Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

SEDICESIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

  

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

 Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

L’ACCOGLIENZA

SEDICESIMA PARTE

 

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

Da ansa.it l'1 agosto 2022.

Un prete del patriarcato di Mosca ha tentato di colpire un rappresentante della Chiesa ucraina con la croce che portava al collo durante il funerale di un soldato ucraino in un villaggio rurale. 

Il sacerdote del patriarcato russo Anatoly Dudko è andato su tutte le furie dopo le parole del prete ucraino, che aveva accusato Vladimir Putin nella sua omelia di aver iniziato la guerra in Ucraina per difendere la fede ortodossa russa.

"È eresia...". Dal Vaticano il "siluro" al patriarca Kirill. Nico Spuntoni il 3 Luglio 2022 su Il Giornale.

La distanza tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa sembra essersi amplificata dopo la guerra in Ucraina. Le parole del cardinale Koch si inseriscono nel solco di quelle di Papa Francesco dopo la videochiamata con il patriarca di Mosca.

"È un'eresia che il patriarca osi legittimare la brutale e assurda guerra in Ucraina con ragioni pseudo-religiose". Il cardinale Kurt Koch non ha usato mezzi termini per condannare la linea tenuta dalla Chiesa ortodossa russa già all'indomani del 24 febbraio. Lo ha fatto in un'intervista concessa al quotidiano cattolico tedesco Die Tagespost.

Sono parole di particolare rilevanza non solo perché tirano in ballo l'accusa di eresia, rimpallata per secoli da Occidente a Oriente e viceversa con motivazioni teologiche, ma per la fonte da cui provengono. Koch non è un porporato qualunque, ma il prefetto del Dicastero per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, nuovo nome del Pontificio Consiglio che si occupa di ecumenismo e cura le relazioni con le altre Chiese e Comunità ecclesiali.

Il suo profilo, peraltro, è tutt'altro che barricadiero, trattandosi di un fine teologo svizzero dal carattere mite e dai toni gentili, spesso considerato anche per questo una sorta di "piccolo Joseph Ratzinger". Non bisogna dimenticare che c'era il cardinale Koch accanto a Papa Francesco nella storica videochiamata con il patriarca russo Kirill che si è svolta nel pomeriggio del 16 marzo e che ha avuto come inevitabile argomento di discussione proprio la guerra in Ucraina. Durante quel colloquio, Bergoglio aveva rimproverato il leader spirituale russo per il suo sostegno all'operazione militare di Putin, ricordandogli che "la Chiesa non deve usare il linguaggio della politica, ma il linguaggio di Gesù".

Il Papa ha raccontato i dettagli di quella videochiamata nell'intervista concessa a inizio maggio al direttore del Corsera, Luciano Fontana, spiegando che Kirill aveva iniziato la conversazione "con una carta in mano" da cui aveva letto "tutte le giustificazioni alla guerra", sentendosi rispondere che "il patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin".

Una franchezza che è sintomo di quanto la guerra in Ucraina abbia condotto le relazioni tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa a uno stallo dopo decenni di lavoro sotterraneo che aveva consentito la realizzazione dello storico incontro di Cuba nel 2016. I due leader si sarebbero dovuti rivedere di persona a Gerusalemme il 14 giugno, ma il conflitto ha stravolto l'agenda fissata dalle rispettive diplomazie.

Le recenti parole di Koch sembrano certificare una distanza difficilmente colmabile a breve giro anche perché Kirill non può permettersi reazioni troppo morbide verso Roma, avendo a che fare con le pressioni interne del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa da sempre non favorevole al dialogo con i cattolici.

Non a caso, a inizio giugno il Sinodo - attribuendo la decisione al patriarca - ha silurato a sorpresa il potentissimo metropolita Hilarion di Volokolamsk dal ruolo di "ministro degli Esteri", spedendolo a Budapest. Con il gelo ecumenico calato dopo il 24 febbraio e confermato dall'intervista di Koch a Die Tagespost, la sua linea considerata eccessivamente dialogante con la Chiesa cattolica potrebbe essergli costata non solo il posto di presidente del Dipartimento degli Affari Ecclesiastici Esterni ma anche la successione a Kirill che poco tempo fa veniva data quasi per scontata.

Bergoglio torna a parlare del conflitto in Ucraina. La furia di Papa Francesco: “La guerra non è tra buoni e cattivi”. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 15 Giugno 2022. 

Con la guerra in Ucraina non siamo nella favola di Cappuccetto Rosso dove è chiaro chi è il cattivo e chi è la buona. Ma chiediamoci: “Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali?”. E se non fosse abbastanza chiaro, ecco due aggiunte: “qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro”. L’analisi è di Papa Francesco e la conosciamo per merito de La Civiltà Cattolica che ieri ha pubblicato la trascrizione integrale del dialogo del 19 maggio tra il Pontefice e dieci direttori di altrettante riviste dei gesuiti in diversi paesi europei.

La conversazione ha spaziato a tutto campo: dalla guerra alla situazione della Chiesa e dei rapporti con gli ortodossi, dai giovani alle priorità della Compagnia di Gesù in Europa. Non sono a favore di Putin, argomenta il Papa e precisa: «Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli». Il conflitto non deve nascondere, in una visione parziale della realtà, i tanti altri disastri bellici in corso. «Ci sono altri Paesi lontani – pensiamo ad alcune zone dell’Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo – dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya. Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali?

Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro! Quella che è sotto i nostri occhi – aggiunge papa Francesco – è una situazione di guerra mondiale, di interessi globali, di vendita di armi e di appropriazione geopolitica, che sta martirizzando un popolo eroico». L’analisi porta con sé una domanda molto forte: chi si prenderà cura dei profughi e delle donne, quando l’emergenza sarà passata? E c’è anche un compito per le riviste dei gesuiti: impegnatevi a parlare del conflitto, a sensibilizzare, affrontando «il lato umano della guerra. Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra, il dramma umano di una donna alla cui porta bussa il postino e che riceve una lettera con la quale la si ringrazia per aver dato un figlio alla patria, che è un eroe della patria… E così rimane sola. Riflettere su questo aiuterebbe molto l’umanità e la Chiesa. Fate le vostre riflessioni socio-politiche, senza però trascurare la riflessione umana sulla guerra».

Nella lunga riflessione il Papa si lascia andare anche a ricordi personali, parlando della visita compiuta a Redipuglia e al cimitero militare di Anzio, due momenti di grande commozione pensando a quelle migliaia di giovani morti. Quanto all’ortodosso Patriarca Kirill di Mosca, Papa Francesco taglia corto: «Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo. Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l’incontro a una data successiva. Spero di incontrarlo in occasione di un’assemblea generale in Kazakistan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po’ con lui in quanto pastore».

Un altro capitolo riguarda la situazione della Chiesa. E qui il Papa avvia una riflessione molto decisa: nella Chiesa europea “vedo rinnovamento” con “movimenti, gruppi, nuovi vescovi che ricordano che c’è un Concilio alle loro spalle. Perché il Concilio che alcuni pastori ricordano meglio è quello di Trento. E non è un’assurdità quella che sto dicendo”. Altrove, specie negli Usa, il Concilio Vaticano II lo si vorrebbe semplicemente cancellare dalla storia. Il Papa ne è acutamente consapevole e lo dice senza mezzi termini, anche se non spiega in che modo si debba arginare i settori conservatori. “Il numero di gruppi di «restauratori» – ad esempio, negli Stati Uniti ce ne sono tanti – è impressionante” e “ci sono idee, comportamenti che nascono da un restaurazionismo che in fondo non ha accettato il Concilio. Il problema è proprio questo: che in alcuni contesti il Concilio non è stato ancora accettato. È anche vero che ci vuole un secolo perché un Concilio si radichi. Abbiamo ancora quarant’anni per farlo attecchire, dunque!”.

Un’altra tematica ha a che fare con la Germania. Anche qui la risposta dimostra una capacità di visione più ampia e profonda di quello che si legge di solito sui media. Papa Francesco sa quali sono le difficoltà ecclesiali ma ha deciso di aspettare e non forzare le situazioni. E lo dice, indicando una strategia precisa e consapevole: «Il problema sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne. Ci sono alcune diocesi dove si sta facendo la via sinodale con i fedeli, con il popolo, lentamente». Sulla diocesi di Colonia dove l’arcivescovo è contestato per la scarsa sensibilità verso le denunce di casi di abusi, papa Francesco non le manda a dire e rivela dettagli importanti: «Ho chiesto all’arcivescovo di andare via per sei mesi, in modo che le cose si calmassero e io potessi vedere con chiarezza. Perché quando le acque sono agitate, non si può vedere bene. Quando è tornato, gli ho chiesto di scrivere una lettera di dimissioni. Lui lo ha fatto e me l’ha data. E ha scritto una lettera di scuse alla diocesi. Io l’ho lasciato al suo posto per vedere cosa sarebbe successo, ma ho le sue dimissioni in mano».

Della serie: comportati bene… Intanto il direttore di una rivista on line chiede come parlare ai giovani e anche qui la risposta è pronta: «Non bisogna stare fermi»; «ai miei tempi il lavoro con i giovani era costituito da incontri di studio. Ora non funziona più così. Dobbiamo farli andare avanti con ideali concreti, opere, percorsi. I giovani trovano la loro ragione d’essere lungo la strada, mai in modo statico. Qualcuno può essere titubante perché vede i giovani senza fede, dice che non sono in grazia di Dio. Ma lasciate che se ne occupi Dio! Il vostro compito sia quello di metterli in cammino. Penso che sia la cosa migliore che possiamo fare». Questa risposta si lega con un’altra riflessione che il Papa ha già svolto nell’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” sul modo di annunciare il Vangelo oggi e sul principio che “la realtà è superiore all’idea”: non basta comunicare idee: non è sufficiente. Occorre comunicare idee che provengono dall’esperienza. Questo per me è molto importante.

Le idee devono venire dall’esperienza. Prendiamo l’esempio delle eresie, sia che esse siano teologiche sia che siano umane, perché ci sono anche eresie umane. A mio parere, un’eresia nasce quando l’idea è scollegata dalla realtà umana. Da qui la frase che qualcuno ha detto – Chesterton, se ben ricordo – che «l’eresia è un’idea impazzita». È impazzita perché ha perso la sua radice umana”. Il principio è semplice: «la realtà è superiore all’idea, e quindi bisogna dare idee e riflessioni che nascono dalla realtà». I gesuiti hanno nel “dna” il tema del “discernimento”: analizzare la realtà, riflettere bene, poi agire. Il Papa lo mette a fuoco puntando in alto: “se si lancia una pietra, le acque si agitano, tutto si muove e si può discernere. Ma se invece di lanciare una pietra, si lancia… un’equazione matematica, un teorema, allora non ci sarà alcun movimento, e dunque nessun discernimento”.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Mattia Feltri per “La Stampa” il 15 giugno 2022.  

In una conversazione riportata ieri dalla Stampa coi direttori di dieci riviste europee della Compagnia di Gesù, Papa Francesco è tornato sulla guerra d’Ucraina. La sua opinione è nota, ma nell’occasione la dettaglia: alla condanna dell’aggressore si accompagna un fremente elogio del coraggio dell’aggredito, ma con l’avvertenza che questa non è la storia di Cappuccetto Rosso, non ci sono buoni e cattivi, la questione è più complessa. 

In particolare - lo aveva già detto, lo ripete - la Nato ha abbaiato ai confini russi, forse per fomentare la guerra, perlomeno senza lo scrupolo di evitarla. Bisogna sempre accostarsi con particolare prudenza e rispetto alle parole di un pontefice, che si sia credenti oppure no.

Mi sono ricordato della volta in cui, rientrando in volo dallo Sri Lanka, una settimana dopo la strage di Charlie Hebdo (dodici morti nella redazione del giornale satirico per mano di terroristi islamici), Francesco dichiarò sacre le libertà di religione e di espressione, ma né l’una né l’altra sono illimitate: se dici una parolaccia a mia madre, spiegò, aspettati un pugno. 

Anche lì, mi pare, l’intenzione era di sollecitare una lettura delle cose senza semplificazioni manicheiste, cioè un invito, replicato ieri, alla complessità. Per la prudenza e il rispetto raccomandati prima, mi limito a dubitare che sarebbe buona cosa dare un pugno a chi insultasse mia madre, e ad aggiungere che parlare di buoni e cattivi, subito dopo o durante una mattanza, a Parigi o a Kiev, sarebbe inutile e infantile. Non sono buoni e cattivi, sono vittime e carnefici, e le ragioni dei carnefici sono qualcosa che diventa il nulla.

Il caduta di Kirill, il patriarca russo scivola sull'acqua santa e finisce a terra durante la funzione religiosa.  Il Corriere della Sera il 25 giugno 2022.

Il patriarca russo Kirill è caduto durante una funzione nella chiesa di Novorossijsk, a causa del pavimento bagnato dall’acqua santa.

Nel video si vede il religioso che mentre scende dal pulpito scivola e finisce rovinosamente a terra, poi la regia russa ha cambiato rapidamente inquadratura passando con le immagini all’esterno della chiesa

Secondo quanto riferito dall’agenzia Tass il capo della chiesa ortodossa russa non ha riportato conseguenze.

«Il pavimento è bellissimo, puoi specchiarti, è così lucido e liscio - ha detto poi Kirill durante il sermone - Ma quando l’acqua cade su di lui, anche se è acqua santa, sono le leggi della fisica a funzionare. Su questo bel pavimento sono caduto così purtroppo ma, per grazia di Dio, senza alcuna conseguenza».

"Non significa niente". La scivolata di Kirill sull’acqua santa è virale, la caduta del patriarca pro guerra perché contro il gay pride. Redazione su Il Riformista il 25 Giugno 2022 

Scivolare sul pavimento bagnato dall’acqua santa. E’ quanto accaduto al patriarca russo Kirill durante una funzione religiosa nella chiesa di Novorossijsk. Secondo quanto afferma l’agenzia russa Tass, Kirill non avrebbe riportato conseguenze nella caduta.

“Il fatto che io sia caduto oggi non significa nulla. È solo che il pavimento è bellissimo, è così lucido e liscio. Ma quando l’acqua cade su di esso, anche l’acqua santa, le leggi della fisica funzionano ma, per grazia di Dio, senza alcuna conseguenza”, ha detto poi Kirill nel corso del sermone parlando dell’accaduto e probabilmente provando ad allontanare presunti segnali divini dopo la sua esposizione a favore della guerra.

Kirill, fedelissimo di Putin, in questi mesi di guerra non ha mai lanciato un messaggio di pace al suo zar. Anzi. A poche settimane dall’invasione russa in Ucraina, Kirill si rese protagonista di dichiarazioni aberranti. Secondo il patriarca del Cremlino (e della chiesa ortodossa russa) la guerra “è giusta” perché vanno puniti modelli di vita peccaminosi e contrari alla tradizione cristiana come “il gay pride”.

Nonostante gli appelli arrivati sia dal mondo cattolico che da quello ortodosso ucraino, Kirill in un sermone pronunciato nella Domenica del Perdono, che in Russia apre la Quaresima, approvò a inizio marzo l’invasione della Russia arrivata dopo che “per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass“, “dove c’è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”.

E secondo Kirill “oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo ‘felice’, il mondo del consumismo eccessivo, il mondo della ‘libertà’ visibile. Sapete cos’è questo test? E’ molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay” e le repubbliche separatiste del Donbass hanno respinto questo “test di lealtà” all’Occidente, esortandole alla resistenza contro i valori promossi dalla lobby gay.

Deliranti le sue parole secondo cui le parate gay “sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano”. “Ecco perché per entrare nel club di quei Paesi è necessario organizzare una parata del Gay Pride. E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si tratta di imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio”.

Il patriarca Kirill licenzia Hilarion, il «vice» contrario alla guerra in Ucraina. Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 7 giugno 2022.  

Il patriarca di Mosca Kirill ha «licenziato» il metropolita Hilarion, finora presidente del Dipartimento relazioni esterne e quindi «ministro degli esteri» della Chiesa ortodossa russa, di fatto il numero due.

Hilarion, al quale è stata tolta anche la carica di metropolita di Volokolamsk, si era distinto in questi mesi per una posizione più moderata, mentre il patriarca ha continuato a benedire la guerra voluta dal suo alleato e amico Vladimir Putin, sposando in toto la propaganda del Cremlino. Il Sinodo della chiesa ortodossa russa ha annunciato che d’ora in poi «il Metropolita Hilarion di Volokolamsk sarà l’amministratore della Metropoli di Budapest-Ungheria, con l’esonero dalle funzioni di presidente del Dipartimento delle relazioni ecclesiastiche esterne e di membro permanente del Santo Sinodo».

Come «ministro degli esteri» e membro permanente del Sinodo ortodosso, lo sostituirà il metropolita Antonio di Korsun. Hilarion, come responsabile delle relazioni esterne, è stato l’uomo che stava preparando il nuovo incontro tra Papa Francesco e Kirill prima che l’invasione russa dell’Ucraina facesse precipitare la situazione. Alla fine l’incontro è stati rimandato dalla Santa Sede a data da destinarsi. Francesco, nell’intervista al direttore del era stato lapidario: «Il patriarca di Mosca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin». In tutto questo, Hilarion aveva cercato di smarcarsi dal suo superiore. 

Nell’ultimo numero della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, il direttore padre Antonio Spadaro ricordava due prese di posizione importanti del metropolita. In una trasmissione radiofonica del 29 gennaio sul canale Russia 24, aveva parlato con preoccupazione di ciò che stava succedendo, ricordato che «in America, in Ucraina e in Russia ci sono politici che credono che la guerra sia la decisione giusta in questa situazione», e si era detto «profondamente convinto che la guerra non sia un metodo per risolvere i problemi politici accumulati».

In una trasmissione successiva era arrivato a citare Rasputin, il quale aveva avvertito lo zar che «se la Russia fosse entrata in guerra, avrebbe minacciato l’intero Paese con conseguenze catastrofiche», arrivando non solamente alla perdita di parte delle terre russe ma anche della «Russia in quanto tale». Il sito indipendente Orthodox News ricorda oggi «lo sforzo del metropolita Hilarion di differenziarsi dall’atteggiamento aggressivo del Patriarca di Mosca e la sua piena identificazione con le richieste del Cremlino», citando alcuni episodi recenti.

Il primo è stato l’incontro con l’arcivescovo Chrysostomos di Cipro a Cipro, nell’ambito dell’Assemblea ortodossa del Consiglio mondiale delle Chiese, nonostante la Chiesa di Russia abbia interrotto la comunione eucaristica con l’arcivescovo di Cipro, dopo il riconoscimento da parte di quest’ultimo della Chiesa autocefala ucraina». A questo «è seguita la pre-conferenza del Consiglio mondiale delle Chiese (WCC) e il testo conclusivo emesso alla fine, che parlava di una condanna unanime della guerra che imperversa in Ucraina».

Hilarion «era presente all’incontro, in qualità di capo della missione della Chiesa russa, così come ha partecipato alle discussioni che hanno portato al testo finale delle conclusioni, adottato all’unanimità». Inoltre, «nelle sue recenti dichiarazioni sulle relazioni con le “Chiese ortodosse di Costantinopoli, Alessandria, Cipro e Grecia”, ha anche sottolineato che “non credo che dovremmo considerarle nemiche”, e ha parlato di “difficoltà temporanee” nella Chiesa ortodossa, che saranno superate “definitivamente” perché “si troverà una soluzione pan-ortodossa o inter-ortodossa, che permetterà di guarire le ferite inflitte al corpo dell’ortodossia mondiale e ripristinerà la piena comunione tra le Chiese». È importante notare che anche Kirill, nominato vent’ anni prima da Alessio II, era «ministro degli esteri» del Patriarcato quando il vecchio patriarca morì e gli succedette nel 2009. Hilarion era il candidato più probabile alla successione di Kirill. E magari potrebbe ancora esserlo in futuro, se alla fine Putin e il patriarca finissero in disgrazia.

Anna Zafesova per “la Stampa” il 3 giugno 2022.

Il patriarca di Mosca e di tutte le Russie può essere anche considerato intoccabile da Viktor Orban, pronto a scontrarsi con l'Unione Europea per difendere Kirill dalle sanzioni, ma le parrocchie in Ucraina non pregano più per la sua salute. 

Il capo della Chiesa ortodossa russa è l'alleato più fedele del Cremlino, che non solo ha benedetto la "operazione militare speciale" contro l'Ucraina, ma l'ha anche giustificata con la difesa dei "valori tradizionali" tanto cari sia al leader ungherese che a Vladimir Putin: la sua dichiarazione che l'invasione ha «sventato il pericolo di sfilate di Gay Pride a Donetsk» ha fatto il giro del mondo, suonando scioccante perfino per molti conservatori. 

Con i suoi orologi di lusso, le sue benedizioni delle testate atomiche e le amicizie con politici impresentabili - come Leonid Sluzky, il capo della commissione Esteri della Duma, sostenitore della pena di morte famoso per le sue molestie sessuali - il Patriarca era già un personaggio molto discusso. 

E quando ha insistito che la Russia «sta promuovendo la pace», gli ortodossi ucraini si sono ribellati: domenica 29 maggio il metropolita di Kiev Onufrij, per la prima volta, non ha menzionato nella sua liturgia domenicale il patriarca di Mosca come «grande signore e padre nostro».

A utilizzare il calcolo di Stalin, che chiedeva di quante divisioni disponesse il Vaticano, Vladimir Putin rischia di perdere un fronte intero. Due giorni prima, durante un'assemblea tenuta a Kiev e trasformata in corso d'opera in concilio, la Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca si è proclamata «autonoma e indipendente», cancellando dal suo statuto ogni menzione del suo legame subordinato alla Chiesa russa.

A Mosca aspettano a parlare di scisma, ma è evidente che la chiesa ortodossa si è spaccata sulla guerra: la posizione di Kirill è stata bollata da Onufrij come "il peccato di Caino", il sostegno a un massacro fratricida. Una presa d'atto seguita a una rivolta dei fedeli e del clero: circa 500 parrocchie avevano già dichiarato di uscire dalla giurisdizione del patriarcato di Mosca. 

Il metropolita Evlogiy di Sumy aveva smesso di pregare per la salute di Kirill sotto le bombe russe, imitato da una quindicina delle 53 diocesi ucraine. Circa 400 sacerdoti e monaci hanno sottoscritto una lettera ai patriarchi delle antiche chiese di Oriente, chiedendo di processare il patriarca di Mosca come eretico per la sua propaganda del "mondo russo" come ideologia nazionalista del putinismo.

Nonostante diverse parrocchie avessero raccolto aiuti per i militari e per i profughi, e molti esponenti del clero avessero preso posizioni molto dure nei confronti dei principali moscoviti, la situazione era diventata insostenibile. Alla rabbia dei fedeli si erano aggiunte le pressioni delle autorità di molte regioni ucraine che avevano cominciato a mettere fuori legge le attività della "chiesa di Mosca". E così, dal 27 maggio la Chiesa ortodossa ucraina si è dichiarata indipendente: ora potrà istituire parrocchie all'estero - dove sono fuggiti milioni di profughi ucraini - e ricominciare a preparare il crisma a Kiev, dopo che per più di un secolo l'olio per i sacramenti veniva inviato da Mosca. 

Uno scisma che Kirill per ora evita di dichiarare tale, anche perché dovrebbe ammettere di aver perso un terzo delle sue parrocchie e fino a due terzi delle entrate, con un patrimonio immenso di immobili e reliquie, tra cui il monastero delle Grotte di Kiev, culla dell'ortodossia della Rus. Ma soprattutto, il monastero di San Daniele di Mosca smetterebbe di venire considerato il centro religioso di "tutte le Russie", e la chiesa di Kirill si ridurrebbe di fatto a una istituzione nazionale russa, un colpo pesante all'ambizione di Putin e del suo patriarca di un nuovo impero del "mondo russo".

Non stupisce dunque che Kirill abbia voluto smussare gli angoli, parlando di «decisioni sagge per non complicare la vita dei credenti» in Ucraina. Molto meno conciliante la posizione di numerosi funzionari della Chiesa russa: Aleksandr Shipkov del dipartimento delle relazioni esterne ha pronunciato la parola proibita «scisma», sostenendo che fosse avvenuto «su ordine del dipartimento di Stato Usa».

 Una situazione complicata, anche perché dentro la Chiesa ucraina è già nato a sua volta uno scisma: praticamente tutti i 14 vescovi dei territori in mano ai russi, tra cui la Crimea, Donetsk e Novokakhovka, hanno deciso di mantenere la fedeltà a Kirill. «Ci rendiamo conto che nelle zone occupate esiste una realtà diversa», ha ammesso il metropolita Climent. È evidente che la linea dello scisma passerà dalla linea del fronte, che è soggetta a cambiamenti. Il problema è cosa resterà dopo la guerra: in Ucraina infatti esiste anche la Chiesa ortodossa dell'Ucraina, frutto dello scisma dell'indipendenza, riconosciuta nel 2018 dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo come autocefala, e considerata "ufficiale" dal governo.

Uno smacco a Putin cui Kirill reagì rompendo ogni contatto con il centro dell'ortodossia mondiale. Ora, la nuova chiesa indipendente di Kiev è di fronte a un dilemma drammatico: se non ricuce i rapporti con Constantinopoli rischia di restare una scheggia illegittima dell'ortodossia. Motivo per il quale Serhiy Bortnik, teologo e collaboratore di Onufrij, dice che l'indipendenza da Mosca non significa la rottura di un legame "di preghiera", forse in attesa che un giorno un cambio di regime al Cremlino trasformi anche la posizione militarista e imperialista di Kirill.

Una prudenza che potrebbe costare agli scismatici il loro futuro: molti in Ucraina continuano a considerarli troppo vicini all'invasore, e le parrocchie ribelli stanno passando nella giurisdizione dei concorrenti della Chiesa ortodossa dell'Ucraina, mentre le diocesi nei territori occupati potrebbero venire subordinate direttamente a Mosca.

Ortodossi contro ortodossi, divisi dal nazionalismo. Andrea Riccardi su Il Corriere della Sera il 30 maggio 2022.  

Tre mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sostenuta dal patriarca Kirill, la fine del legame speciale e il distacco ufficiale della Chiesa di Kiev da Mosca.

Nel febbraio 2009 c’era un clima di festa sotto le volte della grandiosa cattedrale del Salvatore a Mosca. Veniva intronizzato il patriarca Kirill, presenti Medvedev, allora presidente della Federazione russa, e Putin primo ministro (prima di riassumere la carica presidenziale) nonché il presidente bielorusso e la leader della casata Romanov. Allora il primo patriarca, eletto dopo la fine del comunismo, affermò che, sulle sue spalle, cadeva il compito di unire i popoli ortodossi, un tempo parte dell’impero e poi dell’Urss, ma ora divisi tra vari Stati. Il patriarca si candidava come riferimento del mondo russo-ortodosso in una prospettiva sovranazionale in rapporto con il cattolicesimo e l’Europa. Sembrava una linea coerente di un discepolo — qual era Kirill — del metropolita Nikodim, amico di Roma e riformatore, morto nel 1978 in Vaticano durante un incontro con papa Luciani. Nel 2012 Kirill si era recato in Polonia per una clamorosa visita di riconciliazione tra polacchi e russi.

Già nel 2007, Putin aveva però enunciato la sua dottrina internazionale alla Munich Security Conference, accusando gli Usa di minacciare la Russia e di alimentare conflitti. Putin, che voleva riunificare il «mondo russo», nel 2008 invase la Georgia e nel 2014 annetté la Crimea. Il programma del patriarca è stato travolto dalla politica russa fino al distacco ufficiale della Chiesa ucraina da Mosca, dopo più di tre mesi di invasione russa dell’Ucraina, un trauma che ha reso il legame con il patriarcato moscovita non più accettabile. Il Concilio del 27 maggio ha condannato la guerra e chiesto ai russi di negoziare con Kiev, dissentendo dall’appoggio totale di Kirill a Putin. Inoltre ha proclamato «la piena autonomia e indipendenza» della Chiesa ortodossa ucraina da Mosca. Non uno scisma, ma la fine del legame speciale con Mosca. Nella liturgia, il metropolita Onufry, come un primate di una Chiesa autocefala, ha ricordato gli altri primati, tra cui quello di Mosca, ponendosi sullo stesso piano.

Per Mosca è una perdita grave: una Chiesa folta, molti preti e monaci, la porzione più grossa degli ortodossi ucraini. Gli altri appartengono alla Chiesa ortodossa autocefala ucraina, riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli nel 2018 e scomunicata da Mosca. Kirill, nel 2014, dopo l’invasione della Crimea, aveva cercato di avere una posizione «imparziale» nella questione, differenziata dal governo, e non aveva partecipato, al Cremlino, all’atto di annessione della penisola alla Russia. Ma, con l’invasione russa dell’Ucraina, il patriarca non ha accolto gli appelli del metropolita di Kiev Onufry, peraltro non un nazionalista estremo, rivolti a lui e a Putin. Anzi Kirill ha dato pieno appoggio alla politica russa, suscitando proteste nel cristianesimo occidentale. Lo ha fatto secondo il modello dei suoi predecessori durante la seconda guerra mondiale con Stalin o quella in Afghanistan. Eppure Kirill era, fino a ieri, anche patriarca dei suoi «figli spirituali» ucraini, contro cui la Russia combatte.

Al di là delle sue posizioni soggettive, nella Russia di Putin in guerra si sta sprofondando in un «modello sovietico», in cui sono previsti fino a quindici anni di carcere per chi critica l’«operazione militare» in corso. Quali gli spazi di autonomia del patriarcato, così legato da sempre al Cremlino, che — ad esempio — ha promosso la costruzione di chiese russe in tante parti del mondo? La Chiesa russa si «sovietizza» più di quanto sembri, ma molti vescovi tacciono, nonostante il clima nazionalista, favorito da un’abile e distorcente informazione di Stato. La reazione del patriarcato di Mosca alle decisioni di Kiev è stata però prudente, affermando che la comunione tra le due Chiese resta.

Ora, in Ucraina, si apre una nuova partita: il rapporto tra ortodossi (ex russi) e autocefali (i cui non sono riconosciuti, perché ordinati da vescovi scomunicati). C’è poi la questione del rapporto con la Chiesa greco-cattolica (con lo stesso rito, ma unita a Roma), meno del 10% della popolazione, di ispirazione patriottica. Forse la guerra potrà mettere in moto nuovi processi di unificazione nel quadro dell’identità ucraina. È certo che la guerra mostra, pur in epoca ecumenica (o post-ecumenica), come sia difficile per le Chiese resistere all’attrazione fatale delle passioni nazionali.

Conflitti religiosi. Dio contro Dio: è la guerra delle quattro Chiese. Ci sono ortodossi obbedienti a Mosca, a Costantinopoli, autocefali e cattolici uniati. Anche l’Urss si dovette arrendere. Ezio Mauro su La Repubblica il 16 Aprile 2022.

Adesso che il Cristo degli ucraini è sceso dalla sua croce proprio nei giorni della resurrezione per risalire l’angoscia del suo ultimo Calvario, mentre il Patriarca di tutte le Russie Kirill invoca da Mosca lo stesso dio, chiamandolo a benedire la guerra di Putin, bisogna provare ad aprire il tabernacolo russo della santa fede per cercare le radici spirituali del conflitto.

Marco Leardi per ilgiornale.it il 24 aprile 2022.

Riti propiziatori, formule magiche, incantesimi e sortilegi. Inni intonati all'unisono per invocare la vittoria. Talismani e amuleti agitati contro il nemico. Tra Russia e Ucraina si sta combattendo una guerra occulta, parallela a quella sostenuta con le armi e le operazioni militari.

Un conflitto esoterico nel quale alle forze dispiegate sul campo si aggiungono quelle immateriali e misteriose evocate dall'aldilà. E non si tratta di dicerie o pittoresche leggende: nelle ultime settimane, a Mosca e Kiev, alcune streghe "accreditate" avrebbero iniziato a praticare rituali con il solo obiettivo di sostenere gli eserciti dei rispettivi paesi, nonché l'azione dei loro leader. Lo documentano, con tanto di immagini, alcuni media stranieri.

Così, dalla capitale della Russia arrivano notizie di raduni esoterici per supportare Vladimir Putin. Come riportato da Asianews, decine di donne vestite con un saio nero si sono radunate a Mosca per espimere solidarietà allo Zar e invocare per lui l'ausilio delle forze occulte.

A guidare il rito popiziatorio Aljona Polin, considerata la principale fattucchiera russa, nonché fondatrice dell'associazione delle "Grandi streghe di Russia". Già lo scorso 12 marzo, come testimoniato da alcuni video, la donna aveva convocato un consiglio generale delle streghe a sostegno di Putin. In quell'occasione erano stati pronunciati inni e formule magiche in favore del presidente, la cui immagine era stata posta al centro di un "cerchio del potere" formato dalle partecipanti al rituale.

"Che si manifesti la grande forza della Russia!", aveva ripetuto la chiromante, chiedendo agli spiriti di "dare forza e potere alla Russia e guidare correttamente il percorso del presidente Putin". Durante il rito venivano anche intonate maledizioni contro i nemici dello Zar. "Chi pretende di passare in mezzo a noi, chi ha deciso di andarsene da noi, chi mente in ogni cosa che dice, per i secoli dei secoli questi nemici saranno maledetti!".

Intanto, anche sul fronte ucraino si praticano analoghi rituali con l'opposto scopo di fermare l'avanzata russa. Secondo quanto riferito dall'agenzia Unian, infatti, le streghe di Kiev starebbero mettendo a punto un "rituale" in tre fasi per estromettere Putin dal teatro di guerra.

Il cerimoniale esoterico - a quanto si apprende - si dovrebbe svolgere in quello che è considerato un "luogo del potere" ammantato di mistero, ovvero il Monte Calvo, vicino alla capitale dell'Ucraina. Di questi rituali si dice al corrente anche padre Taras Zephlinsky, attivista della chiesa greco-ortodossa di Kiev, il quale all'AdnKronos non ha nascosto la propria preoccupazione per chi vuole "giocare con il maligno".

Tra riti magici e spiriti invocati, la drammatica attualità si fonde a superstizioni e ancestrali credenze. Le dottrine esoteriche affiancano i piani di guerra.

"Sigillo satanico". La nuova accusa dei russi a Kiev. Marco Leardi il 4 Maggio 2022 su Il Giornale.

Simboli satanici nel quartier generale delle truppe ucraine: l'accusa arriva dall'agenzia di stampa russa Ria Novosti, con immagini e video. "Così cercavano poteri soprannaturali".

Un "sigillo satanico" nel quartier generale dell'esercito ucraino. Simboli tracciati col sangue, "segni di magia nera". L'accusa arriva dai media russi, con immagini che dovrebbero dimostrare cosa accade davvero tra i militari di Kiev. Nella guerra della propaganda, succede anche questo: l'agenzia di stampa statale di Mosca, Ria Novosti, ha comunicato che nei luoghi presidiati dalle truppe ucraine sarebbero state trovate testimonianze delle pratiche occulte eseguite dai soldati per invocare l'aiuto di forze maligne soprannaturali. L'organo vicino al Cremlino, per la verità, non ha usato alcun condizionale e anzi ha riportato come una certezza le informazioni di un proprio corrispondente.

"Segni della pratica della magia nera sono stati trovati nel quartier generale dei mortai ucraini, alla periferia del villaggio di Trekhizbenka: seguaci di forze ultraterrene hanno cercato di 'consacrare' le armi e hanno lasciato segni di sangue", ha riferito l'agenzia Ria Novosti. L'accusa rivolta alle truppe di Kiev è anche accompagnata da alcune immagini e da un video, nel quale viene mostrato un simbolo esoterico pitturato sulla parete esterna di una struttura fatiscente e ormai disabitata. "Sul muro è stato trovato un sigillo satanico", hanno affermato i media russi, localizzando il presunto scoop nella regione di Luhansk, nell'Ucraina sud-orientale.

Per decifrare quel simbolo, Ria Novosti ha anche interpellato un'esperta culturologa, Ekaterina Dais, la quale ha fornito una propria interpretazione. "Questo è un sigillo magico costituito da molte linee che si intersecano. Cosa significhi è difficile da dire con certezza, in esso puoi vedere sia il segno invertito dell'anarchia, sia parte del segno 'SS', la runa zig, che è chiaramente visibile nel settore all'estrema sinistra del cerchio", ha osservato la donna, indicando quindi una presunta matrice nazista nel disegno attribuito ai soldati ucraini. E poi l'ulteriore dettaglio: "la lettera ebraica 'zain' scritta in tedesco, che significa spada o arma".

Secondo l'esperta, il sigillo è stato utilizzato per compiere rituali che i militari di Kiev praticavano per rafforzare le loro armi o per chiedere "poteri soprannaturali per l'invio di armi". Il video pubblicato dall'agenzia russa mostra anche dei segni tracciati col sangue su un comunicato stampa ucraino nel quale si elencavano le perdite di vite umane nel Donbass. Tali segni, tuttavia, non sarebbero stati trovati altrove. Tra propaganda e suggestioni, una nuova accusa contro Kiev. In realtà, non è la prima volta che Mosca attribuisce pratiche sataniche agli ucraini.

La verità, come sempre, sta nel mezzo. Come già avevamo documentato su queste pagine, infatti, a margine di uno scontro violento combattuto con le armi, Russia e Ucraina stanno conducendo una "guerra occulta" fatta di credenze popolari, riti magici, streghe e sortilegi. Per antiche tradizioni culturali e superstizioni, né Mosca né Kiev si sono sottratte dal filone esoterico.

Chakassia, il rito degli sciamani per proteggere i soldati russi: "Una testa di toro offerta agli spiriti". Libero Quotidiano il 30 maggio 2022.

In Russia c'è chi si affida al "soprannaturale" con la speranza di dare una mano a Putin e ai suoi soldati sul campo di battaglia. E' quanto emerge da un servizio andato in onda sulla tv di Stato Channel One e ripreso dal giornalista inglese Francis Scarr. Si tratta di un filmato che mostra sciamani della Chakassia - repubblica della Federazione Russa in Siberia - mentre invocano gli "spiriti della terra", chiedendo loro di proteggere i militari impegnati nell'"operazione speciale" in Ucraina.

Il rito, che si è svolto sulle montagne del Saksary, viene spiegato dal tg in maniera dettagliata: uno sciamano, Valery Nikolayevich, entra in azione "non appena gli ultimi raggi di sole sono scomparsi all'orizzonte". Durante l'operazione la "testa di un toro viene offerta agli spiriti". A quel punto - come riporta il Messaggero - lo sciamano dice: "C'è anche qualcos'altro nel fuoco, ma non dirò cosa perché è sacro". Il servizio, poi, sottolinea che il rito è stato compiuto seguendo tutte le regole più importanti al fine di evocare i "poteri superiori". Una sorta di certificato di garanzia, insomma.   

Riti del genere, in ogni caso, sono piuttosto diffusi in Russia: non è la prima volta, infatti, che a Mosca la guerra in Ucraina viene raccontata come se fosse qualcosa di sacro. Basti pensare che sempre su Channel One a un mese dall'inizio del conflitto, il magnate ortodosso Konstantin Malofeyev disse che l'operazione militare speciale è una "guerra santa" e che le forze russe hanno a che fare addirittura con "satanisti" e "pagani". Una teoria che va oltre ogni immaginazione. 

"Testa di toro offerta agli spiriti". Sulla tv russa il rito sciamanico pro-Putin. Marco Leardi il 30 Maggio 2022 su Il Giornale.

In Siberia eseguito un rito sciamanico per invocare le "forze superiori" a sostegno dell'esercito di Putin impegnato in Ucraina. Sulla tv russa le immagini dello stregone all'opera.

Una testa di toro offerta agli spiriti soprannaturali. Sacrificata per chiedere alle potenze occulte di sostenere la battaglia dello Zar. Al tramontare del sole, mentre le tenebre pendevano il sopravvento, uno sciamano ha iniziato a preparare il rito esoterico. Nessuna messa in scena, nessuna finzione: davanti alle telecamere, lo stregone pro-Putin si è pure mostrato all'opera. Sulla tv russa, la realtà ha superato la fantasia e così, durante un notiziario dell'emittente statale, sono state trasmesse le immagini di un rituale eseguito per "proteggere coloro che stanno prendendo parte all'operazione speciale in Ucraina".

Con tono serio, l'annunciatrice ha comunicato al pubblico il compimento del rito da parte degli sciamani della Chakassia, regione russa situata nella Siberia occidentale. La cerimonia, seguita e documentata da un'inviata dell'emittente Russia1, aveva come scopo proprio quello di convogliare le forze dell'aldilà sugli uomini di Putin impegnati a combattere contro Kiev. Gli sciamani - ha spiegato l'anchorwoman - "hanno chiesto agli spiriti della terra di supportare i nostri combattenti". Perché ogni arma utile a sconfiggere il nemico deve essere utilizzata; anche quella esoterica.

Nel servizio realizzato sulle montagne della Siberia, le immagini hanno seguito le fasi di preparazione della cerimonia sciamanica. "Appena i raggi del sole sono scomparsi sotto l'orizzonte, Valery Nikolayevich ha iniziato a fare gli ultimi preparativi", ha raccontato l'inviata, rivelando l'identità di quell'individuo barbuto ripreso mentre componendo una catasta di legna. "A prima vista, è un normale locale, ma in realtà è un capo sciamano". L'uomo, ha aggiunto la giornalista russa, ha coinvolto e convocato alcuni colleghi stregoni per invocare i "poteri superiori".

Nella surreale cronaca, mentre scorrevano le immagini realizzate all'imbrunire, è stato spiegato al pubblico che il rito avrebbe previsto il sacrificio di una testa di toro offerta agli spiriti. "Il rituale è stato compiuto seguendo tutti i canoni", ha aggiunto la cronista russa. Poi la parola è passata allo sciamano in persona. "C'è anche qualcos'altro dentro la catasta, ma non dirò cosa", ha aggiunto l'uomo, mantenendo la segretezza sui dettagli del rito occulto. La notizia di per sé non stupisce: già in passato avevamo registrato, proprio su queste pagine, l'avvenuto raduno di alcune streghe pro-Putin, ritrovatesi per "dare forza e potere alla Russia" attraverso le loro invocazioni.

La guerra "occulta" della Russia, tra superstizioni e riti, non si è mai interrotta. Nemmeno mentre Mosca accusava gli ucraini di ricorrere a riti esoterici definiti come satanici.

Registrata ufficialmente la chiesa di Satana Nella provincia ucraina di Cerkassy è stata ufficialmente registrata, come comunità religiosa, l'associazione dei credenti nel diavolo. Da rainews.it il 29 agosto 2014. La comunità si chiama “Bozhici” (Satanisti). Il leader degli idolatri del diavolo si chiama Serghei Neboga (Non-Dio). È la prima e, per il momento, l’unica comunità dei satanisti in tutta l’area post-sovietica che legalmente, in conformità con la Costituzione dell’Ucraina, professano la venerazione del diavolo. Sul sito ufficiale è stato comunicato che la notte di Valpurga, tra il 30 aprile e il 1 maggio scorso, è stata posta la prima pietra come fondamenta del Tempio di forze oscure a ridosso del Bosco Nero, luogo malfamato secondo la superstizione locale. Il Bosco Nero a volte viene chiamato Bosco del Diavolo. Il libro di culto è stato scritto dallo stesso Neboga e s’intitola “Prassi segreta della magia nera dei popoli slavi”. Secondo l’affermazione del fondatore della chiesa del Satana la sua comunità “è un’associazione degli stregoni e delle streghe che praticano l'idolatria del diavolo”. Neboga fa anche servizi a pagamento: diagnostica problemi e l’impatto delle forze oscure. Per risolvere “il problema” chiede la modica somma di 100 dollari. La garanzia della diagnostica corretta è del 99%. Tra i riti offerti agli adepti ci sono messe nere, nozze nere e perfino la cancellazione del battesimo. Secondo l’autorevole studioso e ricercatore ucraino Vladimir Rogatin, membro della Federation europeenne des centres de recherche et d’information sur le sectarisme (FECRIS), in Ucraina ultimamente “è stato rilevata la crescita dell’influenza e della presenza di diverse sette sataniche, oltre 100 comunità sataniche con oltre 2 mila adepti”. 

Vladmir Putin e le messe nere, il rituale per vincere la guerra: Cremlino, indiscrezioni inquietanti. Maurizio Stefanini Libero Quotidiano il 31 marzo 2022.

Streghe, sciamani, cosmisti, neopagani, adoratori, patriarchi e soprattutto misteri attorno a Putin. E misteri attorno al ministro della Difesa, il generale Sergei Shoigu. Che fine ha fatto, e se sia vero il video in cui è riapparso in pubblico dopo che non si vedeva dall'11 marzo, è il mistero più recente. Ma non l'unico, e neanche il più inquietante. Come indicano i suoi tratti asiatici, Shoigu è di Tuva: una repubblica della Federazione Russa, al confine tra Siberia e Mongolia, che fino al 1757 fu sotto alla Cina, e tra il 1921 e il 1944 fu indipendente. La lingua locale è di tipo turco, il 60% della popolazione è buddhista fedele al Dalai Lama, un altro 8% pratica forme di paganesimo sciamanico, e le due cose si mescolano spesso. Di Shoigu si diceva che fosse non solo un buddhista o uno sciamanista, ma addirittura uno sciamano e che la sua carriera fosse stata agevolata dalla capacità di propiziare a Putin forze spirituali positive. Ad esempio, si fantasticava, sacrificando lupi neri.

STRANE RIVELAZIONI

Nel 2008 lui smentì, spiegando che era stato battezzato nella fede ortodossa a 5 anni dalla mamma, che era di origine una contadina ucraina. Ma le voci sono state ricicciate a inizio del mese, attraverso una intervista al quotidiano Daily Mail di Valery Solovey, politologo ed ex professore all'Istituto di Stato di Mosca per le Relazioni Internazionali. Secondo queste rivelazioni, proprio prevedendo una possibile guerra nucleare il presidente russo avrebbe nascosto la famiglia e le persone a lui più vicine in una piccola città sotterranea super hi-tech sulle montagne dell'Altai, al confine con Mongolia, Cina e Kazakistan. E di Solovey è stato ricordato come aveva tirato fuori la storia dei riti sciamanici, venendo per ciò interrogato dalla polizia. Storie non controllate e non controllabili. Ma è vero, e pubblico, che a Mosca il 12 marzo si è riunito un Consiglio Generale delle Grandi Streghe di Russia, appunto per appoggiare lo sforzo bellico. «Chi sente, ma non sente, chi vede, ma non vede, chi c'è, c'era e ci sarà, non dimenticherà la mia parola: solleva la forza della Russia, dirigi il nostro presidente Putin sulla via della giustizia» è stato la "formula" recitata dalla Strega in capo Aljona Polin, di fronte a un centinaio di donne dedite alle arti magiche, vestite con saio e cappuccio decorato da immagini di uccelli rapaci, in una sala al cui centro c'era uno scialle con sopra un ritratto di Putin e accanto a una candela accesa.

SAN PAOLO REINCARNATO

Le streghe son tornate, si potrebbe commentare. «Abbiamo bisogno di ogni aiuto», diceva Tony Curtis in Operazione Sottoveste, nel portare anche uno sciamano filippino oltre ai pezzi di ricambio per permettere al sommergibile di tornare in mare. Anche Putin non disdegna di affiancare agli anatemi del patriarca Kirill quelli delle fattucchiere. Dmitry Utkin, il capo di quel Gruppo Wagner cui sono state subappaltate dal Cremlino operazioni militari in mezzo mondo, è un noto cultore del neo-paganesimo slavo, oltre che di militaria e simbologie naziste. A Bolshaya Yelnya, nella regione di Nizhny Novgorod, c'è una comunità di donne guidata dalla guru Svetlana Frolova che, con il nome d'arte di Maria Photina, predica l'adorazione di Putin come divinità. Vestite in tunica e sandali, il capo coperto da un velo nero, grigio e marrone, sono convinte che il presidente sia la reincarnazione di San Paolo e pregano icone che lo ritraggono. E ogni anno il 9 maggio nella commemorazione della vittoria sulla Germania nazista sfila un Reggimento Immortale che si ispira al cosmismo: idea del filosofo russo Nikolaj Fëdorov (1829-1903) secondo cui la scienza avrebbe dovuto resuscitare gli antenati, per poi colonizzare l'Universo al fine di trovare i pianeti dove far abitare la massa di umanità risorta. Putin ha riconosciuto la loro associazione, e dal 2008 ha anche istituito una licenza formale per streghe e stregoni. L'importante è che le forze spirituali siano usate a favore del regime. Nel 2019 Alexander Gabyshev, per sua autodefinizione "sciamano guerriero", si era messo in marcia verso Mosca dalla natia Sakha: altra repubblica della Federazione Russa in Siberia e con etnia locale turca, più nota ai giocatori di Risiko come Jacuzia. «Mi ha detto Dio di cacciare Putin e le parole di Dio non si mettono in discussione: Putin non è un uomo ma un demone, la Bestia», aveva spiegato. Lui lo hanno messo in manicomio.

Franca Giansoldati per “Il Messaggero” il 19 marzo 2022.

Dopo gli esorcismi fatti da un gruppo di sacerdoti in Ucraina nel tentativo di liberare dal Male il presidente russo Vladimir Putin, adesso arriva anche l'anatema da parte di uno dei più noti teologi: il vescovo di Chieti, monsignor Bruno Forte. Commentando la scelta di Putin di citare nel discorso alla nazione fatto allo stadio di Mosca un passo del Vangelo di Giovanni («Non c'è' amore più' grande di dare la propria vita per i propri amici») a giustificazione della guerra in corso, Forte ha spiegato che si tratta «di un atto sacrilego», una «bestemmia». Una terribile offesa a Dio.

Per l'arcivescovo «il presidente russo è evidente che non riesce più' a trovare argomenti per giustificare questa follia, una aggressione ingiustificata e totalmente immorale». Poi riferisce - in una intervista all'Ansa - di una evidente strumentalizzazione del Vangelo finalizzata ad una auto-giustificazione. Le vittime innocenti che stanno morendo per colpa di questa aggressione non possono essere giustificate con parole evangeliche che dicono l'opposto, l'amore per gli altri e l'amore perfino per i nemici».

Un’altra condanna arriva da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e spin doctor di Papa Francesco: «La politica non deve usurpare il linguaggio di Gesù' per giustificare l'odio. La retorica religiosa del potere e della violenza è blasfema». Proprio oggi Papa Francesco ha confermato di avere invitato tutti i vescovi del mondo a unirsi nella preghiera per la pace e la consacrazione della Russia e dell'Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, secondo la profezia della Madonna di Fatima. La celebrazione è prevista per le ore 17 di venerdì 25 marzo, Festa dell'Annunciazione, nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, lo stesso giorno, sarà compiuto da tutti i vescovi del mondo e dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, al santuario portoghese di Fatima come inviato del Papa.

La guerra resta un terreno complicato per il Vaticano. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ha raccontato a Vida Nueva, il settimanale spagnolo, di essere rimasto di stucco davanti a questa escalation visto che aveva avuto rassicurazioni di altro genere da parte delle autorità russe. «Ho vissuto l'inizio della guerra in Ucraina con una certa sorpresa e, allo stesso tempo, con profonda tristezza. Ero a conoscenza delle richieste della Federazione Russa in merito alla sicurezza della regione, ma speravo che rispettassero le promesse, ripetute più volte, anche dai più alti livelli, che non avrebbero invaso l'Ucraina.

Speravo anche che gli intensi contatti diplomatici che vari leader occidentali avevano mantenuto fino a quel momento con il Cremlino potessero produrre un risultato positivo. Allo stesso modo, confidavo nelle dichiarazioni della parte russa secondo cui intendeva non agire in contrasto con le disposizioni degli accordi di Minsk. Successivamente ho pensato che l'invio di truppe russe sarebbe stato limitato ai territori sotto il controllo dei separatisti nel Donbass, e non oltre. In conclusione sì, temevo che la situazione potesse peggiorare, ma non mi aspettavo che raggiungesse le proporzioni attuali. La speranza e il desiderio che ciò che stiamo vivendo oggi non si realizzasse era decisamente più grande di ogni altra paura».

Di fronte ad una aggressione di questo genere, aggiunge il cardinale, vi è sempre «il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese». Giustifica moralmente gli aiuti che gli altri paesi europei stanno inviando a Kyev contro l'invasione russa? «L'uso delle armi – ha risposto - non è mai qualcosa di desiderabile, perché comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o causare lesioni gravi e terribili danni materiali.

Tuttavia - prosegue - il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi. Allo stesso tempo - afferma ancora Parolin - entrambe le parti devono astenersi dall'uso di armi proibite e rispettare pienamente il diritto umanitario internazionale per proteggere i civili e le persone fuori dal combattimento. D'altra parte, sebbene gli aiuti militari all'Ucraina possano essere comprensibili, la ricerca di una soluzione negoziata».

Marco Imarisio per “il Corriere della Sera” il 5 maggio 2022.

«Colloquiare con Kirill è più noioso che guardare il golf alla televisione». E se lo dice lui, forse c'è del vero. Andrej Kuraev, protodiacono della Chiesa ortodossa, sessantenne professore di teologia e filosofia, è stato a lungo il principale collaboratore del patriarca, l'uomo che ha costruito le fondamenta della sua dottrina. Fino al 24 febbraio. 

Quel giorno, una delle figure religiose più amate e rispettate di Russia, divenne un paria per la sua stessa comunità ecclesiastica. Perché si schierò in modo netto contro la cosiddetta Operazione militare speciale, con parole che segnavano una scelta di campo. Era già passato all'opposizione, ma quello fu il suo passo d'addio, imposto dall'alto. 

Le similitudini tra la massima autorità temporale russa e quella politica passano anche per i metodi. Il giorno dopo, Kirill dichiarò aperto il processo di privazione di ogni grado ecclesiastico. 

Kuraev è tornato a farsi sentire ieri. Con toni per nulla sfumati, anzi. «Papa Francesco ha espresso concetti molto profondi durante l'intervista con il Corriere della Sera. E tentò di farlo anche durante il colloquio con il patriarca, durante il quale Kirill si limitò a tenere la solita lezione di propaganda politica. Per questo è noioso colloquiare con lui.

Non ascolta». 

L'uomo a cui guarda quella parte non piccola di monaci che vivono con disagio le dichiarazioni da comandante in capo del patriarca, giudica non casuale il fatto che il Papa abbia parlato il giorno dopo una predica alla cattedrale dell'Annunciazione di Mosca, dove Kirill ha sostenuto che la Russia non ha attaccato nessuno e non vuole combattere nessuno. «Sembra uno scherzo del Signore» dice Kuraev.

«Egli ha letteralmente messo uno specchio di fronte ai nostri slavofili convinti che i cattolici abbiano il "culto della personalità" e che tutto da quelle parti si incentra sul potere e sul denaro. Adesso, con un Pontefice che in umiltà si propone per venire a Mosca nel nome della pace, capiscono che contrasto di personalità esista tra i due. E poi, la sua frase sul chierichetto è la più pungente. Pronunciandola pubblicamente, il Papa sta dicendo di escludere Kirill dal novero dei suoi possibili interlocutori».

C'è una reazione importante anche dal fronte laico. Novaya Gazeta, il giornale diretto dal premio Nobel per la pace Dmitry Muratov, costretto a sospendere le pubblicazioni dopo l'approvazione della nuova legge sulla censura, ma ancora attivo sul web, ha pubblicato ieri sera un editoriale firmato da Aleksej Malyutin, il suo esperto di religioni. «Tra Francesco e Kirill andò in scena un conflitto sui valori. Uno voleva la pace, l'altro parlava del tempo di volo dei missili lanciati sull'Ucraina. I particolari di quel mancato dialogo stupiscono persino chi è abituato alla consueta retorica militarista del capo della Chiesa ortodossa». 

Ma la delicatezza di una eventuale visita di Francesco a Mosca appare ancora più evidente dalle reazioni al suo annuncio. L'Unione dei cittadini ortodossi e l'Associazione degli esperti ortodossi, due organizzazioni di destra radicale della Chiesa che fino al 24 febbraio erano considerate marginali ma che ora sostengono con foga le tesi del Cremlino e di Kirill, hanno promesso al papa «una accoglienza dura». 

Invece il capo dell'Unione mondiale dei vecchi credenti Leonid Sevastianov ha giudicato «necessario» il suo viaggio. «Sappia Francesco che qui troverà molti più amici di quanto possa immaginare». Non esiste una sola Chiesa. Neppure in Russia.

R. Cas. per “la Repubblica” il 5 maggio 2022. 

Sergej Chapnin è sempre stato un precursore. Nel 2015, in un saggio profetico, stigmatizzò la nostalgia per il "Paese forte" della Chiesa Russa Ortodossa, o "Chiesa dell'impero" come la chiamò. Parole che gli costarono il licenziamento dopo sei anni alla guida del Giornale del Patriarcato di Mosca. E lo scorso marzo è stato tra i primi a invocare le sanzioni contro il patriarca Kirill. «È responsabile. Ha fornito la base ideologica e la giustificazione morale dell'operazione militare russa in Ucraina», dice da New York dove oggi è senior fellow presso il Centro di Studi Cristiano Ortodossi della Fordham University.

Conosce il patriarca sin dagli Anni '90. È giusto sanzionarlo?

«Conoscevo "Kirill il metropolita", persona affabile. "Kirill il patriarca" è un'altra persona. Pensa solo a soldi e potere. Le sanzioni aiuteranno a individuare i suoi fondi nascosti. Sono soldi rubati alla Chiesa». 

Nel saggio che le costò il lavoro parlava di "nuova religiosità ibrida". Che cosa intendeva?

«Con Alessio II, c'è stata una rinascita della Chiesa puramente formale fatta di rituali e retorica, ma non di fede. Una rinascita culminata in una sorta d'ideologia geopolitica: l'ambizione neo-imperiale che Vladimir Putin e il patriarca Kirill condividono».

Si riferisce al concetto di "Russkij Mir", Mondo Russo?

«È uno dei loro concetti chiave. L'idea è che Russia, Bielorussia e Ucraina facciano parte di una sorta di trinità spirituale. Non puoi separarle. Perciò quando Kiev ha chiesto di aderire a Ue e Nato, per Putin non è stato solo un tradimento politico, ma una catastrofe spirituale». 

Che ruolo ha quella che ha chiamato "Chiesa dell'Impero"?

«Nell'ideologia di Putin gli imperi russi sono tre: l'impero dei Romanov, l'impero di Stalin e l'impero di Putin stesso. Nel mezzo ci sono stati dei traditori: Lenin, Gorbaciov ed Eltsin. Quando vent' anni fa la Chiesa Russa Ortodossa ha canonizzato l'ultimo zar, Nicola I, con lui ha canonizzato tutto l'impero dei Romanov. Putin ha poi riabilitato Stalin come colui che vinse il nazismo. E ora spetta alla Chiesa costruire la figura imperiale di Putin come difensore della fede cristiana nel mondo».

Chi guadagna di più dall'altro in questa partnership? Kirill o Putin?

«Per Putin, Kirill è il leader della "corporazione" religiosa della Federazione. Alla pari dei leader delle altre corporazioni: energia atomica, petrolio, etc. È Kirill ad avere più bisogno di Putin: tutti i suoi soldi, potere e influenza sono fondati su questa partnership con lo Stato». 

C'è dissenso nel clero?

«È difficile decifrarne gli umori. La maggioranza sta in silenzio, perché in Russia è impossibile parlare pubblicamente».

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 5 maggio 2022.

L'8 marzo, durante le celebrazioni della Domenica del perdono nella cattedrale di Mosca, il patriarca Kirill aveva spiegato quali erano le vere ragioni della guerra di Vladimir Putin. Prima di Lavrov, prima e meglio del propagandista in capo Solovyov. Disse in sostanza Kirill: è una guerra santa contro l'Occidente corrotto e omosessuale. «La guerra è in corso perché la gente non vuole le parate gay nel Donbass. Oggi esiste un test, una specie di passaggio per entrare in quel mondo "felice", il mondo del consumo eccessivo, della "libertà" visibile. Sapete cos' è questo test? È molto semplice e allo stesso tempo terribile: una parata gay».

Secondo Kirill l'Occidente organizzava il genocidio dei popoli che si rifiutano di organizzare parate gay. L'Unione europea ha deciso infine di trattarlo come uno dei capi della propaganda guerrafondaia putiniana, «da lui minacce all'integrità dell'Ucraina», c'è scritto nella bozza delle sanzioni, e dunque la Commissione ha proposto formalmente il congelamento dei beni e il divieto di viaggio: una lista nera che comprende ufficiali militari (a partire dai responsabili dei crimini di Bucha) e uomini d'affari vicini al Cremlino.

Ma che asset potrà mai avere, il pio religioso, che spedì aiuti e mascherine per il Covid alla Puglia (il governatore Emiliano lo ringraziò con un video solenne, «un grande uomo e grande amico del popolo pugliese»), l'uomo che, nel 2012, benedì il terzo mandato di Putin, gridandogli in chiesa «hai svolto personalmente un ruolo enorme nel correggere la curvatura della nostra storia, Vladimir Vladimirovich!»? 

In realtà, mentre combatteva l'Occidente corrotto e l'ossessione del consumo, Kirill consumava, a sua volta. E non poco. La Chiesa ortodossa russa ha definito «un'assurdità» le voci di ville sul Mar Nero e yacht, conti in Svizzera e orologi da decine di migliaia di euro (ma con un Breguet da 30 mila dollari è stato fotografato dieci giorni fa). Eppure, inchieste giornalistiche indipendenti russe dicono il contrario.

Novaya Gazeta scrisse (senza mai arretrare) che Kirill era intestatario di conti correnti che da un minimo di 4 miliardi di dollari potevano arrivare a otto: in Svizzera, Austria e Italia. Novaya scrisse che la cifra esatta era difficile da quantificare perché «il patriarca ha preferito mantenere i suoi risparmi in banche svizzere, da dove solo negli ultimi anni sono stati parzialmente trasferiti in Austria e in Italia (probabilmente sotto le garanzie del Vaticano)».

Nel libro «Russia' s Dead End», Andrei Kovalev, ex membro dello staff di Gorbachev, scrisse - sulla base di documenti che fu possibile consultare solo per breve periodo, alla fine dell'Unione sovietica - che Vladimir Mihailovic Gundyaev (questo il vero nome di Kirill) aveva un passato di più che probabile agente del Kgb, l'agente "Mihailov". Ovviamente il patrirca lo nega. Certo è invece che i monaci ortodossi in teoria fanno voto di non possesso quando vengono ordinati, ma ciò non sembra aver fermato l'accumulo di Kirill. Secondo un'inchiesta di "Proekt", il patriarca possiederebbe, lui e due dei suoi cugini di secondo grado, immobili per 2,87 milioni di dollari a Mosca e Pietroburgo.

Una sua seconda cugina di 73 anni, Lidia Leonova, possiede a Mosca una casa di circa 600mila dollari su Gagarinsky Pereulok, più una di 533mila dollari a Pietroburgo sul Kryukov Canal. L'appartamento sul canale è una storia nella storia interessante, le fu donato nel 2001 da un uomo d'affari, Alexander Dmitrievich, grande amico di Kirill, pochi mesi dopo che il sindaco di Mosca aveva ritirato le pretese del Comune in un contenzioso contro quello che, secondo "Proekt", era un presunto partner commerciale di Dmitrievich, un italiano di nome Nicola Savoretti (uno dei non pochi contatti italiani del religioso).

Savoretti replicò che Kirill non si era adoperato per la risoluzione di quella vicenda, e di non avere progetti in comune con Dmitrievich. Molte carte in possesso di collettivi di coraggiosi giornalisti russi hanno poi consentito di ricostruire che Kirill avrebbe una residenza sul Mar Nero vicino a Gelendzhik, la cui costruzione è stata stimata in un miliardo di dollari, che appartiene formalmente alla Chiesa ortodossa russa ma dove non è permesso libero accesso nemmeno ai vescovi, rilevò Novaya Gazeta.

La residenza di Gelendzhik, casualmente, è non lontano dal celebre "Palazzo di Putin", raccontato nei dettagli dall'inchiesta di Alexey Navalny. Kirill possiederebbe poi uno chalet vicino a Zurigo, più azioni in una serie di oggetti immobiliari tra Mosca, Smolensk e Kaliningrad, senza contare venti residenze formalmente appartenenti a varie organizzazioni religiose centralizzate e locali della Chiesa ortodossa russa. 

Gli asset in Russia saranno difficili da toccare, ma i conti correnti si trovano in Europa e in Svizzera, e potrebbero essere abbastanza facilmente attaccati. Kirill definì la presidenza Putin «un miracolo di Dio». Miracolo dorato, naturalmente, come le icone ortodosse di Andrej Rublëv.

Guerra Santa Ue a Kirill. Il patriarca-miliardario: "Non temo Bruxelles. E il Papa sbaglia i toni". Serena Sartini il 5 Maggio 2022 su Il Giornale.

L'ipotesi di sanzioni anche al capo della Chiesa russa: "È responsabile delle minacce all'integrità ucraina". La replica: "Impossibile intimidirci". Poi la risposta al Pontefice: "Incontro travisato, così dialogo difficile".

È in totale contrapposizione con Papa Francesco. Ha da sempre sostenuto la guerra, definendola «giusta» e appoggiato il fedelissimo amico Vladimir Putin. Nel mirino dell'Unione europea, dopo oltre due mesi di guerra in Ucraina, è finito anche il Patriarca ortodosso di Mosca e di tutte le Russie, Kirill. L'Europa unita ha infatti deciso di colpire anche il capo della chiesa ortodossa perché «ritenuto responsabile del sostegno o dell'attuazione di azioni o politiche che minano o minacciano l'integrità territoriale, la sovranità e l'indipendenza dell'Ucraina, nonché la stabilità e la sicurezza in Ucraina», recita il testo del sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Un patrimonio di quattro miliardi di dollari, ville sul Mar Nero, yacht e conti bancari in Svizzera. Secondo le accuse dell'opposizione, impossibili da verificare, il numero uno del patriarcato di Mosca sarebbe da considerare un oligarca, a tutti gli effetti da inserire nella lista nera delle persone che l'Ue vuole sanzionare con conseguente divieto di ingresso nell'Ue e congelamento dei beni. La Chiesa ortodossa russa replica esprimendo «scetticismo» e rispedendo le accuse al mittente. «Vorrei ricordare agli autori delle iniziative sanzionatorie che il Patriarca proviene da una famiglia i cui membri sono stati oggetto di repressione per decenni a causa della loro fede, durante il periodo dell'ateismo militante comunista», ha precisato il portavoce della Chiesa ortodossa russa, Vladimir Legoyda. «Nessuno di loro ha avuto paura di reclusione o rappresaglie - ha ricordato -, quindi bisogna essere completamente estranei alla storia della nostra Chiesa per intimidire il suo clero e i suoi credenti, inserendoli in liste nere. Più le sanzioni diventano indiscriminate, più mancano di buon senso, più lontano diventa il raggiungimento della pace, per la quale la Chiesa ortodossa russa prega con la benedizione di Sua Santità il Patriarca a ogni liturgia».

Eppure le parole di Kirill non sembrano affatto indirizzate alla pace. Tanto che il Patriarca continua a non definire l'attacco russo in Ucraina come «guerra». «La Russia non ha mai attaccato nessuno nella sua storia, ha solo protetto i suoi confini», ha detto in un sermone nella Cattedrale dell'Arcangelo al Cremlino. «Noi non vogliamo combattere nessuno. La Russia non ha mai attaccato nessuno. Sorprendentemente, un Paese grande e forte non ha mai attaccato nessuno, ha solo protetto i suoi confini. Dio conceda che il nostro Paese rimanga forte, potente e amato da Dio fino alla fine dei tempi». Kirill non teme affatto le sanzioni dell'Unione europea che potrebbero essere approvate nelle prossime ore. «Il possibile inserimento del patriarca Kirill nella lista delle sanzioni dell'Ue non ha nulla a che fare con il buon senso, la chiesa non si spaventerà di essere inclusa in alcune lista», ha aggiunto il portavoce della chiesa ortodossa.

Il Patriarcato di Mosca è intervenuto duramente anche per ribattere alle parole di Papa Francesco che, in una intervista al Corriere della Sera, ha definito Kirill un «chierichetto di Putin». «È deplorevole - ha sottolineato il Patriarcato - che un mese e mezzo dopo il colloquio con il Patriarca Kirill, Papa Francesco abbia scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto di questo colloquio. È improbabile che tali dichiarazioni possano contribuire all'instaurazione di un dialogo costruttivo tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento».

Kirill, al secolo Vladimir Michajlovic Gundjaev, è nato a Leningrado (l'attuale San Pietroburgo) il 20 novembre 1946. Eletto il 27 gennaio 2009 con 508 voti su 702, Kirill guida 165 milioni di fedeli sparsi per il mondo. Si vocifera che abbia conosciuto Putin quando entrambi erano agenti del Kgb. Con il capo del Cremlino, è legato da una lunga amicizia, consolidata anche dalla sua inclinazione al lusso. Tra gli hobby del Patriarca, infatti, figurano lo sci alpino, l'allevamento dei cani di razza, lo sci acquatico e gli orologi di pregio, come il Brequet da 30mila dollari esibito dieci anni fa durante un incontro ufficiale e poi «cancellato» con Photoshop dopo le proteste dei fedeli. Kirill ha sempre negato l'esistenza di enormi ricchezze, ma secondo le stime della rivista indipendente russa Novaya Gazeta, il Patriarca avrebbe dai 4 agli 8 miliardi di dollari.

La fede in guerra. Nel suo delirio bellicista, il patriarca Kirill è sempre più isolato. Francesco Lepore su L'Inkiesta il 28 Aprile 2022.

Il capo della chiesa ortodossa russa è ormai oggetto di disprezzo e di derisione di gran parte del suo clero. Per migliorare la reputazione, ha perfino fatto passare una formale lettera di auguri di Papa Francesco come segno di dialogo e vicinanza da parte di Roma.

Per alcuni sarebbe un’ennesima riprova d’ininterrotto dialogo della Chiesa di Roma col patriarcato di Mosca, e di rapporti null’affatto incrinati tra le due Santità, che pur si sarebbero dovute riabbracciare in giugno a Gerusalemme – il rinvio sine die del secondo incontro, dopo quello del 2016 in una sala dell’aeroporto di L’Avana, avrebbe infatti rischiato di generare «molta confusione», come ha detto Papa Francesco sollecito nel trasmettere a Kirill una breve lettera di auguri in occasione della Pasqua che le Chiese ortodosse hanno celebrato il 24 aprile secondo il computo del Calendario giuliano. Una lettura, questa, che già si dava due giorni fa, sia pur con ulteriori e diversificate considerazioni di merito, col diffondersi della notizia della missiva papale.

Eppure, il fatto che a pubblicarne domenica il testo fosse stata per prima Mosca, e solo l’indomani Oltretevere con ampi passaggi della stessa, avrebbe dovuto indurre a maggiore cautela valutativa e a un ridimensionamento della portata di tali auguri. Auguri che, come da prassi oramai consolidata, sono rivolti annualmente in occasione della Pasqua a ogni patriarca, cui sono stati espressi, anche questa volta, con parole uguali per tutti. Insomma, nessuna novità né tantomeno unicità nella lettera a Kirill, a eccezione della più ampia riformulazione del quarto capoverso riguardante l’offensiva russa in Ucraina, che così suona: «Possa lo Spirito Santo trasformare i nostri cuori e renderci veri operatori di pace, specialmente per l’Ucraina dilaniata dalla guerra, affinché il grande passaggio pasquale dalla morte alla nuova vita in Cristo diventi quanto prima una realtà per il popolo ucraino, che anela a una nuova alba che porrà fine all’oscurità della guerra».

Parole inequivocabili quelle di Francesco, che sono scivolate addosso a Kirill, intento piuttosto – o chi per lui dal suo entourage – a surrettiziamente presentarsi quale interlocutore privilegiato del vescovo di Roma e degno di un credito che non ha mai pienamente avuto presso i suoi omologhi e che ha pressoché perso del tutto con il servile sostegno all’”operazione speciale” della Federazione Russa in Ucraina. D’altra parte, nessuno degli altri patriarchi s’è sognato di dar notizia e, meno che mai, far pubblicare il benaugurante scritto bergogliano, per giunta considerato di routine.

Un’operazione, dunque, autopromozionale e nulla più da parte di Kirill, che già lunedì ha fatto carta straccia dell’appello di Francesco con l’omelia pronunciata nella cattedrale della Dormizione: una vera e propria laus belli fondata sulla solita tesi della “Santa Russia”, che il patriarca moscovita aveva ancora una volta esplicitato, il 27 febbraio scorso, nei termini di unica terra composta da Bielorussia, Russia e Ucraina. A essere questa volta svolta scomodato Ivan III, che «dopo aver fatto molto per unire tutte le terre intorno a Mosca, decise che Mosca doveva diventare la capitale del grande stato» e pose fine a «l’invasione degli stranieri, il conflitto civile, la confusione dei pensieri, la perdita dell’identità nazionale». Da qui il parallelismo coi presenti tempi, nei quali «noi, come popolo, ci troviamo di fronte a molti problemi associati all’aggravarsi della situazione intorno al nostro Paese». Necessario, dunque, chiedere al Signore non solo «di preservare la pace». Ma anche «di rafforzare la nostra Patria e di unire tutta la Russia. Una tale preghiera dovrebbe soprattutto risuonare in queste mura storiche. Siamo nel tempio, che è un santuario nazionale e allo stesso tempo un tempio commemorativo, creato come segno dell’unificazione di tutte le terre russe».

In un crescendo di toni, caratterizzato dall’impiego di tutto l’armamentario lessicale bellicistico e dalla legittimazione del trionfo militare, che non è solo «fisico» e non è «solo vittoria dell’arma con cui il soldato affronta il nemico. Ma è sempre una vittoria dello spirito», si tocca poi il trito argomento dei «nuovi pseudovalori. Ma dobbiamo preservare la nostra, se volete, vocazione speciale: preservare la fede ortodossa, preservare l’unità del nostro popolo, non soccombere a nessuna tentazione e promessa».

Poi il passaggio più sconcertante: «I nostri devoti eroici antenati, compresi coloro che costruirono questa cattedrale, avevano ben capito tutto ciò. E, quindi, le cattedrali furono edificate come fortezze, perché si rendevano conto che, a un certo punto, ci si sarebbe dovuti difendere dietro le loro mura. Cosa, questa, che è accaduta più volte nella storia della nostra Patria. Basti ricordare l’eroica difesa di Smolensk, quando il nemico passò attraverso le mura di cinta e rimase solo la cattedrale come ultima roccaforte e rifugio per i difensori della città. E non volevano cedere la cattedrale: il tempio fu fatto saltare in aria e sepolto sotto gli archi dei suoi difensori, che rimasero imbattuti. Che tutti questi meravigliosi esempi eroici ci ispirino oggi a difendere la Patria, a difendere la nostra vera indipendenza dai potenti centri di potere che esistono attualmente sulla terra. Che il Signore ci custodisca nella vera libertà». Quel Signore, che invocato subito dopo perché «custodisca il nostro esercito, le nostre autorità e tutti coloro da cui oggi dipende soprattutto la difesa della nostra Patria», è nuovamente protagonista nella conclusione del sermone. Non già tuttavia come Dio della pace o amorevole Padre comune, i cui figli in Ucraina patiscono morte, miseria, distruzione (a essi Kirill non riserva neppure una parola). Ma come il Signore e Padre del cielo, cui ci si rivolge perché «la sua misericordia […] si estenda sulla nostra terra, sulla nostra Patria, come si è estesa nella sua storia millenaria, soprattutto nei momenti più pericolosi e critici di essa. Possa il Signore custodire la nostra terra, il nostro popolo, la nostra Chiesa, le autorità e l’esercito per molti e buoni anni!».

Non meraviglia pertanto che il clero della Chiesa ortodossa russa mostri sempre più insofferenza per un patriarca che ha scambiato il messaggio evangelico con proclami bellicistici. E non è solo questione di metropoliti che non ne citano più il nome nelle divine liturgie o di aperte condanne della guerra fratricida, come quella avanzata agli inizi di marzo da 233 sacerdoti e diaconi. Ma di aperta ridicolizzazione e derisione di Sua Santità Kirill I, al punto che in ambiti seminariali s’è coniato il nuovo termine verbale cirillizzare (кириллить), per indicare un chiacchierio pio e allo stesso tempo del tutto irresponsabile, in cui il religioso e il politico sono strettamente intrecciati.

Secondo Sergej Chapnin «è esattamente ciò che vediamo nei sermoni del patriarca Kirill». Del quale il teologo, giornalista e scrittore moscovita ha una conoscenza diretta e difficilmente eguagliabile, essendo stato dal 2009 al 2015 direttore del Giornale del Patriarcato di Mosca (Журнала Московской Патриархии) nonché segretario della Commissione della Presenza interconciliare per i Rapporti tra Chiesa, Stato e Società. Incarichi che, alla pari di innumerevoli altri, erano stati concessi a Chapnin su disposizione di Kirill, estimatore delle sue competenze e capacitò. Salvo, però, a metterlo alla porta nel 2015 con l’intensificarsi di posizioni critiche sullo stato attuale della Chiesa ortodossa russa da parte del brillante e indipendente pensatore.

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 28 aprile 2022.

No, Kirill non è Francesco. Non nel senso del romano Pontefice, papa Bergoglio. Ma nel senso del Santo poverello di Assisi. Il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, colui che nel 2012 ha definito Vladimir Putin “il miracolo di Dio”, che ha benedetto nella cattedrale di Cristo Salvatore i missili nucleari, e che ha dichiarato la guerra santa in Ucraina, è tutt’altro che un asceta, è anche lui un oligarca. Con un patrimonio stimato da oppositori in 4 miliardi di dollari.

Per questo i ministri degli Esteri della Ue stanno studiando sanzioni anche nei suoi confronti, come per gli altri oligarchi. Il 24 aprile il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha pubblicamente chiesto restrizioni. 

