Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2022

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI EUROPEI

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

  

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2022, consequenziale a quello del 2021. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

L’ACCOGLIENZA

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI EUROPEI

I Muri.

Quei razzisti come gli italiani.

Quei razzisti come i tedeschi.

Quei razzisti come gli austriaci.

Quei razzisti come i danesi.

Quei razzisti come i norvegesi.

Quei razzisti come gli svedesi.

Quei razzisti come i finlandesi.

Quei razzisti come i belgi.

Quei razzisti come i francesi.

Quei razzisti come gli spagnoli.

Quei razzisti come gli olandesi.

Quei razzisti come gli inglesi.

Quei razzisti come i cechi.

Quei razzisti come gli ungheresi.

Quei razzisti come i rumeni.

Quei razzisti come i maltesi.

Quei razzisti come i greci.

Quei razzisti come i serbi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AFRO-ASIATICI

 

Quei razzisti come i marocchini.

Quei razzisti come i libici.

Quei razzisti come i congolesi.

Quei razzisti come gli ugandesi.

Quei razzisti come i nigeriani.

Quei razzisti come i ruandesi.

Quei razzisti come gli egiziani.

Quei razzisti come gli israeliani.

Quei razzisti come i libanesi.

Quei razzisti come i sudafricani.

Quei razzisti come i turchi.

Quei razzisti come gli arabi sauditi. 

Quei razzisti come i qatarioti.

Quei razzisti come gli iraniani.

Quei razzisti come gli iracheni.

Quei razzisti come gli afghani.

Quei razzisti come gli indiani.

Quei razzisti come i singalesi.

Quei razzisti come i birmani.

Quei razzisti come i kazaki.

Quei razzisti come i russi.

Quei razzisti come i cinesi.

Quei razzisti come i nord coreani.

Quei razzisti come i sud coreani.

Quei razzisti come i filippini.

Quei razzisti come i giapponesi.

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

GLI AMERICANI

 

Quei razzisti come gli statunitensi.

Kennedy: Le Morti Democratiche.

Quei razzisti come i canadesi.

Quei razzisti come i messicani.

Quei razzisti come i peruviani.

Quei razzisti come gli haitiani.

Quei razzisti come i cubani.

Quei razzisti come i cileni.

Quei razzisti come i venezuelani.

Quei razzisti come i colombiani.

Quei razzisti come i brasiliani.

Quei razzisti come gli argentini.

Quei razzisti come gli australiani.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Fredda.

La Variante Russo-Cinese-Statunitense.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA BATTAGLIA DEGLI IMPERI.

I LADRI DI NAZIONI.

CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

I SIMBOLI.

LE PROFEZIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. PRIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SECONDO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. TERZO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUARTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. QUINTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SESTO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. SETTIMO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. OTTAVO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. NONO MESE.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’ATTACCO. DECIMO MESE.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE MOTIVAZIONI.

NAZISTA…A CHI?

IL DONBASS DELI ALTRI.

L’OCCIDENTE MOLLICCIO E DEPRAVATO.

TUTTE LE COLPE DI…

LE TRATTATIVE.

ALTRO CHE FRATELLI. I SOLITI COGLIONI RAZZISTI.

LA RUSSIFICAZIONE.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

ESERCITI, MERCENARI E VOLONTARI.

IL FREDDO ED IL PANTANO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LE VITTIME.

I PATRIOTI.

LE DONNE.

LE FEMMINISTE.

GLI OMOSESSUALI ED I TRANS.

LE SPIE.

 

INDICE OTTAVA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA GUERRA DELLE MATERIE PRIME.

LA GUERRA DELLE ARMI CHIMICHE E BIOLOGICHE.

LA GUERRA ENERGETICA.

LA GUERRA DEL LUSSO.

LA GUERRA FINANZIARIA.

LA GUERRA CIBERNETICA.

LE ARMI.

 

INDICE NONA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA DETERRENZA NUCLEARE.

DICHIARAZIONI DI STATO.

LE REAZIONI.

MINACCE ALL’ITALIA.

 

INDICE DECIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

IL COSTO.

L’ECONOMIA DI GUERRA. LA ZAPPA SUI PIEDI.

PSICOSI E SPECULAZIONI.

I CORRIDOI UMANITARI.

I PROFUGHI.

 

INDICE UNDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

I PACIFISTI.

I GUERRAFONDAI.

RESA O CARNEFICINA? 

LO SPORT.

LA MODA.

L’ARTE.

 

INDICE DODICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

PATRIA MOLDAVIA.

PATRIA BIELORUSSIA.

PATRIA GEORGIA.

PATRIA UCRAINA.

VOLODYMYR ZELENSKY.

 

INDICE TREDICESIMA PARTE

 

La Guerra Calda.

L’ODIO.

I FIGLI DI PUTIN.

 

INDICE QUATTORDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

L’INFORMAZIONE.

TALK SHOW: LA DISTRAZIONE DI MASSA. 

 

INDICE QUINDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

LA PROPAGANDA.

LA CENSURA.

LE FAKE NEWS.

 

INDICE SEDICESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI.

LA RUSSOFOBIA.

LA PATRIA RUSSIA.

IL NAZIONALISMO.

GLI OLIGARCHI.

LE GUERRE RUSSE.

 

INDICE DICIASSETTESIMA PARTE

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Guerra Calda.

CHI E’ PUTIN.

 

INDICE DICIOTTESIMA PARTE

 

SOLITI PROFUGHI E FOIBE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…le Foibe.

Lo sterminio comunista degli Ucraini.

L’Olocausto.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Affari dei Buonisti.

Quelli che…Porti Aperti.

Quelli che…Porti Chiusi.

Il Caso dei Marò.

Che succede in Africa?

Che succede in Libia?

Che succede in Tunisia?

Cosa succede in Siria?

 

 

L’ACCOGLIENZA

PRIMA PARTE

GLI EUROPEI

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        I Muri.

Da "la Stampa" il 26 gennaio 2022.

È già stato ribattezzato dall'opposizione il «muro della vergogna», quello che Varsavia ha iniziato a costruire al confine con la Bielorussia per fermare i migranti. Ad annunciare l'avvio del cantiere è stata la Guardia di frontiera: si tratta della barriera che il governo di Varsavia vuole alzare per «proteggere il Paese dall'ondata di profughi usati come un'arma» dal dittatore Lukashenko.

Uomini, donne e bambini che, a piedi, tentano di raggiungere l'Europa, attraversando boschi, paludi e il fiume che separano i due Stati, sfidando in questi mesi anche il gelo. Le vittime sono già oltre venti, ma il bilancio è parziale, dal momento che la zona cuscinetto è interdetta a ong e giornalisti.

L'esecutivo ha stanziato investimenti senza precedenti per blindare 186 chilometri di frontiera a un costo enorme, oltre 350 milioni di euro, ed è finito nel mirino delle opposizioni che lo accusano di rendere la Polonia un simbolo della mancanza di solidarietà con i migranti in fuga da guerre e povertà. Ma contro il muro si sono levate anche le proteste degli ambientalisti, inorriditi da una barriera di ferro e cemento che taglierà in due la Foresta di Biaowiea, l'ultima foresta primordiale d'Europa.

Fortezza Europa: i muri non hanno fermato i migranti. Ecco quanti ne sono passati. Domenico Affinito e Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 12 gennaio 2022.

«I muri sono immorali» (David Sassoli)

Quasi la metà degli Stati dell’Unione Europea vuole che Bruxelles paghi la costruzione di barriere fisiche per frenare la migrazione irregolare. Lo hanno chiesto il 7 ottobre 2021 con una lettera di 4 pagine alla Commissione europea i ministri degli interni di Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. I ministri sostengono che una recinzione è «un’efficace misura di confine che serve l’interesse di tutta l’Unione, non solo degli Stati membri del primo arrivo» e che andrebbe «adeguatamente finanziata dal bilancio dell’Ue in via prioritaria». Il ministro degli interni austriaco, Karl Nehammer, ha anche dichiarato che il sistema di quote dell’UE per la distribuzione dei richiedenti asilo sarebbe «inutile» fino a quando le frontiere esterne non saranno «rigorosamente» protette. Sono passati 22 anni dall’accordo di Schengen e l’inversione di tendenza è iniziata con la crisi in Siria del 2012. Nel ventesimo secolo l’Europa conosceva solo tre muri: a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord. Nel ventesimo secolo l’Europa conosceva solo tre muri, tutti di difesa territoriale, a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord. Oggi ne conta 16 per oltre mille km, tutti in chiave anti-migranti. 

I muri in Europa

La costruzione di muri e recinzioni anti-migranti è iniziata negli anni ‘90, con il caso della Spagna a Ceuta (1993) e Melilla (1996), per bloccare gli arrivi dal Marocco, ma è dal 2012 con la crisi siriana che il fenomeno è esploso in Europa. Comincia la Grecia con una barriera di fossati e doppio filo spinato di 150 km e alta 4 metri lungo le rive del fiume Evros, al confine con la Turchia, per arginare la fuga dei siriani diretti in Europa. Poi è stata la volta della Bulgaria, sempre al confine con la Turchia per bloccare i profughi siriani: il muro è stato definitivamente concluso nel 2017 per una lunghezza complessiva di circa 200 km, con filo spinato, torrette presidiate da soldati e guardia di frontiera con camere a infrarossi e sensibili al calore. La rotta balcanica, percorsa dai profughi in fuga dai conflitti in Medio Oriente e Afghanistan, è stata via via chiusa dal 2015. L’Ungheria ha prima bloccato quasi tutto il confine con la Croazia (300 km di barriera su 329) e nei due anni successivi ne ha alzato un’altra lunga tutti i 151 km di confine con la Serbia. La Macedonia ha blindato 33 km al confine con la Grecia, l’Austria ha disposto 3,7 km di filo spinato lungo il confine con la Slovenia che, a sua volta, ha chiuso 200 dei 670 km che li divide dalla Croazia. A quel punto la rotta da oriente verso l’Europa si è spostata più a nord, e così nel 2016 la Norvegia ha eretto una barriera di 200 km e alta 4 metri lungo il confine con la Russia; lo stesso hanno fatto nel 2017 la Lituania e la Lettonia. Lituania, Lettonia e Polonia hanno anche annunciato nuove barriere di 508, 134 e 130 km lungo il confine con la Bielorussia. 

I muri non servono

Scelte che non hanno funzionato, come dimostrano i dati di Iom. Gli arrivi via terra sono stati 26.395 nel 2016, 15.662 nel 2017, 31.257 nel 2018, 24.636 nel 2019, 13.666 nel 2020 e 33.296 nel 2021: per una media di 24.152 all’anno. Quelli via mare, invece, sono stati 363.581 nel 2016, 171.837 nel 2017, 115.399 nel 2018, 103.836 nel 2019, 85.809 nel 2020 e 111.144 nel 2021: per una media di 158.601 all’anno. Costruire muri ha però alimentato la strumentalizzazione politica, cavalcata dai partiti xenofobi che sono cresciuti in popolarità ed esercitano pressioni che limitano le soluzioni. Oggi tra i 28 membri dell’UE ci sono 39 partiti politici che promuovono una violenta retorica anti-migranti, e in dieci Stati membri (Austria, Danimarca, Germania, Francia, Finlandia, Svezia, Italia, Ungheria, Polonia e Paesi Bassi) hanno una forte presenza in Parlamento. 

Italia: abbiamo bisogno di migranti

Però poi i migranti servono. Se n’è accorto il Regno Unito dopo la Brexit, rimasto senza camionisti che distribuissero le merci ed è stato costretto a mettere in campo l’esercito. Se ne accorge l’Italia: le nostre imprese hanno bisogno di braccia che sostengano la crescita ed hanno chiesto a Draghi di rivedere la politica migratoria. A dicembre il Governo ha deliberato il nuovo Decreto Flussi che disciplina l’ingresso dei lavoratori stranieri. Per il 2022 il numero è fissato a 69.700 per sostenere i settori agricolo, turistico-alberghiero, autotrasporto merci ed edilizia. Una svolta rispetto agli ultimi sei anni, quando il numero complessivo era sempre rimasto costante a quota 30.850. 

Le altre barriere nel mondo

Il 2020 sarà anche ricordato come l’anno delle grandi divisioni. Oggi esistono 70 muri nel mondo: 40 mila chilometri di recinzioni, quanto basta per coprire l’intera circonferenza della Terra secondo i calcoli di Elizabeth Vallet dell’Università di Montreal. Undici furono costruiti tra il 1947 e il 1991, durante la guerra fredda, sette tra il 1991 e il 2001, ventidue tra il 2001 e il 2009. E ben 30 negli ultimi 10 anni. Senza considerare altri 7 già finanziati e in via di completamento. L’Asia è quella che ne ospita di più, 36, ma è anche il continente più esteso al mondo. Fra i più importanti ci sono quelli tra Macao, Hong Kong e la Cina, la barriera tra Israele e Cisgiordania, quella tra Corea del Nord e Corea del Sud e i muri tra India e Pakistan, tra Iran e i Paesi confinanti. Nessuno ha mai realmente funzionato, se non là dove sparano dalle torrette di controllo (Corea del Nord). Chi vuole fuggire trova sempre un modo, a costo della propria vita, basta leggere i numeri degli annegati sulla rotta mediterranea. Anche qui parlano chiaro i dati (fonte Unhcr): nel 2010 i richiedenti asilo e rifugiati nel mondo erano 16 milioni, saliti a 24,2 nel 2015 e diventati 34,4 nel 2020. Lo stesso trend è stato seguito dal numero e dalla percentuale dei migranti totali. 

La politica europa è un boomerang, ma non cambia

La scelta dell’Unione Europea in questi anni è stata quella di cercare di frenare i flussi migratori prima dell’ingresso, pagando, e gestire i rimpatri. In questa chiave vanno tutti gli accordi firmati con i Paesi satelliti, come quello del 2016 con la Turchia alla quale sono stati già destinati 6 miliardi di euro per evitare le partenze irregolari verso tutti gli Stati membri. Altri 3,5 miliardi arriveranno ad Erdogan nei prossimi quattro anni, mentre 2,2 miliardi andranno in Siria, Libano, Giordania e Iraq. Anche la sorveglianza è aumentata, con i sistemi informatici utilizzati per controllare la migrazione, come il sistema d’informazione visti, il sistema d’informazione Schengen e il sistema di archiviazione dei dati Eurodac. Per pagare tutti questi controlli e sorveglianza, il bilancio di Frontex è passato da 6,2 milioni nel 2005 a 543 milioni nel 2021. 

Scelte che hanno consegnato un’arma di ricatto in mano ai leader politici più spregiudicati: lo fa il Marocco con la Spagna, lo sta facendo la Turchia di Erdogan, e da ultimo la Bielorussia di Lukashenko, che sta agevolando l’ingresso di profughi iracheni per poi spingerli sul confine europeo allo scopo di ottenere le cancellazioni delle sanzioni. Non si è percorsa, invece, la strada di aprire e gestire i flussi in maniera regolare, ma nemmeno quella di applicare uno schema di ridistribuzione dei migranti tra i diversi Paesi membri. La Commissione non ci è riuscita, come non è riuscita a fa passare l’idea di un contributo economico per i rimpatri da parte dei Paesi che rifiutano la redistribuzione verso quelli, come l’Italia, che si trova ad essere il primo Paese d’ingresso dalla rotta africana. In sostanza se ogni Paese pensa a sé, per quale ragione gli africani, iracheni, afgani, siriani, pakistani non dovrebbero pensare a loro stessi, e fermarsi di fronte ad un filo spinato? 

·        Quei razzisti come gli italiani.

Antonio Giangrande: A proposito di Sarri. Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili. Gli interisti sono come i comunisti: quando perdono è perchè gli altri rubano (così risuccederà con la Juve) o gridano al "razzista" per farli degradare, come succede al Napoli. Se poi i media sono in mano a giornalisti di sinistra o comunque del nord è tutto dire. I salottieri si scandalizzano del "Frocio" dato a al furbo Mancini, ma si sbrodolano con la parola "terrone" dato a destra ed a manca in ogni tempo e in ogni dove. E' vero che ormai il potere è gay (vedi le leggi in Parlamento) e le femministe si sono prostate all'Islam (vedi le reazioni su Colonia), ma frocio è una offesa soggettiva. Terrone è una offesa ad un intero popolo. Ma tutti tacciono, anche i meridionali coglioni. Se "Terrone" vuol dire cafone ignorante: bèh , non prendo lezioni dai veri razzisti e ignoranti. (Se qualcuno ha qualche commento fuori luogo. Gli consiglio di leggere il mio libro "L'Italia Razzista"!

Antonio Giangrande: A proposito del Titolo di Libero sui “Terroni”.

Gli opinionisti del centro-nord Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Ergo: COGLIONE. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come prossimo passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine. 

Razzismo e Disastri Ambientali.

Disastri Ambientali e Dissesti idrogeologici: morte e distruzione.

Alluvioni, Allagamenti, Smottamenti, Frane.

Per i media prezzolati e razzisti.

Al Nord Italia: Eventi e danni naturali imprevedibili dovuti al cambiamento climatico in conseguenza del riscaldamento globale e causati da Vortici di Bassa Pressione dovuti all'alta Pressione perenne del Sud Italia con i suoi 30 gradi anche ad ottobre.

Al Sud Italia: Disastri meritati dovuti a causa dell'abusivismo; degli incendi dolosi e del disboscamento; dell'incuria e dell'abbandono delle opere pubbliche di contenimento e prevenzione.

“Per fortuna il maltempo si è spostato al sud”: la gaffe del TG5. Da Redazione di Cefalù Web 13 novembre 2014. Elena Guarnieri, presentatrice del TG5 ieri sera si è resa protagonista di una brutta gaffe parlando di maltempo. La giornalista in diretta durante l’edizione serale del popolare tg della rete ammiraglia di Mediaset, parlando della perturbazione che imperversa su tutta la penisola ha affermato: “Il peggio sembra essere passato, la perturbazione si è spostata al Sud“. Forte lo sdegno dei telespettatori soprattutto del meridione che condannano con fermezza l’imperdonabile gaffe.

Sud in affanno tra colpe altrui e nostre. Insomma ci si è convinti che il Sud vive male per colpa del Nord, assolvendo una classe dirigente locale spesso inconcludente, incapace, affamata di potere fine a se stesso, propensa alle magagne. Roberto Calpista su La Gazzetta del Mezzogiorno il 4 ottobre 2022.

Perché tanta gente del Sud che vive al Nord parla sempre di come il Sud sia migliore e che si viva meglio ma continua a vivere al Nord? Forse perché al Sud - lo dice l’Istat - si vive meno. Abbiamo il mare, il sole, le orecchiette. Non bastano, e inoltre il mare ce l’hanno pure i mangiapolenta.

Il dato che andrebbe analizzato senza isterismi è che secondo il report dell’Istat «Misure del Benessere equo e sostenibile» la speranza di vita alla nascita nel 2021 era al di sotto di Roma di circa un anno e sette mesi inferiore a quella al di sopra della Capitale, con 81,3 anni a fronte degli 82,9 dell’Italia centrosettentrionale.

La notizia ha creato non poco scetticismo. Eppure anche la forbice che si era ristretta all’inizio della pandemia con il Nord colpito più duramente nel 2020 con un picco di decessi, l’anno successivo si è riallargata con il Nord che ha recuperato quasi un anno di speranza di vita e il Sud che ha perso altri sei mesi. Siamo campioni: è come se in una gara sui 100 metri di corsa il meridionale partisse con un vantaggio di metà percorso per poi perdere con uno scarto di 50 metri. Resta fermo.

Vita e lavoro: il distacco tra la provincia con il più alto tasso di occupazione (Bolzano, 75,8%) e quella con il più basso (Caltanissetta, 40,8%) è nel 2021 di 35 punti percentuali in calo dai 40,5 nel 2019, ma un lavoratore dipendente nel 2020 aveva un reddito medio nella provincia di Milano di 29,631 euro, 2,7 volte quello di Vibo Valentia.

Quindi. Perché quelli del Sud che vivono al Nord parlano sempre di come il Sud sia migliore e che si viva meglio ma continuano a vivere al Nord? Magari, in tema di sanità ci sono disparità nell’offerta di servizi e nei risultati di salute raggiunti a livello territoriale e sociale. Per esempio tra Milano e Napoli sussiste una differenza di quasi tre anni in termini di speranza di vita, mentre tra le fasce sociali più povere del Sud e quelle più ricche del Nord la differenza arriva a dieci anni. Un dato allarmante è l'offerta di servizi e l’ammontare delle risorse destinate alla salute che differiscono in maniera notevole tra aree diverse. La spesa sanitaria pubblica pro capite, per esempio, pari in media a 1.838 euro annui, è molto più elevata al Nord rispetto al Sud: si va dai 2.255 euro a Bolzano ai 1.725 euro in Calabria.

L'aspettativa di vita è una presa d'atto di una situazione, ma non si ha la sicurezza dei meccanismi che portano a tali risultati; possiamo però estrapolarli indirettamente: la possibilità di vivere in maniera più o meno sana, la sanità, l'inquinamento e il tipo di alimentazione, sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo. Ma rilevante è anche la presenza di adeguate strutture sanitarie. E questo significa non solo che al Nord ci sono più strutture, ma anche che funzionano meglio di quelle del meridione, dove esiste una cronica carenza di personale. Basta guardare le statistiche di sopravvivenza post-operatoria o l'accesso ai farmaci salvavita o ancora la gestione delle malattie croniche in età avanzata per vedere numeri nettamente divergenti.

Però è anche vero che non è possibile che prima lo Stato lo riduca in quelle condizioni, e poi ci si accorga che il Sud è sempre ultimo. Non si parla di spesa pubblica per sprecare, ma di spesa per i servizi. O almeno dovrebbe essere così sulla carta. A cominciare da sanità, scuola, trasporto, assistenza sociale. Proprio quei fattori che più incidono sulla qualità della vita e magari sulle aspettative della stessa.

Insomma ci si è convinti che il Sud vive male per colpa del Nord, assolvendo una classe dirigente locale spesso inconcludente, incapace, affamata di potere fine a se stesso, propensa alle magagne.

Eppure su quell’anno e sette mesi in meno resta lo scetticismo. Fin quando si aggiunge la notizia che l’ospedale «Dimiccoli» di Barletta sarebbe regolarmente operativo nonostante da giorni, in seguito ad un incendio, sia chiusa la terapia intensiva. E lo scetticismo d’improvviso scompare.

Da bologna.repubblica.it il 12 dicembre 2022.

Ha definito pubblicamente in rete, per due volte, "scimmie urlatrici" i tifosi del Marocco che festeggiavano le vittorie della loro Nazionale ai Mondiali in Qatar. Le parole del consigliere leghista di Santarcangelo, Marco Fiori, sono state diffuse dal sindaco di Rimini, Jamil Sadegholvaad, aggiungendo: "Non so se a una persona, a qualsiasi persona, capace di scrivere cose come queste debba essere rivolta più indignazione o pietà umana". 

Gli fa eco il segretario provinciale Pd di Rimini, Filippo Sacchetti: "Dispiace" che quelle frasi "vengano da una persona di una cittadina aperta e inclusiva che non ha niente da condividere con la discriminazione e gli insulti verso altre persone che stavano esultando per un risultato calcistico". Invece, va avanti il segretario dem riminese, "non mi sorprende la provenienza politica di chi usa da anni la cultura dell'odio per alimentare il consenso elettorale". Fiori si scusa pur non ritenendo l'espressione offensiva: "Frase stupida, ma innocua".

Le vittorie del Marocco, la vera outsider fra le 4 squadre approdate alle semifinali, hanno suscitato grandi festeggiamenti in strada, anche a Bologna, fin dal passaggio agli ottavi, un entusiasmo condiviso da molti italiani, anche con un pizzico di invidia. Ma certo fra di questi non vi è il consigliere del Carroccio Marco Fiori, che a Santarcangelo è appena stato eletto segretario del partito. Il 7 dicembre, dopo la vittoria del Marocco contro la Spagna, ha scritto: "Spero il Marocco venga eliminato dal Mondiale, così finalmente smetteremo di vedere scimmie urlatrici far casino per strada". Poi, dopo la vittoria nei quarti sul Portogallo, ha ribadito il concetto: "Attenzione, previsti assembramenti di scimmie urlatrici anche stasera". Sempre su Facebook, postando un video, aveva scritto: "I tifosi marocchini ci insegnano a vivere rispettosi. Queste risorse sono da rispedire immediatamente al loro paese d'origine". 

La replica: "Non è un'offesa. Frase stupida ma innocua"

A polemica scoppiata, Marco Fiori scrive un messaggio di scuse per quello che definisce però un "inutile clamore" per un commento "che, sbagliando, non credevo potesse essere considerato così offensivo. Sono rimasto colpito, in questi giorni, da certe manifestazioni anche di carattere violento capitate in città italiane e all'estero. La vandalizzazione di piazza Gae Aulenti a Milano, dopo la vittoria della squadra del Marocco, l'intervento delle forze dell'ordine, addirittura una persona che cercava di sedare una rissa accoltellata, hanno motivato il mio sconcerto e un'opinione critica su quanto avvenuto". 

Scuse poco convincenti. "Scimmia urlatrice - insiste Fiori - non è di per sè un'offesa. Viene usata comunemente per definire persone urlanti che fanno casino. Mi scuso certamente se qualcuno si è sentito colpito ma la frase in sè non offende nè va ad intaccare alcuna sfera sensibile. Ribadisco le scuse sincere, pur evidenziando che emerge ancora una volta una certa strumentalità unidirezionale di chi si attacca a frasi magari stupide ma del tutto innocue pur di farne un caso politico".

Sono razzisti, non fascisti. Il Corriere della Sera l’8 Dicembre 2022. L’eco è propagata sui cellulari della comunità marocchina veronese poco prima delle 2o dell’altra sera. E il messaggio non lasciava adito a dubbi: «Non vi consigliamo di uscire e di andare in centro città. Ci sono bande che attaccano chi festeggia, chi sventola la bandiera marocchina e chi va in macchina con la musica ad alto volume». Il prodomo dell’ennesima ordinaria serata razzista e violenta nel cuore di Verona è stato quanto mai vaticinante. Con i festeggiamenti per quei tre rigori centrati del Marocco e l’accesso ai quarti di finale dei Mondiali in Qatar diventati l’alibi per l’ennesima «caccia allo straniero» portata avanti a furia di colpi di manganelli e catene. Ma con il branco che questa volta non ha però fatto i conti con le forze dell’ordine. E quella Digos, la divisione investigazioni generali e operazioni speciali, che i suoi «clienti» li conosce alquanto bene, tanto da poterne intuire le mosse. Tanto da identificare, fermare e denunciare i 13 componenti - tutti militanti in una delle sigle dell’estrema destra tra le più «attive» in città - di quella mandria che la sua furia identitaria la stava scaricando tra via Battisti e corso Porta Nuova, sulle auto di chi quella vittoria stava festeggiando.

La festa dei tifosi marocchini in piazza Bra, nel centro di Verona

Si erano radunati in piazza Bra, i tifosi marocchini. Ci sono arrivati in fretta e furia, dopo il fischio finale di quella partita che per loro rappresenta un’impresa non solo calcistica, ma storica. In molti sono arrivati in auto, qualcuno in bicicletta. Tanti con la famiglia. Tutti sui gradini della Gran Guardia, a sventolare e a ammantarsi con la bandiera rossa e il pentagramma verde. I «servizi di controllo» intensificati delle forze dell’ordine erano già in atto. La polizia locale ha interrotto il traffico nella piazza e fatto deviare gli autobus in piazza Cittadella. Sono passati pochi minuti e alla centrale operativa della questura sono iniziate ad arrivare varie chiamate che segnalavano la presenza di un gruppo di giovani. Tutti vestiti di nero e con il volto coperto dai cappucci delle felpe o da cappelli. E tutti che cercavano di avvicinarsi a chi stava festeggiando.

L’agguato alle auto che festeggiavano per la vittoria ai Mondiali

Ma la presenza delle forze dell’ordine deve averli fatti desistere dall’agire in piazza. Il tempo di svicolare in via Battisti, dove transitavano le auto dei tifosi marocchini e l’agguato è stato partorito, a colpi di catene e manganelli sulle vetture che transitavano. Quattro, quelle danneggiate. Su quelle macchine c’erano anche dei bambini. Che hanno visto l’odio di quelle sprangate. A una, in particolare, sono stati infranti i finestrini e le schegge hanno leggermente ferito la moglie del guidatore. Per lei ferite lievi, ma la furia del branco è stata fermata solo dall’intervento della polizia. Presi con in mano le spranghe e i metalli, i tredici. Tutti conosciuti dalla Digos e molti con precedenti. Tutti usciti per quell’«azione estemporanea» da uno dei loro abituali «ritrovi» dove avevano visto la partita.

Gli estremisti di destra già conosciuti dalla polizia: indagini in corso

Sono stati segnalati alla procura. Per loro i reati ipotizzati al momento sono quelli di violenza privata e danneggiamento aggravato. Ma la Digos sta vagliando i filmati sia delle telecamere della zona che quelli girati con i cellulari - e che hanno fatto il giro dei social - per attribuire nel dettaglio le «responsabilità soggettive». Quelle che potrebbero sfociare anche in una denuncia per la legge Mancino. E quelle che potrebbero implicare anche un Daspo, il divieto di assistere alle manifestazioni sportive, che viene comminato dal questore. «Misura» che molti dei componenti del branco, legati agli ultrà dell’Hellas, hanno già avuto modo - per incidenti allo stadio - di sperimentare. E che in questo caso sarebbe possibile applicare perché il raid è avvenuto a margine di un evento sportivo.

Il messaggio circolato nelle chat della comunità marocchina

Tra chi ha ricevuto quel messaggio che invitava i marocchini a non uscire di casa c’è anche Samira Chabib, anima dell’associazione SaaDia. «Non voglio pensare che dietro a quanto accaduto ci sia una regia - dice -. Non voglio pensare che ci sia odio e che questo crei una frattura tra le comunità. L’altra sera tutti noi marocchini volevamo festeggiare. È giusto che sia così. Dovrebbe essere una festa per tutti». Che non sia così lo hanno dimostrato i fatti. Ma Samira usa parole che fanno liquefare qualsiasi violenza: «L’altra sera a festeggiare c’erano anche italiani. Perché i nostri figli e molti di noi sono italiani. Era un momento di felicità. Anch’io ho esultato, come esulto quando vince l’Italia. Questa, è vero, è casa vostra. Ma è anche casa nostra...».

Verona e la «caccia» ai tifosi marocchini aggrediti: i 13 fermati sono tutti di CasaPound. Tra gli estremisti di destra anche due minorenni: il raid contro i tifosi del Marocco che festeggiavano la vittoria della loro nazionale contro la Spagna ai Mondiali in Qatar. Angiola Petronio su Il Corriere della Sera il 9 Dicembre 2022

Tredici. Undici sono maggiorenni, due minorenni. E tutti sono militanti di CasaPound. Alcuni con precedenti penali «specifici», legati alla «caccia» di qualcuno da colpire. E taluno che nel suo palma res di reati e pene sconta anche il Daspo, il divieto di assistere a manifestazioni sportive, «guadagnato» per incidenti dentro o fuori lo stadio. È la composizione del branco, quello che martedì 6 dicembre ha aggredito i tifosi marocchini che festeggiavano la vittoria della loro squadra nazionale ai Mondiali.

Il raid contro i tifosi marocchini

Un raid eseguito con una precisa tattica. La stessa usata molte volte fuori dal Bentegodi. Quella che nel caso non sia possibile attaccare frontalmente un gruppo, prevede di sparpagliarsi per strade e vicoli e colpire i singoli. Per poter comunque aggredire, ma anche per diventare più sfuggevoli alle forze dell’ordine. Cosa che, però, martedì sera al branco non è riuscita. Perché il centro città era già stretto nella maglia di controlli «rafforzati» proprio in vista delle partite e degli eventuali festeggiamenti per Qatar 2022. Sono arrivati alle 19 e 1o minuti i tifosi marocchini in piazza Bra. Chi in auto, chi in bici, chi con la famiglia e i figli piccoli. A cantare e sventolare le bandiere sotto la Gran Guardia. Pochi minuti dopo il gruppo è stato individuato da una pattuglia in una strada a ridosso della piazza. Si stavano «bardando» i tredici. A tirar su i cappucci delle felpe, a mettere i cappelli per nascondere la faccia nella puerile idea di sfuggire all’identificazione. Ad impugnare chi le catene, chi i manganelli. Tutto immortalato dalle telecamere seminate in centro città.

Come hanno progettato l’aggressione

Ci ha provato, il branco, a raggiungere la Gran Guardia. Ma le forze dell’ordine - mentre la polizia locale chiudeva l’area al traffico deviando i bus in piazza Cittadella - hanno organizzato un cordone di protezione per chi stava festeggiando. Così ai tredici non è rimasto altro che iniziare la «caccia solitaria». Si sono sparpagliati tra le vie dietro la Bra per sbucare poi in una strada limitrofa, via Battisti, dove c’erano alcune auto con esposta la bandiera marocchina. Lì è iniziato lo sciabordio di catene e spranghe contro le carrozzerie. Quelle che hanno colpito anche una vettura in transito, infrangendo i finestrini le cui schegge hanno leggermente ferito una donna che era seduta sul lato passeggero. E poi il tentativo di fuga, anche quello messo in atto con la tattica da stadio. Disperdersi. Giusto il tempo di tirare un colpo di manganello sulla testa di un’altra donna marocchina anche lei solo lievemente ferita. Ma il branco non ce l’ha fatta. Quelle maglie dei controlli rafforzati, anche con il personale della Digos, gli si sono chiuse addosso.

I tredici estremisti di CasaPound

Presi, i 13 di CasaPound, con ancora i «ferri del mestiere» in mano. Fermati, portati in questura e identificati. Segnalati alla procura che dovrà decidere le ipotesi di reato. Fondamentali saranno i filmati. Quelli delle telecamere, quelli delle forze dell’ordine durante l’assalto, quelli girati dagli stessi tifosi marocchini. Necessari per attribuire le responsabilità di ciascuno. Le ipotesi spaziano dalla violenza privata al danneggiamento aggravato. Ma non è esclusa l’applicazione della legge Mancino, per quell’agguato che ha uno sfondo razziale. E su tutto potrebbe pesare l’aggravante associativa. Quella che prevede «oltre all’intenzionalità, la conoscenza da parte del reo dello scopo e dell’attività generale dell’organizzazione criminale o dell’intenzione di quest’ultima di commettere i reati in questione». Quella che colpisce al cuore la filosofia del branco. Intanto oggi, 9 dicembre, Verona scende in piazza in «solidarietà alla comunità marocchina» e «contro la violenza razzista». Lo fa proprio in Bra, dalle 15 alle 18.

Da calcionapoli24.it il 19 settembre 2022.

Episodio vergognoso al termine di Milan Napoli 1-2, partita di Serie A ieri sera allo stadio Giuseppe Meazza di San Siro. Nel post partita di Milan-Napoli, il giornalista napoletano Marco Lombardi, inviato di CalcioNapoli24 a Milano, è stato avvicinato da un tifoso del Milan che ha provato ad intimidirlo ed ha tentato il contatto fisico. 

Il tifoso del Milan si è avvicinato con la scusa di un'intervista ed ha inveito contro il nostro giornalista, urlandogli frasi razziste e venendo portato via con la forza dai propri amici quando stava per succedere il peggio.

Complimenti al nostro Marco Lombardi e all'operatore di ripresa Emanuele Bernardo per come hanno gestito la situazione. Denunceremo l'accaduto alle autorità competenti, affinché non debba accadere mai più una cosa del genere

Tommasi “Aggressione non rispecchia i valori inclusivi della città. Ivano Tolettini su L’Identità il 10 Dicembre 2022

“Questi fatti non rispecchiano certo l’anima democratica di Verona e i responsabili vanno perseguiti secondo le norme della Repubblica. Si tratta di un piccolo gruppo di persone che fa molto rumore, ma i veronesi non sono certo questi, anzi, la nostra gente ha sempre fatto dell’accoglienza un valore”. Damiano Tommasi, il sindaco ex campione della Roma tricolore, non l’ha proprio digerito il raid di Casapound martedì sera dopo Marocco-Spagna, contro i supporter nordafricani che festeggiavano. Tommasi non ci sta oltre che per la violenza gratuita in sé a carico di cittadini, immigrati marocchini e figli di immigrati nati a Verona, cui ha dato la sua solidarietà e della città, che avevano l’unica colpa di festeggiare per il successo della loro nazionale, anche perché ancora una volta Verona torna all’attenzione delle cronache nazionali per violenze legate all’estrema destra. Negli anni Novanta del secolo scorso erano state più d’una le indagini contro i naziskin aperte della magistratura veronese, senza tornare indietro alla strategia della tensione e alla Rosa dei Venti che a Verona avevano scritto pagine poco commendevoli per la nostra democrazia. In epoca più recente ci sono state aggressioni, alcune delle quali anche con esito tragico. Su tutte quelle costata la vita a a Nicola Tommasoli.

Si comprende perché il sindaco-calciatore era molto deluso, anche se osserva che si tratta di poche persone rispetto al tessuto democratico di una città che ha la forza di emarginare chi non rispetta le regole della dialettica democratica. “Naturalmente mi dispiace per quello che è successo, sebbene sia l’opera di una piccola minoranza di persone – ha spiegato ai cronisti nei giorni scorsi -, anche perché si è turbata la festa di una comunità che vive Verona con gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini “. Il sindaco si è complimentato con l’operato delle forze dell’ordine ed ha ribadito che la forza dello sport dev’essere quella di mettere in minoranza i violenti. Ieri pomeriggio alla manifestazione democratica contro il pestaggio di martedì erano presenti anche rappresentanti dell’amministrazione comunale. A cominciare dalla vicesindaca Barbara Bissoli.

«Il mio intervento – ha detto – vuole sottolineare e rimarcare quanto già ribadito dal nostro sindaco

Tommasi e dall’assessore alle Politiche giovanili e Pari opportunità, Jacopo Buffolo, cioè testimoniare la vicinanza e la solidarietà dell’Amministrazione comunale e di tutta la città . Verona non è quella dei fatti di martedì scorso, perché è una città che ha girato pagina ed è inclusiva. Voglio sottolineare la riprovazione per quanto accaduto, assolutamente fuori luogo perché la violenza non è mai motivata ed è sempre esecrabile”. Da parte sua il primo cittadino ha osservato che parlerà in giunta dell’eventuale costituzione del Comune come parte civile al processo contro i responsabili del pestaggio e dei danneggiamenti. Tommasi e la sua giunta vogliono ribadire a chiare lettere che Verona non solo è una città inclusiva, ma che l’utilizzo degli spazi pubblici da parte di tutti per iniziative culturali e politiche è nel dna della sua amministrazione.

Da leggo.it il 17 novembre 2022.

Rebecca Pavan è un'atleta della nazionale italiana di atletica e la sua denuncia riaccende i riflettori su un ennesimo caso di razzismo. Mercoledì 16 novembre mattina, insieme a sua madre, ha deciso di fare un giro al centro commerciale, poi hanno fatto ritorno a casa in bus. E proprio sul mezzo di trasporto si è verificato l'episodio che le due hanno voluto denunciare: la madre è salita a bordo senza problemi, ma il controllore appena ha visto la ragazza le ha intimato di timbrare il biglietto o di far vedere l'abbonamento. La differenza? Rebecca è adottata e quindi non ha lo stesso colore di pelle della madre.

«Questo comportamento ha un nome: si chiama razzismo», spiega Rebecca Pavan a Il Corriere. La giovane ha 21 anni ed è di Verona ed è un prospetto della nazionale di atletica ed è rimasta sconcertata da quanto accaduto. «Non l’ha chiesto a mia madre, ma solo a me, che ero dopo di lei - racconta -. Certo chiedere di validare i biglietti è giusto, ma a farmi stare male sono stati lo sguardo schifato e il tono scocciato di una persona che ha visto una ragazza di colore salire sull'autobus». La giovane è sicura del fatto che il controllore è partito con l'idea che volesse fare la furba e non pagare. E non sarebbe nemmeno la prima volta che riceve un trattamento del genere.

Nella lunga intervista, Rebecca racconta come non sia l'unico episodio che le è capitato e che già in passato le è capitato di dover ignorare i razzisti, ma sua madre non vuole passarci sopra. Ed è proprio la signora, dopo essersi seduta a bordo dell'autobus, ad andare su tutte le furie. «Lei la conosco, la signorina invece non l’avevo mai vista quindi le ho chiesto il biglietto, tutto qui…», ha provato a difendersi il controllore.

 «Ma cosa vuol dire? Solo perché è nera? E me, mi aveva mai vista prima? Questa è una bugia bella e buona, io qui non ci salgo mai». Una storia che grazie ai profili social delle due è diventata presto di dominio pubblico, giungendo fino all'azienda di trasporti che ha subito fatto capire di voler andare fino in fondo alla vicenda.

L'azienda di trasporti ha risposto facendo capire di voler chiarire, quanto prima, l'accaduto. «Abbiamo avviato un'indagine interna - fanno sapere dagli uffici di Arriva Italia -. Se saranno accertate le responsabilità del nostro dipendente agiremo di conseguenza sul fronte disciplinare. Ovviamente condanniamo qualsiasi forma di razzismo e discriminazione e la nostra massima solidarietà va comunque alla ragazza e a sua madre». 

Camice nero. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 15 novembre 2022.

Il medico del paese va in pensione e al suo posto arriva un dottore africano, Enok Rodrigue Emvolo. Vive in Italia dal 2005 e nessuno ha mai avuto nulla da ridire sulle sue qualità professionali. Eppure, tra i pazienti c’è chi gli suggerisce di andare a pascolare le pecore e chi, anziché «dottore», lo chiama con disprezzo «il senegalese», lui che tra l’altro è nato in Camerun, esasperandolo al punto da indurlo a manifestare il desiderio di trasferirsi altrove. Solo una minoranza dei pazienti di Fagnano Olona lo discrimina, ci mancherebbe, ma la tutela del buon nome di una comunità giustamente preoccupata di non passare per razzista non sembra il tema principale di questa storia, che ha piuttosto a che fare con il racconto dominante sull’immigrazione. Che cosa dice quel racconto? 1. Se i migranti africani vengono mal sopportati da una parte dei residenti, non dipende dal colore della pelle, ma solo dal fatto che non sanno integrarsi. Ebbene, il dottor Emvolo si è laureato in Italia e parla l’italiano anche meglio di alcuni sottosegretari. 2. Quando non delinquono o non vivono a ufo, i migranti accettano lavori infimi e paghe al ribasso che finiscono per impoverire tutti quanti. Ebbene, il dottor Emvolo esercita con successo una professione prestigiosa da parecchi anni (ne ha 48). Dunque, quei tanti o pochi che gli mancano di rispetto non gli contestano la preparazione o l’integrazione, ma la pigmentazione. Come si dice? Loro non sono razzisti, è proprio lui che è nero.

Da lastampa.it il 15 novembre 2022.

I pazienti non vogliono farsi curare dal medico di base perché è africano. Succede a Fagnano Olona, cittadina di dodicimila abitanti in provincia di Varese. Il dottore, Enock Rodrigue Emvolo, camerunense, ha sostituito il collega neo-pensionato Giacomo Navarra. Ha conseguito la laurea nel 2013 all'università La Sapienza di Roma, ma i cittadini non lo considerano all’altezza perché nero.  

Lo chiamano «il senegalese» e mai dottore. C’è chi sua usa espressioni come «Torna a pascolare le pecore». Sui social piovono insulti razzisti. E subito dopo il suo arrivo in Paese, Enock Rodrigue Emvolo diventa un bersaglio, non solo online. Ma lui non ci sta e dice di essere pronto ad andarsene: «Il mio mestiere è curare le persone, se in paese non mi vogliono sono pronto ad andarmene. Parlerò con i miei superiori di Ats e in caso farò le valigie». 

Sul caso interviene anche il sindaco Marco Baroffio. In un video postato su Facebook il primo cittadino chiede scusa al medico ma aggiunge che la decisione di andare via dipende da problemi pratici, uno su tutti la mancanza di attrezzature. «Ho parlato con il dottore, prima di tutto gli ho portato la solidarietà mia e di tutta la comunità. Dopo aver ascoltato la sua amarezza per quanto accaduto negli ultimi giorni e la sua volontà di voler lasciare, gli ho chiesto di pensarci e di restare. Con Ats e Asst stiamo anche lavorando per mettere il dottore nelle condizioni di lavorare al meglio», spiega il sindaco. 

Per ora il medico resta. «Questo pomeriggio si è tenuto l'incontro con il direttore di ASST Valle Olona e il dottor Emvolo, che ha confermato che resterà a Fagnano come sostituto fin quando non arriverà il titolare», dice il sindaco Baroffio -. Ci ha spiegato quello che è successo, ed è molto amareggiato per essere divenuto noto per questa vicenda, tanto che non desidera parlarne». Secondo il sindaco, «due idiozie hanno etichettato tutta Fagnano Olona, che è un comune che accoglie da sempre, rifugiati dalla guerra».

Il primo a far notare il cuore «razzista» della vicenda, è stato l'ex sindaco di Fagnano Olona, Elena Catelli, che in un post di Facebook ha parlato proprio della definizione di «senegalese» data al medico camerunense da un utente dei social: «Trovo gravi certe espressioni usate su un gruppo a commento dei medici arrivati a Fagnano, non per i giudizi sull'operato professionale, ma per la precisione nel puntualizzare la nazionalità». «Emvolo ci ha raccontato di aver subito episodi di discriminazione a Roma, quando qualche paziente si è rifiutato di farsi toccare, ma mai qui - ha aggiunto Baroffio -, domani lo accompagneremo nel nuovo studio, dove sarà dotato di pc, collegamenti e tutto ciò che è necessario per lavorare bene».

Il medico respinto per razzismo ci ripensa: "Spero che chi mi insulta non abbia bisogno di dottori". Il sindaco pasticciere: "L'ho convinto, gli ho promesso dolci". Silvia Scotti su La Repubblica il 15 Novembre 2022.

A Fagnano Olona, vicino a Varese, c'è stata una rivolta dopo il pensionamento del collega che lo ha preceduto nel ruolo

Il pianto di una bambina che si agita perché non vuole essere visitata è straziante: "Basta tenerla ferma. Non sono mai loro il problema, sono gli adulti". Enock Rodrigue Emvolo è in ospedale, ha il tono sbrigativo di chi si vorrebbe occupare solo dei propri pazienti. Avrebbe cose più importanti di cui preoccuparsi: "Mi sono davvero stufato, anche di parlare di razzismo, di insulti, di tutto. Si trovino un altro medico, io avevo dato la mia disponibilità perché avevano bisogno: ora lì non metto più piede. Per me questa storia è chiusa". Lo sfogo è amaro, ma il sindaco della cittadina Marco Baroffio è pasticciere: "Gli ho chiesto di restare, gli ho promesso dolci tutti i giorni. L'ho convinto". Così il ripensamento.

In realtà Baroffio, sindaco di Fagnano Olona, vicino a Varese, dove c'è stata una rivolta contro il medico nero, insulti razzisti, proteste sui social non ha dovuto faticare molto: "Sapevo che voleva restare. Sa che questo non è un posto razzista e che solo qualch idiota sui social lo è. E infatti resterà: continuerà i suoi studi di medicina d'urgenza e farà il medico di base. O meglio, il sostituto, il titolare arriverà tra qualche mese. Certo, però è amareggiato". Infatti il dottor Emvolo è entusiasta dell'incarico ma ancora avvilito per quello che ha letto e sentito: "Inaccettabile. È imbarazzante che nel 2022 ci si trovi davanti a questo, che si debba parlare di questo. Vuol dire che non abbiamo capito niente. Sono camerunense, arrivato in Italia nel 2005. Ho studiato qui. Mi sono laureato qui. Lavoro qui. Salvo vite qui". La ferita è grande, quelle che un medico non sa curare: "Salvare le persone, questo facciamo noi dottori. Ed è bruttissimo sentirsi insultare dagli stessi di cui ti prendi cura, che sei disposto ad assistere, ad accudire. Non lo dovrei dire, ma sono arrabbiatissimo. Mi occupo di tutti, di chiunque abbia bisogno. Ho visto e sentito di tutto, ma basta insulti razzisti. Assurdo che non si impari dai propri errori. Auguro a queste persone e ai loro parenti di stare bene e di non aver bisogno di medici. Così non dovranno sceglierlo".

“E’ ANCHE UN PO' COLPA DI MARADONA SE I MERIDIONALI CE L’HANNO CON IL NORD” – IL PIEMONTESE CAZZULLO RISCRIVE A SUO PIACIMENTO LA "QUESTIONE MERIDIONALE" E L'INTERA STORIA D’ITALIA: "DIEGO AVEVA INTUITO IL RISENTIMENTO DELLA CITTÀ VERSO IL RESTO D'ITALIA, IN PARTICOLARE IL NORD. L'HA RINFOCOLATO ALLA VIGILIA DELLA SEMIFINALE DI ITALIA '90. E SE ORA MOLTI SUDISTI SONO ANIMATI DA UNO SPIRITO ANTI-SETTENTRIONALE UGUALE E CONTRARIO A QUELLO CHE COVA NELL'ANIMO DI MOLTI NORDISTI, LA COLPA È ANCHE UN PO’ SUA”

Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera il 16 dicembre 2022. 

(…) Nessuno nega il legame sentimentale di molte tifoserie italiane con gli argentini: Zanetti è il simbolo dell'Inter, Batistuta è stato prezioso per Fiorentina e Roma, Maradona a Napoli è giustamente un mito. 

Ma Diego aveva intuito il risentimento della città verso il resto d'Italia, in particolare il Nord. L'ha rinfocolato alla vigilia della storica semifinale di Italia '90. E se ora molti sudisti sono animati da uno spirito anti-settentrionale uguale e contrario a quello che cova nell'animo di molti nordisti, la colpa è anche un po' sua.

Giornalista insultato dopo Milan-Napoli, «Terrone di m...». Le scuse dei rossoneri. Redazione Sport su Il Corriere della Sera il 19 settembre 2022.

«Esprimo solidarietà e mi scuso con il collega Marco Lombardi e con Calcio Napoli 24: tutti dovremmo lavorare con serenità, rispetto e sicurezza». Lo scrive su twitter Pier Donato Vercellone, capo ufficio stampa del Milan, commentando un video in cui si vede l'inviato dell'emittente partenopea in diretta venire aggredito da uno pseudo tifoso con frasi come «Terrone di m...».

Lombardi, giornalista del quotidiano online CalcioNapoli24, stava facendo delle interviste in diretta tv all’uscita da San Siro dopo la vittoria del Napoli per 2-1 sui rossoneri, quando è stato insultato da un ultrà.

«Che degrado», «una vergogna senza fine», sono alcuni dei numerosi messaggi di solidarietà inviati al cronista. «E tra 20 anni sono sicura che - purtroppo - ci ritroveremo nuovamente a condannare (giustamente) questi episodi», si legge in un altro post su Twitter.

«Ecco perché non si può tollerare la canzoncina su #Vesuvio: nonostante qualcuno dica sia solo sfottò da stadio, tanta gente fa della discriminazione territoriale il proprio credo», è un altro commento ancora. «Come per l'aggressione alla collega toscana palpeggiata mentre era in onda, anche qui andrebbe punito l'aggressore con un #daspo», si legge in un post che ricorda l'aggressione alla giornalista toscana Greta Beccaglia di Toscana Tv, palpeggiata mentre era in onda all'esterno dello stadio Castellani di Empoli al termine della partita con la Fiorentina.

Anche la politica è scesa in campo sull'argomento con il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha commentato su Facebook la vicenda: «Solidarietà a Marco Lombardi, il giornalista aggredito. Rispetto per Napoli, rispetto per tutto il Sud!».

Altro che servizio pubblico, la Rai ghettizza il Sud. Ricordiamo che un terzo del canone incassato dalla Rai proviene dalle Regioni del Mezzogiorno. Si torni allo spirito di "Non è mai troppo tardi". PIETRO MASSIMO BUSETTA su Il Quotidiano del Sud il 9 Settembre 2022. 

Il maestro Alberto Manzi, con la sua trasmissione "Non è mai troppo tardi" alfabetizzò milioni di italiani

Dal 1960 al 1968 la Rai mandò in onda un programma televisivo per combattere l’analfabetismo tra gli adulti. “Non è mai troppo tardi” si chiamava il programma, e chiamò a condurlo non un qualunque maestro di scuola elementare, ma Alberto Manzi scrittore insegnante e pedagogista romano.

L’esperimento andato in onda sulla Rai per ben otto anni aiutò 1 milione e mezzo di studenti a conseguire la licenza alimentare. Perché ricordare questo progetto? Per dimostrare che la televisione pubblica prima aveva chiaro di avere un ruolo nel nostro Paese totalmente diverso rispetto alla cosiddetta televisione commerciale.

Per tale motivo è previsto il pagamento di un canone, peraltro con la previsione di un prelievo automatico ed in ogni caso ad un costo indipendente dal reddito di ciascuno.

Per cui considerato che ormai il televisore entra in tutte le famiglie si può ritenere, senza timore di errore, che un terzo del canone complessivo, incassato dalla Rai, provenga dal Mezzogiorno d’Italia, come la popolazione.

Questo investimento che il Sud ogni anno fa si può affermare che torni con un servizio corrispondente alle risorse impiegate? In realtà in molti ritengono che la Rai sia funzionale al cosiddetto Partito Unico del Nord, e che si sia posta in modo strabico rispetto ad una parte del Paese.

Ad un occhio attento non può sfuggire il fatto che nella sua programmazione la presenza di opinion leader appartenenti al nord del Paese sia assolutamente prevalente.

Come pure la dimensione delle realtà produttive della stessa, in termini di fiction e di programmi, sia prevalentemente oltre che a Roma come è naturale poi a Milano, mentre tutto ciò che c’è da Napoli in giù è assolutamente trascurato.

In un processo nel quale si insegue, come forse è giusto che sia, lo spettacolo più cool, la mostra più ricca, il festival di successo, l’evento internazionale più importante, la concentrazione di attenzione rispetto al nord del Paese diventa quasi fastidiosa.

Ma anche laddove il tema diventa quello del confronto scientifico su temi riguardanti la medicina, l’economia, la fisica o le scienze varie la concentrazione degli opinionisti fa riflettere molto sullo strabismo della Rai.

Gli ultimi due anni di pandemia ci hanno fatto apprezzare moltissimo i tanti virologi esistenti in Italia. Molto strano è che tutti quanti avessero sede presso un policlinico o un’università al di sopra di Bologna.

E se poteva essere comprensibile, quando i collegamenti via web erano più complicati, che la scelta avvenisse in realtà più servite e più vicine ai centri di produzione, stupisce notevolmente che invece si è continuato a coinvolgere professionalità, pur di rilievo, del Nord, lasciando totalmente marginale tutte le realtà scientifiche che avessero sede a Napoli, Bari, Palermo o Catania ora che la dislocazione geografica diventa indifferente.

In una forma di discriminazione che se fatta dalla televisione commerciale, pur se non condivisibile, può trovare motivazione nelle cordate e nei gruppi prevalenti, ma che non può essere assolutamente condivisa se portata avanti dalla televisione pubblica.

La spiegazione di tale comportamento è molto semplice. Poiché la televisione pubblica è lottizzata dal Partito Unico del Nord, non è strano che esso promuova i propri “aficionados”, dando quei contentini che poi servono a lanciare libri a coloro che sono più vicini, se si tratta di giornalisti ad avere spazi televisivi pagati molto bene, se si tratta di divulgatori ad aver affidate trasmissioni da gestire.

Ovviamente si tratta di un tradimento assoluto degli obiettivi che dovrebbe porsi un servizio pubblico. Che, come fece nel 1960 quando cercò di unificare l’alfabetizzazione del Paese, negli anni 2000 dovrebbe aiutare a rilanciare le realtà marginali, aiutandole a promuovere le loro attività turistiche, i loro grandi concerti, le loro attività culturali che il Paese conosce poco, da quelle che si svolgono al teatro greco di Siracusa, alla Sagra del mandorlo in fiore della Valle dei templi, fino al festival della Taranta. Ovviamente non solo trasmettendole ma, cosa ben diversa, promuovendole.

Un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta anche all’informazione che arriva da queste realtà ed evitare che sia predominante quella che vuole far passare la parte dirigente dominante del Paese.

Le rassegne stampa che danno prevalenza ai giornaloni nazionali, per altro di proprietà degli imprenditori che indirizzano non solo l’economia ma anche il pensiero della gente, diventa una forma di lavaggio del cervello, per cui se un investimento non è congeniale all’indirizzo prevalente viene criminalizzato e coloro che lo sostengono spesso ridicolizzati.

Quello che è accaduto e che accade ancora con il progetto del ponte di Messina è illuminante di come investimenti importanti vengano trattati. Se poi si pone a confronto con la pubblicistica relativa al Mose di Venezia e alla TAV ci si accorge che quando si tratta di indirizzare le risorse per le infrastrutturazione del Sud del Paese tutto diventa assolutamente spesa sprecata.

Per cui il Mezzogiorno, che non ha voci autorevoli nella panoramica nazionale, sia per quanto riguarda la carta stampata che per quanto riguarda le televisioni generaliste, viene assolutamente silenziato nelle pagine regionali di media marginali e periferici.

Per cui mentre i media privati continuano a perseguire gli obiettivi legittimi che si sono proposti, l’unico media pubblico, che dovrebbe equilibrare in parte il rapporto di forza esistente, non fa altro che aiutare quella concentrazione di posizione dominante per cui una parte del Paese non riesce più ad avere voce.

Tale approccio si ritrova anche rispetto al Governo del Paese, per cui anche se vi dovessero essere ministri con provenienza meridionale, e non dovessero allinearsi rispetto alle posizioni dominanti prevalenti, vengono maltrattati quando non capita quello che è accaduto al presidente Leone, napoletano, costretto a dimettersi da un’inchiesta profondamente ingiusta. Mentre l’energia diventa costosissima ed i tassi esplodono potrebbe sembrare quello trattato un problema minore, ma la democrazia è fatta di pesi e contrappesi, di equilibri anche nell’informazione.

Diritti civili negati al Sud, così l'Italia viola la Costituzione e ora ci mette anche il sigillo. Ma voi ditemi perché io di Foggia devo essere curato peggio e meno di uno di Pavia. Ma voi ditemi perché io di Matera devo avere meno bus di uno di Verona. Lino Patruno su La Gazzetta del Mezzogiorno il 02 Settembre 2022.

Ma voi ditemi perché io di Foggia devo essere curato peggio e meno di uno di Pavia. Ma voi ditemi perché io di Matera devo avere meno bus di uno di Verona. Ma voi ditemi perché io di Avellino devo avere minore assistenza sociale di uno di Parma. Ma voi ditemi perché io di Crotone devo avere meno ore di scuola di uno di Alessandria. Ma voi ditemi perché io di Campobasso devo avere meno asili nido di uno di Arezzo. Per lo Stato italiano i cittadini hanno pari dignità e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali. Ma voi ditemi perché non sono uguali a seconda di dove sono nati. E ditemi perché lo Stato italiano continua a violare la sua stessa Costituzione a danno dei meridionali nati nel posto sbagliato. Ditemi perché dobbiamo avere uno Stato ingiusto e razzista.

Voi dovete dirmi anche perché io non nato a Varese o a Padova devo avere meno lavoro e più povertà, meno benessere e più emigrazione. Problema vostro, è stata finora la risposta, vostro difetto di capacità e di modernità. E se insistete vi rinfacciamo anche di essere nati così. Mentre lo stesso incostituzionale Stato italiano, che fa un colpo di Stato verso se stesso riguardo al Sud, lo ammette nei suoi conti: io spendo molto meno per un cittadino meridionale rispetto a uno centrosettentrionale.

Perché? Perché ci sono italiani e diversamente italiani. E perché c’è un federalismo fiscale che da almeno 21 anni (per parlare solo degli ultimi) continua a derubare il Sud. Lo dicono i Conti pubblici territoriali del Mise (Ministero sviluppo economico, evidentemente sviluppo del solo Centro Nord).

Ma se questo divario di ricchezza è inaccettabile, addirittura immorale è quello dei diritti di cittadinanza, appunto quei servizi che fanno la qualità della vita. Appunto sanità, scuola, trasporti, sostegno agli anziani. E che non possono dipendere dalle condizioni economiche, anzi le determinano. Servizi che danno o non danno dignità all’esistenza. Voi del Sud dovete vivere con meno dignità. Dovete vivere peggio solo perché del Sud. Condannati a morire prima. La Questione Etica di uno Stato non etico, altro che Questione Meridionale. E non meraviglia sapere chi sia stato a sollevarla in una campagna elettorale che di Sud parla solo per bacchettarlo, eh dovete darvi da fare. Rapinati e dileggiati.

Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio, è vicepresidente dei vescovi italiani e delegato al Mezzogiorno. In Italia il divario civile, ha detto, è più accentuato di quello economico, ed anche più preoccupante. Meno accettabile. Meno accettabile che un calabrese ammalato non possa curarsi nella propria città con la stessa tempestività ed efficacia di un lombardo. Che c’entra una malattia con tutto il resto? Che c’entrano i servizi alla persona, che c’entra l’umanità col conto in banca? Tutto ancora meno accettabile che un calabrese abbia un reddito di appena la metà di quello medio dei lombardi. Perché lo Stato italiano non ha mai calcolato i bisogni civili dei meridionali tanto quanto ha calcolato (e con che fretta) quelli dei settentrionali. Anzi siccome ai settentrionali ha sempre storicamente dato di più, continua storicamente a darlo. Giusto? Ah, ora pensiamo al gas.

Monsignor Savino non cita i neoborbonici in questa sua denuncia dal sapore dell’intemerata nell’indifferenza generale. Cita, fra le altre, Caritas e Legambiente. Su questo scandalo europeo di un Paese neanche lontanamente europeo, ora le forze politiche si accingono a mettere il sigillo definitivo. E lo fanno a destra, a sinistra, al centro: tanto perché nessuna ne perda il merito. Si accingono a sancire una volta per tutte che i più fragili diventino sempre più fragili. L’autonomia differenziata chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia vuole cristallizzare e legittimare questo golpe continuato. E lo sarebbe quand’anche non pretendessero (come pretendono) di trattenersi le loro tasse perché i ricchi devono essere trattati meglio per un merito: essere ricchi. Anche se per i servizi che vogliono gestire spendessero quanto attualmente spende lo Stato, quella spesa è la spesa storica. Cioè una spesa in più di quanto gli spetterebbe e che viene sottratta ogni anno ai malati, agli studenti, agli anziani del Sud.

Udite, udite: chi nel 2009 denunciò questo colpo di mano continuativo e aggravato ai danni del Sud fu un certo Caldarola, big della Lega Nord. Era indignato anche lui, figuriamoci. Ora deve essere un vescovo a dire che non si venga, per carità, a parlare di vangelo. E biblicamente che non si dica Signore Signore violando la dignità dei più deboli.

LA RIFLESSIONE. Settentrione e Meridione: le ciabatte rubate dalle onde e un mare di differenze. L’altro giorno, in un mare a nord di Roma, ho perduto le mie ciabatte...Marcello Veneziani su la Gazzetta del Mezzogiorno il 24 Agosto 2022

L’altro giorno, in un mare a nord di Roma, ho perduto le mie ciabatte. Il mare era agitato, con onde anomale, e una mareggiata ha sommerso lo scoglio dove le avevo parcheggiate e le ha trascinate in acqua, portandole velocemente al largo e a picco, fino a perderle di vista.

Sono tornato dal mare scalzo ma nessuno dei presenti al mare o delle persone che ho incontrato lungo la strada mi ha chiesto perché camminassi a piedi nudi. Allora ho pensato: se fosse successo da noi, al Sud, o perlomeno nel Sud che io ricordo, le persone presenti o incontrate avrebbero reagito diversamente. Sarebbe nata una rappresentazione teatrale, una pantomima collettiva.

Il primo mi avrebbe chiesto perché vado scalzo, si sarebbe fatto raccontar tutto e poi mi avrebbe detto che la stessa cosa era successa a suo zio quando lui era piccolo, e sarebbe nata una discussione collettiva sulle scarpe perdute.

Il secondo si sarebbe tuffato subito in acqua per ripescarle e riportarmele.

Il terzo si sarebbe tuffato subito dopo in acqua per ripescarle e portarsele lui.

Il quarto si sarebbe messo a coglionarmi insieme ad altri, trovando argomento di conversazione e derisione.

Il quinto avrebbe approfittato della confusione, cercando di farmi sparire, con la scusa dei flutti, pure l’orologio e il portafogli.

Il sesto avrebbe piantato una lamentela sul mare che non è più quello di una volta, e come il governo ladro, si arruba tutto.

Il settimo avrebbe cercato di vendermi le sue vecchie ciabatte a caro prezzo, approfittando dello stato di necessità.

L’ottavo, invece, mi avrebbe offerto le sue scarpe, dicendo che ne porta sempre un paio di riserva nel borsone.

Il nono per solidarietà avrebbe buttato in mare pure le sue ciabatte, tanto per creare un movimento di carmelitani scalzi, lanciando una moda, una setta, un partito a piede libero.

Il decimo, mosso a pietà, avrebbe convocato il suo parentado per portarmi sulle spalle, a cavacece o in processione, fino a casa sua, dove mi avrebbe offerto un ristoro per consolarmi della perdita e farmi raccontare la disavventura anche ai nonni e alle zie.

L’undicesimo, invece, sarebbe stato zitto, ma io che sono meridionale gli avrei chiesto il perché del suo silenzio: perché era settentrionale, in vacanza da noi.

Questa parabola estiva, poco evangelica e molto pedestre, racconta la differenza tra Nord e Sud, ma non stabilisce supremazie. Sono meglio i settentrionali che si fanno i fatti loro o noi che ci facciamo i fatti degli altri?

Farsi i fatti loro può essere segno di civiltà e discrezione, non voler disturbare o intromettersi; ma può essere anche un fregarsene degli altri, diffidare del prossimo, badare solo ai propri interessi. Così, farsi i fatti degli altri, come succede da noi, può voler dire essere pettegoli, invadenti, furbi e molesti ma anche generosi, socievoli, consorti e più dotati di umanità.

Da noi non esistono i diritti ma i favori, si tira sul prezzo e si vorrebbe vivere gratis. Niente ti spetta per legge o per averlo meritato, tutto è al buon cuore o alla buona creanza; tutto accade per fortuna, malocchio o provvidenza.

È un pregio, è un male? Tutt'e due. Dipende dai punti di vista, in assoluto non si può dire e tantomeno stabilire differenze di razza e di civiltà. Diciamo solo che i nostri comportamenti sono più vari e più fantasiosi rispetto a quelli settentrionali. Da noi è più complicato vivere, ma forse è più divertente.

Però forse vi sto parlando di un Sud che non c'è più, sparito nel mare come le mie ciabatte.

P.S. A chi fosse interessato sapere come è finita, perché è un curioso meridionale, tre giorni dopo il mare ha restituito le ciabatte. Integre. Si erano fatte un giro in mare per conto loro e sono tornate ai miei piedi, prostrate.

Giulia Zonca per “La Stampa” il 17 ottobre 2022.

Roma nord, esterno notte. Zaynab Dosso la miglior velocista azzurra, bronzo con la 4x100 agli ultimi Europei, festeggia la nuova casa con la sorella e le amiche e l’incontro gira storto perché le ragazze vengono avvicinate e poi insultate da una donna che chiede soldi e nessuno interviene. Dosso posta gli insulti ricevuti: «Puttana straniera, torna al tuo Paese». Il suo paese è l’Italia, i suoi genitori sono nati in Costa d’Avorio. 

Scrive «non mi sento tutelata, ho paura di uscire di casa».

«Questa storia mi ha stravolto, ho il cuore spezzato, mi sento violata». 

Una donna in cerca di monete vi ha insultate?

«Direi aggredite, violenza verbale e senza motivo. Siamo state gentili, non avevamo monete e basta. Lei si è messa a bisbigliare crudeltà, mi sono avvicinata e le ho detto “ripeti” e lei lo ha fatto, a voce alta, in mezzo ai tavoli. Era un locale affollato, tutti hanno sentito e nessuno ha reagito». 

Neanche una parola? Qualcuno è venuto almeno da voi, a parlarvi?

«Zero, la mia amica Johanelis Herrera si è messa a piangere e qualcuno ha pure buttato lì “non è successo niente”. Io e Luminosa Bogliolo, compagne di allenamento, ci siamo alzate per calmarla. Era tutto molto evidente e la gente zitta, anzi, certi sfottevano pure. Quella signora si è fermata lì, a chiedere soldi e a ridere di noi». 

È l’episodio di razzismo più duro che ha vissuto?

«Così, in pubblico, sì. Deprimente, disperante. Io tendo a credere che le cose con il tempo cambino, ma adesso la vedo proprio buia. Mi sono chiesta: dove viviamo?». 

Dopo il post ha ricevuto messaggi di solidarietà?

«L’ho scritto e sono uscita da Instagram, non me la sento ancora di guardarci. Ho bisogno di tempo. Volevo denunciare e scrivere era l’unico modo. Che altro fare? Se avessi riportato l’episodio ufficialmente avrebbero aperto una segnalazione e basta. Non è nemmeno la prima brutta cosa che capita da quando ci siamo trasferite. Ci hanno tirato un sasso».

Un sasso?

«Sì, durante il trasloco. Da un balcone. Non per prenderci, per spaventare, ma non ho voluto credere che fosse mirato. Ho detto a mia sorella: “Sono dei balordi , lasciamo perdere”». 

Adesso la pensa diversamente?

«Sì, non mi ero mai sentita così sola. Quando Jo è scoppiata in lacrime, ci siamo calmate tra noi. E neanche una frase, il tentativo di un sostegno. Mi dicono “brutta negra” e va bene così. Non può essere». 

Le viene la tentazione di andare a vivere altrove?

«Il mondo è tutto uguale, bisogna trovare antidoti a certe reazioni indegne, fermare a questi attacchi. Mi aspetto che la politica lo faccia». 

In che modo?

«Sarebbe bello che chi ha vinto le elezioni desse un segnale forte contro il razzismo. Se i beceri oggi si sentono più forti, si credono liberi di alzare la voce e restare impuniti, serve che chi starà al governa dica forte e chiaro non è così». 

Se succedesse si sentirebbe più tutelata?

«Ora resto sconvolta, credo solo che chi ha voce in capitolo non possa stare in silenzio. So bene che è un momento delicato e non mi va proprio che questa situazione venga strumentalizzata. Io mi aspetto delle risposte dalla politica. Non posso venire insultata e maltrattata nel mio nuovo quartiere tra gli sberleffi di chi guarda. Così fa schifo».

Francesco Calvi per gazzetta.it il 20 Ottobre 2022. 

“Da qui non si passa”. Sui campi da calcio gliel’avrà detto qualche difensore, adesso è toccato… alla security della sua banca. Duvan Zapata è stato protagonista di un inconveniente nel pieno centro di Bergamo, mentre si recava a un appuntamento con il suo consulente finanziario. 

Il 31enne colombiano, infatti, è stato bloccato all’ingresso di Fideuram, private banking con sede in piazza Matteotti. Il calciatore dell’Atalanta è stato “tradito” dal suo outfit, che ha impedito agli agenti di riconoscerlo in un primo momento: pantalone di tuta e felpa con cappuccio e una... "sospettosa disinvoltura". Quando Zapata si è avvicinato alle porte della banca, la security l’ha respinto: “Dove pensa di andare?”. L’attaccante ha provato a identificarsi, spiegando chi fosse e perché volesse entrare. Il dialogo è proseguito per qualche istante, fino all’intervento del responsabile di Fideuram: “Duvan è un nostro cliente, ma la security non lo poteva sapere. Gli addetti stavano semplicemente facendo il loro lavoro, garantendoci un servizio di vigilanza in un interspazio tra l’ingresso e la strada”.

(ANSA il 17 ottobre 2022) - Gli Allievi del Cas Sacconago (quartiere di Busto Arsizio, centro in provincia di Varese) sono usciti dal campo ieri, prima del fischio finale, per solidarietà nei confronti di un ragazzo di origine marocchina di 16 anni che sarebbe stato chiamato "negretto" dall'allenatore del Gallarate, la squadra avversaria. Il fatto, riportato oggi dal quotidiano La Prealpina, è successo nelle battute conclusive del match di calcio degli Allievi provinciali tra Gallarate e Cas. 

La squadra di casa stava conducendo 3-1 e mancava pochissimo alla fine quando, raccontano i dirigenti del Cas, l'allenatore del Gallarate avrebbe apostrofato col termine "negretto" un ragazzo della squadra ospite. Il ragazzo si è offeso, ne è scaturito un momento di tensione al termine del quale l'allenatore gallaratese è stato espulso. "A quel punto la partita è passata decisamente in secondo piano - ha spiegato Massimo Di Cello, tecnico del Cas -. Tutta la nostra squadra, per solidarizzare col nostro ragazzo, ha deciso di uscire dal campo. Abbiamo voluto dare un segnale perché reputiamo molto brutto ciò che è successo. Speriamo che la Federazione prenda provvedimenti".

"Se qualcuno ha sbagliato - ha sostenuto il presidente del Gallarate - pagherà, ma questo verrà stabilito solo dal referto dell'arbitro e dai comunicati federali. Per noi conta questo. Il resto lascia il tempo che trova". Il presidente non ha voluto entrare nel merito dell'epiteto che sarebbe stato proferito dall'allenatore del Gallarate: "Ribadisco che per noi vale quello che emergerà dai comunicati della Federazione. Se qualcuno ha sbagliato pagherà, chiunque egli sia. Per il resto, ognuno può dire quello che vuole. Noi ci atteniamo alle decisioni ufficiali". 

Per il Cas gli aspetti legali non sono importanti: "Ci interessa solo che il loro mister si scusi col nostro giocatore - sottolinea l'allenatore -. Per ora non abbiamo ricevuto scuse da parte di nessuno. Non ci interessa avere eventualmente la vittoria a tavolino, anzi se ci assegnassero i tre punti preferiremmo non accettarli".

Federica Zaniboni per “il Messaggero” il 18 ottobre 2022. 

Mohamed, 16 anni, non vuole più giocare a calcio. Il pallone era la sua passione da sempre, ma due giorni fa è tornato a casa dicendo alla famiglia che ha chiuso. Ad infrangere il sogno, una parola: «Negretto». È stato chiamato così dall'allenatore degli avversari domenica mattina, durante quella che doveva essere una tranquilla partita di calcio fra ragazzini.

La squadra del giovane, il Cas Sacconago quartiere di Busto Arsizio, in provincia di Varese ha abbandonato il campo a cinque minuti dal fischio finale per solidarietà. E quella giornata, in cui il problema più grande doveva essere l'imminente sconfitta contro il Gallarate - altra squadra del Varesotto -, si è trasformata nell'ennesimo grave episodio di razzismo nel mondo dello sport. 

LA QUERELA Dopo il recente caso della pallavolista della Nazionale, Paola Egonu, che si è sfogata alla fine di una partita per le varie offese razziste ricevute, ad essere discriminato per il colore della pelle stavolta è un ragazzo giovanissimo di origine marocchina.

«Nelle prossime ore sporgerò denuncia, non starò zitto - dice il padre Abdelkhalek - La società deve mandare a casa l'allenatore che si è rivolto a lui in quel modo». Espulso dal terreno di gioco subito dopo che all'arbitro è stato riferito quanto accaduto, il mister non avrebbe mai chiesto scusa a Mohamed né alla sua squadra. 

«Mio figlio ci è rimasto malissimo, ha detto che non vuole più giocare - spiega amareggiato il papà - Lo hanno sentito tutti, anche gli altri ragazzi di colore che fanno parte della formazione. Ce ne sono cinque originari del Marocco, ma un episodio del genere non era mai successo». Il Cas Sacconago stava perdendo 3-1, quando quella parola è rimbombata nel campo sollevando l'indignazione di tutti. «Ero in tribuna a fare il tifo per mio figlio e a un certo punto mi sono accorto che era arrabbiato. Quando sono andato a chiedergli cosa fosse successo, non potevo crederci». La tensione scaturita dal grave epiteto proveniente dalla panchina ha immediatamente spazzato via la serenità di quella domenica mattina.

