Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

QUINDICESIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

 Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

L’ACCOGLIENZA

QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

Estratto di “Ucraina. la vera storia”, di Nicolai Lilin (ed. Piemme), pubblicato da “Libero quotidiano” il 15 novembre 2022.

Penso di non sbagliare troppo quando affermo che l'Ucraina era apparsa nel raggio visivo dell'italiano medio, attirandone l'attenzione, quando nel 1995 su diversi canali in tv girò la pubblicità del Corriere della Sera per vendere l'atlante allegato con il giornale. In questo spot un cosmonauta russo atterrando in una campagna dell'Est Europa salutava con felicità la propria patria urlando a squarciagola «Madre Russia!», mentre una contadina impegnata nel proprio orto rispondeva a lui con una certa aria d'insolenza: «Ma quale Russia?! Questa è l'Ucraina!».

Tolti quelli che coltivavano un interesse personale per il paese, l'opinione pubblica occidentale fino all'invasione da parte della Russia di Putin avvenuta il 24 febbraio 2022 non si preoccupava affatto dell'Ucraina. Prima la gran parte degli occidentali avrebbe fatto fatica a indicare persino la collocazione geografica dell'Ucraina, senza parlare delle conoscenze più approfondite legate agli aspetti storici oppure politici di questo paese.

Questo è uno dei grossi problemi di molti cittadini occidentali, la costante rivendicazione del diritto all'ignoranza come viatico per la conquista del benessere economico: un elemento che denota una inconscia mentalità colonialista di stampo anglosassone.

La maggioranza degli italiani, così come la gran parte degli occidentali, disconoscevano i processi politici, economici, culturali e sociali che si susseguivano in Ucraina, e che avevano trasformato quel paese giorno dopo giorno in un territorio cuscinetto votato allo scontro tra la Russia di Vladimir Putin, con le proprie mire geopolitiche, revanscista e desiderosa di prendere il proprio posto tra i paesi leader del pianeta, e i paesi facenti parte del blocco Nato, tra i quali, in primis, la grande egemonia militare statunitense e poi quella britannica. 

Gli osservatori più attenti avevano previsto già nel 2014, subito dopo il colpo di stato avvenuto in Ucraina, finanziato dagli Usa e curato dai loro servizi segreti e dai loro collaboratori esterni, l'inizio di una spirale di violenza tra la Russia e l'Occidente. Io stesso avevo fatto luce su quel possibile scenario, insieme al compianto amico Giulietto Chiesa, durante una serie di interventi pubblici, nel lontano 2015. 

Già all'epoca parlavamo apertamente degli interessi statunitensi di interrompere la fornitura del gas russo ai paesi dell'Ue. Su YouTube si trovano i filmati delle nostre conferenze. 

Ora nel 2022, dopo otto anni dalla loro pubblicazione sul canale, vengono ripresi e ripubblicati da una moltitudine di gente che si meraviglia delle nostre capacità profetiche.

Curioso che molti di quelli che attualmente ci trattano come una sorta di profeti (di sventura) sono gli stessi che neanche un anno fa ci davano dei complottisti solo perché affermavamo che ci sarebbe stata una guerra tra la Nato e la Russia sul suolo ucraino.

Tutto questo ai più suonava come fantapolitica. Molti cittadini non si informano a dovere quando prendono posizione. Ne consegue, in assenza di un'informazione corretta, esaustiva e obiettiva, che l'opinione pubblica perda la capacità di analizzare con logica gli avvenimenti. 

Esiste, purtroppo, una dinamica da tifoseria calcistica, che prende posto nelle trincee ideologiche, pilotata dai diretti interessati per manipolare opinioni, riflessioni e posizioni, promuovendo così i propri obiettivi politici ed economici.

Per questo motivo sulla questione ucraina qui in Occidente è stato creato un mito propagandistico mai visto prima, che rinnega la storia dell'Ucraina, rappresentando gli eventi in modo palesemente univoco, addirittura negando l'esistenza dell'ideologia nazista integrata nel sistema statale ucraino, cancellando dalla storiografia i brutali crimini compiuti dai nazisti ucraini ai danni degli oppositori di sinistra.

Nella guerra di propaganda e informazioni ripetute ce n'è una che riguarda la presunta "natura democratica" dell'Ucraina, che viene dipinta come una sorta di baluardo della civiltà, in contrapposizione all'autoritarismo dittatoriale della Russia putiniana che minaccia ogni libertà civile, culturale e politica. 

Per la stragrande maggioranza degli occidentali le elezioni apparentemente libere, vale a dire pilotate dagli oligarchi schierati con la politica statunitense, nelle quali risulta vincitore un personaggio come Volodymyr Zelens' kyj, che fino a ieri si esibiva in svariati show e serie televisive, anche in qualità di attore comico, mentre oggi pretende con arroganza i soldi dagli occidentali per la guerra sanguinosa che ha già distrutto il paese da lui governato, bastano (a torto) per definire l'Ucraina un paese democratico.

Le elezioni svoltesi nel paese dal 2014 sono accompagnate da una guerra fratricida, nella quale il governo centrale, contestato da una parte delle regioni (guarda caso quelle più ricche e industriali), massacra queste ultime utilizzando le milizie neonaziste, armate, addestrate e sostenute dalla Nato, e ultimamente persino integrate ufficialmente all'interno dell'esercito regolare, sotto il vessillo dei simboli risalenti al Terzo Reich, come ad esempio il simbolo del famigerato battaglione Azov, un covo di nazisti della peggior specie, che si sono macchiati dei crimini più atroci contro la popolazione civile ucraina, e che come simbolo di riconoscimento usano la runa nordica wolfsangel, la stessa che usarono i militari della seconda divisione panzer delle SS, "Das Reich".

Lo stesso presidente ucraino Zelens' kyj, nonostante sia di origini ebraiche, si è fatto più volte riprendere dai giornalisti, mentre orgoglioso indossava la maglietta che rappresentava questo simbolo infame, risalente a quei nazisti che in Ucraina durante la Seconda guerra mondiale hanno fatto strage del popolo ebraico e di altri popoli. 

Oltre a glorificare i simboli nazisti, ha partecipato a una diretta televisiva nel tentativo di riabilitare moralmente e storicamente il leader dei nazisti ucraini Stepan Bandera, collaboratore di Hitler che amava fotografarsi con addosso l'uniforme delle SS e che ha guidato le frange più violente del nazismo ucraino durante la Seconda guerra mondiale.

Quando mi parlano della democrazia in Ucraina, io rispondo che il regime autoritario di Putin al confronto è mille volte più democratico, e la mia non è una provocazione, ma un'opinione formata e fondata su fatti concreti. A differenza dell'Ucraina, in Russia non sono proibiti i partiti di sinistra. Mentre il "democratico" Zelens' kyj, con una legge ad hoc ha bandito tutti i partiti d'opposizione, come farebbe un perfetto dittatore.

In Russia non viene glorificato e legittimato il nazismo a livello statale, mentre l'Ucraina sguazza nella propaganda nazista della peggior specie, a partire dai bambini ai quali nelle scuole e nei campeggi estivi insegnano fare il saluto romano e l'esercito, pieno zeppo di nazisti convinti, che portano sulle loro uniformi simboli nazisti ufficializzati dal governo. 

Gli occhi del mondo. Così la forza della verità ha sbriciolato la propaganda russa. Matteo Castellucci su L’Inkiesta il 14 Novembre 2022.

La giornalista ucraina Tanya Kozyreva, finalista al Pulitzer, racconta otto mesi del conflitto. Le storie strazianti dei bambini intrappolanti nella guerra, la missione di testimoniarla e l’orgoglio dei reporter che lottano per la democrazia dal 2010

Dicevano che Kyjiv sarebbe caduta in tre giorni, è ancora lì. L’Ucraina ha dimostrato a Vladimir Putin e agli altri tiranni che non puoi restare impunito quando hai addosso puntati gli occhi del mondo. Le fotografie dal Paese, quelle delle atrocità degli occupanti come quelle festanti dei villaggi liberati, documentate dai giornalisti o da semplici cittadini, hanno disintegrato come un Javelin la propaganda corazzata russa. Sproloquiavamo di «info war»: il Cremlino l’ha persa il primo giorno, come perderà la guerra. La giornalista ucraina Tanya Kozyreva racconta a Linkiesta i suoi mesi a coprire il conflitto.

Finalista al Pulitzer nel 2021 quando lavorava a BuzzFeed e menzione speciale quest’anno come i suoi colleghi ucraini, Kozyreva ha ricevuto una Nieman Fellowship ad Harvard. Negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato hanno fatto temere che si incrinasse la linea pro Ucraina, ma la «marea rossa» agognata dai trumpiani non c’è stata. I diritti da difendere, su tutti quello di abortire, hanno mobilitato l’elettorato dem. Oltre alla democrazia di cui ha parlato Barack Obama, una visione divisiva dell’economia ha portato Kyjiv sulle schede.

«Molti repubblicani incolpano Joe Biden per l’inflazione, ma non capiscono chi l’ha causata e perché – spiega la giornalista –. Non gli interessa chi ha cominciato la guerra in Ucraina e attaccano il presidente per il supporto a Kyjiv. La politica americana è molto polarizzata, alle Midterm c’è stato un testa a testa. Molti erano preoccupati, ma il Dipartimento di Stato ha rassicurato che il sostegno all’Ucraina resterà bilaterale, anche se numerosi repubblicani l’hanno strumentalizzato».

Come in Europa, per non citare l’Italia delle interviste esclusive a Lavrov e delle dissonanze cognitive dei finti pacifisti, anche in America c’è chi ha speculato per mistificare una questione che non può essere più semplice di così: ci sono un invasore e un invaso. Perché? «L’influenza del denaro russo è enorme. Persino qui a Boston c’è un oligarca russo. Si chiama Len Blavatnik. È originario dell’Ucraina, ma ha legami con Vladimir Putin. Noi lo consideriamo russo perché i suoi soldi, i suoi investimenti e la sua visione politica sono russi, ma qui in America non fanno questa distinzione. Pensano sia un oligarca ucraino e così può promuovere il suo programma, che è totalmente pro Russia».

La settimana scorsa è stato confermato che i canali diplomatici tra Washington e il Cremlino sono rimasti aperti. L’amministrazione Biden, in forma privata, ha fatto pressioni su Volodymyr Zelensky perché si mostri disponibile a una trattativa. «Non dipende dall’Ucraina quando i negoziati di pace cominceranno, ma alla Russia – ricorda Kozyreva –. Non dovete convincere gli ucraini, sta a Putin decidere quando vorrà trattare, ma non mi sembra molto proattivo, non offre incontri a Zelensky né ritira le sue truppe, almeno non completamente».

Mantenere in vita il dialogo, però, può avere una valenza. «I contatti diplomatici si tagliano solo in situazioni estreme, come una guerra. Come hanno fatto i russi, quando hanno lasciato le ambasciate in Ucraina. Per uno Stato non coinvolto nel conflitto, penso che mantenere relazioni diplomatiche possa servire a cercare una soluzione. Anche perché è molto difficile capire quali siano le vere richieste della Russia. Quelle di prima della guerra erano false. Volevano il ritiro delle forze Nato dall’Est Europa, ma come si faceva a chiedere all’Ucraina qualcosa che non poteva decidere lei? In quel periodo, un ingresso della Nato non era neppure all’ordine del giorno».

Nel frattempo, è arrivata la liberazione di Kherson. Secondo la giornalista, va letta con cautela: «Una settimana fa Putin ha menzionato specificamente che la popolazione della provincia doveva andarsene perché sarebbe diventata “una delle zone di conflitto più pericolose”. Ora l’intelligence americana svela che prepara i sottomarini con testate nucleari a un test. Putin non parla mai di civili, ma in base alle leggi internazionali vanno avvisati quando rischiano di essere coinvolti. È solo una mia teoria: spero che la Russia non usi mai la bomba atomica o qualsiasi altra arma vietata, anche chimica, ma ho trovato preoccupante che la notizia dei sommergibili uscisse negli stessi giorni della ritirata da Kherson».

Da gennaio ad agosto Kozyreva ha lavorato come giornalista nel suo Paese. Ha cominciato a gennaio, prima dell’invasione, perché in autunno c’era stato un leak dei servizi segreti americani. Andava nelle regioni di confine a chiedere agli abitanti se fossero preoccupati, se il governo locale li avesse avvisati. «La gente non era pronta, non concepiva nemmeno l’idea di una guerra. È stato orribile perché, quand’è cominciata, molti avevano sottovalutato la minaccia, come molti politici e lo stesso Zelensky. La gente era disorientata, non sapeva cosa fare o dove andare. Completamente persa. Ricordo gli scaffali vuoti nei negozi, quei primi giorni a Kyjiv. I media internazionali dicevano che avremmo resistito solo per tre giorni, ma dopo nove mesi siamo ancora qui».

Poi Leopoli, con milioni di persone in coda verso la frontiera, per fuggire in Europa, e il traffico immenso, giù fino a Dnipro, lungo una nazione intera. La tappa successiva è Odessa. Il dramma di un orfanotrofio che non può evacuare i suoi ospiti disabili. Non ci sono più autobus, figuriamoci le ambulanze. A Mykolaïv ha visto i crateri delle esplosioni nella periferia della città. E le pile di cadaveri, non tutti soldati. «La madre di uno di loro si è presentata per identificare il figlio e, quando lo ha trovato, ha cominciato a urlare».

La fuga in massa da Dnipro. A Mariupol’ i bombardamenti cominciano mentre fanno interviste. A Zaporizhia incontra la storia più dura. «In un ospedale pediatrico, ho visto con i miei occhi i bambini che avevano sofferto per la guerra. Mi ha colpito una ragazzina. Milena. Stava sfollando con la sua famiglia, a un checkpoint i russi hanno iniziato a sparare. Un proiettile l’ha colpita sulla mandibola. Era in condizioni terribili. Mentre eravamo lì, penso che per un secondo sia finito l’effetto dei sedativi. Ha aperto gli occhi e ha cominciato a soffocare. È stato straziante, ho pensato sarebbe morta. Due mesi dopo, i medici ci hanno detto che stava meglio. Ha una grande cicatrice sul volto, ma sta bene, più o meno».

Kozyreva è stata anche in Donbas, ha girato tutta l’Ucraina. Una costante, di tutti i conflitti: «Le storie dei bambini sono quelle che mi hanno segnato di più. Ho parlato con molti altri reporter di guerra, che sono stati in Afghanistan e così via. Quasi tutti sono d’accordo con me: sono le storie più difficili da raccontare per noi giornalisti. Quando scoppia un conflitto, gli adulti possono scegliere se arruolarsi, fare volontariato, evacuare, ma i bambini non hanno scelta. Sono intrappolati nella guerra».

“Opinione pubblica” è un’espressione abusata. Ma i volti di quei bambini, quelli dei cittadini trucidati per strada, le aberrazioni di Bucha e Irpin’, la scia di stupri, esecuzioni sommarie e di orrori lasciata dietro di sé dalle truppe di occupazione, sono indelebili nella retina degli spettatori di tutto il mondo. Non hanno retto un secondo le falsificazioni del Cremlino, che mente sapendo di farlo, fa il tiro al bersaglio sugli obiettivi civili e si è macchiato dei più indicibili crimini contro l’umanità dalla Seconda guerra mondiale.

«Dico sempre che è sufficiente raccontare la verità, non serve nessun tipo di propaganda. Per l’Ucraina basta questo. Quando a migliaia fuggono da Mariupol’ e rilasciano la stessa testimonianza, non ti serve essere là per capire quanto sia grave la situazione. È impossibile fabbricare immagini o mentire, come puoi convincere migliaia di persone della stessa cosa? Numerosi giornalisti internazionali sono venuti qui, i media hanno investito molte risorse, e hanno raccontato le atrocità. È stato cruciale per il sostegno finanziario e militare anche dei governi inizialmente riluttanti. La Russia e le altre dittature devono ancora capirlo: non puoi fare quello che vuoi quando è l’intero mondo a guardarti».

Le falle nel regime di Putin. Crepe nella propaganda russa sulla guerra, l’ex ufficiale e deputato Kartapolov si ribella: “Basta bugie, nostra gente non è stupida”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 5 Ottobre 2022 

Un secondo esponente del Parlamento russo prende ufficialmente posizione contro la propaganda del Cremlino e del ministero della Difesa sull’andamento del conflitto in Ucraina. Si tratta di Andrey Kartapolov, presidente della Commissione Difesa della Duma, la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa, ma soprattutto ex viceministro della Difesa dal 2018 al 2021, che ha esortato i vertici militari del Paese a dire la verità ai cittadini, già chiamati alle armi nei giorni scorsi con la “mobilitazione parziale” voluta dal Cremlino, sugli sviluppi sul terreno dell’invasione in Ucraina.

“Dobbiamo smetterla di mentire sulla situazione al fronte, il nemico è sulla nostra terra. Tutti i villaggi di confine della regione di Belgorod (territorio russo al confine con l’Ucraina, ndr) sono praticamente distrutti. Lo apprendiamo da chiunque, dai governatori e dai corrispondenti militari. Ma i rapporti del ministero della Difesa non cambiano. La gente lo sa. La nostra gente non è stupida e vede che non vogliono dirle nemmeno una parte della verità: ciò può portare a una perdita di credibilità”, ha detto Kartapolov.

Come noto dai report delle intelligence occidentali, le truppe ucraine da settimane ormai stanno continuando una lenta ma costante avanzata nei territori occupati fino a poco tempo fa dall’esercito russo, in particolare lungo il nord-orientale e meridionale del Paese, in quelle Regioni passate sotto il controllo del Cremlino con i referendum farsa di annessione alla Federazione Russa.

Quella di Kartapolov non è l’unica uscita di questo tipo da parte di deputati russi. Nei giorni scorsi parole simili erano state pronunciate dal ‘collega’ Andrey Gurulyov, ex vice comandante del distretto militare meridionale della Russia, che parlando ad una tv russa aveva definito una “mistificazione della realtà” quella in corso in Russia sull’andamento del conflitto in Ucraina, in particolare sulla propaganda del Cremlino sulla città di Lyman, riconquistata dalle truppe di Kiev. Proprio mentre denunciava questo sistema di bugie, Gurulyov era stato disconnesso dalla trasmissione televisiva.

Non solo. Nella giornata di martedì, durante il briefing giornaliero del ministero della Difesa di Mosca sulla “operazione militare speciale”, è stata inavvertitamente mostrata una mappa che mostrava le reali perdite territoriali subite dalle truppe russe nella regione ucraina di Kherson, ‘tecnicamente’ annessa dalla Federazione con il referendum.

L’uscita di Kartapolov arriva proprio nel giorno in cui il presidente russo Vladimir Putin ha firmato le quattro leggi che ratificano la l’annessione alla Federazione Russa delle regioni ucraine occupate di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson. Il testo, citato dall’agenzia Tass, recita: “I confini dei nuovi soggetti della Federazione, come risulta dai trattati, saranno determinati dai confini che esistevano il giorno della loro formazione e accettazione nella Federazione Russa. Fino all’elezione dei capi delle nuove regioni saranno guidate da funzionari temporanei ad interim nominati da Putin. Le forze russe non controllano pienamente nessuna delle quattro aree”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Marco Imarisio per corriere.it il 3 ottobre 2022.

«Buongiorno Russia! Subito un po’ di musica per affrontare con il sorriso questi tempi così difficili». Se lo dice anche la Nostra Radio, l’emittente che si rivolge a una platea matura proponendo solo vecchi successi degli anni Settanta-Ottanta, allora è vero. Le cose non stanno andando bene. E nel muro innalzato dalla propaganda dei media di Stato a separare la realtà dalla sua rappresentazione trionfale, si intravede qualche crepa. 

I celebri talk show televisivi, il più potente megafono a disposizione del Cremlino, vanno avanti come se nulla fosse. Con qualche notevole eccezione. Ieri era domenica, quindi c’erano tutti. Sul Primo Canale suonava la marcia trionfale del corrispondente di guerra Dmitry Kulko. «La linea del fronte sta diventando un enorme cimitero di soldati ucraini». Su NTV, Anatoly Mayorov sposava in modo neutro la versione data pochi giorni fa dal ministero della Difesa. «È in atto una ritirata, ma solo per evitare l’accerchiamento».

La sorpresa è arrivata da Rossiya 1, dove Dmitry Kiselyov, che insieme Vladimir Solovyov, ormai famoso anche dalle nostre parti, è il conduttore russo più popolare e più zelante, ha ammesso che nel Donbass «la situazione sta diventando molto difficile». 

Il suo inviato in Ucraina ha avuto l’ardire di aggiungere che le forze armate russe stanno costruendo nuove linee «di difesa» per impedire all’esercito ucraino di «costruire sui successi raggiunti finora». 

Le crepe si vedono meglio leggendo i giornali.

È appena il caso di ricordare che dallo scorso 24 febbraio, il concetto di stampa indipendente è quasi del tutto svanito. Nezavisimaya Gazeta, il quotidiano fondato nel 1999 dell’oligarca poi caduto in disgrazia Boris Berezovkij, scrive in prima pagina che «la resa di Lyman sta diventando un problema politico». 

E questo costituisce senz’altro una novità. È un problema, «perché ha causato una nuova ondata di critiche allo Stato maggiore e ai vertici dell’esercito non solo dagli esperti ma anche da parte di molti esponenti politici. Non è chiaro come reagirà il Cremlino, e se farà dei cambiamenti».

Ci sono nomi e cognomi dei principali critici, e anche questo rappresenta un inedito. Vengono citati il leader ceceno Ramzan Kadyrov, e il capo della Brigata Wagner Evgenij Prigozhin, che si dichiarano molto scontenti del Capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov e vorrebbero l’introduzione della legge marziale nelle aree di confine, oltre all’uso delle armi nucleari tattiche. 

Anche la Komsomolskaya Pravda, uno dei giornali più vicini al Cremlino, riporta le dichiarazioni dei due «dissidenti», senza alcun commento. Ma in alcuni passaggi ammette che «adesso il nemico cercherà di trarre vantaggio dai propri successi».

«Banda di idioti». Ieri proprio Solovyev, più furente del solito, se l’è presa con la burocrazia del suo Paese, che a suo dire impedisce un corretto rifornimento di armi e risorse al fronte. 

Anche il suo rivale Kiselyov ha dato la colpa alla farraginosità delle gerarchie militari, «un residuo dell’Urss», sposando così in qualche modo le tesi di Kadyrov e Prighozin. 

Sia nei talk show che sui giornali, questa presa di coscienza delle difficoltà si traduce in una ulteriore colata di retorica antioccidentale e anti Nato, condita dai consueti insulti.

Quello che manca è qualunque accenno di critica ai vertici, insomma al Cremlino. Vladimir Putin viene citato nei titoli con le frasi del suo discorso sull’annessione delle quattro regioni ucraine. «Sono nostri cittadini e lo saranno per sempre». «Non vogliono una Russia libera e forte. Noi invece la vogliamo». 

Cercasi con urgenza un capro espiatorio, per fare fronte all’irruzione della realtà. Ma comunque, anche questo risveglio è un inizio. O un segno dei tempi.

 “Basta vomitare propaganda sulle sanzioni. Ecco i dati nascosti da Putin”. Martina Piumatti su Il Giornale il 23 settembre 2022. 

Minaccia di usare l’atomica ma per combattere ruba i chip dai frogoriferi. Anche l’ultima escalation impressa da Vladimir Putin si ridimensiona parecchio davanti ai dati (secretati) sugli effetti disastrosi delle sanzioni sull’economia russa. “Se a lungo termine Pil, export e salari in picchiata trascineranno la Russia verso la catastrofe economica, - ci spiega Jeffrey Sonnenfeld, il professore della Yale School of Management autore del report sull’impatto choc delle sanzioni sull’economia russa - la difficoltà a reperire componenti militari ne sta già minando la tenuta di fronte alla riscossa ucraina. E la mobilitazione militare parziale annunciata dallo zar è solo la conferma di quanto sia disperato”. 

Putin ha detto: “Non abbiamo perso e non perderemo a causa delle sanzioni”. Sta bluffando?

“Se c'è qualcosa che dovremmo aver imparato, è non prendere mai per oro colato ciò che Putin dice. Dire che l'economia russa non ha perso nulla è una bluff tale che non ci crederebbero nemmeno i suoi più accaniti sostenitori in Russia. Gli effetti delle sanzioni sono chiari e visibili: l'inflazione è alle stelle, la disoccupazione è in aumento, la produzione industriale va a rilento, i centri commerciali sono pieni di negozi chiusi e Putin è stato costretto a secretare i dati economici e le statistiche sull’andamento del reddito. In più anche le esportazioni di greggio via mare di settembre sono precipitate e le stime per ottobre fanno presagire un ulteriore colpo alle entrate di Mosca”.

Secondo un documento segreto del governo russo, reso noto da Bloomberg, la decrescita del Pil sarebbe “grave”.

“Era ora che anche in Russia si rendessero conto della situazione disastrosa invece di vomitare la solita propaganda. Dal Fondo monetario internazionale ci hanno riferito che a breve ridurranno drasticamente le previsioni del Pil russo per i prossimi trimestri. Gli effetti della ritirata in massa delle imprese straniere e delle sanzioni hanno impattato su ogni leva produttiva. E la mobilitazione militare parziale, con cui Putin ha ufficialmente cominciato a preparare il suo paese alla guerra, è la conferma e il segno tangibile di quanto sia disperato”.

Però con il ricatto del gas Putin sta stritolando l’Europa.

“La guerra del gas voluta da Putin si sta rivelando un disastroso e autodistruttivo errore di calcolo. L’unico obiettivo era distruggere l'unità europea, che invece ha retto alle minacce e la Russia ha perso il suo più importante acquirente. Il mercato europeo costituiva l'89% delle esportazioni totali di gas, mentre l'Europa è arrivata a un massimo di dipendenza del 43%. Nonostante la fiducia di Putin nel "pivot verso est", è impossibile reindirizzare le esportazioni di gas verso l'Asia, dal momento che il gas russo è per il 90% condutturato, non liquefatto. Con un solo gasdotto che collega la Russia alla Cina - che ha 1/10 della capacità del sistema europeo di gasdotti - Mosca vedrà i suoi profitti ridursi drasticamente. In più Putin sta scoprendo che l’amicizia "senza limiti" con Xi Jinping ha parecchi limiti. Non solo Pechino è riluttante a finanziare nuovi gasdotti, ma inviando il proprio Gnl in eccedenza in Europa depotenzia in parte il ricatto dello zar”.

Cosa servirebbe per sgonfiare definitivamente il ricatto del Cremlino?

“Il tetto al prezzo del petrolio è già un duro colpo. La Russia è il produttore di petrolio più inefficiente del mondo, tanto che, vendendolo a prezzi ultrascontati a India, Cina e Indonesia, riesce a malapena a pareggiare i costi. Le stime del Dipartimento del Tesoro e del Dipartimento di Stato usa, in merito alla proposta del G7 sul tetto al prezzo del petrolio, prevedono una contrazione ulteriore delle entrate russe non in grado di intaccare la stabilità del mercato globale”.

Molti critici delle sanzioni sostengono che Mosca sarà in grado di fare a meno del mercato europeo.

“È ridicolo. Oltre al gas, la Cina e l'India stanno già acquistando maggiori volumi di petrolio dalla Russia, ma più di tanto non possono comprare. Entrambi hanno gli stoccaggi pieni e devono ritirare gli acquisti. L'unica speranza per Putin è trovare un modo per far bere olio al suo popolo. Può continuare a vendere fiumi di petrolio a Cina e India, ma con il price cap ricaverà pochi centesimi per barile, mentre le spese per la guerra e per tamponare il collasso economico continueranno a crescere”.

​Allora si può dire che è la Russia a dipendere dall'Europa e non viceversa?

“La Russia ha bisogno di vendere le sue materie prime - carburante e cibo - al mercato globale, ma nessuno ha bisogno di ciò che la Russia vende. È una sorta di stato vassallo con solo materia prima senza valore aggiunto. Rappresenta meno del 7% del mercato energetico mondiale, ma per Mosca l’export di energia rappresenta il 65%. Prima della guerra vendeva l'89% del gas all'Ue, che ora compra soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Norvegia con il gas russo ormai ridotto a meno del 10% del totale. Tra sei settimane in Europa scatterà l’embargo del petrolio grezzo e dopo altre sei dei prodotti petroliferi raffinati provenienti via nave dalla Russia. Ma l’India nonostante i prezzi stracciati non potrà più acquistare il petrolio russo, perché avrà gli stoccaggi pieni”.

Le sanzioni pesano anche sulle difficoltà militari della Russia in Ucraina?

“Certo. Come emerso dai rapporti dei militari ucraini, all’interno delle armi russe recuperate sul campo sono stati trovati addirittura semiconduttori presi dai frigoriferi, segno di quanto sia disperata la Russia e di come ormai non riesca ad assicurarsi nemmeno i componenti essenziali. La Cina ha tagliato le esportazioni di oltre il 50% e Mosca ha dovuto ripiegare su forniture militari scadenti provenienti dall'Iran e dalla Corea del Nord. Questo significa che Putin è alla canna del gas ”.

Perché la storia del pensionato che ha abbattuto un Sukhoi russo non regge. Paolo Mauri il 7 Settembre 2022 su Inside Over.

La stampa italiana ha rilanciato la notizia, diffusa originariamente dal quotidiano britannico Daily Mail, secondo la quale il governo Kiev ha consegnato una medaglia a un pensionato ucraino che, lo scorso marzo, avrebbe abbattuto un cacciabombardiere russo tipo Sukhoi Su-34 colpendolo col suo fucile da caccia.

Valeriy Fedorovych, questo è il nome del “cecchino” ucraino, è stato premiato lo scorso 22 agosto dalle guardie di frontiera ucraine per la sua impresa compiuta nei dintorni di Chernihiv, in una fase del conflitto in cui le forze aerospaziali russe (le Vks – Vozdushno-Kosmicheskiye Sily) erano impegnate attivamente nel sostegno all’avanzata terrestre lungo il fronte settentrionale, poi abbandonato dalle forze di Mosca per concentrarsi sul Donbass e nel settore meridionale.

Il pensionato ucraino, in un video mostrato dalla propaganda di Kiev, mostra orgogliosamente anche alcuni detriti del Su-34 insieme al fucile che avrebbe usato per abbatterlo, e il Daily Mail non esita a definire la storia come una delle tante di “straordinario eroismo” da parte dei civili ucraini davanti “alla barbarica invasione di Putin”.

La storia, a nostro giudizio, è stata inventata per scopi propagandistici in un momento in cui l’esercito ucraino si trova impegnato in un’operazione nel fronte meridionale che sta incontrando molta resistenza, nell’attesa di sferrare quella che sarà la vera e propria controffensiva.

Una storia che, probabilmente, serve per il morale delle truppe (che risulta essere comunque abbastanza alto) e dei civili, questi ultimi prostrati ormai da più di sei mesi di conflitto. Una storia, però, che fa acqua da tutte le parti e per affermarlo basta guardare ai dati tecnici del Su-34 insieme al particolare profilo di volo che si tiene durante una missione di attacco terrestre.

Il Su-34, chiamato “Fullback” in codice Nato, è un velivolo progettato per l’attacco al suolo derivato dal Su-27. Il caccia può raggiungere la velocità di 1900 km/h ad alte quote e di 1300 al livello del mare, con un raggio d’azione di 4mila chilometri. Oltre ad avere la possibilità di utilizzare diversi carichi bellici, per un peso complessivo di circa 12 tonnellate, ha una cabina di pilotaggio che dispone di una corazza in titanio (alcune fonti parlano di 17 millimetri di spessore) pesante 1,48 tonnellate dalla caratteristica disposizione a due posti affiancati in un ambiente totalmente pressurizzato (pertanto i piloti non sono costretti ad indossare maschere durante tutto il volo). Altra peculiarità, che ci serve a capire le dimensioni del velivolo, è la possibilità per l’equipaggio di alzarsi dalle postazioni di volo per andare in “bagno” o in una piccola “cucina“, comodità presenti solo in velivoli più grandi. Il Su-34, infatti, conserva ben poco del Su-27 da cui deriva: sebbene le linee generali lo ricordino molto, il Fullback è più grande misurando 23,3 metri di lunghezza per 14,7 di apertura alare, e con un’altezza complessiva di 6,09 metri.

Il caccia è pensato per attaccare bersagli terrestri e navali a bassa quota, e pertanto, oltre a una suite elettronica particolare in grado di effettuare il jamming dei sistemi di difesa avversari, è pensato per resistere al fuoco di armi leggere. Grazie al suo particolare carrello, con gli elementi principali dotati di due ruote in tandem ciascuno, e alla struttura rinforzata è in grado di operare da basi “austere” e da piste semipreparate, secondo la classica dottrina sovietica di impiego dei caccia da attacco al suolo.

Si ritiene che le Vks dispongano tra i 100 e i 120 Su-34, anche se il conflitto in Ucraina ha ridotto il numero totale a causa degli abbattimenti subiti, però, dai sistemi missilistici antiaerei ucraini, compresi quelli spalleggiabili forniti dall’Occidente come gli Stinger. Diverso è affermare di poter abbattere un cacciabombardiere che vola a poche decine di metri dal suolo per sfuggire ai missili avversari e prossimo alla sua velocità massima con un fucile da caccia. Oltre ai problemi di gittata efficace, che nel caso di alcune carabine può arrivare a poco meno di un paio di centinaia di metri, viene da chiedersi come abbia potuto effettuare il puntamento, stante appunto le caratteristiche di volo già espresse. Ci risulta anche difficile pensare che un singolo colpo di fucile, qualora per un caso estremamente fortunato il pensionato fosse riuscito a colpire il caccia, abbia potuto causare un danno di tale entità da causare la perdita del velivolo, che come abbiamo visto è nato per l’attacco al suolo quindi pensato per resistere a uno degli ambienti di combattimento più duri, se pur con caratteristiche di sopravvivenza non paragonabili a quelle del vetusto A-10 statunitense.

Molto probabilmente i rottami raccolti da Fedorovych sono quelli di uno dei Su-34 abbattuti dal tiro contraereo dell’esercito ucraino, e l’anziano cacciatore ci ha ricamato sopra una storia che il governo ucraino ha deciso di sfruttare a livello propagandistico al pari delle voci circolate sul “Fantasma di Kiev”, il fantomatico pilota da caccia che avrebbe abbattuto “decine” di aerei russi nelle prime fasi del conflitto. Ci sentiamo di affermare che l’unica cosa vera in tutta questa storia, oltre ai detriti del Su-34, è la medaglia ricevuta da Fedorovych: testimonianza in questo caso, più che dello spirito combattivo della popolazione civile comunque evidenziato da episodi di ben altra natura, di una propaganda che sta assumendo sfumature alquanto parossistiche.

Cosa replicare a un vecchio amico? Sulla guerra in Ucraina esiste una sola verità (e non è un bene). Ormai sui giornali neppure il principio di far sentire ‘le due campane’ viene rispettato. Dino Cofrancesco su Nicolaporro.it il 6 Settembre 2022.

Un vecchio amico—forse uno dei migliori storici contemporaneisti della sua generazione—mi dice: “C’è un solo modo per porre fine alla guerra russo-ucraina, fare pressioni su Mosca e su Kiev, perché accettino l’annessione della Crimea (un errore di Kruscev, come riconosciuto da Gorbachev) e un referendum nelle regioni contese del Donbass, sotto il vigile controllo dell’Onu, per chiedere alle popolazioni se intendono far parte dell’Ucraina o della Federazione russa”.

“L’alternativa è la prosecuzione di una guerra che sprofonderà l’Europa—e soprattutto l’Italia—nella peggiore crisi economica della sua storia, cementerà l’alleanza tra Mosca e Pechino, alla quale si aggiungerà Nuova Delhi, farà dell’Asia un dominion cinese (tranne il Giappone e Taiwan, difficile da difendere da un’invasione decisa da Xi) e ridurrà l’Europa, de facto, a una colonia degli Stati Uniti, che sono quelli che—con buona pace di Federico Rampini, divenuto Texas Ranger—hanno meno da perdere dal conflitto in corso. Gli intellettuali con l’elmetto—quelli che oggi sono con l’America, malata, di Biden e di Trump e che ieri erano avversari irriducibili dell’America, sana, di Eisenhower e di Kennedy—e i politici, moderati o di sinistra, arruolati tutti nei marine non si rendono conto che l’Ucraina potrebbe essere la nuova Serbia e, come l’antica, portare a una guerra mondiale che oggi, con l’arma atomica, rischierebbe di distruggere non solo la civiltà occidentale ma ogni forma di vita sulla terra”.

“Saggiamente Washington non intervenne nel 1956 quando l’Armata rossa (che ancora si chiama così) invase Budapest: quello sovietico era l’esercito più potente del mondo e gli ungheresi vennero lasciati al loro destino per non precipitare l’Europa e il mondo nel caos. Oggi quasi sessant’anni dopo, non solo si è deciso l’intervento—questa volta per interposta persona—dinanzi a una Russia militarmente indebolita (secondo la massima: colpire il nemico quando è più debole) ma, contravvenendo a tutti gli impegni e le garanzie date a Mosca alla vigilia della caduta del Muro di Berlino, la Nato si è estesa in Europa orientale fino a lambire i confini russi. Se qualcosa di analogo fosse capitato a Stati Uniti e Canada—ad es. missili con testate nucleari in un’America centrale e meridionale colonizzate da russi e cinesi—la reazione sarebbe non meno dura di quella mostrata da Kennedy all’epoca dei missili a Cuba. Si sarebbe detto che un conto sono i missili che minacciano una democrazia, un altro conto sono quelli che minacciano un regime dittatoriale”.

“Tra l’altro va rilevato per inciso che la pace, anche quella imposta dal vincitore, nella società moderna post-totalitaria, non è sempre quella dei romani (“desertum fecerunt et pacem appellaverunt”): sia pure in condizioni difficili, è possibile salvaguardare qualcosa, come dimostrò l’accorto Janos Kadar, l’uomo imposto da Mosca alla guida del governo ungherese, che mise mano a riforme di qualche peso. Insomma finché c’è vita, c’è speranza e un’Ucraina dai confini più ridotti può continuare il suo processo di occidentalizzazione. Peraltro se i miliardi di dollari e di euro, destinati agli armamenti, venissero distribuiti alla popolazione civile di un paese, senza più Crimea e (forse) Donbass, gli ucraini avrebbero un tenore di vita superiore a quello svedese e finlandese”.

Confesso che non sono stato in grado di replicare alle considerazioni del mio amico. Le mie frequentazioni giornalistiche (da ’Atlantico’, l’organo del fondamentalismo occidentalista, al ‘Giornale’) sono tutte su una lunghezza d’onde diversa, se non opposta e questo mi porta per lo meno a pormi la domanda scettica: “Dopo aver ascoltato le argomentazioni degli uni gli uni e degli altri, que sais je veramente?”. Debbo anche dire che non pochi conoscenti e colleghi, in camera caritatis, esprimono opinioni ancora più radicali di quelle su riportate ma se ne guardano bene dal metterle per iscritto: rischierebbero di passare per amici di quell’autentico scoundrel di Putin e qualche volta—com’è capitato a me per aver consigliato a un’amica slavista il libro di Eugenio Di Rienzo, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine Mondiale, Rubbettino 2015—di perdere un’amicizia ventennale.

Sospendo, comunque, il mio giudizio sulla contesa politica e ideologica che sta dividendo l’Italia in campi avversi. Sarà la storia a decidere i torti e le ragioni. Le opinioni sono opinioni e tutte da prendere in considerazione ma una cosa, tuttavia, è certa e inconfutabile come un ‘giudizio di fatto’: quanti sono contrari alle sanzioni contro la Russia non hanno per così dire, ’buona stampa’. Nel migliore dei casi vengono accusati di ignoranza (colpevole) di quanto sta avvenendo in Ucraina; nel peggiore, passano per incalliti cinici, indifferenti ai valori alti dell’Occidente e preoccupati solo del rincaro del gas e della vita quotidiana in genere. Che migliaia di aziende chiudano i battenti, che si vada incontro a uno dei peggiori inverni della nostra storia, che in Ucraina continuino a morire ammazzati migliaia di militari russi e di militari e civili ucraini, sono preoccupazioni da panciafichisti, da “sciaurati che mai non fur vivi’. Nessun sospetto che, come capita sempre nel nostro malinconico mondo sublunare, possano esserci ‘valori’ da una parte e dall’altra, che l’etica dei principi (per cui la sovranità di uno Stato deve essere salvaguardata a costo di andare incontro a distruzioni irreparabili di vite e di beni) sia etica al pari dell’etica della responsabilità e che al ‘propter vitam, vivendi perdere causas’ si può sempre contrapporre l’osservazione che sotto terra non ci sono più buoni e cattivi, giusti o ingiusti.

Se si guardano i notiziari televisivi e si leggono i grandi giornali (i ’giornaloni’),a parte forse ‘Limes’, ci si rende conto che neppure il principio di far sentire ‘le due campane’ viene rispettato e che le rare volte che si citano fonti russe lo si fa per confermare la loro spudorata inattendibilità. Paradossalmente è nei periodici nordamericani che si possono trovare informazioni alternative (e certo non per questo veritiere). Gli articoli di grandi scienziati politici come John J. Mearsheimer , però, non vengono tradotti in italiano ed è una rivista catacombale come ‘Nuovo Arengario’ a segnalare il saggio di Ramon Marks No Matter Who Wins Ukraine, America Has Already Lost. There are multiple tough strategic realities for the United States to absorb. (‘The National Interest’ 21 august 2022).

Questa squalifica di chi non la pensa come noi è, forse, la peggiore eredità delle due culture totalitarie che tanto hanno inciso sul nostro sentire collettivo, il fascismo e dal comunismo. Siamo il paese del ‘pensiero unico’: la verità sta solo da una parte—ieri il fascismo, il comunismo—oggi l’oltranzismo atlantista, il liberalismo mercatista, la santificazione (o per lo meno la giustificazione) degli Stati Uniti, qualsiasi cosa facciano. Forse aveva ragione, ahimè, il mio non amato Gobetti quando diceva che gli italiani non hanno spina dorsale morale. Dino Cofrancesco, 6 settembre 2022

Le regole US-Nato e quelle dei cosiddetti regimi dittatoriali. Piccole Note il 5 Settembre 2022 su Il Giornale.

In genere non pubblichiamo le missive che arrivano al sito, ma per quella che segue facciamo un’eccezione che conferma la regola, per l’intelligenza che sottende e perché cita un articolo del sito Responsible Statecraft che ha attirato la nostra attenzione. Certe sintonie, quando avvengono, vanno assecondate. Ringrazio il lettore che l’ha inviata e i lettori che la vorranno leggere.

Leggo e apprezzo la lettura dei Suoi articoli .  Le allego una riflessione personale . E’ il mio modo di mostrarle solidarietà, insieme a qualche contributo economico, quando posso.

Saluti.

Ero un lettore di Repubblica, che acquistavo regolarmente in versione cartacea . I vari cambi di editore\direzione mi hanno convinto che l’era Scalfari è passata . E non ritornerà più .

Non compro più un quotidiano, né una rivista : né cartacea né on-line.

Da un paio di anni mi dedico alla informazione internazionale, facendo zapping fra le varie testate on-line: quelle con accesso gratuito. Faccio zapping anche con le testate giornalistiche italiane, ma con la precisa sensazione di rovistare nel cassonetto dell’indifferenziata: forse trovi qualcosa di interessante .

Naturalmente seguo le vicende della guerra Russia – (Ucraina) occidente .

Da quanto si legge su quasi tutti i media internazionali, sembrerebbe attiva una lotta mondiale per la DEMOCRAZIA . Da una parte il mondo occidentale, dall’altra la Russia, membro di un gruppo di nazioni non-occidentali, ma anche di uno schieramento ibrido di soggetti individuali e sociali, trasversale al mondo occidentale, che vengono considerarti “dittattoriali” e\o “autarchici” .

 L’oggetto “apparente” , in senso hegeliano, del contendere è la DEMOCRAZIA .

Il mondo occidentale accusa la Russia di mettere in dubbio i valori della democrazia, e il suo ordine mondiale delle regole , per affermare il proprio sistema di regole dittatoriali ed autarchiche.

La Russia risponde che la sua azione nasce dalla politica di aggressione della NATO. Che il suo obiettivo era la pace .

Sto tagliando con la scure . Ma giusto per capirci .

 Oggi sulla testata Responsible statecraft, Sam Fraser scrive un interessante articolo “Why US hegemony is incompatible with a ‘rules-based international order’“.

In sostanza l’autore afferma che la dottrina US di bastonare chi non si adegua alla ”sua democrazia” è sbagliata, ipocrita e nasconde solo ed esclusivamente la volontà di mantenere l’egemonia sul mondo.

Anche qui taglio con la scure . Mi scuso . Ma quanto descritto nell’articolo fotografa cosa c’è, secondo me, alla base della guerra in Ucraina. Ed è sorprendente che questa posizione sia espressa con lucidità da una testata americana.

Quindi, la guerra Russia-occidente (Ucraina) non ha niente di nuovo da aggiungere al fatto che la “democrazia” si difende\impone con la violenza . E in questo non c’è niente di immorale.

La novità è rappresentata dal fatto che la Russia accredita il proprio diritto ad usare la violenza per difendersi\imporsi. Ovvero, si fa portavoce di un sentimento che sta pervadendo il pianeta: la democrazia non è un valore, è un sistema di potere che si auto-giustifica come “valore morale”, ma che in realtà gestisce il potere con la violenza del diritto che gli viene dal proprio potere economico-militare-amministrativo.

Oramai esaurite le opzioni “sanzioni”, all’occidente resta l’infantile bando dei russi dal circolare liberamente nel mondo occidentale. Intanto la Russia non ha ancora esaurito le potenzialità della sanzione “energetica”, consolida i rapporti economici con gli pseudo alleati dell’occidente (India, Brasile, mondo arabo, etc. ) nonché con il nemico mortale degli americani: la Cina.

Ma il fatto più inquietante è la devastazione dell’Ucraina.

La Russia, dopo aver lottato a lungo con US\NATO per la pace, non si fermerà mai ! E poiché è chiaro per il mondo occidentale che il punto di contrasto sta nel riconoscere che la Russia si è preso sul campo il “diritto” di usare la violenza per imporre la propria egemonia, togliendo alla “DEMOCRAZIA” un privilegio che si era attribuito in forma monopolistica, l’esito della guerra è irrilevante. E l’occidente è complice di questa devastazione.

La Russia si è fatto carico di affermare, per sé e per chi ha subito e subisce l’egemonia US\NATO, il proprio diritto ad esercitare la violenza che il proprio potere militare, economico ed amministrativo gli permette, esattamente come sancito dalla dottrina americana-occidentale sulle ragioni della democrazia.

La storia riscritta da Putin per i territori ucraini occupati. Gian Antonio Stella su Il Corriere della Sera il 31 Agosto 2022.

I precedenti dalla Grande guerra ai libri di testo del Ventennio: i sussidiari, gli abbecedari, i termini, della scuola mussoliniana che voleva plasmare (come ricordano libri indimenticabili quali i «Hitler è buono e vuole bene all’Italia» di Bruno Rossi o «Plagiati e contenti» di Noris De Rocco) i fascisti del futuro

Primo settembre, prima campanella. Anche nelle scuole dei territori ucraini occupati dall’esercito di Putin. Tutti gli alunni, per cominciare, dovranno rispondere all’appello in russo, apriranno abbecedari e libri di lettura russi (non quelli di Tolstoj per la sua scuola di Jasnaja Poljana, probabilmente...) cominceranno a imparare la «vera» storia russa dai maestri russi. Saranno 326.000 in 1.422 scuole.

Per ora useranno, pare, gli stessi testi usati nelle ventidue repubbliche della Federazione da San Pietroburgo al villaggio di Uelen, in faccia all’Alaska. Ma Andrej Turchak, il segretario generale del partito nazionalista putiniano Russia Unita, due giorni fa, ha spiegato alla Tass: «Faremo pubblicare un manuale di storia corretto in cui ci saranno capitoli nuovi dedicati all’Operazione militare speciale e alle imprese eroiche dei nostri ragazzi». Rileggiamo: «Corretto». Cioè? La versione sempre scritta dai vincitori? Che questo sia l’obiettivo putiniano è ovvio. Lo confermava una decina di giorni fa, all’agenzia Ria Novosti, il vice speaker della Duma Boris Chernyshov: ha annunciato un programma di «denazificazione dell’istruzione» contro i manuali ucraini che «travisano la nostra comune storia» e via così.

Va da sé che l’inizio dell’anno scolastico sarà celebrato in ogni istituto con l’alzabandiera dei colori russi e una lezione di patriottismo russo su misura dell’età degli alunni. Un esempio per le classi superiori? «Nel 1954 la Crimea fu trasferita dalla RSFSR (Repubblica socialista federativa sovietica russa) alla Repubblica socialista sovietica ucraina in occasione dei 300 anni della riunificazione dell’Ucraina con la Russia. Ma non fu chiesta l’opinione degli abitanti locali. In quegli anni si pensava che non avesse importanza dentro quale repubblica dell’Urss si trovasse questo o quel territorio. Ma le conseguenze di quelle decisioni si sono rivelate durature in quanto con lo scioglimento dell’Urss negli anni 1990 le frontiere amministrative si sono trasformate in quelle statali…» E così quando «sono arrivate al potere in Ucraina nel febbraio 2014 le guerreggianti forze nazionaliste orientate verso l’integrazione con l’Unione europea e verso un’adesione alla Nato», «il governo russo si è visto costretto a impegnare i reparti dell’esercito che si trovavano in Crimea». 

Certo, non è la prima guerra sanguinosa combattuta anche con la propaganda. Basti ricordare i Giornali di trincea della Grande Guerra dove ogni notizia esultante lanciata dagli austriaci (magari in italiano su finti volantini italiani) veniva rovesciata dagli italiani con finte informazioni in tedesco su finti giornalini austriaci... O ungheresi. O francesi. Per non dire di certi volantini: «Non dimentichiamo che ai bambini furono tagliate le mani, che le donne furono disonorate, che alle popolazioni vinte, in compenso delle ricchezze rubate, fu concesso di sfamarsi con delle orribili minestre!» «Donne! Pensate all’onore delle donne italiane: non fate che l’onore vostro sia oltraggiato dai barbari!».

Mai come oggi in cui l’Europa è messa a fuoco e si infiamma ulteriormente la più becera e violenta guerra di propaganda vale la pena più ancora per noi italiani di rileggere il nostro passato. E i danni che possono fare certi scontri ideologici. I manifesti nazionalisti in Südtirol o nelle terre istrovenete: «Qui non si parla italiano». Riprese oggi, in altre terre miste, con la stessa idea di fondo: «Zdes’ govoriat tolko po-russki», qui si parla (solo) russo.

E poi nuove scuole ideologiche. Di qua la primina delle elementari con la suora nel ruolo di maestra madonnina, di là la mensa scolastica comunista dove i piccoli attendevano il cibo sul piatto vuoto sotto un enorme foto di Stalin! Di qua il maestro sessantottino con l’abbecedario che spiega la R «come rivoluzionario», la M come martello e la F «come fucile», di là il manifesto Dc col bimbo col grembiule bianco che conciona: «E se papà e mamma non andranno a votare, noi faremo la pipì a letto!» Ciascuno con la sua tesi, la sua ferma volontà di plasmare il mondo scolastico a somiglianza dei suoi miti. Fino al sindaco di Adro, che arriverà a tappezzare le elementari con oltre 700 simboli del Sole delle Alpi.

Su tutto, però, vale la pena di ricordare i sussidiari, gli abbecedari, i temini, della scuola mussoliniana che voleva plasmare (come ricordano libri indimenticabili quali i «Hitler è buono e vuole bene all’Italia» di Bruno Rossi o «Plagiati e contenti» di Noris De Rocco) i fascisti del futuro. «Il Signor Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c’è Credere, Obbedire, Combattere». «Ieri il babbo mi regalò una bella bambola negra. Appena io l’ebbi fra le braccia la lasciai cadere: quella negretta mi ricordava la guerra poi la guardai meglio e mi parve che quel visino selvaggio esprimesse molta riconoscenza e la ripresi fra le braccia. Ora l’ho adottata come figlia e le ho messo nome Mariù. Forse Mariù è nata schiava fra le ambe del Tigrai. E io l’ho liberata dalle catene». «Problema: In una scuola ci sono 112 Figli della Lupa, 385 Piccole Italiane e 412 Balilla. Quanti sono gli iscritti alla gioventù italiana del Littorio, in quella scuola?» Tema: «È il V annuale delle sanzioni. In questo tempo molte cose sono passate. Abbiamo conquistato l’Impero, l’Albania e anche adesso stiamo combattendo accanitamente. Abbiamo sconfitto la Francia e quasi l’Inghilterra». «Con ‘sto grosso manganello vinceremo l’Inghilterra / con la carne del Negus ci faremo la mortadella / per darla da mangiare agli stronzi dell’Inghilterra. / Bing bang bong al rombo del cannon / Con la barba del Negus ci faremo gli spazzolini / per pulire gli stivalini al nostro duce e al nostro re / Bing bang bong al rombo del cannon».

Come finì allora lo sappiamo. Come andrà stavolta i bimbi del Duce Putin rischiano di scoprirlo a proprie spese...

Ucraina, la guerra della propaganda. Marco Petrelli il 22 Agosto 2022 su Inside Over.

The Moscow Times è il giornale più diffuso negli alberghi di Mosca. In inglese, dunque indirizzato agli stranieri che alloggiano nel centro della Capitale. Lo ricordiamo sui tavoli del lounge bar, così come accanto ai portieri (siberiani) il cui inglese si riduceva ad un forzato “good morning”, accompagnato da un generoso sorriso. 

A The Moscow Times lavorano peraltro molti giornalisti stranieri, specie inglesi ed americani. O, almeno così era fino a poco prima dell’invasione dell’Ucraina. Politica, attualità ma soprattutto cultura affinché l’ospite internazionale fosse ben informato sulla storia e sui traguardi della Russia zarista, sovietica e putiniana. 

“Occhio che è la voce del regime” scherzavano i colleghi italiani quando te lo vedevano fra le mani. Vero che nella Federazione essere distanti dalle posizioni ufficiali del Cremlino è tutt’altro che facile, dunque un po’ tutti i grossi network sono più o meno allineati. Un po’ come accade da noi, in Italia ed in generale in Occidente, dove essere critici su invio armi a Kiev o dubitare dell’appoggio all’Ucraina significa essere marchiati con la lettera scarlatta. Anzi, con la “P” di Putin. 

I russi hanno iniziato a conoscere la democrazia appena trent’anni fa. Non è una scusante, chiaro, ma da Ivan IV di Russia a Nicola Romanov, da Lenin a Gorbacev per oltre quattro secoli monarchia assoluta e regime totalitario hanno rappresentato l’unica forma di stato. 

“Tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un’ingiustizia, non solo vi rendete colpevoli di fellonia, ma dannate la vostra anima, perché Dio stesso vi ordina di obbedire ciecamente al vostro principe” scriveva, nel XVI Secolo, il primo zar Ivan IV Il Terribile. Quasi un pronostico di ciò che sarebbe accaduto nel futuro, prossimo e remoto, del paese. 

Abbiamo già scritto che Putin ha saputo coniugare storia e tradizioni della Russia zarista con l’identità sovietica, al fine di forgiare una nazione nuova capace di uscire dal periodo buio, caotico e senza prospettive della presidenza Elcin. E lo ha fatto con una formula democratica molto lontana dalle democrazie liberali ma che, ad oggi, sembra funzionare. Diritti a parte… 

Dopo la parentesi sanzionatoria apertasi con l’annessione della Crimea, l’Occidente ha stretto la morsa delle sanzioni e aumentato le accuse per violazione delle libertà fondamentali all’ombra del Cremlino, con l’invasione dell’Ucraina. 

Una morsa così stretta i cui effetti si sono riflessi anche sul nostro modo di concepire e di capire il conflitto in corso. Forse mossi dall’idea del “fin di bene”, i governi ed i media europei e statunitensi hanno sempre condannato, senza se e senza ma, la politica estera aggressiva dei russi, dalla Crimea alla Siria sino alla guerra ucraina. 

Posizioni drastiche, che non ammettono repliche né critiche. Un po’ come in Russia, insomma, con la differenza che la tradizione democratica europea ha modelli più antichi e fondamenta più salde. 

L’Italia, fra i principali partner commerciali della Russia (nel 1924 fu il primo paese d’Occidente a riconoscere l’Urss), si è schierata contro Mosca con maggiore acredine rispetto a tutti gli altri membri Ue e dell’Alleanza, dato riscontrato (e rinfacciato) dallo stesso Ministro plenipotenziario agli Esteri Sergej Lavrov. 

I network ed i quotidiani nazionali hanno sostenuto le tesi anti-russe del Governo Draghi, imponendo una forma velata di bavaglio a qualunque opinione si discostasse dalle posizioni ufficiali. I giornalisti russi ridicolizzati nei talk show, i colleghi italiani accusati di essere filo-Putin, tentativi di gogna mediatica (ritirare il Premio Ischia a Toni Capuozzo), il ricorso alla risibile accusa di simpatie filo-russe rivolta da una parte della politica alle forze conservatrici. 

Risibile perché tutti, dalla sinistra al centro fino alle destre, hanno dialogato con Mosca essendo stata, come già citato, un partner da 7 miliardi di euro di export fino al 2020. 

Un orientamento che con il giornalismo vero (ricerca della veridicità della notizia) ha ben poco a che fare, soprattutto quando si negano o si dimenticano eventi che potrebbero essere chiave di volta per fornire un’informazione più corretta. Ad esempio, il rifiuto di riconoscere le operazioni militari condotte da Kiev contro le repubbliche separatiste del Donbass per otto anni, costate diecimila morti ad entrambi gli schieramenti, oltre tremila vittime civili ed un milione e mezzo di sfollati. O, ancora, accettare che una parte della difesa ucraina sia in mano ad elementi neo-nazisti, nazionalisti ed avventurieri arruolati nelle curve e nei partiti più sciovinisti della politica ucraina. Una riproposizione, in chiave contemporanea, delle famigerate Tigri di Arkan ex ultrà del Belgrado e criminali di guerra. 

L’Italia è forse il Paese Ue più fertile per il giornalismo di parte. Esiste una linea principale e quella va seguita. Poi sì, si possono seguire anche altre strade ma il percorso diventa poi molto difficile. Studiare serve solo se la cultura è “veicolabile” al fine di sostenere tesi preparate a tavolino. Abbiamo sentito parlare di crimini contro l’umanità sin dalle prime settimane di guerra, ma nessuno ha mai dato voce a quella fetta di popolazione del Donbass che per anni ha subito il nazionalismo delle forze ucraine. Abbiamo accettato, come oro colato, qualunque dichiarazione provenisse da Kiev senza controbilanciarla con le poche (ma se si vuole reperibili) affermazioni del Cremlino, convinti che quella russa fosse solo propaganda. E dunque non degna di nota. 

Ora, Putin non ha scusanti per la censura dei media se non, forse, quella della “poca pratica” democratica dovuta ai fattori, storici, sopra elencati. Per l’Italia scuse zero: un giornalismo davvero libero dovrebbe fare dell’obiettività il suo cavallo di battaglia, non cavalcare trend per aumentare la platea dei lettori e per non essere marchiata quale “putinista”. In pochi sembrano rendersene conto ma in questa fase storica, più che mai i giornali rischiano di perdere ancora di più credibilità di fronte al pubblico. Pubblico che pare assente ed assorto dai social, ma in realtà attento a ciò che accade ed a porsi domande… quelle stesse domande che dovrebbe farsi un giornalista quando qualcosa non gli sembra tornare. 

Thread di Stefania Maurizi su Twitter il 19 agosto 2022.

1. fin da quando è arrivata in Italia, ho osservato #SannaMarin: è il perfetto strumento di propaganda del complesso militare-industriale occidentale, di cui vi ho parlato. Donna, viso da Biancaneve. Il volto umano del militarismo 

2. voi guardate la grazia di #SannaMarin, il suo viso dolce e pulito e pensate che il militarismo occidentale sia umano, voi andiamo a fare del bene, portiamo i diritti delle donne, delle persone LGBT, noi siamo il Bene

3. leggete questo documento segreto della #CIA rivelato da #WikiLeaks nel 2010 su come usare i diritti delle donne per convincere opinione pubblica francese (per i francesi il laicismo è una cosa seria) a rimanere in #Afghanistan: wikileaks.org/wiki/CIA_report_into_shoring_up_Afghan_war_support_in_Western_Europe,_11_Mar_2010 

4. come vi ho detto, i nuovi militaristi sono più difficili da decifrare: i vecchi generali Turgidson erano facili. Autoritari, sciovinisti, maschilisti, redneck, erano quello che si dice fair game per la satira: da Kubrick e il suo capolavoro Dr. Strangelove, a Bonvi e le Sturmtruppem

5. i nuovi militaristi riescono a eludere gli anticorpi che la società civile e l'opinione pubblica hanno sviluppato nel corso dei secoli contro la guerra. I nuovi militaristi NON parlano l'antico linguaggio della guerra che fa scattare quegli anticorpi 

6. i nuovi militaristi parlano di diritti umani e civili, diritti delle donne. Rifuggendo l'antico linguaggio della guerra, i suoi contenuti violenti, sciovinisti e di sopraffazione, i nuovi militaristi riescono a vendere la guerra a una società civile profondamente avversa ad essa 

2 - COME USARE I DIRITTI DELLE DONNE PER CONVINCERE FRANCESI E TEDESCHI SULLA GUERRA IN AFGHANISTAN

Estratti dal documento segreto della CIA “Afghanistan: Sustaining West European Support for the NATO-led Mission-Why Counting on Apathy Might Not Be Enough” dell’11 marzo 2010 – pubblicato da Wikileaks

Questa analisi classificata della CIA, risalente a marzo, delinea possibili strategie di pubbliche relazioni per sostenere il sostegno pubblico in Germania e Francia per il proseguimento della guerra in Afghanistan. 

Dopo che il mese scorso il governo olandese è caduto sulla questione delle truppe olandesi in Afghanistan, la CIA si è preoccupata che eventi simili potessero accadere nei Paesi che inviano il terzo e il quarto contingente più grande di truppe alla missione ISAF. 

Le strategie di pubbliche relazioni proposte si concentrano sui punti di pressione individuati all'interno di questi Paesi. Per la Francia si tratta della simpatia dell'opinione pubblica per i rifugiati e le donne afghane. Per la Germania si tratta della paura delle conseguenze di una sconfitta (droga, aumento dei rifugiati, terrorismo) e della posizione della Germania nella NATO.

Il memo è una ricetta per la manipolazione mirata dell'opinione pubblica in due Paesi alleati della NATO, scritta dalla CIA. È classificato come confidenziale/no foreign nationals.

Memorandum speciale della Red Cell 11 marzo 2010

[…] La caduta del governo olandese per il suo impegno di truppe in Afghanistan dimostra la fragilità del sostegno europeo alla missione ISAF guidata dalla NATO. Alcuni Stati della NATO, in particolare Francia e Germania, hanno contato sull'apatia dell'opinione pubblica nei confronti dell'Afghanistan per aumentare i loro contributi alla missione, ma l'indifferenza potrebbe trasformarsi in ostilità attiva se i combattimenti della primavera e dell'estate dovessero provocare un aumento delle vittime militari o civili afghane e se un dibattito in stile olandese si riversasse su altri Stati che contribuiscono alle truppe.

La Cellula Rossa ha invitato un esperto di comunicazione strategica della CIA e gli analisti che seguono l'opinione pubblica presso il Bureau of Intelligence and Research (INR) del Dipartimento di Stato a considerare approcci informativi che possano meglio collegare la missione afghana alle priorità di francesi, tedeschi e altri pubblici dell'Europa occidentale. (C//NF) 

[…] I cittadini dell'Europa occidentale potrebbero essere meglio preparati a tollerare una primavera e un'estate di maggiori perdite militari e civili se percepissero chiari collegamenti tra i risultati in Afghanistan e le loro priorità.

Un programma di comunicazione strategica coerente e iterativo tra i contributori di truppe della NATO, che tenga conto delle principali preoccupazioni di specifici pubblici dell'Europa occidentale, potrebbe fornire un cuscinetto nel caso in cui l'apatia di oggi diventi l'opposizione di domani all'ISAF, dando ai politici un maggiore margine di manovra per sostenere i dispiegamenti in Afghanistan. (C//NF) 

Francesi concentrati su civili e rifugiati. Concentrandosi sul messaggio che l'ISAF va a vantaggio dei civili afghani e citando esempi di guadagni concreti, si potrebbe limitare e forse anche ribaltare l'opposizione alla missione. Questi messaggi su misura potrebbero sfruttare la forte preoccupazione dei francesi per i civili e i rifugiati.

I sostenitori dell'ISAF nei sondaggi dell'INR dell'autunno 2009 hanno citato più spesso la percezione che la missione aiuti i civili afghani, mentre gli oppositori hanno sostenuto più spesso che la missione danneggi i civili. Contraddire la percezione che "l'ISAF fa più male che bene" è chiaramente importante, soprattutto per la minoranza musulmana francese: - Evidenziare l'ampio sostegno degli afghani all'ISAF potrebbe sottolineare l'impatto positivo della missione sui civili. 

[…] La prospettiva che i Talebani annullino i progressi faticosamente ottenuti in materia di istruzione femminile potrebbe provocare l'indignazione dei francesi, diventare un punto di raccolta per l'opinione pubblica francese, in gran parte laica, e dare agli elettori un motivo per sostenere una causa buona e necessaria nonostante le perdite. 

[…] Il governo francese ha già fatto della lotta alle reti di trafficanti di esseri umani afghani una priorità e probabilmente sosterrebbe una campagna di informazione sul fatto che una sconfitta della NATO in Afghanistan potrebbe far precipitare una crisi di rifugiati. (C//NF) I tedeschi sono preoccupati per il prezzo e i principi della missione ISAF. 

Gli oppositori tedeschi all'ISAF temono che la guerra in Afghanistan sia uno spreco di risorse, che non sia un problema tedesco e che sia discutibile in linea di principio, a giudicare da un sondaggio INR dell'autunno 2009.

Una parte dell'opposizione tedesca all'ISAF potrebbe essere smorzata dalle prove dei progressi sul terreno, dagli avvertimenti sulle potenziali conseguenze per la Germania di una sconfitta e dalle rassicurazioni sul fatto che la Germania è un partner prezioso in una missione necessaria guidata dalla NATO. 

- Sottolineare la contraddizione tra il pessimismo tedesco nei confronti dell'ISAF e l'ottimismo afghano sui progressi della missione potrebbe sfidare le affermazioni degli scettici secondo cui la missione è uno spreco di risorse. 

Lo stesso sondaggio ABC/BBC/ADR ha rivelato che il 70% degli afghani pensava che il loro Paese stesse andando nella giusta direzione e che sarebbe migliorato nel 2010, mentre un sondaggio GMF del 2009 ha mostrato che circa la stessa percentuale di intervistati tedeschi era pessimista sulla possibilità di stabilizzare l'Afghanistan. - Messaggi che drammatizzano le conseguenze di una sconfitta della NATO per gli interessi specifici della Germania potrebbero contrastare la percezione diffusa che l'Afghanistan non sia un problema della Germania.

Ad esempio, messaggi che illustrino come una sconfitta in Afghanistan potrebbe aumentare l'esposizione della Germania al terrorismo, all'oppio e ai rifugiati potrebbero contribuire a rendere la guerra più saliente per gli scettici. - L'enfasi sugli aspetti multilaterali e umanitari della missione potrebbe contribuire ad alleviare le preoccupazioni dei tedeschi riguardo alla conduzione di qualsiasi tipo di guerra, facendo appello al loro desiderio di sostenere gli sforzi multilaterali. 

Nonostante la loro allergia ai conflitti armati, i tedeschi erano disposti a rompere i precedenti e a usare la forza nei Balcani negli anni '90 per dimostrare il loro impegno nei confronti degli alleati della NATO. Secondo un sondaggio dell'INR dell'autunno 2009, aiutare gli alleati è una delle ragioni più convincenti per sostenere l'ISAF. (C//NF) 

Gli appelli del Presidente Obama e delle donne afghane potrebbero avere un seguito (C//NF) La fiducia del pubblico francese e tedesco nella capacità del Presidente Obama di gestire gli affari esteri in generale e l'Afghanistan in particolare suggerisce che sarebbero ricettivi alla sua affermazione diretta dell'importanza della missione ISAF e sensibili alle espressioni dirette di disappunto nei confronti degli alleati che non aiutano.

Secondo un sondaggio GMF condotto nel giugno 2009, circa il 90% degli intervistati francesi e tedeschi era fiducioso nella capacità del Presidente di gestire le politiche estere. 

Lo stesso sondaggio ha rivelato che l'82% degli intervistati francesi e il 74% di quelli tedeschi erano fiduciosi nella capacità del Presidente di stabilizzare l'Afghanistan, anche se la successiva attesa della strategia di surge statunitense potrebbe aver eroso parte di questa fiducia. 

L'irritazione europea per la mancata partecipazione del Presidente a un vertice dell'UE e i commenti secondo cui la sua assenza dimostra che l'Europa conta meno, suggeriscono che la preoccupazione per la posizione dell'Europa nei confronti di Washington potrebbe fornire almeno una certa leva per sostenere i contributi all'ISAF. (C//NF)

Lo stesso sondaggio ha anche rilevato che, quando agli intervistati è stato ricordato che lo stesso Presidente Obama aveva chiesto un aumento dei dispiegamenti in Afghanistan, il loro sostegno all'accoglimento di questa richiesta è aumentato drasticamente, dal 4 al 15% tra gli intervistati francesi e dal 7 al 13% tra i tedeschi. 

Le percentuali totali possono essere piccole, ma suggeriscono una sensibilità significativa nel deludere un presidente visto come ampiamente in sintonia con le preoccupazioni europee. (C/NF)

Le donne afghane potrebbero fungere da messaggeri ideali per umanizzare il ruolo dell'ISAF nella lotta ai Talebani, grazie alla loro capacità di parlare in modo personale e credibile delle loro esperienze sotto i Talebani, delle loro aspirazioni per il futuro e dei loro timori di una vittoria talebana. Iniziative di sensibilizzazione che creino opportunità mediatiche per le donne afghane di condividere le loro storie con donne francesi, tedesche e di altri Paesi europei potrebbero aiutare a superare lo scetticismo diffuso tra le donne dell'Europa occidentale nei confronti della missione ISAF.

- Secondo un sondaggio INR dell'autunno 2009, le donne francesi hanno 8 punti percentuali in meno di sostegno alla missione rispetto agli uomini e le donne tedesche hanno 22 punti percentuali in meno di sostegno alla guerra rispetto agli uomini. 

- Gli eventi mediatici che presentano testimonianze di donne afghane sarebbero probabilmente più efficaci se trasmessi in programmi che hanno un pubblico femminile ampio e sproporzionato.

La mistica della controffensiva ucraina e la dura realtà della guerra. Piccole Note il 18 agosto 2022 su Il Giornale.

“L’Ucraina ha annunciato per mesi la sua grande controffensiva. Dov’è?” Questo il titolo alquanto significativo di un articolo di Politico, autorevole media americano, che manifesta fondate perplessità sulla mistica della controffensiva annunciata dalle autorità di Kiev e accreditata da mesi da tutti i media occidentali come imminente e, ovviamente, vincente grazie alle innumerevoli armi NATO.

Annunci velleitari e dura realtà

A sintetizzare le tante perplessità, il commento di Konrad Muzyka, analista militare e direttore di Rochan Consulting, interpellato da Politico, che, dopo essersi interrogato sul senso dell’annuncio, che a quanto pare gli sembra improvvido, spiega: “Francamente, da un punto di vista militare, non ha assolutamente senso, perché, se sei un comandante militare ucraino, preferiresti di gran lunga combattere, diciamo, i sette gruppi tattici del battaglione russo che erano a nord di Cherson un mese fa, e non i 15 o 20 che sono lì ora”. Anche perché, nel frattempo, i russi hanno stabilizzato e rafforzato le difese.

Non è il solo a spiegare a Politico che gli ucraini non hanno abbastanza forze e armi per intraprendere la mistica controffensiva, tanto che, per non dover ammettere che si è trattato di un annuncio velleitario, il giornale chiude spiegando che, comunque, hanno costretto i russi a uno stallo e stanno tentando di logorarli, sempre che nel frattempo non si logorino loro sotto il fuoco martellante del nemico.

Insomma, anche un media mainstream come Politico deve ammettere che un’altra narrativa Nato sulla guerra ucraina sta svaporando, oltre quella del collasso dell’economia e della finanza russa.

La fine delle invenzioni mainstream?

E il problema della caduta delle narrazioni propalate dalla propaganda occidentale sulla guerra ucraina è affrontato da un altro sito, stavolta non mainstream ma che modula in maniera intelligente la tematica, spiegando che finora è stato dato in pasto all’opinione pubblica una sorta di film western, con i russi nella parte degli indiani cattivi. Riportiamo la conclusione della nota.

“L’opinione pubblica occidentale – scrive CovertAction Magazine – è volubile, dal momento che gli è mancato un esame iniziale della narrativa mainstream sull’Ucraina, ed è probabile che man mano che emergono più verità scomode su Zelensky, la sua giunta e le vera realtà di questo conflitto, sempre più [narratori] western inizieranno a strisciare nel loro giardino nel cuore della notte per ammainare le bandiere ucraine così frettolosamente issate”.

“Contrariamente agli immani sforzi di quanti hanno finanziato, modellato e giustificato questa guerra per procura, la verità ha l’abitudine di riemergere. Sarà impossibile ‘gestire’ l’imminente marea di realtà che sgorgherà dall’Ucraina; e  mentre nell’inverno che sta arrivando i Paesi occidentali si concentreranno nuovamente sui loro problemi interni autoinflitti, lo stesso Zelensky potrebbe diventare l’uomo di paglia [su cui far ricadere le colpe] per la fallita scappatella della NATO in Ucraina”.

“Questo è il problema delle verità scomode, continuano a persistere sotto la superficie; la verità non ha una data di scadenza ed è paziente, il ricordo degli innumerevoli morti richiede che sia così”.

“E, come disse il buon vecchio Abraham Lincoln, ‘Puoi ingannare parte della gente qualche volta, puoi ingannare alcune persone tutto il tempo, ma non puoi ingannare tutte le persone per sempre'”.

Resta da aggiungere una postilla. C’è un senso di disperazione strisciante nelle considerazioni di Muzyka, il quale dice che lo scollamento tra gli annunci della controffensiva e la realtà lo sta facendo letteralmente “impazzire”.

Già, stanno impazzendo. Ed è questo il pericolo maggiore in questo momento. La partita di Risiko giocata sulla pelle del popolo ucraino, in particolare su quella dei suoi ragazzi, non va come dovrebbe. E stanno perdendo.

Per questo devono ribaltare il tavolo. E per questo gli ucraini stanno bombardando la centrale atomica di Zaporizhzhia con il placet della NATO (che potrebbe impedirlo con un cenno: basta minacciare di chiudere i rubinetti dei soldi e delle armi). E per questo hanno tentato di sabotare la centrale nucleare di Kursk in Russia (Reuters).

E dire che i media d’Occidente da mesi stanno sostenendo che il pazzo è Putin (che potrebbe rispondere radendo al suolo Kiev, come hanno fatto gli Usa con Baghdad, ma non lo fa).

Urge un rigurgito di buon senso, ma è da vedere se la civiltà occidentale ha ancora anticorpi in grado di eliminare o quantomeno circoscrivere la patologia, com’è avvenuto in momenti critici del passato. Vedremo.

L’invasione delle menti. La verità dopo la post-verità di Trump è l’assalto della Russia all’Occidente. Francesco Cundari su L'Inkiesta il 15 Agosto 2022

La guerra santa lanciata da Putin (e da Kirill) in Ucraina, e cioè la guerra all’Europa e per l’Europa, è l’altra faccia del populismo e del sovranismo che da anni il Cremlino semina e aiuta nell’Ue e in America

Questo è un articolo dell’ultimo numero di Linkiesta Magazine Omaggio all’Ucraina + New York Times Big Ideas in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e stazioni di tutta Italia. Lo si può ordinare qui.

——————————————

La guerra in Ucraina, cioè la guerra in Europa, non poteva non cambiare radicalmente la nostra visione del mondo e la nostra scala di priorità, abituati com’eravamo, noi europei, a dare per scontata una condizione di pace, libertà e benessere praticamente perpetua e apparentemente non controversa, non contesa, non insidiata da niente e da nessuno, come fosse un diritto naturale che tutti ci riconoscevano, che tutti davano ugualmente per scontato.

La guerra in Ucraina, cioè la guerra all’Europa, cambia dunque la nostra percezione della realtà, e tanto più profondamente perché l’invasione decisa da Vladimir Putin arriva al termine di un sommovimento cominciato nel 2016, con Brexit e con l’elezione di Donald Trump (ma anche, per fare solo un altro esempio, con la deriva del separatismo catalano culminata nel referendum illegale del 2017). Un sommovimento che è stato anche una guerra di parole e di percezioni, in parte non irrilevante alimentata e condotta proprio dalla Russia.