Pericolo tanto concreto che, su Interfax, la Chiesa ortodossa russa ha definito “un non senso” la proposta di Vilnius di chiedere sanzioni contro Kirill. “Un non senso imporre sanzioni su leader religiosi, è contrario al senso comune”. Con ciò stesso confermando, però, l’esistenza di un patrimonio personale di Kirill aggredibile all’estero. Il Patriarca ha sempre negato alla radice di essere ricco, parlando di “non sense”.

Certo sarebbe un non senso sanzionare il Santo poverello di Assisi, ma certamente non è questo il caso, visto che chi ha benedetto la guerra in Ucraina avrebbe, secondo un report del 2006 pubblicato da Forbes nel 2020 un patrimonio di 4 miliardi di dollari, mentre un articolo di Novaya Gazeta (la rivista su cui scriveva la giornalista uccisa Anna Politkovskaja e diretta dal premio Nobel Dmitri Muratov, chiusa il 5 aprile scorso) stimava nel 2019 una ricchezza tra 4 e 8 miliardi di dollari. Cifre non  verificate e comunque non verificabili. Il consistente patrimonio personale sarebbe frutto dalle esenzioni fiscali statali russe su una porzione consistente della manifattura di tabacco e di birra, almeno in passato.

Quando Forbes France gli ha posto domande sulla sua ricchezza il Patriarca Kirill ha risposto: "L'ascesi è soprattutto diretta alla lotta con le passioni. La passione è un problema in quanto può inghiottirci e renderci suoi schiavi. La sete inestinguibile di potere, di certe cose materiali o di denaro sono esempi distruttivi delle passioni di cui molte persone soffrono oggi". 

Il capo religioso è quindi sospettato di possedere ricchezze personali, parte delle quali all’estero, anche in Svizzera e in paradisi offshore. Alcuni sospettano addirittura che il Patriarca sia perfino l'intestatario fittizio di beni di Putin, Lavrov e altri. 

Secondo alcune fonti pubbliche (peraltro difficili da verificare, data la natura altamente confidenziale della clientela bancaria) Kirill avrebbe conti bancari anche in Italia, Austria e Spagna. A chiedere le sanzioni a suo carico è oggi su Repubblica l’esperta di diritti umani Hanna Hopko che ha definito il patriarca Kirill “in realtà uno dei politici di più alto rango della Russia di Putin”. 

Indagini sono in corso in tutt’ Europa. A tutto ciò si aggiungono i beni in Russia: una villa vicina quella di Putin a Gelendzhik sul Mar nero e un superyatch su cui è stato fotografato in costume da bagno. La passione di Kirill per gli orologi di lusso ha dato luogo in passato a curiosi photoshop delle immagini del Patriarca, che hanno eliminato l’orologio al suo polso, ma non il suo riflesso. In ogni caso è molto interessante il sistema di finanziamento della Chiesa ortodossa russa grazie alle esenzioni fiscali sulla produzione di tabacco e di birra, che sarebbe alla base di tanta ricchezza.

La prima attività di import di sigarette e tabacco è valsa a Kirilli, il “Papa di Putin”, il nomignolo di “Tobacco Metropolitan”. Kirill sostiene di aver preso le distanze da questi affari. Ma secondo gli oppositori di Putin sono queste attivita  economiche milionarie che hanno permesso a tutta la Chiesa ortodossa russa di prosperare, già a partire dai primi anni Novanta.

Uno di noi...Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 28 aprile 2022.

Avendo sentito dire da più parti che quello in corso era uno scontro di civiltà tra il bieco capitalismo occidentale e le nobili tradizioni di Santa Madre Russia, mi sono avvicinato alla biografia del patriarca con un misto di invidia e venerazione. Il particolare che in gioventù il papa di Putin fosse stato una spia del Kgb (proprio come Putin) rendeva ancora più affascinante la sua conversione spirituale: in fondo anche Fra Cristoforo aveva cominciato maluccio. Mi erano rimasti nella memoria i discorsi nei quali Kirill se la prendeva con il denaro, i vizi e il lusso ostentato. «I nuovi idoli creati dall’Occidente», li chiamava. Perciò potete immaginare quanto mi abbia stupito apprendere che quegli idoli nessuno li adora più di lui, che possiederebbe una villa in Svizzera e una sul Mar Nero accanto a quella del compare Putin, oltre a un patrimonio personale stimato dagli oppositori in 4 miliardi di dollari, ottenuto con generose percentuali sul commercio di alcol e tabacchi. Sulle prime ci sono rimasto un po’ male. È vero che in Italia abbiamo avuto i papi simoniaci del Rinascimento, però abbiamo avuto anche il Rinascimento, mentre il contributo del patriarca Kirill allo sviluppo delle arti si sarebbe finora limitato alla foto che lo ritrae su un megayacht in costume da bagno. Poi però mi sono detto: vuoi vedere che lavora ancora per i servizi segreti? Una spia infiltrata tra le storture del capitalismo perché in missione per conto di Io.

(ANSA il 14 aprile 2022) Sono giunti a circa 400 i sacerdoti della Chiesa ucraina sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca che si appellano collettivamente al Consiglio dei Primati delle Chiese Antiche Orientali (la più alta corte dell'ortodossia mondiale) contro il patriarca di Mosca Kirill, citandolo in giudizio. Lo scrive Orthodox Times. 

I 400 sacerdoti sostengono che Kirill predica la dottrina del "mondo russo", che si discosta dall'insegnamento ortodosso e andrebbe condannata come eresia. E addebitano a Kirill crimini morali nel benedire la guerra contro l'Ucraina e sostenere pienamente le azioni aggressive delle truppe russe sul suolo ucraino. Il clero spera che il Consiglio dei Primati consideri il loro appello e prenda la decisione giusta. "Stiamo assistendo alle brutali azioni dell'esercito russo contro il popolo ucraino, approvate dal patriarca Kirill. Come sacerdoti della Chiesa e come semplici cristiani, siamo sempre stati e saremo sempre con il nostro popolo, con coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto. Sosteniamo pienamente le autorità statali ucraine e le forze armate ucraine nella loro lotta contro l'aggressore", affermano i sacerdoti nel loro appello. Ritengono inoltre che le attività del patriarca di Mosca rappresentino una minaccia per l'ortodossia ecumenica.

Gli autori del testo invitano il Consiglio a "esaminare le dichiarazioni pubbliche di Kirill sulla guerra contro l'Ucraina, a valutarle alla luce delle Sacre Scritture e della Sacra Tradizione della Chiesa", e di privare Kirill del diritto del trono patriarcale. "La tragedia che si sta svolgendo oggi in Ucraina è anche il risultato della politica perseguita dal patriarca Kirill durante il suo incarico di capo della Chiesa russa. Ovviamente, questa è già una sfida per l'intero mondo ortodosso", afferma padre Andriy Pinchuk, che ha caricato il testo dell'appello e i nomi dei suoi firmatari sul suo account Facebook personale. Allo stesso tempo, nel mondo ecumenico, si intensificano le pressioni sul Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) nei confronti del patriarca di Mosca, anche per espellere la Chiesa ortodossa russa dal Concilio. Il segretario generale del Cec, il rev. Ioan Sauca, della Chiesa rumena, ha però finora 'congelato' la proposta di espellere la Chiesa ortodossa russa, sostenendo che ciò si discosterebbe dalla missione storica del Cec di rafforzare il dialogo universale, rinviando tuttavia la competenza e la decisione al Comitato centrale in calendario a giugno.

Da ansa.it il 27 marzo 2022.

"C'è bisogno di ripudiare al guerra luogo di morte, dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono". Lo ha detto il Papa all'Angelus tornando a pregare per la pace in Ucraina.

"E' passato più di un mese dall'inizio dell'invasione dell'Ucraina, dall'inizio di questa guerra crudele e insensata che come ogni guerra rappresenta una sconfitta per tutti, per tutti noi", ha ricordato. Francesco ha parlato della "bestialità della guerra", "atto barbaro e sacrilego". "La guerra non può essere qualcosa di inevitabile", ha sottolineato il Pontefice.

"La guerra non devasta solo il presente ma anche l'avvenire di una società. Ho letto che dall'inizio dell'aggressione in Ucraina un bambino su due è stato sfollato dal Paese. Questo vuol dire distruggere il futuro, provocare traumi drammatici nei più piccoli innocenti". Lo ha detto il Papa all'Angelus.

"La guerra non può essere qualcosa di inevitabile. Non dobbiamo abituarci alla guerra, dobbiamo invece convertire lo sdegno di oggi nell'impegno di domani perché se da questa vicenda usciremo come prima saremo in qualche modo tutti colpevoli". Lo ha detto il Papa all'Angelus.

"Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l'umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell'uomo prima che sia lei a cancellare l'uomo dalla storia". "Prego per ogni responsabile politico - ha proseguito il Papa - di riflettere su questo, di impegnarsi su questo e, guardando alla martoriata Ucraina, di capire come ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti". "Perciò - ha concluso - rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace".

Libero Quotidiano il 06 aprile 2022

Papa Francesco pronto a incontrare Kirill, il patriarca di tutte le Russie. Eppure i dubbi sulla posizione di Vladimir, nome laico dell'arcivescovo ortodosso, sono molti. Basta pensare che a inizio guerra in Ucraina Kirill si è detto favorevole, ricordando che "dobbiamo difenderci". Ma non è tutto. Figlio e nipote di preti, l'arcivescovo nato a Leningrado - la stessa città natale dell'amico Vladimir Putin - vanta un passato nel Kgb. Un'esperienza che ha portato la politica a proteggere la sua lunga carriera religiosa.

Tra le iniziative per cui si ricorda il patriarca c'è quella "della pace". Kirill, dopo la nomina a patriarca di Mosca nel 2009, è diventato dal 2006 co-presidente della Conferenza mondiale religiosa per la pace. Poi nel 2011 si è recato in Siria chiedendo la fine del conflitto: "Si può risolvere ogni problema pacificamente, con il dialogo. L'essenziale è che non venga versato sangue", diceva. E ancora: nel 2012 ha promosso un viaggio in Polonia per rappacificarsi con gli ortodossi polacchi. Infine nel 2016, l'incontro a Cuba con Bergoglio.

Eppure la facciata nasconde tanti gialli e tanti interrogativi. Kirill infatti non si nasconde e appoggia la campagna di riabilitazione di Stalin, al punto che inizia a pregare pubblicamente perché alla santa Russia non venga meno la chiesa ucraina. A questo punto le domanda sono due: si può considerare vero il suo ecumenismo? Ha senso che il papa continui a dialogare con lui? Difficile dimenticare le sue controverse parole sul matrimonio omosessuale come segno dell'avvicinarsi dell'apocalisse.

Cesare Martinetti per “la Stampa” il 3 aprile 2022.

La seconda guerra ucraina, consustanziale e parallela a quella che si volge sul campo, è una feroce guerra tra Chiese che credono nello stesso Dio. Il patriarca Kirill di Mosca, appoggiando con passione la guerra, ha offerto a Vladimir Putin una copertura teologica difficile da capire in Occidente. Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, è stato protagonista del dialogo tra i cattolici e l'Oriente, fin dagli Anni 70, quando Kirill venne per la prima volta a Bose.

Si sarebbe mai immaginato che quel giovane e brillante prete ortodosso sarebbe salito sui carri armati di Putin in guerra contro cristiani ucraini?

«Sono stato sorpreso. Io l'ho conosciuto bene. L'ho incontrato la prima volta alla fine degli Anni 70, quando accompagnava il metropolita Nicodim. Poi è venuto ancora ai convegni ecumenici di Bose: lo ricordo molto convinto e attivo nel dialogo ecumenico, un uomo aperto che conosceva bene l'Occidente. Successivamente l'ho incontrato a Mosca nel 2004, quando sono stato inviato da papa Wojtyla in delegazione con il cardinale Kasper per restituire l'icona trafugata della Madonna di Kazan. Ci fu una straordinaria accoglienza nella splendida cattedrale di Cristo Salvatore». 

E come spiega la sua adesione alla guerra?

«Mi ha sorpreso perché lo si pensava determinato nel mantenere vivo lo spirito ecumenico soprattutto dopo l'incontro a Cuba con Francesco in cui - dobbiamo dirlo - il Papa si è umiliato, accettando di vederlo quasi di sfuggita in una sala d'aeroporto. Ma non dimentichiamo che gli ortodossi sono diffidenti verso il Papato e come Chiese si sentono sorelle deboli di fronte alla sorella forte, la Chiesa cattolica, molto organizzata e presente in tutto il mondo».

Però nei sermoni di Kirill c'è qualcosa di più: ha dato una giustificazione teologica alla guerra di Putin. Perché?

«Tutto quello che dibattiamo in Occidente grazie alla nostra modernità arriva agli ortodossi russi in un cono d'ombra che è quello occidentale-americano e cioè del grande e storico nemico. Per molto tempo, per loro, l'ecumenismo è stato un prodotto dell'Occidente, che veniva dalla pluralità delle confessioni, dalla tolleranza, realtà per loro sconosciute. Ciò che per loro è lotta metafisica tra il bene e il male ed è manifestazione dell'Anticristo, per noi è un'acquisizione dei diritti civili (ad esempio nei confronti degli omosessuali). D'altronde, noi cattolici eravamo sulle loro posizioni 50 anni fa, né più né meno. E sono convinto che una parte della Chiesa cattolica la pensi ancora così. Solo, non si ha più il coraggio di dirlo pubblicamente».

E come ha reagito la Chiesa ucraina alla crociata di Kirill?

«Intanto va detto che in Ucraina ci sono quattro Chiese cristiane: una ortodossa in comunione con Mosca, altre due ortodosse, una in comunione con Costantinopoli, l'altra patriarcale autocefala, e infine una cattolica uniate, cioè di rito bizantino. 

Solo il patriarca Onufri, metropolita della Chiesa ucraina in comunione con Mosca, ha espresso una posizione sapiente, invitando i fedeli a difendere la patria ucraina ma non odiare il popolo russo. Al contrario, le gerarchie delle altre Chiese hanno risposto benedicendo le armi, invitando i combattenti a schiacciare il nemico e a maledire il patriarca Kirill. Siamo nel pieno di una guerra di religioni, altro che ecumenismo!». 

A sentir questi racconti, sembra di tornare indietro di secoli. Com' è possibile?

«Per capirlo bisogna ripassare un po' la storia ed è quello che manca nel dibattito su Kirill. Le Chiese ortodosse non sono nostre contemporanee: hanno vissuto sotto il regime sovietico o sotto l'impero ottomano e questo ha impedito loro l'accesso alla modernità. 

È mancato quello che per noi ha rappresentato l'Illuminismo e la Rivoluzione francese. Alla caduta del comunismo la Russia è stata invasa da missionari polacchi e da organizzazioni cattoliche occidentali che facevano proselitismo. Gli ortodossi hanno reagito difendendo il loro territorio "canonico", un concetto sconosciuto a noi cattolici». 

E dopo la rivoluzione ucraina cos' è successo?

«Alcune volte, preti russi sono stati attaccati, le chiese sono state chiuse, i religiosi perseguitati e, anche ultimamente, il Parlamento ucraino ha approvato delle leggi persecutorie nei confronti degli ortodossi in comunione con Mosca. 

In verità, in Ucraina c'era tutto un humus di guerra di religione, ma nessuno ci badava. E poi questa guerra vergognosa è stata preparata: ho molti contatti con religiosi russi e ucraini che mi raccontavano che da mesi dalla Polonia entravano in Ucraina colonne di carri armati e carri con i missili». 

Ma Putin cos'ha fatto per meritarsi una «sinfonia» così entusiasta da parte di Kirill?

«Putin negli anni è diventato il grande protettore della Chiesa russa, ovunque nel mondo.

È come un Carlo Magno d'Oriente. Dice di essere cristiano, non manca mai ai riti. Sostiene e finanzia la ricostruzione delle chiese ortodosse in Medio Oriente, ricostruisce quelle distrutte dalla guerra in Siria; a Gerusalemme ha finanziato enormi lavori, e sul monte Athos in Grecia ha restaurato il grande monastero di Panteleimon, in rovina fin dagli Anni 20. Tutto questo fa sì che la Chiesa si sia piegata a lui. E ci sono vescovi ancora più patriottici di Kirill, come il metropolita Tikhon, padre spirituale di Putin e - si dice - possibile prossimo patriarca».

Perché la religione è così importante in quei Paesi?

«Perché fa parte dell'identità, come in Polonia e in Ungheria. L'unico Paese in cui non conta più nulla è la Bulgaria, perché il comunismo è riuscito a fare un deserto».

Una religiosità che sopravvive in un mondo dove le cose si risolvono con la guerra e dove le manifestazioni della fede sono fisiche, le code anche nella nuovissima cattedrale di Mosca per il bacio delle reliquie. È spiritualità o superstizione?

«È l'Oriente, dove la fede non è solo un fenomeno intellettuale. Noi abbiamo inventato la formula della "fede pensata", non solo matura e profonda, ma che si dà delle ragioni attraverso il pensiero. In Oriente non hanno questa dimensione, per loro la fede ha una profondità spirituale che coinvolge tutta la persona. Non sono capaci della preghiera mentale. Pregano con il corpo, si genuflettono, si segnano in continuazione, hanno bisogno di baciare le icone e nelle chiese non ci sono sedie, perché bisogna pregare in uno stato di vigilanza fisica. I loro santi parlano con gli orsi, con gli alberi e con la natura». 

Incomprensibile per noi? 

«Sì. La religione senza l'uso della ragione diventa facilmente magìa o fanatismo. Lo diceva Benedetto XVI: l'Illuminismo è stato un grande dono perché, dando il primato alla ragione, ha liberato la religione dal fanatismo e dalla magia».  

Qual è la sua ragione di speranza? 

«Io sono amico del metropolita Ilarione, il numero due del Patriarcato, incaricato di tenere i rapporti con le Chiese estere e vicinissimo al patriarca. È un monaco spirituale e intellettuale raffinatissimo, è venuto a Bose, abbiamo fatto viaggi ecumenici insieme, e nella mia casa editrice ho pubblicato i suoi libri. Lui in questo momento è silente, e questo significa che non tutta la Chiesa è pienamente d'accordo con Kirill. Confido, prima o poi, Ilarione faccia sentire la sua voce, che è certamente una voce ecumenica e di pace».

Alessio Esposito per ilmessaggero.it il 7 aprile 2022.

È morto di Covid il politico russo Vladimir Zhirinovsky, leader del partito liberaldemocratico. Figura chiave nella storia post-sovietica del paese, l'ultra-nazionalista è deceduto all'età di 75 anni. Il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha spiegato che Zhirinovsky era ricoverato dall'inizio di febbraio per Covid ed è morto dopo una «malattia grave e prolungata».

Lo scorso 22 dicembre, in quello che è stato il suo ultimo discorso al parlamento russo, il leader liberaldemocratico rivelò che l'invasione dell'Ucraina sarebbe iniziata il 22 febbraio. La sua previsione si è poi rivelata errata di sole 24 ore. In quell'occasione Zhirinovsky parlò di una «nuova direzione nella politica estera russa». Da quel giorno del politico si sono perse le tracce: almeno fino ad oggi, quando è stata annunciata la sua morte, causata dal Covid e dalle complicanze di patologie pregresse.

Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato alla Duma un messaggio di condoglianze per la morte di Vladimir Zhirinovsky. A segnalarlo è l'ufficio stampa del Cremlino, ripreso dalla Tass. «Vladimir Zhirinovsky era un politico esperto, un uomo energico e aperto, un eccezionale oratore e polemista - dichiara Putin - è stato il fondatore e il leader inflessibile di uno dei più antichi partiti politici del paese. Ha fatto molto per la formazione e lo sviluppo del parlamentarismo russo, della legislazione interna e ha voluto sinceramente dare un contributo a risolvere i problemi principali del Paese». Zhirinovsky, prosegue Putin, «ha sempre difeso la posizione patriottica e gli interessi della Russia di fronte a chiunque e nelle discussioni più importanti».

Lucetta Scaraffia  per il Resto del Carlino il 9 aprile 2022.

Se si guarda a Kirill, patriarca di tutte le Russie, sembra di venire trasportati indietro nel tempo. Non sono solo le parole, decisamente desuete, con cui ha benedetto l'invasione dell'Ucraina, considerata una «guerra metafisica contro le forze del male» (in questo caso rappresentate dal degrado morale dell'occidente), o con cui ha approvato ogni forma di combattimento dei soldati russi «per difendere la loro patria» dopo la scoperta degli orrori perpetrati a Bucha.

Desueta è anche la sua vita: figlio e nipote di preti, destinato quindi a fare carriera nella chiesa ortodossa - a partire da Leningrado, sua città natale, che è la stessa di Putin - e a farla come fedele alleato dello stato, quale esso sia. 

In questa storia apparentemente lineare si intrecciano però anche elementi diversi: suo nonno è stato relegato da Stalin nei terribili gulag delle isole Solovki, accusato di fare attività religiosa, cioè di non essersi allineato alle direttive del regime comunista. Vladimir invece - è questo il nome laico di Kirill - nel regime si trova benissimo, tanto da diventare negli anni settanta agente del Kgb. La sua carriera religiosa avviene quindi sempre sotto l'ombrello protettore della politica, e in particolare dell'amico personale Putin.

Kirill, dopo la nomina a patriarca di Mosca nel 2009, sa bene come si deve muovere un capo religioso di questi tempi, e si distingue come paladino della pace. Dal 2006 è co-presidente della Conferenza mondiale religiosa per la pace e, forse anche in tale veste, nel 2011 si reca in Siria alle soglie del conflitto, rivolgendosi ai contendenti con un appello: «Si può risolvere ogni problema pacificamente, con il dialogo. L'essenziale è che non venga versato sangue».

Nel 2012 promuove un viaggio in Polonia per rappacificarsi con gli ortodossi polacchi. Infine, nel 2016, l'incontro a Cuba con papa Francesco lo lancia anche come protagonista dell'ecumenismo. Ma si tratta di una facciata piena di crepe: Kirill non ha remore nell'appoggiare la campagna di riabilitazione di Stalin, e comincia a pregare pubblicamente perché alla santa Russia non venga meno la chiesa ucraina, dove ormai gli ortodossi sono divisi in tre comunità, di cui una sola ancora legata a Mosca.

Non è una questione di poco peso: per gli ortodossi russi il legame con Kiev, luogo di fondazione della loro chiesa, è simbolicamente fondamentale, e così più in concreto l'appartenenza alla loro chiesa delle popolose e ferventi comunità ucraine: senza gli ucraini il patriarcato di Mosca è poca cosa, perde la possibilità di presentarsi come alternativa al patriarca di Costantinopoli. Si può considerare vero il suo ecumenismo? Ha senso che il papa continui a dialogare con lui? L'ecumenismo si deve basare sull'onestà degli intenti di quanti, al di là dei secolari conflitti teologici, condividono la fede in Cristo. E si può considerare cristiano chi pensa che il matrimonio omosessuale è segno dell'avvicinarsi dell'apocalisse, mentre benedice orribili eccidi di innocenti?

Dio salvi la Russia. Report Rai. PUNTATA DEL 04/04/2022

Un’inchiesta sulla storia e il vero ruolo di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa di Mosca e di tutte le Russie e sul progetto religioso e politico che lo lega a Vladimir Putin.

Dio salvi la Russia di Alice Cohen e Samuel Lieven

VOCE FUORI CAMPO L'uomo che sta indossando le vesti è Kirill, il Patriarca di Mosca, l'incarnazione del potere della Chiesa ortodossa russa. Una chiesa russa che si sta espandendo rapidamente anche all'estero a partire da Parigi dove Kirill, nel 2016, ha consacrato la nuova cattedrale ortodossa. Kirill lo troviamo spesso a fianco dei potenti: Barack Obama, Papa Francesco, il presidente cinese Xi Jinping, seduto con il leader siriano Bashar al-Assad e, ovviamente, con Vladimir Putin. I due sono alleati e stanno creando insieme una nuova identità russa ultraconservatrice, uno rafforza l’altro. Per capire il potere che Kirill ha acquisito negli ultimi trent’anni, basta osservare la trasformazione dello skyline di Mosca, diventata una capitale dalle luccicanti cupole dorate. Dal 2010 sono state costruite una cinquantina di chiese e quasi altrettante sono in lavorazione. Mosca è la sede del Patriarcato, sede della Chiesa Ortodossa. Dietro le mura di questo monastero, custodito da una manciata di cosacchi, si nasconde un'istituzione misteriosa e inaccessibile. Il patriarca Kirill presiede oltre trentaseimila parrocchie e più di cento milioni di fedeli, ovvero circa un terzo dei cristiani ortodossi del mondo.

JEAN-FRANÇOIS COLOSIMO TEOLOGO E DIRETTORE EDITIONS DU CERF - PARIGI Il piano di Kirill è quello di innalzare la Chiesa russa come potere universale, una Chiesa la cui influenza si fa sentire in tutti gli ambiti della vita, nella politica, nella società, ma anche, ovviamente, a livello internazionale.

VOCE FUORI CAMPO Dal suo quartier generale di Mosca, Kirill è chiaro sulla sua intenzione di non limitarsi al ruolo di guida spirituale.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE Sono criticato ma non credo di avere scelte. Un patriarca deve poter rappresentare adeguatamente la Chiesa, parlando ai singoli e, soprattutto, ai capi di Stato e ai rappresentanti del mondo della politica, dell'economia, della cultura. 24/09/2015

KIRILL: Signor presidente, per me è una gioia essere qui

MAHMOUD ABBAS: Grazie molte, sono felice di incontrarla Kirill: grazie molte

VOCE FUORI CAMPO Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità nazionale palestinese, è venuto a visitare il patriarca.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE Siamo molto preoccupati per la situazione in Medio Oriente, in Siria e in Iraq: il pericolo di atti terroristici in Medio Oriente è ancora molto reale.

MAHMOUD ABBAS – PRESIDENTE DELL’AUTORITA’ NAZIONALE PALESTINESE Abbiamo unito le forze con gli altri paesi che promuovono la sicurezza e la pace, in particolare il governo russo che sta conducendo questa battaglia.

VOCE FUORI CAMPO Per i palestinesi l’obiettivo di questi incontri è rafforzare il sostegno della Russia, ma questo coinvolge anche il Patriarcato.

SOTTOTITOLI KIRILL: Vorrei omaggiare con alcuni doni la vostra delegazione

MAHMOUD ABBAS: Gerusalemme è vostra quanto nostra. L’abbiamo sempre protetta. Voi e noi.

NICOLAS KAZARIAN – DOCENTE DI ORTODOSSIA INSTITUT SAINT SERGE - PARIGI Tra i palestinesi ci sono molti cristiani ortodossi e la loro protezione per il patriarca Kirill è una delle ragioni della presenza della Russia nell’area. VOCE FUORI CAMPO L'altro luogo di Kirill a Mosca è la Cattedrale di Cristo Salvatore, una cattedrale simbolo della rinascita religiosa del Paese. Piscina in epoca sovietica, è stata ricostruita nel 1995. Kirill non è qui per celebrare una messa. Attraverso i sotterranei della cattedrale incontra gli uomini più potenti della Russia, quelli del cerchio magico di Putin: il presidente della Duma, l'assemblea nazionale russa, il primo vice-capo di stato maggiore dell'ufficio esecutivo presidenziale e il capo della Corte costituzionale.

SOTTOTITOLI 1 NOVEMBRE 2017 KIRILL: Dio vi aiuti nel vostro impegno. Andiamo

VOCE FUORI CAMPO I NOVEMBRE 2017 Tutti partecipano al Consiglio mondiale del popolo russo, un forum annuale fondato da Kirill quando l'Unione Sovietica crollò. L’obiettivo era quello di unire la nazione attorno alla Chiesa in un momento in cui l'impero stava cadendo a pezzi. Nella sala e sul palco, sacerdoti, membri dell'esercito, la frangia nazionalista della società civile. E, soprattutto, rappresentanti dei principali partiti politici: Russia Unita, il partito di Putin, l'estrema destra e persino il Partito Comunista. Il tema del Concilio quest'anno è la Russia nel XXI secolo.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE 1 NOVEMBRE 2017 La famiglia e la società sono esposte agli stessi pericoli: gli eccessi della legge sui minori, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la crescita del transumanesimo, tutti questi tentativi di dare una definizione distorta al concetto di essere umano.

VOCE FUORI CAMPO Un forum in cui il leader di estrema destra Vladimir Žirinovskij si muove a suo agio ed è un aperto sostenitore di Kirill.

VLADIMIR ŽIRINOVSKIJ - PARTITO LIBERAL-DEMOCRATICO DI RUSSIA Ognuno avrà una foto, non fate chiasso. Andiamo, vieni, vieni qui, mettiti qua. Questa è la tua o la mia faccia? Mi vedi? Così, scatta! Chi altro? Ok, ora basta.

VLADIMIR ŽIRINOVSKIJ – PARTITO LIBERAL-DEMOCRATICO DI RUSSIA Non siamo uno stato religioso, ma abbiamo chiuso con l'ateismo. Oggi la Chiesa svolge lo stesso ruolo che aveva ai tempi dello Zar.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Zhirinovsky, che aveva predetto e previsto con esattezza il giorno e l’ora dell’invasione in Ucraina, è stato colpito in questi giorni dal virus, si era anche diffusa la notizia di una sua presunta morte, poi smentita dal portavoce del Cremlino Peskov. Però, da giorni non si sa più qual è lo stato reale delle sue condizioni. Comunque, il leader della destra russa pensava a una chiesa che tornasse agli splendori dell’epoca dello zar, quando il patriarca era l’uomo più potente dopo lo zar perché la chiesa incarnava la spiritualità, la cultura, il nazionalismo di un’intera società. Poi, però, nell’epoca della rivoluzione bolscevica, tra il 1919 al ’39, il clero fu in qualche modo perseguitato, furono arrestati e furono anche deportati i sacerdoti. E nel 1939 le chiese erano state quasi tutte distrutte. Poi, nel 1943, Stalin aveva bisogno di cementare il popolo e di rafforzare il morale delle truppe da impiegare al fronte nella guerra contro il nazismo e rispolvera l’utilità e la missione della chiesa russa. Alla fine della guerra militari e clero sfilarono sotto Stalin, la chiesa era diventata un ingranaggio dell’Unione Sovietica. E poi, finita la guerra, le persecuzioni ricominciarono. Tuttavia, nel 1965, Kirill, figlio di sacerdoti, nipote di sacerdoti anche perseguitati, decide di entrare in seminario. La sua fu una carriera velocissima, brillantissima: dopo sei anni fu inviato a Ginevra presso l’assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese, una sorta di Onu cristiana: è lì che Kirill impara il linguaggio della politica, della diplomazia perché è sotto il controllo degli apparati sovietici. Ecco, ma Kirill, ha giocato una partita tutta sua o ha lavorato per enti esterni?

SERGEI CHAPNIN - EX DIRETTORE DELLA RIVISTA UFFICIALE DEL PATRIARCATO DI MOSCA significa che il KGB ha approvato la sua nomina. Tutti i leader delle delegazioni che sono stati inviati all’estero hanno scritto rapporti al Comitato per gli affari religiosi. E una copia va al KGB. Quindi, fin da giovane, Kirill ha avuto legami con il KGB.

VOCE FUORI CAMPO 4 DICEMBRE 2017 Oggi la Chiesa ortodossa russa ha riacquistato il suo splendore. E quando ha celebrato il centenario del Patriarcato, lo ha fatto con tutto lo splendore di un’istituzione. Kirill ha invitato i patriarchi delle 14 Chiese che compongono la galassia ortodossa, comprese quelle di Egitto, Canada, Grecia e Repubbliche Ceca e Slovacca. Apparire l'uomo che detta l’agenda alla comunità ortodossa è la sua ambizione. 400 arcivescovi e migliaia di credenti. Ma è soprattutto il preludio di un singolare evento religioso e geopolitico. Tutti i capi ortodossi sono stati invitati nella residenza presidenziale di Vladimir Putin a trenta chilometri da Mosca, una specie di secondo Cremlino. Putin non è ancora arrivato. Il vero tema dell’incontro è la difesa dei cristiani perseguitati in Medio Oriente, il cavallo di battaglia di Kirill, una questione particolarmente rilevante visto il conflitto in Siria.

CYRILL BRETT –DOCENTE DI FILOSOFIA SCIENCES PO - PARIGI L'obiettivo della Chiesa ortodossa in Siria è in primo luogo quello di fornire supporto alle proprie truppe russe. E la seconda missione è… La Chiesa Ortodossa Russa sta investendo molto nel restauro dei monasteri, nel sostegno alle parrocchie ortodosse, ma anche alle altre … in Siria. Non c'è dubbio che, in Siria, dopo la guerra, la Chiesa ortodossa russa avrà recuperato posizioni che potrebbero far traballare il panorama religioso e quello culturale e sociale.

VOCE FUORI CAMPO Grazie all'aiuto dato ai cristiani perseguitati, Kirill sta guadagnando maggiore influenza sulle altre Chiese ortodosse: si sta posizionando al centro del gioco come il padrino dell'Ortodossia in Medio Oriente.

PUTIN – PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE RUSSA 4 DICEMBRE 2017 Purtroppo, in questo secondo decennio del XXI secolo, ci troviamo di fronte a qualcosa che pensavamo appartenesse al passato: la persecuzione religiosa e, in particolare, la persecuzione dei cristiani. La situazione in Siria merita la nostra particolare attenzione. Molte chiese e monasteri cristiani sono stati saccheggiati e distrutti. Da diversi anni lo Stato russo, insieme alla Chiesa ortodossa russa e ad altre organizzazioni religiose, fornisce aiuti umanitari alle vittime in Siria.

VOCE FUORI CAMPO Dopo dieci minuti dall'inizio della riunione, alle telecamere viene chiesto di lasciare la stanza e tornare due ore dopo per immortalare un altro incontro. Un discorso finale in scena per le telecamere, con un patriarca che era all'incontro precedente! Il Patriarca di Antiochia di Damasco, Siria.

PUTIN – PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE RUSSA Santità, sono lieto di incontrarla faccia a faccia. VOCE FUORI CAMPO Una sequenza di due minuti e mezzo affinché il patriarca possa rendere un sentito omaggio alla Russia di Vladimir Putin.

GIOVANNI X YAZIGI – PATRIARCA GRECO ORTODOSSO DI ANTIOCHIA E DI TUTTO L’ORIENTE Desidero esprimere ancora una volta la mia profonda gratitudine a lei, Eccellenza, e alla Russia per tutto ciò che ha fatto e continua a fare in Medio Oriente, e specialmente in Siria.

SIGRIDO RANUCCI IN STUDIO Ora, Putin in Siria ha allentato un pochettino la presa: da quando è partita la guerra in Ucraina, lo scorso 24 febbraio, l'aviazione di Mosca ha condotto in Siria 300 raid aerei rispetto ai 1200 di febbraio, ecco, contro postazioni di gruppi anti-governativi, non solo quelli affiliati all’Isis. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani, in Siria, in oltre dieci anni di conflitto, in un conflitto che si è disputato lontano dalle telecamere, si contano più di 6,6 milioni di rifugiati siriani nel mondo, 100.000 gli scomparsi, 15.000 le persone morte torturate per mano delle forze governative siriane. Ora, la Russia è stata chiamata proprio da Assad nel 2015, Assad il controverso e discusso leader di Damasco. Il fatto che Putin abbia ospitato nella sua dimora il patriarca di Damasco in sede appartata vuol dire solo una cosa, che la diplomazia russa si offre come difensore dei cristiani in Medio Oriente, soprattutto i cristiani perseguitati e Kirill è il braccio spirituale di Putin, ha a cuore il tema della persecuzione perché suo nonno era stato perseguitato e si offre come punto di riferimento dei cristiani ortodossi in Medio Oriente ma non solo di quelli ortodossi. Ora, c’è un tema però, che secondo il direttore del giornale del patriarcato, Sergei Chapnin, che si è dimesso nel 2015 e che conosce benissimo i segreti del patriarca Kirill, Kirill avrebbe avuto contatti stretti con il Kgb, cioè con quell’organo di sicurezza supremo dell'URSS, che aveva proprio tra i suoi compiti il controspionaggio, in patria e all’estero. Ora, il Kgb fu abolito nel 1991 ma è sopravvissuto in varie forme, tanto è vero che ancora oggi l’establishment e l'élite russa proviene da quel mondo. E Kirill è stato funzionale per mantenere il consenso in patria di Putin.

SIGRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati. Allora, stiamo parlando di Putin e del ruolo del Patriarca di Mosca Kirill. Putin serve a Kirill perché Kirill vuole diventare il punto di riferimento mondiale della Chiesa ortodossa e prendere il posto, cioè, del patriarca di Costantinopoli, mentre Kirill serve a Putin per mantenere un certo consenso interno. Il rapporto tra i due si cementa nel 2012, quando un gruppo di donne, le Pussy Riot, che erano nate per difendere e tutelare i diritti delle donne in Russia, entrano invece nella contestazione per i brogli elettorali. All’improvviso entrano nella cattedrale simbolo di Mosca, la Cristo Salvatore, e mettono in scena una protesta contro Putin, una protesta che assume una dimensione internazionale, rischia di incrinare l’immagine di Putin. Ma arriva la ciambella di salvataggio. Ecco, Kirill utilizza l’indignazione dei fedeli per la performance sacrilega, la usa per ricompattare i fedeli intorno alla figura di Putin: mette insieme, cioè, paragona l’offesa a Putin come se fosse un’offesa a Dio.

VOCE FUORI CAMPO 22 NOVEMBRE 2016 Quando Kirill festeggia il suo compleanno, il suo ospite d'onore è Vladimir Putin. Un compleanno festeggiato in pompa magna, trasmesso in diretta dalla televisione russa.

NIKITA MICHALKOV – REGISTA È una giornata meravigliosa. Noi, qui, e i nostri milioni di telespettatori celebriamo il favoloso settantesimo compleanno di Sua Santità il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia,

Kirill. VLADIMIR PUTIN – PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE RUSSA Incarni l'autorità della Chiesa ortodossa russa. Sei il devoto custode delle sue tradizioni e delle azioni dei suoi membri che hanno svolto un ruolo incalcolabile nell'affermazione dei valori cristiani così come nell'emergere e nello sviluppo dello stato russo.

VOCE FUORI CAMPO Putin non perde occasione per ostentare la sua vicinanza a Kirill e per sottolineare la sua fede cristiana. Per lui la chiesa è una leva di influenza. Vladimir Putin si presenta come un cristiano ortodosso. Nella festa dell'Epifania fa un tuffo nelle acque gelide tradizionalmente benedette, in ricordo del battesimo di Cristo. Il sodalizio tra Kirill e Putin si è cementato quando il Cremlino ha dovuto affrontare le proteste. Nell'inverno del 2011 migliaia di persone sono scese in piazza contro il governo, sospettato di frode alle elezioni generali di quello stesso anno.

SOTTOTITOLI Russia libera da Putin! Vogliamo elezioni libere! Russia libera da Putin!

VOCE FUORI CAMPO 21 FEBBRAIO 2012 Le proteste sono andate avanti per sei mesi. In questo contesto le Pussy Riot hanno fatto irruzione nella cattedrale di Cristo Salvatore. Hanno eseguito la loro preghiera punk politica, un Te Deum iconoclasta che attacca Kirill e, soprattutto, Vladimir Putin.

SOTTOTITOLI Kirill crede in Putin Meglio credere in Dio, parassita! Combatti per i diritti, scordati i riti Unisciti alla protesta, Santa Vergine Maria Vergine, madre di Dio, bandisci Putin

VOCE FUORI CAMPO Un evento visto milioni di volte su Internet. Le persone coinvolte sono state condannate a due anni in un campo di prigionia. Tutto questo ha avuto un profondo impatto sulla società russa.

SOTTOTITOLI Un giorno Dio vi punirà!

SERGEI CHAPNIN - EX DIRETTORE DELLA RIVISTA DEL PATRIARCATO DI MOSCA L’accusa principale alle Pussy Riot è che hanno recitato una preghiera che diceva: "Madre di Dio, bandisci Putin". Tutti percepivano che la reazione di Putin era troppo dura. La Chiesa avrebbe anche sorvolato: quello che è successo dopo è una reazione all'umiliazione del presidente.

VOCE FUORI CAMPO 22 APRILE 2012 Due mesi dopo, Kirill si è recato tra la folla e ha radunato i fedeli per una preghiera di massa.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE Oggi siamo vittime di un attacco non paragonabile a quelli del passato. Ma è un attacco pericoloso. Il vero atto di blasfemia, sacrilegio e beffa del sacro è presentato come espressione legittima di libertà umana. Questo approccio può trasformare un evento microscopico in un fenomeno di proporzioni enormi e preoccupa chiunque sia un credente.

SERGEI CHAPNIN - EX DIRETTORE DELLA RIVISTA DEL PATRIARCATO DI MOSCA Kirill ha organizzato una preghiera di massa fuori dalla Cattedrale di Cristo Salvatore per mostrare quanto fosse attiva la Chiesa. Hanno partecipato i sacerdoti di tutte le altre regioni, che sono stati trasportati in autobus. Uno spettacolo gigantesco messo in scena per un solo spettatore: Putin. Il patriarca ha sfruttato l'irritazione del presidente per assicurarsi di ottenere la legislazione che desiderava.

VOCE FUORI CAMPO 4 NOVEMBRE 2017 Nella giornata dell'Unità Nazionale Russa, il 4 novembre, Kirill e Vladimir Putin inaugurano una mostra che celebra la nazione russa. Una mostra che inizia con una preghiera e un bacio. Quest'anno la mostra è dedicata al futuro della Russia. La Russia deve accelerare il passo per superare l'Occidente. Una modernizzazione che è possibile solo se la Russia rimane ancorata ai valori tradizionali, valori evidenziati in un video sui presunti pericoli che dovrà affrontare la Russia di domani. Uno scenario allarmistico, quanto improbabile.

ESTRATTO DEL VIDEO DELL’ESPOSIZIONE SULLA RUSSIA DEL FUTURO Per la prima volta a metà del ventunesimo secolo, ci saranno tanti musulmani quanti cristiani. I musulmani che sono migrati in Europa cambieranno le politiche degli stati e le loro relazioni sociali. Nel 2050 la tecnologia dell’utero artificiale sarà una realtà. Le donne non dovranno portare bambini in grembo. Gli uomini non serviranno più per la riproduzione. La fertilizzazione sarà possibile grazie allo sperma artificiale, cresciuto da cellule staminali di embrioni. Nella maggioranza dei paesi sarà legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso, che porterà a una crisi della famiglia tradizionale e a una riduzione della natalità.

ALEXANDER BAUNOV - POLITOLOGO CARNEGIE MOSCOW CENTER - MOSCA C'è un solo tema che unisce Chiesa e Stato, ed è il tema del contrasto tra omosessuali ed eterosessuali. Dopo il 2012, dopo che lo Stato ha iniziato a utilizzare il tema del matrimonio tra persone dello stesso sesso nella sua propaganda, il sentimento antieuropeo ha iniziato a crescere. Cominciarono a dire che l'Europa aveva preso la strada sbagliata e che noi russi eravamo rimasti sulla strada giusta.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE Possiamo vedere come l'Occidente stia perdendo ciò che ci legava ad esso. Non vediamo più la società occidentale come una società che condivide i nostri stessi valori.

VOCE FUORI CAMPO Nel dicembre 2016 il patriarca ha visitato la Francia. Ha tenuto una conferenza stampa improvvisata al seminario russo di Epinay sous-Sénart. Di fronte alle domande della stampa sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, Kirill ha ribadito la sua posizione.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE 5 DICEMBRE 2016 Non chiediamo una posizione più dura nei confronti di coloro che hanno un diverso orientamento sessuale ma siamo fermamente contrari all'idea di metterli sullo stesso piano delle persone che si sono sposate davanti a Dio, hanno partorito figli e stanno perpetuando il genere umano. In nessun caso il piano di Dio può essere alterato da dottrine o legislazioni politiche.

VOCE FUORI CAMPO Kirill è in Francia per consacrare la nuova cattedrale ortodossa, la Santissima Trinità: costruita vicino alla Tour Eiffel per un costo di 150 milioni di euro, concordata tra Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy, ma interamente pagata dallo Stato russo.

SERGEI CHAPNIN - EX DIRETTORE DELLA RIVISTA DEL PATRIARCATO DI MOSCA Questo è un complesso con status diplomatico: comprende la chiesa, l'ambasciata e il centro culturale. È un modello in miniatura della Russia con la Chiesa russa al centro.

JEAN-FRANÇOIS COLOSIMO – TEOLOGO E DIRETTORE EDITIONS DU CERFPARIGI L'immagine di una Russia capace di tornare sulla scena internazionale coinvolge necessariamente l'ortodossia russa perché è il segno identitario più distintivo. L'America ha Hollywood e la Coca Cola, e la Russia ha le sue liturgie con icone, incensi, sacerdoti colorati.

VOCE FUORI CAMPO Parte della numerosa comunità russa si è presentata per la consacrazione. Questa cattedrale è uno strumento di soft power russo perché consente di riunire sia i vecchi emigrati della rivoluzione sia i nuovi, partiti negli anni Novanta sotto il nome della Chiesa.

KIRILL – PATRIARCA DI MOSCA E DI TUTTE LE RUSSIE Ci sono molti russi in Francia, molti cristiani ortodossi. Abbiamo l'obbligo di compiere la nostra missione pastorale. Per tutto il Novecento abbiamo avuto una chiesa in un garage, in rue Petel. Riesci a immaginare, un garage trasformato in chiesa?

VOCE FUORI CAMPO In realtà Parigi aveva già una cattedrale russo-ortodossa nell'ottavo arrondissement. Ma la Chiesa è sotto la supervisione dell'altro patriarcato concorrente di Krill, quello di Costantinopoli.

ALEXANDER BAUNOV - POLITOLOGO CARNEGIE MOSCOW CENTER- MOSCA Kirill è il capo della più grande Chiesa ortodossa ma il capo del mondo ortodosso è il Patriarca di Costantinopoli. Questo paradosso infastidisce Kirill, che vuole diventare la voce principale del mondo ortodosso nel suo dialogo con Roma. Vorrebbe che tutte le altre Chiese ortodosse seguissero i suoi suggerimenti sui valori morali e le sue posizioni politiche a livello internazionale, e il Patriarca di Costantinopoli interferisce. Ed è per questo che c'è una tensione costante tra loro.

VOCE FUORI CAMPO Il Patriarca esercita la sua potenza politica e numerica contro Costantinopoli. Ma il punto debole di Kirill è l'Ucraina. Negli ultimi anni alcuni credenti ortodossi ucraini si sono allontanati dalla chiesa di Kirill. Quando, nel 2014, sono scoppiati disordini in piazza Maidan, a Kiev, parte della popolazione ha voluto rivolgersi ulteriormente a ovest, mentre gli altri guardavano alla Russia. Una crisi che si era aggravata col dispiegamento di truppe da parte del Cremlino per annettere la Crimea. La crisi ucraina è sempre stata la grande incognita di Kirill: rischia di compromettere la sua ambizione di influenzare. Per questo è alleato di Putin.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Kirill ha giustificato la guerra in Ucraina come se fosse una guerra santa, una lotta, uno scontro di civiltà, una crociata contro i gay e contro il transumanesimo, cioè contro quella filosofia, che era nata in California, che prevede l’evoluzione dell’uomo attraverso la tecnologia. Però, Kirill rischia di fare un autogol, di aprire la via a uno scissionismo, a una scissione con la chiesa ucraina e, soprattutto, con il mondo dei cristiani ortodossi. Ecco, era già successo negli anni Novanta che si erano aperte alcune crepe con la chiesa ucraina, quando in Ucraina si era proclamata l’indipendenza, crepe che si erano poi allargate nel 2014 con l’invasione della Russia in Donbass e in Crimea. E poi, nel 2018, c’era stata addirittura la consacrazione di una chiesa ufficiale ucraina da parte del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, consacrazione, l’avversario di Kirill proprio, consacrazione che era stata in qualche modo spinta dall’allora presidente ucraino Poroshenko, filo Usa e atlantista convinto. Ecco, questo aveva fatto irritare Putin e Kirill, che erano certi che l’Ucraina dovesse appartenere come territorio ma anche come spiritualità alla Russia. Ora, dopo le bombe, dopo l’omelia del 6 marzo che ha giustificato le bombe in Ucraina, un centinaio di chiese ortodosse filorusse si sono sostanzialmente staccate e hanno aderito alla chiesa ucraina. La stessa cosa l’ha fatta una chiesa ortodossa nei Paesi Bassi, ad Amsterdam, che era punto di riferimento degli ortodossi russi nei Paesi Bassi. Ecco, questo per dire cosa: che Kirill, col fatto di giustificare la guerra, rischia l’isolamento mondiale con un paradosso, se ce lo concedete: che da una parte vuole essere il punto di riferimento dei cristiani perseguitati in Siria, dall’altra giustifica chi i cristiani in Ucraina li bombarda.

Il conflitto in Ucraina non ha cause solo geopolitiche, ma anche ideologico-religiose. Nel Paese esistono due Chiese Ortodosse: una fa capo al Patriarca Filarete e comprende il 60% della popolazione, l'altra – con il Metropolita Onofrio – riconosce come Patriarca quello di Mosca. CARLO JEAN su Il Quotidiano del Sud il 26 Marzo 2022.

Esiste in Occidente, in particolare in Italia e, soprattutto, nel Vaticano, un grande imbarazzo nell’affrontare i rapporti della Chiesa Ortodossa russa e con le messianiche affermazioni di Putin sugli obiettivi di quella che chiama “operazione militare speciale” volta non solo a denazificare l’Ucraina, ma a liberarla dal peccato, cioè dalla “banda di gay che la governerebbe”. Tale imbarazzo deriva anche dagli stretti rapporti fra il Cremlino e il Patriarcato di Mosca. Putin è affascinato dall’Ortodossia. La trova funzionale ai suoi obiettivi di restaurare la Russia nello status di grande potenza.

La Chiesa Ortodossa ha recuperato il rango e il peso politico che aveva ai tempi degli Zar. È portatrice dell’ideologia della Russkiy Mir, o “mondo russo”, della Terza Roma, erede dei valori al tempo stesso mistici e imperiali della tradizione e destinata a salvare il mondo. L’Ortodossia è legata alla politica. Il Patriarca Kirill ha fornito una giustificazione non solo ideologica, ma anche teologica all’aggressione all’Ucraina. È stato spinto, al riguardo, dal fatto che in Ucraina esistono due Chiese Ortodosse: la prima, autocefala, cioè nazionale ucraina, fa capo al Patriarca Filarete e comprende il 60% della popolazione del paese. La seconda, con il Metropolita Onofrio, con sede sempre a Kiev, ma critica dell’aggressione russa e del Patriarca Kirill, ne ha il 25% e riconosce come Patriarca quello di Mosca (la popolazione restante è uniate, cioè cattolica di rito greco, concentrata nell’Ovest del paese, o ateo). Fra le due chiese ortodosse corre cattivo sangue, accentuatosi con l’aggressione russa (in circa metà delle diocesi che fanno capo al Patriarcato di Mosca, non è stato più menzionato Kirill, il quale aveva benedetto l’aggressione, certamente anche nella speranza di riassorbire sotto di lui anche la chiesa autocefala che, sotto pressione dell’allora presidente Porošenko, nel 2015, si era legata al Patriarca di Costantinopoli, per sottolineare il sui distacco da Mosca, che si era annessa la Crimea.

Il fatto che la guerra in Ucraina non abbia cause solo geopolitiche, ma anche ideologico-religiose è divenuto evidente ai telespettatori italiani con gli interventi televisivi di Alexander Dugin, il principale esponente della Scuola Eurasista ipernazionalista russa, oggi consigliere e ispiratore ideologico di Putin. Avevo conosciuto a Mosca negli anni ’90 questo strano personaggio che sembra uscito da un libro di Dostoevskij. Allora era capo del Centro Geopolitico della Duma (a proposito, è un grande estimatore del vino italiano!). Per lui, l’attacco all’Ucraina investe l’identità e il futuro non solo dell’Ortodossia e della Russia, ma la loro missione “divina” nel mondo. Esso deve essere salvato dal materialismo, dal consumismo e da “forze oscure” che lo stanno dominando e corrompendo e di cui sarebbe prova, al tempo stesso evidente e inquietante, la tolleranza dimostrata, come dice Kirill, nei riguardi dell’“amore contro natura”. Esse avrebbero avuto il sopravvento in Ucraina con la “rivoluzione arancione”. Il mondo, in particolare i paesi continentali dell’Eurasia (che considera estesa da Dublino a Vladivostok) possono essere salvate dalla corruzione delle potenze marittime dell’anglo-sfera solo dalla rigenerazione dei valori tradizionali della Russia, che si espanderebbe grazie alle sue ricchezze naturali. Senza di esse, l’Europa non potrebbe sopravvivere. La Russia sarebbe in grado di farle pagare con la sua moneta, liberandoli dalla schiavitù del dollaro. Tutte le sue teorie sono contenute in un ampio saggio (di oltre 500 pagine) “The Foundation of Geopolitics; the Geopolitical Future of Russia”.

Ai politici e alle opinioni pubbliche occidentali può sembrare una follia paranoica, ma secondo la mia conoscenza (ho frequentato per otto anni la Moscow School of Political Studies e fatto/partecipato a conferenze, soprattutto all’Accademia dello Stato Maggiore Generale), per la “Russia profonda” e anche per taluni esponenti del potere politico di Mosca è invece del tutto normale pensarla così. I telespettatori italiani sono stati di certo sconcertati quando Dugin ha tranquillamente affermato che il motivo dell’aggressione all’Ucraina era quello di liberare il paese dalla “banda di gay” che lo domina e di “salvare il mondo dal peccato”. Sarebbe comunque interessante conoscere perché, come e da chi sia stato escluso da trasmissioni, ad esempio da “Controcorrente” del 23 marzo scorso.

Più che meravigliarmi della cosa – già affermata da Kirill nel suo appello ai militari russi il giorno prima dell’inizio dell’aggressione all’Ucraina, dove li incitava a combattere con valore per il popolo russo, in una guerra che dichiarava in pratica non solo giusta, ma santa – devo confessare, che essa mi ha divertito. Mi sarei aspettato che l’On.le Zan si precipitasse a imitare il tebano Gorgida, fondatore dell’eroico “battaglione sacro” e corresse in Ucraina. Invece niente! Neppure una flebile protesta. Solo un rinnovato appello alla pace (senza beninteso precisare se fosse la pace di Putin o quella di Zelensky, come se la cosa non avesse importanza) e alla cessazione delle uccisioni e distruzioni.

Non è un appunto al prode Onorevole citato. Anche il Vaticano non ha fatto molto meglio. Ha deplorato l’aggressione, ma non l’aggressore. Non ha criticato Kirill per il discorso inviato alle Forze Armate russe prima dell’aggressione (e non mi si venga a dire che i soldati non sapevano di andare ad attaccare l’Ucraina, perché addormentati come affermano i prigionieri russi alla propaganda di Kiev!), né per il fatto di essersi schierato a favore al 100% del regime, di cui è una delle colonne, né infine di aver lasciato affermare che l’esercito russo è in Ucraina a combattere “l’Anticristo”.

La razionalità, ragionevolezza e moderazione della Santa Sede, proprie della cultura occidentale, sono le ragioni profonde del suo appeasement. L’invito a Kirill di andare a Kiev con Papa Francesco dimostra una carenza di intelligence. Nel caso migliore, gli ucraini avrebbero accolto a sassate il Patriarca. La visita sarebbe terminata nel ridicolo.

Un altro episodio di eccesso di cautela che mi è sembrato tale è quello verificatosi in un’intervista di Lucia Annunziata e mons. Spadaro di Civiltà Cattolica. L’Alto Prelato, per dimostrare la fermezza del Vaticano nel prendere posizione sulla crisi ucraina, adduceva il fatto che il Papa avesse parlato di “guerra” e non, come Putin, di “operazione militare speciale”. La brava conduttrice ha sorriso comprensiva. Forse perché aveva ricordato che la dottrina tradizionale cattolica della “guerra giusta”, consolidata da più di quindici secoli e ribadita nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1985 e nella lettera di Giovanni Paolo II del giugno 1982 all’Assemblea Generale dell’ONU, che spense le polemiche create dalla “Lettera dei vescovi americani sulle armi nucleari”, sembra sia stata ufficialmente sconfessata. Confesso di esserne rimasto molto stupito. Non vedo come senza tale millenaria dottrina, la Santa Sede possa parlare di pace e di guerra. Beninteso, potrà esaltare il pacifismo o raccomandare al “Cuore di Maria” le vittime, oppure potrà essere strumentalizzata dai belligeranti per la propaganda di guerra, come Zelensky tenta di fare. Ma la pace è altra cosa. Non per nulla i teologi hanno sempre collocato la guerra giusta nella categoria teologica della Caritas. Non in quella della justitia, con una sola eccezione: quando c’era da sostenere la colonizzazione spagnola e portoghese, gabellate per “cristianizzazione degli indi”.

La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.

Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. 

Niccolò Zancan per “La Stampa” il 24 marzo 2022.

È l'inizio di uno scisma nella chiesa ortodossa. Padre Giobbe Oshaanskyi, abate del monastero della Santa Resurrezione di Leopoli, è il primo ad averlo annunciato ai suoi fedeli. 

«Non è stata una decisione facile. Ho vissuto sotto il patriarcato di Mosca per tanti anni. Ma è dal primo giorno che ci penso, dal 24 febbraio. Non posso più stare con una chiesa che benedice la guerra».

È una giornata di primavera. Suonano gli allarmi antiaerei e suonano i clacson nella città caotica. I profughi sono adesso 211 mila, altri stanno arrivando con un treno da Zaporizhia, dove essere stati sfollati da Mariupol. Tutte le storie finiscono a Leopoli, la porta dell'Ucraina sull'Occidente. 

Ma anche questa città ormai si sente accerchiata. Senza più amici, e in preda ai sospetti. Dove anche una parola pronunciata in russo da un giornalista malaccorto può innescare una reazione.

Non si può più dire «sbasibo». Gli scienziati hanno lanciato un appello per blandire i ricercatori russi dalle riviste. Nelle radio locali i cittadini russi vengono chiamati «zombie»: «Perché non vogliono vedere, non vogliono capire». 

E anche l'amicizia con i vicini bielorussi è sempre più in discussione, visto che ormai diverse fonti ufficiali, compresa la Nato, parlano di un possibile attacco imminente. 

A domanda precisa rivolta all'uomo che sovrintende le sirene antiaeree nella regione di Loepoli, il signor Maxim Kozyntsky risponde così: «Dei quattro allarmi di ieri, due hanno segnalato il pericolo dovuto al lancio di missili Iskander dal territorio della Repubblica Bielorussa, uno riguardava un raid di aerei strategici russi decollati dal Mar Nero, la quarta volta era la minaccia di un attacco missilistico».

Tutto questo per spiegare dove ha preso sua decisione, il monaco Giobbe Oshaanskyi. Via Pekarska, dopo la l'Università che ospita le facoltà di Medicina. C'è un vecchio edificio in ristrutturazione. Rappresenta una stratificazione di epoche. 

Era stato un monastero cattolico, è stato un ospedale militare ai tempi dell'Unione Sovietica e adesso è un monastero ortodosso in Ucraina che non vuole più rispondere a Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Ecco padre Giobbe Oshaanskyi sulla porta, ha 33 anni.

Ha studiato a Roma, «Diritto canonico orientale» al Collegio Capranica. Ha fatto costruire una piccola chiesa tutta con pietre portate dalla Grecia, perché dopo gli studi di Roma è andato a farsi monaco sul Monte Athos. 

«Per me non esisteva il problema della divisione fra russi e ucraini. I miei parrocchiani non hanno mai sentito la propaganda russa. Io parlavo della vita spirituale e basta, parlavo del Cristo. Perché la gente veniva qui per sentire la parola di dio, non la politica. Ma la guerra è una situazione straordinaria che obbliga tutti a reagire.

In guerra non è possibile non prendere parte. E visto che il patriarcato di Mosca non reagisce come dire, obiettivamente, io non posso più stare in silenzio. Non vedevo più il senso di stare con questa chiesa. Punto e basta». 

È un addio alla grande chiesa di Mosca. Per cercare riparo sotto il piccolo ombrello della chiesa autocefala ucraina riconosciuta solo nel 2018. Padre Giobbe Oshaanskyi è stato il primo. Lo ha seguito l'arciprete Ihor Derkach, rettore della Chiesa della Santa Intercessione a Chervonograd. Altri due monaci si sono aggiunti ieri.

Cosa li accomuna tutti? Non possono accettare le parole del patriarca di Mosca Kirill, queste parole: «Ciò che sta accadendo oggi nell'ambito delle relazioni internazionali non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l'umanità». 

Non possono accettare che questa guerra sia stata benedetta dalla più alta carica ecclesiastica russa. Sono 12 mila le chiese ortodosse in Ucraina che rispondono ancora direttamente al patriarcato di Mosca. Dodicimila meno quattro, per ora.

Una è la chiesa di padre Giobbe Oshaanskyi a Leopoli: «La mia decisione ha suscitato molte reazioni. Positive e negative. Mi hanno detto che sono un sacerdote coraggioso, uno dei pochi del patriarcato che ha avuto il coraggio di dire la verità e non tenere una doppia morale. 

E cioè, dire: sì, è stata benedetta la guerra, però la guerra non c'entra niente con la fede. Non è vero. C'entra eccome! La chiesa che benedice la guerra è sotto eresia, e questa eresia si chiama mondo russo, e io non voglio avere niente in comune».

A questo punto gli domandiamo in che modo la chiesa russa stia raccontando la guerra contro l'Ucraina ai suoi fedeli, ed ecco la riposta del monaco: «La vede come la chiesa cattolica vedeva le crociate. Loro pensano di combattere per la fede, pensano di aiutare il popolo ucraino a liberarsi dallo spirito dell'occidente, cioè la gay propaganda e altre cose assurde». 

Stanno arrivando altri profughi nella chiesa della Santa Resurrezione di Leopoli. Dormono nelle poche stanze già ristrutturate del monastero. «Anche la mia famiglia è dovuta sfollare da Kiev. Quello che sta succedendo in Ucraina è sotto gli occhi di tutti. 

Non giudico l'Europa, ma sono convinto che l'Europa debba pensare al suo futuro. Perché se l'Ucraina perde, la Russia andrà a denazificare la Polonia e poi Berlino. Questa è una guerra della Russia contro l'occidente». Padre Oshaanskyi, è preoccupato per la sua scelta? «Ho fatto quello che mi ha dettato la coscienza».

Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 24 marzo 2022.  

Il governo russo non vuole che papa Francesco accetti l'invito di Volodymyr Zelenski ad andare a Kiev. E ha fatto sapere in modo pressante al Vaticano che quel viaggio potrebbe provocare una tensione inedita nelle relazioni tra Mosca e la Roma papale. «Se visitasse l'Ucraina adesso, farebbe un favore non tanto a Zelenski ma agli Stati Uniti», sarebbe stato il messaggio trasmesso alla Segreteria di Stato; e con parole insieme irritate e allarmate.

Una visita di Bergoglio nella capitale ucraina accerchiata dalle truppe russe darebbe corpo a quell'isolamento internazionale che Vladimir Putin già vive in modo quasi ossessivo dopo la sua aggressione militare. E pazienza se il viaggio è altamente improbabile, nonostante le rassicurazioni di Kiev sulle eventuali misure a protezione del Papa: prima occorrerebbe un «cessate il fuoco». In seguito alla telefonata dell'altroieri tra Francesco e il presidente ucraino, prima del discorso di Zelenski al Parlamento italiano, la posizione vaticana diventa delicata. 

Da una parte, Francesco ha fatto sapere di essere pronto a tutto pur di innescare un negoziato che fermi la guerra. Dall'altra, andare a Kiev verrebbe visto inevitabilmente come un appoggio oggettivo ai nemici di Putin da parte di una Santa Sede che ha tentato invano, finora, una mediazione; senza schierarsi con l'Occidente, è vero, ma additando con nettezza le responsabilità di Mosca.

È una vicenda intricata, perché mostra le incognite e le incertezze di una diplomazia vaticana che si sta rendendo conto dei limiti del suo approccio; e di quanto l'invasione russa abbia cambiato gli schemi e reso fragile le coordinate del passato. A velare l'impossibilità di un negoziato non basta la volontà tenace di pacificare il conflitto. Proprio nel momento in cui si sta consumando una guerra tra nazioni cristiane, il Vaticano si ritrova senza strumenti e margini in grado di fermarla.

E lo scontro tra ortodossi ucraini e russi, e il rischio di infilare i cattolici in questa faida politico-religiosa, è un fattore ulteriore di tensione. Di fatto, Francesco verrebbe considerato come schierato con la parte antirussa del mondo ortodosso. Anche per questo, qualcuno nelle ultime ore aveva ipotizzato una visita a Kiev di Francesco insieme con il patriarca russo Kirill. 

Ma l'ostilità della popolazione nei confronti del capo ortodosso che ha definito «giusta» l'aggressione di Putin, e puntato il dito contro l'Occidente «anticristiano», l'ha fatta accantonare subito: la presenza di Kirill verrebbe vissuta dagli ucraini come una provocazione. Rimane soltanto il nervosismo di un governo russo intenzionato a far capire che un gesto ulteriore di Francesco in favore del governo di Kiev sarebbe visto come un passo falso.

Lo schiaccerebbe, a sentire gli uomini del Cremlino, sull'Unione Europea ma soprattutto sugli Stati Uniti: prospettiva tutt' altro che scontata ma che, di nuovo, lascia capire quanto sia difficile non schierarsi e non aderire a un'alleanza internazionale quando un trauma come la guerra costringe in qualche modo a prendere posizione. A complicare ulteriormente le cose è la potenziale tensione che si potrebbe creare presto tra Santa Sede e governo italiano. È filtrata la notizia di un prossimo passaggio delle consegne all'ambasciata russa presso la Santa Sede.

Il problema è che al posto di Aleksandr Adveev, diplomatico apprezzato in Vaticano, in Italia dal 2013, secondo Il Messaggero Mosca avrebbe scelto Alexei Paramonov: il direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri, che nei giorni scorsi ha minacciato ritorsioni contro l'Italia per il suo appoggio all'Ucraina. 

E ha rinfacciato al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, i controversi aiuti russi durante la pandemia. Il tentativo del Vaticano sembra quello di attenuare l'effetto delle dichiarazioni di Paramonov, e di farne emergere i meriti nel dialogo tra Santa Sede e Mosca. Ma l'imbarazzo è evidente: tanto che non si capisce nemmeno se alla fine quella designazione sarà confermata o no. È verosimile che nel primo caso si aprirebbe un fronte diplomatico col governo di Mario Draghi: non solo russo ma vaticano. Ci si muove insomma su un terreno sempre più scivoloso, per tutti. E, almeno per ora, senza un regista in grado di indicare una via d'uscita o anche soltanto un compromesso. 

Papa Francesco scomunica le armi? L'Osservatore Romano si ribella: clamoroso scontro in Vaticano. Andrea Morigi su Libero Quotidiano il  25 marzo 2022

Ad accogliere il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, giunto a Bruxelles per chiedere agli alleati della Nato di aumentare la loro spesa militare, ci sono le parole di Papa Francesco: «Mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2% del Pil per l'acquisto di armi come risposta a questo che sta accadendo, pazzi!». Si vis pacem para bellum, cioè l'idea che preparare la guerra sia la strategia indicata a perseguire la pace, è un motto latino tanto antico quanto lontano dalla mentalità di Jorge Mario Bergoglio, sempre più timoroso che si passi a un conflitto globale, a tutto campo, che potrebbe coincidere con la fine del mondo.

Lo comunica alle partecipanti del Centro Femminile Italiano, affinché la sua analisi riecheggi nelle cancellerie europee, così come in quelle orientali, fino a Mosca, a Pechino e a Pyongyang: «Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica. La storia degli ultimi settant' anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po' dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero.

Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno "scacchiere", dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri». Se mercoledì, nella telefonata al presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva detto: «Capisco che desiderate la pace, che dovete difendervi», ieri a poche ore dalla consacrazione di Ucraina e Russia al Cuore Immacolato di Maria per chiedere la pace, Papa Francesco spiegava che il sostegno immediato non coincide obbligatoriamente con un riarmo prolungato. Semmai, a suo avviso, «la vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un'altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, non facendo vedere i denti, un mondo ormai globalizzato, e di impostare le relazioni internazionali».

SFORZI BELLICI - Pare che non lo ascoltino. Almeno a giudicare dalla convinzione con la quale il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, arrivando al Consiglio Ue a Bruxelles dopo i vertici Nato e G7, procede secondo quanto concordato: «Io ho ribadito l'impegno che hanno preso tutti gli altri governi nei confronti della Nato, quindi noi abbiamo questo impegno che è storico per l'Italia e noi continueremo a osservarlo». Sul fornire armi al popolo ucraino si è espressa anche la Cei, attraverso le parole di monsignor Stefano Russo: «Bisognerebbe arrivare a un disarmo totale e generale», ha dichiarato il prelato che ha anche sottolineato come questo «in questo momento, purtroppo, non sta avvenendo». Anzi, di fatto «il mercato delle armi alimenta le guerre, come più volte sottolineato da Papa Francesco. Bisognerebbe che tutte le nazioni prendessero questa decisione altrimenti ci troveremo sempre di fronte a queste crisi e al pericolo che queste crisi possano scoppiare», ha ribadito il segretario generale annunciando che la Cei sta pensando all'invio in Ucraina di «una delegazione di vescovi». Deciderà il cardinale Gualtiero Bassetti se e come esprimere quel «gesto di vicinanza concreto».

ACCUSE AL CREMLINO - In quel delicato gioco di equilibri, si inserisce anche L'Osservatore Romano con un editoriale del vicedirettore dei media vaticani Alessandro Gisotti che, a un mese dall'inizio del conflitto, ne attribuisce chiaramente la responsabilità al presidente russo Vladimir Putin, senza peraltro nominarlo, affermando che «appare ormai evidente che chi ha voluto questa guerra sconsiderata e ingiustificata non pensava di trovare un'opposizione così ostinata del popolo ucraino a cui l'Europa, e non solo, guarda con ammirazione per la forza che sta dimostrando nel difendere la propria libertà. Chi ha riportato di nuovo l'orrore della guerra nel Vecchio Continente, riteneva probabilmente che in pochi giorni la "questione" sarebbe stata risolta. Ha ignorato così, ancora una volta, la lezione della storia che tragicamente ci ricorda anche per le cosiddette super potenze - che una volta iniziata una guerra non si sa mai quando (e come) andrà a finire. L'unica certezza è che la vita delle persone è sconvolta per sempre». Al Cremlino suona come un'anàtema, l'annuncio di un giudizio divino, che prima o poi arriverà. Non solo la Chiesa cattolica, ma anche gli ortodossi ormai hanno isolato il Patriarcato di Mosca. Il metropolita georgiano Ioseb de Shemokmedi accusa di eresia ogni vescovo che sostenga l'invasione militare russa all'Ucraina. Ma anche fra il clero e i fedeli russi serpeggia il malcontento.   

42 anni fa l'assassinio del santo salvadoregno. Chi era Oscar Romero, il monsignore assassinato per aver provato a fermare la violenza. Mons. Vincenzo Paglia su Il Riformista il 24 Marzo 2022.  

«Soldati, vi supplico, vi prego, vi ordino: non uccidete i vostri fratelli». Sono le parole che il 23 marzo del 1980 mons. Oscar Arnulfo Romero pronunciò dall’altare della cattedrale di San Salvador. Il giorno dopo venne ucciso mentre celebrava la Messa. Sono passati esattamente 42 anni da quel giorno. E oggi siamo a un mese di guerra in Ucraina. Quelle parole sembrano lontane un’epoca. Mi è tornata in mente l’inizio di una poesia di Davide Maria Turoldo

Chi ti ricorda ancora

Fratello Romero?

Ucciso infinite volte

Dal loro piombo e dal nostro silenzio.

Ucciso per tutti gli uccisi;

neppure uomo,

sacerdozio che tutte le vittime

riassumi e consacri.

Sono le prime due strofe della bella poesia che Turoldo scrisse in memoria di Romero anni prima della canonizzazione. C’era in quegli anni una memoria viva di questo testimone della fede e dell’amore sino al martirio. Allora la causa di beatificazione era praticamente bloccata (di qui il lamento di Turoldo). Era viva invece la sua memoria presso i cristiani di tutte le denominazioni. La Chiesa anglicana lo aveva scelto tra i dieci testimoni della fede del Novecento che campeggiano nella facciata della cattedrale di Westmister. Persino l’Onu ne onorò la memoria proclamando il 24 marzo, giorno del suo martirio, “International Day for the right to the Truth Concerning Gross Human Rights and for the Dignity of Victims”. Turoldo si riferiva soprattutto ai confratelli di Romero. Oggi penso, invece, alla grande maggioranza. Con amarezza, con grande amarezza purtroppo, dobbiamo rilevare un pesantissimo silenzio su Romero e sulla sua testimonianza martiriale.

Romero sembra dimenticato. Anche nelle fila dei cristiani. La sua memoria non è più sentita come uno scandalo per le violenze e le guerre di questi anni e dei nostri giorni. Sento vero per questi tempi il lamento di Turoldo: “Chi ti ricorda ancora, fratello Romero?” Perché la sua memoria non è più dirompente? Sembra essersi attutita. Mi chiedo: si è forse annebbiata la testimonianza dei martiri, anche tra le comunità cristiane? È da mesi che questo interrogativo mi risuona nella mente. E ne trovo conferma nella freddezza con cui è stata celebrata la beatificazione di Rutilio Grande lo scorso gennaio. C’è stato come un grande silenzio nelle comunità cristiane come nelle società civili. Eppure ricordo che esattamente 9 anni fa, il 19 marzo del 2013, incontrando papa Francesco alla fine della Messa d’inizio di pontificato, parlammo di Romero e della necessità di promuovere la beatificazione di Rutilio Grande. Mi disse che il miracolo Padre Rutilio lo aveva già compiuto facendo cambiare vita a Romero. Come ricordano tutti coloro che conoscono anche solo poco di Mons. Romero. Mi sorprende il silenzio su questi due martiri. Eppure la loro memoria sarebbe molto utile. Anche in questo tempo nel quale si è come indebolita la forza di un cristianesimo martiriale. C’è nel Vangelo una dimensione di “eroismo” – inteso non in senso mondano ma, appunto, evangelico – che spinge il credente a dare la propria vita per gli altri più che a conservarla per se stessi. E ancor meno a colpirla a morte. Quell’istinto cristiano – un istinto originario fin dalle prime pagine della Bibbia che vede in ogni omicidio un fratricidio e in ogni guerra una uccisione tra fratelli – che spinge a ritenere che nessuna guerra è giusta, è come superato dalla voglia di trovare una morale che giustifichi. In questo tempo sento più che mai forte l’urgenza della dimensione “martiriale” del cristianesimo.

Ripeto: non si è attutita? Romero, predicando al funerale di un prete ucciso dagli squadroni della morte, affermò: «Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo “spirito del martirio”», cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore; noi, sì, siamo disponibili, in modo che, quando arriva la nostra ora di render conto, possiamo dire «Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l’ho data. Non dimentichiamo che dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera» e, aggiungo io, nel testimoniare la non violenza del Vangelo della pace. In questo orizzonte evangelico come non vedere Romero negli uccisi durante le guerre, tutte le guerre? Riprendo i versi di padre Davide Turoldo: «Tutti uccisi infinite volte dal loro piombo e dal nostro silenzio. Ucciso per tutti gli uccisi; neppure uomo, sacerdozio che tutte le vittime riassumi e consacri». È questo il senso della memoria di Oscar Arnulfo Romero in questo 24 marzo 2022. E ricordare anche quella di padre Rutilio Grande. Era docente nella Università Cattolica di San Salvador, ma aveva scelto di vivere in un villaggio della periferia, Aguilares, con i contadini.

Un mese prima di essere ucciso (13 febbraio 1977), durante una sua predica diceva: «Sono convinto che presto la Bibbia e il Vangelo non potranno più attraversare i nostri confini. Ci lasceranno solo le copertine, perché ogni loro pagina è sovversiva. E credo che lo stesso Gesù, se volesse attraversare il confine di Chalatenango, non lo lascerebbero entrare. Accuserebbero l’Uomo-Dio, il prototipo dell’uomo, di essere un sobillatore, uno straniero ebreo, che confonde il popolo con idee strane ed esotiche contro la democrazia, cioè contro la minoranza dei ricchi, il clan dei Caini. Fratelli, senza dubbio, lo inchioderebbero nuovamente alla croce. E Dio mi proibisce di essere anch’io uno dei crocifissori». Il Vangelo della pace, dunque, deve essere predicato a voce alta dalla Chiesa di oggi. Lo ribadisce papa Francesco denunciando ancora una volta la disumanità della guerra: «Va contro la sacralità della vita umana, soprattutto contro la vita umana indifesa, che va rispettata e protetta, non eliminata, e che viene prima di qualsiasi strategia! Non dimentichiamo: è una crudeltà, disumana e sacrilega!». E domenica scorsa ha continuato: la guerra è “ripugnante”; di più, è “sacrilega” perché va contro la santità della vita umana, specie quella indifesa. E aggiungeva: «Siamo di fronte ad un massacro insensato dove ogni giorno si ripetono scempi e atrocità». E chiede a “tutti gli attori della comunità internazionale” l’impegno indefesso per cessare il conflitto e avviare i passi per la pace.

La guerra non è mai giusta. Nel Savador di mons. Romero la guerra civile era ingiusta, sempre. Era guerra di interessi mascherati da “ideali”. Sempre guerra, sempre ingiusta. Come lo sono tutte le guerre, a maggior ragione quando la sofferenza colpisce le popolazioni civili. La Chiesa ha il compito di predicare il Vangelo della pace: è il senso della predicazione di un Regno che sia di Dio e non del “diavolo” annuncia un disegno di Dio più alto, nobile e ambizioso per la Storia umana: realizzare la libertà, l’uguaglianza, la fraternità. È la profezia strettamente connaturata all’Antico e al Nuovo Testamento. E saldamente ancorata alle aspirazioni di ognuno di noi a vivere sereni, in pace, lasciando un mondo migliore ai nostri figli. Non un mondo distrutto o avvelenato dal rancore. Mons. Vincenzo Paglia

"I cristiani e la pace" di Mounier. La Chiesa condanna la guerra ma non se è un male necessario. Stefano Ceccanti su Il Riformista il 23 Marzo 2022. 