L'arbitro era troppo distante in quel momento, ma Mohamed ha sentito benissimo e non ha certo fatto finta di niente. Il mister e i compagni di squadra, poi, non ci hanno pensato due volte: dovevano andarsene. Anche a scapito del risultato e di eventuali provvedimenti. «I ragazzi hanno semplicemente abbandonato il campo e sono andati via, alcuni non si sono nemmeno fatti la doccia», spiega Abdelkhalek. 

LA SOLIDARIETÀ Il gesto di solidarietà è stato mosso anche dalla volontà di «dare un segnale forte alla squadra avversaria», come spiega l'allenatore del Cas Sacconago, Massimo Di Cello. «Abbiamo preso l'iniziativa tutti insieme: io, i ragazzi e il dirigente. Non si poteva andare avanti dopo quello che è successo». I giovani della formazione avversaria non avrebbero protestato. «Probabilmente hanno capito la gravità dell'episodio e sono rimasti fermi in mezzo al campo, tranquilli. 

Dopo di noi, se ne sono andati anche loro». Ciò che al momento sta più a cuore alla squadra del quartiere di Busto Arsizio «è che il mister avversario si scusi con Mohamed e con tutti gli altri. Non ci interessa nemmeno avere eventualmente la vittoria a tavolino», spiega il tecnico. «Anzi, se ci assegnassero i tre punti per vincere preferiremmo non accettarli». Per il resto, «speriamo che la Federazione prenda provvedimenti». Sconvolti anche i fratelli maggiori di Mohamed, studenti universitari, ai quali «non è mai capitato un episodio così».

Il 16enne, nato in Italia e residente a Busto Arsizio con la famiglia, gioca a calcio da 11 anni e mai avrebbe potuto immaginare di finire per sentirsi discriminato proprio in quello che da sempre è il suo posto sicuro, il campo da calcio. «Ieri mattina è andato a scuola, ma era tanto arrabbiato e triste», dice il papà. «Conosco benissimo gli italiani: lavoro con loro, mangio con loro. Nessuno aveva mai detto prima questa parola né qualsiasi altra espressione a sfondo razzista». Il presidente del Gallarate sottolinea che «se qualcuno ha sbagliato, pagherà. Ma questo verrà stabilito solo dal referto dell'arbitro e dai comunicati federali. Per noi conta questo. Il resto lascia il tempo che trova». Su quanto accaduto non si sbilancia: «Ci atteniamo alle decisioni ufficiali».

Pippo Russo per tag43.it il 18 ottobre 2022.

La rabbia, l’orgoglio e una decisione emotiva. Per una volta le cronache sportive del weekend non sono state monopolizzate dal calcio ma dal volley femminile. E non per questioni legate alla sfera agonistica ma per un episodio che rimette al centro del dibattito la banalità del razzismo italico, quel coacervo di pregiudizi e ignoranza che va oltre l’intolleranza pura e finisce per ferire anche di più. 

Al centro della vicenda si ritrova Paola Egonu, la volleista più mediatizzata d’Italia. Un ruolo che ha saputo conquistare sia grazie al talento che ne fa una delle migliori giocatrici di questa generazione, sia per il suo profilo da neo-italiana che incarna il mutamento socio-culturale cui il Paese stenta a adeguarsi. Nata a Cittadella da immigrati nigeriani, Paola ha ottenuto la cittadinanza italiana soltanto all’età di 16 anni, dopo che il padre ha acquisito il passaporto del nostro Paese. Ma evidentemente ciò non basta per tutta quella parte d’Italia ai cui occhi avere la pelle nera sarebbe ancora un requisito escludente dall’italianità. E un episodio dopo l’altro Paola ha esaurito la capacità di sopportazione.

L’episodio che ha colmato la misura è stato rivelato dalla stessa Egonu, durante uno sfogo colto da una videoripresa a margine della finale dei Mondiali per il bronzo. Qualcuno le avrebbe chiesto perché mai sia italiana, ciò che l’ha ferita fino a farla scoppiare in lacrime e l’ha convinta a lasciare la Nazionale. L’episodio e la scelta di Egonu hanno immediatamente scatenato reazioni, con messaggi di solidarietà che sono giunti anche dal presidente del Consiglio dimissionario Mario Draghi e dal presidente del Coni, Giovanni Malagò. Per il momento non è dato sapere se l’intenzione di non rispondere alle convocazioni della Nazionale sia definitiva o momentanea. Ma al di là della volontà che Egonu ha rispetto a ciò, sarebbe il caso di mettere a fuoco l’aspetto decisivo della questione. 

Premessa: Paola Egonu ha diritto di agire come meglio crede e di reagire secondo emotività e sensibilità proprie rispetto a comportamenti infami come quelli che le vengono rivolti. Perché infine si sta parlando di episodi che feriscono la persona nella sua identità, dunque è giusto che in termini personali si reagisca almeno in prima battuta. E tuttavia, superato il livello della prima battuta, sarebbe il caso di fare altre considerazioni e assumersi il proprio grado di responsabilità sociale.

Nel caso di un personaggio pubblico di altissimo impatto qual è Paola Egonu, la responsabilità sociale raccomanderebbe di fare altre scelte. Lo voglia o no, Egonu è un simbolo. Lo è per il mondo dello sport, lo è per tutta la vasta leva di italiane e italiani di seconda generazione che quotidianamente si trovano a affrontare pregiudizi odiosi e atti spregevoli, lo è per la cultura di un Paese che sta affrontando un lento mutamento culturale il cui esito non è nemmeno scontato. 

Per questo Egonu farebbe bene a compiere una scelta opposta a quella annunciata: affrontare il razzismo italiano diventando un simbolo delle campagne antirazziste, anziché optare per una rinuncia che in queste condizioni sa molto di diserzione. E comprendiamo bene che servano molta forza e molto coraggio per affrontare un impegno così pesante. Ma visto il profilo pubblico di Egonu, e considerata anche l’ondata di solidarietà che il suo caso ha animato, sarebbe bene che la ragazza ci ripensasse.

Balotelli ha sciupato una grande occasione

In questo senso, la volleista che da questa stagione gioca nel campionato turco col VakisBank di Istanbul dovrebbe guardare al precedente di Mario Balotelli, altro neo-italiano che negli anni è stato costretto a affrontare gli effetti del razzismo. L’attaccante attualmente in forza al Sion (Svizzera) ha spesso reagito a quegli insulti, talvolta anche in modo clamoroso come accadde allo stadio Bentegodi durante un Verona-Brescia del novembre 2019, quando scagliò il pallone verso gli spalti e minacciò di abbandonare il campo.

Ma al di là delle reazioni anche animose, Balotelli non ha mai provato a essere un simbolo della lotta contro il razzismo italiano, nello sport come nella società. Ha sempre scelto il piano della guerra personale anziché farsi testimonial. Sciupando così una grande occasione per se stesso e per tutti coloro che si sarebbero giovati di una sua assunzione di responsabilità sociale. Paola Egonu non faccia altrettanto. E, sbollita la rabbia, torni a giocare in Nazionale. Perché è italiana a tutti gli effetti, come tanto italiani dalla pelle non bianca che quotidianamente mandano avanti questo Paese. E perché questa battaglia non è soltanto sua. Ne prenda coscienza.

Paola Egonu, "schiacciata sul centrodestra": la verità che nessuno dice. Daniele Dell'Orco su Libero Quotidiano il 18 ottobre 2022

La campagna elettorale è finita, caratterizzata da una sinistra che per mesi ha assoldato qualsiasi vip potesse aiutare a gettare fango sul centrodestra, ma pure in questi delicati giorni che precedono la formazione del nuovo governo il copione non sembra cambiato. Qualsiasi pretesto torna utile per addossare palesemente o velatamente le responsabilità delle brutture che accadono nel Paese al "clima" che ha permesso alla destra di vincere le elezioni (vinte solo ora perché per anni il voto è stato evitato come la peste). L'ultimo caso riguarda Paola Egonu, 23enne fenomeno della pallavolo italiana nata a Cittadella da genitori nigeriani. Dopo la recente sconfitta dell'Italvolley durante la semifinale dei mondiali, sull'Italia, su Paola Egonu e sul ct Davide Mazzanti sono piovute sonore critiche. E al termine della "finalina" vinta contro gli Usa, Egonu si è abbandonata a un duro sfogo con il suo manager pescato dalle telecamere. «Non puoi capire, mi chiedono perché sono italiana. È la mia ultima partita con l'Italia», ha detto l'opposto azzurro, lasciando intendere di aver ricevuto invettive di carattere razzista e xenofobo (da non meglio precisati hater).

SOLIDARIETÀ BIPARTISAN - Nonostante la sua parziale rettifica («mi prenderò una pausa»), il caso è montato comunque proprio nelle ore in cui alla Camera e al Senato venivano eletti i nuovi Presidenti Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa. Così è l'arruolamento di Paola come vittima dell'odio diffuso dalla destra italiana. Uno dei primi a lanciare il sasso è l'ex ct dell'Italvolley maschile fresco di elezione a Montecitorio col Pd: «Sorridi Paola, un momento difficile per tutti, ma passerà. E festeggeremo insieme», ha scritto su Twitter. Quel «difficile per tutti» vuol dire in realtà per tutti quelli di sinistra, che difatti poche ore prima twittava contro Fontana dicendosi «indignato» perla sua nomina: «Da Parlamentare sono pronto a fare qualsiasi cosa serva per fermare questa vergogna», ha aggiunto.

La solidarietà a Paola Egonu è stata ovviamente bipartisan, comprese le frasi di Matteo Salvini, Giuseppe Conte ed Enrico Letta, per quanto il social media manager di quest' ultimo abbia sbagliato il nome sui social, chiamandola "Enogu", a riprova del fatto che in fretta e furia la sinistra si sia interessata solo ora che può cavalcare l'onda un profilo che probabilmente ignorava fino a ieri. Persino Mario Draghi ha manifestato sostegno, tramite l'account ufficiale di Palazzo Chigi.

TENSIONE NELLO SPOGLIATOIO - Per quanto siano avvolti nel mistero i dettagli delle frasi contro Egonu, che queste non abbiano ovviamente nulla a che fare con la vittoria elettorale del centrodestra lo dimostrano le parole del ct Mazzanti, che aveva palesato pubblicamente ciò che gli addetti ai lavori sanno da tempo, e cioè che lo spogliatoio dell'Italvolley non sia troppo coeso e che lo stress e la pressione per una vittoria iridata che tutti si aspettavano erano altissimi. Specie sulla Egonu: «Non ci nascondiamo, ci sono problematiche che vanno superate col buonsenso, vanno migliorate col dialogo, pezzo per pezzo», ha confessato.

Anche il presidente Federale Manfredi ha lasciato intendere qualcosa di simile, aggiungendo che le ondate di insulti sono arrivate «sui social da qualche cretino» e che però allo stesso tempo «in 6 mesi di ritiro alcuni problemi di convivenza possano esserci». Oltre agli esponenti del Pd, che scientemente ignorano il contesto, e che soprattutto non hanno avuto gli stessi tempi di reazione davanti alle minacce di morte rivolte a La Russa (per l'esponente di FdI la solidarietà della sinistra è arrivata in differita di quasi 24 ore, dopo che il silenzio è stato fatto notare dalla coalizione), l'odiatrice di professione Rula Jebreal ha provveduto a mistificare l'accaduto per di più in inglese e all'estero: «Dopo che il governo di estrema destra ha confermato un razzista (che sosteneva i neonazisti) come speaker della Camera L'eroe sportivo italiano #PaolaEgonu ha lasciato la nazionale, spiegando in lacrime che la sua decisione è stata guidata dal razzismo: le chiedevano regolarmente se fosse una 'vera italiana'». Rula una cosa lo è di certo: anti-italiana. 

Il video dello sfogo della campionessa. Paola Egonu lascia la Nazionale: “Mi hanno chiesto perché sono italiana, questa è la mia ultima partita”. Redazione su Il Riformista il 15 Ottobre 2022 

A fine partita, in lacrime a bordo campo, la pallavolista Paola Egonu, la più forte atleta italiana, una delle azzurre più forti di sempre, e una delle più forti al mondo si è lasciata andare a uno sfogo che sarebbe una notizia clamorosa: “È stancante. Mi hanno chiesto perché sono italiana. Questa è l’ultima partita che faccio con la Nazionale”. Una dichiarazione parzialmente smorzata alla Rai ai cui microfoni Egonu ha detto: “Sono molto stanca adesso, potrei prendermi una pausa dalla nazionale, non dico però di lasciarla. La prossima estate si vedrà”.

Lo sfogo è arrivato a fine partita, dopo il 3-0 agli Stati Uniti. Le Azzurre hanno conquistato così il bronzo al Mondiale di volley. Al margine della zona mista Egonu è crollata in lacrime con il suo procuratore Marco Reguzzoni: “Mi hanno chiesto anche se fossi italiana … questa è la mia ultima partita in Nazionale, sono stanca. Non puoi capire. Vinciamo grazie a me, ma soprattutto quando si perde è sempre colpa mia …”. Il video è stato rubato da un tifoso e ha fatto rapidamente il giro dei social network. Un altro video molto visualizzato ha ripreso invece Egonu mentre abbracciava lungamente in campo il libero della nazionale Monica De Gennaro.

Egonu gioca da questa stagione al VakifBank Istanbul, dov’è arrivata dopo aver vinto tutto con la maglia dell’Imoco Conegliano. “Per ora sono felice di vivere questo Mondiale, poi si vedrà. Sono fiera e sono grata ad avere le mie compagne che mi sopportano”, ha detto invece ai giornalisti nelle interviste post-gara Egonu. È anche grazie a lei se l’Italia negli ultimi anni è diventata una potenza nella pallavolo femminile: con la schiacciatrice in campo le azzurre hanno conquistato un argento al Mondiale 2018 e l’oro agli Europei l’anno scorso. Non è chiaro chi le avrebbe rivolto la frase e in quale contesto. “Dovete chiedere a chi l’ha detto”, ha commentato l’atleta a una domanda della Rai.

“Sono fiera della squadra, del gruppo e di me stessa. Perché oggi è stato veramente difficile scendere in campo. Sempre un onore portare addosso la maglia azzurra, vorrei però tanto avere un’estate libera per riposare come persona, per la mia testa. Non voglio togliere meriti alle mie compagne, ma ogni volta a essere presa di mira sono sempre io e si va a vedere come io ho sbagliato e come avrei potuto fare meglio“, ha detto in un’intervista a Sky. Potrebbe trattarsi anche di un semplice sfogo per il rimpianto di non essere riuscite a raggiungere la finale Mondiale, dove le Azzurre si presentavano da favoritissime.

A fine partita è arrivato infatti anche il commento di Raguzzoni, il procuratore che aveva raccolto lo sfogo di Egonu: “Paola è italiana al 100 per cento, nel 2022 è assurdo sentire ancora queste cose. Ma è stato lo sfogo di un momento. La pausa dall’azzurro? È normale, nella pallavolo di oggi i tornei si susseguono in maniera incessante, tra una settimana c’è già il campionato. Ma, assicuro, Paola non lascerà l’azzurro”.

Pierfrancesco Catucci per corriere.it il 16 ottobre 2022.

È stanca, turbata, esausta Paola Egonu dopo la vittoria con gli Stati Uniti che chiude con un bronzo mondiale una lunghissima estate azzurra: cinque mesi, poco meno della stagione di un club. Tanto da annunciare il ritiro dalla Nazionale, poco più tardi ridimensionato in una pausa. C’è anche questo nel calderone delle emozioni a cui la campionessa azzurra si lascia andare con il suo procuratore Raguzzoni nel video «rubato» da un tifoso e pubblicato su Twitter. 

Ci sono le critiche per quegli errori nella semifinale col Brasile lasciata scappare senza mai dare l’impressione di averla in mano. E poi quelle parole («Mi hanno addirittura chiesto: perché, sei italiana?»), ricevute tra i mille messaggi e commenti sui social e buttate fuori tutto d’un fiato tra le lacrime. Parole becere, razziste, che aggiungono ulteriore carico emotivo su una donna che il prossimo 18 dicembre compirà solo 24 anni. 

Il razzismo

«Mi fa ridere pensare a persone che mi hanno chiesto perché sono italiana — spiegherà più tardi — mi chiedo perché con la maglia della Nazionale dovrei rappresentare chi mi scrive queste cose. Io ci metto l’anima e il cuore, non manco mai di rispetto a nessuno. Così fa male». Il messaggio è chiaro e fa riferimento ai tanti leoni da tastiera che, dopo l’errore nel set point del terzo parziale della semifinale persa con il Brasile, l’hanno presa di mira sui social. 

Stavolta, però, oltre alla cattiveria gratuita di taluni messaggi, c’è stato anche chi ha utilizzato espressioni razziste. E tornano alla mente le parole della stessa Egonu in un’intervista al Corriere di tre anni fa. Rispondendo alla domanda sul perché della frase di Mandela pubblicata sul suo profilo Instagram («nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della sua pelle…»), lei spiega: «Perché è la realtà. Il bimbo non s’accorge del colore che ha finché, a scuola, una maestra dice che è nero o giallo». 

Le critiche social

Il tema dei social, già dibattuto a lungo dopo la delusione olimpica di un anno fa, torna di attualità. Perché, come spiega il suo procuratore Raguzzoni che ha raccolto lo sfogo a fine partita, «lei dice che è stanca di essere pesantemente criticata ogni volta che sbaglia una partita come se avesse ammazzato qualcuno. 

Ha 24 anni e subire tutte queste critiche quando non rende al meglio in una gara è un peso pesante da sopportare. Gli ultimi giorni sono stati molto difficili e lei è provata da tutto questo». Qui si apre il tema della campionessa (quella abituata ad attaccare tutti i palloni che scottano) e della sua sovraesposizione agli occhi dei tifosi. Egonu è nella ristrettissima élite delle giocatrici più forti al mondo e, quando le cose non vanno bene, diventa il primo bersaglio delle critiche. 

«Il passo indietro può mandare un messaggio»

«La mia — spiega ancora Egonu — è una risposta alle critiche. Dopo le sconfitte si esagera sempre. Sentirmi dire che non merito questa maglia mi fa molto male. Io amo questa maglia e spero di indossarla ancora per l’Europeo, l’Olimpiade e negli anni futuri, ma se fare un passo indietro può servire a mandare un messaggio, allora lo faccio. Purtroppo, il nostro sport non ti permette di avere il tempo di metabolizzare tutto perché il giorno dopo sei di nuovo in campo. Questo è il pensiero della Paola ferita, una decisione a mente calda, sulla quale ho bisogno di riflettere nei prossimi mesi. Ho bisogno di capire quanto sono forte e quanto posso essere utile a questa squadra». 

Come Roberto Baggio dopo Usa 94

Tanti, però, i messaggi di solidarietà ricevuti nelle ore successive. Dalla politica allo sport, con il presidente della Lega pallavolo femminile Mauro Fabris che fa un salto indietro di 28 anni: «Un altro veneto, Roberto Baggio, in occasione dei Mondiali di calcio di Usa 1994, ai rigori finali sbagliò il suo. E perdemmo. Contro il Brasile, tanto per rimanere in tema. Subì di tutto. Anche per il fatto di essere di religione buddista, cacciatore e portare il codino. Ma era e rimase, ancora oggi lo è, un grande campione amato dagli italiani. Noi ti ammiriamo e ti vogliamo bene. Lascia stare il resto. Torna presto in serie A. Già ci manchi». 

Il futuro di Egonu

Difficile dire adesso cosa accadrà nel 2023, quando l’Italia affronterà l’Europeo (con un girone in casa) e la qualificazione all’Olimpiade di Parigi 2024. «La prossima estate si vedrà — spiega Egonu — spero di ripensarci perché abbiamo ancora tanto da fare con questa Nazionale. A gennaio vi farò sapere». Due mesi per pensarci. Due mesi per andare a giocare in Turchia, nel club più prestigioso della pallavolo mondiale, assieme a tante altre campionesse (come Gabi, per esempio, stella del Brasile che ci ha eliminato in semifinale). 

Due mesi per cominciare a respirare un’aria nuova e ripensare a mente fredda a tutto quello che è successo. Potrebbe essere anche una pausa di un anno: «Ho bisogno di riposare un attimo, di prendermi una pausa da me stessa e tornare a dare il meglio in campo. C’è chi dice che non merito la Nazionale, invece il mio sogno è essere qui sul podio con questa squadra». Anche perché «non è stato semplice scendere in campo. Suonava l’inno e piangevo. Per il dolore, ma anche per quanto sono ferita». 

La posizione della Federvolley

In tutto ciò, anche la Federazione dovrà fare qualcosa. Per ora non c’è stata una presa di posizione, anche se Paola ha detto di non aver ancora parlato con la Fipav di questa intenzione. Indipendentemente da tutto, però, bisognerà tutelare lei, un patrimonio per tutto lo sport italiano, e ritrovare un equilibrio che sembra saltato dopo una delusione così grande. Per il momento alla guida della Nazionale resta Mazzanti (con il contratto in scadenza dopo l’Olimpiade di Parigi), ma il prossimo consiglio federale metterà sul piatto tutto quello che è successo in questo 2022 e potrebbe ripartire da un cambio in panchina per dare un segnale nuovo. Il c.t. (chiunque sarà) dovrà cominciare riprendendo per mano tutta la squadra e aiutandola a ritrovare quella sintonia nello spogliatoio che ora fatica a digerire i privilegi concessi all’opposta. E allo stesso tempo, dovrà anche aiutare Egonu a essere ancora di più dentro il gruppo. 

Da lastampa.it il 16 ottobre 2022.

«Piena solidarietà alla campionessa di volley Paola Egonu dal Presidente Draghi nella telefonata di questa mattina. L'atleta azzurra è un orgoglio dello sport italiano, avrà future occasioni per vincere altri trofei indossando la maglia della Nazionale». Lo si legge in un tweet di Palazzo Chigi. 

Le reazioni del mondo dello sport e della politica

«Paola Egonu è attaccatissima alla maglia azzurra, il suo è stato uno sfogo a caldo determinato da quattro imbecilli da social». Giuseppe Manfredi, presidente della Federazione pallavolo, tiene a «riportare l'episodio di ieri, che ha oscurato l'ennesima impresa di queste ragazze capaci di andare a conquistare il bronzo mondiale, alle sue reali dimensioni». «Paola veniva da sei mesi di ritiro, era normale che fosse stressata. Adesso ci calmiamo tutti, la prossima convocazione è ad aprile 2023 e non ho motivo di pensare che lei non ci sarà: tra l'altro, la pallavolo propone integrazione piena altro che razzismo».

«Sorridi Paola, è un momento difficile per tutti, ma passerà. E festeggeremo insieme»: così attraverso i suoi canali social l'ex ct azzurro del volley, ora parlamentare del Partito Democratico, Mauro Berruto si rivolge a Paola Egonu, la schiacciatrice azzurra che ieri ha annunciato di volersi prendere una pausa dalla nazionale. «Grazie Paola, orgoglio italiano – prosegue – Grazie a te, alle tue compagne, al tuo staff per questa ennesima medaglia che solo chi non ha mai alzato il fondoschiena dal divano non apprezza».

«Grandissime le ragazze italiane della pallavolo per la medaglia di bronzo. Un abbraccio più forte a Paola Egonu, campionessa in campo e fuori, cui auguriamo ancora tante vittorie col Tricolore sul petto». Scrive, invece, su Twitter il segretario della Lega, Matteo Salvini. 

«Grazie, quello che fai tu va sempre bene. Sempre. Un altro veneto, Roberto Baggio, in occasione dei Mondiali di calcio di USA 1994, ai rigori finali sbagliò il suo. E perdemmo. Contro il Brasile, tanto per rimanere in tema. Subì di tutto. Anche per il fatto di essere di religione buddista, cacciatore e portare il codino. Ma era e rimase, ancora oggi lo è, un grande campione amato dagli italiani. Noi ti ammiriamo e ti vogliamo bene. Lascia stare il resto. Torna presto in Serie A. Già ci manchi». Così ancora Mauro Fabris, presidente della Lega Volley femminile in una nota in merito allo sfogo di Paola Egonu che ha deciso di prendersi una pausa dalla Nazionale, dopo la vittoria della medaglia di bronzo ai mondiali conquistata ieri.

«Solidarietà a Paola Egonu, orgoglio italiano, fuoriclasse dentro e fuori il campo di volley. Le becere parole che le sono state rivolte non qualificano lei ma gli squallidi individui che le hanno pronunciate. Il Movimento 5 Stelle e tutta Italia sono dalla tua parte, avanti Paola!». Lo scrive su Twitter il presidente del M5s, Giuseppe Conte.

«Fa male sentire lo sfogo di Paola Egonu che, dopo aver trascinato la nazionale al bronzo mondiale, dice di essere stanca, di sentirsi chiedere “perché sei italiana?” e di voler lasciare la maglia azzurra», scrive su Facebook il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. «Non so cosa sia accaduto e chi le abbia rivolto una domanda tanto insultante» prosegue il parlamentare di Verdi e Sinistra. «Questa è purtroppo la condizione di molti italiani nel nostro Paese, che per qualcuno italiani non sono. E le lacrime di Paola sono le lacrime di tante e tanti. Si dovrebbe essere solo grati alla più forte pallavolista del mondo. Forza Paola Egonu – conclude Fratoianni – hai sempre onorato la tua maglia e la tua nazione». 

«Un abbraccio forte a Paola Egonu, la nostra campionessa di volley, orgoglio per il nostro Paese. Le sue lacrime di ieri sono una ferita per l'intera comunità. Gli episodi di razzismo sono purtroppo ancora frequenti e sono intollerabili in una società che deve essere coesa. Quante donne e uomini devono ancora subire insulti e discriminazioni per il colore della propria pelle? È compito di tutti noi dare messaggi forti e chiari contro ogni discriminazione e forma di intolleranza». Così, infine, Roberto Fico sui suoi profili social.

Da nextquotidiano.it il 6 settembre 2022.  

Ha pubblicato un video sulla sua pagina Facebook. Un filmato che deve essergli piaciuto talmente tanto da auto-mettersi un like sulla sua pagina social. Poi la modifica (dopo alcune ore) con il riferimento al reato di “accattonaggio molesto”. Il tutto, però, mentre immortala una donna rom che stava camminando per le strade di Firenze. Questa “opera Pia” è stata pubblicata dal capogruppo della Lega nel capoluogo toscano Alessio Di Giulio e utilizzata come “spot elettorale” in favore del Carroccio in vista del voto per le Politiche del prossimo 25 settembre. 

Il rappresentante della Lega, come si vede dal filmato che lui stesso ha pubblicato, si è avvicinato a una donna rom in una delle strade del centro di Firenze e, con volto sorridente e fare sornione, le si avvicina mentre pronuncia questa frase: “Il 25 settembre vota Lega per non vederla mai più. Per non vederla mai più”.

La donna, che all’inizio salutava e sorrideva non avendo intuito l’obiettivo di quel filmato, gli ha replicato: “No, non dire così”. E Alessio Di Giulio, ancor più sorridente ribadisce il suo spot elettorale: “Sì! Il 25 settembre vota Lega in modo che lei a Firenze non ci sia più”. 

Poi, sempre sorridente, si allontana e termina le riprese. E sui social, inizialmente, aveva condiviso questo filmato con l’appello al voto. Poi, oltre sei ore dopo, ha modificato quel post con il riferimento al reato di “accattonaggio molesto”.

Peccato che il filmato non mostri alcun tipo di reato da parte della donna che stava camminando per le strade del centro di Firenze. Inoltre, quelle parole sferzanti rivolte alla donna rom non possono che riportare alla memoria – per dialettica e toni – alla persecuzione che in quell’epoca storica condizionata da fascismo e nazismo veniva denominata “Porajmos” e provocò lo sterminio di circa 500mila persone (tra la Germania e i suoi alleati).

 Da “La Zanzara - Radio 24” il 6 settembre 2022.

Il Consigliere fiorentino della Lega Di Giulio non si pente dopo il video con la rom e a La Zanzara rilancia: “Pure lei rideva. Mi ha inseguito da Piazza della Signoria, potremmo mandarla via con un decreto di espulsione. Mi ha molestato. Io razzista? La mia ragazza è nigeriana. Dimettersi? No” 

Dopo il video che ha fatto il giro del web, il consigliere leghista Alessio di Giulio non si pente di quanto fatto. I social si sono scatenati dopo che il rappresentante di quartiere fiorentino aveva postato un filmato dove riprendendo una signora di etnia rom diceva: “Il 25 settembre vota lega per non vederla mai più” 

A La Zanzara su Radio 24, il rappresentante del Carroccio dichiara: “Non mi sembra di aver usato tutta questa maleducazione. Era fatto in maniera scherzosa, pure lei rideva. Io razzista? La mia ragazza è nigeriana”.

“Forse ho sbagliato i modi - continua Di Giulio a La Zanzara - ma io sono uno di strada. Ero in piazza della Signoria a prendere un aperitivo con la mia fidanzata e ci ha inseguito fino a Via Calzaiuoli. Lei voleva i soldi, mi ha molestato, l’accattonaggio è illegale e io sono per la legalità. Potremmo mandarla via con un foglio di decreto espulsione, come tanti che creano problemi in città". E a chi ha chiesto le sue dimissioni, il consigliere Di Giulio risponde: “Ma dai”

Niccolò Carratelli per “La Stampa” il 9 giugno 2022.

Nessuno meglio di lei può spiegare il valore dell'educazione e dello studio, «che poi sono l'unico antidoto all'ignoranza, da cui deriva il razzismo», dice Clementine Pacmogda. Ha 44 anni, è cresciuta in Burkina Faso, dal 2008 vive nel nostro Paese e dal 2015 è cittadina italiana. 

Linguista, scrittrice, insegnante e molto altro. Ma in pochi la conoscevano prima di sabato scorso, quando, dopo un incontro con gli studenti in una scuola di Barga, provincia di Lucca, due ragazzini l'hanno avvicinata per regalarle una foto offensiva: una donna con dei genitali maschili disegnati in faccia e una svastica sul braccio.

«Continuo a chiedermi il perché, vorrei parlare con loro per capire - dice Clementine - ma è la dimostrazione che nelle scuole c'è tanto lavoro da fare». 

Torna sempre lì, all'importanza dell'istruzione, al filo conduttore della sua vita. Come l'immigrazione: «Ce l'ho incollata sulla pelle dalla nascita», racconta, perché è venuta al mondo in Costa d'Avorio, dove i suoi genitori erano emigrati dal Burkina Faso. Non è cresciuta con loro, Clementine.

Ha perso il padre da piccola ed è stata allontanata dalla madre a causa di dissidi familiari, poi ospitata dalla zia del padre nella capitale Ouagadougou. 

«Ero la bimba di tutti e di nessuno - ricorda - buona per lavorare, ma a nessuno importava del mio futuro». Nessuno, infatti, si preoccupa di iscriverla a scuola quando compie 6 anni. «Bisognava mettersi in fila di notte, perché c'erano troppi bambini e pochi posti, ma per me non l'hanno fatto, per due anni sono rimasta a casa».

A 8 anni finalmente riesce a iscriversi, segue le lezioni in un'aula ancora in costruzione, «c'erano solo il tetto e i muri esterni, poi avevo un quaderno, una matita, due gessetti e una lavagnetta di cartone». 

Ma i parenti non vogliono versare la tassa scolastica da mille franchi locali, meno di 2 euro: «Così ogni giorno gli insegnanti mi cacciavano dalla classe - prosegue Clementine - io però stavo lì, sotto un albero, e ascoltavo la lezione dalla finestra, così ho fatto tutte le elementari».

I pensieri tornano spesso a quella bambina «sporca, mal vestita, affamata», che sapeva leggere bene, ma alla quale «non hanno mai comprato un libro, per fare i compiti dovevo imparare a memoria i testi a scuola». Ora di libri ne ha scritti due, autobiografici, e sta lavorando a un terzo. 

Clementine ha alle spalle un dottorato in Linguistica alla Normale di Pisa ed è insegnante di sostegno alle superiori in un liceo di Borgo Val di Taro, il paese in provincia di Parma dove vive con il marito Dario, medico, sposato nel 2012. E con la figlia Eufrasia, 7 anni, che non può nemmeno immaginare quanto sia preziosa l'opportunità di andare tranquillamente a scuola tutte le mattine.

«Anche alle medie ho perso un anno, perché l'iscrizione costava troppo - continua - poi uno zio mi ha fatto trasferire da lui, faceva l'economo in una scuola e mi ha consentito di andare avanti fino alla maturità». 

Si diploma nel 2000, ha quasi 23 anni, ma nessuna intenzione di fermarsi. Torna a Ouagadougou, dove c'è l'unica università del Paese, ma dove nessuno è disposto ad aiutarla: «I parenti mi dicevano che il diploma superiore era già molto per una donna». 

Cerca lavoro, inizia a fare le pulizie in una copisteria, mette da parte i soldi, per entrare alla facoltà di Linguistica risparmia su tutto, «anche sul mangiare». Nel 2005 riesce a discutere la sua tesi e a laurearsi, inizia a lavorare in una scuola fuori città, sembra finita lì.

E, invece, i suoi insegnanti la convincono a proseguire con la laurea specialistica, anche se non ha i soldi per arrivare in fondo. Nel 2008 Clementine riesce a concludere il terzo ciclo di studi. 

Quello stesso anno arriva la svolta: la candidano, unica della sua università, per una borsa di studio alla Normale di Pisa. Appena mette piede in Toscana, per iniziare il dottorato, Clementine capisce che la sua vita è cambiata, che ora può avere «un letto tutto per me, un computer mio, qualunque libro a disposizione». 

C'è una domanda che si è fatta in questi anni e continua a farsi ora che insegna: «Come si fa a non riuscire negli studi in Italia? Mi sembra impossibile». È questo che dice durante gli incontri nelle scuole, dove la invitano spesso per raccontare la sua storia. 

La storia della bambina senza libri, che seguiva le lezioni sotto un albero in Burkina Faso ed è diventata professoressa e scrittrice in Italia. Una storia che sarebbe bene conoscessero anche quei due ragazzini di Barga.

(AGI il 29 Luglio 2022) – Un Nigeriano di 39 anni è stato ucciso questo pomeriggio da un italiano, che avrebbe reagito a un apprezzamento che l'uomo avrebbe fatto alla sua fidanzata. A quanto si è appreso, l'aggressore avrebbe usato una stampella per colpire a morte la vittima, Alika Ogorchukwu che è un'ambulante. 

Il presunto omicida è stato fermato. La scena del crimine è il centralissimo Corso Umberto I e l'aggressione è avvenuta intorno alle 14, davanti a diversi testimoni che hanno chiamato i soccorsi: il personale del 118 ha cercato di rianimare il Nigeriano, che è deceduto in strada.

(AGI il 29 Luglio 2022.) - Le indagini sull'omicidio del nigeriano di 39 anni ucciso a bastonate in strada a Civitanova Marche sono guidate dal procuratore Claudio Rastrelli e affidate alla squadra mobile: gli agenti stanno ascoltando alcuni testimoni dell'aggressione, alcuni dei quali avrebbero ripreso la scena con i cellullari, e visionando le telecamere della zona per ricostruire quanto è accaduto. 

L'aggressore è stato subito individuato e, da quanto hanno riferito alcuni testimoni, avrebbe detto agli agenti: "Ha importunato la mia fidanzata"; tra i due ci sarebbe stato prima un diverbio, finito poi con i colpi ripetuti di stampella che hanno ridotto senza vita lo straniero, ambulante, molto conosciuto tra i frequentatori del principale corso di Civitanova. 

Da Ansa il 31 luglio 2022.

"Le scuse di Ferlazzo non bastano, ora serve solo giustizia e non vendetta. E' difficile riuscire a comprendere quello che è successo".

E' questo il commento della famiglia di Alika Ogorchukwu - l'ambulante nigeriano ucciso a Civitanova Marche - affidato all'avvocato Francesco Mantella. 

"Se c'è un risvolto psichiatrico che si inserisce nelle cause dell'omicidio di Alika, serve riflettere: se Ferlazzo aveva un amministratore di sostegno, pare fosse la madre, perché questi non era vigilato? Bisognerà avviare una serie di verifiche". Così l'avvocato Francesco Mantella, legale della famiglia di Alika Ogorchukwu, l'ambulante nigeriano ucciso a Civitanova Marche da Filippo Ferlazzo. "Abbiamo piena fiducia nell'operato della Procura di Macerata", aggiunge il legale.

Inseguito e colpito a mani nude nel pieno centro di Civitanova Marche, pestato e schiacciato a terra per tre quattro minuti fino alla morte dal suo aggressore, un operaio di 32 anni - Fabrizio Ferlazzo, salernitano - che dal carcere prova a chiedere scusa, dopo aver mentito sulle circostanze del pestaggio al momento dell'arresto, e per il quale i legali stanno valutando se chiedere la perizia psichiatrica. Pare che abbia piccoli precedenti e problemi di instabilità mentale. Così è stato ucciso il venditore ambulante nigeriano 39enne Alika Ogorchukwuch - un uomo tranquillo che aveva appena ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno, claudicante per aver subito un investimento - nel pomeriggio di ieri lungo Corso Umberto, senza che nessuno dei passanti abbia mosso un dito. 

"Ora voglio solo giustizia per mio marito" ha detto piangendo Charity Oriachi, la moglie di Alika rimasta sola con il loro bambino di otto anni, durante la protesta della comunità nigeriana raccoltasi sul luogo dell' omicidio. Lunedì il fermato comparirà davanti al gip. Contro di lui le tante immagine che riprendono il pestaggio e il racconto di due turiste: 'il cittadino nigeriano chiedeva l'elemosina poi si è allontanato, lui lo ha inseguito, picchiato col bastone e poi a mani nude'. Un film dell'orrore di 4 minuti. 

E' sull'assordante indifferenza che insieme alla violenza ha tolto la vita ad Alika- l'autopsia stabilirà se è morto per asfissia o soffocamento, ipotesi emerse dalle immagini della videosorveglianza acquisite dalla polizia - che puntano il dito le reazioni all' omicidio efferato. "L'assassinio di #AlikaOgorchukwu lascia sgomenti. La ferocia inaudita. L'indifferenza diffusa. Non possono esserci giustificazioni. E nemmeno basta il silenzio. L'ultimo oltraggio ad #Alika sarebbe quello di passare oltre e dimenticare", twitta il segretario del Pd, Enrico Letta. Per Roberto Speranza, leader di Articolo 1, "l' indifferenza è grave e ingiustificabile quanto la violenza". 

L' uccisione di Alika Ogorchukwu "ci lascia attoniti", scrive su Fb il leader M5s Giuseppe Conte che domanda "ma tutti i presenti che hanno ripreso con i loro smartphone la colluttazione senza provare a intervenire cosa faranno? ". Antonio Tajani coordinatore nazionale di Fi esprime dolore e cordoglio ai familiari di Alika per un "evento estraneo alla natura di Civitanova Marche, da sempre una città aperta, pacifica ed accogliente". Scambio polemico tra Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita, Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

"Nigeriano invalido massacrato a bastonate da un italiano a Civitanova Marche. Attendiamo post indignati di @MatteoSalvini e @GiorgiaMeloni", ha twittato il giornalista. "Prima di usare la morte del povero Alika per la tua penosa propaganda, non potevi almeno esprimere solidarietà alla famiglia? Come puoi verificare, io la mia condanna verso questo brutale omicidio l'ho espressa e subito. Sciacallo", replica la leader di Fdi. 

"Penoso. Sciacallo. Così parla un'aspirante leader di governo. Chapeau. Felice comunque di aver contribuito col mio tweet a farle scrivere due parole per quella povera vittima", controreplica Formigli. Per Matteo Salvini "Non si può morire così. Una preghiera per Alika e un abbraccio alla sua famiglia, per l'assassino pena certa fino in fondo. Città allo sbando, violenze di giorno e di notte, non se ne può più: la sicurezza non ha colore, la sicurezza deve tornare ad essere un Diritto". 

"Una brutalità orrenda e scioccante. Tutta la solidarietà di Azione alla famiglia", dice il leader di Azione, Carlo Calenda. "E' la morte della pietà", scrive la comunità di Sant'Egidio sottolineando "un episodio accaduto alle 14.30 in una strada normalmente affollata di gente, nel pieno centro di Civitanova Marche. C'è chi ha anche filmato ciò che accadeva, qualcuno ha urlato contro l'aggressore, nessuno è intervenuto". La Regione Marche, guidata dall'Fdi Acquaroli, si costituirà parte civile.

(ANSA il 6 ottobre 2022) - Un'operatrice culturale romena trentenne, Roxana Elena Iftime, da un mese cerca casa in affitto a Firenze ma non ci riesce perché quando gli agenti immobiliari, sia uomini sia donne, approfondiscono la sua origine di straniera dell'Est tagliano corto e interrompono la conversazione. La vicenda viene riportata dal Corriere Fiorentino. Lei cerca un monolocale in affitto su una disponibilità fra 300 e 850 euro al mese. 

"Mi discriminano a Firenze per le mie origini - afferma -. E' stato un mese lungo e demoralizzante", "ricevo rifiuti a ripetizione, domande stupide, osservazioni razziste sulla mia origine", "mi riattaccano il telefono quando scoprono che sono romena". Gli interlocutori infatti le chiedono di scandire bene il cognome straniero e quando hanno chiaro l'origine interrompono la trattativa appena partita.

Ma anche l'attività professionale sembra contribuire a mettere ostacoli. Roxana Iftime fa la regista di una compagnia teatrale e quando gli agenti immobiliari appurano anche questo si ritirano ritenendola non in grado di pagare l'affitto oppure "mi propongono di andare a vivere con un anziano da accudire ma fare la badante è un lavoro che deve essere retribuito".

(ANSA l'1 agosto 2022) - Convalidato l'arresto di Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, l'operaio di 32 anni che venerdì scorso ha pestato a morte l'ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu in strada, a Civitanova Marche (Macerata). 

Davanti al gip di Macerata Claudio Bonifazi, nell'udienza di convalida che si è tenuta nel carcere anconetano di Montacuto, Ferlazzo, assistito dall'avv. Roberta Bizzarri, ha "collaborato, ha chiesto scusa e ha chiarito che non c'è stata alcuna motivazione di tipo razziale". Lo ha riferito la legale di difesa al termine dell'udienza.

(ANSA l'1 agosto 2022) - E' un soggetto "violento e con elevata pericolosità sociale" Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, l'operaio di 32 anni che venerdì scorso ha pestato a morte l'ambulante nigeriano 39enne Alika Ogorchukwu in strada, a Civitanova Marche (Macerata). 

Lo scrive il gip di Macerata Claudio Bonifazi nell'ordinanza che ne dispone la custodia in carcere. La misura è prevista anche con riferimento ad "evidenti gravi indizi di colpevolezza": in attesa dei risultati dell'autopsia, osserva il gip, sembra evidente che il decesso sia dovuto all'aggressione. Il gip fa riferimento a un "disturbo bipolare" per il 32enne che dovrà essere approfondito.

(ANSA l'1 agosto 2022) - La Procura di Macerata non contesta alcuna aggravante di tipo razziale a Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, l'operaio di 32 anni che venerdì scorso ha pestato a morte l'ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu in strada, a Civitanova Marche (Macerata) e che è stato arrestato per le accusa di omicidio volontario e rapina. 

Lo ha riferito la legale di difesa, Roberta Bizzarri, al termine dell'udienza di convalida davanti al gip di Macerata Claudio Bonifazi che si è tenuta nel carcere di Montacuto (Ancona) dove Ferlazzo è recluso. L'arresto è stato convalidato. Il 32enne, ha spiegato l'avv. Bizzarri, visibilmente emozionata, "ha chiarito che non c'è stata alcuna motivazione di tipo razziale" nell'aggressione.

Ferlazzo ha spiegato al giudice che "a prescindere dal colore della pelle avrebbe comunque commesso quel gesto 'bruttissimo'". "Anche la Procura concorda in questo - ha proseguito l'avvocatessa a proposito all'assenza di una motivazione di tipo razziale - e non ha contestato alcuna aggravante di questo tipo". All'udienza di convalida davanti al gip Bonifazi era presente anche il pm e procuratore di Macerata facente funzione Claudio Rastrelli.     

(ANSA l'1 agosto 2022) - Saranno effettuati nelle prossime ore approfondimenti sulla situazione sanitaria legata allo stato di salute mentale di Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, l'operaio che ha ucciso l'ambulante nigeriano a Civitanova Marche. 

Allo stesso tempo verrà valutata la posizione dell'amministratore di sostegno di Ferlazzo, ovvero la madre, e sul perchè si trovasse a così tanta distanza dal giovane, sempre tenendo presente quali fossero gli effettivi compiti del suo ruolo. Il profilo dell'aggravante razziale è escluso. Lo ha riferito Claudio Rastrelli, sostituto procuratore di Macerata, che indaga sulla vicenda. 

Riccardo Bruno per il "Corriere della Sera" il 30 luglio 2022.

È accaduto tutto alle due e mezza del pomeriggio, in Corso Umberto I, la via dei negozi di Civitanova Marche. Era pieno di gente, qualcuno ha preso il telefonino e ha filmato la lite, ci sono le immagini tremende che mostrano la violenta aggressione che è costata la vita ad Alika Ogorchukwu. In uno scatto si vede la vittima, un nigeriano di 39 anni, a terra, la stampella con cui si aiutava a muoversi accanto, e sopra di lui, seduto come per schiacciarlo, un uomo che gli cinge il collo e lui che cerca disperatamente di divincolarsi. Hanno gridato: «Così lo uccidi!». 

E lui, Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, 32 anni, operaio, originario di Salerno ma che vive a Civitanova, qualche piccolo precedente, lo ha ucciso davvero. Poi si è allontanato, con il telefonino della vittima, ma è stato fermato dagli agenti della polizia in una via poco distante. Si sarebbe giustificato: «Chiedeva con insistenza alla mia fidanzata l'elemosina». E la donna, 45 anni, ha confermato.

Saranno gli uomini del commissariato di Civitanova e della Squadra mobile di Macerata guidati da Matteo Luconi, coordinati dal procuratore facente funzioni Claudio Rastrelli, a chiarire i dettagli di una reazione così brutale da provocare la morte di un uomo.

Ogorchukwu abitava a San Severino con la moglie, un figlio di 8 anni e un'altra ragazzina di 10. Era un ambulante, vendeva piccoli oggetti, accendini e fazzoletti, offerte ai passanti che spesso finivano nella richiesta di un aiuto. Andava quasi tutti i giorni a Civitanova perché lì aveva più opportunità di racimolare qualcosa, e nel salotto della cittadina lo conoscevano in molti. 

Da un anno, dopo un incidente, si muoveva con una stampella e con questa l'aggressore, togliendogliela di mano, l'ha prima colpito, anche alla testa. Ogorchukwu è caduto a terra, ma Ferlazzo ha continuato ad accanirsi contro di lui, schiacciandolo con il suo corpo, e forse è stato proprio questo a provocarne la morte come dovrà stabilire l'autopsia che sarà eseguita nei prossimi giorni dal medico legale Ilaria De Vitis.

Il corpo senza vita per effettuare tutti i rilievi è rimasto sul marciapiede coperto da un telo fino alle 7 di sera, davanti a un negozio di intimo.

«L'aggressione è avvenuta mentre noi eravamo chiusi, quando siamo arrivati ci siamo trovati davanti questa scena terribile - dice ancora scossa la signora Paola, la madre della titolare -. In molti conoscevano la vittima, frequentava il bar qui vicino. È stato straziante vedere la moglie in lacrime davanti al cadavere, e attorno l'indifferenza della gente, come se tutto quello che è successo fosse la normalità, senza alcuna pietà». Gli inquirenti hanno sentito i testimoni e acquisito tutte le immagini. Ferlazzo è stato arrestato con le accuse di omicidio volontario e rapina, per aver sottratto il cellulare della vittima. «Ciò che è accaduto oggi è un fatto di una violenza inaudita - ha commentato il sindaco di Civitanova Fabrizio Ciarapica -. Lontano dalla normalità della nostra comunità, conosciuta da tutti per essere da sempre accogliente e tranquilla».

Riccardo Bruno per il "Corriere della Sera" il 30 luglio 2022.  

«Alika era una persona positiva, sempre sorridente, allegra. Era bravo, bravo, bravo». Ha le lacrime agli occhi questa donna che a San Severino Marche, il paese dove viveva Ogorchukwu con la sua famiglia, conoscono tutti come Pastore Faith: è la guida della chiesa evangelica che tiene insieme la piccola comunità nigeriana. Molti di loro sono qui con lei, a stringersi attorno alla moglie di Alika, in questo sabato sera di lutto davanti all'obitorio di Civitanova. «Con Alika e sua moglie ci conosciamo da tempo. Prima seguivano un pastore italiano ma negli utimi mesi si erano uniti alle nostre funzioni perché noi le teniamo in inglese e loro si trovavano meglio».

La moglie di Alika è accanto, ma non ha parole, soltanto dolore. Lavora per una ditta che fa le pulizie nelle stazioni ferroviarie, hanno un figlio di 8 anni nato in Italia, e con loro vive anche una ragazzina di 10, che è come un’altra figlia.

«Ancora loro non lo sanno che è morto il padre, ora toccherà a noi andare a dirglielo» dice con un filo di voce Pastore Faith. La moglie di Alika le ha raccontato l'ultimo saluto, la mattina prima andare a lavoro. «Lui si è preoccupato che non si stancasse troppo e che mangiasse, le ha raccomandato di portarsi un panino». Poi Pastore Faith aggiunge: «Alika era una persona generosa, quel poco che aveva lo divideva con tutti. Ogni volta che discutevamo, mi ripeteva sempre la stessa frase, era il suo motto: "Quello che Dio non può fare non esiste". Era ottimista, diceva una soluzione si trova sempre».

Un ritratto di Alika Ogorchukwu che si rispecchia nelle parole dell'avvocato Francesco Mantella, che lo conosceva da tempo. «Avevo seguito l'iter per il rilascio del permesso di soggiorno della moglie, poi l'anno scorso l'ho assistito quando era stato investito». Era in bicicletta, un'auto lo ha travolto, è rimasto claudicante, per questo per muoversi aveva bisogno di una stampella. «Aveva ottenuto anche un risarcimento dall'assicurazione - aggiunge l'avvocato Mantella -, stava aspettando l'inizio del processo all'investitore, si sarebbe costituito parte civile». Ogorchukwu era in Italia da una decina d'anni, era sempre rimasto nella zona del Maceratese, prima a Tolentino, poi si era trasferito a San Severino, ma per lavoro andava a Civitanova.

«Era una persona mansueta - prosegue l'avvocato Mantella -. Non aveva precedenti, viveva con dignità e rettitudine. Con gli anni si erano creati con lui rapporti che andavano oltre l'aspetto professionale, che si reggono sulla solidarietà. Quando mi hanno detto che avevano ucciso a bastonate un uomo di colore con la stampella, ho temuto subito che fosse lui. Non era una persona che cercava guai, adesso gli inquirenti dovranno capire perché quell'uomo si è scagliato contro di lui con tanta violenza».

La moglie di Alika in lacrime: «Quel video è terribile, intorno c’era tanta gente, perché nessuno l’ha aiutato?». Riccardo Bruno, inviato a San Severino Marche (Macerata), su Il Corriere della Sera il 30 Luglio 2022.

Charity Oriachi e Alika Ogorchukwu, entrambi nigeriani, hanno avuto un bambino che oggi ha 8 anni. A Civitanova lui faceva l’ambulante mentre lei l’addetta alle pulizie a San Severino Marche, nel Maceratese. 

Al figlio Emmanuel di 8 anni glielo ha detto soltanto la mattina del 30 luglio che il padre non c’era più. «Gli è venuto il freddo, tremava tutto, si è dovuto mettere una giacca» dice Charity Oriachi e indica il piumino blu che è ancora sul divano. Lei è seduta a terra, si mette le mani alla testa e si asciuga continuamente le lacrime, nel salottino di questa abitazione al primo piano di un palazzotto nelle campagne alla periferia di San Severino dove da quattro anni abitava con Alika Ogorchukwu, ucciso venerdì per aver chiesto l’elemosina. La stanza è spoglia, un alberello di Natale nell’angolo, il mobile con la televisione e una bibbia e dietro attaccata al muro una foto di Alika di qualche anno fa. «Qui era molto più giovane» e a Charity scappa l’unico sorriso.

L’appello

Suo marito non c’è più e lei non sa darsi una ragione. «Adesso voglio giustizia, I need justice» ripete in italiano e in inglese. Il video che mostra la brutalità con cui è stato ucciso non è riuscita a vederlo fino alla fine. «Nel momento in cui quell’uomo gli stringe le mani al collo ho girato la testa dall’altra parte». Fa una pausa, poi riprende: «C’era tanta gente in quel momento, perché nessuno è intervenuto, perché nessuno lo ha aiutato. Forse adesso il mio Alika sarebbe ancora qui con me». Si erano conosciuti una decina di anni fa a Prato. «Io allora abitavo a Ferrara, un’amica mi portò a una festa e così lo vidi per la prima volta». Lui era appena arrivato dalla Nigeria, lei era in Italia già da tempo. Si trasferirono nelle Marche, poi nacque Emmanuel, formarono una famiglia a cui si è aggiunta Praise, 10 anni, una nipote che è come una figlia. «Alika era un padre meraviglioso — ricorda Charity —. Faceva tutto per la famiglia e per i suoi figli, di tutto si occupava lui, non ci faceva mancare niente. Quando arrivava in stazione comprava sempre il gelato e glielo portavo, non vedevano l’ora tornasse a casa. Adesso non so come faremo». Gli altri nigeriani della zona, una comunità ristretta ma molto unita, vengono a trovarla e a passare qualche ora con lei. C’è anche l’avvocato Francesco Mantella, che negli anni è diventato un amico di famiglia. Le fa sapere che in molti si sono fatti avanti per aiutarla, le chiede se può dare l’Iban del suo conto (IT 85 N 02008 69201 000106469918). Lei lo ringrazia e continua a parlare del suo Alika.

Il ricordo

«Era generoso con tutti. Per questo mi sono innamorata di lui, perché scherzava e giocava sempre, era allegro». Anche dopo l’incidente dell’anno scorso. Tornava come sempre dalla stazione in bicicletta, un autista ubriaco lo mise sotto proprio nella curva che si vede dal balcone di casa. Era rimasto claudicante, per questo era costretto a usare la stampella. «Io ogni giorno gli massaggiavo la gamba sinistra con acqua calda. Certi giorni gli faceva più male». Era riuscito a ottenere un risarcimento dall’assicurazione che lo aveva fatto respirare un po’. Lei da qualche mese aveva trovato lavoro in una ditta di pulizie. Sembrava che tutto potesse riprendersi bene, domenica scorsa alla celebrazione della chiesa evangelica, dove i nigeriani si ritrovano per pregare e stare insieme, li avevano visti felici e sorridenti. Adesso si alternano in questa casa semplice ma decorosa, per riempire un vuoto che Charity e i suoi figli non riescono ancora ad accettare.

Fabrizio Caccia per il "Corriere della Sera" il 31 luglio 2022.

«L'ho visto arrivare verso di me sporco di sangue, con un cellulare in mano che non era il suo. Gli ho detto: Filippo che hai fatto, che hai combinato? Lui mi ha risposto piano all'orecchio, quasi sussurrando: "andiamo, ho picchiato uno"...».

Elena D. 45 anni, è la compagna di Filippo Ferlazzo. Una donna minuta di Civitanova, con i capelli neri, gli occhiali, che adesso si fa ancora più piccola mentre racconta agli uomini di Matteo Luconi, il capo della Squadra Mobile di Macerata, quegli attimi spaventosi, «io ferma là in Corso Umberto I davanti a quell'uomo per terra che i medici stavano cercando disperatamente di rianimare. Pregavo dentro di me che si risvegliasse, ma poi ho capito che non c'era più niente da fare. E ora la nostra vita, il nostro amore, è distrutto per sempre».

Elena, ex cameriera in un ristorante del centro di Civitanova, conosceva i problemi psichiatrici di Filippo o perlomeno li aveva intuiti, ma nonostante questo aveva scelto di vivere con lui da qualche mese. Neanche la differenza di età, lui più giovane di 13 anni, si faceva sentire.

«Non era geloso, piuttosto era protettivo verso di me - racconta agli investigatori -.

Non tollerava l'idea che qualcuno o qualcosa potesse farmi del male. Questo però ingenerava a volte la sua aggressività, la sua iracondia. Ma mai fino a questo punto».

Fino a venerdì pomeriggio, quando le strade di Alika Ogorchukwu e Filippo Ferlazzo sono arrivate infine a un incrocio senza ritorno. Alika, conosciuto da tutti tra Civitanova e Macerata, perché entrava nei negozi e fermava la gente per chiedere l'elemosina con il suo fare chiassoso e un po' invadente, ha incontrato Filippo ed Elena a passeggio dalle parti della stazione ferroviaria, duecento metri dal punto in cui poi è successo tutto. 

«Quel signore con la stampella è venuto verso di noi e ci ha chiesto dei soldi, mi ha preso per un braccio - racconta la donna, sentita a verbale come testimone -. Ma lì per lì non è successo niente, io mi sono divincolata senza problemi, non ero affatto sconvolta e così siamo andati avanti per la nostra strada, fino a un negozio di abbigliamento. Insomma, sembrava davvero finita lì. Noi stavamo cercando dei pantaloni per lui, allora io sono entrata a vedere, Filippo è rimasto fuori, ma quando poi mi sono affacciata per chiamarlo, perché finalmente avevo trovato il modello, lui non c'era più. Ho iniziato a guardarmi intorno, ma niente, come svanito...».

Perché Filippo intanto aveva già concepito il suo piano, rimuginando dentro di sé, senza che lei minimamente se ne accorgesse, il progetto assurdo di vendicare l'insulto insopportabile per lui, ricevuto appena qualche minuto prima, nei pressi della stazione: la sua donna strattonata da uno sconosciuto per strada, che adesso però necessitava di una lezione.

Le telecamere della via, poste più avanti, hanno inquadrato nitidamente le ultime scene: il ragazzo che raggiunge Alika e lo aggredisce, colpendolo prima con la stampella dell'uomo e poi saltandogli sopra e finendolo a mani nude. Senza pietà.

Elena D., venerdì sera, ha atteso più di un'ora prima di essere sentita dai poliziotti, chiusa nel suo silenzio, nel suo dolore. Ma poi quando gli agenti si sono avvicinati, lei è come se non aspettasse altro. Ha iniziato a parlare, a sfogarsi, a raccontare «il bene» che si volevano loro due, un «amore sincero», ha detto, più forte di tutto, dei problemi, delle difficoltà anche economiche. In questi casi, dicono in Questura, può succedere che le persone legate affettivamente agli arrestati cerchino in qualche modo di giustificarli. Ma Elena no, venerdì sera non ha avuto dubbi, non ha cercato scuse, mai una volta si è appellata al concetto di follia: «Ora sapete, sono molto arrabbiata con lui - ha confidato ai poliziotti -. In un attimo Filippo ha distrutto tutto, sogni e progetti. Spero che in carcere un giorno si renda conto che ci siamo rovinati la vita. Io e lui».

Fa. C. per il "Corriere della Sera" il 31 luglio 2022.

«Sono invalido civile al 100 per cento, avvocato, ho problemi psichiatrici, mia madre Ursula ha tutti i documenti del Tribunale di Salerno, se li faccia mandare, mi hanno giudicato bipolare e border-line». Filippo Ferlazzo ieri ha passato due ore e mezza a colloquio con l'avvocato d'ufficio Roberta Bizzarri nel carcere di Montacuto, ad Ancona, lo stesso dov' è recluso in via definitiva Luca Traini, che sparò a caso contro un gruppo di extracomunitari nel 2018 per vendicare - a modo suo - l'omicidio di Pamela Mastropietro. Non è chiaro se il racconto di Ferlazzo celi in realtà una strategia, comunque l'avvocato Bizzarri ha già annunciato la sua propensione a chiedere presto per il suo assistito una perizia psichiatrica. Da fonti sanitarie emergerebbe comunque la conferma che l'uomo che ha ammazzato di botte Alika Ogorchukwu sarebbe uno «psicopatico antisociale» già diagnosticato dai medici in gioventù a Salerno, dove viveva con i genitori, ora separati.

Già in precedenza, secondo queste fonti, il ragazzo avrebbe mostrato «episodi di aggressività» tanto che il Tribunale di Salerno lo affidò a un'amministratrice di sostegno, proprio sua madre Ursula, «che però a 400 km di distanza non poteva certo controllare che suo figlio si curasse», fa notare uno psichiatra ben informato di Civitanova.

Nato in Austria 32 anni fa, Ferlazzo viveva nelle Marche da qualche mese ed aveva un contratto a tempo determinato (per un mese) come operaio della fonderia Steve Stampi, a Civitanova Alta. All'avvocato Bizzarri, Ferlazzo - che non è in isolamento - ha spiegato che la molla dell'omicidio sarebbe stata «lo strattonamento» ricevuto dalla sua compagna, Elena, da parte del nigeriano che aveva chiesto loro l'elemosina in strada, prendendola anche per un braccio.

«Voleva far capire a quell'uomo che non ci si comporta così, impartirgli una lezione», dice l'avvocato Bizzarri, che però resta a sua volta turbata mentre pronuncia queste parole. Ai poliziotti della volante accorsi ad ammanettarlo, venerdì, Ferlazzo ha consegnato il cellulare di Alika: «Questo è della persona che ho picchiato», le sue parole a caldo. Al legale d'ufficio ieri ha aggiunto: «Dopo la colluttazione ho raccolto degli oggetti da terra tra cui quel telefonino scambiandolo per il mio, ma non l'ho rapinato».

L'avvocato Giancarlo Giulianelli, l'ex legale di Luca Traini, il «Lupo» condannato a 12 anni per strage, oggi fa il garante regionale dei diritti dei detenuti: «Luca - dice - ormai è molto cambiato e ripete sempre di voler scontare il debito che ha con la società, di certo non giustificherebbe in alcun modo quello che è successo a Civitanova». Domani ci sarà l'interrogatorio di garanzia per la convalida del fermo di Ferlazzo, martedì l'autopsia sul corpo di Alika, che sarà eseguita dal medico legale Ilaria De Vitis per capire se sia morto per strangolamento. «Io ho paura del carcere avvocato - ha detto ieri l'uomo mentre la Bizzarri lasciava la sala colloqui - . Ho paura che adesso la mia vita sia finita».

Civitanova, la vita in bilico di Ferlazzo tra Tso, droga, psicofarmaci. La madre: provo dolore per la vittima. di Riccardo Bruno, Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 31 luglio 2022 

La madre dell’assassino di Alika: è sempre stato un ragazzo difficile. Elena, la fidanzata: non pensavo arrivasse a tanto.

Con lei Filippo sembrava rinato, Elena l’aveva ripescato dall’abisso, dopo averlo incontrato un giorno per caso alla mensa della Caritas di via Parini 13, il centro «don Lino Ramini», cibo pronto per i vagabondi come lui, senza tetto né legge, randagio e feroce. Ma questa non è una favola, questa è una tragedia e non è mai facile convivere con i propri fantasmi. E così Filippo Ferlazzo, 32 anni il prossimo dicembre, alla fine è diventato un assassino , l’assassino di Alika che a lui e a Elena venerdì scorso aveva solo chiesto di acquistare un pacco di fazzolettini o di avere una moneta.

La compagna: sono una donna distrutta

Ma prima di questo, prima della fine, aveva trascorso un anno orribile di peregrinazioni, Tso, frequenti stati d’agitazione, controlli al pronto soccorso. Due volte addirittura in rapida successione ad aprile, qui a Civitanova, la prima era fuggito dall’ospedale, la seconda l’avevano accompagnato i poliziotti ed era stato visitato da uno psichiatra. Elena comunque è sempre al suo fianco. Da due giorni però la vita della donna è stata stravolta, giornalisti e telecamere hanno iniziato ad assediare la sua abitazione al pian terreno dove da qualche mese si era trasferito anche Ferlazzo. Lei ieri è rimasta sempre chiusa dentro. «Sono una donna distrutta, sono veramente vicina alla famiglia della vittima. È stato un fulmine a ciel sereno, io ero in un negozio altrimenti l’avrei fermato. Il razzismo non c’entra nulla, è stato un evento fuori controllo per la sua malattia» ha risposto e poi ha chiesto di essere lasciata tranquilla.

Un ragazzo difficile

Ferlazzo più di un anno fa era andato via di casa da Salerno, dalla madre Ursula che era stata nominata dal tribunale del capoluogo campano sua amministratrice di sostegno, la tutor che doveva controllare i suoi eccessi. Ora lei si dispera: «Povero figlio mio. È sempre stato un ragazzo difficile, ha avuto un’adolescenza terribile e problemi uno dopo l’altro». Già, ma come faceva a controllarlo a 400 chilometri di distanza? Per ovviare all’instabilità della terapia, data la sua vita ormai inquieta, i medici gli avevano prescritto farmaci a lento rilascio, ma chissà se li prendeva con regolarità. Il suo viaggio all’inferno era iniziato da tempo: genitori separati, da adolescente un ciclo di cure di due anni in una comunità di Lecce per liberarsi dalla tossicodipendenza, poi un Tso a Salerno per sindrome bipolare con comportamenti psicotici e disturbo borderline di personalità. La signora Ursula ha già mandato via email all’avvocata di suo figlio Roberta Bizzarri tutte le cartelle cliniche che oggi stesso saranno presentate al giudice nell’udienza di convalida dell’arresto per chiedere una perizia psichiatrica.

La sindrome bipolare

Il disturbo borderline ti fa passare in un attimo dall’essere tranquillo ad improvvisi impulsi di aggressività, è una sindrome che ti rende intollerante ai fattori stressanti. Una bomba a orologeria col timer innescato. Eppure negli ultimi mesi Filippo Ferlazzo sembrava un uomo nuovo, Elena l’aveva aiutato anche a trovare lavoro in un’azienda di Civitanova Alta che produce lame e stampi metallici. Il sogno di una vita finalmente normale è franato di fronte a un pretesto banale, la semplice insistenza di un venditore ambulante. L’ha seguito, colpito e finito a mani nude. Anche la madre Ursula, che pure conosceva i suoi tormenti, dice adesso: «Non avrei mai pensato che potesse arrivare a tanto. Mi dispiace per quella famiglia». Ma resta sempre la madre: «Sono molto preoccupata adesso che si trova in carcere».

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” l'1 agosto 2022.

Con lei Filippo sembrava rinato, Elena l'aveva ripescato dall'abisso, dopo averlo incontrato un giorno per caso alla mensa della Caritas di via Parini 13, il centro «don Lino Ramini», cibo pronto per i vagabondi come lui, senza tetto né legge, randagio e feroce. Ma questa non è una favola, questa è una tragedia e non è mai facile convivere con i propri fantasmi. E così Filippo Ferlazzo, 32 anni il prossimo dicembre, alla fine è diventato un assassino, l'assassino di Alika che a lui e a Elena venerdì scorso aveva solo chiesto di acquistare un pacco di fazzolettini o di avere una moneta.

Ma prima di questo, prima della fine, aveva trascorso un anno orribile di peregrinazioni, Tso, frequenti stati d'agitazione, controlli al pronto soccorso. Due volte addirittura in rapida successione ad aprile, qui a Civitanova, la prima era fuggito dall'ospedale, la seconda l'avevano accompagnato i poliziotti ed era stato visitato da uno psichiatra. 

Elena comunque è sempre al suo fianco. Da due giorni però la vita della donna è stata stravolta, giornalisti e telecamere hanno iniziato ad assediare la sua abitazione al pian terreno dove da qualche mese si era trasferito anche Ferlazzo. Lei ieri è rimasta sempre chiusa dentro. «Sono una donna distrutta, sono veramente vicina alla famiglia della vittima. 

È stato un fulmine a ciel sereno, io ero in un negozio altrimenti l'avrei fermato. Il razzismo non c'entra nulla, è stato un evento fuori controllo per la sua malattia» ha risposto e poi ha chiesto di essere lasciata tranquilla.

Ferlazzo più di un anno fa era andato via di casa da Salerno, dalla madre Ursula che era stata nominata dal tribunale del capoluogo campano sua amministratrice di sostegno, la tutor che doveva controllare i suoi eccessi. 

Ora lei si dispera: «Povero figlio mio.È sempre stato un ragazzo difficile, ha avuto un'adolescenza terribile e problemi uno dopo l'altro». Già, ma come faceva a controllarlo a 400 chilometri di distanza? Per ovviare all'instabilità della terapia, data la sua vita ormai inquieta, i medici gli avevano prescritto farmaci a lento rilascio, ma chissà se li prendeva con regolarità.

Il suo viaggio all'inferno era iniziato da tempo: genitori separati, da adolescente un ciclo di cure di due anni in una comunità di Lecce per liberarsi dalla tossicodipendenza, poi un Tso a Salerno per sindrome bipolare con comportamenti psicotici e disturbo borderline di personalità. La signora Ursula ha già mandato via email all'avvocata di suo figlio Roberta Bizzarri tutte le cartelle cliniche che oggi stesso saranno presentate al giudice nell'udienza di convalida dell'arresto per chiedere una perizia psichiatrica.

Il disturbo borderline ti fa passare in un attimo dall'essere tranquillo ad improvvisi impulsi di aggressività, è una sindrome che ti rende intollerante ai fattori stressanti. Una bomba a orologeria col timer innescato. Eppure negli ultimi mesi Filippo Ferlazzo sembrava un uomo nuovo, Elena l'aveva aiutato anche a trovare lavoro in un'azienda di Civitanova Alta che produce lame e stampi metallici. 

Il sogno di una vita finalmente normale è franato di fronte a un pretesto banale, la semplice insistenza di un venditore ambulante. L'ha seguito, colpito e finito a mani nude. Anche la madre Ursula, che pure conosceva i suoi tormenti, dice adesso: «Non avrei mai pensato che potesse arrivare a tanto. Mi dispiace per quella famiglia». Ma resta sempre la madre: «Sono molto preoccupata adesso che si trova in carcere».

Fa. C. per il “Corriere della Sera” l'1 agosto 2022.

L'udienza di convalida dell'arresto davanti al Gip nel carcere di Montacuto ad Ancona deve ancora iniziare - oggi alle 10 - ma è già battaglia. Il legale della famiglia di Alika Ogorchukwu, Francesco Mantella, si opporrà con forza alla richiesta della collega Roberta Bizzarri, difensore d'ufficio di Filippo Ferlazzo, di una perizia psichiatrica per il proprio assistito. 

«Qualora si adombrasse l'incapacità di intendere e di volere - ragiona Mantella - allora andrebbe chiarito se è stato fatto tutto il possibile per evitare quello che è poi accaduto. Mi chiedo: se la madre che era l'amministratrice di sostengo di Ferlazzo viveva a Salerno, come poteva controllarlo quotidianamente, avendo poi il dovere di riferirne al Tribunale? Bisognerà accertare tutte le responsabilità». 

L'autopsia sul corpo dell'ambulante nigeriano verrà eseguita domani all'ospedale di Civitanova e dovrà chiarire cosa ne ha causato la morte, se i colpi inferti da Ferlazzo con la stampella dopo avergliela strappata di mano, oppure le botte ricevute a mani nude. Una reazione brutale e spropositata, soltanto perché Alika aveva chiesto forse con troppa insistenza di vendergli qualcosa.

Intanto, per sgombrare il campo dalle polemiche sulla presunta indifferenza, Civitanova si mobilita per mostrare in pieno il suo volto solidale. Venerdì pomeriggio, mentre si consumava il massacro su Corso Umberto I, è vero che il killer poteva essere fermato, ma ad assistere all'aggressione c'erano solo quattro persone, non una folla. 

Tra loro una ragazza moldava di 28 anni che ha ripreso tutto col telefonino e gli investigatori l'hanno già ringraziato per il contributo alla ricostruzione della dinamica. E gli altri tre, due anziani e un impiegato dell'ufficio dogane, chiamavano aiuto e gridavano «Fermati» a Ferlazzo. 

Così ieri la Giunta comunale, presieduta dal sindaco Fabrizio Ciarapica, ha stanziato un fondo di 15 mila euro a sostegno della famiglia di Alika. Germano Ercoli, imprenditore locale nel settore delle calzature, donerà 10 mila euro, mentre una raccolta fondi che confluisce direttamente sul conto della vedova è stata promossa dall'avvocato Mantella. Sabato prossimo, infine, è in programma una nuova manifestazione in città, primo appuntamento del neonato «Comitato 29 luglio» nato per condannare la violenza e il razzismo. I promotori hanno chiesto al Comune di offrire un lavoro stabile alla vedova di Alika. 

Omicidio Civitanova, Filippo Ferlazzo resta in carcere: «Ciò che ho fatto è la mia condanna». Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 2 Agosto 2022.

Il giudice: «È violento, può uccidere ancora» e convalida il fermo per l’omicidio di Alike. Al vaglio la posizione della madre, sua tutrice legale.

«Non sono razzista, non ho picchiato quell’uomo per il colore della pelle, ho amici extracomunitari, tante volte mi è capitato di offrir loro un caffè…». Filippo Ferlazzo non ha mai pianto, ieri mattina, durante l’ora d’interrogatorio in carcere ad Ancona davanti al Gip Claudio Bonifazi, ed è sembrato sincero quando ha detto: «Quello che è successo per me è già una condanna». Si è dichiarato più volte «costernato» per la morte di Alika Ogorchukwu, l’ambulante nigeriano che ha massacrato venerdì su Corso Umberto I (oggi l’autopsia), chiedendo anche scusa alla vedova Charity, ma ha aggiunto: «Io mi sono difeso, mi aveva strappato l’orologio, abbiamo avuto una colluttazione perché aveva preso la mia ragazza per un braccio chiedendole qualche soldo. Allora gli ho detto: lei non la devi toccare, capito? E lì è cominciato tutto. Ma non pensavo di averlo ucciso, prima di allontanarmi respirava. È stata una disgrazia, una tragedia».

Il gip Bonifazi, però, nell’ordinanza con cui ha convalidato l’arresto per omicidio aggravato e rapina — quella del cellulare dell’ambulante — non sembra credergli. E scrive: «La legittima difesa viene contraddetta dalle testimonianze e dai video» e ci sarebbero anzi «evidenti gravi indizi di colpevolezza». Il Gip nelle 6 pagine di provvedimento lo descrive come un «soggetto violento e con elevata pericolosità sociale», che può uccidere ancora, con un «impulso immotivato mostrato nel reagire» e invita le parti ad approfondirne il profilo psichiatrico in relazione al «disturbo bipolare» di cui si parla nelle cartelle cliniche prodotte dall’avvocata d’ufficio, Roberta Bizzarri. La sua storia di sofferenza psichica in effetti, è lunga: Tso a Salerno, la città d’origine, poi la presa in carico a fine aprile scorso presso il Csm di Civitanova e la decisione di nominare amministratrice di sostegno sua madre, Ursula Loprete, 50 anni, architetta molto nota a Salerno, candidata alle comunali un anno fa con una lista civica. «Mia madre mi ha partorito in Austria a 18 anni», ha raccontato ieri Ferlazzo, che sui social si faceva chiamare col nickname «Filippo Figo». E ancora: «Ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Torino, mi piace dipingere e so suonare Beethoven al pianoforte…». «La tela per me è come un baratro dove rinchiudo i miei demoni», scrisse un giorno su Facebook.

