso del capro espiatorio per cui sono sempre i diversi, non importa quanto, a finire giù dalla Rupe Tarpea o sulle fascine accese, legati a un palo, accusati di essere streghe, stregoni, figli rossi (di nuovo) del diavolo, ebrei marrani, eretici e devianti sessuali. Chiunque non sia del proprio gregge, del proprio sugo e delle proprie spezie, chiunque abbia un odore di ascelle che non è come il nostro. Bisogna viverci davvero in una società multirazziale, multiculturale, con più di venti varianti di possibili identità di genere, colore, accento, etnia…

E allora diciamolo chiaramente, che tutta la storia del deputato della Repubblica Soumahoro è la schiuma del razzismo incorporato e paternalistico, della rabbia per il fatto che questo sindacalista africano che difende quelli della sua stessa storia ci avrebbe delusi perché in definitiva anziché comportarsi come un candido cavaliere senza macchia e senza paura, si comporta come un uomo che ha paura, si indigna, avverte il peso della propria pelle nera, si ritrova gli investigatori in casa e finisce sulle prime pagine e sui telegiornali per una e una sola ragione: perché è negro. Diceva la vecchia canzone napoletana sui figli nati dalle relazioni sessuali fra ‘e signurine napulitane e i soldati americani: “Chillo, o fatto, è niro, niro. Niro, niro comm’a che!”. Tutti quei figli neri napoletani io li ricordo benissimo perché vivendo a Napoli erano affidati alle buone suore che li picchiavano senza pietà e poi sparivano. Chissà che fine hanno fatto. Noi non siamo mica razzisti. Ricordate la storiella del cumenda milanese che dice: “Razzista mi? L’è lù che l’è negher”. Con la differenza che oggi non abbiamo di fronte il cumenda milanese, ma l’intera sinistra italiana che bela, che biascica, che mormora, che distingue, che vorrebbe prendere almeno un pesce e non sa che pesce prendere.

E non può, perché non sa guardarsi allo specchio e dire: fosse che in fondo i razzisti siamo noi con tutta questa carità pelosa, questa carità ignobile di chi vorrebbe dare ai negretti tutte le mutande senza elastici, le calze spaiate, le camicie lise, e per loro vuoterebbero le cantine, si libererebbero della bici senza una ruota e di tutte le scatole di cibo scadute solo da un mese? Li ho visti in Calabria i negri che neanche in Alabama: ammassati nelle case sfondate i cui padroni viaggiavano in Ferrari e che nutrivano i negri con farina per maiali arricchita di vitamine e davano loro cessi di cartongesso. Erano tutte inchieste se non ricordo male del procuratore Gratteri. E ora c’è questo rompiscatole che si trova pure nei guai per una madre e una suocera e che piagnucola, minaccia querele, fa una debolissima voce grossa e nessuno della sinistra finta ha il fegato di dire: Soumahoro è un uomo ed è nostro, mentre noi invece siamo una massa di opportunisti razzisti. Non uno. Sono tutte anime candide, cioè bianche.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Il caso Soumahoro e l’ipocrisia della sinistra che lo ha abbandonato. Messa di fronte alla scelta tra l’opportunismo e i principi dello Stato di diritto, ha scelto l’opportunismo del ‘"non sapevamo". Giuliano Cazzola su Il Dubbio il 2 Dicembre 2022

Aboubakar Soumahoro si è autosospeso dal gruppo di Sinistra&Verdi che lo aveva candidato nella coalizione dei democratici e progressisti e fatto eleggere (nel proporzionale) alla Camera dei deputati, dove si era presentato il giorno dell’insediamento calzando, sotto un abito di buon taglio, gli stivali di gomma, da lavoro, sporchi di fango. Probabilmente li aveva acquistati apposta per esibirli in quell’occasione, in evidente polemica con il ‘’potere’’ che non si cura dei ‘’dannati della terra’’ dei quali il neo deputato si considerava legittimo rappresentante e interprete dei loro bisogni.

Io non conoscevo neppure l’esistenza di questo ex sindacalista, ma da quel gesto all’ingresso di Montecitorio mi sentivo offeso, come in tante altre occasioni in cui sono stati esibiti cappi con tanto di nodo scorsoio, fette di mortadella, pesci e quant’altro è entrato a far parte della cronaca minore della politica. Poi, seguendo le polemiche sollevate dalle campagne di stampa e televisive riguardanti l’attività della sua famiglia, della suocera e della moglie, in assenza di qualsiasi indagine giudiziaria su Soumahoro, ho avvertito l’esigenza di prendere posizione pubblica contro l’ennesimo linciaggio mediatico a cui mi toccava di assistere. Così i principi hanno prevalso sull’antipatia.