La guerra in Ucraina, per l’Europa, è anche un gigantesco traduttore automatico, che illumina retrospettivamente molto di quel che è accaduto negli ultimi sei anni. I massacri, le torture, le deportazioni e tutte le atrocità compiute per ordine di Putin sono la verità dietro le fake news; sono gli uomini in carne e ossa dietro i troll, i bot e la propaganda da cui siamo stati bombardati negli ultimi anni online, in tv e sui giornali; sono l’artiglieria pesante chiamata a finire il lavoro lasciato a metà dagli utili idioti che hanno contribuito a destabilizzare, dividere e indebolire l’Unione europea e l’Occidente.

La guerra è la verità che ci attendeva al termine della post-verità, parola dell’anno 2016, l’anno in cui Trump, in campagna elettorale, invocava esplicitamente l’aiuto di hacker russi affinché trafugassero le email di Hillary Clinton. «Russia, se sei in ascolto, spero sarai in grado di trovare le trentamila email che mancano», dichiarava ad esempio in giugno, in conferenza stampa, riferendosi a uno dei tanti pseudo-scandali montati ad arte dalla propaganda trumputiniana. Per poi aggiungere, significativamente: «Penso sarai grandemente ricompensata dalla nostra stampa». È esattamente quello che accadrà, grazie all’aiuto decisivo di Wikileaks. Aiuto invocato e rilanciato da Trump per tutta la campagna elettorale, senza tanti giri di parole. «I love Wikileaks», dichiara più volte nei suoi comizi.

Come si vede, non c’è mai stato nulla di nascosto, e forse il segreto della post-verità sta proprio qui, nel suo essere, per dir così, una menzogna alla luce del sole. Perché l’obiettivo degli agenti del caos non è convincere, ma dividere, confondere ed esasperare. Per questo la Russia può sostenere contemporaneamente, in Spagna, i separatisti catalani e i nazionalisti di Vox, così come formazioni neofasciste e neonaziste di mezzo mondo, insieme con partiti, gruppi e gruppuscoli di estrema sinistra funzionali alla causa. Ma non può esserci dubbio su dove batta il suo cuore.

La guerra santa lanciata da Putin e dal suo sacerdote Kirill, secondo il quale la guerra in Ucraina è una guerra contro i valori dell’Occidente, rappresentati dalle «parate gay», avrebbe dovuto chiarirlo a chiunque ancora ne dubitasse in buona fede. Le analoghe dichiarazioni di Aleksandr Dugin e degli oligarchi più vicini al Cremlino sono inequivocabili. Sono l’altra faccia del populismo e del sovranismo, di cui Putin in questi anni non è stato solo il principale finanziatore, ma anche il principale punto di riferimento politico e ideologico.

Quale sia l’effetto concreto di tali campagne in Occidente è ben visibile oggi negli Stati Uniti. La politicizzazione della Corte Suprema (per non dire la sua weaponization) va infatti molto al di là della questione dell’aborto. È il tentativo di rovesciare la democrazia liberale dall’interno, attraverso la conquista, il pervertimento e la strumentalizzazione delle sue massime istituzioni, in una direzione che lascia aperte solo due strade: la guerra civile o il modello ungherese. Due opzioni che peraltro non si escludono reciprocamente, come si è visto negli Stati Uniti: fallita la prima opzione, con la campagna sulle «elezioni rubate» culminata nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, si è ripresa infatti la seconda opzione.

Il copione somiglia molto a quello che abbiamo visto all’opera in Ungheria, con l’asservimento graduale di tutti i poteri indipendenti e le autorità di garanzia alla cricca di Viktor Orbán, il principale cavallo di Troia di Putin in Europa. Anche qui, non c’è nulla di nascosto. È il modello della «democrazia illiberale», apertamente rivendicato da entrambi.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, una guerra di terrore e di sterminio giustificata esplicitamente con l’intenzione di impedire l’integrazione del Paese in Europa e nell’Occidente, vediamo ora fin dove sono disposti a spingersi i massimi punti di riferimento dell’internazionale sovranista. Nessuno può onestamente dubitare del fatto che all’indomani di un’eventuale vittoria della Russia, nei territori occupati, non si terranno più né libere elezioni né parate gay, e non ci sarà alcuna libertà di espressione, proprio come a Mosca.

Da questo punto di vista, le cose non potrebbero essere più chiare. Motivazioni e finalità delle forze in campo non potrebbero essere più trasparenti. La situazione non potrebbe essere meno complessa di così.

L’assalto putiniano all’Ucraina e l’assalto trumpiano alla democrazia americana non sono solo due facce della stessa medaglia, sono anche la guerra su due fronti che gli antifascisti europei – quelli veri, cioè quelli che combattono contro il fascismo, e non al suo fianco – dovranno affrontare nei prossimi anni. Occorrerà dunque avvisare tanto i liberali sedotti dalle guerre culturali combattute in nome del diritto alla vita quanto i socialisti abbindolati dalla retorica anti-nazista del Cremlino che il fascismo sta da quella parte (per non parlare della morte).

Se Putin dovesse conquistare l’Ucraina e Trump dovesse riconquistare la Casa bianca è assai improbabile che l’attuale assetto delle alleanze politiche e militari all’ombra delle quali abbiamo coltivato la nostra illusione di pace perpetua durerebbe a lungo. Il tentativo di smantellare la Nato e lasciarci al nostro destino di fronte all’imperialismo russo, fallito durante il primo mandato di Trump, potrebbe riuscire nel secondo. Forse allora anche tanti capziosi discorsi sull’opportunità di aiutare gli aggrediti assumeranno un’altra risonanza, persino negli studi dei nostri talk show.

La guerra ucraina e il trionfo dell'ipocrisia. Piccole Note il 27 Luglio 2022 su Il Giornale. 

Un lettore ci ha segnalato uno scritto di Carlo Rovelli sulla guerra ucraina. Fisico, saggista e accademico, specializzato in fisica teorica, Rovelli attualmente insegna in Francia, all’Università di Aix-Marseille, dopo aver lavorato in Italia e negli Stati Uniti. Per gentile concessione, pubblichiamo lo scritto del professore sul nostro sito.

Ipocrisia

Poche volte mi sono sentito come in questo periodo, così lontano da tutto quanto leggo sui giornali e vedo alla televisione riguardo alla guerra ora in corso in Europa orientale. Poche volte mi sono sentito così in dissidio con i discorsi dominanti. Forse era dai tempi della mia adolescenza inquieta che non mi sentivo così ferito e offeso dal discorso pubblico intorno a me.

Mi sono chiesto perché. In fondo, sono spesso in disaccordo con le scelte politiche e ideologiche dei paesi in cui vivo, ma questo è normale — siamo in tanti e abbiamo opinioni diverse, letture del mondo diverse. Anche del mio pacifismo, poi, sono poi così sicuro? Ho dubbi, come tutti. Allora perché mi sento così turbato, ferito, spaventato, da quanto leggo su tutti i giornali, e sento ripetere all’infinito alla televisione, nei continui discorsi sulla guerra?

Oggi l’ho capito. L’ho capito proprio ritornando col pensiero al periodo della mia prima adolescenza, quando tanti anni fa la gioventù di tanti paesi del mondo cominciava a ribellarsi a uno stato di cose che le sembrava sbagliato. Cos’era stata quella prima spinta al cambiamento? Non era l’ingiustizia sociale, non erano i popoli massacrati dal Napalm come i vietnamiti, non era il perbenismo, la bigotteria, l’autoritarismo sciocco delle università e delle scuole, c’era qualcosa di più semplice, immediato, viscerale che ha ferito l’adolescenza di mezzo secolo fa e ha innescato le rivolte di tanti ragazzi di allora: l’ipocrisia del mondo adulto.

L’istintiva realizzazione da parte della limpidezza della gioventù che gli ideali ostentati erano sepolcri imbiancati. Che i nobili valori dichiarati erano coperture per un egoismo gretto. Che l’ostentato moralismo, la pomposa prosopopea della scuola, la pretesa autorità delle istituzioni erano coperture per privilegi, sfruttamento e bassezze. Questo d’un tratto era insopportabile, per gli occhi limpidi di un ragazzo o una ragazza.

Sono passati tanti anni da allora. Il mondo mi appare infinitamente più complesso, difficile da decifrare, difficile da giudicare, di quanto non mi apparisse allora. L’illusione che tutto possa essere pulito e onesto nel mondo l’ho persa da tempo. Ma l’esplosione dell’ipocrisia dell’Occidente in questo ultimo anno è senza pari.

D’un tratto, l’Occidente, tutti insieme in coro, ha cominciato a cantarsi come il detentore dei valori, il baluardo della libertà, il protettore dei popoli deboli, il garante della legalità, il guardiano della sacralità della vita umana, l’unica speranza per un mondo di pace e giustizia. Questo canto di quanto l’Occidente sia buono e giusto e quanto gli stati autocratici siano cattivi è un coro in unisono ripetuto all’infinito da ogni articolo di giornale, ogni commentatore televisivo, ogni editoriale. La cattiveria feroce di Putin è additata, ostentata, ripetuta, declamata, all’infinito. Ogni bomba che cade sull’Ucraina ci ripete quanto la Russia sia il male e noi il bene.

Io sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto – del tutto condannabile – che una potenza militare abbia attaccato con futili pretesti un paese sovrano, mi aggiungerei al coro se ogni volta l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto in Afghanistan, in Iraq, in Libia, a Grenada, a Cuba, e in tantissimi altri paesi. Lo abbiamo fatto ma ora che lo fanno i Russi ci rendiamo conto di quanto sia doloroso, non lo faremo più”.

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che i confini delle nazioni non sono rispettati (e la Russia ha riconosciuto l’indipendenza del Donbass), se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho subito riconosciuto l’indipendenza della Slovenia e della Croazia, cambiando i confini, innescando una sanguinosissima guerra civile, e strappando terre alla Jugoslavia”.

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto -del tutto condannabile – che Mosca bombarda Kiev, ammazzando civili innocenti, adducendo come motivo che Kiev bombardava il Donbass, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato Belgrado, uccidendo cinquemila persone, donne e bambini innocenti, adducendo come motivo che Belgrado bombardava il Kossovo”.

Sarei felice di unirmi al coro, se ogni volta che condanniamo il fatto —del tutto condannabile— che la Russia pretende di cambiare il regime politico di Kiev perché questo regime le si ribella, mi aggiungerei al coro se l’Occidente aggiungesse “E io Occidente quindi mi impegno a non fare mai più nulla di simile in futuro, come ho fatto quando ho bombardato la Libia, invaso l’Iraq, destabilizzato governi nel mondo intero, dal Medio Oriente al Sud America, dal Cile all’Algeria, dall’Egitto alla Palestina, ogni volta che un popolo votava per un governo troppo poco favorevole agli interessi occidentali, buttando giù governi democraticamente eletti come in Algeria in Egitto o in Palestina, per invece sostenere dittature come in Arabia Saudita quando fa comodo, anche se i sauditi continuano a massacrare gli yemeniti”.

Sarei felice di unirmi al coro che si commuove per i poveri ucraini, se questo coro si commuovesse anche per gli yemeniti, i siriani, gli afghani e tutti gli altri, con la pelle di tonalità leggermente diversa, invece di lasciare fuori tutti gli altri a marcire,

O forse sarei in disaccordo, ma non così schifato, se semplicemente sentissi dire “siamo i più forti, vogliamo dominare il mondo con la violenza delle armi, per difendere la nostra ricchezza, e lo domineremo”. Almeno non ci sarebbe l’ipocrisia, almeno potremmo discutere se questa sia o no una scelta lungimirante, e non sia più lungimirante smorzare lo scontro e cercare collaborazione.

E invece siamo immersi nella più sfrenata ipocrisia. Arriviamo a eccessi che rasentano il surrealismo. I nostri giornali parlano delle ambizioni “imperiali” della Cina e della Russia.

La Cina non ha praticamente un solo soldato al di fuori dei confini cinesi riconosciuti internazionalmente. La Russia, a parte un piccolo contingente in Siria, ne ha solo a pochi chilometri dai suoi confini: i più lontani sono in Transnistria, a poche decine di chilometri da questi.

Gli americani hanno centomila soldati in Europa, hanno basi militari in centro America, in Sud America, in Africa, in Asia, nel Pacifico, in Giappone, in Corea, praticamente ovunque nel mondo. Eccetto in Ucraina, dove però stavano iniziando a insediarsi. Hanno portaerei nel mare della Cina. Chi ha una politica imperiale? Dalle coste cinesi si vedono le navi da guerra americane, non credo che da New York si vedano navi da guerra cinesi. Eppure i nostri giornalisti surrealisti riescono a ribaltare la realtà fino a parlare della logica imperiale di Russia e Cina!

Si paventa l’uso della bomba atomica. Ma è l’Occidente l’unico ad aver usato la bomba atomica per affermare con estrema violenza il suo incondizionato dominio; nessun altro lo ha fatto. Si dice che la Cina è aggressiva. Ma non ha fatto una sola guerra dopo la Corea e il Vietnam, mentre l’Occidente ha fatto guerre in continuazione nel mondo intero. Chi è l’impero?

Il Pentagono pubblica regolarmente liste di esseri umani uccisi in ogni parte del mondo dai suoi droni. Riconosce pubblicamente che molti innocenti vengono uccisi per sbaglio. Il New York Times arriva all’orrore di scrivere un lungo articolo per denunciare il fatto che i poveri soldati americani che guidano questi droni da remoto non hanno abbastanza supporti psicologico per sopportare il duro lavoro e lo stress di dover spesso ammazzare innocenti!

Lo scandalo, per il paludato organo di stampa dei padroni del mondo, non è che siano ammazzati innocenti, è che i soldati che ammazzano non hanno adeguato supporto psicologico!

Neppure l’impero assiro ricordato nell’antichità per la sua violenza era mai arrivato a una simile arroganza e disprezzo per il resto dell’umanità! Ma i nostri giornalisti ignorano felicemente che ogni settimana nel mondo qualcuno viene ucciso da droni americani, e ricordano piuttosto indignatissimi una persona uccisa dai russi a Londra…. Come sono orrendi i russi! E via via così…

La Russia si è permessa di commettere anch’essa qualcosa di analogo agli orrori che l’Occidente continua a commettere. L’Iraq e l’Afghanistan non avevano fatto male a nessuno: l’Occidente li ha invasi e ha fatto molte centinaia di migliaia di morti, nelle due guerre. E si permette di fare l’anima candida con la Russia?

Che lo faccia promettendo di non invadere più nessun paese, di non infilarsi più in nessuna guerra, di non voler dominare il mondo con la violenza. Allora mi unirò anch’io al coro di condanna dei cattivi russi.

Abbiamo sentito l’assurdo. Gli americani invocare la Corte internazionale di giustizia, che hanno sempre ostacolato e a cui non hanno aderito. Invocare la legalità internazionale, quando tutte le loro ultime guerre sono state condannate dalle Nazioni Unite, tanto che Washington ha fatto di tutto per esautorarle, compreso non pagare la loro parte.

Amo l’America. Ci ho vissuto dieci anni. La conosco. La ammiro. Ne conosco gli splendori e gli orrori. La brillantezza delle sue università, la vitalità della sua economia, la miseria infame dei ghetti neri e dei ghetti bianchi, le sue carceri dove tengono quasi un americano ogni cento, la violenza per noi europei inconcepibile delle sue strade.

Amo anche l’Europa, dove sono nato. Ho amato quella che mi sembrava essere la tolleranza e la cautela ereditate dalla devastazione della Guerra Mondiale. Ma non posso non vedere come questa parte ricca e potente del mondo stia sempre più chiudendosi su se stessa in un parossismo di violenza contro il resto del mondo.

Amo l’Occidente, ma per la ricchezza culturale che ha regalato al mondo intero, non per essere diventato dominante con la schiavitù e sterminando interi continenti, non per questa sfrenata violenza e ipocrisia che continuano gli orrori del passato.

Amo anche la Cina e l’India, di cui pure ho visto miserie e splendori. È stupido discutere su chi sia migliore, come se dovessimo tutti fare la stessa cosa, o come se qualcuno dovesse necessariamente vincere sugli altri. Il problema del mondo non è chi deve comandare, che sistema politico dobbiamo adottare tutti.

Il problema del mondo è come convivere, tollerarsi, rispettarsi, imparare a collaborare.

Il mondo ha diversi miliardi di abitanti. La maggioranza di questi sono fuori dall’Occidente. Ce ne sono in Cina, in India, in Russia, in Brasile, nel resto del Sud America, dell’Africa, dell’Asia. Sono la maggioranza dell’umanità. Non hanno più simpatia per l’Occidente. Ne hanno sempre meno.

Non partecipano alle sanzioni contro la Russia, molti si sono rifiutati perfino di votare la condanna della Russia all’ONU, nonostante fosse ovviamente condannabile. Non perché siano cattivi, perché amino la violenza, o abbiano biechi motivi. Ma perché vedono la sfrenata ipocrisia dell’Occidente, che riempie il mondo dei suoi eserciti, si sente libero di massacrare e poi fa l’anima candida se un altro si comporta male.

Il mondo, nella sua vasta maggioranza, vorrebbe che i problemi comuni dell’umanità, il riscaldamento climatico, le pandemie, la povertà, fossero affrontati in comune, con decisioni prese in comune. Vorrebbe che le Nazioni Unite contassero dii più. È l’Occidente che blocca questa collaborazione, perché si sente in diritto di comandare, perché ha le armi dalla sua, la violenza dalla sua.

Ora l’Occidente si sente inquieto perché la Cina sta diventando ricca, per questo la stuzzica, la provoca, la accusa di ogni cosa accusabile (e ce ne sono: scagli la prima pietra chi è senza colpe). L’Occidente cerca lo scontro con la Cina. Vorrebbe umiliarla militarmente prima che cresca troppo e questo diventi impossibile.

La classe dominante occidentale ci sta portando verso la terza guerra mondiale. I problemi dell’Ucraina si potrebbero risolvere come alla fine l’Occidente ha deciso di risolvere la crisi Jugoslava: una guerra civile che si trascinava da tempo, con interventi militari esterni, che ha portato a una separazione in parti diverse. Ma l’Occidente non vuole una soluzione, vuole fare male alla Russia. Non fa che ripeterlo.

Alla televisione sfilano le facce felici delle riunioni dei leader occidentali, felici delle loro portaerei, delle loro bombe atomiche, delle loro armi innumerevoli, trilioni di dollari di armi, con cui si potrebbero risolvere i problemi del mondo, e invece sono usati per rafforzare un predomino violento sul mondo.

E tutto questo colorato delle belle parole: democrazia, libertà, rispetto delle nazioni, pace, rispetto della legalità internazionale, rispetto della legge. Dietro, come zombi, i giornalisti e gli editorialisti a ripetere. Sepolcri imbiancati. Su una scia di sangue di milioni di morti straziati dalle nostre bombe negli ultimi decenni. Da Hiroshima a Kabul, e continueranno.

L'intervista di Karaganov al Nyt. Piccole Note il 21 luglio 2022 su Il Giornale.

Non capita tutti i giorni che un medium mainstream americano pubblichi un’intervista a un esponente dell’élite culturale russa. Lo schema dei blocchi contrapposti impedisce spiragli di dialogo, necessari alla comprensione reciproca.

E tale chiusura, dopo la guerra ucraina, è diventata cortina di ferro. Così, quando abbiamo letto l’intervista a Sergey Karaganov sul New York Times di ieri ci siamo stupiti non poco, perché questi è uno degli ideologi più vicini al Cremlino e a intervistarlo è Serge Schmemann, penna autorevole del giornale. Riportiamo alcuni passaggi dell’intervista, rimandando chi volesse all’integrale.

“Quando è iniziato il conflitto militare, abbiamo visto quanto fosse profondo il coinvolgimento dell’Ucraina con la NATO: molte armi, addestramento. L’Ucraina si stava trasformando in una punta di diamante puntata al cuore della Russia. Abbiamo anche visto che l’Occidente stava crollando in termini economici, morali, politici”.

“Questo declino è stato particolarmente doloroso dopo il suo picco negli anni ’90 [si riferisce al crollo del Muro di Berlino, ndr]. I problemi all’interno dell’Occidente e nel mondo non sono stati risolti. Si trattava di una classica situazione prebellica. La belligeranza contro la Russia è cresciuta rapidamente dalla fine degli anni 2000. Il conflitto era visto come sempre più imminente. Quindi probabilmente Mosca ha deciso di anticipare e di dettare i termini del conflitto”.

“Questo conflitto è di natura esistenziale per la maggior parte delle élite occidentali moderne, che stanno fallendo e stanno perdendo la fiducia delle loro popolazioni. Per distogliere l’attenzione hanno bisogno di un nemico. Ma la maggior parte dei Paesi occidentali, non le loro élite attualmente al potere, sopravvivranno e prospereranno perfettamente anche quando l’imperialismo globalista liberale imposto dalla fine degli anni ’80 svanirà”.

“Questo conflitto non riguarda l’Ucraina. I suoi cittadini sono usati come carne da cannone in una guerra per preservare la supremazia fallimentare delle élite occidentali”.

“Per la Russia questa guerra ha a che vedere con la conservazione non solo delle sue élite, ma dello stesso Paese. Non poteva permettersi di perdere. Ecco perché la Russia è destinata a vincere, si spera, a meno che si acceda a livelli di violenza più elevati. Ma le persone stanno morendo. Prevedo una guerra del genere da un quarto di secolo. E non sono stato in grado di impedirla. Lo vedo come un fallimento personale”.

Sui rischi di un’escalation del conflitto – che in Occidente sono tacitati, per evitare che la paura di tale sviluppo spinga le persone a interpellarsi sulla perché sia preferibile il sostegno incondizionato all’Ucraina rispetto alla ricerca di una trattativa globale con Mosca – Karaganov fa un cenno significativo: “Sono ancor più preoccupato per la crescente probabilità che un conflitto termonucleare globale metta fine alla storia dell’umanità. Stiamo vivendo una prolungata crisi missilistica cubana. E non vedo persone del calibro di Kennedy e del suo entourage dall’altra parte della barricata. Non so se abbiamo interlocutori responsabili. Ma li stiamo cercando”.

Conflitto diventato inevitabile, quello ucraino, rimandato a causa della pandemia, spiega Karaganov, che finirà solo quando Kiev cesserà di rappresentare – o di essere percepita – una minaccia esistenziale per la Russia.

Karaganov aggiunge che Mosca non si vuole isolare, che anzi sta intessendo nuove interlocuzioni in un mondo che sta uscendo dall’unipolarismo Usa per imboccare la strada del multipolarismo; e, quanto alla frattura con l’Occidente, Mosca farà bene a mantenere le distanze per i prossimi dieci o vent’anni, in attesa che la consunzione di cui è preda il nostro emisfero si risolva.

“L’Ucraina – afferma – è una parte importante, ma piccola, del processo di travolgimento del crollo del precedente ordine mondiale dell’imperialismo liberale globale imposto dagli Stati Uniti e del movimento verso un mondo molto più equo e libero di multipolarità e molteplicità di civiltà e culture”.

E conclude spiegando che in questo futuro multipolare avrà un posto sempre più rilevante l’Eurasia, che vedrà il rianimarsi “delle grandi civiltà soppresse da diverse centinaia di anni. La Russia svolgerà il suo ruolo naturale di civiltà delle civiltà. La Russia dovrebbe anche svolgere il ruolo di bilanciatore settentrionale di questo sistema”. Il riferimento specifico è alle civiltà cinese e indiana, devastate dal colonialismo (peraltro, ciò spiega alcune linee della politica estera russa di questi ultimi anni).

Così, dunque, il Nyt, che sorprende con tale pubblicazione. Non è un cedimento al nemico, ma un tentativo di comprendere cosa sta avvenendo nel mondo per tentare di affrontare quella che in questo momento appare terra incognita, con tutti i rischi del caso.

Una pubblicazione che interpella in quanto sussulto di ragionevolezza. Se si vuole uscire dal tunnel nel quale l’Occidente si è cacciato inseguendo le follie neocon che hanno imposto come Unica Via quella del sostegno incondizionato all’Ucraina, occorre prendere atto della complessità del mondo. Le complessità non si risolvono a suon di bombe, come i neocon hanno imposto con la loro funesta guerra infinita.

Anzi, più bombe si sganciano sul pianeta, più esso diventa fragile e caotico. Così in Afghanistan, così in Iraq, Libia e altrove; e così in Ucraina, dove l’invio delle armi NATO serve solo a prolungare una guerra inutile, persa in partenza, e che si poteva evitare se Kiev avesse imboccato la via della neutralità, disinnescando la percezione da parte dei russi di una minaccia imminente.

I padroni del vapore d’Occidente volevano a tutti i costi la loro guerra, l’hanno avuta, anche se non nelle forme desiderate. In attesa di quella asiatica prossima ventura.

Le guerre mentono e distruggono quelle «preventive» persino di più. Vittorio Possenti su Avvenire  il 9 luglio 2022.  

Le guerre non ristabiliscono diritti, ma spostano confini e ridistribuiscono poteri» (H. Arendt). Impossibile illustrare con maggiore chiarezza la realtà "cainitica" della guerra, stregata dalla potenza e tesa a rimodellare l’assetto geopolitico mondiale. Invece occorre dire: Non abituiamoci alla guerra, e ancor meno a quella preventiva, in cui si aggredisce per primi per ottenere maggiori possibilità di successo e di prostrazione dell’avversario.

Nel conflitto contro l’Ucraina la strategia russa è stata questa. In un’intervista concessa al "Corriere della Sera" (8 aprile 2022) Sergej Karaganov, ex consigliere presidenziale di Yeltsin e di Putin e ancora attivo nel circolo dei putiniani, ha dichiarato, riferendosi ad alcuni anni fa: «Il conflitto (con l’Ucraina) stava già diventando probabile. E abbiamo visto divisioni e problemi strutturali nelle società occidentali, così il Cremlino ha deciso di colpire per primo. Tra l’altro, questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici». La “dottrina Putin” elaborata da Karaganov teorizzava già nel 2019 l’invasione dell’Ucraina. Nel discorso a Mosca del 9 maggio scorso Putin non ha smentito, ma avallato l’assunto del primo colpo. Per giustificare l’invasione dell’Ucraina ha sostenuto che «la Russia ha reagito preventivamente contro l’aggressione». Si riferiva a un presunto attacco della Nato per invadere «le nostre terre storiche, compresa la Crimea; una minaccia per noi assolutamente inaccettabile, sistematicamente creata, direttamente ai nostri confini... Il pericolo è cresciuto ogni giorno; il nostro è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta, la decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente».

Secondo Sergej Karaganov questa operazione militare sarà usata per ristrutturare la società russa: diventerà più militante, spingendo fuori dall’élite gli elementi non patriottici​

L’attuale guerra preventiva non è l’unica del nuovo secolo. Nella memoria di molti rimane l’attacco all’Iraq da parte degli Stati Uniti guidati dal presidente George W. Bush (insieme ad alcuni altri Stati). Essa iniziò il 20 marzo 2003 e terminò formalmente il 18 dicembre 2011 quando venne instaurato un regime ufficialmente democratico, col passaggio dei poteri alle autorità irachene, insediate dagli Usa. L’intento primario della guerra era un "cambio di regime": deporre Saddam Hussein, inviso sin dalla prima guerra del Golfo. L’attacco si basò in buona misura su una supposizione rivelatasi falsa: il possesso da parte di Saddam di armi biologiche e la sua capacità di produrre in breve tempo missili che avrebbero raggiunto e colpito la Gran Bretagna in pochi minuti: così dichiarò Tony Blair spalleggiato da Bush jr. Come è noto, una missione di ispettori Onu non scoprì nulla di quanto invece secondo la Cia doveva scoprire. Successivamente il Segretario di Stato C. Powell all’Onu cercò di convincere l’assemblea mostrando una piccola provetta, sostenendo che contenesse antrace. Anni dopo Powell, senza più cariche ufficiali, ammise l’errore e considerò quel discorso una macchia sulla sua carriera. Nel 2015 in un’intervista alla Cnn anche Blair riconobbe in buona misura di aver sbagliato.

La vittoria militare americana aprì un terribile periodo per il popolo iracheno, diviso in fazioni e consegnato a una guerra civile e a terrorismi che mieterono un numero assai alto di vittime civili, oltre a causare un’instabilità strutturale dell’intero Medio Oriente che perdura. L’attacco all’Iraq si appoggiava sulla nuova dottrina Usa, teorizzata nella “Strategia della sicurezza nazionale” del settembre 2002, un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre che colpì al cuore la nazione americana. In quel documento si affermava che «la migliore difesa è un buon attacco». Una volta concepito il mondo come un composto formato da Stati per bene e “Stati canaglia” e minacciato dal terrorismo, la conseguenza era questa: «Non possiamo lasciare che i nostri nemici sparino per primi... Maggiore è la minaccia e più impellente la necessità di intraprendere un’azione anticipatoria in difesa di noi stessi, persino nell’incertezza del luogo e dell’ora dell’attacco da parte del nemico».

Le due maggiori potenze mondiali (sino a poco fa) non sono riuscite a scampare alla maledizione della guerra preventiva, e l’Onu purtroppo si è mostrata impotente a sanare il guasto. In Iraq e in Ucraina è stato scavalcata come un aggeggio inutile, cui ricorrere solo quando serve per i propri interessi. Nessuno potrà dimenticare l’energia trasfusa da Giovanni Paolo II per evitare le Guerre del Golfo, cui dovette amaramente piegarsi, e quella messa in campo oggi da papa Francesco per l’Ucraina. Qui l’aggressione ha prodotto molte vittime militari e civili e una distruzione sistematica di città (si pensi a Mariupol), territori e infrastrutture. L’invasione russa sta assomigliando sempre di più alle campagne militari condotte precedentemente a Grozny (Cecenia) e ad Aleppo (Siria). Ad Aleppo nel 2016 Putin e Assad decisero di bombardare la parte della città sotto il controllo dei ribelli con una violenza che ha pochi precedenti.

Il colpo preventivo non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente​

In Ucraina la soluzione non può che essere politica e non militare. L’attuale inferiorità strategica (navale e aerea) dell’Ucraina potrebbe essere colmata da nuove armi occidentali per rendere in qualche modo confrontabili le forze in campo, e assicurandole una legittima difesa (non nucleare); l’Ucraina ha rinunciato nel 1994 alle armi nucleari di cui era zeppa dopo il crollo dell’Urss. Anche la Merkel, a cui da varie parti si è guardato come mediatrice, ha sposato l’idea di sostenere l’Ucraina contro i "nuovi barbari". La strada sarebbe quella di un cessate il fuoco immediato per iniziare una trattativa e poi addivenire a una conferenza di pace e sicurezza europea, qualcosa di analogo a Helsinki 1975, con garanzie per gli attori in campo, naturalmente a partire da Kiev e Mosca. Ma quanto sangue dovrà ancora essere versato per giungere a un esito oggi improbabile ma necessario?

Il colpo preventivo che instaura un potere di guerra insindacabile e imprevedibile, non edifica alcun nuovo ordine mondiale accettabile, ma rischia di distruggerlo ulteriormente. 

Le guerre ridefiniscono buoni e cattivi. Paolo Guzzanti su Il Giornale il 9 luglio 2022.  

È straordinario con quanta velocità tutti si siano gettati sulla «contraddizione» di Draghi che un giorno chiamò Erdogan «un piccolo dittatore con cui bisogna pur convivere» e appena qualche mese dopo marciava sottobraccio allo stesso Erdogan. Dove sarebbe lo scandalo? Draghi era stato galante quando il Presidente turco aveva tolto la sedia sotto la schiena della Presidente Ursula von der Leyen, perché di indole giocosa. E il primo ministro italiano aveva spiegato alla indignata collega che con i piccoli dittatori ci vuole pazienza. Passarono i mesi e la Russia invase l'Ucraina. Allora si scoprì che le guerre ridefiniscono buoni e cattivi secondo le alleanze: o stai di qua o di là. Draghi disse: «Noi, di qua. E lei?». Erdogan tastò il terreno: «Mi garantite dai curdi che vivono in Svezia e Finlandia?». Svezia e Finlandia annuirono senza peraltro torcere un capello ai curdi. Ma Erdogan non aveva finito: «E gli aerei F35 me li date?». Le sia concesso, fu la risposta. «Allora ci sto, disse il sultano: sono dei vostri: potete far entrare Finlandia e Svezia nella Nato». Poi si rivolse a Draghi appena atterrato: «Le sembro sempre un dittatore da quattro soldi?» «Al contrario, rispose Draghi. Lei è un alleato prezioso». «Passiamo in rassegna le truppe, propose Erdogan? Son qui per questo», annuì Draghi e aggiunse: «Lei, l'ha comperata la sedia per la Von der Leyen?» «Poltrone e sofà di alta qualità» fu la risposta. Draghi sorrise col suo sguardo da iguana sazio e prese il turco a braccetto mentre partiva la fanfara.

Putin: «In Ucraina non abbiamo neppure iniziato. L'Occidente vuole batterci in battaglia? Ci provi». Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 7 luglio 2022.

Le nuove minacce di Vladimir Putin espresse davanti ai leader parlamentari dell'Assemblea federale. Il Segretario di Stato Usa Blinken e il ministro degli Esteri russo Lavrov si evitano al G20

«In Ucraina non abbiamo ancora cominciato a fare sul serio». Davanti ai leader parlamentari dell’Assemblea Federale, Vladimir Putin sferra un nuovo attacco verbale all’Occidente: «Vogliono sconfiggerci sul campo? Che ci provino». 

Lo Zar accusa i Paesi che sostengono Kiev di condurre una guerra per procura, e affievolisce le speranze di una pace: «Più gli scontri proseguono, più sarà difficile avviare un negoziato». 

Intanto si continua a combattere. 

Sul fronte Sud i missili russi hanno bombardato nella notte due silos di grano dove erano stoccate 35 tonnellate di cereali. Un danno ingente anche se, secondo quanto riferisce il portavoce del capo dell’amministrazione militare regionale di Odessa Sergiy Bratchuk, non ci sono state vittime.

Le ultime notizie sulla guerra in Ucraina

Sempre al largo del Mar Nero è stata colpita la petroliera «Millennial Spirit» battente bandiera moldava, finita alla deriva. L’imbarcazione era prevalentemente vuota, ma al suo interno sono presenti i residui del gasolio che trasportava. Inoltre i russi hanno danneggiato il ponte d’ormeggio dell’Isola dei Serpenti. Un attacco che non ha impedito alle forze di Kiev di issare la bandiera ucraina sull’isola riconquistata nei giorni scorsi, con il messaggio: «Ricorda, nave da guerra russa, l’isola dei Serpenti è ucraina» e le firme dei capi militari del Comando Sud. 

A Est l’Armata tenta di eliminare le ultime sacche di resistenza a Lugansk e di spingersi più addentro nel Donetsk incalzando le forze ucraine schierate intorno alla città di Sloviansk. E di fronte all’avanzata russa prosegue l’evacuazione dei civili: Sloviansk, che prima della guerra contava 110mila abitanti, è da diversi giorni bersaglio di massicci bombardamenti russi. «L’evacuazione è in corso», ha riferito il sindaco, Vadim Liakh, «e al momento sono rimaste 23mila persone a Sloviansk». 

Dopo aver conquistato Lysychansk domenica, una settimana dopo il ritiro dell’esercito ucraino dalla vicina Severodonetsk, l’esercito russo sostiene che quasi tutta la provincia di Lugansk è sotto il suo controllo, cosa che gli ucraini continuano a negare. «Ci sono ancora combattimenti in due villaggi», ha assicurato il governatore, Sergiy Gaidai. 

I russi stanno ora cercando di conquistare la seconda provincia del Donbass, quella di Donetsk, per occupare così l’intero bacino minerario che i separatisti filorussi controllavano parzialmente dal 2014. Ma per questo devono prendere Sloviansk e Kramatorsk, le due più grandi città nella regione ancora in mano gli ucraini. 

A Bali, al termine della prima giornata del G20, sebbene non ci sia stato nessun colloquio tra il ministro degli Affari esteri russo, Sergei Lavrov, e il segretario di Stato americano Antony Blinken, il conflitto in Ucraina ha dominato il vertice, con numerosi incontri a margine. 

Lavrov ha incontrato l’omologo cinese Wang Yi, al quale ha ribadito la volontà di cooperazione tra i due Paesi e ha quindi invitato il rappresentante di Pechino a unire le forze per non cedere alle pressioni degli Stati Uniti: «Stiamo guadagnando sempre più sostegno e apprezzamento a livello internazionale» ha detto Lavrov che, secondo la stampa russa, ha incoraggiato Wang Yi a resistere alla «politica apertamente aggressiva» delle nazioni occidentali. 

Nell’incontro con l’omologo turco Mevlut Cavusoglu, Lavrov ha approfittato invece per ribadire che per Mosca «è inaccettabile un ulteriore sostegno dell’Occidente alle ambizioni militaristiche del regime di Kiev».

La storia riscritta da Putin con sovrano disprezzo della verità. Ernesto Galli della Loggia su Il Corriere della Sera il 7 luglio 2022.

Nel corso degli anni si è profuso in decine di discorsi circa i suoi sfrenati progetti nazional-imperialistici senza che però nessuno di noi (o quasi) gli prestasse troppa attenzione. Forse perché molti di quegli interventi riguardavano il passato. 

Con Putin è un po’ come con Hitler. Come in mille occasioni, a partire dal Mein Kampf (1925), il Führer non si stancò di dire ai quattro venti e di far capire chi era e quello che intendeva combinare — senza che però in Occidente molti lo prendessero sul serio — allo stesso modo in questi anni Putin si è profuso in decine di discorsi circa i suoi sfrenati progetti nazional-imperialistici senza che però nessuno di noi (o quasi) gli prestasse troppa attenzione. Forse perché molti di quei discorsi riguardavano il passato, erano discorsi storici. Avevamo dimenticato che nel nostro tempo la storia (la sua manipolazione) è lo strumento preferito dai dittatori per affermare la propria visione del mondo e avvalorare le proprie malefatte. Soprattutto per giustificare i propri propositi aggressivi.

E infatti, leggendo oggi i numerosi brani di tali discorsi contenuti in un breve saggio appena pubblicato da un eminente storico slavista francese, Nicolas Werth, (Poutine historien en chef, Gallimard) ci accorgiamo che tutti i conti tornano.

Convinto fin dall’inizio della sua carriera politica che «la principale risorsa della potenza e dell’avvenire della Russia risiede nella nostra memoria storica» e che «per far rinascere la nostra identità nazionale, la nostra coscienza nazionale, dobbiamo ristabilire i legami tra le diverse epoche di una sola storia , ininterrotta, millenaria», Putin si è dedicato appassionatamente a rimodellare tale storia con sovrano disprezzo della verità.

Il suo principale obiettivo è stato innanzitutto quello di «decomunistizzare» per così dire l’esperienza sovietica, riducendo l’Ottobre a un incidente della storia, opera a suo dire di un pugno di criminali privi di veri legami con il Paese e per giunta responsabili soprattutto di aver firmato nel ’18 la pace di Brest-Litovsk con la Germania guglielmina. Cosicché «il nostro Paese si è dichiarato sconfitto nei confronti di un Paese che lui stesso aveva perduto la guerra! — afferma indignato Putin —: un fatto unico nella storia dell’umanità! È stato il risultato del tradimento di coloro che allora governavano il Paese (…); immensi territori, interessi vitali del nostro Paese sono stati svenduti per soddisfare gli interessi di un gruppo che voleva solo rafforzare la propria posizione di potere».

Ripulita dal leninismo l’esperienza sovietica è così pronta per essere collegata direttamente al passato zarista, ridipinto con i colori della più fulgida grandezza. È vero che nell’esperienza sovietica campeggia l’ingombrante figura di Stalin a causa del quale «milioni di nostri concittadini hanno sofferto». Putin lo ammette, ma per aggiungere subito che «non bisogna dimenticare che la demonizzazione di Stalin è una delle direttrici d’attacco dell’Occidente contro la Russia e l’Unione sovietica». È chiaro comunque il motivo per cui l’esperienza sovietica deve essere a tutti i costi salvaguardata: perché è al suo interno che si colloca la vittoria sul nazismo e tale vittoria è chiamata a costituire il fondamento storico irrinunciabile sia della spinta neoimperialistica della leadership putiniana sia dell’ orgoglio nazional-patriottico russo che Putin stesso intende alimentare in ogni modo per sostenere tale spinta.

Credo che non esista al mondo un evento storico protetto da una blindatura penale come quella che in Russia, auspice il despota, protegge la «Grande Guerra patriottica 1941-1945». Una guerra, c’informa tra l’altro Werth, che nell’attuale manuale di storia dell’ultimo ciclo delle scuole russe, è presentata come del tutto avulsa dalla Seconda guerra mondiale nel suo complesso, e quindi senza che si faccia neppure un cenno, per esempio, alla guerra sul fronte occidentale, alla vittoria tedesca sulla Francia, alla battaglia d’Inghilterra o a Pearl Harbour . Un articolo delle leggi memoriali approvate all’indomani dell’occupazione della Crimea nel 2014 commina dunque fino a cinque anni di carcere (cinque anni!) a chiunque, oltre a mettere in dubbio la fondatezza del giudizio del Tribunale di Norimberga, a) «diffonda informazioni scientemente false sulle attività dell’Urss durante la Seconda Guerra mondiale»; b) «diffonda informazioni manifestamente irrispettose sulle date della gloria militare e sulle date memorabili della Russia relative alla difesa della patria o profani i simboli della gloria militare russa».

Non basta. Il 24 febbraio scorso, immediatamente dopo l’attacco all’Ucraina, è stata aggiunta una clausola quanto mai significativa — che potremmo chiamare la clausola della coda di paglia — che vieta esplicitamente «qualunque tentativo compiuto nello spazio pubblico, volto a mettere sullo stesso piano le azioni dell’Unione Sovietica e della Germania nazista durante la Seconda Guerra mondiale». E dopo le leggi sono naturalmente fioccate le condanne: ad esempio a carico di chi aveva osato ricordare il patto Hitler-Stalin dell’agosto del ’39 , o definito «carnefice» il generale Rudenko, che prima di essere procuratore sovietico al processo di Norimberga era stato membro dei tribunali straordinari che negli anni del Grande Terrore staliniano avevano mandato a morte migliaia di innocenti.

Come è facile immaginare l’Ucraina costituisce un soggetto privilegiato del Putin storico. Il cui punto di vista è compendiato in un lungo testo del 2021 che già dal titolo dice tutto: «Circa l’unità storica dei Russi e degli Ucraini». Questi ultimi vengono descritti come un popolo slavo che però l’invasione mongola del XIII secolo rigettò verso ovest, consegnandoli all’influenza della Polonia e del cattolicesimo, mentre i Russi invece fondavano Mosca, destinata a divenire grazie a Pietro il Grande e ai suoi successori il «centro riunificatore» di tutto lo slavismo. Dunque l’Ucraina come entità autonoma non è mai esistita, è stata un’invenzione della «politica bolscevica delle nazionalità a spese della Russia storica» e lasciata a se stessa possiede un’intima vocazione a passare dall’altra parte: con i polacchi, i cattolici, gli svedesi, i nazisti. Sul carattere della progettata «denazificazione» del Paese Putin finora non si è mai espresso in pubblico. Ha preferito lasciar parlare sulle pubblicazioni ufficiali del regime i suoi ideologi come questo Timofei Sergueizev di cui a ragione Werth reputa utile riportare gli agghiaccianti propositi: «La denazificazione consiste in un insieme di misure nei confronti della massa nazista della popolazione che per ragioni tecniche non può essere direttamente perseguita per crimini di guerra (…); è necessario procedere a una pulizia totale (…) ; oltre ai massimi dirigenti è da considerare egualmente colpevole una parte importante delle masse popolari, responsabili di nazismo passivo , di collaborazione con il nazismo (…). La durata della denazificazione non può in alcun caso essere inferiore a una generazione. (…)La denazificazione sarà inevitabilmente una de-ucrainizzazione (…) La denazificazione dell’Ucraina significa anche la sua inevitabile de-europeizzazione».

C’è ancora qualcuno che in nome della «pace» intende negare le armi a chi se la sta vedendo da mesi con simili criminali?

I dubbi Usa sull’ottimismo per Kiev. Lorenzo Vita su Inside Over il 4 luglio 2022.

La guerra in Ucraina diventa oggetto di dibattito anche all’interno del territorio americano. Il Washington Post, in una lunga inchiesta, ha infatti posto alcuni interrogativi sulle differenze tra la realtà e delle previsioni che si sono rivelate eccessivamente ottimiste riguardo le forze di Kiev. Nell’articolo non traspare una critica alle truppe ucraine, ma si punta soprattutto il dito sullo iato che si è creato tra le previsioni degli analisti e alcuni scenari paventati dall’amministrazione di Joe Biden. Scenari che a detta del quotidiano Usa sarebbero dettati, in pratica, più da motivazioni politiche e diplomatiche che da effettivo desiderio di spiegare puntualmente quanto accade sul campo.

Divisi tra chi non vuole mostrare le fragilità di Kiev a Mosca, chi ritiene opportuno un maggiore sostegno da parte occidentale e chi invece afferma che non esiste una perfetta coincidenza tra informazioni date dall’Ucraina e quelle in mano agli Stati Uniti, il dubbio di molti osservatori è che in questa fase della guerra, arrivata ormai a oltre 130 giorni, sia difficile valutare con la massima lucidità i fatti sul campo. E, come spiega il Wp, anche se la Russia ha drasticamente ridotto gli obiettivi manifestati a inizio della “operazione militare speciale”, molto spesso le autorità americane “sminuiscono i progressi definendoli discontinui e incrementali e sottolineano il numero significativo di vittime militari russe che ne sono derivate” senza però mostrare l’altra faccia della medaglia, comprese le “pesanti perdite” subite dagli ucraini.

Questo, come detto, può essere dovuto a diversi fattori. Tuttavia appare interessante che da Washington, e soprattutto dalle colonne di un così autorevole quotidiano particolarmente attento alle dinamiche internazionali e interne alla politica Usa, si faccia riferimento a questo conflitto intestino sulle previsioni e sulle analisi della guerra in Ucraina. Perplessità che sembrano cercare una risposta non tanto alla domanda sulla correttezza del sostegno a Kiev, mai messo in discussione all’interno dell’articolo e tantomeno dalle persone intervistate, quanto del modo di agire dell’amministrazione democratica e in generale della Difesa statunitense. Un sistema che sembra più orientato ai propri interessi politici che a quelli di una conduzione efficiente dell’agenda strategica e che porta a riflettere sui pericoli del cedere all’informazione totalmente di parte rilanciata da alcuni segmenti degli Stati coinvolti nel conflitto. Basti pensare alle parole del portavoce del Pentagono, Todd Breasseale, che sono la conferma del fatto che il Pentagono non rilascia informazioni che possano essere utilizzate dai russi per “non fare il lavoro di intelligence per loro”.

Il segnale che trapela dai commenti del quotidiano americano è la conferma non solo di un dibattito interno sugli obiettivi posti dall’amministrazione dem, ma anche perché si interroga sulle stesse tesi portate a sostegno dalle autorità per continuare nel sostegno a Kiev. Interrogativi che possono applicarsi a qualsiasi latitudine e che indicano una visione ben diversa di una guerra complessa e in cui l’elemento della propaganda non può ritenersi secondario.

Lo si vede del resto quando giungono le notizie dal campo ma anche su come vengono analizzate le scelte altrui. Impossibile trovare una lettura univoca che sia in grado di dire se Russia o Ucraina hanno ottenuto una vittoria tattica o rimediato una sconfitta, così come anche oggi appare impossibile sapere se un centro urbano sia davvero caduto nelle mani dell’invasore o se è saldamente nelle mani di chi resiste. Spesso è anche difficile comprendere le richieste di una parte e dell’altra. Altre volte, si analizzano le avanzate russe riducendone la portata oppure si pone eccessivo entusiasmo nelle controffensive ucraine. Se dall’altra parte della barricata tutto appare più semplice, essendo la Russia parte attiva della guerra e dunque evidentemente protagonista di una propaganda (o disinformazione) tesa alla vittoria finale, altro è invece quello che sta accadendo in campo americano, o al limite atlantico, dove – come sottolineano i media Usa – si rischia di piegare l’analisi degli scenari al proprio interesse, che varia a seconda del momento e in base a cosa si vuole mostrare di russi e ucraini.

Con il dubbio, che sembra essere costante, di cosa voglia davvero Washington da questo conflitto. Ignorare alcuni elementi per non fare vedere che Kiev ha bisogno di aiuto, secondo alcuni analisti vorrebbe dire che il Pentagono non vuole fare capire di non investire realmente in questa guerra. “Il Pentagono a volte nasconde informazioni che potrebbero essere poco lusinghiere per i partner ucraini o evidenziare le limitazioni del sostegno statunitense”, spiega il Washington Post citato da Agi. Altri, commenta Kori Schake dell’American Enterprise Institute, ritengono che questo serva a solleticare le autorità Usa per “aiutare l’Ucraina ad avere successo al più presto”. Ma a questo punto la denuncia che è sottintesa al tutto è molto profonda: c’è il rischio che molti scenari descritti dalla politica Usa siano finalizzati a coprire o alimentare un meccanismo mediatico e diplomatico sostanzialmente interno senza comprendere la reale portata del conflitto. E soprattutto con il dubbio che tutto questo non porti a rispondere alla domanda finale: dove può spingersi il sostegno di Biden alla causa di Kiev.

Ucraina: l'ennesimo disastro geopolitico dei neocon. Piccole Note il 5 luglio 2022 su Il Giornale.

Nonostante il fatto che per mesi i media mainstream abbiano propagandato che le forze russe erano alla corda, stavano finendo loro missili, munizioni e carri armati, avevano perso il 30% del corpo d’invasione etc, Mosca ha conquistato Lischyansk e, con questa, Lugansk, prendendo così il controllo della regione.

Tutto falso, propaganda, come in Vietnam e Afghanistan, quando i bollettini di guerra riportavano ciò che dovevano e non la realtà.

D’altronde, “la principale preoccupazione del Dipartimento della Difesa sulla narrazione relativa all’esercito ucraino è bilanciare ciò che si può dire a un livello non classificato [cioè pubblicamente] e non dare ‘valutazioni improvvide’ che Putin potrebbe utilizzare a suo vantaggio, ha affermato il portavoce del Pentagono Todd Breasseale”, come si legge sul Washington Post.

“Diversi commentatori – continua il WP – hanno dichiarato che ciò che comunica l’amministrazione Biden sulla guerra in Ucraina apparentemente sembra esatto, ma che il Pentagono a volte nasconde informazioni che potrebbero apparire non lusinghiere per i partner ucraini o evidenziare i limiti del supporto degli Stati Uniti”.

Ancora il WP: “Benjamin Friedman, direttore di Defence Priorities, ha affermato che l’obiettivo dichiarato dell’Ucraina di cacciare le forze russe appare ‘sempre più irrealistico’ e che l’amministrazione Biden deve fare di più per spingere l’Ucraina a negoziare con la Russia e impegnarsi in una soluzione politica”.

“Nessuno vuole che cedano territorio, o quasi nessuno vuole che cedano territorio”, ha detto Friedman. “Ma devi valutare la situazione onestamente”, ha aggiunto.

Sempre il WP ha ricordato i bollettini di guerra afghani, quando “i funzionari abitualmente sorvolavano sulle disfunzioni e la corruzione diffuse ed eludevano le domande sul fatto che i successi sul campo di battaglia non fossero solo irrealizzabili ma neanche sostenibili. Le amministrazioni successive hanno insistito sul fatto che le forze afghane stessero ‘vincendo’, anche se le loro performance erano spesso molto limitate e la loro sopravvivenza dipendeva dal supporto logistico e dalla potenza aerea degli Stati Uniti”.

Potenza aerea che peraltro in Ucraina non si può dare, per evitare un ingaggio diretto Nato – Russia, e che non può essere sostituita dai lanciamissili multipli inviati da Usa e Regno Unito, perché hanno un impatto più limitato di un attacco aereo.

Certo, il WP, per non debordare troppo dalla linea imposta dalla propaganda, non può limitarsi a evidenziare questa criticità e deve per forza di cose anche riferire di possibilità più rosee per il futuro, prospettive che dovrebbero aprirsi con l’impiego dei nuovi armamenti Nato, ma le magnifiche sorti e progressive del futuro restano aleatorie, mentre il presente è dura realtà.

Lo dimostra anche la politica delle sanzioni, che avrebbero dovuto incenerire la Russia in pochi giorni e invece stanno mordendo l’Occidente e il mondo più che Mosca.

Di interesse, sul punto, un articolo di Jeffrey D. Sachs, Direttore del Center for Sustainable Development presso la Columbia University, dal titolo: “L’Ucraina è l’ultimo disastro neocon“.

Questo l’incipit: “La guerra in Ucraina è il culmine di un progetto trentennale del movimento neoconservatore americano. L’amministrazione Biden è gremita degli stessi neocon che hanno sostenuto le guerre degli Stati Uniti in Serbia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Siria (2011), Libia (2011) e che hanno fatto così tanto per provocare l’invasione russa dell’Ucraina. Il track record dei neocon è una serie di disastri assoluti, eppure Biden ha gremito la sua squadra di neocon. Di conseguenza, Biden sta guidando Ucraina, Stati Uniti e Unione Europea verso l’ennesima débâcle geopolitica”.

Questa la conclusione: “Il risultato più probabile dei combattimenti è che la Russia conquisterà una vasta parte dell’Ucraina, forse lasciando l’Ucraina senza sbocco sul mare o quasi. In Europa e negli Stati Uniti aumenterà la frustrazione a causa della sconfitta militare e per le conseguenze della stagflazione causata dal conflitto e dalle sanzioni. Gli effetti a catena potrebbero essere devastanti”, anche perché potrebbe provocare un improvvido revanscismo a rischio escalation.

“Invece di rischiare questo disastro, la vera soluzione è porre fine alle fantasie neocon degli ultimi 30 anni e fare in modo che Ucraina e Russia tornino a sedersi al tavolo dei negoziati, con la NATO che si impegna a porre fine all’allargamento verso est, dall’Ucraina alla Georgia, in cambio di una pace che rispetti e protegga la sovranità e l’integrità territoriale ucraina”.

Purtroppo è improbabile che Mosca si ritiri dal Donbass dopo il sangue versato. Anche questo è un risultato delle follie neocon, che, impedendo in tutti i modi il negoziato prima di questi sviluppi sul campo di battaglia, hanno di fatto condannato l’Ucraina a perdere quella parte di territorio che essi stessi dichiaravano a gran voce di voler preservare…

È un po’ quel che è accaduto a Hong Kong, dove gli Stati Uniti hanno appoggiato apertamente la rivoluzione colorata che chiedeva l’indipendenza da Pechino, ottenendo il risultato opposto, cioè la fine della libertà relativa di cui godeva la città stato cinese.

Accade così quando si affronta la realtà attraverso il filtro dell’ideologia. 

Ps. Non potendo semplicemente registrare il disastro, al solito, si rilancia perché la guerra prosegua. Esempio due titoli del NYT di oggi: “La Russia avanza dietro un brutale sbarramento, ma la sua strategia continuerà a funzionare?“; “La Russia festeggia i successi mentre l’Ucraina si prepara alla prossima offensiva“. Funziona così, mai deflettere.

Ha ragione la Cina che parla di nuova Guerra Fredda. In guerra e in politica tutto è sacrificabile: quante bugie e i diritti sono chiacchiere e distintivo. Tony Capuozzo su Il Riformista l'1 Luglio 2022. 

Dopo l’imbarazzante bugia del ritiro ucraino da Severodonesk per mascherare la sconfitta sul campo, ecco la bugia della propaganda russa, ovvero il ritiro dall’Isola dei Serpenti, importante strategicamente, come una scelta motu proprio e non come qualcosa di forzato e dovuto al successo ucraino. Cosa vuol dire? Che la guerra è sempre piena di sorprese e di svolte imprevedibili.

E un po’, viene da dire, è anche lo scenario mondiale: mentre i grandi chiamano le armi, si vede il primo carico di di grano che riparte dall’Ucraina. E mentre Draghi ha appena finito di compilare la lista degli invitati al G20 in Indonesia, il premier indonesiano sorprende tutti invitando sia Putin sia Zelensky.

Ha ragione la Cina che parla di nuova Guerra Fredda. E durante la Guerra Fredda c’è stato un periodo in cui l’equilibrio veniva chiamato equilibrio del terrore. Io non ti attacco perché sono consapevole che la tua risposta danneggerebbe anche me, ci distruggeremmo a vicenda. E quindi quel periodo, con le vistose eccezioni della guerra in Vietnam, i golpe sudamericani e i conflitti africani, è stato uno dei periodi più pacifici della storia. Ecco quello a cui andiamo incontro è un nuovo periodo della paura se non del terrore. Possiamo immaginare un Donbass russo e un cerchio Nato attorno come un antifurto all’opera 24 ore su 24. Un equilibrio fondato sul timore l’uno dell’altro.

E’ stato bello sognare un mondo diverso, possibile, equo e solidare, ma in realtà il mondo è quello che è, un mondo piuttosto cinico. L’Europa è anche quella di Melilla, enclave spagnola in Marocco, dove si muore. L’Europa è anche la Francia che nega le estradizioni ai sopravvissuti agli anni di piombo. E l’Europa però che concede l’estradizione ai militanti curdi, una questione più recente e quindi barattatile. Cosa significa? Vuol dire che il mondo è fatto dalle politiche di potenza dove tutto è sacrificabile da una parte e dall’altra. I diritti invece sono chiacchiere e distintivo. Tony Capuozzo

La propaganda di Putin: a scuola «educazione patriottica» obbligatoria dai 6 anni. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 30 Giugno 2022.

«I nuovi corsi sono mirati a insegnare l’amore e la riconoscenza dei giovani per i combattenti della Grande Guerra Patriottica e di tutte le altre guerre combattute dal nostro popolo». Buone vacanze, bambini della Russia. Al vostro ritorno in classe, il prossimo primo settembre, ogni lunedì dovrete assistere all’alzabandiera in cortile, mentre ascolterete l’esecuzione dell’inno nazionale dagli altoparlanti. Una volta in classe, anche i più piccoli, gli alunni delle elementari, troveranno una materia in più da studiare. Quasi inutile dire quale. Sappiate solo che il nuovo corso si chiama «». Gli adulti che si prendono cura di voi sono sicuri che questa iniziativa «rafforzerà e instillerà l’amore per la Patria». Perché queste nuove lezioni «mirano a formare le opinioni delle giovani generazioni sulla base dei valori nazionali avviandole verso una giusta valutazione degli eventi che riguardano la nostra Nazione».

L’anno scolastico è appena finito. Come da tradizione sono arrivate le nuove linee guida per l’insegnamento. Con un po’ di ritardo, questa volta. A metà maggio, il ha respinto il piano presentato dai ministeri dell’Educazione e dell’Istruzione, che pure già recepiva l’ordine di istituire le «classi patriottiche» e di licenziare gli insegnanti che rifiuteranno di farne parte. Ancora non bastava. La riscrittura dei libri didattici di storia non era stata ritenuta soddisfacente, poco importa che già fosse stato cancellato qualsiasi riferimento all’Ucraina.

La questione non è di poco conto. Anzi, riguarda la «sicurezza nazionale», come è scritto nel testo che rispedisce al mittente la prima proposta. Così importante da far intervenire il secondo uomo più potente della Russia. Nikolaj Patrushev, l’ex capo dei Servizi segreti oggi alla guida del Consiglio di sicurezza, si era alzato in piedi per chiedere una revisione completa del sistema educativo russo «al fine di sviluppare una nuova generazione di patrioti». Dopo avere criticato i libri di storia perché davano poco risalto all’eroismo sovietico contro Hitler, quello che per distacco viene considerato il politico più falco tra i falchi aveva attaccato gli insegnanti, che «troppo spesso scelgono di stare con il nemico occidentale, manipolando i bambini e distorcendo la storia».

Patrushev ha esautorato il ministero dell’Educazione, affidando la revisione dei manuali non a un docente, ma a Sergey Naryshkin, il suo successore ai vertici dell’intelligence, anche direttore della Società Storica della Russia. «Il nostro presidente» si legge nel nuovo testo varato pochi giorni fa «approva l’introduzione dell’educazione storica nelle scuole elementari, con una particolare attenzione rivolta a quella della nostra Madre Patria». I bambini potranno anche contare su una attività extra curriculum chiamata «Conversazione su temi importanti», durante la quale potranno ascoltare in video autorevoli esponenti del governo «che li aiuteranno a capire l’importanza della memoria storica». Altro che i talk show. La propaganda comincia a scuola.

Anna Zafesova per “la Stampa” il 30 luglio 2022.

Il monumento più segreto di Mosca è stato inaugurato nel bosco di Yasenevo, che nasconde dagli occhi indiscreti il quartier generale dello spionaggio estero russo, l'Svr. Il direttore Sergey Naryshkin l'ha dedicato a tutti gli agenti sotto copertura che hanno spiato per il Cremlino negli ultimi cento anni, «i loro nomi sono avvolti dal segreto».

Ma il volto bronzeo del 007 russo non è quello, celebre, di Kim Philby o di Rudolf Abel, le leggendarie talpe del Kgb che hanno cambiato il corso della storia. A esser seduto pensieroso nell'erba di Yasenevo è Max Otto von Stierlitz, classe 1900, il più famoso infiltrato russo di tutti i tempi, che non è mai esistito nella realtà.

Il fatto che nel pieno di una guerra devastante, che il Cremlino non è riuscito a vincere in buona parte grazie a informazioni di intelligence clamorosamente false, uno degli uomini più fidati di Vladimir Putin inauguri un monumento a una spia cinematografica, racconta forse della Russia più di quanto fosse nelle intenzioni dei suoi autori. Stierlitz è l'adorato protagonista di una quindicina di romanzi di Yulian Semyonov, e soprattutto di una serie televisiva, «I 17 attimi della primavera», che già durante la sua prima proiezione, nell'agosto del 1973, aveva fatto incollare agli schermi circa 80 milioni di spettatori sovietici, con un visibile calo del numero dei reati in coincidenza con le 12 puntate.

 Difficile trovare un russo sopra i 30 anni che non sia in grado di raccontare nei minimi particolari le gesta dello Standartenführer Stierlitz, coraggioso e intelligente infiltrato russo ai vertici del Terzo Reich. Un cast stellare composto dai più straordinari attori dell'epoca, l'elegante scenografia in bianco e nero, la regia decisa di Tatiana Lioznova, una musica commuovente e un plot avvincente nel quale i tedeschi per la prima volta venivano presentati non come stupidi mostri, ma come avversari intelligenti e raffinati: Stierlitz è entrato nella leggenda, e il monumento alle spie inaugurato da Naryshkin raffigura l'attore che lo ha interpretato, Vyacheslav Tikhonov, con il personaggio che diventa più vero dell'uomo che gli ha prestato il volto.

Un cult in patria, quasi sconosciuto all'estero: la serie, autorizzata e supervisionata dall'allora capo del Kgb Yuri Andropov in persona, è una chiave per capire il mondo nel quale si erano formati Putin, Naryshkin e gli altri big del regime, che avevano guardato le avventure del James Bond sovietico quando erano giovani reclute dei servizi. Secondo Leonid Parfyonov, l'esperto russo di cultura pop sovietica, che alla serie di Lioznova ha dedicato un documentario, «era stata una grande operazione pubblicitaria del Kgb: non appariva più come polizia politica, anzi, mostrava che la guerra era stata vinta grazie allo spionaggio».

La fascinazione per l'estetica nazista - veterani dello stesso Kgb ricordano che il film ha generato un boom di gruppi neonazisti - nascondeva, secondo lo storico Konstantin Zalessky, una metafora dell'Unione Sovietica, o almeno quello che avrebbe voluto essere. Negli Anni 70 il mito del comunismo era naufragato definitivamente: la supremazia materiale dell'Occidente era evidente prima di tutto agli agenti del Kgb, tra i pochi a poter viaggiare all'estero, e lo stesso Putin non ha mai nascosto il suo disprezzo per la povertà e lo squallore del «socialismo reale».

Nei ranghi della nomenclatura la retorica comunista si recitava automaticamente in pubblico, mentre si sognava un'auto tedesca, e si criticava sottovoce il regime.

Per lo scrittore Dmytry Bykov, Stierlitz è diventato «l'eroe principale dell'epica sovietica», anche perché chiunque - un dissidente come un ufficiale del Kgb - si sentiva un infiltrato, costretto perennemente a fingere di essere qualcun altro, «mentre si trovava in un mondo ostile, evidentemente condannato al collasso».

La sensazione della fine di un impero, i cui ufficiali - costretti a inviare a Mosca rapporti ideologici e falsi quanto quelli che i 007 di Putin avrebbero 50 anni dopo mandato da Kyiv - ritrovavano una ragione d'essere nell'appartenenza a una tradizione nazionalista e autoritaria. Accanto ai carismatici gerarchi nazisti di Lioznova tra le figure più popolari della cultura pop cominciano ad apparire gli zar, e i romanzi «storici» intrisi di eccezionalismo russo di Valentin Pikul sono la lettura più alla moda degli Anni 70-80, insieme ai quadri del semiproibito pittore Ilya Glazunov, che dipinge santi e guerrieri d'altri tempi come se fossero icone.

Stierlitz, un elegante intellettuale gentiluomo, talmente impeccabile da essere diventato anche il protagonista di innumerevoli barzellette, era riuscito però in un'altra missione impossibile: era un russo che si era mimetizzato tra gli aristocratici europei. Il sogno di una élite che si sentiva arretrata e provinciale, e che con la fine del comunismo ha rincorso gli status symbol del lusso occidentale, con tutto il goffo entusiasmo dei neoarricchiti. Il politologo Gleb Pavlovsky, spin doctor degli esordi di Putin, non nasconde che il presidente russo aveva copiato consapevolmente certi atteggiamenti del personaggio Stierlitz, a cominciare dai suoi trascorsi di spia di Mosca in Germania. Voleva apparire freddo, impeccabile, invincibile. Al punto da dimenticarsi di stare copiando un 007 che esisteva soltanto in un film.

 Anna Zafesova per “La Stampa” il 29 giugno 2022.

La centralissima piazza di Lev Tolstoy a Kyiv potrebbe presto cambiare nome: un referendum online cui hanno partecipato milioni di cittadini ha scelto per la stazione della metropolitana omonima il nuovo nome di Vasyl Stus, un poeta dissidente morto per uno sciopero della fame in una prigione sovietica. Pushkin, Lermontov e Tolstoy vengono smantellati in massa dai piedistalli dei monumenti e dalle targhe con i nomi delle vie delle città ucraine, mentre una commissione ministeriale sta cancellando praticamente tutti gli autori russi dal corso di letteratura straniera, sostituendoli con i classici europei.

"Guerra e pace" non potrà più trovare spazi nella didattica in quanto «opera che glorifica la potenza militare russa», ha annunciato qualche settimana fa il viceministro dell'Istruzione Andriy Vitrenko. Diverse regioni - tra cui la tradizionalmente russofona Odessa - hanno già cancellato corsi facoltativi di letteratura russa, e il ministero ora propone di ricollocare perfino autori russi di origine ucraina come Gogol nei corsi di letteratura nazionale.

Una "purga" che fa gridare Mosca alla "cancel culture", e Vladimir Putin e i suoi propagandisti non perdono occasione di denunciare una campagna «russofoba».

Il filosofo ucraino Volodymyr Yermolenko però respinge le accuse, e su Foreign Policy firma un saggio - "From Pushkin to Putin: Russian Literature' s Imperial Ideology", da Pushkin a Putin, l'ideologia imperiale della letteratura russa - nel quale lancia un dibattito finora impossibile. I classici russi, un Pantheon di intoccabili, si rivelano «pieni di discorsi imperialisti, romanticizzando la conquista e la crudeltà, e tacendo delle conseguenze». Il poeta romantico Mikhail Lermontov viene bocciato per aver raccontato le guerre del Caucaso con stereotipi colonialisti e razzisti sul «cattivo ceceno». 

Aleksandr Pushkin, considerato il padre della letteratura russa, presenta gli ucraini come «sanguinari» nel poema "Poltava", e in "Ai calunniatori della Russia" insulta e minaccia l'Europa che si schiera dalla parte dei polacchi ribelli con parole che sembrano uscite dal Telegram dell'ex presidente Dmitry Medvedev.

Ma il premio al nazionalismo letterario va a Fyodor Dostoyevsky, il classico che più di chiunque altro aveva teorizzato lo scontro inevitabile tra Russia ed Europa, l'autore che bisogna leggere per "diventare russi", teorizza sul Kommersant lo storico Dmitry Razumov. La studiosa dello scrittore Lyudmila Saraskina ricorda la sua idea molto putiniana che «l'Europa non ci ama mai, anzi, non ci sopporta... l'unica cosa che non può non riconoscere è la nostra forza». 

Lo scrittore teorizza l'esistenza di una «anima russa» che dovrà svolgere una «grande missione», e riserva parole di disprezzo verso i «popolini slavi» che «calunnieranno la Russia» mentre «cercheranno i favori degli europei»: sembra la propaganda del Cremlino di oggi. Ovviamente il discorso di Dostoyevsky è complicato e contraddittorio: invocava anche l'Europa come «seconda madre» ed era contrario a portare i popoli slavi sotto lo scettro russo con la forza.

Il problema non è quello che potevano scrivere 200 o 150 anni fa un ufficiale dello zar come Lermontov o un conservatore religioso come Dostoyevsky. Il problema è il modo in cui sono stati chiamati al servizio della propaganda, nella letteratura più politica della storia, che ha consegnato ai romanzieri il ruolo svolto altrove da politici e giornalisti. Il manuale di letteratura sovietico cooptava nel Pantheon dei classici in base a criteri ideologici, e mentre gli autori "non allineati" venivano cancellati non soltanto dai piani editoriali e didattici, ma spesso anche dalla faccia della terra, quelli graditi al regime diventavano modelli e icone della "grandezza russa".

Più che invocare una "cancel culture" verso i russi, Yermolenko chiede di applicare loro «lo stesso discorso critico usato dagli studiosi occidentali verso la cultura occidentale», citando autori come Kipling o Conrad, facendo scendere Pushkin e Tolstoy dal piedistallo di profeti ed eroi intoccabili per contestualizzarli e criticarli. Un'operazione che in Russia non è mai stata compiuta, e i monumenti e le targhe a Pushkin che invadono anche quelle ex colonie russe dove non aveva mai messo piede, restano uno strumento di conquista.

La "grande letteratura russa" oggi viene raccontata dal putinismo come componente essenziale del "mondo russo" che il Cremlino difende e diffonde a cannonate. È evidente che Dostoyevsky non ha appoggiato l'invasione dell'Ucraina, né sapremo mai se l'avesse fatto. Ma quando un uomo di cultura come il direttore dell'Ermitage Mikhail Piotrovsky dichiara ridendo che tutti i russi sono «militaristi e imperialisti», e che la guerra serve «ad affermare una nazione», la carica xenofoba e violenta fa sparire tutte le altre anime della letteratura russa e sovietica. Soltanto tre anni fa, gli abitanti di Kyiv avevano respinto la proposta di cambiare nome alla piazza di Lev Tolstoj. Oggi, non lo vogliono più.

Ucraina: la propaganda di guerra c'è, ma non si vede...Piccole Note il 29 giugno 2022 su Il Giornale.

“Un russo è imbarcato su un aereo di linea diretto verso gli Stati Uniti e l’americano seduto accanto gli chiede: ‘Cosa ti porta negli Stati Uniti?’ Il russo risponde: ‘Sto studiando l’approccio americano alla propaganda’. L’americano dice: ‘Quale propaganda?’ Il russo dice: ‘Questo è quello che voglio dire”‘ Battuta posta in esergo di un articolo di Robert Wrigth su Responsibile Statecraft che spiega come i russi sappiano perfettamente che i loro media sono consegnati alla propaganda, perché dipendenti dalla Stato. Ma la diversità di fonti informative dell’Occidente non vuol dire che in questa parte di mondo non esista la propaganda di guerra, eppure non si nota…

“La ragione principale di questa differenza di atteggiamento – continua Wright – non è che gli americani siano più creduloni dei russi. È che l’America è una democrazia liberale con un sistema mediatico abbastanza complesso”.

“È più difficile in questo sistema pluralistico […] per un singolo o un’istituzione potente creare un’unica narrativa dominante. Quindi, se la qui c’è la propaganda, dovrà avvenire in modo meno diretto che in Russia, con meno controllo centralizzato. E ciò rende più difficile individuarla”.

“In altre parole: un sistema pluralistico, mentre in qualche modo rende più difficile il prevalere della propaganda, offre anche alla propaganda che prevale  una buona mimetizzazione”.

Nel caso della guerra ucraina, uno degli strumenti usati per diffondere la narrativa di guerra è stato l’Institute for the Study of War, che fornisce ai media, soprattutto quelli mainstream, esperti e analisti sul campo. “Non passa giorno che l’ISW non sia citato da un giornalista o sul New York Times o sul Washington Post o sul Wall Street Journal”, insomma da tutti media mainstream…

Una cosa già vista: durante la guerra siriana, quando i giornalisti occidentali dipendevano in modo massivo dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, dal quale ricevevano notizie, analisi e approfondimenti.

Nel caso siriano, si trattava di un tizio che abitava a Londra e diceva di aver fonti sul campo, mentre l’ISW è un organismo più complesso con “radici neoconservatrici ed è gestito da falchi piuttosto estremi. Nel corso degli anni ha ottenuto finanziamenti da vari settori dell’industria delle armi: la General Dynamics, Raytheon e altre aziende che lavorano per la difesa, più o meno grandi più o meno note, come la General Motors che, se anche non hanno legami diretti con la difesa, ma hanno però contratti con il Pentagono”.

Per Wright, l’ISW non diffonde falsità, ma è “selettivo sulle verità che promuove e tattico nel modo in cui le dispone”. Ad esempio, nel caso siriano, se l’esercito di Damasco sbagliava mira e colpiva un mercato l’eccidio veniva subito denunciato, se i ribelli moderati, in realtà terroristi, facevano lo stesso, o la notizia non veniva data o, se data, bastava renderla anodina, tipo “bomba cade sul mercato”, lasciando in dubbio il responsabile (ricorda qualcosa?).

Ma tornando all’ISW, Wright lo descrive così: “Il presidente e fondatore dell’Institute for the Study of War è Kimberly Kagan, una esperta di storia militare sposata con Frederick Kagan, che ha la stessa specializzazione e lavora anch’egli per l’ISW. Frederick è un noto neoconservatore, anche se non come suo fratello Robert. Quest’ultimo, negli anni ’90, insieme a Bill Kristol (che è nel Consiglio di amministrazione di ISW), ha fondato il Project for a New American Century, che secondo alcuni osservatori ha svolto un ruolo importante nel convincere George W. Bush a invadere l’Iraq” (in realtà, secondo tanti).

I Kagan hanno ottimi rapporti con la Difesa, tanto che il Washington Post nel 2012  scriveva  che il generale David Petraeus, comandante in capo dell’esercito Usa, aveva de facto reso i due i suoi “più importanti consiglieri”.

[…] “La moglie di Robert Kagan, Victoria Nuland, è il funzionario del dipartimento di stato che ha sostenuto pubblicamente la Rivoluzione Maidan del 2014 in Ucraina” e attualmente è l’incaricato per gli Affari europei del Dipartimento di Stato.

“Nel caso della guerra in Ucraina, le attività giornalistiche e di analisi dell’ISW sono straordinarie. L’Istituto pubblica aggiornamenti quotidiani sul campo di battaglia, completi di mappe […]. Questi report sono scritti in modo intelligente e chiaro […]. Se fossi un giornalista che scrive sulla guerra li troverei attraenti”.

Report intelligenti, appunto, che giorno dopo giorno incrementano la narrativa, con piccole “sfumature” qua e là che servono a supportare le narrazioni del governo ucraino. Inoltre, mentre le informazioni di fonte ucraina vengono riprese come dogmaticamente veritiere, quelle russe sono presentate sempre come prive di fondamento.

L’ISW non è l’unico organismo a fornire informazioni, analisi ed esperti ai media. Tanti sono i think tank che si propongono o vengono interpellati. Ma “non ci sono  think tank meno aggressivi che forniscono analisi giornaliere elaborate della guerra in Ucraina, in parte perché meno si è falchi, più è difficile ottenere finanziamenti. Non ci sono grandi aziende i cui profitti sono legati alla moderazione militare”, mentre tanti finanziamenti fluiscono dall’apparato militar industriale ai think tank che sostengono politiche muscolari. D’altronde, come ricorda Wrigth, l’Ucraina è inondata di armi e le industrie militari di soldi…

“Ecco perché se vedete un articolo sull’Ucraina – o sull’Afghanistan o sull’Iran o altro – scritto da qualche esponente di un think tank, ci sono buone probabilità che tale think tank abbia ottenuto denaro dalle aziende che lavorano per la Difesa”. Idem per la Tv.