La sua compagna, Elena D., 45 anni, però è netta: «Ha sbagliato, deve pagare, anch’io chiedo perdono alla famiglia di Alika, dev’essere fatta giustizia. Sapevo che lui aveva dei disturbi, ma non mi sono mai sentita in pericolo perché il vero Filippo non è la persona che avete visto». Parole comprensibili, dato l’affetto che li lega. Anche mamma Ursula, che non è indagata ma presto sarà sentita a verbale, da Salerno dice: «Verrò presto a trovare mio figlio in carcere e resterò sempre vicina a lui». Il procuratore facente funzioni di Macerata, Claudio Rastrelli, dopo l’interrogatorio ha spazzato ogni dubbio: «Non ci sono elementi di prova per ritenere la condotta dettata da razzismo». Ma Stefano Mantella, l’avvocato della famiglia di Alika, non fa sconti: «La famiglia non vuole le scuse di quell’uomo, chiede solo giustizia e non vendetta». Dopo l’autopsia, arriverà il nulla-osta della Procura per la sepoltura della salma, che sarà portata in Nigeria per i funerali con il rito pentecostale.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 2 agosto 2022.  

Stefano Cesca, 58 anni, di Recanati, si fa chiamare Steve all'americana e Steve Stampi è il nome della fonderia di alluminio di cui è titolare da quasi 30 anni in via Cianfrocchi.

Nella sua fabbrica di profilati lavoravano fino a giovedì scorso 7 operai, uno di questi era Filippo Ferlazzo, da venerdì in carcere ad Ancona, accusato dell'omicidio di Alika Ogorchukwu.

Se l'aspettava, signor Cesca?

«Ma come si fa a dirlo? Certo, a pensarci bene, il giorno prima c'era stato un precedente». 

Racconti.

«Giovedì qui in fabbrica ha avuto un'esplosione d'ira: da giorni mi veniva dietro in preda all'ansia per chiedermi di rinnovargli il contrattino di un mese che sarebbe scaduto il 31 luglio. E io gli dicevo: stai tranquillo, non c'è fretta, ne parliamo quando scade. Ma lui, all'improvviso, ha dato un calcio terribile alla porta del mio ufficio e poi è rimasto là fuori in silenzio, balbettando qualcosa mentre mi fissava».

Ha avuto paura?

«No, perché io sono forte, robusto, lavoro in fonderia da una vita e mi sono sempre saputo difendere. Non vede? Ho muscoli, tatuaggi, piercing ovunque, gli ho detto a brutto muso: ora calmati, vai a casa e torna lunedì. E l'ho cacciato». 

Gliel'avrebbe rinnovato il contrattino?

«Ma sì, l'ho detto anche oggi al mio commercialista, perché Filippo era un operaio bravo, affidabile, ci teneva a questo lavoro. Si era presentato un mese fa qui da solo e io l'avevo assunto senza problemi, aveva imparato subito il mestiere, svuotava i bidoni, martellava per ore il materiale, sembrava instancabile. Anche se alla Croce Verde dove faccio il volontario mi avevano detto di stare all'erta». 

Cioè?

«Dei miei colleghi pare lo conoscessero, mi raccontarono che lui aveva mostrato già qualche squilibrio in passato, si parla di una panchina danneggiata in centro, di denunce arrivate ai carabinieri». 

E lei?

«Io niente, gli ho dato fiducia e posso dirvi anche ora che Filippo, nonostante tutto, non è un mostro. Certo, ignoravo che fosse invalido civile al cento per cento per i suoi disturbi psichici e adesso mi chiedo se per la legge abbia sbagliato ad assumerlo. Non so se potrò avere delle conseguenze. Ma come facevo a saperlo? Lui mica me l'ha detto quando si è presentato».

Nei suoi confronti ora prova più pena o rabbia?

«Di sicuro, almeno io, ho conosciuto un'altra persona: sempre educata, gentile, molto seria. Però si vedeva che soffriva. Mi diceva che in vita sua tanta gente l'aveva sfruttato. Poi era geloso, gelosissimo della fidanzata. Aveva sofferto molto per un litigio avuto con lei qualche settimana fa».

Con Elena?

«Sì, mi aveva raccontato che una sera lei voleva uscire a divertirsi, voleva andare a ballare fuori, Civitanova in questo periodo è piena di discoteche e locali sul mare frequentati da tanta gente, lui però voleva restare in casa e andare a dormire presto, perché il giorno dopo doveva essere in fabbrica. E questo, vi garantisco, non è un lavoro facile. Anzi è anche pericoloso e Filippo il mattino dopo voleva arrivare al lavoro fresco di testa ed efficiente. Così alla fine bisticciarono. Ma in una coppia è normale, o no?».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” l'1 agosto 2022.

I passanti invece di intervenire filmavano la scena con il telefonino. Molti tg hanno mandato in onda frammenti di questa terribile scena: quattro interminabili minuti in cui Alika Ogochukwu è rimasto in balia della furia di Filippo Ferlazzo, che l'ha prima colpito con la stampella che gli aveva tolto di mano, poi una volta a terra lo ha picchiato e schiacciato «a mani nude», fino a soffocarlo. 

Non so perché quelle persone non siano intervenute, non so come mi sarei comportato. So che  il nesso tra la morte e la sua rappresentazione in diretta è uno dei temi cruciali che da tempo attraversano le riflessioni sui media, uno di quei temi cui il cinema ha dedicato attenzione, a partire da L'asso nella manica di Billy Wilder a La morte in diretta di Bernard Tavernier, da Dentro la notizia di James L. Brooks ai cosiddetti «snuff movie», filmati amatoriali in cui vengono esibite torture con inevitabile epilogo.

Grazie alla rete, la morte non è più un tabù: dev'essere raccontata, mostrata, esibita quasi per la paura che una tragedia non vista resti invisibile, cioè inesistente. Ma i media siamo noi, sempre più pornograficamente addestrati a pedinare la morte in diretta. Inutile dare la colpa ai social, alla mania narcisistica di dover certificare la nostra giornata con foto, video, messaggi. 

Da molto tempo (per noi, almeno dalla tragedia di Vermicino) qualcosa si è spezzato per sempre, la morte si è fatta spettacolo, il nostro occhio si è indurito. Il catalogo delle atrocità è così sterminato che le domande legittime rattrappiscono sul nascere: un «accrescimento senza progresso», diceva Musil, che si risolve nella tranquilla connivenza della tragedia e del suo contrario.

La tragedia diventa abitudine per assuefazione, per indifferenza. La rete è il nostro nuovo ambiente di socializzazione, «luogo» in cui impariamo a comportarci, a divertirci, a soffrire. Persino a filmare un omicidio.

Sara Marino per mowmag.com l'1 agosto 2022.

Dopo l’omicidio di Alika Ogorchukwu, 39 anni, ammazzato a mani nude in pieno centro a Civitanova Marche fra la totale indifferenza dei passanti, ci si interroga su come sia possibile che un episodio così violento sia potuto accadere senza che nessuno intervenisse. Anche perché i video della sua straziante agonia sono diversi e testimoniano come l’ambulante, da qualche tempo anche disabile a causa di un incidente, sia stato finito da Filippo Ferlazzo, 32 anni, dopo una colluttazione e una agonia di almeno 4 minuti.

E mentre viene smentito il movente dell’operaio ora in carcere, e cioè che Alika abbia fatto degli apprezzamenti poco graditi verso la sua compagna, la comunità di Civitanova si mobilita almeno per dare sostegno alla famiglia del nigeriano. Alla moglie Charity Oriachi, distrutta dal dolore, e al figlio della coppia di soli 8 anni che, come vi abbiamo raccontato, è in stato di choc. Così, per uscire dal dibattito social e dalle contrapposizioni politiche, abbiamo chiesto il parere della scrittrice Barbara Alberti, una delle menti più lucide del nostro Paese, anche in momenti così bui. Allargando il discorso alla nostra società “di razzisti e consumisti fottuti” - ha tuonato – si è scagliata contro l’indifferenza di chi non ha fatto nulla per evitare la tragedia. 

Barbara Alberti come è possibile che si sia consumato un omicidio così feroce nell’indifferenza di chi si è limitato a riprendere la scena col cellulare senza intervenire?

È l’atroce simbolo di quello che siamo diventati, dei guardoni impotenti e assassini, perché chiunque assiste a questo e non aiuta si unisce all’assassino. Tutte le persone che non l’hanno soccorso sono complici di questo assassinio, questo non è l’assassinio di uno solo è un linciaggio, è come se gli altri avessero preso parte all’omicidio perché è proprio questo che hanno fatto. Tutti coloro che non sono intervenuti sono complici e sono sotto uomini. Ormai l’omicidio è diventato spettacolo, noi non siamo persone, siamo non persone.

In un’intervista in proposito, Don Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco nelle Marche, da sempre impegnata nella tutela dei più deboli, riportava le confessioni di una ristoratrice che parlava di come spesso le persone di colore non potessero essere impiegate come camerieri perché sgradite ai clienti.

Perché siamo razzisti. Discriminare chi non è come te è una forma di paura, di diffidenza.

Eppure spesso si dice che la società civile è più avanti della politica ….

Siamo noi che ci chiamiamo civili, ci chiamiamo società civile, ma perché? Perché abbiamo dei diritti? Questo episodio cancella completamente la retorica della società civile, questa è la scena di un linciaggio a cui hanno partecipato con il cinismo addirittura del godere dello spettacolo.

Lei pensa che questa intolleranza montante nei confronti delle persone di colore derivi da un senso di impoverimento che pervade la società?

Cosa si odia? Si odia il povero. Si sono sempre odiati i poveri se poi hanno un colore della pelle diverso è una scusa maggiore. Noi terra di migranti non vogliamo i migranti evidentemente anche perché la cosa è organizzata malissimo dallo Stato. Basti prendere come esempio la continua criminalizzazione del presidio umanitario Baobab Experience che opera a Roma, associazione di santi laici, che fanno ciò che lo Stato dovrebbe fare. Ma d'altronde frustrati come siamo, noi che non siamo più uomini siamo consumisti. Abbagliati da un mondo che non possiamo avere ci scanniamo fra di noi, siamo diventati dei materialisti fottuti.

Siamo in piena campagna elettorale. E mentre la destra è sotto attacco di chi la accusa di aver soffiato sul fuoco dell’intolleranza, la sinistra arranca sui temi che dovrebbero esserle propri. Come vede il prossimo futuro?

La sinistra non c’è, la sinistra ha tradito, è diventata un’altra cosa. Magari ci fosse una sinistra ispirata, vera, magari ci fosse un partito radicale, un Marco Pannella! Non ci sono persone ispirate, non ci sono persone invasate, è venuta a mancare questa logica che il bene dell’altro è anche il proprio bene, è una logica della sopravvivenza, non è una massima cristiana, noi siamo dei suicidi.

E a destra cosa vede?

In assenza della sinistra la destra cresce, se non sai esprimere un ideale, un progetto, un programma… La destra che parla di sostituzione razziale e di irricevibilità di una legge sullo Ius soli è una destra che mi spaventa, è una destra aggressiva, che sta dalla parte del più forte e con gli ideali di sempre. D’altronde è tutto un grande omicidio.

Chiara Gabrielli da La Nazione l'1 agosto 2022.

«Oddio, questo è matto». Sono state le ultime parole di Alika Ogorchukwu, venditore ambulante, sposato e padre di un bimbo di otto anni, mentre scappava lungo il corso Umberto I, pochi attimi prima di finire ammazzato per mano di Filippo Ferlazzo. Massacrato a mani nude in pieno giorno. «Ho visto che il mendicante veniva inseguito da un altro uomo - racconta una testimone, Sara G. -, che cercava di colpirlo con quello che da lontano sembrava un bastone o una spranga. 

L'aggressore era una furia, gridava e colpiva con forza l'altro ragazzo, tanto che poi hanno ritrovato, vicino al corpo, la stampella curva a causa della forza dei colpi dati. La gente piangeva, è stato terribile». Alika, quel pomeriggio intorno alle 14, è entrato nella libreria del corso, ha chiesto di cambiare gli spicci, come sempre.

«È stato più gentile del solito - ricorda la commessa -, mi ha detto, in italiano, che aveva tanto caldo e che quel giorno gli faceva molto male la gamba. L'ho visto veramente affaticato».

Cinque minuti dopo, Alika era morto. Una follia, come ha detto anche lo stesso Alika pochi istanti prima di essere ucciso. 

Ma, se era instabile mentalmente, perché non era controllato come si deve? «Se c'è un risvolto psichiatrico che si inserisce nelle cause dell'omicidio di Alika, serve riflettere - sottolinea Francesco Mantella, avvocato di Ogorchuckwu -, se Ferlazzo aveva un amministratore di sostegno, pare fosse la madre, perché questi non era vigilato?

Bisognerà avviare una serie di verifiche». Così l'avvocato Francesco Mantella, legale della famiglia di Ogorchukwu: «Le scuse di Ferlazzo non bastano - incalzano i familiari di Alika -, ora serve solo giustizia e non vendetta. È difficile riuscire a comprendere quello che è successo». «Ferlazzo era invalido al cento per cento - tiene a dire Roberta Bizzarri, avvocato dell'omicida, che ha subito diversi Tso e ad aprile era stato visitato in psichiatria a Civitanova -. Questa vicenda è dolorosissima, mi dispiace moltissimo per la moglie e il figlio di Alika, ma è giusto che l'imputato abbia una condanna che tenga conto delle sue condizioni.

La vendetta non aiuta nessuno, una sentenza giusta sì». Per questo l'avvocato Roberta Bizzarri, difensore d'ufficio di Filippo Ferlazzo, oggi chiederà subito una perizia psichiatrica sul 32enne, depositando tutti i documenti che attestano il suo stato di salute al giudice Claudio Bonifazi, nell'udienza di convalida dell'arresto che si terrà in carcere a Montacuto. Il 32enne è accusato di omicidio volontario e rapina. All'uomo, nato in Austria ma residente a Salerno, era stato diagnosticato un disturbo bipolare e borderline.

Ci sarebbe dunque questo all'origine della follia omicida? La fidanzata di Ferlazzo, chiusa in casa nel dolore e sconvolta per quanto accaduto, dice: «Mi dispiace per tutto - le sue parole al Tg1, dietro le persiane chiuse -, è difficile da spiegare, sono in stato di choc in questo momento. Non ero proprio fisicamente presente (al momento dell'omicidio, ndr). Mi sono allontanata, è successo tutti in pochi minuti. Quando Filippo è tornato indietro era sporco di sangue. Pregavo per quell'uomo», ma Alika giaceva ormai senza vita. Una raccolta fondi a favore di Charity Oriachi, la vedova di Alika, è stata lanciata intanto a Civitanova in queste ore. Il sindaco Fabrizio Ciarapica ha assicurato che i familiari della vittima avranno il supporto necessario, dal punto di vista del sostegno economico: «Non ti lasceremo mai sola», ha detto il primo cittadino alla vedova. I servizi sociali di Civitanova si sono coordinati con quelli di San Severino, dove Alika risiedeva con la famiglia. Il sindaco ha deciso che proclamerà il lutto cittadino nel giorno del funerale. 

Estratto dell’articolo di Benedetta Lombo per “Il Messaggero” il 31 luglio 2022.  

Ad aprile scorso il 32enne era andato in ospedale a Civitanova, non si sentiva bene e lo avrebbero sottoposto a visite psichiatriche.

Il ricovero

Da quanto emerso il 32enne non seguiva una terapia farmacologica, era stato in una comunità a doppia diagnosi per un paio di anni, e da qualche mese si era trasferito a Civitanova, sembra per questioni di cuore. «Sono straziata da quanto accaduto e vicino al dolore della famiglia della vittima», ha detto la madre di Ferlazzo all’avvocato Bizzarri. «Le ho chiesto la documentazione sull’invalidità e le patologie - afferma il legale -. Ha chiesto del figlio, cosa poteva fare per incontrarlo». Per martedì, intanto, è stato fissato l’esame autoptico sulla salma del 39enne, a eseguire l’accertamento irripetibile sarà il medico legale Ilaria De Vitis.

Civitanova Marche, il luogo in cui è avvenuto l'omicidio del nigeriano ucciso a bastonate. Civitanova Marche, uccide un ambulante in strada mentre i passanti lo filmano. Rosario Di Raimondo su La Repubblica il 29 Luglio 2022. 

Civitanova Marche, la vittima è un nigeriano di 39 anni. Un operaio italiano arrestato con le accuse di omicidio e rapina. "Una reazione per le avance alla fidanzata", ma gli investigatori non ci credono. Il migrante pestato con la sua stessa stampella.

"Fermati, lo ammazzi così", gridavano i passanti. Ma Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, 32 anni, non si è fermato. Ha picchiato l'ambulante con la sua stessa stampella, che lo aiutava a camminare dopo un incidente. Lo ha colpito più volte in tutto il corpo. E quando la vittima è caduta per le bastonate, gli è salito sopra, tenendogli la testa schiacciata per terra. 

Omicidio di Civitanova Marche, l'urlo della moglie di Alika: “Voglio guardarlo in faccia e chiedergli: perché?”. Luca Monaco su La Repubblica il 30 Luglio 2022.

“Io sono arrivata dal nostro Paese dopo di lui e qui è nato il nostro Emmanuel”.

"Voglio guardare quell'uomo negli occhi e chiedergli perché l'ha fatto. Perché ha ucciso mio marito". Si porta una mano alla fronte Charity Oriachi. Si sente mancare. A 35 anni gli è caduto il mondo addosso. Suo marito, Alika Ogorchukwu, 39 anni, un venditore ambulante nigeriano di accendini e fazzoletti, non c'è più. Adesso come farà, con il poco che riesce a guadagnare come donna di servizio a ore nelle case delle famiglie di San Severino, a garantire un...

Omicidio a Civitanova Marche, quegli spettatori incapaci fermare la violenza. Chiara Valerio su La Repubblica il 30 Luglio 2022. 

È morto un uomo che aveva un figlio, che non aveva neppure quarant'anni, che aveva deciso di vivere e lavorare - come poteva, come gli riusciva - nel nostro Paese. E ciò che ha trovato è stata la mancanza della possibilità di un avere un domani.

Mentre leggo le prime notizie che arrivano da Civitanova Marche, sull'assassinio brutale, in pieno sole, in pieno centro, lungo Corso Umberto I nell'ultimo venerdì di luglio, temo ciò che diremo, penseremo, ascolteremo sulle ragioni per le quali ciò che è accaduto, è accaduto. Alika Ogorchukwu è stato ammazzato con la stampella che gli reggeva i passi in seguito a un incidente d'auto, così ha dichiarato il suo avvocato.

M.n.d.l. E R.d.r. Per "la Repubblica" il 31 luglio 2022.

«Basta, smettetela di dire che nessuno è intervenuto per salvare Alika, smettetela di accusarci di indifferenza, io c'ero mentre quell'energumeno uccideva Alika, ho provato a fermarlo, non ci sono riuscito, però ho chiamato la polizia e l'ho fatto arrestare».

L'uomo che ci si avvicina davanti all'altare di fiori e fotografie che ricordano l'ambulante nigeriano assassinato si chiama Mariano M., lavora all'ufficio dogane di Civitanova, è emigrato qui 15 anni fa da Caserta. È uno dei testimoni oculari della strage.

Quindi lei ha visto tutto?

«Ero alla fermata dell'autobus, con le spalle al corso, non mi ero accorto di nulla, finché non ho sentito le urla disumane di Alika. Mi sono girato e ho visto Ferlazzo che lo massacrava a colpi di stampella». 

E cosa ha fatto?

«Era impossibile dividerli, quel tipo era feroce. Gli gridavo: basta, lo ammazzi, mi sono avvicinato e con un calcio ho allontanato la stampella con cui stava colpendo Alika. Inutile, perché Ferlazzo lo stava finendo a mani nude. Per poi alzarsi e andare via». 

Quando ha chiamato la polizia?

«Subito dopo aver allontanato con un calcio la stampella. Quando ho visto Ferlazzo andare via, dopo aver ucciso il povero ambulante, ho temuto che non sarebbero arrivati in tempo per arrestarlo. Così, appena ho visto avvicinarsi la macchina, mi sono buttato in mezzo alla strada per fermarli».

Ferlazzo, però, era riuscito ad allontanarsi.

«Si sentiva così impunito che non si era nemmeno messo a correre.Ho indicato l'assassino agli agenti e l'hanno arrestato. Bravissimi. Sapete quanto è durato questo incubo? Diciassette minuti». 

Come ha fatto a calcolarli?

«Perché ero alla fermata dell'autobus alle 14 e 2 minuti, e in quel momento alle mie spalle Ferlazzo aggrediva Alika. Ho chiamato la polizia pochissimi minuti dopo, e alle 14,20 sono riuscito a salire sul mio bus». 

Chi c'era con lei al momento dell'assassinio di Alika?

«Eravamo in quattro, così ho ricostruito anche dal video: una signora anziana, una ragazza, un uomo anch'egli d'età con il cane e io. Come avremmo potuto fermare quell'uomo? Per questo rifiuto le accuse di razzismo e di indifferenza». 

La polizia ha verbalizzato il suo racconto?

«Certo, sono venuti nel mio ufficio in dogana». 

Come si sente?

«Sconvolto. Devo confessare anche un po' di paura: l'ho fatto arrestare, ma uscirà presto per infermità mentale. Vorrà vendicarsi?».

Omicidio Civitanova Marche, con Emmanuel nella sua stanza: “Papà non torna più per giocare?” Maria Novella De Luca su La Repubblica il 31 luglio 2022 

Emmanuel palleggia in giro per la casa. Bum, pallone contro la porta. Risata. Strillo di Charity: "Emmanuel, rompi tutto". Un attimo di vita normale che s'incunea nel lutto, nel corpo inquieto di Emmanuel, ha saputo che suo padre non c'è più, Alika non tornerà, "era malato, è morto all'ospedale", è stata la bugia triste di Charity. Per questo Emmanuel tira calci, contro quel dolore che gli ha bucato il cuore, a otto anni è così, mancano le parole si lanciano pallonate. Bum, contro la porta. "Cosa vuoi fare da grande?" "Il calciatore e giocare nella Juve, sono bravissimo". "Cosa ti piace della scuola?", "Ginnastica e italiano". Parla un italiano perfetto Emmanuel, figlio di Alika e Charity, è alto e sottile, simbolo di una integrazione possibile, mentre mostra orgoglioso i nuovi scarpini bianchi regalo dell'avvocato Francesco Mantella, i suoi libri di scuola, il suo computer, le sue costruzioni.

Charity, ruvida, se lo stringe addosso: "Non posso dirgli che suo padre è morto peggio di un cane, ammazzato con le mani da un italiano che adesso farà finta di essere pazzo. Se un africano uccide uno di voi finisce subito dentro, se un italiano uccide uno di noi direte che è malato. Razzismo, tanto razzismo. Senza Alika non abbiamo più niente, quando tornava dal lavoro giocava sempre con Emmanuel, per lui volevamo un futuro migliore del nostro, lui è quello che mi resta, good boy, ora per Emmanuel l'Italia deve aiutarmi". Charity parla e piange, seduta per terra, il via vai della comunità nigeriana è incessante in questa casa pulita ed essenziale nella campagna intorno a San Severino.

Bisogna infatti venire qui, mentre Emmanuel ci porta, orgoglioso, nella sua stanza, mostra i peluche, il computer con Fortnite, per sentire e vedere che cosa la furia bestiale di Filippo Ferlazzo ha cancellato assassinando Alika Ogorchukwu, tre giorni fa a mani nude, nel centro di Civitanova. Ha ucciso il sogno di due immigrati più poveri dei poveri: dare a Emmanuel un po' di benessere e un domani. Euro su euro, con Alika che cercava di vendere fazzoletti e accendini e Charity che si spezza la schiena facendo (saltuariamente) le pulizie alla stazione di San Severino.

Charity mescola inglese e italiano, è disfatta, si arrabbia, grida, però chiede alla nipote di 10 anni che vive con lei, di inserire un Dvd nella tv: "Ecco il video del nostro matrimonio, eravamo già in Italia, belli vero, ci siamo conosciuti a Prato, io vengo da Benin City, anche Alika, laggiù non si poteva vivere, è l'inferno, a scuola ero brava ma siamo dovuti andare via, non c'erano soldi, cibo, vestiti, per noi l'Italia era la speranza". Scorrono le immagini di Charity vestita da sposa, i fiori nei capelli e Alika in giacca e cravatta, sembra un'altra vita. "Vorrei che Emmanuel potesse allenarsi, è la sua passione, ma i campetti sono lontani, non ho la macchina, magari qualcuno mi aiuterà a fare felice il mio bambino".

Il fratello di Charity, che vive a latina e lavora nei campi racconta che quando ha saputo della morte di Alika, "Emmanuel si è messo sotto una coperta tremando, come avesse la febbre". "Mi ha chiesto: Papà non torna più per giocare a calcio con me?". Niente lacrime, quelle verranno, per questo Emmanuel continua a palleggiare e sfogarsi facendo goal tra le porte di casa. "Il mio mito è Ronaldo anche se è andato via dalla Juve, puoi chiedergli una maglietta con l'autografo?". Le maestre: "Mi piacciono, sono gentili, però preferisco la cucina nigeriana a quella italiana".

Emmanuel guarda il video del matrimonio: "Mamma eri magra, papà era bello". Avrà bisogno ancora e ancora di guardare i momenti felici dei suoi genitori. L'avvocato Francesco Montella è seduto nella piccola cucina dove chiunque arriva porta cibo, bibite, conforto. "Per Alika, Emmanuel rappresentava un futuro migliore. Ha avuto un trauma, temo il giorno in cui scoprirà su Internet cosa è successo a suo padre. I servizi sociali di San Severino dovrebbero attivare subito un supporto psicologico sia per Emmanuel che per la sua cuginetta, che invece ha già saputo tutto".

Charity si prende la testa tra le mani. "Troppo dolore, troppo dolore. Adesso dov'è l'assassino? Mio marito lo aspettavo qui, come ogni sera, una doccia, la cena, Emmanuel, il pallone, un po' felici eravamo anche noi. Chiedo a Dio di aiutarmi, mio figlio avrà un futuro felice, nel mio cuore l'ho promesso davanti al corpo di Alika". 

Rosario Di Raimondo e Dario Del Porto per “la Repubblica” l'1 agosto 2022.

C'è un ricovero in Tso nel recente passato di Filippo Ferlazzo, in carcere per l'omicidio di Alika Ogorchukwu. Appena un anno fa il trentaduenne ha subito un trattamento sanitario obbligatorio con la diagnosi di tossicodipendente aggressivo con disturbo di personalità, una sindrome bipolare, comportamenti psicotici. 

Lo spiegano fonti sanitarie di Salerno, la città dove l'uomo viveva con la madre Ursula, sua amministratrice di sostegno. Che ora si dispera: «Non avrei mai pensato che potesse arrivare a tanto. Non ho parole, mi dispiace molto per quella famiglia e sono preoccupata per mio figlio».

Un aspetto, quello della salute mentale di Ferlazzo, che apre molti interrogativi mentre oggi è atteso l'interrogatorio di convalida dell'arresto davanti al giudice. «Perché non era vigilato? Bisognerà avviare una serie di verifiche», dice l'avvocato Francesco Mantella, legale della famiglia di Alika. «Le scuse di Ferlazzo non bastano, ora serve solo giustizia e non vendetta».

Roberta Bizzarri, legale dell'uomo in carcere, ha annunciato la richiesta di una perizia psichiatrica. Il suo assistito ha un'invalidità civile riconosciuta al 100% oltre a essere «bipolare e borderline». Dopo quel Tso poteva essere libero di muoversi? O doveva essere seguito, per esempio da una struttura specializzata? Di certo c'è che da poco aveva cominciato a lavorare come operaio. Non si può escludere che i magistrati decidano di ascoltare la madre e fare verifiche, anche aprendo un fascicolo, sul suo ruolo nei confronti del figlio di cui era "tutor". 

E che viveva a più di 400 chilometri da Salerno, a nord di Civitanova, quartiere Fontespina. Qui, in una palazzina rosa non lontana dal mare, abita ancora Elena, 45 anni, la fidanzata di Ferlazzo. Piange da dietro le persiane marroni: «Mi dispiace per tutto, è difficile da spiegare, sono sotto choc.

Non ero lì quando è successo, non avevo capito fosse morto », dice con un filo di voce ai microfoni del Tg1 . Venerdì pomeriggio, attorno alle 14, lei e il suo compagno erano insieme lungo corso Umberto I. Hanno incrociato Alika, che a dire di entrambi ha chiesto l'elemosina con molta insistenza. Ferlazzo lo ha seguito, picchiato con la sua stessa stampella e finito a mani nude in 4 minuti. 

L'autopsia, domani, chiarirà le cause della morte. «Ma cosa hai fatto?», ha urlato poi Elena a Filippo, mentre lui si allontanava. 

La libraia di corso Umberto, che preferisce restare anonima, ha visto Alika pochi minuti prima che morisse. È una delle ultime persone che gli ha parlato: «Era venuto per cambiare dei soldi. Aveva caldo e sentiva dolore alla gamba. Più o meno erano le 14. L'ho visto uscire e andare a destra». Alle 14.11 la prima telefonata alla polizia per una violenta lite.

«Ma non è vero che nessuno ha fatto niente», scrive su Facebook una testimone, Sara, in un post diventato virale. Ha visto quell'uomo colpire «ferocemente» l'ambulante. «Ho chiamato il 113, un'altra ragazza il 118, un giovane dottore in vacanza ha provato a rianimarlo». La stessa sera, sempre in corso Umberto, un'altra violenta lite: due italiani a massacrarsi di botte, con uno che schiacciava a terra l'altro. Gli altri a guardare e filmare 

L'ossessione di Ferlazzo per la difesa personale: "Chi ti passa vicino può sempre farti del male, dobbiamo essere pronti a tutto..." Dario del Porto su La Repubblica il 2 Agosto 2022.  

Il racconto a "Repubblica" di un volontario del centro di ascolto. L'assassino di Civitanova Marche è sotto processo per violenza sessuale per le accuse di una 19enne. Fu archiviato invece il fascicolo per maltrattamenti in famiglia aperto dopo la denuncia della madre nel giugno 2021

Un uomo affetto da problemi psichici che faceva uso di droghe e aveva l’ossessione per la difesa personale. Già sottoposto a tso, aveva costretto la madre a denunciarlo per maltrattamenti ed è tuttora sotto processo per un presunto episodio di violenza sessuale. L’ultima, scioccante, immagine di Filippo Ferlazzo è quella che lo ritrae mentre uccide a mani nude, a Civitanova Marche, l’incolpevole nigeriano di 39 anni Alika Ogorchukwu.

"A un certo punto della mia vita ho dovuto scegliere se, trovandomi davanti a un bivio, volevo percorrere una strada più lunga, che però portava all'inferno, o se invece volevo percorrere una strada più breve che mi avrebbe portata qui a Basilea". A parlare è Elena, malata terminale a cui circa un anno fa è stato diagnosticato un male incurabile, e che oggi ha scelto di morire in Svizzera. "Non ho nessun supporto vitale per vivere - spiega - solo una cura a base di cortisone". 

Per questo, come spiega nel suo ultimo videomessaggio, ha deciso di rivolgersi all'associazione Luca Coscioni: "Ho deciso di mettere in pratica una convinzione che avevo già in tempi non sospetti - assicura - Mi sono rivolta a Marco Cappato perché non volevo che i miei cari potessero essere accusati di avermi istigata a prendere una decisione che è solo mia". 

È stato un viaggio lungo oltre otto ore, dal Veneto alla Svizzera, un viaggio reso necessario dal fatto che Elena non avrebbe potuto ottenere questa possibilità in Italia perché la sentenza della Corte costituzionale esclude che possano essere aiutate a morire persone che non siano tenute in vita da trattamenti di sostegno vitale."Avrei sicuramente preferito finire la mia vita nel mio letto, nella mia casa, tenendo la mano di mia figlia e la mano di mio marito. Purtroppo questo non è stato possibile e, quindi, ho dovuto venire qui da sola"

Dario Del Porto per repubblica.it il 4 agosto 2022.

Treno regionale Napoli-Salerno, la fine di novembre 2018. Una studentessa di 19 anni sale sul convoglio diretta a Portici. Lo scompartimento è vuoto. Poco dopo, sopraggiunge un giovane. «Posso sedermi qua vicino?», le chiede. 

Domanda insolita, perché in quel momento tutti gli altri posti sono liberi. Pur stupita, la ragazza annuisce con un cenno del capo. L’uomo dice di essere un pittore e che gli piacerebbe dipingere anche lei come modella. Mentre parlano, lei scorre il profilo Facebook del suo interlocutore. Si chiama Filippo Ferlazzo. È lo stesso che quasi quattro anni più tardi, venerdì scorso, a Civitanova Marche, ucciderà a mani nude l’incolpevole ambulante nigeriano 39enne Alika Ogorchuckwu. 

Quando incontra la studentessa sul treno, Ferlazzo ha già alle spalle un complicato percorso di problemi psichici e consumo di stupefacenti. E nel bel mezzo del colloquio, tenta di abusare della diciannovenne. La spinge contro il finestrino tenendola per la spalla. Lei resiste e cerca di allontanarsi. Per un attimo teme di non riuscirci.

Però accade l’imprevisto. Sul treno c’è un altro passeggero. È un uomo che si accorge della situazione e interviene. Si avvicina alla ragazza. «Tutto ok?», domanda. Poi la prende per mano e l’accompagna in un altro scompartimento. La tranquillizza. «Adesso non si preoccupi, non le può succedere più nulla», assicura. Arrivati alla stazione, la “scorta” fino all’uscita. 

Anche se quanto accaduto in quel momento non è paragonabile alla tragica aggressione costata la vita ad Alika, su quel treno viaggiava una persona che non si è mostrata indifferente e non si è nascosta dietro la tastiera del cellulare. È intervenuta, ha aiutato la vittima e poi è andata via.

Tornata a casa, la diciannovenne ha sporto denuncia ai carabinieri di Portici e la storia, così come ve l’abbiamo raccontata, è agli atti del processo che ha portato, un anno fa, al rinvio a giudizio di Ferlazzo con l’accusa di violenza sessuale disposto dalla giudice Chiara Bardi. L’indagine è stata coordinata dal pm Luigi Santulli, del pool Fasce deboli coordinato dal procuratore aggiunto Raffaello Falcone. 

La vittima, assistita dall’avvocata Gilda Facciolla, ha ricostruito i fatti nel corso dell’incidente probatorio tenuto in contraddittorio con la difesa dell’indagato, in quel momento non ancora finito al centro del drammatico episodio di cronaca di Civitanova Marche. 

A giugno 2021, Ferlazzo sarà poi denunciato per maltrattamenti in famiglia dalla madre, fascicolo poi archiviato dal giudice di Salerno, su richiesta della Procura, che valuterà i comportamenti come conseguenza dei problemi psichici dell’uomo e del consumo di droghe, e privi dei requisiti di «abitualità» richiesti dalla legge. 

Il processo per la violenza sessuale è fissato per il 26 ottobre prossimo, davanti alla sesta sezione penale del tribunale di Napoli presieduta dal giudice Antonio Palumbo. «Ho voluto sporgere denuncia - dice la vittima attraverso l’avvocata Facciolla - per riaffermare il diritto di tutte le donne a viaggiare liberamente senza rischiare di subire violenza da parte di sconosciuti». 

Quando ha visto in televisione il delitto di Civitanova Marche, racconta l’avvocata Facciolla, la ragazza (che oggi ha 23 anni) è rimasta scioccata dall’episodio che ha risvegliato la ferita di quanto subito il 30 novembre 2018. E l’uomo che è intervenuto per aiutarla? La studentessa non l’ha più visto e non sa come si chiama.

«Per me è un eroe - è il pensiero affidato alla sua legale - si è comportato come dovrebbe fare chiunque. Spero che, leggendo queste parole, possa trovare il modo di contattarmi». Rosario Di Raimondo per “la Repubblica” il 2 agosto 2022.

«Sto soffrendo, sono mortificata. Anch' io penso che giustizia deve essere fatta. Filippo ha sbagliato e per questo dovrà pagare». Elena D. chiede scusa. Il suo compagno, Filippo Ferlazzo, è stato arrestato per aver ucciso l'ambulante Alika Ogorchukwu, colpevole di aver insistito nel chiedere soltanto l'elemosina. E ieri il giudice ha confermato il carcere. 

Perché, come ha scritto in sei pagine di ordinanza, ha «un'indole incline alla violenza», una «pericolosità sociale» che potrebbe portarlo a commettere reati simili, visto «l'impulso immotivato» che, venerdì scorso, lo ha portato a uccidere Alika.

Elena e Filippo convivevano in una palazzina a nord di Civitanova. Le persiane marroni al piano terra restano chiuse. La donna, 48 anni, parla attraverso l'avvocata Carlotta Cerquetti. «Voglio isolarmi da una pressione mediatica così forte. Ma sono vicina alla famiglia della vittima. Chiedo scusa anch' io per quello che è successo. 

Prendo le distanze da quello che Filippo ha fatto, non me lo spiego. Mai avrei pensato che potesse arrivare a tanto, non avevo percepito il pericolo, pur conoscendo i suoi problemi psichiatrici».

Problemi che lo stesso gip ritiene «da approfondire» in relazione al disturbo bipolare di cui sarebbe affetto Ferlazzo. «È stato uno shock - continua la donna - ha sbagliato e dovrà pagare. Per me Filippo non è quello che tutti hanno visto nel video. Sono legata a lui, resta il mio compagno, ma non posso non prendere atto di quello che è successo. Non lo vedo da quel giorno». 

Ferlazzo è in carcere ad Ancona. Ieri davanti al gip Claudio Bonifazi ha ammesso: «L'ho colpito più volte. Ma non l'ho strangolato. Quando sono andato via era vivo, non pensavo di averlo ucciso. E il colore della sua pelle non c'entra». Ha chiesto «scusa », ha raccontato che tutto sarebbe cominciato quando Ogorchukwu «ha strattonato la mia ragazza. Lei si è divincolata ed è entrata nel negozio, lui se n'è andato velocemente.

Io l'ho seguito. Ed è successo tutto». 

Lì, in corso Umberto I, è successo che una moglie è rimasta vedova e un bimbo orfano. Nelle carte si parla dei testimoni, da chi è intervenuto alla ragazza moldava che ha fatto il video dell'aggressione. «Ferlazzo ha chiarito che non c'era nessuna volontà razziale - ribadisce la sua avvocata, Roberta Bizzarri - Purtroppo, a prescindere dal colore, il gesto, bruttissimo, è stato quello». 

«Ti starò sempre vicino, presto verrò a trovarti», è il messaggio che da Salerno ha fatto arrivare a Filippo la madre Ursula Loprete, architetta, conosciuta per l'impegno in politica e per un b&b di lusso, amministratrice di sostegno del figlio, il quale per la sua invalidità riceverebbe una pensione di 600 euro al mese. Il pm Claudio Rastrellli valuterà la sua posizione, visto che mamma e figlio vivevano a 400 km di distanza.

Ferlazzo, che l'anno scorso aveva subito un Tso e aveva anche problemi di droga, a fine aprile era stato visitato in ospedale a Civitanova. Sarebbe dovuto partire un percorso con il centro di salute mentale: così non è stato. Su Facebook si chiamava "Filippo Artista Figò". Amava dipingere: «La tela per me è come un baratro dove rinchiudo i miei demoni». 

Oggi ci sarà l'autopsia di Akila. La sua salma sarà portata in Nigeria. «Oddio, questo è matto», le sue ultime parole, sentite da una testimone, mentre scappava. Continua la processione davanti al luogo dov' è stato ucciso. Amar, senegalese, indossa una maglietta con scritto: «Chi ha assistito senza intervenire è complice». 

Da repubblica.it il 2 agosto 2022.

Le cause della morte di Akila Ogorchukwu sarebbero compatibili con lo schiacciamento del corpo, da cui sarebbe probabilmente scaturito anche un soffocamento. E' quanto trapela dai primi dati dell'autopsia, effettuata oggi, sul corpo dell'ambulante nigeriano, ucciso venerdì scorso a Civitanova Marche da Filippo Ferlazzo. Non è ancora chiaro se lo schiacciamento abbia causato traumi di organi vitali decisivi per il decesso.

Estratto dell’articolo di Grazia Longo per “la Stampa” il 2 agosto 2022.  

Poche parole con un filo di voce spezzato dalla commozione: «Sono distrutta, come donna e come madre. Penso e ripenso che ora c'è un bambino rimasto senza padre a soli 8 anni e a una moglie rimasta senza marito. Ma mi sconvolge anche l'idea che mio figlio Filippo rischia l'ergastolo. Lui non è razzista, è malato, è bipolare e io ho tutti i documenti medici che lo possono provare». 

Ursula Loprete, 50 anni, architetto specializzata come interior designer, è la madre di Filippo Claudio Ferlazzo, 32 anni, salernitano, in carcere da venerdì scorso per aver ucciso a botte il mendicante e ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu, che aveva chiesto l'elemosina alla sua fidanzata Elena, in mezzo ai passanti che riprendevano la scena con il telefonino a Civitanova Marche.

Ursula, raggiunta al cellulare nella sua casa di Salerno, aggiunge che «dopo il Tso che gli avevo imposto un anno fa pensavo non potesse essere più violento». Poi crolla per la tensione e passa l'apparecchio al suo compagno. «È veramente affranta - dice lui -, dovete provare a mettervi nei suoi panni per capire cosa si prova. Sapeva che Filippo stava male ma mai avrebbe immaginato un epilogo del genere. Ora è in atto un'enorme campagna mediatica e si stanno facendo molte speculazioni, ma noi saremo in grado di provare i disturbi psichici di cui soffre da anni a Filippo e tutto l'impegno di sua madre, con ricoveri anche in comunità, per cercare di curarli».

Ursula Loprete era stata nominata "amministratore di sostegno" del figlio e ora la Procura di Civitanova Marche avvierà tutte le verifiche, a partire dal suo interrogatorio, per accertare la sua posizione e sul perché si trovasse a così tanta distanza dal giovane. È stata già assegnata una sub delega alla polizia di Salerno che a breve sentirà la donna, ma intanto si precisa che il suo ruolo di amministratore di sostegno non comportava un controllo quotidiano e vicino. […]

(ANSA il 3 agosto 2022) - E' stato causato da una "asfissia violenta con concomitante choc emorragico interno" il decesso del venditore ambulante nigeriano 39enne Alika Ogorchuckwu ucciso a Civitanova Marche a seguito di una violenza aggressione, dopo che aveva chiesto l'elemosina, dal 32enne operaio salernitano Filippo Ferlazzo poi arrestato per omicidio volontario aggravato da futili motivi e rapina. Lo fa sapere "in via preliminare" il procuratore di Macerata facente funzione Claudio Rastrelli "in attesa del deposito della consulenza tecnica autoptica, al fine di una corretta informazione, tenuto conto della particolare gravità e rilevanza del caso".

Autopsia Alika Ogorchuckwu: morto per “asfissia violenta con concomitante choc emorragico interno”. Giampiero Casoni il 03/08/2022 su Notizie.it.

Dopo tre ore di autopsia ecco il terribile esito dell'esame sul corpo di Alika Ogorchuckwu: morto per “asfissia violenta con concomitante choc emorragico" 

L’autopsia sul corpo di Alika Ogorchuckwu è abbastanza chiara, chiara e tremenda: il 39enne nigeriano è morto per “asfissia violenta con concomitante choc emorragico interno” dovuta all’aggressione di Filippo Ferlazzo a seguito pare di una richiesta di elemosina alla sua ragazza.

Il procuratore facente funzioni di Macerata Claudio Rastrelli illustra l’esito dell’esame che verrà ufficializzato nei tempi previsti.

Il requirente lo ha precisato perché tecnicamente sarebbe un atto irrituale: “In attesa del deposito della consulenza tecnica autoptica, al fine di una corretta informazione, tenuto conto della particolare gravità e rilevanza del caso”. I primi risultati dell’autopsia su Alika, aggredito a colpi di stampella e non solo dal 32enne salernitano Ferlazzo, erano trapelate già nelle ore scorse per sommi capi.

Il dato tecnico è quello per cui nei prossimi giorni il medico-legale Ilaria De Vitis depositerà agli atti del fascicolo la sua relazione.

Il dato cruciale dell’orario esatto della morte

E in quel referto ci saranno anche gli esiti degli ulteriori accertamenti sull’orario della morte di Alika. Perché sono così importanti? Perché Ferlazzo avrebbe detto agli inquirenti che dopo aver picchiato Alika lo aveva lasciato vivo a terra.

Il 32enne era stato fermato alle 14.11, mentre i soccorritori avrebbero dichiarato morto il trentanovenne alle ore 15. L’esame tanatologico ha avuto un precedente straziante: il riconoscimento della salma fatto dalla moglie, Charity Oriachi. L’avvocato Francesco Mantella, che ha in carico le sorti legali della famiglia dell’ambulante ucciso a Civitanova, ha parlato di “profonda disperazione”.

Da fanpage.it il 3 agosto 2022.

"Il corso era deserto, non c'è stata indifferenza, anzi, abbiamo fatto tutto ciò che potevamo". Continua a ripeterlo a chiunque Mariano Mosconi, testimone oculare dell'omicidio dell’ambulante Alika Ogorchukwu da parte del 32enne Filippo Ferlazzo. 

Mariano Mosconi, impiegato all’agenzia delle dogane e dei monopoli di Civitanova, lo scorso venerdì pomeriggio si è ritrovato suo malgrado sul luogo della tragedia. Un caso: Mosconi di solito va in auto al lavoro ma quel giorno l'aveva portata a riparare. Ha visto Filippo Ferlazzo prendere a bastonate Alika e inizialmente ha provato a intervenire, togliendogli la stampella. 

Poi però Ferlazzo rincorre Alika, iniziando a riempirlo di botte. E camminando di nuovo lungo il corso, Mosconi ogni giorno ha davanti agli occhi quel terribile momento. "Non pensavo che si potesse uccidere una persona così, a mani nude.. ora lo so", racconta. 

"Quel pomeriggio – spiega Mosconi – eravamo solo in quattro. Oltre a me una donna, una ragazza e un anziano. I negozi erano chiusi, il corso deserto. Cosa avremmo potuto fare? Io gli ho detto di smetterla, la voce che nel video dice ‘Fermo, così lo ammazzi' è la mia. Poi ho chiamato il 112. Facile parlare da dietro un computer, in certe situazioni ti devi trovare". 

E lui che si è ritrovato in mezzo ha collaborato insieme ad altri all'arresto di Ferlazzo, seguendolo a distanza subito dopo l'aggressione e indicando alla polizia dove si trovava. "Gli agenti mi hanno detto che ho fatto quello che dovevo fare, continua, certo ci ho riflettuto molto, la notte non ci ho dormito ma non avrei potuto fare diversamente".

Il dibattito si è diviso anche sulla ragazza che ha ripreso la scena con il telefonino. Ma anche su questo Mariano Mosconi non ha dubbi: "Io non ci sarei mai riuscito, ma alla fine ha fatto una cosa buona, perché serve agli inquirenti per risalire a tutto quello che è successo".

Grazia Longo per “La Stampa” il 3 agosto 2022.

Il salottino, arredato in modo essenziale ma dignitoso, si affaccia su un balcone di fronte alle colline in cui è immersa San Severino Marche, a circa 45 chilometri da Civitanova, dove venerdì scorso è stato picchiato a morte il mendicante e ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu, 39 anni. Sua moglie e connazionale Charity, 36 anni, rimane quasi sempre seduta sul divano, sopraffatta da un dolore che le chiude la gola fino a impedirle addirittura di bere un bicchiere d'acqua. 

Parla a tratti, circondata da amici e parenti, un po' in italiano e un po' in inglese, tra le lacrime, mentre il figlio Emmanuel, 8 anni, gioca nel corridoio con un bambino nigeriano che indossa la maglietta della Juventus. «Mio figlio è rimasto senza padre, io senza marito e ora chiedo giustizia», racconta la donna. «Ho bisogno di una giustizia vera: l'assassino dice di essere pazzo ma io non ci credo. I pazzi non vanno in giro liberi a fare shopping. Quell'uomo deve stare in carcere tutta la vita, se no può fare del male a qualcun altro».

Filippo Claudio Ferlazzo è stato ricoverato in comunità sia per i disagi psichici sia per la sua tossicodipendenza. Secondo lei non doveva circolare liberamente?

«Se davvero aveva tutti questi problemi, perché nessuno lo ha fermato prima che diventasse tanto violento? Questa storia è terribile da tanti punti di vista, compreso il fatto che in tanti hanno ripreso la scena con il telefonino invece di intervenire. Penso che se per terra ci fossero stati due bianchi, la gente sarebbe intervenuta. Ma invece mio marito era nero e quindi nessuno lo ha aiutato. E pensare che abbiamo fatto molti sacrifici per creare una famiglia». 

Quando vi siete sposati?

«Il 29 giugno scorso abbiamo festeggiato tre anni di matrimonio. Ci siamo sposati in Comune qui a San Severino. Io avevo messo il vestito bianco, lui un abito elegante come si usa in Italia. Poi abbiamo festeggiato con gli amici vestiti con i nostri costumi tipici della Nigeria». 

Quando siete arrivati in Italia?

«Tanti anni fa. Prima sono arrivata io su un barcone, poi lui». 

E dove e quando vi siete conosciuti?

«A Prato, 10 anni fa. Io in quel tempo lavoravo come badante a Ferrara e quindi facevo avanti e indietro con Prato con il treno. Poi siamo andati a stare insieme a Padova, dove è nato nostro figlio. Quando Emmanuel aveva 6 mesi siamo venuti qui a San Severino Marche. La nostra era una vita semplice ma eravamo felici. Venerdì è finito tutto, in un attimo la mia vita è cambiata per sempre. 

Alika è stato ammazzato in modo crudele e dire che era tanto buono, tanto gentile. La mattina io uscivo prima di lui per andare a fare le pulizie alla stazione ferroviaria. Poi lui arrivava per prendere il treno delle 8,30 per andare a lavorare a Civitanova Marche e mi portava un panino. "Mangia che devi stare in forze", mi diceva e poi partiva. La sera quando rientrava portava sempre qualcosa: biscotti, dolci, gelati. E adesso invece non vedrò più il suo sorriso». 

Ha deciso dove far celebrare il funerale?

«Domani (oggi per chi legge, ndr) arriva dalla Nigeria il fratello di mio marito e vedremo se fare il funerale a San Severino o in Nigeria. L'avvocato Francesco Mantella, che aveva seguito Alika dopo che era stato investito da un'auto, ci sta aiutando a capire come organizzarci e anche tanta altra gente italiana ci è vicina. Ma io sto troppo male al pensiero di come ha sofferto mio marito mentre veniva ammazzato di botte». 

E in effetti l'autopsia, ieri mattina, ha stabilito che le cause della morte sono compatibili con lo schiacciamento del corpo, da cui probabilmente è scaturito anche un soffocamento. Una fine atroce.

"Inseguito e poi finito a mani nude". Così è morto il nigeriano. Fondamentali le testimonianze dei passanti e i filmati. Gli inquirenti: "Nessun odio razziale, ma futili motivi". Rosa Scognamiglio il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

Alika Ogorchukwu, l'ambulante nigeriano di 39 anni, aggredito e ucciso ieri pomeriggio in pieno centro a Civitanova Marche, è stato inseguito e poi "finito a mani nude, fino alla morte". Lo ha detto il dirigente della Squadra Mobile di macerata Matteo Luconi durante una conferenza stampa in corso presso il Commissariato di Polizia locale. Fondamentali per la ricostruzione del drammatico accaduto sono state le testimonianze dei passanti che hanno ripreso la scena dell'aggressione con lo smartphone e i filmati estrapolati dalle telecamere di sorveglianza cittadina.

Il movente dell'aggressione

Non ci sarebbero motivi legati all'odio razziale nell'omicidio di Alika Ogorchukwuch, ucciso dal 32enne italiano Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo. "Le indagini sono in corso, ma la situazione è abbastanza chiara - hanno detto il dirigente della Squadra Mobile di Macerata Matteo Luconi e quello del commissariato di Ps di Civitanova Marche Fabio Mazza, durante una conferenza stampa - tutto sembra essere nato da una lite per futili motivi, con una reazione abnorme da parte dell'aggressore nei confronti della vittima che gli stava chiedendo l'elemosina". È stata smentita, dunque, l'ipotesi delle presunte avances rivolte dalla vittima alla moglie dell'aggressore.

La ricostruzione dei fatti

Le testimonianze e i filmati estratti dalle telecamere di sorveglianza sono serviti per chiarire la dinamica della brutale aggressione. L'ambulante nigeriano sarebbe stato inseguito dal 32enne campano e poi "colpito fino alla morte". Nello specifico, Ferlazzo (l'aggressore ndr) ha rincorso l'uomo, gli ha strappato la stampella dalle mani e, dopo averla impugnata come un'arma, lo ha colpito. Quando il 39enne era a terra, l'aggressore lo ha schiacciato col proprio corpo e "lo ha finito a mani nude", hanno spiegato gli agenti della squadra mobile.

La perizia psichiatrica

Giuseppe Ferlazzo è stato fermato subito dopo il violento pestaggio dai poliziotti della Squadra Volante di Civitanova Marche. L'operaio 32enne, originario della Campania, è in stato di fermo con l'accusa di omicidio e rapina. Stando a quanto riferiscono fonti legali all'Ansa, i difensori di Ferlazzo avrebbero intenzione di chiedere una perizia psichiatrica per l'assistito per accertare eventuali problemi psichiatrici, forse già emersi in passato. Ferlazzo sarà interrogato dal gip lunedì mattina.

"Chiedo scusa alla famiglia". Parla l'assassino del nigeriano ucciso. Ferlazzo, l’uomo fermato dalle forze dell’ordine per l’omicidio di Alika Ogorchukwu, il 39enne ambulante nigeriano ucciso in centro a Civitanova, ha chiesto scusa alla famiglia della vittima. Valentina Dardari il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, l’uomo fermato dalle forze dell’ordine per l’omicidio di Alika Ogorchukwu, il 39enne ambulante nigeriano ucciso in centro a Civitanova, ha chiesto perdono alla famiglia della vittima. "Chiedo scusa alla famiglia della vittima”, queste le parole che Ferlazzo ha affidato ai suoi legali nel corso di un colloquio. Secondo la ricostruzione fornita dall'uomo, tra lui e il cittadino nigeriano sarebbe nata una lite in quanto "l'ambulante chiedeva insistentemente l'elemosina e ha anche tenuto per un braccio la mia fidanzata". Ferlazzo lavorava da poche settimane in una fonderia di Civitanova Alta.

La violenta aggressione

Fin dall’inizio l’uomo non aveva negato nulla, e ha sempre ammesso di aver aggredito Alika. Durante l’interrogatorio aveva però affermato di aver reagito agli apprezzamenti che l'ambulante nigeriano aveva fatto alla sua donna e di averlo preso a bastonate, senza però pensare di ucciderlo. Nei vari filmati in mano agli investigatori si vede chiaramente il presunto omicida cavalcare l’ambulante già a terra e spingere violentemente la sua testa contro l’asfalto. Ferlazzo, che si trova in stato di fermo, è accusato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi.

L'urlo della moglie del nigeriano ucciso: “Voglio guardarlo in faccia

Intanto non si dà pace la vedova 35enne, Charity Oriakhy, che ancora non capisce perché suo marito sia stato ucciso, dopo che lo aveva visto uscire di casa per prendere il treno e andare a lavorare nella cittadina che dista circa una cinquantina di chilometri dalla loro abitazione. La donna deve adesso spiegare al loro bambino che il padre è morto e dovrà poi crescerlo da sola, senza il marito.

I testimoni chiave

Sono due turiste in vacanza a Civitanova Marche le testimoni determinanti nella ricostruzione della dinamica dell'omicidio dell'ambulante nigeriano. Le due donne avrebbero assistito al primo incontro tra Alika e Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, avvenuto nei pressi della stazione, in un punto non coperto dai sistemi di videosorveglianza. Alika avrebbe chiesto all'uomo, che si trovava in compagnia della fidanzata, alcuni soldi. In quel momento non ci sarebbero stati né contatti fisici né apprezzamenti nei confronti della donna. Alika si è quindi allontanato, ma a quel punto Ferlazzo lo avrebbe inseguito e aggredito, colpendolo prima con la stampella dell’ambulante, che è caduto a terra, e poi colpendolo ancora a mani nude per almeno 3-4 minuti fino a ucciderlo.

La polizia è arrivata subito dopo e una delle due turiste ha indicato agli agenti la direzione in cui era andato l’aggressore. Anche la fidanzata del 32enne è stata sentita come testimone di quanto avvenuto, ma solo per quanto riguarda la parte relativa all'incontro con l'ambulante. Non avrebbe invece assistito all'aggressione. Adesso Ferlazzo chiede perdono ai familiari dell’uomo che ha aggredito in modo letale.

"Chiedeva soldi, poi Claudio...". Parla la fidanzata dell'assassino di Civitanova. La fidanzata dell'uomo che ha ucciso Alika Ogorchukwu ha spiegato che Ferlazzo ha perso le staffe per la "grande invadenza" del nigeriano. Francesca Galici il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

Quanto è accaduto a Civitanova Marche è ancora al vaglio degli investigatori, impegnati a ricostruire l'esatta dinamica del pestaggio che costato la vita ad Alika Ogorchukwu, venditore ambulante di 39 anni di origine nigeriana. A massacrarlo di botte è stato Filippo Claudio Ferlazzo, 32enne salernitano residente in città con piccoli precedenti penali. Gli investigatori hanno raccolto numerose testimonianze da parte di chi in quei momenti si trovava su corso Umberto I, uno dei principali viali della città. Tra queste, c'è anche quella della fidanzata dell'uomo, presente sul luogo del delitto.

L'urlo della moglie del nigeriano ucciso: “Voglio guardarlo in faccia

"Quell’uomo chiedeva i soldi con insistenza. Si è avvicinato a me con grande invadenza e il mio compagno ha perso le staffe", ha spiegato la donna, una 45enne civitanovese. Alika Ogorchukwu era molto piuttosto noto in quella zona, dove si recava quasi ogni giorno per tentare di guadagnare quanti più soldi possibili per la sua famiglia. Un anno fa era stato vittima di un incidente: era stato investito in bicicletta dall'auto di un uomo ubriaco. A causa di questo, era costretto a utilizzare una stampella perché aveva riportato danni permanenti a una gamba. Ed è con la sua stessa stampella che Filippo Claudio Ferlazzo l'ha prima colpito al fianco e poi assalito. Una volta a terra, gli ha immobilizzato le braccia e ha proseguito nel suo brutale assalto.

L'orrore a Civitanova Marche: l'aggressione filmata, ma nessuno interviene

Delle diverse persone che si trovavano in quel momento sul corso Umberto I, nessuno è intervenuto per fermare la furia del 32enne. Qualcuno, anzi, ha estratto i telefoni e ha girato i video che poi sono rimbalzati sui social. Un passante si è limitato a urlare "così lo uccidi" ma nessuno è intervenuto concretamente per fermarne la furia omicida. Inoltre, non pago, Filippo Claudio Ferlazzo ha tentato la fuga dal luogo dell'omicidio ma prima di provare a scappare ha sottratto il telefono cellulare ad Alika Ogorchukwu, che giaceva ormai esanime sul marciapiede.

Le parole della fidanzata, se mai ce ne fosse bisogno, confermano l'omicidio per futili motivi. Saranno fondamentali, insieme a quelle degli altri testimoni, ai video girati con gli smartphone e a quelli delle telecamere di videosorveglianza per stabilire l'esatta dinamica di un pomeriggio di follia a Civitanova Marche.

Accusato di omicidio e rapina: chi è l'uomo che ha ucciso il nigeriano. A distanza di ventiquattr’ore, emergono i motivi del folle gesto; lo straniero avrebbe chiesto con troppa insistenza l’elemosina, tanto da provocare la reazione smodata del suo assassino. Ignazio Riccio il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

C’è sgomento e incredulità a Civitanova Marche. Il giorno dopo l’omicidio del 39enne di origine nigeriana Alika Ogorchukwu, nella città del Maceratese si parla solo della brutale aggressione subita dall’ambulante straniero, ospite in Italia da ben sedici anni. Un video realizzato da un passante mostra le immagini raccapriccianti della colluttazione, con il nigeriano che soccombe, dopo aver tentato di resistere in ogni modo, sopraffatto dalla maggiore forza del suo aggressore. Tutto questo nell’indifferenza generale dei presenti. A distanza di ventiquattr’ore, emergono i motivi dell’omicidio; Alika, sposato con un figlio, avrebbe chiesto con troppa insistenza l’elemosina, tanto da provocare la reazione smodata del suo assassino.

Ad essere indagato per omicidio volontario e rapina è l’operaio metalmeccanico Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, 31 anni, di origine campana, ma residente a Civitanova Marche. Sarebbero stati alcuni cittadini a indicare Ferlazzo alle forze dell’ordine, dopo il loro intervento in corso Umberto I. Ogorchukwu insisteva nel proporre i suoi calzini un po’ a tutti, ma la reazione dell’operaio sarebbe stata esagerata. Secondo il racconto dei testimoni, come riporta il Quotidiano Nazionale, il 31enne si sarebbe prima impossessato del telefonino del nigeriano e poi l’avrebbe colpito al corpo con la stampella utilizzata dall’ambulante in seguito a un incidente.

Successivamente, lo avrebbe immobilizzato a terra e strangolato. Nessuno dei presenti è intervenuto per fermare Ferlazzo, il quale ha cercato di fuggire quando sono arrivati i poliziotti. Alcuni testimoni lo hanno indicato come l’autore dell’aggressione e l’operaio è stato immediatamente bloccato e portato in commissariato. I sanitari del 118, giunti sul posto, non sono riusciti a rianimare l’ambulante nigeriano che è deceduto mezz’ora dopo essere stato malmenato. Sarà l’esame autoptico a rivelare la causa precisa della morte di Ogorchukwu. Per il presunto assassino ci sarà il processo, dopo che il giudice avrà deciso se tenerlo in stato di fermo o meno. Per il momento l’uomo è in carcere.

L'orrore a Civitanova: l'aggressione filmata, ma nessuno interviene. Alika Ogorchukwu è stato picchiato a lungo da Filippo Ferlazzo prima di essere ucciso senza che qualcuno lo fermasse e salvasse la vita al nigeriano. Francesca Galici il 30 Luglio 2022 su Il Giornale.

L'assassinio di Alika Ogorchukwu, ucciso a Civitanova Marche perché pare abbia fatto un apprezzamento a una ragazza, lascia l'amaro in bocca. Oltre ai futili motivi, che sono ora oggetto di indagine da parte degli agenti della squadra mobile di Macerata, a lasciare senza parole è il fatto che l'uomo sarebbe potuto essere probabilmente salvato, se qualcuno fosse intervenuto. Alle 14.30 il corso Umberto I, nel cuore della città marchigiana, non era deserto: c'erano diverse persone che hanno assistito alla furia omicida di Filippo Ferlazzo, che afferrata la stampella di Ogorchukwu, l'ha colpito ripetutamente fino a ucciderlo.

L'omicidio e poi la rapina

Sono numerosi i testimoni che erano presenti quando l'uomo di origine salernitana ha ucciso il venditore ambulante e che hanno raccontato la dinamica dei fatti ma nessuno di loro è intervenuto per fermarlo. Anzi, sono stati girati dei filmati, in cui si vede Ferlazzo che infierisce sull'uomo, invalido a seguito di un incidente stradale accaduto lo scorso anno, già a terra. In alcuni frangenti qualcuno si è limitato a urlare "così lo uccidi" ma nessuno ha tentato di fermarlo, nemmeno quando Ferlazzo ha gridato "pezzo di merda" alla sua vittima. Qualcuno si è però fermato a guardare cosa stesse succedendo. Ovviamene, i video sono stati consegnati alla polizia, che ci sta ora lavorando. Dopo aver ucciso Alika Ogorchukwu, Filippo Ferlazzo è riuscito a fuggire ma non prima di avergli rubato il telefono, quando ormai il nigeriano era esanime sul marciapiede dove, fino a pochi minuti prima, si era fermato per chiedere l'elemosina. Alika Ogorchukwu lascia una moglie e un figlio di 8 anni.

Chi è Filippo Ferlazzo

L'assassino di Alika Ogorchukwu è un 32enne nato in Austria, residente a Salerno ma domiciliato a Civitanova Marche, dove lavora come operaio in una ditta metalmeccanica. Ha precedenti penali e ha ricevuto un legale d'ufficio. Si trova ora recluso nel carcere di Monteacuto in attesa della convalida del fermo. È accusato di omicidio e di rapina. "Bella compra i miei fazzoletti o dammi un euro", sarebbe stata la frase di Alika Ogorchukwu che ha fatto scattare l'ira di Ferlazzo, secondo il quale l'uomo avrebbe importunato la sua fidanzata. Dopo averlo colpito al fianco con la stampella, l'ha scaraventato a terra bloccandogli il braccio e, probabilmente, facendo pressione sul collo.

I testimoni: "Ecco perché non siamo intervenuti". Parlano le persone che hanno assistito al pestaggio di Alika, il 39enne ambulante nigeriano: "Abbiamo avuto paura, quell'uomo era una furia". Rosa Scognamiglio il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

Rabbia, sgomento ma soprattutto "tanta paura". Cinque persone hanno assistito al pestaggio di Alika Ogorchukwu, l'ambulante nigeriano massacrato in strada, a Civitanova Marche, dal 32enne campano Filippo Ferlazzo. Due di loro hanno ripreso l'aggressione con il telefonino e poi hanno consegnato le registrazioni alla polizia. I filmati sono stati "fondamentali" - hanno spiegato ieri gli investigatori - per ricostruire la dinamica dell'accaduto. Eppure non si placano le polemiche nei confronti dei testimoni, accusati di voyeurismo e indifferenza. "Ho provato a fermarlo ma non ci sono riuscito. Eravamo in quattro, così ho ricostruito anche dal video: una signora anziana, una ragazza, un uomo anch' egli d'età con il cane e io. Come avremmo potuto fermare quell'uomo? Per questo rifiuto le accuse di razzismo e di indifferenza", racconta chi ha assistito alla tragedia.

Il racconto del pestaggio

La verità ha sempre due facce, una è il volto della paura. Lo sa bene Mariano M. che venerdì pomeriggio, quando si è consumata la brutale aggressione, era a pochi passi dalla scena del crimine. "Ero alla fermata dell'autobus, con le spalle al corso, non mi ero accorto di nulla, finché non ho sentito le urla disumane di Alika. - spiega il testimone del pestaggio a La Republica - Mi sono girato e ho visto Ferlazzo che lo massacrava a colpi di stampella". Ha urlato a Ferlazzo di fermarsi: "Gli gridavo: basta, lo ammazzi, mi sono avvicinato e con un calcio ho allontanato la stampella con cui stava colpendo Alika. Inutile, perché Ferlazzo lo stava finendo a mani nude. Per poi alzarsi e andare via". Seppur terrorizzato, Mariano ha allertato immediatamente la polizia: "Subito dopo aver allontanato con un calcio la stampella. Quando ho visto Ferlazzo andare via, dopo aver ucciso il povero ambulante, ho temuto che non sarebbero arrivati in tempo per arrestarlo - spiega -. Così, appena ho visto avvicinarsi la macchina, mi sono buttato in mezzo alla strada per fermarli". Il 32enne, però, era riuscito ad allontanarsi. "Si sentiva così impunito che non si era nemmeno messo a correre - continua il testimone -. Ho indicato l'assassino agli agenti e l'hanno arrestato. Bravissimi. Sapete quanto è durato questo incubo? Diciassette minuti".

Tra le cinque persone che hanno assistito al pestaggio c'era anche una ragazza moldava di 28 anni. Ha ripreso la scena con lo smartphone nonostante le tremassero le mani per la paura. "Ero terrorizzata davanti a quella scena di Ferlazzo che picchiava il mendicante, pietrificata dalla paura - ha raccontato in Questura venerdì sera, quando è stata sentita come testimone -. Ho ripreso tutto col mio cellulare per farlo vedere a mia madre, l’ho girato in preda all’orrore". Il video, che è diventato poi virale su internet, è servito "per ricostruire la dinamica dell'aggressione. Ci ha dato una grossa mano", hanno spiegato gli investigatori. Respinge l'accusa di indifferenza, dunque, la comunità di Civitanova Marche per l'omicidio in diretta di Alika.

"Andiamo via, ho picchiato uno". E ora l'operaio dice di essere bipolare. Per l'assassino di Civitanova Marche si prospetta una perizia psichiatrica chiesta dal suo legale: l'uomo sarebbe "invalido al 100%" e "psicopatico antisociale".  Francesca Galici il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

La morte di Alika Ogorchukwu, ucciso a Civitanova Marche venerdì pomeriggio da Filippo Ferlazzo nel corso principale della città, ha lasciato un profondo segno nella comunità e in tutto il Paese. La fidanzata dell'assassino non cerca giustificazioni per l'uomo, non cerca scuse per quel gesto atroce ma spiega lucidamente agli investigatori cosa è accaduto in quei minuti che hanno cambiato per sempre la vita di molte persone. Ma soprattutto ha cambiato quella di Alika Ogorchukwu, morto per mano dell'operaio salernitano che ora, dalla cella del carcere di Monteacuto piange per quanto ha fatto e si professa "invalido al 100%" per problemi psichiatrici.

La ricostruzione della fidanzata

Elena D., fidanzata e convivente di Ferlazzo, ha raccontato con precisione la dinamica di quanto accaduto prima e dopo il pestaggio, durante il quale lei non era presente. "Quel signore con la stampella è venuto verso di noi e ci ha chiesto dei soldi, mi ha preso per un braccio. Ma lì per lì non è successo niente, io mi sono divincolata senza problemi, non ero affatto sconvolta e così siamo andati avanti per la nostra strada, fino a un negozio di abbigliamento", ha spiegato la donna, sentita come testimone, nel suo racconto messo a verbale dagli inquirenti riportato dal Corriere della sera. A quel punto, Elena è entrata all'interno del negozio per acquistare un paio di pantaloni per Ferlazzo, che non è entrato.

Nel momento in cui lei è uscita per chiamarlo, perché aveva trovato quello che cercavano, lui non c'era più. "L'ho visto arrivare verso di me sporco di sangue, con un cellulare in mano che non era il suo. Gli ho detto: Filippo che hai fatto, che hai combinato? Lui mi ha risposto piano all'orecchio, quasi sussurrando: 'Andiamo, ho picchiato uno'...". A quel punto, la donna ha spiegato di aver capito cosa fosse successo: "Io ferma là in Corso Umberto I davanti a quell'uomo per terra che i medici stavano cercando disperatamente di rianimare. Pregavo dentro di me che si risvegliasse, ma poi ho capito che non c'era più niente da fare. E ora la nostra vita, il nostro amore, è distrutto per sempre".

I pianti in carcere

Filippo Ferlazzo in carcere sarebbe disperato. Così riferisce il Messaggero, riportando le parole dell'avvocato Roberta Bizzarri, difensore d'ufficio dell'uomo. "È veramente addolorato, ha pianto sempre, non si capacita che quell'uomo è venuto a mancare", spiega il legale. Oltre che di omicidio, Ferlazzo è accusato anche di rapina per aver sottratto il telefono all'uomo ma il suo avvocato spiega: "Era quello della vittima, ma lui non se n'è neanche accorto, pensava fosse il suo". Ora, l'avvocato Bizzarri sta preparando la difesa di Ferlazzo ed è pronta a chiedere la perizia psichiatrica. "Sono invalido civile al 100 per cento, avvocato, ho problemi psichiatrici, mia madre Ursula ha tutti i documenti del Tribunale di Salerno, se li faccia mandare, mi hanno giudicato bipolare e border-line", ha spiegato l'assassino al suo legale.

Le dichiarazioni dell'uomo vanno ancora verificate ma il Corsera spiega che, da fonti sanitarie emergerebbe il quadro di un uomo "psicopatico antisociale", diagnosi effettuata in gioventù a Salerno. In passato, Ferlazzo aveva mostrato anche altri episodi di aggressività tanto che sua madre era stata nominata sua amministratrice di sostegno. Il messaggero, inoltre, riferisce che l'uomo era stato ricoverato lo scorso aprile a Civitanova Marche, dove sarebbe stato sottoposto a visite psichiatriche.

"Polveriera" Marche, regione ad alta tensione. Da Traini in poi una scia di aggressioni. Don Albanesi: "Una società chiusa". Il governatore Acquaroli: "Noi solidali". Lodovica Bulian il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

Poche ore dopo l'uccisione di Alika Ogorchukwu, massacrato per futili motivi dal 32enne italiano Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, un'altra brutale aggressione, un tentato omicidio. Ancora nelle Marche. Ancora per futili motivi.

A Recanati, provincia di Macerata, un 22enne nato in città ma di origini marocchine è stato accoltellato da un operaio italiano di 47 anni. Il giovane, ricoverato in prognosi riservata all'ospedale regionale di Torrette, è scampato alla furia dell'uomo grazie all'intervento del titolare di un bar che ha assistito alla scena. L'una di notte circa: alcuni ragazzi stavano festeggiando la chiusura di un campus scolastico, quando l'operaio ha intimato loro di spostarsi per la confusione. I giovani si sono spostati ma lui li ha seguiti, continuando a litigare. Poi ha tirato fuori un coltello e ha colpito il 22enne al torace e alla schiena, mentre gli altri cercavano invano di bloccarlo. È intervenuto il gestore di un locale che ha sentito le urla del giovane ed è riuscito a sottrarlo ad altri fendenti. Il 47enne, Omar P., è stato fermato e portato al carcere di Montacuto, in attesa dell'udienza di convalida dell'arresto. L'accusa è tentato omicidio aggravato da futili motivi e porto abusivo di arma da taglio. Nello stesso penitenziario è recluso anche l'omicida dell'ambulante nigeriano Alika Ogorchukwu.

Gesti efferati che scuotono la comunità marchigiana, che in queste ore ricorda i precedenti sul territorio. Emmanuel Chibi Namdi, nigeriano, aveva 36 anni quando nel 2016 ha perso la vita a Fermo, dopo una colluttazione con un ultrà della Fermana che aveva insultato la sua compagna. È morto mentre difendeva la donna dagli insulti razzisti di Amedeo Mancini, che ha patteggiato una condanna a 4 anni per omicidio preterintenzionale da scontare ai domiciliari. Emmanuel lo aveva aggredito e Mancini aveva reagito con un pugno: il 36enne era finito a terra, battendo la testa sull'orlo del marciapiede. Il giudice ha riconosciuto l'attenuante della provocazione, ma anche l'aggravante dell'odio razziale. La stessa attribuita anche alla folle furia di Luca Traini, oggi 33 anni. Il 3 febbraio 2018, a Macerata, era salito in macchina e aveva iniziato a sparare a caso alle persone di colore che incontrava sulla sua strada, ferendo sei migranti. Aveva dichiarato di volere così vendicare la 18enne Pamela Mastropietro, la giovane uccisa e fatta a pezzi da un pusher nigeriano. Traini è stato condannato a 12 anni di carcere per strage e porto abusivo d'arma.

Si parla già di un caso Marche, si cercano ragioni e condizioni che possano aver alimentato in questo anni l'odio e l'intolleranza. Ma secondo monsignor Vinicio Albanesi, fondatore della comunità di Capidarco, che ha assistito Emmanuel e altri richiedenti asilo, le Marche non sono razziste, quanto invece «una società chiusa, familista, che non accetta l'estraneo». Il governatore Francesco Acquaroli intende far costituire la Regione parte civile nel processo per la morte di Alika «per difendere l'identità, i valori e l'immagine dei marchigiani e delle Marche. Siamo da sempre una comunità solidale, inclusiva e vogliamo rimanere tale, con l'impegno di tutti».

La verità sulle Marche “razziste” (da uno che ci vive). L’omicidio di Civitanova Marche subito usato per cercare il movente razzista. Ma non è così. di Max Del Papa su Nicolaporro.it il 30 Luglio 2022.