Le colpe delle suocere – mi sono detto – non possono ricadere sui generi. La magistratura – speriamo – farà chiarezza, anche se si stanno concretizzando fatti e circostanze testimoni di un ambiente di lavoro e di vita in cui, per commissione od omissione, Aboubakar si trovava a proprio agio. Io ho un’inguaribile tendenza a sostenere le cause perse (anche perché, arrivato alla mia età, ho scoperto che sono le uniche per le quali vale la pena di combattere). Anche per questa propensione voglio dare al neo deputato autosospeso un consiglio non richiesto: quello di rimanere al posto dove l’hanno mandato i suoi concittadini.

Chi legge il suo curriculum si accorge che Soumahoro dispone dei mezzi culturali e politici, oltreché dell’esperienza, per fare bene il lavoro da deputato. Penso che per lui sia stato uno shock precipitare, da un momento all’altro, dal piedistallo degli eroi, del difensore dei giusti per trovarsi sbattuto in prima pagina alla stregua del ‘’feroce Saladino’’, con gli amici di prima che fingevano di non conoscerlo. Non gli fanno onore né la reazione piagnucolosa né i tentativi di depistaggio di coloro che si erano precipitati a saccheggiare la sua vita. Ma il suo caso può essere utile al Paese, perché è rivelatore dei guasti che la canea mediatico-giudiziaria ha determinato (nel suo come in tanti altri casi) nella convivenza civile del Paese.

Soprattutto Soumahoro è la denuncia vivente di una politica ormai priva di principi, che va alla ricerca dei ‘’simboli’’ per riconoscere in essi se stessa o i propri avversari. Soumahoro rappresentava il simbolo della lotta contro il caporalato, contro lo sfruttamento dei braccianti e in questo ruolo (l’immagine è sostanza nel Paese del ‘’percepito’’) dava un’efficace copertura alla sinistra che non vedeva l’ora di ‘’spendere’’ quel profilo nella lotta politica. In seguito – quando sono iniziate le notizie che rendevano sfuocato e dubbio l’alone eroico del personaggio – Soumahoro è diventato, questa volta per la destra, il simbolo dello ‘’nero periglio che vien da lo mare’’, la prova provata che gli immigrati (ancorché cittadini italiani) sono dei profittatori che arrivano da noi a cercare la pacchia e che, per sopravvivere (nel caso in esame piuttosto bene) non esitano a delinquere.

Purtroppo per il neo deputato della lista del Cocomero (ora in stand by) la sinistra si considera come la moglie di Cesare che deve essere al di sopra di ogni sospetto. La ‘’ditta’’ si guarda bene dal difendere quanti dei suoi incappano nella gogna mediatico-giudiziaria. C’è una lunga fila di militanti, finiti nel mirino di una giustizia assatanata, che sono stati lasciati per anni a difendersi da soli, messi da parte come appestati, anche quando le accuse sembravano assurde. Con Soumahoro la destra, con i suoi giornali, si è impegnata in una campagna di inchieste degna di quella della procura di Milano su Berlusconi e le sue cene galanti. La sinistra messa di fronte alla scelta tra l’opportunismo e i principi dello Stato di diritto, ha scelto l’opportunismo del ‘’non sapevamo’’. Come sempre. Bettino Craxi è stato l’unico che ‘’non poteva non sapere’’.

Il prodotto doc di questa sinistra. Non confondiamo la vicenda di Aboubakar Soumahoro, il neo parlamentare di sinistra autoproclamatosi difensore dei braccianti, con una questione giudiziaria. Nicola Porro il 24 Novembre 2022 su Il Giornale.

Non confondiamo la vicenda di Aboubakar Soumahoro, il neo parlamentare di sinistra autoproclamatosi difensore dei braccianti, con una questione giudiziaria. È chiaro che la magistratura indagherà sui fondi raccolti dalla sua organizzazione, sulla gestione delle cooperative a lui riconducibili, e forse anche sui mutui e i prodotti di lusso acquistati. Ma non facciamoci distrarre. Non cadiamo neanche nella tentazione di pensare che cosa sarebbe successo se i medesimi sospetti avessero riguardato un simbolo delle battaglie del centrodestra. Resistiamo a questa tentazione primordiale. Ben comprensibile, per carità.