Credo che la crisi ucraina rilanci seriamente l’attualità delle riflessioni di Emmanuel Mounier, con il rigetto sia del bellicismo sia di un astratto pacifismo, e, soprattutto, ci aiuti a leggere bene l’articolo 11 della Costituzione, risalendo alle culture fondanti che l’hanno generata e all’esperienza della Resistenza europea che ne sta alla base. L’interrogativo chiave di partenza, in termini etico-politici, ma che illumina anche le riflessioni giuridiche, è come reagire al Male, alla volontà di potenza che si è espressa a Monaco l’anno precedente e che ha trovato le democrazie europee, Regno Unito e Francia, del tutto impreparate. Ovviamente non si può che essere contro i bellicisti, ma questo significa che dobbiamo aderire a una forma di ideologia pacifista, che punta su un tipo di pace che assomiglia a una resa?

Per rispondere a questa domanda, Mounier inizia criticando la Conferenza di Monaco che non ha affatto garantito la pace, ma esclusivamente «l’assenza di guerra armata». La cultura politica che vi si è espressa da parte delle democrazie occidentali è quella di un «pacifismo dei tranquilli», una «mediocrità» e un’«assicurazione contro ogni rischio», un’«utopia da sedentari». Questo esito è inaccettabile perché la forza è «una componente costante dei rapporti umani. […] Non esiste diritto che non sia stato plasmato da una forza, che non si sostenga senza una forza». Indubbiamente il cristianesimo punta ad allentare la «servitù della forza» per far prevalere altrimenti giustizia e carità, ma non è una pedagogia facile, immediata e neanche irreversibile: riemergono infatti costantemente «potenze oscure dalle caverne della vita e dagli abissi del peccato». Oltre al bellicismo che sta dietro la sovranità statale occorre per Mounier anche prendere atto della distanza che separa «il realismo cattolico e una certa ideologia pacifista», giacché «al di fuori dei sentieri della santità integrale», dopo aver esperito seriamente tutte le alternative possibili, «può arrivare il momento in cui tali mezzi si rivelano definitivamente inefficaci» ed allora, solo a quel punto, «il cattolicesimo ammette la legittimità della violenza al servizio della giustizia».

Mounier vuole essere rigoroso e ricorda quindi le quattro condizioni poste dalla Chiesa cattolica (e che devono essere tutte compresenti) per ritenere giusta una guerra: autorità legittima, causa giusta intesa come riparazione di una grave ingiustizia e proporzionalità dei mezzi rispetto ai mali arrecati, retta intenzione ossia scopo di una pace giusta, necessità del mezzo bellico come unico per riparare l’ingiustizia. Tutto questo complesso apparato di criteri è necessario perché, e qui sta la conclusione chiave, per evitare la guerra non si può escludere a priori il rischio di guerra: «Il rischio è ovunque, salvo nell’avvilimento o nel suicidio deliberato. […] Deve essere corso, facendo al contempo uno sforzo tanto più eroico per scongiurarlo». Nonostante la diffusione di posizioni pacifiste radicali nel seno della Chiesa cattolica, eticamente apprezzabilissime sul piano individuale, e la necessità di un protagonismo diplomatico ed ecumenico della Santa Sede, che la porta, con il Pontefice pro tempore in carica, chiunque egli sia, a non polemizzare con nettezza nei confronti di Paesi aggressori, come oggi nel caso della Russia putiniana, la complessità descritta nella sua epoca da Mounier, pur con alcuni importanti aggiornamenti, resta al centro del Magistero odierno della Chiesa.

Il paragrafo 500 del Compendio della Dottrina sociale condiziona l’esercizio della legittima difesa anche alla sua ragionevole efficacia: essa va praticata quando «ci siano fondate condizioni di successo», cosa che ovviamente mira ad evitare forme di testimonianza estrema. Non si può tuttavia leggere questa osservazione in modo semplicistico, come se la valutazione fosse limitata al solo momento di un’aggressione e alle sue più immediate conseguenze: così sarebbe ammessa solo una resa senza condizioni. La Scrittura, del resto, ci presenta il caso di Golia, molto più alto e forte, ma con una capacità visiva inferiore a colui che lo sconfisse (Davide oppure Elcanan, a seconda delle diverse narrazioni). Chi vede più lontano sa che chi appare soccombente a breve non lo è necessariamente alla fine del percorso. La prima grande democrazia europea ad affrontare un processo costituente fu, come noto, la Francia della Quarta Repubblica. Il suo Preambolo, tuttora vigente perché richiamato da quello della successiva Costituzione del 1958, affronta quindi in modo pionieristico, i nodi segnalati da Emmanuel Mounier, in due distinti periodi: «La Repubblica francese, fedele alle sue tradizioni, si conforma alle regole del diritto pubblico internazionale. Essa non intraprenderà nessuna guerra in vista di conquiste, e non impiegherà mai le sue forze contro la libertà di alcun popolo. Con riserva di reciprocità, la Francia consente alle limitazioni di sovranità necessarie per l’organizzazione e la difesa della pace».

Il dibattito sul futuro articolo 11 iniziò in prima Sottocommissione il 3 dicembre 1946, con un testo di Dossetti chiaramente ispirato dal precedente francese. Togliatti fu però il primo a collegare logicamente e indissolubilmente i due aspetti: «Si tratta di un principio che deve essere affermato nella Costituzione, per chiarire la posizione della Repubblica italiana di fronte a quel grande movimento del mondo intero, che, per cercare di mettere la guerra fuori legge, tende a creare una organizzazione internazionale nella quale si cominci a vedere affiorare forme di sovranità differenti da quelle vigenti». La rinuncia alla guerra prende il suo senso nella costruzione di una nuova autorità legittima chiamata a rompere il sistema delle sovranità nazionali assolute. Il costituzionalista sturziano Carmelo Caristia lo tradusse immediatamente nella sua conseguenza normativa: propose ed ottenne di fondere i commi. Importante, però, per illuminare le culture politiche dei costituenti, è anche il dibattito sull’articolo 52 e più specificamente sulla bocciatura a larghissima maggioranza dell’emendamento pacifista radicale contro il servizio militare e per la neutralità perpetua presentato dal deputato socialista Arrigo Cairo. La proposta, che riecheggiava l’impostazione dell’articolo 9 del progetto di Costituzione giapponese, fu respinta il 22 maggio 1947.

Lungi dal congelare la Storia, la fine della Guerra fredda, ha ripresentato costanti dilemmi sui nodi della pace e della guerra. Si sono moltiplicate le situazioni di crisi in cui le democrazie occidentali si sono trovate a dover scegliere tra mobilitazione bellica e neutralità. Questi dilemmi si prestano male a sicurezze assolute e spesso i giudizi possono anche cambiare, perché una piena consapevolezza dell’impatto delle decisioni si può avere, tendenzialmente, solo dopo lo svolgimento degli eventi. Inoltre, non tutto ciò che è legittimo è di per sé opportuno e fecondo. Tuttavia, senza cadere in facili manicheismi, giova sempre ricordare che un Diritto imperfetto è sempre meglio di alcun Diritto. L’approccio delle culture democratiche che hanno fatto nascere la Costituzione, a differenza della sostanziale rassegnazione del bellicismo alle pulsioni peggiori della volontà di potenza e alla ricerca di perfezione del pacifismo astratto, fa propria l’importanza della battaglia per le cause imperfette teorizzata da Emmanuel Mounier secondo cui la “forza creatrice” dell’impegno nasce dalla «tensione feconda che esso suscita fra l’imperfezione della causa e la sua fedeltà assoluta ai valori che sono in gioco. L’astensione è un’illusione. Lo scetticismo è ancora una filosofia: ma il non intervento fra il 1936 e il 1939 ha prodotto la guerra di Hitler. D’altra parte, la coscienza inquieta e talvolta lacerata che noi acquistiamo dalle impurità della nostra causa ci tiene lontani dal fanatismo, in uno stato di vigile attenzione critica. Il rischio che noi accettiamo nell’oscurità parziale della nostra scelta ci pone in uno stato di privazione, d’insicurezza e di ardimento che è il clima delle grandi azioni».

Estratto dalla prefazione al volume di Emmanuel Mounier, I cristiani e la pace, Castelvecchi, Roma, 2022

Stefano Ceccanti

Dagospia il 23 marzo 2022.

Dall’account twitter di M.Antonietta Calabrò

Il Papa riconosce a Zelensky il diritto di difendersi. Parolin non esclude il viaggio di Papa Francesco a Kiev. Putin vuole inviare ambasciatore in Vaticano Paramonov , (che ha attaccato Lorenzo Guerini). A un mese dall’inizio della guerra, la giornata segna una svolta

Domenico Agasso per “la Stampa” il 23 marzo 2022.

«Capisco che voi desiderate la pace, capisco che dovete difendervi, i militari difendono, le persone civili difendono la propria patria, ognuno la difende». Sono le parole che papa Francesco ha pronunciato al telefono con Volodymir Zelensky, secondo quanto riferito dallo stesso presidente dell'Ucraina in videocollegamento con il Parlamento italiano. Una mossa, quella di Zelensky, che viene letta anche come tentativo di arruolare, almeno mediaticamente, contro la Russia il Pontefice, invitato ufficialmente ad andare a Kiev. 

Ma una visita del Papa, per ora improbabile, è possibile? Il cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha dichiarato che «non è in grado di dirlo, loro dicono di poter garantire la sicurezza e so che il presidente Macron andrà... forse anche Johnson...». Parlando con Bergoglio, il leader ucraino ha ribadito che «il ruolo di mediazione della Santa Sede nel porre fine alla sofferenza umana sarebbe accolto con favore».  

Massimo Franco per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2022

«Il Papa negli ultimi giorni ha rafforzato molto la condanna dell'aggressione russa all'Ucraina. In questo modo ha reso più netta la posizione vaticana, che non è mai stata equidistante ma si preoccupava di offrire una mediazione. L'offerta è stata lasciata cadere un po' da tutti, anche perché il Vaticano può facilitare un negoziato solo se esiste la volontà di aprirlo davvero. E alla fine la Santa Sede ha deciso di schivare l'abbraccio strumentale delle destre cristiane schierate in modo più o meno larvato con Vladimir Putin». L'analisi arriva da uno degli uomini più vicini a Francesco.

E racconta come in quattro settimane di conflitto la posizione vaticana abbia virato verso un giudizio più duro sulla guerra decisa unilateralmente da Mosca: sebbene la volontà di mediare rimanga, caldeggiata dall'Ucraina. Il primo segnale che qualcosa stava cambiando è arrivato il 18 marzo quando il cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» della Santa Sede, ha affermato che il diritto «a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta il triste ricorso alle armi».

Indirettamente, la sua presa di posizione è parsa giustificare anche i rifornimenti militari che il governo dell'Ucraina riceve. La decisione ha trovato forti resistenze nelle file del pacifismo religioso, amplificate dalla stampa cattolica: al punto da delineare in Italia un'inedita convergenza di Matteo Salvini con Francesco, lodato dal leader leghista per i suoi appelli alla pace.

Dopo la telefonata di ieri di Francesco al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Salvini, accusato dagli avversari di ambiguità verso Putin, ha ribadito il suo plauso al pontefice. Eppure, quella chiamata ha confermato un approccio diverso: tanto che Zelensky ha invitato il Papa a Kiev. Col passare del tempo si sono intravisti i rischi di una posizione che si limitava alla tesi di un «alt alla guerra», dando l'impressione di un conflitto nel quale Russia e Ucraina venivano messe quasi sullo stesso piano.

A frustrare la voglia di mediazione di Francesco sono state inoltre le affermazioni del patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, «braccio religioso» del putinismo. La sua legittimazione dell'attacco russo come «guerra giusta» contro l'Occidente che proteggerebbe «i Gay Pride» anticristiani, ha reso chiara la difficoltà di qualunque dialogo. E il «colloquio telematico» avuto con Francesco il 16 marzo lo ha confermato, allungando un'ombra tra cattolici e ortodossi: proprio quella che il Vaticano cerca di evitare. 

E pensare che il 18 febbraio, quattro giorni prima dell'attacco russo, l'uomo del Cremlino presso la Santa Sede, l'ambasciatore Aleksandr Avdeev, aveva annunciato a Genova, durante un seminario italo-russo, un incontro tra Francesco e Kirill. E alla vigilia dell'invasione sembrava confermato.

«A giugno o luglio», aveva detto Avdeev: il secondo dopo quello storico del 2016 a Cuba. Ma ora la previsione è che slitterà di mesi. L'arretramento del dialogo ha dato corpo a uno degli incubi del Papa argentino: che il conflitto della Russia contro l'Ucraina si trasferisca sul piano religioso; non solo tra cattolici e ortodossi, ma dentro le stesse comunità religiose. Gli ortodossi ucraini e quelli russi sono spaccati tra di loro. E il capo dei greco-cattolici ucraini, monsignor Sviatoslav Shevchuk, ha chiesto subito al popolo di «difendere la patria» contro gli invasori russi. Francesco in queste settimane non ha mai nominato Putin. Ha negato che possa esistere una «guerra giusta».

Ma i riferimenti sempre più insistiti alla «violenta aggressione contro l'Ucraina, un massacro insensato dove ogni giorno si ripetono scempi e atrocità», evocano responsabilità additate in modo inequivocabile. D'altronde, il 10 marzo anche il presidente delle conferenze episcopali europee, il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich, aveva scritto una lettera aperta a Kirill perché fermasse Putin: messaggio che sembrava rivolto anche a Roma. Sono state queste pressioni concentriche, abbinate alle notizie e alle immagini dei bombardamenti contro i civili, a suggerire parole più nette contro la guerra di Putin. Per ora prevale giustamente l'aspetto umanitario.

La Chiesa cattolica insiste sull'accoglienza dei profughi ucraini e sulle perdite sui due fronti. Ma sullo sfondo si affaccia il tema di come saranno ridisegnati i rapporti tra Santa Sede e Russia, alleata del Papa argentino nella difesa delle minoranze cristiane in Siria e Medio Oriente; e se e come il conflitto cambierà lo schema bergogliano dell'equidistanza da qualsiasi blocco o alleanza internazionali. Nella nuova Guerra fredda che si va delineando dopo queste settimane sanguinose, il ruolo della Santa Sede potrebbe rivelarsi più prezioso ma più complicato. Almeno all'inizio, la diplomazia vaticana è apparsa spiazzata: tanto da far ritenere che dovrà essere ripensata a fondo per non apparire sbilanciata o, peggio, velleitaria. 

Effetto guerra, «Il patriarcato di Mosca ha comunque perso l’Ucraina». Fulvio Scaglione su Avvenire il 24 marzo 2022. 

Classe 1968, moscovita purosangue nato sull’Arbat, Sergey Chapnin è uno dei non molti che possono dire di conoscere bene la Chiesa ortodossa russa (Cor) e il patriarca Kirill. Da fuori, perché ha sempre indagato come giornalista la vita religiosa della Russia. Da dentro, perché è stato per sei anni direttore del Giornale del Patriarcato di Mosca, segretario della Commissione ecclesiale per i rapporti con la società e le istituzioni e docente presso l’Università ortodossa “San Tikhon”, titolare di un corso che, alla luce degli ultimi eventi, aveva un titolo quasi profetico: “La Chiesa e la società dell’informazione”.

Tutto finito quando, presentando una relazione al prestigioso Carnegie Centre di Mosca, Chapnin osò parlare di “Chiesa del silenzio” di fronte alla retorica della guerra e soprattutto di “Chiesa dell’impero”. Kirill, che lo conosceva dagli anni Novanta e che l’aveva messo alla testa del Giornale subito dopo essere diventato patriarca nel gennaio del 2009, lo licenziò in poche ore. Ora Chapnin si è fatto promotore di una lettera aperta contro la guerra e contro l’atteggiamento della Chiesa ortodossa russa che in pochi giorni ha raccolto l’adesione di un centinaio tra intellettuali e specialisti della Russia e dell’ortodossia.

La Chiesa dell’impero… Lei aveva la vista lunga.

Su certi temi il patriarca e il presidente Putin hanno idee che coincidono da almeno quindici anni. Kirill ha per la Chiesa la stessa visione imperialistica che il Cremlino ha in politica. Da molto tempo il patriarca si sente l’unica figura che può tenere unite le terre dell’ex Urss, il vero leader spirituale dell’ex impero sovietico, perché la Cor è presente nei Paesi Baltici, in Ucraina, nel Caucaso, nell’Asia Centrale. Lui pensa che l’Ucraina sia “sua”, proprio come Putin pensa che l’Ucraina sia “di Mosca”. È quindi naturale che i due si appoggino l’un l’altro. D’altra parte, il concetto di Russkij mir (mondo russo) e di Santa Rus’ (ovvero di un unico corpo di popoli slavi che deve restare unito sotto l’egida di Mosca, n.d.A), che da anni sono alla base della propaganda e della storiografia di Stato, furono elaborati da un ristretto ambito di circoli intellettuali e think tank tra cui ebbe un ruolo fondamentale il Vsemirnyj Russkij Narodny Sobor (Consiglio mondiale popolare russo), che era stato fondato proprio da Kirill quando era ancora metropolita e responsabile delle relazioni estere della Cor. Kirill riuscì poi a “vendere” al Cremlino questa idea, che è diventata l’architrave dell’azione politica della Russia.

Ciò che succede anche dal punto di vista religioso, però, è che Mosca sta perdendo l’Ucraina.

L’Ucraina è ormai persa. Già 17 diocesi, quasi metà del totale, hanno smesso di nominare il patriarca Kirill durante le liturgie, disconoscendo così la sua autorità spirituale. E poi ci sono altri segnali. Un convento di L’viv ha deciso di lasciare la Cor per entrare nella Chiesa ortodossa dell’Ucraina, quella autocefala nata nel 2018. C’è una valanga in arrivo.

Pensa che chi lascia la Cor entrerà nella Chiesa autocefala o che nascerà una nuova Chiesa?

Credo che nascerà una nuova struttura della Chiesa ortodossa in Ucraina. Ma solo quando la guerra sarà finita".

Non c’è dissenso interno alla Chiesa ortodossa russa? Un tempo si pensava che il metropolita Tikhon Shevkunov, il “confessore di Putin”, fosse il falco e il metropolita Ilarion Alfeev la colomba…

La situazione è complessa, le leggi in vigore non permettono di chiamare guerra la guerra e invasione l’invasione, se non usi l’espressione “operazione speciale” rischi il processo, una multa e persino il carcere. C’è un gran numero di consigli parrocchiali e parroci che hanno paura di esprimersi in pubblico. Ma un solo parroco ha fatto un’omelia contro la guerra, padre Ioann Budrin di Kostroma: in due giorni è stato portato davanti al tribunale e condannato a una multa di 35mila rubli, che per un parroco è una grossa somma. Possono prendere posizione quasi solo quelli che sono fuori dalla Russia, come il metropolita Innokenty di Vilnius e della Lituania che ha fatto affermazioni molto coraggiose contro la guerra. Ma per quel che so, questa è stata l’unica voce di un alto esponente della Chiesa ortodossa russa. Quanto ai due metropoliti… Tikhon da molti anni sostiene la necessità di opporsi all’Occidente per proteggere l’integrità del mondo ortodosso, visto ovviamente come più ampio del territorio della Federazione russa. Per quanto invece riguarda Ilarion, mantiene un ostentato silenzio. Non vuole perdere i contatti con il resto del mondo cristiano ma alla fin fine è anche lui schierato con Kirill.

A proposito del mondo cristiano: il Patriarca e papa Francesco si sono parlati via Internet. Che cosa ne pensa?

Non credo che papa Francesco possa essere rimasto soddisfatto. Dagli stessi resoconti ufficiali del patriarcato si capisce che Kirill ha solo ribadito le proprie teorie, per di più in modo assai semplicistico. E poi ha provato a sfruttare l’occasione: al Consiglio superiore ecclesiale, una delle maggiori istituzioni della Chiesa ortodossa russa, ha cercato di sostenere che il contatto con il Papa, come prima quello con l’arcivescovo di Canterbury e primate della Chiesa anglicana Justin Welby, dimostrava che il Patriarcato non è isolato, mentre invece conosciamo bene il giudizio del mondo cristiano su questa guerra.

Putin ha molto esibito, negli anni, un certo atteggiamento religioso. Ma ci crede davvero o usa la religione per ragioni politiche?

Secondo me, Putin è una persona semireligiosa ma certo non un cristiano. Sente il bisogno di un elemento mistico, misterico, forse magico, e soprattutto cerca una conferma sacrale a ciò che sta facendo. È importante per lui credere che le sue azioni ricevono una qualche conferma dall’alto. E il patriarca Kirill, con le teorie sul Russkij Mir o la Santa Rus’, offre a Putin e allo Stato russo la giustificazione che questi cercano per i crimini che commettono contro altri popoli ma anche contro il popolo russo, con la censura, la repressione, il terrore.

Una domanda che si fanno tutti: dove vuole arrivare, Putin, in Ucraina?

Se pensiamo a quella specie di para-religione che Putin e Kirill hanno in testa, credo che l’idea sia di conquistare Kiev. Loro pensano che Mosca sia il centro politico e culturale della Santa Rus’ ma che Kiev ne sia il centro spirituale. Per loro è insopportabile immaginare Kiev come parte dell’Occidente o con un governo filo-occidentale, quindi penso che prima o poi tenteranno di conquistarla. È un’idea folle ma penso che ci proveranno".

Il gesto forte del Papa: così scuote le coscienze sulla guerra in Ucraina. Francesco Boezi il 22 Marzo 2022  su Il Giornale.

Papa Francesco si prepara ad una mossa plateale sulla guerra in Ucraina. Nel frattempo, il cardinale e segretario di Stato Parolin ribadisce la posizione del Vaticano ed apre ancora alla mediazione.

Papa Francesco continua ad adoperarsi attraverso canali diplomatici per contribuire alla pace in Ucraina ma si prepara anche ad un gesto forte: il pontefice argentino consacrerà tanto la nazione presieduta da Volodymyr Zelensky quanto quella di Vladimir Putin al cuore immacolato di Maria. La celebrazione avrà luogo il prossimo 25 marzo, in occasione della Penitenza e durante la festività dell'Annunciazione.

L'ex arcivescovo di Buenos Aires ha chiesto in via ufficiale a tutti i vescovi della Chiesa cattolica di unirsi, mentre in Vaticano si rincorrono voci sulla possibile presenza del pontefice emerito Benedetto XVI. Per ora si tratta di una mera suggestione: sono molti anni che Joseph Ratzinger non prende parte ad una funzione pubblica. Ma non è detto che le circostanze non possano spingere l'ex successore di Pietro ad uscire dal monastero Mater Ecclesiae per recarsi nella Basilica di San Pietro.

L'atto di consacrazione per entrambe le nazioni conferma l'impostazione del pontefice argentino sulla ricerca della pace: per il Santo Padre e per la Santa Sede, la fine delle ostilità non è raggiungibile sostenendo, a mo' di tifo, le ragioni dell'una o dell'altra parte in conflitto. Il Vaticano, nonostante gli attacchi ricevuti da qualche media progressista, ha riconosciuto il diritto dell'Ucraina di difendersi per mezzo delle armi.

La presa di posizione ufficiale è arrivata tramite le dichiarazioni rilasciate dal cardinale e segretario di Stato Pietro Parolin a Vida Nueva, settimanale spagnolo: "Il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e il proprio Paese comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi".

Non c'è, insomma, quella "inaccettabile equidistanza" denunciata da Le Monde. Certo, il Papa non può parlare il linguaggio della politica e deve tenere aperto ogni canale di dialogo. Nel caso in cui Ucraina e Russia volessero davvero che la mediazione sul conflitto coinvolgesse il Vaticano, l'invito dovrebbe arrivare da ambo le parti: questa è la tradizione che vige in materia diplomatica. E gli attori di questa fase storica conoscono bene la prassi. Parolin, nella medesima intervista citata, ha ribadito che la Santa Sede è ancora disponibile a svolgere la funzione di mediatore.

La consacrazione potrebbe non essere l'unico intervento plateale del Papa gesuita: la strada che conduce ad una visita a Kyev è pressoché impraticabile. E sempre la tradizione di cui sopra vorrebbe che il Santo Padre, in caso, si recasse anche a Mosca. La natura difficile di una visita apostolica di questo tipo e durante una guerra non impedisce a molti addetti ai lavori di parlarne: Jorge Mario Bergoglio, come la conversazione tenuta di recente con il patriarca ortodosso moscovita Kirill dimostra, ha aperto un canale di dialogo anche con le istituzioni cristiane russe.

Non solo: secondo quanto dichiarato da Alekseij Paramonov, che è il direttore del Diparimento del ministero degli Esteri russo che si occupa dell'Europa, Santa Sede e Russia continuano a parlarsi. Il vescovo di Roma, secondo il vertice russo e così come ripercorso dall'agenzia Nova, avrebbe "mostrato un sincero interesse a comprendere, per quanto possibile, la situazione in Ucraina e formarsi una propria opinione".

In contemporanea, dalle parti di piazza San Pietro, hanno ennesimamente chiarito quale sia la visione sul conflitto innestato da Vladimir Putin: "In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un'operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria", ha tuonato sempre Parolin, utilizzando peraltro le medesime parole del vertice della Chiesa cattolica, nella Messa del 16 marzo scorso per la pace in Ucraina.

In missione contro l'Occidente. Dietro Putin c’è la guerra santa di Kirill: fondamentalismo religioso è alla base del conflitto. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 18 Marzo 2022. 

E così dopo le dichiarazioni del Patriarca di Mosca Kirill, abbiamo scoperto che il mondo ortodosso ha delle sue specifiche varianti nazionaliste e ideologiche – con copertura religiosa – almeno tanto quanto le ha l’ampio e variegato settore dei tradizionalisti cattolici. E uno dei compiti dell’Occidente potrebbe consistere nell’appoggiare e sostenere quelle voci che si oppongono all’ideologia nazionalista-religiosa e dare spazio al dialogo, alla tolleranza, al riconoscimento delle diversità. Già perché una delle questioni irrisolte che il conflitto sta portando alla luce riguarda l’ecumenismo, il dialogo tra chiese cristiane che per il momento è naufragato.

Ancora non si è sentita la voce del Patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli – che sarebbe un primus inter pares – sebbene la sua leadership morale sia ampiamente contestata. Tuttavia si è sentita forte la voce del Patriarca Kirill di Mosca a sostegno delle tesi del governo. La continuità tra ortodossia e potere politico in Russia è una tradizione radicata, rinforzata da 70 anni di potere sovietico. Nel resto del mondo ortodosso dell’Est Europa, l’assetto delle chiese – che sono chiese autocefale, nazionali – è destinato a venire ridiscusso, nel medio periodo, proprio dal conflitto in corso. Eppure qualcosa si muove. Significativo in questo senso è un appello che viene dallo stesso mondo ortodosso ed è fortemente critico nei confronti del Patriarca Kirill. Si tratta della Dichiarazione sull’insegnamento del “mondo russo” (A Declaration on the “Russian world” teaching). È stata pubblicata sul sito della Accademia per gli studi teologici di Volos (Grecia) e sul Forum Public Orthodoxy del Centro studi cristiani ortodossi della Fordham University. Inizialmente sottoscritto da 65 teologi ortodossi, il testo registra oltre 500 firme di intellettuali e le adesioni sono destinate ad aumentare.

Il documento condanna senza appello l’ideologia del “mondo russo”. Definito così: «Il sostegno da parte di diversi gerarchi del Patriarcato di Mosca alla guerra del presidente Vladimir Putin contro l’Ucraina si è radicato in una forma di fondamentalismo religioso ortodosso etno-filetico, di carattere totalitario, chiamato Russkii mir o mondo russo, un falso insegnamento che sta affascinando molti dentro la Chiesa Ortodossa ed è stato anche ripreso dall’estrema destra e da fondamentalisti cattolici e protestanti». Da notare quest’ultima frase, cioè la saldatura tra i nazionalismi che prendono la religione a pretesto come copertura ideologica. L’ “etno-filetismo” cioè l’identificazione di chiesa e nazione su base etnica, è condannato dal Concilio di Costantinopoli del 1872 che lo qualificò allora come una “moderna eresia”. Risorge – come risorgono i nazionalismi a periodi alterni – e si avverte la necessità di avviare una profonda e diffusa operazione ecumenica e culturale per smantellare alle radici qualunque giustificazione della violenza e della sopraffazione.

Notano i firmatari che sia Putin sia Kirill sono i protagonisti dell’ideologia del “mondo russo”. «Nel 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea e ha iniziato una guerra per procura nella zona del Donbass in Ucraina, fino all’inizio della guerra vera e propria contro l’Ucraina, Putin e il patriarca Kirill hanno usato l’ideologia del mondo russo come principale giustificazione per l’invasione. Tale insegnamento afferma che esiste una sfera, o civiltà, russa di carattere transnazionale, chiamata «Santa Russia» o «Santa Rus’», che comprende la Russia, l’Ucraina e la Bielorussia (e talvolta anche la Moldavia e il Kazakistan), così come tutti coloro di etnia russa e i russofoni di tutto il mondo». E Mosca ne sarebbe il centro politico, religioso, etnico, ideologico. “Tale insegnamento sostiene che questo «mondo russo» ha un centro politico comune (Mosca), un centro spirituale comune (Kiev quale «madre di tutte le Rus’»), una lingua comune (il russo), una Chiesa comune (la Chiesa ortodossa russa, il Patriarcato di Mosca), e un patriarca comune (il Patriarca di Mosca), che lavora in «sintonia» con un presidente/capo nazionale comune (Putin) per governare questo mondo russo, oltre che per sostenere una spiritualità, moralità e cultura comuni, distinte da quelle del mondo non russo”.

È un’ideologia nazionale che ha un nemico specifico: l’Occidente – per definizione corrotto – e che “avrebbe ceduto al «liberalismo», alla «globalizzazione», alla «cristianofobia», ai «diritti omosessuali» promossi nelle «parate gay», e al «secolarismo militante». Contro l’Occidente e gli ortodossi che sarebbero caduti nello scisma e nell’errore (come il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e altre Chiese ortodosse locali che lo sostengono) si erge il Patriarcato di Mosca, insieme a Vladimir Putin, come i veri difensori dell’insegnamento ortodosso, che vedono i termini di una moralità tradizionale, una comprensione rigorosa e inflessibile della tradizione, nonché la venerazione della Santa Russia”. A partire da questa premessa, il documento sviluppa le linee di una risposta teologica improntata al dialogo, alla chiarificazione dei reali valori alla base del Vangelo, a partire dalla precisa affermazione di Gesù: il mio Regno non è di questo mondo. Da qui proviene la denuncia di ogni ideologia politica che si voglia appropriare del messaggio cristiano; e della falsità intrinseca di ogni regime politico che intenda se stesso come interprete di un’unica e sola continuità con il Vangelo. Dicono precisamente gli estensori del documento: “Respingiamo qualsiasi divisione manichea e gnostica che elevi come «santa» la cultura orientale ortodossa e i popoli ortodossi al di sopra di un «Occidente» svilito e immorale.

È particolarmente malvagio condannare altre nazioni attraverso speciali petizioni liturgiche della Chiesa, elevando i membri della Chiesa ortodossa e le sue culture come spiritualmente santificati in confronto agli «eterodossi» carnali e secolarizzati”. Ed aggiungono, per maggiore chiarezza, la necessità di condannare la guerra e l’invasione russa dell’Ucraina: «un’invasione militare su larga scala che ha già provocato numerosi morti civili e militari, lo sconvolgimento violento della vita di oltre quarantaquattro milioni di persone, lo spostamento e l’esilio di oltre due milioni di persone (al 13 marzo 2022). Questa verità deve essere detta, per quanto dolorosa possa essere. Perciò condanniamo come non ortodosso e respingiamo qualsiasi insegnamento o azione che rifiuta di dire la verità, o sopprime attivamente la verità sui mali che vengono perpetrati contro il Vangelo di Cristo in Ucraina.

Cosa accadrà adesso? Occorre stare a vedere quale potrà essere l’effetto di questa dichiarazione e di una lenta presa di coscienza da parte dei settori più avvertiti dell’ortodossia, a partire dalla stessa Chiesa ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca, che in questi giorni ha dichiarato la sua avversione verso la guerra voluta dal Cremlino. Una spaccatura significativa. Sarà però necessaria un’azione coordinata da parte degli altri attori dell’ecumenismo: le altre chiese cristiane (protestanti), la stessa Chiesa cattolica, per incoraggiare tutta l’ortodossia a fare un passo avanti. Insomma un effetto a lungo termine della guerra potrebbe essere il venir meno delle chiese nazionali (autocefale, come si dice con termine tecnico) e dare una spinta decisa al ristagnante ecumenismo di questi anni. Infatti una delle differenze profonde tra le Chiese riguarda la giustizia sociale. Mentre l’ortodossia preferisce (finora) un messaggio spirituale slegato dalle concrete condizioni di vita, è risaputo che il mondo cattolico ha uno dei suoi perni sul legame indissolubile tra evangelizzazione e opere di carità, sul connubio tra Vangelo e Dottrina sociale che da questo prende linfa ed origine. Nel mondo ortodosso non è così. Forse siamo ad un punto di svolta, vedendo quanto estremismo può generare un Vangelo scollegato dalla realtà e collegato al potere politico.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Fabio Marchese Ragona per “il Giornale” il 17 marzo 2022.

E alla fine il contatto c'è stato. Papa Francesco e il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill si sono incontrati, seppur virtualmente, separati soltanto da una webcam. Settimane di tensioni in cui sembrava che i rapporti tra le due chiese fossero ormai compromessi, soprattutto dopo le affermazioni del leader religioso russo che ha chiaramente appoggiato la guerra di Putin in Ucraina, disconoscendo quella linea pacifista su Kiev che aveva abbracciato nel 2016 durante lo storico incontro a Cuba con Bergoglio. 

Da quanto hanno fatto sapere sia il Patriarcato di Mosca sia la Sala Stampa della Santa Sede sembra che lo strappo sia ricucito: un colloquio «cordiale» in cui i due leader hanno convenuto che «la Chiesa non deve usare la lingua della politica ma il linguaggio di Gesù», con Francesco che ha voluto ricordare al patriarca che «chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi e la gente che viene bombardata e muore».

C'è da chiedersi adesso, ed è anche ciò che si sta facendo all'interno delle mura vaticane, se delle parole e dell'atteggiamento di Kirill ci si possa fidare: soltanto una settimana fa, infatti, il patriarca, durante il sermone della domenica che in Russia ha aperto la Quaresima, ha parlato di «crociata», di guerra necessaria in Ucraina per arginare le lobby gay in Occidente, di attacco per fermare le nazioni che difendono i diritti degli omosessuali, portando argomentazioni storiche e politiche. 

Parole che hanno lacerato ancor di più il mondo ortodosso e scatenato anche una reazione importante di Papa Francesco, il quale domenica scorsa all'Angelus ha detto, pur senza citare esplicitamente il patriarca russo, ma il riferimento era abbastanza chiaro, che «Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome».

Una presa di posizione durissima da parte del Papa che ha subito messo in allerta gli analisti di tutto il mondo, convinti che la rottura tra le due chiese fosse ormai praticamente in atto e che l'atteso incontro di persona tra il Papa e Kirill in cantiere per questa estate fosse soltanto un ricordo lontanissimo. «Ma non dobbiamo scordarci che il Papa considera Kirill un fratello - spiega uno stretto collaboratore di Francesco a il Giornale - e si sa che spesso tra fratelli si discute ma poi vince sempre la pace. 

Rientra nel carattere del Pontefice dire le cose come stanno e sono certo che tra i due ci siano state parole costruttive». E in effetti, almeno da quanto emerge, Kirill ha convenuto con il Papa che «le Chiese sono chiamate a contribuire a rafforzare la pace e la giustizia», con Francesco che ha inoltre precisato al suo interlocutore quanto «come pastori abbiamo il dovere di stare vicino e aiutare tutte le persone che soffrono la guerra. Un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così. Si è sviluppata la coscienza cristiana dell'importanza della pace».

Proprio perché i tempi sono cambiati, Francesco il 25 marzo consacrerà la Russia e l'Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. Un gesto storico che fu compiuto anche nel 1984 da Giovanni Paolo II ma, secondo quanto raccontò chi era presente, senza nominare la Russia per non irritare l'allora patriarca Pimen. Un atto di consacrazione che oggi, invece, sarà chiaramente rivolto ai due Paesi in guerra.

Ceccanti: "Il Papa non può fare il cappellano dell'Ue o della Nato". Francesco Boezi il 19 Marzo 2022 su Il Giornale.

Il professor Stefano Ceccanti spiega perché "l’aspirazione alla pace non va scambiata con l’inazione, col neutralismo". Poi le aperture sulle riforme strutturali (e sul referendum Giustizia). 

Il professor Stefano Ceccanti, esponente di punta del Pd che prima di tutti gli altri si era detto convinto che Sergio Mattarella potesse (per Ceccanti dovesse) essere rieletto al Quirinale, disegna i confini tra il ripudiare la guerra e ad assistere inermi ad un massacro. Gli stessi disciplinati dalla Costituzione. Se i cattolici non sempre si sono schierati dalla parte del "pacifismo astratto", l'art.11 della Carta, come l'onorevole spiega nella introduzione di "I cristiani e la pace", libro di Emmanuel Mounier edito da Castelvecchio, necessita d'interpetazioni precise. E poi la politica, con la necessità mai venuta meno - dice Ceccanti - di una riforma elettorale e con qualche apertura sul Referendum sulla Giustizia.

Professor Ceccanti, è tornato il pacifismo di sinistra?

"Secondo la grande maggioranza delle grandi culture democratiche che hanno ispirato la Costituzione l’aspirazione alla pace non va scambiata con l’inazione, col neutralismo, ma col multilateralismo, è incardinata in una concertazione tra democrazie. Questo sono le distinte realtà dell’Unione europea e della Nato. Poi ci sono correnti minoritarie, a destra come a sinistra, che fanno una sorta di salto logico, per me sbagliato, dalla scelta personale della nonviolenza, che è apprezzabilissima e che può essere una scelta efficace dentro le democrazie, passano ad una sorta di pacifismo astratto che non tiene conto delle volontà di potenza negli Stati autocratici. Del resto anche nelle nostre società evolute e democratiche nessuno pensa di eliminare i corpi di polizia contando solo sulla bontà delle persone. Un deputato socialista all’Assemblea costituente propose la neutralità e la rinuncia all’esercito ma prese solo trenta voti. Queste posizioni di per sé sbagliate possono comunque aiutarci perché ci aiutano volta per volta a porci dei dubbi sulle scelte che facciamo, se esse siano razionali e proporzionate. Il dibattito in una società democratica è un elemento di forza".

Lei ha da poco introdotto un libro di Mounier sul rapporto tra i cristiani e la Pace. Non è sempre vero che i cristiani ripudiano la guerra?

"Storicamente fino al Concilio Vaticano II la dottrina, pur dentro alcuni criteri e limiti, tendeva ad essere troppo permissiva, alla fine tendeva a riconoscere in quasi ogni guerra un conflitto giusto. Come mi raccontò l’uditore laico Sugranyes de Franch, amico di Papa Montini e esule antifranchista, al Concilio ci fu un impegno forte per stringere i freni, soprattutto tenendo conto del potenziale distruttivo delle armi nucleari, tanto che nei testi del Concilio si parla solo di legittima difesa e non anche di guerra giusta. Però il Concilio non voleva affatto arrivare all'opposto, quello di ritenere sempre illegittima la difesa armata. Infatti Sugranyes ripeteva spesso che Francia e Regno Unito avevano sbagliato a non intervenire contro Franco e fu favorevole all’intervento contro la Serbia. Del resto Montini era stato insieme a Degasperi tra i sostenitori più forti dell’adesione dell’Italia alla Nato".

E poi c’è l’Art.11 della nostra Costituzione….

"Che ripudia appunto non solo la guerra per noi ma anche quella di aggressione degli altri. Per questo l’articolo nella sua seconda parte, che va letta in modo strettamente legato alla prima, tende a spostare a livello multilaterale la questione dell’uso legittimo della forza. Non è una scelta di isolazionismo per cui noi ripudiando la guerra nostra ci dovremmo disinteressare di quelle procurate da altri. Dopo di che, se non funziona il monopolio legittimo della forza perché il Consiglio Onu riconosce il potere di veto alla Russia che è un aggressore, è giusto che ci si ponga il problema di come aiutare chi legittimamente, secondo la stessa Carta Onu, difende il proprio diritto a resistere. Ovviamente in forme proporzionate e ragionevoli. L’aiuto all’Ucraina anche con armi è una via media tra l’assistere rassegnati in modo pilatesco e pendere iniziative con esiti sproporzionati come una no fly zone".

Senta, la guerra di Putin sembra bloccare in parte l’attività del Parlamento che è chiamato a nuove urgenze. Rischiamo di rimandare questioni centrali in termini di riforme istituzionali?

"Più che bloccare l’attività la ridefinisce, impone ad esempio di rimodellare il Pnrr e più in generale le politiche energetiche e quelle della difesa".

Come giudica la posizione del Papa sulla guerra?

"Il Papa e la diplomazia della Santa Sede sono chiamati ad un ruolo altro, di ricomposizione del conflitto, giocando lì il loro prestigio, ma questo non risolve il problema di cosa dobbiamo fare noi. Il Papa lavora su un piano diverso, non può fare il cappellano della Nato o dell’Unione europea, ma neanche noi possiamo vederci come ambasciatori della Santa Sede, noi dobbiamo fare il nostro dovere nella Ue e nella Nato, nelle forme multilaterali efficaci in questa fase".

L’Unione europea è chiamata a diventare “adulta”. Anche il Pd ormai sostiene la necessità di una Difesa comune.

"Il Pd ha nel suo dna De Gasperi e Spinelli, coloro che più di molti altri avevano lavorato nei primi anni ’50 per la Comunità europea di difesa, allora bocciata dai francesi. Lo è quindi non da oggi".

Sistema elettorale: non è più un argomento sul tavolo?

"L’esigenza c’è ed è forte, ma evidentemente a fine legislatura non si può immaginare una riforma votata fini da una piccola maggioranza contro altri. Bisogna provare fino alla fine ma con la condizione di una maggioranza larghissima, senza tentazioni di parte sulla base dell’ultimo sondaggio".

L’attenzione si è spostata: avete ancora intenzione, come forza di esecutivo, di intervenire sulla Giustizia prima del Referendum?

"La Commissione Giustizia sta lavorando e credo che ce la possa fare. Se non arriverà in tempo occorrerà sostenere col Sì i quesiti coerenti col nostro impegno parlamentare (distinzione funzioni, valutazione magistrati, sistema elettorale Csm) e bocciare col No quelli non coerenti (abrogazione totale del decreto Severino, intervento confuso sulla carcerazione preventiva. In ogni caso il Parlamento dovrebbe intervenire anche dopo l’esito dei referendum perché il loro esito concreto non sarebbe risolutivo".

Guerra in Ucraina, Papa Francesco parla col Patriarca di Mosca Kirill. Il Tempo il 16 marzo 2022.

Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill hanno discusso del conflitto in Ucraina auspicando «una pace giusta». Lo rende noto il Patriarcato di Mosca in una nota. «Le parti hanno sottolineato l’importanza cruciale del processo di negoziazione in corso, esprimendo la speranza che una pace giusta possa essere raggiunta presto», ha detto il Patriarcato.

Tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill si è svolta «una discussione dettagliata» della situazione ucraina. «Particolare attenzione - riferisce la nota del Patriarcato - è stata rivolta agli aspetti umanitari dell’attuale crisi e alle azioni della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa cattolica romana per superarne le conseguenze. Le parti hanno sottolineato l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso, esprimendo la loro speranza per il raggiungimento al più presto di una pace giusta. »Sua Santità - riferisce sempre la nota - ha salutato cordialmente il Primate della Chiesa Cattolica Romana, esprimendo soddisfazione per la possibilità di organizzare un colloquio« (in video-chiamata). Papa Francesco e il Patriarca Kirill hanno discusso »anche di alcune questioni attuali della cooperazione bilaterale«. Il patriarca Kirill era affiancato, nella video-chiamata, dal metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato, mentre il Pontefice era affiancato dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani.

Papa Francesco, "ha accuratamente evitato di nominare Putin": pioggia di accuse, un caso internazionale. Libero Quotidiano il 18 marzo 2022.

Papa Francesco criticato. Ad avanzare accuse al capo della Santa Sede è il New York Times. In un lungo articolo il quotidiano americano sottolinea come il Papa "deplora la guerra in Ucraina, ma non l’aggressore". Il riferimento è alla guerra in Ucraina, per cui Bergoglio si è speso in diversi appelli. "Il Papa – si legge – ha accuratamente evitato di nominare l’aggressore, il presidente russo Vladimir Putin, o anche la stessa Russia. E mentre ha affermato che chiunque giustifichi la violenza con motivazioni religiose ‘profana il nome’ di Dio, ha evitato le critiche al principale sostenitore religioso e apologeta della guerra, il Patriarca Kirill della Chiesa ortodossa russa".

E ancora: "A differenza di alcuni nazionalisti europei, che hanno improvvisamente ignorato il nome di Putin per evitare di ricordare agli elettori che appartenevano al fan club del leader russo, la motivazione di Francesco deriva dal suo camminare su una linea sottile tra coscienza globale, attore diplomatico del mondo reale e leader religioso responsabile dell’incolumità del proprio gregge".

Parole forti quelle del New York Times, mentre il Pontefice ha invitato tutti i vescovi a unirsi e pregare per le sorti del popolo ucraino. L'occasione, come ribadito nei giorni scorsi, sarà la celebrazione della Penitenza, prevista alle 17 di venerdì 25 marzo, festa dell'Annunciazione, nella Basilica di San Pietro.

Ucraina, la sinistra attacca anche Papa Francesco: parla di pace, ma ai compagni non basta. Antonio Socci su Libero Quotidiano il 14 marzo 2022.

Il nono anniversario della sua elezione - ieri - è stato per papa Francesco il più triste. Addirittura angoscioso. Perché dopo aver lanciato l'allarme per anni sulla terza guerra mondiale che si stava combattendo "a capitoli", ora si ritrova un mondo che rischia di precipitare definitivamente in una guerra planetaria. Che sarebbe l'ultima... E incredibilmente - dopo che nessuno ha ascoltato i suoi allarmi, compresi quelli contro la corsa agli armamenti degli Stati - c'è chi afferma, come il quotidiano Le Monde, che la sua condanna della guerra in Ucraina non è come a Parigi si vorrebbe. Eppure è impossibile equivocare i suoi interventi. Nessuno in queste settimane ha pronunciato parole così forti di condanna del conflitto, dell'odio, e di pietà e solidarietà per le vittime. Ieri all'Angelus ancora più accorato ha detto: «Fratelli e sorelle, abbiamo appena pregato la Vergine Maria. Questa settimana la città che ne porta il nome, Mariupol, è diventata una città martire della guerra straziante che sta devastando l'Ucraina. Davanti alla barbarie dell'uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano: c'è solo da cessare l'inaccettabile aggressione armata, prima che riduca le città a cimiteri. Col dolore nel cuore unisco la mia voce a quella della gente comune, che implora la fine della guerra. In nome di Dio, si ascolti il grido di chi soffre e si ponga fine ai bombardamenti e agli attacchi! Si punti veramente e decisamente sul negoziato, e i corridoi umanitari siano effettivi e sicuri. In nome di Dio, vi chiedo: fermate questo massacro!» Poi ha esortato di nuovo «all'accoglienza dei tanti rifugiati, nei quali è presente Cristo», ha ringraziato «per la grande rete di solidarietà che si è formata» e ha chiesto a tutta la Chiesa di intensificare «i momenti di preghiera per la pace» perché «Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace».

SENZA EQUIVOCI

Ha parlato di «inaccettabile aggressione armata» in Ucraina, di «barbarie», ha implorato di metter «fine ai bombardamenti e agli attacchi». Non c'è nessuno che in buona fede possa dire che il papa non è chiaro. Ma, pur riconoscendo l'intensità degli interventi del pontefice e il suo prodigarsi per far cessare il conflitto, sia con la diplomazia che con gesti eccezionali come quando è andato personalmente all'ambasciata russa a esprimere il suo sgomento per l'invasione, Le Monde sabato ha scritto che il papa dovrebbe puntare esplicitamente il dito contro la Russia. Secondo il giornale francese «per un cattolico che ascoltasse solo lui sarebbe molto difficile sapere chi ha iniziato la guerra». Forse Le Monde ha confuso il papa con il conduttore di un telegiornale. Ammesso e non concesso che ci sia qualcuno che non è al corrente dell'invasione dell'Ucraina, va ricordato che il Papa non ha il compito di fare notiziari d'informazione, la sua missione è un'altra. Ma l'osservazione ostile del giornale francese torna utile per capire che, diversamente da giornalisti e (cattivi) politici, un Papa non inveisce mai contro singoli uomini, popoli o Stati; non pronuncia parole di odio che vanno a gettare benzina sulle fiamme dei conflitti. Lucio Brunelli, vaticanista di lungo corso, già direttore di Tv 2000, spiega: «Mai, nessun papa in condizioni analoghe, ha citato nomi e cognomi dei leader e nemmeno degli Stati. Sicuramente non lo fece Giovanni Paolo II, sia nella prima che nella seconda guerra in Iraq. I Pontefici hanno sempre trovato il modo affinché il destinatario del messaggio fosse chiaro senza puntargli contro il dito. Come quando papa Wojtyla, già vecchio, si rivolse a Bush, Blair e Aznar, riuniti nel vertice di guerra alle Azzorre, il 16 marzo 2003, chiamandoli "quelli più giovani di me", con queste parole: "Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest'esperienza: Mai più la guerra!, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!". Così Bergoglio non cita la Russia ma è chiaro a chi si rivolge». Del resto, come ha notato il filosofo Massimo Borghesi, il 6 marzo il Papa ha perfino risposto alla propaganda di Putin, che parla di «operazione militare», dicendo: «Non si tratta solo di un'operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria. In Ucraina scorrono fiumi di sangue e di lacrime». Inoltre - spiega Brunelli - bisogna capire che «c'è una sapienza anche diplomatica nel non fare i nomi: lasciare sempre uno spiraglio al dialogo, alla resipiscenza. Non chiudere mai del tutto la porta. Ma ormai nessuno sa più fare Politica e Diplomazia con la maiuscola». 

LA TELA DEL DIALOGO

Infatti il Papa e il Segretario di Stato Parolin continuamente - anche in queste ore - offrono la disponibilità della Santa Sede come mediatrice per tessere la tela del dialogo e della trattativa. Va detto infine che nell'attacco del Monde si riflette l'ideologia oggi dominante - a Ovest come a Est - secondo cui si tratta di guerra fra il Bene e il Male, fra Buoni e Cattivi e che ci si deve arruolare da una parte o dall'altra. Il Papa però non si fa arruolare da nessuno: sta con le vittime. Non fa il cappellano di nessun impero. Non solo perché ogni parte ha le sue colpe e una storia di errori, non solo perché il mondo non si divide fra Nato e Russia, ma soprattutto perché è cattolico, universale, in quanto appartiene al Redentore che vuole salvare tutti, nessuno escluso. Porta al collo la croce che rappresenta tutte le vittime della storia umana, ma quello del crocifisso è un abbraccio che, con le vittime, vorrebbe stringere a sé e salvare anche i colpevoli. È la "folle" misericordia di Dio che ha pietà di tutti. Infatti, come ha detto all'Angelus, il Papa chiede di pregare «per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace». antoniosocci.com

Da ilnapolista.it il 13 marzo 2022.

Il quotidiano Le Monde dedica una pagina al singolare comportamento di Papa Francesco che ha sì speso parole per porre fine alla guerra ma non ha mai condannato l’invasione russa. 

L’articolo del Monde inizia in un modo che in Italia sarebbe fantascienza: 

Papa Francesco chiede la fine della “guerra” in Ucraina, ma per un cattolico che ascoltasse soltanto lui sarebbe molto difficile sapere chi è stato a provocare la guerra. 

Le Monde ricorda il lavoro diplomatico del Vaticano: l’invio di due vescovi in Ucraina; le frasi sul “paese martirizzato” così come la richiesta di “porre fine agli attacchi armati”, l’affermazione sul Vaticano che è disposto a fare tutto per la pace. 

Ha visitato di persona – evento senza precedenti – l’ambasciata russa presso la Santa Sede il giorno dopo lo scoppio delle ostilità.  Ma di condanna formale dell’offensiva russa non c’è traccia nelle sue parole. 

E, prosegue il quotidiano francese, “questa notevole impasse sulle cause del conflitto solleva interrogativi fino a Roma. (…) Questa omissione sul ruolo della Russia nell’innescare lo scontro militare porta gli osservatori a trovare una spiegazione nella politica di riavvicinamento con la Chiesa ortodossa russa perseguita da Papa Francesco. Una politica il cui prezzo alcuni considerano esorbitante. Il suo leader, il Patriarca Kirill, ha sempre dimostrato la sua vicinanza con Vladimir Putin. (…)

Mattarella a messa nella basilica ucraina a Roma: "Faremo tutto quello che si può". Il rettore: "La nostra colpa volere essere europei". La Repubblica il 6 marzo 2022.  

Il presidente della Repubblica nella chiesa del quartiere Boccea che dall'inizio della guerra rappresenta il punto di raccolta e di stoccaggio degli aiuti alla popolazione.

"Grazie presidente Mattarella per la sua presenza", "grazie al popolo italiano per la solidarietà e gli aiuti, non ci sentiamo abbandonati", ha detto don Marco Yaroslav Semehen, rettore della chiesa ucraina di Santa Sofia a Roma, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha risposto: "Faremo tutto quello che si può". Poi l'abbraccio tra i due. E un regalo speciale: una bandiera dell'Ucraina donata da una bambina al capo dello Stato che ha tenuto con sé.

Questa mattina Mattarella ha partecipato alla messa nella basilica ucraina cattolica di Roma nel quartiere Boccea. "Oggi per noi ucraini non è un tempo normale, nonostante le nostre preghiere, stiamo vivendo un periodo molto difficile, il periodo della guerra, dell'invasione russa del nostro Paese. Una guerra inutile, ingiusta. Il popolo ucraino è un popolo pacifico e mai ha avanzato pretese da nessuno, per nessun metro quadrato di terra - ha detto il rettore della chiesa, don Marco, nel corso dell'omelia domenicale - Probabilmente la nostra unica colpa, davanti al governo russo, è quella di volere essere europei".

Gli aiuti alla popolazione ucraina

La chiesa e il suo comprensorio costituiscono dall'inizio della guerra il punto di raccolta e di stoccaggio degli aiuti alla popolazione ucraina, visibili anche all'esterno della chiesa e depositati anche nei locali parrocchiali. Al momento già 12 camion sono partiti per l'Ucraina con la collaborazione di diversi volontari. Lo scorso 3 marzo anche il Cardinale Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, si è recato alla Basilica per recapitare materiale sanitario e generi di sussistenza.

La messa

Oggi ricorre nel calendario liturgico la prima domenica di Quaresima, che nel rito orientale è celebrata con particolare solennità ed è denominata "dell'Ortodossìa". A Santa Sofia si celebra la Divina Liturgia (denominazione della celebrazione eucaristica nel rito bizantino) in lingua ucraina, con la benedizione delle icone. Nelle domeniche di Quaresima viene utilizzata la Divina Liturgia "di San Basilio", in uso solo in alcune circostanze, al posto della abituale Liturgia "di San Giovanni Crisostomo".

La chiesa ucraina di Santa Sofia a Roma

La Chiesa di Santa Sofia, chiesa nazionale a Roma degli ucraini, fa capo all'Esarcato Apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino residenti in Italia. L'Esarcato è stato eretto nel 2019 da Papa Francesco. Dal 2020 Esarca Apostolico è Monsignor Paulo Dionisio Lachovicz. Cattedrale dell'Esarcato è la Chiesa dei Santi Sergio e Bacco, in Piazza della Madonna dei Monti

Nel 1963, subito dopo il suo ritorno dalla prigionia in un gulag siberiano, l'arcieparca Josyf Slipyj avviò una raccolta fondi per costruire a Roma una chiesa per la comunità della Chiesa greco-cattolica ucraina. L'edificio fu progettato dall'architetto Lucio Di Stefano sulla base dei piani originali per la costruzione della cattedrale di Santa Sofia a Kiev. La costruzione, iniziata nel 1967, terminò nel 1969, quando, nel mese di settembre, l'arcieparca Josyf Slipyj e diciassette vescovi, alla presenza di papa Paolo VI, la consacrarono, trasferendovi le reliquie di Papa Clemente I, provenienti dalla basilica di San Clemente al Laterano. La chiesa, dedicata alla Divina Sapienza, nel 1985 è divenuta titolo cardinalizio e nel 1998 è stata elevata al rango di Basilica minore.

I mosaici dell'altare sono dell'artista ucraino Sviatoslav Hordynsky. Nel settembre del 2011 si sono conclusi i lavori di restauro dell'edificio promossi dall'Associazione "Santa Sofia" che è proprietaria della chiesa e degli edifici annessi. Nella cripta della basilica sono sepolti, tra gli altri, alcuni metropoliti e arcivescovi ucraini, oltre ad altre personalità ucraine. Un tempo vi era sepolto anche il cardinale Josyf Slipyj, la cui salma, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica e l'indipendenza dell'Ucraina, è stata traslata a Leopoli. Adiacente alla chiesa si trova l'edificio che è stata sede dell'Università cattolica ucraina a Roma.

Rettore della Chiesa di Santa Sofia dal 2014 è Don Marco Yaroslav Semehen, nato a Ternopil'(Ucraina) nel 1980, sacerdote dal 2008 e dal 2020 presidente dell'Associazione religiosa "Santa Sofia" per i cattolici ucraini, che ha sede presso la Basilica. 

Le iniziative

Presso la Chiesa di Santa Sofia, come pure presso la Cattedrale nel quartiere Monti, sono in corso in questi giorni iniziative di preghiera e di solidarietà a favore del popolo ucraino. Tra le iniziative di preghiera, domenica 28 febbraio Monignor Benoni Ambarus, vescovo ausiliare di Roma, ha presieduto una celebrazione per la pace presso la chiesa di via Boccea.

Quanto alla solidarietà, presso la chiesa è stata avviata una raccolta di aiuti materiali (vestiti, viveri, coperte, medicinali) nonché di offerte in denaro, con una significativa risposta da parte dei cittadini romani e dei connazionali residenti nella Capitale. 

Il Papa: "La guerra è una follia. La Santa Sede impegnata per la pace. Servono corridoi umanitari". La Repubblica il 6 marzo 2022.

Il pontefice: "Grazie ai giornalisti che ci spiegano cosa accade". "La Santa Sede è disposta di fare del tutto, a mettersi in servizio per questa pace", lo ha detto il Papa all'Angelus. "In questi giorni sono andati in Ucraina due cardinali, per servire il popolo, per aiutare - ha annunciato -: il cardinale Krajewski, elemosiniere, per portare gli aiuti ai più bisognosi, e il cardinale Czerny, prefetto "ad interim" del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale".

La guerra delle Chiese: l’ortodossia divisa tra Russia e Ucraina. Andrea Muratore su Inside Over il 9 marzo 2022.

La guerra tra Russia e Ucraina è uno scontro fratricida, una vera e propria guerra civile tra due popoli fratelli che, oltre a colpire una terra cruciale per la geopolitica europea, ferisce anche il cuore identitario dell’Est europeo: il cristianesimo ortodosso. Da tempo coinvolto nella geopolitica dell’Europa orientale: come le rotte del gas, che vedevano Russia e Paesi dell’Est europeo intenti in una partita a scacchi per le forniture con al centro l’Ucraina, anche le vie della fede sono state al centro del mirino in questi lunghi otto anni culminati nell’invasione russa del 24 febbraio scorso.

In questi anni è andata in scena una crescente balcanizzazione del mondo ortodosso che ha indebolito la posizione della Russia, forse per sempre, quale Stella Polare delle Chiese orientali.

I rapporti fra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli, i maggiori dell’ortodossia, si sono fatti sostanzialmente bellicosi dopo lo scisma di Kiev, la cui Chiesa ortodossa ha proclamato l’autocefalia tra il 2018 e il 2019. Un atto visto come provocatorio dal patriarca di Mosca Kiril e da Vladimir Putin, legittimato dall’importante patriarcato di Alessandria e dalla chiesa ortodossa di Grecia. L’ex presidente ucraino Petro Poroshenko ha lavorato per dare legittimità politica all’atto che ha fatto segnare un punto forse di non ritorno nel decoupling dell’Ucraina dalla Russia e dunque nell’allontanamento tra i due Paesi. Kiev parla di libertà religiosa e di giurisdizione autonoma, Mosca di un conflitto alimentato ad arte tra Oriente e Occidente.

Nella guerra di oggi riemergono anche queste ferite. Colpi inferti a una tradizione di convivenza e a un legame sistemico, umano, culturale che anche nella Chiesa occidentale è stato visto come cruciale per l’ecumenismo. Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno a lungo proposto la visione delle due Chiese, quella romana e quella orientale, come i due polmoni dell’Europa. Associando Cirillo e Metodio a Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi, la liturgia antica di matrice bizantina della Seconda Roma (Costantinopoli) divenuta Terza (Mosca) alla Prima, alla  Città Eterna, in nome dell’ecumenismo. Papa Francesco ha visitato l’Ucraina e incontrato Kiril all’aeroporto di L’Avana, nel 2015, pensando di vedere in lui il rappresentante unificato del mondo ortodosso. La guerra di religione andata in scena dopo i fatti del 2014, la secessione del Donbass, la proclamazione dell’autocefalia ucraina e rinfocolata dall’attuale conflitto può mandare in frantumi questo lungo processo di incontro.

Le minacce velate di bombardamento russo alla cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in quest’ottica, appaiono leggibili nell’ottica di una guerra che è anche conflitto identitario: Vladimir Putin, presidente cesaro-papista di cui Kiril è fedele alleato, “cappellano del Cremlino”, si presenta come vendicatore dell’ortodossia moscovita e il timore ucraino è che possa arrivare alle estreme conseguenze. Non accadrà: il danno è già fatto, il fiume secolare della storia che connette Russia e Ucraina ha preso la funzione di linea di divisione dopo che Mosca e Kiev si sono separate nel cuore della Chiesa ortodossa.

L’Ucraina ha conosciuto la divisione tra la Chiesa favorevole a Mosca, guidata dal patriarca Filarete, e quella scismatica guidata da Epifanio, primate d’Ucraina e metropolita di Kiev a cui i filaretiani hanno contrapposto un altro noto prelato, Onufriy.  Divise su tutto, durante l’attacco russo le due anime della Chiesa ucraina si sono ricompattate.

Il metropolita Onufriy di Kiev ha parlato di “guerra fratricida” in occasione dell’invasione russa dell’Ucraina. Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina – ha dichiarato apertamente nel discorso del 24 febbraio – ci appelliamo anche al presidente della Russia affinché fermi immediatamente la guerra fratricida. I popoli ucraino e russo sono usciti dal fonte battesimale del Dnepr e la guerra tra questi popoli è una ripetizione del peccato di Caino, che uccise con invidia il proprio fratello. Una simile guerra non ha giustificazione né presso Dio né presso l’uomo”. Molto diverso l’atteggiamento di Kiril, il quale ha sì espresso una dura condanna, rivolta però al governo ucraino. In un’omelia tenuta mente presiedeva la Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca nella giornata del 7 marzo Kiril, riprendendo il discorso di Putin del 21 febbraio scorso, ha rimarcato le “sofferenze” provate dal popolo del Donbass a causa del governo di Kiev. In seguito il patriarca di Mosca ha indicato nel rifiuto dei valori cristiani da parte dell’esecutivo ucraino, comprendente tra le altre cose l’organizzazione dei gay pride, uno dei motivi per ritenere giustificata l’aggressione.

Ducentotrentasei chierici ortodossi russi, ha ricordato Francesco Boezi su IlGiornale.it, hanno mostrato dissenso verso le prese di posizione di Kiril. Ma il danno ormai è fatto: la rottura tra le due ortodossie è diventata bellica dopo esser partita come scisma. E questo, per Vladimir Putin e Kiril, è forse un passaggio decisivo: la dichiarazione di autocefalia del patriarcato del Kiev è stata una vera e propria riaffermazione dell’indipendenza ucraina dopo la secessione dall’Urss trent’anni fa; il peso della storia della cristianità ortodossa e dell’identità nazionale russa che fa riferimento a Vladimir I principe di Kiev arriva fino ad oggi mentre l’Ucraina vuole dissociarsi e separare una volta per tutte la sua strada. Di “guerra di religione” parla esplicitamente Andrea Molle, docente di Scienze Politiche alla Chapman University di Orange, California, ricercatore presso START InSight. Molle, contattato da InsideOver, ci spiega che a suo avviso in Occidente “abbiamo la certezza che Putin abbia invaso l’Ucraina per ragioni geopolitiche, strategiche o economiche” e ci dimentichiamo della religione, “fattore fondamentale della politica”. “La Chiesa ortodossa d’Ucraina non ha mai riconosciuto la pretesa di primato di Mosca”, nota Molle, e questo “è un problema serio per Putin, nella cui teologia ortodossa” la capitale ucraina, capitale del primo Stato russo della storia, “è religiosamente seconda solo a Gerusalemme”. Per il presidente, “la cui fortuna politica si deve anche alla sua capacità di fare leva sul sentimento religioso del popolo”, schierarsi contro Kiev “è necessario per legittimare le proprie aspirazioni politiche e religiose”.

Si tratta di una chiave di lettura interessante che mostra i nervi scoperti della storia, il peso sistemico di un’eredità plurisecolare convergente, oggigiorno, nella guerra più calda d’Europa dal 1945. In cui la battaglia per le città ucraine diventa battaglia per il cuore e le menti della storia, con alle spalle l’eredità comune di un passato che si è, improvvisamente, spezzato. E il rischio grande, quando di guerre di religione si parla, è che lo scontro diventi imprevedibile e irriducibile. Specie se, dal lato russo, il patriarcato diventa zelante sostenitore di nuove crociate piuttosto che pontiere per la pace.

Kirill trasforma la guerra di Putin in una crociata contro il «grande Satana». PASQUALE ANNICCHINO, giurista, su Il Domani il 09 marzo 2022

Esiste una funzione pedagogica delle teologie politiche che si rivela nella sua massima potenza nei momenti di crisi.

Se i riferimenti al “grande Satana” arrivano non solo dall’islamo-fascismo degli ayatollah ma, dopo gli adattamenti nord-coreani e venezuelani, continuano a diffondersi, non resta che riflettere.

Con un nuovo intervento Kirill conferma il suo ruolo di supremo interprete della teologia politica post sovietica. La Russia è nella sua narrazione il veicolo di resistenza rispetto all’avanzata del demonio e alla possibilità della fine della civiltà.

PASQUALE ANNICCHINO. Giurista. È ricercatore presso il dipartimento di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Foggia. È stato professore aggiunto di diritto presso la St. John's Law School di New York e ricercatore presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies presso l'EUI. Ha scritto per Il Foglio e il Corriere Fiorentino.

Il dialogo tra il patriarca e il papa è già un ricordo. MARCO GRIECO su Il Domani il 09 marzo 2022

Era il 2017 quando papa Francesco riconobbe per la prima volta il sanguinoso conflitto in Ucraina, ricevendo il plauso della chiesa greco-cattolica del paese. Oggi, invece, la Santa sede sceglie la prudenza diplomatica.

I tentativi di negoziato promossi dalla Santa sede per ora si sono risolti in una telefonata del cardinale Pietro Parolin al ministro degli Esteri russo: apertura di corridoi umanitari e stop ai combattimenti è l’appello.

Gli accorati appelli del mondo cattolico a un intervento di papa Francesco stanno sfumando. Per il momento la linea della chiesa cattolica è la cosiddetta «diplomazia umanitaria». Ma basterà?

MARCO GRIECO. Giornalista freelance, ha scritto per l'Osservatore Romano e per il quotidiano digitale In Terris.

Serena Sartini per “il Giornale” il 9 marzo 2022.

Papa Francesco aveva capito già da qualche giorno che l'asse con il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie sarebbe sfumato. Ancora prima della sua omelia di domenica in cui ha appoggiato la guerra di Putin definendola una guerra alle lobby gay. E così, deciso nella sua missione di tentare tutte le carte per riportare la pace in terra ucraina, Francesco - lontano anni luce dal pensiero di Kirill - ha inviato due cardinali per mandare il suo sostegno spirituale, materiale e diplomatico. 

Tra i due porporati, il suo elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski, che è giunto proprio a Leopoli dopo essere arrivato al confine dalla Polonia. Si è mossa anche la diplomazia vaticana ad alti livelli: il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato ha avuto un colloquio telefonico con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov. 

Parolin ha ribadito la necessità di porre fine ai combattimenti in Ucraina e manifestato la disponibilità della Santa Sede per qualsiasi tipo di mediazione. La tragedia della guerra si intreccia tra politica e religione, in una terra dove anche le differenti anime ortodosse non sono allineate. 

Non pochi esponenti di spicco delle diverse Chiese si sono rivolti direttamente a Kirill affinché chiedesse a Putin di porre fine alla guerra. E alla fine il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie è rimasto fedele al legame con il presidente russo e ha appoggiato la guerra, dopo giorni di silenzio. In una posizione distante è senza dubbio un altro leader ortodosso, a capo della Chiesa autocefala dell'Ucraina, non sottoposta quindi al Patriarcato moscovita ma riconosciuta da quello di Costantinopoli.

Il metropolita di Kiev, Epiphaniy, ha rivelato che dal giorno in cui sono iniziati gli attacchi, i russi hanno cercato di ucciderlo tre volte. Tre agenti russi hanno tentato di entrare nella cattedrale dell'Arcangelo Michele con la Cupola d'oro. «Sono stato informato da agenzie straniere - ha rivelato - che sono l'obiettivo numero 5 nella lista dei russi delle persone da uccidere».

Mentre l'arcivescovo di Kiev, Shevchuck, è arrivato addirittura ad invocare la no-fly zone. A criticare Kirill sono stati non solo i fedeli ucraini legati al Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, ma anche i membri della Chiesa ortodossa fedele a Mosca. 

Il Santo Sinodo ha chiesto che non si versi «altro sangue fratricida» e il metropolita locale, Onufryi, ha fatto appello a Putin per «porre fine alla guerra sul suolo ucraino». 

A criticare il sermone di Kirill anche 230 religiosi. La base della chiesa ortodossa che risponde al patriarcato di Mosca ha espresso dubbi e perplessità sulla linea filogovernativa che vede i suoi vertici aderire alla linea del Cremlino. A questo è seguita una raccolta firme di diverse centinaia di persone, appartenenti non solo al mondo religioso ma anche a quello accademico e intellettuale, contro l'omelia di Kirill.

Giuliano Foschini per repubblica.it il 9 marzo 2022.

Sono passati sei anni, era il febbraio del 2016, e nel mezzo non ci sono soltanto parole. Ma un altro mondo. «Deploriamo lo scontro in Ucraina», «costruite la pace» diceva, abbracciato a Papa Francesco, in un incontro storico avvenuto nell’aeroporto di Cuba, il patriarca ortodosso Kirill. 

Lo stesso che 48 ore fa, nel corso del suo sermone nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, ha tuonato con espressioni incredibili sul conflitto in Ucraina. Parlando del presente, ma anche del passato: «Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass» ha detto. «Oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo ‘felice’, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile: sapete cos’è questo test? È molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay».

Le parole hanno fatto presto il giro del mondo, sconvolgendolo. Hanno colpito i fedeli. Travolto chi, ancora in questi giorni, pensava che un pezzo di pace potesse essere ancora costruito sull’asse della Chiesa: in questo 2022, tra giugno e luglio, era in programma un altro storico incontro, tra Kirill e Papa Francesco. Forse a Mosca. Forse a Bari, il luogo per eccellenza dell’unione delle due Chiese, perché casa di San Nicola: il simbolo è la statua donata nel 2003 alla città proprio da Putin, come ricorda la targa appesa davanti alla Basilica. 

Si era pensato nei primi giorni del conflitto che una possibilità potesse essere accelerare i tempi dell’incontro, come se la fede potesse farsi buon senso. Il Papa, non a caso, ha incontrato il 18 febbraio l’ambasciatore russo, con la crisi in Ucraina già esplosa, senza però usare toni duri, proprio per lasciare una porta aperta alla conciliazione. Poi è arrivato il sermone di Kirill che sembra aver chiuso definitivamente le porte. 

Eppure gli addetti ai lavori non si sono mostrati affatto stupiti rispetto a quanto accaduto. Era chiaro a tutti che un pezzo di questa guerra fosse anche religiosa: nel 2018 c’è stato uno scisma tra la Chiesa di Kiev e quella di Mosca. E in questo conflitto la Russia vuole conquistare territori ma anche i 30 milioni di fedeli ucraini.

Ancora: secondo diversi report di intelligence dell’ultimo anno, Kirill, da sempre appiattito sule posizioni di Putin, aveva visto incrinarsi i suoi rapporti con il Cremlino, Non a caso c’era chi aveva fatto notare come, recentemente, Kirill fosse - protetto anche dalla questione Covid - quasi scomparso dai radar ufficiali: niente photo opportunity con Putin, poche immagini e molti, lunghi, comunicati ufficiali. Per recuperare, doveva entrare con un discorso violento come quello consegnato ai fedeli. Confermando la sua fedeltà al Governo.

Anche perché negli ultimi mesi era apparso spesso accanto a Putin un altro religioso ortodosso di peso, il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche. Che a febbraio, dalle mani del presidente, aveva ricevuto una delle massime onorificenze: l’Ordine di Aleksandr Nevskij. Proprio in quell’occasione Hilarion fece un riferimento esplicito all’Ucraina che, letto oggi dalla nostra intelligence, sembra non essere stato affatto casuale: «Ci occupiamo - disse - non solo di affari esteri, ma anche di relazioni interreligiose nella nostra Patria. E negli ultimi anni ci sentiamo sempre di più una sorta di dipartimento di Difesa, perché dobbiamo difendere le sacre frontiere della nostra Chiesa». Erano i primi giorni di febbraio e la guerra era già cominciata.

Il Papa e quattro Chiese: la difficile strada di Bergoglio. Francesco Boezi il 6 Marzo 2022 su Il Giornale.

Il dialogo avviato con il patriarca Kirill, le complesse logiche confessionali ucraine e le differenze di atteggiamento verso Vladimir Putin. Il ruolo di "mediatore" di papa Francesco è tutto fuorché semplice.  

La funzione che il Vaticano sta cercando di ricoprire per la pacificazione del conflitto scatenato da Vladimir Putin in Ucraina non è semplice. Il Papa, rompendo gli indugi, si è recato presso l'ambasciata russa nella Santa Sede: il gesto è suonato più o meno come unA candidatura a "mediatore". Ed è possibile che il vertice della Chiesa cattolica, seppur sotto traccia e senza investitura ufficiale, stia lavorando in queste fasi per il cessate il fuoco.

La situazione religiosa e confessionale vigente in Ucraina, però, è complessa. E i rapporti che il Santo Padre ed il Vaticano devono tenere in forte considerazione, anche rispetto all'attività diplomatica, si diramano in una serie di logiche diversificate. Dinamiche che risultano tuttavia essenziali per comprendere il contesto in cui avviene il conflitto. Alcuni elementi per nulla di contorno interessano i rapporti che le varie istituzioni ecclesiastiche presenti in Ucraina hanno con la Chiesa ortodossa russa, che è stata un'interlocutrice (lo è ancora) della stessa Santa Sede.

Jorge Mario Bergoglio, in questi nove anni di pontificato, non ha mai nascosto il sogno di un "cristianesimo universale". E a questo fine si è riconciliato, primo nella storia recente, con il patriarca di Mosca Kirill (o Cirillo I). L'ex arcivescovo di Buenos Aires e l'arcivescovo ortodosso di Mosca hanno avuto modo d'incontrarsi e di abbracciarsi a L'Avana, nel febbraio del 2016, dopo quattro anni passati ad edificare canali di dialogo.

Non è stato un passaggio scontato ma Francesco non ha mai celato il desiderio di una visita apostolica in Russia. In questi giorni così complessi, poi, si è spesso ricordato di quanto e di quando il Papa avesse dialogato volentieri anche con lo stesso Vladimir Putin, che per gli ortodossi russi, vista anche la prossimità con il patriarcato moscovita, può essere considerato qualcosa in più di un semplice capo di Stato. Comunque sia, chi, come Bergoglio, persegue il disegno del dialogo interreligioso a tutti i costi non poteva e non può dribblare la dialettica tra il cattolicesimo e gli ortodossi.

Una premessa utile - quella su Bergoglio, Kirill e la Russia - ad introdurre un altro fattore caratterizzante di questa vicenda: il forte legame che c'è tra una parte della Chiesa ortodossa ucraina ed il patriarca Kirill. Ma l'Ucraina, sotto il profilo religioso, presenta ulteriori particolarità: esiste un patriarcato ortodosso di Kiev, che è slegato da quello di Mosca, ed anche una Chiesa autocefala, che si dichiara sì ortodossa ma che si professa indipendente tanto rispetto al patriarcato di Kiev quanto rispetto a quello della capitale russa. E in questo ginepraio di differenze il Vaticano sta cercando di muoversi per accelerare un processo di pace.

Come se non bastasse in termini di complessità, vale la pena specificare come soltanto la metà degli ucraini siano ortodossi: una buona parte di popolazione appartiene alla Chiesa greco-cattolica che è assoggettata, per così dire, a Roma ma che presenta a sua volta alcune peculiarità, con tendenze culturali ed organizzative da Chiesa nazionale. Un altro attore in campo cui Jorge Mario Bergoglio ed il segretario di Stato Pietro Parolin devono guardare. Anzi, se possibile, la Chiesa greco-cattolico ucraina è quella cui il Vaticano deve badare con più attenzione, essendo la più vicina sotto il profilo istituzionale e confessionale.