“Per non parlare del fatto che, come hanno  documentato Aditi Ramaswami e Andrew Perez sul sito Jacobin, molti opinionisti che parlano della guerra in Ucraina ottengono soldi dagli stessi fabbricanti di armi (proprio come è accaduto per molti opinionisti durante la guerra in Afghanistan)”.

Detto questo, “i think tank non pagano le persone per dire cose in cui non credono. Semplicemente assumono persone che credono già alle cose che i finanziatori dei think tank vogliono che tutti, te compreso, credano”.

“La sincerità con cui questi esperti possono così professare le loro convinzioni è una delle ragioni per cui la propaganda americana è poco appariscente. Un altro motivo è la diversità delle istituzioni: diversi giornali, diversi canali Tv, diversi gruppi di riflessione!”.

“Questa diversità è certamente preferibile all’omogeneità, ed è uno dei tanti motivi per cui preferisco vivere in America piuttosto che in Russia. Tuttavia, a volte la diversità nasconde un’unità narrativa più profonda, un’unità fondata sul potere e su interessi particolari molto forti. E questo è particolarmente vero quando l’argomento è la sicurezza nazionale“.

“Sostenere l’Ucraina è una buona causa – conclude RS – Ma il sostegno dato a occhi chiusi non è mai una buona politica. E soprattutto non è bene nella situazione attuale”, dal  momento che parliamo di una guerra che coinvolge una superpotenza nucleare. Anche per questo rischio “dovremmo cercare di identificare e superare qualsiasi filtro che impedisca una visione chiara di ciò che sta accadendo in Ucraina. E se mi chiedete: ‘Quali filtri?’ la risposta è: ‘Questo è ciò che voglio dire'”.

Ps. Per tacere del fatto che tanti cronisti mainstream sono ex agenti Cia, ex funzionari del Pentagono e altro, con rapporti diretti con la Difesa. Sul punto rimandiamo, come esempio, a un articolo di Politico dal titolo, “Le spie che sono entrate nello studio televisivo”, sottotitolo: “Gli ex funzionari dell’intelligence si stanno godendo una seconda vita come esperti televisivi. Ecco perché questo dovrebbe inquietarci”… Ci torneremo.

Infine, sulla disinformazione di guerra, vedi anche Piccolenote.

Libro e moschetto, putiniano perfetto. Così la propaganda russa ha preparato per anni l’invasione dell’Ucraina. Linkiesta il 14 Giugno 2022.

Dal 2010, il Cremlino ha diffuso romanzi di bassa qualità per celebrare la superiorità militare russa in tutti i possibili conflitti nel mondo, compresa in un’ipotetica guerra contro l’Occidente. Si tratta di un’altra operazione speciale orchestrata dal Cremlino.  

In “Zar dal futuro” un ragazzo del Duemila si sveglia nel corpo dell’imperatore russo Nicola II, all’inizio del Novecento, in tempo per impedire la Rivoluzione russa, sconfiggere il Regno Unito e conquistare Istanbul con armi tecnologiche sconosciute per l’epoca. Il viaggio accidentale è un espediente narrativo ripreso così tante volte da essere diventato quasi un genere letterario a sé: lo schema standard ha un protagonista che viene catapultato accidentalmente in un altro luogo e in un altro tempo, spesso senza una ragione apparente. È molto popolare in Russia, dove questi libri sono conosciuti con il termine popadantsy – forma plurale di popadanets –, sempre più diffusi sugli scaffali di fantascienza.

“Zar dal futuro”, come tutti gli altri popadantsy, è un ottimo esempio di come l’editoria russa ha preparato il terreno per promuovere e far accettare a tutta la nazione una guerra su vasta scala contro l’Ucraina, la Nato, l’Occidente. Proprio mentre quest’ultimo ignorava completamente il problema.

Lo ha raccontato giornalista, politologo e scrittore di origine russa Sergej Sunlenny, che ha lavorato a Mosca per l’emittente televisiva tedesca Ard ed è stato caporedattore di un telegiornale dell’emittente commerciale russa RBC-TV.

In un lunghissimo thread su Twitter, Sunlenny ha spiegato che «uno dei primi fattori che testimonia la preparazione della Russia per una svolta verso la dittatura e la guerra globale è stata la produzione di massa di libri su Stalin e lo stalinismo, e sull’imminente guerra contro l’Occidente», libri apparsi sugli scaffali russi all’inizio degli anni 2010.

Quindi i titoli che arrivavano sul mercato tra mille fanfare erano “Sii orgoglioso, non dispiaciuto! Verità sull’età di Stalin”, oppure “Repressioni di Stalin: una grande bugia”, e ancora “Berija: miglior manager del XX secolo”, una biografia di Lavrentij Pavlovič Berija che è stato primo vicepresidente del consiglio dei commissari del popolo dell’Unione sovietica.

La dinamica è semplice e diretta: questi libri di fiction sono strumento di propaganda per alimentare un revanscismo basato sul nulla. «L’idea di creare un’atmosfera autoritaria e militarista attraverso le librerie è da genio del male. Nel 2015 ho visitato la libreria centrale di Mosca “Biblio-Globus”, e il merchandising che incontravi all’ingresso era fatto solo di uniformi militari, accessori e libri su Stalin e la guerra», scrive Sunlenny.

Dopo l’avvio dei libri sul periodo staliniano, il Cremlino ha iniziato a far pubblicare libri di quella che Sunlenny nel suo thread definisce battle fantastic: libri molto accessibili, di bassa qualità, prodotti in serie, sulla superiorità militare russa in tutti i possibili conflitti nel mondo. Quindi sugli scaffali è arrivata la serie “Battlefield Ukraine”, con titoli come “Ukraine on Fire”, “Wild Field: On Ukraine’s Ruins”, “Ukraine in Blood: Banderite Genocide”, “Inferno ucraino: è la nostra guerra”. Tutti con copertine pop che raffigurano l’esercito russo che schiaccia americani, ucraini, ucraini vestiti da nazisti.

Libri con un’unica storyline ripetuta: l’Ucraina, il Paese antagonista, è una marionetta dell’Occidente; gli Stati Uniti e il Regno Unito vogliono distruggere la Russia; i russi optano per la guerra perché non hanno paura e sono fortissimi in guerra.

Un’operazione editoriale che fa parte di un piano più ampio di revisionismo storico. Il Cremlino ha creato un genere letterario per vendere storie che, in buona sostanza, si potrebbero riassumente con le quattro parole trumpiane: Make Russia Great Again.

«C’è una miriade di miti su vittorie mutilate, russi traditi, un Paese derubato», scrive Sunlenny. «Il mio insegnante di scuola ci ha detto che l’Alaska non è stata venduta agli Stati Uniti, ma affittata per 100 anni, e gli Stati Uniti hanno infranto il contratto. I russi sono stati nutriti con un’enorme quantità di bugie».

Tra le grosse bugie c’è una alimentata anche da un malinteso che si è costruito in casa l’Occidente: credere che la Russia sia anti-nazista, cioè avversaria del Terzo Reich per natura. Non è proprio così, spiega Sunlenny: «Il trauma della Russia è che Hitler aveva rotto l’alleanza con Stalin e aveva iniziato a uccidere i sovietici, invece di uccidere altre nazioni al fianco dei sovietici».

L’esempio più evidente è la pubblicazione dal titolo “Compagno Hitler. Giustizia Churchill!”, un altro libro sul viaggio accidentale di una persona che entra nel corpo di Adolf Hitler. «Riuscirà a giustiziare Churchill per crimini di guerra, a creare un’alleanza con l’Unione Sovietica? I compagni Hitler e Stalin sconfiggeranno gli Stati Uniti e otterranno una bomba atomica prima degli Stati Uniti?», è la descrizione dell’opera. Poi è arrivato il secondo capitolo, dallo stesso autore, “Compagno Hitler”. In “Assalto per il futuro”, invece «La Germania (nazista) si unisce all’Unione Eurasiatica, l’Unione Democratica Atlantica inizia la Terza Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica è contro l’INFERNO! La Fratellanza russo-tedesca contro la peste stellare e per la liberazione del mondo!». E sulla copertina ci sono Londra e un carrarmato americano.

«L’idea di distruggere gli Stati Uniti e l’Occidente, con i simboli del potere politico occidentale umiliati, è la base del revanscismo russo», scrive Sunlenny. «Ebbene, dopo tutti questi esempi di preparazione statale russa per una guerra globale, militarizzazione delle persone, diffusione di tutte le possibili strane fantasie di violenza, ci si potrebbe chiedere: come diavolo hanno fatto le ambasciate occidentali a ignorarlo?».

Dopotutto, il Cremlino non ha lavorato nell’ombra, era tutto alla luce del sole. Per Sunlenny la causa dell’indifferenza occidentale è in un pericoloso misto di ignoranza, fascino per la Russia, pigrizia e corruzione. In più, una reazione troppo forte avrebbe rovinato l’intero quadro della cooperazione economica e della strategia “Wandel durch Handel” della Germania, cioè la convinzione che legare l’economia di Mosca a quella europea avrebbe sconsigliato ogni conflitto – che poi è alla base della Ostpolitik di Angela Merkel.

L'Ucraina, la crisi globale e la propaganda di guerra. Piccole Note l'11 giugno 2022 su Il Giornale.  

La commissaria parlamentare ucraina per i diritti umani Lyudmila Denisova recentemente destituita dalla Rada di Kiev.

«La guerra [ucraina] sta portando a un’impennata globale dei costi alimentari ed energetici e a una massiccia distrazione dalla risoluzione dei problemi a lungo termine. Alcuni governi stanno aumentando la spesa militare e probabilmente spenderanno meno, nel breve periodo, per lo sviluppo sostenibile».

«Nel frattempo la guerra e le sanzioni potrebbero finire per provocare una stagflazione o una vera e propria crisi economica globale. Naturalmente, la distruzione in Ucraina è devastante e anche la contrazione dell’economia russa quest’ anno sarà molto dura. La chiave per superare questi costi è porre fine alla guerra attraverso negoziati in settimane, non mesi o anni». Così Jeffrey Sachs, autorevole economista della Columbia University in un’intervista a La Stampa.

Sulla guerra, un interessante osservazione di Jacob G. Hornberger pubblicato dalla Fondazione americana Future of Freedom: «Supponiamo che l’Ucraina fosse guidata da un regime filorusso. Dopo ripetuti tentativi falliti di assassinarne il leader da parte della CIA, il Pentagono decide finalmente di invadere l’Ucraina allo scopo di determinare un cambio di regime, cioè estromettere il regime filo-russo dal potere e sostituirlo con un regime filo-USA».

«Quale sarebbe la risposta dell’establishment americano, in particolare della stampa mainstream statunitense?».

«Non ci sono dubbi sulla risposta. Sarebbe tutto diverso da come oggi viene rappresentata l’invasione russa dell’Ucraina. I media avrebbero orgogliosamente supportato le forze d’invasione dell’esercito americano. I giornali più autorevoli avrebbero riferito e commentato il coraggio delle truppe statunitensi. Non si vedrebbero foto o video di civili ucraini uccisi e sarebbero tutti etichettati come “danni collaterali”».

«La Chiesa avrebbero esortato le sue congregazioni a pregare per le truppe. Gli esponenti dell’establishment [politici e media] di tutta la terra farebbero a gara per trovare qualche soldato da ringraziare per il servizio reso […] L’establishment condannerebbe i “cattivi”, cioè quegli ucraini che si permettono di sparare contro i soldati americani».

«Come sappiamo che l’establishment americano reagirebbe in questo modo a un’invasione dell’Ucraina da parte del Pentagono?».

«Due risposte: Afghanistan e Iraq. È così che hanno reagito quando è stato il Pentagono a invadere quei due paesi. Da questo sappiamo che è così che reagirebbero se fosse stato il Pentagono e non la Russia a invadere l’Ucraina».

A conferma di tale suggestione, una suggestione indiretta. L’eroina del momento in America è Liz Cheney: le sue foto campeggiano orgogliosamente su tutte le prime pagine dei giornali mainstream, i Tg inondano le case dei cittadini statunitensi con le sue immagini, le sue parole sono riferite con devoto ossequio.

L’eroina in questione è tale perché è l’esponente di punta di quel manipolo di repubblicani che da sempre fa guerra a Trump. Da quando poi ha accettato di far parte della Commissione d’inchiesta sull’assalto a Capitol Hill, conferendo a un’indagine politicamente orientata una artificiosa patina di terzietà, le sue azione solo volate alle stelle.

Liz è la figlia di Dick, che gestì la presidenza Bush in nome e per conto dei neoconservatori, organizzando l’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq poi, che autorizzò la tortura di presunti terroristi tramite waterboarding, spianando la strada gli orrori di Abu Ghraib etc etc.

Liz ha sempre difeso il padre, giustificando tutte le sue decisioni come legittime e necessarie, a iniziare dall’invasione dell’Iraq. Lei l’eroina del momento, ci ricorda appunto l’ipocrisia che si cela dietro certe rappresentazioni della realtà.

E a proposito di bizzarre rappresentazioni della realtà, ricordiamo come abbia fatto il giro del mondo, ma non sui media mainstream, la destituzione della commissaria parlamentare ucraina per i diritti umani Lyudmila Denisova da parte della Rada di Kiev.

Una decisione presa dal partito di Zelensky a motivo del suo strano attivismo, che l’aveva portata anche ad accusare i soldati russi di stuprare donne e bambini in quantità industriale. Accuse che il parlamento ucraino ha dichiarato non fondate dichiarando la suddetta inadeguata a ricoprire una carica tanto delicata (ma nonostante questo, le sue accuse sono state ugualmente rilanciate da tutti i media d’Occidente: nella propaganda di guerra non si butta niente, un po’ come si fa per il maiale).

In un’intervista a un giornale ucraino, la Denisova, pur difendendosi a spada tratta, ammette di aver “esagerato” le accuse contro la Russia. Interessante una specifica che ci riguarda da vicino: «Quando, per esempio, ho parlato alla commissione per gli affari esteri del parlamento italiano, ho sentito e visto tanta reticenza riguardo l’Ucraina, sai? Ho parlato di cose terribili per spingerli in qualche modo a prendere le decisioni di cui avevano bisogno l’Ucraina e il popolo ucraino. Lì  [in Italia – SK ] c’era un partito, i “Cinque Stelle”, che era contrario alla fornitura delle armi, ma dopo il mio intervento uno dei leader del partito ha espresso sostegno all’Ucraina e ha detto che ci avrebbe sostenuto, anche sul provvedimento riguardante le armi». Simpatico retroscena.

Ps. Riguardo il blocco del grano dai porti ucraini, questione alla quale abbiamo dedicato una nota e che rischia di affamare il mondo, una novità importante: la Francia si è detta pronta a partecipare all’operazione che potrebbe consentire lo sblocco della situazione. 

Jacopo Iacoboni per “la Stampa” il 30 maggio 2022.

Secondo una grafica circolata molto nella propaganda del Cremlino, la ormai tristemente nota Z starebbe per "Esercito orientale della Russia", mentre altri simboli indicherebbero altre dislocazioni dei soldati russi in Ucraina: la Z dentro un riquadro per "Forze russe di Crimea", la O per "Forze armate bielorusse", la V per "Marine russi", la X per "Forze cecene", la A per "Forze speciali", e così via. 

La realtà è un'altra: la Z può essere vista sulle unità russe su tutti i fronti dell'invasione russa dell'Ucraina: anche sui veicoli della cosiddetta "Repubblica di Donetsk". In sostanza, Z è un simbolo unificante, come si vede ormai anche dalle pubblicità orwelliane che compaiono sulle tv di stato russe, nelle quali la polizia in assetto antisommossa, tutta vestita di nero, si congiunge misticamente col popolo russo a disegnare appunto la Z nelle strade. Simbolo orwelliano, ma non limitato affatto alle "Eastern Russian Army".

Secondo una nuova analisi dei dati realizzata da un ricercatore italiano e ex hacker, Alex Orlowski, ci sono 551 account univoci in italiano che utilizzano chiaramente nel simbolo la Z della propaganda russa. Questi account si segnalano per operazioni di sostegno alla Russia e disinformation - tipo diffondere la falsa grafica dei sei piani sotterranei del bunker Azovstal, poi rivelatasi in realtà la grafica di un gioco da tavola, ma capace di ingannare anche programmi tv - e attacco e campagne d'odio contro presunti "nemici" di Putin. 

La ricerca ha analizzato 639mila tweet, una mole sufficiente per condizionare le conversazioni online in lingua italiana, e soprattutto, i 551 account sono stati filtrati rispetto a tutta una rete che arriva a circa 8mila account di riferimento (che quindi possono comprendere doppioni, o account inautentici). Le caratteristiche che vengono fuori sono abbastanza inquietanti. 

Intanto, perché l'account dell'ambasciata russa è il secondo al centro di questa rete. E viralizza anche falsi evidenti, per esempio negazionisti su Bucha. 

Questi "zetisti" italiani quasi sempre insultano o denigrano o attaccano gli oggetti dei loro tweet, e parlano bene quasi solo dell'ambasciata russa in Italia. Seguono i nomi culto del complottismo e della sfera no vax, o media della destra o del populismo, ma anche della sinistra radicale legata alle sigle comuniste: congiunzione di destra e sinistra alternative, rossobrunismo.

Orlowski spiega: «Per la nostra ricerca siamo partiti da un gruppo di account selezionati, riconosciuti come vicini a posizioni filo-russe che sostengono apertamente in pubblico. Nello specifico, si tratta di otto profili Twitter anonimi che adottano la Z e ne sostengono la causa. Partendo da qui abbiamo ricostruito una rete di altri account ad essi collegati. Profili simili tendono a seguirsi a vicenda: perciò, partendo da una selezione, siamo riusciti a risalire a tutta la rete». Che mostra diversi segni di coordinazione, tra cui il lancio di hashtag contro Mario Draghi.

I 551 account danno luogo a un "movimento" di account che arriva quasi a un milione: «La mappatura di 550 account univoci ha costituito la base per un ulteriore arricchimento della lista: in questo modo siamo arrivati a una mole di dati sufficientemente elevata, quasi 1 milione di account che, una volta eliminati i doppioni ed effettuati i filtri pertinenti alla Z, sono diventati circa 150mila». La differenza tra i 551 e i 150mila è che i primi sono account "zetisti" puri, gli altri utilizzano anche altri simboli e altre narrazioni. 

Sono stati individuati e selezionati solo gli account che parlano italiano o dell'Italia.

Tra i più intersecati con questa rete ci sono, in quest' ordine, gli account di lady Onorato, dell'ambasciata russa in Italia (che ha una base media di partenza di amici di 844 su ogni tweet, il che per i numeri di twitter dà impressione di potenza), di Byoblu, di Meluzzi, di Diego Fusaro. 

Tra gli hashtag, "Giovanni Frajese", noto esponente No Vax, è il nome il più ricorrente, il che oggettivamente interseca galassia no vax e putinismo. Sappiamo anche che le chiavi #putin, #russia, #ucraina e #azovstal si incrociano con #green pass, #italexit e con una fortissima campagna contro Mario Draghi. Non è un'opinione ma un fatto: i network si sovrappongono. Tra i più retweetati spiccano un paio di giornali di destra, subito seguiti da altri noti nella sfera populista e no green pass come Imola Oggi, ByoBlu, Radio Radio e L'antidiplomatico, il giornale di geopolitica vicino un tempo alla galassia M5S. Ci sono alcuni giornalisti bersaglio di migliaia di tweet di odio o di falsi, tra cui spiccano alcuni dei quotidiani La Stampa e La Repubblica. 

Fare propaganda putiniana in Italia non è reato - mentre in molti paesi la Z è stata resa illegale e viene parificata all'uso della svastica (dalla Germania alla Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Moldavia, e ovviamente Ucraina). È reato invece istigare all'odio e alla violenza, cosa che in alcuni casi avviene, in questa rete putiniana. 

Articolo di “Le Monde” - dalla rassegna stampa estera di “Epr Comunicazione” il 27 maggio 2022.

Dall'invasione dell'Ucraina, il 24 febbraio, le trasmissioni di propaganda di Mosca sono state particolarmente apprezzate nei talk show italiani. 

Fino a poco tempo fa – scrive il corrispondente di Le Monde - Alessandro Orsini era solo un personaggio secondario, uno di quegli esperti intercambiabili - e più o meno seri - che popolano i talk show politici italiani. 

Dal lunedì alla domenica, dalla mattina presto fino a tarda notte, lo spettacolo non si ferma mai. Quindi, per mantenere la macchina in funzione, è necessario trovare nuovi volti, ma anche personaggi ricorrenti.

Con la sua voce soave e lo sguardo da eterno studente un po' sognatore, questo 47enne professore della prestigiosa università privata LUISS di Roma, specialista in "sociologia del terrorismo", apparteneva alla seconda categoria già prima dell'inizio della guerra, nonostante un curriculum costellato di polemiche e controversie. Ma l'invasione dell'Ucraina da parte delle forze russe il 24 febbraio ha cambiato la sua dimensione, al punto da diventare una vera e propria star.

Come è successo? Andando oltre gli altri, su un tema particolarmente promettente: la difesa della politica russa, attraverso la denuncia della NATO e di qualsiasi forma di aiuto all'Ucraina, il tutto in nome del non allineamento e del pacifismo. Fin dallo scoppio della guerra, e più volte al giorno, le sue critiche si sono concentrate su Kiev e su coloro che, cercando di aiutare l'Ucraina, prolungavano i massacri. E questa critica ha continuato a crescere.

Il presidente Volodymyr Zelensky? “Se è un ostacolo alla pace, deve essere abbandonato" (La7, 21 marzo). La difesa della democrazia? "Preferisco che i bambini vivano in una dittatura che vederli morire sotto le bombe in nome della democrazia" (Rai 3, 5 aprile). Libertà pubbliche in Russia? "Ho colleghi in prigione in Russia, come posso mostrare solidarietà a loro diffondendo la propaganda della NATO? Ho il dovere morale di aiutarli combattendo contro la propaganda della NATO" (La7, 7 aprile). 

Imbarazzata dalle esternazioni del professore, che stavano iniziando a danneggiare la sua reputazione, il 4 marzo l'Università LUISS ha inizialmente rilasciato un comunicato per ribadire la sua "piena solidarietà al popolo ucraino" e dissociarsi dal professore. Ma l'ennesimo scivolone del 30 aprile, in cui è arrivato a riscrivere le origini della Seconda Guerra Mondiale ("Quando invase la Polonia, Hitler non aveva intenzione di iniziare la Seconda Guerra Mondiale. Ma le potenze europee avevano concluso alleanze contenenti clausole paragonabili all'articolo 5 della NATO"), ha portato l'università a decidere di chiudere l'osservatorio sul terrorismo che Alessandro Orsini dirigeva.

Ora è solo un docente, il che non gli impedisce di continuare a usare il suo status di accademico, mentre si dipinge come un martire in televisione, dove continua, ovviamente, a essere invitato. Il 10 maggio è addirittura salito sul palco del Teatro Sala Umberto di Roma per una lettura pubblica, "Ucraina, le cause della guerra", che ha registrato il tutto esaurito. Il 23 è stato a Livorno, e si prevede che seguiranno altri appuntamenti, mentre le voci prevedono un suo imminente ingresso in politica...

Un'ondata di condanne

Se si trattasse di un singolo caso, la parabola del professor Orsini sarebbe solo l'ennesima dimostrazione degli eccessi della televisione italiana, dove la logica perversa dei talk show spinge costantemente i punti di vista più caricaturali, fino all'assurdo, pur di fare ancora più rumore della concorrenza.

Ma qui non c'è nulla di tutto questo: è vero che Alessandro Orsini ha gradualmente radicalizzato le sue opinioni, ma il fatto è che le posizioni apertamente filorusse che esprime sono tutt'altro che isolate in Italia. 

Sospetti di corruzione, giornalisti affiliati al Cremlino (tra cui Nadana Fridrikhson, dipendente della televisione Zvezda, di proprietà del Ministero della Difesa russo) regolarmente invitati, funzionari russi che parlano senza un reale contraddittorio... La televisione italiana, dall'inizio della guerra, si è dimostrata particolarmente accogliente nei confronti delle trasmissioni di propaganda di Mosca. 

Il 2 maggio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha potuto denunciare il "nazismo" ucraino nel programma "Zona Bianca". E quando il conduttore, Giuseppe Brindisi, ha obiettato che il presidente ucraino Zelensky era a sua volta di origine ebraica, Lavrov ha potuto affermare con calma: "Anche Hitler aveva origini ebraiche, questo non significa nulla". Vladimir Putin in persona ha chiamato il Primo Ministro israeliano per scusarsi di questo eccesso di linguaggio, che è stato trasmesso in Italia senza la minima protesta.

Trasmessa su Rete 4, un canale del gruppo Mediaset, di proprietà dell'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Vladimir Putin, l'intervista a Sergei Lavrov ha provocato un'ondata di condanne, Il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha parlato di "spot propagandistico insopportabile", mentre il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) ha avviato un'indagine sui sospetti di infiltrazioni russe nell'emittenza italiana. 

Anche se il professor Orsini è diventato un po' più discreto e i funzionari sono più rari, la musica filorussa non ha smesso di essere suonata, soprattutto perché ha indubbiamente un'eco nell'opinione pubblica. Il 15 maggio, durante la trasmissione "Non è l'Arena" (su La7), quando il conduttore Maurizio Giletti ha chiesto al giornalista russo Dmitri Kulikov: "Ma voi russi siete invitati solo nella televisione italiana?", quest'ultimo ha risposto senza esitazione: "Sì".

Anna Zafesova per “la Stampa” il 26 maggio 2022.

Un bambino russo ha bevuto della limonata al dragoncello ucraina, ora è in rianimazione. Delle bambine russe hanno mangiato caramelle offerte da bimbe ucraine, sono state male, una è morta. Se vedete per terra degli oggetti, portafogli, passaporti, iPhone, non sollevateli: potrebbero essere stati minati da infiltrati ucraini. Sono soltanto alcune delle leggende metropolitane che circolano in queste settimane nelle chat dei genitori e nei WhatsApp condominiali, soprattutto nel Sud della Russia, e secondo l'antropologa Aleksandra Arkhipova sono un segno che la guerra comincia a venire avvertita e temuta dai russi comuni: «Si tratta di leggende metropolitane antiche e internazionali, che vengono risvegliate dalla paura, per razionalizzare una guerra incomprensibile».

Sono un sintomo del disagio sociale, così come l'esplosione delle barzellette, un classico del dissenso sovietico ritornato oggi a colmare di ironia una dissociazione tra una propaganda martellante e una realtà terrificante, spiega Arkhipova, che studia da anni il folclore urbano e i linguaggi della protesta. Un esempio? «Un uomo entra di corsa in farmacia e chiede degli antidepressivi. Il farmacista obietta che serve una ricetta. "Ma come, non vi basta il mio passaporto russo?!, protesta il cliente». 

La guerra in Ucraina ha aperto anche un fronte simbolico, dove il regime viene combattuto da quella che Arkhipova definisce la "protesta dei deboli", una "resistenza semiotica", il cui obiettivo principale è spezzare la realtà creata dal linguaggio censurato del governo. Il nuovo totalitarismo russo ha esteso drasticamente i confini della repressione: «Se fino a tre mesi fa si veniva arrestati per delle azioni, come scendere in piazza, ora anche il rifiuto di aderire alla retorica ufficiale è un crimine». Lo scontro si sposta dalle circostanze pubbliche, come la piazza, alla vita quotidiana, dove i "partigiani semiotici" hanno aperto un fronte di micro atti sovversivi che puntano a creare dissociazioni cognitive nei cittadini inondati di propaganda. Chi si limita a dissociarsi, ritirando i figli da scuola nei giorni delle recite "patriottiche".

Altri cercano di influenzare gli altri: chi sostituisce i cartellini dei prezzi al supermercato con volantini, chi lascia sulle panchine dei giardinetti pelouche imbrattati di vernice rossa e scritte "Bucha", o pupazzetti della Lego che tengono in mano bandierine ucraine, chi scrive e dipinge sui muri o affigge manifesti: «Sono tutti modi per rompere il silenzio, e far vedere che i dissidenti non sono una minoranza di reietti, non siamo soli»: per incrociare gli sguardi dei propri simili si possono indossare vestiti nei colori giallo-blu dell'Ucraina (che possono costare un fermo della polizia), attaccare una spilletta pacifista o ricamando sulla borsa o sulla sciarpa un "no alla guerra" in alfabeto Braille, ascoltare i DDT di Yuri Shevchuk - incriminato per aver dichiarato a un concerto che "la patria non è il culo del presidente da leccare" - oppure leggere in metropolitana una copia di "1984" di Orwell.

«La protesta non accenna a diminuire», dice Arkhipova, che monitora i casi di arresti di dissidenti, e nota come lo scontro "semiotico" spesso manda in panne la polizia: la ragazza che è stata fermata per essere scesa in piazza con un foglio bianco, per esempio, è stata rilasciata senza verbale, anche se sia lei che gli agenti sapevano benissimo cosa avrebbe dovuto esserci scritto. È uno dei motivi per cui molti graffiti e meme giocano con le parole e le citazioni, come quelle del "Lago dei cigni" - il balletto trasmesso dalla TV sovietica quando moriva un leader comunista - della tabacchiera con la sciarpa, i due oggetti utilizzati dai congiurati per uccidere, nel 1801, lo zar Paolo I. Allusioni troppo colte, che soltanto l'intellighenzia può capire?

Non soltanto, obietta l'antropologa: «Il nostro cervello viene attratto dagli enigmi e risolverli provoca un rilascio di endorfine, ci fa provare piacere. Rispetto a un lapidario "no alla guerra", un gioco di parole, un messaggio arguto, ha maggiori possibilità di venire notato, fotografato e diffuso nei social». La Rete è la nuova frontiera della protesta, e anche dello studio degli umori popolari. Arkhipova rileva un cambiamento visibile nel linguaggio dei sostenitori della guerra: «Se nelle prime settimane facevano propria la retorica ufficiale sui "nazisti" e il Donbass da liberare, oggi tendono più a prendere le distanze con argomenti del tipo.

"Siamo gente piccola, quelli in alto sanno quello che fanno, Putin avrà le sue ragioni". In generale, notiamo che chi protesta contro la guerra ha più follower dei sostenitori del regime». Chi sostiene Putin allora? «Gli anziani. Il regime ha scommesso tutto sui vecchi nostalgici, proponendo loro una Urss-2 che ormai viene ricostruita anche nei dettagli più assurdi. Ma nessuno nella storia è mai riuscito a vincere contro i giovani». 

Jacopo Iacoboni per “La Stampa” il 26 maggio 2022.

Nuove, astrali vette della propaganda del Cremlino. Si riscrive Orwell, con ciò inverandolo definitivamente. 

L'altro giorno, di fronte a una puntuta domanda di una studentessa universitaria di Ekaterinburg, Maria Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri russo Serghey Lavrov, si è prodotta in una rilettura ai confini della realtà, e più probabilmente oltre. 

La giovane aveva messo il dito sulla situazione a suo dire orwelliana creatasi in Russia con «l'operazione militare speciale» in Ucraina, cosa di per sé interessante, perché i segnali di insoddisfazione verso l'avventura bellica criminale, benché carsici, si stanno moltiplicando, in Russia, tra defezioni di top manager del gas e lettere d'accusa da parte di alti diplomatici: «Qui, nel nostro paese - ha detto la giovane - sentiamo l'ascesa di un patriottismo nazionalista. E amici e parenti dall'estero ci dicono che siamo un riflesso del romanzo "1984". Cosa possiamo rispondere loro?».

Zakharova, che un paio d'anni fa per sbaglio aveva chiamato quel romanzo "1982", stavolta non ha vacillato: «Un momento, aspetta», ha fermato la ragazza. Poi è partita in una incredibile lectio magistralis che riscrive completamente il campo ultrasettantennale degli studi su Orwell: «Per molti anni abbiamo pensato che Orwell stesse descrivendo il totalitarismo. Ma questo è uno dei più grandi falsi globali. Orwell ha scritto sulla fine del liberalismo. Ha scritto di come il liberalismo porterebbe l'umanità in un vicolo cieco.

Non ha scritto dell'Unione Sovietica, ha scritto della società in cui viveva, del crollo dell'idea del liberalismo. E invece vi hanno messo in testa che ha scritto di noi, di te».

In pratica Orwell sarebbe nient'altro che un antecedente della tesi esposta da Vladimir Putin in una famosa intervista al Financial Times: la fine del liberalismo, «il liberalismo è obsoleto». 

Il traduttore russo di Orwell, Viktor Golyshev, un'autorità nel campo, ha ricordato su un canale Telegram come la cosa non stia in piedi neanche da un banale punto di vista diacronico: «Penso che 1984 sia un romanzo su uno stato totalitario. Quando Orwell lo scrisse, gli stati totalitari erano già in declino, ma tra la prima e la seconda guerra mondiale metà dell'Europa aveva governi totalitari. A quel tempo non c'era declino del liberalismo, per niente».

L'orwellismo insomma, checché ne dica Zakharova, dilaga nel senso del capovolgimento integrale della realtà e del linguaggio, «la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza». L'altra sera il propagandista in capo della tv del Cremlino, Vladimir Solovyov, si è lanciato in un'altra tirata totalitaria, a sfondo antisemita: la storia, religione e lingua ucraina - ha sostenuto - sono «una finzione», un costrutto, «l'Ucraina è terra nostra, e i soldati russi non se ne andranno mai».

La profezia orwelliana, al di là della riscrittura del Cremlino, continua ad aleggiare su questa guerra come uno spettro: una settimana fa una coppia di Irpin, rientrando nella casa devastata dai russi, ha trovato la libreria sottosopra e sul divano, ancora aperta, una copia di 1984. Chissà se qualche soldato russo lo stesse leggendo.

Giorgio Carbone per “Libero Quotidiano” il 22 maggio 2022.

Da qualche settimana è in libreria (edizioni Il Nuovo Melangelo) Il libro Il conflitto di celluloide di Fabio Pavesi, ovvero la storia, meglio la selvaggia aneddotica, del cinema di propaganda americano durante due guerre, quella "calda" dal 1940 al 1945 e quella "fredda" della lotta al comunismo, iniziata nel 1946, appena dopo che tacquero i cannoni rivolti verso Germania e Giappone, e destinata a durare decenni fin quasi alla fine dell'impero russo. 

Fabio Pavesi è un giovane di Carugate che da circa 20 anni viaggia per lavoro spesso nei paesi dell'Est Europa. Risultato del peregrinare: l'acquisita conoscenza di otto lingue e il rastrellamento di un'immensa cineteca. 

Non c'è film americano, dal Cantante di Jazz ai Rocky di Stallone, sul quale Pavesi non abbia messo le mani. E non le abbia fatte mettere a tanti drogati di cinema, tra i quali il sottoscritto. 

L'immenso materiale gli ha permesso di mettere su carta e anche su immagini (il libro è illustratissimo) il racconto di come la grande macchina propagandistica Usa abbia lavorato per far vincere due guerre e abbia imposto, diciamolo pure, una "sua" verità.

Pearl Harbor, Iwo Jima, lo sbarco in Normandia, la battaglia di Midway, noi (tutti noi) ce li ricordiamo come li ha voluti raccontare Hollywood, una serie di verità certamente parziali, ma che nella memoria hanno finito per prevalere sulle verità "vere" per merito (o colpa?) di cineasti Usa che sapevano raccontare come nessuno al mondo.

Il libro è una vagonata di aneddoti alcuni molto conosciuti, altri meno, ma che sulla pagina finiscono per intrigarti anche se molte storie credi d'averle già conosciute. Così apprendi che il cinema americano non ha mai odiato l'Italia, anche quando era nemica (il primo film anti italiano fu Il dittatore di Chaplin, l'ultimo I cinque segreti del deserto di Billy Wilder girato molti mesi prima dell'8 settembre).

Così come vivido è il racconto delle pellicole antinaziste che i registi mitteleuropei dovettero girare per dimostrare la sincerità dei loro sentimenti antinazisti (il tedesco Fritz Lang che fa Anche i boia muoiono, l'austriaco Billy Wilder che ridicolizza il maresciallo Rommel nei Cinque segreti). 

E Dietlef Sierk (divenuto Douglas Sirk e regista di melodrammi in technicolor degli anni '50) che a pochi mesi di distanza dall'uccisione di Heydrich, il "boia di Praga", ne racconta la storia in Hitler's hangman). 

Il libro è una miniera, ma la sua trovata vincente è il raffronto tra le due guerre, la storia, spesso stupefacente, di come dalla metà degli anni '40 la macchina da guerra della cine-propaganda Usa dovette rigirare i cannoni, mettersi a sparare su chi per un lustro era stato amico e fratello.

Anche se sull'amicizia e la fratellanza qualche dubbio c'era stato prima ancora che l'Europa diventasse campo di battaglia. Lo scontro fra Oriente e Occidente, tra "american way of life" e patria del socialismo era già stato al centro di commediole come Ninotchka, Tovarich e Corrispondente X, ma erano state storielle rassicuranti, nessun dubbio che in caso di guerra la compagna "Ninotchka" si sarebbe schierata a favore della democrazia. Nel 1940 dunque la Russia viene attaccata da Hitler e un anno e mezzo dopo l'America si schiera al suo fianco.

Prima ancora, la propaganda di Hollywood era già entrata nella mischia (Confessioni di una spia nazista è del 1939). Hollywood combatte alla sua maniera e schiera i suoi eroi (Gary Cooper, Humphrey Bogart, John Wayne, Errol Flynn, tutti respinti alla leva) perché non sorgano dubbi su a chi toccherà la vittoria. 

Franklin Delano Roosevelt, che ha capito più di tutti l'importanza del cinema, vuole tutti i cineasti al lavoro per sostenere lo sforzo bellico.

L'inno dei marines inizia a tambureggiare sullo schermo, ma anche gli alleati, pure quelli che un cinema di sostegno non possono permetterselo, devono entrare nella leggenda. Così l'Inghilterra ha La signora Miniver (esaltazione della borghesia churchilliana) la resistenza francese ha La croce di Lorena la Cina i film sulle Tigri volanti: Roosevelt raccomanda anche e soprattutto un filone filo-russo, il cinesoccorso per l'alleato che sta resistendo ferocemente a Stalingrado e Leningrado.

La Columbia gli fornisce Contrattacco, la MGM Song of Russia la RKO Tamara la figlia della steppa con un giovanissimo ed emaciato Gregory Peck. Ma Roosevelt vuole l'opera memorabile e si rivolge all'amico Jack Warner che già aveva fatto molti film "sociali" a favore del New Deal. E Warner gli allestisce Mission to Moscow con un grande budget, un grande cast (Walter Huston, Eleanor Parker), il più grande dei suoi registi (Michael Curtiz, di Casablanca e La carica dei seicento). 

Si attende il capolavoro, ma arriva il più efferato esempio di "propaganda' s movie" mai girato. Non è colpa di Curtiz, efficiente come al solito, ma è il copione che gli hanno rifilato che grida vendetta.

La trama si basa sulle relazioni di Joseph Davies, per due anni ambasciatore in Unione sovietica. Il quadro che Davies dà del paese di Stalin è idilliaco, quasi disneyano, le somiglianze tra americani e russi innumerevoli, certe "piccole differenze" (come le libertà civili, il sistema economico) del tutto trascurabili.

Mission to Moscow arriva a dare delle "purghe" staliniane una versione edulcorata come nemmeno osò Togliatti prima durante e dopo gli avvenimenti. Le feroci repressioni sono presentate come una doverosa reazione a ribellioni finanziate dal nazismo (il quadro è talmente paranoico che Mission fu tra i pochi film Warner a non essere importato a conflitto terminato).

La fine della guerra arriva dopo tre anni e le carte d'improvviso sono cambiate in tavola. Il tovarich, l'alleato compagnone diventa il nemico, l'ex Unione disneyana "l'impero del male". Hollywood s’adegua. 

L'America vede "rosso" (cioè comunisti dappertutto) e la capitale del cinema non fa eccezione. Cineasti che durante gli anni di guerra hanno mostrato simpatie socialiste si trovano messi ai margini. Molti di loro che hanno lavorato nel ciclo voluto da Roosevelt sono costretti a fare ammenda (il divo Robert Taylor confessò pubblicamente la sua vergogna per aver girato Song of Russia).

Jack Warner che deve farsi perdonare Mission to Moscow non ha altra scelta che mettere in cantiere I was a communist per Fbi, uno dei più virulenti attacchi all'ex alleato e dare campo libero al grande nemico (cinematografico) del comunismo John Wayne che produce e interpreta Big Jim Mc Lain, dove la malapianta comunista ha messo (nel 1952) le sue radici alle Hawaii (niente paura ci pensa John a strappare le radici a suon di pugni).

La truculenza del messaggio è tale che quando il film viene distribuito nell'Italia democristiana e filoatlantica di De Gasperi e Pio XII titolo e doppiaggio sono mutati. Gli agenti comunisti sono diventati narcotrafficanti e la pellicola circola da noi come Marjuana la droga infernale (quando Wayne lo sa non fa una piega: «Sempre di droga si tratta»). 

"Questa vittoria è per tutti gli ucraini". All'Eurovision trionfano i Kalush Orchestra. Laura Rio il 15 Maggio 2022 su Il Giornale.

I Kalush Orchestra sono i nuovi eroi dell’Ucraina. Loro hanno vinto, sul palco dell’Eurovision a Torino, la guerra della solidarietà planetaria.

"Questa vittoria è per tutti gli ucraini. Slava Ukraini, gloria all’Ucraina!”. I Kalush Orchestra sono i nuovi eroi dell’Ucraina. Loro hanno vinto, sul palco dell’Eurovision a Torino, la guerra della solidarietà planetaria. Uno schiaffo a Putin. E tutta l’Ucraina ieri notte ha cantato con loro “Stefania”, il brano dedicato alla madre dal frontman della band Oleh Psiuk e diventato il simbolo della madrepatria. La loro vittoria è un’invocazione mondiale a fermare i carri armati.

“Noi continueremo a combattere e combatteremo fino alla fine”, ha detto Oleh Psiuk nella sala stampa del PalaOlimpico pochi minuti dopo la proclamazione della vittoria. Con la musica. Ma anche con le armi. “Ringraziamo tutti quelli che hanno votato per noi -ha continuato -. Ogni vittoria in questo momento è di grandissima importanza per il nostro paese. Ogni aspetto della nostra cultura è sotto attacco e noi siamo qui per dimostrare che è viva”. “Non ho potuto parlare con Zelensky”, risponde a chi gli chiede se il presidente ucraino gli ha fatto le congratulazioni e neanche “con mia madre (cui è dedicata la canzone “Stefania”) , ci siamo solo messaggiati e mi ha detto che è orgogliosa e felice per me”.

Già nelle prossime ore i ragazzi della Kalush ripartiranno per il loro paese perché hanno avuto un permesso speciale dal Governo per uscire dall’Ucraina solo per pochi giorni. Lì Oleh gestisce un’organizzazione che porta medicinali ai malati. Un membro della loro band è al fronte. Si portano dietro un consenso gigantesco. Mai in nessuna edizione nella storia dell’Eurovision il televoto era stato così alto per un cantante. Un giudizio popolare che ha ribaltato la classifica degli esperti (cinque per ogni nazione) che avevano fermato l’Ucraina al quarto posto. Un’onda emotiva che è andata molto al di là del valore qualitativo della canzone, che comunque ha un ritmo che rimane nelle orecchie.

La band ha rischiato anche l’esclusione. Da regolamento Oleh non avrebbe potuto pronunciare sul palco le parole urlate al termine del brano: “Aiutate l’Ucraina, aiutate Mariupol”. Ma l’Ebu (European Broadcasting Union) l’ha ritenuto un messaggio umanitario e non politico. “La situazione è così drammatica che abbiamo rischiato l’espulsione, ma dovevamo farlo”. Grazie alle vittoria dei Kalush il prossimo anno l’Eurovision si dovrebbe svolgere in una città ucraina, spetta al paese vincitore l’organizzazione. Chissà se ci saranno le condizioni. Certamente mezzo mondo si metterà ad aiutare il governo a costruire l’evento. Loro ne sono certi: “L’Eurovision si terrà nella nostra nazione integra, ricostruita, prospera e felice», ripetono come un mantra. Speriamo.

Anche il leader ucraino ha festeggiato la vittoria sui social: "Il nostro coraggio impressiona il mondo, la nostra musica conquista l'Europa. L'anno prossimo l'Ucraina ospiterà l'Eurovision. Per la terza volta nella sua storia. E credo non per l'ultima volta", ha scritto Zelensky sui suoi social. "Faremo di tutto - ha aggiunto - per accogliere i partecipanti e gli ospiti a Mariupol. Libera, tranquilla, restaurata! Grazie per la vittoria della Kalush Orchestra e a tutti quelli che ci hanno votato".

Mattia Marzi per "il Messaggero" il 15 maggio 2022.

Tutto come da copione. D'altronde da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, nelle previsioni degli scommettitori non avevano praticamente mai avuto rivali: stanotte al PalaOlimpico di Torino gli ucraini Kalush Orchestra hanno vinto con il combat folk in salsa rap della loro Stefania l'Eurovision Song Contest 2022, portando sul tetto d'Europa i colori della bandiera di Kiev con 631 voti totali. Vincitore morale il britannico Sam Ryder con la sua Space Man, arrivato secondo.

Boom della Beyoncé spagnola Chanel, che chiude il podio con SloMo.

Delusione per i nostri Mahmood e Blanco: con Brividi si sono classificati solamente sesti, nonostante alla vigilia fossero secondi solo al gruppo ucraino. «Slava Ukraini», «Gloria all'Ucraina!», hanno urlato i Kalush Orchestra al momento della proclamazione. E pensare che avevano pure rischiato di essere squalificati: «Salvate Mariupol, salvate Azovstal. Fatelo adesso», avevano detto. Il regolamento dell'Eurovision dice espressamente che il palco della manifestazione «non può essere politicizzato o strumentalizzato». Ma l'Ebu, che organizza lo show, ha deciso di chiudere un occhio.

I PROBLEMI A pochi minuti dall'inizio dell'evento il presidente dell'Ucraina Zelensky aveva pubblicato un video su Telegram lanciando un appello a sostenere il gruppo (che oggi sarà ospite di Fazio a Che Tempo Che Fa): «A breve nella finale dell'Eurovision, il continente e il mondo intero ascolteranno le parole della nostra lingua. E credo che, alla fine, questa parola sarà Vittoria!». Contemporaneamente l'intelligence denunciava «un possibile imminente attacco» di hacker filorussi Mosca è stata esclusa dalla competizione «per impedire il conteggio di voti online», che poi non si è verificato. Ma l'Ebu ha ammesso con una nota arrivata a mezzanotte e mezza di aver comunque riscontrato non meglio specificati problemi con le votazioni di sei paesi, indipendenti dagli hacker, e di essere stato costretto a trovare un altrettanto non meglio specificata soluzione per individuare il vincitore. Non si può dire che sia andato tutto liscio. Laura Pausini, durante lo spoglio delle votazioni, scompare: avrebbe avuto un piccolo calo di pressione, probabilmente per la tensione e per il caldo.

«Scusate, ero troppo emozionata», ha spiegato in inglese. Torna alla fine, riprendendosi il palco, che aveva conquistato in apertura con un medley dei suoi successi, da La solitudine a Io canto, prima di omaggiare Modugno con Nel blu dipinto di blu, all'unisono con i 7 mila del PalaOlimpico: uno dei momenti più belli. Tra il collegamento dallo spazio con Samantha Cristoforetti e il soporifero passaggio di Gigliola Cinquetti con Non ho l'età (fu la prima vincitrice italiana, nel 64), a tenere svegli gli spettatori ci pensano i Maneskin. Suonano il nuovo singolo Supermodel.

E confermano la partecipazione alla colonna sonora del film su Elvis di Baz Luhrmann con una cover un'altra? di If I Can Dream. «Non avvicinatevi troppo al tavolo», dice Damiano ai cantanti in gara, ironizzando sulle polemiche che sollevarono i francesi l'anno scorso, quando lo accusarono di aver consumato stupefacenti, prima di essere smentiti dal risultato negativo del test antidroga. Gli stessi francesi che quest' anno si devono accontentare del penultimo posto, subito prima della Germania, ultima con soli 6 punti.

IL PRECEDENTE Give peace a chance, Date una possibilità alla pace: il classico di John Lennon, con il quale i Rockin'1000 hanno aperto la lunga maratona finale, diventa la colonna sonora ideale di questa edizione della kermesse, tra messaggi di pace, solidarietà e fratellanza. I temi tornano anche nell'esibizione di Mika con le hit Love Today e Grace Kelly mentre un gonfiabile a forma di cuore sovrasta il palco e un esercito di ballerini sventola bandiere con dei cuori stampati.

«L'Eurovision è una gara canora, qui niente politica», è da sempre il motto degli organizzatori: il caso dei Kalush Orchestra rappresenterà un precedente importante. I fan della kermesse, dentro e fuori di un coloratissimo PalaOlimpico, con le bandiere dei vari paesi europei esposte sugli spalti o usate come mantelli, devono aver ascoltato le parole di Zelensky. Dopo aver conquistato un risultato modesto nelle votazioni delle giurie, il gruppo ucraino ha rimontato con un plebiscito popolare: solo al televoto ha preso 439 voti. A Torino l'Europa ha davvero dato alla pace una possibilità.

Ilaria Ravarino per "Il Messaggero" il 15 maggio 2022.

 Come i conquistadores del XVI secolo, che piegarono i nativi con la loro presenza modernizzatrice, i funzionari europei dell'Ebu colonizzano il Palaolimpico di Torino imponendo un grado di efficienza del tutto inedito. Ma le regole sono calate dall'alto, la Rai ne soffre e i dirigenti scelgono il basso profilo. La prima serata è commissariata: se va male è colpa di Ebu, ma va tutto bene e fino all'ultimo nessuno pare crederci davvero. Voto Ebu: 7. Voto Rai: 5 Da quando è stato eliminato nella semifinale di giovedì, Lauro affida a Instagram il suo senso di rivalsa: selfie sopra al toro, senza il toro, con il cappello di traverso e la chitarra in mano. 

IL POST Nel suo ultimo post dice «Non escludo il ritorno», citando Califano, augura «buona fortuna» agli italiani in gara e ricorda «le notti spese a immaginare questo spettacolo». Ma la sua performance è stata dimenticata rapidamente, sulla stampa internazionale non lo rimpiange nessuno: le ambizioni da star si riducono a sogni da stellina. La strada per lui adesso è in salita. Voto: 3

I CONDUTTORI È la dura legge del gobbo: tutto scritto, guai a improvvisare, anche i «porca vacca» di Laura Pausini sono farina del sacco degli sceneggiatori. I tre fanno del loro meglio: Cattelan ha studiato (l'inglese) e si scopre ballerino, Mika esplode ugola ed ego nel suo show finale, Pausini dà il massimo, anche troppo, e alla fine crolla. Promossi. Voto: 6. Il trio Malgioglio, Corsi e Di Domenico addomestica il pubblico a casa, traducendo in gag normalizzanti la manifestazione aliena. «Per i bambini sono un cartone animato», dice Malgioglio. Voto: 6 (ai bambini).

I FAN Si mettono in fila fin dal pomeriggio davanti al Palaolimpico, fotografandosi mascherati come cosplayer a una fiera di manga. Arrivano dall'Europa, dagli Stati Uniti, c'è pure un nutrito contingente australiano: i fan dell'Eurovision si sentono, così dicono, «una grande famiglia». Affollano i mezzi pubblici la sera per raggiungere l'Eurovillage, applaudono a qualsiasi cosa attraversi il palco, non si lamentano, non protestano per i ritardi. «Siamo solo felici di essere qui, dopo tanto tempo». Autentici. Voto: 8 Tra insulti reciproci e accuse di aver rubato il posto in finale, i commenti che le tifoserie affidano alla rete fanno sembrare la fratellanza e la solidarietà propugnate dall'Ebu più un'utopia che una realtà. Anche la vittoria dell'Ucraina, che a parole tutti sostengono, è un tema caldo che nei corridoi del palazzetto irrita e divide.

TUTTI UGUALI Ma sul palco siamo tutti uniti e tutti uguali, e nelle gelaterie di Torino impazza il gusto Euro Skin (pelle europea). C'è tanta strada da fare, ma da qualche parte si deve pur cominciare. Voto: 6

Da leggo.it il 15 maggio 2022.

Le mani degli hacker russi su Eurovision, ma ogni tentativo di attacco informatico è stato neutralizzato. Gli hacker del collettivo di killnet hanno provato a infiltrarsi sia nella serata inaugurale che durante la finale, ma grazie alla collaborazione e alla partnership tra Polizia di Stato e Rai per garantire la sicurezza durante lo svolgimento delle manifestazioni di carattere internazionale - Eurovision compreso - tutto si è svolto per il meglio.

L’attivazione di una sala operativa dedicata all’evento di Eurovision nella quale tecnici e poliziotti specialisti del CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico Protezione Infrastrutture Critiche) della Polizia Postale hanno lavorato nelle ultime settimane fianco a fianco h24, ha permesso la neutralizzazione di attacchi informatici del collettivo di killnet e la sua propaggine “Legion”.

L’attività info-preventiva condotta dal personale del CNAIPIC della Polizia Postale sulla base dell’analisi delle informazioni tratte a partire dai canali Telegram del gruppo filo-russo, ha consentito altresì di desumere importanti informazioni di sicurezza, già condivise con la RAI per la prevenzione di ulteriori eventi critici. La sala operativa del CNAIPIC ha svolto più di 1000 ore di monitoraggio; con oltre 100 specialisti della Polizia Postale è stata monitorata l’intera rete e analizzato miliardi di dati informatici provenienti anche dalle diverse piattaforme social.

Durante le attività sono state eseguite milioni di analisi di dati relativi agli IP di compromissione che hanno consentito di emanare importanti procedure, grazie alle quali gli attacchi sono stati mitigati e respinti. Sono stati mitigati in collaborazione con la direzione Ict Rai e Eurovision TV diversi attacchi informatici di natura DDOS diretti verso le infrastrutture di rete durante le operazioni di voto e l’esibizione canora. Dall’analisi delle evidenze sono stati individuati dal CNAIPIC della Polizia Postale numerosi “PC-Zombie” utilizzati per l’attacco informatico. Le ulteriori analisi e approfondimenti hanno delineato la mappatura geografica degli attacchi provenienti dall’estero.

"Come vincere una battaglia". Se il televoto musicale diventa un'arma di guerra. Paolo Giordano il 16 Maggio 2022 su Il Giornale.

Ma adesso? Come previsto, l'Ucraina ha vinto l'Eurovision Song Contest con una ragionevole quantità di voti delle giurie ma soprattutto con una massa gigantesca di voti popolari.

Ma adesso? Come previsto, l'Ucraina ha vinto l'Eurovision Song Contest con una ragionevole quantità di voti delle giurie ma soprattutto con una massa gigantesca di voti popolari. In 27 nazioni è stata la canzone più televotata (459 voti), in sostanza un plebiscito mitteleuropeo che ha portato il paese sotto attacco dal quarto posto all'irraggiungibile primo. Un risultato che non è scandaloso dal punto di vista musicale ma è altamente simbolico da quello politico.

Già in passato, specialmente la vittoria dell'austriaca Conchita Wurst (2014) e dell'ucraina Jamala (2016) avevano accesso la luce sulla rilevanza geopolitica del voto dell'Eurovision. Nel primo caso, la canzone Rise like a phoenix non era irresistibile (e difatti non ha resistito neanche un minuto nelle classifiche) ma è diventata secondo molti la calamita dei voti chi lotta per i diritti della comunità Lgbtq+. Nel secondo, che ci interessa ancor più da vicino, la canzone di Jamala, intitolata 1944, è ispirata dalla deportazione dei Tartari della Crimea sotto il regime di Stalin. Attuale allora perché la regione era appena stata invasa da Putin. Quell'anno, l'Ucraina se la giocò fino alla fine con il russo Lazarev che, secondo molti, aveva una canzone più convincente dal punto di vista artistico. Però la Russia perse. È l'ennesima conferma di come spesso i risultati delle competizioni popolari abbiano una rilevanza geopolitica che, per snobismo o disinteresse, molti analisti colpevolmente sottovalutano. Ma adesso?

Dopo il plebiscito pro-Ucraina, c'è da attendersi altre dimostrazioni analoghe in altre manifestazioni legate al voto popolare? Ed è giusto mescolare in modo così nitido la musica con la politica, l'arte con la guerra? Le responsabilità, le sorti e i destini di un artista o di un atleta con le vicende dello Stato nel quale è nato? Da una parte, d'istinto, verrebbe da dire di sì. Dall'altra ci sono molte ragioni più argomentate per dire di no. Se fosse accaduto così in passato, dal 1945 in avanti le opere di Wagner, il preferito di Hitler, non avrebbero più dovuto essere rappresentate e invece lo sono state giustamente ovunque, anche alla Prima della Scala. Ed è solo un esempio tra tantissimi. Uno dirà: ma all'Eurovision c'entra il televoto, che misura la «pancia» dei votanti. Non a caso, praticamente tutti i paesi confinanti con l'Ucraina hanno votato in massa per la Kalush Orchestra, a dimostrazione che è stata non soltanto la solidarietà ma anche la paura a rendere così muscoloso e preponderante il verdetto a favore di «Stefania», una canzone che, come ha confermato ieri la moglie di Zelesnky, ha un sensibile valore politico: «È una vittoria per l' Ucraina nella guerra» ha scritto su Telegram. Senza questarilevanza, probabilmente il brano si sarebbe piazzatoa metà classifica oppure un po' più alto, ma difficilmente avrebbe vinto. In ogni caso, al di là dell'apprezzamento in sé, sia i social che l'uomo della strada manifestano un po' di smarrimento di fronte a questa miscela inedita nelle dimensioni, non nello spirito. Come abbiamo visto anche in Italia, spesso la musica ha sposato oppure è diventata simbolo di battaglie politiche. ma quasi mai nel mondo quest'arma è stata così esplosiva e deflagrante. Se la Nato, non le giurie di esperti musicali, dice che questa vittoria rappresenta il sostegno a Kiev di tutta l'Europa e dell'Australia, è evidente che l'Eurovision sia stato un referendum con un esito evidentissimo. Ma adesso?

È stato un caso oppure in tempi stretti le competizioni affidate al voto popolare saranno sottoposte anche a questa variabile? È corretto? La pancia dice sì. Ma la testa è convinta di no.

 Lo show da sempre è anche propaganda. Marco Gervasoni il 16 Maggio 2022 su Il Giornale.

La vittoria dell'Ucraina all'Eurovision non ne varrà una militare, ma politica sì.  

La vittoria dell'Ucraina all'Eurovision non ne varrà una militare, ma politica sì. E che ciò sia avvenuto in Italia, nel paese Nato dall'opinione pubblica più filoputinista, è quasi una nemesi. E un ottimo segnale. Dimostra che la guerra della comunicazione l'ha già vinta Zelensky. C'è chi si è scandalizzato che il presidente ucraino abbia invitato a votare per il suo gruppo, che poi esso abbia vinto, e che gli ucraini abbiano festeggiato. Che leggerezza, che volgarità, sotto le bombe, per delle canzonette. E poi la musica non dovrebbe essere separata dalla politica e dalla guerra? Niente di più vero. Musica e propaganda sono sempre state intrecciate in guerra: vogliamo ricordare l'impegno di Arturo Toscanini, già allora uno dei massimi direttori del mondo, che durante la Grande guerra si recava in trincea a dirigere l'orchestra (ridotta) e si faceva pure applaudire dagli austriaci? Vogliamo ricordare, a proposito di canzoni, il ruolo che svolse, nella Londra bombardata dai tedeschi, una canzone come We'll meet again di Vera Lynn, citata anche da Churchill? E dagli anni Sessanta tutti i festival dei musicisti rock, contro la guerra del Vietnam, contro il nucleare, contro l'apartheid in Sud Africa, e poi dopo la caduta del Muro, e poi la tournée contro Bush jr e la guerra in Irak? Certo, i Kalush Orchestra, i vincitori, non valgono un capello di Bob Dylan e dei Clash e le canzoni dell'Eurocontest sono robetta: e però, mica ci sono più Ronald Reagan o Bettino Craxi, tocca accontentarsi. Poi la politicizzazione della musica iper leggera è cominciata molto tempo fa, basti pensare agli ultimi due decenni di Sanremo, quando si trasformò in un festival controBerlusconi. In che mondo vivono quelli che sono sorpresi o che fanno finta di esserlo? Che guerra e intrattenimento siano ormai orizzonti sovrapposti lo scrissero già Jean Baudrillard e Paul Virilio tra la guerra in Kuwait del 1991 e le Torri Gemelle. E allora non c'erano i social, che hanno accentuato il carattere di spettacolo quotidiano della guerra, in cui peraltro chiunque può illudersi di intervenire, se non di partecipare. Tanto che parlare di propaganda non ha più senso: servirebbe un nuovo vocabolo. Ma certo, questa cosa Zelensky la gestisce assai meglio di Putin. Tanto il primo è smart, elastico, liquido, iper digitale, tanto il secondo è hard, pesante, rigido e analogico: con le sue infermiere che posano accanto ai carri armati, fotografie che ricordano il genere erotico trash del nostro cinema anni Settanta. Le canzoncine insulse non fanno vincere la guerra ma accendono il sentiment (senza la e finale): per tutto il resto, servono le armi vere, che bisogna continuare a inviare in Ucraina. 

"E l'anno prossimo tutti a Mariupol..." Laura Rio il 16 Maggio 2022 su Il Giornale.

La Rai si offre per aiutare l'Ucraina a organizzare l'edizione 2023.

L'anno prossimo tutti a Mariupol. Un sogno. Speriamo una realtà. Perché significherebbe che l'Ucraina avrebbe ricominciato a vivere. Se così sarà, la Rai e la città di Torino saranno in prima linea per aiutare il Paese devastato dalla guerra a realizzare l'Eurovision 2023. Perché, avendo trionfato la Kalush Orchestra, lo show dovrebbe essere organizzato dalla televisione pubblica ucraina in collaborazione con l'Ebu (l'Unione delle emittenti europee). Cosa difficile, a oggi, vista la situazione in cui si trova l'Ucraina. Ma il presidente Zelensky è sicuro: subito dopo la vittoria della band ha twittato: «Faremo di tutto per accogliere l'Eurovision in una Mariupol libera, tranquilla restaurata». «In caso di chiamata collettiva - ci ha risposto il direttore di Raiuno Stefano Coletta nella conferenza stampa di bilancio della manifestazione - la Rai metterà a disposizione dei colleghi ucraini il proprio know-how e la grande esperienza che ha dimostrato in questa edizione». Stessa disponibilità arriva dal sindaco di Torino Stefano Lo Russo. Del resto la Rai e la città di Torino hanno dimostrato non solo di essere in grado di realizzare quasi alla perfezione una manifestazione gigantesca come quella dell'Eurovision, ma di superare tutte le edizioni precedenti per importanza e per qualità.

Certo questa manifestazione entrerà nella storia per la vittoria della Kalush Orchestra, per l'appello alla resistenza lanciato in diretta mondiale, ma rappresenta anche una svolta dal punto di vista musicale e televisivo. A dimostrarlo il forte apprezzamento del pubblico italiano che, per decenni, ha snobbato l'evento. Per la serata finale di sabato si sono collegati su Raiuno 6 milioni 590 mila spettatori pari al 41,9% di share. Tanti in assoluto e tantissimi rispetto allo scorso anno quando - nonostante la vittoria dei Maneskin - la serata da Rotterdam aveva avuto il 25% di share. Tutto ciò significa - come spiega il direttore Coletta - che c'è una grande attenzione sulla manifestazione. Soprattutto da parte dei giovani «per cui il primo canale Rai non è più un'entità evanescente».

Anche i canali social sono esplosi: l'Eurovision è il terzo programma più discusso dell'anno, dopo due serate di Sanremo. Tik Tok, partner ufficiale, ha raggiunto ben 1,2 miliardi di visualizzazioni. Una risposta entusiasta che porta naturalmente a un confronto con Sanremo. Perché, si chiedono i critici, non applicare anche al festival i ritmi serrati, i tempi ridotti delle serate del Contest? E soprattutto perché non puntare solo sullo show musicale, eliminando tutto il contorno di scandali, presenze di attori, sportivi, e altro che non c'entrano? «Ricordo - spiega Coletta - che sono due mondi diversi, il festival è made in Italy, l'Eurovision segue logiche internazionali».

In conclusione l'Eurovision si è trasformato in un supporto planetario alla pace e all'Ucraina. Ma avrà una ricaduta positiva anche sul nostro Paese. Prima di tutto su Torino, dove la manifestazione ha portato importanti risultati dal punto di vista del turismo e dell'immagine (costi che si aggirano sui 13,5 milioni di euro e introiti ancora da calcolare) e ha risvegliato la città dal torpore di questi due anni di pandemia.

Certo, non tutto è funzionato alla perfezione: code immense si sono formate fuori dall' EuroVillage al parco Valentino e alcune ragazze hanno raccontato di essere state molestare durante l'after party inaugurale alla Venaria Reale (ma il sindaco risponde che non risultano gli episodi riportati dalla stampa).

In ogni caso, ora il pensiero vola all'anno prossimo e alla speranza di riascoltare la Kalush Orchestra a Mariupol. Anche con l'aiuto del Belpaese. 

L'Ucraina ha vinto l'Eurovision: basta con le (inutili) polemiche. Francesca Galici il 16 Maggio 2022 su Il Giornale.

La democrazia è una e le sue regole valgono sempre, non solo quando il risultato è quello gradito. Anche all'Eurovision song contest.

All'Eurovision song contest ha vinto l'Ucraina dei Kalush orchestra e sì, era una vittoria prevedibile. Ogni parte in gioco ha fatto la sua parte in questo carosello, consegnando quella che, già dalla vigilia, è stata una vittoria annunciata. No, non è stata una vittoria politica ma figlia di uno slancio sentimentale da parte degli europei. Non ha vinto la musica? Non è del tutto vero. Sì, c'erano canzoni sicuramente più belle in gara, ma l'Eurovision è anche questo e anche la musica, quando necessario, diventa questo.

Spiegare la vittoria dei Kalush orchestra all'Eurovision song contest di Torino, che si è svolto mentre in Ucraina cadono le bombe non è difficile. Il primo posto è stato conquistato grazie a un plebiscito popolare, che ha espresso la sua preferenza attraverso un televoto: si chiama democrazia. Un tempo si diceva che la volontà del popolo era sovrana ma, ultimamente, si direbbe che per alcuni lo è solo se il risultato è quello di gradimento. Facile farla così, una democrazia. La giuria di qualità dell'Eurovision, per intendersi quella chiamata a valutare la musica, non aveva premiato i Kalush orchestra mossa da un sentimento di pietas. Infatti, al termine della votazione dei 40 Paesi chiamati a esprimere la propria opinione, al primo posto non c'era l'Ucraina ma il Regno unito.

Il voto popolare ha poi ribaltato la situazione con oltre 400 punti assegnati ai Kalush orchestra, che hanno consegnato la vittoria all'Ucraina. Il pubblico a casa non sceglie la buona musica, per quella c'è una giuria appositamente selezionata. Creare una polemica e lamentarsi per la vittoria dei Kalush orchestra perché "c'erano canzoni migliori", non ha senso. Il pubblico a casa si è lasciato guidare dall'empatia e ha voluto lanciare un segnale di solidarietà a un popolo sotto le bombe. Per molti questo è un "vergognoso pietismo per lavarsi la coscienza", inutile nell'ottica del conflitto. Intanto i Kalush orchestra hanno annunciato che metteranno in palio il trofeo vinto a Torino e il ricavato verrà interamente devoluto per supportare le truppe ucraine impegnate nella resistenza contro l'esercito dell'invasore russo. Quindi, forse, non è stata una vittoria totalmente inutile.

Certo, probabilmente il prossimo anno l'Ucraina non riuscirà a organizzare nuovamente l'Eurovision song contest, ma questo al momento è l'ultimo dei problemi, anche perché il regolamento ha previsto questa eventualità. All'Eurovision song contest hanno vinto i Kalush orchestra e ha vinto la democrazia. Tutto il resto è solo noise, inutile disturbo acustico da divano, mentre Oleh Psjuk, il frontman dei Kalush orchestra, a poche ore dalla vittoria di Torino, ha salutato la sua ragazza per unirsi alla prima linea dell'esercito ucraino.

Eurovision all’Ucraina e scatta la polemica più stupida del mondo. Insulti e teorie del complotto sulla vittoria della “Kalush Orchestra”. Ma i premi culturali sono (quasi) sempre una questione politica. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 17 maggio 2022.

«La Russia non ha alcun problema con la Finlandia e con la Svezia, reagiremo all’espansione delle infrastrutture militari della Nato». Così Vladimir Putin durante la riunione del Csto, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva che si è svolta ieri a Mosca. La decisione del governo svedese di presentare domanda formale alla Nato seguendo le orme del vicino finnico ridisegna la mappa geopolitica del nord Europa.

Tramonta infatti lo status di neutralità che durava dal secondo dopoguerra e che la stessa Russia con la sua aggressività ha contribuito a mutare. Non a caso a Stoccolma la convergenza politica su questo passo è stata notevole accomunando maggioranza e opposizione. «C’è un’ampia maggioranza nel parlamento svedese per l’adesione alla Nato», ha assicurato il primo ministro Magdalena Andersson dopo un dibattito sulla politica di sicurezza in parlamento. E i risvolti sono immediati. Ieri sono iniziate imponenti manovre militari in Estonia già programmate da tempo, ma che sono tra le più grandi mai realizzate dall’alleanza occidentale quasi ai confini con la Russia. I soldati che parteciperanno all’esercitazione, chiamata in codice Hedgehog, saranno 15mila e arrivano da dieci paesi (tra loro Regno Unito, Stati Uniti e proprio Finlandia e Svezia).

Intanto Putin ha affermato che “nel corso dell’operazione speciale in Ucraina sono state ottenute prove documentali che dimostrano che, in violazione delle convenzioni che vietano le armi batteriologiche e tossiche, sono state effettivamente create componenti di armi di questo tipo nelle immediate vicinanze dei nostri confini e sono stati testati i modi per destabilizzare la situazione epidemiologica nelle ex repubbliche sovietiche”. Al momento queste evidenze non sono state mostrate ma il senso dell’annuncio è esplicitamente diretto contro gli Usa.

Il Cremlino infatti ha denunciato di aver “lanciato da tempo l’allarme sull’attività batteriologica degli Stati Uniti nello spazio post- sovietico. Come sapete, il Pentagono ha decine di laboratori e centri specializzati nella nostra regione comune. E non sono affatto impegnati a fornire assistenza medica pratica alla popolazione dei Paesi in cui hanno avviato le loro attività”. L’agente sul campo incaricato di sviluppare queste armi secondo il capo delle Forze armate russe per la Difesa chimica, biologica e radioattiva, Igor Kirillov, sarebbe la multinazionale farmaceutica Pfizer.

A Mariupol potrebbe essere arrivata una svolta per quanto riguarda la situazione dei civili e dei feriti ancora presenti nei sotterranei delle acciaierie Azovstal; La notizia arriva direttamente dal ministro della difesa russo Sergej Shoigu. “Il 16 maggio, a seguito di negoziati con i rappresentanti del personale militare ucraino bloccato sul territorio dell’impianto metallurgico, è stato raggiunto un accordo sulla rimozione dei feriti” ha spiegato Shoigu il quale ha anche illustrato i termini dell’accordo: “Attualmente è stato introdotto un regime di silenzio nell’area dell’impianto ed è stato aperto un corridoio umanitario, attraverso il quale i militari ucraini feriti vengono consegnati a una struttura medica a Novoazovsk nella Repubblica popolare di Donetsk per fornire a tutti loro l’assistenza necessaria”.

Se sul piano militare la situazione sembra in continuo movimento, sul fronte delle sanzioni invece l’impasse regna sovrana. In sede Ue infatti non c’è ancora nessun accordo circa un embargo per il petrolio russo. Ad ammetterlo è stato l’Alto rappresentante Josep Borrell: “Faremo il massimo per sbloccare la situazione, ma non posso garantire che si arrivi ad un accordo perché le posizioni sono abbastanza forti”. Il riferimento corre all’Ungheria che afferma di non avere ancora ricevuto alcuna nuova proposta seria dalla Commissione europea dopo che Budapest ha chiesto mitigazioni sul costo dell’abbandono del greggio russo.

Eurovision, il retroscena della moglie di Zelensky sui vincitori ucraini: "Chi è davvero Stefania". Libero Quotidiano il 15 maggio 2022

Alla fine i pronostici sono stati confermati e la Kalush Orchestra ha trionfato all’Eurovision Song Contest 2022: ciò significa che l’anno prossimo l’evento si trasferirà dall’Italia all’Ucraina, guerra permettendo. Nonostante fosse ampiamente prevista, la vittoria della band ucraina è stata sorprendente per il mondo in cui è maturata: le giurie dei Paesi in gara non hanno fatto calcoli politici, piazzando l’Ucraina lontana dal podio.

Il televoto del pubblico ha però stravolto l’esito della gara: più di 400 punti sono andati a favore della Kalush Orchestra, che è così riuscita a stravincere. Ciò significa che in tutti i Paesi votanti l’Ucraina è stata tra le prime due preferenze espresse: una sorta di plebiscito a favore del Paese invaso dalla Russia, dietro cui si cela un messaggio politico forte. Non a caso Volodymyr Zelensky si è subito congratulato con la band ucraina, e lo stesso ha fatto la moglie Olena Zelenska. “Signora Stefania - ha scritto su Telegram - mamma di Oleh Psiuk (il frontman della band, ndr), insieme a te siamo orgogliosi di tuo figlio. Insieme a te ci rallegriamo per l’incredibile vittoria della Kalush Orchestra all’Eurovision”.

La moglie di Zelensky ha sottolineato che un trionfo in un evento musicale è comunque “una vittoria per l’Ucraina nella guerra”. “Stefania - ha aggiunto - è stata cantata da musicisti provenienti da Polonia, Lettonia e Francia. È stata cantata dai The Rasmus. Ora il mondo intero canterà un brano su una madre ucraina, in ucraino”.

Da “La Stampa” il 16 maggio 2022.

La reazione spropositata e massimamente aggressiva della Russia alla vittoria ucraina all'Eurovision è riassunta nel post su Twitter di una giornalista, Yuliya Vityazeva, che ha proposto di far esplodere la finale al Pala Olympic Arena di Torino con un missile. Ha scritto: «Bomba con un missile Satana». 

Vityazeva è un volto tv, giornalista putiniana e conduttrice di un talk-show che va in onda su Russia-1, la televisione nazionale russa.

In un articolo di opinione pubblicato sul sito web del quotidiano AiF di Mosca, l'editorialista Vladimir Polupanov ha definito lo spettacolo «noiosa televisione politicizzata» e «falso». Ha scritto che «la competizione ha un cattivo odore di palude in decomposizione» e ha affermato che «quasi nessuno dei vincitori ad eccezione degli Abba» è diventato «grande star». 

Nel frattempo, immagini inquietanti pubblicate dai canali Telegram Pro-Cremlino mostravano l'hashtag Eurovision2022 scritto su una bomba insieme a riferimenti alla Kalush Orchestra. Sul palco, il frontman del gruppo, Oleg Psiuk, ha detto: «Chiedo a tutti voi, per favore, aiutate l'Ucraina, Mariupol. Aiutate l'Azovstal, in questo momento».

Anna Zafesova per “La Stampa” il 16 maggio 2022.

«Help Mariupol, help Azovstal, right now»: l'appello della Kalush Orchestra nella serata finale del concorso dell'Eurovision è stato scritto sulle fiancate di missili e bombe da lanciare sull'acciaieria, con la postilla «Kalush, facciamo quello che avete chiesto». La foto con la «risposta dei russi» è stata postata da Vladimir Solovyov, uno dei più popolari e sguaiati propagandisti putiniani.

Anche altri commentatori chiedono di «vendicare» la vittoria ucraina, e la giornalista nazionalista Yulia Vityazeva scrive ai suoi centomila follower su Telegram «non resta che colpire l'Eurovision con un missile atomico Satana» (dopo essere finita sui siti di notizie internazionali, ora sostiene di aver scherzato, ma in altri post propone di bombardare Kiev).

Perfino la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha reagito alla vittoria dei Kalush Orchestra, prendendo in giro i «costumi nazionali di due streghe con chitarre e breakdance». 

L'Eurovision è un affare politico, o almeno lo è sempre stato per la Russia, che per anni ha visto come missione di Stato quella di conquistare la vittoria al concorso. 

Un'ansia alimentata anche dalla gelosia verso gli ucraini, che avevano vinto nel 2004 - l'anno della «rivoluzione arancione» a Kiev - con Ruslana e nel 2016 con Dzhamala, una tartara della Crimea che ha cantato la deportazione del suo popolo.

Anno dopo anno, Mosca ha inviato sul palcoscenico europeo le star più acclamate, e investito risorse mediatiche cospicue, tutto in cambio di una sola vittoria, nel 2008, a firma di Dima Bilan. Lo show business russo faticava a trovare un format azzeccato, al contrario della folk-pop-dance ormai marchio di fabbrica della musica ucraina. 