Un paio di cose, per amor di verità, sull’omicidio di Alika Ogorchukwu, l’ambulante nigeriano invalido, subito colto al balzo dai propagandisti di sinistra, da Formigli all’ossessivo in camicia rossa Berizzi alla solita Lucarelli, immancabile, per dare addosso a Giorgia Meloni; la quale, tuttavia, finalmente ha risposto, bollando il delfino di Santoro come sciacallo: più che giusto, non si può sempre far finta di niente, ci piace anzi pensare che la leader di Fratelli d’Italia ci legga; quanto a quell’altra, non merita risposta perché si aggrappa pure agli asciugamani degli alberghi per far parlare di sé.

L’omicidio di un nigeriano, senza tanti giri di parole, figlio del razzismo instillato da Meloni e Salvini: questa la lettura, più imbecille ancora che squallida, della sedicente informazione di sinistra, quella controllata dal PD. Col corollario: Marche razziste e criminali.

Razzista, la piccola regione marchigiana al centro dell’Italia? Chi scrive ci vive (e la racconta) da 40 anni e si sente di rispondere: non più che altrove. Se proprio vogliamo buttarla in politica, ci sono enclave come Ascoli, dove certo razzismo di destra estrema senza dubbio alligna. Ma il grosso della regione è storicamente controllato dalla sinistra, i Comuni quasi tutti a guida Pd, si veda per tutti il sindaco di Pesaro, Ricci, un provax forsennato al limite della provocazione, autore di incredibili svariate uscite punitive, quasi oltre Speranza. Solo nell’ultimo mandato l’ente regionale è passato a Fratelli d’Italia, ma la regione, in sé, è sempre stata rossa come la Rivoluzione d’Ottobre. Quindi, se razzismo c’è, occorre ricondurlo a contesti storicamente inequivocabili.

Ma di razzismo nelle Marche non ce n’è se non in dosi fisiologiche. C’è, invece, una propensione alla violenza non solo spicciola, da meridione arretrato, machista, questo sì, sulla quale tutti glissano; e c’è da almeno trent’anni, con massicce infiltrazioni di forme di criminalità più o meno organizzata che poi hanno tracimato, venendo in parte scalzate dalle mafie straniere. Due i punti critici: l’Hotel House di Porto Recanati, fin troppo famigerato, e Lido 3 Archi di Fermo, dove, per limitarci alla cronaca delle ultimissime ore, la polizia ha faticato ad arrestare un nucleo di spacciatori nordafricani con tanto di sentinelle armate e cani pericolosi sedati: erano imbottiti di ovuli di droga, da espellere a suo tempo. Roba che qui non stupisce nessuno, perché si ripete quotidianamente. A Lido 3 Archi la casistica delle violenze, degli omicidi, delle aggressioni, dello spaccio, o legata al racket della prostituzione intersessuale, è praticamente indescrivibile negli ultimi 40 anni.

Quanto a Civitanova Marche, teatro dell’omicidio infame, il sindaco Ciarapica (al secondo mandato, Forza Italia, alleato nazionale del Pd), deve smetterla di dichiarare ai 4 venti “noi siamo una comunità pacifica e operosa”: sa benissimo che la sua è una piazza che preoccupa le forze dell’ordine per il dilatarsi di episodi critici, dalle risse, non solo giovanili, allo spaccio, fino a situazioni apparentemente futili, da marciapiede, che rischiano di sfociare in tragedie come quella di cui parliamo; e siamo all’altro elemento di cui nessuno vuol parlare.

Se gli agit prop di sinistra si scannano a definire le Marche violente, razziste, fasciste, dovrebbero però considerare che a far fuori il poveretto, con la sua stessa stampella, è stato un balordo trentenne pregiudicato, legato ad ambienti malavitosi napoletani, accoppiato con una di quasi 50 che subito lo ha difeso. Talmente farabutto da andarsene dopo aver rubato il telefono della sua vittima. Quindi, se bisogna scomodare il razzismo acritico, in questo caso bisogna rivolgerlo contro: certo Mezzogiorno, certa mentalità a questo legata, il mondo operaio (l’assassino questo, saltuariamente, faceva), insomma le categorie che la sinistra tende a difendere per sua stessa natura con argomenti-cliché. Lo sanno: ma svicolano. Perché non gli conviene. Tanto ci sono Salvini & Meloni che giustificano qualsiasi cialtronata.

Quando, qualche anno fa, Pamela Mastropietro, la giovanissima sbandata romana, venne fatta fuori e poi smembrata nella vicina Macerata da elementi legati alla mafia nigeriana, non risulta che i vari Formigli, Lucarelli e compagnia cantante si siano minimamente scomposti: l’hanno buttata nel solito luogo comune del “caso isolato”, del non criminalizzare, ossia hanno agito esattamente come oggi imputano ai loro bersagli; qualcuno ha trovato la faccia di incolpare, e ti pareva, i soliti Meloni e Salvini in quanto responsabili di “un clima di odio e di violenza” che avrebbe originato la reazione da parte di Oseghale e i suoi presunti complici. E invece era una banda di spacciatori mafiosi che avevano messo le mani su una tossica e poi avevano litigato fra loro perché, dopo averla fatta a pezzi, non se l’erano mangiata (sta agli atti).

Allo stesso modo, quando un violento di Fermo, Amedeo Mancini, ammazzò con un pugno il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi, al culmine di un litigio da strada, l’intera città si schierò dalla parte del locale, incluso il Pd che governava (“la comunità sta tutta con Mancini”, ebbe a dichiarare il sindaco, con una frase che suonava come qualcosa in più di una asettica constatazione); che il responsabile provenisse da ambienti legati a Forza Nuova, servì solo ai 4 gatti di un centro sociale per inscenare una protesta “contro le destre fasciste”, ma così, tanto per abbaiare alla luna: dal responsabile, “figlio della nostra terra”, nessuno si dissociò sul serio, e a difendere Emmanuel restammo il sottoscritto e don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco: puntualmente coperti di minacce da destra e da sinistra al grido: “Fermo non si tocca”. Più che razzismo, un campanilismo inverecondo e arretrato. Tutto questo sulle testate engagée, ormai specializzate in gossip militante, non lo troverete: ma è la pura verità, e non teme smentite.

Max Del Papa, 30 luglio 2022

Quanti giudizi alla Pasolini. Secondo molti Filippo Ferlazzo rappresenta una figura tipica dei nostri tempi, ma non è così. Filippo La Porta su Il Riformista il 3 Agosto 2022 

Siamo sicuri che Filippo Ferlazzo, l’assassino di Civitanova, rappresenti una tipica figura dei nostri tempi, l’epitome di una società fondata sui consumi, l’indifferenza e una sistematica xenofobia, la conseguenza inevitabile di un sistema di vita che ha sostituito la compassione con la (feroce) competizione e una elementare umanità con la prepotenza e una paura isterica dell’altro? Ho letto che per qualcuno Ferlazzo, nella sua irrefrenabile furia omicida, si sarebbe sentito in qualche modo giustificato, “autorizzato” da una mentalità oggi dominante. Non si cela in queste analisi un cattivo estremismo, una qualche tentazione apocalittica, e insomma un Pasolini andato a male?

Nel 1993 lo scrittore e sociologo Gianfranco Bettin pubblicò L’erede, sulla vicenda di Pietro Maso, che nel Profondo Nord della provincia veneta uccise i propri genitori, con l’aiuto di alcuni amici, per intascare prima l’eredità. Un reportage bellissimo e penetrante, alla maniera di Truman Capote. Però assumere Pietro Maso, con il suo orrendo gesto omicida, come “l’erede” in fondo più coerente di una intera cultura e società, dei messaggi che questa società ogni giorno ci invia (soprattutto attraverso la pubblicità), conteneva un rischio interpretativo, e in un certo senso tendeva a svalutare la “dismisura” pure contenuta in quel gesto, il suo essere un gesto deviante e inassimilabile a modelli di comportamento correnti. Sì, Pietro Maso era anche espressione di un orrore ordinario e riconoscibile, di una mostruosità che ci è familiare (il male è sempre anche banale) e che appartiene allo Spirito del tempo, ma non possiamo trascurare del tutto la curvatura psicopatologica che quello Spirito del tempo ha preso dentro la sua mente.

Già Pasolini quindici anni prima, polemizzando con Calvino sul delitto del Circeo, aveva obiettato che i suoi artefici non erano semplicemente dei neofascisti, dei pariolini violenti abituati all’impunità, il “frutto marcio” della borghesia italiana (Calvino aveva messo in analogia la loro criminalità sessuale con quella politica), ma quasi l’avanguardia (perversa) di una intera generazione, ormai dedita solo ai consumi, di una umanità mutante interclassista, e dunque anche popolare e non solo borghese, del tutto sradicata e priva di valori. Le cose stanno proprio così? Sì e no.

Omicidio di Civitanova, il disturbo bipolare e la rabbia della famiglia di Alika: “Aveva un tutor, perché non era vigilato?”

Sì, perché è vero che la nostra cultura, la Tv, i media, i social, etc. sembra aver smarrito ogni senso della misura, ed è da molto tempo impregnata di odio, di fanatismo e di morte (solo aver messo in Rete i 40 secondi dell’assassinio è pura barbarie necrofila), e certamente non possiamo minimizzare gli effetti della “mutazione” antropologica degli ultimi decenni (peraltro studiata ed indagata in innumerevoli libri). Per altre culture, come quella islamica, l’Occidente si riassume nel famigerato video fatto da un gruppo di marines nel carcere di Abu Ghraib: pornografia e spettacolo.

No, perché non è che se uno entra in uno shopping mall, anche smanioso di acquistare l’ultimo iPhone o di accaparrarsi l’ultimo prodotto della Nike, ha la vocazione del serial killer! Non è che se uno che, vivendo in periferia, nutre qualche timore per la sciagurata gestione dei flussi migratori, approvi il genocidio! Ripeto: non vanno sottovalutati gli inviti – anzi gli imperativi – della pubblicità ad assecondare acriticamente qualsiasi desiderio, senza alcun freno (proprio la Nike: “Just do it!”), o a viversi ansiosamente tutte le chance del presente, sotto un cielo abbandonato dagli dei (slogan, che considero vagamente angoscioso, di uno shampoo per schiarire i capelli: “Hai una sola vita, perché non viverla da bionda?”). Però, contro ogni determinismo sociologico, credo che l’immaginario della stragrande maggioranza delle persone non sia occupato solo dalle merci e che, per fare un esempio, ognuno sa bene distinguere gli “amici” di Fb dai propri amici reali!

Il nostro presente ci invia continuamente messaggi contraddittori, che occorre decifrare con pazienza: c’è la omologazione pasoliniana ma al tempo stesso si tratta di una omologazione differenziata, dato che perfino per la pubblicità conta il profilo altamente individualizzato delle persone. Va bene, la criminalità si è diffusa pervasivamente nelle nostre metropoli, impadronendosi di bar, pizzerie, ristoranti, palestre, etc. (e la sua violenza è spesso sommersa), però quando avevo dieci anni mi capitava spesso di vedere due persone fare a botte per strada per futili motivi, oggi quasi mai.

Voglio dire: la norma resta comunque – almeno nel nostro paese – quella di una convivenza abbastanza pacifica e di una quieta tolleranza. Filippo Ferlazzo, come abbiamo appreso, è un ex tossico con disturbi bipolari, con un passato di Tso, ricoveri urgenti, fughe dagli ospedali… (non discuto qui se questa sia un’attenuante). E anzi: il fatto che nessuno sia intervenuto per fermarlo (chissà però a parti invertite: nigeriano che ammazza di botte un italiano…) testimonia paradossalmente di una conquista civile credo irreversibile. Abbiamo tutti così espulso la violenza dal nostro orizzonte che quando invece la violenza dovremmo usarla per difendere un aggredito ci sentiamo impotenti, rammolliti, imbelli.

Senza per questo trascurare il “romanzo criminale” continuamente intrecciato alla nostra vita quotidiana, vorrei concludere con i versi di una poesia civile di Hans Magnus Enzensberger, peraltro intellettuale scettico e non particolarmente ottimista, del 1999. Si intitola “Canzoncina ottimistica”: “Qui e là si dà il caso / che qualcuno gridi e chiami aiuto, Subito un altro si butta in acqua, /assolutamente gratis/ (…) / La mattina le strade son gremite / d’individui che senz’estrarre coltelli, /vanno avanti e indietro in tutta calma / per acquistare latte e rapanelli. / Come nella pace più totale. / è un gran bel vedere”. 

Filippo La Porta

Giorgia Meloni furiosa contro Corrado Formigli sul nigeriano ucciso a Civitanova Marche. Il Tempo il 30 luglio 2022.

"Sciacallo, la tua propaganda è penosa". Meloni furiosa contro Formigli. L'ambulante nigeriano ucciso in strada a Civitanova Marche fa esplodere la polemica social tra Giorgia Meloni e il conduttore di "Piazza Pulita". Subito dopo la notizia dell'omicidio in strada, infatti, la leader di Fratelli d'Italia ha pubblicato un tweet in cui condannava l'aggressione e l'omicidio dell'ambulante. "Non ci sono giustificazioni per tale brutalità - aveva scritto la Meloni - Mi auguro che l’assassino la paghi cara per questo orrendo omicidio. Una preghiera per la vittima". Formigli, però non ha perso l'occasione di attaccare in modo pretestuoso il centrodestra. E in un tweet ha chiesto la condanna dell'omicidio proprio da parte di Meloni e Salvini. "Nigeriano invalido massacrato a bastonate da un italiano a Civitanova Marche.  

Ma lo scontro era appena iniziato. Meloni non gliel'ha fatta passare liscia e ha pubblicato un tweet infuocato in cui disintegra senza mezze misure la "penosa" propaganda del conduttore di La7. "Prima di usare la morte del povero Alika per la tua penosa propaganda, non potevi almeno esprimere solidarietà alla famiglia? - ribatte la leader dei Fratelli d'Italia a Formigli - Come puoi verificare, io la mia condanna verso questo brutale omicidio l’ho espressa e subito. Sciacallo". Formigli colpito e affondato.

Formigli guida gli sciacalli rossi. Sfrutta la tragedia contro i sovranisti. Salvini e Meloni condannano l'episodio, ma l'assassinio di Ogorchukwu viene strumentalizzato lo stesso, senza neanche una parola di cordoglio. Solo Renzi ragiona: "Questo clima mi fa orrore". Fausto Biloslavo il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.

Per sgombrare subito il campo da qualsiasi dubbio l'assassino dell'ambulante nigeriano, Alika Ogorchukwu, deve venire condannato non solo in maniera esemplare, ma poi sarebbe meglio buttare via la chiave. I precedenti di rabbia brutale che stanno emergendo sull'omicida, Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, fanno sospettare che se il povero mendicante fosse stato bianco, giallo o verde la violenza sarebbe risultata la stessa.

Non solo per questo è indecente cavalcare una storia così triste e tragica a fini elettorali utilizzandola come l'ennesimo «proiettile» politico in chiave razzista, mangia migranti e così via. Ovviamente i bersagli sono sempre gli stessi: Salvini, Meloni ed il centro destra in genere accusati di fomentare azioni del genere. Si spera che uguale sdegno e attenzione da parte della sinistra venga riservato a un altro episodio folle. Ieri in provincia di Avellino un migrante nigeriano, Robert Omo, ha ammazzato a martellate un negoziante cinese, mandato in coma un cliente e tentato di aggredire una donna e una bimba.

Forse ci spiegherà questo assurdo episodio l'assessore della regione Toscana, Stefano Ciuoffo, che sul delitto di Civitanova Marche ha sentenziato: «Il tragico e tremendo fatto è figlio di una cultura intollerante e xenofoba nei confronti del diverso, sia esso per motivi di etnia, di credo religioso o di orientamento sessuale, che in questi anni ha agito in modo latente e costante». Oppure monsignor Vinicio Albanesi convinto che Alika sia stato ucciso «perché era disabile, nero, mendicante». Sarà così, ma inzupparci il pane come ha fatto Corrado Formigli, conduttore de LA 7, è almeno discutibile. «Attendiamo post indignati di @matteosalvinimi e @GiorgiaMeloni» ha scritto su twitter. La leader di Fratelli d'Italia ha risposto dandogli dello «sciacallo» perché aveva già parlato chiaro sui social: «Non ci sono giustificazioni per tale brutalità. Mi auguro che l'assassino la paghi cara per questo orrendo omicidio. Una preghiera per la vittima». L'altro bersaglio classico è Matteo Salvini, che ha espresso lo stesso sdegno, ma viene considerato per la sua politica sui migranti il responsabile di tutti i mali e sotto sotto, almeno indirettamente, della tragica fine del nigeriano. Nicola Fratoianni di Sinistra italiana tuona che «inondare la nostra società di propaganda tossica fatta di istigazione a farsi giustizia da soli, di pregiudizi sul colore della pelle e su ogni differenza, di indifferenza ed egoismo e portata alle estreme conseguenze prima o poi scatena la violenza fino all'omicidio su un marciapiede». Matteo Renzi è in controtendenza: «Anziché riflettere tutti insieme su cosa stiamo diventando la politica litiga e strumentalizza. Mi fa orrore questo clima da campagna elettorale. Un pensiero ad Alika e alla sua famiglia». Una volta tanto le prime parole dell'immancabile comunicato dell'Associazione nazionale partigiani centrano l'obiettivo: «Una violenza che non ha fermato nessuno». Invece che intervenire per salvare un essere umano i passanti hanno filmato tutto con i telefonini e qualcuno è riuscito a dire «se fai così l'ammazzi» senza muovere un dito, ma continuando a girare il video. Non servirà ad arginare l'ondata propagandistica neppure la dichiarazione della Polizia che smentisce la matrice razziale e parla di «una lite per futili motivi, con una reazione abnorme da parte dell'aggressore».

Razzismo o meno il tragico episodio di Civitanova, come il nigeriano impazzito che uccide gente a martellate, devono farci capire che l'immigrazione non può essere incontrollata con sbarchi continui. Alika non doveva mendicare per vivere e arrivare in Italia per problemi economici. E ancora meno il suo connazionale assassino di Avellino doveva essere ospitato da noi dove ha aggredito pure gli operatori di un dormitorio della Caritas. L'Italia, non senza difficoltà, deve ospitare i veri profughi, quelli di guerra, che dimentichiamo facilmente come gli afghani, garantendo a tutti una vita dignitosa.

Corrado Formigli, Alessandro Sallusti: vilipendio di cadavere, uno squallido tentativo. Alessandro Sallusti su Libero Quotidiano il 31 luglio 2022

Povero Alika, prima è stato ucciso a botte da un italiano poi il suo cadavere ancora caldo è stato oltraggiato dalla sinistra, che lo ha sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra al mondo intero. Ecco, vedete cosa succede - è il senso del coro progressista diretto per l’occasione da un maestro di eccezione, Corrado Formigli - se Giorgia Meloni andrà al potere. E già, ovvio, se il Centrodestra vincerà le elezioni per i nigeriani non ci sarà scampo, sarà caccia all’uomo ovunque e le città intitoleranno una piazza a Filippo Ferlazzo, gigante buono ingiustamente arrestato dagli sbirri di Mario Draghi per aver fatto il suo dovere di buon cittadino: ammazzare a pugni e calci il primo nero che ti viene a tiro.

Corrado Formigli si chiede: cosa hanno da dire adesso la Meloni e Salvini? Raramente ho ascoltato domanda più stupida e traboccante di odio. Cosa vuoi che pensino Salvini e Meloni quando un uomo, bianco o nero che sia, viene ucciso da un altro uomo, bianco o nero che sia? Perché accade spesso anche l’inverso, cioè che immigrati di colore si uccidano tra di loro o uccidano e stuprino bianchi e bianche indigeni con la stessa feroce violenza messa in campo da quel delinquente del Ferlazzo. Pensano, conoscendoli mi arrogo il diritto di svelarvelo, che un uomo non deve uccidere e che se lo fa deve passare il resto dei suoi giorni in galera, indipendentemente da quale sia il suo orientamento politico, il colore della sua pelle e il suo status civile.

E pensano anche, offro gratis a Formigli un altro scoop, che non è bello che dei cittadini, come è successo in questo caso, assistano immobili a un omicidio come se fossero al cinema, ma che nessuno, neppure il Pd, può dare il coraggio a chi non c’è l’ha, ammesso e non concesso che mettersi in mezzo a mani nude tra due bestioni, di cui uno impazzito, che si menano a bastonate fosse la cosa più intelligente da fare in quel momento.

Questo vilipendio di cadavere è un sacrificio pagano della sinistra sull’altare della campagna elettorale, uno squallido tentativo di ingraziarsi gli dèi in vista del 25 settembre, giorno del giudizio, se non universale certamente, almeno per Enrico Letta, tombale.

Civitanova Marche, nigeriano ucciso in strada a stampellate: la foto choc in strada. Giovanni Torelli su Libero Quotidiano il 30 luglio 2022.

Un caso di cronaca nera ha sconvolto ieri le Marche sia per la gravità dell'episodio che perla futilità delle ragioni che hanno causato la tragedia. Un uomo nigeriano è stato aggredito e ucciso ieri a colpi di stampella, la sua, in pieno centro a Civitanova Marche in provincia di Macerata.

La vittima si chiamava Alika Ogorchukwu, aveva 39 anni e abitava con la sua famiglia (moglie e un bambino) a San Severino Marche. Era un venditore ambulante di fazzoletti e piccoli accessori che vendeva per strada, all'uscita dei negozi, e qualche volta chiedeva una moneta. Un uomo claudicante, perché l'anno scorso era stato investito mentre era in bici e quindi si aiutava con una stampella.

Secondo una prima ricostruzione, l'ambulante avrebbe fatto un apprezzamento a una donna, fidanzata dell'uomo che lo ha poi aggredito e ucciso. Ma secondo gli investigatori sarebbe stato forse troppo insistente nel tentare di vendere la sua merce o nel chiedere soldi, suscitando l'ira del fidanzato, Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, operaio di 32 anni, salernitano ma domiciliato a Civitanova Marche, arrestato poi dalla polizia del Commissariato di Civitanova per omicidio volontario e rapina. Dopo il pestaggio a morte, infatti, Ferlazzo gli ha anche rubato il cellulare.

LA DINAMICA - Di una violenza inaudita le modalità dell'omicidio: l'aggressore, che ha piccoli precedenti penali, si è scagliato contro Alika che provava a scappare e lo ha colpito con la stampella alla testa e in tutto il corpo, né si è fermato quando il 39enne nigeriano era già caduto a terra ed era rimasto immobile. Anzi, gli si è seduto sopra, tenendogli la testa schiacciata per terra.

All'episodio hanno assistito diversi testimoni, dato che corso Umberto è la strada principale del centro. «Così lo uccidi» gli hanno infatti gridato.

Le immagini terribili del pestaggio sono state riprese dalle telecamere di sicurezza che si trovano lungo il corso e sono subito acquisite dai poliziotti della Squadra mobile di Macerata. L'aggressore intanto si era allontanato, ma è stato rintracciato poco lontano.

A quel punto l'uomo avrebbe riferito la versione di presunte molestie alla sua fidanzata.

La polizia lo ha portato al Commissariato per le procedure e formalizzare l'arresto, domani dovrebbe essere trasferito nel carcere di Montacuto. «Alika non era una persona molesta, era buono, non cercava mai guai. Dopo l'incidente che aveva avuto aveva preso anche dei soldi dall'assicurazione ed economicamente non stava male», riferisce l'avvocato del nigeriano. «Quello che è accaduto oggi nella nostra città è un fatto di una violenza inaudita che ci ha lasciato attoniti». dice il sindaco di Civitanova Marche, Fabrizio Ciarapica.

POLEMICHE STERILI - Qualcuno prova a fare polemica politica come il giornalista Corrado Formigli avvertendo «Nigeriano invalido massacrato a bastonate da un italiano a Civitanova Marche. Attendiamo post indignati di Salvini e Meloni». O come il parlamentare ex forzista Elio Vito che punge: «Meloni e Salvini hanno già fatto un post di solidarietà e condoglianze per l'uomo nigeriano barbaramente ucciso a Civitanova Marche? No, perché se "il nero" fosse stato l'assassino avrebbero le bacheche piene di odio e demagogia!». Peccato che siano proprio due esponenti di Fdi e Lega a esprimere dolore e sconcerto per l'accaduto. «Sono sconvolto e addolorato per quanto è accaduto oggi pomeriggio», nota Francesco Acquaroli, governatore delle Marche di Fdi. «Esprimo profondo cordoglio alla famiglia e ai cari del cittadino nigeriano, brutalmente ucciso». Mentre il commissario della Lega Marche, Riccardo Augusto Marchetti commenta: «È vergognoso che nel pieno centro di una città turistica e molto frequentata come Civitanova Marche si assista a episodi del genere». Niente polemiche, insomma, lasciamo spazio solo al dolore.

Da open.online.it il 30 luglio 2022.

«Quell’uomo chiedeva soldi con insistenza. Si è avvicinato a me con grande invadenza e il mio compagno ha perso le staffe». La compagna di Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, civitanovese di 45 anni, attribuisce così a una richiesta di elemosina troppo insistente il movente che ha scatenato l’efferata violenza del 32enne che, nel pomeriggio di ieri 29 luglio, ha ucciso davanti agli occhi dei passanti Alika Ogorchukwu, un venditore ambulante nigeriano di 39 anni. Smentita quindi l’ipotesi iniziale secondo cui la donna aveva ricevuto apprezzamenti o molestie sessuali da parte di Ogorchukwu. 

Anche la dinamica dell’omicidio, al vaglio degli inquirenti, è stata rivista: rispetto a quanto detto in precedenza, sembrerebbe che Ogorchukwu sia stato seguito dall’aggressore, che l’ha colpito con la sua stessa stampella, di cui aveva bisogno per camminare in seguito a un incidente stradale, l’ha fatto cadere a terra e poi l’ha picchiato «a mani nude fino alla morte».

Quando i primi agenti sono arrivati sul posto, ha spiegato il dirigente della squadra mobile di Macerata Matteo Luconi, era già «cristallizzato» quel che era accaduto, portando così l’arresto immediato in flagranza di reato per Ferlazzo, ora accusato di omicidio volontario e rapina, dal momento che ha anche sottratto il telefono cellulare alla vittima prima di allontanarsi. Sono diverse le domande a cui devono ancora rispondere gli inquirenti, che per il momento non procederanno con i test tossicologici né hanno sottoposto l’uomo al test alcolemico, ritenendolo in stato di lucidità. Aiuteranno a ricostruire l’esatta dinamica dell’omicidio i numerosi testimoni e le immagini delle telecamere di videosorveglianza, che ben coprivano l’area dove è avvenuto l’episodio di violenza. 

La manifestazione in onore di Alika

È in corso una manifestazione della comunità nigeriana di Civitanova, proprio nel punto di corso Umberto dove ieri Alika è stato ucciso. Un centinaio di persone hanno affollato la strada, esibendo una foto della vittima e anche uno degli scatti dell’aggressione da parte di Ferlazzo. Una delegazione, tra cui la moglie della vittima Charity Oriachi e l’avvocato Francesco Mantella, legale prima di Alika e ora della sua famiglia, è stata ricevuta in comune dal sindaco Fabrizio Ciarapica.

Si respira tanta rabbia tra i manifestanti per la mancanza di reazione da parte dei cittadini presenti al momento dell’omicidio: nessuno infatti è intervenuto per trattenere Ferlazzo, mentre molti si sono limitati a a riprendere la scena con i telefonini.

Fermato aggressore: è il fidanzato della donna. Ucciso con una stampella dopo apprezzamenti a una donna: orrore in strada a Civitanova Marche. Redazione su Il Riformista il 29 Luglio 2022. 

Colpito più volte alla testa con una stampella perché colpevole di aver fatto apprezzamenti a una donna. E’ morto così, in pieno giorno, un uomo di 39 anni, Alika Ogorchukwu, di nazionalità nigeriana e ambulante nella zona, nel centro cittadino di Civitanova Marche, in provincia di Macerata.

L’aggressione è avvenuta intorno alle 14 lungo corso Umberto I quando la vittima è stata affrontata da un uomo, italiano di origini campane, che si trovava in compagnia della donna oggetto di apprezzamenti.

Soccorso da alcuni passanti prima e dal 118 dopo, per l’uomo non c’è stato nulla da fare. Troppo gravi le ferite riportate. Sul posto gli uomini della Squadra mobile della Questura di Macerata e il magistrato Claudio Rastrelli. L’aggressore è già in stato di fermo e sotto interrogatorio negli uffici di polizia.

La persona fermata, ritenuta responsabile dell’omicidio, è un 32enne che si sarebbe “difeso” sostenendo che la vittima avrebbe importunato la sua fidanzata. L’aggressore è inizualmente fuggito ma è stato rintracciato dalle forze dell’ordine nel giro di pochi minuti.

La polizia sta raccogliendo varie testimonianze dalle persone presenti al momento dell’aggressione per ricostruire con esattezza quanto accaduto. Al vaglio anche le immagini delle telecamere presenti nel centro cittadino. Sotto approfondimento anche i video girati da alcuni presenti.

Secondo alcuni negozianti, l’ambulante era una presenza abituale e inoffensiva nel centro città e sarebbe stata sua la stampella usata per colpirlo. Alika Ogorchukwu si aiutava con la stampella utilizzata per massacrarlo e ucciderlo dopo esser rimasto vittima in passato di un incidente stradale. Il 39enne viveva a San Severino Marche e saltuariamente lavorava anche come ambulante: era sposato ed era padre di un bambino. 

“Il brutale omicidio, avvenuto oggi a Civitanova, mi lascia sconcertato. Non esistono giustificazioni per la violenza, qualsiasi essa sia“. Scrive così  in un post su Facebook, il vicepresidente della giunta regionale Mirco Carloni. “Mi auguro che sia fatta luce su quanto successo – scrive Carloni -, che il tema della sicurezza in qualsiasi sua forma torni ad essere al centro dell’attenzione e che giustizia sia fatta per questo gesto così disumano“.

Quattro minuti di follia e indifferenza. La morte in diretta di Alika, la ragazza che ha girato il video: “Dovevo mandarlo a mamma”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 31 Luglio 2022 

Morto in diretta nel centro cittadino di Civitanova Marche nella tarda mattinata di venerdì 29 luglio. Morto tra l’indifferenza dei passanti. Morto mentre a pochi metri di distanza un signore, di spalle, era seduto su una panchina e niente ha fatto. Morto mentre una ragazza riprendeva la scena in video. Morto mentre un passante chiedeva all’operaio omicida di smetterla “perché così lo uccidi” salvo poi aggiungere “ho chiamato polizia e carabinieri”. Morto mentre un altro uomo, così come emerge dal video, urlava “e basta”.

Alika Ogorchukwu, 39enne ambulante nigeriano è volato via nel giro di appena 4 minuti. Tanto è durata l’agonia dell’uomo aggredito a mani nude e con una stampella da Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, 32enne operaio di origine salernitana attualmente in stato di fermo. Ferlazzo ha rincorso Alika, lo ha braccato, gli ha strappato la stampella con cui ha iniziato a picchiarlo, poi lo ha atterrato e schiacciato col suo peso, colpendolo e uccidendolo a mani nude secondo la ricostruzione ufficiale della polizia. Una agonia durata circa quattro minuti, come emerge dalle registrazioni delle telecamere del Comune presenti sulla strada del delitto. Sarà ora l’autopsia a cristallizzare le cause del decesso.

La giovane che ha girato il video è una 28enne moldava ripresa dalle telecamere di sicurezza con il telefono in mano, ascoltata dagli agenti della squadra mobile come persona informata sui fatti. A loro ha spiegato che “volevo far vedere a mia mamma l’orrore che stava avvenendo davanti ai miei occhi. Ma non sono intervenuta, ho avuto paura”.

Dopo aver girato il video, l’ha inoltrato a una amica italiana che ha poi diffuso il filmato facendolo diventare virale e sollevando le polemiche della comunità nigeriana che ieri ha protestato nel centro cittadino di Civitanova per “l’indifferenza della cittadinanza”.

La moglie di Alika, Charity Oriachi, vuole guardare in faccia l’assassino del marito e “chiedergli perché ha ucciso un padre di famiglia”. La coppia ha un bambino di otto anni. Charity ricorda l’ultima volta che ha visto il marito. Erano alla stazione di San Severino Marche dove lei lavora come addetta alle pulizie. “Gli ho dato una brioche, l’ho salutato e non l’ho visto più vivo”.

Ferlazzo al momento in stato di fermo in carcere con le accuse di omicidio volontario e rapina, per aver sottratto il cellulare della vittima.

La difesa e le scuse di Ferlazzo

Ferlazzo che dal carcere, tramite l’avvocato Roberta Bizzarri che ha incontro questa mattina, si difende e chiede scusa alla famiglia di Alika. “È in stato di confusione – dice il suo legale – è un ragazzo con problemi psichiatrici. Ha un’invalidità civile riconosciuta al 100% . È da tempo sottoposto ad amministrazione di sostegno. L’amministratrice è la mamma che abita a Salerno. È bipolare e borderline“.

A Civitanova, ha spiegato il suo avvocato, era arrivato da pochi mesi e conviveva con la compagna, trovando un lavoro a tempo determinato in una fonderia. “È addolorato per l’accaduto e chiede scusa“, spiega ancora l’avvocato. “In merito alla rapina sostiene di aver raccolto da terra i suoi effetti personali tra cui il suo orologio rotto e ha preso il cellulare nella convinzione fosse il suo. Solo dopo si è reso conto che non lo era”. La legale chiederà una perizia psichiatrica. La convalida dell’arresto è prevista per lunedì mattina.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Flavia Amabile per “la Stampa” il 26 agosto 2022.

A quasi un mese dall'omicidio, il cadavere di Alika Ogorchukwu, l'ambulante nigeriano ucciso in pieno centro a Civitanova Marche, è ancora in una cella frigorifera dell'obitorio della cittadina marchigiana. 

Nessun funerale, né una previsione - almeno approssimativa - di quando si potrà dare sepoltura all'uomo morto soffocato e schiacciato mentre chiedeva l'elemosina, dopo essere stato inseguito e buttato a terra nel centro della cittadina da Filippo Ferlazzo e ammazzato a mani nude in un corpo a corpo durato diversi minuti e filmato da svariati passanti, nessuno dei quali era intervenuto suscitando molte polemiche.

La cerimonia si svolgerà a San Severino Marche dove l'uomo abitava da sei anni con la moglie Charity e con il figlio. Era stata proprio lei a chiedere che fossero presenti anche i fratelli del marito che vivono in Nigeria. Una richiesta più che legittima ma che sta diventando un ostacolo che rischia di creare un caso diplomatico. 

I funerali erano stati dapprima rinviati a dopo Ferragosto. Il Ferragosto, però, è arrivato ed è andato via senza novità. E la vicenda sta creando un forte imbarazzo.

«Siamo tutti attoniti , anche questore e prefetto confessa la sindaca di San Severino Marche, Rosa Piermattei - Siamo in attesa di risposta. Per ora possiamo solo dire che non si terranno di sicuro entro agosto. Speriamo che possano svolgersi nella seconda settimana di settembre. Noi però non possiamo fare altro che aspettare». 

E sperare che la data non sia troppo vicina al 25 settembre altrimenti la campagna elettorale rischierebbe di provocare un'ulteriore cannibalizzazione del dolore di una famiglia. «I fratelli di Alika Ogorchukwu non avevano il passaporto - spiega Francesco Mantella, avvocato della famiglia -.Hanno ottenuto finalmente il documento qualche giorno fa. Ora speriamo che si possa accelerare, purtroppo non è facile. Ho ricontattato il consolato italiano a Lagos, e ho cercato di capire a che punto fosse la procedura.

Ho anche spiegato ancora una volta che la loro richiesta di visto non può seguire l'iter normale, complesso, farraginoso, altrimenti non riusciranno mai a venire. Devono essere sottoposti a un iter diverso. Chiamerò per l'ennesima volta il consolato italiano, speriamo di avere finalmente dei tempi definiti e brevi. Non è possibile aspettare sine die». 

Né l'avvocato intende farlo, in realtà, «Se non dovessero arrivare risposte concrete mi rivolgerò al ministero degli Esteri e porrò a loro la questione. Non mi resta altra strada». 

Il 9 agosto la moglie di Alika Ogorchukwu aveva incontrato la sindaca di San Severino Marche per definire i dettagli della cerimonia. Si erano messi d'accordo per una cerimonia all'aperto, al campo sportivo di San Severino per accompagnare l'ultimo saluto al marito con canti tipici della Nigeria a cui prenderà parte la comunità nigeriana delle Marche. In caso di maltempo - aveva riferito l'avvocato - la cerimonia si sarebbe tenuta all'interno del palazzetto dello sport di San Severino.

Lo slittamento dei tempi rischia di far saltare l'accordo raggiunto e di rendere necessario trovare il modo di far accettare alla donna un funerale diverso da come lo aveva immaginato ma su questo, in assenza di tempi certi, nessuno in queste ore è disposto a sbilanciarsi . Sul fronte giudiziario, invece, il prossimo passaggio importante sarà la richiesta di perizia psichiatrica che la difesa di Filippo Claudio Giuseppe Ferlazzo, in carcere con l'accusa di omicidio volontario di Alika, presenterà al gip di Macerata.

Il male assoluto non ha colore. Ieri, in prima pagina, la notizia di un uomo ammazzato a bastonate mentre, da ambulante, cercava di vendere ai passanti qualche piccola cosa. Stefano Zecchi il 31 Luglio 2022 su Il Giornale.  

L'altro ieri in prima pagina de «Il Giornale» c'era la notizia di un cane ammazzato a fucilate in provincia di Foggia; non faceva male a nessuno, lo chiamavano «il cane di Padre Pio» perché a San Giovanni Rotondo, dove si trova il santuario dedicato al prete di Pietrelcina, si avvicinava ai pellegrini, quasi accompagnandoli al Convento dei Cappuccini.

Ieri, in prima pagina, la notizia di un uomo ammazzato a bastonate mentre, da ambulante, cercava di vendere ai passanti qualche piccola cosa.

Un uomo non è un cane, ma la crudeltà che li ha ammazzati è la stessa. Una crudeltà che si esprime con la violenza più bieca, quella che uccide. Talvolta con abili o ipocriti esercizi retorici giustifichiamo la violenza come una condizione di necessità per difenderci dal sopruso. Ma nessuna retorica riuscirà a giustificare la crudeltà, perché sarebbe come ammettere che il sentimento dell'amore ha un valore inferiore all'essere crudele.

La crudeltà è subdola, ubiqua, mostra le sue innumerevoli forme, dalle sofisticate tecnologie degli armamenti, agli stupri, alle esecuzioni di massa, al piacere di sopraffare il più debole. Ci indigniamo degli atti violenti provocati dalla crudeltà dell'uomo, come se quell'uomo non appartenesse a quello stesso nostro genere che si mostra impotente di fronte alla violenza. Il male non è banale, come scriveva Hannah Arendt, osservando quel piccolo uomo, Adolf Eichmann, che ascoltava impassibile le accuse del tragico sterminio di ebrei, di cui era responsabile. Eichmann poteva apparire un uomo insignificante, banale, ma nel suo agire non c'era banalità, ma un'immane crudeltà.

Di fronte alla violenza ci indigniamo e puntiamo il dito contro l'altro, perché l'altro è il violentatore, sempre l'altro: noi ci indigniamo, e così siamo salvi. Ci indigniamo per il fatto che nessuno si è messo di mezzo per cercare di aiutare quel povero nigeriano mezzo zoppo che vendeva fazzoletti di carta. E intanto fiorisce la speculazione politica che trova spazio tra tanta ipocrisia e stupida propaganda. In realtà non ci si guarda dentro, si cerca di salvare se stessi da quella crudeltà che drammaticamente ci appartiene come un principio costitutivo dell'esperienza umana. Si possono trovare mille motivi per spiegare (non necessariamente giustificare) l'aggressione omicida verso il venditore ambulante nigeriano, e altrettanti motivi per l'uccisione di quel povero cane di San Giovanni Rotondo. Argomenti del tutto inutili: perché, in questo caso sì, la loro colpa è banale. Davano fastidio. Alla banalità di questa colpa si è contrapposta la crudeltà del male: bastava dire al venditore ambulante di andarsene; al cane dargli una pacca sul sedere (era buono, non aveva mai fatto male a nessuno) per mandarlo via. Invece esce prepotente, inarrestabile il piacere di fare del male, di aggredire oltre ogni limite del buon senso.

Il rimedio? È sempre lo stesso: comprendere la fragilità dell'amore, non pensandolo come un'invincibile potenza contro la crudeltà del male. Educare alla bellezza, insegnare a riconoscere la bellezza: questo è davvero un impegno politico. Essere responsabili della bellezza del mondo, saperla proteggere, saperla difendere, saperla creare. Dove c'è bellezza, il male arretra, non è sconfitto, ma trova un antagonista difficile da sopraffare.

Luca Josi per Dagospia il 31 luglio 2022.  

Ricordate queste due immagini? Più o meno, quel racconto è cominciato così.

Forse, in una caverna. Accadde che per vanità, testimonianza di un’impresa o per far ingelosire il suo vicino di grotta, qualcuno decise di fissare su una parete un racconto di una vicenda di cui era stato spettatore o protagonista. In questo caso, si tratterebbe di una pittura rupestre di 45.000 anni, australiana, la più antica del mondo (fino a quando non se ne troverà una più antica e via dicendo; un po’ come la misurazione del debito pubblico o dell’origine dell’universo).

Poi l’uomo è andato avanti con invenzioni straordinarie e ha conosciuto la parola al posto del verso, poi la scrittura del pensiero, rischiando ogni volta la perdita di qualcosa (per Socrate quella parola scritta avrebbe impigrito la memoria, per l’uomo primitivo, forse, il linguaggio si è manifestato come un dispositivo di comunicazione che atrofizza  e poi nebulizza una capacità e altri talenti che l’uomo poteva avere dentro di sé e cominciava a delocalizzare in un’infinita delega di un’infinita “cloud”; tipo Wikipedia rispetto al nostro archivio mentale).

Nel novecento una scoperta ha teletrasportato le emozioni della grotta, smaterializzandole e delocalizzandole. Quando l’uomo cominciò ad assistere a ripetizioni del reale e a confonderle con quelle teatrali che ammirava da qualche millennio - pensate a quante vendette, assassini e stragi si narravano in quelle rappresentazioni - qualche geniale intellettuale cominciò a descrivere i rischi di questo futuro (e da Benjamin a Pasolini troverete quello che vi serve; ma io qui mi fermo, perché pur rispettando la mia solida incompetenza, che di questi tempi candida a parlare e occuparsi di quasi tutto, esistono esperti, intellettuali e filosofi, che vi sapranno descrivere tutto questo molto meglio). 

Ma sostanzialmente, potrebbe essere andata così, per mitridatizzazione (da Mitridate, che ingurgitava una goccina di veleno al giorno per immunizzarsi dai rischi di corte).

Quando l’uomo cominciò a perdere il contatto con la concatenazione degli altri sensi, a mangiare animali che non aveva visto soffrire, a vincere guerre che non aveva combattuto, a emozionarsi per eventi che, a lotteria, gli si presentavano sotto i suoi occhi - uno per migliaia di quelli che si consumavano nel reale e che beneficiavano di documentazione - l’uomo iniziò a stararsi dal suo sé. Vedendo sangue e stragi nei film, alternate a stragi e sangue nella realtà, ma veicolate dallo stesso strumento, quanto sarebbe risultato facile distinguere, non coinvolgersi, partecipare e contemporaneamente essere trascinati da quelli reali?

È accaduto per queste generazioni di bambini, me compreso (quando lo fui), cresciuti tra peluche di animali umanizzati e parlanti nei loro cartoni, che poi mangiano regolarmente nei loro piatti perché, forse, loro immaginano nati direttamente negli scaffali e sui banconi di qualche supermercato avvolti in  una placenta di cellophane e prezzata (e non è un sermone da vegetariano, ma un assurdo di una società che rimuove la morte, non comprende la vita e pensa che gli animali li si possa solo mangiare e non ammazzare; perché se ne occuperà qualcun altro. Forse). 

Così, dopo aver letto qualche chilo di articoli sullo stordimento di un mondo che s’interroga sul suo piano inclinato di devastazione per l’assassinio di quel uomo di colore da parte di un uomo bianco (c’è anche questo) e degli uomini, prevalentemente bianchi, che riprendevano la scena, mi è tornato il flash di quelle due immagini: quella prima grotta e quell’anziana che fotografa il suo Cristo morente (Dago, onore a Dago, fu il principale editore di quella immagine). 

Nella retorica dei palinsesti non lineari - la tv generalista era quella dei contenuti decisi da altri e tu sceglievi quali scelte seguire secondo gli orari decisi da loro, mentre le piattaforme decidono cosa tu puoi guardare e tu decidi quando - siamo passati a quella del contenuto autoprodotto.

Così, accade che non riconoscendo più una strage vera da una di finzione, una guerra cinematografica da una dietro casa, l’uomo contemporaneo ascolti un solo imperativo: quello di testimoniarla in primis a se stesso per poi raccontarla ad altri.

Quindi, nella miliardaria storia della terra, il recente uomo è ancora, semplicemente, quella bestia che disegna. E fotografa (e commenta molto; a partire dal sottoscritto). A Civitanova, non c’è nessuna città nuova. C’è solo il solito uomo. Forse.

La barbara uccisione di Civitanova Marche. Da Alika a Willy, la lunga scia di sangue degli uccisi a mani nude olocausto della solidarietà. Alberto Cisterna su Il Riformista il 2 Agosto 2022 

Il corpo in terra di Alika Ogorchukwu, tempestato di pugni, stritolato dai colpi del suo assassino ci trascina negli anfratti più bui dell’umanità. Quando l’unica arma di cui si disponeva erano le nude mani, capaci di fracassare le ossa, deturpare i visi, sbriciolare le membra dell’avversario. Si torna a uccidere con le mani, con le mani spoglie, senza alcuna arma che possa agevolare il desiderio di morte o che possa mitigare l’agonia della vittima. Era già successo con Willy Monteiro, massacrato a pugni in una strada di Colleferro; a Marco Ruggeri, finito a pugni in faccia per un debito davanti a un bar a Roma; ad Augusto Bernardi, il 10 luglio scorso, ucciso a Torino per un futile diverbio e tante volte ancora. Una scia di sangue, lunga, sempre uguale, sempre raccapricciante.

A rendere tutto più terribile, più doloroso la teoria dei video di passanti e vicini che subito dopo inondano la rete e popolano le tv. Non esiste alcuna relazione apparente tra chi adopera le mani dell’Homo faber per togliere la vita e chi le impegna febbrilmente, spasmodicamente per immortalare la morte inflitta impugnando il proprio smartphone. Eppure, eppure. Al di là dell’abissale differenza tra chi uccide a mani nude e chi assiste alla violenza, c’è qualcosa che agita, qualcosa che non persuade. L’intima convinzione, il tormento che si potesse fare qualcosa, che si potesse intervenire, che fosse possibile ancora prestare soccorso, aiutare. Un conto è il colpo di pistola, il fendente di un coltello, l’esplosione di una bomba, altro è la morte inferta con le sole mani, dove pugno dopo pugno la vita si spegne e abbandona il corpo esangue; dove solo l’ultimo cazzotto consegna al buio la luce terrorizzata degli occhi, l’affanno del respiro e smorza ogni speranza.

Guardare, filmare e non intervenire. Certo la violenza paralizza, lascia storditi, increduli, attoniti. Soprattutto quando è inattesa, si consuma per strada, in una calda giornata d’estate in cui nulla ti aspetti e tutti passeggiano tranquilli. Ma chi prende il telefono e inizia a filmare, a documentare a mano fredda, con razionale precisione i dettagli di una morte non è né attonito, né sorpreso. Superato lo smarrimento iniziale, c’è sempre chi non esita e ritiene che non sia suo dovere rendersi “prossimo”, avvicinarsi a chi sta soccombendo, ma piuttosto pensa che il destino lo abbia chiamato al ruolo di cinico e freddo reporter di un’uccisione.

Di fronte alla violenza, al lutto che si sta consumando, si assumono le spoglie di un reporter di guerra, di quella minuscola, orrida guerra che si sta consumando innanzi ai nostri occhi. Neanche fossimo Robert Capa che immortala in Spagna l’istante preciso della morte del miliziano o Nick Ut che sconvolse il mondo con la foto della bambina vietnamita devastata dal napalm americano, ci si improvvisa passivi documentaristi, cinici osservatori di una violenza che attraversa per caso la nostra esistenza. Tra l’eroismo di chi si lancia in soccorso della vittima, anche a rischio della propria vita, e la codardia di chi assiste impotente o, addirittura affretta il passo per sottrarsi all’orrore, la modernità ci ha consegnato un’inattesa, ancor più cinica, terza via. La possibilità di trasferire il nostro impulso dall’azione alla documentazione; dall’omissione alla trasmissione. Non si racconta, si trasferisce da un apparato all’altro, da un sito all’altro perché tutti possano assistere alla rappresentazione del male. Forse è un episodio di razzismo quello di Civitanova Marche, forse l’assassino è un disturbato mentale. Si vedrà. Ma non possiamo non volgere lo sguardo a quanti hanno assistito e, soprattutto, a coloro che hanno freddamente filmato quella morte. La Documanità è davvero la “filosofia del mondo nuovo” (Maurizio Ferraris, Laterza, 2021) e ha preteso il suo ennesimo olocausto, il sacrificio di una vita che dia prova, ancora una volta, una volta di più, che importa esserci e non agire, che conta raccontare e non intervenire, che l’importante è aver congelato l’adrenalina della violenza e non aver provato a mitigarla. Alberto Cisterna

Solita litania razzista di chi “bruschia” (gli rode) per Invidia.

Maturità farsa: tutti promossi E i 100 al Sud umiliano il Nord. Matteo Basile i 24 Luglio 2022 su Il Giornale.  L'esame non fa più paura: il 99,9% degli studenti lo passa. La manica larga del Meridione, fioccano i voti più alti

«Quest'anno c'è la maturità, non si scherza!». Ansia, brividi, notti insonni, brutti pensieri, panico. Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha provato almeno una di queste emozioni al sentire i professori scandire questo mantra minaccioso recitato con continuità da settembre in poi. Così era, per tutti. Dagli scansafatiche ai secchioni. Non si scappava. Era. Perché adesso l'esame di maturità altro non è una banalissima formalità. Il 99,9% degli studenti italiani ammesso all'esame di Stato ha infatti superato la prova. Altro che paturnie: una passeggiata di salute. I dati forniti dal ministero dell'Istruzione parlano chiaro. E nulla è cambiato con il ritorno dell'esame in presenza dopo le restrizioni dovute al Covid negli ultimi due anni. Ma c'è un altro dato che fa riflettere: al Sud i voti e in particolare i 100 e i 100 e lode sono molto più numerosi rispetto che al Nord.

Se si considera che, già prima della prova, ben il 96,2% dei candidati scrutinati era stato ammesso all'esame, il 99,9 di diplomati certifica che il tanto temuto ultimo anno con il tremendo esame che fu adesso è poco più che un atto di presenza puro e semplice per tutti quanti. Anche perché quest'anno le prove erano complete, in presenza sia per gli scritti che per gli orali. Eppure i promossi sono gli stessi dello scorso anno quando gli esami si tennero a distanza. Aumentano anche i diplomati con lode: sono il 3,4% rispetto al 3% di un anno fa, mentre calano gli studenti che hanno ottenuto il 100 tondo: il 9,4% rispetto al 13,5% dell'anno scorso. La maggioranza assoluta degli studenti, il 51,2% tra studentesse e studenti, si colloca nella fascia di valutazione tra il 60 e l'80. Calano invece i 60, quelli che una volta venivano ribattezzati «promossi con un calcio nel sedere», che passano dal 4,8% al 4,1%. Una volta ammessi, quindi, si arriva al traguardo. A far riflettere sono altri numeri.

Perché tra i 16.510 studenti che in totale hanno raggiunto il 100 e lode, le percentuali sono completamente differenti tra Nord e Sud. La manica più larga in percentuale si registra in Calabria con il 6,6% dei promossi con lode. Seguono Puglia col 6,3%, Umbria (5%) e Sicilia (4,8%). Nulla a che vedere con il Nord: solo l'1,5% nella rigidissima Lombardia, il 2,1% in Piemonte e il 2% in Veneto. Anche alle scuole medie, i numeri del ministero sembrano incoraggianti: il tasso di ammissione all'esame finale è stato del 98,5% anche in questo caso il 99,9% delle ragazze e dei ragazzi ammessi ha superato la prova. In due regioni, Molise e Basilicata, registrato il 100% di promossi. E anche per i più piccoli, voti più alti assegnati al Sud in Puglia, Calabria e Molise dove più di un candidato su due ha ottenuto una votazione superiore all'8. Facile ipotizzare che non ci sia stato una fuga di cervelloni nelle regioni del Meridione, quanto l'evidenza di criteri di giudizio molto più severi al Nord. Va bene che, almeno in teoria, una maggior severità possa essere più funzionale per prepararsi a un futuro universitario prima e lavorativo poi, ma sicuramente la disparità è evidente e penalizzante, per esempio nell'accesso alle facoltà a numero chiuso e per accaparrarsi le borse di studio del primo anno. Un divario che altro non fa che aumentare le perplessità sul nostro sistema scolastico.

Perché oltre alla palese disparità territoriale, i numeri dei promossi infatti cozzano terribilmente con i dati dei test invalsi forniti non più di un tre settimane fa. Un elemento su tutti: per quanto riguarda le competenze in lingua italiana, appena il 52% per cento degli studenti dell'ultimo anno infatti raggiunge il livello minimo di competenze, con punte del 60 per cento in Campania, Calabria e Sicilia. Più di un ragazzo su due quindi, ha problemi di comprensione e di espressione nella propria lingua. Tutti promossi, però. Siamo abbastanza asini, quindi, ma la tanto attesa e temuta notte prima degli esami adesso si può vivere senza ansie. E poi? Io speriamo che la cavo...

LA RIFLESSIONE. Se i ragazzi del Sud osano superare gli studenti del Nord agli esami di maturità. Manica larga dei professori, la prima spiegazione dei giornali di su (e di qualche preside invelenito). Al Sud oltre mille lodi in più. Con media italiana del 3,4 per cento. Lino Patruno su La Gazzetta del Mezzogiorno il 29 luglio 2022.

Scandalo al sole. Ma come osano i ragazzi del Sud essere più bravi di quelli del Nord agli esami di maturità? Manica larga dei professori, la prima spiegazione dei giornali di su (e di qualche preside invelenito). Al Sud oltre mille lodi in più. Con media italiana del 3,4 per cento, ma con la Calabria al 6,6 e la Puglia (seconda) al 6,3. Lombardia 1,5. Quando solo poco prima le rilevazioni Invalsi avevano certificato tutto il contrario: studenti del Sud meno preparati di quelli del Centro Nord. Con Puglia e Calabria in posizioni invertite: penultima e ultima. Qualcuno gioca sporco?

Allora. Se Atene piange, Sparta non ride. Se i ragazzi del Sud erano ultimi in Italia, quelli del Centro Nord erano ultimi in Europa. Con una media italiana del 55 per cento di impreparati. Altro che polemiche parrocchiali. E con i test Invalsi che sono come le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Che vale ripeterli ogni anno, se servono solo a lasciare tutto come sta? Mai che i governi abbiano detto: data la situazione, aumentiamo la spesa per la scuola. Che invece è più inossidabile di un profilato dell’Ilva: sempre ultima in Europa.

E la didattica a distanza, che ha notoriamente penalizzato il Sud con meno computer e tablet? Non c’entra, la risposta: tutto cominciato già dieci anni fa. Aggravante, per chi non ha rimediato. Ma allora, se così è, non si sfugge. O i ragazzi del Sud sono più scemi in partenza, ma va certificato con uno screening di massa. O il Sud, quand’anche fosse, soffre di condizioni che lo portano a quei risultati. E’ notorio che alla nascita i bambini del Sud piangono più di quelli del Nord: capiscono subito di aver aperto gli occhi nel posto più bello ma più ignorato d’Italia. Avranno meno asili nido, meno tempo prolungato, meno biblioteche scolastiche, meno mense, meno scuolabus. Come se, a parità di anni frequentati, ne frequentassero uno in meno. E poi vieni a fare l’Invalsi e, invece di chiedergli scusa, vorresti farli vergognare. La colpa è loro e non di uno Stato che non li tratta come gli altri. Scambio fra vittima e carnefice.

Su dati Istat e del ministero Economia e Finanza, il fabbisogno scolastico riconosciuto dallo Stato per ogni ragazzo di Milano è di 1.446 euro l’anno, per un ragazzo di Bari di 784. Non dovrebbe essere il contrario? E no, si segue la spesa storica: dare più a chi ha sempre avuto più, dare meno a chi ha sempre avuto meno. Finché non si calcoleranno i fabbisogni (i famosi Lep, Livelli essenziali di prestazione) andrà sempre così. Per gli asili nido, l’ex ministra Carfagna aveva avviato una più giusta via: una tomba con la caduta del governo. Per il resto, almeno dal 2009 l’Italia continua a violare la sua stessa Costituzione. Paese anticostituzionale verso il suo Sud.

Finché si arriva alla maturità. A parte il fatto che la sorpresa comincia già alla terza media: divario fra Nord e Sud, ma Puglia prima per «10 e lode», record nazionale. E a parte il fatto che alla fine dei licei si vanno a conteggiare buoni e cattivi, ma nessuno valuta un dato nazionale: 99,9 per cento dei promossi. Magari anche qui manica larga, essendo la percentuale più alta d’Europa. Ma la domanda è: cosa c’entra l’Invalsi con gli esami di Stato? Con i quali si valuta un percorso di tre anni. E si valutano anche tutte le altre materie e non solo italiano, matematica e inglese. E non certo con i quiz a campione, più adatti alla Settimana Enigmistica. E forse con una abitudine del Sud di fare il più col meno. Con la serietà della privazione e delle difficoltà future. E con gli esaminatori (non tutti locali) che lo colgono a differenza dei quizzettari una tantum dell’Invalsi.

E poi la dispersione scolastica, l’abbandono. Più alta al Sud, come avviene nel ritardo di sviluppo: povertà non fa rima con scolarità. Una selezione dei più deboli (anche loro malgrado) che lascia in aula i meno deboli pure culturalmente, quelli dei 100 e lode. Allora un Paese serio cosa fa invece di stilare classifiche manco fossero Inter e Juventus? Cerca di eliminare la dispersione. Ultimi stanziamenti: 255 milioni per il Sud, 244 per il Centro Nord. Embè, dispersione eguale quando sappiamo che non è così?

In dettaglio: Puglia 43,1 milioni, Basilicata 5,3. Ma in Puglia escluso dalla prima assegnazione il 66 per cento delle scuole. E poi meccanismo (parossistico se non patologico, secondo la Cgil) che, su indicazione del solito Invalsi, inventa una dispersione «implicita», quella di chi non raggiunge le competenze necessarie. Suggerendo di escludere anche quelle scuole, invece di aiutarle. L’Invalsi, una società privata. Come dire: Sud, se sei trattato così, è perché te lo meriti. Almeno questo imparalo.

Da repubblica.it il 25 luglio 2022. 

Il campione di basket, oggi vice allenatore dei Wizards dopo una lunga carriera in Italia, si sfoga su Instagram dopo un episodio di razzismo nella "sua" Pesaro mentre era con i tre figli: "Chiedono i documenti solo se non sei bianco. Non voglio crescerli in un mondo del genere, come esseri umani siamo migliori di così. E se non fossi stato famoso?" 

"La polizia mi ha lasciato andare perché sono un ex giocatore di basket, ma se fossi stato solo una persona nera in giro per la città, cosa sarebbe successo? Cerchiamo di essere migliori come umani, dai". Pesaro, fuori da un locale dove le girano le asciugatrici dei vestiti sono seduti quattro uomini. Due di carnagione più scura: l'ex giocatore di basket di Biella, Pesaro e Olimpia Milano Joseph Blair, oggi assistant coach dei Washington Wizard in Nba, e il figlio Jourdyan. Con loro due persone dalla pelle più chiara, cioè i figli Joseph jr e Jaeson, nati dalla relazione con la compagna italiana Paola.

Questa fastidiosa distinzione serve per capire cosa è successo domenica a Pesaro. Un fatto di razzismo che lo stesso Blair ha raccontato su Instagram. "Ciao a tutti i miei amici italiani, io sono qui fuori dalle asciugatici. Fa troppo caldo dentro, quindi ci siamo seduti fuori. È passata la polizia, si è fermata ed è scesa dalla macchina per chiederci i documenti. Ce li hanno chiesti a noi due (a Blair e al figlio Jourdyan, ndr). A loro (Joseph jr e Jaeson, ndr) hanno detto che non serviva". 

Blair: "Se fossi stato solo un nero, cosa sarebbe successo?"

È la prima volta che Blair è vittima di un episodio di razzismo, nella città marchigiana. "A Pesaro non ho mai avuto problemi di questo tipo e mi dispiace tanto perché come sapete un gran pezzo del mio cuore è in questa città. Però ragazzi, così non si può. Nel mondo in cui viviamo non si può fare questo. Ho dato loro la mia patente americana, perché ovviamente non porto con me il passaporto quando vengo ad asciugare i vestiti. Dopo il controllo mi hanno detto: 'Ma tu sei l'ex giocatore, ti lasciamo andare'. E se non fossi stato un ex giocatore? Se fossi stato solo una persona di colore in giro per la città è un problema?"

Blair: "Non voglio crescere i miei figli in un mondo così"

Blair ha concluso il proprio racconto con un auspicio. "Possiamo essere meglio di così come umani. Spero che chi guarda questo video pensi che cose così non debbano succedere. E che controlli che non le facciano neanche le persone vicine. Voglio crescere i miei figli in un mondo dove questa roba non esiste".

Ygnazia Cigna per open.online il 7 agosto 2022.  

È diventato virale un video di Chen Chaohao, 22 anni, titolare di un negozio di Frattamaggiore, nel Napoletano, in cui viene aggredito dalla Polizia. Come riporta il Mattino, nel filmato, ripreso dalle telecamere e diffuso dal ragazzo sul suo account Instagram, si vedono le autorità che lo scaraventano in macchina mentre lui continua a urlare per chiedere aiuto. 

 Poi, grazie all’intervento di una connazionale, esce dalla volante, ma viene placcato a terra con il volto rivolto sul cemento. Il ragazzo, secondo quanto ha mostrato sui suoi canali social, ha riportato diversi lividi dopo lo scontro con gli agenti. La Questura di Napoli al momento non avrebbe aggiunto commenti alla vicenda, spiegando che per ora il ragazzo risulta indagato per resistenza pubblico ufficiale.

Le versioni discordanti

L’episodio risale al pomeriggio del 4 agosto in cui una donna, di nazionalità italiana, ha chiamato il 112 perché lamentava di dover pagare una bomboniera che il figlio aveva accidentalmente rotto nel negozio di Chen. Una volta arrivata la polizia, secondo il racconto del 22enne, hanno chiesto il nome alla donna e a lui i documenti. Chen, in quel momento, ne era sprovvisto, ma aveva una foto sul cellulare, secondo quanto riferisce. 

Loro non li avrebbero accettati insinuando che potevano essere falsificati, «considerato che si trattava di uno straniero». Secondo quanto riferisce, invece, la Questura di Napoli Chen si sarebbe rifiutato di mostrare i documenti opponendo resistenza durante l’identificazione. Secondo il ragazzo si tratta di un’aggressione a tutti gli effetti di stampo razzista. 

«L’ufficiale ribadiva che un italiano può girare senza documenti, io no», scrive su Instagram. «Sarei entrato in auto senza esitare se non mi fosse stata esplicitata una differenza razziale». Poi spiega di essere stato aggredito e portato al commissariato, dove gli avrebbero sequestrato il cellulare per controllare se avesse registrato. «Mi hanno chiamato cinese di merda», conclude.

Bakayoko fermato e perquisito dalla polizia. Il Domani il 18 luglio 2022

Contro le accuse di profilazione razziale la Questura ha risposto dicendo che «il controllo è scattato perché Bakayoko e l’altro passeggero corrispondevano perfettamente, per un caso, alle descrizioni, e ovviamente è terminato quando ci si è resi conto di aver fermato una persona che non c’entrava».

In queste ore sta circolando sui social network un video che ritrae Tiémoué Bakayoko, il giocatore di Serie A del Milan, fermato per strada (tra piazza Gae Aulenti e corso Como) da alcuni agenti di polizia durante un posto di blocco con tanto di pistole puntate contro.

Nelle immagini, riprese con lo smarphone di un cittadino che si trovava sulla scena, si vede una poliziotta puntare la pistola contro una persona seduta all’interno di un suv da dove è stato fatto scendere il calciatore, mentre un suo collega stava effettuando un’attenta perquisizione. Ma dopo poco meno di un minuto un altro agente fa notare al collega che il ragazzo che stava perquisendo non era un criminale ma Bakayoko, il giocatore del Milan, che viene così rilasciato dopo diverse scuse.

Il video risale al 3 luglio scorso ma è stato pubblicato soltanto nelle ultime ore. La notte precedente, ha fatto sapere la questura, a Milano c’erano state delle risse con colpi d’arma da fuoco per questioni di spaccio. E la polizia, che per questo motivo operava con le pistole in pugno, stava cercando un’auto scura con a bordo due uomini, uno dei due di colore e con una maglietta verde. Bakayoko e l’altra persona corrispondevano alle descrizioni.

LE REAZIONI 

Il video sta facendo molto discutere. «Lo fermano perché nero, si scusano perché ricco. Questa è profilazione razziale, condita dall’inaccettabile impreparazione dell’agente che punta un’arma ad altezza uomo. Succede in centro a Milano, non in Texas, e ne stiamo parlando solo perché dall’altra parte c’era Bakayoko», si legge sui social.

La Questura ha minimizzato sull’accaduto: «Sono commenti fuori luogo, il controllo è scattato perché Bakayoko e l’altro passeggero corrispondevano perfettamente, per un caso, alle descrizioni, e ovviamente è terminato quando ci si è resi conto di aver fermato una persona che non c’entrava».

Il caso Tiémoué Bakayoko dimostra che anche l’Italia ha un problema con la profilazione razziale. Nello stesso Paese che applaude Paola Egonu, le forze dell’ordine fermano il calciatore del Milan solo perché nero. L’identificazione etnica è un problema ma non lo raccontiamo. «Rappresentare la comunità in maniera diversa, è l’unico modo per rompere i pregiudizi che alimentano il razzismo». Simone Alliva su L'Espresso il 18 Luglio 2022.

Sembra il fermo immagine di un video che arriva dagli Stati Uniti. C’è un uomo nero che viene fermato dalla polizia mentre si trova sulla sua auto, mani ben in vista. L’uomo viene perquisito da un poliziotto mentre un’altra agente punta la propria pistola all’interno dell’auto, dove si trova un’altra persona.

A un certo punto un terzo poliziotto si avvicina al collega che sta effettuando la perquisizione e gli rivela l’identità del perquisito. Termine dell’operazione.

Siamo a Milano, pieno centro. L’uomo è il calciatore del Milan, Tiémoué Bakayoko.

«Nella stessa Italia in cui si elogia Paola Egonu, avviene la profilazione razziale per Tiémoué Bakayoko (e molte altre persone non famose il cui nome non è altisonante, benché condividano la stessa melanina)” è il commento secco di Oiza Queens Day Obasuyi, ricercatrice e giornalista- Ci troviamo di fronte a un caso di profilazione razziale confermata dal fatto che la polizia pensava che Bakayoko fosse coinvolto in una sparatoria/rissa avvenuta molto prima tra cittadini di origine africana».

Con profilazione razziale si indica la pratica delle forze dell’ordine di procedere a operazioni di controllo o sorveglianza mosse soprattutto da pregiudizi fondati su colore della pelle, lingua, nazionalità. L’accusa non è mossa soltanto dalla saggista Obasuyi. Sui social molti utenti hanno criticato l’operato degli agenti accusandoli anche di "razzismo", o al contrario, di "mollare tutto" appena scoperto che il perquisito era un calciatore. 

«Sono commenti fuori luogo - spiegano in Questura - il controllo è scattato perché Bakayoko e l'altro passeggero corrispondevano perfettamente, per un caso, alle descrizioni, e ovviamente è terminato quando ci si è resi conto di aver fermato una persona che non c'entrava". Secondo quanto precisato dalla Polizia di Stato, infatti, la notte precedente c'erano state risse, anche con colpi d'arma da fuoco (poi rivelatasi non di pistola) tra stranieri, e si cercava un suv scuro con a bordo due uomini, uno dei due di colore con una maglietta verde». 

Non è la prima volta. A fine giugno 2021, intorno all’alba, un gruppo di ragazzi e ragazze poco più che maggiorenni e per la maggior parte afrodiscendenti si trovava fuori dal McDonald's di Piazza XXIV Maggio, a Milano. All’improvviso sul posto era arrivato un gran dispiegamento di carabinieri, alcuni in tenuta antisommossa. Ne è seguito un intervento di identificazione piuttosto violento, documentato da diversi video pubblicati sui social. 

«L’identificazione etnica è poco trattata in Italia ma è reale. Molto spesso le persone nere vengono fermate dalla polizia senza aver commesso nulla, camminano per strada, viaggiano in macchina e vengono fermate perché sono nere». A spiegarlo a L’Espresso è Triantafillos Loukarelis ex Direttore generale dell’UNAR (Ufficio Antidiscriminazioni razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e presidente del comitato direttivo Antidiscriminazione, diversità e inclusione del Consiglio d’Europa.

«Non facciamo tutta l’erba un fascio rispetto ai corpi di polizia ma è una questione che esiste. A livello mondiale si è creata una certa sensibilità e anche voglia di affrontarla, pensiamo al movimento Black Lives Matter. La Commissione Europea con il nuovo piano di azione europeo contro il razzismo chiede agli Stati membri azioni specifiche per contrastare l’identificazione etnica. L’UNAR da un paio di anni sta lavorando a un piano nazionale italiano e abbiamo previsto. in collaborazione con 120 associazioni in Italia, un lavoro specifico che tramite l’OSCAD attivi corsi di formazione presso tutte le forze dell’ordine affinché si capisca che questi tipi di stereotipi sono inaccettabili». 

La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) parla di “pratica persistente,” compiuta dalle forze dell’ordine senza “alcuna giustificazione oggettiva e ragionevole” quando procedono a operazioni di controllo o sorveglianza, mosse soprattutto da “pregiudizi fondati sulla razza, il colore della pelle, la lingua, la nazionalità. 

Dalla ricerca - condotta tra il 2015 e il 2016 attraverso interviste mirate a quasi seimila afrodiscendenti in dodici diversi Paesi, Italia inclusa – emerge infatti che un quarto del campione era stato fermato da forze di polizia nei cinque anni precedenti, e in quattro casi su dieci legava il fermo più recente a profilazione. Tra le persone fermate nei 12 mesi prima dell’indagine, il 70 percento del campione italiano parlava di profilazione razziale. 

«È la generalizzazione verso la comunità nera in Italia che porta, non solo forze dell’ordine, ma anche altri cittadini ad avere un atteggiamento che discrimina» a spiegarlo Mehret Tewolde Direttrice Esecutiva presso IABW – Italia Africa Business Week. «Dovremmo riflettere su questo episodio e chiederci: avrebbe avuto lo stesso impatto mediatico se invece di Tiémoué Bakayoko fosse capitato uno studente nero italiano al 100 per cento? In Italia non c’è il riconoscimento di una cittadinanza che non sia bianca. Questo è uno dei problemi. Poi c’è una crescente rassegnazione nei confronti di aggressioni e micro-aggressioni, non si denuncia mentre si dice troppo che soffriamo di vittimismo, così serpeggia questo sentimento di arrendevolezza alle discriminazioni, non ci si sente tutelati, ascoltati ma neanche rappresentati. La rappresentazione è fondamentale. Raccontare l’Italia multiculturale e non parlare di persone nere solo come persone che hanno bisogno di essere accudite o che delinquono. Bisogna uscire da questi ghetti mentali. Allarghiamo lo sguardo, interroghiamoci su come mai la società plurale e multiculturale ben presente nelle nostre scuole, scompare finito il ciclo scolastico. Tutta una questione di narrazione. I mass media chiamano le persone nere soltanto quando si tratta di questioni che riguardano principalmente la comunità nera: migranti, razzismo, cittadinanza. Possibile che in due anni di pandemia non siamo riusciti a vedere scrittori o medici di origine diversa da quella caucasica? Eppure ce ne sono. Rappresentare la comunità in maniera diversa, aderente al reale è l’unico modo che abbiamo per rompere stereotipi e pregiudizi che alimentano il razzismo». 

Dello stesso parere Kwanza Musi Dos Santos, co-fondatrice di “Questa è Roma-associazione di giovani di seconda generazione” e consulente in Diversity Management: «Quello dell’under-reporting è un problema reale. Inoltre bisogna dire che la polizia in Italia gode di uno status abbastanza protetto e quindi è difficile denunciare un sistema che continua ad autoassolversi. Quello del razzismo e della profilazione razziale è la realtà dei fatti. Non abbiamo bisogno ogni volta di episodi così eclatanti per aprire gli occhi. C’è una questione di mancanza di formazione, sensibilità, valori condivisi. E dentro questo scenario il problema è sistemico: c’è una categoria principale che definisce i principi e valori per tutti».

Lo scambio di persona e le scuse degli agenti. Bakayoko perquisito in strada come un narcos dalla polizia: pistole puntate contro il giocatore del Milan. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Luglio 2022. 

Pistole puntate in una perquisizione in strada degna di un’operazione anti-narcos, di un film d’azione e criminalità. Non era però un criminale, un trafficante di droga che la polizia ha fermato ma Tiémoué Bakayoko, centrocampista francese del Milan protagonista di uno scambio di persona ad alta tensione ripreso da un telefonino, immagini che stanno facendo il giro dei social.

È successo a Milano, al ritorno del calciatore dall’amichevole vinta contro il Colonia e valida per la Telekom Cup. Il centrocampista è stato fermato in zona Corso Como da almeno tre agenti, quelli che si vedono dalle immagini, e fatto scendere dall’auto. Due di questi hanno puntato le pistole verso l’interno dell’automobile di grossa cilindrata del calciatore, dove doveva presumibilmente esserci qualcuno, un altro agente intanto si occupava di Bakayoko. Quest’ultimo: le mani contro la volante, veniva perquisito con veemenza.

A un certo punto si vedono i due agenti abbassare e rimettere le armi in fondina. Uno dei due si avvicina all’agente impegnato nella perquisizione e verosimilmente lo informa dell’identità dell’uomo. La reazione è eloquente: frustrazione, senso di colpa. I poliziotti si sarebbero allora scusati con il centrocampista e lo avrebbero lasciato andare. La sequenza video è stata ripresa da altri automobilisti in coda, evidentemente sconcertati dalla scena.

Bakayoko ha 28 anni, francese di origini ivoriane. Gioca nel Milan, fresco campione d’Italia, in prestito dai londinesi del Chelsea, con il quale nel 2021 ha vinto la Supercoppa Uefa. Non ha rilasciato alcuna dichiarazione sulla sua disavventura. Qualcuno ha ricordato in queste ore l’episodio che mesi fa a Londra ha coinvolto la sprinter britannica Bianca Williams e il fidanzato Ricardo Dos Santos. I due furono fermati, strattonati e ammanettati dalla Metropolitan Police.

L’atleta aveva fatto esplicitamente riferimento in quel caso alla natura razzista di quella vicenda. “È sempre la stessa cosa con Ricardo – commentò la sprinter – Pensano che stia guidando una macchina rubata o che abbia fumato cannabis. È una schedatura razziale”. La Questura ha intanto chiarito all’Ansa la natura dell’episodio. “Sono commenti fuori luogo – hanno spiegato in merito alle accuse di razzismo sollevate nelle scorse ore – il controllo è scattato perché Bakayoko e l’altro passeggero corrispondevano perfettamente, per un caso, alle descrizioni, e ovviamente è terminato quando ci si è resi conto di aver fermato una persona che non c’entrava“.