Soumahoro è il prodotto della politica di sinistra. È l'alibi che gli eletti nelle zone a traffico limitato si sono costruiti al fine di sembrare popolari. Soumahoro è la copertina dell'Espresso che lo raffigurava accanto a Matteo Salvini, con il seguente titolo: «Uomini e no». Come a dire: il primo appartiene alla nostra specie animale, il secondo, e cioè Salvini e la destra, non ne fanno parte. State certi che nessun Ordine dei giornalisti censurerà questo insulto, nessun intellettuale si scandalizzerà.

Soumahoro è la vittima di una sinistra incapace di essere se stessa. Ha detto in un video parafrasando Malcolm X: «Non sarò il negro del cortile». Dai suoi compagni di strada politica è stato utilizzato in modo molto più spudorato: il negro del Parlamento. Quello che con i suoi stivali infangati doveva ricordare ogni giorno alla destra, anzi alle destre come va di moda dire oggi, la loro disumanità. Una parte della sinistra aveva addirittura pensato a lui come possibile leader.

Lo scandalo non sono i suoi affari da traffichino, non è il suo entourage minaccioso e la sua famiglia allegra. Lo scandalo è che un pezzo di sinistra ritenga che si possa governare questo Paese dando della «bastarda» alla Meloni, rinfacciandole l'articolo sempre e perennemente al femminile; una sinistra che ritiene la Murgia la propria intellettuale di cortile; la stessa sinistra che per un ventennio non ha neanche potuto concepire che gli italiani votassero Berlusconi.

Soumahoro è la nostra sinistra, e la nostra sinistra è Soumahoro. Sono alla ricerca di un simbolo che riempia quel vuoto di idee che li ha condannati per decenni a governare senza avere mai vinto le elezioni. Nel favoloso paradosso per cui tutto vale: il bracciante con gli stivali infangati, l'intellettuale con schwa, il banchiere della Bce e le Carola Rackete che riempiono i campi dove i Soumahoro prosperano fino ad arrivare in Parlamento.

Il tribunale della sinistra ha condannato Soumahoro. Il deputato si autosospende su ordine di Bonelli e Fratoianni. Il leader verde ammette: "Turbato". Francesco Boezi il 25 Novembre 2022 su Il Giornale. 

Come molte delle vicende che interessano la sinistra italiana, il caso Soumahoro si trasforma in un appuntamento semi- processuale. Lui, l'imputato dall'alleanza che lo ha eletto in Parlamento, non è neppure indagato per il caso delle coop. Lo stesso che coinvolge la moglie (che però non è più nel cda) e la suocera (indagata) e che rimane pesante sotto il profilo politico. Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, ed Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, non possono permettersi passi falsi. L'ambientalista viene descritto come «di pessimo umore» e «inavvicinabile» per via quanto emerso, mentre il post-comunista in questi anni si è speso, e parecchio, sul tema immigrazione. E ora può sorgere un problema di coerenza. Circola un po' di rabbia. Ambienti vicini ad entrambi raccontano: «Si sta cercando un punto di equilibrio tra la colpevolizzazione e l'assoluzione a prescindere». La riunione, che è durata due giorni e che a qualcuno è apparsa come una riproposizione del Tribunale del popolo, dà un esito attorno al primo pomeriggio di ieri: Aboubakar Soumahoro si autosospende dal gruppo parlamentare. All'esterno si dice che la scelta sia dipesa dall'interessato. Dall'interno ci rivelano come la mossa sia stata imposta: «Ne va della tenuta dell'alleanza tra Europa Verde e Sinistra italiana», assicurano. Si racconta pure che anche la Cgil abbia caldeggiato il passo di lato dell'ex sindacalista di base. La versione pubblica non può che percorrere il canone di circostanze come questa: «L'autosospensione, lo dice la parola, è una scelta autonoma, è una scelta di tutela: della sua libertà, di organizzare la risposta alle questioni che gli sono state contestate in questi giorni», dice a stretto giro Fratoianni. Sarà. Bonelli è meno morbido: «Questa vicenda mi ha profondamente turbato, vedere che c'è un'inchiesta, di cui ringrazio l'autorità giudiziaria, da cui emergono maltrattamenti ferisce e indebolisce chi ogni giorno si impegna per garantire quei diritti» , dichiara a Otto e Mezzo, su La7, rimarcando come Soumahoro non sia indagato. Arrivano le parole della capogruppo Laura Zanella: «Rispettiamo la scelta di Aboubakar e gli siamo vicini, il gruppo è solidale con lui nella convinzione e nella speranza che tutto si risolva nel migliore dei modi». Esiste una consapevolezza: qualora dall'inchiesta dovesse emergere qualcosa di serio, specie con un coinvolgimento diretto del parlamentare, la