Per i commentatori russi però rimaneva sempre il sospetto di un complotto politico. Il popolarissimo cantante ucraino Andrey Danilko - un russofono di Luhansk che si traveste da personaggio comico femminile di Verka Serdiuchka - ha raccontato di essere stato messo nella lista nera del Cremlino dopo aver preso il secondo posto all'Eurovision 2008, con una canzone nella quale, secondo i critici russi, era stata criptata la frase «Russia Goodbye».

Danilko ha ora condannato la guerra ed è finito nella lista dei musicisti, blogger e attori ucraini ai quali la Russia ha vietato l'ingresso per i prossimi cinquant'anni: «Peccato, non potrò godermi i funerali di Putin», è stato il suo commento. 

La guerra ha reso la Russia una reietta nei concorsi internazionali, e quello che era un senso di frustrazione e gelosia ora è diventato rabbia e odio. I propagandisti russi - il concorso ovviamente non è stato trasmesso ufficialmente dalla televisione di Stato - hanno sostenuto che i concorrenti ucraini sono stati salutati da una delle conduttrici polacche con il saluto nazista, e si sono scagliati contro il «baraccone europeo» e la «gayvisione».

Le battute sui «depravati europei», inclusi i «fr... italiani», si sono sprecate, non soltanto a livello di chat private, ma anche da parte di molti personaggi con uno status ufficiale. Il vicepresidente della Duma Boris Chernyshov, per esempio, ha accusato il concorso di essere «truccato dalla politica e dai bot di Internet», denunciando la cancel culture occidentale che «premia gli idioti» e sostenendo che gli ucraini siano «i nuovi Black Lives Matters».

In Russia il BLM è un insulto, e il fenomeno della battaglia per i diritti degli afroamericani è considerato una delle prove del decadimento definitivo dell'Occidente una volta preso a modello. «In questa cultura fake, gli americani e gli europei presto dovranno inginocchiarsi di fronte agli ucraini», scrive la popolarissima anchorwoman Tina Kandelaki. 

Allusioni alle presunte «inferiorità» razziali o sessuali, che non fanno che approfondire l'abisso che separa oggi la Russia dall'Europa, e che solo pochi commentatori - prevalentemente dell'intellighenzia ormai in esilio - ritengono drammatico.

«La Russia non aveva nulla da fare all'Eurovision», scrive la critica Elena Rykovzeva, notando che la furia contro un'Europa che apre le braccia agli ucraini massacrati sia quasi liberatoria per quella parte dell'anima russa da sempre convinta di essere odiata dall'Occidente. 

La vittoria musicale dei Kalush Orchestra si fonde in questa visione con la Finlandia e la Svezia che "tradiscono" il vicinato neutrale con la Russia per farsi proteggere dalla Nato. 

È quella faccia dell'orgoglio nazionale che Emmanuel Macron si preoccupa di "salvare", temendo che un putinismo che si sente rifiutato - indipendentemente dalle proprie colpe - possa sognare una vendetta nucleare perfino contro il palco musicale di Torino. Ma intanto il produttore Igor Prigozhin propone di consolarsi con un concorso canoro autoctono, dove le regole le detta Mosca, una Eurovision senza più l'Europa.

Da leggo.it il 16 maggio 2022.

Dopo la vittoria all’Eurovision Song Contest, per la Kalush Orchestra è tempo di rientrare a casa. Ma soprattutto è tempo di tornare al fronte per difendere il proprio Paese dall'invasione russa. È il caso di Oleh Psjuk, il frontman della band, che ha salutato la sua ragazza per unirsi alla prima linea nella guerra in Ucraina. 

Secondo quanto riportato dal Daily Mail, Psjuk dopo aver vinto l'Eurovision ha salutato la sua ragazza per unirsi alla prima linea nella guerra in corso in Ucraina contro la Russia. Il frontman del gruppo folk rap è stato fotografato mentre abbracciava la sua ragazza Oleksandra fuori dal suo hotel a Torino, mentre era in partenza per difendere l'Ucraina dalla Russia di Vladimir Putin.

Indossando il suo caratteristico cappello rosa e portando uno zaino, gli effetti personali di Psjuk sono stati messi in un taxi pronto per dirigersi verso l'aeroporto. Ieri sera, il presidente Zelensky ha promesso di tenere l'Eurovision a Mariupol l'anno prossimo, nonostante attualmente la città sia assediata dalle forze russe. 

Zelensky ha dichiarato: «Il nostro coraggio impressiona il mondo, la nostra musica conquista l'Europa. Il prossimo anno l'Ucraina ospiterà l'Eurovision. Per la terza volta nella sua storia e, credo, non l'ultima. Faremo del nostro meglio per ospitare un giorno i partecipanti e gli ospiti dell'Eurovision a Mariupol ucraino. Libera, pacifica, ricostruita. Ringrazio la Kalush Orchestra per questa vittoria e tutti coloro che ci hanno dato i voti. Sono sicuro che il suono della vittoria nella battaglia con il nemico non è lontano. Gloria all'Ucraina».

I risultati dell'Eurovision sono un messaggio di sfida a Vladimir Putin vista anche l'esclusione della Russia dalla Kermesse musicale.

Luca Dondoni per “La Stampa” il 16 maggio 2022.

«A breve, durante la finale dell'Eurovision, il continente e il mondo intero ascolteranno le parole della nostra lingua. E credo che, alla fine, questa parola sarà "Vittoria"! Europa, vota la Kalush Orchestra, sosteniamo i nostri connazionali! Sosteniamo l'Ucraina!». 

Il presidente Zelensky poco prima della finale dell'Eurovision Song Contest aveva spostato l'interesse per la gara musicale sul piano politico postando un messaggio sui social che pochi minuti dopo, alla fine dell'esibizione, la band ucraina ha ribadito per bocca del suo leader Oleg Psyukh sfidando il regolamento della manifestazione: «Vi chiediamo di aiutare Mariupol, aiutate l'Azovstal adesso! Slava Ukraïni».

Subito si è temuto che la band potesse essere squalificata per aver portato un messaggio politico su un palco che non prevede nessun tipo di dichiarazione legata a bandiere o a partiti, anche se gli organizzatori hanno chiarito a gara in corso che non ci sarebbe stata alcuna esclusione. 

Oleg, non avete avuto paura che dopo il vostro proclama l'European Broadcasting Union potesse squalificarvi?

«Prima di tutto vogliamo ringraziare tutti gli ucraini che hanno votato per noi in tutto il mondo e quest'anno è stato davvero speciale per noi, per cui gloria all'Ucraina. Non abbiamo nemmeno pensato alla squalifica anche perché abbiamo paura, molta più paura per quelle migliaia di soldati che sono bloccati nella Azovstal circondata da 21mila soldati russi piuttosto che per noi.

Il nostro compito era ed è quello di informare più gente possibile su ciò che sta accadendo. Vogliamo riuscire a raggiungere le persone che siedono sugli scranni dei governi occidentali così da poter ricevere il maggior numero di aiuti possibili e i soldati possano e le famiglie ucraine possano essere salvate».

Il presidente Zelensky vi ha già chiamato per complimentarsi?

«Non ho ancora avuto ancora la possibilità di chiamarlo e di parlarci perché, lo immaginerete, ha cose più importanti da a fare. Dico solo una cosa però: spero, come ha detto parlando di una prossima Mariupol ricostruita, che l'anno prossimo la nostra nazione possa organizzare l'Eurovision in pace e tranquillità».

Pensate che il pubblico vi abbia votato per la situazione attuale che sta vivendo il vostro Paese o per la bontà vostra canzone? Dai primi dati sommari avete primeggiato in quasi tutte le nazioni.

«"Stefania", il nostro pezzo, era numero uno in parecchie classiche prima dell'Eurovision e secondo i bookmakers era nella top five di chi scommetteva sulla nostra vittoria.

In ogni nazione che abbiamo visitato prima dell'evento siamo stati accolti benissimo e dobbiamo ringraziare tutti perché ci hanno portato in vetta».

Avete vinto ricevendo il più alto numero di voti nella storia dell'Eurovision Song contest con un pezzo rap. Un genere che in questa rassegna non aveva mai veramente sfondato.

«Rap e hip hop sono la musica numero uno nel mondo e fra otto anni magari sarete sorpresi se in gara ci saranno canzoni pop classiche come la maggior parte di quale che avete ascoltato qui. Il cambiamento è in atto e il rap sarà il genere dominante». 

Oleg, lei è il leader del gruppo e oggi compirà 28 anni ma fra 24 ore dovrà tornare in Ucraina perché per tutti voi cessa il permesso speciale di espatrio che lo Stato vi ha accordato per l'Eurovision. Tornerete in patria per combattere?

«Siamo pronti a combattere e andare avanti sino alla fine se serve, perché le nostre famiglie sono là e anche in questo momento siamo preoccupati come fossimo con loro perché ci fa male sapere che stanno soffrendo».

Sua madre Stefania, alla quale è dedicata la canzone che ha vinto, è qui con lei. Cosa le ha detto appena saputo della vittoria?

«Che è molto orgogliosa di men e non vediamo l'ora di passare del tempo insieme». 

Qual è stato il momento più eccitante qui a Torino?

«Quando ci siamo riuniti e siamo riusciti a ritrovarci davanti a un microfono tutti insieme. Per parecchio tempo non abbiamo nemmeno avuto la possibilità tra noi di provare la canzone abbiamo dovuto fare tutto via zoom o al telefono. Qui abbiamo avuto la possibilità di usare dei microfoni, provare le luci, la nostra performance tutti insieme. Una cosa normale ma che per noi non lo era più da un pezzo».

Con questa vittoria avete capito che l'Europa vi ama, ma come farete a continuare ed essere creativi in questi tempi così difficili?

«La cultura ucraina e le nostre radici non sono state sradicate. Abbiamo testimoniato che sono vivissime. Speriamo che da oggi la gente voglia scoprire la musica, i film ucraini e appena si potrà e sarà tutto finito vorrà visitare l'Ucraina. Questo è il messaggio più importante, insieme a quello sulla fine della guerra che abbiamo portato al mondo».

Chi avreste votato fra i concorrenti delle altre nazioni?

«Mahmood e Blanco e quindi l'Italia, ma anche la Moldavia, l'Inghilterra e la Polonia».

Francesco Borgonovo per “La Verità” il 16 maggio 2022.

C'è chi rischia la vita sul campo, o nelle viscere di una acciaieria di Mariupol. E c'è chi rischia la squalifica da un festival musicale per aver gridato: «Aiutate il popolo ucraino, aiutate Mariupol!». 

Il nuovo fronte della guerra è ormai il fronte del palco, e in fondo non stupisce perché le armi più efficaci fornite dall'Europa a Kiev sono quelle della propaganda. Così può accadere che pure l'Eurovision - kermesse musicale dai più considerata ridicola, almeno fino a quando non l'hanno vinta i Maneskin e allora vai con le celebrazioni per la loro carica «draghiana» - divenga occasione per fare cantare alle folle il coro «Forza Ucraina».

No, non stupisce, anzi tutto rientra nel grande spettacolo del conflitto immaginario che da quasi tre mesi si combatte qui in Occidente. 

Le nostre imprese eroiche consistono nell'acquisto delle magliette con la bandiera azzurra e gialla su Amazon o presso altri rivenditori, magari prodotte da qualche disgraziato sottopagato in qualche sperduto angolo del mondo che ha la sfortuna di essere bombardato e non da Putin, dunque nessuno se lo fila. Il gesto guerriero è quello di Damiano dei Maneskin, mezzo nudo, che grida «Fuck Putin» suscitando l'eccitazione del pubblico, e guadagnandosi l'ennesima patacca da ribelle, come se ci volesse del coraggio a seguire la corrente. Infine, l'Eurovision di Torino col suo patriottismo plastificato.

Vince, pensa un po', un gruppo ucraino, la Kalush Orchestra, che invoca - anche giustamente - il sostegno delle folle per la propria causa. L'elemento grottesco lo fornisce Volodymyr Zelensky in persona, con un videomessaggio trasmesso via Telegram poco prima dell'esibizione dei suoi compatrioti musicisti. 

«A breve nella finale dell'Eurovision, il continente e il mondo intero ascolteranno le parole della nostra lingua. E credo che, alla fine, questa parola sarà "Vittoria!". Europa, vota la Kalush Orchestra», ha scandito il presidente ucraino, al quale - a questo punto - manca soltanto di intervenire in collegamento a sagre della porchetta e feste private.

Immancabile t-shirt verde militare, perché deve essere simbolicamente evidente il suo status di belligerante, il nostro si è comportato come fece Chiara Ferragni quando invitò i suoi numerosi follower a sostenere il marito Fedez nel televoto. E in effetti la strategia ha pagato. 

«Il nostro coraggio impressiona il mondo, la nostra musica conquista l'Europa!

Per la terza volta nella sua storia. E credo non per l'ultima volta», ha aggiunto poi Zelensky in un post su Instagram. «Faremo di tutto per accogliere i partecipanti e gli ospiti dell'Eurovision a Mariupol. Libera, tranquilla, restaurata! Grazie per la vittoria della Kalush Orchestra e a tutti quelli che ci hanno votato».

A stretto giro, ecco arrivare anche il commento di Olena Zelenska, la First lady, che si è complimentata con il fondatore del gruppo vincitore: «Signora Stefania, mamma di Oleh Psiuk, insieme a te siamo orgogliosi di tuo figlio. Insieme a te ci rallegriamo per l'incredibile vittoria della Kalush Orchestra all'Eurovision». E ancora: «Stefania è stata cantata da musicisti provenienti da Polonia, Lettonia e Francia. È stata cantata dai The Rasmus. Ora il mondo intero canterà una canzone su una madre ucraina - in ucraino. Congratulazioni alla Kalush Orchestra e tutti noi per una vittoria così importante».

Fin qui, tutto bello e sacrosanto. La parte straniante sta in un commento che i nostri media hanno recepito senza un plissé: la vittoria all'Eurovision, per la Zelenska, è «una vittoria per l'Ucraina nella guerra». 

Capito? Non una vittoria simbolica che sicuramente può giovare al morale, ma proprio una vittoria nella guerra. E il pubblico grida mentre il sorridente Volodymyr parla di un Eurovision a Mariupol, che attualmente è controllata dai russi. Avete idea dello spargimento di sangue che servirebbe per consentire il concretizzarsi di una simile proposta? Forse no. Anzi, sicuramente no, da queste parti non ce ne rendiamo conto, perché la guerra vera - che macina ossa e sangue e tendini e denti - non la sfioriamo nemmeno. 

La faremo pagare economicamente fra qualche mese a un po' di poveri cristi delle fasce sociali italiane più basse, ma per il resto la combattiamo con l'immaginazione, convinti che sia roba da Netflix, che prendere parte alla battaglia sia come mettere mi piace su Facebook. Sì, che eroismo ci vuole a votare gli ucraini al festival! Clicchiamo tutti contro il perfido Putin! Pensate, apprendiamo dal Corriere della Sera che c'erano perfino temibili hacker russi pronti a sabotare il televoto! Che rischio abbiamo corso!

Ci affanniamo da tempo a ripeterlo: quella in corso non è una guerra di civiltà. Ma anche qui, ancora più che in Russia, si sta facendo di tutto per renderla tale. L'Eurovision, in questo quadro, è la risposta occidentale alla parata moscovita del Giorno della Vittoria. Solo che qui si esibiscono paillettes, lustrini, ridicoli e stereotipati baci gay, e un po' di tette e culi per gradire, come se la tanto decantata libertà europea fosse tutta lì, nel baraccone.

È per questo che dovremmo combattere? Milan Kundera, in un bel testo del 1983, si chiedeva quale fosse la grandezza che l'Europa aveva da opporre al comunismo sovietico dopo il crollo della religione prima e della cultura tradizionale poi. Ecco la risposta: noi offriamo giovani di sessi vari ed eventuali che ripetono slogan come i piccoli pionieri, e ancheggiano esattamente come quelli marciavano.

A ognuno la sua ideologia, come no. E a noi tocca la fase terminale dell'individualismo, il liberalismo reale, in cui la democrazia è televoto, la comunità è solo folla, l'amor patrio è una bandierina comprata al chiosco, il coraggio è una posa. Gloria all'Ucraina, mille like. L'anno prossimo, Eurovision a Mariupol? Fantastico. Ma che lo organizzi Azov, per carità.

Vittoria, polemiche e accuse. Kalush Orchestra, la propaganda (“bombe russe con frasi band”) e il video a Bucha: “Stefania inno vittoria mamma Ucraina”. Redazione su Il Riformista il 15 Maggio 2022. 

Vittoria, polemiche e propaganda. Il giorno dopo il trionfo agli Eurovision 2022 di Torino della band ucraina Kalush Orchestra, sui social a tenere banco è la canzone “Stefania“, il video girato nelle zone segnate dalla guerra e le reciproche accuse tra Kiev e Mosca.

Se da una parte i media russi accusano l’Europa di aver dato in là a una vittoria politica nel contest musicale, dall’altra le autorità ucraine rilanciano e accusano l’esercito russo di lanciare bombe sull’acciaieria Azovstal con sopra le frasi pronunciate dal leader della band Oleh Psjuk subito dopo la vittoria agli Eurovision. La denuncia arriva dal consigliere del sindaco di Mariupol Petro Andriushenko che pubblica su Telegram alcune immagini, rilanciate puntualmente dai media ucraini.

Immagini, è bene sottolinearlo, la cui autenticità è impossibile da verificare. Nelle foto si vedono bombe, non ancora sganciate, con delle scritte in inglese e in russo con un pennarello nero. “Aiutate Mariupol, aiutate l’Azovstal, ora“, è scritto in inglese su un ordigno, ovvero le parole pronunciate dal frontman dei Kalush dopo la performance. Su tutte le bombe è riportata la data di ieri, “14.05”. Su un’altra bomba, secondo quanto riporta Ukrinform, appare la scritta in russo “Kalush, come hai chiesto. Su Azovstal” “Questa è la reazione dell’esercito russo alla nostra vittoria all’Eurovision 2022”, scrive nel testo che accompagna le tre fotografie il portavoce del vicesindaco.

Nel giro di poche ore sfiora le due milioni di visualizzazioni, su Youtube, il video della canzone “Stefania” girato successivamente tra le macerie della guerra e nello specifico a Borodyanka, Irpin, Bucha e Gostomel, le città ucraine dell’Oblast di Kiev martoriate dall’occupazione delle forze russe.

“Una volta ho dedicato questa canzone a mia madre e, quando è scoppiata la guerra, la canzone ha assunto molti nuovi significati” si legge nella didascalia del filmato. “Sebbene nella canzone non ci sia una parola sulla guerra, molte persone hanno iniziato ad associare la canzone alla madre Ucraina. Inoltre, la società iniziò a chiamarlo l’inno della nostra guerra. Ma se Stefania è ora l’inno della nostra guerra, vorrei che diventasse l’inno della nostra vittoria”.

“È un brano su mia madre – ha raccontato Oleh Psiuk – Non le ho mai dedicato una canzone e non sono affatto sicuro che la nostra relazione sia stata particolarmente intensa in passato, ma so che si merita questa canzone. Questa è la cosa migliore che abbia mai fatto per lei“. Le origini della band ucraina appaiono anche nei loro outfit, con i tradizionali giubbotti ‘hutsul keepar’, il cappello da pescatore rosa su misura in tipico stile ucraino e il travestimento da Hutsul molfars, ovvero maghi e sciamani e guaritori tra il popolo Hutsul dell’Ucraina occidentale. L’abito di ogni membro della band presenta anche elementi di colore nero, simbolo di oscurità e di fertilità della terra, e rosso, a indicare amore e sofferenza.

Parole di “Stefania” che dopo l’invasione russa hanno assunto un significato diverso come ha sottolineato anche la moglie del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Olena Zelenska. “Signora Stefania, mamma di Oleh Psiuk, insieme a te siamo orgogliosi di tuo figlio. Insieme a te ci rallegriamo per l’incredibile vittoria della Kalush Orchestra all’Eurovision” perché si tratta di “una vittoria per l’Ucraina nella guerra”. E ancora: “Stefania è stata cantata da musicisti provenienti da Polonia, Lettonia e Francia. È stata cantata dai The Rasmus. Ora il mondo intero canterà una canzone su una madre ucraina – in ucraino. Congratulazioni alla Kalush Orchestra e tutti noi per una vittoria così importante”.

La traduzione di ‘Stefania’

Madre Stefania, Stefania mia madre

Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi

Madre, cantami la ninna nanna

Voglio sentire la tua cara parola

Mi cullava da piccola, mi dava un ritmo

E non puoi togliere la forza di volontà in me

Come l’ho presa io da lei

Penso che ne sapesse più di re Salomone

Troverò sempre la strada di casa

Anche se tutte le strade sono distrutte

Non mi sveglierebbe nemmeno se fuori ci fosse un temporale

O se c’è stata una tempesta tra lei e la nonna

Si fidava di me più di tutti gli altri

Anche quando era stanca, continuava a cullarmi

Ninna nanna, ninna nanna

Madre Stefania, Stefania mia madre

Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi

Madre, cantami la ninna nanna

Voglio sentire la tua cara parola

Non sono più un bambino,

Ma mi tratterà sempre come tale

Non sono più un bambino

Ma continua a preoccuparsi per me, ogni volta che esco

Madre, sei ancora giovane

Se non apprezzo la tua gentilezza

Sto andando verso un vicolo cieco

Ma il mio amore per te non ha fine

Madre Stefania, Stefania mia madre

Il campo è in fiore, ma i suoi capelli stanno diventando grigi

Madre, cantami la ninna nanna

Voglio sentire la tua cara parola

DAGONEWS il 15 maggio 2022.

Vestite con le uniformi da infermiere di un'epoca passata, influencer e modelle posano accanto ai carri armati nel tentativo di promuovere la guerra in Ucraina. 

Le "Sisters for Victory", alcune delle quali sono mogli e fidanzate di soldati in guerra, si sono mescolate alle truppe di Vladimir Putin, mostrando la Z diventata ormai il simbolo della Russia. Gli scatti sono stati realizzati nella regione di Luhansk, nell'Ucraina orientale, e sono stati pubblicati su Instagram e sul social media russo VK.

Tra le ragazze in posa c’era Alyona Boyko, che ha oltre 30.000 follower su TikTok e Instagram e che sui social si è lanciata in un messaggio di propaganda: «È molto importante non arrendersi ora, essere più forti nonostante tutte le difficoltà. I tempi difficili passeranno e prima o poi tutto andrà bene». Violetta Moskalenko, 19 anni, che ha più di 3.000 follower su Instagram, è una modella che ha preso parte alla Luhansk Fashion Week.

Tra le altre "infermiere" la modella Maria Okorokova e l'attrice Anastasia Chepurova. Valeria Rusina è una studentessa di medicina, Sofia Vorobyrova, 23 anni, è una pediatra mentre Anastasia Migal, 20 anni, è una praticante avvocato.

Mosca e l'operazione simpatia in Italia. “Così facevamo propaganda al servizio di Putin”, la rivelazione di Massimo Micucci. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 12 Maggio 2022. 

Curare la reputazione di Vladimir Putin per l’Italia. Renderlo meno antipatico, più popolare. Questo, in sintesi, l’incarico ricevuto a Roma dall’agenzia Reti di Massimo Micucci. Un compito portato avanti fino a qualche anno fa e basato sul monitoraggio dei giornali e sulla preparazione di strategie di risposta agli eventuali attacchi. Un servizio che ha preso il via quando i rapporti tra Italia e Russia erano ben diversi da oggi e poi interrotto senza ripensamenti. Perché il cliente è di quelli spigolosi. «E qualcosa di più: un cliente che ha modalità di lavoro difficilmente compatibili, nell’ambito della comunicazione e delle media relations, con le nostre», ammette il titolare di Reti, azienda specializzata nel lobbying e public affairs che per anni ha curato l’immagine percepita sui media italiani – televisioni, radio, carta stampata – per conto della Presidenza della Repubblica russa.

La vicenda è risalente negli anni: nasce addirittura nel 2006 quando Ketchum, il gigante americano delle Pr, riceve nei suoi uffici di New York una notizia inattesa: una maxi consulenza da Mosca, voluta da Putin in persona. L’incarico iniziale era riferito ad attività di media intelligence per il Cremlino su America, Europa e Giappone. “Cosa pensano di noi, cosa dicono di noi, come far cambiare loro idea”, era stato il briefing iniziale. Il cliente era la Presidenza della Russia: Putin, prima. Medvedev poi. Infine ancora Putin, per lunghi anni. Per l’Europa devono individuare un partner operativo: incaricano GPlus, che aveva sede a Bruxelles, Parigi e Berlino. Ed è GPlus a mettere sotto contratto agenzie di media intelligence negli altri paesi-chiave in cui l’opinione pubblica doveva essere sensibilizzata: Uk, Spagna. E naturalmente l’Italia. Putin all’epoca puntava ad entrare nelle grazie dell’Europa tanto da lanciarsi perfino a ipotizzare un trattato associativo con la Ue. La priorità era rafforzare il ruolo russo nel G8 e ammorbidire l’opinione pubblica occidentale. GPlus per l’Italia scelse Reti, allora guidata da Massimo Micucci. La sede era all’ultimo piano di Palazzo Grazioli. Sopra agli appartamenti privati di Silvio Berlusconi, dove trovava posto anche il notorio lettone, omaggio di Putin al Cavaliere.

GPlus si avvaleva di consulenti importanti, in tutti i Paesi Ue. Per l’Italia, qualcuno aveva collaborato con il governo Prodi. Poi c’erano inglesi che avevano collaborato con Tony Blair. Dirigenti e funzionari formatisi in un’epoca in cui Putin non era affatto un nemico ma un interlocutore valido e strategico. E benché Mosca controllasse tutto direttamente, con l’Italia si parlava tramite accorte misure di filtro. «Noi per la verità non abbiamo mai visto un russo. Questa cosa si faceva tramite intermediari». Come funzionava? «Entro le 8 del mattino, ora italiana, dovevamo mandare a Londra una rassegna stampa sintetica. Quella che in gergo tecnico si chiama clipping. Sulla base di questa, la cabina di regia decideva il da farsi. L’obiettivo era chiaro: monitorare la stampa, capire chi scriveva cosa e perché, con l’intento, nei desiderata del Cremlino, di mutare l’atteggiamento complessivo verso Putin. «Il sentiment doveva passare da negativo a neutrale. Perché poi gradualmente, in una fase semmai successiva, si sarebbe dovuto agire per portarlo da neutrale a positivo», ci dice una delle quattro risorse dedicate al progetto.

«Era un lavoro impegnativo. Sette giorni su sette, organizzato per turni. Doveva sempre esserci una reperibilità, perché poteva arrivarci in ogni momento l’input di stabilire un contatto, di valorizzare una notizia», racconta chi era nel team. Un lavoro inizialmente focalizzato sul presidente russo, per poi estendere il proprio raggio d’azione: «A un certo punto ci hanno chiesto di monitorare non solo quello che si diceva di Putin, ma tutto ciò che si diceva di Gazprom e del gas russo», racconta Micucci. Uno spostamento interessante: Gazprom diventa parte dell’apparato comunicativo di Putin. Perché autentica cassaforte del Tesoro di Mosca? Non solo. Non tutti sanno che Gazprom, che a Roma ha sede in via Benaglia 13, traversa di viale Trastevere, è diventata formalmente proprietaria di V-Kontakte, il potentissimo social network che in Russia hanno praticamente tutti. V-Kontakte riunisce in sé la funzione di Facebook e di Whatsapp: ha la bacheca per i post, le stories, permette di scaricare musica, video virali, di fare shopping online e di scambiare messaggistica in modo gratuito. Sui suoi server girano milioni di chat ogni giorno: è la modalità di condivisione delle notizie che il regime diffonde. Reti, GPlus e Ketchum non se ne sono mai serviti: interagivano con i social network attraverso le piattaforme mainstream, e puntavano ai giornali e alle televisioni. Il loro interlocutore a Mosca era Dimitrij Peskov, attuale portavoce di Putin.

«Ricevevamo gli input da Peskov anche se il responsabile dei rapporti tra Putin e l’informazione era in un primo tempo Alexey Gromov, uomo di fiducia di Putin che però non parlava quasi per niente inglese». Reti conferiva ogni giorno a GPlus una rassegna ragionata sull’Italia, dove gli articoli venivano indicati con priorità di intervento. «Qui si diceva di replicare, lì di soprassedere», ci spiega. «Si trattava di lavorare su singoli contenuti, su notizie che dovevano cambiare segno, essere tradotte positivamente per i lettori italiani». Ma i nodi vengono al pettine. «Una parte dell’élite del Cremlino voleva interloquire apertamente con tutti i giornalisti occidentali, un’altra era più rigida, legata a un metodo da guerra fredda. Ci sembrò che volessero una lista di amici e nemici. Cosa che non abbiamo mai fatto», prosegue Micucci. «Ed è nato un conflitto di fiducia. A un certo punto abbiamo interrotto il rapporto».

Per l’agenzia, sembra di capire, fu un sospiro di sollievo. Ketchum, da New York, interrompe nel 2016 il servizio. Il danno economico per gli italiani di Reti non fu rilevantissimo. «Non era il primo cliente, parliamo di un budget al di sotto dei duecentomila euro annui – specifica Micucci –. Noi italiani eravamo pagati da GPlus, che a sua volta era pagata da una banca russa. Ho poi visto da un report americano che Ketchum complessivamente riceveva cinque milioni per sei mesi di queste attività». Se altri hanno portato avanti il lavoro, adeguandosi ai desideri di Mosca, Micucci non ne è a conoscenza. L’infowar preventiva di Putin, le attività di Media intelligence per ammorbidire l’opinione pubblica sono certamente stati asset strategici del Cremlino per preparare il terreno in vista della guerra ad Ovest.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Da liberoquotidiano.it il 13 maggio 2022.

Il costo della propaganda russa. un tema affrontato a PiazzaPulita, il programma di Corrado Formigli in onda su La7, la puntata è quella di giovedì 12 maggio. Ospite in collegamento ecco Alexander Nevzorov, giornalista dissidente russo, il quale punta il dito contro Vladimir Putin e svela come funziona la macchina della propaganda dello zar. Una macchina oliata con un'infinità di rubli, stando a quel che sostiene.

 "Cari miei fratelli italiani, cercate di capire: se avete a che fare con una persona che in un modo o nell'altro è legato ai mezzi di informazione in Russia non avete a che fare con un giornalista, ma con l'ennesimo servo di Putin", premette Nevzorov, arrivando dritto al punto.E questo "servo di Putin", riprende, "è o terrorizzato o ha a disposizione infinite possibilità monetarie. Voi nemmeno vi immaginate le cifre con le quali Putin paga la propaganda. Parliamo di quantità cosmiche, enormi", rimarca.

E ancora: "Vi suggerisco di non perdere tempo ad ascoltare i propagandisti del Cremlino, mai: dovete capire che al di là delle menzogne da queste persone non sentirete mai altro. Un cadavere può essere conservato solo in formaldeide, altrimenti si macera: ecco, il putinismo può conservarsi solo all'interno di forti menzogne", conclude Nevzorov.

Marco Leardi per ilgiornale.it il 2 maggio 2022.

Un'onda radioattiva travolge la Gran Bretagna e la sommerge del tutto, fino a cancellarla. La potenza atomica ridisegna così il pianeta. La folle farneticazione viene descritta con voce ferma e perentoria sulla tv russa, la domenica sera. E siccome le parole non bastano, al gentile pubblico vengono pure proposte delle immagini esemplificative: con una simulazione grafica, il delirio distruttivo prende forma sul piccolo schermo. Lasciano increduli le sequenze andate in onda nelle scorse ore su Russia1, l'emittente di Stato vicinissima al Cremlino che ha trasmesso le minacciose affermazioni anti-occidentali del conduttore Dmitry Kiselyov.

Il volto televisivo, noto anche come "il portavoce di Putin", ha paventato davanti alle telecamere l'ipotesi di cancellare la Gran Bretagna con un attacco nucleare. In particolare ha descritto la possibilità di "far precipitare" l'isola "nelle profondità del mare" utilizzando il drone sottomarino Poseidon, un enorme siluro autonomo caricato con delle testate nucleari. Il veicolo subacqueo - ha spiegato il propagandista dello Zar - "si avvicina al bersaglio alla profondità di un chilometro e a 200 chilometri orari. Non c'è alcun modo di fermarlo". Poi, sottolineando il calibro dell'arma in dotazione ai russi, ha aggiunto che "ha una potenza da oltre 100 megatoni". Ben superiore a quella della bomba sganciata su Hiroshima.

L'esplosione di quest'arma vicino alle coste britanniche, ha proseguito il conduttore, "provocherebbe uno tsunami gigantesco con onde alte 500 metri", che travolgerebbe interamente il Regno Unito. "Un'esplosione del genere porta dosi elevatissime di radiazioni, passerà sopra qualsiasi cosa e trasformerà tutto ciò che resta in un deserto radioattivo, inutilizzabile per qualsiasi cosa. Ti piace questa prospettiva?", ha aggiunto Kiselyov scandendo con forza le proprie parole. Intanto, le sue affermazioni venivano accompagnate da una angosciante grafica che simulava gli effetti distruttivi descritti.

Una folle esibizione di potenza dai toni minacciosi, forse l'ennesima provocazione propagandistica. Sta di fatto che, ancora una volta, sulla tv russa sono andate in onda scene surreali, per quanto preoccupanti. Kiselyov, peraltro, recentemente aveva messo in guarda il Regno Unito con l'ipotesi di un attacco con il missile nucleare Sarmat 2, testato nelle settimane precedenti dalla Russia. "L'isola è così piccola che Sarmat potrebbe affondarla una volta per tutte. Basterebbe premere un bottone per cancellare l'Inghilterra per sempre", aveva detto.

Sogni di distruzione inviati nell'etere, scenari tremendi evocati con agghiacciante tranquillità. Se non ci fossero le immagini a documentare tutto ciò, non ci si crederebbe.

Da corriere.it il 30 aprile 2022. 

Il Primo canale russo ha mostrato una simulazione della distruzione che le armi atomiche potrebbero causare sulle città europee. Mosca ribadisce di non volere una guerra nucleare, ma la retorica russa ha ormai inquadrato quella in Ucraina come una battaglia nella più vasta guerra tra Russia e Occidente.

Sin dall'inizio del conflitto, la tv russa ha svolto un ruolo decisivo nel definire che cosa i russi dovessero sapere della guerra in corso in Ucraina. E sin dall'inizio, si è trovata nella condizione di negare la realtà — nessuno è autorizzato a definire quanto sta avvenendo «una guerra», ad esempio —, ribaltare le accuse (definendo «fake news» massacri come quello di Bucha), trovare sentieri impervi per raccontare i fatti in arrivo dal campo (come nel caso di chi chiedeva di vendicare l'affondamento della nave ammiraglia della flotta del Mar Nero, la Moskva, senza aver mai riconosciuto che l'incrociatore era stato colpito da un missile ucraino).

Ora, però, la tv di Stato sta ampliando il suo ruolo — e gli analisti occidentali vedono, nella narrazione della guerra che ne deriva, un pericolo crescente. Nelle scorse ore, ad esempio, sulla tv russa è stato mostrata una raggelante simulazione di come potrebbe svilupparsi un attacco nucleare russo nei confronti di alcune capitali europee — Londra, Berlino, Parigi. Secondo alcuni ospiti di uno dei principali talk show russi, «60 minuti», ospitato dal Primo canale, queste città verrebbero polverizzate entro 200 secondi dal lancio dei missili dalla base di Kaliningrad. 

Aleksey Zhuravlyov, presidente del partito nazionalista Rodina, ha detto che «basterebbe un missile Sarmat e le isole britanniche non esisterebbero più». «Sto parlando seriamente», ha precisato, mentre un altro ospite spiegava che «anche la Gran Bretagna» dispone di armi nucleari, e che «nessuno sopravvivrebbe a questa guerra». 

Che la sortita di Zhuravlyov non fosse inattesa lo ha dimostrato il fatto che la tv ha a quel punto mostrato una grafica con l'ipotetica traiettoria dei missili — che apparentemente potrebbero essere lanciati da Kaliningrad, enclave russa incastonata tra Polonia, Lituania e Mar Baltico — verso Berlino («106 secondi» per l'impatto), Parigi («200 secondi») e Londra («202 secondi»). 

Le frasi pronunciate sul Primo canale arrivano mentre la Russia continua a sostenere di non avere alcuna intenzione di ricercare un confronto nucleare con l'Occidente.

È stato però Vladimir Putin, tre giorni dopo l'avvio dell'invasione dell'Ucraina, a ordinare di mettere in stato di allerta il sistema di deterrenza nucleare.

Durante un incontro con il ministro della Difesa Shoigu al Cremlino, Putin aveva detto che «i Paesi occidentali non stanno soltanto imponendoci sanzioni ostili, ma leader di grandi Paesi della Nato stanno facendo affermazioni aggressive nei confronti della Russia. Per questo ordino di mettere in allerta il sistema di deterrenza. Le conseguenze», aveva detto, «saranno come non si sono mai viste nella storia». 

La scorsa settimana Putin aveva detto che i missili ipersonici di Mosca avevano la capacità di superare ogni sistema di difesa al mondo. A mettere in allarme gli analisti occidentali, più che l'ipotesi di un utilizzo di armi nucleari su capitali europee, è il fatto che la tv russa è stata invasa da dichiarazioni che invocavano l'escalation — presentandola come necessaria per vincere una sfida esistenziale. Il vice presidente della Duma l'ha definita «uno scontro metafisico tra le forze del male e quelle del bene, una guerra santa che dobbiamo vincere».

In questo senso, come scritto da Paolo Valentino qui, il trionfo dell'ala massimalista all'interno del Cremlino si è già tradotto in messaggi televisivi estremamente chiari. Un conflitto a oltranza quindi, senza alcuna preoccupazione dei costi militari, politici ed economici: «Siamo in guerra contro il mondo intero», aveva detto il generale Minnikaev, mentre il capo della diplomazia russa — il ministro degli Esteri Sergei Lavrov — spiegava che «la Nato sta combattendo una guerra per procura contro la Russia». Putin stesso ha detto che «l'Occidente e la Nato stanno cercando di distruggere la Russia dall'interno». 

“I nostri sottomarini sono in grado di lanciare più di 50 missili nucleari, il che garantirebbe la distruzione degli Usa e della Nato», ha detto, aprendo il suo programma di domenica 28 marzo, Dmitry Kiselyov. «A che servirebbe un mondo senza la Russia?».

Camilla Mozzetti per “il Messaggero” il 28 aprile 2022.

Sono uomini e donne comuni, liberi professionisti, dipendenti o impiegati. Due volte su tre si tratta di persone con un grado di istruzione medio-alto, laureati, che però hanno trovato il modo - prima sotto la pandemia e ora con la guerra in Ucraina - di dare sfogo alle proprie pulsioni. E il passo tra rinnegare il Covid-19 e appoggiare le mire espansionistiche della Russia è stato breve. Pericoloso a guardarlo da una certa angolazione. Si tratta di fanatici che hanno lasciato liberi i propri fanatismi.

Parole finora, che tuttavia rischiano di diventare temibili se da queste poi, come capitò con le proteste di piazza orchestrate dai No vax, si passasse ai fatti. E comunque è sempre lì che si annidano: in quel sottobosco per nulla lineare dei social, a partire da Telegram. Le minacce di morte c'erano state prima, medici, epidemiologi, virologi i primi bersagli. Ora si passa direttamente e in maniera più disinvolta ai rappresentati dello Stato, del governo che fin dal 24 febbraio scorso - giorno dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia - ha fatto capire da che parte stare.

LE FRASI Contro di loro le frasi più crudeli, scritte compulsivamente in chat. Pochi secondi appena bastano a comporre frasi precise: «Muori c....... analfabeta», «Conviene dire a Putin che ci dissociamo da questo ebete», «Vi prego ammazzatelo», «Caro Putin manda qualcuno ad ammazzare questo». Il soggetto a cui nella metà di aprile sono stati indirizzati i messaggi, scoperti poi dai carabinieri della sezione Indagini informatiche del Nucleo investigativo di Roma, è il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Alcuni degli autori sono stati recentemente denunciati perché alle frasi si sono unite anche immagini eloquenti come bare e feretri dove Di Maio doveva essere rinchiuso. Due uomini finora e una donna sono stati identificati e perquisiti: si tratta di un 46enne milanese, di un 48enne residente nel siracusano e di una donna, classe 1953, di Sassari. Tutti loro, con un lavoro e un grado di istruzione elevato (uno dei due uomini è un ingegnere), chattavano su un canale Telegram - Border Nights 2.0 - che conta più di 34 mila iscritti. 

LE INDAGINI Ci sono No vax, filorussi, anti ucraini. C'è chi inneggia a rovesciare il governo e chi sostiene Putin e al contempo continua a parlare di una pandemia «creata a tavolino». Un miscuglio di voci problematico se dovesse poi propagarsi e crescere a detta degli investigatori. E non è l'unico. Perché di gruppi del genere ce ne sono molti altri. Motivo per cui l'attività investigativa e di analisi dei canali social e di migliaia di account è solo all'inizio. Diversi sono i gruppi che contano in tutto più di 150 mila iscritti su cui si sta concentrando l'attività investigativa della sezione Indagini informatiche del Nucleo investigativo di Roma e non è escluso che alle perquisizioni, avvenute alla metà di aprile a carico dei tre denunciati, se ne possano a breve aggiungere altre.

I titoli di questi canali non hanno nulla che richiami direttamente il Cremlino ma in alcuni di essi i primi messaggi fissati, dove si legge chiaramente una posizione anti-ucraina, sono scritti in cirillico o hanno delle foto-copertina che riecheggiano le immagini d'epoca dell'Armata Rossa. La prima certezza è che un filo, neanche troppo sottile, lega i gruppi No vax, con personalità rimbalzate anche agli onori delle cronache per le proteste di piazza dei mesi scorsi, ai filorussi italiani.

C'è poi il sospetto, considerato il tenore dei messaggi, scritti a volte in cirillico, e gli account che danno degli input a cui poi, a cascata, arrivano risposte di incoraggiamento, che su alcuni di questi gruppi ci possa essere una regia extra nazionale. In sostanza che da Mosca si stia espandendo un'attività di propaganda che punta a far proseliti usando gli strumenti primari della comunicazione contemporanea: quelli che facilmente penetrano nel tessuto comune di migliaia di cittadini, nelle loro teste e nei loro pensieri da fanatici.

Da blitzquotidiano.it il 26 maggio 2022.

È stato nuovamente messo all’asta il francobollo ucraino con insulto a Mosca. Non è la prima volta che finisce all’asta, infatti qualche mese fa è stato venduto all’asta a 155mila euro. Ma questa volta, il ricavato verrà devoluto in beneficenza per le vittime della guerra in Ucraina. 

In Ucraina è stato nuovamente messo all’asta il famoso francobollo con insulto a Mosca. Questa volta il ricavato verrà usato per le famiglie che sono state maggiormente colpite dalla guerra in Ucraina. Un gesto nobile in un periodo molto delicato per la popolazione ucraina.

Il francobollo con l’ormai famoso insulto alla Moskva è stato venduto ad un’asta di beneficienza per 5 milioni di grivnie ucraine, vale a dire circa 155 mila euro. 

Lo annunciano su Fb le poste ucraine, la Ukrposhta, sottolineando che il ricavato della vendita andrà all’esercito del Paese. 

Il 20 aprile scorso l’ad di Ukrposhta, Igor Smilyansky, ha annunciato che il francobollo è stato tolto dal mercato dopo che ne sono stati venduti 700 mila esemplari mentre altri 100 mila saranno destinati al negozio online della società e i rimanenti pezzi devoluti a delegazioni ufficiali e musei.

«La storia dell’eroismo ucraino si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. E vogliamo raccontarlo con i francobolli: a maggio abbiamo presentato una nuova opera filatelica come continuazione del numero precedente», annuncia in un altro post. 

Estratto dell'articolo di Markijan Kamy* per “la Repubblica” il 22 aprile 2022. *Traduzione di Fabio Galimberti 

Sto a piazza Nezalezhnosti, la famosa piazza Indipendenza nel cuore di Kiev, teatro di tutte le grandi manifestazioni in Ucraina. Oggi c'è la coda, qui. Arriva fino ai quartieri vicini, si snoda nelle strade e nessuno sa dove finisca. Vicino alle porte dell'ufficio centrale delle poste c'è la ressa e la guardia all'ingresso ogni tanto grida dei numeri: «236!»; è il numero del fortunato che finalmente potrà fare l'acquisto che desidera.

Tutta questa gente è venuta qui per comprare il francobollo. Oggi vogliono tutti il nuovo francobollo, quello che raffigura un soldato ucraino che mostra il dito a medio a una nave da guerra russa, in riferimento all'episodio dei primi giorni dell'invasione, quando uno dei difensori ucraini dell'Isola del Serpente rispose «Nave da guerra russa, vattene affanculo!» all'incrociatore Moskva, l'ammiraglia della flotta rossa del Mar Nero, in risposta all'offerta di arrendersi o morire.

E ora che il Moskva giace sul fondo del mare ed è diventato il simbolo non della potenza della Russia ma della sua debolezza, tutti vogliono comprare questo francobollo. In Ucraina costa circa un euro, ma su eBay viene già rivenduto a migliaia di euro. […]

Marco Imarisio per corriere.it il 21 aprile 2022.

Le difficoltà richiedono l’ormai celebre tavolo lungo, per rimarcare la propria distanza. Le vittorie invece vanno annunciate con un faccia a faccia, seduti uno di fronte all’altro e separati da pochi centimetri. 

Questa mattina Vladimir Putin e il suo ministro della Difesa, l’enigmatico Sergey Shoigu, sparito dall’inizio della guerra e riapparso sporadicamente in video registrati, sono apparsi insieme per la prima volta dallo scorso 28 febbraio, quando il responsabile dell’esercito russo, insieme al Capo di Stato maggiore Valery Gerasimov, ricevette, da lontano, e con una espressione perplessa l’ordine di attivare la deterrenza nucleare. 

Oggi invece erano vicinissimi. Shoigu si è recato al Cremlino per annunciare l’avvenuta presa di Mariupol. 

«La città è stata liberata dalle forze armate della Federazione Russa e dalla milizia popolare della Repubblica popolare di Donetsk. I resti della formazione dei nazionalisti si sono rifugiati nella zona industriale dello stabilimento Azovstal.

Nel 2014, il regime di Kiev ha dichiarato la città capitale temporanea de facto della regione di Donetsk, trasformandola in otto anni in una potente area fortificata e in un rifugio per i nazionalisti radicali ucraini. Questa è in realtà la capitale di "Azov", il battaglione "Azov"».

Il tono può sembrare quello di un comunicato stampa, o di una lezione recitata a memoria da un alunno davanti a un professore severo. Ma è la trascrizione letterale dell’incontro, che ha avuto il passo solenne di una recita preparata con cura.

L’enfasi sull’importanza di Mariupol, definita capitale del battaglione Azov, ovvero dei nazisti secondo la propaganda del Cremlino, permette di portare alla Festa della Vittoria del prossimo 9 maggio quel risultato al quale Putin teneva tanto, per presentarsi al suo popolo come il condottiero di un esercito che sta raggiungendo i propri obiettivi.

Shoigu sembra dire che il merito non è suo, ma di Putin, facendo spesso riferimento alle istruzioni ricevute dal Cremlino. 

«Durante la liberazione di Mariupol, l'esercito russo e le unità della milizia popolare della DPR hanno adottato tutte le misure per salvare la vita dei civili. Qui, su tua istruzione, Vladimir Vladimirovich, dal 21 marzo sono stati aperti tutti i giorni corridoi umanitari per l'evacuazione di civili e cittadini stranieri. Oggi, l'intera Mariupol è sotto il controllo dell'esercito russo, della milizia popolare della Repubblica popolare di Donetsk e il territorio dello stabilimento Azovstal con i resti di nazionalisti e mercenari stranieri è bloccato in modo sicuro». 

Il ministro della Difesa dice che ci vorranno 3-4 giorni «per finire il lavoro». 

Ma qui, dopo la lunga prolusione di Shoigu, interviene Putin, in modo secco. «Considero inappropriata la proposta di assalto alla zona industriale. Ti ordino di cancellare questo progetto». «Sì», è l’unica interlocuzione di Shoigu. 

Da qui in poi, è un monologo del presidente, interrotto tre volte dagli «obbedisco» del suo sottoposto.

«Questo è il caso in cui dobbiamo pensare – cioè dobbiamo sempre pensare, ma in questo caso ancora di più – a preservare la vita e la salute dei nostri soldati e ufficiali. Non c'è bisogno di arrampicarsi in queste catacombe e strisciare sottoterra attraverso queste strutture industriali. Quindi, blocca questa zona industriale in modo che non ne esca una mosca». 

Come al solito, Putin fa ricorso a metafore animali. I nemici interni, le quinte colonne, erano state definite moscerini da sputare per terra, i resistenti di Azov sono mosche, una cosa piccola, un fastidio. Quello che conta è invece il risultato.

«Il completamento del lavoro di combattimento per liberare Mariupol è un successo. Congratulazioni. Manda i tuoi ringraziamenti alle truppe. Si prega di presentare proposte per premiare i nostri illustri soldati per riconoscimenti statali. È chiaro che in questi casi non può essere altrimenti, si tratta di riconoscimenti diversi, ma voglio che tutti sappiano: nella nostra comprensione, sono tutti eroi, nella comprensione di tutta la Russia. Sono tutti eroi». Il presidente lo ripete per ben due volte, a rimarcare l’importanza dell’obiettivo raggiunto.

«Certo, la liberazione di un centro così importante del Sud come Mariupol è un successo. Congratulazioni» conclude magnanimo. Shoigu: «Grazie, Vladimir Vladimirovich». 

La tavola per la grande parata del 9 maggio è imbandita. Putin ha annunciato la sua vittoria. Adesso resta da capire se può accontentarsi. O se andrà avanti. Anche perché da sola, Mariupol non basta a giustificare perdite così alte da parte dell’esercito russo. E prima o poi, qualcuno ne chiederà conto.

Ucraina: nello stallo, le brutalità, vere o presunte, dei contendenti. Piccole Note il 19 aprile 2022 su Il Giornale.

La guerra ucraina, come preannunciato, sta entrando in una nuova fase. Dopo la caduta di Mariupol, ormai presa al di là di una cellula di resistenza presso l’acciaieria Azovstal, l’esercito russo si sta organizzando per prendere il pieno controllo del Donbass (si prospettano battaglie più pesanti).

Ma iniziamo dall’acciaieria di Azovstal, a Mariupol, dove i resistenti hanno rifiutato di arrendersi nonostante i ripetuti appelli: di fatto un suicidio collettivo che porterà la morte di parte dei civili che si trovano lì col battaglione Azov, presumibilmente contro la loro volontà (arduo, infatti, immaginare che siano anch’essi votati al suicidio). Tali civili sono scudi umani, cosa che spiega tanto delle metodologie del battaglione, ma non si può dire…

Insieme all’Azov anche dei “volontari” occidentali, il cui numero e grado è imprecisato. I russi hanno mostrato i video dei due britannici catturati, ma è da presumere che ce ne siano altri e di altre nazionalità.

Il fatto che forze d’élite Nato siano intruppate con il battaglione Azov – neo-nazista anche se lo si nega (ma prima della guerra lo dicevano tutti i media occidentali) -, non aiuta l’immagine dell’Occidente che si erge a difesa della democrazia.

Si spera in qualche ripensamento degli assediati e dei loro partner, perché i russi ormai non possono far altro che attaccare.

In questo momento di stallo, in attesa (purtroppo) dell’inizio della nuova fase che si aprirà dopo la caduta di Mariupol, alcune considerazioni tratte da media americani.

Dal Washington Post: gli “ucraini hanno eseguito oltre 8.600 operazioni di riconoscimento facciale su soldati russi morti o catturati […] utilizzando le scansioni per identificare i corpi e contattare le loro famiglie in quella che ad oggi potrebbe essere una delle applicazioni più raccapriccianti della tecnologia“.

Questa storia circolava da tempo: gli ucraini sostenevano di usare i cellulari delle vittime e dei prigionieri per chiamare le famiglie e irridere alla loro sventura. Una pratica che, come spiega il Wp, è semplicemente “raccapricciante” e che ora si scopre più sofisticata, dal momento che usano il riconoscimento facciale.

Ovviamente, gli ucraini non hanno la tecnologia, ma soprattutto non hanno l’archivio dei volti russi e i contatti delle loro famiglie. A questo ci pensa la ditta americana Clearview AI, spiega il Wp, che ha rubato dati biometrici in tutto il mondo, tanto che si è anche attirato addosso alcune indagini del governo.

Secondo i fautori di questa barbarie, si vuole far vedere ai russi l’orrore della guerra nell’idea di creare un malcontento interno, ma qualcuno, annota il Wp, ha ovviamente fatto notare che si crea solo odio nella controparte.

Il Wp riporta che, qualcuno ha anche chiesto alla ditta di smetterla, ma si va avanti, evidentemente col consenso degli Stati Uniti. Chiudiamo questa parentesi più che miserevole con un commento preso dall’articolo.

“La solidarietà dell’Occidente con l’Ucraina rende allettante sostenere un atto così radicale progettato per capitalizzare il dolore delle famiglie, ha affermato Stephanie Hare, ricercatrice britannica specializzata in sorveglianza [digitale]. Ma contattare i genitori dei soldati, ha detto, è ‘una classica guerra psicologica’ e può costituire un nuovo e pericoloso standard per i conflitti futuri“.

“‘Se fossero i soldati russi a fare questo alle madri ucraine, diremmo: ‘Oh, mio ​​Dio, è una barbarie”, ha affermato la Hare. ‘E funziona davvero? [cioè scoraggia la guerra?] O li sta solo facendo dire: ‘Guarda questi ucraini senza legge e crudeli, che fanno questo ai nostri ragazzi'”.

Barbarie, si può aggiungere, pagate con i nostri soldi, perché l’Ucraina paga per questi servizi (si può esserne certi) e paga con gli aiuti occidentali, ché loro di soldi non ne hanno… ovviamente, conclude il Wp, la Clearview AI spera che il lancio pubblicitario nella guerra ucraina gli attiri altri clienti….

Un altro media Usa, un altro tema, quello del genocidio, accusa lanciata da Biden contro i russi. La Nbc, uno dei media mainstream più importanti d’America, riporta la smentita secca dei servizi segreti: “Le agenzie di intelligence statunitensi raccolgono informazioni quando vengono mosse accuse di azioni che potrebbero essere definite genocidio […] I rapporti dell’intelligence sull’Ucraina attualmente non supportano una designazione di genocidio, hanno affermato i funzionari” dell’intelligence interpellati da Nbc.

Smentita che fa ben capire come in questa guerra realtà e propaganda si mescolino in un viluppo inestricabile, dove però quel che arriva all’opinione pubblica è solo quest’ultima.

Non che la guerra sia esente da orrori, ma anche qui c’è da stare attenti e procedere con la cautela del caso. Così veniamo agli asseriti crimini di guerra, quelli di Bucha. Su quanto avvenuto in questo sfortunato centro abitato abbiamo già evidenziato le tante criticità della narrativa dominante in note pregresse.

Queste e altre criticità vengono riproposte in un articolo di llewellyn H. Rockwell, jr. in un articolo pubblicato dal Ron Paul Institute che ricorda come, per parlare di crimini di guerra, siano necessarie indagini indipendenti che appurino le circostanze, cosa che non è stata fatta in Ucraina.

“Uccidere civili o prigionieri di guerra senza processo, o umiliarli per vendetta, sono indubbiamente crimini di guerra”, spiega Rockwell, che ricorda come mentre abbiamo immagini di tali crimini di guerra commessi dagli ucraini (video di militari e civili torturati e uccisi), degli asseriti crimini russi abbiamo solo dei cadaveri e spiegazioni/testimonianze dagli ucraini.

E ricorda come tante volte in passato si è usato strumentalmente di asseriti crimini di guerra per alimentare interventi militari. A tale proposito rammenta i racconti mendaci dei soldati iracheni che “strappavano i bambini dalle incubatrici” In Kuwait, che accompagnarono la guerra contro Saddam; oppure lo “stupro del Belgio“, quando racconti e testimonianze di terribili quanto astruse atrocità tedesche contro i belgi alimentarono l’interventismo britannico. Racconti e testimonianze risultate poi false.

Chiudiamo con una nota sorprendente di Bloomberg, che spiega come le forniture di armi agli ucraini stanno creando qualche inconveniente ai fornitori, i quali stanno svuotando i loro arsenali con carenze difficilmente colmabili nel breve e medio periodo.

Tanto che i Paesi occidentali dovranno presto affrontare una “scelta netta tra inviare altri rifornimenti in Ucraina o iniziare a gestire le proprie limitate capacità, delle quali potrebbero aver bisogno per la propria difesa”. 

Chi è la Babushka Z, la nonnina russa diventata simbolo della 'operazione speciale' di Putin. Rosalba Castelletti su La Repubblica il 5 maggio 2022.  

Una vecchietta di Kharkiv è andata incontro alle forze armate di Kiev con la “bandiera rossa": in tutta la Russia è considerata un'icona dei sostenitori del Cremlino. C'è chi la chiama "Babushka Z" o "Babushka della Vittoria". È la nuova eroina della cosiddetta "operazione militare speciale" russa in Ucraina: una vecchietta di Kharkiv che è andata incontro alle forze armate di Kiev con la "bandiera rossa", lo stendardo sovietico con falce e martello, pensando che fossero soldati russi. Da Voronezh a Murmansk, le dedicano statue e graffiti.

Kharkiv, i corpi dei soldati russi esposti a formare una Z. Gianluca Di Feo su La Repubblica il 4 maggio 2022.

La macabra composizione lasciata nella zona riconquistata dagli ucraini in modo che i droni di Mosca potessero riprenderla. Un’altra dimostrazione del livello di brutalità raggiunto dal conflitto.

I corpi di quattro soldati in uniforme russa disposti sul terreno a formare una Z, come il simbolo sfoggiato dall’esercito invasore. Un cadavere carbonizzato messo su una barriera anti-carro, due barre di acciaio che formano una X, come in una macabra crocefissione. L’orrore di questa guerra non conosce limiti e dilaga da entrambi i lati del fronte.

«L’Occidente ci odia e vuole distruggerci»: aspettando il 9 maggio in Russia vince la propaganda di Putin. Alla vigilia dell’anniversario della vittoria sul nazismo, prevale il pensiero unico. Il capo del Cremlino mobilita il Paese. E il regime «diventa totalitario». Il sociologo Gudkov: «La gente non ha ancora capito le vere conseguenze economiche e politiche di questa guerra». Riccardo Amati su L'Espresso il 4 maggio 2022.

«Dovevamo pur proteggerci, gli Usa e tutto l’Occidente ci vogliono distruggere». Pavel non ha dubbi: «Sono col presidente al 100%». È una giornata di festa, a Mosca. Tante persone a passeggio. La vita continua, in una normalità surreale. Sulla Piazza Rossa, addobbata per le celebrazioni del 9 maggio, scende il tramonto di una fredda primavera. Pavel è l’unico tra i passanti che ha risposto alle nostre domande. Difficile parlare con i russi della guerra in Ucraina. “È Il modo migliore per non farsi reinvitare a cena”, si dice ultimamente in città. Ma se ci si riesce, sempre più spesso si constata un deciso sostegno alle azioni del Cremlino. Anche da parte di chi non è mai stato un putinista sfegatato e magari all’inizio era contrario all’attacco militare. Come Pavel: «In generale non mi interessa la politica e sono contro ogni guerra, ma ha iniziato la Nato e qualcosa Putin doveva fare. E poi adesso ci sono i nostri ragazzi, là a combattere. Certo che sto con loro».

La vittoria della propaganda

«È in atto un imbarbarimento della società», dice a L’Espresso il sociologo Greg Yudin, della Scuola di scienze economiche e sociali Msses, o “Shaninka”. «La verità non esiste più: il regime, che da anni fonda la sua legittimità sulla glorificazione della “Grande guerra patriottica” (la Seconda guerra mondiale, ndr) è riuscito a far passare l’idea che la Nato non è che la continuazione del blocco nazista del secolo scorso, e che vuol distruggere la Russia». Si sta creando un pensiero unico. Dopo l’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale”, «agisce nel subconscio dei più una tensione a bloccare le cattive notizie e a rifiutare la nozione che Mosca possa essere nel torto», ha scritto su Foreign Policy Andrei Kolesnikov del think tank Carnegie Moscow - che il governo ha da poco costretto alla chiusura. Secondo uno dei più famosi sociologi del Paese, Lev Gudkov dell’istituto Levada, la narrativa anti-occidentale, «trova terreno fertile nello storico senso di inadeguatezza dei russi ed è essenziale per il regime». Senza questo fattore di minaccia esterna «il sistema repressivo e il consenso della società sarebbero insostenibili», spiega Gudkov all’Espresso. 

Putin mobilita la Russia

Dopo aver stroncato ogni possibilità di opposizione a suon di leggi draconiane (ma ogni giorno ci sono coraggiosi che protestano e si fanno arrestare), dopo aver messo a tacere i media indipendenti, il regime si è dedicato a mobilitare il Paese. «Stanno ridefinendo l’“operazione militare” come una nuova “Grande guerra patriottica” per coinvolgere totalmente la popolazione», nota Yudin. È lecito pensare che questo possa preludere a una vera e propria dichiarazione di guerra all’Ucraina e quindi alla chiamata alle armi di larghe fasce della popolazione. Un annuncio in merito potrebbe arrivare proprio il 9 maggio, dicono a Londra e a Washington. Il passaggio dalla mobilitazione sociale alla mobilitazione dei cittadini per mandarli al fronte è però tutt’altro che ovvio. «Significherebbe dare più potere ai generali, Putin non si fida e non lo farà», sostiene l’analista militare indipendente Pavel Luzin. «Inoltre le forze armate russe non sono strutturalmente in grado di digerire una cosa del genere». Senza contare il rischio politico: la chiamata alle armi, con tutte le sue brutali conseguenze, potrebbe risvegliare bruscamente i cittadini dal torpore propagandistico. Secondo Gudkov, «si deve considerare che, se il patriottismo finora prevale, la guerra ha tuttavia creato un mix di sentimenti, molti dei quali tutt’altro che entusiastici». Il supporto “sempre e comunque” resta una scommessa, per il Cremlino.

Il sostegno al regime ha raggiunto il picco

In marzo l’81% della popolazione russa sosteneva l’”operazione militare” in Ucraina, secondo i dati dell’istituto Levada. In aprile si è scesi al 74%. Anche il rating di Putin sembra aver raggiunto il plateau: 81% in aprile contro l’83% di marzo. «Il Cremlino ha avuto successo nel mobilitare la società, ma c’è da chiedersi per quanto tempo la gente potrà continuare a stringersi intorno alla bandiera», commenta Andrei Kolesnikov a L’Espresso. Anche perché «non sono ancora visibili tutte le conseguenze del blocco economico, e quando lo saranno la tendenza potrebbe cambiare». Per ora, i russi pensano che l’auto-isolamento a cui la guerra li condanna sia sostenibile. «È un retaggio del passato sovietico: le abitudini di una società chiusa si riattivano sotto l’influenza della propaganda e della cultura politica restaurata dal presidente”, dice Gudkov. «Il fatto è che la gente non ha ancora capito le reali conseguenze economiche e politiche di questa guerra».

Dall’autoritarismo al totalitarismo

Una conseguenza interna già pienamente visibile è l’avviarsi del sistema verso una forma di totalitarismo che Kolesnikov definisce “ibrido”, perché conserva elementi dell’autoritarismo che l’ha preceduto. Conseguenza della mobilitazione seguita all’attacco militare, il “totalitarismo ibrido” non consente più ai cittadini di limitarsi al silenzio-assenso, ma richiede loro di manifestare esplicitamente il sostegno al regime. E si fonda su «una anti-cultura dell’odio verso il nemico esterno e interno», in grado di giustificare le purghe nella società civile, a partire dalla denuncia dei “traditori” e dalla chiusura dei media liberi. Mentre nelle scuole si promuove l’istruzione “patriottica”, anche con lezioni uniche per tutta la nazione. Come quella prevista alla vigilia del 9 maggio e intitolata Syla b pravde, ovvero “Il potere è nella verità”. Che poi è una battuta di un popolare film del 2000 in cui si toccavano molte corde della futura ideologia putinista. Con questi inni alla “verità” di regime, la propaganda sta creando quello che Hannah Arendt definiva “il suddito ideale” dei totalitarismi: la persona per la quale «non c’è differenza fra realtà e finzione, tra il vero e il falso». 

Cosa c’entra Nevsky con la birra

Pavel non ci ha dato il suo cognome. Preferisce non essere associato con media di paesi “ostili”. Insieme alla moglie scatta un selfie sullo sfondo delle installazioni per la parata del 9 maggio. Tra queste, una grande effigie di Alessandro Nevsky, il santo ortodosso che nel tredicesimo secolo sconfisse svedesi e cavalieri teutonici e scelse di sottomettersi ai mongoli pur di non collaborare con l’Occidente. Scendendo dalla Piazza Rossa oltre San Basilio verso il fiume, e poi attraversando il ponte su cui nel febbraio del 2015 fu ucciso l’oppositore di Putin Boris Nemtsov, con una breve passeggiata si arriva sulla Bolshaya Polyanka, dove c’è un pub che è stato un punto di ritrovo degli stranieri che vivevano a Mosca e che oggi è assai meno frequentato. All’interno, tra pareti piene di cimeli calcistici e fotografie, tutte le bandiere d’Europa e gli spillatori delle migliori birre d’Irlanda. Alcune delle quali però sono finite. «Colpa della situazione, non sappiamo quando potremo riaverle», spiega il proprietario. «Peccato, ma sopravviveremo anche senza l’Occidente e le sue birre», risponde un cliente. «Ci odiano, c’è la russofobia, faremo a meno di loro», ci dice. Nevsky avrebbe approvato. 

La categoria storica strumentalizzata dalla propaganda del Cremlino per legittimare l’invasione. Maria Serena Natale su CorriereTv il 4 maggio 2022.

Cosa vuol dire per la propaganda del Cremlino la «denazificazione» usata per legittimare l’invasione di un Paese sovrano? All’origine del conflitto c’è la memoria divisa della catastrofe che fece promettere all’Europa: mai più. Mosca strumentalizza il passato ed estende all’intero apparato statuale ucraino la matrice ideologica ultranazionalista che risale alla Seconda guerra mondiale e all’esercito insurrezionale di Stepan Bandera.

Da liberoquotidiano.it il 4 maggio 2022.

L'Unione sovietica ha salvato il mondo una volta, nel 1945. "E Vladimir Putin oggi torna a farlo". Fulvio Grimaldi la spara grossa, ospite in studio di Giovanni Floris a DiMartedì, anche se stranamente questa equiparazione passa quasi inosservata nel bombardamento "filo-russo" dello storico inviato di guerra della Rai, oggi diventato uno dei punti di riferimento del "complottismo" sulla guerra in Ucraina.

"La Russia spende 13 volte di meno in armamenti e bilancio militare rispetto agli Stati Uniti, e 25 volte di meno rispetto agli Stati Uniti e alla Nato messe insieme - sottolinea Grimaldi -. Di conseguenza, chi tra le due super potenze è più inclinato a far guadagnare il complesso militare industriale, le grandi industrie militari di cui Eisenhower (ex presidente Usa, ndr) aveva già individuato la minaccia?

Chi ne ha fatti di più di guerre, chi ha guadagnato più dal consumo di armi e chi guadagna più miliardi da questa guerra? Si dice che Putin non voglia finire questa guerra: io credo che voglia finirla anche domani, pur che finisca la condizione la situazione in cui l'Ucraina ha portato la Russia a dover intervenire in difesa di una popolazione massacrata". 

La tesi di Grimaldi è perfettamente combaciante con quella del Cremlino: la "operazione militare speciale" di Putin sarebbe stata non una aggressione, ma una difesa degli interessi della componente russofona nel Donbass. "La tradizione della Russia è combattere il nazifascismo, da Stalingrado in poi - si esalta ancora Grimaldi, inginocchiato al mito sovietico -. Venti milioni di morti, ricordiamocelo.

Il 9 di maggio ci si ricorda che il mondo è stato salvato da una Armata rossa che ha sconfitto il nazifascismo e che oggi torna a farlo". "Siamo molto grati all'Armata rossa che ha sconfitto il nazifascismo - è il commento ironico di Antonio Caprarica, ex collega di Grimaldi in Rai - ma Putin il 24 febbraio con l'invasione dell'Ucraina ha cancellato questi meriti storici". E lo studio di Floris applaude convinto. 

Alleati strategici. Il filosofo Dugin chiarisce una volta per tutte cosa unisce putinismo e populismo. Francesco Cundari su l'Inkiesta il 5 maggio 2022.

L’ideologo dell’autocrate russo, convinto che l’Occidente sia «la civiltà dell’Anticristo» e l’Ue «completamente degenerata», ha idee piuttosto precise anche sulla politica italiana. E a modo loro illuminanti.

Alexander Dugin, filosofo ispirato dalle idee tradizionaliste di Julius Evola, fondatore del partito nazionalbolscevico, padre della cosiddetta «Quarta teoria politica» che a suo dire Putin ha fatto propria, sostenitore di un populismo che vada oltre la destra e la sinistra, convinto – come ha spiegato martedì in un’intervista al Quotidiano nazionale – che l’Occidente moderno sia «una civiltà completamente decadente»; che «meno contatti ha la Russia con questa dannata società tossica, meglio è per la Russia», essendo la Russia «una civiltà separata speciale: ortodossa ed eurasiatica», ben diversa dalla «parodia che rappresenta l’Unione europea liberalista e completamente degenerata»; che in Occidente l’influenza del Papa sia «minima, ridotta a una funzione umanitaria insignificante», e che altrettanto insignificante sia di conseguenza il suo appello a cercare un accordo «tra la civiltà russa e quella che ai nostri occhi è la civiltà dell’Anticristo»; che il pacifismo sia «una delle forme di pensiero più meschine»; che «la Russia, dopo aver lanciato un’operazione militare speciale in Ucraina, non può non ottenere la vittoria»; che «la Russia farà letteralmente di tutto per raggiungere i suoi obiettivi, anche fino a una collisione nucleare»; questo signore qui, insomma, con questo bagaglio ideologico, queste idee della politica e del mondo, martedì ha dichiarato all’AdnKronos che «l’Italia, quando Salvini era un populista di destra e i Cinque stelle populisti di sinistra, e quando potevano accordarsi tra di loro, aveva una possibilità storica», di cui «oggi si sente la mancanza».

E dal suo punto di vista bisogna riconoscere che non fa una piega.

Ivan Timofeev, l'analista del Cremlino: "L'Urss era crollata in condizioni molto più favorevoli..." Libero Quotidiano il 04 maggio 2022.

"L'Unione Sovietica è crollata in circostanze internazionali molto più favorevoli". Tradotto: l'azzardo della guerra in Ucraina potrebbe costare carissimo a Vladimir Putin. Anche perché, di sicuro, oggi il presidente russo non gode della "protezione internazionale" di cui godeva nel 1991 l'ultimo presidente dell'Urss, Mikhail Gorbaciov. A sostenerlo non è qualche analista americano o filo-Nato, che tifa per il "regime-change", il cambio di regime a Mosca. Ma dal russo Ivan Timofeev, direttore del prestigioso Russian international affairs council (Riac), secondo cui gli choc prodotti dalla (sciagurata) "operazione militare speciale" iniziata lo scorso 24 febbraio "possono incidere sia sulla società sia sulla statualità della Russia".

Il Foglio riporta l'analisi di Timofeev, non certo tacciabile di essere un anti-Putin per partito preso. Le sue parole fanno un effetto forse ancora maggiore rispetto a quelle, durissime, di Michael McFaul, ex ambasciatore americano in Russia e uomo di Obama, che su Twitter si domanda: "Dopo due mesi di uccisioni di ucraini, cosa ha ottenuto Putin? Niente. Assolutamente niente. La Russia è più sicura? Assolutamente no. Più ricca? No. Ha ottenuto un maggiore rispetto nel mondo? No".

Ma Timofeev guida il più prestigioso think tank russo di politica internazionale, e dunque ogni suo giudizio ha un peso specifico grandissimo su quanto accade al Cremlino. Non a caso, il Riac è presieduto da un big come Igor Ivanov, il predecessore di Sergey Lavrov al Ministero degli Esteri "e lo stesso Lavrov fa parte del Consiglio della fondazione", ricorda sempre il Foglio, senza contare che "il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, è membro del Presidium del Riac".

Quella di Timofeev sembra quasi un atto di insubordinazione: anche perché, pur essendo tutto tranne che un "dissidente", rappresenta quella parte di establishment che era contrario all'avventura bellica in Ucraina. Nel suo lungo report, tratteggia uno scenario da "tempesta perfetta" in cui si sommano tre minaccia per Mosca. Quella esterna con l'Occidente schierato compatto contro il regime). Quella economica, che potrebbe acuire le storiche carenze strutturali del Paese. E quella relativa a un possibile collasso istituzionale, legato a "un contrasto nell'élite" e a "disordini e rivoluzioni interne". "Le pagine più drammatiche della nostra storia - ricorda - sono arrivate in momenti in cui il paese ha affrontato simultaneamente tutte e tre insieme queste minacce". Una situazione forse presentatasi solo nel periodo 1917-20, quello del trapasso da Impero zarista a Rivoluzione bolscevica. Non certo, sottolinea Trimofeev, nel tramonto dell'Urss, quando il contesto internazionale era "molto più favorevole" rispetto a oggi.

Vincenzo Camporini per il “Corriere della Sera” il 19 aprile 2022.

Una delle realtà incontrovertibili della storia dei conflitti è la grande verità della «nebbia della guerra»: non solo la propaganda distorce sostanzialmente la verità, ma anche molto più banalmente ciò che avviene sul campo di battaglia è troppo spesso difficilmente intellegibile da parte di chi partecipa alle operazioni e a volte solo dopo tempo si riesce a capire chi ha vinto e chi ha perso.

I comandanti sul terreno devono quasi sempre prendere decisioni sulla base di informazioni lacunose, distorte, su ipotesi ancora da verificare, su dove siano le forze nemiche, sulla loro consistenza e sulle loro reali intenzioni. Da sempre si è cercato aiuto nella tecnologia: un bel dipinto di Vernet ritrae Napoleone a cavallo a Wagram che scruta il campo di battaglia con un cannocchiale. 

Ma i veri progressi ci sono stati nel XX secolo, con le straordinarie capacità offerte dal mezzo aereo: il 23 ottobre del 1911 il capitano Carlo Maria Piazza con un Bleriot XI effettuò il primo volo militare bellico di ricognizione durante la guerra tra Italia e Turchia per la Libia. Venne poi l'invenzione prima dell'aerofono e poi del radar, con sviluppi che continuano ai giorni nostri e che consentono capacità davvero stupefacenti.

Un esempio tutto italiano è la costellazione COSMO-SkyMed, oggi costituita da 5 satelliti con sensori SAR (radar ad apertura sintetica), in orbita elio sincrona, che permette il sorvolo di uno stesso punto alla stessa ora: in pratica con 5 satelliti si può avere un immagine dello stesso punto, a prescindere dalle condizioni meteorologiche, circa ogni 5 ore. E questo con un solo sistema, ma in orbita esistono ormai centinaia di satelliti da osservazione, militari e civili, con la capacità di identificare oggetti di pochi centimetri.

A questi mezzi occorre aggiungere moltissimi altri sistemi: radar volanti come l'AWACS e l'italiano CAEW, in grado di monitorare con precisione sub metrica elementi avversari e di controllarne in tempo reale le comunicazioni su qualsiasi banda; e ancora velivoli a pilotaggio remoto come il Global Hawk, o il Predator, oppure il turco Bayraktar TB2, in dotazione alle forze ucraine. 

In pratica nascondersi è diventato sempre più difficile, per non dire impossibile. Un oggetto lungo 186 metri e di 12.000 tonnellate di stazza come il Moskva non può sperare di passare inosservato in mare aperto e deve costantemente operare con tutti i sensori e con le proprie capacità di difesa allertati, al fine di eliminare ogni possibile minaccia. 

Se questo non avviene, per eccesso di confidenza o per carenza dei sistemi difensivi, si diventa vulnerabili e basta un drone come il TB2 che avvisti il possibile bersaglio e passi le coordinate a una batteria di missili antinave come i Neptune, per avviare una sequenza di eventi il cui risultato finale è quello che si è visto: l'affondamento della nave ammiraglia della flotta russa del Mar Nero e una svolta importante nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Andrea Cuomo per “il Giornale” il 19 aprile 2022.

Una grande nave avvolta da un fumo nero come il carbone. Sono gli ultimi istanti della Moskva, l'incrociatore orgoglio della marina militare russa che è stato colpito qualche giorno fa, il 14 aprile, dai missili ucraini. Uno degli smacchi simbolicamente più rilevanti dell'armata russa da quando, 55 giorni fa, ha attaccato l'Ucraina. 