Secondo quanto precisato dalla Polizia di Stato la notte precedente c’erano state risse, anche con colpi d’arma da fuoco (poi rivelatasi non di pistola) tra stranieri, e si cercava un suv scuro con a bordo due uomini, uno dei due di colore con una maglietta verde. Corrispondendo all’alert, alle 6 del mattino successivo, lo scorso 3 luglio, le Volanti hanno effettuato il controllo e trattandosi di una segnalazione che faceva seguito a un episodio con possibili armi da fuoco, gli agenti hanno operato con le pistole in pugno. La Questura avrebbe avuto un chiarimento anche con la società rossonera.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Suore, poliziotti e pregiudizi. Concita del Gregorio su La Repubblica il 18 Luglio 2022.

Il video del controllo a Bakayoko è diventato presto virale

Sul pregiudizio, sull’intolleranza. C’è qualcosa in comune fra la suora che a Napoli ferma le due modelle che si baciano per uno spot, circondate da telecamere – era chiaramente un set -  e i poliziotti di Milano che fermano il giocatore del Milan Bakayoko con le pistole spianate, lo perquisiscono chino sul cofano, non lo riconoscono ma è nero, viaggia su un’auto di lusso, perciò sospettano e intervengono.

Entrambi, la suora e i poliziotti, non hanno percepito la realtà. Però alla suora non importava niente che quelle due donne stessero recitando o facessero sul serio: in ogni caso incarnavano il demonio, “Satana”, ha detto. Molto motivata, diciamo così, dalle sue convinzioni. Motivata a prescindere. I poliziotti invece hanno mostrato di avere molto chiaro cosa convenga e cosa no, pazienza per quello che è giusto, è il loro compito, il loro mestiere. Non appena hanno capito di chi si trattasse ci è scappato prima un improperio, poi lo hanno rilasciato con tante scuse.

Allora ci si domanda: è la procedura standard, non c’è stato eccesso di zelo e di modi? Allora dovevano proseguire la perquisizione come avrebbero fatto con chiunque: è nero, ricco, quindi forse un criminale – giusto? Se non è la procedura, non bastano le scuse. I due episodi nascono da un riflesso automatico nei confronti di chi non è “nella norma”: bianco, eterosessuale. Solo che la suora agisce in nome di Dio e non è munita di pistola. I poliziotti agiscono in nome degli uomini, sono armati per difendere la collettività. Qui il sospetto fondato sull’intolleranza - sull’ignoranza - è inammissibile. “Non in mio nome”, si dice in casi come questo. Non nel nostro nome né in nome di nessun dio. Giù le mani, giù le armi.

Luca Bottura per “la Stampa” il 19 luglio 2022.

Milano, esterno giorno. Tre luglio scorso. Un ragazzone nero è appoggiato di forza alla portiera di una volante: il cofano era evidentemente non fungibile. Mentre l'agente perquisisce il sospetto, una sua collega tiene la pistola a due mani e la punta in direzione dell'uomo che siede in auto, una grossa auto, insieme al giocatore. Anche lui particolarmente pigmentato.

La scena va avanti per alcuni interminabili secondi finché scende in campo un terzo poliziotto, il quale comunica ai colleghi che stanno verosimilmente ballando il flamenco su una deiezione canina - grossa, pure quella - dacché il ragazzone è un giocatore francese dell'Ac Milan e si chiama Tiémoué Bakayoko. Il perquisitore cambia a sua volta colore (schiarisce di colpo), abbassa il braccio che teneva sul collo del presunto reprobo, gli tira un'amichevole pacca sulla schiena. Dissolvenza a nero. Fine. La vicenda, emersa solo ieri grazie a un video non autorizzato pubblicato sui social, propone tre considerazioni.

La prima è che da Serpico a Commissario Lo Gatto è un attimo, a volte, a dimostrazione che Nanni Moretti aveva ragione: non solo ci meritiamo Alberto Sordi, ma probabilmente lo custodiamo all'interno di ogni maschio italiano adulto. Scrivente compreso, ovvio. 

La seconda è la confessione di un pregiudizio. Il mio. Sulla versione della Polizia, ossia che Bakayoko fosse incappato per errore nelle indagini susseguenti a una sparatoria tra nordafricani e senegalesi. Ero pronto a spargere amenità su un conflitto a fuoco misteriosamente tenuto segreto fino all'incidente col vip, quando ho avuto la bella idea di verificare la notizia: il 3 luglio scorso è avvenuta, in Corso Como, una sparatoria tra nordafricani e senegalesi. I giornali ne hanno scritto. Tutto vero.

La terza ha a che fare con un altro pregiudizio, quello comunque rilevato da Amnesty International, non esattamente un circolo di burraco: la profilazione etnica di Bakayoko and friend. Ossia il modo tra il paternalistico e il minaccioso col quale non solo le forze dell'ordine ma noi italiani in genere ci rivolgiamo a chi ci pare "ospite". Un'accusa apparentemente ingenerosa, anche contando che negli Usa staremmo probabilmente piangendo un talento del football silenziato nel sangue. Eppure in quella clip mi è parso di udire distintamente i pensieri dell'agente sfortunato: «Oddio, adesso che cazzo mi succede?».

Se Bakayoko avesse militato, chessò, nella Ternana, sarebbe stato congedato con qualche scusa in meno. Ma tanto è bastato perché l'operazione venisse sospesa all'istante. Voglio dire: ma se il giocatore o il suo amico fossero stati davvero pistoleri? Negli anni Settanta pure il proprietario del Monza, per dire, si faceva fotografare con una Beretta sul tavolo. 

Tra le molte branche di cui non m' intendo (una lista per difetto: politica, giustizia, economia, abbigliamento, relazioni internazionali, piccolo bricolage, termodinamica non lineare) c'è la sociologia. Ma se posso permettermi una postilla all'assunto di Amnesty, non credo si tratti di profilazione etnica. Quantomeno non solo. 

Penso che abbiamo assistito, grazie a un telefono malandrino, a un tipico caso di profilazione sociale. Questo perché Federico Aldrovandi, di cui ieri ricorreva l'uccisione da parte di quattro agenti, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi, tutta la nutrita pattuglia dei Tso finiti male, non erano neri ma attenevano a una categoria precisa: i sincopati. Quelli capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nelle mani, soprattutto, di chi non sapeva come trattarli con congruità. O forse non ne aveva alcuna intenzione. Il problema è dunque culturale.

Quella vecchia e inaudita teoria che i cittadini sono uguali e come tali andrebbero trattati. Possibilmente con più perizia. Senza spianare le pistole quando magari non è necessario, senza ritrarle di scatto perché il tizio perquisito è in prestito dal Chelsea. Dal "tu" indiscriminato agli stranieri, agli abusi veri, è tutta discesa. E quando qualcuno formerà a tappeto i controllori, sarà sempre troppo tardi.

Sebastiano Messina per “la Repubblica” il 19 luglio 2022.  

A Milano i poliziotti hanno fermato, immobilizzato e perquisito il guidatore di colore di un'auto di lusso. Poi hanno scoperto che era Bakayoko, il centrocampista del Milan, e si sono scusati: si trattava di uno scambio di persona. L'avranno preso per un attaccante dell'Inter.

Monica Serra per “La Stampa” il 19 luglio 2022.  

Una rissa con pistolettate all'alba in corso Como. Un gruppo di senegalesi si scontra con uno di nordafricani, sembrerebbe per questioni legate allo spaccio, nella strada dei locali della movida milanese. Uno di loro, di 27 anni, finisce in ospedale lievemente ferito.

Alcuni testimoni descrivono i giovani fuggiti prima dell'arrivo della polizia e viene diramata una «nota di ricerche».

Tra i coinvolti c'è un africano alto con una maglietta verde che si è allontanato con un altro uomo a bordo di un suv scuro. Meno di un'ora più tardi, alle sei del mattino, un'auto che corrisponde alla descrizione viene fermata a cinquecento metri di distanza, in via Giuseppe Ferrari. Il conducente viene fatto scendere e perquisito dagli agenti della Questura: alto, maglietta verde, cappello alla pescatora. Tutto coincide. Ma quell'uomo non è il pusher che stanno cercando: è il centrocampista francese del Milan, Tiémoué Bakayoko. 

Un altro automobilista riprende la scena col cellulare e il video, pubblicato solo ieri, quindici giorni dopo i fatti che risalgono al 3 luglio, presto diventa virale portandosi dietro molte polemiche.

Le parole più pesanti le scrive su Twitter Amnesty International: «Le immagini del fermo di Bakayoko fanno pensare a una profilazione etnica. Una pratica discriminatoria che su una persona non famosa avrebbe potuto avere conseguenze gravi». 

Nel filmato, rimbalzato sul web, si vede il calciatore ventisettenne di spalle con le mani sulla volante. Un agente lo sta perquisendo da testa a piedi mentre un'altra poliziotta punta la pistola contro l'uomo che viaggia con lui, ancora sul sedile passeggero. Dopo aver verificato l'identità del giocatore, un terzo agente si avvicina e sussurra qualcosa all'orecchio del collega. Che, col volto incredulo e dispiaciuto, interrompe il controllo.

Bakayoko non protesta, non lo fa neanche l'Ac Milan, che viene avvisata dalla Questura. Ma quelle immagini scatenano il dibattito con commenti di ogni tipo.

C'è chi paragona il calciatore a George Floyd, ucciso dalla polizia il 25 maggio 2020 a Minneapolis. Chi parla di razzismo, chi invece dice che alla fine è stato trattato con «favore» solo perché «ricco e famoso». Chi aggiunge: «Se hai la pelle chiara certe cose non ti succedono». 

C'è anche chi sdrammatizza e prova a scherzarci su: «Tutta colpa dei poliziotti interisti», o ancora «è vero che non hai convinto in questa stagione ma Maldini ha un po' esagerato a disfarsi di te facendoti arrestare». Anche per i radicali: «Bakayoko è stato vittima di profilazione razziale da parte della polizia, con pistola puntata e perquisizione veemente. Sembra l'America più profonda, invece è Milano».

In difesa degli agenti interviene il loro sindacato, il Siulp: «Operazione meticolosa che ha coinvolto poliziotti giovanissimi ma preparati: come da regolamento avevano le armi in pugno e tenevano sotto tiro i due uomini fermati». 

La Questura chiarisce in una nota: dopo la rissa e la sparatoria, «il contesto operativo del controllo giustificava l'adozione delle più elevate misure di sicurezza, anche in funzione di autotutela, e si è svolto con modalità assolutamente coerenti rispetto al tipo di allarme in atto. Identificata la persona e chiarita la sua estraneità, il servizio è ripreso regolarmente, senza alcun tipo di rilievo da parte dell'interessato». Ma la spiegazione non spegne le polemiche.

Bakayoko perquisito: gli sproloqui antirazzisti che infangano la polizia. Giannino della Frattina il 19 Luglio 2022 su Il Giornale.

Un normale controllo di polizia eseguito dagli agenti rispettando rigorosamente tutti i crismi del protocollo, diventa l'occasione per metterli in croce solo perché il perquisito è di colore. Ed essendo personaggio discretamente noto, il tutto diventa un caso mediatico e un'occasione per agitare i fantasmi del razzismo che continuerebbero ad avvelenare la nostra società. In realtà solo l'ennesima detestabile montatura, come dimostra il semplice racconto dei fatti nei quali è stato coinvolto Tiemoué Bakayoko, il giocatore del Milan fermato lo scorso 3 luglio in una zona classica della movida milanese. Ma ieri il video girato da un automobilista è sbarcato su internet, diventando immediatamente virale e ovviamente occasione delle più ingiustificabili strumentalizzazioni. Nelle immagini si vede Bakayoko appoggiato alla «volante», mentre un poliziotto lo perquisisce e una collega tiene sotto controllo, impugnando la pistola, l'altro passeggero. Tutto documentato dal video e tutto assolutamente svolto senza nessun eccesso e secondo le più normali procedure, fino a quando gli agenti lo riconoscono e rendendosi conto dello scambio di persona, fanno prendere all'operazione tutt'altra piega. Poco, ma abbastanza per scatenare la polemica sui social e consentire ad Amnesty Italia di sproloquiare, dicendo che «le immagini del fermo di Bakayoko fanno pensare a una profilazione etnica. Una pratica discriminatoria che su una persona non famosa avrebbe potuto avere conseguenze gravi». Ma allo stesso tempo accusando i poliziotti di aver avuto un atteggiamento eccessivamente remissivo una volta compreso l'errore di persona. Come a dire che in ogni caso il loro comportamento merita censura. Una ricostruzione ancor più ingiustificata e soprattutto ingiustificabile dopo aver letto la nota della Questura di Milano che spiega che l'intervento della pattuglia era stato reso necessario dopo che, nella stessa zona, erano stati segnalati dei colpi di arma da fuoco. Di lì l'allerta alle «volanti» e l'inizio della caccia a due persone descritte dai testimoni come di etnia centrafricana, una delle quali vestita con maglietta verde e a bordo di un Suv. Proprio quello che si sono trovati di fronte gli agenti alle 5,45 in zona Porta Garibaldi. Dal momento che la descrizione corrispondeva perfettamente (oltre a guidare un Suv, Bakayoko indossava proprio una maglietta verde), la pattuglia è intervenuta come da prassi, compresa l'estrazione delle armi dalle fondine di fronte ai possibili sospettati. «Con riferimento al video diffuso - specifica la Questura in una nota ufficiale - e relativo a un controllo effettuato da un equipaggio dell'Upgsp a carico del giocatore del Milan Bakayoko, si rappresenta che lo stesso, occorso in un contesto operativo che giustificava l'adozione delle più elevate misure di sicurezza anche in funzione di autotutela, si è svolto con modalità assolutamente coerenti rispetto al tipo di allarme in atto. Identificata la persona e chiarita la sua estraneità ai fatti per cui si procedeva, il servizio è ripreso regolarmente senza alcun tipo di rilievo da parte dell'interessato». Abbastanza per coprire di ridicolo i professionisti dell'allarme razzismo, gente che lucra ed è ancor più odiosa quando a essere tirati in ballo sono i poliziotti. Gente che per pochi euro rischia la vita per difendere la nostra e che non sembra davvero giusto vedere affiancata a chi nel 2020 a Minneapolis uccise George Floyd. E colpisce che a dire queste cose non sia stato anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala che ieri se l'è cavata con un pilatesco: «Ho visto il video, ma non ho parlato con il questore quindi non saprei commentarlo e non vorrei dire cose improprie. Sentirò il questore». Con Paolo Magrone, segretario del Siulp Milano che «si congratula» per «la meticolosità dell'operazione che ha visto coinvolti poliziotti giovanissimi, ma preparati e ha mostrato ancora una volta» quanto «sia importante il fattore umano per la sorveglianza del territorio. Ci ricordiamo ancora di quando, tempo fa, nei pressi della stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni, una pattuglia si scontrò con un pericoloso terrorista, poi rimasto ucciso. Allora vennero chiamati eroi, oggi sono diventati dei razzisti. Per di più sprovveduti».

Da repubblica.it il 20 luglio 2022.  

"Le autorità milanesi hanno dichiarato che l'arresto è stato un errore. L'errore è umano, non ho alcun problema con questa cosa, ma il modo e la metodologia utilizzati sono un problema, per me". Tiemoué Bakayoko torna sul fermo di polizia di qualche giorno fa, la pistola puntata verso la sua macchina, le polemiche per il video virale.

Il centrocampista del Milan ha affidato i propri pensieri ai social network, attraverso una serie di Instagram stories in cui ha spiegato l'accaduto in francese: "Penso che si sia andati oltre il dovuto. Perché non mi hanno fatto un controllo adeguato chiedendomi i documenti del veicolo, semplicemente comunicando? Nel video che è stato pubblicato sui social network, non vediamo tutto. Questa è la parte più tranquilla di tutto ciò che è successo. Ho avuto una pistola a un metro di distanza da me, sul lato del finestrino del passeggero. Hanno chiaramente messo le nostre vite in pericolo.

Qualunque siano le ragioni che li hanno spinti a fare questo, è un errore sapere che non si ha alcuna certezza circa i sospetti arrestati. Le conseguenze sarebbero potute essere molto più gravi se non avessi mantenuto la calma, se non avessi avuto la possibilità di fare il lavoro che faccio ed essere riconosciuto in tempo. Quali sarebbero state le mosse successive? Mi avrebbero portato alla stazione? Dà luogo a un sacco di domande. Non è accettabile mettere in pericolo vite in questo modo".

Bakayoko contro la polizia: "Ho rischiato la vita, cosa non hanno mostrato nel video". Libero Quotidiano il 20 luglio 2022

Il caso Bakayoko è tutt'altro che chiuso. Pochi giorni fa Tiemoué Bakayoko, centrocampista francese di origini ivoriane del Milan, è stato fermato dalla polizia in centro a Milano per uno "scambio di persona". Gli agenti lo hanno bloccato contro la volante, tenendogli le mani dietro la schiena, mentre una collega puntava la pistola su un passeggero dell'auto su cui viaggiava il calciatore. Una volta svelata la sua identità, gli agenti gli hanno chiesto scusa, addirittura con una pacca sulla spalla, e poi si sono complimentati per il suo comportamento "da cittadino modello", sottolineandone la calma e pacatezza in una situazione estrema. 

Ora però Baka, in prestito al Milan dal Chelsea (e secondo radiomercato vicino al ritorno in Francia, al Marsiglia), si sfoga sottolineando che no, non è andato tutto liscio. "Errare è umano, non ho problemi a dire questo – spiega il giocatore ai suoi follower sui social -. Il problema sono i modi e la metodologia e penso che si sia andato oltre il dovuto". La Questura di Milano aveva spiegato a Fanpage.it che Bakayoko era stato fermato in quanto lui e l'altra persona a bordo combaciavano con l'identikit di due responsabili di una sparatoria in Corso Como, due persone di origine centro-africana a bordo di un Suv. "Perché non mi hanno semplicemente chiesto il nome e i documenti? – domanda ora Bakayoko -. Nel video che è stato postato sui social non si vede tutto. Questa è la parte più tranquilla di tutto ciò che sarebbe potuto accadere. Mi sono ritrovato con la pistola a un metro da me, sul finestrino lato passeggero. Hanno messo chiaramente le nostre vite in pericolo".

"Qualunque siano le ragioni che li hanno spinti a farlo - prosegue riguardo agli agenti -, è un errore sapere di non avere certezze sui sospetti arrestati. Ci potevano essere conseguenze molto più gravi se non avessi mantenuto la calma, se non avessi avuto la possibilità di fare il lavoro che faccio ed essere riconosciuto in tempo".

 Bakayoko dopo la perquisizione della polizia: «Se non fossi stato un calciatore?». Il Domani il 20 luglio 2022

Tiémoué Bakayoko, il giocatore di Serie A del Milan, affida i suoi pensieri alle stories Instragram e racconta le vicende dietro al video diventato virale qualche giorno fa in cui viene perquisito dalla polizia: «Se non avessi avuto la possibilità di fare il lavoro che faccio ed essere riconosciuto in tempo, quali sarebbero state le mosse successive? Mi avrebbero portato alla stazione?»

«Le conseguenze sarebbero potute essere molto più gravi se non avessi mantenuto la calma, se non avessi avuto la possibilità di fare il lavoro che faccio ed essere riconosciuto in tempo», sono le parole di Tiemoué Bakayoko centrocampista del Milan, fermato qualche giorno fa dalla polizia che gli ha puntato contro una pistola durante una perquisizione avvenuta per uno scambio di persona.

Il calciatore ha affidato il suo sfogo ai social network, attraverso delle Instragram stories in cui ha spiegato l’accaduto in francese: «Penso che si sia andati oltre il dovuto. Perché non mi hanno fatto un controllo adeguato chiedendomi i documenti del veicolo, semplicemente comunicando?».

LA RISPOSTA DELLE AUTORITÀ

In un primo momento la Questura ha minimizzato sull’accaduto: «Sono commenti fuori luogo, il controllo è scattato perché Bakayoko e l’altro passeggero corrispondevano perfettamente, per un caso, alle descrizioni, e ovviamente è terminato quando ci si è resi conto di aver fermato una persona che non c’entrava».

Per le autorità milanesi l'arresto è stato un errore, ma come precisa Bakayoko il problema sta nel modo e la metodologia utilizzati.

LA VICENDA

Le immagini del fermo, riprese con lo smartphone da un cittadino che si trovava sulla scena, mostrano una poliziotta puntare la pistola contro una persona seduta all’interno di un suv da dove è stato fatto scendere il calciatore, mentre un suo collega stava effettuando un’attenta perquisizione. Ma dopo poco meno di un minuto un altro agente fa notare al collega che il ragazzo che stava perquisendo non era un criminale ma Bakayoko, il giocatore del Milan, che viene così rilasciato dopo diverse scuse.

Il video risale al 3 luglio, ma è diventato virale pochi giorni fa. «Nel video che è stato pubblicato sui social network, non vediamo tutto. Questa è la parte più tranquilla di tutto ciò che è successo. Ho avuto una pistola a un metro di distanza da me, sul lato del finestrino del passeggero. Hanno chiaramente messo le nostre vite in pericolo» così conclude Bakayoko nel suo sfogo sui social.

 

La paura dei profughi ferma i giovani padani. La prima pagina della «Gazzetta» del 17 luglio 1999. Giovinazzo, choc ai campionati di pattinaggio. Una «lettera aperta» scritta da Oscar Iarussi, il 17 luglio 1999, invita a riflettere su un incredibile fatto di cronaca. Annabella De Robertis su La Gazzetta del Mezzogiorno il 17 Luglio 2022.

Una «lettera aperta» nella omonima rubrica pubblicata su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 17 luglio 1999 getta luce e invita a riflettere su un fatto di cronaca che ha dell’incredibile. Si svolgono in quei giorni a Giovinazzo i campionati italiani di pattinaggio: circa 120 atleti, quasi tutti del Nordest, hanno disertato la manifestazione. Il motivo? «Il palazzetto di Giovinazzo sarebbe invaso dai profughi kosovari, neanche fossero il flagello di fine millennio e non gente in cerca d’aiuto».

La lettera è di Oscar Iarussi: «Caro pattinatore lombardo-veneto, lei oggi forse sarebbe salito sul podio pugliese di Giovinazzo, dove si concludono i campionati italiani di pattinaggio artistico. Gara che lei, amico padano, ha disertato alla pari di 119 giovani atleti suoi conterranei, evadendo l’onere di un viaggio al Sud con un certificato medico che a mala pena nasconde, e di fatto tradisce, il vero motivo della sua assenza: razzismo. Già, come questo giornale – e non molti altri – ha ben messo in rilievo, l’episodio sconcertante prende le mosse dalla paura dei Kosovari che, nonostante la fine del conflitto balcanico, “infesterebbe ancora” le nostre contrade, non esclusa la dolce ma dinamica Giovinazzo, cento chiese e un glorioso liceo classico, patria dell’hockey e del pattinaggio. Gli atleti responsabili della defezione, tutti tra i 13 e i 26 anni, parteciperanno tranquillamente ai prossimi campionati, penalizzati – male che vada – da una multa di cinquantamila lire…Che cosa saranno mai cinquanta, persino centomila lire, se servono ad acquistare la tranquillità di non imbattersi nel pericolo dell’“Altro”? [...] Tuttavia, caro amico del Nord, vogliamo dirle grazie per questa sua assenza da Giovinazzo, lei ha palesato ancora una volta che il razzismo non è quel sentimento lontano nel tempo e nello spazio, accreditato su libri di scuola fermi alle intolleranze tra neri e bianchi nell’America di Martin Luther King. Grazie perché lei ci ha mostrato la quintessenza del razzismo: silenziosa, ottusa, immotivata, finanche surreale eppure realistica, concreta, veritiera [...] Altrove, nei vicini Balcani, il sangue e il suolo urlano ancora tanto forte da legittimare la bestia che nell’uomo divora l’umano. Ma anche da noi, ai semafori presidiati dai marocchini, sulle spiagge dei vu’cumprà o su una pista di pattinaggio la “tolleranza” si mostra come una corda logora, quando non spezzata, che a stento ci lega alla speranza della convivenza». 

Accadeva questo in Puglia, nella calda estate di ventitré anni fa, quasi alle soglie del nuovo millennio.

"Scavalco per protesta i tornelli della metro. Perché i neri sì e io in giacca e cravatta no?" Luigi Mascheroni il 24 Giugno 2022 su Il Giornale.

A Milano la mancanza di senso civico dilaga. E l'Atm rimane a guardare.  

Il lettore scuserà il racconto in prima persona. Ma a volte è dai casi individuali che possono nascere piccole battaglie civili, anzi di disobbedienza civile. Quale la Free turnstile - «tornello libero» - che intendo lanciare a partire da oggi.

Tutto, però, è accaduto ieri.

Milano, giugno, un normale giorno settimanale, anzi quasi sera: ore 20.30, circa. Esco dal Giornale, la cui sede è - nemesi della storia - Via Gaetano Negri, toponimo che a breve sarà purtroppo trasformato in via Gaetano Neri. Scendo in metropolitana, fermata Cordusio. Non ho un biglietto nuovo, fa caldo, sono in ritardo su un altro appuntamento, l'edicola è chiusa, ci sono due macchinette self service. Facendo appello a tutta la mia pazienza e al mio notoriamente esemplare senso civico, mi metto in coda, aspettando il mio turno. Poi, improvvisamente, mi accorgo di due persone di colore che con assoluta tranquillità, parlottando, davanti al gabbiotto dell'Atm, dove ci sono due agenti di stazione, saltano i tornelli. E passeggiano placidamente verso le scale che portano ai binari.

A capo.

Prendo fiato. Con un autocontrollo di cui vado fiero, con la stessa loro tranquillità, abbandono la coda alla macchinetta, mi avvicino al gabbiotto, batto la mano sul vetro, indico i due che stanno già scendendo le scale, e urlo, rischiando la legge Mancino: «I due neri hanno saltato i tornelli. Salto anch'io!». Cosa che faccio. Non senza una certa eleganza, nonostante siano trascorsi ormai molti anni da quando portavo gloria e medaglie alla squadra di atletica del liceo, specialità corsa a ostacoli.

Comunque. Nell'immediato penso a una reazione dei due agenti, fra i compiti dei quali c'è anche - leggo dal regolamento Atm - la «Verifica del rispetto di tutte le norme di comportamento dei clienti» e la «Verifica dei titoli di viaggio e gestione delle eventuali infrazioni». Invece nulla. Non escono dal gabbiotto. Non verificano i biglietti né ai due neri né a me. Non multano nessuno.

Ipotesi. Gli agenti di stazione hanno un ordine, non scritto, di non intervenire nei confronti di soggetti potenzialmente pericolosi: o per non rischiare aggressioni o per non scatenare reazioni incontrollate. Oppure: in questo momento, grazie alle telecamere, l'Atm è già sulle tracce dei trasgressori - loro e me - e saremo presto tutti debitamente sanzionati (più facile che capiterà solo a me, che mi sto autodenunciando). Oppure la cosa è talmente diffusa, e accettata, da non costituire un problema per l'azienda di trasporti, e per il Comune di Milano. Oppure ancora, l'infrazione è accettata con fatalismo per alcune categorie di persone, e io rappresento solo una curiosa eccezione.

Resta il fatto che, da frequentatore non abituale ma neppure occasionale della rete metropolitana, non ho mai visto, a parte me stesso, signori cinquantenni in giacca e cravatta saltare i tornelli, o signore in sandali. Ma solo ragazzi, di colore o latinos o rom (si può scrivere «latinos»? E «rom»?). Sì, dài: anche qualche italiano...

Ed ecco la mia personalissima forma di protesta per sensibilizzare l'Atm e il Comune di Milano sui temi dei diritti civili e del razzismo. Per combattere una sgradevolissima forma di discriminazione - solo loro possono saltare i tornelli senza conseguenze: perché io no? - da stasera, ogni volta che dovrò servirmi della rete metropolitana, salterò i tornelli. Io non voglio e non posso essere considerato diverso da loro.

Belluno, «Un marocchino non merita l’esercito»: condannato il sergente degli Alpini. La Cassazione: insulti razzisti all’ufficiale d’origine maghrebina. Il reato è diffamazione aggravata per le finalità di discriminazione, di odio etnico, nazionale e razziale. Andrea Priante su Il Corriere della Sera il 24 Giugno 2022.

Karim Akalay Bensellam, padre marocchino, fin da bambino ha avuto un sogno: entrare nell’Esercito italiano. S’è impegnato con tutto se stesso, ha frequentato l’accademia di Modena e, dopo la scuola d’addestramento a Torino, è stato finalmente destinato a Belluno. E ha fatto carriera: è diventato il primo ufficiale degli Alpini di origini maghrebine. Al Settimo Reggimento era il capitano Bensellam, al comando di 120 uomini. Poi, maggiore ad Aosta. E può vantare anche varie missioni all’estero, soprattutto in Afghanistan dove veniva utilizzato come uomo di contatto con la popolazione locale.

«Ruba il posto agli italiani»

Sembra una bella storia, di resilienza e integrazione. Ma a quanto pare c’è chi non ha mai sopportato che a uno come lui, con le sue origini, fosse dato il diritto di indossare la divisa. Perché così «rubava il posto agli italiani». La Cassazione ha condannato un sottoufficiale di stanza a Belluno, a un anno e tre mesi di reclusione militare per il reato di diffamazione continuata, con l’aggravante «dell’avere commesso il fatto per finalità di discriminazione, di odio etnico, nazionale e razziale». Trova così conferma la sentenza della Corte militare d’Appello di Roma, che nel gennaio 2021 aveva stabilito la stessa condanna nei confronti di Carmelo Lo Manto, 47enne sergente maggiore originario di Canicattì (Agrigento) ed effettivo al Settimo Reggimento Alpini. L’unica concessione fatta dalla Suprema Corte, riguarda la possibilità che ora i giudici possano rivalutare l’opportunità di concedergli la sospensione condizionale della pena.

Non correva buon sangue

I fatti risalgono al periodo che va dalla fine del 2014 alla prima metà del 2017. Ma tra Lo Manto e il suo superiore non correva buon sangue già da parecchio tempo. C’erano state delle zuffe e pure Bensellam era finito sotto processo con l’accusa di aver aggredito il sergente: la vicenda si era chiusa con un proscioglimento per «particolare tenuità del fatto». Eppure era stata proprio quella prima sentenza a innescare l’indagine per razzismo. Perché alcuni colleghi avevano rivelato gli insulti che Lo Manto era solito rivolgere al capitano, ovviamente stando ben attento che lui non lo sentisse.

Le frasi

Stando all’accusa, «durante le cerimonie dell’alzabandiera e durante gli addestramenti, alla presenza di numerosi militari» il sergente aveva «offeso la reputazione del capitano Bensellam» con frasi come: «Sto marocchino di m. gliela farò pagare in un modo o nell’altro», «Sto marocchino non è degno di stare nell’esercito italiano», «Ha rubato un posto in Accademia a un italiano», «È un meschino»... Il sergente maggiore ha sempre negato ogni responsabilità, sostenendo di avere le prove della propria innocenza. Ma contro di lui c’erano quattro testimonianze, sufficienti, secondo la Cassazione, a dimostrarne la colpevolezza.

Conduttrice tv di Vicenza irride bimbo tifoso del Cosenza: "Tanto verrete qui a cercare lavoro". La Repubblica il 29 Maggio 2022.

Bufera social su Sara Pinna, conduttrice della trasmissione "Terzo tempo - diretta biancorossa", trasmesso dall'emittente veneta Tva. Tutto nasce da una risposta data in diretta ad un bambino, tifoso del Cosenza, al termine della partita dei playout di serie B che ha visto i calabresi battere per 2-0 il Vicenza, decretando la retrocessione dei veneti in serie C. L'inviato di Tva era fuori dallo stadio "Marulla" di Cosenza per raccontare gli umori dei tifosi. Davanti al suo microfono, un piccolo tifoso cosentino - incitato dal padre - ha detto con orgoglio: "Lupi si nasce". A questo punto, dallo studio Sara Pinna ha replicato: "Ma gatti si diventa, tanto verrete tutti in pianura a cercare lavoro". Quando il video ha iniziato a circolare, il padre del bimbo ha scritto un post sui social, rivolgendosi alla conduttrice accusandola di essere vittima di "non pochi pregiudizi": "Lei ha dimostrato di essere anzitutto poco sportiva", ha scritto.

La conduttrice veneta al bambino tifoso del Cosenza: «Prima o poi verrete tutti qui a chiedere lavoro». Il padre del piccolo su Fb: «Ignorante». Il Corriere della Sera il 30 Maggio 2022.

Le parole durante il collegamento post-partita.

Poco dopo la partita che ha determinato la retrocessione del Vicenza e la salvezza del Cosenza durante un collegamento della televisione locale veneta Tva, l'inviato Andrea Ceroni ha lasciato il microfono ad un piccolo tifoso calabrese, Domenico: «Lupi si nasce», ha detto il bambino facendo riferimento all’animale simbolo della squadra. Piccata la risposta della conduttrice Sara Pinna: «E gatti si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi a cercare qui lavoro».

L’uscita dal tenore razzista della conduttrice ha provocato reazioni sui social e la risposta polemica del papà del piccolo tifoso. Su Facebook il post di fuoco dal titolo: Lettera di un padre a una conduttrice razzista. Così recita il post: « Alla gentilissima Sara Pinna Sono il papà di Domenico, il bambino che nel post partita Cosenza-Vicenza esultando per la vittoria della sua squadra ha detto “lupi si nasce” sotto consiglio del papà e con non poco orgoglio. Con la sua risposta, cito Sue parole “eh ma gatti si diventa sai? Intanto prima o poi venite in pianura a cercare lavoro” Lei ha dimostrato di essere anzitutto poco sportiva oltre che ignorante e con non pochi pregiudizi.

Prima di parlare è necessario pensare bene a cosa si dice - prosegue il lungo post- perché lei non sa cara Sara Pinna, che Domenico è figlio di due imprenditori calabresi che amano la propria terra e che certamente con non poca fatica dimostrano quotidianamente di voler contribuire per migliorarla e supportarla nel pieno delle proprie possibilità. Lei con la sua qualifica da Giornalista dovrebbe ben sapere e dimostrare a coloro i quali si rivolge cosa sono etica e morale. Due qualità a lei sconosciute a quanto pare. In ogni caso, qualora nella propria terra mancasse lavoro non ci sarebbe comunque da vergognarsi a cercarlo altrove. Dovrebbe saperlo, perché la storia lo insegna se lei avesse avuto modo di studiarla, che la Padania deve tanto ai meridionali e a molti di loro deve il suo sviluppo dal punto di vista lavorativo.

Poi la chiusura che è un segnale di pace: « La invito, senza rancore, a visitare la Calabria così che possa anche lei capire che terra meravigliosa è e quanta bella gente la abita, noi a differenza Sua, detestiamo i pregiudizi e il razzismo proprio non ci appartiene. Nascere lupi vuol dire amare i colori della propria squadra e supportarla in tutto e per tutto. Nessuno invece nasce ignorante, alcuni ahimè decidono di diventarlo. Vorrei ricredermi e sperare che non sia il suo caso. Il papà di Domenico».

Da Corriere.it il 30 maggio 2022.

L’uscita dal tenore razzista della conduttrice ha provocato reazioni sui social e la risposta polemica del papà del piccolo tifoso. Su Facebook il post di fuoco dal titolo: Lettera di un padre a una conduttrice razzista. Così recita il post: «Alla gentilissima Sara Pinna  Sono il papà di Domenico, il bambino che nel post partita Cosenza-Vicenza esultando per la vittoria della sua squadra ha detto “lupi si nasce” sotto consiglio del papà e con non poco orgoglio. Con la sua risposta, cito Sue parole “eh ma gatti si diventa sai? Intanto prima o poi venite in pianura a cercare lavoro” Lei ha dimostrato di essere anzitutto poco sportiva oltre che ignorante e con non pochi pregiudizi. 

Prima di parlare è necessario pensare bene a cosa si dice - prosegue il lungo post- perché lei non sa cara Sara Pinna, che Domenico è figlio di due imprenditori calabresi che amano la propria terra e che certamente con non poca fatica dimostrano quotidianamente di voler contribuire per migliorarla e supportarla nel pieno delle proprie possibilità.

Lei con la sua qualifica da Giornalista dovrebbe ben sapere e dimostrare a coloro i quali si rivolge cosa sono etica e morale. Due qualità a lei sconosciute a quanto pare. In ogni caso, qualora nella propria terra mancasse lavoro non ci sarebbe comunque da vergognarsi a cercarlo altrove. Dovrebbe saperlo, perché la storia lo insegna se lei avesse avuto modo di studiarla, che la Padania deve tanto ai meridionali e a molti di loro deve il suo sviluppo dal punto di vista lavorativo. 

Poi la chiusura che è un segnale di pace: « La invito, senza rancore, a visitare la Calabria così che possa anche lei capire che terra meravigliosa è e quanta bella gente la abita, noi a differenza Sua, detestiamo i pregiudizi e il razzismo proprio non ci appartiene. Nascere lupi vuol dire amare i colori della propria squadra e supportarla in tutto e per tutto. Nessuno invece nasce ignorante, alcuni ahimè decidono di diventarlo. Vorrei ricredermi e sperare che non sia il suo caso. Il papà di Domenico».

Renato Piva per corrieredelveneto.corriere.it il 30 maggio 2022.

«Sono molto serena, perché so come ho agito...». La bufera soffia ormai da 48 ore. Sara Pinna, conduttrice per TvA Vicenza di «Terzo Tempo», trasmissione dedicata al Lanerossi e ai suoi tifosi, è accusata di razzismo o, meglio, di antimeridionalismo. Al cuore della polemica c’è lo scambio in diretta con un piccolo tifoso del Cosenza e il suo papà del 20 maggio scorso, in coda alla partita che ha sancito la retrocessione in C del Vicenza, sconfitto dal Cosenza. 

«Lupi si nasce», aveva riversato il bambino nel microfono di Andrea Ceroni, inviato di Tva allo stadio Marulla. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro». La polemica, in sordina per qualche giorno, è divampata con la pubblicazione, sullo spazio Facebook del gruppo meridionalista «Movimento 24 Agosto», della lettera firmata dal padre del bambino, in cui Pinna viene accusata di nutrire «l’antico pregiudizio» contro la Calabria e tutto il Sud. Il video della diretta pos- partita è diventato virale e la conduttrice è finita in croce, via social. Ecco la sua versione di quanto accaduto.

Sara ha capito di aver sbagliato?

«Sì, nell’istante stesso in cui facevo quell’affermazione avevo capito che era fuori luogo». 

Ha provato a ricontattare il padre e il bambino dello scambio in diretta?

«La lettera l’ho letta il giorno seguente, il 21 maggio. E il 21 maggio ho contattato il genitore, mi sono fatta dare il suo telefono e l’ho chiamato: telefonata di cinque minuti e 11 secondi, che ho registrato. Ci tenevo particolarmente a scusarmi con lui e con bambino.

Nella telefonata ho detto: “Sono mortificata per quelle parole, che non sono state appropriate. Per la verità andrebbe capito il senso in cui volevo dirle, ma qui è secondario: quel che mi interessa è sapere come sta il bambino”. Questo per quanto mi renda conto benissimo di come, se le cose non vengono manipolate dagli adulti, i bambini siano sereni...». 

Com’è finita tra di voi? Che cosa vi siete detti?

«Il padre di Domenico mi ha risposto: “Non si preoccupi, signora. Sono anch’io un po’ choccato... Mi hanno un po’ obbligato a scrivere questa cosa. Piuttosto, sono mortificato per i fiumi di parole che sta ricevendo lei”. Mi ha comunque assicurato che il bambino era sereno e, quanto a lui, ha capito che non c’erano cattive intenzioni da parte mia». 

Non è un automatismo ma il suo cognome - Pinna - rimanda chiaramente alla Sardegna: un motivo in più per escludere un sentimento antimeridionale dietro le sua parole...

«Sono sarda e questo cognome, in realtà, riporta anche alla motivazione della frase infelice che mi è uscita. Mio nonno paterno è di Taranto ed è venuto qui a fare il ferroviere... Noi, famiglia sarda, siamo venuti in Veneto per lavorare e ho cambiato tifo, diventando tifosa del Vicenza piuttosto che del Cagliari. Era questo il senso...» 

Ha accennato ad offese: il «solito» muro di insulti? Il social l’ha travolta di reazioni negative?

“Enormemente, a mio avviso più del dovuto... Più del peso di quanto ho asserito». 

Sono arrivate anche molte minacce: si tutelerà in sede legale?

«Sicuramente».

Da un gruppo Facebook molto partecipato a Cosenza, dopo le sue scuse, c’è stata la riappacificazione coi tifosi e le sono arrivate parole di stima. Se visiterà la città le offriranno un gelato e le faranno da Ciceroni...

«Sì, assolutamente sì. Tutto avvenuto il 21 maggio. Ci tengo a sottolineare questa cosa, perché tutto quello che è stato fomentato dopo è derivato da persone che non sanno come ho agito in precedenza». 

Anche il papà del piccolo Domenico l’ha invitata in Calabria: ci andrà?

«Ci andrò sicuramente».

Al di là della frase infelice, che ha ammesso, perché una polemica così accesa e perché a distanza di tempo? Si è fatta queste domande? C’è la politica di mezzo?

«Sicuramente politica, cento per cento. Poi il bisogno di visibilità di alcune persone, quindi anche un disagio umano per un divario che, evidentemente, viene vissuto in maniera molto forte tra Nord e Sud e sicuramente di più al Sud. Per questo ogni cosa, anche minima che tocchi marginalmente questi aspetti, viene amplificata per rivendicare quelli che sono dei sentimenti che posso capire e posso accettare. Certo, se devono massacrare una persona per questo, non mi pare corretto». 

Ultima cosa: l’hanno bacchettata anche in quanto giornalista. Lei è tale?

«No, non sono giornalista. Conduco programmi televisivi da vent’anni ma quella è una strada che non ho mai voluto percorrere». 

Nota: Videomedia, l’editore di TvA Vicenza, ha immediatamente confermato la fiducia in Sara Pinna: «Le parole finite nell’occhio del ciclone sono state pronunciate durante il “Terzo tempo” di una partita meritatamente vinta sul campo dal Cosenza - la nota dell’azienda - a cui vanno i complimenti e gli auguri per un altro campionato ricco di soddisfazioni e successi da tutto il team di Diretta Biancorossa, trasmissione sportiva di punta di TvA Vicenza, regina degli ascolti e punto di riferimento per il tifo biancorosso. Dopo un confronto interno, i vertici di Videomedia hanno accolto le scuse e hanno confermato la fiducia nella professionalità di Sara Pinna».

Sara Pinna: "Venite qui a trovar lavoro". Il dramma dopo lo scivolone: "Adesso i miei figli...", com'è ridotta. Hoara Borselli su Libero Quotidiano l'01 giugno 2022

Tanto si sta dicendo di Sara Pinna, la presentatrice dell'emittente locale Tva Vicenza che durante la trasmissione "Terzo Tempo - Diretta Biancorossa", dopo la sconfitta del Vicenza (retrocesso) nello spareggio contro il Cosenza, si è lasciata andare a una battuta rivolta a untifoso cosentino, Michele, che aveva in braccio il figlio Domenico di sette anni. «Lupi si nasce» ha detto il piccolo Domenico, «...e gatti si diventa» ha risposto Sara. Aggiungendo: «Non ti preoccupare, che venite anche voi in pianura acercare qualche lavoro». Sui social si è scatenato il consueto delirio, con lei accusata di razzismo.

Sei in mezzo a una gogna mediatica. Come ti senti?

«So di avere agito in maniera giusta. Mi sono accorta subito di avere usato parole sbagliate. Il 21 maggio, prima che si scatenasse il putiferio mediatico, ho presentato le mie scuse ai diretti interessati».

Raccontami com' è andata.

«Io già mentre pronunciavo quelle parole mi sono accorta che la frase era infelice, però ho proseguito perché il Vicenza era retrocesso e io ho pensato che il mio pubblico non si indignasse, anche perchè sanno che sono sarda e che quindi sono io la prima ad essere una ragazza del Sud che si trova al nord per lavorare. La battuta era riferita anche a me stessa: "venite anche voi a lavorare in Veneto potete diventare Mangiagatti, come successo anche a me": questo volevo dire. In un clima e con uno spirito scherzoso. Poi è accaduto che dal giorno dopo mi sono cominciati ad arrivare dei messaggi privati da parte di alcuni cosentini che si erano sentiti offesi, e quindi ho pensato che fosse immediatamente doveroso scusarmi. E così ho fatto: ho chiesto scusa a questi tifosi che si erano scagliati anche con parole non proprio carine nei miei confronti, e loro mi hanno ringraziato pubblicamente per il coraggio che ho avuto nel fare un passo indietro rispetto a quello che avevo detto».

Tu precisamente cosa volevi dire, quando hai pronunciato quella frase?

«In realtà io stavo pensando alla mia esperienza personale, mio padre, militare sardo venuto in Veneto per cercare lavoro, io tifavo il Cagliari, e poi sono diventata tifosa del Vicenza. Quindi se un bambino mi dice: "lupi si nasce", io rispondo: gatti si diventa. E ho aggiunto quella frasetta incriminata sul lavoro al Nord».

Hai letto il post molto duro che ha scritto il padre del bambino? Aveva un titolo assai aspro: «Lettera di un padre ad una conduttrice razzista». Il padre del ragazzo afferma che l'etica e la morale sono due valori a te totalmente sconosciuti.

«Io ho cercato immediatamente di contattarlo. Ci sono riuscita tramite Messenger e gli ho chiesto d parlargli. Ci siamo sentiti al telefono proprio il 21 maggio. Mi sono scusata e ho ribadito che non avevo in alcun modo intenzione di urtare la sensibilità di suo figlio o di offenderlo in qualsiasi modo. Il padre mi ha ribadito frasi simpatiche: tipo, ma si figuri, stia tranquilla, anzi ci dispiace, sono mortificato molto per le offese che sta ricevendo. Noi abbiamo delle case vacanza giù al sud quindi si figuri se abbiamo la necessità di venire a cercare lavoro a Vicenza... Ho ribadito al padre che non ero preoccupata per le offese che ricevevo ma che volevo sapere come stesse il ragazzo e se in qualche modo fosse rimasto provato da ciò che gli avevo detto. Anch' io sono mamma di tre figli di 9,12 e 13 anni».

In quel momento non ti sei accorta che la tua risposta non era rivolta ad un tifoso adulto bensì a un bambino?

«Assolutamente no. C'era una grande confusione fuori dallo stadio e in quel momento non ho fatto caso a chi mi stessi rivolgendo».

Una delle tante cose che ti stanno rimproverando è quella di aver voluto sottolineare con la tua frase la differenza sostanziale che c'è tra Sud e Nord e il fatto che per lavorare le persone del sud debbano trasferirsi al Nord.

«Lungi da me voler offendere i cosentini. Tutto volevo tranne che fare politica o lanciare un messaggio politico in un contesto di calcio».

Hai anche accennato alla possibilità di lasciare il tuo lavoro. A fronte delle polemiche che hanno suscitato le tue parole è arrivatala decisione di abbandonare?

«No, perché tutta l'azienda mi si è stretta intorno , mostrandomi grande vicinanza e solidarietà: mi hanno convinto che avrei sicuramente sbagliato a lasciare. Io lavoro in quest' azienda da vent' anni, mi conoscono, sanno la persona che sono e ho dimostrato di essere una persona di valore, di etica e morale».

Ritieni che oggi ci sia un'esasperazione del politicamente corretto e che si dia troppo peso alle parole e troppo poco alle intenzioni? È stato gridato nei tuoi confronti al razzismo... «Io non sono razzista. Assolutamente no. Per me siamo tutti uguali, Non ci sono razze, classi, sessi... E non ho alcun pregiudizio nei confronti delle persone del sud anche perché mia madre e mio nonno sono di Taranto, la famiglia di mio padre, come ti ho detto, è sarda. Io le mie le mie origini le amo».

C'è qualche attacco particolare che ti stanno rivolgendo le persone che ti ha colpito maggiormente?

«Io tendenzialmente cerco di evitare di leggere i social anche perché lavorando nel mondo del calcio sono abituata ad un linguaggio anche abbastanza crudo. Le cose che mi fanno più male sono le minacce di morte che mi stanno arrivando. Poi, mi hanno mortificato dei post tipo quello di Scanzi ("alla gentile intellettuale: attendiamo sempre con affetto e con fiducia il licenziamento in tronco")».

Hai avuto modo di sentire di nuovo il padre dopo quello che era accaduto?

«Sì, l'ho sentito questa mattina e ci siamo dati appuntamento telefonico per questo pomeriggio. Gli ho chiesto se poteva ripetere le dichiarazioni che mi aveva fatto al telefono durante la prima telefonata».

Qual è la cosa che ti dispiace di più venga associata la tua persona? L'essere definita razzista o il fatto di essere stata insensibile di fronte ad un bambino?

«La cosa che mi fa più male sono le parole di quelli che chiedono: cosa può insegnare questa ai suoi tre figli? Volete sapere cosa gli insegnerò? Gli insegnerò che si può sempre chiedere scusa, che si può sbagliare e si può rimediare».

Hai paura che questa gogna mediatica che ti sta travolgendo possa in qualche modo ricadere sui tuoi figli?

«Sì. Sono stati loro a chiedermi di voler vedere il video. Gli ho fatto sentire la frase incriminata e loro mi hanno detto: mamma, ma per questo che ti stanno dicendo tutte queste brutte cose? È per questo che poi ti vogliono uccidere?...».

Perché ti sono arrivate anche delle minacce di morte?

«Sì. Mi hanno scritto: ti taglio la gola cagna in calore. Vedi Hoara loro mi stanno accusando di razzismo per la frase che io ho detto scherzando. Ma allora io cosa dovrei dire rispetto a persone che dicono di volermi scannare?». 

Alberto Abburrà per “la Stampa” il 31 maggio 2022.  

Abraham Lincoln amava ripetere che nella vita l'importante non è vincere o perdere, ma accettare la sconfitta. A giudicare da quel che si è visto e sentito nel post partita di Cosenza-Vicenza, la conduttrice Sara Pinna dell'emittente veneta Tva ha ancora molta strada da fare in questo percorso di maturità. Altrimenti dopo la retrocessione in Lega Pro non avrebbe detto in diretta a un piccolo e serafico tifoso calabrese «non ti preoccupare, prima o poi venite anche voi qua in pianura a cercare lavoro».

Una riuscitissima sintesi di snobismo, pregiudizio e antisportività che nemmeno le scuse postume sono riuscite ad attenuare. L'editore della sua emittente si è affrettato a difenderla confermandole il posto, altrimenti oggi quella in cerca di occupazione potrebbe essere lei. Magari accetterebbe l'invito del sindaco di Cosenza che la vuole ospitare in Calabria «per conoscere il territorio e superare i luoghi comuni». E magari proprio al Sud troverebbe un Lincoln qualunque disposto a offrirle perdono e un nuovo lavoro.

Il nonno di Taranto. Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 30 maggio 2022.

«Io contro il Sud? Ma se ho un nonno di dopo essere stata trascinata sulla pira dell’indignazione collettiva per una battuta infelice sui meridionali. (A un piccolo tifoso del Cosenza, contento per avere appena battuto il Lanerossi Vicenza nello spareggio-salvezza, aveva detto in diretta che prima o poi anche lui sarebbe salito al Nord a cercare lavoro). Sara Pinna - cognome sardo, ma forse la Sardegna non era abbastanza a Sud per fornirle un alibi - si è poi profusa in mille scuse. Perciò ci scuserà a sua volta se useremo il suo avo pugliese - il quasi metafisico Nonno di Taranto - per rimarcare il vezzo giustificazionista con cui molti, quando scivolano sulla buccia del politicamente scorretto, cercano di ricucire l’orlo del baratro. C’è il sovranista antisbarchi che asserisce di avere un genero marocchino simpaticissimo. Il negazionista dell’Olocausto che va sempre in vacanza a Tel Aviv. Il moltiplicatore di battute omofobe che ha un migliore amico gay. E poi ancora il razzistone compulsivo che giura di avere adottato un bambino nero a distanza, il bestemmiatore seriale che organizza la giornata del sorriso in parrocchia, per finire con il contestatore della Nato che ha la colf ucraina. Medaglie al merito non richieste che sembrano suggerire: giudicateci da ciò che facciamo, anziché da ciò che diciamo. Ma non riescono a sciogliere il dubbio che ciò che dicono assomigli molto di più a ciò che pensano.

Sara Pinna e l’offesa al piccolo tifoso: «Mi sono subito scusata. Io contro il Sud? Ho un nonno di Taranto». La conduttrice veneta nella bufera per il commento «razzista» dopo Cosenza-Vicenza: «Col padre del bambino ho parlato il giorno dopo e ha capito. Dai social anche minacce: inaccettabile. L’invito in Calabria? Andrò sicuramente». Renato Piva su Il Corriere della Sera il 30 maggio 2022.

«Sono molto serena, perché so come ho agito...». La bufera soffia ormai da 48 ore. Sara Pinna, conduttrice per TvA Vicenza di «Terzo Tempo», trasmissione dedicata al Lanerossi e ai suoi tifosi, è accusata di razzismo o, meglio, di antimeridionalismo. Al cuore della polemica c’è lo scambio in diretta con un piccolo tifoso del Cosenza e il suo papà del 20 maggio scorso, in coda alla partita che ha sancito la retrocessione in C del Vicenza, sconfitto dal Cosenza. «Lupi si nasce», aveva riversato il bambino nel microfono di Andrea Ceroni, inviato di Tva allo stadio Marulla. Da studio, Pinna aveva replicato: «E gatti si diventa. Non ti preoccupare che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro». Il caso, in sordina per qualche giorno, è esploso con la pubblicazione, sullo spazio Facebook del gruppo meridionalista «Movimento 24 Agosto», della lettera firmata dal padre del bambino, in cui Pinna viene accusata di nutrire «l’antico pregiudizio» contro la Calabria e tutto il Sud. Il video della diretta post partita è diventato virale e la conduttrice è finita in croce, via social. Ecco la sua versione di quanto accaduto.

Sara ha capito di aver sbagliato?

«Sì, nell’istante stesso in cui facevo quell’affermazione avevo capito che era fuori luogo».

Ha provato a ricontattare il padre e il bambino dello scambio in diretta?

«La lettera l’ho letta il giorno seguente, il 21 maggio. E il 21 maggio ho contattato il genitore, mi sono fatta dare il suo telefono e l’ho chiamato: telefonata di cinque minuti e 11 secondi, che ho registrato. Ci tenevo particolarmente a scusarmi con lui e con bambino. Nella telefonata ho detto: “Sono mortificata per quelle parole, che non sono state appropriate. Per la verità andrebbe capito il senso in cui volevo dirle, ma qui è secondario: quel che mi interessa è sapere come sta il bambino”. Questo per quanto mi renda conto benissimo di come, se le cose non vengono manipolate dagli adulti, i bambini siano sereni...».

Com’è finita tra di voi? Che cosa vi siete detti?

«Il padre del piccolo mi ha risposto: “Non si preoccupi, signora. Sono anch’io un po’ choccato... Mi hanno un po’ obbligato a scrivere questa cosa (Michele ha smentito la circostanza e ribadito: la lettera è stata scritta in piena libertà, ndr) . Piuttosto, sono mortificato per i fiumi di parole che sta ricevendo lei. Mi ha comunque assicurato che il bambino era sereno e, quanto a lui, ha capito che non c’erano cattive intenzioni da parte mia».

Il post di Sara Pinna con le scuse ai cosentini e la risposta conciliante dei gestori del sito

Il suo cognome racconta origini sarde: è corretto? Allora perché quell’espressione di antimeridionalismo?

«Sono sarda e questo cognome, in realtà, riporta anche alla motivazione della frase infelice che mi è uscita. Mio nonno paterno è di Taranto ed è venuto qui a fare il ferroviere... Noi, famiglia sarda, siamo venuti in Veneto per lavorare e ho cambiato tifo, diventando tifosa del Vicenza piuttosto che del Cagliari. Era questo il senso...».

Ha accennato ad offese: i social l’hanno travolta di reazioni negative...

“Enormemente, a mio avviso più del dovuto... Più del peso di quanto ho asserito».

Sono arrivate anche molte minacce: si tutelerà in sede legale?

«Sicuramente». 

Da un gruppo Facebook molto partecipato a Cosenza, dopo le sue scuse, c’è stata la riappacificazione coi tifosi e le sono arrivate parole di stima. Se visiterà la città le offriranno un gelato e le faranno da Ciceroni...

«Sì, assolutamente sì. Tutto avvenuto il 21 maggio. Ci tengo a sottolineare questa cosa, perché tutto quello che è stato fomentato dopo è derivato da persone che non sanno come ho agito in precedenza».

Anche il papà del piccolo l’ha invitata in Calabria: ci andrà?

«Ci andrò sicuramente». 

Al di là della frase infelice, che ha ammesso, perché una polemica così accesa e perché a distanza di tempo? Si è fatta queste domande? C’è la politica di mezzo?

«Sicuramente politica, cento per cento. Poi il bisogno di visibilità di alcune persone, quindi anche un disagio umano per un divario che, evidentemente, viene vissuto in maniera molto forte tra Nord e Sud e sicuramente di più al Sud. Per questo ogni cosa, anche minima che tocchi marginalmente questi aspetti, viene amplificata per rivendicare quelli che sono dei sentimenti che posso capire e posso accettare. Certo, se devono massacrare una persona per questo, non mi pare corretto».

Ultima cosa: l’hanno bacchettata anche in quanto giornalista. Lei è tale?

«No, non sono giornalista. Conduco programmi televisivi da vent’anni ma quella è una strada che non ho mai voluto percorrere».

Nota: Videomedia, l’editore di TvA Vicenza, ha immediatamente confermato la fiducia in Sara Pinna: «Le parole finite nell’occhio del ciclone sono state pronunciate durante il “Terzo tempo” di una partita meritatamente vinta sul campo dal Cosenza - la nota dell’azienda - a cui vanno i complimenti e gli auguri per un altro campionato ricco di soddisfazioni e successi da tutto il team di Diretta Biancorossa, trasmissione sportiva di punta di TvA Vicenza, regina degli ascolti e punto di riferimento per il tifo biancorosso. Dopo un confronto interno, i vertici di Videomedia hanno accolto le scuse e hanno confermato la fiducia nella professionalità di Sara Pinna».

Conduttrice tv si scusa con piccolo tifoso che aveva offeso dopo la vittoria del Cosenza sul Lanerossi Vicenza: “Ho mancato di tatto e gentilezza”. La Stampa il 30 maggio 2022.

«E' stata un battuta infelice che potevo evitare e che ha dimostrato una mancanza di tatto e di gentilezza. Mi scuso con il bambino, con la famiglia e con tutti coloro che si possono essere sentiti offesi». Così Sara Pinna, conduttrice della trasmissione «Diretta Biancorossa» sull'emittente Tva Vicenza, ha espresso le sue scuse sui canali social dopo la risposta data a un piccolo tifoso del Cosenza. Parole che hanno innescato una bufera sui social. Al termine della partita dei playout di Serie B del 20 maggio, che ha visto i calabresi battere il Lanerossi Vicenza 2-0, sancendo la retrocessione dei biancorossi in Serie C, il giovanissimo tifoso aveva commentato «Lupi si nasce...». «Ma gatti si diventa, tanto verrete tutti in pianura a cercare lavoro», aveva risposto dallo studio Pinna. La conduttrice ha riconosciuto «l'errore in modo chiaro ed evidente», scrive in una nota l'emittente. «Scuse accettate dal padre del bambino e da alcuni gruppi di tifosi cosentini, come dimostrano i post sui social network». «Ribadisco le mie scuse al bambino, alla sua famiglia, ai tifosi del Cosenza e a tutti coloro che si sono sentiti offesi per una frase sbagliata che non rispecchia in alcun modo il mio pensiero e la mia sensibilità», le parole di Sara Pinna. «Io stessa sono di origini sarde, in Veneto per lavoro dei miei genitori, quindi non vi erano in me le intenzioni maligne che mi vengono attribuite dai numerosi commenti sui canali social, molti dei quali hanno oltrepassato ogni limite di decenza e di legge, ma di questo si occuperà nelle sedi opportune la magistratura». «Le parole finite nell'occhio del ciclone - si legge ancora nella nota di Tva - sono state pronunciate durante il 'Terzo tempo' di una partita meritatamente vinta sul campo dal Cosenza, a cui vanno i complimenti e gli auguri per un altro campionato ricco di soddisfazioni e successi da tutto il team di «Diretta Biancorossa», trasmissione sportiva di punta di TvA Vicenza, regina degli ascolti e punto di riferimento per il tifo biancorosso». Dopo un confronto interno, informa ancora l'emittente, «i vertici di Videomedia hanno accolto le scuse e hanno confermato la fiducia nella professionalità di Sara Pinna».

"Non ti preoccupare, che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro”. Chi è Sara Pinna, la conduttrice che ha umiliato il bambino in diretta: scuse e origini non coprono la figuraccia. Mariangela Celiberti su Il Riformista il 30 Maggio 2022. 

“Avete ragione, battuta infelice che potevo evitare e che ha mostrato una mancanza di tatto e di gentilezza. Mi scuso per questo, dato che nell’istante stesso in cui facevo tale affermazione mi accorgevo della cattiva gestione delle mie parole e del momento.” Parole di scuse pubblicate su Facebook dopo le polemiche che l’hanno travolta. Sara Pinna, conduttrice tv vicentina del programma calcistico ‘Terzo tempo’ in onda su Tva Vicenza, è stata accusata di razzismo e ‘antimeridionalismo’ per lo ‘scivolone’ avuto nei confronti di un bambino calabrese di 7 anni, al termine del playoff di serie B.

Era il 20 maggio: Cosenza salvo, Vicenza retrocesso in C. Il bimbo aveva esultato davanti alle telecamere per la vittoria della sua squadra, esclamando al microfono di Andrea Ceroni, l’inviato allo stadio Marulla: “Lupi si nasce!” E la Pinna, in diretta, aveva risposto: “E gatti si diventa. Non ti preoccupare, che venite anche voi in Pianura a cercare qualche lavoro”.

L’episodio, passato inizialmente in sordina, è poi finito sulla pagina Facebook  ‘Movimento 24 Agosto’, che ha rilanciato sul popolare social network la lettera indignata del papà del piccolo tifoso. Scatenando la bufera sulla conduttrice.

La lettera del papà e le polemiche

“Alla gentilissima Sara Pinna Sono il papà di Domenico, il bambino che nel post partita Cosenza-Vicenza esultando per la vittoria della sua squadra ha detto ‘lupi si nasce’ sotto consiglio del papà e con non poco orgoglio– si legge sulla lettera indirizzata alla presentatrice. –Prima di parlare è necessario pensare bene a cosa si dice perché lei non sa cara Sara Pinna, che Domenico è figlio di due imprenditori calabresi che amano la propria terra e che certamente con non poca fatica dimostrano quotidianamente di voler contribuire per migliorarla e supportarla nel pieno delle proprie possibilità. Lei dovrebbe ben sapere e dimostrare a coloro a cui si rivolge cosa sono etica e morale – prosegue l’uomo – Due qualità a quanto pare a lei sconosciute“. Per poi aggiungere: “La invito, senza rancore, a visitare la Calabria così che possa anche lei capire che terra  meravigliosa è e quanta bella gente la abita, noi a differenza Sua, detestiamo i pregiudizi e il razzismo proprio non ci appartiene.”

Dai social la polemica è finita sui media nazionali: la Pinna ha iniziato così a ricevere insulti e critiche. E anche l’Ordine dei Giornalisti del Veneto ha annunciato che “i video con la frase a sfondo razzista – ma anche la battuta di rincalzo dell’inviato di Tva, ‘non male, Sara’ – sono stati acquisiti e inviati ai Consigli di disciplina territoriali, che istruiranno le pratiche“. Una vicenda che ha coinvolto anche il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto. Il governatore ha infatti chiesto al presidente dell’Odg, Carlo Bertoli, di intervenire sull’accaduto.

Le scuse

Sara Pinna- che però non è una giornalista, come da lei stessa sottolineato in un’intervista al Corriere della Sera, ma una conduttrice- dopo essersi scusata telefonicamente con il papà del bimbo, ha pubblicamente ammesso lo sbaglio commesso. “Ribadisco le mie scuse al bambino, alla sua famiglia, ai tifosi del Cosenza e a tutti coloro che si sono sentiti offesi per una frase sbagliata che non rispecchia in alcun modo il mio pensiero e la mia sensibilità –ha dichiarato – io stessa sono di origini sarde, in Veneto per lavoro dei miei genitori, quindi non vi erano in me le intenzioni maligne che mi vengono attribuite dai numerosi commenti sui canali social, molti dei quali hanno oltrepassato ogni limite di decenza e di legge, ma di questo si occuperà nelle sedi opportune la magistratura.” 

Nell’intervista al Corriere, la Pinna ha inoltre spiegato: “Sono sarda e questo cognome, in realtà, riporta anche alla motivazione della frase infelice che mi è uscita. Mio nonno paterno è di Taranto ed è venuto qui a fare il ferroviere… Noi, famiglia sarda, siamo venuti in Veneto per lavorare e ho cambiato tifo, diventando tifosa del Vicenza piuttosto che del Cagliari. Era questo il senso…”

L’emittente veneta ha fatto sapere di aver chiarito con la conduttrice, confermando la fiducia nella sua professionalità. “Subito dopo la puntata di Diretta Biancorossa, andata in onda il 20 maggio, Sara Pinna ha espresso le sue scuse sui canali social, riconoscendo l’errore in modo chiaro ed evidente– si legge in un comunicato pubblicato sul sito.- Scuse accettate dal padre del bambino e da alcuni gruppi di tifosi cosentini”.  Mariangela Celiberti 

Scuola, un veronese su due si ferma alle medie. E in Veneto 160mila sono analfabeti. Valeria Zanetti su Larena.it il 02 giugno 2022.

Più diplomati tra gli uomini e più laureate tra le donne. Ma nel Veronese a sorprendere è la percentuale ancora elevatissima di popolazione che ha in tasca al massimo il diploma di scuola media inferiore, il 47 per cento dei maschi ed oltre i 48 tra le femmine. Sono alcuni dei dati messi in luce dal più recente censimento permanente della popolazione dell’Istat per il Veneto, che prende in considerazione la rilevazione svolta nel 2020. I residenti censiti in provincia di Verona sono stati 927.810; il campione su cui è stato valutato il livello di scolarizzazione è composto dai chi ha un’età superiore ai nove anni. In regione il quadro evidenziava, ancora due anni fa, una componente di oltre 160 mila analfabeti (3,6 per cento), 736mila (16,28) residenti che hanno completato solo il ciclo della scuola primaria, 1,3milioni (29 per cento) che hanno conquistato la licenza media.

La pattuglia più numerosa è costituita dai diplomati, 1,6milioni (37 per cento). Le lauree sono appannaggio del 13,5 per cento dei residenti (183mila in possesso di triennale e 427mila di magistrale specialistica o laurea del vecchio ordinamento). Infine solo 17.211 veneti hanno conseguito un diploma di alta formazione o hanno concluso un dottorato di ricerca. Nel Veronese il 2,97 per cento degli abitanti non è in possesso di nessun titolo, il 16,44% dei residenti con più di nove anni ha concluso soltanto le elementari, il 28 ha superato l’esame di terza media. Qui si poteva lasciare la scuola solo fino a quando l’obbligo scolastico non è stato innalzato, a partire dai primi anni 2000, ai 16 anni. Il 52 per cento di chi risiede in provincia ha ottenuto la maturità (37,84) o la laurea (14,7).

Gli uomini si sono fermati più spesso al diploma (39,7% contro il 36,1% delle donne) e hanno cercato successivamente di inserirsi nel mondo del lavoro. Mentre le donne, soprattutto negli ultimi decenni, hanno superato il numero dei colleghi «dottori», completando gli studi universitari: il 4,83 per cento ha una triennale (3,5 la percentuale di maschi) ed il 10,1 una magistrale (o vecchio ordinamento) contro il 9,27 della popolazione maschile.

Risultati superiori rispetto alla media veneta, ma allineati o leggermente inferiori al dato nazionale. Al dottorato di ricerca arriva lo 0,36 per cento dei maschi e lo 0,37 delle femmine. Elevata anche la quota di stranieri, che abita sul nostro territorio, in possesso del titolo di scuola superiore (38,65 per cento) o di laurea (11,19). Un dato da leggere comunque incrociando le fasce di età e Paesi di provenienza.

Prendendo la lente di ingrandimento e scorrendo la situazione Comune per Comune, il capoluogo che due anni fa aveva superato i 259mila abitanti, conta 77.648 diplomati italiani e 13.407 stranieri, mentre i laureati connazionali che risiedono in città sono quasi 46mila e gli stranieri 4.186, per un totale di oltre 141mila residenti in possesso di un’istruzione almeno superiore, contro 99mila veronesi che arrivano al massimo alla terza media.

A Villafranca, al secondo posto per numero di abitanti, oltre 33mila, si contano più di 11mila diplomati italiani, 1.345 stranieri; 3.747 laureati connazionali e 370 di origine estera, per un totale di popolazione con un livello di istruzione, almeno superiore, pari a 16.462 unità, contro i 14.296 concittadini che al massimo hanno conseguito la licenza di scuola media inferiore. Più in generale nei Comuni meglio serviti dalla rete di scuole secondarie superiori, è già avvenuto da tempo il sorpasso di diplomati e laureati sul numero dei residenti meno istruiti. A San Bonifacio le cifre si equivalgono, oltre 9.700 abitanti nelle pattuglie dei più e meno istruiti. A Legnago, 25.443 residenti censiti, i cittadini più scolarizzati sono 12.133 contro gli 11.573 che hanno finito le elementari e medie. A San Pietro In Cariano oltre 6.800 abitanti hanno diploma o laurea contro i 5.220 che si sono fermati alla licenza media. Ma a Casaleone, per fare un esempio, i primi sono solo 2.044; i secondi, 3.153. Idem a Gazzo Veronese, dove chi ha titoli di studio più elevati è una minoranza di 1.893 cittadini, contro 2.961 abitanti che hanno interrotto prima. Il copione si ripete in alcune località della montagna veronese o dell’entroterra gardesano, ma ad incidere nei contesti esaminati è anche l’età media della popolazione residente. Più è elevata la concentrazione di anziani e più frequentemente i titoli di studio sono bassi. Valeria Zanetti

GUERRA E FAME, E LORO PENSANO ALL'AUTONOMIA. Le Regioni del Nord vogliono la secessione. Così rendono ingovernabile il Paese e scatenano un'altra guerra: quella civile. ROBERTO NAPOLETANO su Il Quotidiano del Sud il 3 Giugno 2022. 

Ma davvero i Capi delle Regioni del Nord pensano di continuare a chiedere al bilancio pubblico nazionale, con i soldi di tutti gli italiani, di coprire i loro buchi di bilancio, dal trasporto pubblico locale alla sanità, tenendosi il privilegio della spesa storica che rende i loro cittadini di serie A e quelli del Sud di serie B, senza neppure porsi il problema di dovere fare i conti con la situazione di delicatezza estrema della nostra finanza pubblica e dei mercati? Invece di tirare la carretta per fare correre gli investimenti pubblici, a partire dal Sud, e avanzare sulle strade delle riforme del Pnrr, capi partito e mandarini regionali tirano a campare come se nulla fosse, vanno avanti fino a quando si va alle elezioni per vedere che cosa succede. La capacità di ricatto politico che hanno i capi delle Regioni supera quella di qualsiasi grande azienda e di lobby molto potenti ed è una mina vagante per il futuro del Paese

Sono caduti tutti, quasi tutti, nell’irrilevanza del dibattito politico demagogico tra pace o non pace, che invece è una cosa seria, mentre i furbetti dei capi delle Regioni del Nord cercano di fare gli interessi concreti dei loro elettori per pagare qualcosa in più alle loro clientele. Stanno tagliando il ramo su cui sono seduti, perché il mondo di oggi non ha più nulla a che fare con quello di ieri, ma loro nemmeno se ne accorgono e, dunque, brigano per l’ultima devolution che dovrebbe servire a soddisfare le rendite da preservare e le ultime prebende da distribuire dei nuovi capi bastone delle burocrazie regionali.

Questa ultima devolution si chiama Autonomia differenziata e ha le potenzialità, a scoppio ritardato, della vera secessione del Nord che diventa tutta una grande regione ad autonomia speciale rendendo impossibile governare il Paese già oggi cosa complicatissima e ponendo le basi di una nuova guerra civile italiana. Si rimette il Nord contro il Sud e viceversa, dentro una stagione da nuovo ’29 mondiale segnata da una guerra (vera) nel cuore dell’Europa e da tre grandi shock di tipo inflazionistico, energetico e alimentare che pongono la coscienza del mondo intero a fare i conti con la fame crescente e quella italiana con l’immoralità persistente di miopi saccheggi dei bilanci pubblici.

Si fa di tutto per fare l’Europa unita, con un solo ministro dell’economia e un solo debito, con un esercito e una politica estera comuni, e noi complici sottobanco la ministra Gelmini e i Presidenti delle grandi Regioni del Nord e di una parte del Centro, di destra e di sinistra ma tutti uniti dal desiderio bramoso di tenersi un po’ di Iva in più a scapito di chi ha ingiustificatamente meno, vogliamo spezzettare ancora in più macro e micro aree un Paese di 60 milioni scarsi di abitanti, afflitto peraltro da un problema demografico pazzesco? Ma davvero davvero i Capi delle Regioni del Nord pensano di continuare a chiedere al bilancio pubblico nazionale, con i soldi di tutti gli italiani, di coprire i loro buchi di bilancio, dal trasporto pubblico locale alla sanità, solo per fare qualche esempio, tenendosi il privilegio della spesa storica che rende i loro cittadini di serie A e quelli del Sud di serie B, senza neppure porsi il problema di dovere fare i conti con la situazione di delicatezza estrema della nostra finanza pubblica e dei mercati?

Si pongono per lo meno il problema di come reagiranno i cittadini umbri, marchigiani e dell’intero Mezzogiorno? Ma a chi vogliono fare credere che faranno subito dopo i livelli essenziali di prestazione (Lep) finalmente uguali per tutti i cittadini della Repubblica italiana quando costano decine e decine di miliardi che il bilancio pubblico italiano non ha e che potrebbero uscire solo se si ridiscutessero le erogazioni singole per ogni singolo cittadino togliendo a chi riceve infinitamente di più (Nord) per dare a chi riceve infinitamente di meno (Sud)?

Anche questa ultima devolution all’italiana, si chiama autonomia differenziata, come accadde con le leggi Bassanini e Calderoli, prende forma sempre a fine legislatura, ma almeno questa volta – lo gridiamo con forza – è bene che il blitz non passi mai, che sparisca tutto immediatamente dal tavolo, che si chiuda il capitolo prima di aprirlo con molto rossore di vergogna sulla faccia di chi si è permesso di riproporlo.

È uno dei frutti più avvelenati del dramma politico di questo momento dove tutti invece di tirare la carretta per fare correre gli investimenti pubblici, a partire dal Sud, e avanzare sulle strade delle riforme di sistema superando la prova europea decisiva del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr), tirano invece a campare come se nulla fosse, vanno avanti fino a quando si va alle elezioni per vedere che cosa succede. L’Italia della politica e dei suoi mandarini burocratici è un Paese sospeso. Aspettano come andranno le amministrative e poi come andranno le elezioni nazionali. Siamo, per la precisione, un Paese a tre velocità.