Mentre il cardinale Pietro Parolin dimostra vicinanza ai cattolici ucraini, agli ortodossi ucraini e non solo, Kirill ha deciso in un certo senso di alzare il tiro: come ripercorso da Il Messaggero, Cirillo I ha sottolineato come papa Francesco non abbia stigmatizzato l'invasione dell'Ucraina da parte di Vladimir Putin. D'altro canto, come si apprende dall'Adnkronos, i vescovi cattolici polacchi ma anche gli ortodossi ucraini (molti di quelli legati a Kiev ma anche più di qualche realtà che, prima della guerra, sarebbe stata associata al patriarcato di Mosca con una certa facilità) stanno domandando a gran voce al patriarca di Mosca di condannare la guerra senza tentennamenti. La tensione, insomma, per quanto resti unicamente sul piano teoretico, corre anche sul filo del dialogo interreligioso.

Ducentotrentasei chierici ortodossi russi, stando all'Ansa, hanno voluto esprimere dissenso rispetto all'atteggiamento sulla guerra del patriarcato di Mosca. In ogni caso, numerosi commentatori, proprio per via della capacità che il Santo Padre ha avuto nel costruire e mantenere rapporti con entrambe le realtà in conflitto, ritengono che il Papa possa essere il miglior mediatore possibile tra le parti.

Chi è Kiril, il patriarca di Mosca. Andrea Muratore su Inside Over il 10 marzo 2022.

Tra le figure protagoniste dell’odierna storia russa dopo Vladimir Putin un solo uomo ha avuto sul Paese un’influenza paragonabile e tanto estesa, ovvero il Patriarca Kiril.

Sedicesimo patriarca di Mosca, primate di Russia e capo della Chiesa ortodossa nazionale Kiril si è formato religiosamente nella tarda Unione Sovietica e ha ereditato dal predecessore, Alessio II, il compito di condurre la sua organizzazione nel mondo globalizzato con una Russia che, sotto la guida dello “Zar” del Cremlino, viveva un profondo conflitto tra svolte politiche e modernità.

Accusato di essere il “cappellano del Cremlino” per il sostegno alla svolta politica dell’era putiniana e per le decisioni prese in campo geopolitico e di politica estera, Kiril ha condotto la Chiesa ortodossa russa ad essere uno dei polmoni con cui il Paese respira nell’era presente assieme all’autorità politica. Interpretandone connotati identitari, dinamiche sociali, rigidità e facendosi di essa espressione. A testimonianza di come, nell’Europa orientale, la storia della cristianità continui a camminare.

Un patriarca in una Chiesa in trincea

Kiril, al secolo Vladimir Mikhailovich Gundyayev, è nato a Leningrado, l’attuale San Pietroburgo nel 1946. Ha studiato fin da giovane nel mondo delle scienze religiose, conseguendo nel 1969 la laurea in Teologia all’Accademia Teologica di Leningrado dove il fratello Nikolaj è oggigiorno docente.

Completando nel frattempo il seminario, venne ordinato nei gradi della Chiesa ortodossa lo stesso anno il 9 aprile dal Metropolita Nicodemo col nome religioso con cui è attualmente noto, in onore del patrono della cristianità orientale.

Fin dall’inizio Kiril si è mostrato attivo su due fronti. Da un lato ha conosciuto una rapida ascesa nelle gerarchie della Chiesa ortodossa per la vicinanza a Nicodemo di cui è stato segretario personale e organizzatore a livello seminariale. Dall’altro si è consolidato come esperto teologico e dottrinale nel quadro di una Chiesa che si apriva all’ecumenismo riannodando i fili con la cristianità cattolica e, al contempo, combattendo per le menti e i cuori dei cittadini russi nel pieno della fase terminale della parabola dell’Unione Sovietica.

Nel 1971 ha iniziato una carriera “diplomatica” al Congresso Mondiale delle Chiese in seguito alla nomina ad arcimandrita. Ecumenista sul fronte esterno e conservatore su quello interno, Kiril ha da allora in avanti promosso questa precisa strategia doppia ma tutt’altro che incoerente, se pensiamo a come la volontà di tenere le posizioni dottrinali e quella di aumentare la proiezione diplomatica dell’ortodossia si fondessero nell’obiettivo di ricordare al mondo l’esistenza della più grande comunità cristiana della superpotenza comunista. 

La lunga ascesa di Kiril

Dal sostegno alla campagna delle Chiese per il disarmo al dialogo con i cattolici, Kiril ha iniziato da “diplomatico” del Patriarcato una lunga ascesa poi riverberatasi nel suo cursus honorum episcopale.

Nel 1976 è stato nominato Vescovo di Vyborg, piccola città strappata dall’Urss alla Finlandia nel 1940 dopo la Guerra d’Inverno, e “proconsole” nell’importante Arcidiocesi di Leningrado, di cui fino al 1982 ha presieduto il Concilio Diocesano. Nel 1984 è stato elevato al titolo di Arcivescovo di Smolensk, aggiungendo la reggenza su Kaliningrad nel 1988. Dal 1975 al 1998 ha ricoperto, inoltre, l’importante carica di membro del Comitato Centrale del Consiglio Mondiale delle Chiese.

Nel 1991 ha ricevuto l’elevazione al ruolo di metropolita, ovvero di responsabile di un’intera provincia ecclesiastica. In quello stesso anno il tracollo dell’Unione Sovietica aprì la strada alla lunga traversata del deserto della Russia contemporanea, in cui gli Anni Novanta sarebbero stati un periodo di torbidi, travagli e stravolgimenti sociali.

Kiril li visse da pontiere dell’ortodossia, promuovendo opere assistenziali e di carità negli anni del tracollo economico e dopo il default del 1998, parlando più volte in programmi televisivi e pubblicando libri sull’importanza dell’ortodossia nella storia russa. La sua opera andò a sostegno dell’attività di Alessio II (in carica dal 1990 al 2009), primo patriarca attivo nell’era post-sovietica, che provò a ricucire il trauma della dissoluzione dell’Unione Sovietica alzando all’onore degli altari i martiri vittime per la propria fede delle persecuzioni sovietiche ma non puntando a demonizzare il comunismo come male assoluto. Come Giovanni Paolo II, Alessio II capì che la minaccia principale alla spiritualità contemporanea venivano dal relativismo culturale, dalla mentalità consumistica, dalla globalizzazione neoliberista. Provò a calare nella realtà russa dei suoi tempi queste lezioni anche grazie all’operato di Kiril, che tra le altre cose mantenne dritta la barra del timone del dialogo con Roma.

Pontiere ecumenico o "cappellano del Cremlino"?

Alla morte di Alessio, nel 2009 Kiril fu eletto Patriarca di Mosca e primate di Russia, diventando la guida spirituale della seconda istituzione cristiana dopo la Chiesa cattolica. A Roma la sua ascesa fu colta con grande attenzione e trepidazione: Papa Benedetto XVI voleva proseguire la strada dell’ecumenismo e con l’enciclica Caritas in Veritate apparve ben disposto al dialogo con gli ortodossi. Nico Spuntoni in Vaticano e Russia nell’era Ratzinger ha scritto che l’ascesa di Kiril “ha posto Roma e il mondo cristiano di fronte a una personalità di rilievo, che si è qualificata come un interlocutore dotato di una visione articolata del presente e del futuro del cristianesimo, con cui condividere la consapevolezza della necessità della rivivificazione del rapporto tra cristianesimo ed Europa”.

Kiril dialogò a tutto campo con la Chiesa cattolica e seppe costruire una forte realizione con Benedetto XVI, per quanto mai culminata in un incontro se non con il suo successore, Francesco, con cui Kiril si vide nello storico faccia a faccia all’aeroporto di L’Avana del febbraio 2016.

Alle dimissioni di Ratzinger Kiril scrisse: “in un momento in cui l’ideologia del permissivismo e del relativismo morale, cerca di sloggiare dalla vita delle persone i valori morali, Voi avete coraggiosamente alzato la voce in difesa degli ideali del Vangelo, l’alta dignità dell’uomo e la sua vocazione alla libertà dal peccato. […] Negli anni del vostro ministero il rapporto tra le nostre Chiese ha ricevuto un impulso positivo, per la testimonianza comune di Cristo crocifisso e risorto nel mondo moderno”. In queste parole ci fu il seme gettato che portò alla fase più alta del dialogo tra cattolicesimo e ortodossia dallo scisma del 1054 in avanti.

Al contempo, Kiril in patria doveva fare i conti con il “fattore Putin”. L’ascesa inesorabile ai vertici dello Stato dello “Zar” del Cremlino portò in un certo senso un sistema cesaropapista al potere. Putin ha capito l’importanza politica e simbolica dell’idea storica della Santa Madre Russia, Kiril sul fronte interno ha suffragato la visione politica del governo aprendo alla critica agli eccessi del modello occidentale, a una visione sociale estremamente conservatrice, alla definizione di “miracolo diI Dio” per la rinascita economica del Paese dopo il caos degli Anni Novanta.

All’estero questo ha portato a considerare l’ibridazione graduale tra trono e altare come l’attestazione di un appiattimento di Kiril su Putin, tanto da portare al suo soprannome di “cappellano del Cremlino”. Questo non è vero fino in fondo: nel 2014, ad esempio, Kiril si rifiutò di incorporare nella Chiesa ortodossa russa le diocesi crimeane. Col passare degli anni, però, le logiche del conflitto hanno prevalso e Kiril ha sempre di più dato l’impressione di fornire un esplicito sostegno religioso alle mosse del Cremlino. Nulla però ha fatto scalpore quanto le uscite del solitamente moderato e attento Kiril nel 2022. Nei giorni dell’invasione russa dell’Ucraina Kiril ha definito “terribili” le sofferenze subite dai cittadini del Donbass e parlato di “forze del Male” in riferimento agli avversari di Mosca.

La guerra ha avuto, del resto, anche ragioni religiose: nel 2018-2019 il Patriarcato di Mosca ha subito il distacco della Chiesa ucraina, “scismatica” secondo il governo russo. L’irriducibilità della contesa russo-ucraina sta anche in questo problema che affonda le radici nella storia. Come la radicalizzazione di una figura storicamente ben più posata come Kiril testimonia apertamente, anche trovare una soluzione sarà molto complesso in quest’ottica.

Il fasciortodosso. L’omofobia del patriarca di Mosca ha svelato la natura criminale dell’invasione russa. Giuliano Cazzola su L'Inkiesta il 9 Marzo 2022.

Kirill I ha indicato la lobby Lgbti come il vero nemico della campagna di Putin, sostenendo che l’oppressione delle popolazioni russofone del Donbass è stata fatta imponendo con la forza i gay pride

Grazie a Kirill, il Patriarca della Chiesa ortodossa di Mosca e di tutte le Russia, l’opinione pubblica internazionale ha scoperto i gravi motivi che hanno indotto Vladimir Putin a invadere l’Ucraina con l’obiettivo – come si diceva una volta – di farne un deserto e di chiamarlo pace. 

Nel suo sermone al termine della Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, il Patriarca ha indicato, urbi et orbi, il vero nemico: la lobby gay.

In sostanza, a dire del Sant’uomo, nel governo di Kiev non vi sono solo drogati e nazisti, ma omosessuali (anzi – visto il contesto – prendiamoci la libertà di tornare al pluridecennale repertorio della commedia all’italiana: froci, recchioni, checche, busoni, culatoni e via andare), incuranti di quanto è divenuto politicamente corretto nell’Occidente dell’identità di genere. 

E come si sarebbe manifestata l’oppressione delle popolazioni russofone del Donbass? Con le armi, la discriminazione, il genocidio? No; venivano loro imposti con la forza i gay pride, perché secondo Kirill queste parate «sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano». 

«Ecco perché per entrare nel club di quei paesi (la Ue? L’Alleanza atlantica? ndr) è necessario organizzare (che sia una clausola riservata degli Accordi di Maastricht? ndr) una parata del gay pride». 

Non per fare una dichiarazione politica ’’siamo con te’’, non per firmare accordi, ma – ha proseguito il Patriarca – per organizzare una parata gay.

«E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si tratta di imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi, di imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità». 

Non lo sapevamo, ma pare che in quelle martoriate terre, in mezzo a popolazioni tutte casa e famiglia, rigidamente eterosessuali e timorate di Dio, il governo di Kiev inviasse i carri armati a proteggere le variopinte sfilate dell’orgoglio gay e costringesse i russi ad assistervi impotenti. 

«Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio – ha osservato ancora Kirill – se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì». 

L’invasione russa dunque non è, come avevamo creduto, una questione di confini, di zone di influenza, di sicurezza nazionale, di vocazione imperialista ma una lotta contro i modelli di vita promossi dalle parate gay. A leggere bene le liste di proscrizione stilate da Putin, si potrebbe dubitare che l’Italia non vi sia inclusa per aver aderito alle sanzioni e all’invio di armi ai demo-nazi-tossico-gay ucraini. 

Se lo zar, nuovo difensore della fede, si è fatto consigliare da Kirill potrebbe pretendere, da noi, l’impegno – magari attraverso un emendamento nella Costituzione (che ormai ne ha viste di ogni) in favore della famiglia naturale – che il Parlamento non approvi mai in via definitiva il ddl Zan. 

Era questa, forse, la promessa che Putin si aspettava dalla visita annunciata di Mario Draghi a Mosca? L’opinione pubblica occidentale si è meravigliata quando Vladimir il Terribile. ha parlato di operazione di peacekeeping, senza capire che le sue intenzioni erano proprio quelle di far viaggiare i buoni costumi sui tank e di adornare di rosari i cannoni. E di liberare l’Ucraina dai peccatori contro natura, affossatori della ’’civiltà umana’’. 

In pratica una crociata per re-invertire – Kirill docet – gli invertiti. Peccato che il diavolo ci infili sempre la coda. Nei Campi di sterminio che nel secolo scorso un nazista doc aveva sparso per tutta l’Europa, oltre agli ebrei e agli zingari (e agli avversari politici) erano rinchiusi anche gli omosessuali.

Chi è il patriarca russo Kirill, che ha parlato di una guerra «contro l’Occidente» che «sostiene i gay». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera l'8 Marzo 2022.

Vicino a Putin, finora si era mantenuto prudente rispetto alla guerra in Ucraina. Si dice fosse contrario all’annessione della Crimea e nel 2014 evitò di partecipare alle celebrazioni. Nel suo sermone di domenica, nessuna parola sulle vittime ucraine.

Dimenticate lo starec Zosima, il monaco de I Fratelli Karamazov che in Dostoevskij è l’immagine più pura del cristianesimo ortodosso, «ricordati soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno». Il sermone di Kirill , patriarca ortodosso di Mosca, sembra destinato a rendere a lungo irrimediabile la frattura nel mondo ortodosso e assai arduo il percorso di avvicinamento, già faticoso, con la Chiesa di Roma. Il fatto che sia stato pronunciato durante la «Domenica del Perdono» è il tocco grottesco al compimento della parabola di Vladimir Michajlovič Gundjaev, nato 75 anni fa nell’allora Leningrado, sedicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie, capo di una Chiesa che assomma 150 milioni di fedeli, circa la metà del mondo ortodosso. 

E non ci sono solo le considerazioni sul «combattimento» contro «i cosiddetti valori del potere mondiale» rappresentati dalla lobby gay, la «parata gay» come «test» della «libertà» com’è intesa in Occidente. 

Non c’è solo l’assenza di una sola parola di dolore per le vittime civili in Ucraina , le famiglie, i bambini, salvo i riferimenti a russofoni nel Donbass. 

C’è, al fondo, l’evocazione di una guerra santa , di un conflitto che «non ha solo un significato politico» perché «si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l’umanità», di «una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico»: un conflitto ontologico tra bene e male, dove il male è l’Occidente corroso dal peccato.

Che la chiesa ortodossa russa scontasse il «costantinismo» e un’alleanza secolare tra trono e altare alimentata dal nazionalismo era noto, come nota è la complicità e l’influenza reciproca tra il patriarca di Mosca e Putin . Ma finora Vladimir Michajlovič era stato attento a non esporsi troppo in pubblico. Cresciuto in una famiglia molto religiosa, monaco dal 1969, ha fatto una carriera folgorante fin dagli anni sovietici, gli studi all’Accademia teologica di Leningrado-San Pietroburgo della quale divenne poi rettore, la nomina a vescovo di Vyborg (1976), arcivescovo di Smolensk (1984) e Kaliningrad (1988) e metropolita (1991), Alessio II che nel 1989 lo sceglie come presidente del dipartimento affari religiosi esteri e quindi «ministro degli esteri» del Patriarcato, infine il vecchio patriarca che muore e Kirill che gli succede nel 2009. Dal 1996 al 2000 aveva diretto i lavori per l’elaborazione dei Fondamenti della concezione sociale della Chiesa ortodossa russa, nei quali tra l’altro si legge: «Lo Stato riconosce che il benessere terreno è inconcepibile senza l’osservanza di determinate norme morali, di quelle stesse che sono indispensabili anche per la salvezza eterna dell’uomo. Per questo gli obiettivi e l’attività della Chiesa e dello Stato possono coincidere non solo per quanto riguarda la ricerca di una prosperità puramente terrena, ma anche per la realizzazione della missione salvifica della Chiesa».

Eppure, almeno finora, Kirill si era mantenuto prudente. Si dice fosse contrario all’annessione della Crimea e nel 2014 evitò di partecipare alle celebrazioni. Nei rapporti esterni, ha legato il suo nome all’incontro storico con Francesco a Cuba, il 12 febbraio 2016, il Papa della Chiesa cattolica e il Patriarca ortodosso di Mosca che infine si vedono «per grazia di Dio» ai Caraibi, in una saletta all’aeroporto dell’Avana, per la prima volta dopo il «Grande Scisma» tra Occidente e Oriente del 1054. Letta oggi, quella «dichiarazione congiunta» che ha fatto epoca è carta straccia, «deploriamo lo scontro in Ucraina» , «invitiamo le parti all’azione per costruire la pace», «auspichiamo che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia», la «nostra fratellanza cristiana», parole al vento come quelle rivolte il 3 marzo al nunzio apostolico a Mosca, l’apprezzamento di Kirill per «la posizione moderata e saggia della Santa Sede su molte questioni internazionali».

Da tempo si sta preparando un nuovo incontro «in territorio neutro» tra il Papa e il patriarca. Prima dell’invasione, la diplomazia russa diceva «a giugno o luglio», adesso chissà. Negli ultimi giorni i vescovi cattolici europei, gli ortodossi della chiesa autocefala ucraina e lo stessa chiesa di Kiev rimasta legata al patriarcato di Mosca avevano chiesto al Patriarca di Mosca di dire qualcosa. Alla fine lo ha fatto, scegliendo l’isolamento.

Nel discorso nessun riferimento ai morti ucraini. Chi è Kirill, il patriarca russo che ha parlato di una “guerra giusta” in Ucraina perché “contro i gay”. Elena Del Mastro su Il Riformista l'8 Marzo 2022 

Ha scelto un momento evocativo importante per dire la sua, “la domenica del perdono”. Ma di perdono nel suo sermone c’era ben poco. Kirill I, capo della chiesa ortodossa russa, in un sermone ha benedetto la guerra contro l’Ucraina con parole dure. Per lui la guerra della Russia in Ucraina “è giusta” perché vanno puniti modelli di vita peccaminosi e contrari alla tradizione cristiana come “il gay pride“. E così ha probabilmente messo un freno all’arduo percorso di avvicinamento con la Chiesa di Roma.

Kirill I è nato 75 fa nell’allora Leningrado con il nome di Vladimir Michajlovič Gundjaev. È il sedicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie, capo di una Chiesa che assomma 150 milioni di fedeli, circa la metà del mondo ortodosso ed è un fedelissimo di Putin. Nel sermone Kirill non ha fatto menzione dei morti ucraini, del dramma dei bambini, salvo un riferimento ai russofoni del Donbass.

Kirill nel sermone pronunciato nella Domenica del Perdono, che in Russia apre la Quaresima, approva l’invasione della Russia arrivata dopo che “per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass“, “dove c’è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”. E secondo Kirill “oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo ‘felice’, il mondo del consumismo eccessivo, il mondo della ‘libertà’ visibile. Sapete cos’è questo test? E’ molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay” e le repubbliche separatiste del Donbass hanno respinto questo “test di lealtà” all’Occidente, esortandole alla resistenza contro i valori promossi dalla lobby gay.

Ha quindi affermato che la guerra riguarda la divisione tra i sostenitori del gay pride – o i governi occidentali che li permettono – e i loro oppositori nell’Ucraina orientale sostenuta dalla Russia. “Oggi i nostri fratelli nel Donbass, gli ortodossi, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo che stare con loro, soprattutto nella preghiera”, ha spiegato Kirill.

Parole che hanno indignato tutto il mondo con l’evocazione di una guerra santa di un conflitto che “non ha solo un significato politico” perché “si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l’umanità”, di “una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico”: un conflitto ontologico tra bene e male, dove il male è l’Occidente corroso dal peccato.

È noto che in Russia ci sia un’alleanza tra il trono e l’altare, un’influenza reciproca tra il patriarca e Putin. Fin ora Kirill non si era esposto più di tanto ma con il sermone non ha lasciato ombra di dubbio sul suo pensiero sulla guerra.

Cresciuto in una famiglia molto religiosa, monaco dal 1969, ha fatto una carriera folgorante fin dagli anni sovietici, gli studi all’Accademia teologica di Leningrado-San Pietroburgo della quale divenne poi rettore, la nomina a vescovo di Vyborg (1976), arcivescovo di Smolensk (1984) e Kaliningrad (1988) e metropolita (1991), Alessio II  nel 1989 lo scelse come presidente del dipartimento affari religiosi esteri e quindi “ministro degli esteri” del Patriarcato. Successe al vecchio patriarca morto nel 2009.

Dal 1996 al 2000 aveva diretto i lavori per l’elaborazione dei Fondamenti della concezione sociale della Chiesa ortodossa russa, nei quali tra l’altro si legge: “Lo Stato riconosce che il benessere terreno è inconcepibile senza l’osservanza di determinate norme morali, di quelle stesse che sono indispensabili anche per la salvezza eterna dell’uomo. Per questo gli obiettivi e l’attività della Chiesa e dello Stato possono coincidere non solo per quanto riguarda la ricerca di una prosperità puramente terrena, ma anche per la realizzazione della missione salvifica della Chiesa”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Da ansa.it il 7 marzo 2022.  

In un sermone-shock pronunciato ieri nella Domenica del Perdono il patriarca di Mosca Kirill ha parlato in termini giustificazionisti della guerra in Ucraina dopo che "per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass", "dove c'è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale".

Per Kirill "oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo 'felice', il mondo del consumo eccessivo, il mondo della 'libertà' visibile.

Sapete cos'è questo test? E' molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay". Nel suo sermone al termine della Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, il patriarca ortodosso, noto per la sua posizione filo-putiniana, ha fatto dapprima riferimento a che "questa primavera è stata offuscata da gravi eventi legati al deterioramento della situazione politica nel Donbass, praticamente lo scoppio delle ostilità". 

Poi ha incentrato tutta la sua argomentazione sulla necessità di lottare contro i modelli di vita promossi dalle parate gay. "Se l'umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio - ha osservato -, se l'umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì".

E le parate gay "sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano". "Ecco perché per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride - ha proseguito -. Non per fare una dichiarazione politica 'siamo con te', non per firmare accordi, ma per organizzare una parata gay. E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si tratta di imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi, di imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità". 

Secondo Kirill, "ciò che sta accadendo oggi nell'ambito delle relazioni internazionali, quindi, non ha solo un significato politico. Stiamo parlando di qualcosa di diverso e molto più importante della politica. Si tratta della salvezza umana, di dove andrà a finire l'umanità". "Tutto ciò che dico non ha solo un significato teorico e non solo un significato spirituale. Intorno a questo argomento oggi c'è una vera guerra", ha rimarcato.

"Chi sta attaccando l'Ucraina oggi, dove la repressione e lo sterminio delle persone nel Donbass va avanti da otto anni? Otto anni di sofferenza e il mondo intero tace: cosa significa? - ha detto ancora il patriarca - Ma sappiamo che i nostri fratelli e sorelle stanno davvero soffrendo; inoltre, possono soffrire per la loro fedeltà alla Chiesa". 

"Tutto quanto sopra indica che siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico - ha quindi insistito a proposito della necessità di combattere -. So come, sfortunatamente, gli ortodossi, i credenti, scegliendo la via di minor resistenza in questa guerra, non riflettano su tutto ciò a cui pensiamo oggi, ma seguono umilmente la strada che mostrano loro i poteri costituiti".

 "Non condanniamo nessuno, non invitiamo nessuno a salire sulla croce - ha aggiunto -, ci diciamo solo: saremo fedeli alla parola di Dio, saremo fedeli alla sua legge, saremo fedeli alla legge dell'amore e giustizia, e se vediamo violazioni di questa legge, non sopporteremo mai coloro che distruggono questa legge, offuscando il confine tra santità e peccato, e ancor più con coloro che promuovono il peccato come esempio o come uno dei modelli di comportamento umano". 

"Oggi i nostri fratelli nel Donbass, gli ortodossi, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo che stare con loro, soprattutto nella preghiera", ha concluso Kirill. Allo stesso tempo, "dobbiamo pregare affinché la pace giunga al più presto, che il sangue dei nostri fratelli e sorelle si fermi, che il Signore inclini la sua misericordia verso la terra sofferente del Donbass, che ha portato questo segno triste per otto anni, generato dal peccato e dall'odio umani". 

Il sacro burattin. La rivolta ortodossa contro Putin e il silenzio del patriarca di Mosca. Francesco Lepore su l'Inkiesta il 7 marzo 2022.

Gli appelli del primate ucraino Onufriy rivolti al russo Kirill I, “vescovo della terza Roma” sono caduti nel vuoto. Quest’ultimo al contrario ha dimostrato in più occasioni di approvare l’azione militare e l’ideologia neoeurasiatista di Dugin.

A 12 giorni dallo scoppio del conflitto russo-ucraino i temi correlati della guerra fratricida e della pace sono i principali intorno a cui s’imperniano le posizioni diversificate delle Chiese e comunità ecclesiali ad intra e ad extra d’un Paese di fatti invaso.

Se delle une e delle altre si parla, non è certamente per mancanza di considerazione verso le altre religioni, i cui rappresentanti, a partire dall’Islam e dall’Ebraismo, hanno parimenti a cuore la risoluzione della crisi. Ma unicamente per il peso specifico che quelle hanno in Ucraina, dove l’83,5% della popolazione, complessivamente dichiaratasi appartenente a un determinato credo (84,1%), è cristiana. Di questa, secondo il sondaggio condotto nel 2020 dal think tank non governativo Razumkov Centre, eccettuata la Repubblica autonoma di Crimea e alcuni distretti del Luhans’k e del Donec’k, la stragrande maggioranza, vale a dire il 62,3%, è ortodossa, mentre il 9,6 è greco-cattolica.

A seguire percentuali minoritarie di altri riti e confessioni, non senza contare l’8,9% di chi si professa semplicemente cristiano. Secondo l’indagine svolta nel giugno 2021 dal KIIS (Kyiv International Institute of Sociology – Київський міжнародний інститут соціології) sarebbero invece addirittura il 73% gli ucraini ortodossi, di cui la maggioranza (58%) membri della Chiesa ortodossa d’Ucraina (UOC), meno della metà (25%) membri della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca (UOC-MP) e il 12% “semplici credenti ortodossi”.

Com’è noto, la UOC, nata il 15 dicembre 2018 attraverso un concilio di unione presieduto dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli a seguito del quale c’è stata una sostanziale fusione della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev capeggiata dall’allora metropolita Filarete e di altra entità ecclesiale anticanonica, è considerata ancora scismatica e non valida sacramentalmente da Mosca. E questo nonostante il riconoscimento ufficiale di Bartolomeo I attraverso il tomos d’autocefalia, da lui firmato il 5 gennaio successivo nella cattedrale di San Giorgio a Istanbul. Pur contrapposte l’una all’altra, le due grandi Chiese ortodosse ucraine sono però da giorni concordi – al di là dei toni, delle motivazioni e delle diverse prospettive dei rispettivi primati Epifanij e Onufriy – nel condannare l’invasione putiniana iniziata il 24 febbraio.

Se scontate sono apparse le invettive del primo, che sabato in un vibrante discorso è tornato a parlare di «tirannia del Cremlino», sotto il cui «giogo [… il popolo ucraino, vissuto per decenni al costo di milioni di persone torturate dalla fame e dalla repressione» non senza una bordata al Patriarcato di Mosca, accusato di alimentare i falsi miti della «Santa Russia» e del «Popolo Trino», non può affatto dirsi lo stesso del secondo, da sempre contrario alla volontà dell’Ucraina di entrare nella Ue ma parimenti convinto dell’integrità territoriale del suo Paese. Ed è proprio la figura del metropolita Onufriy a stagliarsi in tutta la sua dignità e adamantina grandezza da quasi due settimane a questa parte.

Questi, in aperta controtendenza alle posizioni del patriarca di Mosca Kirill I, entusiasta sostenitore di Vladimir Putin e della sua politica espansionistica in Crimea e nell’Ucraina orientale a partire dal 2014, ha subito condannato le «operazioni militari» russe.

«Difendendo la sovranità e l’integrità dell’Ucraina – così nel discorso del 24 febbraio – ci appelliamo anche al presidente della Russia affinché fermi immediatamente la guerra fratricida. I popoli ucraino e russo sono usciti dal fonte battesimale del Dnepr e la guerra tra questi popoli è una ripetizione del peccato di Caino, che uccise con invidia il proprio fratello. Una simile guerra non ha giustificazione né presso Dio né presso l’uomo».

Su suo mandato quattro giorni dopo il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina (UOC-MP), dopo aver disposto l’apertura continuata di chiese e monasteri per accogliere rifugiati e feriti, si rivolgeva proprio a «Sua Santità il Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia», chiedendogli di «intensificare longanime» le preghiere per il popolo ucraino e d’impegnarsi per la «cessazione dello spargimento di sangue fratricida sul suolo ucraino e di invitare la leadership della Federazione Russa a porre immediatamente fine alle ostilità che minacciano di trasformarsi in una guerra mondiale».

Appelli tutti caduti nel vuoto che non hanno però scoraggiato l’impavido metropolita, che il 4 marzo, dopo una solenne liturgia impetratoria della pace, ha elevato un grido carico di dolore per il suo popolo. Chiedendo a «entrambe le parti, russa e ucraina, di sedersi al tavolo dei negoziati e risolvere tutti i problemi tra noi esistenti, non certamente con l’aiuto della spada. La spada divide, l’amore unisce», si è così rivolto al presidente della Federazione Russa: «Vladimir Vladimirovich, fa’ di tutto per porre fine alla guerra sul suolo ucraino! La guerra non porta bene al popolo. La guerra sparge sangue e il sangue divide le persone. Puoi farlo, e noi crediamo e desideriamo che tu lo faccia. Chiediamo che i giorni di Quaresima siano per noi sereni, affinché possiamo celebrare con gioia la festa luminosa della vita, la festa della Santa Risurrezione di Cristo».

Dal Cremlino ovviamente nessuna risposta né tantomeno dal santo monastero Danilov: il sacro burattino di Putin, contro il quale monta sempre più la protesta al punto tale che molti metropoliti non ne citano più il nome nelle divine liturgie (senza contare la dura e aperta condanna della guerra fratricida da parte di 233 sacerdoti e diaconi della Chiesa ortodossa russa), preferisce tacere sulle politiche sanguinarie dello zar del terzo millennio, trincerandosi dietro a invettive esorcistiche contro «forze esterne oscure e ostili» cui bisogna impedire «di ridere di noi» e alla riproposizione dell’esplosiva tesi della “Santa Russia”, unica terra composta da Bielorussia, Russia e Ucraina.

Non meraviglia pertanto che il 3 marzo, ricevendo nella residenza patriarcale il nunzio apostolico Giovanni D’Aniello, abbia elogiato con quell’untuosa doppiezza, per cui è tanto noto quanto screditato, Papa Francesco.

Quel vescovo di Roma che, incontrato a L’Avana il 12 febbraio 2016 e coprotagonista con lui della firma della Dichiarazione comune, non aveva fino a ieri espresso alcuna parola di aperta condanna dell’invasione russa al punto tale da essere elogiato da Kirill con riferimento alla «posizione saggia e prudente della Santa Sede».

Posizione, che «su tante questioni internazionali corrisponde alla posizione della Chiesa ortodossa russa. È importante che le Chiese cristiane, le nostre Chiese comprese, non diventino, volendo o non volendo, talvolta senza alcuna voglia, partecipanti a quelle complicate e contraddittorie tendenze che sono presenti oggi nell’agenda mondiale».

Fino a ieri, come si diceva, quando all’Angelus Bergoglio, forse consapevole che una tale prudenza potesse alla fine passare come silenzio acquiescente, è intervenuto in maniera inequivocabile sul tema, pur senza usare esplicitamente la parola “invasione” o citare Putin.

«In Ucraina – così Francesco – scorrono fiumi di sangue e di lacrime. Non si tratta solo di un’operazione militare, ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria. Le vittime sono sempre più numerose, così come le persone in fuga, specialmente mamme e bambini. In quel Paese martoriato cresce drammaticamente di ora in ora la necessità di assistenza umanitaria. Rivolgo il mio accorato appello perché si assicurino davvero i corridoi umanitari, e sia garantito e facilitato l’accesso degli aiuti alle zone assediate, per offrire il vitale soccorso ai nostri fratelli e sorelle oppressi dalle bombe e dalla paura».

Nel ringraziare poi «tutti coloro che stanno accogliendo i profughi», ha implorato «che cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato – e prevalga pure il buon senso –. E si torni a rispettare il diritto internazionale!». Non senza un ulteriore affondo a Putin, quando ha menzionato con gratitudine «anche le giornaliste e i giornalisti che per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita. Grazie, fratelli e sorelle, per questo vostro servizio! Un servizio che ci permette di essere vicini al dramma di quella popolazione e ci permette di valutare la crudeltà di una guerra». A differenza proprio di quel Kirill I che sempre ieri, al termine della liturgia della Domenica del Perdono o dei Latticini (che antecede l’inizio della Grande Quaresima), ha pensato bene di collegare quanto succede da otto anni nel Donbas ai perversi disegni di «chi rivendica il potere mondiale» e vuole introdurre nella regione i gay pride o «presunte marce della dignità organizzate per dimostrare che il peccato è una delle varianti del comportamento umano».

Da qui la considerazione apocalittica che «quanto sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali non ha quindi solo un significato politico» ma è segnale «che siamo entrati in una lotta dal contenuto non fisico, ma metafisico».

Insomma, nulla di nuovo, se non l’ennesima violenza verbale e intemerata omofobica del “vescovo della terza Roma”. Intemerata, in cui il tema della corruzione occidentale dei costumi nella forma massima dell’omosessualità non è nient’altro che una ripresentazione sermonesca dei capisaldi della neoeurasiatismo di Dugin. Cui, come si sa, guardano con ammirata attenzione il cleptocrate del Cremlino e il suo cappellano. Pardon, patriarca!

La fine della storiaccia. Il patriarca di Mosca, Fukuyama e la posta in gioco nella sfida di Putin all’occidente. Francesco Cundari su l'Inkiesta l'8 marzo 2022.

Le parole di Kirill sul gay pride sono l’altra faccia della strategia del leader russo: dimostrare che il modello della democrazia liberale non coincide con il progresso, ma solo con l’egemonia occidentale, che come tale va respinta, in nome di altri e opposti valori. 

Hanno suscitato generale e direi sacrosanta indignazione le parole pronunciate dal patriarca di Mosca Kirill nel suo sermone domenicale, che riprendo dall’Ansa per chi se lo fosse perso, su quel «potere mondiale» che avrebbe attaccato il Donbass per imporgli i suoi valori: «Oggi esiste un test per la lealtà a questo governo, una specie di passaggio a quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete cos’è questo test? È molto semplice e allo stesso tempo terribile: è una parata gay».

Credo di poter dare per scontato che tutti i lettori di questo articolo, salvo rare eccezioni, saranno d’accordo con me nel giudicare le parole del patriarca di Mosca inaccettabili non per la comunità omosessuale, non per la sinistra, non per l’occidente, ma semplicemente per qualunque persona civile. Ma se è così, questo significa che nel suo discorso c’è un grano di verità, specialmente quando aggiunge che «siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico».

Persino e anzi soprattutto, paradossalmente, quando afferma: «Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì».

Tutto sta a intendersi sul concetto di «civiltà». Perché in gioco è anche questo. E possiamo ben concedere, per cominciare, che la libertà di organizzare una «parata gay» senza rischiare di finire in galera, o di essere ammazzati, è senza dubbio tra le caratteristiche che tutti noi oggi consideriamo requisiti minimi per definire un Paese civile. Noi occidentali, s’intende. Cioè noi che abitiamo in quelle società in cui, dai tempi della rivoluzione francese, si è stabilito esattamente questo: che la legge di Dio non può diventare, in quanto tale, legge dello Stato. E di lì abbiamo iniziato un cammino che è passato dalla laicità dello Stato all’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, dalla libertà di espressione al suffragio universale, dal voto alle donne fino ai diritti degli omosessuali tanto antipatici a Kirill. Un cammino che ha conosciuto battute d’arresto e anche tremendi arretramenti, certamente. Eppure, se la storia del Novecento è oggi riassumibile nella sconfitta del fascismo prima e del comunismo poi, ciò significa che quel cammino non solo non si è mai interrotto, ma si è dimostrato sostanzialmente privo di alternative, se non altro sul piano ideale, vale a dire come modello universale, valido a ogni latitudine. Cioè, appunto, come idea di civiltà.

Il che naturalmente non significa sostenere che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che le democrazie occidentali non siano piene di difetti e contraddizioni che a loro volta alimenteranno ancora infinite crisi e infiniti e diversi tentativi di risolverle, e che tanto più siano pieni di difetti il capitalismo, la finanza e il modello di capitalismo fondato sul predominio della finanza che ha generato la crisi del 2008. Significa solo che a nessuno di noi, quali che siano le nostre convinzioni politiche, filosofiche, economiche o religiose, pare realistico che domani anche il più reazionario dei governi proponga di togliere il voto alle donne o di ristabilire la schiavitù. Mentre a ognuno di noi – tolti forse solo gli ossessionati dalle guerre di civiltà – pare assai più verosimile che in futuro il voto alle donne arrivi anche in quelle parti del mondo in cui ancora non c’è. E così, prima o poi, se ne facciano una ragione il patriarca di Mosca e il senatore Pillon, anche le parate gay.

In questo senso, dunque, c’è un grano di verità persino nel discorso di Kirill sul carattere «metafisico» della guerra in corso. E anche nella tesi di Francis Fukuyama (e Hegel prima di lui) sulla «fine della storia», che fin qui ho sostanzialmente parafrasato. Perché in fondo la sfida di Vladimir Putin all’occidente è anche il tentativo di dimostrare che Fukuyama aveva torto, che quel processo è reversibile, che il modello della democrazia occidentale non coincide con il cammino della libertà, con il fine (più che la fine) della storia, cioè con il progresso, ma solo con l’avanzamento dell’egemonia americana, che come tale può dunque essere respinta, in nome di altri e opposti valori.

Non per niente alla contrapposizione militare, e al tentativo di ricostruire una parvenza di bipolarismo mondiale al fianco della Cina, ha fatto seguito una stretta repressiva in Russia, con la scelta di stroncare ogni manifestazione di dissenso e persino, a quanto pare, di isolarsi da internet. Cioè il tentativo di tagliarsi fuori quanto più possibile dalla globalizzazione e dai suoi effetti. Ma il punto è proprio se e quanto oggi questo sia ancora possibile.

L’esito della sfida putiniana all’occidente, tra le altre cose, dirà dunque se Fukuyama e Hegel avevano ragione.

Lorenzo Bertocchi per “la Verità” il 5 marzo 2022.

Mercoledì il patriarca di Mosca Kirill, il capo della Chiesa ortodossa russa, ha avuto due colloqui importanti. Presso la residenza del monastero Danilov ha incontrato il nunzio apostolico presso la Federazione Russa, monsignor Giovanni D'Aniello, e poi l'ambasciatore della Cina, Zhang Hanhui. Russia, Vaticano e Pechino, è il triangolo inatteso che potrebbe aprire la via diplomatica per la questione della crisi Ucraina, per cui papa Francesco ha già speso parole nette di pace, senza però mai stigmatizzare frontalmente l'atto militare di Putin.

La via stretta di Francesco per cercare di tenere aperto un canale con il patriarcato di Mosca, è stato in qualche modo attestato dal comunicato diffuso dallo stesso patriarcato. Kirill ha espresso apprezzamento per «la posizione moderata e saggia della Santa Sede su molte questioni internazionali». E ha aggiunto: «È molto importante che le Chiese cristiane, comprese le nostre Chiese, non diventino, volontariamente o involontariamente, a volte senza alcuna volontà, partecipanti a quelle tendenze complesse, contraddittorie e in lotta tra loro che sono oggi presenti nell'agenda mondiale». 

È chiaro che dentro queste parole del patriarca ci sono le questioni che dal punto di vista russo fanno in qualche modo da movente per l'azione militare messa in campo da Putin. Ma nella dichiarazione del patriarcato che ha seguito l'incontro con il nunzio D'Aniello si legge anche: «stiamo cercando di assumere una posizione di mantenimento della pace, anche di fronte ai conflitti esistenti. Perché la Chiesa non può partecipare al conflitto, può solo essere una forza pacificatrice». 

È questa la forza su cui la Santa Sede sta cercano di far leva, per tentare di portare Kirill a far pressione su Putin per fermare le armi. Non è un segreto se questa azione militare russa ha anche un retroterra religioso, come scriveva già Samuel Huntington nel suo celebre Lo scontro delle civiltà, «le repubbliche ortodosse dell'ex Unione sovietica sono di importanza fondamentale per lo sviluppo di un blocco russo coeso nell'arena euroasiatica e mondiale». 

Proprio Kirill domenica scorsa ha detto che «il Signore protegga dalla guerra fratricida i popoli che fanno parte dello stesso spazio, quello della Chiesa ortodossa russa. Non diamo a potenze esterne oscure e ostili l'opportunità di prenderci in giro». La via religiosa alla diplomazia cerca quindi di portare il patriarca a sfoderare la sua «forza pacificatrice», mettendo di lato gli interessi storico-culturali e quell'odore di cesaropapismo che a volte capita di sentire nel mondo ortodosso. 

Ma l'epicentro dello scontro nel mondo delle chiese ortodosse è tra Mosca e Costantinopoli, dopo che il patriarca ecumenico Bartolomeo I nel 2019 ha concesso l'autocefalia, una sorta di indipendenza, alla Chiesa ortodossa di Kiev. L'autocefalia è stata considerata da Mosca come un affronto eterodiretto del mondo occidentale dentro le cose sacre e sante della terra russa, e non a caso proprio ieri il patriarca ecumenico Bartolomeo ha dichiarato di essere «diventato un bersaglio».

Il passo diplomatico di Francesco, l'unico sul campo che potrebbe avere uno sguardo davvero terzo, sembra rifarsi ai vincoli spirituali tra i popoli russo e ucraino. E nello stesso tempo sembra sufficientemente in grado di tenere aperta una porta per una soluzione politica al conflitto che non segua uno schema manicheo, ma capace di offrire una prospettiva nuova per la convivenza tra i popoli in quelle terre.  

Qui potrebbe rivelarsi interessante anche il ruolo giocato dalla Cina, che ieri appunto ha incontrato Kirill con il suo ambasciatore in Russia. Pechino non ha troppe distanze da Mosca sul giudizio verso l'attuale ordine mondiale, ma dal punto di vista economico ha tutto l'interesse a ritagliarsi un ruolo di mediazione.

Mosca, Vaticano e Cina, lo strano triangolo sembra capace di aprire una via diplomatica per la soluzione del conflitto ucraino. In un suo tweet di ieri pomeriggio papa Francesco ha detto che sono «le armi spirituali» che possono cambiare la storia. Ma accanto a queste ci sono anche gli uomini del Papa, sparsi nelle nunziature in giro per il mondo. Giulio Andreotti nel 2002 rivolgendosi ai diplomatici della Santa Sede, disse che «il Papa ha i suoi uomini presenti quasi ovunque. L'auspicio - e la nostra preghiera a Dio - è che nell'interesse non solo della Chiesa questo quasi possa al più presto scomparire».

Franca Giansoldati per ilmattino.it l'1 marzo 2022.

Rosari, preghiere nei rifugi anti-bombe ma anche esorcismi. C'è, infatti, chi all'interno della Chiesa ucraina (greco cattolica) è convinto che Vladimir Putin sia posseduto dal demonio e che, di conseguenza, necessiti di riti per la liberazione dal Male. 

Un prete di Leopoli, nativo del Donetsk – in passato catturato dai separatisti nel 2014 – su Facebook ha raccontato di avere avviato un rituale di esorcismo per liberare Putin dalle spire di Satana. Padre Tykhon Kulbaka, il 25 febbraio, ha spiegato poi al Religious Information Service ucraino (che ha sede all'Università Cattolica di Leopoli) in cosa consiste questa pratica. Per farla breve, ogni giorno, il religioso recita assieme ad altri religiosi, in una sorta di rete, i riti previsti, invocando San Michele Arcangelo e avviando un esorcismo a distanza. «Ritengo che uno spirito maligno si sia impossessato delle azioni di quest'uomo».

«Chiedo a Dio misericordioso di intervenire per sottrarre questa persona dall'influenza demoniaca e farle rinunciare al male e distruggere tale demonio corporalmente in modo che l'anima possa essere salvata». Padre Kubalka ha poi lanciato un sos a tutti i preti della zona affinché si uniscano a lui in questa impresa, incoraggiando al contempo anche i laici a pregare per questa intenzione. «La forza della preghiera è più potente». 

Padre Kulbaka nel 2014 ha trascorso 12 giorni prigioniero delle forze filorusse quando hanno occupato le regioni di Donetsk e Luhansk. Quando i militari hanno saputo che era diabetico, gli hanno dato da mangiare pane bianco e pochissima acqua e gli hanno pure tolto le medicine dicendogli che era un nemico e doveva morire lentamente.

Papa Francesco è straziato per l'Ucraina: tacciano le armi, Dio sta con la pace. Il digiuno del mercoledì delle ceneri. Il Tempo il 27 febbraio 2022.

Con «il cuore straziato» Papa Francesco ha lanciato un appello ad aprire urgentemente i corridoi umanitari per chi fugge dall’Ucraina. «Penso agli anziani, a quanti in queste ore cercano rifugio, alle mamme in fuga con i loro bambini... Sono fratelli e sorelle per i quali è urgente aprire corridoi umanitari e che vanno accolti», ha detto dopo l’Angelus in piazza San Pietro a Roma, dove erano presenti anche fedeli ucraini con le loro bandiere. «In questi giorni siamo stati sconvolti da qualcosa di tragico: la guerra. Più volte abbiamo pregato perché non venisse imboccata questa strada. E non smettiamo di pregare, anzi, supplichiamo Dio più intensamente», ha continuato il Pontefice che ha rinnovato l’invito a fare del 2 marzo, Mercoledì delle ceneri, una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Ucraina. 

«Una giornata - ha precisato il Pontefice - per stare vicino alle sofferenze del popolo ucraino, per sentirci tutti fratelli e implorare da Dio la fine della guerra». «Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere», ha aggiunto Francesco. «Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra». Ma il Papa non dimentica gli altri conflitti sparsi nel mondo: Yemen, Siria, Etiopia. E ribadisce: «Tacciano le armi! Dio sta con gli operatori di pace, non con chi usa la violenza». E ha citato infine l’articolo 11 della Costituzione italiana, «chi ama la pace» «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Ucraina, Papa Francesco sente al telefono Zelensky: “Profondo dolore per i tragici eventi”. Valentina Mericio il 26/02/2022 su Notizie.it. 

Papa Bergoglio, in una telefonata con il presidente ucraino Zelensky ha espresso il suo dolore per gli eventi che hanno scosso l'Ucraina. 

Alla luce dei drammatici eventi che hanno sconvolto l’Ucraina, Papa Francesco ha sentito al telefono il presidente Volodymyr Zelenskyi. A confermarlo il direttore della Sala Stampa del Vaticano Matteo Bruni. Il Santo Padre, nel corso del colloquio, ha pregato affinché a Kiev possa tornare nuovamente la pace.

Immediata la risposta del capo di Stato Ucraino che ha ringraziato con un tweet.

Ucraina, Papa Francesco sente al telefono Zelensky: cosa si sono detti

“Oggi Papa Francesco ha avuto un colloquio telefonico con il Presidente Volodymyr Zelenskyi.

Il Santo Padre ha espresso il suo più profondo dolore per i tragici eventi che stanno avvenendo nel nostro Paese”.

Sono queste le poche, ma incisive parole dell’ambasciata ucraina presso la Santa Sede attraverso un post su Twitter.

A seguito di ciò, il presidente ucraino ha colto l’occasione per esprimergli tutta la sua gratitudine soprattutto per la preghiera di pace che il Papa ha dedicato: “Ho ringraziato Papa Francesco per aver pregato per la pace in Ucraina e per una tregua.

Il popolo ucraino sente il sostegno spirituale di Sua Santità”.

Papa Francesco: “La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra”

Nel frattempo Papa Francesco nella giornata di sabato 26 febbraio ha scritto un post su Twitter nel quale ha condannato fermamente la guerra. Ha poi rinnovato l’invito ai credenti (e non) a digiunare e a pregare il 2 marzo in occasione del mercoledì delle Ceneri: “Gesù ci ha insegnato che all’insensatezza diabolica della violenza si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno.

La Regina della pace preservi il mondo dalla follia della guerra”, ha scritto il Pontefice”.

Dagotraduzione da Foxnews l'1 marzo 2022.

Un arcivescovo ucraino e portavoce della Chiesa ortodossa ucraina ha condannato il presidente russo Vladimir Putin definendolo «l'anticristo del nostro tempo attuale» mentre la Russia invade l'Ucraina. 

Mentre Putin sembra ritrarre sé stesso come una specie di figura messianica, che cerca di riunire le Chiese ortodosse russa e ucraina (che si sono formalmente separate nel 2019), Yevstratiy Zoria lo ha messo dall'altra parte dello spettro cristiano. 

«Putin non è davvero il messia, ma è l'anticristo del nostro tempo attuale», ha detto a Harry Farley, produttore di religione ed etica per la BBC, Yevstratiy Zoria, il portavoce della Chiesa ortodossa ucraina.

«Credi che sia l'anticristo del tuo tempo?» Farley ha insistito in un'intervista trasmessa dal Global News Podcast della BBC. «Sì, è anticristo perché tutto ciò che fa, tutto ciò che fa ora, è totalmente contro il vangelo, contro la legge di Dio», ha risposto il portavoce. La Chiesa ortodossa ucraina a Kiev non ha risposto immediatamente alla richiesta di commenti e chiarimenti di Fox News. 

Secondo i sondaggi, una grande maggioranza della popolazione ucraina si identifica come cristiana ortodossa orientale, mentre una significativa minoranza di cattolici ucraini segue una liturgia bizantina simile a quella ortodossa ma è fedele al papa. La popolazione ortodossa ucraina è divisa tra la Chiesa ortodossa ucraina con sede a Kiev (che rappresenta Yevstratiy Zoria) e la Chiesa ortodossa ucraina, che è sotto il patriarca ortodosso di Mosca ma ha un'ampia autonomia.

Putin ha giustificato la sua invasione in parte come una difesa della chiesa ortodossa orientata a Mosca, ma i leader di entrambe le chiese stanno denunciando l'invasione, così come la minoranza cattolica del Paese. 

«Con la preghiera sulle labbra, con l'amore per Dio, per l'Ucraina, per il nostro prossimo, combattiamo contro il male e vedremo la vittoria», ha detto all'Associated Press il metropolita Epifany, capo della Chiesa ortodossa ucraina con sede a Kiev. 

«Dimentica i reciproci litigi e incomprensioni e... unisciti all'amore per Dio e per la nostra Patria», ha affermato il metropolita Onufry, capo della Chiesa ortodossa ucraina collegata a Mosca.

LA RUSSOFOBIA.

Da “la Stampa” il 20 giugno 2022.

Se non può chiudere le porte alle bombe, l'Ucraina vuole lasciare fuori dai suoi incerti confini perlomeno la cultura russa. Lo ha fatto vietando con due diversi disegni di legge velocemente approvati dal Parlamento di Kiev, l'importazione e la distribuzione di libri e prodotti editoriali da Russia, Bielorussia e «territori temporaneamente occupati», oltre che dei volumi in russo provenienti anche da altri Paesi. Contemporaneamente, è stata imposta a tempo indefinito l'esclusione di tutti i musicisti che hanno la cittadinanza russa dalle esibizioni pubbliche, concerti e manifestazioni.

Per gli artisti però c'è una lista bianca: dal divieto sono esclusi tutti coloro che hanno condannato l'invasione di Mosca e che entrano in un elenco di cui si occuperà direttamente un'istituzione come il Consiglio nazionale di Sicurezza e Difesa. La breve discussione parlamentare che ha portato alle nuove regole dimostra la determinazione di Kiev a voltare pagina e a difendere l'identità nazionale su più piani, non solo quello militare.

Tanto più di fronte alla russificazione forzata che gli invasori stanno compiendo nei territori occupati, a cominciare dai programmi scolastici. A dimostrazione che i tempi sono definitivamente cambiati, anche la decisione di Kiev di aumentare l'utilizzo della lingua ucraina in radio e tv: le trasmissioni radiofoniche dovranno tenere conto che la quota di canzoni in lingua nazionale dovrà arrivare al 40% dall'attuale 35%. 

L’Ucraina limita i libri e la musica in russo. Il Domani il 20 giugno 2022

Vengono vietati i contenuti prodotti in Russia e la trasmissione di musica in russo nei media e luoghi pubblici. Per importare libri in lingua russa da altri paesi servirà un permesso speciale. Le due leggi sono state approvate dal parlamento e ora manca solo la firma di Zelensky

Il parlamento dell’Ucraina ha approvato domenica due leggi che mettono nuovi e severi limiti alla circolazione di libri e musica in lingua russa. Si tratta dell’ultimo atto di un “conflitto culturale” iniziato in seguito all’invasione dell’Ucraina ordinata dal presidente russo Vladimir Putin.

Se la legge sarà confermata dal presidente Volodymyr Zelensky, diventerà impossibile per i cittadini russi stampare libri in Ucraina, a meno che non rinuncino alla loro cittadinanza per quella ucraina.

L’importazione di libri dalla Russia, Bielorussia e i territori dell’Ucraina occupata viene completamente vietata, mentre l’importazione di libri in lingua russa dall’estero sarà soggetta a speciali autorizzazioni.

La seconda legge, invece, vieta la trasmissione di musica realizzata da cittadini russi sui media e sul trasporto pubblico nel territorio dell’Ucraina. La quota dei contenuti in lingua ucraina che deve essere obbligatoriamente trasmessa dai media viene incrementata.

Entrambe le leggi sono stata approvate dal parlamento da una larga maggioranza che comprendeva anche alcuni parlamentari considerati tradizionalmente filorussi.

Mattarella riceve i premiati per il David di Donatello: “La guerra insensata non può rompere i legami culturali tra i popoli europei”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 2 Maggio 2022. 

Il Presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale i candidati ai premi David di Donatello ed ha indicato la cultura come grande elemento di dialogo, ponendo un argine alla giusta indignazione verso il Cremlino, che non può però travolgere anche i mostri sacri della cultura russa del passato

Sergio Mattarella ha ricevuto al Quirinale i candidati ai premi David di Donatello indica la cultura come grande elemento di dialogo, ponendo un argine alla giusta indignazione verso il Cremlino, che non può però travolgere anche i mostri sacri della cultura russa del passato. Già nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica aveva voluto distinguere tra il governo di Putin e il popolo russo, ora fa notare a chi si è fatto prendere la mano, invocando una sorta di damnatio memoriae di autori russi dei secoli scorsi, che esistono dei limiti.

La premessa, nettissima, resta: “la guerra scatenata nel cuore d’Europa da un’aggressione inaccettabile scuote le nostre coscienze“. Ma “la cultura non si ferma. Neppure di fronte alla guerra. La cultura unisce. Supera i confini – limiti che essa non contempla – ed è fondamentale per ricreare condizioni di pace”. E dunque ha detto il Capo dello Stato “una guerra insensata non può mettere in discussione i legami spirituali e culturali che, nei secoli, si sono fortemente intrecciati nel mondo della cultura d’Europa. La scelta sciagurata della Federazione Russa di fare ricorso alla brutalità della violenza e della guerra non puo’ e non deve lacerare quei legami preziosi tra i popoli europei che la cultura ha contribuito a costruire e a consolidare“. 

I due piani per Mattarella devono essere distinti: “La doverosa indignazione e la condanna non possono certo riguardare la cultura, grandi spiriti del passato e le loro opere, che tanto hanno dato alla civiltà del mondo intero“. Anche perché “sarebbe grave e controproducente per la nostra Italia e la nostra Europa. Lacerare la cultura europea, significherebbe assecondare quella logica di aggressione”. Quanto al cinema italiano, rappresentato ai massimi livelli oggi al Quirinale, la sua storia “fa parte pienamente della storia del nostro Paese“.

Negli ultimi due anni , ha ricordato il Presidente della Repubblica, la pandemia ha inferto “un colpo durissimo” al cinema come a tutti gli spettacoli dal vivo. Ma per la settima arte non si è trattato di un momento di paralisi. “La crisi è stata forte, ma l’ideazione, la produzione, la realizzazione di opere è proseguita. E non è azzardato dire che il cinema oggi sta vivendo una stagione di crescita. Non è la prima volta, del resto, nella storia – in quella italiana particolarmente – che si può parlare di crescita attraverso una crisi”.

E va ricordato che “l’arte, lo spettacolo, la musica non sono il superfluo, ma una componente essenziale della vita della società“. Ora il cinema e l’audiovisivo “si trovano nel vortice di trasformazioni che riguardano tecniche, strumenti, linguaggi” e “c’è l’esigenza di creare prodotti validi e apprezzati per le nuove generazioni, che saranno il pubblico del futuro“. Anche “l’interrelazione crescente del cinema con la televisione e con le altre piattaforme apre straordinarie opportunità. Sono strade che state già percorrendo con successo e con grande apprezzamento del pubblico”.

Il Pnrr “ha destinato alla cultura e al cinema importanti risorse” ricorda Mattarella che ribadisce come “la cultura è un vettore indispensabile dello sviluppo. Adesso dobbiamo fare in modo che gli investimenti producano i risultati che speriamo”. Il Capo dello Stato ha lodato anche il progetto di potenziamento di Cinecittà e lancia la candidatura di Cinecittà come “capitale europea del cinema: questo è un grande obiettivo per il Paese, da cui possono derivare benefici non soltanto economici”.

E proprio negli storici studi si terrà dopo vent’anni la cerimonia di premiazione dei David. Un pensiero va poi alle sale cinematografiche, alla loro crisi nelle grandi città e nei piccoli paesi: sono un “patrimonio civile” e “non possono essere trascurate” perché “il loro ruolo sociale è importante, sono centri di aggregazione“. Mattarella ricorda poi alcune “pietre miliari” del cinema italiano: gli Oscar Vittorio De Sica, Sofia Loren, Carlo Rambaldi. E coloro che ci hanno lasciato nell’ultimo anno, quattro donne straordinarie: Monica Vitti, Lina Wertmuller, Piera Degli Esposti, Catherine Spaak.

Infine i compimenti alle due premiate speciali di quest’anno, Giovanna Ralli e Sabrina Ferilli. “L’Italia e il suo cinema sono inscindibili” ha concluso il Presidente della Repubblica: “L’Italia ha bisogno del suo cinema e il cinema ha bisogno dell’Italia”. 

Monica Guerzoni per il Corriere della Sera il 22 aprile 2022.

La terra rossa di Roma come l'erba di Wimbledon, costi quel che costi. Mario Draghi ci ha pensato molto e non ha ancora scelto le parole per dirlo. Ma la decisione è presa. Per il premier i tennisti russi e bielorussi devono restare fuori dal tabellone degli Internazionali Bnl d'Italia, lo storico torneo che si aprirà il 2 maggio in un Foro Italico colorato di giallo e di azzurro in segno di solidarietà al popolo ucraino. 

 Vista la bufera che ha travolto Wimbledon, a Palazzo Chigi hanno ben chiara la portata della scelta e le ripercussioni politiche, giuridiche ed economiche. Ma per quanto forte sia il rischio di critiche e proteste, Draghi sta studiando una moral suasion senza appello, che porti alla massima sanzione e lanci un monito severo contro la guerra di Putin.

Gli inglesi hanno escluso dal terzo torneo del Grande Slam in ordine cronologico annuale talenti russi come Daniil Medvedev, numero due al mondo e il connazionale Andrey Rublev, ottavo nella classifica maschile. E lo stesso trattamento ha in mente il capo del governo italiano. 

Per Draghi c'è un Paese aggressore che è la Russia, c'è un Paese aggredito che sta subendo massacri e distruzione e c'è che il Cio, il Comitato olimpico internazionale, ha messo al bando gli atleti russi e bielorussi raccomandando a tutte le federazioni di non invitarli. 

Nel caso del tennis non è così semplice. Per l'Atp e la Wta, le due associazioni che riuniscono i professionisti e le professioniste del dritto e del rovescio, escludere le racchette russe non è solo «ingiusto, deludente e discriminatorio», ma segna un «pericoloso precedente». Il campione serbo Novak Djokovic, che pure si dice «figlio della guerra», boccia la decisione di Wimbledon: «Follia». Reazioni che Draghi ha messo nel conto. Il premier vuole evitare mosse avventate e sta soppesando le differenze tra Wimbledon - l'unico torneo del Grande Slam organizzato da privati - e Roma. Gli Internazionali sono gestiti da Atp e Wta attraverso un impegno contrattuale con la Federtennis, nelle cui stanze aleggia il timore di sanzioni e il rischio di finire esclusi dai prestigiosi Master 1000. Ma Draghi, per quanto sia «pienamente consapevole del ruolo che l'Atp esercita nella gestione del torneo di Roma», tirerà dritto. 

Quando il niet del governo sarà pubblico, lo sport italiano non potrà che spaccarsi. Il presidente della federazione Angelo Binaghi ha un sogno: «Far suonare prima della finale l'inno italiano e l'inno ucraino... Sarebbe divertente vedere un giocatore russo in finale in questo contesto».

Giovanni Malagò, presidente del Coni, pensa invece che il bando sia «in linea con quanto deciso dal Cio sugli sport individuali». Alla conferenza stampa di presentazione degli Internazionali, due giorni fa, la sottosegretaria Valentina Vezzali affermava che l'Italia affronterà la situazione «al fianco degli atleti ucraini», in linea con il Cio e con le federazioni internazionali. Draghi è pronto a servire e la traiettoria della palla è segnata. Ma Adriano Panatta, che trionfò a Roma nel 1976, non è d'accordo: «L'esclusione dei russi a Wimbledon? La trovo una stron... Medvedev e Rublev hanno già dissentito da quanto sta facendo il loro Paese».

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 22 aprile 2022.

Oltre che più cattivi, la guerra rende tutti più stupidi. Fa vedere pericoli e questioni di principio anche dove non ci sono. Il tasso di stupidità è modulabile. 

Si va dal poliziotto moscovita che multa un passante perché indossa scarpe gialloblù, fino al ministero della cultura ucraino che vieta il «Lago dei cigni» perché scritto da un genio vissuto a San Pietroburgo. 

Poi ci sono gli organizzatori di Wimbledon che escludono due fra i tennisti più forti al mondo, Medvedev e Rublev, in quanto russi. Pensano di creare un danno di immagine a Putin? 

Ma cosa volete che importi a Putin del boicottaggio di atleti che manco vivono in Russia: al limite se ne servirà per indossare gli amati panni della vittima. Intendono punire persone vicine al Cremlino? 

Rappresaglia magari discutibile, ma in questo caso addirittura lunare, dato che Rublev ha contestato la guerra fin dal primo giorno. Si può condividere il rifiuto di partecipare alle competizioni in Russia. Si può condividere già meno l'esclusione delle squadre russe dalle competizioni in Occidente. Ma chiunque non sia completamente rintronato dal rombo dei cannoni riconoscerà che un divieto esteso agli sport individuali è un passaggio a vuoto della psiche.

Un'idiozia che ti fa apparire simile all'aggressore, a quel Putin che vede minacce dappertutto e accorcia o allunga il tavolo a seconda dell'interlocutore. Spero di poter applaudire Medvedev e Rublev agli Internazionali d'Italia. Non lasciamoci peggiorare dalla guerra. Non troppo, almeno.

Da Un Giorno da Pecora il 22 aprile 2022.

“La decisione di escludere i tennisti russi da Wimbledon è scandalosa, è una scelta politica, che ancora una volta si impiccia di sport. La politica ha bisogno dello sport ma non il contrario”. 

Così a Rai Radio1, ospite di Un Giorno da Pecora, l'ex campione di tennis e membro del comitato d'onore degli Internazionali d'Italia Nicola Pietrangeli. “I giocatori russi abitano tutti fuori dal proprio Paese, ma che gliene frega a Zelensky o a Putin se giocano a Wimbledon?”, ha proseguito l'ex atleta intervistato da Giorgio Lauro e Francesca Fagnani.

Lei è presidente del comitato d'onore degli Internazionali di Roma: nella Capitale parteciperanno i russi e i bielorussi? “Per quello che mi riguarda sì”. Sembrerebbe che Draghi vorrebbe non partecipassero anche al torneo di Roma. “Draghi è abile e capace ma anche gli abili e i capaci sbagliano. Perché Draghi dovrebbe impicciarsi di questa competizione? Io direi che sarebbe una cosa che non dovrebbe fare”.

Se arrivasse questa richiesta lei come risponderebbe? “Io carinamente – ha detto Pietrangeli a Rai Radio1 - risponderei che non si dovrebbe intromettere”. Segue ancora molto lo sport che l'ha reso celebre? “Non mi diverto più a vedere il tennis in tv, questo tipo di gioco, che rispetto, non mi fa divertire”. Chi preferisce tra i due top player italiani, Matteo Berrettini e Jannik Sinner? “E' una bella lotta alla fine secondo me vincerà Sinner, anche se a me però piace molto Musetti”. Sinner è ormai stabilmente nel giro della top ten della classifica Atp. “Sono sicuro che entro la fine del 2022 Sinner entrerà nei primi cinque della classifica”, ha assicurato a Un Giorno da Pecora Pietrangeli.

Vincenzo Martucci per il Messaggero il 22 aprile 2022.

Paolo Bertolucci, oggi opinionista tv, fino al 1983 tennista professionista, twitta un commento sul divieto ai Championships dei giocatori russi e bielorussi: Agli arbori dell'Atp boicottammo Wimbledon. Giocarono solo i non iscritti. Gli organizzatori ebbero il torneo ma la vittoria fu nostra. Serve coraggio!.

Che cosa volevi dire, Paolo?

«Nel 1973, per difendere un collega, Niki Pilic, che era stato squalificato dalla Federtennis dell'allora Jugoslavia perché non aveva voluto giocare una partita di coppa Davis, protestammo molto duramente, compatti. E, in nome del diritto di accettare o meno la convocazione in nazionale, da liberi professionisti, ci riunimmo all'hotel Gloucester di Londra e, insieme a 81 dei migliori del mondo, iscritti al sindacato Atp - che era nato nel 1972 -, ci rifiutammo clamorosamente di giocare Wimbledon».

Come andò quella votazione?

«Eravamo tutti fermamente convinti di disertare, ma ricordo che io e Adriano (Panatta) votammo fra gli ultimi per vedere che succedeva. Ci comportammo un po' all'italiana, ma c'era una spiegazione: eravamo convinti di fare la cosa giusta, ma ci trovavamo anche sotto contratto con la Federazione italiana e sapevamo che, se avessimo disertato quel torneo così importante, supportato dalla Federazione internazionale e quindi anche da quella italiana, rischiavamo una sospensione e una multa. Comunque alla fine votammo anche noi a favore della mozione e non giocammo Wimbledon».

E come reagì la Fit?

«Ci squalificò e ci tolse due mesi di stipendio: io ricordo che prendevo 150mila lire al mese. Non ci fecero giocare in Davis contro la Spagna: al posto nostro andarono in campo Barazzutti e Zugarelli che non erano iscritti, con Giordano Maioli e Pietro Marzano». 

Ha rimpianto quella decisione?

«Assolutamente no: l'Atp era appena nata e doveva dare un segnale importante. Fummo tutti d'accordo: americani, inglesi, francesi, tedeschi, meno quelli dell'Est che se avessero giocato sarebbero finiti al muro». 

Il titolo lo vinse il cecoslovacco Jan Kodes: qualcuno dei ribelli ebbe dei rimpianti.

«Dissero di no i più forti, fra cui c'era anche il campione in carica, Stan Smith, che avrebbe potuto vincere ancora. Anche Adriano sarebbe potuto arrivare almeno ai quarti, ma era una questione di principio. E tenemmo alta la testa». 

Che cosa dovrebbe fare oggi il sindacato dei tennisti contro la decisione di Wimbledon?

«Quello che facemmo noi. Atp e Wta hanno un'occasione unica, irripetibile, di alzare la voce e dimostrarsi uniti boicottando Wimbledon in difesa dei singoli atleti russi e bielorussi che non hanno scelta contro le decisioni di Putin. Rublev ha avuto anche coraggio a lanciare quel messaggio contro la guerra. Ma chi è a favore della guerra? Nessuno». 

Senza Wimbledon e gli altri tornei in Inghilterra molti giocatori subiscono anche un danno economico.

«Per i vari Djokovic, Zverev, Tsitsipas, Sinner e compagnia non sarebbe un problema saltare quel torneo, pur così importante e che comunque andrebbe avanti da solo come fece nel 1973. Ma per tanti altri atleti minori è una grave perdita finanziaria. Disertarlo getterebbe discredito su Wimbledon: chi lo giocherebbe: solo gli inglesi?».

PAOLO ROSSI per repubblica.it il 22 aprile 2022.

Lui, Adriano Panatta, ha vissuto nel 1976 l'angoscia - insieme ai compagni Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli e il ct Pietrangeli - che gli venisse negata per motivi politici la possibilità di giocare la finale di Coppa Davis in Cile. Non c'erano paesi in guerra, certo, e la situazione era diversa. Ma lo stato d'animo di quei giorni, il rischio di non poter competere, fu simile alle sensazioni che oggi vivono i tennisti russi e bielorussi, cui verrà negato di giocare a Wimbledon. 

Che reazione ha avuto, istintivamente?

«Una cosa negativa, molto. Assurda. I tennisti russi sono delle persone, non sono una nazione. Peraltro hanno anche dissentito sulla guerra». 

Non si capacita, insomma.

«Sono persone che fanno un lavoro. Posso ancora comprendere un contesto olimpico, la Coppa Davis, i campionati del mondo. Cioè un contesto dove si rappresenta la nazione, ma questo?». 

Wimbledon ha sbagliato.

«Mi chiedo: questo ragionamento vale per qualsiasi professionista russo sul suolo inglese? Che so, a un ingegnere viene impedito di svolgere l'esercizio della sua professione?». 

Quindi?

«È demagogia. Ottusa. Volevano evitare che la famiglia reale si potesse trovare in imbarazzo nel premiare, eventualmente, un russo? Ma posso dire? E allora? Ma fate come fanno tutti gli altri tornei, che lasciano premiare vecchi campioni, come fa Parigi e mi sembra una cosa molto civile, peraltro. Non so: Borg, McEnroe, Laver. C'è solo l'imbarazzo della scelta».

C'è la monarchia.

«E allora? Intanto io sono repubblicano. E poi la regina da quando non premia più che ho perso il conto? Ma se hanno questi timori, l'imbarazzo, il protocollo e al di là delle battute lo dico sul serio, facessero premiare un atleta. Anche uno di oggi che non gioca. Federer? Sarebbe bellissimo». 

Un boicottaggio fuori luogo.

«Ma che c'entra questa cosa? Tutti i boicottaggi sono stati alle Olimpiadi: Mosca, Los Angeles.Solo demagogia e ipocrisia». 

Forse volevano dare un messaggio.

«Ma cosa? Non si risolvono i problemi della guerra, orrenda e lo dico e lo ripeto, orrenda. Hanno colpito Rublev che ha scritto "peace" sulla telecamera dopo aver giocato. Ma perché gli devi impedire di giocare. È una cosa violenta». 

E se gli altri boicottassero Wimbledon, come nel '73?

«Non lo faranno mai. Noi avevamo appena creato l'Atp, io ne ero socio fondatore e anche nel primo board. Era tutto un altro spirito». 

Paolo Bertolucci chiede un atto di coraggio a tutti i tennisti.

«Ma certo che ci vuole coraggio. Ma il problema è l'Itf: far giocare i russi senza bandiera che senso ha? Non restano comunque russi?».

Quindi cosa consiglia?

«Al di là della real casa britannica e del governo, l'Itf dovrebbe dettare regole per le nazioni, non per gli individui. Questo, così com' è, è una forma di razzismo».

Diciamo che gli Slam fanno anche come gli pare.

 «Mai stato equilibrio giusto tra Atp e Itf. Sono mondi che storicamente non si sono mai incontrati».

Hanno ucciso il buon senso.

«Medvedev, Rublev e tutti gli altri esclusi sono dei signori russi, non sono la Russia. Io sono Adriano Panatta, italiano, ma non sono l'Italia. Poi, istituzionalmente, si rispettano le decisioni: nel '76 il governo non decise, non disse nulla, e quindi andammo. No, ma questi non sono mica normali. Hanno fermato dei cittadini del mondo. Come lo siamo tutti noi. Poi ognuno può avere le proprie idee politiche. Ma perché usare i tennisti per fare pressioni su Putin, che non si fila manco i governanti degli altri paesi?». 

Per evitare imbarazzo alla famiglia reale.

«Ma chiedetevi: il vincitore di Wimbledon è più contento se lo premia Laver o la duchessa di Kent? Per questo lo ripeto fino alla fine: inutile boicottare, i dispetti non servono. Lo sport è un paese libero e tale deve rimanere. Lo ripeto? Scandisco?».

Giampiero Mughini per Dagospia il 22 aprile 2022.

Caro Dago, per fortuna c’è che lo sport ha dei percorsi - dei viali - più alberati, più ricchi, più belli che non altri percorsi della nostra vita reale, a cominciare da quelli della politica, e a non dire della politica quando si fa più sfrenata e aggressiva e micidiale: la guerra. Quella di punire alcuni grandi tennisti russi per il fatto di essere nati in Russia è tra le porcate più spaventevoli che io abbia ascoltato da un po’ di temo a questa parte.

Da italiano, da amante dello sport, da cittadino del mondo che piange le tragedie da cui è attualmente irrorata l’Ucraina, me ne vergognerei se a Medvedev e a Rublev venisse negato di calcare la terra rossa su cui si giocheranno i prossimi Internazionali d’Italia. Non abbiamo davvero bisogno di accrescere il tasso di aggressività tra le nazioni e i popoli. Al contrario, cerchiamo di usare lo sport per smussare quell’aggressività. Sono mille e mille gli episodi che confermano la mia opzione.

Al tempo in cui Mussolini era sovrano della nazione italiana e la nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo salutava il pubblico a braccio teso prima di iniziare il match, in occasione dei Campionati del Mondo a Parigi del 1938 gli antifascisti italiani esuli in Francia perorarono una campagna di delegittimazione dei nostri atleti, invitarono a di fare addirittura il tifo contro di loro. Uno di quegli antifascisti, Leo Valiani, uno dei maestri della moderna coscienza repubblicana, disse di no, che lui avrebbe tifato per l’Iialia del pallone, che una cosa era il fascismo e una cosa erano gli atleti che rappresentavano. Grazie, Valiani.

E ancora. Dopo il secondo dei tre salti di qualificazione alla finale del salto in lungo alle Olimpiadi di Berlino del 1936, il nero americano Jesse Owens non era ancora riuscito a qualificarsi. Gli si avvicinò uno splendido atleta tedesco bianco ventitreenne, lo studente di giurisprudenza Carl Ludwig Hermann Long. Che nelle qualificazioni aveva ottenuto il nuovo record olimpico saltando a 7,73 metri. Consigliò ad Owens di anticipare il punto di stacco di 30 centimetri. Owens riuscì a qualificarsi. In finale Long saltò  fino a 7,87 metri. Owens superò gli otto metri e si guadagnò la medaglia d’oro (è una leggenda che Hitler non lo volle premiare personalmente perché nero). I due atleti si allontanarono dal campo abbracciati. Long morì sui campi della Seconda guerra mondiale. Ricordo la foto di un Owens che nel dopoguerra torna sul campo dello stadio di Berlino e abbraccia il figlio del leale atleta tedesco. Questi sono i percorsi dello sport.

E del resto è più vicina a noi la porcata di coloro che per motivi di propaganda avrebbero voluto che i tennisti italiani non andassero a giocare in Cile la finale della Coppa Davis. Adriano Panatta e i suoi compagni resistettero a questa ingiunzione, andarono, indossarono in campo una maglia rossa e vinsero 4-1. Sarebbe stato meglio se non fossero andati, se non si fossero insozzati con il respirare l’aria di un Paese dove vigeva una dittatura senz’altro oscena? Non dite sciocchezze, e difatti Adriano che è un ragazzo intelligente oltre che essere stato uno smagliante campione, è il primo a dire che quella di proibire gli Internazionali di tennis a Medvedev e Rublev è solo una gran “porcata”.