Il video, di pochi secondi, è stato postato su Twitter dal giornalista Alec Luhn, ex corrispondente dalla Russia del Telegraph e del Guardian, che l'ha subito ripreso imitato poi dai media di mezzo mondo. È stato girato a qualche decina di metri di distanza, probabilmente a bordo di un rimorchiatore, l'SB740 o l'SB742, accorsi in soccorso dell'incrociatore, e mostra quest' ultimo inclinato sul lato sinistro, con una colonna di fumo che si alza dalla sua parte centrale.

Ieri è comparsa poi anche una foto, dalla quale si evincono maggiori dettagli. Che la nave ripresa sia davvero il Moskva non è certo, perché il filmato non è stato verificato in modo indipendente, ma ci sono buone ragioni per credere che si tratti proprio dell'incrociatore. 

L'account OSINTtechical, che analizza le informazioni di intelligence aperte, non vede alternative plausibili: «Non possiamo verificarne l'autenticità, ma questo è un incrociatore di classe Slava e non penso che nessun'altra nave di quel genere sia stata distrutta in questo modo». 

In particolare dalla fotografia si nota come i danni, più evidenti, quelli nel settore poco dietro i tubi di lancio dei missili anti-nave P-1000, siano compatibili con quelli provocati dall'impatto di un missile antinave come il Neptune. Missile che secondo Sergei Markov, commentatore politico russo ed ex stretto consigliere di Vladimir Putin, ieri intervistato dalla Bbc, era della Nato ed era stato spostato in Ucraina a gennaio.

Le immagini sembrano essere un endorsement alla versione ucraina (e dei più importanti sistemi di intelligence occidentali) dell'affondamento del Moskva. I russi infatti, che hanno fornito finora pochissime informazioni sull'indicente, hanno cercato di sminuire l'accaduto parlando di un incendio seguito all'esplosione delle munizioni a bordo e sostengono che l'affondamento è avvenuto nel corso di una tempesta mentre l'imbarcazione veniva rimorchiata in porto. Ma da quello che si vede nelle immagini le condizioni meteo non erano poi così proibitive.

Resta il mistero sulla sorte toccata all'equipaggio, a partire da quante persone fossero esattamente a bordo. Il Moskva aveva capacità per 510 persone, ma nei video diramati dalla Russia domenica che documentano l'incontro del capo della marina russa in Crimea con i sopravvissuti, questi ultimi sembrano molti meno. 

Il ministero della Difesa della Federazione russa ha affermato che l'equipaggio dell'incrociatore è stato completamente evacuato ma secondo i media ucraini sarebbero morti una quarantina di marinai, tra i quali il comandante Anton Kuprin. Ieri le autorità russe hanno ufficializzato la prima morte, quella di un marinaio di leva di 19 anni. A renderlo noto la madre, Yulia Tsyvova. «Non mi è stata fornita alcuna informazione su quando ci saranno i funerali», precisa la donna.

Inoltre, secondo il sito indipendente Meduza ripreso dall'Ukrainska Pravda, i parenti di alcuni membri dell'equipaggio dell'incrociatore avrebbero scritto sul principale social media russo, VKontakte, per avere notizie dei loro familiari scomparsi. Drammatica in particolare la testimonianza di Dmytro Shkrebets, padre di Yegor, che a bordo del Moskva svolgeva le funzioni di cuoco. «Mio figlio, soldato di leva, come mi è stato detto dai comandanti diretti dell'incrociatore Moskva, non è tra i morti e i feriti ed è indicato come disperso: scomparso in mare aperto?

Dopo i miei tentativi di chiarire i dettagli dell'incidente, il comandante dell'incrociatore e il suo vice hanno smesso di comunicare con me. Ho chiesto direttamente: perché voi ufficiali siete vivi e mio figlio, appena arruolato, è morto?». L'uomo ha incoraggiato gli utenti del social a diffondere il suo messaggio, «affinché questa terribile tragedia non venga coperta».

 Anna Zafesova per “La Stampa” il 19 aprile 2022.

«Non ci sono vittime»: il telegiornale del Primo canale della tv di Stato russa è lapidario nel smentire le perdite umane nell'affondamento dell'incrociatore Moskva, la nave ammiraglia della flotta russa del Mar Nero. 

È evasivo invece sulle cause del disastro: «I motivi dell'emergenza devono ancora venire stabiliti», dice la conduttrice, raccontando che un incendio di natura imprecisata avrebbe fatto detonare l'arsenale e la nave «ha perso stabilità senza riuscire a recuperarla».

Insomma, la nave «è affondata», come rispose con un sorriso Vladimir Putin nel 2000 alla domanda di Larry King su cosa era accaduto al sottomarino Kursk. Una risposta entrata nella storia, e oggi molti paragonano quella tragedia nel mare di Barents, che aveva segnato l'esordio del regno di Putin: oggi, come 22 anni fa, una nave diventa il simbolo della fragilità e dell'inefficienza della vantata potenza militare russa, e della segretezza ossessiva per nascondere il prezzo umano pagato.

Per il momento, non si sa nemmeno quanti marinai ci fossero a bordo dell'incrociatore, quando è stato colpito con i missili ucraini Neptun.

L'agenzia russa Ria Novosti parla di 500 persone, il consigliere della presidenza ucraina Oleksiy Arstovich di 510, ma il sito del ministero della Difesa russo menzionava un equipaggio di 680 membri, in una pagina web eliminata dopo il disastro.

Ufficialmente, tutto l'equipaggio sarebbe stato messo in salvo durante i soccorsi, e la televisione russa ha mostrato il comandante della marina militare russa Nikolay Evmenov che incontrava a Sebastopoli i marinai: l'audio del rapporto (che tradizionalmente include i dati sui presenti e gli assenti) è stato silenziato, e la telecamera inquadra al massimo un centinaio di ufficiali.

I media ucraini hanno notato che nel video brilla per la sua assenza il comandante della flotta del Mar Nero Igor Osipov: secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato arrestato per ordine del Cremlino, e questa è un'altra indicazione della gravità della situazione.

Un altro segnale che non tutto è andato liscio è stato trasmesso da una cerimonia commemorativa del Moskva, che si è tenuta a Sebastopoli: si vede un prete ortodosso, e una corona di fiori listata a lutto con la dedica «Alla nave e ai suoi marinai». 

Ufficialmente i caduti non esistono, ma i giornalisti andati a caccia sui social hanno trovato i familiari dei marinai morti o dispersi. Dmitry Shkrebez, di Yalta, ha denunciato sul social russo VKontakte suo figlio Egor, cuoco di bordo, è stato dichiarato dal comando come «disperso»: «Disperso in mare aperto? Che bugia palese e cinica!», ha scritto il padre, chiedendo di diffondere la notizia prima che il suo post venisse censurato (come è puntualmente accaduto).

La madre di Egor, Irina, ha raccontato a The Insider di aver cercato il figlio nell'ospedale militare, «tra duecento ragazzi ustionati». I «dispersi» sono diverse decine, dice alla Bbc Yulia Zyvova, andata a Sebastopoli a cercare il suo 19enne figlio Andrey. 

La madre del ventenne Nikita Syromyasov, Olga, è riuscita a contattare telefonicamente un ufficio della marina dove le hanno comunicato che suo figlio è disperso, e che «le probabilità di un esito positivo sono pari a zero» in quanto la temperatura dell'acqua del Mar Nero era «incompatibile con la vita umana».

Da allora, Olga non riesce a contattare più nessun rappresentante della marina: una voce nella cornetta le ha intimato di limitarsi a scrivere Sms, perché «non vogliamo stare a sentire le sue lacrime». 

Una fonte del comando della flotta del Mar Nero ha rivelato a Meduza che il numero dei caduti sul Moskva è di 37 membri dell'equipaggio, mentre i feriti si aggirano intorno a un centinaio.

Anche un altro marinaio sopravvissuto ha raccontato alla madre - che ha parlato, dietro anonimato a Novaya Gazeta Europa - di una quarantina di vittime ufficiali. Gli altri marinai restano per ora «dispersi», forse anche perché erano quasi tutti reclute di leva, una violazione esplicita della legge russa che impedisce di coinvolgere militari non professionisti nelle operazioni di guerra. 

Ma il diversivo dei «dispersi» viene usato anche per evitare di dover pagare alle famiglie il risarcimento per i caduti promesso dal presidente Putin.

Volodymyr Zelensky, agghiacciante sospetto (da 1 mld di euro) di Carlo Taormina: "Se fosse vero..." Libero Quotidiano il 18 aprile 2022.

Anche in Italia c'è un nutrito fronte di persone che sospettano di Volodymyr Zelensky, premier ucraino e leader della resistenza contro l'avanzata dell'orrore mossa dalla Russia e di Vladimir Putin. Le sfumature sono parecchie: si passa dalle posizioni di Alessandro Orsini per arrivare a quelle ben più estreme e inaccettabili di Diego Fusaro. Insomma, non siamo la Russia: c'è la libertà di pensiero, per quanto spesso e volentieri le tesi che quest'ultima partorisce sono assai opinabili.

E così, nello spettro di chi dubita o prende posizione contro Zelensky, ecco che si inserisce anche l'onnipresente avvocato Carlo Taormina. Già, perché quest'ultimo oggi, lunedì 18 aprile, giorno di Pasquetta, si spende su Twitter in un controverso cinguettio che riguarda proprio la figura del premier ucraino e alcune indiscrezioni circolate nelle ultime ore relative all'entità delle spese militari affrontate dall'Europa per sostenere la resistenza ucraina. 

"Ammazzare Zelensky". L'ordine di Putin dopo l'affondamento della Moskva, pioggia di bombe sul bunker: ore contate?

"Se fosse vero che Volodymyr Zelensky avrebbe chiesto all'Unione europea un miliardo di euro a settimana per fare la guerra, non condividerei la trasformazione degli ucraini in mercenari dell’Occidente per la guerra contro la Russia. Auspico che non sia vero, dopo averlo giustamente aiutato", conclude Carlo Taormina. Insomma, una posizione non critica né dubitante nei confronti di Zelensky, quanto piuttosto nei confronti di un'Europa che trasformerebbe gli ucraini in "mercenari dell'Occidente".

Volodymyr Zelensky, il feroce attacco di Travaglio: "Chi lo ubriaca. Migliaia di morti fa..." Libero Quotidiano il 19 aprile 2022.

Nel mirino di Marco Travaglio ci finisce ancora una volta Volodymyr Zelensky, il premier ucraino che guida la resistenza contro l'avanzata della Russia. Il tutto nel fondo pubblicato sul Fatto Quotidiano oggi, martedì 19 aprile.

Il direttore muove il suo ragionamento mettendo "in fila i fatti nessuno nega. Nemmeno il più fervido atlantista afferma più che la resistenza ucraina sia in grado di sottrarre all'armata russa il Donbass, la Crimea e la striscia che li collega sul Mar Nero; che Mariupol, rasa al suolo e ormai in mani russe, possa tornare in quelle ucraine; che Putin, sconfitto e isolato da tutti, abbia le ore contate prima del famoso regime change annunciato da Biden e smentito dai suoi", scrive Travaglio.

Dunque un lungo excursus su questi quasi sessanta giorni di guerra. E Travaglio si pone una domanda: "Stando così le cose, quanti morti ucraini serviranno ancora alle potenze (palesi e occulte) per sedersi al tavolo e prendere atto della realtà?". Dunque rimarca come l'iniziativa non la prenderà Putin, così come non la prenderanno né Joe Biden né Boris Johnson. "E non la prenderà Zelensky - riprende Travaglio -, ubriacato dai falsi amici che gli raccontano che sta vincendo la guerra e presto i suoi marceranno su Mosca. Possono prenderla i governi europei, smettendo di inviare armi e subordinando la fine delle sanzioni a una trattativa seria, che parta non dai sogni, ma dalla realtà - sottolinea -. La realtà che il cancelliere Scholz vide già quattro giorni prima dell'invasione russa, quando offrì invano a Zelensky un compromesso migliore di quello che uscirà dal negoziato post-bellico. Era due mesi fa, migliaia di morti fa", conclude con evidente accento critico nei confronti del premier ucraino.

Volodymyr Zelensky, il video pubblicato e subito rimosso? "Ubriaco e fuori controllo", accuse terrificanti al premier. Libero Quotidiano il 18 aprile 2022.

Volodymyr Zelensky avrebbe commesso un errore dal punto di vista della comunicazione, il suo punto forte da quando è iniziata l'invasione da parte della Russia. Il premier ucraino è spesso stato apprezzato per i suoi discorsi e per le modalità di comunicazione. Questa volta però avrebbe fallito. Il presidente, in genere, gira i suoi video col cellulare nel suo ufficio di via Bankova, dove ha sede la presidenza ucraina. Un modo per far vedere a tutti che lui non lascia Kiev. Qualcosa, però, è andato storto nel giorno di Pasqua: 32 secondi di video sono stati prima pubblicati e poi rimossi. Anche se il filmato nel frattempo era già stato visto e condiviso.

Cos'è successo nello specifico? Nel video cancellato si vedeva Zelensky con uno sguardo perso nel vuoto mentre parlava con un tono di voce molto basso e pronunciava parole poco comprensibili: "Buonasera a tutti. Siamo al 52esimo giorno. Cosa posso dire?". Affaticato, continua: "Noi lavoriamo amiamo, ringraziamo, preghiamo. E noi sconfiggeremo tutti”. Infine agita un pugno in segno di vittoria. Subito dopo la diffusione di quel video, russi e filorussi hanno mosso pesanti accuse contro il premier ucraino. Secondo alcuni, per esempio, il presidente avrebbe esagerato con l'alcol prima di girare quel filmato.

Ma non è tutto. C'è anche chi ipotizza addirittura un abuso di sostanze stupefacenti. Diversa la reazione degli account ucraini, che invece tendono a ridimensionare l'episodio, parlando di semplice stanchezza. In ogni caso, però, la rimozione del video rappresenta - come spiega il Giornale . la prima vera falla nel sistema di comunicazione ucraino da quando è iniziata l'invasione. 

Da liberoquotidiano.it il 19 aprile 2022.

La macchina della propaganda russa o filo-russa non si ferma mai. Nel mirino, più di tutti gli altri, Volodymyr Zelensky, il premier ucraino che Vladimir Putin vorrebbe eliminare. L'ultimo capitolo delle fake-news sul capo della resistenza ucraina è un video, raccapricciante, che circola in alcune chat e in altri account social filo-russi e dediti al complottisimo. O al delirio. 

Stando a chi ha diffuso le immagini, Zelensky avrebbe mostrato un video, girato da lui stesso, in cui sulla scrivania comparirebbero delle strisce di cocaina. Ovviamente è un falso, in primis indimostrabile. Ma soprattutto le "strisce di cocaina" sono i riflessi della cornice presente sulla scrivania di Zelensky, cornice che contiene una foto di famiglia. Il fatto che si tratti di una sporca menzogna e di basso livello emerge semplicemente guardando l'immagine qui sotto, un frame del video.

La qualità delle immagini come spesso accade nei video-fake è bassissima, proprio per trarre in inganno meglio. La disposizione delle righe, comunque, è simmetrica e determinata da fonti luminose presenti nella stanza, e i riflessi seguono i profili della cornice. Ma tant'è, questo è bastato a scatenare l'ultima vergognosa teoria, l'ultimo attacco al "drogato" Zelensky. Ovviamente, il video è stato rilanciato in primis da account che diffondono propaganda del Cremlino e a favore della Russia di Vladimir Putin.

Shaun Pinner e Aiden Aslin, chi sono i britannici in mano a Mosca (e come li sta usando il Cremlino). Libero Quotidiano il 18 aprile 2022.

Da 24 ore a questa parte i soldati inglesi finiti nelle mani dei russi vengono mostrati dalla tv di Mosca come un vero e proprio trofeo: si tratta di Shaun Pinner del Bedfordshire e di Aiden Aslin del Nottinghamshire, volontari arruolati nella 36esima brigata dei Marines d’Ucraina a Mariupol. La loro presenza nel Donbass viene usata dai russi anche per ribadire la presenza dell'Occidente in territorio ucraino. 

I due prigionieri, in realtà, non sono stati mandati lì dal loro governo o dalla Nato. La scelta - come riporta il Corriere della Sera - è stata personale per entrambi. Uno, il 48enne Pinner, si era trasferito quattro anni fa con la moglie e viveva a Donetsk. Intervistato dal Mail lo scorso gennaio aveva detto: "Sono pronto a difendere la mia famiglia e la mia città adottiva". Aveva anche previsto quello che poi è successo: "Se ci faranno prigionieri, i russi ci tratteranno in modo diverso, perché siamo inglesi. Questo pensiero è un chiodo fisso nella mia testa. Ma combatteremo comunque". L'altro, Aslin di 27 anni, ha deciso di arruolarsi dopo aver combattuto per diverso tempo in Siria nella milizia curda Ypg. Poi è stato lui stesso ad arrendersi: "Non abbiamo più munizioni, e non riusciamo a lasciare Mariupol".

In uno dei loro ultimi video diffusi dalla tv russa, i due prigioneri recitano un appello, forse suggerito, a Boris Johnson, chiedendogli di farsi garante di uno scambio con l’oligarca ucraino Viktor Medvedchuk, il leader dell’opposizione filorussa, finito nelle mani dell'esercito ucraino. Quest'ultimo è stato catturato a Kiev la settimana scorsa dopo essere evaso dagli arresti domiciliari ai quali era costretto dall’inizio dello scorso maggio.

Giampiero Mughini per Dagospia il 14 aprile 2022.

Caro Dago, ti confesso che non ci riesco più ad accendere la televisione allo scopo di usufruire delle immagini di distruzione e morte dalle parti delle parti di un Paese grande quanto la Francia, l’Ucraina. 

Cliccare per poi vedere le immagini di gente che è stata costretta in ginocchio prima di sparare un colpo a bruciapelo alla loro testa, città dove abitavano centinaia di migliaia di persone e che adesso sono sventrate palazzo dopo palazzo, persino i carri armati sovietici dove sono morti bruciati vivi dei ragazzi russi di vent’anni. 

Non posso guardare queste immagini come se fossero dei film interpretati da Humphrey Bogart o da Clint Eastwood. Non sono nel momento della mia vita, sessant’anni fa, in cui ero lieto a leggere sull’ “Unità” che comprava mio nonno comunista, che in Vietnam erano morti tot americani o magari più che tot.

Oggi stavo guardando un servizio televisivo dove dei giornalisti italiani raccontavano che gli ucraini s’erano vantati di conservare da qualche parte i corpi di 1500 russi uccisi in combattimento. Solo che gli ucraini non glielo avevano permesso ai giornalisti italiani di vederli quei corpi. Dio mio, mi sarei vergognato a guardarli come se fossero sequenze di un film di guerra americano in cui alla fine i “buoni” ucraini hanno la meglio sui “cattivi” russi. Così come sono senza parole innanzi alle possibili immagini di una nave da guerra che gli ucraini affermano di avere mandato giù e i russi lo negano. 

Beninteso, lo so che dall’ottobre del 1917 la parola “verità” in Urss - ossia nel regno della menzogna ideologica - non ha più avuto alcun senso. Detto questo io spero che la nave non sia affondata, perché altrimenti i russi si imbestialiranno oltremodo e sarà ancor più distruzione e morte da entrambe le parti. Morte e distruzione a gogo. 

La parola “pace” è uscita di scena come una parola non più alla moda. Gli americani conducono per interposto esercito ucraino una guerra che pensano di vincere, diversamente da quello che è successo loro in Afghanistan. I civili ucraini muoiono comunque, i palazzi vanno giù, a Mariupol non so se duemila o poco più o poco meno combattenti del reggimento Azov e pochi altri aspettano di essere massacrati dai russi da un momento all’altro.

E’ la battaglia di Stalingrado del terzo millennio. Chissà se Steven Spielberg ne trarrà mai un film. Io lo andrei a vedere al primo spettacolo. Quei combattenti ucraini che non pare siano stati in passato dei gentiluomini e che adesso stanno contendendo metro per metro agli invasori russi. E’ dal 2014 che filorussi e ucraini se le danno di santa ragione, e non che uno solo dei nostri talk-show se ne fosse accorto. Adesso tutti loro sono arrivati all’ultima stazione della via crucis, e noi che accendiamo la tv per vedere quanto l’orrore sia orrore. 

Un orrore alla grande. Dio mio, Dio mio, Dio, mio. No, non voglio vedere tutto questo. E invece sì voglio vedere dei russi e degli ucraini che accettano di convivere. Altro che la Svezia e la Finlandia che decidono proprio adesso di aderire alla Nato, così da mettere altra benzina sul fuoco.  Un’altra puttanata senza limiti.

Giampiero Mughini

SELVAGGIA LUCARELLI per editorialedomani.it il 14 aprile 2022.  

Sui manifesti di Milano, Roma e altre città occidentali sono comparse delle strane pubblicità che inneggiano all’orgoglio nazionale. Le hanno ideate alcune agenzie creative su iniziativa del governo ucraino in guerra

“Sii coraggioso come l’Ucraina”. Ero andata a comprare un giornale in edicola e, con un certo stupore, ho notato questa scritta all’interno dello spazio pubblicitario su un lato del chiosco. Ho cercato di capire cosa fosse, ma ero in ritardo e ho pensato che fosse il titolo interventista di qualche rivista che mi era sfuggita. O un incitamento di Zelensky, ripreso dalla stampa. 

Ho continuato a camminare con una leggera inquietudine, visto che non mi sentivo esattamente all’altezza dell’esortazione. Il giorno dopo sono passata dalle parti di corso Como e sul palazzo di fronte a Eataly, sul cartellone luminoso in cima al tetto, a caratteri cubitali, mi appare di nuovo la scritta: “Sii coraggioso come l’Ucraina”.

Decido di capire chi abbia interesse a convincermi di dover essere coraggiosa come uno stato attualmente in guerra, in seguito a un’aggressione. Chi abbia imbastito questa strana campagna motivazionale con un investimento evidentemente importante e che appare una sorta di reclutamento morale. Un qualcosa che assomiglia ai manifesti “I want you” dello zio Sam in versione 2.0. C’è qualcuno, insomma, che sta cercando di convincerci ad arruolarci moralmente, magari in vista di decisioni importanti del nostro paese rispetto all’ipotesi di un maggiore coinvolgimento in un possibile conflitto mondiale.

Questa volta, oltre all’esortazione, noto anche l’indirizzo di un sito in fondo alla scritta giallo-blu: brave.ua. Il mio stupore aumenta. Vado a vedere di cosa si tratti. Il sito sembra quello di un videogioco di guerra. Un’enorme scritta, “Bravery” (coraggio) e to be Ukraine. Poi: «Non puoi comprare il coraggio. Non puoi portarlo via. È un regalo dei tuoi genitori». 

E ancora: «Quando è iniziata la guerra, il mondo ci ha dato tre giorni. Abbiamo dato al mondo la possibilità di vedere cos'è il coraggio ucraino. Gli ucraini sono diventati la nazione più coraggiosa del mondo. Ora ci citano, ci ammirano, si ispirano a noi e ci dedicano una standing ovation. Non solo politici e governi, ma anche la gente comune. Oggi tutta l'umanità sa che il coraggio è essere ucraino».

Insomma, una serie di frasi che trasudano orgoglio e nazionalismo, forse con un lieve eccesso d’enfasi. Ma andiamo avanti, perché continuando a esplorare il sito le perplessità aumentano. C’è la possibilità di scaricare una serie di materiali quali il finto passaporto ucraino per sentirsi ucraini, loghi per poster e t-shirt con slogan quali “Il coraggio è nel nostro dna” o “L’Ucraina ha ispirato il mondo intero con il suo coraggio. Joe Biden”. 

C’è anche la possibilità di scaricare dei video e resto basita. Ci sono immagini della guerra modificate con filtri patinati, immagini vere e diventate tristemente note quali l’anziana aiutata dal pompiere a lasciare la sua casa in fiamme. La ragazza con i cani e poi un video denominato “Molotow” in cui si mostrano gli ingredienti con cui gli ucraini costruivano le molotov. «Il coraggio non ha alcuna ricetta se non acetone polistirolo e benzina», recita una voce alla Luca Ward.

Insomma, improvvisamente sembra il sito di una squadra di calcio, con gadget e merchandising vario, molotov a parte (si spera). 

Poi finalmente comincio a capire qualcosa, visto che la sezione successiva è “World campaign”, ovvero «come il coraggio ucraino può essere visto in tutto il mondo»: Londra, Roma, New York, Amsterdam, Washington, Stoccolma… Seguono le foto delle gigantesche affissioni nelle varie città del mondo, ovviamente tutte in paesi Nato (o che chiedono di farne parte).

Ed ecco che vedo quel «Be brave like Ukraine» che mi è familiare, ma anche «Pensavo di sapere cosa fosse il coraggio e poi ho visto l’Ucraina» sulla facciata di un palazzo o «L’Ucraina è la capitale delle persone coraggiose» alla fermata di un bus e così via. Seguono inviti ad attaccare adesivi con questi slogan ovunque in città, ad organizzare manifestazioni e a fare donazioni per l’Ucraina. Insomma, un’imponente campagna che sembra pensata e costruita per un brand, che occupa gli spazi spesso occupati da Gucci e Versace.

E in effetti – non è senz’altro un caso – il presidente Zelensky, in un video datato 7 aprile, caricato sul sito ufficiale del governo, ha dichiarato: «Essere coraggiosi è il nostro brand, porteremo il nostro coraggio nel mondo!». 

E dunque, chi c’è dietro questa patinata operazione di propaganda che mira a rendere l’interventismo una scelta glamour e promuove una nazione come fosse un profumo di Chiara Ferragni? 

Il sito è opera di Banda Agency, un’agenzia creativa ucraina con sede a Kiev e a Los Angeles. Un’agenzia che aveva già collaborato col governo ucraino in altre campagne, una delle quali tre anni fa mirava – ahimè – a convincere le aziende del mondo ad investire in Ucraina. E accanto al logo di Banda appaiono altre grandi agenzie creative a supporto dell’operazione (non si sa bene che genere di supporto) quali Dentsu e Publicis. In una nota si spiega che le pianificazioni media in 15 paesi, tra i quali l’Italia, sono state rese possibili grazie a spazi offerti da Omd, Dentsu e Publicis.

Ma, soprattutto, si scopre che il progetto è «approvato dal Ministero della trasformazione digitale dell’Ucraina». E così appare tutto più chiaro: dietro a questa campagna da brand luxury con pubblicità nelle vie dello shopping di tutto il mondo c’è il governo ucraino.

Cercando informazioni sul web non si trova praticamente nulla se non un’intervista al direttore creativo di Banda, Dmitry Adabir: «Proprio nel cuore del conflitto noi come agenzia abbiamo distribuito due film come risposta all’invasione. Il primo era un video che metteva in evidenza l’impatto della guerra sul paese. Il secondo esprimeva gratitudine per la solidarietà internazionale». 

«La terza campagna mira a fare del coraggio ucraino un marchio. Non vogliamo l’eroica Ucraina uccisa da un mostro». Dunque non c’era malizia nelle supposizioni precedenti. L’Ucraina che in piena guerra diventa un marchio è davvero un progetto ideato da un governo la cui comunicazione è sempre più uno strano miscuglio tra la promozione dei grandi film d’azione americani e Black Mirror.

E il sospetto, osservando l’operazione di comunicazione ampia e chirurgica nella scelta di immagini e video postati dallo stesso Zelensky sui suoi canali social, era già venuto da un po’. Ma chi è la vera mente del progetto? È facilmente individuabile, visto che il ministro della trasformazione digitale (nonché vice-primo ministro) è Mykhailo Fedorov, 31 anni, uno col mito di Elon Musk, sicuro che l’Ucraina diventerà il più grande hub It in Europa. 

Colui che ha convinto (con sorprendente successo) le grandi aziende di Silicon Valley a boicottare la Russia e che sui suoi canali ha avviato una sorta di arruolamento digitale: «Stiamo creando un esercito digitale e abbiamo bisogno di talenti digitali. Tutti i compiti operativi verranno assegnati online. Ci saranno compiti per tutti. Continuiamo a combattere sul fronte cyber». Ed è anche colui che per dimostrare il potere dei suoi hacker posta sui suoi social ufficiali foto di soldati russi – quelli sorpresi a saccheggiare case di ucraini – in compagnia delle mogli, in dimensioni familiari, dando generalità e città di provenienza.

Ad ogni modo, che sia una guerra che si combatte anche sul piano della comunicazione non è una scoperta. Certo è che però viene da domandarsi due cose: la prima è chi stia finanziando questa costosa campagna promozionale per far diventare il coraggio ucraino un brand. Il governo ucraino, si suppone. Con quali fondi, in un momento come questo?

La seconda: non dovrebbe essere più chiaro che si tratta di promozione politica e non di una campagna sociale, come appare al primo sguardo? (Il sindaco Beppe Sala, per dire, non era al corrente di queste affissioni).  

Perché il coraggio sta anche nel palesare lo scopo di un’operazione di marketing così ambigua, in cui con la scusa di promuovere il coraggio di un paese in guerra, si sponsorizza, di fatto, l’interventismo. «Sii coraggioso come l’Ucraina», dicono, non «Siamo coraggiosi». E che nei video promozionali ci siano anche le molotov (che possono pure avere un sapore eroico durante l’urgenza della guerra, ma non fuori per uno spot), non solo è abbastanza discutibile ma appare come una deriva inquietante che ha il sapore dell’ultra nazionalismo. 

Insomma, «Sii coraggioso» è un’operazione di war-branding del governo ucraino che per essere almeno accettabile andrebbe promossa come tale, senza ambiguità: altrimenti è propaganda mascherata bene. E questo è un vizio che lasceremmo volentieri ai cattivi. 

Da today.it il 12 aprile 2022.

Il presidente russo Vladimir Putin è intervenuto in conferenza stampa insieme al leader bielorusso Alexander Lukashenko, dopo una visita al cosmodromo nella regione dell'Amur: "Quello che sta succedendo in Ucraina è una tragedia, ma la Russia non aveva scelta". Il leader del Cremlino ha sottolineato più volte come, secondo lui, non ci fosse altro modo di agire se non quello di iniziare l'invasione in Ucraina:  "Quello che sta succedendo in Ucraina è una tragedia, ma Alexander Lukashenko ha detto correttamente: non c'era scelta - ha affermato - Semplicemente non c'era scelta, l'unica domanda era quando sarebbe iniziato. Questo è tutto".

Putin: "Le immagini di Bucha sono false"

Un "fake". Vladimir Putin ha definito così di Bucha, degli orrori di Bucha, nel mezzo della guerra in Ucraina, dopo l'invasione russa, e delle accuse a Mosca. Secondo l'agenzia Tass, il presidente russo ha detto di aver ricevuto dall'omologo e alleato bielorusso Alexander Lukashenko documenti su Bucha e ha aggiunto: "È falso". "L'operazione militare speciale sta andando secondo i piani" ha ribadito Putin, affermando che la Federazione russa vuole raggiungere tutti i suoi obiettivi in Ucraina, riducendo al minimo le perdite, ha detto Putin.

Il presidente ha poi ringraziato i militari russi impegnati nell'operazione: "Prima di tutto, vorrei esprimere la mia gratitudine ai soldati e agli ufficiali russi per l'eroismo e il coraggio che mostrano nel servire la nostra patria. Svolgendo compiti complessi e pericolosi nel Donbass, in Ucraina, i nostri militari proteggono gli interessi della Russia, proteggono la Russia".

Durante la conferenza stampa tenuta al cosmodromo di Vostochnym insieme a Lukashenko, Putin si è anche soffermato sullo stato dei negoziati: "I colloqui sono ad un vicolo cieco, l'Ucraina ha deviato dagli accordi presi a Istanbul. Il sistema finanziario russo funziona bene, ma il rischio di danmi causati dalle sanzioni potrebbe aumentare a medio e lungo termine. Riguardo alle sanzioni - ha aggiunto - speravo in maggior buon senso da parte dell'Occidente. 

"Bielorussia posto giusto per i negoziati"

Putin ha poi "individuato" la Bielorussia come "il posto giusto" per i negoziati tra Mosca e Kiev. "Vorrei esprimere la mia gratitudine ai nostri colleghi bielorussi per la buona organizzazione di diversi round negoziali sul loro territorio - ha affermato - È diventato possibile avviare un dialogo diretto con la parte ucraina in gran parte grazie agli sforzi personali del presidente Alexander Lukashenko - Riteniamo che la Bielorussa sia il posto giusto per ulteriori contatti". 

"Russia e Bielorussia dovrebbero rafforzare la loro integrazione per fare fronte comune contro le sanzioni dell'Occidente - ha aggiunto Putin -Sono convinto nella situazione attuale, in cui i paesi occidentali hanno scatenato una guerra di sanzioni a tutto campo contro la Russia e la Bielorussia, è importante rafforzare la nostra integrazione nel quadro dell'Unione (tra i due Paesi, ndr) Siamo d'accordo con Alexander su questo".

Anna Zafesova per “La Stampa” l'11 agosto 2022.

«I bambini uccisi in Ucraina non sono un fake... Quanti bambini devono morire prima che voi vi fermerete?»: l’ultimo post di Marina Ovsiannikova prima dell’arresto potrebbe essere considerato un’aggravante. 

La ex redattrice del Primo canale della Tv di Stato russa, diventata famosa a marzo per aver fatto irruzione nello studio del telegiornale con il cartello «No alla guerra», è stata arrestata ieri nella sua dacia vicino a Mosca, e rischia ora fino a dieci anni di carcere. 

L’accusa è di «diffusione di fake news sull’esercito russo per motivi di odio politico», articolo 207 del codice penale, introdotto con l’inizio della «operazione militare speciale» e responsabile già di migliaia di arrestati e condanne anche soltanto per un post che denunciava la guerra contro l'Ucraina.

Ma quello di Marina Ovsiannikova è un caso simbolico: non solo la sua protesta era stata così visibile, ma anche perché molti, soprattutto in Ucraina, l’avevano sospettata di essere a sua volta parte della propaganda, una finta dissidente inventata dal Cremlino per mostrare che in Russia poteva esistere il dissenso.

L’obiettivo del regime putiniano negli ultimi mesi è stato semmai quello di dimostrare ai russi che ogni dissenso viene immediatamente punito, ma la stessa giornalista ha fatto di tutto per dimostrare di essere una dissidente «vera», e di farsi perdonare gli anni passati a lavorare per la propaganda statale. 

Quasi cercando lo scontro con il regime, aveva manifestato davanti al Cremlino con il cartello «Putin è un assassino, i suoi soldati sono dei fascisti», augurando pubblicamente la vittoria militare all’Ucraina e il tribunale internazionale a Putin e ai suoi alleati.

Qualcosa che non si poteva più tollerare: i propagandisti russi accusano apertamente Ovsiannikova di lavorare per lo spionaggio britannico, e il suo ex marito aveva iniziato la procedura per toglierle la custodia dei loro due figli. 

Chiamare la guerra «guerra», e raccontarne le atrocità, è definitivamente un reato: ieri a Mosca un tribunale ha inflitto una multa pesantissima alla Novaya Gazeta per il reportage di Elena Kostiuchenko dalla Kherson occupata dai russi, con la motivazione «per abuso della libertà di stampa». E a Ekaterinburg il deputato locale Aleksey Khodarev è stato incarcerato per aver postato sui social l’inchiesta di Aleksey Navalny sulla corruzione dell'ex presidente e premier Dmitry Medvedev, considerata «materiale estremista».

Le repressioni in Russia sembrano intensificarsi proprio mentre l’Unione Europea sta discutendo se negare a tutti i cittadini russi – inclusi i dissidenti – il diritto a richiedere un visto Schengen. La proposta era stata lanciata da Volodymyr Zelensky in un’intervista al Washington Post, insieme all’idea di «rispedire indietro» anche i russi fuggiti dopo la guerra. 

La visione di responsabilità collettiva di un popolo ha suscitato l’immediata protesta dei leader dell’opposizione russa – dallo scacchista Garry Kasparov all’economista Sergey Guriev, tutti in forzato esilio – che ha ricordato come i russi che protestano rischino il carcere, e come un divieto «etnico» possa venire utilizzato dal Cremlino.

In effetti, Medvedev ha subito paragonato Zelensky a Hitler, mentre altri propagandisti hanno accusato gli ucraini – e gli europei – di «russofobia». Ma ieri il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha insistito chiedendo a Ue e G7 di bandire i russi: «Appoggiano in maggioranza la guerra, devono imparare a rispettare i confini prima di attraversarli». 

Una questione che ora sta spaccando l’Ue. Gli Stati Baltici hanno tutti limitato o sospeso i visti per i russi, e la premier estone Kaja Kallas ha dichiarato che viaggiare in Europa «non è un diritto, è un privilegio».

Sofia e Praga aderiscono alla proposta, anche perché temono la «quinta colonna» di numerosi russi che possiedono immobili, e la premier finlandese Sanna Marin vorrebbe chiudere i visti ai russi che usano Helsinki come punto d’ingresso per proseguire poi le vacanze altrove in Europa. In diverse città europee – tra cui Milani, Vienna e Berlino – ci sono stati scandali con turisti russi che aggredivano e insultavano profughi ucraini inneggiando a Putin. 

L’Europa ora dovrà decidere come risolvere il dilemma dell’impedire ai cittadini di un Paese invasore di godersi spiagge e negozi, senza penalizzare chi cerca di fuggire dalla Russia. Un dossier delicato, e un portavoce della diplomazia tedesca ieri ha confermato che il divieto ai russi di chiedere visti europei potrebbe «ipoteticamente» entrare nel prossimo pacchetto di sanzioni Ue. 

Da ansa.it il 3 ottobre 2022.

La giornalista russa Marina Ovsyannikova, diventata famosa per avere mostrato un cartello contro l'operazione militare in Ucraina durante una diretta televisiva, è stata inserita dal ministero dell'Interno nella lista dei ricercati. Lo riferisce il sito Mediazone. 

Ovisannikova era agli arresti domiciliari con l'accusa di avere diffuso false notizie contro le forze armate, ma, secondo quanto riferito dal marito, il primo ottobre sarebbe fuggita portando con sé la figlia di 11 anni.

La giornalista era diventata famosa in tutto il mondo lo scorso marzo per essere apparsa in diretta alle spalle di una conduttrice del telegiornale mostrando il cartello 'Stop alla guerra, non credete alla propaganda'. 

Per quell'episodio era stata condannata a una multa, ma lo scorso agosto era stata posta agli arresti domiciliari per avere mostrato vicino al Cremlino un altro cartello contro la cosiddetta operazione militare speciale in Ucraina. Per questo episodio era stata posta agli arresti domiciliari fino al 9 ottobre.

Marina Ovsyannikova di nuovo arrestata a Mosca. La collaboratrice del Dubbio fermata a Mosca, il suo avvocato vuole saperne di più sulle accuse mosse dall’autorità giudiziaria. Gennaro Grimolizzi Il Dubbio l'11 agosto 2022.

Marina Ovsyannikova è stata di nuovo arrestata. I timori della collaboratrice del Dubbio su un’altra azione eclatante della polizia e dei servizi di sicurezza si sono rivelati più che fondati e si sono materializzati all’alba di ieri. Mercoledì sera, dopo aver scritto per il nostro giornale un interessantissimo pezzo sui processi a porte chiuse nei confronti dei dissidenti e sulla cosiddetta “psichiatria punitiva”, Ovsyannikova ha espresso a chi scrive tutta la sua preoccupazione per i continui pedinamenti. Due auto – probabilmente dell’Fsb – l’hanno seguita tutto il giorno per le vie di Mosca e fino sotto casa.

Ieri mattina alle sei il blitz di ben dieci tra poliziotti e uomini del Comitato investigativo per effettuare una perquisizione alla presenza della figlia undicenne. La giornalista dissidente è stata prelevata dalla sua abitazione e condotta in quelle che in Russia chiamano “Commissioni d’inchiesta”. Nel momento in cui andiamo in stampa non ci sono ancora notizie su un suo rilascio. Il suo numero di telefono risulta irraggiungibile. Si tratta del secondo arresto nel giro di poco più di un mese.

Questa volta le autorità russe contestano a Marina Ovsyannikova la protesta di qualche settimana fa con l’esposizione, nel centro di Mosca, di uno striscione contro Putin e di condanna per l’uccisione di numerosi bambini in Ucraina. Il procedimento penale aperto nei confronti dell’ex redattrice di Channel One rientra tra quelli sulla diffusione di notizie false riguardanti l’esercito russo (articolo 207.3 del codice penale della Federazione Russa). Per questo reato è prevista la reclusione fino a dieci anni.

L’avvocato di Ovsyannikova, Dmitry Zakhvatov, ha dichiarato all’Afp che vuole conoscere meglio le accuse mosse dall’autorità giudiziaria. Lo scorso 8 agosto Ovsyannikova si è presentata per l’ennesima volta nel Tribunale di Cheremushkin per difendersi dall’accusa di aver screditato l’esercito russo con un post pubblicato su facebook. È stata condannata al pagamento di una multa di 40mila rubli (neanche mille euro).

Tre giorni fa Marina ha ironizzato sul “grande lavoro” dei magistrati, intenti a far tacere una voce libera e critica nei confronti di Putin. Rivolgendosi al giudice, Ovsyannikova ha detto: «Vostro Onore, questa è la terza assurda causa contro di me. Più precisamente, una imitazione di una causa. Ancora una volta ribadisco che il diritto alla libertà di parola mi è garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Pertanto, considero assurde e inaccettabili le accuse mosse contro di me». Ieri l’ennesima puntata della repressione del dissenso nella Russia putiniana.

Marina Ovsyannikova, la polizia russa arresta la giornalista del cartello «No alla guerra». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 18 Luglio 2022.  

Venerdì è apparsa di fronte al Cremlino con un altro cartello: «Putin è un assassino, e i suoi soldati sono dei fascisti. Hanno ammazzato 352 bambini». Una sfida troppo evidente per essere ignorata. 

Quando era andata in Ucraina per conto di un giornale tedesco, era stata accolta malissimo . Dicevano che faceva il doppio gioco, che era una marionetta al soldo del Cremlino. Anche nella sua Mosca correvano voci sulla sua presunta ambiguità, alimentate anche dai messaggi ondivaghi che pubblicava sul suo account di Telegram. Forse da ieri c’è qualche dubbio in meno sulla sua sincerità. Marina Ovsyannikova , la giornalista dell’emittente statale e filogovernativa Primo Canale, che lo scorso 14 marzo era apparsa in diretta durante il telegiornale con un cartello sul quale mischiando russo e inglese era scritto «Ferma la guerra, non credere alla propaganda, qui ti stanno mentendo», è stata arrestata.

Le era già successo quella stessa sera, e il suo rilascio avvenuto dopo pochi giorni era stato il fattore scatenante dei sospetti sul suo conto. Era stata punita con una multa equivalente a cinquecento euro. Neppure troppo pesante, quasi simbolica. Questa volta, le autorità non hanno potuto esimersi. Venerdì era apparsa sulla sponda della Moscova, di fronte al Cremlino, con un altro cartello in mano, ancora più esplicito del precedente. «Putin è un assassino, e i suoi soldati sono dei fascisti. Hanno ammazzato 352 bambini. Quanti altri ne volete uccidere prima di fermarvi?» La sfida era troppo evidente per essere ignorata, troppo vicina al simbolo del potere russo.

Ovsyannikova era rientrata a Mosca da una settimana, per seguire la causa di affidamento dei suoi due figli. L’ex marito, anch’egli giornalista, dopo aver condannato la sua protesta in diretta che aveva attirato l’attenzione del mondo intero, aveva infatti chiesto al tribunale l’affidamento dei ragazzi, di undici e diciassette anni, sostenendo che Marina era ormai diventata un «agente straniero» e aveva scelto di lavorare all’estero. Proprio l’essere madre di due minorenni era stata la ragione giuridica che aveva giustificato la sua mancata incarcerazione. Ma non era stata sufficiente a proteggerla dalle teorie del complotto, che parlavano di una messinscena concordata con il Cremlino per mostrare come il dissenso sia possibile e consentito, e avevano trovato terreno fertile in alcune sue dichiarazioni contro le sanzioni occidentali.

La giornalista, nata a Odessa nel 1978 ma cresciuta nella Russia meridionale, aveva invece continuato a protestare contro la guerra in Ucraina, in solitudine. Era anche convinta che in qualche modo la resa dei conti sarebbe prima o poi arrivata. Non sbagliava. Negli ultimi giorni il suo canale Telegram aveva lanciato un nuovo slogan che non lasciava presagire nulla di buono. «Gde Marina?» Dov’è Marina? Poi sono apparse le foto che mostravano alcuni agenti che la portavano via. Neppure quelle immagini le avevano risparmiato ironie sui vestiti di lusso e sul suo presunto doppio gioco. Ieri, un altro messaggio. «È stata arrestata e le informazioni sulla sua posizione sono ignote». Sono le stesse parole che vennero utilizzate anche a marzo. Ma questa volta è assai probabile che la fine della storia sia ben diversa, purtroppo.

Rilasciata la giornalista dissidente russa (e collaboratrice del Dubbio) Marina Ovsyannikova. La giornalista: «Ormai ho capito che è meglio uscire di casa con il mio passaporto e una borsa». Il Dubbio il 18 luglio 2022.

Rilasciata dopo poche ore di detenzione la giornalista russa marina Marina Ovsiannikova, collaboratrice del Dubbio, divenuta famosa per aver esibito in televisione durante un telegiornale un cartello contro la guerra in Ucraina e arrestata ieri per aver protestato di nuovo contro l’invasione. «Va tutto bene», ha dichiarato la giornalista su Facebook durante la notte. «Ormai ho capito che è meglio uscire di casa con il mio passaporto e una borsa». L’avvocato della giornalista – che perse il lavoro dopo l’exploit televisivo – ha confermato il rilascio, aggiungendo che il fermo era dovuto al sospetto che stesse screditando le forze armate russe.

La reporter – che archiviata la collaborazione col quotidiano tedesco Die Welt aveva appena iniziato a scrivere per il Dubbio – aveva partecipato ieri a una manifestazione di protesta davanti al Cremlino contro i bombardamenti sulla città ucraina di Vinnitsa. «I media di propaganda non hanno detto una parola sulla morte dei bambini il giorno in cui è successo», aveva scritto poche ore fa sui social network. «Oggi 353 vite di piccoli angeli sono state portate via da questa guerra insensata. Quanti altri bambini devono morire perché le truppe russe smettano di bombardare l’Ucraina?», recita il post. «Questi bambini sono diventati semplici pedine in una feroce lotta per il potere, l’influenza, i gasdotti e i porti di grano. Ma tutto questo vale le lacrime di un solo bambino innocente?».

Marina Ovsyannikova è attesa in Tribunale per l’8 agosto a causa della legge putiniana che stronca ogni punto di vista anche solo vagamente critico sull’invasione russa.

Marina Ovsyannikova, la giornalista che protestò sulla tv russa, contestata e «cacciata» dall’Ucraina. Redazione Esteri su Il Corriere della Sera il 6 giugno 2022.

La reporter diventata celebre dopo avere mostrato un cartello in diretta ha dovuto cancellare una conferenza a Kiev: gli ucraini non le perdonano il ruolo nella propaganda di Mosca. 

Per il mondo occidentale è una sorta di piccola eroina del dissenso interno contro Vladimir Putin, lei che ha osato criticare in diretta lo zar e la sua guerra su uno dei canali più popolari (e filogovernativi) della Russia. Eppure Marina Ovsyannikova, la giornalista che il 14 marzo si è presentata alle telecamere di Channel One Russia con il cartello «No alla guerra. La propaganda vi mente», vive una situazione paradossale: è disprezzata tanto dai russi quanto dagli ucraini.

I primi la considerano una sovversiva al soldo del nemico — «È una spia al servizio della Gran Bretagna», ha sostenuto il direttore della televisione dove lavorava — i secondi una traditrice in cerca di redenzione dopo aver contribuito a propagare le false verità del Cremlino. E, cosa ancora più grave, di averlo fatto pur essendo nata a Odessa. Nel Paese sotto attacco, la reporter è così malvista da essere stata costretta a cancellare, l’1 giugno, una conferenza stampa in programma a Kiev su un tema che pure le è familiare: «Come funziona la propaganda russa».

Appena si è diffusa la voce, sulle pagine social di Interfax-Ucraina, l’organizzatore dell’evento, sono piovuti centinaia di commenti negativi, tra i quali ha persino cominciato a prender piede l’idea di organizzare una protesta sotto gli uffici dell’agenzia di stampa. Sta di fatto che, nel giro di un’ora, la conferenza è stata cancellata. È solo l’ultima di una serie di attacchi che le sono arrivati da più parti: il 14 aprile, alcuni attivisti ucraini hanno chiesto che la giornalista venisse licenziata da Die Welt , il quotidiano tedesco che l’ha assunta dopo che è stata rilasciata dal tribunale di Mosca. Solo una settimana più tardi, le è stato negato il “Premio per la libertà della Germania” come conseguenza di altre proteste.

Ovsyannikova vive tuttora a Berlino. Ma ha già in programma di tornare a Mosca «perché lì è la mia casa e lì tornerò», ha ripetuto a Non è l’arena ieri sera. Lì abitano i suoi figli, che l’hanno accusata di avere «distrutto la loro famiglia», e l’ex marito, anche lui giornalista per RussiaToday che l’ha denunciata per levarle il diritto a vederli . «La mia vita è distrutta, non ho più niente», ha proseguito ai microfoni di La7. Neppure la simpatia dei suoi connazionali, che non le hanno perdonato il suo passato: lo dimostra la secca reazione dell’attivista ucraina Daria Kaleniuk alla notizia che le sarebbe stato consegnato il premio Vaclav Havel per il dissenso creativo: «È una vergogna».

L’urlo di Marina Ovsyannikova: «Per Putin sono una traditrice, per gli ucraini una spia russa». La giornalista che denunciò la guerra sta vivendo una situazione paradossale ma non si perde d’animo. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'11 giugno 2022.

Marina Ovsyannikova sta pagando un prezzo molto alto per le scelte coraggiose dei mesi passati. Dopo aver mostrato un cartello contro la guerra in Ucraina, durante il telegiornale filogovernativo di Channel One, la giornalista- dissidente fa i conti con la durezza dei media ucraini e con la conclamata avversione della Russia (si veda anche Il Dubbio dell’ 8 giugno).

Tanto in Ucraina quanto in Russia viene considerata una spia. A Kiev la ritengono vicina all’Fsb (i servizi segreti russi), a Mosca impegnata a fornire supporto ai britannici. Inoltre, in Ucraina l’ostilità si è manifestata con l’annullamento di alcune iniziative che avrebbero dovuta averla come protagonista. Marina è però una donna forte e, nonostante il clima pesante che la circonda, continua per la sua strada e a fare il lavoro che ama. Non dimentichiamo che anche ad Anna Politkovskaja fu fatta terra bruciata dal sistema putiniano, fatte salve le profonde differenze tra Ovsyannikova e la giornalista di Novaja Gazeta.

Dopo la clamorosa protesta davanti a milioni di telespettatori, negli studi del Primo Canale, il giornale tedesco Die Welt si è assicurato la collaborazione giornalistica di Ovsyannikova. Da un paio di mesi la sua città di adozione è Berlino. Da qui, almeno fino all’inizio del prossimo autunno, Marina Ovsyannikova racconterà quanto accade in Ucraina dal suo duplice osservatorio, dato che è originaria di Odessa e ha lavorato per anni con la televisione che incensa ogni giorno la Russia di Putin.

Le scelte professionali di Marina hanno avuto dirette ripercussioni sulla sua vita privata. Lontana dai figli, rimasti a Mosca, rischia di combattere su due fronti. Il primo: difendersi dalle accuse e dall’inevitabile processo cui andrà incontro a seguito della contestazione negli studi di Channel One. Il secondo fronte, quello più delicato, riguarda il ricongiungimento con almeno la figlia minore. Vorrebbe riabbracciarla e averla con sé a Berlino, ma si tratta di una cosa tutt’altro che facile.

L’ex compagno, giornalista del desk spagnolo e dell’America Latina di Russia Today (uno degli amplificatori della voce e delle gesta del Cremlino), le sta dando filo da torcere proprio sull’affidamento dei figli e pretende la piena custodia. Il figlio maggiore ha dichiarato nelle scorse settimane di essere «un forte sostenitore della guerra in Ucraina» e considera la madre «una traditrice». Abbiamo contattato la reporter per commentare con lei le ultime vicende.

«Vivo con tristezza – dice ancora al Dubbio Marina Ovsyannikova – questa difficile situazione, ma mi faccio forza. Stare lontano da mia figlia è la cosa che mi pesa di più». In tutto questo, però, Marina non perde l’ottimismo, che le viene trasferito dai numerosi attestasti di stima, dalla vicinanza dei lettori e dalla considerazione dei media italiani. Il nostro giornale ad aprile ha avuto il piacere di intervistare Marina (siamo stati i secondi dopo la trasmissione televisiva “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio).

«Grazie Italia – continua Ovsyannikova – per quanto fai. Mi sostieni davvero in questa situazione assurda. Avrei voluto lavorare in Ucraina come giornalista, mostrare i crimini di Bucha, di Kharkiv, registrare un’intervista con Zelensky». Tutto congelato per il momento. Marina è conscia di essersi messa contro l’apparato di potere e mediatico della Russia di Putin. «Per distruggere la propaganda del Cremlino – aggiunge – ho dovuto dire la verità ai russi. Alla fine tutto si è trasformato in un’assurdità. Sto pensando di tornare a Mosca per partecipare al processo nel quale sarò coinvolta. Combatterò e lo farò prima di tutto per mia figlia, che dovrebbe vivere con me, non con suo padre».

La producer diventata famosa in tutto il mondo dopo la protesta in diretta. “Marina Ovsyannikova spia della Russia”, le accuse alla giornalista sospettata da Kiev. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Giugno 2022. 

Marina Ovsyannikova non sa se finirà in una prigione russa o in una prigione ucraina. “In Ucraina mi odiano e mi credono una spia dell’Fsb, in Russia pensano che sia una spia britannica”, ha detto in un’intervista a Repubblica la giornalista diventata famosa in tutto il mondo dopo aver interrotto il telegiornale di Channel One della tv pubblica russa con un cartello contro la guerra scatenata dal presidente Putin in Ucraina. Da allora, dice, vive a Berlino da sola, lontano dai figli, ha perso quello che era il suo lavoro, la sua casa ma in Ucraina sono convinti che sia una spia dell’FSB.

La giornalista è nata a Odessa, per metà russa e per metà ucraina. Oggi lavora come freelance per il quotidiano tedesco Die Welt. Il suo viaggio tra Kiev e Odessa di fine maggio è diventato un caso nazionale. Ma da dove viene la convinzione che si tratti di una spia del nuovo KGB? Da alcune sue dichiarazioni in cui Ovsyannikova aveva sostenuto che sarebbe stato più giusto separare, per quanto riguarda le sanzioni occidentali, il presidente russo Vladimir Putin e gli oligarchi dalle persone comuni e dall’economia russa.

“Esattamente la narrativa di cui ha bisogno il Cremlino per farsi togliere le sanzioni”, ha scritto su Facebook Dima Replianchuk, giornalista investigativo ucraino che in collaborazione con la Procura Generale di Kiev indaga sui crimini di guerra. Una sintesi di quello che è il sentimento nei confronti della giornalista. Il suo viaggio in Ucraina è stato definito una missione di propaganda dell’Fsb – a Repubblica, per provare i suoi propositi, Ovsyannikova ha mandato degli spezzoni del reportage che ha preparato mentre era in visita davanti a un albergo di Odessa distrutto da un bombardamento.

“Quelle frasi sulle sanzioni le ho dette prima di aver visto il massacro di Bucha, ora ho cambiato idea! Ora sono convinta che la guerra sia una responsabilità collettiva dei russi e che la comunità internazionale debba colpire la Federazione con più sanzioni di quante ne ha già approvate. Ero pronta a spiegarlo di persona, però non me ne è stata data la possibilità”. Ovsyannikova avrebbe voluto spiegarsi in una conferenza stampa, ideata da lei con Die Welt e due ong, una americana e una olandese, organizzata dall’agenzia Interfax-Ucraina per il 31 maggio, Occasione che però è stata cancellata. La responsabile dell’osservatorio sulla trasparenza dei media, Natalia Lyhachova, aveva invitato a ignorare l’evento.

“Sono stati i vertici di Interfax-Russia a chiamare e a ordinare di annullare la conferenza”. Almeno ufficialmente, tuttavia, la filiale ucraina si è staccata dalla sede di Mosca dopo Euromaidan. Fatto sta che da simbolo della dissidenza russa – della quale si sono perse le notizie dopo le manifestazioni contrarie alla guerra dopo l’inizio dell’invasione – Ovsyannikova è diventata profilo sospetto anche a Kiev. “Ero disponibile a rispondere a ogni domanda, anche a ripetere per l’ennesima volta che sono uscita dalla Russia non perché sono una spia ma solo grazie all’aiuto della comunità internazionale, soprattutto Stati Uniti e Francia. Zelensky allora si era congratulato con me”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Leonard Berberi per il “Corriere della Sera” il 17 maggio 2022.

Marina Ovsyannikova, la giornalista della tv russa Canale 1 che il 14 marzo fece irruzione al tg per dire no alla guerra in Ucraina, rischia di perdere la custodia dei figli - di 11 e 17 anni - per una causa intentata dall'ex marito.

A rivelarlo, nell'intervista alla pubblicazione russa Holod, è Ovsyannikova, 43 anni, che ora vive in Germania, scrive per il quotidiano Die Welt e per quella irruzione in tv è stata condannata a pagare 250 euro di multa.

La giornalista ha saputo della causa il 14 maggio, anche se risulta depositata il 19 aprile. Il contenuto «è sconosciuto» - riporta Holod -, ma appartiene alla categoria delle «controversie relative all'educazione dei bambini». 

Ieri alla prima udienza la donna - che vuole tornare in Russia solo quando Putin se ne sarà andato - non era presente. Anche perché se perdesse la custodia dei figli, in particolare della più piccola, per le norme locali finirebbe in cella proprio per l'incursione in tv. Ovsyannikova racconta che è separata da tre anni e mezzo dall'ex marito, dipendente dell'altra tv di Stato Rt (ex Russia Today ), che non permette ai figli di andare a vederla in Germania. «Non so perché mi abbia fatto causa - dice - eravamo in rapporti abbastanza normali, ma dopo la protesta non mi parla più». 

Uno dei ragazzi, il 17enne, è «un forte sostenitore della guerra in Ucraina» e la considera una traditrice. La donna ha ceduto la casa ai figli così da non avere alcuna proprietà da far sequestrare. «Penso che il mio ex marito sia stato costretto ad agire contro di me», ipotizza e punta il dito sulla direttrice di Rt. Non che con gli ex colleghi vada meglio: «Mi scrivono su Facebook insulti e maledizioni».

Marina Ovsyannikova torna in Russia: «Sfido Putin per salvare i miei figli». La giornalista a Mosca per difendere la figlia di 11 anni dalla volontà di affido esclusivo del padre. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 5 luglio 2022.

Il coraggio di una madre e di una giornalista che ha detto basta alla propaganda putiniana. Quella di Marina Ovsyannikova è la storia di una donna che guarda in faccia la realtà, conscia dei rischi che corre nella Russia di Putin, dove è vietato parlare di guerra e criticare il grande manovratore del Cremlino, inviso ormai a mezzo mondo.

Marina Ovsyannikova è rientrata ieri a Mosca, dopo una parentesi all’estero, lontana dai due figli, durata quasi quattro mesi. Archiviata la collaborazione con il giornale tedesco Die Welt, oggi la ex giornalista di Channel One comparirà in Tribunale a Mosca per difendere il suo diritto di madre coraggiosa e amorevole. L’ex marito, un importante giornalista di RT, legato a Putin e agli oligarchi, vuole prendersi cura esclusivamente dei figli di 17 e 11 anni. Una scelta che sin dal primo momento ha visto contraria Marina, desiderosa di stare accanto almeno alla figlia undicenne. Desiderosa di trovare con il suo avvocato una soluzione per portarsela fuori dalla Russia e ricominciare una nuova vita. Mettersi alle spalle la carriera di giornalista di regime, che, in un moto di coscienza, ha voluto dare una svolta alla propria vita. Troppo pesante la lontananza senza svolgere il ruolo materno. Ovsyannikova avrebbe potuto continuare a vivere all’estero.

Negli ultimi mesi ha realizzato reportage in Moldavia, Ucraina, Lituania, avendo come base Berlino. In Germania, nell’ambasciata francese, ha ricevuto poche settimane fa un importante riconoscimento a dimostrazione del suo impegno per la libertà di stampa. A maggio le è stato consegnato ad Oslo il Premio Vaclav Havel per il dissenso e le critiche espresse dopo la decisione della Russia di invadere l’Ucraina, il Paese in cui è nata nel 1978.Ora, il ritorno in patria e il delicato appuntamento giudiziario di oggi. Nella Russia di Putin nulla è certo.

Marina ha contestato in maniera clamorosa la guerra in Ucraina nello scorso di mese di marzo. Lo ha fatto davanti a milioni di telespettatori durante l’edizione serale del telegiornale, esponendo alle spalle della conduttrice un cartello con la scritta: “No alla guerra, fermate la guerra. Non credete alla propaganda, vi stanno mentendo”. Per quel gesto ha trascorso una notte in un commissariato di polizia ed è stata multata. Sul processo riguardante la protesta del 14 marzo non si conosco molti dettagli, neppure la diretta interessata è in grado di prevedere la piega che prenderà. Quello che conta adesso è evitare che il marito le strappi i figli. Per il più grande è la stessa Ovsyannikova a non farsi illusioni.Prima di partire ha scritto un post sulla sua pagina Facebook in cui emergono preoccupazione e rabbia per quanto sta accadendo nel suo Paese, «un luogo dove tutto è impregnato di odio e di simbolismo militarista».

La speranza di Marina è di riprendere a vivere con la figlia undicenne, possibilmente lontano da Mosca, e che in Russia cambi qualcosa. «Mio figlio – scrive la giornalista-dissidente – è ormai maggiorenne e ha il diritto di determinare il proprio destino. Ma mia figlia di 11 anni deve vivere con me fuori dallo Stato aggressore. Solo fuori dalla Russia in guerra potrò trasferirle corretti valori morali. Deve crescere in una società occidentale libera, dove ogni vita umana non ha prezzo. Dove ai bambini si insegnano cose buone invece di provocarli ad odiare le persone di altre nazionalità, costringendoli a marciare in uniformi militari, disegnare la svastica sotto forma di lettera Z e lodare la guerra. Per milioni di famiglie questa guerra è diventata una vera tragedia. Putin e il suo esercito hanno portato dolore e sofferenza in ogni casa da entrambi i lati del confine. La nostra società è sprofondata in un abisso di odio, aggressività e caos. Per quale idea nazionale stanno combattendo i soldati russi? Perché hanno occupato la terra straniera?».

Marina è realista. Sa bene che la sua sovraesposizione mediatica e giudiziaria è un’arma a doppio taglio. Potrà essere arrestata o potrà continuare a far sentire la sua voce critica. In quest’ultimo caso lo potrà e lo vorrà fare in Russia, senza la possibilità di espatriare con la figlia? Fino a quando Putin glielo consentirà? Lei però non demorde e spera che l’Europa la accolga come una cittadina richiedente protezione. Sul suo caso sembra che la Gran Bretagna sia particolarmente attenta. Dagli Stati Uniti, invece, l’attenzione è rivolta sul fronte editoriale, sulla storia della giornalista che si è messa contro Putin.

«Non mi nasconderò vigliaccamente e non tacerò», ha detto ieri prima di imbarcarsi. «Potrei essere arrestata – ha aggiunto – proprio all’aeroporto. Sarò accusata di un nuovo “articolo falso” per la mia protesta in diretta su Channel One o per i miei post contro la guerra e sui social media. Ma qualunque cosa accada, non mi tirerò indietro per le parole che ho detto. Nessuna forza può compromettere la mia coscienza. Chiamerò sempre la guerra con il suo nome. E quelli che hanno scatenato questo sanguinoso massacro sono dei criminali, che alla fine finiranno sul banco degli imputati del Tribunale internazionale».

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 3 luglio 2022.  

È un’altra penosa storia di violenza e discesa nell’orrore concentrazionario della Russia di Vladimir Vladimirovich Putin. E tra l’altro sottolinea certe stranissime disparità di trattamenti che pongono interrogativi inquietanti. 

Mentre Marina Osyannikova – la producer di Rossiya1 che alzò un cartello pacifista durante il tg della sera – è stata rilasciata con una piccola multa, e adesso collabora con un settimanale importante in Germania – ieri nel tardo pomeriggio in Russia la reporter Maria Ponomarenko, che fu incarcerata per aver detto la verità su Mariupol – ossia che sul teatro drammatico di Mariupol erano stati lanciati missili russi, non avallando la narrazione del Cremlino di una esplosione dall’interno causata dal battaglione Azov – è stata ora trasferita in un centro di detenzione psichiatrico.

Il collettivo di reporter russi Sota dice «per una visita psichiatrica», che deve essere abbastanza accurata, visto che verrà tenuta lì almeno un mese. Non dev’essere bello, finire in un ospedale psichiatrico da oppositore di Putin, in Russia. 

RusNews, la testata di Maria Ponomarenko, comunica su Telegram la vicenda, nel disperato tentativo di tenere accesa una luce in una Europa che si sta addormentando: «In questo momento la nostra collega si trova nell'Ospedale Psichiatrico Clinico Regionale di Altai, situato a Barnaul in via Suvorova, 13».

Una attivista di Novosibirsk, Yana Drobnokhod, ha raccontato su Telegram di essere andata nel centro psichiatrico per incontrare la reporter, che è sottoposta a un regime di isolamento dedicato in sostanza a chi ha problemi mentali pericolosi. «Siamo andati a trovarla oggi. Le sono proibite lettere, incontri con i parenti. Ma le sarà possibile incontrare un avvocato». I contatti avverranno attraverso appunto il legale, Sergey Podolsky. 

Le storie di reporter o anche solo semplici dissidenti che rischiano anni di galera per gesti di normalissimo dissenso – o nel caso della reporter, per aver fatto il suo lavoro – si stanno moltiplicando. 

E gettano una luce ancora più strana sulla storia di Marina Osyannikova, che invece secondo molti osservatori, non solo ucraini, non si era mai segnalata per il minimo attivismo in precedenza, e è stata miracolosamente perdonata dalle autorità russe.

L’ultima in ordine di tempo a pagare, invece, è stata Sasha Skolichenko, una attivista russa accusata di aver semplicemente sostituito i cartellini dei prezzi in un negozio di alimentari con cartelli contro la guerra. 

È detenuta dall'11 aprile, e il 30 giugno sono state formalizzate contro di lei accuse che possono portarla a un periodo da cinque a dieci anni di carcere. Oleksandra Matviichuk, direttrice del Center for Civil Liberties (Ukraine)/ Democracy Defender (premiato dall’Osce), riferisce che Skolichenko «ha dovuto affrontare pressioni psicologiche e bullismo durante la detenzione da parte dei suoi compagni di cella». La tortura ai detenuti è ovviamente vietata da tutte le convenzioni internazionali.

L’elenco di giornalisti russi arrestati solo in questi mesi è infinito  certamente sempre incompleto, Isabella Yevloeva (Fortanga), Ilya Krasilshchik, Alexander Nevzorov, Andrey Novashov (Sibir.Realii, Tayga.info), Sergei Mikhailov (Listok), Mikhail Afanasyev (Novyi Fokus). Il 27 giugno uno uno dei pochi leader dell'opposizione russa che non erano ancora arrestati e si sono apertamente opposti alla guerra, Ilya Yashin, è stato messo in cella. 

Il caso del giornalista Ivan Safronov, accusato addirittura di «tradimento», continua a mietere vittime nella società civile, a fine giugno è stato arrestato anche Dmitry Talantov, presidente dell'Ordine degli avvocati, avvocato di Safronov: Talantov secondo il Cremlino avrebbe diffuso informazioni deliberatamente false sulle azioni delle forze armate russe (l’accusa consentita dalla nuova legge varta da Putin il 5 marzo). 

Sembrano tornare i tempi sovietici più bui, quelli in cui lo scrittore Yevgenij Zamyatin, scrivendo a Iosif Stalin per chiedere di essere liberato, con grandissima dignità non si piegava: la più grande tortura per me, disse, è il divieto di scrivere. E  per noi il divieto di sapere la verità.

Terrore, delazioni e propaganda: i russi non parlano della loro guerra. Il presidente della Duma toglie la cittadinanza alla giornalista Marina Ovsyannikova: è una spia. Simona Musco su Il Dubbio il 13 aprile 2022.

«Marina Ovsyannikova ha ricevuto una proposta di lavoro presso Die Welt. Così è stato svelato il suo trucco durante il telegiornale su Channel One. Ora lavorerà per uno dei paesi della Nato, giustificherà la fornitura di armi ai neonazisti ucraini, invierà mercenari che combatteranno contro i nostri soldati e ufficiali e giustificherà le sanzioni imposte alla Federazione Russa. Sfortunatamente, per tali “cittadini della Federazione Russa” non esiste una procedura per la privazione della cittadinanza e il divieto di ingresso nel nostro paese. Ma forse sarebbe giusto». Il canale Telegram del presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, è un pullulare di “mi piace” e commenti: oltre 23mila pollici in su per la battaglia contro i «traditori nazionali», «l’autopulizia» da condurre in parallelo con la «denazificazione dell’Ucraina». L’operazione passa attraverso lo spegnimento di ogni critica. I giornali di opposizione sono stati chiusi, le voci libere messe a tacere.

Ieri, ad esempio, al tribunale Dorogomilovsky, a Mosca, quattro ex redattori del magazine studentesco Doxa, accusati dal Comitato investigativo russo di incoraggiare i minori a prendere parte ad attività illegali, sono stati condannati a due anni di «lavori correttivi» e per tre anni non potranno gestire alcun sito web. La loro colpa: la pubblicazione di un video, nel 2021, che testimoniava l’obbligo imposto agli insegnanti di scoraggiare gli studenti a partecipare a manifestazioni a sostegno di Alexey Navalny. E proprio mentre la sentenza veniva confermata, davanti al Tribunale, una donna è stata portata via dagli uomini della polizia russa e rinchiusa in carcere per aver gonfiato palloncini con i colori della bandiera ucraina. Gli altri, coloro che si trovavano davanti al Palazzo di Giustizia per manifestare solidarietà ai quattro giovani “dissidenti”, sono stati seguiti dalla polizia. Poche ore prima si era ritrovato con le manette ai polsi l’ex giornalista Vladimir Kara-Murza, uno dei principali oppositori del Cremlino.

È questo il clima che si respira in una terra soffocata dalla propaganda, dalla quale i giornalisti non in linea col regime scappano via, cercando di raccontare da fuori quello che accade a chi, invece, è rimasto. A spiegarci come procede la vita in Russia è dunque chi a Mosca non ci sta più e, protetto dall’anonimato, si fa portavoce con l’Occidente di quei sussurri nascosti provenienti dai colleghi che in patria sono costretti a seppellire il dissenso per sopravvivere. «Quello che sono costretti a fare in Russia non è un vero e proprio lavoro da giornalisti, si tratta di propagandisti – racconta la nostra fonte -. E anche quel limite che si erano imposti, rimanendo sul confine dell’accettabile per non provare troppa vergogna, è stato superato». Le tv raccontano così degli americani che vogliono partire alla volta della Russia, per andare a vivere all’ombra del Cremlino. Quella che era «una linea rossa che i cronisti russi non si permettevano di sorpassare ora è stata valicata – racconta ancora la fonte -. È un grande disastro per la morale: non so quanti anni serviranno per rialzarci».

È l’informazione lo specchio della situazione. Molti «sono ostaggi, anche in senso economico. La gente ha paura di lasciare il lavoro e non trovare nient’altro: magari hanno dei mutui da pagare, genitori e bambini malati che necessitano sempre più soldi. I prezzi sono saliti – spiega – e molti medicinali in farmacia sono spariti». Tra questi quelli per il morbo di Parkinson, che servono a quasi 300.000 pazienti, secondo il quotidiano Kommersant. Così i media rimasti in Russia sono ormai tutti pro Putin. «E i giornalisti di opposizione – migliaia – sono andati quasi tutti via, verso i Paesi baltici, la Georgia, l’Uzbekistan e anche l’Europa. Da lì cercano di unirsi e continuare a fare ciò che facevano». Sulle tv nazionali provano a far credere che Zelensky sia un drogato, oltre che un nazista. Così circolano video decontestualizzati, prosegue la fonte, senza audio, «per diffondere l’idea che il presidente ucraino non sia normale. Il manuale per la propaganda viene applicato fino in fondo. E anche per chi non ci crede, il dubbio diventa come ruggine: mangia tutto».

Chi protesta in piazza finisce in carcere per una notte e se la cava con una multa da 30mila rubli in su. E una volta a casa, magari, si ritrova con una “Z” sul portone, stigma che lo separa dal resto della società, che comincia a guardarlo necessariamente con sospetto. «Nessuno sa cosa significhi esattamente», ma tutti sanno che si tratta di un marchio di infamia. Ad Aleksei Venediktov, direttore dell’Eco di Mosca – la radio di opposizione chiusa da Putin -, è andata pure peggio: sulla sua porta avevano attaccato uno stemma ucraino con la scritta «maiale ebreo». E ad accompagnare il messaggio, sul pianerottolo, una testa mozzata di maiale con una parrucca simile alla sua capigliatura. Chi manifesta spesso lo fa da solo. Un giovane è finito in cella per aver esposto un cartello con lo stralcio di un vecchio discorso di Putin contro la guerra. Un modo per evidenziare le contraddizioni di un conflitto che per chi vive in Russia si chiama “operazione speciale”. Ed è solo così che viene descritto. Le informazioni che contraddicono questa narrazione girano su Telegram, su canali segnalati come «agenti stranieri», e YouTube, che ancora resiste ai diktat di chi dall’alto vorrebbe chiudere anche quello, come i giornali già ammutoliti dalla propaganda.

Su tutti Novaya Gazeta, il quotidiano di Anna Politkovskaja, che il metodo Putin lo ha descritto meglio di chiunque altro. Nelle scuole, gli insegnanti che provano a parlare di guerra vengono puniti. Le loro parole, filmate dai ragazzi con i telefonini, finiscono in rete, e da lì tutto arriva a chi decide il da farsi. Alcuni vengono licenziati, altri si ritrovano con una nota di demerito sul fascicolo professionale, una macchia nera che certifica la loro «incapacità di compiere il proprio dovere professionale». La società è ora divisa in tre gruppi. Il primo «è composto da chi per strada e sui social non nasconde la propria posizione, pur non scontrandosi attivamente con il governo». Il secondo parteggia apertamente per la guerra, «espone la “Z” sulla propria auto e gira con il “nastro di San Giorgio”, originariamente usato per ricordare la vittoria sul nazismo e ora simbolo della “denazificazione dell’Ucraina”».

Ma la maggior parte della popolazione, «che sia pro o contro, ha paura di parlare». Ed è la gente che cerca di ignorare la guerra, che preferisce continuare a fare il proprio lavoro, tenendo la tv spenta ed evitando di affrontare l’argomento. Fingendo di non vedere i negozi chiusi per protesta dai grandi marchi esteri, davanti ai quali passeggia a testa alta. «Vanno al cinema, al teatro, ai concerti, ai ristoranti – conclude la fonte -. Come se qui non fosse successo mai nulla».

Propaganda di guerra: dal conflitto afghano a quello ucraino. Piccole Note il 8 aprile 2022 su Il Giornale.

La controversia sulle stragi di Bucha si aggiorna con un nuovo capitolo: l’intelligence tedesca avrebbe intercettato dei soldati russi che parlavano apertamente di uccidere civili e le avrebbero condivise con gli Stati Uniti. Serviva una pezza di appoggio alla narrazione ufficiale e una fonte che apparisse  terza. Ed è arrivata…

Perché la conferma dalle immagini satellitari pubblicate da Nyt, che avrebbero dovuto provare la presenza di vittime distese per strada prima del ritiro dei russi (smentendo così la loro difesa) si è dimostrata una pezza peggiore del buco, dal momento che è impossibile che dei cadaveri esposti alle intemperie si siano conservati quasi in perfetto stato per più di quindici giorni (le immagini satellitari erano di metà marzo).

Ancora più incredibile è il fatto che il Pentagono ha affermato di “non poter confermare” la veridicità delle denunce degli ucraini (Reuters), ciò nonostante la Maxar Tecnologies, che ha fornito le immagini satellitari al Nyt, lavori per la Difesa degli Stati Uniti.

Così sul sito ufficiale dell’azienda: “Maxar è l’appaltatore principale del programma One World Terrain (OWT) dell’esercito americano e fornisce servizi di informazioni e terreno 3D supportando una rappresentazione virtuale completamente accessibile della Terra attraverso la rete dell’esercito americano […] Maxar fornisce il 90% delle immagini satellitari commerciali utilizzate per l’intelligence geospaziale di base (GEOINT) del governo degli Stati Uniti”.