Abbiamo Mattarella e Draghi che vogliono fare correre l’Italia in Italia e in Europa e hanno il rispetto per loro e per noi del mondo. Abbiamo i partiti che sono alla ricerca spasmodica di un elettorato e fanno pasticci. Infine, abbiamo una struttura amministrativa dello Stato che non si sa da che parte va, con le burocrazie delle regioni che sono un altro enorme centro di corporativismo abbondantemente governato dai capi dei partiti a livello locale ma che è a sua volta capace di montargli sopra. A ognuno di loro interessa che cosa arriva a loro, non al proprio Paese. L’unità nazionale non esiste più tranne che dove non puoi fare proprio nulla a livello locale come accade per le ferrovie e le risorse energetiche. Con il vizietto in più poi delle Regioni di decidere e di spendere come e dove vogliono loro e poi portare il conto allo Stato chiedendo di fare nuovo debito pubblico che non può che accrescere le diseguaglianze con i rendimenti dei decennali oltre il 3,3% e un’esposizione complessiva di oltre 2700 miliardi.

Tutto questo avviene nonostante che Capi, capetti e mandarini vari avrebbero dovuto almeno imparare la lezione del Trentino che ha fatto e vinto l’ultima battaglia dell’autonomia. Ha detto: lasciateci almeno i nostri soldi. Poi, hanno dovuto chiedere più soldi allo Stato e giustamente non li hanno avuti. Il Trentino ha voluto l’autonomia e ora l’università di Trento ogni volta che batte cassa a Roma come ha sempre fatto in passato, si sente dare la solita risposta: andate dal vostro Stato che è la provincia autonoma.

La capacità di ricatto politico che hanno i capi delle Regioni supera quella di qualsiasi grande azienda e di lobby molto potenti ed è una mina vagante per il futuro del Paese perché, come minimo, ne indebolisce la sua capacità di governo. Non sono state mai messe in campo, anche questo è grave, strutture realmente indipendenti di controllo sulla presunta efficienza di questa o quella Regione su temi decisivi come quelli sanitari dove il Covid ha riservato non poche sorprese e demolito molti luoghi comuni.

Nel momento più difficile della Repubblica italiana alle prese con emergenze globali di ordine economico, sociale, militare evitiamo almeno di percorrere sentieri maledetti già maledettamente percorsi con il groviglio di ricorsi e contro ricorsi alla Corte costituzionale che sono fuori della civiltà giuridica dell’efficienza e della solidarietà e sono, quindi, fuori della storia. Sono altre le cose a cui deve pensare oggi il Paese, altro che autonomia differenziata. Nelle tragedie come quelle che stiamo vivendo esiste anche il senso del ridicolo. Speriamo di non superarlo.

Benedetta Centin per corrieredibologna.corriere.it il 21 aprile 2022.

Muore un 47enne il giorno di Pasquetta tentando di rubare delle bottiglie d’acqua sul retro di un supermercato di Cattolica (Rimini), e venendo investito da un bancale di nove quintali, e sui social si rincorrono commenti inquietanti contro la vittima. Non senza spiazzante ironia ed emoticon fuori luogo. Leoni da tastiera che hanno fatto indignare il vice sindaco di Rimini, Chiara Bellini, che parla di un «bieco frasario dell’orrore» e di «un dramma che, invece di destare pietà e compassione, ha scatenato il peggio da alcune persone, che dietro la tastiera si sono sentite libere di poter dar fondo ad un registro spietato di volgarità, disumanità e violenze verbali di ogni tipo».

Volgarità e ironia (ed errori grammaticali)

Non solo: quel che è peggio appunto «Davanti a una persona morta – prosegue l’assessore -. Senza più pietà, in uno scenario di impoverimento anche linguistico che non è mai solo una questione personale, ma anche e soprattutto di etica democratica o più brutalmente di cosa stiamo diventando e siamo già diventati».

 Bellini riporta anche un estratto di quanto è stato pubblicato, senza troppe riserve, sui social contro Umberto Sorrentino, questo il nome della vittima, un disoccupato, filmato dalle telecamere di videosorveglianza del supermercato mentre cerca di appropriarsi delle bottiglie e viene schiacciato dal pesante carico.

Ecco alcuni dei commenti degli utenti online che l’amministratrice comunale ha voluto citare: «L’ennesima morte sul “lavoro”, “altissima purissima levissima”, “se l’ha proprio cercata’ (sì, avete letto bene, proprio così …”se l’ha…”), e poi un susseguirsi di faccine sorridenti e pollici in su, qua e là inframezzato dal classico “basta buonismo” – scrive il vicesindaco che commenta - Un crescendo indegno in cui, per parafrasare un canto partigiano di Nuto Revelli, viene da commentare “pietà l’è morta’”». Per Bellini, che precisa come ha riportato «per pudore e sintesi solo una piccola parte», si tratta di «un bieco frasario dell’orrore».

La furia del vicesindaco: «Bestie»

E il vicesindaco qui si interroga: «Viene da chiedersi da dove provenga questo livore spropositato, ma soprattutto, da interrogarsi per capire i motivi della deriva di una società che non esita neanche più un secondo a condividere pubblicamente parole che non si sa da quale antro personale provengano». Per Bellini «La pietà, o la compassione – ovvero il “patire insieme” – si sono tramutate, prima nel linguaggio e poi nei comportamenti, in una ricerca ossessiva dello “star bene da soli”, senza gli altri, anzi, contro gli altri».

 Insomma, un odio che va combattuto «per sradicare modelli culturali violenti, ma anche per dare rispetto alla vita umana e un senso al sentirsi e percepirsi come comunità». Il modo per attuare tutto questo per l’assessore di Rimini è chiaro: «Cominciando a riprenderci cura delle parole, ridandogli valore, significato, peso e quella misura senza la quale, insieme alla pietà, rischieremmo di perdere definitivamente anche le fondamenta della nostra convivenza civile». 

Scimmie calabresi, il video del tifoso del Vicenza che offende Cosenza. Il Quotidiano del Sud il 15 Maggio 2022.

STA CIRCOLANDO un video su YouTube, passato però dalla modalità pubblica a quella privata, in cui un tifoso del Vicenza, durante la partita dei biancorossi con il Cosenza di giovedì scorso, insulta pesantemente la tifoseria avversaria, la città e la Calabria.

Una sequela continua di scimmie calabresi, Morite Terroni di merda, riccaciamoli in Africa, bomba in Calabria, la Calabria è mafia e via di questo passo.

Ovviamente sui social la polemica è esplosa, ma dalle tastiere alla carta bollata il passo può essere breve.

L’avvocato Massimiliano Granata, presidente dell’associazione Legalità democratica, ha scritto sul suo blog di “valutare l’opportunità di una denuncia alla Procura di Vicenza e per conoscenza al Ministero della Giustizia” ritenendo che la Procura debba procedere per verificare se sussista il reato di istigazione a delinquere con violazione dell’art. 414 del codice penale. “Questi fatti – spiega ancora Granata – non possono più essere tollerati”.

Il soggetto in questione, sul suo canale YouTube, di nome “L’Ultrà dei poveri”, sostanzialmente pubblica video a tema calcistico facendo comunque spesso ricorso a insulti e turpiloquio in genere.

Insulti ai calabresi, Daspo di 5 anni all'autore del video. Il Quotidiano del Sud il 16 Maggio 2022.  

stato individuato dalla Digos di Vicenza e dalla Polizia Postale l’autore delle video registrato allo stadio Menti con frasi le frasi razziste e insulti rivolti ai calabresi durante il match Vicenza-Cosenza.

Si tratta di un 22enne vicentino senza precedenti che ha già ottenuto nel pomeriggio di oggi un Daspo di 5 anni da ogni evento calcistico e il divieto di avvicinarsi allo stadio di Vicenza nel raggio di 500 metri. Sul fronte penale invece la Procura avvierà un’indagine per il tenore delle espressioni pronunciate nel video poi rimosso dai social.

La notizia è stata confermata dal questore di Vicenza, Paolo Sartori, che ha evidenziato: «Ho disposto il Daspo per la

durata di cinque anni in considerazione della gravità dei fatti, del contesto in cui il giovane ha espresso quelle frasi deplorevoli, delle modalità attuate e dei toni che ha usato, con il serio rischio di creare problemi di ordine e sicurezza pubblica».

Il provvedimento è stato accolto favorevolmente anche dal presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto: «Identificato lo pseudotifoso del Vicenza che ha insultato i calabresi. Per lui Daspo ha sottolineato – per 5 anni e indagine penale della Procura. Bene così. Adesso, in vista della partita di venerdì, si abbassino i toni e si pensi ad una gara che deve essere solo competizione sportiva e nulla più».

Sulla vicenda è intervenuto anche il parlamentare azzurro vicentino Pierantonio Zanettin, tra i primi a biasimare l’accaduto: «Faccio i complimenti al questore ed alla polizia di Stato di Vicenza che hanno immediatamente individuato e sanzionato con Daspo l’incivile tifoso biancorosso che ha pronunciato le gravissime offese al Cosenza ed ai calabresi diventate virali nei social. Lo stadio non può essere considerato una zona franca e simili inaccettabili comportamenti vanno puniti con la massima severità».

Il Corriere della Sera il 16 Maggio 2022. Il video postato sui social in cui, dagli spalti dello stadio di Vicenza, insulta senza ritegno e a più riprese i supporter del Cosenza, etichettandoli come «scimmie calabresi», costa ad un tifoso biancorosso di 22 anni un Daspo della durata di cinque anni. Il giovane avrà il divieto quindi di assistere da qui al 2027 a ogni partita di calcio, di ogni categoria, che sia giocata in Italia o all’estero.Stando al provvedimento firmato dal questore Paolo Sartori il supporter, mai un problema con la giustizia finora, non potrà inoltre avvicinarsi allo stadio di Vicenza nel raggio di 500 metri in occasione degli incontri casalinghi. E non è tutto perché il ragazzo, individuato dai poliziotti della Digos con i colleghi della Postale, rischia anche una denuncia per discriminazione razziale in violazione della legge Mancino e per diffamazione a mezzo social.

Video rimosso

Il video incriminato era stato registrato in occasione della gara di andata dei play out giocata tra il Vicenza e il Cosenza. Il 22enne urla e non risparmia attacchi anche pesanti ai tifosi avversari. «Morite Terroni», «Ricacciamoli in Africa», «Scimmie calabresi, bomba in Calabria» e ancora «la Calabria è mafia» il contenuto del filmato che lo stesso giovane ha provveduto a rimuovere (ma è presente ancora in Rete). Inevitabili critiche e polemiche. A scendere in campo anche il Governatore della Calabria Roberto Occhiuto. «Ho visto il video dello pseudotifoso del Vicenza che insulta Cosenza, la Calabria, e i calabresi. Mi sembra palese - ha scritto su twitter - che si tratti di un cretino. Ma questo non rende meno gravi le sue deliranti affermazioni. Che venga identificato e punito con strumenti adeguati: Daspo e codice penale». E che il giovane venga «punito penalmente» lo aveva chiesto anche la capogruppo della Lega alla Regione Calabria Simona Loizzo.

La condanna

Il sindaco di Vicenza, Francesco Rucco, fin da subito aveva preso le distanze dal tifoso biancorosso. «Va condannata ogni forma di razzismo, quindi condanno il gesto» il commento sul filmato dato in pasto alla Rete che ha ulteriormente «surriscaldato» il clima tra le due tifoserie in vista del retourn-match di venerdì a Cosenza. «Chiedo a tutti di abbassare i toni, Vicenza e Cosenza si stanno giocando una salvezza importante, ma una partita di calcio non può diventare una battaglia dentro e fuori dal campo, con interferenze da parte del mondo della politica» ancora le parole di Rucco in riferimento alle dichiarazioni, rilasciate da Anna Laura Orrico, deputata del Movimento 5 stelle che ha aperto un caso politico parlando «di ingiustizie sportive e di disparità di trattamento a favore di chi ha un Pil più elevato». Di qui la richiesta del primo cittadino: «Chiedo che ci sia rispetto per Vicenza e per i vicentini – ha sbottato Rucco - non trovo corretto che un deputato vada ad interessarsi di vicende calcistiche».

Vittoria a tavolino

Dal canto suo anche il sindaco di Cosenza Franz Caruso ha invitato a non creare disordini. Motivando la richiesta ai supporter locali. «Siamo una città ospitale, siamo una città civile, sportiva. Ai tifosi dico: sappiamo quali sono le finalità del Vicenza ed anche la storia che ha caratterizzato molte loro partite. Non cadiamo in tentazione, rifuggiamo da qualsiasi tentativo di estremizzare il nostro supporto alla squadra – l’appello - Evitiamo petardi, invasioni di campo, atti di violenza perché lo scopo degli avversari potrebbe anche essere quello di ottenere non una vittoria sul campo, ma una vittoria a tavolino».

Vittorio Feltri controcorrente: "Perché dico sì al saluto romano, giù le mani da Donna Assunta". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 04 maggio 2022.

Donna Assunta Almirante, morta a cento anni al termine di una vita intensa (era considerata la madrina della destra nazionale) a conclusione del suo funerale svoltosi la scorsa settimana, è stata omaggiata dai dolenti con l'ormai famoso saluto romano, braccio destro proteso in avanti. E giù polemiche come se quel gesto innocuo simboleggiasse un rifiuto della democrazia, un insulto alla Costituzione e chi più ne ha ne metta. Non sono mancati commenti giornalistici grondanti indignazione, e numerose sono state le proteste, quasi che le esequie fossero state una manifestazione indegna di nostalgia per il ventennio di Mussolini.

L'antifascismo di maniera è entrato nel costume italiano come il raffreddore, basta uno starnuto e subito parte l'allarme Covid. Il conformismo è talmente diffuso che la gente lo ha acriticamente digerito quale caffè. Non c'è verso di raddrizzare le gambe ai cani, per cui non ci illudiamo che i progressisti e gli amanti del politicamente corretto si diano una regolata e capiscano di essere talmente regressisti da non rendersi conto di avere la testa bacata da un passato che la gente di oggi neppure conosce. Un piccolo dettaglio merita di essere citato in proposito. Il saluto romano usava ai tempi di Giulio Cesare e dell'imperatore Adriano, un grande, quando la stretta di mano, poco igienica, non era stata inventata.

Pertanto se il suddetto saluto è definito romano che cavolo c'entra con il fascismo, che nacque qualche anno dopo rispetto alla gloriosa epoca imperiale? Siamo talmente rimbambiti da attribuire a un gesto storico e classico l'abitudine poi divenuta cara alle camicie nere non si sa bene perché, anche se il duce non ha mai nascosto le sue simpatie per la romanità. In conclusione, la stretta di mano tanto amata e frequente sarebbe da abolire. Non solo poiché favorisce la trasmissione di ogni microbo e impone lavaggi ripetuti. C'è di più: è sgradevole l'umidità trasmessa dalle dita. Saluto romano tutta la vita. 

Vittorio Feltri, al Sud ci sono più disoccupati che in tutta Europa? Le colpe della politica. Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 04 maggio 2022.

Alcuni giornali ci informano che nel Sud italiano ci sono più disoccupati che nel resto d'Europa. Lo provano le statistiche. Io, un paio di anni fa, durante il programma televisivo di Mario Giordano, affermai senza alcuna acrimonia che gran parte del Meridione è inferiore al Nord, dove per "inferiore" intendevo ovviamente riferirmi non certo al cervello di chi è nato sotto Roma, bensì alla organizzazione economica e sociale. Un problema questo che non avevo inventato io per denigrare i cosiddetti "terroni", ma che vari valenti meridionalisti avevano esaminato in un remoto e anche recente passato. Non so perché mi viene in mente Corrado Alvaro, grande scrittore che analizzò in modo mirabile la situazione calabrese. Rammento il titolo di un suo capolavoro: «Gente d'Aspromonte». Chi non lo ha letto si appresti a farlo.

Oggi l'inferiorità del Mezzogiorno in confronto al Settentrione è dimostrata da copiosi dati relativi alle difficoltà di questa nostra amata e vituperata parte d'Italia. Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, purtroppo, sono in fondo alla classifica della occupazione patria. Non è per me una novità, e non dovrebbe esserlo per qualunque italiano che abbia a cuore lo sviluppo omogeneo della Nazione. Certamente non ho la bacchetta magica per risolvere il dramma della arretratezza di alcune zone per altri versi brillanti della penisola. Tuttavia qualche suggerimento in proposito si può avanzare. La disoccupazione non nasce per caso, bensì dalla scuola e dall'apprendistato, che non funzionano più. L'istruzione professionale oramai è tramontata e i ragazzi di 15 anni non frequentano più le botteghe allo scopo di imparare un mestiere. È del tutto evidente che un giovane il quale non sappia fare un qualsivoglia lavoro non ne trovi uno che gli consenta di vivere decentemente. Questo è un concetto facile da digerire benché nessuno se ne renda conto. Un cenno particolare poi merita l'artigianato, adesso incomprensibilmente trascurato nonostante sia noto a qualunque imbecille che il nostro Paese sia il secondo in Europa nell'ambito della manifattura.

Ciò specificato, c'è poco da aggiungere per illustrare le pene del Sud, al quale non mancherebbe nulla per crescere, se soltanto disponesse di una classe politica attenta a incrementare il tessuto produttivo anziché badare esclusivamente a interessi di casta. Sono consapevole che è più agevole raccattare voti elargendo il reddito di cittadinanza a chiunque, anziché predisporre le condizioni per favorire la cultura del lavoro, danneggiata più che mai da un assistenzialismo interessato e demotivante.

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano” il 21 aprile 2022.

Sono convinto che tutti noi in qualche modo e in qualche circostanza abbiamo avuto contatti, magari casuali, con alcuni rom e non ne abbiamo ricavato una buona impressione. 

Normalmente i cosiddetti nomadi indossano abiti sdruciti, abbastanza sporchi, cosicché il loro aspetto non è rassicurante e genera il sospetto in molti cittadini di trovarsi di fronte a uomini, donne e perfino bambini per nulla affidabili.

Questi pregiudizi ormai si sono affrancati, anche perché una minoranza di zingari, essendo ridotta in miseria, si dedica ad attività illecite, borseggi, furti in appartamenti, addirittura spaccio di stupefacenti. 

In pratica si fa di ogni erba un fascio: se in una comunità di poveracci c'è un ladro, chissà per quale ragione coloro che condividono con lui l'indigenza sono considerati tutti ladri.

I campi rom in Italia si assomigliano in toto, costituiscono ammassi di catapecchie, roulotte sgangherate, la cura e l'igiene non rappresentano regole rispettate. Non pochi osservatori distratti della realtà sono così portati a ritenere che gli zingari abbiano dato vita a bande di farabutti intente soltanto a commettere reati. In verità, la tendenza a delinquere si registra in ogni categoria sociale, come si evince esaminando le carte giudiziarie. 

E poiché i nomadi hanno le stigmate dei poveracci sono sospettati di essere più furfanti di altri abitanti della penisola che pure realizzano abusi benché prediligano il doppiopetto di sartoria.

Se consultiamo le statistiche ci rendiamo conto che in molti ghetti trionfano usanze un po' tribali che si spiegano col fatto che coloro i quali dimorano nelle baracche sono distanti culturalmente da chi risiede nei quartieri alti, e anche bassi, delle metropoli.

È ovvio che l'isolamento produca fenomeni di arroccamento pure delle peggiori tradizioni, che impediscono l'evoluzione dei costumi. Tuttavia risultati del genere non si evidenziano solamente nell'ambiente zingaresco. Prendiamo l'istruzione scolastica.

Non è vero che i bambini e i ragazzi baraccati non frequentino in assoluto le aule dell'obbligo. Una grande quantità di questi si presenta, magari malconcia, negli istituti delle primarie e spesso delle secondarie. 

Eppure, in questo settore, non disponiamo di una elaborazione statistica, in quanto manca il numero base, e cioè quanti siano in Italia i rom e i loro eredi. Questo rende impossibile una analisi accurata della questione legata all'educazione.

In passato, senza dubbio, i rom erano ostili a qualunque tipo di scolarizzazione in quanto temevano che le loro abitudini arcaiche venissero contaminate dalla modernità. Ma oggi le cose sono cambiate radicalmente. 

Si dà il caso che vari zingari campino ancora di espedienti, per necessità, il recupero dei ferri vecchi, per esempio, e altresì il furto non sono estranei alle loro "imprese". Tuttavia una fetta di popolazione rom lavora regolarmente nelle imprese di pulizia, nelle stazioni di lavaggio automobili e in altri settori dove l'occupazione si trova non per vie ufficiali, sindacali. Ciò avviene perché il rom, essendo spesso riconoscibile dall'aspetto, non gradisce essere giudicato "speciale". Il vero dramma è un altro. 

I campi di concentramento zingari sono ancora numerosi purtroppo perché nessuno della pubblica amministrazione se ne interessa fornendo a questa gente alternative decenti. La quale è oggetto non solamente di discriminazione ma addirittura di razzismo.

Non è sempre stato così. Diciamo pure che la situazione è involuta e non di poco. Circa cinquant'anni orsono, quando scrivevo per la Notte di Nino Nutrizio, fui inviato al cimitero di Trescore Balneario (provincia di Bergamo) per descrivere un settore del camposanto riservato agli zingari. Osservando le tombe rimasi di stucco. Era una più ricca e curata dell'altra.

La più importante e sontuosa era quella del re degli zingari, sulla quale troneggiava la gigantografia del monarca. Quale sia lo status quo oggi è difficile dire, ma non è arduo informarsi per avere le idee chiare. 

È sufficiente infatti leggere un libro uscito di recente, Editore Carocci, firmato da un genio: Sergio Bontempelli, studioso del ramo emarginazioni. Titolo: I rom. Una storia. Da cui ho rubato tante informazioni.

P.s.: Vorrei sottoporre alla generale disattenzione un piccolo grande elemento, ossia che i campi di sterminio nazisti erano gremiti di zingari, ma di queste vittime - chissà per quale oscuro motivo - non ci rammentiamo mai, quasi come se non fossero degne di nota. Un'ultima considerazione abbastanza curiosa. Nella comunità rom non si registrano femminicidi. Sarà proprio un caso?

“Ci chiamavano terroni…abbiamo fatto successo!”. Edoardo Sylos Labini il 16 Aprile 2022 su Culturaidentita.it

La storia del fondatore di Asacert è quella di tante orgogliose famiglie del Made in Italy.

La storia di Fabrizio Capaccioli, fondatore di Asacert azienda leader in italia nelle certificazioni, non passa solo attraverso i numeri di bilancio ma fonda le sue radici, come scrive nel sito della sua società, nella valorizzazione e nella crescita del personale. Senza dimenticarsi però mai di suo nonno, minatore maremmano della Montecatini. Ecco il racconto del successo di una orgogliosa famiglia del Made in Italy.

Fabrizio, uno dei temi portanti di CulturaIdentità sono le nostre radici, le radici culturali, storiche. Le tue radici familiari ti hanno portato al compimento di un grande percorso imprenditoriale.

Sì, assolutamente ed ho piacere di ricordarle perché sono passaggi importanti della mia vita. Ricordare il vissuto lavorativo in un Paese che dimentica la propria identità. Il comparto minerario e chimico è stato completamente abbandonato: abbiamo venduto tutto – penso oggi all’evoluzione della Montecatini – e non abbiamo più investito in questo settore.

Tuo nonno era un minatore?

Era un minatore della Montecatini che poi si trasferì a Milano quando il comparto venne completamente dismesso intorno alla fine degli anni 60. Pensa a quanti italiani nel corso del Novecento hanno dovuto lasciare la propria terra cambiando vita e quanti hanno saputo dare un contributo lavorativo nelle città che li ospitava. Devo a mio nonno quella capacità di resilienza che mi ha fatto costruire un’azienda che oggi dà un futuro a me e alle persone che ci lavorano. Le mie radici affondano lì da dove partirono i nonni, dalla provincia di Grosseto nella Maremma.

Un’altra città identitaria per te è Milano?

La prima cosa che ho pensato era che ci chiamavano terroni, ma eravamo italiani. A Milano ci siamo dovuti ricostruire una vita, un’identità, una capacità di essere conosciuti ed integrati sviluppando ciò che Milano in quel tempo era: una città industriale. C’erano la Pirelli, l’Eni, le acciaierie Falck e c’era una fortissima cultura industriale ed il senso di appartenenza ad un’azienda che ti garantiva lo stipendio. Milano è oggi il motore economico del nostro Paese grazie anche al sacrificio di famiglie come la mia.

Un paese che però sta svendendo le proprie aziende?

Purtroppo è così! Nel corso degli ultimi 30 anni abbiamo disinvestito sulla cultura e sulla tecnologia in ambito industriale, perché secondo alcuni era più conveniente commercializzare prodotti provenienti da altri Paesi ed immetterli direttamente nel nostro mercato. Come è successo con la Montedison, uno dei più grandi poli chimico farmaceutici ed energetici, ceduta ai francesi nel 2012. Fino ad arrivare ad oggi, senza investire sulla produzione di energia da fonti rinnovabili perché qualcuno era convinto, come diceva Papa Francesco ,“di essere sano in un mondo malato”. 

Tornando indietro nel racconto familiare: arrivano gli anni 80 e la Milano da bere.

Sì, c’è stata la trasformazione in città dei servizi e della finanza con la chiusura di grandi centri industriali come alla Bovisa o a Sesto San Giovanni e in quel contesto, grazie ad un’iniziativa lungimirante e all’epoca di nicchia per i servizi, cioè i controlli e le certificazioni che alla fine degli anni ’90 venivano richiesti dal nascente apparato normativo europeo, è nata la mia azienda: Asacert

La tua creatura oggi è uno dei player più importanti

Asacert, nel mondo dei servizi, in Italia ma con una buona diffusione all’estero, sta ottenendo grandi risultati. Offre servizi di ispezione, certificazione e valutazione per supportare le aziende di qualunque settore e dimensione, in tutte quelle basilari attività di controllo.

Sei inoltre vicepresidente di Green Building Council Italia, la più grande organizzazione internazionale per il mercato delle costruzioni sostenibili.

La nostra mission è essere garanti nelle certificazioni nel mondo delle costruzioni, dove il prodotto finale dev’essere affidabile per la garanzia dell’utente che lo andrà a vivere.

Si parla tanto di sostenibilità, girano molti soldi, ma si fanno poche cose. Gestione “all’italiana”?

Spendere ogni euro pubblico vuol dire spenderlo in maniera coscienziosa e virtuosa. Abbiamo previsto grandi disponibilità economiche per il contenimento di energia ma non abbiamo pensato ad esempio ad altri fattori come l’aria e l’acqua che rendono necessari, sopratutto dopo 2 anni di covid, il contenimento delle malattie respiratorie all’interno degli edifici. Aver completamento omesso investimenti sulla ventilazione e purificazione dell’aria è un modo sbagliato di fare sostenibilità. Al momento tutte le procedure di controllo della spesa della finanza pubblica su queste iniziative sono solamente formali. Stanno emergendo gravi frodi ai danni dello Stato proprio perché nessuno controlla ciò che viene realizzato. Siamo un paese in cui si vive di passaggi di carte e da queste muoriamo soffocati.

Quale può essere una soluzione?

Dal mio punto di vista bisognerebbe incentivare in maniera tempestiva gli investimenti puntando sulle rinnovabili. Immagina se riuscissimo a coprire tutti i tetti d’Italia con impianti fotovoltaici, riusciremmo a coprire buona parte del fabbisogno energetico. Non il totale, ma potrebbe essere un grande passo in avanti. Noi ricordiamo nel 2011 un forte incentivo, poi tagliato da una scellerata scelta di un ministro che evidentemente riteneva non fosse più il caso di investire su queste tecnologia ed oggi ci troviamo a dire che dipendiamo troppo da energie provenienti dall’estero e che non siamo autosufficienti. Ora siamo in una condizione in cui, anche grazie ai fondi del PNRR, bisognerebbe investire in quella direzione. Dare contributi per la produzione di energia.

Ultima domanda, ma è su una parte importante della tua vita. Sei presidente di un Rotary, il Passport Innovation. Cosa vuol dire essere “rotariano”?

Vuol dire capacità di coesione con il contesto sociale con cui si opera, ma vuol dire anche pensare anche a chi ha meno di noi. Siamo fortunati di poter vivere in un importante realtà come il Rotary grazie anche alle relazioni e alle opportunità di business che si creano, ma dobbiamo pensare anche agli altri, come ci insegnò il nostro fondatore Paul Harris. Oggi a distanza di 100 anni dobbiamo tornare a quei valori. E con la guerra in Ucraina praticamente alle porte i nostri club devono dare un grande segnale di solidarietà alle popolazioni che stanno soffrendo.

La vera diseguaglianza che penalizza il Sud. Carlo Lottieri il 30 Marzo 2022 su Il Giornale.

Recatosi nel capoluogo campano per presentare il cosiddetto "piano per Napoli", il premier Mario Draghi si è soffermato sull'esigenza di colmare insopportabili divari territoriali.

Recatosi nel capoluogo campano per presentare il cosiddetto «piano per Napoli», il premier Mario Draghi si è soffermato sull'esigenza di colmare insopportabili divari territoriali, sottolineando in particolare che il reddito pro capite del Mezzogiorno è ormai poco più della metà di quello del Centro-Nord, mentre il tasso di disoccupazione è più del doppio. Questo modo di comunicare volto a contrapporre Nord e Sud, però, è sbagliato e poggia su una prospettiva discutibile.

I problemi del Mezzogiorno, in effetti, non sono da ricondurre al suo dislivello rispetto alla Lombardia, alla Baviera o all'area londinese, ma semmai al fatto che il Sud ha seri problemi in tema di produttività, occupazione e redditi. Il costante rinvio retorico alla diseguaglianza tra aree stavolta da parte di Draghi, ma prima di lui da parte di tanti altri non è utile e neppure opportuno. A essere «insopportabile», in effetti, non è questo o quel divario, ma semmai l'arretratezza di molte infrastrutture e l'ostilità verso l'impresa che s'incontra in larga parte del Meridione.

Serve davvero a poco addebitare al Nord le difficoltà dell'economia campana o calabrese e il fatto che dal dopoguerra in poi il tasso di crescita di questa parte del Paese sia stato così basso. Se la società settentrionale ha avuto una colpa è stata soprattutto quella di accettare passivamente politiche volte a redistribuire risorse, che hanno tolto al Nord senza realmente aiutare la crescita del Sud. Al massimo, hanno sovvenzionato pure qualche impresa parassitaria settentrionale.

Nel programma annunciato da Draghi ci sono progetti per migliorare alcune infrastrutture pubbliche: dai trasporti ferroviari al porto partenopeo. Se i soldi saranno utilizzati bene e alla svelta, questo potrà aiutare a vivere e fare impresa. Al momento non si può quindi dire che, nel contesto attuale, tutto sia da rigettare.

Quella che manca, però, è una prospettiva orientata davvero alla crescita del Mezzogiorno. Non soltanto vanno accantonate le rivendicazioni basate sull'invidia o sul vittimismo, ma soprattutto si deve puntare a una piena responsabilizzazione dei territori, che li porti a gestirsi in autonomia e li metta in grado di sfruttare al meglio le loro potenzialità. In modo tale che quelli che oggi sono problemi possano trasformarsi in punti di forza.

Se al Sud vi fosse un vero autogoverno dei territori, questa o quell'area adotterebbero presto bassa tassazione e poche semplici regole. Il loro successo creerebbe fenomeni di imitazione, che potrebbero anche fare leva su un basso costo del lavoro. Si riuscirebbe a innescare un circolo virtuoso, basato sulla produzione e non sull'aiuto, sulla capacità di fare da sé e non su piani d'intervento predisposti a Roma oppure a Bruxelles.

Tra le altre cose, il patto per Napoli siglato ieri servirà a salvare il bilancio della municipalità, che altrimenti sarebbe andata in default. Non si tratta per nulla di un buon segnale, né di un'inversione di tendenza.

Da corriere.it il 19 agosto 2022.

Un medico di origini camerunensi, in servizio al pronto soccorso di Lignano Sabbiadoro (Udine) è stato bersaglio di insulti razzisti da parte di un paziente che ha rifiutato di farsi visitare proprio per via del colore della pelle del dottore. «Non toccarmi, sei nero!» è stata una delle frasi che si è sentito rivolgere Andi Nganso. é stato quest’ultimo a raccontare l’episodio sul suo profilo Facebook. Nganso ha ricevuto numerosi attestati di solidarietà tra i quali quello dal governatore del Veneto Luca Zaia.

«Nella notte del 17 agosto, mentre ero di turno al punto di primo intervento di Lignano, ho subito la violenza verbale razzista più feroce della mia vita e ho deciso, di concerto con il mio legale, di sporgere denuncia» è il racconto del medico. «Voglio poter condividere - spiega il medico - che la necessità di farlo non è legata al desiderio di una giustizia unicamente personale, ma è l’esigenza di manifestare un atto di resistenza a un odio e a un razzismo che non solo esistono in questo Paese ma che si fanno forti quando la prossimità di un appuntamento elettorale suggerisce che certe posizioni saranno tutelate».

«Intorno alle 4 di notte - ecco il dettaglio del racconto - entrava al presidio un’ambulanza con un paziente 60enne che riportava presunte lesioni multiple, conseguenti a una lite avvenuta poco prima in centro città. Dopo aver ricevuto le consegne dall’infermiera che lo aveva soccorso e che già lamentava di aggressioni verbali misogine nei suoi confronti, ho provato a entrare in comunicazione con il paziente e da lì una brutale e violenta valanga di insulti e minacce razziste di ogni tipo è iniziata». «Mi attacchi le malattie, non toccarmi, preferivo due costole rotte piuttosto che un negro di m...» sono alcune delle frasi pronunciate. Il medico, laurea in economia aziendale e medicina conseguita all’università di Varese, a quel punto ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Nel suo sproloquio il paziente ha tirato in ballo anche il presidente del Veneto (ma Lignano si trova in Friuli): «Se lo sa Zaia ti elimina...».

Il presidente della Regione Veneto Zaia ha subito condannato l’accaduto: «Va necessariamente fatta chiarezza assoluta su questo episodio, sul quale mi auguro ci sia modo di andare a fondo. Se un cittadino va in giro facendo il nome del Presidente della sua regione non significa che sia legittimato a parlare in nome e per conto del Presidente della sua regione. Soprattutto con simili affermazioni. Io ripudio nel modo più totale ogni forma di razzismo e di violenza sia verbale che fisica».

Cori razzisti contro Napoli: 12mila euro di multa al Verona. Supplemento d'indagine per i buuu a Osimhen. La Repubblica il 16 Agosto 2022.

Al Bentegodi si è ripetuta la vergogna degli insulti a sfondo razziale. Altri tremila euro per il lancio di oggetti in campo

Il giudice sportivo della Serie A, dopo la prima giornata di campionato, ha inflitto una multa di 12mila euro al Verona per i cori discriminatori dei tifosi nei confronti dei sostenitori del Napoli. Per i cori razzisti contro Osimhen dopo il gol del momentaneo 2-1, invece, il giudice sportivo ha chiesto un supplemento d'indagine perché "ritiene necessario che venga specificato" dalla procura federale "sentiti se del caso anche i responsabili dell'ordine pubblico, i sotto settori della curva sud, ove individuabili, da cui partivano i primi cori di discriminazione razziale". Altri 3mila euro di multa sono stati inflitti al Verona per lancio di oggetti. Dello stesso importo le multe all'Inter e al Lecce per lancio di bottigliette d'acqua in campo.

"Vesuvio lavali con il fuoco", nuove gravi offese contro i napoletani. Ignazio Riccio l'11 Aprile 2022 su Il Giornale.

Una domenica da dimenticare per i tifosi partenopei, i quali hanno mal digerito la vittoria della Fiorentina e soprattutto le frasi razziste di alcuni supporter viola.  

Non solo la sconfitta sul campo, con un 2 a 3 che rende in salita il cammino del Napoli verso lo scudetto, ma anche gli ennesimi cori contro i napoletani giunti dal settore ospiti dello stadio. Una domenica da dimenticare per i tifosi partenopei, i quali hanno mal digerito la vittoria della Fiorentina al “Maradona”. Ancora una volta, la squadra viola ha messo i bastoni tra le ruote agli azzurri, che viaggiavano spediti alla conquista della vetta della classifica con una serie di risultati positivi consecutivi. Ma a far male ai napoletani sono stati i soliti cori offensivi ascoltati prima dell’inizio della partita.

Alcuni pseudo tifosi della Fiorentina avrebbero urlato all’indirizzo dei 50mila supporter del Napoli frasi come: “Vesuvio lavali col fuoco”, le stesse utilizzate in occasione di Atalanta-Napoli appena una settimana fa. Sembra essere diventata un’abitudine quella dei tifosi delle squadre del nord di inveire contro i napoletani usando espressioni discriminatorie e razziste. Adesso le immagini delle telecamere dovranno essere vagliate per identificare gli autori dei cori offensivi che potrebbero essere puniti con il Daspo.

Purtroppo, come riporta il quotidiano napoletano Vesuvio live, non sono solamente i tifosi del nord a prendersela con gli abitanti della città partenopea. Anche in Campania ci sono ultrà di squadre della regione che offendono il popolo partenopeo. È accaduto, infatti, che cori razzisti si sono sentiti anche dagli spalti dello stadio di Avellino, dove i tifosi della compagine locale hanno attaccato gli avversari della Turris, la squadra di calcio di Torre del Greco, città proprio del Vesuviano.

Ivan Zazzaroni per il Corriere dello Sport il 14 marzo 2022.

Stavolta il calcio, la partita, la classifica viene dopo. Qualcuno - oltretutto firmandosi - ha deciso di oltrepassare un limite che ritenevamo invalicabile, quello del male assoluto. Per cui penso che la cosa non possa essere risolta con la classica parentesi di web-indignazione o con una multa del giudice sportivo: che prezzo, quale valore economico potrà mai attribuire allo striscione esposto nella notte tra sabato e domenica all’esterno del Bentegodi? Non faccio il moralista professionista, Dio me ne scampi, e con gli anni ho maturato una preoccupante forma di disillusione, che non significa resa però: credo di interpretare l’irritazione non solo di una città, ma di un Paese nel quale non tutto può essere permesso. Non oggi, non con i bombardamenti e i profughi alle porte di casa.

Non è stato semplice passare sopra “Lavali col fuoco” o “terroni, puzzate di merda”, alcuni dei messaggi più infami esposti dalle nostre curve. Anche cori come “devi morire” rivolti all’avversario a terra sono entrati purtroppo nella penosa treccani degli sfottò da stadio, ma tra “Lavali col fuoco”, che ebbe in risposta “Giulietta è una zoccola”, e le coordinate per bombardare Napoli corre una differenza sostanziale che non può essere ignorata neppure dal più demente dei tifosi.

Perché non si tratta più di tifo, ma di estremismo. E l’estremismo non sollecita la risata, anche la più idiota. È benzina sul fuoco della violenza. È violenza chiamata, cercata. Se poi aggiungo che si tratta di estremismo idiota non pensate che intenda fornire attenuanti tipo “infermità mentale”, come vorrebbe il giurista, o accolga il suggerimento di certi maestri dei social che ricorrono al paradosso o alla satira per giustificare gli eccessi. No. Trovo invece imbarazzante per i veronesi “normali” il confronto con lo humour partenopeo ormai diventato leggenda.

Gli ultrà del Bentegodi continuano a sparare idiozie e nessuno di loro, in decennali battibecchi, ha mai pensato a difendere Giulietta. La poverina è rimasta una zoccola e come tale è stata arruolata. E con Romeo, come la mettiamo? 

PS. La presa di distanza del Verona è stata tanto opportuna quanto debole poiché generica. Questo il testo del tweet postato nel pomeriggio sul profilo ufficiale: «Hellas Verona FC si fa portavoce, oggi come sempre, di un messaggio di pace, condannando qualsiasi atto, gesto ed esternazione che possano generare - in qualsiasi forma e misura - incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione».

Nessun riferimento allo striscione e a chi se l’è attribuito. Conosco il presidente Maurizio Setti da molti anni, lo considero un amico, ma conosco anche il nostro calcio, le relazioni spesso non volute, subite, che lo complicano e lo insudiciano: so che è un mondo governato dalla paura e la paura è la camera oscura dove si sviluppa il negativo.

Maurizio De Giovanni per il “Corriere della Sera” il 14 marzo 2022.

Bisogna resistere alla solita tentazione, quella di ignorare. Perché le ragioni di voltarsi dall'altra parte sarebbero tante, e tutte buone: non dare rilevanza, non regalare pubblicità, non alimentare risentimenti anche se giustificati, non farci andare di mezzo i tanti, tantissimi (sperabilmente la stragrande maggioranza) che non condividono. Tutto giusto, per carità. 

Però a volte la creatività malata degli imbecilli si sposta talmente in là da richiamare inevitabilmente l'attenzione. E si scopre, una volta di più, che stare in silenzio con un condiscendente sorrisetto di superiorità può diventare autolesionista in maniera irreparabile. Lo striscione comparso nella notte a Verona appartiene alla categoria dei messaggi che allargano il territorio dell'idiozia. Non facile, a dire il vero: bisogna avere una certa dose di fantasia, ed essere pronti ad applicarla con pertinace faccia tosta. In sintesi, sullo striscione compaiono le bandiere di Russia e Ucraina, nobilmente affiancate sopra le coordinate geografiche della città di Napoli, come a indicare un opportuno bersaglio missilistico. 

 La firma «Curva sud» è esplicita, e chiude questa interessante breve narrativa per immagini. Ora, è un fatto che da molti anni la città di Napoli è il bersaglio preferito dell'imbecille ottusità delle peggiori curve d'Italia. Non è necessario che sia in campo la squadra azzurra, né che sia in ballo un risultato sportivo di particolare importanza. Non di rado addirittura le due tifoserie coinvolte si uniscono in beceri cori ostili, che invocano eruzioni vulcaniche, terremoti e malattie epidemiche che possano finalmente cancellare un popolo dalla faccia della terra. In alternativa e più bonariamente, si fa riferimento chissà perché all'igiene personale e al cattivo odore che noi napoletani emaneremmo, da far scappare perfino i cani. Questo malcostume è avallato dalle istituzioni sportive, che arrivano al massimo a comminare una multa di una decina di migliaia di euro alla società ospitante: meno che per un fumogeno, assai meno che per un ululato razzista che pure ha esattamente gli stessi contenuti.

Figurarsi poi lo Stato, sempre così pronto a voltarsi dall'altra parte in territori di altrui stretta competenza. Così, di domenica in domenica, la pancia razzista e vigliacca di questo Paese erutta i propri miasmi senza che nessuno alzi un dito. Tanto, si sa, i napoletani sono abituati a essere insultati da sempre. Goliardia, si dice con un'alzata di spalle. Simpatici sfottò, qualche volta appena sopra le righe. Perfino importanti esponenti di forze politiche, che adesso si propongono come nazionali, tendono a rubricare così questi insulti e questi auguri di sterminio. A noi, francamente, sfugge l'ironia: colpa nostra, evidentemente. Adesso però i limiti della cosiddetta goliardia sono stati frantumati. Con ammirevole precisione, e un aggiornamento invidiabile rispetto alla stretta attualità, chi ha redatto quello striscione scomoda una guerra in corso. Morti, feriti. Bambini straziati, donne incinte sanguinanti.

Colonne di persone in fuga verso l'ignoto, e dietro di loro colonne di carri armati all'inseguimento. Tutto documentato con rigore da televisioni, siti web e radio. La guerra, quella vera. Perché non sfruttarla per questa meravigliosa occasione, avranno pensato gli allegri burloni della curva sud. Conosciamo e amiamo Verona, una delle città più belle e colte d'Italia. Una città che ospita templi dell'arte e della musica, piena di storia. Non possiamo credere che si accetti, in quel luogo splendido, che il nome amato da Shakespeare sia insozzato da questi imbecilli. La guerra è l'apoteosi della stupidità umana. Si combatte in genere per i confini. State tranquilli, ragazzi, voi non correte questo rischio. La vostra stupidità di confini non ne possiede.

Da video.corriere.it il 10 febbraio 2022.  (LaPresse) Scambio di battute fra il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, catturato da LaPresse al termine della conferenza stampa di presentazione dell'accordo fra A2A e Politecnico. Il governatore, rivolto al primo cittadino, dice: «Caro Beppe, è un casino il Pnrr e noi mettiamo a terra un ca**o». E Sala risponde: «È questo, adesso va bene tutto. 

Noi dobbiamo farci un po' più furbi su questa cosa e fare un po' più di sistema obiettivamente tra tutti. Io sono preoccupato del fatto che Sud, Sud, Sud, ho capito, ma l'innovazione… Però io non ho veramente niente da contestare. Voglio chiarezza, perché è evidente che noi abbiamo una progettualità…». Quindi, il presidente della Lombardia conclude: «Voi siete in grado, perché il Comune di Busto Arsizio che ca**o fa? Che non è un Comune piccolo quello di Busto Arsizio…».

DAL PENSIERO MERIDIONALE DI DON LUIGI STURZO. Michele Eugenio Di Carlo il 3 marzo 2022.

Nel famoso discorso che tiene a Napoli il 18 gennaio 1923 , in occasione del quarto anno della fondazione del partito, don Luigi Sturzo afferma subito con orgoglio che nel programma del Partito Popolare, sin dalla fondazione, era indicata «come affermazione fondamentale», e per la prima volta in Italia, «la risoluzione nazionale del problema del Mezzogiorno». Altri partiti avevano manifestato la stessa volontà, ma solo sul piano teorico e senza entrare nel merito degli «aspetti tecnici, finanziari, economici, morali».

Nei 30 anni precedenti sulla questione meridionale si era prodotta una «larga e vasta» letteratura, ma non un’ «impostazione politica» vera e propria, tentata solo da «voci isolate, inascoltate» a cui non aveva fatto seguito «un’azione concorde e forte», poiché non era mai stato superato lo «stato psicologico» di inferiorità di attesa di una risoluzione esterna, mentre – secondo Sturzo – toccava ai meridionali creare «un programma politico della questione meridionale», al di là dei partiti politici disgreganti, facendolo «divenire, con la efficacia delle minoranze concrete, un pensiero generale degli italiani».

L'attualità di queste parole dimostra che la conoscenza della storia passata è fondamentale per capire il presente e progettare un futuro migliore. A cura di Michele Eugenio Di Carlo

Lessico meridionale: Una moneta per una parola d’argento. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 febbraio 2022.

Non si può scrivere un libro al giorno, né leggere un libro al giorno. Questione di ozi troppo risicati che non permettono dibattiti o riflessioni prolungati. Ma un giornale, sì, si può leggere giorno per giorno. Si deve farlo. E benedicendo l’industrie genialità dell’orafo Gutenberg si può anche scriverlo e stamparlo. Se si è in molti. E in molti che non vadano troppo d’accordo, così discutono a maggior vantaggio per la verità.

Il giornale che stiamo leggendo si chiama «La Gazzetta del Mezzogiorno»: sono stato invitato a scrivervi e il direttore mi propone di scegliere, ogni domenica, una parola su cui meditare liberamente e scegliere la via dell’etimologia o quella della stimolante riflessione sugli usi del lemma.

Ho scelto la parola «Gazzetta» per cominciare, anzi, per ricominciare. L’etimo è molto dibattuto: la parola gazzetta, per come la usiamo, nasce nella seconda metà del 1500, dal nome del giornale veneziano «La gazeta dele novità» che prese questo nome perché costava giusto una gazeta che era una monetina d’argento.

Nel tempo moderno gazzetta divenne un nome comune di periodico, di giornale, in tutta Italia. La nostra è «La Gazzetta del Mezzogiorno», bello! E lo Stato Italiano addirittura promulga le sue leggi pubblicandole sulla Gazzetta Ufficiale.

Ed è ingente l’editoria di giornali che difendono il nome Gazzetta (segue il nome di una o più città). Più che un nome, una graziosa antonomasia. I giornali erano gli altri, quelli nazionali, che si stampavano in altre città o i periodici. Me li ricordo bene perché io, da bambino, ho sognato di fare il giornalaio. Non il giornalista, il giornalaio. Volevo troneggiare su di uno scranno in mezzo alla carta di tutti i colori e di inebriarmi di quel profumo scomparso che allora aveva la carta stampata. Pensavo: «Leggerò gratis tutti i giornali e i giornalini». Mio padre comprava «La Gazzetta del Mezzogiorno» tutti i giorni andando al lavoro e la portava a casa all'ora di pranzo ancora intatta. Era il segno certo che mio padre in ufficio lavorava. Forse dopo aver dato solo una «scorsa» ai titoli della prima pagina. Il mio turno per sfogliarla veniva dopo la sua siesta. Leggevo i titoli, mi avventuravo anche nella lettura di qualche articolo, guardavo le fotografie, soprattutto quelle che riprendevano fatti e persone stranieri e mi soffermavo sulle locandine dei cinematografi tutte incastrate in un ben ordinato cartellone: prima, seconda e terza visione.

Anche il mio maestro di scuola, un uomo buono e saggio munito di alteri baffi da bersagliere ciclista, comprava la «Gazzetta» che lui chiamava, per antonomasia irremovibile, «il giornale». L’acquistava e la riponeva nella tasca laterale della giacca, maestosamente informe anche di inverno. Il giornale, ripiegato in quattro, trovava posto verticalmente sempre nella stessa posizione e io potevo leggere la parte finale della testata: «iorno». Ricordo di aver letto talora «La Gazz», il che voleva dire che il maestro una squadernata sbrigativa al giornale l’aveva data. «La gazzetta» nostra ha un nome così lungo che, comunque la pieghi, riconosci la testata.

Più tardi scoprii che quel giornale si «faceva» in un bel palazzo vicino alla stazione dei treni. A me sembrava un vanto della città con quell’aria cosmopolita e quella cupola maestosa.

Ora quel palazzo magniloquente non c'è più. Peccato. Ricordo dei Telamoni pletorici e raccolti nello sforzo tremendo di reggere le finestre del primo piano e delle bocche di lupo a filo della strada da cui si vedeva il lavoro dei tipografi che si davano da fare intorno a macchine nere e lucide. Pensavo che reggessero tutta la «Gazzetta del Mezzogiorno». E al bimbo che ero, sfuggiva la metafora. Sono certo che, oggi, «La Gazzeta» farebbe una campagna per salvare quell’opificio.

Capitò anche a noi, giovanissimi teatranti, di aspettare lì davanti, con ansia, la critica ai nostri debutti tirando tardi la notte per gettarci sulle prime copie della «Gazzetta» e leggere e commentare. Eravamo cresciuti: la leggevamo da cima a fondo. Eravamo cresciuti e, finché si fosse rimasti a Bari, allora lo sapevamo bene, nessuno ci avrebbe fatto sconti. Oggi i teatranti sanno fare i conti.

Dopo, solo dopo, una volta partiti per la vita, saremmo stati benvoluti e aspettati: non rese di conti, ma rimpatriate. Capita di leggere, infatti, e sorrido di cuore, del «nostro Michele Mirabella». Ci tengono alla «Gazzetta». E, detto apertamente, ci tengo tanto anch'io

Quanti comizi sul Mezzogiorno. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 febbraio 2022.

Che bella parola: «Mezzogiorno». Evoca scampanii e luce. Prelevata dalla rosa dei venti, ci ricorda il sole a picco e ombre cortissime. Sull’orologio delle devozioni domestiche indica ore preziose di un tempo perduto in cui la giornata cominciava all’alba e si chiudeva al tramonto ed era il tempo della fatica umana.

Il mezzogiorno segnava la metà di un orario che non aveva sirene né allarmi o sveglie: era scandito dal sole e dalla notte. Pascoli acquerella il «santo desco fiorito d’occhi di bambini» cui il suono delle campane di mezzodì chiamava radunando al «rezzo, alla quiete».

La mia generazione ha famigliarizzato con questa parola in un suo versatile sfruttamento geopolitico che stava ad indicare il Sud d’Italia. Dal dopoguerra si parlò di Mezzogiorno in questa accezione non astronomica, ma sociale ed economica e io ne ho un ricordo bizzarro legato ad un aneddoto che vissi da adolescente.

In una piazza di Bitonto, durante un’ennesima campagna elettorale, un tale si infervorava sul palco per un comizio. A quel tempo pretelevisivo i comizi erano un passatempo per molti, me compreso, e nelle piazze si avvicendavano tribuni d’ogni tacca e rango, sullo stesso palco cui venivano cambiati il panneggio, le bandiere e i cartelli secondo i partiti di turno. Si cambiava anche l’inno e lo spettacolo proseguiva per l’identico pubblico che celebrava, così, non l’appartenenza personale, ma solo una rustica democrazia appena ritrovata. Coppole, dunque, a profusione e cappe scure di braccianti delusi dal «compratore».

La musica era gracchiante, ma l’effetto dell’Inno dei Lavoratori o di Bianco fiore garantito. Il MSI aveva rinunciato al repertorio del bieco ventennio e optava per un Inno a Roma di Puccini, allusivo, ma inoffensivo: bellissimo. I comunisti ostentavano il loro Bandiera Rossa. Il comizio cominciava con entusiasmo. Rarissime le intemperanze, ma frequenti le interruzioni, anche pittoresche.

Una sera parlava un rappresentante dei lavoratori (se lo disse da solo) e delle donne. Anche questo titolo se lo attribuì lui, senza alcuna tema di essere smentito dato che di donne non ve n’erano che tre o quattro: taciturne e un poco spaesate: al tempo, era raro che assistessero ai comizi. Incipit protocollare: ringraziamenti alle locali autorità del partito. Seguì la parte più politica nella quale il nostro sembrò accalorarsi, individuando il nodo dei problemi da risolvere: il «Mezzogiorno».

Notai il comico stridore tra la prosa marmorea e tribunizia e l’inconfondibile dizione pugliese così cantilenante e piena di o strette e di e spalancate dove non ci vogliono che funestava l’affabilità dell’oratore.

«La questione del Mezzogiorno è in testa ai programmi del partito che rappresento» avvertiva, rude. E poi ammoniva «Se non si risolve il dramma del Mezzogiorno non si risolve il dramma del Paese». E proseguiva con esempi efficaci avviandosi a concludere con un commovente «Per le famiglie del Mezzogiorno arrivano solo fame e povertà», destinato ad infiammare gli animi.

Un tale che aveva ascoltato sotto il palco, col naso all’insù per tutto il tempo, non perdendo una parola, una minaccia, un auspicio, alzò la mano e disse «Scusa compare!». Cortese, ma perentorio. Ottenuto il silenzio, proseguì in un dialetto italianizzato che traduco: «Il Mezzogiorno ancora ancora arrangiamo. È la sera che non teniamo niente da mangiare». La questione meridionale era servita.

Mi sono chiesto, anni dopo, cosa pensasse l’anonimo bracciante della «Cassa per il Mezzogiorno». Anche lui, come tanti, avrà trovato obliquamente iettatoria la denominazione. Da noi, popolo frugale, si sa, la cassa di rado è quella cui si erano riferiti De Gasperi e Saraceno. Più tardi alcuni vollero equivocare e la chiamarono «Cassa DEL Mezzogiorno».

Ancora si torna a parlare del Mezzogiorno e ancora con il codazzo di sigle e parole d’accompagnamento: tavolo, agenzia, piano per il Mezzogiorno. E si parla, si parla e si discute. Qualche volta si evita di discutere per evitare di litigare, più spesso si litiga e basta. E rispuntano polemiche, dispute, conflitti di competenza. Spariti i comizi. Ci sono i «social». Meno attendibili e molto meno divertenti.

E se questa volta il Sud cominciasse a fare da sé preoccupandosi di far da mangiare al mattino, al Mezzogiorno e alla sera?

Mi risulta che lo stia cominciando a fare. Con coraggio e allegria. Il titolo di questo giornale, oggi, vuol dire anche questo. Se si lavorerà con quella convinzione e quella tenacia che i meridionali dimostrano quando vanno a lavorare a casa d’altri, potremo invitare a pranzo i detrattori e i litigiosi. Scelgano loro: di sera o a mezzogiorno.

Luca Zaia: «Noi veneti nei film eravamo solo storditi o cameriere ingenuotte». Luciano Ferraro su Il Corriere della Sera il 26 febbraio 2022.

Viene da una famiglia povera e ha cominciato a lavorare da bambino («passavo l’estate nell’officina di mio padre e lui mi pagava»), poi è arrivata la politica. «Da ragazzo ho organizzato un baccanale in discoteca e ho visto che funzionava, quei soldi mi servivano per l’università». 

Luca Zaia, 53 anni, governatore del Veneto ed ex ministro. Il suo debutto in politica è datato 1993, quando fu eletto consigliere comunale della Lega . Nella foto in piazza San Marco il 15 novembre 2019 quando una marea record sommerse quasi tutta Venezia (foto Agf)

Ha lavorato 20 ore al giorno da febbraio a giugno 2020, «senza tregua e sotto stress. Come ho fatto? Ho resistito grazie all’amore per il Veneto». Dorme due o tre ore a notte. E come accade a tutti gli insonni, nel buio si affollano i ricordi. Che hanno preso la forma di un libro, Ragioniamoci sopra (da un tormentone di Crozza, che lo diverte quando lo imita). Editore rigorosamente veneto, Marsilio. Non poteva essere altrimenti, perché per il governatore Luca Zaia, il Veneto è il centro del mondo. Ne parla come la regione del fare, ed è il primo ad aver fatto: meccanico con il padre, manovale, produttore di creme anti dermatiti, istruttore d’equitazione, pr per discoteche, raccoglitore di capi per le lavasecco. Poi politico. «No, amministratore», precisa. Rieletto con quasi il 77% dei voti, domina nello Zaiastan (copyright Massimo Cacciari). Con i “suoi” sindaci comunica in dialetto, sciorinando proverbi (uno sempre buono: Scoa nova, scoa mejo , scopa nuova, scopa meglio). Non ha visto La sposa , la fiction Rai in cui un rozzo veneto “compra” una sposa-schiava in Calabria. «Un fenomeno inesistente nel Veneto», si arrabbia «pura invenzione».

Nessun arrivo di lavoratori dal Sud?

«Qui non c’erano grandi industrie. Il modello è stato il metalmezzadro, l’operaio-contadino. Piccole aziende, 2,5 ettari in media. E poi un formicaio di micro industrie, un’economia diffusa, l’opposto del gelo della grande Torino. I lavoratori del Sud sono arrivati sì, ma negli uffici pubblici, scuole e Poste».

«NOI VENETI SIAMO STATI VITTIME DEGLI STEREOTIPI DEL CINEMA». LA FICTION RAI IN CUI UN ROZZO VENETO “COMPRA” UNA SPOSA-SCHIAVA IN CALABRIA?. «UN FENOMENO INESISTENTE NEL VENETO, PURA INVENZIONE»

Lei viene da una famiglia di migranti.

«Mio nonno Enrico andò a lavorare in Brasile. C’è stato un grande flusso a fine Ottocento: ci sono più veneti fuori dal Veneto che nel Veneto».

È vero che lei ha tenuto un comizio in Brasile parlando in dialetto?

«C’erano tremila persone. In alcune zone la lingua ufficiale è il talian , il dialetto arcaico. E quando mangiano la minestra ci versano il vino, come mio nonno. Nel Dopoguerra i veneti sono migrati in tutto il mondo, dal Belgio all’Australia».

Suo nonno diceva che dove passavano loro la giungla era bonificata.

«È ancora così, dove non hanno lavorato è rimasta la giungla».

Anche sua madre è migrata per lavoro?

«Mia mamma Carmela è andata a servire, ha fatto la colf e la tata, si direbbe ora».

Come nelle commedie all’italiana degli Anni 60.

«I veneti sono stati a lungo vittime degli stereotipi: nei film erano veneti i carabinieri un po’ storditi e le cameriere ingenuotte. Grandi diffamatori nazionali ci hanno descritto per decenni come abitanti della periferia dell’impero».

«MIA MADRE VIVEVA CON DIECI FRATELLI: IN MEZZO ALLA TAVOLA C’ERA UN SOLO POLLO, CHE DOVEVA BASTARE PER TUTTI»

Sua madre ha raccontato di aver visto per la prima volta un piatto di carne a 18 anni. Cosa si mangiava a casa?

«Pochi giorni fa, al compleanno degli 80 anni di mio padre, l’abbiamo ricordato. I miei nonni, polenta e latte. Oppure zampe di gallina. Mia sorella ha chiesto: ma con una famiglia così grande quando mangiavate il pollo, quanti polli c’erano a tavola?. E mia mamma: uno».

«La sposa», quella fiction Rai che non piace a Veneto e Calabria, di Marzio Breda, Antonio D’Orrico, Renato Franco

Televisione, «La sposa» a Vicenza. Fiction con polemiche da Nord a Sud, di Alice D’Este

Luca Zaia: «Draghi resti. Lui eletto al Quirinale? Solo con tanti voti al primo scrutinio»

di Cesare Zapperi

Luca Zaia sprona la Lega a fare i congressi: «Impensabile non celebrarli» di Martina Zambon

Zaia: «Le mie dirette sul Covid? Presidio contro le fake news» di Marco Cremonesi

Zaia: «Cambiamo strategia sul Covid, immunità di gregge raggiunta. E il 31 marzo finisca l’emergenza» di Mauro Giordano

Quanto era grande la famiglia?

«Mia nonna aveva 11 figli. Sua sorella, che ne aveva 6, morì giovane. E la nonna li adottò tutti».

Cosa si impara da una famiglia così?

«La solidarietà e l’umanità, valori che mi porto dentro».

Valori condivisi nel Veneto degli schei ?

«I veneti sono gran lavoratori, gente per bene. Uno su 5 fa volontariato. Siamo primi per donazioni di organi a livello nazionale. Abbiamo dimostrato ingegno per arrivare all’attuale benessere. Negli Anni 50 eravamo era un popolo di contadini, alfabetizzazione quasi zero. Ora ci sono 600 mila imprese, 180 miliardi di fatturato, anche la più innovativa delle idee qui mette radici».

Ora il Veneto è ricco.

«Tutto il mondo si rifornisce da noi perché siamo bravi nel saper fare. Un grande industriale mi ha raccontato: costruisco macchinari da milioni di euro, ma quando devo montarli mi serve un veneto. Uno che se manca una rondella si guarda in giro e la trova. Dopo lo sdoganamento economico c’è stato quello culturale. C’è una generazione di super laureati con il master».

Le credono quando racconta che in prima elementare facevate i turni per alimentare la stufa a legna?

«Era la normalità. Eravamo poveri, ma ho avuto un’infanzia felicissima. La stufa in classe era una prova d’abilità, lo sportello era rovente, dopo che il primo bambino si è scottato, abbiamo imparato la lezione».

«ABBIAMO PROFONDE RADICI CATTOLICHE, IL BIGOTTISMO NON C’ENTRA. HO FATTO IL CHIERICHETTO FINO A 14 ANNI, MI ANNOIAVO MAHO RESISTITO»

Poi ha fatto il chierichetto, per un bambino veneto era quasi obbligatorio?

«Sì, abbiamo profonde radici cattoliche. Il bigottismo non c’entra. La solidarietà e la compassione vengono da questa cultura. I chierichetti erano tanti, riempivano tutto il retro altare. Mi annoiavo, ma ho resistito fino a 14 anni. E distribuivo Famiglia cristiana e giornale parrocchiale. In bici, con un carretto. Che serviva anche per la questua, raccoglievamo salumi e formaggi per i preti».

E il primo lavoro com’è arrivato?

«Da una festa di classe. Ho organizzato un Baccanale in una discoteca. Ho capito che poteva diventare una opportunità. Era un Veneto in cui bastava uno spunto per trovare un lavoro. Ho inventato gli inviti da distribuire sulle spiagge e tra i ragazzi al bar. Il guadagno serviva a pagarmi gli studi. In quel periodo ho conosciuto tante persone che ho ritrovato come avvocati, medici, imprenditori. E tanti personaggi: Amadeus, Fiorello, Albertino...».

«A 8 ANNI LAVORAVO D’ESTATE NELL’OFFICINA DI MIO PADRE... QUANDO ARRIVAVA IL MEDICO DEL PAESE, PULIVO I VETRI DELL’AUTO. SIAMO STATI EDUCATI COSÌ, AD AVERE RISPETTO»

Nel libro ha scritto che la laurea è stata il «riscatto sociale di un figlio del popolo».

«Della mia famiglia sono il primo laureato. Lavoravo tutte le estati nell’officina di papà. Conservo ancora l’agendina in cui segnavo le ore: papà era molto rispettoso, mi pagava, certo una cifra simbolica, avevo 8 anni».

Cosa faceva?

«Quando arrivava il medico del paese, pulivo i vetri dell’auto. Siamo stati educati così, ad avere rispetto».

Il medico era la star del paese.

«Come il maestro, il prete e il geometra. E anche il norcino, il porzeler , una vera autorità alla quale si affidava il bene più prezioso per un famiglia da sfamare, il maiale».

A proposito di proverbi, spesso cita “anno bisesto, anno senza sesto”.

«I proverbi sono filosofia popolare, imparati dai contadini che non citano Platone e Socrate. All’anno bisesto e funesto non ho mai creduto, non sono superstizioso: ma il 21 febbraio 2020 con iI primo morto di Covid in Veneto ho pensato che eravamo entrati nell’anno più buio».

Già prima, per lei, non erano stati anni allegri.

«Nel 2010 l’alluvione a Vicenza, 270 Comuni sott’acqua. Nel 2019 la tempesta Vaia, 100 mila ettari di alberi a terra. Nello stesso anno l’acqua alta a Venezia come non accadeva da 50 anni. Poi è arrivata la pandemia».

Aveva detto, ricordando un detto della Serenissima, che sarebbe durata «do Pasque e un Nadal».

«È durata un po’ di più. Nella pandemia del 1630 solo a Venezia morirono 80 mila persone. Questa volta in tutto il Veneto ne sono morte 13.500. Grazie alla sanità veneta e ai vaccini. E anche alle decisioni sulle chiusure e sui tamponi a tappeto che ho preso da solo, mentre molti mi attaccavano».

Le Dolomiti (dove è riuscito a portare le Olimpiadi) o le colline del Prosecco per cui vi siete battuti con l’Unesco, ora promosse a Patrimonio dell’Umanità. A cosa tiene di più?

«Ma dove trovi un posto dove in due ore di auto passi dallo sci sul ghiacciaio della Marmolada ai bagni a Jesolo? Il Veneto è talmente bello che è quasi difficile da credere, per fortuna i turisti lo capiscono: 72 milioni di presenze l’anno».

Ad emergenza finita, dove andrà in ferie?

«Penso di restare nel Veneto. Al massimo stacco una settimana l’anno. Con me la Regione è sempre aperta, anche a Ferragosto. Avevo un cavallo e mi piacevano le escursioni, è morto durante la pandemia. Ma resto ottimista, solo i pessimisti non fanno fortuna. Dopo la pioggia viene il sereno».

La ‘vera’ Sposa calabrese (dopo la miniserie con Serena Rossi): «Vidi il mio futuro marito in foto, non mi piacque». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 20 marzo 2022.  

La miniserie di Rai1 «La Sposa» ha raccontato i matrimoni combinati tra Nord e Sud. Abbiamo chiesto a Salvina, che ha 74 anni e fu una delle “fidanzate” spinte alle nozze, di dirci come andò: «Arrivai nelle Langhe e fu durissima. Non parlavo il dialetto, ero sola e mi sembrava che la gente mi guardasse in modo velenoso». 

Valerio Giordano e Salvina Mustica durante la cerimonia in chiesa, il giorno del loro matrimonio a Lequio Berria, nelle Langhe: era il 13 agosto 1967

«Quella mattina sono arrivata davanti alla chiesa e ho sentito addosso gli occhi della gente. Mi fissavano tutti in un modo che mi faceva sentire straniera. Camminavo e pensavo: chissà che commenti velenosi staranno facendo...» Perché velenosi? «Perché non ero una di loro, ero una terrona. Avranno avuto da ridire sul vestito, sulla pettinatura, sul fisico... Sono rimasta a testa bassa per tutto il tempo. Mi sono sentita triste, è stato un giorno brutto. E si vede anche nelle fotografie, non ce n’è una in cui sorrido». Ma era il giorno del suo matrimonio! «Eh... appunto». Lei si chiama Veneranda Salvina Letizia Mustica, per tutti Salvina, classe 1947, ultima di 10 figli. È nata e cresciuta a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, ma la sua vita è nelle Langhe da quando aveva 18 anni. Nel piccolo Comune montano in cui si sposò dopo averci messo piede un paio di volte - Lequio Berria - quelle come lei le hanno sempre chiamate “calabrotte”.

Il destino di una «calabrotta»

Per capirci: se sei una calabrotta sei una giovane calabrese che negli Anni 50, 60 o all’inizio dei 70, ha accettato un matrimonio combinato con un ragazzo delle Langhe, magari visto una sola volta in fotografia. Calabrotta vuol dire che per combinare il tuo incontro con il futuro marito si è mosso quasi certamente un “bacialè”, che nel dialetto langarolo sarebbe un “ruffiano” ma che negli usi e costumi di quegli anni e di quei luoghi era una specie di mediatore matrimoniale: uno che - dietro compenso o regali - si dava da fare per trovare «una signorina», come si diceva allora, a un ragazzo da maritare. Sepolto dal tempo, il tema dei matrimoni combinati si è affacciato di recente sulla scena televisiva con la fiction di Rai 1, La sposa, molto gradita al pubblico (a giudicare dallo share) ma diventata spunto di polemiche sia in Calabria sia in Veneto, dov’era ambientata.

Le reazioni di Zaia e Spirlì

«Un fenomeno da noi inesistente», se l’è presa il presidente del Veneto Luca Zaia, infastidito dalla rappresentazione del veneto rozzo che «compra» una sposa-schiava calabrese. «Continuano a sfornare fiction trattandoci come orangutan», ha commentato dal versante Sud l’ex collega Nino Spirlì, arrabbiato per un bel po’ di dettagli che a suo dire non tornano nella sceneggiatura e convinto che a quei tempi il Veneto fosse «più depresso della Calabria». Può darsi. Ma se sul fronte Nord-Est si fatica a trovare tracce di quella migrazione matrimoniale, chiamiamola così, su quello Nord-Ovest si inciampa nelle tracce, per quante se ne trovano: in Piemonte - soprattutto nelle Langhe - le calabrotte sono un esercito e ci sono associazioni culturali che chiedono per loro l’onore di un monumento .

Signora Salvina, lei lo sa, vero, che vi chiamano calabrotte?

«Certo. Non credo che sia detto in termini offensivi».

No. Ma si intende quasi sempre una ragazza sposata con un matrimonio combinato. Il suo fu un matrimonio combinato?

«Beh, sì. Avrei potuto rifiutarmi, certo. Ma è stato 55 anni fa, a quei tempi ci si pensava mille volte prima di dare un dispiacere ai genitori, ed era dispiacere anche dire un semplice no...».

L’attrice Serena Rossi nella locandina della mini serie fiction andata in onda su Rai1 che racconta la storia di un matrimonio combinato tra una calabrese e un veneto 

Cosa successe esattamente?

«C’era una paesana sposata, qui nelle Langhe. Un ragazzo che cercava moglie disse a suo marito: ti sei trovato una bella ragazza, nel paese di tua moglie non ce n’è un’altra che vuole venire al Nord e sposare me? E così il marito di quella donna si mise in contatto con un mio zio che faceva il bacialè e che viveva in Calabria: se qualcuno aveva bisogno di una ragazza da sposare, lui tesseva la rete dei rapporti, si dava da fare e guadagnava qualche soldo. Dalle mie parti si dice “cumpare”».

«LA MIA FAMIGLIA PROVÒ A CONVINCERMI IN TUTTI I MODI, ERO ACCERCHIATA. PRIMA DI SPOSARMI INCONTRAI VALERIO UN PAIO DI VOLTE»

Quindi furono messe in contatto le famiglie?

«Esatto. E l’aspirante sposo venne in Calabria a conoscere l’aspirante fidanzata e la sua famiglia. La sposa promessa era mia sorella Caterina, che aveva 24 anni ed era analfabeta. Mio padre le disse: pensaci stanotte e domani gli diamo una risposta. “Faccio che andare, va...” fu la sua decisione finale al mattino dopo. Era agosto del 1966, a settembre si sposarono».

Da sinistra Teresa (1940), la mamma Caterina (1907) il padre Gaetano (1902), Caterina (1942) e Salvina, nata nel 1947. La famiglia Mustica viveva a Rizzicoli, in provincia di Reggio Calabria 

Così, su due piedi?

«Beh...prima di concederla in sposa mio padre, mia madre, lei stessa e un’altra mia sorella, Giovanna, vennero qui nelle Langhe a vedere com’erano i posti in cui sarebbe venuta a vivere... Fu allora che entrò in scena mio marito Valerio».

Cioè? 

Valerio Giordano, nato nel 1940. Prima ha lavorato come contadino poi è stato assunto come operaio alla Ferrero

 «Cioè l’uomo che sposava mia sorella aveva un fratello scapolo che poi è diventato mio marito. Sa com’è: all’epoca c’era la grande occupazione nelle fabbriche, le donne piemontesi preferivano andare in città a sposare l’operaio e nelle campagne le ragazze scarseggiavano. Così sono venuti in tanti in Calabria a prenderle. Noi eravamo grandi lavoratrici, braccia buone per la campagna, donne devote ai figli e alla famiglia e senza troppi fronzoli per la testa».

Stava dicendo di suo marito.

«Sì. Quando mio padre venne a vedere com’erano le Langhe il papà dello sposo gli disse: ho ancora un figlio da maritare, non hai un’altra figlia? E mia sorella Giovanna prese dalle sue mani una fotografia di Valerio per me».

Così lo vide la prima volta in fotografia?

«Esatto. Venne da me quel mio zio bacialè. Mi disse: se te ne vuoi andare al Nord guarda che bel ragazzo! Io presi la fotografia e la buttai per terra: non lo voglio, perché non gli dai tua figlia? Risposi furente. Il mio cuore batteva per un fidanzatino di cui i miei non sapevano nulla e certo non potevo dirlo».

Bastava dire un “non lo sposo” e nessuno insisteva più?

«Macché! Insistevano eccome, anche se non ti costringevano. Da quella foto in poi è stato un continuo insistere. Un tormento. Tutti a dirmi: fai male, fallo per tua sorella. Quando Caterina si è sposata ha fatto una cerimonia in Calabria e un’altra nelle Langhe. Quindi in quell’occasione l’ho conosciuto. È venuto a prendermi alla stazione di Alba con i genitori. Lui sembrava dolce, gentile ma non mi piaceva. Ho pensato: io questo non lo sposo manco morta».

E invece... 

Salvina negli Anni Settanta: si è sposata poco prima dei 20 anni: ha passato la vita tra i campi e il lavoro domestico 

«Invece alla fine mi sono sentita accerchiata e non sono riuscita a dire di no. Mentre eravamo al matrimonio di mia sorella è venuta una specie di delegazione a provare a convincermi. Ho ceduto dopo tre giorni. Ci siamo sposati che avevo quasi vent’anni, ad agosto del ‘67. Fra il primo incontro e il matrimonio ci siamo visti ancora un paio di volte ma ci siamo scritti lunghe lettere. Lui sempre romantico, io un po’ meno. Oggi ho due figli e quattro nipoti e con il senno del poi dico che sono contenta della vita che ho fatto. Valerio è sempre stato un brav’uomo, mi ha voluto bene e anche questa terra e la sua gente, alla fine, mi hanno accettata e voluto bene. Ora il dialetto piemontese è la mia lingua e non tornerei a vivere in Calabria».

All’inizio è stata dura, però.

«Durissima. A parte il lavoro in campagna, ero lontana dalla mia famiglia, non conoscevo una sola parola di dialetto e qui parlavano solo quello, non avevo un’amica con cui confidarmi, mi sembrava che tutti mi giudicassero, vivevo con la sua famiglia in una cascina con spazi comuni. Avevo mia sorella vicina ma anche lei era nelle mie condizioni...».

«RICORDO LA STORIA DI UN’ALTRA RAGAZZA, AVEVA 16 ANNI, POVERISSIMA, LA CONVINSERO A VENIRE QUI DA UN UOMO CHE VIVEVA NEL BOSCO»

Non ha mai pensato di tornare indietro?