Né ho bisogno a questo punto di citare a questo punto il film di Clint Eastwood, quello che celebra la vittoria ai campionati del mondo di rugby della nazionale del Sud Africa, una nazionale tutta di “bianchi” che era stata calorosissimamente incoraggiata dal presidente “nero” Nelson Mandela, da un presidente che i “bianchi” avevano tenuto in cella per 27 anni. Potrei continuare per delle ore.

Il ritratto. Chi è Aleksandr Solzenicyn, lo scrittore controcorrente caro a Putin. Filippo La Porta su Il Riformista il 13 Maggio 2022. 

Fa un certo effetto scoprire che il vero ispiratore di Putin, e delle sue velleità “imperiali”, sia Aleksandr Isaevic Solzenicyn, da lui ripetutamente onorato come grande patriota e nemico dell’Occidente. Ora, se qualsiasi strumentalizzazione politica diretta appare goffa e insostenibile, chiediamoci però se l’autore di Una giornata di Ivan Denisovic va considerato legittimamente un pensatore illiberale e reazionario. Risaliamo agli anni 70, quando Solzenicyn, inviso ai più e da noi considerato quasi un corpo alieno, venne calorosamente difeso da due intellettuali “eretici”, appartenenti a due campi politici diversi (anche se entrambi questi intellettuali erano insofferenti verso appartenenze rigide).

Franco Fortini, uno dei maestri della generazione del ‘68 , scrisse un articolo memorabile di elogio di Solzenicyn, sul Manifesto del 21 marzo 1974. Partiva proprio dal disprezzo verso lo scrittore russo dissidente manifestato perfino dalla sinistra che si volle definire “rivoluzionaria”, dunque antidogmatica e anticonformista. Andando controcorrente Fortini intese riportare quel disprezzo all’amore per la durezza, al “bisogno di eccesso e spietatezza”, al “rifiuto dei buoni sentimenti umanistici”, al desiderio dei militanti di allora di essere da parte della forza, della “realtà” contro l’utopia. Come se essere più radicali significasse essere più duri.

Rodolfo Quadrelli, benché refrattario all’etichetta di scrittore di destra, era pubblicato allora da Rusconi e collaborava al quotidiano Il Tempo. Emarginato dal mainstream culturale, è stato un finissimo critico della società, delle mode e dei linguaggi dominanti. Secondo lui l’opera di Solzenicyn non è solo una cronaca d’orrori, ma testimonianza fondamentale sottesa dall’idea che il male esercitato contro l’uomo “deriva dalla dissacrazione radicale”. Lo scrittore russo, che pure auspicava una rinascita religiosa, e che si può considerare un mistico, non si pone tanto come nemico della modernità tout court quanto come un critico dell’illuminismo, del mito della Ragione corrosiva e perciò liberatoria. Nei suoi libri sempre antepone all’assoluto della politica il valore di una limpida moralità: «non propone la liberazione dai tabù, non dissacra, non irride, non schernisce, ma pretende restituire all’uomo dignità e sacralità, ritrovando il dono della gratitudine» e soprattutto ricorda alla politica il tragico, “nemico mortale delle ideologie”, e cioè l’ineliminabilità del male.

Ma a proposito di Solzenicyn diamo ora la parola a Gustaw Herling, uno dei più grandi scrittori e saggisti polacchi del secolo scorso, scomparso nel 2000, autore di uno straordinario diario del gulag dove fu internato nel lontano 1940 – Un mondo a parte (1951) – assai prima di Arcipelago Gulag. In seguito andò a vivere a Napoli, dove diventò un “polacco napoletano” e sposò la coltissima Lidia Croce, che ne sostenne e in qualche caso tradusse l’opera. Anche lui inizialmente ostracizzato dai comunisti, per l’equazione tra nazismo e comunismo, venne però riabilitato nell’età matura. Dirà in proposito che questa tardiva attenzione tributatagli dopo alcuni decenni di indifferenza non vale però come risarcimento. Ora una casa editrice nata a Scampia 12 anni fa, dentro una libreria chiamata La scugnizzeria – e che stampa orgogliosamente volumi “a kilometro zero, su carta riciclata, con inchiostri a base vegetale e colle senza plastificanti” – pubblica i dialoghi di Herling con la giornalista Titti Marrone, apparsi sul Mattino nel 1992 e 1993: Controluce. Letteratura e totalitarismi (Marotta & Cafiero). Si tratta del duecentesimo titolo del loro catalogo! Un capitolo è dedicato proprio allo scrittore russo: “Profeta del nuovo, maestro dell’antico”, dove si prendono le mosse dall’involontario accordo tra Solzenicyn e Wojtyla, ovunque accomunati come un “duo che dice no al capitalismo egoista”.

Da una parte Herling vuole sottolineare la fede democratica di Solzenicyn: tornato in Russia nel 1994 e ricevuto da Eltsin con tutti gli onori, dopo un esilio americano di vent’anni, si troverà a disporre di una rubrica televisiva settimanale dove lancia proclami contro l’Occidente materialistico ma pure denuncia la corruzione dell’oligarchia del proprio paese, la pesante eredità del comunismo sovietico (mancanza di responsabilità, svogliatezza), invita il governo a rispettare la indipendenza della Cecenia e auspica uno stato laicamente indipendente dalla chiesa ortodossa. Dall’altra Herling osserva come sia Solzenicyn che Wojtyla “pur avendo ragioni da vendere stanno entrambi esagerando” nell’attacco al consumismo e al libero mercato. Per una semplice ragione: «la loro visione incessantemente apocalittica dell’Occidente potrebbe creare all’Est un’impressione falsa e pericolosa», avallando in quei paesi una certa “megalomania nazionale”, che consiste nella ‘illusione di poter superare “spiritualmente” il pur agognato Occidente.

Concludiamo su un possibile, benché inattuale, “umanesimo”. Sentimento tragico, scetticismo verso la Storia e insieme convinzione che si possa “restare uomini”: questa attitudine accomuna Solzenicyn a Vasilij Grossman. Così aveva scritto Solzenicyn a proposito della linea che separa il bene e il male entro il cuore di ognuno: «Ci fermiamo stupefatti davanti alla fossa nella quale eravamo lì lì per spingere i nostri avversari: è puro caso se i boia non siamo noi ma loro. Dal bene al male è un passo solo, dice un proverbio russo. Dunque anche dal male al bene». Forse il punto decisivo è questo: non tanto considerare il male eliminabile dalla storia umana quanto non identificare mai la realtà intera con il male, con i rapporti di forza e la razionalità calcolante, non scambiare la parte con il tutto. Come ha scritto Herling: «l’unico motivo per salvare la dignità umana in condizioni disumane è credere, anche nell’abisso del male, nell’esistenza del bene». Filippo La Porta

Nemmeno il Fascismo nel ‘43 censurava i compositori russi: riscopriamo "Onegin" di Tschaikowskij. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 15 aprile 2022.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

“La musica è un linguaggio universale”; “la musica unisce i popoli in un abbraccio fraterno”; “chi ama la musica non può essere cattivo”, etc. Stupisce che, fino a ieri, a riempirsi la bocca di queste nobili frasi, fosse la maggioranza di quei direttori artistici che oggi, in tutto il mondo occidentale, cancellano senza pietà concerti di compositori come Tschaikowskij, Shostakovich, o Rachmaninov. Uno spettacolo desolante: il pensiero unico di una volta ha lasciato il posto a una becera “emozione unica” e tale opera di gretta, meschina ritorsione sull’arte, da qualche raro critico è stata definita un atteggiamento “fascista”. Peggio che andar di notte, ignoranza su ignoranza: basta infatti cliccare sull’archivio del Teatro dell’Opera di Roma consultando i titoli della stagione 1942-‘43. L’Italia di Mussolini era, allora, in guerra totale con l’Urss, un nemico non solo fisico, ma anche ideologico, incarnato dal Bolscevismo.

Eppure, tra dicembre ’42 e gennaio ’43, proprio mentre i nostri soldati affrontavano la disastrosa ritirata sul Don che ci costò 84.930 tra morti, dispersi e prigionieri e 29.690 tra feriti e congelati, presso il fascistissimo teatro dell’Opera di Roma andava in scena “Il principe Igor” di Aleksandr Borodin (5, 7, 10 gennaio), seguito, subito dopo, da “Kovancina” di Modest Petrovič Musorgskij (15, 17, 19 gennaio). Qualche mese dopo, appena terminata disastrosamente la Campagna di Russia, l’Opera di Roma metteva in scena Petruška e L’Usignolo del (vivente) Igor Stravinskij (16, 20 28 marzo 1943).

Quindi, va bene che oggi bisogna far scoppiare a tutti i costi la Terza guerra mondiale - e quindi l’odio e la delegittimazione del nemico devono spaziare a tutto campo (del resto, cosa c’è di meglio per riprendersi da una pandemia devastante?) - ma attenzione ai cortocircuiti: il rischio è quello di prestarsi a cocenti umiliazioni provenienti da quelle ideologie che vengono continuamente agitate come babau.

Proprio la grande musica classica (e non certo afono rockettino omosatanisteggiante) ci ricorda, invece, che anche in questo feroce bipede chiamato “uomo”, brilla una (tenue) scintilla divina, che questi sia italiano, tedesco, americano, russo o ucraino. Chi desidera la pace dovrebbe, quindi, spasmodicamente appigliarsi alla vera musica, l’arte che ammansisce le fiere, come ricorda il mito di Orfeo.

Peraltro, cancellare la cultura russa è cancellare quella europea, in buona parte italiana. Un’opera su tutte lo dimostra, l’Evgenij Onegin di Pëtr Il'ič Tschaikowskij del 1879 QUI, dal romanzo omonimo di Puškin: un capolavoro ispirato nettamente al repertorio italiano, per la cantabilità e il lirismo, che racconta la storia di Onegin (baritono) ricco dandy annoiato e cinico che rifiuta l’amore ingenuo e appassionato di una giovane nobile di campagna, Tatiana (soprano). Dopo il rifiuto e il duello mortale con l’amico poeta Lensky (tenore), Onegin scoprirà Tatjana ormai sposa di un maturo cugino principe e si accorgerà, troppo tardi, di amarla follemente. Un monumento al topos modernissimo dell’amore fuori sincrono, flagello dei nostri tempi che la promiscuità ha consegnato alla dittatura del desiderio. Conosciuto e amato in Russia tanto quanto la verdiana Traviata da noi, scopriamo che Onegin ne costituisce l’esatto, speculare opposto. Fra palazzi nobiliari e paesaggi campestri del primo Ottocento, i due melodrammi sono ambientati rispettivamente in Francia e in Russia, agli estremi longitudinari dell’Europa.

Allo stesso modo, i destini dei protagonisti sembrano specularmente opposti: la giovanissima Violetta verdiana, di umili origini, muore redimendosi dal peccato per un puro amore; viceversa, il nobile, adulto Onegin sopravvive, ma si danna per aver rifiutato l’amore sincero. In entrambe le opere, c’è una festa dove si consuma un tragico alterco che scatena un duello, anche se in Traviata viene ferito il barone cattivo e in Onegin muore il buono, l’amico poeta.

Spicca anche una figura chiave di anziano: da un lato, il borghese Germont, archetipo del grigio e mortificante benpensantismo borghese; dall’altro il principe Gremin il quale, rinnovato in ogni fibra da Cupido, si estasia per la giovane sposa che, pure, gli resterà fedele: “Tutte le età sono soggette all'amore” – canta Gremin nella sua splendida, commovente aria per basso QUI  : afflati ben diversi dall’”uomo implacabile” verdiano che spingerà Violetta a separarsi da suo figlio.

Le opere sono così complementari che non stupisce la nascita di una fantasiosa e suggestiva tesi: Puškin, ormai inviso alle autorità russe, avrebbe abbandonato il suo paese nel 1837, dopo aver inscenato la propria morte in duello, per ricomparire in Francia sotto le vesti di Alexandre Dumas, padre dell’omonimo autore de La Dame aux camelias: entrambi talentuosi scrittori “negri” (avevano nonni africani), franco-russofoni, fissati sui Moti decabristi.

E così, nel pieno e totale rispetto della vostra opinione su Putin, Zelensky e la guerra in corso (qualunque essa sia), il nostro invito è proprio quello di ascoltare il capolavoro di Tschaikowskij, come esercizio estetico-intellettuale per separare l’arte dalla bruta geopolitica, la musica dalla violenta partigianeria, il Belcanto dal chiasso mediatico per contemplare “la bellezza che salverà il mondo”. E questa frase – neanche a farlo apposta – viene da un romanzo di Dostoewskj.

Valeria Crippa per corriere.it l'8 aprile 2022.

Addio al «Lago dei Cigni», allo «Schiaccianoci» e alla «Bella Addormentata» per gli ucraini rifugiati in Italia. Ciaikovskij, con il suo celebre trittico di balletti, finisce nel mirino del Ministero della cultura ucraina che, negli ultimi giorni, ha imposto a tutti i propri artisti di non interpretare opere di autori russi. Con il risultato, per i ballerini ucraini rifugiati in Italia e coinvolti in spettacoli benefici a sostegno del proprio Paese, di essere tacciati di «tradimento» sui propri social nel caso in cui osino esibirsi in coreografie russe o su musiche russe.

Per i ballerini russi la situazione è peggiore: le loro apparizioni nei gala benefici pro-Ucraina, organizzati dai teatri italiani, sono state bloccate, perché i colleghi ucraini non sono più autorizzati a condividere con loro il palco. La disposizione del Ministero ucraino sta deflagrando in tutta Italia sul mondo del balletto, dagli Arcimboldi di Milano al San Carlo di Napoli al Comunale di Lonigo, in provincia di Vicenza, dove ieri sera il russo «Lago dei Cigni» proposto da un corpo di ballo ucraino è stato sostituito in corsa dalla francese «Giselle». L’ultimo teatro a essere colpito e costretto a un cambio di programma è il Comunale di Ferrara, dove domani sera, al posto de «Il lago dei cigni» di Ciaikovskij, l'Ukrainian Classical Ballet eseguirà un'antologia di coreografie varie in una serata intitolata «Ukraina Gran Gala Ballet».

Il direttore artistico Marcello Corvino afferma in una nota: «Il governo ucraino ha recentemente imposto il divieto a tutti i suoi artisti di interpretare opere di autori russi. La direzione del Comunale di Ferrara non condivide il divieto del Ministero della cultura ucraina. La cultura russa è patrimonio dell'umanità e della cultura occidentale in particolare, non è emanazione del governo russo. 

La cultura deve unire, costruire ponti tra popoli, non dividere. Nonostante la nostra divergenza di vedute con il Ministero della cultura ucraino, per non esporre gli artisti ospiti del nostro teatro a violazioni delle leggi emanate nel proprio Paese, abbiamo condiviso con i danzatori ucraini l'idea di un cambio di programma». In questo caso, la purga è sui compositori e non sui coreografi russi. Ma la situazione della cultura russa, nel mondo del balletto, sta precipitando.

Il quadro al momento non è esposto. Dopo Dostoevskij è il turno di Degas: Londra lo accusa di essere putiniano…Angela Nocioni su Il Riformista il 6 Aprile 2022. 

Rinominare, eccolo qua il nuovo verbo del fascismo che avanza. Il dipinto “Danzatrici russe” di Edgar Degas si chiamerà d’ora in poi “Danzatrici ucraine”. L’hanno chiesto via Instagram oscuri utenti del social network alla National Gallery di Londra, dove il quadro è custodito e al momento non esposto. Un dipendente del dipartimento educazione del museo s’è preso a cuore la proposta. E la galleria ha provveduto a soddisfare gli utenti protestatari perché questo, ha fatto sapere un portavoce del museo, “è il momento appropriato”. Fonte: The Guardian. Appropriato per cosa? Per far abbattere la meticolosa idiozia del fondamentalismo da propaganda di guerra su un capolavoro di un impressionista francese di due secoli fa?

Povero Degas. Il suo pastello raffigura una compagnia di ballerine che lui aveva visto danzare a Parigi. Ne era rimasto rapito. C’è del giallo e del blu in quella danza. Forse dei nastri intrecciati ai capelli e ai tutù. Che i colori nazionali dell’Ucraina siano stati a fine Ottocento ritratti in soavi trasparenze in un’opera chiamata “Danzatrici russe” risulta oggi per alcuni insopportabile. Un ruolo nell’operazione Cancella e Rinomina pare l’abbia avuto la direttrice dell’Art Union, Maria Kashchenko, ucraina, per nulla imbarazzata dall’alto del suo incarico di funzionaria museale di rango a cambiare il nome a un dipinto di Degas. Anzi. “Io ho capito che il termine arte russa è diventato un facile ombrello usato per cose diverse – ha detto la direttrice Kashchenko – e in questo momento è veramente importante essere corretti”.

Non è soltanto una sua personale esigenza. No. Sragionano in tanti. Ha detto tempo fa a Der Spiegel la direttrice dell’Istituto ucraino di Londra, Olesya Khromeychuk: “Ogni visita in una galleria o in un museo a Londra con mostre sull’arte o sul cinema dell’Urss rivela un’errata interpretazione deliberata, o forse solo frutto di pigrizia, della regione. Come se fosse una Russia sconfinata. Proprio come vorrebbe l’attuale presidente della Federazione Russa“. E ancora: “I curatori non hanno problemi a presentare arte ed artisti ebrei, bielorussi o ucraini come russi. Nei rari casi in cui un ucraino non è presentato come russo, viene presentato come nato in Ucraina, come è successo col film del regista Oleksandr Dovzhenko in una delle più grandi esibizioni di arte rivoluzionaria a Londra”.

In questo clima agghiacciante, utile più ad esaltare pericolose manie che ad accogliere e proteggere suscettibilità ferite, il portavoce della National Gallery ha tentato pure una giustificazione accademica: “Il titolo di questo dipinto è stato oggetto di discussione per molti anni ed è trattato nella letteratura. Tuttavia c’è stata una maggiore attenzione nell’ultimo mese a causa della situazione attuale, quindi abbiamo ritenuto che fosse il momento di aggiornare il titolo del dipinto, per riflettere meglio il suo soggetto”. L’idea sarebbe quindi superare a spintoni questa “pigrizia”, istigando anche altre istituzioni culturali a rivedere i nomi dell’arte considerati sbagliati dalla cecità dei nazionalismi del momento.

Tutto ciò a testimonianza del fatto che non nasceva solo da provincialismo misto a banale ignoranza la figuraccia dell’Università Bicocca di Milano quando, a invasione dell’Ucraina appena avvenuta, ha prima cancellato un corso monografico su Dostoevskij e poi, viste le reazioni, s’è spiegata dicendo che sì, si poteva pure leggere in aula Dostoevskij ma soltanto se si improvvisava su due piedi un corso su un autore ucraino.

Angela Nocioni

La guerra in Ucraina. “Politicamente corretto ha portato al bando della cultura russa, si condanni Putin senza cadere nel pensiero unico”, parla Simona Colarizi. Umberto De Giovannangeli su Il Riformista il 3 Aprile 2022. 

Una grande storica e la manipolazione della storia operata per giustificare la guerra. E i rischi di un pensiero unico militarizzato. A parlarne con Il Riformista è Simona Colarizi, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università di Roma La Sapienza. Per saperne di più, consigliamo la lettura, del suo libro, quanto mai attuale, Novecento d’Europa. L’illusione, l’odio, la speranza, l’incertezza (Laterza, Bari-Roma 2015).

Non c’è d’avere un po’ di paura quando autocrati o governanti vari cercano di riscrivere la Storia per legittimare la guerra?

Quando nega l’identità etnica dell’Ucraina, Putin falsifica la storia; una storia di “frontiere in movimento” che danno un carattere peculiare alla questione nazionale in tutti i territori orientali tra la Germania e la Russia. Quando parla di de-nazificare l’Ucraina, Putin dimentica la storia dei rapporti tormentati tra Ucraina e Unione Sovietica ai tempi di Stalin che aveva lasciato morire di fame cinque milioni di ucraini nel periodo della grande carestia (1932). Una tragedia indimenticabile alla quale si devono far risalire le simpatie per Hitler al momento dell’invasione nel ’41. Simpatie ben presto scomparse di fronte agli orrori dell’occupazione nazista, una tra le più brutali nell’elenco degli orrori vissuti dalle popolazioni europee, a oriente come a occidente. Alle porte di Kiev, a Babij Jar, si consumava la strage di massa di 35 mila ebrei, mentre a Odessa si contavano 50 mila vittime. Putin sembra aver dimenticato anche quale sia stata la risposta degli ucraini che alle violenze degli occupanti tedeschi oppongono una strenua resistenza, anch’essa fondamentale per far fallire l’invasione dell’Urss e spingere i tedeschi alla disastrosa ritirata. Putin non vuole neppure ricordare che l’Europa Occidentale con le sue libertà e il suo benessere era un faro irresistibile per le nazioni europee, dal 1945 iscritte nella sfera di influenza sovietica. La disgregazione accelerata dell’intero impero comunista di cui Putin ancora oggi si rammarica, si produce proprio sulla spinta dei popoli desiderosi di partecipare al processo di integrazione europea. Si può comprendere la volontà di Putin di riportare la Russia alla potenza e alle dimensioni territoriali di un tempo; ma la brutalità della guerra di aggressione all’Ucraina oggi non tiene conto di quanto profondi e diffusi siano in tutti i popoli appartenenti alla sfera dell’ex Unione Sovietica, i sentimenti di indipendenza nazionale e la volontà di autodeterminazione; diffusi per lo meno quanto il nazionalismo dei russi. A ben vedere Putin ha lanciato una sfida all’Europa proprio sul piano valoriale quando nel suo discorso allo stadio ha parlato con disprezzo di un mondo occidentale europeo privo di valori spirituali, sterile e cinico nel suo materialismo dominante, ormai incapace di sognare un futuro. Colpisce la forte eco dei discorsi di Mussolini nel ’39 quando il duce definiva le plutocrazie occidentali come Stati in estinzione, Stati con le culle vuote, svirilizzati, impotenti e incapaci di difendersi. Putin nell’aggredire l’Ucraina, ha probabilmente contato sulla passività della Ue che avrebbe lasciato alla Russia carta bianca nel perseguire i propri obiettivi di potenza, come già era avvento con l’occupazione della Crimea, sanzionata dalle potenze Occidentali con misure che servivano solo a salvare le apparenze.

Il pensiero unico in divisa, impazza nei talk show televisivi e sulle pagine dei giornali mainstream. Ma una sana dialettica non dovrebbe essere il sale di una democrazia?

Il “pensiero unico”, il “politicamente corretto” arrivato all’estremo della cancellazione del passato o nel caso della guerra all’Ucraina alla messa al bando della cultura russa, è la negazione del pensiero democratico che si sviluppa e si alimenta con lo stesso metodo della riflessione storica, impostata proprio sull’analisi degli elementi contrastanti attraverso i quali si determinano eventi e processi. Il pensiero unico pretende di trasmettere una “verità” senza misurarsi con le tante contraddizioni che marcano i processi del passato e del presente, suscettibili di altre interpretazioni, di altre “verità”. Il pensiero unico è antidemocratico nella sua pretesa di esprimere una “verità” immutabile e indiscutibile, perché l’essenza della democrazia sta invece nei suoi valori dinamici che evolvono nel tempo, si sviluppano, acquistano significati nuovi attraverso il confronto anche aspro che non consente la sclerosi del pensiero unico. La democrazia si alimenta proprio attraverso la contestazione del conformismo intellettuale, politico e istituzionale, malgrado il rischio distruttivo presente in ogni processo contestativo estremizzato, nella comune consapevolezza che la democrazia è imperfetta ma anche perfettibile. Altrettanto importante resta però la contestazione dei modelli liberticidi: le autocrazie, le dittature e i totalitarismi che hanno come attributo comune anche il bellicismo, che sono antitetici ai valori dell’Unione Europea e dell’Italia. Negare un’equidistanza tra democrazie e autocrazie non significa appiattirsi sul “pensiero unico”; significa invece rivendicare i propri valori come parametro imprescindibile per misurarsi con la realtà di un mondo plurale col quale si deve convivere.

Molto si è detto, scritto, sentenziato, sui recenti discorsi di Putin. Professoressa Colarizi, su cose inviterebbe a riflettere con più profondità e serietà di analisi e d’intenti?

Vede, le parole di Putin toccano un nervo scoperto nella coscienza degli intellettuali europei che da anni sono consapevoli di quale crisi affligga le democrazie occidentali dove l’avvento della nuova era globale, ha generato nei popoli incertezze e paure. Qualunquismi e sovranismi, populismi e movimenti antipolitici, antieuropei, anti-establishment, nuove e vecchie destre, nazionalismi, razzismi e antisemitismi hanno ricominciano a inquinare la vita civile e politica delle democrazie occidentali. Fenomeni culminati negli Stati Uniti con l’assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021 e in Europa con la Brexit che ha spezzato un anello importante della UE. In questo scenario si colloca l’indifferenza crescente – e non da oggi – che ha segnato gli umori delle popolazioni occidentali di fronte alle emergenze belliche esplose dopo il 1989. E non mi riferisco solo alla ex Jugoslavia dove a partire dal 1992 si sono consumati orrori pari a quelli della seconda guerra mondiale; mi riferisco agli innumerevoli conflitti che da trent’anni insanguinano il Medioriente e la stessa Russia (Georgia, Cecenia).

C’è chi, di fronte a un mondo seminato da conflitti e guerre più o meno dimenticato, sembra rimpiangere i tempi della Guerra fredda e di una governance bipolare.

Il bipolarismo tra le due super potenze aveva assicurato un falso mondo di pace per gli europei che avevano chiuso gli occhi di fronte alle guerre calde che affliggevano tutti gli altri popoli della terra. Aprire gli occhi su questo scenario, confrontarsi con tutti i cambiamenti politici e geo politici, economici, sociali, culturali della nuova era globale aveva portato a quel ripiegamento su se stessi che significava anche perdita dei valori fondanti. Si perdeva la fiducia nelle democrazie giudicate incapaci di difendere l’uomo qualunque in balia delle nuove sfide; si guardava addirittura con ammirazione alle autocrazie – Russia, Cina – dove governi stabili garantivano l’ordine pubblico e la sicurezza dei loro cittadini. Abbagliati dalla crescita economica della Cina e dalla ricchezza delle materie prime possedute dalla Russia, non ci si curava di quanto liberticide e belliciste fossero queste dittature, malgrado l’evidenza di Hong Kong o della Georgia, della Cecenia, della stessa Siria. Le contemporanee guerre della Nato e degli Usa facevano da facile alibi alla mancanza di una riflessione approfondita, anche questo sintomo di quel qualunquismo diffuso che si alimentava nella sfiducia crescente nei confronti dei propri rappresentanti politici. I più ottimisti vedono segnali di una inversione di questa spirale declinante nella nuova compattezza degli Europei che hanno affrontato e stanno affrontando tutti insieme la sfida della pandemia e le sue conseguenze economiche e sociali. I più ottimisti intravedono nella reazione degli Stati democratici alla guerra in Ucraina la conferma che il processo di ricomposizione di una forte identità democratica sta continuando. (E naturalmente io me lo auguro).

La “sindrome dell’accerchiamento” che segna la Russia, e non solo i suoi vertici, è frutto solo di una narrazione strumentale o coglie un qualcosa che è, non da oggi, parte della “psicologia di una Nazione”?

La sindrome dell’accerchiamento di Putin risale al “cordone sanitario” del 1917 e alla “cortina di ferro” del 1946. In teoria, è la stessa sindrome che affligge le democrazie europee e gli Usa che temono il dilagare del comunismo nei loro territori. Da una parte e dall’altra la sindrome dell’accerchiamento ha portato alla conquista armata di territori in Europa e nel mondo, per rafforzare le proprie difese contro la minaccia del nemico comunista o capitalista. I protocolli segreti tra Hitler e Stalin nel ’39 aveva palesato l’Imperialismo “difensivo” dell’Urss, così come l’imperialismo “difensivo” degli Usa si era esercitato con aiuti economici e con armi alla Turchia nel 1947 (dottrina Truman). A seguire, la catena di guerre (per interposta persona) tra le due super potenze in tutto il mondo, ma anche quelle di conquista in prima persona – Vietnam per gli Usa, Afghanistan per l’Urss. Ma la storia successiva al 1989 cambia poco la logica di fondo che si applica anche alle nuove superpotenze comparse sulla scena globale. Detto questo, resta una differenza di fondo che sfugge alle analisi di chi attribuisce alla Nato tutte le colpe dell’accerchiamento alla Russia di Putin. Mi pare che si dimentichi di nuovo la storia della seconda guerra mondiale quando le potenze democratiche hanno messo l’antifascismo sulle loro bandiere, un simbolo che è rimasto anche dopo il ’45. I valori antifascisti nel loro significato di lotta agli Stati totalitari fascisti e nazisti che avevano negato libertà e diritti umani, si sono perpetuati anche al di là dell’epoca storica alla quale vanno ricondotti. Il che non significa naturalmente omettere l’analisi di tutte le contraddizioni che sono riscontrabili nella complessità delle situazioni di ieri e di oggi.

Umberto De Giovannangeli. Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.

Putin: "Anche J.K. Rowling censurata, l'occidente della cancel culture è come il nazismo". La Repubblica il 25 Marzo 2022.

Davanti a rappresentanti della cultura e delle arti russa, Vladimir Putin torna ad attaccare l'occidente, paragonando il presunto ostracismo di tutto ciò che è russo, ai roghi dei nazisti. "La cancel culture si è trasformata in cancellazione sistematica della cultura - ha attaccato Putin-  ?ajkovskij, Shostakovich, Rachmaninov sono stati rimossi dalle stagioni concertistiche. Gli scrittori russi e i loro libri sono stati banditi". Poi il presidente russo, probabilmente riferendosi alla polemica tra la scrittrice sul femminismo J.K. Rowling  e gli attivisti trasngender, ha dichiarato che "gli attivisti della teoria del gender stanno cercando di cancellare l'intera cultura nazionale russa, con millenni di storia". Pronta la risposta della scrittrice in un tweet: "Le critiche alla "cancel culture" non sono il massimo da parte di chi massacra civili per il solo fatto di resistere, o imprigiona e avvelena gli oppositori".

Putin accusa l'Occidente di cancel culture «come con J.K. Rowling». Lei lo attacca: «Massacra i civili». Barbara Visentin su Il Corriere della Sera il 25 Marzo 2022.

Sostenendo che i Paesi occidentali stanno tentando di boicottare la cultura russa, il presidente Vladimir Putin ha tirato in ballo la creatrice di Harry Potter J.K. Rowling, facendo riferimento alla «cancel culture» di cui la scrittrice britannica è stata vittima qualche anno fa, dopo aver espresso opinioni controverse sulle donne transgender ed essere stata accusata di transfobia. Putin ha paragonato gli occidentali ai nazisti che bruciavano i libri e ha accostato il trattamento riservato alle personalità culturali russe da quando è iniziata la guerra a quello che è capitato a Rowling, boicottata aggressivamente sul web per il suo pensiero.

La reazione della scrittrice non si è fatta attendere: via Twitter Rowling ha criticato le parole di Putin, respingendole al mittente, e ha sottolineato, pur senza nominarlo direttamente, come non sia un alleato credibile né accettabile nel contestare la cancel culture : «Le critiche alla cancel culture dell’Occidente sarebbe meglio non arrivassero da coloro che in questo periodo stanno massacrando civili per il crimine di resistenza, o che incarcerano e avvelenano i loro critici», ha scritto l’autrice, a corredo di un articolo della Bbc dedicato all’oppositore di Putin Alexej Navalny. Rowling ha anche aggiunto un hashtag a sostegno della popolazione Ucraina, #IStandWithUkraine e, in un tweet pubblicato subito dopo, ha poi aggiornato i suoi follower sulle attività che la sua associazione benefica Lumos sta svolgendo a favore dei bambini ucraini.

Marx non russa. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 23 marzo 2022. 

La guerra fa strage anche di cervelli, o forse si limita a certificarne la mancanza. Nel caso vi fossero sfuggite, segnalo due notizie da ascrivere all’epidemia di anacronistica imbecillità che va sotto il nome di «cancel culture». La prima è che il festival di Colorado Springs dedicato alle avventure spaziali ha annullato la serata su . Benché sia morto da quasi mezzo secolo, il vecchio Yuri deve avere fatto ultimamente qualcosa di molto grave, se persino nel pacifico Lussemburgo un suo busto commemorativo è stato coperto dalle autorità. Quantomeno, Gagarin era russo. Ma Karl Marx? No, perché in un’università della Florida hanno tolto il nome del filosofo comunista dall’aula a lui intitolata, ritenendolo «non appropriato». Qui l’espressione «cancel culture» va intesa in senso letterale: solo una testa da cui è stata cancellata qualunque forma di cultura, compreso il sussidiario delle medie, può collegare Marx alla Russia attuale. Tanto per cominciare Marx era tedesco e morì a Londra con la convinzione che il comunismo avrebbe attecchito ovunque tranne che a Mosca. E poi la Russia reazionaria e baciapile incarnata da Putin non è più l’Urss, di cui condivide solo la volontà di potenza e la tragica visione totalitaria dello Stato. Serve un disarmo unilaterale della stupidità, prima che per rappresaglia — come si leggeva in un meme — Putin non decida di ribattezzare il capolavoro di Tolstoj «Operazione militare speciale e Pace». Ne sarebbe capace.

Le parole dell'autrice di 'Harry Potter'. JK Rowling smonta la propaganda di Putin sulla ‘cancel culture’: “Tu massacri civili”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 25 Marzo 2022. 

JK Rowling non ci sta ad essere utilizzata per fini propagandistici dal presidente russo Vladimir Putin nella sua battaglia contro l’Occidente, dopo l’invasione dell’Ucraina iniziata ormai un mese fa.

La scrittrice britannica, autrice della fortunata saga di ‘Harry Potter’, ha infatti risposto alle parole dello Zar del Cremlino che l’aveva citata nel corso di un ampio discorso che lo aveva visto criticare la cosiddetta ‘cancel culture’ dell’Occidente.

Putin aveva infatti spiegato, nel corso di un intervento con esponenti del mondo della cultura russa, che Stati Uniti ed Europa “stanno cercando di cancellare un intero Paese millenario, il nostro popolo. Sto parlando della progressiva discriminazione di tutto ciò che è connesso alla Russia”.

Il presidente russo aveva sottolineato in particolare la discriminazione contro ciò che è connesso alla Russia ha citato i compositori Pyotr Tchaikovsky, Dmitri Shostakovich, Sergei Rachmaninov, oltre a scrittori e libri russi. Quindi il paragone con la Germania nazista, con Putin che ha spiegato come l’ultima volta che una tale campagna per distruggere letteratura è avvenuta “è stato per mano dei nazisti in Germania circa 90 anni fa”.

Quindi citando la scrittrice, Putin aveva sottolineato che “JK Rowling è stata cancellata perché lei, scrittrice di libri che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo, non ha soddisfatto i fan delle cosiddette libertà di genere”.

Rowling ha duramente attaccato l’uso strumentale che Putin aveva fatto del suo nome e del suo ‘caso’ nel corso della sua invettiva contro l’Occidente. 

La scrittrice ha infatti denunciato l’invasione dell’Ucraina in cui ha affermato che la Russia “sta massacrando civili”. “Criticare la ‘cancel culture’ dell’Occidente probabilmente non è la cosa migliore da fare da chi attualmente massacra civili per il crimine di resistenza, o che imprigiona e avvelena i suoi critici“, ha scritto l’autrice britannica.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

La nota del Miur. Le università bandiscono la Russia, una barbarie che ci ripiomba ai tempi di pietra e fionda. Giovanni Guzzetta su Il Riformista il 16 Marzo 2022. 

E dunque ci risiamo. Non è bastata la drammatica e, per certi versi farsesca vicenda della soppressione del corso su Dostoevskij di un Università milanese. Soppressione poi revocata quando il danno era ormai fatto, tanto che il titolare del corso, lo scrittore Paolo Nori, si è rifiutato a quel punto di svolgerlo. Non è bastata la scelta, improvvida a mio parere, del festival di Cannes di rifiutare qualsiasi film russo nella prossima edizione. Non è bastata la lezione di civiltà offerta dal Cern di Ginevra, diretto dalla scienziata italiana Fabiola Giannotti, che, mentre ha sospeso la Russia, in quanto Stato, dal ruolo di osservatore, ha consentito però che gli scienziati russi continuassero a lavorare ai propri progetti accanto ai colleghi ucraini in quella istituzione.

No, non è bastato, se dobbiamo ancora oggi leggere la nota della nostra ministra dell’Università che ha chiesto agli Atenei «nel rispetto dell’autonomia accademica e di ricerca, a voler considerare la sospensione di ogni attività volta alla attivazione di nuovi programmi di doppio titolo o titolo congiunto» con istituzioni universitarie e culturali russe. Tanto che “nell’esercizio della propria autonomia accademica” leggiamo che c’è già una solerte Università, la quale per non sbagliare ha deciso di interrompere «le collaborazioni in atto con studiosi legati a istituzioni russe» (Il Foglio di ieri). È proprio vero che la guerra ci fa ritornare a essere “ancora quello della pietra e della fionda” come scrisse Salvatore Quasimodo, in un regresso culturale e civile che fa a pugni con quell’idea di civiltà in nome della quale ci schieriamo giustamente dalla parte dell’Ucraina. È proprio vero, come disse Francesco Saverio Nitti in Assemblea costituente, che “in Italia il ridicolo è contagioso”. Purtroppo qui non si tratta solo di ridicolo, ma del conformismo da pensiero unico che ci fa dimenticare gli stessi valori in nome dei quali diciamo saremmo pronti a morire. Mentre in realtà a morire sono altri.

Ma come si fa a non avvedersi che squalificare la cultura, la ricerca, l’arte a livello di un qualsiasi prodotto da bandire come una qualsiasi “sanzione”, rappresenta la più grande manifestazione di debolezza politica e culturale? Come si fa a non vedere che tali scellerate scelte sono il più grande tradimento che potremmo fare alla nostra civiltà? Persino il diritto internazionale bellico prevede situazioni nelle quali il nemico dev’essere soccorso, pur nella cornice del conflitto. E noi che facciamo? Tagliamo quei pochi ponti che danno ancora senso ai valori dell’umanesimo, della libertà, della civiltà. Scelte di questo genere sono la prova più evidente di un ateismo umanistico, della perdita di fede nella forza della cultura e della scienza come strumenti di elevazione dell’uomo e come strumenti per consentire all’uomo di riconoscere l’altro come uomo, al di là della sua appartenenza, della sua nazionalità e della sua divisa. Questa idea di troncare le relazioni artistiche, scientifiche e di ricerca sono un’insulto alla cultura. Sono la premessa di atteggiamenti iconoclasti che alimentano il sonno della ragione. Il volto di un materialismo economico preoccupato solo di salvaguardare la sopravvivenza biologica e in cui la scienza si può colpire, ma il gas russo al quale ci siamo impiccati nel corso degli anni ovviamente no. Perché si sa, con la cultura mica si mangia.

Rompere quei ponti non può che accentuare le distanze e le polarizzazioni e potenziare le spinte a una degenerazione culturale, antiumanistica e antiscientifica, per cui io non giudico più il caso concreto, la situazione specifica, ma preliminarmente escludo qualsiasi possibilità di confronto, sostituisco il pregiudizio al giudizio. Al rasoio di Occam, che impone metodologicamente di distinguere, individuando eventualmente anche i casi in cui certi rapporti istituzionali o persino accademici potrebbero rappresentare la copertura di infiltrazioni o una minaccia per la sicurezza, contrapponiamo la falce cieca che non a caso nell’iconografia religiosa è il simbolo della morte.

Chissà cosa penserebbe di tutto ciò il grande cineasta ebreo Radu Mihăileanu ricordando che il suo film, Il Concerto, avrebbe potuto cadere sotto la mannaia delle sanzioni. Un film magico e commovente, che narra una storia sull’orchestra russa del teatro Bol’šoj che, ai tempi di Breznev, riesce con infinite peripezie a ottenere di esibirsi a Parigi.

Forse, di fronte alle sanzioni, Mihăileanu penserebbe che ha la fortuna di non essere russo. Ma certo non dimenticherebbe la frase pronunciata prima del concerto da Andreï Filipov (il direttore caduto in disgrazia per l’opposizione al regime): «L’orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare a un suono magico: l’armonia. Questo è il vero comunismo. Per il tempo di un concerto». E sì, è proprio vero che “sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”. Con buona pace della retorica politicamente corretta che esibisce snobisticamente e burocraticamente la nostra presunta superiorità. E che non ci farà mancare, ne sono certo, qualche alzata di sopracciglio anche di fronte a queste riflessioni, evidente e pericolosa espressione di cripto-putinismo. Giovanni Guzzetta

Da leggo.it il 10 marzo 2022.

Una catena di ristoranti in Francia ha subito insulti sui social e minacce telefoniche dopo essere stata indebitamente associata al leader russo Vladimir Putin. La Maison de Putine però non ha nulla a che vedere con il personaggio politico, si riferisce al tipico "Poutine" un piatto tipico di patatine fritte ricoperto di salsa al formaggio, prelibatezza del Quebec. 

La Maison de Poutine, una prelibatezza del Quebec

La catena, che ha quattro sedi in Francia, di cui tre a Parigi, ha ricevuto numerosi insulti sulle proprie pagine social oltre che telefonate anonime con minacce e insulti: "Abbiamo fino a cinque o sei chiamate all'ora", ha detto a Le Parisien il co-fondatore del ristorante Guillaume Natas, spiegando che non ha ancora presentato una denuncia perché pensa che "la polizia abbia altro da fare". Tuttavia la preoccupazione è aumentata, tanto che un dipendente della sede del ristorante a Tolosa ha detto a France Bleu di temere che le persone possano vandalizzare la proprietà o ricorrere alla violenza.

Il chiarimento sui social «Non siamo legati a Putin»

Per questo la direzione del ristorante si è vista costretta a pubblicare un post sui social specificando che "non è legato al regime russo e al suo leader". "Il nostro piatto è nato in Quebec negli anni '50. E le storie sulla sua origine sono numerose. Ma una cosa è certa: il poutine è stato creato da cuochi appassionati desiderosi di portare gioia e conforto ai propri clienti", ha scritto il ristorante "La Maison di Poutine ha lavorato sin dal suo primo giorno per perpetuare questi valori e oggi porta il suo più sincero sostegno al popolo ucraino che sta lottando coraggiosamente per la propria libertà contro il regime tirannico russo".

Cocktail e locali cambiano nome per solidarietà con l'Ucraina

Il caso di La Maison de Poutine non è isolato. Anche un ristorante ad Austin, in Texas, precedentemente noto come "Russian House", ha annunciato di aver eliminato la parola "russo" dal suo nome. Il proprietario, Varda Monamour, originario dell'Europa orientale ha detto che se il nome "rattrista o porta dolore agli altri, sentiamo semplicemente che deve essere 'The House', la casa per tutti.

La casa in cui le persone possono entrare e godersi un buon pasto e concentrarsi sulle cose buone e su qualcosa che ci porta insieme, non ci separa". Polemiche anche nel mondo dei drink dove c'è stato chi ha proposto di cambiare il nome Moscow Mule (celebre cocktail a base di vodka e ginger beer) in Kiev Mule.

Da repubblica.it l'8 marzo 2022. 

Un camion di un'azienda di  Leitreim, in Irlanda, ha sfondato il cancello dell'ambasciata russa a Dublino con una decisa retromarcia. Non sono stati segnalati feriti. L'autista, è stato arrestato sul posto dopo essere uscito dal veicolo e aver distribuito foto di atrocità russe in Ucraina.

L'autista Desmond Wisley raccontato di essere stato sopraffatto dalla rabbia dopo aver visto il video della famiglia uccisa da un missile. "Voglio che l'ambasciatore e i suoi colleghi lascino questo paese libero. Sono solo un lavoratore, ma dobbiamo fare qualcosa". 

Piera Anna Franini per “il Giornale” l'8 marzo 2022.

«Le ripetute e sempre più frequenti messe al bando di artisti e intellettuali russi suscitano preoccupazione. È in atto un'operazione di cancel culture pericolosa», si legge nella lettera arrivata ieri sul tavolo di Sergio Mattarella e del ministro Dario Franceschini. 

La lista dei firmatari si ferma al numero 201: gli anni che ci separano dalla nascita di Dostoevskij, scrittore-simbolo di una crescente russofobia. Cala una cortina di ferro anche nel mondo della cultura: il caso Dostoevskij è la punta dell'iceberg di un atteggiamento di aut aut, richieste di abiura e caccia alle streghe. 

Dal 24 febbraio, si puniscono gli artisti russi che non si pronunciano contro il Cremlino. Chi si rifiuta non dirige, non canta, non danza, non espone: dal Canada all'Australia. Il più avversato è il direttore Valerij Gergiev vicino al capo dello Stato essendo al timone del Mariinskij di San Pietroburgo, un teatrone di Stato da 2mila dipendenti: schierarsi implica schierare un'istituzione.

Quando mai gli artisti sono stati forzati a condannare il proprio Paese in conflitto? Eppure proprio il Met di New York ha chiesto questo alla cantante Anna Netrebko, pena - già applicata per i prossimi due anni - la cancellazione dalle stagioni. A monte operano tribunali dell'inquisizione 2.0 che sondano i social e scavano nel passato. «Negli ultimi 50 anni il mondo ha conosciuto una serie di guerre, ma è la prima volta che l'arte è tra le vittime. Così, mettiamo al bando l'eredità di un Paese. E paradossalmente queste sanzioni culturali, mai applicate prima, potrebbero indurre milioni di persone a trovare la ragione del conflitto. La cultura è da sempre pacificatrice e terreno di dialogo.

Cosa succede ora? Perché ci isolate», lamenta Galina Stolyarova, giornalista di cultura del Moscow Times. «La questione che si pone non è quella della neutralità ad ogni costo, ma se l'arte stessa deve servire da veicolo per ogni espressione di opinione. Io penso: no», osserva Jonas Kaufmann, il tenore più rappresentativo del momento. Esemplare il commento Alexander Malofeev, fenomeno del pianoforte di soli 20 anni, di Mosca. In Canada gli è stato chiesto di esprimersi contro il Cremlino. «La verità - la sua risposta - è che ogni russo si sentirà colpevole per decenni a causa della terribile e sanguinosa decisione che nessuno di noi poteva influenzare e prevedere».

Laddove prevale il buon senso, c'è apertura e cultura. E così, la Scala ha sì rinunciato a Gergiev, però lo ha sostituito con un giovane sotto la sua ala: dal Mariinskij nessun niet alla sostituzione, e dal pubblico applausi calorosi al giovane direttore. La Filarmonica scaligera ieri sera ha dedicato il suo concerto alle vittime della guerra senza specificare se ucraine o russe. E mentre il direttore Tugan Sokhiev si dimette sia dal Bolshoi di Mosca sia dall'Orchestra di Tolosa poiché costretto «a scegliere tra due tradizioni culturali», il concorso pianistico Van Cliburn, in Texas, sente il dovere di giustificare il fatto che accetterà candidati russi poiché «non sono funzionari del governo». Van Cliburn è il concertista americano che vinse il concorso Cajkovskij di Mosca. Correva il 1958, piena Guerra fredda. In quel momento l'arte unì Usa e Urss. 

GLUCK per Dagospia l'8 marzo 2022.  

Si deve pure (e non poco) a Dagospia se il sipario di piombo (dei giornali) non calasse pesantemente sulle beghe interne, lo strapotere dei sindacati, i silenzi omertosi degli sponsor e le gaffe messe in scena dal teatro la “Scala” nelle ultime settimane. 

Finalmente fa rumore il calcio in culo affibbiato dal sindaco Beppe Sala al direttore d’orchestra Valery Giergev, amico di Putin, senza preavvisare l’interessato, gli stessi membri della Fondazione e il sovrintendente Mayer. 

Tra i pensieri spettinati di Lec.S.Jerzy ce n’è uno che calza a pennello sul colpo di bacchetta scorretto del Beppone primo della classe (dei somari): “Preferisco la scritta proibito all’ingresso a quella senza via di uscita”.

Il fattaccio del Piermarini sembrava destinato a rimanere nell’enclave protettiva delle gazzette locali che mai osano mettere il naso (anzi se lo turano) nelle vicende del tempio della lirica milanese. 

Dopo l’ex Mediobanca di Cuccia, la “Scala” è un’altra roccaforte intoccabile. Lo stesso è accaduto ai tempi di Mani Pulite per il Palazzo di Giustizia finito poi sotto le macerie causate dai suoi stessi giudici eroi. Simboli da lucidare (con la lingua) alla stregua della Madonnina che brilla sul Duomo.

“Giorni e giorni, di fulmini e saette, chi ad esaltare il gesto di Sala, chi a deplorarlo soprattutto però in famiglia, molto meno pubblicamente. Sala non è Putin ma è sempre Sala e magari se la lega al dito…”, ha colto nel segno Natalia Aspesi sulla “Repubblica” nel commentare il pasticciaccio innescato dal sindaco con l’elmetto. 

Per concludere sull’abbandono anche della “divina” soprano Netrebko: “Vada come vada per la musica, ma altri sono i modi per aiutare l’Ucraina, e quindi tutto il mondo”. Ben detto Natalia!

Il che la dice anche lunga sul contesto censorio che aleggia da anni sul Piermarini e sull’affacciante Palazzo Marino sia pure con qualche lodevole eccezione. 

Dunque, non è stato uno scoop di questo disgraziato sito, sottolineare subito che l’ukase improprio del sindaco rivolto a Valery Giergev, in quanto intimo dello zar Putin, suonava in pratica come una richiesta al direttore d’orchestra di abiurare al suo Paese natale. 

A ricordarlo, per stare sullo spartito, c’è pure l’”Aida” di Giuseppe Verdi: “Se l’amor della patria è delitto/ Siam rei, siam pronti a morir”, A poco valgono le marce in fa minore (tardive) del Sala “puro e duro” che nel voler primeggiare non si è reso conto degli effetti, anche umani e drammatici, del suo ultimatum al maestro Gergiev.

Nella fondazione scaligera, dopo la messa alla porta sia del maestro che della soprano Netrebko, con tanto di sostituzioni sicuramente non a costo zero, si temono ripercussioni economiche sul suo bilancio del teatro che già fa acqua nonostante oltre il 35% di euro provengano dal finanziamento pubblico (Stato, Comune e Regione).

Soldi pubblici insomma. “Se non vengono onorati i contratti del musicista, cacciato in malo modo, o costretti all’abbandono come la soprano Netrebko, c’è il serio rischio di strascichi giudiziari in sede civile. 

E sarebbe interessante se Sala e Meyer spiegassero, una volta per tutte, se i compensi degli artisti, secondo abusata consuetudine dei loro amministratori monegaschi, vengono pagati in Italia o in qualche paradiso fiscale”, fanno osservare a Dagospia in zona loggionisti.

“Non dimentichiamo – aggiunge -, che l’ex manager del tenore Luciano Pavarotti, lo scomparso Tibor Rudas, non era russo come oggi scrivono i giornali anche se sera vicino ai suoi amici oligarchi, bensì ungherese. Per 7 milioni di euro aveva acquistato una villa attigua a quella del nostro tenore sulle colline di Pesaro per seguire il Festival Rossiniano”.

Ma nel battere tutti sul tempo della solidarietà all’Ucraina aggredita, il sindaco “ghe pensi mi” nella sua smania censoria neppure si è neppure reso conto che il tema delle “sanzioni culturali” alla Russia sia nell’arte sia nella letteratura avrebbero sollevato un caso internazionale.

Qualcosa d’inedito, rispetto agli stessi anni della Guerra Fredda. Tema assai sensibile quello del rapporto tra culture e politica; tra “purezza e propaganda” che non si sciolgono con gli ukase di rito ambrosiano di Sala o della economista Giovanna Iannantuoni dell’ateneo Bicocca. 

Alla professoressa che prima di scrivere una lettera di scuse aveva bocciato un seminario dello scrittore Paolo Nori sul romanziere russo Fiodor Dostoevskij va il premio dell’Idiota.

A ragione, l’epurato Paolo Nori, si è rifiutato di tornare in cattedra tra gli asini dell’accademia.

“La cosa più sorprendente nel testacoda dell’Università Bicocca è che i super cattedratici della Bicocca che avevano annullato le lezioni non sapessero che Dostoveskij era un campione della libertà, un oppositore del regime zarista… siamo a Cretinopoli”, ha rilevato Francesco Merlo rispondendo a un lettore della “Repubblica”. 

Siamo alle intellettuali che il saggista e storico marxista Luciano Canfora paragona alle “galline pensierose”.

Già, Milano non si ferma mai nel suscitare a volte “il ridicolo” secondo l’opinione dell’ex sindaco Giuliano Pisapia che sulla cacciata di Giergiev avrebbe consigliato maggiore prudenza al suo successore. “Ridicolo, ma anche gravissimo” per Michele Serra l’episodio della Bicocca con l’invito agli intellettuali “risalite a a bordo, cazzo”.

“Questa guerra è illegittima e senza giustificazioni, ma non penso che la strategia sia tagliare con la Russia, anzi, dobbiamo sostenere i russi che resistono”, è la posizione riflessiva di James Bradburne, direttore di Brera.

“I russi non sono nemici, il nostro nemico è Putin, prosegue a chiosa della scelta di varie istituzioni culturali italiana di escludere la Russia dalle loro kermesse. 

E l’artista dissidente cinese Al Weiwei che debutta alla regia all’Opera di Roma con “Turandot” è ancora più esplicito: “Se a un artista essendo amico di un politico viene proibito di lavorare, stiamo andando verso una strada non più democratica”. 

Piovono fischi nel (sotto) Scala occupato da Beppe Sala, con un interrogativo: se il sindaco piscia fuori dal vaso (ukase a Gergiev) perché dai più è nominato solo l’orinatoio e non l’autore della minzione?  Ah saperlo!

Dagotraduzione dal Washington Post l'8 marzo 2022.

Lo chef russo Alexei Zimin sta donando parte delle entrate del suo ristorante londinese per sostenere il lavoro della Croce Rossa con i rifugiati ucraini. Ha cantato canzoni di un poeta dissidente russo su Instagram, pubblicando messaggi come: «Stop alla guerra. Ritira le truppe. Riporta a casa i nostri soldati». Sa che parlando in questo modo, potrebbe non essere mai in grado di tornare in Russia, dove gli è stato attribuito il merito di aver guidato una rivoluzione gastronomica e possiede altri due ristoranti.

Eppure la casella vocale del suo ristorante è piena di messaggi di odio. «I russi sono assassini», «Voi siete i russi di Putin».

Zimin, 50 anni, è tra coloro che sono stati colpiti da un'ondata improvvisa e in rapida crescita di sentimenti anti-russi in Europa. Mentre i governi si sono mossi per punire il presidente russo Vladimir Putin e sanzionare gli oligarchi, mentre la società ha chiesto a figure culturali - dalle stelle dell'hockey ai cantanti d'opera - di denunciare la guerra, gli espatriati russi che non hanno mai avuto simpatia per Putin e che sono inorriditi da ciò che sta accadendo in Ucraina dicono che stanno affrontando un'ondata di ostilità generalizzata. 

«In tutta Europa, le persone che non sono coinvolte nella guerra vengono prese di mira e rimosse dalle posizioni», ha affermato Aleksandra Lewicki, sociologa dell'Università del Sussex. «C'è la sensazione di un chiaro nemico: sono i russi, di ogni ceto sociale, e vengono presi di mira da crimini di odio razzista e commenti sprezzanti».

Raggruppare tutti i russi insieme è stata una prevedibile "reazione istintiva", ha detto Lewicki. Nell'immaginario dell'Europa occidentale, l'Oriente è stato a lungo inferiore, ha detto. «Spesso questi sentimenti sono dormienti, ma poi le cose accadono come in questo momento di crisi, e le persone iniziano immediatamente ad agire in base a questi impulsi». 

Alcune persone si sono affrettate a emettere condanne generali anche nell'Europa centrale e orientale. Nella Repubblica Ceca, dove le persone ricordano ancora il trauma dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, recenti post sui social media hanno suggerito che i cittadini russi «dovrebbero essere contrassegnati in modo visibile, magari con una stella rossa». La mattina dopo l'invasione, un professore dell'università di Praga ha scritto su Facebook che non avrebbe insegnato né testato gli studenti russi. (In seguito ha cancellato il post.)

Il primo ministro Petr Fiala ha denunciato gli attacchi ai bambini russi nelle scuole elementari ceche, sebbene abbia anche difeso le decisioni del suo governo di smettere di concedere visti alla maggior parte dei cittadini russi e di rivedere quelli dei russi già all'interno del paese. 

Alcuni negozi e ristoranti hanno affisso cartelli in ceco e russo che dicono: «Non serviremo occupanti russi e bielorussi». Altri vogliono che i clienti russi superino una sorta di prova morale. Un cartello in un ristorante nel quartiere Zizkov di Praga afferma: «Prima che inizi a prestarti attenzione, devi affermare che Putin e Lukashenko sono assassini di massa. Poi ti scuserai per loro e mostrerai rimorso. Solo allora ti sarà permesso di ordinare».

Gli espatriati russi intervistati dal Washington Post hanno universalmente sottolineato che i commenti offensivi impallidiscono rispetto a ciò che gli ucraini stanno affrontando, come vittime della guerra. I russi che vivono in Europa non si aspettano di essere mandati nei campi come lo successe ai giapponesi che vivevano in America durante la seconda guerra mondiale. 

Ma molti espatriati hanno raccontato di essere alle prese con sentimenti di vergogna e di sentirsi nuovamente a disagio per la loro nazionalità. 

«Non so se dovrei dire che sono russa in questi giorni», ha detto Julia Potikha, 28 anni, che vive in Germania da quando si è trasferita da Mosca a 6 anni. Ha detto di non aver subito discriminazioni di recente, ma teme che le persone possano trattarla in modo diverso o biasimarla per l'invasione di Putin, che ha provocato un cambiamento sismico nella politica estera tedesca.

«Il popolo [russo] non è il governo e molti non supportano la guerra», ha detto Potikha, che si è offerta volontaria per assistere gli ucraini. I suoi genitori in Russia, però, sono sostenitori di Putin, ha detto. La maggior parte di ciò che sanno proviene dalla TV russa. Al telefono non volevano parlare dell'Ucraina.

Il fotografo russo Alexander Gronsky, 41 anni, ha appena cancellato una mostra imminente nella città italiana di Reggio Emilia. Ha detto che non era a causa della sua nazionalità in sé, ma piuttosto perché la mostra era stata organizzata in collaborazione con il Museo statale dell'Ermitage di San Pietroburgo. 

«Capisco perfettamente, nessuno vuole collaborare con uno stato terrorista. Fa parte del danno collaterale della guerra», ha detto, aggiungendo che spera che i «ponti culturali! tra Europa e Russia non crollino. «Non tutti i russi sostengono Putin e la guerra», ha detto. 

Igor Pellicciari, professore di politica russa all'Università di Urbino in Italia, ha affermato che «l'aria è piuttosto tossica per i russi ora, perché a quelli che vivono qui viene costantemente chiesto della guerra, come se dovessero giustificarsi».

In una recente notte a Trafalgar Square a Londra, i manifestanti portavano manifesti che dicevano: «Sono russo. Mi dispiace per questo» e «I russi sono contro la guerra». 

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha cercato di distinguere tra il regime russo e il popolo russo. In un video pubblicato su Twitter, Johnson, parlando in russo, ha detto: «Non credo che questa guerra sia nel tuo nome». 

La Gran Bretagna ospita almeno 70.000 russi, molti dei quali vivono a Londra, tanto che la capitale si è guadagnata i soprannomi di "Mosca-sul-Thames" e "Londragrad".

Non tutti si sentono presi di mira. Katia Nikitina, 37 anni, specialista di marketing originaria della Russia, ha detto che nessuno dei suoi amici l'ha incolpata per la «guerra di un pazzo», come l'ha descritta lei. Ma ha detto che ha cercato di spiegare ai suoi amici britannici che i russi avrebbero manifestato contro la guerra più numerosi se non avessero rischiato di finire in prigione. Secondo l'organizzazione indipendente per i diritti umani OVD-Info, solo domenica in tutta la Russia sono state arrestate più di 4.500 persone durante le manifestazioni contro la guerra.

In una città globale come Londra, dove in metropolitana si possono sentire centinaia di accenti, chi parla russo non spicca. Ma luoghi con un visibile legame russo sono stati condannati per via dell'invasione. Mari Vanna, un ristorante russo di fascia alta a Knightsbridge, ha ottenuto recensioni su Google del tipo: «Il cibo era ottimo, ma sfortunatamente la guerra ha rovinato i nostri appetiti». Il receptionist di un altro ristorante russo a Londra, che ha chiesto di non essere nominato per paura di ulteriori abusi, ha detto che il suo posto riceve dai 30 ai 40 messaggi di odio al giorno, principalmente da britannici e americani. Manda i peggiori alla polizia.

«Vuoi sentirne uno?» ha chiesto prima di avviare la riproduzione di una registrazione in cui una persona con un accento britannico stava gridando: «Esci dal nostro fottuto paese prima che ti bruciamo, fottuta feccia». 

Zimin, che negli ultimi sei anni ha vissuto in Gran Bretagna, ha detto che non è facile essere russo in questo momento. Parlava con un giornalista del Post nel suo ristorante, che serve piatti tradizionali russi come il borscht e la torta russa al miele e ha una vasta selezione di vodka infuse. Il personale proviene da molti paesi. Uno dei padroni di casa è ucraino.

«La maggior parte delle persone che conosco a Londra e Mosca sono contrarie alla guerra», ha detto. «Non possiamo smettere di essere russi, guerra o non guerra. Siamo russi e continueremo ad essere russi, ma non siamo russi che cercano di uccidere i nostri vicini». 

Zimin ha detto che c'è molto della sua patria di cui è orgoglioso, ma non è il momento di esprimere quell'orgoglio. «Siamo il paese di Tolstoj e Dostoevskij», ha detto. «Ma non proprio per oggi».

Luca Beatrice per “Libero quotidiano” il 7 marzo 2022.

Anche nell'ultimo weekend un foltissimo pubblico di parigini e turisti ha preso d'assalto le sale della Fondation Louis Vuitton dove è stata prorogata fino al 7 aprile quella che per molti è già la mostra dell'anno: la collezione dei fratelli Morozov, considerata la più importante al mondo di dipinti moderni e impressionisti. 

Oltre all'appagamento di vedere per la prima volta "live" capolavori di Bonnard, Cézanne, Gauguin, Van Gogh, Monet, Picasso che raramente lasciano i loro musei di provenienza, c'è la curiosità di capire se qualcosa è cambiato nel rapporto tra le opere e il pubblico da quando è cominciato il conflitto tra Russia e Ucraina.

In Francia si respira intanto un clima molto diverso rispetto all'Italia, il covid sembra davvero archiviato se non per l'obbligo di mascherina sui mezzi pubblici e i sempre più rari controlli del green pass. Tanta gente è tornata a vedere le mostre, si formano code davanti ai cinema, insomma chi è abituato a respirare cultura ha avuto fretta di riprendere le proprie abitudini, certo i francesi non sono terrorizzati da ministri pavidi di natura come dalle nostre parti. 

A nessuno comunque sono venute in mente azioni di boicottaggio contro i due fratelli Mikhail e Ivan Morozov, imprenditori del tessile, che in soli vent' anni riuscirono a comprare circa 300 capolavori di arte francese, superando la fase iniziale di un gusto autarchico grazie ai continui viaggi a Parigi dove capirono in fretta quali fossero i veri valori della pittura. Unica collezione russa a rivaleggiare per importanza con l'America, i Morozov acquisirono tutte le opere prima della rivoluzione bolscevica, che fedele ai propri principi scellerati le disperse in ogni dove.

Ai fini di recuperarne il gusto originale, l'allestimento ricostruisce alcuni ambienti voluti dai collezionisti agli inizi del '900. I controlli all'ingresso della Fondation Vuitton sono degni di quelli di un aeroporto - il patron Bernard Arnault e il suo competitor/rivale a colpi di miliardi François Pinault che espone la propria collezione alla Bourse amano molto i bodyguard vestiti di nero, palestrati e con sguardo truce - la sensazione è che sia stata intensificata la vigilanza accanto alle opere e ai tornelli, però si tratta di misure dissuasive perché nessuno degli oltre 1 milione di visitatori è arrivato al museo disegnato da Frank Gehry con cattive intenzioni. 

C'è da chiedersi però cosa accadrà dopo la scadenza della proroga: i dipinti devono tornare all'Hermitage di San Pietroburgo, al Pouchkine e al Tretiakov di Mosca, con la certezza di viaggiare senza rischi, cosa che al momento nessuno si sente di garantire. Secondo una legge, lo stato francese non può sequestrare opere di competenza di istituzioni pubbliche straniere. Piuttosto meglio aspettare e conservarle in sicurezza fintantoché (e se) la situazione si sarà normalizzata.

Certo, a rileggere i comunicati che accompagnarono a novembre il lancio della mostra, sembra di vivere in un altro mondo. «Una mossa che dà lustro alla Russia e alla Francia. I rispettivi presidenti si sono espressi nel catalogo dell'esposizione, cementando l'amicizia culturale tra i due Paesi. Si tratta di un appuntamento storico, di grande valore culturale e di grande peso politico», dichiaravano ignari di ciò che sarebbe accaduto. Ciò nonostante, nessuno tocchi la collezione Morozov e chi non l'avesse vista vada a Parigi perché davanti a certi quadri c'è da perdere la testa. 

Marco Zonetti per vigilanzatv.it il 7 marzo 2022.

La puntata di Non è L'Arena di ieri, domenica 6 marzo 2022, era interamente dedicata alla guerra tra Russia e Ucraina che continua a non dare alcun segno di distensione, esacerbandosi invece sempre più. 

Fra i tanti ospiti del programma condotto da Massimo Giletti in onda su La7, c'era anche il filosofo Massimo Cacciari, accusato qualche giorno fa di essere un "putiniano" da Gianni Riotta su quotidiano La Repubblica. 

Il professor Cacciari, incalzato da Giletti in merito, ha rispedito al mittente l'accusa definendo "idiota" Riotta. Epiteto che peraltro dà il titolo a uno dei grandi romanzi di Fëdor Dostoevskij, la cui opera proprio nei giorni scorsi è stata vittima di un discusso boicottaggio alla Bicocca di Milano.

Mentre il filosofo sottolineava come invece il pensiero dello scrittore andrebbe quanto più condiviso e reso obbligatorio negli atenei per dimostrare la sua assoluta lontananza dalle idee di Vladimir Putin, Giletti ha ricordato "quello straordinario diario scritto proprio da Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale, sulle sue atrocità"... 

A quel punto, Cacciari ha fermato il conduttore dicendogli: "Scusi se la correggo, ma Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale non ha scritto proprio niente, perché è morto molto prima (precisamente nel 1881, ndr)".

Dopodiché Giletti ha cercato di rimediare alla gaffe, aiutato anche da Cacciari che non ha voluto infierire e ha tirato in ballo il Diario di uno Scrittore pubblicato nel 1873 nel quale Dostoevskij evocava il fosco futuro dell'Europa e la catastrofe alla quale essa stava andando incontro. 

"La sua era una profezia" ha improvvisato Giletti, che fino a poco prima invece era del tutto sicuro che nella seconda metà dell'Ottocento Dostoevskij avesse scritto realmente sulle atrocità della Prima Guerra Mondiale, scoppiata ben quarantuno anni più tardi, nel 1914...

"Basta russofobia contro gli artisti e gli intellettuali". Piera Anna Franini l'8 Marzo 2022 su Il Giornale.

"Le ripetute e sempre più frequenti messe al bando di artisti e intellettuali russi suscitano preoccupazione. È in atto un'operazione di cancel culture pericolosa".

«Le ripetute e sempre più frequenti messe al bando di artisti e intellettuali russi suscitano preoccupazione. È in atto un'operazione di cancel culture pericolosa», si legge nella lettera arrivata ieri sul tavolo di Sergio Mattarella e del ministro Dario Franceschini. La lista dei firmatari si ferma al numero 201: gli anni che ci separano dalla nascita di Dostoevskij, scrittore-simbolo di una crescente russofobia.

Cala una cortina di ferro anche nel mondo della cultura: il caso Dostoevskij è la punta dell'iceberg di un atteggiamento di aut aut, richieste di abiura e caccia alle streghe. Dal 24 febbraio, si puniscono gli artisti russi che non si pronunciano contro il Cremlino. Chi si rifiuta non dirige, non canta, non danza, non espone: dal Canada all'Australia. Il più avversato è il direttore Valerij Gergiev vicino al capo dello Stato essendo al timone del Mariinskij di San Pietroburgo, un teatrone di Stato da 2mila dipendenti: schierarsi implica schierare un'istituzione. Quando mai gli artisti sono stati forzati a condannare il proprio Paese in conflitto? Eppure proprio il Met di New York ha chiesto questo alla cantante Anna Netrebko, pena - già applicata per i prossimi due anni - la cancellazione dalle stagioni. A monte operano tribunali dell'inquisizione 2.0 che sondano i social e scavano nel passato. «Negli ultimi 50 anni il mondo ha conosciuto una serie di guerre, ma è la prima volta che l'arte è tra le vittime. Così, mettiamo al bando l'eredità di un Paese. E paradossalmente queste sanzioni culturali, mai applicate prima, potrebbero indurre milioni di persone a trovare la ragione del conflitto. La cultura è da sempre pacificatrice e terreno di dialogo. Cosa succede ora? Perché ci isolate», lamenta Galina Stolyarova, giornalista di cultura del Moscow Times.

«La questione che si pone non è quella della neutralità ad ogni costo, ma se l'arte stessa deve servire da veicolo per ogni espressione di opinione. Io penso: no», osserva Jonas Kaufmann, il tenore più rappresentativo del momento.

Esemplare il commento Alexander Malofeev, fenomeno del pianoforte di soli 20 anni, di Mosca. In Canada gli è stato chiesto di esprimersi contro il Cremlino. «La verità - la sua risposta - è che ogni russo si sentirà colpevole per decenni a causa della terribile e sanguinosa decisione che nessuno di noi poteva influenzare e prevedere». Laddove prevale il buon senso, c'è apertura e cultura. E così, la Scala ha sì rinunciato a Gergiev, però lo ha sostituito con un giovane sotto la sua ala: dal Mariinskij nessun niet alla sostituzione, e dal pubblico applausi calorosi al giovane direttore. La Filarmonica scaligera ieri sera ha dedicato il suo concerto alle vittime della guerra senza specificare se ucraine o russe. E mentre il direttore Tugan Sokhiev si dimette sia dal Bolshoi di Mosca sia dall'Orchestra di Tolosa poiché costretto «a scegliere tra due tradizioni culturali», il concorso pianistico Van Cliburn, in Texas, sente il dovere di giustificare il fatto che accetterà candidati russi poiché «non sono funzionari del governo». Van Cliburn è il concertista americano che vinse il concorso Cajkovskij di Mosca. Correva il 1958, piena Guerra fredda. In quel momento l'arte unì Usa e Urss.

Da liberoquotidiano.it il 4 marzo 2022.  

Addio al "Moscow Mule": il noto cocktail si chiamerà "Kiev Mule"o "Snake Island Mule", nome dell'isola ucraina teatro di guerra. E' la protesta simbolica lanciata da molti locali statunitensi contro la Russia, a seguito dell'invasione militare in Ucraina. La Caipiroska verrà chiamata "Caipi Island", mentre i cocktail "White Russian" e "Black Russian" diventeranno "White Ukrainian" e "Black Ukrainian".

Oltre al cambio di nomi, in molti hanno iniziato a boicottare i prodotti russi, in primis la vodka. Una mossa che, secondo gli osservatori, non ha un forte impatto sull'economia russa ma ha un valore simbolico importante perché punta a infliggere un duro colpo all'identità.

INTERFERENZE RUSSE. Putin in Italia con la rete di fondazioni finanziate con soldi del Cremlino. GIOVANNI TIZIAN su Il Domani il 04 marzo 2022

Il Cremlino negli ultimi 15 anni ha condotto un’operazione di “contaminazione” attraverso la promozione della cultura russa.

La Russia ha costruito un modello di propaganda che sfrutta un doppio binario. Il primo visibile, riconoscibile nei suoi tratti radicali, fondato sulla disinformazione, diffusa dai gruppi editoriali controllati dal Cremlino o dagli oligarchi della cerchia di Putin.

e sigle più importanti sono tre: Rossotrudnichestvo, Fondazione Russskiy Mir e Gorchakov fund. Attraverso queste articolazioni legate al governo, la Russia cerca di legittimarsi.  

GIOVANNI TIZIAN.  Classe ’82. A Domani è capo servizio e inviato cronaca e inchieste. Ha lavorato per L’Espresso, Gazzetta di Modena e ha scritto per Repubblica. È autore di numerosi saggi-inchiesta, l’ultimo è il Libro nero della Lega (Laterza) con lo scoop sul Russiagate della Lega di Matteo Salvini. 

(ANSA il 4 marzo 2022) Via il concerto sinfonico con Valery Gergiev alla testa della Mariinsky Orchestra che avrebbe dovuto chiudere l'edizione 2022 del Macerata Opera Festival allo Sferisterio il 20 agosto. Lo ha annunciato il direttore artistico Paolo Pinamonti, durante la presentazione del programma 2022. 

"E' evidente - ha detto Pinamonti - che di fronte alla drammatica situazione attuale e alla violenta aggressione della Russia di Putin dell'Ucraina, con la sofferenza delle popolazioni ucraine a cui va tutta la nostra solidarietà, dei soldati e i morti, questo concerto è inevitabilmente sospeso". L'eliminazione del concerto del maestro russo, considerato uno dei volti del regime di Putin, dalla programmazione del Macerata Opera Festival segue una raffica di cancellazioni in tutto il mondo. 

Restano invece in calendario allo Sferisterio altri importanti concerti sinfonici e lici sinfonici con grande orchestre e celebri bacchette, tra cui l'Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino con Zubin Mehta nella Nona di Beethoven e l'Accademia di Santa Cecilia con Myung Whun Chung nella Seste e Settima di Beethoven. Comunque, secondo il nuovo direttore musicale di Macerata Opera, Donato Renzetti, "la musica non ha colore politico". 

Mario Fabbroni per leggo.it il 4 marzo 2022.

«Minorati mentali. Sono tutti fuori di testa. Ma come si fa a prendersela con direttori d’orchestra oppure con grandissimi autori della letteratura mondiale per colpa della guerra tra Russia e Ucraina?». 

Vittorio Sgarbi non le manda certo a dire. I suoi giudizi sono come una lama di scimitarra. Tagliano a fette, non lasciano scampo. 

Anna Netrebko, la soprano russa super star, non si esibirà più al Metropolitan Opera di New York.... E anche alla Scala di Milano.

«Follia, azioni da minorati mentali». 

Vale anche per il caso del direttore d’orchestra russo Gergiev, cui il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva chiesto di condannare la guerra?

«Vergognoso, è razzismo culturale».  

Si Spieghi. 

«Siamo di fronte a situazioni inconcepibili. È come se mettessimo al bando Pirandello perché era fascista».  

Oppure?

«Non leggere Platone perché all’epoca, in Grecia, c’erano i colonnelli. Roba da matti».  

Però si possono prendere le distanze dalla guerra. 

«Certo. Ma Putin è abbagliato dall’idea della Grande Russia. E comunque non è mettendo al bando chi fa cultura che si risolve una crisi come quella che stiamo vivendo. Bisogna solo far tacere le armi».  

Restando a guardare, solo perché si fa parte del mondo della cultura?

«E che colpa ne ha Dostojevski? La cultura e l’arte sono patrimonio di tutti. Sospendere un corso di letteratura sul grande autore russo Dostojevski è un atto gratuito di provocazione». 

Non ha alcun senso? 

«E me lo domanda? Qui siamo arrivati alla finta resa dei conti “retroattiva”. Quando Dostojevski ha scritto, di certo non immaginava di poter essere veicolo di propaganda di Putin...».  

Si è capito in ritardo l’errore di sospendere un corso universitario?

«Alla Bicocca hanno dovuto fare precipitosamente retromarcia, riportando in auge il corso del prof su Dostojevski. E finirà tutto nella merda pure per la vicenda del “niet” alla Scala». 

Cioè? 

«Se dovessero annullare una mia conferenza per motivi ideologici, farei subito causa chiedendo un sostanzioso risarcimento. Anche il maestro Gergiev farà così, alla fine bisognerà pagarlo profumatamente».  

Al Salone di libro di Torino niente delegazioni ufficiali, ma non saranno boicottati libri o autori russi. Va meglio così?

«Nient’affatto. Allora bisognava bruciare l’opera del Manzoni perché in Italia c’era il Duce».  

Lo sport però ha messo al bando le nazionali e le squadre della Russia. È giusto?

«Dico solo che alle recenti Olimpiadi di Pechino sono andati tutti i Paesi. Eppure in Cina c’è un regime, una dittatura. E vogliamo parlare dei talebani, lasciati tranquillamente al potere?».

Da corriere.it il 4 marzo 2022.

Anna Netrebko non si esibirà più al Met per le due prossime stagioni almeno. La soprano si è ritirata dai suoi futuri impegni al Metropolitan Opera piuttosto che mettere in discussione il suo sostegno al presidente russo Vladimir Putin. «È una grande perdita artistica per il Met e per l’opera», ha dichiarato il direttore generale del Met Peter Gelb. «Anna è una delle più grandi cantanti nella storia del Met, ma con Putin che ha ucciso vittime innocenti in Ucraina, non c’era modo di andare avanti».

Netrebko nei giorni scorsi aveva già annunciato la decisione di sospendere momentaneamente l’attività artistica, rinunciando ai prossimi impegni: «Questo non è per me il momento di fare musica e di salire in palcoscenico. Ho quindi deciso per il momento di fare un passo indietro dai miei impegni artistici. È una decisione estremamente difficile per me ma so che il mio pubblico potrà capirla e rispettarla». La cantante il 9 marzo era attesa alla Scala per la Adriana Lecouvreur ma non verrà. Sui suoi profili social ha scritto: «Come ho già detto mi sono opposta a questa insensata guerra di aggressione e mi sto appellando alla Russia per mettere subito fine alla guerra, per salvarci tutti. Abbiamo bisogno di pace, subito».