Certo, è probabile che prima o poi la conferma arrivi, non potendo vanificare una campagna mediatica tanto potente, ma la smentita iniziale resta.

Arrivano così le intercettazioni dei soldati russi, delle quali si sa solo che esistono.. La conferma “per intercettazione” è un classico delle guerre di propaganda, perché è un materiale che non può trovare smentita: in un video artefatto si può trovare una falla, in una conversazione telefonica inventata è praticamente impossibile. Non che sia necessariamente questo il caso, ma le domande sulle tante incongruenze della narrativa di Bucha restano inevase.

In questi giorni anche una foto virale sui forni crematori mobili con i quali i russi farebbero sparire i corpi dei civili uccisi per nascondere i loro crimini. La propaganda ha il vizio di ripetersi. Così il New York Times del 15 maggio 2017: “Gli Stati Uniti hanno accusato lunedì il governo siriano di aver utilizzato un crematorio per occultare gli omicidi di massa consumati in una prigione dove si ritiene che migliaia di persone siano state sommariamente giustiziate”.

La foto dell’orribile forno crematorio mobile dei russi ha fatto il giro del mondo. Questo, ad esempio, il tweet dell’ex candidato alla presidenza ucraina Vitali Klitschko: “Crematorio mobile. Questo è ciò che i #RussianWarCrimes usano a Mariupol per nascondere i loro crimini. Il culmine dell’orrore”. In realtà, si tratta di un’estrapolazione di un video del 2013 che mostrava una macchina per lo smaltimento dei rifiuti (cliccare qui).

Cercare di identificare i russi con i nazisti e Putin con Hitler è vitale nella guerra di propaganda, come si è dimostrato efficace con Saddam, Gheddafi e altri leader sgraditi a certo potere. Fa parte del gioco, al quale si è prestato anche il povero Zelensky quando alla Knesset ha fatto un parallelo tra le sofferenze del suo popolo e l’olocausto, attirandosi l’indignazione dei parlamentari israeliani (ieri un’altra strage in Israele, destabilizzata in questi ultimi giorni dal ripetersi di tali crimini).

La propaganda è una potente arma di guerra, che ha raggiunto livelli molto sofisticati grazie alla Tecnica moderna. Nel caso ucraino, dove il confronto non è contro un esercito di straccioni al servizio di Saddam o di Gheddafi, ma con la Russia, tale arma viene utilizzata come non mai.

Così la Nbc: “Molti funzionari statunitensi hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno utilizzato le informazioni come un’arma anche quando la fiducia nella fondatezza delle informazioni stesse non era elevata“.

Dal momento che per il partito della guerra il conflitto ucraino deve ripercorrere i binari dell’intervento sovietico in Afghanistan, cioè deve logorare la Russia fino a farla collassare, vale forse la pena ripercorrere una vecchia storia di quel conflitto.

Si tratta della storia delle mine giocattolo, che i sovietici avrebbero usato per falcidiare i bambini afghani. La raccontava Milton Bearden, 30 anni nella Cia nel settore propaganda e operazioni segrete, sulla rivista americana National Interest.

La storia delle mine giocattolo, scriveva, nacque da una diceria dei combattenti afghani, ma venne amplificata tanto da diventare mainstream. Così Breaden: la storia “suscitò indignazione in tutto il mondo […]. Articoli che condannavano la tattica brutale di camuffare le mine in giocattoli con lo scopo esplicito di mutilare o uccidere i bambini afgani sono apparsi su media che vanno dal New York Times all’Harvard Crimson e a quasi tutte le altre” testate. 

“I più importanti network statunitensi si procurarono filmati, spesso artigianali o inscenati, che mostravano come funzionavano le mine giocattolo. Su una popolare rivista della domenica fu pubblicato persino un report  che mostrava una ‘mina giocattolo presa sul campo’ camuffata da matrioska, che esplodeva con effetti devastanti” ([a storia si diffuse in tutto il mondo ndr].

“Cosa può avere un impatto maggiore [sull’opinione pubblica ndr] del vedere una bambola russa che esplode nelle mani di una ragazzina afgana che si prende cura delle capre di famiglia? La massiccia copertura mediatica ha persino innescato un’indagine della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite”, continua Breaden.

“È stata una CA [Covert action] meravigliosa, spontanea, completamente autogenerata (1). Il mondo intero si stava unendo contro l’Impero del Male per i suoi attacchi brutali e feroci contro i bambini afgani […] Ma era falso”, conclude Breadan.

Già, tutto falso… In realtà, spiega l’uomo della Cia, le mine in questione erano delle usuali mine anti-uomo, per di più una copia sovietica delle mine anti-uomo che l’America aveva disseminato a piene mani nel Vietnam nel corso della guerra vietnamita (vedi foto).

È il meccanismo, funziona così. Oggi la denuncia ucraina del missile russo sparato contro la stazione di Kramatorsk, con su il messaggio “per i bambini“… già, la propaganda ha il vizio si ripetersi. 

(1) Breadan non può affermare che era stata la Cia a creare e far circolare la storia, dal momento che su certe cose vige il Segreto. Così, dopo averlo dichiarato con il cenno alla Covert action, deve aggiungere (excusatio non petita) che la narrazione si è autogenerata. Anche questo è un meccanismo usuale.

Articolo della “Rossijskaja Gazeta”, tradotto e pubblicato da “Libero quotidiano” l'8 aprile 2022.

In questo "tempo di frenata" le sanzioni possono anche diventare tempo di accelerazione e speranze. Vi pare un'affermazione paradossale? Che tipo di opportunità appaiono in questo momento sui servizi video russi? 

A queste ed altre domande sull'argomento hanno risposto molti esperti che "gazzetta Russa" ha riunito per voi: Alexander Moiseev, Direttore Generale di Rutube; David Kocharov, Produttore Generale di Rutube; Alexei German, regista; Urvan Parfentiev, analista dell'informazione e sicurezza ROCIT; Roberto Panchvidze, amministratore delegato di un'agenzia di blog.

Roskosmos ha annunciato che porterà il suo archivio su Rutube, consigliato dal Ministero della Pubblica Istruzione ai suoi utenti come piattaforma domestica da preferire. Lo farà qualcun altro?

Alexander Moiseev: Da ora in avanti Rutube sarà sfruttato sempre di più. Quasi tutti i canali televisivi delle autorità esecutive hanno trasferito da noi la maggior parte degli archivi. Ci vorrà del tempo perché occorre semplificare il trasferimento dei contenuti. 

Siete pronti per questa transizione? Secondo le cifre pubblicate a marzo, le visualizzazioni su Rutube sono aumentate di 21 volte. In una settimana il numero delle nuove iscrizioni è aumentato di 5 volte!

Alexander Moiseev: Alla fine dello scorso anno abbiamo discusso di cosa abbiamo intenzione di diventare. La filosofia di RuTube è stata costruita come una specie di "Palazzo dei Pionieri", dove le persone possono manifestare se stesse. Lo abbiamo immaginato come una scala sociale.

Non è un segreto che RuTube fa parte di Gazprom-Media Holding, il più grande gruppo media dell'Est Europa. Pertanto, l'opportunità di realizzarsi in RuTube sono colossali. Tuttavia, c'è ancora molto da fare. Molti utenti nuovi sono arrivati all'improvviso sulla piattaforma e quei numeri che ci aspettavamo entro la fine del 2022 si sono concretizzati a inizio di marzo. Le infrastrutture ora stanno recuperando terreno.

Da “Posta e Risposta" - "la Repubblica” l'8 aprile 2022.

Caro Merlo, ho visto "Servant of the People" con Volodymyr Zelensky. Sono stati trasmessi 4 episodi, ma sono riuscita a vedere solo il primo. Non perché la serie non sia valida: tutt' altro. 

Mi aveva spinto la curiosità di vedere l'attore/presidente Zelensky che, a parer mio, era un buon attore; e il doppiaggio di Luca Bizzarri è appropriato. Non ho retto la visione di un Paese luminoso, sereno, pieno di verde e di belle costruzioni, antiche e moderne.

La gente era sorridente, felice, colorata, in una Ucraina piena di vita. Il confronto con i recenti reportage è terribile. Incredula e sgomenta, ho pianto. Per questo non sono riuscita a guardare - né guarderò - gli altri episodi.

Manoela Tadini - Lucca 

Risposta di Francesco Merlo:

Anch' io ho smesso di guardarlo. La peggiore tentazione è giudicare il capo della Resistenza come fosse ancora un attore e l'attore come fosse già il capo della Resistenza. Ma questo lo farebbero solo i critici russi.

Volodymyr Zelensky, lo sfregio di Vanity Fair: "Credibilità in dubbio, non volevamo vedere quella roba". Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano l'08 aprile 2022.

Ma da che pulpito viene la predica. Finché le critiche all'opportunità di una serie tv comica in un momento di guerra vengono da pensosi intellettuali, possiamo comprendere la critica. Ma quando gli affondi arrivano da giornali e giornalisti esperti in divagazione, be', viene da sorridere.

Come è inevitabile fare nel leggere le contestazioni alla scelta di mandare in onda la serie tv Sluha Narodu («Servitore del popolo») - interpretata da Zelensky quando era ancora un comico - lunedì scorso su La7: a detta di alcune riviste patinate, la proiezione della sitcom sarebbe inopportuna in questa fase nonché un inno discutibile allo Zelig Zelensky.

Sulla serie tv del 2015, in cui l'attuale presidente ucraino interpreta un prof di storia che si trova casualmente a diventare capo di governo, sono piovuti gli strali della rivista di costume Vanity Fair che su Instagram fa notare che la messa in onda è criticabile per «una questione di tempismo»: il fatto che «sbarchi in Italia nelle settimane calde dell'invasione russa e delle terribili immagini di Bucha fa storcere il naso». In particolare, l'immagine dello «Zelensky attore comico che si spruzza una boccetta di profumo negli occhi» ne «mina la credibilità di leader». Da cui la chiusa: «noi con le immagini dell'Ucraina dilaniata da fame e bombe, quella sitcom non l'avremmo trasmessa adesso».

Viene da chiedersi quando sarebbe stato opportuno trasmetterla: questa serie ci fa comprendere cos' era Zelensky prima; e anche cosa era l'Ucraina prima, facendoci guardare immagini di normalità, compatibili con lo stile di vita occidentale. Non ci vuole molto per afferrare il messaggio che appare dietro al mezzo.

Questa mancanza di visione colpisce anche Guia Soncini, brava giornalista, di certo però non esperta di comunicazione in tempi di guerra (ha scritto suoi saggi su Come salvarsi il girovita e La repubblica dei cuochi). Epperò lei si prende la briga di pontificare su Linkiesta contro la serie tv, contestando il titolo della versione italiana, Servant of the people, definito la dimostrazione del «tentativo di darsi un tono di La7, delle velleità di cosmopolitismo». Non paga, giudica la serie ormai datata, tale da sembrare «girata ormai cent' anni fa». E se la prende col contenuto della sitcom in quanto «le cose che dice il prof di storia zelenskyano sono d'uno sciatto populismo che in confronto Beppe Grillo è De Gaulle».

E che dire poi delle critiche della rivista Rolling Stone, competente di musica, ma che stavolta prende una nota stonata, disdegnando la serie che ha permesso a Zelensky di «dare vita a una creatura politica» prima che emergessero «i legami non proprio edificanti del "Servitore del popolo": diversi articoli portarono alla luce la sua vicinanza con Kolomoisky, oligarca ucraino, proprietario del canale tv 1+1- quello che mandava in onda Sluha Narodu». Zelensky, avverte quindi Rolling Stone, ha non poche macchie eppure «oggi è ovunque: sulle prime pagine dei giornali, nei lanci di agenzia che ci tormentano». E, da ultimo, nella serie tv. Con un rischio di saturazione.

Da qui, secondo il Fatto quotidiano, gli ascolti non esaltanti della serie, vista «da 821mila telespettatori con il 3,42% di share, un dato probabilmente inferiore alle aspettative». A La7 invece si dicono «soddisfatti» e notano come «se ci si ferma agli ascolti, il risultato è ben superiore alla media del lunedì sera»: in effetti, guardando le medie stagionali (1,9%) di Grey' s Anatomy la sitcom con Zelensky ha quasi raddoppiato lo share. E poi, continuano da La7, «la soddisfazione maggiore è per una serata, il cui seguito ci sarà lunedì prossimo, costruita con l'introduzione di Andrea Purgatori, l'intervento di Paolo Mieli e un documentario che ha raccontato in modo inedito l'ascesa di Zelensky». Ma niente, questa costruzione scrupolosa non basta ai censori di turno per risparmiarsi il pippotto sulla necessità di evitare la comicità durante la tragedia. Detto da chi di solito si occupa di frivolezze, la cosa però fa ridere. E ridere amaro.

Chiara Bruschi per “Il Messaggero” il 7 aprile 2022.

Francis Scarr è un giornalista di Bbc Monitoring che per lavoro guarda tutti i programmi della televisione russa. Da anni. Per questo non si è stupito quando Putin ha parlato di de-nazificazione dell'Ucraina. La retorica anti-Kiev va avanti dal 2014. E negli ultimi giorni ha assunto contorni pure più preoccupanti. 

Cominciamo con Bucha, che dice la tv russa?

«Nega tutto e presenta la Russia come vittima, accusando l'Occidente di aver orchestrato una operazione speciale per screditare Mosca. 

Ci sono molte teorie cospirative: c'è perfino chi sostiene che Bucha sia stata scelta per una messa in scena perché la sua pronuncia ricorda la parola butcher, macellaio. Visto che Biden ha chiamato così Putin, questa location avrebbe fomentato ulteriori reazioni in Occidente.

Un commentatore lo ha descritto come un lavoro di professionisti, forse inglesi. Sono i migliori in questo. Sanno come piazzare i corpi e creare un'immagine perfetta per colpire la coscienza». 

Non è un caso isolato. Perché ce l'hanno con Londra?

«Siamo stati tra i più forti nel condannare l'invasione ma ci sono ragioni molto più antiche. Dai tempi dell'impero britannico e poi nella Russia di Stalin, gli inglesi sono stati visti come spie. Ora ho sentito dire che l'MI5 stava giocando un ruolo importante nel perorare la causa ucraina a Washington e Bruxelles. Per loro rimaniamo un popolo di cui è meglio non fidarsi». 

Come è organizzata la tv russa oggi?

«Da quanto la guerra è iniziata il palinsesto è cambiato completamente. Prima c'erano un paio di talk show politici e il resto era intrattenimento. Dal 24 febbraio c'è solo propaganda, tra notiziari e approfondimento. Il copione è sempre lo stesso, un conduttore e quattro ospiti che portano avanti due temi: la de-nazificazione dell'Ucraina e le colpe dell'Occidente.

Di recente si è intensificato l'uso del termine guerra riferita però al conflitto con l'Occidente sul piano delle sanzioni economiche e dell'informazione. Quindi i nemici siamo noi. Uno dei loro esperti ha detto: Ci sono quattro Paesi che contano: Russia, Usa, Cina e India. E siamo tre contro uno. 

Non vogliono apparire come isolati e citano i paesi che non hanno condannato l'aggressione promettendo che l'economia si risolleverà grazie a loro: Europa, Usa e Gran Bretagna, dicono di rappresentare la comunità globale ma non è vero perché il resto del mondo è dalla nostra parte».

Un altro opinionista ha ipotizzato un attacco chimico in una capitale europea organizzato da noi per colpevolizzare Mosca. È una minaccia?

«No, è parte della strategia della confusione. Prenda Chernobyl, la Russia sovietica aveva ignorato quanto accaduto per settimane. Oggi invece gli ospiti vengono incoraggiati e diffondere teorie che più sono assurde e meglio è. Alcune sono perfino ridicole ma contribuiscono a creare questo senso di sfiducia verso di noi. Bisogna prestare attenzione al presentatore perché è lui che segue il copione del governo». 

Quanti guardano la tv russa?

«Due terzi della popolazione forma la sua opinione così. È la fonte primaria di informazione».

Che via d'uscita vede?

«È difficile rispondere. A chi dice che Putin deve essere sconfitto militarmente rispondo che è un uomo che premerebbe il bottone nucleare se si sentisse sotto minaccia. Ha tagliato i ponti con l'Occidente, non si arrenderà». 

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'8 aprile 2022.

Il portavoce di Putin è uno dei mestieri più difficili del pianeta: se sbagli una dichiarazione, rischi di non perdere soltanto la voce. Ma è anche uno dei mestieri più facili: basta mettere quasi sempre un NON davanti alla realtà. Dmitrij Peskov sembra disegnato apposta per il ruolo. Ancora nel novembre scorso, sgranava gli occhi stupefatto quando gli si chiedeva se il suo capo avrebbe invaso l'Ucraina, attribuendo la calunnia alla controinformazione occidentale.

Neanche adesso appare troppo convinto: è stata semmai l'Ucraina ad avere invaso un pezzo di sé stessa, rendendo dolorosamente necessario l'intervento dei liberatori russi. Nell'intervista di ieri a Sky si è superato. Secondo Peskov, la strage di Bucha e gli orrori di Mariupol sono una messinscena. Non è arrivato a ribadire l'esistenza di comparse prezzolate per interpretare i cadaveri, ma soltanto perché lo aveva già insinuato qualcun altro (e non solo in Russia, purtroppo).

Lui si è limitato a negare che i carri armati russi mettano nel mirino gli obiettivi civili. Si noti la raffinatezza: non ha smentito che bambini e ospedali vengano colpiti, ma che vengano colpiti apposta. In compenso ha ammesso per la prima volta le perdite ingenti di soldati: il suo, infatti, è un talento «complesso»: consiste nel negare tutto, tranne l'innegabile. Chissà che cosa riserverà a Peskov il futuro, ma nel caso si mettesse male per il suo padrone, un posto da libero pensatore in qualche talk show italiano non glielo toglie nessuno.

Gli impacciati carnefici di Putin. La grottesca imperizia dei propagandisti del Cremlino (ufficiali e non) è in fondo la nostra migliore speranza. Francesco Cundari su Linkiesta l'8 aprile 2022.

Ambasciatori colti da lapsus rivelatori, portavoce che non sanno a che santo votarsi, militari che pensano solo ad arraffare i simboli di quel modello di società che dovrebbero annientare: i nemici dell’occidente non sono mai apparsi così disorientati.

In questi giorni terribili in cui tutti sentono l’impellente esigenza di dimostrarsi assai smaliziati, persone di mondo, gente che non si fa incantare, che non ci casca e che non se la beve, l’ultimo durissimo attacco del governo russo al governo italiano mi suggerisce invece la più ingenua delle domande: perché mentono?

Se non fosse tragico, farebbe persino sorridere ascoltare i portavoce del Cremlino dire ieri, senza scomporsi, frasi come «l’Italia è in prima linea in un attacco al nostro Paese», e l’altroieri che l’invio di armi agli ucraini da parte dei paesi occidentali «non aiuta la pace», come se davvero in questo momento fossimo noi ad attaccare la Russia, e le colonne di tank che hanno invaso l’Ucraina e ogni giorno fanno del loro meglio per spianarne le città fossero lì per portare la pace. Per non parlare del tentativo di rovesciare sugli assediati la responsabilità delle vittime civili, sostenendo che sono i nazionalisti ucraini a non lasciarli scappare dalle città sotto attacco, come ha detto qualche settimana fa il portavoce Dmitry Peskov alla Cnn.

In quella stessa intervista, peraltro, Christiane Amanpour aveva ricordato che fino al giorno prima dell’invasione i russi avevano smentito tutte le ricostruzioni dell’intelligence americana sui loro piani e negato recisamente qualsiasi intenzione di attaccare, e aveva quindi domandato a Peskov come Mosca potesse pensare di essere creduta e presa sul serio nel consesso internazionale, in futuro, in qualunque genere di negoziato. La risposta di Peskov era stata che avevano detto di non avere alcuna intenzione di invadere perché era vero, ma disgraziatamente negli ultimi due giorni – quando si dice la sfortuna – si erano resi conto che l’Ucraina si preparava a sferrare una grande offensiva nel Donbass, e quindi erano stati costretti a intervenire.

Non mi stupisce, ovviamente, che Putin e i suoi portavoce non dicano la verità. Mi colpisce però il modo, il livello, direi la qualità delle menzogne. La propaganda russa aveva una fama migliore.

Rispetto alla lunga e tragica storia di bugie e insensatezze di tutti i totalitarismi, mi sembra ci sia oggi un di più di disorientamento, goffaggine, disagio. Penso per esempio a quell’ambasciatore russo tradito dal lapsus che gli ha fatto dire: «I cadaveri che giacciono nelle strade non erano mai esistiti prima che arrivassero le truppe russe… ehm… scusate, prima che se ne andassero». Anche nelle pause imbarazzate e nelle farfugliate risposte di Peskov alla Cnn c’era qualcosa di assurdo e al tempo stesso di tragicamente comico.

Ho provato la stessa sensazione davanti alle immagini dei soldati russi che andavano a impacchettare e spedire a casa computer e televisori, frutto delle razzie compiute nelle città occupate. Soprattutto davanti a quel dialogo incredibile tra marito e moglie, con lui che le dice al telefono: «Ci sono scarpe da ginnastica da donna. Beh, sono New Balance, sono di marca, tutto qui lo è. Misura 38. Sono assolutamente fantastiche… se riesco prendo un laptop». E lei che risponde: «Beh, pensaci, Sofia sta andando a scuola, anche lei avrà bisogno di un computer».

Persino i militari impegnati nella distruzione e nel saccheggio dell’Ucraina vogliono le scarpe di marca, i televisori e i computer prodotti da quel capitalismo, da quella società occidentale, da quel modo di vivere che pure sono lì per annientare. Il Patriarca Kirill, convinto che la guerra sia anzitutto una guerra contro i nostri valori, dal consumismo alle «parate gay», non sarebbe per niente fiero di loro.

Nel momento in cui stavo per chiudere questo articolo, vedo comparire su twitter una scritta su un muro nella Cecoslovacchia del 1968, ai tempi dell’intervento sovietico: «Attenti agli assassini russi. Rubano orologi e radio». Può darsi che alla fine in tutto questo non ci sia niente di nuovo. Eppure mi sembra che oggi ci sia qualcosa di più, una contraddizione più profonda tra le parole e gli atti della dirigenza russa e il mondo in cui viviamo, e in cui volenti o nolenti vivono anche loro.

Forse è proprio questa dissonanza cognitiva che colpisce l’intero establishment, ma evidentemente anche una parte non piccola della popolazione russa, che rende così goffi e impacciati, e spesso persino grotteschi, i portavoce del Cremlino, ufficiali e non ufficiali. E forse proprio qui sta anche la nostra migliore speranza.

Guerra e frottole. Navalny spiega come funziona la crudele propaganda di Putin. Aleksej Navalny su L'Inkiesta il 5 aprile 2022.

In un thread su Twitter, il leader dell’opposizione al Cremlino ha spiegato il funzionamento della macchina mediatica che promuove le atrocità di Mosca in Ucraina. 

Pubblichiamo un thread dall’account Twitter di Alexei Navalny, leader dell’opposizione al Cremlino condannato a 12 anni di prigione. In 14 tweet Navalny descrive le dinamiche della propaganda russa, soprattutto per quel che riguarda gli spettatori televisivi.

Che cosa arriva a un normale spettatore televisivo russo (come lo sono io attualmente)?

Ho appreso dei mostruosi eventi di Bucha di ieri mattina attraverso la notizia che la Russia stava convocando il Consiglio di sicurezza dell’Onu in relazione al massacro dei nazisti ucraini a Bucha.

In serata, il conduttore del Primo canale ha spiegato tutto l’accaduto. E non ci avrei creduto se non l’avessi visto con i miei occhi e non l’avessi sentito con le mie stesse orecchie: «La Nato prepara da tempo e ai massimi livelli la provocazione a Bucha. Lo conferma anche il fatto che il presidente Biden ha chiamato Putin un “macellaio (butcher in inglese, ndr)” non molto tempo fa. Sentite quanto sono simili la parola inglese “butcher” e il nome della città “Bucha”. Questo è il modo in cui il pubblico occidentale è stato inconsciamente preparato a questa provocazione».

Per questo vi dico che la mostruosità delle bugie sui canali federali è inimmaginabile. E, sfortunatamente, lo è anche la sua capacità di persuasione per coloro che non hanno accesso a informazioni alternative.

Il punto è che la propaganda di Putin ha cessato da tempo di essere un semplice strumento. Sono veri e propri guerrafondai e sono diventati un partito a pieno titolo.

I conduttori dei tg che strillano all’infinito, e i loro “esperti”, stanno portando a livelli sempre più alti la loro furia e hanno da tempo superato i militari in fatto di aggressività.

Chiedono guerra a oltranza, l’assalto di Kiev, il bombardamento di Leopoli. Neanche la prospettiva di una guerra nucleare li spaventa. Zittiscono ogni voce fuori dal coro con i loro colleghi putinisti in diretta televisiva, se queste solo accennano al fatto che i colloqui di pace sono una buona cosa.

È un tale disgustoso uroboro. La politica russa è come un serpente di propaganda che si morde la coda: i propagandisti creano quel tipo di opinione pubblica che non solo permette a Putin di commettere crimini di guerra, ma glieli chiede, li esige.

I guerrafondai dovrebbero essere trattati come criminali di guerra. Dai redattori capo ai presentatori di talk show ai redattori di notizie, tutta questa Thousand Hills Radio dovrebbe essere sanzionata ora e portata in tribunale un giorno.

Vorrei anche ricordarvi che il National Media Group, che muove i fili di questa macchina della menzogna, appartiene senza dubbio a Putin, ed è persino formalmente guidato dall’amante di Putin, Alina Kabaeva (vedi la nostra indagine “Palace for Putin”).

Dovrebbero essere prese misure più drastiche per rendere più difficile il lavoro di questi eredi di Goebbels. Da un divieto assoluto alle forniture e ai beni, alla ricerca delle loro proprietà in Occidente (che indubbiamente esistono), fino alla loro inclusione nelle liste nere dei visti.

Le mostruose atrocità a Bucha, Irpin e in altre città ucraine sono state commesse non solo da coloro che legavano le mani di persone pacifiche dietro la schiena, non solo da coloro che sparavano loro alla nuca. Ma anche da chi è rimasto a guardare e ha sussurrato: «Dai, spara, dacci del bel materiale per il nostro programma televisivo della notte».

Raid notturno, brucia la città russa: “Sono stati gli elicotteri ucraini”. Fabio Tonacci su La Repubblica l'1 Aprile 2022.

Primo attacco oltre il confine: distrutti i depositi di carburante di Belgorod. Il Cremlino: dopo il blitz negoziati più difficili. Kiev non conferma e lascia aperta l’ipotesi di una false flag. Gli invasori proseguono la ritirata dalla periferia della capitale. Alla fine del 37esimo giorno di guerra, l’unica cosa certa è quella colonna di denso fumo nero che si alza dal grande deposito di petrolio nella regione di Belgorod. Se fossimo in Ucraina, non sarebbe una novità. Ma gli otto depositi distrutti da due elicotteri Mi-24 Hind prima del sorgere del sole sono in Russia, a 30 chilometri dalla frontiera e 80 da Kharkiv.

Cosa sappiamo dell’attacco al deposito Rosneft in territorio russo. Federico Giuliani su Inside Over l'1 aprile 2022.

Mosca ha accusato le forze di Kiev di aver sferrato un’offensiva all’indirizzo della città russa di Belgorod, situata ad una cinquantina di chilometri dal confine settentrionale ucraino. In un secondo momento è arrivata la smentita da parte di un alto funzionario della sicurezza ucraino, ma il giallo sul mandante dell’assalto rimane. Se l’Ucraina, come ha spiegato la fonte anonima, non è in alcun modo coinvolta con l’attacco, chi ha guidato l’azione?

Vladimir Putin è “stato informato” e, di certo, l’attacco aereo contro il deposito di carburante a Belgorod, in Russia, non crea “condizioni favorevoli” ai negoziati: il Cremlino, a caldo, ha confezionato il più freddo dei commenti possibili per commentare il misfatto che potrebbe vanificare gli ultimi progressi diplomatici messi sul tavolo in quel di Istanbul.

Il bersaglio colpito era una struttura gestita da Rosneft, compagnia petrolifera di proprietà in maggioranza del governo russo, evacuata ma finita in fiamme. Si tratta della prima accusa di un raid ucraino sul suolo russo dallo scorso 24 febbraio ad oggi. Secondo quanto riferito dal governatore regionale, Vyacheslav Gladkov, l’attacco è stato sferrato da due elicotteri di Kiev, penetrati in territorio russo volando a bassa quota. Non ci sono stati morti, mentre la popolazione dell’area è stata evacuata per ovvie ragioni di sicurezza.

L’attacco di Belgorod

Alcuni video che circolano in rete mostrano due elicotteri lanciare missili sul complesso. Segue una forte esplosione, accompagnata da un incendio. Secondo quanto riportato da Ria Novosti, sono stati colpiti otto serbatoi di benzina e gasolio, mandando in fiamme duemila metri cubi. Oltre un centinaio di vigili sono stati impegnati a domare l’incendio che rischiava di allargarsi ad altri serbatoi.

Questi sono i fatti nudi e crudi. Ma da chi è partito l’ordine di colpire i depositi di Rosneft? E per quale ragione? Reuters ha scritto che il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, non è al momento in condizione di confermare o smentire le notizie sul presunto coinvolgimento dell’Ucraina nell’attacco perché non ancora in possesso delle adeguate informazioni militari. Il Ministero della Difesa ucraino e lo Stato Maggiore ucraini non hanno risposto alle richieste di commento.

Le ipotesi sul tavolo

È impossibile chiarire con certezza le ragioni di quanto avvenuto a Belgorod. Dalle poche informazioni fin qui emerse, possiamo però fare un paio di ipotesi.

La prima è che dietro all’offensiva contro i depositi Rosneft ci sia effettivamente l’esercito ucraino, autore di un attacco diretto, magari intenzionato a danneggiare energicamente Mosca. Il ministro dell’Energia Nikolai Shulginov ha affermato però che l’incidente non influirà sulle forniture di carburante della regione o sui prezzi per i consumatori, mentre il governatore della vicina regione di Kursk, Roman Starovoit, ha dichiarato che le proprie forniture di carburante sono state sufficienti per durare diverse settimane e ha invitato la popolazione a non accumulare carburante. Difficile, tuttavia, dare adito a una simile teoria visto che Kiev ha sempre fatto capire di voler raggiungere un accordo per la fine delle ostilità in terra ucraina.

Tralasciando l’auto bombardamento da parte dei russi per inscenare un eventuale ripresa delle ostilità in Ucraina (scenario a dir poco grottesco), attenzione alla pista che porta dritta a possibili falchi ucraini. Non è da escludere che l’operazione possa essere stata presa in autonomia da gruppi o fazioni di Kiev contrari a qualsiasi pace con Mosca che, ai loro occhi, assomiglierebbe ad una resa schiacciante.

La Bbc ha sottolineato che i piloti ucraini sono effettivamente dotati di molta esperienza nel volare bassi e rapidi per evitare di essere rilevati dai radar militari e dai sistemi di difesa aerea nemica. Da anni fanno esattamente questo nella regione del Donbass. Le stesse manovre che potrebbero adesso aver replicato a Belgorod.

La smentita

Un alto funzionario della sicurezza ucraino ha negato le accuse di Mosca secondo cui Kiev sarebbe responsabile dell’attacco ad un deposito petrolifero nella città russa di Belgorod. “Per qualche motivo dicono che siamo stati noi, ma secondo le nostre informazioni questo non corrisponde alla realtà”, ha detto il segretario del Consiglio di sicurezza ucraino, Oleksiy Danilov alla televisione nazionale.

Le ipotesi sull'inedito raid in territorio russo. Cos’è successo a Belgorod, il giallo del deposito di petrolio: le accuse dei russi e la non-smentita di Zelensky. Carmine Di Niro su Il Riformista il 2 Aprile 2022.  

Un attacco ucraino o una ‘false flag’ russa, un autosabotaggio da parte di militari russi decisi a ribellarsi alla guerra? Sono i due scenari e le due interpretazioni su quanto accaduto ieri, primo aprile, a Belgorod, città russa a 50 chilometri dal confine ucraino.

La versione russa

Secondo quanto riferito dalle autorità russe, in particolare il governatore della regione Vyacheslav Gladkov, otto serbatoi di petrolio russo sono stati colpiti da missili sparati da elicotteri di Kiev, dotati di razzi S-8, volando a bassa quota.

Un attacco che ha provocato due feriti e costretto all’intervento di oltre 200 vigili del fuoco e 50 mezzi, oltre allo sgombero dei residenti delle zone più vicine all’impianto della Rosneft. Un deposito chiave per le forze armate russe impegnate nel conflitto in Ucraina: è a Belgorod infatti dove i carri armati e le colonne blindate di Putin fanno rifornimento prima di entrare in territorio ucraino, sulla strada che conduce a Kharkiv.

La matrice ucraina viene confermata quindi anche dal ministero della Difesa russo in un comunicato: “Gli elicotteri hanno colpito un deposito di carburante impiegato per scopi civili a Belgorod. In seguito all’attacco, condotto con missili, alcuni serbatoi sono rimasti danneggiati e sono andati a fuoco. La struttura era impiegata per il solo rifornimento di carburante per scopi civili”.

La versione ucraina e le parole di Zelensky

Ben più ambigua la posizione di Kiev su quanto accaduto a Belgorod. Se il segretario del Consiglio della sicurezza e della difesa nazionale dell’Ucraina, Oleksiy Danilov, ha respinto le accuse da parte russa (“Per alcuni motivi dicono che siamo stati noi, ma stando alle nostre informazioni ciò non corrisponde alla realtà”), il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha detto di non avere informazioni a sufficienza sull’operazione: “Non posso né confermare né smentire le dichiarazioni su un coinvolgimento dell’Ucraina in questa vicenda, semplicemente perché non possiedo tutte le informazioni militari del caso”.

Oggi però da parte del presidente ucraino sono arrivate parole che sanno quasi di rivendicazione dell’attacco a Belgorod. “Mi dispiace, ma non parlo dei miei ordini come comandante, leader di questo Stato. Ci sono cose che condivido solo con le forze armate quando parlano con me”, ha risposto Zelensky all’intervista concessa all’emittente americana Fox News.

Poi le parole più ambigue del numero uno di Kiev: “Ciò che conta per noi è che voi e il mondo intero sappiate che siamo un Paese in guerra. Siamo stati attaccati. Questo è ciò che conta. Questa è la tragedia più grande. Hanno occupato il nostro territorio, ci hanno attaccato. Questa guerra va avanti da 8 anni, quindi qualunque cosa accada in una certa situazione e’ difficile per me commentare”.

Le altre ipotesi

Ma oltre alle due versioni ‘ufficiali’, non mancano altre ipotesi e retroscena su quanto accaduto ieri a Belgorod. Una riguarda una ‘false flag’ russa, un attacco auto-inflitto per poter sferrare offensive ancor più dure contro gli ucraini, giustificate dall’inedito raid di Kiev nei confini russi. 

Altra ipotesi da non escludere è quella di un sabotaggio interno da parte di determinate aree politiche e militari russi, decise a ribellarsi alla guerra che si sta trasformando in un pantano.

Tre scenari sono stati forniti anche da Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, dagli studi di La7: “Potrebbero essere elicotteri mandati da Zelensky, potrebbero essere russi che si sono autobombardati per propaganda o possono essere ucraini che hanno disobbedito a Zelensky, qualcuno che non è contento che vada a trattare con Putin e vuole ritardare”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Mauro Evangelisti per “il Messaggero” il 2 aprile 2022.  

Razzi su un deposito di carburanti in territorio russo. Mosca accusa: «Lanciati da due elicotteri ucraini». Kiev replica: «Non è vero, accuse false». In una remota località di confine, Belgorod, si sposta lo scenario di questa guerra, che sembra quasi invertire le parti, con l'esercito ucraino che non solo respinge i russi dall'area di Kiev, ma colpisce anche oltre il confine nemico. 

Ieri sera intanto, a sud, la Russia ha colpito con tre missili balistici Iskander l'area di Odessa, secondo le autorità locali ci sono delle vittime. Racconta Ugo Poletti, direttore ed editore di un quotidiano nella città sul Mar Nero: «Abbiamo visto le scie dei missili, erano tre, probabilmente sono partiti dalla Crimea». Intanto, il portavoce della Casa bianca ha annunciato che gli Usa stanno fornendo all'Ucraina «materiale difensivo da usare in caso di attacco chimico russo».

Ma cosa è successo a Belgorod? Torniamo alle 5.51 (le 4.51 in Italia) di ieri. Nel buio dell'alba del confine tra Ucraina e Russia volano due elicotteri Mi-24. Quaranta chilometri dopo la frontiera, in direzione Mosca, sorvolano otto grandi depositi di petrolio della Rosneft, colosso di proprietà del governo. Lanciano dei razzi, colpiscono i serbatoi, l'alba si illumina. Esplosioni, torri di fuoco alte una decina di metri. 

Scatta l'allarme, il gigantesco incendio sarà spento solo dopo tredici ore, non ci sono vittime. Tutto avviene alla periferia di Belgorod, una città di poco meno di 400mila abitanti, in territorio russo. Da lì a Kharkiv, che invece è già in Ucraina (e che incredibilmente è gemellata con Belgorod) c'è meno di un'ora di macchina. Ma ciò che è avvenuto ieri appare eccezionale, perché sarebbe la prima volta che gli ucraini colpiscono gli invasori nel loro territorio. 

Ma hanno agito davvero i militari di Kiev? Su questo i russi non hanno dubbi. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, fa sapere: «L'attacco contro il deposito di carburante peserà sui negoziati, non crea condizioni favorevoli». Il Ministero della Difesa russo è prodigo di dettagli: «Il raid è stato effettuato da due Mi-24 delle forze armate ucraine». Il governatore della regione conferma questa tesi: «I due elicotteri sono entrati in territorio russo volando a bassa quota. Non ci sono vittime». Secondo la Tass i vigili del fuoco della zona hanno mandato 170 uomini e 50 mezzi per domare il rogo, ripreso da vari smartphone con i video rilanciati sui social.

Fin qui la versione russa. E il governo ucraino conferma? Usa una formula ambigua, a metà strada. Secondo quanto riporta il quotidiano Ukrainska Pravda il portavoce del Ministero della Difesa, Oleksandr Motuzyanyk, spiega in una conferenza stampa: «Oggi lo Stato ucraino sta conducendo un'operazione difensiva per respingere l'aggressione dell'esercito russo nel nostro territorio. Questo non significa che l'Ucraina debba essere responsabile di tutti gli errori, di tutte le catastrofi e di tutti gli eventi che si registrano nella Federazione russa».

Dmytro Kuleba, ministro degli Esteri ucraino, non si discosta dallo stesso artificio linguistico: «Non posso né confermare né smentire l'affermazione secondo cui l'Ucraina sia coinvolta perché non sono a conoscenza di tutte le informazioni militari». I numerosi video girati però mostrano gli elicotteri e l'esplosione, difficile pensare che sia stato un incidente. In sintesi: si può affermare, almeno secondo la versione di Mosca, che per la prima volta da quando è cominciata l'invasione ordinata da Putin, gli ucraini contrattaccano in territorio russo. 

E se è vero che l'esercito russo si sta riorganizzando e riposizionando, per concentrare gli sforzi a est e a sud, è anche vero che gli ucraini stanno, progressivamente, riconquistando città, o semplici villaggi, che sembravano essere finiti sotto il controllo dell'esercito di occupazione. La fonte è di parte, certo, ma sempre il quotidiano Ukrainska Pravda ieri sera ha fatto questa sintesi citando lo Stato maggiore: «Le forze armate ucraine hanno liberato 30 cittadine. 

Gli sforzi principali dei russi sono volti a difendere le linee precedentemente occupate, a raggruppare e ritirare le truppe in Bielorussia per ripristinare la capacità di combattimento. Allo stesso tempo stanno spostando altre truppe a est». Ad esempio Anatolii Fedoruk, sindaco di Bucha, cittadina di 35mila abitanti, 60 chilometri a nord di Kiev, ieri ha confermato che il giorno precedente era avvenuta la riconquista da parte ucraina: «Il 31 marzo entrerà nella storia della nostra comunità come il giorno della liberazione dagli occupanti russi grazie alle nostre Forze armate. È un giorno felice».  

Eppure, nella regione di Kiev ancora la situazione è complicata. Ha denunciato il sindaco della Capitale, Vitaliy Klitschko: «Sono tutt' ora in corso enormi battaglie a Nord e a Est della mia città. Il rischio di morire è molto alto». Ieri si è anche svolto uno scambio di prigionieri tra russi e ucraini. 

«Abbiamo riportato a casa 86 dei nostri soldati, 15 di loro sono donne» ha annunciato la vicepremier ucraina Iryna Vereshchuk. Tutto questo avviene mentre «le forze ucraine stanno respingendo le truppe russe a nord-est e nord-ovest di Kiev», come ha spiegato Oleksiy Arestovych, consigliere del presidente ucraino Zelensky. Gradualmente i russi si allontanando (o sono stati allontanati) dalla Capitale. E ieri a Kiev è potuta andare in visita la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, che ha scritto su Twitter: «Con il primo ministro ucraino Denys Shmyhal abbiamo parlato della necessità di sanzioni sempre più estese».

Ha anche detto agli ucraini: «L'Ue riconosce le vostre ambizioni europee e potete contare sul pieno sostegno del Parlamento europeo per raggiungere questo obiettivo. Vi aiuteremo a ricostruire le vostre città quando questa guerra illegale, non provocata e inutile sarà finita». Va detto che a est l'offensiva russa continua, non si ferma e la decisione di concentrare gli sforzi militari nel Donbass si sta confermando. Sul Mar Nero, a Mykailov, aumenta il numero dei morti nell'attacco al palazzo regionale dell'altro giorno (almeno una trentina). E soprattutto la Russia sta tessendo una tela diplomatica per uscire dall'isolamento. 

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ieri ha incassato un appoggio importante: in visita in India, dal governo Modi ha ricevuto un sostegno ancora più esplicito di quello, molto più prudente e felpato, della Cina. Lavrov è stato ricevuto anche dal premier Modi, e ha sottolineato il rifiuto di New Delhi di condannare esplicitamente l'azione militare di Mosca. Lavrov: «Abbiamo discusso anche della possibilità di aggirare le sanzioni dell'Occidente per continuare a garantire l'interscambio russo-indiano».  

The Guardian ha anche notato che il governo indiano ha al contrario «snobbato» la rappresentante del governo britannico Elisabeth Truss, anch' ella in missione in India. Ciò che conta a questo punto, è però la trattativa in corso che, al di là delle due propagande in azione, non si è mai fermata. Ieri il presidente turco Erdogan, protagonista della mediazione, ha telefonato a Putin suggerendogli di «venire in Turchia a incontrare Zelensky». Erdogan spera in queste ore di riuscire a fissare la data dell'incontro tra i due presidenti. Ieri, secondo Suspline, i negoziati sono proseguiti on line. 

Lavrov, dall'India, ha fatto quest' analisi: «La parte ucraina ha messo su carta la sua visione degli accordi da raggiungere, questi accordi devono essere prima formalizzati. Stiamo preparando una risposta. C'è un movimento in avanti, soprattutto, nel riconoscere l'impossibilità per l'Ucraina di essere un paese del blocco della Nato. L'Ucraina ha mostrato molta più comprensione sulla Crimea e il Donbass».  

Questa guerra sta causando, ogni giorno, nuove morti e sofferenze, le vite umane perdute sono la parte più drammatica di questa storia. Ma c'è anche altro. Spiega il vicedirettore generale dell'Unesco, Ernesto Ottone Ramirez: almeno 53 siti culturali sono stati danneggiati o parzialmente distrutti dall'inizio dell'invasione russa; tra questi si contano 29 chiese, 16 edifici storici, quattro musei e quattro monumenti.

Salvatore Merlo per “il Foglio" il 31 marzo 2022.  

È il primo vero segnale di de-escalation, come direbbero i nuovi virologi, ovvero i geopolitologi che li hanno sostituiti in tv. 

Matteo Salvini ha smesso di sparare dichiarazioni dalla mattina alla sera, di bombardare con la sua immagine tutti i canali social e di onda media 24 ore su 24. 

È un evento straordinario. Degno della massima attenzione. Il dichiaratore pronto uso, il trapezzista provetto, s’è fermato.

Sulla guerra di Ucraina, per dire, è passato da centodiciassette dichiarazioni (calcolate dal Foglio tra il 24 febbraio e il 10 marzo) a sole quattordici dichiarazioni (dall’11 marzo a oggi). In mezzo c’è stata la Polonia. La figura di tolla in mondovisione.

Il momento fatale, direbbe Zweig. L’evento decisivo. Dopo il quale quelli della Lega devono avergli messo una camicia di forza. Un tappo di stoppa in bocca. Altrimenti non si spiega.     

D’altra parte, Matteo s’era imposto da anni un regime di comparsate piuttosto rigido per evitare che qualcuno potesse malauguratamente dimenticarsi della sua esistenza: alle 8.00 iniziava a parlare alle trasmissioni del mattino, poi convocava tutti i giornalisti davanti al Senato, subito dopo si concedeva un passaggio su Rete 4, seguito da “direttina” Facebook, mitragliata di agenzie, salottone di Bruno Vespa e infine ultima apparizione notturna su Instagram. Casa Salvini: le notti bianche di Matteo. Un format.

Un intreccio di vita vissuta in movimento tra soggiorno e tinello, tra un commento all’attualità politica e uno sguardo cupido alla Nutella. 

E all’alba si ricominciava da capo: Mattino 5, conferenza stampa, Rete 4, diretta Facebook, Vespa o Giordano o Porro, Instagram, Nutella... All’infinito. 

Volando sulle liane. Come quando s’era convinto d’essere il king maker del presidente della Repubblica, e allora lanciava nomi tipo coriandoli.

In tv, sui social, in agenzia. Citofonava a Cassese, a Massolo, a non meglio precisati “professionisti e avvocati”, quindi candidava la Casellati e dopo un’ora buttava in mezzo la Belloni. Ambi, terne, cinquine... tombola! Tutto in diretta. Un reality.    

Chiunque altro si sarebbe già fermato allora, dopo il filotto del Quirinale, per consegnarsi all’arte del tacere. Un fondamentale e disatteso precetto politico, già espresso nel Settecento dall’abate Dinouart: “Il silenzio politico è quello di un uomo prudente, che si contiene, che si comporta con circospezione, che non si apre sempre, che non dice tutto ciò che pensa”. 

Ora tace Salvini, ma non per strategia. Né per calcolo intelligente. È troppo tardi. Dopo la Polonia il silenzio è una necessità. La nemesi di uno che ha straparlato fino a perdere la voce (assieme alla faccia). 

Viola Stefanello per "Italian Tech" il 24 marzo 2022.

C’era una volta, prima di Cambridge Analytica e delle fabbriche di troll controllate dai governi, prima delle rivelazioni di Frances Haugen e dei rebranding che guardano a un Metaverso lontano, prima dell'Oversight Board e della tentazione costante di cancellare i propri profili e sentirsi finalmente liberi, una storia d'amore. O almeno qualcosa che ci assomigliava. Era la storia della nostra infatuazione per i social network e tutto ciò che promettevano: la riscoperta di contatti che pensavamo perduti, una maggiore vicinanza a persone appassionate delle nostre stesse cose, l'abbattimento delle barriere fisiche e poi, con le Primavere Arabe, addirittura di interi regimi.

Era anche la storia di come una manciata di compagnie stavano fagocitando pezzi sempre più ingenti dell'economia, arricchendosi enormemente nel raccogliere i dati di grandi masse di utenti senza particolari limiti legali ad arginarle. Questo aspetto, presente fin dall'inizio, sarebbe entrato a far parte del discorso pubblico e politico attorno ai social network a poco meno di un decennio dalla loro adozione.

È almeno dal 2018 che la fiducia nell'industria del tech - e nelle aziende che gestiscono le grandi piattaforme social in particolare - è in declino. Le accuse che sono loro rivolte spaziano dall'aver rovinato la salute mentale degli adolescenti all'incitamento al genocidio alla radicalizzazione politica dei cittadini in vista delle elezioni in tantissimi Paesi, e vanno a toccare gli stessi modelli di business che hanno permesso loro di diventare tanto grandi.

Dopo ogni scandalo, le aziende hanno promesso di aggiustare il tiro e talvolta hanno davvero introdotto maggiori protezioni per gli utenti. Ma l'incantesimo era ormai spezzato e insieme a questa presa di coscienza sociale e politica è arrivata anche una maggiore attenzione dei governi (democratici o meno), pronti a regolamentare le piattaforme. Sia per rispondere, anche se tardivamente, alle storture economiche e sociali che hanno creato, sia per cercare di ristabilire il proprio potere su piattaforme che, soprattutto sotto i regimi più autoritari, sono diventate piazze pubbliche dove è possibile alzare la voce e far conoscere le ingiustizie che accadono nel proprio Paese al resto del mondo.

Nemmeno lo scoppio della pandemia, che offriva la possibilità di dimostrare che i social possono ancora connettere le persone in modo costruttivo, ha portato a un'inversione di rotta significativa. A dieci anni dalla fine delle Primavere Arabe, l'invasione dell'Ucraina può ricordarci della loro importanza per la democrazia?

Di fronte ad altre crisi internazionali, negli scorsi anni, le tech company si sono mostrate impreparate o riluttanti a prendere una posizione netta. Dopo l'attacco russo all'Ucraina del 24 febbraio, però, la risposta è stata di una rapidità impressionante. YouTube, Facebook e TikTok hanno bandito dalle proprie piattaforme in Europa i profili dei media di Stato russi Sputnik e Russia Today, tra le principali fonti di propaganda di Mosca.

YouTube ha anche affermato di star rimuovendo contenuti che negano o sottostimano l'invasione e ha reso impossibile la monetizzazione dei video di tutti i propri utenti russi. Apple e Microsoft hanno rimosso l'app di Russia Today dal proprio app store. Twitter ha cominciato ad avvertire gli utenti quando interagiscono con link che portano a testate affiliate allo Stato russo. TikTok ha sospeso lo streaming live e il caricamento di nuovi contenuti dalla Russia in risposta a una nuova legge che minaccia di punire con pene fino a 15 anni di reclusione chi diffonde "informazioni false" sull'invasione dell'Ucraina, che secondo Mosca è soltanto "un'operazione speciale", Google ha completamente sospeso la sua attività pubblicitaria in Russia e ha smesso di accettare nuovi clienti per i propri servizi cloud.

In Ucraina ha messo a disposizione alcune risorse per aiutare chi fugge dal Paese usando Google Maps. Airbnb ha sospeso tutte le operazioni in Russia e Bielorussia e ha promesso che offrirà alloggio temporaneo a 100mila rifugiati ucraini. Amazon ha sospeso le spedizioni di tutti i prodotti al dettaglio e l'accesso a Prime Video ai clienti in Russia e Bielorussia, oltre a sospendere gli account che usano il cloud computing di Amazon Web Services per "minacciare, incitare, promuovere o incoraggiare attivamente la violenza, il terrorismo o altri gravi danni".

Hanno preso posizione, limitando o ritirando totalmente i propri servizi dal mercato russo, anche Netflix, PayPal, Adobe, IBM, Intel, Nvidia, Samsung, Bumble, Electronic Arts, Ubisoft e Nintendo.

Nel frattempo, gli ucraini portavano la propria resistenza all'invasione anche online, contrastando la propaganda del Cremlino e conquistando il sostegno degli utenti internazionali grazie a un flusso continuo di video e foto dal Paese appena invaso. Su Instagram, Facebook, TikTok, Twitter gli utenti ucraini hanno cominciato a dare testimonianza delle proprie città distrutte e di come persone qualsiasi siano state strappate alla propria quotidianità dalla brutalità della guerra.

E hanno condiviso atti di straordinario coraggio da parte dei propri concittadini, come il video, ormai virale, della signora che dà ai soldati russi dei semi di girasoli da mettere in tasca "così cresceranno fiori sul suolo ucraino quando morirete". Tra meme che spiegano come fare una bomba molotov, storie di trattori che trascinano via mezzi corazzati russi e post che ridicolizzano gli errori tattici dei nemici, quella che passa è l'immagine di una popolazione che resiste, moralmente e militarmente, all'aggressione. Contando di demoralizzare, nel suo piccolo,gli avversari. 

Altrettanto abili nell'usare i social sono le autorità ucraine: i meme pubblicati dal profilo Twitter ufficiale dell'Ucraina erano già famosi, ma è entrato nella leggenda il post su Facebook dell'ente nazionale responsabile per la manutenzione delle strade, che nell'esortare i cittadini a smantellare i segnali stradali e costruire barricate di pneumatici in fiamme per disorientare i russi ha pubblicato una foto di un segnale stradale che invita gli invasori ad andare a quel paese.

E poi c'è, naturalmente, Volodymyr Zelensky, che dall'inizio dell'invasione riesce a rimanere onnipresente sui social nonostante tutto: ogni giorno, sul suo canale Telegram,pubblica video in cui aggiorna i suoi 1,4 milioni di follower sull'andamento della guerra. Telefono in mano, telecamera frontale accesa, Zelensky è stato innalzato ad eroe online, e il fatto che abbia un assurdo passato come attore, comico e doppiatore dell'orsetto Paddington in ucraino non ha guastato nella creazione di una montagna di meme a suo favore. Passerà probabilmente alla storia il video in cui, dal centro di Kiev, risponde alle voci secondo cui sarebbe fuggito dal Paese mostrandosi insieme ai suoi alti funzionari e affermando: "Noi siamo tutti qui. I nostri soldati sono qui, I nostri cittadini sono qui. E rimarrà così".

Se il Cremlino non è riuscito a imporre la propria narrazione al resto del mondo, il governo Putin si sta impegnando per mantenere il controllo sul fronte interno. Eva Galperin, direttrice della Cybersecurity presso la Electronic Frontier Foundation, ha sottolineato che «Facebook è il luogo in cui ciò che resta della società civile russa si organizza. Se interrompi l'accesso a Facebook, interrompi il giornalismo indipendente e le proteste contro la guerra». Non a caso, oltre a vietare ai giornalisti di citare fonti diverse da quelle fornite dal governo e aver proibito l'uso di parole come "invasione" e "guerra", Mosca ha ristretto l'accesso a Facebook, Instagram e Twitter e sta considerando di bollare le piattaforme appartenenti a Meta come "organizzazioni estremiste".

Lo Stato ha assunto il controllo di VKontakte, il secondo social network più usato in Russia, lo scorso dicembre. Sulle piattaforme non controllate dal Cremlino, però, l'opposizione all'aggressione è più vocale: su Instagram sono oltre 550 mila i post pubblicati sotto 'hashtag (#NoAllaGuerra) e alcune celebrità, come l'attrice Danila Kozlovsky o il conduttore televisivo Ivan Urgant, si sono schierate apertamente contro la guerra sui propri seguitissimi profili. Su Telegram -il cui fondatore, Pavel Durov, ha una storia molto travagliata con Mosca - si moltiplicano i canali che raccontano, in russo, la violenza contro il popolo ucraino.

Per proteggere i propri utenti, Meta ha messo a disposizione in Russia la crittografia end-to-end anche su Instagram, oltre a Whatsapp. «Creator e influencer, attivisti e musicisti russi stanno usando Facebook e Instagram per accedere alle informazioni e alzare la voce contro l'invasione», ha affermato Nick Clegg, presidente degli affari globali di Meta. «Vogliamo che continuino a essere in grado di farlo. E vogliamo che le persone in Russia continuino a essere in grado di ascoltare il presidente Zelensky e altri in Ucraina».

Ad ascoltare, lontano dal fronte, sono i milioni di persone che stanno seguendo, giorno dopo giorno, l'andamento della guerra e che si stanno organizzando per aiutare come possono. Gruppi Facebook per trovare compagni di viaggio si trasformano in posti dove le persone aprono le porte delle proprie case a rifugiati ucraini in cerca di un tetto sopra la testa. Gruppi come ArchiveTeam si prodigano per mettere al sicuro il patrimonio digitale ucraino. Spuntano i post che dicono, nello specifico, di che tipo di donazioni c'è bisogno, dove si possono portare, come aiutare.

«Nonostante i loro innumerevoli difetti, inclusa la loro vulnerabilità alla propaganda del governo e alla disinformazione, le piattaforme (..) possono rafforzare la nostra comune umanità anche nei momenti più bui", ha scritto il giornalista statunitense Jon Steinberg. Se per i social network sembra essere il momento perfetto per brillare, però, rimangono le macchie che da qualche anno a questa parte non riusciamo più a ignorare: la disinformazione, i truffatori che sfruttano momenti di caos ed empatia per arraffare soldi e follower, tutto quell'odio. E il fatto che alcuni degli spazi più importanti per il discorso politico e l'organizzazione dell'opposizione non sono pubblici, ma giardini recintati appartenenti a privatissime compagnie che valgono più del Pil di certi piccoli Stati. 

La "battaglia mediatica"? L'abbiamo persa. Claudio Brachino il 20 Marzo 2022 su Il Giornale. 

La battaglia mediatica ha un peso enorme nella nostra epoca, condiziona le coscienze e le scelte politiche.

C'era una volta McLuhan. Tra i tanti traumi di una guerra, ce ne sono alcuni immateriali ma comunque decisivi. La battaglia mediatica ha un peso enorme nella nostra epoca, condiziona le coscienze e le scelte politiche. Ed è così anche in Ucraina. L'opinione pubblica occidentale è tutta con Zelensky, più debole sul campo ma fortissimo nella costruzione narrativa dell'aggredito che combatte per la libertà e la democrazia, i nostri valori fondanti. E fondante, per la massmediologia, è stato pure il sociologo canadese che nel 1967 pubblicò un libro con un titolo destinato a diventare un totem: Il medium è il messaggio. La forza e la specificità del mezzo di rappresentazione della realtà sono di per sé comunicazione, al di là degli altri linguaggi concomitanti. Erano gli anni della tv nascente, oggi le tecnologie visive sono ovunque, non solo telecamere sempre più agili e digitali, ma satelliti, telefonini, droni ci danno un'illusione di onnipotenza nel racconto. Invece non è così, il messaggio non ha seguito la stessa sorte, non è diventato sempre più vero e oggettivo. Anzi le fake news si annidano nella stessa natura del mezzo. Nella guerra in Vietnam furono i reportage scritti degli inviati a scioccare l'America, con la prima guerra del Golfo la Cnn fece vedere i bombardamenti in diretta, ma i giornalisti sul campo erano «embedded», potevano dire solo ciò che non disturbava i militari. Tecnologia e politica prendevano due strade diverse. Tornando alla guerra di questi giorni, qual è la verità oggettiva sui bombardamenti alla centrale nucleare vicino a Kiev, chi ha abbattuto il ponte di Irpin, località diventata celebre per la lugubre immagine di una famiglia crivellata mentre scappava lungo un corridoio dis-umanitario? E cosa è successo nel teatro di Mariupol? Per giorni si è parlato di centinaia di vittime civili rifugiate lì, poi nessuna vittima... Pochi dubbi sul fatto che i russi abbiano bombardato un luogo che doveva essere intoccabile, da un lato un satellite ha mostrato la scritta «Bambini», dall'altro la propaganda di Mosca ha parlato del famigerato battaglione para-nazista «Azov» che si sarebbe nascosto nell'edificio, infine anche le fonti ucraine ci hanno messo un po' di tempo a rettificare la notizia di una mattanza. «I rifugi hanno tenuto», hanno detto. Per fortuna. Intanto noi eravamo lì a piangere e condannare. Povero messaggio, sempre più piccolo in un medium sempre più grande.

RUSSA. Francesca Sforza per “La Stampa” il 19 marzo 2022.

«Sappiamo cosa dobbiamo fare, come farlo, e a quale prezzo. E sicuramente realizzeremo tutti i piani che abbiamo predisposto». Vladimir Putin è sceso ieri sul palco dello stadio Luzhniki di Mosca per rassicurare il suo popolo che, a otto anni dall'invasione della Crimea, tutto procede secondo i piani. È stato accolto da applausi, canti, inni e bandiere che sventolavano sulle sedie prima ancora che la gente entrasse. Secondo i dati ufficiali hanno partecipato all'evento circa 200 mila persone; lo stadio ne contiene 80 mila, ma molti non sono riusciti a entrare e sono rimasti a sventolare fuori.

«Salve amici, come mai siete qui, avete voglia di commentare l'evento?», chiede a un gruppo di manifestanti con bandiere un reporter improvvisato che poi posterà il video su Telegram. Il ragazzo interrogato gli volta le spalle, due signore strette nei loro piumini ridono, cercano una che sia più adatta a parlare, ma quella, intercettata, si volta malamente ributtandosi nella mischia. Stando alle testimonianze, i trasporti ieri a Mosca hanno funzionato benissimo: scaricavano gente dai pullman e dai treni con un ordine militare.

E sin dal mattino le scuole avevano in programma lezioni sulla russità della Crimea e sull'importanza delle "operazioni militari" in corso. Ai dipendenti statali - che hanno avuto l'obbligo di partecipare - è stato messo a disposizione un giorno di riposo aggiuntivo, o in alternativa, una ricompensa in denaro. Dall'altra parte della città, sulla piazza del Maneggio, Arina Vakhrushkina, 17 anni, manifestava in piedi con un cartellone sul tipo di quello della conduttrice televisiva dove era scritto: «Per questo cartello riceverò una multa di 50.000 rubli. Sono qui per il vostro futuro e per il futuro dell'Ucraina. Non siate indifferenti! In questo momento i bambini muoiono in Ucraina e le madri russe stanno perdendo i loro figli. Non dovrebbe essere così!». Gli amici che hanno postato la foto di Arina l'hanno vista portare via da due agenti, e non sanno dove si trovi adesso. Comunque Arina nella piazza era da sola, al Luzhniki erano tantissimi.

All'ingresso dello stadio, tra la gente dotata di bandiere monotipo, anziane signore intonavano canti popolari vestite negli abiti tradizionali. Una scena che capita di vedere anche durante le elezioni, davanti ai seggi elettorali - se ne vedevano persino a Grozny, quando il voto si svolgeva senza che la città fosse visitabile da nessuno perché circondata dai carri armati russi.

All'interno, musica techno-melodica intrattiene il pubblico con parole adattate all'occasione: «In nessun momento della mia vita mi sono vergognato di essere cittadino russo/ Sono nato in questo paese/ lo amo con tutto il cuore e credo sinceramente che abbiamo il miglior paese del mondo/ Viviamo in un momento piuttosto difficile, molti se ne sono andati dal mercato russo/ C'è chi è preoccupato, ma ci sono persone che ora possono portare prodotti sul mercato russo/ È arrivata l'ora di un fantastico prodotto russo/ E a chi se ne è andato, diremo "arrivederci"».

Discorso motivazionale da tempo di guerra, quello pronunciato da Putin nel palco dello stadio: «I nostri militari si aiutano l'un l'altro difendendosi dai proiettili come fratelli, era tanto tempo che non conoscevamo una così grande unità». A un certo punto, mentre i russi da casa seguivano la kermesse alla televisione, un "problema tecnico" - così lo hanno chiamato dopo le autorità del Cremlino - ha fatto saltare il collegamento mandando al posto del discorso del presidente il cantante Oleg Gazmanov che cantava a squarciagola "Avanti Russia".

Ma l'interruzione patriottica non ha impedito a nessuno di perdere i punti salienti del messaggio, successivamente rimandati dal canale di Stato: «Stiamo evitando un genocidio», «Combattiamo contro i nazisti», «Abbiamo risollevato la Crimea dal degrado e dall'abbandono», e - citazione biblica - «Nessuna forma d'amore è più grande di quella di dare la vita per i propri amici». Su una chat Telegram di opposizione si è ironizzato sul fatto che il presidente citasse la Bibbia mentre indossava un piumino di Loro Piana del valore di 1 milione e mezzo di rubli (nel post si indicava il modello preciso, collezione 2021/2022, «uno dei suoi stilisti preferiti», e si ricordava che gli stipendi russi si aggirano intorno ai 200 rubli).

Ovunque venivano distribuite coccarde con la "Z", nuovo simbolo della Russia che va alla guerra (è l'iniziale, nella trascrizione occidentale, dell'espressione "za voinu", a favore della guerra, in opposizione al "net voini", no alla guerra, scandito dai manifestanti nelle proteste). Ma una volta finito il discorso, e finito anche il concerto, le persone che avevano cominciato a defluire si sono trovate davanti agenti delle forze speciali che li hanno tenuti dentro lo stadio - stando alle testimonianze - per almeno 30 o 40 minuti. Pare che già dall'inizio qualcuno, dopo essersi fatto notare da colleghi o superiori, avesse abbandonato il concerto prima della conclusione. Quindi i cancelli sono stati bloccati. «È tanto che aspettiamo, non possiamo uscire?», chiedeva esausta una anziana signora. «C'è da aspettare ancora un po' baba, per adesso l'ordine è rimanere dentro», si è sentita rispondere. 

Ludovica Di Ridolfi per open.online il 18 marzo 2022.

Il discorso che Vladimir Putin stava tenendo presso lo stadio di Luzniki, a Mosca, è stato improvvisamente interrotto. 

Mentre il leader del Cremlino parlava, con gli occhi di tutto il mondo puntati addosso attraverso il segnale della tv di Stato russa, l’inquadratura è improvvisamente cambiata, interrompendo le sue parole per riprendere i canti e i festeggiamenti in occasione dell’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea.

Un taglio inaspettato, che nel corrente clima di tensione, ha corso il rischio di essere interpretato come intenzionale. Ma la smentita ai sospetti è subito arrivata dal portavoce del governo russo Dmitry Peskov, il quale ha spiegato all’agenzia RIA Novosti che l’interruzione della trasmissione è stata provocata da un «guasto tecnico al server».

Ha poi aggiunto che il discorso di Putin sarebbe stato ripetuto. Promessa mantenuta dopo pochi istanti, quando il canale televisivo Rossija24 ha nuovamente mandato in onda le parole del leader russo. Questa volta, senza interruzioni. 

Rosalba Castelletti per “la Repubblica” il 20 marzo 2022.

All'indomani dell'evento allo stadio Luzhniki di Mosca per celebrare la "primavera della Crimea", il giudizio degli osservatori è unanime. La festa andata in scena a otto anni dall'annessione, nel pieno dell'offensiva russa in Ucraina, è stata "un'operazione speciale separata". Una sorta di rito di "auto-epurazione" collettivo, per usare le parole di qualche giorno fa del presidente russo, per coltivare "patrioti" ed estirpare il germe del "tradimento".

Man mano che "l'operazione speciale", quella militare, in Ucraina si protrae e che il contraccolpo delle sanzioni provoca zuffe nei supermercati per l'accaparramento dello zucchero, il Cremlino cerca di rinsaldare il consenso. E lo fa con una martellante propaganda che pervade ogni ganglio dello spazio pubblico e privato. «Davanti ai nostri occhi nascono i canoni dell'era Z», commenta Slava Taroshchina di Novaja Gazeta . «Un nuovo Paese sconosciuto, nuovi compiti, nuovi eroi».

La televisione di Stato Altro che religione. È la tv il nuovo oppio del popolo russo. I talk show hanno soppiantato ogni programma d'intrattenimento. Il palinsesto delle due reti più seguite, Pervyj Kanal (Primo Canale) e Rossija 1 , è un alternarsi di dibattiti inframmezzati da tg. Si parla solo di "operazione militare speciale". Tutto è capovolto nella realtà parallela della tv che guardano 4 russi su 5: gli "invasori" sono "liberatori", le vittime "nazisti sabotatori" guidati da un "fascista drogato" e gli occidentali "ipocriti bugiardi".

I profughi fuggono dagli ucraini e trovano rifugio in Russia. E i civili sono vittime dei "nazisti" che li usano come "scudi umani". «Guardando la tv russa, io stesso vengo zombificato. Voglio andare a combattere. Le mie percezioni sono influenzate dalle storie di liberazione dei villaggi ucraini», commenta l'analista tv Serghej Mitrofanov. 

Le scuole Banditi i media indipendenti e ristretto l'accesso allo spazio digitale, controllare la conversazione nelle aule è l'ulteriore passo per rafforzare la narrazione. Le scuole sono state inondate di volantini: «Vogliamo continuare a sostenere un regime fascista in Ucraina o instaurare la pace? ». Studenti, docenti e genitori sono stati obbligati a seguire tre videolezioni. La direttrice di Rt Margarita Simonjan e la portavoce degli Esteri Maria Zakharova spiegavano come difendersi dalla "manipolazione dell'informazione" dell'Occidente.

Un messaggio che su alcuni fa presa: «I nostri soldati sono eroi. Sconfiggono i nuovi nazisti», ci dice la maestra Aljona Sulemainova. Chi si discosta dalle istruzioni, rischia: un richiamo, il licenziamento o, peggio, un'azione penale. Un insegnante di geografia di Mosca è stato licenziato e ha dovuto lasciare il Paese perché aveva scritto su Instagram: «Non voglio essere specchio della propaganda». E la polizia ha fatto irruzione in casa di uno studente che aveva osato contestare l'insegnante di storia.

I simboli Il nastro dai colori arancione e nero ricorda la croce di San Giorgio, la più alta onorificenza militare della Russia zarista. Col tempo è diventato il simbolo della vittoria dell'Urss sul nazismo. Il messaggio è chiaro: i militari russi oggi combattono contro i "nuovi nazisti" in Ucraina proprio come i loro antenati che diedero la vita durante la Grande Guerra Patriottica. "La vittoria sovietica sulla Germania nazista resta forse il più grande elemento unificante dell'identità nazionale", commenta l'analista Serghej Markov. Ma è la lettera "Z", che non fa parte dell'alfabeto cirillico, a dominare su t-shirt e decorazioni. Nel Paese si moltiplicano i flash-mob dove impiegati statali, atleti o studenti vengono allineati a formare la lettera divenuta simbolo della cosiddetta operazione speciale.

Gli influencer Sul palco del Luzhniki si è alternato il gotha. Da Ljube, la band preferita di Putin, alla cantante Polina Gagarina rappresentante russa all'Eurovision 2015. Anche i più giovani si sono uniti a Oleg Gazmanov quando ha intonato "Nato nell'Urss" con i suoi versi che oggi suonano più inquietanti che mai: «Ucraina e Crimea, Bielorussa e Moldova: questo è il mio Paese! Sono nato nell'Urss, sono stato fatto nell'Urss». Serghej "Shnur" Shnurov, il cantante della band Leningrad, nota per la colonna sonora di "Ogni cosa è illuminata", ha diffuso un nuovo video musicale dove paragona il trattamento dei russi in Europa alla persecuzione degli ebrei. La musicista Alina Oleshova della band Kis-Kis ha denunciato di essere stata contattata per ricordare l'annessione della Crimea sui suoi profili social dietro pagamento. Ma si è rifiutata.

La popolarità Mistificare la realtà per giustificare l'intervento, secondo i primi sondaggi di Fom e Vtsiom, due istituti filogovernativi, avrebbe avuto un impatto positivo sulla popolarità di Putin portandola a inizio marzo dal 64 per cento al 70. Secondo Oleg Ivanov, capo del Centro per la risoluzione dei conflitti sociali, a rafforzare la fiducia nel presidente sarebbe però stata "la reazione dell'Occidente": «Non fa che riunire il popolo attorno al leader». Il politologo Abbas Galljamov non crede a queste rilevazioni: "È interessante che il Cremlino abbia spento radio Ekho Moskvy e Tv Dozhd proprio nel momento in cui la popolarità di Putin cresceva a ritmi record. Se è tutto ok, allora perché è nervosa?».

Marco Imarisio per il “Corriere della Sera” il 20 marzo 2022.

La nebbia di guerra avvolge il Cremlino. E lo rende ancora di più un mistero all'interno di un enigma, tanto per parafrasare Winston Churchill e la sua celebre definizione della Russia. La festa allo stadio Luzniki per l'ottavo anniversario dell'annessione della Crimea sarà ricordata anche per la bizzarra interruzione del discorso di Vladimir Putin. 

«Guasto tecnico» ha detto Dmitrij Peskov, il portavoce del presidente. «Oppure sabotaggio» ha chiosato dal carcere il dissidente Aleksej Navalny. È quel che molti hanno pensato. Alla luce delle tre pause innaturali fatte da Putin mentre parlava sul palco, l'ipotesi più probabile rimane quella di un guasto allo schermo del suggeritore.

Ma non è stato l'unico problema di quello che doveva essere «L'evento», pianificato per dissolvere ogni dubbio sull'unità del Paese. Durante l'intervento della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, è saltato il sonoro della diretta televisiva per almeno trenta secondi. Scena muta, solo immagini. Ce n'è abbastanza per non escludere un attacco hacker, tesi che riscuote un certo credito presso i siti indipendenti di informazione.

I tempi del conflitto

Putin ripete che «l'operazione militare speciale» procede bene. Ma qualcosa non sta andando come previsto. Come i tempi del conflitto.

Il piano iniziale prevedeva una marcia trionfale tra le regioni russofone, salutata con favore dalla popolazione locale pronta a ribellarsi all'esercito «nazista» dell'Ucraina. Al massimo, un mese. Ormai ci siamo quasi. Ancora non si vede la fine.

Fin dai primi giorni, non appaiono in pubblico il ministro della Difesa Sergej Shoigu, il falco che sussurra all'orecchio del presidente, e il capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov. Chissà se è un caso. 

Il precedente del licenziamento di alcuni ufficiali di alto grado dell'Fsb, il servizio di sicurezza russo, accusati di aver sbagliato le previsioni, autorizza qualche sospetto. La guerra continua, ma sta cambiando.

Proprio ieri sera gli analisti militari di Russia Today incaricati di commentare da studio le gesta belliche dei soldati russi, spiegavano la relativa importanza strategica di una eventuale conquista di Kiev, ponendo invece l'accento sul corridoio che va dal Donbass alla Crimea, senza mai menzionare le città più importanti dell’Ucraina. 

Come a dire, questo sarebbe il sottinteso, che il vero obiettivo è una vittoria parziale e immediata, che eviterebbe il rafforzamento della posizione negoziale di Zelensky e una lunga guerra di occupazione per la quale sembrano mancare mezzi, risorse e rinforzi. Non è una correzione di rotta da poco.

Voci contro

La teoria del complotto non si addice al gesto coraggioso di Marina Ovsyannikova, la giornalista che pochi giorni fa ha fatto irruzione durante il telegiornale della sera per protestare contro la guerra. Ma quel che è successo non sembra avere una spiegazione logica, in un ambiente controllato come quello dell'informazione russa.

Non è stato l'unico segnale mediatico in contrasto con la narrazione di Stato. La scorsa domenica è avvenuta una cosa inaudita, per chi conosce bene Vladimir Solovyov, l'anchor man più popolare di Russia e più vicino a Putin che ci sia, oligarca a sua volta con tanto di villa sul lago di Como oggi sotto sequestro.

Il suo show è registrato. Non passa spillo in scaletta senza il consenso del Cremlino. Eppure, due ospiti anche loro di stretta osservanza presidenziale, il regista Karen Shakhnazarov e il deputato Semyon Bagdasarov, hanno «osato» riconoscere l'impatto forte delle sanzioni e i fallimenti dell’esercito. 

Potrebbe essere una messa in scena per mostrare pluralismo. O forse l'inizio di una operazione mediatica per preparare il terreno al racconto di un finale diverso. Ma qui si torna al caro vecchio Churchill. E alla nebbia fitta che circonda il Cremlino.

Da Adnkronos il 20 marzo 2022.

Fischi allo stadio per Vladimir Putin e la regia interrompe il discorso del presidente della Russia con qualche secondo di musica. E' lo scenario delineato da un video pubblicato su Telegram dal canale Ateo Breaking.

A fischiare, secondo la ricostruzione, sarebbero stati soprattutto studenti contrari alla guerra in Ucraina. Il Cremlino ufficialmente ha spiegato che l'interruzione del discorso di Putin in tv è stata legata ad un problema ad un server. 

Anna Zafesova per "La Stampa" il 20 marzo 2022.

Vladimir Putin è finito vittima della propria diffidenza. Il giallo durato 24 ore del suo discorso ai fedelissimi, interrotto all'improvviso in diretta televisiva da un'orchestra con coretti patriottici, ha appassionato gli amanti delle cospirazioni, curiosi di capire cosa fosse successo in quei secondi allo stadio Luzhniki di Mosca. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha parlato di «guasto tecnico del server», senza precisare cosa intendesse.

Le tv ucraine avevano trasmesso spezzoni del discorso del presidente russo dove si sentivano distintamente dei fischi e dei boati dal pubblico, sostenendo che la diretta fosse stata censurata. In altri video girati in altri punti dello stadio però si vedono gli spalti continuare indisturbati a sventolare le bandiere tricolori scandendo «Russia, Russia», come da copione. Qualcuno aveva sospettato un sabotaggio: la protesta nel mezzo del telegiornale della redattrice Marina Ovsiannikova ha svelato l'esistenza di un fronte di dissenzienti nel cuore della propaganda russa.