«Una volta, sì. Ricordo che mi sono sentita così depressa e scoraggiata che ho scritto una lettera a mio padre per dirgli “vieni a prendermi che non ce la faccio più”. Ero disperata. Ma piano piano mi è passata».

Lei fu la prima calabrotta di Lequio Berria?

«No. Prima di me c’è stata una signora che conosco. La sua famiglia era poverissima, pativano la fame. Quando aveva 16 anni un bacialè aveva convinto il padre e lei stessa a sposare un uomo che viveva qui in mezzo ai boschi. Dopo quattro mesi il padre venne a vedere dove si era sistemata. Arrivò qui con una fotografia di lei fra le mani e andava chiedendo per strada: conoscete mia figlia Anna? È sposata a un certo Pietro...».

Veneranda Salvina Letizia Mustica oggi nella sua casa, mentre mostra le foto di famiglia. Nata nel 1947, compirà 75 anni a settembre. Madre di due figli, vive in un appartamento a Lequio Berria con il marito Valerio (foto Francesco Anselmi) 

La trovò?

«Lo mandarono verso una collina. Lui saliva e urlava il nome di sua figlia. Lei stava raccogliendo fagioli quando sentì la sua voce. Gli corse incontro e ancora oggi lei racconta con emozione quel momento. Si abbracciarono, piansero insieme. Lei dice che suo padre ripeteva: dove ti ho mandato figlia mia... Ti ho rovinato. Ma quando racconta la sua storia alla fine aggiunge sempre che ha fatto una vita accettabile. Tutto è relativo al mondo. Se vieni dalla miseria nera anche un casolare sperduto nelle Langhe ti può sembrare una reggia».

Zaia: «Non ci sono più tabù, l’autonomia è di tutti. Questo Parlamento può scrivere la storia». Marco Cremonesi su Il Corriere della Sera il 21 Febbraio 2022.  

Il governatore: illuminanti le parole di Mattarella sui territori. «Sergio Mattarella ha indicato la strada. E io spero che Mario Draghi la voglia percorrere». Luca Zaia non ha mai smesso di parlare delle autonomie regionali. Ma ora lo fa con un appello alle massime cariche dello Stato.

Che cosa le fa pensare che possa essere la volta buona?

«Noi veneti negli ultimi 25 anni abbiamo chiesto tre volte di votare sull’autonomia. Il consiglio regionale ha votato una legge per il referendum, che fu impugnata dal governo Renzi nel 2014. Dopo un anno di battaglie, la Corte costituzionale ci ha dato ragione: il referendum si può fare. In quella corte, sedevano Marta Cartabia e, appena prima dell’elezione al Colle, Sergio Mattarella».

E come mai non è successo niente?

«Che dice? Il Veneto e la Lombardia hanno votato nell’ottobre del 2017. In Veneto sono andati alle urne in 2 milioni e 273mila. Il dar voce al popolo è stato determinante: questo non è più il dossier di Luca Zaia, ma quello di milioni di cittadini che si aspettano che la loro voce sia ascoltata».

Eppure, il 2017 è ormai lontano…

«Sono passati quattro anni, di cui due di Covid, e quattro governi. Però, mi faccia dire: se c’è una ricaduta positiva dell’immane catastrofe che ci ha colpito, possiamo dire che ha dimostrato che le regioni sono perfettamente in grado di gestire il più delicato dei temi, quello sanitario».

Che cosa vi ha spinto a tornare alla carica?

«Noi non abbiamo mai smesso. Ma le parole di Sergio Mattarella su questo tema sono state illuminanti e anche dirimenti. Il presidente non solo ha riconosciuto il valore delle amministrazioni territoriali, ma soprattutto ha fatto crollare l’ultimo tabù, il pensare alle autonomie come a qualcosa di sovversivo».

Nel senso che l’autonomia non è più considerata cripto separatismo?

«Appunto, l’autonomia è assunzione di responsabilità, finalmente non si sentono più certe fandonie, non si sente più parlare di secessione dei ricchi, di apoteosi dell’egoismo o, come diceva lei, di un modo subdolo per dividere il Paese».

Non teme che le divisioni, quando si andrà a stringere, riemergeranno in tutta la loro evidenza?

«Io sono davvero convinto che questo governo e questo parlamento abbiano la possibilità di scrivere una pagina di storia. Se riuscissimo a mettere sul binario giusto l’autonomia prima delle elezioni dell’anno prossimo, sarebbe un fatto poderoso che darebbe il senso a tutta la legislatura. Questo parlamento potrebbe essere ricordato come quello costituente, e come il primo che ha rispettato il dettato dei padri fondatori della Repubblica».

Eppure, questo governo ha già moltissima carne al fuoco…

«Questo è certamente vero, ma io credo che i tempi siano maturi. Tra l’altro, alle tre regioni che hanno avviato il percorso - Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna - se ne sono aggiunte parecchie altre. E c’è un punto che io credo fondamentale: dopo 75 anni si darebbe finalmente attuazione alla Costituzione. Si ricorda il piemontese Luigi Einaudi? “Ad ognuno verrà data l’Autonomia che le spetta”. Si ricorda il siciliano, conterraneo del nostro presidente, Don Luigi Sturzo, che nel 1949 si diceva “federalista impenitente”? La spinta era al Nord ed era al Sud».

Resta il fatto che dopo il referendum del 2017 tutti i dubbi possibili delle forze politiche sono stati espressi.

«Io penso che se tutte le forze politiche volessero essere coerenti, la fase post referendaria oggi potrebbe dirsi conclusa e oggi l’autonomia è di tutti. Non si può essere federalisti sui territori e centralisti a Roma».

Lei pensa che il premier Mario Draghi sia sensibile all’argomento?

«Lo dico a un presidente del Consiglio che ben conosce i modelli federali internazionali, e dunque siamo pronti a una legge quadro che confermi le nostre aspettative. Di certo, non andrà incontro a imboscate. Io credo che sia inutile pensare al futuro, al Pnrr, alla modernità se non costruiamo un Paese in grado di affrontare le sfide. Non credo proprio che si possa pensare al futuro con un centralismo medievale».

Il presidente della Lombardia Fontana ha delle perplessità sulla legge quadro in gestazione. Sbaglia?

«Io condivido le sue preoccupazioni, la Costituzione prevederebbe intesa diretta tra Stato e Regioni. Però, se il punto di caduta è il passaggio parlamentare, lo affronteremo. Ma solo se sarà rispettoso delle istanze delle Regioni». 

 Da corrieredellosport.it il 3 aprile 2022.

Ancora un episodio di razzismo nei confronti di Kalidou Koulibaly. Il difensore del Napoli è stato preso di mira da alcuni tifosi dell'Atalanta che, al momento dell'uscita dal campo, lo hanno preso di mira con vergognosi insulti razzisti. L'episodio, arrivato al termine della gara vinta 3-1 dagli uomini di Spalletti, è stato immortalato in un video che ha in breve fatto il giro dei social. "Negro di m****", si sente chiaramente urlare dagli spalti. Insulti anche per Dries Mertens: "M***, bast***". Il 30enne senegalese era stato denigrato anche a Firenze ad ottobre, quando un tifoso aveva rimediato 5 anni di Daspo per averlo insultato con epiteti di matrice razzista.

“Non ci siamo. Evidentemente la decisione di chiudere la curva veronese dopo il match con il Napoli non è stata sufficiente. Prima a Bergamo poi a Genova razzisti travestiti da tifosi ultra hanno dato il peggio di sé. Con Kalidou Koulibaly che a Bergamo ha lasciato il campo con il “ne*o di m**a” e a Genova i tifosi romanisti con “Vesuvio erutta, tutta Napoli è distrutta”. 

Non c’entra la goliardia, non c’entra la discriminazione territoriale. È razzismo. Alle autorità del calcio e alla ministra dell’interno Lamorgese chiediamo: identificazione e daspo a vita per i razzisti. Se i cori sono percepiti distintamente in tutti i settori dello stadio se cioè non è una esigua minoranza di tifosi a incitare all’odio razziale, squalifica del campo”. Così in una nota Sandro Ruotolo, Maurizio de Giovanni e Gaetano Quagliariello.

 

(ANSA il 3 aprile 2022) -  Gli organizzatori dei Razzies, i premi che dal 1981 fanno la parodia degli Oscar, hanno revocato il riconoscimento affibbiato l'anno scorso a Bruce Willis alla luce del recente annuncio che l'attore ha smesso di recitare perche' malato di afasia. I premi vengono assegnati a quelli che i giurati giudicano i peggiori film e le peggiori interpretazioni dei mesi precedenti e quest'anno era stata creata una categoria speciale: "Peggior performace di Bruce Willis in un film del 2021". 

Willis era stato candidato in tutto ben nove volte e aveva vinto per la performance nel film di fantascienza "Cosmic Sin". Era stato proprio pochi giorni dopo la cerimonia dei Razzies che la famiglia aveva annunciato il ritiro di Bruce dalle scene. "Dopo molte considerazioni i Razzies hanno deciso di rescindere il premio a Bruce Willis alla luce della diagnosi", hanno detto i co-fondatori John Wilson e Maureen Murphy che inizialmente avevano invece resistito all'idea, polemizzando con la famiglia dell'attore: "Non avrebbero dovuto permettergli di lavorare tanto in cosi' poco tempo, specialmente se erano al corrente della situazione".

Insulti razzisti a Koulibaly dopo Atalanta-Napoli. Il Tempo il 03 aprile 2022.

Cori razzisti verso Kalidou Koulibali dopo Atalanta-Napoli. I tifosi dell'Atalanta hanno urlato "Negro di m***a" e "bastardo" all'indirizzo del difensore della squadra partenopea. E subito si sono levati gli scudi contro un comportamento davvero inqualificabile. «Che vergogna gli insulti razzisti di alcuni tifosi dell’Atalanta oggi allo stadio. I pochi che hanno urlato non ci rappresentano, ma riescono a farci fare una pessima figura. Le scuse mie e dei bergamaschi sani agli amici del Napoli». È il tweet di Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, dopo gli odiosi cori razzisti rivolti a Koulibaly al Gewiss Stadium, in occasione della sfida fra Atalanta e Napoli.

«Non ci siamo. Evidentemente la decisione di chiudere la curva veronese dopo il match con il Napoli non è stata sufficiente. Prima a Bergamo poi a Genova razzisti travestiti da tifosi ultrà hanno dato il peggio di sè. Con Kalidou Koulibaly che a Bergamo ha lasciato il campo con il "ne**o di m***a" e a Genova i tifosi romanisti con "Vesuvio erutta, tutta Napoli è distrutta". Lo affermano in una nota i senatori Sandro Ruotolo e Gaetano Quagliariello e lo scrittore Maurizio de Giovanni. "Non c’entra la goliardia, non c’entra la discriminazione territoriale. È razzismo - denunciano - Alle autorità del calcio e alla ministra dell’interno Lamorgese chiediamo: identificazione e Daspo a vita per i razzisti. Se i cori sono percepiti distintamente in tutti i settori dello stadio, se cioè non è una esigua minoranza di tifosi a incitare all’odio razziale, squalifica del campo".

Varese, così funzionava la «fabbrica» dei falsi invalidi: 8 mila euro per un certificato. Andrea Camurani su Il Corriere della Sera il 22 Febbraio 2022.  

Sette medici specialisti e una coppia di coniugi sono considerati i promotori dell’organizzazione, che aveva «clienti» anche nel Sud Italia. False commissioni Inps di valutazione istituite solo sulla carta.  

Menomazioni. Sordità e cecità. Handicap o disabilità varie: il «sistema» garantiva di poter arrivare a ogni genere di risultato con percentuali che permettevano di far salire fino al 100% il livello di invalidità, così da beneficiare di indennità riconosciute dalla legge. Il tutto però a carico dello Stato. Un vero e proprio sistema criminale portato alla luce da un’inchiesta della Guardia di finanza di Varese coordinata dalla procura del capoluogo prealpino per la quale è stata comunicata la conclusione delle indagini a 39 persone coinvolte a vario titolo in quella che per gli investigatori è una associazione a delinquere, con reati contestati che vanno dalla truffa ai danni dello Stato alla corruzione.

Degli indagati, 32 risultano essere i «clienti» mentre 7 fra medici (specialisti in psichiatria, neurochirurgia od ortopedia e traumatologia) e una coppia di coniugi considerati i promotori dell’organizzazione. L’indagine è partita nel 2019 e quanto contestato riguarda le annualità precedenti, almeno fino al 2015. Ciascun soggetto aveva un compito predefinito nell’organizzare i servizi illeciti a clienti disposti a pagare mazzette fino a 8 mila euro a seconda della prestazione: una sorta di investimento per garantirsi un futuro tranquillo fatto di indennità illecite.

Il pacchetto era «all inclusive»: c’era chi assisteva il paziente nella presentazione della domanda di invalidità, chi lo metteva in contatto con gli specialisti compiacenti e chi lo accompagnava di fronte alle commissioni valutatrici. Al richiedente venivano poi consegnati dei certificati medici contenenti diagnosi ed informazioni rituali che enfatizzavano la condizione medica, certificati redatti senza visitare il paziente e che confluivano nella sua cartella personale esibita alla commissione valutatrice Asl (poi Ats), e in caso di revisione a quella dell’Inps. Sempre secondo le indagini dei finanzieri di Varese è stato possibile dimostrare che due medici convenzionati (accusati di far parte dell’associazione criminale) procedevano autonomamente a istituire, solo sulla carta, false commissioni Inps di valutazione, senza che gli altri componenti ne fossero al corrente. Poi, riportando gli esiti di malattie e menomazioni permanenti o croniche inventate, avviavano telematicamente la procedura che serviva al richiedente per ottenere i benefici della falsa invalidità.

L’associazione a delinquere operava non solo nel Varesotto o in Lombardia ma aveva interessi e ramificazioni estese sino al Sud Italia, infatti nel corso delle indagini è stato accertato che alcuni richiedenti, seppur residenti fuori regione, venivano fatti trasferire temporaneamente in zona presso il domicilio di altri falsi invalidi così da consentire di presentare la domanda di invalidità proprio a Varese. L’importo delle tangenti pagate e suddivise tra tutti i componenti dell’associazione ammonta a circa 400.000 euro mentre i benefici economici illegittimamente garantiti corrisponde nel solo periodo di indagine a circa 600.000 euro, senza calcolare quelli fiscali e previdenziali ancora in fase di quantificazione, tenuto conto che almeno tre indagati sono riusciti ad andare in pensione anticipatamente rispetto ai limiti previsti. In seguito alle contestazioni emerse a 13 beneficiari sottoposti a visita di revisione straordinaria da parte dell’Inps è stata revocata la percentuale d’invalidità inizialmente riconosciuta, mentre per gli altri 19 è stata sensibilmente diminuita.

Bolzano, provveditore agli studi fa alzare i voti al figlio: «Sono adirato, cambiate». La Procura lo indaga. Sotto la lente il sovrintendente, il dirigente scolastico e un insegnante: «Se non modificate le valutazioni vi mando gli ispettori per fare una verifica». Chiara Currò Dossi su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2022.

Vincenzo Gullotta, 51 anni, è sovrintendente scolastico dal 2019. 

Errore determinato dall’altrui inganno, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e induzione indebita a dare o promettere utilità. Sono queste, «in concorso morale e materiale», le ipotesi di reato a carico del sovrintendente scolastico Vincenzo Gullotta, del dirigente della scuola media «Ugo Foscolo» di Bolzano Franco Lever e del professore Francesco Migliaccio, per il presunto «ritocco» ai voti del figlio del sovrintendente, nella pagella di seconda media. La Procura ha concluso le indagini a loro carico, ritenendo fondata l’ipotesi di accusa, e ora le controparti avranno venti giorni di tempo per presentare eventuali memorie e chiedere di essere sottoposte a interrogatorio. Nel frattempo, la Procura dovrà decidere se chiedere l’archiviazione per i tre indagati o, in alternativa, il rinvio a giudizio.

Il passaggio da 7 a 8

L’episodio risale al 12 giugno di due anni fa, ultimo giorno di scuola per le scuole medie e superiori in provincia di Bolzano. Poche ore dopo la pubblicazione delle pagelle, il consiglio di classe della sezione alla quale era iscritto il figlio di Gullotta era stato riconvocato, come era emerso dal verbale, pubblicato da Salto.bz, «a seguito delle comunicazione telefonica ricevuta dalla famiglia» per correggere un errore formale. Migliaccio, infatti, aveva chiesto di modificare la propria valutazione in tecnologia, facendola passare da 6 a 8, incontrando il parere favorevole del consiglio di classe. Consiglio che aveva votato, a maggioranza, anche una seconda modifica: il passaggio da 7 a 8 della valutazione in musica, nonostante il docente titolare della cattedra non fosse d’accordo, ribadendo che quello attribuito era il voto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni dell’alunno del secondo quadrimestre.

Le difese

Che ci fosse stato un contatto telefonico con la scuola, il sovrintendente non l’aveva mai negato. «Sento i dirigenti scolastici quasi quotidianamente — aveva dichiarato in una lettera aperta — soprattutto in questo periodo di emergenza, in particolare quelli che fanno parte della task force per la riapertura della scuola a settembre». E proprio di questo aveva parlato con Lever, il 12 giugno. «Prima di salutarci — aveva scritto Gullotta — abbiamo parlato anche delle schede di valutazione e ho appreso che erano state appena pubblicate, così ho subito aperto la scheda di mio figlio. A questo punto ho preso atto del documento, compresi i voti di tecnologia e musica, che apparivano diversi rispetto al primo quadrimestre. Non ho fatto alcuna pressione per modificare i voti di mio figlio. Non ho chiesto né di riconvocare il consiglio di classe né di cambiare i voti».

Adirato per i voti

Ma la Procura la pensa diversamente. In base a quanto ricostruito nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, infatti, Gullotta avrebbe chiamato Lever «affermando di essere adirato per i voti attribuiti al figlio, minacciando di inviare gli ispettori e chiedendo una verifica delle valutazioni» effettuate dal docente di musica. In qualità di sovrintendente «e, quindi, di pubblico ufficiale, abusando della propria qualità e dei propri poteri», avrebbe indotto Lever e Migliaccio «ad attestare falsamente nell’ambito dell’assemblea» del 12 giugno «che il voto riportato dall’alunno nella materia di tecnologia era stato determinato da errore formale, nonché a prospettare la necessità di una variazione del voto riportato dal medesimo alunno nella materia di musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Di qui l’ipotesi di reato di induzione indebita a dare o promettere utilità (articolo 319 quater del codice penale). «In concorso morale e materiale tra loro», Gullotta , Lever e Migliaccio avrebbero quindi indotto in errore i docenti della classe del ragazzo, «che deliberavano nel relativo verbale l’aumento del voto da 6 a 8 in tecnologia e da 7 a 8 in musica e conseguentemente riportavano nel registro elettronico di classe una votazione non corrispondente a quella effettiva, rilasciando in tale maniera una pagella riportante un’attestazione falsa». E quindi, facendo prospettare agli inquirenti l’ipotesi di reato di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (articolo 479).

La decisione ai colleghi

Nei confronti di Gullotta e Lever, la Procura prospetta anche l’ipotesi di reato di delitto tentato (articolo 56) per avere, sempre «in concorso morale e materiale tra loro», e «abusando delle rispettive qualità e poteri, compiuto atti idonei diretti in modo non equivoco a indurre» il docente di musica «a variare il voto riportato dall’alunno in musica, in maniera tale da ottenere una rettifica della votazione». Dopo la telefonata con Gullotta, infatti, il dirigente lo avrebbe a sua volta contattato, riferendo della telefonata col sovrintendente e del suo contenuto, «chiedendo una verifica della valutazione assegnata all’alunno» Richiesta, tuttavia, «non accolta» dall’insegnante che, davanti al consiglio di classe, «dichiarava che la votazione attribuita in pagella era in realtà 7 in quanto risultante dalla media aritmetica delle valutazioni attribuite dall’alunno nel corso del secondo quadrimestre». E rimettendo la decisione ai colleghi.

Lo sviluppo del Sud passa anche dall’accessibilità dei territori. In Italia, l’alta velocità è stata realizzata da Roma in su, in periodi di vacche grasse. Se ai progetti già completati si sommano quelli in via di realizzazione, il costo totale per l’alta velocità italiana è stato finora di circa 42 miliardi di euro per 1.280 chilometri di linea. Angela Stefania Bergantino su la Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Maggio 2022.

La nuova linea ferroviaria Napoli-Bari è qualcosa di cui si discute da decenni. Negli anni ha cambiato percorso e caratteristiche: non è più la cosiddetta alta velocità ma è diventata alta capacità. La differenza non è irrilevante. L’alta velocità prevede tempi di percorrenza che superano i 250 km/h (arrivano anche a oltre 300 km/h) e reti dedicate con raggi di curvatura molto ampi. L’alta capacità si realizza in buona parte adeguando linee preesistenti, mediante rettifiche di tracciato e con la dotazione di opportune apparecchiature tecnologiche. Di norma la velocità su queste tratte non è superiore a 200 km/h. In termini di minuti di tempo risparmiato, è relativamente poco su un percorso attualmente di 219 km, in termini di costi un abisso.

In Italia, l’alta velocità è stata realizzata da Roma in su, in periodi di vacche grasse. Se ai progetti già completati si sommano quelli in via di realizzazione, il costo totale per l’alta velocità italiana è stato finora di circa 42 miliardi di euro per 1.280 chilometri di linea. Un investimento, dunque, di 0,46 euro per km pro-capite per ogni cittadino italiano: un costo sostenuto anche dai cittadini del Sud, che non possono tuttavia usufruire di questa forma moderna e sostenibile di mobilità nei loro territori.

L’ultimo sforzo è stato fatto per collegare Napoli alla capitale. Una distanza di 211 km che si copre in un’ora e 13 minuti. Praticamente si può vivere a Napoli e metterci meno a raggiungere il cuore di Roma di chi vive nelle periferie romane. I baresi però, ancora per diversi anni si dovranno accontentare di vivere a oltre quattro ore di treno dalla capitale, pur trovandosi a 374 km da essa, meno del doppio della distanza che separa Napoli da Roma. Per non dire degli altri pugliesi e dei lucani. Le compagnie aree ringraziano.

Il vero punto della Bari-Napoli non è tuttavia il mero collegamento, pur importantissimo, tra le due città/metropoli del sud. È piuttosto il rapporto tra Bari, Napoli e Roma e la direttrice ferroviaria che dal Nord arriva fino al capoluogo campano, è il passaggio fondamentale per collegare la Puglia e la Basilicata al resto d’Italia.

Per tanti anni si è detto che per tale salto di qualità non c’era sufficiente domanda interna, che l’investimento era eccessivo per territori con un Pil così basso rispetto al Nord. Qualche economista ha persino ipotizzato che potesse costare di meno trasportare i pugliesi in taxi a Napoli e Roma piuttosto che realizzare questa linea ad alta velocità. Se si ragiona con in mente uno scenario di breve periodo, cinque anni, questo è probabilmente vero, ma le infrastrutture non possono essere considerate con uno sguardo miope.

A viaggiare sono le persone: i lavoratori, i turisti, i migranti di ritorno. Sono gli stessi che viaggiano da Roma verso il Nord e lo fanno su «materiale rotabile» moderno, confortevole, veloce. È vero che «viaggiatori» del Sud hanno un reddito medio più basso, una propensione alla spesa diversa, ma si tratta di una causa o di una conseguenza? Come si può affermare con certezza che non siano stati i divari di accessibilità a creare o mantenere tali limiti? Le evidenze, al momento, vanno tutte nella stessa direzione: bisogna colmare il gap di accessibilità per rendere il Mezzogiorno competitivo e rendere i suoi territori sostenibili e attrattivi. Il Pnrr ha questa missione, bisogna vigilare affinché la riduzione dei divari non rimanga uno slogan ma si declini attraverso la messa a terra di progetti finalizzati all’inclusione delle persone, delle imprese e dei territori. Non c’è più la scusa che mancano i finanziamenti.

I miliardi del Pnrr adesso scatenano la guerra Nord-Sud. Pasquale Napolitano l'11 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Il ministro Carfagna replica al sindaco Sala: "I fondi al Meridione aiutano anche voi..."

La torta Pnrr (222,1 miliardi di euro) riaccende lo scontro Nord-Sud. Stavolta l'affondo contro il dirottamento di risorse verso Mezzogiorno non arriva dal leghista di turno. Ma dal fronte progressiva: Beppe Sala, sindaco di Milano e aspirante leader della sinistra del «domani», in un fuorionda - catturato da Lapresse - si lamenta con il governatore della Lombardia Attilio Fontana della «pericolosa» concentrazione delle risorse del Pnrr al Sud. Il primo cittadino di Milano sintetizza i malumori che da tempo serpeggiano tra i ministri del Nord nel governo Draghi. Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e titolare dello Sviluppo economico, intravede da mesi le difficoltà soprattutto nel settentrione nell'attuazione dei progetti legati ai fondi del Pnrr. Di contro, il ministro del Sud Mara Carfagna, che gode della totale copertura politica da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi, fa notare come la suddivisione delle risorse sia chiara: 40% al Sud e 60% al resto.

Anzi, al netto del fair play pubblico tra Carfagna e Sala, dall'entourage del ministro del Sud provocano: «Se si vuole ridurre la quota del 40% al Sud, abbiano il coraggio di chiederlo pubblicamente». E infatti un tentativo, nelle settimane scorse, di bypassare la ripartizione (60/40%) c'è stato con i fondi destinati alle Università. Quelle del Mezzogiorno sono finite sotto la soglia del 40%. Dopo la protesta dei rettori, il ministro Maria Cristina Messa si è giustificata con una «svista di un funzionario». Sala nella conversazione con il governatore Fontana lamenta: «Io sono preoccupato del fatto che Sud, Sud, Sud. Però io non ho veramente niente da contestare. Voglio chiarezza, perché è evidente che noi abbiamo una progettualità». La risposta del ministro è affidata a un tweet: «Caro Beppe Sala, il Pnrr al Sud-Sud-Sud è un'opportunità anche per il Nord. L'innovazione facciamola insieme. Parliamone». Il tema è ufficialmente sul tavolo. Sala ribatte: «Destinare al nostro Sud il 40% delle risorse italiane è una giusta, incontestabile decisione. Sul restante 60% i bandi a volte funzionano con parametri che tendono ancora a favorire le aree più arretrate. Per cui è certo che alla fine al Sud andranno più del 40% delle risorse. Il mio non è egoistico campanilismo. È ora di dire che il Pnrr non sarà la soluzione di tutti i nostri mali, che più della metà di quelle risorse dovranno essere restituite, che la solidità dei progetti presentati è quindi fondamentale».

Si inserisce il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Abbiamo un grosso gap infrastrutturale e di servizi che non consente all'Italia di crescere. C'è una clausola di salvaguardia che prevede che il 40 percento delle risorse almeno vengano destinate al Meridione. Non credo che la frase di Sala abbia fondamenti anti-meridionali, ma mi confronterò con lui». Ritorna sul tema anche il presidente Fontana: «Sul Pnrr l'unica preoccupazione è cercare di fare in modo che i soldi non vengano sprecati, non siano restituiti all'Europa, bisogna fare in modo che non si verifichi quanto accaduto per tanti anni con i trasferimenti ordinari dell'Europa. Il sindaco Sala, credo, volesse dire proprio questo: noi abbiamo delle progettualità, se qualcuno non ha gli strumenti per realizzarle, si ricordi che noi siamo pronti».

La guerra Nord-Sud è ufficialmente iniziata. Pasquale Napolitano

Fuorionda tra Sala e Fontana sul Pnrr: “Sud, sud, sud”. Esplode la polemica. Il Quotidiano del Sud il 10 Febbraio 2022.

UN microfono lasciato acceso e alcune frasi “intercettate” tra il sindaco di Milano Beppe Sala e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Al centro della discussione tra i due i fondi del Pnrr, la quota che spetta al Sud e la gestione dei Comuni.

Il video con la discussione tra i due è stato pubblicato dall’agenzia LaPresse ed è stato registrato al termine di una iniziativa pubblica.

“Caro Beppe, è un casino il Pnrr e noi mettiamo a terra un c…”, dice Fontana. Il sindaco di Milano risponde: “È questo, adesso va bene tutto. Noi dobbiamo farci un po’ più furbi su questa cosa e fare un po’ più di sistema obiettivamente tra tutti. Io sono preoccupato del fatto che Sud, Sud, Sud… ho capito, ma l’innovazione…”.

Dopo qualche parola incomprensibile Sala conclude: “Però io non ho veramente niente da contestare. Voglio chiarezza, perché è evidente che noi abbiamo una progettualità”. La replica di Fontana è la seguente: “Voi siete in grado, perché il Comune di Busto Arsizio che c… fa? Che non è un Comune piccolo quello di Busto Arsizio”.

Parole che hanno subito scatenato la reazione del ministro per il Sud, Mara Carfagna, che ha risposto con un tweet: “Caro Beppe Sala, il Pnrr al Sud-Sud-Sud è un’opportunità anche per il Nord. L’innovazione facciamola insieme. Parliamone!”. Al termine un messaggio chiaro con tanto di hashtag: “Se cresce il Sud cresce l’Italia”.

Controreplica social di Sala: “Destinare al nostro Sud il 40% delle risorse italiane è una giusta, incontestabile decisione”, ha premesso Sala, aggiungendo però “che sul restante 60% i bandi a volte funzionano con parametri che tendono ancora a favorire le aree più arretrate. Per cui è certo che alla fine al Sud andranno più del 40% delle risorse”.

Sala ha definito il suo non un “egoistico campanilismo” e ha evidenziato il rischio che oltre la metà delle risorse del Pnrr vada restituito. Infine ha messo a disposizione del resto del Paese le modalità con cui Milano “lavora allo sviluppo del suo sistema”.

Anche Fontana ha cercato di spegnere le polemiche in una intervista a Rainews24, sostenendo di essere preoccupato perché il Pnrr è stato “pensato sulle spalle dei comuni, ma non tutti i comuni hanno le strutture tecniche per svolgere queste compiti”. Per il governatore leghista “i soldi non devono essere sprecati” e bisogna “cercare di non fare in modo che i soldi ritornino in Europa”.

PNRR, Mastella: “Sala più leghista di Fontana”. Redazione Labtv il 10 Febbraio 2022.  

“Non è la prima volta che il collega Sala si esercita scaricando strali polemici sul Sud. Evidentemente non sa che l’Italia ha avuto tante risorse europee proprio per il Mezzogiorno e la sua condizione di difficoltà. A ciascuno il suo. Al Sud tocca, senza se e senza ma, il 40% degli investimenti. Piuttosto il Governo dia ai comuni personale qualificato che aiuti tante realtà locali dove manca il necessario a poter partecipare

ai bandi del Pnrr. Non conoscessi Sala direi che gli sfuggono spesso frasi un po’ razziste. Probabilmente la sua conversazione con il governatore Fontana lo ha portato culturalmente ad essere più leghista dello stesso Fontana”. Così il sindaco di Benevento e segretario nazionale di Noi Di Centro, Clemente Mastella. 

PNRR, Fontana e Sala pensano a come prendere i soldi del Mezzogiorno: “Tutto Sud, Sud Sud. Dobbiamo farci furbi”. Da Francesco Pipitone il 10 Febbraio 2022 su vesuviolive.it.

A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina. LaPresse ha catturato un fuorionda tra il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Era in corso la conferenza stampa di presentazione dell’accordo fra A2A e Politecnico quando i due hanno avuto uno scambio di opinioni circa il Pnrr: i due hanno espresso la propria preoccupazione sulla distribuzione delle risorse per le quali priorità è stata data al Sud.

“Caro Beppe è un casino il Pnrr e noi mettiamo a terra un ca***” – ha detto Fontana. La risposta di Sala è eloquente: “È questo, poi va bene tutto. Noi dobbiamo farci un po’ più furbi su questa cosa e fare un po’ più di sistema obiettivamente tra tutti. Io obiettivamente sono preoccupato del fatto che Sud, Sud, Sud. Ho capito, ma l’innovazione… Però io non ho niente da contestare. Voglio chiarezza perché è evidente che noi abbiamo una progettualità”.

Diventare furbi, fare sistema, espressioni che lasciano intendere l’intenzione di prendere più denaro possibile dai fondi del Pnrr. Non è tra l’altro la prima volta che Sala si esprime in questi termini, essendosi sostanzialmente augurato, a dicembre, che Il Mezzogiorno non spendesse tutti i soldi affinché potesse trarne vantaggio Milano. “È molto giusto – dichiarò Sala – il principio di cercare di allargare a tutti e di dare a tutti la possibilità di partecipare. Questa è una grande opportunità per risolvere il problema del Sud”. Ma poiché nella storia d’Italia molte risorse alla fine non sono state utilizzate “ci candidiamo, qualora ci siano realtà non in grado di garantire la possibilità di investire nei tempi corretti, a utilizzare i residui che ci saranno”.

Eppure il Nord ha già ottenuto miliardi che non gli spettano. Il 70% del Recovery Fund è stato assegnato all’Italia a causa dlele condizioni di grave e drammatica arretratezza del Mezzogiorno, ma il Governo ottenuti i fondi ne ha dirottato il 30% verso le altre aree del Paese. Al Sud è stata assegnata una quota del 40% (sulla carta, a meno di ulteriori furti) con uno scippo che potrebbe essere di addirittura 140 miliardi di euro.

Francesco Pipitone. Non dovrei leggere, non dovrei scrivere, non dovrei star troppo dietro al cinema d'essai. Ogni tanto dovrei vietarmi di non vietarmi di fare queste cose, ma non lo faccio mai

Quei 62 miliardi dirottati al Nord che hanno allargato la distanza tra le due Italie. I cittadini del Sud, vale a dire il 34,2 per cento degli italiani, portano a casa appena il 27,8 per cento dei trasferimenti provenienti dallo Stato centrale. VINCENZO DAMIANI su Il Quotidiano del Sud l'11 febbraio 2022.

Al governatore Fontana e al sindaco Sala devono essere sfuggite le molteplici sentenze della Corte costituzionale, l’ultima è la 65 del 2016: è indispensabile – è stato accertato – determinare i livelli essenziali delle prestazioni per garantire servizi uguali da Trieste a Palermo. Per evitare, cioè, che, come accade ormai da almeno due decenni, i soldi per gli investimenti prendano una sola direzione, quella del settentrione.

Vale per la sanità, come per l’istruzione, gli asili e le infrastrutture. Basti pensare che ogni giorno il Mezzogiorno “perde” circa 170 milioni. A tanto ammonta, su base giornaliera, il bottino da 62,3 miliardi che ogni anno, dati del Sistema dei conti pubblici territoriali alla mano, viene sottratto al Sud e dirottato verso il Nord. Parliamo di circa 5,2 miliardi al mese di spesa pubblica allargata, non solo statale. Lo ha svelato il nostro giornale con l’Operazione verità, è stato certificato dalla Corte dei Conti, e lo ha ammesso anche la commissione parlamentare d’inchiesta.

I cittadini del Sud, vale a dire il 34,2% degli italiani, portano a casa appena il 27,8% dei trasferimenti provenienti dallo Stato centrale. Il Centro-Nord, invece, riesce ad accaparrarsi molto più di quello che l’aritmetica consentirebbe: il 65,7% della popolazione accede al 72,1% delle risorse statali. Per un cittadino del Nord lo Stato spende in media 17.506 euro all’anno; per uno del Sud appena 13.144. Sanità, infrastrutture, istruzione, ricerca: sono i settori nei quali le disparità sono accentuate e palesi. Nell’ultimo ventennio, lo Stato ha investito più al Nord che al Sud, lasciando che l’Italia si spaccasse in due.

I numeri sono sotto gli occhi di chi vuol vedere, il primo è il più macroscopico: 62,5 miliardi. Sono le risorse che solo nel 2017 sono state dirottate dall’Italia meridionale a quella del Centro-Nord. Risorse che avrebbero potuto garantire asili nido, cure mediche dignitose, un welfare più equo. Il calcolo è messo nero su bianco dai Conti pubblici territoriali, istituto statistico facente capo all’Agenzia per la Coesione territoriale, che si occupa di misurare e analizzare i flussi finanziari di entrata e di spesa delle amministrazioni pubbliche e di tutti gli enti appartenenti alla componente allargata del settore pubblico. Quei 62,5 miliardi rappresentano uno scarto del 6,4%, in crescita dello 0,4% rispetto al triennio precedente, fra quanto le regioni meridionali avrebbero dovuto ricevere in termini di spesa pubblica, sulla base della popolazione residente, e quanto hanno avuto in realtà. Scendendo più nel dettaglio, ad esempio la spesa per investimenti in sanità è stata del tutto squilibrata territorialmente: dei 47 miliardi totali impegnati in 18 anni (2000-2017), oltre 27,4 sono finiti nelle casse delle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno.

In termini pro-capite, significa che mentre la Valle d’Aosta ha potuto investire per i suoi ospedali 89,9 euro, l’Emilia Romagna 84,4 euro, la Toscana 77 euro, il Veneto 61,3 euro, il Friuli Venezia Giulia 49,9 euro, Piemonte 44,1, Liguria 43,9 euro e Lombardia 40,8 euro; la Calabria ha dovuto accontentarsi di appena 15,9 euro pro-capite, la Campania 22,6 euro, la Puglia 26,2 euro, il Molise 24,2 euro, il Lazio 22,3 euro, l’Abruzzo 33 euro. Asili e welfare: per ogni bambino da 0 a 5 anni un sindaco calabrese può investire, mediamente, circa 126,8 euro per garantire i servizi per l’infanzia. In Liguria, la spesa pro capite dei Comuni per ogni bimbo della stessa età è, invece, di 1.377,9 euro, ben undici volte superiore. Se nasci al Nord, asili, assistenza, welfare, cure non ti mancheranno. Se vieni alla luce nel Mezzogiorno, beh, la strada potrebbe essere in salita. Si perché lo Stato non ti garantirà lo stesso livello di servizi, né qualitativamente né dal punto di vista della quantità: è la Corte dei Conti, nella “Memoria sul bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale”, a ricordare che viviamo in un Paese che viaggia a velocità diverse.

Dagli asili alle strade: è sufficiente osservare la curva degli investimenti pubblici destinati allo sviluppo infrastrutturale del Mezzogiorno per individuare la causa principale di una Italia spaccata in due. Fra il 1950 e il 1960 la dote era pari allo 0,84% del Pil; tra il 2011 e il 2015 è crollata a uno striminzito 0,15%. Nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Mezzogiorno da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi. Nel Mezzogiorno si contano meno autostrade, a discapito di cittadini e del tessuto produttivo nazionale: nel Meridione ogni impresa può contare su poco meno di 20 chilometri di reti, la metà di quelle a disposizione nel Nord-Ovest. Sulla ricerca la storia non cambia: nella ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario per le Università, nonostante l’introduzione di un fondo perequativo, il 42,3% dei trasferimenti finisce nelle casse degli Atenei del Nord, al Sud il 21,4% (sommando anche Sicilia e Sardegna si tocca il 32,4%), il restante 25,3% al Centro. Se il sistema del federalismo fiscale fosse stato equo, il Comune che avrebbe guadagnato di più sarebbe stato quello di Giugliano, in Campania, dove oggi mancano all’appello 33 milioni di euro (270 euro pro capite). Reggio Calabria avrebbe dovuto ricevere 41 milioni in più, 229 euro a testa. Seguono Crotone (3 milioni, 206 euro a cittadino), Taranto (39 milioni, 198 euro pro capite).

Investire sul Sud è un guadagno per tutto il Paese: ma il Nord non lo capisce. ADRIANO GIANNOLA, Presidente Svimez, su Il Quotidiano del Sud il 12 febbraio 2022.  

Il nervoso Sud-Sud-Sud del “fuori onda” del sindaco Sala rivolto al presidente Fontana viene da persona a conoscenza dei fatti (e delle intenzioni). A noi, accuratamente all’oscuro soprattutto delle intenzioni, tutto ciò suona come un rassicurante indizio del buon lavoro che il governo sta facendo nella allocazione delle risorse del Pnrr.

Il che, forse, è un eccesso di ottimismo, visti vari incidenti di percorso che sembrano dire altro e la fumosità su priorità e impianto strategico. Ma vogliamo credere fino in fondo alle preoccupazioni di Sala, in attesa che un conforto inequivocabile venga da un’informativa puntuale su numeri e – soprattutto – progetti.

MA DI COSA SI LAMENTA SALA?

Sperando che il lamento del sindaco sia pienamente giustificato, viene da chiedergli: di che si lamenta? E anche da chiedergli perché, facendo buon viso a cattivo gioco, con malcelato supponente paternalismo, propone il dialogo alla ministra del Sud con argomenti e autocertificazioni che avocano al nord illuministiche virtù?

Il fuori onda e il post segnalano quanto sia preoccupato il sindaco in nome e per conto del Nord, oltre che di Milano.

Se tutto fosse vero sarebbe da dire che “finalmente” la forza delle cose, e cioè la Ragione, sta andando in soccorso dei governi come ai tempi di Filangieri fece la filosofia. Un ravvedimento che, con venti anni di ritardo, prende atto non solo del disastro italiano ma anche di quella sua singolare dinamica che – imputata al Mezzogiorno- l’Operazione verità conduce invece a Nord, tanto da indurre finalmente l’ Europa a intimarci di ridurre le disuguaglianze e aumentare la coesione sociale.

Ebbene, per questo percorso di salvataggio una sola cura è possibile: Sud-Sud-Sud, non per altro, perché non ci sono altri spazi praticabili per un Paese che non può accontentarsi di riprendere a crescere con una sia pur eccezionale manutenzione smart e green ma deve, invece, letteralmente “rinascere” a scadenza 2026-2030 sia al Nord che al Sud.

Sala elenca le “sue” virtù ancor fidando sulla autorevole diagnosi Bocconiana che la priorità dell’Italia è far correre Milano e lasciare indietro Napoli. Non la pensano così in molti e, particolarmente, l’ Europa.

Conforta davvero se il Pnrr, macinando Sud-Sud-Sud, affianca con realismo, senza illusioni, la manutenzione dell’ opulento e immobile Nord e punta a mettere in moto al Sud una reazione a catena che lo liberi da venti anni di ghettizzazione. Sarà un’impresa difficile anche a causa di come è ormai il Sud, ma indispensabile per avviare un progetto che metta in moto il “secondo motore”, iniziando a disegnare un Southern Range porta d’ingresso da Sud in Europa e – con ciò – alla fruizione della Rendita Mediterranea da conquistare dopo venti anni di dissipazione.

LA VISIONE DI SISTEMA

Un’opportunità che oggi è una necessità di tale evidenza e semplicità che stupisce non sia illustrata agli angoli delle strade che contano e discussa in Parlamento.

Certo, i problemi ci sono, per primo le persistenti illusioni delle classi dirigenti. Al Nord, sedicente ricco e trainante, ancora si celebra come una vittoria la disarticolazione del sistema distrettuale, costretto con sempre minore autonomia strategica all’integrazione di lusso nelle catene del valore mitteleuropee. Al Sud la desertificazione ha inaridito anche la percezione di una visione di sistema. Ogni presidente-governatore, orbo di sane politiche nazionali, trae ruolo e capacità di azione dalla sedicente politica di coesione per costruire il “suo” progetto.

Ben venga una rigorosa organica disciplina-progetto del Pnrr che orienti e motivi gli illusi e i deserti alla cogenza della prospettiva mediterranea.

INFRASTRUTTURE ORGANICHE AL SUD: UNICA CHANCE PER L'ITALIA. Il gap territoriale va colmato al più presto: il treno dell’economia può marciare solo se tutti i vagoni viaggiano alla stessa velocità. Sono sterili le polemiche sui fondi assegnati al Sud tramite Pnrr: solamente grazie al Mezzogiorno il Paese ha ricevuto così tante risorse dall’Europa. ERCOLE INCALZA su Il Quotidiano del Sud il 12 febbraio 2022.  

Ritengo opportuno e indispensabile fare una precisazione: le considerazioni che seguiranno sono essenzialmente una forte provocazione generata da una consuetudine ormai cristallizzata su alcuni presupposti. Ecco quali.

I PRESUPPOSTI DELLA CONSUETUDINE CRISTALLIZZATA

• Il Sud ha ricevuto tante risorse, molte di più delle percentuali più volte condivise a livello parlamentare; ciò è vero ed è vero anche che tali assegnazioni purtroppo non vengono spese e rimangono solo riferimenti percentuali.

• Le risorse assegnate al Sud dal Pnrr sono davvero rilevanti e questo convincimento però non tiene conto che il rilevante contributo comunitario è motivato essenzialmente dall’urgenza di superare, in modo organico, l’eterno gap che allontana sempre più il Mezzogiorno dal resto del Paese e che rischia di compromettere la crescita dell’intero sistema socio economico nazionale.

• La riconosciuta ormai da tutti assenza di organicità sia nelle scelte che nelle opere da avviare nel Sud; una organicità richiesta più volte formalmente dalla Unione europea e disattesa proprio nella definizione delle proposte.

• La necessità di prospettare un’ impostazione programmatica che, senza chiedere risorse aggiuntive ma utilizzando quelle del Pnrr e quelle non spese del Programma 2014 2020 del Fondo di coesione e sviluppo, possa prospettare una possibile iniziativa da assumere in occasione del previsto tagliando al Pnrr che si farà agli inizi del 2023.

Può sembrare, quindi, un titolo folle e, al tempo stesso, utopico ma, per evitare di cadere in facili equivoci, pongo alcuni interrogativi e, al tempo stesso, tento, in modo asettico ed obiettivo, di fornire alcune risposte.

Perché la Ue ha dato un volano di risorse così rilevante all’Italia?

Nell’autunno 2019 si tenne a Palermo un’assemblea di tutte le Regioni periferiche della Unione europea; questa occasione la richiamo sempre perché il Direttore generale delle Politiche regionali della Ue, Marc Lemaitre, precisò: «Spesso ci sentiamo dire che la politica di coesione non produce nulla di positivo per lo sviluppo del Sud. Ma voglio richiamare l’attenzione sulla consistente riduzione degli investimenti nazionali al Sud fino al punto di neutralizzare e rendere vano lo sforzo europeo nelle politiche regionali nel Mezzogiorno. Addirittura l’Italia si era impegnata a realizzare investimenti nel Sud, nel periodo 2014-2017, per un importo pari allo 0,47% del Pil delle Regioni del Mezzogiorno, ma non siamo andati oltre lo 0,38% (cioè il 30% in meno)».

Ho ritenuto opportuno ricordare questo intervento perché Lemaitre è il massimo livello dei funzionari della Ue e, leggendo ancora il suo intervento, rimaniamo colpiti dalla sua ulteriore denuncia: «I Mezzogiorni d’Europa sono vere zavorre per la crescita di tutti i Paesi dell’Unione europea».

Per cui, secondo Lemaitre, sarebbe stato opportuno dare vita ad interventi articolati non in due distinte aree: una nel Centro-Nord e una nel Sud, ma tutto e solo nel Sud. Infatti solo una operazione forte in un arco temporale di 5-7 anni può davvero trasformare questo vincolo alla crescita dell’intero Paese.

Quindi questo grave handicap alla uniformità socio economica di un Paese chiave dell’intero sistema comunitario necessariamente dovrà essere, secondo Lemaitre, «un riferimento determinante nella definizione dei trasferimenti di risorse dall’Unione europea al Sud».

Eravamo nell’autunno del 2019, quindi non c’era ancora il Covid e non si parlava ancora di Pnrr. Tuttavia l’analisi di Lemaitre e il grave peso del Mezzogiorno nell’assetto economico dell’Italia nell’estate 2020 porteranno l’Unione europea a privilegiare in modo davvero imprevedibile il nostro Paese nella assegnazione delle risorse necessarie per attuare il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Perché la Ue ha posto linee guida così vincolanti con un vincolo temporale, il 2026, così forte?

La Ue, in più occasioni, ci ha ufficialmente ricordato la nostra incapacità nell’attuazione dei Programmi supportati con risorse comunitarie; in particolare, sempre Lemaitre ribadì nell’Assemblea di Palermo, che era davvero inconcepibile che del Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020, del valore di 54 miliardi, in cinque anni fossimo riusciti a impegnare solo 24 miliardi di euro e spenderne solo 4.

In realtà dare respiro temporale lungo ai programmi significa offrire una assurda opportunità: programmare, assegnare le risorse e non trasformare le progettualità in opere.

Purtroppo questa soglia del 2026 nel 2020 sembrava quasi accettabile, ma oggi stiamo capendo che, in realtà, siamo incapaci a dare consistenza concreta agli atti programmatici; dopo 21 mesi, almeno per quanto concerne le infrastrutture, non è partito ancora alcun cantiere e al 31 dicembre 2026 rimangono solo quattro anni e mezzo.

Tra l’altro sarebbe bene ricordare anche due altre scadenze: entro il 31 dicembre 2023 dobbiamo spendere 30 miliardi di euro del Programma supportato dal Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020 e, entro il 31 dicembre 2027, dobbiamo spendere le risorse relative al Programma supportato dal Fondo di coesione e sviluppo 2021- 2027 che dovrebbe essere di circa 73 miliardi di euro.

Queste scadenze, lo ha ribadito proprio ultimamente la Ue, non potranno essere in alcun modo disattese o prorogate e, quindi, la scadenza temporale diventa finalmente un chiaro e improcrastinabile vincolo a fare e, al tempo stesso, una chiara denuncia nei confronti di chi utilizza le assegnazioni solo come annuncio, solo come promessa politica e non come misurabile occasione di riassetto socio economico.

Qual è l’indicatore più preoccupante che l’azione del Pnrr dovrebbe affrontare in modo organico?

Senza dubbio l’indicatore primario sono i Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi (Lep) che vanno garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale. Questo perché riguardano diritti civili e sociali da tutelare per tutti i cittadini. La Costituzione affida allo Stato, come competenza esclusiva, il compito di definire i Lep (Articolo 117 comma 2 lettera m della Costituzione).

Al netto di quelli già impliciti nelle normative vigenti, sono ancora molti i settori in cui i Lep devono essere definiti, dai servizi sociali al trasporto locale. Ciò rappresenta una questione istituzionale di primaria importanza, perché significa che il dettato costituzionale resta inattuato su un punto dirimente: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni consegue necessariamente un aggravio di spesa per le casse dello Stato.

In realtà definire i Lep significa stabilire quali servizi e prestazioni devono essere offerte in tutto il Paese, per garantire i diritti sociali e civili dei cittadini. Oggi già disponiamo di dati che denunciano in modo davvero tragico la distanza tra due Regioni come l’Emilia Romagna e la Calabria; in particolare la distanza relativa ai servizi socio educativi adeguati: in Emilia Romagna l’89% dei Comuni garantisce tali servizi, in Calabria solo il 22,8%.

Potrei continuare a elencare queste tragiche distanze ma penso che sia inutile ricordare a noi stessi ciò che conosciamo da sempre. Penso però che sia sufficiente un dato per convincersi che il Pnrr si configura come l’unica ultima occasione per rendere nel nostro Paese, nell’arco di un decennio, omogenei i dati relativi al Prodotto interno lordo pro capite; non possiamo avere un Pil pro capite in una città della Sicilia o della Calabria o della Puglia pari a 17.000-18.000 euro e un Pil pro capite di un Comune della Lombardia o del Piemonte pari o, addirittura, superiore ai 40.000 euro.

Sono queste distanze che dovrebbero davvero farci capire quanto da sempre si sia sottovalutata l’azione “organica” dello Stato nei confronti di una parte essenziale del Paese.

Cosa si intende per “organicità” nell’azione attivata dalla Ue con il Pnrr?

Pensare all’avvio di lotti, anche se funzionali, dichiarare che finalmente è partito qualcosa, rassegnarsi al fatto che l’avvio alla realizzazione di un lotto “è meglio di niente”, sono comportamenti tipici della rassegnazione di una parte del Paese che, con il passare del tempo non sta più mantenendo il suo ruolo di “parte del Paese” ma sta sempre più caratterizzandosi come un “altro Paese”: un Paese del sottosviluppo, un Paese dell’irreversibile immobilismo economico.

Dichiarare che in fondo, però, si è realizzato nell’ultimo ventennio l’autostrada Palermo -Messina o l’autostrada Salerno -Reggio Calabria, significa giustificare e ammettere che contemporaneamente non si è fatto altro, non si è cioè, data “organicità” alla offerta, a quell’offerta infrastrutturale che i cittadini del Sud chiedevano e chiedono da sempre.

L’Unione europea, il Commissario Gentiloni in più occasioni ci hanno ricordato formalmente che le opere del Pnrr devono rispondere prioritariamente alla logica della “organicità funzionale”.

Mi chiedo cosa ci sia di organico nella proposta di un lotto ferroviario ad alta velocità nella linea Salerno-Reggio Calabria, cosa ci sia di organico nella realizzazione di un lotto dell’asse ferroviario Taranto-Metaponto-Potenza-Battipaglia, cosa ci sia di organico nella realizzazione di un lotto della Roma-Pescara o del sistema ferroviario ad alta velocità Palermo-Messina-Catania.

LA PROVOCAZIONE

Purtroppo la risposta è banale: non vi è alcuna organicità ma solo una assurda soddisfazione mediatica, un gratuito recupero di consenso. Voglio per questo fare una provocazione: l’organicità e, al tempo stesso, la possibilità davvero di dare adeguata risposta alla tragica emergenza del Sud, alla tragica assenza di un’offerta infrastrutturale adeguata poteva e doveva contenere il quadro programmatico riportato di seguito. Molti diranno: ma in tal modo avremmo assegnato quasi tutte le risorse per la infrastrutturazione al Sud. La mia risposta è scontata: solo grazie al Sud il nostro Paese ha ottenuto un volano di risorse così elevato.

Sicuramente, di fronte a una simile proposta, o meglio di fronte a una simile provocazione, prenderà corpo un’immediata critica. Molti, infatti, diranno: in fondo questo volano di risorse utilizzerebbe tutte le risorse a fondo perduto del Pnrr. In realtà non si tiene conto che sarebbe opportuno rivedere integralmente l’utilizzo dei 30 miliardi di euro non spesi del Programma del Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020 e in tal modo non ci sarebbe bisogno di aggiuntività.

Tuttavia, anche se in tal modo il Sud fagocitasse tutta la quota a fondo perduto del Pnrr saremmo però in grado di:

• Riconoscere finalmente al Mezzogiorno la rilevanza del ruolo posseduto nell’ottenimento delle risorse.

• Dare attuazione completa a un processo di infrastrutture e di azioni organiche.

• Abbattere in otto-dieci anni quell’assurda distanza legata al Pil pro capite tra Centro Nord e Sud.

Questa mia ipotesi, ripeto questa mia assurda provocazione, sarà ritenuta sicuramente utopica, ma spero che almeno che il presidente Draghi e la ministra Carfagna entrino nel merito, perché prima o poi qualcuno chiederà per quale motivo si sia preferito, proprio nel Mezzogiorno, sposare la vecchia logica che trasferisce al futuro la soluzione delle emergenze, la soluzione delle criticità.

Solo oggi abbiamo questa occasione carica di risorse e solo fra dieci mesi faremo un primo tagliando al Pnrr. Ebbene, siccome fra otto mesi non sarà partito ancora nulla, il presidente Draghi mediti sull’opportunità di rileggere integralmente l’approccio seguito nella redazione del Pnrrper gli interventi nel Sud.

È l’ultima occasione che non possiamo e non dobbiamo perdere.

LA POLEMICA. «Cari Sala e Fontana, è giusto che i fondi vadano al Sud». Cerco di astenermi sempre dalle polemiche ma questa volta davvero non resisto. Scrivo per il profondo imbarazzo istituzionale che ho avvertito sulla mia pelle a seguito della pubblicazione del fuo…Pubblicato il 10/02/2022 da Paolo Pappaterra, direzione regionale Pd, su corrieredellacalabria.it.

Cerco di astenermi sempre dalle polemiche ma questa volta davvero non resisto. Scrivo per il profondo imbarazzo istituzionale che ho avvertito sulla mia pelle a seguito della pubblicazione del fuorionda tra il sindaco Beppe Sala e il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana su una loro discussione sul PNRR.

Trovo disdicevole ed imbarazzante non la discussione in sé ma l’idea di Paese che si ha. In quelle parole emerge una forte – ancora – ed anacronistica contrapposizione tra due parti di territorio Nazionale. Scandalizza l’idea delle troppe risorse del PNRR destinate al Sud.

Pensate un po’, noi siamo scandalizzati del fatto che ne vorremmo ancora di più. Non è in gioco la quantità ma la qualità. Ebbene, nel Mezzogiorno d’Italia abbiamo dimostrato più volte di saperci fare autogol clamorosi: mancata programmazione, inefficienza della pubblica amministrazione, una difficile cultura nella cooperazione imprenditoriale e per non farci mancare nulla inefficienza della spesa sui Fondi Europei. Abbiamo avuto i nostri limiti (tanti e gravi), non li nascondiamo. Ma questo non giustifica l’idea di Paese che avete.

Il Mezzogiorno d’Italia ha più risorse sul PNRR per il mero motivo che vi state “impoverendo”, state arrivando al vostro grado di stagnazione economica.

Il moltiplicatore di sviluppo del nord cresce se la ricchezza prodotta nel Mezzogiorno aumenta. Le risorse sono destinate al Sud perché chiediamo ancora l’alta velocità (per voi qualcosa ormai banale). Le risorse maggiori sono destinate al Sud perché abbiamo aziende di eccellenza che non vogliono delocalizzare e vogliono rimanere qui chiedendo sacrosanti diritti, servizi, per creare opportunità occupazionali. Le risorse maggiori sono destinate al Sud perché abbiamo fame di riscatto, sappiamo essere resilienti e perché nel momento di difficoltà sappiamo unirci e dimostrare di essere grandi. Le risorse sono destinate al Sud perché abbiamo dimostrato, nella storia, di essere straordinari innovatori. Le risorse sono destinate al Sud perché sarà l’ultima chance per metterci all’opera e cercare di rimediare agli errori del passato dandoci la possibilità di chiedere scusa ai tanti giovani che sono stati costretti a scappare via dalle nostre meravigliose Regioni. In ultimo, la maggior parte delle risorse sono destinate al Sud, perché forze più lungimiranti di noi – la madre Europa – ha scelto che dovrà essere il Sud a crescere.

Forse ho sbagliato a scrivere, dando l’idea differenziata tra “noi” e “voi”, ma a volte credo sia giusto far notare le differenze di vedute. Noi vogliamo che l’Italia cresca, partendo dal Sud. Voi, non so.

Non sarà uno scontro istituzionale ma è arrivato il momento di combattere marcature politiche che riteniamo fuori luogo ed appartenenti a vedute del passato. In ultimo, se “volete farvi furbi” iniziate a mandarci i tanti ingegneri figli del Sud che si trovano al nord, gli economisti, ragionieri, geometri, personale scolastico, marketing manager, architetti, sviluppatori turistici, etc., perché a noi mancano e ci servono per mettere a terra le risorse del PNRR e magari sceglieranno di rimanere qui, con la loro famiglia, per un’equa distribuzione di chi ha tanto avuto e di chi non ha mai ottenuto.

Se cresce il Sud, cresce l’Italia. Non è una frase fatta o ad effetto ma la banale, semplice e cruda verità.

Ora a lavoro che in questo mese e nel prossimo scadono una marea di Bandi per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e sì, destinati per il Sud.

Disuguaglianze, la questione meridionale non è solo il divario tra nord e sud. EMANUELE FELICE, economista, su Il Domani il 15 gennaio 2022.

La questione meridionale, il più grande nodo irrisolto del nostro paese, non è solo un problema di disuguaglianze fra Nord e Sud. Ma è anche un problema di disuguaglianze dentro il Mezzogiorno, sin dalle origini.

Le classi dirigenti «estrattive» meridionali, trasformatesi nel tempo (dai possidenti terrieri ai mediatori politici), sono storicamente le principali responsabili dell’arretratezza del Mezzogiorno.

Il miracolo economico è stato anche l’unico periodo di convergenza del Sud Italia. Negli ultimi decenni, l’arenarsi e la deriva del Mezzogiorno si accompagnano al declino del paese. 

EMANUELE FELIC, Eeconomista. Professore ordinario di politica economica all'università "G. D'Annunzio" di Chieti-Pescara.

«La sposa», quella fiction Rai che non piace a Veneto e Calabria.  Marzio Breda, Antonio D’Orrico, Renato Franco su Il Corriere della Sera il 21 gennaio 2022.

Ascolti & polemiche, un classico della tv

La fiction di Rai1 «La sposa» per una volta ha unito Nord e Sud, unanimi nell’eccepire su una finzione che è diventata troppo romanzata (e non senza pregiudizi). Il presidente del Consiglio regionale del Veneto Roberto Ciambetti si è infuriato: «La serie è un falso storico che nuoce invece al racconto di una tragedia vissuta da molte italiane: paradossalmente i suoi cliché grotteschi e stereotipati mettono in ridicolo non solo i vicentini o i veneti, ma anche i calabresi e le donne calabresi e chi visse quella stagione». Strali sono arrivati anche da Nino Spirlì, ex presidente facente funzioni della Regione ed esponente del Carroccio: «Parlano una strana lingua che non corrisponde a nessuna delle lingue di Calabria. I matrimoni per procura si facevano al limite per terre lontane (Americhe, Australia, Belgio... ). Forse, alcune delle nostre donne sono partite per il Piemonte, o la Valle d’Aosta e la Liguria, dove si erano già installati gruppi di calabresi, ma certamente non per il Veneto, che era regione depressa più della Calabria».

Veneto: cliché e retorica, di questa terra si sa ancora poco

C’è il tintinnio dei bicchieri nell’osteria, che fa passare l’idea di un’umanità rintronata dall’alcol. C’è il dialetto nelle varianti grevi e quasi impronunciabili. C’è il lavoro vissuto come un’ossessione (Ferdinando Camon dice che la gente del Nordest ha il «complesso del bue», perché non sta bene se non è sotto sforzo). Ci sono le donne nella loro dimensione più umile, ma viste non come le vezzeggiate camerierine goldoniane, quanto come serve trattate peggio delle bestie. C’è il padre-padrone anaffettivo, che domina sulle proprie terre con pugno barbarico. E c’è una nebbia perenne, case umide e sporche, miseria. Mancano le sfilate di preti, utili a rafforzare l’immagine di una comunità arcibigotta. E pure gli alpini, con la loro epica del sacrificio, meglio se inutile. Per il resto, però, c’è l’intero catalogo dei luoghi comuni sul Veneto nella fiction tv La sposa ambientata tra la Calabria e la provincia di Vicenza sul finire degli anni Sessanta. Storia carica di stereotipi e inverosimile. È curioso, ma nel 1957 il romanziere vicentino Guido Piovene compì un «Viaggio in Italia» in cui descrisse con ammirazione queste campagne. «C’è qui un ottimismo morale, sociale, progressista che si nutre dell’ottimismo veneto che non cede all’ostacolo…». Possibile che, pur essendo concentrato su una realtà in trasformazione, non avesse colto tracce del mondo arcaico, misogino e violento descritto nel film? Possibile che neppure un poeta sensibilissimo alla sfera contadina come Andrea Zanzotto, vissuto a pochi chilometri, abbia mai evocato brutalità e scelleratezze come quelle su cui è costruita la storia della donna «comprata» come una fattrice attraverso un matrimonio per procura? Certo, nel Veneto di allora resistevano ancora parecchie arretratezze e la secolare emigrazione restava un fenomeno socialmente rilevante. E sì, si affacciavano anche forme di xenofobia poi esasperate dal protoleghismo. Il problema è che, bollati come rancorosi e avidi, i «polentoni» veneti si sono guadagnati l’antipatia di molti italiani. I quali magari sanno poco della storia di questa terra, cui è stato facile assegnare il marchio di «deserto morale». Si sa, la letteratura, come il cinema, autorizza qualsiasi invenzione e la censura è sbagliata per principio. Ma non sarebbe male ricordare che il popolo del Cadore, quando nel 1420 scelse di farsi governare dalla Serenissima, chiuse la propria assemblea proclamando «Eamus ad bonos venetos». Perché questa era la reputazione di questa gente: bonos, buoni…Marzio Breda

Calabria: in tante vendute, il vero errore è la rimozione

No, le statuette della Madonna di Lourdes in plastica (non compostabile, ritengo) c’erano in Calabria negli anni Sessanta. Le ricordo benissimo. Si svitava la testa, che faceva da tappo, e si beveva l’acqua miracolosa. Sbaglia quindi il leghista Nino Spirlì, ex presidente facente funzioni della Regione Calabria, quando polemizza contro La sposa, la fiction di RaiUno sui matrimoni combinati di ragazze locali con maschi settentrionali, e sghignazzando («Ahahahahahahahah») accusa il regista Giacomo Campiotti e la sua troupe di aver commesso «errori di trovarobato», tipo appunto: «la Madonnina di Lourdes in plastica??????». E sbaglia ancora il facente funzioni (funebri??????, viste le condizioni della regione) quando dice che i matrimoni per procura nella Calabria anni Sessanta non si facevano con la gente del Nord Italia. Si facevano eccome. Esiste in materia una vasta letteratura: dagli studiosi Nuto Revelli e Laura Marchesano al collettivo di scrittori Lou Palanca, autore del romanzo Ti ho vista che ridevi (Rubbettino 2015) che racconta la storia delle centinaia di «calabrotte» (così venivano chiamate), che in cambio di denaro andarono spose dalla metà degli anni Cinquanta alla metà dei Settanta a contadini delle Langhe grazie all’intermediazione di ruffiani professionisti (i cosiddetti bacialè). C’era un protocollo imposto dal sensale: si cominciava con uno scambio di fotografie, poi di lettere e infine, raggiunto l’accordo economico, si convolava a nozze nel paese della sposa. A volte nascevano dei gemellaggi. Giovanni Fiorita, componente dei Lou Palanca, racconta che le ragazze di Amantea, paese sul Tirreno cosentino, preferivano i mantovani e molti furono i matrimoni combinati in questo senso. L’alta Liguria, in particolare Imperia, come segnala l’antropologo Mauro Francesco Minervino, fu la meta di tante ragazze della piana di Gioia Tauro e dell’Aspromonte costrette dalla miseria alle migrazioni nuziali. La fiction La sposa avrà tutte le colpe del mondo (accade con una certa frequenza alle fiction della Rai: qui hanno girato alcune scene in Puglia) ma non racconta un falso storico come accusano sui social calabresi indignatissimi. Il sindaco di Alba risarcì simbolicamente le calabrotte delle Langhe, onorandole alla festa delle donne l’8 marzo del 2016. In Calabria, invece, le rinnegano come fa Spirlì per questioni di immagine (cancel culture alla ’nduja?). È un modo per mandarle via ancora una volta. Antonio D’Orrico

La produzione: «Molti si riconoscono, è una storia di emancipazione»

Italia, fine degli anni Sessanta. Un periodo di cambiamenti e di trasformazioni, dal costume alla politica. Ma in alcune zone del Paese sono ancora diffuse pratiche arcaiche (ne parlava anche la Bibbia) come i matrimoni per procura, in cui giovani donne del Sud vengono date in spose a uomini del Nord, per lo più agricoltori. È quello che succede a Maria (interpreta da Serena Rossi) che, per garantire un futuro ai fratelli e alla madre, accetta un matrimonio al buio trasferendosi a vivere con un uomo che non conosce, Italo (l’attore Giorgio Marchesi). Il patto prevede che il marito ogni mese spedisca del denaro alla famiglia della sposa. Insomma un vero contratto. Coprodotta da Rai Fiction e Endemol Shine Italy, La Sposa (in onda per tre domeniche) ha fatto il botto di ascolti (quasi sei milioni di telespettatori, il 26,8% di share, 62.700 interazioni social) e polemiche. L’accusa di aver fatto ricorso a troppi stereotipi, di essere un azzardo lontano dalla realtà storica. Endemol Shine Italy respinge le accuse al mittente e spiega «che la serie si ispira a fatti documentati storicamente. Lo confermano anche le tantissime testimonianze che in questi giorni sono arrivate, anche sui social, di persone che si riconoscono, o riconoscono le storie delle loro famiglie, in quelle situazioni e in quegli anni. La Sposa è un racconto di fiction che vuole dare risalto a una storia di emancipazione e riscatto, con personaggi tutt’altro che stereotipati ma molto complessi e soggetti a una profonda evoluzione nel corso degli episodi». In sede di presentazione il vice direttore di Rai Fiction Francesco Nardella aveva sottolineato di «essersi riconosciuto pensando alle nostre nonne e zie a metà degli anni Sessanta, al rapporto con le donne nella società di allora. Qui c’è il racconto di un’Italia che cambia». Renato Franco

"Quello è un falso storico": scoppia la bufera sulla fiction Rai. Carlo Lanna il 22 Gennaio 2022 su Il Giornale.

Nonostante il grande successo, La Sposa non regalerebbe al pubblico un ritratto veritiero e realisto del Veneto degli anni '60. Ed è bufera sulla fiction Rai.

Lo scorso 16 gennaio ha debuttato su Rai Uno la nuova fiction con Serena Rossi. L’attrice, nata a Un posto al sole, diventata poi attrice di spicco del cinema e della tv di oggi, è la protagonista de La Sposa. Il nuovo fuelletton della Rai mette in scena il dramma umano di una donna che si sposa per procura con un uomo rozzo (ma dall’oscuro passato) che vive al Nord, in Veneto. La Sposa del titolo è una donna della Calabria con tanti sogni e tante speranze, costretta a lasciare la sua città solo per il bene della famiglia. Neanche a dirlo, la fiction ha ottenuto un grande successo. Prima della seconda puntata – che arriva su Rai Uno domenica 23 – La Sposa è stata colpita da diverse critiche, dove sono intervenuti anche diversi esponenti politici del Veneto e persino la presidente di Confindustria Vicenza.

"Un falso storico che nuoce al racconto di una tragedia vissuta da molte italiane", afferma Roberto Ciambetti, il presidente del consiglio regionale del Veneto. Il Gazzettino riporta l’affondo del politico della Lega nei riguardi della produzione Rai. "Paradossalmente i suoi clichè grotteschi e stereotipati mettono in ridicolo non solo i veneti ma anche i calabresi". La fiction de La Sposa regalerebbe al pubblico un ritratto misogino e troppo barbaro del Veneto. "Pensare a un matrimonio per procura a fine anni sessanta è a dir poco un azzardo – aggiunge -. Una provocazione senza senso e lontanissima dalla realtà storica. La Sposa non regge il confronto con tutto quello che stava accadendo nel vicentino, quando gli operai di Schio, Arzignano e Valdagno vivevano la stagione della battaglia per i diritti".

Al coro degli oppositori si unisce anche Laura della Vecchia, presidente di Confindustria Vicenza. "Siamo una regione di lavoratori che hanno costruito una grande economia grazie all’impegno delle persone – afferma -. Questo è un Veneto che non conosco". La stoccata arriva anche da Giustina Destro, responsabile della Fondazione Bellisario per il Nordest. "Tutto questo è inconcepibile. Il Veneto è un territorio in cui l’Università di Padova compie 800 anni e dove ci sono state le prime donne laureate. Nonché la prima donna ingegnera – ammette –. Tutto questo lo trovo inaccettabile". Sulla questione si esprime anche Nino Spirlì, ex presidente di regione ed esponente del Carroccio. "I matrimoni per procura si facevano al limite delle terre lontane, come America e Australia. Forse alcune donne sono partite per il Piemonte ma certamente non in Veneto”.

Serena Rossi indossa il vestito da "Sposa" "Affronto tanti guai per salvare la famiglia"

C’è chi però difende La Sposa, come Simone Toffanin, attore che nella fiction interpreta Umberto, il barista sposato con una calabrese. "Bisogna distinguere la storia dall’ambiente e sono sicuro che se la vicenda fosse stata ambientata in un’altra regione le cose non sarebbero andate diversamente – dice -. La sposa stigmatizza una famiglia dove c’è ancora la figura del padre-padrone. Non si scopre niente di nuovo. Nel Veneto c’era molto maschilismo". Il primo episodio, al netto delle polemiche, è stato seguito da sei milioni di telespettatori.

Carlo Lanna. Nasco a Caserta, vicino Napoli, più di trent'anni fa. Fin da ragazzino ho sempre avuto l'amore per la scrittura, che sono riuscito a declinare negli studi e nel lavoro. Al secondo anno di università ho cominciato a scrivere per un blog e da quel momento in poi non mi sono più fermato, racimolando collaborazioni per magazine online e cartacei. Il cinema, le serie tv e la letteratura sono la mia passione (e ossessione). Amo la fotografia e viaggiare, oltre che la buona cucina. Seguo 30 serie tv all'anno, leggo due libri a settimana e vado a caccia di news e indiscrezioni su tutti - o quasi - gli attori di Hollywood. Da tre anni collaboro con IlGiornale.it per la sezione spettacoli. Nella vita di tutti giorni sono anche scrittore (a giugno del 2021 esce il mio quarto romanzo). Sono consulente e beta-reader per la Milena Edizioni

Calabresi indignati per "La sposa" calabrese su Raiuno. Ma la fiction è stata un successo di audience. ISABELLA MARCHIOLO su Il Quotidiano del Sud il 17 Gennaio 2022.

A MOLTI calabresi non è piaciuta la fiction “La sposa” con Serena Rossi. In onda ieri sera su Raiuno, la prima delle tre puntate del film tv diretto da Giacomo Campiotti ha suscitato più dissensi che gradimento, almeno stando ai commenti postati sui social dai telespettatori delle nostre latitudini. Al contrario, la maggior parte degli italiani ha premiato con ascolti record (quasi sei milioni e il 26,8% di share) la storia della contadina calabrese venduta a un marito veneto.

Cose che accadevano qui alla fine degli anni Sessanta, secondo la sceneggiatrice Valia Santella, già premio David di Donatello.

Peccato che la volitiva Maria-Serena Rossi lasci un imprecisato paesino della Calabria per trasferirsi non a Parigi ma diretta verso una landa altrettanto periferica nella provincia veneta, dove l’attende uno sconosciuto mezzadro sposato per procura. Insomma, anche il profondo Nord rappresentato nella fiction non brilla per modernità e i malumori calabresi si concentrano proprio su questo: perché proporre, nel solco di un racconto sulle lotte contadine e l’emancipazione femminile, un’iconografia così impietosa connotandola soltanto alla Calabria? Un nome, quello della regione, che è ripetutamente pronunciato con disprezzo dal tracotante sensale veneto che “scende” fino alla punta dello Stivale alla ricerca di ragazze giovani, sane e vergini da comprare per conto dell’ignaro nipote, impazzito dopo la scomparsa della prima moglie. Ormai un po’ ce lo aspettiamo, ma la delusione colpisce ugualmente.

L’ambientazione delle scene calabresi (girate però in Puglia) è un’accozzaglia di stereotipi storico-sociali: le capre, i manifesti funebri in piazza, le vecchie vestite di nero che lavorano all’uncinetto davanti alle porte delle case. E poi l’atavico handicap del dialetto, che pure stavolta sbiadisce in un indistinto macondo meridionale dove prevale la sonorità più popolare e mediatica. Di solito ci confondono con i siciliani, qui il timbro è vagamente napoletano (complici le origini dell’attrice protagonista). Zerocalcare docet: nelle arti il linguaggio è terreno di scontro culturale accesissimo. Ma come sempre, il vernacolo calabrese non lo conosce e non lo studia nessuno.