Il direttore filo Putin

Nella mattinata del 24 febbraio, all’alba dell’invasione del territorio ucraino da parte dell’esercito russo, il sovrintendente e il sindaco Beppe Sala (che è anche presidente della Fondazione Scala), avevano scritto a Valery Gergiev una lettera «invitandolo a pronunciarsi in favore della risoluzione pacifica delle controversie, in linea con il dettato della nostra Costituzione. Non avendo ricevuto risposta a sei giorni di distanza, e a tre dalla prossima rappresentazione, risulta inevitabile una diversa soluzione». Il direttore è stato quindi sostituito con il 27enne Timur Zangiev.

Pierluigi Panza per corriere.it il 4 marzo 2022.

Il concerto degli artisti che non hanno preso le distanze dalla guerra di Putin in Ucraina si terrà al teatro Mariinskij il 6 marzo. Il teatro di San Pietroburgo, del quale Valery Gergiev è direttore generale, artistico e musicale, ha annunciato infatti un concerto con lo stesso maestro Gergiev e il pianista Danil Matsuev , ovvero i due artisti con i quali i teatri occidentali hanno sospeso la collaborazione dopo che essi non hanno preso posizione contro la guerra in Ucraina. 

Il 24 febbraio, in particolare, il sovrintendente della Scala Dominique Meyer e il sindaco Beppe Sala avevano scritto a Gergiev una lettera «invitandolo a pronunciarsi in favore della risoluzione pacifica delle controversie». Non avevano ricevuto risposta.

Gergiev intanto sostituisce la direzione della «Dama di picche», che il musicista russo aveva in programma alla Scala la sera prima, il 5 marzo (a Milano dirigerà il giovanissimo Timur Zangiev; qui l’articolo sulla «deputinizzazione» della Scala, qui il dossier sul piccolo impero immobiliare di Gergiev a Milano, qui il commento di Giangiacomo Schiavi). 

Il programma, per il quale sono in vendita i biglietti, prevede il concerto per pianoforte e orchestra numero 2 e la Sinfonia numero 2 di Sergei Rachmaninoff. «Abbiamo suonato centinaia di concerti in tutto il mondo — ha commentato Matsuev —, ma ogni apparizione sul palco con questo o quel concerto per me e Gergiev è un’improvvisazione».

Questo anche perché le prove, con Gergiev, sono talvolta poco certe. Ai tempi dell’Unione Sovietica dal Mariinskij scapparono in Occidente chiedendo asilo politico i due più celebri ballerini del teatro: Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov. 

Altro spirito ma stesso compositore a Milano, dove il 7 marzo Riccardo Chailly dirigerà la Filarmonica al posto di Gergiev in un «Concerto per la Pace»: anche qui in programma Sergej Rachmaninov (Concerto n. 3 in re minore op. 30) e la Patetica di Tchaikovsky. Il Teatro alla Scala, intanto, sta cercando di pianificare la sua serata «in favore delle vittime» della Guerra in Ucraina.

Sarà una serata di raccolta fondi che andranno in beneficienza (quindi con prezzi significativi). Una data possibile è l’inizio di aprile. Si vorrebbe sul podio Riccardo Chailly, che il 3 aprile, però, ha già un appuntamento della stagione sinfonica per dirigere la «Resurrezione» di Mahler. L’evento potrebbe essere il giorno prima o dopo, forse. Sicuramente ci saranno Orchestra e Coro del teatro alla Scala.

La Scala, la Russia e la «deputinizzazione» del teatro: Maria Agresta al posto di Anna Netrebko, Chailly per Gergiev. Pierluigi Panza su Il Corriere della Sera il 2 marzo 2022.

Le mosse del teatro alla Scala dopo il silenzio di Valery Gergiev e il forfait di Anna Netrebko. Ma il direttore d’orchestra filo-Putin resta socio onorario della Filarmonica

Anna Netrebko e Valery Gergiev

Dal primo atto, il caso Valery Gergiev (qui il suo impero immobiliare a Milano), al secondo atto, il caso Anna Netrebko (qui la vicenda). Congedato il maestro russo, che non ha risposto alla lettera con la quale il sindaco e presidente del Teatro, Giuseppe Sala, gli chiedeva di prendere le distanze da questa guerra («non di abiurare il passato») siamo precipitati in pieno caso Netrebko. Il soprano russo, che ha inaugurato la stagione lo scorso 7 dicembre come Lady Macbeth, era attesa in calendario alla Scala il prossimo 9 marzo per una recita dell’opera «Adriana Lecouvreur» di Francesco Cilea. Forse intendo che si andava verso un caso delicato, l’altro giorno, annunciando la rinuncia a Gergiev il sindaco Sala aveva aggiunto: «Il caso della Netrebko è diverso rispetto a quello di Gergiev, perché lei ha condannato la guerra».

Il soprano e i social

In effetti il soprano lo ha fatto su un social. Ma già dall’altra sera si era capito che le cose si mettevano male. Il soprano non si era presentato alle prove e aveva inoltre postato su Instagram un messaggio nel quale smentiva di essere malata (come attribuito da alcune fonti): si diceva in perfetta salute, ma che «is not coming» (non sta venendo). Questo post faceva intendere di essere del tutto intenzionata a non cantare alla Scala e il teatro ne aveva subito preso atto. Ieri i messaggi del soprano, anch’essa come Gergiev ben medagliata da Putin, sono stati ulteriormente ambigui. Nella tarda mattinata aveva postato sul proprio Instagram sia una condanna contro «la insensata guerra di aggressione della Russia» che una foto che la ritraeva insieme al suo scopritore, Gergiev appunto. Passate un paio d’ore, il soprano russo ha cancellato tutto rendendo, per altro, il sito inaccessibile. Poi una dichiarazione a giustificare il forfait: «Questo non è per me il momento di fare musica e di salire in palcoscenico. Ho quindi deciso per il momento di fare un passo indietro dai miei impegni artistici. È una decisione estremamente difficile per me ma so che il mio pubblico potrà capirla e rispettarla».

Netrebko e la guerra

In precedenza aveva fatto sapere: «In primo luogo sono contro questa guerra. Sono russa e amo il mio Paese ma ho molti amici in Ucraina e le sofferenze mi spezzano il cuore. Voglio che questa guerra finisca e che le persone possano vivere in pace. Questo è quello in cui spero e per cui prego. Voglio però aggiungere una cosa: forzare gli artisti o qualsiasi personaggio pubblico a fare sentire le proprie opinioni politiche e a denunciare la sua terra natale non è giusto. Dovrebbe essere una scelta libera», aveva aggiunto ricordando di «non essere una politica» «ma un’artista il cui scopo è unire le persone dove la politica le divide».

Maria Agresta nella «Adriana Lecouvreur»

La Scala, preso atto del forfait, ha pensato a come sostituirla. Al suo posto, come sarà annunciato formalmente oggi in conferenza stampa, sarà l’italiana Maria Agresta, che già era in cartellone per altre serate della stessa opera. Ma come se non bastasse la guerra si è rifatto vivo pure il Covid. Il cantante protagonista dell’opera, nel ruolo di Maurizio, ovvero Freddie De Tommaso, è risultato positivo al test e deve dare forfait pure lui. L’aspetto curioso è che nella «Adriana Lecouvreur» è previsto in scena anche il marito della Netrebko, il tenore Yusif Eyvazov che, per ora, non ha cancellato. Eyvazov, non è russo: è un tenore azero nato in Algeria e cresciuto nell’Arzebaigian (all’epoca Unione Sovietica), che vive a Mosca con la Netrebko e il loro bambino.

Chailly alla Filarmonica

Il direttore principale della Filarmonica, Riccardo Chailly, ha invece accettato di dirigere il concerto della Filarmonica previsto per lunedì 7 marzo, quello che prevedeva in cartellone Gergiev. Il concerto, fanno sapere l’orchestra e il maestro, «sarà dedicato alle vittime della guerra e in favore della pace». Il programma subisce, però, una variazione: la nuova locandina presenta il Concerto n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov e la Sinfonia n. 6 in si minore op. 74 Patetica di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Confermata la presenza del giovanissimo solista Mao Fujita alla sua prima esibizione in Italia.

Gergiev socio onorario Filarmonica

Per completare la «deputinizzazione» della Filarmonica della Scala resta in ballo la nomina di Gergiev a «socio onorario», per ora non cancellata. Nessun problema, invece, per altri cantanti o ballerini russi che continueranno a partecipare alle rappresentazioni, anche insieme ad artisti ucraini. Quanto alla 23ma edizione della Triennale di Milano, invece, ci sarà il Padiglione della Ucraina, ma non quello della Russia. Lo ha deciso il presidente di Triennale, Stefano Boeri, che sui canali social ha dichiarato: «Stante l’attuale drammatica situazione in Ucraina causata dalla folle, violenta e ingiustificata aggressività dell’esercito russo è stato ritirato l’invito al Governo russo a partecipare con un proprio padiglione alla prossima Esposizione Internazionale».

Inquisizione, deriva totalmente illiberale: a Quarta Repubblica scoppia il caos sul direttore della Scala amico di Putin. Il Tempo l'01 marzo 2022.

Valery Gergiev è stato fatto fuori dalla Scala di Milano in quanto ritenuto dal sindaco Beppe Sala troppo vicino a Vladimir Putin. “Non dirigerà la Dama di picche” la notizia sul direttore d’orchestra, che ha deciso di non dissociarsi dalle azioni della Russia in Ucraina. Nella puntata del 28 febbraio di Quarta Repubblica, talk show del lunedì di Rete4 condotto da Nicola Porro, l’argomento è rovente e il primo ad intervenire è Vittorio Sgarbi: “Non appartiene a nessun partito e quando senti Sala che non lo vuole far suonare è inquisizione e fare quello che fa Putin”.

Poi tocca a Stefano Cappellini, tra i volti più noti di Repubblica: “Gli si sta rimproverando una mancata presa di posizione in un momento storico particolare”. “Non si sta giudicando l’artista” spiega il giornalista. Non è dello stesso avviso Hoara Borselli, che attacca: “Questa è una deriva totalmente illiberale, allora a tutti gli artisti dobbiamo chiedere un certificato di purezza?”.

La cacciata di Gergiev e il moralismo da salotto di Beppe Sala. Il licenziamento del direttore d’orchestra, cacciato dalla Scala in quanto non si sarebbe dissociato da Putin, è una triste pagina della nostra vita culturale. Un’operazione farlocca, concepita per tutelare il buon nome della Scala e per poter consumare l’aperitivo con la coscienza tranquilla. Daniele Zaccaria su Il Dubbio l'1 marzo 2022.

Il licenziamento del direttore d’orchestra Valery Gergiev, cacciato dalla Scala in quanto non si sarebbe dissociato da Vladimir Putin è una triste pagina della nostra vita culturale. E la disinvoltura con cui il Sindaco Beppe Sala ha annunciato la fine della collaborazione con il maestro russo un capolavoro di ipocrisia benpensante: «Non gli ho chiesto un’abiura, ma soltanto di prendere le distanze dalla guerra», spiega il felpato primo cittadino di Milano giocando a briscola con le parole. Sala e il sovrintendente Dominique Meyer chiedevano in sostanza a Gergiev di sottoscrivere una lettera preconfezionata in cui si auspicava «una soluzione pacifica del conflitto». E non avendo ricevuto risposta gli hanno dato il benservito.

Un’operazione farlocca, in perfetto stile “saliano”, concepita per tutelare il buon nome della Scala e per poter consumare l’aperitivo con la coscienza tranquilla. Roba da operetta. Ma a cosa (e a chi) serve la pubblica dissociazione di un artista dalle scelte suo governo se non a umiliarlo? Si ribatte che molti vip russi, soprattutto sportivi, hanno criticato l’invasione dell’Ucraina, omettendo di dire che quasi tutti vivono all’estero e non rischiano grandi ritorsioni. Pare invece che Gergiev sia vicino all’entourage di Putin. Non sappiamo quanto questo sia vero e quanto il direttore d’orchestra sia organico alla cerchia del Cremlino. Di certo non ha alcuna responsabilità per i bombardamenti delle forze armate russe sulle città ucraine.

Eppoi: ammettendo che non sia personalmente favorevole a questa sciagurata guerra, avrebbe mai la libertà di poterlo affermare senza subirne le conseguenze? Se è facile fare i moralisti con le terga altrui, pretenderlo è un metodo decisamente schifoso. Visto che Gergiev non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione sulla crisi attuale, non è stato accusato di un reato di opinione come scrivono alcuni. Qui siamo oltre, e cioè al reato di “non opinione”: chi tace acconsente, chi tace è complice. E invece chi tace sta zitto. Che poi la facoltà di non rispondere è uno dei diritti fondamentali delle persone sospettate. Il piccolo tribunale meneghino che lo ha licenziato in tronco questo dovrebbe saperlo.

Lorenzo Santucci per formiche.net il 14 aprile 2022.

Valery Gergiev è il direttore d’orchestra più importante che la Russia può vantare, tanto che Vladimir Putin lo ha nominato anni fa come ambasciatore della cultura russa all’estero. Una volta caduta l’Unione sovietica, Gergiev ha infatti avuto la possibilità di girare il mondo, far conoscere il suo talento che gli ha permesso di essere a capo della celebre orchestra del teatro Mariinsky di San Pietroburgo ma, soprattutto, era l’uomo perfetto per ripulire l’immagine di un Paese che stava lentamente cadendo sotto l’autoritarismo del suo presidente.

Tuttavia, i viaggi non si fermavano all’aspetto culturale ma, spesso, erano occasioni per concludere affari loschi. A smascherarlo, una lunga inchiesta del team di Alexei Navalny che, con la pubblicazione di documenti originali, ha ripercorso la storia di Gergiev. Che di professione fa il maestro d’orchestra, è vero, ma è molto di più. 

Con ordine. Gergiev è innanzitutto uno degli uomini più fidati di Putin, con cui si è presentato la prima volta negli anni Novanta a San Pietroburgo. Ma conoscere lo zar e diventarci amico vuol dire anche presentarsi alla sua cerchia e, quindi, in poco tempo Gergiev è diventato il Maestro del Cremlino nonché un ministro degli Esteri sotto falso nome. Il suo volto doveva essere immediatamente associato alla Russia, distraendo così da quanto accadeva all’interno del Paese o in quelli vicini, con la responsabilità di Mosca.

È stato così nel concerto organizzato tra le rovine di Palmira, in Siria, per celebrare la cacciata degli estremisti (magistrale il racconto di Mattia Bagnoli in Modello Putin, edito da People), con tanto di medaglia donata dallo zar. Ha portato la bandiera olimpica in apertura dei Giochi. Ha suonato nella Piazza Rossa in occasione dei Mondiali di calcio in Russia di quattro anni fa. Ha organizzato un concerto di beneficenza a Rotterdam, dove ha lavorato per venticinque anni, in ricordo delle vittime del Boeing MH17, abbattuto sopra il Donbass controllato dai filorussi. Ha preso parte a diversi spot elettorali dove il monito è facilmente intuibile: se vuoi rispetto per la Russia, vota Putin. 

È come se Gergiev fungesse da parafulmini e dovesse attirare l’attenzione per distogliere quella sull’ex KGB: “Suonerò Ciajkovskij, Shostakovich, Stravinsky, ma non guardare i suoi crimini”, scrivono con ironia i giornalisti del gruppo di Navalny. Il dissidente numero uno in Russia ci era andato giù pesante con Gergiev, definendolo un “bugiardo e ipocrita, che sta pulendo la reputazione del suo presidente, un criminale, per tangenti e compensi folli”.

Parole a cui l’inchiesta scritta fornisce ulteriore concretezza. Una delle passioni del musicista sono le case, a quanto pare. Ne ha molte, ma fa finta di non averle mai comprate. Come quella a New York, comprata nel 2004 vicino a Central Park e, più precisamente, nel Lincoln Center che dista pochi minuti al Metropolitan Opera dove Gergiev è di casa quando si reca negli Stati Uniti. 

Un appartamento al 56esimo piano, con tre camere da letto, tre bagni, un soggiorno con una bella vista sulla città: in tutto, 165 metri quadri al prezzo di 2,5 milioni di dollari, mai dichiarati. Sì, perché per essere coerente con la propaganda putiniana, avere un bell’appartamento in una delle città più emblematiche dell’Occidente rischia di essere una stonatura non da poco.

E Putin lo aiuta, in quanto secondo la legge dovrebbe essere licenziato dal suo incarico al teatro Mariinsky e, invece, è ancora lì. Il fatto che ne sia il legittimo proprietario sembra esser fuor di dubbio visti i documenti rilasciati dal team giornalistico che, per avere ulteriore conferma, ha aspettato il direttore d’orchestra fuori la Scala a Milano, dove Gergiev ha diretto La Dama di Picche. Fingendo di chiedergli un autografo, sono stati in grado di confrontare le due firme.

Il giorno dopo è scoppiata la guerra e siccome non ha mai preso le distanze dall’invasione, il sindaco Giuseppe Sala ha deciso di chiudergli la porta della Scala. A Milano ci potrà tornare, anzi, ci dovrà tornare. Qui, secondo quanto scritto nell’inchiesta, Georgiev possiede 800mila metri quadrati di terra: case, terreni e perfino un parco affittato alla città. Ma ha terre e ville in tutta Italia: a Roma, a Massa Lubrense (poco distante da Sorrento), dove possiede 56mila metri quadrati di spazio così come i 5,5 ettari sul promontorio di Napoli, a Rimini, dove nell’hinterland ha un bar (chiuso), un ristorante (lo United Tastes of Hamerica’s), un parco giochi (aperto d’estate), campi da baseball, un camping, oltre a proprietà e proprietà per quasi 30 ettari. 

Molte di queste proprietà sono frutto di un regalo: l’arpista giapponese Yoko Nagae aveva sposato il conte Renzo Ceschino che, quando passò a miglior vita, le lasciò 190 milioni di dollari. La maggior parte li spese in musica e, in particolar modo, per supportare quel Gergiev che tanto le piaceva. Ha donato soldi per ristrutturare il Mariinsky, ha partecipato all’acquisto di strumenti musicali e preso parte a concerti e tournée del maestro. Quando anche lei morì, quello che il marito le donò passò a Gergiev.

A Venezia, il maestro è proprietario delle mura del ristorante Quadri, a piazza San Marco, un crocevia di turisti e non. Eppure nel fare l’imprenditore non c’è alcun male – dipende in che modo, è vero – e pertanto a finire nell’occhio dell’inchiesta giornalistica è un altro edificio. La sua società Commercio Edilizio SLR, che risponde a Gergiev, possiede Palazzo Barbarigo a Venezia, dove il maestro potrebbe andare ad abitare e per questo è in via di ristrutturazione (la ditta era titolare anche di altre sette appartamenti a Milano, venduti per un totale di 47 milioni di euro). 

Secondo i documenti di cui sono entrati in possesso i giornalisti, Gergiev sarebbe socio al 100% della ditta ma, nei dati che ha fornito, non risulta un cittadino russo bensì olandese – a cui avrebbe anche diritto visto che ci ha vissuto per molti anni ed è stato insignito dell’alta onorificenza dell’Ordine del Leone direttamente dalla regina. 

Il valore patrimoniale di Gergiev, solo in Italia, ammonta a oltre 100 milioni di euro, ma dichiarati al fisco russo visto che è dal 2017 che ha smesso di farlo. Ovviamente, rientra nell’illegalità non presentare i propri redditi così come illegali sono le operazioni che Gergiev porta avanti a nome della sua fondazione di beneficenza, Gergiev Charitable Foundation. In teoria, questa avrebbe una missione molto nobile in tema artistico – come la promozione della cultura e il supporto dei giovani talenti – e riceve donazioni dalle varie VTB Bank, Russian Railways, Rosseti, Sberbank, ma anche Mastercard, Nestlé e PWC. Negli ultimi quattro anni, nelle casse della fondazione sono entrati oltre 4 miliardi di rubli. 

Il problema sta nel fatto che con gli utili della fondazione Gergiev soddisfa i suoi vizi, come case dal valore milionario, terreni e conti al ristorante: ben 375mila euro pagati a un pub di Monaco, meno in un ristorante a New York e per una visita medica a Baden-Baden, sempre in Germania, per cui ha speso complessivamente 5mila euro. E poi un altro milione e mezzo di rubli per cognac, whiskey, vodka e champagne, altri 2,5 milioni di rubli per un volo in business class. Ha utilizzato i soldi della fondazione – e non del guadagno che gli spettava – anche per pagare la ristrutturazione e le bollette del suo appartamento. Operazioni che con la beneficenza hanno molto poco a che fare. 

Come giustificare tutto questo? Con l’assenso di Putin, ovvio. Si tratta infatti di quel patto non scritto tra lui e suoi fedelissimi che potrebbe essere riassunto con la semplice formula: “Fa quel che vuoi, purché mi sostieni”. Così ha fatto fino ad oggi anche Valery Gergiev, il più grande maestro d’orchestra russo in circolazione che di fronte all’invasione russa in Ucraina ha scelto la sua musica preferita: il silenzio.

Anna Netrebko non viene alla Scala: «Costringere a denunciare la terra d’origine non è giusto». Pierluigi Panza su Il Corriere della Sera l'1 marzo Febbraio 2022.

Il soprano russo salta le prove. L’annuncio su Instagram: sto bene, ma non verrò a Milano il 9 marzo per la «Adriana Lecouvrer». Il Teatro alla Scala taglia il maestro filo-Putin Valery Gergiev. 

«Non credo che ci sarà, a questo punto credo che lo possiamo escludere».

Il sindaco di Milano e presidente del Teatro alla Scala, Beppe Sala, ha confermato quello che è chiaro da giorni. Valery Gergiev, il maestro filo Putin direttore per una notte della Dama di Picche (la notte dell’invasione dell’Ucraina), non tornerà a dirigere al Piermarini. «Lui non ha risposto e io non ho chiesto nessuna abiura. Ho chiesto un no alla guerra», ha sottolineato. «Gergiev è ripartito e non ha risposto». La Carnegie Hall e i Wiener lo hanno già rispedito a casa; lo stesso la Filarmonica di Monaco, Parigi e Rotterdam, mentre Londra ha chiuso i rapporti con il Bolshoi (era prevista una tournée). 

Chailly al posto di Gergiev alla Filarmonica

La Scala procederà tra breve appena avrà trovato un nuovo direttore per la Dama di picche, opera in russo nella quale si vedono russi con mitra in mano che esclamano: «La patria salveremo, / insiem combatteremo, /nemici innumerevoli / in schiavitù trarremo». Quanto al concerto della Filarmonica del 7 marzo si attende l’ufficializzazione della sostituzione di Gergiev con Riccardo Chailly. Gergiev, all’oggi, resta socio onorario della Filarmonica. Chi l’ha già «scaricato» è anche il suo agente, Marcus Felsner: «È diventato impossibile per noi, e chiaramente sgradito, difendere gli interessi del maestro Gergiev».

Anna Netrebko

Nonostante la dichiarazione contro la guerra, anche il soprano Anna Netrebko è destinata a non venire alla Scala. Il 9 marzo è attesa alla Scala per la Adriana Lecouvreur ma si è scoperto che non si è presentata alle prove. E su Instagram ha lasciato intendere che non ha nessuna intenzione di presentarsi: «Sono in salute, ma non verrò». Sempre lunedì il direttore generale del Met, Peter Gelbha, aveva dichiarato che sospenderà le collaborazioni con tutti gli artisti che hanno sostenuto il regime di Putin, lasciando intendere anche la Netrebko, che aveva scritto: «Costringere a denunciare la propria terra d’origine non è giusto».

DAGONOTA il 28 febbraio 2022.

Tornato dalla Cina sventolando la bandiera olimpica, cioè arrivando dal paese comunista ospitante i giochi invernali che minaccia di occupare militarmente Tawian, il sindaco Beppone Sala si è calato l’elmetto per sparare alzo zero contro il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, accusato di essere un fedelissimo del Putin che invade e insanguina l’Ucraina. 

Il che è vero, ma non è il solo in Italia e in Europa, soprattutto nel mondo degli affari e della finanza, a essere in comunella con lo zar di Mosca. Gli ex leader francese Fillon e l’ex cancelliere tedesco Schroeder da anni sono dei lobbisti al servizio dello zar di Mosca. 

L’Italia, su proposta del ministro degli Esteri, ha nominato Cavalieri del lavoro ben due ministri di Putin: Mikhail Vladimirovich Mishustin, primo ministro della Federazione Russa, e Denis Valentinovich Manturov, suo collega al Commercio e industria. Un “do” di petto inaspettato (o forse una stecca?) per la sua tempistica quello di Sala, che ha colto di sorpresa sia gli amministratori della Scala sia il sovrintendente Dominique Meyer. 

“Ma ormai il presidente-sindaco sembra essere etero diretto dai sindacati com’è accaduto con il caso Regeni e la falsa trasferta dell’orchestra al Cairo”, sbuffa uno degli sponsor del teatro. Basta, insomma, fare il primo della classe senza tenere conto degli equilibri del teatro solo per battere sul tempo la Carnegie Hall di New York e la Filarmonica di Vienna che hanno cancellato i prossimi concerti di Gergiev, ma senza pentimenti pubblici.

Per aggiungere:” È sacrosanto condannare l’irruzione dei carri armati russi con la sua scia di morte, altro è il tono dell’ultimatum: in pratica chiedere al maestro Gergiev di ripudiare alle ragioni del suo paese sia pure sbagliate. Se non lo farà, si legge nel comunicato, la Scala farà a meno della sua collaborazione. Forse senza nemmeno rendersi conto degli effetti anche umani e drammatici del suo ukase e del prestigio che il maestro ha dato alla Scala. Potevano cancellare le sue prossime esibizioni senza pretendere altro sul tema della coscienza”.

Già. Tema assai sensibile quello del rapporto tra arte e politica; tra “purezza e propaganda” che ha attraversato tragicamente il secolo scorso. Sul “Corriere” Pierluigi Panza osserva che la carriera di Gergiev, caro amico di Putin, “è stata al contrario” di quella del ballerino Nureyev.  

Ma siamo ai tempi della cortina di ferro. Tant’è che l’étoile nel 1966 fu costretta a chiedere asilo politico. Com’è capitato a tanti altri dissidenti nel campo della cultura finiti in esilio o, peggio, nei lager senza mai interrompere del tutto i rapporti e gli scambi culturali tra paesi nel pieno della Guerra Fredda. A iniziare dagli Stati Uniti. 

E adesso, ci s’interroga perplessi se l’abiura pretesa per Gergiev riguarderà anche altri personaggi vicini e contigui alla Scala. Oppure il Beppe se la caverà spezzando la bacchetta al maestro Gergiev come facemmo con i Greci nella seconda guerra mondiale? Prendiamo il caso di Abramo Bazoli, consigliere del teatro, sponsor e nume tutelare di BancaIntesa, istituto che ha vasti interessi nell’ex Urss. 

Nell’aprile 2017, il Presidente della Russia, Vladimir Putin, ha insignito dell’Ordine dell’Amicizia il suo amministratore delegato, Carlo Messina, e il presidente della Banca IMI Gaetano Miccichè. Mentre l’Ordine dell’Onore fu assegnato al Presidente di Banca Intesa Russia Antonio Fallico. Saranno riconsegnate al mittente le onorificenze ricevute al Cremlino da Messina e company? 

Forse il primo inquilino di Palazzo Marino ignora che il primo ballerino del Bolshoi è l’italiano Jacopo Tissi, con cui si è esibito recentemente alla Scala nella “Bayadere”? Dovrà attaccare le scarpette al chiodo senza una abiura pubblica dell’odiato regime dispotico dove danza “da russo”?  

Scala ha dimenticato la fraterna amicizia tra Silvio Berlusconi, uno dei primi imprenditori milanesi (anche nel pagare le tasse), e il lettone che divideva con Vladimir a Villa Certosa in Sardegna? Il sindaco chiederà al Cavaliere di bruciare le lenzuola consumate in quell’amicizia fraterna?

L’ukase lanciato dal sindaco Beppe Sala, che rappresenta la città e non soltanto la Scala, non può restare circoscritto a un direttore d’orchestra, ch’è – tra l’altro -, è “socio onorario” del teatro scaligero e suscita perplessità e interrogativi. Gergiev sarà degradato in piazza Loreto? 

Al sindaco “ghe pensi mi” (Tino Scotti) meticoloso e vanesio nel mostrarsi quotidianamente su Instagram, va ricordato l’ammonimento dello scrittore Ambrose Bierce: “Lo zelo è una malattia nervosa che colpisce talvolta i giovani e gli inesperti”. 

Dagospia. Anastasia Tsioulcas su npr.org il 27 febbraio 2022.  

Il famoso teatro dell'opera di New York, il Metropolitan Opera, ha annunciato domenica che sospenderà i suoi rapporti con artisti e istituzioni russe alleate con il presidente Vladimir Putin. 

In una dichiarazione video pubblicata su Facebook, il direttore generale del Met, Peter Gelb, ha espresso solidarietà al popolo e alla leadership dell'Ucraina e ha affermato: "In quanto compagnia d'opera internazionale, il Met può aiutare a suonare l'allarme e contribuire alla lotta contro l'oppressione... non possiamo più impegnarci con artisti o istituzioni che supportano Putin o sono da lui sostenuti, non fino a quando l'invasione e le uccisioni non saranno state fermate e l'ordine non sarà stato ripristinato". 

In un'intervista al New York Times Sunday, Gelb ha aggiunto: "È terribile che le relazioni artistiche, almeno temporaneamente, siano il danno collaterale di queste azioni di Putin". Gelb non ha specificato quali istituzioni e artisti intende sospendere dalle collaborazioni, ma tre dei più importanti che sono stati attivamente alleati con Putin sono il Teatro Mariinsky (ex Kirov) di San Pietroburgo; il suo direttore generale e artistico, il direttore d'orchestra Valery Gergiev, che è anche l'ex direttore ospite principale del Met ; e il soprano Anna Netrebko, che appare spesso sul palco del Met.

Il Met ospiterà anche una produzione dell'opera Lohengrin di Wagner dall'Opera Bolshoi di Mosca nel marzo 2023. Il Bolshoi, come il Mariinsky, riceve il sostegno dello stato russo. (Venerdì, la Royal Opera House di Londra ha cancellato le apparizioni in tournée del Bolshoi Ballet che erano state programmate per questa estate.) 

La mossa del Met arriva quattro giorni dopo che la Carnegie Hall e l'Orchestra Filarmonica di Vienna hanno cancellato Gergiev e il pianista Denis Matsuev da una serie di tre concerti a causa degli stretti legami dei due musicisti con Putin.

Il Met occupa una posizione particolarmente importante quando si tratta di alleanze con istituzioni e artisti russi. Per anni, il Met, sotto la guida di Gelb, ha portato produzioni e artisti dal Teatro Mariinsky al pubblico americano. 

Valery Gergiev è stato un attivo sostenitore e amico di Putin sin dal loro primo incontro nel 1992. Nel 2014, Gergiev ha espresso il suo sostegno alle azioni di Putin a Donetsk. (Donetsk è una delle aree controllate dai separatisti che Putin ha riconosciuto come regione indipendente lunedì scorso.)

Nel 2013, Putin ha rilanciato un premio dell'era staliniana per Gergiev, assegnandogli il premio Eroe del lavoro della Federazione Russa, un anno dopo che Gergiev è apparso in un video della campagna elettorale di Putin, proclamando il suo sostegno. Putin è stato un sostenitore del Teatro Mariinsky mentre prestava servizio come vice sindaco di San Pietroburgo.

Domenica, il manager europeo di Gergiev, Marcus Felsner, ha annunciato che lo avrebbe lasciato come cliente a causa dei suoi legami con Putin. Negli Stati Uniti, Gergiev è rappresentato dal manager Douglas Sheldon, la cui scuderia comprende anche la Mariinsky Orchestra e la National Symphony Orchestra of Ukraine.  

Inoltre, i sindaci e gli amministratori artistici di tre città europee hanno dato l’aut aut a Gergiev: o il direttore d'orchestra prende le distanze da Putin e denuncia l'invasione, altrimenti sarà licenziato.

In Germania, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha affermato che se Gergiev non denuncerà l'invasione entro lunedì, sarà estromesso dal suo ruolo di direttore principale della Filarmonica di Monaco. Nei Paesi Bassi, l'Orchestra Filarmonica di Rotterdam ha dichiarato che interromperà i concerti di Gergiev programmati a settembre se il direttore non si separerà da Putin.

Al leggendario teatro dell'opera La Scala di Milano, Gergiev dovrebbe dirigere le rappresentazioni dell'opera Dama di Picche di Ciajkovskij fino al 15 marzo. Il sindaco Giuseppe Sala ha detto che se Gergiev manterrà i suoi rapporti con Putin "la collaborazione sarà finita", secondo il Corriere della Sera. 

Inoltre, la soprano Anna Netrebko, la cui ascesa internazionale è stata strettamente intrecciata con le sue frequenti apparizioni al Met, sarà probabilmente influenzata dalla decisione del Met. La sua prossima apparizione in programma al teatro dell'opera di New York è il 30 aprile, nel ruolo della protagonista dell'opera Turandot di Puccini.

Come Gergiev, Netrebko è legata a Putin da decenni. Nel 2012, approvando la sua elezione, ha detto in un'intervista che avrebbe voluto avere la possibilità di essere l'amante di Putin, poiché ammirava la sua "forte energia maschile". Non molto tempo dopo l'annessione della Crimea nel 2014, Netrebko (divenuta cittadina austriaca nel 2006) ha donato una somma di denaro al teatro dell'opera di Donetsk , gestito da un leader separatista filo-russo, Oleg Tsaryov. Sono stati fotografati insieme con in mano una bandiera separatista russa.

In una dichiarazione pubblicata su Instagram sia in russo che in inglese sabato, un giorno prima dell'annuncio del Met, Netrebko ha scritto di essere "contraria a questa guerra" e ha affermato di "non essere una persona politica". Ma ha proseguito: "Costringere gli artisti, o qualsiasi personaggio pubblico, a esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche e a denunciare la propria terra d'origine non è giusto. Io non sono un politico, non sono esperta in questioni politiche. Sono un’artista e il mio scopo è di unire la gente dalle divisioni politiche».

In una storia su Instagram, poi cancellata, Netrebko ha tuonato: "È particolarmente spregevole da parte di persone che vivono in Occidente, comodamente sedute a casa, senza paura per la propria vita, fingere di essere coraggiose e pretendono di “combattere” gettando gli artisti nei guai. Questa è solo ipocrisia da parte loro. Queste persone pensano che essere dalla "parte giusta" permetta loro tutto, sono solo delle merde umane. Sono malvagi quanto gli aggressori”.

Pierluigi Panza per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2022.

«Abbiamo alla Scala "La dama di picche" diretta dal maestro Valery Gergiev, che ha più volte dichiarato la sua vicinanza a Putin. Con il sovrintendente gli stiamo chiedendo di prendere una posizione precisa contro questa invasione; se non lo facesse saremmo costretti a rinunciare alla collaborazione». 

Lo ha dichiarato il sindaco di Milano e presidente del Teatro, Giuseppe Sala. «Se il direttore non prenderà una posizione, nelle prossime rappresentazioni, dal 5 marzo, si troverà un altro maestro».

Un trionfo per la Cisl, unico sindacato ad aver chiesto questa soluzione («Accogliamo con soddisfazione la dichiarazione: Milano si conferma città di pace e democrazia») ma la risposta a questo ultimatum, trasmesso con lettera, non poteva arrivare nella giornata di ieri in quanto il maestro Gergiev - noto per non fare molte prove - era in volo verso New York dove oggi, domani e dopo era atteso per tre concerti alla Carnegie Hall con i Wiener Philharmoniker. 

Ma fin dall'altro ieri il suo arrivo non appariva il benvenuto. Un gruppo di protesta si era organizzato sul sito dell'attivista Valentina Bardakova e l'influente critico Norman Lebrecht aveva chiesto alla Carnegie Hall di annullare i concerti «prima che i suoi sponsor si sollevino in protesta».

Lebrecht aveva anche ricordato come «Denis Matsuev e Gergiev, nel marzo 2014, si sono uniti a una miriade di figure culturali russe nel firmare ufficialmente una lettera aperta di sostegno per invadere l'Ucraina» (lettera sul sito del Ministero della Cultura Russa: la firma di Gergiev è la 97). Queste pressioni hanno agito sui vertici della Carnegie e dei Wiener perché nella notte italiana, il mattino negli Usa, i vertici del teatro hanno preso la decisione di rispedire Gergiev a casa e hanno deciso pure di cancellare un futuro concerto di Matseuv.

Al suo posto Yannick Nézet-Séguin. Tutta la carriera di Gergiev è stata l'opposto di quella di Nureyev, Rostropovich e Barynikov: viaggia con l'aereo del «caro amico Putin, uno degli uomini più intelligenti del mondo», ha ricevuto da lui tutte le onorificenze del Paese, mai una parola sui casi Litvinenko, Politkovskaya, Nemtsov. Durissime erano giunte ieri anche le dichiarazioni contro Putin e contro chi ospiterà Gergiev del pianista russo Alexander Kobrin: «La musica non può essere fuori dalla storia.

Molti musicisti noti che sostengono apertamente il governo criminale russo (chiaro riferimento a Gergiev, ndr ) si esibiscono in tutti quei luoghi che consideravano nemici del governo russo, Usa, Europa, Giappone godendo di tutti i benefici finanziari e artistici. Sono ipocriti e bugiardi. Ma ipocriti sono anche quelli che li invitano sapendo che quelle persone hanno firmato documenti a sostegno dell'aggressione, a sostegno di leggi barbariche, come la punizione per propaganda gay. Vergogna. Credo che la gente sia accecata dalla propaganda e dalla paura proprio come in Germania sotto il regime nazista». 

Anche Oksana Lyniv, ucraina e da gennaio direttrice del Teatro comunale di Bologna, aveva affermato che «tutti siamo responsabili della pace in Europa poiché da ieri, in Ucraina, si è vista la vera faccia di Putin. Chi tace sostiene il dittatore». Come finirà alla Scala? La cancellazione dei concerti americani ha sicuramente tracciato la strada per Milano e anche per Monaco di Baviera. Impossibile attendere l'abiura di Gergiev o una frasetta di accordo. 

Ucraina, Vittorio Feltri: "La nota stonata di Sala, Gergiev con Putin e la guerra non c'entra". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 28 febbraio 2022.

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha dimostrato di essere un inossidabile conformista già tempo fa. Il suo programma politico è noto: lotta dura alle automobili, la cui circolazione ormai è pressoché impedita, divieti di sosta dappertutto, largo ai monopattini che infestano ogni quartiere, e piste ciclabili buone per ottenere il risultato di paralizzare il traffico. Sorvoliamo sull'ordine pubblico: le bande di giovinastri che promuovono pestaggi, organizzano spedizioni punitive, aggrediscono passanti, non vengono combattute e dilagano a loro piacimento. Ne prendiamo atto, la colpa non è solo del signore di Palazzo Marino, ma soprattutto di chi lo ha votato confermandogli la poltrona. In questi giorni egli ha toccato il fondo nei panni di presidente della fondazione Scala, teatro di livello mondiale. Sapete cosa ha fatto? Ha chiesto a Gergiev, direttore d'orchestra di celebrata bravura, noto in qualsiasi angolo della terra, di firmare una dichiarazione solenne nella quale condanna Putin per via della guerra all'Ucraina.

Che è già una scemenza in quanto il provetto musicista è russo e chiedergli una abiura, onde rinnegare il presidente del proprio Paese, è un atto che rasenta la follia. Ma non è tutto. Sala proditoriamente ha aggiunto: se lei non accetta di prendere le distanze in modo netto dal padrone del Cremlino, sarò costretto a impedirle di dirigere l'orchestra della Scala. Una presa di posizione volgare e inammissibile. Infatti Gergiev è stato ingaggiato proprio per dirigere la grande orchestra milanese e non per fare predicozzi politici da utilizzarsi a fini propagandistici. Come si permette Sala di assumere iniziative simili nei confronti di un rinomato musicista, delle cui opinioni sulla guerra in corso non importa un accidenti a nessuno? Chi frequenta il massimo teatro cittadino e direi nazionale chiede di ascoltare le prodezze del direttore, infischiandosene altamente se questi è amico o avversario del tremendo moscovita. Le questioni belliche non devono interferire nelle manifestazioni artistiche, questo lo capisce anche un usciere del municipio, mentre il sindaco insiste: o dici che Putin è un farabutto oppure ti cacciamo come una cameriera a ore. Ma l'unico a meritare di essere licenziato, o almeno di essere degradato a fattorino, è l'arrogante Sala.

Pierluigi Panza per il “Corriere della Sera” il 27 Febbraio 2022.

Una volta tanto il mondo della Cultura esce dal suo umbratile salottino per ricollocare le arti e anche l'intrattenimento («Eurovision») nel mondo della vita. Il «caso Gergiev», ovvero il rifiuto da parte dei teatri di tutti i Paesi democratici di far dirigere il maestro russo sostenitore di Putin, firmatario di un documento a favore dell'invasione della Crimea, supporter della legge anti-gay, è solo la prima «sanzione» per far sentire la Russia di Putin culturalmente isolata.

La Carnegie Hall e i Wiener lo hanno già rispedito a casa; lo stesso la Filarmonica di Monaco (sarà defenestrato oggi) e Rotterdam, mentre Londra ha già chiuso i rapporti con il Bolshoi.

Anche la Scala, dove ieri c'è stato un minuto di silenzio per le vittime della guerra, domani o dopo annuncerà che non c'è stata risposta da parte di Gergiev alla lettera del sindaco Giuseppe Sala, che gli chiedeva di condannare l'invasione dell'Ucraina (non di abiurare il passato) e procederà con l'indicazione di un nuovo direttore per le prossime recite della Dama di picche (l'opera è in russo, nel primo atto si vedono ragazzi russi con mitra in mano che esclamano: «La patria salveremo»). Chi ha preso distacco con la guerra è Anna Netrebko: «Io mi oppongo a questa guerra», ma «non sono d'accordo a forzare artisti a dichiarazioni pubbliche».

E l'altra sera, nella recita della «Thais», il mezzosoprano ucraino Valentina Pluzhnikova è uscita in lacrime sul palco avvolta dalla bandiera Ucraina e abbracciata dalla protagonista, la lettone Marina Rebeka. Anche nell'arte la condanna è unanime. «Condanniamo la brutale invasione russa di un Paese europeo sovrano, esprimiamo preoccupazione per il patrimonio culturale in Ucraina e applaudiamo ai russi che si oppongono ai leader politici», ha dichiarato Sneka Quaedvlieg-Mihailovi, Segretario di Europa Nostra.

Alla Biennale di Venezia, ad aprile, sono previsti un padiglione russo e uno ucraino. Lo staff del padiglione ucraino ha dichiarato che «attualmente non sono più in grado di continuare il lavoro». Difficile pensare a un padiglione russo aperto. Mentre «la Biennale - afferma il presidente Roberto Cicutto -, invoca la pace e ripudia fermamente ogni forma di guerra e di violenza, confermandosi luogo del dialogo». Dopo l'occupazione di Praga da parte dell'Unione Sovietica, il padiglione della Cecoslovacchia espose questo cartello: «Chiuso per motivi tecnici. Informazioni al padiglione sovietico».

Ai Weiwei all’Opera di Roma: «L’arte è politica, nella mia Turandot città distrutte e filmati di guerre». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 3 Marzo 2022.

L’artista cinese dissidente: «Gergiev? Rispettate la sua scelta, ha il diritto di tacere. Ma la direttrice ucraina Oksana Lyniv è una vera combattente». Sulla Cina: «Amo il mio paese,, non amo il governo» Ho vissuto in un buco scavato nella terra». 

Ai Weiwei è un uomo mite e un sopravvissuto. Il grande artista vive in «esilio» a Berlino dalla sua Cina di cui dice: «Amo il mio paese e la mia cultura, non amo il suo governo». Lo incontriamo all’Opera di Roma, dove sta preparando regia, scene, costumi e video di Turandot. «In ogni mio progetto c’è una dimensione politica, ma poi ricordiamoci che la gente va a teatro». «One shot», un colpo solo: è la sua prima e ultima regia d’opera. Il giorno è il 22 all’Opera di Roma, sarà uno degli eventi dell’anno, ripreso da Rai Cultura per Rai 5.

Weiwei, lo spettacolo era previsto due anni fa…

«Questa pausa ha portato a un ripensamento. Ci sono stati due disastri, la guerra della Russia in Ucraina, e la pandemia che mi ha spinto ad alcune riflessioni che hanno in parte cambiato la mia visione. Mi riferisco alle immagini di Wuhan, di come quella popolazione ha vissuto lo scoppio del Coronavirus. Ci sono altri due filmati, uno sui rifugiati e un altro sulle manifestazioni di Hong Kong del 2019 contro la proposta di legge cinese sull’estradizione. Da mille ore registrate, ne proietto una, su quattro maxischermi. Metto insieme sensibilità contemporanea e tradizione».

Le minoranze: Hong Kong richiama l’Ucraina?

«Tutte le guerre hanno lo stesso carattere. Si combatte per il futuro, per il sogno, per la dignità. La disperazione di Kiev è comune con tutto il mondo. Nel secondo atto c’è un video di tante bombe nella storia umana, da una italiana progettata nel 1911 a quelle su Hiroshima e Nagasaki. Non si può scherzare su Putin, le sue parole sulla guerra nucleare possono essere il futuro».

La scena?

«Ci sono rovine di una città, con torri e buchi che danno forma ai continenti del pianeta. Come un mappamondo di colore grigio. La parte centrale ruota, si compone e si scompone. Roma è un bell’esempio di civiltà e rovine».

E Puccini?

«C’è una connessione tra l’amore, l’odio e la vendetta del nostro tempo con l’opera di Puccini. Quest’opera, pensando a chi combatte per la libertà, da Hong Kong all’Ucraina, ci insegna che la morte è amore. L’uomo vuole uscire dalle sue rovine ma nel percorso ne trova di nuove. Si costruisce e si ricade, come Sisifo. E il senso dell’essere umano è di volere la vera libertà. Voglio mettere in contatto la nostra vita di oggi con quella di cent’anni fa, all’epoca in cui Puccini si confrontò con la fiaba cinese. Il mondo è come un’opera lirica. Turandot, quest’algida principessa immaginaria e reale, significa forza e potere; il principe Calaf, suo pretendente, diventa rifugiato politico».

Il caso Gergiev, licenziato dai teatri occidentali per non aver preso posizione contro il suo amico Putin?

«Ogni artista ha il suo senso di giustizia, tutti vogliono costruire un mondo civile e democratico. Se a un artista, essendo amico di un politico, viene proibito di lavorare, stiamo andando verso una strada non più democratica. Se vogliamo limitare la libertà di parlare, andiamo verso una società tirannica e autocrate. Se non abbiamo la possibilità di avere un’opinione, viviamo nel nazismo».

Ma Gergiev ha scelto il silenzio…

«Può non piacerti, ma deve avere la possibilità della sua scelta. La Germania di Hilter ha espulso gli artisti che avevano opinioni differenti dal regime. Vorrei aggiungere che ammiro Oksana Lyniv, la direttrice ucraina di Turandot: una vera combattente».

Lei ha scritto un libro epico e intimo sulla sua vita straordinaria, e sulla Cina.

«Ho scritto Mille anni di gioie e dispiaceri perché mio figlio sappia chi era suo nonno, mio padre, il grande poeta Ai Qing, genuino e naïf, morto nel 1996. Non aveva criticato il comunismo, aveva solo un diverso approccio e tutti dovevano essere uguali. Durante la Rivoluzione culturale abbiamo vissuto in un buco scavato nella terra che ho messo come sfondo del mio smartphone; ha vissuto le peggiori umiliazioni, lavava le latrine con dignità e un senso quasi estetico».

Anche lei fu arrestato.

«Nel 2011 sono stato 81 giorni senza poter parlare con i familiari e con l’avvocato, i miei aguzzini dicevano che avrei rivisto mio figlio dopo quindici anni, e che non mi avrebbe riconosciuto. Mia madre la chiamo in Cina ogni week-end, ha 90 anni, mi dice di non tornare. Se l’Occidente doveva essere più duro sui diritti civili? Si deve sopravvivere, alla fine vince il business».

Perché ha accettato di fare, e per una sola volta, l’opera?

«Perché Turandot mi riporta a quando ero ragazzo a New York, ero povero, senza soldi. E il Met di New York mi prese come comparsa alla Turandot di Zeffirelli. Io facevo il boia».

Elisabetta Andreis per il “Corriere della Sera - ed. Milano” il 2 marzo 2022.

Il direttore d'orchestra russo Valery Gergiev, messo alle strette e infine allontanato dal Teatro alla Scala, dalla Meuenchner Philarmoniker di Monaco e da altre collaborazioni artistiche in Europa per il rifiuto di prendere le distanze dall'attacco sferrato all'Ucraina dal presidente, e suo amico, Vladimir Putin, in Italia ha un tesoro immobiliare da circa 150 milioni.

A Milano possiede una ventina di palazzi che ha messo sul mercato, mentre sta costruendosi una principesca villa nella città dell'Ossezia settentrionale di cui è originario. Il maestro ha ereditato un quarto delle fortune dell'artista e mecenate giapponese Yoko Nagae. 

A sua volta la filantropa scomparsa nel 2015, ammiratrice incondizionata di Gergiev, ha una vicenda particolare. Nel 1960 vinse - primo caso in Giappone - una borsa di studio del governo italiano per perfezionarsi nell'arpa a Venezia; lì venne notata dal facoltoso industriale milanese della farmaceutica (di 30 anni più anziano) Renzo Ceschina che nel 1977 la sposò.

Cinque anni dopo però morì lasciando tutto alla Nagae che per anni finanziò artisti e musicisti. Dopo cause giudiziarie innescate dai parenti di Ceschina, durate decenni, i giudici divisero in quattro parti il patrimonio immobiliare. A Gergiev finirono una ventina di immobili a Milano, oltre 20 mila metri quadrati di proprietà, più altri tesori tra cui una villa in costiera amalfitana, con tanto di rovine romane e torre aragonese nel giardino e a Venezia palazzo Barbarigo a San Vio, il caffè Quadri e alcuni negozi di piazza San Marco.

A Milano possiede i prestigiosi palazzi in via Mercato 28 e via Arco 2 di recente ceduti e poi l'edificio di via Rovello 2, via Montello 10, via Castaldi 4, largo Gemito 3, via Fra Bartolomeo 9 e ancora via Plinio 33, viale Berengario 5-7, le villette di via Montebianco 4-6, via Riva di Trento 6-8-10, più 8 mila metri quadrati a Segrate, con affaccio sul laghetto Cava, e una enorme cascina-villa padronale trascurata in Alzaia Naviglio pavese 394/396. Alcune proprietà sono già vuote, altre hanno affittuari ma sono quasi tutte pronte per essere cedute, se gli interlocutori si presenteranno.

 Per quanto riguarda le altre porzioni del patrimonio Ceschina, diversi immobili hanno in sospeso cause giudiziarie per lo stato di trascuratezza in cui versano. Famoso quello in via Lamarmora 23, inutilizzato da tempo, ma anche il terreno in viale Puglie del mercatino domenicale - con diffida del Comune - al centro delle polemiche per la presenza di abusivi e il degrado che provoca. Fa capo allo stesso patrimonio immobiliare anche il «buco» in piazza Fontana, di fianco al Rosa grand Milano hotel.

Pierluigi Panza per il “Corriere della Sera - ed. Milano” il 2 marzo 2022.

Dal primo atto, il caso Valery Gergiev, al secondo atto, il caso Anna Netrebko. Congedato il maestro russo, che non ha risposto alla lettera con la quale il sindaco e presidente del Teatro, Giuseppe Sala, gli chiedeva di prendere le distanze da questa guerra («non di abiurare il passato») siamo precipitati in pieno caso Netrebko. Il soprano russo, che ha inaugurato la stagione lo scorso 7 dicembre come Lady Macbeth, era attesa in calendario alla Scala il prossimo 9 marzo per una recita dell'opera «Adriana Lecouvreur» di Francesco Cilea.

Forse intendo che si andava verso un caso delicato, l'altro giorno, annunciando la rinuncia a Gergiev il sindaco Sala aveva aggiunto: «Il caso della Netrebko è diverso rispetto a quello di Gergiev, perché lei ha condannato la guerra». In effetti il soprano lo ha fatto su un social. Ma già dall'altra sera si era capito che le cose si mettevano male. Il soprano non si era presentato alle prove e aveva inoltre postato su Instagram un messaggio nel quale smentiva di essere malata (come attribuito da alcune fonti): si diceva in perfetta salute, ma che «is not coming» (non sta venendo). 

Questo post faceva intendere di essere del tutto intenzionata a non cantare alla Scala e il teatro ne aveva subito preso atto. Ieri i messaggi del soprano, anch' essa come Gergiev ben medagliata da Putin, sono stati ulteriormente ambigui. Nella tarda mattinata aveva postato sul proprio Instagram sia una condanna contro «la insensata guerra di aggressione della Russia» che una foto che la ritraeva insieme al suo scopritore, Gergiev appunto.

Passate un paio d'ore, il soprano russo ha cancellato tutto rendendo, per altro, il sito inaccessibile. Poi una dichiarazione a giustificare il forfait: «Questo non è per me il momento di fare musica e di salire in palcoscenico. Ho quindi deciso per il momento di fare un passo indietro dai miei impegni artistici. È una decisione estremamente difficile per me ma so che il mio pubblico potrà capirla e rispettarla». 

 In precedenza aveva fatto sapere: «In primo luogo sono contro questa guerra. Sono russa e amo il mio Paese ma ho molti amici in Ucraina e le sofferenze mi spezzano il cuore. Voglio che questa guerra finisca e che le persone possano vivere in pace. Questo è quello in cui spero e per cui prego. Voglio però aggiungere una cosa: forzare gli artisti o qualsiasi personaggio pubblico a fare sentire le proprie opinioni politiche e a denunciare la sua terra natale non è giusto. Dovrebbe essere una scelta libera», aveva aggiunto ricordando di «non essere una politica» «ma un'artista il cui scopo è unire le persone dove la politica le divide».

La Scala, preso atto del forfait, ha pensato a come sostituirla. Al suo posto, come sarà annunciato formalmente oggi in conferenza stampa, sarà l'italiana Maria Agresta, che già era in cartellone per altre serate della stessa opera. Ma come se non bastasse la guerra si è rifatto vivo pure il Covid. Il cantante protagonista dell'opera, nel ruolo di Maurizio, ovvero Freddie De Tommaso, è risultato positivo al test e deve dare forfait pure lui. L'aspetto curioso è che nella «Adriana Lecouvreur» è previsto in scena anche il marito della Netrebko, il tenore Yusif Eyvazov che, per ora, non ha cancellato.

 Eyvazov, non è russo: è un tenore azero nato in Algeria e cresciuto nell'Arzebaigian (all'epoca Unione Sovietica), che vive a Mosca con la Netrebko e il loro bambino. Il direttore principale della Filarmonica, Riccardo Chailly, ha invece accettato di dirigere il concerto della Filarmonica previsto per lunedì 7 marzo, quello che prevedeva in cartellone Gergiev. Il concerto, fanno sapere l'orchestra e il maestro, «sarà dedicato alle vittime della guerra e in favore della pace». Il programma subisce, però, una variazione: la nuova locandina presenta il Concerto n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov e la Sinfonia n. 6 in si minore op. 74 Patetica di Pëtr Il'i ajkovskij.

Confermata la presenza del giovanissimo solista Mao Fujita alla sua prima esibizione in Italia. Per completare la «deputinizzazione» della Filarmonica della Scala resta in ballo la nomina di Gergiev a «socio onorario», per ora non cancellata. Nessun problema, invece, per altri cantanti o ballerini russi che continueranno a partecipare alle rappresentazioni, anche insieme ad artisti ucraini. Quanto alla 23ma edizione della Triennale di Milano, invece, ci sarà il Padiglione della Ucraina, ma non quello della Russia. Lo ha deciso il presidente di Triennale, Stefano Boeri, che sui canali social ha dichiarato: «Stante l'attuale drammatica situazione in Ucraina causata dalla folle, violenta e ingiustificata aggressività dell'esercito russo è stato ritirato l'invito al Governo russo a partecipare con un proprio padiglione alla prossima Esposizione Internazionale».

Donatella Di Cesare per “La Stampa” il 2 marzo 2022.  

Che chi è russo debba essere qui improvvisamente additato a nemico appare non solo inconcepibile, ma anche indegno di un Paese civile. 

È vero che i venti di guerra soffiano forti ormai anche per le nostre strade e nelle nostre piazze, e che c'è chi fa di tutto per accendere gli animi, ma forse occorrerebbe fermarsi prima di compiere gesti di cui pentirsi e vergognarsi.

Non si vede infatti perché avere il passaporto russo costituisca d'un tratto uno stigma, il contrassegno per diventare vittima di azioni e gesti discriminatori che si vanno moltiplicando. Che senso ha negare il caffè a una turista russa in un bar? 

Quali sarebbero le colpe di chi ha deciso di visitare le città italiane, di andare in vacanza in montagna o al mare, e viene circondato da un clima di pubblica ostilità, senza neppure lontanamente immaginare quello che succede in madrepatria (come non lo immaginavamo noi)?

Ha compiuto in tal senso un gesto più che discutibile Beppe Sala, primo cittadino di Milano, capitale dell'ospitalità, che ha portato Valerij Gergiev, sospetto di essere putiniano, a lasciare la direzione del Teatro alla Scala. Ma dirigere un'orchestra non è comandare una truppa militare. Questo significherebbe accettare solo gli artisti che, sotto intimidazione, abiurino pubblicamente.

Critica giustamente questa «aggressione» la grande Anna Netrebko che, postando su Instragam una foto emblematica insieme a Gergiev, si congeda dalla Scala precisando di essere contraria a questa guerra, ma rivendicando allo stesso tempo: «sono russa e amo il mio paese». 

«Non è giusto costringere gli artisti ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni politiche e a denunciare la propria terra d'origine». Così chi ha la colpa di essere russo viene ovunque estromesso a priori da eventi artistici, organizzazioni sportive, tornei di calcio. 

Fifa e Uefa decretano l'espulsione della Russia, mentre il Comitato Olimpico esclude a priori cittadini russi e bielorussi, a meno che non si svestano dei loro panni di russi e bielorussi gareggiando come apolidi o neutrali. Ma la discriminazione si diffonde perfino nelle università e nelle accademie. 

Ricercatori che avevano scritto mesi fa articoli scientifici si vedono adesso rifiutare i propri contributi dalle riviste non con ragioni di merito, bensì per il semplice motivo di essere russi. 

 Coinvolgere l'arte, lo sport, la scienza e la ricerca nella guerra non è una scelta saggia. Dovrebbe semmai essere l'esatto contrario: lasciare aperti proprio questi spazi al dialogo e alle prove di pace. Condannare fermamente l'invasione dell'Ucraina, aiutare i rifugiati e accoglierli, non vuol dire in nessun modo che il primo russo che incontriamo per strada debba essere il nostro nemico.

Questo clima bellico da 1914 non si confà a questo Paese e alla sua storia. C'è un equilibro da mantenere, che non è equilibrismo, c'è una assennatezza etica e politica che fa parte integrante della maturità di un Paese. Se molti leader politici si sono messi l'elmetto, occorre allora disobbedire, perché qui ne va davvero della civiltà discriminare un altro solo sulla base della sua nascita, della sua appartenenza a una nazione, è un atto discriminatorio e razzista.

Non vogliamo che i nostri teatri, i nostri stadi, le nostre università, le nostre piazze diventino altrettanti fronti di guerra. Uno scrittore russo deve poter partecipare a un festival, una ballerina deve potersi esibire, un calciatore deve poter giocare. 

Un collega russo deve poter intervenire a un dibattito - se non ci sono voli, magari da remoto. Chi dice di appoggiare coloro che manifestano il proprio dissenso nelle piazze russe non può al tempo stesso compiere azioni e gesti discriminatori qui, perché evidentemente si smentirebbe.

Egle Santolini per “la Stampa” il 2 marzo 2022.

«Dopo una profonda riflessione ho preso la difficile decisione di ritirarmi per un periodo dall'attività concertistica. Non è il momento giusto per me di comparire in scena e fare musica. Spero che il pubblico capirà». 

Anna Netrebko, russa, soprano, superstar dell'opera, lascia per il momento il campo. Salta, fra l'altro, la sua partecipazione, e presumibilmente quella del marito tenore Yusif Eyvazov, a quattro recite scaligere dell'Adriana Lecouvreur programmate per il 9, 12, 16 e 19 marzo: dopo l'allontanamento del direttore d'orchestra Valery Gergiev, un altro problema di sostituzione per la Scala, che dovrebbe dare aggiornamenti sui forzati cambi di cast stamattina in una conferenza stampa. Già sabato scorso, Netrebko aveva dichiarato di «opporsi a questa guerra.

Sono russa e amo il mio Paese - aveva dichiarato - ma ho molti amici in Ucraina e questa sofferenza mi spezza il cuore. Aggiungo però che non è giusto costringere gli artisti o qualsiasi figura pubblica a esprimere le proprie opinioni politiche in pubblico e a denunciare la propria patria. Dovrebbe trattarsi di una libera scelta. Sono un'artista e non un politico e il mio scopo è di unire attraverso le differenze politiche».

Il riferimento evidente era proprio al caso Gergiev, cui il sindaco di Milano Beppe Sala e il sovrintendente della Scala Dominique Meyer hanno chiesto - inutilmente - di prendere posizione contro la guerra. Disertate le prove di Adriana, Netrebko ha prima polemizzato sul suo profilo Instagram contro chi aveva scritto che lo aveva fatto perché malata («sto benissimo ma non vengo») e poi aveva postato una sua foto proprio con Gergiev.

Come il direttore del Mariinskij, anche il soprano è notoriamente vicina alle posizioni di Putin: nel 2014 ha versato un milione di rubli all'Opera di Donetsk, capitale dell'omonima Repubblica filorussa, posando con la bandiera separatista accanto al leader Oleg Tsarëv.

Massimiliano Panarari per “La Stampa” il 2 marzo 2022.  

«La prima vittima della guerra è la verità», scriveva Eschilo. I torti e la ragioni, nello scenario bellico, tendono a confondersi, e vengono costantemente confusi dalla propaganda, fiancheggiatrice per eccellenza delle guerre moderne e oggi supportata da spaventose tecnologie di manipolazione. 

E, perciò, si rivela giusto l'intervento di boicottaggio delle piattaforme nei confronti dei canali disinformativi e dei media governativi russi. Nel teatro della guerra il tentativo di discernere accuratamente gli atti e le posizioni, evitando il loro rimescolamento strumentale, assume pertanto la valenza di un imperativo morale.

Nella vicenda che ha riportato il conflitto sul suolo europeo e ripristinato il clima della guerra fredda si possono distinguere con chiarezza un aggressore (il sistema di potere russo, con Vladimir Putin al vertice della piramide) e un aggredito (gli abitanti e il governo dell'Ucraina). 

Un aggressore che ha finto di intavolare trattative diplomatiche, acquistando ulteriore tempo per il dispiegamento del suo apparato bellico - imponente al cospetto di quello dell'aggredito - fino all'inaudita e sconsiderata minaccia dell'arma nucleare. Un aggressore che accusa le democrazie rappresentative delle nefandezze di cui è il portatore, e che ha instaurato sul territorio della Federazione russa un'autocrazia. 

A tal punto avvelenata da un'ideologia di tipo neoimperialista, anti-occidentale, antiliberale e militarista da avere inviato i carri armati per imporre i propri diktat, dopo aver già ampiamente fatto ricorso a tutto il repertorio della cyberguerra e della diffusione di ogni genere di fake news. Questa è l'inoppugnabile fotografia dello stato delle cose. Questi sono i tragici dati di fatto.

Di fronte all'invasione dell'Ucraina - che ha tutta l'aria di essere il primo atto di una catastrofe, perché i dittatori non dismettono da soli, come per magia, la loro cieca volontà di potenza - l'Occidente ha deciso (fortunatamente con maggiore compattezza del previsto) di reagire. All'insegna di tutta una serie di risposte proporzionate alla gravità della situazione, ma che devono rigorosamente rimanere al di qua della linea rossa dell'intervento militare diretto.

Una reazione corale, alla quale si sono uniti organismi di governance di vari settori (come Fifa e Uefa) e istituzioni ed enti culturali (come la Scala). Sono manifestazioni di russofobia o atti di censura? Tutt' altro, sono scelte politiche e di impegno civile che, a vario titolo, chiedono a intellettuali e artisti russi - persone prestigiose e in vista - di pronunciarsi sull'aggressione, mettendo in chiaro da che parte stanno rispetto alla condotta del potere repressivo che ha incendiato il continente.

A militarizzare la cultura, facendone uno strumento al servizio della sua politica di potenza dissennata, è stato il putinismo, non le autorità europee. Nulla di nuovo, purtroppo, come hanno già mostrato gli zdanovismi e i Minculpop del Secolo breve. 

Decidere di interrompere le collaborazioni con chi condivide le scellerate azioni putiniane (o, in via transitoria, con chi non se ne dissocia) non significa dunque minimamente scagliare anatemi contro il mondo intellettuale, la società civile e la popolazione di nazionalità russa.

 I protagonisti della scena culturale, che non ha frontiere, devono appunto lanciare ponti, e non sostenere chi li fa saltare per aria. E dovrebbero coltivare il senso della responsabilità nei confronti dell'umanità. Contrastare anche il rinnovato soft power globale su cui avevano puntato lo zar e la sua corte è, dunque, una misura corretta e opportuna. Perché solo dimostrando che l'autocrate è «nudo» (e isolato), si può sperare di far tacere le armi e di indurlo a negoziare.

Lettera di Pierluigi Panza a Dagospia il 27 Febbraio 2022.

Molti mi chiedono cosa pensi del caso Musica-Gergiev-Scala-Furtwängler. 

Anzitutto, l’Arte non vive al di fuori della Lebeswelt, del Mondo della vita: quando lo fa si condanna all’isolamento. 

È una fortuna scoprire che l’Arte conti ancora qualcosa nella vita degli uomini, di tutti gli uomini e non sia ridotta solo a consumo estetico da salottino istruito. 

Basterebbe avere qualche conoscenza di Storia dell’estetica per sapere che l’Arte è anche vita (direi è il proseguimento della vita con altri mezzi): l’Illuminismo affidò all’arte un compito educativo (l’educazione estetica come miglioramento del gusto sociale in vista della felicità collettiva); Hegel affidò all’arte il compito di “addolcire la ferinità dei desideri”; nei “Problemi di Estetica” Croce evidenziò che il fenomeno artistico ha nell’Arte una componente estetica e un “contorno” e per Adorno il rapporto tra forma e contenuto (che è anche il contesto) sono inscindibili.

L’Arte, per Sartre, è gesto rivoluzionario contro il Potere e così per Marcuse; quando è suddita del Potere o del Potente la si è sempre definita “Arte di propaganda”. 

Dopo l’invasione di Praga, il Padiglione Cecoslovacco della Biennale restò chiuso esponendo come opera d’arte il seguente cartello: “Per informazioni chiedere al Padiglione Sovietico”. 

Sebbene oggi si stia parlando solo di un interprete come Gergiev (si dà troppa importanza ai direttori d’orchestra) è anche dubbio che a sancire la “sublimità” del suo gesto (in ragione il resto “non conta”) debbano essere gli assidui frequentatori dei teatri i quali, per ricorrenza, assurgerebbero a valutatori estetici: Diderot metteva già in chiaro che un critico è colui che riconnette il particolare all’universale filosofico e non uno che vede tanti quadri o ascolta tante opere. 

A Gergiev non è stata chiesta una vera e propria abiura, che consiste nel rinnegare il proprio passato: gli è stato chiesto, un po’ retoricamente, se qui e ora, hic et nunc fosse disposto a prendere le distanze da questa guerra, da ora in poi. 

Gergiev è già un “monumento”, è già nell’enciclopedia e forse ha già un suo busto in qualche museo: guai a rimuoverli! 

Ma in questa fase la cultura libera sta offrendo una testimonianza a difesa della Democrazia: la sospensione culturale come risposta ai carri armati, ai morti. Vi sembra poco? 

È qualcosa di importante scoprire che la musica, le arti contino ancora, abbiano una forza cogente di “sanzione”, possano ancora testimoniare, forse educare (qualcuno ha letto le “Lettere sull’educazione estetica” di Schiller?). Sospensione: spetterà a Gergiev decidere come orientare la restante parte della propria vita. 

Quanto al paragone con Furtwängler che diresse i concerti per la gioventù hitleriana da alcuni suggerito… beh, già introdurre il paragone sta a significare che si ritiene Putin come Hitler. 

Ma se Putin è Hitler il discorso è già finito: nessun sostenitore è accettabile, si può solo, a tavolino, discuterne le ragioni. Ma anche entrando nel merito del paragone non ci siamo granché: Furtwängler diresse quei concerti a Berlino e poi alla Scala: è come se Gergiev dirigesse a Mosca e Minsk: ma in questo caso qualcuno gli direbbe qualcosa? Certo che no!

La sera dell’ Anschluss Furtwängler non stava dirigendo alla Royal Opera House di Londra o all’Opera di Parigi! Gergiev, invece, stava dirigendo alla Scala. 

Un teatro, per altro, che ha fatto anche la storia politica del nostro Paese (da W Verdi, al Ballo del Papa di Napoleone, dalle insegne austriache rimosse e poi riposizionate, alla ricostruzione…). Furtwängler diresse a Praga, Vienna… tutte città occupate: insomma è come se Gergiev dirigesse a Mosca, Minsk e un concerto nella Kiev occupata… 

Nel settembre 1944 Furtwängler fu inserito da Goebbels in un “Elenco degli artisti fondamentali per la cultura tedesca”; Gergiev ha sottoscritto di sua volontà una lettera in favore della politica di Putin verso la Crimea e l’Ucraina: forse non pensava a un gesto così efferato, ma proprio per questo gli si è chiesto, adesso, una parola. Per altro, nel 1934 Furtwängler si era dimesso da direttore dell'Opera di Berlino perché il nazismo non gli aveva permesso di suonare Hindemith. La cultura sospende, e la cultura riaccoglierà tutti. L’Arte è anche un gesto politico, di critica al Potere, però, non di pifferaio del Potente.

Gergiev torna nel suo teatro: suonerà con Matsuev, sarà il concerto dei «ripudiati». Pierluigi Panza su Il Corriere della Sera il 4 Marzo 2022.

Il 6 marzo al teatro Mariinskij di San Pietroburgo i due artisti con i quali i teatri occidentali hanno sospeso la collaborazione dopo che non hanno preso posizione contro la guerra in Ucraina.

Il concerto degli artisti che non hanno preso le distanze dalla guerra di Putin in Ucraina si terrà al teatro Mariinskij il 6 marzo. Il teatro di San Pietroburgo, del quale Valery Gergiev è direttore generale, artistico e musicale, ha annunciato infatti un concerto con lo stesso maestro Gergiev e il pianista Danil Matsuev , ovvero i due artisti con i quali i teatri occidentali hanno sospeso la collaborazione dopo che essi non hanno preso posizione contro la guerra in Ucraina. Il 24 febbraio, in particolare, il sovrintendente della Scala Dominique Meyer e il sindaco Beppe Sala avevano scritto a Gergiev una lettera «invitandolo a pronunciarsi in favore della risoluzione pacifica delle controversie». Non avevano ricevuto risposta.

Gergiev intanto sostituisce la direzione della «Dama di picche», che il musicista russo aveva in programma alla Scala la sera prima, il 5 marzo (a Milano dirigerà il giovanissimo Timur Zangiev; qui l’articolo sulla «deputinizzazione» della Scala, qui il dossier sul piccolo impero immobiliare di Gergiev a Milano, qui il commento di Giangiacomo Schiavi).

Il programma, per il quale sono in vendita i biglietti, prevede il concerto per pianoforte e orchestra numero 2 e la Sinfonia numero 2 di Sergei Rachmaninoff. «Abbiamo suonato centinaia di concerti in tutto il mondo — ha commentato Matsuev —, ma ogni apparizione sul palco con questo o quel concerto per me e Gergiev è un’improvvisazione». Questo anche perché le prove, con Gergiev, sono talvolta poco certe. Ai tempi dell’Unione Sovietica dal Mariinskij scapparono in Occidente chiedendo asilo politico i due più celebri ballerini del teatro: Rudolf Nureyev e Mikhail Baryshnikov.

Altro spirito ma stesso compositore a Milano, dove il 7 marzo Riccardo Chailly dirigerà la Filarmonica al posto di Gergiev in un «Concerto per la Pace»: anche qui in programma Sergej Rachmaninov (Concerto n. 3 in re minore op. 30) e la Patetica di Tchaikovsky. Il Teatro alla Scala, intanto, sta cercando di pianificare la sua serata «in favore delle vittime» della Guerra in Ucraina. Sarà una serata di raccolta fondi che andranno in beneficienza (quindi con prezzi significativi). Una data possibile è l’inizio di aprile. Si vorrebbe sul podio Riccardo Chailly, che il 3 aprile, però, ha già un appuntamento della stagione sinfonica per dirigere la «Resurrezione» di Mahler. L’evento potrebbe essere il giorno prima o dopo, forse. Sicuramente ci saranno Orchestra e Coro del teatro alla Scala.

Egle Santolini per “la Stampa” il 3 marzo 2022.

«La Scala non cancella né gli artisti né i titoli russi». Dunque, per fortuna, neanche il Boris Godunov che dovrebbe inaugurare la prossima stagione. All'indomani del caso Gergiev-Netrebko, il sovrintendente Dominique Meyer chiarisce la posizione del suo teatro. 

Premessa: «Siamo tutti contro la guerra, per il rispetto dei diritti dei popoli e per la soluzione pacifica dei conflitti. Non riesco a pensare che, a due ore di volo, ci siano dei bambini sotto le bombe. Naturalmente siamo più a nostro agio con chi la pensa come noi. Ma sappiamo che le cose sono complicate. Che tra gli artisti c'è gente che ha paura, che ha famiglia a casa. Occorre riflettere, discernere tra chi ha assunto posizioni politiche, e ne porta le responsabilità, e chi politica non ne fa». 

Dunque Meyer distingue fra Valerij Gergiev, cui era stato chiesto di prendere posizione «contro la guerra e non contro la propria patria», e che si è ben guardato dal farlo, e Anna Netrebko, «che era stata chiarissima, e si era già espressa per la pace». 

E allora, sovrintendente, cos' è successo?

«Anna non è venuta alle prove, aveva il raffreddore, poi ha fatto un tampone risultato negativo. Ma quando si è diffusa la voce che si fingesse malata per non cantare si è arrabbiata, e ha deciso di fare un passo indietro». 

Con quel comunicato in cui fa sapere di «ritirarsi per un periodo dall'attività artistica», non essendo questo per lei «il momento giusto per comparire in scena e fare musica».

Prima c'erano stati i post stizziti su Instagram, e anche una foto con Gergiev, poi cancellata. Resta il dubbio se davvero, come ipotizza Meyer, senza quelle fake news Netrebko avrebbe conservato il suo impegno per Adriana Lecouvreur , visto che intanto aveva cancellato pure ad Aarhus in Danimarca, a Zurigo e ad Amburgo. 

Suo marito Yusif Eyvazov, invece, alla Scala canterà eccome, nelle recite previste e sostituendo pure il tenore con cui doveva alternarsi, Freddie De Tommaso, colto dal Covid. Mentre sul versante della Dama di picche il podio lasciato libero da Gergiev sarà occupato dal ventisettenne Timur Zangiev. 

Infine, sarà il direttore musicale della Scala, Riccardo Chailly, a dirigere lunedì il concerto della Filarmonica destinato al maestro russo, significativamente dedicato «alle vittime della guerra e alla pace». E intanto si susseguono le prese di posizione di artisti e musicisti.

Kirill Petrenko, direttore dei Berliner Philharmoniker, è durissimo: «L'insidioso attacco di Putin all'Ucraina - ha detto - è un coltello nella schiena di tutto il mondo pacifico. È anche un attacco all'arte, che unisce tutti i confini. Sono profondamente solidale con tutti i miei colleghi ucraini e posso solo sperare che gli artisti stiano uniti per la libertà, la sovranità e contro l'aggressione». 

Vasilij Petrenko, direttore della Royal Philharmonic e dell'Orchestra di Stato Russa «Evgenij Svetlanov», ha annunciato che interromperà i suoi impegni con la Russia. «La tragedia in Ucraina - dice - è già uno dei più grandi fallimenti morali e disastri umanitari del nostro s

Esagerare il delitto per giustificare il castigo. TIZIANO SCARPA su Il Domani il 05 marzo 2022

«Semmai bisognerebbe parlarne di più, di Dostoevskij,» ha detto Paolo Nori, dopo la cancellazione delle sue lezioni all’università Bicocca. Il sindacalista dei personaggi è d’accordo

Il sindacalista dei personaggi fa ispezioni sui luoghi di lavoro, per verificare le condizioni di sicurezza. Fa i suoi sopralluoghi anche nei romanzi.

Un giorno un mendicante lo ferma per la strada e gli parla di alcune incredibili reazioni italiane che boicottano la cultura russa: perfino Dostoevskij è diventato un autore pericoloso da trattare, il ciclo di lezioni che Paolo Nori doveva fare all’università Bicocca di Milano è stato sospeso.

Il mendicante è Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. Ha molte rimostranze da fare contro il suo autore. Sostiene che Dostoevskij abbia reso efferato il suo assassinio perché non aveva argomenti sufficienti contro il movente: uccidere una vecchia parassita e cattiva è giustificato, se può servire a procurarsi i soldi per fare del bene all’umanità.