E pare che sia stato proprio quell'incidente ad aver rovinato il comizio-concerto per gli otto anni dall'annessione della Crimea: le dirette della televisione russa vengono ora trasmesse con tre minuti di ritardo. Di conseguenza, mentre sui teleschermi di tutte le Russie stava ancora parlando il presidente, sul palco dello stadio c'era già il coro militare che insieme al cantante Oleg Gazmanov tuonava «Sono stato fatto in URSS, Ucraina, Crimea, Bielorussia e Moldavia, sono il mio Paese», che si è sovrapposto alla finta diretta. Impossibile capire per ora se si sia trattato di un errore, o del gesto consapevole di un tecnico: poco prima, si era spento il microfono alla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha proseguito ad arringare la folla con l'espressione commossa, senza che si udisse una sola parola.

Se doveva essere uno sfoggio di unanimità spettacolare, il comizio non è stato all'altezza dell'intento. Lo sforzo organizzativo è stato immenso: 203 mila partecipanti, dentro e fuori lo stadio, decine di autobus e treni, bandiere e slogan nazionalisti ovunque, ornati della Z che da segno distintivo dei mezzi militari russi in Ucraina è diventata il nuovo simbolo dell'orgoglio russo, depositato curiosamente in una lettera dell'alfabeto latino che in cirillico non esiste.

Ma anche se almeno cinque giornalisti indipendenti erano stati arrestati prima di poter raggiungere lo stadio, diverse telecamere hanno documentato l'esodo dei fedelissimi di Putin ancora prima dell'inizio dell'evento, e numerosi partecipanti hanno sostenuto sui social di essere stati costretti a unirsi alla manifestazione, o con le minacce o con incentivi. Una tecnica tipica dei "puting", come vengono chiamati i comizi per il presidente, un neologismo formato da "Putin" e "meeting": l'iniziativa dal basso è sempre mal vista, meglio scegliersi il popolo Potiomkin per evitare sorprese, e alle aziende comunali di Mosca era stata inviata l'ordinanza di formare il pubblico soltanto da «persone con fisionomia slava», nessun asiatico o caucasico. Gli impiegati pubblici sono stati attirati con la promessa di un permesso retribuito, gli studenti con quella di esami condonati, molti sono venuti per un pasto gratis e per un concerto di star televisive. Ma la star principale doveva essere ovviamente Vladimir Putin, che ha tenuto segreta la sua partecipazione fino all'ultimo.

Il presidente russo è apparso sull'immenso palco a sorpresa, con un look smart casual, composto da una dolcevita color avorio che spuntava da sotto un piumino blu, identificato subito dai blogger come un modello di Loro Piana da 10 mila euro. Intorno a lui, una struttura enorme a gazebo, che secondo alcune voci sarebbe in realtà una gabbia di vetro antiproiettile. Chi si aspettava un discorso storico ritrova però un copione già ben noto sul "genocidio" e i "nazisti" di Kiev, condito da citazioni bibliche («non c'è amore più grande che dare la propria anima per gli amici»), proclami di grandezza russa e invocazioni di neosanti bellicosi come l'ammiraglio Fyodor Ushakov, che costruì Sebastopoli. Putin si interrompe spesso, non si capisce se perché si dimentica il testo, perde di vista il gobbo o fa una pausa per un'ovazione che non arriva. Il pubblico del "puting" tace, qualcuno fischia, la maggioranza resta indifferente a tutto, anche ai fucili che gli vengono puntati addosso dai cecchini presidenziali appostati sotto il tetto.

Putin, discorso allo stadio con il parka (da un milione di rubli) made in Piemonte. Loro Piana prende le distanze. Redazione online su Il Corriere della Sera il 19 marzo 2022.  

L’azienda ha interrotto le forniture in Russia: «Putin dovrebbe riflettere su ciò che sta facendo vivere al popolo ucraino». 

Non è passato inosservato sui media il look «made in Italy» di Vladimir Putin, che sul palco dello stadio di Mosca ha indossato un parka colore blu scuro di Loro Piana, il marchio piemontese specializzato in articoli in cashmere acquistato però nel 2013 al polo del lusso francese Lvmh. Si tratterebbe di un giaccone del valore di circa un milione e mezzo di rubli, pari a oltre 12 mila euro.

Loro Piana prende le distanze

«Lvmh, il gruppo di cui Loro Piana fa parte ha da subito preso le distanze - spiega Pier Luigi Loro Piana - . È chiaro da che parte abbiamo deciso di stare».

L’azienda ha infatti interrotto le forniture in Russia e si sta adoperando per aiutare il popolo ucraino attraverso le associazioni impegnate nella solidarietà. «Putin dovrebbe riflettere su ciò che sta facendo vivere al popolo ucraino», conclude Loro Piana.

E intanto sui social c’è chi sottolinea come la decisione del presidente russo di indossare il costosissimo capo strida con i disagi che cominciano a farsi sentire su molti cittadini russi, difficoltà dovute alle durissime sanzioni economiche e finanziarie imposte a Mosca dall’Europa e dagli Stati Uniti.

Paolo Stefanato per ilgiornale.it il 20 marzo 2022.

Ci sono anche testimonial sgraditi, non richiesti e decisamente dannosi. Personaggi che anziché valorizzare l'immagine di un marchio possono rappresentare un danno incalcolabile. È il caso del piumino da 12mila euro firmato Loro Piana, storico marchio piemontese di cachemire, indossato da Vladimir Putin durante il suo discorso alla nazione dal palco dello stadio di Mosca.

Il presidente russo in questo momento è l'uomo meno adatto del mondo a fare una buona pubblicità per qualunque cosa e per un'azienda di rango elevato trovarsi coinvolta suo malgrado in uno spot involontario è certo una faccenda imbarazzante. Proprio la parola «imbarazzo» è quella che ha usato ieri Pier Luigi Loro Piana, ancora presente nell'azienda che porta il nome di famiglia e che nel 2013 è stata ceduta per alla multinazionale francese Lvmh di Bernard Arnault, che per l'ottanta per cento ha sborsato due miliardi di euro.

«È una questione che crea qualche imbarazzo dal punto di vista umano», ha confessato a la Repubblica l'imprenditore, 70 anni, rappresentante della sesta generazione ancora presente nell'impresa. Il gruppo di cui fa parte loro Piana ha già messo in atto tutte le azioni per prendere le distanze e per essere solidali con le posizioni europee rispetto alla tragedia umana che stiamo vivendo. 

Lvmh, come altri marchi del lusso di tutto il mondo, nelle ultime settimane ha chiuso i negozi in Russia e ha interrotto le forniture. Questo indica, quanto meno, che il piumino non è stato acquistato per l'occasione ma veniva dagli armadi di casa Putin. «La giacca credo che sia un acquisto che risale a tanto tempo fa ha ipotizzato l'imprenditore, che ha ben in mente modelli e annate ma credo anche che questi siano argomenti minori rispetto alla tragedia di una guerra.

Come azienda siamo completamente solidali con le posizioni del gruppo Lvmh. È chiaro da che parte abbiamo scelto di stare. Non mi sento colpevole per quella giacca, ma credo che Putin dovrebbe riflettere sull'ecatombe che sta facendo vivere al popolo ucraino». L'azienda ha già inviato aiuti a Kiev a sostegno della popolazione.

Allo stadio, Putin si è presentato con un piumino chiamato «parka», un capo d'abbigliamento ispirato alla popolazione nordica degli inuit. Quello del presidente russo era blu scuro, indossato sopra a un maglione bianco e al giubbotto antiproiettile. È un capo caldo, anche se a Mosca l'altro ieri la temperatura era ben sopra lo zero, non proibitiva. Ha un valore, dicevamo, di 12mila euro, pari a 1,5 milioni di rubli. Rende di più l'idea confrontare il prezzo con lo stipendio medio in Russia, che si ferma a 33.600 rubli mensili, 286 euro. 

«Abbiamo visto purtroppo anche un richiamo all'italianità ha commentato Enrico Letta, riferendosi all'abbigliamento di Putin allo stadio -. Il made in Italy ci rende orgogliosi ma vogliamo vedere un made in Italy più forte e meno legato a un personaggio che sta facendo in negativo la storia del nostro tempo».

Discorso alla Nazione di Putin: perché le persone allo stadio avevano delle Z cucite sui vestiti? Ilaria Minucci il 20/03/2022 su Notizie.it.

Per quale motivo, durante il discorso alla Nazione di Putin allo stadio Luzhniki di Mosca, le persone avevano delle Z cucite sui vestiti? 

Per quale motivo, in occasione del discorso alla Nazione pronunciato da Vladimir Putin allo stadio Luzhniki di Mosca, le persone avevano delle Z cucite sui vestiti?

Discorso alla Nazione di Putin: perché le persone allo stadio avevano delle Z cucite sui vestiti?

Nella giornata di venerdì 18 marzo, in occasione dell’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea alla Russia, il presidente Vladimir Putin ha tenuto un discorso alla Nazione sulla guerra in Ucraina. In questo contesto, i presentatori e le persone che si sono recate allo stadio Luzhniki di Mosca, presso il quale era stata organizzata la cerimonia per festeggiare l’evento, avevano delle Z cucite sui vestiti e in bella mostra sul petto. Cosa significa?

Nelle ultime settimane, la Z cucita o stampata su giacche e magliette e mostrata anche sulle bandiere rappresenta un simbolo dell’invasione russa dell’Ucraina.

Dallo scorso 24 febbraio, il simbolo ha fatto per la prima volta la sua apparizione sui carri armati dell’esercito inviato in Ucraina dal Cremlino. Successivamente, è stata apposta su cartelloni pubblicitari mentre i giocatori di bandy e le ballerine di danza classica hanno assunto la forma di una Z prima, rispettivamente, di giocare e di esibirsi.

I possibili significati attribuiti alla Z ripetutamente sfoggiata dai russi

Per quanto riguarda il significato della lettera Z, diventata un simbolo patriottico in sostegno dei militari inviati da Putin in Ucraina, sono state formulate svariate ipotesi.

Il Ministero della Difesa della Russia ha dichiarato che la Z sta per “Za pobedu” che, tradotto, significa “Per la vittoria”.

Altri, invece, sostengono che la Z sia un riferimento al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. In questo modo, le truppe russe starebbero inviando al leader ucraino una sorta di messaggio per ricordargli che continua a essere il bersaglio principale del Cremlino.

Infine, c’è chi afferma che la Z stia per “Zapad” che significa ovest e, quindi, l’iniziale indicherebbe le intenzioni di Mosca di dare vita a una guerra che non si limiti all’Ucraina ma che si estenda anche all’intero Occidente.

Da “Libero Quotidiano” il 28 marzo 2022.

Mentre divampa il dramma dei profughi e in tutto il mondo si organizzano manifestazioni contro la guerra decisa dalla Russia contro l'Ucraina, c'è chi decide di allontanare da sé ogni possibile riferimento allo zar e alle sue violenza. 

È il caso del gruppo assicurativo Zurich, dal nome della città svizzera di Zurigo, il cui logo è, ovviamente una grande zeta che campeggia sui palazzi sedi del gruppo e sui canali social di comunicazione.

«Stiamo temporaneamente rimuovendo l'uso della lettera "Z" dai social, dove appare isolata e potrebbe essere interpretata erroneamente», ha spiegato un portavoce dell'azienda. L'ultima lettera dell'alfabeto è infatti usata per sostenere l'invasione russa in Ucraina.

Vladimir Putin, i retroscena sull'adunata allo stadio: uscite bloccate dai militari, ricompensa da 500 rubli. Libero Quotidiano il 19 marzo 2022.

Si torna a parlare del discorso alla nazione di Vladimir Putin, l'adunata allo stadio Luzniki di Mosca di ieri, venerdì 18 marzo. Davanti allo zar ecco 200mila persone, anche se la capienza massima era di 80mila persone. Adunata che richiama alla mente altre epoche, occasione in cui il presidente della Federazione russa ha ribadito i suoi obiettivi, in un discorso di rara violenza e a tratti delirante.

Del discorso se ne è parlato per il misterioso black-out che ha interrotto le parole del presidente: attacco hacker? Boicottaggio? Difficile saperlo, per certo il Cremlino, tramite il portavoce Dmitry Peskov, ha derubricato il tutto a "problema tecnico". Dunque il dettaglio del piumino Loro Piana da circa 12mila euro che indossava lo zar: altra circostanza che ha fatto discutere. Il suo tentativo di mostrarsi in abiti "popolari", insomma, è fallito alla grande.

Ma non solo. Ora ad aggiungere dettagli clamorosi ci pensa La Stampa, che in un lungo retroscena racconta la macchina della propaganda russa. A Mosca, spiega il quotidiano, i trasporti funzionavano benissimo: scaricavano gente dai pullman e dai treni con efficienza militare. E ancora, si apprende che le scuole avevano programmato per la mattinata delle lezioni speciali sulla Crimea sull'importanza delle "operazioni militari".

E ancora, si scopre che tutti i dipendenti pubblici avevano l'obbligo di essere allo stadio Luzinki: a loro è stato concesso un giorno di riposo aggiuntivo o una ricompensa in denaro, insomma un escamotage perfetto per riempire lo stadio, dato che in Russia, a causa delle sanzioni, ora anche una manciata di rubli può essere decisiva. Una volta finito il concerto, si apprende, poliziotti e militari hanno costretto le persone a restare dentro allo stadio per almeno 30 minuti: inaccettabile il fatto che qualcuno lasciasse prima del termine dell'evento. Infine, quanto scrive Repubblica: molti sarebbero andati allo stadio o sotto ricatto o per la promessa di incassare un compenso di 500 rubli. Robe da dittatura purissima.

Da corriere.it il 18 marzo 2022.

Il presidente russo Vladimir Putin parla allo stadio «Luzniki» di Mosca davanti a migliaia di persone. L’occasione è l’anniversario dell’annessione della Crimea (strappata all’Ucraina nel 2014) alla Federazione russa. 

Il ministero degli interni russo parla di 200.000 persone radunate all’interno e all’esterno dell’impianto sportivo. L’evento, trasmesso in diretta tv ha per titolo «Per un mondo senza nazismo, per la Russia, per il presidente». I conduttori hanno appuntata sulla giacca la «Z» che contraddistingue le truppe che hanno invaso l’Ucraina (qui il significato del simbolo).

Vladimir Putin ha fatto il suo ingresso allo stadio alle 14.15 (ora italiana) acclamato dalla folla, indossando un abbigliamento informale: giacca a vento blu e maglione a collo alto. «Gli abitanti della Crimea vogliono abitare nella loro terra, con la loro patria storica, la Russia» è stata la prima frase pronunciata; «Hanno fatto la cosa giusta opponendosi ai nazisti». 

Passando agli eventi di oggi Putin ha detto che «Kiev organizzava operazioni militari punitive contro il Donbass, qui siamo intervenuti con un’operazione speciale per fermare un genocidio dei russi: ora porteremo a termine i nostri piani». Il leader del Cremlino ha proseguito citando la Bibbia: «Non c’è amore più grande che donare l’anima per gli amici; in Russia vediamo un’unità che non c’era da molto tempo» ha detto citando il Vangelo di San Giovanni.

Il discorso di Putin è durato poco più di due minuti conclusi con un’ovazione da parte di tutto lo stadio. Nel telegrafico messaggio il presidente ha usato molti dei vocaboli chiave della sua retorica: il richiamo alla lotta ai nazisti, il sentimento della patria, della Madre Russia, l’invasione dell’Ucraina definita «operazione speciale», la missione condotta in nome dei valori della cristianità, il presunto genocidio commesso contro i russi.

Il clou dell’evento ha avuto però un «giallo»: le immagini della tv di Stato si sono improvvisamente oscurate pochi istanti dopo l’inizio dell’intervento di Putin. La trasmissione è ripresa subito dopo, quando però sul palco si stava esibendo un gruppo musicale. Un disguido al momento inspiegabile. Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov lo ha definito «un guasto tecnico».

Nel corso della mattinata, prima del discorso alla nazione, ha avuto anche un colloquio con il cancelliere tedesco Scholz, cui ha detto che «da Kiev arrivano proposte sempre più irrealistiche». 

Non ha voluto invece commentare le parole che gli sono state rivolte dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che lo aveva definito «assassino» e «criminale di guerra». Secondo quanto riportano le agenzie russe Tass e Interfax, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha parlato di un «insulto personale» e ha aggiunto: «Considerando l’irritazione del signor Biden, la fatica e talvolta la sua smemoratezza, che alla fine si traduce in affermazioni aggressive, noi preferiremmo astenerci dal fare qualunque duro commento che possa causare un’ulteriore aggressione».

Il piccolo dittatore. Sappiamo cosa fare e i piani saranno attuati, dice Putin. Vladimir Putin su L'Inkiesta il 18 Marzo 2022.

Nel giorno dell’anniversario dell’annessione della Crimea alla Russia, il capo pro tempore del Cremlino ha parlato allo stadio Luzhniki di Mosca con un discorso propagandistico: «Il motivo dell'operazione militare che abbiamo lanciato in Donbass e in Ucraina è alleviare queste persone dalla sofferenza, da questo genocidio».

Pubblichiamo il delirante discorso di Vladmir Putin pronunciato allo stadio Luzhniki di Mosca nel giorno dell’anniversario dell’annessione illegale della Crimea alla Russia. 

“Noi, nazione multietnica della Federazione Russa, uniti dal destino comune sulla nostra terra…” Queste sono le prime parole della nostra legge fondamentale, la Costituzione russa. Ogni parola ha un significato profondo e un significato enorme.

Sulla nostra terra, uniti dal destino comune. Questo è ciò che deve aver pensato la gente di Crimea e Sebastopoli mentre andava al referendum del 18 marzo 2014. Vivevano e continuano a vivere nella loro terra e volevano avere un destino comune con la loro patria storica, la Russia. Ne avevano tutto il diritto e hanno raggiunto il loro obiettivo. Congratuliamoli prima con loro perché è la loro festa. Felice anniversario!

In questi anni, la Russia ha fatto molto per aiutare la Crimea e Sebastopoli a crescere. C’erano cose che dovevano essere fatte che non erano immediatamente evidenti a occhio nudo. Si trattava di cose essenziali come la fornitura di gas ed elettricità, le infrastrutture dei servizi pubblici, il ripristino della rete stradale e la costruzione di nuove strade, autostrade e ponti.

Dovevamo trascinare la Crimea fuori da quella posizione umiliante e affermare che la Crimea e Sebastopoli erano state spinte quando facevano parte di un altro stato che aveva fornito solo finanziamenti rimanenti a questi territori.

C’è di più. Il fatto è che sappiamo cosa deve essere fatto dopo, come deve essere fatto e a quale costo – e realizzeremo tutti questi piani, assolutamente.

Queste decisioni non sono nemmeno così importanti quanto il fatto che i residenti della Crimea e di Sebastopoli abbiano fatto la scelta giusta quando hanno eretto una solida barriera contro neonazisti e ultranazionalisti. Ciò che stava e sta accadendo in altri territori è la migliore indicazione che hanno fatto la cosa giusta.

Anche le persone che vivevano e vivono nel Donbass non erano d’accordo con questo colpo di stato. Diverse operazioni militari punitive furono immediatamente inscenate contro di loro; furono assediati e sottoposti a bombardamenti sistemici con l’artiglieria e bombardamenti aerei – e questo è in realtà ciò che viene chiamato “genocidio”.

L’obiettivo principale e il motivo dell’operazione militare che abbiamo lanciato in Donbass e in Ucraina è alleviare queste persone dalla sofferenza, da questo genocidio. A questo punto, ricordo le parole della Sacra Scrittura: “Nessuno ha amore più grande di questo, che un uomo dia la vita per i suoi amici”. E stiamo vedendo quanto eroicamente i nostri militari stiano combattendo durante questa operazione.

Queste parole provengono dalla Sacra Scrittura del cristianesimo, da ciò che è caro a coloro che professano questa religione. Ma la linea di fondo è che questo è un valore universale per tutte le nazioni e quelle di tutte le religioni in Russia, e principalmente per il nostro popolo. La migliore prova di ciò è come i nostri compagni stanno combattendo e agendo in questa operazione: spalla a spalla, aiutandosi e sostenendosi a vicenda. Se necessario, si copriranno a vicenda con i loro corpi per proteggere il loro compagno da un proiettile sul campo di battaglia, come farebbero per salvare il loro fratello. È passato molto tempo da quando abbiamo avuto una tale unità.

È successo così che, per pura coincidenza, l’inizio dell’operazione è stato lo stesso giorno del compleanno di uno dei nostri eccezionali capi militari che è stato canonizzato: Fedor Ushakov. Non ha perso una sola battaglia durante la sua brillante carriera.

Una volta disse che questi temporali avrebbero glorificato la Russia. Così era ai suoi tempi; così è oggi e sarà sempre! Grazie!

Tagadà, Carmen Lasorella e il capolavoro comunicativo di Putin: "Uno scenario straordinario". Il Tempo il 18 marzo 2022.

Uno spettacolo a suo modo "straordinario" quello messo in scena dal presidente russo Vladimir Putin che mentre l'esercito di Mosca bombarda l'Ucraina ha parlato alla nazione in un evento-show allo stadio di Mosca. A definire "straordinario" lo spettacolo in occasione dell'anniversario del referendum che ha stabilito l'annessione della Crimea alla Russia è Carmen Lasorella durante la puntata di venerdì 18 marzo a Tagadà, il programma di Tiziana Panella su La7. Durante la trasmissione scorrono le immagini di "una rappresentazione quasi cinematografica ", commenta la giornalista, "questo scenario sicuramente di cattivo gusto con riferimento a quello che in queste ore vediamo in Ucraina è però straordinario, va detto". Per la giornalista Putin ha messo su una "narrazione assolutamente 'verosimile' per riferirsi ai suoi interlocutori che non sanno o che non vogliono sapere" quello che succede davvero in Ucraina. Insomma, un capolavoro comunicativo che ribalta la realtà ma è efficace per l'opinione pubblica interna.

Il presidente russo "si è posto come un padre, ha usato toni concilianti, ha citato le sacre scritture addirittura - commenta Lasorella - Putin ha proposto le facce più giovani e più belle, ha mostrato una generazione piena di vita. Io credo che" le persone festanti inquadrate dalla tv russa "siano stati selezionati uno".

Tornando a Kiev e alle città più colpite dalle forze armate russe, la giornalista ha parlato anche delle trattative per terminare le ostilità. "Sembra che l'Europa non sappia negoziare perché è vero che siamo davanti a una cosa indecente, per non dire infame, ma io lo posso dire io però che sono giornalista", è la premessa della giornalista. È un errore se dichiarazioni di questo tenore arrivano da "una persona che ha un incarico istituzionale". Insomma definire Putin un criminale o un assassino come fatto dal presidente americano Joe Biden (ma anche il "nostro" Luigi Di Maio lo ha descritto "peggio di un animale") è un errore che l'Europa o comunque l'Occidente  potrebbero pagare caro.  

Il discorso di Putin alla nazione, oggi adunata allo stadio di Mosca. Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 18 marzo 2022.  

Il presidente allo stadio «Luzniki»: «Kiev stava organizzando da tempo spedizioni punitive e attacchi militari contro il Donbass. Questo è un genocidio. Fermare tutto ciò era l’unico obiettivo dell’operazione. Attueremo i nostri piani». Poi cita la Bibbia. 

«Per puro caso, l’inizio dell’operazione speciale in Ucraina è stato il giorno del compleanno di…». L’unica novità è stata l’improvvisa interruzione del discorso di Vladimir Putin, tagliato dalla Tv di Stato russa mentre stava pronunciando questa frase, con stacco immediato su due cantanti che hanno ripreso a intonare inni patriottici per celebrare gli otto anni dell’annessione della Crimea, avvenuta nel 2014. Qualcosa di strano è accaduto. Lo dimostra anche l’intervento immediato di Dmitrij Peskov, il portavoce del presidente, che ha parlato di una “guasto tecnico”, ipotesi che non ha certo allontanato i sospetti su un possibile attacco hacker.

Quello andato in scena allo stadio Luzniki di Mosca, che tre anni fa ospitò la finale dei Mondiali di calcio, è stato il classico esempio di Puting, neologismo che fonde il nome del presidente alla parola meeting, inventato nel 2017 dai sostenitori di Alexis Navalny per definire gli eventi a favore del Cremlino. L’utilizzo di un’arena così ampia e di una scenografia così sfarzosa sembra già un segnale preciso dell’intenzione di andare avanti con la guerra. E nonostante sui canali Telegram della propaganda di governo fosse stato annunciato che Putin avrebbe fatto dichiarazioni importanti, l’attesa occidentale per eventuali novità è andata delusa.

Avanti così che va tutto bene, potrebbe essere il riassunto del discorso del presidente, che dal 2019 non appariva di persona a una manifestazione di tale portata. Putin è sembrato in buona forma. Al centro del palco con un look `made in Italy´, maglione a collo alto color crema e parka di colore blu di Loro Piana da un milione e mezzo di rubli ( circa 12 mila euro). Ha parlato a braccio. Per dire le solite cose e tessere l’elogio dei soldati russi impegnati in Ucraina, anche con annessa citazione delle parole di Gesù, forse l’unico inedito di giornata. «Non c’è amore più grande che dare la propria anima per gli amici» ha esordito, parafrasando un passo del Vangelo di Giovanni per parlare del sacrificio dei soldati al fronte. «I nostri ragazzi si proteggono l’un altro in battaglia, offrendo il loro corpo a protezione del compagno. Loro sono il simbolo del fatto che non siamo mai stati uniti come lo siamo oggi». Due giorni fa, nel discorso sui traditori della patria da schiacciare come moscerini.

Ma poi ha proseguito seguendo un canovaccio ormai abituale, quasi un riassunto delle puntate precedenti. «Kiev stava organizzando da tempo spedizioni punitive e attacchi militari contro il Donbass. Questo è davvero un genocidio. Fermare tutto ciò era l’unico obiettivo dell’operazione speciale. Abbiamo fatto risorgere la Crimea, che era un territorio abbandonato dagli ucraini. L’abbiamo fatto grazie ai suoi abitanti, che venivano umiliati di continuo e fanno parte del nostro popolo. Sono loro che hanno fatto la scelta giusta, ponendo un ostacolo al nazionalismo e al nazismo che invece continua ad essere presente nel Donbass, con operazioni punitive contro la popolazione. I nostri fratelli russi sono stati vittime anche di attacchi aerei. Questo è l’esempio di quello che noi chiamiamo genocidio. Evitarlo è l’obiettivo della nostra operazione militare, e vi assicuro che attueremo tutti i piani».

L’ultimo passaggio contiene un riferimento evidente al missile caduto due giorni fa nel centro di Donetsk, che ha causato la morte di 25 civili. I russi attribuiscono la responsabilità all’esercito ucraino, mentre Kiev replica che si tratta della classica opera di disinformazione. Il mistero sul destinatario degli auguri di compleanno posticipati si è dissolto con la pubblicazione integrale del discorso sul sito del Cremlino. Putin si riferiva all’ammiraglio Fjodor Ushakov, glorificato nel 2001 dalla Chiesa russa come santo patrono della marina, «In tutta la sua brillante carriera militare non perse neanche una battaglia» ha concluso Putin. «Egli ebbe a dire una volta che le grandi tempeste finiscono con il portare glori alla Russia. Così è sempre stato, così è oggi e così sarà sempre».

La "Z" e la Bibbia: cosa rivelano i simboli di Putin. Alessandro Ferro il 18 Marzo 2022 su Il Giornale.

Si è da poco concluso il discorso di Putin di fronte al suo popolo nello stadio di Mosca: tra simbologie e retorica, ecco cosa è successo.

Uno stadio gremito ha accolto con un'ovazione il presidente russo Vladimir Putin sventolando migliaia di bandiere russe e intonando cori di sostegno alla madre patria: la cerimonia si è svolta allo stadio Luzhniki di Mosca che nel 2018 aveva organizzato la finale dei Mondiali di calcio. Le incredibili scene di un pubblico festante come vivessero su un altro pianeta hanno mostrato innanzitutto una colorazione e simbologie particolari, ad iniziare da quella lettera "Z" divenuta simbolo dell'invasione in Ucraina disegnata sulle giacche.

La simbologia putiniana

Giaccone blu, golf a collo alto crema, il presidente russo è stato a lungo acclamato al termine del suo breve discorso. Dietro di lui un coro ha iniziato a cantare tra gli applausi e i fuochi di artificio. L'immagine che Mosca ha voluto rimandare è stata quella di un Paese felice e orgoglioso dell'operazione in corso. La gente teneva uno striscione con la lettera "Z "ripetendo in coro "Per Putin!" durante un concerto in occasione dell'ottavo anniversario della riunificazione della Crimea con la Russia. Questa lettera l'abbiamo già vista molte volte sui veicoli militari russi in Ucraina ma cosa significa? Secondo il ministero della Difesa russo, sta per "Za pobedu", cioé "Per la vittoria": la lettera caratterizza anche un numero sempre più ampio di automobili in Russia.

Quella citazione biblica

Questo simbolo è ormai arrivato in contesti di ogni tipo. Gli operai hanno messo una Z sulla rampa di un razzo allo spazioporto di Baikonur, mentre molte celebrità hanno aggiunto una Z maiuscola al loro nome sui social media. E poi, come non ricordare anche il ginnasta russo Ivan Kuliak che ha attaccato la lettera Z alla sua maglia ai Mondiali di Doha suscitando una indignata reazione a livello internazionale. Kuliak, piazzatosi terzo alle parallele, era sul pidio accanto al vincitore ucraino Illia Kovtun durante la cerimonia di consegna delle medaglie. Nel suo breve discorso Putin, ha anche citato la Bibbia in ricordo dell'annessione della Crimea. "Non c'è un amore più grande di questo, di chi dà la vita per i suoi amici", ha detto rilanciando la sua decisione di inviare truppe per "difendere il Donbass", ha detto, citando il Vangelo di Giovanni.

Nel breve messaggio, poi, lo zar russo ha utilizzato molti dei vocaboli chiave della sua retorica: dal richiamo alla lotta ai nazisti al sentimento della Madre patria Russia fino all’invasione dell’Ucraina definita "operazione speciale", una missione condotta in nome dei valori della cristianità. 

Inni, bandiere e Bibbia. Il mega-show di Putin. Messaggio ai russi e al mondo intero: "Avanti coi nostri piani". Gaia Cesare il 19 Marzo 2022 su Il Giornale.

Bagno di folla allo stadio Luzniki di Mosca, dove il presidente russo rilancia la sua propaganda. I vescovi: "Bestemmia". E anche le nuove telefonate con Scholz e Macron mostrano come il presidente non abbia intenzione di fermarsi. 

Anche il bagno di folla è compiuto. Vladimir Putin sceglie le celebrazioni dell'ottavo anniversario dell'annessione della Crimea per arringare un pubblico plaudente e i telespettatori da casa con la sua propaganda di Stato trasformata in mega-show. Maglione bianco a collo alto, giacca firmata da 12mila euro in barba al disastro economico a cui rischia di portare la Russia, Putin veste casual-chic ma il Re è nudo. Quello di ieri è un altro schiaffo all'Ucraina, un appello alla piazza perché lo sostenga anche sul lungo termine, ma anche un messaggio al mondo intero, visto che l'annessione della Crimea, unilaterale, non è riconosciuta dalla maggioranza della comunità internazionale ed è solo l'antipasto di un menu che Mosca vuole consumare fino al dessert: le vecchie frontiere sovietiche.

L'EVENTO

Le parole di Vladimir Putin tuonano nello stadio Luzniki di Mosca, il più grande di Russia, mentre le città ucraine sono da 23 giorni sotto le bombe russe indiscriminate e i civili martoriati da evidenti «crimini di guerra». Ma qui, il film di cui il leader russo si fa regista e protagonista è tutto un altro. Studenti e funzionari caricati sui pullman per assistere all'evento. I cori «Rossiya, Rossiya» - Russia, Russia - nello stadio gremito. Le autorità di Mosca parlano di 200mila persone presenti, divise fra dentro e fuori, dato che lo stadio può contenerne al massimo 81mila. Migliaia di bandiere a sventolare, con i colori della patria o con la lettera Z incisa per mostrare a tutti l'orgoglio dell'invasione, che il presidente russo continua a chiamare «operazione speciale». Ed eccolo il nocciolo del suo intervento, una replica ad arte delle puntate precedenti, stavolta con effetti sonori e furor di popolo: «L'operazione militare speciale è stata lanciata per evitare il genocidio dei russi». Il leader di Mosca «vende» la guerra come la buona azione di madre Russia, che vuole fare pulizia dei «nazisti» nel Donbass.

LE CITAZIONI

Se ce ne fosse ancora bisogno, l'esibizione rende evidente alla comunità internazionale quel che è già visibile sul campo di battaglia in Ucraina: Putin non ha intenzione di fermarsi. Mentre la diplomazia segue i suoi tempi - che le bombe fanno sembrare secoli - il nuovo Zar non cede di un millimetro nemmeno sul piano verbale. «Attueremo i nostri piani», promette. Se il presidente ucraino Zelensky è ormai diventato noto per le sue citazioni di Martin Luther King e Churchill, Putin si affida prima alla Bibbia: «Non c'è amore più grande che donare la propria anima per i propri amici», dice, con l'obiettivo di spiegare ai russi - privi di una libera informazione - che Mosca è intervenuta nel Donbass per difendere e non per attaccare. I vescovi si indignano: «Bestemmia». Ma il presidente russo chiude il discorso, infarcito di retorica nazionalista e falsità, con le parole del più illustre ammiraglio russo, Fyodor Ushakov, uomo dell'epoca zarista, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa: «Le tempeste portano alla gloria della Russia. Così è stato allora! Così è oggi! E così sarà sempre!».

LA DIPLOMAZIA

Non è difficile capire perché anche l'ennesima telefonata con il cancelliere tedesco Olaf Scholz ieri, prima del grande evento, e quella successiva con il presidente francese Emmanuel Macron, fanno entrambe un nuovo buco nell'acqua. La colpa di negoziati ancora infruttuosi - è la tesi del leader russo - è tutta dell'Ucraina, che «temporeggia» e fa «nuove proposte irrealistiche». Così anche il bilancio della chiamata, durata poco meno di un'ora e sempre accompagnata dalla richiesta per una tregua rapida e una soluzione diplomatica, secondo il portavoce del Cremlino è «pessimo». La telefonata «difficilmente può definirsi amichevole», spiega Dmitri Peskov. Ma «la parte russa - conclude Mosca - è pronta a continuare a cercare soluzioni in linea con i suoi ben noti approcci di principio».

Non va meglio il secondo round con Macron. Come Scholz, il leader francese insiste per un cessate il fuoco. Nella chiamata di un'ora e dieci riferisce la grande preoccupazione per la situazione nella città di Mariupol, martoriata dalle bombe, con gli ucraini stremati, a corto di elettricità, cibo e acqua. Ma Putin continua a crogiolarsi nelle sue menzogne di Stato, assicurando che le forze russe stanno facendo «tutto il possibile per evitare vittime civili» e accusando le forze di Kiev di commettere crimini di guerra.

IL FINALE

Sembra un copione da manuale di propaganda sovietica. Ma arriva il fuori programma. Il discorso di Putin viene interrotto all'improvviso dalle canzoni patriottiche cantante durante lo spettacolo. «Problemi tecnici», spiega il Cremlino. Ed è subito giallo. Evento registrato? Tentativo di boicottaggio? Comunque sia, Re Putin è nudo.

Da open.online il 15 marzo 2022.

Il deputato della Lega Vito Comencini è a San Pietroburgo, la città natale della moglie. Ma è anche pronto a raggiungere il Donbass «se sarà possibile. In caso contrario mi fermerò a Rostov, dove molti dei profughi giunti dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk hanno trovato riparo».

In un’intervista rilasciata a Repubblica Comencini oggi spiega che lui non si sente un filo-Putin, ma o «un identitario. Difendo i valori della civiltà classico cristiana in Europa». Per lui «’invasione è anche una conseguenza della guerra in Donbass, per il mancato rispetto degli accordi di Minsk, che prevedevano una soluzione pacifica e diplomatica dopo otto anni di ostilità. Sono stato lì due volte, ho toccato con mano la disperazione. Il conflitto è proseguito nel silenzio generale».

Comencini è arrivato a San Pietroburgo passando per la Finlandia. E alla domanda sulla popolazione di Mosca terrorizzata dalla guerra replica in un modo già sentito: «Qui i ristoranti sono pieni, i negozi pure. Una signora, per sdrammatizzare, mi ha detto: “Vuol dire che per un po’ mangeremo patate e cavolfiori”». 

E spiega: «In Russia pensano che lo scontro sia tra Nato e Russia. L’Ucraina a quanto pare è al centro di un conflitto più complesso, che ha radici più profonde, legate al suo rapporto con gli Usa». 

In più, fa sapere, «qui sono convinti che i civili ucraini vengano utilizzati come scudi umani. Pensano che le forze armate siano composte da molti elementi neonazisti». E dice di non credere alle tv: «Tante volte è il frutto di una propaganda mediatica. Qui le tv locali denunciano fake news».

Quei buchi nella strategia dei russi: più che le forze militari avanza la propaganda. Lascia perplessi quanto poco il comando russo abbia impiegato la sua aeronautica ammodernata. CARLO JEAN su Il Quotidiano del Sud il 15 marzo 2022.

Il conflitto in Ucraina sta divenendo più brutale. I bombardamenti sulle città e sui civili in fuga si moltiplicano. A detta di un nostro inviato nella provincia di Mariupol, i soldati ucraini feriti, ricoverati nello scantinato di un ospedale, sarebbero stati giustiziati dai russi. Anche la sorte dei prigionieri russi è incerta, A parte il “buonismo di maniera” della propaganda di Kiev, che li fa vedere addirittura coccolati con cornetti e caffè dalle donne ucraine, sono di certo oggetto di violenze e rappresaglie.

La situazione sul campo di battaglia è di stallo. Evolve lentamente. Esistono di certo problemi nel comando russo nell’adeguare la strategia e la tattica iniziali da quelle di un blitzkrieg corazzato a combattimenti di logoramento, simili a quelli della prima guerra mondiale. Non sono più i carri armati russi a precedere la fanteria meccanizzata. Sono i fanti appiedati che devono proteggere i carri dalle temibili armi controcarro fornite agli ucraini prima dell’inizio dell’aggressione russa dagli USA (i Javelin) e dall’UK (i NLAW) e, dopo il suo inizio, da un’altra decina di paesi. I giovani fanti russi (hanno 20-25 anni, rispetto ai 35 delle forze ucraine), devono assaltare le trincee o le macerie delle case. Subiscono consistenti perdite. Il loro morale, anche per il caos operativo e logistico in cui si trovano, non è molto alto. Sono segnalati casi di sabotaggio dei mezzi di trasporto, fatti dai loro occupanti per non raggiungere le linee di combattimento. Forse si tratta di propaganda. Ma indubbiamente le difficoltà sono elevate.

Ne è prova la ridotta velocità d’avanzata delle forze russe, non solo nei combattimenti urbani, ma anche nelle manovre per circondare le città. Ne è prova anche l’annunciato ricorso dell’esercito russo ai “tagliagola” ceceni e siriani. Di certo è stato propagandato anche per terrorizzare gli ucraini. Dipende però anche dallo scarso morale e volontà combattiva della fanteria russa, nonché dal suo ridotto numero di effettivi. Come ha detto Napoleone “la vittoria dipende per il 20% dalla potenza materiale, e per l’80% dal morale”, a sua volta legato alla fiducia nei propri comandanti. Per quanto riguarda il numero, quello delle truppe russe è del tutto insufficiente per occupare un paese di 600.000 kmq e di una quarantina di milioni di abitanti, di cui al massimo solo il 20% potrebbe essere neutrale o favorevole all’occupante (il 17% della popolazione è russofona). Invece di 150-200.000 uomini ce ne vorrebbero 600.000 (1 soldato per kmq o 150 soldati per 10.000 abitanti).

Le perdite aumentano. Secondo gli ucraini sarebbero stati distrutti 360 carri armati, 1.205 veicoli corazzati, 60 aerei e 80 elicotteri. Mi sembrano dati alquanto esagerati, dichiarati per propaganda. Fonti britanniche producono dati inferiori di un terzo. Sono, a parer mio, più credibili. Anche Mosca comincia a registrare perdite dirette per gli errori di intelligence, strategici e tattici e, soprattutto, logistici compiuti dallo Stato Maggiore. I dirigenti della 5^ Direzione “Operazioni Speciali” del Servizio di sicurezza, forse incarcerati, avrebbero consapevolmente ingannato Putin con notizie false sulla capacità e volontà di resistenza dell’Ucraina e di Zelensky. Molto probabilmente hanno detto al “padrone del Cremlino” quanto quest’ultimo desiderava gli fosse detto! A parer mio, vi saranno altre destituzioni. Putin non può ammettere, come avviene per tutti gli autocrati, di aver sbagliato. Può accettare solo di dire di essere circondato da incapaci, che ha sostituito e punito duramente.

Un fatto che lascia perplessi è quanto poco il comando russo abbia impiegato la sua aeronautica. Essa era stata recentemente ammodernata con nuovi aerei, come i cacciabombardieri SU-30, SU-35 e Su-57, nonché con una decina di nuovi bombardieri SU-34, che si sono aggiunti alla cinquantina di SU-160 Blackfire, capaci di sganciare “il padre di tutte le bombe”, cioè la potente bomba termobarica FOAB, sviluppata dalla Russia nel 2007, pesante 10 ton, con la potenza di 44 ton di tritolo e capace di polverizzare ogni cosa entro un diametro di 300 m dal punto di scoppio (vaporizzando anche i cadaveri). Di bombe termobariche sono in servizio altre meno potenti e più leggere. Risulta che talune siano state impiegate in Ucraina. A parer mio, i russi userebbero la FOAB per segnalare la loro volontà di escalation. Spero invece che Putin non faccia la pazzia di ricorrere ad armi nucleari di piccola potenza, come ha recentemente previsto anche Alexander Dugin, ben noto ai lettori della Casa Editrice Barbarossa di Milano, consigliere di Putin ed esperto di geopolitica alla Duma russa.

Il conflitto, da blitzkrieg fallita, si è ormai trasformato in una guerra di attrito. Potrà rimanere tale, se Putin giudicherà di non potersi permettere le perdite inevitabili in un attacco su larga scala delle città. Si trasformerà in una guerra di guerriglia qualora i russi riescano a conquistare l’intera Ucraina e installino un governo russofilo loro vassallo, a meno, beninteso, che non si giunga a uno scontro diretto fra la Russia e la NATO.

Francesco Semprini per “La Stampa” il 15 marzo 2022.  

«Hanno detto che dovevamo addestrarci perché gli americani stavano per occupare l’Ucraina e la Nato avrebbe messo piede in Russia». L’armata di Vladimir Putin è figlia dell’inganno, almeno a vedere alcuni suoi volti. Come quelli apparsi ieri in un albergo della capitale trasformato dalla macchina mediatica di Volodymyr Zelenskyj in teatro della propaganda ucraina, nell’ambito di quella «infowar» che rappresenta la quarta dimensione bellica dei conflitti contemporanei.

Un frammento che ha il nome e il volto di cinque giovanissimi ragazzi, tutti sbarbati e militari di leva, catapultati loro malgrado in una guerra che di lampo ha ben poco. Il più giovane è Pozdeev Andrey Yurievich, 19 anni, militare da giugno scorso nel 15° Reggimento fanteria. 

«Ci avevano detto “preparate i mezzi, non dovete avere paura. Non vi manderanno oltreconfine». Nella notte fra il 23 e 24 febbraio il nostro convoglio si è messo in marcia, mi sono addormentato e risvegliato in Ucraina, non avevo mai visto una battaglia». Il 5 marzo arriva l’ordine di far rientrare i coscritti in patria, ma Andrey viene ferito durante un bombardamento, viene lasciato indietro, di lì a poco si consegna. 

Akhunov Niyaz Munirovich ha solo un anno di più ma lo sguardo è impaurito. «Dopo la prima battaglia abbiamo abbandonato i carri armati e siamo scappati nella foresta per quattro giorni. Poi ci siamo arresi. Gli ucraini ci hanno dato medicine e vestiti asciutti, non avevo mai visto uno scontro a fuoco prima». 

 Morozov Olexander Romanovych, 22 anni, è il più anziano: «Siamo tutti di leva, fino all’ultimo ci avevano parlato di manovre sul territorio russo e mai di invasione, era una bugia. Sono stato fatto prigioniero, immaginavo di venire picchiato o, peggio, torturato, invece sono stato trattato bene.

Stiamo morendo tutti per niente, anche le donne ed i bambini di questo Paese. Putin ha detto falsità, come il fatto che non ci fossero soldati di leva, voglio chiedere scusa a tutti gli ucraini. Vi prego perdonatemi». 

Mikola Polshchikov Valentinovych, 21 anni, caporale, sotto le armi da giugno 2021, è un autista di mezzi di trasporto truppe. «Il comandante ci ha ordinato il 21 febbraio di prepararci per il combattimento: “Marceremo su Kharkiv”. Non ci potevo credere, veramente andiamo in Ucraina?». Si commuove quando racconta dei commilitoni uccisi.

«Mi hanno rimandato indietro con gli altri feriti, ma ci hanno abbandonato. Gli stessi che ci parlavano di fascisti da cui doveva essere liberata l’Ucraina, qui non ne ho visto uno. Sarebbe stato meglio pagare una mazzetta come altri per evitare il servizio militare». La narrativa della denazificazione è stata ampiamente usata dall’apparato militare di Mosca, secondo Savin Anton Yevgeniyovich 20 anni, biondo con i capelli a spazzola e una ferita sulla testa. 

«Ero nel 2° battaglione carri, quinta compagnia, ci hanno detto che dovevamo partire per l’Ucraina puntando su Kiev per liberare la popolazione dai sostenitori di Stepan Bandera (leader nazionalista della Seconda guerra mondiale, ndr) e dai neonazisti. Alla fine della missione avremmo ricevuto un premio in denaro.Non avevamo alcuna possibilità di andarcene».

Anche della retorica dell’aggressione Nato si sarebbe fatto largo uso a Mosca: «Prima di questa missione i nostri comandanti dicevano che in Ucraina stanno arrivando gli americani e che volevano espandere le loro base verso la Russia. 

Ci dicevano che dovevamo difendere i confini, ma non invadere l’Ucraina». Nessuno dei cinque prigionieri si sottrae alla supplica: «Voglio dire ai concittadini del mio Paese, non mandate i vostri figli sotto le armi in Ucraina. I nostri soldati, i nostri amici, i vostri figli muoiono su questa terra. Questa guerra non ha senso dobbiamo solo andarcene». E ce n’è anche per il capo del Cremlino: «Presidente Putin, hai fatto di noi carne da cannone».

UCRAINA. Federico Capurso per “la Stampa” il 22 marzo 2022.

Chissà se questa mattina il presidente ucraino Volodymir Zelensky, che alle 11 interverrà in collegamento video alla Camera dei deputati, verrà anche informato di quanti parlamentari italiani hanno deciso di disertare l'Aula e delle mille sfumature che può assumere un rifiuto. 

C'è chi parteggia apertamente per i russi, come la senatrice Bianca Laura Granato, e chi invece ha altri impegni. In molti sollevano «perplessità» del più vario genere, ma sempre per dire di no, mentre altri si dicono ancora indecisi.

E ci sono poi quelli che nel Palazzo sono stati ribattezzati «i nenné» (con un evidente riferimento al bambinesco lamento «gnè-gnè»), perché non vogliono schierarsi né con la Nato, né con Putin. Ma in questo modo - pungono dal Pd - non fanno altro che dare una mano a Mosca, isolando la posizione di chi è stato invaso. I parlamentari assenti o indecisi vengono soprattutto dal calderone del gruppo Misto e Giuseppe Conte, scorrendo i loro nomi, può tirare un sospiro di sollievo perché gran parte di loro sono ex Cinque stelle espulsi o usciti per protesta negli anni.

Per Carlo Calenda è come se non se ne fossero mai andati: «Lo spettacolo che sta dando il M5S è indecoroso - twitta -. Noi di Azione restiamo alla larga dai sostenitori dell'equidistanza». Ma anche nel Pd, tra i Dem renziani, si punta il dito contro il «gruppo di parlamentari, tra Lega e M5S», che non parteciperà: «La stessa cosa farà mercoledì in Francia Marine Le Pen - li sferza il senatore Andrea Marcucci -. Ogni commento sulla matrice politica di tali assenze sarebbe superfluo».

Il passato grillino, in effetti, accomuna molti di loro. Quasi tutti. Il maggiore imbarazzo l'avrebbe però provocato la senatrice Bianca Laura Granato, cacciata un anno fa, che ieri si è detta convinta: «Putin sta conducendo una battaglia per tutti noi. A Putin dico: "Uniamo le forze per sconfiggere insieme l'agenda globalista"». 

Granato vorrebbe che venisse invitato a parlare alla Camera anche il presidente russo, come sosteneva giorni fa il deputato Garbiele Lorenzoni, lui sì, ancora M5S. Lorenzoni però non è sicuro di disertare l'Aula. Forse ci sarà, forse no, ma è il motivo della sua possibile assenza ad assumere i contorni del grottesco: è iscritto all'università Luiss, dove sta prendendo un master in materie economico finanziarie, e non vorrebbe togliere tempo allo studio perché - viene spiegato a La Stampa - a breve dovrà sostenere un esame.

L'altra Cinque stele assente sarà la deputata Enrica Segneri, che a La Stampa aveva detto di non essere d'accordo con la «sovraesposizione del Parlamento italiano». La pensa allo stesso modo un altro ex M5S, Emanuele Dessì, transitato nel Partito comunista, che invoca «la necessità di essere neutrali.

Se si vuole la pace, non ci si può schierare». Assicura però - di fronte alle critiche piovute sui «nenné» - di non parteggiare per Putin. Anzi, ne ha per tutti: «Gli ucraini hanno Zelensky, noi Draghi, i russi Putin. Facciamo a gara a chi sta peggio». Nelle file della Lega è più gettonata la «perplessità», esposta nelle forme più varie, nonostante dai vertici del partito abbiano chiesto di essere presenti.

È perplesso, ad esempio, il senatore Simone Pillon e contro di lui si alza la polemica di +Europa: «C'è un aggressore che non si fa problemi a bombardare scuole, teatri e persino ospedali pediatrici. Ma questo deve essere un dettaglio per il "pro-life" Simone Pillon, per il quale non tutte le vite valgono lo stesso». Meno perplesso, invece, un altro leghista come Vito Comencini, apertamente al fianco di Putin e persino «pronto ad andare nel Donbass».

Anche Forza Italia conta degli assenti: saranno Veronica Giannone e Matteo Dall'Osso, altri due ex M5S. Non ci sarà nemmeno il senatore Gianluigi Paragone, che nei Cinque stelle ha militato per poco e che ora guida il partito sovranista Italexit. Promettono di non mancare invece i parlamentari di Pd e Leu, così come i partiti di centro e Fdi. Ma non siamo sicuri che Zelensky, se mai saprà di quante assenze ci sono, abbia interesse a coglierne le sfumature.

Zelensky al Parlamento: non è un format tv, ma il grido di dolore di un leader in guerra. Domani mattina l’intervento alla Camera dei deputati del leader ucraino. Ma i “putiniani” d’Italia lo boicotteranno. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 21 marzo 2022.

In questi giorni tra i giornalisti italiani circola un gioco di società che appassiona decisamente più delle bombe che sventrano le città ucraine o dei destini delle popolazioni in guerra: quali citazioni regalerà Volodymyr Zelensky al nostro Parlamento? Parlando ai deputati britannici ha citato Shakespeare e Churchill, al congresso Usa Martin Luther King e l’11 settembre, al Bundestag il Muro di Berlino, stamane a Montecitorio cosa tirerà fuori dal cilindro? Dante e Garibaldi? Mussolini e la resistenza partigiana?

Il quesito è spesso accompagnato da sorrisetti di sufficienza, nasini arricciati e dalla malcelata speranza che il presidente-attore possa inciampare in qualche gaffe, dimostrando quanto sia inadeguato nel suo ruolo di leader di un Paese martellato dalle bombe e che si ostina a non arrendersi allo strapotere militare del nemico. La pensa senz’altro così la pittoresca pattuglia di parlamentari “neutralisti”, se non chiaramente putiniani, che domani boicotterà il suo discorso a Montecitorio come il leghista Pillon (sic) i pentastellati Lorenzoni e Segneri, l’ex grillino e oggi “comunista” Emanuele Dessì, riscopertosi grande ammiratore del bielorusso Lukashenko.

Ci hanno comunque provato questo fine settimana a farlo passare per fesso, dopo l’intervento alla Knesset in cui Zelensky avrebbe scioccato l’opinione pubblica israeliana paragonando l’invasione dell’armata russa alla “soluzione finale” del Terzo Reich. Ma se i media italiani hanno ricamato fior di articoli sulle parole «oltraggiose» del presidente ucraino, da Tel Aviv governo e deputati non hanno commentato più di tanto la sua uscita; l’unica voce veramente critica quella dei vertici dello Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah che ha ricordato come il genocidio pianificato da Hitler e i suoi gerarchi non abbia termini di paragone storici e che avrebbe fatto meglio a evitare quell’amalgama. Il che è vero, come è vero che la torrenziale comunicazione di Zelensky, tutta centrata sul registro dei simboli e delle emozioni, non rispetta gli ingessati protocolli del discorso diplomatico, ma parla direttamente allo stomaco, con gravità e senso della messa in scena, come quando ha postato un video su Telegram per far ascoltare il suono delle sirene antiaereo che da 25 giorni squillano nelle città ucraine. O nella sua prima apparizione pubblica dopo l’invasione in cui disse al suo popolo che sarebbe restato in patria a combattere e che avrebbe potuto essere ucciso assieme alla sua famiglia quella sera stessa.

Di che scandalizzare le tante marchesine del nostro panorama politico-intellettual-mediatico con il loro strambo senso delle priorità, per cui il presidente eletto di uno Stato sotto occupazione militare diventa un volgare zoticone che trasforma la guerra in spettacolo se non un pazzo irresponsabile che manda al macello la sua gente rischiando di scatenare la Terza guerra mondiale.E fanno davvero sorridere i cori di indignazione italici sulla «banalizzazione dell’Olocausto» rivolti verso un politico di religione ebraica. Magari da parte di chi non si fa problemi a definire “fascista” lo Stato di Israele dopo ogni incursione o rappresaglia dell’esercito nei Territori palestinesi. Lo stesso farisaico ribaltamento per cui la pace in Iraq e in Afghanistan doveva coincidere con il ritiro incondizionato dell’esercito anglo-americano -«yankee go home!»- mentre quella in Ucraina soltanto con la resa totale di Kiev alle condizioni di Vladimir Putin. La chiamano “realpolitik”, ma è solo cinismo di bassa lega. Si dice poi che gli interventi Zelensky siano un “format” studiato, che dietro le sue ispirate e disturbanti parole si agiti la longa manus degli sceneggiatori della serie televisiva che lo rese una star contribuendo alla sua irresistibile ascesa, Servitore del popolo.

E questo fatto darebbe ragione a chi parla di «inquietante distopia» per cui il presidente ucraino sarebbe un burattino controllato da Ihor Kolomoisky, l’oligarca ucraino proprietario della rete tv 1+1, anche lui ebreo e anche lui, nel cortocircuito ideologico generato dallo scoppio del conflitto, accusato di finanziare gruppi “neonazisti”. No, i collegamenti via zoom di Zelensky con le assemblee nazionali e con i governi non sono un format televisivo, una forma di marketing post-politico o una distopia alla Black mirror per il semplice fatto che in Ucraina non sta andando in onda un reality ma è in corso una guerra vera, novecentesca, fatta di bombardamenti, di migliaia di vittime civili, di milioni di sfollati, di infrastrutture distrutte, di famiglie spezzate.

Pensare che in questo grumo drammatico di paura e morte, di violenza e resistenza, l’ostacolo alla pace sia la propaganda di Zelensky e del suo governo, la sua presunta ruffianeria verso gli alleati occidentali e non i carri armati di Mosca che assediano e bombardano da tre settimane i villaggi e le città ucraine è il sintomo di una disconnessione completa dalla realtà. Un coro ozioso e petulante alimentato da chi le guerre può permettersi di guardarle da lontano. 

Putinisti d’Italia, chi sono i parlamentari che daranno fortait a Zelensky in Parlamento: i casi dei 5 Stelle e dei leghisti. Carmine Di Niro su Il Riformista il 21 Marzo 2022. 

Cinque Stelle, ex grillini passati in altri gruppi parlamentari, leghisti. A collegare in un immaginario filo queste componenti è il “putinismo” che spingerà alcuni parlamentari a dare forfait domani mattina a Montecitorio, dove è atteso il discorso in videocollegamento di Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino che da settimane sta guidando il suo Paese nella guerra contro l’invasione russa.

Non si tratta infatti di una questione di spazi e di Covid: per l’occasione, Zelensky è il terzo capo di Stato estero a parlare alla Camera dopo re Juan Carlos di Spagna e papa Giovanni Paolo II, il presidente della Camera Roberto Fico aveva deciso di utilizzare tutti gli spazi disponibili (comprese le tribune) per ospitare i parlamentari, come fatto per il giuramento di Sergio Mattarella.

È infatti un ‘no’ ideologico quello che arriverà dai deputati che già giovedì scorso non avevano votato il decreto Ucraina e dai senatori che faranno lo stesso al testo in arrivo a Palazzo Madama.

Alcuni nomi sono già noti e certi, come spiega Repubblica. È il caso del leghista Simone Pillon, impegnato martedì in una missione a Londra in occasione della nascita della fondazione dedicata a Tafida Raqeeb ma che ha comunque espresso “forti perplessità” sulla videoconferenza  di Zelensky  perché “dovremmo collocarci in una posizione adeguata per promuovere la pace” e “vendere armi a una delle parti in conflitto non favorisce il dialogo”

C’è poi il caso della pentastellata Enrica Segneri, che assieme al collega Gabriele Lorenzoni aveva votato contro il decreto e che ha definito “inopportuno” il discorso del leader ucraino a Montecitorio. In dubbio anche la partecipazione di Nicola Grimaldi, deputato 5 Stelle che aveva chiesto in una sorta di ‘par condicio’ applicata alla guerra di ospitare anche il presidente russo Vladimir Putin. Nell’elenco dei parlamentari che non dovrebbero partecipare ci sono anche due ex pentastellati passati in Forza Italia, Veronica Giannone e Matteo Dall’Osso: “Sono orientato a non esserci, si dà visibilità solo a una parte. Anche Vladimir Putin in Aula? Chi lo chiede fa bene!”, spiega quest’ultimo.

Si sfila ovviamente Emanuele Dessì, ex grillino ora nel Partito Comunista di Marco Rizzo, tornato recentemente dalla Bielorussia fida alleata di Putin nella guerra in Ucraina. “Alla Camera né Zelensky, né Putin”, è il leitmotiv di Gianluigi Paragone, che dopo i 5 Stelle ha fondato Italexit, mentre è improbabile anche la presenza di Vito Comencini, il leghista che nei giorni scorsi era andato a San Pietroburgo con l’intenzione di partire per il Donbass. Si sfilerà sicuramente Vito Petrocelli, il ‘compagno Petrov’ presidente della Commissione Esteri del Senato e noto per le sue posizioni filo-russe e filo-cinesi. “Sarebbe stato doveroso ascoltare anche la voce della controparte russa”, ha spiegato invece la senatrice Bianca Laura Granato, ex 5 Stelle ora nel Gruppo Misto, che non sarà presenta in Aula.

Assente anche l’intero gruppo di Alternativa, i dissidenti ex 5 Stelle. “Abbiamo deciso che non parteciperemo alle dichiarazioni di Draghi e Zelensky. Far parlare loro due non porta a nulla. Semmai avrebbe senso organizzare una conferenza di pace”, spiega infatti l’ex grillino Andrea Colletti.

Quanto all’intervento di Zelensky, che sarà trasmesso in diretta su Rai1, dovrebbe durare circa quindici minuti: prima del presidente ucraino prenderanno la parola per due minuti a testa i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, mentre dopo Zelensky sarà il turno del premier Mario Draghi.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Zelensky al Parlamento italiano: «Come se avessero distrutto Genova». Draghi: «Vogliamo l’Ucraina nell’Unione Europea». Deputati e senatori italiani hanno accolto con lungo applauso il presidente dell'Ucraina, in guerra contro la Russia di Putin. L'Italia, ricordano i presidenti Fico e Casellati, auspica un immediato "cessate il fuoco", riportando la pace nell'est Europa. Il Dubbio il 22 marzo 2022.

Il presidente dell’Ucraina, Zelensky ha parlato per la prima volta parla in seduta comune al Parlamento Italiano. Il leader ucraino in collegamento da Kiev è stato accolto da lungo applauso dai deputati e senatori presenti. L’intervento è stato preceduto da una breve dichiarazione del presidente Fico e del presidente Casellati.

Zelensky al Parlamento italiano: parla il presidente dell’Ucraina

«Oggi ho parlato con Papa Francesco e lui ha detto parole molto importanti. Capisco che oggi voi desiderate la pace, e io rispondo che il nostro popolo è diventato l’esercito, a causa dell’invasione russa. Una settimana fa ho parlato durante un incontro a Firenze, ricordando che sono morti tantissimi bambini. Questo è il prezzo della guerra che stiamo pagando, per colpa della Russia di Putin. Nei quartieri delle città seppelliscono i morti nelle fosse comuni. E questo succede nel 2022. Ogni altro giorno di guerra porterà altri morti, anche tra i bambini» ha detto Zelensky al Parlamento italiano. «Immaginate la vostra Genova» riferendosi a Mariupol, «dove bambini, uomini e donne, sono costretti a scappare dalle loro case perché temono di essere uccisi dai russi». «E’ giusto chiedere la pace, ma ad Kiev ogni notte suonano le sirene. I bombardamenti continuano, i russi rapiscono i bambini e con i camion portano via i nostri beni».

«L’Ucraina è il cancello dell’esercito russo, loro vogliono entrare in Europa. Ricordate che gli ucraini sono stati vicini durante il primo periodo della pandemia e anche l’Italia ci ha sostenuto durante l’ultima alluvione. Ora però abbiamo bisogno di altre sanzioni, dobbiamo lavorare affinché la Russia accetti la pace» ha aggiunto Zelensky. «Noi siamo stati uno dei Paesi più importanti nell’esportazione di cibo, ma ora il nemico sta distruggendo i campi. Come possiamo esportare allora il mais, l’olio e il frumento, alimenti indispensabili per la vita».

«Ringrazio l’Italia per aver accolto gli ucraini, oggi sono quasi 70mila persone, tra cui 25mila bambini, accolti direttamente dalle famiglie, forse anche dai presenti in aula. Decini di bambini feriti sono nei vostri ospedali, li aspettiamo. Dal primo giorno di questa guerra voi avete condiviso il nostro dolore. Non dimenticheremo tutto questo». Al termine dell’intervento, il Parlamento ha omaggiato Zelensky con una standing ovation.

Zelensky al Parlamento italiano, l’intervento del premier Draghi

«A nome del governo, voglio ringraziare il presidente Zelensky per la sua straordinaria testimonianza» ha dichiarato il premier Draghi. «Dall’inizio della guerra, l’Italia ha ammirato il coraggio e il patriottismo del popolo ucraino. L’arroganza della Russia si è scontrata con la forza dell’Ucraina. La resistenza delle città ucraine, dove si abbatte la ferocia del presidente Putin, è eroica». «Oggi l’Ucraina non difende se stessa, ma difende i diritti che dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa intera ha voluto proporre come modello di democrazia e libertà. Il nostro popolo è al fianco dell’Ucraina, e lo ha dimostrato, accogliendo i profughi, grazie al lavoro delle istituzioni civili e religiose. Davanti all’inciviltà, l’Italia non si girerà dall’altra parte» ha aggiunto Draghi.

«Vogliamo aiutare i rifugiati a trovare un lavoro e ad avere una casa. La mia vicinanza va anche agli ucraini che sono da anni in Italia. Le sanzioni hanno l’obiettivo di indurre il Governo russo a cessare le ostilità. Davanti alla Russia che ci voleva divisi, come Unione Europea ci siamo uniti. Le sanzioni hanno colpito l’economia russa e le persone più vicine al presidente Putin. Sul fronte energetico stiamo lavorando per non essere più dipendenti dalla Russia». «L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione Europea. Dobbiamo difendere i diritti umani e civili, a chi scappa dalla guerra dobbiamo offrire accoglienza, davanti ai massacri dobbiamo rispondere anche con aiuti militari per la resistenza di quel popolo» ha concluso il premier Mario Draghi.

Zelensky parla alla Camera: "Immaginate Genova come Mariupol. 117 bambini uccisi: questo è il prezzo della guerra". Draghi: "Resistenza ucraina è eroica". Laura Mari su La Repubblica il 22 marzo 2022.  

Un applauso ha accolto il presidente ucraino in videocollegamento con Montecitorio alla presenza di deputati e senatori: "Il nostro popolo è diventato l'esercito. Truppe russe fanno come i nazisti. Vogliono entrare in Europa, ma la barbarie non devono passare. Ricorderemo sempre aiuto dell'Italia". Assenti gli ex 5S di Alternativa e alcuni leghisti

"Il nostro popolo è diventato l'esercito. Immaginate Mauriupol come una Genova completamente bruciata. Come una città da cui scappano len persone per raggiungere i pullman per stare al sicuro. Il prezzo della guerra è questo: 117 bambini uccisi. Non accogliete i russi in vacanza in Italia". Così il presidente ucraino Volodymyr Zelesky ha iniziato il suo discorso (di circa 15 minuti) in videocollegamento con deputati e senatori riuniti alla Camera. Un intervento accolto da un applauso e preceduto dalle parole dei presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama, Roberto Fico ("Testimoniamo nel modo più solenne la vicinanza e il sostegno di tutto il Parlamento e del popolo italiano all'Ucraina") e Elisabetta Casellati ("Esprimiamo vicinanza e ammirazione per il coraggio del popolo ucraino e confidiamo in una soluzione negoziale"). In Aula anche il premier Mario Draghi, che ha dichiarato: "La resistenza di tutti i luoghi in cui si abbatte la ferocia del presidente Putin è eroica". Le parole del premier sono state interrotte da 10 applausi e una standing ovation finale dei presenti in Aula.

Il discorso di Zelensky

In questi giorni di guerra, ha detto il presidente ucraino, "ho visto il male che porta il nemico, quanta devastazione lascia a quanto spargimento di sangue". Zelensky ha sottolineato che l'obiettivo dei russi "è l'Europa, influenzare le vostre vite, avere il controllo sulla vostra politica e la distruzione dei vostri valori. L'Ucraina è il cancello per l'esercito russo, loro vogliono entrare in Europa ma la barbarie non deve entrare". Barbarie che coincidono, ha spiegato, con stupri e violenze. "A Kiev i russi torturano, violentano, rapiscono bambini, distruggono e con i camion portano via i nostri beni - ha detto Zelensky - L'ultima volta in Europa è stato fatto dai nazisti. L'esercito russo è riuscito a minare anche il mare vicino ai nostri porti: questo è un pericolo anche per i Paesi vicini".

Poi ha aggiunto: "Una settimana fa ho parlato ad un incontro a Firenze, ho chiesto a tutti gli italiani di portare il numero 79, che era il numero di bambini uccisi, ora sono ora 117, a causa del procrastinarsi della guerra. Con la pressione russa ci sono migliaia di feriti, centinaia di migliaia di vite distrutte, di case abbandonate, i morti nelle fosse comuni e nei parchi".

E ha ricordato: "Gli ucraini sono stati vicini a voi durante la pandemia, noi abbiamo inviato medici e gli italiani ci hanno aiutati durante l'alluvione. Noi apprezziamo moltissimo ma l'invasione dura da 27 giorni, quasi un mese: abbiamo bisogno di altre sanzioni, altre pressioni". QUindi l'appello all'Ue: "Chi commette barbarie non entri in Europa". 

Le parole di Draghi

Dopo Zelenksy ha preso la parola il premier Draghi. "Oggi l'Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace, libertà e sicurezza", ha ricordato. "L'Italia - ha aggiunto - è al fianco dell'Ucraina. L'Italia vuole l'Ucraina nell'Unione europea". Questo perchè, ha spiegato il premier, "vogliamo disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell'Ucraina all'Europa: è un processo lungo fatto di riforme necessarie. L'Italia è a fianco dell'Ucraina in questo processo". Rispetto alle sanzioni, il presidente del Consiglio ha ricordato che "in Italia abbiamo congelato beni per oltre 800 milioni di euro agli oligarchi russi" vicini a Putin. Fondamentale, comunque, rispondere alla guerra con l'accoglienza. "Quando l'orrore e la violenza sembrano avere il sopravvento - ha detto Draghi - proprio allora dobbiamo difendere i diritti umani e civili, i valori democratici; a chi scappa dalla guerra dobbiamo offrire accoglienza. Di fronte ai massacri dobbiamo rispondere con gli aiuti, anche militari, alla resistenza". Proprio rispetto al tema dell'accoglienza, il presidente del Consiglio ha soottolineato come l'esecutivo abbia "stanziato nuovi fondi: vogliamo aiutare i rifugiati non solo ad avere una casa ma anche un lavoro e ad integrarsi".

Assenti e presenti in Aula

Gli ex M5S di Alternativa (17 deputati e 2 senatori) hanno diserato l'Aula. Manca, tra gli esponenti del governo, il ministro Giancarlo Giorgetti, impegnato in un appuntamento istituzionale a Maranello con la Ferrari. Presenti, invece, gli altri esponenti dell'esecutivo, da Luigi Di Maio a Andrea Orlando, da Lorenzo Guerini a Stefano Patuanelli e Roberto Speranza. Un deputato di Forza Italia ha esposto sul suo banco la bandiera ucraina e Julia Utenberg (presidente del gruppo per le Autonomie) e la senatrice di Fdi Isabella Rauti si sono presentate indossando una giacca gialla e pantoloni blu, colori della bandiera ucraina.

Dal centrodestra Matteo Salvini (presente in Aula, così come Giorgia Meloni) ha lanciato un invito ai leghisti affinchè siano tutti presenti alla Camera per il discorso di Zelensky, ma una decina di esponenti del Carroccio (tra cui i senatori Simone Pillon e Armando Siri e il deputato Matteo Micheli) hanno deciso di non partecipare. 

Il senatore Simone Pillon gestiva una fondazione finanziata coi milioni russi. E oggi “salta” il discorso di Zelensky. L'Espresso  il 22 marzo 2022.

Il parlamentare della Lega non sarà presente al collegamento del presidente ucraino con la Camera e critica gli aiuti militari a Kiev. Dal 2015 ha presieduto una fondazione della destra cattolica che nel triennio precedente aveva incassato 2,4 milioni da società legate a Mosca e al regime azero.

Questo articolo è pubblicato senza firma come segno di protesta dei giornalisti dell’Espresso per la cessione della testata da parte del gruppo Gedi. Tutte le informazioni qui

La bigiata geopolitica di Simone Pillon, il senatore della Lega che ha annunciato la sua assenza alla storica video-conferenza del presidente ucraino Zelenksy con il Parlamento italiano riunito in seduta comune, può sorprendere molti, ma non L'Espresso. Questo settimanale ha pubblicato già nel novembre 2018, infatti, un'inchiesta giornalistica sui rapporti economici, mai emersi in precedenza, tra la Russia di Putin e alcune fondazioni e associazioni della destra integralista cattolica, di cui Pillon è stato referente politico e in qualche caso amministratore e presidente.

In queste ore, per spiegare la sua scelta di non presenziare alla sessione speciale di Camera e Senato con il presidente ucraino, Pillon ha premesso di avere un impegno prefissato all'estero: una missione a Londra per prepararsi, con un giorno di anticipo, alla presentazione di una fondazione dedicata a Tafida Raqeeb, la bambina in coma che nel 2020 fu ricoverata all'ospedale Gaslini di Genova dopo che i medici di Londra avevano deciso di staccarla dai macchinari.

Detto questo, lo stesso senatore leghista ha confermato di avere anche «forti perplessità» sul sostegno italiano all'Ucraina. «Credo che dovremmo collocarci in una posizione adeguata per promuovere la pace: vendere armi a una delle parti in conflitto non favorisce il dialogo», ha dichiarato Pillon all'agenzia Ansa. «Entrambe le parti credono di avere le loro ragioni», ha aggiunto testualmente, «ma credo che in questo momento dovremmo promuovere la nostra capacità di dialogo. Potremmo e dovremmo essere tra i pochi privilegiati che dialogano con entrambe le parti, mentre così ci autolimitiamo. Forse la questione meriterebbe maggiore riflessione».

Lo slancio antimilitarista del senatore Pillon mentre l'Ucraina è sotto le bombe russe ha suscitato varie interpretazioni e diverse reazioni critiche, anche perché la Lega fa parte della maggioranza che sostiene il governo Draghi e quindi difende Kiev. Per offrire ai lettori uno spunto in più di riflessione, riportiamo alcuni passaggi della nostra inchiesta giornalistica del 2018.

L’inchiesta del 2018

Miliardi di euro smistati in tutto l’Occidente da anonime società offshore, finanziate da società statali della Russia di Vladimir Putin e dai tesorieri del regime dell’Azerbaijan. Un’enorme massa di denaro nero che, tra mille beneficiari misteriosi, arricchisce anche una fondazione italiana, creata da un politico lombardo di Comunione e liberazione. Una fondazione con un conto bancario che funziona come una porta girevole: incassa oltre centomila euro al mese dalle offshore russo-azere e li redistribuisce tra Italia, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, Polonia, Ungheria, finanziando organizzazioni religiose di destra e campagne contro l’aborto, il divorzio o i matrimoni gay.

Tutto parte da un processo per corruzione a carico di Luca Volontè, ex parlamentare dell’Udc e rappresentante italiano al Consiglio d’Europa fino al 2013. Il politico è imputato di aver intascato due milioni e 390 mila euro per fare lobby, con altri parlamentari europei, a favore del regime azero del presidente Ilham Aliyev, che rischiava sanzioni internazionali. Volontè respinge l’accusa di corruzione, però conferma di aver ricevuto i bonifici da un lobbista azero, per presunte consulenze politiche. In attesa del processo, che si aprirà a fine anno, un fatto è certo: i soldi sono arrivati da una rete di ricchissime società offshore, totalmente anonime, sparse tra Isole Vergini Britanniche, Nuova Zelanda, Seychelles e altri paradisi legali. La Procura di Milano e la Guardia di Finanza hanno acquisito, in particolare, i conti bancari di cinque casseforti offshore (Hilux, Polux, Lcm, Metastar e Jetfield) che in tre anni, dal 2012 al 2014, hanno smistato più di tre miliardi e mezzo. Per l’esattezza: 3 miliardi e 104 milioni di dollari; 519 milioni di euro; 1 miliardo e 220 milioni di rubli; e 3 milioni di sterline. 

Volontè è l’unica persona che incassa soldi russo-azeri su un normale conto bancario italiano, che non ha più misteri. Il conto è intestato alla sua fondazione, Novae Terrae, fondata nel 2005 a Saronno, ma rimasta inattiva fino al 2012: ha cominciato a funzionare quando sono arrivati i fondi russo-azeri. L’Espresso ha analizzato tutti i movimenti bancari di Novae Terrae dal 2012 al 2017, trovando scarsissime tracce di aiuti evangelici ai poveri, agli ultimi. Ci sono invece compensi, donazioni, sponsorizzazioni e rimborsi a lobbisti della destra integralista di mezzo mondo. Intrecciando nomi e cifre, finanziamenti e raduni politico-religiosi, emerge con chiarezza un network globale.

Primo esempio. Nel gennaio 2014 dal conto italiano di Novae Terrae parte un bonifico di 12 mila euro. A incassarlo è Benjamin Harnwell, un politico ultra-conservatore britannico, fondatore del Dignitatis Humanae Institute: un’organizzazione cattolica dove compare anche il cardinale tradizionalista Raymond Leo Burke. Come guru politico, l’istituto indica però Steve Bannon, l’ideologo della nuova destra sovranista americana, che nel 2016 ha alimentato l’elettorato di Donald Trump. Da notare le date: attraverso la fondazione italiana, i soldi russo-azeri arrivavano al politico britannico già due anni prima delle presidenziali americane. Nell’estate 2014, pochi mesi dopo il bonifico, Dignitatis riesce a organizzare una conferenza in Vaticano. Dopo Volontè, che ringrazia «l’amico Ben» Harnwell, interviene via Skype proprio Bannon. Un discorso ripreso anni dopo dai media americani come primo manifesto politico dell’ex consigliere di Trump.

Un altro giro di bonifici porta a CitizenGo, l’organizzazione cattolica, nata in Spagna, famosa per le sue campagne shock su temi religiosi. Erano di CitizenGo, in particolare, gli enormi manifesti che quest’estate hanno invaso Roma con gigantografie di feti innalzati cupamente contro la legge 194.