Potrebbe sembrare un cavillo campanilista, invece è una questione di identità – soprattutto per questa permalosissima e orgogliosa gente. E’ vero, in termini di immagine la ‘ndrangheta è una condanna che forse non finiremo mai di scontare. Compensiamo però con terre di bellezza magnifica e un idioma potente e musicale: niente di tutto questo si vede o si scorge nella fiction. Dove purtroppo, persino quando la vicenda si sposta in Veneto, la Calabria è evocativa di arretratezza e inciviltà. E non assolve la facile obiezione del set temporale, ovvero il 1967, epoca in cui – come insegna, per restare in tema cinematografico, il mitico “Bello onesto emigrato Australia…” di Luigi Zampa con Alberto Sordi – era radicata consuetudine l’offerta di donne illibate che si sistemavano per scappare alla miseria del paese nativo e, dopo il matrimonio di convenienza, mandare soldi alle famiglie. In questo caso si racconta di un vero e proprio commercio organizzato, con il rischio che lo spettatore medio pensi a costume specificamente locale: l’agricoltore veneto infatti si fa un migliaio di chilometri per approdare a colpo sicuro proprio nel borgo calabro dove una coppia di anziani papponi (uno è l’attore reggino Saverio Malara) espone la mercanzia delle ragazze da vendere come spose – e si allude persino ad altre compaesane felicemente accasate.

Lo stesso regista Campiotti in diverse occasioni ha ribadito che la trama è strettamente legata alla Calabria e lo dimostra il fatto che, non essendo riuscito a trovare la congiuntura giusta per girare qui, non ha traslocato, insieme al set, pure la storia in Puglia. Ma a quali fonti hanno attinto gli sceneggiatori per documentare in modo così geograficamente netto questa tratta di giovani donne?

Piuttosto “La sposa” ricorda moltissimo la trama di un bel romanzo del collettivo Lou Palanca, edito da Rubbettino, “Ti ho vista che ridevi”. E’ la storia di una contadina di Riace emigrata nelle Langhe, costretta a nozze riparatrici di una maternità irregolare – e c’è anche un “bacialé”, ruffiano combinatore delle unioni miste tra ragazze meridionali e uomini del Nord. Un libro pubblicato nel 2015 e vincitore di molti premi letterari, che però sembra non avere attinenza (nonostante le palesi similitudini narrative) con la fiction di Giacomo Campiotti e non viene citato neppure come ispirazione.

Intanto l’eco della prima polemica arriva da Vieste, nel Gargano, uno dei set della fiction. La Pro Loco ha obiettato che la targa “Calabria 1967” nei primi fotogrammi della puntata potrebbe generare un equivoco sui luoghi effettivi. Ovvero: non importa che la storia sia calabrese, il pubblico deve sapere che quella in realtà è Vieste. O meglio, in una disputa tra poveri, è bene precisare che “quelle cose” non avvenivano in Puglia, a cui però deve restare il merito delle location.

Grattacapi di marketing da maneggiare con estrema cura, come il cinema sa ormai molto bene.

Location, dialetto, identità calabrese. Perché si discute della fiction "La sposa". PARIDE LEPORACE su Il Quotidiano del Sud il 22 gennaio 2022.

COSENZA – È uno dei temi caldi di questa settimana in Calabria. Da quando è andata in onda, domenica sera, la fiction “La sposa” su Raiuno, la Rete si divide tra pro e contro sulle vicende di Maria, la bravissima Serena Rossi, giovane e bella calabrese che per motivi economici salva la sorella da un matrimonio aggiustato da un sensale locale e dal sole della sua terra accetta di andare in sposa per procura nelle nebbie del Veneto con un marito che non ha mai visto.

L’intreccio ben costruito è quello di un melò alla Materazzo (regista molto amato dai nostri genitori negli anni Cinquanta per i film di Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson) con colpi di scena avvincenti che avvolgono una storia ambientata nel 1967 in pieno boom economico.

Fiction è finzione per antonomasia, e su dati di contesto si sviluppa una storia inventata secondo le regole di genere. Il cattivo affidato al ricco veneto che mette “gli sghei” (il denaro) sopra ogni cosa, il fratello che ha visto scomparire la moglie amata in circostanze misteriose, il bambino che cresce come un ragazzo selvaggio, la Calabria amara e povera, l’emigrazione. Sono presenti in modo esiziale i grandi fermenti di quel periodo che pur animavano la provincia italiana negli anni Sessanta. La musica dei giovani (ormai una costante di film e fiction), una giovane comunista in Veneto che aiuta Maria contro il razzismo e i pregiudizi locali e qualche altra venatura di progressismo.

L’audience ha premiato “La Sposa” in modo netto e inequivocabile. Sei milioni di spettatori e uno share del 26,8 per cento per un prodotto popolare di buona fattura che ha catturato il pubblico generalista televisivo di Raiuno grazie ad attori in forma, un regista di grande capacità come Giacomo Campiotti e una produzione internazionale, la Endemol, che prepara con straordinaria cura la sua library di audiovisivi.

Ma nel gradimento sulle latitudini che affrontano la storia della Sposa Maria è scoppiata la polemica social. 

Le tre puntate della fiction ambientate tra Calabria e Veneto sono state girate in Puglia e in Piemonte. Uno dei primi elementi di frizione di protesta urlata. È un tema ricorrente, che si fa fatica a far capire al pubblico. Il cinema gira e realizza le sue opere nei territori dove le condizioni economiche e di tempo sono le migliori possibili. In questo caso la produzione e il regista hanno deciso di ricostruire il paese di Calabria de “La sposa” tra Monte Sant’Angelo, Vieste e Vico del Gargano.

Si poteva girare in Calabria? Certamente sì. Tra l’altro il regista ha lavorato in passato nella nostra regione decantandone in diverse interviste la meravigliosa accoglienza: nel recente sceneggiato d’impegno civile “Liberi di scegliere” e nella fiction dedicata a Moscati, guarda caso di ambientazione napoletana e girata tra i vicoli di Cosenza, per merito dell’organizzatore calabrese Pasquale Arnone.

È noto agli addetti ai lavori che una delle scene madri de “I vitelloni” di Fellini, che celebra la solitudine delle spiagge di Rimini, è stata girata sul Tirreno; e per stare ad un recente film di successo, “Il potere del cane” di Jane Campion ambientato nel Montana nel 1925, la regista ha preferito girare nella sua Nuova Zelanda per motivi artistici ed economici. Gli stessi che hanno indotto Endemol a preferire il Piemonte al Veneto, regione dove opera una delle migliori film commission d’Italia.

Sulla questione Calabria il regista Campiotti ha ingenerato molta confusione. Intervistato dalla nostra collega Isabella Marchiolo, ha dichiarato: «Avrei voluto girare in Calabria, come ho fatto due volte con grande sostegno da parte della precedente Film Commission, che funzionava benissimo. Ma in questo caso il supporto lo ho avuto dalla Puglia, mentre in Calabria ci sarebbero stati problemi organizzativi legati alla mancanza di strutture».

Per fare chiarezza in Calabria non mancano strutture. E abbiamo verificato che alla Calabria Film Commission non è stata presentata mai nessuna richiesta di finanziamento o assistenza logistica da parte della Endemol, che evidentemente avrà avuto le sue ragioni per girare in Puglia. Forse Campiotti ha voluto concedere un aiutino al vecchio management della film commission locale, cui si sente particolarmente legato. Ma ha peccato di chiarezza dichiarando una cosa non vera.

Altra questione molto accesa quella del dialetto calabrese adoperato nella fiction. “È siciliano”, “parlano così a Catanzaro”, “ma chi vi capisce”. Sul punto invece Campiotti è stato molto chiaro: «Abbiamo fatto un lavoro imponente con un coach, Serena Rossi è stata bravissima. Del resto le chiamavano le Calabrie, basta spostarsi di un chilometro per trovare parole e accenti diversi».

Siamo ancora le Calabrie. Non abbiamo un dialetto unico. A mio parere la scelta, sempre complessa, funziona se sei milioni d’italiani sono rimasti incollati al video.

Quando si racconta una finzione nel proprio territorio, il pubblico generalista si aspetta di sentire l’idioma del proprio borgo. Sono le stesse polemiche che ho registrato a Matera per “Imma Tataranni, sostituto procuratore” in cui la pugliese Vanessa Scalera, affidata ad una coach materana, viene accusata di parlare con inflessione barese. E a Bari si sono invece lamentati che Luisa Ranieri, nei panni di Lolita Lobosco, non parla pugliese. È una convenzione linguistica il dialetto nel cinema e in tv. Un argomento su cui la teoria si esercita da decenni.

E poi l’argomento più divisivo. Quello dell’identità e se dal punto di vista storico la Calabria raccontata da “La sposa” sia falsa, razzista e raccontata per stereotipi. È una questione nodale dei giorni nostri che va oltre la fiction in programmazione. Mi soccorre l’antropologo calabrese, Vito Teti, che sull’identità calabrese ha scritto: «Spesso la nostra è un’identità costruita per reazione, ci concentriamo sull’essere chi siamo perché qualcuno ci racconta così. Siamo dipendenti dallo sguardo esterno». Insomma “pare brutto” che gli altri ci raccontino anche per come siamo stati. E molti si arrabbiano.

Che nel 1967 ci fossero donne vestite in nero, società maschilista, povertà in Calabria non è una forzatura de “La sposa”. I manifesti dei morti sono ancora attaccati ai nostri muri, e per quanto mi riguarda non è un dato negativo. Poi una fiction, per motivi di spettacolo, esaspera alcuni dati del reale. Come accade nella scena iniziale quando il sensale calabrese mostra al cliente veneto le ragazze del paese tastandole e mostrandole come una sorta di bestiario umano femminile.

Ma i matrimoni combinati fanno parte della nostra storia. Il fenomeno è bene raccontato nel bel romanzo dei Lou Palanca “Ti ho vista che ridevi”, epopea delle donne calabresi verso le Langhe piemontesi. E sull’onda delle polemiche di queste ore Domenico Lanciano, ha segnalato che a Badolato è ancora visibile una pietra parlante del 1979 su cui sta scritto: “Vinna nu bellu giuvinottu da campagna e Verona e sa levau”, frase che potrebbe essere un incipit de “La sposa”.

Ma dati storici inoppugnabili hanno lo stesso indignato in Calabria. Per la politica bipartisan abbiamo registrato le prese di posizioni di Nino Spirlì, anche autore di spettacolo, che senza mezzi termini ha definito la fiction di Campiotti «una cagata» di fantozziana memoria, prendendo anche le distanze dall’ormai celebre cortometraggio di Muccino. Da sinistra ha risposto Santo Gioffrè, anch’egli autore, un suo libro è stato alla base della fiction “Artemisia Sanchez”, che ha dichiarato: «Da romanziere storico io non contesto la fiction ma l’indicazione di un luogo e un periodo precisi senza contestualizzarli ed estrapolando un solo terribile aspetto, che dà l’idea della Calabria come di un mondo perduto in un’epoca irreale».

E per alzare lo sguardo, le polemiche non hanno risparmiato la Puglia che, vendendo la propria location, ha fatto sapere di non voler essere equiparata alla Calabria, e soprattutto il Veneto dove il presidente del consiglio regionale, il leghista Roberto Ciambetti, ha sottolineato «i cliché grotteschi che mettono in ridicolo sia i veneti che le calabresi», unendo gli scontenti delle due regioni.

È ora che lo spettacolo continui. Domani sera, 23 gennaio 2022, seconda puntata. La Calabria continuerà ad essere protagonista de “La sposa”. Una buona occasione di intrattenimento e si spera di dibattito.

Il federalismo è fallito, il Veneto rifletta sui perché: basta rivendicazioni, è l’ora della responsabilità. Quella che per Zaia era la “madre di tutte le battaglie” ha mostrato i suoi limiti: ci si concentri sugli spazi di autonomia vera che è possibile conquistare qui e ora Ivo Rossi, Ex sindaco di Padova, su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2022.

A quattro anni dalla celebrazione del referendum per l’autonomia del Veneto e a ben sette anni dall’approvazione da parte dell’assemblea regionale di quattro proposte referendarie, una delle quali, cassata dalla Corte costituzionale, significativamente titolata “Per l’indipendenza del Veneto”, è utile e necessario fare un primo bilancio dei modesti risultati conseguiti e ragionare sulle difficoltà incontrate nel corso del negoziato che ha visto variamente impegnati ben quattro governi di diversa composizione politica.

Per quanto la politica possa interpretare come successi anche esiti di tutt’altro segno, e attribuire ad altri le responsabilità degli insuccessi, credo si possa dire che, sul piano dei risultati conseguiti, la “madre di tutte le battaglie” abbia mostrato limiti significativi che dovrebbero indurre a ragionare sulle cause e sui necessari aggiustamenti di approccio.

IL NEGOZIATO

Va riconosciuto comunque a questa iniziativa il merito indiretto di aver fatto uscire il regionalismo italiano dal cono d’ombra in cui era precipitato a causa di una innumerevole serie di scandali, non ultimo quello del Mose, con la riaffermazione del ruolo fondamentale delle autonomie locali nel concorso alle politiche nazionali e alla ripresa del Paese. La stessa gestione dell’emergenza Covid, pur dentro un altalenante quadro conflittuale alimentato da esigenze di schieramento, ha mostrato quanto sia stato importante il contributo delle Regioni nell’organizzazione delle campagne vaccinali e nel rafforzamento dei presìdi di sanità pubblica.

Va ricordato come il negoziato, improntato alla leale collaborazione, a partire dal confronto avviato dal sottosegretario Bressa negli ultimi mesi di vita del governo Gentiloni, abbia portato alla sottoscrizione di un “pre accordo” contenente i principi generali e la definizione di un numero limitato di materie da devolvere, condiviso, assieme al Veneto, anche dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna.

Dibattito ripreso nel corso di questa legislatura, dal governo Conte 1, in cui un’ipotesi di lavoro predisposta dal ministro Stefani ha impegnato ben tre sedute monotematiche del Consiglio dei ministri, fino al naufragio sulla spiaggia del Papeete ferragostano che ha travolto quella compagine governativa.

MATERIE IN DISCUSSIONE

La questione ha avuto una sua centralità anche durante il governo Conte 2, in cui il ministro Boccia, fautore di una convergenza di tutte le Regioni attorno a una norma-quadro, attenta sia al trasferimento delle competenze, sia alla dimensione perequativa e solidale fra le diverse aree del Paese. Norma-quadro indicata fra gli obiettivi anche dal governo Draghi il cui dibattito è inevitabilmente ancora in fieri a causa della pandemia e della priorità necessariamente assegnata al Pnrr.

Alla situazione di stallo negoziale hanno concorso alcuni limiti della riforma costituzionale del Titolo V del 2001, e in particolare l’aver considerato fra le materie concorrenti, di cui all’articolo 117 della Costituzione (solo per citare alcuni commi) “le grandi reti di trasporto e di navigazione”, così come “la produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, che già nella definizione indicano l’ambito necessariamente nazionale delle relative politiche e, dunque, l’impossibilità di una loro totale devoluzione alle regioni. Per questi aspetti, così come per altre materie su cui è stata richiesta la competenza regionale esclusiva, una discussione che non si limiti all’onnicomprensività della parola “autonomia” e alle suggestioni romantiche a cui rimanda, probabilmente farebbe bene al Veneto e a tutte le sue articolazioni sociali, economiche e culturali, fino a oggi assai poco coinvolte nell’analisi degli aspetti di merito e dunque dei vantaggi davvero conseguibili.

IL CONSENSO

Allo stesso tempo, una comunità che rivendichi una maggiore autonomia, nell’ambito della legge e in un quadro di unità nazionale, non può trascurare il fatto che il conseguimento dell’obiettivo passa attraverso il raggiungimento di un largo consenso parlamentare. La Costituzione afferma infatti che «La legge è approvata dalla Camera a maggioranza assoluta dei componenti», il che rimanda non solo al necessario largo consenso politico, ma anche alla sua variegata articolazione territoriale.

Detto più esplicitamente, senza il consenso dei parlamentari eletti in quasi tutte le regioni, e in particolare nelle regioni meridionali, il traguardo rischia di diventare un miraggio.

Se a questo si aggiunge il complicato processo di formazione dell’ “Intesa” fra lo Stato e la Regione, e il ruolo del Parlamento nella formazione dell’atto, si può ragionevolmente cogliere l’importanza fondamentale della costruzione del consenso e di come un racconto da primi della classe, che ha caratterizzato il dibattito pubblico nel Veneto, spesso inutilmente conflittuale e liquidatorio nei confronti di altre regioni, non abbia aiutato nell’individuazione delle soluzioni possibili.

A fronte e nonostante l’impegno dei diversi governi appare del tutto evidente che le difficoltà incontrate nella costruzione di una maggioranza parlamentare in grado di fornire una risposta positiva alla domanda di autonomia differenziata rimandino ad aspetti diversi da quelli squisitamente tecnici e costituzionali e attengano al racconto politico che ha caratterizzato gli ultimi anni.

La proposta dell’autonomia differenziata, definita da Zaia «la madre di tutte le battaglie», indicante come obiettivo primario il recupero del cosiddetto “residuo fiscale” (come se la fiscalità riguardasse i territori anziché i cittadini), con il presidente che in un’intervista, replicando a suggestioni catalane, si dice pronto anche a «farsi arrestare», ha generato nelle regioni del sud una contro narrazione, da “secessione dei ricchi”, sentimento già latente che inevitabilmente ha finito per orientare, assieme ai cittadini, anche i rappresentanti eletti in quei territori.

La lettura dei quotidiani del sud è a questo proposito esemplare.

In questo senso anche l’insistenza di Zaia sulle cosiddette 23 materie (tutte, non una di meno, indipendentemente dal valore delle stesse), è apparsa come un’indiretta affermazione di una sovranità distinta dal resto del Paese, una sorta di “specialità”, diversa dalla differenziazione, non prevista dall’arrticolo 116 della Costituzione.

L’ORA DI CAMBIARE REGISTRO

Liberare il campo da tutte le tossine immesse in questi anni, affrontare questioni irrisolte e rimaste sotto traccia come l’indipendentismo, entrare pubblicamente nel merito delle competenze richieste e sugli effetti attesi, diventa essenziale per allargare l’area del consenso nel Paese ed evitare, allo stesso tempo, il rischio di alimentare aspettative continuamente frustrate fra quanti hanno creduto all’autonomia come a una sorta di anno zero del calendario veneto.

Quando l’assessore regionale Marcato afferma che sarà difficile raggiungere l’autonomia anche se governasse il solo centro destra, coglie un punto essenziale che attiene al patto costituzionale e allo stesso tempo alla natura dei partiti di quella coalizione e ai materialissimi interessi in gioco.

Per questo, a quattro anni di distanza, è venuto il momento di cambiare registro. È tempo per il Veneto tutto di uscire da una logica rivendicativa e isolazionista per assumere una responsabilità in concorso con le altre Regioni per una ripresa economica dell’Italia e la ricucitura delle fratture sociali che covano sotto traccia.

E allora, per prima cosa, per favorire una ripresa vera e condivisa del dibattito, il campo va liberato dal diktat sulle 23 materie. Così come fatto dall’Emilia Romagna, e in parte anche dalla Lombardia, ci si concentri sugli spazi di autonomia vera che è possibile conquistare qui e ora, sapendo che si tratterà di un allargamento delle responsabilità, che come dimostrano le Regioni a Statuto speciale, non si otterrà tutto in una sola volta.

Vittimismo e negazionismo dopo la grande puntata del divulgatore scientifico. Napoli non è solo Gomorra, ci voleva Alberto Angela per farci scoprire la storia e le bellezze della città. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 26 Dicembre 2021. Un autentico successo l’omaggio della Rai e nello specifico di Alberto Angela alla città e alla storia di Napoli. La puntata di “Stanotte a Napoli“, andata in onda la seria del 25 dicembre, ha conquistato la leadership del prime time con oltre 4 milioni di spettatori di media e uno share che supera il 23%.

E’ stato, in sintesi, il programma più visto in televisione la sera di Natale. Un racconto inedito quello quello del 59enne paleontologo, divulgatore scientifico, conduttore televisivo, giornalista e scrittore italiano. Un viaggio notturno nei luoghi inesplorati e famosi della città, in un percorso scandito da ricordi, suggestioni e naturalmente musica con la partecipazione di Giancarlo Giannini, Serena Autieri, Serena Rossi, Massimo Ranieri, Marisa Laurito e Salvatore Bagni che hanno perfezionato l’opera divulgativa di Alberto Angela.

Lo stesso conduttore, che nel 2018 ha ricevuto la cittadinanza onoraria dall’ex sindaco Luigi de Magistris, ci tiene a ringraziare tutti “per averci seguito così numerosi nella puntata di ‘Stanotte a Napoli’ di ieri sera. Sono felice che le famiglie italiane la notte di Natale abbiano scelto la divulgazione e la grande cultura. E’ un bellissimo regalo per il nostro paese e per il nostro futuro”.

Un racconto che ha inorgoglito e non poco i napoletani. Si sono sprecati i paragoni con la serie Gomorra che mette in cattiva luce la città e con altri racconti nazionali e internazionali (l’ultimo è quello del giornale francese Le Figaro).

Ma la realtà è proprio questa: Napoli ha una storia, un patrimonio, una cultura inestimabile, che attrae ogni anno turisti da tutto il mondo, ma ha anche problemi cronici che si porta indietro da decenni e che, ad oggi, vuoi per irresponsabilità del Governo centrale e per inadeguatezza delle amministrazioni locali, sono ancora presenti e affliggono quotidianamente una delle città più belle del mondo.

Negare Gomorra, dove tra l’altro la mission degli autori e dello stesso Roberto Saviano è ben precisa (raccontare il male della città mettendo in un angolo lo Stato, in tutte le sue forme, colpevole di aver abbandonato nel degrado intere zone), o indignarsi per il lungo elenco di disservizi è diventato quasi lo sport preferito degli abitanti di questa città.

Basti pensare alle recenti celebrazioni in pompa magna della riapertura della Galleria Vittoria, chiusa per ben 15 mesi creando disagi enormi alla circolazione. Oppure al trasporto pubblico che continua a non offrire (sia sotto la gestione Eav che Anm) i servizi minimi con soppressioni, ritardi e treni in fumo che lasciano a piedi i pendolari sui binari. E poco importa che abbiamo le stazioni più belle del mondo se poi per raggiungere il luogo desiderato bisogna armarsi di una pazienza infinita.

Va bene esaltare il racconto di un grande divulgatore come Alberto Angela ma negare (o indignarsi per chi racconta) l’abbandono delle periferie, la dispersione scolastica dilagante (così come l’assenza dei controlli), la latitanza cronica dei servizi minimi che la terza città d’Italia dovrebbe offrire ai suoi cittadini e tanto altro (l’elenco è davvero lungo) è, parafrasando politici-giornalisti ma soprattutto influencer, è da cialtroni.

Andate, ad esempio, a leggere i commenti lasciati sotto al post pubblicato su Facebook dalla pagina “Anm Napoli“, ovvero l’azienda che si occupa del trasporto pubblico in città. “É con orgoglio che ringraziamo Alberto Angela per aver scelto ancora una volta di raccontare la nostra città anche dalla stazione Toledo della metropolitana dell’arte” scrive Anm venendo letteralmente travolta da decine di commenti che sottolineano, guarda caso, l’odissea quotidiana che continua ad offrire agli utenti.

“Parlare di orgoglio con la metropolitana chiusa il pomeriggio di Natale e Capodanno, tra un ‘limita alla tratta Piscinola-Dante e ‘un sospeso il servizio sull’intera tratta’ è oltremodo singolare” replica Adolfo Vallini, sindacalista Usb. Altri rimarcando come addirittura nella serie Gomorra la linea 1 della metro si è superata, passando ben due volte nel giro di pochi minuti.

Insomma prendersela con chi racconta anche il male di questa città non va bene. La camorra qui c’è e, stando alle cronache (sia recenti che degli anni passasti) è ben più cruenta ed efferata di quello che vediamo in televisione. Così come va bene raccontare il tesoro dal valore inestimabile di San Gennaro, le mille chiese preziose, tutte le grandi opere realizzate sotto il regno Borbonico (dalla Galleria sottoterra, utilizzata poi per i rifugi durante le Guerre o come deposito di auto e moto sequestrate negli anni Sessanta, alla Galleria Umberto), i quadri e le sculture uniche presenti al MANN e al Museo di Capodimonte, la storia del Teatro San Carlo (il più antico d’Europa).

Queste bellezze ci sono da sempre. Eppure sembra che molti napoletani le abbiano scoperte dopo il racconto di Alberto Angela, indignandosi per chi mette in luce anche le tante ombre della città.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Quel Giorgio Bocca che andò contro i terroristi rossi. Marco Gervasoni su Culturaidentità il 24 Dicembre 2021. Ho un vago ricordo di ragazzo. Metà anni ottanta, una delle tv di Berlusconi di allora. Dialogano Indro Montanelli e Giorgio Bocca. Il secondo confessa al grande Indro più o meno che “noi in teoria dovremmo essere nemici, tu di destra io di sinistra, ma in realtà la pensiamo allo stesso modo su quasi tutto”.

Ecco, in attesa delle rievocazioni che, per il decimo anno della scomparsa di Bocca (25 dicembre 2011, n.d.r.), lo dipingeranno come il grande antifascista, compagno, militante, esempio di “giornalismo civile”, pietra miliare di “Repubblica”, vogliamo dire che questo ritrattino sarebbe un santino, ingeneroso per lo stesso Bocca.

Che certo alla sinistra italiana apparteneva ma, come Montanelli, era prima di tutto un giornalista. E ai suoi amici non risparmiò mai nulla. Bocca fu infatti sempre un acerrimo critico del Partito Comunista e dal gruppo suo dirigente fu scarsamente amato. Fin dagli anni Sessanta, con le sue straordinarie cronache de “Il Giorno”, mostrava che l’Italia andava in una direzione del tutto diversa da quella raccontata da Togliatti, Longo e Berlinguer.

Poi cominciò la violenza politica: e mentre il Pci e i giornalisti “democratici” dell’eskimo in redazione e del “Corriere della sera” ottonizzato parlavano delle Br come “infiltrati fascisti”, Bocca ebbe il coraggio di scrivere che il terrorismo rosso era figlio legittimo di decenni di propaganda comunista – quello che poi tempo dopo Rossana Rossanda avrebbe chiamato “l’album di famiglia”.

Anche sulla storia del Pci, Bocca provocò non pochi grattacapi a Botteghe oscure, pubblicando nel 1973 una biografia di Togliatti che metteva in mostra i lati più oscuri del Migliore. E l’anno dopo, un rapporto sull’Urss di Breznev da far accapponare la pelle. Pure sulla “fermezza” contro il terrorismo che il PCI, per far dimenticare tutto, sposò con rigore leninista e ben poco garantista, Bocca ebbe molto da ridire, fino ad essere persino troppo indulgente nei confronti dei terroristi.

Antifascista certo. Bocca rimase molto legato alla sua esperienza partigiana a cui arrivò dopo una prima adesione alla Repubblica sociale. Ma nei suoi libri sulla Resistenza e sul fascismo, tutti lavori documentati, da storico sopraffino, non andò molto lontano dal “revisionismo” che Renzo De Felice, negli stessi anni, certo con altro peso e forza, imprimeva. Fino a ricordare, nel 1981, scrivendo un libro sul Mussolini socialista, che “il socialismo reale non è fascismo ma come gli somiglia”, come recava il sottotitolo. E la mitologia operaista della Cgil? Fatta a pezzi nel volume I signori dello sciopero (Milano, Longanesi, 1980), una dura requisitoria conto la casta sindacale.

Si dirà che negli anni Ottanta, con “Repubblica”, a cui aveva aderito fin dalla fondazione, Bocca fosse diventato il giornalista democratico perfetto. Niente affatto: mentre il suo giornale e la sinistra spingevano, di fronte alle prime ondate di immigrazione, per un lassismo generalizzato, Bocca raccomandava di controllare le frontiere e rimandava al mittente l’idea che gli italiani fossero razzisti, in un libro del 1988.

Egli vedeva una Italia in sfacelo, rosa dalla partitocrazia, ovviamente quella di governo (era stato simpatizzante di Craxi ma se n’era allontanato all’inizio degli anni Ottanta) ma anche quella del Pci. Mentre le sue cronache e commenti sulla lunga svolta che avrebbe portato al Pds erano colmi di scetticismo, riguardo alla identità comunista che il nuovo partito non aveva intenzione di abbandonare. Per un certo periodo, si infatuò persino di Bossi e della Lega. Faceva impressione, quando all’inizio degli anni Novanta tutti ma proprio tutti i giornali demonizzavano il Senatur, leggere i commenti pro leghisti di Bocca, E su “Repubblica”!

Si, ma almeno contro il Caimano? Certo, dopo il 1994 un Bocca ormai anziano si intruppò nella Armata (Brancaleone) rossa anti Cav, ma fino al 1992 lavorò nelle televisioni del Biscione ed ebbe parole di grande elogio per Berlusconi imprenditore.

Decisamente, il vecchio Bocca era cosa ben diversa rispetto ai giornalisti oggi embedded nel Pd, sugli yacht degli Ingegneri e sugli elicotteri degli Avvocati e nei circoli più o meno svizzeri: in cui il “provinciale” si sarebbe trovato irrimediabilmente a disagio. 

Dieci anni fa moriva a Milano Giorgio Bocca, "L'antitaliano". Il giornalista, per tanti anni firma di punta de Il Giorno, si spegneva a 91 anni il giorno di Natale del 2011, dopo una breve malattia. Il Giorno il 25 dicembre 2021. Era il giorno di Natale del 2011: Giorgio Bocca, 91 anni, si spegneva a Milano, dopo una breve malattia. Sono passati dieci anni, ma del giornalista piemontese rimane un ricordo più vivido che mai.

Nato a Cuneo il 28 agosto del 1920, dopo l'8 settembre '43 Bocca aderì alla lotta partigiana nella zona della Val Grana come comandante della decima Divisione Giustizia e Libertà. Giornalista di razza, ha vissuto il mestiere come una vera e propria vocazione: dopo aver iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni Trenta, alla fine della guerra ha scritto per il giornale 'Giustizia e Libertà', venne assunto alla 'Gazzetta del Popolo' di Torino per andare poi, nel 1954, a 'L'Europeo'. 

Ma è sulle colonne de 'Il Giorno' che Bocca ha firmato una lunga serie d'inchieste e si è affermato anche come inviato speciale seguendo ad esempio la Guerra dei Sei Giorni. E' stato tra i fondatori insieme a Eugenio Scalfari de 'La Repubblica'. Ma è stato anche una firma di punta del settimanale L'Espresso per il quale ha curato la rubrica 'L'antitaliano'.

Non solo carta stampata per Bocca: dal 1983 ha condotto una serie di programmi per le reti Fininvest tra cui 'Prima pagina', 'Protagonisti', '200 e dintorni', 'Il cittadino e il potere'. E si è dedicato all'attività di scrittore occupandosi di terrorismo e, tra le altre cose, della questione meridionale. 

Memorabili, a questo proposito, i suoi giudizi senza appello sul Meridione, che gli hanno attirato un vespaio di critiche, argomentati anche nel libro del 1992 'L'inferno profondo Sud, male oscuro'. Bocca, d'altra parte, ha espresso giudizi pungenti anche quando ha giudicato la cosiddetta 'Milano da bere' degli anni Ottanta o quando ha proposto un parere molto negativo nei confronti dell'ascesa politica di Silvio Berlusconi. Ma non è da meno quando si è prestato a battagliare con Giampaolo Pansa con cui ha condiviso gli anni de 'Il Giorno', de 'La Repubblica' e de 'L'Espresso'. 

Una polemica nata dai libri in cui Pansa rilegge la Resistenza che Bocca ha considerato utili soltanto ad aprire una pagina revisionista che accomunava la Resistenza e il fascismo'.

Tanti i libri che Bocca ha pubblicato. Si possono ricordare, per iniziare, 'Storia dell'Italia partigiana,' del 1966 e 'Il terrorismo italiano' 1970-1978, 1978). Negli anni Novanta ha esercitato una forte critica del mondo economico e politico pubblicando ad esempio 'Il secolo sbagliato' (1990) mentre, negli anni successivi, ha scritto

'L'Italia l'è malada' (2005), 'Napoli siamo noi' (2006), 'Le mie montagne' (2006), 'È la stampa bellezza! La mia avventura nel giornalismo' (2008), 'Annus horribilis' (2010), 'Fratelli coltelli' (2010). Nel gennaio 2012 è stato pubblicato postumo il volume 'Grazie no. Sette idee che non dobbiamo più accettare', che costituisce una

sorta di testamento ideale di Bocca.

Giorgio Bocca, dieci anni fa la morte: il giornalista censore degli sprechi meridionali. Il Mattino, Mercoledì 22 Dicembre 2021. È stato tra i fondatori insieme a Eugenio Scalfari del quotidiano La Repubblica. Ma è stato anche una firma di punta del settimanale L'Espresso per il quale ha curato la rubrica L'antitaliano. Giornalista, allievo ufficiale degli alpini all'inizio della Seconda Guerra mondiale, partigiano dopo l'8 settembre del 1943 nella zona della Val Grana come comandante della decima divisione giustizia e libertà.

Giorgio Bocca, di cui il 25 dicembre cadono i dieci anni dalla morte, avvenuta il giorno di Natale a Milano del 2011 a 91 anni dopo una breve malattia, è stato un giornalista a tutto tondo. Si potrebbe dire che, in qualche modo, è passato dall'adesione alla Resistenza alle polemiche con il collega Giampaolo Pansa legate all'eredità storica della Resistenza. «La sostanza del giornalismo - raccontò a Fabio Fazio negli studi di Che tempo che fa - è cercare di capire quello che sta succedendo al mondo. E allora scrivi la storia cercando di capire che cosa accade intorno a te. Questo è abbastanza semplice, credo che tutti i giornalisti lo vogliano fare. Poi alcuni si vendono e non lo fanno». 

Parole che hanno guidato sempre la mano del giornalista nato a Cuneo il 28 agosto del 1920 e che, nel tempo, si sono trasformate in una sorta di legge non scritta alla quale aderire senza esitazione. Testimone fin da adolescente della realtà che lo ha circondato e che ha raccontato su periodici locali, Bocca ha vissuto il mestiere come una vera e propria vocazione: dopo aver iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni Trenta, alla fine della guerra scrive per il giornale Giustizia e Libertà, viene assunto alla Gazzetta del Popolo di Torino per andare poi, nel 1954, a L'Europeo.

Ma è sulle colonne del quotidiano Il Giorno che Bocca ha firmato una lunga serie d'inchieste e si è affermato anche come inviato speciale seguendo ad esempio la Guerra dei Sei Giorni. Non solo carta stampata per Bocca: dal 1983 ha condotto una serie di programmi per le reti Fininvest tra cui Prima pagina, Protagonisti, 200 e dintorni, Il cittadino e il potere. E si è dedicato all'attività di scrittore occupandosi di terrorismo e, tra le altre cose, della questione meridionale. Memorabili, a questo proposito, i suoi giudizi senza appello sul Meridione, che gli hanno attirato un vespaio di critiche, argomentati anche nel libro del 1992 L'inferno profondo Sud, male oscuro.

Tanti i libri che Bocca ha pubblicato. Si possono ricordare, per iniziare, Storia dell'Italia partigiana, del 1966 e Il terrorismo italiano 1970-1978. Negli anni Novanta ha esercitato una forte critica del mondo economico e politico pubblicando ad esempio Il secolo sbagliatò mentre, negli anni successivi, ha scritto L'Italia l'è malada, Napoli siamo noi, Le mie montagne, È la stampa bellezza! La mia avventura nel giornalismo, Annus horribilis, Fratelli coltelli. Nel gennaio 2012 è stato pubblicato postumo il volume Grazie no. Sette idee che non dobbiamo più accettare, che costituisce una sorta di testamento ideale di Bocca.

Quando i "barbari" di Umberto Bossi sono arrivati a governare Milano. Giorgio Bocca su La Repubblica il 24 dicembre 2021. Il 25 dicembre del 2011 moriva Giorgio Bocca: lo ricordiamo con una selezione dei suoi articoli per Repubblica, come questo pubblicato il 22 giugno 1993. Nel 1993 Milano, scossa da Tangentopoli, elegge il suo primo e finora unico sindaco della Lega, Marco Formentini. Una rivoluzione nel salotto buono della città. Che Giorgio Bocca racconta, il 22 giugno del 1993, sulle pagine di Repubblica. E così i 'barbari' sono arrivati nel Municipio di Milano e metto barbari fra virgolette perché se no Umberto Bossi prende la parola alla lettera. Penso che il fatto abbia o possa avere una valenza positiva perché il nuovo della politica italiana deve uscire dai pregiudizi e dalle fobie, dalle chiacchiere populistiche o localistiche e misurarsi con i grandi problemi della modernizzazione. E amministrare Milano è qualcosa di diverso che amministrare Cene nella bergamasca o Meda in Brianza, è misurarsi con la capitale economica, finanziaria, terziaria, informativa del Paese. Il Municipio di Milano non è stato conquistato dalla Lega come mostra di pensare il suo leader storico che forse dovrebbe darsi una regolata politica e culturale. Più correttamente sei milanesi votanti su dieci hanno scelto la Lega come il segnale più chiaro del non ritorno al passato, come la delega più chiara a un'amministrazione positiva e civile della città. Delega temporanea, ritirabile fra quattro anni ove l'Amministrazione non desse buona prova, una regola fondamentale della Democrazia che i nemici fobici della Lega considerano come una consegna della città al demonio.

Le ragioni per cui penso che l' amministrazione di Marco Formentini abbia o possa avere una valenza positiva sono le seguenti: Formentini e i dirigenti della Lega, e anche Bossi se saprà liberarsi del suo protagonismo rumoroso, sanno, devono sapere che la loro amministrazione sarà sotto il controllo dei milanesi non leghisti, sanno, devono sapere che i quattrocentocinquantamila da cui Formentini è stato votato e gli altrettanti che con le loro astensioni e voti bianchi hanno dato via libera alla vittoria non sono leghisti e nemmeno lombardisti perché per almeno un terzo sono dei meridionali o come chi scrive consapevoli che culture o lingue o folklori lombardi non hanno alcun bisogno delle cure leghiste per esistere: o ci sono e hanno ancora un valore e allora appartengono alla cultura milanese o non c'è nessuna Lega al mondo che possa risuscitarli. Questi sei milanesi votanti su dieci che hanno portato la Lega a palazzo Marino chiedono delle cose molto precise: la prima, di cui la Lega sembra forte garanzia, è che il passato prossimo non si faccia più vedere in piazza della Scala. E poi che si torni alle non trascendentali pratiche della buona amministrazione e a quell'amore per la città che negli ultimi anni era come sparito, come vergognoso di dimostrarsi e di rivelarsi.

Nelle lettere di critica che ho ricevuto non potevano mancare accenti antisvizzeri: sì, magari questo Formentini farà funzionare le poste e il traffico, ma è ben altro che noi vogliamo da una città. Spiacenti ma noi ci accontentiamo, noi pensiamo che il compito di un buon sindaco non sia quello di procurare ai cittadini la soluzione dei problemi esistenziali, del rapporto con la morte, della ricerca della felicità della speranza nell'aldilà ma il buon funzionamento dei servizi e un rapporto civile fra amministratori e amministrati. Sotto questo aspetto il compito di Formentini è facile se confrontato al disastro delle precedenti amministrazioni, difficile e difficilissimo rispetto a tutto ciò che non si è fatto negli ultimi venti anni e che dovrà essere fatto nei prossimi venti.

Le elezioni amministrative di Milano sono state un fatto positivo come una svolta da elezioni ideologiche a elezioni anglosassoni. Nella sostanza gli elettori hanno pensato agli uomini che gli davano più affidamento e che ritenevano più congeniali. Ma vizi cinquantennali non cambiano da un giorno all' altro, da una parte come dall' altra si è ancora caduti nelle false rappresentazioni. Nando Dalla Chiesa si è talmente fatto prendere dalla sua, di un concerto di forze democratiche tolleranti, civili, riformiste, progressiste, da dimenticare che il gruppo più forte dei suoi sostenitori, quello di Rifondazione comunista, è composto da persone che non si sono ancora accorte che il comunismo è morto persino in Cina, e che l'altro suo grande supporter, il Pds è così nuovo da avere molte decine di persone inquisite per 'Mani pulite'. Si è talmente fatto prendere dal suo seguito di sessantottini e figli di sessantottini da accusare sei milanesi su dieci di essere dei biechi trasformisti che hanno con la Lega fatto rinascere il craxismo e altre amenità piuttosto melanconiche. Entrambi i personaggi, Nando Dalla Chiesa e Umberto Bossi, devono ancora imparare che la democrazia consiste nel saper perdere come nel saper vincere e forse gli gioverebbe andare a ripetizioni dal sindaco di Torino, Castellani, che ha saputo perdere il 6 giugno e vincere il 20. Comunque qualcosa si è messo in marcia e non saranno i centoquaranta zombi di Pannella a fermarlo. Si è messo in marcia il nuovo della Lega e della Rete e di Segni e il similnuovo del Pds. 

I vecchi partiti del quadripartito hanno assistito impotenti o distrutti a questa prima uscita delle forze politiche che dovranno assumersi il governo del Paese. In nessuna di queste forze noi vediamo degli alieni, nessuna di queste forze ci incute paure e fobie. Ma come si può ancora dubitare dell'attaccamento degli italiani, di tutti gli italiani alla democrazia? Come si può vedere la violenza e l'intolleranza in una Italia ricca e avanzata che ha digerito le grandi ondate migratorie? Violenti e faziosi ce ne sono da una parte come dall' altra, vedi quelli che hanno incendiato l'auto dell'assessore alla cultura Philippe Daverio, ma non per questo si può dire che ci sia stata violenza nell'una come nell'altra parte. Ci auguriamo che Bossi faccia l'uomo di governo con maggiore responsabilità verbale e che Nando Dalla Chiesa sappia fare, senza vani furori, il capo dell' opposizione.

Se Giorgio Bocca era antimeridionalista lo sono anche io. Gesellschaft su L'Inkiesta il 25 Dicembre 2011. Da poche ore è morto Giorgio Bocca. Un normale "coccodrillo" lo avrebbe definito come giornalista, scrittore e partigiano. E invece gli strepiti di chi vuol dire la sua sulla biografia e la vita de... 

Da poche ore è morto Giorgio Bocca. Un normale “coccodrillo” lo avrebbe definito come giornalista, scrittore e partigiano. E invece gli strepiti di chi vuol dire la sua sulla biografia e la vita degli altri non si sono fatti aspettare. In poche ore sono comparsi in Rete post, articoli, status, tweets che identificavano il noto giornalista come un anti-meridionalista, uno che odiava città come Napoli o Palermo. Altri ancora si sono spinti oltre addirittura definendolo come razzista.Accuse che nascono da dichiarazioni come questa: 

Le forme di complicità con la Camorra sono innumeri e spesso inconsapevoli. Si vede semplicemente entrando nei negozi, negli uffici, guidando l’automobile, in questa lotta di tutti contro tutti che cerca la protezione dei più violenti. La Camorra ha avuto nella grande città una funzione decisiva: assicurare la sopravvivenza dei marginali ma impedire che essi dessero l’assalto ai regolari. I marginali sono massa, centoquarantaseimila famiglie hanno fatto domanda per il sussidio di povertà, solo ventimila l’hanno ottenuto, un esercito permanente di poveri di fronte ai quali sta la grossa minoranza dei ricchi che fanno politica, accumulano enormi patrimoni senza produrre sviluppo, senza cambiare i rapporti sociali.

Ebbene Bocca aveva ragione, e non solo perché vivo il contesto da lui descritto così amaramente. Bocca aveva ragione perché le sue posizioni erano analisi antropologica e non deliri di un vecchio nei suoi ultimi anni di vita. Il più delle volte accompagnate da buone dosi di ironia e provocazione ma che davano comunque un senso di verità al suo pensiero.

Certo verrebbe da dire che “non tutti i napoletani fanno schifo” o che “non tutta Palermo è collusa con la mafia”, ma sono dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano ed evidenziano una totale assenza di contenuti circa la storia del meridione, e soprattutto una totale ignoranza sia del personaggio – provocatore e tagliente – che dei suoi scritti.

Ma “anche le pulci hanno la tosse” ed è davvero grottesco veder confondere l’intellettuale con l’opinionista, il giornalista con il “cane mediatico” di qualche partito o qualche politico. Bocca era altro.

In Italia ormai abbiamo la cattiva abitudine di vivere in barricate culturali e politiche, su Bocca in poche ore non ci siamo smentiti.

Bocca non era la verità assoluta, ci mancherebbe. Tantomeno voglio applicare il buonismo post-mortem. Giorgio Bocca era deluso da una umanità imbarbarita, imbruttita dentro. Nessuno può negare il contrario.

Ormai il “sacro fuoco” che lo accompagnava qualche anno fa lo aveva abbandonato.

Bocca era deluso dell’Italia che ne è venuta fuori dopo aver combattuto per costruirla. E sono d’accordo con lui. Città come Napoli o Palermo hanno contribuito alla resistenza più di molte altre e oggi sono solo meravigliose cornici tornite da una umanità repellente.

Se Bocca era antimeridionalista lo sono anche io.

Il razzismo antimeridionale di Vittorio Feltri non è nuovo: anche Giorgio Bocca e Indro Montanelli manco scherzavano…Ignazio Coppola il 23 aprile 2020 su inuovivespri.it. 

La storia del razzismo contro il Sud Italia e i suoi abitanti – di cui Vittorio Feltri è solo uno dei tanti ‘protagonisti’ – comincia nel 1860. Inizia con i Savoia, con l’odio e l’astio dei generali e dei politici piemontesi, prosegue con i positivisti di fine ‘800 (Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico Ferri) e arriva fino ai nostri giorni. Basta andare a rileggersi cosa hanno detto e scritto dei meridionali Giorgio Bocca e Indro Montanelli…

La questione dei meridionali come razza inferiore e la questione meridionale come questione economica viene oggi drammaticamente riproposta dalle farneticanti affermazioni razziali dei deliri antimeridionali del “giornalista” Vittorio Feltri, che raccoglie l’eredità di tanti suoi illustri colleghi giornalisti del Nord, come, tra gli altri, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, di cui parleremo più avanti, che verso i meridionali hanno sempre avuto parole di disprezzo e di repulsione. Terminologie, sinonimi e similitudini che attengono e sono alla base, ancora oggi, di una mai realizzata e metabolizzata Unità d’Italia.

ACREDINE VERSO IL SUD – Le parole di Feltri di questi giorni non sono solo il frutto di una demenza senile razziale, ma sono il punto di arrivo di un’acredine e di una ipocrisia nei confronti del Sud che trova appunto le sue radici nelle bugie e nelle falsità che, a dosi massicce, ci sono state propinate, senza soluzione di continuità, sino ai nostri giorni, dalle storiografie ufficiali e scolastiche. Si continua infatti ad ignorare che, alla base di una mala unità d’Italia, vi fu, come del resto continua ad esserci – retaggio del passato – un’ignobile componente razzistica antimeridionale conclamata e documentata da quei politici e da quei militari che erano venuti a “liberare e civilizzare “ il Sud.

In una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888, il piemontese marchese Massimo D’Azeglio, che fu Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva:

“In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”.

Più o meno quello che, esattamente 150 dopo, canterà in coro con altri leghisti ad una festa del suo partito l’eurodeputato ed allora capogruppo al comune di Milano Matteo Salvini:

“Senti che puzza, scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”.

Sembra di risentire il D’Azeglio di 150 anni prima. Da allora niente è cambiato se non in peggio. Feltri docet. Nino Bixio, il paranoico massacratore di Bronte, in una lettera inviata alla moglie, tra l’altro così scriveva:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

CIALDINI: “QUESTA E’ AFRICA!” – Ancora, sulla stessa lunghezza d’onda del colonnello garibaldino, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861 con poteri eccezionali per combattere il “brigantaggio”, a proposito dei territori in cui si trovò a operare in una lettera inviata a Cavour così si esprimeva:

“Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”.

Enrico Cialdini era lo stesso che alcuni mesi prima, nel febbraio del 1861, durante l’assedio di Gaeta, bombardando l’eroica città, non si fece scrupolo di indirizzare il tiro dei suoi cannoni rigati a lunga gittata e di grande precisione deliberatamente sugli ospedali per terrorizzare gli occupanti e fiaccarne la resistenza. E, a chi gli faceva osservare il suo inumano comportamento non rispettoso dei codici d’onore e militari, rispondeva sprezzatamene:

“Le palle dei miei cannoni non hanno occhi”.

Cialdini si rese poi protagonista degli eccidi e della distruzione, in provincia di Benevento, dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, esecrabili e orrendi al pari di quelli compiuti dai nazisti molti anni dopo e con minor numero di vittime a Marzabotto e a Sant’Angelo di Stazzema, in cui furono massacrati senza pietà uomini, donne e bambini. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, Cialdini era solito raccomandare di “non usare misericordia ad alcuno, uccidere, senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”.

E dire che del nome di Cialdini, criminale, spacciato per eroe, la toponomastica delle nostre città ne ha fatto incetta. Ed ancora , a ulteriore testimonianza di questi propugnatori del razzismo antimeridionale, quanto scriveva all’alba dell’Unità d’Italia il generale conte Luigi Menabrea comandante del genio del corpo d’armata piemontese di stanza nell’ex Regno delle Due Sicilie, alla baronessa Olimpia Savio Rossi dal comando di Castellone di Gaeta il 26 dicembre del 1860:

“I meridionali sono simili agli ottentotti (si riferiva ai Boscimani la popolazione che abitava l’Africa meridionale), nonostante il loro bel paese e le loro grandi memorie. L’abbassamento del senso morale e della dignità personale della popolazione sono le cose che colpiscono di più. Sotto gli stracci disgustosi che coprono le contadine non si riconosce più questa belle razza italiana, che sembra finire nel territorio romano”.

Il conte piemontese Luigi Menabrea sarà poi dal 1867 al 1869 presidente del Consiglio dei Ministri del nuovo regno d’Italia e, non perdendo la sua propensione razzista nei confronti dei meridionali, si distinguerà nella spasmodica ricerca, nella sua qualità di capo del Governo, di territori fuori dall’Italia, in Patagonia (Argentina) prima e nell’isola di Socotra (Portogallo) in cui deportare – essendo le carceri italiane strapiene – miglia e miglia di prigionieri meridionali. Per fortuna il criminale disegno di Menabrea e del governo sabaudo non andò a buon fine per la decisa opposizione dell’Argentina e del Portogallo, che eccepirono problemi di sovranità che giustamente rivendicavano sui propri territori.

GOVONE: “LA SICILIA? BARBARI!” – E che dire poi del generale Giuseppe Covone mandato anch’esso a reprimere il brigantaggio in Sicilia, un militare che, per snidare i renitenti di leva, non si fece scrupolo di fucilare sul posto, di torturare, arrestare e deportare, intere famiglie e compiere abusi e crimini inenarrabili? Ebbene, anche il Covone, per non essere da meno dei suoi conterranei predecessori e per difendere e giustificare il suo criminale operato dell’uso di metodi di costrizione di stampo medievale nei confronti dei siciliani: anch’egli non trovò di meglio, in un rigurgito razzista, di affermare in Parlamento:

“Nessun metodo poteva aver successo in un paese come la Sicilia che non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà”.

Ed infine per completare questo “bestiario” di aberrante avversione razziale nei confronti dei meridionali val bene ricordare le parole tratte dal diario dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele II, il generale Paolo Solaroli:

“La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”.

E poi quanto scrisse Carlo Nievo, ufficiale dell’armata piemontese in Campania al più celebre fratello Ippolito, scrittore e ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia:

“Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome poiché sinora nel Napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro”.

LOMBROSO, FERRI, NICEFORO – Questi i documentati pregiudizi razziali di quei “liberatori” che fecero – a spese del Sud, depredandolo, saccheggiandolo, uccidendo e massacrando i suoi abitanti . l’Unità d’Italia. Grazie anche a questi pregiudizi, nati per giustificare la politica coloniale e civilizzatrice piemontese, poi furono elaborate le teorie razziali dell’inferiorità della razza meridionale propugnate da Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico Ferri, Giuseppe Sergi, Paolo Orano e Raffaele Garofalo che si affrettarono a dare una impostazione scientifica ai pregiudizi diffusi ad arte dagli invasori per giustificare politiche di rapine, di spoliazioni e di saccheggi a danno del Meridione.

Sui fondamenti antropologici e storici della crisi dell’identità italiana e sulla mancanza di comunicazione interculturale tra Nord e Sud ne fa una lucida analisi Antonio Gramsci nei quaderni quando sostiene:

“La miseria del Mezzogiorno era storicamente inspiegabile per le masse popolari del Nord. Queste non capivano – afferma Gramsci – che l’unità non era stata creata su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord era una piovra che si arricchiva a spese del Sud e che l’incremento industriale era dipendente dall’impoverimento dell’agricoltura meridionale”.

L’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza ma la ragione stessa dell’Unità d’Italia. In buona sostanza, con l’Unità d’Italia ebbe il sopravvento il disegno e la strategia egemonica dell’imprenditoria e della finanza settentrionale che, conquistando e colonizzando il Sud, ostacolandone in ogni modo la crescita prevaricò ogni ipotesi di sviluppo della nascente economia meridionale.

Significativo in questo senso fu quanto ebbe a dire il genovese Carlo Bombrini prima dellUnità d’Italia, già direttore della Banca Nazionale degli stati Sardi e amico personale di Cavour e successivamente governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882:

“Il Mezzogiorno non deve essere messo più in condizione di intraprendere e produrre”. Infatti, negli anni in cui fu a capo della Banca Nazionale, tenendo fede a questa sua spiccata vocazione antimeridionalista fu artefice di numerose operazioni finanziarie finalizzate allo sviluppo dell’economia del Nord, soprattutto nella costruzione delle reti ferroviarie settentrionali per le quali ottenne numerose concessioni a detrimento di quelle meridionali.

Riprendendo l’analisi di Gramsci si può in buona sostanza affermare che la origine della questione dei meridionali bollati come razza inferiore nasce dal fatto, a detta dall’illustre intellettuale sardo, che il rapporto Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia fu un tipico rapporto di tipo coloniale che vide le popolazioni del Sud defraudate della loro storia, della loro identità culturale e occupate militarmente.

Lo scrittore ceco Milan Kundera, protagonista della primavera di Praga nel suo Il libro del riso e dell’oblio scrive un pensiero che è assolutamente calzante con quanto avvenne alle popolazioni meridionali e ai siciliani subito dopo l’Unità d’Italia:

“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria, si distruggono i loro libri, le loro culture e la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di altre culture e inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo incomincia a dimenticare quello che è stato”.

Ed è proprio quello che è capitato alle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia nel corso di 160 anni di un forzato e mal digerito processo unitario che ha alle sue origini come abbiamo visto aberranti radici antropologiche, xenofobe, razziste e coloniali. Una colonizzazione ed una occupazione militare del Mezzogiorno che, al di là delle frasi di aberrante e vomitevole razzismo nei confronti dei meridionali che abbiamo abbondantemente e documentalmente riportato da parte di “liberatori”quali Bixio, Cialdini, Covone, D’Azeglio, Nievo, Bombrini e tanti altri, doveva trovare per questo una giustificazione ed una sua legittimazione ideologica, culturale ed anche scientifica tendente a dimostrare la inferiorità della razza meridionale ed alla gratitudine che si doveva ai settentrionali di esserci venuti a liberare ma soprattutto a civilizzare. E questo fu lo sporco compito assolto con lodevole perizia, in questa direzione, dalla scuola positivista di Cesare Lombroso che, assieme ad altri antropologi e criminologi quali Alfredo Neciforo, Ferri, Sergi, Orano e Garofalo propugnatori del razzismo scientifico e dell’eugenetica, misero a frutto i diffusi pregiudizi antimeridionali teorizzando l’inferiorità della razza meridionale.

Cesare Lombroso antropologo e criminologo, nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia, elaborò le sue teorie sulla inferiorità etnica dei meridionali effettuando misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di dimostrare e di ottenere la prova scientifica sulla inferiorità genetica dei meridionali. Lombroso, sfatando il mito di una omogenea razza italica, teorizzò l’esistenza di due tipi di italiani: i settentrionali come razza superiore e i meridionali di stirpe negroide africana razza inferiore.

Più avanti, un altro antropologo di scuola lombrosiana, Alfredo Niceforo, propugnatore del razzismo scientifico, come il suo maestro, teorizzò l’esistenza in Italia di almeno due razze: quella eurasiatica (ariana) al Nord e quella euroafricana (negroide) al Sud e, di conseguenza, la superiorità razziale degli italiani del Nord su quelli del Sud. Con un particolare, di non poco conto, che l’illustre antropologo, tutto preso dalla elaborazione delle sue folli teorie, vittima della sindrome di Stoccolma, si era dimenticato di essere nato nel gennaio del 1876 a Castiglione di Sicilia e quindi di appartenere ad una razza inferiore!

Niceforo, in un suo libro del 1898, L’Italia barbara contemporanea, descriveva il Sud come una grande colonia, una volta conquistata e sottomessa, da “civilizzare”. Questa ideologia della superiorità della razza nordica, al fine di giustificare le rapine e le spoliazioni nei confronti del Sud, fu diffusa – sostiene ancora Gramsci – in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione.

Il Mezzogiorno è la palla al piede – si disse allora come si ripete pedissequamente oggi – che impedisce lo sviluppo dell’Italia. I meridionali sono – secondo la teoria del Lombroso e dei suoi seguaci – biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale e se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di altra causa storica, ma del fatto che i meridionali sono di per sé incapaci, poltroni, criminali e barbari. O dei posteggiatori abusivi come delira oggi Vittorio Feltri.

“NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI” – Queste teorie portarono poi nel corso degli anni alla discriminazione razziale nei confronti dei meridionali, come quando nelle città del Nord si era soliti leggere cartelli come questi:

“Vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”. O, ancora:

“Non si affittano case ai meridionali”.

Era questa la conseguenza della campagna xenofoba e razzista avviata con l’unità d’Italia e che dura con Vittorio Feltri e i suoi sodali, ancora sino ai nostri giorni. Fra i detrattori dei Siciliani e dei meridionali, visti, nel loro insieme, come un popolo di “terroni” e di “mafiosi”, non sono poi mancati “ giornalisti famosi come dicevamo all’inizio, i “compianti” Indro Montanelli e Giorgio Bocca, che più di una volta ebbero a sottolineare la condizione di inferiorità delle popolazioni meridionali rispetto a quelle del Nord.

Nel 1960, al tempo della guerra d’Algeria, in una intervista rilasciata al giornalista francese Weber per “Le Figaro Litteraire” (la notizia fu riportata dal quotidiano “L’Ora” di Palermo del 25 ottobre del 1990) Montanelli disse testualmente:

MONTANELLI: “VOI AVETE L’ALGERIA, N LA SICILIA” – “Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia, ma voi non siete costretti a dire che gli algerini sono francesi, mentre noi, circostanza aggravante, siamo costretti ad accordare ai siciliani la qualifica di italiani”.

Molti siciliani insorsero deplorando quella frase oltraggiosa, da cui si ricavava che Montanelli considerava gli Algerini un popolo di serie B e i Francesi un popolo di serie A, così come i Siciliani rispetto agli Italiani. In un articolo di risposta a quella intervista un magistrato di Caltanissetta (Salvatore Riggio) si domandava:

“Ma che cosa ci facevano i Francesi in casa algerina? I Francesi non erano forse gli sfruttatori, gli oppressori, i colonizzatori, gli illegittimi occupanti mediante violenza bellica dell’Algeria? Gli Algerini non avevano il sacrosanto diritto di cacciare dalla loro Terra i colonizzatori francesi e reclamare la propria indipendenza? Secondo l’ottica razzista del Montanelli parrebbe di no, perché secondo lui forse la Provvidenza Divina aveva assegnato agli Algerini come angeli custodi i Francesi e secondo la stessa ottica la medesima Provvidenza Divina avrebbe designato i «Fratelli d’Italia» al di là dello Stretto custodi dei Siciliani, considerati dal Montanelli «Esseri» distinti dagli «Italiani» perché posti nella scala di una presunta gerarchia in un gradino inferiore”.

Il magistrato citava poi un altro episodio analogo in cui Montanelli (era il 1967) se la prendeva con tutti gli avvocati siciliani accusandoli indiscriminatamente in massa di avere connivenze e collusioni con la delinquenza. Gli avvocati siciliani reagirono proponendo una querela per diffamazione contro di lui. “Ma dove voleva arrivare questo signore?”, si domandava il magistrato. “Voleva forse proporre anche la fornitura di avvocati nordisti per la difesa dei delinquenti siciliani, così come i nordisti ci forniscono giornalmente i loro prodotti per la nostra vita dato che ormai il Sud e la Sicilia in particolare sono stati ridotti soltanto a vaste aree di mercato di consumo interno?”.

Ma non finisce qui. L’autore dell’articolo (apparso sulla rivista Il Domani) ricordava che nel 1970 Montanelli aveva scritto che, alla Sicilia, mancava da sempre una coscienza civile e sul Corriere della Sera del 9 Gennaio 1971 scriveva che in Sicilia non v’era traccia di pensiero illuministico. Gli rimproverava poi di non conoscere la storia, l’arte, il pensiero, la letteratura della Sicilia, e persino la geografia, avendo scritto che “il 26 Maggio 1860 tre ufficiali della flotta inglese erano sbarcati a Misilmeri” (Montanelli e Nozza, Garibaldi, 1963, pag. 372), mentre Misilmeri non è sul il mare.

Il magistrato poi citava anche il caso di Moravia, che sull’Espresso del 3 Ottobre 1982 a pag. 37 in un articolo intitolato “Siciliano = mafioso?” ad un certo punto aveva scritto:

“Il Siciliano in quanto tale, anche il galantuomo, è tendenzialmente mafioso”.

Con tutto ciò, concludeva il magistrato, nel 1986 i “sicilioti” di Agrigento (affetti dalla sindrome di Stoccolma) assegnarono a Moravia il Premio Pirandello per la narrativa e il 28 novembre 1990 un’Associazione Culturale di Caltanissetta conferiva a Montanelli il Premio Internazionale Castello di Pietrarossa per la sezione giornalismo. “Cupidigia di servilismo”,così titolava l’articolo il magistrato.

E presi da questa cupidigia di servilismo e affetti dalla sindrome di Stoccolma che, alla fine, i palermitani di corta memoria hanno addirittura dedicato a questo illustre giornalista – loro costante denigratore – addirittura una strada: appunto via Indro Montanelli, sita in una traversa della Via Tasca Lanza. E giunti a questo punto, speriamo per l’avvenire che il sindaco Leoluca Orlando o chi gli succederà non si convincano a dedicare come per Indro Montanelli una strada a un razzista seriale antimeridionale come Vittorio Feltri.

"Bocca razzista e omofobo". Gli insulti postumi su Twitter. Il cronista d'Italia divide la rete. Nel mirino le frasi su Pasolini e sul Sud. Ma in tanti lo omaggiano. Gabriele Martini il 26 Dicembre 2011 su La Stampa. Di qui la beatificazione, di là gli insulti postumi. Giorgio Bocca ci aveva visto giusto: «Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l'emancipazione civile dell'Italia», diceva nel 2007 in un’intervista a L’Espresso. La scomparsa del giornalista è diventata subito "trend" su Twitter. Sui social network trovano sfogo rabbia, rancori e invidie: «Omofobo», «razzista», «fascista». Certo, si tratta di una minoranza. In tantissimi salutano il gigante del giornalismo, l’intellettuale sincero. L’anti-italiano, provocatorio e contraddittorio. Ma le critiche non mancano. I passaggi dell’intervista-fiume “La neve e il fuoco” fanno il giro della rete: «Insomma, la gente del Sud è orrenda (…). C’era questo contrasto incredibile fra alcune cose meravigliose e un’umanità spesso repellente. Una volta, a Palermo, c’era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie». «Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso – continuava Bocca nel documentario prodotto da Feltrinelli Real cinema - . Una poesia il modo di vivere di quelle parti? Per me è il terrore, è il cancro. Sono zone urbane marce, inguaribili». «Bocca era un nemico del Sud», scrive Medoro. Anche il sindaco di Napoli De Magistris ne denuncia «l'antimeridionalismo». La politica non sta a guardare. Arrivano i messaggi di Napolitano, Fini e Schifani. Anche qui c’è chi si smarca. «In queste ore tutti si sperticano ad esaltare il suo antifascismo, ma fino al 1942 non era esattamente così....», scrive Storace su Facebook. « Bocca fu un convinto assertore dell'antisemitismo», attacca il deputato Pdl Giancarlo Lehner. «Mi chiedo quanti ebrei italiani non ebbero l'opportunità di defungere a 91 anni come il giornalista». In rete si assiste ad un arruolamento-lampo tra gli schieramenti: guelfi o ghibellini, «il migliore» o «il peggiore». Finiscono nel mirino anche le parole di Bocca su Pasolini: «Avevo paura di lui, della sua violenza. Pasolini è morto perché (…) era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi. Poi mi dava noia questo: ho un po' di omofobia, che poi è una cosa militare, come i bei fioeu va a fer il solda' e i macachi resta a ca', i macachi restano a casa. Il mio concetto piemontese è che gli uomini veri vanno a fare il soldato. Quindi anche questa faccenda dei suoi rapporti con questi poveretti che manipolava...». Bocca «è stato un becero leghista voltagabbana ipocrita», scrive Massimo su Twitter. Per Mimmo rappresenta «l’anello di congiunzione tra razzismo risorgimentale e razzismo leghista». Altri lo difendono, ma sui blog alcuni si spingono ad esultare per la sua morte. Sisetta su Twitter fotografa la situazione stupita: «Vi eccitate tutti perché così avete qualcosa su cui litigare, và che siete degli strani animali eh…». Resta quella frase di Bocca, quasi un testamento: «Morirò avendo fallito il mio programma di vita: rendermi tanto antipatico da evitare di essere adulato da morto».

Le verità scomode su Giorgio Bocca.  Le commemorazioni e il ricordo di Giorgio Bocca fatte molto benevolmente da Giulio Ambrosetti credo per rispetto a verità scomode che riguardano questo mostro sacro della cultura italiana, meritino delle opportune riflessioni. La benevolenza sul giornalista e sull'uomo che ha caratterizzato, in queste ore e a caldo, i giudizi espressi nei suoi confronti da certa stampa ad usum delphini credo vada stemperata per la contraddittorietà, per l'incoerenza e per la vis polemica, molto spesso a sproposito, dimostrata dal personaggio in questione nella sua lunga esistenza.

In una cosa, Gorgio Bocca è stato coerente nella sua lunga vita: in quella di essere stato costantemente razzista. Prima antiebreo e poi antimeridionale. Come quando, giovane fascista assieme a tanti altri gerarchi del regime e molti intellettuali dell epoca, nel 1938, sottoscrisse il manifesto della razza , documento base delle leggi razziali fasciste contro gli ebrei. Contro gli ebrei prima e contro i meridionali dopo. Una costante razzista che ha caratterizzato da sempre la sua vita.

Ecco quanto scrisse sul giornale La Provincia Grande nel lontano 4 agosto del 1942 in un articolo nel quale imputava il disastro della guerra alla congiura ebraica, scrivendo tra l altro: Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa della guerra attuale. A quale ariano, fascista e non fascista, può sorridere l idea di essere lo schiavo degli ebrei? . Esattamente un anno dopo avere scritto queste ripugnanti frasi, e precisamente il fatidico 8 settembre del 1943, Giorgio Bocca avvertendo l odore della sconfitta da fervente e convinto fascista fa il salto della quaglia e diviene partigiano, addirittura come comandante della decima divisione di Giustizia e Libertà e poi, nei primi mesi del 1945, fa parte dei giudici dei tribunali del popolo, firmando, a guerra conclusa, la condanna a morte del tenente Adriano Adami e di altri 4 prigionieri della Repubblica Sociale Italiana, gente che in passato la pensava come lui e la qual cosa non andava perdonata.

Ecco, dal Fascismo alla Resistenza, chi fu Giorgio Bocca, il fustigatore dei meridionali nei sui numerosi libri tra i quali il recente La neve sul fuoco (Feltrinelli) in cui definisce la gente del Sud orrenda e repellente, con particolare riferimento a due città - Napoli e Palermo - e con ciò suscitando la giustificata indignazione di tanti meridionali stanchi di essere offesi e vilipesi nelle loro tradizioni, nella loro storia e nella loro cultura.

Non è, del resto, la prima volta. E accaduto spesso che Giorgio Bocca, con stomachevoli venature razziste, si sia scagliato contro i meridionali, come quando - riferendosi alla capitale della Campania - si lasciò andare a frasi come questa: Napoli è tuttora un cimiciaio come lo era prima . E i territori del Meridione definiti: Zone urbane marce ed inguaribili.

Ricordando le prime volte che ebbe a visitare il Sud affermava. C era sempre un contrasto tra i paesaggi e questa gente orrenda: un contrasto incredibile fra cose meravigliose ed una umanità ( la gente del Sud, ovviamente ndr) repellente . E come se non bastasse, in un altro suo libro - Aspra Calabria - con il suo sprezzante ed acclarato nordismo (simpatie nei confronti del partito di Bossi? il dubbio è legittimo), percorrendo la Calabria con il naso arricciato dallo schifo nei confronti delle popolazioni locali non perdeva l occasione di gettare discredito e fango su di esse definendole barbare e incivili.

Queste affermazioni razziste di Bocca e quanto riportato nei suoi scritti non hanno fatto altro che attagliarsi e portare acqua al mulino secessionista di Umberto Bossi, mortificando, tra l altro, quella verità storica per la quale all'Unità di questo Paese diedero il loro peculiare e fondamentale contributo le tanto vituperate e vilipese popolazioni meridionali.

Ecco perché per quanto detto non avremmo mai potuto accettare lezioni di civiltà da uno come Giorgio Bocca che, anziché riesumare nei confronti dei meridionali giovanili rigurgiti razzisti, avrebbe dovuto pensare più opportunamente a trarre, per restare in pace con se stesso e con la sua coscienza, un bilancio della sua intensa, lunga, discussa e controversa vita. Ma ormai è troppo tardi è un peso questo e un rimorso che certo si porterà nella tomba.

Ed è anche per questo che i meridionali e i siciliani, resi consapevoli di tali poco onorevoli trascorsi di questo mostro sacro della cultura italiana, di sicuro non si listeranno a lutto e non si strapperanno le vesti per la sua morte.

Le verità scomode su Giorgio Bocca. Un odiatore tribale e razzista dei meridionali. Pietrangelo Buttafuoco il 27 dicembre 2011 su Il Foglio.

Razzista. Non nel senso del ragioniere che se ne va ad ammazzare senegalesi. Ma razzista con l'idea che quelli del sud – e i siciliani in particolare – fossero gente non evoluta, non emancipata, non civile, insomma, gens inferiore rispetto al nord, in questo senso, sì. Lo era.

Razzista. Non nel senso del ragioniere che se ne va ad ammazzare senegalesi. Ma razzista con l'idea che quelli del sud – e i siciliani in particolare – fossero gente non evoluta, non emancipata, non civile, insomma, gens inferiore rispetto al nord, in questo senso, sì. Lo era.

Giorgio Bocca – buonanima – aveva un'idea precisa dell'Italia e riteneva che “l'Inferno”, ovvero quella categoria dello spirito che fece da Ur-Gomorra a Roberto Saviano, fosse, appunto, il “cimiciaio” di un vasto sud abitato da belve meridionali. Se ne andava in giro per Palermo e se ne ritraeva come se fosse nella plaga flatulenta di un'umanità sciancata.

Antonio Di Grado, presidente della Fondazione Sciascia, giustamente non se lo può scordare di quella volta quando Bocca, inviato in Sicilia, raccontò di un Leonardo Sciascia in abito bianco, con la paglietta da avvocaticchio, immerso in ragionamenti mafiosi. Ancora oggi nessuno, neppure tra i più devoti innamorati di Bocca, può credere ad una scena simile. Non è possibile che Gian Antonio Stella creda a tutto ciò, né Ezio Mauro che lo ha eletto a bussola. Forse tanti lettori avranno creduto a quel racconto, ma chi è del mestiere sa quanto fosse scivoloso il patto del cronista con la verità. E quello di Bocca è stato un negoziato marchiato dal pregiudizio. Razzista, certo. Bocca viaggiava in Italia e cercava solo ciò che voleva trovare. E fu così che s'inventò uno Sciascia con la coppola. Se solo avesse avuto la convenienza – polemica, per carità – perfino di Saviano avrebbe fatto un camorrista. E non ha avuto tema di consegnare in una delle sue ultime interviste, edite in un video Feltrinelli (“La Neve e il fuoco” di Maria Pace Ottieri e Luca Masella), una sequela di luoghi comuni sul sud degne delle sagre padane, giusto quelle tribù nelle cui vallate avrebbe saputo attingere umori, spurghi e bestemmie. E pubblico.

Seguì la prima Lega, lavorò per Silvio Berlusconi e il nord è stato la sua platea ideale, un nord speciale dove abitava il “ceto medio riflessivo”, “il girotondo” e “il cattolico adulto”. Era quel mondo tutto sbrigativo e rapace della sinistra conformista, un mondo addolcito dalla convinzione di stare dalla parte giusta ma pur sempre duro nel giudicare quell'umanità lazzarona da redimere a colpi di manette, di tasse e di Costituzione.

Razzista, Bocca, lo fu non perché si ritrovò ad essere fascista in gioventù ma per quell'azionismo dell'età matura che lo teneva avvinto all'idea di aggiustare l'umanità malata degli italiani.

Non ebbe la possibilità di fare il salto nel vuoto e ritrovarsi – come Oriana Fallaci, da lui ribattezzata con stizza e genio “Oliala” – tra gli applausi della peggiore destra. Razzismo per razzismo avrebbe potuto uscirsene anche lui con la difesa dell'occidente. Sarebbe bastato sostituire la parola “meridionali” con “musulmani”. Tutto qua. 

Pietrangelo Buttafuoco. Nato a Catania – originario di Leonforte e di Nissoria – è di Agira. Scrive per il Foglio.

·        Quei razzisti come i tedeschi.

Esplode l'acquario dei record "È stato come un terremoto". Storia di Luigi Guelpa su Il Giornale il 17 dicembre 2022. 

Erano le 5.45 di mattina quando i 350 ospiti dell'hotel Radisson Collection di Berlino, di fronte ad Alexanderplatz, si sono svegliati di soprassalto. È accaduto per l'esplosione del più grande acquario indipendente al mondo, situato nella hall.

«Abbiamo sentito un'onda d'urto nella stanza. All'inizio, naturalmente, pensi a che cosa può essere stato. Poi hai paura, sei sotto choc, e ti viene in mente che potrebbe trattarsi di terrorismo», spiega Paul Maletzke, che ha soggiornato al Radisson con la sua ragazza. Paul, così come gli altri ospiti della struttura, si sono lanciati fuori dalla camera, vedendo l'acquario distrutto. «C'erano pesci e spazzatura ovunque. Si sentivano urla, non riuscivi a capire cosa fosse successo e non sapevi cosa fosse davvero accaduto, ma era il buio a far più paura», racconta Sandra Weeser, deputata del Bundestag, che si trovava nell'hotel. Al netto del racconto dei testimoni, l'AquaDom, l'acquario cilindrico più grande al mondo, ieri si è sbriciolato come un biscotto, provocando il ferimento di due persone colpite dalle schegge dell'enorme struttura, alta 25 metri e con un diametro di 11,5, al cui interno si trovava circa 1 milione di litri d'acqua. L'incidente per fortuna si è verificato prima dell'alba, diversamente sarebbe stata una tragedia. L'AquaDom infatti era dotato di un ascensore che permetteva ai turisti di ammirare i pesci al suo interno, senza contare che ogni giorno si immergevano diversi subacquei per pulirne la superficie. L'acquario ospitava oltre 1.500 esemplari, circa un centinaio di specie tropicali che si sono trovati disseminati nella hall dell'albergo, per strada, fino al vicino museo della Ddr in Karl-Liebknecht-Strasse, in parte allagato.

I vigili del fuoco e la polizia sono arrivati tempestivamente, con un totale di 200 uomini per gestire l'emergenza, ma l'atrio era così pieno di detriti e di vetri rotti che hanno dovuto prima far perlustrare l'area ai cani da salvataggio. I dipendenti del Radis