TIZIANO SCARPA. Romanziere, poeta e drammaturgo. Il suo ultimolibroè La penultima magia (Einaudi 2020). Tra i titoli più recenti, Stabat Mater(Einaudi 2008, premio Strega 2009 e Premio SuperMondello 2009), L’inseguitore (Feltrinelli 2008), Discorso di una guida turistica di fronte altramonto (Amos 2008), Le cose fondamentali (Einaudi 2010 e 2012), La vita, non il mondo (Laterza 2010), Il brevetto del geco (Einaudi 2016 e 2017), Il cipiglio del gufo (2018 e 2020)

Dostoevskij, "ponte" fra Europa e Russia. Censurarlo è odiarci. Francesco Giubilei il 6 Aprile 2022 su Il Giornale.

Il filosofo Vladimir Kantor spiega i debiti reciproci fra il romanziere e l'Occidente.

L'evoluzione della cultura russa negli ultimi secoli va di pari passo con il dibattito mai terminato e caratterizzato da una poliedricità di posizioni sul suo fondamento identitario, in particolare in merito al rapporto con l'Europa e l'Occidente. Fu all'inizio dell'Ottocento che, sulla scia del processo di occidentalizzazione avviato da Pietro il Grande, nacque la principale dicotomia alla base del pensiero russo tra slavofili e occidentalisti.

Gli occidentalisti, i cui principali esponenti erano Petr Caadaev e Michail Bakunin, sostenevano la necessità per la Russia di appropriarsi delle conquiste della civiltà occidentale e vedevano nell'operato di Pietro il Grande un esempio da seguire per aprire «una finestra sull'Europa».

Gli slavofili si rifacevano invece a una Russia pre-pretina esaltandone il patrimonio culturale e spirituale e opponendosi a influenze esterne come testimonia il pensiero di Aleksej Chomjakov e Ivan Kireevskij.

Da quel momento, trovare una sintesi tra queste due correnti di pensiero è diventata una necessità per la cultura russa e il poeta e critico Apollon Aleksandrovic Grigor'ev rappresenta una figura a metà strada che, nonostante i rapporti con gli slavisti, fece parte dei cosiddetti pocenniki, un movimento nato per rivendicare l'importanza della terra e dell'esperienza contadina. Nella sua opera principale, Paradossi di una critica organica, unisce allo slavofilismo l'influenza degli autori occidentali, in particolare romantici come Carlyle, Emerson, Schiller, Byron.

Non a caso collaborò alle riviste Vremja e Epocha, animate da Fëdor Dostoevskij che decise di approfondire la teoria del «ritorno al suolo» basata sulla volontà di riappropriarsi delle tradizioni nazionali russe unita all'arricchimento portato dalla cultura europea, facendo così delle sue opere un ponte ideale tra la Russia e l'Occidente.

Partendo da questa visione, Vladimir Kantor, scrittore e filosofo russo, considerato da Le Nouvel Observateur tra i primi venticinque filosofi d'importanza mondiale, ha scritto un libro di recente pubblicato da Amos Edizioni intitolato Dostoevskij in dialogo con l'Occidente (pagg. 160, euro 15).

Sempre per Amos casa editrice veneziana animata da Michele Toniolo che annovera nel proprio catalogo vere e proprie chicche nel 2014 era uscito un altro testo di Kantor intitolato Dostoevskij, Nietzsche e la crisi del cristianesimo in Europa in cui il filosofo russo analizza la «morte di Dio» attraverso un parallelismo tra il pensiero di Dostoevskij e quello di Nietzsche.

Il suo ultimo lavoro indaga l'influenza reciproca tra Dostoevskij e la cultura occidentale ma, allargando il piano di lettura, può essere letto come il rapporto tra il pensiero russo e quello europeo aprendosi con l'Inferno dantesco e il legame con I Demoni sul tema del peccato e del pentimento fino ad arrivare al Papà Goriot di Balzac in cui si riscontrano elementi similari a Delitto e castigo. D'altro canto, l'influenza della cultura francese in Dostoevskij è profonda e «quando Delitto e castigo venne paragonato ai Miserabili di Hugo, per Dostoevskij fu la massima lode ricevuta in vita». Non a caso il suo percorso biografico è legato a Pietroburgo, la città più occidentale della Russia che si contrappone alla Rus' di Mosca e che i suoi nemici vorrebbero vedere inghiottita dal mare come nel mito di Atlantide citato da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia. Dostoevskij non solo aveva letto La Repubblica di Platone ma i suoi personaggi ne discutono, testimoniando il rapporto con la classicità greca.

Eppure non è solo Dostoevskij ad essere debitore verso l'Occidente ma anche il contrario, i suoi libri furono letti da Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud, Thomas Mann, Albert Camus, William Faulkner e Hugo von Hofmannsthal che nel suo articolo La situazione spirituale dell'Europa moderna scrisse: «se nella nostra epoca c'è un signore dello spirito, questi è Dostoevskij».

Per questo censurare Dostoevskij è non solo una forma di cancel culture ma anche di oikophobia, ovvero di odio verso noi stessi, poiché la cultura occidentale è tanto debitrice al grande romanziere russo quanto lo è stato lui nei nostri confronti. 

Antonio Gnoli per “Robinson - la Repubblica” il 27 settembre 2022.

Può sorprendere imbattersi in un Dostoevskij ferocemente umoristico, in grado di restituire il magma incandescente che la Russia vomita dal suo vulcano, che è poi la Pietroburgo degli anni sessanta del XIX secolo. Eppure, superata la sorpresa di uno scrittore che sembra Gogol, con indosso tutto il cappotto, resta la sensazione che Il coccodrillo - il lungo racconto (recensito già su Robinson da Wlodek Goldkorn) curato, per Adelphi, da Serena Vitale - sia una delle satire più devastanti della società nella quale Dostoevskij si aggira con sovrano disprezzo. Fëdor detesta tutto quello che massifica e rende conforme.  

I tumultuosi cambiamenti sociali ed economici che hanno interessato l'Europa, non risparmiano la Russia e attizzano la fantasia dello scrittore, il quale immagina un enorme coccodrillo esibito nelle fiere da un protervo signore tedesco. L'animale divora un malcapitato funzionario russo, tal Ivan Matveic.  

La tragedia surreale si rovescia nella grottesca satira politica. Matveic nella pancia del rettile progetta una nuova vita di riscosse sociali; dalle viscere del coccodrillo vuol far partire una rivoluzione che renderà il mondo migliore. È uno strano racconto, non sembra neanche scritto da Dostoevskij: «In realtà non è un unico, ci sono in Dostoevskij altri racconti fortemente satirici, come Il sogno dello zio, o Bobok. Credo che Dostoevskij amasse anche far ridere i lettori», mi dice Serena Vitale. 

La pancia del coccodrillo somiglia a una tana e ricorda "Memorie dal sottosuolo".

«Il protagonista delle Memorie del sottosuolo è un uomo che non ama la vita, contrasta le leggi e odia l'umanità; ma in realtà odia soprattutto se stesso. Ivan, il protagonista de Il Coccodrillo, è la versione divertente. Nella tana, cioè nel ventre del coccodrillo, sta benissimo. È un pazzo che sogna di diventare un nuovo Fourier: anche lui immagina una società utopica». 

Tu scrivi nella postfazione che Dostoevskij attraverso la figura di Ivan Matveic prende in giro Cernysevskij, l'autore del "Che fare".

«Un libro molto amato da Lenin, ma così mal scritto da indurre Nabokov ne Il Dono a farne la parodia. Comunque Nabokov non amava neanche Dostoevskij. Gli piacevano il sarcasmo e la forza umoristica ma trovava sciatto il suo stile. Troppo tirato via. Uno cesellava le parole, l'altro le tagliava con l'ascia». 

Una bella differenza.

«Nabokov poteva permettersi ciò che a Dostoevskij era vietato. Poteva tranquillamente scrivere dalla sua villa di Montreux, mentre l'altro scriveva per vivere, per pagarsi i viaggi, il cibo, il gioco d'azzardo. C'era l'editore che lo inseguiva, i creditori che gli davano la caccia. Ecco perché scriveva un racconto in due settimane». 

Se avesse avuto più tempo?

«Chi lo sa. Mi sono fatta un'idea». 

Dilla.

«Tutto in Dostoevskij congiura contro le regole. Per lui due più due non fa quattro ma cinque. Provava un'intima ribellione contro le leggi, anche quelle che normano la lingua. Stravolgere lo stile equivaleva a sconvolgere l'ordine comune della vita. Del resto, solo così era in grado di esplorare le parti più inquietanti dell'animo umano». 

Cercandovi cosa?

«Possiamo ipotizzare che cercasse l'intrinseca natura del male. Ma io credo che fosse soprattutto attratto dal fallimento. Nelle Memorie dal sottosuolo il protagonista dice di fare schifo perché non è riuscito neppure a diventare un insetto. È l'uomo che tenta di identificarsi con l'animale, e fallisce pure in questo. Non a caso Kafka adorava Dostoevskij». 

Però le metamorfosi gli riuscivano.

«Regredire o trasformarsi in animale o insetto era per Kafka l'estrema protesta contro l'uomo moderno. Anche Dostoevskij prefigura nel mondo moderno il disagio di chi è costretto a viverci». 

La sua Russia era moderna fino a un certo punto.

«Era ancora una infinita distesa di terra contadina punteggiata da alcune città europee come Odessa o Pietroburgo. Dostoevskij conosceva il vecchio continente». 

Conosceva i tavoli da gioco e la roulette.

«Anche, ma le sue impressioni non erano di amore o di odio, bensì avvertiva la propria diversità. Temeva una Russia minacciata da un progresso che stava valicando gli Urali». 

Salvaguardava l'anima russa. Ma tu credi in questa definizione?

«Ci credo anche se temo che Bachtin mi avrebbe preso a male parole. L'anima russa è l'imprescindibilità dalle proprie origini. Lì uomo e terra sono indissolubilmente legati». 

A proposito di origini, le tue sono pugliesi.

«Sono nata a Ostuni».

Risulta che sei nata a Brindisi.

«Lo so, ma c'è stato un errore nel certificato, forse commesso da un impiegato che ha sbagliato nel trascrivere la città». 

La tua infanzia?

«Disordinata ma intensa. Ascoltavo tantissima musica, forse per influenza familiare. Mio padre, famiglia di liutai, era suonatore di violino». 

Non hai pensato di percorrerne le tracce?

«Troppo studio metodico. Ma poi le carriere erano tracciate dalla mamma. Lei decideva cosa avremmo fatto: mio fratello medico, mia sorella pianista, io insegnante.

Ero dotata per la matematica». 

Ma poi hai scelto le lingue slave e il russo.

«Si cresce e ci si trasforma. Lo studio di quelle lingue rispondeva al bisogno di una certa armonia musicale e a una qualche forma di libertà». 

È il mandato più alto per un traduttore.

«Lo penso anch' io. Avrò tradotto una cinquantina di testi importanti. Il libro che mi ha dato la gioia più intensa è Il dono, con quella lingua dolce e purissima che solo Nabokov e pochi altri possiedono. Ma il più grande resta Gogol».

Più di Tolstoj e Dostoevskij?

«Aveva in più quella follia che seppe trasferire nella lingua, rendendola un'esperienza straordinaria. Le anime morte, di cui bruciò la seconda parte, è un libro irripetibile che va al di là di ciò che intendiamo con mente umana. E poi c'è Il cappotto, o meglio Il pastrano, come sarebbe giusto tradurre, il racconto che ha fatto scuola.

Lo stesso Dostoevskij gli rende omaggio ne Il coccodrillo ». 

Quanto ha contato nei tuoi studi la presenza di Angelo Maria Ripellino?

«È stato il mio maestro. Le sue lezioni erano bellissime. Pura messinscena teatrale. Del resto amava tantissimo il teatro e quella sua vena da attore serviva a catturarci e ad aprirci la mente. Eravamo una decina di persone in tutto a studiare il russo e quando uscivamo dall'aula ci sentivamo improvvisamente orfani di quella voce che ci regalava la bellezza di nomi che non avevamo mai conosciuto. Mi ha insegnato che la Russia è fondamentale anche nel dolore».

Con Ripellino hai studiato anche il ceco e questo ti ha permesso di tradurre i primi libri di Kundera.

«Erano bellissimi. Avemmo vari incontri». 

So che andasti a trovarlo a Praga con il tuo marito di allora, Giovanni Raboni.

«No, andai da sola grazie a un borsa di studio che mi fece avere Ripellino. Lui voleva che imparassi bene il ceco. Quanto a Giovanni, fui io in seguito a iniziarlo al culto di Praga».

Come fu l'incontro con Kundera?

«Viveva in una casetta molto piccola in una strada dove c'era la sede della polizia segreta. Gli chiesi se aveva avuto fastidi. Disse: no, no. La verità è che loro spiano me e io spio loro. Kundera aveva molto humour ed era terribilmente galante con le donne. Tranquillizzai Vera, la sua seconda moglie, dicendole che non mi sarei fatta sfiorare neppure con un dito!». 

Kafka ha mai scritto in ceco?

«No, però lo conosceva. Allora Praga era linguisticamente tripartita: convivevano ebrei, cechii e tedeschi. Un crogiuolo di etnie e di culture che si integravano perfettamente, e ciascuno poteva scegliere con quale lingua esprimersi. C'era spazio e gloria per tutti. Pensa al capolavoro di Jaroslaw Hasek, Il buon soldato Sc'veìk e a quelli di Kafka. Sembra quasi che raccontino mondi opposti, tanta era la ricchezza e tanti gli stimoli che raccoglievano». 

Borsa di studio a Praga, ma nella tua vita c'è soprattutto Mosca.

«Ci sono stata a lungo dal 1967 e poi tornata con frequenza fino al 2003». 

Come fu l'impatto per una giovane borsista?

«All'inizio piuttosto complicato. La prima cosa nella quale mi imbattei fu lo scarafaggio. Nel panorama moscovita è comune come la vodka. Gli insetti comparivano con le prime luci dell'alba. Uscivano da ogni condotto. Fu una convivenza dura. Nelle rare telefonate che potevo fare alla mamma c'era una richiesta insistita di Bygon». 

Immagino che Mosca non fosse solo insetti da contrastare.

«Ho avuto amici meravigliosi. Ricordo la moglie di Mandel'stam, che ha influenzato la mia vita. Ammiravo quella donna durissima che aveva saputo tenere a mente tutte le poesie del marito, ucciso nel gulag, per poi donarcele nella trascrizione».

Brodskij la descrive come una donna fisicamente piccola e ostinata.

«Era l'ostinazione di chi non concedeva tregua alla sua epoca. Aveva visto e vissuto tutti gli orrori staliniani. La prima volta che ci vedemmo mi chiese di recitarle qualche pezzo della Commedia di Dante. Recitai, o meglio provai a farlo, il canto di Ulisse. Credo di aver saltato qualcosa perché mi disse: non si vergogna? Perché, le chiesi. Mio marito, rispose, conosceva Dante a memoria».

Un altro personaggio piuttosto esigente era Sklovskij, che pure ha frequentato.

«Lo incontrai la prima volta nel dicembre del 1978. Aveva 86 anni. L'idea era di fare un libro con lui: sulle sue esperienze e i suoi incontri. Era una giornata freddissima, una temperatura che sprofondava sotto i meno venti gradi. Giunsi davanti al suo piccolo appartamento. Mi aprì la moglie. Sull'ingresso sentii questo vecchio gridare: "Ho lavorato con Pudovkin ed Ejzenshtein, non devi certo spiegarmi come ci si mette davanti a una cinepresa!". Stavano realizzando un documentario televisivo su di lui. Entrai timidamente nella stanza delle riprese. Ancora urlava, agitando minaccioso un bastone verso il regista».

E quando ti vide?

«Fu sorpreso dalla presenza estranea. Ma servì a calmarlo. Gli spiegai che ero lì per il libro. Mi portò in camera da letto, che era anche tinello, e sprofondò in una vecchia poltrona. Gli passai il contratto. Lo lesse con un certo disgusto. Era convinto che l'editore volesse fregarlo. Ma poi cedette. Fu così che nacque il libro intervista con uno dei più grandi intellettuali russi del '900».

Che cosa ti colpì di quegli incontri?

«Viktor dipinse un grande affresco del suo tempo. Ma la cosa più bella e sincera che mi disse fu questa: nella mia vita ho scritto tanto, cose belle e mediocri, importanti e futili. Così è la vita di un intellettuale. Ma una cosa non ho mai fatto: non ho mai apposto la mia firma sotto una denuncia o una delazione". Era il grande vecchio fiero e integro che ho avuto la fortuna di conoscere».  

Hai detto che in Russia sei andata fino al 2003. 

«Fu l'ultima volta. Mi dava un fastidio enorme vedere Mosca infiocchettata nel lusso. Ricordo che stavo entrando in un negozio per acquistare un paio di scarpe. Avevo i capelli in disordine e l'abito stazzonato. Il commesso mi bloccò sulla porta, dicendomi che l'ingresso era vietato agli zingari. Mi chiesi, disgustata, che ne era di un popolo che stava subendo il doppio abbraccio mortale di consumismo e autoritarismo».  

Per arrivare all'oggi, ti aspettavi questa guerra con tutte le sue pesanti implicazioni? 

«C'è una specie di teoria messianica che Putin ha messo a punto grazie alle follie del patriarca Kirill. La cosa che mi provoca più orrore è vedere le migliaia di giovani russi mandati a morire. Giovani presi dalle repubbliche lontane: osseti, buriati. Popoli che a stento riconoscono una macchinetta del caffè. Io penso che ci sia qualcosa di profondamente patologico in questo culto della Russia, un delirio omicida che sta spingendo il paese alla rovina».

E' iniziata la caccia al "nemico". Bruciate pure i libri, ma non la chiamate pace. Angela Azzaro su Il Riformista il 3 Marzo 2022. 

Parlano di pace e praticano la violenza contro chi non c’entra niente, contro chi ha solo “la colpa” di essere russo, anche se un russo morto. Anche se è un grande scrittore come Fedor M. Dostoevskij. La censura nei confronti di Paolo Nori non è una doccia fredda. I segnali erano già arrivati, come la decisione del sindaco di Milano Sala di cacciare il direttore della Scala Valery Gergiev. Gli era stata chiesta un’abiura che lui non ha fatto e il primo cittadino milanese, lo stesso che oggi critica con qualche “ma” la rettrice della Bicocca, non ci ha pensato su due volte e lo ha licenziato.

Un atto moralistico che non ha nulla a che fare con le responsabilità di Putin o con la volontà di fermare la guerra. La risposta è quella di chi cerca un capro espiatorio, qualcuno da gettare in pasto all’opinione pubblica per saziarne la voglia di giustizia o meglio di giustizialismo.

Con Nori si è fatto un passo in più, che lo scrittore ha giustamente definito ridicolo, ma proprio perché ridicolo è grave, gravissimo. In questo momento di follia putiniana, in cui i civili vengono bombardati, ricordare il grande scrittore russo era ed è (se Nori decide di accettare il nuovo invito) un’occasione unica per parlare di cultura, letteratura, perdono e incontro con l’altro. E la pace che cosa è, la sua costruzione che cosa è se non questa capacità di andare incontro all’altro, di riconoscerne le ragioni, di usare non le bombe ma il dialogo, la conoscenza dell’animo umano?

Annullando il corso come voleva fare la rettrice dell’Università milanese non si volevano solo evitare le polemiche, che invece sono esplose. Si voleva assecondare la cultura della vendetta, dell’occhio per occhio, dente per dente. Si voleva far propria la logica di guerra radendo a zero il pensiero dell’altro, un altro che è stato forse il più grande scrittore di sempre. Va bene, se è questo che volete fare, almeno ditelo, ammettetelo. Distruggete tutto quello che non rientra nel vostro canone, tutto ciò che vi dà fastidio, tutto ciò che non rientra nella vostra visione, date fuoco ai libri e agli scrittori come nel romanzo Fahrenheit 451, come facevano i nazisti.

Non è l’orgia del politicamente corretto come qualcuno scriverà: il politicamente corretto è la voce di chi non aveva voce che si affaccia alla storia. Questo invece è moralismo, è credere di essere sempre nel bene, nel giusto. Di possedere la verità. Ma non lo si faccia in nome della pace. Questa è guerra alle idee, a chi le rappresenta. Una guerra al futuro, se ancora ne abbiamo uno davanti a noi.

Angela Azzaro. Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica

Da adnkronos.com il 24 febbraio 2022.

"La Russia non sta invadendo l'Ucraina. Poi, per carità, tutto può accadere ma credo che Putin (e non solo) tutto voglia fuorché una guerra. Oltretutto se per le truppe russe invadere l'Ucraina potrebbe esser semplice, controllare un territorio vasto e in gran parte ostile ai russi è un'operazione impossibile. Ieri la Russia, in una fase di stallo dei negoziati, si è limitata a formalizzare l'esistenza (dunque riconoscere) di due repubbliche separatiste e russofone: la Repubblica Popolare di Doneck e quella di Lugansk. 

Si tratta di territori che la Russia controlla politicamente e militarmente da otto anni. Nulla di nuovo dunque e, per adesso, nulla di particolarmente preoccupante (posto che in tali contesti la situazione può sempre precipitare velocemente)". Così su Facebook Alessandro Di Battista. 

"La Russia, giustamente, chiede garanzie - prosegue Di Battista - riguardo la neutralità futura dell'Ucraina. Un'eventuale entrata (oggi impossibile ma domani chissà) dell'Ucraina nella Nato rappresenterebbe una minaccia inaccettabile per Mosca. Come inaccettabile (tant'è che si arrivò a rapidi negoziati) fu l'istallazione di impianti missilistici sovietici a Cuba, a poche centinaia di km dalla Florida, nell'ottobre del 1962. E' difficile che la Russia possa ottenere un documento scritto (un trattato, per intenderci) che attesti un assoluto diniego da parte della Nato di aprire in futuro le porte all'Ucraina. Ad ogni modo con la mossa di ieri, definita da una serie di analisti, più teatrale che sostanziale, Putin allontana per qualche anno tale ipotesi. D'altro canto come potrebbe mai la Nato fare entrare nell'alleanza un paese che non controlla il proprio territorio?".

"Io resto dell'idea che agli Usa convenga trattare e che, oggi più che mai, siano alla ricerca di un compromesso con Mosca. Putin, ancora una volta, sta vincendo la partita dal punto di vista tattico. Certamente gli Usa (cosa che ormai accade da diversi anni) stanno sbagliando diverse mosse. In più l'Unione europea, nata, lo ricordo, per affrancarsi dal giogo di Washington, pare non esistere. Eppure, fino a prova contraria, l'Ucraina e anche la Russia, per lo meno fino agli Urali, si trovano nel vecchio continente". 

"Incommentabili invece - continua - le dichiarazioni di alcuni nostri leader politici. Uno su tutti? Enrico Letta. Il segretario del partito nato dalle ceneri di quel Pci che, soprattutto negli anni di Berlinguer, dimostrava coraggio e combatteva per un sano (e oggi più che mai) prezioso multilateralismo, ha osato dire: 'i confini cambiati con le armi e la forza sono tutto ciò contro cui lottiamo e lotteremo'. 

L'ha detto davvero. L'ha detto il segretario del partito che ha avallato tutte le guerre di invasione mascherate da missione di pace. Guerre sporche ma narrate come fossero umanitarie. E' lo stesso segretario che mesi fa si precipitò a Portico d'Ottavia insieme ai leader di tutti i partiti di destra (e ahimè anche ad alcuni esponenti del M5s) per manifestare l'assoluta fedeltà verso il governo di Israele".

"Ricordo che i governi israeliani usano armi e forza per cambiare i confini dei territori da decenni. Lo fanno a scapito del popolo palestinese, un popolo inerme, dimenticato, povero, senza uno Stato riconosciuto, senza una propria moneta e sotto apartheid. E lo fanno nel silenzio generale. E' proprio vero che oggigiorno il contrario della verità non è la menzogna ma l'ipocrisia.

P.S. Ad oggi neppure Washington sta pensando a nuove sanzioni alla Russia. Semmai intende sanzionare le repubbliche indipendentiste del Donbass. Sono alcuni leader europei, al contrario, a chiedere durezza contro Mosca ignorando che nuove sanzioni alla Russia colpirebbero più l'Europa della Russia stessa e, oltretutto, spingerebbero ancor di più Mosca tra le braccia di Pechino. L'ennesimo storico errore capace di commettere l'Europa", conclude. 

Cancellate il nome di Putin dalla statua di San Nicola, a Bari scatta la petizione. Il Tempo il 02 marzo 2022.

Cancellate Vladimir Putin dalla statua di San Nicola. L'invasione dell'Ucraina da parte delle forze armate russe fa scattare la cancel culture anche in Italia e dopo il caso Dostoevskij, con l'Università Bicocca di Milano che ha sospeso le lezioni del professor Paolo Nori sul grande scrittore per poi riprogrammarle dopo le proteste, arriva la petizione pugliese. "Quella dedica di Vladimir Putin a pochi passi dalla Basilica di San Nicola deve essere rimossa", è la richiesta contenuta nella petizione lanciata su change.org da uno studente barese, Antonio Caso. La petizione in poco tempo ha raccolto oltre 11 mila firme, anche da fuori Puglia, e tutti si sono uniti alla volontà di chiedere al consiglio regionale pugliese di far rimuovere la targa incisa sull’ottone, risalente al 2003, dietro la statua del vescovo di Myra sul piazzale antistante la Basilica di San Nicola a Bari apposta nel 2013.

A pochi passi dal monumento si legge il "messaggio di pace", un ossimoro in questi tempi,  firmato proprio da Putin: "Possa questo dono essere testimonianza non soltanto della venerazione del grande Santo da parte dei russi, ma anche della costante aspirazione dei popoli dei nostri Paesi al consolidamento dell’amicizia e della cooperazione". La dedica è destinata ai cittadini di Bari dati i "legami plurisecolari" che uniscono il capoluogo pugliese a Mosca. Putin voleva infatti ricordare il dono della statua di San Nicola, venerato da oltre due milioni di fedeli in Russia.

"La Puglia intera è da sempre legata alla Federazione Russa e alla cultura russa per legami ed affinità storiche, culturali ed economiche. Ciononostante, da pugliese, avere una dedica di Vladimir Putin dopo quanto accaduto in Ucraina davanti ad uno dei monumenti religiosi più importanti della regione è un’onta agli occhi del mondo e di tutti i turisti che visitano ogni anno la nostra regione", si legge nella petizione. La palla passa al Consiglio regionale. 

Ucraina: Nardella, non buttiamo giù statua Dostoevskij a Firenze. ANSA su Il Corriere della Sera il 2 marzo 2022.

"Mi hanno chiesto di buttare giù la statua di Dostoevskij a Firenze. Non facciamo confusione. Questa è la folle guerra di un dittatore e del suo governo, non di un popolo contro un altro. Invece di cancellare secoli di cultura russa, pensiamo a fermare in fretta Putin". Così, su Twitter, il sindaco di Firenze Dario Nardella in risposta a chi vorrebbe eliminare la statua dedicata a Fedor Dostoevskij, che si trova nel parco delle Cascine, donata dall'ambasciata russa lo scorso dicembre, in occasione del 200mo anniversario della nascita dell'autore. (ANSA).

Da blitzquotidiano.it il 3 marzo 2022.

Sta facendo discutere a Genova la decisione del Teatro Govi di Bolzaneto, storica sala della Valpolcevera, di annullare un evento per i 200 anni dalla nascita di Dostoevskij previsto nei prossimi giorni. 

La direzione del teatro, di concerto con il municipio, ha deciso infatti di non ospitare il terzo “Festival internazionale di musica e letteratura russa” come presa di posizione contro il conflitto in Ucraina.

Dostoevskij censurato anche a Genova, teatro Govi annulla evento

“Non sarà ospitato – si legge in un messaggio pubblicato sui social – poiché tra gli organizzatori spicca il consolato russo, ed è contro ciò che esso rappresenta politicamente che va la nostra iniziativa, non certo verso gli artisti che si sono dimostrati comprensivi nei nostri confronti e che speriamo di poter ospitare appena la situazione dovesse migliorare”.

“Un evento che noi tutti avevamo accolto con grande entusiasmo e a cui tenevamo davvero tanto – si legge ancora nel messaggio, accompagnato dall’immagine di una bandiera della pace – ci sentiamo però in dovere di rinunciare per affermare a gran voce la nostra posizione, Il Teatro Govi è un luogo di cultura, pace e speranza che non vuole aprirsi a chi preferisce le bombe alle parole”. 

Critiche per la decisione del teatro Govi di Genova

Numerosi i commenti di critica: “Il consolato rappresenta la Russia, non il governo russo”, scrive qualcuno. “Ma avete mai letto qualcosa di Dostoevskij? Un Festival a lui dedicato sarebbe stato un ottimo modo per promuovere una cultura russa contraria alla violenza e alle brutture del mondo”, aggiunge qualche altro seguace. “Pessima decisione. Veramente una brutta figura”. 

L’associazione che gestisce il teatro, pubblico, prova a chiarire: “Siamo consapevoli che essere di nazionalità russa non significhi automaticamente essere guerrafondai e siamo consapevoli che in una guerra a soffrire siano i popoli di tutte le fazioni coinvolte, ma in questo terribile clima mondiale preferiamo prendere una posizione netta, nella speranza che si ritorni alla Pace nel più breve tempo possibile”.

Da ansa.it il 3 marzo 2022.

"Mi hanno chiesto di buttare giù la statua di Dostoevskij a Firenze. Non facciamo confusione. Questa è la folle guerra di un dittatore e del suo governo, non di un popolo contro un altro. Invece di cancellare secoli di cultura russa, pensiamo a fermare in fretta Putin". 

Così, su Twitter, il sindaco di Firenze Dario Nardella in risposta a chi vorrebbe eliminare la statua dedicata a Fedor Dostoevskij, che si trova nel parco delle Cascine, donata dall'ambasciata russa lo scorso dicembre, in occasione del 200mo anniversario della nascita dell'autore.

Cancella gli idioti. I recenti fan di Dostoevskij hanno scoperto oggi la cancel culture nascosta nel sottosuolo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Marzo 2022.

La decisione dell’Università Bicocca di fermare (e poi ripristinare) un corso di Paolo Nori sullo scrittore russo è nello spirito di questi tempi scemi, quelli della viltà intellettuale.

Io non capisco cos’aspettino gli autori satirici a fare causa alla realtà per demansionamento. Non so proprio quale altro abisso di mancanza di senso del ridicolo tocchi osservare per decidere che è troppo, che non si usurpa così il mestiere a chi si guadagna la mesata ideando paradossi, non si scippa l’ideazione del delirio a chi è iscritto all’ordine professionale degli immaginatori di scemenze, non quando si è rettori universitari o altre cariche istituzionali. È inaccettabile, cribbio.

Riepiloghiamo queste trentasei ore di romanzetto minore.

Martedì sera Paolo Nori, su Instagram, riferisce d’aver ricevuto una lettera dall’università di Milano-Bicocca, presso la quale dalla settimana prossima dovrebbe tenere un corso, quattro lezioni sui romanzi di Dostoevskij.

Paolo Nori è un romanziere, uno studioso di letteratura russa, un intellettuale che in queste settimane si presta a fare divulgazione sulla lacuna di turno: il tema di cui in queste settimane sentiamo tutti l’urgenza di parlare pur non sapendone un cazzo. Alcuni turni sono più scoperti di altri, questo ha la fortuna d’esser coperto da Nori.

Dostoevskij, invece, è quel romanziere russo che non è Tolstoj: non quello della guerra e della pace, quello del delitto e del castigo (lo preciso per non farvi consumare Google). È, anche, il protagonista dell’ultimo romanzo di Nori, ma guarda un po’: Sanguina ancora, pubblicato da Mondadori. Avrebbe compiuto duecento anni qualche mese fa, Fëdor: ve lo preciso perché, senza consumare Google, possiate annuire e fingere di sapere benissimo che certo, mica è un contemporaneo, mica ha opinioni sull’attualità.

Nori legge a chi lo segue su Instagram le poche righe della Bicocca: «Caro professore, questa mattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello di evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto momento di forte tensione».

Se siete tra coloro che negli ultimi anni hanno assistito alla presa di potere della viltà intellettuale, non vi meraviglierete più di tanto: evitare polemiche sembra ormai lo scopo ultimo delle università di tutto il mondo. Anche coprendosi di ridicolo: leggere Memorie dal sottosuolo è controverso, perdindirindina, non potremmo sostituire il Dostoevskij col Gogol, che almeno era nato in Ucraina? (Questo non credo stesse nella comunicazione della Bicocca, o almeno Nori non l’ha letto a voce alta: sono io che sto sceneggiando ipotesi, tanto in ’sto delirio è concesso tutto).

C’è solo un modo d’averla vinta, nell’asilo nido che è divenuto il dibattito accademico. Far nascere una polemica reale che sia ancora più fastidiosa di quella potenziale «avete fatto un corso su un autore russo».

Ieri mattina il video di Nori era stato abbastanza diffuso da far dire alla Bicocca che era stato «un misunderstanding» (milanesi, prima o poi toccherà spiegarvi che dirlo in inglese non vi fa sembrare meno fessi – anzi). Il corso era stato ripristinato e la Bicocca aveva diramato un comunicato dall’imbarazzantissima chiusa «La rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione».

Un momento di riflessione. Pregano insieme? Lui le regala dei bignami di Turgenev? Lei ha un figlio fancazzista e vuole sapere da lui se sia colpa di Oblomov? Lui le consiglia dei consulenti per la comunicazione che le evitino di passare per una deficiente che ritiene controverso un corso su uno scrittore di duecento anni fa? Fanno uno zoom col rettore di Yale che spiega loro quanto siamo in ritardo sulle forte tensioni e gli autori da cui è meglio tenersi lontani – a Yale già nel 2016 consideravano inopportuno Shakespeare, noi italiani sempre derivativi – e istituiscono una commissione di valutazione per stabilire se la peggior figura la si faccia a proibire o a lasciar fare? Lei chiede a lui conto di quella frase di Sanguina ancora che dice «Tutte le Russie sono tre: la piccola Russia, cioè l’Ucraina, la Russia bianca, cioè la Bielorussia, e la Russia Russia, cioè la Russia» e gli intima di rinnegarla? Ogni ipotesi fantasiosa è possibile.

Il fatto è che, mentre noialtri cui premeva far capire quanto fossimo in confidenza con la letteratura russa dell’Ottocento twittavamo spiritosaggini sbeffeggiando la cauta rettrice, là fuori c’era gente cui negli anni è stato detto che mica è necessariamente sbagliato rinnegare le opere se gli autori hanno la fedina penale sbagliata, la nazionalità sbagliata, il genere sessuale sbagliato, le convinzioni morali sbagliate. E quella gente era giustamente confusa. E sì, ci faceva ridere quando qualche carneade twittava che questo Fëdor deve prendere le distanze da Putin (giacché non riusciamo a seguire le istruzioni per montare la libreria Ikea ma ci pare inaccettabile che uno non sappia in che secolo è vissuto un romanziere che noi invece conosciamo); ma – una volta lasciata passare la linea per cui i consumi culturali non si valutano per la qualità delle opere ma per la fedina morale degli autori – perché Brocco75 non dovrebbe pretendere che Cechov faccia dire a Trofimov qualcosa contro Putin?

Il prorettore, ieri, dichiarava che l’equivoco (in milanese: misunderstanding) era dovuto all’idea di ampliare: volevano che Nori aggiungesse autori ucraini (quattro lezioni su Dostoevskij che diventano un bigino su tutta la letteratura di zona). Meccanismo già visto: mica vogliamo abolire Shakespeare, abbiamo sentito dire molte volte nelle università americane, ma ci sarà pure qualche trans d’origine thailandese che valga la pena studiare nella letteratura anglofona del Seicento, basta con ‘sto monopolio dei maschi bianchi.

Ieri il sindaco di Firenze ha twittato il suo fermo rifiuto di rimuovere la statua di Dostoevskij, inaugurata appunto per il duecentesimo compleanno. «Mi hanno chiesto di buttare giù la statua», ha scritto, spiegandoci poi che non bisogna «cancellare secoli di cultura russa». Ho telefonato all’ufficio stampa per sapere chi avesse chiesto a Nardella di abbattere la statua. La rettrice della Bicocca? Gli autori di libri con copertine gialle o azzurre che finalmente hanno accesso alle vetrine Feltrinelli in versione ucraina e non par loro vero che i gesti solidali siano l’anima del commercio? Il fan club di Tolstoj?

Mi ha risposto «dei passanti», e mi è sembrata una risposta pregna di spirito del tempo. Chiunque passa dice una stronzata, e noi gli diamo un turno sul palcoscenico della polemica del giorno. Sia quel chiunque turista che molesta il sindaco, o rettrice che molesta uno scrittore. Comunque vada, polemizzare ci pare più alla nostra portata che studiare la letteratura. Oltretutto, letteratura scritta da gente che neanche sta sui social a spiegarci cosa pensa dell’attualità spicciola.

La "cancel culture" a targhe alterne. Francesco Maria Del Vigo su Il Giornale il 4 Marzo 2022.

L' ondata di russofobia che ha invaso l'Italia e gran parte dell'Occidente, nelle sue forme più parossistiche è stata velocemente rispedita al mittente da gran parte dell'opinione pubblica. Ed è un ottimo segnale. La «cancel culture» è innanzitutto un orrore lessicale, un ossimoro. La cultura dovrebbe, per definizione, aggiungere, certamente non sottrarre e cancellare. La mania dello sbianchettamento ha la ferocia distruttiva dell'Alzheimer, con l'aggravante della selettività: si dimentica a comando solo quello che è scomodo per una certa parte politica. Il politicamente corretto ha smussato buona parte delle intelligenze più acuminate, portando a un rincoglionimento di massa. Basterebbe questo esempio per far calare il sipario: nei giorni scorsi si leggevano sui social battute sull'ipotesi di cambiar nome all'insalata russa e alle montagne russe. Ma la cancel culture supera la fantasia e si autodistrugge, si cancella da sola: negli Usa alcuni pazzi vorrebbero ribattezzare i cocktail altamente putiniani «white russian, «Moskow mule» e la caipiroska. Una roba da ubriachi, appunto. Tuttavia il caso della censura (poi ritirata) nei confronti del corso su Dostoevskij è stato talmente clamoroso e imbecille da aver inorridito tutti. Però è interessante notare come tra quelli che ora s'indignano - giustamente, e lo facciano più spesso! - ci sono alcune categorie che sprofondano in evidenti contraddizioni. 1) I ritardatari. Cioè coloro i quali, dopo aver per anni impugnato la gomma per cancellare tutto quello che non andava loro a genio, adesso, di fronte al dileggio di un mostro sacro, fanno le verginelle e denunciano la barbarie della rimozione culturale. Meglio tardi che mai, ma vedremo la prossima volta, quando la vittima avrà la colpa di essere un po' meno universale, da che parte staranno. 2) I propalatori di balle. La cancel culture è una stretta parente delle fake news. La prima riscrive il passato, la seconda inquina il presente. E fa sorridere che chi giustifica l'invasione in Ucraina, minimizza le violenze russe e cerca ossessivamente capri espiatori a Washington per giustificare Mosca (vecchio vizio rosso), poi si stracci le vesti per il caso Dostoevskij. Che è solo l'ultima declinazione di quei metodi dittatoriali verso i quali si sono sempre genuflessi: rimozione e bugie.

Alla ricerca di indizi sul carattere dell’uomo che tiene un dito sul pulsante nucleare, sono andato a rileggermi l’ultimo capitolo di «Limonov», capolavoro di Carrère. Vi si racconta di quando, nell’estate 1999, con Eltsin ancora al potere, il miliardario moscovita e burattinaio in capo Boris Berezovskij si recò a Biarritz, dove il capo dei servizi segreti Vladimir Putin trascorreva le vacanze con la famiglia, per convincerlo a entrare in politica. L’impresa si rivelò complicatissima, perché Putin oppose una discreta resistenza. Sostenne di non sentirsi all’altezza e di non avere ambizioni di quel genere. «In realtà sai chi vorrei essere, Boris Abramovic?», disse a Berezovskij. «Dimmi, Vladimir Vladimirovic, chi vorresti essere?». «Te». Berezovskij tornò a casa tutto felice e riunì la cupola degli oligarchi, annunciando loro che aveva trovato l’uomo giusto. Un mediocre senza personalità. «Vedrete, ci verrà a mangiare in mano». Solo il vecchio Eltsin, in un barlume di lucidità, bofonchiò: «Io quel piccoletto al Cremlino non ce lo voglio». Poi gli fecero cambiare idea. Un anno e mezzo dopo, Eltsin era in pensione e Berezovskij in esilio. La capacità di fingersi debole per non spaventare i più forti è stato l’indubbio talento di questo principe machiavellico. Ma gli anni passano anche sui caratteri e la speranza è che adesso Putin, per spaventare quelli che ritiene deboli, si stia fingendo più forte di quanto non sia. La Storia ha una certa predilezione per i ribaltamenti di ruolo.

Annalisa Cuzzocrea per “La Stampa” il 3 marzo 2022.

Quale ateneo, quale tempio del sapere, quale luogo di conoscenza, può considerare Fëdor Michajlovi Dostoevskij un pericolo? 

È questa la domanda che ruota intorno all'incredibile vicenda raccontata da Paolo Nori in un post Instagram diventato virale: un'università italiana, la Bicocca di Milano, ha comunicato allo scrittore - profondo conoscitore della Russia, della sua letteratura come delle sue città, della sua lingua come della sua anima - che il ciclo di lezioni sull'autore di Delitto e castigo, I fratelli Karamazov, L'Idiota, veniva sospeso a causa della situazione internazionale. 

Al che Paolo Nori, che sa raccontare la Russia come un romanzo e la sua vita quotidiana come fortunati sketch di teatro, ha strabuzzato gli occhi, ha puntato il cursore del portatile di nuovo su, ha riletto daccapo. Poi ha pensato: «Che teste di c...Lo scriva, lo scriva pure: che teste di c.». 

Vedendo le sue lacrime sui social non si può non pensare al suo ultimo romanzo, Sanguina ancora. È sempre Dostoevskij a farla sanguinare. Ma stavolta i suoi libri non c'entrano.

«Cosa può far paura di Dostoevskij? Cosa temono di un uomo che è stato condannato a morte perché aveva letto pubblicamente una lettera proibita nel 1849?».

L'università parla di un malinteso, il corso si farà.

«Non so ancora se accettare e anzi non penso che lo farò. A meno che non mi dicano la verità: cosa hanno ritenuto imbarazzante di Dostoevskij riguardo alla guerra? La mail che mi hanno mandato è chiarissima: "Il prorettore alla didattica, d'accordo con la rettrice, ha deciso di rimandare il percorso su Dostoevskij per evitare tensioni interne in questo momento di politica internazionale". Che malinteso può esserci in una lettera del genere?». 

Lei cosa pensa di quel che sta accadendo in Russia e in Ucraina?

«A lezione con i ragazzi del secondo anno (Nori insegna allo Iulm, ndr)abbiamo tradotto l'editoriale del premio Nobel per la pace Dmitry Muratov, il direttore della Novaya Gazeta. Racconta che si sono ritrovati addolorati in redazione e c'è quest' immagine di Putin con in mano il pulsante nucleare come fosse il portachiave di una macchina lussuosa, come stesse giocando. Muratov scrive: "Ci rifiutiamo di considerare l'Ucraina un popolo nemico, questo numero del giornale esce in edizione bilingue, in russo e in ucraino, che non sarà mai per noi la lingua del nemico". 

Ecco, io sono contento di aver portato dentro l'università questa roba qui. E ho scritto a un grande fotografo russo, Alexander Gronsky, arrestato in Russia per aver protestato contro la guerra, perché a Reggio Emilia hanno cancellato la sua partecipazione al Festival Fotografia. Gli hanno revocato l'invito perché russo. Mi sono scusato, gli ho detto che mi dispiace». 

Le ha risposto?

«Sì. Mi ha detto che non riesce a essere tanto dispiaciuto per la revoca perché soffre per l'Ucraina. Questa guerra è una condanna per tutti. Ci stiamo dimenticando che in Russia ci sono persone così e non dobbiamo farlo. Io voglio ribadire il mio amore per la Russia oggi più che mai». 

Si aspettava dall'università questo istinto di censura?

«Nella risposta ho scritto: "Sono senza parole". Quasi non volevo raccontarlo». 

È talmente assurdo da poter condurre a un risveglio.

«Lo spero. Una docente di russo mi ha detto che alcuni suoi amici dovevano tornare a casa e non possono perché non ci sono voli, non funzionano le carte di credito. Ma essere russo non può essere una colpa». 

Neanche essere ucraino lo è. La Russia ha deciso di attaccare in modo feroce e senza precedenti. Si aspettava un atto del genere?

«La voglia di Grande Russia c'è da sempre, ma no, non mi aspettavo si arrivasse a questo. Nel suo primo discorso Putin ha detto che moltissimi cittadini russi hanno un "rodnoj" in Ucraina. È più di un parente: viene da rodìt, partorire. Una persona con cui si ha un legame viscerale. Quindi no, non me l'aspettavo, ma io ho studiato letteratura, non riesco ad appassionarmi di politica».

Crede che sulla decisione della Bicocca abbia influito quanto successo alla Scala?

«Ho trovato esagerata la decisione sul direttore d'orchestra Gergiev. Poi ho visto che anche la soprano Netrebko, che è contro la guerra e che dicevano non sarebbe venuta perché stava male, ha scritto su Instagram che no, non sta male, non viene apposta. Perché è contro la guerra, ma non contro la Russia.

E quindi trovo che quel che sta succedendo sia una cosa stupida e che noi dobbiamo provare a non essere stupidi. Il portiere polacco della Juventus dice che è un bene che la Russia sia stata espulsa dai campionati del mondo. Bello sportivo! Che colpa hanno i giocatori?». 

L'Europa risponde con le sanzioni, per cercare di isolare la Russia e convincerla a smettere di lanciare bombe sui civili. Non crede abbia senso?

«Non ho la preparazione, né l'intelligenza, né so se è giusto mettere sanzioni. Ma so che le persone devono comportarsi per bene con le altre persone. Anche se sono russe, anzi oggi a maggior ragione se sono russe o ucraine.

Da “Posta e Risposta” - “la Repubblica” il 3 marzo 2022.  

Caro Merlo, leggo di Paolo Nori e della Bicocca. Allora dovrò ascoltare ostakóvi solo in cuffia e leggere i classici russi chiuso in salotto? Nel pur giustificato furore collettivo contro Putin, stiamo perdendo lucidità ? Ugo Guarducci - Firenze 

La risposta di Francesco Merlo

La cosa che più sorprende nel testacoda dell'Università Bicocca è che i supercattedratici che avevano annullato le lezioni di Paolo Nori non sapessero che Dostoevskij era un campione della libertà, un oppositore del regime zarista. Sono loro che dovrebbero iscriversi ai corsi di Nori. E, se non avessero il tempo di leggere il suo ultimo Sanguina ancora. L'incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij , c'è pronto per loro un audiolibro di successo : L'idiota .

Federica Cavadini per corriere.it il 3 marzo 2022.  

Nella diretta video su «la paura che fanno i russi», Paolo Nori, scrittore, traduttore e professore alla Iulm, racconta quasi in lacrime della mail appena ricevuta dall’università Bicocca, dove da mercoledì avrebbe tenuto un ciclo di lezioni su Dostoevskij. L’ateneo ha rinviato «per evitare qualsiasi forma di polemica in questo momento di forte tensione». 

E Nori parla di «ridicola censura». «Essere russo è diventata una colpa — dice sbigottito —. Anche essere un russo morto». Il video è di martedì sera, è rilanciato in Rete dalle prime ore di mercoledì mattina e il dietrofront dell’ateneo arriva alle 11 con la rettrice Giovanna Iannantuoni che spiega: «Un malinteso. Le lezioni sono confermate».

Resta la domanda posta da Nori: «Un’università italiana che proibisce un corso su Dostoevskij?». E arriva subito, in mattinata, il chiarimento della ministra dell’Università, Cristina Messa (che a Bicocca è stata rettrice): «Bene che abbia rivisto la propria decisione. Importante che si tengano le lezioni di Nori con l’appoggio dell’ateneo».

Aggiunge che Dostoevskij «è patrimonio dal valore inestimabile e la cultura resta libero terreno di scambio e arricchimento» e sottolinea «il ruolo delle università come luogo di confronto e crescita ancora di più in una situazione così delicata».

I motivi del rinvio

Restano da spiegare le ragioni di quella mail. E per tutta la giornata arrivano commenti e interventi, dal mondo della cultura e dalla politica, su Nori, Bicocca, Dostoevskij si chiedono anche interpellanze parlamentari.

Una spiegazione per la scelta di Bicocca arriva dal prorettore alla didattica, Maurizio Casiraghi. «È stato un errore quella comunicazione ma non c’è stata nessuna censura — spiega —. Abbiamo deciso con la rettrice di rimandare il programma di un mese per avere il tempo di ristrutturarlo e ampliarlo per coinvolgere più studenti. 

Ampliarlo come? L’idea era proporre anche autori ucraini, è una delle proposte arrivata dai docenti. Il nostro obiettivo è arricchire queste lezioni, che non sono corsi ma programmi che gli studenti possono inserire nel curriculum come competenze trasversali».

Il cortocircuito Bicocca-Nori

Per l’università Nori su Dostoevskij è confermato «nei giorni stabiliti e sui contenuti già concordati con lo scrittore». Nel pomeriggio però arriva la prima risposta di Nori. «Ancora non so se ci vado oppure no, ci devo pensare. Non so se voglio andare in una università che ha immaginato che Dostoevskij sia qualcosa che genera tensione». 

E in serata commenta così l’idea dell’ateneo di proporre con Dostoevskij anche alcuni autori ucraini: «Non condivido che se parli di un autore russo devi parlare anche di un ucraino». E conclude: «Li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove».

Gli inviti a Paolo Nori

Nori era già stato invitato da altri atenei a tenere le stesse lezioni. Da Pavia a Siena. E alla Iulm, dove lo scrittore insegna Traduzione editoriale della saggistica russa, i suoi studenti scrivono: «Condividiamo lo sconcerto per la scelta di Bicocca. Dostoevskij, pilastro della letteratura mondiale, non può essere improvvisamente accantonato soltanto perché russo». 

E invitano la Iulm a chiedere a Nori di tenere seminari su Dostoevskij: «In un momento straziante per l’umanità, crediamo la letteratura russa sia farmaco e non veleno». E ancora: «Teniamo lontana ogni pulsione di censura. Giù le mani dalla letteratura russa, giù le mani da Dostoevskij». 

Alberto Mattioli su Facebook il 2 marzo 2022.

Ultime news dalla nostra guerra in poltrona contro Putin, scaldati dal suo gas. Circola il tweet di un orchestrale italiano in pensione che propone ai suoi colleghi di non eseguire più autori russi. Quell’altro genio o forse genia (più politicamente corretto) della rettrice della Bicocca censura un corso su Dostoevskij (è seguita la marcia indietro). E infine il Wielki di Varsavia ha appena cancellato la nuova produzione del Boris Godunov. Speriamo che non lo venga a sapere Sala sennò restiamo senza titolo inaugurale.

La stupidità fa ridere. Ma guardate che la farsa sta diventando tragedia. Anche perché queste pagliacciate vengono perpetrate mentre gli ucraini combattono e muoiono, dando a tutti noi una lezione di dignità e di coraggio. 

Forsan et haec olim meminisse iuvabit. ("Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose")

Da corriere.it il 2 marzo 2022.

«Ho ricevuto una mail dall’università Bicocca..». La diretta video è partita dal tema «la paura che fanno i russi», è passata dalla testimonianza del premio Nobel per la Pace Dmitry Muratov, il direttore di Novaja Gazeta, poi ha toccato la vicenda di Alexander Gronsky, prima invitato e poi «cancellato» dal festival di fotografia di Reggio Emilia. Infine è arrivata in Bicocca, l’ateneo pubblico di Milano. 

Paolo Nori su Instagram: «Dovevo cominciare mercoledì un corso di quattro lezioni sui romanzi di Dostoevskij, un’ora e mezzo ciascuno, gratuito e aperto a tutti. Poi ho ricevuto questa mail: “Caro professore, il prorettore alla didattica ha comunicato la decisione presa con la rettrice (Giovanna Iannantuoni, ndr) di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è evitare qualsiasi forma di polemica, soprattutto interna, in questo momento di forte tensione». 

Nori — classe 1963, traduttore e blogger, scrittore raffinato, autore di una cinquantina di romanzi — è docente al Dipartimento di studi umanistici Iulm, insegna traduzione editoriale della saggistica russa. In questo caso era stato chiamato dalla Bicocca per un mini-corso su Fëdor Michajlovic Dostoevskij. Quel corso non si farà — non ora. Ridicola censura, dice Nori: «La paura che fanno i russi sta prendendo dimensioni singolari».

La diretta Instagram

L’ultimo libro di Paolo Nori, pubblicato nel 2021, si intitola: «Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij». Un nome impronunciabile, oggi, con il conflitto russo-ucraino in corso e le bombe russe su Kiev? «Essere un russo è una colpa — dice Nori sbigottito e quasi in lacrime nella diretta Instagram —. Anche essere un russo morto.

Quello che sta succedendo in Ucraina è orribile, e mi viene da piangere solo a pensarci. Ma queste cose qua sono ridicole: un’università italiana che proibisce un corso su Dostoevskij, non ci volevo credere. Bisognerebbe parlare di più di Dostoevskij. O di Tolstoj, primo ispiratore dei movimenti non violenti, molto ammirato da Gandhi che poi ha perfezionato la pratica. Questa cosa che l’università italiana proibisca un corso su Dostoevskij per evitare ogni forma di polemica è incredibile». 

La colpa dei russi

All’inizio della diretta c’erano le parole scritte da Dmitry Muratov e tradotte proprio da Nori: «"Il nostro Paese per ordine del presidente Putin ha dichiarato guerra all’Ucraina e non c’è nessuno che può fermarla. Perciò, oltre ad essere addolorati, abbiamo e ho anche vergogna. 

Dalla mano del comandante supremo come il portachiavi di una macchina costosa penzola il pulsante dell’attacco nucleare... Solo un movimento globale contro la guerra può salvare la vita sul nostro pianeta...”. Sono argomenti potenti in considerazione delle conseguenze che i giornalisti possono subire — riflette Nori — Ma essere russi è come una colpa, ormai. Non riesco a capire».

La solidarietà a Paolo Nori

Sul tema interviene con un tweet lo scrittore, drammaturgo e regista teatrale Giulio Cavalli: «La pericolosa abitudine di confondere i popoli con i loro governi è utile per infiammare il tifo ma diseduca alla complessità. Solidarietà a Paolo Nori (e a #Dostoevskij)»

Paolo Nori chiude la porta all’università Bicocca: «Niente lezione dopo la censura su Dostoevskij». Federica Cavadini su Il Corriere della Sera il 3 marzo 2022.

Nella diretta video su «la paura che fanno i russi», Paolo Nori, scrittore, traduttore e professore alla Iulm, racconta quasi in lacrime della mail appena ricevuta dall’università Bicocca, dove da mercoledì avrebbe tenuto un ciclo di lezioni su Dostoevskij. L’ateneo ha rinviato «per evitare qualsiasi forma di polemica in questo momento di forte tensione». E Nori parla di «ridicola censura». «Essere russo è diventata una colpa — dice sbigottito —. Anche essere un russo morto». Il video è di martedì sera, è rilanciato in Rete dalle prime ore di mercoledì mattina e il dietrofront dell’ateneo arriva alle 11 con la rettrice Giovanna Iannantuoni che spiega: «Un malinteso. Le lezioni sono confermate». Resta la domanda posta da Nori: «Un’università italiana che proibisce un corso su Dostoevskij?». E arriva subito, in mattinata, il chiarimento della ministra dell’Università, Cristina Messa (che a Bicocca è stata rettrice): «Bene che abbia rivisto la propria decisione. Importante che si tengano le lezioni di Nori con l’appoggo dell’ateneo». Aggiunge che Dostoevskij «è patrimonio dal valore inestimabile e la cultura resta libero terreno di scambio e arricchimento» e sottolinea «il ruolo delle università come luogo di confronto e crescita ancora di più in una situazione così delicata».

I motivi del rinvio

Restano da spiegare le ragioni di quella mail. E per tutta la giornata arrivano commenti e interventi, dal mondo della cultura e dalla politica, su Nori, Bicocca, Dostoevskij si chiedono anche interpellanze parlamentari. Una spiegazione per la scelta di Bicocca arriva dal prorettore alla didattica, Maurizio Casiraghi. «È stato un errore quella comunicazione ma non c’è stata nessuna censura — spiega —. Abbiamo deciso con la rettrice di rimandare il programma di un mese per avere il tempo di ristrutturarlo e ampliarlo per coinvolgere più studenti. Ampliarlo come? L’idea era proporre anche autori ucraini, è una delle proposte arrivata dai docenti. Il nostro obiettivo è arricchire queste lezioni, che non sono corsi ma programmi che gli studenti possono inserire nel curriculum come competenze trasversali».

Il cortocircuito Bicocca-Nori

Per l’università Nori su Dostoevskij è confermato «nei giorni stabiliti e sui contenuti già concordati con lo scrittore». Nel pomeriggio però arriva la prima risposta di Nori. «Ancora non so se ci vado oppure no, ci devo pensare. Non so se voglio andare in una università che ha immaginato che Dostoevskij sia qualcosa che genera tensione». E in serata commenta così l’idea dell’ateneo di proporre con Dostoevskij anche alcuni autori ucraini: «Non condivido che se parli di un autore russo devi parlare anche di un ucraino». E conclude: «Li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove».

Gli inviti a Paolo Nori

Nori era già stato invitato da altri atenei a tenere le stesse lezioni. Da Pavia a Siena. E alla Iulm, dove lo scrittore insegna Traduzione editoriale della saggistica russa, i suoi studenti scrivono: «Condividiamo lo sconcerto per la scelta di Bicocca. Dostoevskij, pilastro della letteratura mondiale, non può essere improvvisamente accantonato soltanto perché russo». E invitano la Iulm a chiedere a Nori di tenere seminari su Dostoevskij: «In un momento straziante per l’umanità, crediamo la letteratura russa sia farmaco e non veleno». E ancora: «Teniamo lontana ogni pulsione di censura. Giù le mani dalla letteratura russa, giù le mani da Dostoevskij».

Vita di Dostoevskij con autoritratto. Bernardo Valli su La Repubblica il 7 febbraio 2022.

Paolo Nori mette sovente in scena anche se stesso nel libro che ha dedicato al grande scrittore russo. Al quale è lecito preferire un altro gigante: Tolstoj

Paolo Nori è un professore di lingua e letteratura russa, talmente preso dalla sua nobile materia di insegnamento da poter esibire come autore, a cinquantasette anni, decine di pubblicazioni: narrativa, saggi, traduzioni. Da alcuni mesi un suo libro (“Sanguina ancora”, sottotitolo “L’incredibile vita di Fëdor Mihajlovic Dostoevskij”, editore Mondadori) è in vendita in Italia, e tra non molto lo sarà in Francia.

Se la guerra mette alla sbarra la cultura russa. Lara Crinò La Repubblica il 2 marzo 2022.

Dalla polemica su Dostoevskij al Padiglione della Biennale di Venezia. Con l’invasione dell’Ucraina l’arte di Mosca finisce sotto accusa.

C'è chi usa il termine cancel culture e chi le definisce "sanzioni culturali". Il quotidiano britannico Guardian, riassumendo in una formula ciò che sta accadendo, titola: The Show can't go on, lo spettacolo non può continuare. In Italia, in Europa e nel resto del mondo, l'invasione russa dell'Ucraina sta comportando un effetto collaterale nel mondo delle arti.

Dostoevskij alla Bicocca, lo scrittore Paolo Nori rinuncia al corso: "Lo farò altrove". Tiziana De Giorgio su La Repubblica il 2 marzo 2022.  

Dalla rivolta dei prof alla telefonata della ministra, l'università sommersa dalle polemiche fa marcia indietro ma arriva lo stop dello scrittore. Il prorettore Casiraghi: "Volevamo solo migliorare il corso aggiungendo anche altri contenuti". 

Lo scrittore Paolo Nori rinuncia al suo corso su Dostoevskij all'Università Bicocca di Milano. Lo fa con un post su Instagram. "Il prorettore di Bicocca Casiraghi racconta i motivi per cui hanno sospeso il mio corso. Per 'ristrutturare il corso e ampliare il messaggio per aprire la mente degli studenti. Aggiungendo a Dostoevskij alcuni autori ucraini.

Paolo Nori, la Bicocca cancella il suo corso su Dostoevskij: "Censura". I docenti si ribellano e l'ateneo fa marcia indietro. La Repubblica il 2 marzo 2022.

L'ateneo ha cancellato con una mail il corso, lo scrittore: "Mi viene da piangere". Bicocca con una nota ufficiale spiega che il corso si terrà. La ministra Messa: "Ho parlato con Nori e con la rettrice Iannantuoni, bene aver rivisto la decisione". Nori: "Non so se ci andrò".  

Lo scrittore Paolo Nori denuncia un episodio di presunta "cancel culture" da parte dell'Università Bicocca di Milano sulla Russia. Con una diretta Instagram ieri sera lo scrittore ha raccontato che avrebbe dovuto tenere nei prossimi giorni un ciclo di quattro lezioni sullo scrittore russo Dostoevskij, partendo dal suo ultimo libro "Sanguina ancora. L'incredibile vita di Fëdor M.

Dopo le polemiche l'ateneo fa retromarcia. Dostoevskij cancellato dall’Università Bicocca, salta il corso dello scrittore Paolo Nori: “Ridicolo, è censura”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 2 Marzo 2022. 

Fin dove ci si potrà spingere nella ‘guerra’ alla Russia e a Putin, colpevoli dell’invasione in Ucraina? Dopo le sanzioni internazionali, che ovviamente stanno provocando ripercussioni gravissime sull’economia del Paese e di conseguenza sui cittadini, vittime quanto quelli ucraini del conflitto in corso, ora è il turno anche di una generale ‘russofobia’ e a farne le spese è anche la cultura.

Esempio arriva dall’Italia e in particolare da Milano, città che appare in prima linea nell’opera di censura russa. A finire nel mirino erano stati prima il direttore d’orchestra della Scala Valery Gergiev, fatto fuori dal celebre teatro meneghino perché colpevole di essere amico personale dello Zar Vladimir Putin e di non aver condannato il conflitto in corso in Ucraina. Quindi è stato il turno della soprano Anna Netrebko, che ha disdetto i prossimi impegni, compresi quelli alla Scala: nel chiarire la sua posizione l’artista ha postato su Instagram una sua foto accanto proprio al maestro Valery Gergiev. Netrebko nei giorni scorsi aveva condannato l’invasione russa, con un ‘ma’: “Costringere a denunciare la propria terra d’origine non è giusto”.

Oggi a finire nel mirino della “censura” è addirittura Fëdor Dostoevskij, assieme a Tolstoj uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A spiegare il tutto è stato Paolo Nori, scrittore e grande esperto e studioso di letteratura russa, che ha raccontato su Instagram di aver ricevuto una email dell’Università degli Studi Milano-Bicocca nella quale gli è stato comunicato il rinvio di un ciclo di lezioni che avrebbe dovuto tenere sulla vita del romanziere.

In particolare l’Università avrebbe spiegato che il rinvio era dovuto al volere “evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto momento di forte tensione”, con evidente riferimento all’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Mosca.

Nori aveva in programma un corso di quattro lezioni, aperte a tutti e gratuito, a partire da mercoledì 9 marzo, partendo dal suo ultimo libro “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij“.

Lo scrittore, definendo “orribile” quanto sta accadendo in Ucraina, ha però voluto sottolineare l’assurdità della scelta dell’Università: “Quello che sta succedendo in Italia oggi, queste cose qua, sono ridicole: censurare un corso è ridicolo. Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma anche essere un russo morto, che quando era vivo nel 1849 è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita, lo è. Che una università italiana proibisca un corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere, quando ho letto questa mail non ci credevo”.

Immediate le reazioni da parte di studiosi, professori, scrittori, attoniti quanto Nori per la scelta della Bicocca di rinviare il corso. Per Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena, “bandire ora i rapporti con gli studiosi russi o addirittura la cultura russa vuol dire non sapere più cosa sia l’università. Oltre ad essere il più grande favore a Putin”. Condanna è arrivata anche dagli scrittori Nicolai Lilin, di origine russa, da Sandrone Dazieri e anche da una docente della Bicocca, Michela Cella: “Da collega mi dissocio da questa decisione“.

La retromarcia dell’Ateneo

Travolto dalle polemiche, l’Ateneo milanese in mattinata ha fatto marcia indietro confermando che il corso su su Dostoevskij di Paolo Nori si farà.

“L’Università di Milano-Bicocca è un ateneo aperto al dialogo e all’ascolto anche in questo periodo molto difficile che ci vede sgomenti di fronte all’escalation del conflitto. Il corso dello scrittore Paolo Nori si inserisce all’interno dei percorsi Bbetween writing, percorsi rivolti a studenti e alla cittadinanza che mirano a sviluppare competenze trasversali attraverso forme di scrittura. L’ateneo conferma che tale corso si terrà nei giorni stabiliti e tratterà i contenuti già concordati con lo scrittore“, spiega l’ateneo.

“Inoltre, la rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione“, fanno sapere dall’Università.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Dopo la censura, Nori porta Dostoevskij ovunque. Emanuela Giampaoli su La Repubblica il 6 Marzo 2022.

Lo scrittore farà lezioni diffuse per ribadire il suo "sconfinato amore per l'autore di Delitto e castigo, per la lingua russa, per i russi, nonostante Putin e nonostante il dolore per quanto sta accadendo in Ucraina". 

Non tutte le censure finiscono per nuocere. Almeno è quel che è accaduto a Paolo Nori che, dopo la paradossale cancellazione da parte della Bicocca del suo corso su Fedor Dostoevskij (poi maldestramente ritirata), ha visto amplificato l'interesse per l'autore di "Delitto e castigo". E così invece di scegliere un unico luogo dove portare le sue lezioni, ha deciso di andare "ovunque avrà senso".

Il politicamente corretto diventa grottesca “russofobia”. L'ultima trovata riguarda la vodka, finita all'indice di Bernabei, storico marchio romano del beverage, che ha deciso di bloccare la vendita del distillato russo. Rocco Vazzana Il Dubbio il 5 marzo 2022.

Quando il politicamente corretto sfocia nel grottesco, la censura bellica si trasforma in esplicita russofobia. Non c’è persona, prodotto o animale che non finisca nel mirino di quanti pensano di dare un contributo alla causa antiputiniana colpendo a casaccio. L’ultima trovata riguarda la vodka, finita all’indice di Bernabei, storico marchio romano del beverage, che ha deciso di bloccare la vendita del distillato russo attraverso i propri canali commerciali. Online «è completamente oscurata, non si può ne vedere né comprare, e la vogliamo eliminare totalmente dal nostro catalogo», rivendica il patron dell’azienda.

Ma la vodka, dicevamo, è solo una delle iniziative nate un po’ a casaccio in tutto il mondo. Solo due giorni fa, la guerra allo “zar” si è combattuta sul versante felino. Sì, perché pure i gatti russi vengono esclusi dalle competizioni internazionali per dare un segnale “forte” di fronte ai gatti del resto del mondo. Un trattamento che nemmeno i “colleghi” persiani hanno mai dovuto subire pur provenendo da un Paese in cima alla lista degli “Stati canaglia” stilata dal governo Usa. E dopo aver escluso Mosca dai mondiali di calcio e i club russi dalle competizioni Uefa, è toccato agli atleti paralimpici russi e bielorussi – che ieri avrebbero dovuto inaugurare i Giochi invernali di Pechino (in programma dal 4 al 13 marzo) – scoprire di essere stati estromessi da ogni gara. Un segnale forte che però ottiene un risultato insperato: fornire argomenti alla propaganda putiniana. «Questa situazione è decisamente mostruosa», ha avuto gioco facile nel commentare il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. Grazie a una certa disparità di trattamento, il tennista numero uno al mondo Daniil Medvedev è riuscito invece a scamparla: dopo una scia lunghissima di polemiche e isterismi potrà continuare a gareggiare World Tour (Grand Slam compresi) purché senza bandiera russa. I censori più creativi, però, restano gli italiani. A cominciare dal sindaco di Milano, nonché presidente della Fondazione teatro alla Scala, Beppe Sala, che ha tolto la bacchetta dalle mani del maestro Valery Gergiev.

Il motivo? La mancata abiura al putinismo. E senza prendere nemmeno in considerare eventuali ripercussioni in patria per Gergiev e la sua famiglia, il sindaco di Milano ha stabilito che oggi il maestro non dirigerà La dama di picche di Cajkovskij. Ed è sempre a Milano che va in scena la commedia più ridicola di questa saga. L’università Bicocca chiede allo scrittore Paolo Nori di rinviare un seminario di quattro lezioni gratuite e aperte a tutti su Dostoevskij per «evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto è un momento di forte tensione». Un’offesa alla cultura mondiale e anche alla resistenza ucraina, certamente non interessata a bruciare i libri. Sempre che qualcuno non rimproveri ai combattenti pure di difendersi con dei russissimi kalashnikov e delle moscovite molotov.

Le "sanzioni" a Dostoevskij e la russofobia "a fin di bene". Marco Zucchetti il 3 Marzo 2022 su Il Giornale.

Neppure il tempo di sentirsi di nuovo fieri di appartenere a un Occidente finalmente coeso e coerente nella risposta dura all'invasione russa, che subito le cose prendono una piega avvilente.  

Neppure il tempo di sentirsi di nuovo fieri di appartenere a un Occidente finalmente coeso e coerente nella risposta dura all'invasione russa, che subito le cose prendono una piega avvilente. E anche la sacrosanta battaglia per isolare il regime di Putin va in vacca, trasformandosi in una bega manichea da stadio, roba da «loro» cornuti, «noi» forti e puri.

Rimanendo in Italia, la situazione sembra preoccupante su due livelli, ed entrambi hanno a che fare con l'incapacità di commisurare l'indignazione al buonsenso. Il primo livello è quello di una montante russofobia «a fin di bene» che muove dalla convinzione (ineccepibile) di essere dalla parte giusta della storia. «Siamo tutti ucraini», e dunque è legittimo bullizzare il nemico a casaccio. Su queste basi, sindaci e istituzioni varie hanno iniziato a pretendere abiure da parte di privati cittadini russi. I quali, per il solo fatto di avere in tasca un passaporto di Mosca non possono lavorare se non «condannano» le violenze. Partendo da buone intenzioni democratiche, si arriva alle purghe illiberali e putiniane.

In primo luogo non si capisce da che pulpito questi novelli inquisitori, che si sentono investiti della missione di snidare il Male ovunque, si permettano di pretendere eroiche dichiarazioni di anti-totalitarismo da parte di cittadini di un Paese dove una parola sbagliata può costarti la carriera o la libertà. Soprattutto se si considera che gli stessi inquisitori sono molto meno baldanzosi nella denuncia pubblica quando un loro superiore, rettore o leader di partito commette un reato. Facile fare gli antiputiniani a Milano.

In secondo luogo, c'è qualcosa di inquietante nell'addossare le colpe di un regime alla popolazione, come se a guidare i tank fossero indirettamente i direttori d'orchestra o i soprani. Certo, è doveroso boicottare affaristi, politici, squadre sportive e aziende espressione del potere di Mosca, sospendere l'uso di inno e bandiera alle Olimpiadi e vigilare affinché le figure pubbliche come gli artisti non si trasformino in megafoni della propaganda dello zar. Ma qui si sta andando oltre. Che c'entra la gogna al singolo con il dovere civico di colpire Putin ovunque? Questo non è isolare un regime, ma è un gioco di ruolo: chi vuole sentirsi partigiano contro l'invasore ma senza gli inconvenienti del fango e delle pallottole, sceglie l'iconoclastia come hobby, come avanspettacolo social.

Il rischio però è che dalla Scala si arrivi al tennista e alla modella, fino al camionista e alla badante, scatenando una caccia alle streghe superficiale in cui ogni russo diventa un potenziale nemico della pace mondiale, come ogni giapponese sul suolo americano dopo Pearl Harbor. Con il risultato che, trattando da criminali migliaia di persone il cui eventuale (e privato) voto a Putin potrà essere causa di disapprovazione, ma non può essere condizione sine qua non per svolgere il proprio lavoro, farà sentire sotto attacco una comunità che ancor più si compatterà sotto l'egida di quel dittatore che diciamo di voler privare del suo consenso. Bel lavoro.

Il secondo piano è invece più ampio e parte dall'ormai drammatica incapacità generale di sostenere una posizione senza per forza trascendere nell'autocensura. Il caso del corso di letteratura su Dostoevskij cancellato dall'Università Bicocca «per evitare polemiche» è indicativo. Ma è anche utile, perché come i canarini nelle miniere ci avverte di quanto l'atmosfera culturale sia diventata irrespirabile. Il terrore di apparire «filo-qualcosa-di-brutto-e-cattivo» porta ad evitare qualsiasi riferimento a temi sensibili. E a creare anche una «no fly zone» dialettica di sicurezza, che bandisce non solo il tema (il conflitto russo-ucraino), ma anche qualsiasi discorso tangenziale (la letteratura russa). Sui social girano immagini di Ignazio La Russa ribattezzato Ignazio L'Ucraina e il bando per l'insalata russa o la fermata Moscova della metro, ma nulla può essere più ridicolo della rimozione di Dostoevskij da un ateneo, perché nulla spiega più efficacemente lo stato comatoso in cui stiamo scivolando. Ci stiamo trasformando in fanatici un tanto al chilo, che seguono le bandiere delle crociate come le mode, senza capire più cosa è utile e cosa dannoso, cosa è doveroso e cosa è cretino. Anzi, cos'è Idiota. Sempre che citare un romanzo russo non ci renda complici di sterminio.

Cancella gli idioti. I recenti fan di Dostoevskij hanno scoperto oggi la cancel culture nascosta nel sottosuolo. Guia Soncini su L'Inkiesta il 3 Marzo 2022.

La decisione dell’Università Bicocca di fermare (e poi ripristinare) un corso di Paolo Nori sullo scrittore russo è nello spirito di questi tempi scemi, quelli della viltà intellettuale.

Io non capisco cos’aspettino gli autori satirici a fare causa alla realtà per demansionamento. Non so proprio quale altro abisso di mancanza di senso del ridicolo tocchi osservare per decidere che è troppo, che non si usurpa così il mestiere a chi si guadagna la mesata ideando paradossi, non si scippa l’ideazione del delirio a chi è iscritto all’ordine professionale degli immaginatori di scemenze, non quando si è rettori universitari o altre cariche istituzionali. È inaccettabile, cribbio.

Riepiloghiamo queste trentasei ore di romanzetto minore.

Martedì sera Paolo Nori, su Instagram, riferisce d’aver ricevuto una lettera dall’università di Milano-Bicocca, presso la quale dalla settimana prossima dovrebbe tenere un corso, quattro lezioni sui romanzi di Dostoevskij.

Paolo Nori è un romanziere, uno studioso di letteratura russa, un intellettuale che in queste settimane si presta a fare divulgazione sulla lacuna di turno: il tema di cui in queste settimane sentiamo tutti l’urgenza di parlare pur non sapendone un cazzo. Alcuni turni sono più scoperti di altri, questo ha la fortuna d’esser coperto da Nori.

Dostoevskij, invece, è quel romanziere russo che non è Tolstoj: non quello della guerra e della pace, quello del delitto e del castigo (lo preciso per non farvi consumare Google). È, anche, il protagonista dell’ultimo romanzo di Nori, ma guarda un po’: Sanguina ancora, pubblicato da Mondadori. Avrebbe compiuto duecento anni qualche mese fa, Fëdor: ve lo preciso perché, senza consumare Google, possiate annuire e fingere di sapere benissimo che certo, mica è un contemporaneo, mica ha opinioni sull’attualità.

Nori legge a chi lo segue su Instagram le poche righe della Bicocca: «Caro professore, questa mattina il prorettore alla didattica mi ha comunicato la decisione presa con la rettrice di rimandare il percorso su Dostoevskij. Lo scopo è quello di evitare ogni forma di polemica soprattutto interna in quanto momento di forte tensione».

Se siete tra coloro che negli ultimi anni hanno assistito alla presa di potere della viltà intellettuale, non vi meraviglierete più di tanto: evitare polemiche sembra ormai lo scopo ultimo delle università di tutto il mondo. Anche coprendosi di ridicolo: leggere Memorie dal sottosuolo è controverso, perdindirindina, non potremmo sostituire il Dostoevskij col Gogol, che almeno era nato in Ucraina? (Questo non credo stesse nella comunicazione della Bicocca, o almeno Nori non l’ha letto a voce alta: sono io che sto sceneggiando ipotesi, tanto in ’sto delirio è concesso tutto).

C’è solo un modo d’averla vinta, nell’asilo nido che è divenuto il dibattito accademico. Far nascere una polemica reale che sia ancora più fastidiosa di quella potenziale «avete fatto un corso su un autore russo».

Ieri mattina il video di Nori era stato abbastanza diffuso da far dire alla Bicocca che era stato «un misunderstanding» (milanesi, prima o poi toccherà spiegarvi che dirlo in inglese non vi fa sembrare meno fessi – anzi). Il corso era stato ripristinato e la Bicocca aveva diramato un comunicato dall’imbarazzantissima chiusa «La rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione».

Un momento di riflessione. Pregano insieme? Lui le regala dei bignami di Turgenev? Lei ha un figlio fancazzista e vuole sapere da lui se sia colpa di Oblomov? Lui le consiglia dei consulenti per la comunicazione che le evitino di passare per una deficiente che ritiene controverso un corso su uno scrittore di duecento anni fa? Fanno uno zoom col rettore di Yale che spiega loro quanto siamo in ritardo sulle forte tensioni e gli autori da cui è meglio tenersi lontani – a Yale già nel 2016 consideravano inopportuno Shakespeare, noi italiani sempre derivativi – e istituiscono una commissione di valutazione per stabilire se la peggior figura la si faccia a proibire o a lasciar fare? Lei chiede a lui conto di quella frase di Sanguina ancora che dice «Tutte le Russie sono tre: la piccola Russia, cioè l’Ucraina, la Russia bianca, cioè la Bielorussia, e la Russia Russia, cioè la Russia» e gli intima di rinnegarla? Ogni ipotesi fantasiosa è possibile.