(...). I rapporti fra Novae Terrae e CitizenGo non si fermano neppure dopo le perquisizioni, con 33 mila euro versati a due responsabili della raccolta fondi. (...) La bufera giudiziaria provoca però un cambio al vertice in Italia. Nel 2015 il presidente di Novae Terrae, l’imprenditore Emanuele Fusi, rinnova gran parte del direttivo. (...). Al suo posto, nella fondazione, nel 2015 è stato cooptato Simone Pillon. Proprio lui, l’attuale senatore eletto con la Lega, che si distingue per le sue proposte di legge turbo-cattoliche. Anche Pillon è molto legato a CitizenGo, guidata in Italia da Filippo Savarese, e ai rappresentanti di Generazione Famiglia. Nel curriculum pubblicato dal suo studio legale, il senatore catto-leghista non cita Novae Terrae, ma ricorda di far parte del consiglio economico dell’Arcidiocesi di Perugia.

(...) Nel 2012, quando riceve i primi bonifici dalle offshore, Volontè lavora soprattutto per gli azeri. In novembre l’allora parlamentare convince monsignor Rino Fisichella a ospitare in Vaticano, in vista dell’«anno della fede», una mostra della Fondazione Aliyev, che fa capo al presidente azero. (...) Dal 2014, quando la fondazione è ormai imbottita di soldi offshore, l’orizzonte diventa globale. Attraverso Novae Terrae, i soldi russo-azeri finiscono anche a organizzazioni ungheresi, polacche e di altri paesi dell’Est, mentre ai Papaboys toccano solo 2.500 euro.

(...) ProVita e Novae Terrae occupano posizioni di vertice in un’istituzione chiave: World Congress of Families, il congresso mondiale delle famiglie. È un’organizzazione creata negli Usa da Brian Brown, ex quacchero convertito al cattolicesimo, che ha raccolto milioni di dollari per candidati ultra-conservatori americani. Brown è legatissimo anche a uomini d’affari russi diventati paladini della fede ortodossa, come Alexey Komov, l’artefice della marcia di avvicinamento alla destra occidentale. In Italia è diventato presidente onorario dell’associazione Lombardia-Russia, guidata dal leghista Gianluca Savoini, l’uomo che ha fatto conoscere Matteo Salvini a Mosca. Komov ha partecipato a conferenze in Italia anche al fianco del leghista veronese Lorenzo Fontana. E proprio a Verona, nel marzo 2019, si terrà il nuovo Congresso mondiale delle famiglie, su invito dell’amministrazione cittadina anti-abortista, con il supporto della Lega e delle immancabili ProVita, Generazione Famiglia e Novae Terrae.

Fabrizio Roncone per corriere.it il 23 marzo 2022.

«Riesci a vedere che fa Salvini?». Sta battendo le mani. «Pure lui?». Pure lui. «E Pillon?». Il leghista Pillon è assente (c’era un motivo se Giampaolo Pansa, principe dei cronisti, veniva in tribunetta con il binocolo). 

Montecitorio, l’aula: deputati e senatori in piedi, Volodymyr Zelensky — in collegamento dal suo bunker di Kiev — è appena comparso sul maxischermo e dentro una standing ovation davvero vibrante, insistita, emozionata, con il premier Mario Draghi che applaude tenendo le mani bene in alto perché si veda e si senta che l’Italia è qui, che la politica è qui, e che sappiamo tutti — quasi tutti, va — da che parte stare in questa guerra. 

Zelensky è stato salutato subito dai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati. Poche parole: forti, inequivocabili.

Lui: in camicia militare verde con doppio taschino, tipo quelle che vendono nei nostri negozi di abbigliamento con una certa inquietante passione style-war; barba lunga; la bandiera dell’Ucraina alle spalle. È l’identica immagine con cui si è già presentato agli altri parlamenti. L’unica cosa che ha modificato — e mai troppo — sono stati gli interventi: in Gran Bretagna ha citato Winston Churchill; negli Usa, Martin Luther King; in Israele si è avventurato in un paragone con l’Olocausto (non del tutto gradito). Qui, molti si aspettano un riferimento alla nostra Resistenza.

«Quello laggiù è Enrico Letta, giusto?». Ci sono tutti: Letta, Renzi, Meloni. Manca Giuseppe Conte, ed è vero che non è parlamentare, ma — già polemizzano in diretta sui social — sarebbe potuto comunque venire, considerata l’eccezionalità dell’evento. Su Twitter, ecco pure il senatore grillino Vito Rosario Petrocelli, presidente della commissione Affari Esteri di Palazzo Madama: «M5S fuori da questo governo interventista». Fan di Putin. Più volte a Mosca per baciargli la pantofola (non il solo, come sappiamo). Irriducibile. Gli hanno già chiesto di dimettersi: ma Petrocelli non ci pensa proprio. Potrebbe costringerlo Conte. Però Conte — come noto — non sa nemmeno se lui stesso può ancora ritenersi formalmente capo dei 5 Stelle. 

Zelensky, intanto, invece di parlarci della nostra lotta partigiana, inizia ricordandoci di quando sotto le bombe ci siamo stati noi, a Genova (il capoluogo ligure fu la prima città, durante la Seconda guerra, a sperimentare distruzioni indiscriminate). «Mariupol? Immaginatevi Genova completamente distrutta», dice con il suo tono fermo, poco retorico.

Ad ascoltarlo, in un conteggio sommario, ci sono 580 parlamentari; che in totale, però, sono 945. Una ventina sono rimasti a casa con il Covid addosso. E gli altri? Zona grigia di turpe menefreghismo e militanza filorussa. Mancano gli ex grillini di Alternativa. «Non assistiamo ad un comizio senza contraddittorio», ha spiegato Francesco Forciniti. Pensi: che burlone, scherza. E invece sono serissimi. «Giusto invitare anche la controparte». Cioè quella che ha invaso un Paese libero e bombarda le città e gli ospedali pediatrici (Zelensky sta appunto ricordando: “In 27 giorni di guerra, i bambini morti sono 117”). Però la senatrice del Gruppo Misto Laura Granato insiste su Telegram: «Io sto con Putin. Che conduce un’importante battaglia per la Russia e per tutti noi». Viene il nervoso a riferirle, robe così: ma è la bellezza di vivere in un Paese democratico, dove tutti possono esprimere le proprie opinioni, e i mezzi di informazione non le censurano.

Rimbalza la domanda: chi altro manca? Figure pittoresche, di contorno. Nessuno ha visto i grillini Enrica Segneri, Davide Serritella, dietro le mascherine è dura riconoscere anche Gabriele Lorenzoni, un personaggione che ha già paragonato l’invasione dell’Ucraina a una partita di Risiko e che ritiene «inopportuno» il collegamento con Zelensky. E poi manca il leghista ultracattolico Simone Pillon: quello famoso perché indossa sempre una farfalla e perché, ad un certo punto, si era convinto che nelle scuole di Brescia fosse insegnata la stregoneria. 

«Pillon è a Londra per lavoro», prova a giustificarlo il suo capo. Salvini esce dall’aula a passo veloce dopo l’ultima scena: un minuto di applausi per Zelensky e altri applausi anche per il discorso del premier Draghi, che ha invocato la presenza dell’Ucraina nell’Unione europea e confermato l’invio di armi.

Salvini cammina in Transatlantico con il passo di uno che ha fretta, e però gli arrivano diritte un po’ di domande. Risponde: «Quando si parla di armi, io fatico ad applaudire» (subito, sul web, cominciano però a girare le foto di lui che, in campagna elettorale, imbraccia mitra e fucili). «Spero che le parole di Zelensky vengano raccolte dall’Occidente e da Mosca». Un cronista gli chiede: senatore, perché lei non riesce mai a pronunciare la parola «Putin»? Ma lui si è già voltato e così restiamo con Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, a ghigno perfido — «Noi mai avuto a che fare con la Russia» — e Lucia Annibali che, come tutte le parlamentari di Iv, sfoggia una coccarda gialloblu. 

Sull’ultima pagina di appunti c’è scritto: «Zelensky ha salutato dicendo: “Gloria all’Ucraina, e grazie Italia”».

Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2022. 

Loro in Aula non c'erano ad ascoltare l'appello del leader di un Paese europeo che chiede aiuto perché da 27 ininterrotti giorni Putin sta bombardando, massacrando, riducendo alla fame, e con la prospettiva di ridurre in macerie il suo Paese. 

Mentre ormai milioni di donne sono in fuga per salvare i loro bambini. 

Da liberi cittadini, e liberi deputati e senatori di un Paese libero, possono fare ciò che credono: c'è chi può permettersi di dire che le dittature sanguinarie sono belle, chi pensa che Putin abbia ragione, chi preferisce prendere le distanze da entrambe le parti.

Si chiamano Bianca Laura Granato del gruppo misto, Gabriele Lorenzoni e Vito Petrocelli del M5S, Simone Pillon della Lega, Matteo Dall'Osso e Veronica Giannone di Forza Italia, Pino Cabras e altri 18 del gruppo l'Alternativa, Emanuele Dessì del Partito comunista, Michele Giarrusso e Gianluigi Paragone di Italexit. 

Il tempo del dibattito è finito e bisogna prendere una posizione: o condanni l'invasione, oppure l'appoggi. 

Qual è il messaggio che volete dare ai vostri elettori? Anche per chi fa tanti distinguo rifiutando di ascoltare Zelensky (l'aggredito) è implicito l'appoggio a Putin. 

Avete tollerato, senza mai spendere una parola, nemmeno di pietà, verso i giornalisti uccisi dal tiranno, verso gli avversari avvelenati, verso la legge che condanna fino a 15 anni di carcere chi esprime un parere contrario.

E oggi quell'assenza in Aula è la manifestazione di mancanza di solidarietà pure davanti all'orrore. Ed è retorico chiedersi che cosa succederebbe a ciascuno di voi se foste cittadini russi, perché non correreste alcun rischio. 

Putin ama il popolo che guarda gli errori degli altri, quelli dell'Occidente, da lui definito «l'impero della menzogna», ma dove vengono mandati a studiare i figli dei suoi fedelissimi.

Per Bianca Laura Granato, che non ha esitato a schierarsi a favore di Putin (lo ha dichiarato a Tommaso Labate), immagino che vivere in un Paese come l'Italia sia un inferno. Nessuno eventualmente le impedirebbe di andare a vivere nella dittatura russa. Mentre gli altri, quelli che sono tormentati dai dubbi, stanno dicendo ai loro elettori «calmi, non è detto lo zar sia poi così cattivo». 

E tutti quegli altri? L'Aula era mezza vuota, nonostante fosse martedì. Dante gli ignavi li ha messi nell'Antinferno, perché li giudica indegni di meritare sia le gioie del paradiso, sia le pene dell'inferno, proprio perché non si sono mai schierati né a favore del bene, né del male.

Francesco Malfetano per il Messaggero il 23 marzo 2022.

«Almeno un centinaio quelle politiche, quasi 300 in totale». Ad ascoltare i più navigati tra i parlamentari, ieri a Montecitorio le assenze erano più di quanto si pensasse. Del resto, mentre il presidente ucraino Volodomyr Zelensky raccontava all'Aula gli orrori dell'invasione russa in video conferenza, i buchi in platea e soprattutto le tribune vacanti erano evidenti quanto imbarazzanti. 

«Eravamo meno di 600» azzarda un deputato di Forza Italia. Impossibile però dirlo con esattezza. La congiunta, forse proprio per evitare di certificare pessime figure in diretta mondiale, era informale e quindi non sono state registrate le presenze. 

In più molti degli eletti si sono messi in missione (un caso su tutti, quello del ministro leghista Giancarlo Giorgetti, a Maranello per una visita alla Ferrari) o comunque assenti per motivi non ideologici o, peggio, completo disinteresse. L'assenza più dibattuta è senza dubbio quella di Vito Petrocelli, presidente della Commissione esteri del Senato in quota 5S che, dopo una giornata convulsa, è stato de facto espulso da Giuseppe Conte.

Il resto dei posti vuoti portavano in gran parte i nomi degli iscritti al gruppo Alternativa C'è, ex grillini come Nicola Morra o l'ormai nota Bianca Laura Granato, in ottima compagnia dei loro sodali del 2018: Dessì dei comunisti o Paragone di Italexit ad esempio. Ma anche Veronica Giannone e Matteo Dell'Osso di Forza Italia (entrambi eletti pentastellati) o la deputata grillina Enrica Segneri (al pari di Serritella e Presutto, assente giustificato però). In bella vista (quasi) tutti i leader dei gruppi parlamentari. Matteo Renzi, pur provenendo da palazzo Madama ha occupato uno scranno al centro del gruppo di Iv. 

Enrico Letta, ha preso posto tra le due capogruppo Serracchiani e Malpezzi. Ma c'erano anche Giorgia Meloni (più silente del solito) e Matteo Salvini che, appena varcata la porta del Transatlantico alla fine del discorso, ha subito assolto chi non c'era: «Io giudico i presenti di tutti i gruppi». In realtà non è mancata un po' di tensione a via Bellerio, perché se il segretario ha fatto recapitare ai suoi un perentorio «Tutti in Aula», hanno mancato l'appuntamento almeno in 20 (tra questi Pillon, Borghi, Micheli, Siri e Comencini). 

Non è sfuggita inoltre - soprattutto al Pd - l'assenza di Conte, che non è un parlamentare, ma da ex premier avrebbe potuto essere presente quantomeno in Transatlantico per dare un segnale ai suoi. Specie perché già in mattinata era esplosa l'ennesima polemica su Petrocelli che aveva ventilato l'uscita dall'esecutivo: «Fuori da questo governo interventista, che vuole fare dell'Italia un paese co-belligerante», ha twittato. Parole che, rivela una fonte autorevole interna ai 5S, «hanno imbarazzato tutti, Conte compreso, che in ritardo sta provando ad allontanarlo». Meglio tardi che mai verrebbe da dire.

Anche perché, a sera, è tornato a parlare: «Da oggi sono pronto a non votare più la fiducia su qualunque provvedimento». Tant' è che poi - dopo gli interventi per richiamarlo all'ordine del ministro D'Incà e della numero uno dei senatori Castellone, ma anche dalla capogruppo Pd Simona Malpezzi: «Dichiarazioni Petrocelli incompatibili con ruolo che ricopre» - ha scatenato la reazione proprio dell'ex premier che, a Porta a Porta, è stato costretto a mettere un limite: «Se Petrocelli dichiara oggi, a dispetto del ruolo che fino ad ora ha avuto, che non appoggerà più questo governo evidentemente si pone fuori dal M5s per scelta personale».

Da globalist.it il 23 marzo 2022.

“Quando si parla di armi non riesco ad essere felice” – Matteo Salvini, marzo 2022. Facciamo un salto indietro nel tempo. Non molto tempo fa, anche se prima di una guerra in Europa e una pandemia nel mondo. Un’altra Italia, quella con Salvini Ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio.

L’11 febbraio del 2018 Matteo Salvini è in visita alla fiera delle armi di Vicenza e firma un documento che lo impegna, nei confronti dei rappresentanti della lobby delle armi, a consultare il Comitato Direttiva 477 ogni volta che arrivano in discussione in Parlamento provvedimenti sulle armi. 

Cos’è questo famigerato Comitato? Il Presidente del Comitato dell’epoca, Giulio Magnani, (Oggi il Comitato si chiama UNARMI – Unione degli Armigeri Italiani), lo spiegava così a Repubblica: “Siamo un’associazione che tutela i privati cittadini che hanno armi da fuoco. In Italia rappresentiamo la Firearms United (confederazione europea dei possessori di pistole, ndr) e collaboriamo con Anpam, Conarmi e Assoarmieri”.

Cioè le più importanti sigle dei fabbricanti di armi, un settore che vale più o meno lo 0,7% del Pil (2.500 imprese, tra indotto e produzione, 92.000 occupati) e si rivolge a 1,3 milioni di titolari di licenza. Cacciatori, tiratori sportivi, appassionati di armi (anche da guerra) e gente comune in cerca di sicurezza, che riempie i poligoni, meglio se privati.

Insomma, quando parliamo di lobby delle armi parliamo di queste aziende qui. Con cui Salvini si impegnò, sul suo onore – parole sue – a nome suo e dell’intera Lega, all’assunzione pubblica di impegno a tutelare i detentori legali di armi, dei tiratori sportivi, dei cacciatori e dei collezionisti di armi.

Contestualizziamo: era l’epoca in cui una delle battaglie di Salvini era quella per la legittima difesa. Nel punto 8 del documento firmato a Vicenza, Salvini si vincolava “a tutelare prioritariamente il diritto dei cittadini vittime di reati a non essere perseguiti e danneggiati (anche economicamente) dallo Stato e dai loro stessi aggressori”.

In quello stessa periodo la Lega depositava in Commissione Giustizia al Senato una modifica all’articolo 52 del Codice penale, introducendo proprio la “presunzione di legittima difesa” a cui si può appellare “colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario (…) con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”. In altre parole: prima si spara, poi si chiede. La giustizia da Far West che a Salvini piace tanto, sebbene oggi si dica contrario alle armi.

La memoria corta del leader leghista. Armi all’Ucraina, Salvini si scopre ‘pacifista’ ma il passato lo smentisce: dalle foto tra i fucili alle leggi per agevolarne l’acquisto. Carmine Di Niro su Il Riformista il 22 Marzo 2022. 

Le foto sorridente imbracciando fucili e mitra? Tutto dimenticato, così come la continua invocazione della “difesa sempre legittima” per armare i cittadini italiani o i tentativi di promuovere leggi per agevolarne l’acquisto. È l’ennesima trasformazione di Matteo Salvini, il leader della Lega che oggi a margine del discorso in videocollegamento di Volodymyr Zelensky a Montecitorio si è lasciato andare a dichiarazioni che hanno fatto storcere il naso.

“Mi piace Zelensky quando parla di pace, non quando si parla di invio di nuove armi o magari di mandare i nostri militari”, ha detto l’ex ministro dell’Interno parlando con i cronisti uscendo dalla Camera, dove ha assistito al discorso del presidente ucraino e poi alla ‘replica’ del premier Mario Draghi.

Il riferimento era ovviamente alla guerra in corso in Ucraina da ormai quasi un mese, dopo l’invasione da parte delle forze armate russe dell’(ex?) amico Vladimir Putin, il leader del Cremlino che Salvini ha difeso in più occasioni in passato.

Ma come con il brusco dietrofront sui rapporti tra Lega e Putin, così non è passato inosservato la retromarcia dello stesso segretario del Carroccio sulle armi. Sul web e sui social sono presenti infatti decine di foto di Salvini che imbraccia i più svariati tipi di fucili, cosa che può accadere per motivi istituzionali a un ministro dell’Interno in determinati casi.

Il problema con Salvini spunta in realtà quando si vanno a rintracciare le dichiarazioni e i provvedimenti sul tema. È il caso della nota battaglia leghista della “difesa sempre legittima”, rispolverata per esempio nel caso dell’assessore leghista di Voghera Massimo Adriatici, che il 20 luglio scorso sparò e uccise Youns El Boussettaoui. Per giustificare il compagno di partito in giro per la città ligure armato, Salvini sottolineava che “se uno ha il porto d’armi come accade a 1,3 milioni di italiani certificati da questura e prefettura, è normale andare in giro con un’arma”.

Una vicinanza alle lobby delle armi mostrata anche quando nel giugno 2021 il segretario del PD Enrico Letta propose una stretta sulle concessioni delle armi: “L’Italia è uno dei paesi con le regole più restrittive sulla concessione delle licenze per le armi”, replicò il leader della Lega.

Non è un caso infatti se da vicepremier nel governo Conte 1, l’allora ministro dell’Interno Salvini tramite il Carroccio presentò anche una proposta di legge per rendere più facile l’acquisto di armi per la difesa personale “aumentando da 7,5 a 15 joule il discrimine tra le armi comuni da sparo e quelle per le quali non è necessario il porto d’armi“. Un tentativo mai andato in porto perché il testo non arrivò poi in Aula.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Gianluigi Paragone, lo schiaffo a Zelensky: "Chi è davvero il premier ucraino, perché non sono in aula". Libero Quotidiano il 22 marzo 2022.

Gianluigi Paragone oggi 22 marzo non ascolterà in aula al Senato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, "pur provando un senso di pietas profondo per il popolo ucraino tormentato dalle bombe e dai colpi di Putin, il quale - ben inteso - resta l’aggressore. E gli aggressori restano nella colonna sbagliata della Storia, per quanto la stessa Storia si prenderà cura di studiare le cause di questo conflitto. Che sono come la polvere che si cumula sul tavolo. E che portano anche le impronte digitali dell’Europa e ancor più degli Stati Uniti d’America", spiega il leader di Italexit in un articolo pubblicato su Il Tempo in cui spiega le ragioni della sua contestazione. 

"Non ho rapporti diretti o indiretti con Putin o con i suoi gangli: non ho preso soldi, non ho relazioni finanziarie, non ho consulenze e non ho nemmeno indossato maglie di propaganda. Ho solo il dannato vizio di leggere i fatti per quello che sono. E ancor più sono interessato a una Pace possibile, così come ho cura di difendere gli altrettanto sacrosanti interessi dell’Italia, ancora una volta frettolosamente coinvolta dal governo a recitare una parte diversa da quella che le sarebbe propria, cioè di mediazione", sottolinea Paragone.

Secondo Paragone, Zelensky "non è un ambasciatore di pace, per quanto la narrazione dominante lo voglia dipingere come il Buono della Storia. E' un aggredito che ha il pieno diritto di difendersi, ma ha il torto di volere tutti coinvolti nella sua azione di Resistenza al Cattivo, obbligando tutti a stare dalla sua parte". Quindi chiarisce: "Nessuno dubita che in Ucraina si stia consumando una tragedia. Quel che metto fortemente in discussione è se siamo sulla strada dell’accordo pacificatore. Invitare in parlamento Zelensky mi sa tanto di omologazione: lo hanno fatto loro allora lo dobbiamo fare anche noi". E conclude: "A dare retta a Zelensky portiamo dritto dritto il Vecchio Continente nella terza guerra mondiale. E non vorrei che questa situazione facesse comodo a qualcuno al di là dell’Oceano. Un qualcuno che ha fatto male in conti con la Russia e la Cina fin da l’inizio".

Toni Capuozzo a Quarta Repubblica: "Le menzogne del ministro ucraino", una sporca verità sulla guerra. Libero Quotidiano il 22 marzo 2022.

Qui Quarta Repubblica, il programma del lunedì sera condotto da Nicola Porro su Rete 4. Si parla, ovviamente, della guerra in Ucraina, dell'offensiva di Vladimir Putin, che non può che essere al centro di ogni cronaca nella serata di lunedì 21 marzo.

A fare il punto sul conflitto, ospite in studio, ecco Toni Capuozzo, che come sempre offre un punto di vista sfaccettato, non scontato, su quel che sta accadendo a Kiev e dintorni. E Capuozzo muove da una considerazione: "In tutto l'Occidente nessuno parla di pace, nessuna guerra va come all'inizio è stata pensata", rimarca.

Dunque, una riflessione sulla Cina e sul suo ruolo nelle negoziazioni: "È realistico che il ministro ucraino dica vinceremo?", premette con domanda retorica. "L'unica voce moderata è stata quella della Cina", aggiunge smarcandosi in modo netto da chi punta il dito contro Pechino senza soluzione di continuità per presunte negligenze nelle trattative.

Quindi, sul nostro esercito, Toni Capuozzo ricorda: "I militari italiani sono tra le persone più pacifiche che io conosca perché hanno visto cosa è la guerra". Infine, ricorda come "c'è una propaganda di Kiev. A Mariupol c’è il battaglione Azov e chi sta entrando nella città sono i soldati irregolari che hanno un conto in sospeso con loro", conclude Capuozzo ricordando come gli orriri della guerra si consumino su ogni fronte.

Quarta Repubblica, Vittorio Sgarbi: "Chi sono davvero gli ucraini". Nazismo, la bomba del critico. Libero Quotidiano il 22 marzo 2022.

La guerra in Ucraina è al centro del dibattito a Quarta Repubblica, il programma di Nicola Porro in onda su Rete 4, la puntata è quella di lunedì 21 marzo. Tra gli ospiti, in collegamento, ecco Vittorio Sgarbi, che prende posizione senza indugio alcuno a favore dell'Ucraina, senza operare distinguo e, soprattutto, picchiando durissimo contro Vladimir Putin, il sanguinario zar che ha scatenato l'inferno che ormai dura da quasi un mese. 

"Fuori dalle palle!", "Levategli il coltello". Il Cav caccia Sgarbi, caos a Villa Gernetto: il clamoroso video rubato | Guarda

Il critico d'arte, parlando del presidente della federazione russa, ricorda: "Insiste molto sul concetto di nazismo come se la sua fosse una lotta per liberare l'Ucraina da questo. Invece ottiene l'effetto contrario, che fa diventare Adolf Hitler lui". Insomma, Puntin come Hitler, anche per Vittorio Sgarbi. Il paragone, infatti, è sulla bocca di molti. E ancora, insiste: "Quello che non capisco è quale sia il nazismo ucraino. Oggi gli ucraini sono i partigiani", sentenzia Sgarbi.

Infine, il critico d'arte, muove anche una critica a quello che stanno facendo Nato, Usa e Occidente nell'ambito di questo conflitto. "La guerra è sempre sbagliata e noi la stiamo incentivando", sottolinea. Al netto di tutto questo, aggiunge che "Putin dovrebbe fermarsi e trovare una via d'uscita".

Selvaggia Lucarelli se la prende pure con Volodymyr Zelensky: "Roba da Netflix, mi disturba". Libero Quotidiano il 22 marzo 2022.

"Questa era la mia casa, questi erano i miei amici, questi erano i miei cani": il presidente ucraino Volodymyr Zelensky presta la voce a un video nel quale la guerra in Ucraina viene raccontata come se fosse una sorta di film. Il filmato in questione, pubblicato sui canali social del presidente, è stato definito da molti come un "trailer". All'inizio si vede Zelensky con tutto il suo team di collaboratori, poi seguono immagini di città distrutte, esplosioni, vittime e persone disperate. Con tanto di musica di suspense in sottofondo.  

Alla fine del video la promessa: "Vinceremo, ci saranno nuove case, nuove città, nuovi sogni, una nuova storia". E ancora: "L'Ucraina era bellissima, ma adesso diventerà grande, la grande Ucraina". Il video ha lasciato un po' tutti sorpresi. Tra quelli che l'hanno commentato c'è anche Selvaggia Lucarelli, che su Twitter ha scritto: "Comunque la guerra montata dalla comunicazione di Zelensky e postata da Zelensky come se fosse il trailer di film su Netflix è disturbante". 

La giornalista, poi, ha continuato: "Sembra finto ciò che è vero, che poi è il contrario dell’effetto che si vorrebbe avere sulla platea, suppongo". Di vario genere i commenti sotto al suo tweet. C'è chi per esempio ha scritto: "Occhio che ti danno della "filo-Putin" in 3,2,1...". E chi invece si è schierato dalla parte del presidente ucraino: "Qua si parla di una piccola nazione che deve combattere e difendersi dalla Russia... superpotenza mondiale! Se non si atteggiano almeno un po' a supereroi della Marvel come possono sperare di tenere alto il morale della loro resistenza? Che dovevano fare!".

Vittorio Feltri disintegra Zelensky sulla guerra in Ucraina. Il Tempo il 22 marzo 2022.

Vittorio Feltri critica la gestione dell'emergenza portata avanti dal presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky. Alle domande di Mario Giordano, il direttore editoriale di Libero risponde con fermezza: "Di fronte all'aggressività di Putin, un Paese come l'Ucraina doveva capire che non sarebbe riuscito a sostenere una guerra e che avrebbe perso. Come se io volessi litigare e fare a cazzotti con Tyson. E' chiaro che perderei. E' molto meglio cedere e poi andare a una trattativa onorevole piuttosto che su una lapide da eroi. Così finisci al cimitero. Io credo che si debba essere anche un po' concreti nelle cose. Quando tu sei più debole devi anche cedere e cercare di trarre dalla nuova situazione il maggior vantaggio possibile". 

La guerra è stata scatenata dalla Russia di Putin ma Zelensky avrebbe dovuto rispondere in maniera molto diversa da quanto ha fatto finora. "In Ucraina c'è un disastro - conclude Feltri - Ci sono morti ovunque. Ormai è fatta a pezzi l'Ucraina. E questo è il risultato che ha ottenuto questo eroe di presidente dell'Ucraina".   

Volodymyr Zelensky, l'affondo di Vittorio Feltri: "Costretti a morire per legge, ciò che viene taciuto sul premier ucraino". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 21 marzo 2022

Una breve osservazione. Negli ultimi venti giorni, archiviato il Covid, l'informazione e anche le gente hanno fissato l'attenzione sulla mostruosa guerra che si combatte furiosamente tra la Russia e l'Ucraina. Ovvio che sia così. Un conflitto tanto aspro non può lasciare indifferenti. La pietà dell'Occidente e in particolare dell'Italia è rivolta ai bambini, alle mamme e agli anziani. La maggior parte dei commossi servizi televisivi è dedicata alle citate categorie umane, ciò non sorprende dato che gli esseri più deboli e in balia delle violenze belliche fanno tenerezza. Mentre quello che sta succedendo ai maschi dai 16 a 60, obbligati a rimanere (in Ucraina onde difendere la patria, passa in secondo piano.

Si dà il caso che una moltitudine impressionante di uomini abbia perso la vita, e non si tratta di volontari patrioti, bensì di ragazzi e anzianotti costretti da Zelensky, per legge, a battersi in difesa del Paese. Chissà perché del loro sacrificio, non offerto, ma imposto dal governo se ne parla poco e con distacco, come se le sofferenze dei soldati fossero dovute e indegne di essere raccontate. Trovo tutto questo ingiusto e sgradevole. Gli esseri umani, a prescindere dal sesso e dall'età, dovrebbero godere del medesimo rispetto. E invece ancora una volta si è affermato l'orrendo concetto che chi è nato col pisello anziché con la passera meriti di diventare carne da cannone, mentre le loro fidanzate o spose vadano celebrate quali vittime, esaltate dalle telecamere, intervistate in lacrime. Intendiamoci, anche io mi commuovo molto davanti all'infanzia sbandata e alle mamme disperate, per non dire dei nonni dallo sguardo smarrito. Ma trovo che sia offensivo per i martiri ammazzati dai carnefici di Putin tacere dei loro sacrifici.

Come si spiega questo fenomeno? Azzardo. Ormai la prevalenza delle donne nei giornali di carta e in quelli del piccolo schermo è consolidata, anche perché le signore sono diventate più brave dei loro fidanzati e mariti, pertanto le aziende editoriali le sfruttano a proprio vantaggio. Sennonché gli interessi delle croniste fatalmente sono orientati al femminile, quindi quasi tutte le corrispondenze dalle città bombardate privilegiano le vicende riguardanti le spose e la loro prole, mentre quelle dei mariti comandati a rischiare la pelle nei combattimenti costituiscono una routine bellica. Se crepa lei, tutti giù a piangere, se crepa lui, sarà anche un militare, ma cosa vuoi farci: la guerra è guerra.

Molta retorica, poca politica. Zelensky scioglie 11 partiti di opposizione e premia brigata con simpatie naziste, poi si presenta al Parlamento italiano…Piero Sansonetti su Il Riformista il 22 Marzo 2022. 

Questa mattina il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in collegamento web, in forma solenne si presenta al Parlamento italiano. È stato il Parlamento italiano a decidere così. Ed è un gesto saggio di solidarietà verso uno Stato e un popolo che hanno subito una invasione militare straniera. In passato è successo raramente che il Parlamento italiano compisse analoghi gesti di solidarietà. Più precisamente: non è mai avvenuto. Ma questo non vuol dire che allora non andasse fatto neanche oggi. Al contrario: è un grande passo avanti. È la scelta di anteporre le questioni generali dei diritti dei popoli e del diritto internazionale alla realpolitik.

I casi di invasioni militari nel recente passato sono molti. in Asia, in Africa e in Europa, ma fino ad oggi aveva sempre prevalso la realpolitik, e così non solo il Parlamento non aveva solidarizzato con gli invasi, ma spesso, al contrario, si era schierato – più o meno compatto – con gli invasori. Questo cambio di passo merita un applauso. Più difficile applaudire altri aspetti politici di questa cerimonia. Mi riferisco all’eccesso di retorica, forse, con la quale si santifica un leader politico sicuramente coraggioso ma, come tutti i leader politici, imperfetto. Nelle ultime quarantotto ore ha commesso almeno tre errori di discreta entità.

Ha paragonato la guerra di Ucraina alla Shoah, ha premiato la brigata Azov (che ha simpatie naziste) e ha sciolto 11 partiti dell’opposizione. Diciamo che non sono i gesti migliori da compiere prima di presentarsi al Parlamento italiano per sottolineare le caratteristiche – dittatura contro democrazia – di questa guerra.

L’altro aspetto che non lascia troppo soddisfatti è l’assoluta assenza di iniziativa dell’Italia. Che è stata solo capace di votare l’invio di armi all’Ucraina e l’aumento delle spese militari. Oggi dai grandi paesi democratici europei c’è bisogno di scelte di pace. Di iniziativa politica, diplomatica, sociale. Non di armi. Non di incitamenti alla guerra. L’incitamento alla guerra è l’ultima delle cose di cui ha bisogno Zelensky.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Davide Frattini per il “Corriere della Sera” il 21 marzo 2022.

Zubin Mehta ricorda un concerto a Tel Aviv durante uno dei ciclici scontri con Hamas a Gaza. Le sirene d'allarme sovrastano le note, avvertono di un lancio di razzi, il direttore e gli orchestrali devono interrompersi, ripararsi nel rifugio. «Quando siamo tornati, la gente non se n'era mai andata. Abbiamo ricominciato». 

Dalla sua fondazione - è più vecchia dello Stato d'Israele come la città che la ospita - la Filarmonica non si è mai fermata a causa di una guerra, a zittirla ci è riuscito solo il virus. I telavivi riempiono ogni giorno la piazza dell'orchestra - come la chiamano tutti, l'Auditorium ne chiude un lato - per sedersi sulle gradinate scavate nel marmo, ci vengono con i bambini, ci incontrano gli amici, insieme ascoltano le sinfonie che le piccole casse fanno salire dalle pietre 24 ore su 24.

Ieri al tramonto la musica è stata spenta per ascoltare le parole di Volodymyr Zelensky. Al presidente ucraino sotto assedio il sindaco Ron Huldai, anche lui in piazza, ha assicurato quel plenum che la burocrazia della politica non è riuscita a garantirgli alla Knesset: il Parlamento è in pausa, l'aula principale a Gerusalemme è in questi giorni un cantiere, i deputati - chi ha voluto collegarsi - hanno seguito il discorso via Internet.

Un messaggio che gli hacker pro-Cremlino hanno cercato di interrompere con ripetuti attacchi informatici stoppati dai sistemi di cyber-sicurezza. È agli israeliani che Zelensky vuole parlare più che ai loro politici. In diretta televisiva e al migliaio - tanti di origine ucraina, in totale nel Paese gli immigrati dall'ex Unione Sovietica sono un milione e 200 mila - arrivati qui con le bandiere giallo-azzurre.

La barbetta ormai lasciata crescere, la maglietta verde militare con cui appare nei video, il presidente si rivolge alla gente perché spinga il governo a fare di più. Seduto alla scrivania, il suo volto viene proiettato sulla parete esterna del teatro Habima. Cita Golda Meir, l'unica donna a essere stata premier di Israele e nata proprio a Kiev: «Vogliamo vivere. I nostri vicini vogliono vederci morti. Questo lascia poco spazio ai compromessi». Dice: «La nostra storia ha qualcosa in comune con la vostra. 

Durante la Seconda guerra mondiale erano i nazisti che imperversavano, che volevano distruggere gli ebrei, la soluzione finale contro il vostro popolo. Nessuno dimenticherà l'Olocausto, adesso ascoltate le parole del Cremlino: soluzione finale del problema ucraino, gli stessi termini».

Chiede: «Perché Israele non ci ha ancora fornito armi e imposto sanzioni alla Russia? Dovete compiere una scelta». E sulla mediazione portata avanti dal primo ministro Naftali Bennett: «Continuate a negoziare ma scegliendo con chi stare». 

Lui stesso ebreo - parte della famiglia fu sterminata dagli invasori nazisti - nelle scorse settimane aveva tentato attraverso l'ambasciatore ucraino di ottenere un auditorio a Yad Vashem. I dirigenti del Memoriale avevano declinato, temevano che l'evento diventasse troppo politico, che Zelensky paragonasse l'invasione russa del suo Paese con la Shoah.

Adesso è qualche ministro (da destra) a criticare il discorso: «La guerra è terribile ma il parallelo con l'orrore dell'Olocausto è oltraggioso», commenta Yoaz Hendel. Anche i rappresentanti del Likud di Benjamin Netanyahu attaccano le parole di Zelensky - «gli ucraini hanno fatto la loro scelta 80 anni fa salvando gli ebrei»: «Dimentica tutti quelli tra loro che hanno partecipato ai massacri».

Antonio Bravetti per “La Stampa” il 23 marzo 2022.

Laura Granato, senatrice del gruppo Misto, ieri non era a Montecitorio ad ascoltare Volodymyr Zelensky. Avrebbe voluto anche un collegamento con Putin: «O tutti o nessuno». 

Senatrice Granato, perché non era in aula ad ascoltare Zelensky?

«Avevo un impegno sul territorio, mica lo rimando per un intervento da remoto senza contraddittorio». 

Il contraddittorio sotto le bombe?

«Se uno è davvero sotto le bombe non riesce nemmeno a collegarsi». 

Cosa avrebbe voluto dirgli?

«Di mettere da parte l'orgoglio e trattare. Se lui andasse da Putin con l'intenzione di negoziare non credo che lo caccerebbe».

Ma lo ha ascoltato?

 «Ha fatto credere che Putin vuole espandere il suo dominio oltre l'Ucraina. È inverosimile, mai avuto questo sentore». 

Voleva un collegamento anche con Putin?

 «O tutti o nessuno, ma tanto loro hanno già deciso». Loro chi? «I capi di Stato dell'Unione europea, telecomandati dagli Stati Uniti». 

E cosa hanno deciso?

«Di farci partecipare al conflitto. Draghi, ieri, invece di parlare di pace ha rincarato la dose. È stato più duro di Zelensky».

Condanna l'invasione russa?

«Certo che la condanno, però... vorrei capire perché a Putin è scattata la molla». 

Ha perso la testa?

«Macché, è sempre lucido». 

Come fa a dirlo?

 «Ho ascoltato i suoi discorsi integrali, non tagliati». 

E allora perché?

«Bisogna guardare agli ultimi anni: il colpo di Stato del 2014 a Kiev; ben tre esercitazioni Nato al confine russo; i laboratori con armi biologiche in Ucraina finanziati dagli Usa. Putin vuole preservare la sicurezza russa». 

Perché le piace tanto?

«Perché tutela l'integrità e la tradizione di quel mondo. E contrastare l'agenda globalista che vuole attuare il nuovo ordine mondiale deciso nelle segrete stanze per renderci schiavi». 

Sembra di sentire il complottismo No Vax.

«C'è un legame. Il modo in cui è stata affrontata la pandemia fa parte dell'agenda globalista. Il virus, i vaccini che non sono nemmeno molto efficaci... È questo il modus operandi dell'impero globale. Putin è un argine geopolitico». 

Non un dittatore?

«Il suo è un modo diverso di governare. Draghi è un dittatore».

Addirittura?

«Il governo Draghi ha cancellato tutti i diritti basilari. Putin non mi risulta abbia obbligato nessuno a vaccinarsi, una forma di rispetto che Draghi non ha avuto». 

Petrocelli ha chiesto al M5S, con cui lei è stata eletta, di uscire dal governo.

«Un atto di grande coerenza. Gli ho mandato un messaggio per congratularmi. Ma ci sono zero possibilità che Di Maio lasci una poltrona».

Lei insegna lettere al liceo. Come spiegherebbe questa guerra alla classe?

«Partirei dalle cause. Un excursus storico, dalla Seconda guerra mondiale. Da quando l'Ucraina era nell'Unione Sovietica, per spiegare la nascita di questi gruppi neonazisti». 

Eppure c'è chi paragona Putin a Hitler.

«Una valutazione completamente infondata. Mi risulta che i neonazisti che hanno commesso atrocità inenarrabili si trovino in Ucraina». 

Vivrebbe in Russia?

«Non mi pare che attualmente in Italia siamo messi molto meglio». 

Ma ci è mai stata?

 «No. Mi sono spinta fino in Scandinavia. Oppure, a Est, in Thailandia».

“Mario Draghi ha violato la Costituzione”. Marco Rizzo accusa il premier: ha portato guerra e povertà. Il Tempo il 23 marzo 2022.

Toh, chi si rivede. Con un duro post su Twitter Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista in Italia, va all’attacco di Mario Draghi per le ultime novità dell’aumento delle spese per la difesa militare dopo lo scoppio del conflitto tra Russia ed Ucraina. “Pace e sviluppo oppure guerra e povertà. Queste sono le scelte davanti al popolo italiano. Il governo Draghi ha violato l’articolo 11 della Costituzione (e tanti altri)” il messaggio di Rizzi, che accompagna le frasi con una forte vignetta. Nell’immagine si vede Draghi che lancia una bomba a mano nel cappello che raccoglie l’elemosina di un cittadino italiano che tiene in mano il cartello “disoccupato”.

DAGONEWS il 23 marzo 2022.

Come mai Mario Draghi ieri, nel suo discorso in Parlamento dopo l’intervento del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è sbilanciato in maniera così forte contro Putin?

Il "grande gesuita", solitamente mite e prudente, ha mostrato i denti, parlando dell’“arroganza” e della “ferocia” del presidente russo. Prima di parlare a Montecitorio, "Mariopio" ha chiamato Mattarella, da cui ha ricevuto il via libera. Il premier e il Capo dello stato si aggiorneranno dopo il rientro di Draghi da Bruxelles, dove domani ci sarà un tris di appuntamenti molto importanti: vertice Nato (a cui è stato invitato Zelensky), Consiglio Europeo (a cui è stato invitato Joe Biden), e summit G7.

"Mariopio" deve mostrare al presidente Usa che l’Italia e l’Europa sono unite e pronte alla linea dura contro lo “zar bombarolo”, e che non ci sono esitazioni sull’atlantismo del nostro paese. 

Non a caso oggi ha ribadito che “vogliamo adeguarci all’obiettivo del 2% del Pil, che abbiamo promesso alla Nato". 

Tra gli osservatori più attenti (che leggono Dagospia) si parla molto anche del discorso di Zelensky in Parlamento. 

Il presidente ucraino, a differenza delle bordate lanciate nei suoi interventi negli altri consessi internazionali, è apparso più morbido, quasi remissivo, visto anche lo scivolone in Israele sul paragone con l’Olocausto. 

L’ex comico non ha fatto alcun riferimento alla no-fly zone (deve aver capito che è troppo pericolosa) né alla Resistenza partigiana in Italia (argomento troppo divisivo).

Il leader ucraino abbassa i toni. Cosa hanno detto Zelensky e Draghi in Parlamento: i due presidenti si sono scambiati i ruoli. Claudia Fusani su Il Riformista il 23 Marzo 2022. 

Hanno invertito i ruoli, Zelensky in modalità “umanitaria” e Draghi in format marziale. “Mi appello al popolo italiano, voi che conoscete il valore della famiglia, dell’arte, della cultura e della democrazia” ha ripetuto più volte il presidente ucraino collegato da remoto con l’aula di Montecitorio. Nessuna richiesta di armi o di noflyzone, nessuno effetto sonoro come il file audio con il suono delle sirene. Nessun parallelismo storico: dopo quello con l’Olocausto fatto davanti alla Knesset israeliana, il presidente ucraino ha capito che certe semplificazioni sono e rischiose. Viceversa il premier Draghi ha usato una retorica emozionale (lui sempre così misurato) e ha schierato l’Italia senza se e senza ma dalla parte della resistenza ucraina “che non difende solo se stessa ma la nostra pace, la nostra libertà e la nostra sicurezza” e a cui “vanno riforniti aiuti anche militari”.

Un testa coda di ruoli che ha bucato e convinto. Tutti, da Fratelli d’Italia (“Zelensky ha parlato da leader europeo, l’invasione è un’aggressione alla Ue”) a Forza Italia (“Draghi è stato l’uomo forte della giornata” ha commentato Ruggeri), passando per il segretario Letta (“in Parlamento un momento di rara intensità che ha fatto onore al popolo italiano”) e il leader di Iv Matteo Renzi (“saggio che Zelensky cerchi la pace”). Parecchi distinguo tra i 5 Stelle con Conte che non vuole aumentare il budget militare della Ue e Vito Petrocelli, presidente della Commissione Difesa che annuncia che non voterà mai più la fiducia a Draghi e invita la delegazione 5 Stelle a lasciare la squadra di governo. Mentre Di Maio è allineato più che mai. “Bravo Zelensky, meno bravo Draghi” dice Nicola Fratoianni che tiene vivo da sempre il pacifismo anche se spesso non va di pari passo con la costruzione della pace. Luca Casarini, un altro compagno degli anni e delle battaglie no global, ha addirittura promosso entrambi: “Gli interventi di stamani, sia di Zelensky che di Draghi, sono stati uno dei momenti più alti della politica estera italiana di questi anni”.

Insomma, operazione compiuta. Il presidente della Camera Roberto Fico, regista dell’evento ha di che rallegrarsi. La temuta figuraccia non c’è stata. Anzi: i dodici minuti dell’intervento da remoto di Volodomyr Zelensky hanno spinto l’aula di Montecitorio a due convinte standing ovation cui lui ha risposto mettendo la mano sul cuore e chinando il capo in ringraziamento. Emozionante, appunto. E l’intervento di Draghi ha quasi spiazzato per la forza e l’intensità. Puntuto quando ha detto “l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”. Deciso quando ha sottolineato che “governo e maggioranza ma anche la principale forza di opposizione sono pronti a fare ancora più di quanto è stato fatto finora”. Si certo, le assenze ci sono state ma ben mimetizzate tra gli assenti giustificati per via del contingentamento causa Covid. Siamo alla settantina prevista. Chi ha fatto i conti punta il dito sui senatori e ne elenca “21 su 70 tra i 5 Stelle” e “27 su 63 tra i leghisti”. Gli altri sono i parlamentari di Alternativa c’è. La presenza in aula di tutti i leader ha fatto sì che le polemiche siano rinviate magari già a oggi quando il premier Draghi terrà l’informativa sul Consiglio Ue di giovedì e venerdì.

L’inversione di ruoli tra Draghi e Zelensky ha funzionato e ha evitato il rischio di mugugni o anche qualche fischio dai banchi dell’emiciclo. In un discorso di 12 minuti, il presidente ucraino ha denunciato che l’invasione russa “sta distruggendo le famiglie mentre la guerra continua a devastare le città ucraine”. L’Ucraina resiste perché “il mio popolo è diventato il mio esercito”. Ha chiesto agli italiani di immaginare che Genova sia Mariupol, la città sotto assedio da settimane, entrambi due porti strategici. “Immaginate Genova completamente bruciata” ha detto ai parlamentari, “immaginate se Roma fosse al posto di Kiev” avvertendo così che “l’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa. La barbarie non deve entrare ma ogni giorno abbiamo sirene, cadono bombe e missili”. Della serie che quello che succede oggi alla capitale ucraina potrebbe succedere domani a Roma. O ad un’altra capitale europea. Nessuna richiesta di una no-fly zone assicurata dalla Nato, come invece avvenuto davanti ad altri Parlamenti, ma l’auspicio di “altre sanzioni, altre pressioni”. Ha detto che sono “117 i bambini morti” e che “a Kiev ci sono truppe dell’esercito russo che torturano, violentano, rapiscono bimbi e distruggono tutto. Centinaia di migliaia di vite distrutte e case abbandonate. E tutto questo è iniziato da una persona sola”. Ha emozionato Zelensky perché ha saputo toccare i tasti giusti dell’italianità e ha convinto anche i più scettici quando ha detto: “Bisogna fare il possibile per garantire la pace”.

Se Zelensky ha fatto il pacificatore, Draghi è stato marziale quando ha sottolineato “l’ammirazione per il coraggio, la determinazione e il patriottismo del presidente Zelensky e dei cittadini ucraini”. Ha definito “eroica la resistenza di Mariupol, Kharkiv, Odessa e di tutti i luoghi su cui si abbatte la ferocia del presidente Putin”. Il premier ha accompagnato la gravità delle parole con la solennità della voce e ha posato i fogli, in un paio di occasioni, per lanciare l’applauso dell’aula. Quando ha detto che “l’Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace libertà e sicurezza e per questo vi siamo profondamente grati”. E quando ha sottolineato che “di fronte ai massacri servono gli aiuti anche militari alla Resistenza”. Nel post seduta sono state fatte tante ipotesi su questo inatteso scambio di ruoli. Vengono chiamate in causa le rispettive diplomazie che nei briefing preparativi “hanno giudicato utile a tutti l’inversione dei ruoli”. Zelensky aveva esagerato con alcuni paragoni storici. E doveva anche far parlare i fatti anziché chiedere una nofly zone che sarebbe per forza l’inizio della terza guerra mondiale.

Doveva, insomma, cambiare lo schema del discorso. E Draghi ha bisogno di confermare, alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato, entrambi a Bruxelles ed entrambi con Joe Biden ospite d’onore, che l’Italia non è il paese dell’equidistanza e dei “né-né” ma ha le idee molte chiare su quale sia la parte giusta dove stare.

Il collegamento con Zelensky ha fornito elementi utili ai dubbiosi per capire perché la resa non è tra le cose possibili. Perché aiutare l’Ucraina a difendersi vuol dire difendere noi stessi, i nostri diritti faticosamente conquistati dopo la seconda guerra mondiale. Ma soprattutto ha dato un mano a Draghi per togliersi dall’angolo dove le diplomazie occidentali hanno un po’ relegato l’Italia perché sospettata di filoputinismo. Di poter essere “il punto debole” della compattezza dell’alleanza euroatlantica. Del resto non è colpa di Draghi se nella maggioranza di governo ci sono due partiti – Lega e 5 Stelle – che appena tre anni fa erano invitati come relatori alle feste del partito di Putin. Prima di collegarsi con il Parlamento italiano, Zelensky ha parlato a lungo anche con Papa Francesco. Anche questo colloquio può aver modificato l’impostazione dell’intervento in chiave umanitaria, compassionevole ma sempre coraggiosa. Ancora una volta ieri Zelensky si è mostrato un abilissimo comunicatore. E il soft power – assai di più dell’hard power di bombe e artiglieria – alla fine sarà il jolly che farà la differenza tra vincitori e vinti in questa maledetta guerra.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Zelensky paragona la guerra in Ucraina all'Olocausto e fa arrabbiare Israele. "Oltraggioso", autogol alla Knesset. Il Tempo il 20 marzo 2022.

"Oltraggioso il paragone tra l’Olocausto" e la situazione attuale in Ucraina fatto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky intervenendo oggi alla Knesset. È quanto denuncia il ministro delle Comunicazioni israeliano Yoaz Hendel, che su Twitter ha scritto di "ammirare il presidente ucraino e sostenere il popolo ucraino con il cuore e le azioni, ma la terribile storia dell’Olocausto non può essere riscritta". Secondo Hendel "la guerra è terribile, ma il confronto con gli orrori dell’Olocausto e la soluzione finale è oltraggioso".

Sempre su Twitter, l’ex ministro israeliano per l’energia, Yuval Stienitz, ha affermato che "se il discorso fosse pronunciato in giorni normali, rasenterebbe la negazione dell’Olocausto". "È vero che migliaia di persone hanno aiutato a salvare gli ebrei ma la triste verità storica è che molti hanno aiutato con entusiasmo i nazisti nel progetto di raccogliere e sterminare gli ebrei e saccheggiare le loro proprietà. La verità storica è che il popolo ucraino non può essere orgoglioso della propria condotta di fronte all’Olocausto ebraico", ha aggiunto. 

Zelensky in questi giorni ha riproposto uno schema comunicativo nei suoi interventi ai parlamenti nazionali, evocando fatti storici che provocassero una sorta di empatia per le sorti del popolo ucraino. Ha citato l'11 settembre in collegamento col Congresso Usa, il Muro di Berlino con il Bundestag e via dicendo. Questa volta lo schema, a quanto pare, non è riuscito. 

Intanto è stato reso noto che la direzione per la sicurezza informatica di Israele avrebbe sventato alcuni tentativi di cyberattacchi avvenuti durante il discorso del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Knesset. Il tentativo - viene spiegato - sarebbe stato quello di interrompere il collegamento in diretta.

Shoah e genocidi. Quando l'orrore è incomparabile. Stefano Zecchi su Il Giornale il 22 marzo 2022.

Le guerre portano con sé il più orribile campionario degli orrori. Stabilire una graduatoria è un atteggiamento tanto cinico quanto inutile. Semmai saranno gli storici, quando la polvere del tempo ha coperto la tragedia dell'attualità, a stabilire i contesti corretti su cui fare le più opportune valutazioni. Anche se la Storia, è inutile nasconderselo, ha sempre come firma principale quella dei vincitori. Intanto ascoltiamo le parole dei protagonisti, di chi è in prima fila a combattere per difendere la propria terra: inutile nascondersi dietro il dito dell'ipocrisia, e criticare quelle parole perché nella loro enfasi tradiscono l'evidenza della situazione in atto. È la propaganda. Impensabile che possa essere cancellata dalla politica e, a maggior ragione, da chi sta vivendo un conflitto drammatico e cerca solidarietà, comprensione, coinvolgimenti affettivi. Proprio questo è ciò che vuole il presidente Zelenski, ed è più che normale in lui la ricerca di analogie emotivamente efficaci, piuttosto che preoccuparsi della correttezza di somiglianze storiche a cui paragonare la resistenza del suo popolo. Cosa c'è di più doloroso per il popolo d'Israele che rievocare la Shoah di fronte al proprio Parlamento e costruire un'analogia con ciò che sta accadendo a un altro popolo di questa Terra? È fin troppo evidente l'unicità della Shoah, quindi è comprensibile ascoltare e accettare tutti i distinguo che arrivano da Israele e, anche, dalle comunità ebraiche, pur essendo altrettanto evidente l'abilità comunicativa/propagandistica di Zelenski nel toccare quel tasto nella casa di chi ha ascoltato meglio di altri quella musica dell'orrore. D'altra parte, le persecuzioni etniche, con conseguente pulizia etnica, sono immediate conseguenze tragiche delle guerre. Le abbiamo viste di recente in Somalia, in Jugoslavia, quando si è dissolta la dittatura di Tito; e quanti sono ancora gli italiani dell'Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia che ricordano la violenza della pulizia etnica patita, quando sono stati perseguitati e cacciati dalle loro case? Zelenski si sta rivolgendo ai popoli occidentali, alle loro organizzazioni rappresentative: parlerà anche a noi. Prevedibile che assocerà alla lotta partigiana che c'è stata nel nostro Paese, la loro lotta partigiana contro l'invasione russa. Mi auguro che tutti i teorici del «molto più complesso» che sfilano nei talk show per dirci cosa sta succedendo ai confini orientali dell'Europa, ci risparmino dotte quanto inutili spiegazioni sulle differenze sempre «molto più complesse» tra la nostra storia recente e quella attuale della Ucraina.

Dai Fratelli Coen al battesimo. Quello che dobbiamo all’acqua che è sacra. CLAUDIO FERLAN su Il Domani il 20 marzo 2022

Il 22 marzo si celebra la Giornata mondiale dell’acqua, stabilita dalle Nazioni Unite nel 1992 per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni del pianeta sulla preziosità dell’acqua e sull’importanza di ridurre il suo spreco.

Che l’acqua sia fondamentale ce lo insegnano anche molte religioni, riconoscendone in modi differenti la sacralità. Ce lo rammenta anche l’arte. Molte e molti ricorderanno il film dei fratelli Coen, Fratello dove sei?.

L’acqua per il cristianesimo è elemento sacro per eccellenza, tanto che pure nella storia dell’astinenza quaresimale si vietano le carni degli animali di terra, non quelle dei pesci.

CLAUDIO FERLAN. È ricercatore nell’Istituto storico italo-germanico della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Con il Mulino ha pubblicato Dentro e fuori le aule. La Compagnia di Gesù a Gorizia e nell’Austria interna (2013), I gesuiti (2015), Sbornie sacre, sbornie profane. L’ubriachezza dal Vecchio al Nuovo Mondo (2018), e Venerdì pesce. Digiuno e cristianesimo (2021).

Roberto Festa per “il Venerdì di Repubblica” il 20 marzo 2022.

Nell'autunno 1973 Leonard Cohen vive sull'isola greca di Idra con la compagna Suzanne e il figlio Adam. Ha trentanove anni, è depresso e frustrato. L'anno precedente un tour in Europa e Israele non è andato come previsto. L'industria discografica lo disgusta. Il legame col suo pubblico, così gli sembra, si è incrinato. 

«È finita», confessa a un giornalista, preannunciando un possibile ritiro. In un giorno di ottobre Cohen lascia Idra, raggiunge l'aeroporto di Atene e da lì si imbarca per Tel Aviv. In Israele è scoppiata la guerra. Egitto e Siria hanno attaccato a sorpresa nel giorno dello Yom Kippur. L'esercito arabo avanza e i soldati dello Stato ebraico cadono a decine. Cohen vuole essere di qualche aiuto nei kibbutzim. 

Per caso, in un caffè, incontra un gruppo di musicisti e con loro parte per il fronte. Canterà le sue canzoni davanti a soldati impauriti, stanchi, stupiti per la comparsa, tra la sabbia del deserto, di una star internazionale. Questo episodio della vita di Cohen è raccontato in Il canto del fuoco di Matti Friedman (Giuntina, traduzione di Rosanella Volponi).

Friedman, giornalista canadese ed ebreo proprio come Cohen, ricostruisce la storia sulla base dei taccuini che l'artista tenne in quei giorni e soprattutto di un manoscritto di trenta pagine, ritrovato negli archivi della casa editrice McClelland & Stewart. un romanzo mai finito Il manoscritto è l'abbozzo di un romanzo sulla sua esperienza di guerra, che Cohen non portò mai a termine. 

Tornate alla luce oggi, quelle trenta pagine danno il via alla storia. Friedman intervista i soldati, oggi settantenni, che videro Cohen al fronte; rievoca i giorni della guerra che cambiò per sempre la storia di Israele; racconta la genesi di una canzone come Lover Lover Lover, che proprio su quel fronte fu scritta. 

Nel Canto del fuoco, Cohen resta spesso sullo sfondo, elusivo e misterioso come molte sue canzoni - è stata Joan Baez a dire che in esse «non tutto ha necessariamente un senso, perché vengono da un luogo così profondo». I testimoni di quei giorni lo descrivono in disparte, a fumare Gitanes blu; oppure seduto su un elmetto, la notte, «a guardare le stelle». Arrivava in una caserma, un bunker, una nave. 

Cantava. Se ne andava. In effetti, si sa molto poco di uno dei viaggi musicali, ed esistenziali, più significativi del Novecento. Restano poche foto, un paio di articoli di giornale, il ricordo sempre più vago di chi c'era. Cohen stesso, nei taccuini e nel manoscritto, è avaro di dettagli. A parte Tel Aviv e Gerusalemme, non ci sono indicazioni precise sui suoi spostamenti.

Soprattutto, non ci sono accenni ai suoi compagni di viaggio. un tour senza date In realtà, Cohen non partì per il fronte da solo. Con lui c'era Matti Caspi, ventitré anni, timido, riservato, destinato a diventare uno dei migliori musicisti di Israele. Matti lo accompagnava alla chitarra. Ilana Rovina, caschetto di capelli biondi tagliato nella pietra, era la voce femminile. 

Completavano il gruppo Oshik Levi, cantante di ballate all'epoca all'apice della fama, e Pupik Arnon, un comico poi diventato rabbino. Il loro tour non aveva date o luoghi ufficiali. Un camion arrivava e portava Cohen e compagni dove c'era bisogno. Con le casse delle munizioni si costruiva un palco, spesso circondato da cadaveri semicoperti dalla sabbia del deserto. 

Se era notte, i fari dei camion servivano come luci di scena. Succedeva che un artigliere chiedesse di interrompere le canzoni. Il terreno tremava per la forza della detonazione, poi la musica riprendeva. Cohen esordiva con le canzoni più conosciute. Suzanne, So Long, Marianne, Bird on the Wire. Certe volte i soldati lo seguivano nel canto. Altre volte erano troppo stanchi e se ne stavano in silenzio a fissare il vuoto.

Nel Canto del fuoco Friedman allarga il racconto proprio ai soldati. La guerra è un grande collettore di storie e le vite di alcuni giovani israeliani si incrociarono, anche per un solo momento, con quella di Cohen. C'è Joel, arrivato dall'America in soccorso di Israele, fan di Cohen, che torna stravolto da una missione e stramazza a letto. Sogna di ascoltare Suzanne e quando si sveglia gli dicono che non era un sogno ma che il suo idolo l'aveva cantata proprio lì. C'è Shoshi, giovane pilota che non conosce Cohen ma che non dimenticherà mai l'emozione di quella musica. 

C'è Orly, addetta ai radar, elettrizzata per l'arrivo di una grande star, che vuole che Cohen si riposi nella sua branda. A un'altra addetta ai radar, Ruti, non importa nulla di Cohen, ma ne scrive in una lettera ai genitori, per dirgli di come le cose al fronte tutto sommato vadano bene.

Sono - Joel, Shoshi, Orly, Ruti e tanti altri - parte di una generazione tradita, mandata a morire in un conflitto da cui Israele esce cambiato per sempre. Alcuni di quei giovani si ritroveranno per l'ultima apparizione di Cohen a Tel Aviv nel 2009. A fine concerto, Cohen passerà dall'inglese all'ebraico per benedire la folla. «non ho niente da dire» Pensato a incastri, come un puzzle in cui la Storia ribalta e ricompone i tasselli di vita individuali, Il canto del fuoco è anche il racconto di molti misteri. 

Che cosa spinse Cohen a lasciare la sua isola greca per andare in guerra? È possibile fare solo delle ipotesi. Contò, probabilmente, l'essere cresciuto in una sinagoga di Montreal, nipote di un rabbino, educato nella lingua della Bibbia ebraica, fedele a un'appartenenza che lui aveva criticato ma da cui non si discostò mai. Se Israele chiamava, l'unica scelta era rispondere. 

Possibile che in una fase di confusione e depressione, Cohen cercasse l'àncora di una tradizione antica - durante il viaggio, chiese ai compagni di chiamarlo non Leonard ma Eliezer, il suo nome ebraico. Possibile che l'ordine, la solidarietà obbligata, la nitidezza dei contorni di una guerra avessero per lui, in quel momento, un richiamo irresistibile. «Non ho niente da dire. Sono solo un intrattenitore», rispose a un giornalista che gli chiedeva perché fosse venuto in Israele durante la guerra.

Misteriose restano anche le ragioni che hanno poi spinto Cohen a stendere un pesante silenzio su quei giorni. Come ha detto un suo caro amico, Leon Wieseltier, «Leonard parlava delle sue esperienze più private, ma mai di quelle pubbliche». Per il timore, forse, che la sua poesia venisse svuotata a contatto con la vita vera. 

È anche probabile che l'occupazione militare israeliana dopo il 1973 abbia imbarazzato Cohen e gli abbia suggerito il riserbo. Non è un caso che la versione originale di Lover Lover Lover parlasse dei soldati israeliani come dei "miei fratelli". Quel verso sparisce nelle versioni successive della canzone. Alla fine della guerra, Cohen tornò nella sua isola, da Suzanne. L'anno successivo ebbe con lei un'altra figlia, Lorca. Non parlò più di ritirarsi e nel 1974 pubblicò il suo quarto album, New Skin for the Old Ceremony. 

La guerra dello Yom Kippur sparì dalla sua biografia pubblica, non dalla vena visionaria, quasi apocalittica, della sua musica. In uno dei rari accenni a quei giorni, molti anni dopo, Cohen disse che tornato da Israele aveva deciso di «prendersi cura del suo giardino». Forse, a quel punto, la disperazione interiore si era placata. Forse, con la sua presenza al fronte, aveva rispettato uno dei precetti più alti dell'ebraismo. Mettersi seduti accanto alla disgrazia e piangere.

 L'aria che tira, il giornalista ucraino massacrato: "Vigliacco arrogante, insulti gli italiani". Caos dalla Merlino. Libero Quotidiano il 17 marzo 2022.

Vladislav Maistrouk scatena i telespettatori di La7. Il motivo? Il giornalista ucraino se la prende con Myrta Merlino e L'Aria Che Tira. Nella puntata di giovedì 17 marzo Maistrouk critica gli ospiti che manifestano idee diverse dalle sue. Ma non solo. Il giornalista replica alla conduttrice che, per dovere di cronaca, riferisce le parole del Cremlino sulle negoziazioni per l'Ucraina. Parole che non piacciono all'ospite: "Capisco che volete dare anche le ragioni dell'altra parte" sbotta mentre denuncia la "propaganda dei media contro l'Ucraina, per anni avete detto che c'era una guerra civile nel Paese, e c'è ancora gente che crede alle bugie sul Donbass". Accuse alle quali la Merlino preferisce non rispondere, rimanendo a dir poco di stucco. 

Eppure non è la prima volta che Vladislav dà il meglio di sé nei talk politici. Tanto che il pubblico insorge sul web: "Adesso basta! Farci offendere de questo Maistrouk, non è più sopportabile! I giudizi su di noi se li risparmi, a me pare che i vigliacchi sono lui ed il suo presidente che belli protetti istigano la popolazione a combattere per morire! Sta offendendo l'Italia", commenta un utente.

E ancora: "Scusate, ma chi è questo Maistrouk che scorrazza per tutte le tv italiane ad insultare con arroganza chi non la pensa come lui? Cosa fa, il blogger? È un esperto di politica internazionale? Affrontare questo dramma con un po' di serietà no?". C'è anche chi critica più in generale le nostre tv: "Ma che spettacolo! Il giornalista ucraino che deve dare lezioni su come fare la televisione. Solo da noi può accadere questo! Addirittura stabilisce lui chi può o non può parlare imperversando in ogni talk politico". 

Estratto dell'articolo di Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 18 marzo 2022.

Da quando è iniziata la guerra, Volodymyr Zelensky non ha detto una sola parola fuori posto. Le ha messe tutte sapientemente vicino al cuore di chi lo ascolta. 

Si è rivolto ai deputati e ai senatori americani spiegando che per l'Ucraina «ogni giorno è l'11 settembre », davanti a quelli inglesi ha citato Churchill, col Bundestag ha evocato «il nuovo muro di Berlino innalzato da Putin».

(...) L'uomo che scrive insieme a lui i discorsi da cui dipende il destino di una nazione intera, infatti, è uno sceneggiatore di serie tv.

Si chiama Yuriy Kostyuk, ha meno di quarant' anni ed è uno dei ragazzi del "Kvartal95", la vera arma segreta con cui Zelensky ha già stravinto la battaglia mediatica col Cremlino. (...)

La carriera del presidente è cominciata a Kryvy Rih, a metà strada tra Dnipro e Mikolayev, ed è subito volata altissima sulle ali dell'entusiasmo della gioiosa trentina: erano un gruppo di attori, gente di spettacolo, manager, scrittori, avvocati che si conoscevano sin dai tempi delle scuole e che nel 2003 si misero in testa di aprire uno studio di produzione. 

Lo chiamarono "Kvartal95", Quartiere95, dal nome del distretto di Kryvy Rih in cui abitavano.

Al centro del progetto c'era il carismatico Volodymir. Nel 2005 cominciò ad andare in onda il loro show satirico, tutti lo guardavano e la gioiosa trentina divenne centinaia. 

Altro successo nel 2015: una serie tv (...) in cui Zelensky interpreta un maestro di scuola che diventa all'improvviso Capo dello Stato.

Si chiamava Servitore del Popolo , dice niente? Nel 2017 i ragazzi del Quartiere95, bravissimi a tenere la scena e strappare l'applauso, fondano il partito populista che prende il nome dalla loro serie tv e l'ex attore Zelensky, in due anni, diventa l'uomo più potente del Paese. Yuriy Kostyuk, che ha il compito di dare forma scritta alle sue idee, era lo sceneggiatore di Servitore del popolo. (...)  Ora ricopre il ruolo di vice capo dell'Ufficio del presidente, una struttura mastodontica e cruciale divisa in direttorati. 

(...) I giornali ucraini hanno contato 30 persone che gravitano attorno a Zelensky e che provengono dallo Studio di Kryvy Rih.

Anche il capo dell'Ufficio del presidente, il 50 enne Andriy Yermak, è un produttore televisivo del giro del Quartiere95. È l'uomo più fidato, il primo consigliere, con lui Zelensky valuta e decide anche le strategie comunicative in tempi di guerra.

Nicola Porro, la rivelazione sul comunicatore Zelensky: "L'uomo dietro ai suoi discorsi". Libero Quotidiano il 18 marzo 2022

Chi è Volodymyr Zelensky? "Un leader fatto dai suoi autori tv". A rivelarlo è Nicola Porro che riprende le parole di Fabio Tonacci. Il giornalista, inviato da Kiev, non ha dubbi: la propaganda è da entrambe le parti. Non è però una novità: "La propaganda di guerra c’è sempre stata in ogni conflitto e sempre ci sarà. È parte integrante della guerra, sarebbe ingenuo non ammetterlo", spiega la firma di Repubblica. All'Adnkronos Tonacci consiglia di trovare "testimonianze dirette, foto e video che testimonino quanto viene comunicato". Solo così, a suo dire, si riesce ad ottenere la verità e notizie certe. 

Parole quelle del giornalista rilanciate nella rassegna stampa del conduttore di Quarta Repubblica, che intitola così la notizia di venerdì 18 marzo: "Una corte di autori tv: chi c’è dietro Zelensky". D'altronde, come rivelato in precedenza da Tonacci "dietro alla comunicazione del presidente autori e manager dello spettacolo. I discorsi sono scritti dallo sceneggiatore della serie tv satirica che lo ha reso famoso". 

Il riferimento è al "Servitore del popolo", la serie che vede Zelensky nei panni di un presidente. L'attuale leader dell'Ucraina era sette anni fa uno dei più influenti attori comici e satirici. Qui interpretava un comune cittadino, insegnante di storia del Liceo, che viene inaspettatamente eletto presidente in seguito alla diffusione e al successo virale di un suo video che denuncia la corruzione nel Paese.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE AI PARLAMENTI. Muro di Berlino, Pearl Harbour e Churchill. I mille registri di Zelensky il comunicatore. VITTORIO DA ROLD su Il Domani il 17 marzo 2022.

In ogni occasione dei suoi video messaggi rivolti ai parlamenti, Zelensky ha saputo usare, da consumato esperto mediatico, un registro diverso, emotivamente modulato per il pubblico a cui si rivolgeva.

Il presidente ucraino ha esortato la Germania ad abbattere il nuovo “muro” che si sta costruendo in Europa contro la libertà dell’Ucraina.

Nel discorso al Congresso ha saputo entrare nel dibattito interno americano e toccare le corde profonde della “missione per la libertà” di cui gli Stati Uniti si considerano, dalla Dichiarazione di indipendenza, gli alfieri nel mondo. Nel frattempo venerdì Joe Biden e Xi Jinping si parleranno per la prima volta dall’inizio dell’invasione. 

VITTORIO DA ROLD. Dopo essersi laureato alla facoltà di Storia e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano ha iniziato la carriera di giornalista nel 1986 a ItaliaOggi di Marco Borsa e Livio Sposito dopo aver collaborato all'Ipsoa di Francesco Zuzic e Pietro Angeli. Segue la politica estera e l'economia internazionale con un occhio di riguardo per tutto ciò che è ad Est rispetto all'Italia: dalla Polonia alla Turchia, dall'Austria alla Grecia fino ad arrivare all'Iran. È stato Media Leader del World Economic Forum.

Dal Muro di Berlino a Martin Luther King, Zelensky accarezza i miti dell’Occidente. Putin considera il presidente dell'Ucraina poco più che una marionetta nelle mani di Washington e Londra, un Cavallo di Troia della Nato. Daniele Zaccaria Il Dubbio il 18 marzo 2022.

A Wenstminster ha citato William Shakespeare e Winston Churchill, al Congresso americano Martin Luther King e i ritratti dei presidenti scolpiti sul monte Rushmore, al Bundestag il Muro di Berlino. E tutti giù a spellarsi le mani, coi lucciconi agli occhi, come fossero davanti a un profeta o a un martire designato.

La nuda vita che entra nei Parlamenti occidentali a spazzare il torpore di protocolli e parlottii ha il volto segnato di Volodymyr Zelensky, il presidente- comico in tuta mimetica, l’eroe per caso, il leader di un Paese da venti giorni sotto l’assedio delle bombe. E che fino al mese scorso veniva guardato con la sufficienza che si riserva ai personaggi da avanspettacolo, anche da molti suoi concittadini che mai si sarebbero aspettati la metamorfosi del guitto che diventa resistente, pronto a morire per e con il suo popolo, custode della tormentata identità ucraina. Zelensky. il clown inciampato nella Storia è un ex attore di grandi qualità, e le citazioni che hanno fatto vibrare i deputati britannici, americani e tedeschi probabilmente sono parte di una sceneggiatura studiata, di un copione scritto per toccare le corde giuste, evocare con più efficacia valori contigui e condivisi per ottenere solidarietà e aiuti concreti. Ha parlato di democrazia e di liberalismo nei santuari dove questi princìpi sono nati, lo ha fatto con gravità e talento.

Purtroppo non è una recita o una performance furbesca. I canoni farlocchi da social network con cui ogni giorno viviamo la nostra politica, la doppiezza comunicativa a cui siamo abituati, la pedanteria piccolo borghese con la quale, con le terga al caldo, giudichiamo situazioni lontane vanno a farsi benedire davanti allo sconquasso della guerra.

Che Zelensky si è ritrovato in casa da capo di una nazione e che lo ha costretto a interpretare il ruolo più impegnativo della sua vita, se stesso. Negli applausi che ha ricevuto a fiumi durante i suoi interventi c’è senz’altro commozione sincera ma anche un forte senso di impotenza e inadeguatezza: Europa e Stati Uniti sanno bene che il conflitto potrebbe divampare oltre la vecchia cortina di ferro con un pauroso effetto a catena, che potremmo scivolare verso una guerra totale tra l’Occidente e la Russia. Come sanno che la concessione di una no fly zone sui cieli ucraini ci avvicinerebbe a questo scenario terrificante. Vladimir Putin, che non si fa problemi a flirtare con l’apocalisse, ha molto più carte da giocare e decisamente meno da perdere di tutti gli altri attori in campo: è lui che detta i tempi della guerra e della diplomazia, è lui che deciderà quando ( e se) mettere fine all’invasione dell’Ucraina. Da vincitore.

Non ha mai voluto incontrare Zelensky perché lo considera poco più che una marionetta nelle mani di Washington e Londra, un Cavallo di Troia della Nato. un «drogato neonazista». E lo vuole umiliare e annientare militarmente per inviare un messaggio mafioso ai suoi antagonisti globali: guardate cosa accade ai vostri protetti.

Ecco perché questa guerra locale dal respiro globale fa paura a tutti e perché la difesa della “trincea” ucraina è così importante per i governi occidentali. Il problema è che Zelensky è costretto a farlo da solo, per non far saltare in aria gli equilibri planetari, per non innescare la miccia della terza guerra mondiale, mettendo in conto la possibilità di venire eliminato in qualsiasi momento. E ti credo che i dirigenti politici europei e statunitensi stanno lì ad applaudirlo, il lavoro sporco tocca a lui, al suo esercito e a tutti gli ucraini che non vogliono accettare la resa e che si riconoscono nel presidente- commediante che si è ritrovato a vivere una tragedia.

La guerra dei media: creativi e vecchi amici sono le armi di Zelensky. Fabio Tonacci La Repubblica il 17 Marzo 2022.

Dietro alla comunicazione del presidente autori e manager dello spettacolo. I discorsi sono scritti dallo sceneggiatore della serie tv satirica che lo ha reso famoso.

Da quando è iniziata la guerra, Volodymyr Zelensky non ha detto una sola parola fuori posto. Le ha messe tutte sapientemente vicino al cuore di chi lo ascolta. Si è rivolto ai deputati e ai senatori americani spiegando che per l'Ucraina "ogni giorno è l'11 settembre", davanti a quelli inglesi ha citato Churchill, col Bundestag ha evocato "il nuovo muro di Berlino innalzato da Putin".

Annalisa Girardi per fanpage.it il 17 marzo 2022.

Sono parole dure quelle che Volodymyr Zelensky ha pronunciato in videocollegamento al Bundestag, il parlamento tedesco, questa mattina. Il presidente ucraino è stato accolto con un lungo applauso e una standing ovation dai parlamentari tedeschi, a cui si è poi rivolto lanciando un sentito appello alla Germania affinché faccia di più per sostenere il suo Paese nella resistenza contro l'invasione russa. 

E, citando la storia della capitale tedesca nel secondo dopoguerra, ha chiesto di abbattere il "nuovo muro" che si starebbe tentando di costruire e che non è "il muro di Berlino".