Il fatto è che, mentre noialtri cui premeva far capire quanto fossimo in confidenza con la letteratura russa dell’Ottocento twittavamo spiritosaggini sbeffeggiando la cauta rettrice, là fuori c’era gente cui negli anni è stato detto che mica è necessariamente sbagliato rinnegare le opere se gli autori hanno la fedina penale sbagliata, la nazionalità sbagliata, il genere sessuale sbagliato, le convinzioni morali sbagliate. E quella gente era giustamente confusa. E sì, ci faceva ridere quando qualche carneade twittava che questo Fëdor deve prendere le distanze da Putin (giacché non riusciamo a seguire le istruzioni per montare la libreria Ikea ma ci pare inaccettabile che uno non sappia in che secolo è vissuto un romanziere che noi invece conosciamo); ma – una volta lasciata passare la linea per cui i consumi culturali non si valutano per la qualità delle opere ma per la fedina morale degli autori – perché Brocco75 non dovrebbe pretendere che Cechov faccia dire a Trofimov qualcosa contro Putin?

Il prorettore, ieri, dichiarava che l’equivoco (in milanese: misunderstanding) era dovuto all’idea di ampliare: volevano che Nori aggiungesse autori ucraini (quattro lezioni su Dostoevskij che diventano un bigino su tutta la letteratura di zona). Meccanismo già visto: mica vogliamo abolire Shakespeare, abbiamo sentito dire molte volte nelle università americane, ma ci sarà pure qualche trans d’origine thailandese che valga la pena studiare nella letteratura anglofona del Seicento, basta con ‘sto monopolio dei maschi bianchi.

Ieri il sindaco di Firenze ha twittato il suo fermo rifiuto di rimuovere la statua di Dostoevskij, inaugurata appunto per il duecentesimo compleanno. «Mi hanno chiesto di buttare giù la statua», ha scritto, spiegandoci poi che non bisogna «cancellare secoli di cultura russa». Ho telefonato all’ufficio stampa per sapere chi avesse chiesto a Nardella di abbattere la statua. La rettrice della Bicocca? Gli autori di libri con copertine gialle o azzurre che finalmente hanno accesso alle vetrine Feltrinelli in versione ucraina e non par loro vero che i gesti solidali siano l’anima del commercio? Il fan club di Tolstoj?

Mi ha risposto «dei passanti», e mi è sembrata una risposta pregna di spirito del tempo. Chiunque passa dice una stronzata, e noi gli diamo un turno sul palcoscenico della polemica del giorno. Sia quel chiunque turista che molesta il sindaco, o rettrice che molesta uno scrittore. Comunque vada, polemizzare ci pare più alla nostra portata che studiare la letteratura. Oltretutto, letteratura scritta da gente che neanche sta sui social a spiegarci cosa pensa dell’attualità spicciola.

Dostoevskij non ci basta, perché non censuriamo Hemingway? La censura di guerra corre più veloce dei blindati russi. E ogni giorno colpisce nuovi bersagli: dopo il reato di “non opinione” per il maestro Gergiev, ora si è passati alla roncola della cancel culture. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 2 marzo 2022.

La censura di guerra corre più veloce dei blindati russi nelle steppe ucraine. E, come una giostrina isterica, ogni giorno si accanisce su nuovi, pregiati bersagli. L’ultima vittima è Fëdor Michajlovicč Dostoevskij, deceduto più o meno 140 fa quando in Italia regnava Umberto I e governava Agostino Depretis. L’Università della Bicocca di Milano aveva infatti deciso di sospendere un corso sul grande romanziere russo «per evitare polemiche».

Così recitava la mail spedita allo scrittore Paolo Nori che avrebbe dovuto tenere quelle lezioni. Una decisione talmente stupida che l’ateneo meneghino dopo poche ore e relativa rivolta sui social è tornato sui suoi passi. Il corso ci sarà, non prima però che la rettrice incontri Nori «per un momento di riflessione». Su cosa diavolo mai i due debbano riflettere non è dato saperlo. C’è da dire che l’avvilente vicenda suggerisce nuove strade allo zelo dei censori. Dopo il reato di “non opinione” per cui il direttore d’orchestra Gergiev è stato licenziato in tronco dalla Scala di Milano, ora si è passati alla roncola della cancel culture per colpire il passato remoto delle nazioni. Con associazioni di idee da scuola materna: cosa lega Dostoevskij alla guerra di Putin? Semplice, il luogo di nascita: San Pietroburgo. Scorrendo il ditino sulla carta geografica avremmo potuto applicare questa logica ad altri conflitti ed altri, illustri personaggi.

Vuoi dare un segnale forte contro le guerre americane in Vietnam e in Iraq? Beh, potresti iniziare sospendendo la visione dei film di Steven Spielberg e Clint Eastwood, oppure la lettura dei romanzi di John Steimbeck ed Ernest Emingway. O magari boicottare gli album di Michael Jackson e Madonna. Sei un oppositore della colonizzazione francese in Algeria? Prenditela con François Truffaut e Jean Luc Godard, oppure con Jean Paul Sartre e Albert Camus. E naturalmente al rogo quei tedescacci di Wolfang Gohete e Thomas Mann.

L’utopia di Gino Strada. Il chirurgo che ci insegnò a curare (anche) i nemici. Carlo Rovelli su Il Corriere della Sera il 2 marzo 2022.

Questo è un libro che penso dovrebbero conoscere tutti, che si dovrebbe far leggere nelle scuole. È un libro diretto, sincero, che va al cuore del problema più importante che abbiamo oggi, e ci indica in maniera semplice come affrontarlo. Ma è anche un libro inquietante, perché ci mette davanti agli occhi l’orrore, e perché ci mostra che stiamo sbagliando. Gino Strada, fondatore di Emergency, l’organizzazione che cura i feriti di guerra in condizioni di emergenza, è scomparso l’anno scorso, lasciando un grande vuoto. Ha scritto questo volume un po’ alla volta, nel corso dei suoi ultimi mesi. Simonetta Gola, la sua compagna, ha partecipato alla scrittura e ne ha curato la pubblicazione, completandolo con una struggente postfazione. Nel libro, Strada racconta la sua vita di chirurgo di guerra, l’esperienza diretta e devastante della violenza, dell’orrore della guerra, il senso e lo spirito di Emergency e del suo attivismo. Mi ha catturato fin dalle prime pagine, con la nostalgia di una generazione che viveva direttamente e semplicemente la bellezza e l’intensità dell’impegno collettivo civile e politico. Poi, è l’incontro con la sofferenza sconvolgente generata dalla guerra, che segna Strada e riorienta la sua vita, a emergere bruciante da queste pagine.

Ma la forza di questo libro è la chiarezza con cui il racconto di Strada ci indica implicitamente dove sbagliamo. In un mondo in cui continuiamo a pensarci in termini di noi-contro-loro, in cui da una parte come dell’altra non facciamo che incolparci l’un l’altro e ci stordiamo di narrazioni per raccontarci all’infinito quanto «gli altri» siano aggressivi, cattivi, orripilanti, incivili, malvagi, subdoli, diabolici, cinici, dittatoriali, senza scrupoli (non si parla d’altro in questi giorni), Strada vede solo esseri umani che soffrono, che si sparano l’un l’altro, che si massacrano, che si mutilano, che spargono dolore, per non arrivare mai a nulla. Dobbiamo imparare a guardare il mondo come lui, pensarci come parte di un’unica comunità umana con problemi comuni, invece che continuare a struggerci per voler essere più forti degli altri. Perché ci lasciamo sempre catturare da questa sciocca retorica della demonizzazione dei nostri nemici? Siamo davvero cosi ciechi, oppure è solo il nostro egoismo che non ha scrupoli né limiti, a seminare dolore per qualche lira in più. In un caso o nell’altro, questo libro ci mette in discussione. Quanti bambini devono essere ancora straziati dalle bombe che noi produciamo e che non facciamo altro che gettare ovunque da decenni?

La forza del pensiero di Gino Strada è la connessione diretta fra la chiarezza del suo vasto sguardo politico, che vede il problema nella sua totalità, e l’estrema concretezza del suo impegno: una persona alla volta, curata da lui, e negli ospedali di Emergency, migliaia di singoli strappati, uno a uno, alla morte e alla sofferenza. «“Ma come, Emergency cura i talebani? Il nemico?”. Ebbene sì, noi curavamo anche i talebani. Li curiamo perché siamo esseri umani che si rifiutano di lasciar morire altri esseri umani. Curiamo i talebani come chiunque si presenti ai nostri cancelli, senza fare domande». Riuscirà la giovane generazione ad assorbire il pensiero di questo medico stupendo, libero, capace di andare per la sua strada, anche contro tutti, e per tutti? Riuscirà a portarci fuori da questa follia? Lo so che molte persone della mia età scuoteranno la testa, ma io ci spero. Simonetta chiude il libro così: «E dunque il pensiero è sempre con te, che con le tue parole continui ad aprire la strada a una visione potente: “L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è”».

LA PATRIA RUSSIA.

Fucilato, avvelenato e annegato: così il santone russo "sopravvisse" ai posteri. Grigorij Elfomovič Rasputin è stata e rimane una delle figure più contorte e misteriose del XX secolo. Rimasto accanto alla famiglia Romanov, fu uno dei motivi principali della caduta dell'impero zarista. Laura Lipari il 30 Agosto 2022 su Il Giornale.

Grigórij Efímovič Raspútin: questo è il nome di una delle personalità più contorte e inquietanti dello scenario russo dell'ultimo secolo. La sua figura è senza dubbio legata alla famiglia imperiale dei Romanov e in particolar modo allo zar Nicola II e alla zarina Aleksandra Fëdorovna.

Da contadino a santone: la trasformazione

Le origini di Raspútin sono avvolte nel mistero. Si pensa che sia cresciuto in Siberia, dove era già conosciuto dai cittadini del villaggio come un uomo vile e oltraggioso. Si macchiava spesso di piccoli reati, quasi sempre furti. Era sposato e aveva dei figli. La moglie, nonostante fosse esasperata dal comportamento del marito, gli restò accanto sempre, anche quando tutta la Russia lo voleva morto.

Deciso a cambiare vita, verso il 1897, Grigórij si allontana dal villaggio in cui abitava per andare alla ricerca di Dio. Soggiorna in alcuni monasteri e vaga in cerca di speranza e luce. Legge i libri sacri e ascolta gli insegnamenti di figure religiose, ma continua a non essere soddisfatto. Pensa che ci sia qualcosa di più dietro al mistero di Dio e che le sue potenzialità possano servire per evangelizzare la fede.

S’immerge totalmente nella dottrina ortodossa russa, imparando a memoria i passi del libro sacro, ma manca ancora qualcosa. Tutto cambia quando conosce la setta dei chlysty, una congregazione che esalta la sessualità attraverso riti orgiastici. La logica che sta alla base di questa comunità è che se non si pecca non ci si può pentire, e se non ci si pente non si può essere salvati. Da quel momento Raspútin si convince che Dio voglia servirsi di lui per guarire l’anima attraverso il corpo e che lui sia il mezzo perfetto.

Da questo momento diventa “il santone”. Barba e capelli lunghi, libro sacro in mano e abiti da monaco. Fino all’ultimo respiro la sua non è mai stata una parte di un copione recitata a memoria. Ha sempre creduto fermamente nei suoi poteri curativi e col tempo riuscì a convincere molti di essere colui che avrebbe portato la salvezza.

L’arrivo a corte 

Nel 1904, dopo anni di attese e disperazione da parte dello zar e della zarina, nasce Aleksej Nikolaevič Romanov, unico figlio maschio e futuro erede al trono russo. È lui la speranza per la dinastia Romanov. Sembra che il bambino sia sano e nulla fa presagire niente di anomalo, se non per una macchia che sembra sangue. Dopo attente visite il medico comunica alla famiglia che Aleksej soffre di una grave malattia: l’emofilia. Un qualsiasi graffio o ferita potrebbe essere mortale per il piccolo. Non potrà condurre una vita normale. Ogni suo movimento dovrà essere controllato.

Per Nicola e Aleksandra è una tragedia. Il futuro zar è troppo fragile, non si sa neanche se potrà vivere anni. Passano mesi intrisi di sofferenza, vengono consultati i migliori dottori in circolazione. Nel frattempo il bambino cresce sotto una campana di vetro costruita dalla madre che non lo lascia neanche un attimo da solo. Tutte le attenzioni sono concentrate su di lui per prevenire un passo falso. La condizione di Aleksej è invalidante sia per se stesso che per tutta la famiglia reale. Lo zar, già incauto nel suo ruolo, abbandona sempre più la sua figura di sovrano per rimanere accanto alla sua famiglia.

È a questo punto che entra in gioco la figura di Raspútin. La nomea del santone viaggia velocemente e arriva fino alla corte. Nicola è scettico ma emotivamente sconfitto, non avendo nulla da perdere lo manda chiamare per un consulto. Quell’uomo barbuto ha un’energia particolare. È sicuro di sé, è carismatico, coinvolgente e convincente. Sin dal suo arrivo a corte sente di avere in pugno la situazione e d’altra parte i due coniugi reali non possono fare altro che dargli fiducia.

Da questo momento tra il monaco, Nicola e Aleksandra nasce un’intesa particolarmente forte. Man mano che Raspútin rimane dentro il Palazzo infatti, riesce a persuadere soprattutto la zarina di essere fondamentale per l’incolumità del figlio e di tutta la famiglia. Diventa dunque una figura di riferimento per ogni situazione, non solo quella spirituale, ma anche logistica e a volte anche politica. La soggezione al monaco diventa quasi idolatria.

All’esterno della corte invece, soprattutto tra i nobili e gli uomini vicini allo zar, Raspútin non è visto di buon occhio. Qualcuno si rende conto della prigione di vetro che l'uomo sta costruendo attorno alla famiglia. I Romanov, nel frattempo, sembrano sordi e ciechi di fronte la situazione di degrado che nel frattempo sta dilagando in Russia. I cittadini soffrono la fame e gli affari esteri sono in declino. Non è servita neanche la Rivoluzione del 1905 per scuotere Nicola di fronte ai suoi doveri.

Dopo una serie di azioni volte ad allontanare il santone da Mosca e la resistenza dello zar, la nobiltà russa comincia a lavorare su un piano per eliminare definitivamente il monaco.

L'inquietante fine

Il cadavere congelato di Rasputin adagiato su una slitta dopo il suo ritrovamento

Nel 1916 in una fredda notte di dicembre, il principe Felix Jusupov organizza una cena per uccidere Grigórij Raspútin. All’interno dell’abitazione vi sono il cugino dello zar, gran duca Dimitrij Pavlovič Romanov, Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, il luogotenente Sukotin e il dottor Lazavert tutti d'accordo sul compiere l'omicidio. Il piano è semplice: avvelenarlo e nascondere il suo corpo.

A questo punto la storia si mescola alla leggenda. Secondo alcuni racconti, sembra che nella tavola imbandita era presente talmente tanto cianuro tra il cibo da uccidere un intero esercito. Seduti ognuno sulle proprie sedie, gli uomini non avrebbero toccato alcuna vivanda, aspettando il passo falso del santone nell'ingestione del veleno. L’uomo, secondo quanto è stato riportato, avrebbe mangiato e bevuto a volontà senza accusare alcun malore, facendo rimanere di stucco i presenti.

Determinati a eliminare quell'essere che non sembrava reale, decidono di cambiare il piano. Raspútin viene crivellato da diverse armi da fuoco e i primi colpi lo feriscono lievemente. Gli uomini sono terrorizzati da quel corpo che viene colpito ma non abbattuto. Esasperati, i congiurati prendono a colpire il monaco con calci e pugni finché questi non smette di respirare.

Viene legato, avvolto in una coperta e gettato nelle acque gelate del fiume Malaya Nevka. Dopo qualche tempo il corpo del santone viene ritrovato e analizzato. L’autopsia rivela due fatti misteriosi: non solo la presenza di acqua nel corpo, segno che fosse ancora vivo mentre veniva scaricato, ma anche l’assenza di veleno nello stomaco.

Sul conto di Raspútin sono state create storie e congetture che hanno contribuito a plasmare un personaggio inquietante e persino mistico. Non si sa quanta verità e quanta fantasia siano arrivate fino ai giorni nostri: quel che è certo è che il suo ruolo ambiguo e contorto sia stato in qualche modo oggetto di attrito tra lo zar e l'aristocrazia russa da cui ne conseguì una posizione di conflitto insanabile e la fine definitiva della Russia zarista.

Come Raspùtin tentò di salvare la Russia e lo Zar. La sua profezia su Roma. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 22 luglio 2022

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Leggendo nel grande libro della Storia, a volte, si ha l’irritante sensazione che vi sia stato un errore, come se mancasse una pagina: incoerenze logiche tra fatti oggettivi e stereotipi consolidati.

Una di queste spiacevoli sorprese riguarda la figura di Grigórij Efímovič Raspútin, il monaco russo icona dell’”eminenza grigia manipolatrice, perversa, dissoluta e malefica” che aveva plagiato la famiglia Romanov.

Sperando di non finire in una lista di proscrizione per giornalisti filo Ras-putin, scopriamo che il vero, enorme danno per il mondo fu che lo starec (nome dei mistici ortodossi) non fosse riuscito a manipolare fino in fondo la famiglia dello Zar: l’umanità si sarebbe risparmiata una 90ina di milioni di morti e atroci sofferenze di interi popoli per quasi un secolo.

L’immortale canzone dei Boney M. (1978) ben descrive il monaco: “Egli era grande e forte, nei suoi occhi un bagliore fiammeggiante, la maggior parte delle persone lo guardavano con terrore e paura, ma con le giovani donne di Mosca era così gentile”…

Il suo aspetto diede sempre adito ai nemici per dipingerlo in modo oscuro: la posa ieratica, il saio nero, lo sguardo magnetico creavano un contrasto esplosivo con la fama di donnaiolo. Fin da giovane, dimostrò inclinazione verso alcolismo ed erotomania, due vizi dai quali non seppe emendarsi nemmeno dopo la conversione che fece di lui un predicatore seguitissimo e circondato dalla nomea di taumaturgo.

Pare avesse capacità pranoterapeutiche, ma se vogliamo adeguarci allo scetticismo dogmatico di un Piero Angela, di sicuro riusciva a creare nei malati un effetto placebo così potente da sortire effettive guarigioni. Tale fama gli procurò l’attenzione della Zarina Alice d’Assia, devastata per l’emofilia del figlio piccolo Aleksej. Raspùtin allontanò i medicastri dal principino e, con essi, l’aspirina che, come anticoagulante, era la sostanza peggiore che potessero somministrare a un bambino cui bastava una sbucciatura per dissanguarsi. Lo zarevic migliorò subito; cuore di mamma, la Zarina ovviamente divenne dipendente dal monaco tanto da far malignare su una loro presunta relazione, ma lettere affettuosissime erano recapitate al “maestro” anche dalle quattro figlie di Alice, dalla giovane Olga fino alla piccola Anastasija, di otto anni. A meno di non considerare Raspùtin tanto stupido da abusare di tutte loro, tali sentimenti si devono considerare intrisi di spirituale entusiasmo e aristocratica ingenuità.

I pettegolezzi furono, peraltro, diffusi dal monaco Iliodoro, omosessuale, nemico di Raspùtin che detestava nel confratello l’esercizio di una virilità esuberante, derivato – forse - da una giovanile frequentazione nella setta dei Chlysty, per i quali il rito orgiastico era via di elevazione spirituale. Omosessuale era anche il principe Jusupov, autore del suo laborioso assassinio: per uccidere Raspùtin non bastarono cianuro, coltellate, revolverate e si dice che solo l’assideramento, quando fu gettato nella Neva, ebbe la meglio sulla sua potente forza vitale. Anche questa apparente “immortalità” alimentò la leggenda nera: insomma, in troppi lo odiavano e così tanto da seppellirlo con una valanga di maldicenze.

Eppure, i Romanov avevano in lui un vero nume tutelare. Nicola II era un debole, controllato dalla fragile moglie; una delle poche decisioni che prese da solo fu un errore immane: entrare nella Grande Guerra con un paese arretrato sul piano sociale, economico e tecnico-militare. Risultato: 3,5 milioni di morti fra militari e civili. Morto Raspùtin nel 1916, con il crollo del fronte interno, la Rivoluzione d’Ottobre fece il resto, fucilando l’intera famiglia Romanov (17 luglio 1918), ponendo fine allo zarismo, e regalando al mondo i circa 90 milioni di morti del Comunismo spacchettati tra Urss, Cina, Vietnam, Corea, Cambogia Europa dell’est e rotti. 

Eppure Raspùtin, che conosceva bene il mondo contadino, aveva tentato disperatamente di dissuadere Nicola II, prima e dopo la firma, implorandolo di salvare dal conflitto un popolo che aveva già sopportato la schiavitù, la sferza dei padroni, la speculazione agraria, la carestia, il disastro della guerra russo-giapponese (1905). Fin dai primi sentori di guerra, nel ’14, il monaco guaritore inviò allo Zar questo telegramma: "Se la Russia va in guerra, sarà la fine della monarchia, dei Romanov e delle istituzioni russe". E così fu.

Ma pochi sanno che un’altra profezia del mistico ortodosso riguarda proprio Roma: "Nella notte dell’uomo bruciato, il sangue scorrerà a fiumi nella Roma dei papi e dei lestofanti. Il popolo uscirà sulle piazze accecato da un odio covato da tanto tempo e sulle picche lorde di sangue vedrete le teste dei politici, dei nobili e del clero. Il corpo di un uomo venerando sarà trascinato per le strade di Roma da un cavallo bianco e sulle strade rimarrà l’impronta del suo sangue e i lembi della sua pelle. Solo allora si scoprirà che l’uomo venerando era un serpente. E morirà come muoiono i serpenti. In questa notte di sangue e di magia le stelle cambieranno luce: quelli che indossavano l’abito della delinquenza indosseranno l’abito della giustizia e quelli che erano giusti diventeranno ingiusti”.  

Dunque pare che, a Roma, (un 17 febbraio, data del rogo di Bruno?), qualche anziano maligno sarà smascherato, perderà la propria pelle (abito?) e ci sarà una presa di coscienza collettiva e traumatica. Chissà di chi si tratta … Ma forse, come già fu per Nicola II, anche stavolta nessuno prenderà in considerazione l’avvertimento del monaco barbuto. E tutto andrà come deve andare.

Fu Lenin il vero maestro dei crimini di Stalin. Orlando Sacchelli il 20 Ottobre 2022 su Il Giornale.

In molti libri ed enciclopedie Lenin viene ricordato come rivoluzionario e iniziatore del movimento comunista internazionale. Si dimentica, però, che molti crimini di cui si macchiò più tardi Stalin furono avviati da Lenin stesso. E la cosa non sembra imbarazzare Bersani (e il Pd) 

Uno degli errori più grandi che possono essere fatti, limitandosi a letture frettolose, è considerare Lenin meno colpevole di Stalin. In realtà taluni gravi crimini vennero messi in pratica dai rivoluzionari russi subito dopo aver preso il potere. La violenza criminale non è figlia della degenerazione staliniana, dunque, ma era stata teorizzata e messa in pratica anni prima. Ci soffermiamo su Lenin perché, di recente, dopo le polemiche sulla cosiddetta "cancel culture" legate alla richiesta di rimuovere da taluni ministeri il ritratto di Mussolini, è spuntata una foto (che risale allo scorso mese di giugno) in cui si vede Bersani che parla in una sede del Pd con tre grossi ritratti alle spalle, tra cui campeggia quello di Lenin in mezzo a Gramsci e Togliatti. Tra i punti di riferimento ideali del primo partito della sinistra italiana, dunque, c'è anche Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio noto come Lenin?

Sembra incredibile ma a giudicare da certi ritratti, mostrati con orgoglio nella sede dem, è proprio così. Eppure Lenin fu maestro di Stalin nella "pratica del terrore". Decenni di storiografia partigiana hanno contribuito a diffondere il mito di Lenin, che ancora oggi viene ricordato prevalentemente come rivoluzionario, politico, filosofo e scrittore d'ispirazione marxista. Un uomo di pensiero prima che di azione, a cui vengono riconosciute molte attenuanti e che non ha subito l'onta riservata a Stalin. Quasi a voler "salvare il salvabile" del comunismo sovietico, preservando da ogni accusa il suo ideatore-fondatore.

Nel libro "Il terrore rosso in Russia 1918-1923" Sergej Petrovič Mel'gunov ne parla espressamente già nei primi anni Venti del Novecento: "Gli esponenti bolscevichi sono soliti presentare il terrore come conseguenza della collera delle masse popolari: i bolscevichi sarebbero stati costretti a ricorrere al terrore per le pressioni della classe operaia... il terrore istituzionalizzato si sarebbe limitato a ricondurre a determinate forme giuridiche l'inevitabile ricorso alla giustizia sommaria invocata dal popolo". Ma la verità sarebbe stata molto diversa: "E si può agevolmente dimostrare, fatti alla mano, quanto tali affermazioni siano lontane dalla realtà", scriveva Mel'gunov.

La tirannia, gli stermini e il dispotismo contraddistinsero il comunismo sovietico fin dalle origini, come emerso dagli studi di Andrea Graziosi ("L'Urss di Lenin e Stalin", Il Mulino) e nel saggio "Stalin e il comunismo" comparso nel libro "I volti del potere" (Laterza). "Stalin apprese da Lenin la gestione spietata del potere, l'uso elastico dei precetti ideologici a seconda delle circostanze", ha scritto lo storico. E il loro culto della violenza fu presente fin dagli albori. Basti pensare cosa scriveva Lenin nel 1906 soffermandosi sulla presa del potere, per la quale sarebbe stata necessaria una guerra rivoluzionaria "disperata, sanguinosa, di sterminio". E, sempre Lenin (questa volta citando Marx), nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare "metodi barbari" contro i nemici della rivoluzione.

Fu sempre Lenin a ordinare "impiccagioni e torture di massa", scrive Graziosi, esplicitando che la vita di un comunista valeva da 12 a 50 vite contadine (ricorda qualcuno?), a chiedere di punire in modo durissimo i villaggi "covi delle rivolte" e il "banditismo", cancellando villaggi interi che si erano macchiati di una gravissima colpa, aver sviluppato il "libero commercio". In una lettera scritta al Comitato centrale un dirigente definì tale politica "sterminio di massa senza alcuna discriminazione". 

Lenin mise inoltre in pratica la "decosacchizzazione" nel 1919, ed arrivò persino ad affamare i nemici mediante la carestia (1921-22), oltre a far deportare gli intellettuali e reprimere i religiosi. Più tardi, negli anni Trenta, appresa la lezione Stalin perfezionò l'arma della fame. A farne le spese furono milioni di ucraini, che definirono la pratica "Holodomor" (sterminio per fame).

Il noto dissidente russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn, premio Nobel per la Letteratura nel 1970, ricordò in questo modo la repressione sovietica a Tambov, città roccaforte cosacca, nel 1919: "Folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio".

Che dire infine dei Gulag, i campi di lavoro forzato usati come mezzi di repressione degli oppositori, fondati ufficialmente nel 1930. Esistevano già ai tempi di Lenin: i primi, infatti, furono avviati nel 1923 nelle isole Solovki, nel Mar Bianco. Del resto nel "Che fare?", testo-chiave di Lenin scritto tra il 1901 e il 1902, vi erano già, nero su bianco, le premesse dei crimini del comunismo e delle sue avanguardie.

L’11 settembre russo. Pietro Emanueli il 19 Ottobre 2022 su Inside Over.

Il 1999 è stato quello che in ambito geofilosofico si suol definire anno del destino. Perché è nel 1999, all’alba del Terzo Millennio, che furono i gettati i semi dell’odierna Terza guerra mondiale a pezzi e della sete di revisionismo dell’asse Mosca-Pechino, da qualche parte tra il bombardamento di Belgrado e l’incidente di Pristina.

Ma il 1999 fu storicamente importante, o meglio determinante, anche per un’altra ragione. Quell’anno, invero, ebbe luogo la più grande e sanguinosa sequenza di attentati terroristici nella storia della Russia, casus belli della seconda guerra cecena e catalizzatore dell’ascesa al Cremlino di Vladimir Putin.

Il contesto storico e gli attacchi

La sequela di attentati terroristici di stampo jihadistico che sconvolse la Federazione russa nel settembre 1999 fu anticipata da un’estate bollente – e non in senso meteorologico. Il carismatico terrorista Shamil Basayev, con l’aiuto di Ibn al-Khattab, aveva radunato un’armata di mujaheddin e stava minacciando la permanenza del Caucaso settentrionale all’interno della Federazione russa. Prima aveva aiutato l’autoproclamata repubblica di Ichkeria a espellere il dispositivo militare russo da Groznyj, poi era entrato nel Dagestan allo scopo di farne cadere il governo e instaurare una teocrazia wahhabita.

Putin, diventato primo ministro il 9 agosto di quell’anno, rispose all’inarrestabile avanzata di Basayev ordinando un duro bombardamento a tappeto della Cecenia verso fine mese. Un gesto che i terroristi, forse aiutati dai servizi deviati, non avrebbero lasciato impunito. Perché a partire dal 4 settembre, per dodici giorni, una pioggia di attentati terroristici contro obiettivi residenziali avrebbe insanguinato Russia europea e Caucaso settentrionale, lasciando a terra 307 morti e più di 1000 feriti.

Il 4 settembre, a Buynaksk (Dagestan), una miscela esplosiva uccise 64 persone e ne ferì 133. Cinque giorni dopo a Mosca, nel quartiere Pečatniki, altre 94 persone persero la vita in una tremenda esplosione, mentre 249 ne uscirono ospedalizzate.

Nonostante l’allarme rosso, il 13, dell’esplosivo posto al di sotto dell’autostrada Kashira provocò la morte di 118 persone. Altre stragi furono evitate grazie alla corsa contro il tempo dell’antiterrorismo, che quel giorno sequestrò tonnellate di esplosivi e sei bombe a tempo nell’area della capitale.

Tre giorni dopo, il 16, fu il turno di una palazzina residenziale a Volgodonsk, nell’oblast’ di Rostov, la cui esplosione causò il decesso di 18 persone e il ferimento di 288. Un attentato destinato a far discutere, molto più dei precedenti, perché “anticipato” tre giorni prima dal portavoce della Duma, Gennadij Seleznyov.

La sera del 22, infine, dei cittadini particolarmente vigili sventano un attentato in un edificio residenziale a Ryazan. Dopo aver notato l’inusuale andirivieni di un gruppo di individui sconosciuti, allertano le forze dell’ordine che, giunte sul posto, trovano delle bombe a base di ciclonite pronte a esplodere.

Ryazan fu lo spartiacque di quel settembre nero: il casus belli della seconda guerra cecena, annunciata da un Putin esasperato dall’ennesimo tentativo di spargere il sangue sul suolo russo, e l’inizio di una stagione di depistaggi, morti sospette e teorie del complotto relative al coinvolgimento dello stato profondo in quella catena di attentati. Perché le indagini della polizia locale sui fatti di Ryazan portarono all’arresto di due agenti del FSB, rei confessi, e al loro tempestivo scagionamento su ordine di Mosca, per la quale non erano degli attentatori, e quelle bombe non sarebbero mai esplose, perché si trattava di una prova per saggiare il livello di vigilanza dei cittadini.

Le conseguenze

Poco dopo l’annuncio del ritrovamento di esplosivo in grado di far cedere un intero edificio a Ryazan, l’allora primo ministro Putin, oramai il reale decisore della politica del Cremlino, comunicava l’intenzione di voler riaprire le ostilità con la Cecenia, in quanto ritenuta la principale base operativa di quei terroristi che stavano seminando sangue e terrore nella Russia europea.

Il 24 settembre, dopo venti giorni di attentati intermittenti, le forze armate russe entravano in Cecenia per rovesciare l’autoproclamata Repubblica di Ichkeria e neutralizzare la galassia terroristica ruotante attorno al duo Basayev-Khattab e appoggiata esternamente da una variegata costellazione di attori statuali e nonstatuali: dai Talebani ad Al-Qāʿida.

Poco importava che Basayev si fosse dichiarato estraneo ai fatti e che gli attentati fossero stati rivendicati da un gruppo ceceno, l’Esercito di Liberazione di Dagestan (ELD), perché il Cremlino era convinto che Basayev stesse mentendo e che l’ELD – sigla sino ad allora sconosciuta – fosse un camuffamento per depistare le indagini degli inquirenti.

La storia, ad ogni modo, avrebbe dato ragione alla linea dell’intransigenza di Putin: le operazioni militari in Cecenia sarebbero terminate con la ri-vassallizzazione della ribelle repubblica – la cui guida fu affidata alla famiglia Kadyrov –, il paragrafo russo dell’emergente (e globale) Guerra al terrore sarebbe culminato con l’azzeramento del pericoloso Emirato del Caucaso – incluse le eliminazioni di Basayev e al-Khattab – e, nel complesso, lo stato più profondo capitalizzò lo stato d’emergenza per riappropriarsi del Cremlino e porre fine all’era eltsiniana.

Le indagini, i depistaggi e i misteri mai chiariti

L’opinione pubblica russa non si è mai dimenticata delle tante ombre aleggianti sul settembre nero del 1999, che il tempo ha accentuato sino all’inverosimile a causa di una scia più che sospetta di testimonianze ritrattate, giustificazioni contradditorie, omicidi, suicidi e strani incidenti.

Nel febbraio 2000, uno dei primi a rompere il velo dell’omertà, nonostante la seconda guerra cecena in corso e il sangue ancora fresco per le strade, fu il disinnescatore della bomba di Ryazan: Yurij Tkachenko. Il poliziotto, intervistato dalla Novaya Gazeta, dichiarò di non aver mai creduto alla tesi governativa dell’esercitazione: l’esplosivo era vero – ciclonite –, come vero era il detonatore da lui disattivato. Un mese più tardi, dallo stesso giornale, fu pubblicata la testimonianza di Aleksei Pinyaev, un soldato che ai tempi dei fatti di Ryazan scoprì dell’esplosivo contenuto in sacchi recanti la scritta “zucchero” in un magazzino militare nei pressi della città.

Un anno più tardi, però, sia Tkachenko sia Pinyaev avrebbero cambiato improvvisamente (e radicalmente) le loro versioni: il primo dichiarò che a Ryazan non era stato trovato del vero esplosivo e quel detonatore non poteva innescare nessuna esplosione, il secondo dichiarò di aver inventato l’intera storia.

Le stranezze e i misteri relativi all’11 settembre russo non nacquero e finirono a Ryazan. Ad esempio, il presunto capo del commando terroristico, tal Achemez Gochiyaev, non è mai stato catturato e di lui non si hanno notizie dal 1999. E la commissione indipendente sugli attentati di settembre, presieduta da Sergei Kovalyov e inaugurata nel 2002, non ha mai potuto produrre nulla di concreto a causa della morte prematura, e talvolta violenta, dei suoi membri-chiave:

Sergei Yushenkov, assassinato il 17 aprile 2003;

Yuri Shchekochikhin, assassinato il 3 luglio 2003;

Artyom Borovik, morto a causa dello schianto al suolo di un aereo privato sul quale viaggiava il 9 marzo 2000;

Otto Latsis, sopravvissuto ad una brutale aggressione da parte di ignoti nel novembre 2003 e successivamente morto in un incidente stradale il 3 novembre 2005;

La morìa avrebbe privato la commissione indipendente dei suoi principali elementi, comportando prima il rallentamento e poi il blocco definitivo dei lavori. Con le morti violente di Anna Politkovskaya e di Aleksandr Litvinenko, i più eminenti membri esterni della commissione, si sarebbe infine interrotto ogni tentativo di fare luce sui punti d’ombra di quel settembre di sangue. Quel poco che è noto, anche se la verità non è mai emersa e i dubbi continuano a prevalere sulle certezze, è che il corso storico della Russia è cambiato per sempre a partire da quei tragici giorni del dimenticato 1999.

Chi era Shamil Basayev, il “bin Laden russo”. Pietro Emanueli il 17 Agosto 2022 su Inside Over.

Quando si scrive di Guerra al Terrore, spesso e volentieri, vengono in mente gli Stati Uniti delle ere Bush e Obama, ma la verità è che quella al jihadismo è stata – e, per certi versi, è – una lotta senza quartiere riguardante un gran numero di Paesi del globo, ed in particolare dell’Eurafrasia.

La Russia, in 44esima posizione nel Global Terrorism Index, ha avuto e continua ad avere un grave problema col terrorismo islamista, perché trattasi di una minaccia estesa da parte a parte del territorio federale, e negli anni dell’indipendenza è stata casa, oltre che di sanguinose guerre etno-religiose, di alcuni dei più gravi attentati jihadisti mai compiuti nella storia – come, ad esempio, gli attacchi agli edifici residenziali del 1999: 300+ morti, 1000+ feriti.

Il timore che la neonata Russia potesse implodere a causa delle pressioni trasversali provenienti da anarchia, separatismi e terrorismo sarebbe stato uno dei motivi alla base dell’ascesa di Vladimir Putin, l’eletto dello stato più profondo. E Putin, proprio come nelle migliori storie, una volta insediatosi al trono del Cremlino fu costretto ad affrontare una terribile nemesi: Šamil “Abu Idris” Basaev.

Basaev prima di Basaev

Šamil Salmanovič Basaev nacque il 14 gennaio 1965 in un piccolo villaggio della Cecenia meridionale, Dyshne-Ved, all’interno di una famiglia guerriera organizzata secondo l’antico modello tribale-clanistico del Teip.

Ultimo membro di una lunga e prolifica dinastia di guerrieri, che nel Quattrocento avevano combattuto il termibile Tamerlano e a inizio Novecento appoggiarono la nascita dell’Emirato del Caucaso settentrionale, Šamil fu così chiamato in onore di uno dei grandi eroi nazionali ceceni, l’imam Šamil, e fu allevato ai culti degli antenati, dell’autodisciplina, dell’islam e della patria. Un destino ascritto alla nascita.

Dopo essersi diplomato nella scuola del villaggio, Basaev prestò brevemente servizio nelle forze armate sovietiche in qualità di pompiere e, dopo un’esperienza lavorativa in una fattoria nella regione di Volgograd, si trasferì a Mosca. Qui, però, le cose non sarebbero andate come previsto: prima rifiutato dalla Scuola di legge dell’Università statale di Mosca, poi espulso dall’Istituto di ingegneria e gestione del suolo di Mosca per gli scarsi voti.

Più bravo a cavarsela in strada che nelle aule scolastiche, e più fatto per l’autonomia che per un lavoro sotto padrone, Basaev si sarebbe presto ritrovato a bazziccare nelle vie delle vibranti comunità cecene di Mosca. E qui, disilluso dal sogno sovietico, si sarebbe radicalizzato, insieme a molti altri connazionali, in concomitanza con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e con il sorgere della questione cecena.

Le guerre e il terrorismo

Il 9 novembre 1991, a pochi giorni dalla dichiarazione di indipendenza della Repubblica cecena di Ichkeria unilateralmente proclamata da Džochar Dudaev, Musaev dirottò l’Aeroflot Tu-154, lungo la tratta Mineral’nye Vody-Ankara, allo scopo di attrarre le luci dei riflettori internazionali sulla neonata causa cecena. Il dirottamento terminò in Turchia, risolvendosi senza vittime, e avrebbe proiettato lo sconosciuto – e senza contatti – Basaev a capo dell’insurgenza cecena.

Pochi mesi più tardi, guidato dal duplice obiettivo di fare esperienza sul campo e allargare il proprio capitale umano, Basaev partì come volontario alla volta del Karabakh, insieme a centinaia di connazionali, per combattere gli armeni. Era una guerra laica, per una terra contesa, ma per alcuni, lui incluso, era una questione di fede – di cristiani contro musulmani.

Sul campo karabakho avrebbe riscoperto le proprie origini, e cioè di discendente di una stirpe di valorosi guerrieri, e perduto definitivamente ogni inibizione. Dopo aver partecipato all’adrenalinica e sanguinosa battaglia di Şuşa, tra gli episodi più elevati della Prima guerra del Karabakh, si recò nella vicina Abchasia per assistere i separatisti antigeorgiani. E qui, oramai forte di una fama costruita sul campo, fu nominato comandante in capo della Confederazione dei popoli delle montagne del Caucaso.

Più o meno nello stesso periodo, a cavallo tra la prima guerra cecena, l’esperienza karabakha e la comparsa in Abchasia, il giornalismo investigativo russo cominciò a dedicare dei ritratti a questo ceceno enigmatico, di lignaggio nobile e pronto a combattere ovunque si levassero le grida di ribellione dei piccoli popoli del Caucaso, evidenziandone i lati oscuri e i presunti legami con gli apparati securitari della Federazione russa.

Secondo le fonti di Boris Kagarlitskij della Rossiyskaya Gazeta, successivamente corroborate dalle ammissioni di Sergej Stepašin, Basaev sarebbe stato sul libropaga del GRU, il servizio segreto militare di Mosca, che lo avrebbe finanziato (e armato) allo scopo di indebolire le neonate repubbliche del Caucaso meridionale. Ad un certo punto, però, Basaev sarebbe sfuggito al controllo dei suoi creatori, in un déjà-vu che ricorda la storia di Osama bin Laden, utilizzando le armi e i capitali ricevuti per portare avanti il sogno della Cecenia indipendente.

La svolta della vita, che trasformò Basaev da un assetto dei servizi segreti russi al nemico numero uno del Cremlino, sarebbe avvenuta nel dopo-Abchasia. Verso la metà degli anni Novanta, oramai irrimediabilmente radicalizzato, Basaev sarebbe stato avvicinato dall’ISI, l’agenzia di intelligence del Pakistan, e spedito in Afghanistan per ricevere formazione religiosa e addestramento para-militare. Un’esperienza che lo avrebbe cambiato per sempre, introducendolo all’internazionale jihadista baricentrata su Al-Qāʿida, rendendolo un mujaheddin e consacrandolo quale leader della rinascente insurrezione cecena.

Nemico numero uno della Russia

Nel 1996, di ritorno dai campi d’addestramento afgani, Basaev avrebbe assunto il comando della risorgente insurrezione cecena. Implacabile e inarrestabile, in soli due mesi – luglio e agosto – guidò l’eliminazione del signore della guerra più temuto della Cecenia, Ruslan Labazanov, e la riconquista di Groznyj, sino ad allora sotto il controllo di una forza d’occupazione russa.

A fine anno, confidando nell’immagine di eroe popolare costruita negli anni, Basaev decise di competere per la presidenza della Repubblica cecena di Ichkeria. Arrivò secondo, ottenendo le preferenze di un quarto dell’elettorato, ma gli fu comunque concesso di entrare nel governo in qualità di vice-primo ministro.

La situazione disastrosa del bilancio pubblico, sullo sfondo delle accuse di corruzione e dei mal digeriti legami con l’internazionale jihadista – emblematizzati dal rapporto fraterno con Ibn al-Khattab –, avrebbero portato alla rottura tra Basaev e le istituzioni dell’Ichkeria. E nel 1998, dopo aver rassegnato le dimissioni dal governo, Basaev sarebbe tornato alla clandestinità.

Prima che il settembre rosso di sangue del 1999 provocasse lo scoppio della Seconda guerra cecena, il Caucaso settentrionale sarebbe stato scosso da un altro evento bellico di grande importanza: il tentativo dell’anonima wahhabita, appoggiata da Basaev, di rovesciare le autorità legittime del Daghestan allo scopo di instaurare una teocrazia indipendente dalla Russia e satellizzata dalla Cecenia. Due episodi, avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro, che avrebbero spinto il Cremlino a riaprire il fronte ceceno-daghestano.

Basaev negò ogni coinvolgimento nella pioggia di attentati del settembre 1999, vero casus belli della seconda guerra cecena, ma questo non gli impedì di finire nel mirino del Cremlino. Neanche l’assunzione di responsabilità da parte dell’Esercito di liberazione del Daghestan, implicitamente scagionante l’insurgenza cecena, avrebbe salvato Groznyj dall’arrivo delle forze armate russe.

Nel contesto della seconda guerra cecena, Basaev avrebbe dismesso i panni del guerrigliero per indossare quelli del terrorista. Capitalizzando i legami con l’ISI e coi mujaheddin afgani stabiliti alcuni anni prima, Basaev lanciò un appello al Jihād globale che, risuonando in tutto il vicinato mediorientale e centrasiatico, fu in grado di magnetizzare nelle alture cecene migliaia di combattenti volontari.

L’eco di Basaev avrebbe avuto effetti profondi, e durevoli, a livello di panorama religioso – la trasformazione di Cecenia e dintorni da terre di sufismo a terre di wahhabismo – e nel modo di combattere – le battaglie irregolari e urbane sostituite da attentati suicidi e autobombe.

Il 4 aprile 2000, giustiziando nove soldati d’élite dell’OMON come rappresaglia per il caso Yurij Budanov – un ufficiale russo colpevole di aver violentato e ucciso un’adolescente cecena –, Basaev sarebbe diventato il terrorista più ricercato della Russia. Su di lui, un anno più tardi, fu messa una taglia di un milione di dollari. Tutto inutile: nel 2002 la crisi del teatro Dubrovka – 130+ morti e 700+ feriti –, nel 2003 l’assassinio di Akhmad Kadyrov – padre di Ramzan – e nel 2004 il massacro di Beslan – 300+ morti e 700+ feriti.

Nel 2005, causa il crescendo di attentati sanguinosi architettati in lungo e in largo la Russia (e lo spazio postsovietico), su di Basaev pendeva una taglia di dieci milioni di dollari e sulle sue tracce si trovavano i servizi segreti di decine di paesi, inclusi gli Stati Uniti. Quello stesso anno, nonostante le pressioni e i rischi, decise di accettare la proposta di intervista fattagli pervenire dal giornalista Andrej Babitskij, censurata in Russia e trasmessa negli Stati Uniti da ABC.

Sì, sono un cattivo ragazzo, un bandito e un terrorista… ma a loro [i russi] come li dovreste chiamare? Più di 40mila dei nostri bambini sono stati uccisi e decine di migliaia sono stati mutilati. Qualcuno ha qualcosa da dire in merito? La responsabilità è dell’intera nazione russa, che col suo tacito assenso sta dicendo “sì” a tutto questo.

Il 10 luglio 2006, al termine di una caccia all’uomo lunga sei anni, Basaev trovò la morte a Ekazhevo, in Inguscezia, a causa di una violenta esplosione nei pressi di un arsenale nelle disponibilità dell’insurrezione cecena. Un’incidente secondo alcuni. Un’eliminazione da manuale, firmata FSB, secondo altri.

Nonostante i tentativi di Ramzan Kadyrov di rimuovere la memoria di Basaev dalla storia recente della Cecenia, il terrorista continua a godere di una diffusa venerazione popolare. Nonostante il sangue (innocente) che ha fatto scorrere, Basaev continua a essere visto come una sorta di anti-eroe da ampie fasce della popolazione. E il suo pensiero continua a circolare, trasmesso di generazione in generazione, attraverso l’autobiografia scritta nei primi anni Novanta: Libro di un mujaheddin.

Roberto Fabbri per “il Giornale” il 7 ottobre 2022.

Sedici anni fa, un killer rimasto impunito come il suo mandante pensò di far cosa gradita a Vladimir Putin assassinando Anna Politkovskaja nel giorno del suo compleanno. La morte violenta fermò per sempre la penna e il brillante cervello di una giornalista coraggiosa che aveva avvertito per tempo tutto noi di quale sarebbe stata la deriva della «Russia di Putin», titolo di un suo profetico libro-denuncia.

Non si fermò invece, negli anni successivi, l'inquietante sequenza di omicidi di oppositori e avversari politici del presidente autocrate, sempre più chiaramente riconducibili alla volontà dello stesso potente uomo del Cremlino. 

Quest' oggi Putin compie settant' anni e aveva progettato di farsi un regalo ancor più speciale: celebrare un rito religioso nella cattedrale ortodossa di Kiev, nel frattempo ricondotta sotto sovranità russa. I suoi consiglieri gli avevano assicurato che la capitale dell'Ucraina gli sarebbe caduta in mano come un frutto maturo già nello scorso febbraio, ma come tutti ormai sappiamo non è andata esattamente così e Putin si trova a celebrare un compleanno molto diverso da come l'aveva immaginato.

E questo perché l'uomo di cui i suoi ammiratori amavano esaltare la visione strategica non ne ha azzeccata una. L'apoteosi della sua politica di potenza non c'è stata. Credeva che gli ucraini avrebbero accolto i soldati russi con i mazzi di fiori invece li hanno presi a cannonate, molto più precise e micidiali del previsto, tra l'altro. 

Contava che gli americani, guidati dal senescente Joe Biden, avrebbero fatto come a Kabul, abbandonando vergognosamente gli alleati, ma non è andata così: i cannoni che inchiodano i russi sono in buona parte suoi. 

Era certo che gli europei avrebbero preferito lasciare scorrazzare l'orso russo nelle pianure ucraine in cambio della garanzia di forniture di gas e di vaghe promesse di fermarsi al confine polacco e invece siamo qui a organizzarci (male, magari) per un inverno col maglione in casa pur di non dargliela vinta.

Quanti errori di valutazione, quante brutte sorprese. Quanti generali sollevati inutilmente dall'incarico, quante incredibili bugie pronunciate invano nel tentativo di recuperare l'irrecuperabile, di vincere una guerra che non aveva nemmeno osato definire tale e che non può più vincere. 

Il Putin settantenne di oggi è un uomo costretto a ostentare ottimismo di fronte al disastro incombente: ridotto a festeggiare in un clima surreale a metà tra la solennità e lo stadio l'annessione di territori che non riesce a controllare, a promettere l'imminente riconquista delle loro parti che Kiev si è già ripresa ignorando minacce roboanti, ad agitare addirittura lo spauracchio di una guerra nucleare come ultima disperata ratio.

È soprattutto un uomo paranoico più che mai, che sente alzarsi attorno a sé voci che mai avrebbe creduto di udire. Voci di sodali che gli devono ricchezze e privilegi enormi, ma che cominciano a parlare di errori politici dietro le disfatte militari e a mettere in discussione i suoi stessi organigrammi. Perché adesso sentono che lui potrebbe andare a fondo e vogliono salvarsi, magari disarcionandolo.

E così ci sono quelli che cominciano a pensare che all'Ucraina si potrebbe anche rinunciare, e altri che invece sembrano disposti a fare fuori ministri e generali considerati non abbastanza duri per vincere la battaglia della vita. In mezzo c'è lui, Vladimir che voleva passare alla Storia come l'erede di Ivan il Terribile, sempre più isolato in patria e all'estero. Magari pronto a gesti terribili e irrazionali, come lo Hitler del 1945 disposto a incenerire la Germania pur di non arrendersi. Certamente «triste, solitario y final». Termine, quest' ultimo, che in Russia raramente si abbina con un epilogo tranquillo per l'involontario protagonista.

Sfida allo zar. Come un finanziere americano ha smascherato gli affari di Putin e dei suoi oligarchi. Bill Browder su L'Inkiesta il 24 Ottobre 2022.

La storia di Bill Bowder, il principale promotore del Magnitsky Act, la legge firmata da Barack Obama che sanziona la corruzione e la violazione dei diritti umani nel mondo

Sapere Vladimir bloccato in condizioni critiche in un ospedale russo fu un duro colpo. Mi sembrava di essere tornato al periodo dell’arresto di Sergej: un’altra persona a cui tenevo era in pericolo di vita a migliaia di chilometri di distanza, e io mi sentivo impotente. Anche Kyle Parker provava la mia stessa frustrazione. Oltre ad aver lavorato insieme al Magnitsky Act, le loro famiglie erano molto vicine: organizzavano barbecue nei rispettivi giardini, i loro figli giocavano insieme e le mogli erano amiche. Appena ricevetti la cartella clinica di Vladimir, la girai a Kyle.

Dovevamo diventare esperti tossicologi, e in fretta. Sapevamo entrambi della famigerata fabbrica di veleni del Kgb, che da decenni elaborava metodi nuovi, crudeli e misteriosi per eliminare i nemici della Russia. Prima di essere usati, i veleni che sviluppavano venivano spesso testati sui prigionieri nei gulag. Fra i preferiti c’erano il ricino, le diossine, il tallio, l’acido cianidrico, il polonio (che era stato usato a Londra per uccidere Aleksandr Litvinenko) e persino veleni rari estratti dalle meduse. Dovevamo capire quale fosse stato usato su Vladimir. 

Kyle e io contattammo chiunque pensavamo che potesse darci una mano. In America, Kyle inviò la cartella clinica di Vladimir a un noto tossicologo dei National Institutes of Health, a un agente dell’intelligence specializzato in guerra biologica, a un disertore kazaco che era stato coinvolto nel programma veleni dell’Unione Sovietica, e a sua sorella, una delle migliori oncologhe del Memorial Sloan-Kettering Hospital di New York.

Dalla nostra parte dell’Atlantico, io e il mio team identificammo tutti gli esperti di veleni nel Regno Unito. Contattammo Porton Down, rinomata struttura di ricerca medica gestita dall’esercito, il Servizio nazionale di informazione sui veleni, un patologo forense dell’Home Office, il reparto di tossicologia del Guy’s Hospital e un ex detective della Omicidi della Metropolitan Police di Londra. Kyle ebbe risposta da alcuni dei suoi contatti entro poche ore. Il primo riscontro arrivò dalla sua fonte nell’intelligence, che sospettava l’impiego concomitante di ben due veleni, uno dei quali

progettato per creare la parvenza di una grave intossicazione alimentare. Mentre i medici erano impegnati a curare i sintomi dell’intossicazione, l’altro veleno portava a termine il lavoro vero: far collassare gli organi vitali di Vladimir. 

La fonte di Kyle aveva già visto i russi ricorrere alla stessa tattica in passato. Dal punto di vista dell’assassino, era un’operazione semplice e pulita, con una intrinseca possibilità di negare l’evidenza. I medici, sempre che non fossero complici del misfatto, potevano dire in tutta onestà: «Non

siamo riusciti a individuare il problema. Abbiamo fatto il possibile, ma purtroppo il paziente è morto». La seconda risposta giunse dal contatto di Kyle ai National Institutes of Health. La sua analisi era meno dettagliata, ma, basandosi sulla conta dei globuli bianchi di Vladimir, escludeva con certezza un agente radiologico. 

Era un’informazione utile. Alla luce del caso di Aleksandr Litvinenko, la prima cosa a cui Kyle e io avevamo pensato era l’avvelenamento da radiazioni. Ma iniziavamo a capire che identificare un veleno era come cercare un ago in un pagliaio. Per scoprire di cosa si trattasse, dovevamo procedere per esclusione. Le nostre richieste di aiuto in Gran Bretagna non riscossero lo stesso successo: a quanto pareva, nessuno controllava l’email nel fine settimana. L’unico a darci un riscontro fu l’ex detective della Omicidi. Invece di proporci la sua teoria sul veleno usato contro

Vladimir, ci fornì una serie di istruzioni raccapriccianti per preservare la «scena del crimine» – ovvero il corpo di Vladimir – in caso di morte, fra cui la «mungitura» del sangue dall’arteria femorale, la rimozione di una sezione del fegato e la raccolta di un campione di umor acqueo dal bulbo oculare. 

A leggere quei dettagli mi si rivoltò lo stomaco. Vladimir era mio amico. Non volevo pensare ai suoi bulbi oculari o a pezzi di fegato. Volevo vederlo di nuovo parlare e camminare. Poi si fece viva la sorella di Kyle. «Kyle, detesto dovertelo dire, ma non credo che ce la farà» scrisse. Nel suo lavoro era abituata a perdere i pazienti. «Dovresti suggerire alla famiglia di prepararsi a dirgli addio.» Né Kyle né io avevamo intenzione di dire niente di simile a Evgenija. Era seduta al capezzale del marito e conosceva le sue condizioni meglio di noi. Scoprire con cosa era stato avvelenato stava

diventando sempre più urgente. Almeno avevamo i campioni da far analizzare in Occidente. 

Chiamai l’ambasciata britannica a Mosca la mattina di sabato 30 maggio. Mi passarono un funzionario consolare diverso da quello con cui avevo parlato l’altra volta. «Abbiamo i campioni di Vladimir» gli dissi. «Deve portarveli sua moglie o potete andare a prenderli?» «Mi dispiace tanto, signore» rispose l’uomo. «Non l’hanno ancora contattata a questo riguardo?» «No.» «Non possiamo più occuparcene qui in ambasciata. La questione è stata trasmessa al Global Response Center di Whitehall. La contatteranno a breve.» Il Global Response Center è una divisione

del Foreign Office che si occupa dell’assistenza ai cittadini britannici in difficoltà all’estero. 

Ero rincuorato di sapere che il governo stava prendendo la cosa sul serio. Poco dopo, in effetti, mi arrivò un’email. Peccato che fosse del tutto inutile. Non c’era nessun riferimento a una valigia diplomatica. Si limitavano a comunicarci i numeri di telefono degli uffici di Mosca di Dhl, FedEx e altre società di spedizioni, esprimendoci un tiepido sostegno morale. Dhl e FedEx? Mi prendevano in giro? Bastava cercare su internet per ottenere le stesse informazioni. 

Chiamai l’addetto del Global Response Center, il cui numero era riportato in calce all’email. «Sono confuso» gli dissi. «Mi avevate assicurato che ci avreste aiutato a trasportare i campioni.» «Temo che non possiamo, signore.» «Ma l’ambasciata di Mosca aveva garantito che avremmo potu-

to usare la valigia diplomatica.» «Mi dispiace, ma non ci è possibile fornire quel genere di assistenza.» Gli spiegai che Vladimir, un cittadino britannico, rischiava di morire, ma l’uomo rimase sulla sua posizione. Dopo quella telefonata, mi ci vollero diversi minuti per calmarmi. Ciascuno di noi è portato a credere che, da cittadino di paesi potenti come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, se dovesse succedergli qualcosa di brutto all’estero, il suo governo farebbe di tutto per proteggerlo. 

Ma in questo caso non stava succedendo. Era un ostacolo ai nostri piani. Nelle ultime ventiquattro ore ci eravamo concentrati sui veleni e sulle diagnosi, non sulla logistica. Dato che ci ritrovavamo a partire da zero, chiamai la Dhl, soltanto per scoprire che non spedivano campioni biomedici da Mosca. FedEx li accettava, ma disse che ci sarebbero volute almeno settantadue ore e che avremmo dovuto chiedere una licenza di esportazione al governo russo. Certo, come no. Uno dei motivi principali per cui volevamo utilizzare la valigia diplomatica era proprio evitare di coinvolgere il governo russo. Senza contare che, se Vladimir fosse morto, quei campioni potevano essere l’unica prova del suo omicidio e la valigia diplomatica avrebbe garantito la catena di custodia. Farli spedire da FedEx l’avrebbe inevitabilmente spezzata. L’unica cosa che mi veniva in mente era parlare con qualcuno più in alto. Scrissi un’email e la inviai al segretario di Stato per gli Affari esteri britannico, l’onorevole Philip Hammond, un uomo che non avevo mai incontrato in vita mia. 

Trattandosi di un politico di alto rango, non mi aspettavo una risposta, invece a sorpresa ricevetti una sua email personale il giorno dopo, di domenica. Mi scrisse che aveva seguito il caso con attenzione e voleva aiutarci, ma quanto alla valigia diplomatica aveva le mani legate. Citò la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, spiegando che ne proibiva l’uso se non per le comunicazioni ufficiali. Per dimostrare il suo interessamento, tuttavia, si offriva di far scortare il nostro corriere all’aeroporto da un funzionario dell’ambasciata e di accompagnarlo fino ai controlli di frontiera. Purtroppo era il massimo che poteva fare. Ero deluso. I russi se ne fregavano della Convenzione di Vienna. Usavano le loro valigie diplomatiche per spostare droghe, veleni e denaro in tutto il mondo. 

Perché gli inglesi non potevano fare uno strappo alla regola per salvare un loro cittadino? (In seguito capii che non potevo avere entrambe le cose. Era quello per cui Boris, Vladimir e io avevamo lottato e per cui Sergej era morto: anche la Russia dovrebbe essere un paese in cui il ministro degli Affari esteri risponde così a una richiesta di fare uno strappo alla regola.) A quel punto decidemmo di infischiarcene della catena di custodia. Se il governo britannico non ci permetteva di usare la valigia diplomatica, avremmo usato le nostre risorse per portare i campioni a Londra. Uno degli amici di Vladimir a Mosca, venuto a conoscenza del problema, si offrì di volare nella capitale inglese con i campioni di contrabbando nel bagaglio.

Successe tutto molto in fretta. I campioni arrivarono nel nostro ufficio il giorno successivo, nel primo pomeriggio di lunedì, cinque giorni dopo il ricovero di Vladimir. Finirono dritti in frigorifero, accanto al cibo da asporto avanzato dalla pausa pranzo. Ora dovevo soltanto trovare una struttura disposta a eseguire i test. Contattai per primo Porton Down, il centro di ricerca medica dell’esercito, ma la persona che mi rispose non mi lasciò nemmeno finire di spiegare la situazione: «Signore, accettiamo incarichi solo dal governo». «Ma è urgente» supplicai. «Non potete fare un’eccezione?». «Mi dispiace, non possiamo operare senza l’autorizzazione del governo.»

Allora chiamai il Servizio nazionale di informazione sui veleni, un’altra agenzia governativa, ma mi risposero che serviva un’autorizzazione delle forze dell’ordine. Anche se fossimo riusciti a ottenerla, ci sarebbero voluti giorni, se non addirittura settimane. Feci ancora una decina di chiamate che si rivelarono altrettanti buchi nell’acqua. Poi, a fine giornata, mi indirizzarono a un medico privato che aveva tra i suoi pazienti gestori di hedge fund, banchieri di investimento e altri ricchi londinesi. Non costava poco, ma ero pronto a sborsare qualsiasi cifra. Il medico in questione si appoggiava a un laboratorio privato in Harley Street, una zona del centro di Londra con un’elevata concentrazione di medici e specialisti di alto livello. Mi assicurò che avevano i contatti necessari per far testare i campioni in qualsiasi laboratorio del governo del Regno Unito. Disse che ci sarebbe voluto un giorno, due al massimo, ma che avremmo avuto delle risposte a breve.

Quando chiamai Evgenija per informarla che i campioni erano a Londra e stavano per essere analizzati, mi interruppe per darmi una notizia del tutto inaspettata: «Bill, i reni di Vladimir hanno ripreso a funzionare!». «Davvero? È fantastico!» «Sì, il dottor Protsenko ha deciso di svegliarlo dal coma farmacologico domani.»

Dal brusco inizio di Evgenija con l’ospedale Pirogov le cose erano migliorate. E soprattutto, pareva che il dottor Protsenko stesse davvero cercando di salvare la vita di Vladimir. Mentre il medico e i suoi assistenti si preparavano per la procedura, Evgenija si scoprì terrorizzata da ciò che sarebbe potuto succedere al risveglio di Vladimir. Sarebbe rimasto paralizzato? Avrebbe reagito al suono della sua voce? Avrebbe ripreso conoscenza? Non voleva nemmeno pensare a come sarebbe stata la loro vita se le facoltà mentali di Vladimir fossero risultate seriamente compromesse. 

Sfida allo zar, Bill Browder, Chiarelettere, 360 pagine, 19,80 euro

Educazione cremliniana. La Russia di Putin raccontata da una delle voci più coraggiose della dissidenza. Kira Yarmish su L'Inkiesta il 21 ottobre 2022 

Kira Yarmysh è stata arrestata per aver indetto raduni a sostegno di Alexei Navalny, il più importante esponente dell‘opposizione: è stata incarcerata per nove giorni insieme ad altre cinque donne. Pubblichiamo un estratto del suo libro “Gli incredibili eventi della cella femminile N.3” (Mondadori)

Il crimine di Anja si riduceva al fatto di essere capitata a tiro di un OMON durante una manifestazione: l’avevano pescata tra la folla e spintonata dentro un furgone. Pieno d’afa e d’allegria. I fermati erano un bel gruppo, e insieme avevano parlato, scherzato e riso: sembrava più una festa che un arresto. Era la sua prima volta in un cellulare della polizia e ad Anja sembrava tutta un’avventura. Una volta al comando, non aveva dubitato un attimo che li avrebbero rilasciati subito. Li avevano portati nella sala grande, una stanza ampia che con le sue file di sedie pareva un’aula scolastica. Addossata a una parete c’era la scrivania (la cattedra, sembrava) con sopra i ritratti di Putin (a destra) e Medvedev (a sinistra) e la bandiera russa in mezzo. Gli altri furono chiamati al tavolo uno per volta, firmarono delle carte e se ne poterono andare.

Ma mentre fuori già faceva buio, il suo turno non era ancora arrivato. Alla fine Anja era rimasta sola: e se fuori il buio era ormai pesto, dentro la stanza la lampada che penzolava dal soffitto faceva unronzio insopportabile. A un certo punto era entrato un poliziotto; le disse che avrebbe dovuto passare la notte in CiCì, che stava per “custodia cautelare”. Perché solo lei? Anja non se lo spiegava e provò a ribattere. L’altro disse che il suo capo d’accusa era più pesante e che sarebbe rimasta dentro fino al processo.

Da un materasso sul pavimento di una cella di custodia cautelare era difficile pensare che quella storia si sarebbe risolta presto e bene; ma in tribunale, dove tutto era pulito e in ordine e persino il bagno si chiudeva col chiavistello, la speranza nel lieto fine si era come rafforzata. Ragion per cui, quando il giudice l’aveva invitata a parlare, Anja quasi si era vergognata a insultarlo. E se lui mi vuole rilasciare e io me la prendo con un brav’uomo?, pensò. Il giudice ascoltò quello che aveva da dire e si ritirò una mezz’ora per deliberare; tornò dopo mezz’ora d’orologio, e con la faccia più inespugnabile e indecifrabile che ci fosse la dichiarò in arresto.

Seguì il tragitto verso “la circondariale”. Le due guardie che la scortavano avevano una gran smania di tornare a casa, dunque accesero sirena e lampeggiante per lasciarsi alle spalle il traffico di Mosca. A quella velocità e a sirena spiegata, Anja si sentiva un boss della malavita. Per sua sfortuna, anche quella parte della giornata durò troppo poco: fuori dal finestrino, le case schizzavano via veloci, e Anja pensava che anche gli orrendi tuguri chruščëviani avevano il loro sublime perché se erano l’ultima cosa che vedevi.

Alla circondariale si scoprì che la furia delle guardie era stata inutile: davanti ai cancelli c’era una lunga fila di auto della polizia piene.

L’attesa dilatò di nuovo il tempo. All’inizio le guardie scesero a fumare a turno. Poi insieme. Poi con loro scese anche Anja. Com’è ovvio cominciarono a parlare di politica, e il più vecchio le fece una bella tirata: con le loro manifestazioni non autorizzate, Anja e i suoi amici complicavano il lavoro della polizia. La tirata successiva fu per il sistema giudiziario: quegli stupidi comizi a lei costavano la prigione, è vero, ma a chi toccava scarrozzarcela? A lui. Dopodiché se la prese col governo, che rubava: il suo stipendio diminuiva a vista d’occhio, ma le manifestazioni da disperdere no.

Anja provò timidamente a far notare che tra ruberie e manifestazioni c’era un nesso diretto, ma l’altro non cercava un interlocutore. Continuò a inveire senza pietà contro il caos imperante, e arrivò a prendersela con il direttore della circondariale che li lasciava sotto lo schioppo del sole e che era il suo nemico più spietato e potente. E proprio mentre le vomitava addosso di tutto con il tacito assenso del collega, a un certo punto li avevano fatti entrare.

Anja era talmente stravolta dopo quella giornata di attesa, che quasi non vedeva l’ora di arrivare in cella. Ma non era ancora il momento. Quanto alla scorta, se l’era svignata immediatamente dopo averla lasciata in consegna ai colleghi della circondariale, che cominciarono subito a “registrarla”.

La procedura era macchinosa e caotica da fare spavento. Per cominciare sbudellarono la borsa che gli amici le avevano portato in tribunale. Neanche Anja sapeva cosa c’era dentro, dunque studiò con grande interesse ogni oggetto insieme agli agenti. Era persino divertente: sembrava quasi di tirar fuori i regali dal sacco di Nonno Gelo. Un paio di ciabatte di plastica e un pezzo di salame cotto non erano gran cosa, ma dopo quella giornataccia Anja si accontentava di poco.

Sventrarono e aprirono tutto, frugarono ovunque, le requisirono più o meno un terzo delle cose e altre le consigliarono di lasciarle in deposito per non portare subito tutto con sé. La borsa andava lasciata in deposito anche lei, perché la tracolla si staccava e rappresentava una “possibile minaccia”. Quale, in un primo momento Anja nemmeno lo capì, dunque chiese candidamente spiegazioni. L’agente robusto e guanciuto che secondo lei era il più alto in grado la guardò dalla fessura degli occhi e disse: «Ti ci puoi impiccare.»

Un brivido, e Anja decise che da quel momento avrebbe tenuto la bocca chiusa.

Oltre a borsa e tracolla risultarono proibiti un temperamatite (la lama!), un pacchetto di semi di girasole (sporcavano!), il balsamo per i capelli (opaco e perciò buon nascondiglio!), cuscino e coperta (nascondigli pure loro!), e molto altro di cui poteva giusto intuire la ragione del divieto. Tra l’altro, quando le intimarono di gettare via le arance, ubbidì, ma non senza provare a capire.

«Che cos’hanno, le arance?» chiese timidamente. «Ci puoi nascondere l’alcol.» «Che cosa?» aveva chiesto, sbalordita. «C’è chi ci inietta l’alcol con la siringa» spiegò stremato il guanciuto. «Niente frutta e verdura morbida. Solo mele, carote e cipolle. E ravanelli.» Quando ebbe infilato gli avanzi sparsi delle sue cose in un sacchetto, la portarono dal medico. La visitò in un bugigattolo a ridosso dell’ufficio delle guardie. Non c’era nessun altro, ma la telecamera a un angolo del soffitto lasciava intendere che la privacy era comunque un optional.

Il medico era una donna in carne neanche troppo vecchia e portava gli occhiali: sarebbe potuta sembrare gentile, se non fosse stato per lo sguardo di indicibile disprezzo che aveva stampato sulla faccia. La squadrò con sufficienza e spregio, quasi sapesse a priori che criminale incallita aveva davanti, e le ordinò di spogliarsi. «Del tutto?» domandò Anja, con un occhio alla telecamera. «Via la camicia e i jeans. Voltati. Ti hanno picchiata, al comando?» «Che cosa?!» «È un no, quindi… Cosa sono i lividi che hai lungo la spina dorsale?» Anja si contorse per provare a vederli, ma ovviamente non ci riuscì. «Quali lividi?» domandò, nervosa. «Saranno i segni del materasso…» «Il materasso non c’entra niente. E questo che hai sulla gamba?» «Ah, quello. Sono caduta dalla bici da poco.» «Dalla bici è caduta, questa… Reclami?»

«Nessuno!» esclamò pronta Anja. In quello stesso istante la dottoressa chiuse il registro con un colpo secco e andò verso la porta; anche di spalle, però, il suo disprezzo era lampante. Fu poi la volta delle impronte digitali. Lo “stampo delle dita”, come dicevano lì dentro. Le misero davanti un foglio A4 diviso a riquadri: quelli più piccoli erano per i polpastrelli, i due grandi per i palmi. Una poliziotta bionda di mezza età le strofinò sulle mani un apposito rullo impregnato di inchiostro nero lucido. «È inchiostro buono, viene via bene» fu svelta a dire, vedendo lo sguardo preoccupato di Anja. Non era chiaro se si vantasse o se volesse tranquillizzarla.

A procedura conclusa, quando Anja già pregustava la cella, il guanciuto tronfio sfilò l’ennesimo registro dallo scaffale. Le scappò un sospiro muto. L’altro si accasciò pesantemente sulla sedia, aprì il registro, squadrò Anja e chiese: «Facciamo l’elenco degli oggetti di valore?» «E facciamolo» acconsentì lei. «Quali sarebbero?» «Me lo deve dire lei. Il cellulare, di solito. Ce l’ha?» Annuì. «Me lo dia. Il passaporto dov’è? Ah, eccolo. C’è anche il tesserino della previdenza sociale, vedo: è una cosa di valore pure quello. Aggiungiamolo.» «Devo chiamare i testimoni?» chiese la poliziotta bionda.

Il guanciuto fece cenno di sì e cominciò a scrivere sul quaderno con una grafia precisa e riccioluta. La poliziotta uscì, scortata dal cigolio delle porte che si aprivano. Anja ne contò tre prima di sentirle dire: «Ragazze, con me a fare da testimoni, che ne è arrivata una nuova». Anja non capì la risposta, ma poco dopo in corridoio si sentì rumore di ciabatte: stavano arrivando in diverse. Anja si preparò. Come se le immaginava, le sue compagne di cella? Aveva in testa un misto di serie americane e cronaca nera russa, dunque la sua immaginazione le propose una via di mezzo fra una bella bionda atletica con la divisa arancione e una poveraccia brutta e sfatta col fazzoletto in testa. L’ansia cresceva con l’avvicinarsi dello sciabattare, e quando la prima sagoma svoltò l’angolo della porta Anja per poco non svenne: troppe emozioni.

Dietro la poliziotta entrarono altre due donne. Anja le squadrò e sentì qualcosa dentro che si spezzava e cadeva giù, spalancando un vuoto. 

Gli incredibili eventi della cella femminile N.3, Kyra Yarmish, Mondadori, 400 pagine, 20 euro

Il “Trono di spade” del potere russo, dalle trame contro Shojgu alla successione di Putin. Rosalba Castelletti su La Repubblica il 6 ottobre 2022. 

«Ben detto, Ramzan. Sei un grande». L’inusuale endorsement del capo dei mercenari Wagner Evgenij Prigozhin nei confronti del leader ceceno Ramzan Kadyrov non sarebbe stato casuale. E neppure i loro durissimi attacchi in simultanea contro l’esercito per la «ritirata su posizioni più vantaggiose» da Lyman. I due starebbero tramando per rovesciare il ministro della Difesa Serghej Shojgu e rimpiazzarlo con Aleksej Djumin, attuale governatore di Tula ed ex “guardia del corpo” di Vladimir Putin, nonché suo papabile successore. Un “gioco dei troni” tutt’altro che distopico che si intreccia con la corsa alla successione dello stesso leader del Cremlino che, alla vigilia del suo 70esimo compleanno, sta affrontando la sfida più seria in un quarto di secolo al potere. Quanto la macchinazione della strana coppia del ceceno e dello “chef” possa riuscire è da vedere.

Kadyrov e Prigozhin sono gli «uomini da tenere d’occhio», concordano diverse fonti russe, gli esponenti più radicali del cosiddetto “partito della guerra” che invoca l’escalation in Ucraina. Hanno tre cose in comune: dispongono di “eserciti privati”, devono tutto al presidente, e sono in lotta con Shojgu. Ramzan Kadyrov, 45 anni, è il “mastino di Putin”, il suo “soldato di fanteria”. Governa la Cecenia come un feudo. Gode di autonomia e fondi illimitati in cambio di stabilità nell’ex Repubblica ribelle. I suoi uomini, i kadyrovtsy, sono una milizia paramilitare al suo comando. Evgenij Prigozhin, 61 anni, invece, è l’uomo del lavoro sporco. Era un oscuro ristoratore dal passato criminale prima che il presidente decidesse di appaltargli il catering del Cremlino dopo una cena in un suo locale. Da qui il nomignolo di “chef di Putin”. E anche i contratti milionari che lo hanno portato a capo della “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo e della compagnia di mercenari Wagner. Per anni ne aveva smentito la paternità fino alla rivendicazione di qualche giorno fa seguita a un video in cui recluta prigionieri.

Quando la Difesa ha ammesso il «ritiro» da Lyman, Kadyrov e Prigozhin si sono lanciati in dure invettive contro l’esercito. E non era la prima volta. Una complicità segno di una combutta, stando ad Andrej Pertsev, analista di Carnegie Politika con ottime fonti al Cremlino. Entrambi hanno conti in sospeso con Shojgu. Lo scorso giugno la Difesa ha informato Kadyrov che creerà nuove formazioni militari in Cecenia che rispondano a Mosca, non più a lui. Mentre, secondo la newsletter The Bell, Shojgu ha tagliato i contratti di Prigozhin da 27 miliardi di rubli (452 milioni di euro) nel 2015 a poco più di un miliardo (1,6 milioni) e per di più è in ritardo coi pagamenti. Il duo avrebbe perciò cercato il consenso dell’ex pretoriano Aleksej Djumin, veterano delle Fso (il Servizio di protezione federale del presidente) ed ex viceministro della Difesa che avrebbe guidato le forze speciali durante l’annessione della Crimea prima di essere nominato governatore di Tula nel tentativo, si dice, di avvinarlo al popolo in vista di una futura successione al Cremlino. Secondo le fonti di Pertsev, Djumin aspirerebbe a tornare alla Difesa, ma al posto di Shojgu. E Kadyrov e Prigozhin non avrebbero altro che da guadagnarne. Djumin sarebbe anche un’assicurazione sul loro futuro. Se Putin davvero lo indicasse come suo delfino, il ceceno e lo chef continuerebbero a godere di favori anche nell’ipotesi di un avvicendamento al Cremlino.

Le probabilità che il cambio di poltrone riesca, mette in guardia Pertsev, tuttavia non sono molto alte, benché se ne discuta. Rimpiazzare Shojgu nel bel mezzo dell’offensiva vorrebbe dire ammettere i fallimenti sul campo. E Putin se ne guarda bene. Ieri tra l’altro il Cremlino ha promosso Kadyrov al grado di colonnello generale, terzo grado più alto nella gerarchia militare russa, ma ha preso le distanze da Prigozhin. È «soltanto un cittadino russo», ha detto il portavoce Dmitrij Peskov. E Putin ha approfittato di un video-incontro con un gruppo d’insegnanti